OnlyFans è affidabile?

Posted on : 29-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Onlyfans è pericoloso: I rischi collegati a chi acquista immagini private delle celebrity.

Ci ha colpito la vicenda giudiziaria di un uomo che aveva fatto la sottoscrizione ad un abbonamento su OnlyFans, con pagamento tramite carta di credito. La moglie ha poi trovato, dalle notifiche sull’email, la prova dell’avvenuto addebito e ha così chiesto la separazione con addebito a carico del marito. La questione pone il problema di tutte le piattaforme nuove: quello della sicurezza. Ed allora non sarà mancato chi si sia chiesto se Onlyfans è affidabile.

Cerchiamo di fare il punto della questione.

Pagamenti tracciabili e rilevabili

Partiamo proprio dalla privacy. Se anche OnlyFans non andrà a dire a nessuno che hai sottoscritto un abbonamento sulla sua piattaforma, ciò lo potrà fare la tua banca. Quest’ultima, infatti, nell’inviarti le notifiche di pagamento sul cellulare e sull’email in ossequio ai propri obblighi di trasparenza, potrebbe rendere tali informazioni conoscibili a eventuali terzi con cui condividi i dati.

Non dimentichiamo poi che i pagamenti su OnlyFans sono tracciabili proprio perché avvengono tramite strumenti elettronici e, come tali, possono essere sempre visibili da un estratto conto della carta di credito o di debito. Né è possibile renderli anonimi.

Il problema si pone soprattutto per le coppie sposate. Più di una volta la Cassazione ha detto che l’iscrizione a siti di incontri costituisce violazione dell’obbligo di fedeltà. Ma in questo caso, OnlyFans è piuttosto equiparabile alla visione di materiale pornografico o comunque con contenuti espliciti (salvo vi sia una diretta interazione con l’autore delle foto e dei video, nel qual caso potrebbe anche parlarsi di “tradimento virtuale”). 

Ebbene, se anche non c’è una violazione del dovere di fedeltà, è comunque contestabile un comportamento contrario alla dignità dell’altro coniuge, tale cioè da far venire meno la necessaria fiducia reciproca. Una violazione quindi dei doveri matrimoniali che è causa di addebito della separazione.

Rinnovo automatico degli abbonamenti

Un aspetto su cui spesso non si pone attenzione su OnlyFans è che quasi tutte le iscrizioni sono abbonamenti che si rinnovano automaticamente ogni mese o per periodi superiori, per come richiesto in fase di sottoscrizione. Quindi, chi non vuole subire ulteriori addebiti sulla carta di credito dovrà provvedere a disattivare il rinnovo automatico. Per non dimenticare tale adempimento, lo si potrà fare già dopo il primo pagamento: difatti l’immediata disdetta del rinnovo non impedisce la visualizzazione del materiale già acquistato.

OnlyFans è davvero sicuro?

Purtroppo poco sappiamo dei nostri dati personali quando li conferiamo a una piattaforma. Anche se quest’ultima ha l’obbligo di rispettare la normativa sulla privacy, nessuno ci assicura il rispetto di tale obbligo. Chi mai potrà davvero sapere se Netflix o Amazon hanno ceduto le nostre email o le nostre preferenze a terzi? Del resto i numerosi scandali che hanno investito Facebook ci dimostrano che, a volte, anche i colossi del web sono irrispettosi della legge. Nulla quindi esclude che anche OnlyFans possa avere “falle” di sicurezza. Falle che potrebbero anche potenzialmente riguardare i dati della tua carta di credito, anche se si tratta di un rischio più potenziale che effettivo. Tuttavia dobbiamo comunque tenere sempre in conto che, come con qualsiasi sito, anche OnlyFans non può offrire una garanzia totale di sicurezza contro eventuali attacchi informatici. Le violazioni di numerosi siti e piattaforme sono state, in passato, numerose. Nessuno quindi è al sicuro. Per poter navigare sereni, sarà meglio – piuttosto che fornire i dati della propria carta di credito – avvalersi di una carta prepagata da destinare solo a OnlyFans, in modo da rischiare il meno possibile.  

