Difensore patrimoniale: chi è e cosa fa?

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come proteggere il proprio patrimonio dai debiti? Per fare consulenze fiscali e tributarie serve la laurea? Come funzionano le cartelle esattoriali?

Le attività lavorative si adeguano ai tempi che viviamo. Se è vero che ci sono professioni “evergreen” che sembrano non tramontare mai (medico, notaio, ingegnere, ecc.), ne esistono altre un tempo sconosciute che, invece, ora sembrano farsi strada tra quelle più affermate e note. Con questo articolo vedremo chi è e cosa fa il difensore patrimoniale.

Come meglio diremo nel prosieguo, per fare il difensore patrimoniale non occorre necessariamente conseguire la laurea: anche un semplice diploma può bastare per svolgere al meglio questo mestiere. Ovviamente, ciò da cui non si può prescindere è una solida conoscenza del Fisco e, soprattutto, del diritto. Per tale ragione, anche un avvocato potrebbe validamente svolgere le funzioni tipiche del difensore patrimoniale. Chi è e cosa fa? Scopriamolo insieme.

Difensore patrimoniale: chi è?

Il difensore patrimoniale è un esperto del settore giuridico, fiscale e tributario che fornisce consigli su come proteggere il patrimonio personale dai debiti.

Il compito di questo professionista è quello di tutelare il patrimonio di famiglie, consumatori, professionisti e imprese, fornendo consulenza su come investire il denaro o metterlo al sicuro da pericolose aggressioni, come ad esempio dai pignoramenti. Ma non solo.

La funzione del difensore patrimoniale si apprezza soprattutto quando è stata notificata una cartella di pagamento oppure un altro atto di ingiunzione: in casi del genere, il difensore patrimoniale “scova” vizi ed errori per poterli far valere davanti al giudice (in genere, la commissione tributaria).

Non a caso, il difensore patrimoniale nasce essenzialmente come esperto nel risolvere problemi con Equitalia.

Difensore patrimoniale: cosa fa?

Da un punto di vista pratico, il difensore patrimoniale studia la situazione finanziaria dei suoi clienti, cioè di consumatori e famiglie, ma anche di imprese e professionisti.

Dall’analisi della situazione del cliente, il difensore patrimoniale suggerisce il modo migliore per tutelare le proprie risorse economiche, ad esempio istituendo un trust oppure un fondo patrimoniale.

Nel caso in cui il patrimonio del proprio cliente sia già sotto attacco (ad esempio, per via della notifica di una cartella di pagamento, di un precetto o di un atto di pignoramento), allora il difensore patrimoniale suggerisce al debitore la strada migliore per far valere i propri diritti.

Dall’analisi dei documenti, il difensore potrebbe consigliare un saldo e stralcio, una dilazione dei pagamenti oppure perfino di fare ricorso all’autorità giudiziaria, quando ritiene che l’atto notificato sia ingiusto e, quindi, impugnabile.

In questi casi, il difensore patrimoniale si affianca a un avvocato, il quale può patrocinare davanti al giudice.

Difensore patrimoniale: serve la laurea?

Come detto in apertura, il difensore patrimoniale non deve essere laureato: l’importante è che sia un esperto del settore giuridico e fiscale. Si tratta di competenze possedute in genere da avvocati e commercialisti ma, trattandosi di una professione molto recente, non c’è una legge che impone la laurea per esercitare tale mestiere. Ciò non esenta il difensore fiscale dall’aprire regolare partita Iva e dal pagare le tasse sui guadagni, come ogni altro lavoratore.

Cartelle esattoriali: come funzionano?

Giunti a questo punto, vediamo brevemente come funzionano le cartelle esattoriali, le quali sono il “pane quotidiano” di ogni difensore patrimoniale.

La cartella esattoriale viene sempre preceduta da un avviso bonario di pagamento che spedisce l’ente titolare del credito (ad esempio Agenzia Entrate, Inps, Regione, Provincia, Comune).

Se il pagamento non avviene nei termini, l’ente prepara un documento (il cosiddetto «ruolo») che comunica all’Agente affidandogli così la riscossione coattiva di tali importi.

L’Agente funge quindi da esattore: provvede, previa notifica della cartella di pagamento, ad eseguire i pignoramenti, ad iscrivere le ipoteche o i fermi auto sui beni del debitore.

In alcuni casi, la cartella esattoriale non è necessaria: difatti, l’Agenzia delle Entrate e l’Inps hanno oggi il potere di emettere degli accertamenti che sono già immediatamente esecutivi. Sicché, l’Esattore si limita a notificare solo una comunicazione di «presa in carico», anticipando l’avvio delle azioni esecutive nei confronti del debitore.

Cartella esattoriale: entro quanto tempo si può fare ricorso?

La cartella esattoriale può essere impugnata dinanzi al giudice entro 60 giorni dalla sua notifica. Scaduto tale termine, la cartella diventa definitiva e non può più essere contestata, anche se illegittima.

Cartelle esattoriali: qual è il giudice competente?

Se la cartella esattoriale riguarda il mancato pagamento delle tasse, il giudice competente è la Commissione Tributaria Provinciale.

Se la cartella riguarda l’omesso pagamento di multe stradali, il ricorso si presenta al giudice di pace.

Se la cartella riguarda infine contributi dovuti all’Inps o all’Inail, la competenza è del tribunale ordinario, sezione lavoro e previdenza.

Come difendere il proprio patrimonio?

Come detto sinora, il difensore patrimoniale offre essenzialmente un servizio di consulenza su come proteggere il proprio patrimonio dai debiti.

Gli strumenti in genere suggeriti sono tre: il fondo patrimoniale; il trust; il vincolo di destinazione. Analizziamoli brevemente.

Fondo patrimoniale: cos’è?

Con il fondo patrimoniale, la coppia sposata (a cui è equiparata quella unita con l’unione civile) può destinare determinati beni (immobili, auto, titoli, ecc.) al soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Tali beni diventano così impignorabili dai creditori.

L’impignorabilità opera solo per quei debiti sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. Quindi, in caso di obbligazioni contratte per esigenze familiari (come i debiti condominiali, l’acquisto della casa o dell’auto per il trasporto quotidiano, le spese per l’istruzione dei figli o per le cure mediche, ecc.), il fondo patrimoniale non tutela dal pignoramento.

Per i debiti da lavoro vale lo stesso: quando il reddito che esso produce è di natura speculativa e supera la soglia necessaria alle esigenze familiari, i beni inseriti nel fondo patrimoniale non sono pignorabili. Invece, quando i debiti attengono al lavoro indispensabile alla sopravvivenza, il fondo patrimoniale non offre più protezione.

Il fondo patrimoniale (che non può essere fatto da single o da coppie di conviventi) richiede un atto notarile e l’indicazione dei beni da inserire al suo interno. La proprietà dei beni non muta dopo l’istituzione del fondo patrimoniale.

Il fondo patrimoniale diventa opponibile ai creditori dal giorno della sua annotazione a margine dell’atto di matrimonio. Quest’ultimo adempimento è curato dal notaio.

Trust: cos’è?

Con il trust la proprietà di un determinato bene o di un intero patrimonio viene trasferita ad un’altra persona che ha l’obbligo di gestirlo diligentemente a favore del primo. In questo modo, mutando la titolarità del bene, i creditori non potranno neanche pignorarlo.

Il trust deve essere costituito prima della nascita del debito; in caso contrario, può essere revocato dai creditori entro 5 anni.

Il costo elevato di tale strumento lo rende utile solo alla tutela di grandi patrimoni.

Vincolo di destinazione: cos’è?

Con un atto pubblico (dal notaio), chiunque può destinare propri beni immobili e mobili registrati allo scopo di realizzare interessi meritevoli di tutela.

Si pensi al caso di una persona, non coniugata e priva di figli, che presti continuativa assistenza a un parente disabile. Queste persone si pongono inevitabilmente il problema dell’assistenza al disabile nel caso in cui esse, dopo la propria morte, non possono più provvedervi.

In questo modo, si ottiene l’effetto di “isolare” tali beni dal patrimonio generale del titolare, in modo da destinarli al perseguimento del fine per il quale l’atto di destinazione è stato istituito. Essi, quindi, non saranno neanche pignorabili dai creditori.

Tale vincolo può durare massimo novant’anni o tutta la vita della persona beneficiaria.

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Anno sabbatico: cos’è e chi ne ha diritto?

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando è possibile prendersi un periodo di pausa al lavoro? Ci sono dei motivi da dichiarare al datore? Per quanto tempo si mantiene il posto?

Hai presente quando sei alla frutta? Quando senti il bisogno di staccare da tutto e di prenderti una pausa dalla quotidianità? Quando il corpo ti chiede di fermarti e la mente di rispondere con i fatti alla domanda che ti poni ogni giorno: «Ma chi me lo fa fare tutto questo»? Istintivamente, si respinge l’idea di fare, come nella Formula 1, uno «stop and go», sosta e ripartenza: come si fa ad andare avanti senza uno stipendio? Poi, ti alzi, vai al lavoro e arriva un certo punto in cui riformuli la domanda: come si fa ad andare avanti senza una vita? E senti di nuovo la necessità di spegnere l’interruttore e di prenderti quello che in giro si sente chiamare anno sabbatico: che cos’è e come funziona?

L’anno sabbatico è una forma di congedo che, comunque, il lavoratore non si può prendere in ogni situazione e per qualsiasi motivo: il suo datore avrà altrettanto diritto a capire perché il suo dipendente si vuole fermare costringendolo a modificare l’organizzazione del reparto e del lavoro. Si cammina, dunque, su quel filo che separa le esigenze di entrambi. Come mantenere l’equilibrio affinché nessuno dei due cada e si faccia male? Vediamo.

