Rabbia nel cane: come riconoscerla?

Posted on : 15-10-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I sintomi di una malattia che continua a uccidere migliaia di persone in tutto il mondo. Com’è la situazione in Italia e cosa prevede la legge.

Ci sono alcune malattie degli animali che spesso finiscono nel dimenticatoio perché vengono considerate superate, roba da altri tempi. Mai abbassare la guardia: sottovalutare un sintomo strano in un cane o in un gatto (per citare i due animali domestici più comuni) può essere pericoloso sia per lui sia per il suo padrone. Un esempio è quello della rabbia nel cane: come riconoscerla?

Se pensi che la rabbia sia una malattia ormai sconfitta da tempo, ti sbagli. Secondo i dati forniti dal ministero della Salute, ogni anno, muoiono quasi 60mila persone in tutto il mondo a causa dell’encefalite virale zoonosica, cioè a causa della rabbia, soprattutto bambini sotto i 15 anni. Ma sono più di 14 milioni i soggetti che ricevono la profilassi a seguito del morso di un animale. Non è detto che sia sempre il cane, certo. La volpe o il procione sono in Europa tra i maggiori responsabili della diffusione della malattia. Ma avere in casa una volpe o un procione non solo è raro: è pure illegale. Non è detto, però, che il cane non entri a contatto con uno di quegli animali e che, quindi, non possa essere infetto da loro. Quindi, per riferirci a quel che ci può riguardare da vicino, come riconoscere la rabbia nel cane? E se, per disgrazia, gli venisse diagnosticata, che cosa bisogna fare e quali rischi si corrono?

Rabbia: che cos’è?

La rabbia, come accennato, è una malattia infettiva molto grave di tipo zoonosico, cioè in grado di essere trasmessa da un animale all’uomo. Come spesso succede con le malattie infettive, il contagio avviene a contatto tra la saliva di un animale infetto ed il sangue, cioè attraverso una ferita. Il caso più comune è quello del morso di un animale che già soffre di rabbia. A provocare la malattia, un virus appartenente ad una famiglia dal nome quasi impronunciabile: Rhabdoviridae e che, come abbiamo visto dai dati sopra citati, può essere letale.

La malattia interessa il sistema nervoso e le ghiandole salivari, con mutamenti del comportamento, un cambiamento del tono vocale, un aumento della salivazione e convulsioni.

È vero che i casi più numerosi si trovano nel Sud del mondo, specialmente in Africa, ma è altrettanto vero che numerosi episodi sono stati riscontrati anche in alcune regioni del Nord Italia, in particolare in Friuli Venezia Giulia, Veneto e nelle province autonome di Bolzano e di Trento. Oggi, si ritiene che in queste zone la rabbia sia stata debellata e, per questo, la vaccinazione non è più obbligatoria dal 2013, ma i veterinari continuano a consigliarla.

Rabbia: quali sono i sintomi?

Ma come riconoscere la rabbia nel cane? I sintomi più evidenti che presenta un animale infetto sono:

  • febbre;
  • comportamento anomalo (nervosismo, aggressività, tendenza alla solitudine, timidezza, ansia, tendenza a morsicare);
  • convulsioni e, talvolta, paralisi dei muscoli o mancanza di coordinazione dei movimenti;
  • salivazione abbondante e schiumosa;
  • tono della voce diverso dal solito.

Se la rabbia non viene trattata, nel tempo, si arriva al decesso in una decina di giorni.

Nel caso ti accorgessi che il tuo cane presenta qualcuno di questi sintomi, è importante che tu ti rivolga subito ad un veterinario. Potrà fare una serie di esami per arrivare ad un’eventuale diagnosi di rabbia. In particolare, vengono normalmente eseguiti un esame completo del sangue e delle urine, delle radiografie ed un test di immunofluorescenza.

Rabbia: come viene trattata?

Se il veterinario lo ritiene opportuno perché sospetta che il tuo cane possa avere la rabbia, l’animale verrà ricoverato ed isolato in un’apposita struttura. Per motivi di pubblica sicurezza (che riguarda sia l’uomo sia altri animali), l’episodio deve essere denunciato alle autorità sanitarie.

