Termini entro cui contestare una donazione

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quanto tempo per impugnare una donazione: i casi di vizio di forma, incapacità, lesione della legittima, ingratitudine, sopravvenienza di figli, vizi della volontà, simulazione, azione revocatoria. 

Contrariamente a quanto spesso si crede, non è vero che per impugnare una donazione ci sono 5 anni di tempo. O meglio, non è sempre corretto. Tutto dipende dal tipo di contestazione sollevata. In alcuni casi i termini sono più brevi, in altri più lunghi o addirittura inesistenti. In questo articolo ci occuperemo dunque dei termini entro cui contestare una donazione in modo da sapere entro quanto tempo agire per far annullare tale atto. Ma procediamo con ordine.

Termini entro cui contestare una donazione per vizio di forma

Le donazioni di beni immobili e di «non modico valore» (da rapportarsi alle condizioni economiche delle parti) necessitano del notaio e di due testimoni.

La donazione che non rispetta questa forma può essere annullata in qualsiasi momento, senza cioè termini di decadenza. Si pensi alla donazione effettuata con semplice scrittura privata.

Termini entro cui contestare una donazione per sopravvenienza di figli

La donazione non è un atto revocabile a meno che il donante non abbia dei figli (o non scopra di averli) successivamente alla donazione stessa. La donazione può inoltre essere revocata per il riconoscimento di un figlio naturale, salvo che si provi che al tempo della donazione il donante aveva notizia dell’esistenza del figlio.

L’azione di revocazione per sopravvenienza di figli deve essere proposta entro 5 anni dal giorno della nascita dell’ultimo figlio o discendente legittimo oppure della notizia dell’esistenza del figlio o discendente, oppure dell’avvenuto riconoscimento del figlio naturale.

Il donante non può proporre o proseguire l’azione dopo la morte del figlio o del discendente.

Termini entro cui contestare una donazione per ingratitudine

Si può revocare una donazione per ingratitudine quando il donatario ha commesso uno dei fatti previsti dalla legge come causa di indegnità a succede (si tratta di reati particolarmente gravi ai danni del donante o dei suoi familiari), oppure si è reso colpevole d’ingiuria grave verso il donante o ha dolosamente arrecato grave pregiudizio al suo patrimonio o gli ha rifiutato indebitamente gli alimenti dovuti in caso di stato di grave bisogno economico. 

Ricordiamo che l’ingiuria grave che consente di revocare la donazione consiste in un qualsiasi atto o comportamento il quale leda la reputazione del donante e palesi all’esterno un sentimento di avversione e odio da parte del donatario. Si deve quindi trattare di un comportamento reiterato e non limitato solo all’occasione di un litigio.

La domanda di revocazione per causa d’ingratitudine deve essere proposta dal donante o dai suoi eredi, contro il donatario o i suoi eredi, entro 1 anno dal giorno in cui il donante è venuto a conoscenza del fatto che consente la revocazione.

Se il donatario si è reso responsabile di omicidio volontario in persona del donante o gli ha dolosamente impedito di revocare la donazione, il termine per proporre l’azione è di un anno dal giorno in cui gli eredi hanno avuto notizia della causa di revocazione.

Il termine decorre dal momento in cui il donante abbia acquisito la piena e sicura consapevolezza del compimento da parte del donatario di uno degli atti che legittimano l’esercizio del relativo diritto.

Non possono revocarsi per causa d’ingratitudine, né per sopravvenienza di figli, le donazioni rimuneratorie e quelle fatte in riguardo di un determinato matrimonio.

Termini entro cui contestare una donazione per incapacità

Il donante, al momento della donazione, deve essere capace d’intendere e volere. Ciò non succede se: 

  • è minorenne oppure se è stato dichiarato incapace dal tribunale con una sentenza di interdizione o inabilitazione (cosiddetta incapacità legale);
  • al momento della donazione si trovava in una condizione tale da non consentirgli di comprendere il significato e gli effetti delle proprie azioni (cosiddetta incapacità naturale). Si pensi al caso di un soggetto ubriaco, sotto gli effetti di psicofarmaci, di droga oppure affetto da una malattia.

Se l’incapacità legale opera in automatico, quella naturale deve essere valutata caso per caso dal giudice.

Si può impugnare una donazione conclusa in uno stato di incapacità entro 5 anni dalla data dell’atto. Se il termine non è decorso, l’impugnazione può essere proposta anche dagli eredi del donante.

Termine entro cui contestare una donazione per vizi della volontà

Si può donare perché si è costretti da una violenza (fisica o psicologica), perché si cade in errore oppure perché si è vittima del dolo altrui (ossia della malafede volta a ingannare il donante). In questi casi, il termine per l’impugnazione della donazione è di 5 anni da quando è stato compiuto l’atto o da quando è stato scoperto l’errore o è cessata la violenza. 

Per quanto riguarda l’impugnazione della donazione per errore si pensi al caso di chi doni una sostanziosa somma di denaro a una persona ritenendo che questa sia un proprio parente, quando invece non lo è. Per quanto riguarda invece l’impugnazione della donazione per dolo, si pensi a chi fa credere di aver intercesso per conto del donante al fine di fargli ottenere un beneficio che in realtà gli era dovuto per legge.

Termine entro cui contestare una donazione da parte dell’erede legittimario

Il coniuge, i figli e i genitori del donante sono suoi eredi legittimari, non possono cioè mai essere diseredati o privati di quella quota minima del suo patrimonio che accorda loro la legge (è la cosiddetta legittima).

Se una persona, con vari atti di donazione, svuota il proprio patrimonio al fine di ledere le quote di legittima dei legittimari, questi ultimi hanno un termine di 10 anni dall’apertura della successione (ossia dalla morte del donante) per promuovere la cosiddetta azione di riduzione per lesione della legittima: tale processo è rivolto a rendere inefficaci gli atti di donazione e a far sì che i beni già donati vengano divisi con gli altri eredi.

Se il donatario, però, nel frattempo, ha venduto il bene a un terzo in buona fede, gli eredi del donante possono recuperare il bene anche nei confronti dell’acquirente se non sono trascorsi 20 anni dall’atto di donazione.

Termini per contestare le false donazioni

A volte una donazione viene posta allo scopo di simulare un passaggio di proprietà che invece non si vuol compiere (cosiddetta simulazione assoluta). Ciò succede, ad esempio, per frodare i creditori. In pratica, si stipula una donazione solo per mutare l’intestatario dei beni dinanzi ai terzi, senza alcuna intenzione però di mutare il possesso del bene.

In tal caso, i terzi possono agire con l’azione di simulazione che non ha termini di decadenza e quindi può essere fatta valere in qualsiasi momento (salvo quanto diremo nel successivo paragrafo). Bisogna però dimostrare che le parti, pur avendo concluso una donazione, non ne volevano gli effetti (si pensi a chi, pur donando la propria casa, ci continua a vivere).

