TikTok: app sotto accusa, ecco perchè

Posted on : 06-12-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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L’app del momento è certamente TikTok. Per chi non la conoscesse è un’applicazione attraverso cui gli utenti possono creare brevi clip musicali di durata variabile tra i 15 e i 60 secondi ed eventualmente modificare la velocità di riproduzione, aggiungere filtri ed effetti particolari. La novità di oggi è che l’app è finita sotto accusa negli USA, scopriamo il perchè.

TikTok sotto accusa, invia i nostri dati in Cina?

TikTok è l’app del momento, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo quanto si apprende da fonti USA, però, l’app trasferirebbe dati sensibili su server della madre patria, vale a dire la Cina.

Il tutto è partito da una class action avviata in California da Misty Hong, una studentessa di Palo Alto, a cui è stato attivato un account senza che lei ne avesse mai fatto richiesta.

Nella causa presentata nel Northern District of California da Misty Hong si afferma che TikTok ha raccolto i suoi video e le sue informazioni personali e le ha trasferite senza il suo consenso ai server nel paese di origine della startup che gestisce l’app, ByteDance.

Ecco cosa si legge nella nota diffusi dagli avvocati di questa class action:

TikTok ottiene ingiustamente profitti raccogliendo segretamente i dati degli utenti privati e poi utilizzandoli per guadagnare con pubblicità mirate.

L’accusa sarà vera? Sicuramente gli USA indagheranno molto su questo aspetto visto che non è la prima volta che il governo Trump mette sotto la lente d’ingrandimento la Cina per questioni legate alla privacy, ricordate il caso Huawei?

Smartphone sulle navi, Antitrust indaga sui rincari da roaming Marittino

Posted on : 06-12-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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E’ capitato anche a me. Ero a fare una crociera e circumnavigavo Palermo. Improvvisamente mi ritrovo un SMS da parte della Vodafone con su scritto che mi avrebbero prelevato circa 30 euro per roaming marittimo. E adesso anche l’antitrust ha deciso di indagare.

È difficile non esserci capitati, soprattutto per noi italiani, popolo di navigatori. In mare si possono rischiare brutte sorprese quando si tengono accesi smartphone, tablet. Se si è in navigazione si rischia di avere un addebito da parte gli operatori di telefonia mobile per “Roaming Marittimo”. E così l’Antitrust ha avviato un’istruttoria per mettere sotto la lente i comportamenti delle compagnie telefoniche. Nella fattispecie si tratta di Tim, Wind Tre e Vodafone che hanno subito ispezioni di funzionari dell’Antitrust con l’ausilio del Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza.

Cos’è il Roaming Marittimo

Il servizio di roaming marittimo consente ai passeggeri che viaggiano su traghetti/navi da crociera etc di usufruire dei servizi di comunicazione mobile anche in assenza di copertura della rete terrestre, vale a dire in assenza di copertura di Tim, Vodafone e Wind.

A quel punto il device mobile dotato di scheda telefonia (quindi non solo cellulari, ma anche tablet e altri dispositivi similari) vengono abilitati, tramite il collegamento satellitare reso possibile da stazioni base installate a bordo delle navi, non appena la nave si allontana dalla costa e si sgancia dalla rete mobile terrestre.

Questo servizio ha spesso dei costi molto molto alti e viene attivato in automatico (se c’è abilitata l’opzione di roaming sul cellulare ovviamente) all’insaputa degli utenti.

L’indagina dell’antitrust sul Roaming Marittino

Nella nota dell’Antitrust si legge:

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato tre procedimenti istruttori nei confronti di Telecom Italia S.p.A., Wind Tre S.p.A. e Vodafone Italia S.p.A., concernenti presunte pratiche commerciali scorrette per fornitura non richiesta del servizio di roaming marittimo. L’ipotesi istruttoria riguarda l’addebito, sulla Sim dei clienti, dei costi per la fruizione di tale servizio di comunicazione mobile a bordo delle navi senza adeguata informativa e senza la richiesta da parte dei clienti di tale fornitura, sia in fase di sottoscrizione del contratto che in fase di utilizzo del servizio sulla nave.

Gli utenti che si apprestano a prendere una nave o un traghetto, secondo quanto scrive l’agcom, non sono in possesso di tali informazioni e quindi la pratica risulterebbe essere scorretta.

L’Autorità ritiene che operatori telefonici non informerebbero adeguatamente e preventivamente i consumatori dell’esistenza di tale roaming in mare aperto, addebitando costi piuttosto elevati. I costi sarebbero compresi tra 2 e 4 euro al minuto per chiamare e tra 1.5 a 2 euro al minuto per ricevere; tra 0,60 e 1 euro per l’invio di Ssm e fino a 25 euro a MegaByte per navigare in internet.

E voi che cosa ci dite? E’ capitata una situazione del genere?

Huawei farà a meno dei chip americani?

Posted on : 02-12-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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Continua la “guerra” tra Stati Uniti ed il colosso cinese Huawei. Stavolta, però, è la casa cinese a fare una mossa contro il governo Trump. Stando ad una indiscrezione lanciata dal noto quotidiano Wall Street Journal, infatti, il colosso di Shenzhen ha intrapreso una strada tutta nuova nella produzione dei suoi smartphone. Quale? Scopriamolo.

Huawei fa a meno dei chip made in Usa?

La strada sarebbe quella di rinunciare completamente a prodotti Hardware “Made in Usa”. I nuovi smartphone di Huawei, quindi, potrebbero fare a meno dei famosi chip americani. Anzi, sempre secondo UBS e Fomalhaut Techno Solutions(un laboratorio che avrebbe aperto e controllato pezzo per pezzo il prodotto), il nuovo prodotto Mate 30 – ultimo device presentato e non ancora decollato per l’assenza di Android – sarebbe già privo di componentistica statunitense.

Chip made in usa, un must per le aziende di telefonia

Per anni, Huawei e altri colossi che producono cellulari, si è affidata a fornitori come Qorvo Inc., il produttore di chip della Carolina del Nord che vengono utilizzati per collegare gli smartphone con le antenne, e Skyworks Solutions Inc., un’azienda di Woburn (Massachusetts), che produce hardware analogo.

Adesso stando a queste notizie che arrivano dagli USA qualcosa sta cambiando anche da questo punto di vista, con l’Azienda cinese che è corsa ai ripari e sta lavorando a tutti prodotti “suoi” senza affidarsi a nessuno.