Rabbia: come evitare il rischio?

Per evitare la diffusione della rabbia, oltre al buon senso di chi possiede un cane o un altro animale interviene la legge. In particolare, sono previsti:

  • la vaccinazione consigliata (anche se non più obbligatoria) di cani, gatti e furetti che vengono portati in Friuli Venezia Giulia, Veneto, in provincia di Belluno e nelle province autonome di Bolzano e Trento;
  • la vaccinazione consigliata dei cani e degli animali domestici da pascolo che si trovano nelle zone citate;
  • l’obbligo di tenere tutti i cani al guinzaglio;
  • la vaccinazione orale delle volpi.

Rabbia: cosa fare per viaggiare con il cane?

Ad ogni modo, che tu abiti in una delle zone citate oppure nell’estremo Sud d’Italia, per viaggiare all’estero con il cane avrai bisogno di fare al tuo animale la vaccinazione contro la rabbia.

In sostanza, ti verrà chiesto il cosiddetto «passaporto per animali di compagnia» previsto dalla normativa europea [1]. Per ottenere tale documento, sarà necessario:

  • identificare l’animale con un microchip;
  • registrarlo all’anagrafe canina;
  • fare al cane la vaccinazione antirabbica, che dovrà essere riportata sul suo libretto sanitario e che, al momento del rilascio del passaporto, dovrà essere in corso di validità. Va segnalato che tale validità viene riconosciuta 21 giorni dopo la prima vaccinazione.

Se la vostra destinazione è Regno Unito, Svezia, Norvegia, Malta o Irlanda, occorre la titolazione degli anticorpi che neutralizzano il virus della rabbia. A tale scopo, viene effettuato un prelievo di sangue al tuo cane 30 giorni dopo la vaccinazione e almeno 6 mesi prima di viaggiare verso Malta, Regno Unito e Irlanda oppure 120 giorni dopo la vaccinazione per entrare in Norvegia o Svezia.

Come anticipato, la vaccinazione contro la rabbia non è più obbligatoria – ma resta consigliata – per muoversi all’interno del territorio italiano.

Canto del gallo: è disturbo alla quiete pubblica?

Posted on : 15-10-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Reato per il proprietario di animali che disturbano, di notte, un numero indeterminato di persone.

Dove sono finiti i bucolici tempi in cui la natura era ispirazione di poesie! Quando alzarsi con il cinguettio degli uccelli o il verso degli animali era un privilegio su chi invece era costretto al clacson delle auto. Nella società di oggi si fanno cause anche per il canto del gallo. Non fosse altro perché non ci si sveglia più alle cinque della mattina per arare i campi. E così, chi ha la fortuna di protrarre il sonno fino alle sette accoglierà con scarso entusiasmo il richiamo del protettore del pollaio. 

Per quanto strano ti possa sembrare, anche per ragioni come queste si finisce in Cassazione (non ci si lamenti poi che i giudici escogitano sempre nuovi sistemi per punire il ricorso smodato alla tutela giudiziaria). 

Al centro della questione giuridica c’è un tema nuovo alle aule giudiziarie: il canto del gallo è disturbo alla quiete pubblica? Per capire meglio i termini della vertenza legale facciamo un esempio pratico.

Immagina di vivere in una zona residenziale ove il Comune ha iniziato la lottizzazione di terreni. Su alcuni di questi vi sono ancora delle vecchie villette a uso contadino, con tanto di orto, recinto e galline. Una di queste confina proprio con l’edificio di nuova costruzione dove hai appena acquistato un appartamento. Prima dell’alba, però, il pollame lasciato libero per l’aia inizia a “cantare”. Sicché vieni giornalmente svegliato di soprassalto prima del sorgere del sole. 

