Come sparire da Internet in tutto il mondo

Posted on : 26-11-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La Cassazione: le autorità italiane (Garante privacy e giudici) possono chiedere a Google la rimozione dei contenuti anche fuori dall’Ue.

In un’epoca in cui si fa di tutto per «esserci» sul web tramite i social network, in cui si pubblicano immagini scattate anche nelle situazioni più improbabili, in cui si commenta «a prescindere» un post pur di vedere il proprio nome da qualsiasi parte, c’è anche chi vorrebbe restare anonimo e scomparire dalla Rete nel caso ci fosse finito per qualche motivo. Sono frequenti, infatti, i casi di articoli pubblicati dai giornali che riguardano un fatto che non solo non è più attuale ma nemmeno pertinente. Si pensi al tipico caso di chi è stato indagato per un fatto di cronaca giudiziaria e che poi è stato assolto o la vicenda è stata archiviata: è normale che il diretto interessato chieda di cancellare qualsiasi pagina associ il suo nome a quella storia da dimenticare. Ma come sparire da Internet in tutto il mondo e non solo nel Paese in cui sono state fatte le pubblicazioni?

Questa possibilità esiste grazie al diritto all’oblio che, come ha precisato recentemente la Cassazione, deve essere esteso anche ai Paesi che non fanno parte dell’Unione europea.

Che cos’è il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio si potrebbe definire come quello esercitato da un cittadino affinché sparisca da Internet qualsiasi informazione, pagina, immagine o dato che lo riguarda, allo scopo di tutelare la sua privacy. Tale diritto può riguardare sia i dati che il diretto interessato ha messo in rete sia quello che è stato pubblicato su di lui da soggetti terzi.

Di norma, quando una persona apre un account o pubblica qualcosa su Internet cede i propri dati o acconsente alla loro pubblicazione attraverso un consenso scritto. L’utente, però, può ripensarci in qualsiasi momento e revocare il consenso, sempre per iscritto. In pratica, si chiede (anzi, si impone) ad un social network di cancellare il profilo e di eliminare ogni immagine e ogni messaggio scritto. Lo stesso si può fare con un sito Internet in cui era stato lasciato un commento o una recensione.

Più delicato l’esercizio del diritto all’oblio quando si finisce sul web all’interno di un articolo oppure nella foto scattata da qualcun altro senza che l’interessato abbia dato il suo consenso. Accade, come si diceva, con un qualsiasi articolo di cronaca che riguarda un determinato soggetto o con video girato e pubblicato da terzi senza alcuna autorizzazione delle persone riprese.

Il diritto all’oblio, in questi casi, spetta ma entro i limiti dettati dal diritto di cronaca. Quando una notizia è vera, di pubblico interesse ed attuale, sussiste il diritto per il giornalista di pubblicare i dati e le vicende altrui, limitandone la relativa privacy. Ci devono essere, però, questi tre presupposti: se ne manca solo uno, la pubblicazione non è più legittima e va rimossa.

Anche chi viene condannato in via definitiva ha diritto ad esercitare il diritto all’oblio, per evitare che il suo nome resti in eterno su Internet legato ad un fatto per il quale, magari, ha già scontato la sua pena. Tuttavia, la legge non impone un termine oltre il quale la notizia non deve essere più reperibile.

Sparire da Internet: cosa dice il Regolamento europeo

Il Regolamento europeo sulla protezione della privacy, il Gdpr, disciplina al diritto all’oblio e riconosce ad ogni cittadino la possibilità di ottenere, da chiunque abbia pubblicato i suoi dati, la relativa cancellazione nel tempo più breve possibile. L’obbligo sussiste quando:

  • i dati personali non sono più necessari alle finalità per le quali sono stati raccolti o trattati (ad esempio, una persona non è più iscritto ad un’associazione);
  • l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento (ad esempio, cancella il proprio account da un social network);
  • non c’è alcun motivo legittimo per procedere al trattamento dei dati altrui;
  • i dati personali sono stati trattati illecitamente (ad esempio, la sua immagine è stata ritratta e pubblicata da qualcuno senza il suo consenso).

Il diritto all’oblio può essere limitato:

  • per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione;
  • per l’adempimento di un obbligo giuridico che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;
  • per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica;
  • a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici;
  • per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Sparire da Internet anche fuori dall’Ue: cosa dice la Cassazione

In una recente ordinanza [1], la Cassazione ha ribadito la sostanza principale del diritto all’oblio, cioè la possibilità per il cittadino di chiedere ad un motore di ricerca di rendere non raggiungibili le notizie non aggiornate su di una vicenda di cui è stato protagonista il richiedente e che si è conclusa con l’archiviazione.

Ma la Suprema Corte, questa volta, è andata oltre ed ha consentito di poter chiedere a Google di deindicizzare le pagine web anche nelle versioni extraeuropee del motore quando le circostanze lo richiedono. Si pensi all’imprenditore che ha degli interessi economici al di fuori del territorio comunitario. In pratica, la Cassazione consente di sparire da Internet in tutto il mondo.

Chi può imporre al colosso della Rete di agire in questo modo? Secondo la Cassazione, tale facoltà appartiene all’Autorità garante del trattamento dei dati ed anche i giudici. Pertanto, potrebbero agire sia il Garante italiano della privacy sia un qualsiasi tribunale.

