Acquagym: esercizi e benefici

Posted on : 21-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’acquagym favorisce il miglioramento della circolazione e la tonificazione della muscolatura, combatte la ritenzione idrica ed offre un micro massaggio continuo.

Cos’è l’acqua fitness? Magari ti starai chiedendo se per fare acquagym devi saper nuotare e quali sono i benefici che derivano dal praticare questa disciplina. I vantaggi di fare fitness in acqua sono davvero numerosi, in quanto tutti i movimenti sono più agevolati. Allenarsi in acqua, piuttosto che in palestra, consente di limitare i traumi, tonificare il corpo in maniera uniforme, combattere la cellulite, favorire il rilassamento muscolare e psicologico. Con l’acquagym è possibile lavorare su singoli distretti muscolari? Quante calorie si possono bruciare? Se vuoi conoscere le risposte a queste e a molte altre domande, prosegui nella lettura di questo articolo. Potrai scoprire tutte le curiosità su Acquagym: esercizi e benefici.

Per conoscere i benefici dell’acquagym, abbiamo intervistato Federico Gross, docente e collaboratore Area Formazione della Federazione Italiana Nuoto, gestore di impianti natatori e direttore responsabile della rivista AQA – Per una nuova cultura acquatica(pubblicazione dedicata alla tecnica e alla didattica degli sport natatori).

Cos’è l’acquagym?

“L’acquagym è la più diffusa tra le numerose varianti del fitness in acqua. A questo proposito è necessaria una premessa: mentre gli stili del nuoto sono codificati senza possibilità di equivoco, nel fitness in acqua, analogamente a quello terrestre, la stessa attività può essere chiamata in svariati modi diversi, a seconda dell’agenzia formativa. È evidentemente una questione di marketing, non sappiamo quanto producente. Nelle risposte seguenti, ci rifaremo alla classificazione della Federazione Italiana Nuoto, che distingue due grandi macro categorie:

  • acqua fitness: tutte le attività motorie acquatiche, svolte prevalentemente con il corpo in posizione verticale, rivolte a un pubblico amatoriale che mira al raggiungimento di uno stato di benessere psicofisico generale attraverso la pratica di lezioni divertenti, efficaci e molto varie per struttura e per l’utilizzo di differenti attrezzi. Può essere praticata da tutti, giovani, meno giovani e anziani e anche da coloro che per diversi motivi hanno difficoltà a partecipare alle lezioni di fitness a secco. I gruppi di lavoro sono molto spesso eterogenei per età, capacità e abilità dei partecipanti i quali, sebbene indirizzati alla scelta delle lezioni dai differenti tipi di contenuti, si trovano costretti a scegliere in base alla loro disponibilità di tempo. Le lezioni di gruppo vengono solitamente proposte con la musica, utilizzata come valido ausilio per la componente ritmica dell’esercizio e per motivare, stimolare e divertire gli allievi. Queste tipologie di lezione, oltre che migliorare l’efficienza fisica e la funzionalità corporea, hanno notevole influenza anche nella sfera emotiva dell’individuo e negli aspetti sociali generali;
  • acqua training: si rivolge ad un pubblico con esigenze specifiche di ricerca dell’allenamento o della performance che vanno oltre il benessere psicofisico. Questa tipologia di attività viene proposta ad atleti che praticano altre discipline sportive con discreto impatto sul fisico come: il calcio, il baseball, il rugby, l’atletica etc. L’obiettivo di questi allenamenti è di creare stimoli differenti o di lavorare in alcuni periodi della programmazione in quasi totale scarico gravitazionale. Le lezioni si differenziano dall’acqua fitness soprattutto nell’intensità e nel volume dei carichi di lavoro, ma anche nella scelta dell’attività, la quale può essere anche meno varia e giocosa, ma sempre molto precisa e stimolante.

All’interno della macro categoria acqua fitness distinguiamo:

