Affitto casa vacanze e b&b: adempimenti privacy

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che cosa cambia col nuovo Gdpr per chi stipula un contratto di affitto breve e per i bed and breakfast: informativa trattamento dati, consenso, adempimenti obbligatori.

Affitti camere, case vacanza, oppure hai un bed and breakfast? È proprio il caso di dire che i cambiamenti, nell’organizzazione della tua attività, non finiscono mai: l’anno scorso un bel po’ di confusione è stata generata dall’introduzione della tassa Airbnb, con la ritenuta d’acconto operata direttamente da portali e intermediari; quest’anno è il turno del Gdpr, il nuovo regolamento europeo sulla privacy. Questo nuovo regolamento comporta dei profondi cambiamenti nella gestione dei dati personali, e diversi adempimenti aggiuntivi: tutti coloro che trattano dei dati personali sono obbligati ad adeguarsi al Gdpr, comprese le strutture ricettive. Non c’è differenza tra alberghi a 5 stelle, b&b e case vacanza: la normativa europea trova applicazione solo in virtù del trattamento dei dati, indipendentemente dalle dimensioni della struttura. Che cosa devi fare, allora, se gestisci un b&b o affitti delle abitazioni per brevi periodi? Facciamo il punto sull’affitto casa vacanze e b&b: adempimenti privacy, che cosa cambia, quali sono i nuovi adempimenti.

Che cos’è il Gdpr?

Il Gdpr, che sta per “General Data Protection Regulation” è un regolamento europeo [1], entrato in vigore il 25 maggio 2018: si tratta del nuovo regolamento europeo relativo alla protezione dei dati personali delle persone fisiche ed alla loro libera circolazione.

Chi si deve adeguare al Gdpr?

Col Gdpr cambiano le regole per tutti coloro che devono gestire dati personali: la normativa non si riferisce solo alle grandi società ed alle pubbliche amministrazioni, ma a qualsiasi soggetto a cui l’utente comunica i suoi dati personali, se il trattamento di queste informazioni presenta dei rischi specifici.

Lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione, infatti, oltre agli innumerevoli vantaggi, comportano un rischio per la privacy di ognuno e per la protezione dei dati personali, la cui condivisione e raccolta è aumentata in modo esponenziale. Per tali ragioni si è reso necessario predisporre un più solido sistema di protezione del diritto alla riservatezza.

Secondo la nuova disciplina europea, devono dunque conformarsi alle prescrizioni dettate in punto di privacy tutte le aziende pubbliche e tutte quelle realtà (anche private) in cui il trattamento dei dati presenta rischi specifici. Il regolamento, comunque, si applica solo al trattamento di dati personali delle persone fisiche.

Che cosa cambia col Gdpr?

Il Gdpr impone obblighi stringenti ed introduce nuove responsabilità, volte a garantire maggiori misure di sicurezza a protezione dei dati personali, sin dalla progettazione del sistema di trattamento degli stessi. Il regolamento introduce, infatti, regole più chiare in materia di informativa e consenso, finalizzate a garantire che l’assenso dell’interessato sia sempre preventivo e inequivocabile; definisce i limiti al trattamento dei dati personali, assicurando la possibilità di revocare il consenso in qualsiasi momento; stabilisce il principio di minimizzazione, secondo il quale devono essere richieste solo le informazioni indispensabili, secondo la finalità del trattamento; adotta ogni misura necessaria per prevenire la violazione dei dati e stabilisce sanzioni severe se le informazioni gestite vengono violate.

Inoltre, la nuova disciplina in tema di trattamento di dati personali prevede un concetto nuovo e sinora sconosciuto: la scadenza dei dati. Ciò significa che nel momento in cui l’azienda, l’amministrazione, o il lavoratore autonomo, entrano in possesso dei dati degli utenti, non è possibile tenerli per sempre. Di conseguenza, chi raccoglie dei dati, nella propria informativa privacy, deve specificare il tempo entro il quale il dato sensibile viene trattato, scaduto il quale il trattamento diventa illegittimo.

Che cosa significa privacy by default?

Il principio di privacy by default, al quale fa riferimento il Gdpr, comporta l’obbligo di tutelare la privacy dei cittadini di default, cioè come impostazione predefinita di chi tratta i dati, amministrazione, privato o azienda. In altri termini, chi tratta i dati personali deve necessariamente dotarsi di un sistema idoneo a proteggerli adeguatamente e ad evitare il rischio di una loro violazione.

Che cosa significa privacy by design?

Il principio di privacy by design, invece, implica l’obbligo di proteggere i dati sin dalla progettazione del loro processo di gestione. In parole semplici, ogni azienda o amministrazione deve effettuare una valutazione preventiva dei rischi legati alla privacy che la gestione dei dati personali comporta.

Chi è il Dpo?

Il Gdpr ha introdotto anche la nuova figura del Responsabile della Protezione dei Dati Personali, detto Rpd o Dpo. Si tratta di un soggetto, in possesso di specifici requisiti, che ha il compito di garantire la tutela della privacy all’interno dell’azienda, o dell’amministrazione, attraverso vari strumenti (verifica della corretta applicazione del Regolamento, formazione del personale…).

La responsabilità principale del Dpo è quella di sovraintendere alla gestione del trattamento di dati personali effettuata dalle aziende, dai professionisti e dalle amministrazioni, affinché questi siano trattati nel rispetto delle normative privacy europee e nazionali.

È obbligatorio nominare un Dpo per i b&b e per chi affitta case vacanza?

La nomina del Dpo non dipende dalle dimensioni dell’attività, ma dalla mole e dalla complessità dei dati gestiti. Il regolamento, in particolare, stabilisce che la nomina del Dpo è obbligatoria per tutte le autorità pubbliche e tutti i soggetti pubblici, indipendentemente dai dati oggetto di trattamento, e per altri soggetti che, come attività principale, effettuano un monitoraggio regolare e su larga scala delle persone fisiche, oppure trattano su larga scala categorie particolari di dati personali (dati sensibili). Anche se il regolamento non impone in modo specifico la designazione di un Dpo, in determinati casi, può risultare utile procedere alla sua nomina su base volontaria.

Chi è il titolare del trattamento dati?

Il titolare del trattamento dei dati è la persona fisica, l’impresa, la pubblica amministrazione, l’associazione, etc., cui fa capo effettivamente il trattamento di dati personali e alla quale spetta assumere le decisioni fondamentali sugli scopi e sulle modalità del trattamento medesimo (comprese le misure di sicurezza).

Ad esempio, se affitti case vacanza o sei proprietario di un B&B, sei tu il titolare del trattamento dei dati.

Chi è l’interessato?

L’interessato è la persona cui si riferiscono i dati personali (ad esempio il cliente, nel caso del b&b o dell’affitto breve).

Chi è l’incaricato?

L’incaricato può essere un dipendente o un collaboratore che, per conto del titolare del trattamento dei dati, elabora o utilizza materialmente i dati personali sulla base delle istruzioni ricevute dal titolare medesimo (o dal responsabile/ Dpo, se designato).

Quali sono gli adempimenti obbligatori in materia di privacy per i b&b e l’affitto case vacanza?

Per chi gestisce un b&b o affitta per brevi periodi, risulta indispensabile raccogliere i dati dei clienti/ospiti, soprattutto se si ha un sito web. Per quanto riguarda il trattamento dati, bisogna innanzitutto distinguere quelli raccolti online da quelli raccolti offline. Per ogni trattamento, devono essere comunicate all’interessato le finalità e le modalità del trattamento stesso, mediante un’apposita informativa.

Se offri la possibilità ai clienti di iscriversi a una newsletter, devi redigere un’informativa specifica in cui elenchi i dati acquisiti, le modalità e le finalità del trattamento.

Se nel tuo sito ci sono dei moduli di contatto, devi inserire un link che rimandi a un’apposita informativa.

Ricorda che, in tutti i casi, devi raccogliere i dati conformemente al principio di minimizzazione: devi, cioè, richiedere soltanto le informazioni indispensabili, a seconda delle finalità per cui tratti i dati personali.

Infine, non dimenticare che devi adottare delle misure idonee a proteggere i dati acquisiti, come password, crittografia e antivirus, per minimizzare il rischio di abusi nel loro trattamento.

Come fare soldi con WhatsApp

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Campagne pubblicitarie, sponsor, condivisione news, immagini, marketing, link, affiliazione Amazon: come guadagnare usando WhatsApp.

Chatti tutti i giorni, discuti nei gruppi, condividi foto, filmati, videochiami amici e familiari. Come tutti, non puoi fare a meno di WhatsApp per tenere i contatti, e anche per distrarti. C’è chi lo usa anche per lavoro, discute con i colleghi in un gruppo, condivide documenti, effettua consulenze a distanza. Ma avevi mai pensato di poter ottenere delle entrate extra attraverso WhatsApp, oppure di poterlo utilizzare come strumento di marketing? Guadagnare utilizzando WhatsApp è più semplice di quanto immagini, anche se gli introiti non sono immediati e non sono molto alti. I modi per guadagnare attraverso WhatsApp sono numerosi: condividere link, pubblicizzare prodotti in un network, promuovere la tua attività con una campagna di marketing, sono solo alcune delle modalità attraverso cui aumentare le tue entrate. Rispetto ad altri strumenti, WhatsApp è efficace perché offre una comunicazione diretta e personale, che in passato si realizzava soltanto con gli SMS o le e-mail, strumenti che però presentano degli svantaggi (ad esempio il filtro spam per le mail). Ma come fare soldi con WhatsApp? Segui i nostri suggerimenti.

Come aumentare i contatti su WhatsApp

La prima cosa da fare, per aumentare le tue possibilità di guadagno con WhatsApp, è cercare di raccogliere più contatti possibile, per raggiungere con i tuoi messaggi quante più persone. Queste persone possono diventare dei tuoi potenziali clienti da fidelizzare: a differenza di Facebook, WhatsApp non ti dà la possibilità di cercare clienti o di raccomandarli, quindi trovarli dipende soltanto da te.

Utilizzare WhatsApp per guadagnare può essere possibile e ha senso, comunque, solo per integrare relazioni che hai già instaurato, magari avendo già sviluppato una community in altri canali on-line e off line. Se aggiungi contatti che non conosci direttamente e mandi messaggi a caso tramite WhatsApp rischi soltanto di essere bloccato e sortisci l’effetto di disturbare le persone, anziché di coinvolgerle.

Per evitare questi problemi, puoi espandere i tuoi contatti condividendo il tuo numero di cellulare collegato a WhatsApp con tutti gli amici ed i colleghi che non fanno ancora parte della tua community on-line. Puoi anche informare le persone di essere su WhatsApp attraverso Facebook o un altro social network, indirizzando i visitatori della tua pagina al tuo profilo WhatsApp, con la proposta di offerte o contenuti che possono ottenere soltanto entrando in contatto con te su WhatsApp. Per attirare più contatti, potresti ad esempio pubblicare sulla tua pagina Facebook un messaggio con testo, immagini o video accattivanti, che spieghi ai visitatori i vantaggi nell’iscrizione alla tua lista e che cosa riceveranno in cambio dei dati che forniranno.

È importante, in ogni caso, non sembrare eccessivamente insistente o vincolante, quindi fai capire ai contatti che potranno uscire dalla tua lista in qualsiasi momento, semplicemente cancellando il tuo numero dalla rubrica.

Come fare soldi su WhatsApp attraverso le affiliazioni

Se sei titolare di un blog o di un sito, purché costruito professionalmente, puoi guadagnare on-line discrete somme attraverso WhatsApp, aderendo a un programma di affiliazione. Il programma di affiliazione è finalizzato a sponsorizzare, tramite campagne marketing, i prodotti di un certo marchio o di una determinata azienda, che ti riconoscerà una percentuale su ogni vendita portata a termine attraverso il sito.

