Metropolino.com 2017-09-19 23:00:00

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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Chi ha voglia di ballare con stile a Brescia dal 22 settembre '17 può farlo di nuovo al Circus, il beatclub più storico della città… anche di venerdì notte. 

Made Club Como: 22/09 Cenando & Ballando e un party da non perdere

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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La stagione 2017/18 di Made Club, la disco più storica di Como, è ripartita in grande stile lo scorso 15 settembre. Per il sesto anno, per la sesta volta, Made is your club.

Nikita #Costez – Grumello – Telgate (BG) 22-23 settembre Candy Closing Week

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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Nikita #Costez il 22 ed il 23 settembre propone due closing party da urlo, perfetti per chiudere in bellezza una stagione estiva 2017 semplicemente perfetta. 

Pelledoca – Milano: una settimana perfetta per divertirsi, dall’aperitivo al notte fonda

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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Vuoi festeggiare un compleanno? Salutare gli amici e le amiche per l'ultima notte di libertà prima del fatidico passo? Hai una ricorrenza che vuoi resti indimenticabile o semplicemente vuoi trascorrere una serata movimentata con gli amici in mezzo a nuovi incontri e divertimento ?

Pensioni: novità

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le principali novità per anticipare la pensione che potrebbero diventare legge nei prossimi mesi: Dall’Ape donne alla pensione minima di garanzia.

Pensione minima di garanzia per i giovani, sconto di 3 anni di contributi per l’Ape sociale donne, riduzione degli importi soglia per ottenere la pensione di vecchiaia e anticipata contributiva e blocco dell’età pensionabile: sono queste le principali novità in materia previdenziale che dovrebbero entrare nella prossima finanziaria e diventare operative dal 2018.

Probabilmente, a causa delle scarse risorse economiche disponibili, non tutte le proposte saranno attuate ed alcune misure saranno realizzate “a metà”. Ma vediamo subito quali potrebbero essere i principali cambiamenti in materia di pensione.

Ape sociale donne

L’Ape sociale donne, o Ape sociale rosa, consisterà nella possibilità di aumentare le lavoratrici beneficiarie dell’Ape sociale, facendo loro ottenere l’anticipo pensionistico a 63 anni con 27 o 33 anni di contributi, anziché con 30 o 36 anni. Questo, perché sarà previsto uno sconto pari a 1 anno di contributi per ogni figlio, sino a un massimo di 3 anni (secondo altre proposte, lo sconto dovrebbe ammontare a 6 mesi di contributi per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni).

L’Ape social donne, nel dettaglio, come la cosiddetta Ape volontaria, sarà un anticipo della pensione, cioè un assegno che “accompagnerà” l’interessata dalla data di uscita dal lavoro, che potrà avvenire a un’età minima di 63 anni, sino alla data di maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia (dal 2018 66 anni e 7 mesi per tutti, uomini e donne). A differenza dell’Ape volontaria, o di mercato, però, la prestazione sarà pari alla futura pensione e non deriverà da un prestito bancario: l’Ape rosa social, difatti, come l’Ape social sarà erogata direttamente dallo Stato. Per questo motivo, non comporterà trattenute sulla futura pensione, in quanto l’interessata non dovrà restituire alcun finanziamento.

Proroga dell’opzione donna

Meno probabile appare, invece, la possibilità di prorogare l’opzione donna, cioè l’opzione, per le sole lavoratrici, che consente di pensionarsi a 57 anni con 35 anni di contributi. Ricordiamo che, ad oggi, possono fare domanda di pensione di anzianità con opzione donna le lavoratrici che possiedono i seguenti requisiti:

  • 57 anni e 7 mesi di età compiuti entro il 31 luglio 2016, se lavoratrici dipendenti (58 anni e 7 mesi è invece il requisito di età valido per le lavoratrici autonome);
  • 35 anni di contributi accreditati al 31 dicembre 2015;
  • la pensione è liquidata in 18 mesi per le autonome e in 12 mesi per le dipendenti, a partire dalla data di maturazione dell’ultimo requisito (si tratta del cosiddetto periodo di finestra).