Nessuna evocazione naturalistica ti frena dal denunciare il proprietario per disturbo della quiete pubblica. Ma lui si difende sostenendo che non si può impedire agli animali di fare il proprio verso e se il Comune lo ha autorizzato a tenere galli e galline, non potrà certo farne un brodo solo per garantirti un’ora in più di sonno. 

Chi ha ragione? Come dicevamo in apertura, la questione è finita sul banco della Cassazione che, con la sentenza appena pubblicata [1], si è così espressa.

Canto del gallo: il proprietario è responsabile penalmente?

Il proprietario del pollaio – così come quello del cane, degli uccelli, ecc. – è responsabile dei rumori prodotti dai propri animali. Non importa che si tratti di versi tipici connessi alla natura delle bestie. 

Se è vero che non si può impedire al cane di abbaiare, al gallo di cantare, ai volatili di cinguettare è anche vero che chi vuol godere di queste “note” in un centro abitato deve tutelare i diritti dei vicini che potrebbero invece mal gradire tale suono; sicché dovrà approntare gli opportuni accorgimenti come, ad esempio, l’insonorizzazione delle stanze o la chiusura degli animali all’interno della loro gabbia. 

In termini pratici questo significa che, se non è vietato avere galline e galli in cortile, bisogna però fare in modo di custodirli nel pollaio durante la notte. 

Gallo che canta: conseguenze penali

Quali sono le conseguenze per chi viola questo precetto? Inutile dirlo: se ad essere disturbato è un numero indeterminato di persone (ossia tutto il circondario o comunque gli inquilini del palazzo vicino), allora scatta il reato di disturbo alla quiete pubblica (meglio detto «disturbo alle occupazioni ed al riposo delle persone») previsto dal codice penale [2]. Diversamente, se la molestia giunge all’orecchio di una o due famiglie soltanto, non c’è più reato ma solo un illecito civile ed, in questo caso, bisognerà ricorrere al tribunale per chiedere l’emissione di un ordine con l’inibitoria alla prosecuzione del comportamento vietato, salvo l’eventuale risarcimento del danno. 

Galli e galline in condominio: è lecito?

Il codice civile stabilisce che nessun regolamento condominiale – salvo quello approvato all’unanimità – può vietare di possedere o detenere animali domestici. La norma, dettata principalmente per gli animali di compagnia (cani, gatti, criceti, porcellini d’india, ecc.) non specifica però la loro specie e tale indeterminatezza crea indubbi problemi nella convivenza quotidiana. Ecco perché, secondo alcuni, sarebbe lecito per chi ha un appartamento al piano terra possedere galli e galline. 

Leggi a riguardo: Posso tenere le galline in cortile?

Bisognerà comunque far attenzione a che il pollame non esali odori sgradevoli e insalubri, nel qual caso potrebbero ricorrere gli estremi penali. Così come bisognerà evitare i rumori molesti. Per accertare l’illecito si può chiamare il tecnico dell’Arpa. Nel caso di specie il tecnico aveva accertato che i tre galli , rinchiusi in una baracca, cantavano per cinque o sei minuti a intervalli di 20/30 minuti e venivano calcolati in 18 minuti ben 106 eventi sonori, percepibili dalla strada, con una frequenza di dieci secondo uno dall’altro. Inoltre i galli rispondevano ai richiami dei loro consimili presenti all’interno di un’abitazione vicina e tale situazione amplificava, di notte, i rumori ed i disagi degli altri condòmini. Tale situazione è stata sufficiente per ritenere integrato il reato di disturbo della quiete pubblica. 

Chi chiamare per un gatto morto?

Posted on : 10-10-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa fare di fronte al decesso del nostro micio in casa o quando se ne trova uno per strada vittima di un incidente?

Ci sono delle situazioni a cui non si è preparati, qualche volta perché si rifiuta l’idea, altre perché si pensa che non ci capiteranno mai. Succede, ad esempio, quando muore un animale domestico, ad esempio un gatto. Che sia il tuo o quello di un’altra persona. In entrambi i casi, chi chiamare per un gatto morto? Sai che cosa devi fare quando il tuo miccio viene a mancare per cause naturali o perché sei stato costretto a sopprimerlo? Oppure quando ne trovi uno per strada, magari rimasto abbandonato dopo essere stato investito da un’auto?

