Alcol: cosa succede se si esagera

Posted on : 10-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Si beve sempre di più, un gran numero di adulti e minori è schiavo dell’alcol e le conseguenze riportate a livello fisico e psichico non sono da sottovalutare.

Un’abitudine sempre più diffusa, specialmente nel fine settimana, è quella di bere alcolici in quantità esagerate. Il fenomeno interessa anche i più giovani, spesso minorenni che sfuggono ai controlli dei genitori e che dopo la pizza serale, durante la visione di una partita di calcio o anche per strada con gli amici, non disdegnano bottiglie e bottiglie di birra o di altri alcolici. Inutile dire che i piaceri di Bacco non sono appannaggio esclusivo dei teen-agers, infatti, il numero degli adulti che esagerano nell’uso dell’alcol, talora per astrarsi dalla realtà e dai suoi problemi, è rilevante. È in aumento, inoltre, la percentuale di donne che si è avvicinata al pericoloso fenomeno, ignara delle conseguenze che l’alcol produce sul gentil sesso, molto più nefaste rispetto a quelle degli uomini. Alcol: cosa succede se si esagera? Se si diventa dipendenti dall’alcol gli effetti sull’organismo sono numerosi e pericolosi; insorgono patologie gravi che spesso possono non risolversi; aumenta il rischio di causare incidenti stradali, di perdere il controllo e commettere azioni illecite. Se abusi di alcolici e hai notato l’insorgenza di disturbi fisici e psichici, leggi questo articolo, ti spiegheremo gli effetti dell’alcol e cosa succede se si esagera.

Cos’è l’alcol?

L’alcol alimentare è una sostanza che deriva dalla fermentazione degli zuccheri contenuti nella frutta, nel caso del vino, o degli amidi dei cereali nel caso della birra. Bevuto in quantità moderata non produce effetti negativi, in caso contrario provoca danni alla salute psicofisica dell’individuo.

Cos’è l’alcolismo?

L’alcolismo è una patologia cronica che si manifesta quando l’organismo è diventato dipendente dall’alcol. Chi soffre di alcolismo, sebbene sia consapevole dei rischi che corre, non riesce a smettere nemmeno di fronte agli evidenti problemi di salute causati da un uso eccessivo di bevande alcoliche. Problemi che avranno ricadute anche sulla sfera emotiva, nei rapporti lavorativi e sociali del soggetto aduso all’alcol.

Si entra in un circolo vizioso, in cui chi beve non si limita più perché sente di continuo e prepotentemente il bisogno di ingerire alcol: è questa la tipica dipendenza fisica accompagnata da sintomi di astinenza, perdita di controllo che annulla la volontà di smettere e necessità di bere per provare sempre le stesse sensazioni.

Esistono casi nei quali sono assenti i sintomi di dipendenza fisica e di astinenza, conosciuti come abuso di alcol e caratterizzati da un consumo esagerato, i cui effetti si ripercuotono, però, nel lavoro e nelle relazioni sociali.

Quali sono i rischi derivanti dall’uso di alcol?

Ingerire elevate quantità di alcolici aumenta la possibilità di sviluppare danni all’organismo, in particolare al fegato, ma anche al cervello e ad altri organi. Le donne rischiano maggiormente di sviluppare malattie epatiche e se bevono durante la gravidanza possono danneggiare seriamente il bambino.

Non si deve sottovalutare neanche il consumo moderato di alcolici, in grado di aumentare il rischio di incidenti stradali, omicidi, infortuni vari e suicidi. Infatti, se si soffre di alcolismo o si abusa di alcolici periodicamente, si può non essere in grado di smettere o di diminuire le quantità. In questi casi, occorre un aiuto che provenga dalla famiglia, dal proprio medico o dalle associazioni.

Quali segnali invia il corpo quando si sta bevendo troppo?

L’abitudine a bere insorge gradualmente, le persone provano un senso di benessere ogni volta che ingeriscono alcol e ciò li rende sempre più inclini a farlo. Accade di frequente ai soggetti che esagerano nell’uso degli alcolici di accorgersi di aver esagerato perché compaiono alcuni sintomi: il bisogno di bere al mattino appena svegli e di bere per rilassarsi, non ricordare cosa sia successo nelle ultime ore dopo aver bevuto troppo, non riuscire a mantenere gli impegni assunti. Sono solo alcune delle conseguenze prodotte dal consumo di alcol, a queste si affiancano patologie anche gravi e irreversibili che esamineremo nei prossimi paragrafi.