Anno sabbatico: cos’è?

Il significato dell’anno sabbatico lo si deve ricercare nella lingua ebraica. «Sabbatico» indica il riposo dovuto nella giornata di sabato. Quello che nella tradizione cristiana equivale alla domenica. La Bibbia stabilisce che si osservi «un anno detto sabbatico alla fine di cicli di sette anni, in cui la terra sia lasciata a riposo, si affranchino gli schiavi, si rimettano i debiti».

Ora, pensare di fermarsi un anno ogni sette per far riposare non solo la terra ma anche l’ufficio o il macchinario di uno stabilimento, risulta piuttosto complicato. Nell’immaginario collettivo, l’anno sabbatico serve a far riposare la mente, a staccare dalle abitudini accumulate da anni, dalla routine. A riprendere il rapporto con sé stessi e con la famiglia o con i propri interessi. A togliersi l’oppressione di chi ogni giorno tenta di spremerti il più possibile cercando di convincerti a condividere l’idea del «quanto è bello lavorare».

È così ma solo in parte. L’anno sabbatico, detto anche gap year o career break che, in realtà, è un congedo riconosciuto dalla legge Turco [1] che ha riconosciuto l’assenza per congedi «parentali, per maternità, per formazione e per gravi motivi familiari», tra cui la malattia di un familiare. Nel caso dell’assistenza a un parente con grave handicap è sempre possibile avvalersi dei permessi contenuti nella legge 104/92.

In ogni caso, questo congedo consente di mantenere il proprio posto di lavoro, tenendo sempre conto di quanto stabilito dal contratto nazionale di categoria.

Anno sabbatico per formazione: quando si può prendere?

Se l’assistenza ad un parente malato si risolve con i permessi della legge 104, il congedo per formazione può essere preso come anno sabbatico. A certe condizioni, però.

Il lavoratore che voglia «staccare la spina» per un po’ di tempo deve avere almeno cinque anni di anzianità di servizio presso la stessa azienda o ente pubblico.

L’anno sabbatico mantiene il posto di lavoro?

Il congedo di formazione, nella forma di anno sabbatico, congela il rapporto di lavoro per un periodo massimo di 11 mesi continuativi o frazionati, e nell’arco di tutta la vita lavorativa. Significa che non è possibile assentarsi per 11 mesi in un’azienda, poi cambiare lavoro e prendersi il congedo per altri 11 mesi e via dicendo. E questo è uno dei requisiti per mantenere il posto di lavoro durante l’anno sabbatico (che, poi, abbiamo scoperto che un anno interno non è).

Altro importante requisito è quello di avere l’approvazione del datore di lavoro. Il dipendente, quindi, deve fare una richiesta scritta e motivata. Deve spiegare nero su bianco perché si vuole fermare, elencando le attività che intende fare in quel periodo di pausa ed il guadagno che l’azienda può ricavare dallo stop dell’attività in termini professionali. Facciamo un esempio.

Chi lavora in una ditta di minuteria metallica e chiede un anno sabbatico per fare il giro del mondo, è difficile che ottenga il benestare del titolare. Se, però, lo chiede per prendersi un titolo di studio che gli consenta di affinare le tecniche sulle minuterie metalliche, avrà sicuramente più chances.

Negli 11 mesi di anno sabbatico per formazione, il dipendente conserva il posto di lavoro ma non viene pagato. Non ha diritto, cioè, alla retribuzione, agli scatti di anzianità, alle ferie, ai contributi, alla malattia o ad altri congedi. Può, ad ogni modo, versare i contributi volontari ai fini pensionistici.

Anno sabbatico: il datore si può rifiutare di concederlo?

Il datore di lavoro può rifiutarsi di accettare la richiesta di anno sabbatico avanzata dal dipendente? È lecito che l’azienda si opponga a tale necessità?

È lecito sì, perché l’accettazione della domanda di congedo sabbatico è facoltà esclusiva dell’azienda. Basta che alluda ad esigenze organizzative per poter respingere la richiesta.

Il tutto, comunque, è nelle mani dei contratti collettivi: è qui che vengono stabilite le modalità di fruizione del congedo, le percentuali dei lavoratori che possono ottenerlo, le motivazioni per cui accogliere o rifiutare l’istanza, nonché i termini del preavviso, che non sarà mai inferiore a 30 giorni.

Anno sabbatico: si può fare un altro lavoro?

Ecco, qui ti voglio: non è che pensi di prenderti un anno sabbatico nella tua azienda perché sei stufo del lavoro che stai facendo e perché così hai l’opportunità di fare altro? Se davvero lo stai pensando, è meglio che tu stia ben attento: chi prende il congedo non può lavorare altrove. Anche perché, come detto, il rapporto di lavoro con l’azienda resta in atto e, di conseguenza, anche tutti gli obblighi di lealtà, buona fede e correttezza.

Resta esclusa da questa norma l’attività di formazione per la quale, anzi, il lavoratore può chiedere un anticipo del Tfr al fine di pagare la spesa per corsi, master o quant’altro. In ogni caso, la regola non viene applicata se il dipendente dimostra durante l’anno sabbatico di dedicarsi a quello per cui ha chiesto il congedo.

Si tenga conto che in ogni momento – e non solo quando viene presentata la domanda – il datore può chiedere al lavoratore la documentazione necessaria a comprovare la legittimità del congedo concesso.

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Multa per alcoltest con errore dell’etilometro

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che significa il messaggio «volume insufficiente» sul risultato del controllo? Quando si evita la sanzione?

Chi è al volante, soprattutto la sera, e si trova davanti la paletta di un poliziotto sa che con molta probabilità gli toccherà fare l’alcoltest. Nell’arco di pochi secondi, gli passa per la mente il film delle ultime ore: «Quanto ho bevuto? Quanto ho mangiato? Quanto tempo è passato dall’ultima birra o dall’ultimo bicchierino? Adesso, rischio patente e macchina?». Domande in rapida successione, sempre se si è in grado di ragionare. Se avanza tempo (è impressionante con quale rapidità si riesce a pensare quando lo si fa alla disperata) cercherà una scusa per giustificare un eventuale «positivo» e pregherà affinché il dispositivo per il controllo sia guasto o abbia qualche problema. Perché se si fa l’alcoltest con errore dell’etilometro, si paga la multa o si annulla il tutto?

Dipende dall’errore. Ce n’è uno, però, sul quale l’agente non ci cascherà più ed è quello che viene segnalato quando il conducente soffia poco (magari spiegando di avere l’asma o qualche altro problema respiratorio non certificato) e immette nell’etilometro una quantità di aria insufficiente a rilevare la quantità di alcol nel sangue.

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito (di nuovo, perché non è la prima volta) che il messaggio «volume insufficiente» non esclude la sanzione per guida in stato di ebbrezza. Insomma, oltre al volume, è insufficiente anche la motivazione per non pagare la multa. Vediamo il perché e quali sono gli altri modi per tentare di contestare il risultato dell’alcoltest.

Volume insufficiente nell’alcoltest: cosa significa?

Prima di effettuare il controllo dell’alcoltest, di solito, l’agente di polizia spiega all’automobilista che dovrà fare un soffio forte e lungo finché non gli verrà detto «basta». Non bisogna battere il record del mondo, è abbastanza qualche secondo. Ma, appunto, ci deve essere la giusta intensità al momento di soffiare.

In realtà, non c’è bisogno che il poliziotto o il carabiniere lo spieghi, perché questo l’automobilista lo sa già. E siccome lo sa già, qualche volta succede che qualcuno tenti di fare il furbo dicendo che più di tanto non riesce a buttar fuori l’aria, magari tirando in ballo dei problemi respiratori che, anche se veri, andrebbero certificati. Il risultato è che dall’etilometro viene fuori un messaggio con la dicitura «volume insufficiente»: che significa? Basta per evitare la multa?

Il messaggio di errore «volume insufficiente» sull’etilometro significa che l’automobilista non ha immesso la corretta quantità di aria per consentire al dispositivo di effettuare la corretta rilevazione. Tuttavia, questa non è una scusa valida per non pagare la multa. Lo ha confermato la Cassazione con una recente sentenza [1].

Secondo la Suprema Corte, può essere contestato il reato di guida in stato di ebbrezza anche quando l’alcoltest emette lo scontrino che riporta sia l’indicazione del tasso alcolemico superiore alla soglia consentita sia la dicitura «volume insufficiente», sempre che il dispositivo non indichi un evidente segnale di errore. La legge, infatti [2], precisa che quando l’etilometro non dà un messaggio inequivocabile di errore, il risultato del test deve ritenersi corretto, anche quando lo scontrino riporta un «messaggio di servizio» secondo il quale la quantità di aria inserita nel dispositivo era inferiore a quella richiesta.

In altre parole, sostiene la Cassazione, quello che conta è il risultato del tasso alcolemico, indipendentemente dal volume d’aria espulsa dall’automobilista.

Errori nell’alcoltest: quali eliminano la multa?

Se proprio si deve cercare un modo per evitare la multa dopo il controllo con l’etilometro, bisogna dimostrare che l’apparecchio non è funzionante. E attenzione: la parola «dimostrare» non è stata scelta a caso. Il conducente, infatti, deve fornire le prove del guasto del dispositivo. Non può limitarsi a sostenere davanti a un giudice che «faceva un rumore strano», «secondo me la rilevazione è stata fatta male», ecc. O si portano le prove, o si paga la multa, oltre a sobbarcarsi le pene accessorie nel caso in cui il risultato del test sia stato abbondantemente sopra la soglia consentita (arresto, sospensione della patente, fermo dell’auto, ecc.). Il problema è che, oltre alla mano di un esperto, occorre anche avere a disposizione l’apparecchio per poterlo analizzare. Cosa che non avverrà mai.

