Legge che tutela i cani

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La tutela legislativa nazionale ed europea degli animali da compagnia ed in particolare quella prevista per i cani. Le varie ipotesi di reati commessi sui cani.

Hai visto il setter del tuo vicino attaccato in giardino ad una catena troppo corta? Hai sentito in TV la notizia di un cane randagio bruciato vivo da un gruppo di balordi o quella di un barboncino lasciato per ore chiuso in macchina sotto il sole cocente d’agosto? Ti stai chiedendo quindi, se c’è in Italia una legge che tutela i cani. La risposta è si. Per maggiori informazioni continua a leggere questo articolo.

Leggi a tutela dei cani

Nel nostro Paese esistono tre tipi di leggi che tutelano in generale gli animali e quindi, anche i cani:

  • leggi statali come ad esempio quella dettata in tema di animali d’affezione e prevenzione del randagismo o quella che ha apportato modifiche al codice penale per i reati perpetrati sugli animali;
  • leggi regionali, per lo più approvate a seguito dell’entrata in vigore delle leggi nazionali in materia;
  • leggi comunali che hanno ratificato appositi regolamenti per la tutela e il benessere degli animali.

In materia di tutela degli animali è intervenuto anche il legislatore europeo il quale nella Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia del 1987, ha fornito la nozione di animale da compagnia intendendo per tale ogni animale domestico tenuto o destinato ad essere tenuto dall’uomo, in particolare presso il suo alloggio domestico, per suo diletto e come compagnia. Viene da sé che tra gli animali da compagnia vanno ricompresi anche i cani.

Questa nozione nel tempo è stata poi, specificata includendovi gli animali tenuti dall’uomo senza fini produttivi o alimentari, come ad esempio quelli che svolgono attività utili all’uomo. Si pensi ad un cane per disabili, a quelli da terapia, da riabilitazione e impiegati nella pubblicità.

Pertanto, tutti gli animali possono essere considerati da compagnia ad esclusione di quelli che vengono definiti selvatici, ossia animali che non possono, per la loro natura, adattarsi alla cattività.

Un elenco degli animali da affezione si ritrova altresì, in un Regolamento della Comunità europea del 2003 che ne individua le diverse specie considerando tali: i cani, i gatti, i furetti, gli invertebrati (escluse le api ed i crostacei), i pesci tropicali decorativi, gli anfibi e i rettili, gli uccelli, i roditori e i conigli domestici.

I compiti dello Stato italiano per la tutela dei cani

Nel 1991 con l’emanazione della legge quadro in materia di tutela degli animali d’affezione e prevenzione del randagismo l’Italia è divenuta il primo paese al mondo a riconoscere il diritto alla vita e alla tutela degli animali randagi, vietandone la soppressione se non in casi di gravi malattie, malattie incurabili o comprovata pericolosità. [1].

Successivamente nel 2004 il legislatore italiano [2] ha stabilito che spetta allo Stato il compito di promuovere e disciplinare la tutela degli animali d’affezione condannando gli atti di crudeltà contro di essi, il maltrattamento e il loro abbandono al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente. Per raggiungere questo obiettivo è stata prevista una distribuzione di competenze tra gli enti.

In particolare con riferimento ai cani si è attribuito alla Regione il potere di istituire l’anagrafe canina e i rifugi per i cani ( la legge espressamente, prevede che tali strutture debbano garantire buone condizioni di vita, rispetto delle norme igienico‐sanitarie e controlli operati dalle ASL) nonché di attuare dei piani di prevenzione del randagismo.

I Comuni hanno, invece, il compito di attuare piani di controllo delle nascite canine, attraverso la sterilizzazione dei randagi nonché di predisporre piani di risanamento dei canili e la realizzazione di rifugi.

Inoltre, su un piano di divieti ed obblighi specifici, è stato vietato l’utilizzo dei cani (canis familiaris) ed anche dei gatti (Felis catus) per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti, in tutto o in parte, dalle pelli o dalle pellicce dei medesimi oltre alla commercializzazione o all’ introduzione delle stesse nel territorio nazionale.

Lo Stato deve anche sostenere programmi di informazione ed educazione scoraggiando il dono dei cani come premio e in favore di minori di anni 16 nonché deve garantire il benessere anche dei cani randagi.

