Urto in retromarcia di auto in doppia fila: cosa si rischia?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa succede se entrando o uscendo da un parcheggio in retro viene colpita una macchina lasciata in luogo vietato? Di chi è la responsabilità?

È un quarto d’ora che stai girando attorno agli stessi isolati alla ricerca di un parcheggio. Ad un certo punto, vedi che qualcuno ha lasciato un posto libero, proprio davanti ad una macchina messa in doppia fila: si vede che quando è arrivata era ancora tutto occupato. La manovra non sarà semplice ma nemmeno impossibile. Nella fretta di parcheggiare prima che qualcuno ti rubi il posto, inserisci la «retro» e vai deciso. Calcoli male, però, e vai addosso al veicolo che si trova in sosta vietata. Lì per lì pensi: se il conducente avesse parcheggiato a dovere, non sarebbe successo niente, la colpa è sua che in partenza era nel torto. Ma sei sicuro che andrà a finire così? Per l’urto in retromarcia di auto in doppia fila, cosa si rischia?

Dipende da diversi fattori: ad esempio, dal fatto che entrambe le auto siano in movimento (una fa manovra, l’altra si sta spostando in doppia fila) oppure che quella lasciata «abusivamente» dove non si doveva trovare sia ferma. Di sicuro, il conducente che provoca l’urto in retromarcia dell’auto in doppia fila non rischia di perdere i punti della patente: lo ha stabilito il tribunale di Roma in una sentenza. Ecco, allora cosa si rischia, valutando la posizione di entrambi gli attori, cioè di chi ha lasciato la macchina parcheggiata male e di chi, con una manovra azzardata, ha causato il sinistro.

Auto in doppia fila: cosa dice il Codice della strada?

Tra i vari luoghi in cui non si può lasciare un’auto in sosta, il Codice della strada indica proprio la doppia fila. O meglio, come dice la normativa, «in seconda fila». Per i trasgressori è prevista una sanzione amministrativa da 24 a 97 euro se si tratta di un ciclomotore o di un motoveicolo a due ruote e da 41 a 168 euro per gli altri veicoli. La Polizia può procedere alla rimozione forzata nel caso ci sia pericolo o grave intralcio alla circolazione.

La sanzione, però, si può evitare nel caso in cui ci siano le seguenti circostanze:

  • l’urgenza: un pericolo attuale ed imminente a cui si deve porre rimedio (una persona che si sente male ed ha bisogno di immediata assistenza, ad esempio);
  • l’impossibilità di affrontare quella situazione di pericolo senza violare il Codice della strada;
  • l’estrema gravità del pericolo che si deve evitare.

Dal lato opposto, la sosta in doppia fila può essere anche considerata un reato, secondo quanto espresso più volte dalla giurisprudenza. In particolare, secondo la Cassazione [2], questo tipo di condotta può integrare il reato di violenza privata in quanto ostacola l’accesso o l’uscita di un altro veicolo.

Urto in retromarcia: cosa dice il Codice della strada?

Cosa si rischia per l’urto in retromarcia di un’auto in doppia fila? Anche in questo caso, apriamo il Codice della strada alla pagina in cui dice che chi esce o entra in un parcheggio «in retro» occorre «dare la precedenza ai veicoli in marcia normale» [3].

Ed è qui che occorre fare la distinzione accennata all’inizio: l’auto in doppia fila era in movimento o era ferma al momento dell’impatto? Se entrambe le auto erano in movimento, verrà decretato il cosiddetto «concorso di colpa» tra i conducenti. Responsabilità di uno per avere sostato o per tentare di sostare dove non deve e responsabilità dell’altro per avere fatto una manovra azzardata.

Se invece l’auto in doppia fila era ferma? Qui viene in soccorso una sentenza del tribunale di Roma [4]. In teoria, la colpa sarebbe di chi stava facendo la manovra. Tuttavia, i giudici capitolini hanno ritenuto che quando manca la situazione di pericolo nell’urtare un’auto vuota e parcheggiata in modo da restringere gli spazi di manovra, la responsabilità del conducente è limitata.

In pratica, secondo la sentenza del tribunale romano, la sanzione va annullata quando non c’è modo di dimostrare che la retromarcia abbia comportato una situazione di pericolo o di intralcio per gli altri utenti della strada, come invece prevede il Codice. Se non fosse tenuto in considerazione questo elemento, sarebbe da multare e bisognerebbe togliere dei punti dalla patente anche a chi parcheggia in «retro» normalmente e urta la macchina che ha davanti o dietro sfrisando appena la carrozzeria o rompendo un fanalino. Cosa che, ovviamente, non avviene.

Ci vuole, pertanto, che chi fa retromarcia e colpisce un’auto in doppia fila crei con la sua manovra una situazione di rischio per gli altri e di intralcio alla circolazione. E ci vuole anche, ai fini della sanzione, che il pericolo non venga creato a causa di una macchina lasciata dove non si doveva trovare.

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Premiato chi in questi anni non ha pagato le multe

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Via al condono delle cartelle: il limite di 5mila euro non è complessivo ma per ogni singolo carico. Cancellate le sanzioni di 10 anni fino a quella cifra.

Vince la tenace furbizia. Chi da un po’ di tempo si è visto contestare delle multe e non ha voluto pagare un solo centesimo ora viene premiato dal Fisco. Lo conferma, in modo ovviamente più generico, la stessa Agenzia delle Entrate: l’imminente condono delle cartelle esattoriali avrà sempre come limite i 5mila euro per poter beneficiare, ma quella cifra si riferisce alla singola iscrizione a ruolo e non al valore complessivo della cartella. Il che significa che chi ha accumulato delle multe per un valore inferiore a 5mila euro ciascuna vedrà il proprio debito condonato.

Per fare un esempio concreto. Poniamo che hai preso qualche multa per eccesso di velocità. Il totale delle multe ammonta a 2.800 euro. Nella stessa cartella ti trovi delle contestazioni per non aver pagato Imu e Tari, in questo caso per 4.500 euro. Valore totale della cartella: 7.300 euro. Totale di quello che devi pagare al Fisco: zero. La cartella diventerà carta straccia perché i singoli carichi non superano i 5mila euro.

In questo modo, come accennato prima, viene premiato chi non ha rispettato le regole al volante: non solo si è ritenuto libero di circolare in autostrada a 170 km/h ma si è pure permesso di ridere in faccia al verbale della sanzione che gli sarà arrivato a casa. E ora può pure ridere in faccia anche al Fisco: «Trasgredisco, metto in pericolo oltre alla mia vita quella degli altri, non pago la multa e ora mi tolgono tutti i debiti. Cosa si può volere di più dalla vita?».

Il condono-premio interviene sui debiti che, al 23 marzo 2021, non superavano i 5mila euro e che sono stati affidati all’Agenzia delle Entrate Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2010. Dieci anni senza pagare le multe e ti va pure bene. «A saperlo prima», vien da pensare.

Certo, bisogna anche dire che il condono non interessa proprio tutti i trasgressori: l’operazione è riservata ai contribuenti che hanno avuto un reddito imponibile fino a 30mila euro nel 2019.

Entro il 30 settembre l’Agenzia delle Entrate passerà all’agente della riscossione i codici fiscali di chi supera il citato limite di reddito. Chi, invece, rientra nella soglia si vedrà cancellare le cartelle entro il 31 ottobre 2021. In totale, si calcola saranno due milioni e mezzo i contribuenti che beneficeranno della sanatoria.

