Se non pago le spese per ristrutturazione palazzo che succede?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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La decisione dell’assemblea deve essere impugnata entro 30 giorni altrimenti non c’è possibilità di impugnare il decreto ingiuntivo.

L’amministratore ti ha consegnato la bolletta con le spese di condominio da pagare per l’ultimo trimestre. A far lievitare l’importo rispetto al solito sono però le spese per la ristrutturazione del palazzo approvate dall’assemblea straordinaria. Tu non hai partecipato all’ultima riunione di condominio, ma la somma che ti viene chiesta ti sembra comunque spropositata. Come mai, per i lavori, è stata scelta una ditta e un preventivo così costoso? Quale controllo è stato fatto sul riparto dei millesimi? Tutto ciò getta molte ombre sulla legittimità della richiesta e decidi di contestarla. L’amministratore però ti ha fatto sapere che, se non onorerai i tuoi obblighi, agirà nei tuoi confronti. Qui sorge il tuo legittimo quesito legale: che succede se non pago le spese per la ristrutturazione del palazzo? Cercheremo di darti, qui di seguito, le principali risposte a tutti i tuoi quesiti.

Come contestare le spese di ristrutturazione del palazzo?

La prima cosa che devi sapere è che, se intendi contestare la decisione dell’assemblea di avviare i lavori di ristrutturazione, non puoi muoverti solo quando l’amministratore ti chiede il pagamento. Devi farlo molto prima. In particolare devi impugnare, entro 30 giorni, davanti al giudice, la delibera con la relativa decisione (leggi Come impugnare la delibera condominiale). Peraltro, prima del ricorso, devi avviare un tentativo di conciliazione. Lo devi fare davanti a un organismo di mediazione, anticipando le relative spese.

Se fai decorrere questi 30 giorni non puoi più contestare la richiesta di pagamento, con tutte le conseguenze che a breve ti illustreremo in caso di morosità.

Da quando decorrono i 30 giorni per contestare l’assemblea?

I 30 giorni per contestare la decisione dell’assemblea decorrono dalla data della riunione di condominio. Ma se non hai partecipato (neanche su delega), allora i 30 giorni decorrono dal giorno in cui l’amministratore ti ha comunicato il verbale. Questa comunicazione deve avvenire con raccomandata. Se quando è arrivato il postino non eri a casa, i 30 giorni decorrono ugualmente dal momento in cui ti è stato immesso nella cassetta delle lettere l’avviso di deposito della raccomandata (questo è l’ultimo importante chiarimento della Cassazione).

Che succede se non contesto la decisione e non pago?

Vediamo ora gli strumenti che ha il condomino per costringerti a pagare le spese per la ristrutturazione del palazzo. Si tratta degli stessi mezzi che vengono utilizzati nel caso in cui non versi i normali oneri della gestione ordinaria.

Diffida

La prima cosa che farà l’amministratore è inviarti una lettera di diffida in cui ti intima il pagamento e ti mette in mora, assegnandoti un termine ultimo per adempiere.

Decreto ingiuntivo

Se non paghi, l’amministratore può nominare un avvocato che agisca contro di te. Lo può fare senza bisogno di chiedere prima il consenso all’assemblea; anche la scelta del legale ricade sull’amministratore.

Nel momento in cui il ricorso viene depositato in tribunale tu non vieni informato di ciò, né c’è modo di avere tale informazione in altri modi (a meno che non te lo dica lo stesso amministratore). Lo saprai solo dopo che il giudice ha firmato l’ingiunzione. Difatti il provvedimento ti verrà notificato a casa con l’ufficiale giudiziario o col postino. Non serve rifiutarsi di ricevere la posta, perché in tal caso l’atto giudiziario si considera ugualmente conosciuto.

Pignoramento

In materia condominiale i decreti ingiuntivi sono di norma «provvisoriamente esecutivi». Che significa? Di norma, prima del pignoramento, il creditore deve aspettare 40 giorni per dare tempo al debitore di pagare. Invece, se il decreto ingiuntivo è provvisoriamente esecutivo, il creditore – in questo caso il condominio – può avviare il pignoramento anche il giorno dopo la notifica del decreto. Resta comunque salva, per il debitore, la possibilità di opporsi entro 40 giorni dal ricevimento dell’ingiunzione; come detto però questa possibilità ti è preclusa se non hai impugnato la decisione dell’assemblea entro 30 giorni.

Quali beni possono essere pignorati?

L’avvocato dell’amministratore è libero di scegliere quali dei tuoi beni pignorare. Se hai uno stipendio o una pensione potrebbe aggredire tali somme nei limiti di un quinto. Se hai un conto potrebbe venirlo a sapere tramite un’apposita richiesta inoltrata all’Agenzia delle Entrate e pignorare il deposito. Se invece non hai nulla, potrebbe pignorarti la casa, anche se l’hai inserita in un fondo patrimoniale. Lo può fare anche per piccole somme. In tal caso, la procedura è piuttosto lunga e costosa e potrai sempre trovare un accordo col condominio, fermo restando che tutte le spese legali e gli interessi intanto maturati sono a carico tuo.

Se sulla tua casa c’è già un’ipoteca, come quella della banca, ciò non ti mette al sicuro dal pignoramento, anche se difficilmente il condomino avrà interesse ad avviare la procedura: il fatto che c’è già l’ipoteca, infatti, comporta che il ricavato va prima a soddisfare il residuo dovuto all’istituto di credito. Vien da sé che se invece il mutuo è quasi estinto, il condominio avrà più possibilità di soddisfarsi sul prezzo ottenuto della vendita all’asta.

Il tuo nome viene dato alla ditta dei lavori

C’è un altro rischio se non paghi le spese di ristrutturazione del palazzo. Se anche il condominio non ha i soldi per pagare la ditta, il tuo nome verrà dato al creditore affinché sia lui ad agire nei tuoi confronti. Questa possibilità è ormai remota perché, con una recente riforma, prima di avviare il contratto di appalto, l’amministratore è tenuto a costituire un fondo preventivo con cui pagare i lavori, di volta in volta, a stati di avanzamento d’opera.

Concorsone pubblico da 500mila posti e stabilizzazione precari, novità

Posted on : 19-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Superamento del precariato nelle pubbliche amministrazioni e concorsone unico, che cosa cambia per i lavoratori pubblici.

Un maxi concorso con cui rimpiazzare i 500mila dipendenti pubblici che andranno in pensione nei prossimi anni, da un lato, e la stabilizzazione dei precari “storici” della Pubblica amministrazione, dall’altro: al centro, un piano molto ambizioso, attualmente allo studio del Governo, attraverso cui queste due “manovre” dovrebbero realizzare un profondo rinnovamento dell’apparato pubblico, con lo “svecchiamento” del personale e l’addio al precariato.

La possibilità di stabilizzare i precari, per le pubbliche amministrazioni, è già legge [1], anche se le assunzioni dovranno essere organizzate sulla base di precisi piani di fabbisogno.

È ancora allo studio, invece, il concorsone unico per l’assunzione di nuovi dipendenti pubblici: la misura dovrebbe essere introdotta col decreto attuativo della riforma Madia sulle procedure di reclutamento dei lavoratori pubblici.

Ma procediamo per ordine e cerchiamo di capire come funzioneranno e con quali tempistiche avverranno le nuove assunzioni nella Pubblica amministrazione.

Maxi concorso da 500mila posti

Secondo i provvedimenti attualmente allo studio, il concorsone consisterà in un bando di concorso unico triennale per le nuove assunzioni, che sarà basato sui piani triennali di fabbisogno delle singole amministrazioni: in buona sostanza, col maxi concorso la procedura di reclutamento sarà unificata ed i vincitori saranno assegnati ai vari enti secondo le richieste dei piani di fabbisogno, avendo riguardo alle amministrazioni che dimostreranno di avere una maggiore necessità di aumentare l’organico.

In base a quanto reso noto, il concorsone potrà essere indetto soltanto dalle amministrazioni centrali, come ministeri, Inps ed Inail.

In ogni caso, come già disposto dal decreto di stabilizzazione dei precari [1], nessuna assunzione potrà essere effettuata se l’amministrazione non redige il piano triennale dei fabbisogni.

Queste disposizioni hanno la chiara finalità di razionalizzare le assunzioni, evitando da un lato le eccedenze di personale e dall’altro lato gli organici sottodimensionati.

Stabilizzazione dei precari

Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari “storici” della Pa, le amministrazioni potranno, nel triennio 2018-2020, assumere a tempo indeterminato, come lavoratori subordinati del settore pubblico, coloro che possiedono i seguenti requisiti entro la data del 31 dicembre 2017:

  • risultano dipendenti pubblici assunti a tempo determinato con almeno 3 anni di servizio presso una pubblica amministrazione, anche non continuativi, negli ultimi 8 anni;
  • risultano lavoratori parasubordinati della Pa.(inquadrati come co.co.co., ossia collaboratori coordinati e continuativi, o figure similari come i vecchi co.co.pro.): anche in questo caso è necessario avere alle spalle almeno 3 anni di servizio presso una pubblica amministrazione, anche non continuativi, negli ultimi 8 anni.

Può essere stabilizzato anche chi non lavora più per alcun ente pubblico, purché possieda 3 anni di servizio negli ultimi 8 e purché il servizio sia cessato dopo il 28 agosto 2015.

La possibilità di ottenere il posto fisso, però, tolte alcune eccezioni resta riservata a chi ha passato tre anni nell’ente che assume o bandisce il concorso. Per i precari delle amministrazioni che sono state soggette a riordino, come accaduto alle Province, si tiene conto dell’anzianità maturata nell’ente di provenienza.

I precari entrati senza selezione pubblica (possedendo, ugualmente, 3 anni di servizio negli ultimi 8 anni), come coloro che sono entrati con forme di lavoro flessibile, dovranno superare un concorso, nel quale potrà essere  loro riservato sino al 50% dei posti.

Posto fisso per i precari e concorsone per sostituire i pensionati

In merito alle concrete modalità di stabilizzazione dei precari dovrà essere attuato un piano straordinario della durata di tre anni. Dovrà dunque essere emanata, a tal proposito, ulteriore normativa attuativa, che spiegherà la procedura da seguire per poter richiedere la trasformazione del proprio contratto a tempo indeterminato. Con tutta probabilità, sarà possibile far domanda a partire dal 2018, considerando che i requisiti utili alla stabilizzazione devono essere maturati entro il 31 dicembre 2017.

Anche per quanto riguarda le nuove assunzioni non si potrà procedere ad alcun reclutamento, come già detto, senza il piano triennale dei fabbisogni.

Non è escluso che possano essere indetti dei maxi concorsi unici tramite i quali assumere nuovo personale dall’esterno per rimpiazzare i pensionati, e contemporaneamente stabilizzare i precari entrati senza concorso. Peraltro, il servizio svolto all’interno di una pubblica amministrazione con contratti flessibili sarà valutato ai fini del concorso, a meno che non risulti svolto presso uffici di diretta collaborazione degli organi politici.

Sarà infine da tenere in considerazione la situazione dei 4500 vincitori e 151mila idonei dei precedenti concorsi, le cui graduatorie sono state prorogate al 31 dicembre 2017..

I diritti di chi soffre di Alzheimer

Posted on : 08-09-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Quali diritti, quale tipo di assistenza o di sussidio spetta in ognuna delle fasi di progressione e di sviluppo del morbo di Alzheimer

L’Alzheimer è una malattia che fa molte “vittime”. In Italia i malati di Alzheimer sono 600mila ed il numero (già spaventoso) è destinato ad aumentare a causa dell’invecchiamento della popolazione. Purtroppo, si tratta di una patologia che non “colpisce” solo il malato, ma intere famiglie, che – il più delle volte – non sanno come comportarsi e come far fronte alla situazione e sempre più spesso si chiedono quali diritti, quale tipologia di assistenza e quali cure spettino ai loro cari.

Potrebbe, dunque, essere molto utile leggere questo approfondimento in cui spiegheremo quali sono i diritti di chi soffre di Alzheimer, come e secondo quale progressione si sviluppa la malattia e quale tipo di assistenza o di sussidio spetta in ognuna di queste fasi.

Alzheimer: cos’è?

Il morbo di Alzheimer rappresenta la forma più comune di demenza. Con il termine “demenza” ci si riferisce, in modo generico, alle varie forme di declino delle funzioni cognitive, tali da interferire con la capacità di svolgere le attività della vita quotidiana. Tra le varie forme di demenza, l’Alzheimer è la più frequente e si verifica nel 60-80% dei casi.

Si tratta di una malattia che esordisce, il più delle volte, con disturbi di memoria. Una volta manifestatasi e diagnosticata, non vi è alcuna cura o trattamento che ne arresti la progressione: la prognosi, purtroppo, sarà caratterizzata da inguaribilità fino al decesso.

Prima di allora, però, la malattia passa attraverso diversi stadi. Ebbene, in ognuno di essi il malato ha diritto a particolari cure ed a forme sempre diverse di assistenza. Vediamo quali.

Alzheimer: le fasi di progressione della malattia

Al pari delle altre demenze, il morbo di Alzheimer segue un corso naturale connotato, secondo la scienza medica, da sette tappe e precisamente:

  • Fase 1: nessuna disabilità – funzionalità normale;
  • Fase 2: lievi ed iniziali deficit cognitivi;
  • Fase 3: declino cognitivo lieve;
  • Fase 4: declino cognitivo iniziale – moderato;
  • Fase 5: declino cognitivo moderato o stadio intermedio;
  • Fase 6: declino cognitivo severo – moderato;
  • Fase 7: declino cognitivo molto grave ed in fase avanzata.

Le tappe elencate forniscono un’indicazione di come le abilità del malato cambino durante il corso della malattia, di come le stesse si modifichino e peggiorino nel tempo sino alla fase più avanzata, ovverosia quella terminale. Ciò posto, analizziamo quali prestazioni, quali attività sanitarie e tutelari devono essere progressivamente garantite ai pazienti, per assicurare non di certo la guarigione, ma la miglior cura e qualità di vita possibile.

Alzheimer: gli iniziali deficit cognitivi

Il morbo di Alzheimer esordisce generalmente con disturbi di memoria. Si passa, dunque, dalla “normalità” e cioè dalla prima fase, connotata dall’assenza di qualsivoglia disabilità, alla fase n. 2, in cui si verificano i primi cambiamenti. Detti cambiamenti vengono sovente descritti come normali mutamenti legati all’età, che comporta i primi segnali di decadimento cognitivo. Invero, più della metà degli ultra-sessantacinquenni presentano lievi o lievissimi deficit cognitivi e funzionali. Per definire questa condizione vengono utilizzati diversi termini: il più accreditato e smemoratezza, legata al normale invecchiamento della persona. In questa fase, infatti, molti soggetti riferiscono di avere vuoti di memoria. Chi presenta questi sintomi solitamente non riesce a recuperare informazioni relative ai 5-10 anni precedenti e spesso dimentica parole familiari e di uso quotidiano.  In questa fase non è necessaria alcuna assistenza, se non una più accorta attenzione da parte dei familiari per compensare le iniziali défaillances dei propri cari.

Alzheimer: il declino cognitivo lieve

Come anticipato, una volta manifestatasi, la malattia progredisce e la sua corsa è inarrestabile: può essere solo “rallentata”.

Si passerà, dunque, dalla fase iniziale alle successive, caratterizzate da un declino cognitivo prima lieve, poi moderato ed, infine, severo.

Le vere complicazioni iniziano quando anche le persone più prossime (quali familiari e amici) si accorgono dei problemi del proprio caro, rilevando deficit di memoria e di concentrazione. Le performance lavorative, in seguito, si riducono e cominciano ad emergere le prime difficoltà nell’acquisire nuove informazioni e nel pianificare la propria giornata. Le difficoltà più comuni includono:

  • difficoltà a trovare la parola o il nome giusto;
  • evidenti difficoltà nello svolgimento dei propri compiti in contesti sociali o di lavoro;
  • problemi nel trattenere concetti e contenuti appena appresi;
  • difficoltà di programmazione ed organizzazione.

Alzheimer: il declino cognitivo moderato

I sintomi peggiorano in breve tempo (si tratta di mesi). Nella fase successiva i deficit riguardano le attività strumentali del vivere quotidiano, quali la capacità di gestire le finanze o di pianificare le spese. Si rileva, inoltre:

  • dimenticanza di eventi recenti e della propria storia personale;
  • difficoltà a svolgere compiti della vita quotidiana come il pagamento delle bollette e la gestione dei soldi.

Il carattere del malato, in questa fase, potrebbe diventare più riservato, soprattutto in occasione di situazioni socialmente o mentalmente impegnative. Potrebbero, inoltre, verificarsi mutamenti dell’umore.

Alzheimer: servizi e prestazioni sanitarie da garantire nelle fasi iniziali

Nelle fasi sin’ora descritte, la prima assistenza è – ovviamente – quella domestica e familiare. Si raccomandano, tuttavia, prestazioni specialistiche di tipo diagnostico, quali visite, valutazioni psicometriche, test di laboratorio e di diagnostica radiologica (il c.d. imaging cerebrale) per arrivare ad una definizione accurata della malattia.

Tutte queste prestazioni non necessitano di essere erogate in regime di ricovero. Si tratta di prestazioni a carico del Servizio Sanitario Nazionale, con eventuale compartecipazione (ticket). Si avrà diritto all’esenzione dal ticket in caso di riconoscimento della presenza di una malattia cronica: in tal caso le prestazioni saranno erogate direttamente dalle Aziende sanitarie o da strutture accreditate.

Alzheimer: prestazioni da garantire nelle fasi di peggioramento

Il peggioramento della malattia implica il bisogno di aiuto per lo svolgimento della maggior parte delle attività della vita quotidiana. La persona, in questa fase, potrebbe:

  • non essere in grado di ricordare il proprio indirizzo o il proprio numero di telefono;
  • confondersi sul luogo in cui si trova o sul giorno attuale;
  • avere bisogno di un aiuto per scegliere un abbigliamento adeguato per la stagione o per un’occasione;
  • manifestare ansia e depressione per la consapevolezza delle perdite funzionali e comportamentali.

In questa fase della malattia, la persona necessita di una supervisione costante nella gestione della quotidianità da parte dei terzi e, dunque, generalmente dei familiari. È  importante, inoltre, “stimolare” il malato, favorendo la partecipazione alla vita sociale, anche attraverso percorsi educativi ed occupazionali. Ciò al fine di mantenere una sua propria autonomia funzionale per il maggior tempo possibile ed al fine di rallentare il declino, purtroppo, inevitabile.

Dal punto di vista sanitario, possono essere necessarie prestazioni specialistiche ed abilitative ed, inoltre, trattamenti farmacologici (con farmaci che possono rallentare il decadimento cognitivo o modificare il tono dell’umore o, ancora, ridurre gli iniziali problemi comportamentali). Queste prestazioni sono generalmente erogate dal Servizio Sanitario Nazionale, attraverso i c.d. setting ambulatoriali. L’acquisto dei farmaci è, invece, a carico dei familiari, così come l’assistenza alle attività della vita quotidiana.

Per ridurre il carico assistenziale della famiglia (che di solito non riesce a prendersi cura del malato come dovrebbe o vorrebbe)  potrebbe essere utile la frequenza o l’inserimento del malato presso un Centro diurno per anziani non autosufficienti. Per ogni giornata di presenza presso il Centro diurno, le aziende sanitarie garantiscono il pagamento della quota socio-santaria, mentre la famiglia dovrà provvedere al pagamento della c.d. quota sociale che generalmente si aggira intorno ai 28 euro al giorno e che remunera i servizi alberghieri forniti dal Centro diurno.

Alzheimer: il declino cognitivo grave e la fase terminale

Quando il declino cognitivo diventa grave risultano molto compromesse le capacità di compiere le attività della vita quotidiana. Il malato potrebbe:

  • perdere consapevolezza delle esperienze più recenti e di ciò che lo circonda;
  • avere difficoltà a ricordare il nome del coniuge o dei figli;
  • avere bisogno di aiuto per gestire l’igiene personale;
  • tendere a vagare e a perdersi;
  • avere disturbi del ritmo sonno-veglia.

Questa fase dura generalmente due o tre anni. Inizierà, di seguito, la fase terminale (purtroppo).

Nella fase terminale, il malato richiede assistenza continua. La persona perde gradualmente la capacità di esprimersi e, contemporaneamente, quella di deambulare. Anche la deglutizione è compromessa. Di conseguenza, il malato non è più in grado di compiere alcuna attività del quotidiano vivere, neanche le più elementari (camminare, parlare, mangiare).

Alzheimer: prestazioni da garantire nella fase finale della malattia

Le fasi da ultimo descritte (quella del declino cognitivo grave e quella terminale) sono quelle in cui avvengono la maggior parte degli ingressi in Rsa. La famiglia, infatti, con l’aggravarsi della patologia, non è più in grado di garantire l’assistenza alla persona nelle attività della vita quotidiana, né di gestire e controllare i disturbi del comportamento.

Ma come avviene l’ingresso in Rsa?

L’ingresso in queste strutture avviene a seguito di un percorso di valutazione multi-professionale posto in essere dalle c.d. Unità di Valutazione Multi – Dimensionale (Uvmd). In seguito a dette valutazioni, il malato verrà inserito in una graduatoria ordinata in base alla gravità delle condizioni dei pazienti.

Al momento dell’accoglienza in Rsa viene formulato un  piano assistenziale integrato (c.d. Pai) che punta, oltre che alla gestione della quotidianità (igiene personale, alimentazione, ecc.), anche alla gestione delle problematiche comportamentali.

In queste fasi, il Servizio Sanitario Nazionale garantisce sempre il pagamento della quota sanitaria. Alla predetta quota, tuttavia, si aggiunge la quota di rilievo sociale, erogata il più delle volte dalle famiglie e dal Comune in integrazione.

Al riguardo, tuttavia, si sottolinea che non mancano voci discordanti circa la “ripartizione” delle spese afferenti alla retta ed alle cure in Rsa, le quali – per quanto concerne i malati di Alzheimer – dovrebbero essere completamente gratuite e ad intero carico del Servizio Sanitario Nazionale. Per approfondimenti leggi: Alzheimer: i ricoveri in RSA sono a carico totale del SSN

Malati di Alzheimer: il diritto alle prestazioni ulteriori

Nelle ultime fasi della malattia, potrebbero rendersi necessarie – sia che la persona risieda a domicilio, sia in caso di ricovero in Rsa – delle ulteriori prestazioni, quali:

  • prestazioni mediche da parte del medico di famiglia;
  • visite ed accertamenti specialistici;
  • ossigenoterapia;
  • ausili personalizzati per la deambulazione assistita, per la mobilizzazione, per la posturazione, per affrontare l’allettamento;
  • presidi per l’incontinenza e la prevenzione delle lesioni da decubito.

Ebbene, il costo di queste prestazioni è a carico del Ssn, poiché si aggiunge alla quota avente rilievo sanitario.

Malati di Alzheimer: il diritto alla nutrizione artificiale

In fase terminale, i malati di Alzheimer potrebbero avere bisogno di essere nutriti artificialmente. La nutrizione artificiale può essere affrontata e gestita anche da casa, ovviamente alla presenza di personale specializzato. Se, invece, il malato è in Rsa la nutrizione artificiale viene svolta dagli operatori socio-sanitari e dal personale infermieristico. Le prestazioni afferenti alla nutrizione artificiale (ivi compresa la fornitura di sacche e di soluzioni da infondere via sondino  naso-gastrico con relativo materiale d’uso) sono integralmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Prima casa: non sempre è impignorabile

Posted on : 10-08-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Cartelle dell’Agenzia delle Entrate Riscossione: pignoramento dell’unico immobile adibito ad abitazione e residenza del debitore sottoposto a tante condizioni.

La prima casa non si scorda mai. Nel caso, è l’Agenzia delle Entrate Riscossione che se la deve scordare. Perché la prima casa non si tocca. Non si pignora. O forse. O quasi.

Nell’immaginario collettivo, dal 2013 [1] la prima casa non è più pignorabile dall’Agente di riscossione (anche se lo è per gli altri creditori, come una banca, un fornitore non pagato, ecc.). Non male, no? Basta tenere nel cassetto le cartelle esattoriali, ignorarle e rifugiarsi in quella prima casa, magari facendo festa.

Un po’ troppo. Perché non è proprio così

Quella che l’immaginario collettivo chiama «impignorabilità della prima casa» è, infatti, subordinata a una serie di condizioni. Quali? Vediamo.

La differenza tra la prima casa e l’unica casa

Cominciamo col chiamare le cose con il loro nome. Una cosa è la prima casa ed un’altra ben diversa è l’unica casa. La legge, infatti, non vieta il pignoramento della prima casa, ma solo quello dell’unica casa. Che differenza c’è?

Facciamo un esempio. Se il contribuente, dopo aver acquistato la prima casa, ne acquista anche una seconda, rende pignorabile tanto la prima quando l’altra. In altre parole, l’Agenzia delle Entrate Riscossione mette le mani su entrambe. Invece, la condizione necessaria per evitarlo e, quindi, per ottenere il beneficio in commento, cioè l’impignorabilità, è che l’immobile sia anche l’unico e che, quindi, il debitore non ne abbia altri intestati.

Può sembrare una contraddizione? Spieghiamoci meglio

Partiamo dal dato testuale della norma che parla di «unico immobile di proprietà del debitore». Questo significa che se il contribuente, oltre alla casa in cui abita, possiede un piccolo appezzamento di terra (anche pochi metri quadrati, non certo un campo di grano) adibito ad orticello, e quindi ad uso agricolo, potrà vedersi pignorata la casa che, appunto, non è più l’unico immobile. Che cosa può fare il debitore per evitare che l’Agenzia delle Entrate Riscossione si prenda i pomodori e le zucchine coltivate con tanta fatica e dedizione? L’unica alternativa è quella di vendere la terra: in questo modo, la casa rimarrebbe il solo immobile di sua proprietà e non potrebbe più essere pignorato. Una soluzione che non sembra in linea con la legge, la cui finalità era quella di garantire un tetto sotto cui dormire ad ogni contribuente.

Nessun problema, invece, per chi ha, insieme alla casa, un garage o una cantina: si tratta, infatti, di pertinenze dell’abitazione e, se accatastate autonomamente, non fanno venir meno la condizione di unicità dell’immobile [2].

Garage e cantina, insomma, sono pertinenti. L’orto no

Residenza anagrafica, destinazione e tipologia

Non è finita. L’abitazione, oltre ad essere l’unico immobile del contribuente, deve anche rispondere ad altre tre condizioni:

  • deve essere la residenza anagrafica del debitore;
  • deve avere destinazione catastale;
  • non deve essere di lusso.

Residenza anagrafica

Quanto al primo requisito, il debitore deve aver fissato la propria residenza anagrafica nell’immobile. Significa che, se il contribuente ha residenza in una unità presa in affitto e possiede un unico fabbricato dove invece non vive (magari per aver dato anch’esso in affitto), quest’ultimo potrà essere pignorato.

La prima e l’unica casa, infatti, non sono la stessa casa (o cosa)

Non è precisato a quale data debba sussistere il requisito della residenza anagrafica. Nel silenzio della legge, dovrebbe trattarsi di quella in cui hanno inizio le operazioni di esproprio (trascrizione e notificazione dell’avviso di vendita). Questo, però, potrebbe facilitare manovre di spostamento della residenza fatte al solo fine di aggirare le disposizioni di legge.

Destinazione abitativa

Come detto, l’abitazione deve avere destinazione catastale abitativa. Ergo, se il debitore risiede in un immobile ad uso ufficio, esso è pignorabile.

L’immobile non deve essere di lusso

L’immobile non deve essere classificato catastalmente come A8 (ville) o A9 (castelli), né deve possedere i requisiti delle case di lusso, di cui al decreto del Ministero dei Lavori Pubblici del 2 agosto 1969 [3], a prescindere dalla categoria catastale di appartenenza.

Perché quest’ultima precisazione? Perché il legislatore vuole evitare che l’Agenzia delle Entrate Riscossione possa mettere le mani unicamente sulle case classificate come A1, in considerazione del fatto che tale classificazione è presente solo in pochi casi e che, in realtà, le abitazioni di lusso sono molte di più rispetto a quelle dichiarate al catasto.

Se manca anche solo uno di questi requisiti

Se una delle condizioni citate viene meno, l’immobile è pignorabile dall’Agenzia delle Entrate Riscossione, ma sempre a condizione che l’intero debito raggiunga almeno 120.000 euro. Se invece è inferiore, l’Agente di riscossione potrebbe tutt’al più iscrivere ipoteca sull’immobile (sempre a condizione che si tratti di debiti superiori a 20.000 euro), ma non metterlo in vendita.

La differenza tra pignoramento e ipoteca

Con tutti i requisiti elencati prima, dunque, l’unica casa è impignorabile da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione. Vuol dire che l’ente non può svolgere un’azione esecutiva, mettere in vendita l’immobile con un’asta pubblica e, quindi, soddisfarsi sul ricavato della vendita forzata.

Ma il beneficio finisce qui. Perché l’Agente di riscossione potrebbe iscrivere ipoteca sulla «unica abitazione». L’ipoteca è sempre consentita a condizione che il credito dell’Agenzia delle Entrate Riscossione sia uguale o superiore a 20mila euro.

Se la casa è nel fondo patrimoniale

Chi ha tutelato la casa nel fondo patrimoniale e pensa che, in questo modo, non possa essere pignorabile, si sbaglia. Gli immobili inseriti nel fondo possono essere ugualmente oggetto di esecuzione forzata in tutti quei casi in cui le obbligazioni per cui si procede siano state contratte per il bisogno familiare [4].

Tuttavia la valutazione dei bisogni della famiglia non è un concetto univoco: cambia per ciascun nucleo familiare, essendo i coniugi ad indirizzare la vita comune e a stabilire quali sono gli obiettivi che intendono raggiungere. Pertanto, occorre utilizzare altri parametri.

Inoltre, non è chiaro se i debiti tributari di cui si tratta possano essere considerati contratti nell’interesse della famiglia. Una giurisprudenza più recente è orientata in favore del Fisco, ritenendo che anche le imposte sui redditi, non pagate per l’esercizio di attività commerciale, rientrano tra i debiti per il bisogno familiare, atteso che il lavoro in sé considerato è anche destinato al sostegno dei membri della famiglia.

In alcuni casi si è distinto in base alla tipologia di debito tributario: un debito derivante da Irpef sui redditi fondiari dei beni costituiti in fondo è sicuramente estraneo ai bisogni della famiglia e come tale non potrebbe paralizzare l’esecuzione ma i redditi confluiscono in unico debito con altri redditi.

La giurisprudenza, però, non è concorde: in alcuni casi si sbilancia verso l’aggredibilità dei beni del fondo [5], in altri per l’esclusione [6].

Per la Cassazione si applicherebbero le disposizioni ordinarie e, dunque, l’Agenzia delle Entrate Riscossione può iscrivere ipoteca sui beni del fondo patrimoniale, appartenenti al coniuge o al terzo, se:

  • il loro debito è stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni familiari;
  • il debito è stato contratto per uno scopo estraneo a tali bisogni, ma il titolare del credito per cui l’esattore procede alla riscossione non conosceva tale estraneità [7].

Questi bisogni comprendono anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

Ex moglie disoccupata: ha diritto al mantenimento?

Posted on : 04-07-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Niente assegno di divorzio se l’ex coniuge è senza lavoro: il matrimonio non è una «strada per sistemarsi a vita».

Dopo la rivoluzionaria sentenza della Cassazione dello scorso 10 maggio [1] che ha riscritto i presupposti per ottenere l’assegno di divorzio (presupposti che confinano il diritto solo in capo a coloro che non hanno la concreta possibilità di mantenersi da soli anche alla luce dell’età, della salute e della formazione), è ora il turno di tutti gli altri giudici adeguarsi al nuovo principio. E sembra che l’indirizzo sia condiviso da più parti. Non solo a Milano (che forse è stato primo artefice del mutato orientamento), ma ora anche a Salerno. È di questi giorni l’interessante sentenza della Corte di Appello [2] secondo cui l’assegno di mantenimento non spetta neanche all’ex moglie disoccupata.

«Il matrimonio – si legge in sentenza – non può essere considerato la strada per una sistemazione definitiva ed è soltanto una unione di affetti, per cui ove cessano questi ultimi si interrompono anche i legami patrimoniali». Questo materialmente significa che se l’ex moglie, pur se priva di lavoro, è ancora in grado di trovare un’occupazione, non può chiedere gli “alimenti”.

La condizione di disoccupato del coniuge richiedente non è di per sé sufficiente, in relazione alla capacità di lavoro e all’età, per ottenere il mantenimento

Ripetendo le stesse parole scritte dalla cassazione tre mesi fa, i giudici campani ricordano che il rapporto matrimoniale, con il divorzio, si estingue definitivamente sul piano personale dei coniugi, che tornano persone singole; sicché vengono a cessare anche tutti i rapporti patrimoniali tra di loro basati sul principio di solidarietà che, pur non venendo meno nella precedente (e temporanea) fase della separazione, si interrompono completamente con il divorzio. In altri termini, sebbene dopo la separazione spetti un assegno di mantenimento volto a garantire all’ex lo stesso tenore di vita che aveva durante l’unione, questo diritto viene meno una volta intervenuto il divorzio: da tale momento solo chi non è autosufficiente può rivendicare l’assegno. Chi invece ha la capacità, anche potenziale – per via della giovane età, della formazione e della salute – di trovare un’occupazione o di mantenersi con propri redditi (non solo di lavoro, ma anche mobiliari o immobiliari) non può più chiedere nulla.

In questa ottica, chi richiede l’assegno di divorzio deve dimostrare di non essere in grado di potersi procurare, per ragioni che non dipendono dalla sua volontà, mezzi adeguati al raggiungimento dell’autonomia economica. Di conseguenza, in difetto di prova specifica sul punto, il giudice deve rigettare la richiesta di “alimenti” avanzata dall’ex moglie.

Deejay Mercoledì Beach Club

Posted on : 18-06-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Alla scoperta dei deejay Mercoledì Beach Club Forte dei Marmi Versilia.

Mirco Martini e Francessìco Santarini sono i resident deejay Mercoledì Beach Club Forte dei Marmi.

Aspettando il 21 Giugno e l’inaugurazione del Mercoledì Beach Club Versilia.

Deejay Mercoledì Beach Club, informazioni e prenotazioni anche con un SMS o un messaggio via WhatsApp al 347.477.477.2
Il servizio che ti offre tutto quello che ti occorre per la tua serata nelle migliori discoteche in Versilia direttamente sul tuo telefono. Con la possibilità di prenotare subito e ricevere una conferma scritta delle condizioni concordate.

Questo servizio, ideato dallo seo copywriter che ha fatto della Versilia e delle sue serate le più cliccate sulla rete è una delle ragioni per cui, oltre 30.000 utenti hanno cliccato Mi piace sulla pagina dedicata a questo sito.

I deejay del Mercoledì Beach Club Forte dei Marmi: Mirco Martini e Francesco Santarini.

Deejay Mercoledì Beach Club: Mirco Martini.

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Mirco Martini, giovane DJ toscano, si addentra nel mondo della musica all’età di 14 anni spinto da una forte passione e da una convinzione che lo accompagnano tutt’ora. La Canniccia, discoteca versiliese, gli permette di spiccare il volo e di fare pratica nel mondo musicale. Muovendosi tra alcuni locali della Versilia, comincia a farsi conoscere tra i suoi coetanei nel 2009 suonando alla Terrazza Inside e all’Ostras Beach. Nel 2010 viene contattato da Radio Versilia per un programma radiofonico che, oltre a rivelarsi un’esperienza costruttiva, permette a Martini di allargare i suoi contatti e di partecipare al PaPeete Tour di Madonna di Campiglio, ospite al Cliffhanger e al Patascos. A giugno dello stesso anno è ospite al Ventidos e in locali tra i più importanti di Formentera, rientrando poi in Toscana con l’impegno del mercoledì sera al Beach Club Versilia (Club selezionato dal The World’s Finest Clubs come uno tra i migliori locali al Mondo). Le domeniche dell’inverno 2010 sono consacrate alla Bussola di Marina di Pietrasanta, fino alla sua chiusura nel 2011.
Successivamente, il giovane DJ, è ospite come Guest in svariati locali italiani (Ostras Beach, Jux Tap Sarzana, Vespucci 20, Akuaketa di Pisa, La Capannina di Franceschi, etc.) deliziando, nel ruolo di Resident DJ, le serate dei vacanzieri del Beach Club con feste ed eventi sulla spiaggia. Estate e inverno 2012 si riempiono di serate all’insegna di musica e divertimento per i frequentatori dei locali Versiliesi (Jux Tap e White) che ormai riconoscono nel sound i gesti del DJ toscano, che dal 2012 si è lanciato nella produzione di pezzi propri.

Dal 21 Giugno è, con Francesco Santarini, resident deejay Mercoledì Beach Club Forte dei Marmi.

Deejay Mercoledì Beach Club: Francesco Santarini.

Francesco Santarini deejay mercoledi beach club
Francesco Santarini dj
Francesco Santarini deejay beach club

Francesco Santarini , in arte Santarini DJ , e’ nato il 2 aprile 1992 nella citta’ marmifera di Carrara(MS), dove risiede tutt’ora assieme alla famiglia. All’età di 14 anni comincia a spaziare diversi generi musicali rimanendo particolarmente colpito dalla musica da discoteca grazie ai ragazzi del Diabolika di m2o e rimanendo sintonizzato negli anni successivi in quel filone dance. Dopo le prime frequentazioni nelle discoteche della versilia, in primis la amatissima Canniccia, decide di comprarsi una mini consolle digitale per provare a immedesimarsi nel mondo del dj. Nel giugno del 2011 compra la sua prima vera consolle che tutt’ora utilizza. Iniziano le prime feste private, i primi compleanni e le richieste aumentano.E’ ancora nel pieno della sua gavetta tra compleanni, feste pubbliche, e le prime discoteche.
Comincia a suonare nella discoteca Faruk Versilia, per poi spostarsi nel novembre 2013 al Baronette Versilia, dove è resident dj per diversi mesi.
Ha suonato tutti i mercoledi’ dell’estate2014 come resident al Beach Club Versilia(MS) ed e’ stato Special guest dj al Twiga Beach Club (LU), nei Giovedì di Luglio e Agosto.
Ha suonato presso : Faruk Versilia (LU), Baronette Versilia (LU), Jux Tap ( Sarzana, SP ) Beach Club ( Cinquale, MS), Twiga Beach Club ( Forte dei Marmi, LU ) .
Giovedi’ 31 Luglio 2014 ha chiuso il concerto di Bob Sinclar, suonando dopo di lui, al Minerva Beach di Forte dei Marmi.
Dopo un inverno 2014/2015 come resident al Jux Tap di Sarzana e dopo una strepitosa estate al Beach Club del cinquale, dove si è esibito ogni mercoledì notte in onda su radio m2o , alternandosi ad artisti del calibro di Provenzano DJ, Chiara Robiony, Renèe La Bulgara tanti altri, assieme al tuo collega e amico Mirco Martini , torna resident e lo è tutt’ora al Jux Tap (SP), sempre di venerdì con le serata #ICON .
L’estate 2016 lo vede impegnato tutti i Mercoledì Notte al Beach Club di Cinquale (MS) e alcuni Lunedì alla Capannina di Franceschi di Forte dei Marmi (LU).
Da fine Luglio 2016 è uno dei dj resident del primo ed unico Nikki Beach in Italia, il Nikki Beach Versilia

Dal 21 Giugno è, con Mirco Martini, resident deejay Mercoledì Beach Club Versilia.

Ora che conosci i deejay Mercoledì Beach Club, prenota la tua serata.

beach club telefono

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La qualità di una comunità quale prodotto della comunicazione interpersonale – Alla base della nazione òòòò

Posted on : 10-05-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Prof. Sergio Benedetto Sabetta

Run Run

Posted on : 02-05-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Run Run

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Da City Airport al centro di Londra, come arrivarci

Posted on : 30-04-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Destinazione Londra. C’è la possibilità di raggiungere la città via mare oppure via treno (l’Eurostar Parigi-Londra c’impiega poco più di due ore). Ma naturalmente la via aerea è la più veloce ed economica. Avete in progetto di atterrare al London City Airport e non sapete come fare per raggiungere il centro di Londra? Qui vi fornirò tutte le informazioni utili per approdare alla città dalle infinite possibilità.

Il City Airport è il più piccolo della città ed è l’unico (fra quelli principali, che sono 5) che non si trova in periferia. Premiato più volte come il migliore della città, gestisce perlopiù voli a corto raggio (come viaggi d’affari). La particolare posizione di cui gode e quindi l’impagabile pregio di essere ben collegato alla City fanno sì che le compagnie low cost non vi operino.

Atterrerete, e sarà uno spettacolo imperdibile, in zona Docklands (distretto di Newham), esattamente a una dozzina di chilometri dal centro. L’aeroporto si situa lungo la linea metropolitana DLR (Docklands Light Railway), zona 3. Dunque, con la metropolitana potete essere a Londra (zona 1) in meno di mezz’ora. Il biglietto di sola andata costa £4.80. Il DLR è attivo dalle cinque fino a mezzanotte nei giorni feriali, e dalle sette a mezzanotte nei giorni festivi. Avrete agio di prendere una corsa ogni dieci minuti, male che vada.

Quale la direzione da prendere per il centro? Prendete il DLR che muove in direzione Bank o Tower Gateaway. Potete trovare la mappa della metropolitana praticamente ovunque, quindi anche nei pressi dell’aeroporto. Studiate la mappa prima di salire a bordo.

Se siete in possesso della utilissima Visitor Oyster Card Londra, il viaggio in metropolitana lungo la linea DLR di cui ho detto sopra, cioè dalla zona 3 dell’aeroporto alla zona 1, vi costerà meno di tre sterline. La Oyster Card è una tessera con la quale potrete viaggiare su tutti i mezzi pubblici di Londra, ivi compresi la funivia e le imbarcazioni fluviali del Tamigi. Consente di evitare le code e prendere tutte le corse al prezzo più conveniente della giornata. Senza contare che con questa tessera si ha diritto a una serie di offerte e sconti in oltre 25 negozi e ristoranti: sarà sufficiente esibirla al commerciante. Per esemprio, potrete usufruire di sconti al British Museum, all’Hard Rock Café, al The Royal Albert Hall, alla National Portrait Gallery.

Dove potete acquistare la Oyster CArd? Alla stazione DLR stessa, appena atterrati oppure prima di partire dall’Italia sul sito VisitBritain. Costa £3. Come utilizzarla? La si poggia sul pulsante giallo che trovate ai tornelli delle metropolitane e delle stazioni ferroviarie oppure all’ingresso dei bus.

Riprendiamo il tragitto dal City Airport e guardiamo a un’alternativa alla metropolitana. Siete appena atterrati sull’unica pista di cui dispone questo aeroporto gioiello. Non avete una Oyster Card e non avete alcuna intenzione di prendere una metropolitana (che resta, a ogni modo, la soluzione ideale per arrivare in centro), magari perché non avete fretta di raggiungere il centro o semplicemente perché non volete mischiarvi alla colorita folla della Tube. State pensando a un comodo taxi che vi porti direttamente alla City o altrove decidiate di dirigervi. Ebbene, all’esterno del terminal (nell’area di sosta) troverete i celeberrimi taxi neri. Le tariffe sono riportate sul tassametro: possiamo dire che in media la corsa non vi costerà meno di £25.

Oltre ai taxi neri o black cabs, esistono i minicab, che sono delle auto a noleggio con autista, riconoscibili dagli adesivi TFL. Il servizio è attivo soltanto su prenotazione e la tariffa viene comunicata all’inizio della corsa. In genere, questo servizio costa meno dei black cabs. Durante il weekend si consiglia di fare la prenotazione un bel po’ di tempo prima della partenza prevista, onde evitare di dover aspettare a lungo per via del fatto che il servizio è parecchio richiesto nei fine settimana. Pure, non è raro trovare dei minicab abusivi all’uscita dei locali: non lavorano su prenotazione ma l’inconveniente è che le tariffe possono essere altissime. Potrebbere scucirvi un bel malloppo se siete parecchio sbronzi.

Come altro raggiungere il centro dal City Airport? Una soluzione decisamente poco felice è rappresentata dal servizio di auto a noleggio. Sono costosi i parcheggi, costa la benzina, e la tassa di congestione di Londra è di circa £10. A ogni modo, se si propende per l’indipendenza assoluta, all’aeroporto trovate diverse compagnie di noleggio auto. Potreste prenotare sul sito Rino Car Hire.

E perché non noleggiare una bici? In fondo, pedalerete soltanto per una dozzina di chilometri. Se siamo a corto di grana, allora gambe in spalla! Tempo tre o quattro ore e si è in centro, il Tamigi ci guiderà. Sarà una passeggiata piacevole quante altre mai.

 

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I lettori che fanno vedere film in streaming sono illegali

Posted on : 27-04-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Violazione del copyright: illegittima la vendita di lettori multimediali che consentono la visione in televisione di opere protette dal diritto d’autore.

Non si possono mettere in vendita lettori che, grazie a particolari estensioni preinstallate, consentono di vedere sulla televisione film scaricati da internet e, in particolare, da siti che violano l’altrui copyright. Chi lo fa commette una violazione della normativa europea in diritti d’autore. È questa la sintesi di una sentenza della Corte di Giustizia pubblicata ieri [1]. Secondo i giudici europei «la riproduzione temporanea su tale lettore di un’opera tutelata da diritto d’autore mediante diffusione dati in flusso continuo (streaming) non è esentata dal diritto di riproduzione».

Il caso ha ad oggetto un lettore su cui era stato installato un software open source con alcune estensioni che permettono collegamenti a siti web per scaricare opere tutelate dal diritto d’autore. Ebbene, per la Corte europea anche la semplice vendita di un lettore multimediale rientra nel concetto di «comunicazione al pubblico», per come intesa (in senso estensivo) dalla direttiva europea. Dunque, sono illegali i lettori che fanno vedere sulla televisione film in streaming in quanto finiscono per diffondere al pubblico delle opere protette, senza cioè l’autorizzazione dei relativi titolari dei diritti d’autore.

Scrive la Corte: «Gli atti di riproduzione temporanea sul lettore multimediale di un’opera tutelata dal diritto d’autore, ottenuta via streaming su un sito web appartenente a un terzo che offre l’opera senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, non sono esentati dal diritto di riproduzione». La riproduzione di contenuti altrui sarebbe lecita solo laddove temporanea, transitoria o accessoria e sempre che non vi sia un autonomo intento economico. Cosa che non ricorreva nel caso di specie, dove la principale caratteristica del lettore multimediale era proprio la possibilità di accedere a opere protette, scaricabili da siti di streaming.

La preinstallazione nel lettore multimediale di estensioni che consentono di accedere alle opere tutelate e di visualizzare tali opere sulla televisione «non coincide con la mera fornitura di attrezzature fisiche». Non c’è dubbio, dunque, che la caratteristica del lettore multimediale – che consente un accesso diretto alle opere protette, disponibili su siti di streaming senza l’autorizzazione dei titolari del diritto d’autore – presenta proprio quello scopo di lucro vietato dalla legge.