I creditori potrebbero anche agire con l’azione revocatoria se riescono a dimostrare che il donante, dopo la donazione, è rimasto privo di beni utilmente pignorabili. In tal caso il termine per contestare la donazione è di 5 anni dalla data in cui la stessa è stata trascritta nei pubblici registri immobiliari.

Tuttavia, se il creditore trascrive l’atto di pignoramento nei registri immobiliari entro 1 anno dalla trascrizione della donazione non ha neanche bisogno di esperire l’azione revocatoria, potendo pignorare il bene direttamente in capo al donatario, nonostante il passaggio di proprietà.

Termini per contestare la finta vendita che in realtà è una donazione

A volte, si fa una vendita che, in realtà, nasconde una donazione. Ciò succede, ad esempio, quando si tenta di favorire un erede piuttosto che un altro, impedendo l’azione di lesione della legittima. Ma chi si accorge della simulazione (cosiddetta simulazione relativa) ha 10 anni di tempo per contestare la donazione. 

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Qual è la durata del Governo?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dopo quanto tempo decade il Governo e quanto tempo resta in carica il Presidente del Consiglio dei Ministri? La crisi di Governo: quando scatta e come funziona. 

Non tutti sanno qual è la durata del Governo, ossia quanto dura in carica l’esecutivo. E non c’è da stupirsi: nessuna norma della Costituzione lo dice chiaramente così come invece avviene, ad esempio, per il Parlamento (la Costituzione infatti fissa la durata della legislatura in cinque anni). 

Detto ciò è bene sapere dunque quando decade il Governo o quando può essere sciolto dal Presidente della Repubblica. Di tanto parleremo meglio qui di seguito.

Chi nomina il Governo?

Spesso si sente dire che il Governo non è stato votato dal popolo. Ma non spetta al popolo scegliere il governo. La formazione dell’esecutivo spetta al Presidente della Repubblica il quale nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, i singoli Ministri. 

La Costituzione non dice nulla in merito alla procedura di nomina. Di solito il Capo dello Stato sceglie il Presidente del Consiglio a seguito di consultazioni con tutte le forze politiche. Ma chiaramente, il peso maggiore lo ha la maggioranza, ossia la coalizione che ha vinto le elezioni. E questo perché, per poter governare, l’esecutivo ha bisogno innanzitutto del voto di fiducia delle due Camere e poi, di volta in volta, del sostegno delle stesse nell’approvazione dei singoli provvedimenti (ad esempio la legge di bilancio). Ecco perché il Governo è rappresentanza sempre della maggioranza parlamentare dovendo contare sul loro voto ed è quindi normale che sia da questa voluto.

Dopo la nomina da parte del Presidente della Repubblica del Presidente del Consiglio e dei suoi Ministri seguono le fasi del:

  • giuramento: tutto l’esecutivo è obbligato a prestare giuramento di fedeltà alla repubblica dinanzi al Capo dello Stato;
  • voto di fiducia: il Governo, entro 10 giorni dalla sua formazione, deve presentarsi dinanzi a ciascuna Camera per ottenere l’approvazione del proprio programma politico. È ciò che viene chiamato “voto di fiducia”.

Quanto dura in carica il Governo?

Il Governo della Repubblica cessa la sua attività in due casi:

  • qualora presenti le dimissioni; 
  • quando riceve la sfiducia delle Camere. 

L’approvazione della «mozione di sfiducia» comporta l’obbligo giuridico per il Governo di rassegnare le dimissioni al Presidente della Repubblica.

La sfiducia può essere votata con riferimento all’intero operato del Governo a un singolo atto legislativo su cui il Governo stesso abbia posto la cosiddetta questione di fiducia. In buona sostanza il Capo dell’Esecutivo potrebbe subordinare la propria permanenza in carica all’approvazione, da parte delle Camere, di uno specifico provvedimento. Se tale provvedimento dovesse essere rigettato dalla maggioranza, si avranno le dimissioni anticipate dell’intero Governo e, molto spesso, anche lo scioglimento anticipato delle Camere se queste non sono in grado di indicare un nuovo Premier. Ecco perché spesso la questione di fiducia viene spesso usata come arma di ricatto nei confronti dei parlamentari, il cui interesse è spesso di non perdere la “poltrona”. Sicché la fiducia viene accordata proprio per evitare lo scioglimento del Parlamento e la decadenza dalla carica tanto dei deputati quanto dei senatori.

Per tornare alla domanda principale da cui siamo partiti, ossia quanto dura il Governo, si può concludere dicendo che esso resta in carica fino a quando le Camere non lo sfiduciano o finché lo stesso Governo non rassegni le proprie dimissioni. Ragion per cui, nella migliore delle ipotesi, il Governo dura in carica 5 anni, ossia quanto le stesse Camere. Con lo scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni, anche il Governo rassegnerà le dimissioni e, successivamente, il nuovo Parlamento, indicherà al Capo dello Stato un nuovo Premier (nulla però esclude che possa essere riconfermato anche il precedente).

Durante la permanenza in carica, il Governo può anche subire delle variazioni della sua composizione interna a seguito di rimpasti o revoca di singoli Ministri o approvazione di una mozione di sfiducia individuale nei confronti di un solo Ministro.

Crisi di Governo e dimissioni

La cosiddetta crisi di Governo si apre quando viene meno la fiducia della maggioranza parlamentare. In tale ipotesi, il Governo non è di fatto più in grado di funzionare regolarmente (perché il Parlamento si opporrebbe sistematicamente alle sue iniziative).

Le crisi di Governo possono essere di due tipi

  • crisi di governo parlamentari;
  • crisi di governo extraparlamentari;

La crisi di Governo parlamentare ricorre in seguito alla sfiducia del Parlamento che può essere:

  • espressa: ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante un atto detto mozione, proposto e firmato da almeno un decimo dei componenti della Camera e votato per appello nominale almeno tre giorni dopo la sua presentazione. Nella storia della nostra Repubblica vi è un solo caso di Governo dimessosi a seguito di mozione di sfiducia: il Governo Prodi del 1998;
  • tacita: si verifica quando il Governo si dimette in seguito ad atteggiamenti ostili del Parlamento che vengono interpretati come revoca tacita della fiducia.

La crisi di Governo extraparlamentare invece scatta in seguito ad un evento esterno alla dinamica parlamentare che costringe il Governo alle dimissioni come ad esempio:

  • morte, grave malattia o dimissioni del Presidente del Consiglio;
  • decisioni della Corte costituzionale che incidono pesantemente sull’indirizzo politico del Governo;
  • prese di posizione degli organi direttivi dei partiti di governo (soprattutto in seguito alle risultanze dei
  • congressi, alle elezioni di nuovi segretari o a scelte di diverse linee politiche etc.) in contrasto con i contenuti del programma governativo;
  • grave e insanabile dissenso insorto tra Presidente della Repubblica e Governo;
  • orientamenti di stampa o di opinione pubblica o gravi manifestazioni di piazza contrari al Governo;
  • mutati atteggiamenti o votazioni di uno o più gruppi parlamentari o di un numero consistente di parlamentari che fa venir meno la maggioranza.