Va precisato, però – e questo è importante –, che il Fisco non avvertirà dell’avvenuta cancellazione della cartella. Significa che i diretti interessati dovranno verificare che così sia stato consultando la propria area personale sul sito delle Entrate.

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Intercettazioni: quando sono legali e come scoprirle?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Penso di essere spiato in casa. Come faccio a sapere se sono intercettato dalla polizia? Cosa posso fare per tutelarmi da microspie illegali?

Occorre innanzitutto fare chiarezza su alcune circostanze giuridiche, prima fra tutte quelle inerenti alle intercettazioni. Esistono tre tipi di intercettazioni:

  • l’intercettazione telefonica, che consiste nel captare la conversazione che avviene a distanza tra due persone, per mezzo del telefono o di strumento analogo;
  • l’intercettazione ambientale, che consiste nel sentire tutto ciò che viene detto all’interno di un determinato luogo (l’abitacolo di un’auto, la camera di una stanza, ecc.);
  • l’intercettazione telematica, che consiste nel captare le conversazioni che ci si scambia tramite internet e altri mezzi informatici (si pensi alle chiamate tramite Skype, ecc.). Spesso, questo tipo di intercettazione avviene mediante l’installazione di trojan, cioè di virus che si nascondono nel pc.

Poiché l’intercettazione viola il diritto costituzionale alla segretezza delle comunicazioni, la polizia può procedere con questo mezzo di ricerca della prova solo se autorizzata dal giudice, e soltanto in presenza di determinati reati (spaccio, pedopornografia, ecc.).

Per la precisione, le intercettazioni sono legali solamente quando:

  • richieste dal magistrato del pubblico ministero;
  • autorizzate dal giudice;
  • effettuate dalla polizia giudiziaria, con la propria strumentazione.

L’autorizzazione è concessa dal giudice quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangano i presupposti.

Solo eccezionalmente, nei casi di estrema urgenza e gravità, il pm può ordinare alla polizia di procedere a intercettazione senza l’autorizzazione del giudice. In questa evenienza, però, il permesso del giudice non è escluso, ma solo posticipato: entro ventiquattro ore bisognerà trasmettere il decreto del pm al giudice, il quale ha 48 ore di tempo per convalidare le operazioni.

Nel solo caso di intercettazione ambientale (cioè, intercettazione di comunicazioni tra persone presenti nello stesso ambiente) all’interno di un domicilio privato (la propria casa, il proprio ufficio, ecc.), è possibile procedere solo se vi è fondato motivo di ritenere che in quel luogo si stia svolgendo l’attività criminosa.

Secondo la legge, i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti.

Per sapere se si è oggetto di indagini, è possibile fare un’istanza direttamente alla Procura della Repubblica territorialmente competente. E infatti, non sempre l’indagato è avvisato delle investigazioni in corso. L’informazione di garanzia, così come la richiesta di eleggere domicilio, viene notificata solamente quando occorre compiere un atto di indagine per il quale è necessaria la presenza dell’indagato: l’interrogatorio, la perquisizione, l’ispezione personale, ecc. Qualora tali atti non siano necessari, l’indagato verrebbe a conoscenza delle indagini solamente alla loro conclusione, con la notifica (sempre necessaria) dell’avviso di conclusione delle indagini.

Quindi, per sapere se si è indagati occorre recarsi in procura e depositare un’apposita istanza (cosiddetta istanza ex art. 335 c.p.p.) con la quale si chiede di avere conoscenza delle eventuali iscrizioni a proprio carico nel registro delle notizie di reato (il famoso registro degli indagati). In questo modo si potrà sapere, autonomamente oppure delegando a fare ciò un avvocato, se ci sono delle indagini in corso, magari che legittimano un’intercettazione.

Poiché, però, come ricordato in precedenza, le intercettazioni della polizia sono legali solo in presenza di gravi crimini e solo per brevi periodi di tempo, se sono in atto delle intercettazioni è possibile che esse siano illecite. Le intercettazioni effettuate al di fuori dei limiti sopra indicati integrano il reato di interferenze illecite nella vita privata, punito dall’art. 615-bis del codice penale con la reclusione da sei mesi a quattro anni, aumentata da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

A proposito delle altre situazioni narrate, potrebbero configurarsi in astratto tre reati diversi (oltre a quello di illecite interferenze): le molestie, lo stalking e la diffamazione.

Lo stalking scatta ogni volta che una persona ne perseguita un’altra. Per la precisione, il Codice penale (art. 612-bis cod. pen.) dice che commette stalking chi, con condotte ripetute nel tempo, minaccia o molesta taluno, in modo da provocargli almeno una di queste conseguenze:

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona a cui si è legati da relazione affettiva;
  • l’alterazione delle proprie abitudini di vita.

In pratica, per aversi stalking non è sufficiente la condotta molesta, ma anche che questa sia reiterata almeno due volte in un breve lasso di tempo e che provochi una conseguenza concreta nella vittima. La legge punisce altresì la molestia o disturbo alle persone arrecato per una ragione riprovevole.

Il Codice penale (art. 660 cod. pen.) prevede due tipi di molestia:

  • la prima presuppone che sia stata arrecato disturbo in luogo pubblico (cioè in un posto accessibile a tutti: piazze, libere vie, ecc.) o aperto al pubblico (luoghi ove è possibile a chiunque accedere, ma solo a determinate condizioni: si pensi ad un cinema o a un museo, ove è possibile entrare solamente pagando il prezzo del biglietto);
  • la seconda, prescindendo totalmente dal luogo, importa l’utilizzo del telefono come strumento per veicolare il comportamento indesiderato.

Ad esempio, l’uomo che rivolge all’ex fidanzata frasi ed attenzioni per ore, alla presenza di numerosi avventori del locale pubblico ove la donna lavora come cameriera, commette il reato di molestie. Commette il reato di molestie anche chi fotografa o filma ripetutamente una persona in luogo pubblico senza il consenso del soggetto ritratto.

La diffamazione si integra nel momento in cui si lede la reputazione di un’altra persona in assenza di quest’ultima. Dunque, spettegolare su un individuo non è reato, ma può diventarlo se le maldicenze offendono la reputazione della vittima, anche qualora i fatti narrati fossero veri.

In sintesi, dalle vicende narrate potrebbero astrattamente configurarsi i seguenti reati:

  • interferenze illecite nella vita privata, nel caso di intercettazioni illegali;
  • stalking;
  • molestie;
  • diffamazione.

Per procedere occorre sporgere denuncia presso le autorità competenti. Il consiglio è di depositare la propria segnalazione direttamente in Procura. Il reato di interferenze illecite è procedibile a querela e, pertanto, deve essere denunciato entro tre mesi dall’ultimo atto illecito. Tuttavia, nella sua forma aggravata (punita con la reclusione da uno a cinque anni), lo stesso delitto è procedibile d’ufficio e, pertanto, può essere denunciato senza limiti di tempo.

Lo stalking è querelabile entro sei mesi dall’ultimo atto persecutorio, mentre le molestie sono procedibili d’ufficio. La diffamazione è sempre procedibile a querela di parte, da sporgere entro tre mesi.

Il problema riguarda l’identificazione dei soggetti responsabili. Per il momento, potrebbe limitarsi a una querela contro ignoti, riservandosi eventualmente in un successivo momento di integrare la segnalazione indicando i responsabili. È bene invece individuare sin da subito gli eventuali mezzi di prova che potranno essere utili agli inquirenti, come testimoni, registrazioni, documenti, messaggi, email, ecc.

