Maltrattamenti in famiglia e divorzio: ultime sentenze

Posted on : 21-11-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scopri le ultime sentenze su: reato di maltrattamenti in famiglia; condotte vessatorie contro il coniuge non più convivente.

La durata della convivenza dopo il divorzio incide sulla configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia? Scoprilo nelle ultime sentenze.

Circostanze aggravanti

La presenza di un figlio minore non determina l’esistenza di un vincolo familiare di fatto tra i due ex coniugi ormai divorziati, per cui le condotte persecutorie di uno degli ex coniugi a danno dell’altro non fa scattare l’imputazione per il più grave reato di maltrattamenti in famiglia. Semmai determina l’aggravante del reato di stalking in quanto commesso in danno del coniuge divorziato, come prevede l’articolo 612 bis del Cp.

La Cassazione aderisce all’interpretazione secondo cuoi la dichiarazione di divorzio costituisce il momento di scioglimento del nucleo familiare composto dai coniugi, ormai ex. E tale effetto annullatorio, determinato dal divorzio, della relazione familiare tra i due ex coniugi sussiste, anche in caso vi siano figli minori che comportano congiunti quanto reciproci doveri di assistenza e cura da parte di entrambi i genitori divorziati. La sentenza conferma la condanna per stalking dell’ex marito che è aggravata con corrispondente aumento di pena se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato.

Cassazione penale sez. VI, 08/06/2022, n.32575

Irragionevolezza e violazione del principio di uguaglianza

L’indifferenziata esclusione da una serie di benefici abitativi e di sostegno economico di chi sia stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per reati contro la persona, non appare ragionevolmente correlabile alla ratio che sorregge le misure in questione, finalizzate a rispondere a situazioni di bisogno economico e abitativo spesso conseguenti a una separazione o a un divorzio, e al tempo stesso a consentire al genitore non assegnatario dell’abitazione in precedenza condivisa di continuare ad accudire i figli, assicurandogli una collocazione abitativa nelle vicinanze. Tale ratio opera, all’evidenza, anche nei confronti del genitore che abbia subito in passato condanne per reati contro la persona, il quale resta cionondimeno titolare del diritto, e prima ancora del dovere, di esercitare la propria responsabilità genitoriale nei confronti dei figli.

La l. reg. Abruzzo 16 giugno 2020, n. 14, intervenuta medio tempore, ha circoscritto l’esclusione dalle misure di sostegno a chi sia stato condannato in via definitiva per i soli delitti di atti persecutori, di violazione degli obblighi di assistenza familiare e di maltrattamenti in famiglia. Tale intervento, tuttavia, non vale a eliminare il vulnus all’art. 3 Cost. Le residue ipotesi di esclusione accomunano infatti, in maniera indifferenziata, i casi in cui la condanna sia stata pronunciata per fatti commessi a danno dei figli, nel cui interesse i benefici sono previsti dal legislatore regionale, e quelli in cui, invece, il reato sia stato commesso a danno di terze persone, senza che dal reato consegua l’inidoneità di chi abbia subito la condanna a esercitare la responsabilità genitoriale nei confronti dei propri figli.

Irragionevole appare, altresì, la natura assoluta della preclusione, a prescindere dal tempo della commissione del reato per il quale sia intervenuta condanna definitiva, tempo che potrebbe essere anche molto risalente, e non incidere quindi in alcun modo sull’interesse dei figli a mantenere stretti contatti con il genitore. Né, ancora, l’esclusione dal beneficio potrebbe trovare spiegazione in una finalità in senso lato sanzionatoria nei confronti di chi abbia commesso uno dei reati indicati dalla disposizione, dal momento che una simile finalità esulerebbe, all’evidenza, dalle competenze regionali (sentt. nn. 44 del 2020, 9 del 2021).

