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Attualità e Società | KYK.it
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Si può sfrattare durante l’emergenza Covid?

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fino al termine della pandemia sono bloccati i rilasci, ma nel frattempo il proprietario può chiedere al giudice la convalida del provvedimento per morosità.

Si può sfrattare durante l’emergenza Covid? È la domanda che si pongono in questo periodo parecchi proprietari ed inquilini di immobili ad uso abitativo o commerciali. Le norme speciali varate dal Governo durante la pandemia hanno bloccato gli sfratti, ma non del tutto. Lo stop riguarda l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità dell’inquilino, ma le procedure giudiziarie avviate dai proprietari per ottenere le convalide proseguono e vengono trattate dai tribunali anche in questi mesi.

Così per capire se si può sfrattare durante l’emergenza Covid è importante capire che il blocco attuale è in realtà un congelamento, che riguarda solo le esecuzioni forzate, quando l’inquilino non sloggia e occorre ottenere il rilascio con l’intervento dell’ufficiale giudiziario ed eventualmente della forza pubblica. Queste forme di liberazione coattiva degli immobili riprenderanno al termine del periodo emergenziale; nel momento in cui scriviamo, la proroga più recente arriva al 30 giugno 2021.

Nel frattempo, l’obbligo di pagare i canoni di affitto resta dovuto, salvi accordi particolari raggiunti tra l’inquilino ed il proprietario per ottenere una diminuzione. Così la morosità può sorgere anche durante il periodo pandemico; se questo succede, il proprietario potrebbe intimare lo sfratto, anche se poi non potrebbe eseguirlo fino a cessata emergenza. Ma alcuni tribunali hanno respinto le domande, in considerazione del grave stato di difficoltà economica provocato dalla crisi generalizzata, che non dipende dalla cattiva volontà del debitore.

Il procedimento di convalida di sfratto

Lo sfratto per morosità deve seguire un apposito procedimento giudiziario, che inizia con la domanda del locatore al giudice di ottenere il rilascio dell’immobile e il pagamento dei canoni non versati e scaduti. L’intimazione di sfratto deve essere notificata dal proprietario all’inquilino moroso e depositata presso il tribunale del luogo in cui si trova l’immobile.

Il giudice fisserà l’udienza e, se l’inquilino non si presenta oppure non solleva contestazioni, emetterà un’ordinanza di convalida di sfratto. Questo provvedimento contiene l’ordine di lasciare l’appartamento o il negozio entro una certa data.

Rilascio dell’immobile: come avviene?

Una volta ottenuta l’ordinanza di convalida di sfratto, il proprietario dovrà notificarla al conduttore moroso per ottenere il rilascio dell’immobile. In questo modo, lo sfratto diventa esecutivo: se l’inquilino non adempie spontaneamente e non libera i locali entro il termine fissato, il proprietario potrà rientrare in possesso dell’immobile in maniera forzata, chiedendo l’intervento dell’ufficiale giudiziario (che valuterà, se necessario, di chiedere il supporto della forza pubblica quando si recherà sul posto).

Sospensione sfratti in emergenza Covid: come funziona?

Durante il periodo di emergenza Covid gli sfratti sono sospesi. Dapprima, il Decreto Cura Italia di marzo 2020, e poi il successivo Decreto Rilancio, avevano disposto il blocco degli sfratti fino al 31 dicembre 2020, con riferimento sia agli immobili ad uso abitativo sia a quelli ad uso diverso, come negozi, alberghi ed altri esercizi commerciali. A gennaio 2021, il successivo Decreto “Milleproroghe” ha stabilito la prosecuzione dello stop agli sfratti per morosità fino al 30 giugno 2021.

Il blocco riguarda «i provvedimenti di rilascio adottati per mancato pagamento del canone alle scadenze», dunque tutti gli sfratti per morosità, ed anche quelli «conseguenti all’adozione del decreto di trasferimento di immobili pignorati ed abitati dal debitore e dai suoi familiari».

Si può sfrattare l’inquilino durante l’emergenza Covid?

In base a quanto abbiamo detto, rimane libera per i proprietari la possibilità di intraprendere le procedure per ottenere l’emissione delle ordinanze di rilascio degli immobili, ma i provvedimenti giudiziari non potranno essere eseguiti sino al 30 giugno 2021. Allo stesso modo, è sospesa l’attuazione mediante l’ufficiale giudiziario dei rilasci già avviati in precedenza, come nei casi dei proprietari che avevano ottenuto la convalida dello sfratto non ancora eseguita prima dell’inizio della pandemia.

In periodo di emergenza Covid, possono essere invece notificate le nuove intimazioni di sfratto, sia per morosità sia per finita locazione: la sospensione riguarda solo l’esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, che riprenderanno a partire dal 1° luglio 2021 (con un’ovvia “coda di attesa” che dipenderà essenzialmente dalla data delle ordinanze e dalle capacità di smaltimento: è prevedibile che lo scaglionamento durerà parecchi mesi).

Tieni presente che alcuni tribunali hanno detto: “niente sfratto per morosità se c’è emergenza Covid“. Queste pronunce, non numerose, riguardano soprattutto le attività commerciali maggiormente colpite dal lockdown che ha comportato per un periodo protratto le forzate chiusure di attività come bar, ristoranti ed altri esercizi di vendita al pubblico o di intrattenimento. In questi casi particolari – che però non possono essere generalizzati, si può ben dire che l’emergenza Covid blocca lo sfratto per morosità.

Per ulteriori informazioni leggi anche l’articolo: “Gli sfratti sono sospesi a causa del Covid-19?“.

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La condanna alle spese processuali nelle cause contro il Fisco

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In caso di soccombenza, il contribuente non deve pagare le spese processuali se l’Agenzia delle Entrate sta in giudizio con i propri funzionari. 

Intraprendere una causa tributaria per contestare un atto impositivo emesso dal Fisco richiede un importante esborso economico che varia a seconda del valore della causa, ossia che dipende da quanto ammonta l’importo complessivo richiesto dal fisco a titolo di imposte. Infatti, in base al valore della causa, occorre pagare il contributo unificato tributario, occorre poi pagare il professionista abilitato all’assistenza tecnica dinanzi alle commissioni tributarie (avvocato o commercialista) che dovrà svolgere l’attività di difesa e rappresentanza nel giudizio e infine, in caso di esito negativo del contenzioso, i giudici tributari potrebbero condannare il contribuente a pagare le spese processuali.

Circa la condanna alle spese processuali nelle cause contro il Fisco si sta consolidando un orientamento giurisprudenziale il quale stabilisce che, nelle cause contro il Fisco, il contribuente non deve pagare le spese processuali qualora risulti soccombente. Vediamo perché.

La soccombenza in giudizio

La soccombenza in giudizio si ha in caso di difformità tra le richieste di una parte in causa e la pronuncia del giudice riguardo a questioni processuali o di merito. Si può, perciò, essere soccombenti totali, quando tutte le domande e le conclusioni sono state respinte, e soccombenti parziali quando solo alcune delle domande e conclusioni sono state respinte.

La Corte di Cassazione ha affermato che per soccombenza in senso oggettivo deve intendersi la difformità tra la domanda della parte e la pronuncia; invece, per soccombenza in senso causale si intende la difformità tra la pronuncia e la pretesa della sola parte che abbia reso necessario il processo, altrimenti evitabile.

In quest’ultimo caso, è necessario che la parte venga sanzionata, perché è fuori dubbio che la possibilità di conseguire la ripetizione delle spese processuali dà alla parte vittoriosa maggiori garanzie per la difesa della propria posizione processuale, soprattutto in considerazione del fatto che se l’interessato si rivolge ad un professionista abilitato alla difesa tecnica i costi del processo lievitano e, a meno che il valore della causa non sia inferiore (al netto di interessi e sanzioni) a 3.000,00 euro, l’assistenza tecnica in giudizio è obbligatoria.

Senza contare che, dal 2011, c’è da pagare anche il contributo unificato tributario che varia da 30,00 euro fino a 1.500,00 euro.

La soccombenza virtuale

Oltre alle ipotesi di soccombenza appena descritte, ci può essere anche una ipotesi di soccombenza virtuale in particolar modo nei casi di cessata materia del contendere. La cessazione della materia del contendere è un istituto finalizzato alla dichiarazione, che avviene con sentenza, di eventi di natura processuale o sostanziale (ad esempio, la transazione intervenuta tra le parti sulla lite in corso).

Una volta che il giudice dichiara cessata la materia del contendere, quanto alle spese del giudizio deve ricorrere al criterio della soccombenza virtuale, ossia deve deliberare il possibile esito del giudizio che vi sarebbe stato se non fosse intervenuto l’evento che ha dato luogo alla cessazione della materia del contendere.

La condanna alle spese processuali

Il nostro ordinamento è informato al principio secondo cui la parte soccombente in giudizio, cioè che ha perso la causa, è tenuto a rimborsare le spese sostenute dalla parte vittoriosa, oltre a dover pagare gli onorari del difensore di quest’ultima.

L’obiettivo è quello di tenere indenne da un ingiusto esborso chi è costretto ad adire le vie legali per vedere riconosciuto un proprio diritto. La condanna della parte soccombente al rimborso delle spese sostenute dalla controparte è contenuta nella stessa sentenza con cui il giudice chiude il processo.

Infine, la parte soccombente che ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, può essere condannata per responsabilità aggravata, oltre che al rimborso delle spese, anche al risarcimento dei danni.

La compensazione delle spese

Il giudice ha però il potere di escludere la condanna al pagamento delle spese sostenute dalla parte che ha vinto la causa, se ritiene che queste siano eccessive o comunque superflue.

Inoltre, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, quando:

  • vi è soccombenza reciproca (ad esempio, se vengono accolte solo alcune delle domande proposte da una parte);
  • la questione trattata sia caratterizzata da assoluta novità;
  • vi sia un mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

Inoltre, la compensazione delle spese di giudizio è ammessa anche per gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente indicate nella motivazione del provvedimento.

Quindi, la soccombenza in giudizio non condanna automaticamente a pagare le spese processuali. Infatti, se le questioni che formano oggetto di contenzioso innanzi al giudice sono dubbie, le spese processuali devono essere compensate tra le parti.

Quando le spese devono essere compensate per ragioni eccezionali, è evidente che la pronuncia esiga un’adeguata motivazione; nella sentenza, quindi, vanno esternate le ragioni per le quali il giudice non impone alla parte soccombente l’onere di rimborsare alla controparte, in tutto o in parte, i costi sostenuti per difendersi in giudizio.

Peraltro, commette una violazione di legge il giudice che compensa le spese giudiziali senza motivare le ragioni poste alla base della decisione. In passato, la compensazione per giusti motivi costituiva una facoltà insindacabile del giudice di merito, la cui valutazione era sottratta all’obbligo di una specifica motivazione.

Ora, il giudice non ha più il potere di compensare le spese per motivi di opportunità, ma solo per ragioni o eventi eccezionali.

Cosa accade se l’Agenzia delle Entrate sta in giudizio con i propri funzionari?

Di recente, l’orientamento della Corte di Cassazione si è consolidato nell’escludere che il contribuente debba essere condannato al pagamento delle spese processuali, in caso di soccombenza, qualora l’Agenzia delle Entrate sia stata in giudizio senza avvalersi dell’assistenza tecnica dell’Avvocatura dello Stato. In casi del genere, quindi, deve escludersi che la parte privata possa essere condannata al pagamento delle spese processuali sostenute dall’ufficio per diritti e onorari.

Il contribuente che sia risultato soccombente in un giudizio tributario di primo o secondo grado non può essere condannato al pagamento delle spese processuali, qualora l’Agenzia delle Entrate si sia difesa attraverso i funzionari del proprio ufficio legale. La rifusione delle spese, in tal caso, può avvenire soltanto qualora l’ente si sia avvalso della difesa dell’Avvocatura di Stato.

Quando l’amministrazione finanziaria sta in giudizio avvalendosi di un funzionario appositamente delegato dal direttore, non può ottenere la condanna dell’opponente, che sia risultato soccombente, al pagamento dei diritti e onorari di avvocato, difettando le relative qualità nel funzionario amministrativo che sta in giudizio.

In questi casi, all’amministrazione finanziaria, sono liquidabili solo i costi eventualmente sostenuti che risultino da un’apposita nota spese.

Anche l’Agenzia delle Entrate – Riscossione deve difendersi con propri funzionari

Dal 1º luglio 2017, le società del gruppo Equitalia sono state sciolte e l’esercizio delle attività relative alla riscossione viene ora svolto dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione, ente pubblico economico strumentale dell’Agenzia delle Entrate.

I processi in cui era parte in causa Equitalia sono proseguiti normalmente, senza alcuna interruzione, dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione, la quale è subentrata negli effetti del rapporto processuale pendente dal momento della sua istituzione.

Dinanzi alle commissioni tributarie provinciali e alle commissioni tributarie regionali, l’Agenzia delle Entrate – Riscossione può stare in giudizio solo attraverso uno o più suoi dipendenti appositamente delegati dal direttore.

Discorso diverso per il giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione dove, invece, è ammessa la rappresentanza di avvocati del libero foro (o dell’Avvocatura dello Stato) a condizione però che vi sia un’apposita e motivata delibera del dirigente, e che tale delibera sia sottoposta al parere degli organi di vigilanza.

Dunque, ne consegue che la costituzione in giudizio dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione è illegittima tutte le volte in cui avviene col patrocinio di un avvocato del libero foro, senza allegare gli atti organizzativi generali contenenti gli specifici criteri legittimanti il ricorso ad un avvocato del libero foro che indichino le ragioni specifiche che, nella concretezza del caso, giustifichino il ricorso per la difesa in giudizio ad un professionista privato anziché a dipendenti interni dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione, con un evidente aggravio di oneri e spese per l’ente.

Le ragioni per avvalersi di un professionista privato da parte dell’agente della riscossione potrebbero essere rappresentate da un ingente volume di contenzioso in ingresso, magari particolarmente concentrato in un determinato ambito geografico, nonché da un esiguo numero di risorse interne disponibili con adeguata professionalità e titoli.

Da quanto finora detto se ne ricava che, anche nel caso di soccombenza del contribuente in una causa contro l’Agenzia delle Entrate – Riscossione che sia stata difesa e rappresentata in giudizio da un proprio funzionario, la sentenza non dovrebbe contenere anche la condanna al rimborso delle spese processuali, essendo liquidabili solo i costi eventualmente sostenuti dall’agente della riscossione, risultanti da una specifica e apposita nota spese.

Questo principio vale per i giudizi in cui è parte in causa l’Agenzia delle Entrate, non c’è motivo per non estenderlo anche ai giudizi in cui è parte in causa l’Agenzia delle Entrate – Riscossione.

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Il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando scatta il divieto di detenere gatti negli appartamenti? I diritti dei proprietari degli animali possono entrare in conflitto con le norme pubbliche.

I gatti sono gli animali d’affezione più amati dagli italiani, insieme ai cani. Moltissime persone li tengono negli appartamenti, altri li accudiscono nei cortili e per strada oppure li custodiscono in apposite colonie feline organizzate. Ma la detenzione dei gatti non è completamente libera: la legge impone specifici obblighi ai loro proprietari e se le regole vengono violate l’Autorità può intervenire. Allora, se è così il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

In particolari, casi sì. L’Ente può adottare un provvedimento nell’interesse della collettività, per motivi di ordine pubblico o per ragioni di igiene e sanità. Le Autorità coinvolte in questa procedura sono diverse: tra esse spiccano, per i loro poteri, la Polizia locale, il servizio veterinario dell’Azienda sanitaria, ed il sindaco, che può arrivare ad emettere ordinanze di sgombero dei locali privati dai gatti quando risulta che la loro presenza comporta rischi per la collettività.

Perciò, se si verificano tali situazioni, il Comune può vietare di tenere gatti in casa, dopo aver svolto un’apposita, ma rapida, istruttoria nel corso della quale avrà verificato le condizioni igieniche di tenuta degli animali e le loro condizioni di salute. Dunque, le ragioni di interesse pubblico, e quelle dei gatti stessi, prevalgono su quelle dei proprietari.

Quali sono le regole di legge per tenere gatti in casa?

Il gatto è un animale che tiene molto alla sua libertà di movimento, ma è anche amante degli ambienti casalinghi. In ogni appartamento, di proprietà esclusiva o rientrante in ambito condominiale, è permesso dalla legge [1] «possedere o detenere animali domestici», quindi anche i gatti, tranne nel caso in cui una clausola del regolamento di condominio approvata all’unanimità da tutti i comproprietari lo vieti espressamente.

Anche chi abita in affitto può tenere gatti in casa, a meno che il contratto di locazione – stipulato per iscritto e regolarmente registrato – non contenga uno specifico divieto in proposito. Quindi, la detenzione dei gatti in casa propria è tendenzialmente libera e non richiede nessuna autorizzazione preventiva.

Nella tenuta dei gatti all’interno delle abitazioni (come anche nei luoghi esterni in suo possesso) il proprietario deve sempre rispettare le regole stabilite dal Codice penale che tutelano questi animali, in quanto esseri viventi capaci di provare sofferenza, dai maltrattamenti, dall’abbandono e dalla crudeltà [2]: perciò, abbandonare un gatto in casa è reato quando viene lasciato solo per periodi protratti, senza cibo e acqua sufficienti e privo di assistenza. Il gatto non deve mai essere tenuto in condizioni di privazione di nutrimento o in uno stato di degrado igienico, come ha affermato in molte occasioni la Corte di Cassazione [3].

Per completezza devi sapere che esiste un’apposita legge che tutela i gatti anche quando vivono all’esterno delle abitazioni, come nei cortili o nelle colonie feline, che hanno una «territorialità» intesa come habitat naturale da rispettare.

Quali sono i poteri del Comune in materia di gatti?

Il sindaco di ogni Comune italiano non ha solo i consueti poteri locali, ma è anche costituito come «ufficiale del Governo» [4]. Questa speciale qualifica gli attribuisce il potere di adottare «con atto motivato provvedimenti, anche contingibili ed urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana».

Per capire come i gatti in casa possano costituire questo grave pericolo che minaccia la collettività, occorre fare un passo indietro e riflettere sul fatto che i poteri di intervento attribuiti al sindaco comprendono anche gli aspetti di sanità e di igiene, che possono rendere necessaria l’adozione di un provvedimento di urgenza per eliminarli.

Si pensi alla situazione di numerosi gatti tenuti in un piccolo appartamento e in cattive condizioni igieniche, con sporcizia ed escrementi che provocano esalazioni di cattivi odori ed accumulo di batteri nocivi alla salute umana e agli animali stessi: qui può ravvisarsi non solo un rischio per la salute psico-fisica dei gatti e dei loro padroni o degli altri abitanti nella casa, ma anche un pericolo per la sanità e l’igiene pubblica.

Quando il Comune può vietare di tenere gatti in casa?

Nelle situazioni di grave degrado igienico o di precarie condizioni di salute degli animali, il sindaco del Comune può emanare un’ordinanza «contingibile ed urgente» [5], con la quale impone al proprietario l’allontanamento dei gatti dall’appartamento e la loro collocazione in un altro ambiente idoneo, anche esterno, ove possibile sempre nella custodia del loro padrone, se è in grado di provvedervi.

È quanto accaduto in una vicenda concreta decisa di recente dal Tar Sicilia [6] che ha dato ragione all’Ente locale respingendo il ricorso del proprietario degli animali: nell’istruttoria era emerso che i gatti erano detenuti in casa in pessime condizioni di salute e di igiene. Un sopralluogo della Polizia municipale, allertata dalle segnalazioni dei vicini, aveva accertato la presenza di «abbondanti deiezioni» all’interno dell’abitazione e il successivo intervento del distretto veterinario dell’Azienda sanitaria provinciale ha confermato l’esistenza di «problemi igienico-sanitari».

Queste risultanze sono bastate ai giudici amministrativi per ritenere sussistente il «pericolo per la salute delle persone che abitano l’edificio», quindi il Tar ha riconosciuto valido e legittimo il provvedimento di sgombero dei gatti, poiché adottato per ragioni di «interesse pubblico».

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti consulta i seguenti articoli:

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Come estinguere l’ipoteca?

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per tutelarsi da un’eventuale inadempienza del debitore, il creditore ha diritto di ricevere una garanzia. Quest’ultima viene meno quando si verificano specifiche cause previste dalla legge.

L’ipoteca è un diritto reale di garanzia costituito su beni immobili o su beni mobili registrati affinché le pretese del creditore siano comunque soddisfatte con la vendita forzata di tali beni qualora il proprio debitore sia inadempiente. Ad esempio, si utilizza l’ipoteca quando si accende un mutuo in banca al fine di garantire all’istituto di credito che lo ha concesso, di recuperare il finanziamento. Se il mutuo non viene pagato, la banca può far valere l’ipoteca e chiedere al tribunale di vendere all’asta l’immobile su cui la stessa grava, così da soddisfarsi con il ricavato della vendita.

Come estinguere l’ipoteca? È lo stesso Codice civile a prevedere diverse cause di estinzione [1], anche se si tratta di una elencazione esemplificativa non avente carattere tassativo. L’ipoteca, quindi, una volta iscritta, può avere una durata limitata nel tempo, potendosi estinguere o cancellare.

La differenza tra estinzione e cancellazione sta nel fatto che con la prima si ha l’annullamento dell’ipoteca, che cessa di valere come garanzia del credito, ma resta iscritta nel registro immobiliare. Invece, con la cancellazione si ha l’eliminazione definitiva dell’ipoteca insieme a tutte le formalità iscritte nei registri immobiliari. Pertanto, vi può essere estinzione senza cancellazione ma non esiste cancellazione senza estinzione.

Quali sono le tipologie di ipoteca

Ai sensi del Codice civile [2] l’ipoteca può essere di tre tipi a seconda del titolo in forza al quale viene iscritta:

  1. volontaria, che si costituisce per volontà delle parti, cioè del proprietario del bene o del creditore o di entrambi. Viene formalizzata mediante la compilazione e la registrazione di un’istanza formale;
  2. legale, che è disposta in casi tassativi per legge e in genere viene utilizzata come garanzia per contratti di acquisto di immobili. Serve a tutelare il venditore da chi acquista il suo bene, garantendogli la somma dovuta. L’ipoteca legale, tuttavia, non è obbligatoria ed è possibile rinunciarvi se tutta la cifra pattuita viene pagata al momento della stipulazione del contratto di vendita o se non viene ritenuta necessaria. La rinuncia dell’ipoteca giudiziale deve essere messa per iscritto con un notaio;
  3. giudiziale, stabilita da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, per consentire al creditore di recuperare il proprio credito. Deve essere richiesta formalmente dal creditore presso i tribunali competenti e può essere posta solo su beni presenti nel registro immobiliare della Conservatoria.

Per tutte le forme di ipoteca, il relativo diritto a favore del creditore si perfeziona solo con l’iscrizione nei registri immobiliari, che ha l’effetto di rendere nota a terzi la costituzione del diritto reale di garanzia.

Come si estingue l’ipoteca

L’ipoteca si estingue con:

  • la cancellazione dell’iscrizione, che può essere domandata solo se il debito viene estinto totalmente;
  • la mancata rinnovazione dell’iscrizione entro il termine di vent’anni dalla sua iscrizione [3]. Pertanto, se la rinnovazione non viene effettuata prima della scadenza del predetto termine, si ha l’estinzione dell’ipoteca e la perdita dei suoi effetti;
  • l’estinguersi dell’obbligazione per la quale era stata iscritta l’ipoteca (si pensi a un debitore che paga tutte le rate del prestito che aveva contratto con una finanziaria. In tal caso, l’ipoteca iscritta sulla sua casa cessa di valere come diritto di garanzia);
  • il perimento (distruzione) del bene ipotecato, ad eccezione del caso previsto dalla legge in materia di indennità assicurativa [4];
  • la rinuncia del creditore, che deve essere espressa e deve risultare da atto scritto a pena di nullità [5];
  • lo spirare del termine a cui l’ipoteca è stata limitata o con il verificarsi della condizione risolutiva. Ad esempio, al momento dell’iscrizione dell’ipoteca, è stata fissato un termine di durata della stessa, decorso il quale si ha l’estinzione automatica del diritto di garanzia;
  • la pronuncia del provvedimento che trasferisce all’acquirente il diritto espropriato ed ordina la cancellazione delle ipoteche. Si pensi all’ipotesi di un immobile che viene pignorato e messo in vendita all’asta. Quando avviene il versamento del prezzo, il giudice dell’esecuzione pronuncia un decreto con il quale trasferisce all’aggiudicatario il bene espropriato ed ordina la cancellazione dell’iscrizione ipotecaria.

Al verificarsi di una di queste ipotesi si ha l’estinzione dell’ipoteca, la quale, però, se non viene cancellata, continua a rimanere formalmente iscritta nel registri immobiliari. È, quindi, interesse del proprietario del bene ipotecato effettuare la cancellazione in modo da far sì che lo stesso appia libero da vincoli verso chiunque.

Tornando all’esempio iniziale, se il debitore paga per intero il mutuo acceso con la banca, si ha l’estinzione dell’ipoteca e la stessa diviene inutilizzabile. L’istituto di credito, quindi, non può più far valere il diritto di garanzia e chiedere la vendita forzata dell’immobile. Ma se il debitore non procede alla cancellazione dell’ipoteca, qualsiasi persona potrebbe comunque visualizzarla nel registro immobiliare semplicemente chiedendo una visura ipotecaria.

Qual è il valore delle cause di estinzione dell’ipoteca

Esistono cause di estinzione dell’ipoteca che riguardano solo i rapporti tra creditore e debitore ipotecario. Ad esempio, l’estinzione dell’obbligazione e la rinuncia del creditore hanno un’efficacia limitata solo a queste parti.

Esistono, poi, cause di estinzione che incidono anche nei rapporti con i terzi, come la cancellazione, che ha efficacia per tutti.

Questa distinzione assume importanza nell’ipotesi di reviviscenza dell’ipoteca: se si ha cessazione della validità del diritto di garanzia per estinzione dell’obbligazione o per rinuncia del creditore e successivamente la causa estintiva dell’obbligazione o la rinunzia del creditore vengono dichiarate nulle o inefficaci, l’iscrizione originaria non cancellata resta valida con il suo grado originario e non è necessario effettuare una nuova iscrizione. Invece, se l’iscrizione originaria era stata cancellata, va fatta una nuova iscrizione, valida da data diversa rispetto a quella della precedente iscrizione.

Dunque, solo dalla formale cancellazione dell’ipoteca, dalla sua perdita di efficacia per decorso del ventennio o dalla scadenza del termine eventualmente apposto all’ipoteca può derivare l’assoluta certezza per i terzi acquirenti o per i nuovi creditori ipotecari, che l’immobile è finalmente libero da vincoli.

Come avviene la cancellazione dell’ipoteca

Una volta estinta l’ipoteca, l’interessato può procederne alla cancellazione dal registro immobiliare con modalità differenti a seconda del tipo di ipoteca se volontaria o se giudiziale.

L’estinzione dell’ipoteca volontaria può avvenire:

  • automaticamente e gratuitamente, se è stata iscritta a garanzia di un contratto di mutuo o di finanziamento. In questo caso, la banca o l’interessato comunica all’Agenzia delle Entrate-Territorio l’avvenuta estinzione così che gli uffici competenti possano procedere alla cancellazione;
  • con atto notarile, per cui tale professionista comunica l’avvenuta estinzione agli uffici competenti, presentando un atto di consenso del creditore alla cancellazione.

L’ipoteca giudiziale può essere cancellata solo per ordine del giudice tramite un’apposita procedura giudiziale.

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In condominio, si è svolta un’assemblea tesa ad approvare l’incappottatura usufruendo del Superbonus 110%. Trattasi ovviamente di spesa straordinaria. La votazione ha avuto esito con maggioranza favorevole e minoranza contraria. Desidero sapere se vi sono appigli legali per invalidare detto risultato, tipo il decoro dell’immobile, rispetto al quale mi sembra di aver capito che sussiste la necessità della maggioranza assoluta.

Serve la maggioranza assoluta per gli interventi di manutenzione straordinaria, cioè per le riparazioni di notevole entità (come ad esempio: tinteggiatura facciate e scale, sostituzione caldaie e impianto termico, installazione ascensore, rifacimento lastrico solare, opere strutturali, sostituzione ringhiere, antenne satellitari, infrastrutture di ricarica elettrica dei veicoli, cavi fibra ottica, installazione di un impianto di videosorveglianza su parti condominiali, ecc.). In ipotesi del genere, per iniziare l’assemblea c’è bisogno dello stesso quorum dell’ordinaria mentre, per approvare la delibera in seconda convocazione, occorre la maggioranza numerica degli intervenuti che rappresentino almeno la metà del valore dell’edificio.

Per quanto riguarda le innovazioni utili a un uso più comodo, un miglioramento o un maggior rendimento delle cose comuni, servirà invece una maggioranza qualificata. Anche in questo caso, per iniziare l’assemblea, si avrà bisogno dello stesso quorum dell’ordinaria. Le questioni deliberate necessitano della maggioranza dei partecipanti più 2/3 del valore dell’edificio.

Oltre alle indicazioni date dal Codice civile, le maggioranze da adottare per le deliberazioni in determinate materie sono dettate da leggi speciali che le regolano. Ad esempio, la legge n. 13 del 1989 per l’eliminazione di barriere architettoniche e l’installazione di dispositivi di segnalazione atti a favorire la mobilità dei ciechi all’interno degli edifici privati richiede una maggioranza qualificata. Per la validità della deliberazione con cui decidere un’innovazione in questo senso, è richiesto un quorum deliberativo del cinquanta per cento più uno dei votanti che rappresentino almeno la metà del valore dell’edificio.

Un caso particolare è rappresentato dalla legge n. 10 del 1991. Per quanto riguarda le innovazioni dei sistemi di riscaldamento è richiesta infatti dalla legge la maggioranza qualificata. Per gli interventi su edifici e impianti per il contenimento del consumo energetico è sufficiente invece la maggioranza semplice.

In condominio, per approvare gli interventi per usufruire del Superbonus al 110% occorre in genere la semplice maggioranza. Il Decreto Legge n. 104 del 14 agosto 2020 ha modificato il Decreto Rilancio (n. 34/2020), aggiungendo all’art. 119 il comma 9 bis. Ora, è richiesta la maggioranza semplice per la deliberazione degli interventi di riqualificazione energetica e di adeguamento antisismico che possono usufruire del superbonus 110%. Il cappotto è sicuramente un intervento (trainante) rientrante nell’ambito della riqualificazione energetica.

In pratica, Il legislatore ha cercato di favorire al massimo l’accesso ai lavori agevolati dal Superbonus, consentendo una maggioranza più bassa del consueto per ottenere l’approvazione dell’assemblea.

La facilità con cui si possono approvare gli interventi rientranti nel Superbonus non legittima, tuttavia, la violazione del decoro architettonico dell’edificio.

Secondo la Corte di Cassazione (Cass., sent. n. 851 del 2007; Cass., sent. n. 1286 del 25 gennaio 2010; Cass., sent. n. 10048 del 24 aprile 2013), il decoro architettonico corrisponde all’estetica complessiva data dall’insieme delle linee e strutture ornamentali che conferiscono una armoniosa fisionomia e un’unica impronta all’aspetto dell’edificio. In estrema pratica, il decoro dell’edificio condominiale corrisponde al suo armonico aspetto esteriore, all’estetica dell’edificio.

Il decoro architettonico non riguarda solamente i palazzi di pregio, potendosi trovare in ogni edificio nel quale possa individuarsi una linea armonica, sia pure estremamente semplice, che ne caratterizzi la fisionomia.

Il Codice civile cita più volte il decoro architettonico, indicandolo come limite alle opere che i condòmini possono realizzare, sia sulle singole proprietà private che nelle aree comuni.

Secondo la legge (art. 1122 cod. civ.), nell’unità immobiliare di sua proprietà ovvero nelle parti normalmente destinate all’uso comune, che siano state attribuite in proprietà esclusiva o destinate all’uso individuale, il condomino non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni ovvero determinino un pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro architettonico dell’edificio.

Ma non solo. Secondo il Codice civile (art. 1120 cod. civ.), sono in ogni caso vietate le innovazioni (cioè, le opere che comportino un’alterazione sostanziale o un mutamento di destinazione della cosa comune) che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.

Insomma: il decoro architettonico è un limite alla libertà dei condòmini di intervenire sull’edificio, il quale non può essere modificato a proprio piacimento deturpandone l’aspetto.

Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 14474 del 30 giugno 2011), ciascun condomino può agire in giudizio per la tutela del decoro architettonico della proprietà comune, sicché nel relativo giudizio non è nemmeno necessaria la presenza in causa di tutti gli altri condòmini, né del condominio. Ciò significa che, se dovessero essere apportate modifiche a parti comuni dell’edificio in grado di guastare l’estetica del condominio, anche un solo condomino potrà opporsi e chiamare in causa il responsabile al fine di ottenere l’inibizione dei lavori in corso, l’eventuale risarcimento del danno e ripristino dello stato dei luoghi.

In pratica, per la tutela dell’estetica dell’edificio, non occorre attendere l’intervento dell’assemblea o dell’amministratore, in quanto ciascun condomino è portatore dell’interesse a non veder deturpata l’estetica dell’immobile, con conseguente deprezzamento dello stesso.

Nell’ipotesi in cui il regolamento condominiale abbia previsto espressamente alcuni casi di violazione del decoro architettonico, allora sarà più semplice individuare le circostanze in cui sia stata violata l’estetica dell’immobile. In tutti gli altri casi, cioè quando il regolamento nulla dice circa le ipotesi di lesione del decoro architettonico, sarà più difficile stabilire se un deturpamento dell’estetica dell’edificio ci sia stata o meno.

Eccezionalmente, la legge (D.L. n.32/2019 conv. con modificazioni in Legge n. 55/2019) consente di porre in essere interventi di recupero, restauro e ristrutturazione edilizia anche quando modificano il decoro architettonico, con la medesima maggioranza semplificata valida per il Superbonus. Si tratta comunque di interventi che non devono alterare il decoro architettonico, ma possono solo migliorarlo, mantenerlo o ripristinarlo, come nel caso in cui il fabbricato sia degradato o in rovina.

Al di là di questi specifici casi, in tutte le altre ipotesi in cui il progettato intervento di realizzazione del cappotto termico altera, lede o comunque pregiudica in modo significativo il decoro architettonico esistente, l’assemblea non può validamente deliberare l’esecuzione dei lavori se non all’unanimità dei voti.

Il decoro architettonico è considerato infatti un bene comune e indivisibile, del quale nessuna maggioranza non può disporre in senso peggiorativo. Basterebbe, perciò, il dissenso di un solo condomino ad invalidare la deliberazione espressa dall’assemblea con qualsiasi maggioranza; dunque per autorizzare l’avvio di lavori di isolamento termico che ledono il decoro architettonico occorre avere il consenso unanime di tutti i comproprietari.

In sintesi: il decoro architettonico può costituire limite invalicabile ai lavori autorizzati dall’assemblea. Tuttavia, l’effettiva violazione dello stesso va valutata di caso in caso, a seconda del concreto impatto che l’intervento ha sull’aspetto esteriore. Se il regolamento stabilisce poi regole particolari per la tutela del decoro architettonico, allora ci si potrà appellare ad esso per inficiare la validità della delibera assembleare.

Quanto appena detto per il decoro architettonico vale anche in altre circostanze. A mente dell’ultimo comma dell’art. 1120 Cod. civ., sono vietate (a prescindere dalla maggioranza) le innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell’edificio inservibili all’uso o al godimento anche di un solo condomino.

In tema di cappotto termico, però, è difficile ipotizzare un attentato alla stabilità o alla sicurezza dell’edificio, ovvero a pregiudizi per il godimento o l’uso di parti comuni. Anche in queste ipotesi, però, non può esprimersi un giudizio a priori, dovendosi verificare nel concreto l’impatto dell’opera autorizzata dall’assemblea.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Canna fumaria stufa a pellet: quando è illegale?

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho montato una stufa a pellet e ho fatto montare la canna fumaria fino al tetto. Vorrei sapere se un eventuale fumo possa dare fastidio ai miei carissimi e amichevoli vicini.

Purtroppo, non è possibile rispondere con certezza al quesito, atteso che la legge sanziona le immissioni di qualsiasi tipo che possano dare fastidio ai vicini a prescindere dalla distanza che li separa dalla fonte delle immissioni.

Ai sensi dell’art. 844 del Codice civile, «Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi».

Come si evince dalla norma appena citata, la liceità o meno di un’immissione (di qualunque tipo) va valutata sulla scorta della tollerabilità o meno della stessa. A tal proposito, la legge aggiunge che «Nell’applicare questa norma, l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso».

Per quanto concerne il criterio delle esigenze della produzione, la norma sembra riservare un occhio di riguardo alle immissioni provenienti da fabbriche, ditte o aziende che, per l’attività che svolgono, sono costrette a produrre l’immissione.

Per quanto riguarda il criterio del preuso, invece, la legge vuole dire che, nel conflitto tra le parti, il giudice deve tener conto “di chi c’era prima”: la persona che lamenta l’immissione oppure la fonte dell’immissione stessa.

Da questo punto di vista, nel caso esposto nel quesito non possono essere vantate né le ragioni della produzione (trattandosi di semplice stufa a pellet) né il preuso, considerato che l’installazione è recente.

Tanto premesso, ciò che davvero conta nel caso esposto non è tanto la distanza del manufatto dalle altre abitazioni, quanto il possibile fastidio che esso possa arrecare: se questo, infatti, nonostante la distanza, dovesse superare la normale tollerabilità, allora la parte danneggiata potrebbe adire il giudice per chiedere la cessazione del disturbo e l’eventuale rimozione della canna fumaria.

Di certo, non è cosa facile dimostrare il superamento di tale limite (quello della normale tollerabilità) quando si discorre di fumi di una stufa a pellet provenienti da canna situata a debita distanza. Occorrerebbe la perizia di un tecnico esperto ovvero il sopralluogo del personale dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente).

Nonostante, come detto, in tema di immissioni le distanze non rilevino (se non in modo assai relativo) e che oggetto del quesito non sono né la liceità della costruzione della canna fumaria, né gli eventuali problemi condominiali, per mero scrupolo professionale è appena il caso di spendere poche parole sulle distanze inerenti alla realizzazione di un tale manufatto.

Va sin da subito ricordato che, per giurisprudenza pacifica (Cass., 23 maggio 2016, sent. n. 10618), la canna fumaria non è una costruzione, ma un semplice accessorio di un impianto e, quindi, non trova applicazione la disciplina sulle distanze di cui all’art. 907 c.c., norma che fissa a tre metri la distanza minima dal fondo del vicino. In altre parole, si può costruire la canna fumaria anche a una distanza ravvicinata rispetto agli stabili nelle vicinanze.

Per quanto concerne l’altezza, il comma 9 dell’art. 5 del d.p.r. n. 412/1993 stabilisce che: «Gli impianti termici siti negli edifici costituiti da più unità immobiliari devono essere collegati ad appositi camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti di combustione, con sbocco sopra il tetto dell’edificio alla quota prescritta dalla regolamentazione tecnica vigente, fatto salvo quanto previsto dal periodo seguente.

Qualora si installino generatori di calore a gas a condensazione che, per valori di prestazione energetica e di emissioni nei prodotti della combustione, appartengano alla classe ad alta efficienza energetica, più efficiente e meno inquinante, prevista dalla pertinente norma tecnica di prodotto UNI EN 297 e/o UNI EN 483 e/o UNI EN 15502, il posizionamento dei terminali di tiraggio avviene in conformità alla vigente norma tecnica UNI 7129 e successive integrazioni».

In sintesi, la canna fumaria deve essere portata sopra il tetto. Resta la possibilità di scarico a parete (questo dice l’ultimo periodo della norma citata con riferimento alla normativa UNI 7129) per le caldaie a condensazione.

Infine, nell’ipotesi di abitazioni non in condominio, la norma di riferimento è l’art. 890 c.c., secondo cui «Chi presso il confine, anche se su questo si trova un muro divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o vuol collocare materie umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può sorgere pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza».

Con specifico riferimento alle stufe a pellet, esiste una normativa che si preoccupa di stabilire tutta una serie di requisiti inerenti alla corretta installazione. Si tratta della norma Uni 10683 secondo cui, tra le altre cose:

  • lo scarico fumi deve avere un andamento verticale con possibili deviazioni all’asse non superori ai 45°;
  • deve essere distanziato da materiali combustibili o infiammabili tramite la costruzione di un’intercapedine d’aria o degli interventi di isolamento termico;
  • possedere una sezione interna, meglio se di forma circolare, mentre se le sezioni sono quadrate o rettangolari devono avere degli angoli arrotondati con un raggio non inferiore ai 20 mm;
  • possedere le sezioni rettangolari con rapporto massimo tra i lati di 1,5;
  • possedere una sezione interna costante, libera ed indipendente.

Tuttavia, come si evince facilmente dalla lettura di questi requisiti, gli stessi non consentono di rispondere al quesito, e cioè di comprendere se i fumi arrecheranno disturbo o meno.

In sintesi: non è possibile stabilire a priori se i fumi di una canna possano dare fastidio ai vicini, in quanto la norma fondamentale a riguardo (l’art. 844 c.c.) non fa riferimento alle distanze bensì ad altri e diversi criteri.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Tinteggiatura: ultime sentenze

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: tinteggiatura delle pareti, della recinzione, degli esterni, della facciata dell’edificio condominiale.

Locazione: la tinteggiatura alla cessazione del contratto

La clausola che obbliga il conduttore ad eliminare, al termine del rapporto, le conseguenze del deterioramento subito dalla cosa locata per il suo normale uso (nella specie, ponendo a suo carico la spesa per la tinteggiatura delle pareti) deve considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 79 della stessa L. n. 392 del 1978, perché, addossando al conduttore una spesa di ordinaria manutenzione, che la legge pone, di regola, a carico del locatore (art. 1576 cod. civ.), attribuisce a quest’ultimo un vantaggio in aggiunta al canone, unico corrispettivo lecitamente pattuibile a carico del conduttore.

Tribunale Pavia sez. II, 06/03/2020, n.1765

Fine locazione e mancata tinteggiatura

In tema di fine locazione, qualora i conduttori a seguito di recesso inviato in conformità del contratto, offrano decorso il tempo di preavviso la concreta e tempestiva riconsegna dei locali sono sollevati dall’ obbligo di pagamento ex art. 1591 c.c., considerato che il locatore non può di fronte ad una minimale contestazione (nel caso di specie, di mancata tinteggiatura di un solo locale) e il solo “dubbio” espresso in merito al funzionamento della caldaia, legittimamente rifiutare la riconsegna dell’immobile, ma eventualmente e soltanto pretendere il risarcimento del danno eventualmente cagionato all’ immobile stesso . In tale caso il rifiuto da parte del locatore di ricevere l’immobile è infatti ingiustificato sulla base del dovere di buona fede ex art. 1375 cod. civ., non comportandone l’accettazione alcun sacrificio di suoi diritti o legittimi interessi.

Corte appello Venezia sez. IV, 04/02/2020, n.98

Obbligazione contrattuale del conduttore

In tema di locazioni ad uso abitativo, la clausola che obbliga il conduttore ad eliminare, al termine del rapporto, le conseguenze del deterioramento subito dalla cosa locata per il suo normale uso (nella specie, ponendo a suo carico la spesa per la tinteggiatura delle pareti) deve considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 79 della l. n. 392 del 1978, perché, addossando al conduttore una spesa di ordinaria manutenzione che la legge pone, di regola, a carico del locatore, attribuisce a quest’ultimo un vantaggio in aggiunta al canone, unico corrispettivo lecitamente pattuibile a carico del conduttore.

Cassazione civile sez. III, 13/11/2019, n.29329

Tinteggiatura della recinzione

Ai fini dell’applicabilità della garanzia di cui all’art. 1669 c.c., i gravi difetti dell’opera sono quelli strutturali che possono anche non pregiudicare la statica dell’edificio purché siano tali da compromettere la funzionalità sostanziale dell’opera (nella specie tra i gravi difetti non rientrano quelli relativi alla tinteggiatura della recinzione ma quelli di infiltrazioni di acque meteoriche nel portone di ingresso in occasione di piogge, in quanto esso è stato costruito su di una pavimentazione inclinata verso l’interno dell’appartamento; la mancanza di un bloccaggio ad una persiana; le fessurazioni parallele al corrimano dovute ad una errata tecnica costruttiva dei terrazzi; sbollature di intonaco nella facciata; fessurazioni “a ragnatela” presenti nell’intonaco; presenza di muffe e colature di umidità).

Tribunale Pisa, 04/02/2019, n.83

Tinteggiature interni

I gravi difetti di costruzione che danno luogo alla garanzia prevista dall’art. 1669 cc. non si identificano con i fenomeni che influiscono sulla staticità, durata e conservazione dell’edificio, ma possono consistere in qualsiasi alterazione che, pur riguardando direttamente una parte dell’opera, incidano sulla struttura e funzionalità globale, menomando in modo apprezzabile il godimento dell’opera medesima incidendo in modo negativo e considerevole sul godimento dell’immobile e pregiudicandone la normale utilizzazione in relazione alla sua normale funzione economica e pratica (nel caso di specie: i gravi difetti sono consistiti in deterioramento diffuso “a macchia di leopardo” di tinteggiature esterne e sottostante rasatura con formazione, in alcuni casi, di bolle e distacco; deterioramento della tinteggiatura al di sotto dello sporto di linda; distacco dei battiscopa perimetrali degli edifici e dei battiscopa delle terrazze; generale deterioramento di tinteggiature ed ossidazione dei paraspigoli; deterioramento per presenza di fessure agli infrarossi di numerose terrazze con formazione, in alcuni casi, di strutture calcare stalattitiche; deterioramento delle pavimentazioni delle terrazze per distacco delle piastrelle dal sottostante massetto; deterioramento degli intonaci tinteggiature interni dei vani scala localizzate in prossimità dei serramenti; presenza di muffe agli angoli delle pareti perimetrali esterne).

Tribunale Udine, 20/08/2018, n.1037

La tinteggiatura di lavori edili

La tinteggiatura di lavori edili sequestrati integra il reato di violazione dei sigilli.

(Nel caso di specie, si trattava della costruzione di una pedana a congiungimento di due balconi esistenti e di parapetti in muratura).

Tribunale Torre Annunziata, 09/07/2018, n.1576

Tinteggiatura esterni

Non sempre lo svolgimento di un’altra attività lavorativa durante il periodo di assenza per malattia, giustifica la reazione del datore di lavoro che abbia licenziato il dipendente (illegittimo, nella specie, il licenziamento contestato ad un lavoratore per aver svolto attività di tinteggiatura di esterni durante l’ultimo giorno di un periodo di assenza per malattia per asserita gastroenterite).

Cassazione civile sez. VI, 04/07/2018, n.17424

Tinteggiatura opere poste sotto sequestro

La tinteggiatura di opere poste sotto sequestro integra il reato di violazione di sigilli.

Tribunale Napoli sez. I, 06/05/2014, n.6273

Esecuzione di lavori di manutenzione

In tema di controversie riguardanti l’esecuzione di lavori di manutenzione di un edificio in condominio (nella specie tinteggiatura della facciata), se il condominio cita in giudizio l’appaltatore che a sua volta chiede ed ottiene di poter chiamare in causa un terzo, per vedersi completamente liberato dalle accuse mossegli, la domanda iniziale s’intende automaticamente estesa al terzo chiamato, senza necessità di specificazioni in tal senso da parte dell’attore.

Cassazione civile sez. II, 28/11/2013, n.26638

Tinteggiatura di una recinzione

Il contratto di assicurazione della responsabilità civile che preveda la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali va interpretato nel senso che la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi (fattispecie relativa ai danni causati ad un’auto da schizzi e macchie di vernice, nel corso di un’operazione di tinteggiatura di una recinzione).