Sono due casi diversi, certo, ma c’è sempre di mezzo un animale morto e bisogna sapere come comportarsi. Se il gatto muore in casa, partirà una pratica burocratica che vede di mezzo soprattutto il veterinario. Se, invece, lo trovi per strada, sarà necessario rivolgersi altrove. È importante ricordare che quando si è davanti ad un animale rimasto vittima di un incidente non si può far finta di nulla: esiste l’obbligo di soccorrerlo, anche perché – a meno che tu non sia un veterinario – in certo casi non puoi sapere se è possibile fare ancora qualcosa per salvarlo. In altre situazioni, invece, quando l’animale è rimasto in mezzo alla carreggiata, c’è anche una questione di sicurezza pubblica. Come vedi, non è un dettaglio sapere chi chiamare per un gatto morto. Vediamo che cosa si deve fare.

Gatto morto in casa: chi chiamare?

Se il tuo gatto muore in casa, la prima cosa da fare è chiamare il veterinario oppure portarglielo affinché certifichi ufficialmente il decesso. Mentre per il cane ci vuole un certificato di morte da portare all’Asl, per il gatto non è necessario questo documento.

Avuta la certezza del decesso, che cosa fare del corpo del gatto? Hai diverse opzioni:

  • se hai a disposizione un giardino privato, puoi seppellirlo lì a condizione che l’animale non sia morto per una malattia infettiva in grado di contaminare il terreno e, soprattutto, le falde acquifere. Puoi scavare la buca abbastanza profonda per non farlo ritrovare da altri animali, buttarci dentro possibilmente un po’ di calce e deporlo all’interno per poi ricoprirlo di terra;
  • se non disponi di un giardino e non sai che cosa fare, puoi portarlo al veterinario, il quale provvederà a recapitarlo presso una ditta specializzata nella cremazione degli animali morti. Dovrai, in questo caso, pagare la quota di smaltimento richiesta. Il gatto verrà cremato insieme alle carcasse di altri animali;
  • puoi farlo cremare e chiedere di avere le sue ceneri. In questo caso, dovrai portarlo tu ad un centro in cui si fa la cremazione singola in modo da non confondere i resti con quelli di altri animali. Considera, però, che questa soluzione non è molto economica;
  • quarta e ultima possibilità: portare il tuo gatto in un cimitero per animali. Pure questa opzione è un po’ costosa ma garantisce una toma ed un orario di visita per 5 anni, dopodiché il gatto viene riesumato e collocato in una fossa comune.

Queste quattro possibilità esistono anche quando il gatto non muore per cause naturali ma è necessario ricorrere all’eutanasia perché, a causa di una malattia, è diventato inguaribile, incurabile o particolarmente aggressivo. Solo in uno di questi tre casi è possibile chiamare il veterinario affinché compia questi tre passi:

  • visiti l’animale ed accerti che, in effetti, la qualità di vita del gatto è, ormai, inaccettabile;
  • gli faccia un’iniezione di anestetico in modo che il gatto passi dal sonno alla morte senza alcuna sofferenza;
  • gli applichi il farmaco dell’eutanasia. La morte sopraggiungerà in pochi istanti senza che l’animale se ne sia accorto. Il veterinario constaterà il decesso.

Gatto morto per strada: chi chiamare?

Nel caso in cui, invece, ti trovi un gatto morto per strada, chi devi chiamare? Se la scena che ti appare davanti agli occhi è piuttosto evidente, cioè se non ci sono dubbi che l’animale sia deceduto, dovrai fare una telefonata alle forze dell’ordine. Saranno loro, infatti, a prendere in mano la situazione, ad avvertire un veterinario affinché certifichi il decesso e, eventualmente, a richiedere un’autopsia.