Corte Costituzionale, 10/06/2021, n.118

Condotte vessatorie

Le condotte vessatorie realizzate in caso di cessazione della convivenza con la vittima, sia nel caso di separazione legale o di divorzio, sia nel caso di interruzione della convivenza allorché si tratti di relazione di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non anche quello di atti persecutori, allorché i vincoli di solidarietà derivanti dal precedente rapporto intercorso tra le parti non più conviventi, nascenti dal coniugio, dalla relazione more uxorio o dalla filiazione, permangano integri o comunque solidi ed abituali nonostante il venir meno della convivenza.

Cassazione penale sez. VI, 19/05/2021, n.30129

Condotte vessatorie ai danni del coniuge non più convivente

Le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, se ed in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza (riconosciuta, nella specie, l’ipotesi di stalking atteso che le condotte vessatorie dell’ex marito erano state attuate dopo la cessazione di qualsiasi aspettativa solidaristica tra lui e la vittima, in qualche modo fondata sul precedente legame familiare o di convivenza).

Cassazione penale sez. V, 17/03/2021, n.20861

Maltrattamenti in famiglia o minaccia aggravata: casistica

Una minaccia proferita sotto casa de dell’ex coniuge in un contesto di grave acredine e conflittualità tra le parti, brandendo una spranga, considerata la relazione interpersonale esistente tra le parti e del turbamento psichico provocato nella p.o. spinta a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine, configura il reato di cui all’art. 612 co. 2, non già il reato di maltrattamenti in famiglia.

Tribunale Napoli sez. V, 16/04/2021, n.3406

Maltrattamenti in famiglia e durata della convivenza dopo il divorzio

Il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi è configurabile nell’ipotesi in cui i maltrattamenti siano posti in essere dal marito nei confronti dell’ex moglie, non rilevando in sé e per sé la durata della convivenza tra i due dopo il divorzio, quanto piuttosto l’esistenza di una stabile relazione affettiva tra l’imputato e la persona offesa, relazione che ha creato reciproco affidamento e aspettative di assistenza, protezione e solidarietà.

Cassazione penale sez. VI, 22/02/2018, n.19868

Reato di maltrattamenti in famiglia: quando può configurarsi?

Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato anche quando non vi sia più la convivenza, laddove siano condotte violente minacciose idonee ad un regime di vita penoso.

(Nel caso specie, il marito non solo aveva lasciato il lavoro, ingiuriato e minacciato di morte e la ex moglie cercandola vessandola nel luogo, vessandola ed umiliandola anche dinnanzi ai figli ai minori, ma l’aveva lasciata priva di sostentamento economico per sé e per i figli).

Tribunale Chieti, 13/09/2018, n.992

Configurabilità di condotte di maltrattamento

La cessazione della convivenza non esclude, per ciò stesso, la configurabilità di condotte di maltrattamento tra i componenti della coppia quando il rapporto personale di fatto sia stato il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà ed assistenza.

Cassazione penale sez. VI, 20/04/2017, n.25498

Condotte vessatorie ai danni del coniuge

Le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza.

(In motivazione, la Corte ha precisato che il reato previsto dall’art. 612-bis c.p. è configurabile solo nel caso di divorzio tra i coniugi, ovvero di cessazione della relazione di fatto).

Cassazione penale sez. VI, 19/12/2017, n.3087

Divorzio: è configurabile il reato di atti persecutori o anche quello di maltrattamenti?

In materia di rapporti tra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori di cui all’art. 612 -bis, comma 2 cod. pen., è configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612 -bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo, o comunque della sua attualità temporale.

Con la precisazione che ciò può valere, in particolare, in caso di divorzio, ravvisandosi viceversa il reato di maltrattamenti in caso di condotta posta in essere in presenza di una separazione legale o di fatto che non vale a porre nel nulla i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale, e di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale e in presenza di una situazione, diffusamente richiamata nell’ordinanza impugnata, caratterizzata dalle reiterate e abituali sofferenze fisiche e morali inferte dall’indagato alla moglie e dallo status di vessazione psicologica che ne è scaturito.