Non è scontato che, in caso di crisi di Governo, il Presidente della Repubblica debba sciogliere le Camere e procedere ad elezioni anticipate. Se infatti la maggioranza parlamentare è in grado di funzionare e indicare un nuovo capo dell’Esecutivo, il Presidente dovrà valutare la formazione di un nuovo Governo con le stesse Camere. Ciò succede soprattutto quando la maggioranza, seppur ancora compatta, non dà più appoggio al Governo.

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Quando vanno in prescrizione i debiti con l’Agenzia delle Entrate?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Imposte e tasse: tutti i termini di prescrizione. Come far dichiarare la prescrizione e come annullare la cartella esattoriale. 

Tutti i debiti hanno una data di scadenza. Anche quelli con il fisco. La scadenza – che, in gergo tecnico si chiama «prescrizione» – non è uguale per tutte le tasse e le imposte ma varia in base ad esse. Peraltro, come avremo modo di vedere qui di seguito, le regole sulla prescrizione dei tributi valgono anche per le relative cartelle esattoriali emesse in caso di omesso pagamento. Con questa premessa, possiamo quindi verificare quando vanno in prescrizione i debiti con l’Agenzia delle Entrate, l’ente cioè deputato all’accertamento e al recupero delle somme che tutti i contribuenti devono all’Erario, ossia allo Stato. Non vi rientrano quindi i debiti dovuti agli enti locali (Province, Comuni, Regioni) come l’Imu e la Tari per i quali la prescrizione è sempre di 5 anni. Ma procediamo con ordine.

Quali sono i debiti con l’Agenzia delle Entrate?

I debiti con l’Agenzia delle Entrate si riferiscono unicamente a tasse e imposte dovute allo Stato centrale. Eccezionalmente l’Agenzia delle Entrate si occupa della riscossione del bollo auto (ciò succede solo per la Sardegna e il Friuli Venezia Giulia) benché si tratti di un’imposta regionale. 

La differenza tra tasse e imposte, per quanto si tratti di due termini usati indistintamente nel gergo quotidiano, è abbastanza netta:

  • le tasse sono gli importi dovuti a fronte dell’erogazione di uno specifico servizio e che servono a finanziare il servizio stesso. A pagare le tasse sono solo coloro che usufruiscono del servizio a cui esse si riferiscono. È una tassa, ad esempio, quella per la raccolta di rifiuti, la cosiddetta Tari, la Tassa sull’occupazione di suolo pubblico, la Tassa di registro sul contratto di locazione;
  • le imposte invece non sono collegate a una specifica prestazione e, con esse, l’Erario provvede a finanziare in generale la spesa pubblica in favore della totalità dei cittadini. A pagare le imposte sono invece tutti i contribuenti, in proporzione alla rispettiva capacità contributiva. Tipici esempi di imposte sono quelle sui redditi (l’Irpef per le persone fisiche e l’Ires per le persone giuridiche). Anche se a molti sembrerà strano, anche il famoso Canone Rai è un’imposta perché non direttamente rivolto a finanziare la televisione di Stato, essendo piuttosto un prelievo collegato alla semplice detenzione di un apparecchio capace di captare le onde radiotelevisive. 

Quando vanno in prescrizione i debiti con l’Agenzia delle Entrate?

In linea generale, tutte le imposte e le tasse riscosse dall’Agenzia delle Entrate, e quindi dovute allo Stato, si prescrivono in 10 anni. Ma, come vedremo a breve, si è sviluppata una recente giurisprudenza che, in relazione a determinate imposte, ritiene che la prescrizione possa essere più breve.

Vediamo singolarmente ciascuna di queste ipotesi.

Quando va in prescrizione l’Irpef?

L’Irpef è l’imposta sui redditi che versano annualmente le persone fisiche, ossia i privati cittadini, e le società di persone (Sas, Snc e società semplici).

Secondo la tesi tradizionale, l’Irpef va in prescrizione dopo 10 anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui cui tale imposta è dovuta. Per esempio, l’Irpef del 2022 cade in prescrizione il 31 dicembre 2032, dieci anni esatti dopo il 1° gennaio 2023.

In 10 anni si prescrivono anche le cartelle esattoriali emesse a seguito dell’omesso versamento di tale imposta. Senonché, in tal caso, il termine inizia a decorrere dal giorno successivo alla notifica della cartella stessa.

Secondo tuttavia una diversa tesi, l’Irpef si prescriverebbe in 5 anni. Tale interpretazione si basa sulla regola contenuta all’articolo 2948 del codice civile secondo cui si prescrivono in cinque anni i debiti da pagare almeno una volta all’anno (o entro frazioni più brevi). Ebbene, come noto, l’Irpef si deve pagare tutti gli anni e pertanto subirebbe la prescrizione quinquennale. Senonché – si è obiettato – il presupposto impositivo potrebbe variare di volta in volta, a seconda del reddito dichiarato, o addirittura mancare del tutto (si pensi a una persona che non abbia lavorato): sicché non sarebbe vero che l’Irpef sia un’imposta fissa annuale come invece l’Imu, la Tari, il canone Rai, il bollo auto, ecc.

Cosa diversa dalla prescrizione dell’imposta è il termine entro cui l’Agenzia delle Entrate deve accertare l’inadempimento del contribuente e contestargli l’irregolarità. In particolare, la notifica degli avvisi di accertamento deve avvenire, a pena di decadenza, entro i seguenti termini:

  • in caso di redditi non dichiarati, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione relativa all’annualità d’imposta oggetto di accertamento;
  • se invece la dichiarazione non è stata affatto presentata, entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.

Quando va in prescrizione l’Ires?

L’Ires è l’imposta che grava sulle società di capitali (Spa, Srl, Sapa). Anch’essa è un’imposta erariale da versare ogni anni. Vale quindi quanto detto per l’Irpef: l’Ires va in prescrizione dopo 10 anni che decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui l’imposta è dovuta. Lo stesso dicasi per la cartella esattoriale relativa all’omesso versamento Ires.

Quando va in prescrizione l’Iva?

L’Iva è un’imposta erariale di derivazione comunitaria. Anch’essa segue la regola generale della prescrizione in 10 anni decorrenti dall’anno successivo a quello d’imposta. Stesso discorso vale per la cartella esattoriale.

Anche in questo caso si è formata però una giurisprudenza minoritaria che ritiene che la cartella esattoriale relativa all’Iva si prescriva in 5 anni.

Quando vanno in prescrizione l’imposta di registro, di bollo e ipotecaria

Le imposte di registro, di bollo e ipotecaria sono di norma collegata ai passaggi di proprietà degli immobili e degli altri diritti reali (usufrutto, servitù, ecc.). 

L’imposta di registro ha una portata più ampia, dovendo essere versata per la registrazione degli atti come, ad esempio, la locazione.

Come tutte le imposte dovute allo Stato, anche l’imposta di registro, di bollo e ipotecaria si prescrivono in 10 anni.