Ecco che cosa devi fare:

  • registrarti a un programma di affiliazione;
  • copiare il link al prodotto;
  • condividerlo, con una descrizione, con i tuoi contatti WhatsApp.

Se uno dei tuoi contatti clicca sul link, viene indirizzato al sito che vende il prodotto.

Sui prodotti venduti ti viene riconosciuta una percentuale e l’azienda ti pagherà le commissioni (solitamente a cadenza mensile, o raggiunta una certa soglia).

WhatsApp è un mezzo molto utile per le campagne di affiliazione, dato che i messaggi inviati sono più incisivi rispetto agli SMS e alle e-mail, dunque guadagnare in questo modo non è difficile, anche se le entrate non sono ricche. Ci sono diversi e-commerce che propongono programmi di questo tipo: il più importante è sicuramente quello di Amazon, perché riconosce commissioni spesso superiori ai concorrenti, addirittura fino al 10%; in più permette di guadagnare per qualsiasi acquisto fatto dopo il clic sul link, anche se non viene comprato il prodotto linkato.

Come guadagnare su WhatsApp attraverso i siti PPD

Un altro modo di guadagnare piccole somme su WhatsApp è il cosiddetto P.P.D., o pay per download. Questo servizio è offerto dai cosiddetti PPD network. Una volta iscritto presso uno di questi network, devi caricare sul sito un certo numero di file, come video, foto o canzoni, e condividere link per il download con tutti tuoi contatti di WhatsApp. Ogni volta che uno di questi file viene scaricato, ti sarà accreditata la tua commissione, pari a qualche centesimo. Il pagamento avviene quando raggiungi una certa soglia di download, misurata in Kb. Esistono vari PPD network a cui iscriversi, non tutti affidabili però. Tra i migliori: Filelce.net, Uploadocean.com, Upload.org

Come guadagnare su WhatsApp condividendo le notizie

Puoi incassare delle piccole somme attraverso WhatsApp anche condividendo articoli e news su appositi siti. Uno di questi è Viravo, una piattaforma web che consente alle aziende di creare campagne di social advertising (una tipologia di pubblicità interattiva basata su inserzioni, veicolata esclusivamente all’interno di social network e community) e che retribuisce in euro la condivisione dei link degli articoli. Questo sito valuta il valore di influencer del tuo profilo e in base a questo seleziona contenuti di interesse e corrisponde il compenso per ogni condivisione, che può andare da pochi centesimi ad alcuni euro. Vieni retribuito raggiunti i 50 euro di compensi.

Un altro sito che permette di condividere gli articoli sui social e guadagnare in base al numero di visite uniche ricevute è Share News. Questo sito paga alla soglia dei 30 euro.

Come guadagnare su WhatsApp condividendo immagini

Puoi guadagnare utilizzando WhatsApp anche condividendo foto, dopo averle caricate su siti specializzati nell’archiviazione, come PixSense, Image Twist o ImgRock. Questi siti riconoscono sino a sette dollari ogni mille visite uniche, ma l’importo varia a seconda del paese di provenienza: per il traffico italiano normalmente la soglia massima di pagamento è di due dollari.

Per utilizzare questi siti è sufficiente che tu ti registri e configuri il metodo di pagamento; completata la registrazione, puoi cominciare subito a caricare le immagini e a condividerle.

Come guadagnare con WhatsApp grazie ai siti di url shortening

Un ulteriore modo per mettere da parte qualche soldino utilizzando WhatsApp è l’utilizzo dei siti di url shortening (letteralmente, “abbreviazione di link”): questi siti utilizzano dei link accorciati per permettere agli utenti di guadagnare. In pratica, puoi guadagnare dai clic ricevuti sui link accorciati condivisi su WhatsApp. Il visitatore che clicca su questi link viene dapprima reindirizzato verso un banner pubblicitario e, dopo aver cliccato sul pulsante, viene poi indirizzato verso il link vero e proprio inserito dall’utente iscritto al servizio. Alcuni di questi siti, come Shorte.st, pagano sino a otto dollari per mille visite.

Come fare soldi attraverso WhatsApp marketing

Ricorda, infine, che puoi utilizzare WhatsApp per promuovere la tua attività, sfruttando il marketing su larga scala. Per avere un profilo efficace, devi utilizzare un nome con un massimo di 25 caratteri, visibile ai contatti, e per la foto caricare un’immagine significativa, con dimensioni ottimali di 640 × 640 pixel. Anche lo status ha la sua rilevanza, nonostante duri solo 24 ore: puoi utilizzare i 139 caratteri a disposizione come slogan, per spiegare il valore che l’utente otterrà registrandoti alla tua lista.

In ogni caso evita di utilizzare il canale solo per promuovere prodotti o servizi, ma coinvolgi i clienti in conversazioni che ruotino attorno all’universo di riferimento del marchio, del prodotto o del servizio promosso. Puoi facilitarti la vita anche collegando l’account WhatsApp al pc attraverso un codice QR: utilizzando il computer potrai infatti creare messaggi e gestire le liste in modo più agevole rispetto al telefonino.

Whatsapp e privacy

Dal punto di vista della privacy, è bene che tu predisponga una specifica autorizzazione al trattamento dei dati per i tuoi contatti: ricordati che per parlare con nuovi consumatori attraverso WhatsApp, devi sempre ottenere il loro consenso esplicito alla ricezione di questi messaggi; non cominciare mai conversazioni se il contatto non se lo aspetta. Inoltre, evita di infastidire l’utente con tanti messaggi privi di un vantaggio concreto.

Sara Soresi: un avvocato giovane ma agguerrito

Posted on : 12-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono Sara Soresi, sposata e con una bimba di nome Neve che ha quasi due anni. Avvocato di Piacenza, ex bagnina ed ex istruttrice di nuoto, con la passione per la politica, lo snowboard ed il nuoto.

Credevo fosse semplice e veloce scrivere un articolo su di me. Insomma, chi mi conosce meglio? Pensavo: “Sarà sicuramente più facile rispetto alla redazione di articoli legali”. Mi sbagliavo. Scrivo e poi cancello. La mosca che ronza con insistenza nella stanza non aiuta e nemmeno il telefono che continua a squillare (nonostante sia agosto).

Proviamo ad iniziare così.

Ho frequentato il liceo scientifico tecnologico con scarsissimi risultati: aimè, la matematica non è mai stata il mio forte. Anzi, era proprio il mio punto debole. Scelte sbagliate che si fanno da giovani. Ciò nonostante, fortunatamente, sono riuscita a non farmi bocciare (seppur con il debito fisso in matematica, ovviamente). Mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza. Non è stata una scelta difficile, ho sempre voluto fare l’avvocato. Certo, anch’io da bambina volevo diventare, in serie, astronauta, parrucchiera, gelataia, veterinaria, ragazza pon-pon (si, proprio ragazza pon-pon). Eppure, già dalla quinta elementare, quando con le amichette giocavamo ad “essere grandi”, io ero l’avvocato.

Così, dicevamo, mi sono iscritta a giurisprudenza. Inutile dire che i miei genitori, visti gli scarsi risultati liceali, erano molto preoccupati, tanto che, guadagnato il primo trenta, mio padre non ci voleva proprio credere. Ha voluto vedere il libretto e, dopo averlo analizzato con tanto di lente d’ingrandimento, mi ha domandato se fosse contraffatto.

A quel trenta, fortunatamente, ne sono seguiti altri ed i miei genitori si sono convinti che il libretto universitario fosse originale. Il diritto mi piaceva, tutto qui. E mi piace ancora.

Non che sia tutto rose e fiori. Per esempio, quando inizi l’Università, ci sono tantissime cose che non ti dicono.

Prima di tutto, non ti dicono che, dopo aver studiato anni ed anni, pagine e pagine, codici e articoli, preparato tesi su argomenti scelti in momenti in cui eri senz’altro psicologicamente instabile, non sei praticamente nessuno. Certo, certo, sei Dottore ma la tua fatica è appena iniziata. Quindi, festeggi la tua laurea come se fossi diventato manager della Fiat ed il giorno dopo ti ritrovi nel baratro della “pratica forense”.

Ecco. Un’altra cosa che non ti dicono è che il praticantato mette alla prova ogni millesima parte dell’amore che provi per il diritto. Per prima cosa, arrivi in studio forte del tuo bel voto di laurea e dopo dieci minuti ti rendi conto di non sapere nulla. Si, perché la teoria e la pratica sono due cose ben diverse. Dopo qualche mese, quando inizi ad essere più autonomo, ti chiedi come mai i tuoi coetanei cominciano già a guadagnare e tu, pur lavorando ogni giorno, potresti mantenere giusto il tuo cane. Di piccola taglia. Con poche pretese.

La pratica finisce e segue il temuto “Esame di Stato”. Solo a scriverlo mi è venuta l’ansia.

Non ti dicono che la prova scritta è, in realtà, una prova fisica. Sei lì nel tuo banchetto striminzito, circondato da gente che vaga in preda al panico, colleghi che bisbigliano, altri che piangono. Per le prime due ore non puoi assolutamente azzardarti ad andare ai servizi, quindi vietato bere. Attendi con ansia sei mesi ed a giugno arrivano i risultati. Che bello, sei stato ammesso all’orale! Festeggi, questa volta in modo più disilluso (da manager della Fiat sei diventato manager della società di provincia, ma va benissimo lo stesso).

Non ti dicono, però, che quando andrai ad acquistare i libri, che dovrai imparare a menadito per superare la prova orale, rischierai il collasso. Hai una pila di mezzo metro davanti a te e sai che, il suo contenuto, dovrà essere ben stampato nella tua zucca, altrimenti ti toccherà ripetere tutto, anche l’esame scritto. Seguono, quindi, mesi di panico, in cui la voglia di studiare si alterna a quella di uscire, di piangere, di prendere un calmante. Vorresti fare qualsiasi cosa, pur di non fissare articoli e leggi. Personalmente, trovavo piacevole addirittura fare la piega ai capelli (e chi è donna, lo sa, quanto può essere noioso). Così, dopo quattro mesi di duro lavoro, di preghiere e maledizioni, ti presenti davanti alla Commissione d’esame. Rimani lì seduto, al centro, circondato dai commissari. Il tutto dura circa mezz’ora ma sembrano davvero pochi minuti. Quando ti dicono che ce l’hai fatta, che sei diventato avvocato, si prova qualcosa d’indescrivibile. Giuro, mentre lo scrivo, ho letteralmente la pelle d’oca. Provi un senso di liberazione, di sollievo e di soddisfazione. Finalmente, i tuoi sforzi sono stati ripagati.

Ti senti, nuovamente, il manager della Fiat.

Non ti dicono, però, che diventare avvocato non significa, automaticamente, avere clienti.

Pensi: “Che problema c’è? Mi posso iscrivere alle liste del gratuito patrocinio”. Eppure no, devi essere iscritto all’albo da almeno due anni. “Allora m’iscrivo alle liste delle difese d’ufficio”. Errato, devi essere iscritto da almeno cinque anni.

Non ti dicono che, se non hai uno studio avviato alle spalle, sei completamente SOLO.

Sei tu, la tua voglia di fare, la tua qualifica di avvocato.

E’ in quel momento che occorre rimboccarsi le maniche, lottare per svolgere quella professione che hai sempre sognato di fare.

