Bulimia nervosa: sintomi, cause e rimedi

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Le persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione, hanno specifiche difficoltà nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo, sino ad arrivare ad una completa compromissione della propria vita. Tra i più comuni disturbi dell’alimentazione ci soffermeremo ad analizzare la bulimia nervosa.

La bulimia nervosa colpisce prevalentemente adolescenti, nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze, o giovani adulti, mediamente intorno ai 16 anni di età. La principale caratteristica di tale disturbo è l’eccessiva attenzione, a tratti ossessiva e maniacale, dedicata al peso, alle forme del proprio corpo e all’alimentazione attivando, di conseguenza, una serie di comportamenti disfunzionali, primo fra tutti il vomito. Gli effetti più immediati del vomito sono la diminuzione della sensazione di malessere fisico e la paura di aumentare di peso. Il peso e le forme corporee, per chi è affetto da tale disturbo, rappresentano i fattori principali su cui viene basata la propria autostima. Chi presenta questo disturbo, generalmente, si vergogna della propria condotta alimentare e tenta di nasconderla a tutti i costi; per questo, spesso, ci si abbuffa in solitudine. Nelle abbuffate la persona affetta da tale disturbo non riesce a resistere all’impulso di mangiare ed è in preda alla sensazione di non riuscire a controllarsi. Vediamo insieme le cause, le conseguenze ed i possibili trattamenti per affrontare uno dei più grandi mostri dei disturbi alimentari che è la bulimia nervosa.

 Che cos’è la bulimia?

Con il termine bulimia, indichiamo letteralmente “fame da bue” . La Bulimia Nervosa può essere caratterizzata da una disregolazione emotiva e da uno scarso controllo degli impulsi ed è caratterizzata dai seguenti aspetti:

  • ricorrenti abbuffate : una persona si abbuffa quando assume una grande quantità di cibo rispetto a quella consumata normalmente, ed ha la sensazione di perdere il controllo mentre mangia;
  • persistente pensiero verso il cibo: la persona che soffre di bulimia pensa costantemente al cibo ed ha avverte un forte desiderio di mangiare;
  • attivazione di comportamenti disfunzionali che seguono le abbuffate di cibo e sono finalizzati a non aumentare di peso (es. vomito autoindotto, uso improprio di lassativi e diuretici, eccessivo esercizio fisico, uso di farmaci anoressizzanti);
  • persistente preoccupazione e sensi di colpa per le forme del corpo e per il peso.

Per poter effettuare diagnosi di bulimia nevosa, le abbuffate devono verificarsi almeno una volta a settimana per tre mesi. E’ possibile distinguere due forme di bulimia nervosa: bulimia con condotte di eliminazione (dopo l’abbuffata si ricorre all’uso di vomito auto-indotto, lassativi o diuretici), e bulimia senza condotte di eliminazione.

Quali sono le cause?

Le cause di tale disturbo alimentare sono ascrivibili in un insieme di cause fisiche, ambientali e di personalità. Tra le principali cause e fattori di rischio troviamo:

  • obesità dei genitori;
  • obesità nell’infanzia della persona affetta da bulimia nervosa;
  • continue critiche dei familiari sul proprio peso e sulle proprie forme corporee;
  • episodi di bullismo vissuti dalla persona affetta da bulimia circa l’alimentazione ed il peso;
  • disturbi dell’alimentazione in famiglia;
  • storia personale di abusi e traumi

Una persona sarà tanto più a rischio di sviluppare una bulimia nervosa se:

  • ha una bassa autostima;
  • non ha fiducia in se stessa;
  • è perfezionista;
  • non ha consapevolezza delle proprie emozioni;
  • manifesta comportamenti impulsivi o comportamenti ossessivi.

Quali sono le conseguenze?

Le conseguenze di un importante disturbo alimentare quale la bulimia nervosa riguardano sia la sfera sociale e relazionale che quella personale e medica. Da un punto di vista psicologico la presenza di un disturbo alimentare ha spesso effetti negativi sull’umore e sulla propria autostima, determinando un grave isolamento sociale e riduzioni degli interessi e delle attività. Gli effetti negativi sull’umore quali tristezza, sensi di colpa e depressione possono proiettare la persona verso un ritiro sociale con conseguente interruzione della rete amicale e parentale; inoltre, possono presentarsi difficoltà di concentrazione sul lavoro, frequenti discussioni in famiglia e problemi di coppia, con pesanti conseguenze sull’immagine di sé e sulla autostima. Inoltre l’utilizzo del vomito autoindotto o l’abuso di lassativi e diuretici può avere conseguenze molto gravi per l’organismo. Le principali conseguenze della bulimia nervosa sull’organismo sono:

  • cronica disidratazione;
  • traumi nella cavità orale;
  • infiammazione dell’esofago;
  • infertilità;

Quali sono i trattamenti per curare la bulimia?

La cura della bulimia nervosa contempla sia trattamenti farmacologici che trattamenti psicoterapeutici e riabilitativi. La cura con antidepressivi si è dimostrata efficace nel miglioramento del tono dell’umore  ed è un trattamento efficace nel breve periodo. Nel medio lungo periodo occorre invece un percorso psicoterapico altrimenti  i sintomi tendono a ricomparire. Per questo motivo la cura della bulimia nervosa deve sempre prevedere un trattamento psicoterapeutico accompagnato da un trattamento riabilitativo. La cura psicologica e riabilitativa si concentra principalmente su tre aspetti:

  • riconoscere la fame fisiologica da quella nervosa e riconoscere e gestire in modo più funzionale le proprie emozioni;
  • ripristinare una condotta alimentare sana;
  • dedicarsi al trattamento del disturbo della propria immagine corporea e dell’insoddisfazione personale che ne deriva;

La cura della bulimia, come di altri disturbi alimentari, richiede un’equipe multidisciplinare e specialistica; la cura può avviene in regime ambulatoriale ma anche in ricovero ospedaliero se consigliato dagli specialisti.

Diabete: quali cibi?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Questo articolo è una breve ma efficace guida ai cibi da scegliere in caso di diabete. In esso vedremo quali sono gli alimenti più indicati per il diabetico e quali invece vanno evitati.

Ti è stato diagnosticato il diabete. Da qualche tempo sentivi che qualcosa nel tuo corpo non andava per il verso giusto: eri dimagrito, avevi molta sete e necessità di urinare in continuazione. Il tuo medico ti ha prescritto delle semplici analisi, che hanno rivelato inequivocabilmente la presenza di questa malattia. Ti ha quindi spiegato quali farmaci dovrai assumere per stare bene, e ti ha raccomandato una dieta molto scrupolosa. Nel fare questo, ti ha fornito delle indicazioni alimentari precise, che per ogni pasto richiedono la necessità di pesare i cibi che assumi, in particolare pane e pasta. A questo punto ti senti scoraggiato, perché ti sembra  di non avere molti margini per concederti un’alimentazione varia e gustosa. Forse ti sarebbe possibile mangiare anche altro, e ti chiedi quali cibi siano consentiti quando si ha il diabete. Fermo restando che per qualunque dubbio dovrai rivolgerti al tuo medico, in questo articolo troverai molti consigli per variare la tua alimentazione in caso di diabete, per sederti a tavola con appetito.

Alimentazione del diabetico: perché è importante

Il diabete è una malattia cronica che provoca l’innalzamento della glicemia, vale a dire della quantità di glucosio presente nel sangue. Esso può essere di due tipi:

  • di tipo 1, quando l’organismo non è in grado di produrre autonomamente insulina, l’ormone che ha il compito di metabolizzare il glucosio. La conseguenza è che quest’ultimo si accumula nel sangue: in questo caso, il diabetico deve introdurre questo prezioso ormone dall’esterno mediante iniezioni;
  • di tipo 2, quando il corpo produce regolarmente insulina, ma essa non riesce a spiegare i suoi effetti: in questo caso, occorre assumere dei farmaci che rendano l’insulina più efficace.

In entrambe le ipotesi, una dieta appropriata è fondamentale per aiutare l’organismo a mantenere livelli di glucosio ottimali. Ciò non va sottovalutato, visto che prolungate iperglicemie (vale a dire glicemie alte), o sbalzi frequenti nei valori del glucosio possono produrre, a lungo termine, complicanze anche gravi. E’ quindi opportuno, in caso di diabete, sapere quali cibi assumere, e in quale quantità. L’alimentazione giusta, per un diabetico, può veramente fare la differenza.

Occhio alla quantità di carboidrati

Nella dieta del diabetico, bisogna innanzi tutto aver riguardo alla quantità di carboidrati presenti nei cibi.

I carboidrati sono gli zuccheri presenti negli alimenti, e, secondo la loro velocità di assimilazione, possono essere di due tipi:

  • i carboidrati semplici sono quelli che, essendo costituiti da una o due molecole di zucchero, vengono assimilati velocemente: primo tra tutti il glucosio allo stato puro, lo zucchero da cucina (saccarosio), il fruttosio, il miele;
  • i carboidrati complessi, invece, sono costituiti da lunghe catene di molecole e richiedono una digestione più lunga prima di essere assimilati. Pertanto impiegano più tempo a entrare in circolo. e  sono contenuti, ad esempio, nel pane e nella pasta, ma anche in altri alimenti, come le verdure.

