Controllati i voli aerei in arrivo dalla Cina

Posted on : 21-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Misure protettive per impedire il propagarsi del virus ancora misterioso proveniente dalla Cina: così vengono intensificati i controlli sanitari negli scali passeggeri.

Tutte le compagnie aeree con voli provenienti dalla Cina, da qualsiasi aeroporto, sia con voli diretti che con scalo intermedio, dovranno controllare passeggeri ed equipaggio. La direzione sanitaria dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” di Fiumicino ha chiesto al capo scalo di scrivere a tutte le compagnie aeree che hanno voli in partenza della Cina in relazione al virus misterioso che nel Paese asiatico ha già infettato decine di persone edi cui ieri è stata confermata la trasmissione da uomo a uomo.

La diffusione del nuovo coronavirus dalla Cina infatti ha già provocato alcuni morti e si sta espandendo, così si iniziano ad applicare le misure protettive per impedire il propagarsi della malattia.

Nel comunicato diffuso ora dall’agenzia stampa Adnkronos si legge che “Tutte le compagnie aeree con voli provenienti dalla Cina (tutti gli Aeroporti) sia con voli diretti che con scalo intermedio devono avere a bordo un numero di PLC (scheda individuazione passeggeri per fini disanità pubblica) pari al massimo numero di passeggeri ed equipaggio imbarcabili”, si legge nella richiesta, nella quale si sottolinea che “è fatto obbligo alle compagnie aeree di mettere in atto quanto disposto”.

In un documento allegato vi è la “scheda di individuazione passeggeri per fini di sanità pubblica (PLC) ” che – si legge – deve essere compilata nei casi in cui l’autorità di sanità pubblica sospetti la
presenza di una malattia infettiva (…). Le informazioni fornite aiuteranno le autorità di sanità pubblica a controllare l’evento permettendo loro di seguire i passeggeri che possano essere esposti
alla malattia infettiva. Le informazioni e i dati saranno trattati dall’autorità di sanità pubblica in conformità con le leggi vigenti e saranno usate solo per scopi di sanità pubblica”.

Contemporaneamente, anche le autorità della città cinese di Wuhan hanno varato una serie di misure per rafforzare i controlli sui viaggiatori in partenza, in modo da ridurre la diffusione del nuovo coronavirus. Sono state vietate le partenze di gruppi di turisti e la polizia sta conducendo controlli a campione sui veicoli privati in entrata e uscita dalla città per individuare l’eventuale trasporto esemplari vivi di pollame o selvaggina.

All’aeroporto, le stazioni ferroviarie e degli autobus, le autorità sono dotate di termometri manuali e a raggi infrarossi per controllare la temperatura dei passeggeri. Chi ha la febbre viene registrato, gli vengono consegnati una mascherina e una brochure sula polmonite, con il consiglio di recarsi dal medico. I biglietti di partenza cancellati verranno rimborsati.

Nuovo coronavirus dalla Cina: è allarme mondiale

Posted on : 20-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Ha già provocato 3 morti e 136 nuovi casi in pochi giorni: l’infezione si estende oltre i confini della Cina e ora si scopre che è trasmissibile da uomo ad uomo.

Si allarga il focolaio della misteriosa malattia polmonare che circola in Cina. Le autorità sanitarie del Paese asiatico hanno confermato nel weekend 136 nuovi casi, compresa una terza morte causata dal nuovo coronavirus che da Wuhan si sta diffondendo anche in altre città. L’infezione è arrivata nella capitale Pechino, con due contagiati nel distretto meridionale di Daxing, e a Shenzhen vicino al confine con Hong Kong, con un caso segnalato. Tutte e tre i pazienti di Pechino e Shenzhen erano stati a Wuhan, dove si concentrano i tre decessi. Finora, secondo la Commissione sanitaria municipale della metropoli, 25 malati sono stati dimessi su un totale di 198 registrati da dicembre.

L’infezione ha colpito anche in Thailandia e in Giappone, e desta sempre più preoccupazioni soprattutto in vista dei maxi spostamenti attesi per il Capodanno cinese. L’agente patogeno ritenuto responsabile della malattia respiratoria appartiene alla stessa famiglia di Sars (sindrome respiratoria acuta grave) e Mers (sindrome respiratoria mediorientale).

In Italia i passeggeri in arrivo all’aeroporto di Roma Fiumicino, provenienti dall’aeroporto cinese di Wuhan, sono già monitorati ed è scattata l’allerta. Il ministero della Salute considera bassa la probabilità di introduzione del virus nell’Unione Europea, anche se “non può essere esclusa”; si applica così il regolamento sanitario internazionale che prevede una procedura per verificare l’eventuale presenza a bordo degli aerei di casi sintomatici sospetti, e in tal caso è previsto il loro trasferimento in bio-contenimento presso l’istituto nazionale malattie infettive L. Spallanzani di Roma.

Fino a ieri gli scienziati non avevano ancora chiarito né la fonte del nuovo coronavirus né i meccanismi di trasmissione e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha escluso un contagio diretto fra persone, ma ora la nostra agenzia stampa Adnkronos Salute ci comunica che un team di esperti della National Health Commission cinese ha confermato che il nuovo ‘misterioso’ coronavirus si trasmette da persona a persona, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, che cita il capo del panel di studiosi, Zhong Nanshan.

Nel sud del Paese si sarebbero dunque verificati due casi di trasmissione uomo-uomo del coronavirus, in particolare nella provincia del Guangdong. Il virus provoca una malattia simile alla polmonite, con sintomi tra cui febbre e problemi respiratori e può avere esiti mortali, come purtroppo si è già constatato.

