Corteggiamento accanito: cosa si rischia

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Corteggiare insistentemente una persona può integrare un reato se fatto in modo insistente e oppressivo. 

Chi si rapporta con una donna deve saperci fare. In tutti i sensi. Un corteggiamento esitante può essere frainteso come scarso interesse o indice di una personalità indecisa. Uno troppo gentile e galante può risultare retrò. Ma quando si eccede si commette sicuramente reato. Non poche volte infatti il nome dei corteggiatori insistenti è finito sulla scrivania della Procura della Repubblica dentro un fascicolo per stalking, molestie o, nella peggiore delle ipotesi, violenza sessuale. 

Ecco allora cosa si rischia in caso di corteggiamento accanito. I reati che può commettere l’ammiratore sono tutt’altro che lievi.

Fingersi single

Chi si finge single quando invece è sposato commette il reato di sostituzione di persona. Dire, in chat, che non si hanno impegni sentimentali ed altre relazioni è vietato dalla legge. La pena è la reclusione fino a un anno. Attenzione perché l’illecito penale scatta non solo quando si dice una bugia in modo chiaro ed esplicito ma anche quando si lascia intendere, attraverso il tenore del discorso, una cosa per un’altra, in modo da trarre in inganno la vittima. 

Il reato scatta quando si agisce per trarre un vantaggio dalla propria condotta o per procurare un danno ad altri. In questi casi, anche il semplice appagamento sessuale può costituire una fonte di vantaggio che può giustificare la denuncia.  

Fingersi affermati e ricchi

Stesso reato scatta nei confronti di chi millanta posizioni lavorative che non ha, titoli o conti in banca consistenti. Anche in questo caso scatta il reato di «sostituzione di persona»: la persona corteggiata ha diritto a sapere con chi ha a che fare, anche se mossa da puro interesse economico. 

Farsi dare il numero da un’altra persona

Il numero di telefono è un dato personale. Chi lo tratta deve avere il consenso del titolare. Sicché chi fornisce il numero di telefono di un’amica a un corteggiatore viola la legge sulla privacy, così come chi lo usa senza essere mai stato autorizzato. Sembra paradossale ma, prima di telefonare a una persona di cui non si ha il numero, bisogna chiederle il permesso. Ma come?

Tentare di baciarla

Il bacio non gradito è reato di violenza sessuale. Ma chi mai, prima di avvicinarsi alle labbra di una donna, si fa rilasciare la liberatoria? Bisognerebbe approcciarsi lentamente, per comprendere le sue intenzioni. Tuttavia, secondo la Cassazione, la violenza scatta solo quando l’azione è condotta in modo tale da non consentire alla vittima di divincolarsi, ad esempio cingendole i fianchi, tenendola dal collo oppure spingendola contro un muro. Insomma, bisognerebbe non essere troppo impulsivi in questi casi e controllare sempre la reazione della propria preda in modo da interrompere l’azione prima che si consumi il reato.

Mandarle troppi messaggi

Il reato di molestie telefoniche scatta quando si telefona insistentemente ad una persona o ci si limita a inviare sms o a fare squilli anonimi. Non è necessario ripetere l’azione per più giorni. Anche chi, nel corso di una sola giornata, insiste senza ottenere risposta può essere querelato.

Pedinarla

Pedinare una persona non è reato, a meno che non si generi nella vittima una situazione di allarme e timore. Nei casi peggiori potrebbe scattare il reato di stalking, punito con la reclusione da 1 anno a 6 anni e 6 mesi. Ne risponde ad esempio chi si fa trovare dappertutto anche solo per guardare l’oggetto della propria passione o per tentare un approccio: sotto casa, in palestra, al bar, all’uscita dal lavoro o dall’università.

Lo stalking si configura tutte le volte in cui la vittima si sente minacciata, teme per la propria incolumità, viene presa dall’ansia, viene costretta a cambiare le proprie abitudini di vita. E per la prova è sufficiente una sua stessa dichiarazione. 

Farle la serenata

Per quanto romantica e romanzesca possa essere, la serenata è un reato: quello di disturbo della quiete pubblica. E non importa se i vicini non si lamentano ma, anzi, si affacciano dalla finestra incantati o incuriositi dalla scena: la polizia può agire a prescindere da segnalazioni, trattandosi di reato procedibile d’ufficio.

Il reato scatta infatti tutte le volte in cui il suono può giungere all’orecchio di un numero indeterminato di persone. Per una serenata troppo chiassosa quindi si rischia l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 309 euro.

Non è tutto. Se per suonare la chitarra sotto la sua finestra si è costretti ad entrare in un giardino privato, si commette anche il reato di violazione di domicilio che riguarda anche le pertinenze dell’abitazione e non solo l’appartamento chiuso. 

Inviare foto non gradite

Per chi invia foto di sé non gradite, magari in costume adamitico, può scattare il reato di molestie. Senza contare i rischi collegati alla diffusione dell’immagine. 

Complimenti e fischi in luogo pubblico

Chi non ha sentito parlare di catcalling? Sono gli apprezzamenti volgari, con parole o fischi, posti in luogo pubblico. In questo caso può scattare il reato di molestie o disturbo alle persone punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.

Non farla scendere dall’auto

Scatta il reato di violenza privata nei confronti di chi, alla guida della propria auto e trasportando una ragazza sul lato del passeggero, accelera la velocità per non farla scendere. L’illecito penale scatta nei confronti di chiunque costringe una persona a fare o a sopportare qualcosa che non vuole. 

Seduzione amorosa di una minorenne

Chi dice bugie, fingendosi innamorato, al solo scopo di adescare una ragazza con meno di 16 anni commette un reato molto grave. In tal caso il codice penale punisce i semplici raggiri e lusinghe per carpire la fiducia della vittima e raggiungere il proprio fine (il rapporto sessuale). In tal caso il reato in contestazione è quello di adescamento di minore.

