Come aiutare un paziente oncologico

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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In che modo è possibile offrire il proprio aiuto ad un malato oncologico? Quali sono gli aspetti psicologici da non trascurare? Qual è la differenza tra psicologo e psicoterapeuta? Scoprilo nel mio articolo.

Un tuo familiare o un tuo caro amico ha scoperto di avere una grave forma di tumore. Sei consapevole che il percorso da affrontare non sarà affatto semplice e le parole sembrano essere tanto inutili in questi casi. Non vuoi usare le solite frasi di circostanza. Sai bene che, più di ogni altra cosa, a contare sono la vicinanza, l’affetto e i piccoli gesti quotidiani. Con molta probabilità, ti sarai domandato, almeno una volta, come aiutare un paziente oncologico. Come affrontare le paure legate alla malattia? Come si reagisce alla conoscenza della patologia? E’ importante saper ascoltare colui che ha ricevuto la diagnosi di tumore e non lasciarsi sopraffare dai pensieri negativi legati alle possibili conseguenze. Ciascuno vive la malattia in modo differente. Occorre rispettare la sofferenza altrui. Per scoprire in che modo è possibile aiutare il malato di tumore dal punto di vista psicologico, continua a leggere il mio articolo. Ti parlerò della figura dello psicologo e dello psicoterapeuta; dopodiché troverai l’intervista al dr. Mario Ambrogi (psicologo e psicoterapeuta familiare).

Chi è lo psicologo?

La legge n. 56/89 [1] fornisce la definizione e la regolamentazione della professione dello psicologo.

L’articolo 1 stabilisce che la professione di psicologo: “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”.

Gli strumenti conoscitivi sono modelli concettuali attraverso i quali lo psicologo interpreta i fatti che si presentano nell’esercizio della sua professione: i comportamenti, le emozioni e i pensieri dei suoi pazienti. Gli strumenti di intervento sono incentrati sulla parola e sulla relazione, come il colloquio ed il sostegno empatico. Per la diagnosi, lo psicologo ricorre all’uso di strumenti di valutazione come: test, questionari e colloquio clinico.

L’articolo 2 definisce i requisiti necessari per esercitare la professione di psicologo che sono i seguenti: laurea in psicologia, tirocinio professionale della durata di un anno, superamento dell’esame di Stato, iscrizione all’apposito albo professionale [2].

Chi è lo psicoterapeuta?

L’articolo 3 della stessa legge n. 56/89 definisce la figura dello psicoterapeuta. L’attività di psicoterapia può essere svolta solo dagli psicologi e dai medici che hanno seguito un corso di specializzazione professionale in psicoterapia di almeno quattro anni presso una scuola di specializzazione universitaria o presso istituti privati riconosciuti a tal fine [3].

Per sapere come aiutare un paziente oncologico, abbiamo intervistato il dr. Mario Ambrogi, psicologo e psicoterapeuta familiare. Dopo anni di lavoro clinico, è stato coinvolto nel mondo dell’oncologia e, da 15 anni, collabora con associazioni di pazienti in attività cliniche e di ricerca. Segue pazienti oncologici e le loro famiglie con Ipse (Istituto di psicologia dei sistemi evolutivi) che ha fondato e dirige dal 1993. Lavora nell’equipe del dott. Carlo Pastore, responsabile dell’unità di oncologia medica ed ipertermia oncologica della clinica Villa Salaria a Roma.

Come aiutare un paziente oncologico? Quanto contano le parole?

Un paziente mi raccontò della differenza dell’effetto che gli fecero le parole del padre e della madre. La madre era spaventata e manifestava sempre la preoccupazione che qualcosa potesse andare storto. Le sue frasi ricorrenti erano: “Non prendere freddo, non ti stancare”. Il padre invece gli disse una sola frase guardandolo negli occhi: “Pensa sempre al domani, tu ce la puoi fare perché sei sempre stato diverso, diverso in tutto”.

Come aiutare un paziente nell’affrontare le cure oncologiche?

Nell’affrontare le cure oncologiche l’espressione di Gregory Bateson “differenza crea differenza” dovrebbe essere scritta sui muri, sulle ricette e sui camici e tatuata da qualche parte almeno su chi lavora in un ambiente oncologico ogni giorno o anche semplicemente ci passa. Ciascuno di noi può fare la differenza, in meglio o in peggio perché l’equilibrio tra la salute e la malattia è delicato, fragile, dinamico.

Un tono di voce, la posizione del corpo e dello sguardo, un sorriso e una carezza possono fare la differenza se amplificate da una condizione di spavento, disorientamento e impotenza. Continuamente, si sentono raccontare dai pazienti e dai loro familiari gesti e frasi di operatori lungo la filiera delle cure che hanno lacerato, confuso e scoraggiato. In gran parte, si tratta di interpretazioni, equivoci, errori di comunicazione.

I pazienti, non conoscendo e non comprendendo la complessità nella quale sono inseriti, reagiscono alle parole e ai comportamenti di chi cura a volte in modo eccessivo, acritico, reattivo, poco rispettoso. La paura attiva facilmente il conflitto. Accade perché ciascuno è prevalentemente interessato a se stesso, perché le parole sono il luogo degli equivoci e comunicare in modo utile é difficile in ogni ambiente.

Negli scenari oncologici, l’errore è possibile ad ogni frase, in ogni silenzio, in ogni gesto e le conseguenze di quell’errore non riconosciuto e corretto possono essere inattese, esponenziali e potenzialmente pericolose. Accanto ai racconti terribili di frasi incredibili ci sono storie di gentilezza, premura e attenzione amorevole che possono trasformare completamente un’esperienza di malattia e cura che per questo viene percepita in modo diverso da ciascuno.

Quali sono le reazioni più frequenti ai comportamenti del personale sanitario?