Sono avvocato da poco, certamente non posso insegnare niente a nessuno. Posso limitarmi a raccontare solo ciò che ho fatto io. Ho cercato di farmi conoscere, ho fatto una pagina Facebook, un sito internet ed ho iniziato a scrivere articoli di diritto su temi quotidiani, che potessero servire e ed essere capiti da chiunque, non solo da avvocati. Ho eliminato il cosiddetto “legalese”. Ed è così che mi sono avvicinata a “La Legge per Tutti” e all’Avv. Angelo Greco: condivido il loro approccio, il modo di parlare alla gente in maniera semplice e comprensibile.

Mi piace scrivere e mi piace il diritto: ho unito le due cose. In più, redigere articoli ti dà la possibilità d’imparare tantissimo, di approfondire gli argomenti.

E così, oggi, non sono certo il manager della Fiat, né un avvocato famoso, sono semplicemente un avvocato felice. Ho iniziato a collaborare con La Legge per Tutti, sono legale di riferimento di un’associazione che tutela i minori e le fasce deboli da maltrattamenti ed abusi ed ho clienti che mi stimano. L’unica cosa che penso di poter consigliare a chi si approccia a questa bella ma faticosa professione, è di ascoltare il proprio assistito e, soprattutto, parlargli. Spiegarli tutto ciò che farete e che avete fatto. Spiegarglielo in modo comprensibile, senza utilizzare termini da manuale. Mi dico sempre: “Se andassi dal medico e, anziché dirmi che ho un callo, mi dicesse che ho un tiloma, cosa penserei”? Sicuramente, ad una malattia incurabile, anziché ad una semplice protuberanza della pelle. Penso sia la medesima cosa.

Se siete arrivati fino a qui, sappiate che, nonostante tutto quello che non mi hanno detto, rifarei tutto. Studio, fatica, nevrosi, pianti e gioie. E lo rifarei perché, per me, ne vale la pena.

Mi piace il senso di sfida della nostra professione, la possibilità di cercare quel cavillo che, di primo acchito, sembra inesistente.

Mi piace trasmettere quello che ho imparato attraverso ciò che scrivo.

Mi piace aiutare i miei clienti.

Mi piace essere avvocato.


Se vuoi mandare la tua storia di avvocato scrivi a:

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Rimborso spese ai dipendenti: si può pagare in contanti?

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’obbligo per i datori di lavoro di pagare le retribuzioni con strumenti tracciabili vale anche per i rimborsi spese e le prestazioni di assistenza?

Hai mandato un dipendente in trasferta, e il lavoratore ti ha chiesto un anticipo per le spese in contanti? Anche se dal 1° luglio 2018 sono diventate operative le previsioni della legge di Bilancio 2018 [1], che vietano il pagamento delle retribuzioni con strumenti non tracciabili, puoi ugualmente corrispondere l’anticipo per le spese in contanti. Il rimborso spese ai dipendenti si può pagare in contanti, difatti, perché il divieto di pagamento con mezzi non tracciabili riguarda solo le retribuzioni da corrispondere ai lavoratori dipendenti ed ai collaboratori. In parole semplici, dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro ed i committenti privati hanno l’obbligo di provvedere al pagamento degli stipendi e dei salari con modalità e forme che escludono l’uso del contante, ma l’obbligo non vale per i rimborsi, le prestazioni di assistenza come gli assegni familiari e per tutto ciò che non fa parte, in generale, della retribuzione del lavoratore: lo ha chiarito l’Ispettorato del lavoro, con una recente nota [2]. Se, dunque, hai già corrisposto al lavoratore un anticipo spese, un rimborso spese, o comunque delle somme che non costituiscono retribuzione, non devi temere l’applicazione delle severe sanzioni per chi trasgredisce alle regole sui pagamenti. Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto sul divieto di pagamento dello stipendio in contanti: in quali casi non vale, quali sono le nuove regole e gli adempimenti previsti, che cosa succede a chi trasgredisce.

Con quali modalità si può pagare lo stipendio?

Dal 1° luglio 2018 le retribuzioni dei lavoratori subordinati e dei collaboratori possono essere corrisposte con una delle seguenti modalità:

  • bonifico su conto identificato da codice Iban indicato dal lavoratore;
  • strumenti di pagamento elettronico;
  • contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
  • emissione di assegno (bancario o circolare) consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

È fondamentale conservare la ricevuta delle operazioni, per provare di aver adempiuto correttamente ai nuovi obblighi.

Per quali lavoratori si deve pagare lo stipendio con modalità tracciabili?

Il divieto di pagamento dello stipendio in contanti vale per:

  • i lavoratori subordinati, a prescindere dalla tipologia del rapporto (a termine, part time, a chiamata, stagionale…);
  • i lavoratori parasubordinati, ossia coloro che hanno stipulato col committente un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa;
  • i soci lavoratori, ossia coloro che, in qualità di soci, hanno stipulato un contratto di lavoro con la cooperativa, a prescindere dalla forma.

Quali lavoratori sono esclusi dal pagamento della retribuzione in contanti?

In base a quanto osservato, sono esclusi dal divieto di pagamento in contanti i lavoratori autonomi, compresi i lavoratori autonomi occasionali, che possono essere retribuiti con modalità non tracciabili. Al di fuori del raggio d’azione della nuova normativa anche i lavoratori occasionali, cioè coloro che svolgono la propria attività attraverso il contratto di prestazione occasionale e il libretto famiglia. Tuttavia, per loro il pagamento in contanti non è comunque possibile, in quanto l’utilizzatore versa delle somme all’Inps in modalità tracciabile, e successivamente l’istituto, sempre con modalità tracciabili, retribuisce i lavoratori occasionali.

Il divieto dell’uso del contante non riguarda, inoltre, il pagamento di altre forme di collaborazione che non consistono in rapporti di lavoro propriamente detti. Niente divieto di pagamento in contanti, dunque, per i compensi derivanti dai tirocini, dalle borse di studio, dall’attività di amministratori di società.

Sono poi esclusi dal nuovo obbligo di pagamento con mezzi tracciabili:

  • i lavoratori dipendenti da una pubblica amministrazione;
  • i lavoratori domestici, come colf e badanti.

Il divieto di pagamento in contanti vale per tutti i compensi?

Il divieto di pagamento in contanti si applica a tutte le tipologie di retribuzione, comprese le anticipazioni: si devono quindi utilizzare strumenti tracciabili anche per gli anticipi dello stipendio. Non vale, invece, per i compensi che non rientrano nella nozione di retribuzione, come chiarito dall’Ispettorato del lavoro.

Il rimborso spese può essere effettuato in contanti?

Considerato che, in base ai chiarimenti dell’Ispettorato del lavoro, tutto ciò che non rappresenta una retribuzione dal punto di vista fiscale o previdenziale può essere pagato in contanti, è possibile corrispondere l’anticipo spese o il rimborso spese al lavoratore in modalità non tracciabili.

Ok al pagamento in contanti, dunque, per i rimborsi spese, ad esempio per trasferte o trasferimenti, e per gli anticipi di spese per conto del datore di lavoro, anche per finalità diverse dalla trasferta.

Tutte le somme corrisposte che non fanno parte della retribuzione possono essere pagate in contanti, ad ogni modo: ok al contante, ad esempio, per gli assegni al nucleo familiare, in quanto si tratta di una prestazione di assistenza riconosciuta dall’Inps, non collegata con la retribuzione.

Il lavoratore deve ancora firmare la busta paga?

Contestualmente all’entrata in vigore del divieto di pagamento in contanti dello stipendio, la legge ha stabilito che la firma apposta dal lavoratore sul cedolino paga non prova l’avvenuto pagamento della retribuzione. Questo, ovviamente, perché la tracciabilità del pagamento ne costituisce la prova: per esempio, la ricevuta del bonifico costituisce senza dubbio prova del pagamento della retribuzione.

Il fatto che la firma della busta paga non provi l’avvenuto pagamento dello stipendio, ad ogni modo, non comporta automaticamente che la firma non debba essere apposta: resta sempre, difatti, l’obbligo di consegnare mensilmente il cedolino paga, in cui figurano tutte le competenze e le trattenute, al lavoratore. È bene far aggiungere una seconda firma al cedolino paga, per ricevuta del pagamento, nel caso in cui sia avvenuta un’erogazione in contanti, ad esempio per rimborso spese o per la corresponsione di assegni familiari.

Che cosa succede se si viola il divieto di pagamento in contanti?

La normativa prevede delle sanzioni severe per chi continuerà a pagare le retribuzioni con strumenti non tracciabili: in particolare, si applica al datore di lavoro o al committente una sanzione amministrativa pecuniaria da mille a 5mila euro.

Le sanzioni non sono applicate per le violazioni commesse entro 180 giorni dall’entrata in vigore della norma: nessuna multa, dunque, per chi si dimentica delle nuove regole, ma solo sino al 27 dicembre 2018.

Qual è la cifra massima che si può corrispondere in contanti?

La nuova normativa si affianca al divieto di pagamento in contanti per importi pari o superiori ai 3mila euro [3]: è dunque ancora consentito pagare in contanti, sino alla predetta soglia, nella generalità dei casi, in quanto il divieto riguarda le sole retribuzioni.

Valentina Azzini: uno studio convenzionato… alla passione

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono nata a Verona il 9 agosto 1984. Da piccola avrei voluto fare tanti mestieri: il meccanico, l’archeologa, l’architetto, l’insegnante di matematica. Con quest’ultima aspirazione mi iscrivevo dunque al liceo scientifico, indirizzo PNI (Piano Nazionale dell’Informatica), perché prevedeva uno studio più approfondito della matematica, della fisica e dell’informatica.

Contrariamente alle mie aspettative, capire la matematica ed ottenere i risultati e le soddisfazioni che avevo nelle altre materie, richiedeva notevoli sforzi…ed i risultati non andavano comunque molto al di sopra della sufficienza.

Nell’estate del 2003, dopo l’esame di maturità era arrivato il momento di iscriversi all’università, ma quale Per esclusione, decisi di iscrivermi alla Facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli studi di Verona, anche se non avevo mai studiato nulla di diritto fino a quel momento…o forse proprio perché incuriosita dalla novità.

Sebbene le parole del Preside di facoltà alla prima lezione non fossero state particolarmente rassicuranti (eravamo circa 400 matricole e lui affermò: “Di tutti voi si laureeranno nei tempi solo le prime quattro file di studenti”), non potevo fare scelta migliore: il diritto mi appassionava, lo studiavo volentieri e gli esami andavano bene.

Avevo trovato la mia strada: fare l’avvocato.

Nel mese di marzo del 2006 mi laureavo dunque in Scienze giuridiche, corso di laurea triennale, con voto di 101/110 e tesi in diritto dell’Unione europea dal titolo “La personalità giuridica dell’Unione europea”.

Il diritto dell’Unione europea e il diritto internazionale mi appassionavano molto, tanto che, come corso di laurea specialistica, sceglievo Giurisprudenza con indirizzo internazionale.

Esattamente due anni dopo, a marzo del 2008, conseguivo quindi la laurea in Giurisprudenza con voto di 105/110 e tesi dal titolo “La sottrazione internazionale di minori e la convenzione dell’Aja di diritto internazionale privato”.

Terminata l’Università era giunto il momento di iniziare la pratica forense (o pratica d’avvocato), che all’epoca durava due anni.

All’Università il consiglio che ci avevano dato era di trovare uno studio dove potessimo davvero imparare il mestiere; non importava che fosse uno studio blasonato, l’importante era trovare un avvocato che ci dedicasse il giusto tempo, insegnandoci “sul campo” a fare i giuristi.

