Calcolo fabbisogno calorico e nutrizione: tutto sbagliato?

Posted on : 18-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Le formule alla base del calcolo del fabbisogno calorico utilizzate da nutrizionisti e istituti sarebbero errate: uno studio dell’UniMi dimostra perché.

Tutto da rifare, anzi, cent’anni di lavori scientifici che in realtà sarebbero “da buttare”. Nel centenario dell’uscita delle equazioni di regressione lineare di Harris e Benedict (prediction equations), utilizzate ad esempio per calcolare il fabbisogno calorico quotidiano, un gruppo di ricercatori dell’università Statale di Milano pubblica sulla rivista ‘International Journal of Food Sciences and Nutrition’ uno studio in cui si evidenzia come “l’utilizzo a scopi previsionali da parte della comunità scientifica di tali equazioni si sia basato su un clamoroso errore che ha portato a generare un’enorme quantità di dati e relative pubblicazioni totalmente falsi, e il cui impiego comporta pericolose conseguenze per la salute umana”.

Ce ne parla l’agenzia stampa Adnkronos che ha diffuso oggi la notizia: “Le conseguenze di questo studio sono enormi – sostengono i ricercatori del Dipartimento di Bioscienze dell’ateneo meneghino – considerando che gli articoli pubblicati dal 1918 ad oggi, basati su calcoli e comparazioni utilizzando varie equazioni previsionali (non solo quelle di Harris e Benedict), ammontano a varie centinaia e gli articoli connessi a migliaia. Tutti lavori che potremmo definire ‘fake papers’, da buttare”, avvertono appunto gli autori secondo i quali “sono da riconsiderare anche le diagnosi sulla nutrizione che riguardano le popolazioni ‘fragili'”.

Non solo: “Tali equazioni vengono utilizzate da organizzazioni mondiali come la Fao, l’Oms o l’Unu a scopo previsionale – aggiungono gli scienziati – e anche molti strumenti che utilizzano software basati su equazioni previsionali per fornire risultati dovrebbero essere abbandonati e considerati ‘generatori di dati falsi’: per esempio i macchinari per la calorimetria indiretta, la Bia, la pletismografia”.

Per i ricercatori milanesi, “le prospettive per il futuro implicano l’abbandono delle equazioni previsionali – che sono meramente descrittive delle popolazioni da cui sono state ricavate, ma non prevedono nulla – e la necessità di puntare alla ricerca di altri metodi che coinvolgano ad esempio la biochimica, i vari pathways (percorsi) metabolici e nuove tecnologie” quali “l’utilizzo di misure per il metabolismo mediante radiazione infrarossa”.

Nella nuova ricerca, dettaglia una nota dall’università degli Studi di Milano, la dimostrazione dell’errore si basa proprio sull’utilizzo delle equazioni di Harris e Benedict per calcolare il metabolismo di ciascuno degli stessi soggetti le cui misurazioni (età, peso, altezza e metabolismo misurato) erano servite per ricavare le equazioni. Se l’equazione fornisse i dati corretti, ci si aspetterebbe che i valori ottenuti coincidano con quelli misurati (103 femmine, 136 maschi). Invece “i risultati calcolati con le equazioni di Harris e Benedict sono totalmente differenti da quelli misurati” dagli autori “sia comparandoli a livello individuale che come popolazione”.

Per gli studiosi, tecnicamente “vale la pena di considerare anche alcune incongruenze che inficiano la stessa costruzione delle equazioni di Harris e Benedict. Le popolazioni analizzate non presentavano una distribuzione ‘normale’ come richiederebbe la corretta applicazione della procedura per ottenere un’equazione di regressione lineare.

Per di più – aggiungono – i dati impiegati per costruire tali equazioni dovrebbero essere ottenuti tramite misure (certe e affidabili come lo sono peso, altezza ed età), mentre il valore del metabolismo utilizzato è frutto di un calcolo (calorimetria indiretta, che gli stessi autori ammettono essere una scelta obbligata vista l’impraticabilità concreta dell’uso della calorimetria diretta). Guarda caso, la calorimetria indiretta utilizza un’equazione ‘previsionale’ per fornire i risultati e certo allora non potevano conoscere anche il contributo al metabolismo che è generato dal microbioma”.

Tumori pancreas: nuovi farmaci e terapie

Posted on : 18-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Tra chirurgia e chemioterapia, arrivano nuovi modi per curare questo tumore a mortalità elevatissima. I risultati presentati in vista della Giornata mondiale.

In Italia il tumore al pancreas è la quarta causa di morte per tumore: ogni anno circa 13.500 persone se ne ammalano; nel 2016 i decessi sono stati più di 12 mila e per oltre la metà dei pazienti la diagnosi avviene tardivamente, quando la malattia è in stadio metastatico.

Inoltre il tumore al pancreas può essere asportato solo nel 20% dei pazienti: la complessità della chirurgia risiede anche nella capacità di selezionare con attenzione i candidati all’intervento.