Denigrarla

Chi non arriva all’uva dice che è amara. Se il corteggiamento non dovesse andare a buon fine e si sparla della propria preda, dicendo magari che è “una poco di buono, che sta con tutti”, si commette il reato di diffamazione. Basta riferire questa affermazione ad almeno due persone, anche in momenti tra loro diversi, per poter essere querelati.

Appartarsi

Anche quando il corteggiamento va a buon fine e la preda è ormai caduta nelle maglie del suo ammiratore, bisogna stare attenti perché c’è sempre il rischio di commettere reato. Lo si commette innanzitutto se la ragazza ha meno di 14 anni. In tal caso scatta il reato di pedofilia (o meglio detto «atti sessuali con minore»). Eccezionalmente, una tredicenne può avere rapporti con un diciassettenne, ma mai con una persona più adulta. 

Dunque si è sicuri solo se lei ha almeno 14 anni: in quel caso, indipendentemente dalla differenza di età, non si commette mai reato. E se lei mente sulla propria età bisogna avere l’ardire di farsi consegnare la carta d’identità perché non è affidandosi alle apparenze che ci si può giustificare.

Inoltre, si rischia il reato di atti osceni in luogo pubblico se ci si apparta in luoghi abitualmente frequentati da minori, come un parco giochi (seppur di notte) o un parcheggio vicino a una scuola. Negli altri casi, il comportamento costituisce illecito amministrativo per il quale si rischia una sanzione da 5.000 a 30.000 euro.

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Seduzione con promessa di matrimonio: reato

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fingersi innamorati è reato? Quando scatta l’adescamento di minorenne, la sostituzione di persona e la truffa amorosa. 

Non tutti sanno che la seduzione con promessa di matrimonio è stata a lungo tempo un reato. Il comportamento oggi rientra in altre fattispecie penali, sicché resta ugualmente punibile a determinate condizioni. 

Per comprendere quindi quando la seduzione con promessa di matrimonio è reato bisogna leggere l’abrogato articolo 526 del codice penale. Il comportamento che tale norma vietava era quello di colui che, con promessa di matrimonio, seduceva una donna minore di età, inducendola in errore sul proprio stato di persona coniugata». Per seduzione si intendeva la congiunzione carnale.

Evidentemente questa incriminazione, mirava a proteggere le donne minorenni dagli attentati alla loro libertà sessuale commessi in forma insidiosa assai frequente, e cioè carpendo il consenso alla congiunzione carnale mediante promessa di matrimonio. 

Il nostro legislatore, però, non ha creduto di colpire con la sanzione penale ogni azione del genere, ma per ragioni di opportunità, e precisamente, per evitare il pericolo dei tranelli che alla ingenuità degli uomini possono essere tesi dalla malizia delle donne e delle loro famiglie, ha circoscritto l’incriminazione al caso che la seduzione sia dovuta ad un uomo ammogliato che si sia fatto credere libero da vincoli coniugali.

Oggi la seduzione con promessa di matrimonio può essere punita solo nei seguenti casi:

  • quando un soggetto (uomo o donna che sia) si finga celibe o nubile, nascondendo quindi di essere sposato, al solo fine di assecondare il proprio desiderio: si ha quindi un danno per la vittima derivante dalla simulazione perpetrata ai suoi danni. In tal caso il reato commesso è quello di sostituzione di persona punito con la reclusione fino a un anno; 
  • quando un soggetto, anche tramite internet, tiene una condotta maliziosa con una persona con meno di 16 anni e si avvale di raggiri e lusinghe per carpirne la fiducia e raggiungere il proprio fine, ossia il rapporto sessuale. In tal caso il reato in contestazione sarà quello di adescamento di minorenne punito con la reclusione da 1 a 3 anni.

A differenza del precedente reato di seduzione con promessa di matrimonio, oggi il soggetto attivo del reato non deve per forza essere un uomo, ben potendo essere anche di sesso femminile. Inoltre, non è più necessaria la promessa di matrimonio.  

È chiaro quindi che il reato di chi si finge innamorato si realizza solo nelle seguenti ipotesi:

  • se la vittima è minore di 16 anni, ci deve essere un comportamento rivolto a carpirne la fiducia mediante le consuete bugie che spesso si dicono allo scopo di sedurre una persona;
  • oppure, se la vittima ha più di 16 anni, se il reo si finge single oppure si arroga dei titoli o delle qualità che non ha (ad esempio, oltre a fingere di essere single, fa credere di essere ricco, di poter garantire un futuro alla ragazza nel mondo dello spettacolo o del cinema e così via). 

Potrebbe infine ricorrere l’ipotesi della truffa amorosa, quella cioè di chi, allo scopo di farsi regalare o prestare denaro, finga di essere innamorato della vittima. Qui però dimostrare l’intento fraudolento è molto più difficile. Bisognerebbe cioè dimostrare che vi sono stati artifici sulla realtà e raggiri volti a far cadere in errore la vittima (ad esempio facendole credere di avere grosse difficoltà economiche, di essere braccato dai creditori e così via).

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Quando scatta la mora per il bollo auto?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quanto tempo per pagare il bollo auto dopo la scadenza?

Chi non paga il bollo auto commette un’evasione fiscale: un’evasione che, per l’esiguità dell’importo, implica solo sanzioni amministrative di carattere pecuniario. In buona sostanza, chi non paga il bollo potrà continuare a circolare con l’auto ma sarà soggetto alla cosiddetta “mora”, ossia a una maggiorazione sull’importo da versare. Tale maggiorazione cresce all’aumentare del ritardo. È quindi fondamentale capire quando scatta la mora per il bollo auto proprio per sapere a partire da quando viene calcolata. Di tanto ci occuperemo meglio qui di seguito.

Quanto tempo per pagare il bollo auto?

Il bollo auto va pagato, in un’unica soluzione, una volta all’anno. Il mese di scadenza è quello in cui l’auto è stata immatricolata (anche quando questa sia stata acquistata usata, ossia di seconda mano). Chi ha dimenticato tale data, può recuperarla tramite un meccanismo online. A indicarti quando scade il tuo bollo auto sono sia il sito dell’Agenzia delle Entrate che quello dell’Aci. Entrambi hanno messo a disposizione degli automobilisti uno strumento gratuito che consente di capire quando bisogna pagare il bollo auto. Trovi gli indirizzi a cui collegarti e le istruzioni su come effettuare la verifica nell’articolo Come verificare quando scade il bollo auto.

Quanto tempo per pagare il bollo auto dopo la scadenza?

Abbiamo detto che il termine per pagare il bollo è il mese di immatricolazione dell’auto. Tuttavia la legge prevede un periodo di tolleranza prima che scatti la mora: l’automobilista infatti può versare l’imposta, senza subire alcuna sanzione, entro la fine del mese successivo a quello di immatricolazione. 

Ad esempio, se l’auto è stata immatricolata il 5 luglio si può pagare il bollo senza sopratasse fino al 31 agosto.

Quando scatta la mora per il bollo auto?

La mora per il bollo auto scatta già a partire dal giorno successivo alla scadenza del periodo di tolleranza. Ragion per cui, tornando all’esempio precedente, per l’auto immatricolata il 5 luglio, la mora inizia a decorrere dal 1° settembre, ossia a partire dal primo giorno del mese successivo a quello di immatricolazione. 

Cos’è la mora per il bollo auto?

La cosiddetta “mora” altro non è che una sanzione amministrativa che fa lievitare il conto da pagare alla Regione o all’Agenzia delle Entrate. Non comporta altre conseguenze, trattandosi di una sanzione di carattere amministrativo. 

Si può “interrompere” la mora solo attraverso l’integrale pagamento del debito accumulato.

A quanto ammonta la mora per il bollo auto?

In generale, la mora per il bollo auto è pari al 30% dell’importo dovuto. Tuttavia, nel primo anno di ritardo, si può ottenere uno sconto sulle sanzioni. È il cosiddetto ravvedimento operoso. 

In particolare, nel primo anno di ritardo la mora per il bollo auto cresce con il ritardo. In particolare: 

  • chi regolarizza il bollo nei primi 14 giorni dalla scadenza della tolleranza, deve versare una sanzione dello 0,1% per ogni giorno di ritardo. Pertanto, chi adempie al quattordicesimo giorno dovrà versare una sanzione dell’1,4%;
  • chi paga il bollo dal 15° al 30° giorno dopo la scadenza, subisce una sanzione pari all’1,5%;
  • dal 30° al 90° giorno la sanzione è dell’1,67%;
  • dal 90° giorno a 1 anno la sanzione è del 3,75%.

Come visto, chi versa il bollo entro un anno ottiene un bene

Cosa succede se non pago il bollo per un anno?

Una volta scaduto l’anno utile per il ravvedimento operoso, la sanzione per l’omesso versamento del bollo auto è pari al 30% dell’importo dovuto più un interesse dello 0,5% per ogni sei mesi di ritardo.

Cosa si rischia se non si paga il bollo auto?

La Regione o l’Agenzia delle Entrate che si accorge dell’omesso versamento del bollo auto invia al contribuente un avviso di pagamento contro cui questi può fare ricorso entro 60 giorni.

Decoro questo termine, l’ente iscrive a ruolo il proprio credito e passa alla riscossione forzata delegando a tal fine l’Agente per la riscossione esattoriale che invierà una cartella di pagamento.

Se la cartella non viene pagata entro 60 giorni può scattare il pignoramento dei beni nonché il fermo auto. Solo in quest’ultimo caso non si può più circolare con l’auto pena una sanzione tra 1.988 e 7.953 euro. Viene inoltre sospesa la patente da 1 a 3 mesi. Per impedire il fermo, si deve pagare o chiedere la dilazione. È anche possibile evitare il fermo dimostrando che l’auto è un bene strumentale all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale, ma deve essere iscritta nel registro dei beni ammortizzabili. 

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La prescrizione delle multe è stata sospesa causa Covid?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho ricevuto una cartella relativa a due multe per violazioni stradali di oltre cinque anni fa. Sono prescritte? E cosa posso fare se una delle due multe mi fu notificata alla vecchia residenza?

L’articolo 68, comma 4 bis, del decreto legge n. 18 del 2020 (norma emanata per fronteggiare l’emergenza pandemica) ha stabilito che per i carichi tributari e non tributari (compresi quindi i carichi per sanzioni amministrative da violazioni del Codice della Strada) affidati all’agente della riscossione tra l’8/03/2020 ed il 31/12/2021 i termini di prescrizione sono prorogati di 24 mesi.

Questo significa che nel suo caso, siccome i due carichi relativi alle due “multe” sono stati affidati all’agente della riscossione (ex Equitalia) entrambi nel corso del 2021, risulta anche a lei applicabile la proroga di 24 mesi della prescrizione che è stata prevista, come ho evidenziato poc’anzi, dall’articolo 68, comma 4 bis, del decreto legge n. 18 del 2020.

Pertanto, considerato che in materia di sanzioni amministrative per violazioni di norme del Codice della Strada la prescrizione è di cinque anni (come stabiliscono l’articolo 209 del Codice della Strada e l’articolo 28 della legge n. 689 del 1981) possiamo affermare che:

  • per la prima “multa” la prescrizione, che si sarebbe dovuta compiere nel giugno 2021 (cioè cinque anni dopo la notificazione del verbale di accertamento), è stata prorogata di due anni al  giugno 2023 per cui la notifica della cartella, avvenuta di recente, risulta tempestiva e regolare;
  • per la seconda “multa” la prescrizione, che si sarebbe dovuta compiere nel marzo 2022 (cioè cinque anni dopo la notificazione del verbale di accertamento), è stata prorogata di due anni al 29/03/2024 per cui la notifica della cartella, avvenuta di recente, risulta tempestiva e regolare.