Fino a non molto tempo fa, l’automobilista poteva pretendere che gli agenti gli mostrassero su sua richiesta i risultati della taratura dell’etilometro, ovvero del test di verifica obbligatorio, che devono essere verbalizzati e conservati. Di recente, sempre la Cassazione [3] ha stabilito che, nella guida in stato d’ebbrezza, se l’alcoltest è positivo spetta al pubblico ministero provare che l’etilometro funziona regolarmente, risulta omologato ed è stato sottoposto a revisione. Pesa la sentenza della Corte Costituzionale che ha disposto l’obbligo di dimostrare il controllo periodico degli strumenti di misurazione della velocità a garanzia della sicurezza stradale.

Etilometro: l’efficacia della doppia prova

Se, quindi, soffiare poco all’alcoltest non evita la multa e dimostrare che l’etilometro non funziona bene è praticamente impossibile, come fare per «glissare» la sanzione in caso di positività al controllo? Appurato che la forma migliore per scamparla è quella di non bere o di farlo con estrema moderazione quando ci si deve mettere al volante, buona parte degli automobilisti pensa che quando si è a cavallo della soglia oltre la quale scatta la multa, la cosa migliore sia aspettare un po’ e chiedere il secondo test a cui si ha diritto nella speranza che il livello di alcol nel sangue sia sceso quanto basta.

Errore. Anzi, errori, perché non è detto che sia così. Il primo sbaglio, infatti, è quello di credere che tra un controllo e l’altro il risultato migliorerà. La percentuale di alcol aumenta gradualmente fino a raggiungere un punto massimo, dopodiché comincerà lentamente a scendere. Significa che se il primo alcoltest viene fatto quando la curva non è arrivata ancora al massimo livello, c’è il rischio che il risultato di un secondo controllo sia peggiore del primo. Ed ecco dov’è il secondo errore: si tiene conto anche di questo risultato.

In altre parole, se la prima volta l’automobilista dà all’alcoltest 0,7 grammi di alcol per litro di sangue non rischierà una condanna penale, poiché è sopra la soglia massima consentita di 0,5 g/l ma è solo 0,8 g/l, oltre la quale scatta il reato di guida in stato di ebbrezza. In poche parole, dovrà pagare una sanzione amministrativa da 532 a 2.127 euro e si vedrà sospendere la patente da tre a sei mesi.

Ma se lo stesso automobilista pretende (e ottiene, perché obbligatorio) un secondo test qualche minuto dopo e il risultato è di 0,9 g/l, cioè appena 0,2 grammi di alcol in più rispetto al primo, scatta il penale. A quel punto, peggiora la sua situazione e si trova a dover far fronte a queste sanzioni:

  • ammenda da 800 a 3.200 euro (aumentata da un terzo alla metà quando il reato è commesso dopo le ore 22 e prima delle 7 del mattino);
  • arresto fino a sei mesi;
  • sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Viceversa, se il risultato del secondo test è di 0,4 g/l, l’automobilista l’avrà scampata e non verrà multato. Insomma, è da valutare bene se accontentarsi del primo risultato o chiedere un secondo test rischiando di fare una «roulette russa» dall’esito imprevedibile.

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Quando devo pagare le tasse?

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scadenze fiscali: il calendario dei versamenti Irpef, Iva, Ires, Imu, Tari e bollo auto.

Ogni anno, bisogna fare i conti col Fisco e le imposte da versare sono quasi sempre pesanti. Il problema è aggravato dal fatto che le scadenze arrivano a raffica e si concentrano in alcuni periodi, come i mesi di giugno e dicembre. Ogni imposta ha i suoi termini e così, quando essi si accavallano, si verifica un ingorgo fiscale che mette a dura prova i contribuenti. Per fronteggiare queste ondate, ognuno di noi dovrebbe pianificare al meglio i suoi adempimenti e chiedersi in anticipo: quando devo pagare le tasse?

Per tutte le imposte i termini di liquidazione, dichiarazione e versamento sono prestabiliti e, dunque, certi: non ci sono sorprese. Tenendo presente l’arrivo delle scadenze diventa possibile organizzarsi al meglio. In molti casi, il compito è agevolato dal fatto che i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno le trattenute Irpef già operate in busta paga dal proprio datore di lavoro, o Ente pensionistico, che agisce in qualità di sostituto d’imposta e provvede al versamento: dunque, almeno su questo versante, non ci sarà nulla da pagare, se non ci sono redditi aggiuntivi.

Proseguendo nella lettura avrai la risposta alla domanda: quando devo pagare le tasse? Ti spiegheremo quali sono i termini di versamento per tutte le principali imposte: Irpef e relative addizionali, Iva, Ires, Imu, Tari, Tasi e bollo auto. Infine, ti diremo anche cosa fare se ti accorgi di non aver pagato una tassa entro la scadenza prevista.

Irpef 

L’Irpef, Imposta sul reddito delle persone fisiche, presenta due grandi appuntamenti annuali: l’acconto e il saldo. L’acconto si riferisce al versamento dovuto per l’anno in corso; il saldo è il residuo dovuto per l’anno oggetto della dichiarazione già presentata. Il saldo dell’anno precedente e il primo acconto dell’anno corrente vanno versati entro il 30 giugno (o entro i successivi 30 giorni, con una maggiorazione dello 0,40%); il secondo acconto deve essere pagato entro il 30 novembre.

L’acconto Irpef è dovuto quando l’imposta riferita alla dichiarazione dell’anno precedente (al netto di detrazioni, credito d’imposta, ritenute ed eccedenze) è superiore a 51,65 euro. L’importo dell’acconto è calcolato prendendo a base quello dell’ultima dichiarazione presentata. Il Fisco presume che se lo scorso anno hai guadagnato e dichiarato determinati redditi continuerai a farlo; per questo, se prevedi di dichiarare una minore Irpef (ad esempio, perché stai ottenendo redditi più bassi), puoi determinare gli acconti da versare sulla base della minore imposta, comunicandolo all’Agenzia delle Entrate. La prima rata di acconto Irpef è pari al 40% e la seconda al 60%; se l’importo dovuto è inferiore a 257,52 euro puoi effettuare un unico versamento, entro il 30 novembre.

Chi presenta il modello 730 avrà la trattenuta del saldo dovuto e dell’acconto successivo, operata dal suo sostituto d’imposta, in busta paga o sulla pensione e non dovrà eseguire direttamente il versamento, salvo il conguaglio reso necessario dalla presenza di redditi ulteriori e non sottoposti a trattenuta. Chi, invece, presenta il modello Redditi dovrà pagare in autoliquidazione, utilizzando il modello F24.

Addizionali Irpef

Insieme all’Irpef statale, devono essere versate, entro i medesimi termini del 30 giugno e del 30 novembre, anche l’addizionale regionale e l’addizionale comunale: sono importi aggiuntivi, determinati sullo stesso reddito complessivo che costituisce la base dell’Irpef (al netto degli oneri deducibili), secondo le aliquote stabilite da ciascuna Regione e da ogni Comune, salve le esenzioni locali.

Chi non ha un’imposta Irpef a debito per l’annualità considerata non dovrà versare neppure le addizionali. Per individuare la Regione e il Comune di appartenenza si fa riferimento alla residenza e al domicilio fiscale del contribuente al 1° gennaio dell’anno cui si riferisce il pagamento.

Iva

Le scadenze di pagamento dell’Iva dipendono dal regime adottato: i lavoratori autonomi con volume d’affari superiore a 400mila euro e le imprese con volume d’affari superiore a 700mila euro devono operare la liquidazione mensile, gli altri contribuenti soggetti ad Iva possono optare per la liquidazione trimestrale. I contribuenti forfettari, invece, non devono liquidare e versare l’imposta perché non addebitano l’Iva in fattura ai propri clienti e non detraggono l’Iva sugli acquisti.

L’Iva va versata in presenza di un’imposta a debito, mentre chi è a credito di Iva nel periodo considerato rimane soggetto al solo obbligo di presentazione della dichiarazione. In particolare:

  • chi liquida l’imposta su base mensile deve versare l’imposta entro il giorno 16 del mese successivo a quello di liquidazione;
  • i contribuenti in regime trimestrale pagano l’Iva entro il giorno 16 del secondo mese successivo al termine di ogni trimestre (dunque a maggio, agosto e novembre) mentre per il quarto e ultimo trimestre il versamento va effettuato, con il conguaglio annuale, entro il 16 marzo dell’anno successivo (salva la possibilità di usufruire dei più ampi termini previsti per il versamento delle imposte dovute in base alla dichiarazione dei redditi).

Alcune categorie di contribuenti devono versare anche l’acconto Iva, entro il 27 dicembre dell’anno, nella misura dell’88% del versamento relativo al mese o al trimestre precedente e del 100% per chi usa il metodo di calcolo analitico.

Tutti i pagamenti dell’Iva vanno effettuati con il modello F24, esclusivamente in modalità telematica.

Ires

L’Ires (Imposta sul reddito delle società) si calcola sul reddito netto conseguito dall’impresa in ogni esercizio e l’aliquota è pari al 24% su tale ammontare. L’Ires va versata a saldo entro l’ultimo giorno del sesto mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta. Chi approva il bilancio oltre quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio deve versare il saldo entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di approvazione (lo stesso termine vale se il bilancio non è approvato nel termine stabilito).