Ecco perché, pur avendo un’incidenza relativamente bassa (rappresenta circa il 3% dei tumori maligni), l’impatto di questa patologia in termini di mortalità è devastante: la sopravvivenza a 5 anni è pari all’8%.

Tutti questi dati emergono oggi in un incontro a Milano in vista della Giornata mondiale contro il tumore al pancreas, che si celebra il 21 novembre e sul quale ci ha resocontato l’agenzia Adnkronos Salute. “La ‘fatica di decidere’ è l’espressione che meglio cattura lo stato d’animo di chi si trova ad affrontare questo tipo di malattia, completamente impreparato, indipendentemente da grado di istruzione o status sociale”, spiega Piero Rivizzigno, presidente dell’Associazione Codice Viola, in occasione dell’incontro.

«Il nostro sforzo è quello di alzare l’attenzione su questa patologia che allo stato attuale può considerarsi una vera emergenza sanitaria che mette a rischio la vita dei pazienti, non solo perché ha la peggiore prognosi fra tutti i tumori solidi, ma anche perché ci sono purtroppo un numero limitato di protocolli di cura e centri ospedalieri non sufficientemente specializzati per una presa in carico efficace del paziente», spiega Rivizzigno.

La chemioterapia è, insieme alla chirurgia, la più importante arma a disposizione contro il tumore del pancreas. Due recenti studi indipendenti hanno dimostrato l’efficacia di una nuova associazione di quattro farmaci (cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina, gemcitabina), approvata dall’Aifa a giugno 2019. In uno studio randomizzato di fase II, la quadruplice combinazione ha ottenuto un miglioramento significativo della sopravvivenza, rispetto allo schema a due farmaci (nab-paclitaxel e gemcitabina).

La Commissione tecnico-scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco ha autorizzato lo schema a inizio giugno 2019 e ci auguriamo che venga presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale per poterlo utilizzare al più presto nella pratica clinica – sottolinea Michele Reni, direttore del Programma strategico di coordinamento clinico, Pancreas Center, Irccs Ospedale San Raffaele di Milano.

Questo cocktail di farmaci ha infatti degli indubbi vantaggi clinici, richiede solo due accessi ospedalieri mensili anziché tre e, rispetto allo schema attuale, ha anche un costo inferiore di circa il 15%. Non ultimo, lo schema è adatto anche per i pazienti con mutazione Brca, consentendo di poter somministrare il platinante, ritenuto attualmente necessario per questi pazienti, senza rinunciare al nab-paclitaxel”.

“Oltre alle nuove opzioni terapeutiche che sono di fondamentale importanza per i pazienti – precisa Rivizzigno – è necessaria tuttavia una rivalutazione più strutturale dei modelli organizzativi e di cura per migliorare il livello di adeguatezza degli ospedali italiani, anche per quanto riguarda il trattamento chirurgico, al quale è associata ancora una notevole incidenza delle recidive e della mortalità ad un anno”.

Tornando alla chirurgia, per il tumore del pancreas può essere molto utile, ma anche molto dannosa se l’ospedale non è adeguato. A ribadirlo sono i risultati del nuovo studio, presentato a Milano in occasione dell’incontro promosso dall’Associazione Codice Viola in vista della Giornata mondiale contro questa malattia, che si celebra il 21 novembre. La ricerca ha evidenziato che ci sono 300 ospedali in Italia (il 77% delle strutture che eseguono resezioni pancreatiche) che realizzano in media solo tre operazioni al pancreas all’anno: troppo poche considerando che si tratta di uno degli interventi più complessi di tutta la chirurgia addominale.

“Se l’ospedale non ha l’esperienza sufficiente, il paziente potrebbe non ricevere un trattamento adeguato – commenta Gianpaolo Balzano, responsabile dell’Unità funzionale di chirurgia pancreatica, Pancreas Center, Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e autore dello studio – Il rischio più grave è la mortalità operatoria: lo studio ha evidenziato che in quei 300 ospedali la mortalità per resezione pancreatica è superiore al 10%, quindi tre volte più alta rispetto ai centri con maggiore esperienza, dove si attesta al 3,1%.

In alcuni ospedali questo rischio può essere addirittura superiore al 20 o 25%. C’è poi un altro rischio, meno evidente ma altrettanto grave per il paziente – avverte l’esperto – cioè che non vengano prese le decisioni corrette, come per esempio operare un paziente che non dovrebbe essere operato, non arrivare alla diagnosi in tempi adeguati o non gestire adeguatamente la chemioterapia”.

Poichè il tumore al pancreas può essere asportato solo nel 20% dei pazienti, la complessità della chirurgia risiede anche nella capacità di selezionare con attenzione i candidati all’intervento. Una precedente ricerca aveva mostrato che negli ospedali ‘a basso volume’ i pazienti sono sottoposti a un eccesso di interventi chirurgici inutili, cioè senza che il tumore venga asportato (63% delle operazioni eseguite negli ospedali a minor volume contro 24% in quelli a maggior volume).

Interventi che, secondo le linee guida, dovrebbero essere ridotti al minimo. Vi è infatti un aumentato rischio di morire anche per questo tipo di interventi (mortalità 10,6% negli ospedali a minor volume contro il 4,6% dei più
grandi), avvertono gli specialisti.

Cosa fare allora? “Analogamente a quanto fatto dalla Conferenza Stato-Regioni con l’istituzione delle Breast Unit nel 2014, dovrebbero essere istituite le Pancreas Unit, con precise linee di indirizzo organizzative e assistenziali. Ogni Regione dovrebbe poi individuare al più presto le strutture appropriate, prendendo in considerazione sia un criterio di ‘volume minimo’, che la qualità delle prestazioni offerte. L’ospedale dovrebbe garantire un basso tasso di mortalità operatoria e un team multidisciplinare con competenze specifiche proprio sulla patologia pancreatica, per la gestione della diagnosi, della cura e delle complicanze post-intervento”, conclude Balzano.

Pidocchi nelle scuole, è di nuovo allarme

Posted on : 18-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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50 mila bambini e ragazzi colpiti da pidocchi e lendini nelle scuole italiane e ci sarà un incremento: come scoprirli e debellarli? I consigli del pediatra.

Prurito, arrossamenti della cute e all’improvviso la scoperta di un animaletto fra i capelli. A poco più di due mesi dall’inizio della scuola torna l’incubo dei pidocchi, parassiti che “in questo momento in Italia colpiscono circa 50 mila alunni nella fascia di età fra 2 e 18 anni, da Nord a Sud”.

E’ quanto emerge da un’indagine realizzata per l’AdnKronos Salute dal pediatra di Milano Italo Farnetani, contattando 21 colleghi in tutta Italia. E non è un caso che nelle farmacie siano spuntate alcune offerte relative ai prodotti ad hoc. Ma se si pensa che il problema dei pidocchi si risolva alla fine delle elementari, purtroppo non è cosi: “Casi sporadici si registrano anche alle superiori“, spiega Farnetani.

“Negli under 2 anni c’è una minor prevalenza di pediculosi – sottolinea – sia perché non tutti i bambini frequentano l’asilo nido,  sia perché i contatti fra bimbi tanto piccoli sono meno ravvicinati e c’è una minor possibilità di manipolazione degli oggetti e di scambio degli indumenti”.

E’ il caso dei cappelli, capo particolarmente insidioso da questo punto di vista. “I bambini più colpiti hanno dai 3 agli 8 anni, il periodo che va dalla materna alla scuola elementare. La pediculosi anche quest’anno è iniziata verso la metà di ottobre, cioè un mese dopo l’inizio della scuola – precisa Farnetani – ed è prevedibile un incremento ulteriore nelle prossime settimane. Alla fine dell’anno scolastico – prevede – un milione e mezzo di alunni saranno stati colpiti”.

I genitori, quando scoprono pidocchi e lendini, per caso o dopo la segnalazione da parte della scuola, alcuni genitori corrono ai ripari mettendo mano alle forbici, ma secondo il pediatra “è in errore: i capelli non vanno tagliati. Il pidocchio del capo è un parassita estremamente fragile e la presenza dei capelli è in realtà la prima barriera per evitare l’annidamento. Inoltre – raccomanda il pediatra – è bene ricordare che la pediculosi non è un segno di sporcizia o mancanza di igiene, ma solo di sfortuna: il bambino ha incontrato una persona che era stata
infestata a sua volta dai pidocchi”.

Cosa fare, allora? “Niente drammi: il trattamento è efficace e basta un una sola applicazione dei prodotti specifici perché il bambino non sia più in grado di trasmettere il parassita, pertanto può rientrare a scuola e frequentare le lezioni dopo avere eseguito un unico trattamento”, assicura Farnetani. Naturalmente questo va ripetuto, una o più volte a distanza di giorni, in base alle indicazioni riportate dal prodotto, per essere sicuri di aver debellato l’infestazione.

Ma cosa fare se a scuola è scattato l’allarme pidocchi? “Uno dei modi più semplice – suggerisce il pediatra – è quello di usare un pettine fitto e di esaminare attentamente la base dei denti del pettine, dopo averlo usato per i capelli del bambino. Se in una famiglia viene identificato un ‘caso indice‘, si deve controllare che tutti i componenti non siano portatori di pidocchi. E il fatto di aver trovato una lendine spesso è indice della presenza di animaletti adulti”. Insomma, in questo caso è bene procedere comunque con il trattamento.

C’è poi il vero incubo dei genitori: bambini che presentano periodicamente la pediculosi. “Può succedere, nonostante vengano sottoposti allo specifico trattamento. Ebbene, non si tratta di una vulnerabilità del singolo soggetto, ma solo del fatto che in classe ci sono bambini che non eseguono il trattamento antipediculosi, di conseguenza il parassita continua a circolare“, conclude Farnetani.

Acne: un nuovo studio indica le soluzioni

Posted on : 18-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’acne non è un problema estetico ma è una malattia cronica che crea problemi a molti adolescenti; se non curata, può lasciare cicatrici.

I brufoli – così viene chiamata l’acne dai ragazzi – rappresentano  un fastidioso problema estetico, ma, nonostante ciò, questa patologia viene poco curata e non si risolve in fretta; la persistenza spesso necessita di lunghi trattamenti per essere risolta.

E’ quanto emerge oggi da un’indagine conoscitiva sulle abitudini e sugli stili di vita degli adolescenti realizzata nell’anno scolastico 2018-19 dall’Associazione Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di ricerca Iard, su un campione nazionale rappresentativo di 2019 studenti frequentati la classe terza della scuola secondaria di primo grado (1027 maschi e 992 femmine): dallo studio, il cui esito ci viene resocontato dall’agenzia stampa Adnkronos Salute, emerge che l’82,4% delle femmine e il 63,2% dei maschi afferma di avere problemi estetici legati ai ‘brufoli’.

L’acne è una malattia cronica che interessa principalmente, ma non esclusivamente, gli adolescenti – spiega Giuseppe Monfrecola, docente di Dermatologia Università Federico II, Napoli – diciamo innanzitutto, per rassicurare i ragazzi, che l’acne non è una malattia infettiva e non è dovuta a una alterazione dei livelli ormonali, ma è una malattia infiammatoria della pelle legata a una predisposizione genetica in cui giocano un ruolo importante fattori ambientali e anche la normale flora microbica cutanea”.

Ciò che purtroppo viene spesso trascurato – prosegue il medico – è che l’acne grave, ma anche quella lieve se non opportunamente curata, può generare cicatrici permanenti che possono lasciare sulla pelle depressioni crateriformi (cicatrici artrofiche) di variabile profondità e, soprattutto sul tronco, rilievi (cicatrici ipertrofiche) di diversa forma e dimensione.

La comparsa delle cicatrici da acne è un fenomeno diffuso, come dimostrato da uno studio Usa pubblicato sul ‘Journal of Drugs inDermatology’: il 43% dei partecipanti presentava cicatrici atrofiche da acne, tra cui le cosiddette ‘cicatrici a colpi di punteruolo’. Secondo i dati raccolti, le persone con acne grave avevano una maggiore probabilità di sviluppare cicatrici, tanto che sono state riscontrate nel 77% dei casi di acne grave, confermando una forte correlazione tra la gravità dell’acne e la comparsa delle cicatrici. Le cicatrici da acne sono state però rilevate anche nel 51% dei casi di acne moderata e nel 28% di acne lieve o molto lieve.

Curare l’acne e prevenire la comparsa di cicatrici è possibile e questo è l’obiettivo di una iniziativa di sensibilizzazione Galderma intitolata: ‘Hai mai pensato che l’acne possa lasciare il segno?’. “Il volto è il tratto corporeo che meglio riassume la nostra identità”, chiarisce la psicoterapeuta Katia Vignoli. “Lo è al massimo grado nell’adolescenza, la tappa evolutiva in cui l’identificazione col corpo è più forte. Soprattutto nel volto l’adolescente rappresenta sé stesso e l’immagine che di sé vuole dare al mondo. Basti pensare, per esempio, alla cura e alla foggia dei capelli, al trucco, ai piercing e tattoo.

Nei ragazzi, che spesso comunicano attraverso il corpo, in primis la faccia, il loro stato, una cicatrice sul volto può diventare un vero disagio. Se poi la cicatrice è il residuo dell’acne, problema cutaneo già vissuto come deturpante e punitivo, va da sé che il disagio che porta si potenzia”.

L’acne viene spesso considerata come un transitorio e trascurabile problema estetico sia dai medici ma soprattutto dalle persone, che, come rilevato anche in questo studio, non ricorrono in maniera tempestiva a trattamenti efficaci, probabilmente in parte per l’ampia disponibilità di prodotti coadiuvanti dermocosmetici, ma anche per la credenza diffusa che l’acne sia una fase normale dell’età della crescita”, continua Monfrecola.

“Al contrario – prosegue – si tratta di una malattia molto complessa dal punto di vista patogenetico, che va assolutamente curata in ogni sua forma perché impatta marcatamente sulla tenuta psicologica di chi ne è affetto. Il primo motivo è che l’acne si vede, dato che colpisce con papule, pustole, noduli arrossati viso, scollatura e spalle di persone in fase adolescenziale e giovanile. Ma l’acne può interessare anche il tronco, sia petto che schiena, localizzazioni spesso trascurate dal medico dove i segni cicatriziali sono molto frequenti e marcati.

L’acne deve essere curata con costanza e pazienza per lunghi anni tuttavia, anche sotto trattamento, tende ad avere recrudescenze che provocano frustrazione e scarsa aderenza ai consigli terapeutici. Infine, anche in fase di emissione le macchie rossastre o brune delle precedenti lesioni risultano ancora visibili. Solo trattamenti adatti e validati scientificamente, precoci e costanti possono evitare o limitare l’insorgenza di cicatrici deturpanti di viso e tronco”.

Nuova malattia genetica riscontrata in Italia

Posted on : 16-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Conta una decina di casi accertati e nel mondo un centinaio: numeri sottostimati, meccanismi ancora da comprendere e studi che latitano per mancanza di fondi.

Si chiama Gnao1, una malattia genetica rara, invalidante e senza cura, scoperta nel 2013 da un gruppo di scienziati giapponesi, che nei bambini colpiti si manifesta fin dai primi giorni di vita. Una patologia orfana di tutto, sulla quale si sono accesi i riflettori a Roma durante la prima Conferenza europea promossa dall’Associazione famiglie Gnao1. L’evento ha riunito decine di specialisti internazionali e oltre 25 famiglie, di cui molte dall’estero. Parlarne “è già un primo passo. Ma abbiamo bisogno della ricerca e di tutto l’aiuto possibile”, è l’appello lanciato dagli organizzatori che puntano all’avvio del primo polo di ricerca dedicata in Europa.

All’iniziativa, ospitata presso il Museo nazionale romano, è stata assegnata una speciale medaglia dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Siamo orgogliosi di questo primo risultato raggiunto – afferma Massimiliano Tomassi, presidente dell’Associazione famiglie Gnao1 – Per noi è fondamentale accendere i riflettori su questa malattia di cui si sa ancora troppo poco. Noi famiglie abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile, dato che non si conoscono ancora a fondo i suoi meccanismi a livello neurologico, così come non sappiamo che tipo di decorso avrà negli anni e con quali conseguenze. Fatta eccezione per un progetto olandese e uno svizzero ancora in fase embrionale, non esiste in Italia e in Europa un piano di ricerca strutturato. Per questo è necessario avviare al più presto anche in Italia una solida ricerca scientifica, affinché si possa arrivare a una cura che permetta di alleviare alcuni sintomi e arrestarne il progresso”.

La patologia è causata da mutazioni a uno specifico gene, il ‘G Protein Subunit Alpha O1’ (da qui il nome Gnao1), che codifica per la subunità Alpha O1 della proteina G. Si tratta di una proteina chiave coinvolta nella complessa catena di comunicazione molecolare tra le cellule, in particolare nella trasmissione del segnale nelle cellule nervose. I sintomi più comuni della malattia sono epilessia, ritardo psicomotorio, ipotonia e movimenti di tipo coreico, ossia involontari rapidi e caotici, che possono durare anche alcune ore ed essere fortemente disabilitanti, ma la distribuzione e l’intensità dei sintomi varia fortemente da bambino a bambino.

“I pochi dati a disposizione – spiegano i promotori dell’evento capitolino – lasciano presupporre che non si tratti di una malattia degenerativa, ma di una condizione stabile nel tempo, sebbene con una grave disabilità”. Tuttavia, “la grande variabilità clinica riportata dai casi esaminati finora rende difficile l’inquadramento clinico e lascia molte incertezze circa l’evoluzione della patologia”.
Attualmente la realtà più attiva sulla Gnao1 a livello internazionale è la Bow Foundation, un’associazione statunitense fondata nel 2017 da genitori di bambini Gnao1, la cui missione è “creare un network di famiglie, ricercatori e clinici, nonché finanziare progetti di ricerca e contribuire alla divulgazione di informazioni sulla malattia”. In Italia è operativa da pochi mesi l’Associazione famiglie Gnao1, formata da genitori di bimbi colpiti dalla mutazione genetica e in contatto diretto con la Bow Foundation. Altre realtà europee nate di recente sono l’olandese Stichting Gnao1 e la piccola no profit inglese Mondo Gnao1. Una comunità che cresce, per cercare di tenere viva la
luce sui piccoli malati.

Preservativi a scuola: l’annuncio del viceministro Salute

Posted on : 15-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Promuovere l’uso del preservativo nelle scuole e nelle università, per combattere le infezioni da Aids: per il vice ministro il profilattico è lo strumento più efficace. 

«Bisogna promuovere l’uso del preservativo nelle scuole e nelle università. È fondamentale». Così oggi il vice ministro della Salute, Pierpaolo Sileri (M5S), commentando gli ultimi dati pubblicati dall’Istituto superiore di Sanità a proposito delle infezioni da Aids. «Non bisogna mai abbassare la guardia contro l’Hiv. Anche se i nuovi casi di infezione nell’ultimo anno sono diminuiti in tutto il Paese, il fatto che l’incidenza più alta continui a essere registrata tra i giovani adulti, di età compresa tra i 25 e i 29 anni, ci deve preoccupare».

L’annuncio diffuso dall’agenzia stampa Adnkronos è anche riportato sul sito ufficiale del ministero della Salute in un comunicato, dove si spiega che «Tra le nuove generazioni c’è ancora poca consapevolezza sul virus, su come si trasmetta e su cosa fare per proteggersi – continua Sileri -. Molti confondono la prevenzione delle gravidanze indesiderate, e quindi l’assunzione della pillola contraccettiva, con la prevenzione dall’Hiv e il resto delle malattie sessualmente trasmissibili, contro cui lo strumento più efficace è senza dubbio il profilattico».

Ecco perché, in questa prospettiva, diventa «Fondamentale allora promuoverne l’uso nelle scuole e nelle università. Tra l’altro c’è già un protocollo d’intesa del 2015 tra il ministero della Salute e il Miur per l’educazione alla salute e alla sessualità in favore degli studenti e dei docenti. Sulla base di questa intesa – conclude – è già pronta una proposta di linee di indirizzo».

I compiti a casa nel weekend sono dannosi?

Posted on : 15-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed, Salute e Benessere

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Il pediatra avverte gli insegnanti: sono dannosi soprattutto per i bambini che fanno il tempo pieno. E consiglia cosa fare nei weekend al posto dei compiti.

È una delle domande più ricorrenti dei genitori: i compiti a casa fanno male? La risposta non è mai stata univoca: insegnanti, educatori e medici sono sempre stati divisi. Stavolta però arriva un’indicazione più chiara, anche se non riguarda tutti i compiti a casa ma soltanto quelli assegnati nel fine settimana, i week end di sabato e domenica.

A fornirla è un pediatra, Italo Farnetani, ordinario alla Libera Università Ludes di Malta. Lo ha intervistato dall’agenzia stampa Adnkronos in occasione dell’anniversario dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea dell’Onu il 20 novembre 1989. Ecco il monito che lancia agli insegnanti: basta con i compiti per il lunedì.

Riempire il diario di esercizi, problemi e pagine da studiare a casa nel weekend significa, per il dottor Farnetani, «accanirsi contro gli alunni, con effetti inutili e anche dannosi. In un sistema scolastico basato sui compiti a casa, assegnati anche ai bambini che fanno il tempo pieno, almeno il fine settimana dovrebbe essere risparmiato come tempo prezioso per stare in famiglia, incontrare gli amichetti, fare sport o un giro al parco, andare a trovare i nonni. Tutte attività preziose per la crescita e lo sviluppo dei bambini, antidoto all’epidemia di obesità dilagante, ostacolate dal tempo da riservare ai compiti».

Quella di Farnetani contro i compiti a casa, per il lunedì ma anche per le vacanze, è una battaglia annosa. «Ma il problema resta sempre valido – dice il pediatra all’AdnKronos Salute – ancor di più in un fine settimana come questo: essendo previsto maltempo un po’ in tutta Italia, sarebbe davvero assurdo far passare i giorni di festa ai bambini in casa a fare i compiti. Consiglio di occupare questo periodo piovoso invitando i coetanei per delle piccole festicciole o anche solo per giocare insieme: ricordiamo infatti che il periodo delle elementari è caratterizzato dalla necessità di frequentare proprio i coetanei».

Però attenzione – avverte il medico – i bambini non si devono trovare insieme per fare i compiti, cioè per replicare la scuola, ma per interagire in modo diverso, giocare e stare insieme“. Se invece nel fine settimana c’è bel tempo, queste giornate devono permettere ai bambini, e magari ai loro genitori, “di fare movimento, stare all’aria aperta e fare sport”. Stiamo allevando generazioni cresciute al chiuso, e con tablet in mano: non meravigliamoci poi se fin da piccoli hanno il problema dei chili di troppo, dice il pediatra.

Secondo Farnetani, a tanti anni dalla Convenzione dell’Onu in molti Paesi la situazione dell’infanzia è migliorata, ma i problemi sono cambiati. «Oggi i bambini dei Paesi industrializzati lottano contro nemici che si chiamano sovrappeso, obesità, poca attività fisica, solitudine». Quindi è inevitabile che «esseri costretti a dedicare gli unici giorni liberi dalla scuola a studiare e fare i compiti – conclude – impedisce ai bambini di godere pienamente del diritto alla vita familiare, fatta anche di gite, sport, pomeriggi di gioco e relax».

Black friday in arrivo: psicoterapeuti preoccupati

Posted on : 15-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere, Shopping online

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Acquisti sul web: aumenta la dipendenza dallo shopping online.

Per acquistare online, bastano pochi click e il gioco è fatto. Internet ha reso lo shopping immediato, anonimo, accessibile e conveniente. I negozi online funzionano 24 ore su 24, le persone possono comodamente comprare di tutto ovunque si trovino: seduti sul proprio divano; durante un viaggio; in occasione della pausa pranzo; mentre stanno aspettando i propri bambini all’uscita di scuola.

Specialmente, in occasioni ‘ghiotte’ come il prossimo Black Friday in programma il 29 novembre, gli utenti si preparano ad uno shopping selvaggio.

Gli psicoterapeuti della Facoltà di Medicina di Hannover in Germania lanciano un allarme: essere dipendenti dagli acquisti sul web dovrebbe essere riconosciuto come un vero disturbo mentale, con sintomi e caratteristiche ben distinti. E se del ‘disturbo da shopping compulsivo’ si parla da molti anni, gli esperti affermano che sta assumendo un nuovo significato nell’era di Internet, colpendo ormai una persona su 20.

Le persone ossessionate dalle spese online possono finire per accumulare debiti, litigare con i propri cari e perdere completamente l’autocontrollo. Astrid Müller, il cui team ha effettuato un’indagine pubblicata sulla rivista ‘Comprehensive Psychiatry’, ha sottolineato che “È davvero il momento di riconoscere il disturbo da shopping compulsivo come condizione di salute mentale e di studiare più a fondo la ‘versione’ on line della malattia”.

In particolare, come riporta una nota stampa dell’agenzia Adnkronos, gli esperti tedeschi hanno studiato i casi di 122 pazienti in cerca di aiuto per la loro dipendenza da shopping online, scoprendo che nel campione ci sono tassi di depressione e ansia più alti del normale. Secondo gli studiosi, l’ascesa di negozi online, app e programmi di consegna a domicilio ha raggiunto una dimensione completamente nuova, che deve far ripensare il concetto di ‘maniaco dello shopping’.

Sempre più giovani mostrano segni di disordine negli acquisti. Attualmente, il disturbo da shopping compulsivo non è classificato come una malattia, ma fa parte di una categoria denominata “altro specifico disturbo del controllo degli impulsi“. Il fatto he questo problema riguardi il 5% della popolazione e abbia gravi effetti mentali, significa che merita maggiore attenzione.

Il disturbo da shopping compulsivo, specialmente quello online, può provocare un desiderio estremo per l’acquisto di cose spesso non indispensabili e una grande soddisfazione nel momento in cui si spendono soldi. Questo porta alla perdita dell’autocontrollo, provoca un’estrema sofferenza e ad altri disturbi psichiatrici, oltre a difficoltà relazionali e problemi economici. “Speriamo che i nostri risultati – commenta l’esperta – dimostrino che occorre affrontare le distinte caratteristiche fenomenologiche sottostanti, la comorbidità associata e i trattamenti specifici del disturbo da shopping compulsivo on line”.

Distinguere le infezioni dalle infiammazioni: un nuovo metodo

Posted on : 13-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La nuova tecnica radiomica consente di capire senza interventi chirurgici se una protesi è infetta e offre soluzioni anche per la cura dei tumori. 

C’è un nuovo metodo per capire quando le protesi si infettano davvero e così distinguere tra infezioni e semplici infiammazioni: arriva dal Centro diagnostico italiano di Milano, che ha applicato l’intelligenza artificiale per capire, attraverso una nuova tecnica chiamata radiomica, quando un paziente al quale sono state impiantate protesi, chiodi o placche in ossa o articolazioni sviluppa un’infezione che richiede un intervento di rimozione.

Finora distinguere tra infezione e semplice infiammazione era molto complesso, a meno di intervenire chirurgicamente, mentre ora grazie alla nuova metodica sviluppata a Milano si potranno evitare procedure invasive e seconde operazioni inutili.

La notizia è riportata oggi da Adnkronos Salute tra le novità in vetrina al congresso internazionale ‘Radiomics and Artificial Intelligence 2020 from Technology to the Patient‘, promosso da Cdi (Gruppo Bracco), università degli Studi di Milano e università Campus BioMedico di Roma, e in programma venerdì 15 novembre nel capoluogo lombardo all’Excelsior Hotel Gallia.

Il principio alla base della radiomica – spiegano dal Cdi – è che le immagini ottenute da esami come Tac (Tomografia assiale computerizzata), Pet (Tomografia a emissione di positroni) o Rmn (Risonanza magnetica nucleare) “non sono altro che matrici di numeri, dalle quali software dedicati di intelligenza artificiale riescono a ricavare caratteristiche invisibili all’occhio umano”.

Effettuando sulle immagini diagnostiche “un’analisi non solo qualitativa come quella svolta dal radiologo, ma anche quantitativa”, la radiomica promette “predittività e personalizzazione delle cure”, afferma Sergio Papa, direttore di Diagnostica per immagini al Cdi.

In futuro – prospetta il medico – grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale alle immagini della Tac, della Pet e della Rm abbinata all’analisi del patrimonio genetico della persona, saremo in grado per esempio di capire quanto è aggressivo un tumore in uno specifico paziente, e di individuare tra le numerose terapie d’avanguardia oggi a disposizione quale sia la più efficace.

Tra le possibili applicazioni della radiomica di cui si discuterà durante il summit milanese ci sono dunque i tumori – specie di prostata, polmone e seno – ma anche patologie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer. Al meeting si confronteranno esperti provenienti da Stati Uniti, Belgio e Spagna, oltre ai principali specialisti italiani.

A confronto su una svolta tecnologica che consente “l’analisi approfondita di centinaia, migliaia di immagini diagnostiche – precisano dal Cdi – e di analizzare approfonditamente dettagli di dimensioni molto piccole, come quelle di un pixel, che possono ricorrere in casi gravi o nei pazienti che rispondono a un determinato farmaco, fungendo quindi da campanello d’allarme in situazioni analoghe. Una rivoluzione tecnologica che potrà avere
molteplici applicazioni in diversi distretti dell’organismo e importanti ricadute cliniche”.

Le ricette regionali per chi soffre di diabete

Posted on : 13-11-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Un ‘Giro d’Italia’ con ricette ‘diabetically correct’, approvate dai medici della Società italiana di diabetologia.

Chi ha detto che buono fa male? Per la Giornata mondiale del diabete, in calendario giovedì 14 novembre, i medici della Società italiana di diabetologia (Sid), propongono gustose ricette per chi soffre di diabete.

In una nota stampa che abbiamo ricevuto dall’agenzia Adnkronos, Francesco Purrello, presidente Sid, afferma che per questa iniziativa sono stati coinvolti tutti i responsabili regionali della società scientifica, a cui è stato chiesto di inviare ricette regionali gustose e amiche della salute. Per dare massima diffusione a questo messaggio di prevenzione, con l’aiuto di chef stellati, sono in corso di preparazione delle vere e proprie video-ricette da proporre al grande pubblico sui social.

Tanti i piatti siciliani con il bollino blu della Sid: arancini, sarde a beccafico, caponata ‘light’. Per una versione leggera di arancino (o arancina) “da consumare come piatto unico, suggeriamo – raccomanda Purrello – di fare attenzione a pesare attentamente gli ingredienti, usare carne magra per il ragù e utilizzare una friggitrice ad aria”. Ancora: “Nella cucina tradizionale siciliana, le sarde ‘a beccafico’ rappresentano un piatto nutriente e gustoso, da accompagnare con un contorno di verdure. Il pesce azzurro è ricco di omega 3, un acido grasso essenziale con funzione protettiva nei confronti delle malattie cardiovascolari. Data la presenza di pangrattato, consigliamo di ridurre la quantità di pane o pasta, se si decidesse di abbinarli a questo piatto”.

L’idea alla base di questa iniziativa, precisa Agostino Consoli, presidente eletto della Sid, “è quella di raccogliere ricette regionali che insegnino a confezionare cibi sani, ma al tempo stesso molto buoni”.

Per esempio “la ‘pizz e fuje’ (una pizza di mais con verdure) proposta dagli amici abruzzesi è un piatto facile, senza glutine, vegano che mette insieme diverse verdure a foglia (sarebbe perfetta con i ‘cacigni’, la verdura selvatica mista di campagna) con la farina di polenta. E’ buonissima, sazia e ha un basso contenuto calorico. Molte delle ricette che abbiamo raccolto propongono varie versioni dello splendido accostamento dei legumi con verdure a foglia (crema di fave e cicoria, zuppa di cavoli e fagioli)”.

“I legumi possono essere combinati anche con la pasta (come nella ‘pasta e fasoi’ alla veneta). La pasta, nelle giuste quantità (e magari nella varietà integrale), non solo non deve essere bandita dalla tavola dei diabetici, ma deve esservi molto ben rappresentata”.

Il presidente della Fondazione Diabete e Ricerca, Giorgio Sesti, sottolinea che “Il piatto a base di fave e cicoria è una classica ricetta della cucina povera italiana e specificamente pugliese. Una porzione fornisce un buon contenuto di calorie con un bilanciato contenuto di proteine, carboidrati e grassi di origine esclusivamente vegetali, e pertanto non nocivi per il diabete e per l’apparato cardio-vascolare. Da non trascurare il contenuto di fibre utili per regolarizzare la funzione intestinale. Il tutto ottenuto con un basso costo, cosa che non guasta”.

Ci sono poi abbinamenti ‘di mare’, “con la pasta (spaghetti alle vongole, linguine alle pannocchie, eccetera) che nel superbo abbinamento del calamaro con i porcini (delizioso e poco calorico) fornisce un equilibrato contenuto di proteine, carboidrati e fibre – consiglia ancora Sesti – Cosa importante, fornisce un apporto di grassi non nocivi, ovvero di grassi monoinsaturi e polinsaturi, il tutto completato da una buona digeribilità”.

E’ possibile preparare una versione light anche della caponata, piatto molto popolare della cucina siciliana, sostituendo la frittura con una cottura al forno. Gli ingredienti non cambiano: melanzane, peperoni, carote, cipolle, sedano, capperi. Dopo la cottura al forno, va servita fredda. In questo modo, diventa un piatto decisamente salutare: ‘liberato’ dalla frittura, mantiene il sapore e le qualità delle tante verdure.

La dieta ideale per la prevenzione e il trattamento delle persone con diabete prevede un’alimentazione ricca di fibre (ortaggi, frutta, cereali non raffinati) e povera di grassi animali. I carboidrati da preferire sono cereali integrali, frutta, legumi e vegetali. In generale, gli esperti consigliano di evitare carboidrati a elevato indice glicemico, in quanto l’impiego di carboidrati a basso indice glicemico consente di migliorare il controllo della glicemia e riduce anche il rischio di ipoglicemie.