Vi sono alimenti che contengono una quantità maggiore di carboidrati rispetto ad altri.

Per prima cosa, dunque, il diabetico deve prestare attenzione alla quantità di carboidrati contenuta nell’alimento che vorrebbe consumare. A tale scopo, può essere utile consultare le informazioni nutrizionali, riportate obbligatoriamente sulle confezioni alimentari. Visto, però, che alcuni alimenti vengono venduti sfusi, è possibile risalire alla quantità di carboidrati in essi contenuti servendosi di apposite tabelle, presenti nei molti libri sull’argomento o anche reperibili su Internet.

Esse sono comodissime, perché elencano i cibi in ordine alfabetico o per categoria, e per ognuno di essi indicano la quantità di carboidrati contenuta in 100 g di alimento. Inoltre, per certe categorie di cibi, queste tabelle distinguono secondo che l’alimento sia crudo oppure cotto, nelle varie modalità di cottura possibili. Ad esempio, per le patate si troverà la quantità di carboidrati presenti in 100 grammi di questo tubero, secondo che sia crudo (anche se riesce difficile immaginare di consumarlo in questo modo), cotto al vapore, bollito, grigliato, al forno.

Dunque il primo dato da tener presente, nella scelta dei cibi in caso di diabete, è la quantità di carboidrati che essi contengono, e privilegiare quelli in cui gli zuccheri sono, complessivamente, in quantità limitata (massimo 30 grammi per 100 grammi di alimento).

L’importanza dell’indice glicemico

Un  dato da tenere presente è l’indice glicemico, che varia da un alimento all’altro. Con questa espressione si intende la velocità con la quale i carboidrati presenti in una certa tipologia di cibo vengono assimilati, e trasformati quindi in glucosio che entra in circolo. Se l’indice glicemico è alto, l’assorbimento del glucosio è rapido, e ciò provoca un rapido ed eccessivo innalzamento della glicemia, prima ancora che l’insulina, o l’altro farmaco assunto dal paziente, facciano effetto. Se, viceversa, l’indice glicemico dell’alimento è basso, gli zuccheri verranno assimilati lentamente, in modo tale da consentire ai farmaci di agire e di mantenere stabili i livelli di glucosio nel sangue.

Comprenderai quindi che la dieta del diabetico deve privilegiare cibi a basso indice glicemico. Consigliate, tra le verdure, le melanzane, i ravanelli, la bieta, i carciofi, le zucchine, le  cipolle, i cetrioli, i peperoni, i cavoli e broccoli in generale, gli asparagi, i finocchi, gli spinaci, il sedano. Tra la frutta innanzitutto le mele, e poi le pesche, le pere, le prugne, il melograno, il pompelmo, le albicocche, il ribes. Importanti i legumi: i fagioli di ogni tipo, le lenticchie, gli azuki, i piselli e la soia.

Abbiamo visto che la mela ha un basso indice glicemico: essa è il frutto in assoluto più consigliato dai diabetologi. Quindi può validamente essere utilizzata come spuntino. In alternativa, è possibile scegliere un altro frutto a basso indice glicemico, oppure una coppetta di macedonia senza zucchero, avendo cura che contenga frutta “consentita”.

Ecco qualche trucco per abbassare l’indice glicemico complessivo di un pasto:

  • i grassi rallentano l’assorbimento degli zuccheri: quindi un po’ di grasso “buono”, non nocivo alla salute, come l’olio d’oliva, è utile a questo scopo se è abbinato a un alimento contenente carboidrati. Sottolineiamo l’importanza che si tratti di un grasso che non provoca l’aumento del tanto temuto colesterolo. L’olio d’oliva è da privilegiare, non solo perché rallenta l’assimilazione degli zuccheri, ma anche perché esplica una funzione di prevenzione dell’accumulo di grassi pericolosi nel sangue;
  • anche le proteine, rendendo la digestione più elaborata, rallentano l’assorbimento degli zuccheri, quindi è utile che esse siano presenti in ogni pasto. A un piatto di pasta può seguire, ad esempio, una porzione di pesce o di carne bianca;
  • il pane e la pasta integrali hanno un indice glicemico più basso rispetto a quelli preparati con farina raffinata;
  • l’assorbimento degli zuccheri risulterà più lento, se all’inizio del pasto viene consumata una porzione di insalata o di altra verdura, a scelta tra quelle a basso indice glicemico.

Come vedi, la dieta del diabetico, acquisendo un po’ di dimestichezza con le notizie che ti ho dato, può essere varia e gustosa. Serviti di queste informazioni per comporre il tuo pasto … e buon appetito!

Erbe officinali: come venderle?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Ipotizziamo che tu abbia costruito il tuo bell’orto della salute: hai scelto con accuratezza le piantine, le hai cresciute ed ora sono pronte per la vendita. Ma come si vendono le piante officinali?

Non tutti sanno che esistono circa ottocento diversi tipi di piante officinali se sommiamo quelle italiane, che sarebbero circa centottanta, a quelle esotiche. In materia di erbe medicinali abbiamo avuto modo di conoscere quali sono quelle italiane più diffuse ed a cosa possono servire. Abbiamo anche visto che per la loro coltivazione sono necessari accorgimenti maggiori rispetto alle colture ordinarie e ciò è determinato dal fatto che, essendo piante destinate all’uso medico od alimentare, è indispensabile che stiano il più lontano possibile da pesticidi e prodotti chimici. Diversamente verrebbe meno il loro scopo curativo ed il rispetto di quella tradizione che vuole le piante curative assolutamente non intaccate nella loro naturalezza. Infatti, l’obiettivo principale, che rappresenta anche la punta di diamante per la vendita, è quello di mantenere intatta la capacità della pianta di essere vettore di sostanze attive, medicinali e curative. Ecco perché il tipo di coltivazione migliore per questo tipo di erbe è certamente quello biologico, privo di qualsivoglia agente chimico come fertilizzante o come antiparassitario. Ma una volta prodotte, le erbe medicinali: come venderle? Quali sono i possibili sbocchi di commercializzazione? Devono necessariamente essere trasformate per la loro vendita ed, in caso affermativo, in quale modo possono essere modificate? Come avviene il loro confezionamento e la conservazione? Cerchiamo di vedere un po’ più da vicino come è possibile fare business con le erbe della salute.

Vendita delle piantine

Certamente uno dei modi più semplici per commercializzare le erbe officinali è quello di venderne le piantine: più o meno giovani come nascita, possono essere diffuse mediante la compravendita al dettaglio od all’ingrosso. La capacità di essere utilizzate per molteplici scopi mediante l’utilizzo delle loro radici, dei semi, delle foglie o dei frutti o, ancora, delle resine, rende appetibile la vendita delle piante che si possono poi coltivare e sfruttare al meglio, in base alla scelta del coltivatore (uso farmaceutico o cosmetico ecc.)

Vendita delle piante officinali trasformate

La essiccazione è di certo il modo migliore per garantire un buon mantenimento delle proprietà delle erbe medicinali anche perché evita l’alterazione della pianta ed è la tecnica più tradizionale. Questo processo consiste nella eliminazione dell’acqua esistente nei tessuti vegetali pur mantenendo una umidità residua che varia a seconda della specie di erba e del tempo ipotizzato di conservazione: in questo modo si mantiene il prodotto stabile e duraturo perché con la disidratazione si bloccano i processi metabolici che portano al normale deterioramento del prodotto. La prova che l’essiccazione sarà avvenuta correttamente si avrà se l’erba, pur mancando la lucidità nel colore della pianta, determinata proprio dalla presenza della acqua, avrà mantenuto il medesimo colore che ha in natura.

Il prodotto essiccato è molto utilizzato per la preparazione di tisane od infusi o per la produzione di panetti o per l’uso nella cucina tradizionale, tipica delle trattorie, da sempre alla ricerca dei sapori di un tempo. Ma pensiamo anche ai piatti più moderni in cui l’utilizzo non solo di piante aromatiche ma anche di erbe officinali diventa sempre più chic (!).

Utilizzo nel settore alimentare

Al di là dell’impiego più notorio delle erbe officinali come il basilico per la preparazione del pesto; il rosmarino per insaporire carni arrostite e patate nonchè l’origano per l’uso sulle carni di maiale, esistono altre modalità di utilizzo delle piante officinali nel settore alimentare. Ad esempio: i poco conosciuti semi di coriandolo buoni per aromatizzare l’olio; l’erba cipollina ideale per insaporire le minestre o le insalate o, ancora, per aromatizzare il burro; il crescione particolarmente usato per insaporire le zuppe.

