Amministratore di condominio: modalità e motivi di revoca

Posted on : 06-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Quali sono gli strumenti che l’ordinamento ci mette a disposizione per poter revocare l’amministratore di condominio ?

Il ruolo dell’amministratore di condominio ha carattere fondamentalmente fiduciario, basandosi sui buoni rapporti che questi riesce ad instaurare e conservare con i condòmini. È importante, ad esempio, che esegua le sue mansioni con competenza e diligenza, si dimostri disponibile alle necessità ed urgenze che possano presentarsi, riesca (magari) anche a comporre i diverbi che, con il tempo, insorgono tra i condòmini. Al contrario, atteggiamenti di indolenza, una scarsa organizzazione e non intervenire efficacemente per risolvere i problemi, sono tutti elementi utili a convincersi che è il caso di cambiare, con sollecitudine. Nel momento in cui l’amministratore non adempie correttamente agli impegni della sua gestione o pone in essere condotte addirittura dannose, compromette irrimediabilmente le relazioni con i condomini. La legge consente di agire in sede di assemblea di condominio o con ricorso al tribunale. Vediamo come ci si deve muovere per sollevare dall’incarico l’amministratore di condominio: modalità e motivi di revoca del mandato conferito.

Perché si revoca un amministratore?                                                    

Dal giorno della nomina, l’incarico dell’amministratore dura un anno. Alla prima scadenza, s’intende rinnovato tacitamente per un altro anno ma può già cessare il suo mandato se i condòmini manifestano esplicitamente la volontà di sostituirlo, con voto in assemblea.

In seguito, l’incarico dovrà essere rinnovato o meno dall’assemblea alla scadenza annuale. L’amministratore può essere revocato in ogni momento, dall’assemblea stessa o con ricorso al Giudice. In effetti, potrebbe essere sostituito sin dal giorno successivo alla nomina, per errori, violazioni, inadempimenti. Si potrebbe cambiare inoltre qualora i còndomini ne siano scontenti, ritengano che non sia adatto al ruolo o semplicemente vogliano qualcun altro più a buon mercato. La revoca può avvenire con o senza una giusta causa. L’assemblea non ha obbligatoriamente bisogno di un motivo specifico per provvedervi.

Paradossalmente, l’amministratore può “perdere il posto” per comportamenti negligenti o in mala fede, che in concreto abbiano recato danni ai condòmini (giusta causa), ma anche senza una valida ragione, pur avendo svolto sempre al meglio i propri compiti, perché l’assemblea ha repentinamente deciso di cambiare (senza giusta causa). In quest’ultimo caso, avrà diritto di chiedere di essere risarcito e gli verrà corrisposta la restante parte del compenso dovuto.

La giusta causa, che non è essenziale per la revoca in assemblea, diventa, invece, presupposto necessario per la revoca in tribunale.

Le gravi irregolarità

L’ordinamento prevede una serie di gravi inadempienze ed irregolarità che possono comportare la revoca dell’amministratore da parte dell’assemblea o, se questa non procede, dal giudice. Proviamo ad esaminare quali sono i casi citati dal legislatore.

Si può revocare l’amministratore [1] per:

  • aver ricevuto citazioni o provvedimenti dell’autorità amministrativa e non averlo riferito all’assemblea di condominio, quando si tratta di questioni che non fanno parte dei propri compiti (es. per risolvere la disputa con un creditore che ha fatto causa al condominio attraverso una transazione o per l’esecuzione di lavori imposti dal comune o dal prefetto per ragioni di sicurezza, l’amministratore deve prima ottenere il consenso dell’assemblea);
  • aver commesso gravi irregolarità fiscali (es. non aver comunicato all’anagrafe tributaria i beni e servizi acquistati dal condominio durante l’anno ed i dati dei fornitori, non aver operato la ritenuta d’acconto Irpef sui pagamenti effettuati dal condominio o sui compensi che lui stesso ha percepito);
  • non aver presentato il rendiconto condominiale;
  • non aver convocato l’assemblea per l’approvazione del suddetto rendiconto entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio;
  • essersi rifiutato ripetutamente di convocare l’assemblea che deve pronunciarsi sulla propria revoca e nomina del suo sostituto;
  • non aver convocato l’assemblea negli altri casi previsti dalla legge (ad es. delibere riguardanti innovazioni, opere di manutenzione straordinaria, violazioni nell’utilizzo delle parti comuni);
  • non aver eseguito provvedimenti giudiziari e amministrativi (es. sentenza del Giudice che condanna il condominio a pagare un creditore o ordinanza comunale che impone di eseguire lavori di adeguamento/ristrutturazione dello stabile e/o della facciata), né alle deliberazioni dell’assemblea;
  • non aver aperto ed utilizzato il conto corrente condominiale (obbligatorio);
  • aver gestito il patrimonio del condominio in modo inappropriato, mescolandolo con il proprio patrimonio personale o quello di altri condòmini (es. aver versato un assegno per il pagamento delle quote di un condòmino sul proprio conto corrente e non su quello condominiale);
  • aver fatto cancellare dai registri immobiliari un credito del condominio ancora non soddisfatto (es. ipoteca per quote non riscosse nei confronti di un condòmino moroso);
  • non aver seguito con il necessario impegno l’azione giudiziaria promossa per il recuper di somme dovute al condominio (es. pignoramento dopo aver ottenuto dal Giudice un decreto ingiuntivo);
  • non aver curato la tenuta dei registri obbligatori: anagrafe condominiale, verbali delle assemblee, nomina e revoca dell’amministratore, contabilità;
  • non aver fornito al condòmino che ne faccia richiesta la documentazione che attesti lo stato dei pagamenti, degli oneri condominiali e di eventuali liti in corso (ad es. non aver rilasciato la certificazione quote pendenti);
  • non aver comunicato per iscritto i propri dati (generalità, codice fiscale o partita iva, recapiti, locali dove è custodita la documentazione condominiale, giorni ed ore in cui è possibile prenderne visione o estrarne copia) al momento della nomina e del rinnovo dell’incarico o averli comunicati in modo errato o solo parziale.

A questi casi, si aggiungono:

  • non aver agito al fine di riscuotere i crediti del condominio, entro sei mesi dall’approvazione del bilancio (ad es. con raccomandata che solleciti il pagamento del moroso o con ricorso al Giudice per ottenere il decreto ingiuntivo);
  • non aver informato subito l’assemblea di un’azione giudiziale intentata contro il condominio per la modifica dei valori proporzionali espressi nella tabella millesimale allegata al regolamento [2].

Va precisato che la formula usata dal codice civile (“gravi irregolarità”) è volutamente ampia ed anche l’elenco fornito non va considerato completo o definitivo. Questo consente un migliore adattamento delle procedure di revoca ai casi che possano verificarsi nella realtà, senza limitarne l’ambito di applicazione.

Revoca assembleare

Il modo più semplice per revocare l’amministratore è farlo in sede di assemblea. Il primo passo è chiedere all’amministratore in carica di convocare un’assemblea straordinaria specificando, all’ordine del giorno, la sua revoca e la nomina del sostituto. La richiesta può essere avanzata, oralmente o in forma scritta, da uno o più condòmini. Il rifiuto e l’omessa convocazione costituiscono gravi irregolarità (idonee alla revoca in sede giudiziale).

L’amministratore deve, in ogni caso, convocare la citata assemblea se gli viene chiesto da almeno due condòmini che rappresentino un sesto del valore dell’edificio. Trascorsi inutilmente dieci giorni, questi possono provvedere autonomamente alla convocazione [3]. 

Nel giorno e nell’ora prefissati, l’assemblea decide in merito alla revoca dell’amministratore, con la medesima maggioranza necessaria alla sua nomina [4]. Perché la seduta sia validamente costituita ed atta a deliberare, in prima convocazione, è necessaria la presenza di condòmini rappresentati almeno due terzi del valore dell’edificio e la maggioranza dei partecipanti al condominio; per la revoca, serve il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà del valore dell’edificio (500 millesimi).

In seconda convocazione, invece, devono essere presenti tanti condòmini per almeno un terzo del valore dell’intero edificio ed un terzo dei partecipanti al condominio; per la revoca, in questo caso, serve il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti e almeno un terzo del valore dell’edificio. Gli stessi quorum sono necessari per poter nominare il nuovo amministratore.

Ad ogni modo, è consigliabile consultare il regolamento di condominio, che può prevedere modalità di revoca differenti.

Revoca giudiziale e mediazione obbligatoria

Come anticipato, nel caso di gravi irregolarità ed inadempimenti nello svolgimento del mandato, l’amministratore può essere revocato facendo ricorso al giudice. Uno o più condòmini sono legittimati ad agire, anche se in disaccordo rispetto al volere dell’assemblea o non si sia raggiunto il quorum per la votazione, con la necessaria assistenza di un avvocato di fiducia.

Prima di tutto, a pena di improcedibilità, occorre tentare di comporre la lite in mediazione, obbligatoria per le questioni condominiali, incluse nomina, revoca ed obblighi dell’amministratore [5]. Le parti, con l’aiuto del mediatore, tenteranno di trovare un accordo per risolvere la vicenda. Se questo non riesce, può cominciare la causa vera e propria.

Il procedimento inizia col deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale competente per territorio (quello del distretto in cui è ubicato il condominio). Nell’atto, il condòmino-ricorrente indica i motivi della richiesta di revoca, allegando la documentazione necessaria a provare le sue argomentazioni (es. verbali di assemblee, solleciti, raccomandate, ecc).

Una volta depositato il ricorso, il presidente del tribunale nomina il giudice che si occuperà del procedimento. Il giudice, poi, emetterà il decreto di comparizione delle parti, stabilendo giorno ed ora dell’udienza ed il termine entro il quale il ricorrente deve comunicare il decreto all’amministratore.

All’udienza di comparizione, che si svolge in camera di consiglio, le parti sono invitate a spiegare le rispettive ragioni. Il ricorrente chiederà la revoca dell’amministratore, cercando di dimostrare gli inadempimenti, la condotta non professionale e, soprattutto, il grave danno per il condominio.

L’amministratore, a sua volta, si difenderà, chiarendo i suoi comportamenti e/o i motivi per cui non si ritiene responsabile. Al termine dell’udienza, il Giudice prende la sua decisione e, solitamente dopo qualche giorno, emette decreto motivato che accoglie o rigetta la domanda. Se la domanda è stata respinta, l’amministratore resta in carica; se, invece, è stata accolta, si procede a nominare un sostituto. Contro il decreto, è possibile proporre reclamo in Corte d’Appello, entro 10 giorni dalla notifica.

La Corte decide in camera di consiglio, dopo aver sentito, anche in questa occasione, l’amministratore. La pronuncia in Appello non è ulteriormente reclamabile in Cassazione, salvo per quanto concerne la condanna al pagamento delle spese del procedimento.

L’amministratore revocato con la procedura giudiziale non potrà essere nuovamente nominato dall’assemblea. L’ormai ex amministratore rimane in carica [6] finché l’assemblea non designa il sostituto, in possesso dei requisiti morali e professionali [7] previsti dalla legge. Se non provvede o i condòmini non trovano un accordo, è possibile rivolgersi nuovamente al Giudice, con ricorso, per la nomina di un amministratore giudiziale [8]. 

Il mandato termina a tutti gli effetti solo nel momento in cui il nuovo amministratore accetta la nomina (in sede di assemblea o successivamente) ed il predecessore, ormai revocato, gli consegna i documenti in suo possesso.

Di ANTONIO TURANO

Gravidanza, i diritti dei lavoratori dipendenti

Posted on : 26-08-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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La gravidanza, lungi dall’essere una condizione patologica, è una fase che richiede particolari attenzioni, soprattutto nei confronti delle lavoratrici. Ecco i diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza.

La gravidanza è un periodo delicato nella vita della donna che soprattutto negli ultimi mesi può mettere a dura prova anche il corpo. Proprio per questo la normativa tutela in modo dettagliato tutto il periodo della gestazione e i primi mesi successivi all’entrata del bambino in famiglia. In gravidanza i diritti dei lavoratori dipendenti trovano fondamento in diverse fonti. In primo luogo vi è la Costituzione [1], seguono diversi testi normativi come il decreto legislativo 151 del 2001. Deve essere fin da ora sottolineato che questi diritti si applicano anche nel caso di figli adottivi o in affidamento.

La donna in gravidanza può assentarsi dal lavoro per esami medici?

Nel periodo della gravidanza è del tutto normale che siano calendarizzati esami per monitorare la salute del bambino e della donna. Gli stessi non sempre sono conciliabili con gli orari di lavoro, ecco perché il legislatore riconosce alla donna il diritto ad avere permessi retribuiti per sottoporsi ad esami pre-natali o visite specialistiche che debbano essere eseguiti nell’orario di lavoro[2]. Ad esempio vi sono esami che devono essere eseguiti per forza nelle prime ore del mattino e di conseguenza chi ha il turno di lavoro al mattino ha diritto ad avere il permesso. Ciò che rende questi permessi particolarmente tutelati è la previsione da parte del legislatore del diritto alla retribuzione, inoltre non sono considerati permessi per malattia e sono ulteriori rispetto ai permessi normalmente riconosciuti ai lavoratori.

Se la mansione mette a rischio la salute è necessario licenziarsi?

Per la tutela della salute della donna e del nascituro il legislatore ha anche previsto il divieto di adibire la donna a mansioni che potrebbero mettere a rischio la salute della gestante e del nascituro. Di conseguenza non può essere esposta a mansioni che prevedono il sollevamento di pesi, trasporto, mansioni insalubri o in condizioni che comunque possano mettere a repentaglio la sua salute. Spetta al datore di lavoro valutare le condizioni di lavoro e l’esposizione a rischi al fine di adibire la lavoratrice a mansioni che siano consone alla sua situazione. Il legislatore prevede però anche che la lavoratrice mantenga qualifica e retribuzione. Nel caso in cui non vi siano postazioni di lavoro che possano avere lo stesso inquadramento contrattuale e trattamento economico, il datore di lavoro potrà adibire la lavoratrice a mansioni che abbiano anche un inquadramento inferiore, ma il trattamento economico non può subire modifiche. L’affidamento a tali mansioni deve essere comunicato all’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente [2].

Cosa succede al rientro al lavoro dopo la gravidanza?

Terminato il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, la lavoratrice dipendente ha diritto a rientrare nel suo posto di lavoro. Deve essere precisato che deve essere collocata alle stesse mansioni, non è ammesso il demansionamento anche nel caso in cui nel frattempo la sua posizione sia stata occupata da un’altra persona. Inoltre al rientro al lavoro ha diritto alla stessa retribuzione precedente e attinente alla qualifica.

Fino a quando la lavoratrice deve lavorare?

Il primo diritto riconosciuto alle donne in gravidanza è redatto in forma di obbligo: il legislatore infatti stabilisce che la lavoratrice ha l’obbligo di astensione dal lavoro nei due mesi antecedenti la data prevista per il parto e nei tre mesi successivi al parto. La lavoratrice ha il diritto anche di posticipare l’uscita dal lavoro, in particolare può optare per il godimento dell’astensione nel mese antecedente la data presunta del parto e nei 4 mesi successivi [3]. In questo caso è però necessario che la donna presenti un certificato del medico competente che attesti l’assenza di rischi per la salute della donna e del nascituro dovuti alle mansioni di lavoro svolte. Il legislatore ha pensato alla soluzione dell’obbligatorietà dell’astensione per evitare che la donna potesse rinunciare a tale diritto, magari sotto pressione, mettendo a repentaglio la salute sua e del nascituro. In casi particolari, ovvero quando la donna o il nascituro abbiano dei problemi di salute, è possibile avere il diritto all’astensione dal lavoro in data antecedente rispetto a quella prevista per il congedo obbligatorio. In questo caso è però necessario produrre al datore di lavoro un certificato medico dell’ASL competente per territorio che attesti tale condizione di pericolo. Deve essere sottolineato che nel caso in cui la lavoratrice abbia contemporaneamente due rapporti di lavoro part-time deve chiedere il diritto di astenersi dal lavoro ad entrambi.
Per potersi astenere dal lavoro è necessario presentare entro l’inizio del periodo di astensione obbligatoria una domanda. La stessa deve essere presentata telematicamente attraverso il sito INPS, oppure attraverso patronati.

Quali sono i diritti dei lavoratori successivi al rientro al lavoro?

I diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza non finiscono qui perché in seguito al periodo di astensione obbligatoria è possibile usufruire per un anno del permesso di allattamento. In particolare la lavoratrice dipendente ha diritto a due pause giornaliere di un’ora ciascuna anche cumulabili. Nel caso di lavoro part-time tale tempo viene dimezzato. Ad esempio la donna può scegliere di entrare un’ora dopo e uscire un’ora prima, oppure un’uscita anticipata dal lavoro di due ore. In questo caso c’è anche una particolarità, infatti, può usufruire di questo permesso anche il padre lavoratore, ma ciò solo nel caso in cui:

  • il padre sia l’unico genitore affidatario, ad esempio se la madre non lo riconosce;
  • se la madre non usufruisce di tale diritto (perché decide di rinunciarci o perché non lavoratrice);
  • nel caso in cui la madre sia impossibilitata a godere del periodo di allattamento, ad esempio per grave infermità o decesso [4].

Il permesso di allattamento spetta anche ai genitori affidatari o adottivi entro il primo anno di ingresso del bambino nel nucleo familiare.
Per ottenere il riconoscimento di tale diritto il genitore che intende avvalersene non deve presentare domanda all’INPS, basta invece una richiesta scritta al datore di lavoro, mentre quest’ultimo non può rifiutare di concedere tale diritto. Se in azienda sono presenti nidi aziendali il genitore può usufruire solo di mezz’ora di stacco. Infine, se il parto è gemellare il periodo riconosciuto per l’allattamento viene raddoppiato. Nel caso in cui si intenda usufruire del permesso di allattamento non si perde la retribuzione, ma la parte corrispondente deve essere versata dall’INPS e non dal datore di lavoro.

Diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza: il congedo parentale

Diverso dal permesso di allattamento è il congedo parentale, anche conosciuto come astensione facoltativa dal lavoro [5]. Anche in questo caso è bene parlare di diritti dei lavoratori dipendenti perché ad usufruirne possono essere anche i padri, il tutto nei primi 12 anni di vita del bambino. Anzi il legislatore nel tentativo di sollecitare una maggiore responsabilità dei padri, favorire la bigenitorialità e raggiungere la parità tra i sessi, ha stabilito norme di particolare favore. Il congedo parentale è un periodo di astensione facoltativa dal lavoro concesso a lavoratrici e lavoratori dipendenti. Lo stesso può essere usufruito nei primi anni di vita del bambino. Sono concessi ai due genitori 10 mesi di astensione facoltativa, questi salgono a 11 se il padre ne usufruisce per almeno 3 mesi. Si tratta di un incentivo volto a favorire la parità di genere nella cura dei figli. Ciascun genitore può usufruire di un periodo massimo di congedo continuato o frazionato di 6 mesi nell’arco del primo anno di vita del bambino. Ciascun genitore può usufruire del congedo parentale anche se l’altro genitore non lavora, inoltre i due possono usufruirne anche contemporaneamente. In caso di genitore solo, ad esempio se solo uno dei due ha effettuato il riconoscimento, il congedo parentale ha la durata massima di 10 mesi.
Deve essere sottolineato che attualmente è possibile usufruire del congedo parentale anche per poche ore, in questo caso però il genitore non può assentarsi per un numero di ore superiore alla metà dell’orario di lavoro giornaliero [6].
Nel caso di genitori affidatari o adottivi, indipendentemente dall’età di ingresso del bambino, viene riconosciuto il diritto al congedo parentale di cui si può usufruire dall’ingresso nel nucleo familiare.

C’è diritto alla retribuzione durante il congedo parentale?

Deve essere sottolineato che, a differenza dell’astensione obbligatoria in cui vi è piena retribuzione, nel caso in cui si usufruisca del congedo parentale vi è una decurtazione della stessa. Infatti si ha diritto al 30% della media giornaliera da calcolare tenendo in considerazione l’ultima busta paga ricevuta. La retribuzione è a carico dell’INPS e non del datore di lavoro. Nel caso in cui il bambino abbia già compiuto il sesto anno di età, viene mantenuto il diritto al 30% della retribuzione solo nel caso in cui il reddito del genitore non superi di 2,5 volte il trattamento pensionistico minimo. Dall’ottavo anno del bambino si ha diritto al congedo ma non alla retribuzione. Durante il periodo in cui si beneficia del congedo parentale la contribuzione sarà figurativa.

Focus non si vede, ecco come risolvere

Posted on : 29-04-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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mediaset

In queste ore stiamo ricevendo numerose richieste di aiuto riguardanti il canale Focus del digitale terrestre da parte dei nostri lettori, cerchiamo di capire cosa succede e come risolvere il problema.

Focus cambia frequenza e numerazione

A partire da maggio 2018 ci saranno dei cambiamenti visto l’azienda del Biscione (Mediaset) è riuscita a mettere le mani anche sul seguitissimo Focus Tv, dopo essersi accaparrata canale 20.

Anche se l’annuncio era per Maggio già da fine aprile numerose persone si lamentano del fatto di non trovare più focus sulla loro TV. Il motivo è presto detto: passando in mano a Mediaset il canale tv cambia frequenza.

Focus tv, infatti, passando da Discovery a Mediaset avrà un’altra numerazione nel digitale terrestre. Per la precisione il canale sarà trasmesso sul canale 35 del digitale terrestre che al momento ospita la programmazione di Mediaset Italia Due.

Mediaset Italia 2, invece, si sposterà al canale 120 del DTT. A differenza di quanto trapelato recentemente, Italia 2, almeno per il momento, non chiuderà i battenti ma sarà solo trasferito. Dal 14 maggio si potranno seguire i programmi al canale 120 del digitale terrestre.

Focus Tv da maggio sul canale 35 dt Mediaset

La messa in onda di Focus Tv, come detto, è prevista per il prossimo mese di maggio quando si concluderà il contratto precedentemente siglato con Discovery.

Solo allora il marchio Focus, peraltro già di casa Mondadori, traslocherà dal canale 56 del digitale terrestre al canale 35 di Mediaset. 

Nel canale 56 del DTT discovery ha in programma il lancio, a partire dal 29 aprile 2018, del canale chiamato Motor Trend. Motor trend è il nuovo canale del gruppo Discovery che racconta a 360 gradi la passione per i motori. Non solo auto e moto, ma qualsiasi veicolo dotato di motore in grado di generare passione ed emozioni sarà protagonista.

Cosa fare se non vedete il canale

**NOTA: Dal 29 aprile 2018 al 17 maggio 2018 Focus potrebbe non essere disponibile visto che tornerà a trasmettere da questa data in poi. Come detto Mediaset gli è aggiudicata questo canale e nel frattempo dal 29 aprile è stato sostituito da Motor Trend in attesa di cambiare numerazione. Disservizi, quindi, per 2 settimane amici lettori.

Dopo avervi dato una spiegazione sul perchè non riuscite a vedere il canale adesso vediamo come fare per risolvere.

Per trovare il nuovo canale di FOCUS al numero 35 del digitale terrestre fate una risintonizzazione automatica del vostro decoder o TV! Effettuare questa operazione dovrebbe essere molto semplice anche se è difficile proporvi una guida qui visto che i menu dei vari TV cambiano a seconda della marca. Se trovate particolarmente complicato qualche passaggio scriveteci nei commenti la MARCA della TV o del DECODER e saremo lieti di aiutarvi.

Se non riuscite ancora a raggiungere il canale allora probabilmente nella vostra zona non ricevete il multiplex mediaset 2. La prova da fare, in questo caso, per avere la conferma è molto semplice: riuscite a vedere Mediaset extra (canale 34 del digitale terrestre) o Cartonito (canale 46 del digitale terrestre)? Se non riuscite a vedere nemmeno questi 2 canali significa che nella vostra zona non c’è segnale e conviene chiamare un’antennista per verificare se si riesce a potenziare il segnale in qualche modo. Nella maggior parte dei casi si riesce a risolvere.

Se non riuscite ancora a vedere focus dopo tutti i nostri consigli potrebbe essere che la vostra TV è d’importazione e non “gestisce” la numerazione automatica, per cui focus potreste trovarlo in “un altra posizione” (intesa come numerazione). Scorrete un pò tutti i canali e potreste trovare una bella sorpresa.

Conto corrente: tutte le clausole illegittime

Posted on : 14-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Come si difende il correntista: l’elenco delle clausole vessatorie e quindi nulle nei contratti di conto corrente e di cassette di sicurezza con la banca.

Dì la verità: sei riuscito mai a leggere, dall’inizio alla fine, tutto il contratto di conto corrente che hai firmato con la tua banca? Al di là della leggibilità dei fogli – lunghi moduli con caratteri piccoli e stretti, un’interlinea quasi inesistente e un numero di lettere per rigo che non conosce eguali – c’è anche un uso della terminologia a volte tecnica, a volte giuridica, a volte con il rimando ad articoli del codice che, ovviamente, non conosci a memoria. Insomma, sei costretto a firmare il documento fidandoti di ciò che ti è stato detto a voce dal funzionario o che hai letto sul depliant illustrativo, depliant però che ha scopi pubblicitari e che di certo non ti elencherà i rischi nascosti nel contratto. Ecco perché, alla luce di quelle che sono state le più recenti sentenze dei giudici, abbiamo voluto elencare in questo articolo tutte le clausole illegittime che puoi trovare in un contratto di conto corrente con la tua banca. Si chiamano, più in particolare «clausole vessatorie»: sono cioè quelle condizioni che impongono particolari restrizioni ai diritti del consumatore e che possono comportare per lui una limitazione di tutela in caso di contestazioni. Certo, delle clausole vessatorie non ci preoccupiamo fino a quando i rapporti con la banca sono idilliaci e il conto è “pieno”; ma quando, per una ragione o per un’altra, i soldi iniziano a scarseggiare o c’è da restituire i prestiti, ecco che dobbiamo essere consapevoli di quelli che sono i diritti che possiamo far valere anche in barba a ciò che dice il contratto stesso.

Spesso la legge non dice quali sono le clausole illegittime del conto corrente – le indica in modo molto generico – per cui tocca ai giudici occuparsi di spiegarlo caso per caso. Ecco una elencazione che farà al caso tuo.

Molte clausole contenute nei contratti bancari sono state sottoposte all’esame dei tribunali che le hanno dichiarate vessatorie e quindi inefficaci e nulle, ma – nonostante  le numerose condanne riportate nelle varie aule di giustizia – gli istituti di credito continuano a comportarsi illecitamente ed è tutt’altro infrequente continuare a trovarle nei moduli di contratto.

Che fare se il contratto con la banca presenta clausole illegittime 

Chi si accorge di aver sottoscritto un contratto di conto corrente con clausole illegittime, ossia vessatorie, si può rivolgere, oltre che al tribunale con l’avvocato, all’autorità Antitrust (AgCm) in quanto previsto dal codice del consumo [1]. Nel primo caso bisogna instaurare una vera e propria causa (la si può avviare anche come semplice opposizione al decreto ingiuntivo avviato dalla banca), mentre nel secondo caso si tratta di una semplice segnalazione che può fare chiunque e che dà vita a un procedimento amministrativo.

Le clausole vessatorie non si trovano solo nel contratto di conto corrente ma anche in quelle di fido, di mutuo e di cassetta di sicurezza. Vediamole.

Clausole illegittime sui conti correnti

Diritto di recesso unilaterale

Sono legittime le clausole che stabiliscono il diritto della banca di recedere in qualsiasi momento, e con preavviso di un solo giorno, dal contratto di conto corrente e dalla relativa convenzione di assegno.

Revoca del fido senza giusta causa

La banca non si può attribuire la facoltà di revocare in qualsiasi momento la concessione di un un fido dando un preavviso brevissimo (di solito è previsto di 48 ore, ritenute però insufficienti) salvo che ci sia un giustificato motivo. Pertanto l’istituto di credito non può chiedere al proprio cliente l’immediato rimborso di quanto dovuto per capitale, interessi e spese senza dargli il tempo di recuperare i soldi: un tempo che deve essere adeguato all’esposizione debitoria.

Limitazioni di responsabilità per le condotte illecite di terzi

È una clausola vessatoria quella che prevede che le comunicazioni effettuate per conto del cliente avvengano a suo rischio e che la banca non assume alcuna responsabilità per l’esecuzione di ordini o operazioni causate dal fatto di terzi o comunque non direttamente imputabile i propri dipendenti. La banca, ad esempio, resta responsabile se accetta un assegno con una firma palesemente falsa, con grafia diversa da quella depositata dal cliente; è parimenti responsabile se accetta un ordine di bonifico telefonico senza sincerarsi dell’identità dell’ordinante; è responsabile se esegue un investimento richiestole da terzi che non siano il titolare del contratto; è responsabile se consente l’illegittimo storno di somme dal conto corrente online del proprio cliente ad opera di criminali informatici senza predisporre idonee misure di sicurezza ed avvisare il titolare del conto (ad esempio è stato previsto l’obbligo dell’invio di un sms e di dotare il correntista del token).

Mancata comunicazione di insoluto assegni e cambiali

È vessatoria la clausola che esonera la banca dall’inviare avvisi di mancata accettazione di mancato pagamento di cambiali e assegni ma si limita a restituire i titoli non appena possibile.

Compensazioni tra crediti e debiti di conti differenti

Vessatoria è anche la clausola che dà alla banca il diritto di operare in qualunque momento compensazioni tra diversi conti correnti, senza obbligo di preavviso o di ogni formalità.

Chiusura del conto passivo

È illegittima la clausola che consente alla banca di chiudere ogni tre mesi i conti correnti con saldo debitorio.

Interessi anatocistici

Configura una pratica illegittima anche la clausola di anatocismo, quella cioè che dà alla banca la possibilità di consentire che gli interessi dovuti dal correntista producano a loro volta altri interessi, a meno che ciò non avvenga solo una volta all’anno, per i soli interessi moratori e sia prevista identica possibilità anche per gli interessi attivi (quelli cioè dovuti al correntista).

Modifica del tasso di interesse o delle condizioni di contratto

È vessatoria la clausola che attribuisce alla banca la facoltà di modificare il tasso di interesse senza che tale variazione sia prima comunicata all’interessato titolare del conto. È anche illegittima la clausola con cui la banca si attribuisce la facoltà di modificare le condizioni del conto corrente motivando ciò per esigenze organizzative.

Conto cointestato

In caso di conto corrente cointestato a coniugi in comunione dei beni, è illegittima la clausola che autorizza la banca ad agire direttamente e per l’intero credito sui beni personali di ciascun coniuge.

Riserva di foro

È nulla la clausola che, in caso di contestazioni tra correntista e banca, attribuisce la competenza a decidere nonna al giudice di residenza del correntista (come impone la legge chiusa parentesi), ma a un diverso tribunale.

Termine per contestazioni

La banca non può indicare un termine inferiore a 60 giorni per i reclami del cliente in merito alle operazioni effettuate dalla banca.

Privacy

La banca infine non può attribuirsi il diritto di comunicare i dati del proprio cliente ad altri soggetti se non per finalità strettamente collegate al rapporto contrattuale.

Clausole illegittime per le cassette di sicurezza

In materia di cassette di sicurezza, la banca non può obbligare il cliente  a comunicare il valore del contenuto della propria cassetta, stabilendo che sia a carico di questi l’eventuale differenza tra il valore dichiarato e quello effettivo in caso di furto, danneggiamento o distruzione del contenuto della cassetta.

Come ritirare una denuncia

Posted on : 04-03-2018 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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La denuncia, una volta presentata, non può mai essere ritirata mentre la querela si: vediamo come.

La denuncia, a differenza della querela, non può essere ritirata una volta presentata. Difatti, a seguito della denuncia – con la quale si segnala un reato perseguibile d’ufficio -, il Pubblico Ministero e gli organi di polizia devono far partire automaticamente le indagini e queste non potrebbero essere arrestate dal ritiro della denuncia. Diversa è l’ipotesi della querela: essendo la segnalazione partita dalla stessa vittima, quest’ultima può decidere di ritirarla o comunque di rinunciarvi. Per comprendere il motivo dell’impossibilità del ritiro di una denuncia già presentata e prima di verificare come si può ritirare la querela, è utile individuare la differenza tra denuncia e querela. Solo dopo di ciò potremo capire come ritirare una denuncia.

Cos’è la denuncia e quando va presentata

La denuncia è l’atto con il quale chiunque abbia notizia di un reato perseguibile d’ufficio ne informa il pubblico ministero o un ufficiale di polizia giudiziaria.

La denuncia è un atto facoltativo, ma diventa obbligatorio in alcuni casi espressamente previsti dalla legge:

  • se si viene a conoscenza di un reato contro lo Stato (attentati, terrorismo, spionaggio politico-militare, stragi)
  • se ci si accorge di aver ricevuto in buona fede denaro falso
  • se si riceve denaro sospetto o si acquistano oggetti di dubbia origine
  • se si viene a conoscenza di depositi di materie esplodenti o si rinvenga qualsiasi esplosivo
  • se si subisce un furto o smarrisce un’arma, parte di essa o un esplosivo
  • nel caso in cui rappresentanti sportivi abbiano avuto notizia di imbrogli nelle competizioni sportive.

Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta.

La denuncia può essere presentata in forma orale o scritta; deve contenere l’esposizione dei fatti ed essere sottoscritta dal denunciante o dal suo avvocato.

La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Quali sono i reati perseguibili d’ufficio

I reati perseguibili d’ufficio sono reati particolarmente gravi, punibili dallo Stato a prescindere dalla volontà della vittima (dunque anche se questa non presenta querela).

Di seguito un elenco esemplificativo di reati perseguibili d’ufficio:

  • omicidio;
  • maltrattamenti in famiglia;
  • minaccia grave o fatta con armi;
  • lesione personale, superiore ai venti giorni o gravissima;
  • pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;
  • violenza privata;
  • estorsione;
  • violenza sessuale, in casi espressamente previsti dal codice (per esempio violenza sessuale commessa nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni quattordici o dal genitore (anche adottivo) dal convivente, dal tutore, ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia);
  • stalking nei confronti di un minore o di una persona con disabilità;

Cos’è la querela

La querela è la dichiarazione con la quale la persona che ha subito un reato (o il suo legale rappresentante) esprime la volontà che si proceda per punire il colpevole.

La querela riguarda i reati non perseguibili d’ufficio, proprio perché la loro persecuzione è subordinata al “sollecito” della vittima.

Non ci sono particolari regole per il contenuto dell’atto di querela, ma è necessario che, oltre ad essere descritto il fatto-reato, risulti chiara la volontà del querelante che si proceda in ordine al fatto e se ne punisca il colpevole.

La querela deve essere presentata:

  • entro 3 mesi dal giorno in cui si ha notizia del fatto che costituisce il reato
  • entro 6 mesi per reati contro la libertà sessuale (violenza sessuale o atti sessuali con minorenne).

Quali sono i reati perseguibili a querela di parte

I reati perseguibili a querela di parte sono quelli punibili dallo Stato solo a seguito di una segnalazione (appunto querela) della vittima. Si tratta, per esempio, dei seguenti reati:

  • furto
  • minaccia;
  • percosse;
  • lesione personale lieve;
  • molestia o disturbo alle persone.

Si può ritirare la querela?

E’ possibile ritirare la querela precedentemente proposta, tranne nel caso di violenza sessuale o atti sessuali con minorenni. La revoca della querela prende il nome di remissione.

Affinché la querela sia archiviata, è necessario che la remissione sia accettata dal querelato che, se innocente, potrebbe avere invece interesse a dimostrare attraverso il processo la sua completa estraneità al reato.

Inoltre, la remissione non produce effetto se il querelato l’ha espressamente o tacitamente ricusata. Vi è ricusa tacita, quando il querelato ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di accettare la remissione.

La remissione fatta a favore anche di uno soltanto fra coloro che hanno commesso il reato si estende a tutti, ma non produce effetto per chi l’abbia ricusata.

Se il querelato è un minore o un infermo di mente, e nessuno ne ha la rappresentanza, o chi la esercita si trova con esso in conflitto di interessi, la facoltà di accettare la remissione è esercitata da un curatore speciale.

Nei delitti punibili a querela della persona offesa, la remissione estingue il reato. Tuttavia, se la querela è stata proposta da più persone, il reato non si estingue se non interviene la remissione di tutti i querelanti.

Se tra più persone offese da un reato, una  soltanto ha proposto querela, la remissione, che questa ha fatto, non pregiudica il diritto di querela delle altre.

La remissione può essere processuale o extraprocessuale.

La remissione extraprocessuale è espressa o tacita. Vi è remissione tacita, quando il querelante ha compiuto fatti incompatibili con la volontà di persistere nella querela.

La remissione può intervenire solo prima della condanna, salvi i casi per i quali la legge disponga altrimenti.

La remissione non può essere sottoposta a termini o a condizioni. Nell’atto di remissione può essere fatta rinuncia al diritto alle restituzioni e al risarcimento del danno.

Remissione querela minori o incapaci

Per i minori degli anni quattordici e per gli interdetti a causa di infermità di mente, il diritto di remissione è esercitato dal loro legale rappresentante.

I minori, che hanno compiuto gli anni quattordici e gli inabilitati possono esercitare il diritto di remissione, anche quando la querela è stata proposta dal rappresentante, ma, in ogni caso, la remissione non ha effetto senza l’approvazione di questo.

Il rappresentante può rimettere la querela proposta da lui o dal rappresentato, ma la remissione non ha effetto, se questi manifesta volontà contraria.

Si può rinunciare alla querela?

Diversa dalla remissione, è la rinuncia alla querela. Mentre la remissione consiste nel ritiro della querela già presentata, la rinuncia esclude la presentazione della querela. In altri termini, la persona offesa potrebbe, prima dello scadere dei tre mesi dalla scoperta del reato, dichiarare che non intende querelare il colpevole.

La rinuncia espressa alla querela è fatta personalmente o a mezzo di procuratore speciale, con dichiarazione sottoscritta, rilasciata all’interessato o a un suo rappresentante. La dichiarazione può anche essere fatta oralmente a un ufficiale di polizia giudiziaria o a un notaio, i quali, accertata l’identità del rinunciante, redigono verbale. Questo non produce effetti se non è sottoscritto dal dichiarante.

La rinuncia sottoposta a termini o a condizioni non produce effetti. Con la stessa dichiarazione può essere fatta rinuncia anche all’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno.

Limiti al prelievo di contanti dal proprio conto corrente

Posted on : 31-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Ho letto l’articolo “Quanto contante si può versare in banca dopo il 2016” . Nell’arco di vent’anni ho accumulato circa 11.000 euro, che ora vorrei versare in banca per poter acquistare un’auto. Quei soldi transiterebbero solo per poche ore sul conto. Incorrerei o no in problemi?

L’Art. 1, co. 898, Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015) che ha modificato l’art. 49 co. 1, d.lgs. n. 231/2007, ha stabilito che il limite all’utilizzo dei contanti è salito da mille a tremila euro ma questo non esclude che il correntista possa prelevare dal conto una somma superiore a tale importo.

Infatti, il titolare del conto corrente, o un suo delegato alla firma, ha facoltà di prelevare dal proprio conto anche un importo superiore a 3000 euro senza incorrere in alcuna violazione della normativa sulla tracciabilità del denaro perché il correntista, quando trasferisce alla banca il proprio denaro non ne trasferisce la proprietà ma solamente l’obbligo di custodia.

Dunque, ad esclusione del bancomat che fissa un prelievo minimo giornaliero per questioni di sicurezza, il titolare del conto corrente è libero di prelevare la somma che ritiene opportuna, senza alcun tipo di vincolo o limite.

I limiti stabiliti per legge per l’utilizzo del denaro contante sono relativi esclusivamente al trasferimento delle somme tra soggetti diversi, per esempio tra il titolare del conto corrente ed un terzo, a titolo di donazione o di vendita, in quanto si vogliono evitare movimenti di importi non tracciati, tipici dei trasferimenti illegali.

L’Associazione Bancaria Italiana, unitamente al Ministero dell’Economia, attraverso la Circolare n. 2 del 16 Gennaio 2012, ha puntualizzato come il presupposto necessario affinchè trovino applicazione le limitazioni all’utilizzo di denaro contante sia costituito dal trasferimento a terzi, e, dunque, tale presupposto non si realizza nell’ambito di operazioni di versamento e di prelievo allo sportello, o bancomat, effettuate direttamente dal proprietario del conto corrente.

In altre parole il correntista ha la piena facoltà di versare il proprio denaro, proveniente da redditi da lavoro, regalie, risparmio e così via, sul proprio conto corrente senza incorrere in alcuna limitazione.

Alla luce di quanto detto e della normativa vigente, il lettore potrà portare gli 11mila euro in banca e versarli interamente, in un’unica soluzione, sul proprio conto per utilizzarli a piacimento senza alcun problema.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Pensione con 5 anni di contributi, come fare

Posted on : 07-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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In quale modo è possibile pensionarsi con soli 5 anni di contributi?

Hai da poco compiuto l’età pensionabile (66 anni e 7 mesi sino al 2018, 67 anni dal 2019) ma non arrivi a 20 anni di contributi? Purtroppo non puoi ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria, per la quale sono necessari 20 anni di contributi (15 soltanto se rientri tra i destinatari di alcune deroghe “sopravvissute” alla legge Fornero). Puoi, però, ottenere la pensione di vecchiaia contributiva se possiedi almeno 5 anni di contributi, al raggiungimento di 70 anni e 7 mesi di età (71 anni dal 2019).

Per ottenere questa pensione, però, devi essere assoggettato al calcolo integralmente contributivo della prestazione; se non fai parte di questa categoria, cioè quella dei cosiddetti “contributivi puri”, esistono comunque dei modi per rientrarvi. Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, come fare per ottenere la pensione con 5 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi, chi ne ha diritto

Come appena esposto, hanno diritto alla pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi, o pensione di vecchiaia contributiva, tutti i lavoratori la cui prestazione deve essere calcolata col sistema interamente contributivo.

Sono assoggettati a questo sistema di calcolo coloro che:

  • non possiedono contributi versati prima del 1° gennaio 1996;
  • possiedono contributi soltanto nella gestione separata o hanno optato per il computo della contribuzione in questa gestione;
  • hanno optato per il sistema di calcolo contributivo.

In buona sostanza, se non possiedi nemmeno un contributo accreditato alla data del 31 dicembre 1995, oppure se i tuoi contributi risultano versati soltanto alla gestione separata dell’Inps, hai pieno diritto alla pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi.

Ma che cosa può fare chi ha dei contributi accreditati prima del 31 dicembre 1995 e, quindi, non rientra nella categoria dei cosiddetti “contributivi puri”?

Computo nella gestione separata

Se possiedi dei contributi accreditati alla data del 31 dicembre 1995, puoi optare per il computo nella gestione separata. Grazie alla facoltà di computo, infatti, è possibile versare tutta la contribuzione posseduta in diverse gestioni previdenziali, escluse le casse dei liberi professionisti, nella gestione separata. La pensione, nella gestione separata, viene calcolata con il sistema integralmente contributivo, ma viene data la possibilità di accedere ad alcune pensioni agevolate, come la pensione anticipata a 63 anni di età e la pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi.

Attenzione, però: chi possiede soltanto 5 anni di contributi non può accedere al computo nella gestione separata. Per beneficiare di questa facoltà, difatti, bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • almeno 15 anni di contributi complessivi;
  • almeno 5 anni di contributi versati successivamente al 1 gennaio 1996;
  • almeno un contributo ma non più di 18 anni di contributi versati alla data del 31 dicembre 1995.

Opzione contributiva per ottenere la pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi

Pertanto, per chi possiede i requisiti appena esposti è più conveniente avvalersi dell’opzione contributiva ( per la quale i requisiti previsti sono gli stessi del computo nella gestione separata), che consente di pensionarsi con 15 anni di contributi ricalcolando l’intero trattamento con il sistema contributivo. L’età pensionabile, però, resta quella valida per la pensione di vecchiaia ordinaria, quindi 66 anni e 7 mesi sino al 31 dicembre 2018 e 67 anni di età dal 2019.

Sistema di calcolo contributivo della pensione

Il sistema di calcolo contributivo, solitamente, risulta maggiormente penalizzante rispetto al sistema di calcolo retributivo. Mentre quest’ultimo, difatti, si basa sulle ultime annualità di stipendio o di retribuzione, il sistema di calcolo contributivo si basa sui contributi effettivamente versati. Non esiste una penalizzazione fissa, in quanto la differenza tra calcolo contributivo e retributivo dipende dalla carriera del lavoratore.  Mediamente si registra una penalizzazione che oscilla dal 25% al 30%, ma non mancano i casi in cui la penalizzazione arrivi al 50% e, al contrario, i casi in cui il sistema retributivo risulti meno favorevole del contributivo, ad esempio quando a fine carriera le retribuzioni o gli stipendi risultano notevolmente più bassi.

I falsi miti sul surgelato e la qualità Bofrost

Posted on : 05-12-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Quando si parla di prodotti surgelati, è facile che qualcuno storca un po’ il naso. Chi acquista alimenti surgelati si trova spesso dinanzi a critiche più o meno velate, a causa della convinzione che i surgelati siano meno salutari e poco convenienti. Niente di più errato! La conservazione per surgelamento è una tecnica messa a punto nel secolo scorso per migliorare lo stoccaggio degli alimenti mantenendone il più possibile inalterate le proprietà organolettiche e nutritive.

Ad oggi questa tecnica si configura come una delle migliori pratiche di conservazione alimentare con l’ausilio delle basse temperature, eppure deve fare i conti con chi associa il concetto di alimentazione sana esclusivamente alla scelta del “fresco”. Cerchiamo quindi di fare chiarezza e di smascherare i falsi miti che riguardano i surgelati.

I prodotti surgelati sono di scarsa qualità: falso!

Spesso si tende a pensare che il prodotto surgelato sia l’equivalente di un prodotto di bassa qualità. Questo pregiudizio non corrisponde al vero perché, per assicurare un livello di eccellenza, le materie prime vengono attentamente selezionate e il processo è seguito in tutte le fasi della filiera produttiva, dalla coltivazione nel campo alla raccolta nel momento ottimale di maturazione, dalla selezione alla scottatura fino alla surgelazione. Lo stesso dicasi per i prodotti come carne o pesce.

Allo scopo di mantenere intatte le proprietà dell’alimento, vengano effettuati rigorosi controlli sui cibi, prima, durante e dopo la surgelazione.

La surgelazione non implica la perdita dei nutrienti degli alimenti freschi, anzi un prodotto surgelato mantiene le sue caratteristiche più a lungo del suo corrispettivo fresco, acquistato dopo qualche giorno dalla raccolta. Questo vale in particolar modo per le verdure e per gli ortaggi. Quindi la verdura surgelata fa bene!

É facile quindi capire come l’utilizzo di prodotti surgelati non abbia alcuna correlazione con una mancanza di attenzione culinaria e anzi possa esserne al contrario garanzia di qualità e varietà della dieta. Non è un caso, infatti, che le aziende attive nella vendita di alimenti surgelati come l’italiana Bofrost siano sempre in prima linea per offrire prodotti sani, gustosi e genuini.

 

Gli alimenti surgelati costano più dei prodotti freschi: falso!

In genere si pensa che i surgelati, per via della lavorazione ed il confezionamento a cui sono sottoposti, costino di più dei prodotti freschi e che quindi non siano convenienti dal punto di vista economico. Tuttavia, anche se il prezzo sembra più elevato, è necessario tenere in considerazione il fatto che nei surgelati non sono presenti scarti.

Il rapporto qualità-prezzo dei surgelati conviene perché quello che si paga è ciò che poi effettivamente si mangia, con l’aggiunta della comodità di non dover tagliare/pulire l’alimento e di poterlo conservare più a lungo.

Senza contare poi gli sconti e le promozioni grazie alle quali è possibile ricevere gratis alcuni prodotti, come ad esempio con le offerte Bofrost.

I surgelati sono pieni di conservanti: falso!

Un altro falso mito induce a credere che nei prodotti surgelati siano presenti più additivi chimici o sintetici e che quindi la qualità biologica del prodotto sia inferiore. In realtà l’unico conservante è il freddo. Per loro stessa tipologia, i surgelati non hanno bisogno di additivi chimici perché basta il freddo intenso a garantire un ottimale stato di conservazione del prodotto.

L’eventuale presenza di conservanti, quindi, non dipende né serve alla surgelazione ma semmai alla materia prima semplice, che potrebbe deteriorarsi durante i processi di preparazione precedenti alla surgelazione.

Cibi surgelati e congelati sono la stessa cosa: falso!

Sebbene entrambe le tecniche attingano alla sfera della conservazione alimentare tramite basse temperature, si tratta di due procedimenti diversi. Il congelamento, che sia casalingo o industriale, prevede infatti il posizionamento del prodotto a basse temperature in modo che il freddo lo conservi, ma tale processo richiede tempi relativamente lunghi e fa sì che l’acqua contenuta negli alimenti si trasformi in cristalli di ghiaccio. Oltre a creare danni alla struttura biologica dell’alimento, questo provoca anche una perdita dei valori nutritivi al momento dello scongelamento.

Va da sé, quindi, che quello che si fa a casa posizionando nel freezer gli alimenti è ben diverso dalla surgelazione, che invece è un processo industriale.

Ad esempio, i prodotti Bofrost sono sottoposti al processo di surgelazione, un procedimento ultra rapido che, proprio grazie alla velocità di esecuzione, fa sì che si formino microcristalli, che non intaccano le proprietà nutritive ed organolettiche degli alimenti. A differenza di quelli congelati che possono subire un deperimento, i prodotti surgelati mantengono intatte tutti i fattori nutrizionali e le caratteristiche di gusto.

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Domenica Seven

Posted on : 06-11-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Domenica Seven Apples.

Dal 12 Novembre torna la serata per chi vuole ballare la domenica in Versilia.

Domenica in Versilia, Domenica Seven Apples.

Il weekend è quasi finito ma la voglia di divertimento è ancora tanta, la domenica Seven è la serata perfetta per soddisfare la tua voglia di uscire, ballare ottima musica e incontrare bella gente.

E se vuoi vivere da protagonista una domenica Seven Apples, senza restare a lungo sulla d’ingresso, senza rischiare di restare fuori, senza rischiare di rovinare le ultime ore del tuo weekend, ti basta prenotare con i contatti offerti da questo sito.

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La domenica Seven in Versilia.

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La musica che si diffonde dal basso e vibra, attraversando prima le tue gambe, poi le tue braccia e solo quando ormai stai già ballando giunge alle tue orecchie.

Le luci blu, fredde, glaciali come nessun altro colore, ma che come nessun altro colore riescono a scaldare l’atmosfera, avvolgendoti con un abbraccio talmente evidente da essere invisibile.

I volti sorridenti di chi non ti conosce ancora ma sa di condividere con te un momento unico e irripetibile. Perfetti sconosciuti che per un istante sono amici e amiche, fratelli e sorelle di una notte.

Il cocktail che sorseggi lentamente, assaporandolo, come lentamente assapori ogni istante che ti rimane del tuo fine settimana.

Fine settimana… weekend… quel limbo di relax e divertimento, racchiuso tra un “Finalmente!” e “Già si ricomincia?”

E tu in quel limbo ci sei adesso, lo stai vivendo ora, è la tua casa… la tua zona di comfort… il tuo habitat naturale.

È la domenica Seven. E tu ne sei il protagonista.

La domenica in Versilia è alla discoteca Seven.

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Per quanto suggestive possano essere le parole che hai appena letto e rappresentative le foto che stai guardando, né le prime né le seconde riescono a trasmettere tutte le sensazioni piacevoli, le emozioni divertite e la magia della domenica Seven Apples.

Ormai un mito che da anni, accende le notti in tra Forte dei Marmi e Viareggio. Per chi, per chiudere il weekend non si accontenta di una cena o di un aperitivo… ma ha ancora voglia di ballare, di conoscere, di ridere e di scherzare…

Una serata icona che ha contribuito a rendere famosi in tutto il Seven Apples e la sua domenica. La tua domenica Seven.

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  • nessuna coda all’ingresso, giusto il tempo di entrare accompagnati dalle hostess
  • nessun problema con la selezione Seven, naturalmente rispettando i canoni di età e di abbigliamento richiesti dal locale
  • tavoli con differenti prezzi prenotabili in qualunque area del locale

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Scopri quanto conveniente può essere prenotare in questa stagione prenotare un tavolo Seven Apples opure organizzare qui un addio al nubilato in Versilia, un addio al Celibato Versilia, un compleanno in discoteca o una Festa di Laurea e qualunque altra occasione valga la pena di essere celebrata con una serata di musica e divertimento.

Domenica 31 Dicembre si festeggia il Capodanno Seven Apples.

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Termini appello tributario

Posted on : 25-10-2017 | By : admin | In : Di tutto un pò!

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Quali termini per impugnare la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale? Cosa depositare in giudizio per dimostrare la tempestività dell’appello?

Quando si appella una sentenza tributaria occorre prestare molta attenzione non solo ai termini di impugnazione ma anche a quelli costituzione in giudizio, nonché agli atti che devono essere depositati per provare la tempestività dell’appello.

Termini appello sentenza tributaria

La sentenza della Commissione Tributaria Provinciale può essere impugnata con ricorso in appello entro sessanta giorni della notifica (termine breve) oppure entro sei mesi dalla pubblicazione se la sentenza non è stata notificata (termine lungo).

Una volta notificato l’appello, il ricorrente deve depositare a pena di inammissibilità, entro trenta giorni, nella segreteria della commissione tributaria adita, l’originale del ricorso notificato o copia del ricorso consegnato o spedito per posta, con fotocopia della ricevuta di deposito o della spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale.

Termini costituzione appello notificato a mezzo posta

Qualora il ricorso in appello sia notificato per posta, ci si chiede se il termine di 30 giorni per la costituzione in giudizio (con deposito presso la segreteria della Commissione Tributaria Regionale) decorra della data di spedizione del ricorso da parte dell’appellante o da quella di ricevimento da parte dell’appellato.

Le Sezioni Unite della Cassazione, in  due recenti sentenze [1], hanno dato la risposta definitiva sul punto, dirimendo il relativo contrasto giurisprudenziale. Esse hanno affermato, con riguardo alla notificazione dell’appello a mezzo del servizio postale, che il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio dell’appellante, decorre, non dalla data della spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione).

Deposito ricevuta di spedizione appello: è indispensabile?

La Cassazione, con recentissima pronuncia [2] fondata sui principi di diritto espressi dalle Sezioni Unite, ha ribadito quando, in sede di costituzione in appello, è indispensabile, a pena di inammissibilità, il deposito della ricevuta di spedizione e quando, invece, è sufficiente il deposito dell’avviso di ricevimento.

Non costituisce motivo di inammissibilità dell’appello, che sia stato notificato direttamente a mezzo del servizio postale universale, il fatto che l’appellante, al momento della costituzione entro il termine di trenta giorni dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, depositi l’avviso di ricevimento del plico e non la ricevuta di spedizione, purché nell’avviso di ricevimento medesimo la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica o con proprio timbro datario.

Solo in questo caso, l’avviso di ricevimento è idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione. In mancanza, la non idoneità della mera scritturazione manuale o comunemente dattilografica della data di spedizione sull’avviso di ricevimento può essere superata, ai fini della tempestività della notifica del ricorso o dell’appello, unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione dell’atto o della sentenza.