Tipologie delibere condominiali

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Deliberazioni valide e invalide, favorevoli e contrarie, decisorie e non decisorie. Delibere preparatorie, programmatiche e interlocutorie: cosa sono?

Quando bisogna decidere, i condòmini si riuniscono in assemblea e votano sui punti messi all’ordine del giorno dall’amministratore. Per legge, l’assemblea deve essere convocata almeno una volta all’anno per l’approvazione del bilancio; ciononostante, di solito in condominio ci si riunisce con una certa frequenza, soprattutto negli edifici più grandi in cui bisogna frequentemente decidere sui lavori da compiere. Con questo articolo vedremo quali sono le principali tipologie di delibere condominiali.

Come meglio si dirà, in condominio non c’è solo la delibera favorevole e quella contraria, ma esistono tutta una serie di deliberazioni dal contenuto differente. Per essere ancora più precisi, la prassi ci ha abituato ad avere a che fare con delibere che non sono decisioni vere e proprie, ma soltanto una tappa verso un iter più lungo e complesso.

Sicuramente sarà capitato, a chi vive in condominio, di riunirsi in assemblea solamente per fare il punto della situazione o per programmare i successivi incontri. Ad esempio, durante la prima riunione si stabilisce che il fabbricato ha bisogno di una ristrutturazione, mentre solo successivamente si cominciano ad assumere decisioni vere e proprie, come ad esempio quella di affidare l’incarico a un tecnico o a una ditta. Quali sono le tipologie di delibere condominiali? Scopriamolo insieme.

Che cos’è la delibera assembleare?

La delibera è il frutto della riunione dei condòmini, il “parto” dell’assemblea; detto in parole più semplici, la delibera (o deliberazione) è la decisione assunta a seguito della votazione sull’ordine del giorno.

Se all’ordine del giorno sono previsti più punti (ad esempio: approvazione del bilancio, approvazione del rendiconto preventivo, conferma incarico amministratore, ecc.), su ognuno di essi l’assemblea è chiamata a esprimere il proprio voto e, quindi, a deliberare.

Materialmente, la delibera è racchiusa nel verbale, redatto dal segretario e sottoscritto dal presidente.

Delibere condominiali: quanti tipi ci sono?

Le delibere possono distinguersi in base a molteplici aspetti. Ad esempio, sotto il profilo del rispetto della legge e del regolamento, la delibera può essere valida o invalida; all’interno delle delibere invalide ci sono poi quelle annullabili, nulle o inesistenti.

Volendo proseguire con le differenziazioni, le delibere possono essere favorevoli o contrarie, a seconda che approvino o boccino i punti posti all’ordine del giorno.

Dal punto di vista del contenuto, invece, le delibere condominiali possono essere decisorie o non decisorie:

  • le delibere decisorie sono quelle che prendono posizione su una determinata materia. Ad esempio, se l’assemblea decide di costituirsi in giudizio per difendersi da un’azione legale, si tratterà di una delibera decisoria in quanto produce degli effetti concreti (nomina di un avvocato, pagamento della parcella, ecc.);
  • le delibere non decisorie, invece, non necessitano di un’attuazione vera e propria in quanto sono prive di un contenuto “precettivo”; in altre parole, non giungono a una conclusione. La delibera non decisoria non è in grado di impegnare il condominio.

È proprio all’interno delle delibere non decisorie che si apprezzano ulteriori tipologie di deliberazioni, così suddivise:

  • preparatorie;
  • programmatiche;
  • interlocutorie.

Delibera preparatoria: cos’è?

La delibera condominiale preparatoria serve ai condòmini per porre le basi per un percorso decisorio più articolato, ponendone semplicemente i presupposti.

Ad esempio, è preparatoria la delibera con cui i condòmini concordano sull’utilità di eseguire determinati lavori di manutenzione dell’edificio e si aggiornano ad una prossima assemblea per valutare i preventivi di spesa.

Delibera programmatica: cos’è?

La delibera condominiale programmatica organizza i futuri lavori assembleari. Ad esempio, è programmatica la delibera con cui si calendarizzano le successive sedute oppure con la quale ci si mette d’accordo per votare su un determinato ordine del giorno per il prossimo incontro.

La delibera programmatica, a differenza di quella preparatoria, è più precisa, in quanto cerca già di stabilire le future tappe.

Delibera interlocutoria: che cos’è?

La delibera condominiale interlocutoria è quella che si riduce a un mero rinvio. Detto in altri termini, la delibera interlocutoria rappresenta solo un mero passaggio, un ponte tra una riunione e un’altra.

Ad esempio, se l’assemblea, riunita per approvare i lavori, si accorge che la documentazione è insufficiente perché il tecnico incaricato ha dimenticato di produrre tutte le perizie effettuate, i condòmini potranno chiedere di aggiornarsi a nuova assemblea.

Delibere non decisorie: si possono impugnare?

La giurisprudenza maggioritaria [1] ritiene che le delibere condominiali non decisorie (cioè, quelle preparatorie, programmatiche e interlocutorie) non possono essere oggetto di impugnazione, essendo prive di una vera risoluzione.

In altre parole, poiché le deliberazioni non decisorie non sono in grado di pregiudicare le ragioni dei condòmini né di impegnare il condominio verso i terzi, esse non possono formare oggetto di impugnazione autonoma.

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Cos’è una delibera condominiale programmatica?

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Si possono impugnare le deliberazioni con cui l’assemblea non adotta una decisione ma si limita a organizzare i futuri incontri?

La delibera è la decisione che l’assemblea condominiale adotta al termine della riunione. Per essere ancora più precisi, la delibera corrisponde alla votazione sull’ordine del giorno, con la conseguenza che, nel caso di più punti, su ognuno di esso sarà necessario assumere una decisione autonoma. Con questo articolo ci occuperemo di un particolare aspetto: vedremo cos’è una delibera condominiale programmatica.

Come meglio diremo nel prosieguo, esistono diverse tipologie di deliberazioni che l’assemblea può adottare al termine della riunione. Oltre che ad approvare o respingere il punto all’ordine del giorno, i condòmini potrebbero infatti “partorire” una delibera che non produce effetti concreti ma che ha solo lo scopo di rimandare la vera decisione a un momento successivo.

Si pensi, ad esempio, alla necessità di dare incarico a una ditta per l’espletamento di lavori di manutenzione straordinaria particolarmente onerosi: in un caso del genere l’assemblea potrebbe volersi prendere del tempo oppure approfondire alcuni aspetti prima di determinarsi in modo definitivo. Cos’è una delibera condominiale programmatica? Scopriamolo insieme.

Cos’è una delibera condominiale?

Come anticipato in premessa, la delibera condominiale è la decisione che l’assemblea adotta a seguito della votazione dei partecipanti.

La delibera è quindi l’atto formale in cui è racchiusa la volontà dei condòmini in merito a un determinato aspetto, come ad esempio la nomina dell’amministratore, l’approvazione del regolamento o del bilancio, ecc.

Il documento sul quale viene trasfusa la deliberazione adottata in riunione è il verbale d’assemblea. Chi vuole impugnare una decisione condominiale, quindi, deve impugnare il verbale che contiene la deliberazione.

Efficacia della delibera condominiale

Per legge [1], la delibera condominiale è efficace nei confronti di tutti i condòmini, anche nei riguardi di coloro che non hanno partecipato all’assemblea oppure che, pur partecipando, hanno espresso voto contrario oppure si sono astenuti.

La delibera è ovviamente efficace anche per l’amministratore, con la conseguenza che questi deve darle attuazione, esattamente come stabilito dalla legge.

Delibere: quante tipologie?

Non tutte le delibere adottano una decisione: ce ne sono alcune che si limitano a fare il punto della situazione oppure a preparare il terreno per una successiva votazione.