Ipotesi non tanto remota come si possa pensare. Immagina, infatti, che l’incidente non sia stato un caso fortuito ma che sia stato provocato apposta da qualcuno che voleva fare un dispetto al padrone del gatto. Oppure, che l’automobilista a cui si contesta di avere investito il gatto, in realtà lo abbia urtato quando l’animale era già morto. In questo caso, l’autopsia potrà aiutare a ricostruire la dinamica del sinistro e ad attribuire le dovute responsabilità al gatto oppure al conducente. L’autopsia viene eseguita dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della provincia in cui è avvenuto il fatto.

Può capitare, però, che il gatto sia solo apparentemente morto e che, se non sei un veterinario, tu non riesca a stabilire se effettivamente si può fare ancora qualcosa per salvarlo. In questo caso, devi sempre chiamare una forza di Polizia (Vigili urbani, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza o, se si trovi ad esempio in un bosco, il Corpo Forestale).

In alternativa, puoi consultare il sito struttureveterinarie.it, realizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei veterinari italiani in collaborazione con l’Associazione nazionale medici veterinari. La piattaforma (scaricabile su smartphone o tablet in modo completamente gratuito) è in grado di indicarti, grazie alla geolocalizzazione, i recapiti della struttura veterinaria più vicina al punto in cui ti trovi ed altre informazioni che ti possono essere utili in quel momento.

Gatto morto: esiste l’omissione di soccorso?

Ricorda che trovare un gatto vittima di incidente e far finta di niente equivale all’omissione di soccorso di animali, il che costituisce un illecito amministrativo. Viene punito dal Codice della strada [1] con una sanzione da 422 a 1.694 euro nel caso in cui a non avvertire le forze dell’ordine sia la stessa persona che ha causato l’indicente con il gatto. La legge prevede anche che le persone coinvolte nel sinistro, anche se non lo hanno causato, devono adottare ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo soccorso, pena il pagamento di una sanzione da 85 a 338 euro.

Ma l’omissione di soccorso di animali può essere anche un reato e, quindi, si può andare in carcere per non chiamare le forze dell’ordine. Succede quando il gatto muore per il mancato soccorso, cioè per una condotta omissiva di una persona, il che configura il reato di uccisione di animali punito con la reclusione da 4 mesi a 2 anni [2].

È legale avere una scimmia in Italia?

Posted on : 09-10-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un primate può essere considerato un animale di compagnia? Lo chiarisce un decreto del ministero dell’Ambiente.

Simpatica è simpatica, per carità. Ma prova a tenere una scimmia ferma a casa tua o a pretendere che non salti sul divano, che lasci stare le tende, che mangi composta a tavola, che faccia la pipì seduta e che di notte lasci dormire te e il vicinato. Se anche ci riuscissi e balenassi l’idea di comprartene una come animale di compagnia, meglio che ci ripensi e che tu scelga i classici cani o gatti. Non solo per una questione di praticità – se ti va bene, magari sei capace di educarla per bene e di insegnarle a pulire e a fare i letti – ma soprattutto per una questione di normativa. È legale avere una scimmia in casa? Sicuramente non è uno spasso, ma temo non sia nemmeno possibile in virtù di un decreto con cui il ministero dell’Ambiente [1] ha vietato l’acquisto e la detenzione di determinati animali esotici.

Il decreto in questione ritiene pericoloso per la salute e per l’incolumità pubblica il possesso in casa di determinate specie di animali e, di conseguenza, vieta la loro detenzione. Si va da quelli con cui pochi riuscirebbero a dormire sogni tranquilli, come elefanti, lupi, orsi, leoni, tigri, ecc., a quelli apparentemente meno innocui come il tasso o certi tipi di tartarughe. E il primate? È legale avere una scimmia in Italia? Mi sa proprio di no. Vediamo perché.

Avere una scimmia è legale?

