Come vendere alla pubblica amministrazione

Posted on : 21-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Per i contratti di vendita di beni e servizi alla pubblica amministrazione c’è bisogno della forma scritta.

Hai iniziato un’attività commerciale diretta alla vendita di prodotti o alla fornitura di servizi, ma il tuo cliente privilegiato sono le pubbliche amministrazioni: enti pubblici, Comuni, Regioni, ministeri e loro dipendenze; insomma tutto ciò che trova un soggetto pubblico come referente è di forte interesse per il tuo business. Senonché ti chiedi come vendere alla pubblica amministrazione: quali sono gli iter da seguire e le autorizzazioni da ottenere. È possibile avviare una trattativa con un qualsiasi dipendente dell’ente oppure bisogna per forza rivolgersi al capo ufficio? Chi deve mettere la firma sul contratto? La giurisprudenza ha indicato, a riguardo, alcuni importanti principi da osservare, il cui mancato rispetto comporta la nullità dell’accordo e l’impossibilità di ottenere il pagamento, pur avendo regolarmente eseguito la propria prestazione. In particolare due recenti sentenze della Cassazione hanno affrontato il tema della forma che devono avere i contratti con la PA. Queste pronunce ci danno la possibilità di spiegare quindi come vendere alla pubblica amministrazione e quali passi seguire.

Contratto scritto

Tutti i contratti con la pubblica amministrazione devono essere effettuati per iscritto. Non è possibile concludere un accordo “a voce” come invece succede comunemente con i privati. Anche la vendita di una penna richiede la scrittura privata.

Il contratto deve essere sottoscritto dal soggetto che ha il potere di rappresentare all’esterno l’ente pubblico che, di norma, è il capo ufficio o il responsabile.

Prima della stipula del contratto, gli enti locali devono deliberare l’approvazione dell’impegno contabile e, quindi, la copertura economica dell’uscita. Di solito, la decisione viene sollecitata con un’offerta presentata dal privato. L’ente pubblico non può deliberare spese fuori bilancio salvo casi eccezionali [1]. Non sempre è necessario procedere a un bando, potendo in determinati casi l’amministrazione procedere anche con trattativa privata.

Se mancano i predetti presupposti, la pubblica amministrazione non è tenuta a rispettare il contratto e, pur avendo regolarmente ricevuto la prestazione, non è tenuta a pagare. Pertanto il privato non potrà neanche agire in causa contro la pubblica amministrazione e chiedere nei suoi confronti un decreto ingiuntivo.

Chi vuol vendere alla pubblica amministrazione deve quindi assicurarsi che vi sia innanzitutto una delibera che approvi la spesa e, successivamente, che venga firmato un contratto. La firma sul documento deve essere apposta non da un dipendente qualsiasi ma dal soggetto incaricato ai poteri di firma. Il contratto deve richiamare la delibera con cui è stato approvata la spesa.

Che fare se manca il contratto scritto o la delibera?

Tutte le volte in cui concludi un contratto a voce con un funzionario o un dirigente della pubblica amministrazione senza i requisiti non puoi, come detto, pretendere il pagamento dall’ente pubblico tuttavia lo puoi esigere dal soggetto che, materialmente, ha concluso con te l’affare. È questo il chiarimento più volte dato dalla Cassazione [2]. Ma vediamo meglio cosa significa.

La pubblica amministrazione nell’esercizio della sua attività volta al perseguimento di interessi pubblici può avvalersi dell’apporto di imprese ovvero di liberi professionisti per la realizzazione di quanto necessario per il raggiungimento del fine pubblico ad essa affidato dalla legge, mediante procedure ad evidenza pubblica. Accade talvolta, però, che tale formalità non venga espletata: così funzionari, amministratori, dirigenti affidano incarichi e prestazioni a determinati soggetti talvolta senza una verifica circa la copertura di bilancio della spesa e senza stipula di un regolare contratto. In tal caso ci si chiede contro chi può agire il privato, non potendo egli pretendere il pagamento nei confronti della pubblica amministrazione visto che manca il contratto scritto. Ebbene, secondo la giurisprudenza, il funzionario pubblico che abbia assunto degli impegni di spesa per la fornitura di beni o servizi in assenza dei controlli contabili previsti per legge risponde personalmente verso il contraente privato [3] il quale è, pertanto, tenuto ad agire direttamente e personalmente nei suoi confronti e non già contro l’ente.

La Suprema Corte sottolinea che anche nell’ipotesi dei lavori di somma urgenza, «l’ordinazione fatta a terzi deve essere regolarizzata improrogabilmente entro 30 giorni, con la conseguenza che, in mancanza di tempestiva regolarizzazione con copertura di spesa, non può ritenersi sussistente alcun valido rapporto obbligatorio tra l’Amministrazione e il terzo».

Ed ancora, precisano i giudici supremi: «se la richiesta di prestazioni o servizi provenienti da un amministratore o un funzionario dell’ente locale non è ricompresa nello schema di spesa tipizzato dal primo degli articoli citati, non nascono obbligazioni a carico dell’ente, ma dell’amministratore o del funzionario, i quali ne rispondono con il loro patrimonio, con la conseguente esclusione della possibilità di proporre l’azione di indebito arricchimento nei confronti dell’ente [4]».

La fatturaPA

Altro aspetto importante è la fatturazione. Oggi le fatture nei confronti degli enti pubblici possono essere solo elettroniche: si tratta della cosiddetta fatturaPA che viene presentata per il tramite di professionisti abilitati o mediante una piattaforma dedicata, il cosiddetto sistema di interscambio (Sdi). L’invio della fattura in formato cartaceo o per email non ha alcun valore come invece avviene tra privati.

In particolare la ha introdotto l’obbligo di fatturazione elettronica per tutte le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti della Pubblica Amministrazione (P.A.).  In base a tali disposizioni:

  • da un lato, viene previsto l’obbligo, per i fornitori, non solo di emettere e trasmettere in formato elettronico le fatture destinate alla P.A., ma anche di conservarle e archiviarle nel medesimo formato;
  • dall’altro lato, agli enti della P.A. è posto divieto di accettare fatture emesse o trasmesse in forma cartacea e di procedere al relativo pagamento.

Sono tenuti ad emettere fattura elettronica, per le operazioni effettuate nei confronti della Pubblica Amministrazione, tutti i soggetti passivi IVA residenti in Italia.

Le amministrazioni interessate dall’obbligo in parola sono ad esempio:

  • le amministrazioni dello Stato, compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative;
  • le aziende e amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli istituti autonomi case popolari;
  • le camere di commercio;
  • gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali (compresi gli ordini professionali);
  • le amministrazioni, aziende ed enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’ARAN;
  • le Agenzie fiscali (Entrate, Dogane, Demanio );
  • il CONI;
  • le amministrazioni autonome;
  • le autorità indipendenti (AGCOM, AEEG, il Garante per la protezione dei dati personali);
  • gli altri enti e soggetti indicati nell’elenco aggiornato annualmente e pubblicato dall’ISTAT.

Le fatture destinate alla P.A. devono essere emesse in formato strutturato XML (eXtensible Markup Language), in quanto esso garantisce una rappresentazione dei dati predefinita che può essere gestita dagli operatori in modo uniforme e standardizzato. Il documento, provvisto di un riferimento temporale, deve essere altresì sottoscritto con firma elettronica qualificata o digitale.

La fattura può essere trasmessa al SdI utilizzando diversi tipi di canali (posta elettronica certificata; via web dal sito www.fatturapa.gov.it tramite le credenziali Entratel, Fisconline o tramite la Carta Nazionale dei Servizi, attraverso la cooperazione applicativa (web services) o mediante un trasferimento di file secondo il protocollo FTP).