Altro uso particolarmente valido è quello nel settore del liquore. Pensiamo che anche i più comuni aperitivi, alcolici e non, contengono erbe aromatiche ma il no plus ultra si ha con la produzione dei liquori ottenuti da infusione di spezie o erbe medicinali e dei digestivi: basti pensare al calabrese ‘amaro del capo’ o all’ischitano ‘rucolino’ a tiratura nazionale o, ancora, ai liquori artigianali, quelli buoni davvero, la cui base alcolica viene ottenuta dalla mescolanza di vari distillati. Quindi, la vendita delle nostre erbe officinali potrà essere effettuata anche ai piccoli o grandi liquorifici.

Utilizzo nel settore medico

Oggi le chiamiamo ‘cure dolci’: sono le medicine a base di prodotti naturali proprio come le erbe officinali che possono essere vendute solo nelle farmacie o nelle erboristerie. Altri potenziali acquirenti saranno le stesse industrie farmaceutiche.

Questo è un settore delicato: infatti, non bisogna mai dimenticare che le erbe per quanto buone per la salute possano essere per le loro proprietà altrettanto pericolose possono diventare per l’uomo o per gli animali se non si conoscono le parti e le modalità di utilizzo. Ad esempio: la erba ‘digitale’ (nome reale in latino: digitalis purpurea) è un valido aiuto per gli acciacchi del cuore ma se utilizzata in modo errato può causare addirittura il blocco cardiaco e condurre alla morte.

Utilizzo nel settore cosmetico

Il boom degli ultimi anni nell’uso dell’aloe è una prova di come le piante possano essere utilizzate anche nel settore cosmetico: creme a base di aloe, shampoo, balsamo, unguenti medicamentosi per la cicatrizzazione delle ferite o per la idratazione profonda della pelle, bevande per la purificazione del nostro organismo e chi più ne ha, più ne metta. Dunque, anche le industrie di cosmetici rappresentano buone acquirenti per le nostre erbe officinali. Infatti, ogni pianta medicale porta con sé delle proprietà utili per la bellezza: per rendere lucidi i capelli o controllare la produzione di sebo od aiutare lo sgonfiore di gambe e piedi e finanche per sbiancare i denti, tipico uso della salvia.

Conclusione

Un’ultima informazione ed una osservazione, in conclusione, vorrei lasciare: sembrerà strano ma nonostante l’Italia possegga il clima perfetto, da nord a sud, per la coltivazione delle erbe officinali, la stragrande maggioranza del prodotto che utilizziamo viene importato dall’estero. Colpa probabilmente della crisi economica e della paura di impelagarsi in attività produttive e commerciali in un Paese che sembra sempre più nel baratro a causa delle pessime politiche dei nostri rappresentanti. Ma credo che a questo si debba aggiungere anche la cattiva informazione sulla materia e la pressocchè inesistente formazione delle persone. Il consiglio è quello di dare uno sguardo dalla finestra di internet: on line, infatti, si trovano diversi corsi, a dire il vero sparsi per lo stivale, che forniscono le basi necessarie a chi ha intenzione di intraprendere la strada della coltivazione e della commercializzazione di questi prodotti. Il segreto, forse, per non morire nel nostro (una volta) Bel Paese? Produrre qui e vendere all’estero! Ma produrre senza depredare il nostro territorio, che è l’unica àncora di salvezza dell’Italia, mediante l’utilizzo di tecniche e cure atte a salvaguardare la natura.

Di Samantha Mendicino

Fare sesso aiuta la memoria?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Secondo le ultime ricerche scientifiche, il sesso può portare benefici sulla memoria, soprattutto dopo i 50 anni.

Esiste un modo piacevole per allenare la memoria? Qual è il segreto per una memoria impeccabile anche dopo i 50 anni? Il sesso! La conferma arriva da autorevoli studi condotti dall’Università di Wollongongin Australia. Oltre al piacere, che scaturisce dal praticare un’intensa e frequente attività sessuale, c’è da dire che i benefici del sesso sono innumerevoli. D’altronde, non è una novità che il sesso sia in grado di regalare effetti positivi sulla nostra salute. E’ un dato di fatto! E fa bene a tutte le età. Dunque, sesso e memoria possono essere considerati due perfetti alleati? In precedenza, anche una ricerca canadese, diretta da Larah Maunder della McGill University, ha confermato gli effetti positivi del sesso sulla memoria, dimostrando che le donne con una vita sessualmente più attiva hanno una memoria più vivace e scattante e ottengono risultati migliori ai test mnemonici. Procediamo con ordine. Partendo dalle ultime ricerche, in questo articolo, proverò a rispondere alla domanda: fare sesso aiuta la memoria?.

Gli studi sui benefici del sesso sulla memoria

Uno studio condotto dall’università di Wollongong ha evidenziato che il sesso ha effetti positivi sulla memoria a breve termine. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Archives of Sexual Behavior. Una ricerca portata avanti per due anni, in cui sono stati coinvolti 6016 adulti con un’età pari o superiore a 50 anni. Tra questi: 2672 uomini e 3344 donne. Nell’analisi, sono stati presi in considerazione: stile di vita, abitudini alimentari, stato di salute e condizione socio-economica. A tutti i  partecipanti sono stati somministrati un test di memoria episodica e un questionario con domande legate all’attività sessuale e alla vicinanza emotiva dei partner. Dopo due anni, questi soggetti sono stati chiamati a sottoporsi ad una nuova verifica delle loro capacità mnemoniche. Dall’analisi dei risultati, è emerso che coloro che presentavano un’attività sessuale ed emotiva più attiva, hanno registrato un forte miglioramento della memoria. Il piacere ed il raggiungimento dell’orgasmo stimolano la crescita dei neuroni nell’ippocampo, ragion per cui si sono riscontrati miglioramenti della memoria e delle capacità verbali. Tuttavia, gli effetti non sono durati a lungo. Per mantenerli costanti, gli studiosi consigliano di condurre un’intensa vita sessuale. A confermare gli effetti positivi del sesso sulla memoria è stata anche una ricerca canadese, diretta da Larah Maunder della McGill University e condotta su un campione di 78 donne di età inferiore ai 30 anni. Le partecipanti hanno fornito informazioni sulle loro abitudini sessuali, sull’uso o meno di contraccettivi, sulla frequenza dell’attività fisica, sul loro rendimento accademico.  Incrociando questi dati con i risultati dei test di valutazione della memoria visiva associata alle parole astratte, è stato dimostrato che le donne con una frequente e costante vita sessuale riescono a ricordare meglio le cose ed hanno punteggi più alti ai test di memoria.

I benefici del sesso sulla nostra salute

Tra i benefici di una costante attività sessuale, gli esperti collocano al primo posto la maggiore presenza di anticorpi. È stato dimostrato che le persone sessualmente attive si ammalano di meno nel corso dell’anno. Il sesso aiuta a prevenire malattie e disturbi fisici, grazie allo stimolo della barriera immunitaria. Secondo una ricerca del British Journal of Urology, l’eccitazione sessuale può avere un ruolo fondamentale nella prevenzione del cancro al seno e alla prostata. Inoltre, la pratica sessuale fa bene al cuore, in quanto aumenta la frequenza cardiaca. Non dimentichiamo che il sesso può contribuire ad alleviare il dolore causato da emicrania e cefalea a grappolo. Dunque, non tentate di astenervi dal sesso con la scusa di un banale mal di testa, in quanto tutt’al più il sesso può rappresentarne il miglior antidoto. Il merito è da attribuirsi al rilascio di endorfine durante l’attività sessuale. Una notte di passione dona buonumore, concilia il sonno, smorza il dolore, migliora la produttività sul lavoro e aiuta a gestire l’ansia. Il sesso è una medicina senza controindicazioni: riduce lo stress e regala una sensazione di benessere e di piacere, in grado di prolungarsi anche nelle ore successive. La produzione di ossitocina ha effetti positivi sull’umore, mentre la serotonina svolge una funzione antidepressiva. Fare sesso fa bene alla nostra salute fisica e psichica, conferendoci anche una buona dose di autostima.

Intervista allo psicoterapeuta specialista Maurizio Cottone

Il dr Maurizio Cottone, psicologo e psicoterapeuta specialista, fornisce il suo parere sull’argomento.

Fare sesso può aiutare la memoria?

“Indubbiamente. Il cervello e la memoria vengono rafforzate da un’intensa attività sessuale. Più sei sessualmente attivo, più le tue funzioni mentali sono scattanti. Il ricordo è più lucido e meno opaco. L’intimità può stimolare le aree del cervello associate alla memoria, come l’ippocampo. Inoltre, può aumentare il rilascio di ormoni “positivi  e benefici” quali dopamina e ossitocina.”

Cos’è la memoria episodica a cui fanno riferimento gli studi condotti dall’Università di Wollongong?

“Si tratta di eventi autobiografici o sociali spesso rievocati visivamente, accompagnati da ricordi relativi all’atmosfera; odori, rumori e sensazioni interne che riviviamo. Potremmo definirla una memoria “carnale”, liberata dalla sessualità appunto.”

Quali sono i benefici che derivano da un’intensa attività sessuale?