Mi informavo dunque subito su internet, perché non avevo nessun parente o amico avvocato, né sapevo a chi rivolgermi per trovare uno studio dove iniziare il praticantanto e venivo a conoscenza di una Associazione, riconosciuta dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Verona, che – previo colloquio – metteva in contatto aspiranti praticanti e studi legali in cerca di collaboratori.

Dopo circa una settimana venivo contattata da uno studio veronese che si occupa di diritto civile e diritto del lavoro.

Era uno studio di tre avvocati, tra loro indipendenti, e uno di questi cercava un praticante.

Il diritto del lavoro non mi era mai piaciuto, all’università avevo superato gli esami di diritto sindacale e diritto del lavoro con buoni voti, ma nessuna passione.

Avevo però voglia di iniziare a mettere in pratica i miei studi, quindi, confortata dal fatto che quello studio si occupava anche diritto civile in senso ampio (diritto di famiglia, sinistri, obbligazioni e contratti in generale), mi resi disponibile per un colloquio e nel mese di maggio 2009 iniziai la pratica forense.

Contemporaneamente, per non escludere anche altri possibili percorsi professionali, iniziavo la pratica notarile e una collaborazione con la Cattedra di diritto dell’Unione europea dell’Università di Verona, come cultrice della materia (in pratica, interrogavo gli studenti agli esami assieme ai docenti e tenevo qualche lezione universitaria sugli argomenti oggetto della mia tesi).

Durante la pratica d’avvocato necessariamente mi confrontavo sempre più anche con questioni di diritto del lavoro e scoprivo che la materia era molto più interessante di quanto pensassi. Mese dopo mese, il diritto del lavoro privato e pubblico iniziava proprio ad appassionarmi.

Il mio dominus (l’avvocato presso cui facevo la pratica) mi affidava la gestione di numerose pratiche, riguardanti gli argomenti più vari; mi dava la possibilità così di redigere una vasta gamma di atti giudiziari e condurre semplici trattative economiche con le controparti.

A dicembre 2011 sostenevo quindi le prove scritte dell’esame di avvocato, a giugno 2012 uscivano i risultati, ero passata. A settembre sostenevo la prova orale con esito positivo.

Nel frattempo, sorti dei contrasti nello studio ove avevo fatto la pratica forense, decidevo di cercare un nuovo ambiente dove proseguire la mia crescita professionale.

Contemporaneamente mi rendevo conto che la carriera universitaria e quella notarile non mi appassionavano come l’avvocatura e decidevo di abbandonarle entrambe.

Trovavo una stanza da un collega, che cercava sì un collaboratore, ma in realtà non aveva molto lavoro da affidarmi, i guadagni per me erano irrisori, dunque decisi di iniziare a costruire qualcosa di “mio”, di sfruttare il tempo di inattività per trovare possibili clienti o possibilità di farmi conoscere come legale.

Inviavo allora il mio curriculum e chiedevo appuntamenti presso diverse associazioni sindacali o associazioni dei consumatori per offrirmi come legale convenzionato e, nel mese di dicembre 2012, iniziavo a collaborare con Adiconsum, l’Associazione per la tutela dei consumatori istituita nell’ambito della CISL, fornendo consulenza in un paio di sedi nella provincia di Verona.

Nel mese di gennaio 2013 iniziavo anche a scrivere per il neonato portale La Legge per Tutti, per farmi conoscere come avvocato anche sul web.

Sempre nel 2013 diventavo legale convenzionato del Sindacato GILDA degli Insegnanti sede di Verona.

Avendo appena iniziato la professione non avevo una clientela sufficientemente ampia da consentirmi di mantenermi da sola, lo studio in cui ero non mi dava opportunità di crescita professionale, dunque chiedevo ad un collega che conoscevo da tempo, consideravo bravissimo e molto corretto e che spesso mi chiedeva qualche sostituzione in udienza, se in studio aveva un posto in più per me. Sapevo che da lui avrei potuto imparare tanto e diventare un giorno un bravo avvocato.

Nel mese di ottobre del 2013 si avviava a collaborazione con La Legge per Tutti.

Nel frattempo, iniziavo ad ampliare sempre più la mia clientela personale, tramite il passaparola di amici e parenti e attraverso le diverse opportunità che mi ero nel tempo creata.

Alcune collaborazioni finivano (quella con Adiconsum), altre (quella con il portale La Legge per Tutti e il sindacato GILDA) proseguivano con risultati e soddisfazioni sempre migliori, altre ancora iniziavano, come quella di legale convenzionato della CGIL di Verona, per le vertenze di lavoro riguardanti i dipendenti del settore commercio, turismo e pubblici esercizi.

Con l’inizio del 2018, a 33 anni, nel frattempo sposata e con un bambino, ero finalmente in grado di aprire uno studio solo mio, studio che diventava anche il terzo studio fisico in Italia di La Legge per Tutti, dopo quello di Cosenza e Milano.

Dopo nove anni di formazione, delusioni e soddisfazioni, sono riuscita a mettermi “in proprio” e a diventare quell’avvocato che avrei voluto essere ai tempi dell’università e che vedevo come irraggiungibile nel corso degli anni.

Ci vuole pazienza, inventiva, intraprendenza, ma è un traguardo che chiunque può raggiungere, senza necessariamente trascurare la propria vita famigliare e rinunciare ai propri ulteriori interessi.

Qualche consiglio per chi è all’inizio di questo percorso? Darsi da fare, cercare nuove strade per farsi conoscere, sfruttare il web e le nuove tecnologie, non scartare nessuna possibilità anche se apparentemente “non fa per me”, imparare e fare una pratica professionale vera e proficua.

Forfettario: come si compila la dichiarazione dei redditi

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come compilare i quadri del modello Redditi per i contribuenti che aderiscono al regime fiscale forfettario, come calcolare tasse e contributi.

Sono sempre di più le piccole imprese ed i professionisti che decidono di aderire al regime Forfettario, il regime agevolato che ha sostituito quello dei minimi e che consente di fruire di una tassazione ridotta e della non applicazione dell’Iva e degli adempimenti connessi. Gli aderenti al regime Forfettario non sono obbligati alla tenuta dei registri Iva, alle comunicazioni ed alle liquidazioni periodiche, alla presentazione degli studi di Settore ed al pagamento di Irpef, addizionali ed Irap. Devono comunque presentare la dichiarazione dei redditi. A questo proposito, pur essendo il Forfettario un regime semplificato, per i contribuenti che vi aderiscono non è possibile presentare la dichiarazione reddituale con modello 730: bisogna invece presentare il modello Redditi, che ha sostituito il modello Unico, in quanto i forfettari risultano comunque titolari di partita Iva. Vediamo allora, per i contribuenti che hanno aderito al regime Forfettario, come compilare la dichiarazione dei redditi: quali sono i quadri in cui dichiarare i redditi, come calcolare l’imponibile fiscale e l’imposta, come calcolare i contributi dovuti all’Inps.

Come funziona il regime Forfettario?

Il regime Forfettario, introdotto nel 2015, prevede una tassazione sostitutiva ridotta al 5% per i primi 5 anni di attività, se si soddisfano particolari requisiti, e una tassazione sostitutiva al 15% negli altri casi, l’esenzione dall’Iva e dai relativi adempimenti (dichiarazione Iva, spesometro, comunicazione delle liquidazioni periodiche…), dagli studi di settore, dall’Irap, dall’Irpef, dalle addizionali e dalla tenuta delle scritture contabili.

Questo regime, però, non permette di dedurre alcuna spesa, eccetto le perdite pregresse ed i contributi previdenziali. Inoltre, chi aderisce al forfettario non è obbligato, dal 2019, alla fatturazione elettronica verso le imprese ed i professionisti.

Come si compila il quadro LM del modello Redditi per i forfettari?

I contribuenti forfettari devono compilare il quadro LM, per determinare l’imposta dovuta. Il quadro deve essere compilato in questo modo:

  • rigo LM 21: si deve barrare la casella relativa al possesso dei requisiti per il forfettario, verificati in relazione al periodo d’imposta precedente (per approfondimenti sui requisiti di accesso al regime, si veda: Forfettario 2016, tutte le faq); si deve poi barrare la casella relativa all’assenza di cause che impediscono l’applicazione del regime; se si hanno i requisiti che consentono di ridurre l’imposta al 5% come nuova attività, si deve barrare anche la terza casella;
  • rigo LM 22: bisogna compilarlo, indicando il codice dell’attività prevalente esercitata, in caso di attività rientranti nello stesso gruppo (cioè con lo stesso coefficiente di redditività: per i professionisti, ad esempio, il coefficiente è del 78%, quindi su 1.000 euro di imponibile ne sono tassati 780); in particolare:
    • nella colonna 1 deve essere riportato il Codice Ateco relativo all’attività prevalente;
    • nella colonna 2 deve essere riportato il coefficiente di redditività relativo all’attività prevalente;
    • nella colonna 4 deve essere riportato il totale dei compensi e dei corrispettivi;
    • nella colonna 5 è calcolato il reddito imponibile, determinato diminuendo compensi e corrispettivi con l’applicazione del coefficiente di redditività;
  • righi da LM 23 a LM 30: questi righi devono essere compilati, assieme al rigo LM 22, nel caso in cui le attività esercitate siano più di una, con coefficienti di redditività diversi; la compilazione è analoga, per ogni rigo, a quella del rigo LM 22;
  • rigo LM 34: in questo rigo si deve indicare il reddito imponibile lordo, calcolato sommando gli importi dei redditi imponibili delle singole attività; il reddito deve essere differenziato tra reddito imponibile per artigiani e commercianti, su cui devono essere calcolati i contributi Inps degli imprenditori, ed il reddito imponibile per liberi professionisti, da assoggettare alla contribuzione nella gestione Separata;
  • rigo LM 35: in questo rigo devono essere indicati i contributi previdenziali ed assistenziali versati nel corso dell’anno d’imposta, che possono essere interamente dedotti dal reddito;
  • rigo LM 36: in questo rigo è riportata la differenza tra il rigo LM 34 ed il rigo LM 35, cioè si ottiene il reddito imponibile lordo diminuito dai contributi previdenziali;
  • rigo LM 37: il rigo va compilato nel caso in cui esistano perdite pregresse, che devono essere riportate; devono essere distinte e riportate separatamente per artigiani e commercianti e liberi professionisti, per il calcolo dei contributi Inps dovuti;
  • rigo LM 38: qui è indicata l’eventuale differenza tra il rigo LM 36 ed il rigo LM 37, dunque il reddito imponibile netto su cui applicare l’imposta sostitutiva;
  • rigo LM 39: qui è indicata l’imposta sostitutiva, pari al 15% dell’importo indicato nel rigo LM38, se positivo, o al 5%, per chi ha diritto al forfettario agevolato per le nuove attività;
  • rigo LM 40: in questo rigo devono essere indicati gli eventuali crediti d’imposta spettanti, che diminuiscono il tributo dovuto;
  • rigo LM 41: qui devono essere riportate le eventuali ritenute cedute dal consorzio;
  • rigo LM 42: qui si deve riportare l’importo dell’imposta sostitutiva che appare nel rigo LM 39, diminuito degli eventuali importi presenti nel rigo LM 40 ed LM 41 (imposta netta);
  • rigo LM 45: nella colonna 1 devono essere indicati eventuali acconti dovuti ma non versati (in virtù di provvedimenti che hanno sospeso il pagamento) alla data di invio della dichiarazione; nella colonna 2 deve essere riportata la somma degli acconti versati;
  • rigo LM 46: qui è indicata l’eventuale imposta a debito;
  • rigo LM 47 qui è indicata l’eventuale imposta a credito;
  • rigo LM 49: qui deve essere riportata l’eventuale eccedenza dei contributi previdenziali non dedotti per incapienza (questi contributi potranno essere dedotti nel quadro RP – oneri e spese);
  • rigo LM 50: in questo rigo devono essere compilate le colonne relative alle annualità dal 2012 al 2017, solo se il contribuente ha perdite fiscali residue negli anni precedenti a quello di accesso al regime forfettario;
  • rigo LM51: qui vanno indicate le perdite riportabili senza limiti di tempo.