I doveri dei proprietari dei cani

Se i compiti dello Stato in materia di protezione dei cani sono quelli sopra elencati, anche ai loro proprietari o ai loro custodi spettano dei precisi doveri [3].

Il nostro legislatore ha, infatti, previsto un specifico dovere morale, per tutti gli esseri umani, di rispettare tutte le creature viventi ivi compresi i cani.

Pertanto, i proprietari dei cani hanno il dovere di occuparsene in modo responsabile, procurandogli una sistemazione adeguata, assicurandogli movimento, cure ed attenzioni che tengano conto dei loro bisogni e necessità.

Più precisamente devono:

  • rifornirli di cibo e di acqua in quantità sufficiente e con una tempistica adeguata: ciò significa che i cani devono essere forniti di cibo secondo le loro caratteristiche di specie, età e stato di salute;
  • assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico, facendoli visitare dai veterinari;
  • consentirgli un’adeguata possibilità di esercizio fisico, garantendogli degli spazi minimi nei box e nei recinti e consentendo loro una quotidiana e sufficiente sgambatura, compatibilmente con l’età e la razza;
  • prendere ogni possibile precauzione per impedirne la fuga, considerato che un cane abituato a vivere in casa, potrebbe spaventarsi trovandosi all’improvviso nell’ambiente esterno e quindi, potrebbe correre il pericolo di essere ferito o ucciso;
  • garantire la tutela di terzi da aggressioni, soprattutto nei casi di cani poco socievoli che potrebbero mettere a rischio la sicurezza stradale o mordere e ferire persone o altri animali;
  • assicurare la regolare pulizia dei loro spazi di dimora, delle ciotole per il cibo e di quelle per l’acqua.

I proprietari dei cani sono tenuti a dotarli di un microchip contenente un codice identificativo ed a iscriverli all’anagrafe canina, e non devono causare loro inutilmente dolori, sofferenze o angosce.

In tale ottica:

  • non devono essere somministrate sostanze volte ad aumentare o diminuire il livello naturale delle loro prestazioni;
  • i cani non possono essere utilizzati o sfruttati per manifestazioni pubbliche e private a meno che non si garantiscano le condizioni necessarie per il loro benessere;
  • sono vietati gli interventi chirurgici volti a modificarne l’aspetto o finalizzati ad altri scopi non terapeutici (taglio di orecchie, coda, corde vocali; esportazione unghie e denti);
  • i cani possono essere soppressi solo se gravemente malati e con metodi eutanasici.

I proprietari dei cani non devono abbandonarli ed in caso contrario saranno passibili di sanzioni penali.

I cani come esseri senzienti

Tutta la normativa sopra citata in materia di tutela dei cani è stata dettata dal legislatore italiano mano mano che acquistava nel tempo, la consapevolezza che gli stessi dovessero essere considerati come degli esseri senzienti cioè capaci di provare dolore e sofferenza, anche psicologica. In tale ottica va inquadrata anche l’introduzione nel codice penale del titolo IX bis, intitolato “Dei delitti contro il sentimento per gli animali” che ha delineato nuove figure di reato, inasprendo le sanzioni inizialmente previste.

La tutela penale degli animali da affezione e dei cani

Gli articoli del Codice penale che prevedono i reati contro gli animali in quanto esseri viventi appartenenti al genere animalia e quindi, applicabili anche nelle ipotesi di reati commessi sui cani sono numerosi.

L’art. 544 bis del Codice penale, il quale punisce con la reclusione da quattro mesi ad un anno chiunque per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale. La condotta sanzionata può essere di tipo commissivo o omissivo, potendo consistere anche in un non facere (si pensi al caso di un cane lasciato morire senza cure, se malato, o senza cibo).

L’art. 544-ter del Codice penale, intitolato “maltrattamento degli animali”, che sanziona chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, punendolo con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro (ad esempio un cane torturato in maniera brutale o quello al quale viene applicato un collare antiabbaio elettrico oppure quello che viene tenuto chiuso per un apprezzabile lasso di tempo in un ambiente particolarmente angusto). La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. In tali ipotesi sono ricompresi anche i reati di doping ai danni degli animali al fine di evitare il fenomeno delle competizioni illegali. La pena si raddoppia se da uno di questi comportamenti deriva la morte dell’animale.