L’acconto Ires è dovuto nella misura del 100% dell’imposta calcolata per l’anno precedente e viene pagato in due rate: la prima, pari al 40% insieme al saldo (ma va versata solo se l’importo  supera i 103 euro) e la seconda, pari al 60% (o all’intero totale, se non è stato versato l’acconto), entro il termine dell’undicesimo mese successivo a quello del chiusura del periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione.

Le società di persone, come le Snc, sono tenute al solo versamento dell’Irpef e dell’Irap, non dell’Ires, che riguarda esclusivamente le società di capitali e gli enti ad esse assimilati. Nelle società di persone, l’Irpef viene pagata direttamente dai soci, ai quali i redditi vengono imputati, a prescindere dalla loro effettiva percezione, in proporzione alle quote sociali possedute.

Imu, Tasi e Tari

L’Imu (Imposta municipale unica) è stata unificata nel 2020 con la Tasi (Tassa sui servizi indivisibili) allo scopo di semplificare i pagamenti; le aliquote sono rimaste invariate, salve le esenzioni stabilite a livello locale. La base imponibile è costituita dagli immobili posseduti in ogni Comune e non esenti (come l’abitazione principale, se non è di lusso).

L’importo dovuto è proporzionato ai mesi di effettivo possesso dell’immobile. L’Imu si paga, con il modello F24, in due rate del 50% ciascuna: la prima, di acconto, con scadenza 16 giugno e la seconda, a saldo, entro il 16 dicembre.

La Tari (Tassa sui rifiuti) a differenza dell’Imu è dovuta anche per l’abitazione principale; le aliquote sono fissate nei regolamenti comunali. Le scadenze di pagamento della Tari non sono uniformi a livello nazionale ma vengono decise autonomamente da ogni Comune, che lo rende noto ai contribuenti negli avvisi di pagamento inviati annualmente (altrimenti si può consultare la delibera pubblicata nell’albo pretorio comunale). Nella maggioranza dei casi, il versamento dell’importo annuale dovuto è ripartito in almeno tre rate, con un primo acconto da pagare entro aprile, un secondo acconto entro luglio e il saldo entro dicembre.

Bollo auto

La tassa automobilistica, comunemente chiamata bollo auto, ha una scadenza che dipende dalla data di immatricolazione o di successivo acquisto del veicolo, quindi non è uguale per tutti. L’obbligo di pagare la tassa decorre dalla data di acquisizione del possesso del veicolo (fanno fede le risultanze del Pra – Pubblico registro automobilistico); il bollo scade dopo un anno a partire da questo momento e deve essere versato entro il mese successivo a quello di scadenza (ad esempio, un bollo auto scaduto a settembre va pagato entro il 31 ottobre).

Il primo bollo per un veicolo nuovo, invece, va pagato entro il mese di immatricolazione; se essa è avvenuta negli ultimi dieci giorni, il termine è differito al mese successivo. Il bollo auto si può pagare online (anche con il proprio home banking), con bollettino postale o presso gli sportelli Aci e i punti vendita Lottomatica e Sisal.

Tasse non pagate: che fare?

Ricorda che anche le tasse non pagate vanno in prescrizione: ad esempio, le imposte erariali, come l’Irpef, l’Ires e l’Iva, si prescrivono in 10 anni, mentre quelle locali, come l’Imu, la Tasi e la Tari, cadono in prescrizione dopo 5 anni; per il bollo auto la prescrizione è di soli 3 anni (che iniziano a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di scadenza: ad esempio, un bollo da pagare nel 2020 si prescrive il 31 dicembre 2023).

La prescrizione, però, può essere interrotta dall’invio di qualsiasi atto con cui l’Amministrazione sollecita il pagamento (ad esempio, un’intimazione o una cartella esattoriale) prima del decorso dei termini, che così ricominciano a decorrere da capo.

Chi non paga le tasse entro i termini si espone all’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative pecuniarie per il ritardato o l’omesso versamento e commette reato se supera determinate soglie di punibilità. Inoltre, l’importo dovuto ma non saldato, trascorsi 60 giorni dalla ricezione dell’avviso di accertamento, della cartella esattoriale o dell’ingiunzione fiscale può essere recuperato coattivamente, con il pignoramento dei beni del debitore operato dall’Agente di riscossione.

Per evitare queste pesanti conseguenze, c’è la possibilità di pagare le tasse in ritardo, e prima che l’Amministrazione abbia intrapreso le azioni di accertamento e iscrizione a ruolo del tributo o di recupero del credito, mediante lo strumento del ravvedimento operoso, un pagamento spontaneo che prevede un notevole abbattimento delle sanzioni, in una percentuale tanto maggiore quanto più il pagamento avviene entro una data ravvicinata alla scadenza originaria e non rispettata. Il ravvedimento operoso è utile anche per colmare i versamenti eseguiti in misura insufficiente.

Approfondimento

Per approfondire leggi “Cosa fare se mi accorgo di non aver pagato una tassa“.

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Borse di studio: rientrano nel reddito di lavoro dipendente?

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Qual è il regime fiscale delle borse di studio, quali obblighi dichiarativi ha il percettore e come vengono tassate se si percepiscono altri redditi?

Sei uno studente lavoratore e un bel giorno hai ottenuto l’assegnazione di una borsa di studio. Questo contributo esterno ti consente di finanziare, in tutto o in buona parte, il percorso universitario al quale ti stai dedicando: grazie a questo sostegno potrai farlo senza sottrarre risorse economiche alle tue necessità di vita, ma bisogna sempre fare i conti con le tasse da pagare. Così non guardi soltanto al netto della cifra che hai ricevuto, ma ti chiedi quali obblighi fiscali esistono in proposito e soprattutto se le borse di studio rientrano nei redditi di lavoro dipendente.

In caso affermativo dovrai dichiarare le somme che hai percepito ed esse si cumuleranno agli altri redditi: le imposte potrebbero portarsi via una fetta consistente di quanto avevi ottenuto. Si tratta, quindi, di capire qual è il regime fiscale di questi emolumenti e come devono essere qualificati ai fini Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Se le borse di studio vengono erogate dal datore di lavoro, in forma di benefit attribuiti al dipendente, esiste una disciplina speciale, che in determinati casi le sottrae al coacervo dei redditi imponibili. Ti spiegheremo come funziona questa norma che fa da scudo alla normale imposizione fiscale e ti illustreremo anche il trattamento impositivo da applicare per i sussidi che vengono erogati dalle Università o da altri Enti pubblici e privati: molti di essi sono esenti da tassazione.

Ma procediamo con ordine per fornire una risposta completa ed articolata alla tua domanda, così potrai sapere se e quando le borse di studio rientrano nel reddito di lavoro dipendente: a seconda dei casi, può essere quello che percepisci tu stesso, se già svolgi attività lavorativa, oppure un tuo genitore, che ha ottenuto dal suo datore di lavoro l’erogazione del sussidio in tuo favore.

Borsa di studio: cos’è e chi ne ha diritto?

La borsa di studio è un contributo economico che viene erogato a varie categorie di studenti: gli iscritti all’Università, i neolaureati, i dottorandi di ricerca e, talvolta, anche ai frequentatori delle scuole superiori. Si tratta di un aiuto riconosciuto dall’art. 34 della Costituzione che, per rendere effettivo il diritto allo studio, prevede che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Il requisito di fondo per ottenere una borsa di studio è la meritevolezza dello studente, che si desume dal profitto scolastico conseguito (crediti formativi maturati, votazioni riportate agli esami e alla sessione di laurea, tempi di completamento del ciclo di studi, ecc.); ma il contributo viene riconosciuto anche in base al reddito (calcolato mediante l’Isee), in modo da favorire i meno abbienti.

Le borse di studio vengono erogate dall’istituto scolastico frequentato (la maggior parte delle Università ne prevede l’assegnazione), ed anche dalle Regioni ed alcuni Comuni italiani, da istituzioni internazionali, come l’Unesco e l’Unione Europea (ad esempio per i programmi Erasmus), da organizzazioni e fondazioni private (soprattutto quelle bancarie, assicurative, farmaceutiche e di ricerca scientifica) e da Enti pubblici come l’Inps. Le condizioni per l’ottenimento di una borsa di studio sono stabilite nei regolamenti universitari o negli specifici bandi periodici emanati da ciascun Ateneo o Ente, che indicano le condizioni di cui i richiedenti devono essere in possesso e fissano i punteggi per elaborare la graduatoria di assegnazione (leggi “Come avere borsa di studio“).

Borsa di studio: regime fiscale

La regola generale stabilita dal Testo Unico sulle Imposte Dirette [1] è che le borse di studio costituiscono «redditi assimilati» a quelli di lavoro dipendente, e perciò le somme ricevute a tale titolo sono sottoposte all’ordinaria tassazione Irpef. In particolare, rientrano in questa categoria tutte «le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, se il beneficiario non è legato da rapporti di lavoro dipendente nei confronti del soggetto erogante».

Questo significa che:

  • le borse di studio beneficiano delle detrazioni d’imposta [2] che, se non si posseggono altri redditi nell’anno considerato, abbattono la tassazione fino ad azzerarla (l’importo delle detrazioni, però deve essere rapportato al periodo per il quale è stata concessa la borsa di studio, a meno che essa non riguardi il complessivo rendimento accademico: ad esempio, essa potrebbe spettare per un determinato periodo o per un singolo corso, e non per l’intero anno d’imposta);
  • il soggetto erogatore dovrà applicare sulla cifra accreditata allo studente la ritenuta d’acconto [3] quindi versando al beneficiario l’importo già al netto delle imposte versate allo Stato, e rilasciando la Certificazione unica (Cu) evidenziando l’ammontare delle ritenute operate; il percettore dovrà indicare la somma ricevuta come borsa di studio nella propria dichiarazione dei redditi, pagando la differenza d’imposta dovuta in base ai propri scaglioni Irpef, che sono stati ritoccati a partire dal 1° gennaio 2022;
  • se l’importo della borsa di studio eccede il limite per essere considerati fiscalmente a carico (che attualmente è pari ad euro 2.840,51 annui) il beneficiario non sarà più compreso tra i componenti ai fini delle detrazioni spettanti per il nucleo familiare [4].

