WhatsApp: ecco le ragioni della multa dell’Antitrust

Posted on : 21-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’Antitrust ha sanzionato WhatsApp perché ha indotto gli utenti ad accettare le nuove condizioni di servizio, senza però informarli correttamente.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, comunemente conosciuta come Antitrust, ha sanzionato, con una multa di tre milioni di euro, WhatsApp Inc., la società proprietaria della celeberrima applicazione di messaggistica WhatsApp, recentemente acquistata da Facebook, per aver tenuto una condotta scorretta, nei confronti degli utenti.

La modifica delle condizioni contrattuali

La pesante sanzione è arrivata alla chiusura dei due procedimenti [1] che l’Antitrust aveva aperto, nei confronti della società proprietaria di WhatsApp, nel corso dei quali è emerso che questa, nell’agosto 2016, aveva inviato agli utenti un messaggio di aggiornamento dei Termini di Utilizzo e dell’Informativa sulla privacy, concedendo loro un mese di tempo per accettare le nuove condizioni.

Finché non avessero accettato le modifiche, gli utenti avrebbero continuato a ricevere, ogni volta che usavano WhatsApp, un avviso di aggiornamento, nel quale si riferiva che, in caso di mancata accettazione, alla scadenza del mese, l’account dell’utente sarebbe stato cancellato ed egli non avrebbe più potuto utilizzare l’applicazione.

Fra le più importanti novità contenute nelle nuove condizioni di utilizzo, vi era la condivisione delle informazioni, relative agli utenti, fra WhatsApp e Facebook, finalizzata ad ottenerne un profilo quanto più dettagliato di ogni singolo utente, da poter poi utilizzare a scopi commerciali.

Il condizionamento degli utenti

Tuttavia, al momento dell’accettazione delle condizioni, il consenso alla condivisione delle informazioni, sebbene non fosse obbligatorio, figurava in evidenza come scelta preimpostata da parte di WhatsApp, mentre l’opzione del rifiuto alla condivisione, poteva essere selezionata dall’utente solo seguendo un percorso più lungo e complesso.

L’Antitrust, pertanto, ha ritenuto che la condotta di WhatsApp abbia indebitamente condizionato e limitato la libertà di scelta degli utenti, che sono stati indotti ad accettare integralmente le nuove condizioni contrattuali ed in particolar modo la condivisione dei dati con Facebook, proprio perché  il messaggio di aggiornamento, inviato da WhatsApp, era strutturato in modo tale da indurli erroneamente a credere che, solo se avessero accettato anche l’opzione della condivisione delle informazioni, avrebbero potuto continuare ad usare WhatsApp, mentre, in realtà, essi avrebbero potuto continuare a farlo, anche se avessero scelto di accettare solo in parte le nuove condizioni, escludendo proprio l’opzione della condivisione dei dati personali con Facebook.

La possibilità di accettazione parziale, tuttavia, non veniva chiaramente spiegata nella schermata iniziale del messaggio di aggiornamento, ma bensì solo in quelle successive, alle quali l’utente poteva eventualmente accedere solo attraverso alcuni link. Deselezionando alcune caselle, infine, poteva scegliere di non condividere le informazioni con Facebook.

Si trattava, pertanto, di un procedimento di non semplice, né immediata comprensione.

I profitti economici

In definitiva, secondo le conclusioni dell’Antitrust, l’accettazione integrale delle condizioni di utilizzo, è stata ottenuta facendo leva sulla volontà degli utenti di continuare ad utilizzare WhatsApp ed attraverso un messaggio informativo preimpostato e non sufficientemente chiaro e lineare.

La ragione per cui la società che possiede WhatsApp ha adottato questo comportamento sarebbe legata all’elevato valore economico delle informazioni relative ai profili degli utenti, che possono essere rivendute a terzi, per fini pubblicitari e commerciali, con ampio margine di guadagno.

Le clausole vessatorie

Secondo l’Antitrust, inoltre, questi nuovi Termini di utilizzo contenevano anche numerose clausole vessatorie che oltre ad essere palesemente contrarie alle disposizioni del Codice dei Consumatori, determinavano un evidente squilibrio, a sfavore degli utenti.

Fra le varie clausole vessatorie, l’Antitrust ha evidenziato, in particolar modo alcune che prevedevano:

  • l’eccessiva limitazione o addirittura esclusione della responsabilità contrattuale di WhatsApp, per gli eventuali malfunzionamenti del servizio o per danni subiti dagli utenti, anche per casi nei quali non sarebbe stata ammissibile alcuna limitazione o esclusione di responsabilità;
  • l’irrisorietà dei risarcimenti riconosciuti agli utenti, in caso di danni derivanti ad esempio dal malfunzionamento dei sistemi di sicurezza e protezione dei dati, delle foto e delle conversazioni;
  • la possibilità d’improvvisa interruzione del servizio, senza preventiva informazione agli utenti;
  • la possibilità di effettuare modifiche unilaterali delle condizioni di utilizzo, senza obbligo di fornirne preventiva ed adeguata comunicazione e motivazione e stabilendone l’accettazione, da parte degli utenti, possa intervenire anche mediante il silenzio-assenso;
  • la previsione della legge dello Stato della California, quale unica legge applicabile al contratto e del Tribunale dello Stato della California quali unici giudici competenti per la risoluzione delle eventuali controversie, escludendo il Foro del Consumatore.