  • acquagym: si può svolgere in acqua bassa, media o alta, con o senza la musica, a corpo libero o con gli attrezzi. L’attività è indicata a partecipanti di ogni età e mira al miglioramento generale del tono muscolare e del condizionamento organico generale. Gli esercizi vengono proposti in modo libero e senza sequenze coreografiche. La lezione di acquagym è comparabile alla così detta ginnastica generale proposta nelle palestre;
  • acqua aerobic: si svolge preferibilmente in acqua bassa o alta in quanto l’acqua media ne limita in parte gli aspetti coreografici. La musica è l’elemento trainante e dominante di questa tipologia di lezione in cui si propongono esercizi e passi collegati in sequenza, e si ricerca la continuità di movimento per incrementare la capacità aerobica dei partecipanti. È una lezione divertente e stimolante sia per l’istruttore che per gli allievi;
  • aqua circuit: si può svolgere in acqua bassa, media o alta, ma la gestione del circuito risulta più facile in acqua bassa. Propone lo stimolo di una o più componenti delle capacità motorie in un’unica seduta, strutturando il lavoro in differenti stazioni, con esercizi e schemi di movimento predeterminati, pause e tempi di recupero prestabiliti. Queste lezioni possono avere come obiettivo il miglioramento di alcune capacità condizionali come: forza, resistenza muscolare e resistenza cardiovascolare o lo stimolo di alcune capacità coordinative;
  • acqua interval: in questa lezione, il lavoro è costituito da un’alternanza di fasi ad alta e bassa intensità che coincidono con fasi di lavoro e di recupero. Le diverse fasi possono essere costituite da esercitazioni con obiettivi di condizionamento e incremento delle capacità aerobiche e/o anaerobiche, mentre le fasi di recupero possono essere di tipo passivo o attivo;
  • acqua fluid pilates: nasce con l’intenzione di migliorare la consapevolezza del corpo in acqua attraverso l’utilizzo della stessa come attrezzo dai molteplici usi e cioè come appoggio, resistenza, galleggiante per il massaggio. Questa tipologia di lezione pone enfasi sulla postura del corpo in acqua, sulla corretta respirazione e sul continuo e costante controllo dei vari segmenti corporei in movimento. È indicata a un pubblico espert, in quanto per riuscire a percepire al meglio le valenze del movimento controllato in acqua è necessaria una sensibilità specifica che si può acquisire solo con il tempo;
  • acqua swim training: lezione particolare che utilizza alcuni schemi motori delle nuotate, ma con il corpo in posizione verticale o in posizioni intermedie per sfruttare la spinta di galleggiamento e le resistenze dell’acqua durante l’avanzamento. E’ preferibile svolgere quest’attività in acqua alta o media, con o senza l’utilizzo di cinture galleggianti;
  • acqua kickboxe: gli obiettivi primari di questa lezione sono quelli di effettuare un efficace allenamento con i gesti motori tipici della kick boxe, sfruttando le caratteristiche di resistenza e galleggiamento dell’acqua. È divertente e risulta un programma valido per sportivi alla ricerca di stimoli allenanti. Differenti gesti specifici di altre arti marziali possono caratterizzare questa tipologia di lezione in modo differente;
  • acqua step: la famosissima piattaforma ideata da Gin Miller per le lezioni di fitness in palestra è stata opportunamente modificata per l’ambiente acquatico. Da diversi anni, lo step è un attrezzo molto utilizzato per dare vita a lezioni di acquafitness molto efficaci e apprezzate dagli utenti, perché consente di dare vita a lezioni con ritmi molto elevati. A differenza del “fratello” in palestra, permette di lavorare in contemporanea anche sulla parte superiore della muscolatura. L’attrezzo può essere utilizzato per salire e scendere, come appoggio per lavorare dall’alto verso il basso, come oggetto da scavalcare, per girarci intorno e molto altro ancora;
  • acqua bike: il lavoro con la bike risulta facilmente praticabile anche da persone che non hanno confidenza con l’acqua. Le lezioni possono avere obiettivi di condizionamento organico generale con differenti tipologie di stimolo a livello metabolico; gli esercizi, prevalentemente a carico degli arti inferiori, saranno integrati da movimenti che coinvolgono anche gli altri distretti muscolari;
  • acqua treadmill: attività nata con l’avvento dei tappeti che dalle palestre sono stati trasferiti in acqua, trasforma la naturale capacità motoria della deambulazione in vere e proprie abilità motorie, in quanto le possibilità date dagli attrezzi stessi e dalle proprietà dell’acqua portano naturalmente a proposte didattiche molto ricche di stimoli, lavori in galleggiamento, balzi, sospensioni, varie tipologie di affondi e molto altro. Con questo attrezzo, e al pari della bike, si è riusciti a far avvicinare maggiormente alle attività anche la popolazione maschile. Con adeguate metodologie di lavoro, si possono ottenere anche importanti stimoli allenanti sia a favore dell’apparato cardio-vascolare sia dell’apparato muscolo-tendineo e, in abbinamento con l’altro grande attrezzo (bike), si possono effettuare anche lavori molto interessanti atti a riprodurre lo sport di resistenza per antonomasia, il triathlon (nuoto+bici+corsa);
  • acqua cross training: lezioni di fitness in acqua alternative e di grande attualità ed interesse. Vengono sfruttati grandi e piccoli attrezzi acquatici, combinati ai classici attrezzi da palestra quali manubri, bilancieri, palle mediche, elastici per un allenamento ad intensità elevata che “sconfina” nell’acqua training.

I benefici dell’acquagym, come attività standard, permangono e si moltiplicano con il variare delle proposte.”

In che modo l’acquagym combina il potenziamento muscolare e l’esercizio cardio respiratorio?

“L’acquagym si svolge in posizione verticale con i piedi a terra. Non avendo il problema del galleggiamento, è possibile concentrare le esercitazioni su singoli distretti muscolari, cosa impossibile con il nuoto. L’efficacia del condizionamento cardiorespiratorio dipende dalla tipologia di lezione prescelta.”

Quali sono i beneficidell’acquagym?

“Da un punto di vista fisiologico, i medesimi del nuoto: tonificazionedella muscolatura, miglioramento dell’efficienza del sistema cardiorespiratorio (il cuore aumenta di volume e batte più lentamente, aumenta la capacità polmonare), mantenimento/recupero della mobilità articolare, miglioramento della circolazione(in particolare riflusso venoso). Da un punto di vista psicologico: respirazione consapevole e conseguente miglioramento dell’autocontrollo, rilascio di endorfinee miglioramento dell’umore, micro massaggio continuo(e gratuito!) effettuato dall’acqua che favorisce il rilassamento e la distensione.”

Pro e contro dell’acquagym?

“L’acquagym consente di lavorare su singoli distretti muscolari e di personalizzare efficacemente le esercitazioni. Non richiede di saper nuotare e può quindi essere praticata da chiunque, in quanto l’acqua sostiene e accompagna i movimenti. La resistenza progressiva offerta dall’acqua permette di adattare l’ampiezza e l’intensità dei movimenti alle condizioni fisiche e al grado di allenamento di ciascun partecipante. In questo modo, è possibile costituire anche classi eterogenee senza alcuna difficoltà o penalizzazione per gli allievi più esperti. Gli esercizi si svolgono in verticale con la testa sempre fuori dall’acqua, favorendo la socializzazione.  Inoltre, non si bagnano i capelli e per molte persone questo è il principale punto di forza. Oltre a sostenere l’acqua nasconde le curve (o la mancanza delle medesime) e questo permette di svolgere attività anche a chi non si avvicina alla palestra perché si trova a disagio con la propria immagine corporea. Ultima, ma non ultima, la musica che rappresenta uno straordinario stimolo allenante. C’è un solo vero contro, purtroppo molto rilevante: con l’acquagym non si impara a nuotare. Può però rappresentare il primo passo di un percorso di avvicinamento al nuoto, in quanto consente di prendere confidenza con l’acqua in modo divertente.”

Quali sono le difficoltà di eseguire esercizi in acqua?

“Rispetto alla terraferma, tutti i movimenti sono agevolati. Quindi, direi davvero nessuna, salvo la necessità di prendere confidenza con il modo in cui l’acqua risponde ai movimenti del corpo, ma è questione di qualche minuto o di un paio di lezioni al massimo.”

Con quale frequenza consiglia di praticare questa attività?

“Come per qualsiasi altra disciplina sportiva, più è meglio. Diciamo che le due canoniche lezioni settimanali di 45 minuti rappresentano una “linea del Piave” sotto la quale è impossibile ottenere risultati duraturi.”

Quante calorie si bruciano?

“È davvero impossibile rispondere: il consumo dipende dal tipo di lezione e di esercizi, dalla condizione fisica e dall’impegno dell’allievo, dalla temperatura dell’acqua e da molti altri fattori. Se proprio vogliamo dare i numeri diciamo 300-500kCal (1200-2100kJ) che possono raddoppiare per le attività più impegnative. Per correttezza è giusto precisare che gli sport acquatici non sono fra quelli che comportano il massimo dispendio energetico a parità di tempo, ma compensano con la completezza, la sicurezza e il rilassamento. Ricordiamo che mentre ci si muove in acqua si è sottoposti a un continuo, costante e capillare micro massaggio.”

Cosa consiglia per ottenere risultati visibili in termini di peso?

“La regola base, dalla quale non si scappa, è che bisogna consumare più calorie di quante se ne introducono. Dopodiché, bisogna sapere che il metabolismo dei lipidi si attiva per ultimo, dopo la fosfocreatina muscolare e gli zuccheri. Quindi per consumare massa grassa, bisogna eseguire preferibilmente esercitazioni di lunga durata a intensità moderata e diffidare da lezioni che durano troppo poco, meno di mezz’ora per intenderci, e troppo distanziate fra di loro. Come dicevo, le due sedute settimanali sono il minimo sindacale, ma per ottenere benefici duraturi è necessario praticare attività fisica per almeno mezz’ora al giorno. Andare in piscina tutti i giorni può risultare difficile, e allora si può integrare la propria routine con passeggiate, bicicletta o semplicemente abbandonando l’ascensore se si abita dal secondo piano in su.”

Quali sono i migliori esercizi per mantenersi in forma?

“Non ci sono esercizi “magici”. La regola è: continuità, costanza, varietà. Ricordare anche che non esiste il dimagrimento localizzato. I punti dai quali prelevare grasso per fini energetici non li decidete né voi né l’istruttore, ma il vostro metabolismo, quindi è inutile fare solo esercizi per gambe, addominali, glutei sperando di dimagrire nei punti sensibili. Anzi: l’aumento sproporzionato della massa muscolare potrebbe rendere ancora più “pericolose” determinate curve. Bisogna armarsi di pazienza, con obiettivi di medio-lungo periodo, per ottenere una corporatura equilibrata e sana.  Ricordiamo anche che il migliore alleato è il nostro carrello della spesa: dieta mediterranea, tanta acqua, e una distribuzione dei principi nutritivi coerente con la classica piramide alimentare. Non dovrebbe servire dirlo, ma ovviamente via sigarette e superalcolici.”

Con l’acquagym è possibile combattere la ritenzione idrica?

“Sì, e in maniera molto efficace. La spinta idrostatica ha un effetto antigravitario e favorisce il ritorno venoso e linfatico dalla periferia, in particolare dagli arti inferiori, verso il cuore. Uno dei principali benefici riscontrato dalle utenti, già dopo le prime lezioni, è proprio la riduzione di gonfiori, edemi, ecc.”

Quali esercizi per chi soffre di mal di schiena?

“Faccio la stessa premessa che vale per il nuoto: ci sono molti tipi di mal di schiena e, se sono molto intensi o cronici, il primo consiglio è quello di rivolgersi al proprio medico evitando il fai da te. In generale, direi le esercitazioni in acqua fondacon cintura galleggiante che annullano il carico sulla colonna o le varianti più “soft” del fitness in acqua che evitano sollecitazioni brusche. In molte piscine, vengono inoltre proposti corsi di ginnastica antalgicafinalizzati specificamente alla riduzione del dolore. Attenzione però: si tratta di corsi che devono essere condotti da personale specializzato, e cioè: medici fisiatri, fisioterapisti (diploma unversitario), laureati in scienze motorie con specializzazione. Diversamente, si rischia di perdere tempo e denaro e, soprattutto, di danneggiare la propria salute mettendola nelle mani di istruttori improvvisati. Suggerimento: state alla larga da istruttori che, senza una preparazione specifica, si propongono come fisioterapisti, nutrizionisti, preparatori atletici e così via.”

Acqua power : di che si tratta?

“L’acqua power è la dicitura che molti centri utilizzano per l’acqua cross training, che è un po’ la moda del momento e trasferisce in acqua i principi del cross training terrestre, eliminando il rischio di infortuni che è il principale limite di questa attività in palestra.”

Accorgimenti per evitare movimenti bruschi?

“Nessuno, ci pensa l’acqua. Più è energico il movimento, maggiore è la resistenza incontrata. La resistenza in acqua aumenta all’incirca con il quadrato della velocità, quindi se raddoppio la velocità di movimento la resistenza quadruplica. Pertanto, il rischio di infortunio da “eccesso di entusiasmo” è azzerato.”

Quanto è importante la respirazione durante l’esecuzione degli esercizi?

“E’ fondamentale in qualsiasi disciplina. Gli sport acquatici favoriscono la consapevolezza e il controllo della respirazioneperché, a differenza che sulla terraferma, l’espirazione è forzata. Bisogna concentrarsi per vincere la resistenza che l’acqua esercita sul torace e questo è il motivo per cui, ad esempio, la ginnastica in acqua è popolarissima e utilissima per le gestanti.”

Come riscaldare il corpo per prepararlo all’attività fisica?

“Come per il nuoto, la ginnastica in acqua non richiede un riscaldamento preventivo. E’ sufficiente iniziare la lezione con esercizi a bassa intensità, seguendo le indicazioni dell’istruttore, e salire di ritmo con il passare dei minuti. Diciamo che una lezione ben strutturata prevede 5’ di attivazione (esercizi a bassa intensità), 30’ di esercitazioni allenanti (intensità da media a elevata) e 10’ di defaticamento (esercizi di intensità decrescente).”

Perché invecchiamo? I radicali liberi e i cibi antiossidanti

Posted on : 21-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Come difendersi dai tumori e dall’invecchiamento determinato dai radicali liberi: i cibi che aiutano a restare giovani.

Come mai in campagna, dove l’alimentazione è più sana e si è lontani dallo stress urbano, si vive di più mentre nelle grandi città la possibilità di contrarre malattie anche mortali è molto più elevata? Ti sei mai chiesto perché un tuo compagno di classe del liceo dimostra molto meno dell’età che ha ed un altro invece sembra già vecchio? I fattori che possono contribuire all’invecchiamento dell’uomo o della donna sono diversi: stile di vita, sonno, genetica, preoccupazioni, difficoltà di ogni genere. Ma, se è vero che “siamo ciò che mangiamo” è anche vero che il cibo ha una sua grossa parte in questi processi. L’alimentazione può influenzare Ia salute attraverso meccanismi diversi tutti scientificamente plausibili. La maggior parte delle nuove ricerche in quest’ambito si è concentrata sul potere antiossidante di alcuni alimenti. Di tanto parleremo in questo articolo. Cercheremo di spiegare perché invecchiamo, cosa sono i radicali liberi e i cibi antiossidanti. Ma procediamo con ordine.

Antiossidanti: a che servono?

Tra i disturbi che ci affliggono, molti sono dovuti alla perversità dell’ossigeno. Proprio così, questo elemento, essenziale per Ia vita è anche in grado di minare Ia salute. Le nostre cellule devono necessariamente affrontare un vero e proprio assedio da parte di forme tossiche dell’ossigeno, dotate di un notevole potenziale distruttivo.

Esse, infatti, favoriscono Ia formazione di trombi arteriosi, promuovono Ia cancerogenesi, distruggono le articolazioni e alterano le funzioni cerebrali.

La teoria che vede l’ossigeno responsabile di molti disturbi ha letteralmente rivoluzionato le modalità di approccio della ricerca scientifica alla genesi e alla prevenzione delle malattie. Si è così delineata una precisa linea d’indagine, volta a stabilire i legami esistenti tra alimentazione e deterioramento dell’organismo. Finora e stato possibile correlare all’azione distruttiva dell’ossigeno almeno 60 malattie croniche e, fatto non trascurabile, l’invecchiamento stesso.

«Man mano che gli anni aumentano, cresce il nostro tasso di ossidazione», osserva Helmut Sies, capo del Dipartimento di Biochimica della Facoltà di Medicina dell’Università di Dusseldorf (Germania). In termini meno gentili, potremmo essere paragonati a un pezzo di burro lasciato a lungo all’aria aperta. In queste condizioni l’irrancidimento e inevitabile, rapido in certi casi, più lento in altri. La questione cruciale e appunto questa: perché certe persone invecchiano velocemente mentre altre risultano particolarmente resistenti al danno ossidativo? Perché certe popolazioni sono, mediamente, più sane e longeve di altre? Com’é possibile rallentare questo processo degenerativo?

Lo stress ossidativo: cos’è?

Come spiega il donor Sies, Ia teoria che vede l’ossigeno come il principale responsabile di molte malattie è facilmente comprensibile.

II nostro organismo può essere paragonato a un campo di battaglia nel quale si affrontano due schieramenti: le molecole di ossigeno nocive, chiamate ossidanti, e gli antiossidanti, sostanze ad azione protettiva. Alcuni ossidanti, normalmente prodotti dai diversi processi metabolici, possono svolgere un ruolo positivo, ma molti altri risultano tossici. Questi ultimi sono paragonabili a una «banda» di molecole dotate di un’attività sfrenata che viaggiano nel nostro organismo assalendo le cellule, rompendone Ia delicata membrana di rivestimento, attaccandone il materiale genetico, alterandone Ia componente lipidica, sovvertendone Ia struttura a tal punto da poterne provocare Ia morte. Questo processo, ovviamente, avviene in modo molto graduale e senza provocare alcun tipo di disturbo. Dopo anni di incessante martellamento da parte degli ossidanti, iniziano a comparire i primi malesseri: diminuzione della vista, angina, infiammazione, diminuzione della memoria e, a volte, tumori.

Fortunatamente, vari antiossidanti, per lo più contenuti negli alimenti, si impegnano al massimo per proteggere le cellule. Esiste tuttavia una «zona» ad alto rischio di malattia che si manifesta quando gli ossidanti superano le capacita protettive degli antiossidanti. Questa condizione viene definita «Stress ossidativo».

Cosa sono i radicali liberi?

Gli ossidanti sono di diversa natura e provenienza, tuttavia quelli più noti e studiati sono i cosiddetti «radicali liberi». La loro caratteristica è quella di aver perso un elettrone e, insieme con esso, anche Ia propria stabilita chimica. Di conseguenza, essi cercano di acchiappare l’elettrone mancante un po’ dovunque e in questa ricerca frenetica aggrediscono le cellule sane, distruggendole.

Si vengono così a creare altri radicali liberi, e quindi nuove lesioni cellulari, in una reazione a catena non più controllabile. «I radicali liberi generano radicali che, a loro volta, ne producono altri» spiega il dottor Sies. Queste molecole possono attaccare il Dna, cioe il materiale genetico racchiuso nel nucleo cellulare, alterandolo (mutazione). E questo il primo passo lungo Ia strada che può portare all’insorgenza di un tumore.

Ma c’è di più: i radicali liberi attaccano Ia componente lipidica delle membrane cellulari e, in mancanza di difesa, cioè di antiossidanti, gli acidi grassi subiscono un processo chiamato perossidazione. In altre parole, irrancidiscono.

Qual è l’origine degli ossidanti?

Alcuni sono un prodotto di rifiuto di processi metabolici molto comuni quali, per esempio, Ia respirazione e le reazioni immunitarie. Molti altri, invece, provengono dall’ambiente o da cattive abitudini di vitae sono particolarmente nocivi: radiazioni ionizzanti, inquinanti atmosferici, prodotti chimici tossici, pesticidi, fumo di sigaretta, eccesso di esercizio fisico e stress. E chiaro che ciascuno di noi può, in una certa misura, prevenire il danno ossidativo evitando di assumere comportamenti a rischio. Ma e possibile fare ancora di più: potenziare le difese antiossidanti.

Come difendersi dai radicali liberi con il cibo

Una delle più grandi scoperte effettuate in questi ultimi anni, supportata da un’impressionante mole di evidenze scientifiche, e che lo stress ossidativo può essere combattuto anche a tavola. ovviamente nei limiti consentiti dalla genetica. Gli antiossidanti contenuti in certi alimenti, soprattutto frutta e verdura, sono in grado di intercettare e annientare i radicali liberi ma anche di riparare, almeno in parte, i danni già avvenuti.

Una volta chiarito l’enorme potenziale di queste sostanze, i ricercatori hanno iniziato a passare in rassegna tutti gli alimenti, al fine di stabilirne Ia maggiore o minore capacita difensiva. Ciò ha portato all’identificazione di un gruppo di antiossidanti di origine vegetate ai quali sono stati attribuiti nomi abbastanza originali:

quercetina, Iicopene, luteina, glutatione. Essi si aggiungono all’elenco di nutrienti molto più noti: vitamina C, E, beta-carotene e selenio.

Soggetti con attività ossidativa elevata e basso apporto di antiossidanti, e quindi ad alto rischio di malattia, potranno così raggiungere una situazione di equilibrio aumentando il consumo di alimenti ricchi di sostanze ad azione difensiva. Tra tutti gli accorgimenti adottati per migliorare lo stato di salute, sforzarsi di mangiare alimenti ricchi di antiossidanti e sicuramente il più importante.

Quali danni possono evitare gli antiossidanti?

  • Ossidazione del colesterolo LDL che risulta così molto dannoso per le arterie;
  • Alterazione del materiale genetico cellulare (mutazione) con possibile insorgenza di un tumore;
  • Distruzione di cellule facenti parte di strutture oculari con conseguente cataratta o degenerazione maculare;
  • Aumento della pressione sanguigna;
  • Distruzione di cellule nervose e possibile insorgenza di gravi disturbi neurologici come il morbo di Parkinson;
  • Esaltazione dei processi infiammatori, come nell’artrite e nell’asma;
  • Alterazione degli spermatozoi, con conseguente infertiliti e anomalie congenite.

Quali cibi contengono antiossidanti?

Quando acquisti frutta o verdura, cerca di scegliere le varietà più colorate che, di solito, sono più ricche di antiossidanti. Per Ia stessa ragione, privilegia i prodotti freschi o surgelati e diminuisci il consumo di quelli in scatola, o lavorati oppure precotti.

In linea di massima, puoi fare una buona scorta di antiossidanti mangiando:

  • Uva rossa al posto di quella bianca
  • Cipolle rosse invece delle bianche
  • Cavoli, cavolfiori e broccoli crudi o poco cotti
  • Aglio crudo e schiacciato
  • Verdure fresche o surgelate al posto di queUe in scatola
  • Verdure cotte nel forno a microonde piuttosto che bollite o stufate
  • Olio extravergine di oliva spremuto a freddo
  • Vegetali con foglie di colore verde scuro
  • Pompelmi rosa, non bianchi
  • Frutta intera al posto dei succhi di frutta
  • Succhi di frutta e verdura freschi e non in scatola
  • Carote e zucche di colore arancione intenso.

Come riconoscere l’anoressia

Posted on : 20-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Atteggiamenti apparentemente innocui come mantenersi in forma o una particolare attenzione alla propria alimentazione, possono nascondere insidie pericolose per la salute.

L’anoressia è una malattia che ha assunto i caratteri di un’epidemia sociale. Si punta il dito contro i mass media e i social che, individuando nella magrezza e nella tonicità muscolare un canone estetico vincente, sedurrebbero persone con un costrutto fragile e influenzabile come possono essere gli adolescenti. Ma il dimagrimento rappresenta solo la punta dell’iceberg di una malattia subdola che affonda le proprie radici in un profondo disagio psichico. La possibilità di guarigione è collegata alla diagnosi precoce, ma come riconoscere l’anoressia?

Anoressia

L’anoressia nervosa (il termine deriva dal greco: mancanza d’appetito) è un disturbo del comportamento alimentare che compromette la qualità della vita. Non esiste un’unica causa dell’anoressia, intervengono vari fattori:

  • familiarità: presenza di un familiare affetto da anoressia o disturbi dell’umore;
  • ambiente: massiccia esposizione a modelli che esaltano l’aspetto fisico; nuclei familiari con elevati livelli di ostilità e scarsa empatia;
  • individuali: personalità vulnerabili (bassa stima di sé, eccessivo perfezionismo, tendenza a estremizzare senza mezze misure).

La diagnosi di Anoressia, secondo il DSM5 (Manuale Diagnostico Statistico per i disturbi mentali), si basa su:

  • limitazione del cibo con peso corporeo inferiore al minimo normale per età, sesso, altezza;
  • paura di ingrassare, utilizzo di stratagemmi per evitare l’aumento di peso: vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, eccessivo esercizio fisico;
  • alterata visione della propria struttura corporea (dismorfismo corporeo).

Esistono due tipi di anoressia:

  • di tipo restrittivo: senza episodi di abbuffate e strategie di eliminazione negli ultimi tre mesi;
  • di tipo bulimico: episodi di abbuffate e strategia di eliminazione negli ultimi tre mesi.

Colpisce per lo più il sesso femminile di età compresa tra i quindici e i diciannove anni, anche se l’età di insorgenza può spaziare dall’infanzia all’età adulta.  Il sesso maschile è interessato nel 5/10%.

Sintomi dell’anoressia

I sintomi dell’anoressia interessano sia aspetti psico-comportamentali che fisiologici nutrizionali.

L’anoressia inizia con una dieta alimentare intrapresa per:

  • perdere qualche chilo;
  • seguire un’alimentazione salutare;
  • eliminare cibi ritenuti dannosi in presenza di problemi come l’acne.

In seguito alla dieta, aumentano gli stimoli della fame e in preda all’euforia per il traguardo raggiunto e per paura di vanificare l’effetto ottenuto e ingrassare, il controllo sul cibo diventa stringente e il pensiero si concentra ossessivamente su di esso. Si mettono in atto comportamenti che rappresentano dei segnali di allarme:

  • sminuzzare il cibo in bocconi piccolissimi;
  • masticare a lungo;
  • tendere a nascondere il cibo;
  • continuare a sistemare il cibo nel piatto;
  • controllare le calorie di ogni singola porzione;
  • addurre scuse per non mangiare: sono a dieta/ho intolleranze/non mi piace niente;
  • evitare i pasti comuni in famiglia e le uscite con gli amici fino all’isolamento sociale.

Chi si ammala di anoressia attraversa vari stadi:

  • prima fase: dieta dimagrante che genera grande soddisfazione;
  • seconda fase: ottenuto il dimagrimento, l’impulso della fame rende sensibili agli stimoli del cibo e compare depressione, ansia e irritabilità. Subentra la paura di ingrassare e vengono attuati i rituali che limitano l’assunzione del cibo con ulteriore perdita di peso;
  • terza fase: compromissione delle capacità cognitive con perdita di concentrazione e di memoria, accentuazione della depressione;
  • fase finale: depressione e astenia che conducono a morte (10%) sia per le complicanze mediche che come atto volontario.

Le complicanze mediche dell’anoressia sono:

  • cardiovascolari: abbassamento pressione arteriosa, frequenza e ritmo cardiaco. Possibili svenimenti, sincopi e arresto cardiaco;
  • ematologiche: anemia da carenza di ferro e vitamine;
  • gastrointestinali per rallentamento della funzione intestinale: gonfiore e stipsi;
  • ormonali: assenza di mestruazioni/ritardo della comparsa in età prepubere, calo del desiderio sessuale in entrambi i sessi e della potenza nel maschio;
  • ossee: osteoporosi;
  • dermatologiche: colorito giallastro delle mani e dei piedi, comparsa di peluria (lanugo), pelle secca e disidratata, perdita di capelli.

Da un punto di vista psicologico, è presente:

  • assenza di consapevolezza di malattia;
  • scarsa motivazione alla terapia;
  • visione distorta del proprio corpo;
  • irritabilità, ansia, depressione.

Terapia dell’anoressia

La cura dell’anoressia è volta al trattamento del conflitto corpo-mente. Non esiste un unico specialista per l’anoressia, l’approccio è multidisciplinare e concordato tra il medico internista, il nutrizionista e lo psicologo/psichiatra.

La riabilitazione nutrizionale attraverso percorsi di psicoterapia cognitivo-comportamentale e psicoeducazione alimentare si prefigge di:

  • normalizzare il comportamento alimentare;
  • trattare le conseguenze fisiche e psicosociali del ridotto apporto calorico;
  • rialimentazione secondo protocolli.

La terapia ambulatoriale è possibile in presenza di:

  • peso corporeo non inferiore al 25%;
  • assenza di complicanze mediche;
  • motivazione alla guarigione e ambiente familiare collaborativo.

È indicato il ricovero ospedaliero in caso di:

  • complicanze mediche;
  • scarsa consapevolezza di malattia;
  • conflittualità ambiente familiare;
  • emergenze psichiatriche: tentativi di autolesionismo.

La percentuale di guarigione dall’anoressia è del 60/70%, mentre nel 25/30% la malattia cronicizza.

Come scoprire un’intolleranza alimentare cronica

Posted on : 20-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Se qualche cibo ti provoca dei disturbi come colite, mal di testa, stanchezza è molto probabile che tu sia allergico o che soffri di una certa ipersensibilità all’alimento. Ma come fai ad accorgertene?

Soffri spesso di mal di testa? Orticaria? Asma? Eczema? Sindrome dell’intestino irritabile? Colite ulcerosa? Artrite reumatoide? Sindrome da fatica cronica? Sei depresso, lunatico, lento? Tuo figlio soffre di coliche? Eruzioni cutanee? Diarrea? Difficoltà respiratorie? Otiti infettive? Emicranie? Crisi epilettiche? Questi disturbi possono essere scatenati o aggravati da certi alimenti; non si tratta del fenomeno comunemente noto come allergia alimentare, ma di una strana reazione, presente solo in alcuni individui, meglio nota come intolleranza alimentare, e Ia cui natura non è stata ancora del tutto chiarita. Una sola cosa è certa: Ia correlazione tra cibo e disturbo è reale. Riconoscerla ha aiutato a risolvere molti malesseri di origine misteriosa. II riconoscimento di queste bizzarre «allergie» ha aperto nuovi campi di indagine poiché secondo alcuni esperti esse possono essere chiamate in causa in un’ampia gamma di malattie. Come già sottolineato, tali reazioni non vengono classificate come allergie, bensì definite in modi diversi, come intolleranze, ipersensibilità, reazioni metaboliche oppure reazioni avverse. Di tanto ci occuperemo in questo articolo e spiegheremo come scoprire un’intolleranza alimentare cronica da soli, senza cioè il supporto di analisi di laboratorio o un medico. Medico che comunque è necessario per la successiva diagnosi e per la ricerca di una cura.

Se dunque sospetti che l’ingestione di un particolare cibo sia responsabile della comparsa o dell’aggravamento di disturbi cronici quali artrite, mal di testa, alterazioni dell’umore, dolori addominali, diarrea o altri problemi intestinali, devi preoccuparti di identificare il «nemico» ed eliminarlo. Se ti sei già chiesto come scoprire un’intolleranza alimentare cronica ti sarà stato di certo già detto che esistono delle apposite analisi, ma non sempre queste danno dei risultati corretti ed altre sono particolarmente difficili da eseguire. Insomma, ci sono alcune variabili che sfuggono ancora alla scienza medica e della nutrizione.

Fra l’altro devi anche sapere che il problema può avere dei risolvi assai seri non solo per i celiaci e per coloro che presentano delle allergie comprovate. Si è notato che l’intolleranza alimentare può essere anche causa di problemi psicologici come l’ansia e la depressione. Il dottor Talal Nsouli, allergologo presso Ia Facoltà di Medicina della Georgetown University, ha riscontrato che in molti casi Ia sindrome da fatica cronica è correlata a una sottostante allergia alimentare, soprattutto nei confronti di frumento, latte e mais. In definitiva, le nuove teorie che correlano alia presenza di un’intolleranza alimentare molti disturbi cronici, offrono una speranza di guarigione a milioni di ammalati.

Qui di seguito sono riportate le linee-guida raccomandate dal dottor Nsouli per affrontare Ia cosiddetta “dieta di esclusione” nel migliore dei modi.

Come scoprire un’intolleranza senza ricorrere alle analisi

Astieniti dal consumare l’alimento sospetto per almeno una settimana. È consigliabile iniziare escludendo i cibi più spesso implicati in queste reazioni: latte e derivati, prodotti contenenti  frumento (per esempio pane e pasta) e mais. Leggi attentamente le etichette degli alimenti confezionati poiché Ia caseina (proteina contenuta nel latte), il glutine (proteina contenuta nel frumento) e i derivati del mais vengono impiegati spesso nell’industria alimentare.

Nella settimana di prova segui accuratamente l’andamento dei tuoi disturbi. Un miglioramento, anche leggero, costituisce un indizio prezioso.

Una volta identificato l’alimento responsabile dei tuoi malesseri, fai una controprova per essere sicuro di avere centrato il problema. Per una settimana reinseriscilo nella dieta, e in dosi abbondanti. Nel caso si tratti dei prodotti caseari, magia yogurt, formaggi freschi o semi-stagionati e latte scremato due o tre volte al giorno.

Se indagato è il mais, consuma polenta, fiocchi e pane di granoturco; se è il frumento, via libera a pane e pasta.

II peggioramento o Ia ricomparsa dei disturbi indicano che il cibo può esserne parzialmente o totalmente responsabile.

Ricorda però che i sintomi possono comparire anche due o tre giorni dopo aver mangiato l’alimento nocivo. Ed è questo il vero limite di tale indagini. Difatti l’intolleranza può manifestarsi a distanza di ore o addirittura giorni dall’assunzione dell’alimento, viene stimolata da quantitativi di cibo maggiori rispetto a quelli necessari nelle forme «classiche» e non determina alcuna variazione dei parametri di laboratorio, mentre i test cutanei possono essere positivi o negativi.

Alimenti maggiormente responsabili di disturbi cronici

Secondo quanto emerso dagli studi, i seguenti alimenti possono essere responsabili di un’ampia gamma di disturbi:

  • Prodotti contenenti frumento e mais
  • Prodotti caseari
  • Caffeina
  • Lievito
  • Agrumi.

Agorafobia e paura della folla: sintomi, rimedi e cure

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Azioni comuni che vengono svolte dalla maggior parte degli individui in assoluta tranquillità, rappresentano per alcune persone delle sfide insormontabili e sono fonte di grande disagio.

Trovarsi all’interno di un cinema piuttosto che di un pullman o in coda allo sportello o nel bel mezzo di una piazza, può costituire per taluni una situazione angosciante che provoca intensa sofferenza fisica. Quando la paura di recarsi in alcuni luoghi o di trovarsi in certe situazioni assale senza motivi apparenti e si ripresenta costantemente, allora si potrebbe trattare di agorafobia: quali sono i sintomi, i rimedi e le cure?

Agorafobia e paura della folla

Il termine agorafobia deriva dal greco e significa, letteralmente, “paura della piazza”, tuttavia la sintomatologia lamentata è più complessa di una generica fobia degli spazi aperti. Il paziente agorafobico teme di trovarsi in una situazione di bisogno senza poter ricevere aiuto, ha paura di recarsi in un luogo da cui è difficile sfuggire per raggiungere un posto sicuro come la propria casa.

L’ansia e la paura dell’agorafobico si presentano in due situazioni:

  • spazi aperti popolati da persone in cui non si è certi di ricevere aiuto;
  • spazi chiusi nei quali ci si sente imprigionati e si può essere soccorsi con difficoltà.

Chi soffre di agorafobia teme che, trovandosi nelle suddette circostanze, possa:

  • sentirsi male;
  • avere perdita di urine;
  • episodi di diarrea,
  • vomitare;
  • svenire,
  • perdere il controllo.

Le cause dell’agorafobia sono riconducibili a:

  • fattori genetici (61%);
  • fattori ambientali rappresentati da eventi stressanti come lutti, separazioni, oppure ambienti familiari anaffettivi o iperprotettivi;
  • fattori individuali quali malattie psichiatriche pregresse (anoressia o bulimia).

Colpisce in prevalenza individui di sesso femminile di età compresa tra venticinque e trentacinque anni.

Sintomi dell’agorafobia e paura della folla

I sintomi dell’agorafobia sono costituiti da ansia e paura all’idea di un pericolo incombente e dell’impossibilità a sottrarsi da esso. Al realizzarsi della situazione temuta, l’ansia e la paura si accompagnano a tensione, disagio, vertigini e palpitazioni che possono evolvere verso un vero e proprio attacco di panico.

Il DSM 5, Manuale Diagnostico Statistico per i disturbi mentali, afferma che per poter fare diagnosi di agorafobia è necessario che il quadro clinico si manifesti in almeno due delle seguenti condizioni:

  • in ambienti chiusi come i teatri, le chiese, i cinema, negozi;
  • utilizzando mezzi di trasporto come auto, treni, pullman;
  • in spazi aperti come piazze, ponti, mercati;
  • in mezzo alla folla oppure in fila,
  • fuori casa da soli.

Non si può fare diagnosi di agorafobia quando il paziente evita certi ambienti a seguito di una malattia che ne limita l’autonomia (Morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla), oppure quando teme una situazione imbarazzante in cui potrebbe incorrere (attacco di diarrea in paziente con Rettocolite Ulcerosa/Morbo di Crohn).

Il quadro clinico si ripresenta tutte le volte che l’individuo affronta la stessa situazione, talvolta l’ansia e la paura vengono scatenati anche semplicemente dal pensiero di recarsi in un dato luogo.

Il paziente agorafobico:

  • è consapevole della sproporzione tra il pericolo temuto e la situazione reale;
  • attua delle strategie allo scopo di evitare la situazione temuta;
  • presenta una compromissione della vita sociale e lavorativa;
  • i sintomi e l’atteggiamento di difesa persistono da almeno sei mesi.

Può essere difficile fare diagnosi di agorafobia perché il paziente può ricorrere all’aiuto di una persona estranea per affrontare le situazioni temute e quindi non prendere coscienza del problema, oppure può crearsi degli alibi per giustificare certi comportamenti (non andare al cinema perché deve studiare/prendersi cura di un familiare). Per affrontare l’agorafobia, il paziente evita luoghi e situazioni ritenuti pericolosi e mette in atto dei comportamenti (farsi accompagnare oppure chiudersi in casa) che a lungo andare possono sfociare in una depressione.

Esistono test per l’agorafobia (Panic and Agoraphobia scale) la cui somministrazione risulta utile per formulare la diagnosi e stabilire la gravità.

È necessario escludere altre patologie come fobia sociale, depressione, ossessioni.

L’agorafobia può associarsi o meno alla malattia da Attacchi di panico.

Rimedi e cure dell’agorafobia

Il decorso e la gravità dell’agorafobia sono variabili. Solo una percentuale minima guarisce da sola. Alcuni individui hanno un semplice miglioramento dei sintomi che tendono ad accentuarsi in occasione di forti stress. Se non trattata l’agorafobia ha un decorso cronico.

Il trattamento è costituito da:

  • consigli di carattere generale volti alla modifica degli stili di vita: regolare attività fisica, alimentazione sana, ridotta assunzione di caffè, eliminazione di alcol e droghe;
  • partecipazione a gruppi di auto-aiuto;
  • psicoterapia con terapia cognitiva e comportamentale: consiste nell’affrontare le tematiche della paura e delle strategie di difesa;
  • psicoterapia psicodinamica: presuppone alla base dell’agorafobia un conflitto che deve essere risolto;
  • può essere necessario somministrare farmaci antidepressivi e/oansiolitici.