La scelta di un investigatore privato è stata senz’altro corretta, anche se non ha condotto ad alcun risultato concreto. Magari, fornendo qualche ulteriore precisazione, sarebbe possibile affidarsi ad altro professionista con maggiore fortuna.

Per sapere se si è intercettati è possibile affidarsi a qualche esperto del settore. Ad esempio, un tecnico potrebbe individuare la presenza di microspie o di trojan all’interno dei propri dispositivi (smartphone, pc, tablet, ecc.).

Il consiglio è di raccogliere quanto più materiale possibile prima di sporgere denuncia/querela, al fine così di evitare l’archiviazione. In quest’ultima evenienza, è comunque possibile proporre opposizione, entro venti giorni dalla notifica dell’avviso a cura della Procura. L’opposizione deve contenere l’indicazione delle investigazioni suppletiva che la Procura dovrebbe espletare, pena l’inammissibilità dell’opposizione stessa.

Si ricordi che, per essere avvisati della richiesta di archiviazione, occorre inserire nella denuncia/querela l’apposita richiesta di essere informati qualora il pm si determinasse in tal senso, così da poter proporre tempestiva opposizione. Senza questa specifica richiesta, la denuncia potrebbe essere archiviata senza alcun avviso.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Indicazioni stradali: distanze dalle costruzioni

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il Comune ha installato un palo con tabelle toponomastiche proprio davanti alla finestra di casa mia. È legale?

Non c’è una norma nazionale che individui la distanza minima delle tabelle toponomastiche dalle abitazioni. Questa è in genere stabilita dal regolamento comunale, il quale definisce le regole per il posizionamento. Proviamo tuttavia a cercare la risposta al quesito all’interno della legge italiana e, nello specifico, nel Codice della strada e nel suo regolamento d’esecuzione.

L’art. 39 del Codice della strada enumera, tra i segnali stradali verticali, anche quelli di indicazione; questi hanno la funzione di fornire agli utenti della strada informazioni necessarie o utili per la guida e per la individuazione di località, itinerari, servizi ed impianti. Tra di essi rientrano infatti anche i segnali di identificazione strade, i segnali di itinerario, di località e centro abitato, nonché i segnali di nome strada. Possiamo dunque far rientrare le tabelle toponomastiche all’interno di questa categoria.

Il Codice della strada rinvia al suo Regolamento di esecuzione l’individuazione delle modalità di impiego e di apposizione di detti segnali.

Secondo l’art. 81, comma secondo, del Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo Codice della strada (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495): «I segnali da ubicare sul lato della sede stradale (segnali laterali) devono avere il bordo verticale interno a distanza non inferiore a 0,30 m e non superiore a 1,00 m dal ciglio del marciapiede o dal bordo esterno della banchina. Distanze inferiori, purché il segnale non sporga sulla carreggiata, sono ammesse in caso di limitazione di spazio. I sostegni verticali dei segnali devono essere collocati a distanza non inferiore a 0,50 m dal ciglio del marciapiede o dal bordo esterno della banchina; in presenza di barriere i sostegni possono essere ubicati all’esterno e a ridosso delle barriere medesime, purché non si determinino sporgenze rispetto alle stesse».

Secondo l’art. 133, «Il segnale NOME-STRADA indica il nome di strade, vie, piazze, viali e di qualsiasi altra tipologia viaria e deve essere collocato nei centri abitati su entrambi i lati di tutte le strade in corrispondenza delle intersezioni. 2. Nelle zone centrali della città il segnale nome-strada può essere sostituito dalle targhe toponomastiche di tipo tradizionale. 3. I segnali nome-strada hanno le dimensioni e le caratteristiche di cui alla tabella II.15 e cornice di colore blu. 4. Il segnale nome-strada può essere applicato:

  1. a) al di sopra delle lanterne semaforiche, con lo sbalzo tutto sopra il marciapiede, e comunque rivolto dalla parte esterna alla carreggiata. L’altezza del bordo inferiore del segnale deve essere compresa tra 3,00 e 3,50 m circa dal piano stradale;
  2. b) nelle piazze, viali alberati, ecc. su supporti posti presso il bordo del marciapiede. Ogni supporto può comprendere i segnali delle due strade in angolo, disposti secondo l’angolo formato dalle due strade, e sfalsati in altezza;
  3. c) ove esistano pali o sostegni della pubblica illuminazione o di altro tipo, il segnale può essere applicato ad essi;
  4. d) in altri casi, ove le circostanze lo consiglino, con attacchi a muro;
  5. e) nei casi b), c) e d) l’altezza dei segnali è compresa tra 2,50 e 3,00 m, salvo casi di impossibilità materiale […]».

Come si evince da questo breve quadro normativo, nessuna disposizione nazionale individua la distanza precisa dei segnali dalle abitazioni. Ciononostante, dalle norme appena richiamate si desumono alcuni principi:

  • i sostegni verticali dei segnali devono essere collocati a distanza non inferiore a 0,50 m dal ciglio del marciapiede;
  • nelle piazze, viali alberati, ecc. su supporti posti presso il bordo del marciapiede.

Orbene, poiché l’art. 133 del regolamento d’esecuzione del Codice della strada parla di segnali nome-strada posti presso il bordo del marciapiede, è ragionevole ritenere che questa segnaletica debba essere collocata nell’immediata prossimità della strada e non delle abitazioni.

Nel caso esposto, pur non potendosi desumere dalla foto allegata a quale distanza sia stato installato il segnale, è evidente che la tabella copra una parte della veduta offerta dalla finestra. Non va dimenticato che il proprietario di un’abitazione possiede un vero e proprio diritto di veduta, cioè il diritto d di affacciarsi e godere della vista o comunque, nel caso di edifici confinanti, di affacciarsi sul fondo del vicino senza incontrare, prima d’una certa distanza, ostacoli di sorta.

Secondo l’art. 907 del Codice civile, «Quando si è acquistato il diritto di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri». Questa norma, pur non potendosi applicare al caso concreto, testimonia comunque l’importanza del diritto di veduta.

A sommesso parere dello scrivente, la tabella comunale, così come installata, è illegittima in quanto posta a distanza troppo ravvicinata rispetto all’abitazione, implicando altresì una lesione del proprio diritto di veduta. Pertanto, sarà possibile rivolgersi presso l’ufficio comunale competente (magari con diffida di un legale) per chiedere la rimozione della tabella e l’installazione in altro luogo più consono.

Prima di fare ciò, sarebbe opportuno prendere visione del regolamento del Comune di appartenenza. Tuttavia, è possibile che anche all’interno di tale corpo normativo non sia rinvenibile alcuna disposizione riguardante le istanze minime e, comunque, è davvero difficile immaginare un regolamento che autorizzi un’installazione così ravvicinata. Ad ogni modo, resterebbe comunque la lesione del diritto di veduta.

In conclusione, l’installazione della tabella è illegittima.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Intercettazioni: sono legali per giustificare un Tso?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Penso che mi stiano spiando per giustificare un trattamento sanitario obbligatorio nei miei confronti. Posso agire in qualche modo contro queste persone e presumo anche contro il giudice corrotto che permette tutto questo?

Per rispondere al quesito è bene vedere cosa dice la legge a proposito delle intercettazioni e del trattamento sanitario obbligatorio.