“Fisici e psichici. La maggior parte delle malattie psicosomatiche  derivano da conflitti irrisolti. Tra questi, rientrano le difficoltà “amorose”. Attenzione però a non confondere un’intensa attività sessuale con lo stesso partner con il “complesso di Casanova”, cioè fare sesso con partners diversi. Come per tutti gli eccessi, in questo caso, sconfineremmo nelle dipendenze psicopatologiche.”

Il sesso ha anche una funzione antidepressiva. Perché?

“La sensazione di piacere che un rapporto genera è, in gran parte, legata al rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore che attiva nel cervello i centri della ricompensa e crea senso di benessere psicofisico.”

Di Denise Ubbriaco

Cibo alcalino: cos’è e come usarlo?

Posted on : 12-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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In che cosa consiste la dieta alcalina che non ha mai avuto riscontri scientifici ma piace per il suo contenuto. Cosa si mangia e quali sarebbero i benefici.

Dicono che diventiamo quello che mangiamo (vorrei sapere che cosa mangia Cristiano Ronaldo) e così un’alimentazione sana dovrebbe prevenire i malanni e tenerci in salute a lungo. Dicono anche che la stessa dieta potrebbe non andare bene per due persone diverse, quindi se quella mediterranea conviene a Maria magari fa ingrassare a Giuseppe, il quale deve ripiegare sulla dieta dissociata. Che, però, non va bene per Pietro: ha avuto ottimi risultati solo con la dieta Dunkan. E così via. Se anche tu sei in sovrappeso o senti il bisogno di mantenere un certo stile di vita partendo, oltre che dall’esercizio fisico, dall’alimentazione, forse avrai sentito parlare del cibo alcalino e ti sarai chiesto cos’è e come usarlo.

Quella basata sul cibo alcalino è un tipo di dieta che scatena un processo chimico chiamato, appunto, alcalinizzazione. Ai suoi benefici (come succede con tutte le diete) c’è chi crede e chi resta più scettico. Il fatto di non avere una base scientifica solida non aiuta, ma c’è chi è disposto a giurare che il cibo alcalino procura soltanto dei benefici.

Ma quali sono i cibi alcalini? E, domanda che si fa chiunque debba perdere peso e cominciare una dieta: si mangia abbastanza o si fa la fame? Teoricamente uno potrebbe mangiare la quantità di cibo che vuole, purché si limiti a quelli alcalini, cioè soprattutto frutta, verdura, tuberi e legumi. Dopodiché non vengono esclusi altri tipi di alimenti. L’importante è che, in percentuale, siano presenti a tavola in quantità molto inferiore a quelli alcalini

Vediamo, dunque, che cos’è il cibo alcalino, come usarlo, quali sono le sue proprietà ed i benefici che possono apportare al nostro organismo.

Cibo alcalino: che cos’è?

La dieta ideata da Robert O. Young si basa sulla differenza tra il cibo alcalino ed il cibo acido. Quest’ultimo, secondo questa teoria, contribuisce a provocare disturbi come colesterolo alto, calcoli renali, obesità ed alcuni tipi di allergie. Si parla di carne, formaggi, alimenti a base di grano (quindi pasta, farine, pane, ecc.), alcolici, zucchero, uova o caffè che creerebbero uno squilibrio del bilancio acido-base dell’organismo e la perdita di minerali come calcio e magnesio. Rientrano nel cibo alcalino, invece, la verdura, la frutta, le noci, i tuberi, le mandorle ed i legumi.

In pratica, un cibo viene definito alcalino non per il pH contenuto nell’alimento stesso ma a quello dei residui inorganici non metabolizzati dal corpo.  Se prendiamo l’esempio di un limone, la sua acidità viene metabolizzata dall’organismo mentre i residui non organici vengono espulsi e basificati così come sono dall’urina.

Per chiarire ancora di più il concetto. Il pH del sangue, in un soggetto sano, varia tra 7,35 e 7,45. Reni e polmoni si occupano di mantenere l’equilibrio tra la produzione e l’escrezione delle sostanze alcaline e di quelle acide. Ci pensa il metabolismo a generare le quantità di acidi volatili, eliminati con la respirazione, e di quelli fissi, che vengono eliminati dai reni e, quindi, con le urine. Tutto ciò indipendentemente dalla dieta che si segue, anche se mister Young sostiene che assumendo maggiori quantità di cibo alcalino si aiuta a mantenere quell’equilibrio.

Chi vuole seguire questo tipo di dieta, dunque, viene invitato a consumare un 70-80% di cibo alcalino e non più del 30% di cibo acido.

Cibo alcalino: ci sono dei benefici?

Come abbiamo già detto, ad oggi non c’è un’approvazione scientifica dei benefici della dieta a base di cibo alcalino. Chi crede in questo tipo di alimentazione ritiene che sia in grado di prevenire molte malattie come l’obesità, l’osteoporosi, le allergie e, addirittura, il cancro (anche se non è mai stato dimostrato) e che contribuisca ad apportare all’organismo maggiore energia.

È vero che mangiare tanta frutta e verdura fresche e legumi a discapito delle troppe bistecche o degli zuccheri in eccesso viene consigliato da qualsiasi medico, quindi da questo punto di vista non è stato inventato nulla. I benefici che si riscontrano dovrebbero essere causati dal cibo non in quanto alcalino ma in quanto sano. Se, poi, si vuole cambiare il nome alla dieta, è un’altra questione.

Cibo alcalino: qual è?

Al bando la pasta e la carne, largo alla verdura e alla frutta. Il cibo alcalino comprende verdure come:

  • cavolfiori;
  • bietole;
  • spinaci;
  • carote;
  • broccoli;
  • sedano;
  • zucca;
  • zucchine.

Alle quali si aggiunge la frutta, in particolar modo:

  • banane;
  • pere;
  • fragole;
  • ananas;
  • melone;
  • pompelmo;
  • arance;
  • ciliegie;
  • mango.

Frutta e verdura possono accompagnare alcuni tipi di pesce come:

  • salmone;
  • tonno;
  • spigola (o branzino che dir si voglia);
  • trota.

Ci sono, poi, i legumi, quindi ceci, fagioli, piselli, lenticchie, ecc.

Se proprio si vuole fare un’eccezione, ci sta anche una bistecca, un uovo sodo o al tegame, un piatto di pasta (di grano duro meglio che di grano saraceno), un pezzo di pane integrale o un alimento che contenga zuccheri purché il loro consumo, rispetto al cibo alcalino, non superi il 20-30%.

E da bere? Meglio evitare il vino, la birra e gli alcolici e preferire l’acqua. Tanta: almeno 2 litri al giorno.

Non manca il consiglio associato a qualsiasi dieta quando si vuole tenere il peso sotto controllo: fare esercizio fisico regolarmente. Una vita sedentaria non potrà mai essere una vita sana. Pardon: alcalina.

Insonnia: cure e rimedi per combatterla

Posted on : 12-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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L’insonnia è un disturbo diffusissimo che può portare a spiacevoli nel vivere quotidiano: irritabilità , problemi di memoria e scarsa concentrazione. Ecco i rimedi per vincere questo grande mostro che è l’insonnia e combattere i disturbi del sonno.

Con il termine insonnia si definisce la difficoltà o l’ incapacità ad addormentarsi nonostante uno stato di bisogno fisiologico e di stanchezza. Spesso si parla di insonnia quando si dorme meno di 6 ore a notte per circa 4 o più notti nell’arco di una settimana. Chi soffre di tale disordine, frequente e persistente, ha  continui risvegli, problemi a riaddormentarsi, si sveglia poco riposato, stanco, irritato e con difficoltà di concentrazione. In Italia soffrono di insonnia cronica circa 10 milioni di persone con ripercussioni notevoli sul proprio benessere psicofisico e sulla qualità della vita. Tuttavia, alcune persone hanno maggiori probabilità di soffrire di insonnia rispetto ad altre. Gli anziani di età superiore ai 60 anni hanno un alto rischio di svilupparla. Anche le donne hanno più probabilità di sviluppare questo disturbo rispetto agli uomini, ai neonati e ai bambini. Si ritiene infatti che i cambiamenti ormonali contribuiscano all’insorgere di questo problema; durante la gravidanza, ben l’84% delle donne riportano sintomi dell’insonnia. Anche sonno non è solo legato alla sua durata ma soprattutto alla sua qualità. Ma cosa sappiamo davvero di questo disturbo? E soprattutto, quali sono le cure e i rimedi per combattere l’insonnia?

I tipi d’insonnia

Esistono diversi tipi di insonnia che si possono suddividere a seconda della durata, della gravità e del periodo di insorgenza. Se facciamo riferimento alla durata, possiamo parlare di:

  • insonnia transitoria: dura pochi giorni e viene causata da una situazione di breve stress fisiologico ( stato febbrile) o situazionale (fuso orario);
  • insonnia breve: dura poche settimane e si presenta in relazione ad una situazione di prolungato stress fisiologico (malattia grave) o situazionale (lutto);
  • insonnia di lunga durata: dura oltre un mese e può essere causata da diversi fattori quali l’insorgenza di malattie organiche croniche ed anche l’abuso di sostanze alcoliche o l’uso di psciofarmaci. In tal caso è opportuno fare degli specifici accertamenti medici.