In cambio di questo consistente anticipo dell’uscita dal lavoro, la lavoratrice accetta il ricalcolo della pensione col sistema contributivo: si tratta di un metodo di calcolo bastato sui contributi effettivamente accreditati e non sugli ultimi stipendi, come il sistema retributivo. Per questo, nella generalità dei casi, il ricalcolo contributivo determina delle penalizzazioni sulla pensione abbastanza pesanti e non ha convenienza economica.

Pensione minima di garanzia

La pensione minima di garanzia sarà un’integrazione del trattamento spettante a coloro la cui pensione si calcola col sistema esclusivamente contributivo. Nel dettaglio, con la pensione di garanzia i lavoratori soggetti al calcolo integralmente contributivo della pensione avranno diritto a un trattamento minimo di 650 euro mensili, con almeno 20 anni di contributi accreditati. Per ogni anno di contributi in più rispetto al 20°, dovrebbero spettare 30 euro mensili in aggiunta sulla pensione, sino a un massimo di 1.000 euro.

Secondo una più recente proposta, invece, la pensione di garanzia funzionerà come una maggiorazione della pensione contributiva, dando la possibilità di cumulare la prestazione con l’assegno sociale (448 euro) nel limite del 50 %, ossia sino a 224 euro.

La cumulabilità di un terzo dell’assegno sociale è, in realtà, una misura già esistente, ma non operativa, in concreto, per gli effetti scaturiti dalla riforma Fornero.

Grazie alla maggiorazione dovuta alla cumulabilità tra pensione e assegno sociale, coloro il cui trattamento sarà calcolato col sistema interamente contributivo potranno ottenere un assegno da 650-680 euro, anziché, come avverrebbe nella maggior parte dei casi, sotto i 500 euro.

Niente assegno minimo per la pensione di vecchiaia

Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia (il cui requisito d’età, come anticipato, sarà pari a 66 anni e 7 mesi per tutti nel 2018), non molti sanno che questa può essere ottenuta solo se superiore a 1,5 volte l’assegno sociale, per coloro il cui calcolo della pensione è effettuato col sistema interamente contributivo. In pratica, coloro che subiscono il calcolo contributivo della pensione, penalizzante di per sé, non possono percepire alcuna pensione se questa è inferiore a 672 euro mensili.

Per rimediare a questa ingiusta penalizzazione, si vorrebbe eliminare l’ammontare minimo dell’assegno richiesto per l’accesso alla pensione o, almeno, limitarlo a 1,2 volte l’assegno sociale, cioè a 538 euro. Chi non può percepire la pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi di età deve attendere il compimento di 70 anni e 7 mesi, quindi ulteriori 4 anni (o un periodo ancora maggiore, nel caso in cui l’età pensionabile aumenti).

Niente vincoli per la pensione anticipata a 63 anni

Esiste un vincolo ancora più severo, relativo all’ammontare dell’assegno, per la pensione anticipata contributiva (calcolata esclusivamente col sistema contributivo), che si può raggiungere con:

  • 63 anni e 7 mesi di età;
  • 20 anni di contributi;
  • un assegno pari a 2,8 volte l’assegno sociale (1254,60 euro).

Anche in questo caso l’esecutivo vorrebbe abolire il limite relativo all’ammontare dell’assegno, o almeno ridurlo a 2 volte l’assegno sociale.

Nessun aumento dell’età pensionabile

Un’altra proposta in materia previdenziale riguarda l’età pensionabile: in particolare, si vorrebbero bloccare gli adeguamenti automatici alla speranza di vita, che dovrebbero scattare nel 2019 e determinare un aumento di 4 mesi nei requisiti per la pensione.

Dal 2019, cioè, la pensione di vecchiaia dovrebbe essere raggiunta con 66 anni e 11 mesi di età e la pensione anticipata con 43 anni e 2 mesi di contributi (42 anni e 2 mesi per le donne).

Col blocco dell’età pensionabile, invece, non dovrebbe aumentare alcun requisito. Non mancano, sull’argomento, nette prese di posizione: da una parte il presidente dell’Inps, che reputa il provvedimento seriamente pregiudizievole per i conti pubblici, dall’altra i sindacati, che ritengono l’aumento dei requisiti per la pensione d’impatto sociale fortemente negativo.