Così la polizia controlla i nostri smartphone

Posted on : 19-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La riforma del processo penale consente intercettazioni ambientali con virus e captatori informatici all’interno di cellulari, smartphone e computer. Controllo a distanza, anche se si è in movimento ed a casa propria. 

È nelle leggi lunghe e complicate che si nascondono le norme più insidiose. Non fa eccezione la nuova riforma del processo penale, appena varata dalla Camera in via definitiva, al cui interno è contenuta una norma che, passata inosservata a molti, rischia di produrre effetti dirompenti sulla nostra privacy. L’articolo 84 lettera e) (il cui testo riportiamo in nota [1]) autorizza la polizia a usare i cosiddetti «captatori informatici» ossia dei malware, meglio noti come trojan, che possono essere innestati in tutti gli apparecchi connessi a internet, come telefonini cellulari, computer, tablet, tv e ora anche nei nuovi modelli di auto. Si tratta di virus che rendono possibile il controllo da remoto dei nostri device, con accesso completo a tutti i dati in essi presenti (email, contatti, appuntamenti, file video e audio, ecc.), gli spostamenti del proprietario, le conversazioni. Intercettazioni, insomma, a 360 gradi.

La polizia potrà controllare i nostri smartphone attivando, con un comando a distanza, il microfono del telefonino, la telecamera, verificando dal gps in che luogo ci troviamo, monitorando la cronologia dei siti visitati, le email spedite e quelle ricevute, eventualmente le conversazioni su chat private, ecc. Senza contare il controllo totale e completo delle telefonate. Una volta eseguito il controllo, il trojan viene “disinnescato”, lasciando il proprietario del dispositivo nella più completa incoscienza di quanto è avvenuto. Il tutto nasce ovviamente nell’ottica di eseguire indagini più accurate e combattere il crimine. Ma il punto è che tali indagini potranno essere eseguite anche con l’ausilio di società private, delegate dai tribunali: società che, una volta sperimentato il potere che tali intercettazioni mettono loro a disposizione, potrebbero anche essere tentate dal prestare i loro servizi non solo per i giudici. E di certo il crimine informatico è sempre al di là della porta, pronto a bussare.

In verità, l’uso dei «captatori informatici» per eseguire le intercettazioni ambientali, in mobilità, ossia senza limiti predeterminati di luoghi e, quindi, anche in casa dell’indagato, era stato sdoganato dalle Sezioni Unite della Cassazione esattamente un anno fa (leggi Intercettazioni sì a virus su pc, tablet e smartphone a casa). Ora però la novità è che il nuovo testo contenuto nella riforma del processo penale estende tali indagini a qualsiasi tipo di reato, non solo per quelli più gravi (mafia, terrorismo, concorrenza sleale), ma anche per quelli minori, collegate a droghe, reati di ingiuria o minaccia, frode commerciale e vendita di prodotti alimentari non genuini. Praticamente sempre.

Quali sono i diritti di una moglie?

Posted on : 18-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fedeltà, assistenza, coabitazione. Ma anche diritto a non essere maltrattata, a lavorare, a vedere chi vuole, a decidere per i figli insieme al marito.

In teoria, parlare di quali sono i diritti una moglie potrebbe sembrare fuori luogo in una società in cui la parità di sessi è (o dovrebbe essere) un dato di fatto. Sarebbe, da questo punto di vista, più opportuno parlare di diritti – e di doveri – dei coniugi, senza distinguere tra marito e moglie.

Tuttavia, in non poche famiglie prevale ancora la cultura del cosiddetto «capofamiglia» il cui ruolo, come tale, è stato abolito nel 1975 (anche se rimane solo ai fini anagrafici) con la riforma del diritto di famiglia [1]. Grazie a quella legge, infatti, i diritti di una moglie e i diritti di un marito sono (o dovrebbero essere) gli stessi.

A chi, però, resta convinto che il marito sia quello che deve prendere ogni decisione in casa e che la donna debba sottostare alla volontà dell’uomo, è bene ricordare quali sono i diritti di una moglie stabiliti dalla legge, a partire da quelli sanciti dal Codice civile [2].

I diritti di una moglie acquisiti con il matrimonio

Insieme ai doveri, il Codice civile stabilisce i diritti di una moglie e di un marito nel momento in cui si sposano e formano una famiglia. Se è vero, com’è vero, che dai doveri scaturiscono i diritti, ecco i doveri previsti dal Codice:

  • alla fedeltà;
  • all’assistenza morale e materiale;
  • alla collaborazione nell’interesse della famiglia;
  • alla coabitazione;
  • alla contribuzione ai bisogni della famiglia in proporzione alle proprie capacità economiche e di lavoro (professionale o casalingo).