Per quanto riguarda infine la notificazione al suo vecchio indirizzo del verbale di accertamento di una delle due sanzioni, secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione (sentenza a Sezioni Unite, n. 24.851 del 2010) la notificazione fu regolare se il trasferimento della sua residenza fu annotato nei registri dello stato civile dopo la notifica del verbale.

Se invece l’annotazione nei registri dello stato civile del suo cambio di residenza avvenne prima della notificazione del verbale di accertamento, allora la notifica del verbale fu irregolare e lei oggi avrebbe la possibilità di impugnare la cartella (entro trenta giorni dalla sua notifica) contestando la nullità della notifica di quel verbale di accertamento con la possibilità di ottenere l’annullamento parziale della cartella (annullamento cioè limitato a quella sola parte della cartella relativa al verbale erroneamente notificato e non all’intera cartella che le è stata di recente notificata).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Vale l’accordo prima di sposarsi per non lasciare la casa all’ex?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Validità degli accordi prematrimoniali rivolti a salvare la casa comprata prima o durante il matrimonio. Il giudice deve rispettare i patti tra i coniugi o i conviventi?

Un nostro lettore ci chiede se può avere valore legale un accordo prematrimoniale dove si dichiara che, in caso di divorzio con figli, la casa rimane al marito o se, invece, questa spetti sempre e comunque alla madre. 

La questione merita di essere approfondita. Vediamo dunque se ha valore l’accordo prima di sposarsi per non lasciare la casa all’ex.

Valgono gli accordi prematrimoniali?

Partiamo subito dalla premessa che, nel nostro ordinamento, gli accordi prematrimoniali non hanno alcun valore. Sono quindi nulli. Ciò perché, secondo il nostro ordinamento, il matrimonio non è un contratto, sicché non è ammesso qualsiasi patto volto a regolarne gli effetti in modo diverso da come previsti dalla legge. 

La stessa disciplina vale anche se l’accordo viene stipulato durante il matrimonio ma prima di separarsi.

È tuttavia possibile stilare un accordo con cui un coniuge, preso atto delle spese che l’altro ha sostenuto per costruire o ristrutturare l’immobile familiare, si impegna a restituirgli una parte dell’importo nel caso in cui la coppia dovesse sposarsi.

Sono invece validi gli accordi intervenuti dopo la crisi coniugale: quelli cioè rivolti a regolare in modo congiunto i termini della separazione o del divorzio. In tali casi infatti si procederà a una separazione o un divorzio consensuale. 

Il giudice deve rispettare gli accordi prematrimoniali?

Posta la nullità degli accordi prematrimoniali, il fatto che un coniuge si impegni a rinunciare all’eventuale diritto di abitazione in caso di separazione o divorzio non avrebbe alcun valore anche dinanzi a un giudice. Il tribunale quindi non è tenuto a rispettare gli accordi prematrimoniali. 

La casa del marito può andare alla moglie?

Dobbiamo distinguere la proprietà della casa dal diritto di abitazione. 

Se la casa apparteneva già al coniuge prima del matrimonio, questa non cade nella comunione legale dei beni (se la coppia ha optato per tale regime), sicché resta sempre del proprietario anche dopo la separazione o il divorzio. 

Se invece la casa viene acquistata durante il matrimonio: 

  • se la coppia è in separazione dei beni. l’immobile resta nella proprietà di chi ne ha pagato il prezzo; 
  • se invece la coppia è in comunione dei beni, l’immobile va diviso tra i due.

Al di là, però, di chi sia il coniuge proprietario dell’immobile, il giudice – in caso di separazione e divorzio – attribuisce il diritto ad abitarvi (il cosiddetto diritto di abitazione) al genitore presso cui i figli vanno a vivere. Tale decisione viene presa nell’interesse della prole, sicché non vi sarà alcuna assegnazione del diritto di abitazione dinanzi a una coppia senza figli (o con figli provenienti da precedenti unioni) oppure con figli già autosufficienti o che sono andati a vivere da soli. 

Il diritto di abitazione non ha ripercussioni sulla proprietà del bene che resta in capo allo stesso soggetto. Con la differenza che questi, se l’appartamento viene attribuito all’ex, dovrà andare via.

Non ha alcun valore l’accordo prematrimoniale con cui si rinuncia al diritto di abitazione. Esso, quindi, anche se accettato o firmato, non potrebbe mai essere attivato in un’aula di tribunale. 

Avrebbe però valore la rinuncia al diritto di abitazione avvenuta in sede di separazione o divorzio consensuale, non potendo il giudice obbligare il coniuge collocatario dei figli a vivere dove questi non vuole stare. 

Come non lasciare la casa all’ex 

Contrariamente a quanto spesso si crede, non è evitando di sposarsi che si mette al sicuro la casa. Difatti il diritto di abitazione al genitore collocatario dei figli può essere riconosciuto anche in assenza di matrimonio, quando cioè vi è una coppia di fatto di conviventi.

Se l’accordo prematrimoniale non ha valore, e quindi non ha alcun effetto la rinuncia preventiva al diritto di abitazione, come poter stare tranquilli che la casa non va all’ex? Ci sono due scappatoie. 

La prima, la più scontata, è sperare di ottenere il collocamento dei figli. E ciò perché, come detto, il giudice la casa al genitore presso cui vivono i bambini o i maggiorenni non ancora autosufficienti.