Noir Restaurant & Disco – Lissone (MB): 21/09 Costa Smeralda Party con Enzo Mammato 22/09 …

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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Al Noir Restaurant & Disco di Lissone (MB) ogni giovedì il party è Popstar. Visto che il weekend è ancora lontano, si inizia presto: aperitivo e cena dalle 20 e 45, poi si balla già dalle 22 e 30 con le migliori hit, canzoni che fanno muovere a tempo, dagli anni '80 ad oggi. 

30/09 Hector Couto & Cuartero @ Bolgia – Bergamo / Opening

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo

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Sabato 30 settembre 2017 inizia la sedicesima stagione del Bolgia di Bergamo. Quello che ormai è uno dei club più longevi d'Italia nell'ambito della vorticosa scena elettronica, ha uno spirito tutto suo che ha attraversato e condizionato generazioni di clubber, uno spirito che sempre contraddistingue le notti del club e che va ben oltre la semplice musica e del nome del dj che per una sera si esibisce in console

Assegno di ricollocazione sino a 5mila euro per 500mila disoccupati

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Va a regime l’assegno di ricollocazione per il reimpiego dei disoccupati: mezzo milione di potenziali beneficiari.

Un assegno sino a 5mila euro per rientrare nel mercato del lavoro, del quale potrebbero beneficiare 500mila disoccupati ogni anno: sono questi i numeri previsti per l’entrata a regime della ricollocazione, una misura (ad oggi sperimentale) finalizzata a trovare un nuovo impiego alle persone con più difficoltà nel rioccuparsi.

L’assegno di ricollocazione, è bene precisarlo, sarà erogato sotto forma di voucher e potrà essere speso presso i centri o le agenzie per l’impiego o presso i delegati della Fondazione consulenti per il lavoro, che potranno incassarlo solo se riusciranno a trovare una nuova occupazione al beneficiario della misura.

Ma procediamo per ordine e vediamo come funzionerà l’assegno di ricollocazione da quest’autunno in poi.

Chi ha diritto all’assegno di ricollocazione

Hanno diritto all’assegno di ricollocazione tutti coloro che percepiscono la Naspi, cioè l’indennità di disoccupazione, da almeno 4 mesi. L’adesione alla ricollocazione è volontaria e l’erogazione del voucher non fa perdere e non riduce la Naspi, così come non si perde per la mancata adesione alla misura.

A quanto ammonta l’assegno di ricollocazione

L’assegno di ricollocazione parte da un minimo di 250 euro e può arrivare, come anticipato, sino a 5mila euro. L’ammontare dell’assegno dipende dal profilo di occupabilità dell’interessato: in pratica, più è difficile trovare un nuovo lavoro al beneficiario, più alto sarà l’assegno.

Come richiedere l’assegno di ricollocazione

Per quanto riguarda la procedura per ottenere l’assegno di ricollocazione, il primo soggetto ad attivarsi è il sistema informativo unitario (Siu) dell’Anpal (l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro): una volta trascorsi 4 mesi di disoccupazione senza reimpiego, difatti, Il Siu invia un’apposita comunicazione al disoccupato.

Se questi decide di aderire alla ricollocazione, deve fare domanda per ottenere l’assegno:

  • telematicamente attraverso il Siu del portale Anpal;
  • rivolgendosi direttamente al centro per l’impiego competente, che deve rilasciare l’assegno entro 15 giorni, verificata la sussistenza dei requisiti.

Il beneficiario, se decide di accettare l’assegno, può scegliere l’ente accreditato ai servizi per il lavoro che gli erogherà il servizio di assistenza alla ricollocazione: in questo caso, viene sospeso il patto di servizio personalizzato sottoscritto con il centro per l’impiego competente, in quanto viene sostituito dalle misure di ricollocazione.

Perdita dell’assegno e della Naspi

Dopo il primo appuntamento, l’ente che si occupa della ricollocazione elabora il “programma di ricerca intensiva“, che deve essere sottoscritto dall’interessato, e assegna un tutor al disoccupato.

Il beneficiario dell’assegno di ricollocazione deve partecipare agli incontri concordati con l’ente ed accettare l’offerta congrua di lavoro che eventualmente gli sarà fatta.

