Malattia: se non rispetto la prescrizione del medico mi licenziano?

Pubblicato il: 30-03-2018 | Categoria : Senza categoria | 311 views | FONTE ORIGINALE

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In malattia l’azienda può licenziare il dipendente che svolge altra attività, lavora o passa del tempo dedicandosi a un hobby?

Sei in malattia. Sei bloccato con la schiena da diversi giorni e il dottore ti ha diagnosticato una lombosciatalgia. Hai presentato il regolare certificato medico all’azienda e ora ti tocca stare dieci giorni chiuso in casa. Se non fosse per il fatto di non andare al lavoro, sarebbe una tortura. Così, non appena finiscono gli orari della reperibilità, senza fartelo ripetere due volte, esci fuori e ti dedichi ai tuoi hobby. Ti piace suonare e vai nella sala di registrazione con i tuoi amici (magari stai seduto sullo sgabello visto il problema fisico). Succede, però, che una sera di queste, suonate in un locale e, guarda caso, tra il pubblico c’è proprio il capo dell’ufficio personale. Ha uno sguardo severo di quelli che ti gelano. E già pensi a cosa potrebbe succederti al rientro dal lavoro. Sarai licenziato? Se così fosse, hai un certificato medico che attesta la malattia: dovresti avere le spalle coperte. Ma è anche vero che il dottore ti aveva detto di stare a letto per almeno dieci giorni e non stancarti. Così ti chiedi: se, in malattia, non rispetto la prescrizione del medico mi licenziano? Il tuo problema è stato affrontato numerose volte dalla giurisprudenza. I giudici della Cassazione si sono spesso trovati a decidere situazioni di dipendenti che, durante la malattia, svolgevano un secondo lavoro. Tali principi sono stati ribaditi dalla Corte in una recente sentenza [1]. Ecco cosa rischi, dunque, nel caso in cui, durante la malattia vieni trovato fuori di casa benché al di fuori delle fasce di reperibilità necessarie alla visita fiscale.

Quando è possibile lavorare durante la malattia

Lo svolgimento di altra attività lavorativa durante la malattia rappresenta un valido motivo di licenziamento solo in due situazioni:

  • quando sia sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia: si pensi al caso del dipendente che dichiara di avere una polmonite e invece viene trovato a fare ginnastica in una palestra;
  • oppure quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività svolta durante la malattia può pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro del lavoratore in servizio [2]. Questo perché rientra negli obblighi di diligenza e buona fede del lavoratore quello di guarire nel più breve tempo possibile per non amputare l’azienda di una propria risorsa.

Quindi, prima di intimare il licenziamento, l’azienda deve porsi due domande:

  • la malattia è vera?
  • l’attività svolta durante la malattia può effettivamente ritardare la guarigione oppure non ha alcuna incidenza sulla convalescenza?

Certificati medici falsi

Sul primo punto, proprio ieri la Cassazione si è espressa con una significativa sentenza [3] secondo la quale sta al datore provare che i certificati medici inviati dal lavoratore per ottenere la malattia sono falsi. La legge, infatti, pone in capo all’azienda l’onere inderogabile di dimostrare la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo del licenziamento. Non si applica, dunque, il principio della «vicinanza della prova» che imporrebbe a chi è in possesso delle “carte” dare dimostrazione del contrario (in questo caso è il dipendente che ha i certificati e che potrebbe ben provare se era davvero malato o meno). Non spetta quindi al lavoratore malato fornire la documentazione che giustifica la sua assenza dal lavoro. È l’azienda che, dovendo giustificare il licenziamento, deve spiegare perché, secondo lei, la malattia è falsa.

La ritardata guarigione

Il secondo caso in cui è possibile il licenziamento durante la malattia è quando il dipendente ritarda la guarigione. Sul punto ci si è chiesto se a contare è la data dell’effettivo rientro o il semplice comportamento, potenzialmente suscettibile di aggravare la malattia. Facciamo un esempio. Immaginiamo un dipendente che, in malattia, presenti un certificato medico ove gli viene prescritto riposo per sei giorni. Durante questa pausa, egli non fa nulla per tentare di guarire, ma anzi si stanca ancor di più. Tuttavia, come da prescrizione medica, il settimo giorno ritorna al lavoro. È licenziabile? La risposta è affermativa. Come infatti ha spiegato dalla Cassazione, il licenziamento può essere inflitto anche se il dipendente, a conti fatti, nonostante la malattia, non ritarda il rientro; il provvedimento disciplinare si giustifica per il semplice fatto di aver, anche solo potenzialmente, ritardato la guarigione.

Questo concretamente significa che il licenziamento è legittimo se il dipendente in malattia non rispetta le prescrizioni del medico che gli consigliano, ad esempio, per guarire correttamente e senza ritardi, riposo in casa o l’astensione da determinate condotte. Il dipendente, contravvenendo ai consigli del dottore, perde il posto di lavoro.

Le parole dei giudici sono state le seguenti: «Per giustificare il licenziamento, non deve derivare concretamente un ritardato rientro del lavoratore in servizio» ma basta la sola «condotta del lavoratore» che «possa astrattamente pregiudicarlo».

 

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