Se consideriamo invece il periodo di insorgenza cioè, il momento della notte in cui ci si sveglia o si ha difficoltà ad addormentarsi, possiamo parlare di:

  • insonnia iniziale: si concretizza nella difficoltà di addormentamento; molte persone possono trascorrere diverse ore prima di addormentarsi;
  • insonnia centrale: si presenta sotto forma di microrisvegli nel corso della notte ma anche il completo risveglio nel cuore della notte con la conseguente difficoltà a riprendere sonno;
  • insonnia terminale: Dopo aver dormito 4-5 ore di sonno, ci si sveglia nelle prime ore del mattino. Spesso tale tipo di insonnia è collegata a stati di tensione.

Sintomi dell’insonnia

Chi soffre di insonnia può avere uno o più dei seguenti sintomi:

  • svegliarsi spesso nel corso della notte;
  • difficoltà ad addormentarsi;
  • stanchezza al risveglio;
  • stanchezza nel corso della giornata;
  • svegliarsi nelle prime ore dell’alba;

Tali sintomi determinano diversi disagi durante il giorno, tra cui:

  • mal di testa;
  • irascibilità;
  • problemi di memoria e concentrazione;
  • stati tensivi;
  • sintomi gastrointestinali;
  • maggiore affaticabilità;
  • tono dell’umore alterato.

Cause dell’insonnia

Le cause che determinano l’insonnia possono essere molteplici e risulta importante individuare il problema al fine di aiutare la persona affetta a risolverlo. Tra le diverse cause ricordiamo:

  • stress;
  • depressione;
  • ansia cronica;
  • malattia, dolori o sintomi da patologie organiche;
  • fattori ambientali (rumore proveniente dall’esterno quale il traffico o il russare), le temperature non adeguate (troppo caldo, troppo freddo), letto scomodo;
  • assunzione di farmaci e/o stimolanti;
  • iperattività della tiroide;
  • menopausa;
  • situazioni psicologiche stressanti (perdita di lavoro, lutto, contrasti nella vita familiare e/o lavorativa).

Conseguenze dell’insonnia

L’insonnia, soprattutto quella prolungata nel tempo può avere importanti conseguente in molte sfera della vita quotidiana. Le persone afflitte hanno più difficoltà a gestire situazioni di stress a livello familiare e lavorativo, maggiori difficoltà a prendere decisioni e a portare a termine compiti semplici. Gli insonni cronici lamentano principalmente una minore efficienza fisica, sentimenti negativi, tristezza, ansia, nervosismo e irritabilità, difficoltà a risolvere problemi e disturbi della memoria. Ricerche effettuate su questi soggetti hanno evidenziato una deprivazione cronica di sonno che ha come conseguenze una minor produttività e un maggior numero di incidenti. Infatti il rischio di incorrere in incidenti stradali cresce notevolmente nelle persone affette da insonnia Nell’ambiente lavorativo inoltre vi è un calo della produttività e del rendimento.

Terapia dell’insonnia dell’insonnia

Per risolvere al meglio il problema dell’insonnia occorre prima di tutto fare una corretta e puntuale diagnosi. Se si tratta di una forma primitiva di insonnia senza cause secondarie, il primo tentativo di correzione va fatto con il suggerimento di semplici regole di igiene del sonno. A tal proposito ci sono diversi metodi di trattamento dell’insonnia senza ricorrere all’uso di farmaci:

  • andare a letto solo quando si ha sonno, alzarsi se non si riesce a prendere sonno e tornare a letto solo se ci si sente veramente assonnati, non mangiare e non guardare la televisione a letto, evitare il riposino pomeridiano;
  • poco prima di andare a letto, evitare l’uso del cellulare che non va tenuto vicino a sè
  • restare a letto solo il tempo che si dorme;
  • nelle ore che precedono il sonno, è bene evitare l’esposizione a fonti luminose e sonore quali tv, tablet, smartphone e computer perchè la luce prodotta inibisce la produzione della melatonina, l’ormone che favorisce l’addormentamento;
  • per quanto riguarda i rimedi naturali contro l’insonnia, è possibile consumare un bicchiere di latte prima di andare a coricarsi poiché l’amminoacidotriptofano, contenuto nel latte, possiede un’azione sedativa naturale ;
  • è consigliato inoltre bere tisane di Valeriana, Biancospino e Camomilla perché hanno un effetto ansiolitico, ipnotico e sedativo;
  • informare nel modo giusto, correggendo le opinioni sbagliate sul sonno. Ad esempio, ha molta importanza che una persona anziana sia informata sui cambiamenti “normali” del sonno con l’età, distinguendoli da quelli sicuramente anormali;
  • tecnica di rilassamento, in modo da togliere tensione e ansietà .  È  opportuno svolgere attività rilassanti  ad esempio è importante ascoltare musica classica perché rallenta il battito cardiaco, diminuisce la pressione e la quantità degli ormoni dello stress. Inoltre è consigliato fare una passeggiata di circa 10 minuti in quanto riduce gli ormoni dello stress ed imparare a respirare profondamente, magari praticando lo yoga, poiché il respiro influisce direttamente sui sistemi danneggiati dallo stress;
  • attività fisica lieve/moderata: induce il rilassamento e aumenta la temperatura corporea, condizione ideale per indurre il sonno. Evitare esercizio fisico intenso prima di andare al letto.

Il fumo provoca il cancro ai polmoni?

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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E’ vero che il fumo provoca il cancro ai polmoni? Vediamo insieme quali sono i sintomi ed in che modo è possibile ridurre il rischio di sviluppare il cancro, anche in soggetti dipendenti.

Sei da anni un fumatore incallito e solo ora ti stai domandando se è vero che il fumo provoca il cancro ai polmoni? O forse sei molto preoccupato per la tua salute e temi che adesso sia troppo tardi per smettere di fumare? La cattiva notizia è che il fumo fa male, ed ormai è un dato di fatto scientificamente dimostrato; la buona notizia invece è che non è mai troppo tardi per smettere di fumare: eliminare il vizio del fumo è sempre la scelta giusta da compiere per riprendere in mano la propria salute. In questo articolo ti mostrerò perché fumare ti sta lentamente rovinando i polmoni (e non solo), e cosa poter fare – una volta per tutte – per eliminare dalla tua vita questo pericoloso vizio.

Una scomoda verità (per i grandi produttori di tabacco)

E’ ormai scientificamente provato da innumerevoli studi scientifici – condotti anche per conto dell’Organizzazione mondiale della sanità – che il fumo di sigaretta è la principale causa di cancro ai polmoni. Il tabacco e il fumo di tabacco contengono infatti molte sostanze note per essere causa di cancro. Alcuni agenti cancerogeni sono parti naturali della pianta di tabacco, mentre altri si generano durante la combustione o le fasi di lavorazione, cura, stagionatura o conservazione del tabacco (come ad esempio il benzene o la formaldeide, giusto per citarne alcuni).

Il consumo continuativo di tabacco e la derivante esposizione prolungata a questo tipo di sostanze cancerogene può portare, nel tempo, allo sviluppo del cancro.

Il tabacco è responsabile di un grande numero di tipi di cancro

Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia intergovernativa IARC (International Agency for Research on Cancer) facente parte dell’OMS, il fumo di tabacco incide in maniera significativa anche nello sviluppo di altre forme tumorali, come ad esempio il cancro all’esofago (incide per il 35%); cancro alla laringe (84%); cancro alla cavità orale (33%); cancro allo stomaco (21%); cancro al pancreas (13%); cancro alle ovaie (14%), e molte altre patologie maligne.

Sono soggetti a rischio anche i non fumatori, ovvero coloro che passivamente inalano il fumo degli altri, ed i figli di genitori che fumano. La stessa IARC sottolinea come addirittura il 10-15% dei casi si riscontra tra soggetti non fumatori, seppur il livello di rischio rimane comunque molto più basso rispetto a quello di soggetti fumatori. E’ stato inoltre stimato che il rischio di sviluppare formazioni cancerose a carico dei polmoni è di ben 20-25 volte superiore negli uomini e nelle donne che fumano rispetto a chi, invece, non fuma.

Dapprima si acquisisce l’abitudine al fumo di sigaretta, maggiore è il numero di anni in cui si fuma ed il numero di sigarette fumate nell’arco di una giornata, proporzionalmente aumenterà il rischio di sviluppare il cancro a carico dei polmoni o, come poc’anzi accennato, a carico di altri organi del corpo.

Basti pensare che secondo i dati dell’OMS, solo in Europa il fumo provoca l’82% dei casi di cancro al polmone. Un dato allarmante, se ad esso aggiungiamo il fatto che il tumore al polmone è il primo tumore al mondo, che uccide più persone del tumore al seno, del colon-retto e della prostata messi insieme.

In Italia, invece, il cancro del polmone rappresenta la terza neoplasia più diffusa dopo quella del colon-retto e della mammella.