Cassazione penale sez. VI, 01/02/2017, n.10932

Separazione tra coniugi: esclude il reato di maltrattamenti?

La separazione tra i coniugi non esclude il reato di maltrattamenti quando vi sia un’attività persecutoria che incida sulla posizione psicologica subordinata della vittima che solo il divorzio o la detenzione del soggetto agente precludono. (Nel caso di specie, l’imputato dopo la separazione personale con la moglie aveva continuato a perseguitarla con appostamenti, ingiurie).

Ufficio Indagini preliminari Milano, 13/04/2016, n.696

Configurabilità del reato di maltrattamenti

Con l’intervenuto divorzio, cui non segua – come nella specie non è seguita – alcuna ricomposizione di una relazione e consuetudine di vita improntata a rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, deve ritenersi cessato ogni presupposto per la configurabilità del reato di maltrattamenti.

Cassazione penale sez. VI, 12/06/2013, n.50333

Reato di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori

In tema di rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612 bis comma 1 c.p. – che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie – è invece configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612 bis comma 2 c.p.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale.

(In motivazione, la s.c. ha precisato che ciò può valere, in particolare, in caso di divorzio o di relazione affettiva definitivamente cessata con la persona offesa, ravvisandosi il reato di maltrattamenti in caso di condotta posta in essere in presenza di una separazione legale o di fatto).

Cassazione penale sez. VI, 24/11/2011, n.24575

Protezione contro gli abusi familiari

Solo la celebrazione dell’udienza di comparizione davanti al Presidente ex art. 706 c.p.c. o ex art. 4 l. n. 898 del 1970 preclude l’accoglimento del ricorso per la protezione contro gli abusi familiari. Ne deriva che, ove tale udienza non si sia tenuta, la domanda prevista dall’art. 342 bis c.c. è senz’altro ammissibile, nonostante la contemporanea o la previa proposizione del ricorso per separazione personale o per divorzio.

Tribunale Bari, 18/07/2002

Reato di maltrattamenti alla famiglia: responsabilità

Deve ritenersi responsabile del reato di maltrattamenti alla famiglia, previsto e punito dall’art. 572 c.p. colui che risulti aver percosso e vessato moralmente la convivente. Sono da considerarsi membri della famiglia, tutelati dall’art. 572 c.p. anche i componenti della famiglia di fatto, fondata cioè sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni comuni, di dar vita, cioè, ad un nucleo stabile e duraturo.

Questa interpretazione dell’art. 572 c.p. è la più coerente con i principi ispiratori del nostro ordinamento, nonché con la realtà sociale moderna. Del resto l’introduzione del divorzio e il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile ed hanno eliminato, dunque, il presupposto più plausibile per una tutela diversificata dei due rapporti.

Cassazione penale sez. VI, 10/10/2001, n.36576

Riconoscimento della sentenza straniera

L’applicazione al rapporto controverso, da parte del giudice straniero, di una legge diversa da quella indicata dalle norme italiane di diritto internazionale privato non osta al riconoscimento della sentenza straniera, purché questa non sia contraria all’ordine pubblico; di questo principio è espressione l’art. 4 della convenzione italo-tedesca 9 marzo 1936 (resa esecutiva con l. 14 gennaio 1937 n. 106 e lasciata in vigore, per la materia matrimoniale, dall’art. 55 della convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968, resa esecutiva con l. 21 giugno 1971 n. 804), secondo cui la non applicazione della legge di cittadinanza della parte non impedisce il riconoscimento della sentenza straniera che risulti egualmente fondata alla stregua di detta legge; può essere, pertanto, riconosciuta in Italia la sentenza tedesca che abbia sciolto un matrimonio tra cittadini italiani per maltrattamenti, non applicando – come vuole l’art. 17 preleggi – l’art. 3 della legge italiana di divorzio n. 898 del 1970, richiedente la condanna penale in conseguenza dei maltrattamenti, poiché detta sentenza tedesca è pur sempre fondata su cause gravi e obiettive, prefigurate dalla legge e sintomatiche di un irrimediabile disfacimento della comunione coniugale.