Ne consegue che una moglie ha diritto ad avere un marito fedele, che l’assista nei suoi bisogni morali e materiali, che collabori nell’interesse della famiglia (anche facendo le pulizie o passando la scopa elettrica quando c’è bisogno), che viva sotto il suo stesso tetto e che contribuisca ai bisogni della famiglia (cioè che non passi le giornate sulla poltrona davanti alla tv ma che si dia da fare per il bene di tutti).

Ma i diritti di una moglie vanno ben al di là di quanto sancito dal Codice civile. La citata riforma del diritto di famiglia riconosce a una moglie:

  • il diritto a scegliere la casa in cui abitare: non può essere individuata solo dal marito in base alle sue esigenze o ai suoi comodi (ad esempio perché vuole restare vicino alla mamma, anche se la moglie non vuole) ma deve essere scelta in base alle esigenze di entrambi i coniugi;
  • il diritto a partecipare alle decisioni relative ai figli: se il marito fa il medico e si mette in testa che anche il figlio deve seguire le sue orme, la moglie ha voce in capitolo e può opporsi se vede che il figlio vuole intraprendere un’altra strada;
  • il diritto ad avere dal marito i mezzi di sostentamento: se, per qualsiasi motivo, non può lavorare, la moglie deve essere mantenuta dal marito;
  • il diritto a gestire anche la parte economica della famiglia (pure se è solo il marito a lavorare);
  • il diritto a non essere denunciata per infedeltà, anche se essere sorpresa a letto con un altro può comportare un motivo di addebito della responsabilità di un’eventuale separazione.

Se uno di questi diritti viene leso, la moglie può rivolgersi a un giudice.

Diritti di una moglie: comunione o separazione dei beni

Prima del matrimonio, è importante decidere se optare per la comunione o per la separazione dei beni. In base a questa scelta quali sono i diritti di una moglie?

Con la comunione dei beni [3], la moglie ha diritto di disporre di tutti i beni acquisiti durante il matrimonio (compresi risparmi e debiti) ad eccezione di:

  • beni posseduti prima del matrimonio;
  • beni personali del marito;
  • donazioni o eredità ricevute dal marito.

Con la separazione dei beni, invece, [4] a ciascuno dei coniugi rimangono i propri beni. Marito e moglie devono contribuire in modo proporzionale alle necessità della famiglia, in base all’entità dei beni posseduti da ciascuno.

Il diritto di una moglie alla libertà e alla privacy

Tra i diritti di una moglie c’è anche quello alla libertà: il marito, infatti, deve rispettare la libertà, la dignità e la personalità della donna che ha sposato. Significa che la moglie ha il diritto a non essere mortificata dal marito, a non essere insultata (né in pubblico né in privato), a non essere maltrattata fisicamente o psicologicamente, a non essere svilita (ad esempio trovandosi costretta a subire un rapporto sessuale non desiderato o in modo umiliante) e a manifestare il proprio pensiero o il proprio culto religioso, cioè: a dire quello che pensa e a mettere in pratica le proprie convinzioni senza essere derisa, purché ciò non avvenga a danno dei figli.

Allo stesso modo, una moglie ha diritto al rispetto della propria privacy. Mariti ficcanaso no, grazie: rischiano una denuncia per reato di violenza privata se pretendono che la moglie gli faccia vedere le e-mail personali, i messaggi ricevuti sul cellulare o le telefonate fatte e ricevute, il contenuto dei suoi cassetti. La moglie ha diritto a parlare al telefono con una persona senza essere ascoltata o interrotta in modo illecito: il marito che provasse a farlo, rischierebbe la reclusione da 1 a 4 anni per intercettazione fraudolenta. Anche se «dimenticasse acceso», così per caso, un registratore audio o una telecamera per spiare la moglie mentre si trova da sola a casa.

Quali sono i diritti di una moglie per quanto riguarda la sua vita sociale? Innanzitutto, quello a frequentare chi le pare: non deve essere, certo, il marito a dirle con chi si deve vedere o con chi no. O a fare la tipica scenata in piazza se trova la moglie a prendere un aperitivo con un collega maschio dopo il lavoro. L’importante è che lei non dia dei motivi per far pensare a qualche «tresca» con atteggiamenti equivoci.

Frequentare chi le pare significa anche mantenere i contatti con la propria famiglia di origine (la mamma è sempre la mamma). Se il marito cercasse di impedirglielo, ne pagherebbe le conseguenze in sede di separazione.

Una moglie ha il diritto di lavorare. Essere costretta a restare a casa a fare la calza è roba, ormai, superata. La donna sposata può decidere di lavorare anche quando il marito ne guadagna tanti e promette che la manterrà a vita.

Una moglie ha il diritto di essere felice. Come suo marito. Con suo marito. Questo non c’è scritto sul Codice civile ma è inciso a fuoco su quello del buon senso.