Borsa di studio: le esenzioni

La previsione generale secondo la quale le borse di studio sono assimilate ai redditi di lavoro dipendente non esaurisce tutte le possibili ipotesi: esistono, infatti, numerose borse di studio che vanno esenti da tassazione ed altre che soggiacciono ad una disciplina particolare, come quelle erogate nell’ambito di un rapporto di lavoro dipendente: infatti, la norma base che abbiamo riportato le esclude espressamente dai redditi assimilati.

La casistica delle esenzioni è molto ampia e dipende dalle normative di settore e dalle condizioni stabilite dall’ente erogante. Le ipotesi principali riguardano le borse di studio erogate dalle Regioni e dalle Province autonome agli studenti universitari, o dalle stesse Università per la frequenza dei corsi di specializzazione e perfezionamento per dottorati di ricerca, da svolgere anche all’estero, e le somme erogate dal datore di lavoro ai propri dipendenti o ai loro familiari. È proprio questa l’ipotesi che più ci interessa, perché in tali casi si rischia una sovrapposizione con i redditi di lavoro dipendente, e dunque occorre un approfondimento particolare che forniremo nel prossimo paragrafo.

Borse di studio erogate dal datore di lavoro: tassazione

Alle borse di studio erogate dal datore di lavoro ai propri dipendenti si applica la tassazione prevista per i “fringe benefits”, cioè i vari benefici (di carattere monetario e non, come l’auto aziendale) riconosciuti dall’azienda ai lavoratori. L’Agenzia delle Entrate, in una recente risposta ad interpello di un contribuente [5], ha chiarito che i piani di welfare aziendale comprensivi di assegnazione di borse di studio ad alcuni dipendenti rientrano direttamente tra i redditi di lavoro dipendente in quanto, a norma di legge [6], essi comprendono «tutte le somme e tutti i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro».

Sono esclusi dai redditi di lavoro dipendente, invece, quando sono erogati alla generalità dei lavoratori o ad alcune categorie di essi, anche in favore dei loro familiari:

  • i contributi di assistenza sanitaria versati dal datore di lavoro o dal lavoratore ad enti aventi esclusivamente fine assistenziale, in conformità a disposizioni contenute in contratti o accordi o regolamenti aziendali, per un importo non superiore complessivamente a 3.615,20 euro annui;
  • le somme erogate o rimborsate ai dipendenti per l’acquisto di abbonamenti per il trasporto pubblico locale, regionale o interregionale;
  • l’utilizzazione di opere e servizi riconosciuti dal datore di lavoro per finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria e di culto;
  • le somme, i servizi e le prestazioni erogati dal datore di lavoro per la fruizione di servizi di educazione ed istruzione, di ludoteche, centri estivi ed invernali da parte dei familiari dei dipendenti e per borse di studio in favore degli stessi familiari;
  • le somme e le prestazioni per l’assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti.

I beni e servizi in questione, per essere esclusi dalla tassazione, devono essere erogati alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti. È, quindi, possibile che anche questi benefit vengano assegnati ai dipendenti mediante le borse di studio e, in tal caso, esse non rientrano nei redditi di lavoro dipendente, quando comprendono servizi di formazione, educazione ed istruzione riconosciuti dal datore di lavoro a vario titolo, ma sempre compresi nell’ambito di una delle voci sopra elencate: ad esempio, il contributo, o il rimborso, al lavoratore delle somme spese per le rette scolastiche, per le tasse universitarie e per l’acquisto dei libri di testo, o la fornitura gratuita di personal computer, tablet e altri dispositivi informatici.

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Abuso edilizio e responsabilità del coniuge: Cassazione

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Denuncia e responsabilità penale per il reato di abuso: corresponsabilità del coniuge in comunione dei beni e comproprietario dell’immobile su cui grava l’abuso edilizio. 

Attività edificatoria e responsabilità di un coniuge per il fatto materialmente commesso dall’altro

La responsabilità di un coniuge per il fatto materialmente commesso dall’altro può essere rilevata sulla base di oggettivi elementi di valutazione quali il comune interesse all’edificazione, il regime di comunione dei beni, l’acquiescenza all’esecuzione dell’intervento, la presenza sul luogo di esecuzione dei lavori, l’espletamento di attività di controllo sull’esecuzione dei lavori, la presentazione di istanze o richieste concernenti l’immobile o l’esecuzione di attività indicative di una partecipazione all’attività illecita.

Cassazione penale sez. III, 12/03/2021, n.13276

L’individuazione del comproprietario non committente responsabile dell’abuso edilizio è desumibile da elementi oggettivi di natura indiziaria

L’individuazione del comproprietario non committente quale soggetto responsabile dell’abuso edilizio può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria della compartecipazione, anche morale, alla realizzazione del manufatto, desumibili dalla presentazione della domanda di condono edilizio, dalla piena disponibilità giuridica e di fatto del suolo, dall’interesse specifico ad edificare la nuova costruzione, dai rapporti di parentela o affinità tra terzo e proprietario, dalla presenza di quest’ultimo “in loco” e dallo svolgimento di attività di vigilanza nell’esecuzione dei lavori o dal regime patrimoniale dei coniugi.

Cassazione penale sez. III, 21/01/2021, n.7404

Reati edilizi e presupposti su cui fondare la responsabilità del coniuge per il fatto materialmente commesso dall’altro coniuge

In tema di reati edilizi, la responsabilità di un coniuge per il fatto materialmente commesso dall’altro deve essere fondata su elementi oggettivi come il comune interesse all’edificazione, l’adozione del regime patrimoniale della comunione dei beni, l’acquiescenza prestata all’esecuzione dell’intervento edilizio, la presenza sul luogo di esecuzione dei lavori, l’espletamento di attività di controllo sull’esecuzione delle opere, la presentazione di istanze concernenti l’immobile o l’esecuzione di qualsiasi altra attività indicativa di una partecipazione alla costruzione illecita.

Cassazione penale sez. III, 25/09/2019, n.49719

Per effetto dell’inapplicabilità dell’art. 40, comma 2, c.p., deve escludersi che la responsabilità del proprietario o comproprietario non committente possa essere oggettivamente dedotta dal diritto sul bene o essere configurata come responsabilità omissiva per difetto di vigilanza. Tale responsabilità dev’essere dedotta da indizi ulteriori rispetto all’interesse insito nel diritto di proprietà, idonei a sostenere la sua compartecipazione, anche morale, al reato. La sopra indicata responsabilità può dedursi da elementi quali la piena disponibilità della superficie edificata, l’interesse alla trasformazione del territorio, i rapporti di parentela o affinità con l’esecutore del manufatto, la vigilanza durante lo svolgimento dei lavori, il deposito di provvedimenti abilitativi (anche in sanatoria), la fruizione dell’immobile secondo le norme civilistiche sull’accessione, nonché tutti quei comportamenti (positivi o negativi) da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione — anche morale — alla realizzazione del fabbricato.

Cass pen., Sez. III, 14 novembre 2018 n. 51489

Reati edilizi: il proprietario non committente è responsabile se è provata la sua partecipazione anche morale alla realizzazione del fabbricato

In tema di reati edilizi, la prova della responsabilità del proprietario non committente delle opere abusive non può essere desunta esclusivamente dalla piena disponibilità giuridica e di fatto del suolo e dall’interesse specifico ad edificare la nuova costruzione, ma necessita di ulteriori elementi, sintomatici della sua compartecipazione, anche morale, alla realizzazione del manufatto, quali la presentazione della domanda di condono edilizio, i rapporti di parentela o affinità tra esecutore materiale dell’opera e proprietario, la presenza di quest’ultimo “in loco” e lo svolgimento di attività di vigilanza nell’esecuzione dei lavori o il regime patrimoniale dei coniugi.

Cassazione penale sez. III, 19/05/2016, n.38492

Individuazione del soggetto responsabile dell’abuso edilizio 

La responsabilità del proprietario o comproprietario non committente non può essere oggettivamente dedotta dal diritto sul bene né può essere configurata come responsabilità omissiva per difetto di vigilanza, attesa l’inapplicabilità dell’art. 40, comma 2, c.p., ma dev’essere dedotta da indizi ulteriori rispetto all’interesse insito nel diritto di proprietà, idonei a sostenere la sua compartecipazione, anche morale, al reato.

La responsabilità può dedursi da elementi quali la piena disponibilità della superficie edificata, l’interesse alla trasformazione del territorio, i rapporti di parentela o affinità con l’esecutore del manufatto, la vigilanza durante lo svolgimento dei lavori, il deposito di provvedimenti abilitativi (anche in sanatoria), la fruizione dell’immobile secondo le norme civilistiche sull’accessione, nonché tutti quei comportamenti (positivi o negativi) da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione — anche morale — alla realizzazione del fabbricato.