In questo senso, è possibile distinguere almeno tre tipi di deliberazione:

  • preparatoria;
  • programmatica;
  • interlocutoria.

Analizziamole brevemente, partendo dal presupposto che tutte e tre le tipologie non hanno un contenuto decisorio, nel senso che non assumono una determinazione concretamente attuabile.

Delibera condominiale preparatoria: che cos’è?

Una delibera condominiale è preparatoria quando pone le basi per un percorso decisorio più articolato, ponendone semplicemente i presupposti.

Ad esempio, è preparatoria la delibera con cui i condòmini presenti alla riunione concordano sull’utilità di eseguire lavori di manutenzione della facciata dell’edificio e si aggiornano ad una prossima assemblea per valutare i preventivi di spesa.

Delibera condominiale programmatica: che cos’è?

La delibera condominiale è programmatica quando si limita a pianificare i prossimi incontri, ma non decide nulla di concreto.

Insomma: è programmatica la deliberazione con cui l’assemblea si organizza per il futuro.

Ad esempio, se i condòmini non solo concordano sulla necessità di eseguire alcuni lavori di manutenzione ma stabiliscono anche le date delle prossime riunioni durante le quali si darà incarico a un tecnico per la fattibilità e successivamente per incaricare una ditta, allora la delibera sarà programmatica, in quanto servirà ad organizzare i futuri lavori.

Delibera condominiale interlocutoria: che cos’è?

La delibera condominiale è interlocutoria quando non assume alcune decisione per via dell’incertezza della situazione.

Ad esempio, se l’assemblea si è riunita per deliberare l’esecuzione di alcuni lavori ma ci si accorge che la documentazione del tecnico incaricato è incompleta o poco chiara, allora il consesso può limitarsi a chiedere all’amministratore di raccogliere maggiori informazioni.

È questo un esempio di delibera interlocutoria, la quale rappresenta quindi solo un mero passaggio, non decisorio, all’interno del programma stabilito.

La delibera programmatica è valida?

Secondo parte della giurisprudenza [2], è nulla perché senza oggetto la deliberazione condominiale che non adotta nessuna decisione in concreto.

Nel caso di specie, il giudice ha stabilito che è radicalmente nulla la delibera con cui l’assemblea decide per l’esecuzione dei lavori sulla base di un computo metrico e un riparto inesatti, dando nel contempo incarico al direttore dei lavori di modificarli.

Ciò comporta una “decisione fittizia”, in quanto il computo modificato dovrà poi essere sottoposto nuovamente al vaglio assembleare, rendendo praticamente inutile la prima deliberazione.

Per questo orientamento, dunque, l’assemblea che partorisce una decisione finta in quanto inattuabile è nulla perché concretamente senza oggetto.

Si deve ritenere che tale sentenza non sia però applicabile alla delibera programmatica vera e propria, la quale non “finge” di decidere ma, effettivamente, si limita a organizzare i futuri incontri. Di questo parere è anche la prevalente giurisprudenza. Prosegui nella lettura.

Delibera programmatica: si può impugnare?

Più correttamente altra giurisprudenza [3] ha ritenuto non impugnabili le deliberazioni prive di contenuto decisorio.

Tale orientamento è motivato dal fatto che l’interesse all’impugnazione di una deliberazione dell’assemblea presuppone che la stessa sia idonea a incidere (negativamente) sui diritti dei condòmini.

Poiché una delibera meramente programmatica non fa altro che calendarizzare i lavori condominiali, allora si deve ritenere che la stessa non sia impugnabile, in quanto non in grado di impattare concretamente sulle posizioni soggettive dei condòmini.

Lo stesso dicasi per le delibere preparatorie e interlocutorie, anch’esse prive di un contenuto decisorio.

Pertanto, non sarà possibile impugnare una delibera con cui si programma di affidare l’incarico a un tecnico oppure l’appalto a una ditta, in quanto si rinvia a una futura assemblea per assumere la decisione finale.

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Come tutelo la mia quota di legittima?

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Sospetto che mia madre abbia simulato la vendita di un appartamento a mia sorella. Si tratta in realtà di una donazione e la simulata vendita serve per evitare che l’appartamento cada in successione. Come tutelo la mia quota di legittima?

Dagli atti allegati emerge che è stata venduta da parte di sua madre non la piena, ma la nuda proprietà dell’immobile di cui si discute.

Sua madre si è riservata l’usufrutto dell’appartamento vita natural durante, cioè finché sarà in vita.

Alla morte di sua madre l’usufrutto si estinguerà e sua sorella diventerà piena proprietaria dell’appartamento e annesso garage.

Lei sospetta che l’atto di compravendita della nuda proprietà dell’appartamento e delle relative pertinenze sia simulato e che sia stato posto in essere per sottrarlo al compendio ereditario e, quindi, impedirle di ereditarne la quota a lei spettante quale legittimaria.

A questo riguardo la Corte di Cassazione, con sentenza n. 16.535 del 31 luglio 2020, ha chiarito che quando l’erede legittimario (lei nel nostro caso) agisce in giudizio per:

  • innanzitutto accertare e dichiarare l’avvenuta simulazione (nel nostro caso dell’atto di compravendita della nuda proprietà di immobile e annesso garage) per ricostruire il valore del patrimonio sul quale calcolare la quota che gli spetta e che ritiene che sia stata lesa
  • e quindi reintegrare questa quota con l’azione di riduzione della donazione dissimulata,

se l’erede agisce in questo modo, allora per la Corte di Cassazione si producono i seguenti effetti:

  • il termine decennale di prescrizione dell’azione decorre dal momento dell’apertura della successione (cioè dal momento in cui sua madre sarà deceduta);
  • l’erede legittimario potrà, ai sensi dell’articolo 1417 del Codice civile, dimostrare in giudizio la simulazione anche con testimoni e con presunzioni.

Dunque se lei vorrà, dopo la morte di sua madre, agire contro sua sorella:

  • sia per far accertare e dichiarare la simulazione della compravendita della nuda proprietà dell’appartamento e del garage (per ricostruire il reale valore dell’eredità di sua madre sul quale calcolare la quota che le spetta e che ritiene sia stata lesa)
  • sia per reintegrare la sua quota lesa attraverso l’azione di riduzione della donazione

allora avrà dieci anni di tempo per avviare la causa a decorrere dalla data dell’apertura della successione (cioè dalla data della morte di sua madre) e potrà provare al giudice la simulazione della compravendita anche attraverso testimoni e semplici presunzioni.

La lettera inviata quindi a sua sorella e sua madre è inutile al momento poiché la prescrizione, come le dicevo, decorrerà a partire dalla morte di sua madre a condizione che il giudizio che avvierà sia finalizzato agli scopi ed ai fini che le ho specificato.

Sarà fondamentale, ovviamente, verificare se l’importo indicato nell’atto di compravendita può considerarsi irrisorio anche per quanto riguarda la nuda proprietà dell’appartamento e del garage e a tale scopo saranno utili le tabelle relative ai valori di usufrutto e nuda proprietà applicabili all’epoca dell’atto ad immobili assimilabili a quelli oggetto del contratto da lei allegato.

La verifica della lesione della sua quota di legittima, una volta che si sia dimostrata al giudice la simulazione dell’atto di compravendita della nuda proprietà (che dissimulava, secondo la tesi che lei eventualmente porterà in giudizio, una donazione), avverrà attraverso l’operazione definita riunione fittizia.

La riunione fittizia (articolo 556 del Codice civile) prevede, durante il processo e con una serie di operazioni peritali:

  • la formazione della massa ereditaria; cioè si calcola ila valore dei beni appartenenti al defunto al momento della sua morte, sottraendo a questo valore i debiti eventualmente esistenti;
  • la riunione fittizia vera e propria; al valore dei beni del defunto alla data della sua morte calcolato come appena chiarito, si aggiunge il valore dei beni che il defunto aveva donato durante la sua vita (e qui si aggiungerà il valore dell’appartamento e del garage se in precedenza si sarà riusciti a dimostrare al giudice che la compravendita della loro nuda proprietà era simulata e nascondeva invece una donazione);
  • calcolo della quota disponibile e della legittima; sulla base degli elementi così ottenuti, si procederà infine a valutare se ed in che misura sia stata lesa la quota di legittima spettante agli eredi legittimari.