Sul punto va evidenziato come in Italia non esiste una norma nazionale che vieti l’uso della catena. Pertanto, riesce a volte difficile ricomprendere tale fattispecie tra le ipotesi di maltrattamenti degli animali, sanzionabile ai sensi dell’art. 544-ter del Codice Penale, essendo la questione affidata alle leggi regionali e comunali che determinano la tipologia, la lunghezza ed il materiale della catena. Si viene a creare così, una disparità di trattamento poiché casi analoghi di uso della catena non vengono puniti in maniera uguale su tutto il territorio nazionale.

L’art. 544 quinquies del Codice penale, che vieta l’organizzazione o la direzione di combattimenti tra animali, nonché le competizioni non autorizzate che possono comprometterne l’integrità fisica, prevedendo la sanzione della reclusione fino a tre anni e la multa fino a € 160.000. Punisce, altresì, l’allevamento o l’addestramento di animali destinati a combattimenti o competizioni non autorizzate con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a 30.0000 euro, che si applica anche al proprietario / detentore dell’animale allevato o addestrato a tal fine, se consenziente. Tale sanzione si applica anche a chi organizzi o effettui scommesse su combattimenti o competizioni non autorizzate.

Tra le ipotesi punibili ai sensi di questo articolo rientrano ad esempio quelle relative agli allevamenti di cani da combattimento e di gare clandestine tra cani di razze ritenute feroci quali ad esempio i boxer o i dogo argentini.

L’art. 727 del Codice penale prevede il reato di abbandono di animali per chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività, il quale e’ punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. In questo caso basti pensare agli abbandoni dei cani, frequentissimi in particolare durante il periodo estivo.

Anche il Codice della strada[4]  prevede la c.d . omissione di soccorso a danno degli animali. L’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile a qualsiasi titolo al suo comportamento da cui sia derivato un danno ad uno o più animali di affezione, da reddito o protetti (ad es., gli animali appartenenti alla fauna selvatica, sia  mammiferi sia uccelli), ha l’obbligo di fermarsi e porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso per l’animale che abbia subito il danno.

In caso di inottemperanza è prevista una sanzione amministrativa da 410 a 1.643 Euro.

Per le persone coinvolte nell’incidente che non si adoperino per assicurare un tempestivo soccorso, la sanzione prevista va da 82 a 328 Euro.

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Morso del cane e risarcimento del danno dall’assicurazione

Posted on : 19-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lo scorso anno un cane mi ha morso al braccio, provocandomi ferite che, sebbene si fossero infettate e fossero profonde 1 cm, hanno avuto un decorso felice. L’assicurazione del proprietario del cane mi ha offerto un  risarcimento pari a 4.500 euro, senza fornirmi  alcun documento o referto del medico ma solo spiegandomi a voce che il medico legale mi ha riconosciuto il 2% di invalidità permanente. La cifra sopra indicata è consona? In caso contrario, cosa posso fare? 

Alla luce del quesito posto, è opportuno esporre sinteticamente quanto segue: 

La liquidazione del danno non patrimoniale

Quando si subisce  un danno di carattere fisico, cioè una lesione alla propria salute (seppur minima), il danno che ne deriva non può essere automaticamente valorizzato in denaro: una cicatrice, piuttosto che una frattura, infatti, non hanno un valore economico intrinseco come potrebbe accadere per un oggetto, pertanto si interviene per liquidare, da un punto di vista economico, quello che tecnicamente

non si può definire come un danno patrimoniale (detto anche danno biologico).

A questo scopo, quindi, sono redatte, anche a cura dei vari Tribunali, delle tabelle che consentono di effettuare questa valutazione, in modo da poter quantificare una distorsione, un taglio profondo, una lussazione, ecc.

In queste tabelle sono presi in considerazione, in particolare:

– i giorni che sono stati necessari per la stabilizzazione della lesione. Ad esempio, quelli che, dopo la ferita subita, sono stati necessari per rimarginarla e trasformarla in cicatrice. Tecnicamente si parla di giorni di inabilità temporanea e sono oggetto di liquidazione variabile, anche a seconda

del grado di invalidità temporanea subita. Ad esempio, se nei primi giorni della ferita non è stato possibile muoversi ed è stato necessario il riposo assoluto, si dice che l’inabilità temporanea è stata totale: in questo caso, i giorni in questione, in termini economici, saranno valutati con un

peso maggiore rispetto a quelli in cui, successivamente e prima della guarigione, è stato quanto meno possibile uscire e/o quant’altro;

– il grado di invalidità permanente. Sarebbe la quantificazione numerica della lesione che permanentemente caratterizzerà, in negativo, la nostra integrità fisica (1% oppure 3%, ecc).