Cassazione civile sez. III, 26/06/2013, n.16108

Ordinanza di tinteggiatura dell’edificio

È illegittima l’ordinanza con cui il Sindaco ha ordinato la tinteggiatura di un edificio, nell’ipotesi in cui lo stesso non risulta in “stridente contrasto” con il contesto circostante l’edificio dei ricorrenti., ma anzi vi è somiglianza con una pluralità di fabbricati dell’abitato, ugualmente terminati con intonaco “a vista” e non ricade in zona interessata da vincolo paesaggistico (rilevando poi che l’edificio era di proprietà di un ex amministratore, il Tribunale ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte dei conti).

T.A.R. Brescia, (Lombardia) sez. II, 14/11/2012, n.1787

Rimborso delle spese anticipate

Per aver diritto al rimborso della spesa affrontata per conservare la cosa comune senza autorizzazione dell’amministratore o dell’assemblea, il condomino che vi ha provveduto deve dimostrare, ai sensi dell’art. 1134 c.c., che ne sussisteva l’urgenza, ossia la necessità di eseguirla senza ritardo e senza poter avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva disconosciuto il diritto del condomino al rimborso delle spese sostenute per l’opera di tinteggiatura e di rifacimento degli intonaci del fabbricato condominiale, in quanto non urgenti, anche alla luce del provvedimento del Sindaco del \.Comune che aveva imposto al condominio l’esecuzione di opere urgenti e indifferibili tra le quali non rientravano quelle di tinteggiatura).

Cassazione civile sez. II, 19/12/2011, n.27519

Finitura con intonaco e tinteggiatura

La semplice finitura con intonaco e tinteggiatura a civile, la pavimentazione in legno, la presenza dell’impianto elettrico non integrano ex se il contestato abuso di mutamento di destinazione d’uso, in quanto detti elementi sono compatibili con la possibile e legittima destinazione del sottotetto a soffitta e non raggiungono, perciò, la soglia di rilevanza dell’avvenuto mutamento di destinazione d’uso. La presenza, poi, di mobili, sedie e materiali vario accatastato e/o disposto in maniera non funzionale appare coerente con l’uso effettivo dei locali come soffitta.

T.A.R. Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 07/09/2011, n.225

Lavori di tinteggiatura e piastrellatura

È illegittimo il diniego di condono edilizio per difetto di istruttoria laddove quest’ultima si basi esclusivamente su un rapporto della polizia municipale che assume come dato fondante della mancata ultimazione di lavori l’aver trovato in loco un operaio intento a lavori di tinteggiatura e piastrellatura, e contestualmente ignori la documentazione allegata alla domanda di condono (nella specie fatture che attestavano l’esecuzione di lavori in questione).

T.A.R. Genova, (Liguria) sez. I, 12/04/2007, n.617

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Tamponamento a catena: ultime sentenze

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: tamponamento a catena di autoveicoli in movimento e presunzione di pari colpa; risarcimento danni da sinistro stradale; tamponamento a catena sull’autostrada; tamponamento a catena tra veicoli fermi.

Tamponamento a catena tra veicoli in movimento

Nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, trova applicazione l’art. 2054, comma 2 c.c., con la conseguente presunzione iuris tantum di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli, fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, mentre nel caso di scontri successivi fra veicoli fermi in colonna, l’unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponante l’ultimo dei veicoli della colonna stessa.

Cassazione civile sez. VI, 18/02/2021, n.4304

Inosservanza della distanza di sicurezza

Nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, trova applicazione l’art. 2054, secondo comma, cod. civ., con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Nel caso, invece, di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa.

Tribunale Latina sez. II, 22/09/2020, n.1695

Quando è applicabile la presunzione di pari colpa?

La presunzione stabilita dall’art. 2054 comma 2 c.c. è applicabile anche nei casi di tamponamento a catena di autoveicoli in movimento, con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato) fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno. Tale presunzione costituisce criterio di distribuzione della responsabilità che opera sul presupposto dell’impossibilità di accertare con indagini specifiche le modalità del sinistro e le rispettive responsabilità, oppure di stabilire con certezza l’incidenza delle singole condotte colpose nella causazione dell’evento.

Tribunale Bari sez. II, 03/09/2019, n.3304

Tamponamento a catena: il criterio di distribuzione della responsabilità

La presunzione stabilita dall’art. 2054 comma 2 c.c. è applicabile anche nei casi di tamponamento a catena di autoveicoli in movimento, con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato) fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Tale presunzione costituisce criterio di distribuzione della responsabilità che opera sul presupposto dell’impossibilità di accertare con indagini specifiche le modalità del sinistro e le rispettive responsabilità, oppure di stabilire con certezza l’incidenza delle singole condotte colpose nella causazione dell’evento.

Tribunale Bari sez. II, 03/09/2019, n.3304

Presunzione di colpa e tamponamento a catena

In materia di risarcimento danni da sinistro stradale, nel tamponamento a catena di autoveicoli in movimento trova applicazione l’art. 2054, comma 2, c.c., con conseguente presunzione iuris tantum di colpa in eguale misura a carico di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli tamponati e tamponanti, fondata sulla inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante. Detta presunzione legale di colpa, tuttavia, ha funzione meramente sussidiaria ed opera soltanto se non sia possibile accertare in concreto le rispettive responsabilità dei conducenti nella causazione del sinistro, ossia se non sia possibile accertare in quale misura la condotta dei due conducenti abbia determinato l’evento dannoso ed il grado di colpa in capo agli stessi.

Ne consegue che ove sia accertato l’intervenuto verificarsi del sinistro per colpa esclusiva di uno dei conducenti e che, per converso ed in pari tempo, nessuna colpa sia ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo resta esonerato dalla presunzione de qua e non è, conseguentemente, tenuto a provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno e che, pertanto, il sinistro resa ascritto totalmente alla controparte.

Tribunale Ascoli Piceno, 27/05/2019, n.388

Tamponamento a catena tra veicoli in movimento e scontri successivi fra veicoli

In tema di circolazione stradale, nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento trova applicazione l’articolo 2054, comma 2, del Cc, con conseguente presunzione iuris tantum di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Nel caso, invece, di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa.

Cassazione civile sez. III, 27/04/2015, n.8487

Risarcimento del danno

L’accordo con il quale le compagnie assicurative della r.c.a. si impegnano, in caso di sinistro stradale ‘catastrofale’, a corrispondere al proprio assistito il risarcimento del danno derivante dal sinistro in questione, deve interpretarsi esclusivamente come patto che impegna ogni società aderente a liquidare e pagare il debito delle ‘consorelle’ salvo rivalsa e non come contratto a favore di terzo; detto patto non può attribuire, quindi, al danneggiato, un credito e di conseguenza un’azione nei confronti del proprio assicuratore (fattispecie relativa ad un tamponamento a catena).

Cassazione civile sez. III, 17/03/2015, n.5218

La condotta di guida dei conducenti

In caso di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, la condotta di guida dei conducenti di tali veicoli deve essere valutata alla stregua dell’art. 2041 1° co. C.c. con la conseguenza sul piano risarcitorio che, nel caso l’ultimo dei veicoli tamponanti, ove il suo conducente non dimostri di aver fatto il possibile per evitare il danno, e che non sussistono eziologie concorrenti, il danno da lui subito dovrà essere posto a suo esclusivo carico.

Corte appello Bari sez. III, 21/01/2014, n.43

Distanza di sicurezza tra veicoli

In tema di circolazione stradale, nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento trova applicazione l’art. 2054, comma 2, c.c., con conseguente presunzione “iuris tantum” di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Nel caso, invece, di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa.

Cassazione civile sez. III, 19/02/2013, n.4021

Inosservanza della distanza di sicurezza

Nel caso di tamponamento a catena tra veicoli in movimento (come nel caso di specie) è consolidato il principio secondo il quale ai veicoli intermedi si applica la presunzione di pari concorso di colpa di cui al comma 2 dell’art. 2054 c.c. rispetto a ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), sulla base della inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante.

Ciò comporta, sul piano delle conseguenze risarcitorie, che ciascun conducente è responsabile dei danni subiti dal veicolo che lo precede ed è pertanto tenuto a sopportare in proprio le spese eventualmente occorse per la riparazione dei danni alla parte anteriore del suo veicolo, mentre ha diritto ad essere risarcito, dal “suo” tamponante, del danno subito alla parte posteriore.

Tribunale Bari sez. III, 04/10/2012

Tamponamento a catena tra macchine ferme

Nella ipotesi di tamponamento a catena tra macchine ferme, in quanto incolonnate, vige il principio, in base al quale la responsabilità di tutti i tamponamenti dei veicoli precedenti viene attribuita all’ultimo veicolo della colonna, l’unico in movimento.

Tribunale Bari sez. III, 04/10/2012

Tamponamento a catena sull’autostrada

In tema di tamponamento a catena sull’autostrada, spetta al conducente dimostrare che il mancato tempestivo arresto del veicolo e la collisione sono stati provocati dalla presenza di una chiazza di gasolio sull’asfalto; l’incidente, infatti, pone a carico dell’automobilista una presunzione “de facto” di inosservanza della distanza di sicurezza, escludendo, pertanto, l’applicazione della presunzione di pari colpa di cui dell’art. 2054 c.c.

Cassazione civile sez. III, 31/03/2010, n.7804

Risarcimento del danno causato da sinistri stradali

In ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli fermi, quando sono due i tamponamenti che hanno originato le successive collisioni è evidente che i responsabili, in concorso tra loro, debbano essere considerati entrambi i conducenti. Ed in base a quanto previsto dall’art. 2055 c.c.: “se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno” la parte danneggiata può rivolgersi, per l’integrale soddisfacimento del proprio diritto, nei confronti di ciascuno degli obbligati in solido, per il totale soddisfacimento del proprio diritto.

