Ho un tumore: potrò avere dei figli?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Le conquiste della medicina consentono a chi riceve una diagnosi di tumore di non rinunciare al desiderio di procreazione.

Sapere di essere ammalati di tumore rappresenta, a qualunque età, uno stravolgimento della propria esistenza. Molteplici interrogativi riguardanti la propria vita futura si affacciano alla mente di chi affronta una prova simile e certamente può essere di conforto psicologico sapere che esiste la possibilità di diventare genitori una volta superata la malattia. I tumori possono portare a una riduzione della capacità riproduttiva sia in quanto colpiscono gli organi deputati alla riproduzione (utero, ovaie, testicoli) sia per le terapie (chemioterapia e/o radioterapia) necessarie per la loro cura. Il miglioramento della prognosi delle malattie oncologiche è conseguente ai protocolli terapeutici sempre più efficaci ma talvolta anche più tossici pertanto, nel programmare la terapia, non si può prescindere dalla qualità della vita a lungo termine e dare prospettive future a un paziente che chiede: ho un tumore: potrò avere figli?

Tumore e fertilità

Un numero cospicuo di persone, ogni giorno, riceve una diagnosi di tumore, si stima che il 3% abbia un’età inferiore ai quarant’anni e che la maggior parte sia di sesso femminile. I tumori più frequenti nelle donne sono il carcinoma alla mammella, il tumore alla tiroide, il melanoma, il carcinoma del collo dell’utero e del colon-retto.

L’uomo risulta maggiormente colpito dal tumore al testicolo, dal melanoma, dal tumore del colon-retto, dal linfoma non Hodgkin e dal tumore alla tiroide. Il trattamento della patologia neoplastica prevede protocolli terapeutici che utilizzano farmaci chemioterapici e/o radioterapia che possono indurre nel paziente oncologico una infertilità iatrogena (infertilità conseguente a un trattamento medico) e ciò, data l’importanza che viene attribuita alla maternità/paternità, può creare un forte disagio sociale.

Si è evidenziato che le donne sterili a seguito della terapia oncologica presentano sintomi depressivi, alterazioni della vita sessuale e lamentano, in generale, una qualità della vita peggiore rispetto a pazienti sterili per cause non oncologiche.

Tuttavia, non sempre le persone in età fertile affette da tumore chiedono all’oncologo le conseguenze che la terapia oncologica a cui dovranno sottoporsi potrebbe avere su una maternità/paternità futura. Per cui è necessario informare tempestivamente i pazienti in età riproduttiva con diagnosi di tumore della possibilità di un trattamento che riduca il rischio e preservi la fertilità rendendo possibile una genitorialità futura. In alcune regioni italiane sono presenti dei centri di oncofertilità in cui sono disponibili i diversi trattamenti per tutelare la capacità riproduttiva.

Tumori e fertilità femminile

La diagnosi di tumore ormai non significa più rinunciare al sogno della maternità. Il binomio tumore e maternità costituisce un dato sempre più frequente perché i traguardi raggiunti dalla terapia oncologica permettono percentuali di sopravvivenza sempre più elevati e al tempo stesso l’età media della gravidanza si è spostata sempre più avanti.

Per poter avere un figlio è necessario essere fertili, ma in una donna affetta da tumore tale capacità può essere compromessa:

  • dalla localizzazione del tumore: un tumore all’utero o alle ovaie necessita di asportazione chirurgicamente l’organo deputato alla riproduzione;
  • dagli effetti della terapia: la chemioterapia e la radioterapia possono risultare tossiche con conseguente infertilità iatrogena.

Inoltre, un’ulteriore fonte di preoccupazione, che mina il desiderio di maternità, è rappresentata dal rischio che i trattamenti a cui deve sottoporsi possano determinare alterazioni genetiche degli ovociti e quindi malformazioni fetali. Pertanto, si è fatta sempre più urgente la necessità di preservare la fertilità femminile in caso di diagnosi di patologia neoplastica per permettere un’eventuale gravidanza successiva.

I protocolli terapeutici a disposizione della terapia neoplastica si avvalgono di farmaci chemioterapici e/o di radioterapia che agiscono sull’intero organismo con effetti tossici non solo sulle cellule tumorali ma anche sui tessuti sani. I danni, in termini di fertilità femminile, dipendono dal tipo e dalla dose impiegata di chemioterapico, dalla sede e dalla dose di irradiazione per la radioterapia, oltre che dall’età della paziente e da eventuali condizioni di infertilità precedenti.

Risulta abbastanza problematico definire con certezza le conseguenze dei singoli trattamenti antitumorali sulla fertilità femminile, tuttavia si è osservato che gli alchilanti, il cui effetto è dose dipendente, sono i principali responsabili di infertilità iatrogena.

Il rischio di andare incontro ad una riduzione della riserva ovarica (numero di ovociti ovarici disponibili per una gravidanza) induce a mettere in atto strategie che permettano alla donna di avere un figlio dopo aver superato un tumore.

Le opzioni percorribili, valutate dalla donna con l’oncologo e il ginecologo, devono tener conto:

  • delle caratteristiche del tumore (stadiazione): dimensione, interessamento linfonodale, metastasi;
  • della chemioterapia prevista;
  • dell’età della donna;
  • della possibilità che si possa far slittare l’inizio della terapia oncologica per poter effettuare una stimolazione ormonale.

Si può preservare la fertilità femminile con diverse metodiche che non sono alternative ma, in relazione alla condizione clinica delle pazienti, possono essere associate:

  • congelamento degli ovociti: dopo stimolazione ovarica della durata di 10/14 giorni, si prelevano, per via vaginale, gli ovociti che vengono congelati. In un secondo momento la fecondazione avverrà in vitro (tecnica ICSI) e successivamente si avrà l’impianto in utero. È una tecnica diffusa, può essere eseguita sulle pazienti che hanno una riserva ovarica adeguata e possono ritardare di 2/3 settimane l’inizio della terapia oncologica. Una tecnica sperimentale prevede la possibilità di asportare ovociti immaturi senza stimolazione ormonale o con una minima stimolazione (cinque giorni);
  • congelamento di tessuto ovarico: consiste nell’asportazione chirurgica di parte del tessuto ovarico che viene congelato e in seguito reimpiantato nella donna, non è eseguibile se c’è un rischio concreto di complicanze. Tale metodica trova indicazione quando non sia possibile, per l’età della paziente oppure per la necessità di iniziare tempestivamente il trattamento oncologico, procedere con la crioconservazione degli ovociti. L’intervento si esegue in laparoscopia e può essere effettuato in qualunque momento del ciclo mestruale;
  • protezione delle ovaie: vengono somministrati dei farmaci (LHRH analoghi o antagonisti) che mettono a riposo le ovaie sia prima che durante il trattamento oncologico. Può essere effettuato in concomitanza ad altri trattamenti di preservazione della fertilità;
  • trasposizione ovarica (ooforopessi): metodica utilizzata nelle pazienti, affette soprattutto da carcinoma del collo dell’utero o del retto, che devono essere sottoposte a irradiazione pelvica. L’intervento chirurgico viene eseguito in laparoscopia oppure, se richiesto dalla neoplasia, con una laparatomia. Si effettua uno spostamento delle ovaie dalla sede anatomica abituale e, contemporaneamente, si può procedere all’asportazione del tessuto ovarico per la crioconservazione.

Tumori e fertilità maschile

Una riduzione della fertilità maschile può presentarsi sia a seguito della malattia neoplastica (nel linfoma di Hodgkin si ha un’alterazione del liquido seminale indipendentemente dal trattamento antineoplastico) sia come effetto iatrogeno. Infatti, i tumori maschili possono essere trattati con chemioterapia e/o radioterapia, trattamenti che sono ad alto rischio di infertilità temporanea o permanente.

I trattamenti chemioterapici inducono infertilità in relazione al tipo di farmaco e al dosaggio utilizzato, gli agenti alchilanti per esempio, usati nel trattamento delle leucemie e dei linfomi, inducono azoospermia (assenza di spermatozoi) che può essere irreversibile. La radioterapia determina una riduzione del numero di spermatozoi in relazione alla dose di radiazione subita.

Pertanto, in previsione del trattamento chemioterapico/radioterapico, è necessario preservare la capacità riproduttiva del paziente neoplastico in età fertile. Le strategie che si possono mettere in atto sono:

  • crioconservazione del seme dopo masturbazione: rappresenta la metodica più efficace e più semplice da effettuare, necessita di programmazione per evitare di posticipare l’inizio del trattamento antineoplastico, vengono eseguite solitamente raccolte plurime per garantire un quantitativo sufficiente di liquido seminale. Il seme raccolto viene congelato in azoto liquido per interrompere l’attività biologica e preservare la fertilità. Gli spermatozoi congelati vengono utilizzati per una procreazione medicalmente assistita (PMA) con la metodica ICSI che consiste nell’inoculare un singolo spermatozoo all’interno dell’ovocita, pertanto la criopreservazione del seme deve sempre essere proposta anche in presenza di un eiaculato che contenga uno scarso numero di spermatozoi. La crioconservazione del liquido seminale può indurre alterazioni tali per cui, dopo lo scongelamento, gli spermatozoi non sono utilizzabili. Non esiste una limitazione temporale all’uso del seme congelato. È necessario che la raccolta del seme avvenga prima di iniziare il trattamento in quanto anche un solo ciclo di chemioterapia può alterare il DNA degli spermatozoi;
  • crioconservazione del seme raccolto con metodi alternativi: si procede al prelievo del seme attraverso aspirazione testicolare o biopsia testicolare. Tali procedure vengono effettuate previa sedazione;
  • schermatura gonadica: nel corso della radioterapia vengono utilizzate delle schermature per ridurre la quantità di radiazioni che arrivano al testicolo;
  • protezione testicolare mediante somministrazione di terapie ormonali (LHRH analoghi o antagonisti): è un metodo che presenta un’efficacia limitata.

Trucchi per dimagrire

Posted on : 16-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Trucchi a tavola per dimagrire; alimenti sazianti; la spesa che aiuta la dieta; il diario alimentare; aiuti in casa e in famiglia per dimagrire; attività fisica e hobbies.

Sfortunatamente non hanno ancora inventato una pozione magica che possa far perdere peso come ben sai, ma esistono una serie di strategie e trucchi per dimagrire che puoi utilizzare per alleggerire la difficoltà di questo compito e ottenere i risultati che desideri. Sono ad esempio accorgimenti che puoi utilizzare per fare una spesa ottimizzata al dimagrimento e priva di tentazioni, o strumenti utili come il diario alimentare. Niente può sostituire la guida di un medico esperto nel campo, ma la durata di una visita è limitata e anche il migliore dei dottori non può avere il tempo di spiegarti tutte queste minuzie che abbiamo raccolto per te. Sono validi suggerimenti che rispondono a molte domande come ad esempio: che attività fisica supplementare posso introdurre nella mia quotidianità? Esistono alimenti che possono aiutarmi a dimagrire? La mia famiglia può essermi d’aiuto? Che accortezze posso utilizzare a casa e a tavola? Queste e altre domande trovano risposta a seguire.

Trucchi alimentari & co

Esistono cibi e combinazioni di alimenti che contribuiscono a un maggiore senso di sazietà, puoi provarne alcuni da inserire ogni giorno nel tuo piano alimentare o utilizzarli nei casi di emergenza per stoppare sul nascere la fame:

  • prova un albume d’uovo montato a neve con mezzo cucchiaino di zucchero di canna;
  • preferisci l’acqua gassata durante i pasti che aumenta il volume gastrico;
  • lascia il riso un po’ più di tempo del solito nell’acqua di cottura prima di consumarlo, scoprirai che può persino raddoppiare le sue dimensioni, regalandoti un maggiore senso di sazietà;
  • aggiungi prezzemolo e pepe ai tuoi alimenti, se il primo aiuta a liberarti dai liquidi in eccesso il secondo ha un effetto brucia grassi; inoltre daranno gusto ai tuoi cibi senza apportare grassi o calorie;
  • bevi un bicchiere d’acqua e limone prima dei pasti, ha un effetto diuretico e prepara lo stomaco alla digestione, in più occupa spazio che andresti a colmare con il cibo;
  • preferisci lo yogurt greco senza zucchero perché ha un contenuto doppio di proteine rispetto allo yogurt tradizionale e quindi sazia maggiormente e più a lungo, inoltre apporta magnesio che aiuta a stabilizzare l’umore e contrastare gli attacchi di fame nervosa;
  • avogado, pompelmo e mela con la buccia sono tre frutti a bassissimo contenuto calorico ma ricchi in vitamine e fibre la cui digestione richiede dei tempi più lunghi conservando più a lungo la sensazione di stomaco pieno;
  • caffè e tè verde sono tuoi alleati perché abbassano il livello di glicemia nel sangue e contribuiscono ad accelerare il metabolismo;
  • consuma germogli di soia e carote nella tua insalata, poiché hanno poche calorie è un alto indice di sazietà.

Trucchi a tavola:

  • utilizzare piatti piccoli ti darà la sensazione di aver mangiato in abbondanza poiché le porzioni non tenderanno a sembrare misere come in un piatto di dimensioni normali ma, al contrario, le percepirai come abbondanti aggirando così le errate valutazioni della tua vista;
  • non far passare più di 4-5 ore tra un pasto e l’altro poiché dopo lunghi periodi di tempo senza mangiare è più facile incorrere in un’abbuffata compensatoria;
  • sparecchia subito dopo aver mangiato così non avrai più cibo a disposizione anche se ti fermerai a chiacchierare a tavola davanti a un caffè, ancor meglio sarebbe se ti spostassi altrove per gustare il caffè, lasciando la tavola e la cucina;
  • lascia una piccola porzione di cibo nel piatto quando sei ospite da amici o al ristorante, così non saranno gli altri a determinare la tua porzione ma le tue reali esigenze;
  • non portare a tavola il cestino del pane ma colloca a tavola solo la porzione che hai previsto di consumare, infatti eviterai in questo modo di mangiarne più del dovuto in attesa che i piatti siano pronti;
  • non cucinare quando hai fame perché mentre assaggi potresti arrivare a consumare una intera porzione di cibo, mangiando così non una ma due volte;
  • cucinare porzioni singole è quasi sempre una delle soluzioni più semplici per dimagrire, sia perché non potrai servirti una porzione eccessiva, sia perché non si creeranno avanzi che potrebbero essere una tentazione, sia perché sarà impossibile servirti una seconda volta nello stesso pasto.

Trucchi per la spesa perfetta

Esistono delle regole precise da rispettare se non vuoi che la spesa si trasformi in una dispensa piena di tentazioni che ostacolano il tuo dimagrimento. La prima è certamente quella di fare la spesa a stomaco pieno, lo avrai già verificato ma andare al supermercato con lo stomaco vuoto ti rende vulnerabile e ti porta ad acquistare alimenti grassi e di consumo facile come merendine e snack, quindi scegli con attenzione il momento in cui fare la spesa e avrai scansato un primo pericolo per la tua dieta dimagrante.

Un trucco per evitare di comprare ciò che non è necessario è quello di compilare una semplice lista della spesa, in questo modo prenderai solo ciò che hai già pensato di cucinare o che ti serve ad esempio nella settimana che segue e scoprirai una sorpresa piacevolissima: qualche decina di euro in più nel tuo portafoglio da usare per gli abiti nuovi di una taglia più piccola! Fare la lista infatti ti aiuta anche a fare economia e destinare meno soldi alla spesa alimentare.

Impara a leggere le etichette alimentari, in particolare ricorda che il primo ingrediente riportato nelle etichette è sempre quello che costituisce la percentuale maggiore di quell’alimento e così via a seguire fino all’ingrediente presente in minore quantità.

Da qualche anno, sono obbligatorie le informazioni su zuccheri e grassi saturi e anche quelle che indicano in modo specifico il tipo di grasso vegetale eventualmente usato. E ancora, oltre alla provenienza possiamo trovare le indicazioni sulle imitazioni, cioè sull’utilizzo di surrogati invece dell’ingrediente tipico usato per quel dato alimento come ad esempio sono le uova per la maionese. Il consiglio è quindi quello di leggere le etichette degli alimenti facendo delle scelte più sane e consapevoli.

Diario alimentare

Si tratta di una sorta di automonitoraggio che ti permette in ogni momento di capire cosa stai mangiando e attuare tutte le tecniche e i trucchi necessari ad anticipare una trasgressione o correggere un comportamento controproducente al tuo dimagrimento. In questo modo, manterrai un ruolo attivo anche quando pensi di aver perso il controllo e potrai utilizzare questo strumento per capire quali situazioni sono più a rischio per te e poter determinare quindi il miglior modo di agire.

Ti spiego come creare uno schema di diario alimentare.

Utilizza un quaderno nuovo che dedicherai solo a questo scopo, ad ogni pagina deve corrispondere un giorno, quindi in alto inserisci la data. Traccia quindi delle linee verticali: nel primo spazio indicherai le ore dei tuoi pasti; la seconda colonna è per prendere nota del luogo dove consumi i tuoi pasti; nella colonna successiva dovrai annotare puntualmente tutti i cibi e le bevande che consumi anche se si tratta di spuntini e soprattutto, anche se consumi qualcosa che non era previsto nel tuo regime dietetico.

Infine, dedica uno spazio più ampio alla colonna successiva, è quella che dovrai dedicare ai commenti e alle sensazioni, ad esempio se sei arrabbiata o stanca, se quel pasto è stato di tuo gradimento, se hai mangiato in compagnia e tutto quello che in quel momento stai provando. In un’altra colonna avrai il compito di segnare il tipo di attività fisica che hai praticato e il tempo dedicato a questa attività. Il mio consiglio è di aggiungere un ulteriore spazio per descrivere le sensazioni che provi anche in relazione allo sport o all’attività fisica che scegli di svolgere.

Sullo smartphone potrai scaricare anche semplici app che possono essere un valido sostituto di un diario cartaceo, ma stai attento/a per nessun motivo, dovrai installare o compilare diari alimentari che includano il conteggio delle calorie. L’attenzione alle calorie è fuorviante e spesso può trasformarsi in un’ossessione del tutto priva di beneficio.

Le informazioni che ricaverai dal diario alimentare saranno molto più utili di un semplice calcolo calorico: potrai capire quali sono gli orari e le situazioni in cui fatichi a mantenere fede al tuo programma, le situazioni che ti mettono sotto stress e i trucchi da mettere in atto, potrai calibrare in modo più efficace sia i pasti che l’attività fisica necessaria a dimagrire e analizzare i vari aspetti a mente lucida.

Infine, il diario può aiutarti a comunicare con il tuo dietologo o con il nutrizionista poiché solo un professionista può aiutarti a perdere peso in modo sano e aiutarti a mantenere i tuoi risultati nel tempo.

Casa

Una delle regole fondamentali da osservare è quella di prestare attenzione al proprio ambiente domestico, in particolare crea un ambiente con pochi stimoli alimentari chiedendo anche qualche rinuncia ai familiari o a chi condivide con te la cucina che non deve più riservare armadietti delle meraviglie pieni di grassi a disposizione o un frigorifero stracolmo di tentazioni.

Ricorda che la casa dev’essere un ambiente rilassato che ti aiuti a indirizzare le tue energie positive in questo compito delicato, ricorda infatti, che perdere peso è molto impegnativo non fisicamente, ma anche mentalmente.

Amici e familiari

Amici e familiari possono contribuire attivamente alla tua perdita di peso a differenza di quanto, sia tu che loro possiate pensare. Ad esempio, mantenendo un atteggiamento ottimista e rinforzando i tuoi comportamenti positivi, se avrai il sostegno di chi ti circonda anche le trasgressioni pericolose si ridurranno e sarà più facile porvi rimedio attivamente.

Sviluppare nuovi interessi da svolgere con amici e/o famiglia ti permetterà di trascorrere tempo piacevolmente con loro e ti aiuterà a coinvolgerli nel tuo percorso di dimagrimento. Saranno partecipi dei tuoi sacrifici e quindi i primi ad incoraggiarti e a correggere eventualmente quei loro comportamenti che potrebbero esserti di disturbo.

Hobbies e attività fisica

Se stai cercando trucchi efficaci per dimagrire, tra i migliori da suggerirti vi è sicuramente quello di distrarti. Distrarsi dal pensiero del cibo è più semplice di quanto tu non creda, basterà riprendere gli interessi messi da parte o iniziare a dedicarti a nuovi hobbies, meglio se si tratta di attività da fare fuori casa. Non importa se è un club del cinema o un gruppo di lettura, corse con i modellini o lezioni d’inglese; ciò che importa è che tu sviluppi nuove attività su cui investire tempo e pensieri e che inevitabilmente ti faranno ricordare del cibo solo quando sarà giunta l’ora dei pasti.

Potrebbe essere questo il momento giusto per rinunciare a qualche ora del personale che ti aiuta con le pulizie casalinghe. Sembra infatti che dedicare più tempo alle pulizie in casa possa aiutarti a consumare anche fino a 250 calorie in un’ora di attività.

Non usare l’ascensore e inizia a fare le scale a piedi, ma se abiti al sesto piano non serve che tu faccia tutto il percorso a piedi, inizia con il fermare ad esempio l’ascensore due piani sotto il tuo e gradualmente scendi al piano inferiore e così via, finché non sarà per te naturale e non particolarmente faticoso, arrivare a casa senza ascensore.

Lascia la macchina distante dal tuo ufficio qualche centinaio di metri e arriva a lavoro dopo una camminata di una decina di minuti, oltre ad aumentare il dispendio calorico riattiverai il metabolismo con una sferzata di energia che ti permetterà di essere anche più efficiente nella tua professione.

Svegliati mezz’ora prima la mattina e dedica questo tempo a semplici esercizi di ginnastica in casa o di yoga per risvegliare l’organismo e attivare prima il metabolismo.

Se proprio non hai voglia di andare in palestra e anche la cyclette e gli esercizi ti hanno stufata/o allora scegli la tua musica preferita, alza il volume e balla a casa. Anche 20 minuti di rock da zompettare in casa, sono ottimi per dimagrire e poi la sensazione di benessere del movimento libero da condizionamento e della tua musica preferita possono essere un toccasana per il tuo stress quotidiano, inoltre, se sarai più rilassata tenderai anche a mangiare meno.

Sintomi tumore alla prostata

Posted on : 16-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Hai difficoltà a urinare? Di notte ti alzi spesso per andare in bagno? Il PSA è alto? Sono sintomi di un problema che potrebbe evolvere in tumore alla prostata.

Tra i disturbi più frequenti di un uomo nell’età matura ci sono sicuramente quelli legati all’apparato genitale, che possono acuirsi progressivamente. I segnali sono abbastanza chiari e riconoscibili. La necessità di urinare diventa sempre più frequente? Ti alzi varie volte di notte, ma ti sembra comunque di non riuscire mai a svuotare completamente la vescica? Il flusso dell’urina è lento, si blocca di colpo e poi magari riparte? Ti è capitato di notare piccole macchie di sangue? Hai dolori o bruciori durante la minzione? Hai problemi legati alla sessualità? Tutti questi disturbi sono comuni e sono di solito associati a un ingrossamento della prostata. Potrebbero anche essere il campanello di allarme di una situazione più grave. In particolare, il tumore alla prostata si sviluppa molto lentamente e può rimanere silente anche per anni. Difficoltà a urinare, infezioni e un alto livello di PSA nel sangue (ovvero valori superiori alla media dell’antigene prostatico specifico) sono alcuni dei sintomi da non trascurare. In questi casi è bene rivolgersi a un medico, per eseguire alcuni approfondimenti diagnostici. Solo al termine dei vari controlli sarà possibile stabilire se si tratta di una forma benigna di ingrossamento della ghiandola o se invece sono sintomi di tumore alla prostata. Cerca quindi di imparare a conoscere questa ghiandola: quali sono i segni da monitorare, quando ricorrere a uno specialista e quali sono i soggetti più a rischio.

Una ghiandola piccola e strategica: cos’è la prostata e a cosa serve?

La prostata è una ghiandola presente esclusivamente nel sistema urinario e riproduttivo maschile. È collocata sotto la vescica e circonda l’uretra. Ha dimensioni molto contenute: in condizioni normali, ha una forma ovale con una punta arrotondata e viene paragonata a una castagna o una noce.

Svolge una funzione specifica: produce ed emette un liquido ricco di proteine e sali minerali necessario a diluire lo sperma. È quindi vitale per nutrire e trasportare gli spermatozoi.

La prostata è strategica per la salute dell’uomo perché è attraversata dall’uretra, il canale in cui l’urina transita dalla vescica all’esterno. La ghiandola svolge la funzione di “controllore” del flusso: le sue fibre muscolari circondano il condotto e rispondono agli input del sistema nervoso involontario. La loro contrazione può determinare rallentamenti o vere e proprie interruzioni del passaggio di urina.

Prostata ingrossata: un primo campanello d’allarme?

I medici la chiamano Ipertrofia prostatica benigna, nota anche con la sigla IPB. È il disturbo urologico più diffuso nel nostro Paese e colpisce circa la metà della popolazione maschile over 60. Quello che accade all’interno dell’organismo è presto detto: la piccola ghiandola s’ingrossa e va a comprimere l’uretra, rendendo difficoltoso il passaggio dell’urina.

I sintomi sono quindi inequivocabili:

  • flusso debole, perché il canale di transito è assottigliato dal rigonfiamento della prostata;
  • difficoltà nella minzione, per il getto debole o altalenante;
  • sensazione fastidiosa e continua di non riuscire a svuotare completamente la vescica;
  • stimolo frequente a urinare, soprattutto di notte (con indubbie ripercussioni sul sonno);
  • presenza di piccole quantità di sangue nelle urine;
  • probabili infezioni urinarie, dovute al ristagno anomalo di liquido nella vescica.

Quando si verificano questi disturbi, la qualità di vita del paziente peggiora drasticamente. Per questo è consigliabile rivolgersi a un medico. L’ingrossamento della prostata, per quanto benigno di per sé, se non curato può portare a gravi conseguenze. L’ipertrofia della prostata può essere trattata con farmaci o, quando questi risultano inefficaci, con alcuni tipi di interventi chirurgici.

Tumore, i sintomi sono comuni a quelli dell’ipertrofia benigna?

Il tumore alla prostata è subdolo, perché può agire lentamente, per anni, all’interno dell’organismo senza dare particolari segnali della propria presenza. In questo frangente di apparente silenzio, le cellule iniziano a crescere senza controllo, come se fossero impazzite.

In particolare, quelle che si ammalano con maggior frequenza sono quelle ghiandolari, ovvero le cellule che hanno il compito di produrre il fluido che trasporta gli spermatozoi. In termini medici, questa forma si chiama adenocarcinoma. Più remota è invece la possibilità che si manifestino altre forme quali sarcoma o microcitoma.

Lo stadio iniziale è spesso asintomatico ed è difficile arrivare a una diagnosi precoce. Quando invece la neoplasia cresce, inizia a creare problemi, soprattutto alle basse vie urinarie.

Alcuni di questi sintomi sono quelli che abbiamo già imparato a conoscere come espressione dell’ipertrofia prostatica benigna (IPB), ovvero dell’ingrossamento anomalo della ghiandola: stimolo frequente alla minzione, mancanza di flusso urinario, dolori e bruciori. Purtroppo questi segni sono sovrapponibili anche al tumore e non specifici. Addirittura possono essere espressione anche di un terzo problema diffuso a carico dell’apparato urinario e riproduttivo: la prostatite.

Ci sono poi alcuni campanelli d’allarme, spesso più tardivi, che puoi riconoscere come rischiosi. Vediamo quali sono.

Ci sono altri segnali da monitorare?

Se è vero che alcuni sintomi del tumore alla prostata non sono peculiari e distinguibili perché comuni a quelli delle sindromi delle basse vie urinarie, ci sono altre spie da tenere monitorate per valutare quando è opportuno rivolgersi a uno specialista e dare il via a una serie di esami specifici.

Più la malattia si colloca in uno stato avanzato, più questi disturbi diventano pesanti. Eccoli:

  • disfunzioni sessuali, con difficoltà ad avere un’erezione;
  • dolore durante il rapporto, in particolare nella fase dell’eiaculazione;
  • mal di schiena, di bacino e fianchi;
  • debolezza agli arti inferiori;
  • perdita del controllo della vescica o dell’intestino;
  • stanchezza persistente, perdita di appetito e malessere generale.

Un PSA alto è indice di tumore alla prostata?

Quando si parla di prostata, un indicatore che spesso viene citato è il valore del PSA. L’acronimo indica l’antigene, cioè una proteina prodotta dalle cellule della ghiandola. Con un esame del sangue si può misurarne la presenza.

I livelli di questo enzima sono spesso alti nei pazienti che hanno una neoplasia. Questo tipo di indicazione non è risolutiva, perché – viceversa – un’alta concentrazione ematica di PSA non è necessariamente associata solo al tumore ma si può riscontrare, per esempio, anche in caso di infezione.

Nonostante il dibattito scientifico tra esperti in questo ambito non sia del tutto concluso, oggi la maggior parte dei clinici è concorde nel ritenere questo marker come un indicatore generico di problemi che interessano la prostata.

Prostatite e ingrossamento della ghiandola sono anticamera del cancro?

Non c’è correlazione accertata tra prostatite (infiammazione causata da batteri) e ipertrofia (ingrossamento) benigna e tumore. E’ possibile che una persona con una o entrambe queste situazioni possa sviluppare anche un tumore.

Per questo motivo, dopo i 50 anni è consigliabile svolgere periodicamente controlli del sistema urinario e riproduttivo maschile.

L’eventuale controllo del PSA può essere indicato per i soggetti a rischio, per storia familiare o per la presenza di fattori predisponenti (età, peso, abitudine al fumo, etc). Dopo aver raccolto questo esito, al medico serviranno altri accertamenti per fare una diagnosi approfondita.

Quali accertamenti servono per sapere se ai sintomi corrisponde un tumore?

Una volta acquisita l’informazione sul dosaggio dell’antigene specifico della prostata (PSA), l’urologo propone al paziente alcuni esami utili a inquadrare la situazione.

La conferma definitiva può arrivare solo da una biopsia alla prostata che sarà preceduta da:

  • esplorazione digito rettale: con apposita lubrificazione, si introduce un dito nel retto per valutare la prostata e i tessuti circostanti e individuare la presenza di eventuali noduli;
  • ecografia transrettale: inserendo una sonda nel retto, si può avere un’immagine dell’organo che ne visualizzi dimensione e la presenza di noduli dovuti a calcoli. Si può anche visualizzare la presenza di eventuali altre masse circostanti.

La certezza diagnostica, come si diceva, arriva solo dalla biopsia. Il paziente viene sedato perché la procedura è dolorosa. L’esame di svolge con guida ecografica. Consiste nell’introduzione di un ago sottile per via transrettale con l’obiettivo di prelevare un campione di tessuto.

Non essendo possibile sapere l’esatta ubicazione dell’eventuale lesione, si esegue di fatto un mapping prostatico, ovvero si asportano fino a una ventina di piccoli frustoli secondo uno schema ben definito. Il campione è quindi analizzato dal patologo al microscopio alla ricerca di eventuali cellule tumorali.

Quanto è diffuso il tumore alla prostata?

Secondo i dati dell’Associazione italiana oncologia medica [1], è la neoplasia più diffusa nella popolazione maschile (18,1 per cento). Per fortuna, il rischio che questa malattia porti alla morte è molto basso, soprattutto quando la diagnosi è precoce. Dopo cinque anni, secondo le statistiche, il 92 per cento dei pazienti ammalati era ancora vivo, un numero sicuramente rilevante se si tiene conto anche dell’ età media avanzata dei pazienti.

Quali sono le persone più a rischio?

Come per gli altri tumori, non si conoscono con precisione le cause per cui le cellule di un organo impazziscono, sviluppando la malattia. Sono però stati identificati alcuni fattori di rischio.

Alcuni di essi non sono modificabili. In particolare, su due è importante porre attenzione:

  • età: le possibilità di ammalarsi sono scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni e ancora di più negli over 65;
  • familiarità: avere un consanguineo (padre e fratelli in primis) con tumore raddoppia il rischio di ammalarsi.

Abitudine al fumo, sedentarietà, regime alimentare, sovrappeso ed esposizione a sostanze tossiche possono invece essere modificati.

Attenzione: trovarsi nelle condizioni di avere uno o più di questi fattori non è indice matematico di malattia; aumenta solo le probabilità che una persona la possa sviluppare ma non rende la possibilità certa. Viceversa, ci sono casi documentati di insorgenza di tumore, anche alla prostata, in soggetti che non presentavano le caratteristiche elencate.

È comunque raccomandato mantenere uno stile di vita sano, seguendo un’alimentazione equilibrata, astenersi dal fumo e svolgere una moderata attività fisica.

Se hai più di 50 anni, non dimenticarti di fare controlli periodici, soprattutto in presenza dei sintomi evidenziati.

Una diagnosi tempestiva è fondamentale per avere buone chance di combattere il tumore alla prostata.

La donazione di sangue: requisiti e controindicazioni

Posted on : 14-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Il sangue è un bene prezioso e insostituibile e la donazione di sangue, atto volontario che viene effettuato in maniera gratuita e anonima, costituisce l’unica fonte per ottenerlo in caso di necessità.

Talvolta slanci di generosità, come per esempio decidere di donare il sangue, vengono frenati da mille interrogativi. Potrò donare il sangue? Cosa può succedermi durante o dopo la donazione di sangue? Che fine farà il mio sangue? Posso avere infezioni o malattie a seguito di una donazione? In questo articolo ti spiegheremo come avviene la donazione di sanguerequisiti e controindicazioni per aiutare a compiere consapevolmente una scelta altruistica.

Il sangue

Il sangue è un tessuto costituito da una:

  • parte fluida chiamata plasma che contiene, disciolte nell’acqua, diversi componenti quali proteine, enzimi, sali minerale, anticorpi;
  • parte corpuscolata: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine.

I globuli rossi presentano sulla superficie degli antigeni che permettono la suddivisione in gruppi: 0, A, B, AB. Un’ulteriore suddivisione viene effettuata in base al sistema Rh (+/-).

Il sangue viene pompato dal cuore e circola nel nostro corpo all’interno dei vasi arteriosi e venosi, ha la funzione di:

  • trasportare l’ossigeno, necessario per la funzionalità di tutte le cellule del nostro corpo, dai polmoni ai tessuti;
  • trasportare l’anidride carbonica, prodotto di scarto dell’attività cellulare, dai tessuti al polmone per poter essere eliminata;
  • distribuire ai diversi organi, in base alla necessità e alla funzione, sostanze nutritizie (glucosio), prodotti del catabolismo (urea), anticorpi, cellule e fattori responsabili della coagulazione del sangue;
  • garantire il pH e regolare la composizione di elettroliti (sodio, potassio, cloro).

Nell’individuo adulto la quantità di sangue circolante corrisponde circa all’8% del peso corporeo, una riduzione del volume ematico, sia acuta che cronica, è mal tollerata dall’organismo e necessita di un rapido reintegro.

La donazione di sangue

La donazione è un atto di generosità, ma è necessario accertare le condizioni di salute del donatore per salvaguardare la sua salute ed evitare la trasmissione di malattie infettive.

Prima di poter effettuare una donazione di sangue è necessario:

  • effettuare un colloquio con un medico del centro trasfusionale per una valutazione clinica;
  • compilare un questionario anamnestico, identico in tutto il territorio nazionale, che contiene domande su eventuali malattie, terapie assunte, vaccinazioni eseguite, uso/abuso di alcol o sostanze stupefacenti, viaggi all’estero, possibile esposizione a malattie trasmissibili con il sangue (epatite, HIV);
  • sottoporsi, presso il centro trasfusionale, ad accertamenti ematochimici volti alla sicurezza del donatore e del ricevente: determinazione del gruppo sanguigno e del fattore Rh, esame emocromocitometrico, esami per verificare l’infezione da HBV, HCV, HIV, sifilide.

Il donatore abituale viene sottoposto, una volta all’anno, ad esami per accertare il suo stato di salute (glicemia, creatinina, colesterolo, trigliceridi, transaminasi, ferritina, proteine totali). Il prelievo viene eseguito su una vena del braccio, viene utilizzato materiale sterile e monouso per cui non esiste nessun rischio infettivo.

La donazione di sangue: requisiti

La donazione di sangue può essere effettuata da chiunque sia in possesso dei requisiti relativi a:

  • età: possono donare il sangue individui di età compresa tra i 18 e i 65 anni. A discrezione del medico del centro trasfusionale si può donare il sangue fino a 70 anni oppure effettuare la prima donazione dopo i 60 anni, tuttavia in queste condizioni il paziente non deve essere affetto da ipertensione arteriosa in terapia o dislipidemia e non deve avere problemi cardiologici e presentare un elettrocardiogramma (ECG) normale;
  • peso: il peso del donatore non può essere inferiore a 50 kg.

Il donatore deve essere in buone condizioni di salute, si valuta:

  • la pressione arteriosa:
    • sistolica (valore massimo) fino a 180 mmHg;
    • diastolica (valore minimo) fino a 100 mmHg;
    • polso arterioso ritmico con una frequenza tra 50 e 100 battiti al minuto.
  • il valore di emoglobina deve essere pari a:
    • 12,5 gr/dl per le donne;
    • 13,5 gr/dl per gli uomini;
  • i valori di ferritina (depositi di ferro dell’organismo) devono essere nella norma.

La donazione di sangue non necessita di una preparazione specifica, si consiglia di non effettuare sforzi eccessivi o pasti abbondanti il giorno precedente e di non fumare il giorno della donazione. Per la donazione non è richiesto il digiuno, ma si consiglia di effettuare una colazione leggera con caffè o thè o succhi di frutti, biscotti secchi o fette biscottate, frutta e/o marmellata o miele. È preferibile evitare latte e cibi contenenti grassi in genere.

È buona norma bere un quantitativo d’acqua tale da essere idratati. Alle donne si consiglia di donare il sangue tra il 10° e il 21° giorno del ciclo mestruale e se effettuano una terapia anticoncezionale non devono sospendere la dose quotidiana.

Caratteristiche della donazione di sangue intero:

  • dura dai 5 ai 10 minuti;
  • la quantità prelevata (450 ml) è tale da permettere la preparazione dei componenti ematici e al tempo stesso non arrecare danno o pericolo per il donatore;
  • gli uomini possono effettuare donazioni di sangue ogni 90 giorni (massimo quattro all’anno);
  • le donne in età fertile possono donare il sangue ogni sei mesi (massimo due all’anno).

Durante il prelievo possono presentarsi effetti collaterali quali calo pressorio e svenimento. Il sangue prelevato viene suddiviso nei suoi componenti (plasma, globuli rossi, piastrine).

La donazione di plasma: requisiti

La donazione di plasma (plasmaferesi) consiste nella donazione della sola parte liquida del sangue (plasma), mentre la parte corpuscolata (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) viene reintegrata al donatore. Per la donazione di plasma viene utilizzata un’apparecchiatura particolare (separatore cellulare) che separa il plasma e lo raccoglie in sacche particolari.

I requisiti per la plasmaferesi sono:

  • età: compresa fra 18 e 60 anni;
  • peso: almeno 50 kg.

La plasmaferesi possono effettuarla, purché in buone condizioni di salute, anche coloro che hanno valori di emoglobina non compatibili per una donazione di sangue intero oppure chi è affetto da anemia mediterranea, ciò è possibile perché con la plasmaferesi i globuli rossi, che contengono l’emoglobina, vengono reintegrati al donatore per cui la donazione non comporta alcun problema.

Caratteristiche della plasmaferesi:

  • la donazione dura circa 50 minuti;
  • vengono prelevati 730 ml per ogni seduta;
  • tra due donazioni di plasma devono necessariamente passare minimo 14 giorni;
  • l’intervallo di tempo tra la donazione di plasma e una successiva donazione di sangue intero è di 14 giorni;
  • se si effettua una donazione di sangue intero è necessario far passare un mese prima di poter donare il plasma;
  • in presenza di valori di emoglobina inferiori alla norma l’intervallo di tempo richiesto tra due donazioni di plasma è di 90 giorni.

Il plasma raccolto durante la plasmaferesi viene congelato immediatamente e può essere conservato fino a 12 mesi, viene utilizzato a scopo clinico solo in minima parte, prevalentemente viene utilizzato per la produzione di farmaci plasmaderivati (albumina, immunoglobuline, fibrinogeno, fattori della coagulazione).

La donazione di piastrine: requisiti

La donazione di piastrine (citoaferesi) consiste nel prelievo esclusivamente delle piastrine, ciò è reso possibile da una macchina che effettua una separazione (aferesi) delle piastrine dagli altri componenti del sangue.

Le caratteristiche dell’aferesi delle piastrine sono:

  • vengono prelevati 250cc di sangue per volta;
  • la donazione dura circa un’ora;
  • tra due donazioni di piastrine devono trascorrere minimo 14 giorni.

Requisiti necessari per la donazione di piastrine:

  • non aver avuto gravidanze;
  • non aver ricevuto trasfusioni;
  • conta piastrinica di almeno 200.000/microlitro.

Le piastrine devono essere utilizzate entro cinque giorni dal prelievo, vengono utilizzate in pazienti affetti da patologie della coagulazione o piastrinopenici.

La donazione di sangue: controindicazioni

Alcune condizioni, fisiologiche o patologiche, costituiscono delle controindicazioni alla donazione di sangue e rendono il soggetto non idoneo:

  • le donne non possono donare il sangue in gravidanza, nel corso di mestruazioni abbondanti, non prima di sei mesi dal parto o da un aborto spontaneo o volontario, durante l’allattamento;
  • agopuntura: per poter donare è necessaria la certificazione del medico che attesti l’utilizzo di materiale sterile e monouso. In caso contrario è necessario attendere quattro mesi dall’ultimo trattamento;
  • piercing, tatuaggio o foratura dei lobi: si può donare se sono trascorsi quattro mesi dalla procedura;
  • l’uso di sostanze e l’abuso di alcol rende il soggetto non idoneo alla donazione;
  • i pazienti affetti da cardiopatia, da tumori o da malattie croniche (lupus eritematoso sistemico LES, rettocolite ulcerosa, artrite reumatoide, morbo di Crohn) non sono ammessi alla donazione;
  • pazienti positivi per l’HIV, virus dell’epatite B e C, per la sifilide non possono donare il sangue.

La donazione di sangue e farmaci

Le terapie farmacologiche assunte in maniera continuativa devono essere vagliate caso per caso:

  • diabete: la terapia con insulina rappresenta una controindicazione assoluta. Si può donare il sangue in caso di diabete senza complicanze tenuto sotto controllo con la dieta o con farmaci assunti per bocca;
  • la pillola contraccettiva non costituisce una controindicazione;
  • farmaci antipertensivi: si è idonei se i valori pressori sono nella norma;
  • farmaci per ridurre il colesterolo: non rappresentano una controindicazione;
  • acido acetilsalicilico (aspirina): non si possono donare le piastrine ma solo plasma e globuli rossi;
  • antibiotici: devono essere trascorsi minimo quindici giorni dal termine della terapia antibiotica;
  • antidepressivi: non è possibile donare il sangue;
  • cortisone: si è idonei quindici giorni dopo l’ultima somministrazione;
  • farmaci per l’acne grave (isotretinoina Aisoskin/Roaccutan) e per l’ipertrofia protatica benigna (finasteride Prostide): si può donare il sangue se è trascorso un mese dall’ultima somministrazione;
  • farmaci per la psoriasi grave (retinoidi Neotigason) costituiscono un’inidoneità permanente.

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Il diabete e le malattie renali

Posted on : 13-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Diabete: tutto quello che dovresti sapere sulla malattia del metabolismo più diffusa al mondo e sulle sue complicanze renali.

Hai il diabete? Hai sentito parlare delle malattie renali che può provocare? Il diabete mellito è una malattia che nel tempo è diventata sempre più frequente in tutte le parti del mondo. Sono molti gli organi e gli apparati che nel tempo vengono danneggiati e alla fine sviluppano nuove malattie. Il diabete e le malattie renali è uno dei maggiori problemi che si possono avere negli anni perché può diventare una condizione potenzialmente pericolosa per la salute generale e per la vita ed è l’argomento di cui cercherò di parlarti in questo articolo.

Cos’è il diabete

Il diabete mellito, o più semplicemente diabete, è una malattia del metabolismo, cioè che ha a che fare con la gestione dell’energia e delle sostanze nutritive da parte del nostro organismo. Si tratta di una patologia molto diffusa; si stima che nel mondo ci siano circa 346 milioni di persone che ne sono affette e i numeri sono in costante aumento. Il diabete mellito è una patologia caratterizzata dalla presenza di un livello costantemente elevato di glucosio nel sangue. Il livello di glucosio nel sangue è anche detto glicemia, quindi le persone con il diabete hanno la glicemia elevata.

Esistono vari tipi di diabete mellito; i più comuni sono:

  • diabete mellito di tipo 1: è la forma di diabete tipica dei giovani. L’esordio della malattia di solito avviene nell’infanzia o comunque prima dei 20 anni. L’esordio è giovanile perché si tratta di una malattia autoimmune, è presente cioè una predisposizione genetica allo sviluppo della malattia;
  • diabete mellito di tipo 2: è la forma di diabete tipica degli adulti. In questo caso la malattia esordisce di solito dopo i 40 anni e in maniera più graduale. Questa è la forma più comune ed è quella di cui ti parlerò maggiormente nel dettaglio;
  • diabete gestazionale: è la forma di diabete che colpisce le donne in gravidanza ed è quindi importante riconoscerla perché potrebbe avere effetti anche sul feto.

Le cause del diabete

Il diabete mellito è causato da un ridotto effetto dell’insulina, cioè un ormone coinvolto nel metabolismo energetico che produce livelli di glucosio costantemente elevati nel sangue. L’insulina è un ormone prodotto dalle cellule beta del pancreas e serve principalmente a permettere il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule, dove potrà essere consumato per produrre energia. Se manca l’insulina, il glucosio tende a rimanere nel sangue senza raggiungere le cellule.

Nel diabete mellito di tipo 1, il deficit di insulina si ha perché l’organismo mette in atto una reazione autoimmunitaria nei confronti delle cellule beta del pancreas: per motivi ancora non del tutto chiariti, il nostro sistema immunitario riconosce come elementi estranei le nostre cellule beta e quindi le attacca distruggendole e provocando il diabete.

Il diabete mellito di tipo 2 è causato da insulino-resistenza e da disfunzione delle cellule beta:

  • insulino-resistenza: è la resistenza dei tessuti all’attività dell’insulina. Questo vuol dire che, per ottenere il normale effetto dell’insulina, è necessaria la produzione di una quantità molto maggiore dell’ormone. L’insulino-resistenza è legata ad una dieta ricca di grassi animali, all’obesità, alla mancanza di esercizio fisico, all’ipertensione, all’infiammazione e alla familiarità;
  • disfunzione delle cellule beta: è dovuta all’effetto tossico dei livelli elevati di glucosio e di grassi nel sangue ma anche allo stress dato dall’insulino-resistenza. Con l’insulino-resistenza, infatti, le cellule beta sono costrette a produrre molta insulina, a lungo termine non riescono a sostenere questa produzione e vanno incontro a morte.

Il diabete gestazionale è causato da fattori ormonali perché gli ormoni in gravidanza inducono uno stato di insulino-resistenza temporaneo e quindi si tratta di un diabete reversibile. Quindi in gravidanza possono esserci livelli più alti di insulina e questo può causare la nascita di neonati macrosomici (cioè con un peso alla nascita maggiore di 4-4,5 kg) che sono predisposti a sviluppare un diabete mellito di tipo 2 in età adulta.

Come sono danneggiati gli organi nel diabete

Come fanno i livelli elevati di glucosio ad essere dannosi per il tuo corpo? Nel diabete i livelli elevati di glucosio sono controproducenti a lungo termine per vari motivi.

Il glucosio elevato tende a formare i cosiddetti prodotti finali della glicosilazione avanzata: in parole più semplici, il glucosio in eccesso si lega a tutte le proteine delle cellule e in questo modo provoca un loro malfunzionamento. Inoltre, il glucosio elevato aumenta lo stress ossidativo: vuol dire che determina un aumento di molecole che hanno un effetto ossidante e che quindi favoriscono l’infiammazione.

Un altro effetto del glucosio elevato, causato dall’attivazione di complesse vie metaboliche, è l’aumento dell’attività procoagulante: vuol dire che aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari legate ad un’aumentata coagulazione come l’infarto. Tutti questi fattori dannosi contribuiscono a danneggiare in particolar modo la parete dei vasi sanguigni. Si parla di macroangiopatia diabetica per descrivere il danno a carico dei vasi più grandi e di microangiopatia diabetica per descrivere il danno sui vasi più piccoli. Queste due alterazioni sono responsabili delle principali complicanze legate al diabete, tra cui le malattie renali.

Quali sono i sintomi del diabete?

Credi di avere il diabete? Indipendentemente dal tipo di diabete mellito, i sintomi sono sempre uguali. Un modo pratico per ricordarli è quello di memorizzare la “regola delle tre P“: poliuria, polidipsia e polifagia.

La poliuria è un anomalo aumento del volume di urina prodotto, questo sintomo è dovuto alla presenza di livelli elevati di glucosio nel sangue: il glucosio normalmente non viene eliminato per via renale, ma nel diabete ha una concentrazione troppo elevata nel sangue e quindi ne viene eliminata una parte con le urine. Il glucosio nelle urine tende a richiamare ulteriore acqua dal sangue e per questo motivo il volume complessivo delle urine aumenta.

La polidipsia è l’aumentata sensazione di sete. Questo sintomo è la diretta conseguenza della poliuria: se aumenta il volume delle urine, il tuo organismo tenderà a disidratarsi e per questo motivo aumenterà lo stimolo della sete. L’organismo cercherà quindi di compensare la perdita di acqua aumentandone l’introito.

La polifagia è l’aumento del consumo di cibo: questo sintomo è dovuto alla mancanza di insulina. In parole più semplici, il glucosio è presente in concentrazione elevata nel sangue ma se manca l’insulina non può entrare nelle cellule dove rimane quindi molto poco rappresentato. Perciò le cellule soffrono la mancanza di glucosio e l’organismo è spinto a introdurre cibo per risolvere il problema.

Diagnosi di diabete

Se credi di avere i sintomi appena descritti, dovresti approfondire eseguendo degli esami del sangue per escludere il diabete. La diagnosi di diabete mellito, infatti, si fa misurando il glucosio nel sangue. Il glucosio nel sangue a digiuno è ritenuto normale per valori tra 70 mg/dL e 120 mg/dL.

La diagnosi di diabete mellito è possibile in:

  • persone che hanno una glicemia a digiuno maggiore di 126 mg/dL misurata in almeno due momenti diversi;
  • persone che hanno una glicemia misurata in un momento casuale maggiore di 200 mg/dL (in presenza di sintomi dovuti a iperglicemia);
  • persone con glicemia maggiore di 200 mg/dL in seguito ad un test di carico di glucosio (è un test in cui vengono assunti 75g di glucosio e vengono effettuate delle misurazioni della glicemia ripetute nelle ore successive);
  • persone con livelli di emoglobina glicata maggiore del 6,5% (l’emoglobina glicata è un indicatore di diabete: i livelli elevati di glicemia fanno sì che il glucosio si leghi alla normale emoglobina producendo l’emoglobina glicata).

Complicanze del diabete e malattie renali

Le complicanze del diabete sono molto numerose e varie. Le principali complicanze acute sono:

  • la chetoacidosi diabetica che è caratterizzata da nausea, vomito, difficoltà respiratorie e dolore addominale;
  • la sindrome iperosmolare caratterizzata da stato di confusione, disorientamento, convulsioni, coma;
  • l’ipoglicemia caratterizzata da annebbiamento della vista, sudorazione, capogiri, confusione, coma.

Queste condizioni sono potenzialmente pericolose per la vita.

Le principali complicanze croniche sono:

  • le malattie vascolari (infarto, ictus);
  • la neuropatia diabetica che è caratterizzata da diminuzione della sensibilità alle estremità del corpo e altri sintomi neurologici;
  • la retinopatia diabetica e la cataratta che sono caratterizzate da progressiva perdita della vista;
  • le malattie renali: una delle principali complicanze del diabete.

Il rene subisce un importante danno nel tempo con il diabete soprattutto a causa della microangiopatia diabetica. Dopo circa 20 anni dall’esordio del diabete, si può sviluppare una nefropatia diabetica: il rene è costretto a “fare gli straordinari” per gestire i livelli elevati di glucosio nel sangue, ma a lungo termine non riesce più a compensare e sviluppa delle lesioni che nel tempo portano all’insufficienza renale cronica.

All’inizio la nefropatia diabetica causa solo la presenza di un livello elevato di proteine nelle urine, ma più avanti causa edema generalizzato (cioè un rigonfiamento generalizzato di tutto il corpo), trombofilia (cioè aumentato rischio di avere malattie legate alla coagulazione del sangue come l’infarto) e infine può rendere necessario un trapianto di rene.

Terapia del diabete e implicazioni legali

Per gestire la terapia del diabete, dovresti rivolgerti al tuo medico di famiglia o direttamente ad uno specialista in endocrinologia e malattie del metabolismo. La terapia del diabete è basata su una dieta con ridotti livelli di zuccheri e grassi, su farmaci ipoglicemizzanti orali (ad esempio la merformina), sull’uso di insulina iniettabile.

Il mio consiglio per evitare l’insorgenza di complicanze e, in particolare, di malattie renali legate al diabete è quello di seguire la terapia che ti sarà prescritta in maniera meticolosa, di mangiare in modo sano e senza saltare i pasti e di fare un po’ di sano esercizio fisico.

Dal punto di vista legale, dovresti sapere che le persone con diabete mellito (indipendentemente dal tipo di diabete) hanno in codice esenzione 013 che prevede, tra le altre cose, visite specialistiche e prestazioni gratuite (analisi del sangue, analisi delle urine, ECG, ecografia addominale, etc.). Inoltre, le persone affette da diabete possono avere un’invalidità riconosciuta tra il 41% e il 100% e usufruire dei vantaggi della legge 104/92.

Come prepararsi psicologicamente al parto

Posted on : 13-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Come affrontare l’arrivo di un bebè? In questo articolo potrai trovare consigli utili per vivere serenamente il periodo della gravidanza e del parto.

Stai per avere un/a bambino/a e ti senti sopraffatto/a da innumerevoli emozioni? Sei travolto/a da mille “se” e non riesci a trovare le risposte giuste alle tue perplessità? Niente paura, tutto ciò è comprensibile. Non farti prendere dal panico. L’arrivo di una nuova vita è sempre un momento carico di emozioni (gioia, ansia, timore) da affrontare con consapevolezza e serenità. Come prepararsi psicologicamente al parto? Esistono percorsi di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità che possono aiutarti a vivere con tranquillità la gravidanza e stimolare le tue competenze genitoriali. Hai paura di non essere all’altezza della situazione? Temi di non riuscire ad essere una brava mamma o un bravo papà? Ricorda che non esiste nessun manuale sull’argomento. E’ solo lungo il percorso con il/la tuo/a bambino/a che imparerai ad essere un bravo genitore. E se il lavoro dovesse strapparti via troppo tempo e non riuscissi a condividere momenti irripetibili con il tuo piccolo? Magari sei una futura mamma lavoratrice o un padre lavoratore ed i tuoi timori si estendono anche sul piano professionale. Con molta probabilità ti stai domandando come inciderà l’arrivo di un neonato sulla tua professione. Prima di preoccuparti inutilmente, devi sapere che la legge tutela la maternità e la paternità. Avrai sicuramente sentito parlare del congedo parentale [1], un periodo di astensione dal lavoro riconosciuto alla lavoratrice madre e al lavoratore padre. Lo scopo è garantire al bambino un’assistenza adeguata nei primi anni di vita e soddisfare i suoi bisogni affettivi e relazionali. Inoltre, la legge stabilisce che l’azienda non può intimare il licenziamento della lavoratrice madre dall’inizio della gravidanza e fino al compimento di un anno d’età del bambino; del padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per tutta la durata del congedo e fino al compimento di un anno d’età del bambino; a seguito del congedo per malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore. Dunque, non farti assalire da ulteriori dubbi o paure e preparati ad affrontare al meglio la gravidanza e ad accogliere in piena serenità il tuo bebè.

Per saperne di più, abbiamo intervistato la dr.ssa Cecilia Gioia, psicologa esperta in perinatalità, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e presidente Associazione di Volontariato “MammacheMamme”.

Come prepararsi psicologicamente al parto?

Oggi più che mai nei genitori in attesa è evidente la difficoltà di sostare nei nove mesi di gravidanza, rallentando i propri ritmi quotidiani per nutrirsi di un tempo non tempo dove l’utero e la mente creano uno spazio accogliente per il loro bambino. Ecco perché è estremamente utile, per le mamme ed i papà, prendersi cura di questi nove mesi di endogestazione per fare spazio, fisico e mentale, ad un processo dinamico che racconta i bisogni e l’identità della coppia.

Come vive la donna l’esperienza del parto?

Noi donne siamo straordinariamente flessibili, tanto da diventare “casa” e “nutrimento” per nove mesi della nostra vita. In alcuni casi, questa convivenza si rivela un periodo non semplice che racconta quanto sia delicato questo periodo di “conoscenza” e “adattamento”. Nei percorsi di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità che conduco, raccolgo quotidianamente storie di mamme che condividono il loro modo di “fare spazio” ai tempi dell’attesa. Dai loro racconti colgo spesso la difficoltà a legittimarsi una maternità non sempre vissuta nelle modalità proposte da una società spesso poco attenta. Le mamme necessitano di un loro tempo, accogliente e morbido come il loro corpo, che gradualmente si trasforma per accogliere. E allora “fare spazio” diventa un momento consapevole perché accettato nelle sue differenze e la mamma, se lasciata libera di scegliere, può godere di questa trasformazione perché portatrice di competenze e di vita.

Come incide sulla psiche la trasformazione del proprio corpo durante la gravidanza?

Vivere consapevolmente i tempi della gravidanza accompagna la donna in un processo di cambiamento psicofisico trasformando ogni momento in una risorsa da cui attingere nel post-partum. Gli ormoni giocano un ruolo attivo in questo processo di trasformazione agendo da modulatori delle emozioni. Grazie agli estrogeni la donna diventa “morbida” e fa spazio con la mente e con il corpo per accogliere il suo bambino, mentre il progesterone rallenta i suoi ritmi “insegnandole” a sostare in questo tempo di attesa. Alcune volte è faticoso mettersi in ascolto “attivo” del proprio corpo, non assecondando i bisogni fisiologici della gravidanza. Questo incide significativamente sulla produzione dei due ormoni, inibendo o rallentando i benefici sopraelencati. Ascoltarsi in ogni momento della giornata favorisce il contatto interiore per nutrire e nutrirsi di emozioni.

Come vive l’uomo i tempi dell’attesa?

Padri non si nasce, ma si diventa in un percorso dinamico e sorprendente dove mettersi in gioco fornisce le basi solide per una paternità consapevole. Ai papà è necessario fornire spazi per condividere storie, esperienze, aspettative e timori, perché l’endogestazione di un figlio, periodo spesso attribuito solo alle mamme, appartiene anche ai papà.

Come affrontare la paura del parto?

Affrontare il dolore fa paura e pensare di sostenerlo tante ore mette alla prova la propria forza individuale. Tutto questo mobilita le risorse psichiche della donna, slatentizzandone la storia personale e suoi ricordi e avvicinandola ai suoi limiti sino a darle l’impressione di non avere più risorse. Questo momento coincide con l’abbandono e la resa, in più rappresenta il superamento dei suoi limiti e porta alla progressione del parto, alla nascita e alla trasformazione dello status sociale e personale di donna. Il dolore quindi si trasforma in passaggio e scoperta che incrementa la forza personale attraverso l’esperienza del limite, favorendo la crescita necessaria per poter diventare madre.

In cosa consistono i corsi di preparazione al parto? Possono essere d’aiuto per superare i propri timori?

I percorsi di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità sono un’opportunità per stimolare le competenze genitoriali e restare in contatto con le emozioni della gravidanza. E’ necessario “fare spazio” attraverso la narrazione e il confronto con le altre coppie in un luogo accogliente e morbido come le pance delle mamme. Il percorso di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità diventa un tempo da abitare sin dalla 16° settimana di gestazione senza sentirsi giudicati, in cui è possibile autorizzarsi le emozioni, spesso rinnegate o inibite. Uno spazio dove la circolarità prende forma armonizzando pensieri e respiri, un luogo che facilita trasformazioni attraverso il “sentire” e il “fare” nel gruppo attivando processi evolutivi e stabilendo relazioni efficaci. Il mio obiettivo primario durante questi percorsi è offrire un’occasione di incontro per i neogenitori per promuovere consapevolezza delle proprie competenze genitoriali attraverso l’ascolto, il contenimento e la successiva restituzione. Questi sono strumenti che creano uno spazio psichico in cui i genitori si sentono liberi di riconoscersi nel loro valore di coppia in attesa. Per “fare spazio” all’imprevedibile occorre imparare a nutrire una relazione di coppia che permetterà al bambino di entrare in uno spazio “sufficientemente buono” dove è più semplice differenziarsi e crescere. Quando nasce un bambino nascono una mamma e un papà. Gli incontri di un percorso di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità si trasformano ogni volta in braccia accoglienti ed emozioni in contatto dove le paure si raccontano nell’espressione più profonda, dove le mamme e i papà possono riconoscersi attraverso i loro racconti, in un ponte che unisce la vita passata e futura dei neogenitori.

Se la futura mamma volesse il compagno in sala parto e lui preferisse aspettare fuori?

L’esperienza della nascita rappresenta una tappa fondamentale nella vita della coppia, ma non sempre tutto questo viene vissuto insieme. Storicamente l’uomo è stato escluso dall’evento nascita, solo negli ultimi decenni l’uomo e la donna possono condividere le emozioni del travaglio e del parto. Nella mia personale esperienza di psicologa che assiste in sala parto le nascite, i papà che inizialmente rifiutano di essere presenti al parto, alla fine del percorso di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità, non solo scelgono di essere al fianco della donna, ma si riconoscono parte attiva per sostenere e accogliere la nascita. E’ importante ricordare che la presenza del padre deve essere il frutto di una scelta e non di un’imposizione, ecco perché è fondamentale la mediazione della coppia genitoriale affinché ogni scelta sia frutto di un confronto aperto e rispettoso.

Quali sono i più frequenti fattori di stress durante la gravidanza?

La gravidanza è un momento particolarmente delicato della vita di una donna, i tempi e il funzionamento della nostra società spesso non agevolano le future madri anzi alimentano situazioni di stress. Lo stress è un’attivazione fisiologica che percepiamo quando proviamo a fronteggiare particolari eventi ambientali chiamati stressors. Nella sindrome di adattamento generale, si individuano 3 diverse fasi. Nella prima, detta “di allarme”, l’individuo reagisce agli stressors attraverso l’attivazione del sistema simpatico, aumentando: la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, l’attività respiratoria, le secrezioni endocrine, la sudorazione, la temperatura corporea e la tensione muscolare. Nella seconda fase, detta di “mantenimento”, il corpo si prepara ad affrontare la situazione stressante spegnendo i sintomi della prima fase. Nella terza fase, chiamata di “esaurimento”, se gli eventi stressanti persistono, si assiste ad un crollo delle difese con sintomi quali: disturbi del sonno, astenia e abbassamento delle difese immunitarie. Durante la gravidanza una piccola dose di stress è del tutto normale e non comporta conseguenze significative. Diversa è una condizione di stress cronico che implica una stimolazione continua dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con conseguente secrezione del cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, che se presente in grandi quantità potrebbe avere effetti negativi sulla gravidanza e sulla salute del bambino.

Lo stress della futura mamma può nuocere al feto ed influire negativamente in futuro sul comportamento del bambino?

Lo stress materno durante il periodo di endogestazione aumenta nel bambino il rischio di sviluppare malattie neuropsichiatriche, cardiovascolari e metaboliche in età avanzata. Il cortisolo è stato indicato come il principale mediatore dello stress materno al feto a causa della sua natura lipofila che favorisce il passaggio transplacentare, incidendo negativamente sullo sviluppo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene del feto, asse principale per la gestione dello stress. Il mondo della ricerca ha ulteriormente approfondito l’effetto di altri mediatori responsabili del trasferimento dello stress materno al feto come le catecolamine, in particolare adrenalina e noradrenalina. Questi ormoni non riescono ad oltrepassare la barriera placentare, ma agiscono tramite il flusso sanguigno come vasocostrittori sulle arterie uterine, riducendo dunque l’afflusso di sangue all’utero. In base a tali scoperte, emerge l’importanza di sviluppare interventi di prevenzione primaria per fornire  una maggiore assistenza alle donne in gravidanza, garantendo un supporto emotivo e strumenti per gestire lo stress psicologico quali le tecniche di rilassamento, la mindfulness e la psicoterapia.

Cosmetici ecobio: cosa sono

Posted on : 12-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Quando il “bio” si sposa con l’ecologia la cosmesi assume elevati standard di qualità a prova di certificazione.

E’ una “questione di feeling” si usa dire per tentare di spiegare quelle sensazioni a pelle che ci fanno da guida nelle percezioni. Se, dalla dimensione empatica si passa a quella puramente sensoriale, la pelle può essere un importante veicolo di trasmissione non solo di sensazioni. La nostra pelle è infatti una sorta di spugna gigante in grado di assorbire qualsiasi cosa, per poi veicolarla nel flusso sanguigno. Se anche tu tieni alla tua epidermide, e vuoi saperne di più in tema di cosmesi, ti domanderai cosmetici ecobio: cosa sono? Sarai così più consapevole di cosa ti stai per spalmare addosso, evitando situazioni a rischio.  Messa così, la questione non potrà che riscuotere un po’ del tuo interesse, indipendentemente dal fatto che tu sia un uomo o una donna. Certo le signore in fatto di cosmesi, potrebbero essere più naturalmente inclini, ma va detto, sin da queste prime battute, che non si tratta semplicemente di capire quali siano i prodotti migliori per mantenere in forma la cosiddetta “pelle di pesca”, quanto di avere le giuste lenti per scegliere cosa andremo a metterci addosso sotto forma di creme, lozioni, oli o prodotti per il make up. E come si fa a fare la scelta più giusta? Si seguono i claim pubblicitari? O piuttosto ci si affida ai marchi dei prodotti più celebri? Se anche tu ti trovi a divincolarti in un ginepraio del genere, continua a seguirci.

Prodotti naturali e biologici: facciamo chiarezza

Il prefisso bio (abbreviazione di biologico) è qualcosa di più e di diverso dal termine “naturale”; infatti mentre quest’ultimo allude al fatto che gli ingredienti utilizzati per la realizzazione del prodotto sono di origine naturale, (come ad esempio gli estratti botanici o i sali minerali) la qualifica bio sta a significare anche altro. Vale a dire, i prodotti cosiddetti bio sono quelli che contengono ingredienti provenienti da una agricoltura di tipo biologico, ergo da coltivazioni in cui non si fa ricorso a pesticidi o ad altre sostanze tossiche, non si fa uso di OGM (organismi geneticamente modificati). Per cui, se è vero che i prodotti biologici sono anche naturali, i prodotti naturali non sono necessariamente biologici. E comunque sembra che in campo cosmetico sia in pratica impossibile trovare prodotti interamente vegetali in quanto creme e lozioni varie devono contenere conservanti, emulsionanti e altre sostanze per mantenere stabile il prodotto. Anche perché i prodotti dovrebbero essere in toto privi di sostanze quali ad esempio i conservanti, con il risultato di essere deteriorabili nel giro di pochi giorni.

Quali sono le marce in più dei prodotti biologici?

I cosmetici biologici sono composti da ingredienti di origine vegetale, ma al contempo possono presentare anche sostanze di origine animale. La condizione imprescindibile è che gli ingredienti di origine vegetale siano derivati da agricoltura biologica o da raccolta spontanea, quindi, ripetiamolo, senza sostanze chimiche come pesticidi, insetticidi, concimi artificiali, e altre materie prime non vegetali considerate “a rischio”, ovvero allergizzanti, irritanti o con evidenze di probabili danni per la salute dell’uomo, come i derivati di origine petrolifera, paraffine, formaldeide e coloranti di origine sintetica.

Per quanto invece attiene agli ingredienti di origine animale, questi devono invece provenire da allevamenti biologici, ovvero allevamenti nei quali gli animali sono nutriti con alimenti naturali senza l’uso di additivi vari come ormoni o antibiotici.

Cosmetici “Eco”: cosa significa?

L’aspetto eco sostenibile, coniugato alla cosmesi, sta a significare che i cosmetici sono ecologici. Il che tradotto in parole povere, si estrinseca nell’esclusione di derivati del petrolio e di sostanze chimiche, nonché nell’adozione di formulazioni facilmente e rapidamente biodegradabili, e ancora packaging a ridotto contenuto di plastiche, imballaggi minimi con promozione di imballi da materie prime rinnovabili, materiali riciclabili o collegati ad un sistema di restituzione dei vuoti. Accorgimenti, tutti questi, tali da creare un impatto al limite dello zero sull’ambiente.

Cosmetici eco-bio compatibili: attenzione alle fake news

Superato lo scoglio terminologico, il passo successivo è quello di prestare la massima attenzione nella scelta dei prodotti cosmetici, perché l’eco-bio sta diventando il nuovo trend dell’economia mondiale ed il rischio concreto è d’imbattersi in aziende “eco-furbette” che strizzano l’occhio al tandem “eco-bio”, ma alla prova dei fatti mettono in circolazione prodotti tutt’altro che amici dell’ambiente. Anzi, il più delle volte, si è di fronte a delle vere e proprie truffe, che hanno già messo le associazioni consumatori sul piede di guerra.

Quindi, diffidate di accattivanti etichette accompagnate magari da parole che evocano il mondo vegetale (come botanica, verde, argan o lo stesso bio) o espressioni tendenziose come “a base di erbe” o “di estratti vegetali” che vogliono dire tutto e niente.

Cos’è l’I.N.C.I. e perché è importante in materia di eco-bio?

In assenza di una normativa specifica in tema di eco-bio, il suggerimento più spassionato è quello di ricorrere al sistema “fai da te”. Attenzione però a non equivocare. Non si vuole infatti invitare a testare i prodotti su di sé, quanto ad aguzzare la vista in fase di acquisto dei prodotti cosmetici.

La prima cosa da fare sarà quindi guardare l’I.N.C.I. (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), ovvero l’elenco degli ingredienti presente sulla confezione. Questo è infatti un acronimo che rimanda ad una denominazione internazionale, usata da tutti i brand del mondo.

Nello specifico, se gli ingredienti che compongono il cosmetico provengono da agricoltura biologica e risultano di origine naturale, sono facilmente riconoscibili perché riportano il nome latino della pianta seguito dal nome inglese della parte di pianta che viene usata e dal nome del composto. Se invece nell’etichetta che hai sotto mano, compaiono scritte come Paraffinum Liquidum, PEG e PPG, Mineral Oil, Petrolatum o sigle come EDTA, MEA, TEA, MIPA, meglio riporre la confezione sullo scaffale. Sono tutti indicatori di un cattivo I.N.C.I.

Esiste una certificazione dei cosmetici a garanzia del consumatore?

La risposta è ni, vale a dire che non esiste un solo ente certificatore, ma molti di più, sia su scala nazionale che sovranazionale. Vediamo, più da vicino, quali sono.

Relativamente all’Italia, i cosmetici possono essere certificati come Eco-Bio dai seguenti enti certificatori:

  • ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale);
  • CCPB (Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici);
  • AIAB Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica);
  • BioAgricert.

In ambito europeo esistono altri importanti enti certificatori che si indicano qui di seguito:

  • ECOCERT (Francia);
  • COSMEBIO® (Francia);
  • BDIH (Germania);
  • Soil Association (UK).

In ambito internazionale esiste poi una certificazione, nata per iniziativa di alcune importanti aziende, tra le quali CCPB (Italia), Bio.Inspecta (Svizzera), EcoControl (Germania), che, in assenza di una regolamentazione pubblica europea analoga a quella del settore agroalimentare, hanno ideato uno standard sulla cosmesi bio, che ha fama di essere serio e rigoroso, con lo scopo dichiarato di offrire un marchio che tuteli il consumatore che vuole scegliere prodotti realmente naturali. Tale certificazione va sotto il nome di: NaTrue.

Quale normativa in ambito cosmetico?

Dopo le raccomandazioni dell’Antitrust nell’acquisto di prodotti cosmetici, che troverai nell’articolo Cosmetici: consigli contro la pubblicità ingannevole, e il divieto scattato a partire dall’anno 2013 di vendere o importare prodotti o ingredienti cosmetici testati sugli animali, ben poca strada in più ha fatto il legislatore.

Per cui, l’unica normativa ad oggi vincolante resta un Regolamento Comunitario risalente al 2009 sui prodotti cosmetici [1]. L’evidente limite è però quello di riferirsi esclusivamente alla produzione e commercializzazione dei prodotti cosmetici, introducendo sì i concetti di “valutazione preventiva” e di “buone pratiche di fabbricazione”, lasciando però completamente scoperta l’area dei cosmetici Eco-Bio.

Ecco quindi che le sole e uniche lenti d’ingrandimento su reclame ingannevoli o, peggio ancora, sulle truffe in atto sono le certificazioni rilasciate dagli enti certificatori riconosciuti.

Quale “pagella” deve avere un cosmetico per essere certificato?

Innanzi tutto, cominciamo col dire che l’azienda che dichiara sulla confezione: “prodotto Naturale o Biologico” deve obbligatoriamente riportare il marchio dell’Azienda che ha certificato il prodotto (es. ECOCERT). Quindi non lasciarti ingannare dai termini “Bio”o “naturale”, inseriti qua e là sulle etichette, nei marchi, nei nomi dei prodotti o sul pack; molto spesso si tratta di meri specchietti per le allodole.

Altra questione tutt’altro che secondaria è quando il prodotto in questione ha solo alcuni ingredienti Bio, con il logo dell’ente che certifica solo questi ingredienti come da agricoltura Bio. In questo caso la formula non è certificata, ma solo quei pochi ingredienti! Se invece ad essere certificata è la cosmesi Bio, che è quello a cui devi puntare, noterai come a fianco del logo dell’ente comparirà la scritta “Cosmetici Biologici”. E se proprio vuoi fugare ogni dubbio, è sufficiente andare sui siti degli enti certificatori per vedere se il prodotto è certificato come bio cosmetico.

Uno standard di qualità chiamato Cosmos: cos’è?

A livello europeo, dal 1 settembre 2009, è entrato in vigore Cosmos, il nuovo Standard Internazionale della Cosmesi Bio e Natural, quale risultato di un lungo percorso di studio e condivisione che ha permesso ai principali Enti di Certificazione europei di confrontarsi tra loro: l’italiana ICEA, le francesi Ecocert e Cosmebio, la tedesca BIDH, l’inglese Soil Association.

Cosmos, di fatto, stabilisce in UE le caratteristiche dei cosmetici naturali e biologici. Per ottenere la certificazione, requisito fondamentale è l’applicazione dei principi della chimica verde, mentre l’utilizzo della nanotecnologia viene severamente limitato, almeno fino a quando saranno disponibili informazioni più precise sui possibili effetti collaterali.

Ricarica cognitiva: come prevenire l’Alzheimer

Posted on : 12-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’insorgenza della malattia di Alzheimer può essere prevenuta o ritardata grazie a pratiche comportamentali adeguate e diagnosi precoci.

Il solo pensiero di sviluppare la demenza di Alzheimer e non poter avere più memoria ti terrorizza? Lottare contro una patologia incurabile ti fa sentire in dovere di prevenirla? Piccoli campanelli d’allarme ti tormentano e non vuoi sottovalutarli? La tua memoria inizia a fare cilecca? Se la risposta è affermativa anche ad una sola di queste domande, verrà spontaneo voler trovare una soluzione. L’unica strada percorribile è fare della ricarica cognitiva: come prevenire l’Alzheimer lo strumento necessario, prima che l’Alzheimer possa insorgere e diventare conclamato. In questo articolo troverai spiegate le nozioni principali che ruotano attorno alla patologia e le buone abitudini che tu stesso potrai mettere in pratica nel quotidiano.

Cos’è la malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa ad andamento cronico e progressivo che comporta un graduale deterioramento delle cellule cerebrali. Ad oggi è la forma di demenza più diffusa nella popolazione mondiale, poiché rappresenta ben il 50-60% circa delle demenze complessive.

Si tratta di una patologia età-correlata: ciò significa che la sua insorgenza aumenta in età tardiva e colpisce soprattutto gli individui sopra i sessantacinque anni, prevalentemente donne. Tuttavia, questo non basta a rendere il problema marginale se consideri che l’aspettativa media di vita si sta allungando e che il numero di persone che ne sono affette è destinato a crescere di anno in anno. Eccezion fatta per la forma dovuta a mutazioni genetiche, dal punto di vista eziologico, la malattia di Alzheimer è multifattoriale: più concause, infatti, contribuiscono ad innescare il declino cognitivo.

Qual è la genesi della patologia?

L’evento patogenetico è da ricondurre ad un processo neuro-infiammatorio causato dall’accumulo di due proteine a livello cerebrale: la proteina β amiloide (costituita da 42-43 amminoacidi) e la proteina tau-iperfosforilata, entrambe neurotossiche. Nello specifico, la proteina β amiloide si agglomera a formare numerose placche amiloidi che il cervello non riesce più ad eliminare in maniera idonea, dando avvio ad una vera e propria degenerazione neuronale.

La proteina tau in forma fosforilata, formando aggregati neurofribillari, causa danneggiamento dei neuroni e loro conseguente collasso. Il tutto si realizza attraverso un meccanismo non ancora del tutto noto, ma si sa per certo che è alla base delle sintomatologie tipiche.

Quali sintomi ha una persona con Alzheimer?

Di fronte ad una simile domanda, ti verrà automatico rispondere “perdita della memoria”. È fatto notorio che l’alterazione della memoria, specie quella a breve termine, sia una delle prime manifestazioni cliniche che il soggetto presenta.

Per quanto soggettivo, il decorso della malattia vede però il susseguirsi di molteplici altri sintomi disabilitanti che paziente e familiari sono costretti a soffrire, a partire dagli stadi iniziali della malattia fino a quelli avanzati. Non a caso, le abilità della persona affetta da Alzheimer cambiano notevolmente a seconda che il declino cognitivo sia lieve, moderato, moderatamente grave, grave o molto grave.

Sintomi comuni sono:

  • amnesie e riduzione delle capacità mnemoniche;
  • confusione mentale;
  • trascuratezza;
  • difficoltà di linguaggio e/o di scrittura;
  • ridotta capacità di ragionamento e di pianificazione;
  • difficoltà a portare a termine persino attività di routine;
  • disorientamento spazio-temporale;
  • disturbi di personalità e repentini sbalzi d’umore;
  • comportamento passivo-aggressivo;
  • ansia, apatia e depressione.

Alzheimer: quali farmaci?

Questa forma di demenza non ha cure risolutive perché nessuno dei farmaci disponibili in commercio è in grado di bloccare il meccanismo patogenetico che la scatena. Si evince, quindi, che gli approcci farmacologici in uso permettono esclusivamente di controllare un’esacerbazione dei sintomi nel breve periodo e di rallentare la progressione.

Allo stato attuale, la Food and Drug Administration ha approvato alcuni trattamenti farmacologici per migliorare di poco la qualità di vita del paziente.

Essi comprendono:

  • Gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, tra cui:
  • donepezil (Aricept o Memac) che ha una lunghissima emivita e, per tale motivo, si somministra in una singola dose giornaliera. Il paziente con scarsa capacità cognitiva è così più incentivato ad aderire alla terapia (elevata compliance); caratteristica che fa del donepezil il farmaco maggiormente utilizzato;
  • galantamina (Reminyl) e Rivastigmina (Prometax o Exelon), anche sottoforma di cerotto, somministrati due volte al giorno. Essi hanno soppiantato l’uso della tacrina perché, a differenza di essa, non danno tossicità a livello epatico. Non mancano comunque altri effetti avversi come nausea, vomito, diarrea, insonnia, granulocitopenia e allucinazioni uditive;
  • un antagonista del recettore NMDA, la Memantina (Ebixa), usata nelle forme di Alzheimer moderate-severe e severe poiché più indicato nel potenziare le performance cognitive, comportamentali e psicologiche;
  • bexarotene, un farmaco antitumorale che alcuni studi scientifici suggeriscono sia idoneo a ridurre le concentrazioni di β amiloide e il volume delle placche a livello di diverse aree cerebrali. Tale farmaco è efficace nel migliorare la percezione olfattiva dei malati di Alzheimer, essendo frequenti i disturbi del senso dell’olfatto per lesioni delle vie olfattive (iposmia o anosmia). Tuttavia, gli esiti dei test pre-clinici sono ancora controversi.

Consueta è anche l’associazione concomitante di psicofarmaci perché il paziente affetto da demenza, quando arriva al clou della patologia, diventa difficile da gestire a causa del disordine comportamentale che manifesta.

L’efficacia limitata – unitamente agli elevati costi sanitari e ai gravi effetti collaterali che le terapie odierne comportano – spinge la ricerca a sperimentare terapie alternative valide. Non solo. Le difficoltà tangibili dal punto di vista farmacologico, la qualità di vita ridotta ai minimi termini e il destino ineluttabile dei pazienti devono essere prese di coscienza affinché curare e, ancor meglio, prevenire l’Alzheimer non sia più utopia ma concretezza.

Si può prevenire l’Alzheimer? Se sì, come?

Fino ad ora nessuna misura preventiva è stata scientificamente comprovata, ma non si esclude che mettere in atto pratiche comportamentali adeguate possa rilevarsi utile per contrastare un possibile esordio di demenza.

Fai una corretta alimentazione

Secondo studi clinici, la probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer può diminuire in maniera significativa a cominciare dalle buone abitudini a tavola. Bevi almeno 1,5/2 litri di acqua al giorno e cerca di seguire una dieta mediterranea arricchita di olio extravergine d’oliva, pregiato potenziatore dell’integrità neuronale.

Ricorda, inoltre, di non far mancare ai tuoi pasti quotidiani alimenti contenenti omega-3, gli acidi grassi polinsaturi presenti in special modo in frutta secca oleaginosa, pesce, crostacei, carne di pollo, olii vegetali, legumi e semi di Chia. In particolare, gli omega-3 attivano un intricato meccanismo di autopulizia, l’autofagia, per rimuovere quegli elementi dannosi che si accumulano nelle cellule nervose.

Fai uso di integratori alimentari

Perché non regalarti un’immediata ricarica cognitiva? Integra ad una sana alimentazione vitamine B12, B9, C ed E. Se assunte in quantità ottimale e senza eccedere, contribuiscono al mantenimento delle prestazioni mentali in soggetti normali. Essenziali anche gli integratori contenenti vitamina D, la carenza della quale concorre a favorire lo sviluppo di demenza. Inoltre, sebbene non clinicamente accertato, il deficit cognitivo potrebbe essere prevenuto con integratori a base di olio di cocco, resveratrolo e curcumina che pare siano efficaci nel ridurre l’accumulo di β amiloide.

Fai uso di probiotici

I probiotici sono integratori contenenti microorganismi, come il Lactobacillus Acidophilus e Bifidobacterium Bifidum, che colonizzano l’intestino crasso per favorirne il benessere generale. Secondo evidenze scientifiche, se li assumi regolarmente e in giuste quantità, puoi rallentare o ritardare il deterioramento cognitivo alla base del morbo di Alzheimer.

Sottoponiti a diagnosi precoci

Di fondamentale importanza sono i sintomi precoci perché, una volta individuati, è possibile agire su di essi con trattamenti utili a rallentare il decorso. Se negli ultimi periodi hai notato una maggiore difficoltà nell’assimilare e nel memorizzare, la migliore soluzione preventiva è ricorrere ad esami diagnostici specifici al fine di scongiurare la malattia e/o evitare che possa prendere del tutto il sopravvento.

Per esempio, tra questi, rilevante è il test neuropsicologico Mini Mental State Examination. Consulta il tuo medico specialista, saprà indirizzarti all’iter diagnostico più opportuno.

Salvaguarda la tua salute

Ipercolesterolemia, problemi cerebrovascolari, obesità e dislipidemia sono tutti fattori di rischio associati alla malattia di Alzheimer e tutti modificabili. Il termine “modificabili” fa riferimento a condizioni suscettibili di correzione: tieni sotto controllo il tuo stato di salute, le performances cognitive ne gioveranno nel tempo.

Smetti di fumare

Bando al fumo di nicotina! Le sigarette sono fattori predisponenti per l’Alzheimer. Smettere riporta il rischio a livelli sovrapponibili a quello dei non fumatori e toglie un bel po’ di “ruggine” dal cervello.

Stop alcool

Che l’acol sia l’antagonista per eccellenza della buona funzionalità cerebrale è oramai assodato. Ma lo sapevi che abbondare con le dosi di alcool equivale a triplicare il rischio di sviluppo del morbo di Alzheimer? Ebbene, se ne bevi in quantità eccessive provochi danni – anche irreversibili – a quelle aree preposte ai processi di apprendimento e di memoria come l’ippocampo.

Affidati alla musicoterapia

La musica, si sa, è un’ottima alleata per gestire lo stress, eliminare la tensione e sollevare l’umore quando si è giù di corda. E se ti dicessi che rafforza le prestazioni cognitive? Basti pensare che lo stretto legame che intercorre tra musica e memoria viene sfruttato nella riabilitazione degli individui che soffrono di disturbi neuropsichiatrici per evocare emozioni e ricordi lontani. Allora perché non optare per l’ascolto di buona musica come tecnica per prevenire l’Alzheimer? Bastano dieci minuti al giorno e le tue attitudini mentali saranno piacevolmente ricaricate.

Allena il corpo

Allenare in modo costante il corpo ti aiuterà a sentirti fisicamente e mentalmente più energico. Per questo motivo fai del ‘mens sana in corpore sano’ la tua massima giornaliera per avere una mente lucida e rigogliosa. Ti basteranno 20-45 minuti di esercizio fisico al giorno con pre-riscaldamento di 5-10 minuti, scegliendo tra attività aerobica, nuoto, corsa, camminata veloce, etc.

Allena la mente

Mantenere attiva la mente equivale a rallentare l’insorgere dell’Alzheimer. Leggi, scrivi, fai cruciverba e giochi da tavolo, suona, pratica yoga, partecipa ad attività sociali e ricreative: le funzioni cerebrali rimarranno più intatte se le sottoporrai ad un impegno costante.

Come prevenire il diabete e le malattie cardiovascolari

Posted on : 11-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Stili di vita scorretti sono la causa dell’aumento di alcune malattie nella popolazione, tra queste il diabete e le malattie cardiovascolari.

Il diabete è ormai considerato una vera e propria epidemia. L’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) ha previsto che tra un decennio esso sarà la settima causa di morte. Il diabete è una malattia che colpisce gli adulti e, in misura minore, anche i bambini, sempre più pigri e alimentati in maniera scorretta. Infatti, tra i fattori di rischio per lo sviluppo del diabete si annoverano: obesità e sovrappeso, mancanza di attività fisica, fumo, livelli alti della pressione sanguigna, dieta ricca di grassi saturi e zuccheri semplici, colesterolo alto. Non si deve trascurare, tuttavia, la predisposizione genetica, essendo stato accertato che circa il 40% dei diabetici di tipo 2 ha familiari affetti da questa  malattia e nei gemelli monozigoti la concordanza della malattia si avvicina al 100%. Se il diabete è la settima causa di morte nel mondo, le malattie cardiovascolari, nei paesi con uno stile di vita tipicamente occidentale, rappresentano la principale causa di morte. Il triste primato è detenuto soprattutto dalle patologie associate all’aterosclerosi (malattia che colpisce le arterie e le irrigidisce), favorita da sedentarietà, dieta inidonea, abuso di alcol, tabacco, droghe e da stili di vita che facilitano l’insorgenza di problemi cardiaci e vascolari. Ma come prevenire il diabete e le malattie cardiovascolari? Continua a leggere questo articolo se vuoi approfondire l’argomento.

Cos’è il diabete

Il diabete è una malattia cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue. Si manifesta quando l’organismo non riesce più a produrre quantità sufficienti di insulina, l’ormone prodotto dal pancreas (nelle isole di Langerhans in esso contenute) che regola la glicemia, consentendo al glucosio di entrare nelle cellule e trasformarsi in fonte energetica per l’organismo. Quando questo meccanismo si inceppa, il livello di zucchero nel sangue si innalza e compare il diabete.

Le diverse tipologie di diabete

Allo stato attuale, la medicina riconosce tre forme di diabete mellito: diabete di tipo 1, diabete di tipo 2, diabete gestazionale. Ad essi si aggiunge il diabete insipido, che si differenzia dagli altri sia per le cause scatenanti, sia per i sintomi.

Il diabete mellito di tipo 1

Definito negli anni passati “diabete insulino-dipendente” o “diabete giovanile”, costituisce il 10% dei casi di diabete e sopraggiunge, in prevalenza, nell’infanzia o nell’adolescenza. Si parla di diabete di tipo 1 quando il pancreas non produce più insulina – o se la sua secrezione è molto ridotta – a causa della distruzione delle ß-cellule (deputate alla produzione di insulina) da parte del sistema immunitario, che non le riconosce come appartenenti all’organismo. Si crea una situazione irreversibile, pertanto il soggetto a cui viene diagnosticato il diabete di tipo 1 dovrà assumere per sempre dosi di insulina stabilite dal diabetologo. Ecco perché è definito “diabete insulino-dipendente”.

Classificato tra le malattie autoimmuni, ovvero determinate da una reazione del sistema immunitario contro l’organismo stesso, per questo tipo di diabete esiste una predisposizione genetica, seppur non necessariamente ereditaria come nel caso del diabete di tipo 2. I sintomi più evidenti sono: sete e fame eccessiva, urine abbondanti e frequenti, dimagrimento immotivato.

Il diabete mellito di tipo 2

È questa la forma più comune di diabete che insorge a partire dai 40 anni di età e colpisce prevalentemente i soggetti obesi. Il tipo 2 è caratterizzato da una scarsa produzione di insulina, non sufficiente alle necessità dell’organismo (deficit di secrezione di insulina), o dall’azione insoddisfacente dell’insulina prodotta (insulino-resistenza). La conseguenza, in entrambi i casi, è l’iperglicemia, cioè l’aumento del livello di glucosio nel sangue, che si sviluppa gradualmente, senza sintomi evidenti, al punto che può non essere rilevata per anni.

Le cause della malattia possono essere ricercate in fattori ambientali ed ereditari o in aspetti specifici come l’obesità, la vita sedentaria, lo stress, mentre i sintomi più frequenti sono: sete, stanchezza, dimagrimento, frequente bisogno di urinare, lenta guarigione delle ferite.

Il diabete gestazionale

Se nel periodo della gravidanza si registra un innalzamento del livello di glucosio, si è in presenza del diabete gestazionale, una condizione che si verifica in una percentuale pari all’8% delle donne incinte. Solitamente, il diabete gestazionale scompare al termine della gravidanza, anche se le donne colpite presentano un rischio più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 col passare degli anni.

Se non viene diagnosticato in tempo, le conseguenze per madre e bambino possono essere anche molto serie. In questi casi, la cura consiste in una dieta che garantisca il necessario apporto calorico per la crescita del feto e una adeguata attività fisica. Si ricorre all’insulina solo quando i valori della glicemia sono superiori a quelli stabiliti per le donne in gravidanza. I sintomi sono uguali a quelli del diabete di tipo 2 e, spesso, non vengono presi in considerazione.

Il diabete insipido

Malattia rara caratterizzata da eccessiva diuresi e sete. La grande quantità di urina, tuttavia, non è la conseguenza di valori molto elevati di glucosio nel sangue, ma di un’alterazione della produzione dell’ormone antidiuretico.

Come prevenire il diabete

La prevenzione inizia da una dieta bilanciata, valutata da un diabetologo sulla base delle esigenze del paziente. Esistono, tuttavia, alcune regole generali, come la limitazione di cibi e bevande che contengono zuccheri perché fanno aumentare la glicemia. Si deve mantenere un peso forma ideale, consumare carboidrati in misura limitata e molta fibra, frutta lontano dai pasti e condimenti leggeri, evitare gli zuccheri e limitare il sale.

La dieta deve essere affiancata da una costante attività fisica. Una grave conseguenza del diabete è l’insufficienza cardiaca e tutti i rischi correlati a questa critica condizione.

Definizione di malattie cardiovascolari

Le malattie cardiovascolari sono delle patologie a carico del cuore e dei vasi sanguigni che comprendono anche i difetti congeniti del cuore, le patologie delle valvole cardiache, le varie forme di aritmia, le malattie reumatiche a interessamento miocardico e l’insufficienza cardiaca.

Le malattie cardiovascolari (infarto acuto del miocardio, angina pectoris, ictus ischemico ed emorragico) sono tra le principali cause di mortalità in Italia, nonostante si possano prevenire. I fattori di rischio, infatti, sono spesso modificabili perché legati a stili di vita come abuso di alcol, fumo, sedentarietà, scorretta alimentazione e possono causare diabete, obesità, ipercolesterolemia, ipertensione arteriosa. Si ritiene ancora oggi che le malattie cardiovascolari interessino in particolare il sesso maschile, invece esse si presentano anche nelle donne, ma con un ritardo di almeno dieci anni rispetto agli uomini.

Il soggetto diabetico e le malattie cardiovascolari

Il diabete è un acceleratore dell’aterosclerosi a causa degli effetti dannosi provocati dall’iperglicemia. Inoltre, interferendo con i processi di coagulazione del sangue, aumenta l’aggregazione delle piastrine e la possibilità della formazione di trombi o di eventi cardiovascolari acuti, come infarto e ictus.

Come prevenire le malattie cardiovascolari

La prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari rappresenta uno strumento fondamentale per ridurre gli eventi fatali e assicurare una migliore risposta alle cure. È indispensabile adottare stili di vita sani, caratterizzati da una corretta alimentazione, da una regolare attività fisica, da una dieta ricca di frutta e verdura e dalla diminuzione del consumo di sale (5 g al giorno), di grassi animali, di dolci e di bevande zuccherine.

È necessario praticare uno sport, ma soprattutto camminare a passo svelto per almeno mezz’ora al giorno, poiché ciò contribuisce a ridurre il rischio di ammalarsi.

Recenti studi hanno dimostrato che la dieta mediterranea – regime alimentare che prevede il consumo di pane e pasta integrali, ortaggi, legumi, frutta, olio extravergine di oliva e pochi alimenti di origine animale – è in grado di ridurre la mortalità per malattie cardiovascolari. Non solo, è stato accertato che la sedentarietà è un fattore di rischio rilevante per la salute.

Una costante attività fisica può ridurre la pressione arteriosa, migliorare la risposta ai farmaci anti-ipertensivi, ridurre la frequenza cardiaca e l’incidenza delle arteriopatie nei diabetici. Sono sufficienti anche solo trenta minuti al giorno.

Quali sono le limitazioni per i soggetti affetti da diabete e malattie cardiovascolari?

Nel 2018 [1], è stata data la possibilità a chi è affetto da malattie cardiovascolari non gravi e da diabete mellito di poter guidare. Il rinnovo della patente si ottiene a condizione di sottoporsi a regolari controlli e valutazioni mediche, che stabiliranno caso per caso se un soggetto affetto dalle complicanze del diabete o da patologia cardiaca può continuare a guidare [2].

Quali sono le agevolazioni per i diabetici e i cardiopatici?

Chi soffre di cardiopatia può sottoporsi a specifiche visite per ottenere il riconoscimento dell’invalidità. Se essa supera il 64%, il paziente avrà diritto all’esenzione del pagamento del ticket sanitario per la sua specifica patologia. Anche i diabetici hanno diritto all’esenzione dal ticket sanitario per patologia e, se ottengono il riconoscimento di una invalidità superiore al 41%, possono usufruire delle agevolazioni della Legge 104/92, che prevede agevolazioni sul lavoro per i familiari da assistere e per gli stessi lavoratori disabili.

Idrokinesiterapia: esercizi di riabilitazione in acqua

Posted on : 11-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’idrokinesiterapia, la riabilitazione motoria in acqua, offre numerosi vantaggi e benefici e consente di trattare una vasta gamma di patologie.

Hai problemi alla colonna vertebrale e ti senti imprigionato/a nella morsa del dolore? Soffri di artrosi? Hai perso il ritmo e la mobilità alle principali articolazioni del piede a causa di distorsioni, fratture o tendinopatie? Se ti trovi in una di queste situazioni, con molta probabilità, hai dovuto cambiare le tue normali abitudini, in quanto il dolore lancinante che ti tormenta durante tutto l’arco della giornata ti impedisce di eseguire anche i più semplici movimenti e dedicarti alle tue attività. Magari ti starai domandando in che modo è possibile intervenire e quali possono essere i trattamenti riabilitativi più adatti ai tuoi problemi motori. Hai mai sentito parlare dell’idrokinesiterapia? Si tratta di un ramo della medicina che sfrutta le proprietà benefiche dell’acqua ed esercizi mirati al fine di realizzare un corretto lavoro muscolare e consentire il recupero dei movimenti articolari. L’idrokinesiterapia, caratterizzata dalla semplicità dei movimenti in acqua grazie alla diminuzione del peso corporeo (microgravità), favorisce il rilassamento muscolare con l’effetto antidolorifico e decontratturante dell’acqua calda. Le proprietà idroterapiche sono state riconosciute ed inserite nel sistema sanitario nazionale, in modo da garantire la tutela del diritto alla salute [1]. La fisioterapia in acqua svolge un ruolo fondamentale nella riabilitazione di varie patologie ed è consigliata in molti casi come: trattamento post-operatorio e conservativo di ernia discale, colpo della strega, problematiche del complesso articolare caviglia-piede, rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio, artrosi nelle sue varie forme e localizzazioni, osteoporosi, scoliosi, patologie del sistema nervoso periferico, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, paralisi cerebrale infantile, lombalgie, lombosciatalgie, ecc. Quali sono le caratteristiche delle piscine in cui si svolge l’idrokinesiterapia? Innanzitutto, da quanto si può leggere sulla Gazzetta Ufficiale, le strutture destinate all’utenza pubblica devono rispettare le norme igienico sanitarie, strutturali e organizzative relative alla piscina e agli elementi funzionali che la compongono [2]. Con riferimento alle vasche di idrokinesiterapia c’è da aggiungere che sono previste temperature, dimensioni, livelli di profondità variabili a seconda del lavoro (standard, esercizi di stabilità, scarico gravitario) programmato per garantire il miglior risultato in fase di recupero. In questo articolo troverai tutte le informazioni utili sull’idrokinesiterapia: esercizi di riabilitazione in acqua.

Per avere maggiori informazioni sul tema, abbiamo intervistato il dr. Stefano Tibaldi, fisiatra specialista in medicina riabilitativa.

Cos’è l’idrokinesiterapia (IdroCT)?

E’ un settore della medicina riabilitativa che utilizza l’ambiente ed il mezzo acqua per modalità di esercizio terapeutico, di norma assistito da un fisioterapista, utile a migliorare gli aspetti delle menomazioni motorie e funzionali in soggetti di ogni fascia d’età. E’ un complesso di attività riabilitative basate su esercizi in acqua con strategie e tecniche codificate, ma caratterizzate da ampia versatilità, in funzione del profilo motorio individuale, della patologia disabilitante e del progetto riabilitativo personalizzato. In genere, queste attività sono integrate con l’esercizio riabilitativo in palestra.

Quali sono le proprietà terapeutiche dell’acqua?

Sono numerose:

  • l’effetto microgravitario (principio di Archimede) che consente il galleggiamento e l’alleggerimento del peso corporeo;
  • l’effetto densità che concorre a migliorare la forza del movimento durante l’immersione, unitamente alla resistenza idrodinamica al movimento stesso;
  • l’effetto temperatura, in particolare in vasca termale, che contribuisce al rilassamento muscolare;
  • l’effetto della pressione idrostatica che concorre a migliorare la circolazione sugli arti immersi.

Oltre a queste caratteristiche, proprie dell’ambiente acqua, bisogna aggiungere l’effetto psicologico e la sensazione di maggiore autonomia in acqua.

Quali sono i vantaggi ed i benefici dell’idrokinesiterapia?

In acqua non si cade, il corpo è sempre sostenuto per l’effetto microgravitario e la riduzione del peso. Pertanto, l’esercizio in acqua migliora l’equilibrio e la stabilità, senza rischio di caduta o di traumi, attraverso il movimento modulato dalla resistenza dell’acqua ed il cammino con appoggio dei piedi sul pavimento della piscina. La deambulazione in acqua contribuisce a potenziare la stabilità e l’equilibrio necessari al ritorno sulla terraferma.

Tra i vantaggi ci sono:

  • la graduazione del carico assiale sul rachide e della pressione articolare;
  • la possibilità di mobilizzazione articolare senza dolore;
  • la modulazione del tono muscolare;
  • il controllo delle simmetrie corporee;
  • la stimolazione propriocettiva globale;
  • la riduzione ed il controllo dei compensi funzionali;
  • il miglioramento emodinamico e circolatorio;
  • l’impegno cardiovascolare ridotto, con miglioramento della soglia di fatica;
  • la possibilità di esercizio attivo e globale;
  • la migliore autonomia motoria.

I benefici si esprimono in un precoce e progressivo recupero funzionale della condizione di inabilità temporanea o di patologia, ovvero in un miglioramento dell’autonomia in condizione di disabilità cronica.

Quanto dura una seduta di idrokinesiterapia?

Dai 30 ai 40 minuti.

Quali sono le caratteristiche tecniche e strutturali delle piscine in cui si svolge l’idrokinesiterapia?

L’IdroCT si effettua in vasche attrezzate (vasche riabilitative), in piscine aperte al pubblico di varie dimensioni, in piscine termali. Può essere presente un dispositivo, il sollevatore, per la discesa in acqua e la risalita di soggetti gravemente disabili, a seconda della tipologia di utenza. Nelle vasche riabilitative si utilizza una temperatura che si aggira di norma intorno ai 32° e nelle piscine termali è di 34°. Queste temperature sono particolarmente favorevoli per la modulazione delle rigidità e delle contratture muscolari, ma con limiti per la circolazione periferica (eccessiva vasodilatazione). Per l’esercizio terapeutico si utilizzano presidi di galleggiamento di diversa forma (tavolette, pullbuoy, cinture di sostegno, pinne sagomate, ecc) e presidi zavorrati.

Che tipo di patologie possono essere trattate con l’idrokinesiterapia?

E’ possibile intervenire con l’ IdroCT nei seguenti casi:

  • esiti di traumi, anche da sport, come modalità terapeutica tempestiva possibile anche prima di ogni altra forma di esercizio “a secco”;
  • postumi di intervento chirurgico ortopedico (stabilizzazioni dopo frattura, artroprotesi, interventi sul rachide per ernia, esiti di amputazioni), toracovascolare o sul sistema nervoso (asportazione di eteroplasie, postumi di neuropatie, postumi di coma), esiti di mastectomia;
  • patologie neurodisabilitanti di ogni fascia d’età (sclerosi multipla, sindromi atassiche, esiti di lesioni mieliche con paratetraplegia, emiplegia, neuropatie);
  • reumoartropatie e patologia dolorosa della schiena (dorsalgie, back pain );
  • disabilità infantili (cerebropatie, alterazioni dello sviluppo motorio, sindrome di down, autismo) ;
  • patologie cardiologica e pneumologica non scompensate.

Come si agisce attraverso l’idrokinesiterapia sulla colonna vertebrale? Quali esercizi bisogna eseguire?

Con gli esercizi eseguiti in galleggiamento si recupera la simmetria degli emicorpi, si rilassano le catene muscolari del tronco e si migliora il controllo respiratorio anche in funzione di rilassamento generale. Con gli esercizi eseguiti in immersione, in appoggio con i piedi sul pavimento della vasca, si migliora il controllo posturale, si allungano i muscoli degli arti inferiori, con il conseguente miglioramento della flessibilità. Attraverso il cammino in acqua, con arti superiori in appoggio su tavolette galleggianti, si migliorano il controllo globale del tronco e della colonna vertebrale. Utile complemento al programma idrochinesiterapico può essere il nuoto, con lo stile più adeguato alla personale struttura della colonna ed alla sua flessibilità.

Come si curano le patologie del ginocchio con l’idrokinesiterapia? Quali esercizi sono consigliati?

Le patologie del ginocchio si esprimono di norma con la riduzione della mobilità articolare (rigidità, dolore) e con la conseguente riduzione della forza muscolare satellite e con difficoltà alla deambulazione. In acqua, è possibile il recupero dell’articolarità in flessione ed in estensione con esercizi da eseguire in immersione con l’ausilio di opportuni presidi, galleggianti (tavolette, pullbuoy , pinne modellate..) e/o zavorrati, e attraverso movimenti di trasferimento (cammino, corsa in acqua in sospensione con cintura di galleggiamento) e iniziale rinforzo muscolare che si completerà con successivi esercizi in palestra.

Quali sono i problemi che si verificano con più frequenza nel complesso articolare piede-caviglia? Come si interviene con l’idrokinesiterapia?

Il complesso articolare della caviglia è di norma sofferente dopo un trauma (distorsione, frattura) o per una patologia reumatologica (artrite reumatoide, artrosi) e questo comporta una difficoltà dolorosa al carico ed alla deambulazione. L’esercizio riabilitativo in acqua facilita il recupero articolare, essendo realizzato in condizioni microgravitarie, senza un’importante sollecitazione dal carico, e con l’aiuto di galleggianti opportunamente posizionati.

Quali sono le patologie che colpiscono più frequentemente l’anca? Quali esercizi occorre eseguire?

Sono frequenti le patologie degenerative (artrosi, necrosi testa femorale), reumatologiche (artrite), traumatiche (frattura acetabolare, frattura testa del femore), che spesso portano, soprattutto in età avanzata, ad intervento chirurgico di sostituzione protesica. L’esercizio in acqua è sempre consigliato anche nella fase precoce della patologia e con continuità per i vantaggi offerti dall’ambiente acqua (decompressione articolare favorita dall’effetto microgravitario e conseguente assenza di dolore al movimento). Si eseguono esercizi assistiti in galleggiamento per migliorare l’articolarità, soprattutto sul piano dell’acqua, ed esercizi in immersione con opportuni ausili per migliorare la flessione e l’estensione delle anche e per potenziare la muscolatura, anche attraverso corsa in acqua in sospensione con cintura galleggiante. Un’utile integrazione al programma terapeutico, in successiva continuità, è l’inserimento in programmi di ginnastica in acqua in gruppo.

E’ possibile la riabilitazione sportiva con l’idrokinesiterapia? 

Si, ma non come modalità esclusiva. L’esercizio in acqua può anticipare i tempi di recupero e di ritorno allo sport, opportunamente integrato con l’esercizio in palestra, con tempi e modalità programmate.

Pubalgia: cos’è e quali sono gli obiettivi del trattamento riabilitativo? Come si raggiungono tali obiettivi?

E’ un’infiammazione tendinea a livello della sinfisi pubica, frequente nei soggetti che praticano sport anche a livello agonistico. Il trattamento riabilitativo integra farmacoterapia locale, fisioterapia strumentale, esercizio fisico selezionato e riposo. Nel percorso riabilitativo, il movimento in acqua può essere utile soprattutto in fase precoce della sintomatologia.

Qual è il trattamento riabilitativo nei casi di fibromialgia?

La fibromialgia si avvale dei benefici effetti del movimento in acqua per l’effetto di modulazione del dolore e di rilassamento muscolare con la possibilità di ampliare il range articolare di movimento. Un programma idrochinesiterapico sfuma di norma in percorsi di ginnastica in acqua.

E nei casi di osteoporosi?

Nelle persone con osteoporosi, primaria o secondaria, non complicata da fratture, l’esercizio in acqua è utile per mantenere efficiente il fisico ed una buona igiene articolare  generale, con l’ impegno di tutti i distretti muscolari in assenza di fatica. Di norma, questi pazienti possono inserirsi in programmi di ginnastica in acqua di gruppo.

Idrokinesiterapia: ci sono controindicazioni?

Le controindicazioni assolute sussitono nei seguenti casi:

  • l’esistenza di una capacita vitale inferiore a 1000 ml (insufficienza respiratoria restrittiva);
  • una coronaropatia instabile o scompenso cardiaco grave;
  • ipertensione arteriosa grave e non controllata da terapia farmacologica;
  • infezioni aperte sulla cute e piaghe infette;
  • una vera fobia verso l’acqua.

La presenza di una perforazione timpanica e l’ipersensibilità ai fattori chimici ambientali (cloro) sono controindicazioni relative.