Esistono cause che scatenano l’uso di alcol?

Alcuni studi condotti sul fenomeno hanno accertato che non esiste una causa unica a indurre all’alcolismo, poiché il problema deriva da un insieme di fattori genetici e ambientali. Un intreccio complesso di elementi ne spiega la familiarità, infatti, chi ha avuto un genitore alcolista rischia più di altri di intraprendere la stessa strada anche per la presenza di geni che controllano il metabolismo dell’alcol.

Oltre alla predisposizione genetica, i ricercatori hanno constatato il ruolo giocato dai traumi infantili nel rischio di sviluppare le dipendenze. L’assenza della famiglia negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, inoltre, pesa anche quando si diventa adulti e può indurre numerose persone a diventare alcolisti.

Quali sono i fattori di rischio?

Depressione e altri disturbi psichici spingono chi ne soffre a cercare sollievo ai propri malesseri attraverso soluzioni che in seguito si riveleranno deleterie. Ci si attacca alla bottiglia per non pensare, per dimenticare i problemi di lavoro, di cuore, di salute e inizia, così, il calvario dell’alcolismo. Su questo incidono anche fattori sociali, poiché avere amici o parenti che bevono regolarmente aumenta la possibilità di diventare alcolisti.

Talora, si abusa di bevande alcoliche per uniformarsi al gruppo sociale, per sentirsi alla moda, perché non c’è la consapevolezza dei rischi connessi all’alcol e, col passare del tempo, le sensazioni che esso provoca spinge ad assumere sempre più sostanze del genere per evitare l’astinenza. L’alcol si trasforma, dunque, da mezzo per allontanarsi dai problemi a problema vero e proprio.

Cosa accade se si esagera?

L’alcol ingerito viene assorbito dall’apparato digerente e si diffonde nell’organismo, il fegato lo trasforma, i reni, i polmoni e la pelle lo espellono. Attraverso il sangue, raggiunge il cervello e influenza il sistema nervoso centrale. Inizialmente, i sintomi di un uso eccessivo di alcol passano inosservati perché si manifestano in maniera lieve. Vertigini, urla, visione sfocata, difficoltà a stare in piedi con rischio di cadute, sonnolenza, vomito e tendenza a diventare violenti sono tra le manifestazioni più comuni di chi abusa di bevande alcoliche. Spesso si compiono azioni di cui ci si pente, si può incorrere in incidenti o dare inizio a risse pericolose per la propria incolumità.

Se il consumo è continuo e la quantità notevole, il recupero del soggetto avrà bisogno di tempi più lunghi. E la salute? Compromessa. Compaiono, infatti, amnesie, problemi all’apparato digerente causati dalla frequenza del vomito, disturbi del sonno, tremori, nausea, irrequietezza, tachicardie, ipertensione, pancreatite, disturbi gastrici ed epatici (gravissima è la cirrosi epatica) e in alcuni casi anche convulsioni che possono causare gravi conseguenze. Nei casi più gravi, si manifestano attacchi di tosse con fuoriuscita di sangue, respirazione irregolare, colorazione bluastra della pelle (indice della mancanza di ossigeno), svenimenti e coma etilico, situazioni per le quali si rende necessario l’accesso al Pronto soccorso.

Cosa provoca la dipendenza?

Quando si diventa dipendenti si sente il bisogno di bere anche di notte e di aumentare sempre più la quantità di alcol. Molti bevono di nascosto e mantengono questa abitudine che avrà ricadute sulla vita di relazione. In siffatte situazioni, se non si riesce a controllare il rapporto con l’alcol e se questo ha già causato diversi problemi, la strada da percorrere è quella di rivolgersi al medico e poi ai centri specializzati.

In ogni soggetto, ma in particolare in chi è diventato dipendente, l’alcol deprime il sistema nervoso centrale, provocando una diminuzione della coordinazione muscolare e incapacità a parlare seguendo un filo logico, affiancato da perdita di equilibrio e arrossamento del viso e degli occhi. Si verifica un abbassamento dei freni inibitori e un aumento della possibilità di commettere crimini. Sul piano sociale, l’abuso di alcol può determinare la perdita del lavoro e la fine di un matrimonio o di altra relazione stabile.