Il citato decreto ministeriale elenca tuta una serie di animali di cui è vietato il possesso. Scorrendo quella lista, scopriamo che non è legale avere una scimmia in Italia. Il decreto, infatti, considera «potenzialmente pericolosi per l’incolumità e per la salute pubblica», tra gli altri, tutte le specie e tutti i generi di questi mammiferi appartenenti all’ordine dei primati:

  • lemuri;
  • lemuri pigmei;
  • lemuri saltatori;
  • aye-aye;
  • lorisini;
  • tarsidi;
  • scimmie orso;
  • scimmie del nuovo mondo;
  • scimmie del vecchio mondo;
  • gibboni;
  • oranghi;
  • gorilla;
  • scimpanzé.

Questi animali possono essere tenuti soltanto in uno zoo, in un bioparco o presso un ente che lavora su progetti di conservazione e di ricerca. Strutture, dunque, dove le scimmie hanno un minimo di spazio loro e dove vengono in qualche modo rispettate le loro abitudini (per quanto si trovino in cattività).

Insomma: per quanto tu possa sentirti Tarzan, Cita deve restare fuori dalla tua vita.

Avere una scimmia: perché non è legale?

Chiedersi perché una cosa non è legale avrebbe una facile risposta: perché la legge non lo consente. È, forse, questa la domanda da porsi: perché la legge non consente in Italia di avere una scimmia?

Lo spiega il solito decreto ministeriale e lo abbiamo anticipato poco fa: sono nell’elenco degli animali potenzialmente pericolosi per l’incolumità e per la salute pubblica. Nel dettaglio, continua il provvedimento del ministero dell’Ambiente, le scimmie rientrano negli «esemplari vivi di mammiferi (e rettili, ma non è il nostro caso, ndr) selvatici ovvero provenienti da riproduzioni in cattività che in particolari condizioni ambientali e/o comportamentali, che possono arrecare con la loro azione diretta effetti mortali o invalidanti per l’uomo o che non sottoposti a controlli sanitari o a trattamenti di prevenzione possono trasmettere malattie infettive all’uomo».

In altre parole: una scimmia in casa può non solo aggredirti quando si sente fuori luogo o le girano i famosi cinque minuti (e hanno una forza da non sottovalutare) ma anche trasmetterti qualche malattia alla quale il tuo corpo non è preparato.

Non basta dire che l’animale ha passato con successo un controllo dal veterinario: ci sono delle patologie che per una scimmia sono innocue, ma delle quali è portatrice sana. Se trasmesse all’uomo, può rivelarsi anche letale.

Basti pensare, ad esempio, all’Aids o all’herpesvirus B: i macachi ci convivono alla grande, l’essere umano ci muore per le conseguenze neurologiche della malattia. Basta un morso.

Avere una scimmia: il danno all’animale

Ovviamente, c’è un’altra ragione per cui non è legale avere una scimmia in Italia e riguarda l’animale stesso.

Viene, inevitabilmente, in mente Mowgli, il bambino – «piccolo cucciolo d’uomo» – protagonista del Libro della giungla che voleva a tutti i costi diventare un orso, finché lo stesso Baloo e una pantera lo hanno convinto che il suo posto si trovava altrove, nel «villaggio degli uomini». Ecco, avere una scimmia in casa sarebbe l’esatto contrario, ma il concetto non cambierebbe: dovrebbe diventare quello che non è, avere dei comportamenti che non rientrano nella sua natura, ma che appartengono all’uomo. Un cucciolo di scimmia impiega una decina di anni prima di concludere il periodo di apprendimento dalla madre. Se glielo togli prima, il cucciolo non diventa più quello che dovrebbe diventare, ma non sarà nemmeno un uomo.

Senza dimenticare che alcuni esemplari di scimmiapossono vivere fino a 60 anni. Se quando te la porti a casa tu ne hai 30 o 40, chi sopravvive a chi? Che si sappia, un primate non ha diritto alla pensione di reversibilità. Così, nei Paesi in cui avere una scimmia in casa è legale spesso questi animali finiscono abbandonati, in centri di raccolta di «trovatelli» in cui finiscono la vita nella più amara tristezza. Il tutto perché il suo padrone, un giorno, ha voluto provare a trovare l’anello mancante di Darwin. Con scarso successo.