In pratica, se la qualità di proprietario del terreno non può essere da sola sufficiente ad affermare la responsabilità per l’abuso, è ravvisabile in ogni caso il concorso nel reato del proprietario del terreno non committente dei lavori laddove quest’ultimo vi abbia interesse o abbia comunque consentito — sia pure tacitamente — alla loro esecuzione. In relazione al reato di cui all’art. 44, lett. b, t.u.ed. è stato pure affermato che la responsabilità di un soggetto può essere anche desunta dalla presenza sul luogo del reato e dalla richiesta, all’atto del sequestro, di ottenere la facoltà d’uso del manufatto, in quanto tale comportamento evidenzia la piena disponibilità giuridica e/o materiale della costruzione, eretta per conto dell’imputato o, quantomeno, con il suo consenso

Cass., Sez. III, 8 luglio 2009 n. 27960 

In tema di reati edilizi, l’individuazione del committente dei lavori, quale soggetto responsabile dell’abuso edilizio, può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria, come ad esempio: dalla qualità di proprietario o comproprietario, posto che solo il proprietario o altro titolare del diritto reale sul suolo o sul fabbricato su cui vengono eseguiti i lavori può assumere la veste di committente; dalla presenza sul luogo dei lavori al momento del sopralluogo. La valutazione di tali indizi si sottrae al sindacato di legittimità della Corte di Cassazione, in quanto comporta un giudizio di merito che non contrasta né con la disciplina in tema di valutazione della prova né con le massime di esperienza

Cass., Sez. III, 16 aprile 2009 n. 15926

In tema di reati edilizi, la responsabilità del proprietario del fondo sul quale risulta realizzato l’immobile abusivo, o del manufatto nel quale l’abuso è stato effettuato può dedursi da indizi precisi e concordanti quali la qualità di coniuge del committente, la presentazione di istanze per la realizzazione di opere edilizie di portata di gran lunga minori di quelle realizzate, la presenza in loco all’atto dell’accertamento.

Cassazione penale sez. III, 13/07/2005, n.32856

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Articolo 47 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa dice e cosa significa l’art. 47 sulla tutela del risparmio e il diritto alla casa.

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese. 

La tutela del risparmio

L’Italia è da sempre uno Stato di risparmiatori. Ragioni storiche e sociali hanno portato il nostro popolo a non fidarsi troppo degli investimenti e a tenere sempre da parte un gruzzoletto da cui attingere nel caso in cui il futuro celi brutte sorprese. Non c’è da meravigliarsene vista l’instabilità politica ed economica che il nostro Paese, prima della Repubblica, ha sempre dovuto affrontare (e, in parte, l’affronta tutt’oggi). Ragion per cui l’articolo 47 della Costituzione si prefigge di incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme: sia quello lasciato sotto il materasso che quello portato in banca. Lo «incoraggia» perché un popolo di spendaccioni ha vita breve. Lo «tutela» perché non si può lasciare alla mercé di affaristi e finanzieri il frutto di una vita di sacrifici.

Fra l’altro è proprio nel rapporto con i contanti che si può apprezzare come si è evoluto, dagli anni 40 ad oggi, il nostro popolo. Siamo passati da un’era in cui i soldi venivano custoditi gelosamente a casa ad una in cui il denaro viene portato nelle banche e investito in strumenti finanziari. Fino ad arrivare ad oggi dove ci si fida addirittura delle criptovalute, monete estremamente volubili, soggette ai capricci del mercato. Siamo diventati molto più speculativi di quanto non lo fossero i nostri nonni e bisnonni, nonostante le numerose crisi economiche che hanno attraversato l’occidente negli ultimi decenni. 

La tutela del risparmio è un interesse della collettività. Innanzitutto perché – come recita lo stesso articolo 47- è necessario per i cittadini per acquistare la casa dove abitare, un piccolo terreno dove svolgere un’attività agricola, eventuali azioni o obbligazioni per piccoli investimenti. Ma è proprio grazie al risparmio che i cittadini affidano alle banche che queste, a loro volta, possono concedere i prestiti agli imprenditori per i nuovi investimenti, promuovendo così lo sviluppo del Paese. Alla fine, il lavoratore che versa sul conto corrente il proprio stipendio contribuisce al prestito che la banca eroga al suo datore di lavoro affinché questi possa far crescere l’azienda. Insomma, come nel cerchio della vita, anche il denaro può avere un proprio circolo virtuoso.

Tra i tanti strumenti di tutela del risparmio vi sono le previsioni sull’impignorabilità delle polizze assicurative e del cosiddetto minimo vitale custodito sui conti correnti da lavoratori dipendenti e pensionati. Attualmente il creditore che decide di aggredire il conto di un debitore può farlo solo nella misura che eccede il triplo dell’assegno sociale (importo aggiornato ogni anno). Pertanto, posto che l’assegno sociale del 2021 è pari a 460,42 euro, l’importo impignorabile è di 1.381,26 euro. Questo significa che, se sul conto la giacenza è inferiore a tale somma, essa non è pignorabile; se invece è superiore, si pignora l’eccedenza. Ad esempio, se sul conto sono depositati 1.500 euro, si potrà pignorare la differenza tra 1.500 e 1.381,26 ossia 118,74 euro. Le mensilità successivamente versate dal datore di lavoro o dall’Inps a titolo di pensione vengono pignorate, di volta in volta, nella misura massima di un quinto, fino ad estinzione del debito.

Quando non viene depositato in banca, il risparmio degli italiani finisce nel mattone. La casa è infatti la forma di investimento preferita da parte del nostro popolo. Ed anche qui le disposizioni di legge che tutelano la dimora sono numerose. Si va dalle agevolazioni fiscali in favore di chi compra la prima casa all’esenzione Imu sull’abitazione principale; dal divieto di pignoramento dell’unica casa di residenza da parte dell’Agente per la riscossione esattoriale alle detrazioni sugli interessi passivi sui mutui per l’acquisto prima casa o sul compenso all’agenzia immobiliare.

Il controllo del credito

Non si può tutelare il risparmio se non si controlla chi lo custodisce. Ed ecco che il pensiero dei padri costituenti è andato subito alle banche. L’articolo 47 stabilisce infatti che la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Un controllo che viene effettuato dal Ministero del Tesoro, dal Comitato Interministeriale per il credito e il risparmio (il CICR) e, ciliegina sulla torta, dalla Banca d’Italia (che è ormai parte integrante del Sistema Europeo delle banche centrali). 

Tutto questo apparato pubblico non è però riuscito ad evitare che gli istituti di credito si comportassero in modo diametralmente opposto a quelle che sono le garanzie costituzionali. E qui l’elenco delle storture potrebbe diventare estremamente lungo. 

Si pensi innanzitutto alle numerose condanne, comminate dalla giurisprudenza nei confronti delle banche, per usura e per interessi anatocistici. L’anatocismo consiste nel calcolo degli interessi di mora non solo sul capitale dato in prestito, come prescrive la legge, ma anche sugli stessi interessi già maturati sul debito arretrato, con conseguente incremento dell’esposizione debitoria del correntista. 

Diversi istituti di credito hanno per anni spacciato ai propri clienti titoli spazzatura (tra tutti i bond argentini) nel tentativo di liberarsene. 

Non dimentichiamo le pratiche di mutuo erogate a chi non aveva le condizioni per restituire i prestiti (la cosiddetta concessione abusiva del credito) con conseguenti fallimenti e pignoramenti immobiliari. 

Sempre per rimanere in tema di immobili, numerose sentenze hanno condannato le banche per aver erogato mutui al di sopra della soglia di finanziabilità, che è pari all’80% del valore di perizia dell’immobile, pratica questa che ha portato un eccessivo indebitamento di numerosi cittadini. 

In un’ottica più macroeconomica e globale, bisogna ricordare come proprio dalle banche (in particolare quelle statunitensi) è derivata la crisi economica scoppiata tra il 2006 e il 2008, quella relativa ai cosiddetti subprime:  prestiti ad alto rischio finanziario erogati dagli istituti di credito in favore di clienti a forte rischio debitorio (insolvenza).

C’è stato insomma un palese sviamento di funzioni: le banche erano nate per erogare prestiti – e quindi per consentire ai cittadini di comprare la casa e agli imprenditori di investire – ma hanno finito per svolgere attività completamente diverse, soprattutto di natura finanziarie, ritenute più remunerative. Peraltro, a causa delle soglie di rating approvate a livello comunitario, c’è stata una forte contrazione del credito. Senza contare che, anche per chi risparmia e ha un conto attivo, non vengono più erogati gli interessi attivi che dovrebbero invece costituire il premio per la disponibilità del denaro affidata alle banche, denaro con cui le stesse erogano prestiti e guadagnano. 

Un altro ente di controllo della gestione del risparmio è la Consob (Commissione Nazionale della Banca e della Borsa) che dovrebbe esercitare una vigilanza sugli intermediari finanziari e sulle società quotate. Anche qui però si è visto come non sempre ci sia stato un intervento tempestivo: più volte le indagini sono scattate solo quando il danno era orami ormai conclamato e irrecuperabile. Così, nonostante le azione di responsabilità nei confronti dei vertici bancari, l’unica possibilità di tutelare i risparmiatori truffati sono stati i salvataggi statali e quindi i soldi degli altri contribuenti. Proprio per questo l’accesso all’investimento azionario ha trovato uno scarso interesse da parte degli italiani, nel timore diffuso tra i piccoli risparmiatori ad effettuare investimenti in borsa soprattutto a seguito dei numerosi scandali finanziari. 

Il diritto alla casa

La casa è un diritto di ogni cittadino. Sembra una frase fatta, ripetuta spesso da giuristi, politici e giudici. Ma qual è la legge che stabilire il diritto alla casa? In realtà, non sta scritto da nessuna parte. Si sarà infatti notato che, nonostante i numerosi richiami contenuti nella Costituzione alla tutela della proprietà e degli altri diritti connessi ai bisogni primari dell’uomo, non esiste una norma che sancisca il diritto alla casa. Così qualcuno ha ritenuto che tale diritto possa essere implicitamente desunto proprio dall’articolo 47. In verità non è così: i padri costituenti hanno preferito tutelare gli strumenti necessari all’acquisto dell’abitazione che non l’abitazione stessa: il lavoro innanzitutto ed il risparmio, ma anche l’attività economica privata con cui il piccolo imprenditore si procura il reddito necessario alle esigenze della propria famiglia. 