Intanto si pensa a come impedirne la diffusione: mentre il ministero della Salute ricorda che, essendo una malattia nuova, “ancora non esiste un vaccino” e raccomanda di “posticipare i viaggi non necessari” in Cina, l’Adnkronos Salute ha interpellato un esperto, Walter Ricciardi, docente di Sanità pubblica all’università Cattolica di Roma, che spiega: “Bisogna seguire l’esempio degli Stati Uniti”, dove i Centers for Diseases Control and Prevention (Cdc) hanno attivato in molti aeroporti controlli sui passeggeri provenienti da Wuhan, in Cina, per verificare l’eventuale rischio di infezione dovuto al misterioso virus respiratorio che ha già fatto tre vittime e colpito oltre 200 persone”.

La situazione – sottolinea Ricciardi – è preoccupante, ed è una storia che si ripete da anni, come con la Sars e la Mers. I coronavirus hanno tutti la stessa storia: il serbatoio è animale, si trasmettono per via respiratoria e provengono dalla Cina o da altri luoghi dell’estremo Oriente. Si dovrebbe imparare dalle esperienze precedenti: bisognerebbe essere pronti. Ma noi spesso questa lezione non la impariamo. Occorre attivarsi subito pensando al peggio, poi semmai si sarà smentiti. Tecnicamente l’approccio più giusto è quello dei Cdc: controlli negli aeroporti, che dovrebbero essere attivati anche in Europa”.

Al contrario, “come al solito” nel vecchio continente “si preferisce dire ‘c’è una minaccia? Vediamo cosa succede, poi se la situazione peggiora si agisce in uno stato di emergenza‘. L’approccio degli americani, e spesso anche degli israeliani, che è di stampo paramilitare, è invece quello di dire: ‘C’è una minaccia? La affronto pensando che si concretizzi, e sono pronto se questo avviene’. C’è sempre tempo per essere smentiti”.

Ora l’Adnkronos Salute apprende che anche alcuni medici e operatori sanitari si sarebbero infettati con il nuovo ‘misterioso’ virus in Cina, come ha confermato un team di esperti della China Health Commission. Secondo Zhong Nanshan, direttore del panel di studiosi e capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, l’epidemia del nuovo coronavirus (2019-nCoV) potrà comunque
essere contenuta e invertita se verranno subito adottate tutte le misure del caso.

Calcolosi della colecisti: sintomi, cause e intervento

Posted on : 20-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Come si presenta la calcolosi della colecisti; quali sono i fattori di rischio; come si cura. Quando il medico è responsabile di una diagnosi affrettata?

Hai dei disturbi digestivi che compaiono generalmente dopo i pasti. Avverti un dolore insopportabile sotto l’arcata costale destra, che aumenta progressivamente e si estende alla spalla e alla scapola. La prima cosa da fare è contattare il medico, in quanto, con molta probabilità, potrebbe trattarsi della calcolosi della colecisti.

Magari, ti starai chiedendo cos’è la calcolosi della colecisti e quali sono i fattori di rischio che ne favoriscono l’insorgenza. Devi sapere che la calcolosi della colecisti consiste nella progressiva formazione di veri e propri “sassolini” di varie dimensioni (possono essere di pochi millimetri o centimetri) e che la presenza dei calcoli nella colecisti è dovuta al depositarsi dei sali che costituiscono la bile. Nella maggior parte dei casi, è asintomatica e viene scoperta durante altre indagini di controllo. I principali fattori di rischio sono: la familiarità; il sovrappeso; l’obesità; uno stile di vita sedentario; una dieta ricca di grassi e povera di fibre; un rapido dimagrimento; la gravidanza; il diabete; il sesso femminile.

Come si cura la calcolosi della colecisti? Occorre intervenire chirurgicamente e le possibili complicanze dell’intervento di colecistectomia laparoscopica potrebbero essere le seguenti: lesioni alle vie biliari; lesioni di intestino o altri organi o vasi sanguigni; perdita di bile; trombosi venosa profonda; infezioni della ferita a livello ombelicale; la comparsa di un’ernia nei siti di incisione.

Continua a leggere il mio articolo per saperne di più sulla calcolosi della colecisti: sintomi, cause e intervento.

Quanto è importante la dieta per i calcoli della colecisti? Quali sono gli alimenti utili a prevenire i calcoli della colecisti? I calcoli della colecisti vanno sempre operati? Che cos’è la colecistectomia? Quanto dura l’intervento e quali sono i tempi di ripresa delle normali attività quotidiane? Dopo l’intervento della colecisti si possono riformare i calcoli? Per rispondere a queste e a tante altre domande abbiamo intervistato il dr. Alessandro Falcone, specialista nella cura delle ernie inguinali, crurali e della parete addominale (epigastriche, ombelicali, lombari) e dirigente medico della S.C. Chirurgia Generale Ospedale San Giovanni Bosco – Torino. Dopo l’intervista al dr. Falcone, ti spiegherò quando sussiste la responsabilità del medico.

Dov’è situata la colecisti?

La colecisti è un organo cavo facente parte dell’apparato digerente, la cui funzione è immagazzinare e concentrare la bile. Si trova in ipocondrio destro, al di sotto delle ultime coste destre, a ridosso della superficie inferiore del fegato.

Cos’è la calcolosi della colecisti?