Esiste una seconda soluzione: non vivere nell’immobile che si vuole “salvare”. La famiglia dovrebbe cioè dimorare altrove. Difatti la legge stabilisce che il giudice assegna al genitore collocatario dei figli solo l’abitazione familiare, quella cioè ove i genitori insieme ai figli vivevano stabilmente. Quindi mai potrebbe essere assegnata la casa vacanze o quella a uso investimento se non abitata per gran parte dell’anno.

Quindi, evitando di vivere nell’immobile di proprietà, questo non verrà mai assegnato all’ex coniuge. 

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Quando i debiti passano agli eredi?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Successione ereditaria: quando la responsabilità per i debiti lasciati dal defunto passa agli eredi e che rischi corrono con l’accettazione dell’eredità?

Tutti sanno che, con la morte di una persona, i suoi debiti passano agli eredi. Ma non è a tutti noto l’esatto momento in cui ciò si verifica, quando cioè si compie questa sorta di “passaggio di consegne”. Si tratta invece di una questione di estrema importanza perché è proprio stabilendo quando i debiti passano agli eredi che si definisce lo spartiacque della responsabilità, ossia il momento a partire dal quale i creditori del defunto possono avviare azioni giudiziarie e pignoramenti nei confronti dei familiari di quest’ultimo. 

Dobbiamo per forza approfondire l’argomento per spiegare meglio come stanno le cose, anche al fine di comprendere come difendersi da richieste di pagamenti non dovuti. Ma procediamo con ordine.

Quando i familiari diventano eredi?

La qualità di erede non si acquisisce per il semplice fatto di essere legati a rapporti di parentela con il defunto o di essere stati da lui menzionati nel testamento. Piuttosto tali circostanze fanno sì che una persona possa semplicemente dirsi «chiamato all’eredità», espressione che potremmo tradurre, in linguaggio comune, con il termine “erede potenziale”.

La qualità di erede invece si acquisisce solo con l’accettazione dell’eredità e non prima. L’accettazione dell’eredità può avvenire però in due diverse forme:

  • in forma espressa, ossia davanti al notaio o al cancelliere del tribunale del luogo ove è deceduto il de cuius, con una dichiarazione formale che viene registrata e quindi diventa pubblica;
  • in forma tacita, ossia con un comportamento “concludente”, che denota appunto la volontà di non rinunciare all’eredità. Il che può avvenire con una serie di atti come, ad esempio, la vendita dei beni del defunto o un prelievo dal suo conto corrente, l’accatastamento di un immobile, la riscossione dei canoni di affitto di un immobile caduto in successione e così via. 

Attenzione: la dichiarazione di successione non costituisce accettazione dell’eredità; si tratta infatti di un semplice adempimento fiscale necessario al fisco per liquidare le imposte di successione.

Ci sono 10 anni per decidere se accettare o rinunciare all’eredità. Il tribunale, però, su richiesta dei creditori o di qualsiasi altro interessato, può abbreviare tale termine.

Cosa succede quando si diventa eredi?

Il primo effetto che scaturisce dall’accettazione dell’eredità, e quindi dall’acquisizione della qualità di eredi, è che si subentra in tutti i crediti e i debiti del defunto. Ma c’è un’importante distinzione da fare:

  • per i crediti (e, in generale, per tutto il patrimonio attivo del defunto) vale la regola della comunione: ciascun erede diventa cioè proprietario solo di una quota ideale ed astratta dei beni caduti in successione (ad esempio il 33% su tutti i conti, su tutti gli immobili, su tutti i libretti di risparmio, ecc.). Tale situazione permane fino alla divisione della comunione ereditaria;
  • per i debiti, invece, vale l’opposta regola della «responsabilità parziaria»: in pratica i debiti sono già divisi, poiché ciascun erede risponde solo delle obbligazioni del defunto limitatamente alla propria quota di eredità. Ad esempio, con tre eredi al 33% ciascuno, ognuno di questi dovrà pagare solo un terzo di ogni debito caduto in successione: i creditori non potranno chiedergli una somma superiore, neanche se gli altri eredi dovessero essere inadempimenti. 

Un altro importante effetto del divenire eredi è la retroattività dell’acquisto della proprietà dei beni. Ci spieghiamo meglio. La legge, come visto, dà 10 anni di tempo per scegliere se accettare o meno l’eredità. Quando però ciò avviene, l’erede diventa proprietario dei beni non già a partire da quando manifesta tale volontà, ma a partire dalla morte del de cuius. «Proprietario» significa anche «responsabile» dei danni e delle spese conseguenti a tale bene. 

Quando i debiti passano agli eredi?

Quanto appena detto può servire per comprendere molte cose. Innanzitutto il momento in cui i debiti passano agli eredi: ciò avviene solo con l’accettazione dell’eredità. È in questo stesso istante che l’erede assume i debiti del defunto e ne diviene personalmente responsabile anche con il proprio patrimonio (per limitare la responsabilità ai soli beni ricevuti in successione bisogna procedere con l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario). 

Questo significa che i creditori possono agire nei confronti degli eredi, citarli in tribunale, avviare azioni di recupero oppure pignoramenti solo dopo che sia stata formalizzata l’accettazione dell’eredità. Prima di tale momento, ogni pretesa di pagamento è illegittima e così anche qualsiasi chiamata in giudizio può essere fermamente opposta.

Tale regola vale anche per i debiti fiscali come Imu, Tari, bollo auto, Iva. Fanno eccezione solo l’Irpef e l’imposta di successione, per le quali vale la regola della «solidarietà passiva»: in buona sostanza il fisco può chiedere l’integrale pagamento anche a un solo erede, fermo il diritto di quest’ultimo poi di farsi rimborsare dagli altri coeredi.

Come detto, ciascun erede risponde solo del debito nei limiti della propria quota ereditaria, non potendogli essere chiesto anche il pagamento per la parte degli altri coeredi.