Quando va in prescrizione il Canone Rai?

Comunemente chiamato «Canone Rai», l’imposta sulla detenzione di apparecchi radiotelevisivi è dovuta allo Stato e quindi cade in prescrizione dopo 10 anni.

Quando va in prescrizione il bollo auto?

Come anticipato, il bollo auto è un’imposta regionale, di norma quindi riscossa dalle singole Regioni. Alcune Regioni però hanno delegato tale compito all’Agenzia delle Entrate, ma ciò non ha trasformato la natura dell’imposta in questione. Dunque vale la regola applicabile a tutti i tributi dovuti agli enti locali per i quali si applica la prescrizione breve. Risultato: il bollo auto si prescrive in tre anni, decorrenti dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui l’imposta è dovuta.

Quando vanno in prescrizione le altre tasse e imposte?

Giusto per completezza, ricordiamo che le imposte dovute a Comuni, Regioni e Province vanno in prescrizione dopo 5 anni e ciò vale anche per le relative cartelle esattoriali. Questa è dunque la regola per Imu, Tari, Tosap, ecc.

Come funziona la prescrizione?

La prescrizione è un fenomeno automatico, che si verifica al semplice decorso del tempo. Non richiede quindi un accertamento da parte di un giudice. In buona sostanza, decorsi i termini che abbiamo indicato sopra, il contribuente è già libero da ogni obbligo di pagamento.

Tuttavia, se un debito è prescritto e ciò nonostante il fisco – nel nostro caso, l’Agenzia delle Entrate – dovesse notificare al contribuente una richiesta di pagamento successivamente all’intervenuta prescrizione, tale atto andrebbe impugnato dinanzi al giudice affinché lo annulli. Diversamente esso diventerebbe definitivo e dunque non più contestabile. Con la conseguenza che il destinatario dovrebbe ottemperare al pagamento se non vuol vedersi pignorare i beni.

Viceversa, se la richiesta di pagamento dovesse intervenire prima che il debito sia caduto in prescrizione, essa varrebbe come “atto interruttivo della prescrizione”: in pratica il decorso della prescrizione si interromperebbe e inizierebbe a decorrere nuovamente da capo a partire dal giorno successivo. Questo implica che la prescrizione potrebbe non verificarsi mai se, prima dello spirare del termine, il creditore notifica un’intimazione di pagamento.

Come fare se ci si accorge di un debito prescritto?

Il contribuente che, tramite un estratto di ruolo, si accorge dell’esistenza di una cartella esattoriale prescritta, non ha la possibilità di impugnare l’estratto stesso, ma dovrà attendere il successivo ed eventuale atto dell’Agenzia delle Entrate Riscossione per poi contestare quest’ultimo in quanto emesso a fronte di un debito non più dovuto. 

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Corteggiamento accanito: cosa si rischia

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Corteggiare insistentemente una persona può integrare un reato se fatto in modo insistente e oppressivo. 

Chi si rapporta con una donna deve saperci fare. In tutti i sensi. Un corteggiamento esitante può essere frainteso come scarso interesse o indice di una personalità indecisa. Uno troppo gentile e galante può risultare retrò. Ma quando si eccede si commette sicuramente reato. Non poche volte infatti il nome dei corteggiatori insistenti è finito sulla scrivania della Procura della Repubblica dentro un fascicolo per stalking, molestie o, nella peggiore delle ipotesi, violenza sessuale. 

Ecco allora cosa si rischia in caso di corteggiamento accanito. I reati che può commettere l’ammiratore sono tutt’altro che lievi.

Fingersi single

Chi si finge single quando invece è sposato commette il reato di sostituzione di persona. Dire, in chat, che non si hanno impegni sentimentali ed altre relazioni è vietato dalla legge. La pena è la reclusione fino a un anno. Attenzione perché l’illecito penale scatta non solo quando si dice una bugia in modo chiaro ed esplicito ma anche quando si lascia intendere, attraverso il tenore del discorso, una cosa per un’altra, in modo da trarre in inganno la vittima. 

Il reato scatta quando si agisce per trarre un vantaggio dalla propria condotta o per procurare un danno ad altri. In questi casi, anche il semplice appagamento sessuale può costituire una fonte di vantaggio che può giustificare la denuncia.  

Fingersi affermati e ricchi

Stesso reato scatta nei confronti di chi millanta posizioni lavorative che non ha, titoli o conti in banca consistenti. Anche in questo caso scatta il reato di «sostituzione di persona»: la persona corteggiata ha diritto a sapere con chi ha a che fare, anche se mossa da puro interesse economico. 

Farsi dare il numero da un’altra persona

Il numero di telefono è un dato personale. Chi lo tratta deve avere il consenso del titolare. Sicché chi fornisce il numero di telefono di un’amica a un corteggiatore viola la legge sulla privacy, così come chi lo usa senza essere mai stato autorizzato. Sembra paradossale ma, prima di telefonare a una persona di cui non si ha il numero, bisogna chiederle il permesso. Ma come?

Tentare di baciarla

Il bacio non gradito è reato di violenza sessuale. Ma chi mai, prima di avvicinarsi alle labbra di una donna, si fa rilasciare la liberatoria? Bisognerebbe approcciarsi lentamente, per comprendere le sue intenzioni. Tuttavia, secondo la Cassazione, la violenza scatta solo quando l’azione è condotta in modo tale da non consentire alla vittima di divincolarsi, ad esempio cingendole i fianchi, tenendola dal collo oppure spingendola contro un muro. Insomma, bisognerebbe non essere troppo impulsivi in questi casi e controllare sempre la reazione della propria preda in modo da interrompere l’azione prima che si consumi il reato.

Mandarle troppi messaggi

Il reato di molestie telefoniche scatta quando si telefona insistentemente ad una persona o ci si limita a inviare sms o a fare squilli anonimi. Non è necessario ripetere l’azione per più giorni. Anche chi, nel corso di una sola giornata, insiste senza ottenere risposta può essere querelato.

Pedinarla

Pedinare una persona non è reato, a meno che non si generi nella vittima una situazione di allarme e timore. Nei casi peggiori potrebbe scattare il reato di stalking, punito con la reclusione da 1 anno a 6 anni e 6 mesi. Ne risponde ad esempio chi si fa trovare dappertutto anche solo per guardare l’oggetto della propria passione o per tentare un approccio: sotto casa, in palestra, al bar, all’uscita dal lavoro o dall’università.

Lo stalking si configura tutte le volte in cui la vittima si sente minacciata, teme per la propria incolumità, viene presa dall’ansia, viene costretta a cambiare le proprie abitudini di vita. E per la prova è sufficiente una sua stessa dichiarazione. 

Farle la serenata

Per quanto romantica e romanzesca possa essere, la serenata è un reato: quello di disturbo della quiete pubblica. E non importa se i vicini non si lamentano ma, anzi, si affacciano dalla finestra incantati o incuriositi dalla scena: la polizia può agire a prescindere da segnalazioni, trattandosi di reato procedibile d’ufficio.