 In che modo il fumo di sigaretta provoca l’insorgere della malattia

Come illustrato dall’Istituto di medicina sociale e preventiva facente parte della Facoltà di medicina dell’Università di Ginevra, durante il fumo di una sigaretta la combustione del tabacco può arrivare alla temperatura di 850 gradi centigradi. Lo stesso fumo caldo altera progressivamente il rivestimento mucoso dei bronchi che, a lungo andare, ne paralizza le piccole ciglia protettive.

Sigaretta dopo sigaretta, le ciglia si alterano fino a scomparire del tutto. L’evacuazione delle secrezioni e di tutte le particelle e del pulviscolo contenuti nell’aria che si respira diventa in questo modo impossibile.

La tosse diventa così l’unico modo per eliminare, seppur in maniera del tutto parziale, il muco e le particelle.

Nell’ultimo stadio, il progredire dell’infiammazione modifica profondamente il rivestimento mucoso dei bronchi che, a sua volta, provoca una “metaplasia della mucosa”, agendo da terreno fertile al cancro. In questo modo le cellule anziché rimanere su un solo strato si sovrappongono.

 Riconoscere precocemente i sintomi del tumore polmonare

La sintomatologia d’esordio del tumore ai polmoni non sempre si manifesta con chiarezza sin da subito – avverte la Fondazione Umberto Veronesi – ed i sintomi possono essere spesso comuni ad altre malattie polmonari, quindi sottovalutati dal paziente. Nell’oltre la metà dei casi la diagnosi di carcinoma polmonare è infatti tardiva.

Tra i vari sintomi che il cancro ai polmoni può provocare ricordiamo:

  • Tosse secca o con catarro
  • Piccole perdite di sangue con colpi di tosse (emottisi)
  • Infezioni respiratorie frequenti (es. bronchiti, polmoniti, etc.)
  • Dolore al torace persistente
  • Difficoltà respiratorie (dispnea)
  • Fiato corto
  • Alterazioni del tono della voce (raucedine)
  • Difficoltà nel deglutire (disfagia)
  • Febbre

E’ opportuno ed importante sottoporsi a controllo medico nel caso in cui uno dei seguenti sintomi compare per la prima volta, oppure se peggiora in soggetti che già lo presentavano.

Come ridurre i possibili danni causati dal fumo attivo (o passivo) di tabacco

Il mondo scientifico è concorde nel ritenere con assoluta certezza che il rischio di patologie cancerose diminuisce dopo aver smesso di fumare, a qualsiasi età. I benefici, ovviamente, aumenteranno in maniera inversamente proporzionale all’età in cui si cesserà di farlo.

Non è mai troppo tardi per smettere di fumare.

Le persone che a qualsiasi età smettono di fumare tabacco, infatti, riducono il loro rischio di morte per fumo rispetto a quelle che continuano a fumare. Come riportato dall’Associazione internazionale per lo studio del tumore del polmone (IASLC), smettere di fumare prima dei 40 anni riduce il rischio di morte per fumo di circa il 90%, oltre a generare innumerevoli altri benefici per la salute immediatamente visibili dal soggetto stesso.

Come smettere di fumare definitivamente

Come riportato nel Codice europeo contro il cancro, stilato dall’agenzia intergovernativa IARC, per debellare completamente il vizio del fumo è possibile utilizzare una combinazione di supporti farmacologici e comportamentali. La nicotina ad esempio, responsabile della dipendenza dal tabacco – nelle dosi presenti in prodotti come la terapia sostitutiva della nicotina (TOS) – può gradualmente sostituire il bisogno di fumare.

Per quanto riguarda invece la sfera inerente il supporto comportamentale, questo comprende l’apprendimento di strategie pratiche per la gestione dello stress e la disassuefazione, ovvero la gestione della voglia di fumare e quindi dei sintomi di astinenza.

Questo tipo di supporto può essere fornito sotto svariate forme, non solo di persona ma anche attraverso altri canali come il telefono, gli SMS o via Internet.

Farmacisti, medici di famiglia o comunque altri operatori sanitari possono facilitare l’accesso a questo tipo di supporto, diventando loro stessi figure fondamentali per intraprendere il difficile ma necessario percorso di disintossicazione.

 I danni da fumo sono risarcibili?

Se è vero che il nesso di causa-effetto tra un tumore ai polmoni e la morte di un soggetto affetto dal vizio del fumo è ormai fatto notorio in tutto il mondo, ribadito anche da una sentenza storica del Tribunale di Milano nel 2014[1], è di qualche mese fa la notizia secondo cui la Cassazione ha sentenziato che non possono essere risarciti gli eredi di un fumatore morto di cancro ai polmoni – anche nel caso in cui risulta che la sigaretta è stata la causa esclusiva del decesso – in quanto il vizio del fumo è frutto di una scelta libera e consapevole[2].

Come abbiamo fin qui appurato, dunque, fumare non è mai convenuto, visti i gravi danni arrecati all’organismo. Men che meno conviene iniziare a farlo adesso, alla luce degli ultimi – nonché discutibili – orientamenti giurisprudenziali.

Di Fabio Antonio Cerra

Viagra e cialis: quali differenze

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Problemi ad avere o mantenere l’erezione? Esistono farmaci che aiutano gli uomini con queste difficoltà. Si chiamano Viagra e Cialis. Ecco il loro funzionamento e che differenze ci sono tra i due.

Il “deficit erettile”, o impotenza è un problema sessuale che ha come caratteristica l’incapacità di raggiungere o mantenere un’erezione del pene tale da permettere una soddisfacente prestazione sessuale. Un disturbo molto frequente tra gli uomini con 50 o più anni di età, ma che colpisce spesso anche soggetti più giovani. Un problema serio che ha ricadute anche psicologiche sull’individuo che non riesce ad avere una erezione piena e duratura. Come dicevamo, da anni esistono farmaci in grado di risolvere il problema. Il primo ad uscire ed arrivare sugli scaffali è stato il Viagra. Negli anni successivi ne sono usciti molti altri, più o meno famosi e più o meno con gli stessi principi attivi. Il più famoso tra le alternative alla pillola blu (il Viagra viene chiamato anche così) è senz’altro il Cialis. Come funziona il Viagra? Che effetto fa la famosa pillola blu? Come funziona il Cialis? Se soffri di problemi di erezione è probabile che ti sarai chiesto quali farmaci agiscono sulla disfunzione erettile. Avrai sicuramente sentito parlare di Cialis e Viagra. Vediamo di fugare tutti o dubbi che accompagnano questi due farmaci a partire dalla domanda principale, cioè: Viagra e Cialis, quali differenze ci sono tra i due?

Cosa sono Viagra e Cialis?

Cosa sono il Viagra ed il Cialis? Quale scegliere? Molti uomini non sono sicuri di quale prendere. Vediamo quindi di cosa si tratta e che differenza c’è tra le due pillole. Viagra e Cialis sono farmaci della stessa classe di medicinali e che vanno prescritti da un medico. Si tratta di farmaci molto efficaci per risolvere le disfunzioni di erezione del pene ed appartengono alla classe degli inibitori della fosfodiesterasi-5. Sono entrambi farmaci clinicamente testati e approvati per il trattamento della disfunzione. Viagra e Cialis sono farmaci da prescrizione che appartengono a questa classe di medicinali.

Quali differenze ci sono tra Viagra e Cialis?

Molti uomini come si diceva prima, non sono sicuri di quale farmaco scegliere. Quali differenze ci sono tra Cialis e Viagra? I due farmaci hanno lo stesso principio attivo Ciò che varia è la durata della loro azione. Essendo con lo stesso principio attivo i due farmaci sono sovrapponibili, cioè possono essere presi alternandoli tra loro senza particolari controindicazioni.

Tali farmaci agiscono dilatando i vasi sanguigni del pene e così facendo favoriscono ed aumentano l’afflusso del sangue nel membro. In questo modo viene favorita l’erezione ed il suo mantenimento. Anche dal punto di vista dei cosiddetti fattori di rischio, cioè degli effetti collaterali i due farmaci si somigliano abbastanza, pur con alcune importanti differenze. La durata è una delle differenze più marcate tra i due. Il Viagra dura fino a 4 ore, mentre il Cialis può rimanere attivo fino a 36 ore. Anche il lasso di tempo a partire dall’assunzione in cui i due farmaci fanno effetto è diverso. Il Viagra va assunto tra i 30 ed i 60 minuti prima dell’inizio dell’attività sessuale. Il Cialis invece deve essere assunto 30 minuti prima. Dal punto di vista della posologia, non si devono assumere più di una pillola al giorno e lontano dai pasti.

Come agiscono questi farmaci?

Cosa fanno questi farmaci? Questi farmaci sono inibitori della degradazione enzimatica del cGMP. L’enzima cGMP è quello a cui attribuire la dilatazione dei vasi sanguigni del pene ed è quello che consente l’aumento delle dimensioni e della durezza del pene. Un enzima che in risposta alle sollecitazioni nervose dell’atto sessuale o delle sollecitazioni tattili del glande o di altre zone erogene, permette l’erezione. Nessun effetto afrodisiaco è rilevato sia per il Viagra che per il Cialis perché essi non aumentano il desiderio sessuale, ma permettono solo una più lunga, turgida e appagante erezione. Cominciamo ora con il Viagra, il primo farmaco autorizzato per il trattamento della disfunzione erettile.