È bene altresì sapere che:

  • il creditore che voglia recuperare le somme che gli sono dovute deve procedere prima che si compia la prescrizione;
  • a tal fine deve inviare una diffida, con la richiesta di pagamento, prima della scadenza della prescrizione (il termine è diverso a seconda della natura del credito: leggi La prescrizione dei debiti);
  • nel primo anno dalla morte del de cuius, la diffida e ogni atto giudiziale possono essere inviati all’ultimo indirizzo di residenza di quest’ultimo e indirizzato impersonalmente a tutti gli eredi (ad es.. «Eredi del sig…»);
  • dopo il primo anno dalla morte, la diffida e ogni atto giudiziale devono essere inviati all’indirizzo di residenza di ciascun erede, indicando il nome e cognome di questi. 
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Assenze scolastiche per malattia: cosa rischio?

Posted on : 25-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mia figlia, che è stata malata ed ha certificati medici che lo confermano, può non essere ammessa agli esami? Le manca il terzo voto in tutte le materie ed ha due insufficienze che avrebbe dovuto recuperare ma essendo stata malata ancora le ultime due settimane non ha potuto recuperare.

La normativa di riferimento è l’articolo 146 della legge n.352 dell’8 agosto 1995, in base alla quale gli alunni che, per assenze determinate da malattia, da trasferimento della famiglia o da altri gravi impedimenti di natura oggettiva, non hanno potuto essere valutati al termine delle lezioni, sono ammessi a sostenere, prima dell’inizio delle lezioni dell’anno scolastico successivo, prove suppletive che si concludono con il giudizio complessivo di ammissione o di non ammissione alla classe successiva.

L’ammissione a prove suppletive di esame è subordinata al giudizio del consiglio di classe che si esprime sulla valutabilità degli studenti, per assenze dovute a malattia o a trasferimento della famiglia.
Pertanto, se ne deduce che l’ammissione a prove suppletive di esame prevista dall’art. 146, l. 8 agosto 1995 n. 352 per gli alunni assenti per malattia, trasferimento della famiglia o per altri gravi impedimenti di natura oggettiva, è un potere discrezionale dell’organo scolastico che è il solo competente a deliberare sulla sussistenza delle condizioni per procedere alla valutazione degli studenti, sulla base non solo del numero, ma anche della tipologia delle assenze registrate (anche con riferimento alla loro cadenza e motivazione), il quale può essere oggetto di censura, in sede giurisdizionale, sotto limitati profili di errore, travisamento o illogicità manifesta
(T.A.R. Toscana Firenze, sez. I, 12/04/2007, n. 628).

Per tali ragioni, il mio consiglio è quello di prendere appuntamento con il dirigente scolastico e rappresentare la delicata situazione di Sua figlia, anche al fine di chiarire eventuali dubbi e comprendere quali sono le determinazioni del consiglio di istituto.

Nella denegata ipotesi in cui dovessero pubblicare la non ammissione agli esami di Sua figlia, non resterebbe che procedere con un ricorso al TAR al fine di richiedere la sospensiva del provvedimento e l’ammissione con deroga agli esami in questione.

D’altronde, Lei è in possesso di documenti che confermano l’impossibilità di Sua figlia a partecipare alle lezioni per cause di forza maggiore, legate al suo stato di salute.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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Crediti da lavoro e risarcimento danni: quando si prescrivono?

Posted on : 25-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal 2015 al 2016 ho lavorato come addetto alle vendite, con inquadramento nel 5° Livello CCNL Commercio presso una catena di supermercati. In ragione delle mansioni che svolgevo, ritengo l’azienda mi avrebbe dovuto inquadrare al superiore livello 4° e vorrei dunque chiedere il pagamento delle differenze retributive e contributive a tale titolo maturate. Oltre a ciò, ritengo di aver riportato danni psicologici conseguenti a stress e pressioni ricevute in ambito lavorativo, nonchè danni fisici provocati a schiena, ginocchia e vari legamenti delle articolazioni in ragione delle mansioni assegnate. Vorrei sapere se posso ancora vantare qualche diritto, dato che sono trascorsi più di cinque anni. Ho un testimone che potrebbe confermare ciò che sostengo.

Innanzitutto, per comprendere se il Suo livello di inquadramento fosse effettivamente corretto, è necessario confrontare quanto indicato nella declaratoria contenuta nel CCNL Commercio con le mansioni da Lei svolte in via continuativa o comunque prevalente nel corso di tutto il rapporto di lavoro.

Il CCNL Commercio prevede infatti che siano inquadrati al livello 5° “i lavoratori che eseguono lavori qualificati per la cui esecuzione sono richieste normali conoscenze e adeguate capacità tecnico pratiche, comunque conseguite e cioè: […] addetto al controllo delle vendite; addetto ai negozi o filiali di esposizioni”; mentre rientrano nel 4° livello “i lavoratori che eseguono compiti operativi anche di vendita e relative operazioni complementari, nonché i lavoratori adibiti ai lavori che richiedono specifiche conoscenze tecniche e particolari capacità tecnico-pratiche comunque acquisite, e cioè: […] commesso alla vendita al pubblico; addetto alle operazioni ausiliarie alla vendita nelle aziende a integrale libero servizio (grandi magazzini, magazzini a prezzo unico, supermercati ed esercizi similari): addetto all’insieme delle operazioni ausiliarie alla vendita, intendendosi per tale l’esercizio promiscuo delle funzioni di incasso e relativa registrazione, di preparazione delle confezioni, di prezzatura, di marcatura, di segnalazione dello scoperto dei banchi, di rifornimento degli stessi, di movimentazione fìsica delle merci”.