Per la gestione del processo di fatturazione sia il fornitore che le P.A. possono avvalersi di intermediari.

Split payment

Nelle vendite alla pubblica amministrazione che avvengono con fatturaPA destinatarie della fattura elettronica obbligatoria, l’imposta viene applicata secondo il meccanismo della scissione dei pagamenti (split payment).

In tal caso, il fornitore riporta nel campo “esigibilità IVA” della fattura elettronica il valore “S” (scissione dei pagamenti).

Mepa: Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione

Di recente è stato istituito il Mepa: Mercato elettronico della pubblica amministrazione. Serve per mettere in contatto le aziende e le PA.

il Ministero dell’Economia e delle Finanze rende disponibile gratuitamente sul sito www.acquistinretepa.it, alle piccole e medie imprese abilitate al Mercato elettronico della pubblica Amministrazione (Mepa) e che forniscono beni e servizi alle Amministrazioni, i servizi e gli strumenti di supporto di natura informatica per la generazione delle fatture in formato elettronico, nonché i servizi di comunicazione con il Sdi.

La stessa Agenzia per l’Italia digitale, in collaborazione con Unioncamere e sentite le associazioni di categoria delle imprese e dei professionisti, mette a disposizione delle piccole e medie imprese, gratuitamente, strumenti informatici adeguati per gli adempimenti in oggetto.

L’azienda che vuole vendere alla pubblica amministrazione i propri beni o servizi deve prima registrarsi al portale degli acquisti della pubblica amministrazione. A tal fine deve essere dotata della firma digitale.

Gli affidamenti da parte della Pubblica Amministrazione possono avvenire tramite Richiesta di Offerta (RDO) o Ordine Diretto (ODA). Nel caso di affidamento tramite ODA o RDO ad un solo fornitore il limite è di 40.000 euro.

Come si stipula un contratto

Posted on : 17-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Quando si stipula un contratto è obbligatorio seguire alcune regole precise, definite tassativamente per legge. In questo articolo vi spiegheremo come redigere correttamente un contratto.

Hai un appartamento vuoto e vuoi affittarlo o vuoi assumere qualcuno all’interno della tua azienda? Per poter eseguire tali operazioni è sempre necessario stipulare un contratto, rispettivamente di locazione e di lavoro. Spesso ci si trova nella situazione di dover redigere e sottoscrivere un contratto, ma non sempre si conoscono le norme che regolano questo negozio giuridico, in quale forma deve essere redatto e, soprattutto, quali elementi deve contenere per essere valido. Non tutti possiedono una competenza legale che permette di stipulare un contratto conforme alle norme giuridiche.

Per evitare che il tuo appartamento venga distrutto e poi non riparato o che il tuo nuovo dipendente ti faccia causa per aver omesso condizioni contrattuali obbligatorie, è necessario capire come si stipula un contratto. Le regole generali per la stipula del contratto sono elencate all’interno del codice civile [1] e sono una guida utile se ti trovi nella condizione di dover redigere un negozio giuridico. Il contratto è un accordo stipulato da una o più parti che ha lo scopo di costituire, regolare o estinguere tra loro un determinato rapporto giuridico di natura patrimoniale [2]. Ma procediamo con ordine e vediamo nel dettaglio come si stipula un contratto.

Stipula di un contratto: quali sono i requisiti essenziali?

Per stipulare qualsiasi tipo di negozio giuridico il codice civile stabilisce delle regole generali da seguire in ogni occasione; queste regole sono obbligatorie e, se non vengono rispettate, possono determinare la nullità [3] o l’annullabilità del contratto.

Innanzitutto, il codice civile individua quattro requisiti fondamentali del contratto[4]:

  1. l’accordo delle parti;
  2. la causa;
  3. l’oggetto;
  4. la forma, quando è prescritta dalla legge.

Primo elemento essenziale, senza il quale non si potrebbe neanche parlare di contratto, è l’accordo delle parti. L’accordo può essere definito come la convergenza delle volontà dei contraenti. Ad esempio, Tizio vuole vendere i suoi mobili al prezzo di duemila euro e Caio accetta tale proposta: entrambe le parti (Tizio e Caio) vogliono la stessa cosa.

Il secondo requisito che individua la legge è la causa del contratto: si tratta della funzione economico-sociale svolta dal contratto. In altre parole, la causa individua lo scopo, il perché del contratto, l’interesse pratico che esso è chiamato a soddisfare. Nel nostro esempio del contratto di compravendita, la causa è rappresentata dallo scambio dei mobili dietro il pagamento di duemila euro.

L’oggetto del contratto può essere inteso in due modi diversi: come il bene oggetto dell’operazione economica (ad esempio, i mobili di cui abbiamo parlato), oppure come contenuto del contratto. In quest’ultima accezione, l’oggetto si identifica con la regolamentazione voluta dalle parti, cioè con le clausole, il prezzo, ecc.

La forma è il modo in cui il contratto si mostra esteriormente, cioè il mezzo (atto pubblico, scrittura privata, ecc.) attraverso il quale le parti manifestano la propria volontà. Per il contratto di compravendita la legge prescrive che la forma sia libera, quindi è possibile che il negozio giuridico si concluda anche senza sottoscrivere nessun contratto scritto. Nel caso invece di contratto di locazione, la legge prescrive obbligatoriamente la forma scritta, tranne in alcuni casi specifici [5].

Cosa sono la proposta e l’accettazione?

Dopo aver individuato quali sono gli elementi essenziali del contratto è necessario comprendere in quale momento si conclude il negozio giuridico. La legge individua due momenti specifici: la proposta e l’accettazione. Nel codice civile viene specificato che il «contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte» [6]. La suddetta norma stabilisce altresì che la proposta e la dichiarazione si presumono conosciute quando sono state ricevute dal destinatario presso il suo indirizzo, la sua residenza o il suo domicilio.

Come ha sancito una recente sentenza della Corte di Cassazione, il mittente deve provare l’avvenuto recapito della proposta all’indirizzo del destinatario, tramite una ricevuta di ritorno del servizio postale [7].

Secondo il codice civile, nella proposta devono essere inseriti gli elementi essenziali del contratto (oggetto, accordo tra le parti, causa e forma se prevista per legge). In particolare, l’oggetto deve essere:

  • lecito, cioè non contrario a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume;
  • determinato o determinabile: deve essere cioè specificata la quantità e la qualità (es. un auricolare con dispositivo bluetooth);
  • deve essere possibile o può venire ad esistere (ad es. vendita di un’abitazione che deve essere ancora costruita).

Ritornando ai requisiti che deve possedere una proposta, è necessario che sia indicato non solo il bene (es. mobili) oggetto di compravendita ma anche il suo prezzo.

Come si formula la proposta?

La proposta può essere rivolta ad una o più persone, ma anche a gruppi o addirittura al pubblico (es. proposta di vendita di auricolari bluetooth su un sito di e-commerce). La proposta può essere orale o, nel caso di specifici contratti, deve essere formulata per iscritto (es. compravendita immobiliare), altrimenti si considera nulla.

La proposta può essere revocata da colui che l’ha fatta, senza addurre nessun motivo o giustificazione, solo fino a quando il contratto non si è concluso, cioè fino a quando il proponente non abbia avuto conoscenza dell’accettazione. Se, però, il destinatario ha già intrapreso in buona fede l’esecuzione del contratto, il proponente è obbligato a risarcirlo delle spese affrontate o degli eventuali danni subiti. Nel caso specifico di vendita degli auricolari, se il destinatario ha già spedito l’oggetto e il proponente revoca il contratto, questi deve pagare le spese sostenute per la spedizione.

Nel codice civile [8] si precisa che la proposta è irrevocabile «se il proponente si è obbligato a mantenere tale proposta per un certo tempo». La revoca è nulla quando in un accordo delle parti è stato convenuto che una parte deve restare vincolata alla propria dichiarazione per un certo periodo di tempo, mentre l’altra può decidere se accettare o meno [9].

Come si accetta la proposta?

Dopo aver analizzato i requisiti che deve possedere una proposta, passiamo all’analisi dei profili giuridici dell’accettazione, che può essere realizzata in qualsiasi forma se non è previsto diversamente dalla legge (forma scritta ad substantiam). Il termine per l’accettazione non è illimitato, ma solitamente viene indicato dal proponente all’interno del contratto o durante le trattative. È opportuno ribadire che il contratto si conclude quando il destinatario ha ricevuto e approvato la proposta, dandone comunicazione al proponente.

L’accettazione deve essere obbligatoriamente conforme alla proposta: ad esempio, se una parte propone di vendere uno smartphone con custodia al prezzo di 250 euro, non è possibile che l’altra parte dichiari di volere solo lo smartphone ad un prezzo di 230 euro. Se si palesa questa situazione il contratto non si ritiene concluso. La dottrina ha inoltre specificato che il silenzio vale come accettazione della proposta solo se si è in presenza di particolari circostanze oggettive e soggettive che inducano a credere che quella sia la volontà del destinatario.

Cosa sono le trattative?

È risaputo che prima di firmare qualsiasi tipo di contratto intercorrono tra le parti lunghe ed estenuanti trattative che hanno lo scopo di determinare il contenuto dell’accordo. Si pensi ad esempio ad un contratto di compravendita immobiliare: Tizio ha appena visionato un appartamento e chiede al venditore il prezzo della casa; Caio indica come costo complessivo della casa 150mila euro, ma esclude che nel contratto sia compreso il garage annesso all’abitazione. Tizio, invece, è disposto a pagare quella cifra solo se il garage verrà inserito nella compravendita. Ecco, in questo preciso istante iniziano le trattative per stabilire cosa prevedere nel futuro contratto. Le trattative si svolgono in un momento antecedente alla stipula del contratto e possono intercorrere tra le parti o coinvolgendo anche altri soggetti (mediatore, agente immobiliare nel caso di compravendita) che agiscono in qualità di rappresentante di una delle parti [10].

Cosa sono le indagini sul contraente?

L’accordo tra le parti si raggiunge attraverso uno scambio di dichiarazioni e può essere:

  • immediato: si pensi ai cosiddetti contratti di adesione (contratti che prevedono la sottoscrizione di moduli o formulari come quelli dei servizi di fornitura di energia elettrica);
  • a seguito di trattative intercorse tra le parti o dopo la stesura di un contratto preliminare.

Durante le trattative le parti possono condurre qualsiasi tipo di indagine nei confronti della controparte (situazione economica, affidabilità, settori in cui opera, ecc.). Questo tipo di indagini ispettive sono molto importanti per poter valutare se sia opportuno, sicuro e conveniente stipulare un contratto con una determinata controparte. Le indagini preventive vengono utilizzate dalle società quando si devono stipulare contratti di particolare rilevanza, ma anche il semplice venditore può raccogliere informazioni riguardanti la controparte per non rischiare di ritrovarsi in situazioni di insolvenza o inadempimento.

È logico che le indagini svolte in via preliminare devono rispettare la privacy e la riservatezza della controparte. Le parti possono svolgere le loro trattative sia oralmente che in forma scritta. Solitamente, durante questa fase, si fa ricorso alla minuta del contratto, un documento provvisorio che ha lo scopo di documentare l’intesa raggiunta su alcuni punti [11].

Quando si concludono le trattative?

Le trattative possono durare giorni, mesi o anni e, al termine di queste, si può decidere di stipulare immediatamente un contratto definitivo o in alternativa redigere un contratto preliminare. In alcuni casi è possibile anche stabilire che una parte versi una caparra all’altra, ma non è sempre necessario inserire questa clausola accessoria. Se le parti non hanno trovato nessuna intesa durante la fase delle trattative, non si procede alla stipula del contratto e si possono ricominciare le contrattazioni.

Durante le trattative le parti devono comportarsi secondo buona fede. Nel caso in cui una parte receda dalle trattative senza un giustificato motivo, quando «queste sono giunte ad uno stadio tale da creare il legittimo affidamento della controparte sulla futura conclusione del contratto» [12] inducendola a sostenere delle spese o a rinunciare ad offerte più convenienti, la controparte incorre in responsabilità precontrattuale.

La responsabilità precontrattuale si configura, ad esempio, quando durante le trattative per la compravendita di un appartamento, il venditore interrompe bruscamente tali contrattazioni in presenza di un acquirente che ha offerto una cifra più elevata e non ha comunicato alla controparte che si stavano svolgendo trattative parallele.

Cos’è la responsabilità precontrattuale?

Come abbiamo visto, se si recede dalle trattative senza giustificato motivo è prevista una responsabilità precontrattuale che obbliga la controparte al risarcimento del danno. La legge dice che, se durante le contrattazioni si viola il principio di buona fede, cioè quel principio generale che obbliga le parti a comportarsi secondo lealtà e correttezza, si palesa la responsabilità precontrattuale per la parte inadempiente, con conseguente obbligo di risarcimento del danno alla controparte [13].

Ad esempio, se durante la formazione del contratto di compravendita di un terreno edificabile, una parte non comunica alla controparte che è stato previsto un progetto di variante al piano regolatore che prevede il cambiamento della destinazione d’uso di quello specifico appezzamento di terreno, in questo caso si è verificata una violazione al principio di buona fede e si configurerà una responsabilità precontrattuale.

Cosa succede se si viola la buona fede?

Come anticipato, la legge impone a coloro che sono in trattative di comportarsi lealmente, secondo correttezza, senza ingannare l’altra parte. Le trattative possono essere definite come il contatto sociale instaurato tra le parti interessate alla conclusione di un contratto. Le persone che si siedono allo stesso tavolo per discutere di un futuro contratto (ad esempio, della vendita di una vettura, della costruzione di una casa, ecc.), pur non avendo assunto ancora un impegno giuridico vincolante a tutti gli effetti, devono comunque comportarsi in una determinata maniera. La violazione di questo obbligo comporta il sorgere, appunto, di responsabilità precontrattuale e, quindi, l’obbligo di risarcire il danno.

Nel caso in cui si sia configurata un’ipotesi di responsabilità precontrattuale, si può ottenere un risarcimento del danno tramite il ricorso ad un’azione giudiziale che mira a dimostrare la violazione del principio di buona fede. Il problema, però, è capire quale sia la natura giuridica della responsabilità precontrattuale. Com’è noto, infatti, il codice civile prevede solamente due forme di responsabilità:

  • contrattuale, che sorge a seguito della valida formazione di un contratto;
  • extracontrattuale che, al contrario, non presuppone alcun vincolo giuridico tra le parti ma il semplice fatto di aver commesso un illecito. Caso emblematico di responsabilità extracontrattuale è il sinistro stradale.

Dove collocare la responsabilità precontrattuale? A rigore, un contratto tra le parti non è stato ancora stipulato, quindi non si potrebbe parlare di responsabilità contrattuale. Allo stesso modo, però, le parti non sono completamente estranee tra loro, in quanto durante le trattative hanno cominciato ad intessere un legame che potrà sfociare in un vincolo giuridico vero e proprio.

Collocare la responsabilità precontrattuale nell’una o nell’altra fattispecie di responsabilità non è cosa priva di conseguenze: si pensi solamente che la responsabilità contrattuale si prescrive in dieci anni mentre quella extracontrattuale in cinque.

La giurisprudenza prevalente ha accolto la tesi della responsabilità extracontrattuale [14]. Di conseguenza, il diritto al risarcimento del danno si prescrive entro cinque anni e l’entità di tale risarcimento comprende tanto il danno emergente (spese sostenute in relazione alle trattative sostenute) quanto il lucro cessante (quantificazione dei vantaggi che la parte danneggiata avrebbe potuto conseguire).

Ad esempio, se Tizio, residente a Roma, ha dovuto svolgere le trattative a Milano con Caio e questi ha violato il principio di buona fede, Caio dovrà risarcire a Tizio le spese sostenute per il viaggio. Inoltre Caio dovrà risarcire Tizio per il mancato guadagno visto che non ha potuto vendere la sua merce a Sempronio che gli aveva fatto un’altra offerta più vantaggiosa.

Calcolatrice Scientifica Con tasto Emergenza Scuolazoo?

Posted on : 12-05-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!, Economia, feed

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ScuolaZoo Calcolatrice Scientifica bigliettino ScuolaZoo con tasto emergenza + lettore foto e video

31 Recensioni


ScuolaZoo Calcolatrice Scientifica bigliettino ScuolaZoo con tasto emergenza + lettore foto e video

  • Colori tasti assortiti
  • Bigliettini in TXT, per Windows usare il blocco note, per…
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Calcolatrice Scientifica Con tasto Emergenza Scuolazoo?- Gli studenti delle superiori hanno necessità di una calcolatrice dotata di funzioni matematiche per l’esecuzione di calcoli complessi, soprattutto se si frequentano corsi di carattere tecnico e Scientifico.

La Calcolatrice Scientifica consente di svolgere in un attimo formule complicate ma prima di questo occorre sapere cosa bisogna fare e qui casca l’asino, nel vero senso del termine: se non sai cosa devi fare che cosa potrà fare la tua calcolatrice? 

Una calcolatrice viene in soccorso allo studente anche in questo.

Cosa sono le calcolatrici Scientifiche?

Alla fine degli anni ’70 hanno cominciato ad essere commercializzate le calcolatrici elettroniche portatili, tascabili.

Una banale calcolatrice della Sharp, l’azienda all’avanguardia in questo campo in quegli anni, costava circa 50 mila lire, su uno stipendio di circa 350 mila lire, !/7 dello stipendio, per fare soltanto le quattro operazioni elementari più la radice quadrata e con la funzione di richiamo memoria.

Una calcolatrice semplicissima, quindi, che oggi si può trovare anche ad un solo euro nei banchi del mercato rionale.

Si era agli albori delle calcolatrici tascabili e sembrava già una cosa eccezionale possederne una, addirittura venivano consegnate personalmente dal venditore sul posto di lavoro o a domicilio.

Oggi il progresso tecnico consente di avere per le mani della calcolatrici dalle grandi potenzialità, con funzioni matematiche parecchio avanzate; chi si ricorda come calcolare le funzioni trigonometriche?

Gli studenti, freschi di studio, certamente si, chi ha lasciato la scuola da un certo tempo, si troverebbe in imbarazzo a risolvere parecchie formule senza una calcolatrice scientifica.

E le funzioni relative alla geometria analitica, le formule della parabola, dell’iperbole e molto altro chi, onestamente, se le ricorda?


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Come affrontare una verifica di matematica

Ritorniamo a quanto detto in introduzione: Qualunque tipo di apparecchio può essere utile ma nulla può se chi lo usa non conosce, non sa: è come se tu fossi capace di fare i calcoli e un amico ti chiedesse di farlo per lui ma è proprio il tuo amico a doverti dire come fare i calcoli e poi tu li esegui; se non ti viene detto come farli, che cosa puoi calcolare?

Lo studente è l’amico e la calcolatrice è colui che deve calcolare. Se lo studente non conosce le formule la calcolatrice non serve a nulla, o forse no?

Oggi la tecnologia viene in soccorso anche degli studenti che non ricordano le formule che dovrebbero sapere. Un tempo gli studenti ricorrevano a diversi stratagemmi per affrontare con più tranquillità le verifiche di matematica, nascondendosi addosso i classici bigliettini o scrivendosi appunti addosso, sul braccio eccetera. Oggi non c’è più bisogno di questi sistemi che comunque sono rischiosi, l’insegnante se ne può sempre accorgere e il votaccio è garantito.

La Calcolatrice Scientifica di ScuolaZoo

ScuolaZoo propone una calcolatrice scientifica che va oltre alle sue funzioni: è possibile scrivere preventivamente una quantità notevole di appunti e visualizzarli semplicemente premendo per due secondi il tasto AC; in questo modo viene visualizzata una lista di “bigliettini” che hai preventivamente scaricato dal tuo PC attraverso il cavo USB.

Se l’insegnante ti si avvicina, il tasto di Emergenza del segno “=” tenuto premuto per due secondi, nasconde i tuoi appunti e ritorna ad essere una semplice calcolatrice.

La Calcolatrice Scientifica EuroZoo può memorizzare anche foto e musica, che non ti serve per le verifiche ma è sempre una funzione piacevole.

Purtroppo non è possibile caricare file Word e pdf ma soltanto Txt e jpg e richiede una scheda SD per memorizzare i contenuti. La puoi acquistare su Amazon a soli 39 Euro.


ScuolaZoo Calcolatrice Scientifica bigliettino ScuolaZoo con tasto emergenza + lettore foto e video

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Comunque, ci teniamo a puntualizzare che il modo più utile e corretto è studiare e sapere le cose; affidarsi a stratagemmi solo per un voto migliore non ti sarà utile nel tuo futuro.

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Si possono registrare le conversazioni sul lavoro?

Posted on : 10-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Si possono intercettare i dialoghi con colleghi di lavoro ignari di essere registrati per difendersi dalle accuse?

Il datore di lavoro ti ha rimproverato per alcune condotte che ti sarebbero state imputate ingiustamente. Quando si è trattato di difenderti, però, nessuno dei tuoi colleghi ha voluto testimoniare in tuo favore, temendo ritorsioni da parte del capo. Così hai dovuto subire il richiamo disciplinare. Ora però vuoi ricorrere al giudice perché ritieni che le sanzioni inflitte siano ingiuste. Nel procurarti le prove della tua innocenza hai deciso di parlare, in confidenza, coi tuoi colleghi di lavoro di tutta la vicenda e, nel frattempo, di registrare le loro confessioni “in camera caritatis”. All’oscuro di essere registrati, questi ultimi hanno ammesso la verità, avvalorando la tua ricostruzione dei fatti. Hai poi presentato il ricorso in tribunale. Ma non appena il datore di lavoro è venuto a sapere delle tue “intercettazioni” ti ha licenziato: si è trattato di una grave scorrettezza e lesione della privacy, a suo dire, che ha irrimediabilmente risolto il rapporto di fiducia nei tuoi riguardi. È legittimo il suo comportamento? Si possono registrare le conversazioni sul lavoro? La questione è stata decisa poche ore fa dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi sul punto.

Registrare una conversazione all’insaputa degli altri è legale?

Registrare una conversazione tra presenti, all’oscuro di essere registrati, nascondendo quindi il registratore in un taschino o nella borsa, è considerato lecito dalla legge. Ma ad alcune condizioni:

  1. innanzitutto chi registra deve partecipare alla discussione; non può cioè lasciare il registratore acceso e andare in un’altra camera, lasciando i presenti nella convinzione di non essere sentiti;
  2. in secondo luogo la registrazione non può avvenire nei luoghi privati dei soggetti registrati: non in casa loro o all’interno del loro ufficio. Così è vietato registrare la conversazione avvenuta con un avvocato nel suo studio come la confessione di un amico strappatagli a casa sua. Non è invece illegale registrare le confidenze di un tale all’interno della sua auto (la quale non è equiparata ai luoghi di privata dimora), sui mezzi pubblici, in un cinema, un bar, la strada o anche un ufficio pubblico.