La decisione dovrà essere presa bilanciando, da una parte, il diritto della persona alla tutela della sua vita privata e alla protezione dei dati personali e, dall’altra, il diritto alla libertà d’informazione. In ogni caso, e per quanto ci riguarda, tale valutazione deve essere fatta «secondo gli standard di protezione dell’ordinamento italiano», senza dunque badare alle regole vigenti nei Paesi esteri.

Approfondimento

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Chi non può pubblicare foto di bambini sui social?

Posted on : 23-11-2022 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che succede se un parente mette su Facebook o su Instagram le immagini del nipotino a una festa di famiglia senza l’autorizzazione dei genitori?

L’amore di zia e la buona volontà non sempre sono delle scuse valide e giustificate per postare su un profilo social le immagini dei nipotini scattate al mare, al parco, mentre giocano in casa o in una festa di famiglia. Il consenso dei genitori è fondamentale per consentire ad un estraneo di vedere il volto del loro figlio su Facebook o su Instagram. Può darsi che papà e mamma la prendano bene, così così o malissimo. E in quest’ultimo caso, la zia che tanto vuole bene ai nipotini potrebbe passare dei guai molto seri. In linea di massima, chi non può pubblicare foto di bambini sui social? O, più in generale, immagini di minorenni?

La legge consente di aprire un proprio account su un social network dai 14 anni compiuti in su. Pertanto, un ragazzino di quell’età può pubblicare quello che vuole, purché sia legale e conforme alle politiche del social che ospita il suo profilo. Se l’immagine corrisponde a un minore di età inferiore ai 14 anni, occorre il permesso dei genitori. Se tale autorizzazione non c’è, si commette reato?

Come si deve autorizzare la pubblicazione di una foto sui social?

Per poter pubblicare una foto di bambini sui social ci vuole il consenso di entrambi i genitori se il minore ha meno di 14 anni. Non basta, quindi, che solo il padre o la madre dicano di sì: devono essere tutti e due ad autorizzare il post, altrimenti la responsabilità rimane addosso a chi mette l’immagine del bambino su Facebook, su Instagram o su Twitter e la pubblicazione si ritiene illegittima.

Spesso si tende a pensare che avere il permesso di scattare una foto a un minore equivalga ad avere ottenuto l’autorizzazione a fare di quell’immagine ciò che si vuole. Per tornare all’esempio della zia (di un caso simile si è occupato il Tribunale di Rieti in una sentenza che vedremo tra poco), se chiede e ottiene dal fratello e dalla cognata di fare una foto al nipotino al mare non significa che possa pubblicarla poi su Facebook: può scattare, sì, ma per postarla deve chiedere un consenso specifico. Come detto, se solo uno dei genitori dice di no, dovrà tenersi la foto per sé e guardarla quanto vuole. Ma non sul suo profilo social.

A chi è vietata a pubblicazione di foto di minori sui social?

Considerato che devono essere entrambi i genitori a dare il consenso per pubblicare foto di bambini sui social, si potrebbe dire che le uniche persone autorizzate a farlo sono loro (e se entrambi sono d’accordo), a meno che il minore abbia già compiuto i 14 anni e, di conseguenza, possa postare su Facebook o su Instagram quello che vuole.

Se ne deduce che non possono postare immagini di bambini sui social senza il consenso del padre e della madre i parenti (la mitica zia ma anche i nonni, i cugini maggiorenni, ecc.), la scuola, la palestra o il centro sportivo frequentato dal minore, e chiunque non abbia ottenuto il permesso dei genitori. Si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni.

C’è, inoltre, il risarcimento del danno ai genitori, come ha recentemente stabilito il Tribunale di Rieti [1] nella sentenza che si può leggere in fondo a questo articolo. I giudici laziali hanno condannato la zia di due bambini ad un risarcimento di 2.500 euro per ogni nipotino per avere pubblicato dele loro foto su Facebook con il solo consenso della mamma dei bimbi, sorella dell’imputata. Il cognato non ne aveva dato l’autorizzazione e, pertanto, i post erano illegittimi.

La donna, peraltro, aveva una passione non solo per i nipoti ma anche per la fotografia: di immagini su social ne aveva pubblicate ben 52, oltre a un video, il tutto accessibile a chiunque visitasse il profilo Facebook della zia.

Il Tribunale di Rieti ha ricordato quanto disposto dall’ampia legislazione in materia. In primis, è stata chiamata in causa la Costituzione che, all’articolo 2, sancisce come inviolabile il diritto all’immagine e alla privacy della persona fisica.

In secondo luogo, viene citato nella sentenza il Codice civile laddove stabilisce che questi diritti acquisiscono, ancora, specifica tutela qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui sia consentito dalla legge.

Infine, i giudici laziali sottolineano come, in ambito comunitario, sia stato precisato che «i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate» nonché dei loro diritti in materia. Per i minori di età inferiore a 14 anni, insiste il diritto Ue, la pubblicazione di immagini può essere lecita purché il consenso venga prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale. Cioè del padre e della madre e non di uno solo dei genitori.

Il risarcimento del danno dovrà tenere conto di diversi fattori, come:

  • la visibilità del minore;
  • la sua esposizione al rischio;
  • gli utenti che hanno accesso alla visualizzazione delle foto;
  • il tempo durante il quale sono rimaste pubblicate.
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