Come si compila il quadro RS del modello Redditi per i forfettari?

Nel quadro RS devono essere riportate diverse informazioni, comprese quelle riguardanti i redditi erogati e versati senza ritenuta alla fonte, in quanto ai contribuenti forfettari non si applicano le disposizioni previste per i sostituti d’imposta e gli studi di settore.

Nel dettaglio, il quadro RS deve essere compilato dai forfettari in questo modo:

  • rigo RS 371, 372, 373:
    • colonna 1: qui deve essere indicato il codice fiscale del lavoratore che ha percepito il reddito erogato dal contribuente;
    • colonna 2: qui deve essere indicato il reddito del lavoratore erogato dal contribuente.

Vi sono poi due differenti prospetti da compilare nel quadro RS per gli aderenti al forfettario, uno per le imprese e uno per i lavoratori autonomi.

Per quanto riguarda le imprese, devono essere compilati i seguenti righi:

  • rigo RS 374: qui deve essere indicato il numero delle giornate retribuite a eventuali lavoratori dipendenti, apprendisti e collaboratori;
  • rigo RS 375: qui deve essere indicato il numero dei veicoli posseduti per l’esercizio dell’attività al 31 dicembre 2015;
  • rigo RS 376: qui deve essere specificato il totale dei costi sostenuti per l’acquisto di materie prime, merci, oneri accessori, lavorazioni effettuate da terzi;
  • rigo RS 377: in questo rigo devono essere indicati i costi per il godimento di beni di terzi, come canoni di locazione per beni immobili o mobili, o i canoni di noleggio/leasing;
  • rigo RS378, qui deve essere indicata la somma dei costi sostenuti nell’anno precedente per l’acquisto di carburante per autotrazione.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, devono essere compilati i seguenti righi:

  • rigo RS 379: qui deve essere indicato il numero delle giornate retribuite a eventuali lavoratori dipendenti, apprendisti e collaboratori;
  • rigo RS 380: qui deve essere indicato il totale dei compensi pagati a terzi per prestazioni professionali e servizi relativi all’attività svolta dal contribuente;
  • rigo RS 381: qui devono essere indicate le spese per i consumi e le utenze, come le spese telefoniche, per l’energia elettrica e per i carburanti.

Come si compila il quadro RR del modello Redditi per i forfettari?

Il quadro RR è il quadro del modello Redditi in cui devono essere calcolati i contributi previdenziali.

Per l’impresa che aderisce al regime Forfettario, nel quadro RR deve essere riportata la somma dell’importo indicato nella colonna 1 del rigo LM34, meno le perdite pregresse relative ai redditi considerati facenti parte dell’importo indicato nella colonna 1 del rigo LM37, indicati nel Quadro LM, sezione II.

Per i professionisti aderenti al Forfettario, iscritti alla gestione separata Inps (lavoratori autonomi, liberi professionisti), l’imponibile previdenziale si determina riportando, nel quadro RR, l’importo del rigo LM34 (reddito lordo) indicato nella colonna 2, meno l’importo indicato nel rigo LM37 (perdite pregresse) indicato nella colonna 2.

Per sapere, nel dettaglio, come calcolare i contributi dovuti: Guida al calcolo dei contributi Inps nel quadro RR del modello Redditi.

Iva: come funziona

Posted on : 09-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Imposta sul valore aggiunto: come si calcola, chi deve pagarla, come si fa la liquidazione, quando si deve versare.

Per colpa dell’Iva i beni ed i servizi costano molto di più. Resta nel regime fiscale forfettario, non aderire al regime ordinario, altrimenti devi applicare l’Iva! Le liquidazioni Iva sono un vero salasso! Sicuramente hai sentito parecchie volte frasi simili da parte di amici e colleghi che svolgono un’attività in proprio, frasi che ti hanno fatto riflettere sulla natura dell’Iva e sulla sua applicazione: ti sei difatti chiesto come mai l’Iva, per questi imprenditori e professionisti, rappresenti un costo, in quanto hai sempre saputo che è il consumatore finale a sopportare il peso dell’imposta. Cerchiamo allora di fare il punto della situazione sull’Iva: come funziona, come si calcola, come e quando va applicata e liquidata, chi deve pagarla.

Che cos’è l’Iva?

L’Iva, l’imposta sul valore aggiunto, si chiama così perché è un’imposta che colpisce solo il valore aggiunto di ogni singola fase della produzione e dello scambio di beni e servizi: colpisce, cioè, solo l’incremento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico.

L’imposta sul valore aggiunto si applica sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato, nell’esercizio di imprese o nell’esercizio di arti e professioni, e sulle importazioni da chiunque effettuate [1].

Come funziona l’Iva?

L’Iva è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’aumento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico, a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso.

Applicando un sistema di detrazione e rivalsa dell’imposta, l’Iva grava sul consumatore finale, mentre per i soggetti passivi d’imposta, ad esempio gli imprenditori o i professionisti, l’Iva resta neutrale.

In parole semplici, il soggetto passivo d’imposta, cioè chi cede beni o servizi, detrae l’imposta pagata sugli acquisti di beni e servizi effettuati nell’esercizio d’impresa, arte o professione, dall’imposta addebitata (a titolo di rivalsa) agli acquirenti dei beni o dei servizi prestati.

L’Iva è un costo?

L’imposta sul valore aggiunto, potendo essere detratta, se pagata sugli acquisti, e addebitata a titolo di rivalsa ai clienti, rappresenta un costo solo per chi non può esercitare il diritto alla detrazione e quindi, in generale, per i consumatori finali.

Chi sono i soggetti passivi Iva?

Nell’applicazione dell’Iva occorre distinguere tra:

  • il contribuente di fatto, o soggetto passivo di fatto, cioè il consumatore finale, che pur non essendo soggetto passivo dell’imposta ne sopporta l’onere economico;
  • il contribuente di diritto (di norma un imprenditore o un professionista), o soggetto passivo di diritto, su cui gravano gli obblighi del soggetto passivo d’imposta, sebbene per lui l’imposta resti neutrale.

Facciamo un esempio per capire meglio.

Un commerciante acquista materia prima per un valore di 1.000 euro; ipotizzando che l’aliquota Iva da applicare sia pari al 22%, pagherà 1.220 euro, essendo l’Iva pari 220 euro (22% x 1.000). Supponiamo che, a seguito di una serie di lavorazioni effettuate sulle materie prime, il valore del prodotto lavorato sia di 1.200 euro, e che l’aliquota Iva applicabile sulle vendite sia, ugualmente, del 22%. Al momento della vendita il consumatore finale pagherà al commerciante una somma di 1.464 euro (1.200 + 22%). La somma che il commerciante deve versare allo Stato è di 264 (Iva vendite) – 220 (Iva acquisti) = 44 euro

Il saldo dell’imposta sul valore aggiunto è dunque rappresentato dall’Iva che il commerciante ha ricevuto dal consumatore finale, al netto di quella versata per acquistare le materie prime.

In questo senso il commerciante è soggetto passivo d’imposta e può detrarre l’imposta pagata sugli acquisti (i 220 euro pagati per l’acquisto delle materie prime) dall’imposta addebitata sulle vendite (i 264 euro versati dal consumatore finale al commerciante).

Inoltre, il commerciante è neutrale rispetto all’Iva: ha ricevuto dal consumatore finale 264 euro, ne ha versati 220 all’acquisto della materia prima e 44 allo Stato (quindi in termini di Iva non ha ricavato né perso nulla).

Il consumatore finale, invece, che non rivende la merce, né ne aumenta il valore, ma la utilizza per i suoi scopi, sopporta integralmente il peso dell’Iva versata allo Stato, ossia non detrae nulla

Quali sono le caratteristiche dell’Iva?

In base a quanto osservato, possiamo affermare che l’Iva è un tributo:

  • tendenzialmente generale, perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per esplicita previsione normativa;
  • trasparente, perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione;
  • a pagamenti frazionati, perché ad ogni passaggio il fisco incassa una frazione del tributo complessivo dovuto.

L’Iva sugli acquisti si detrae per quote di ammortamento?

L’Iva è un’imposta di tipo consumo, poiché è ammessa la sua detrazione sulle spese d’investimento per intero, e non in proporzione alle quote di ammortamento: in caso contrario, l’Iva non sarebbe un’imposta di tipo consumo, ma di tipo reddito netto.

Se la detrazione dell’Iva non fosse ammessa sulle spese d’investimento, parleremmo d’imposta di tipo reddito lordo.

Come si calcola l’Iva?

La base imponibile dell’Iva è finanziaria, non reale: sono cioè soggette a tassazione solo le operazioni che danno luogo a manifestazioni monetarie nel periodo d’imposta.

L’Iva si calcola, semplicemente, applicando l’aliquota stabilita per un determinato bene o servizio, al prezzo, o valore, di quel bene o servizio. Se, ad esempio, il prezzo di un bene è pari a 100 euro, e l’aliquota Iva è pari al 22%, l’Iva ammonta a 22 euro.

Altro discorso è, invece, il calcolo dell’Iva da liquidare, o liquidazione Iva.

Come si calcola la liquidazione Iva?

Il metodo di calcolo della liquidazione Iva è detto imposta da imposta:

  • si applica l’aliquota sul valore pieno di ciascun acquisto o vendita;
  • si versa la differenza tra imposta riscossa sulle vendite (Iva a debito) e imposta pagata sugli acquisti (Iva a credito).

Potremmo riassumere il procedimento di liquidazione con la seguente formula:

Iva dovuta = (aliquota su vendite x valore vendite) – (aliquota su acquisti x valore acquisti)

Dato che le aliquote esistenti sono più di una, avremo spesso un’espressione di questo tipo:

Iva=(aliquota1 su vendite x valore vendite1) + (aliquota2 su vendite x valore vendite2) – (aliquota2 su acquisti x valore acquisti2)– (aliquota1 su acquisti x valore acquisti1)

Quando si liquida l’Iva

L’Iva è liquidata mensilmente, ma determinati soggetti possono optare per la liquidazione trimestrale.

Se l’Iva è liquidata mensilmente il pagamento deve avvenire, tramite modello F24, entro il giorno 16 del mese successivo. Se l’Iva è liquidata trimestralmente, il versamento deve avvenire entro il giorno 16 del secondo mese successivo a ciascuno dei tre trimestri solari (quindi 16 maggio per il primo trimestre, 16 agosto per il secondo trimestre e 16 novembre per il terzo trimestre, mentre la liquidazione del quarto trimestre si effettua direttamente nella dichiarazione annuale). Quando il termine di versamento cade in giorno festivo o di sabato, il versamento può essere effettuato entro il giorno lavorativo immediatamente successivo.

La liquidazione Iva trimestrale comporta per il contribuente un aggravio di interessi nella misura dell’1% in fase di versamento.

Quali sono le operazioni soggette ad Iva?

Sono soggette a Iva tutte le cessioni di beni, le prestazioni di servizi e le operazioni intracomunitarie effettuate in Italia nell’esercizio di imprese o di arti e professioni.

Nella nozione di operazioni soggette all’Iva si ricomprendono non solo le operazioni soggette al pagamento dell’imposta, ma anche quelle soggette solamente agli adempimenti formali prescritti per l’accertamento dell’imposta: tali operazioni si distinguono, secondo del regime ad esse applicabile, in esenti, imponibili, non soggette al pagamento dell’Iva.