Registrare una conversazione in ufficio è legale?

Da quanto abbiamo detto le “confidenze” sul luogo di lavoro non potrebbero essere oggetto di registrazione all’insaputa dei presenti. Ma c’è un’eccezione e di questa si è occupata la sentenza della Cassazione di stamane: si possono registrare le conversazioni tra colleghi a loro insaputa se è necessario per difendere i propri diritti in tribunale. 

Il lavoratore, infatti, è “scriminato” dal diritto di difesa che gli consente, nell’esercizio di tale potere riconosciutogli dalla Costituzione, di ledere anche l’altrui riservatezza. 

Non si può quindi parlare di violazione della privacy di altri lavoratori se il trattamento dei dati viene effettuato nella prospettiva di tutela giurisdizionale di un diritto; insomma: per precostituirsi prove nell’ambito del procedimento disciplinare – e poi davanti al giudice del lavoro – contro contestazioni illegittime dell’azienda. 

Risultato: la registrazione delle conversazioni in ufficio all’insaputa dei colleghi non costituisce reato né integra l’illecito disciplinare.  Pertanto, nel caso di specie, il licenziamento intimato al dipendente che ha intercettato le confidenze all’interno del suo ufficio è illegittimo.

Licenziamento per incompatibilità ambientale 

Tuttavia, la Cassazione apre la porta a una scappatoia per l’azienda. Dopo la fuga di notizie delle registrazioni, il dipendente autore di tale condotta non viene più visto di buon occhio dai colleghi “intercettati”. La sua presenza è di ostacolo alla produzione e inasprisce gli animi. Si potrebbe allora parlare di un licenziamento per incompatibilità ambientale, un licenziamento cioè per un giustificato motivo oggettivo (ossia di carattere organizzativo) di fronte a una situazione divenuta insostenibile in azienda che penalizza l’organizzazione del lavoro e il funzionamento dell’attività. 

Spese prima della separazione: spetta il rimborso all’ex coniuge?

Posted on : 07-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Il coniuge che ha sostenuto, durante il matrimonio, la gran parte delle spese per il mantenimento dei figli, per la casa, per le tasse e anche per le bollette può chiedere la restituzione dei soldi al momento della separazione?

Tu e tuo marito vi state per separare. Sul tavolo ci sono un bel po’ di decisioni da prendere, divisioni da fare, scelte da assumere per il futuro. Ma, sul piatto della bilancia, tu hai messo anche tutto ciò che hai fatto durante il matrimonio: le spese che hai sostenuto per la casa, per il mantenimento dei figli, per pagare parte del mutuo, le bollette più pesanti e, talvolta, anche le tasse. Insomma, per far fronte alle esigenze della famiglia ti sei indebitata e questa situazione ora non ti sta più bene. Per cui, se lui ti vuole liquidare solo con il mantenimento, ha sbagliato di grosso: prima, se vuole che tu firmi un accordo, ti dovrà restituire almeno 10mila euro, pari a quante sono state le spese che hai sostenuto per casa, famiglia e figli in tutti questi anni. Lui non ne vuol sapere. Ritiene infatti che le spese fatte durante il matrimonio restano a carico di chi le ha sostenute e non c’è possibilità di restituzione. Chi dei due ha ragione? Spetta il rimborso all’ex coniuge per le spese prima della separazione? La soluzione è contenuta in una ordinanza della Cassazione pubblicata proprio questa mattina [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi su una questione che, anche se può sembrar banale, spesso occupa gran parte delle trattative tra marito e moglie nel momento in cui intendono separarsi.

«Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato ha dato», si potrebbe parafrasare così la nota canzone canzone napoletana post-bellica. Solo che nelle intenzioni di Peppino Fiorelli, autore del brano, vi era un invito alla ricomposizione della popolazione. Nel caso della separazione, invece, è l’inizio della guerra (tra coniugi). Difatti, nel momento in cui ci si separa, arriva il momento di fare i conti con il futuro e, per alcuni, anche con il passato. Ma si possono rimettere in discussione le spese sostenute durante il matrimonio per casa e figli? La risposta è negativa. Secondo la Cassazione, ciò che si spende durante l’unione coniugale non è altro che una obbligazione spontanea che si fa non certo in vista di una futura restituzione ma più che altro con l’intento della reciproca assistenza, che non è solo un dovere imposto dal codice civile ma anche una esigenza morale, affettiva e conseguente allo spirito stesso del matrimonio. Insomma, si tratta di una obbligazione naturale che non può più essere richiesta indietro, neanche al 50%.

È questo il senso della ordinanza odierna della Cassazione: dopo il divorzio non sono contestabili le spese sostenute durante il matrimonio per casa e figli. Ciascuno dei coniugi ha contribuito al ménage familiare secondo le proprie possibilità.

Con riguardo invece ai soldi spesi per le utenze domestiche, per l’istruzione dei figli e, più in generale, per la gestione ordinaria della famiglia nella fase precedente alla separazione, non spetta alcun diritto al rimborso in favore di chi le ha sostenute nei confronti dell’altro coniuge. Si tratta infatti di esborsi effettuati per i bisogni della famiglia e riconducibili alla logica della cosiddetta «solidarietà coniugale». In pratica è il codice civile a stabilire che [2] entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia. Trattandosi dunque di un obbligo è impossibile chiedere il rimborso di quanto speso.

Nel periodo di convivenza matrimoniale, entrambi i coniugi contribuiscono alle esigenze della famiglia, e anche dei figli, in misura che verosimilmente corrisponde alle possibilità di ciascuno. Per cui tutte le contestazioni che possono sollevarsi marito e moglie nel momento in cui intendono separarsi e le richieste economiche che l’uno può avanzare nei confronti dell’altro riguardano solo gli assetti patrimoniali successivi alla separazione e al divorzio, ma non è un’occasione per rimettere in discussione tutte le voci di spesa sostenute da ciascun coniuge, seppure per i figli, durante il rapporto matrimoniale.

Residenza all’estero e obbligo di iscrizione all’AIRE

Posted on : 30-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Vivo da 8 anni a Londra. Non ho proprietà nè reddito in Italia. Sono cittadino italiano cresciuto in Italia e dal 1996 al 2015 ho vissuto con i miei genitori in una casa comunale (enti autonomi). Non mi sono iscritto all’AIRE per non perdere il diritto a subentrare alla casa dei miei genitori in futuro. Qualche anno fa feci comunque la richiesta di iscrizione AIRE che poi rimase bloccata per un cavillo. Lasciai decadere ma il consolato italiano a Londra ha poi contattato l’anagrafe del mio Comune dicendo di volermi far perdere la residenza al mio indirizzo italiano. Vorrei contattare il mio Comune e dirgli che vorrei mantenere la residenza in Italia. Se però mi sapete confermare che ho diritti al subentro nella casa comunale dei miei genitori sarò felice di accettare la perdita della residenza e iscrivermi all’AIRE.

In generale la legge n. 470/88 prescrive l’obbligo di iscrizione all’AIRE per i cittadini italiani che trasferiscono la residenza all’estero per più di dodici mesi, prevedendo addirittura che tale iscrizione possa essere effettuata d’ufficio dal competente consolato italiano all’estero nella cui circoscrizione il cittadino italiano è residente.

Tuttavia detta obbligazione viene di solito non rispettata dai cittadini italiani che si trasferiscono all’estero, o per mera trascuratezza, o con mal celato o errato intento elusivo.

In realtà l’iscrizione all’AIRE è una necessità per tutti coloro che si trasferiscono all’estero e che vogliono spezzare il legame con il territorio italiano per non essere più soggetti alle imposte ed alle tasse domestiche, infatti senza questo requisito vengono ritenuti fiscalmente residenti in Italia in base a presunzione legale relativa, alla quale poi però fornire prova contraria potrebbe non essere così semplice.

Nel caso indicato nel quesito tuttavia sembra di poter individuare la volontà del richiedente di risultare effettivamente iscritto all’anagrafe italiana, nel Comune di residenza, nel nucleo familiare composto dal richiedente stesso e dai suoi genitori.

Dunque la risposta al quesito posto è la seguente:

Per poter aver diritto al subentro nella casa comunale, come stabilito dalla Cassazione nella sentenza n. 8973 del 2015, occorre che il richiedente possa dimostrare di possedere i seguenti requisiti:

– la duratura presenza nell’alloggio del soggetto che intende chiedere il subentro;

– la natura assistenziale della convivenza fra le parti.

Questi elementi devono essere accertati richiedendo all’ente locale il preventivo riconoscimento della composizione del nucleo familiare e della esistenza e della permanenza dei requisiti suddetti, cioè la presenza costante del richiedente nell’abitazione ed il vincolo assistenziale fra i genitori ed il figlio o viceversa.

Pertanto nel caso rappresentato si porrebbe sia il problema della avvenuta richiesta di iscrizione all’AIRE, non ostante poi la mancata iscrizione, sia il problema della conclamata assenza del richiedente dalla casa comunale per il periodo 2015 – 2017.

Tuttavia se la composizione del nucleo familiare non fosse mutata e se lo stato di famiglia storico ( da richiedere all’anagrafe comunale) non riportasse traccia di

mutamenti nel periodo suddetto, probabilmente l’accertamento potrebbe essere richiesto ed ottenuto, spiegando le motivazioni del provvisorio spostamento magari dovuto a ragioni di forza maggiore.

Ovviamente quanto sopra è un’opinione non vincolante in quanto, nel caso di procedure attivate dal richiedente o d’ufficio dall’ente locale, non note allo scrivente, il riconoscimento dei requisiti necessari per il subentro nella casa comunale potrebbe non essere rilasciato, come sembra già di avviso degli uffici, stante il tenore del quesito posto.

Si segnala infine che per quanto riguarda gli eventuali redditi prodotti all’estero dal richiedente nel 2015, nel 2016 e nel 2017 e/o in caso di apertura di conti correnti o

dell’esistenza di altre attività patrimoniali all’estero, il richiedente era obbligato a presentare le dichiarazioni in Italia – modello Unico/40 e modello RW.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Mauro Finiguerra

Focus non si vede, ecco come risolvere

Posted on : 29-04-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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mediaset

In queste ore stiamo ricevendo numerose richieste di aiuto riguardanti il canale Focus del digitale terrestre da parte dei nostri lettori, cerchiamo di capire cosa succede e come risolvere il problema.

Focus cambia frequenza e numerazione

A partire da maggio 2018 ci saranno dei cambiamenti visto l’azienda del Biscione (Mediaset) è riuscita a mettere le mani anche sul seguitissimo Focus Tv, dopo essersi accaparrata canale 20.

Anche se l’annuncio era per Maggio già da fine aprile numerose persone si lamentano del fatto di non trovare più focus sulla loro TV. Il motivo è presto detto: passando in mano a Mediaset il canale tv cambia frequenza.

Focus tv, infatti, passando da Discovery a Mediaset avrà un’altra numerazione nel digitale terrestre. Per la precisione il canale sarà trasmesso sul canale 35 del digitale terrestre che al momento ospita la programmazione di Mediaset Italia Due.

Mediaset Italia 2, invece, si sposterà al canale 120 del DTT. A differenza di quanto trapelato recentemente, Italia 2, almeno per il momento, non chiuderà i battenti ma sarà solo trasferito. Dal 14 maggio si potranno seguire i programmi al canale 120 del digitale terrestre.

Focus Tv da maggio sul canale 35 dt Mediaset

La messa in onda di Focus Tv, come detto, è prevista per il prossimo mese di maggio quando si concluderà il contratto precedentemente siglato con Discovery.

Solo allora il marchio Focus, peraltro già di casa Mondadori, traslocherà dal canale 56 del digitale terrestre al canale 35 di Mediaset. 

Nel canale 56 del DTT discovery ha in programma il lancio, a partire dal 29 aprile 2018, del canale chiamato Motor Trend. Motor trend è il nuovo canale del gruppo Discovery che racconta a 360 gradi la passione per i motori. Non solo auto e moto, ma qualsiasi veicolo dotato di motore in grado di generare passione ed emozioni sarà protagonista.

Cosa fare se non vedete il canale

**NOTA: Dal 29 aprile 2018 al 17 maggio 2018 Focus potrebbe non essere disponibile visto che tornerà a trasmettere da questa data in poi. Come detto Mediaset gli è aggiudicata questo canale e nel frattempo dal 29 aprile è stato sostituito da Motor Trend in attesa di cambiare numerazione. Disservizi, quindi, per 2 settimane amici lettori.

Dopo avervi dato una spiegazione sul perchè non riuscite a vedere il canale adesso vediamo come fare per risolvere.

Per trovare il nuovo canale di FOCUS al numero 35 del digitale terrestre fate una risintonizzazione automatica del vostro decoder o TV! Effettuare questa operazione dovrebbe essere molto semplice anche se è difficile proporvi una guida qui visto che i menu dei vari TV cambiano a seconda della marca. Se trovate particolarmente complicato qualche passaggio scriveteci nei commenti la MARCA della TV o del DECODER e saremo lieti di aiutarvi.

Se non riuscite ancora a raggiungere il canale allora probabilmente nella vostra zona non ricevete il multiplex mediaset 2. La prova da fare, in questo caso, per avere la conferma è molto semplice: riuscite a vedere Mediaset extra (canale 34 del digitale terrestre) o Cartonito (canale 46 del digitale terrestre)? Se non riuscite a vedere nemmeno questi 2 canali significa che nella vostra zona non c’è segnale e conviene chiamare un’antennista per verificare se si riesce a potenziare il segnale in qualche modo. Nella maggior parte dei casi si riesce a risolvere.

Se non riuscite ancora a vedere focus dopo tutti i nostri consigli potrebbe essere che la vostra TV è d’importazione e non “gestisce” la numerazione automatica, per cui focus potreste trovarlo in “un altra posizione” (intesa come numerazione). Scorrete un pò tutti i canali e potreste trovare una bella sorpresa.

Conto corrente: tutte le clausole illegittime

Posted on : 14-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Come si difende il correntista: l’elenco delle clausole vessatorie e quindi nulle nei contratti di conto corrente e di cassette di sicurezza con la banca.

Dì la verità: sei riuscito mai a leggere, dall’inizio alla fine, tutto il contratto di conto corrente che hai firmato con la tua banca? Al di là della leggibilità dei fogli – lunghi moduli con caratteri piccoli e stretti, un’interlinea quasi inesistente e un numero di lettere per rigo che non conosce eguali – c’è anche un uso della terminologia a volte tecnica, a volte giuridica, a volte con il rimando ad articoli del codice che, ovviamente, non conosci a memoria. Insomma, sei costretto a firmare il documento fidandoti di ciò che ti è stato detto a voce dal funzionario o che hai letto sul depliant illustrativo, depliant però che ha scopi pubblicitari e che di certo non ti elencherà i rischi nascosti nel contratto. Ecco perché, alla luce di quelle che sono state le più recenti sentenze dei giudici, abbiamo voluto elencare in questo articolo tutte le clausole illegittime che puoi trovare in un contratto di conto corrente con la tua banca. Si chiamano, più in particolare «clausole vessatorie»: sono cioè quelle condizioni che impongono particolari restrizioni ai diritti del consumatore e che possono comportare per lui una limitazione di tutela in caso di contestazioni. Certo, delle clausole vessatorie non ci preoccupiamo fino a quando i rapporti con la banca sono idilliaci e il conto è “pieno”; ma quando, per una ragione o per un’altra, i soldi iniziano a scarseggiare o c’è da restituire i prestiti, ecco che dobbiamo essere consapevoli di quelli che sono i diritti che possiamo far valere anche in barba a ciò che dice il contratto stesso.

Spesso la legge non dice quali sono le clausole illegittime del conto corrente – le indica in modo molto generico – per cui tocca ai giudici occuparsi di spiegarlo caso per caso. Ecco una elencazione che farà al caso tuo.

Molte clausole contenute nei contratti bancari sono state sottoposte all’esame dei tribunali che le hanno dichiarate vessatorie e quindi inefficaci e nulle, ma – nonostante  le numerose condanne riportate nelle varie aule di giustizia – gli istituti di credito continuano a comportarsi illecitamente ed è tutt’altro infrequente continuare a trovarle nei moduli di contratto.

Che fare se il contratto con la banca presenta clausole illegittime 

Chi si accorge di aver sottoscritto un contratto di conto corrente con clausole illegittime, ossia vessatorie, si può rivolgere, oltre che al tribunale con l’avvocato, all’autorità Antitrust (AgCm) in quanto previsto dal codice del consumo [1]. Nel primo caso bisogna instaurare una vera e propria causa (la si può avviare anche come semplice opposizione al decreto ingiuntivo avviato dalla banca), mentre nel secondo caso si tratta di una semplice segnalazione che può fare chiunque e che dà vita a un procedimento amministrativo.

Le clausole vessatorie non si trovano solo nel contratto di conto corrente ma anche in quelle di fido, di mutuo e di cassetta di sicurezza. Vediamole.

Clausole illegittime sui conti correnti

Diritto di recesso unilaterale

Sono legittime le clausole che stabiliscono il diritto della banca di recedere in qualsiasi momento, e con preavviso di un solo giorno, dal contratto di conto corrente e dalla relativa convenzione di assegno.

Revoca del fido senza giusta causa

La banca non si può attribuire la facoltà di revocare in qualsiasi momento la concessione di un un fido dando un preavviso brevissimo (di solito è previsto di 48 ore, ritenute però insufficienti) salvo che ci sia un giustificato motivo. Pertanto l’istituto di credito non può chiedere al proprio cliente l’immediato rimborso di quanto dovuto per capitale, interessi e spese senza dargli il tempo di recuperare i soldi: un tempo che deve essere adeguato all’esposizione debitoria.

Limitazioni di responsabilità per le condotte illecite di terzi

È una clausola vessatoria quella che prevede che le comunicazioni effettuate per conto del cliente avvengano a suo rischio e che la banca non assume alcuna responsabilità per l’esecuzione di ordini o operazioni causate dal fatto di terzi o comunque non direttamente imputabile i propri dipendenti. La banca, ad esempio, resta responsabile se accetta un assegno con una firma palesemente falsa, con grafia diversa da quella depositata dal cliente; è parimenti responsabile se accetta un ordine di bonifico telefonico senza sincerarsi dell’identità dell’ordinante; è responsabile se esegue un investimento richiestole da terzi che non siano il titolare del contratto; è responsabile se consente l’illegittimo storno di somme dal conto corrente online del proprio cliente ad opera di criminali informatici senza predisporre idonee misure di sicurezza ed avvisare il titolare del conto (ad esempio è stato previsto l’obbligo dell’invio di un sms e di dotare il correntista del token).

Mancata comunicazione di insoluto assegni e cambiali

È vessatoria la clausola che esonera la banca dall’inviare avvisi di mancata accettazione di mancato pagamento di cambiali e assegni ma si limita a restituire i titoli non appena possibile.

Compensazioni tra crediti e debiti di conti differenti

Vessatoria è anche la clausola che dà alla banca il diritto di operare in qualunque momento compensazioni tra diversi conti correnti, senza obbligo di preavviso o di ogni formalità.

Chiusura del conto passivo

È illegittima la clausola che consente alla banca di chiudere ogni tre mesi i conti correnti con saldo debitorio.

Interessi anatocistici

Configura una pratica illegittima anche la clausola di anatocismo, quella cioè che dà alla banca la possibilità di consentire che gli interessi dovuti dal correntista producano a loro volta altri interessi, a meno che ciò non avvenga solo una volta all’anno, per i soli interessi moratori e sia prevista identica possibilità anche per gli interessi attivi (quelli cioè dovuti al correntista).

Modifica del tasso di interesse o delle condizioni di contratto

È vessatoria la clausola che attribuisce alla banca la facoltà di modificare il tasso di interesse senza che tale variazione sia prima comunicata all’interessato titolare del conto. È anche illegittima la clausola con cui la banca si attribuisce la facoltà di modificare le condizioni del conto corrente motivando ciò per esigenze organizzative.

Conto cointestato

In caso di conto corrente cointestato a coniugi in comunione dei beni, è illegittima la clausola che autorizza la banca ad agire direttamente e per l’intero credito sui beni personali di ciascun coniuge.

Riserva di foro

È nulla la clausola che, in caso di contestazioni tra correntista e banca, attribuisce la competenza a decidere nonna al giudice di residenza del correntista (come impone la legge chiusa parentesi), ma a un diverso tribunale.

Termine per contestazioni

La banca non può indicare un termine inferiore a 60 giorni per i reclami del cliente in merito alle operazioni effettuate dalla banca.

Privacy

La banca infine non può attribuirsi il diritto di comunicare i dati del proprio cliente ad altri soggetti se non per finalità strettamente collegate al rapporto contrattuale.

Clausole illegittime per le cassette di sicurezza

In materia di cassette di sicurezza, la banca non può obbligare il cliente  a comunicare il valore del contenuto della propria cassetta, stabilendo che sia a carico di questi l’eventuale differenza tra il valore dichiarato e quello effettivo in caso di furto, danneggiamento o distruzione del contenuto della cassetta.

Come ritirare una denuncia

Posted on : 04-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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La denuncia, una volta presentata, non può mai essere ritirata mentre la querela si: vediamo come.

La denuncia, a differenza della querela, non può essere ritirata una volta presentata. Difatti, a seguito della denuncia – con la quale si segnala un reato perseguibile d’ufficio -, il Pubblico Ministero e gli organi di polizia devono far partire automaticamente le indagini e queste non potrebbero essere arrestate dal ritiro della denuncia. Diversa è l’ipotesi della querela: essendo la segnalazione partita dalla stessa vittima, quest’ultima può decidere di ritirarla o comunque di rinunciarvi. Per comprendere il motivo dell’impossibilità del ritiro di una denuncia già presentata e prima di verificare come si può ritirare la querela, è utile individuare la differenza tra denuncia e querela. Solo dopo di ciò potremo capire come ritirare una denuncia.

Cos’è la denuncia e quando va presentata

La denuncia è l’atto con il quale chiunque abbia notizia di un reato perseguibile d’ufficio ne informa il pubblico ministero o un ufficiale di polizia giudiziaria.

La denuncia è un atto facoltativo, ma diventa obbligatorio in alcuni casi espressamente previsti dalla legge:

  • se si viene a conoscenza di un reato contro lo Stato (attentati, terrorismo, spionaggio politico-militare, stragi)
  • se ci si accorge di aver ricevuto in buona fede denaro falso
  • se si riceve denaro sospetto o si acquistano oggetti di dubbia origine
  • se si viene a conoscenza di depositi di materie esplodenti o si rinvenga qualsiasi esplosivo
  • se si subisce un furto o smarrisce un’arma, parte di essa o un esplosivo
  • nel caso in cui rappresentanti sportivi abbiano avuto notizia di imbrogli nelle competizioni sportive.

Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta.