Fatto questo doveroso confronto tra mansioni svolte e previsioni contrattualcollettive, qualora le mansioni espletate fossero riconducibili al superiore livello 4°, Lei avrebbe diritto al riconoscimento del livello superiore ed al pagamento delle differenze retributive e contributive a tale titolo maturate. Tuttavia, tale diritto si prescrive nel termine di cinque anni dalla sua maturazione, sebbene il Tribunale di Milano con una sentenza del 2015 abbia ventilato la possibilità di far decorrere detto termine non dalla “maturazione del diritto”, ma dalla “cessazione del rapporto” di lavoro, anche per i dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti.

Non sarebbe possibile in questo caso avvalersi della prescrizione decennale, in quanto essa non opera per i diritti di natura retributiva. Le potrebbe avvalersene solamente per ottenere il riconoscimento del livello superiore “a fini giuridici”, ma non “a fini economici”.

Con riguardo invece al danno fisico e psicologico esso si prescrive in 10 anni, ma va rigorosamente provato. In altre parole, è indispensabile che Lei abbia diversi testimoni, che coprano tutto l’orario di lavoro e tutto il periodo in cui ha lavorato alle dipendenze di quell’azienda e che possano confermare le pressioni ricevute e le condizioni di lavoro che hanno cagionato il danno alla salute da Lei lamentato.

Tale danno dovrà poi ulteriormente essere valutato da un medico legale, che dovrà precisamente indicare il nesso di causa esistente tra le patologie da cui Lei è affetto e le mansioni a Lei assegnate/le condizioni di lavoro in cui versava.

Il rischio di avviare una causa in tal senso nei confronti dell’ex datore di lavoro, dato anche il notevole tempo trascorso, è a mio avviso altissimo e un solo testimone, sebbene in presenza di perizia medico legale, è assolutamente insufficiente.

Purtroppo il fatto che Lei non abbia agito tempestivamente per timore ad esempio di ritorsioni sul luogo di lavoro, o per paura di essere licenziato, non rilevano davanti al Giudice e non consentono di superare il termine di 5 anni della prescrizione dei crediti derivanti da differenze retributive.

Articolo tratto da una consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini

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Terza guerra mondiale: la prima città che verrà bombardata

Posted on : 25-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Andrey Gurulyov, parlamentare vicinissimo a Putin, annuncia la strategia per colpire i Paesi Nato. Il Cremlino: a breve, missili nucleari a Minsk.

C’è poco da essere ottimisti. Sarà triste dirlo, sarà un pensiero da scacciare via fino all’ultimo momento (Dio lo voglia) ma, dalle ultime dichiarazioni degli uomini vicini al presidente russo Vladimir Putin, la Terza guerra mondiale ormai sembra un’ipotesi più che concreta. Tant’è che il Cremlino ha già individuato la prima città da colpire arrivati a questa eventualità: Londra. Ecco il primo obiettivo dichiarato alla televisione russa da Andrey Gurulyov, parlamentare che fa parte del Comitato di difesa sostenitore del presidente Vladimir Putin. Fonte ufficiale, insomma.

Gurulyov, da tempo stretto alleato di Putin, ha parlato senza mezzi termini dei rischi che corre la Gran Bretagna in caso di conflitto internazionale: i missili punterebbero la capitale inglese perché – dice il parlamentare di Mosca – l’unico modo per impedire il blocco causato dalle sanzioni è un’invasione russa dei Paesi Nato, il che scatenerebbe la clausola numero 5 dell’Alleanza Atlantica (quella che prevede la risposta militare all’attacco di uno Stato membro) e probabilmente la terza guerra mondiale. «Distruggeremo l’intero gruppo di satelliti spaziali del nemico durante la prima operazione aerea», ha aggiunto Gurulyov. «A nessuno interesserà se sono americani o britannici, li considereremo tutti della Nato. In secondo luogo, attenueremo l’intero sistema di difesa antimissile, ovunque e al 100%. Terzo, non inizieremo certo da Varsavia, Parigi o Berlino. La prima ad essere colpita sarà Londra».

Ma perché proprio Londra? Facile pensare all’intraprendenza del premier britannico Boris Johnson sin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina: la volontà di addestrare l’esercito di Kiev, l’insistenza nell’annientare il potere di Vladimir Putin. Il quale, proprio oggi, fa sapere che nei prossimi mesi verranno consegnati alla Bielorussia sistemi missilistici Iskander-M in grado di lanciare missili con testate nucleari.

«L’Occidente – ha detto il leader del Cremlino – detiene 200 munizioni tattiche nucleari e 257 aerei sono stati preparati per il loro possibile utilizzo -ha detto Putin- Abbiamo la responsabilità di garantire la nostra sicurezza. Pertanto. Ha concluso Putin – gli aerei bielorussi Su-25 possono essere aggiornati in Russia e può iniziare l’addestramento dell’equipaggi».

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Chi sono i richiedenti protezione?

Posted on : 25-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali soggetti possono essere “protetti” in Italia e come?

Il nostro ordinamento giuridico prevede due forme di protezione internazionale: l’asilo politico e la protezione sussidiaria. In entrambi i casi, per il loro riconoscimento è necessario presentare apposita domanda. Chi sono i richiedenti protezione internazionale?

I richiedenti protezione internazionale sono quei soggetti che hanno presentato istanza di protezione internazionale e sono in attesa della decisione sul riconoscimento dello status di rifugiato o di altra forma di protezione.

I rifugiati sono i cittadini stranieri che per il timore fondato di essere perseguitati per motivi di razza (ad esempio per il colore della pelle o per l’appartenenza a una tribù), religione (ad esempio per il fatto di professare o di non professare una determinata religione), nazionalità (ad esempio per la loro appartenenza a una minoranza etnica o linguistica), appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trovano fuori dal territorio del Paese di cui hanno la cittadinanza e non possono o, a causa di tale timore, non vogliono avvalersi della protezione di tale Paese. Si può trattare anche di apolidi che si trovano fuori dal territorio nel quale avevano precedentemente la dimora abituale e, per le stesse ragioni, non possono o non vogliono farvi ritorno.

