Pedagogista, un sostegno per tutti

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : feed

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I pedagogisti sono profondamente immersi negli studi educativi e nella teoria del curriculum e lavorano con gli educatori della prima infanzia nel loro contesto. Immersi nei programmi per la prima infanzia con bambini ed educatori, i pedagogisti sostengono gli sforzi degli educatori per impegnarsi con i bambini e le famiglie in modi innovativi e critici, introducendo nuove idee, teorie, materiali, opportunità e media. Spesso il lavoro dei pedagogisti si basa sulle intersezioni tra la pedagogia e altre discipline come le arti, l’antropologia, la sociologia e la psicologia critica.

Il pedagogista non fornisce uno sviluppo professionale una tantum (ad esempio, sotto forma di workshop), ma piuttosto è intimamente connesso al progetto pedagogico messo in atto da educatori, bambini e famiglie.  Infatti, il ruolo del pedagogista è quello di guidare la creazione di un forte lavoro pedagogico all’interno dei programmi per la prima infanzia, non seguendo una dottrina o una pratica particolare, ma inventando e pensando diversamente.

Un pedagogista lavora sempre in relazione agli orientamenti pedagogici. Il suo lavoro non solo si impegna e sostiene la specificità dei progetti che si svolgono nei programmi per la prima infanzia, ma si preoccupa anche delle connessioni che tali progetti hanno con orientamenti pedagogici ed etici più ampi.

Pedagogista, un sostegno per tutti

Cosa fa un pedagogista?

I pedagogisti collaborano con educatori, bambini e famiglie per creare e sostenere un progetto pedagogico che risponda alle condizioni, alle preoccupazioni e all’etica di un luogo. In particolare, i pedagogisti offrono concetti, idee o domande tempestive ma poco familiari, e poi seguono attivamente le trasformazioni e le invenzioni del pensiero con queste provocazioni in stretta conversazione con educatori, bambini e famiglie. Un pedagogista, quindi, si unisce e alimenta uno spazio pedagogico collettivo e creativo in cui è possibile la creazione di un nuovo pensiero. I pedagogisti resistono all’impulso di risolvere i problemi o di cercare idee che offrano soluzioni riconoscibili a tensioni complesse. Al contrario, i pedagogisti creano uno spazio per pensare insieme senza sapere sempre come procedere o senza avere sempre una risposta.

L’ospitalità, la generosità, la sperimentazione, la speranza e l’impensato sono fondamentali per la pratica educativa di un pedagogista. I pedagogisti si preoccupano profondamente di sostenere conversazioni diffrattive, cioè conversazioni in cui l’incontro di idee provenienti da partecipanti, eredità, curriculum, teoria, media, arti (e così via) si trasforma in qualcosa di nuovo. Questa pratica educativa richiede reciprocità e contaminazione. Di conseguenza, i pedagogisti non agiscono come istruttori, mentori o autorità. Piuttosto, collaborano con gli altri, lavorando insieme a qualcosa.

È importante notare che il lavoro dei pedagogisti si fonda su un’etica affermativa e collettiva, che si preoccupa di sconvolgere e reinventare l’educazione della prima infanzia euro-occidentale così come la conosciamo oggi. In quanto tali, i pedagogisti lavorano per creare possibilità alternative per la creazione di programmi di studio che rifiutano l’universalismo, lo sviluppismo e la “qualità” (quantificata e predeterminata).  Si orientano invece verso la responsabilità, le relazioni reciproche, le politiche situate e la convivenza in mondi complicati.

Ruolo del pedagogista

I pedagogisti sono provocatori vitali che mettono in atto progetti pedagogici situati, dialogici e trasformativi nei centri per la prima infanzia. Mettono in atto questi progetti co-costruendo il curriculum con gli educatori e i bambini.

  • Progetto situato: I pedagogisti elaborano e coltivano progetti pedagogici all’interno di contesti locali che rispondono profondamente alle condizioni del nostro tempo. Questi progetti sono situati nel mondo sociale, politico, culturale, linguistico e materiale delle comunità.
  • Progetto dialogico: Questi progetti pedagogici sono concepiti attraverso un impegno profondo con le narrazioni pedagogiche. Attraverso questo processo dialogico di creazione del curriculum, i pedagogisti creano spazi per gli educatori per riflettere su come vivere bene con i bambini.
  • Progetto trasformativo: Il ruolo dei pedagogisti consiste nell’impegno a trasformare le strutture e le abitudini dell’educazione della prima infanzia, radicate nello sviluppismo e in altri discorsi dominanti euro-occidentali. I pedagogisti generano pedagogie che promuovono futuri vivibili.

I pedagogisti si uniscono ai centri per la prima infanzia e invitano educatori, famiglie e comunità a porsi domande come:

  • Quali sono le condizioni in cui viviamo che vogliamo interrompere?
  • Quali sono le condizioni in cui viviamo che vogliamo promuovere?
  • In che modo queste condizioni e le loro eredità coinvolgono gli educatori, i bambini e l’educazione precoce?
  • Come potremmo, utilizzando narrazioni pedagogiche, creare un curriculum per coinvolgere i bambini nella creazione di vite vivibili insieme?
  • Profilo professionale e compiti
  • Se vi state chiedendo come diventare pedagogo, la prima cosa da considerare sono i compiti della professione e l’area di specializzazione.
  • Come già detto, il pedagogista si occupa di aiutare persone di tutte le età con esigenze specifiche legate all’apprendimento e all’istruzione/formazione.
  • Entrando nella specificità delle loro funzioni e di ciò che fa il pedagogista, questa figura professionale si occupa di :
  • Consulenza e recupero didattico delle abilità cognitive nell’educazione della prima infanzia;
  • Progettazione, gestione e verifica di interventi educativi e formativi per l’individuo, la coppia, la famiglia, il gruppo e la comunità;
  • Attività di insegnamento, sperimentazione e ricerca;
  • Monitoraggio e supervisione degli interventi educativi, formativi e pedagogici nelle aree di specializzazione.

Per quanto riguarda il luogo di lavoro del pedagogista, egli può lavorare come dipendente in scuole, autorità locali, dipartimenti di giustizia, università, LSA, aziende, imprese e organizzazioni sociali private.

Inoltre, il pedagogista può lavorare in uno studio privato.

  • Aree di intervento
  • Ora che abbiamo visto cosa fa un pedagogista, ci sono differenze sostanziali tra questa professione e altre del mondo dell’educazione e della formazione.
  • Per esempio, se ci si chiede chi sia e cosa faccia un logopedista, questa persona si occupa di logopedia e non ha alcuna conoscenza di pedagogia o didattica.

Per quanto riguarda le competenze un educatore o pedagogo, può lavorare con

  • Bambini con BES (bisogni speciali di sviluppo), DSA(dislessia, discalculia, disgrafia), ADHD  e le conseguenti difficoltà scolastiche;
  • problemi di relazione tra figli e genitori;
  • Problemi legati alla sfera educativa e di relazione dei bambini;
  • Problemi di comunicazione tra insegnanti e genitori.

Formazione

Il percorso accademico da affrontare è pertinente al settore di formazione e istruzione, necessario per apprendere tutte le competenze richieste per l’esercizio della professione. In poche parole iscriversi ad un Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione. Ma bisogna dire che il solo corso di laurea, è necessario, ma potrebbe essere non sufficiente, per intraprendere la strada del pedagogista. Sarà necessario specializzarsi sul campo, attraverso corsi di formazioni o praticantato, presso enti, scuole, ecc.., in mdo da acquisire conoscenza in riguardo al:

  • Diritto ed etica nella cura dei bambini
  • Sicurezza e salute per i bambini
  • Sviluppo della prima infanzia
  • Quadri di apprendimento
  • Metodi di cura per i bambini
  • Costruire relazioni con i bambini
  • Diversità e comprensione culturale
  • Identificare i giovani a rischio
  • Gestione della classe
  • Sicurezza alimentare e sanitaria
  • Gioco ed educazione

Per comprendere meglio il ruolo del pedagogista o pedagogo, chiamato anche educatore, bisogna prima comprendere il significato della parola pedagogia.

Pedagogia nell’educazione: Più di una parola d’ordine

La pedagogia è “l’arte, la scienza o la professione dell’insegnamento“. Questa ampia definizione copre vari aspetti dell’insegnamento, e ci sono molte parti mobili nella pedagogia che includono gli stili di insegnamento, il feedback e la valutazione. Il termine pedagogia si riduce allo studio dei diversi metodi di insegnamento.

In generale, ogni insegnante ha il proprio approccio pedagogico all’insegnamento e all’apprendimento in classe. Tuttavia, è fondamentale considerare anche la trasmissione dei contenuti e la valutazione della padronanza più efficaci in base alle esigenze individuali degli studenti. Gli studenti hanno bisogno di più lezioni o di tempo per lavorare da soli? Come apprendono meglio gli studenti della classe? Queste domande pedagogiche sono al centro dell’accelerazione dei guadagni di apprendimento per tutti gli studenti.