Per tutte le operazioni soggette all’Iva vanno eseguiti, da parte dei soggetti passivi d’imposta, gli adempimenti amministrativi di documentazione (con l’emissione della fattura, del documento di trasporto o bolla di accompagnamento, della ricevuta o scontrino fiscale), di registrazione e di dichiarazione stabiliti per la sua applicazione.

Un’operazione rientra nel campo di applicazione dell’Iva quando sussistono contemporaneamente i seguenti tre requisiti:

  • presupposto oggettivo: deve trattarsi di una cessione di beni o di una prestazione di servizi;
  • presupposto soggettivo: deve essere effettuata da imprese, artisti o professionisti, nell’esercizio dell’attività;
  • presupposto territoriale: deve essere effettuata nel territorio italiano.

Se manca anche uno solo di questi requisiti, l’operazione è esclusa dall’Iva. Fa eccezione a tale regola l’ipotesi dell’importazione, per la quale non rileva il criterio soggettivo: essa è tassata, infatti, anche quando è posta in essere da un soggetto privato.

Quando si applica l’Iva?

Le operazioni si considerano eseguite e quindi l’Iva deve essere applicata nel seguente momento, il cosiddetto momento impositivo:

  • per le cessioni di immobili, quando viene stipulato l’atto o al verificarsi del trasferimento della proprietà o del diritto reale;
  • per le cessioni di beni mobili, quando avviene la consegna o la spedizione del bene, o quando si verifica l’effetto traslativo del diritto di proprietà;
  • per i servizi, all’atto del pagamento;
  • il pagamento anticipato comporta che l’operazione si considera effettuata al momento del versamento del corrispettivo, in relazione all’importo pagato;
  • si considerano effettuate le operazioni per cui è stata emessa fattura.

Al momento impositivo dell’operazione nasce il debito dell’imposta nei confronti dello Stato (l’imposta, cioè, diventa esigibile) ed il soggetto passivo deve versarla all’erario tramite le liquidazioni periodiche. Inoltre, a partire dal momento impositivo, decorrono i termini previsti dalla legge per adempiere agli obblighi contabili, come l’emissione della fattura, dello scontrino o della ricevuta fiscale.

Fanno eccezione alla regola dell’esigibilità immediata alcune operazioni, per le quali il debito d’imposta non nasce al momento dell’emissione della fattura, ma all’atto del pagamento del corrispettivo. Si tratta, ad esempio, delle operazioni effettuate dalle imprese e dai professionisti che esercitano l’opzione dell’Iva per cassa, o cash accounting: l’Iva deve comunque essere pagata entro un anno dal momento in cui è avvenuta l’operazione.

Quali sono le operazioni escluse o fuori campo dell’Iva?

Si definiscono escluse dall’Iva le operazioni che non solo non sono soggette al pagamento dell’imposta, ma che neppure sono soggette agli adempimenti formali, di regola prescritti anche per le operazioni non soggette all’Iva, come quelle non imponibili o esenti.

Si tratta pertanto di operazioni del tutto estranee dal campo d’applicazione dell’Iva, in quanto prive del requisito oggettivo, soggettivo o territoriale.

Quali sono le operazioni imponibili, non imponibili ed esenti?

Le operazioni di scambio di beni e servizi, rilevanti per l’applicazione dell‘Iva, possono essere distinte in tre categorie:

  • operazioni imponibili: le operazioni sono assoggettate all’Iva sul loro intero valore secondo l’aliquota prevista per legge
  • operazioni non imponibili (ad aliquota zero): l’aliquota applicata nell’ultimo stadio produttivo è nulla ed è ammessa la detrazione dell’imposta pagata sugli acquisti; in pratica, è come se l’Iva non esistesse;
  • operazioni esenti: non è prevista l’applicazione dell’imposta sul valore aggiunto creato nella fase finale, ma non è ammessa la detrazione dell’imposta pagata sugli acquisti (o meglio, è ammessa mediante il meccanismo del pro rata, solo se il contribuente effettua anche operazioni imponibili); in parole semplici, la catena dell’Iva si interrompe all’ultimo stadio-

Casa vacanze: come affittare

Posted on : 08-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Affitto breve: come sistemare l’appartamento, come e dove pubblicare gli annunci, pratiche burocratiche e gestione, rapporto con gli ospiti.

Hai una seconda casa che utilizzi solo per limitati periodi dell’anno, oppure hai acquistato un appartamento che vuoi mettere a reddito senza impegnarti con un affitto troppo lungo? Puoi affittare l’immobile utilizzando la formula dell’affitto breve o affitto turistico, conosciuta come affitto case vacanza. Non è necessario spendere enormi capitali per sistemare la casa, però bisogna far trovare agli ospiti un ambiente pulito, in ordine, dotato di tutti i comfort: la concorrenza nel settore dell’accoglienza, difatti, è sempre più agguerrita e di alto livello; inoltre, devi rispettare la normativa e gli standard minimi eventualmente previsti a livello locale. Occhio anche alla burocrazia: dalla cosiddetta tassa Airbnb, che consiste in una trattenuta, a titolo di cedolare secca sul canone di affitto, effettuata dal portale a cui eventualmente ti rivolgi per affittare, al regolamento del tuo comune, alla tassa di soggiorno ed alla comunicazione dei dati degli ospiti. Dimenticarsi uno degli obblighi che gravano sul proprietario dell’immobile, o comunque su chi lo concede in locazione, può costare molto caro. Ma facciamo il punto della situazione sulla casa vacanze: come affittare, come sistemare l’appartamento, come pubblicizzare l’annuncio, quali sono tutti gli adempimenti amministrativi e fiscali.

Come sistemare la casa vacanze?

Per evitare di ricevere delle recensioni negative dei clienti, che possono rovinarti e tarparti leali all’inizio dell’attività, è bene, innanzitutto, che l’appartamento, gli impianti e gli infissi, nonché i mobili e le attrezzature siano a norma, quindi in regola con tutte le disposizioni previste dalla normativa in materia di edilizia, igiene e sicurezza. A proposito di igiene, l’appartamento deve essere perfettamente pulito: vietati gli accumuli di polvere, le ragnatele, i vetri sporchi, la sporcizia per terra. Da evitare assolutamente anche il disordine: cerca di non eccedere con le suppellettili, meno oggetti ci sono in giro e più sarà facile tenere ordinata la casa. Questo non vuol dire che l’appartamento deve risultare completamente spoglio, anzi, un tocco di personalizzazione è sicuramente quel plus che rende il cliente più soddisfatto.

Come sistemare la camera da letto?

Nella camera da letto, se hai un solo letto matrimoniale, è bene che tu lo attrezzi con materassi singoli, nel caso in cui gli ospiti non siano una coppia. Non è necessario che ci sia un armadio, specie se la camera è piccola potrebbe togliere uno spazio importante. È opportuno, però, che ci sia almeno una cassettiera dove riporre la biancheria e sulla quale appoggiare il bagaglio. Sarà poi sufficiente aggiungere una barra con grucce per completare il guardaroba. Indispensabili due comodini e le lampade da notte, nonché persiane, tapparelle o tende per evitare l’eccessiva luminosità e per garantire la riservatezza degli ospiti (soprattutto se accogli degli italiani, mentre gli stranieri non sono particolarmente abituati a utilizzarle).

Se la tua camera da letto è anonima, può diventare originale con dei piccoli tocchi di stile: un piumone fantasia, una testata del letto particolare, un murales da parete possono cambiare completamente anche le stanze più cupe.

Come sistemare la cucina?

Nell’appartamento deve essere presente una cucina, o un angolo cottura: è indispensabile che ci siano i fornelli, quindi il piano cottura, mentre non sono indispensabili, anche se costituiscono un plus, forno e lavastoviglie. È bene mettere a disposizione degli ospiti lo spremiagrumi, la macchina del caffè, il tostapane, il bollitore elettrico ed il microonde. Ok anche alle tovagliette americane lavabili e, naturalmente, guai a dimenticare piatti, bicchieri, posate, presine e strofinacci.

Se la tua cucina è cupa, vecchiotta o anonima, puoi rimediare senza spendere un patrimonio, con una tappezzeria vinilica, e con delle pellicole decorative per i mobili, o, ancora, con le piastrelle adesive.

Come sistemare il bagno?

In bagno è sempre bene mettere a disposizione un box doccia, preferibile alla vasca da bagno. Se hai già una vasca, poi trasformarla in doccia montando un’asta ed una tenda da bagno. Indispensabili, ovviamente, oltre a wc e lavandino, bidet (molti stranieri non lo utilizzano), specchio e doccia, anche il tappetino da mettere davanti alla doccia e un piano d’appoggio dove mettere gli effetti personali. Per il sapone, va bene un dispenser da ricaricare ogni volta che arriveranno nuovi ospiti. Se le piastrelle del bagno sono rovinate, puoi dipingerle usando vernici apposite, oppure rivestire completamente con le piastrelle adesive. Se il tuo bagno è anonimo, puoi trasformarlo anche con una semplice tenda da doccia, con una bella fantasia.

Come sistemare il soggiorno?

Se nella tua casa è disponibile un soggiorno, devi sapere che potresti anche usarlo per aumentare i posti letto: puoi scegliere un divano letto a due posti, che abbia la possibilità di essere chiuso senza disfare le lenzuola e abbia un vano per riporre i cuscini. Prevedi anche un tavolino che possa fungere da comodino e una cassettiera in cui gli ospiti possono sistemare abiti e biancheria. Se il tuo soggiorno e cupo, ha un aspetto trasandato, vecchio o anonimo, puoi rinnovarlo semplicemente grazie alle tende ed ai tappeti: può aiutarti anche il rivestimento del divano e delle poltrone, e la presenza di cuscini che diano un tocco di colore. Ricordati di mettere un adattatore Ue Schuko a disposizione degli ospiti stranieri, brochure, guide e libri a tema sulla località in cui si trova l’appartamento e sui dintorni. La tv non è indispensabile, ma solitamente è molto apprezzata.

Postazione di lavoro

Se il target dei tuoi clienti è costituito soprattutto da chi viaggia per affari, non dimenticare di far trovare una postazione di lavoro a disposizione: la connessione Wi-Fi, meglio se veloce, è obbligo, assieme a una scrivania e una sedia. Molto importante anche la climatizzazione dell’appartamento, specie per le località esposte al freddo particolarmente rigido in inverno o all’eccessivo caldo d’estate: difficilmente il cliente inserirà una buona recensione se la casa non è ben riscaldata o se, al contrario, ha sofferto molto il caldo.

Come pubblicizzare l’affitto?

Puoi pubblicare il tuo annuncio di affitto breve in uno dei molti portali presenti sul web, che sono dei veri e propri intermediari e si occupano di tutto, dalla visibilità degli annunci, ai pagamenti, al versamento dell’imposta sull’affitto. Pubblicando il tuo annuncio su uno dei portali più famosi, come Booking o Airbnb, guadagni visibilità mondiale: per questo è importante comporre un ottimo annuncio e valorizzare tutte le caratteristiche della tua abitazione, evidenziando i punti di forza, non ultima la location. Ecco che cosa devi fare:

  • apri un account sulla piattaforma scelta e crea il tuo profilo personale;
  • inserisci la descrizione dell’appartamento nel dettaglio, senza tralasciare nulla, enfatizzando le unicità e tutto ciò che può essere di gradimento (posizione centrale, località turistica, luogo immerso nel verde, vicino alla stazione della metro…);
  • per quanto riguarda il titolo dell’annuncio, di solito c’è poco spazio, quindi devi essere in grado di sintetizzare in pochissime parole le caratteristiche principali dell’immobile offerto;
  • inserisci delle foto di alta qualità per ogni stanza;
  • aggiungi una didascalia esplicativa invitante sotto ogni fotografia, precisa e chiara;
  • individua il livello di prezzo per notte e definisci il periodo minimo di soggiorno;
  • individua i termini di cancellazione della prenotazione;
  • tagga nella lista le attrezzature e gli eventuali extra previsti;
  • inserisci le regole della casa, scrivendo tutto quello che è vietato.

Prenditi tutto il tempo necessario per scrivere l’annuncio, perché è il biglietto da visita della tua casa: se non è scritto bene o le foto non sono soddisfacenti, perderai i clienti!

Quali sono le pratiche burocratiche per l’affitto breve?

Ecco quali sono le regole da seguire per l’affitto casa vacanze:

  • innanzitutto, come abbiamo già detto, è necessario che l’immobile non sia abusivo e che sia in regola con le normative vigenti in materia di edilizia, salute e sicurezza;
  • devi inoltre conoscere il regolamento regionale e la normativa locale in materia di affitti brevi;
  • puoi inoltre scegliere tra la possibilità di offrire un affitto breve, o casa vacanza (Cav), o aprire una struttura ricettiva, come un bed and breakfast (in quest’ultimo caso le regole sono più complesse: vedi la nostra Guida al B&B in appartamento);
  • recupera in Comune la normativa da seguire per rendere la casa idonea a ospitare i turisti, con le dotazioni obbligatorie a seconda della formula prescelta;
  • in alternativa, puoi farti aiutare da un’agenzia di servizi per gli affitti brevi.

Per avviare nel modo corretto la tua struttura ricettiva Cav cioè casa vacanze, devi poi:

  • dichiarare l’avvio dell’attività di casa vacanze al comune di residenza (alcuni comuni, come quello di Milano, la richiedono): quest’operazione va svolta on-line sul portale del Suap (sportello unico attività produttive) del comune in cui è ubicato l’immobile;
  • comunicare i dati degli ospiti alla Questura; questo servizio richiede delle credenziali di accesso: per ottenerle devi compilare un modulo che identifica la tua struttura ricettiva e presentarlo all’ufficio notifiche alloggiati della divisione anticrimine, oppure tramite pec;
  • devi inoltre comunicare i flussi ai servizi turistici della tua regione: in pratica devi inviare una dichiarazione in cui indichi quanti ospiti hanno soggiornato presso l’appartamento, ed il loro Paese di provenienza;
  • a seconda alla della città in cui è ubicato l’immobile, devi anche raccogliere la tassa di soggiorno (a Milano, ad esempio, ammonta a 3 euro a notte per ogni ospite che soggiorna); normalmente, la tassa di soggiorno viene versata al Comune una volta al mese, entro il 15 dal mese successivo a quello interessato; quest’adempimento non è dovuto se già effettuato dal portale (in alcune città è direttamente il portale ad occuparsi di questo adempimento al momento del pagamento);
  • devi infine dotarti di: pec, firma digitale, dati catastali, pianta appartamento, polizza Rc per responsabilità verso i clienti, sistemi di sicurezza, ulteriori dotazioni obbligatorie a seconda della normativa locale.

Il contratto di affitto va registrato solo se superiore ai 30 giorni, ma, anche se non è registrato, devi comunque pagare le imposte sul canone di locazione (solitamente il portale effettua una ritenuta d’acconto, detta Tassa Airbnb). Per approfondire: Tassa affitto casa vacanze.

Come rapportarsi con gli ospiti: check in, permanenza, check out

Ricordati che i rapporti con gli ospiti iniziano ben prima del loro arrivo, cioè dal momento della pubblicazione dell’annuncio; innanzitutto, è fondamentale fornire quante più specifiche possibili nell’annuncio:

  • indica gli orari in cui offri la disponibilità per il check in e per il check- out;
  • specifica se la casa è attrezzata per bambini e neonati (ad esempio se sono disponibili lettini da campeggio);
  • chiarisci a carico di chi sono le pulizie (solitamente sono a carico di chi affitta, ma viene corrisposto un plus da parte degli ospiti);
  • chiarisci i termini di cancellazione.

Per quanto riguarda il check in, ecco quello che devi fare:

  • prendi gli estremi dei documenti di identità per la denuncia da inviare alla questura;
  • fai firmare il contratto (ricordati che il contratto non deve essere registrato all’agenzia delle entrate, se il periodo è inferiore ai 30 giorni);
  • accompagna gli ospiti a fare il giro della casa;
  • illustra dove sono le cose, come funzionano gli elettrodomestici e come e dove raccogliere e gettare l’immondizia;
  • fornisci la password per il Wi-Fi;
  • consegna un manuale della casa (possibilmente anche in inglese) e le chiavi;
  • resta a disposizione per le domande dei tuoi ospiti e fornisci un numero telefonico per emergenze e segnalazioni;
  • puoi offrire anche guide lingua straniera, mappe e depliants.

Per quanto riguarda il check out, puoi farlo fare agli ospiti anche in tua assenza, se ti ispirano fiducia: possono chiudere la casa e lasciare le chiavi in una cassetta a combinazione nelle vicinanze, oppure in un esercizio commerciale con cui hai stretto accordi in precedenza.

Ti raccomando, però, di controllare che tutto sia posto: se ci sono dei danni, fai la foto e segnala subito attraverso la piattaforma utilizzata per affittare.

 Che cosa fare se si riceve una recensione negativa?

Se ricevi una o più recensioni negative il tuo punteggio nella piattaforma scende, quindi cerca di scongiurare eventualità simili. Se hai ricevuto un feedback negativo, probabilmente hai bisogno di analizzare tutta la tua offerta per capire cos’è che non funziona e non va più bene. Confrontati, magari, con host più esperti di te. Passa in rassegna:

  • la comunicazione (è curata, hai risposto a tutte le domande?);
  • la preparazione della casa (è pulita? Impianti, attrezzature, elettrodomestici sono a norma? È ben climatizzata?);
  • le dotazioni;
  • la manutenzione;
  • il check in (hai fornito tutte le informazioni del caso? Hai offerto la tua disponibilità?).

Usi aziendali: vantaggi per i lavoratori

Posted on : 08-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gratifiche, premi, indennità: in quali casi il datore di lavoro è obbligato a un trattamento di miglior favore nei confronti della generalità dei dipendenti?

Il direttivo della tua azienda è solito riconoscere ai dipendenti premi, benefit e indennità non previsti obbligatoriamente dal contratto collettivo? Questi incentivi possono trasformarsi in un diritto acquisito per i dipendenti: se il datore di lavoro, ad esempio, è solito corrispondere un premio di rendimento ogni anno, non previsto dalle norme applicabili, molto probabilmente si tratta di un uso aziendale, che fa sorgere in capo all’azienda un obbligo unilaterale di carattere collettivo nei confronti dei dipendenti. Non tutti i comportamenti che il datore di lavoro tiene nei confronti della generalità dei dipendenti, però, costituiscono usi aziendali: non possono mai diventare usi aziendali, infatti, i trattamenti sfavorevoli o la violazione di norme di legge o della contrattazione collettiva. Ma cerchiamo di fare chiarezza sugli usi aziendali: vantaggi per i lavoratori, in che cosa consistono, chi può beneficiarne, quando possono derogare ai contratti collettivi.

Che cos’è l’uso aziendale?

L’uso aziendale consiste nella ripetizione costante e spontanea di un comportamento del datore di lavoro, tenuto nei confronti di tutti i dipendenti, che si concretizza in un trattamento economico o normativo di maggior favore, rispetto a quello previsto dalla legge, dal contratto individuale e collettivo.

Perché si tratti di uso aziendale, è necessario che esista uno specifico intento, da parte dell’azienda, di regolare anche per il futuro determinanti aspetti del rapporto lavorativo.

Solitamente gli usi aziendali consistono nella concessione di gratifiche, premi, indennità o riconoscimenti, anche a carattere previdenziale, non obbligatori.

Gli usi aziendali possono essere sfavorevoli ai dipendenti?

L’uso aziendale può comportare l’attribuzione, in modo generalizzato, ripetuto e spontaneo, di un trattamento più favorevole ai lavoratori, rispetto a quello previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva o individuale.

Non possiamo parlare di uso aziendale in caso di reiterata violazione dei diritti derivanti dalla normativa o dai contratti collettivi o individuali: ad esempio, il datore di lavoro non può, avvalendosi degli usi aziendali, derogare in senso peggiorativo alla disciplina legale dell’orario di lavoro.

Come stabilire se un trattamento favorevole è un uso aziendale?

Non è facile comprendere, nel concreto, in quali casi un trattamento di miglior favore, non previsto da leggi e contratti, costituisce un uso aziendale. Si deve escludere l’esistenza di un uso aziendale quando l’abituale modo di agire del datore di lavoro è stato determinato da un errore sull’obbligatorietà del comportamento o sulla sua natura, o da un’errata interpretazione del contratto collettivo applicato.

In ogni caso, l’esistenza dell’uso aziendale deve essere accertata dal giudice di merito, attraverso la valutazione del complessivo operato del datore di lavoro e dell’atteggiamento dei lavoratori. La valutazione del giudice non è sindacabile in sede di legittimità, se non per vizio di motivazione.

Quali trattamenti possono risultare usi aziendali?

In base agli orientamenti della giurisprudenza, sono considerati usi aziendali:

  • il riconoscimento, a favore di un determinato gruppo di dipendenti, di una prestazione in natura: se la prestazione è effettuata con continuità, è qualificabile come retribuzione dovuta come corrispettivo dell’attività lavorativa;
  • la gratifica elargita, in occasione dei rendiconti annuali, ai dipendenti di un determinato ufficio;
  • il premio di anzianità, consistente in alcuni oggetti di valore, riconosciuto ai soli dipendenti che raggiungono un determinato periodo di servizio effettivo, escludendo quelli il cui rapporto è sospeso;
  • la gratifica di fine rapporto erogata ai dipendenti che cessano l’attività lavorativa per raggiunti limiti di età o di anzianità, e consistente in un importo pari alla retribuzione spettante nel periodo di preavviso contrattuale;
  • il premio di rendimento erogato annualmente dall’azienda, non previsto da norme applicabili.

La corresponsione reiterata di incentivi all’esodo, per ridurre il personale, non è invece considerata un uso aziendale.

Per quali dipendenti valgono gli usi aziendali?

L’applicazione degli usi aziendali deve essere generalizzata ed uniforme verso tutti i dipendenti.

Sono tuttavia ammesse delle eccezioni: gli usi aziendali, difatti, possono riguardare anche solo i dipendenti adibiti ad uno o più settori determinati dell’azienda, o una sola categoria di lavoratori.

Per quanto riguarda i lavoratori che possono essere assunti in futuro, il datore di lavoro può stipulare patti differenti, senza che su di essi possano prevalere i diversi e più favorevoli usi aziendali; in assenza di tali patti, gli usi aziendali devono essere applicati anche per i dipendenti assunti in futuro.

Quali sono gli effetti degli usi aziendali?

L’uso aziendale fa sorgere in capo al datore di lavoro un obbligo unilaterale nei confronti della collettività dei dipendenti, che agisce sui singoli rapporti lavorativi individuali con la stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale. Conseguentemente, l’uso aziendale non incide direttamente sul contratto individuale di lavoro, modificandone il contenuto, ma opera come se fosse una fonte esterna.

In parole semplici, l’uso aziendale, se non risulta una contraria volontà delle parti, si inserisce (come prevede il codice civile [1]) nel contratto individuale, integrandone il contenuto; l’esclusione dell’uso aziendale può pertanto avvenire soltanto in base alla concorde volontà delle parti.