Cassazione civile sez. I, 28/07/1977, n.3361

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Quando sussiste il reato di maltrattamenti in famiglia?

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La legge punisce gli abusi psicologici ai danni del convivente? Chi può sporgere denuncia alla polizia? Qual è la pena prevista per i maltrattamenti?

Maltrattare un familiare, anche solo verbalmente, è un reato punito con la reclusione fino a sette anni. La legge, infatti, sanziona severamente chi, approfittando della vicinanza con la vittima, ne approfitta per abusare di lei; e ciò, anche se le vessazioni sono solamente psicologiche. Quando sussiste il reato di maltrattamenti in famiglia?

Come vedremo nel prosieguo, questo tipo di reato può essere commesso anche da chi non utilizza la violenza fisica, limitandosi (per modo di dire) a insulti, offese e minacce. In effetti, mentre una singola ingiuria non costituisce reato, più offese dirette costantemente nei riguardi della stessa persona possono integrare il delitto di cui ci stiamo occupando. Quando sussiste il reato di maltrattamenti in famiglia? Scopriamolo insieme.

Maltrattamenti: cosa sono?

La legge non fornisce una definizione precisa di maltrattamenti, limitandosi solamente a dire che sono puniti quelli commessi nei confronti di un familiare o di un convivente. Ma cosa sono i maltrattamenti?

Per “maltrattamenti” si intendono gli abusi, sia fisici che psicologici, reiterati nel tempo, che causano alla vittima un’apprezzabile sofferenza fisica o morale.

Insomma: sono maltrattamenti tutte le vessazioni nei confronti di una persona, consistenti non solo in percosse ma anche in ingiurie e in ogni tipo di condotta volta a umiliare la vittima.

Dunque, costituiscono maltrattamenti schiaffi, calci, percosse varie, commenti oltraggiosi, privazioni forzate (la vittima costretta a digiunare, ad esempio) e mortificazioni di ogni tipo (si pensi alla moglie costretta a tollerare in casa la presenza dell’amante del marito).

Elemento fondamentale è che la condotta sia ripetuta nel tempo: un solo episodio di violenza (fisica o morale che sia) non è sufficiente per potersi parlare di maltrattamenti, essendo necessario che la condotta sia abituale.

Una sola condotta colpevole non basta. Ad esempio, il padre che percuote il figlio in preda a un improvviso e occasionale stato d’ira rischia di essere incriminato per percosse o per lesioni personali, ma non per maltrattamenti.

Maltrattamenti in famiglia: quando c’è reato?

Perché i maltrattamenti costituiscano reato occorre che la vittima sia un convivente. In questa nozione rientrano non solo i familiari e i parenti in senso stretto, ma anche coloro che vivono sotto lo stesso tetto: è il caso della domestica costretta a subire le prepotenze del padrone di casa.

La Cassazione [1] ha tuttavia più volte ribadito che sussiste il reato di maltrattamenti anche quando la convivenza è cessata, se le vessazioni affondano le radici nella precedente vita di coppia.

Si pensi all’ex marito che, con la scusa delle visite ai figli affidati alla madre, non perda occasione di insultare e di mortificare la donna davanti alla prole.

Per i giudici [2], se la relazione è cominciata da poco e la coabitazione è saltuaria, allora è difficile qualificare i soprusi dell’uomo verso la compagna come maltrattamenti.

Le caratteristiche dei maltrattamenti in famiglia sono dunque tre:

  • l’idoneità della condotta a provocare dolore, anche solo morale;
  • la reiterazione. Una sola azione offensiva non sarebbe sufficiente. Si dice infatti che il reato di maltrattamenti è abituale, cioè deve necessariamente essere ripetuto nel tempo;
  • la convivenza di vittima e responsabile, anche se poi successivamente cessata.