Secondo l’ordinamento giuridico italiano, esistono tre tipi di intercettazioni:

  • l’intercettazione telefonica, che consiste nel captare la conversazione che avviene a distanza tra due persone, per mezzo del telefono o di strumento analogo;
  • l’intercettazione ambientale, che consiste nel sentire tutto ciò che viene detto all’interno di un determinato luogo (l’abitacolo di un’auto, la camera di una casa, ecc.);
  • l’intercettazione telematica, che consiste nel captare le conversazioni che ci si scambia tramite Internet e altri mezzi informatici (si pensi alle chiamate tramite Skype, ecc.). Spesso, questo tipo di intercettazione avviene mediante l’installazione di trojan, cioè di virus che si nascondono nel pc.

Poiché l’intercettazione viola il diritto costituzionale alla segretezza delle comunicazioni, la polizia può procedere con questo mezzo di ricerca della prova solo se autorizzata dal giudice, e soltanto in presenza di determinati reati (spaccio, pedopornografia, ecc.).

Per la precisione, le intercettazioni sono legali solamente quando:

  • richieste dal magistrato del pubblico ministero;
  • autorizzate dal giudice;
  • effettuate dalla polizia giudiziaria, con la propria strumentazione.

L’autorizzazione è concessa dal giudice quando vi sono gravi indizi di reato e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

Il decreto del pubblico ministero che dispone l’intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i quindici giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di quindici giorni, qualora permangano i presupposti.

Solo eccezionalmente, nei casi di estrema urgenza e gravità, il pm può ordinare alla polizia di procedere a intercettazione senza l’autorizzazione del giudice. In questa evenienza, però, il permesso del giudice non è escluso, ma solo posticipato: entro ventiquattro ore bisognerà trasmettere il decreto del pm al giudice, il quale ha 48 ore di tempo per convalidare le operazioni.

Nel solo caso di intercettazione ambientale (cioè, intercettazione di comunicazioni tra persone presenti nello stesso ambiente) all’interno di un domicilio privato (la propria casa, il proprio ufficio, ecc.), è possibile procedere solo se vi è fondato motivo di ritenere che in quel luogo si stia svolgendo l’attività criminosa.

Secondo la legge, i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti.

Per sapere se si è oggetto di indagini, è possibile fare un’istanza direttamente alla Procura della Repubblica territorialmente competente. E infatti, non sempre l’indagato è avvisato delle investigazioni in corso. L’informazione di garanzia, così come la richiesta di eleggere domicilio, viene notificata solamente quando occorre compiere un atto di indagine per il quale è necessaria la presenza dell’indagato: l’interrogatorio, la perquisizione, l’ispezione personale, ecc. Qualora tali atti non siano necessari, l’indagato verrebbe a conoscenza delle indagini solamente alla loro conclusione, con la notifica (sempre necessaria) dell’avviso di conclusione delle indagini.

Quindi, per sapere se si è indagati, occorre recarsi in procura e depositare un’apposita istanza (cosiddetta istanza ex art. 335 cod. proc. pen.) con la quale si chiede di avere conoscenza delle eventuali iscrizioni a proprio carico nel registro delle notizie di reato (il famoso registro degli indagati). In questo modo, si potrà sapere, autonomamente oppure delegando a fare ciò un avvocato, se ci sono delle indagini in corso, magari che legittimano un’intercettazione.

Poiché, però, come ricordato in precedenza, le intercettazioni della polizia sono legali solo in presenza di gravi crimini e solo per brevi periodi di tempo, se sono in atto delle intercettazioni è possibile che esse siano illecite. Le intercettazioni effettuate al di fuori dei limiti sopra indicati integrano il reato di interferenze illecite nella vita privata, punito dall’art. 615-bis del Codice penale con la reclusione da sei mesi a quattro anni, aumentata da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Per sapere se si è intercettati è possibile affidarsi a qualche esperto del settore. Ad esempio, un tecnico potrebbe individuare la presenza di microspie o di trojan all’interno dei propri dispositivi (smartphone, pc, tablet, ecc.).

Passiamo ora al trattamento sanitario obbligatorio. La legge (n. 180/1978 del 13.05.1978 – cosiddetta Legge Basaglia – e n. 833/1978 del 23.12.1978.) prevede alcune rare ipotesi in cui la persona malata deve sottostare anche contro la sua volontà alle cure mediche. Si tratta di malattie psichiatriche alla cui presenza l’ordinamento risponde con il ricovero forzato presso appositi reparti. Tale reazione è giustificata dalla pericolosità del soggetto malato, il quale rappresenta una minaccia per la propria e per l’altrui incolumità.

È chiaro che intanto si potrà parlare di trattamento obbligatorio in quanto il soggetto si rifiuti di essere curato; il malato che accetti le cure non andrà incontro, ovviamente, al trattamento in oggetto. La legge non parla di patologie specifiche: il disturbo può derivare da eccesso di sostanze stupefacenti, da problemi congeniti, da ubriachezza, ecc.; ciò che interessa all’ordinamento non è la malattia ma la conseguenza della stessa.

Il trattamento sanitario obbligatorio è disposto dal sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria, del Comune di residenza del malato o del Comune ove egli si trovi anche solo momentaneamente.

Il sindaco provvede con ordinanza motivata sulla base di tre presupposti:

  • la persona si trova in uno stato tale da necessitare di urgenti interventi medici;
  • le cure proposte siano state rifiutate;
  • non sia possibile adottare misure di diverso tipo.

I certificati che comprovino lo stato di salute del malato devono provenire da medici non necessariamente psichiatri. Ciò vuol dire che il Tso potrà essere disposto anche sulla base di una diagnosi (certificata) del medico di famiglia successivamente confermata da altro medico dell’Asl. Il sindaco ha 48 ore per ordinare il Tso facendo accompagnare la persona dai vigili e dai sanitari presso un reparto psichiatrico di diagnosi e cura. Se il malato rifiuta il ricovero, potrà essere trasportato nel luogo di cura anche con la forza.

Disposto il Tso, il sindaco deve inviare l’ordinanza al giudice tutelare entro 48 ore dal ricovero forzoso per la convalida; il giudice deve convalidare il provvedimento entro le 48 ore successive. In assenza di convalida, il Tso decade automaticamente. Il giudice tutelare può però anche non convalidare il provvedimento annullandolo.

Il Trattamento sanitario obbligatorio ha una durata di sette giorni, prorogabile solo su richiesta espressa dello psichiatra competente del reparto ove è stata ricoverata la persona. In assenza di tale comunicazione, la cessazione del trattamento viene comunicata al sindaco e, poi, al giudice. Qualora il trattamento venga prolungato, il sindaco firma una nuova ordinanza e la trasmette al giudice per la convalida, ripetendosi l’iter della prima convalida.

Il malato può fare ricorso al sindaco avverso l’ordinanza con cui è stato disposto il trattamento obbligatorio; il Primo cittadino è tenuto a rispondere entro dieci giorni. Ma non è l’unico legittimato: la legge infatti dice espressamente che chiunque può presentare ricorso. Se l’esito è negativo, il paziente può presentare la richiesta di revoca direttamente al tribunale, chiedendo contemporaneamente la sospensione immediata del Tso e delegando, per rappresentarlo in giudizio davanti al tribunale, una sua persona di fiducia (non necessariamente un avvocato).

Come detto, il malato è sottoposto al trattamento contro la sua volontà; tuttavia, ciò non toglie che egli abbia il diritto di essere informato sulle terapie a cui è costretto e di scegliere, eventualmente, tra una serie di proposte alternative. Il Tso non giustifica necessariamente la contenzione; mai comunque la violenza fisica. Qualora venga usata la coercizione, questa dovrebbe essere applicata solo in via eccezionale e per un periodo di tempo non superiore alla somministrazione della terapia. La legge infatti afferma esplicitamente che «la tutela fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e libertà della persona». Alla stessa maniera, il paziente può ricevere visite e comunicare con chi desidera. La costrizione, quindi, deve essere strettamente necessaria e funzionale comunque alla somministrazione delle cure. Scaduto il Tso, il paziente è libero di andare via, oppure di proseguire volontariamente, se ritiene di dover continuare a ricevere cure mediche.

Tirando le fila di quanto detto sinora, a sommesso parere dello scrivente non è possibile utilizzare le intercettazioni/registrazioni per favorire un Tso. Ciò perché, come ampiamente visto in precedenza, le intercettazioni possono essere autorizzate solo in specifici casi e solo per indagare su determinati crimini. Non è dunque possibile usare le conversazioni così ottenute per giustificare un Tso.

Anche qualora fossero in atto intercettazioni illegali (ad esempio, non disposte dall’autorità giudiziaria), queste sarebbero assolutamente inutilizzabili e illecite. Anche se giungessero al sindaco (il quale, come visto, è il soggetto incaricato di disporre il Trattamento sanitario), questi non potrebbe usarle e, anzi, in qualità di pubblico ufficiale, dovrebbe denunciare il fatto che ci siano state delle operazioni illecite.

In sintesi, è da escludere radicalmente che il Tso sia possibile sulla base di intercettazioni, riprese o registrazioni. Ciò perché non è questa la procedura da seguire. Inoltre, anche qualora il sindaco disponesse un Tso sulla base di intercettazioni, il giudice tutelare chiamato alla convalida si accorgerebbe della presenza di questo materiale del tutto inidoneo a giustificare il trattamento sanitario.

Come visto in precedenza, contro le intercettazioni illegali ci si può tutelare sporgendo querela presso le autorità competenti per il reato di interferenze illecite. Prima di fare ciò, però, è preferibile raccogliere quante più prove è possibile. Il consiglio è di affidarsi a un tecnico esperto di informatica e di apparecchiature elettroniche che possa controllare effettivamente la presenza di questi dispositivi spia nella Sua abitazione e negli altri luoghi in cui si svolge la Sua vita.

Le tecniche di intercettazione più usuali sono quelle già elencate. Quando l’intercettazione è telefonica, viene messo sotto controllo l’apparecchio telefonico. È quindi possibile far visionare da un tecnico il proprio cellulare per capire se è stato manomesso.

Se l’intercettazione è informatica, e quindi capta le conversazioni fatte tramite Internet (Skype, WhatsApp, ecc.), è possibile avvalersi di trojan, cioè di virus. Anche in questo caso, bisogna affidare il pc o lo smartphone a un tecnico, il quale saprà rinvenire delle anomalie.

Infine, l’intercettazione ambientale (ad esempio, in casa o in auto) avviene tramite microspie, le cosiddette “cimici”, anch’esse rintracciabili se l’ambiente viene setacciato in modo accurato.

Solo dopo aver avuto prova delle illecite interferenze nella Sua vita privata sarebbe opportuno sporgere querela.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Carta d’identità: come ottenerla senza dimora?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una persona senza fissa dimora può ottenere la carta d’identità? In che modo?

Anche chi non ha una residenza, cioè chi è senza fissa dimora, ha il diritto di ottenere la carta d’identità e gli altri documenti per i quali la residenza anagrafica costituisce una condizione necessaria. La richiesta di iscrizione anagrafica, difatti, secondo quanto chiarito dal ministero dell’Interno (Circ. n. 8/1995), costituisce un diritto soggettivo del cittadino e non può essere vincolata ad alcuna condizione.

Chi non ha residenza in quanto privo di fissa dimora ha diritto di essere iscritto all’anagrafe della popolazione residente presso il Comune in cui dichiara di avere il proprio domicilio o, in alternativa, presso il Comune di nascita.

Il suddetto diritto è espressamente riconosciuto dalla legge e, in particolare, dall’art. 2 della L. 4 dicembre 1954, n. 1228, secondo cui: «La persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio.  La persona stessa, al momento della richiesta di iscrizione, è tenuta a fornire all’ufficio di anagrafe gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti atti a stabilire l’effettiva sussistenza del domicilio. In mancanza del domicilio, si considera residente nel comune di nascita».

Per chi ha, invece, una dimora pur non avendo la residenza, vale quanto previsto dall’art. 3 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza ai sensi del quale «il sindaco è tenuto a rilasciare alle persone aventi nel comune la loro residenza o la loro dimora una carta d’identità conforme al modello stabilito dal Ministero dell’interno».

E ancora, il decreto ministeriale che disciplina le modalità di emissione della carta d’identità elettronica, statuisce all’art. 4 «La richiesta di rilascio della CIE è presentata dal cittadino (o dai genitori o tutori in caso di minore) presso l’ufficio anagrafico del Comune di residenza o di dimora, ai sensi dell’articolo 3 del regio decreto 18 giugno 1931, n.  773».

Alla luce di quanto precede, posto che l’interessato non ha allo stato una fissa dimora, l’unico modo per ottenere l’emissione della carta d’identità è quello di stabilire un domicilio. Questo può essere l’abitazione di un parente, il bar dove ci si reca tutte le mattine, un ufficio postale nel quale si ha la casella personale. Come domicilio va bene anche un via fittizia. L’importante è che presso l’indirizzo indicato il soggetto possa essere rintracciabile

L’interessato dovrebbe poi recarsi presso gli uffici dell’anagrafe del Comune, per compilare il modulo di dichiarazione di residenza, nel quale deve indicare di essere senza fissa dimora, specificando il domicilio al quale inviare la posta e le comunicazioni ufficiali.

Nel caso di specie, è consigliabile comunicare al Comune che il soggetto è incapace di deambulare e non può essere trasportato; così facendo, dovrebbero essere i funzionari del Comune a recarsi presso di lui. Ancora meglio sarebbe se fosse l’ospedale, una volta individuato il Comune ove stabilire il domicilio, a contattare direttamente l’ente locale.

Nel compilare la dichiarazione di residenza, occorre sostituire la dicitura «dichiara di avere trasferito la propria dimora abituale al seguente indirizzo» con la seguente dicitura: «dichiara di avere stabilito il proprio domicilio al seguente indirizzo».

Occorre poi allegare:

  • l’assenso delle eventuali persone coinvolte con l’indirizzo di domicilio dichiarato (ad esempio, nel caso in cui si sia indicato come domicilio la casa di un parente);
  • documenti utili a dimostrare il domicilio nel territorio (ad esempio, se è indicato come domicilio l’ufficio postale in cui possiedi una casella personale devi allegare il relativo contratto stipulato con Poste Italiane);
  • se non si possiede alcuna documentazione, nella sezione «Allega i seguenti documenti» bisogna descrivere la situazione personale e le relazioni esistenti con il territorio comunale.

Una volta iscritto all’anagrafe come persona senza fissa dimora, è possibile richiedere la carta d’identità come qualsiasi residente. Si tratta di un diritto innegabile. La richiesta al Comune va fatta presentando:

  • 3 foto in formato tessera;
  • il modulo di richiesta (reperibile presso gli sportelli del Comune o scaricabile dal suo sito web);
  • un valido documento di riconoscimento. In assenza, è necessaria la presenza di due testimoni muniti di documento di identità valido; in mancanza di testimoni, la carta d’identità è consegnata dai vigili urbani presso il domicilio indicato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Donazione: quali condizioni possono essere inserite?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vorrei comprare un immobile e donarlo a mia figlia. Cosa posso fare per impedirle che in futuro possa cederlo o compiere su di esso altri atti che ritengo inopportuni?

La donazione è un contratto irrevocabile, salvo le ipotesi di ingratitudine e di sopravvenienza di figli. Ai sensi dell’art. 801 del Codice civile, la revoca della donazione per ingratitudine ricorre quando il donatario si macchia di taluni fatti molto gravi nei confronti del donante.

Nello specifico, la revoca per ingratitudine può essere proposta solamente quando il donatario:

  • ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere il donante oppure il coniuge, un discendente o un ascendente del medesimo, purché non ricorra alcuna delle cause che escludono la punibilità (ad esempio, la legittima difesa o lo stato di necessità);
  • ha commesso, in danno di una delle suddette persone, un fatto al quale la legge dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio;
  • ha calunniato il donante oppure il coniuge, un discendente o un ascendente del medesimo, per reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, se la denunzia è stata dichiarata formalmente calunniosa in giudizio penale;
  • ha testimoniato contro le medesime persone imputate dei predetti reati, se la testimonianza è stata dichiarata, nei suoi confronti, falsa in giudizio penale;
  • si è reso colpevole d’ingiuria grave verso il donante;
  • ha dolosamente arrecato grave pregiudizio al suo patrimonio;
  • gli ha rifiutato indebitamente gli alimenti, pur essendone obbligato per legge.

La seconda ipotesi di revoca della donazione è quella per sopravvenienza di figli: secondo la legge (art. 803 cod. civ.), le donazioni fatte da chi non aveva o ignorava di avere figli o discendenti al tempo della donazione, possono essere revocate per la sopravvenienza o l’esistenza di un figlio o discendente del donante.

Possono inoltre essere revocate per il riconoscimento di un figlio, salvo che si provi che al tempo della donazione il donante aveva notizia dell’esistenza del figlio. La revocazione può essere domandata anche se il figlio del donante era già concepito al tempo della donazione.

Al di là di queste due ipotesi, non è possibile tornare sui propri passi e revocare la donazione. Una volta donato, il bene è nella completa disponibilità del donatario, il quale può farne ciò che vuole. È pur vero che per il donatario sarà più difficile rivendere l’immobile avuto in donazione. Difatti, un atto donato è soggetto alla possibile impugnazione da parte degli eredi eventualmente pregiudicati nelle loro quote di legittima; tale azione può essere esercitata entro 10 anni e può andare a colpire anche eventuali acquirenti del bene. Ecco perché, difficilmente, la banca finanzia l’acquisto di una casa proveniente da una donazione a meno che non ci sia la rinuncia degli altri eredi all’azione di lesione di legittima.

Nell’atto di donazione è tuttavia possibile inserire alcune condizioni. Di seguito le principali, che potranno essere concordate con il notaio in base alle concrete esigenze:

  • condizione sospensiva: ad esempio, condizionare l’efficacia della donazione al fatto che il donatario raggiunga un certo risultato (la laurea, ecc.);
  • condizione risolutiva: ad esempio, disporre che la donazione venga meno se il donatario non raggiunga un risultato (consegua la laurea, diventi avvocato, ecc.);
  • termine iniziale (ad esempio, la donazione di una rendita a far tempo da una certa data) o un termine finale (ad esempio, la donazione di una rendita fino a una certa data);
  • onere, originando con ciò un obbligo in capo al donatario stesso (cosiddetta donazione modale). Ad esempio, secondo la Cassazione (sent. n. 9330 del 26 aprile 2011), è pienamente valida la donazione in cui il donante trasferisce il diritto di proprietà su un immobile con l’onere per il donatario di servire e prestare assistenza al donante per tutta la vita di quest’ultimo, provvedendo altresì alle spese funerarie nonché alla sepoltura, con espressa previsione che l’inadempimento anche di una sola delle citate obbligazioni avrebbe comportato la risoluzione di diritto della donazione;
  • riserva di usufrutto: in questo caso, chi dona riserva a proprio vantaggio il diritto di usufrutto sui beni donati, con la conseguenza che spetta al donante il diritto di utilizzare il bene donato e di percepirne i frutti (anche locandolo) per tutta la durata della sua vita. Inoltre, il donante può anche riservare tale diritto, dopo di lui, a vantaggio di un’altra persona;
  • riserva di disporre di cose determinate. Con tale clausola il donante può decidere di disporre di qualche oggetto compreso nella donazione (si determinerà in tal caso una risoluzione parziale della donazione con conseguente sottrazione di parte del bene al donatario).
  • riversibilità: con l’apposizione di tale clausola, il donante può stabilire che le cose donate ritornino a lui nel caso di premorienza del solo donatario o del donatario e dei suoi discendenti.

Nel caso di specie, una soluzione potrebbe essere la donazione di usufrutto, lasciando la nuda proprietà in capo ai donanti/genitori. Così facendo, la casa non potrebbe essere venduta senza il consenso dei nudi proprietari.

In caso di nuda proprietà e usufrutto, tutte le imposte sugli immobili per legge sono a carico dell’usufruttuario, mentre il nudo proprietario non deve dichiarare il possesso degli immobili stessi. Quindi, poiché l’Imu non è dovuta sulla prima casa, dopo la donazione della casa ai figli che ci abitano e sono residenti, questi ultimi non pagheranno l’Imu perché per loro sarà la prima casa. Così facendo, dunque, si preserverebbero i vantaggi fiscali.

L’usufruttuario non può vendere l’immobile, ma ciò non significa che non sia libero di compiere altre azioni sul bene, ovvero cedere il proprio diritto di usufrutto che resterà attivo per tutta la vita del primo usufruttuario. Inoltre, chi vanta un usufrutto può concedere in locazione a terzi l’immobile ricevuto oppure costituire un’ipoteca sull’usufrutto stesso (ma non sulla casa).

Inoltre, va tenuto presente che vendere una casa su cui grava un usufrutto è molto difficile, in quanto il nuovo proprietario dovrebbe accettare la sola nuda proprietà.

In alternativa alla donazione di usufrutto, si può prendere in considerazione l’ipotesi di apporre alla donazione dell’immobile una condizione risolutiva, cioè prevedere un evento futuro e incerto (il conseguimento di un risultato o il concretizzarsi di una particolare circostanza) al verificarsi del quale la donazione si risolverà, con cancellazione retroattiva dei suoi effetti.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Autocertificazione condanne penali: come funziona?

Posted on : 25-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dovrei fare una domanda di lavoro dove mi chiedono se ho ricevuto condanne penali. Dieci anni fa, ho avuto una condanna con sospensione condizionale della pena. Ho letto che grazie alla Riforma Orlando del casellario giudiziale potrei non indicarla. Ho paura di commettere un reato di dichiarazione mendace. Cosa devo fare? Il reato è estinto?

L’art. 167 del Codice penale prevede l’estinzione del reato qualora il condannato che ha beneficiato della sospensione condizionale, nel termine stabilito dalla legge (cioè cinque anni se si tratta di delitti e due anni se si tratta di contravvenzioni), non commette altro delitto o contravvenzione.

L’estinzione del reato comporta la non esecuzione delle pene, ma non l’estinzione degli effetti penali della condanna, di cui si tiene dunque conto ai fini della recidiva (a differenza di quanto avverrebbe, invece, con la riabilitazione).

L’estinzione non opera automaticamente: occorre proporre istanza al giudice dell’esecuzione il quale, valutate le condizioni di legge (mancata commissione di reati nel quinquennio dalla condanna), stabilisce se il reato è estinto o meno.

In questo senso, anche la giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. V, 12 dicembre 2018, n. 7025), secondo cui «quanto all’estinzione del reato (che consente di non dichiarare l’emanazione del relativo provvedimento di condanna), essa sotto il profilo giuridico non è automatica per il mero decorso del tempo, ma deve essere formalizzata in una pronuncia espressa del giudice dell’esecuzione penale, che è l’unico soggetto al quale l’ordinamento attribuisce il compito di verificare la sussistenza dei presupposti e delle condizioni per la relativa declaratoria, con la conseguenza che, fino a quando non intervenga tale provvedimento giurisdizionale, non può legittimamente parlarsi di “reato estinto” e il concorrente non è esonerato dalla dichiarazione dell’intervenuta condanna».

Allo stato, dunque, se nessuna istanza è stata proposta al giudice, il reato non è estinto.

Per quanto riguarda la dichiarazione sostitutiva del proprio certificato penale, la riforma Orlando ha previsto che alcune ipotesi non debbano più essere indicate dal privato. Tra queste vi sono anche le condanne per reati estinti a norma dell’articolo 167, primo comma, del codice penale (art. 24, comma 1, lett. b), d.P.R. n. 313/2002). Dunque, se nel caso di specie si è beneficiato della sospensione condizionale ma non si è ottenuta ancora l’estinzione, la condanna andrà riportata.

Per la precisione, l’art. 28, comma ottavo, d.P.R. n. 313/2002, a seguito della riforma Orlando stabilisce che: «L’interessato che, a norma degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, rende dichiarazioni sostitutive relative all’esistenza nel casellario giudiziale di iscrizioni a suo carico, non è tenuto a indicare la presenza di quelle di cui al comma 7, nonché di cui all’articolo 24, comma 1».

Orbene, tra le iscrizioni che non vanno indicate, il comma settimo si riferisce, tra le altre, «alle condanne per contravvenzioni punibili con la sola ammenda e alle condanne per reati estinti a norma dell’articolo 167, primo comma, del codice penale».

Tra le condanne che non vanno riportate ai sensi dell’art. 24, comma 1, c’è di nuovo il richiamo «alle condanne per contravvenzioni punibili con la sola ammenda e alle condanne per reati estinti a norma dell’articolo 167, primo comma, del codice penale», ma anche a quelle per cui è stata ottenuta la riabilitazione, alle condanne delle quali è stato ordinato che non si faccia menzione nel certificato penale (ai sensi dell’art. 175 c.p.), ovvero ancora alle condanne a seguito di patteggiamento, quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, a prescindere dalla successiva estinzione.

Ricapitolando: se la condanna alla reclusione con pena sospesa ha beneficiato della riabilitazione, della non menzione nel certificato penale ovvero è frutto di sentenza di patteggiamento (non superiore ai due anni, anche non estinta), tale condanna potrà non essere inserita nella dichiarazione sostitutiva.

Al contrario, se trattasi di mera condanna sospesa, non ancora estinta, allora si sarà obbligati a dichiararla, in quanto la legge si riferisce solo all’estinzione a seguito della sospensione condizionale, ai sensi dell’art. 167 c.p.

Per completezza, non avendo precisi riferimenti in merito alla condanna oggetto del quesito, si riporta di seguito l’intero primo comma dell’art. 24, d.P.R. n. 313/2002, in cui sono elencate tutte le condanne che il privato non deve inserire nella propria dichiarazione sostitutiva:

«Nel certificato sono riportate le iscrizioni esistenti nel casellario giudiziale ad eccezione di quelle relative:

  1. a) alle condanne delle quali è stato ordinato che non si faccia menzione nel certificato a norma dell’articolo 175, del codice penale, purché il beneficio non sia stato revocato;
  2. b) alle condanne per contravvenzioni punibili con la sola ammenda e alle condanne per reati estinti a norma dell’articolo 167, primo comma, del codice penale;
  3. c) alle condanne per i reati per i quali si è verificata la causa speciale di estinzione prevista dall’articolo 556 del codice penale;
  4. d) alle condanne in relazione alle quali è stata definitivamente applicata l’amnistia e a quelle per le quali è stata dichiarata la riabilitazione, senza che questa sia stata in seguito revocata;
  5. e) ai provvedimenti previsti dall’articolo 445, del codice di procedura penale, quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, e ai decreti penali;
  6. f) alle condanne per fatti che la legge ha cessato di considerare come reati, quando la relativa iscrizione non è stata eliminata;

f-bis) ai provvedimenti giudiziari che hanno dichiarato la non punibilità ai sensi dell’articolo 131-bis del codice penale, quando la relativa iscrizione non è stata eliminata;

  1. g) ai provvedimenti riguardanti misure di sicurezza conseguenti a sentenze di proscioglimento o di non luogo a procedere, quando le misure sono state revocate;
  2. h) ai provvedimenti che riguardano l’applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale semplice o con divieto o obbligo di soggiorno;
  3. i) ai provvedimenti giudiziari emessi dal giudice di pace;
  4. l) ai provvedimenti giudiziari relativi ai reati di competenza del giudice di pace emessi da un giudice diverso, limitatamente alle iscrizioni concernenti questi reati;
  5. m) ai provvedimenti di interdizione, di inabilitazione e relativi all’amministrazione di sostegno, quando esse sono state revocate;
    • m-bis) ai provvedimenti che ai sensi dell’articolo 464-quater del codice di procedura penale dispongono la sospensione del procedimento con messa alla prova;
    • m-ter) alle sentenze che ai sensi dell’articolo 464-septies del codice di procedura penale dichiarano estinto il reato per esito positivo della messa alla prova».

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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Vaccino in gravidanza: le ultime indicazioni del Ministero

Posted on : 24-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Via libera ma solo dal secondo trimestre di attesa: per i primi tre mesi mancano ancora le certezze. Ok anche durante l’allattamento.

Sì al vaccino anti-Covid alle donne in attesa di un bambino ma solo da un certo punto della gravidanza e anche durante l’allattamento. Sono le ultime indicazioni dell’Istituto superiore di Sanità e del ministero della Salute per chiarire le perplessità di chi è «in stato interessante» e non sa come comportarsi con la campagna di vaccinazione contro il coronavirus.

«Si raccomanda la vaccinazione anti Sars-CoV-2/Covid-19, con vaccini a mRna, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre. Relativamente al primo trimestre, la vaccinazione può essere presa in considerazione dopo valutazione dei potenziali benefici e dei potenziali rischi con la figura professionale sanitaria di riferimento. La vaccinazione anti Sars-CoV-2/Covid-19 è altresì raccomandata per le donne che allattano, senza necessità di sospendere l’allattamento». È quanto si legge in una circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale Prevenzione, Giovanni Rezza.

Queste raccomandazioni su vaccini anti-Covid, si legge, vengono date «in considerazione dell’attuale scenario epidemiologico e delle crescenti evidenze sull’efficacia e sicurezza della vaccinazione in gravidanza sia nei confronti del feto che della madre, in linea con l’aggiornamento del documento “Indicazioni ad interim su vaccinazione contro il Covid-19 in gravidanza e allattamento”, a cura di Iss-Itoss», Istituto superiore di Sanità – Italian Obstetric Surveillance System, diffuso come allegato alla circolare.

L’aggiornamento delle indicazioni è stato realizzato, spiega l’Iss, tenendo conto anche «delle nuove evidenze relative alla maggiore morbosità associata alla variante Delta, della crescente circolazione della stessa variante e del notevole abbassamento dell’età mediana all’infezione in Italia».