Queste sono le complesse operazioni che il giudice è tenuto ad eseguire (a mezzo di suo perito) per verificare se ci sia stata o meno lesione della quota di legittima.

Suggerisco quindi, e concludo, che quando sarà il tempo (al decesso di sua madre), prima di avviare un giudizio nei confronti di sua sorella:

  • lei faccia preventivamente verificare da suo perito di fiducia (commercialista, ad esempio) e di sicura elevata competenza, se effettivamente il valore indicato nell’atto di compravendita può essere considerato irrisorio e puramente simbolico anche per la vendita della sola nuda proprietà dell’appartamento e del garage in questione;
  • lei faccia compiere, sempre da suo perito di fiducia, le stesse operazioni che il perito del giudice eseguirebbe in giudizio, per avere una solida certezza che effettivamente la sua quota di legittima sia stata lesa a seguito della vendita simulata dell’appartamento e del garage.

Questi accertamenti preventivi sono indispensabili per avere una sufficiente sicurezza che le richieste rivolte al giudice (accertamento della simulazione di un atto e accertamento della lesione della quota di legittima) siano fondate ed evitare di intraprendere una lite temeraria.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Responsabilità trasportatore: prova del danno

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Abbiamo richiesto al corriere di ritirare una spedizione estera. Dopo diverse richieste in merito alla mancata consegna presso di noi del materiale, ci è stato comunicato che la merce mai è pervenuta. Come possiamo rivalerci sul trasportatore?

Prima di valutare un’azione contro il trasportatore, occorre avere conferma del fatto che la merce sia stata effettivamente inviata dal fornitore svedese.

Pertanto, occorre richiedere prova documentale che attesti l’avvenuta spedizione dalla Svezia e fino a Milano.

Dopodiché, occorre verificare in quale deposito la merce sia finita e a chi sia stata consegnata.

Solo dopo aver avuto prova di ciò, si potrà pensare ad agire contro il trasportatore, reo di aver perso il carico, di cui era divenuto responsabile.

Infatti, se doveste agire contro il trasportatore senza la prova della presa in carico della merce, il rischio sarebbe quello di subire oltre il danno (la perdita della merce e dell’equivalente in denaro), anche la beffa (spese legali e soccombenza processuale).

Quanto detto viene ricavato dall’articolo 1693 del codice civile, il quale stabilisce che il vettore è responsabile della perdita e dell’avaria delle cose consegnategli per il trasporto, dal momento in cui le riceve a quello in cui le riconsegna al destinatario, se non prova che la perdita o l’avaria è derivata da caso fortuito, dalla natura o dai vizi delle cose stesse o del loro imballaggio, o dal fatto del mittente o da quello del destinatario.

Come vedete, il codice civile pone a carico del vettore una presunzione di responsabilità che può essere vinta solo dalla prova specifica della derivazione del danno da caso fortuito; ma tale responsabilità sorge solo con la presa in carico della merce.

Il furto della merce è compreso nell’ipotesi di caso fortuito, ma solo se il fatto sia inevitabile ed imprevedibile, ovvero se esso sia stato perpetrato in circostanze di tempo e di luogo tali da rendere l’evento imprevedibile o inevitabile. Va da sé che l’esclusione della responsabilità non opera se il fatto è avvenuto con modalità tali da evidenziare l’omessa adozione di cautele idonee ad evitarlo
(si confronti, Tribunale Latina, sez. I, 27/12/2021, n. 2259).

Per tali ragioni, data per accertata la responsabilità del trasportatore, occorrerà inviare una messa in mora, tramite legale, a quest’ultimo, rappresentando come a causa di un suo inadempimento contrattuale è andata smarrita la merce di cui si era commissionato il trasporto fino alla Vs. sede.

Se la diffida dovesse risultare infruttuosa, allora occorrerà avviare un giudizio dinanzi al tribunale per far accertare giudizialmente la responsabilità del vettore e ottenere una sentenza che possa consentire un’azione esecutiva contro il trasportatore per il recupero coattivo delle somme che vanterete (l’equivalente della fattura da Voi quietanzata).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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Titoli di Stato: cosa sono, rischio e rendimento

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Quanto conviene investire in obbligazioni? Come si acquistano? Quali tipologie ci sono? Quando si incassa il guadagno?

Come si finanzia un Paese? Sicuramente con le tasse pagate dai contribuenti, che siano essi persone fisiche, società, piccole e grandi imprese. Ma ci sono altri modi in cui un Paese fa cassa: si tratta dei titoli di Stato. Cosa sono? Rischio e rendimento sono bilanciati per i risparmiatori?

Per dirla in parole semplici, i titoli di Stato sono dei prestiti che gli investitori fanno a chi li emette, cioè allo Stato, appunto. In questo modo, i governi hanno maggiori risorse per garantire i servizi ai cittadini.

Naturalmente, non sono privi di rischi e, tra questi, c’è proprio il rendimento: si è nelle mani del relativo collocamento in sede di mercato primario o dal suo andamento sul mercato secondario. Tuttavia, sono decisamente più sicuri rispetto ad altre forme di investimento. Vediamo come funzionano e quanto conviene fare questa scelta, soprattutto per il piccolo risparmiatore.

Titoli di Stato: cosa sono?

I titoli di Stato sono delle obbligazioni che vengono emesse regolarmente dal ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso il Dipartimento del Tesoro per finanziare le attività di un Paese.

A questo punto, dunque, occorre spiegare che cosa sono le obbligazioni. Si tratta di titoli grazie ai quali l’investitore diventa creditore della società che li emette (in questo caso, lo Stato). Quest’ultima, in cambio della sottoscrizione o dell’acquisto, si impegna a restituire il capitale entro una certa scadenza con i dovuti interessi.

Le obbligazioni ordinarie (quelle più comuni) possono essere:

  • a tasso fisso, e quindi rendere gli interessi pattuiti alla sottoscrizione;
  • a tasso variabile e, pertanto, rendere gli interessi prodotti a seconda dei tassi di mercato.

I titoli di Stato prevedono la liquidazione periodica degli interessi in date prestabilite: sono le cosiddette cedole.

L’investimento ha una durata variabile, a seconda del reddito che il sottoscrittore si aspetta di ricevere in un determinato orizzonte temporale. Ad ogni modo, possono essere rivenduti prima della scadenza sui mercati regolamentati (la Borsa è l’esempio più classico) alle condizioni stabilite dal mercato.