Invece, alla protezione sussidiaria sono ammissibili i cittadini stranieri che non possiedono i requisiti per essere riconosciuti rifugiati ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornassero nel Paese di origine, o, nel caso degli apolidi, se ritornassero nel Paese nel quale avevano precedentemente la dimora abituale, correrebbero un rischio effettivo di subire un grave danno (vedi la condanna a morte, le torture, i trattamenti inumani o degradanti, il pericolo di morte a causa di un conflitto armato).

Chi può richiedere la protezione internazionale?

Possono richiedere la protezione internazionale:

  1. i soggetti extracomunitari che non possono tornare nel loro Paese di origine perché temono di essere perseguitati o rischiano di subire danni gravi;
  2. i soggetti che non hanno alcuna cittadinanza (apolidi) e temono di essere perseguitati o di rischiare di subire danni gravi nel caso in cui tornassero nel Paese di abituale residenza.

Richiesta di protezione internazionale: quando e dove si presenta?

La richiesta di protezione internazionale va presentata al momento dell’arrivo in Italia presso la polizia di frontiera o, se lo straniero si trova già in Italia, presso la questura – ufficio immigrazione di polizia – più vicina.

Tale richiesta può essere presentata anche se il soggetto si trova in carcere o trattenuto in un centro di permanenza per il rimpatrio (CPR).

La domanda di protezione internazionale è individuale; pertanto, ogni persona adulta deve presentare l’istanza personalmente.

Se il richiedente ha figli minorenni è opportuno che informi le autorità della loro presenza in modo che la sua domanda possa valere anche per la prole.

Se il richiedente è minorenne e si trova da solo nel nostro Paese può comunque presentare la richiesta con l’assistenza della persona del centro in cui viene ospitato.

La procedura per la valutazione della richiesta di protezione internazionale è gratuita.

Chi valuta la richiesta di protezione internazionale?

Secondo la legislazione europea (Regolamento di Dublino) non è lo straniero a decidere il Paese che dovrà valutare la sua richiesta di protezione internazionale. Il fatto di avere presentato la domanda in un determinato Stato, infatti, non garantisce che sarà lo stesso ad esaminarla.

Il Paese europeo in cui lo straniero si trova, prima di valutare l’istanza, verifica se è competente a decidere o se deve trasferire il soggetto in un altro Stato europeo, che esaminerà la domanda.

In sostanza, a decidere potrà essere:

  • il primo Stato nel quale tale soggetto è entrato irregolarmente;
  • il Paese che gli ha rilasciato un titolo di soggiorno o un visto di ingresso;
  • il Paese nel quale si trova regolarmente un suo familiare, se è minorenne e non accompagnato in Italia;
  • il Paese in cui si trova un suo familiare che sia stato riconosciuto rifugiato o che abbia fatto domanda di asilo.

Per familiare si deve intendere:

  • il marito o la moglie dello straniero;
  • la persona con la quale ha una relazione stabile, se lo Stato di accoglienza la parifica al matrimonio;
  • i figli minorenni, sempre che siano sostenuti economicamente dallo straniero e non siano sposati;
  • il padre, la madre o il tutore se è un minore d’età e non è sposato.

Qual è la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale?

In maniera estremamente sintetica esaminiamo ora la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, che si compone di più passaggi. In pratica, dopo che lo straniero ha espresso l’intenzione di chiedere la protezione internazionale, viene identificato dalla polizia mediante la registrazione dei suoi dati anagrafici (nome, cognome, data e luogo di nascita, nazionalità) e lo scatto di alcune fotografie.

Se ha un’età pari o superiore a 14 anni la polizia scatta una fotografia anche delle dita, che trasmette ad una banca dati europea denominata Eurodac.

Viene, quindi, fissato un appuntamento per la formalizzazione della domanda, durante il quale viene compilato un apposito modulo di registrazione (modello C3) per la domanda di protezione internazionale.

In tale modulo, che contiene una serie di domande sui dati personali dello straniero e sui suoi familiari, va descritto anche il viaggio dal Paese di origine verso l’Italia e i motivi per cui ha lasciato il Paese. Il modulo va firmato dall’interessato, dal funzionario di polizia e dall’interprete che ha assistito alla procedura. Nel caso in cui si tratti di un minore il modello è firmato anche dal tutore, appositamente nominato, o dal responsabile del centro in cui è stato accolto.

La decisione sulla domanda di protezione internazionale è di competenza di un organo chiamato Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale composto da quattro membri:

  • due rappresentanti del ministero dell’Interno;
  • un rappresentante del Comune, della Provincia o della Regione;
  • un rappresentante dell’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

L’audizione si svolge entro 30 giorni dalla presentazione della domanda e la Commissione decide nei 3 giorni successivi.

La Commissione può:

  • riconoscere lo status di rifugiato;
  • non riconoscere lo status di rifugiato e concedere la protezione sussidiaria, se ritiene che sussista un rischio effettivo di un grave danno in caso di rientro nel Paese d’origine;
  • non riconoscere lo status di rifugiato ma ritenere che sussistano gravi motivi di carattere umanitario e, pertanto, chiede alla questura che venga dato un permesso di soggiorno per motivi umanitari;
  • non riconoscere lo status di rifugiato e rigettare la domanda;
  • rigettare la domanda per manifesta infondatezza, quando ritiene palese l’insussistenza di qualsiasi presupposto per il riconoscimento della protezione internazionale, ovvero quando risulti che la domanda è stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o di respingimento.

Contro la decisione della Commissione territoriale è possibile presentare ricorso al tribunale.

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