La calcolosi della colecisti, o colelitiasi, è la malattia più comune della colecisti. Quando la colecisti non funziona in modo fisiologico, la bile al suo interno può ristagnare. Ciò facilita la formazione di nuclei di cristalizzazione, i quali costituiscono la base per la formazione di agglomerati di dimensioni maggiori, i calcoli. Questi calcoli possono avere composizioni variabili, ma i più comuni sono formati da sali di colesterolo.

Calcolosi della colecisti: chi sono i soggetti maggiormente colpiti?

Nei Paesi sviluppati, la colelitiasi colpisce il 10% degli adulti, con il picco di incidenza sopra i 65 anni. I soggetti maggiormente colpiti sono le donne, le persone obese e coloro che hanno subìto una rapida perdita di peso; determinate etnie (indiani americani); pazienti affetti da malattie infiammatorie intestinali (rettocolite ulcerosa e morbo di Chron), cirrosi.

Calcolosi della colecisti: quali sono i sintomi?

Molti pazienti giungono alla diagnosi di calcolosi della colecisti in modo occasionale, eseguendo ad esempio un’ecografia addome per altri motivi. Infatti, la presenza di calcoli tende ad essere asintomatica nell’80% dei casi. Nella restante quota di pazienti con colelitiasi, il sintomo principale è la colica biliare, ovvero un dolore acuto, localizzato in ipocondrio destro ed epigastrio, talvolta irradiato alla spalla destra.

La colica può essere associata a nausea e vomito. Il secondo sintomo più comune è la sindrome dispeptica, ovvero il senso di digestione difficoltosa riscontrabile, in particolare, quando si assumono cibi ricchi di grassi.

Calcolosi della colecisti: quali sono le cause?

La bile è una miscela satura di sali biliari, fosfolipidi, colesterolo, bilirubina e proteine. Quando la composizione della bile è alterata (ad esempio, a causa di dislipidemia o sindromi dismetaboliche) o la colecisti stessa non si svuota in modo adeguato, la bile può andare incontro a fenomeni di sovrasaturazione, in particolare di colesterolo e pigmenti biliari. Questi possono, quindi, formare conglomerati, progressivamente sempre più grandi, fino a dar vita a veri e propri calcoli.

Calcolosi della colecisti: quali sono le complicanze?

Spesso, la colelitiasi esordisce con una delle sue complicanze. I calcoli posso determinare processi infiammatori della colecisti. Questi sono, a loro volta, fattore di rischio perché avvenga la sovrainfezione batterica alla base della colecistite acuta.

I sintomi principali della colecistite acuta, oltre al dolore, sono: coliche, nausea, vomito, febbre, peritonismo localizzato in ipocondrio destro. Se non tempestivamente trattata, la colecistite acuta può progredire verso l’empiema e la necrosi della colecisti con conseguente peritonite biliare.

Se i calcoli misurano solo pochi millimetri di diametro, a seguito della contrazione della colecisti, possono migrare dalla colecisti nelle vie biliari. Questa è la condizione nota come coledocolitiasi, il cui principale sintomo è l’ittero. Se il calcolo, seguendo il decorso del coledoco, raggiunge il dotto pancreatico del Wirsung, può determinare una condizione clinica, talvolta grave e fatale, ovvero la pancreatite acuta litiasica.

Nelle calcolosi croniche della colecisti, questa può andare incontro a fenomeni degenerativi che spaziano dalla colecisti sclero-atrofica, alla formazione di fistole con l’intestino con conseguente ileo biliare (occlusione intestinale causa dal calcolo che migra nel lume intestinale), ad un aumentato rischio di sviluppare il tumore della colecisti.

Calcolosi della colecisti: come avviene la diagnosi?

Nella maggior parte dei casi, la diagnosi è occasionale, ovvero avviene durante esami ecografici svolti per altri motivi. Quando la clinica depone per la colelitiasi, l’esame di routine è l’ecografia all’addome superiore. Questo esame, molto sensibile e specifico, permette di visualizzare i calcoli, misurare le dimensioni, valutare la morfologia della colecisti (dimensioni, spessore ed aspetto delle pareti) ed i segni di eventuali complicanze associate (presenza di liquido pericolecistico, dilatazione delle vie biliari, morfologia del pancreas e del parenchima epatico). Esami di secondo livello prevedono la TC con mezzo di contrasto o la colangio-RMN.

E’ sempre consigliabile eseguire esami ematochimici comprensivi di emocromo con formula leucocitaria, dosaggio degli indici di citolisi epatica (AST/ALT) e colestasi (bilirubina totale/frazionata, GGT, ALP), nonché amilasi e lipasi per valutare la funzione pancreatica.

Calcolosi della colecisti: quando operare?

In caso di calcolosi della colecisti sintomatica, è sempre indicato l’intervento chirurgico di colecistectomia. In passato, al paziente con calcolosi asintomatica si proponeva l’osservazione nel tempo. Oggi, invece, si ha un approccio più interventista; ciò è dovuto al miglioramento delle tecniche chirurgiche (colecistectomia videolaparoscopica in regime di daysurgery) associato all’aumento dell’aspettativa di vita media (la popolazione è sempre più anziana e, pertanto, è necessario evitare le complicanze della colelitiasi).

In cosa consiste l’intervento?

Il trattamento curativo è la colecistectomia, ovvero l’asportazione completa della colecisti. In passato, veniva eseguito mediante un’estesa incisione sotto le coste di destra. Oggi, invece, viene eseguito mediante tecnica mini invasiva laparoscopica: in anestesia generale, l’addome viene gonfiato con anidride carbonica e con l’uso di attrezzi dedicati e una videocamera, si procede ad asportare la colecisti. Questa tecnica ha permesso di ridurre i tempi di degenza (1 o 2 giorni) e di avere la rapida ripresa dell’attività regolare e migliori risultati estetici.