Maltrattamenti: c’è reato anche senza convivenza?

Come ricordato nel precedente paragrafo, la convivenza è elemento fondamentale perché sussista il reato di maltrattamenti; ci sono tuttavia dei casi in cui tale requisito non è previsto dalla legge.

Secondo il Codice penale [3], scatta il delitto di maltrattamenti quando la condotta offensiva è posta in essere nei confronti di una persona affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, per l’esercizio di una professione o di un’arte. È il caso, ad esempio, degli alunni in una scuola, dei pazienti in un ospedale, degli anziani in una casa di riposo.

In queste ipotesi, più che la coabitazione in senso stretto rileva quella sorta di soggezione che lega la vittima al carnefice e che impedisce alla prima di difendersi come vorrebbe.

Ad esempio, l’istruttore di scuola calcio che, abusando della sua posizione di “superiorità”, abusa e maltratta i bambini che gli sono affidati, risponderà del reato di maltrattamenti anche se non c’è una vera convivenza, ma sussiste quel legame che mette in una posizione di inferiorità la vittima.

Maltrattamenti: come sono puniti?

Il reato di maltrattamenti è punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, ovvero se il fatto è commesso con armi.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Maltrattamenti: serve la querela?

Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi è procedibile d’ufficio. Ciò significa che chiunque può sporgere denuncia alle forze dell’ordine, anche persona totalmente estranea alle violenze e al nucleo familiare.

Ad esempio, se il vicino di casa si accorge che dall’appartamento accanto provengono urla disperate, potrebbe egli stesso segnalare il fatto alle autorità.

Di conseguenza, per segnalare i maltrattamenti non occorre necessariamente la querela della persona offesa, sporta nel termine di tre mesi dalla commissione del crimine.

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Chi sono gli affini?

Posted on : 19-11-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’elenco dei parenti che, in realtà, non lo sono pur venendo considerati parte della famiglia. Si possono sposare tra di loro?

Dire al genero o al consuocero alla fine del matrimonio della figlia «benvenuti in famiglia» è un bel gesto che, però, non è del tutto preciso. Nella pratica, il legame assume dei connotati diversi dopo le nozze solo dal punto di vista affettivo perché da quello giuridico due consuoceri non saranno mai parenti tra di loro, come non lo sarà il genitore dello sposo con la nuora. Il vincolo che si crea è quello dell’affinità. Quindi, nella famiglia, chi sono gli affini?

Ecco, il punto è che non fanno parte della famiglia perché l’affinità è il vincolo tra i parenti dello sposo e quelli della sposa, i quali, non discendendo dallo stesso stipite, non possono essere chiamati familiari. Che poi uno cada più d’accordo con il cognato che con il fratello è un altro discorso.

Inoltre, l’affinità, a differenza della parentela, finisce con la dichiarazione di nullità del matrimonio: si potrà avere, dunque, un’ex suocera ma non un’ex sorella. Vediamo nel dettaglio chi sono gli affini.

Come si calcola il grado di affinità

Per capire il grado di affinità, il trucco sta nel sapere il grado di parentela dell’altro coniuge con i suoi familiari. Ad esempio:

  • tra figlio e genitore: 1° grado di parentela;
  • tra nonno e nipote (figlio del figlio) 2° grado in linea retta e tra fratelli e sorelle, 2° grado in linea collaterale;
  • tra zio e nipote (figlio del fratello): 3° grado;
  • tra cugini: 4° grado.

Ora, prendiamo questi gradi di parentela e trasportiamoli all’altro coniuge:

  • se tra la sposa e suo padre c’è una parentela di 1° grado, significa che tra lo sposo e il padre di lei (cioè tra genero e suocero) c’è un’affinità di 1° grado;
  • se tra la sposa e suo fratello c’è una parentela di 2° grado, significa che tra lo sposo e il fratello di lei (cioè tra cognati) c’è un’affinità di 2° grado;
  • se tra la sposa e sua zia c’è una parentela di 3° grado, significa che tra lo sposo e la zia di lei c’è un’affinità di 3° grado;
  • se tra la sposa e suo cugino c’è una parentela di 4° grado, significa che tra lo sposo e il cugino di lei c’è un’affinità di 4° grado.