Cos’è il Viagra

Cos’è il Viagra? Il Viagra è arrivato sul mercato nostrano nel lontano 1998. È senza dubbio il più famoso dei due farmaci. È un farmaco inibitore dell’enzima PDE-5 e quindi consente di aumentare l’afflusso di sangue al pene, favorendo l’espansione dei corpi cavernosi del pene e producendo l’erezione. Le pillole di Viagra sono da 25mg, 50 mg e 100 mg. La pillola va presa tra i 30 ed i 60 minuti prima del rapporto sessuale e gli effetti prodotti possono arrivare a durare anche fino a 5 ore. Ormai il Viagra è un farmaco diffusissimo e secondo gli ultimi dati statistici, dal 1998 ad oggi sono oltre 2 miliardi di pillole ad essere state consumate. Inoltre è tra le parole più ricercata del web.

Cos’è il Cialis?

E veniamo all’altra pillola, il Cialis. Cos’è il Cialis? è un farmaco che può essere recuperato solo tramite prescrizione medica ed anch’esso serve a curare la disfunzione erettile. In Italia è arrivato un quinquennio dopo il Viagra . La sua funzione è simile a quella del Viagra, ma il Cialis fornisce una efficacia di azione fino a 36 ore. In pratica, una pillola di Cialis permette di poter ottenenre una efficace erezione fino a 36 ore dopo il suo ingerimento. Un utilizzo specialistico del Cialis è quello che mira a curare l’impotenza. La formula Cialis one day, che prevede l’assunzione di una pillola al giorno e sempre alla medesima ora, consente di curare la disfunzione erettile in maniera duratura. Il Cialis da prendere al bisogno come il Viagra è disponibile in dosaggi da 10 e 20mg.

Di Giacomo Mazzarella

Che malattie posso prendere se vado con una prostituta?

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Prostituzione, vendita di corpi a pagamento, giochi con prostitute, piaceri sessuali e… malattie. Cosa si rischia a divertirsi col sesso a pagamento: ecco il perché delle precauzioni.

Per qualcuno parlare del sesso a pagamento e delle malattie che si rischiano andando con donne che vendono il proprio corpo potrà sembrare argomento degno dei bassifondi o della gente miserabile. Se vai a prostitute e ti becchi un malanno, il problema è tuo e, a dirla tutta, te la sei pure meritata. Ma la cultura non disdegna la conoscenza anche su materie pruriginose tanto quanto il vivere nella odierna società obbliga chiunque ad avere consapevolezza di quali malattie si possono prendere andando con una prostituta. Si rischiano solo le malattie sessualmente trasmissibili, come l’HIV che porta all’AIDS? Oppure esistono morbi che possono essere presi, ad esempio, anche col contatto della pelle? O con lo scambio di fluidi corporei? La salute è un bene troppo importante, per te, per il partner e la tua famiglia, per essere esposta a sciocchi ed inconsapevoli rischi. Quindi se vai con delle squillo devi sapere che potresti aver beccato, e potresti trasmettere ad altri, malattie nonostante l’uso del preservativo o dei dental dam (una specie di preservativo per i rapporti orali). Brutte patologie come la sifilide o la gonorrea o il papilloma o l’herpes ai genitali possono arrivare nella tua vita, sconvolgendola in peggio, con sintomi che si devono sapere. E non pensiamo che il fatto che non si frequentino prostitute ci salva in modo assoluto da questi problemi perchè il nostro compagno od anche la nostra bella fidanzata potrebbero aver avuto rapporti a rischio. E tuo figlio potrebbe pensare di andare a prostitute con gli amici. E tua figlia di intraprendere la strada dei rapporti con più partner. No, a noi ben-pensanti, ansiosi di essere sempre anche dei ‘ben-apparenti’, proprio non ci piace considerare questi fatti scabrosi e peggio che mai ne vorremmo parlare in famiglia. Ma spero che la lettura di questo articolo possa aiutare anche solo una persona a riflettere prima di agire con eccessiva disinvoltura.

Rapporti con prostitute: rischi

Sì è vero: si parla di MST cioè malattie sessualmente trasmissibili da rapporti con prostitute ma attenzione a non cadere nel tranello della superficialità: questo articolo non ha alcun fine discriminatorio perché in fondo, diciamocela tutta, il problema di queste malattie è per chiunque abbia dei rapporti sessuali, leciti od illeciti, accettati dalla società o mantenuti in segreto, col recente partner o con il coniuge.

E questo è determinato anche dalla odierna ‘tendenziale normalità’ di rapporti con più partner: non si tratta di moralismo ma di constatazione basata su studi sociali. Questo è evidente che rende un po’ tutti a rischio.

D’altra parte, gli stessi coniugi non possono dirsi sicuri nella propria stanza da letto, almeno in base a quello che dicono le statistiche e che vedono in Italia alte percentuali di tradimento tra coppie. Vi è di più, visto che secondo recenti studi, l’Italia risulta il Paese in Europa (seguita da Spagna e Francia) col più alto numero di infedeli e con il più alto utilizzo di siti di incontri extraconiugali: quasi il 60% degli italiani hanno ammesso di aver tradito almeno una volta il coniuge od il partner e nel 2017 c’è stata una impennata di tradimenti pari al 18-20%. Quindi se è vero, come lo è, che il problema di questo genere di malattie viene ‘sentito’ maggiormente da chi, magari d’abitudine, va con prostitute, le informazioni contenute in questo articolo non sono da considerarsi di loro esclusiva utilità ma di aiuto e sensibilizzazione sul problema un po’ per tutti. Questo –poi– senza considerare l’aumento dei rapporti tra persone dello stesso sesso o l’uso di poveri animali per il piacere (più nota come zoorastia, che pare essere molto famoso in Serbia) ed altre abitudini sessuali da far arrossire gli abitanti di Sodoma e far crepare di invidia quelli di Gomorra.

Il perchè dei rischi

Ma perché c’è rischio nell’andare con le prostitute? Perché la propagazione di queste malattie è così elevata? Quali sono le cause? Non occorre una analisi specialistica per rispondere a queste domande perché basta banalmente analizzare la nostra società per comprenderne le radici.

Innanzitutto, partiamo dal presupposto che pochissime donne da marciapiede od anche prostitute di alto bordo o attrici di film pornografici amano ciò che fanno. Il motivo, se patologico o meno, non ci interessa. Ma tutte le altre donne (o uomini) vendono il proprio corpo in condizioni di povertà, perché non hanno altre alternative, perché anche nel 2018 ci sono le schiave del sesso o perché vedono la vita da strada come un periodo necessario e transitorio per crearsi un gruzzoletto e poi poter “cambiare vita” o per permettersi di studiare. Qualche volta ci sfugge, infatti, che le cose normali per i tanti, sono dei lussi per taluni.

Ad ogni modo, a queste premesse di povertà e di ignoranza si aggiunge il tendenziale aumento della promiscuità, dello scambio di coppie, dei rapporti con più partner, della idea che l’evasione dalla quotidianità che annoia passa attraverso il sesso “famolo strano”, come quello fatto in gruppo o con i transessuali. E tutto questo senza considerare con quanta leggerezza anche i ragazzi più giovani affrontano il momento del rapporto sessuale o la tradizione del “passaggio del fuoco”, quando cioè si vive la assenza (o poca) esperienza sessuale e, quindi, si decide di pagare una prostituta per “imparare”.

In più si deve considerare che nel 50% dei casi, gli italiani avanzano alle étere (nome quasi soave che serviva per indicare nell’antica Grecia le prostitute) richiesta di sesso a pagamento senza protezione. Dunque, i fattori dell’esponenziale rischio di trasmissione delle malattie da atti sessuali sono molteplici e vanno dall’aspetto educativo a quello comportamentale sino al problema organizzativo, sanitario e legislativo.

Le malattie trasmissibili facendo sesso con prostitute

Il mercato del sesso porta con sé malattie come l’AIDS, la sifilide ed altre circa trenta diverse patologie. Il grado del rischio di trasmissibilità ovviamente aumenta all’aumentare del sesso: dunque, più sesso si fa, più alti sono i rischi di infezione. Alla facile trasmissibilità di tali malattie concorrono –inoltre– anche i ‘giocattoli sessuali’ che non sono quasi mai igienizzati nonostante il  loro uso promiscuo.

AIDS

Dopo la popolarità del problema degli anni 1980 oggi molti paiono essersi dimenticati dell’HIV: è una tra le più infide malattie, che attacca adulti e bambini, attesi i suoi lunghi tempi di incubazione. Questo vuol dire che anche se hai preso l’AIDS non hai sintomi che possano farti da campanello da allarme e non te ne accorgi, fino a che sarà troppo tardi per reagire, se non sottoponendoti a specifiche analisi. La sua trasmissione avviene non solo attraverso l’attività sessuale ma anche mediante trasfusioni di sangue o emoderivati (come le piastrine) nonché da scambio e/o puntura di siringhe di tossicodipendenti.

Sifilide

Si può contrarre attraverso i rapporti sia genitali che orali ed è terribile come malattia perché se non presa in tempo è difficile da sconfiggere. Inoltre, nelle donne in gravidanza può essere trasmessa al feto e causare malformazioni o addirittura la morte del neonato.

Gonorrea (o scolo)

Ad eccezione della donna, nella quale questa infezione può essere asintomatica, cioè priva si sintomi, la gonorrea manifesta la propria presenza in breve tempo mediante perdite giallastre (da qui il secondo nome di ‘scolo’), dolore al basso ventre ed un continuo e fastidioso senso di fare pipì.

Epatite

Ben pochi sanno che esistono sei tipi di epatite e che mentre per l’epatite A e B esistono dei vaccini non così è per l’epatite C. Determina seri danni al fegato, come la cirrosi o nei casi più gravi il cancro. E mentre l’epatite B in età adulta può risolversi spontaneamente quella C è più dura a morire se non con l’aiuto di specifici farmaci.

Herpes genitalis

È probabilmente l’infezione più facile da riconoscere perché compare con delle piccole macchie biancastre, come delle bollicine, nelle aree genitali. La parte più dolorosa si ha quando queste bollicine scoppiano trasformandosi in piccole ulcere: prurito e bruciore sono le compagne inevitabili dell’herpes.

Virus del papilloma umano

Nella maggior parte dei casi è una malattia dal veloce decorso e priva di sintomi. Ma la sua pericolosità sta nel fatto che nelle persone con sistema immunitario non efficiente può causare il cancro come il tumore della cervice uterina. Se e quando compaiono i segni della sua presenza, si possono avere verruche sia nella parte genitale che in quella extragenitale (labbra, naso o addirittura laringe).

Di Samantha Mendicino

Pressione alta: cosa posso mangiare?

Posted on : 10-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Pressione alta: cosa posso mangiare? Quali sono gli alimenti consentiti? Quali cibi devo, invece, evitare? 

Hai la pressione alta? Non sai quali sono gli alimenti che puoi mangiare e quelli che devi assolutamente evitare? Se pensi di soffrire di pressione alta (o ti è già stata diagnosticata)forse  ti stai chiedendo quali siano gli alimenti che puoi mangiare e quelli che devi evitare. In presenza di pressione alta, o ipertensione arteriosa, dovrai tener presente che sarà necessario modificare il tuo regime alimentare. Cos’è la pressione alta (o ipertensione arteriosa)? L’ipertensione arteriosa, o comunemente detta “pressione alta” è uno stato, costante e non occasionale, in cui la pressione a riposo risulta più alta rispetto agli standard fisiologici considerati normali. L’ipertensione è una tra le malattie più diffuse nei Paesi industrializzati; colpisce, infatti, circa il 20% della popolazione adulta e rappresenta uno dei maggiori problemi clinici dei tempi moderni. L’ipertensione arteriosa è conosciuta anche come “killer silenzioso”, perché non comporta alcun sintomo e agisce nell’ombra, degenerando in complicanze severe, talvolta dall’esito mortale. La terapia della pressione alta si fonda sull’importante obiettivo di riportare nella norma i livelli pressori alterati.Se ti ritrovi in questa descrizione, è probabile che tu soffra di pressione alta. In questo articolo, quindi, analizzeremo e chiariremo tutti i tuoi dubbi riguardo al cibo che puoi mangiare (e di conseguenza quello che dovrai evitare o limitare fortemente) qualora tu soffra di questa patologia.

Quali sono i cibi consentiti

Qualora tu abbia la pressione alta dovrai prestare molta attenzione ai cibi che dovrai assumere. Infatti chi soffre di questa patologia deve scrupolosamente seguire una dieta iposodica, ossia una dieta povera di sale. La dieta iposodica, a cui dovrai fare riferimento, prevede che tu debba consumare preferibilmente cibi come:

  • frutta e verdura (come ad esempio: fagiolini, verdura a foglia larga, mele, pere, ecc), questi cibi andranno a sostituire  prodotti conservati (come salati o in salamoia) e/o precotti (contenenti glutammato di sodio ossia una sostanza che esalta la sapidità dei cibi; quindi un alimento che in questo caso è assolutamente da evitare);
  • consumare legumi secchi (come ad esempio fagioli, ceci, lenticchie, ecc), in buona sostanza devi evitare i legumi in scatola dal momento che il sale è uno dei conservanti principali dei cibi in scatole);
  • dovrai consumare cereali (come ad esempio frumento, riso, grano saraceno, quinoa, ecc);
  • dovrai mangiare pesce almeno 2/3 volte a settimana. Il pesce, soprattutto il pesce azzurro (come ad esempio le alici, le sardine, l’aringa, lo sgombro, la palamita, il tonno, ecc)  è un alimento ricco di omega3; quest’ultimo è per eccellenza un o dei grassi buoni che potrai assumere tranquillamente nella tua alimentazione;
  • dovrai preferire latte e derivati che siano preferibilmente a basso contenuto calorico.

Oltre ad assumere queste categorie di cibo dovrai, inoltre, essere scrupoloso anche nell’eventuale terapia farmacologia impostata dal cardiologo. La terapia farmacologica, devi sapere, è necessaria quando la pressione è eccessivamente alta e quando il fisico non risponde adeguatamente ai rimedi sopra descritti.

Quali sono i cibi da evitare

Quindi, in buona sostanza, se soffri di pressione alta dovrai assumere cibi ricchi di omega3, frutta e verdura e ridurre notevolmente l’uso del sale. Volendo schematizzare, inoltre, quelli che sono gli alimenti che dovrai evitare, potremmo dire che dovrai:

  • abolire i cibi insaccati (come ad esempio salsiccia, salame, mortadella, ecc);
  • eliminare le carni salate (come ad esempio il prosciutto o lo speck); abolire i formaggi salati (come ad esempio le provole o i pecorini);
  • eliminare gli alimenti sotto sale (come ad esempio le sardine o i capperi);
  • evirare gli alimenti in salamoia (come ad esempio le olive ed i peperoni);
  • abolire la frutta secca (come ad esempio i pistacchi, gli arachidi, i semi di zucca, ecc);
  • evitare i junk-food (ossia il mais fritto, gli snack, ecc.)

Come puoi vedere, è necessario che elimini molti cibi che potrebbero essere dannosi e/o pericolosi per la tua stessa salute. Questa correzione alimentare è necessaria affinché tu possa ridurre e tenere sotto controllo la tua pressione alta.

Quali sono i cibi ricchi di Omega3 

Nel precedente paragrafo abbiamo accennato ai cibi ricchi di Omega3. Devi sapere che l’apporto nutrizionale di Omega3  è un fattore determinante per l’equilibrio della dieta e per garantire lo stato di salute generale dell’organismo. Però, non tutti i cibi hanno un contenuto soddisfacente di Omega3. Ma cosa sono gli Omega3? Gli Omega3 sono lipidi. Essi sono nutrienti essenziali che il nostro organismo non produce autonomamente ma deve assumere attraverso il cibo. In realtà l’unico omega 3 veramente essenziale è l’acido alfa linoleico (ALA), dal quale il corpo umano ricava i metaboliti attivi acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA).
Quali sono i cibi che contengono gli Omega3? I cibi che contengono gli Omega3 sono soprattutto i prodotti della pesca soprattutto gli organismi che popolano le acque fredde e il pesce azzurro. Per prodotti della pesca dobbiamo intendere: sogliola, acciuga, sardina, sgombro, cefalo, spigola, orata, tonno, triglia, trota,  luccio, carpa, ecc. Per pesce azzurro dobbiamo intendere invece: aguglia, alice (o acciuga), aringa, sgombro, sardina, ecc.

Come puoi vedere, quindi, gli Omega3, necessari alla tua alimentazione, sono contenuti in svariate tipologie di pesce. Pertanto, potrai tranquillamente variare la tua alimentazione in base alle tue esigenze.

L’attività fisica e la pressione alta 

E’ importante, infine, che tu faccia sport, oltre che seguire una corretta alimentazione e una terapia farmacologica. Lo sport, infatti, è un altro fattore che ti aiuta a regolare la pressione alta. E’ necessario, infatti, che tu svolga attività fisica almeno 30 minuti di attività fisica aerobica (quindi camminata a passo spedito, corsa, nuoto, ciclismo) dalle 5 alle 7 volte a settimana. Oppure dovresti frequentare un Centro Fitness almeno quattro volte alla settimana. La durata della seduta dovrebbe oscillare dai 30 ai 60 minuti, con un’intensità del 40/60% del range cardiaco. Dovrai, inoltre, evitare tre cattive abitudini come evitare  fumare, abusare di sostanze alcoliche e dormire poche ore alla notte. Tutte le accortezze ed i suggerimenti appena elencati apporteranno notevoli benefici per la tua salute.

Di Francesca Micolucci