Il reato scatta infatti tutte le volte in cui il suono può giungere all’orecchio di un numero indeterminato di persone. Per una serenata troppo chiassosa quindi si rischia l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 309 euro.

Non è tutto. Se per suonare la chitarra sotto la sua finestra si è costretti ad entrare in un giardino privato, si commette anche il reato di violazione di domicilio che riguarda anche le pertinenze dell’abitazione e non solo l’appartamento chiuso. 

Inviare foto non gradite

Per chi invia foto di sé non gradite, magari in costume adamitico, può scattare il reato di molestie. Senza contare i rischi collegati alla diffusione dell’immagine. 

Complimenti e fischi in luogo pubblico

Chi non ha sentito parlare di catcalling? Sono gli apprezzamenti volgari, con parole o fischi, posti in luogo pubblico. In questo caso può scattare il reato di molestie o disturbo alle persone punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.

Non farla scendere dall’auto

Scatta il reato di violenza privata nei confronti di chi, alla guida della propria auto e trasportando una ragazza sul lato del passeggero, accelera la velocità per non farla scendere. L’illecito penale scatta nei confronti di chiunque costringe una persona a fare o a sopportare qualcosa che non vuole. 

Seduzione amorosa di una minorenne

Chi dice bugie, fingendosi innamorato, al solo scopo di adescare una ragazza con meno di 16 anni commette un reato molto grave. In tal caso il codice penale punisce i semplici raggiri e lusinghe per carpire la fiducia della vittima e raggiungere il proprio fine (il rapporto sessuale). In tal caso il reato in contestazione è quello di adescamento di minore.

Denigrarla

Chi non arriva all’uva dice che è amara. Se il corteggiamento non dovesse andare a buon fine e si sparla della propria preda, dicendo magari che è “una poco di buono, che sta con tutti”, si commette il reato di diffamazione. Basta riferire questa affermazione ad almeno due persone, anche in momenti tra loro diversi, per poter essere querelati.

Appartarsi

Anche quando il corteggiamento va a buon fine e la preda è ormai caduta nelle maglie del suo ammiratore, bisogna stare attenti perché c’è sempre il rischio di commettere reato. Lo si commette innanzitutto se la ragazza ha meno di 14 anni. In tal caso scatta il reato di pedofilia (o meglio detto «atti sessuali con minore»). Eccezionalmente, una tredicenne può avere rapporti con un diciassettenne, ma mai con una persona più adulta. 

Dunque si è sicuri solo se lei ha almeno 14 anni: in quel caso, indipendentemente dalla differenza di età, non si commette mai reato. E se lei mente sulla propria età bisogna avere l’ardire di farsi consegnare la carta d’identità perché non è affidandosi alle apparenze che ci si può giustificare.

Inoltre, si rischia il reato di atti osceni in luogo pubblico se ci si apparta in luoghi abitualmente frequentati da minori, come un parco giochi (seppur di notte) o un parcheggio vicino a una scuola. Negli altri casi, il comportamento costituisce illecito amministrativo per il quale si rischia una sanzione da 5.000 a 30.000 euro.

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Seduzione con promessa di matrimonio: reato

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fingersi innamorati è reato? Quando scatta l’adescamento di minorenne, la sostituzione di persona e la truffa amorosa. 

Non tutti sanno che la seduzione con promessa di matrimonio è stata a lungo tempo un reato. Il comportamento oggi rientra in altre fattispecie penali, sicché resta ugualmente punibile a determinate condizioni. 

Per comprendere quindi quando la seduzione con promessa di matrimonio è reato bisogna leggere l’abrogato articolo 526 del codice penale. Il comportamento che tale norma vietava era quello di colui che, con promessa di matrimonio, seduceva una donna minore di età, inducendola in errore sul proprio stato di persona coniugata». Per seduzione si intendeva la congiunzione carnale.

Evidentemente questa incriminazione, mirava a proteggere le donne minorenni dagli attentati alla loro libertà sessuale commessi in forma insidiosa assai frequente, e cioè carpendo il consenso alla congiunzione carnale mediante promessa di matrimonio. 

Il nostro legislatore, però, non ha creduto di colpire con la sanzione penale ogni azione del genere, ma per ragioni di opportunità, e precisamente, per evitare il pericolo dei tranelli che alla ingenuità degli uomini possono essere tesi dalla malizia delle donne e delle loro famiglie, ha circoscritto l’incriminazione al caso che la seduzione sia dovuta ad un uomo ammogliato che si sia fatto credere libero da vincoli coniugali.

Oggi la seduzione con promessa di matrimonio può essere punita solo nei seguenti casi:

  • quando un soggetto (uomo o donna che sia) si finga celibe o nubile, nascondendo quindi di essere sposato, al solo fine di assecondare il proprio desiderio: si ha quindi un danno per la vittima derivante dalla simulazione perpetrata ai suoi danni. In tal caso il reato commesso è quello di sostituzione di persona punito con la reclusione fino a un anno; 
  • quando un soggetto, anche tramite internet, tiene una condotta maliziosa con una persona con meno di 16 anni e si avvale di raggiri e lusinghe per carpirne la fiducia e raggiungere il proprio fine, ossia il rapporto sessuale. In tal caso il reato in contestazione sarà quello di adescamento di minorenne punito con la reclusione da 1 a 3 anni.

A differenza del precedente reato di seduzione con promessa di matrimonio, oggi il soggetto attivo del reato non deve per forza essere un uomo, ben potendo essere anche di sesso femminile. Inoltre, non è più necessaria la promessa di matrimonio.  

È chiaro quindi che il reato di chi si finge innamorato si realizza solo nelle seguenti ipotesi:

  • se la vittima è minore di 16 anni, ci deve essere un comportamento rivolto a carpirne la fiducia mediante le consuete bugie che spesso si dicono allo scopo di sedurre una persona;
  • oppure, se la vittima ha più di 16 anni, se il reo si finge single oppure si arroga dei titoli o delle qualità che non ha (ad esempio, oltre a fingere di essere single, fa credere di essere ricco, di poter garantire un futuro alla ragazza nel mondo dello spettacolo o del cinema e così via). 

Potrebbe infine ricorrere l’ipotesi della truffa amorosa, quella cioè di chi, allo scopo di farsi regalare o prestare denaro, finga di essere innamorato della vittima. Qui però dimostrare l’intento fraudolento è molto più difficile. Bisognerebbe cioè dimostrare che vi sono stati artifici sulla realtà e raggiri volti a far cadere in errore la vittima (ad esempio facendole credere di avere grosse difficoltà economiche, di essere braccato dai creditori e così via).

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Quando scatta la mora per il bollo auto?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quanto tempo per pagare il bollo auto dopo la scadenza?