Gli usi aziendali possono derogare al contratto collettivo?

Gli usi aziendali, anche se non formalizzati in un atto scritto, possono derogare al contratto collettivo solo se favorevoli: ad esempio, è vincolante l’uso di corrispondere per vari anni una gratifica integrativa dell’indennità di anzianità.

Il contratto collettivo aziendale successivo può modificare in senso sia migliorativo sia peggiorativo gli usi aziendali precedentemente consolidatisi [2].

Claudia Ramirez: com’è l’avvocato a San Salvador

Posted on : 08-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mi presento subito. Sono Claudia Ramírez, Avvocato a San Salvador, El Salvador in America Centrale.

Pochi conoscono la mia storia personale.

Di solito si è portati a pensare che, dietro una affermazione professionale, ci sia stata una strada in discesa, che sia stato tutto facile e scontato.

Personalmente, posso testimoniare che non è sempre così.

Ricordo che, fin dai banchi di scuola, avevo sognato di diventare veterinario. Sì perché amo gli animali da quando ero piccola anzi piccolissima. Da quasi quando sono nata! Grazie a mia madre che si è sempre dedicata a educarci e a formarci nel miglior modo possibile con tanto amore. Insegnandoci ad amare tutti gli esseri viventi e rispettarli. Mi fermo brevemente per dirvi che attualmente ho tre cani e quattordici gatti a casa che amo con tutto il cuore. Veramente sono la mia gioia!

Il mio grande sogno di diventare un medico veterinario  però non si è realizzato. Quanta ragione aveva mio padre quando mi disse che dai veterinari non vengono animali sani e giocherelloni, ma malati e a volte sull’orlo della morte.

Tuttavia, i miei genitori mi hanno accompagnata per dare un’occhiata all’università, conoscere il campus e ascoltare i discorsi aperti ai futuri studenti. Tutto bene a questo punto. La fine del sogno è arrivata quando, durante il tour del campus, ho visto i laboratori di anatomia – sì, dove le necroscopie vengono eseguite su cani e gatti morti.

Fu così che scoprii che non avevo il cuore per vedere queste scene, capii le parole di mio padre e rinunciai a pensare di diventare veterinario. Che preoccupazione ho sentito quando non sapevo cosa sarebbe della mia vita – mi sentivo come se il mondo si fosse caduto in un istante! Non volevo seguire le orme di mio padre, ragioniere ed economista. Non volevo seguire le orme di mia sorella, che era chimica-farmacista, biologa e specialista del trattamento delle acque, come pure analista dei farmaci e leader nelle buone pratiche di manifattura.  Mia sorella – il mio grande esempio, ma sentivo di non avere le sue stesse capacità. Non volevo questo ne quello – non volevo niente!

Ma è ben detto che dai finali nascono gli inizi!  La mia storia di chi sono ora – inizia qui!

Non sapendo cosa fare, essendo indecisa su cosa studiare, ho deciso, e saggiamente deciso – che volevo imparare delle lingue straniere. La mia lingua madre è ovviamente lo spagnolo e conoscevo l’inglese fin da piccola. Sono stata istruita alla Escuela Americana – una scuola privata bilingue che segue i programmi scolastici degli Stati Uniti ed El salvador. Ma io volevo di più! Le lingue, come l’arte e le culture diverse, sono altre mie grandi passioni. Qui ho incontrato alcune difficoltà.

Tutti i miei compagni di scuola si stavano preparando per andare all’università e da questo arrivarono alcuni commenti inutili da parte di persone, amici, conoscenti…

E tu, cosa stai studiando? Quello che stai facendo è niente, stai solo sprecando tempo e denaro dei tuoi genitori … Hanno osato chiamarmi “la Torre di Babele” – non imparerai una lingua o l’altra…

Nulla mi fermò. Ero felice nei miei studi di lingua! Tra le mie lingue ho avuto la gioia di studiare il francese, l’italiano, il portoghese e, a livello basico, il tedesco, l’arabo e il giapponese.

Una volta finiti i miei studi in lingue – di nuovo la domanda “Cosa faccio ora?” Dentro la mia testa conoscevo l’importanza di avere una laurea. Scoprii quindi che volevo diventare Avvocato.

Mi sono iscritta con grande entusiasmo alla facoltà e ho iniziato i miei studi con molte nuove sfide da affrontare. Il primo anno è stato favoloso. Anche il secondo è iniziato così ma ancora una volta, qualcosa spezzò il mio già ben intrapreso percorso. Questa volta è stato un evento molto duro e traumatico per me: la morte di mio padre.

Mio padre non era malato, mio padre era ancora un uomo abbastanza giovane e forte, ma una notte ha avuto un infarto mentre dormiva. Certamente è stato un evento che cambiò radicalmente la nostra vita di famiglia. Con tanto dolore e in onore alla memoria di mio padre e, grazie agli sforzi di mia madre e mia sorella, la mia unica scelta era continuare ad andare avanti. Raggiungere la laurea era il mio obiettivo. Tra alti e bassi passarano cinque anni. Avendo completato i miei studi, e avendo completato l’anno sociale (lavoro volontario, ma richiesto dalle università come ulteriore requisito per la laurea). In seguito, mi sono iscritta al seminario di laurea. Basicamente si tratta di un altro semestre di studi, un ulteriore requisito per essere in grado di optare la tesi di laurea. Avendo conclusi la tesi e gli esami orali di difesa pubblica nei settori del diritto pubblico, privato e sociale,  fianalmente mi sono laureata dalla Universidad Centroamerica “José Simeón Cañas”.

In El Salvador, per poter esercitare la professione di Avvocato, una volta ottenuto il diploma che ci viene rilasciato dall’università, non si finisce qui. Per legge, è necessario un anno di pratica legale gratuita per continuare con il giuramento da parte della Corte Suprema di Giustizia in seguito.

Il mio anno di pratica legale si è concluso con successo nel campo del diritto dell’immigrazione presso all’Istituto per i Diritti Umani della mia università. Avendo prestato il giuramento ed essendo stata autorizzata come Avvocato della Repubblica di El Salvador, le domanda erano: Cosa devo fare ora? Come posso iniziare? Dove? …

Inizialmente ho inviato cv a grandi studi legali, aziende, ministeri e altri enti pubblici… Non mi hanno neppure chiamato per un colloquio di lavoro! E’ stata una grande frustrazione, ma non sapevo se ero in salita o in discesa a questo punto.

Non ho trovato un lavoro legato alla mia professione, ma piuttosto ho trovato qualcosa legato alle mie lingue. Ho iniziato a lavorare al Consolato Generale dei Paesi Bassi (Olanda). Mi sono state affidate alcune funzioni amministrative e la verità : ho amato il mio primo lavoro! Non lo dimenticherò mai! Nonostante, continuavo a cercare lavoro come Avvocato…

Sapete qual è il bello di tutto questo? Che quel lavoro che cercavo non è mai arrivato… ora rido e lo vedo così bello! In quei momenti piangevo, naturalmente!

Non trovando ancora un lavoro, decisi di tornare alle mie lingue, ma quella volta in una direzione diversa: studi della traduzione. Anni dopo, un master in Scienze Politiche.

Ed ero ancora alla ricerca di un lavoro, perciò decise di candidarmi per un lavoro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Purtroppo, il concorso era già chiuso! Il mio CV, comunque, è entrato nella banca dati. Qualche giorno dopo ho ricevuto una lettera in cui mi dicevano che volevano parlarmi. Sono andata per un colloquio e ho anche fatto qualche prove. Per la mia sorpresa, non ho ottenuto un lavoro – ho ottenuto molti lavori. Sono stata selezionata per fornire servizi legali ai cittadini e diventare traduttrice ufficiale per l’Ambasciata. Il mio nome comincia ad apparire nell’elenco di professionisti sul sito web! Cominciarono a cercarmi più clienti. sia per i servizi legali che di traduzione. Sono già passati 10 anni e continuo a fornire i miei servizi.

Poco tempo dopo, però, la mia famiglia si è abbattuta da un’altra tragedia. Mia unica sorella è morta di un cancro mai scoperto per essere asintomatico. Siamo rimaste solo io e mia madre. Dovevo ricominciare da zero ancora una volta. Con i pochi clienti che avevo e grazie alle raccomandazioni di questi clienti, sempre più clienti si sono rivolti a me. Un giorno andando a piedi al supermercato ho notato che nel mio vicinato avevano aperto un piccolo studio legale a solo poche case della mia… Per curiosità, sono entrata ed è così che ho conosciuta la mia collega e ora socia chi era anche all’inizio della professione. Abbiamo parlato per un po. Continuiamo a frequentarci, ma un giorno abbiamo parlato seriamente di come unire i nostri sforzi, siamo entrambi Avvocati, lei è notaio e io non lo sono, io sono traduttrice e lei non lo è. Nacque l’idea  di aiutarci e imparare entrambi qualcosa di nuovo. Lei poteva prendere i casi in cui io non avevo esperienza  e viceversa. Lei poteva offrire il servizio notarile e io il servizio di traduzione. Sono passati alcuni anni e ancora stiamo lavorando insieme con tanto successo.

Con uno studio legale a pochi passi da casa mia posso permettermi di prendermi cura di mia madre (e i miei piccoli come chiamo io ai miei cuccioli). Cosa posso chiedere di più? Ci specializziamo in diritto dell’immigrazione, diritto civile e commerciale, diritto di famiglia, diritto del lavoro, diritto ambientale, diritto di proprietà, diritto notarile e naturalmente offriamo i servizi di traduzione!  Siamo sempre aperte e disposte a imparare di più e ad acquisire esperienza in altri settori.

Ovviamente continuo a offrire i miei servizi all’Ambasciata degli Stati Uniti come Avvocato e Traduttrice Ufficiale. In oltre, offro i miei servizi di volontariato per le Nazioni Unite sempre come traduttrice. Lavoro per le diverse agenzie di traduzione in molti paesi e sono Coordinatrice di Progetti per un’agenzia di traduzione in Israele. Tutto questo lo faccio dalla mia tastiera! Continuo la mia formazione nel campo del diritto e delle lingue. Gestisco un forum per traduttori professionisti, gestisco grandi gruppi su FB per traduttori e mi occupo di marketing e SEO anche nel campo della traduzione. Scrivo molto sui miei blog di traduzione e ne sto iniziando uno anche sul diritto salvadoregno insieme al collega. I miei giorni sono brevi con tanto da fare, ma ogni giorno è unico. Le mie due professioni mi riempiono di gioia e soddisfazione. Cosa posso lamentare? Come non posso essere felice di non aver trovato “quel” lavoro che tanto cercavo! Se non ho trovato un lavoro… Ho trovato tantissimi lavori, ho trovato la mia strada e soprattutto mi sono trovata a me stessa.

Quale vuole essere la morale di questo piccolo racconto? Che nella vita possiamo avere problemi piccoli o grandi ma che se guardiamo dentro di noi una soluzione c’è sempre e da un “insuccesso” può nascere una grande opportunità come è capitato a me. Nella mia vita professionale applico questa tesi e mi piace aiutare i miei Clienti a trovare soluzioni che magari non vedono ma che hanno già dentro di sè.

Cari colleghi, non vorrei finire senza dirvi che sono al vostro servizio per tutto ciò che ritenete utile.  Potete contattarmi tramite il Dott. Greco o via e-mail (claudiaramirez.m@gmail.com) Grazie ancora al Dottore Greco e LA LEGGE PER TUTTI per questa opportunità! Auguro a tutti voi ogni successo!