In caso contrario, devono essere applicate le dovute sanzioni, che vanno da una prima riduzione della Naspi fino alla sua perdita totale.

Assegno di ricollocazione anticipato

A breve l’assegno di ricollocazione dovrebbe essere esteso anche a chi il lavoro non l’ha ancora perso, ma si trova in cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale.

Questi dipendenti a rischio licenziamento potrebbero dunque, grazie alle misure di ricollocazione, trovare un nuovo lavoro ancora prima di perdere definitivamente il vecchio impiego.

Assegno di ricollocazione delle Regioni

Non dimentichiamo, infine, che accanto all’assegno di ricollocazione esistono diverse misure, con la stessa finalità, riconosciute dalle singole Regioni:

  • la Campania prevede un assegno di ricollocazione per i disoccupati senza sostegno al reddito;
  • il Lazio ha previsto lo scorso anno una misura di ricollocazione per le donne con figli minori di 6 anni ed ha appena finanziato il Contratto di ricollocazione generazioni, una misura per disoccupati tra i 30 e i 39 anni, che aiuta anche chi vuole iniziare un’attività autonoma;
  • l’Emilia Romagna ha previsto un bonus per i lavoratori dell’edilizia con almeno 50 anni di età;
  • la Lombardia, dal 2013, ha previsto una dote unica per il lavoro, con oltre 155 milioni di sostegni prenotati;
  • in Veneto è partito lo scorso anno il programma Garanzia adulti, grazie al quale sono stati erogati bonus sino a 3mila euro ai disoccupati over 50 di lunga durata; sarà presto operativo anche l’Assegno per il lavoro, aperto a tutti i disoccupati che potranno ottenere direttamente i fondi dal centro per l’impiego, su base personalizzata;
  • in Sardegna è stato invece attivato il Cris (contratto di ricollocazione Sardegna) destinato a 2.700 disoccupati di lunga durata dell’isola;
  • in Umbria era possibile aderire, sino a qualche mese fa, alle agevolazioni del Pacchetto adulti;
  • in Sicilia è stato invece attivato da quest’estate il contratto di ricollocazione, a favore dei disoccupati con Isee sotto i 20mila euro, con misure di sostegno diverse a seconda delle fasce di età ed un’indennità di partecipazione che viene erogata direttamente al disoccupato;
  • a breve sarà operativa anche la dote unica lavoro della Calabria, che prevede, tra le varie attività, misure riservate a disabili e fasce deboli.

Concorsone unico per sostituire 500mila dipendenti pubblici pensionati

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Maxi concorso unico per la sostituzione di mezzo milione di lavoratori della pubblica amministrazione pensionati.

Mezzo milione di posti di lavoro: è questo il numero di posizioni libere che si verrà a creare da qui a quattro anni, col pensionamento “di massa” dei dipendenti pubblici. I pensionamenti dei lavoratori della Pa non sono mancati nemmeno in questi anni, ma sono stati rallentati dall’aumento dei requisiti per l’uscita dal lavoro voluto dalla legge Fornero.

Considerando che, sinora, soltanto pochissime delle posizioni pubbliche libere sono state rimpiazzate (si pensi all’Inps, il cui ultimo maxi concorso risale a una decina di anni fa, nonostante i pensionamenti siano circa 100 ogni mese), i 500mila pensionati dei prossimi anni dovranno essere sostituiti con nuove assunzioni. Un’occasione straordinaria, come precisato dal sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, per abbassare l’età media e rinnovare l’apparato amministrativo.

Le nuove assunzioni, però, non avverranno con concorsi “ a macchia di leopardo”, ma con un concorsone unico, che servirà a programmare le assunzioni della Pa, vincolandole ad un piano dei fabbisogni con cadenza triennale: è quanto previsto dal decreto attuativo della riforma Madia sulle procedure di reclutamento dei dipendenti pubblici.

Ma procediamo per ordine e cerchiamo di fare chiarezza sul nuovo concorsone unico.

Come funzionerà il concorsone unico

Secondo i provvedimenti attualmente allo studio, il concorsone consisterà in un bando unico triennale per le nuove assunzioni, che potrà essere indetto soltanto dalle amministrazioni centrali, come ministeri, Inps ed Inail.

In pratica, mentre ad oggi ogni amministrazione può indire il suo concorso, col nuovo decreto soltanto le amministrazioni centrali potranno farlo. In ogni caso, perché un’amministrazione possa assumere dovrà essere elaborato un piano di fabbisogno triennale.

Il personale assunto col concorsone unico verrà dunque assegnato, in conformità alle previsioni del piano triennale, alle amministrazioni che dimostreranno di avere una maggiore necessità di aumentare l’organico.

Valutazione dei candidati

Nella valutazione dei candidati avranno molta importanza la conoscenza della lingua inglese (sarà valutata anche una seconda lingua a scelta del candidato) e dell’informatica; avranno rilevanza, comunque, non soltanto i risultati delle prove scritte e del colloquio, ma anche l’esperienza professionale acquisita da chi ha avuto rapporti di lavoro flessibile con un’amministrazione pubblica.

Non potrà essere valutato, invece, il servizio svolto presso uffici di diretta collaborazione degli organi politici. In ogni caso, si dovrà garantire un accesso adeguato dall’esterno, considerando che per i precari storici è stata già prevista la stabilizzazione (per i requisiti, si veda: Assunzione lavoratori pubblici, che cosa cambia).

Per chi non vale il concorsone unico

Resteranno fuori dal maxi concorso unico tre importanti settori: scuola, forze dell’ordine e militari, per via della particolarità dei requisiti di accesso richiesti.

Per i docenti, in particolare, è previsto un iter molto lungo, che parte da un concorso-corso e prosegue con un periodo di tirocinio, sino ad arrivare all’immissione in ruolo dopo ulteriori 2 anni di supplenze (per saperne di più: Come funziona il concorso-corso docenti).

Precari e idonei ai precedenti concorsi

Resta, per ora, in sospeso la situazione dei 40mila precari della Pa, ai quali comunque il decreto Milleproroghe  prevede di prolungare il contratto, e dei 4500 vincitori e 151mila idonei dei precedenti concorsi, che potrebbero essere scavalcati dai vincitori del nuovo concorsone.

Per quanto riguarda i precari, considerando che, come anticipato, i servizi svolti presso la Pa saranno rilevanti al fine del concorsone, è molto probabile che sarà assegnato un punteggio in proporzione al servizio svolto.

Per quanto concerne gli idonei, invece, al momento non è stata prospettata alcuna ipotesi al riguardo.

Referendum Lombardia e Veneto: cosa cambia con l’autonomia

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Il 22 ottobre si vota nelle due Regioni per avere più competenze. Ma se vince il sì l’iter sarà lungo. Che cos’è una Regione a statuto speciale.

Statuto speciale o statuto regionale: che cosa cambia? Il referendum del 22 ottobre con il quale Lombardia e Veneto chiedono di entrare nel ristretto club delle regioni autonome, di cui fanno parte appena cinque realtà territoriali italiane, è davvero in grado di cambiare la vita dei suoi abitanti o si tratta soltanto di una mossa politica per rafforzare il distacco dallo Stato centrale?

Per rispondere a questa domanda, bisogna capire che cosa attribuisce la legge ad una Regione a statuto speciale, tenendo conto che, dopo il referendum, il risultato non è immediato ma bisogna attendere l’esito della trattativa tra l’Ente sovracomunale ed il Governo ed il parere del Parlameto. Insomma, un eventuale «sì» non fa diventare automaticamente Lombardia o Veneto delle Regioni autonome, ma autorizza l’avvio di un meccanismo politico che arrivi a concretizzare ciò che i cittadini hanno deciso alle urne.

Vediamo, allora, cosa cambia con l’autonomia dopo i referendum in Lombardia e Veneto, quali sono le conseguenze e quali vantaggi comporta (se li comporta) diventare una Regione a statuto speciale.

Che cos’è una Regione autonoma

Una Regione a statuto speciale [1] è quella che gode di una particolare autonomia su determinate competenze trasferite dallo Stato centrale. Le condizioni sono definite dallo statuto regionale, adottato con legge costituzionale, così come qualsiasi sua modifica.