Alcolismo giovanile

È la nuova piaga mondiale: troppi adolescenti fanno uso di sostanze alcoliche con il rischio non solo di sviluppare dipendenza, ma anche di iniziare ad assumere altre sostanze psicotrope.

Come superare l’alcolismo?

Se si decide di disintossicarsi, si deve intraprendere un percorso che faccia acquisire al paziente la forza e la volontà di affrontare il problema. Può rivelarsi utile l’aiuto di uno psicologo o di associazioni e gruppi come Alcolisti anonimi. Fondamentale nel processo di guarigione risulta l’aiuto della famiglia, soprattutto nella prima fase.

Per alcuni soggetti può essere determinante il ricorso ad alcuni farmaci, specialmente se essi hanno sviluppato altre patologie come il diabete o problemi epatici. Esistono cliniche specializzate che offrono supporto nel percorso di disintossicazione attraverso terapie di gruppo con l’aiuto di specialisti.

Alcol: cosa prevede la legge?

Le norme sono piuttosto stringenti in caso di abuso di sostanze alcoliche.

Se si guida in stato di ebbrezza, scattano sanzioni anche severe quando il tasso alcolemico rilevato supera una certa soglia: in caso di accertamento, se esso risulta superiore a 0,5 e non superiore a 0,8%, scatta la sanzione amministrativa da euro 500,00 a 2000,00 e quella accessoria della sospensione della patente di guida da tre a sei mesi.

Per un tasso alcolemico superiore a 0,8 e non superiore a 1,5%, è previsto l’arresto fino a sei mesi, l’ammenda da 800 a 3.200 euro; in ogni caso, è prevista la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Se il tasso alcolemico è superiore a 1,5%, si prevede l’arresto da sei mesi a un anno, l’ammenda da 1.500 a 6.000 euro e la sospensione della patente da uno a due anni. Al provvedimento giudiziale di condanna segue, inoltre, la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato, tranne se esso appartiene a persona estranea al reato.

Se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale, le pene vengono raddoppiate ed è previsto il fermo amministrativo del veicolo, se di sua proprietà, per centottanta giorni.

Nei casi di genitori dediti all’alcol, si può perdere la responsabilità genitoriale se essi non si dimostrano in grado di mantenere, accudire, educare i propri figli. Se, invece, subentrano maltrattamenti o abusi, il giudice può decidere l’allontanamento del genitore dalla prole.

Se l’uso di alcol avviene nel luogo di lavoro, si rischia il licenziamento, poiché l’uso di alcolici limita la capacità del lavoratore di prevenire i rischi e riduce i riflessi. È necessario, tuttavia, che la condotta sia ripetuta e abituale perché costituisca giusta causa di licenziamento [1].

L’ecocardiografia fetale: se e quando farla

Posted on : 10-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La diagnosi precoce di una cardiopatia congenita rappresenta una conquista fondamentale perché permette di gestire al meglio il momento del parto e aumenta la possibilità di sopravvivenza del nascituro.

Le malformazioni congenite possono essere molteplici e interessare i vari apparati, le più frequenti sono le cardiopatie congenite che sono causa del 25% delle morti perinatali e rappresentano la metà dei casi di morte in età infantile per malformazioni congenite. Le madri con fattori di rischio presentano una frequenza maggiore, pertanto risulta fondamentale poter effettuare una diagnosi in utero in modo da indirizzare il parto in strutture che possano assistere e trattare immediatamente il bambino cardiopatico. L’ecocardiografia fetale: se e quando farla? Prima di parlare dell’esame che permette di diagnosticare una malformazione cardiaca, vediamo quali sono le cardiopatie congenite.

Cardiopatie congenite

Le cardiopatie congenite sono patologie cardiache conseguenti ad alterazioni nello sviluppo del cuore durante la vita fetale. Il cuore inizia a svilupparsi dal 18° giorno di vita intrauterina e si può percepire il battito cardiaco a partire dalla 6° settimana.