Quanto dura l’intervento?

La colecistectomia laparoscopica ha una durata variabile. Nei casi con anatomia regolare, in pazienti che non hanno mai avuto eventi infiammatori, l’intervento può durare anche meno di 30 minuti. Nei casi in cui si hanno variabili anatomiche, oppure ci sono stati episodi di colecistite acuta con conseguente insorgenza di sindromi aderenziali, l’intervento può durare ore, con la necessità di dover convertire l’intervento chirurgico da tecnica mini invasiva laparoscopica a tecnica laparotomica.

Quali sono i tempi di recupero?

A seguito di colecistectomia mini invasiva laparoscopica, la degenza è di 1 o 2 giorni, con ripresa della normale attività quotidiana in 7 giorni. Naturalmente, questi tempi si allungano quando l’intervento è eseguito con tecnica laparotomica o quando è eseguito in condizioni di urgenza a causa dell’insorgenza delle complicanze della colelitiasi (ad esempio, colecistite acuta).

Si possono riformare i calcoli?

Sebbene molto raramente, una volta asportata la colecisti, i calcoli possono riformarsi nelle vie biliari (intraepatiche o nel coledoco). Questo è dovuto al fatto che l’intervento di colecistectomia non può correggere i fattori di rischio (ad esempio, sindromi metaboliche) che sono alla base della formazione dei calcoli.

E’ possibile eliminare i calcoli senza intervento?

A differenza dei calcoli renali che possono essere disgregati mediante onde sonore o laser ed essere successivamente espulsi con l’urina, i calcoli della colecisti non possono essere sottoposti a tali trattamenti. E questo è dovuto al fatto che se si dovessero rompere i calcoli in dimensioni tali da essere espulse, migrerebbero nelle vie biliari con il rischio di causare colangiti e pancreatiti (patologie potenzialmente fatali).

La prescrizione di farmaci che fluidificano la bile (ad esempio, l’acido ursodesossicolico) non trova attualmente fondamento scientifico per essere considerata un’alternativa valida al trattamento chirurgico.

Quali cibi dannosi?

La colecisti si contrae in occasione dei pasti, in particolare quando ricchi di grasso. Pertanto, i pazienti con calcoli devono evitare cibi ricchi di grassi per prevenire l’insorgenza della colica. Da evitare, quindi, formaggi stagionati, insaccati, uova, dolci, creme, alcolici. E’ consigliabile, invece, il consumo di frutta fresca, cereali, carne magra, e l’assunzione di 2 litri di acqua al giorno. Per prevenire la formazione dei calcoli, valgono le indicazioni generiche delle buone abitudini alimentari (evitare l’obesità, svolgere regolare attività fisica, limitare il consumo di dolci e alcolici).

Responsabilità del medico

Dopo aver analizzato la calcolosi della colecisti nell’intervista al dr. Alessandro Falcone, ora ti parlerò della responsabilità del medico per diagnosi affrettata.

Dopo aver riscontrato i sintomi di cui abbiamo parlato in precedenza, ti sei rivolto al tuo medico che, a seguito di una visita sbrigativa, ti ha detto che si tratta di «una cosa di poco conto», che «il fastidio ed il dolore se ne andranno da soli con il passare del tempo», che non occorre fare ulteriori esami. Poi, magari, hai scoperto che si trattava di una patologia seria, da curare subito, che richiede un intervento d’urgenza. In una situazione di questo tipo, sussiste la responsabilità medica.

La responsabilità del medico per diagnosi affrettata si presenta non solo in caso di incapacità, ma anche nelle ipotesi di frettolosità nell’esame del paziente.

La giurisprudenza annovera numerosi casi di responsabilità medica da errata diagnosi. In un’ordinanza, la Cassazione [1] ha ritenuto “colposa” la condotta del medico che in presenza dei sintomi “generici” riferiti dal paziente, anziché indagare con ulteriori esami e disporre tutti gli accertamenti del caso, ha optato per una sola tra le varie diagnosi.

Qual è il parametro di riferimento per valutare la colpa del medico?

Per valutare la colpa del medico, occorre considerare la condotta che, al suo posto, avrebbe teoricamente tenuto un altro medico più diligente. Dunque, quale deve essere la condotta del medico in presenza di sintomi generici potenzialmente riconducibili a malattie diverse o di difficile interpretazione? Partiamo dal presupposto che il medico non può essere sbrigativo; non può accontentarsi di fare una diagnosi affrettata, di sospendere il giudizio e di aspettare il corso degli eventi, ma deve fare un esame attento e approfondito. Il medico deve formulare diverse ipotesi di diagnosi e procedere per tentativi in modo da escludere ogni dubbio e risalire alla causa reale dei sintomi lamentati dal paziente.

Infezioni sessuali: in aumento i nuovi casi

Posted on : 20-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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tumori cellule diagnosi

Sifilide, clamidia, herpes simplex, gonorrea, papilloma virus, per un totale di oltre un miliardo tra casi batterici e di origine virale nel mondo in un anno.

Ci sono più di 3 milioni di infezioni sessualmente trasmissibili (Ist) che si verificano, ogni giorno, nel mondo: secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, diffusi ora attraverso l’agenzia stampa Adnkronos Salute, relativi all’intero anno 2018, sono stati 357 milioni i casi registrati di origine batterica, e più del doppio, 745 milioni, quelli virali. In particolare: clamidia (131 milioni), gonorrea (78), sifilide (6,5) e tricomoniasi (143).