Chi non paga il bollo auto commette un’evasione fiscale: un’evasione che, per l’esiguità dell’importo, implica solo sanzioni amministrative di carattere pecuniario. In buona sostanza, chi non paga il bollo potrà continuare a circolare con l’auto ma sarà soggetto alla cosiddetta “mora”, ossia a una maggiorazione sull’importo da versare. Tale maggiorazione cresce all’aumentare del ritardo. È quindi fondamentale capire quando scatta la mora per il bollo auto proprio per sapere a partire da quando viene calcolata. Di tanto ci occuperemo meglio qui di seguito.

Quanto tempo per pagare il bollo auto?

Il bollo auto va pagato, in un’unica soluzione, una volta all’anno. Il mese di scadenza è quello in cui l’auto è stata immatricolata (anche quando questa sia stata acquistata usata, ossia di seconda mano). Chi ha dimenticato tale data, può recuperarla tramite un meccanismo online. A indicarti quando scade il tuo bollo auto sono sia il sito dell’Agenzia delle Entrate che quello dell’Aci. Entrambi hanno messo a disposizione degli automobilisti uno strumento gratuito che consente di capire quando bisogna pagare il bollo auto. Trovi gli indirizzi a cui collegarti e le istruzioni su come effettuare la verifica nell’articolo Come verificare quando scade il bollo auto.

Quanto tempo per pagare il bollo auto dopo la scadenza?

Abbiamo detto che il termine per pagare il bollo è il mese di immatricolazione dell’auto. Tuttavia la legge prevede un periodo di tolleranza prima che scatti la mora: l’automobilista infatti può versare l’imposta, senza subire alcuna sanzione, entro la fine del mese successivo a quello di immatricolazione. 

Ad esempio, se l’auto è stata immatricolata il 5 luglio si può pagare il bollo senza sopratasse fino al 31 agosto.

Quando scatta la mora per il bollo auto?

La mora per il bollo auto scatta già a partire dal giorno successivo alla scadenza del periodo di tolleranza. Ragion per cui, tornando all’esempio precedente, per l’auto immatricolata il 5 luglio, la mora inizia a decorrere dal 1° settembre, ossia a partire dal primo giorno del mese successivo a quello di immatricolazione. 

Cos’è la mora per il bollo auto?

La cosiddetta “mora” altro non è che una sanzione amministrativa che fa lievitare il conto da pagare alla Regione o all’Agenzia delle Entrate. Non comporta altre conseguenze, trattandosi di una sanzione di carattere amministrativo. 

Si può “interrompere” la mora solo attraverso l’integrale pagamento del debito accumulato.

A quanto ammonta la mora per il bollo auto?

In generale, la mora per il bollo auto è pari al 30% dell’importo dovuto. Tuttavia, nel primo anno di ritardo, si può ottenere uno sconto sulle sanzioni. È il cosiddetto ravvedimento operoso. 

In particolare, nel primo anno di ritardo la mora per il bollo auto cresce con il ritardo. In particolare: 

  • chi regolarizza il bollo nei primi 14 giorni dalla scadenza della tolleranza, deve versare una sanzione dello 0,1% per ogni giorno di ritardo. Pertanto, chi adempie al quattordicesimo giorno dovrà versare una sanzione dell’1,4%;
  • chi paga il bollo dal 15° al 30° giorno dopo la scadenza, subisce una sanzione pari all’1,5%;
  • dal 30° al 90° giorno la sanzione è dell’1,67%;
  • dal 90° giorno a 1 anno la sanzione è del 3,75%.

Come visto, chi versa il bollo entro un anno ottiene un bene

Cosa succede se non pago il bollo per un anno?

Una volta scaduto l’anno utile per il ravvedimento operoso, la sanzione per l’omesso versamento del bollo auto è pari al 30% dell’importo dovuto più un interesse dello 0,5% per ogni sei mesi di ritardo.

Cosa si rischia se non si paga il bollo auto?

La Regione o l’Agenzia delle Entrate che si accorge dell’omesso versamento del bollo auto invia al contribuente un avviso di pagamento contro cui questi può fare ricorso entro 60 giorni.

Decoro questo termine, l’ente iscrive a ruolo il proprio credito e passa alla riscossione forzata delegando a tal fine l’Agente per la riscossione esattoriale che invierà una cartella di pagamento.

Se la cartella non viene pagata entro 60 giorni può scattare il pignoramento dei beni nonché il fermo auto. Solo in quest’ultimo caso non si può più circolare con l’auto pena una sanzione tra 1.988 e 7.953 euro. Viene inoltre sospesa la patente da 1 a 3 mesi. Per impedire il fermo, si deve pagare o chiedere la dilazione. È anche possibile evitare il fermo dimostrando che l’auto è un bene strumentale all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale, ma deve essere iscritta nel registro dei beni ammortizzabili. 

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La prescrizione delle multe è stata sospesa causa Covid?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho ricevuto una cartella relativa a due multe per violazioni stradali di oltre cinque anni fa. Sono prescritte? E cosa posso fare se una delle due multe mi fu notificata alla vecchia residenza?

L’articolo 68, comma 4 bis, del decreto legge n. 18 del 2020 (norma emanata per fronteggiare l’emergenza pandemica) ha stabilito che per i carichi tributari e non tributari (compresi quindi i carichi per sanzioni amministrative da violazioni del Codice della Strada) affidati all’agente della riscossione tra l’8/03/2020 ed il 31/12/2021 i termini di prescrizione sono prorogati di 24 mesi.

Questo significa che nel suo caso, siccome i due carichi relativi alle due “multe” sono stati affidati all’agente della riscossione (ex Equitalia) entrambi nel corso del 2021, risulta anche a lei applicabile la proroga di 24 mesi della prescrizione che è stata prevista, come ho evidenziato poc’anzi, dall’articolo 68, comma 4 bis, del decreto legge n. 18 del 2020.

Pertanto, considerato che in materia di sanzioni amministrative per violazioni di norme del Codice della Strada la prescrizione è di cinque anni (come stabiliscono l’articolo 209 del Codice della Strada e l’articolo 28 della legge n. 689 del 1981) possiamo affermare che:

  • per la prima “multa” la prescrizione, che si sarebbe dovuta compiere nel giugno 2021 (cioè cinque anni dopo la notificazione del verbale di accertamento), è stata prorogata di due anni al  giugno 2023 per cui la notifica della cartella, avvenuta di recente, risulta tempestiva e regolare;
  • per la seconda “multa” la prescrizione, che si sarebbe dovuta compiere nel marzo 2022 (cioè cinque anni dopo la notificazione del verbale di accertamento), è stata prorogata di due anni al 29/03/2024 per cui la notifica della cartella, avvenuta di recente, risulta tempestiva e regolare.

Per quanto riguarda infine la notificazione al suo vecchio indirizzo del verbale di accertamento di una delle due sanzioni, secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione (sentenza a Sezioni Unite, n. 24.851 del 2010) la notificazione fu regolare se il trasferimento della sua residenza fu annotato nei registri dello stato civile dopo la notifica del verbale.