Si possono fare screenshot su OnlyFans?

Nel momento in cui trovi una Celebrity che ti piace vorrai – prima di disdettare l’abbonamento – fare degli screenshot per conservare il materiale sul tuo hard disk. La conservazione di materiale esplicito non costituisce reato (lo sarebbe solo se i soggetti ritratti fossero minorenni, ma per iscriversi su OnlyFans bisogna avere almeno 18 anni). Si tratta però di una violazione del diritto d’autore: le immagini infatti restano di proprietà del suo titolare e non possono essere registrate, diffuse, cedute a terzi o vendute. Vero è anche che il titolare del profilo non potrà mai sapere se hai fatto uno screenshot delle sue foto.

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Quali sono i documenti che l’avvocato deve restituire l’avvocato al cliente?

Posted on : 27-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che fare se l’avvocato non consente il diritto di accesso al fascicolo: il rispetto della privacy e la restituzione del fascicolo.

Il diritto di accesso agli atti non sussiste solo nei confronti della Pubblica Amministrazione. Anche i professionisti sono tenuti a garantire al cliente l’accesso alla documentazione che li riguarda. Il tutto in ossequio alla normativa sulla privacy. La questione diventa particolarmente delicata nei confronti degli avvocati: nel fascicolo da questi custodito sono infatti contenute le carte consegnategli dallo stesso assistito nonché quelle necessarie alla sua difesa. Ma, più in particolare, quali sono i documenti che l’avvocato deve restituire al cliente? 

Vediamo meglio come si atteggia il diritto di accesso nei confronti dello studio legale, quali sono i tempi di risposta, quali atti è possibile ottenere in originale e quali in copia, cosa fare se il professionista si comporta male nei confronti del cliente e non rispetta il diritto di quest’ultimo a ottenere la restituzione della documentazione. 

Quali documenti l’avvocato deve restituire al cliente?

L’articolo 33 del codice deontologico forense indica chiaramente quali sono i documenti che l’avvocato deve restituire al cliente. 

In prima linea ci sono gli atti ed i documenti ricevuti dal cliente stesso e quindi di proprietà di quest’ultimo. Si pensi, ad esempio, alla documentazione medica, a un certificato anagrafico, a una serie di file con registrazioni audio/video, alle lettere ricevute dalla controparte e così via. In tali casi, l’avvocato – a richiesta del proprio assistito – dovrà restituire gli originali.

In secondo luogo ci sono gli atti e i documenti, anche provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso: sia quelli formati in processo (ad esempio atto di citazione della controparte, comparsa di difesa, note istruttorie, provvedimenti del giudice, copie dei verbali eventualmente in possesso dell’avvocato, sentenze, ecc.), sia quelli estranei al processo (ad esempio una raccomandata di diffida, il verbale della polizia in un incidente stradale, un accordo con l’avversario, ecc.). 

Di tali atti e documenti sono dovute solo le fotocopie e non, come nella categoria precedente, gli originali.

L’avvocato non può subordinare la restituzione di tale documentazione al pagamento del proprio onorario: i due obblighi infatti viaggiano su binari separati. E ciò perché l’interesse del cliente alla restituzione della documentazione ha un riconoscimento costituzionale, ed è quindi di rango superiore al mero interesse patrimoniale dell’adempimento del contratto: la documentazione è infatti strumentale alla prosecuzione della difesa dei diritto per come sancita dall’art. 24 della Costituzione. 

Tuttavia l’avvocato può chiedere al cliente il pagamento delle spese necessarie alle fotocopie qualora si tratti di documentazione copiosa.

Quali documenti non deve restituire al cliente 

Resta esclusa dall’obbligo di restituzione al cliente la corrispondenza intercorsa tra l’avvocato e il collega di controparte, in quanto riservata tra i due.

L’avvocato non deve consegnare al cliente e alla parte assistita la corrispondenza riservata tra colleghi; può, qualora venga meno il mandato professionale, consegnarla al collega che gli succede, a sua volta tenuto ad osservare il medesimo dovere di riservatezza.

L’avvocato ha diritto a conservare copia della documentazione restituita al cliente?

In ogni caso, l’avvocato può conservare copia della documentazione relativa alla difesa del cliente, anche quella di proprietà di quest’ultimo e senza bisogno del suo consenso (ad esempio qualora gli serva per recuperare il proprio compenso professionale che non gli è stato corrisposto). 

Come funziona il diritto di accesso agli atti nei conforti dell’avvocato?

Il cliente deve formulare espressa richiesta di restituzione o copia della documentazione direttamente all’avvocato e allo studio legale in cui questi eventualmente opera. La richiesta può essere formulata anche verbalmente ma, in caso di omesso adempimento, sarà bene rinnovare la stessa per iscritto, con raccomandata (anche consegnata a mani) o con Pec (posta elettronica certificata).

L’avvocato deve consegnare i documenti richiesti entro i 30 giorni successivi. L’eventuale ritardo deve essere motivato e non può essere superiore ad altri due mesi.

Se l’istanza di accesso agli atti arriva durante la chiusura estiva dello studio, è possibile prorogare la data di invio, ma occorre informare l’interessato delle ragioni del ritardo. Come anticipato, l’articolo 12 del Gdpr prevede che il termine possa essere prorogato di due mesi, se necessario, tenuto conto della complessità e del numero delle richieste.

Se la richiesta di accesso agli atti avviene via mail o Pec, non si può imporre al cliente di recarsi in studio per ritirare gli atti. Difatti, in base all’articolo 12 del Gdpr le informazioni devono essere fornite, quando è possibile, con lo stesso mezzo elettronico, salvo diversa indicazione dell’interessato. Ma il professionista deve essere certo dell’identità del cliente e garantire la sicurezza dell’invio dei dati.

Quando ad esempio le istanze pervengano tramite mail ordinaria è onere del professionista identificare correttamente il cliente ed è dovere di quest’ultimo collaborare per evitare l’invio di dati riservati a soggetti non autorizzati. Lo prevede espressamente l’articolo 12 del Gdpr, che impone sempre come standard minimo l’identificazione del soggetto interessato. E la questione è particolarmente complessa quando il cliente invia la richiesta informalmente, ad esempio tramite una mail ordinaria non direttamente riconducibile a lui.

I dati richiesti nella maggior parte dei casi sono dati “particolari” (ex dati sensibili), e l’invio tramite posta ordinaria richiede l’adozione di precise cautele da parte del professionista.

Se la richiesta avviene tramite raccomandata, come può il professionista verificare l’identità del cliente?

Il professionista deve confrontare la firma con quella sulla carta di identità dell’interessato in suo possesso oppure chiederla al cliente prima di inviare i documenti richiesti.

Che fare se l’avvocato non restituisce la documentazione al cliente?

Come chiarito dal Garante della Privacy con provvedimento n. 17 del 27.01.2022, anche i professionisti hanno l’obbligo della trasparenza e devono perciò consentire al cliente un accesso celere alle informazioni raccolte.

A vigilare sul rispetto della scadenza c’è, anche per i professionisti, il Garante della privacy al quale si può fare ricorso, in alternativa al tribunale, per far valere i propri diritti. 

Per il Garante il regolamento Ue 679/2016 (Gdpr) è chiaro nel fissare tempi certi di risposta a fronte dell’istanza del soggetto interessato. La risposta deve avvenire senza ingiustificato ritardo e, comunque, al più tardi entro un mese dal ricevimento della richiesta stessa. La scadenza può essere prorogata di due mesi, se necessario, tenuto conto della complessità e del numero delle richieste, ma il titolare del trattamento deve informare l’interessato.

Il diritto di ricevere copia dei propri dati personali è oggi contenuto nell’articolo 15 del Gdpr, oltre che dai codici deontologici dei professionisti. Per 

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [1], l’avvocato non deve ostacolare il diritto di accesso agli atti del cliente. Mettere a disposizione i documenti presso il proprio studio può non bastare se di fatto il professionista ne ostacola la ricezione da parte del cliente, ad esempio muovendosi nella direzione di evitare la consegna delle copie di una parte degli atti processuali o stragiudiziali.

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Prove del tradimento in violazione della privacy: sono valide?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Anche le prove acquisite in modo illegittimo possono essere usate nel processo civile a differenza di quanto avviene in quello penale. 

Un’email intercettata di nascosto, uno screenshot da un cellulare lasciato incustodito, una registrazione audio fatta di nascosto: sono tanti i modi per scoprire un tradimento ma quasi sempre in modo illegittimo perché in violazione dell’altrui riservatezza. Stando così le cose, l’adulterio non potrebbe mai essere punito e le separazioni avvedrebbero sempre senza addebito. Com’è possibile? Sono valide le prove del tradimento in violazione della privacy? Sul punto si è di recente espressa la Corte di Appello di Reggio Calabria [1].

La vicenda che ha dato origine alla contesa è la rtegistrazione, operata dal figlio nei confronti della madre, dalla quale si evinceva chiaramente la relazione di quest’ultima con un altro uomo. La prova audio veniva così portata dal marito nella causa di separazione come dimostrazione dell’adulterio della donna, il che lo avrebbe liberato dall’obbligo di pagarle il mantenimento (perché è questo l’effetto principale dell’addebito per violazione dell’obbligo di fedeltà). 

Senonché la moglie si opponeva all’utilizzo di tale prova perché evidentemente acquisita in violazione delle norme sulla privacy.

Più volte, su questo stesso giornale, abbiamo parlato delle difficoltà a cui si va incontro nel dimostrare un tradimento. La Cassazione, ad esempio, ha già ripetutamente detto che strappare il cellulare di mano al proprio partner integra il reato di rapina.

Né è possibile lasciare un registratore a casa per sentire con chi parla e cosa dice il coniuge. Tale comportamento fa scattare il reato di interferenze illecite nella vita privata.

Allo stesso modo non si possono utilizzare le credenziali di accesso a un social network, che lo stesso titolare dell’account ha rivelato in una precedente occasione al coniuge o al fidanzato, se l’utilizzo avviene in un momento successivo e senza quindi un’ulteriore autorizzazione. Diversamente si rischia una querela per accesso abusivo a sistema informatico. 

Ed ancora, la legge vieta di leggere il cellulare altrui se questo è custodito e protetto da password.

Insomma, tutti questi paletti farebbero pensare che dimostrare un tradimento, senza prendersi una querela per violazione della privacy sia sostanzialmente impossibile o quantomeno difficile. E ciò perché l’articolo 191 del codice di procedura penale stabilisce che le prove acquisite in violazione della legge non possono essere utilizzate in processo.  

Ebbene, la sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria qui in commento lascia uno spiraglio quantomeno alla possibilità di vincere la causa di separazione e ottenere l’addebito a carico dell’ex infedele. Secondo i giudici calabresi, infatti, l’inutilizzabilità delle prove ottenute in violazione della privacy vale solo per il processo penale e non per quello civile.  

Risultato: chi scopre il tradimento del coniuge può usare la prova anche se acquisita in modo illegittimo, ben sapendo però che se ha violato la legge sulla privacy potrebbe essere querelato. La querela però non impedirà che il giudice valuti detta prova e, dimostrata l’infedeltà, dichiari l’addebito.

Val la pena riportare le parole della pronuncia in commento: «La violazione della privacy altrui non impedisce l’acquisizione e la valutazione della prova in una causa civile. Difatti il codice di procedura civile non contiene una norma simile all’articolo 191 del codice di procedura penale, prevista per il processo penale, che stabilisce l’inutilizzabilità delle prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge.

Esso è invece governato dai principi della atipicità della prova e del libero convincimento del giudice, in virtù dei quali, in assenza di divieti di legge, quest’ultimo può formare il proprio convincimento anche, per esempio, in base a prove atipiche, come quelle raccolte in un altro giudizio tra le stesse o tra altre parti, senza che rilevi la divergenza delle regole, proprie di quel procedimento, relative all’ammissioni e all’assunzione della prova [2]».

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