Pedagogia dell’insegnamento

La pedagogia didattica, ovvero i metodi di insegnamento, può essere incentrata sull’insegnante o sullo studente e può avere un approccio a bassa o alta tecnologia. L’apprendimento incentrato sull’insegnante si concentra sul docente che tiene lezioni e condivide i contenuti attraverso l’istruzione diretta. In questo caso, l’attenzione si concentra sulle conoscenze dell’insegnante e sulla loro trasmissione agli studenti. Di conseguenza, le valutazioni centrate sull’insegnante sono destinate agli studenti per dimostrare quanto bene ricordano quelle conoscenze alla fine di un’unità.

In alternativa, l’apprendimento centrato sullo studente guida lo studente a essere un partecipante attivo nel suo processo di apprendimento. Sebbene l’insegnante continui a fornire i contenuti, assume un ruolo di coaching o di mentoring per aiutare gli studenti ad apprendere. Le valutazioni centrate sullo studente, come quelle formative, vengono somministrate più frequentemente per valutare i progressi dell’apprendimento e possono essere più obiettive di quelle centrate sull’insegnante.

Gli approcci a bassa e alta tecnologia si riferiscono al numero di strumenti digitali incorporati nel processo di apprendimento. Un metodo ad alta tecnologia potrebbe includere tecnologie come un sistema di gestione dell’apprendimento (LMS – Learning Management System – piattaforma software), mentre un approccio a bassa tecnologia potrebbe essere più cartaceo, utilizzando dispense e fogli di lavoro.

Ci sono molti modi per combinare questi approcci e favorire la comprensione degli studenti. Per esempio, un approccio altamente tecnologico e incentrato sull’insegnante potrebbe includere una presentazione o un video che integri una lezione sull’età della pietra. Una versione low-tech di questo approccio potrebbe utilizzare un foglio di lavoro da riempire o una linea del tempo.

D’altro canto, un esempio di approccio altamente tecnologico e incentrato sullo studente potrebbe essere rappresentato da una lezione interattiva sulla trigonometria che utilizzi un LMS che valuti ciò che lo studente già conosce e fornisca un’esperienza coinvolgente con il materiale. In definitiva, ognuno di questi metodi di insegnamento presenta punti di forza e svantaggi nella pratica. Gli insegnanti potrebbero scoprire che la strategia migliore è quella di utilizzare una combinazione di approcci pedagogici che supportino, sfidino e coinvolgano ogni studente.

Pedagogia dell'insegnamento

 

Pedagogia dell’apprendimento

La pedagogia dell’apprendimento si occupa dei diversi modi in cui gli studenti comprendono le informazioni ed è altrettanto importante della pedagogia dell’insegnamento per comprendere e sostenere ogni studente. Ogni insegnante sa che non esistono due studenti uguali, quindi scoprire come ogni studente apprende meglio può aiutare a personalizzare l’insegnamento.

Esistono diverse teorie su come gli studenti apprendono. Un concetto popolare è la Teoria delle Intelligenze Multiple di Gardner, creata dallo psicologo dello sviluppo Howard Gardner. La ricerca di Gardner analizza i vari stili di apprendimento e aiuta a determinare i punti di forza e le sfide per ogni tipo di studente. La teoria afferma che esistono tre grandi categorie di apprendimento – visivo, uditivo e tattile – e che tra questi gruppi vi sono nove tipi specifici di intelligenza:

  • Intelligenza spaziale-visiva: Abilità che includono la risoluzione di puzzle, il seguire mappe e l’utilizzo di indicazioni stradali.
  • Intelligenza linguistico-verbale: Abilità che ruotano attorno alle parole, sia scritte che parlate.
  • Intelligenza interpersonale: Capacità che spesso sono molto intuitive – individuare e rispondere agli altri – e che si manifestano nelle relazioni.
  • Intelligenza intrapersonale: Competenze interne e autovalutative, come l’essere in sintonia con i sentimenti, i valori, le convinzioni e i processi di pensiero.
  • Intelligenza logico-matematica: Capacità di pensare in modo concettuale e astratto, notando modelli logici e numerici.
  • Intelligenza musicale: Capacità di riconoscere, apprezzare e produrre ritmo, altezza e timbro del suono.
  • Intelligenza corporeo-cinestetica: Abilità che si basano sul controllo dei movimenti del corpo e sulla manipolazione degli oggetti.
  • Intelligenza esistenziale: Capacità di riflettere su questioni profonde dell’esistenza umana quotidiana, come il senso della vita.
  • Intelligenza naturalistica: Capacità di riconoscere e classificare piante, animali e altri oggetti in natura e nel loro ambiente1

Anche il famoso insegnante Neil Fleming ha pubblicato una teoria sugli stili di apprendimento. Nel 1987, Neil Fleming ha condiviso con il mondo dell’istruzione la sua chiara teoria VARK. VARK sta per stili di apprendimento visivo, uditivo (un’altra parola per indicare l’audio), di lettura/scrittura e cinestesico (un’altra parola per indicare il tatto). Come la Teoria delle Intelligenze Multiple di Gardner, il modello VARK delinea i diversi stili di apprendimento e fornisce un quadro di riferimento per supportare ciascuno di essi.

Per esempio, gli studenti visivi imparano meglio vedendo qualcun altro completare un compito e poi provandoci loro stessi. Questo tipo di studenti può trarre beneficio da grafici e diagrammi. Gli studenti uditivi hanno bisogno di ascoltare le informazioni e amano le lezioni e la lettura ad alta voce. Gli studenti che imparano a leggere e a scrivere preferiscono leggere il libro di testo, prendere appunti o fare delle flashcard. Infine, un allievo cinestesico avrà probabilmente bisogno di muoversi più spesso e di apprendere i concetti usando le mani e i sensi.

Osservando questi due importanti approcci pedagogici, si noterà che diverse idee sugli stili di apprendimento sono simili. L’idea alla base di queste teorie è che ogni studente impara in modo unico, quindi spetta all’insegnante adattare il proprio approccio pedagogico e differenziare l’insegnamento in classe per accelerare i guadagni di apprendimento per tutti.

Approcci pedagogici all’insegnamento e all’apprendimento

Esistono cinque diversi approcci pedagogici (2C-2I-1R) all’insegnamento e all’apprendimento. Ognuno di essi è leggermente diverso, quindi gli insegnanti possono scegliere il metodo più adatto ai loro studenti. Spesso la combinazione di questi approcci è la soluzione migliore.

  • Costruttivista: Gli studenti sono coinvolti attivamente nel processo di apprendimento, creando il proprio significato e la propria conoscenza del materiale.
  • Collaborativo: Più studenti lavorano insieme, come nell’istruzione in piccoli gruppi, e tutti contribuiscono e si aiutano a vicenda nell’apprendimento.
  • Basato sull’indagine: Gli studenti affrontano problemi del mondo reale, come nell’apprendimento basato su progetti, ponendo domande e facendo ulteriori ricerche.
  • Integrativo: Utilizzando più discipline accademiche e un linguaggio comune, gli studenti si impegnano con materiale interdisciplinare.
  • Riflessivo: Sia gli insegnanti che gli studenti riflettono su lezioni, progetti e valutazioni per capire come migliorarli in futuro.

Pedagogia dell’insegnamento e dell’apprendimento in classe

Uno degli approcci pedagogici più efficaci in classe è quando l’insegnante diventa un mentore o un coach che aiuta gli studenti a raggiungere l’obiettivo di apprendimento. Utilizzando questa strategia, gli studenti possono anche lavorare insieme e pensare, accoppiare, condividere, utilizzando abilità e competenze collettive per portare a termine i compiti di apprendimento.

Dopo una lezione guidata dall’insegnante, gli studenti possono valutare le loro conoscenze con un compagno. Alcuni studenti possono preferire questa strategia, in quanto potrebbero sentirsi più a loro agio nel provare una nuova abilità con i compagni piuttosto che da soli o con l’insegnante. In questo modo, gli studenti possono esercitarsi con un compagno prima di tentare di completare i compiti o di sostenere una valutazione in modo indipendente.

Un altro esempio di pedagogia efficace per l’insegnamento e l’apprendimento in classe è l’utilizzo di scenari reali e attività di problem solving. Questo approccio può dare agli studenti una nuova applicazione delle competenze e una migliore idea di come queste conoscenze si adattino alla loro vita al di fuori della classe. In particolare, le classi di matematica possono utilizzare problemi di parole pertinenti, le classi di scienze possono incorporare esperimenti pratici e ricerche, e le classi di inglese possono scrivere e-mail e curriculum.

Cosa devono sapere gli insegnanti

Avere una conoscenza approfondita di tutte le strategie pedagogiche può sembrare uno sforzo considerevole, ma suddividerle in piccole pratiche attuabili può aiutare qualsiasi insegnante ad avere un approccio più efficace. L’uso della discussione in classe per capire come gli studenti si sentono nel processo di apprendimento è un ottimo punto di partenza. Oppure provate a incorporare strumenti digitali che consentano agli studenti di accedere a diverse risorse per supportare il loro apprendimento. Oppure raggruppare gli studenti in attività come le stazioni di apprendimento o i circoli di letteratura per aiutare a sostenere le esigenze individuali degli studenti. Con creatività e sperimentazione, gli insegnanti possono trovare l’approccio pedagogico più adatto alle esigenze di ogni studente.

Differenza tra educatore (Pedagogo) e insegnante

La globalizzazione, insieme ai progressi tecnologici, ha influenzato diverse sfere della vita umana e l’istruzione non fa eccezione a questa premessa.

L’istruzione non si sottrae a questa premessa, poiché i contenuti accademici cercano di rispondere a questa nuova realtà, tuttavia non riescono a per rispondere a questa nuova realtà, tuttavia non riescono a coprire i bisogni dell’umanità, ed è per questo che l’influenza dell’educazione informale, cioè l’educazione fornita dalla società, dalla comunità, dalla famiglia, società, comunità, famiglia, tra gli altri, lasciando l’insegnante relegato alla classe, manifestando una chiara differenza tra educatore e insegnante.

Per alcuni studiosi, insegnante non è la stessa cosa di educatore, poiché l’insegnante si limita a ciò che viene insegnato in classe, mentre l’educazione è qualcosa che avviene nella vita quotidiana di ogni persona, chiunque la apprenda. Chiunque impara dagli altri e chiunque può essere fonte di apprendimento per gli altri, in modo che l’educazione sia impartita da chiunque insegni qualcosa. Mentre l’istruzione avviene in classe ed è responsabilità dell’insegnante mostrare la conoscenza (di certe materie) agli studenti.

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Cosa rischia chi ricarica l’auto elettrica con la corrente del condominio?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Allaccio abusivo alla luce condominiale e furto di energia elettrica: quali rischi legali.  

Non capita di rado che qualche condomino utilizzi la corrente condominiale per scopi personali come, ad esempio, per ricaricare l’auto elettrica, per alimentare un tosaerba o per portare luce dentro il garage privato. Ma quali sono le pene per il furto di corrente elettrica del condominio? E, più nel dettaglio, cosa rischia chi ricarica l’auto elettrica con la correte del condominio? 

La questione è stata oggetto di lunghi dibattiti in giurisprudenza. E ciò per via del fatto che, quando il codice penale definisce il reato di furto, parla di appropriazione della “cosa mobile altri” mentre la corrente è un bene impalpabile, non visibile e privo di una propria consistenza materiale. Tuttavia, agli effetti della legge penale, si considera «cosa mobile» anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia valore economico.

La crescente diffusione di vetture elettriche che possono essere ricaricate attraverso la rete elettrica ha suggerito di soffermarsi sul problema, peraltro molto più ricorrente di quanto si sarebbe portati a credere. L’argomento dei “prelievi occultidi luce non involge quasi mai grandissimi interessi economici, ma la sua soluzione implica sempre sottile e ardua questione giuridica, dalla cui decisione dipende la possibilità di configurare o meno una condotta criminosa e quindi la sussistenza di un reato. 

Proprio per questo la Suprema Corte di Cassazione ha ormai sdoganato la possibilità di parlare di furto di energia elettrica comune (e non di semplice appropriazione indebita) nel caso di un condòmino che, mediante allaccio abusivo a valle del contatore condominiale, si impossessi di energia elettrica destinata all’alimentazione di apparecchi e impianti di proprietà comune.

Anzi, a ben vedere non si tratta di furto comune ma di furto aggravato quando il comportamento avviene attraverso l’impiego di un mezzo fraudolento. Leggi sul punto Furto di energia elettrica: cosa si rischia?

L’abrogazione dell’articolo 627 del Codice penale nel 2016 ha sollevato la questione di come considerare la condotta di un condòmino che abusivamente preleva energia elettrica dall’impianto comune per la sua autovettura elettrica. La Cassazione, con la sentenza del 2021 [2], ha stabilito che tale condotta integri il delitto di furto. La pronuncia ha precisato che il prelievo di energia elettrica, per la sua stessa natura, comporta una sottrazione di una cosa comune che può essere utilizzata da più persone e, pertanto, integra il reato di furto.

In conclusione, la questione dei prelievi di energia elettrica occulti per vetture elettriche presenta aspetti giuridici complessi e delicate, e la decisione sulla configurabilità di un reato dipende dall’interpretazione delle norme giuridiche e dalla valutazione dei fatti specifici di ciascun caso.

Tuttavia, per poter parlare di reato, non basterà uno sporadico collegamento alla rete condominiale. Al contrario bisognerà dimostrare che la condotta sia stata talmente abituale da non poter essere giustificata come semplice negligenza.

Sempre secondo la Cassazione [3] chi, in maniera continuata, si approvvigiona di corrente elettrica grazie alla manomissione del contatore dei consumi e all’allaccio alla rete elettrica del condominio realizzato illegalmente risponde di furto pluriaggravato dalla circostanza di aver usato violenza sulle cose e di aver impiegato mezzi fraudolenti. E, soprattutto, soggiace a a una pena che va da tre a dieci anni: il che esclude la possibilità di ottenere l’archiviazione per “tenuità del fatto”. 

Inoltre, in un caso come quello risolto, dove l’imputazione è elevata anche per la continuazione questa può rilevare ai fini dell’abitualità nel reato che è anch’essa causa ostativa al riconoscimento della causa di non punibilità.

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I bambini possono essere costretti a vedere i nonni?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed

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I bambini non possono essere obbligati a vedere i nonni se, a causa del conflittuale rapporto con i genitori, questa relazione potrebbe danneggiarli.

Quante volte da bambino ti è capitato di essere trascinato dalla mamma per andare a vedere quella vecchia zia insopportabile?  E quante volte da adolescente mentre te ne volevi stare a casa con i tuoi amici sei stato costretto a partecipare a cene di famiglia? Ora che sei cresciuto è giunto il momento di sapere che in realtà il bambino non può essere costretto a vedere i parenti (che non siano i genitori). Anche se, naturalmente, si parla in questi casi di situazioni ben più gravi di una noiosa cena in famiglia.

In una recente sentenza la Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto degli ascendenti – nel caso concreto nonni e zio – a voler vedere i nipoti non può prevalere sull’interesse dei minori, i quali non devono subire costrizioni.

Secondo l’interpretazione fornita dalla prima sezione della Corte di Cassazione dell’art. 317 bis c.c., riconoscendo agli ascendenti il diritto a mantenere rapporti costanti e significativi con i propri nipoti minorenni, fa subordinare l’applicazione di tale diritto alla tutela nel minore. Nello specifico spetta al giudice, in caso di contrasti tra i genitori e i nonni, comprendere quale sia la realizzazione di un progetto educativo e formativo utile ad assicurare un equilibrato e sano sviluppo della personalità del minore.

La Corte di Cassazione, bocciando la sentenza della Corte d’Appello che imponeva alla famiglia un percorso allargato di terapia familiare, riporta al centro del discorso il benessere dei bambini che, contesi dagli adulti, rischiano di subire numerosi danni vedendo lesi i propri interessi.

Non basta, secondo la Suprema corte, l’insussistenza di un concreto pregiudizio nel passare il tempo con i nonni e lo zio per imporre ai nipoti di frequentarli. Il compito del giudice è quello di stabilire se i rapporti non armonici – che possono anche essere conflittuali – tra i nonni e i genitori, ossia gli adulti, possono influire negativamente sul minore, tanto da non consentire ai nonni di vedere i nipoti nel caso in cui ciò non sia nell’interesse dei minori.

Spetta ai nonni doversi prestare a cooperare nella realizzazione del progetto educativo e formativo dei nipoti, motivo per cui la loro partecipazione è consentita solo nel caso in cui possa arricchire il patrimonio morale e spirituale dei minori, contribuendo (ma solo come aspetto secondario) all’interesse del discendente. Se ciò non dovesse avvenire, la Cassazione è chiara: in nessun caso i minori possono essere costretti a vedere parenti potenzialmente lesivi.

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Come si fa il divorzio breve?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come ottenere il divorzio in tempi brevi e quanto costa: il divorzio in Comune, con la negoziazione assistita e senza separazione. 

Lasciarsi è sempre doloroso, anche quando non si va più d’accordo. E ciò perché, nell’ambito della crisi coniugale, si acutizzano una serie di conflitti di natura economica e personale non di facile soluzione, proprio per via del rapporto che, in passato, c’è stato tra i due coniugi. Si vorrebbe poter chiudere per sempre col passato in un solo giorno, tagliare ogni legame, definire tutto ciò che c’è da definire. Insomma, per dirla in due parole, tutti vorrebbero un divorzio breve. Ma questo non è possibile: la nostra legge infatti prevede che, prima del divorzio, si proceda con la separazione e, solo dopo che questa è terminata, si passi alla successiva fase del divorzio. E tutto questo passa attraverso una serie di fasi regolate dal codice di procedura civile. Ma allora perché tutti parlano di divorzio breve? Esiste davvero? Come si fa il divorzio breve? 

In verità, come avremo modo di vedere meglio a breve, non esiste un vero e proprio divorzio breve: esistono però procedure più rapide ed economiche di altre. Il tutto però deve pur sempre rispettare i limiti e le condizioni previste dalla legge.

Peraltro una recente riforma della giustizia civile (meglio nota come Riforma Cartabia), consente di tagliare i tempi e, soprattutto, i costi del giudizio di separazione e di divorzio convogliandoli in un unico processo. Ecco che allora il concetto di divorzio breve acquista maggior senso rispetto al passato. 

Esistono poi casi eccezionali in cui è possibile divorziare senza prima aver ottenuto la separazione: è il cosiddetto «divorzio diretto o immediato». 

Di tutto ciò ci occuperemo qui di seguito. Spiegheremo come si fa il divorzio breve e quali sono i vari strumenti a disposizione dei coniugi per porre definitivamente fine al matrimonio. 

Cos’è il divorzio breve?

Si parla spesso di divorzio breve, ma la legge non contiene una definizione del genere. Sicché c’è chi, con tale concetto, intende il divorzio in Comune, chi quello effettuato tramite la negoziazione assistita (ossia il contratto firmato dinanzi ai rispettivi avvocati), chi ancora si riferisce al fatto che la riforma del 2015 ha dimezzato i tempi che devono intercorrere tra la separazione e il divorzio: non più di 3 anni come in passato, ma solo di sei mesi in caso di separazione consensuale e di un anno in caso di separazione giudiziale. 

Chi vuol ottenere un divorzio breve non deve far altro che accedere alla procedura consensuale, quella cioè concordata con l’altro coniuge e poi sottoposta al giudice che convalida l’accordo in una sola udienza. Non ci sono quindi scambi di accuse, prove, testimoni, richieste di risarcimenti e nient’altro.

Nel caso però in cui non vi sia possibilità di trovare un’intesa tra gli ex coniugi, la procedura da percorrere non sarà più quella del divorzio consensuale ma il cosiddetto divorzio giudiziale, ossia ottenuto attraverso un regolare processo. In questa ipotesi, il  breve si sostanzia nella possibilità di chiedere lo stesso divorzio già con il deposito della domanda di separazione: il tutto in un unico processo, sebbene cadenzato in due fasi autonome tra loro, la separazione prima e il divorzio dopo. 

Quanto tempo deve passare tra separazione e divorzio?

Si è iniziato a parlare di divorzio breve quando, nel 2015, la legge ha tagliato il tempo che deve decorrere dalla separazione prima di inoltrare la domanda di divorzio. In passato era necessario attendere tre anni. Oggi invece i termini sono così regolati:

  • 6 mesi se la separazione è stata consensuale;
  • 1 anno se la separazione è stata giudiziale.

La separazione consensuale è quella che avviene attraverso un accordo condiviso dai due coniugi su tutti gli aspetti, patrimoniali e personali, del distacco (dall’assegno di mantenimento all’affidamento dei figli, dall’assegnazione della casa coniugale alla divisione del patrimonio in caso di comunione dei beni, ecc.). Tale accordo viene sottoposto all’approvazione del giudice attraverso gli avvocati delle due parti (le quali potrebbero anche delegare un unico professionista). Il tribunale convalida la separazione consensuale e la sentenza recepisce integralmente l’accordo voluto dai coniugi.

La separazione giudiziale è invece quella che, in assenza di accordi, si realizza tramite una causa tra i due coniugi. In questa si discuterà quindi sull’ammontare del mantenimento, l’affidamento e la collocazione dei figli, l’eventuale addebito per la separazione (ossia la responsabilità in capo a un coniuge), l’assegnazione della casa, ecc.

Divorzio breve in Comune

I coniugi possono divorziare direttamente in Comune, dinanzi all’ufficiale di Stato Civile. Tale soluzione è possibile solo a patto che si condivida un accordo di divorzio consensuale, al pari di quello che verrebbe presentato in tribunale. Ci deve quindi essere un’intesa su ogni aspetto relativo alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. 

Il divorzio in Comune non richiede la presenza di un avvocato ed è gratuito. Tutto ciò che devono fare i coniugi è presentarsi dinanzi al sindaco o all’ufficiale di Stato civile del Comune ove sono residenti e chiedere di convalidare il divorzio. 

La procedura è ammessa a patto che gli ex coniugi non abbiano figli minorenni, portatori di grave handicap o maggiorenni ma non ancora autosufficienti. 

Nell’accordo in Comune è possibile prevedere la corresponsione di un assegno di mantenimento, ma non sono ammessi patti di divisione dei beni (mobili o immobili) che andranno invece regolati con contratti autonomi (nel caso di immobili, dinanzi al notaio).

Divorzio breve con la negoziazione assistita

Un secondo modo per divorziare in forma breve, sempre però nell’ambito di un divorzio consensuale, è la negoziazione assistita. In tal caso i coniugi, assistiti necessariamente da un avvocato a testa, redigeranno un accordo che sarà poi, a cura dei loro stessi difensori, depositato in tribunale per la convalida. L’accordo fungerà da sentenza. 

La procedura sarà tanto breve quanto minore sarà la durata delle negoziazioni.

Divorzio breve giudiziale

La recente riforma Cartabia, efficace già dal 2023, consente di presentare la domanda di divorzio già con la domanda di separazione o anche durante tale procedimento. Il risultato dovrebbe essere la possibilità di decretare la fine dei matrimoni in modo più veloce.

Nel nuovo rito, il presidente fisserà la data dell’udienza di comparizione direttamente davanti al collegio, potendo tuttavia nominare un relatore. 

Pertanto, ad oggi, già nel processo di separazione, tanto il ricorrente quanto il convenuto hanno la facoltà di proporre domanda di divorzio. Ma a quest’ultima si procederà solo dopo che il giudice abbia deciso la separazione, la sentenza sia divenuta definitiva e sempre dopo il rispetto dei termini di 6 mesi o 1 anno di cui abbiamo parlato sopra. 

Il vantaggio di tale riforma consiste nel fatto di avere un unico procedimento, un unico giudice, un solo fascicolo. Con la conseguenza che le prove acquisite nella fase di separazione non dovranno essere rinnovate nel corso del divorzio ma saranno automaticamente acquisite, trattandosi di solo processo, seppur cadenzato i due fasi diverse. 

Dunque, nell’ambito del nuovo rito unificato è possibile la proposizione contestuale della domanda di separazione giudiziale e di divorzio contenzioso, aprendosi la via ad un unico procedimento, con un unico rito, dinanzi ad un unico giudice.

Per maggiori informazioni sugli aspetti tecnici della riforma leggi I nuovi giudizi di separazione e divorzio.

Divorzio immediato o diretto

Eccezionalmente è possibile ottenere il divorzio senza prima aver effettuato la separazione. 

Il divorzio immediato, cioè senza separazione, viene riconosciuto solo quando: 

  • uno dei coniugi ha compiuto un reato particolarmente grave a carico dell’altro (punito con pensa superiore a 15 anni, incesto, violenza sessuale, lesioni volontarie gravissime in danno del coniuge o dei figli; b) violazione degli obblighi di assistenza familiare; maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli; circonvenzione di incapaci in danno del coniuge o di un figlio, ecc. Per l’elenco completo leggi Come funziona il divorzio senza separazione);
  • se il coniuge ottiene all’estero l’annullamento o lo scioglimento del proprio matrimonio o se contrae all’estero un nuovo matrimonio;
  • quando il matrimonio non è stato consumato (a prescindere dalle ragioni);
  • quando sia passata in giudicato una sentenza di rettificazione del sesso.

Quanto costa il divorzio breve?

Il divorzio breve è assolutamente gratuito nel caso in cui si proceda in Comune, salvo una marca da bollo di 16 euro.

Quando si fa un divorzio consensuale in Tribunale bisogna versare un contributo unificato di 43 euro: si tratta della tassa dovuta allo Stato per l’accesso alla giustizia. Poi c’è la parcella dell’avvocato che, in media, varia da 500 a 1.500 euro per parte. Si tratta di importi liberamente concordabili. L’avvocato deve fornire il preventivo scritto in anticipo.

Se si fa il divorzio consensuale con la negoziazione assistita non è dovuto il contributo unificato ma resta comunque da pagare la parcella dell’avvocato che, di solito, è la stessa di quella prevista per il divorzio in Tribunale. 

Se di fa il divorzio giudiziale in Tribunale bisogna versare sempre il contributo unificato di 44 euro e la parcella all’avvocato che, in questo caso, è più salata per via della difficoltà e del tempo che la procedura richiede. 

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Handicap e mantenimento figli: obblighi e diritti

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quanto tempo deve durare il mantenimento di un figlio con disabilità da parte del padre?