Titoli di Stato: tipologie e rendimento

I titoli di Stato messi a disposizione dal ministero dell’Economia e delle Finanze agli investitori sono i seguenti:

  • i Bot, Buoni ordinari del Tesoro: sono titoli a breve termine, con durata non superiore a un anno e privi di cedole. Il rendimento è dato dalla differenza tra il prezzo di rimborso, cioè la somma che viene restituita alla scadenza, e quello di acquisto. È il cosiddetto «scarto d’emissione»;
  • i Ctz, Certificati del Tesoro zero coupon: sono titoli a 24 mesi, anche in questo caso privi di cedole. Il rendimento è del tutto simile a quello dei Bot, cioè la differenza tra il prezzo di rimborso e quello di emissione;
  • i Btp, Buoni del Tesoro poliennali: sono titoli con cedole fisse semestrali e offrono la possibilità di scegliere tra le seguenti durate all’emissione: 3, 5, 7, 10, 15, 20, 30 e 50 anni. È previsto il pagamento di cedole fisse, il che consente di avere un reddito costante. In questo modo, il prezzo sul mercato secondario, e quindi il valore capitale che è possibile ottenere da un’eventuale vendita prima della scadenza, può discostarsi sia dal capitale inizialmente investito sia dal rimborso a scadenza, variando in funzione del livello corrente dei tassi di interesse sul debito pubblico italiano;
  • i BTP€i, Buoni del Tesoro poliennali indicizzati all’inflazione europea: sono titoli con durata di 5, 10, 15 e 30 anni che garantiscono un reddito costante ma in termini reali, ossia prevedono una protezione contro l’aumento del livello dei prezzi a livello europeo. Il capitale viene rimborsato a scadenza e le cedole semestrali sono rivalutate in base all’andamento dell’inflazione europea, misurato dall’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo nell’area dell’euro (IAPC) con esclusione dei tabacchi. In pratica, i soldi investiti non subiranno alcun calo a causa dell’inflazione;
  • i CCTeu, Certificati di credito del Tesoro indicizzati all’Euribor: sono titoli con cedola variabile. In pratica, adeguano il valore del loro reddito periodico ad un parametro di mercato;
  • i Btp Italia, Buoni del Tesoro poliennali Italia: sono titoli con cedole semestrali e durata stabilita di volta in volta mediamente pari a sei anni. Possono essere acquistati anche online all’emissione, oltre che allo sportello bancario o presso un ufficio postale. Le cedole, pagate semestralmente, e il capitale, la cui rivalutazione viene anch’essa corrisposta semestralmente, si adeguano in base all’andamento dell’inflazione italiana, misurato dall’Indice nazionale dei prezzi al consumo per famiglie di operai ed impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi.

Titolo di Stato: quali rischi?

Si può mettere la mano sul fuoco senza scottarsi quando si investe in titoli di Stato? Prendere una brutta scottatura è difficile ma non si deve escludere che venga fuori qualche bolla. Come abbiamo detto poco fa, in alcune tipologie di titoli il rendimento dipende dall’andamento del mercato e dall’esito del collocamento al momento della sottoscrizione.

Per quanto lo Stato si impegni a dire che queste obbligazioni sovrane devono essere investimenti altamente sicuri circa il loro rimborso a scadenza ed il pagamento degli interessi, il rischio c’è. In caso di negoziazione prima della scadenza sul mercato secondario, il prezzo, e di conseguenza il controvalore incassato, può differire dal valore di rimborso previsto alla scadenza. In altre parole, i titoli di Stato, come tutti i titoli negoziabili, sono soggetti ad oscillazione di prezzo e quindi al rischio di mercato.

Quest’ultimo è legato all’andamento dei tassi di interesse. Anche nel caso del titolo a tasso fisso già emesso da Ministero, si possono presentare due situazioni:

  • una diminuzione dei tassi di interesse sul debito pubblico italiano che corrisponde ad un aumento di prezzo;
  • un aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico che corrisponde ad una diminuzione di prezzo, cioè l’esatto contrario del caso precedente.

In entrambi i casi, un titolo di Stato prima della scadenza è soggetto ad oscillazioni di prezzo, mentre alla scadenza viene rimborsato al suo valore nominale. Altro non è che un invito a portare l’investimento alla scadenza naturale in modo da evitare sorprese. Ovviamente, il titolo non venduto anticipatamente comporta che lo Stato può disporre di quei soldi fino alla fine dell’investimento.

Titoli di Stato: come acquistarli?

L’investitore può acquistare i titoli di Stato:

  • al momento dell’emissione (di norma tramite asta);
  • sul mercato secondario, dove vengono quotidianamente scambiati.

In entrambi i casi è necessario rivolgersi alla banca o intermediario finanziario abilitato presso cui il risparmiatore ha un conto aperto.

Acquistano all’asta non si è tenuti a pagare commissioni per tutti i titoli di Stato tranne che per i Bot, per i quali sono comunque previste delle integrazioni massime fissate con decreto ministeriale. Le commissioni, invece, sono libere quando si acquistano i titoli sul mercato secondario, cioè quando si comprano dei titoli già in circolazione. Nulla vieta al risparmiatore di «trattare».

L’investitore deve prenotare il quantitativo desiderato, per un importo minimo di 1.000 euro, con almeno un giorno di anticipo rispetto alla data dell’asta. Il calendario delle aste e i comunicati che riportano tutte le informazioni utili sui titoli in emissione e i risultati delle aste, sono pubblicati sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze.

In alternativa, è possibile comprare titoli di Stato:

  • sul Mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di Stato (il Mot): si tratta del mercato secondario regolamentato gestito dalla Borsa Italiana S.p.A;
  • sui mercati regolamentati, dove i titoli di Stato italiani sono quotati di diritto.
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Conclave: come si elegge un Papa?

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La procedura seguita passo dopo passo per la nomina di un nuovo Pontefice: dalla segretezza della Sistina all’«Habemus Papam» in Piazza San Pietro.

«Annuntio vobis, gaudium magnum: habemus Papam». È la formula che il cardinale protodiacono pronuncia per annunciare al mondo, dalla loggia della Basilica di San Pietro in Vaticano, che la Chiesa cattolica ha un nuovo Pontefice. A quel momento si arriva dopo giorni di estenuanti trattative tra i porporati, tra le varie correnti, per eleggere il nome di chi dovrà essere nominato successore dell’Apostolo e guidare la comunità religiosa più numerosa del pianeta. Ma come si svolge un Conclave? Come si elegge un Papa?

La procedura non è stata stabilita nelle Sacre scritture: è stata la Chiesa stessa, nel corso dei secoli, a prevedere e a modificare le norme per l’elezione del Santo Padre. Che – lo ricordiamo – oltre ad essere il capo della Chiesa cattolica è anche vescovo di Roma e, a tutti gli effetti, un capo di Stato, dello Stato vaticano, appunto.

L’ultima modifica alle regole che disciplinano un Conclave è stata introdotta da Benedetto XVI. Il suo predecessore, Giovanni Paolo II, promulgò il 22 febbraio 1996 la Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, la legge a cui si fa tuttora riferimento per l’elezione del Papa.

Conclave: chi elegge un Papa?

Il termine Conclave deriva dal latino cum clave, cioè «chiuso con la chiave». Viene indicata così la sala in cui si riuniscono i cardinali per l’elezione del Papa, vale a dire la Cappella Sistina, all’interno del Vaticano, a cui nessuno può accedere finché non finiscono i lavori e viene nominato il nuovo Pontefice.

Alla morte di un Papa (o alle sue dimissioni, se teniamo conto del caso più unico che raro di Josef Ratzinger, che abbandonò il Soglio pontificio di sua spontanea volontà il 28 febbraio 2013), vengono convocati in Vaticano i cardinali elettori che parteciperanno al Conclave per l’elezione del nuovo Pontefice.

Hanno diritto di voto tutti i cardinali che non abbiano ancora compiuto 80 anni alla data d’inizio della sede vacante e non a quella del Conclave.

Conclave: come si svolge?

Come detto, il primo passaggio della procedura per eleggere un Papa è quello di convocare i cardinali elettori, accolti solitamente nella residenza di Santa Marta, all’interno del Vaticano, la stessa scelta da Papa Francesco come residenza al posto degli appartamenti del Palazzo Apostolico occupati dai suoi precessori.

Prima di entrare nella cappella Sistina, nei momenti che precedono l’inizio del Conclave, i porporati celebrano una messa nella Basilica di San Pietro, la cosiddetta Santa Messa «Pro Eligendo Romano Pontifice». Poi, si riuniscono nella Cappella Paolina, nel Palazzo Apostolico. Da qui, intonando l’inno «Veni, creator Spiritus», con cui invocano la presenza dello Spirito Santo, sfilano in corteo per entrare nella Cappella Sistina. Prima di accomodarsi nei seggi appositamente allestiti all’interno della Sistina per l’occasione, ogni cardinale giura di svolgere fedelmente, nel caso in cui venga eletto, il suo ministero come Papa e, comunque, di mantenere il segreto su tutto ciò che succede, che si dice e che si sente durante l’elezione.

Una volta entrato l’ultimo dei cardinali, si compie un altro rito indispensabile per l’avvio del Conclave: l’Extra omnes. Spetta al maestro delle celebrazioni liturgiche pronunciare quell’espressione, che impone a tutti gli estranei di uscire dalla Cappella Sistina (fotografi, operatori televisivi, cerimonieri, ecc.). Le porte vengono chiuse con la chiave. Con-clave, appunto.

Da quel momento e fino alla nomina del nuovo Pontefice, i cardinali riuniti all’interno restano completamente isolati. L’ambiente viene schermato anche per eliminare il segnale che potrebbe rendere attivi i cellulari, sia dentro la Sistina sia tra la Cappella e la residenza di Santa Marta dove alloggiano i cardinali. Il personale che assiste i porporati con qualsiasi funzione viene controllato con metal detector per impedire che possano avere addosso qualsiasi dispositivo in grado di compromettere la riservatezza.

Prima di lasciare il Soglio Pontificio, Benedetto XVI rese con Motu proprio più severe le norme sulla segretezza del Conclave. Ratzinger ordinò che «l’intero territorio della Città del Vaticano e l’attività degli uffici fossero regolati per garantire la riservatezza dell’elezione». Ogni singola violazione delle regole comporta la scomunica immediata e automatica (una volta doveva deciderla il Papa in un secondo momento).

Conclave: come si svolge il voto?

Ogni cardinale avrà con sé una scheda rettangolare che gli sarà stata consegnata dai maestri cerimonieri. Nella parte superiore c’è, prestampata, la scritta in latino Eligo in Summum Pontificem, cioè «eleggo Sommo Pontefice». Sotto, bisognerà scrivere il nome del cardinale per il quale si vuole votare.

Quindi, vengono estratti a sorte tra gli elettori tre scrutatori, tre incaricati di raccogliere il voto dei cardinali infermi e tre revisori.

Scheda ben visibile in mano, i cardinali vanno verso l’altare e pronunciano quest’altro giuramento: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto». Dopodiché, depositano la scheda con la loro preferenza su un piatto da raccolta da cui il foglietto scivolerà sull’urna.

Conclusa la votazione, il primo scrutatore mescola le schede. Poi, l’ultimo scrutatore procede al conteggio, prendendole una alla volta in maniera visibile e riponendole in un altro contenitore vuoto. Il numero delle schede deve corrispondere a quello degli elettori, altrimenti verranno bruciate tutte nella stufetta allestita all’interno della Sistina, la stessa collegata al comignolo da cui uscirà la fumata bianca o nera a seconda del risultato positivo o negativo della votazione. Ciò significa che ai cardinali non è consentita l’astensione.

Il terzo scrutatore legge ad alta voce il nome che via via trova nelle schede durante lo spoglio. Poi, i foglietti vengono forati e legati con un filo. I revisori effettuano l’ultimo controllo prima di introdurre le schede nella stufetta per bruciarle ed inviare al mondo il messaggio atteso: habemus o non habemus Papam.

Affinché il Pontefice venga correttamente eletto, è necessaria una maggioranza qualificata di due terzi, calcolati sulla base dei cardinali presenti. Dopo la 33esima votazione senza risultato utile, come stabilito da Benedetto XVI, dovrà essere fatto un ballottaggio tra i due cardinali che hanno avuto il numero più alto di voti. Servirà, però, anche in questo caso la maggioranza di due terzi. I due cardinali che partecipano al ballottaggio non potranno votare.

Conclave: cosa fa il cardinale eletto dopo il voto?

Nel momento in cui uno degli elettori ottiene i due terzi dei voti, il cardinale Decano, a nome di tutto il Collegio cardinalizio, chiede al prescelto il consenso. Gli pone, cioè la domanda: «Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?». Appena pronunciato il sì, il Decano gli chiede: «Come vuoi essere chiamato?». Il nuovo Papa comunica il nome con cui verrà chiamato da Pontefice.

Verrà scritto un verbale dell’elezione, quindi si darà fuoco alle schede per annunciare al mondo l’elezione con la fumata bianca.

Può anche succedere – anche se non si è mai data questa circostanza – che l’eletto non si trovi fisicamente nella Cappella Sistina. Potrebbe, ad esempio, capitare che uno degli elettori rimanga a Santa Marta perché indisposto oppure che venga scelto un cardinale che, per qualsiasi altro motivo, non ha potuto partecipare al Conclave. Se così dovesse succedere, verrebbe convocato il sostituto della Segreteria di Stato affinché, nel più totale segreto, faccia arrivare il nuovo Pontefice alla Sistina.

Il neoeletto procede ad indossare la veste bianca preparata per il nuovo Papa. Di solito, sono a disposizione diverse taglie per evitare che il Pontefice non riesca ad indossarla. Quindi, e prima di affacciarsi sulla loggia, canta con gli altri cardinali il Te Deum e si ritira in preghiera personale nella Cappella Paolina, detta anche «la stanza del pianto» perché molto spesso il Papa appena eletto scoppia in lacrime per l’emozione e per il senso di responsabilità dell’incarico ricevuto.

Conclave: l’annuncio ufficiale sulla loggia

Concluso questo momento di raccoglimento, si affaccia sulla loggia della Basilica di San Pietro il cardinale protodiacono per il tradizionale «Habemus Papam», cioè per annunciare «con grande gioia» l’elezione del Pontefice. Pronuncia, seguendo la formula in latino, cognome e nome del cardinale scelto e poi il nome con cui egli verrà chiamato come Papa.

Dopo qualche minuto, il Santo Padre si affaccia sulla loggia per salutare e benedire i fedeli presenti in Piazza San Pietro e quelli collegati dalle televisioni di tutto il mondo. Fino al 1978, il Papa non usava fare un breve discorso improvvisato nella sua prima apparizione come Pontefice. Fu Karol Wojtyla il primo a rompere questo silenzio e a rivolgere un saluto ai fedeli, con l’ormai celebre frase «se sbaglio mi corriggerete». Alla fine, il Papa impartisce la sua prima benedizione Urbi et Orbi, cioè alla città (come vescovo di Roma) e al mondo (come capo della Chiesa cattolica universale).

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5 razze di animali assolutamente vietate in Italia

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scimmiette, ricci, pappagalli: specie che non è possibile tenere in casa e sulle quali vige il divieto di commercializzazione. La sanzioni per i trasgressori.

«Caro, mi aiuti a dare la medicina all’elefante, che non vuole uscire dalla cuccia?». Una domanda così suona ridicola, perché nessuno potrebbe mai pensare di avere in casa un elefante o una tigre, un leone o una iena come animale di compagnia. E non solo per questioni di sopravvivenza (del proprietario, ovviamente) ma anche perché la legge non lo permette. Ci sono almeno 5 razze di animali assolutamente vietate in Italia. «Almeno», visto che le specie protette che non possono essere tenute in cattività o che non vengono riconosciute come animali da affezione sono molte di più.

Il primo aspetto da considerare è il concetto di «animale di compagnia» o «animale di affezione», così come viene definito dalla legge. Perché ci sono delle specie che possono essere lecite o vietate a seconda della razza. Ad esempio, è possibile tenere in una teca un serpente non pericoloso per l’uomo ma non un cobra o una vipera. È consentita la scimmietta ma non lo scimpanzé. E così via. Vediamo, allora, 5 razze di animali assolutamente vietate in Italia.

Animale domestico: che cosa significa?

La legge [1] intende per animale di compagnia quello «tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo per affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da pet-therapy, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità».

Più ampio, invece, il concetto di «animale domestico», poiché comprende quelli tenuti per fini produttivi, come galline, conigli, polli, piccioni, mucche o tacchini, purché si tratti di allevamenti privati (il classico pollaio o la stalla di famiglia) e non a livello commerciale o industriale.

Nel dettaglio, il Regolamento europeo sugli animali di compagnia [2] riconosce come tali:

  • cani;
  • gatti;
  • furetti;
  • invertebrati (escluse le api ed i crostacei);
  • pesci tropicali decorativi;
  • anfibi e rettili;
  • uccelli (esclusi i volatili previsti dalle direttive europee);
  • roditori e conigli domestici.

Questo significa che tra gli animali di compagnia non rientrano quelli selvatici.

Bisogna, poi, precisare che alcune specie di animali domestici contengono delle razze il cui commercio è consentito in Italia ed altre che sono assolutamente vietate. Poniamo il caso dei serpenti. La legge non permette di acquistare un cobra o un serpente a sonagli (in generale, quelli velenosi) ma e possibile convivere, ad esempio, con un serpente del latte, con un pitone reale o con un boa constrictor (in quest’ultimo caso, solo se si ha una lunga esperienza con questo tipo di rettili). Insomma, dire che, in generale, il serpente è un animale vietato non è corretto: bisogna distinguere tra le varie razze.

Le razze assolutamente vietate in Italia

Ci sono due motivi per cui ci sono delle razze di animali assolutamente vietate in Italia. La prima riguarda la loro pericolosità per l’uomo, nonostante c’è chi rischia grosso adottando delle specie esotiche che potrebbero rivelarsi letali.

La pericolosità dell’animale non va intesa, però, solo dal punto di vista di ipotetiche aggressioni, come nel caso di un serpente o di un grosso felino. Ci sono, ad esempio, dei mammiferi o dei rettili selvatici che possono trasmettere delle malattie. Per questo, la legge ha posto dei limiti all’adottabilità e all’importazione di determinate specie.

L’altro motivo di divieto riguarda la protezione di alcuni tipi di animali. A tal proposito, è in vigore anche in Italia la Convenzione di Washington del 1975 (nota come Cites) sulla fauna in via di estinzione, il cui commercio internazionale non è consentito. La Cites contiene un elenco di ben 36mila specie protette.

Scimmie, scimpanzé ed altri primati

Sulla base di tutto ciò, è assolutamente vietato tenere in casa, ad esempio, uno scimpanzé o qualsiasi altri tipo di primate. È illegale l’acquisto, la vendita, l’importazione o l’esportazione di questo tipo di animali on quanto ritenuti esotici. Vale anche per una delle razze più ricercate, poiché tra le più intelligenti e facilmente addomesticabili, ovvero la scimmietta cappuccino. La si vede spesso in film o spot pubblicitari. L’utilizzo dell’animale in questo contesto è permesso (dietro le dovute autorizzazioni). Ma gli amanti della simpatica scimmietta dovranno accontentarsi di vederla, appunto, al cinema o in televisione.

Tartarughine d’acqua

Molto più diffuso il culto della tartaruga. La si regala, di solito, ai bambini quando è ancora piccola e la si vede crescere in una teca con acqua. Bene, attenzione perché dal 14 febbraio 2018 è vietato in Italia il commercio della tartaruga aliena, ovvero la classica tartarughina d’acqua. Chi prima di quella data d’aveva già acquistata, ovviamente, non deve disfarsene ma è tenuto a denunciarne il possesso: basta compilare, eventualmente con l’aiuto di un veterinario, l’apposito modulo che si trova sul sito del ministero dell’Ambiente ed inviarlo allo stesso ministero tramite Pec, fax o raccomandata. L’attestazione dell’invio autorizza automaticamente il proprietario a continuare a detenere la sua tartarughina.

Pappagalli cenerini

Altro ché Fiorello o Massimo Lopez: tra i migliori imitatori della voce umana c’è il pappagallo cenerino, chiamato così per il suo tipico colore grigio-cenere. Si tratta di un uccello molto diffuso in Italia, dalle particolari capacità cognitive perché in grado di associare alcune parole dell’uomo con il loro significato. Questa specie animale, secondo le più recenti norme Cites del 2017, è stata inserita tra quelle protette perché a rischio di estinzione e, quindi, chi aveva l’aveva già acquistata deve denunciarne la detenzione presso i servizi territoriali dei Carabinieri forestali, previo pagamento di un bollettino di 11,62 euro intestato al ministero dell’Ambiente. Oggi, la vendita del pappagallo cenerino è vietata in Italia.

Ricci

Chi vuole adottare un riccio da tenere in casa come animale di compagnia deve stare molto attento alla razza. È possibile, ad esempio, acquistare un riccio africano o pigmeo, liberamente commercializzato in Italia nei negozi o negli allevamenti specializzati. Ma è assolutamente vietato avere un riccio autoctono o riccio europeo (il nome scientifico è erinaceus europeus) cioè uno di quelli che normalmente si trovano nei boschi o nelle campagne: si tratta, infatti, di una specie protetta.

Cinghiali

Tenere un maialino in casa è un’abitudine più diffusa di quanto si possa pensare. Avere, però, un altro tipo di suino come un cinghiale è vietato dalla legge. Questa specie animale rientra, infatti, tra quelle che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica e per le quali è proibita la detenzione. Quindi, pretendere di acquistare un cinghiale come animale di compagnia non è legale. Detenere questi suini è consentito solo agli allevamenti autorizzati.

Animali vietati: cosa si rischia?

Chi viola il divieto di tenere come animali domestici quelli vietati dalle varie leggi in materia commette reato e rischia l’arresto da tre mesi a un anno o un’ammenda da 7.747 a 103.291 euro, oltre al sequestro dell’animale.

Tuttavia, è possibile chiedere e ottenere l’autorizzazione del Prefetto alla detenzione di animali pericolosi, purché in possesso di idonee strutture di custodia.

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Quando un minore viene affidato ai nonni?

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funziona la procedura di affidamento temporaneo dei nipoti ai loro nonni, che scatta quando risulta che i genitori non sono in grado di prendersi cura dei bambini o li abbandonano e li maltrattano.

Togliere un bambino ai genitori è sempre un provvedimento drastico e doloroso. Per evitare di arrivare all’ultima spiaggia, cioè all’affidamento extrafamiliare e alla messa in adozione, quando i genitori non sono in grado di provvedere ai propri figli si cerca di ricorrere alla rete di protezione familiare, a partire dai nonni, materni o paterni. La giurisprudenza – con un’espressione un po’ antiquata, ma sempre efficace – «figure vicarianti» dei genitori che, per vari motivi, sono assenti, inadatti o incapaci di svolgere il proprio ruolo.

Vediamo quando un minore viene affidato ai nonni, e precisamente quando può essere disposto l’affidamento temporaneo e come si svolge il procedimento giudiziario: perché deve essere sempre un giudice a decidere questi delicati casi, e nella procedura vengono coinvolti diversi esperti del settore, come gli psicologi dell’età evolutiva e gli assistenti sociali.

Dove deve crescere un figlio minore?

Ogni figlio minorenne ha il diritto di crescere nella propria famiglia: lo stabilisce a chiare lettere l’art. 30 della Costituzione, quando impone ai genitori il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio, e lo ribadiscono le varie convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito [1]. La stessa legge sulle adozioni del 1983 contiene un apposito capitolo che, con una riforma approvata nel 2015, è stato intitolato: «Diritto del minore ad una famiglia» [2].

Che ruolo hanno i nonni nella crescita dei nipoti?

Tutto questo significa che i bambini e i ragazzi hanno il pieno diritto di crescere serenamente e senza traumi nel proprio nucleo familiare di origine, e in ciò devono ricevere il necessario supporto dai genitori e degli altri parenti stretti, a partire dai nonni, che sono figure di riferimento importantissime per il corretto sviluppo della personalità del minore.

I giuristi esperti di diritto di famiglia, gli psicologi dell’infanzia ed i sociologi ormai concordano nel ritenere che la famiglia – intesa in senso ampio, dunque comprendente anche i nonni ed altri membri “vicini”, come gli zii – è un ambiente privilegiato che consente al bambino di ritenersi parte di un gruppo consolidato e dotato di legami affettivi forti.

Quando il giudice dispone l’affido dei minori ai nonni?

Come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, perciò a volte capita che i genitori si disinteressino dei propri figli, non siano capaci di educarli o mantenerli (per tossicodipendenza, alcolismo o altri motivi) o addirittura li abbandonino, o compiano violenze, maltrattamenti e abusi su di loro. In queste tristi situazioni scattano gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento: il minore viene messo sotto protezione, e tolto dal luogo non sicuro in cui si trova, e il giudice adotta provvedimenti temporanei di allontanamento dal nucleo familiare: in parole povere, i figli vengono tolti ai genitori (uno solo o entrambi).

Si tratta, a questo punto, di decidere dove collocare il minore così prelevato, e si tende a non sradicarlo del tutto dal suo ambiente. Ecco che in questa fase i nonni assumono un ruolo fondamentale, se risultano in grado di accudire il minore e fornirgli il sostegno materiale ed affettivo necessario per la sua crescita.

Quando questa valutazione è positiva, il giudice dispone l’affidamento temporaneo intra-familiare – non, dunque, quello extrafamiliare, detto anche eterofamiliare, che è riservato ai casi estremi, quando si dichiara la decadenza dalla responsabilità genitoriale [3] – e dispone il collocamento del minore presso i nonni materni o paterni. In questo modo il legame familiare può continuare a sussistere senza grossi traumi, a parte, ovviamente, quello, inevitabile, della perdita, per un periodo di tempo più o meno prolungato, delle figure genitoriali di riferimento.

Come si svolge la procedura di affidamento dei nipoti ai nonni?

La legge [4] lascia un’ampia discrezionalità nello stabilire i termini e le modalità dell’affidamento temporaneo dei minori a persone diverse dai loro genitori, e dunque il giudice ha un ampio margine di intervento nell’adottare, nel caso concreto, i provvedimenti che risultano più «opportuni e convenienti». Nella prassi giudiziaria seguita dai tribunali italiani, i nonni sono spesso prescelti per svolgere questo ruolo di affido dei propri nipoti.

Il provvedimento di affidamento familiare ai nonni emesso dal tribunale per i minorenni indica:

  • i modi e i tempi di esercizio dei poteri attribuiti agli affidatari;
  • la durata del periodo di affidamento (al termine del quale si procede a un riesame delle condizioni, per stabilire la loro conferma, modifica o revoca);
  • il servizio territoriale che svolgerà i compiti di vigilanza durante l’affidamento, riferendo al tribunale tutti i gli elementi informativi acquisiti.

Quando i nipoti non possono essere affidati ai nonni?

I nonni, evidentemente, devono risultare idonei all’impegnativo compito loro affidato. I giudici, per stabilire se c’è o no questa adeguatezza dei nonni, valutano attentamente se sono o meno in grado – in relazione all’età, allo stile di vita e a tutte le altre circostanze – di provvedere a tutti i bisogni del minore, che, come abbiamo visto, non solo soltanto essenzialmente materiali ma anche affettivi.

Perciò, se alla stregua degli elementi acquisiti dai servizi sociali territoriali il collocamento dei minori presso i nonni risulta pericoloso per la loro salute o comunque pregiudizievole per la loro crescita sana ed equilibrata, il giudice lo esclude e lo nega, cercando altre soluzioni valide in ambito familiare, e, se non ve ne sono, disponendo l’affidamento preadottivo.

Affidamento ai nonni: il minore va sentito?

È importante notare che nella procedura che abbiamo descritto il minore deve essere ascoltato dal giudice se ha compiuto i 12 anni, per acquisire il suo parere. L’audizione viene disposta, se è opportuno compierla, anche per i bambini di età inferiore [5]. Il giudice non è vincolato a recepire le opinioni e ad accogliere i desideri del minore, ma deve comunque tenerne conto. Leggi quanto il parere del minore incide sull’affidamento.

La Corte di Cassazione [6] ha precisato che in determinati casi, prima di disporre l’affidamento dei minori ai nonni, è necessario anche disporre una Ctu, una consulenza tecnica d’ufficio, svolta da esperti nominati dal tribunale per i minorenni, per accertare l’esistenza o meno di un «autentico legame affettivo» tra i bambini ed i nonni e verificare le loro effettive capacità di «soddisfare le esigenze del minore e a salvaguardarne il sano ed equilibrato sviluppo psico-fisico».

Affidamento nipoti ai nonni: quanto dura?

I provvedimenti giudiziari di affidamento dei minori in ambito familiare non sono mai definitivi: sono sempre temporanei, e quindi rivedibili nel tempo, quando mutano le circostanze che li avevano determinati. Perciò è possibile – quando, ad esempio, un padre ha compiuto un positivo percorso di reinserimento e recupero dalla tossicodipendenza – che il genitore riottenga l’affidamento dei propri figli.

L’affidamento familiare dei nipoti ai nonni cessa con provvedimen­to dello stesso ufficio giudiziario che lo aveva precedentemente disposto, dopo aver rivalutato l’attuale interesse del minore, quando viene meno la situazione di difficoltà o di abbandono, o quando risulta che la sua prosecuzione rechi pregiudizio al minore.

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Disabile: ha diritto a più giorni di malattia?

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Rientrano nel comporto le malattie riconducibili allo stato di invalidità?

Un disabile ha diritto a più giorni di malattia rispetto a un lavoratore ordinario in perfetto stato di salute? A tale domanda ha fornito più volte risposta la giurisprudenza con orientamenti ondivaghi. 

Il problema che si è posto è se il cosiddetto «periodo di comporto» – ossia il diritto alla conservazione del posto di lavoro durante l’assenza per malattia, entro il termine massimo fissato dal contratto collettivo – debba essere identico per tutti i dipendenti o se invece una tale situazione non costituisca una indiretta discriminazione nei confronti dei portatori di handicap. 

In buona sostanza, il pensiero di molti è che riconoscere al disabile lo stesso termine di comporto di una persona sana finisce per pregiudicare il primo, violando il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Principio in forza del quale situazioni uguali devono essere trattate in modo uguale, ma situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. Ecco perché, come avremo modo di vedere a breve, secondo diversi giudici un disabile ha diritto a più giorni di malattia. Ma procediamo con ordine. 

Comporto: di cosa si tratta?

Partiamo dal concetto di comporto. Quando un dipendente è assente dal lavoro per malattia non può essere licenziato a causa di ciò. Sarebbe ingiusto e discriminatorio. Lo potrebbe essere però per altre ragioni come, ad esempio, una crisi aziendale o una ristrutturazione, la produzione di un certificato medico falso o un altro comportamento illecito sotto il profilo disciplinare commesso prima o durante l’assenza.

Il licenziamento per malattia è ammesso solo se l’assenza dal lavoro supera i limiti di tempo fissati dalla legge o dal contratto collettivo (questo termine si chiama appunto «periodo di comporto»). In buona sostanza, è giusto assentarsi quando si ha qualche problema fisico (dall’influenza a una grave patologia) ma entro un termine massimo rivolto a non pregiudicare l’organizzazione dell’azienda. A fissare quanti giorni di assenza per malattia si possono fare in un anno è il contratto collettivo. Al superamento di questi scatta il licenziamento che, a tal fine, non deve essere motivato da altre ragioni. In altri termini basta assumere che è stato superato il comporto.

Durata del comporto

La legge regolamenta la durata del comporto solo per gli impiegati, differenziandola in relazione all’anzianità di servizio del lavoratore:

  • 3 mesi, quando l’anzianità di servizio non supera i dieci anni;
  • 6 mesi, quando l’anzianità di servizio supera i dieci anni.

Per gli operai, invece, la durata del periodo di comporto è stabilita dalla contrattazione collettiva.

Quando è ammesso un periodo di comporto più lungo?

I contratti collettivi possono protrarre il periodo di comporto in caso di malattie lunghe, caratterizzate dalla necessità di cure post-operatorie, terapie salvavita e di una conseguente gestione flessibile dei tempi di lavoro. 

Tali ipotesi si rivelano particolarmente significative con riferimento a lavoratori affetti da malattie oncologiche, che spesso necessitano di un periodo di comporto più ampio rispetto a quello previsto in via ordinaria . In questi casi, diversamente da quanto accade normalmente, il lavoratore ha l’onere di dare notizia al datore di lavoro anche della natura della malattia da cui è affetto prima che il datore di lavoro eserciti la facoltà di recesso consentita alla scadenza del comporto ordinario.

Si può licenziare un disabile per superamento del comporto?

In genere, così come chiarito dalla Cassazione [1], è legittimo il licenziamento dell’invalido per superamento del periodo di comporto, salvo quando le assenze per malattia sono dovute a: 

  • responsabilità del datore di lavoro per avergli assegnato mansioni incompatibili con la disabilità;
  • infortunio sul lavoro determinato dalla mancata adozione delle misure di sicurezza che il datore avrebbe dovuto prestare. 

Quindi è chiaro che il licenziamento per superamento del comporto vale anche per i disabili, pur se l’assenza è stata determinata dalla stessa invalidità nota o ignota al datore.

Il disabile ha diritto a un comporto più lungo e a più giorni di malattia?

Veniamo ora a quanti giorni di malattia devono essere assegnati al lavoratore disabile. È verosimile che questi, qualora soffra di un male cronico, sia soggetto a un maggior numero di assenze rispetto al lavoratore ordinario e che ciò non dipenda da sua colpa. È quindi giusto, almeno in un’ottica sostanziale, trattarlo in modo diverso garantendogli un comporto più lungo.

A favore di tale tesi esistono numerose sentenze. Ad esempio:

  • secondo il Tribunale Vicenza [2], il lavoratore disabile è, in linea di principio, maggiormente esposto al recesso per superamento del comporto, in quanto è soggetto al rischio ulteriore di assenze dovute a una malattia collegata alla disabilità. A tal proposito, la normativa comunitaria [3] riserva agli Stati membri un ampio margine di discrezionalità in ordine ai ragionevoli accomodamenti da adottare per tutelare il lavoratore affetto da handicap. Così se il datore di lavoro fa rientrare nel calcolo del comporto anche i giorni di malattia dovuti alla disabilità spetta al giudice verificare se egli abbia davvero attuato le soluzioni ragionevoli al fine di garantire il rispetto del principio di parità di trattamento;
  • secondo il tribunale di Mantova [4], concepire per un soggetto disabile contraddistinto da una permanente grave patologia, il medesimo periodo di comporto previsto per un soggetto non afflitto da handicap, contrasta apertamente con il principio di parità di trattamento per cui situazioni diverse meritano un trattamento differenziato;
  • secondo la Corte appello Genova [5], è discriminazione indiretta prevedere un trattamento identico tra lavoratori abili e i disabili che si assentano per malattie collegate alla loro disabilità;
  • secondo il tribunale di Verona [6], la previsione di un periodo di comporto uguale per i lavoratori disabili e per quelli normodotati costituisce un’ipotesi di discriminazione indiretta, trattandosi di una disposizione apparentemente neutra, che tuttavia introduce una disparità di trattamento a danno dei soggetti disabili, i quali sono statisticamente più soggetti, rispetto ad altri lavoratori, ad assenze per malattia collegate alle patologie invalidanti.

Ma c’è anche giurisprudenza di segno contrario. Da ultimo si segnala la pronuncia del tribunale di Lodi [7], secondo la quale i giorni di malattia riconducibili allo stato di invalidità da cui è affetto il lavoratore disabile sono computabili nel periodo di comporto e non sussiste alcuna forma di discriminazione indiretta nel caso di licenziamento per superamento del periodo massimo di malattia. Ai fini del trattamento delle assenze per malattia, non è plausibile alcuna distinzione tra i lavoratori con handicap e gli altri, posto che la disabilità è una condizione neutra rispetto all’insorgenza di uno stato di malattia che inibisca la prestazione lavorativa.

Secondo tale sentenza l’articolo 2110 del Codice civile, in forza del quale il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro in caso di malattia fino a un periodo massimo fissato dai contratti collettivi, non prevede alcuna distinzione tra lavoratori disabili e non. La norma è «pacificamente applicabili a tutti i lavoratori» e non tratta in modo differente la malattia legata alla disabilità rispetto a quella delle altre categorie di lavoratori.

Il Tribunale lodigiano rimarca che il disabile non è, per ciò stesso, maggiormente soggetto a malattia, né si può affermare che alla disabilità si accompagni una patologia che impone periodi di assenza per malattia. Il lavoratore disabile, in altri termini, non è un lavoratore malato né la disabilità è una nozione che coincida con quella di malattia. Malattia e disabilità sono concetti che vanno tenuti distinti: la prima è uno stato morboso che impedisce in assoluto di lavorare, mentre la seconda è uno stato invalidante che pone limitazioni alla capacità di svolgere le mansioni, senza in alcun modo escluderle.

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Videocitofono in condominio: serve autorizzazione?

Posted on : 01-10-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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E’ possibile installare un videocitofono su parete condominiale che non ostruisce l’istallazione di tale dispositivo anche agli altri condomini? I condomini possono opporsi a tale intervento? 

Bisogna partire dalla normativa di riferimento di cui all’articolo 1102 del codice civile, secondo cui ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.

A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il migliore godimento della cosa.

Per tali ragioni, qualsiasi intervento, compresa l’installazione di un videocitofono, può essere realizzato senza che i condomini possano opporsi a tale situazione.

L’unico limite riguarda il fatto che il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti.

Facendo un esempio al caso in concreto: se Lei dovesse decidere di installare un videocitofono di grandezza innaturale, tale da compromettere agli altri condomini il loro diritto eventuale di installazione altri videocitofoni, allora questi potrebbero opporsi davanti ad un Giudice costringendola a ripristinare il bene comune o, comunque, a ridimensionare il prodotto in questione, garantendo egual diritto agli altri condomini.

Sul punto è intervenuta anche la giurisprudenza di merito, rappresentando come l’integrazione dell’impianto di citofono con una telecamera che lo converta in impianto di videocitofono, configura un uso legittimo del bene comune, in quanto rispetta i limiti posti dall’art. 1102 c.c., ove non comporti un’alterazione della destinazione di cose comuni o una lesione della sicurezza e del decoro architettonico dell’edificio; né, ovviamente arrechi pregiudizio alla sicurezza degli altri condomini. In questi casi, la deliberazione negativa adottata dall’assemblea è nulla perché lesiva del diritto spettante al condomino in base all’art. 1102 c.c. (Tribunale Roma, sez. V, 26/06/2009, n. 14262).

Per tali ragioni, ricorrendo tutti i presupposti sopra citati, il mio consiglio è quello di procedere ad una comunicazione scritta nei confronti dell’amministratore di condominio, dove comunica la Sua intenzione di installare l’impianto di videocitofono.

Spetterà a questi valutare la necessità o meno di porre tale intervento come ordine del giorno della prossima assemblea di condominio o, semplicemente, di comunicare tale operazione con delle raccomandate agli altri condomini.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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