E così via. Inoltre:

  • i parenti in linea retta di un coniuge (cioè che discendono gli uni dagli altri, come il genitore o il nonno) è affine in linea retta dell’altro;
  • i parenti in linea collaterale (ossia che non discendono gli uni dagli altri pur venendo dallo stesso stipite, come i fratelli o i cugini) sono affini in linea collaterale per l’altro.

In estrema sintesi: nella stessa linea e grado in cui un soggetto è parente di uno dei coniugi, egli è affine dell’altro coniuge.

L’elenco degli affini fino al 4° grado

A livello giuridico, i gradi di affinità rilevano fino al 4° grado. Si tratta di:

  • affini di 1° grado: suoceri;
  • affini di 2° grado: nonni del coniuge e cognati;
  • affini di 3° grado: figli dei cognati, zii del coniuge;
  • affini di 4° grado: pronipoti dei cognati e cugini del coniuge.

Capitolo a parte, per non fare confusione, per quanto riguarda il rapporto tra chi sposa una persona in seconde nozze e i discendenti di uno di loro avuti da una precedente relazione. In pratica, il patrigno o la matrigna sono:

  • affini di 1° grado con il figliastro;
  • affini di 2° grado con il figlio del figliastro;
  • affini di 3° grado con il nipote del figliastro;
  • affini di 4° grado con il pronipote del figliastro (età permettendo, naturalmente).

Gli affini si possono sposare tra di loro?

Teoricamente, la legge vieta il matrimonio tra affini. Ma si tratta di un divieto abbastanza relativo: ci sono alcuni casi in cui è derogabile. Per la precisione, non può esserci un legame coniugale tra:

  • affini in linea retta (suocero e nuora, suocera e genero, ecc.), in teoria anche quando l’affinità deriva da matrimonio dichiarato nullo, sciolto per il quale è stata pronunciata la cessazione degli effetti civili o è cessato per morte. Tuttavia, il divieto è derogabile solo quando l’affinità deriva da un matrimonio dichiarato nullo;
  • affini in linea collaterale (cognati, ecc.): in questo caso, in teoria il matrimonio è vietato ma è possibile chiedere la deroga al divieto.
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Cosa si intende per famiglia?

Posted on : 19-11-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I cugini sono parenti tra di loro, genero e suocero no. E nemmeno marito e moglie lo sono: con chi si ha un legame familiare sotto il profilo giuridico?

Un aviatore e scrittore statunitense, Richard Bach, disse: «Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite». Bellissimo concetto, sennonché la legge preferisce essere meno romantica e più formale e sceglie come legame familiare in quasi tutti i casi quello del sangue («quasi», perché riconosce parte della famiglia anche un figlio adottivo e, quindi, non biologico). Tant’è che un cognato o un genero, contrariamente a ciò che si può pensare, non sono considerati ufficialmente dei parenti ma degli affini. Che cosa si intende per famiglia, allora?

Perfino la descrizione fornita dall’articolo 29 della Costituzione italiana ha subìto qualche modifica nel tempo. Nella «versione originale», infatti, è stato scritto che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»., il che presuppone che si parla di un modello giuridico e sociale riservato a due soggetti di sesso diverso con un legame coniugale con o senza figli. Col passare degli anni, l’ordinamento ha introdotto una disciplina che riguarda anche l’unione civile tra due persone dello stesso sesso. Così come viene riconosciuta la rilevanza giuridica della convivenza di fatto, purché stabile. Ecco, allora, cosa si intende per famiglia.