In caso di separazione di una coppia, ai figli è dovuto l’assegno di mantenimento da parte del genitore non convivente. L’assegno permane fino a quando i figli non raggiungono l’indipendenza economica o comunque non diventano potenzialmente in grado di procurarsela. In ogni caso il mantenimento cessa una volta superati i 34 anni di età. Ma cosa succede quando il figlio è disabile e non può lavorare a causa di un grave problema fisico o psichico? A fare il punto della situazione degli obblighi e diritti in tema di mantenimento dei figli con handicap è stata più volte la giurisprudenza. Ecco quali sono le linee guida seguite dai giudici.

Regole sul mantenimento dei figli

Le regole sul mantenimento dei figli possono essere sintetizzate nel seguente modo:

  • entrambi i genitori devono mantenere i figli, ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche;
  • quest’obbligo non cessa neanche in caso di separazione della coppia. Con la differenza che il genitore collocatario (quello cioè con cui vivono i figli) deve adempiere all’obbligo di mantenimento attraverso la gestione e le spese quotidiane mentre il genitore non collocatario vi provvede con il versamento di un assegno mensile e la partecipazione, pro quota, alle spese straordinarie;
  • i figli hanno diritto a mantenere lo stesso tenore di vita dei genitori: sicché tanto più questi sono benestanti, tanto maggiore sarà l’assegno di mantenimento;
  • i figli minori hanno sempre diritto al mantenimento;
  • i figli maggiorenni hanno diritto al mantenimento solo se: a) stanno studiando con profitto; b) oppure, in assenza di studio, si danno da fare per cercare un lavoro. Lo stato di disoccupazione non può durare in eterno sicché, raggiunti i 30/35 anni (a seconda del percorso di studi intrapreso dal figlio), il diritto al mantenimento cessa comunque;
  • i figli portatori di grave handicap sono equiparati ai figli minorenni, pertanto hanno sempre diritto ad essere mantenuti;
  • se il figlio perde il mantenimento per aver accettato un’offerta di lavoro, detto mantenimento non rivive in caso di successiva perdita del posto, anche se ciò avviene dopo breve tempo.

Diritti dei figli con handicap

Il figlio con un grave handicap, certificato dalla commissione medica dell’Asp e pertanto portatore della cosiddetta “legge 104” ha diritto ad essere mantenuto da entrambi i genitori per tutta la vita, proprio al pari dei minorenni. Inoltre, egli – come ogni altro figlio – può rivendicare un assegno proporzionato al tenore di vita dei genitori. Difatti il mantenimento dovuto ai figli non deve tenere conto solo delle loro esigenze di sopravvivenza (vitto e alloggio) ma anche di tutte le spese necessarie a una normale vita di relazione, allo sport, all’istruzione (ivi compresa l’università), lo svago con gli amici, l’abbigliamento. Insomma, i genitori devono prendersi cura non solo dei bisogni vitali del figlio ma anche di quelli voluttuari, sempre in proporzione alle rispettive capacità economiche. 

Il richiamo alla legge n. 104 del 1992 è stato effettuato al solo fine di indicare con precisione i requisiti sostanziali che il giudice civile deve incidentalmente verificare ai fini dell’applicabilità della norma. 

Doveri dei genitori di figli con handicap

Sul versante opposto, il genitore di un figlio con handicap grave lo deve mantenere proprio al pari di un figlio minorenne. 

Dunque, afferma la Cassazione, in caso di separazione o divorzio, per i figli maggiorenni con un grave handicap, riconosciuto dalla legge 104, valgono le stesse regole previste per i figli minori riguardo a:

  • mantenimento;
  • assegnazione della casa coniugale; 
  • visite del genitore non collocatario. 

Tuttavia ai figli maggiorenni con handicap non si applica la disciplina sull’affidamento (congiunto o condiviso) che vale invece solo per i minorenni. La patria potestà infatti cessa con il raggiungimento della maggiore età del figlio. Diversamente si dovrebbe concludere – precisano i giudici – che il figlio portatore di handicap, magari solo fisico, anche se maggiorenne, si possa considerare in automatico privo della capacità di agire. L’intento del legislatore è di creare una figura ulteriore protettiva dei figli maggiorenni con handicap. E questo con la volontà di protrarre, anche dopo i 18 anni, per un tempo indeterminato, il dovere dei genitori di curare e accudire il figlio la cui condizione fisica o psichica richieda un impegno equiparabile a quello del genitore di un minore.

La Suprema corte, afferma il dovere di mantenere i figli maggiorenni con handicap grave, estendendo le norme previste per il mantenimento dei minori (articolo 337 del Codice civile). Spetterà poi al giudice valutare il grado di autonomia e la necessità o meno di un intervento assistenziale permanente. Quindi, tanto la misura del mantenimento quanto la presenza dei genitori nella vita del figlio disabile dipenderà dal grado di disabilità e dall’autonomia di questi.

Il figlio maggiorenne con handicap ha diritto a vivere nella casa familiare, e il genitore non convivente non può, per effetto della separazione o del divorzio, sentirsi esonerato dai compiti quotidiani di assistenza e di accudimento scaricandone il peso, per un tempo indefinito sul genitore convivente. Il giudice può intervenire in caso di mancato rispetto di questo dovere. 

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Autovelox: quanto deve essere lontano dal segnale?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La giusta distanza tra segnaletica stradale con l’avviso agli automobilisti e la pattuglia della polizia con l’autovelox. 

A chi non è capitato di vedere, ai bordi della strada, un cartello con la scritta «Attenzione: controllo elettronico della velocità» ma di non trovare poi alcun autovelox in funzione! Certo, alla vista della segnaletica con l’avviso si è portati a rallentare subito onde evitare multe indesiderate per eccesso di velocità. Ma per quanto tempo deve durare questo comportamento prudente prima di tornare a guidare con disinvoltura e premere di nuovo sull’acceleratore? In altri termini quanto deve essere lontano l’autovelox dal segnale?

Potrà sembrare strano ma nessuna norma di legge indica quale debba essere la distanza legale dell’autovelox dal cartello stradale. E con ciò si intende la distanza minima, quella prima della quale l’apparecchio non potrebbe trovarsi perché non avrebbe dato il sufficiente tempo al conducente di rallentare.

La normativa si limita solo a indicare la distanza massima, quella oltre la quale la postazione non può più posizionarsi a meno che l’avviso non venga ripetuto. E tale distanza è di 4 km.

Proprio di recente la Cassazione è tornata sull’argomento della giusta distanza per l’autovelox dal cartello dell’avviso e, ribadendo una interpretazione che aveva già fornito in passato, ha fornito le seguenti istruzioni [1]. 

Autovelox: la distanza minima dal segnale stradale

L’autovelox necessita di periodiche revisioni, ma non deve essere collocato a una distanza precisa dal cartello (che ne indica la presenza) in quanto la legge non lo prevede e lascia che ciò sia demandato alla ragionevolezza degli agenti accertatori. 

Quindi la multa per eccesso di velocità elevata tramite autovelox è legittima solo nella misura in cui l’apparecchio sia stato posto a una ragionevole distanza dal segnale stradale con l’avviso agli automobilisti. Segnale che serve proprio per impedire brusche frenate dinanzi alla vista del controllo elettronico della velocità, il che costituirebbe un pericolo ancor più grosso per la circolazione. 

Detto ciò è chiaro che la distanza potrà variare sulla base della tipologia di strada e della conformazione della stessa. L’elemento che influisce maggiormente sulla distanza tra segnaletica e autovelox è il limite di velocità previsto sul tratto di strada interessato: tanto più quest’ultimo è alto, tanto maggiore sarà lo spazio di frenata del veicolo. Sicché, in tal caso, bisognerà lasciare una distanza superiore tra la postazione e la segnaletica, in modo da consentire a tutti una “dolce frenata” e non manovre brusche e improvvise al fine di non finire nell’occhio della fotocamera. 

Viceversa, nei centri urbani, dove la velocità media si attesta tra i 30 e i 50 chilometri orari, la distanza tra il segnale e la postazione di controllo può essere anche inferiore.

Nel caso deciso dalla Corte, un uomo era stato pizzicato dall’autovelox mentre percorreva alla velocità di 174 km/h un tratto di strada ove il limite era di 90 km/h. La contestazione del conducente si è concentrata sulla eccessiva vicinanza della segnaletica rispetto all’apparecchio di controllo elettronico della velocità (nel caso di specie un Telelaser, ma il medesimo ragionamento può essere fatto anche con il Tutor). Questo era stato posto a circa 467 metri dal segnale di indicazione, distanza questa ritenuta tuttavia congrua dalla Cassazione.

Sul punto i giudici hanno rilevato che la distanza di 467 metri fosse assolutamente congrua, senza la necessità del rispetto di una distanza minima prescritta per legge (anche perché non prevista), purché ragionevolmente adeguata tra il punto di installazione della segnaletica e quello del posizionamento dello strumento di rilevamento elettronico.

Autovelox: la distanza massima dal segnale stradale

L’autovelox non può trovarsi a più di 4 chilometri dal cartello stradale di avviso. Se, in questo spazio, ci sono intersezioni che consentano ad altri automobilisti di immettersi sulla strada in questione è necessario, a beneficio anche di questi ultimi, ripetere il cartello. 

La circostanza che l’autovelox si trovi a oltre 4 km dal segnale di avviso o che la strada sia stata interessata da intersezioni senza la ripetizione del segnale stesso rende la multa illegittima e quindi impugnabile dinanzi al giudice. 

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Se lei rifiuta un lavoro ha diritto al mantenimento?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Non può continuare a mantenere il diritto all’assegno divorzile l’ex moglie che decide di rifiutare un’offerta di lavoro congrua e ben retribuita.

Perché se l’ex moglie rifiuta un lavoro ben pagato offerto dall’ex marito questi deve continuare a pagarle in mantenimento? Un motivo, a dire il vero, non c’è. Tanto che in una recente pronuncia della Corte di Cassazione [1] è stato accolto il ricorso di un uomo che chiedeva la revoca dell’assegno di divorzio che ogni mese versava alla moglie, la quale nel frattempo si era “permessa” di rifiutare un lavoro.

In secondo grado il giudice aveva considerato irrilevante gli elementi fattuali sopraggiunti successivamente alla regolamentazione che le parti avevano pattuito in sede di divorzio, durante la quale era stato deciso l’ammontare dell’assegno di divorzio successivo alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Per i giudici di secondo grado era da considerarsi irrilevante il fatto che la donna avesse rifiutato una proposta lavorativa, non costituendo essa una causa giustificativa della revoca dell’assegno (essendo il reddito da lavoratrice inferiore a quello derivante dal mantenimento).

Per la Cassazione la Corte d’appello, ritenendo irrilevanti gli elementi apportati al processo da parte del ricorrente a sostegno della domanda di revisione dell’assegno, ha sbagliato. Da un lato perché le questioni della proposta di lavoro offerta alla moglie costituivano oggetto di contradditorio tra le parti fin dal primo grado. Dall’altro perché la Corte avrebbe comunque dovuto ponderare gli elementi proposti andando ad indagare sulla serietà e sulla esigibilità della proposta lavorativa in relazione alle condizioni personali dell’ex moglie, oltreché di incidenza concreta rispetto all’originario ammontare dell’assegno divorzile.

In altri termini, secondo la Cassazione «la valutazione che la Corte d’appello avrebbe dovuto compiere per escludere la rilevanza dell’offerta di un’occupazione lavorativa proveniente da una società assicuratrice avrebbe imposto al giudice di considerare la serietà/ stabilità di quel datore di lavoro e l’effettività e non aleatorietà del posto di lavoro, oltreché la confacenza dell’offerta alla formazione professionale della destinataria della proposta». Tutte valutazioni che la Corte ha completamente omesso respingendo la richiesta del marito.

Nello specifico, i giudici d’appello escludendo un esame della proposta lavorativa, si erano discostata dai principi già espressi dalle Sezioni Unite. Se emergesse che l’ex moglie, beneficiaria di un cospicuo assegno annuo, voleva sottrarsi a un’occasione di lavoro seria, reale e aderente alla propria condizione personale e idonea a garantirle un buon reddito, ne deriverebbe la violazione dei principi relativi ai doveri post coniugali, che «trovano fondamento nei principi di autodeterminazione e autoresponsabilità di entrambi gli ex coniugi».

Il secondo importante principio affermato dalla Cassazione durante la valutazione di questo caso, nello specifico esaminando i fatti probatori relativi alla nuova convivenza della donna, è quello secondo cui le testimonianze di parenti e amici prevalgono sulla relazione dell’investigatore privato circa la nuova convivenza di uno degli ex partner.

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La prova dell’usucapione

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Da quando decorre il termine di 20 anni per l’usucapione: quali prove bisogna fornire al giudice per intestarsi una casa o un terreno altrui. 

In tutte le cause, l’aspetto centrale del processo è la prova, ossia la dimostrazione del diritto fatto valere. Chi non adempie a tale onere, pur avendo astrattamente ragione, si vedrà rigettare la domanda dal giudice. In questa breve guida ci occuperemo di stabilire qual è la prova dell’usucapione, ossia cosa bisogna dimostrare, nel corso del giudizio di accertamento, per ottenere l’intestazione dell’immobile altrui. 

Non esiste, a ben vedere, una norma di legge che regoli quali prove bisogna fornire per ottenere l’usucapione; dovremo pertanto affidarci alle indicazioni della giurisprudenza.

Come si ottiene l’usucapione?

Spesso si ritiene che il solo fatto di aver detenuto per molto tempo un bene altrui possa essere sufficiente per far scattare l’usucapione. Ma non è così. Abbiamo più volte spiegato su queste stesse pagine cos’è e come funziona l’usucapione. In particolare si è detto che non basta il possesso del bene altrui per 20 anni e l’assenza di rivendicazioni giudiziali da parte del proprietario. Per far decorrere il termine ventennale è necessario che il possessore compia sul bene almeno un atto tale da manifestare la sua intenzione di atteggiarsi a esclusivo proprietario. 

È dunque chi rivendica l’usucapione a dover dimostrare di aver posto in essere tale comportamento. È ciò che i latini chiamavano animus possidendi uti dominus, ossia la volontà di tenere la cosa come propria mediante l’esercizio di un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà.

Quali sono i comportamenti che dimostrano l’usucapione?

Abbiamo appena detto che l’onere della prova ai fini dell’usucapione spetta al possessore del bene, a colui ciò che ne chiede l’intestazione per averlo usato come se fosse proprio per almeno 20 anni. Durante tale periodo – lo sottolineiamo di nuovo – l’effettivo titolare non deve mai aver notificato un atto giudiziale per ottenere la restituzione dell’immobile: un comportamento del genere infatti interromperebbe il termine dell’usucapione. 

In cosa consiste la prova dell’usucapione? Come dicevamo in apertura, la legge non contiene un’elencazione ma, dalle numerose sentenze, si evince che deve trattarsi di un comportamento tale da denotare una “signoria” assoluta sul bene, incompatibile con l’altrui proprietà. Insomma, il possessore deve atteggiarsi a unico titolare del bene stesso nè deve compiere atti da cui desumersi un tacito riconoscimento dell’altruità del bene (ad esempio la richiesta di autorizzazione per effettuare lavori). Quali sono questi atti? Ad esempio il fatto di creare delle recinzioni come un cancello, una sbarra o qualsiasi altro ostacolo che impedisca a chiunque, ma soprattutto all’effettivo proprietario, di entrare all’interno dell’immobile.

Anche attività edili possono essere sufficienti a far partire il decoro dei 20 anni dell’usucapione. Si pensi a chi effettui delle ristrutturazioni in un appartamento, abbatta dei muri e lo trasformi radicalmente; o a chi costruisca su un terreno una stalla o un muro. Anche la modifica della destinazione d’uso dell’immobile rientra tra i poteri che un semplice detentore non potrebbe arrogarsi e che, pertanto, manifesta l’intenzione di atteggiarsi a proprietario. Si pensi a una persona che trasforma una civile abitazione in un negozio.

La semplice coltivazione di un terreno non è prova sufficiente degli elementi costitutivi dell’usucapione, perché, di per sé, non esprime in modo inequivocabile l’intento del coltivatore di possedere; occorre invece che tale attività materiale, corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà, sia accompagnata da univoci indizi, i quali consentano di presumere che essa è svolta come proprietario. Allo stesso modo il fatto di pagare le utenze di un appartamento non è sufficiente per l’usucapione.

Il promissario acquirente di un immobile che, in virtù di un preliminare di vendita, ha pagato il prezzo del bene e ottenuto anticipatamente la consegna dello stesso non è un possessore in grado di acquisirne la proprietà a titolo di usucapione, poiché detiene il bene in nome di altri.

Cosa succede se il possessore è in malafede?

Non è necessario che il possessore sia in buona fede per far scattare l’usucapione. Anche chi ben conosce il fatto che il bene sia di altri può invocare l’usucapione.

La Cassazione ha precisato che l’animus possidendi “non è escluso dalla consapevolezza nel possessore di non avere alcun valido titolo che legittimi il potere; l’animus possidendi consiste unicamente nell’intento di tenere la cosa come propria mediante l’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o altro diritto reale, indipendentemente dall’effettiva esistenza del relativo diritto o della conoscenza del diritto altrui.

La prova dell’usucapione dei beni in comunione 

È molto più difficile rivendicare l’usucapione di un immobile in comproprietà tra più soggetti. E ciò perché ciascuno di questi, in quanto titolare di una quota del bene, è legittimato non solo ad usarlo ma anche a trattarlo come se fosse proprio. 

Non basta però che gli altri comproprietari si astengano dall’utilizzo del bene. Al contrario è necessario che il possessore compia degli atti che rendano impossibile l’uso del bene agli altri contitolari come, ad esempio, cambiare le chiavi della porta d’ingresso senza consegnare agli altri la copia, sbarrare l’accesso con un cancello elettrico di cui solo lui ha il telecomando e così via. Potrebbe anche essere sufficiente modificare la destinazione dell’intero bene senza chiedere l’altrui consenso. Non basta, dunque, la prova del semplice non uso da parte degli altri comproprietari. Non basta neanche la prova di atti di mera gestione, né il semplice consenso degli altri contitolari.