Questi gradi sono valutati economicamente, partendo da una somma base e diminuendola in relazione all’età del danneggiato.

Pertanto, la liquidazione del danno non patrimoniale sarà costituita dalla somma:

– dei giorni di invalidità temporanea, quantificati secondo tabella;

– dal grado a dai gradi di danno permanente subito, quantificati secondo tabella;

A questa cifra dovranno aggiungersi le spese mediche necessarie a completare la guarigione (medicine, rieducazione, visite specialistiche, ecc), fondate sulle ricevute e/o fatture fiscali in possesso del danneggiato nonché le spese legali affrontate per procedere al predetto risarcimento.

CASO CONCRETO

Pertanto, partendo dal presupposto che c’è stata una responsabilità del padrone del cane, essendo il medesimo assicurato per i danni a terzi, nel caso in esame è intervenuta ad accertare l’entità del danno ed a liquidarlo la predetta compagnia assicuratrice. L’incidente descritto, infatti, non è stato un sinistro stradale in presenza del quale era obbligatoria la presenza di un istituto assicurativo a

copertura del predetto evento, pertanto, questa circostanza è stata sicuramente favorevole per addivenire ad un risarcimento più veloce.

Purtroppo, però, le compagnie assicuratrici, soprattutto se hanno come interlocutore esclusivo il privato danneggiato e non un suo avvocato di fiducia, tendono scorrettamente a liquidare i danni provocati dal proprio assicurato in forma ridotta o quanto meno in modo recalcitrante.

Per questa ragione, sarebbe stato opportuno, per non dire fondamentale, nominare un legale, affinché interagisse con la predetta assicurazione, allo scopo di ottenere un risarcimento più equo. A questo proposito, tenga presente che il costo del legale dovrebbe essere liquidato dalla compagnia assicuratrice in aggiunta al danno ricevuto dal lettore. Si tratterebbero, infatti di spese necessarie vista la difficoltà del danno e della sua liquidazione e visto che non si tratterebbe di una cifra modestissima [1].

Invece, a proposito della valutazione sulla congruità dell’offerta ricevuta ed indicata in quesito, non si può fornire una risposta precisa: si dovrebbe, infatti, esaminare l’intera

documentazione medica e farla quindi periziare da un medico – legale di fiducia, allo scopo di capire se il danno biologico che hanno riconosciuto al lettore è effettivamente corrispondente alla lesione permanente dallo stesso patita e se il valore dei giorni di inabilità temporanea sono stati adeguatamente conteggiati e quantificati (come numero e come gravità dei medesimi).

Ad ogni modo, le tabelle del Tribunale di Venezia stabiliscono che per una persona tra i 36 e i 40 anni, per ogni grado di invalidità, si debbano liquidare € 1801,00, mentre per i giorni di invalidità temporanea si debbano liquidare da un minimo di € 100,00 fino ad un massimo di € 150,00, in considerazione della gravità e della durata della detta inabilità temporanea.

Pertanto, partendo da questi presupposti, pur volendo dare per buoni i 2 gradi di danno biologico riconosciuti dall’assicurazione (ma ovviamente trattandosi di una valutazione di parte avversa, il danno potrebbe essere stato sottostimato), si avrebbe una cifra di partenza che si aggirerebbe al di sotto dei 4000 euro, cui si dovrebbero aggiungere i giorni che sono stati necessari alla cicatrizzazione delle ferite provocate dai canini del cane  oltre alle varie spese affrontate per giungere alla guarigione.

Insomma, è assai probabile che l’offerta ricevuta non sia congrua, ma per avere una risposta più precisa ed un’assistenza migliore, il lettore dovrebbe incaricare un legale, inviandogli tutta la documentazione medica e conferendogli incarico per trattare con la compagnia assicuratrice: con buona probabilità, questi otterrebbe più di quanto gli è stato offerto, con le spese legali a carico dell’assicurazione e in aggiunta al danno sofferto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello