Separazione con moglie che non lavora

Posted on : 06-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Rischi per l’ex marito e diritti dell’ex moglie che è disoccupata e non ha un proprio reddito: a quanto ammonta l’assegno di mantenimento?

Tu e tua moglie state per separarvi. Anche se non ne avete ancora parlato ufficialmente – forse per mancanza di coraggio o perché ciascuno di voi aspetta che sia l’altro a fare il primo passo – la sorte del vostro matrimonio sembra ormai  al capolinea. Inizi a ragionare su quali potranno essere, per te, le conseguenze economiche di tale scelta. Questo perché, a differenza di tua moglie, hai un lavoro e uno stipendio. Insomma, detto senza peli sulla lingua, il tuo principale cruccio, in questo momento, è di rimanere sul lastrico per colpa dell’assegno di mantenimento che lei potrebbe chiederti o, in alternativa, il giudice potrebbe obbligarti a pagare. Inizi quindi a raccogliere informazioni sulle conseguenze di una separazione con moglie che non lavora. Quali sono le regole e come si calcolano gli alimenti da versare all’ex?

Di tanto parleremo nel seguente articolo tenendo conto che, sull’argomento, sono di recente intervenute due importanti sentenze della Cassazione che hanno un po’ stravolto quella che era l’impostazione tradizionalmente sposata sino ad oggi dai tribunali italiani. Con queste pronunce, i giudici supremi hanno sostanzialmente creato una distinzione netta tra separazione e divorzio: distinzione che un tempo non esisteva almeno con riferimento alle regole per la determinazione dell’assegno di mantenimento. Oggi i criteri che il giudice deve usare per quantificare l’importo da versare all’ex coniuge mutano radicalmente a seconda che si tratti della fase di separazione o della successiva fase di divorzio.

Procediamo dunque con ordine e vediamo cosa succede in caso di separazione con moglie che non lavora.

Separazione e divorzio: le distinzioni 

Già saprai di certo che non puoi divorziare se prima non ti separi. Dalla separazione poi deve passare un certo lasso di tempo minimo per poi procedere al divorzio. Si tratta di sei mesi, se la separazione è stata consensuale (ossia con accordo firmato in tribunale, al Comune o con la negoziazione assistita degli avvocati); di un anno, se la separazione è stata giudiziale (ossia se tu e tua moglie vi siete fatti causa. Il termine però non decorre dalla sentenza ma dalla prima udienza in cui avete tentato la conciliazione davanti al Presidente del tribunale).

Detto ciò, con una sentenza del 2017 [1] la Cassazione ha operato una netta distinzione tra il mantenimento da versare dopo la separazione e quello invece che spetta dopo il divorzio. Possiamo già dire che quest’ultimo è più basso. Quindi l’ex coniuge, seppur in sede di separazione può sperare di ricevere una somma elevata, questa aspettativa deve abbassarsi con il divorzio. Ecco la ragione:

  • l’assegno di mantenimento (quello cioè che spetta dopo la separazione) mira a preservare nel coniuge col reddito più basso lo «stesso tenore di vita» che aveva durante il matrimonio; vuol dire che se prima la moglie poteva permettersi determinati vestiti, dovrà poterlo fare anche dopo (tenendo conto comunque delle maggiori spese che incontrerà anche il marito). A conti fatti significa che lo stipendio più elevato perde una consistente fetta (per un importo variabile tra un terzo e un mezzo). Questo significa che tanto più è elevato il reddito di uno dei due coniugi, tanto più alto sarà il mantenimento;
  • l’assegno di divorzio invece (quello cioè che spetta dopo il divorzio) mira a garantire al coniuge col reddito più basso solo l’autosufficienza economica, ossia la possibilità di mantenersi, a prescindere dall’entità dello stipendio dell’ex. Ad esempio, se in una città di medie dimensioni si può vivere con mille euro al mese, tale sarà il mantenimento per una donna disoccupata anche se il marito ne guadagna diverse decine di migliaia. Le Sezioni Unite della Cassazione [2] però hanno detto che, in tale quantificazione, bisogna comunque tenere conto dell’apporto che la moglie ha dato alla ricchezza della famiglia e del marito: se cioè questa, rinunciando a lavorare, si è dedicata alla casa e ai figli, consentendo al marito di fare carriera, le sarà dovuto un assegno di certo superiore alla semplice “sopravvivenza”; e ciò proprio perché l’uomo si è avvantaggiato, per tutti gli anni della convivenza, del lavoro domestico della donna.

Ex moglie che non lavora: quanto mantenimento le spetta?

In entrambi i casi, sia cioè con la separazione che col divorzio, il giudice tiene conto dell’età dell’ex moglie, delle sue condizioni di salute e delle ragioni per cui questa è eventualmente senza reddito. Infine tiene conto altresì della durata del matrimonio (tanto più è lungo, tanto più ha creato un affidamento su una posizione economica stabile anche per il futuro). Una donna giovane, ancora in età per trovare lavoro, ha diritto a un assegno di mantenimento più risicato rispetto a una donna di età avanzata, incapace ormai a impiegarsi e, probabilmente, vedrà del tutto negato l’assegno divorzile.

In buona sostanza, ipotizzando una situazione con un marito occupato e la moglie senza lavoro, la questione sull’ammontare del mantenimento può essere così sintetizzata:

  • tanto più la donna disoccupata è giovane e capace di lavorare (per formazione o precedenti esperienze), tanto inferiore è l’assegno di mantenimento che le spetta; ci sono poi buone probabilità che le sia negato del tutto l’assegno divorzile, a meno che non dimostri di aver fatto di tutto per trovare un’occupazione e di non esserci riuscita;
  • tanto più la donna si avvicina ai cinquant’anni e tanto maggiori sono le possibilità di ottenere un assegno di mantenimento o divorzile elevato se dimostra che la scelta di fare la casalinga e di non lavorare è stata condivisa con il marito nel corso del matrimonio.

Se l’uomo volesse spuntarla ed evitare un salato mantenimento a una moglie che, per molti anni, ha fatto la casalinga dovrebbe dimostrare che la volontà di non lavorare è attribuibile solo a quest’ultima e che non si è trattato di una scelta concordata a monte. Ma come lo può provare? Dovrebbe avere la registrazione delle conversazioni o qualche testimone che abbia sentito i litigi e sia disposto a testimoniare in tribunale.

Di tanto avevamo già parlato in Divorzio: che rischia la moglie che non ha mai voluto lavorare.

Donna disoccupata: differenze tra separazione e divorzio

La sostanza è quindi che l’assenza di un lavoro rileva tanto nella prima fase della separazione, tanto in quella del divorzio. Difatti, nel primo caso resta comunque l’obbligo di garantire il medesimo tenore di vita; nel secondo caso, invece, bisogna comunque riconoscere alla donna casalinga il ruolo che ha avuto nella famiglia.

L’unica scappatoia per l’uomo potrebbe essere costituita da una moglie giovane e da un matrimonio durato poco tempo, condizioni queste che riducono già notevolmente l’assegno di mantenimento.

Il russamento e le apnee notturne

Posted on : 06-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed, Salute e Benessere

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Russa più della metà della popolazione e un quarto di essa soffre delle apnee nel sonno. Il problema colpisce soprattutto gli obesi, i diabetici, i cardiopatici.

Russare durante il sonno crea molteplici disagi anche a chi dorme vicino a noi. In molti casi, il russamento è dovuto a un apporto di aria insufficiente, altre volte è la spia di una patologia molto più grave denominata “Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno”, indicata con la sigla “OSAS” (Obstructive Sleep Apnea Syndrome). La sindrome si manifesta nel sonno con episodi ripetuti di apnee – ovvero occlusione delle vie aree superiori che causano microrisvegli continui, di breve durata e inconsapevoli – spesso associate a una riduzione della concentrazione di ossigeno nel sangue. Il problema non deve essere sottovalutato, poiché può causare l’insorgenza di altre patologie come l’ipertensione arteriosa, l’infarto, l’ictus cerebrale o essere una conseguenza dell’obesità e del diabete. Il russamento e le apnee notturne provocano anche senso di affaticamento e sonnolenza diurna, talvolta causa di incidenti stradali e sul lavoro. Nel prosieguo dell’articolo, troverete le informazioni necessarie per conoscere e curare il russamento e la sindrome OSAS.

Perché si russa?

I polmoni ricevono ossigeno dall’aria che respiriamo con il naso e la bocca attraverso un tragitto in cui a volte si possono trovare degli ostacoli.

Quando l’aria inspirata è sufficiente, le pareti molli del condotto aereo che attraversa si dilatano, ma se la quantità si riduce il diametro del condotto si restringe e le pareti vibrano provocando il rumore tipico del russamento. Esso, dunque, è caratterizzato dalla chiusura non completa delle vie aeree superiori durante il sonno e il rumore respiratorio che scaturisce dalla vibrazione delle strutture del palato molle o dell’ipofaringe segnala una difficoltà respiratoria che ha notevoli ricadute sulla salute e un effetto negativo sulla vita delle coppie.

La persistenza delle condizioni suddette rende difficoltosa la respirazione notturna e determina, nel tempo, un restringimento sempre maggiore delle vie aeree, tanto che in alcuni momenti esse si chiudono e il paziente va in apnea. Le apnee notturne sono interruzioni di circa dieci secondi del flusso aereo oro-nasale.

Le cause scatenanti il russamento e le apnee notturne

Tra i fattori che favoriscono la comparsa del russamento e dell’OSAS, occorre ricordare innanzitutto l’ostruzione nasale (ipertrofia dei turbinati, deviazione del setto nasale, polipi nasali), che è compresa nelle cause anatomiche predisponenti e, in secondo luogo, la conformazione anatomica anormale della base della lingua, della mandibola, del palato molle e l’ipertrofia delle tonsille.

Non si deve trascurare, inoltre, che il sovrappeso costituisce un altro fattore predisponente per via dell’accumulo di adipe lungo le pareti della faringe e che l’uso di alcol e tranquillanti, agendo sul sistema nervoso, rilassano la muscolatura e favoriscono il russamento, molto diffuso sia tra il sesso maschile che femminile.

Le complicanze che scaturiscono dal russamento e dalle apnee notturne

Oltre al disturbo sonoro che si produce durante il sonno, con il russamento possono innescarsi una serie di complicanze dovute al deficit di aria, come l’ipertensione arteriosa, la difficoltà di concentrazione, le aritmie cardiache, la sonnolenza diurna, disturbi che possono condurre a gravi problemi cerebrali e cardiaci.

Il russamento abituale, o roncopatia, e le apnee notturne sono i fautori del quadro clinico conosciuto come OSAS, responsabile della riduzione dell’ossigenazione del sangue nel corso della notte. Frequentemente, nei russatori insorgono disturbi del microcircolo, in grado di favorire l’insorgenza di ipoacusia e acufeni.

Come scoprire se si soffre di russamento e apnee nel sonno?

Roncopatia e OSAS sono spesso difficili da diagnosticare, il paziente, infatti, può non riconoscere i sintomi. Si può, preliminarmente, chiedere l’aiuto dei familiari, che potranno prestare attenzione al russamento e capire se esso si presenta abitualmente, se è persistente e se è intervallato da pause respiratorie.

Quali sono i sintomi più comuni della sindrome OSAS?

Russamento, pause respiratorie, sonno caratterizzato da risvegli frequenti e con sensazione di soffocamento, esigenza di urinare nel corso della notte (nicturia), sudorazione notturna sono i sintomi che si manifestano durante la notte nei soggetti affetti da sindrome OSAS, seguiti dai sintomi diurni come stanchezza al risveglio, mal di testa mattutino, disturbi dell’umore, eccessiva sonnolenza diurna, scarsa concentrazione con deficit di memoria.

Quali esami si devono eseguire per diagnosticare la sindrome?

L’esame specifico a cui sottoporsi è la polisonnografia, in seguito alla quale si potrà stabilire la corretta terapia da seguire. L’indagine si effettua con un apparecchio (polisonnografo) che consente di: rilevare le apnee e consentire la classificazione in centrali, ostruttive e miste; mostrare le alterazioni del ritmo cardiaco; riconoscere la fase del sonno in cui gli eventi si verificano. L’esame si esegue di solito a casa del paziente, al fine di ottenere risultati più fedeli alle normali condizioni di riposo del paziente.

Importante risulta anche la valutazione delle prime vie aeree eseguita da un otorinolaringoiatra, che potrà determinare il grado di ipertrofia tonsillare, la conformazione dell’ugola, del velo del palato e della regione retropalatale. Utile pure la videoendoscopia nasale che esamina l’interno delle fosse nasali e del rinofaringe con strumenti a fibre ottiche (endoscopi rigidi o flessibili).

Si tratta di un test ambulatoriale e indolore. L’otorino potrà consigliare anche una videorinolaringoscopia per controllare l’interno degli organi rino-oro-faringolaringei sempre con strumenti a fibre ottiche flessibili. Di grande rilevanza è la valutazione dei disturbi del sonno del paziente eseguita mediante strumenti (poligrafi), che registrano le funzioni vitali dell’individuo durante il riposo notturno. Essi forniscono informazioni sull’ossigenazione del sangue, sulla frequenza cardiaca, sul russamento e sulle apnee notturne, sul movimento dell’addome e del torace durante la respirazione e sulla posizione assunta dal soggetto nel sonno.

L’esame consente di capire non solo la gravità della OSAS in base alla riduzione della quantità di ossigeno nel sangue, ma anche se il russamento e le apnee sono determinate da cause ostruttive.

Le terapie per il russamento e le apnee nel sonno

Roncopatie e apnee notturne sono oggi curate con quadri terapeutici personalizzati e spesso multi-disciplinari. Nei casi di russamento e nelle forme più lievi di OSAS, il medico può consigliare una terapia comportamentale o posizionale, che consiste di solito nella riduzione del peso e nella corretta igiene del sonno. Il primo rimedio da mettere in atto è il dimagrimento, difatti basta una riduzione anche del solo 10% del peso corporeo per limitare in maniera significativa il russamento.

Altre migliorie al problema vengono apportate dal mutamento di alcune abitudini: la posizione del corpo durante la notte influisce su apnee e roncopatie, visto che per alcuni soggetti è bastato modificare la posizione che si assume durante il sonno da supina a laterale per ottenere dei giovamenti. È necessario, tuttavia, che si inizi dalla risoluzione delle eventuali difficoltà respiratorie nasali, tenendo presente che il palato molle e l’ugola sono gli organi che presentano la maggiore vibrazione nel gran numero di russatori, ecco perché si deve agire prima di tutto sull’insufficiente apporto di aria dal naso, che è la causa della vibrazione.

Alcune volte, l’ostruzione respiratoria è provocata da una ipertrofia tonsillare, causa di russamento in molti soggetti. Solitamente, tale ipertrofia non è causata da un’infezione tonsillare, quindi non è necessario rimuovere completamente le tonsille, ma ridurle di volume con l’uso di strumenti a radio frequenze. Una riduzione analoga può essere effettuata anche al volume linguale, nei casi in cui proprio l’ingrossamento della lingua determina il restringimento della parte inferiore della faringe, che origina il russamento. L’intervento viene eseguito in anestesia locale.

Nelle forme più gravi, può risultare necessaria una terapia ventilatoria per aiutare la respirazione durante il sonno o l’uso di dispositivi odontoiatrici da utilizzare di notte. Nel primo caso, si utilizza un apparecchio chiamato CPAP (Continuous Positive Airway Pressure), che tramite una mascherina trasmette nel naso aria generata da una specie di minicompressore. L’effetto è rapido e dopo pochi giorni i pazienti ottengono buoni risultati. Il CPAP, però, favorisce a volte l’insorgenza di congestione nasale, claustrofobia, abrasioni cutanee del volto, problemi questi che inducono tanti soggetti a non farne più uso. In casi estremi, la strada obbligata è l’intervento chirurgico, spesso risolutivo e mininvasivo.

La diagnosi e la scelta della terapia adatta ad ogni situazione è consigliabile che provenga da un medico specializzato in medicina del sonno. Purtroppo, solo una piccola parte di coloro che soffrono di apnee notturne si rivolge allo specialista, l’OSAS, infatti, è quasi sempre sottodiagnosticata, nonostante l’alta percentuale di soggetti che ne soffrono.

Cosa dice la legge?

Il nuovo Codice della strada ha introdotto alcune norme per il rinnovo o il rilascio della patente ai soggetti affetti da OSAS, i quali devono riferire questa patologia nella dichiarazione anamnestica, ovvero nel documento che contiene tutte le condizioni di rischio potenziale. Uguale procedura dovrà essere seguita anche dai forti russatori. Se il medico della commissione rileverà l’assenza di sonnolenza diurna o una presenza lieve, certificherà l’idoneità alla guida.

Altri accertamenti medici saranno condotti sulle persone che dichiarano di essere affette da malattie associate all’OSAS (ipertensione arteriosa, aritmie, diabete mellito tipo 2, cardiopatia ischemica, eventi ischemici cerebrali, broncopneumopatie).

Nel caso in cui si riscontra una notevole sonnolenza diurna, la valutazione per l’idoneità alla guida spetterà alla commissione medica locale, che sottoporrà il candidato ad alcuni test specifici. In seguito a ciò, l’autorizzazione alla guida può giungere anche per le persone affette da OSAS, a condizione che si dimostri il controllo della sintomatologia, con miglioramento della sonnolenza diurna confermato dagli specialisti delle strutture pubbliche. In questi casi, la validità della patente non può superare i tre anni per le categorie AM, A, A1, A2, B1, B, e BE e un anno per le categorie C, CE, C1, C1E, D, DE, D1 e D1E.

Sinistro con veicolo non assicurato o non identificato

Posted on : 23-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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In caso di sinistro con un veicolo non assicurato o non identificato, la richiesta risarcitoria andrà inoltrata al Fondo di garanzia per le vittime della strada.

I sinistri stradali sono all’ordine del giorno data la grandissima quantità di veicoli che ogni giorno e a tutte le ore transitano per le strade per motivi lavorativi, di svago ecc. Solitamente, quando avviene un sinistro ci si scambia i dati e il danneggiato si rivolge alla propria assicurazione per ottenere il risarcimento, altre volte si risolve la questione amichevolmente facendo riparare l’auto da un carrozziere di fiducia di una delle parti, per evitare lo scalo di classe assicurativa e il conseguente aumento del premio. Quando ci si rivolge alla propria assicurazione, questa procede entro termini determinati alla presentazione di “una congrua e motivata offerta”, qualora ciò non accada allora si potrà avanzare la domanda giudiziale. Ma in caso di sinistro con veicolo non assicurato o non identificato cosa accade? Basti pensare che, secondo alcune stime, circolerebbero sul territorio italiano 4 milioni di veicoli non assicurati. Inoltre, frequenti sono i casi di incidenti con danni e lesioni in cui il conducente del veicolo si allontana senza rilasciare le proprie generalità e, in caso di lesioni occorse all’altra parte coinvolta, senza prestare il dovuto soccorso. In questi, ed altri casi, interviene il Fondo di garanzia per le vittime della strada. Ma di cosa si tratta? A chi va inviata la richiesta risarcitoria? Qual è la procedura da seguire?

Il Fondo di garanzia per le vittime della strada

Il Fondo di garanzia per le vittime della strada (che d’ora in avanti chiameremo Fondo o FGVS) è un organismo di indennizzo amministrato dalla Consap (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici) sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico. Il FGVS è finanziato dalle stesse compagnie assicurative con le somme che sono obbligate, per legge, a versare ogni anno. Quindi, una parte del premio assicurativo che paghi alla tua compagnia, confluisce nel fondo.

Il Fondo interviene in casi specificamente disciplinati dalla legge [1]:

  • per ottenere il risarcimento dei danni causati da veicoli o natanti non identificati (ad esempio, il veicolo che causa un sinistro e, in seguito all’impatto, fugge via). Sono risarcibili i danni alla persona e i danni materiali, questi ultimi solo per un importo superiore 500 euro, per la parte eccedente tale ammontare (se il danno è di 700 euro sarà risarcibile l’equivalente di 700-500, quindi 200 euro). Se non vi sono danni gravi alla persona, il danno alle cose non viene risarcito. Per danno grave si intende una lesione macropermanente, cioè una lesione dell’integrità psicofisica superiore al 9%;
  • per ottenere il risarcimento di danni causati da veicoli o natanti non assicurati (perché la polizza assicurativa è scaduta o perché non è mai stata sottoscritta) o assicurati con imprese poste in liquidazione coatta amministrativa[2]. Sono risarcibili sia il danno alla persone che il danno alle cose (quest’ultimo senza la previsione di alcuna franchigia);
  • per ottenere il risarcimento dei danni causati da veicoli posti in circolazione contro la volontà del proprietario (ad esempio, i veicoli rubati che vengano coinvolti in un incidente). Sono risarcibili sia i danni alla persona che alla cose, limitatamente ai non passeggeri e ai passeggeri inconsapevoli della circolazione del veicolo non autorizzata dal proprietario o trasportati contro la loro volontà;
  • per ottenere il risarcimento dei danni alla persona e alle cose causati da sinistri con veicoli spediti nel territorio italiano da un altro Stato dello Spazio Economico Europeo (che comprende i Paesi dell’Unione Europea, Islanda, Norvegia e Lichtestein) verificatisi nel periodo che va dalla data di accettazione del veicolo allo scadere dei trenta giorni (cioè, nel periodo in cui sono sprovvisti di polizza assicurativa);
  • per ottenere il risarcimento dei danni alle cose e alle persone per i sinistri causati da veicoli esteri con targa non corrispondente o non più corrispondente allo stesso;
  • per ottenere il risarcimento dei danni causati da un sinistro avvenuti sul territorio di un altro stato membro da veicoli ivi immatricolati e assicurati con una compagnia avente sede legale in Italia, che al momento del sinistro si trovava in stato di liquidazione coatta amministrativa o che vi sia stata posta successivamente.

Per la prima ipotesi, cioè il caso del veicolo o natante non identificato (per cui è prevista la franchigia di 500 euro per i danni alle cose), il Fondo risarcisce fino a 5 milioni di euro per danni a persona ed 1 milione di euro per danni a cose.

In tutti gli altri casi, il danno sarà risarcito entro i limiti del massimale di legge previsto per i veicoli o i natanti della categoria cui appartiene il mezzo che ha causato il danno.

La richiesta di risarcimento

Per poter ottenere il risarcimento dovrà essere formulata una richiesta contenente i seguenti elementi:

  • le generalità (nome, cognome, residenza e codice fiscale) delle parti coinvolte e dei danneggiati;
  • i dati dei veicoli coinvolti nel sinistro (cioè assicurazione, targa, marca, modello ecc.), se il veicolo danneggiante non è stato identificato è necessario specificarlo, unitamente al/ai motivo/i per cui non è stato possibile. Difatti, se il danneggiato, per negligenza, non annota la targa del veicolo danneggiante, non potrà presentare richiesta risarcitoria al fondo. E’ sufficiente provare che l’identificazione sia stata resa impossibile per circostanze obiettive, valutabili dal giudice caso per caso, e non imputabili alla negligenza della vittima. Sarà naturalmente necessario provare anche che il sinistro si è verificato per condotta dolosa o colposa del conducente di un altro veicolo [3].
  • luogo e ora del sinistro;
  • descrizione della dinamica del sinistro;
  • professione e reddito dei danneggiati;
  • indicazione dell’intervento delle autorità.

Se la richiesta riguarda i soli danni materiali bisogna indicare anche:

  • l’entità del danno (allegando un preventivo danni oppure se le riparazioni sono state già effettuate, allegando fattura dell’avvenuto pagamento);
  • luogo, giorni e orari per permettere la perizia del veicolo e delle cose danneggiate.

Se, invece, dal sinistro sono derivati anche danni fisici, sarà necessario indicare l’entità delle lesioni (allegando copie di certificati medici, spese mediche sostenute, esiti esami strumentali e certificazione di avvenuta guarigione con o senza postumi permanenti).

Nel caso di veicolo non identificato, la denuncia alla Procura della Repubblica competente non è necessaria. A chiarirlo è stata la Cassazione [4] per cui costituisce solo una delle circostanze da valutare per accordare il risarcimento. Resta, però, consigliabile presentare la denuncia alle autorità competenti.

Un modello di richiesta di risarcimento danni è reperibile sul sito della Consap [5].

A chi rivolgere la richiesta risarcitoria?

La richiesta risarcitoria va spedita a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno o mezzo posta elettronica certificata a:

  • Consap S.p.a. (Via Yser, 14 – 00198 Roma – RM) che gestisce il Fondo;
  • all’impresa designata dall’IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) per la gestione dei sinistri, per conto del FGVS, verificatisi nella regione di competenza (cioè nella regione in cui si è verificato il sinistro).

A ogni regione o gruppo di regioni, è assegnata una compagnia di assicurazioni competente a gestire il FGVS per un triennio [6].

Di seguito l’elenco delle compagnie e delle regioni di competenza:

  • Allianz S.p.A. (L. go Ugo Irneri, 1 – 34123 Trieste – TS): Lombardia, Marche, Lazio, Puglia;
  • Assicurazioni Generali S.p.A. (Via Marocchesa, 14  –  31021 Mogliano Veneto – TV): Friuli-Venezia Giulia,  Campania;
  • UnipolSai S.p.a. (Via Stalingrado, 45, 40128 Bologna – BO): Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo, Molise, Sicilia, Repubblica di San Marino;
  • Società Cattolica di Assicurazione (Lungadige Cangrande, 16 – 37126 Verona – VR): Basilicata, Veneto;
  • Società Reale Mutua di Assicurazioni (Via Corte D’Appello, 11 – 10122 Torino – TO): Valle D’Aosta, Piemonte, Liguria, Sardegna;
  • Sara Assicurazioni S.p.A. (Via Po, 20 – 00198 Roma – RM): Umbria, Calabria;

La procedura di risarcimento

La richiesta di risarcimento al Fondo va presentata entro due anni dall’evento lesivo a cose o persone, tranne nel caso in cui dal sinistro derivi la morte di una persona, in questo casi i termini si prolungano fino a dieci anni.

Una volta presentata la richiesta, la compagnia designata dovrà effettivamente verificare la mancata copertura assicurativa del veicolo o che questo non sia stato identificato. Entro 60 giorni, la compagnia incaricata di gestire il sinistro, dovrà formulare un’offerta di risarcimento. Qualora non presenti l’offerta risarcitoria, dovrà comunicarne i motivi al danneggiato.

Il termine per la risposta è, invece, di sei mesi nel caso in cui la compagnia del danneggiante sia in stato di liquidazione coatta amministrativa.

Qualora la documentazione inoltrata dal danneggiante non sia completa, la compagnia dovrà segnalarlo entro 30 giorni e il termine per formulare l’offerta risarcitoria rimane sospeso fino all’integrazione della documentazione.

Nel caso in cui questi termini scadano senza ottenere risposta alcuna oppure sia negato il risarcimento, sarà possibile agire in giudizio.

Si badi bene che è molto difficile ottenere il risarcimento al di fuori delle aule giudiziarie, infatti, solitamente le compagnie designate preferiscono attendere un provvedimento giudiziale per evitare frodi. Alla luce di quanto detto, risulta molto importante il ruolo svolto dai testimoni nel corso del processo che possono fornire elementi utili per la decisione giudiziale.

La rivalsa

La compagnia designata, una volta che ha risarcito il richiedente, procede all’identificazione del responsabile del sinistro, in maniera tale da richiedergli il rimborso di quanto pagato al danneggiato. Se il danneggiante non paga spontaneamente, la compagnia potrà procedere nei suoi confronti per il recupero coattivo della somma.

Regali di natale: pensierini entro i dieci euro

Posted on : 02-12-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Regali di natale con una spesa di dieci euro o meno, pensierini fai da te, regali da acquistare e personalizzare, confezioni originali e qualche ricetta di dolci da regalare a natale.

Sta per arrivare quell’allegro, confusionario, divertente e impegnativo periodo dell’anno… sì è esattamente quello che pensi: il Natale! Croce e delizia per molti, accomuna tutti per il folle impegno dei regali da riporre sotto l’albero per rendere felici grandi e piccini. Ogni anno aspetti gli ultimi giorni utili perché è un problema per te pensare al regalo giusto? Sei sempre insoddisfatto/a dei regali perché ti sembrano comuni e impersonali? Negli ultimi anni hai dovuto ridurre i regali perché la crisi non li faceva rientrare nel tuo budget? Vorresti proprio fare dei doni originali senza spendere molto? Non preoccuparti sei perfettamente in tempo per sperimentare una o più delle soluzioni regalo che ti proporrò nelle prossime righe. Ho pensato a una serie di regali di natale: pensierini entro i dieci euro. La crisi ci impone di rientrare con le spese superflue e così potrai pensare anche di risparmiare qualcosa per un veglione di capodanno scintillante, quel paio di scarpe che guardi da mesi in vetrina o quel massaggio relax di cui hai disperatamente bisogno. Quelli che ti propongo sono regali originali, spesso fatti o confezionati a mano, che trasmetteranno ai tuoi amici e parenti la sensazione di essere stati pensati con grande affetto. Ma anche per te che non hai il tempo o le capacità per il fai da te, ho pensato ad alcune soluzioni ingegnose ed economiche.

Finti dolci, dolci veri e dolcissimi pensieri

Calzini cupcake

Qualunque tessuto può essere confezionato nei modi che andrò ad illustrarti. Che sia un foulard, uno strofinaccio per la cucina, calzini, cravatte o asciugamani, non devi fare altro che arrotolare, arrotolare e arrotolare!

La prima cosa che devi fare è acquistare i calzini. Ti consiglio il genere morbido e spugnoso o di ciniglia, ma rigorosamente monocolore e nei toni pastello. In questo modo riprodurrai l’effetto della glassa dei cupcake alla perfezione. Recati presso un negozio di oggetti per la casa e la cucina e acquista i pirottini per i muffin in silicone della dimensione adatta ai tuoi calzini, un’alternativa sono i bicchieri di carta o le coppette per il gelato sempre nei colori pastello.

Sul tavolo a casa arrotola la coppia di calzini su sé stessi e fissa la parte esterna con una spilla da balia in modo che non si possano aprire, spingi la parte centrale del rotolo verso l’esterno così da ottenere un effetto a piramide; inserisci il rotolo nel contenitore per dolcetti che avrai scelto e aggiusta la forma fino a quando la troverai simile a una tortina glassata.

Concludi con un lecca-lecca (con la carta esterna trasparente), infilalo sulla cima del cupcake calzini e avrai la vera e propria ciliegina sulla torta.

Salame di cioccolato in barattolo

Per preparare il salame di cioccolato in barattolo, ecco cosa ti serve:

  • 200 grammi di biscotti secchi frantumati grossolanamente;
  • 100 grammi di cacao amaro;
  • 100 grammi di zucchero;
  • 50 grammi di noci tritate a mano.

Il barattolo che dovrai acquistare è quello da litro. Qui inserirai gli ingredienti a strati alternando anche i colori, ma ricordati di mettere in basso gli ingredienti dalla grana più fine e in alto quelli di maggiori dimensioni, poiché se dovessi procedere al contrario rischieresti che con il movimento le polveri si spostino in basso, rovinando l’effetto coreografico degli strati.

Aggiungi l’etichetta, scritta a mano o stampata secondo la tua fantasia, con le istruzioni per completare la ricetta (qui sotto) e aggiungila alla confezione con un cordoncino. Ecco pronto il tuo salame di cioccolato in barattolo da riporre sotto l’albero.

Ingredienti da aggiungere:

  • 1 uovo;
  • 100 grammi di burro fuso.

Ricetta da aggiungere alla confezione: mescola gli ingredienti del barattolo e aggiungi il burro fuso e l’uovo intero, lavora con le mani fino a creare un composto solido e forma un salsicciotto. Disponilo su un foglio di alluminio e arrotola tutto intorno, mentre sistemi la forma del salame.

Infine, riponi in freezer per almeno un’ora e taglia il salame di cioccolato che adesso è pronto per essere servito.

Crostata al pandoro e cioccolato gianduia

Questo è un regalo un po’ furbetto perché ti permetterà di fare bella figura e allo stesso tempo di utilizzare in modo creativo uno dei tanti pandori avanzati che avrai ricevuto da amici, vicini di casa o pacchi regalo aziendali. Oltre alla ricetta che ora ti descriverò, ti consiglio di recarti in un negozio di oggettistica per la casa o un negozio di vendita al dettaglio di prodotti dolciari, troverai facilmente un piatto decorativo natalizio o ancor meglio un’alzatina per dolci. Presenterai così il tuo regalo doppio, quello da consumare deliziandosi in compagnia e quello che rimarrà come un gradito oggetto da usare più e più volte.

Per la frolla:

  • 250 grammi di farina 00;
  • 150 grammi di burro;
  • 1 uovo intero e un tuorlo;
  • 150 grammi di zucchero;
  • sale;
  • 1 bustina di vanillina.

Per la farcia:

  • 120 grammi di cioccolato gianduia;
  • 200 grammi di pandoro;
  • 500 ml di panna fresca;
  • cacao amaro per spolverare la superficie

Unisci alla farina il burro a pezzetti e impasta con l’uovo, il tuorlo e la bustina di vanillina, aggiungi un pizzico di sale e lo zucchero fino ad ottenere un composto dalla consistenza omogenea, riponi quindi in frigo per circa mezz’ora.

Trascorso questo lasso di tempo stendi la pasta in uno stampo da 28 centimetri, avendo cura di foderare anche i lati con la frolla, bucherella il fondo con una forchetta e metti un foglio di carta da forno sopra la frolla. Riempi di legumi secchi il fondo della tortiera e fai cuocere in forno a 180 gradi per circa 20/25 minuti, quindi sforna, rimuovi i legumi e la carta forno e lascia raffreddare.

Ora lavora il ripieno della crostata come segue: sciogli il cioccolato a bagnomaria e incorporala alla panna che avrai montato in precedenza, sbriciola il pandoro e uniscilo al composto. Riempi la base della frolla con il composto per il ripieno e spolverizza con cacao amaro, sposta quindi la torta sul piatto o l’alzata.

Ti consiglio, infine, di decorare con piccoli ciuffetti di pungitopo o agrifoglio finto che troverai nel negozio di forniture dolciarie e di completare la confezione con un foglio di carta trasparente e una coccarda rosso fuoco.

Ricettario da scrivere

Anche questo è un regalo che potrai acquistare ma anche facilmente personalizzare. Puoi trovare questi quaderni per ricette sia su internet sia in tutte le librerie.

Ora ricordi quel piatto che ha reso indimenticabile quella cena tra amici o la ricetta che tua nipote ti chiama sempre per chiederti? Questo è il momento giusto per fare un regalo nel regalo! Compila le prime pagine del quaderno per le ricette che avrai scelto con le ricette che sono tanto amate da chi è il fortunato destinatario e sarai certo/a che sarà tramandato di generazione in generazione.

Piattini, tazze e tazzine

Piattino con saponetta

Se ami passare le domeniche nei mercatini dell’antiquariato quello che sto per proporti è il regalo perfetto da fare questo natale. Qui nelle bancarelle potrai trovare facilmente servizi spaiati da tè o caffè. Scegli qualche piattino di porcellana inglese a fiori o comunque pienamente e finemente decorati, presta attenzione a eventuali sbeccature o colori sbiaditi e quando avrai trovato quelli perfetti non pensarci su e acquistali.

La seconda parte del regalo la potrai trovare in erboristeria, scegli le saponette che meglio si abbinano ai piattini e le fragranze che più ti ispirano, preferendo i saponi con essenze naturali e senza troppi ingredienti chimici. La confezione è piuttosto semplice: metti le saponette sui piattini e fissale con un nastro del colore che più si addice al tuo pensierino.

Puoi completare con fiori di pot-pourri, un’etichetta personalizzata e della carta trasparente questa coccola natalizia.

Tazza personalizzata

La tazza, che sia da latte, da caffè americano o da tè è sempre un’idea appropriata per un regalo di natale, sia per le persone più vicine di cui conosci bene le abitudini, sia per quelle che conosci da meno tempo poiché è un oggetto utilizzato praticamente da chiunque.

Per te che sei pigro in commercio potrai trovarne di tutti i generi, tra quelle più carine te ne segnalo alcune:

  • tazza con gessetto. Questo tipo di tazza ha una particolare finitura lavagna che permette di personalizzarla ogni giorno in modo diverso. Se deciderai di regalare questa tipologia ricordati di lasciare un messaggio ad hoc prima di confezionarla, ti consiglio qualcosa di divertente che strapperà un sorriso al destinatario;
  • tazza cambia colore. Si tratta di tazze realizzate con una speciale composizione termosensibile che permette di rivelare messaggi nascosti, colori e disegni divertenti. In più potrà rivelare a chi la utilizza la temperatura della propria bevanda, per chi non ama scottarsi ma è sempre distratto questo è il regalo perfetto;
  • tazza con foto personalizzata. Se hai qualche minuto in più del tuo tempo da dedicare per questo pensiero allora ti consiglio di personalizzare la tazza da regalare con un’immagine. Potrai realizzarla sia su numerosi siti on-line, sia nei negozi che effettuano stampe e serigrafie su misura. Ti consiglio di portare una foto che ritrae te con il tuo amico o familiare, se hai la giusta confidenza. Ma se non hai un rapporto così stretto con la persona a cui vuoi regalare la tazza, fai un giro sui suoi social network e scegli un’immagine di un paesaggio, di un viaggio, di una frase che troverai nell’album tra quelle della copertina. Sono quelle che rappresentano o sono care a ciascuno, ma allo stesso tempo spesso non sono troppo individuali come le immagini del profilo.

Tazzina da tè con candela

Ti sei divertita/o al mercatino dell’antiquariato e vuoi sperimentare qualcosa di non troppo complesso ma che ti dia il piacere del fai da te? Allora ti spiegherò come realizzare una candela in una tazza da tè. Potrai utilizzare anche una tazza da tè o una coppia di tazzine da caffè a tema natalizio di cui i negozi sono molto forniti nel periodo delle feste, ma per entrambe le soluzioni ricordati di prendere una tazza con piattino.

Materiali:

  • stoppini;
  • stuzzicadenti lungo;
  • un vecchio pentolino che non usate più;
  • una pentola più grande necessaria per il bagnomaria;
  • 300 grammi di scaglie di cera (stoppini e cera sono reperibili presso i negozi di bricolage);
  • olio essenziale profumato.

Metti sul fuoco l’acqua nella pentola grande riempiendola per circa un terzo e metti nel pentolino più piccolo che non utilizzi più le scaglie di cera, poni a bagnomaria il pentolino più piccolo dentro quello più grande e ricordati di tenere la fiamma sempre bassa, aggiungi qualche goccia di olio essenziale e attendi che si sciolga la cera.

Prepara intanto lo stoppino: lega la parte superiore del filo allo stuzzicadenti, misura bene in modo che lo stoppino sia teso e tocchi il fondo della tazza e sia al centro della stessa e poggia lo stuzzicadenti sul bordo della tazza. Versa quindi la cera nella tazza rimanendo sotto il bordo di circa mezzo centimetro.

La cera raffreddandosi potrebbe contrarsi lasciando dello spazio tra le pareti della tazza e la candela; se ciò si dovesse verificare rabbocca con altra cera liquida e a operazione completata libera lo stoppino dallo stuzzicadenti, confeziona a piacere e naturalmente metti sotto l’albero.

Un’idea in più

Da qualche anno lo shopping on-line è un’abitudine anche nel periodo natalizio, per chi non ha tempo o chi preferisce scegliere comodamente dal divano il regalo perfetto. Se ancora non hai sperimentato questa opzione ti spiego come effettuare una ricerca su Amazon filtrando la tua ricerca in modo da visualizzare solo la fascia di prezzo che ti interessa.

In primo luogo scegli la categoria che ti interessa (es: giochi e prima infanzia), sulla sinistra troverai una serie di filtri, come ad esempio la modalità di spedizione che preferisci, la marca ed altri elementi utili a restringere la ricerca (per i giochi per esempio tra i filtri possibili vi è l’indicazione delle fasce d’età).

Potrai anche filtrare per fascia di prezzo, in questo caso inserendo appunto 10€. Se questo metodo dovesse dare un quantitativo eccessivo di risultati, potrai accedere alla ricerca avanzata che ti permetterà di raffinare maggiormente la ricerca per parole chiave (se utilizzi più parole chiave il motore di ricerca restringerà ulteriormente i risultati, viceversa per ottenere più risultati dovrai usare meno parole chiave), produttore e sottocategorie.

Di ROBERTA JERACE

Gravidanza, i diritti dei lavoratori dipendenti

Posted on : 26-08-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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La gravidanza, lungi dall’essere una condizione patologica, è una fase che richiede particolari attenzioni, soprattutto nei confronti delle lavoratrici. Ecco i diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza.

La gravidanza è un periodo delicato nella vita della donna che soprattutto negli ultimi mesi può mettere a dura prova anche il corpo. Proprio per questo la normativa tutela in modo dettagliato tutto il periodo della gestazione e i primi mesi successivi all’entrata del bambino in famiglia. In gravidanza i diritti dei lavoratori dipendenti trovano fondamento in diverse fonti. In primo luogo vi è la Costituzione [1], seguono diversi testi normativi come il decreto legislativo 151 del 2001. Deve essere fin da ora sottolineato che questi diritti si applicano anche nel caso di figli adottivi o in affidamento.

La donna in gravidanza può assentarsi dal lavoro per esami medici?

Nel periodo della gravidanza è del tutto normale che siano calendarizzati esami per monitorare la salute del bambino e della donna. Gli stessi non sempre sono conciliabili con gli orari di lavoro, ecco perché il legislatore riconosce alla donna il diritto ad avere permessi retribuiti per sottoporsi ad esami pre-natali o visite specialistiche che debbano essere eseguiti nell’orario di lavoro[2]. Ad esempio vi sono esami che devono essere eseguiti per forza nelle prime ore del mattino e di conseguenza chi ha il turno di lavoro al mattino ha diritto ad avere il permesso. Ciò che rende questi permessi particolarmente tutelati è la previsione da parte del legislatore del diritto alla retribuzione, inoltre non sono considerati permessi per malattia e sono ulteriori rispetto ai permessi normalmente riconosciuti ai lavoratori.

Se la mansione mette a rischio la salute è necessario licenziarsi?

Per la tutela della salute della donna e del nascituro il legislatore ha anche previsto il divieto di adibire la donna a mansioni che potrebbero mettere a rischio la salute della gestante e del nascituro. Di conseguenza non può essere esposta a mansioni che prevedono il sollevamento di pesi, trasporto, mansioni insalubri o in condizioni che comunque possano mettere a repentaglio la sua salute. Spetta al datore di lavoro valutare le condizioni di lavoro e l’esposizione a rischi al fine di adibire la lavoratrice a mansioni che siano consone alla sua situazione. Il legislatore prevede però anche che la lavoratrice mantenga qualifica e retribuzione. Nel caso in cui non vi siano postazioni di lavoro che possano avere lo stesso inquadramento contrattuale e trattamento economico, il datore di lavoro potrà adibire la lavoratrice a mansioni che abbiano anche un inquadramento inferiore, ma il trattamento economico non può subire modifiche. L’affidamento a tali mansioni deve essere comunicato all’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente [2].

Cosa succede al rientro al lavoro dopo la gravidanza?

Terminato il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, la lavoratrice dipendente ha diritto a rientrare nel suo posto di lavoro. Deve essere precisato che deve essere collocata alle stesse mansioni, non è ammesso il demansionamento anche nel caso in cui nel frattempo la sua posizione sia stata occupata da un’altra persona. Inoltre al rientro al lavoro ha diritto alla stessa retribuzione precedente e attinente alla qualifica.

Fino a quando la lavoratrice deve lavorare?

Il primo diritto riconosciuto alle donne in gravidanza è redatto in forma di obbligo: il legislatore infatti stabilisce che la lavoratrice ha l’obbligo di astensione dal lavoro nei due mesi antecedenti la data prevista per il parto e nei tre mesi successivi al parto. La lavoratrice ha il diritto anche di posticipare l’uscita dal lavoro, in particolare può optare per il godimento dell’astensione nel mese antecedente la data presunta del parto e nei 4 mesi successivi [3]. In questo caso è però necessario che la donna presenti un certificato del medico competente che attesti l’assenza di rischi per la salute della donna e del nascituro dovuti alle mansioni di lavoro svolte. Il legislatore ha pensato alla soluzione dell’obbligatorietà dell’astensione per evitare che la donna potesse rinunciare a tale diritto, magari sotto pressione, mettendo a repentaglio la salute sua e del nascituro. In casi particolari, ovvero quando la donna o il nascituro abbiano dei problemi di salute, è possibile avere il diritto all’astensione dal lavoro in data antecedente rispetto a quella prevista per il congedo obbligatorio. In questo caso è però necessario produrre al datore di lavoro un certificato medico dell’ASL competente per territorio che attesti tale condizione di pericolo. Deve essere sottolineato che nel caso in cui la lavoratrice abbia contemporaneamente due rapporti di lavoro part-time deve chiedere il diritto di astenersi dal lavoro ad entrambi.
Per potersi astenere dal lavoro è necessario presentare entro l’inizio del periodo di astensione obbligatoria una domanda. La stessa deve essere presentata telematicamente attraverso il sito INPS, oppure attraverso patronati.

Quali sono i diritti dei lavoratori successivi al rientro al lavoro?

I diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza non finiscono qui perché in seguito al periodo di astensione obbligatoria è possibile usufruire per un anno del permesso di allattamento. In particolare la lavoratrice dipendente ha diritto a due pause giornaliere di un’ora ciascuna anche cumulabili. Nel caso di lavoro part-time tale tempo viene dimezzato. Ad esempio la donna può scegliere di entrare un’ora dopo e uscire un’ora prima, oppure un’uscita anticipata dal lavoro di due ore. In questo caso c’è anche una particolarità, infatti, può usufruire di questo permesso anche il padre lavoratore, ma ciò solo nel caso in cui:

  • il padre sia l’unico genitore affidatario, ad esempio se la madre non lo riconosce;
  • se la madre non usufruisce di tale diritto (perché decide di rinunciarci o perché non lavoratrice);
  • nel caso in cui la madre sia impossibilitata a godere del periodo di allattamento, ad esempio per grave infermità o decesso [4].

Il permesso di allattamento spetta anche ai genitori affidatari o adottivi entro il primo anno di ingresso del bambino nel nucleo familiare.
Per ottenere il riconoscimento di tale diritto il genitore che intende avvalersene non deve presentare domanda all’INPS, basta invece una richiesta scritta al datore di lavoro, mentre quest’ultimo non può rifiutare di concedere tale diritto. Se in azienda sono presenti nidi aziendali il genitore può usufruire solo di mezz’ora di stacco. Infine, se il parto è gemellare il periodo riconosciuto per l’allattamento viene raddoppiato. Nel caso in cui si intenda usufruire del permesso di allattamento non si perde la retribuzione, ma la parte corrispondente deve essere versata dall’INPS e non dal datore di lavoro.

Diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza: il congedo parentale

Diverso dal permesso di allattamento è il congedo parentale, anche conosciuto come astensione facoltativa dal lavoro [5]. Anche in questo caso è bene parlare di diritti dei lavoratori dipendenti perché ad usufruirne possono essere anche i padri, il tutto nei primi 12 anni di vita del bambino. Anzi il legislatore nel tentativo di sollecitare una maggiore responsabilità dei padri, favorire la bigenitorialità e raggiungere la parità tra i sessi, ha stabilito norme di particolare favore. Il congedo parentale è un periodo di astensione facoltativa dal lavoro concesso a lavoratrici e lavoratori dipendenti. Lo stesso può essere usufruito nei primi anni di vita del bambino. Sono concessi ai due genitori 10 mesi di astensione facoltativa, questi salgono a 11 se il padre ne usufruisce per almeno 3 mesi. Si tratta di un incentivo volto a favorire la parità di genere nella cura dei figli. Ciascun genitore può usufruire di un periodo massimo di congedo continuato o frazionato di 6 mesi nell’arco del primo anno di vita del bambino. Ciascun genitore può usufruire del congedo parentale anche se l’altro genitore non lavora, inoltre i due possono usufruirne anche contemporaneamente. In caso di genitore solo, ad esempio se solo uno dei due ha effettuato il riconoscimento, il congedo parentale ha la durata massima di 10 mesi.
Deve essere sottolineato che attualmente è possibile usufruire del congedo parentale anche per poche ore, in questo caso però il genitore non può assentarsi per un numero di ore superiore alla metà dell’orario di lavoro giornaliero [6].
Nel caso di genitori affidatari o adottivi, indipendentemente dall’età di ingresso del bambino, viene riconosciuto il diritto al congedo parentale di cui si può usufruire dall’ingresso nel nucleo familiare.

C’è diritto alla retribuzione durante il congedo parentale?

Deve essere sottolineato che, a differenza dell’astensione obbligatoria in cui vi è piena retribuzione, nel caso in cui si usufruisca del congedo parentale vi è una decurtazione della stessa. Infatti si ha diritto al 30% della media giornaliera da calcolare tenendo in considerazione l’ultima busta paga ricevuta. La retribuzione è a carico dell’INPS e non del datore di lavoro. Nel caso in cui il bambino abbia già compiuto il sesto anno di età, viene mantenuto il diritto al 30% della retribuzione solo nel caso in cui il reddito del genitore non superi di 2,5 volte il trattamento pensionistico minimo. Dall’ottavo anno del bambino si ha diritto al congedo ma non alla retribuzione. Durante il periodo in cui si beneficia del congedo parentale la contribuzione sarà figurativa.

Focus non si vede, ecco come risolvere

Posted on : 29-04-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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mediaset

In queste ore stiamo ricevendo numerose richieste di aiuto riguardanti il canale Focus del digitale terrestre da parte dei nostri lettori, cerchiamo di capire cosa succede e come risolvere il problema.

Focus cambia frequenza e numerazione

A partire da maggio 2018 ci saranno dei cambiamenti visto l’azienda del Biscione (Mediaset) è riuscita a mettere le mani anche sul seguitissimo Focus Tv, dopo essersi accaparrata canale 20.

Anche se l’annuncio era per Maggio già da fine aprile numerose persone si lamentano del fatto di non trovare più focus sulla loro TV. Il motivo è presto detto: passando in mano a Mediaset il canale tv cambia frequenza.

Focus tv, infatti, passando da Discovery a Mediaset avrà un’altra numerazione nel digitale terrestre. Per la precisione il canale sarà trasmesso sul canale 35 del digitale terrestre che al momento ospita la programmazione di Mediaset Italia Due.

Mediaset Italia 2, invece, si sposterà al canale 120 del DTT. A differenza di quanto trapelato recentemente, Italia 2, almeno per il momento, non chiuderà i battenti ma sarà solo trasferito. Dal 14 maggio si potranno seguire i programmi al canale 120 del digitale terrestre.

Focus Tv da maggio sul canale 35 dt Mediaset

La messa in onda di Focus Tv, come detto, è prevista per il prossimo mese di maggio quando si concluderà il contratto precedentemente siglato con Discovery.

Solo allora il marchio Focus, peraltro già di casa Mondadori, traslocherà dal canale 56 del digitale terrestre al canale 35 di Mediaset. 

Nel canale 56 del DTT discovery ha in programma il lancio, a partire dal 29 aprile 2018, del canale chiamato Motor Trend. Motor trend è il nuovo canale del gruppo Discovery che racconta a 360 gradi la passione per i motori. Non solo auto e moto, ma qualsiasi veicolo dotato di motore in grado di generare passione ed emozioni sarà protagonista.

Cosa fare se non vedete il canale

**NOTA: Dal 29 aprile 2018 al 17 maggio 2018 Focus potrebbe non essere disponibile visto che tornerà a trasmettere da questa data in poi. Come detto Mediaset gli è aggiudicata questo canale e nel frattempo dal 29 aprile è stato sostituito da Motor Trend in attesa di cambiare numerazione. Disservizi, quindi, per 2 settimane amici lettori.

Dopo avervi dato una spiegazione sul perchè non riuscite a vedere il canale adesso vediamo come fare per risolvere.

Per trovare il nuovo canale di FOCUS al numero 35 del digitale terrestre fate una risintonizzazione automatica del vostro decoder o TV! Effettuare questa operazione dovrebbe essere molto semplice anche se è difficile proporvi una guida qui visto che i menu dei vari TV cambiano a seconda della marca. Se trovate particolarmente complicato qualche passaggio scriveteci nei commenti la MARCA della TV o del DECODER e saremo lieti di aiutarvi.

Se non riuscite ancora a raggiungere il canale allora probabilmente nella vostra zona non ricevete il multiplex mediaset 2. La prova da fare, in questo caso, per avere la conferma è molto semplice: riuscite a vedere Mediaset extra (canale 34 del digitale terrestre) o Cartonito (canale 46 del digitale terrestre)? Se non riuscite a vedere nemmeno questi 2 canali significa che nella vostra zona non c’è segnale e conviene chiamare un’antennista per verificare se si riesce a potenziare il segnale in qualche modo. Nella maggior parte dei casi si riesce a risolvere.

Se non riuscite ancora a vedere focus dopo tutti i nostri consigli potrebbe essere che la vostra TV è d’importazione e non “gestisce” la numerazione automatica, per cui focus potreste trovarlo in “un altra posizione” (intesa come numerazione). Scorrete un pò tutti i canali e potreste trovare una bella sorpresa.

Conto corrente: tutte le clausole illegittime

Posted on : 14-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Come si difende il correntista: l’elenco delle clausole vessatorie e quindi nulle nei contratti di conto corrente e di cassette di sicurezza con la banca.

Dì la verità: sei riuscito mai a leggere, dall’inizio alla fine, tutto il contratto di conto corrente che hai firmato con la tua banca? Al di là della leggibilità dei fogli – lunghi moduli con caratteri piccoli e stretti, un’interlinea quasi inesistente e un numero di lettere per rigo che non conosce eguali – c’è anche un uso della terminologia a volte tecnica, a volte giuridica, a volte con il rimando ad articoli del codice che, ovviamente, non conosci a memoria. Insomma, sei costretto a firmare il documento fidandoti di ciò che ti è stato detto a voce dal funzionario o che hai letto sul depliant illustrativo, depliant però che ha scopi pubblicitari e che di certo non ti elencherà i rischi nascosti nel contratto. Ecco perché, alla luce di quelle che sono state le più recenti sentenze dei giudici, abbiamo voluto elencare in questo articolo tutte le clausole illegittime che puoi trovare in un contratto di conto corrente con la tua banca. Si chiamano, più in particolare «clausole vessatorie»: sono cioè quelle condizioni che impongono particolari restrizioni ai diritti del consumatore e che possono comportare per lui una limitazione di tutela in caso di contestazioni. Certo, delle clausole vessatorie non ci preoccupiamo fino a quando i rapporti con la banca sono idilliaci e il conto è “pieno”; ma quando, per una ragione o per un’altra, i soldi iniziano a scarseggiare o c’è da restituire i prestiti, ecco che dobbiamo essere consapevoli di quelli che sono i diritti che possiamo far valere anche in barba a ciò che dice il contratto stesso.

Spesso la legge non dice quali sono le clausole illegittime del conto corrente – le indica in modo molto generico – per cui tocca ai giudici occuparsi di spiegarlo caso per caso. Ecco una elencazione che farà al caso tuo.

Molte clausole contenute nei contratti bancari sono state sottoposte all’esame dei tribunali che le hanno dichiarate vessatorie e quindi inefficaci e nulle, ma – nonostante  le numerose condanne riportate nelle varie aule di giustizia – gli istituti di credito continuano a comportarsi illecitamente ed è tutt’altro infrequente continuare a trovarle nei moduli di contratto.

Che fare se il contratto con la banca presenta clausole illegittime 

Chi si accorge di aver sottoscritto un contratto di conto corrente con clausole illegittime, ossia vessatorie, si può rivolgere, oltre che al tribunale con l’avvocato, all’autorità Antitrust (AgCm) in quanto previsto dal codice del consumo [1]. Nel primo caso bisogna instaurare una vera e propria causa (la si può avviare anche come semplice opposizione al decreto ingiuntivo avviato dalla banca), mentre nel secondo caso si tratta di una semplice segnalazione che può fare chiunque e che dà vita a un procedimento amministrativo.

Le clausole vessatorie non si trovano solo nel contratto di conto corrente ma anche in quelle di fido, di mutuo e di cassetta di sicurezza. Vediamole.

Clausole illegittime sui conti correnti

Diritto di recesso unilaterale

Sono legittime le clausole che stabiliscono il diritto della banca di recedere in qualsiasi momento, e con preavviso di un solo giorno, dal contratto di conto corrente e dalla relativa convenzione di assegno.

Revoca del fido senza giusta causa

La banca non si può attribuire la facoltà di revocare in qualsiasi momento la concessione di un un fido dando un preavviso brevissimo (di solito è previsto di 48 ore, ritenute però insufficienti) salvo che ci sia un giustificato motivo. Pertanto l’istituto di credito non può chiedere al proprio cliente l’immediato rimborso di quanto dovuto per capitale, interessi e spese senza dargli il tempo di recuperare i soldi: un tempo che deve essere adeguato all’esposizione debitoria.

Limitazioni di responsabilità per le condotte illecite di terzi

È una clausola vessatoria quella che prevede che le comunicazioni effettuate per conto del cliente avvengano a suo rischio e che la banca non assume alcuna responsabilità per l’esecuzione di ordini o operazioni causate dal fatto di terzi o comunque non direttamente imputabile i propri dipendenti. La banca, ad esempio, resta responsabile se accetta un assegno con una firma palesemente falsa, con grafia diversa da quella depositata dal cliente; è parimenti responsabile se accetta un ordine di bonifico telefonico senza sincerarsi dell’identità dell’ordinante; è responsabile se esegue un investimento richiestole da terzi che non siano il titolare del contratto; è responsabile se consente l’illegittimo storno di somme dal conto corrente online del proprio cliente ad opera di criminali informatici senza predisporre idonee misure di sicurezza ed avvisare il titolare del conto (ad esempio è stato previsto l’obbligo dell’invio di un sms e di dotare il correntista del token).

Mancata comunicazione di insoluto assegni e cambiali

È vessatoria la clausola che esonera la banca dall’inviare avvisi di mancata accettazione di mancato pagamento di cambiali e assegni ma si limita a restituire i titoli non appena possibile.

Compensazioni tra crediti e debiti di conti differenti

Vessatoria è anche la clausola che dà alla banca il diritto di operare in qualunque momento compensazioni tra diversi conti correnti, senza obbligo di preavviso o di ogni formalità.

Chiusura del conto passivo

È illegittima la clausola che consente alla banca di chiudere ogni tre mesi i conti correnti con saldo debitorio.

Interessi anatocistici

Configura una pratica illegittima anche la clausola di anatocismo, quella cioè che dà alla banca la possibilità di consentire che gli interessi dovuti dal correntista producano a loro volta altri interessi, a meno che ciò non avvenga solo una volta all’anno, per i soli interessi moratori e sia prevista identica possibilità anche per gli interessi attivi (quelli cioè dovuti al correntista).

Modifica del tasso di interesse o delle condizioni di contratto

È vessatoria la clausola che attribuisce alla banca la facoltà di modificare il tasso di interesse senza che tale variazione sia prima comunicata all’interessato titolare del conto. È anche illegittima la clausola con cui la banca si attribuisce la facoltà di modificare le condizioni del conto corrente motivando ciò per esigenze organizzative.

Conto cointestato

In caso di conto corrente cointestato a coniugi in comunione dei beni, è illegittima la clausola che autorizza la banca ad agire direttamente e per l’intero credito sui beni personali di ciascun coniuge.

Riserva di foro

È nulla la clausola che, in caso di contestazioni tra correntista e banca, attribuisce la competenza a decidere nonna al giudice di residenza del correntista (come impone la legge chiusa parentesi), ma a un diverso tribunale.

Termine per contestazioni

La banca non può indicare un termine inferiore a 60 giorni per i reclami del cliente in merito alle operazioni effettuate dalla banca.

Privacy

La banca infine non può attribuirsi il diritto di comunicare i dati del proprio cliente ad altri soggetti se non per finalità strettamente collegate al rapporto contrattuale.

Clausole illegittime per le cassette di sicurezza

In materia di cassette di sicurezza, la banca non può obbligare il cliente  a comunicare il valore del contenuto della propria cassetta, stabilendo che sia a carico di questi l’eventuale differenza tra il valore dichiarato e quello effettivo in caso di furto, danneggiamento o distruzione del contenuto della cassetta.

Come ritirare una denuncia

Posted on : 04-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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La denuncia, una volta presentata, non può mai essere ritirata mentre la querela si: vediamo come.

La denuncia, a differenza della querela, non può essere ritirata una volta presentata. Difatti, a seguito della denuncia – con la quale si segnala un reato perseguibile d’ufficio -, il Pubblico Ministero e gli organi di polizia devono far partire automaticamente le indagini e queste non potrebbero essere arrestate dal ritiro della denuncia. Diversa è l’ipotesi della querela: essendo la segnalazione partita dalla stessa vittima, quest’ultima può decidere di ritirarla o comunque di rinunciarvi. Per comprendere il motivo dell’impossibilità del ritiro di una denuncia già presentata e prima di verificare come si può ritirare la querela, è utile individuare la differenza tra denuncia e querela. Solo dopo di ciò potremo capire come ritirare una denuncia.

Cos’è la denuncia e quando va presentata

La denuncia è l’atto con il quale chiunque abbia notizia di un reato perseguibile d’ufficio ne informa il pubblico ministero o un ufficiale di polizia giudiziaria.

La denuncia è un atto facoltativo, ma diventa obbligatorio in alcuni casi espressamente previsti dalla legge:

  • se si viene a conoscenza di un reato contro lo Stato (attentati, terrorismo, spionaggio politico-militare, stragi)
  • se ci si accorge di aver ricevuto in buona fede denaro falso
  • se si riceve denaro sospetto o si acquistano oggetti di dubbia origine
  • se si viene a conoscenza di depositi di materie esplodenti o si rinvenga qualsiasi esplosivo
  • se si subisce un furto o smarrisce un’arma, parte di essa o un esplosivo
  • nel caso in cui rappresentanti sportivi abbiano avuto notizia di imbrogli nelle competizioni sportive.

Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta.

La denuncia può essere presentata in forma orale o scritta; deve contenere l’esposizione dei fatti ed essere sottoscritta dal denunciante o dal suo avvocato.

La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Quali sono i reati perseguibili d’ufficio

I reati perseguibili d’ufficio sono reati particolarmente gravi, punibili dallo Stato a prescindere dalla volontà della vittima (dunque anche se questa non presenta querela).

Di seguito un elenco esemplificativo di reati perseguibili d’ufficio:

  • omicidio;
  • maltrattamenti in famiglia;
  • minaccia grave o fatta con armi;
  • lesione personale, superiore ai venti giorni o gravissima;
  • pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;
  • violenza privata;
  • estorsione;
  • violenza sessuale, in casi espressamente previsti dal codice (per esempio violenza sessuale commessa nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni quattordici o dal genitore (anche adottivo) dal convivente, dal tutore, ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia);
  • stalking nei confronti di un minore o di una persona con disabilità;

Cos’è la querela

La querela è la dichiarazione con la quale la persona che ha subito un reato (o il suo legale rappresentante) esprime la volontà che si proceda per punire il colpevole.

La querela riguarda i reati non perseguibili d’ufficio, proprio perché la loro persecuzione è subordinata al “sollecito” della vittima.

Non ci sono particolari regole per il contenuto dell’atto di querela, ma è necessario che, oltre ad essere descritto il fatto-reato, risulti chiara la volontà del querelante che si proceda in ordine al fatto e se ne punisca il colpevole.

La querela deve essere presentata:

  • entro 3 mesi dal giorno in cui si ha notizia del fatto che costituisce il reato
  • entro 6 mesi per reati contro la libertà sessuale (violenza sessuale o atti sessuali con minorenne).

Quali sono i reati perseguibili a querela di parte

I reati perseguibili a querela di parte sono quelli punibili dallo Stato solo a seguito di una segnalazione (appunto querela) della vittima. Si tratta, per esempio, dei seguenti reati:

  • furto
  • minaccia;
  • percosse;
  • lesione personale lieve;
  • molestia o disturbo alle persone.

Si può ritirare la querela?

E’ possibile ritirare la querela precedentemente proposta, tranne nel caso di violenza sessuale o atti sessuali con minorenni. La revoca della querela prende il nome di remissione.

Affinché la querela sia archiviata, è necessario che la remissione sia accettata dal querelato che, se innocente, potrebbe avere invece interesse a dimostrare attraverso il processo la sua completa estraneità al reato.

Inoltre, la remissione non produce effetto se il querelato l’ha espressamente o tacitamente ricusata. Vi è ricusa tacita, quando il querelato ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di accettare la remissione.

La remissione fatta a favore anche di uno soltanto fra coloro che hanno commesso il reato si estende a tutti, ma non produce effetto per chi l’abbia ricusata.

Se il querelato è un minore o un infermo di mente, e nessuno ne ha la rappresentanza, o chi la esercita si trova con esso in conflitto di interessi, la facoltà di accettare la remissione è esercitata da un curatore speciale.

Nei delitti punibili a querela della persona offesa, la remissione estingue il reato. Tuttavia, se la querela è stata proposta da più persone, il reato non si estingue se non interviene la remissione di tutti i querelanti.

Se tra più persone offese da un reato, una  soltanto ha proposto querela, la remissione, che questa ha fatto, non pregiudica il diritto di querela delle altre.

La remissione può essere processuale o extraprocessuale.

La remissione extraprocessuale è espressa o tacita. Vi è remissione tacita, quando il querelante ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di persistere nella querela.

La remissione può intervenire solo prima della condanna, salvi i casi per i quali la legge disponga altrimenti.

La remissione non può essere sottoposta a termini o a condizioni. Nell’atto di remissione può essere fatta rinuncia al diritto alle restituzioni e al risarcimento del danno.

Remissione querela minori o incapaci

Per i minori degli anni quattordici e per gli interdetti a causa di infermità di mente, il diritto di remissione è esercitato dal loro legale rappresentante.

I minori, che hanno compiuto gli anni quattordici e gli inabilitati possono esercitare il diritto di remissione, anche quando la querela è stata proposta dal rappresentante, ma, in ogni caso, la remissione non ha effetto senza l’approvazione di questo.

Il rappresentante può rimettere la querela proposta da lui o dal rappresentato, ma la remissione non ha effetto, se questi manifesta volontà contraria.

Si può rinunciare alla querela?

Diversa dalla remissione, è la rinuncia alla querela. Mentre la remissione consiste nel ritiro della querela già presentata, la rinuncia esclude la presentazione della querela. In altri termini, la persona offesa potrebbe, prima dello scadere dei tre mesi dalla scoperta del reato, dichiarare che non intende querelare il colpevole.

La rinuncia espressa alla querela è fatta personalmente o a mezzo di procuratore speciale, con dichiarazione sottoscritta, rilasciata all’interessato o a un suo rappresentante. La dichiarazione può anche essere fatta oralmente a un ufficiale di polizia giudiziaria o a un notaio, i quali, accertata l’identità del rinunciante, redigono verbale. Questo non produce effetti se non è sottoscritto dal dichiarante.

La rinuncia sottoposta a termini o a condizioni non produce effetti. Con la stessa dichiarazione può essere fatta rinuncia anche all’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno.

Limiti al prelievo di contanti dal proprio conto corrente

Posted on : 31-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Ho letto l’articolo “Quanto contante si può versare in banca dopo il 2016” . Nell’arco di vent’anni ho accumulato circa 11.000 euro, che ora vorrei versare in banca per poter acquistare un’auto. Quei soldi transiterebbero solo per poche ore sul conto. Incorrerei o no in problemi?

L’Art. 1, co. 898, Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015) che ha modificato l’art. 49 co. 1, d.lgs. n. 231/2007, ha stabilito che il limite all’utilizzo dei contanti è salito da mille a tremila euro ma questo non esclude che il correntista possa prelevare dal conto una somma superiore a tale importo.

Infatti, il titolare del conto corrente, o un suo delegato alla firma, ha facoltà di prelevare dal proprio conto anche un importo superiore a 3000 euro senza incorrere in alcuna violazione della normativa sulla tracciabilità del denaro perché il correntista, quando trasferisce alla banca il proprio denaro non ne trasferisce la proprietà ma solamente l’obbligo di custodia.

Dunque, ad esclusione del bancomat che fissa un prelievo minimo giornaliero per questioni di sicurezza, il titolare del conto corrente è libero di prelevare la somma che ritiene opportuna, senza alcun tipo di vincolo o limite.

I limiti stabiliti per legge per l’utilizzo del denaro contante sono relativi esclusivamente al trasferimento delle somme tra soggetti diversi, per esempio tra il titolare del conto corrente ed un terzo, a titolo di donazione o di vendita, in quanto si vogliono evitare movimenti di importi non tracciati, tipici dei trasferimenti illegali.

L’Associazione Bancaria Italiana, unitamente al Ministero dell’Economia, attraverso la Circolare n. 2 del 16 Gennaio 2012, ha puntualizzato come il presupposto necessario affinchè trovino applicazione le limitazioni all’utilizzo di denaro contante sia costituito dal trasferimento a terzi, e, dunque, tale presupposto non si realizza nell’ambito di operazioni di versamento e di prelievo allo sportello, o bancomat, effettuate direttamente dal proprietario del conto corrente.

In altre parole il correntista ha la piena facoltà di versare il proprio denaro, proveniente da redditi da lavoro, regalie, risparmio e così via, sul proprio conto corrente senza incorrere in alcuna limitazione.

Alla luce di quanto detto e della normativa vigente, il lettore potrà portare gli 11mila euro in banca e versarli interamente, in un’unica soluzione, sul proprio conto per utilizzarli a piacimento senza alcun problema.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Pensione con 5 anni di contributi, come fare

Posted on : 07-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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In quale modo è possibile pensionarsi con soli 5 anni di contributi?

Hai da poco compiuto l’età pensionabile (66 anni e 7 mesi sino al 2018, 67 anni dal 2019) ma non arrivi a 20 anni di contributi? Purtroppo non puoi ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria, per la quale sono necessari 20 anni di contributi (15 soltanto se rientri tra i destinatari di alcune deroghe “sopravvissute” alla legge Fornero). Puoi, però, ottenere la pensione di vecchiaia contributiva se possiedi almeno 5 anni di contributi, al raggiungimento di 70 anni e 7 mesi di età (71 anni dal 2019).

Per ottenere questa pensione, però, devi essere assoggettato al calcolo integralmente contributivo della prestazione; se non fai parte di questa categoria, cioè quella dei cosiddetti “contributivi puri”, esistono comunque dei modi per rientrarvi. Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, come fare per ottenere la pensione con 5 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi, chi ne ha diritto

Come appena esposto, hanno diritto alla pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi, o pensione di vecchiaia contributiva, tutti i lavoratori la cui prestazione deve essere calcolata col sistema interamente contributivo.

Sono assoggettati a questo sistema di calcolo coloro che:

  • non possiedono contributi versati prima del 1° gennaio 1996;
  • possiedono contributi soltanto nella gestione separata o hanno optato per il computo della contribuzione in questa gestione;
  • hanno optato per il sistema di calcolo contributivo.

In buona sostanza, se non possiedi nemmeno un contributo accreditato alla data del 31 dicembre 1995, oppure se i tuoi contributi risultano versati soltanto alla gestione separata dell’Inps, hai pieno diritto alla pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi.

Ma che cosa può fare chi ha dei contributi accreditati prima del 31 dicembre 1995 e, quindi, non rientra nella categoria dei cosiddetti “contributivi puri”?

Computo nella gestione separata

Se possiedi dei contributi accreditati alla data del 31 dicembre 1995, puoi optare per il computo nella gestione separata. Grazie alla facoltà di computo, infatti, è possibile versare tutta la contribuzione posseduta in diverse gestioni previdenziali, escluse le casse dei liberi professionisti, nella gestione separata. La pensione, nella gestione separata, viene calcolata con il sistema integralmente contributivo, ma viene data la possibilità di accedere ad alcune pensioni agevolate, come la pensione anticipata a 63 anni di età e la pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi.

Attenzione, però: chi possiede soltanto 5 anni di contributi non può accedere al computo nella gestione separata. Per beneficiare di questa facoltà, difatti, bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • almeno 15 anni di contributi complessivi;
  • almeno 5 anni di contributi versati successivamente al 1 gennaio 1996;
  • almeno un contributo ma non più di 18 anni di contributi versati alla data del 31 dicembre 1995.

Opzione contributiva per ottenere la pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi

Pertanto, per chi possiede i requisiti appena esposti è più conveniente avvalersi dell’opzione contributiva ( per la quale i requisiti previsti sono gli stessi del computo nella gestione separata), che consente di pensionarsi con 15 anni di contributi ricalcolando l’intero trattamento con il sistema contributivo. L’età pensionabile, però, resta quella valida per la pensione di vecchiaia ordinaria, quindi 66 anni e 7 mesi sino al 31 dicembre 2018 e 67 anni di età dal 2019.

Sistema di calcolo contributivo della pensione

Il sistema di calcolo contributivo, solitamente, risulta maggiormente penalizzante rispetto al sistema di calcolo retributivo. Mentre quest’ultimo, difatti, si basa sulle ultime annualità di stipendio o di retribuzione, il sistema di calcolo contributivo si basa sui contributi effettivamente versati. Non esiste una penalizzazione fissa, in quanto la differenza tra calcolo contributivo e retributivo dipende dalla carriera del lavoratore.  Mediamente si registra una penalizzazione che oscilla dal 25% al 30%, ma non mancano i casi in cui la penalizzazione arrivi al 50% e, al contrario, i casi in cui il sistema retributivo risulti meno favorevole del contributivo, ad esempio quando a fine carriera le retribuzioni o gli stipendi risultano notevolmente più bassi.