La prova dell’usucapione dei beni condominiali 

Anche per la materia condominiale vale quanto abbiamo appena detto per i beni in comunione indivisa. Il singolo condomino può usucapire un posto auto, il terrazzo o altre parti comuni non solo possedendoli come se fosse il proprietario – in quanto avrebbe comunque diritto a farlo poiché la legge glielo consente – ma impedendo a tutti gli altri condomini di accedervi. Così, per usucapire un posto auto non basta parcheggiare il veicolo sempre nello stesso posto ma è necessario delimitarlo con catene e altri sistemi che impediscano a terzi di accedervi. Per usucapire il lastrico solare bisogna creare una porta con un lucchetto o una catena di cui nessuno, se non il soggetto interessato, abbia le chiavi.

Pertanto il condomino che rivendica di aver usucapito il bene comune deve provare di averlo sottratto all’uso comune per tutto il periodo utile all’usucapione e quindi deve dimostrare di avere tenuto una condotta diretta a rivelare in modo inequivoco che si è verificato un mutamento di fatto nel titolo del possesso, costituito da atti univoci rivolti contro i compossessori, e tale da rendere riconoscibile a questi ultimi l’intenzione di non possedere più come semplice compossessore.

Non basta quindi la prova del mero non uso da parte degli altri condomini, dal momento che il diritto in comproprietà è imprescrittibile.

Che succede se il bene è stato dato in prestito?

L’usucapione può scattare anche su beni dati in prestito. Tuttavia, è molto più difficile rivendicare l’usucapione quando il proprietario è un familiare o un amico. E ciò per via del possibile atteggiamento di accondiscendenza che quest’ultimo potrebbe avere nei confronti del detentore, chiudendo un occhio sui comportamenti da questi tenuti.  

Come spiega più volte la giurisprudenza, il possesso utile a usucapire non deve essere conseguenza di accondiscendenza dovuto ad amicizia o conoscenza: gli atti compiuti con l’altrui tolleranza non servono ad acquistare il possesso. Si considerano atti di tolleranza, gli atti di godimento di portata modesta e tali da incidere molto debolmente sull’esercizio del diritto da parte dell’effettivo titolare o possessore.

Per valutare se un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà è compiuta con l’altrui tolleranza e sia quindi inidonea all’acquisto del possesso utile a usucapire, si deve considerare la durata dell’attività stessa: se essa è prolungata, difficilmente può parlarsi di tolleranza. 

Ad esempio, è insufficiente per provare il possesso la prolungata disponibilità delle chiavi da parte dell’attore, fratello della proprietaria, e l’utilizzo da parte dello stesso di uno dei locali.

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Come non essere rilevati da autovelox e tutor

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una funzione del navigatore Google Maps avvisa in anticipo gli automobilisti della presenza dei tutor in autostrada: come utilizzarla al meglio.

C’è chi crede che basti procedere in diagonale, a zig zag o a cavallo tra due corsie per non essere rilevati da autovelox e tutor. Falso: le telecamere attuali sono ad ampio spettro, senza contare il fatto che cambiare direzione senza necessità costituisce una violazione del Codice della strada.

Esistono, invece, altri sistemi utili, più tecnologici, che aiutano gli automobilisti a non essere rilevati da autovelox o tutor e così ad evitare multe e decurtazione di punti dalla patente. Gli smanettoni sempre aggiornati l’hanno già denominata “opzione salvamulte”: non si tratta di uno schermo spaziale che rende l’auto invisibile, ma della semplice consultazione di una mappa virtuale disponibile su Internet e aggiornata in maniera dinamica durante il percorso, grazie alla geolocalizzazione del conducente o di un passeggero a bordo del veicolo e dotato di smartphone.

Nell’applicazione Maps di Google c’è una utility che segnala le posizioni degli apparecchi di controllo della velocità presenti lungo il tratto di strada impostato: ad esempio, da Roma a Milano indicherà gli autovelox e i tutor posizionati lungo l’Autostrada A1. Il sistema – che è del tutto gratuito – parte in automatico e non c’è bisogno di alcuna configurazione (a parte l’installazione iniziale dell’applicazione sul dispositivo, smartphone o tablet): le indicazioni compaiono automaticamente non appena si è selezionata la modalità navigazione tra il punto di partenza ed il punto di destinazione che abbiamo selezionato per il nostro percorso.

Si tratta di una funzione che arricchisce le mappe dinamiche di Google, analogamente a quanto avviene per le informazioni sul traffico (code, rallentamenti, incidenti) e per quelle sulle stazioni di rifornimento, estese alle stazioni di ricarica per le auto elettriche. A questo punto, la domanda sorge spontanea: è davvero possibile utilizzare al meglio questo servizio di Google per prevenire le multe per gli eccessi di velocità rilevati da autovelox e tutor? Ci dobbiamo anche chiedere un’altra cosa essenziale: questo sistema ed il suo utilizzo da parte dell’automobilista sono legali?

Autovelox e tutor: come evitare le multe

Il tutor è uno strumento che misura la velocità media in un determinato tratto e non è facile eluderlo con una semplice frenata all’ultimo momento, come invece è possibile per gli autovelox, che rilevano la velocità istantanea del veicolo.

Però ci sono alcuni accorgimenti che tornano utili a condizione di saperli prima del “momento del bisogno”, quando ormai è troppo tardi. Innanzitutto per gli autovelox ed i tutor c’è sempre la tolleranza del 5% e con un minimo di 5 chilometri orari: è prevista dalla legge per coprire preventivamente gli eventuali errori di misurazione degli apparecchi e comporta, ad esempio, che in autostrada il limite reale da non superare non è quello di 130 imposto, ma quello di 137 km/h (così come sulle strade extraurbane principali, dove vige il limite a 110, non si dovranno superare i 116 km/h). Questo margine di tolleranza offre una possibilità in più per evitare le multe per superamento dei limiti di velocità.

Tieni presente che, a differenza dell’autovelox per evitare il tutor bisogna sapere qual è la nostra velocità media di percorrenza nel tratto interessato, e, prima ancora di questo, sapere dove i tutor sono posizionati. Per questo, non basta il solo contachilometri di bordo, ma servono strumenti di rilevazione accessibili a tutti coloro che posseggono uno smartphone, come Google Maps.

Come scoprire autovelox e tutor con Google Maps

La prima cosa da sapere è che Google Maps non segnala tutte le postazioni di controllo della velocità presenti su strade e autostrade, ma soltanto quelle fisse. Quindi, su Google non compaiono, ad esempio, gli autovelox mobili posizionati dalle pattuglie della Polizia stradale o locale e neppure gli apparecchi “Scout speed” montati su autovetture in movimento. Però, già il fatto di sapere in anticipo la presenza dei tutor può aiutare a controllare la velocità nei tratti interessati ed a prevenire le multe.

La seconda cosa importante è che affidarsi a Google durante il viaggio per conoscere in anticipo la presenza dei tutor non è sicuro al 100%: non c’è infatti nessuna “garanzia di completezza” delle informazioni fornite, quindi alcune posizioni potrebbero mancare perché, ad esempio, sono di nuova installazione e l’applicazione non le ha ancora rilevate ed inserite nelle mappe; così come, al contrario, Google potrebbe indicare la presenza di alcuni apparecchi che, nel frattempo, sono stati rimossi.

Quindi, se ti affidi a Google devi sapere in anticipo che gli indicatori ti potrebbero fornire dei “falsi positivi” così come dei “falsi negativi”: ci potrebbero essere nel tragitto alcuni tutor che la mappa non rileva ed altri che la mappa indica ma che non ci sono più. Senza contare poi il fatto che anche per quelli riportati come presenti non si può sapere in anticipo se siano effettivamente funzionanti oppure no nel momento in cui stiamo attraversando quel tratto di strada; sono frequenti infatti i casi di disattivazione degli apparati in alcuni tratti.

Autovelox e tutor: l’elenco ufficiale

L’elenco ufficiale degli autovelox e dei tutor posizionati sulle strade ed autostrade italiane è disponibile online sul sito della Polizia di Stato e viene aggiornato settimanalmente. Le liste riguardano le sole postazioni fisse ed attive, non quelle mobili, ed è possibile ottenere mappe ed elenchi per ciascuna strada o autostrada o su base regionale.

Per ogni apparecchio autovelox viene indicato il punto di collocazione (ad esempio: autostrada A11 Firenze – Pisa Nord km 35,500) e per il tutor il tratto controllato (ad esempio: autostrada A4 dal casello di Bergamo a quello di Seriate). I tutor vengono indicati con la sigla SicVe (Sistema controllo velocità).

App per individuare autovelox e tutor

Torniamo a Google Maps e più in generale a tutte le app per individuare autovelox e tutor: sono legali? Il Codice della strada vieta [1] l’uso di «dispositivi che segnalino e localizzino i rilevatori di velocità». Chi li produce, li vende o semplicemente li utilizza – quindi anche il normale automobilista – è soggetto ad una sanzione amministrativa [2] del pagamento di una somma da euro 802 a euro 3.212, ed alla confisca del dispositivo illecito.

Ma i tutor, così come gli autovelox,non possono essere “segreti”; al contrario è la stessa legge ad imporre che la loro presenza debba essere presegnalata con gli appositi cartelli indicatori, e che i dispositivi stessi siano ben visibili nel punto dove sono posizionati.

Per la giurisprudenza e le circolari ministeriali sono considerati illegittimi i dispositivi elettronici che, intercettando le onde radio o i raggi di frequenza emessi dagli apparecchi, segnalano a chi si sta avvicinando con la propria autovettura la presenza di un autovelox o di un tutor in quel momento in funzione; ma non sono affatto illegali gli elenchi e le mappe disponibili sulle varie App (alcune gratuite, altre a pagamento) che indicano la presenza delle postazioni di rilevamento della velocità così consentendo al conducente di individuare autovelox e tutor in anticipo.

Dunque, il loro utilizzo è perfettamente lecito ed è anche utile ai fini della sicurezza stradale conoscere in anticipo che in un determinato punto del tratto percorso c’è una postazione che rileva la velocità (o istantanea, come l’autovelox, o media in un tratto, come il tutor). Rimane il fatto che l’automobilista non sa se in quel momento il controllo in quel tratto sia effettivamente attivo oppure no; ma la funzionalità può aiutare parecchio a non premere il pedale dell’acceleratore e ad evitare qualche eccesso di velocità nei tratti presegnalati.

Come evitare autovelox e tutor con le app

Le app più evolute offrono dei tools di ausilio alla navigazione su strada e aiutano a moderare la velocità: ad esempio su Google Maps compare anche un tachimetro con i limiti massimi da rispettare nel tratto percorso. Altre app comparano questi limiti vigenti con la velocità concreta del veicolo, misurata dalla geolocalizzazione satellitare dinamica, e se rilevano il superamento inviano all’utente avviso istantaneo, luminoso o acustico.

Il sistema di misurazione satellitare è molto più preciso del contachilometri dell’auto e del nostro “occhio”, dunque può essere un valido aiuto per evitare di correre troppo, tenendo presente che il tutor misura la velocità media in un determinato tratto ed è molto più difficile “barare” rispetto ad un normale autovelox che misura solo la velocità istantanea in un punto. Quindi le indicazioni che arrivano sul display ci consentono di capire facilmente se stiamo correndo troppo e rischiamo di incorrere in una multa per eccesso di velocità.

Nel prossimo futuro queste tecnologie saranno potenziate: sui nuovi veicoli dovranno essere installati i sistemi Isa per la gestione automatica della velocità ed entro il 2025 le auto dovranno interagire con i sistemi di rilevazione in modo da gestire la velocità tenendola entro i limiti imposti per il tratto in cui ci si trova, che saranno dedotti dalla mappa del navigatore. A quel punto, probabilmente, non sarà più necessario per il guidatore sapere dove si trovano gli autovelox e i tutor: e un domani con la guida autonoma degli autoveicoli tutto sarà preimpostato e automatizzato.

Intanto, facendo i conti con la situazione presente, se vuoi conoscere tutti i modi possibili per evitare il tutor, leggi anche questi due articoli: tutor come fregarlo e le trappole del tutor. Se, invece, ti fosse già arrivata una multa per eccesso di velocità, puoi leggere qui come fare ricorso.

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Ricostruire un evento senza testimoni: strategie

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come vincere una causa se non hai un testimone oculare: i limiti della testimonianza in un processo.

In una recente sentenza [1], la Cassazione si è occupata di un tema assai interessante: la possibilità di vincere una causa, o meglio di ricostruire un evento, senza testimoni oculari. Le strategie suggerite dalla Suprema Corte meritano una particolare attenzione. 

In un processo, il testimone è, per definizione, una persona che ha visto con i propri occhi il fatto per il quale viene interrogato dal giudice. Ecco perché si parla di «testimone oculare»: il testimone non può limitarsi a riferire ciò che ha sentito dire da altri, tanto più se si tratta delle stesse parti del giudizio (le quali ovviamente potrebbero essere motivate da interessi personali nel rappresentare gli eventi, dando una versione parziale degli stessi).

Chi è senza testimoni non è detto che perda la causa. Ci sono altre prove come gli atti scritti, le confessioni, le consulenze tecniche. Ma è anche vero che la testimonianza è la prova più importante quando dei fatti non v’è traccia documentale: si pensi alla caduta in una buca stradale o alle lesioni procurate dal crollo di un calcinaccio di un edificio.

Ebbene partiamo proprio da quest’ultimo esempio perché è proprio questo che ha dato origine alla sentenza in commento. Immaginiamo che una persona venga ferita da materiale edile piovuto dal balcone di un condominio. In quel momento lo sfortunato passante è solo: nessuno vede la scena, né tantomeno le poche persone nei paraggi hanno gli occhi puntati al cielo per vedere cosa sta per cadere addosso all’uomo. 

Senonché la vittima, colpita violentemente, cade a terra dolorante e sanguinante. Subito accorrono delle persone che la vedono gemere, portandola così al pronto soccorso. 

A questo punto si apre la causa di risarcimento del danno contro il proprietario del balcone. Questi però fa leva sul fatto che nessuno ha visto la scena se non le conseguenze della stessa negli attimi immediatamente successivi. 

Ebbene, in assenza di testimoni oculari si può vincere una causa?

C’è da fare una premessa. Nel momento in cui si avvia una causa di risarcimento danni bisogna dimostrare:

  • il fatto illecito che ha originato il danno (nel nostro caso la caduta dei calcinacci, ma potrebbe trattarsi anche della caduta in una buca stradale);
  • l’entità dei danni subìti;
  • il rapporto di causalità: ossia il fatto che i danni subiti dipendano unicamente dal fatto illecito e non da altri fattori. Così, una persona che lamenti una frattura per una caduta in una buca deve dimostrare che il danno è derivato proprio dal dissesto del manto stradale e non da altri eventi come ad esempio una scarpa slacciata o la spinta di un passante. 

Ebbene, il problema dell’assenza di testimoni oculari potrebbe inficiare la prova del rapporto di causalità. 

Tuttavia, secondo i giudici, pur in assenza di testimoni oculari, è possibile giungere a una sentenza che accolga la domanda del danneggiato. «La prova dei fatti può essere comunque desunta dalle dichiarazioni dei testi escussi in giudizio, sebbene nessuno abbia direttamente assistito alla caduta dei calcinacci». 

Tornando al caso specifico, il primo testimone «ha riferito di avere personalmente accompagnato la signora Caia in ospedale, dopo averla veduta sanguinante con del ghiaccio in testa, e di avere altresì notato dei calcinacci a terra, evidentemente staccatisi dal balcone della signora Tizia, poiché ciò era visibile». 

Il secondo testimone, «componente della pattuglia della Polizia municipale intervenuta sul posto», ha dichiarato «di essere giunto poco dopo l’incidente, di aver veduto i calcinacci a terra e di avere incontrato l’accompagnatore della signora Caia, il quale gli aveva detto che quel materiale era piovuto dall’alto ed aveva colpito Caia».

Per i giudici, quindi, «sulla base delle risultanze istruttorie, il fatto illecito ascritto a Tizia, quale custode delle cose che hanno cagionato il danno lamentato da Caia, può ritenersi provato, pur in assenza di testimoni oculari». E ciò anche in ragione della «inverosimiglianza della diversa ipotesi sostenuta da Tizia, la quale ha dedotto che i calcinacci erano stati fatti cadere dal compagno della signora Caia, dopo che l’incidente si era verificato».

Secondo la Cassazione «la circostanza secondo cui la signora Caia non sarebbe stata vista sanguinante non assume il necessario carattere della decisività». 

Nell’ambito di questa ricostruzione «assume rilievo decisivo la circostanza che la signora Caia sia stata vista nell’immediatezza del trauma subito, ricollegabile con verosimiglianza al distacco dal balcone della signora Tizia del materiale che l’aveva colpita, mentre resta irrilevante se questo trauma abbia o non abbia provocato la specifica conseguenza del sanguinamento».

Tirando le somme si può ritenere che, «sulla scorta delle dichiarazioni testimoniali – in base alle quali è stato accertato: che sul luogo dell’incidente vi erano calcinacci; che essi erano verosimilmente riconducibili al balcone annesso all’appartamento della signora Tizia, da cui appariva visibile il loro distacco; e che la signora Caia era stata accompagnata all’ospedale lamentando un trauma ascrivibile alla caduta di quel materiale –», il fatto dannoso sia provato e, di conseguenza, la responsabilità di Tizia, quale custode delle cose che hanno provocato il danno, sia accertata.

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