Annessione alla Russia: perché non è come nel 2014

Posted on : 29-09-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Otto anni fa l’annessione della Crimea alla Russia era stata accolta dai russi come un grande successo: ora, dopo otto mesi di guerra, è tutto diverso.

Domani sarà un giorno importante per la storia: la Russia annetterà al proprio territorio le regioni ucraine semioccupate in seguito alla guerra avviata a fine febbraio. Una decisione giunta solo in seguito alla farsa dei referendum che, secondo il Cremlino, avrebbero evidenziato la volontà dei cittadini di entrare a far parte della Federazione russa ma che, secondo il resto del mondo, non hanno alcun valore, essendo svolti violando ogni forma di diritto al voto libero. Così, come avvenuto nel 2014, la Russia si allarga, ma domani sarà tutto diverso.

La coreografia dell’annessione sembra rodata ma il clima in cui avviene questa nuova estensione forzata del territorio della Federazione russa è decisamente un altro. Domani il Cremlino ha organizzato una «grande manifestazione» in sostegno di Vladimir Putin a Mosca. È però difficile che lo slogan «siamo insieme» scandito otto anni fa da decine di migliaia di persone riunite sulla Piazza Rossa per celebrare «il ritorno alla Russia, al loro porto naturale, alla loro casa, di Crimea e Sebastopoli» – come disse dal palco il Presidente russo, con le lacrime agli occhi- possa essere ripetuto con la stessa sincerità di allora.

La cerimonia per la firma dei trattati per l’adesione alla Federazione russa delle regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia è stata fissata per domani alle tre (ora locale, le due in Italia). Come il 18 marzo del 2014 per Crimea e Sebastopoli, nella Sala di San Giorgio del Gran Palazzo del Cremlino. A firmare saranno Putin e i leader locali insediati da Mosca nelle regioni. L’annuncio del portavoce Dmitry Peskov oggi segue i referendum, farsa secondo Kiev e i Paesi alleati, che si sono svolti nei giorni scorsi nei territori occupati dalle forze russe.

La cerimonia della firma dei trattati nel 2014 si svolse, due giorni dopo il referendum, di fronte al Consiglio della Federazione e la Duma riuniti insieme anche ai governatori e altri esponenti delle élite, dopo un discorso di Putin di 47 minuti interrotto 30 volte dagli applausi dei presenti. Il Presidente russo parlerà anche domani, e il suo sarà un discorso corposo, ha aggiunto Peskov precisando solo che il voto di ratifica della Camera bassa del Parlamento si terrà lunedì, e del Consiglio della Federazione martedì. I deputati hanno ricevuto l’invito a partecipare alla cerimonia di domani al Cremlino, ha testimoniato, isolato, il deputato Denis Parfenov su Telegram.

Anche otto anni fa, dopo la firma, i trattati furono ratificati dalle due Camere del Parlamento e quindi dalla firma del Presidente russo. Il 21 marzo di otto anni fa, a conclusione dell’iter avviato con il referendum nella Penisola sul Mar Nero, la giornata si concluse con fuochi d’artificio in diversi quartieri di Mosca e in tutta la Crimea. Dopo la firma dei trattati al Cremlino pochi giorni prima, decine di migliaia di persone si erano ritrovate sulla Piazza rossa, per festeggiare.

Allora, però, non era stato sparato un colpo, non c’erano state decine di migliaia di morti fra i militari, non c’era stata una operazione militare speciale – erano entrati in azione solo ‘gli omini verdi’, soldati senza elementi di riconoscimento che solo un mese dopo Putin confermò come russi – e soprattutto non c’era stata la mobilitazione che, in pochi giorni, ha fatto fuggire dal Paese centinaia di migliaia di russi. L’orgoglio del 2014 – se per qualcuno c’è mai stato – si è perso, l’annessione di altri territorio alla Russia potrebbe non bastare per celebrare una vittoria inesistente sul campo e ricucire la società al suo leader.

Solo poche ore prima della firma in legge di Putin, con velocità ancora maggiore di quella già sostenuta con cui vengono approvate le leggi in Russia, Consiglio della Federazione aveva, nel 2014, ratificato il Trattato per la riunificazione della Crimea alla Federazione russa. Il giorno prima, il 20 marzo, l’aveva fatto la Duma, con un solo voto contrario, quello di Ilya Ponomarev, ora in esilio in Ucraina.

Gli Stati Uniti avevano quel giorno annunciato l’introduzione di nuove sanzioni contro Mosca precisando tuttavia, e questo basta a dare la misura del cambiamento della situazione anche a livello internazionale, che «il canale diplomatico con Mosca era ancora aperto, e che la Russia poteva ancora fare passi indietro».

Il New York Times scriveva che «la fulminea annessione da parte di Mosca aveva ridisegnato l’atlante geopolitico e poteva aver definitivamente chiuso un periodo lungo 25 anni caratterizzato da relazioni spesso tumultuose ma anche costruttive tra Stati Uniti e Russia».

David Ignatius, sul Washington Post, parlava dell’azione di Mosca in Crimea, come non potrebbe fare ora riferendosi alla conquista delle nuove regioni, come di un «esempio da manuale di un dispiegamento veloce di forze delle operazioni speciali per ottenere un obiettivo limitato», grazie a un esercito «ben addestrato, in grado di muoversi in modo elusivo, che non ha niente a che vedere con l’armata sovietica in decadenza che invase l’Afghanistan».

Nel discorso al Cremlino del 18 marzo del 2014 Putin aveva assicurato che la Russia avrebbe sempre difeso «gli interessi dei milioni di russi e russofoni che vivono in Ucraina», precisando tuttavia che questo sarebbe avvenuto solo con strumenti «politici, diplomatici e giuridici». La Russia – aveva aggiunto- «non vuole assolutamente l’annessione dell’Ucraina. Non credete a coloro che vogliono spaventarvi con la Russia. L’Ucraina non ci serve», aveva detto il Presidente russo, sottolineando che la Crimea invece «è sempre stata parte della Russia».

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Nord stream: sono stati davvero gli americani?

Posted on : 28-09-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A febbraio Biden aveva annunciato di voler eliminare Nord Stream 2: dopo i danni ai gasdotti russi, ora Mosca punta il dito proprio contro gli Stati Uniti.

Qualcuno direbbe di avere sott’occhi il bue che dice cornuto all’asino, per altri è solo l’ennesimo tentativo di Mosca di deviare i sospetti da sé per attribuire le colpe a qualcun altro. Per capire meglio cosa sia successo ai gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2, danneggiati due giorni fa in maniera quasi irreparabile, la polizia svedese ha aperto un’indagine per l’ipotesi di reato è grande sabotaggio, e il caso è attualmente all’esame della Procura della Repubblica. E mentre l’Europa cerca di trovare i responsabili, Mosca riesuma una vecchia dichiarazione di Biden.

«Se la Russia invade, non ci sarà più un Nord Stream 2. Metteremo fine a questo» sono queste le parole che il presidente americano Joe Biden aveva pronunciato mesi fa, proprio quelle che ora rimbalzano sui social dopo le esplosioni che hanno provocato danni ai gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 nel mar Baltico. Mosca ha chiesto ufficialmente spiegazioni alla Casa Bianca ricordando le parole del presidente Usa. «Metteremo fine a questo» era stata la risposta di Biden ad un cronista lo scorso 7 febbraio. «Come farete esattamente, visto che il progetto è sotto il controllo della Germania?», la domanda successiva. «Vi garantisco che saremo in grado di farlo» aveva detto il presidente americano.

«Joe Biden dica se ci sono gli Stati Uniti dietro all”incidente’ ai gasdotti Nord Stream 1 e 2, dove due giorni fa sono state registrate tre perdite di gas senza precedenti»: la richiesta è arrivata dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. «Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden deve rispondere alla domanda se gli Stati Uniti hanno messo in atto la loro minaccia il 25 e 26 settembre, quando è stata segnalata un’emergenza su tre linee di Nord Stream 1 e Nord Stream 2, che è stata preliminarmente riconosciuta come rottura, mentre lui aveva suggerito che queste linee sarebbero state fatte saltare in aria», ha detto Zakharova. «La sua dichiarazione di intenti è stata sostenuta da una promessa. Bisogna essere responsabili delle proprie parole. La mancata comprensione di ciò che si dice non esime nessuno dalla responsabilità. L’Europa deve sapere la verità!» ha sottolineato la portavoce.

Nel frattempo, oggi l’operatore del gasdotto Nord Stream 1 ha fatto sapere che è possibile riparare il tubo non appena sarà stata fatta una valutazione del danno. Alla Dpa un portavoce di Nord Stream Ag ha detto che un’ispezione sarà condotta al più presto possibile, non appena le autorità riapriranno la zona, chiusa per ragioni di sicurezza.

«Nessuno può veramente dire al momento quale sia la situazione lì», ha detto Ulrich Lissek, convinto comunque che «l’integrità strutturale del gasdotto sia stata danneggiata in modo massiccio».

Quanto ai lavori di riparazione al Nord Stream 2, il portavoce ha sottolineato che sarebbero più complicati, dal momento che la società nei mesi scorsi è stata colpita dalle sanzioni americane. I due gasdotti – che collegano Russia e Germania – hanno subito una perdita di pressione due giorni fa, presumibilmente in seguito ad un atto di sabotaggio che in molti attribuiscono ai russi, i quali ora cercando di puntare il dito verso gli Stati Uniti.

La Russia, dopo le accuse agli Usa, intende chiedere la convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per discutere delle perdite di gas a Nord Stream 1 e Nord Stream 2, nel mar Baltico. Lo ha reso noto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Dmitry Polyansky, vice ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, ha precisato che Mosca si augura che si possa tenere già domani la riunione al Consiglio di sicurezza Onu su Nord Stream. «La Russia ha richiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in relazione al sabotaggio contro due linee del Nord Stream. Ci aspettiamo che si tenga domani», ha scritto Polyansky su Telegram dopo l’annuncio di Zakharova.

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La Russia si prepara a una nuova fase della guerra

Posted on : 28-09-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con l’annessione dei territori ucraina parzialmente occupati dai russi, Mosca si assicura nuovi spazi dove poter continuare la sua battaglia.

Ora che i «referendum farsa» si sono conclusi, e il risultato – dovuto e scontato – è la vittoria della proposta di annettere alla Federazione Russa i territori di Donetsk, Luhansk, Kherson, Zaporizhia, Mosca si prepara a velocizzare i tempi. Il Cremlino ha tutto da guadagnarci nell’annettere il prima possibile i territori parzialmente occupati, così da poterci fare ciò che vuole. Infatti, il fatto che le regioni occupate ucraine diventino ufficialmente territorio russo consente a Putin di giustificare l’invio di militari in Ucraina (divenuta ufficialmente Russia), provando così a trasformare l’attacco armato russo in un’operazione di difesa dei «propri» territori.

Nel frattempo, la Russia si prepara ad iniziare un nuova fase si questo scontro armato. «Sarà ora liberato l’intero territorio della Repubblica», ha dichiarato portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, citato dall’agenzia russa Tass. A ora, l’Ucraina controlla il 40 per cento del territorio della regione di Donetsk. Peskov, ha confermato, sempre oggi, che «l’operazione militare speciale andrà avanti almeno fino a quando verrà completamente liberata la Repubblica popolare di Donetsk».

Ci si attende che Vladimir Putin annunci venerdì l’annessione delle regioni sud orientali dell’Ucraina (oltre che di Donetsk e Luhansk, anche di Kherson e Zaporizhzhia) nel suo discorso all’Assemblea federale. Ma a ora l’enfasi rimane sulle due repubbliche del Donbass.

Le autorità locali hanno proclamato la vittoria dei «sì» per la richiesta di annessione alla Russia nel referendum considerato come una farsa da Kiev e dai Paesi alleati, non solo a Donetsk, ma anche nelle altre tre regioni. A Mosca è in arrivo anche il leader della Repubblica popolare di Luhansk, Leonid Pasechnik.

Dopo l’annuncio di mobilitazione parziale di 300mila persone formate per il combattimento, è subito iniziato l’addestramento dei riservisti coinvolti nella mobilitazione che, come spiegato dal presidente russo Vladimir Putin, ha lo scopo di arruolare nuove truppe da inviare in Ucraina. Lo ha reso noto il ministero della Difesa di Mosca spiegando che l’addestramento è in corso in tutta la Russia, compresa la regione di Rostov al confine con l’Ucraina, la penisola di Crimea annessa con referendum nel 2014 e nell’exclave di Kaliningrad.

Nel frattempo, il fuggifuggi generale dalla Russia continua. Sono fino a 10mila i cittadini russi che ogni giorno cercano di entrare in Georgia e oggi circa 5.500 veicoli, tra cui circa 3.600 auto, sono stati bloccati al confine a sud di Vladikavkaz. Secondo Tbilisi, il numero di russi in arrivo ogni giorno è quasi raddoppiato da quando il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti lo scorso 21 settembre.

«Quattro o cinque giorni fa arrivavano ogni giorno in Georgia 5.000-6.000 russi. Il numero è aumentato fino a circa 10.000 al giorno», ha dichiarato il ​​ministro dell’Interno Vakhtang Gomelauri. La Georgia e la vicina Armenia, che non richiedono visti per i russi, sono una delle principali destinazioni per i russi in fuga fin dall’inizio della guerra il 24 febbraio.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di non prevedere di chiedere il rimpatrio dei cittadini fuggiti nei Paesi confinanti dopo l’annuncio della mobilitazione parziale, escludendo così la loro potenziale deportazione. Mosca ha dichiarato che, nonostante la mobilitazione parziale decretata la scorsa settimana dal presidente Vladimir Putin, non sarà promosso un ritorno forzato di uomini che non si trovano in territorio russo. Pertanto, secondo quanto scrive l’agenzia Interfax, il governo russo non lancerà alcun appello ai paesi vicini come il Kazakistan e la Georgia.

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I risultati dei referendum per l’annessione alla Russia

Posted on : 28-09-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mosca è convinta di aver vinto a questi referendum che, secondo lei, legittimano l’annessione dei territori ucraini alla Russia.

I «referendum farsa» organizzati dal Cremlino non potevano andare in un modo differente: alla fine, com’era prevedibile, ha vinto la proposta di annessione dei territori di Donetsk, Luhansk, Kherson, Zaporizhia alla Federazione Russa. Referendum privi di alcun tipo di garanzia e libertà, che sono già stati delegittimati da praticamente tutto il resto del mondo – Kiev in primis – ancor prima di concludersi e che, a livello internazionale, non cambieranno né i confini né gli equilibri. A livello nazionale, però, nonostante le modalità totalitarie con cui tali votazioni sono state svolte, gli equilibri cambiano eccome. Nei territori oggetto del referendum vivono circa quattro milioni di persone. Queste regioni complessivamente costituiscono circa il 15% del territorio ucraino e il fatto che ora la Russia, dopo l’invasione, sventoli il referendum come baluardo di garanzia della volontà ucraina di annettersi ai territori di Mosca fa prospettare a i cittadini tempi ancor più bui.

Ieri, infatti, a votazioni non ancora concluse, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato che il sistema politico in Russia, vale a dire i parlamentari e l’esecutivo, «è pronto per gli eventuali cambiamenti relativi alla potenziale annessione» delle regioni ucraine del sudest, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Secondo alcuni parlamentari russi la Duma potrebbe votare sull’annessione già dalla prossima settimana, dal 4 ottobre. A Mosca, del resto, conviene mobilitarsi per ufficializzare questa annessione illegittima il prima possibile: dopo l’annuncio di Vladimir Putin della mobilitazione parziale di 300mila riservisti, il fatto che le regioni occupate ucraine diventino ufficialmente territorio russo consente al Cremlino di giustificare l’invio di militari in Ucraina (divenuta ufficialmente Russia), provando così a trasformare l’attacco armato russo in un’operazione di difesa dei «propri» territori.

«I referendum si sono conclusi. I risultati sono chiari. Bentornati a casa, in Russia!”. Lo ha scritto su Telegram il vice presidente del Consiglio di sicurezza della Federazione, Dmitry Medvedev. Esulta per l’esito dei referendum indetti nelle regioni sotto occupazione russa dell’Ucraina anche Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Mosca: secondo quanto riporta la Tass citando il suo account Telegram, Volodin considera che «la decisione adottata salverà milioni di persone dal genocidio». Postando uno schema dei risultati del voto, che mostrano una percentuale elevatissima di favorevoli all’adesione alla Russia – risultati contestato globalmente e ritenuti completamente falsati – Volodin commenta: «questo ci dà l’opportunità di fare insieme dei piani per il futuro».

Secondo i risultati diffusi dal governo russo, l’annessione alla Federazione Russa ha vinto con il 99%dei voti a Donetsk, con il 98% a Luhansk, con il 93% a Zaporizhzhia e con l’87% a Kherson. Numeri che raccontano da soli, senza necessari commenti esplicativi, la farsa di queste votazioni.

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Mosca dà il benvenuto al nuovo Governo italiano

Posted on : 26-09-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal Cremlino arriva un messaggio ottimista rivolto a Fratelli d’Italia e al Governo che verrà, con la speranza di «rapporti più costruttivi» con l’Italia.

All’indomani delle elezioni del 25 settembre, con l’ascesa del Centrodestra e l’ampia vittoria di Fratelli d’Italia, che grazie alla leader Giorgia Meloni è diventato primo partito in Italia, da tutto il mondo arrivano auguri e commenti. E, seppur i risultati delle elezioni in Italia siano un affare esclusivamente interno, Mosca è pronta a «dare il benvenuto a tutte le forze politiche che mostrino un atteggiamento costruttivo. Noi siamo pronti a dare il benvenuto a qualsiasi forza politica che sia in grado di andare oltre il mainstream consolidato, pieno di odio per il nostro paese, e mostrare più obiettività e un atteggiamento costruttivo nei confronti del nostro paese» nei confronti della Russia. lo ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, commentando l’esito del voto nel nostro Paese.

Dall’Ue arriva un altro tipo di benvenuto. La Commissione Europea «non commenta mai i risultati delle elezioni nazionali», ma l’esecutivo Ue e «la presidente Ursula von der Leyen lavorano con i governi che escono dalle urne dei Paesi dell’Unione. Non è diverso nel caso dell’Italia: beninteso, noi speriamo di avere una cooperazione costruttiva con le nuove autorità italiane». Lo dice il portavoce capo della Commissione Europea Eric Mamer, durante il briefing con la stampa a Bruxelles. Per il momento, «attendiamo che l’Italia proceda a nominare il Governo secondo le sue procedure costituzionali», continua.

«Non spetta alla Commissione commentare la campagna elettorale che si è svolta in Italia: credo che sarebbe molto presuntuoso da parte mia tentare di analizzare le ragioni che hanno spinto gli italiani a votare come hanno votato, non è il nostro ruolo». «L’Italia è un paese molto europeista con cittadini molto europeisti. E noi partiamo dal presupposto che questo non cambierà» ha dichiarato il portavoce del Governo di Berlino, Wolfgang Büchner, al risultato delle elezioni celebrate ieri in Italia. Questa – ha aggiunto – è la posizione del cancelliere Olaf Scholz».

Si congratulano, invece, con Fratelli d’Italia i suoi colleghi della Germania. Il partito tedesco di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) si è congratulato «con Giorgia Meloni per la sua elezione e speriamo per lei che sia la prima donna ai vertici di un Governo italiano». In un comunicato, i due leader Tino Chrupalla e Alice Weidel descrivo il «successo elettorale dei Fratelli d’Italia come una vittoria del buon senso» e affermano che «la Germania, con la sua coalizione di sinistra verde, sembra piuttosto isolata in Europa in questo momento».

I leader del partito fondato nel 2013 ed entrato per la prima volta nel parlamento tedesco nel 2017 affermano che «nonostante tutti gli avvertimenti antidemocratici del presidente della Commissione Ue von der Leyen e di altri politici, gli italiani, come i Democratici svedesi prima di loro, hanno deciso un cambiamento politico. E questo è pienamente un loro diritto democratico».

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