Inoltre, si stima che oltre 410 milioni di persone abbiano contratto un’infezione genitale da virus dell’herpes simplex (Hsv) e più di 290 milioni di donne un’infezione da papillomavirus umano (Hpv). A fornire i dati Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto Irccs ‘San Gallicano’ di Roma, definendoli – a margine del convegno medico di alta formazione (‘Le malattie sessualmente trasmissibili nel nuovo millennio: percorsi avanzati di prevenzione, diagnosi e terapie’), promosso e organizzato a Roma dall’associazione Artemisia Onlus -“piuttosto allarmanti”.

“Nel 2018 – ha riferito Morrone, focalizzando l’attenzione su uno dei dati che definisce più preoccupanti – 988 mila donne incinte hanno contratto la sifilide, infezione che, senza un trattamento precoce ed efficace nella madre, si può trasmettere al bambino non ancora nato. In questo caso parliamo di ‘sifilide congenita’ ed è spesso fatale. Non a caso, le nuove stime del 2019, diffuse dall’Oms, evidenziano circa 661 mila casi di sifilide congenita nel 2016, che hanno causato oltre 200.000 morti neonatali. Questa malattia, però, va sottolineato, rappresenta la seconda tipologia di ‘morte prevenibile’, a livello globale, preceduta solo dalla malaria. La sifilide congenita è infatti facilmente curabile, con rischio minimo di esito avverso per il feto, se una donna incinta riceve i test e un trattamento adeguato con i farmaci, all’inizio della gravidanza, idealmente prima del secondo trimestre. Insomma, basterebbe poco per evitare una continua strage di innocenti”.

E in Italia? “Nel nostro Paese, nell’ultimo decennio, le segnalazioni medie di infezioni sessualmente trasmissibili sono aumentate fino a 5.300 annue, rispetto alle 4.000 di quello precedente. L’incremento ha riguardato soprattutto la sifilide, passata dagli 80 casi annui prima del 2000 ai 420 dopo il 2000, e i condilomi acuminati, passati dai 1.500 casi annui fino al 2007 ai 3.000 tra il 2008 e il 2016. Questi aumenti sonosostenuti da fenomeni nuovi di amplificazione della frequenza dei rapporti e dei partner occasionali, come il ‘chemsex’, cioè l’assunzione di droghe per aumentare l’attività sessuale, e l’uso di App per incontri sessuali di gruppo, in particolare tra i giovanissimi”.

Lo evidenzia all’Adnkronos Salute Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Irccs ‘San Gallicano’ di Roma, in occasione del convegno ‘Le malattie sessualmente trasmissibili nel nuovo millennio: percorsi avanzati di prevenzione, diagnosi e terapie’, organizzato a Roma dall’associazione Artemisia Onlus.

Per il dermatologo, esperto di malattie tropicali, “serve un deciso cambio di passo. Sono necessarie azioni, anche straordinarie, per contrastare l’aumento delle incidenze e per modernizzare l’offerta assistenziale dei centri per le malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre è prioritario migliorare la ricerca di base sui vaccini e la copertura del solo disponibile (anti-Hpv) nelle popolazioni target, prevedendone un allargamento nazionale agli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini. Infine, queste malattie continuano a soffrire di una crisi scientifica e assistenziale, purtroppo anche nell’ambito dermatologico. Questo – ha concluso Morrone – contrasta con le necessità di salute pubblica e con la possibilità di influenzare le scelte del legislatore in tale area”.

Tumori: quanto si sopravvive dopo la diagnosi?

Posted on : 17-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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I dati dell’ultimo rapporto Ocse sulle percentuali di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi per i tipi di cancro più diffusi in Italia e in Europa.

L’Italia ‘brilla’ quanto a tassi di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di cancro: sono  più elevati rispetto alla media europea, nonostante le percentuali di screening nel nostro Paese siano relativamente basse. Lo rileva l’ultimo rapporto ‘State of Health in the EU: Italy. Country Health Profile 2019’ dell’Ocse, discusso oggi in un evento organizzato a Bari; l’agenzia stampa Adnkronos ci ha fornito i contenuti di interesse.

C’è una notizia confortante: nonostante i livelli di screening relativamente bassi – evidenzia l’Ocse – i tassi di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di queste ed altre malattie oncologiche sono leggermente più alti in Italia rispetto ad altri Paesi dell’Ue. Ecco di seguito i dati per le più diffuse patologie. In particolare, per il cancro alla prostata nel nostro Paese la sopravvivenza è del 90% contro una media europea dell’87%. Per il tumore ai polmoni è del 16% in Italia e del 15% in Europa, per la neoplasia al seno il tasso di sopravvivenza a 5 anni nel nostro Paese è dell’86% a fronte dell’83% della media Ue, per il tumore al colon è il 64% in Italia ed il 60% in Europa.

Nell’ultimo decennio sono stati messi in atto diversi piani nazionali di screening per potenziare la diagnosi precoce dei tumori più comuni, ossia al seno, al collo dell’utero e al colon-retto. Sebbene i programmi siano offerti a titolo gratuito ai segmenti della popolazione cui sono destinati, la copertura rimane limitata. Nel 2017, solo il 60% circa delle donne della fascia di età tra i 50 e i 69 anni si era sottoposto a screening per il tumore al seno nei 2 anni precedenti, una percentuale prossima alla media Ue del 61%. I tassi di screening per il cancro al collo dell’utero sono molto più bassi: solo il 40% circa delle donne di età compresa tra 20 e 69 anni si è sottoposto a screening negli ultimi 3 anni, rispetto alla media dell’Ue del 66%.

Come ridurre il rischio di tumore con l’attività fisica

Posted on : 17-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere, Sport

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Quale tipo di sport può allontanare il pericolo di sviluppare alcuni tipi di cancro e per quanto tempo è necessario praticarlo.

Che la vita sedentaria non aiuti la salute lo si sa da tempo. Che fare un po’ di movimento ogni giorno aiuti a star meglio, pure. Quello che, forse, finora non era così scontato è che si può ridurre il rischio di tumore con l‘attività fisica. Non c’è bisogno di essere un atleta olimpionico: basta qualche minuto al giorno per allontanare la minaccia di ben sette tipi diversi di cancro.

Lo sport, quindi, si rivela importante non solo per mantenersi in forma e smaltire quel che si mangia di troppo o per tonificare i muscoli. Ottime ragioni per fare quotidianamente una corsetta, una camminata o una nuotata, per carità. Ma ci sono dei motivi ancor più importanti, come ridurre il rischio di tumore con l‘attività fisica. Lo dimostra una ricerca elaborata dal National Cancer Institute, dell’American Cancer Society e della Scuola pubblica di Salute di Harvard. Tutti ricercatori americani, come al solito. Ma tutti esperti nella ricerca contro una malattia che continua a uccidere troppo, spesso a causa delle cattive abitudini e di uno stile di vita trascurato.

Ecco, allora, come ridurre il rischio di tumore con l’attività fisica secondo gli esperti in materia.

Quale attività fisica contro il cancro?

Bisogna distinguere tra i vari tipi di attività fisica per ridurre il rischio di tumore. La prima è quella aerobica (corsa lunga, ciclismo, sci di fondo), che si attiva dopo pochi minuti di sforzo intenso e si stabilizza dopo 20 minuti. Il tessuto muscolare sfrutta l’ossigeno per sintetizzare la molecola che fornisce energia al processo.

C’è, poi, l’attività anaerobica (corsa veloce, salti, sollevamento di pesi), in cui la sintesi di questa molecola avviene in assenza di ossigeno. Mentre i muscoli si rinforzano non c’è accelerazione del battito cardiaco e, pertanto, la prevenzione delle malattie è inferiore.

Quanta attività fisica contro il cancro?

Oltre alla voglia di buttar giù qualche chilo o di mantenere la forma fisica e la pancia piatta, l’attività fisica è stata sempre associata nell’immaginario collettivo come un valido antidoto contro le malattie cardiache. Tuttavia, è importante segnalare che lo sport (e quando utilizziamo questo termine facciamo riferimento anche alla camminata costante e quotidiana, non solo alla corsa, alla pedalata o alla nuotata) diminuisce il rischio di sviluppare determinati tumori.

O meglio: si sapeva che l’attività fisica allontana il pericolo del cancro. Mancavano, però, delle linee guida che indicassero quanta attività bisogna fare per combattere il rischio di certi tipi di cancro. Ed è quello che ora è stato stabilito dagli esperti.

Queste linee guida fissano tale soglia tra le 2 ore e mezza e le 5 ore di attività moderata alla settimana oppure tra l’ora e mezza e le 2 ore e mezza di attività intensa, a seconda del fisico di ciascuno e della capacità di mantenere un determinato ritmo.

Il parametro per stabilire questi tempi è il cosiddetto Met, cioè Metabolic equivalent of task. Un termine inglese (tanto per cambiare) che si riferisce al costo metabolico di un’attività fisica, indipendentemente dal peso corporeo della persona. In termini pratici, l’attività fisica moderata brucia da 3 a 6 Met con 2,5/5 ore alla settimana, cioè da 3 a 6 volte più calorie rispetto a stare seduti, mentre l’attività intensa va oltre i 6 Met con 1,5/2,5 ore alla settimana.

Le linee guida sull’attività fisica si basano in gran parte sull’impatto che hanno avuto su malattie come le cardiopatie o il diabete.

Quanta attività per ogni tipo di tumore?

I tempi sopra indicati sono delle soglie generiche. Ti chiederai, però, quanta attività fisica è necessaria per ridurre il rischio di uno specifico tumore.

Secondo gli esperti, ed in base a quel parametro di cui abbiamo appena parlato, si può allontanare con l’attività fisica tra 7,5 e 14 ore alla settimana il pericolo di cancro in queste percentuali:

  • tumore al colon negli uomini: tra l’8% ed il 14%;
  • tumore al seno: tra il 6% e il 10%;
  • carcinoma renale: tra l’11% e il 17%;
  • mieloma: tra il 14% e il 19%;
  • carcinoma epatico: tra il 18% e il 27%;
  • linfoma non-Hodgkin nelle donne: tra ll’11% e il 18%.

Risultati, sostengono gli scienziati, che rappresentano un supporto ai livelli di attività fisica raccomandati per la prevenzione del cancro e una base per gli studi sulla lotta ai tumori.

Arrivano le zanzare contro i virus

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Scoperto un metodo per renderle immuni dal virus della dengue: presto si potrà bloccare la trasmissione all’uomo di questa malattia e di molte altre.

Un team internazionale di scienziati ha ingegnerizzato delle zanzare, rendendole in grado di bloccare la trasmissione del virus della dengue, un’infezione tropicale con esiti spesso mortali. Questo risultato si ottiene, in pratica, immunizzandole. L’agenzia stampa Adnkronos Salute ci espone i risultati della ricerca del gruppo dei biologi dell’Università della California a San Diego, e ci descrive i dettagli del risultato ottenuto su zanzare Aedes aegypti, che diffondono la dengue nell’uomo, su ‘Plos Pathogens’.

I ricercatori del laboratorio di Omar Akbari hanno lavorato con i colleghi del Vanderbilt University Medical Center per identificare un anticorpo umano ad ampio spettro per la soppressione della dengue. I ricercatori hanno quindi progettato il “carico” di anticorpi da esprimere sinteticamente nelle femmine di A. aegypti. “Una volta che la zanzara femmina lo riceve nel sangue, l’anticorpo viene attivato ed espresso”, ha spiegato Akbari. Questo anticorpo “è in grado di ostacolare la replicazione del virus e prevenirne la diffusione attraverso la zanzara, cosa che quindi impedisce la trasmissione all’uomo” di questa malattia. “È un approccio potente”, assicura.

Secondo il ricercatore le zanzare ingegnerizzate potrebbero essere facilmente abbinate ad un sistema di diffusione, come ad esempio una trasmissione genica basata sulla tecnologia Crispr/Cas-9, in grado di trasmettere l’anticorpo in popolazioni di zanzare selvatiche.

“È affascinante poter trasferire dei geni dal sistema immunitario umano per conferire immunità alle zanzare. Questo lavoro apre un nuovo campo di possibilità biotecnologiche per interrompere le malattie trasmesse da questi insetti”, ha concluso James Crowe, direttore del Vanderbilt Vaccine Center, coautore dello studio.

Tumori: campagna shock sulla leucemia

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed, Salute e Benessere

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Lanciata dall’onlus ‘Quelli che con Luca’, la campagna intende sensibilizzare la popolazione e chiedere sostegno nella lotta contro malattia.

Il medico parla, una donna lo ascolta e le si legge in faccia che il cuore si spezza. Sa che quella
conversazione cambierà la vita di una famiglia intera. La telecamera la segue mentre piange da sola in auto, alle prese con foglietti illustrativi e scatole di medicinali, e ancora in lacrime chiusa nel bagno di casa per non farsi vedere. “C’è una malattia che nessuno dovrebbe affrontare – è il messaggio – Quella del proprio figlio“. E’ un pugno nello stomaco il video intorno al quale ruota la campagna lanciata dall’associazione ‘Quelli che con Luca’ per chiedere sostegno alla lotta contro la leucemia infantile.

Ideata dal gruppo di comunicazione Havas, come riporta l’agenzia Adnkronos, la campagna punta a sensibilizzare la popolazione e a portare a conoscenza la ricerca e il lavoro che sta portando avanti da 8 anni la onlus fondata da Andrea Ciccioni, papà di Luca, piccolo paziente morto a soli 9 anni. Luca fa parte di quel 20% di bambini che ogni anno secondo le stime non riescono a vincere la battaglia contro la leucemia, la forma di tumore infantile più diffusa. Non ce la fanno ancora oggi, nonostante i grandi progressi della ricerca. Per Luca e per tutti i bambini colpiti dalla stessa malattia, per tutto quello che ancora c’è da fare e da scoprire per potenziare la lotta a un male crudele, papà Andrea ha dato vita a una onlus (Quelli che con Luca) che finanzia il Laboratorio interdipartimentale di terapia cellulare e genica ‘StefanoVerri’ e il suo staff di ricercatori all’interno dell’ospedale San Gerardo di Monza, polo di eccellenza per la cura delle leucemie infantili.

La campagna sarà on air da venerdì 17 gennaio in Tv, sul web, nei circuiti di videocomunicazione e nei principali circuiti cinematografici: un film, spiegano i promotori, “che racconta la malattia da un punto di vista inaspettato e sorprendente”.

L’anteprima dello spot è stata proiettata oggi, giovedì 16 gennaio, al Notorious Cinema nel Centro Sarca di Sesto San Giovanni, alle porte del capoluogo lombardo. L’idea dell’agenzia è stata affidata a un duo registico giovane, formato da Massimiliano Takacs e Antonino Amoroso ed è stata prodotta da ‘The Family’. Il progetto, che ha visto la collaborazione dell’intero Havas Village, è stato realizzato dal team creativo composto dai Deputy Executive Creative Director Bruno Vohwinkel e Aureliano Fontana, dagli Art Director Oscar Colapinto e Micaela Elisetti e dai Copywriter Eleonora Giugliano e Riccardo Baita.

Protesi: al via il progetto di ricerca Inail-Usa

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La ricerca dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro sbarca negli Stati Uniti.

Ha preso ufficialmente il via in questi giorni, infatti, uno studio scientifico in ambito protesico che nell’arco del prossimo triennio coinvolgerà il Centro Protesi di Vigorso di Budrio, il Minneapolis veterans administration health care system, struttura ospedaliera e di ricerca per i militari americani, e la Northwestern University di Chicago, a cui spettano le funzioni di coordinamento.

Obiettivo del progetto, finanziato con circa 2,5 milioni di dollari, di cui quasi 800mila destinati al Centro Inail, attraverso un bando del Dipartimento della Difesa Usa, è il miglioramento di forma, adeguatezza e comfort dell’invasatura personalizzata delle protesi di arto inferiore, per influire positivamente sulla qualità della vita delle persone che le utilizzano.

“Per la nostra attività di ricerca – spiega il presidente dell’Inail, Franco Bettoni – questa iniziativa rappresenta un’importante apertura anche a livello internazionale dei percorsi di collaborazione con
altre realtà di eccellenza avviati negli ultimi anni, che puntano allo sviluppo di dispositivi sempre più evoluti, sia per la prevenzione degli infortuni sul lavoro sia per la riabilitazione e il reinserimento socio-lavorativo degli infortunati”.

Come sottolineato dal direttore generale, Giuseppe Lucibello, “è la prima volta in assoluto che il nostro
Istituto partecipa a un progetto di ricerca finanziato dagli Stati Uniti: si tratta di un importante riconoscimento per l’attività svolta dal Centro di Budrio e ci auguriamo sia anche il punto di partenza di una collaborazione stabile e strutturata, che possa dare risposte concrete ai bisogni di tante persone con disabilità”.

L’invasatura è la parte più importante di una protesi, perché andando a contenere il moncone, cioè la parte residua dell’arto amputato, costituisce l’interfaccia con la persona. Se non è adeguata può causare lesioni e dolore, portando a una minore accettazione della protesi e a una riduzione di autonomia nelle attività quotidiane.

Un’invasatura personalizzata, in grado di adattarsi perfettamente alle caratteristiche del paziente, è quindi un requisito cruciale per il successo del trattamento protesico-riabilitativo. “Benché sia fondamentale – precisa la coordinatrice del progetto, Stefania Fatone, della Northwestern University – non esiste un unico modo per la costruzione dell’invasatura, che spesso dipende dall’abilità e dall’esperienza del tecnico ortopedico“.

Ci sono infatti più opzioni per la scelta dei materiali, per la realizzazione del calco del moncone e per l’allineamento con gli altri elementi che compongono il dispositivo protesico. “Non è quindi raro – aggiunge Fatone – doverne realizzare più versioni prima di giungere a quella che più soddisfa il paziente, con un notevole stress per la persona che la deve indossare e un incremento di tempi e costi di produzione”.

In alternativa alle tecniche manuali tradizionali, una tecnica innovativa, denominata ‘idrostatica’, supporta il tecnico ortopedico nel definire i volumi e la forma dell’invasatura. Nonostante sia già abbastanza diffusa a livello internazionale, in letteratura non esisteancora uno studio comparativo di efficacia fra tecnica manuale e tecnica idrostatica.

“La nostra ricerca – spiega Andrea Giovanni Cutti, responsabile di progetto per l’Inail – intende colmare questa lacuna e verificare se il metodo di sospensione idrostatica permetta davvero di costruire invasature più confortevoli, in modo più semplice, efficiente e affidabile rispetto alla tecnica completamente manuale, rendendo l’esperienza per il paziente meno stressante e con maggiore probabilità di successo“.

A questo scopo, lo studio prevede il coinvolgimento, in ognuno dei centri partner presenti sui due lati dell’Atlantico, di 30 pazienti – 10 con amputazione transfemorale (sopra al ginocchio) e 20 con amputazione transtibiale (sotto al ginocchio) – che collaboreranno attivamente con i ricercatori, testando più invasature e individuando quella per loro più confortevole.

I risultati potranno supportare la scelta della tecnica di costruzione da adottare e porteranno alla stesura di linee guida applicative, fondamentali per i pazienti e per chiunque operi in ambito tecnico-protesico.

Cellulari e tumori: si riapre il dibattito

Posted on : 15-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Una storia infinita di sospetti, accuse, marce indietro, conferme e smentite.

L’indagine scientifica sui possibili rischi legati all’uso dei telefonini nasca già con il debutto dei primi cellulari sul mercato. Il timore principale è uno: che esista un nesso fra cancro e un loro uso intensivo. Tanti gli studi che nell’arco di oltre due decenni si sono susseguiti. Alcuni hanno segnalato evidenze di un legame, altri  non l’hanno rilevato. L’annosa questione torna sotto i riflettori con la sentenza della Corte d’Appello di Torino: secondo i giudici vi sarebbe nesso ‘causale’ o quantomeno ‘concausale’ tra il neurinoma delnervo acustico che ha colpito un dipendente Telecom che per anni avevafatto un uso prolungato del telefonino, anche 4 o 5 ore al giorno, e l’utilizzo del cellulare. Un pronunciamento che conferma quello del Tribunale di Ivrea del 2017.

Sul fronte della scienza, la trama è più complessa: negli anni ci sono stati colpi di scena come quello del maggio 2011, cioè la decisione della Iarc, l’International Agency for Research on Cancer dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), di classificare i campi elettromagnetici a radiofrequenza quali “possibili cancerogeni” per l’uomo. Ma non è mai stata scritta la parola fine. E la stessa Oms ancora nel 2017 ribadiva che, nonostante il “gran numero di studi condotti negli ultimi vent’anni per capire se l’uso del telefonino rappresenta un rischio potenziale per la salute umana”, “al momento non sono stati provati effetti avversi”.

Il ritmo è serrato: tornando indietro ai primi anni 2000, arrivano in sequenza uno studio danese, ricerche dagli Usa, dall’Australia, dalla Francia, dal Karolinska Institutet di Stoccolma (era il 2005 e il centro svedese pur non rilevando evidenze di danni puntualizzava che icellulari erano in uso da troppo poco tempo). Stesse conclusioni sullamancanza di prove erano contenute in uno studio internazionale condotto in 13 Paesi, Italia compresa. Cellulari scagionati, assolti per mancanza di prove; cellulari di nuovo sul banco degli imputati.