Famiglia: coniugi, componenti di unioni civili e conviventi di fatto

Per capire cosa si intende per famiglia, si deve partire dal suo nucleo base, cioè da due soggetti che possono essere:

  • coniugi, cioè due persone di sesso diverso unite nel vincolo del matrimonio: i loro rapporti personali e patrimoniali sono regolati dal Codice civile e da altre norme;
  • parti dell’unione civile, vale a dire due persone dello stesso sesso che sono unite nel vincolo dell’unione civile; la legge disciplina anche i loro diritti personali e patrimoniali;
  • conviventi di fatto, ossia due persone di sesso diverso o dello stesso sesso che formalizzano la loro stabile convivenza, instaurando un legame giuridicamente riconosciuto.

Non c’è, invece, alcun vincolo giuridico riconosciuto tra due conviventi che non formalizzano il loro legame. Pertanto, in questo caso, non si può parlare di nucleo familiare.

Famiglia: i figli

La legge riconosce gli stessi diritti a tutti i figli, sia che nascano da genitori sposati o da genitori conviventi sia ancora da genitori non uniti da alcun rapporto stabile. Possono essere:

  • fratelli o sorelle germani (o carnali o bilaterali) se hanno in comune entrambi i genitori;
  • fratelli o sorelle unilaterali se hanno in comune un solo genitore. Tecnicamente vengono chiamati «consanguinei» se condividono solo il padre e «uterini» se sono figli solo della stessa madre;
  • adottivi, quando vengono inseriti nella famiglia dopo la nascita;
  • incestuosi, quando nascono da persone tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado oppure un vincolo di affinità in linea retta.

Famiglia: i parenti

Quando ci si chiede cosa si intende per famiglia, è fondamentale sapere anche che cosa si intende per parentela. Si tratta del vincolo che unisce chi discende da uno stesso soggetto, che hanno cioè in comune uno stesso ascendente. Ciò si verifica sia quando la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia quando è avvenuta al di fuori di esso, sia quando il figlio è adottivo. Secondo la legge, però, non esiste un vincolo di parentela nei casi di adozione di persone maggiorenni.

Per esempio, sono parenti nonno e nipote, fratello e sorella, o anche i cugini tra di loro, poiché c’è un ascendente in comune. Contrariamente a quanto normalmente si pensa, marito e moglie non sono parenti, sempre per lo stesso motivo: non c’è un ascendente in comune. Tra loro due esiste «solo» (si fa per dire) un legame coniugale (detto di coniugio).

La parentela viene distinta in due linee:

  • quella a cui appartengono le persone che discendono l’una dall’altra, come ad esempio il bisnonno, il nonno, il genitore, il figlio, ecc.: sono chiamati parenti in linea retta;
  • quella che unisce le persone tra cui non esiste un legame di discendenza, come fratelli e sorelle, gli zii, i cugini, ecc.: sono chiamati parenti indiretti o in linea collaterale.

Il grado di parentela, invece, stabilisce il rapporto più o meno stretto che unisce tra loro persone legate da vincoli di sangue. Eccone alcuni esempi di parentela in linea retta:

  • tra figlio e genitore: 1° grado;
  • tra nonno e nipote (figlio del figlio) 2° grado;
  • tra zio e nipote (figlio del fratello): 3° grado;
  • tra cugini: 4° grado.

Tra fratelli e sorelle, invece, c’è una parentela di 2° grado in linea collaterale, poiché, come detto, non discendono gli uni dagli altri.

L’importanza di sapere cosa si intende per famiglia e di avere chiaro questo schema è di fondamentale importanza perché pone dei vincoli in alcune situazioni, come ad esempio:

  • nella successione ereditaria legittima;
  • in tema di obbligo degli alimenti;
  • in tema di divieto a contrarre matrimonio;
  • ai fini della legittimazione ad agire, ad esempio nelle azioni di disconoscimento di paternità o di rivendicazione dello status di figlio;
  • in materia penale, ad esempio di fronte a casi di violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale o di violenza domestica.
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