Se invece l’annotazione nei registri dello stato civile del suo cambio di residenza avvenne prima della notificazione del verbale di accertamento, allora la notifica del verbale fu irregolare e lei oggi avrebbe la possibilità di impugnare la cartella (entro trenta giorni dalla sua notifica) contestando la nullità della notifica di quel verbale di accertamento con la possibilità di ottenere l’annullamento parziale della cartella (annullamento cioè limitato a quella sola parte della cartella relativa al verbale erroneamente notificato e non all’intera cartella che le è stata di recente notificata).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Vale l’accordo prima di sposarsi per non lasciare la casa all’ex?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Validità degli accordi prematrimoniali rivolti a salvare la casa comprata prima o durante il matrimonio. Il giudice deve rispettare i patti tra i coniugi o i conviventi?

Un nostro lettore ci chiede se può avere valore legale un accordo prematrimoniale dove si dichiara che, in caso di divorzio con figli, la casa rimane al marito o se, invece, questa spetti sempre e comunque alla madre. 

La questione merita di essere approfondita. Vediamo dunque se ha valore l’accordo prima di sposarsi per non lasciare la casa all’ex.

Valgono gli accordi prematrimoniali?

Partiamo subito dalla premessa che, nel nostro ordinamento, gli accordi prematrimoniali non hanno alcun valore. Sono quindi nulli. Ciò perché, secondo il nostro ordinamento, il matrimonio non è un contratto, sicché non è ammesso qualsiasi patto volto a regolarne gli effetti in modo diverso da come previsti dalla legge. 

La stessa disciplina vale anche se l’accordo viene stipulato durante il matrimonio ma prima di separarsi.

È tuttavia possibile stilare un accordo con cui un coniuge, preso atto delle spese che l’altro ha sostenuto per costruire o ristrutturare l’immobile familiare, si impegna a restituirgli una parte dell’importo nel caso in cui la coppia dovesse sposarsi.

Sono invece validi gli accordi intervenuti dopo la crisi coniugale: quelli cioè rivolti a regolare in modo congiunto i termini della separazione o del divorzio. In tali casi infatti si procederà a una separazione o un divorzio consensuale. 

Il giudice deve rispettare gli accordi prematrimoniali?

Posta la nullità degli accordi prematrimoniali, il fatto che un coniuge si impegni a rinunciare all’eventuale diritto di abitazione in caso di separazione o divorzio non avrebbe alcun valore anche dinanzi a un giudice. Il tribunale quindi non è tenuto a rispettare gli accordi prematrimoniali. 

La casa del marito può andare alla moglie?

Dobbiamo distinguere la proprietà della casa dal diritto di abitazione. 

Se la casa apparteneva già al coniuge prima del matrimonio, questa non cade nella comunione legale dei beni (se la coppia ha optato per tale regime), sicché resta sempre del proprietario anche dopo la separazione o il divorzio. 

Se invece la casa viene acquistata durante il matrimonio: 

  • se la coppia è in separazione dei beni. l’immobile resta nella proprietà di chi ne ha pagato il prezzo; 
  • se invece la coppia è in comunione dei beni, l’immobile va diviso tra i due.

Al di là, però, di chi sia il coniuge proprietario dell’immobile, il giudice – in caso di separazione e divorzio – attribuisce il diritto ad abitarvi (il cosiddetto diritto di abitazione) al genitore presso cui i figli vanno a vivere. Tale decisione viene presa nell’interesse della prole, sicché non vi sarà alcuna assegnazione del diritto di abitazione dinanzi a una coppia senza figli (o con figli provenienti da precedenti unioni) oppure con figli già autosufficienti o che sono andati a vivere da soli. 

Il diritto di abitazione non ha ripercussioni sulla proprietà del bene che resta in capo allo stesso soggetto. Con la differenza che questi, se l’appartamento viene attribuito all’ex, dovrà andare via.

Non ha alcun valore l’accordo prematrimoniale con cui si rinuncia al diritto di abitazione. Esso, quindi, anche se accettato o firmato, non potrebbe mai essere attivato in un’aula di tribunale. 

Avrebbe però valore la rinuncia al diritto di abitazione avvenuta in sede di separazione o divorzio consensuale, non potendo il giudice obbligare il coniuge collocatario dei figli a vivere dove questi non vuole stare. 

Come non lasciare la casa all’ex 

Contrariamente a quanto spesso si crede, non è evitando di sposarsi che si mette al sicuro la casa. Difatti il diritto di abitazione al genitore collocatario dei figli può essere riconosciuto anche in assenza di matrimonio, quando cioè vi è una coppia di fatto di conviventi.

Se l’accordo prematrimoniale non ha valore, e quindi non ha alcun effetto la rinuncia preventiva al diritto di abitazione, come poter stare tranquilli che la casa non va all’ex? Ci sono due scappatoie. 

La prima, la più scontata, è sperare di ottenere il collocamento dei figli. E ciò perché, come detto, il giudice la casa al genitore presso cui vivono i bambini o i maggiorenni non ancora autosufficienti.

Esiste una seconda soluzione: non vivere nell’immobile che si vuole “salvare”. La famiglia dovrebbe cioè dimorare altrove. Difatti la legge stabilisce che il giudice assegna al genitore collocatario dei figli solo l’abitazione familiare, quella cioè ove i genitori insieme ai figli vivevano stabilmente. Quindi mai potrebbe essere assegnata la casa vacanze o quella a uso investimento se non abitata per gran parte dell’anno.

Quindi, evitando di vivere nell’immobile di proprietà, questo non verrà mai assegnato all’ex coniuge. 

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Quando i debiti passano agli eredi?

Posted on : 26-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Successione ereditaria: quando la responsabilità per i debiti lasciati dal defunto passa agli eredi e che rischi corrono con l’accettazione dell’eredità?

Tutti sanno che, con la morte di una persona, i suoi debiti passano agli eredi. Ma non è a tutti noto l’esatto momento in cui ciò si verifica, quando cioè si compie questa sorta di “passaggio di consegne”. Si tratta invece di una questione di estrema importanza perché è proprio stabilendo quando i debiti passano agli eredi che si definisce lo spartiacque della responsabilità, ossia il momento a partire dal quale i creditori del defunto possono avviare azioni giudiziarie e pignoramenti nei confronti dei familiari di quest’ultimo. 

Dobbiamo per forza approfondire l’argomento per spiegare meglio come stanno le cose, anche al fine di comprendere come difendersi da richieste di pagamenti non dovuti. Ma procediamo con ordine.

Quando i familiari diventano eredi?

La qualità di erede non si acquisisce per il semplice fatto di essere legati a rapporti di parentela con il defunto o di essere stati da lui menzionati nel testamento. Piuttosto tali circostanze fanno sì che una persona possa semplicemente dirsi «chiamato all’eredità», espressione che potremmo tradurre, in linguaggio comune, con il termine “erede potenziale”.