La denuncia può essere presentata in forma orale o scritta; deve contenere l’esposizione dei fatti ed essere sottoscritta dal denunciante o dal suo avvocato.

La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Quali sono i reati perseguibili d’ufficio

I reati perseguibili d’ufficio sono reati particolarmente gravi, punibili dallo Stato a prescindere dalla volontà della vittima (dunque anche se questa non presenta querela).

Di seguito un elenco esemplificativo di reati perseguibili d’ufficio:

  • omicidio;
  • maltrattamenti in famiglia;
  • minaccia grave o fatta con armi;
  • lesione personale, superiore ai venti giorni o gravissima;
  • pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;
  • violenza privata;
  • estorsione;
  • violenza sessuale, in casi espressamente previsti dal codice (per esempio violenza sessuale commessa nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni quattordici o dal genitore (anche adottivo) dal convivente, dal tutore, ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia);
  • stalking nei confronti di un minore o di una persona con disabilità;

Cos’è la querela

La querela è la dichiarazione con la quale la persona che ha subito un reato (o il suo legale rappresentante) esprime la volontà che si proceda per punire il colpevole.

La querela riguarda i reati non perseguibili d’ufficio, proprio perché la loro persecuzione è subordinata al “sollecito” della vittima.

Non ci sono particolari regole per il contenuto dell’atto di querela, ma è necessario che, oltre ad essere descritto il fatto-reato, risulti chiara la volontà del querelante che si proceda in ordine al fatto e se ne punisca il colpevole.

La querela deve essere presentata:

  • entro 3 mesi dal giorno in cui si ha notizia del fatto che costituisce il reato
  • entro 6 mesi per reati contro la libertà sessuale (violenza sessuale o atti sessuali con minorenne).

Quali sono i reati perseguibili a querela di parte

I reati perseguibili a querela di parte sono quelli punibili dallo Stato solo a seguito di una segnalazione (appunto querela) della vittima. Si tratta, per esempio, dei seguenti reati:

  • furto
  • minaccia;
  • percosse;
  • lesione personale lieve;
  • molestia o disturbo alle persone.

Si può ritirare la querela?

E’ possibile ritirare la querela precedentemente proposta, tranne nel caso di violenza sessuale o atti sessuali con minorenni. La revoca della querela prende il nome di remissione.

Affinché la querela sia archiviata, è necessario che la remissione sia accettata dal querelato che, se innocente, potrebbe avere invece interesse a dimostrare attraverso il processo la sua completa estraneità al reato.

Inoltre, la remissione non produce effetto se il querelato l’ha espressamente o tacitamente ricusata. Vi è ricusa tacita, quando il querelato ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di accettare la remissione.

La remissione fatta a favore anche di uno soltanto fra coloro che hanno commesso il reato si estende a tutti, ma non produce effetto per chi l’abbia ricusata.

Se il querelato è un minore o un infermo di mente, e nessuno ne ha la rappresentanza, o chi la esercita si trova con esso in conflitto di interessi, la facoltà di accettare la remissione è esercitata da un curatore speciale.

Nei delitti punibili a querela della persona offesa, la remissione estingue il reato. Tuttavia, se la querela è stata proposta da più persone, il reato non si estingue se non interviene la remissione di tutti i querelanti.

Se tra più persone offese da un reato, una  soltanto ha proposto querela, la remissione, che questa ha fatto, non pregiudica il diritto di querela delle altre.

La remissione può essere processuale o extraprocessuale.

La remissione extraprocessuale è espressa o tacita. Vi è remissione tacita, quando il querelante ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di persistere nella querela.

La remissione può intervenire solo prima della condanna, salvi i casi per i quali la legge disponga altrimenti.

La remissione non può essere sottoposta a termini o a condizioni. Nell’atto di remissione può essere fatta rinuncia al diritto alle restituzioni e al risarcimento del danno.

Remissione querela minori o incapaci

Per i minori degli anni quattordici e per gli interdetti a causa di infermità di mente, il diritto di remissione è esercitato dal loro legale rappresentante.

I minori, che hanno compiuto gli anni quattordici e gli inabilitati possono esercitare il diritto di remissione, anche quando la querela è stata proposta dal rappresentante, ma, in ogni caso, la remissione non ha effetto senza l’approvazione di questo.

Il rappresentante può rimettere la querela proposta da lui o dal rappresentato, ma la remissione non ha effetto, se questi manifesta volontà contraria.

Si può rinunciare alla querela?

Diversa dalla remissione, è la rinuncia alla querela. Mentre la remissione consiste nel ritiro della querela già presentata, la rinuncia esclude la presentazione della querela. In altri termini, la persona offesa potrebbe, prima dello scadere dei tre mesi dalla scoperta del reato, dichiarare che non intende querelare il colpevole.

La rinuncia espressa alla querela è fatta personalmente o a mezzo di procuratore speciale, con dichiarazione sottoscritta, rilasciata all’interessato o a un suo rappresentante. La dichiarazione può anche essere fatta oralmente a un ufficiale di polizia giudiziaria o a un notaio, i quali, accertata l’identità del rinunciante, redigono verbale. Questo non produce effetti se non è sottoscritto dal dichiarante.

La rinuncia sottoposta a termini o a condizioni non produce effetti. Con la stessa dichiarazione può essere fatta rinuncia anche all’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno.

Limiti al prelievo di contanti dal proprio conto corrente

Posted on : 31-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Ho letto l’articolo “Quanto contante si può versare in banca dopo il 2016” . Nell’arco di vent’anni ho accumulato circa 11.000 euro, che ora vorrei versare in banca per poter acquistare un’auto. Quei soldi transiterebbero solo per poche ore sul conto. Incorrerei o no in problemi?

L’Art. 1, co. 898, Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015) che ha modificato l’art. 49 co. 1, d.lgs. n. 231/2007, ha stabilito che il limite all’utilizzo dei contanti è salito da mille a tremila euro ma questo non esclude che il correntista possa prelevare dal conto una somma superiore a tale importo.

Infatti, il titolare del conto corrente, o un suo delegato alla firma, ha facoltà di prelevare dal proprio conto anche un importo superiore a 3000 euro senza incorrere in alcuna violazione della normativa sulla tracciabilità del denaro perché il correntista, quando trasferisce alla banca il proprio denaro non ne trasferisce la proprietà ma solamente l’obbligo di custodia.

Dunque, ad esclusione del bancomat che fissa un prelievo minimo giornaliero per questioni di sicurezza, il titolare del conto corrente è libero di prelevare la somma che ritiene opportuna, senza alcun tipo di vincolo o limite.

I limiti stabiliti per legge per l’utilizzo del denaro contante sono relativi esclusivamente al trasferimento delle somme tra soggetti diversi, per esempio tra il titolare del conto corrente ed un terzo, a titolo di donazione o di vendita, in quanto si vogliono evitare movimenti di importi non tracciati, tipici dei trasferimenti illegali.

L’Associazione Bancaria Italiana, unitamente al Ministero dell’Economia, attraverso la Circolare n. 2 del 16 Gennaio 2012, ha puntualizzato come il presupposto necessario affinchè trovino applicazione le limitazioni all’utilizzo di denaro contante sia costituito dal trasferimento a terzi, e, dunque, tale presupposto non si realizza nell’ambito di operazioni di versamento e di prelievo allo sportello, o bancomat, effettuate direttamente dal proprietario del conto corrente.

In altre parole il correntista ha la piena facoltà di versare il proprio denaro, proveniente da redditi da lavoro, regalie, risparmio e così via, sul proprio conto corrente senza incorrere in alcuna limitazione.

Alla luce di quanto detto e della normativa vigente, il lettore potrà portare gli 11mila euro in banca e versarli interamente, in un’unica soluzione, sul proprio conto per utilizzarli a piacimento senza alcun problema.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta