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Salute e Benessere | KYK.it
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Coronavirus: ecco quanto tempo ci vorrà per il vaccino

Posted on : 01-04-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Covid-19: l’Ema annuncia che, attualmente, nessun farmaco in sperimentazione ha ancora dimostrato la sua efficacia. Per il vaccino, ci vorrà quasi un anno.

L’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema) ha comunicato che al momento, in relazione ai dati preliminari, nessun farmaco ha ancora dimostrato la sua efficacia per il trattamento del Coronavirus.

Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi, l’agenzia ha avviato un dialogo con numerosi sviluppatori di farmaci con finalità terapeutiche e una serie di sviluppi sono già in corso. Il team di risposta al Covid-19 di Ema è in contatto con gli sviluppatori di circa 40 terapie farmacologiche per consentire una migliore comprensione dei potenziali trattamenti.

L’Agenzia è in contatto con gli sviluppatori di circa dodici potenziali vaccini contro Covid-19. Potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso. Al momento, su due vaccini si stanno conducendo le sperimentazioni di fase I.

Ecco gli ultimi aggiornamenti sui farmaci e sui vaccini in sperimentazione.

Farmaci

I farmaci sottoposti a sperimentazione clinica sono i seguenti:

  • remdesivir (medicinale sperimentale);
  • lopinavir/ritonavir (al momento autorizzato come medicinale anti-HIV;
  • clorochina e idrossiclorochina (al momento autorizzate a livello nazionale per il trattamento della malaria e di alcune malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide);
  • interferoni sistemici e in particolare interferone beta (al momento autorizzato per il trattamento di malattie come la sclerosi multipla);
  • anticorpi monoclonali con attività contro componenti del sistema immunitario.

Vaccini

Per due vaccini sono già stati avviati gli studi clinici di fase I, corrispondenti ai primi studi necessari condotti su volontari sani.

L’Ema comunica che continuerà a interagire con gli sviluppatori di potenziali terapie o vaccini contro il COVID-19. L’obiettivo è fornire assistenza sui requisiti regolatori affinché ogni medicinale potenzialmente efficace possa essere messo a disposizione dei pazienti il più rapidamente possibile, prima nel contesto della sperimentazione clinica e poi, una volta autorizzato, anche sul mercato.

Coronavirus, ecco quando si è più contagiosi

Posted on : 01-04-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La buona notizia è che dopo i primi sette giorni di sintomi la probabilità di trasmettere il virus diminuisce (ma resta). Lo dice un nuovo studio sul Covid-19.

Il famoso picco non è solo nella quantità di malati. Esiste anche un picco di maggiori probabilità di trasmettere il virus da un paziente positivo a uno negativo. Questo picco si manifesterebbe nella prima settimana in cui ci si ammala. Significa che dopo i primi sette giorni il virus si può comunque trasmettere ad altri ma non con la stessa frequenza della prima settimana in cui si sono manifestati i sintomi. Lo dice uno studio pubblicato sulla rivista “Nature”. Ce ne dà conto l’agenzia di stampa Adnkronos.

È un approfondimento derivato dall’analisi virologica dettagliata di nove pazienti adulti di Monaco, in Germania, con sintomi lievi di Covid-19. Secondo la ricerca, esiste una replicazione attiva di Sars-CoV-2 nel tratto respiratorio superiore dei pazienti e suggerisce che questi ultimi possono “liberarsi” – o espellere il virus – ad alti livelli proprio durante la prima settimana.

Christian Drosten e i suoi colleghi della Charité Universitätsmedizin di Berlino hanno studiato lo spargimento virale in nove giovani e adulti di mezza età con diagnosi di Covid-19, trattati per lievi sintomi del tratto respiratorio superiore in un singolo ospedale di Monaco. Hanno analizzato campioni di gola e polmoni, espettorato (muco del tratto respiratorio), feci, sangue e urina dei pazienti durante il loro decorso clinico. Gli autori hanno riscontrato “alti livelli di replicazione virale nei tessuti del tratto respiratorio superiore ed
elevati livelli di diffusione virale nel tratto respiratorio superiore durante la prima settimana di sintomi”.

Gli scienziati sono stati in grado di isolare una forma infettiva del virus dai campioni prelevati dalla gola e dai
polmoni dei pazienti fino all’ottavo giorno di sintomi, anche mentre questi si riducevano. Due dei pazienti, che hanno mostrato alcuni primi segni di polmonite, hanno continuato a rilasciare alti livelli di virus nell’espettorato fino al giorno 10 o 11 dai primi sintomi. L’Rna virale è rimasto rilevabile nell’espettorato anche dopo la fine dei sintomi.

Il virus non è stato rilevato invece nei campioni di sangue o di urina e gli autori non hanno trovato segni di replicazione del virus nei campioni di feci, nonostante le alte concentrazioni di Rna virale, a sostegno della teoria secondo cui il microrganismo in realtà potrebbe non essere trasmissibile attraverso le feci. Tuttavia sono necessari ulteriori studi in campioni più grandi per approfondire questa possibile via di trasmissione, avvertono.

“Nel loro insieme, questi risultati iniziali indicano che lo spargimento di Sars-CoV-2 nel tratto respiratorio superiore si verifica in modo più efficiente all’inizio, quando i pazienti hanno ancora sintomi lievi. Ulteriori
ricerche potrebbero aiutare a capire se un aumento della carica virale di un paziente dopo la prima settimana di sintomi possa segnalare un aggravamento dei sintomi”, suggeriscono gli autori.

Coronavirus, forse il tabacco ci salverà

Posted on : 01-04-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La speranza di annientare Covid-19 può arrivare dalle piante? Una società americana prova a rispondere a questa domanda con una serie di test pre-clinici.

Finora di tabacco e Coronavirus si era parlato solo in relazione ai maggiori rischi dei fumatori di contrarre la malattia. Proprio oggi è comparso un nuovo avviso sul sito del ministero della Salute: “I fumatori potrebbero essere più vulnerabili“, come conseguenza dell'”atto stesso del fumo: le dita, ed eventualmente le sigarette contaminate, arrivano a contatto con le labbra e questo aumenta la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca”, oltre che per la possibile “malattia polmonare sottostante” cui un fumatore è più esposto.

A sorpresa, invece, il rimedio al Coronavirus potrebbe venire proprio dalle piante di tabacco. Ci informa di questo una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos: parla di un potenziale vaccino al Covid-19 realizzato con una nuova tecnologia che utilizza il tabacco. Lo sta sviluppando la società Kentucky BioProcessing (Kbp), azienda americana bio-tech controllata da British American Tobacco (Bat). Ci troviamo nella fase dei test pre-clinici. All’esito di questi test Bat prevede che “attraverso l’utilizzo di partner e il sostegno delle agenzie governative e delle istituzioni”, possano essere prodotte tra 1 e 3 milioni di dosi di vaccino a settimana, a partire da giugno.

Kbp ha recentemente clonato una parte della sequenza genetica del Covid-19 che ha portato allo sviluppo di un potenziale antigene – una sostanza che induce una risposta immunitaria nel corpo e, in particolare, la produzione di anticorpi. L’antigene è stato quindi inserito nelle piante di tabacco per farlo riprodurre e, una volta raccolte le piante, è stato poi purificato ed è ora sottoposto ai test. Il progetto è accelerare il più possibile per rendere disponibile il vaccino. Senza fini di lucro, avverte la società.

Ma perché il tabacco? Il vantaggio, come si legge sulla nota dell’Adnkronos, consisterebbe nel fatto che queste piante non possono ospitare agenti patogeni che causano diverse malattie umane. È più veloce, perché le proprietà del vaccino si accumulano più rapidamente nelle piante di tabacco (6 settimane rispetto ai diversi mesi necessari utilizzando metodi tradizionali) e non è richiesta refrigerazione, contrariamente alle formulazioni dei vaccini tradizionali.

Al momento sono dodici i vaccini in corso di sperimentazione per rendere la popolazione immune dal Coronavirus. Proprio ieri l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha tracciato un quadro d’insieme dei trattamenti che si stanno testando (leggi l’articolo: Coronavirus, il punto sulle cure in via di sperimentazione). Ai dodici vaccini in fase di studio si aggiungono anche quaranta diversi tipi di farmaci. Abbiamo sentito parlare sicuramente di questi: remdesivir (studio investigativo); lopinavir/ritonavir (attualmente autorizzato come medicinale anti-Hiv); clorochinaidrossiclorochina (attualmente autorizzate a livello nazionale come trattamenti contro la malaria e alcune malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide); interferoni sistemici e in particolare interferone beta (attualmente autorizzato a trattare malattie come la sclerosi multipla); anticorpi monoclonali. Ma l’Ema avverte: al momento nessuno ha dato una prova sicura della propria efficacia contro il Covid-19. I tentativi, naturalmente, vanno avanti.

Coronavirus: a quali temperature si diffonde la pandemia?

Posted on : 01-04-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’effetto meteo esiste. Anche i virus hanno il loro clima prediletto. Il virus Sars-CoV-2 sembra preferire il freddo secco. Sulla base del ‘meteo’, Covid-19 potrebbe correre in Sudamerica, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda.

Da uno studio condotto su scala globale da un team di scienziati italiani emerge che “l’epidemia cresce più rapidamente a temperature medie di circa 5°C ed umidità medio-bassa (compresa tra 0.6 e 1.0 kilopascal)”. Il lavoro porta la firma di Francesco Ficetola e Diego Rubolini, ricercatori del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’università Statale di Milano ed è stato da poco reso disponibile come ‘preprint’ sulla piattaforma medRxiv. Gli autori hanno analizzato le relazioni tra incremento dei casi di Covid-19 e condizioni climatiche, come riporta una nota stampa dell’Adnkronos.

In climi molto caldi e umidi caratteristici di alcune zone tropicali, l’epidemia sembra diffondersi molto più lentamente, anche se nessuna area popolata del mondo sembra essere completamente inidonea alla diffusione della patologia. In generale, spiegano gli esperti, le condizioni meteorologiche e climatiche hanno un ruolo molto importante nell’influenzare l’andamento delle epidemie, come dimostrato da numerosi studi condotti sulle malattie influenzali. Per esempio, i virus influenzali si diffondono meno e sono meno persistenti nell’ambiente in climi caldo-umidi.

E’ pertanto verosimile, hanno ipotizzato gli studiosi, che i fattori climatici influenzino anche la progressione della pandemia di Covid-19 attualmente in corso, causata dal virus Sars-CoV-2.

Coronavirus: quale potrebbe essere l’area in cui colpirà di più nei prossimi mesi?

Scoprendo il ‘meteo del coronavirus‘ è possibile ipotizzarlo e disegnare delle vere e proprie mappe che prevedono il suo viaggio. Mappe che evidenziano come “vaste aree dell’emisfero australe, tra cui America meridionale, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, presenteranno verosimilmente condizioni ambientali molto favorevoli a una rapida crescita dell’epidemia nei prossimi mesi, in assenza di misure contenitive”. A spiegarlo sono gli scienziati dell’università degli Studi di Milano, Francesco Ficetola e Diego Rubolini, autori di uno studio sulle relazioni tra incremento dei casi di Covid-19 e condizioni climatiche, disponibile come ‘preprint’ sulla piattaforma medRxiv.

Gli esperti del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’ateneo, analizzando l’andamento dei casi a livello mondiale su un centinaio di nazioni, sono riusciti a ‘disegnare’ delle mappe globali di come il tasso di crescita di Covid-19 potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Da qui la previsione che si basa su quanto osservato nella ricerca. Il team ha rilevato, infatti, che l’epidemia cresce più rapidamente a temperature medie di circa 5°C ed umidità medio-bassa (compresa tra 0.6 e 1.0 kilopascal) e, viceversa, va molto più lenta in climi molto caldi e umidi caratteristici di alcune zone tropicali. Anche se, puntualizzano gli studiosi, nessuna area popolata del mondo sembra essere completamente inidonea alla diffusione della patologia.

Coronavirus: confermato il prolungamento delle misure restrittive

Posted on : 01-04-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Per contenere la diffusione del Covid-19, il ministro della Salute ha spiegato che bisogna mantenere tutte le limitazioni fino al 13 aprile.

In un’informativa al Senato sull’emergenza coronavirus in Italia, il ministro della Salute Roberto Speranza ha confermato il prolungamento delle misure restrittive adottate dal governo per contenere la diffusione.

“I dati migliorano ma sarebbe un errore cadere in facili ottimismi. L’allarme non è cessato e per questo è importante mantenere fino al 13 aprile tutte le misure di limitazioni economiche e sociali e degli spostamenti individuali”, ha sottolineato il ministro, come riporta anche La Repubblica.

Per il ministro Speranza, non bisogna abbassare la guardia: “Gli esperti dicono che siamo sulla strada giusta, e che le misure drastiche adottate iniziano a dare risultati. Ma sarebbe un errore imperdonabile scambiare questo primo risultato per una sconfitta definitiva del covid, è una battaglia lunga, e non dobbiamo abbassare la guardia”.

Poi, precisa che la ripresa “sarà prudente e graduale”. Sulle modalità “sono al lavoro gli scienziati”. E assicura “massima vigilanza per evitare speculazioni e cure fai-da-te”.

“In Europa e nel mondo è in corso una terribile tempesta. Il numero dei contagiati da questo virus corre velocemente verso il milione di casi. L’economia frena, mentre le nostre città sono quasi ferme. Sembrava impossibile, eppure in poche settimane sono radicalmente cambiate le nostre abitudini consolidati stili di vita. Credo che ciascuno di noi non dimenticherà mai queste giornate”. E’ il quadro delineato dal ministro della Salute, Roberto Speranza, in un’informativa al Senato sull’emergenza coronavirus, come riporta una nota stampa dell’Adnkronos.

Unità e coesione sociale

“Nel Dopoguerra, mai come in queste ore, non è il momento delle divisioni. Come ha ricordato ancora una volta nei giorni scorsi il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, unità e coesione sociale sono indispensabili in queste condizioni”.

“Un clima politico positivo e unitario – ha affermato – è la precondizione essenziale per tenere unito il Paese in un passaggio difficilissimo della nostra storia nazionale. Tutti dobbiamo avvertire l’assillo della massima responsabilità per affrontare e superare le sfide che sono dinanzi noi”. Per Speranza “il Parlamento è il luogo dove, in una limpida dialettica, dobbiamo trovare le ragioni di un’azione comune”.

Crisi globale e dispute geopolitiche

“Abbiamo bisogno che l’Europa cambi rapidamente le sue politiche datate e superate. E’ adesso che l’Europa deve dimostrare di essere una reale opportunità, una grande forza che favorisce gli investimenti, il lavoro, la crescita economica, la mitigazione delle diseguaglianze sociali. Non possiamo consentire che a una grave crisi sanitaria si sommi un’insostenibile edevastante crisi sociale”. Questo il monito lanciato all’Ue dal ministro della Salute, Roberto Speranza, in un’informativa al Senato sull’emergenza coronavirus.

“Siamo in una crisi globale – ha evidenziato – che colpisce duramente non solo le nazioni più deboli, ma anche le superpotenze. Dopo la Cina, la grande America giorno dopo è in difficoltà crescente. Nel Central Park di New York, un luogo simbolico, si sta allestendo un ospedale da campo, Mosca è in isolamento totale, tutta l’Europa è duramente colpita, la vicina Spagna nel giro di poche settimane ha superato il nostro numero di contagi in rapporto alla popolazione”.

Ebbene, “di fronte a questa realtà – ha osservato Speranza – appaiono terribilmente datate vecchie dispute geopolitiche. E’ l’ora della cooperazione internazionale, della solidarietà. Nessuno si salva da solo, perché viviamo in un mondo interdipendente e perché il virus nonconosce confini. Come ha ricordato Papa Francesco, pregando da solo in una piazza San Pietro deserta, ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

Coronavirus, c’è l’ipotesi contagi dai guariti

Posted on : 31-03-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Uno degli innumerevoli studi sulla malattia ritiene che possa restare traccia di Covid-19 anche nella saliva e nelle feci degli ex positivi.

E se anche i guariti fossero contagiosi? È il dubbio che trapela da un nuovo studio cinese. Scopo del prosieguo delle ricerche sarà quello di dare una risposta precisa.

Per ora quello che emerge da un approfondimento pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, eseguito dal Ditan Ospital di Pechino, afferma che tracce di virus resistono anche nei guariti. Nello specifico, nelle feci e nella saliva. Siamo sempre stati messi in allerta in entrambi i casi, finora: il virus si trasmette prevalentemente tramite goccioline di saliva che possono uscire mentre parliamo, starnutiamo, abbiamo un colpo di tosse. Ma anche in bagno occorre fare attenzione, come ha ricordato in un’intervista a Repubblica Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, che raccomanda di tirare lo sciacquone sempre con lo sportello chiuso, per evitare l’effetto aerosol per chi entra dopo di noi.

Lo studio dell’ospedale di Pechino ha esaminato un campione di 133 pazienti che erano stati ricoverati per Covid-19 e che sono poi guariti. In 22 casi, tracce di virus sono state trovate in feci e saliva anche dopo che questi pazienti erano risultati negativi al tampone. Il dato che fa riflettere è che, per alcuni di questi pazienti, l’esame di feci e saliva è stato eseguito, tra l’altro, a molti giorni di distanza dal tampone negativo, in un caso addirittura 39 giorni dopo. Le tracce del virus, quindi, sono rimaste anche a oltre un mese di distanza dalla guarigione.

A questo punto, resta da capire una cosa: se questo può significare che un guarito possa ancora trasmettere il Covid-19 ad altri o se, invece, eventuali tracce di virus presenti in feci e saliva siano così “degradate”, a molti giorni dalla guarigione, da essere praticamente inoffensive. Naturalmente lo scenario apparirà diverso, a seconda dei risultati degli approfondimenti di questo studio, che sarà presto replicato su un campione più ampio di pazienti.

Ovviamente, per ora, quella che il virus possa essere trasmesso da un guarito è solo un’ipotesi cui questo studio apre. Ipotesi che andrà verificata. Se dovesse davvero emergere che la carica contagiosa del virus si mantiene anche dopo la guarigione, è possibile che non basti una quarantena di 14 giorni a garantire sicurezza. Altri studi, del resto, sono andati in questa direzione, dimostrando che il periodo di incubazione della malattia è in alcuni casi più lungo di quanto si potesse pensare, da qui il consiglio di restare a casa consecutivamente per almeno 20 giorni anziché 14.

Significa che dobbiamo allungare il periodo di quarantena? Non possiamo dirlo con certezza, non in questo momento. Ma, nel dubbio, potrebbe essere una buona precauzione.

Coronavirus, il punto sulle cure in via di sperimentazione

Posted on : 31-03-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’Agenzia europea dei medicinali afferma che, nonostante le tante terapie che si stanno provando, non c’è ancora prova della loro efficacia contro il Covid-19.

Quaranta farmaci e dodici vaccini si stanno provando o sviluppando per cercare di porre un freno alla pandemia del Coronavirus. Lo fa sapere l’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos riporta un bollettino dell’agenzia che afferma che, nonostante gli sforzi profusi finora, non ci sono ancora prove certe dell’efficacia di queste cure sperimentali contro il Covid-19.

Supportare il rapido sviluppo e l’approvazione di trattamenti e vaccini efficaci e sicuri contro Covid-19 è la massima priorità dell’Agenzia europea dei farmaci (Ema), si legge sulla nota. Gli esperti dell’ente regolatorio sono in contatto con chi sta sviluppando circa quaranta farmaci. Tuttavia, a oggi, sulla base dei dati preliminari presentati all’agenzia, nessun medicinale ha ancora dimostrato l’efficacia nel trattamento di Covid-19. Quanto ai vaccini, l’agenzia è in contatto con gli sviluppatori di una dozzina di potenziali sieri anti-Covid-19.

Tra i potenziali trattamenti per Covid-19 sottoposti a studi clinici per valutare la loro sicurezza ed efficacia contro la malattia ci sono: remdesivir (studio investigativo); lopinavir/ritonavir (attualmente autorizzato come medicinale anti-Hiv); clorochinaidrossiclorochina (attualmente autorizzate a livello nazionale come trattamenti contro la malaria e alcune malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide); interferoni sistemici e in particolare interferone beta (attualmente autorizzato a trattare malattie come la sclerosi multipla); anticorpi monoclonali con attività contro componenti del sistema immunitario. Si è parlato, ad esempio, degli anticorpi contenuti nel plasma umano dei pazienti guariti.

Quanto ai vaccini, due sono già entrati nella sperimentazione clinica di fase I, condotti su volontari sani. In generale, le tempistiche per lo sviluppo sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni attualmente disponibili e dell’esperienza passata, l’Ema stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro Covid-19 sia pronto per l’approvazione e disponibile in quantità sufficienti per consentire un uso diffuso.

L’Ema accoglie con favore il lancio di ampi studi clinici, necessari per generare dati solidi necessari per stabilire prove per cui i medicinali funzionano e quindi per fornire consulenza adeguata agli operatori sanitari e ai pazienti. Chi sta lavorando su medicinali o vaccini che potrebbero essere utilizzati per il trattamento o la prevenzione di Covid-19 è incoraggiato a contattare l’Agenzia e discutere la strategia per la generazione di prove il prima possibile inviando un’e-mail a 2019-nCoV@ema.europa.eu. L’Ema esaminerà le proposte ricevute e contatterà gli sviluppatori con le proposte più pertinenti per una discussione iniziale sul progetto.

Coronavirus, spunta l’ipotesi della cura col plasma

Posted on : 31-03-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Ecco un altro tipo di terapia che potrebbe dare risultati. Anche in questo caso non si tratta di un rimedio nuovo, ma vecchio e conosciuto.

Come tutti sappiamo non esiste, al momento, una cura specifica per il Coronavirus. Stiamo andando per tentativi, cercando di capire se dei rimedi già conosciuti e utilizzati per altre malattie, possano in qualche modo dare risultati anche nel contrasto al Covid-19. Abbiamo già elencato in altri articoli quali sono le cure al momento in corso di sperimentazione per verificare che possano funzionare.

Oggi, il direttore di Malattie infettive dell’ospedale San Matteo di Pavia, Raffaele Bruno, ne ha menzionata un’altra, della quale poco o nulla si era parlato finora. Ma anche in questo caso non si tratta di un nuovo rimedio, tutt’altro: “L’uso del plasma iper-immune – ha dichiarato Bruno ai microfoni di Tv2000 – è una terapia molto vecchia, si è usata in tempi lontani quando non c’era possibilità di fare altra terapia. Questa sfrutta la possibilità di usare gli anticorpi presenti nel plasma dei pazienti convalescenti. Abbiamo iniziato questa sperimentazione e speriamo possa essere di ulteriore aiuto. Non è la soluzione, ma un ulteriore aiuto nel cercare di combattere la malattia”.

Bruno parlava all’emittente in collegamento con il programma ‘Il mio medico’. L’argomento, naturalmente, era la lotta alla pandemia che sta – giustamente – monopolizzando i nostri notiziari e programmi televisivi. Molti aspetti del virus, nonostante ne sentiamo parlare ormai da due mesi, ci sfuggono ancora. Primo tra tutti la terapia più efficace per neutralizzarlo.

La terapia a base di plasma è consigliata anche dai direttori scientifici dell’istituto San Gallicano e dell’istituto Regina Elena di Roma, Aldo Morrone e Gennaro Ciliberto. In una nota che hanno diramato e che l’Adnkronos riporta si legge che “è necessario sviluppare quante più strategie possibili per combattere Sars-Cov-2. Proponiamo che il plasma convalescente umano possa diventare un’opzione sia per la prevenzione e sia per il trattamento della malattia Covid-19″, affermano gli esperti.

Si tratterebbe di “un approccio aggiuntivo e non alternativo rispetto ai precedenti che potrebbe essere praticato con un investimento relativamente limitato di risorse e che si basa sull’evidenza del numero elevato e in costante crescita di pazienti guariti dall’infezione che, ripetiamo, al 30 marzo 2020 risultano essere 14620”. Il plasma convalescente, continuano Morrone e Ciliberto, “potrebbe essere prontamente
disponibile poiché ci sono già numeri sufficienti di persone che sono guarite e idonee a donare il siero, che contiene le immunoglobuline, e questo numero crescerà ancora di più nelle prossime settimane o mesi”.

Coronavirus e problemi al cuore, può esserci un legame

Posted on : 31-03-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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In alcuni casi il Covid-19 può provocare complicazioni come la miocardite, un’infezione del tessuto che costituisce le pareti del muscolo cardiaco.

Finora abbiamo sempre associato il Coronavirus principalmente a problemi respiratori. I pazienti che finiscono in terapia intensiva hanno, in genere, difficoltà a respirare da soli proprio per via della malattia. Meno si sa – perché meno spesso si presentano – di eventuali disfunzioni al cuore che comunque il virus può causare: alcuni casi si sono già verificati. Ne parla il Corriere della Sera, riprendendo uno studio su Jama Cardiology, coordinato dal professor Marco Metra degli Spedali civili di Brescia.

Il caso analizzato è quello di una donna di 53 anni, positiva al Coronavirus, prima di allora in buona salute e senza patologie cardiache, che oltre ai sintomi influenzali tipici della malattia, ha sviluppato anche affaticamento del cuore e segni di insufficienza cardiaca. “Il paziente non ha mostrato alcun coinvolgimento respiratorio”, si legge sullo studio. L’infezione, nel suo caso, si è manifestata a livello cardiaco. Circa una settimana dopo essersi ammalata con febbre e tosse secca è arrivata in ospedale molto affaticata ed è stata ricoverata. Gli esami, in particolare la risonanza magnetica, hanno confermato che aveva la miocardite, un’infiammazione del miocardio, il tessuto che costituisce le pareti del muscolo.

Ne consegue, secondo gli esperti, che anche il cuore può essere interessato, nel decorso del Coronavirus. Non è escluso, quindi, com’è accaduto alla signora, anche se sono casi più rari e non è ancora chiaro da cosa dipendano, che si possano presentare problemi cardiaci come complicanza della malattia, anche senza sintomi e segni di polmonite e anche senza patologie precedenti. In generale, spiegano i medici che hanno eseguito lo studio, “l’infezione da virus è stata ampiamente descritta come una delle cause infettive più comuni di miocardite, meno si sa invece sul coinvolgimento cardiaco come complicanza dell’infezione da Sars-CoV-2”.

