Tumore ai polmoni da fumo: in Italia le cause non si vincono

Pubblicato il: 06-11-2016 | Categoria : Senza categoria | 534 views | FONTE ORIGINALE

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A gridarlo coraggiosamente è stato, su Rai Uno, l’avvocato Angelo Greco, direttore di questa testata, nel corso della puntata di venerdì scorso “Tempo e Denaro”: i giudici proteggono la lobby del tabacco.

 

Il fumo è provatamente un fattore di rischio tumorale. Ma si può fare causa ai produttori di sigarette, se un nostro familiare si ammala di tumore? Ci sono scarsissime possibilità di vittoria, anzi quasi nessuna. È questo il chiarimento fornito dall’avvocato Angelo Greco nel corso della puntata di venerdì scorso di «Tempo e Denaro», su Rai Uno, trasmissione di cui è ospite quotidiano tutte le mattine alle 11,00.

 

L’avvocato Greco ricorda che, secondo la giurisprudenza italiana, è possibile vincere una causa contro i produttori di tabacco e, in particolare, di sigarette, solo a due condizioni (così, almeno, stando agli ultimi precedenti: una sentenza del tribunale di Reggio Emilia e una di quello di Milano):

  1. innanzitutto bisogna dimostrare che il cancro ai polmoni sia stato determinato unicamente dal fumo delle sigarette e non da altre concause come potrebbe essere, ad esempio, un luogo di lavoro insalubre (è noto che determinate polveri possono causare patologie polmonari serie e, a volte, anche il tumore): una prova difficilissima, se non impossibile, da dare. Perché è difficile escludere – solo a titolo di simulazione – determinate cause quando ormai la malattia si è insediata nel corpo della vittima e l’ha distrutto;
  2. in ogni caso il risarcimento è possibile solo per i tumori divenuti irreversibili prima del 1991, data a partire dalla quale la nostra legge ha imposto, ai produttori di tabacco, di inserire, sulle scatole di sigarette, gli avvisi per i consumatori. Chi legge il messaggio «Nuoce gravemente alla salute» e ciò nonostante continua a fumare lo fa a proprio rischio e pericolo. Insomma, ammalarsi è una libera scelta del consumatore: è lui che sceglie consapevolmente di morire e ciò esclude la possibilità di pretendere anche il risarcimento.

 

Un ragionamento però – stigmatizza Greco – che fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto perché se il fumatore non è in grado di smettere di fumare non è certo per sua volontà, ma perché i produttori sono riusciti a inserire, nelle sigarette, dosi di catrame e altre sostanze che provocano maggiore dipendenza dello stesso tabacco: un espediente messo in luce dal noto autore di legal triller John Grisham nel suo capolavoro “La giuria”. Dunque, una scelta tutt’altro che volontaria e spontanea quella di continuare a fumare, così come invece vorrebbero i giudici.

 

In secondo luogo – e qui il «J’accuse» – i nostri giudici hanno elaborato, per diritti molto meno importanti rispetto alla vita, il concetto di «diritti indisponibili»: è una categoria di diritti talmente importante che il titolare non può rinunciarvi neanche se lo vuole e lo chiede egli stesso. Ad esempio, il diritto alle ferie o allo stipendio: il lavoratore dipendente non può mai trattare queste sue posizioni con il datore di lavoro: ciò serve a evitare facili abusi, da parte di terzi, della sua posizione di debolezza e inferiorità. Evidentemente, però, per i giudici italiani – grida Greco – il portafogli è più importante della salute. Perché rendere indisponibili alcuni diritti patrimoniali, sebbene collegati alla sopravvivenza, e non anche la vita? È indisponibile lo stipendio e non invece la salute dei nostri cari?

Questo significa stravolgere il diritto solo per tutelare i fabbricanti di morte!

Note

Autore immagine: 123rfcom

 

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