Infatti, in materia di risarcimento del danno causato da sinistri stradali, qualora venga accertato che più soggetti hanno dato un contributo causale (se pure in misura diversa tra loro) al verificarsi dell’evento dannoso, tutti sono tenuti in solido nei confronti del danneggiato, e non è consentito al giudice di merito limitare alla rispettiva quota-parte di responsabilità.

Giudice di pace Milano sez. X, 04/05/2009, n.11601

Applicazione della presunzione di pari concorso

Il comma 2 dell’art. 2054 c.c. si applica anche al caso di tamponamento a catena di veicoli in movimento, con riguardo ai veicoli intermedi, con esclusione pertanto del primo e dell’ultimo veicolo della colonna, con conseguente presunzione di colpa in eguale misura a carico di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicolo tamponato e tamponante, fondata sulla inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, salva comunque la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Cassazione civile sez. III, 03/07/2008, n.18234

Tamponamento a catena con l’auto in avaria in ultima posizione

È corretta l’attribuzione del 10% di corresponsabilità all’automobilista che, coinvolto in un tamponamento a catena, con l’auto in avaria in ultima posizione, viene travolto da altra auto sopraggiunta per essersi trattenuto sulla sede stradale, anziché mettersi al riparo, come aveva fatto la moglie, assumendo di essersi voluto occupare di eventuali feriti, circostanza rivelatasi non vera, ma piuttosto per indulgere a constatare l’entità dei guasti, mentre egli avrebbe dovuto subito allontanarsi, essendo del tutto prevedibile l’arrivo di altre vetture e notorio che la velocità delle vetture in autostrada è elevata con rischio di difficile o mancato controllo dei mezzi.

Corte appello Milano sez. III, 14/02/2008, n.463

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Sexting con minorenne e foto erotiche: è reato?

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tempo fa, mi sentivo con una ragazza con la quale stavo intrecciando una relazione. Io avevo 18 anni e la ragazza 16. Una sera arrivammo a fare sexting. Io chiesi a lei una foto un po’ hot, ma la richiesta non fu fatta con minacce o costrizioni. Lei mi mandò una foto a seno nudo fatta davanti allo specchio che io cancellai subito e non inoltrai mai a nessuno. Volevo chiedere se penalmente rischio qualcosa.

La condotta descritta potrebbe rientrare nel delitto di pornografia minorile (art. 600-ter c.p.), punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da 24.000 a 240.000 euro. Secondo la Corte di Cassazione (sentenza 9 novembre 2020, n. 31192), «risponde del delitto di pornografia minorile, punito dall’art. 600-ter, comma primo, n. 1, cod. pen. anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo».

Al contrario, non avrebbe costituito reato la ricezione delle stesse immagini se il minore aveva deciso spontaneamente di realizzarle.

Nello stesso senso anche altra sentenza (Cass., sent. n. 26862 del 18/04/2019), secondo cui «l’utilizzazione del minore può manifestarsi non solo quando l’agente realizzi egli stesso la condotta di produzione di detto materiale (ad esempio, scattando le fotografie di chiaro contenuto erotico), ma anche quando induca o istighi il minore a compiere l’azione vietata. In casi del genere, il minore diventa una sorta di ‘autore mediato’ che attua la condotta oggetto di incriminazione non per una sua libera scelta, ma perché in balia della volontà dell’agente.

L’agente, pertanto, può rendersi responsabile del delitto di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1 anche nel caso in cui faccia sorgere nel minore il proposito, prima assente, di realizzare materiale pedopornografico, ovvero rafforzi un proposito già esistente, ma non ancora consolidato, sebbene la condotta materiale sia posta in essere dal solo minore».

La differenza tra lecito e illecito sta, dunque, nella volontà del minore che ha prodotto le foto:

  • se i selfie sono stati frutto di una scelta libera e spontanea, allora non vi saranno problemi di sorta;
  • al contrario, se sul minore è stata esercitato un qualche tipo di pressione, allora potrebbe aversi reato di pedopornografia.

Secondo l’ultima sentenza citata, «L’accertamento dell’influenza causale dell’istigazione è questione di fatto, che il giudice deve accertare in concreto, secondo lo schema della conditio sine qua non: occorre, cioè, appurare, alla luce delle circostanze che caratterizzano il singolo caso concreto e valutate con l’aiuto di appropriate massime di esperienze o di leggi della psicologia, che, in assenza della condotta istigatoria, il minore non avrebbe realizzato il fatto di reato con quelle specifiche modalità, con riguardo, cioè, ai mezzi, alle connotazioni di tempo e di luogo, ecc.».

Da quanto esposto nel quesito non è possibile stabilire con certezza se il reato si sia integrato. È ragionevole presumere, però, che se le richieste siano state molteplici, allora potrebbe sussistere quell’induzione che integra il reato; al contrario, una sola richiesta, non accompagnata da alcun tipo di prospettazione negativa in caso di rifiuto, non dovrebbe essere idonea a integrare gli estremi del delitto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Vaccinazione obbligatoria: ultime sentenze

Posted on : 08-05-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Diritto alla salute; somministrazione del vaccino; danno da vaccinazione obbligatoria; patologia; probabilità logica; probabilità scientifica; indennizzo; assegno in favore dei superstiti.

Danni da vaccinazione obbligatoria

In tema di danni da vaccinazione obbligatoria, ai fini dell’ottenimento dell’indennizzo previsto dalla l. n. 210 del 1992, la sussistenza del nesso causale tra la somministrazione vaccinale e il verificarsi del danno alla salute deve essere valutata secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica ispirato al principio del “più probabile che non”, da ancorarsi non esclusivamente alla determinazione quantitativo-statistica delle frequenze di classe di eventi (cd. probabilità quantitativa), ma riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma disponibili nel caso concreto (cd. probabilità logica).

(Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva rigettato la domanda di indennizzo ex l.n. 210 del 1992, avanzata dai genitori di una minore rimasta invalida al 100%, sul presupposto che la c.t.u. svolta in grado d’appello aveva consentito di instaurare una relazione di mera possibilità – e non già di rilevante probabilità scientifica – tra le gravi patologie occorse alla minore e le vaccinazioni cui la stessa era stata precedentemente sottoposta).

Cassazione civile sez. lav., 03/02/2021, n.2474

Vaccinazione: la scelta tra obbligo e raccomandazione

La vaccinazione obbligatoria è tematica riservata alla competenza statale. Il confine tra terapie ammesse e non ammesse, o meglio tra trattamenti obbligatori e non obbligatori (oppure raccomandati, come nel caso dei vaccini), rientra tra i principi fondamentali della materia «tutela della salute» e deve dunque essere stabilito dallo Stato. Ciò anche allo scopo di garantire misure omogenee su tutto il territorio nazionale.

La scelta tra obbligo e raccomandazione ai fini della somministrazione del vaccino costituisce in particolare il punto di equilibrio, in termini di bilanciamento tra valori parimenti tutelati dalla Costituzione (nonché sulla base dei dati e delle conoscenze scientifiche disponibili), tra autodeterminazione del singolo da un lato (rispetto della propria integrità psico — fisica) e tutela della salute (individuale e collettiva) dall’altro lato. Tali operazioni di bilanciamento vanno pertanto riservate allo Stato. In tema di vaccinazioni obbligatorie sono poi riservati, in capo alle Regioni, alcuni spazi riguardanti, ad esempio, l’organizzazione dei servizi sanitari e l’identificazione degli organi deputati al controllo e alle conseguenti sanzioni.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 02/10/2020, n.10047

Vaccinazioni obbligatorie: tutela della salute del minore

In tema di vaccinazioni obbligatorie, il genitore che intende tutelare la salute del minore non può semplicemente contrastare — per propria convinzione o per ignoranza — l’obbligo stabilito dalla legge, ma deve indicare le ragioni specifiche che rendono, nel proprio caso, sconsigliata o pericolosa la vaccinazione e allegare la prova, da un lato, della sussistenza, quantomeno fondatamente putativa, di specifiche controindicazioni e, dall’altro, dell’indifferenza della struttura sanitaria in occasione del contatto.

(Fattispecie in tema di diniego di accesso al servizio educativo per la scuola dell’infanzia a cagione del mancato deposito agli atti della scuola della documentazione prescritta dal D.L. n. 73/2017, convertito dalla Legge n. 119/2017, attestante l’adempimento degli obblighi di vaccinazione obbligatoria).

T.A.R. L’Aquila, (Abruzzo) sez. I, 12/03/2020, n.107

Danno da vaccinazione obbligatoria

Qualora il giudizio di ottemperanza abbia riguardato la sentenza che ha riconosciuto un danno da vaccinazione obbligatoria, l’Amministrazione non può addurre difficoltà di tipo contabile in quanto, anche in assenza di disponibilità finanziarie nel pertinente capitolo, potrebbe comunque disporre il pagamento, da regolare in conto sospeso, ai sensi dell’articolo 14 del D.L. n. 669/1996.

TAR Bari, (Puglia) sez. II, 10/12/2018, n.1583

Nesso tra la somministrazione del vaccino e il danno alla salute

In tema di danni da vaccinazione obbligatoria, la sussistenza del nesso causale tra la somministrazione vaccinale e il verificarsi del danno alla salute deve essere valutata secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica ispirato al principio “del più probabile che non”, da ancorarsi non esclusivamente alla determinazione quantitativo -statistica delle frequenze di classe di eventi – cd. probabilità quantitativa -, ma riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma disponibili nel caso concreto – cd. probabilità logica.

(Accolta la domanda presentata da una donna, in qualità di tutore del figlio, colpito da tetraparesi spastica, insufficienza mentale ed epilessia, atteso che la Cassazione ha ritenuto corretta la valutazione compiuta in Appello, laddove si era affermato che la patologia poteva essere ragionevolmente collegato alla vaccinazione antipolio).

Cassazione civile sez. lav., 11/09/2018, n.22078

Probabilità scientifica e probabilità logica

In tema di danni da vaccinazione obbligatoria, ai fini dell’ottenimento dell’indennizzo previsto dalla l. n. 210 del 1992, la sussistenza del nesso causale tra la somministrazione vaccinale e il verificarsi del danno alla salute deve essere valutata secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica ispirato al principio “del più probabile che non”, da ancorarsi non esclusivamente alla determinazione quantitativo-statistica delle frequenze di classe di eventi (cd. probabilità quantitativa), ma riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma disponibili nel caso concreto (cd. probabilità logica).

(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la decisione di merito che, in un caso di vaccinazione antipolio somministrata in epoca molto risalente nel tempo, aveva escluso la ragionevole probabilità scientifica dell’imputazione della poliomelite alla vaccinazione in considerazione della bassa incidenza statistica, attestata dalla c.t.u., omettendo di valorizzare gli elementi presuntivi presenti).

Cassazione civile sez. VI, 24/10/2017, n.25119

Mancanza di prova del nesso causale tra vaccino e autismo 

In tema di danni da vaccinazione obbligatoria, ai fini dell’ottenimento dell’indennizzo previsto dalla l. n. 210 del 1992, grava sull’interessato l’onere di provare l’effettuazione della somministrazione vaccinale, il verificarsi del danno alla salute e il nesso causale tra la prima e il secondo, da valutarsi secondo un criterio di ragionevole probabilità scientifica.

(Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso – avverso sentenza di merito che aveva aderito alle conclusioni del c.t.u., secondo il quale tra la sindrome autistica e le vaccinazioni obbligatorie esiste la mera possibilità di una correlazione eziologica, ma non un rilevante grado di probabilità scientifica – per avere la parte ricorrente contestato le conclusioni del c.t.u. senza evidenziarne una palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, ma esprimendo un mero dissenso diagnostico, tradottosi in una non consentita critica del convincimento del giudice).

Cassazione civile sez. VI, 23/10/2017, n.24959

Domanda di indennizzo dei danni da vaccinazione antipoliomielitica

Deve essere rimessa in discussione la seguente questione, se la disposizione dell’art. 3 comma 3 della legge n. 362 del 1999 debba essere interpretata nel senso che il termine di quattro anni previsto dall’art. 3 comma 3 della legge n. 362 del 1999 per la presentazione delle domande di indennizzo da parte di coloro che si siano sottoposti a vaccinazione antipoliomielitica non obbligatoria nel periodo di vigenza della legge n. 695 del 1959, decorra dalla data di entrata in vigore della stessa legge per coloro che già a tale data avevano acquisito o potevano avere acquisito la consapevolezza dell’esistenza di una patologia indennizzabile ascrivibile causalmente alla vaccinazione; diversamente dovendosi far decorrere il termine generale di decadenza da tale successivo momento.

Cassazione civile sez. VI, 14/07/2017, n.17614

Soggetti danneggiati dalle vaccinazioni obbligatorie e indennizzo

La previsione contenuta nell’art. 2, c. 2, l. n. 210/1992 di un indennizzo aggiuntivo, per il periodo antecedente l’entrata in vigore della legge medesima, sotto forma di assegno una tantum, non è applicabile ai soggetti danneggiati da epatite posttrasfusionale o da infezione HIV. Il menzionato art. 2, infatti, limita espressamente tale beneficio ai soggetti di cui all’art. 1, comma 1, della legge stessa, e cioè a quanti abbiano subito una menomazione permanente alla salute a seguito di vaccinazione obbligatoria (così Cass. 8976/08, 23591/09 e 18983/10).

Tribunale Bari sez. lav., 02/03/2017, n.1274

Menomazione causata dalla vaccinazione antinfluenzale

È costituzionalmente illegittimo l’art. 1, comma 1, l. 25 febbraio 1992, n. 210, nella parte in cui non prevede il diritto all’indennizzo, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla medesima legge, nei confronti di coloro che si siano sottoposti a vaccinazione non obbligatoria, ma raccomandata, antinfluenzale.

In caso di menomazione permanente dell’integrità psico-fisica derivante dalla vaccinazione raccomandata antinfluenzale, il mancato riconoscimento dell’indennizzo determina la lesione del diritto-dovere di solidarietà, poiché, in difetto di una prestazione indennitaria, il singolo danneggiato sarebbe costretto a sopportare le gravi conseguenze negative derivanti da un trattamento sanitario, raccomandato non solo a tutela della sua salute individuale, ma anche di quella collettiva. Per questo, la mancata previsione del diritto all’indennizzo si risolve in una lesione degli artt. 2, 3 e 32 Cost.: perché le esigenze di solidarietà sociale e di tutela della salute del singolo richiedono che sia la collettività ad accollarsi l’onere del pregiudizio individuale, mentre sarebbe ingiusto consentire che siano i singoli danneggiati a sopportare il costo del beneficio anche collettivo.

Né si può trascurare, ancora a giustificazione della traslazione a carico della collettività dell’indennizzo in questione, che la più ampia sottoposizione a vaccinazione quale profilassi preventiva può notevolmente alleviare il carico non solo economico che le epidemie influenzali solitamente determinano sul sistema sanitario nazionale e sulle attività lavorative.

Il fatto poi che la raccomandazione sia accompagnata, per alcune categorie di soggetti, dalla gratuità della somministrazione, non potrebbe fondare alcuna limitazione del novero dei destinatari dell’indennizzo.

La specifica posizione di tali categorie di soggetti non elide affatto il rilievo collettivo che la tutela della salute assume anche nei confronti della popolazione in generale, la vaccinazione di tutti e di ciascuno contribuendo all’obiettivo della più ampia copertura, perseguito attraverso la raccomandazione.

Corte Costituzionale, 14/12/2017, n.268

Diritto all’indennizzo

È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, l. 25 febbraio 1992, n. 210 (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati), nella parte in cui non prevede che il diritto all’indennizzo, istituito e regolato dalla stessa legge ed alle condizioni ivi previste, spetti anche ai soggetti che abbiano subito lesioni e/o infermità, da cui siano derivati danni irreversibili all’integrità psicofisica, per essere stati sottoposti a vaccinazione non obbligatoria, ma raccomandata, antinfluenzale, in riferimento al diritto dovere di solidarietà, al principio di uguaglianza e al diritto alla salute di cui agli art. 2, 3 e 32 cost.

In difetto di una prestazione indennitaria, infatti, graverebbero solo sul danneggiato le conseguenze negative di un trattamento sanitario effettuato non solo nel suo interesse, bensì anche e soprattutto nell’interesse dell’intera collettività, in rapporto al carattere di pandemia del virus, che incide, non solo, sul diritto alla salute ma anche sui costi della sanità pubblica; al contempo, si verificherebbe una differenziazione di trattamento tra coloro che hanno subito una vaccinazione per obbligo di legge e coloro che vi si sono sottoposti aderendo all’appello alla collaborazione ad un programma sanitario pubblico, riservando a questi ultimi un trattamento deteriore, oltre che una lesione del diritto alla salute della fascia di popolazione più anziana e debole.

Corte appello Milano, 20/07/2016, n.252

Indennizzo in favore dei superstiti: cos’è?

L’indennizzo in favore dei superstiti, regolato dall’art. 2, comma 3, legge n. 210 del 1992 è prestazione distinta e diversa dall’assegno una tantum regolato dal comma 2 della norma medesima. L’assegno in favore dei superstiti, infatti, risulta qualificato dall’evento del decesso per effetto di vaccinazioni obbligatorie o delle altre patologie previste dalla legge stessa, è quantificato in misura autonoma dall’omologo assegno introdotto per i soggetti sottoposti a vaccinazione obbligatoria e riguarda il complesso dalle malattie prese in considerazione dalla legge n. 210 del 1992 e non solo i trattamenti obbligatori di vaccinazione.

Ne deriva che, trattandosi di indennizzo specifico, necessita di un’apposita domanda con allegata la documentazione comprovante il nesso di causalità tra le patologie contratte a casa delle trasfusioni e il decesso del de cuius.

Cassazione civile sez. lav., 18/12/2015, n.25559

Indennità integrativa speciale

Il diritto sulle somme pretese a titolo di rivalutazione sulla componente dell’indennizzo per danni da vaccinazione obbligatoria, costituita dall’indennità integrativa speciale, nel caso in cui tali somme non siano state poste in riscossione ovvero messe a disposizione dell’avente diritto, è soggetto alla prescrizionale ordinaria decennale, e non a quella quinquennale, che presuppone la liquidità del credito, da intendere, non secondo la nozione comune desumibile dall’art. 1282 cod. civ., ma quale effetto del completamento del procedimento amministrativo di liquidazione della spesa (cosiddetto procedimento di contabilità).

Cassazione civile sez. VI, 03/04/2014, n.7885

Responsabilità del ministero della Salute

In tema di responsabilità del ministero della Salute per i danni conseguenti alla vaccinazione obbligatoria contro la poliomelite, il diritto all’indennizzo previsto dalla legge 25 febbraio 1992 n. 210 è riconosciuto solo nei casi in cui sussista un nesso causale tra la somministrazione del vaccino ed il danno patito dal soggetto passivo del trattamento sanitario obbligatorio.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, di rigetto della domanda del ricorrente, il quale aveva dedotto l’inefficacia del vaccino somministrato, e non il nesso causale diretto tra quest’ultimo e la malattia successivamente contratta).

Cassazione civile sez. VI, 18/03/2014, n.6266

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