L’Iss sottolinea che, per la vaccinazione anti Covid, «le donne a maggior rischio di contrarre l’infezione da Sars-Cov-2 (per esempio professioniste sanitarie, caregiver) o a maggior rischio di sviluppare una malattia grave da Covid-19 (donne con fattori di rischio come età sopra i 30 anni indice di massa corporea maggiore di 30, comorbidità, cittadinanza di Paesi ad alta pressione migratoria) rimangono il target prioritario per la vaccinazione in gravidanza».

Il personale sanitario – continua l’Iss – «è tenuto a illustrare nella maniera più chiara possibile il rapporto tra rischi e benefici, così da permettere a ogni donna di prendere la decisione più appropriata per il proprio caso. I sanitari devono raccomandare la vaccinazione dei conviventi per limitare ulteriormente il rischio di contagio delle donne in gravidanza e durante l’allattamento. Si sottolinea che, se una donna vaccinata scopre di essere in gravidanza dopo aver già ricevuto il vaccino, non c’è evidenza in favore dell’interruzione della gravidanza. Inoltre, se una donna scopre di essere in gravidanza tra la prima e la seconda dose del vaccino può considerare di ritardare la seconda dose fino al secondo trimestre».

Per quanto riguarda le donne che allattano, «come già previsto dalle precedenti indicazioni ad interim dell’Iss, possono vaccinarsi, senza alcuna necessità di interrompere l’allattamento. La donna che allatta – conclude l’iss – deve essere informata che la vaccinazione non espone il lattante a rischi e gli permette di assumere, tramite il latte, anticorpi contro Sars-Cov-2. Il neonato allattato da madre vaccinata segue il suo calendario vaccinale senza alcuna modifica».

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Falsa testimonianza per proteggere l’amante: condannabile?

Posted on : 24-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mentire al giudice per coprire una relazione extraconiugale: è reato? In quali casi il teste menzognero non è punibile?

Chi è chiamato a deporre innanzi all’autorità giudiziaria è obbligato a dire il vero, pena il reato di falsa testimonianza. Questa regola vale per tutti, a prescindere dal tipo di procedimento: ogni volta che una persona è convocata in udienza davanti al giudice per narrare i fatti a cui ha assistito, deve raccontare la verità. Può tuttavia accadere che il testimone sia indotto a mentire per difendere una persona che gli è cara. È condannabile la falsa testimonianza per proteggere l’amante?

Come vedremo nel prosieguo dell’articolo, non ogni menzogna raccontata al giudice è idonea a integrare il delitto di falsa testimonianza. Ciò accade perché la falsa testimonianza presuppone che la bugia sia riferita con l’intento preciso di mentire, sempreché la vicenda sia importante ai fini processuali. E così, se un teste mente su circostanze irrilevanti ai fini del decidere, non gli si potrà imputare la falsa testimonianza; idem se la menzogna è detta in buona fede, nella convinzione di riferire il vero.

Per legge, poi, esistono casi in cui si può mentire impunemente all’autorità giudiziaria, se la frottola serve per salvaguardare la libertà o l’onore di un prossimo congiunto. È condannabile la falsa testimonianza per proteggere l’amante? Scopriamolo insieme.

Falsa testimonianza: cosa dice la legge?

La legge punisce con la reclusione da due a sei anni colui che, chiamato a testimoniare davanti all’autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato [1].

In pratica, il teste commette reato non solo se mente spudoratamente, ad esempio affermando falsità o negando la verità, ma anche quando si trincera nel silenzio.

In altre parole, anche non rispondere alle domande può costituire falsa testimonianza, se il silenzio è un modo di esimersi dal dire il vero.

Teste: quando è falsa testimonianza?

La falsa testimonianza scatta solamente quando si ha la consapevolezza di mentire o di negare il vero. L’elemento soggettivo del reato è infatti il dolo.

Di conseguenza, non commette reato colui che, in qualità di teste, racconta in buona fede fatti non veri, ad esempio perché ricorda male oppure perché è convinto di essere sincero.

Tizio dice al giudice di aver visto Caio entrare nell’appartamento del vicino forzando la serratura. In realtà, a causa della scarsa illuminazione, non ha potuto vedere che Caio stava aprendo con le chiavi che il proprietario di casa gli aveva consegnato.

In un caso come quello appena esemplificato, il teste, pur raccontando un fatto non vero, non risponde di falsa testimonianza perché ha raccontato in buona fede ciò che ha creduto di vedere.

Inoltre, non scatta la falsa testimonianza quando le menzogne non hanno alcun potenziale per poter sviare la giustizia. In altre parole, il reato si commette solamente se si mente o si tace su circostanze utili ai fini del decidere.

Testimone: può mentire per proteggere i congiunti?

Il Codice penale prevede alcuni casi di esclusione della punibilità. In pratica, si tratta di circostanze specifiche in cui il soggetto, pur mentendo al banco dei testimoni, non risponde del reato di falsa testimonianza.

Secondo la legge [2], non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé stesso o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile danno nella libertà o nell’onore.

Questa norma speciale consente di mentire anche sotto giuramento, purché le bugie siano raccontate per salvare sé stesso o un congiunto da una lesione alla libertà o all’onore: nel primo caso, si pensi a colui che mente al giudice per evitare il carcere al proprio nipote, mentre nel secondo a chi preferisca tacere piuttosto che screditare la carriera del coniuge.

Ad esempio, secondo la giurisprudenza [3], non commette falsa testimonianza la persona che nega falsamente l’acquisto e il consumo di sostanze stupefacenti, in considerazione del rischio di un grave ed inevitabile nocumento all’onore o alla libertà derivante dall’applicazione nei suoi confronti delle sanzioni amministrative previste dalla legge.

Per prossimi congiunti [4] si intendono gli ascendenti (nonni e genitori), i discendenti (figli e nipoti), il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti. Secondo la Suprema Corte [5], tra i prossimi congiunti rientrano anche i conviventi legati da relazione affettiva.

È qui che entra in gioco il tema che ci interessa. È condannabile la falsa testimonianza per proteggere l’amante? Leggi il prossimo paragrafo.

È reato mentire per proteggere l’amante?

Si può mentire al giudice per proteggere l’amante, magari per celare la relazione extraconiugale e salvare il matrimonio?

Mentire per coprire una relazione adulterina potrebbe rientrare nelle ragioni che giustificano la falsa testimonianza per salvare se stesso o un prossimo congiunto da un grave danno all’onore. Non è dello stesso avviso la giurisprudenza: secondo la Corte di Cassazione [6], commette falsa testimonianza la persona che mente al giudice per proteggere l’amante alle prese con un giudizio di separazione.

Non è dunque invocabile la causa di non punibilità relativa alla necessità di salvare un prossimo congiunto da un grave danno al proprio onore, atteso che, tra i prossimi congiunti, non può rientrare anche l’amante, a meno che non ricorrano le condizioni per poter parlare di una stabile e duratura convivenza.

Non è giustificabile la menzogna raccontata al giudice per salvare l’amante da un’accusa di reato. Facciamo un esempio.

Tizio si trovava con Caia, la sua amante, quando quest’ultima, alla guida del proprio veicolo, investiva e feriva un passante. Chiamato a deporre, Tizio non può mentire dicendo che Caia non ha commesso alcuna irregolarità solamente perché i due sono amanti.

Insomma: è condannabile la falsa testimonianza resa per proteggere l’amante.

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