Le malformazioni cardiache congenite possono essere classificate in base ai sintomi presenti alla nascita o al tipo di alterazione anatomica. Le forme più frequente sono: il difetto interventricolare, la persistenza del dotto di Botallo, la stenosi polmonare, il difetto interatriale, la tetralogia di Fallot, la trasposizione dei grossi vasi, la stenosi aortica

Le cardiopatie congenite presentano un’ampia variabilità per quanto riguarda i quadri clinici, le opzioni terapeutiche e la prognosi, pertanto essere affetti da una cardiopatia congenita non significa necessariamente avere una malattia grave.

Tuttavia, alcune cardiopatie congenite complesse, se non vengono trattate immediatamente alla nascita o chirurgicamente o con dei farmaci, portano a morte il neonato in pochi giorni. Pertanto, è necessario che le cardiopatie congenite vengano diagnosticate precocemente, già durante la gravidanza, per poter programmare ed effettuare, al momento della nascita, l’intervento più idoneo.

Ecocardiografia: cos’è?

L’ecocardiografia è un’indagine ecografica che studia l’anatomia e la funzionalità del cuore fetale, non costituisce un esame di routine in gravidanza ma viene eseguita solo in condizioni particolari quando, cioè, sono presenti dei possibili fattori di rischio.

È una metodica d’indagine non invasiva che utilizza gli ultrasuoni, non determina conseguenze per il feto quindi non è dannosa in gravidanza e può essere ripetuta in tempi ravvicinati qualora ce ne fosse bisogno. La complessità morfologica e funzionale del cuore fetale rende complicato lo studio utilizzando solo un ecografo bidimensionale, per cui tali apparecchiature vengono integrate con l’utilizzo del color Doppler e del Doppler pulsato che valuta gli aspetti emodinamici del cuore.

Negli ultimi anni le apparecchiature ecografiche sono diventate più sofisticate e grazie alla tecnologia 3D e 4D si visualizzano un numero sempre più crescente di strutture anatomiche.

L’esame viene eseguito poggiando la sonda ecografica sull’addome della mamma, si eseguono scansioni bidimensionali, color Doppler e Doppler pulsato che consentono:

  • una valutazione anatomica delle strutture del cuore: le quattro camere cardiache (due atri e due ventricoli), i vasi arteriosi e venosi;
  • una valutazione funzionale dei flussi ematici;
  • lo studio della frequenza cardiaca nei casi a rischio di blocco atrio-ventricolare completo (BAV).

Una tecnica innovativa nello studio del cuore fetale è rappresentata dalla STIC (Spazio-Temporal-Image-Correlation). Tale metodica, sovrapponendo diversi cicli cardiaci fetali, è in grado di riprodurre virtualmente il ciclo cardiaco fetale e di analizzare la funzionalità del cuore.

L’ecocardiografia è un esame che presenta un ampio margine di accuratezza permettendo la diagnosi di cardiopatia congenita con una percentuale pari all’80/90%.

Tuttavia, alcuni elementi possono rendere difficoltoso, se non impossibile, l’esecuzione l’esame:

  • la presenza di abbondante pannicolo adiposo materno (sovrappeso/obesità);
  • la scarsità o l’abbondanza del liquido amniotico;
  • la gravidanza multipla;
  • la posizione fetale.

L’indagine può non essere diagnostica in presenza di:

  • difetti della parte muscolare del setto interventricolare (zona poco evidenziabile agli ultrasuoni);
  • malformazioni che evolvono col procedere della gravidanza per cui la loro evidenza si rende manifesta solo nel terzo trimestre di gravidanza (stenosi valvolare, coartazione aortica);
  • la circolazione del sangue nel feto presenta delle caratteristiche tali da rendere difficile diagnosticare alcune cardiopatie congenite quali i difetti interatriali e il dotto arterioso pervio.

Può capitare che la diagnosi ecocardiografica di cardiopatia congenita non venga confermata alla nascita (minimo difetto interventricolare che si risolve col procedere della gravidanza).

Ecocardiografia: perché farla?