Ciò nonostante la giurisprudenza ha ritenuto che il diritto alla casa possa essere desunto dai principi generali dell’ordinamento: dalle norme che tutelano il domicilio dalle altrui violazioni; dal diritto di abitazione che spetta al coniuge superstite alla morte del proprietario; dall’assegnazione di una casa popolare a chi possiede determinati requisiti di reddito; dal divieto di pignoramento della prima casa per i debiti fiscali; dalle agevolazioni fiscali previste per l’atto di compravendita e di donazione.

Di certo l’articolo 25 della dichiarazione Onu è molto più esplicito della nostra Costituzione, tutelando un tenore di vita adeguato a garantire a tutti un’abitazione in cui vivere. La disposizione recita nel seguente modo: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà».

 

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Casa su suolo di proprietà di un coniuge: Cassazione

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Resta escluso dalla comunione legale l’immobile costruito, in costanza di matrimonio, sul terreno di proprietà esclusiva di uno dei due coniugi: le disposizioni sull’accessione prevalgono sempre sulla disciplina che regola i rapporti patrimoniali dei coniugi, fatto salvo, per il coniuge non proprietario, il riconoscimento del diritto di ripetere nei confronti dell’altro quanto eventualmente speso per la costruzione.

La Corte di Cassazione si è spesso pronunciata in merito alla proprietà della casa costruita da un coniuge sul suolo di proprietà dell’altro. In tali casi si applica il cosiddetto principio di accessione in forza del quale il titolare del suolo acquista la proprietà anche di tutte le costruzioni su di esso erette, indipendentemente da chi le abbia realizzate e ne abbia sostenuto le relative spese. 

Cass., Sez. Un.,16 febbraio 2018 n. 3873, ha indicato una serie di importanti principi in merito all’operatività del principio dell’accessione di cui all’art. 934 c.c. nel caso di costruzione dell’immobile avvenuta su un terreno in comproprietà. Secondo la Suprema Corte, il principio di accessione ha vocazione generale e si applica ove non sia diversamente disposto, dunque anche nell’ipotesi in cui il suolo appartenga a più soggetti e uno solo abbia realizzato la costruzione. Inoltre, la disciplina speciale della comunione non deroga alla regola generale dell’accessione, in quanto la comunione riguarda i rapporti tra comproprietari e non i modi di acquisto della proprietà.

L’art. 934 c.c. fa salve le deroghe alla regola di attrazione della proprietà in quella del suolo, comunque risulti dalla legge, una delle deroghe potrebbe essere quella contenuta all’art. 177, lett. a), c.c.; pertanto, anche il coacquisto in comunione legale della cosa accessoria unita ad una principale di proprietà esclusiva del singolo.

Il presupposto da cui muove la Suprema Corte è il seguente: la costruzione realizzata sul suolo di proprietà esclusiva di uno dei coniugi non costituisce oggetto di comunione ex art. 177, lett. a), c.c., mentre gli apporti alla realizzazione della costruzione, che per legge si presumono resi dal coniuge non proprietario, trovano corrispettivo in un suo credito verso l’altro coniuge (Cass., Sez. I, 25 novembre 1993 n. 11663; Id., Sez. I, 16 febbraio 1993 n. 1921).

In piena aderenza al principio dell’accessione, la Corte di Cassazione ribadisce che la costruzione realizzata — in pendenza di matrimonio — sul suolo di proprietà esclusiva di uno dei coniugi, non costituisce oggetto della comunione ai sensi dell’art. 177, lett. a), c.c.; tuttavia, gli apporti alla realizzazione della costruzione, che per legge si presumono resi dal coniuge non proprietario, trovano corrispettivo in un suo credito verso l’altro.

L’acquisto della proprietà per accessione 

Il principio generale dell’accessione posto dall’art. 934 c.c., in base al quale il proprietario del suolo acquista “ipso iure”, al momento dell’incorporazione, la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere esclusa soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, poiché l’acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario, senza la necessità di un’apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l’art. 177, comma 1, c.c. hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale.

Ne consegue che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione legale da entrambi i coniugi sul terreno di proprietà personale esclusiva di uno di essi è a sua volta proprietà personale ed esclusiva di quest’ultimo in virtù dei principi generali in materia di accessione, spettando al coniuge non proprietario che abbia contribuito all’onere della costruzione il diritto di ripetere nei confronti dell’altro le somme spese, ai sensi dell’art. 2033 c.c.

Cassazione civile sez. II, 29/10/2018, n.27412

Costruzione edificata dai coniugi

La costruzione edificata dai coniugi in costanza del rapporto matrimoniale, sul terreno di proprietà personale di uno di essi è di proprietà personale ed esclusiva dello stesso in virtù dei principi generale che regolano l’accessione. Il coniuge non proprietario ha il diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le somme spese per la costruzione, previa dimostrazione di avere dato il sostegno economico necessario per realizzarla.

Cassazione civile sez. I, 09/03/2018, n.5843

Nel regime di comunione legale dei beni, la costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi sul suolo personale ed esclusivo di uno solo di essi, stante la operatività del regime dell’accessione, appartiene esclusivamente a quest’ultimo e non costituisce, pertanto, oggetto della comunione legale, ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. a), c.c.. In tali ipotesi la tutela del coniuge non proprietario opera non già sul piano del diritto reale, bensì sul piano obbligatorio, per cui competerà a questi un diritto di credito ai sensi dell’art. 936, comma 2, c.c..

L’indennizzo riconosciuto ai sensi dell’art. 936 c.c. al coniuge che ha contribuito a costruire l’immobile sul fondo di proprietà esclusiva dell’altro coniuge costituisce debito di valore ed è commisurato al valore di mercato dei materiali utilizzati ed al prezzo della manodopera al momento in cui si è verificata l’accessione, con la conseguenza che il relativo credito deve essere rivalutato secondo gli indici Istat dalla data della domanda.

Cassazione civile sez. II, 30/05/2013, n.13603

Diritto alla restituzione delle spese fatte per la costruzione dell’immobile

Resta escluso dalla comunione legale l’immobile costruito, in costanza di matrimonio, sul terreno di proprietà esclusiva di uno dei due coniugi, posto che le disposizioni sull’accessione prevalgono sempre sulla disciplina che regola i rapporti patrimoniali dei coniugi, fatto salvo, per il coniuge non proprietario, il riconoscimento del diritto di ripetere nei confronti dell’altro quanto eventualmente speso per la costruzione.

Secondo la Cassazione, infatti, il principio generale dell’accessione posto dall’art. 934 c.c., in base al quale il proprietario del suolo acquista ipso iure al momento dell’incorporazione la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere derogata soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l’acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un’apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l’art. 177 comma 1 c.c. hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale, con la conseguenza che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione legale da entrambi i coniugi sul terreno di proprietà personale esclusiva di uno di essi è a sua volta proprietà personale ed esclusiva di quest’ultimo in virtù dei principi generali in materia di accessione, mentre al coniuge non proprietario, che abbia contribuito all’onere della costruzione spetta, previo assolvimento dell’onere della prova d’aver fornito il proprio sostegno economico, il diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le somme spese a tal fine 

Cass. 30 settembre 2010, n. 20508, Cass. 4 febbraio 2005, n. 2354, Cass. 14 aprile 2004, n. 7060 

L’immobile costruito sul terreno di proprietà di un solo coniuge rientra nella comunione legale?

Ai sensi dell’art. 934 c.c., il proprietario del suolo acquista ipso iure, al momento dell’incorporazione, la proprietà della costruzione su di esso edificata. Tale principio non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, con la conseguenza che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione di entrambi i coniugi sul terreno di proprietà personale di uno di essi è, a sua volta, proprietà esclusiva e personale di quest’ultimo; il coniuge non proprietario, che abbia contribuito all’onere della costruzione e che assolva all’onere della prova di aver fornito il proprio sostegno economico, ha il diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le somme spese a tale fine.

Corte appello Palermo sez. II, 14/06/2017, n.1130

L’istituto dell’accessione non può essere invocato dal coniuge separato che ha realizzato lavori per il completamento della casa coniugale

L’istituto dell’accessione, in forza del quale il proprietario del suolo acquista automaticamente la proprietà di ciò che viene costruito sopra di esso, è riferibile unicamente all’acquisto a titolo originario della proprietà di un immobile e non anche all’ipotesi in cui le opere eseguite sul bene hanno incrementato il valore economico del medesimo.

Ne consegue che l’istituto non può essere invocato dal coniuge separato che ha realizzato lavori per il completamento dell’immobile adibito a casa coniugale. La tutela del coniuge non proprietario del suolo, infatti, non opera sul piano del diritto reale, non potendo egli vantare alcun diritto di comproprietà sulla costruzione, ma su quello obbligatorio, nel senso che va a esso riconosciuto un diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le spese affrontate per la costruzione.

Corte appello Milano sez. II, 07/09/2016, n.3393

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Tutela della privacy di persona deceduta

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli eredi possono avere accesso ai dati bancari, sanitari, Inps e al cloud dello smartphone del parente defunto?

La disciplina in materia di tutela dei dati personali riconosce a chiunque vi abbia interesse, e dunque anche agli eredi, il diritto di accedere ai dati di una persona deceduta. Tuttavia, anche le persone passate a miglior vita hanno diritto alla tutela della privacy. Questa tutela si manifesta in due modi: da un lato, non è concesso a chiunque di accedere ai relativi dati, ma solo a coloro che sono portatori di un interesse ritenuto meritevole di tutela; dall’altro lato, non tutti i dati possono essere accessibili a terzi.

Di recente, il problema della tutela della privacy di persona deceduta si è posto con riferimento ai dati in possesso dell’Inps, della banca e, soprattutto, in merito alle informazioni contenute in un cloud a cui sia collegato lo smartphone (si pensi, ad esempio, alla collezione di fotografie a cui i parenti potrebbero voler accedere per mantenere vivo il ricordo della persona scomparsa). Vediamo cosa è stato detto, in merito, dal Garante della privacy e dalla giurisprudenza.

Diritto di accesso ai dati

Ai sensi dell’art. 13, comma 3 della legge n. 675/1996, i diritti relativi ai dati personali concernenti persone decedute possono essere esercitati da chiunque vi abbia interesse. Pertanto, l’erede ha il diritto di accedere a tutti i dati personali relativi al cosiddetto “de cuius”, ivi comprese le informazioni attinenti a pregressi rapporti contrattuali di cui egli sia stato contitolare (si pensi a un conto cointestato).

Tutela della privacy di persona deceduta e dati bancari

Con riferimento ai dati bancari, ai conti correnti, agli estratti conto, alla lista dei movimenti e alla presenza di eventuali titoli, cassette di sicurezza o altri rapporti, il Garante ha sancito il diritto dell’erede di ottenere tali informazioni dalla banca. Quest’ultima dunque non può opporre eventuali motivi di tutela della privacy del proprio cliente. Il richiedente però dovrà fornire dimostrazione della propria qualità di erede o di soggetto chiamato all’eredità (quindi, ancor prima dell’eventuale accettazione dell’eredità). E ciò potrà avvenire, ad esempio, con un certificato di morte e uno stato di famiglia. 

Tanto per fare un esempio, il figlio del defunto ha diritto a proporre, ad un istituto di credito, con cui il genitore aveva intrattenuto vari rapporti, una istanza di accesso ai dati personali (operazioni bancarie, movimenti di denaro, ecc.) del de cuius.

Cartella clinica e dati sanitari

Per la stessa ragione, gli eredi o i chiamati all’eredità (ossia i potenziali eredi) hanno la possibilità di chiedere l’accesso ai dati sanitari del parente defunto (si pensi alla cartella clinica) magari per ricostruire le cause della morte e valutare se sussistono i presupposti per un’azione di responsabilità medica. 

Accesso ai dati fiscali e Inps

È altresì legittimo l’accesso ai dati Inps di una persona deceduta se ciò è necessario per rivendicare diritti patrimoniali degli eredi o per ricostruirne la pensione. Altrettanto è legittimo l’accesso ai dati in possesso dell’Agenzia delle Entrate di una persona defunta per verificare la sussistenza di eventuali debiti fiscali, al fine di decidere in merito all’eventuale accettazione o rinuncia all’eredità. 

Tutela della privacy di persona defunta e dati contenuti nel cloud dello smartphone

Agli eredi è concesso accedere al cloud cui è collegato lo smartphone della persona deceduta. È quanto chiarito dal tribunale di Milano con una recente ordinanza [1].

La legge italiana di recepimento del Regolamento UE n. 679/2016 (meglio noto come Gdpr) [2] stabilisce, da un lato, che la tutela alla riservatezza del singolo individuo rimane anche dopo la sua morte; dall’altro, che il diritto di accesso ai dati riservati possa essere esercitato da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato in qualità di suo mandatario, o per ragioni familiari meritevoli di protezione, salvo che il de cuius abbia vietato con dichiarazione scritta non equivoca e specifica, tale diritto di accesso. 

Dunque, è necessario valutare, di volta in volta, quali sono le «ragioni familiari meritevoli di tutela» che giustificano l’accesso al cloud del defunto. 

Nel caso di specie, i genitori del deceduto avevano chiesto di poter accedere ai dati conservati in cloud dalla Apple atteso che il cellulare dell’interessato era andato distrutto in un incidente stradale. In esso si trovavano tutte le foto del defunto: un patrimonio inestimabile, per i suoi familiari, al fine di mantenere un ricordo visivo del proprio figlio. La società americana però aveva rifiutato il diritto di accesso. 

Il giudice ha ritenuto che l’interesse degli eredi fosse meritevole di protezione e, pertanto, ha ordinato alla società produttrice dell’iPhone di concedere l’accesso ai dati.

Nel caso di specie, dunque, non vi erano elementi che ostacolassero il diritto di accesso che si voleva esercitare visto che non risultava che il defunto avesse vietato lo stesso. 

In questi casi, qualora la società che gestisce il cloud dovesse opporsi al diritto di accesso, sarà possibile presentare un ricorso in via d’urgenza, giustificato dal fatto che, dopo un certo lasso di tempo, i dati del titolare dell’account vengono cancellati. 

In buona sostanza, si può concludere che, come ha di fatto riconosciuto il tribunale, la tutela della privacy dei dati di una persona defunta va comunque bilanciata con gli interessi legittimi dei suoi eredi che possono aver interesse all’accesso a tali dati.

Proprio in questa ottica l’art. 6 del Regolamento UE 679/2016 fa un elenco dettagliato di ipotesi che rendono lecito l’accesso ai dati personali quali l’adempimento di un obbligo, la necessità di salvaguardare gli interessi vitali dell’interessato o permettere l’esercizio di interessi legittimi.

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La polizza vita è cumulabile con l’eredità?

Posted on : 18-01-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutela dei legittimari per l’assicurazione “caso morte”: il beneficiario del risarcimento è tenuto a restituire agli altri eredi i premi versati dall’assicurato. 

Spesso, al momento della morte di una persona, si scopre che questa aveva stipulato una polizza vita a favore di uno o più eredi. Gli altri familiari potrebbero, in tali ipotesi, far valere la differenza di trattamento e quindi chiedere, proprio in ragione della loro esclusione, una parte più consistente del patrimonio ereditario? La polizza vita è cumulabile con l’eredità? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Cos’è la polizza vita

L’assicurazione sulla vita (detta anche polizza vita) è il contratto con cui una parte (assicuratore), dietro il pagamento di un premio da parte di un soggetto (contraente-assicurato), si obbliga a pagare un capitale o una rendita ad un altro soggetto (beneficiario) al verificarsi di un evento attinente alla vita umana dell’assicurato.

Può essere stipulata per finalità differenti. Il contraente, ad esempio, può tramite la polizza garantire una rendita o un capitale per sé e/o per la famiglia, assicurarsi una pensione integrativa e gestire il suo patrimonio (attraverso i cosiddetti contratti assicurativo-finanziari).

Vantaggi della polizza vita

I principali vantaggi della stipulazione di un contratto di assicurazione sulla vita, oltre a quelli di natura fiscale, derivano dal fatto che le somme dovute dall’assicuratore (capitale o rendita) al contraente o al beneficiario:

  • sono escluse dall’asse ereditario: pertanto il beneficiario della polizza può rinunciare all’eredità senza perdere il diritto a ottenere il pagamento da parte dell’assicurazione;
  • sono impignorabili e insequestrabili, salvo quando si commette un reato;
  • in caso di fallimento del contraente o del beneficiario si ritengono escluse dallo spossessamento fallimentare.

Tutela dei legittimari

Come noto, la legge tutela i cosiddetti eredi legittimari, ossia il coniuge e i figli del defunto (o, in assenza dei figli, i genitori). A questi è riservata sempre una quota minima del patrimonio del de cuius, anche se questi ha disposto diversamente con il proprio testamento. 

Sicché, se all’apertura della successione, dovesse risultare che gli eredi legittimari sono stati privati della loro parte di eredità, questi potrebbero impugnare il testamento e chiedere il “ricalcolo” di tutte le quote, anche alla luce delle donazioni fatte dal defunto nel corso della propria vita. 

Il problema della tutela dei legittimari si pone solo per le successioni con testamento; per quelle invece senza, la divisione del patrimonio avviene già secondo le disposizioni di legge che garantiscono innanzitutto i familiari più vicini al defunto, sicché il problema di eventuali lesioni non si pone sin dalla radice.

Polizza vita: si calcola nella legittima?

Ai sensi dell’articolo 1920 del codice civile («Assicurazione a favore di un terzo»), il beneficiario della polizza acquista un diritto proprio nei confronti dell’assicurazione, indipendentemente dalla sua qualità di erede. Egli potrebbe pertanto anche rinunciare all’eredità o addirittura non essere un erede, per aver comunque diritto al pagamento del risarcimento. 

Ne deriva che il capitale corrisposto dall’assicurazione al beneficiario di una polizza vita “caso morte” non rientra nell’asse del defunto che aveva stipulato la polizza. 

Questo non toglie tuttavia che la legge tuteli comunque i diritti dei legittimari. Secondo infatti la Cassazione, in caso di lesione della quota di legittima spettante agli eredi legittimari, il beneficiario dell’assicurazione sarà tenuto a restituire i premi che l’assicurato ha versato nel tempo all’assicurazione, perché configurabili come donazioni indirette eccedenti la quota di cui il testatore poteva disporre.

In effetti, il patrimonio del defunto viene depauperato solo delle somme da questi corrisposte per il pagamento dei premi assicurativi e, quindi, solo su tali somme (e non anche sul risarcimento versato dall’assicurazione) gli eredi legittimi potranno agire per ottenerne la restituzione, sempre che, naturalmente, sia stata lesa la quota di legittima a essi spettante. 

Approfondimenti

L’assicurazione sulla vita si divide tra gli eredi?

Polizza vita: come si divide tra beneficiari ed eredi?

Lesione della legittima per la polizza

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