La qualità di erede invece si acquisisce solo con l’accettazione dell’eredità e non prima. L’accettazione dell’eredità può avvenire però in due diverse forme:

  • in forma espressa, ossia davanti al notaio o al cancelliere del tribunale del luogo ove è deceduto il de cuius, con una dichiarazione formale che viene registrata e quindi diventa pubblica;
  • in forma tacita, ossia con un comportamento “concludente”, che denota appunto la volontà di non rinunciare all’eredità. Il che può avvenire con una serie di atti come, ad esempio, la vendita dei beni del defunto o un prelievo dal suo conto corrente, l’accatastamento di un immobile, la riscossione dei canoni di affitto di un immobile caduto in successione e così via. 

Attenzione: la dichiarazione di successione non costituisce accettazione dell’eredità; si tratta infatti di un semplice adempimento fiscale necessario al fisco per liquidare le imposte di successione.

Ci sono 10 anni per decidere se accettare o rinunciare all’eredità. Il tribunale, però, su richiesta dei creditori o di qualsiasi altro interessato, può abbreviare tale termine.

Cosa succede quando si diventa eredi?

Il primo effetto che scaturisce dall’accettazione dell’eredità, e quindi dall’acquisizione della qualità di eredi, è che si subentra in tutti i crediti e i debiti del defunto. Ma c’è un’importante distinzione da fare:

  • per i crediti (e, in generale, per tutto il patrimonio attivo del defunto) vale la regola della comunione: ciascun erede diventa cioè proprietario solo di una quota ideale ed astratta dei beni caduti in successione (ad esempio il 33% su tutti i conti, su tutti gli immobili, su tutti i libretti di risparmio, ecc.). Tale situazione permane fino alla divisione della comunione ereditaria;
  • per i debiti, invece, vale l’opposta regola della «responsabilità parziaria»: in pratica i debiti sono già divisi, poiché ciascun erede risponde solo delle obbligazioni del defunto limitatamente alla propria quota di eredità. Ad esempio, con tre eredi al 33% ciascuno, ognuno di questi dovrà pagare solo un terzo di ogni debito caduto in successione: i creditori non potranno chiedergli una somma superiore, neanche se gli altri eredi dovessero essere inadempimenti. 

Un altro importante effetto del divenire eredi è la retroattività dell’acquisto della proprietà dei beni. Ci spieghiamo meglio. La legge, come visto, dà 10 anni di tempo per scegliere se accettare o meno l’eredità. Quando però ciò avviene, l’erede diventa proprietario dei beni non già a partire da quando manifesta tale volontà, ma a partire dalla morte del de cuius. «Proprietario» significa anche «responsabile» dei danni e delle spese conseguenti a tale bene. 

Quando i debiti passano agli eredi?

Quanto appena detto può servire per comprendere molte cose. Innanzitutto il momento in cui i debiti passano agli eredi: ciò avviene solo con l’accettazione dell’eredità. È in questo stesso istante che l’erede assume i debiti del defunto e ne diviene personalmente responsabile anche con il proprio patrimonio (per limitare la responsabilità ai soli beni ricevuti in successione bisogna procedere con l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario). 

Questo significa che i creditori possono agire nei confronti degli eredi, citarli in tribunale, avviare azioni di recupero oppure pignoramenti solo dopo che sia stata formalizzata l’accettazione dell’eredità. Prima di tale momento, ogni pretesa di pagamento è illegittima e così anche qualsiasi chiamata in giudizio può essere fermamente opposta.

Tale regola vale anche per i debiti fiscali come Imu, Tari, bollo auto, Iva. Fanno eccezione solo l’Irpef e l’imposta di successione, per le quali vale la regola della «solidarietà passiva»: in buona sostanza il fisco può chiedere l’integrale pagamento anche a un solo erede, fermo il diritto di quest’ultimo poi di farsi rimborsare dagli altri coeredi.

Come detto, ciascun erede risponde solo del debito nei limiti della propria quota ereditaria, non potendogli essere chiesto anche il pagamento per la parte degli altri coeredi.

È bene altresì sapere che:

  • il creditore che voglia recuperare le somme che gli sono dovute deve procedere prima che si compia la prescrizione;
  • a tal fine deve inviare una diffida, con la richiesta di pagamento, prima della scadenza della prescrizione (il termine è diverso a seconda della natura del credito: leggi La prescrizione dei debiti);
  • nel primo anno dalla morte del de cuius, la diffida e ogni atto giudiziale possono essere inviati all’ultimo indirizzo di residenza di quest’ultimo e indirizzato impersonalmente a tutti gli eredi (ad es.. «Eredi del sig…»);
  • dopo il primo anno dalla morte, la diffida e ogni atto giudiziale devono essere inviati all’indirizzo di residenza di ciascun erede, indicando il nome e cognome di questi. 
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Assenze scolastiche per malattia: cosa rischio?

Posted on : 25-06-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mia figlia, che è stata malata ed ha certificati medici che lo confermano, può non essere ammessa agli esami? Le manca il terzo voto in tutte le materie ed ha due insufficienze che avrebbe dovuto recuperare ma essendo stata malata ancora le ultime due settimane non ha potuto recuperare.

La normativa di riferimento è l’articolo 146 della legge n.352 dell’8 agosto 1995, in base alla quale gli alunni che, per assenze determinate da malattia, da trasferimento della famiglia o da altri gravi impedimenti di natura oggettiva, non hanno potuto essere valutati al termine delle lezioni, sono ammessi a sostenere, prima dell’inizio delle lezioni dell’anno scolastico successivo, prove suppletive che si concludono con il giudizio complessivo di ammissione o di non ammissione alla classe successiva.

L’ammissione a prove suppletive di esame è subordinata al giudizio del consiglio di classe che si esprime sulla valutabilità degli studenti, per assenze dovute a malattia o a trasferimento della famiglia.
Pertanto, se ne deduce che l’ammissione a prove suppletive di esame prevista dall’art. 146, l. 8 agosto 1995 n. 352 per gli alunni assenti per malattia, trasferimento della famiglia o per altri gravi impedimenti di natura oggettiva, è un potere discrezionale dell’organo scolastico che è il solo competente a deliberare sulla sussistenza delle condizioni per procedere alla valutazione degli studenti, sulla base non solo del numero, ma anche della tipologia delle assenze registrate (anche con riferimento alla loro cadenza e motivazione), il quale può essere oggetto di censura, in sede giurisdizionale, sotto limitati profili di errore, travisamento o illogicità manifesta
(T.A.R. Toscana Firenze, sez. I, 12/04/2007, n. 628).

Per tali ragioni, il mio consiglio è quello di prendere appuntamento con il dirigente scolastico e rappresentare la delicata situazione di Sua figlia, anche al fine di chiarire eventuali dubbi e comprendere quali sono le determinazioni del consiglio di istituto.

Nella denegata ipotesi in cui dovessero pubblicare la non ammissione agli esami di Sua figlia, non resterebbe che procedere con un ricorso al TAR al fine di richiedere la sospensiva del provvedimento e l’ammissione con deroga agli esami in questione.

D’altronde, Lei è in possesso di documenti che confermano l’impossibilità di Sua figlia a partecipare alle lezioni per cause di forza maggiore, legate al suo stato di salute.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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