L’ecocardiografia fetale è un esame che permette di evidenziare una cardiopatia congenita. Esistono delle condizioni che costituiscono dei fattori di rischio di malformazione cardiaca e rappresentano un’indicazione all’esecuzione dell’ecocardiografia:

  • condizioni materne e familiari:
    • familiarità per cardiopatie: il rischio varia a seconda del tipo di patologie e del grado di parentela. Il rischio che ricorra la cardiopatia congenita è presente se si è avuto un figlio con la patologia, ma raddoppia in caso di più figli affetti da cardiopatia congenita. In presenza di genitori con la patologia il rischio è maggiore se è la mamma ad essere ammalata. Le cardiopatie a più alto rischio di ricorrenza sono la stenosi aortica e i difetti settali. Non costituiscono indicazione all’esame difetti minori quali il prolasso della mitrale o l’aorta bicuspide;
    • malattie ereditarie: sindromi o mutazioni genetiche che comportano difetti cardiaci;
    • diabete materno insulino-dipendente: quando non è compensato aumenta il rischio di cardiopatia congenita del 5%. Il diabete gestazionale non costituisce un fattore di rischio;
    • malattie autoimmuni quali lupus eritematoso sistemico e connettiviti si associano ad un’aumentata frequenza di neonati con alterazione della conduzione del battito cardiaco (blocco atriventricolare completo BAV);
    • fenilchetonuria (malattia caratterizzata da aumento della fenilalanina): rappresenta un aumento del rischio di sviluppare cardiopatie congenite del 10-15% se la fenilchetonuria non è controllata;
    • gravidanza medicalmente assistita: FIVET (fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione) e ICSI (con spermatozoi prelevati dal testicolo) aumentano il rischio di difetti interventricolari o interatriali e patologie cardiache più complesse;
    • assunzione di FANS nel terzo trimestre di gravidanza: può causare la chiusura precoce del dotto arterioso;
    • infezione materna: rosolia contratta nel primo trimestre di gravidanza;
    • assunzione materna di farmaci: litio, ACE-inibitori nel primo trimestre, paroxetina, anticonvulsivanti (carbamazepina, acido valproico), derivati della vitamina A;
    • assunzione di alcol;
  • condizioni fetali:
    • anomalie cromosomiche note o sospette: il rischio di cardiopatia congenita in presenza di diagnosi prenatale di trisomia 21 è pari al 50-90%, del 15-20% nella sindrome di Turner o alterazione dei cromosomi sessuali;
    • segni sospetti di malformazione cardiaca evidenziati nel corso di un’ecografia di routine in pazienti non a rischio;
    • traslucenza nucale aumentata evidenziata nello screening del primo trimestre;
    • malformazioni fetali extra-cardiache;
    • gemelli monocoriali;
    • difetto di accrescimento;
    • aritmie cardiache gravi e ripetute.

L’ecocardiografia: quando farla?

Nel corso della gravidanza si consiglia di eseguire un’ecografia:

  • nel primo trimestre: permette di verificare l’impianto dell’ovulo fecondato, stabilisce l’età gestazionale, individua precocemente le malformazioni, misura la traslucenza nucale;
  • nel secondo trimestre (ecografia morfologica): si esegue tra la 20° e la 22° settimana, ha lo scopo analizzare tutti gli apparati fetali (cranio, volto, colonna vertebrale, arti, cuore, organi addominali) per individuare eventuali malformazioni fetali.

L’ ecocardiografia, indagine che permette di diagnosticare una cardiopatia congenita e trova indicazione in casi selezionati, può essere eseguita già a partire dalla 12°-14° settimana di gestazione se sono presenti fattori di rischio materni o fetali (ecografia nel primo trimestre che evidenzia un aumento della traslucenza nucale).

Tuttavia, eseguita in questo periodo non consente una grande accuratezza poiché le sezioni cardiache potrebbero non essere sufficientemente grandi per essere visualizzate. Pertanto, si consiglia di effettuarla dopo l’ecografia morfologica a partire dalla 20° settimana.

La diagnosi di cardiopatie complesse ed evolutive può rendere necessario ripetere l’esame mensilmente per poter prevenire, col parto anticipato, un eventuale scompenso cardiaco.

La responsabilità del ginecologo per la diagnosi errata

Le aule dei tribunali sono molto rigorose nei confronti dei ginecologi che non eseguono le corrette verifiche sul feto e le indagini necessarie ad accertare le condizioni fisiche del nascituro.

Se il ginecologo sbaglia la diagnosi sul feto, non informando i parenti del fatto che il bambino presenterà delle malformazioni alla nascita, non è tenuto, in via automatica, al risarcimento del danno. Infatti, per ottenere l’indennizzo, la madre deve riuscire a provare, innanzi al tribunale, che, se fosse stata informata correttamente del problema, avrebbe abortito. In mancanza di tale dimostrazione, non vi è alcuna responsabilità del medico sul piano risarcitorio.

Inoltre tale prova non può essere desunta dal solo fatto della richiesta della gestante di sottoporsi a esami volti ad accertare l’esistenza di eventuali anomalie del feto.

Ecocardiografia: come si esegue l’esame

Per eseguire l’ecocardiografia non è necessario effettuare alcun tipo di preparazione. L’indagine viene eseguita da uno specialista esperto in cardiologia fetale (cardiologo pediatra o ginecologo), si effettua in ambulatorio, dura all’incirca mezz’ora. La paziente si trova sdraiata supina su un lettino, la sonda ecocardiografica viene poggiata sull’addome e vengono valutate le quattro camere cardiache (due atri e due ventricoli), la circolazione e la funzionalità cardiaca.

Non vi sono controindicazioni all’esecuzione dell’ecocardiografia che non è dolorosa né dannosa per la madre e per il feto. Il referto necessita di valutazione collegiale tra ginecologo e cardiologo pediatra.

I progressi della tecnologia hanno permesso all’ecocardiografia fetale di raggiungere traguardi impensabili qualche decennio fa, tuttavia la possibilità di diagnosticare una cardiopatia fetale dipende dall’esperienza dell’operatore, dall’epoca gestazionale in cui si esegue l’esame e dall’apparecchiatura utilizzata.

Il russamento e le apnee notturne

Posted on : 06-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed, Salute e Benessere

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Russa più della metà della popolazione e un quarto di essa soffre delle apnee nel sonno. Il problema colpisce soprattutto gli obesi, i diabetici, i cardiopatici.

Russare durante il sonno crea molteplici disagi anche a chi dorme vicino a noi. In molti casi, il russamento è dovuto a un apporto di aria insufficiente, altre volte è la spia di una patologia molto più grave denominata “Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno”, indicata con la sigla “OSAS” (Obstructive Sleep Apnea Syndrome). La sindrome si manifesta nel sonno con episodi ripetuti di apnee – ovvero occlusione delle vie aree superiori che causano microrisvegli continui, di breve durata e inconsapevoli – spesso associate a una riduzione della concentrazione di ossigeno nel sangue. Il problema non deve essere sottovalutato, poiché può causare l’insorgenza di altre patologie come l’ipertensione arteriosa, l’infarto, l’ictus cerebrale o essere una conseguenza dell’obesità e del diabete. Il russamento e le apnee notturne provocano anche senso di affaticamento e sonnolenza diurna, talvolta causa di incidenti stradali e sul lavoro. Nel prosieguo dell’articolo, troverete le informazioni necessarie per conoscere e curare il russamento e la sindrome OSAS.

Perché si russa?

I polmoni ricevono ossigeno dall’aria che respiriamo con il naso e la bocca attraverso un tragitto in cui a volte si possono trovare degli ostacoli.

Quando l’aria inspirata è sufficiente, le pareti molli del condotto aereo che attraversa si dilatano, ma se la quantità si riduce il diametro del condotto si restringe e le pareti vibrano provocando il rumore tipico del russamento. Esso, dunque, è caratterizzato dalla chiusura non completa delle vie aeree superiori durante il sonno e il rumore respiratorio che scaturisce dalla vibrazione delle strutture del palato molle o dell’ipofaringe segnala una difficoltà respiratoria che ha notevoli ricadute sulla salute e un effetto negativo sulla vita delle coppie.

La persistenza delle condizioni suddette rende difficoltosa la respirazione notturna e determina, nel tempo, un restringimento sempre maggiore delle vie aeree, tanto che in alcuni momenti esse si chiudono e il paziente va in apnea. Le apnee notturne sono interruzioni di circa dieci secondi del flusso aereo oro-nasale.

Le cause scatenanti il russamento e le apnee notturne

Tra i fattori che favoriscono la comparsa del russamento e dell’OSAS, occorre ricordare innanzitutto l’ostruzione nasale (ipertrofia dei turbinati, deviazione del setto nasale, polipi nasali), che è compresa nelle cause anatomiche predisponenti e, in secondo luogo, la conformazione anatomica anormale della base della lingua, della mandibola, del palato molle e l’ipertrofia delle tonsille.

Non si deve trascurare, inoltre, che il sovrappeso costituisce un altro fattore predisponente per via dell’accumulo di adipe lungo le pareti della faringe e che l’uso di alcol e tranquillanti, agendo sul sistema nervoso, rilassano la muscolatura e favoriscono il russamento, molto diffuso sia tra il sesso maschile che femminile.

Le complicanze che scaturiscono dal russamento e dalle apnee notturne

Oltre al disturbo sonoro che si produce durante il sonno, con il russamento possono innescarsi una serie di complicanze dovute al deficit di aria, come l’ipertensione arteriosa, la difficoltà di concentrazione, le aritmie cardiache, la sonnolenza diurna, disturbi che possono condurre a gravi problemi cerebrali e cardiaci.

Il russamento abituale, o roncopatia, e le apnee notturne sono i fautori del quadro clinico conosciuto come OSAS, responsabile della riduzione dell’ossigenazione del sangue nel corso della notte. Frequentemente, nei russatori insorgono disturbi del microcircolo, in grado di favorire l’insorgenza di ipoacusia e acufeni.

Come scoprire se si soffre di russamento e apnee nel sonno?

Roncopatia e OSAS sono spesso difficili da diagnosticare, il paziente, infatti, può non riconoscere i sintomi. Si può, preliminarmente, chiedere l’aiuto dei familiari, che potranno prestare attenzione al russamento e capire se esso si presenta abitualmente, se è persistente e se è intervallato da pause respiratorie.

Quali sono i sintomi più comuni della sindrome OSAS?

Russamento, pause respiratorie, sonno caratterizzato da risvegli frequenti e con sensazione di soffocamento, esigenza di urinare nel corso della notte (nicturia), sudorazione notturna sono i sintomi che si manifestano durante la notte nei soggetti affetti da sindrome OSAS, seguiti dai sintomi diurni come stanchezza al risveglio, mal di testa mattutino, disturbi dell’umore, eccessiva sonnolenza diurna, scarsa concentrazione con deficit di memoria.

Quali esami si devono eseguire per diagnosticare la sindrome?

L’esame specifico a cui sottoporsi è la polisonnografia, in seguito alla quale si potrà stabilire la corretta terapia da seguire. L’indagine si effettua con un apparecchio (polisonnografo) che consente di: rilevare le apnee e consentire la classificazione in centrali, ostruttive e miste; mostrare le alterazioni del ritmo cardiaco; riconoscere la fase del sonno in cui gli eventi si verificano. L’esame si esegue di solito a casa del paziente, al fine di ottenere risultati più fedeli alle normali condizioni di riposo del paziente.

Importante risulta anche la valutazione delle prime vie aeree eseguita da un otorinolaringoiatra, che potrà determinare il grado di ipertrofia tonsillare, la conformazione dell’ugola, del velo del palato e della regione retropalatale. Utile pure la videoendoscopia nasale che esamina l’interno delle fosse nasali e del rinofaringe con strumenti a fibre ottiche (endoscopi rigidi o flessibili).

Si tratta di un test ambulatoriale e indolore. L’otorino potrà consigliare anche una videorinolaringoscopia per controllare l’interno degli organi rino-oro-faringolaringei sempre con strumenti a fibre ottiche flessibili. Di grande rilevanza è la valutazione dei disturbi del sonno del paziente eseguita mediante strumenti (poligrafi), che registrano le funzioni vitali dell’individuo durante il riposo notturno. Essi forniscono informazioni sull’ossigenazione del sangue, sulla frequenza cardiaca, sul russamento e sulle apnee notturne, sul movimento dell’addome e del torace durante la respirazione e sulla posizione assunta dal soggetto nel sonno.

L’esame consente di capire non solo la gravità della OSAS in base alla riduzione della quantità di ossigeno nel sangue, ma anche se il russamento e le apnee sono determinate da cause ostruttive.

Le terapie per il russamento e le apnee nel sonno

Roncopatie e apnee notturne sono oggi curate con quadri terapeutici personalizzati e spesso multi-disciplinari. Nei casi di russamento e nelle forme più lievi di OSAS, il medico può consigliare una terapia comportamentale o posizionale, che consiste di solito nella riduzione del peso e nella corretta igiene del sonno. Il primo rimedio da mettere in atto è il dimagrimento, difatti basta una riduzione anche del solo 10% del peso corporeo per limitare in maniera significativa il russamento.

Altre migliorie al problema vengono apportate dal mutamento di alcune abitudini: la posizione del corpo durante la notte influisce su apnee e roncopatie, visto che per alcuni soggetti è bastato modificare la posizione che si assume durante il sonno da supina a laterale per ottenere dei giovamenti. È necessario, tuttavia, che si inizi dalla risoluzione delle eventuali difficoltà respiratorie nasali, tenendo presente che il palato molle e l’ugola sono gli organi che presentano la maggiore vibrazione nel gran numero di russatori, ecco perché si deve agire prima di tutto sull’insufficiente apporto di aria dal naso, che è la causa della vibrazione.

Alcune volte, l’ostruzione respiratoria è provocata da una ipertrofia tonsillare, causa di russamento in molti soggetti. Solitamente, tale ipertrofia non è causata da un’infezione tonsillare, quindi non è necessario rimuovere completamente le tonsille, ma ridurle di volume con l’uso di strumenti a radio frequenze. Una riduzione analoga può essere effettuata anche al volume linguale, nei casi in cui proprio l’ingrossamento della lingua determina il restringimento della parte inferiore della faringe, che origina il russamento. L’intervento viene eseguito in anestesia locale.

Nelle forme più gravi, può risultare necessaria una terapia ventilatoria per aiutare la respirazione durante il sonno o l’uso di dispositivi odontoiatrici da utilizzare di notte. Nel primo caso, si utilizza un apparecchio chiamato CPAP (Continuous Positive Airway Pressure), che tramite una mascherina trasmette nel naso aria generata da una specie di minicompressore. L’effetto è rapido e dopo pochi giorni i pazienti ottengono buoni risultati. Il CPAP, però, favorisce a volte l’insorgenza di congestione nasale, claustrofobia, abrasioni cutanee del volto, problemi questi che inducono tanti soggetti a non farne più uso. In casi estremi, la strada obbligata è l’intervento chirurgico, spesso risolutivo e mininvasivo.

La diagnosi e la scelta della terapia adatta ad ogni situazione è consigliabile che provenga da un medico specializzato in medicina del sonno. Purtroppo, solo una piccola parte di coloro che soffrono di apnee notturne si rivolge allo specialista, l’OSAS, infatti, è quasi sempre sottodiagnosticata, nonostante l’alta percentuale di soggetti che ne soffrono.

Cosa dice la legge?

Il nuovo Codice della strada ha introdotto alcune norme per il rinnovo o il rilascio della patente ai soggetti affetti da OSAS, i quali devono riferire questa patologia nella dichiarazione anamnestica, ovvero nel documento che contiene tutte le condizioni di rischio potenziale. Uguale procedura dovrà essere seguita anche dai forti russatori. Se il medico della commissione rileverà l’assenza di sonnolenza diurna o una presenza lieve, certificherà l’idoneità alla guida.

Altri accertamenti medici saranno condotti sulle persone che dichiarano di essere affette da malattie associate all’OSAS (ipertensione arteriosa, aritmie, diabete mellito tipo 2, cardiopatia ischemica, eventi ischemici cerebrali, broncopneumopatie).

Nel caso in cui si riscontra una notevole sonnolenza diurna, la valutazione per l’idoneità alla guida spetterà alla commissione medica locale, che sottoporrà il candidato ad alcuni test specifici. In seguito a ciò, l’autorizzazione alla guida può giungere anche per le persone affette da OSAS, a condizione che si dimostri il controllo della sintomatologia, con miglioramento della sonnolenza diurna confermato dagli specialisti delle strutture pubbliche. In questi casi, la validità della patente non può superare i tre anni per le categorie AM, A, A1, A2, B1, B, e BE e un anno per le categorie C, CE, C1, C1E, D, DE, D1 e D1E.