Altri studi sono in corso. Sia per sapere di più sulle complicanze che il Coronavirus può provocare, come i problemi al cuore; sia per capire come salvare la vita a chi ha già patologie cardiovascolari, che potrebbero rendere più critico il quadro clinico di chi si ammala. Il Corriere, nell’articolo di Cristina Marrone, riporta che secondo un altro studio, stavolta dei medici di Wuhan, “il 20% dei pazienti ricoverati per Covid-19 ha sofferto di danni cardiaci. Molti di loro, proprio come la paziente di Brescia , non avevano alcuna patologia cardiologica pregressa ma gli elettrocardiogrammi erano anomali e il rischio di morte per loro era di quattro volte maggiore rispetto a chi non aveva accusato complicanze cardiache”.

Coronavirus: ci sarà una nuova ondata dopo l’estate?

Posted on : 31-03-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Covid-19: in autunno potrebbe ripresentarsi. Nel frattempo, la Lombardia gioca d’anticipo: l’ospedale Fiera resterà in futuro anche per gestire nuove eventuali ondate di coronavirus.

Cosa succederà in estate? Riusciremo a frenare la pandemia? Qualche giorno fa, il virologo Roberto Burioni, intervenuto ai microfoni di ‘Rai Radio2’ nel corso del format «I Lunatici», ha precisato che «Non ha senso fare qualunque previsione. Non hanno senso previsioni ottimistiche, ma nemmeno quelle pessimistiche. Dobbiamo pensare al presente. L’estate è nelle nostre mani. Dobbiamo restare a casa. Ciò che accadrà d’estate dipenderà da quello che facciamo noi adesso». Ma analizziamo insieme un recente studio del Massachusetts Institute of Technology e le previsioni del noto epidemiologo serbo Zoran Radovanovic.

Il Coronavirus sparirà con l’arrivo della bella stagione?

L’estate ci aiuterà? Il Covid-19 resiste al freddo? Quali sono le correlazioni tra il Covid-19 e il clima? Da uno studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Cambridge, emerge che ad oggi non è ancora chiaro se la temperatura o l’umidità assoluta dell’aria incida sulla trasmissione del virus. Non è detto che il Covid-19 sia influenzato dalle condizioni meteorologiche. La ricerca condotta dal Mit dimostra che circa il 90% dei contagi da Covid-19 è avvenuto in un intervallo compreso tra 3°C e 17°C e in un range di umidità assoluta compreso tra i 3 e 9 g/m3.

Le aree geografiche che tra gennaio e marzo hanno evidenziato temperature medie superiori ai 18°C hanno riscontrato un numero decisamente inferiore di contagi, ad oggi stimato al di sotto del 6% dei casi. Secondo le analisi dei ricercatori del Mit la trasmissione dell’infezione è più rapida nelle zone con un clima invernale.

Dopo l’estate ci sarà una nuova ondata di contagi?

Il dottor Zoran Radovanovic, famoso epidemiologo serbo intervistato da Sputnik, dichiara che è impossibile fermare completamente la pandemia. Può soltanto essere “estesa nel tempo”. Se, con l’inizio dell’estate, la diffusione del coronavirus dovesse indebolirsi a livello di casi isolati, potrebbe poi riprendere in autunno tornando con nuovo vigore.

Coronavirus: come si prepara la Lombardia alla nuova ondata 

Nel frattempo, nell’eventualità di una nuova ondata, l’assessore della Lombardia Giulio Gallera a Mattino Cinque sottolinea che «Qualcuno dice che a ottobre, dopo l’estate, dovrebbe esserci una seconda ondatata e quindi con l’ospedale in Fiera ci faremo trovare molto pronti: ciò che abbiamo realizzato oggi è chiaramente al servizio, sperando che tutto questo non avvenga», spiega Gallera. La struttura resterà a disposizione «della Lombardia, del Paese e dell’Europa», dice ancora Gallera parlando di quanto sta accadendo in Spagna e Gran Bretagna.

Uno degli obiettivi dei posti in Fiera è quello di accogliere in futuro i pazienti portati fuori dalla Lombardia. «Abbiamo 82 concittadini in altre regioni e 20 in Germania. L’obiettivo è farli rientrare», sottolinea, «dopo aver accolto e ridotto i nuovi bisogni».


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