La legge costituzionale del 2001 ha previsto la possibilità per le Regioni a Statuto speciale di deliberare leggi statutarie, diverse da quelle di una normale legge regionale in quanto:

  • hanno bisogno di una sola approvazione a maggioranza assoluta del Consiglio regionale;
  • possono essere sottoposte a referendum confermativo preventivo su richiesta entro 3 mesi dalla pubblicazione da parte di 1/5 dei consiglieri regionali o di 50.000 iscritti agli albi elettorali regionali;
  • possono essere sottoposte a controllo preventivo di costituzionalità su richiesta entro 30 giorni dalla pubblicazione da parte del Governo.

Quali sono le competenze di una Regione autonoma

Quindi, dopo il referendum di Lombardia e Veneto, cosa cambia con l’autonomia? Ecco le competenze di una regione a statuto speciale.

Autonomia legislativa

Le Regioni a statuto speciale godono di tre tipi di potere legislativo:

  • la potestà esclusiva;
  • la potestà legislativa concorrente in determinate aree, nel rispetto dello Statuto di autonomia, ad esclusione della determinazione dei princìpi generali che competono allo Stato centrale;
  • la potestà integrativa e attuativa: permette di approvare delle norme su certe materie per adattare la legislazione nazionale alla realtà del territorio, mantenendo il potere dello Stato.

Autonomia amministrativa

In virtù dell’autonomia amministrativa, le Regioni a statuto speciale ha la competenza nelle materie in cui esercita la potestà legislativa. Quindi, la competenza amministrativa generale non è attribuita ai Comuni, come invece accade nelle Regioni a Statuto ordinario, ma prevale il concetto di amministrazione indiretta necessaria.

La legge [2] prevede il trasferimento di ulteriori competenze amministrative da parte dello Stato grazie ad appositi decreti legislativi di attuazione.

Autonomia finanziaria

Attualmente, in seguito alle riforme del 2001, la differenza tra Regioni a statuto speciale ed ordinarie si è attenuata anche nel campo dell’autonomia finanziaria. La normativa [3], prevede che l’ulteriore disciplina di coordinamento della finanza per le autonomie speciali venga individuata da decreti legislativi di attuazione, fonti speciali alla cui formazione partecipa una Commissione paritetica Stato-autonomia speciale.

Che cosa prevede il referendum di Lombardia e Veneto

Quella che abbiamo appena visto è la realtà che vivono le cinque Regioni (o province autonome, nel caso di Trento e Bolzano) a statuto speciale: Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia. Realtà che, a guardarci bene, non è quella che chiedono i promotori del referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto.

I rispettivi governatori, Roberto Maroni e Luca Zaia, a dire il vero, non citano mai nella domanda posta ai cittadini l’espressione “Regione a statuto speciale”.

Di fatto, sulle schede della Lombardia, la domanda posta è: «Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?», mentre la domanda in Veneto recita: «Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?»

C’è un altro particolare non trascurabile che abbiamo accennato prima: il risultato del referendum non converte automaticamente e di fatto Lombardia e Veneto in Regioni a statuto speciale ma – come del resto recitano i quesiti – autorizza le autorità regionali ad avviare un percorso per ottenere «ulteriori forme e condizioni di autonomia». Quali, nello specifico, verranno stabilite in un secondo momento.

Le due Regioni, peraltro, si appoggiano all’articolo 116 del Titolo V della Costituzione che regola i rapporti tra Stato e autonomie locali citando letteralmente la formula appena citata. Ed è la prima volta che succede in Italia.

Infine, l’esperienza insegna che le attuali Regioni a statuto speciale non hanno le stesse competenze, ma variano a seconda dei propri statuti e del territorio in cui sono collocate. Prendere da loro un riferimento da trasportare a quelle che ora aspirano ad un’autonomia sarebbe una perdita di tempo.

In sostanza: che cosa cambia per i cittadini il 23 ottobre, cioè il giorno dopo il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto? Nulla. Non cambia assolutamente nulla. Cambierà (sempre se vincerà il sì) nel momento in cui si concluderà quella trattativa tra le Regioni e lo Stato per definire i livelli di autonomia. L’esito dovrà essere sottoposto al Parlamento affinché venga approvato da Camera e Senato a maggioranza assoluta. Con i tempi istituzionali che tutti conosciamo.