Le reazioni ai comportamenti dei curanti sono davvero interessanti: c’è chi viene rassicurato se il medico ha il camice e un’aria severa, distante, fredda e distaccata, in quanto il silenzio e l’immobilità sono considerati come un segnale di competenza ed esperienza. Altri restano affascinati proprio dall’assenza del camice, dalla cordialità, dalla gentilezza che tocca e abbraccia, sorride e ride. Nessun comportamento ha lo stesso effetto per tutti. Non tutti i pazienti si trovano bene con tutti i medici e viceversa; soprattutto per questa ragione la stessa diagnosi può avere storie molto diverse da persona a persona, da famiglia a famiglia.

Quali sono gli atteggiamenti da evitare con un paziente oncologico?

Mi piacerebbe provare a rovesciare il ragionamento e per una volta smettere di pensare a cosa possono fare i sani per le persone malate. È il momento di cominciare a chiedersi che cosa le persone malate possono fare per le persone sane, cosa possono insegnarci in modo concreto, evidente e utile per aumentare veramente la qualità di vita, per migliorare la salute fisica, emozionale di tutti noi. Se c’è qualcosa che funziona quando la nostra salute è in pericolo, è ragionevole pensare che sia utile ancora di più quando stiamo bene.

Per esempio quando cominceremo a fare attenzione alla qualità delle amicizie e delle relazioni. Gli amici veri ti stanno accanto quando stai male: ecco quali sono le persone da frequentare quando stai bene. La manutenzione premurosa e ininterrotta nella qualità di ogni cosa che facciamo, mangiamo, pensiamo e diciamo (o omettiamo di fare perché anche le omissioni fanno punteggio), può avere un effetto davvero determinante nella qualità di ogni nostra giornata, di ogni nostro incontro, in ogni nostro pensiero.

Le persone malate imparano rapidamente a modificare la loro scala di priorità: evitano tutte le cose e le persone che li fanno stare peggio. A volte, dicendo esplicitamente e in modo diretto di smetterla con i pensieri negativi, le lagne e i conflitti. Chiedono gentilezza, attenzione e cura senza più il filtro della cortesia: chi sta peggio non vuole stare pessimamente. Se qualcuno non è d’aiuto che almeno ci lasci in pace, ci lasci quieti e possibilmente in silenzio.

La malattia e le cure sono molto stancanti, c’è bisogno di riposo: visite brevi, sorridenti e quiete aiutano a passare il tempo quando si è svegli; confortano se ci si appisola in attesa che le cure facciano il loro lavoro. Spero che questa inversione di prospettiva diventi presto ovvia: aiutare concretamente qualcuno in difficoltà dà giovamento innanzi tutto a chi aiuta. Provare per credere!

C’è qualche frase che vuole condividere con noi?

Faccio collezione di frasi sceme, la più votata è: “se serve aiuto chiedimi tutto quello che vuoi”. La frase corretta è: “a che ora vuoi che venga a casa a stirare il bucato? Ti ho fatto la spesa dove la metto? Cosa vuoi per cena? Stai tranquilla alla visita ti accompagno io e resterò accanto a te e poi ti riporto a casa”.

Come l’abolizione per legge dei mendicanti fuori le chiese ci farebbe perdere l’occasione di scoprire che qualcuno sta peggio di noi, allo stesso modo scoprire che chiunque di noi può ritrovarsi all’improvviso nel mondo parallelo dell’oncologia, da solo e senza sapere da che parte andare ci fa capire che un aiuto concreto risolve problemi che per l’altro possono essere insormontabili e soprattutto che l’esperienza d’aiuto è sempre molto gratificante, più dello sforzo che richiede. Senza arrivare a parlare di misericordia basterebbe già semplicemente sperimentare un profilo di gentilezza reciproca, ma anche la più impegnativa la rinuncia al conflitto ad ogni costo persino se si ha ragione. La condizione di sofferenza costringe a stare sull’obiettivo necessario e urgente, se il conflitto non serve va evitato o, almeno, rimandato a momenti più favorevoli.

Come affrontare le crisi e le emozioni negative e distruttive?

L’ascolto è l’arma totale. Le crisi nascono e si alimentano dalla pretesa che l’altro debba essere perfetto. A noi concediamo ogni giustificazione, agli altri no: diventiamo tetragoni e inflessibili e affondiamo nella comune palude del conflitto. Un buon modo per uscire presto e meglio dai conflitti e dalle reazioni distruttive è l’ascolto. Può sembrare banale, ma l’ascolto è una disciplina che richiede uno sforzo estremo: è la ricerca curiosa anche delle ragioni dell’altro senza necessariamente modificare la nostra posizione e le nostre idee. L’ascolto a volte viene confuso con empatia, ma si trascura un dettaglio tecnico: empatia è la capacità di intendere anche quello che l’altro non riesce ad esprimere o che dice in modo che neanche lui intende e che non sarà neanche disposto ad ascoltare. L’ascolto è contemporaneamente uno spazio e un tempo, una linea minima in cui può accadere tutto. In entrambi i casi, il problema è tollerare l’attrito.

Come imparare ad ascoltare?

L’oncologia é il luogo perfetto per imparare rapidamente e in modo definitivo l’importanza dell’ascolto, dell’ascolto curioso e costruttivo. L’ascolto curioso è quello di qualcuno che non sa perciò è curioso. Perché differenza crea differenza, ma anche le differenze possono somigliarsi tra loro; perciò occorre tempo. Imparare ad ascoltare curiosamente proprio perché non si sa, perché si rinuncia a credere di sapere già qual è la cosa giusta da fare offre non solo un clima meno teso, ma apre alla concreta opportunità di trovare soluzioni nuove a problemi vecchi o viceversa aiuta ad adattare a situazioni apparentemente nuove soluzioni che mai ci verrebbero in mente perché le consideriamo vecchie. Le categorie di giusto e sbagliato, vecchio e nuovo possono essere assorbite in altre categorie attraverso le quali organizzare l’ascolto e l’osservazione, valutare le scelte e prendere decisioni la cui natura, specialmente in oncologia,sono spesso irreversibili.

Decisioni nelle cure oncologiche: come affrontarle?

Le decisioni che si prendono nelle cure oncologiche devono essere le migliori possibili, le più utili. Non c’è spazio per la reattività e gli automatismi mossi da emozioni non elaborate. Quando si è capaci di un ascolto amorevole, curioso e non reattivo si possono analizzare in modo più completo le opportunità, le alternative e scegliere la soluzione più armonica per noi, la più utile nello scenario in cui ci si trova in quel momento, in una traiettoria temporale capace di immaginare insieme all’immediato anche il medio e lungo periodo. In oncologia, a seconda delle fasi della patologia, l’orizzonte si trasforma: bisogna prendere decisioni difficili anzi spesso impossibili.

Bisogna imparare a procedere per approssimazioni successive, rinunciare a soffermarsi troppo su eventuali errori che si commetteranno inevitabilmente. Gli errori sono la fonte maggiore di emozioni distruttive eppure fanno parte della matrice della vita e dobbiamo non solo imparare a riconoscerli per evitarli, ma soprattutto dobbiamo imparare ad attraversare rapidamente e farne tesoro. Chi è in buona salute crede che sia impossibile rinunciare alla vendetta per un torto subito, chi ha ancora poco tempo davanti a sé scopre che il perdono può essere l’unica scelta intelligente.

C’è un episodio che vuole condividere con noi?

Una giovane donna che sapeva di avere ancora poco tempo mi disse che non aveva energie per essere arrabbiata con l’uomo che l’aveva tradita come marito e come padre. Il suo perdono non annullava ciò che era successo, ma serviva a favorire le migliori condizioni possibili per la figlia che sarebbe rimasta senza di lei. Il perdono non cancellava quello che era avvenuto, ma creava le condizioni perché forse qualcosa potesse cambiare in meglio. Non poteva essere certa che la sua rinuncia avrebbe favorito sicuramente il rapporto tra il padre e la figlia, ma era certa che se avesse continuato la faida tra moglie e marito proprio ciò che più voleva che si realizzasse sarebbe stato sicuramente impedito. Quanto sarebbe interessante ragionare sempre in questo modo.

Come non lasciarsi sopraffare dalla paura?

Il mondo dell’oncologia andrebbe immaginato come uno scenario mutevole, pieno di segnali ambivalenti, dal significato incerto, di estrema variabilità a seconda di come gli stessi elementi vengono interpretati o collegati tra loro da diversi operatori. Ciascun attore nello scenario oncologico partecipa con un proprio punto di vista. Il senso di disorientamento è quasi uno stato permanente. La paura ci prende in ogni sua possibile sfumatura perciò è importante imparare in fretta ad orientarsi, a cercare di rispondere all’eterna domanda: “per andare dove devo andare, per dove devo andare?”.

La paura, tra le altre, è forse la maggiore delle difficoltà in oncologia: forse è insuperabile e lo resterà sempre. Comincia proprio dalla diversità e complessità dei punti di vista di ciascuno. Apparentemente la filiera delle cure comincia in modo chiaro e distinto: dopo un’ipotesi clinica si passa alla verifica. La lettura del vetrino sotto il microscopio definisce la fase della diagnosi istologica, da essa deriva la diagnosi oncologica. Apparentemente, si parla di una e una sola cosa: la cosiddetta malattia. Non è mai così: la persona malata (l’unica ad avere un interesse davvero concreto e diretto alla situazione), osserverà lo stesso fenomeno della malattia dal proprio specifico punto di vista. Nessuno avrà mai la stessa prospettiva: anche i suoi familiari e gli amici ne avranno uno diverso. Ancora di più sarà diverso quello dei conoscenti, dei colleghi di lavoro: ciascuno mostrerà reazioni anche assai diverse.

Cura della malattia: come viene percepita nei diversi contesti?

In un’organizzazione la malattia di una persona è un problema in più da risolvere: il lavoro ha logiche, esigenze e necessità completamente diverse e spesso opposte a quelle di una famiglia o di un’amicizia. E che dire delle assicurazioni (quando ce n’è una): un malato equivale ad un rimborso spese e più sono efficaci le cure più aumenta l’impegno economico. Come viene considerata la stessa malattia da quelli che per lavoro curano dei malati e assistono i familiari? Essi guadagnano con i servizi e i prodotti connessi alle cure e spesso, persino senza accorgersene e senza malafede, si generano imbarazzanti conflitti di interesse tra i vari protagonisti. L’ingenuità è cattiva consigliera: le malattie oncologiche muovono quantità gigantesche di denaro e di interessi in dinamiche dominate dall’intensità creata dalla combinazione di paura, urgenza e senso di impotenza.

Le dinamiche della paura dei pazienti e dei loro familiari possono rendere la vita assai difficile a chi deve suggerire cure costose e impegnative. Il tumore non fa differenze di ceto e di censo, ma i ricchi hanno maggiori possibilità di curarsi e di guarire dei poveri. E’ triste dirlo, ma per ora è così. La paura e la sensazione di impotenza dei pazienti e dei familiari tende ad amplificare la tendenza gregaria e la delega l’esperto.

Tanto nella sanità pubblica come in quella privata si possono generare tensioni, equivoci e rischi: gli incompetenti, gli inesperti, i distratti e i malintenzionati sono distribuiti equamente come in ogni sistema vivente; incontrarli è statisticamente inevitabile perciò la parte difficile è riconoscerli se non al primo sguardo almeno al più presto e allontanarsi di corsa. La paura però ci inganna perché come in un naufragio il primo appiglio a cui aggrapparsi per galleggiare ci sembra essere la soluzione migliore.

Suggerimenti?

Se sbagliare è inevitabile si deve imparare a farlo velocemente e imparare a sbagliare meglio: sapendo imparare da ogni occasione e da tutto prendere quel che c’è di utile e di buono, paura compresa.

Dieta contro la cellulite

Posted on : 22-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Stai evitando il sale ma la cellulite è ancora lì? Vai in palestra ma sei ingrassata? C’è qualcosa che non funziona nel tuo metabolismo o nell’alimentazione di tutti i giorni. Ecco alcuni suggerimenti utili.

Se stai tenendo una dieta ipocalorica e ancora non perdi peso, se stai mangiando senza sale ma la cellulite non accenna a diminuire, il problema potrebbe dipendere da altro. Se non ami fare sacrifici a tavola e vuoi consigli per perdere peso e sapere qual è la giusta dieta contro la cellulite, ecco allora qualche spunto da cui prendere le mossa. Questo articolo non sostituirà il parere di un medico o di un nutrizionista ma potrebbe darti un punto di partenza per riflettere maggiormente sul tuo stile di vita.

Non solo il sale causa la cellulite

Il sodio, contenuto soprattutto nel sale ma presente in numerosi cibi in quantità variabili (ad esempio i precotti e preconfezionati), se assunto in eccesso trattiene acqua all’interno dei tessuti del nostro corpo. Ciò favorisce la comparsa di cellulite e ipertensione. Tuttavia, a volte la dieta povera di sodio non basta, perché la cellulite è dovuta anche alla perdita di tono dei vasi venosi e dei capillari e a questioni ormonali. Ridurre il sale, in questi casi, ti servirà a poco ed è necessario che tu intervenga con una diversa dieta. 

Più frutta e verdura 

Dovrai dare una buona idratazione al tuo corpo (8 bicchieri di acqua al giorno), dovrai mangiare più frutta e verdura ricca di antiossidanti (soprattutto quella di colore blu, rossa e viola). Sono utili gli ortaggi crudi e la frutta fresca di stagione, in particolare quella ricca di vitamina C (ossia di acido ascorbico) come kiwi, peperoni e prezzemolo, fragole, ananas, lettura radicchio, spinaci, broccoletti, cavoli e cavolfiori.

Privilegia frutta e verdura diuretici come cocomero, carciofo, finocchio, cicoria, ananas, cetrioli, pesche, fragole, indivia.

Evita i dolcificanti in sintesi e gli additivi 

Dovrai poi ridurre il consumo di carne rossa, dolci e cereali e derivati raffinati. 

Ti consiglio di cancellare dalla tua dieta i cibi con additivi, grassi idrogenati e/o di palma e dolcificanti di sintesi che, paradossalmente, se anche non ti faranno aumentare il numero di calorie, potranno pregiudicare la tua cellulite.

Evita i cibi lavorati e pieni di ingredienti

La ritenzione idrica – e quindi la cellulite – è certamente causata in prevalenza dal sale. Ma il sodio non è l’unico responsabile. Secondo alcuni studi, un pizzico di sale marino integrale aggiunto a fine cottura, oltre a dare sapore, fornisce anche oligoelementi importanti per far funzionare al meglio il metabolismo. È molto meglio evitare i cibi industriali particolarmente lavorati, quelli che riportano in etichetta tanti ingredienti. Questi in genere “nascondono” troppi zuccheri, grassi e sale, tutti dannosi perché causano la pelle a buccia d’arancia.

Bevi e assumi sali

Più bevi, più elimini acqua nel corpo. Cerca di vere non meno di tre litri al giorno. In più aiutati con integratori di sali. I sali minerali più utili alla dieta per la cellulite sono prevalentemente il potassio e il magnesio, poiché facilitano il mantenimento di un buon PRAL (equilibrio del pH sanguigno). 

Le molecole che combattono la cellulite sono gli antiossidanti come vitamina A, C, E, zinco, selenio, clorofilla, ecc.

Le numerose tisane anticellulite sono più il frutto del marketing, ma ti aiuteranno a bere di più. Hanno quindi la loro importanza.

Non vere ovviamente birra – anche se diuretica – e cerca di ridurre il caffè.  

Aumenta le proteine magre

Un altro importante consiglio è cercare di consumare proteine in tutti e due i pasti del giorno; esse sono alla base di tutti i tessuti viventi: un elemento fondamentale nella dieta quotidiana. 

Le proteine sono molto utili anche per contrastare gli accumuli di grasso e per rimuovere i liquidi in eccesso. Esse, infatti, tonificano e rassodano i tessuti, facendo scomparire l’inestetismo della pelle a buccia d’arancia. Pertanto, è bene consumarle in tutti i pasti, preferendo pesce, carni bianche, uova, legumi e frutta oleosa; ottimi anche tofu e tempeh, che forniscono fitormoni anticellulite.

Il tè verde per migliorare la diuresi

Il tè verde è molto indicato per chi vuol combattere la cellulite. Si tratta di un potente antiossidante noto per la sua azione termogenica (fa salire la temperatura del corpo e, di conseguenza, aumenta il metabolismo basale) che favorisce il dimagrimento. Inoltre, è un rimedio naturale detossinante e anticellulite. 

L’effetto dimagrante del tè verde è dovuto al suo contenuto di polifenoli e di metilxantine, sostanze in grado di stimolare il metabolismo e di drenare i liquidi. In più svolge un’azione saziante. Secondo uno studio pubblicato dall’«American Journal of Physiology», il tè verde rallenta l’invecchiamento delle cellule dell’organismo e dei processi metabolici, oltre a inibire gli effetti del catecolo-O-metiltrasferasi, un enzima coinvolto nella stimolazione dell’appetito e nella fame nervosa.

Se bevuto durante i pasti, il tè verde ha anche un’azione ipoglicemizzante (abbassa gli zuccheri nel sangue), perché consente di ridurre l’assimilazione degli zuccheri. Questo fa sì che il suo consumo regolare sia in grado di prevenire, nell’ambito di una dieta equilibrata, la formazione del grasso addominale favorito dagli eccessi di zuccheri in circolo (glicemia alta). 

La dose giornaliera di tè verde, se assunto come bevanda, è di 4-5 tazze al dì.

La palestra non va mai abbandonata

La palestra deve fare parte del tuo stile di vita e non potrai mai abbandonarla. In un primo momento potresti accorgerti di essere ingrassata ma è del tutto naturale.  La spiegazione è semplice. In una prima fase, si accumula più ritenzione a causa della mobilitazione del grasso (questo accade se si è sempre fatta vita sedentaria). Subito dopo, i muscoli prendono il posto del grasso e la massa muscolare, a parità di volume, pesa più dell’adipe.

Per dimagrire basta allora procedere con il programma alimentare e l’esercizio: con la costanza i risultati non potranno mancare. 

L’attività fisica fa bene al corpo e alla mente. Migliora non solo l’aspetto fisico, ma anche l’umore, contrastando malinconia, ansia e la fame nervosa che ne può conseguire.  

Sintomi tumore al cervello

Posted on : 21-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Tumore al cervello: sintomi, cause, conseguenze e intervento. Glioblastoma; responsabilità per colpa professionale del medico e indennità di accompagnamento.

Il sistema nervoso centrale è composto dall’encefalo e dal midollo spinale che insieme hanno il compito di controllare: i movimenti e le azioni volontarie (come camminare e parlare), le funzioni involontarie (come la respirazione e la digestione), le funzioni sensoriali (la vista, l’udito, il gusto, il tatto e l’olfatto), le attività superiori (come la memoria e l’apprendimento) e le emozioni. Qualsiasi parte del cervello, del cervelletto o del sistema nervoso (e le meningi che lo rivestono) può essere colpita da forme tumorali. Sintomi tumore al cervello: quali sono? Quanti tipi di tumore esistono? I più frequenti sono i gliomi, infatti rappresentano circa il 40% dei tumori cerebrali primitivi, e comprendono numerosi sottotipi: astrocitomi diffusi, astrocitomi pilocitici, astrocitomi anaplastici, glioblastomi, oligodendrogliomi, gliomi misti, ependimomi, medulloblastomi, meningiomi, emangioblastomi, germinomi, neurinomi, craniofaringiomi, linfomi primitivi. In questo articolo, ti parlerò delle più recenti sentenze che riguardano i malati di tumore; dopodiché, potrai trovare l’intervista al dr. Carlo Pastore (specialista in oncologia medica) che ci ha fornito maggiori informazioni sul glioblastoma, la forma più maligna dei gliomi.

Indennità di accompagnamento

Il tribunale di Caltanissetta [1] si è pronunciato sul riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, un’agevolazione che rappresenta un sostegno per la famiglia del malato che necessita di un controllo continuo e costante, ed il cui scopo è favorirne la permanenza ed evitarne il ricovero negli istituti pubblici di assistenza.

Per la concessione dell’indennità di accompagnamento bisogna valutare la capacità del malato di compiere gli atti giornalieri più elementari.

Quali sono i presupposti alternativi per la concessione dell’indennità? L’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o l’incapacità di compiere gli atti della vita quotidiana senza un’assistenza continua.

Sul punto, il tribunale di Caltanissetta ha specificato: “Sono irrilevanti episodici contesti, essendo richiesta la verifica della loro inerenza costante al soggetto, non in rapporto ad una soltanto delle possibili esplicazioni del vivere quotidiano, ovvero alla necessità di assistenza determinata da patologie particolari e finalizzata al compimento di alcuni, specifici, atti della vita quotidiana (ad es. con riferimento alle fattispecie di pazienti affetti da malattie oncologiche richiedenti l’indennità per i soli periodi dei cicli di chemioterapia). Nella fattispecie le patologie seppur gravi non avevano avuto un’incidenza tale da aver eliminato la capacità di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita o di deambulare.”

Responsabilità per colpa professionale del medico

Secondo la Corte d’Appello di Roma [2] la responsabilità per colpa professionale del medico sussiste anche nel caso in cui si ometta di assicurare nella fase post-operatoria la dovuta protezione nei confronti di un paziente, indipendentemente dal fatto che l’intervento sia stato eseguito correttamente. Ogni operatore di una struttura sanitaria è tenuto a tutelare la salute del paziente contro qualsiasi pericolo in grado di minacciarne l’integrità.

Pertanto, il medico-chirurgo che ha eseguito un’operazione chirurgica, perfettamente riuscita, è responsabile per errata o mancata esecuzione della chemioterapia post operatoria qualora non abbia controllato che le terapie necessarie venissero eseguite oppure abbia affidato il compito al personale medico incapace di fornire un’idonea assistenza post-operatoria.

La Corte d’Appello di Roma ha stabilito: “Trova infatti applicazione il principio di diritto secondo il quale “anche se l’esecuzione dell’intervento richiede la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il professionista ha l’obbligo, per tutte le fasi dell’intervento, anche per quelle post-operatorie, di adottare tutte le precauzioni per impedire prevedibili complicazioni e di adoperare tutta la scrupolosa attenzione che la particolarità del caso richiede, secondo la prudenza e la diligenza esigibili dalla specializzazione posseduta; per l’inosservanza di tali obblighi il medico risponde anche per colpa lieve”.”

Per saperne di più sul glioblastoma, abbiamo intervistato il dr. Carlo Pastore, responsabile dell’unità di oncologia medica ed ipertermia oncologica della clinica Villa Salaria a Roma.

Glioblastoma: cos’è?

Per glioblastoma si intende una delle neoplasie che possono insorgere all’interno del tessuto cerebrale e, tra tutti i tumori del cervello, è senza dubbio quello con l’atteggiamento biologico più aggressivo. Nasce dalle cellule della glia (cellule che sono normalmente presenti nel cervello e che si occupano di nutrire e sostenere il neurone) e tende alla diffusione all’interno dell’encefalo distruggendo le strutture sane viciniori o quelle a distanza rispetto al punto di insorgenza dove le cellule maligne possono migrare.

Generalmente, si osserva un’importante quota di edema (accumulo di liquido nei tessuti) circostante la lesione tumorale. Spesso il glioblastoma viene definito multiforme, poiché nella stessa massa tumorale coesistono cellule alterate con morfologia differente. La crescita del tumore è piuttosto rapida grazie anche alla ricca rete di vasi sanguigni che si crea all’interno della massa e l’aspetto radiologico è spesso disomogeneo.

Glioblastoma: dove si localizza?

Il glioblastoma non ha una sede elettiva di insorgenza all’interno dell’encefalo. Tutte le strutture intracerebrali possono essere sede di insorgenza o di diffusione della malattia.

Glioblastoma: come riconoscerlo? Quali sono i sintomi?

La sintomatologia è legata alla dimensione della patologia ed alle strutture che vengono interessate. I sintomi più frequenti sono cefalea (persistente e continua), vomito, sonnolenza ed edema della papilla.

La maggior parte della sintomatologia è legata all’aumento della pressione in una scatola chiusa, come quella cranica con compressione delle strutture nervose cerebrali. Altri sintomi che possono essere, talvolta, presenti sono: astenia, confusione mentale, difficoltà nella deglutizione, mutamenti della personalità, crisi convulsive.

Glioblastoma: chi colpisce?

Il glioblastoma rappresenta circa il 2% di tutte le forme neoplastiche che possono colpire l’essere umano. La massima incidenza si rileva tra i 45 ed i 70 anni di età non mancando però dei casi in età più giovanile.

Glioblastoma: cause e fattori di rischio

Per quanto riguarda il glioblastoma è difficile individuare delle cause certe di insorgenza. Sappiamo però che spesso si riscontrano nei pazienti una serie di alterazioni genomiche che possono essere concausa di insorgenza. Inoltre, un rischio aumentato si rileva nei lavoratori dell’industria della gomma e dopo l’esposizione ad agenti tossici quali ad esempio il cloruro di vinile.

L’esposizione alle onde elettromagnetiche quale fattore di rischio è altresì un argomento molto attuale. La discussione nella comunità scientifica è vivace e si attendono certezze in questo senso che ancora non abbiamo. Altro fattore di rischio dibattuto è legato all’impiego di pesticidi.

Come diagnosticare il glioblastoma?

Al di là della sintomatologia che può porre il sospetto, è necessario ricorrere alle metodiche di imaging radiologico. Per il glioblastoma, in particolare, vengono impiegate Tc ed Rmn. Entrambe le metodiche necessitano del mezzo di contrasto che rende ben evidente, se la malattia è presente, la ricca vascolarizzazione all’interno del tumore.

Glioblastoma: quali sono le conseguenze?

La crescita di una massa neoplastica all’interno del cervello purtroppo crea enormi problematiche all’organismo. I centri nervosi controllano la maggior parte delle funzioni dell’organismo medesimo e la crescita tumorale,dislocando e distruggendo le strutture sane circostanti, se non arginata, può avere un impatto letale.

Glioblastoma: può provocare la perdita della parola?

Le aree cerebrali che controllano le funzioni del linguaggio possono essere interessate dalla neoplasia. La distruzione delle medesime comporta difficoltà nell’eloquio.

Glioblastoma: può provocare un cambio di personalità o la perdita di memoria?

Analogamente rispetto ai potenziali disturbi dell’eloquio, se la neoplasia interessa le aree cerebrali deputate al controllo delle attitudini relazionali e della memoria si può avere un’alterazione delle medesime.

Glioblastoma con crisi epilettiche: può darci maggiori informazioni?

Per crisi epilettica si intende una sorta di cortocircuito elettrico all’interno del cervello. Per un trauma, per un evento vascolare o, appunto, per una neoplasia si può avere un’interruzione o un’interferenza nel segnale elettrico che muove le informazioni tra le varie aree del cervello modificando il potenziale di membrana delle cellule nervose.

Una massa tumorale crea un’alterazione per la crescita di tessuto solido dove non deve essere presente nella trasmissione dell’impulso nervoso.

La creazione di aree cerebrali caratterizzate da segnali elettrici anomali manda in tilt tutto il sistema portando a quelle manifestazioni epilettiche che talvolta abbiamo modo di osservare.

Glioblastoma e fumo: c’è qualche relazione?

Non è stata riscontrata relazione certa tra glioblastoma ed abitudine al fumo di tabacco. Certamente, occorre sottolineare che nel fumo di sigaretta si sviluppano numerose sostanze ad azione mutagena e cancerogena; pertanto è sicuramente indicato interrompere tale abitudine in senso generale.

Glioblastoma e alimentazione: ci sono consigli utili da fornire?

Non esiste un regime dietetico specificamente consigliabile per le neoplasie cerebrali. Per queste forme tumorali vale l’approccio che consigliano i colleghi nutrizionisti che si occupano della nutrizione in oncologia.

Quali sono i trattamenti e le terapie per il glioblastoma?

La prima e consolidata arma in nostro possesso è la chirurgia. La rimozione chirurgica completa senza residuo è il primo step auspicabile e fondamentale per poter sperare nella risoluzione totale in presenza di un glioblastoma.

A seguire, come approccio adiuvante volto a ridurre la possibilità che si accresca la cosiddetta “malattia minima residua”, la strategia più consolidata è una combinazione di chemioterapia (farmaco di elezione la temozolomide) e radioterapia. Un ruolo di coadiuvante sinergico rispetto ai trattamenti principali, spetta al trattamento in ipertermia capacitiva profonda a radiofrequenza.

Per la malattia non resecabile chirurgicamente si può procedere direttamente con un approccio combinato di chemioterapia e radioterapia, conservando l’opzione di abbinare ipertermia come coadiuvante.

In cosa consiste l’intervento?

Si procede all’enucleazione della massa ammalata rispettando il più possibile il tessuto sano circostante. Moderno approccio è l’intervento in awake (paziente sveglio e collaborante) con l’ausilio di una strumentazione denominata neuronavigatore. Questo approccio consente di minimizzare la possibilità di danneggiare aree cerebrali nobili in modo permanente ed individuare con miglior accuratezza la porzione ammalata da asportare.

Glioblastoma: quali sono i rischi dell’operazione?

Il rischio dipende dalla localizzazione della malattia rispetto alle strutture cerebrali di funzione nobile ed alla vascolarizzazione maggiore del cervello. Si tratta certamente di un intervento di chirurgia maggiore.

Recupero post operatorio: chi se ne occupa?

Generalmente, il recupero post operatorio è piuttosto rapido. In quel momento, il primo attore della vicenda clinica resta il neurochirurgo che si occupa di valutare la condizione generale del paziente e la cicatrizzazione corretta della breccia chirurgica. Questa figura professionale gestisce in primis il post operatorio.

Glioblastoma: quali sono le aspettative di vita?

Per il glioblastoma ancora abbiamo molto da fare. Purtroppo, nelle condizioni di non operabilità, le percentuali di sopravvivenza restano basse. Meglio per quei pazienti nei quali si riesce ad operare una resezione completa e tutte le terapie adiuvanti post chirurgiche disponibili.

Glioblastoma: è possibile prevenirlo?

Purtroppo al momento non esistono modalità di prevenzione acclarate.

Menopausa: sintomi e rimedi

Posted on : 20-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Come riconoscere la menopausa? Come cambia il corpo di una donna durante la menopausa? Quali sono le più recenti pronunce giurisprudenziali? Per scoprirlo, leggi il mio articolo.

La menopausa è un momento fisiologico della vita di una donna che coincide con il termine della sua fertilità. In genere, si presenta tra i 45 ed 55 anni di età, ma sono molto frequenti casi di menopause precoci o tardive. Qualche mese prima della fine delle mestruazioni, possono ricorrere alcune alterazioni del ciclo mestruale come mestruazioni ravvicinate e abbondanti oppure distanziate tra loro. La diminuzione degli estrogeni espone la donna al rischio di alcune malattie cardiovascolari (come infarto cardiaco, ictus cerebrale, ipertensione) e patologie osteoarticolari (come l’osteoporosi). Inoltre, la riduzione degli estrogeni può provocare alcuni disturbi e sintomi di natura neurovegetativa (come sudorazione, sbalzi della pressione arteriosa, vampate di calore, palpitazioni e tachicardia, secchezza vaginale e prurito genitale, vertigini, disturbi del sonno) e di natura psicoaffettiva (come irritabilità, affaticamento, ansia, demotivazione, diminuzione del desiderio sessuale, umore instabile, disturbi della concentrazione e della memoria). La carenza estrogenica determina il rallentamento del metabolismo, l’aumento dell’appetito e di conseguenza l’aumento del peso corporeo con una distribuzione del grasso a livello della cintura. Come prevenire le complicanze cardiovascolari e osteoarticolari? Ricorrendo ad un regime dietetico ben controllato. Per il trattamento dei sintomi della menopausa, bisogna individuare una terapia personalizzata ed elaborata sulla base delle caratteristiche e delle esigenze di ogni donna. Continua a leggere il mio articolo se desideri saperne di più sulla menopausa: sintomi e rimedi. Ti illustrerò le più recenti sentenze che riguardano la responsabilità del medico, il trattamento della menopausa, i danni causati alla paziente e la risarcibilità del danno. Dopodiché, potrai scoprire tutto ciò che concerne la menopausa ed il ringiovanimento vaginale nell’intervista alla dr. ssa Cornelia Sparios (ginecologa e androloga).

Menopausa precoce

In tema di danno non patrimoniale, ove sia stata causata, per colpa medica, una menopausa precoce in una donna di anni trenta, tenuto conto delle accertate invalidità, della giovane età dell’attrice, del sesso e delle condizioni di vita, della rilevante entità del danno biologico (25%), degli innumerevoli gravi pregiudizi che una menopausa precoce comporta su una giovane donna, compromettendone la sessualità e la capacità di crearsi una famiglia, nonché di procreare, frustrando irrimediabilmente la naturale fecondità, infrangendo così gravemente il progetto di vita atteso, tenuto infine conto dei criteri tabellari, delle particolari sofferenze fisiche e psichiche sofferte dall’attrice, del mancato consenso informato, stimasi equo liquidare, per il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione al diritto alla salute e del diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario la somma di Euro 200.000,00.

Tribunale Milano sentenza n. 6076 del 6.05.2009

Richiesta del contraccettivo ed errore medico

In caso di gravidanza indesiderata derivante da responsabilità professionale del medico (che, nella specie, ha erroneamente prescritto un farmaco destinato alla terapia della menopausa in luogo del richiesto contraccettivo) i genitori hanno diritto al risarcimento del danno esistenziale derivante dalla lesione del loro diritto alla procreazione libera e cosciente di cui agli art. 2 e 13 cost.

Tribunale Monza 19.04.2005

Responsabilità del medico e risarcimento del danno 

In ordine alla risarcibilità dei danni da gravidanza indesiderata, si rileva come ai cittadini sia garantito il diritto alla procreazione cosciente e responsabile; si tratta di un diritto di libertà che trova una diretta matrice costituzionale, sia nell’art. 2 Cost. che tutela i diritti della personalità come diritti inviolabili dell’uomo come singolo e nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, tra cui un posto di rilievo spetta alla famiglia, sia nell’art. 13 Cost. che afferma l’inviolabilità della libertà personale che si esprime anche nella libertà di ciascuno di poter disporre del proprio corpo.

Orbene, nella fattispecie, ove è stato accertato l’inadempimento del medico convenuto all’obbligo, assunto al momento del contatto/contratto con l’attrice, di compiere la propria prestazione secondo la diligenza del buon medico ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., non avendole prescritto un farmaco anticoncezionale sotto forma di cerotto come richiestogli, onde scongiurare il pericolo di una gravidanza indesiderata, bensì un farmaco certamente non contraccettivo, indicato come terapia ormonale sostitutiva dei sintomi derivanti da deficienza estrogenica in donne in post menopausa, vi è stata di certo una lesione del diritto della paziente di decidere, con il proprio compagno, liberamente, sulla base di valutazioni assolutamente personali ed insindacabili, se mettere o meno al mondo un bambino.

È palese che tale inadempimento ha generato un danno risarcibile, in primo luogo, nella tradizionale componente del danno patrimoniale, ma trattandosi della lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione, è risarcibile anche il danno non patrimoniale, malgrado il fatto non costituisca reato, essendosi in presenza di una grave lesione dell’interesse tutelato e di un danno certamente non futile. Si è altresì evidenziato come entrambi i genitori dovessero essere destinatari del risarcimento richiesto, non solo l’attrice, quale paziente/contraente, ma anche il suo compagno, quale genitore, in virtù della teoria degli effetti protettivi del contratto sostenuta in fattispecie analoghe dalla Suprema Corte.

Di talché, l’inadempimento de quo è tale anche verso il padre ed espone il medico al risarcimento dei danni, immediati e diretti, che pure al padre possono derivare dal suo comportamento. La gravidanza indesiderata, determinata dall’inadempimento colpevole del sanitario, dunque, è causa di danno per il padre poiché si tratta di contratto di prestazione di opera professionale con effetti protettivi anche nei confronti del padre del concepito, che, per effetto dell’attività professionale del sanitario diventa o non diventa padre, con la conseguenza che il danno provocato da inadempimento del sanitario, costituisce una conseguenza immediata e diretta anche nei suoi confronti e, come tale è risarcibile a norma dell’art. 1223 c.c..

Orbene, a causa della mancata descrizione, in concreto, di qualsiasi profilo di danno non patrimoniale, non è stato possibile riconoscere, a tale titolo, alcun risarcimento; viceversa, si è ritenuta sussistente la prova del danno patrimoniale. Sul punto, si è evidenziato come sebbene la nascita di un figlio, pur non potendo essere meramente ricondotta alla stregua di una perdita subita dal creditore ai sensi dell’art. 1223 c.c. e non potendo essere vista in termini esclusivamente economici e pur avuto presente che il rapporto genitore-figlio non si esaurisce in un onere di mantenimento, è altrettanto vero che la nascita di un figlio comporta delle spese necessarie per il suo mantenimento e la sua educazione, fino a raggiungimento della sua indipendenza economica.

Tali spese costituiscono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento medico e che costituiscono danno risarcibile e la cui quantificazione non può che avvenire in via equitativa, per l’evidente impossibilità di provare il danno nel suo preciso ammontare.

Tribunale Milano sentenza del 10.03.2013

Menopausa chirurgica

Costituisce danno esistenziale, ricompreso nel danno biologico (nella specie quantificato nella misura del 9%), il danno psichico patito dalla paziente in ragione del fatto di aver vissuto per sedici anni nella errata convinzione di aver subito una asportazione totale delle ovaie e di essere stata in menopausa chirurgica con tutte le limitazioni che tale consapevolezza comporta anche sul piano dei rapporti interpersonali.

Corte d’Appello Milano sentenza dell’11.05.2011

Per avere maggiori informazioni sulla menopausa, abbiamo intervistato la dr.ssa Cornelia Sparios, ginecologa e androloga, esperta in medicina della riproduzione.

In che modo si può affrontare serenamente la menopausa?

Prima di tutto c’è da dire che si deve affrontare come un periodo fisiologico e non come una patologia. Occorre controllare il quadro ormonale (fare prelievi di sangue per i dosaggi ormonali) per poter fare delle cure adeguate in caso di grave deficit. Si tende ad usare meno possibile la terapia ormonale sostitutiva e ricorrere invece ai fitoestrogeni (estrogeni naturali estratti dalle piante).

Bisogna controllare periodicamente il quadro metabolico (glicemia, colesterolo, vitamina D, ecc) e la pressione arteriosa. E’ bene fare periodicamente PAP test, ecografia mammaria e mammografia, Moc (Mineralometria ossea computerizzata). Bisogna sostituire il rallentamento metabolico con l’attività fisica giornaliera e fare attenzione all’apporto calorico e alla qualità degli alimenti assunti.

Come combattere le vampate di calore?

Le vampate di calore sono dovute alle modificazioni del sistema cardiocircolatorio e del sistema neuroendocrino. Sono praticamente delle crisi vasodilatatorie. Si combattono usando gli estrogeni, specialmente quelli naturali.

Menopausa: come cambia il corpo?

In mancanza di un’adeguata attività fisica giornaliera, il peso corporeo aumenta per la diminuzione del metabolismo. L’obesità è il fattore di rischio per malattie metaboliche (diabete) e cardiovascolari.

L’accumulo di adipe (grasso) diventa simile al modello maschile e cioè concentrato su pancia e girovita, invece che su seno, cosce e fianchi, come avviene nella donna in età fertile. Anche i capelli risentono della mancanza di estrogeni, infatti si assottigliano e si diradano, mentre i peli del viso s’ispessiscono. La cute perde tonicità e diventa sottile e secca; inoltre compaiono le rughe.

Menopausa: come sgonfiare la pancia e non ingrassare?

Il girovita e la pancia aumentano per l’accumulo di adipe (grasso) in modo simile al modello maschile. La pancia diventa più gonfia perché rallenta il peristaltismo intestinale cioè i movimenti intestinali e i gas si accumulano più facilmente. Si combattono con una corretta alimentazione e con attività fisica che tonifica la muscolatura addominale.

E’ possibile avere sintomi mestruali durante la menopausa? 

E’ possibile, perché, a volte, specialmente in premenopausa (tra i 45 e i 50 anni circa) è possibile che la donna ovuli ancora in quanto la riserva ovarica non è ancora esaurita. La riserva ovarica decresce in modo graduale. A volte, ci sono delle “scariche” ormonali estrogeniche che possono aumentare lo spessore dell’endometrio.

Con lo sfaldamento dell’endometrioma, che sarebbe la mucosa, lo strato interno uterino, vengono denudati i vasi sottostanti e parte il sanguinamento. Attenzione però ai sanguinamenti in menopausa avanzata (post menopausa); devono essere presi molto sul serio in quanto sono indice di tumore endometriale (carcinoma uterino).

Quali sono i miti da sfatare sulla menopausa?

Il più diffuso è che non c’è più sessualità in menopausa. In realtà, cambia il tipo di sessualità:

  • orgasmo più clitorideo che vaginale;
  • occorre cancellare i tabù che inibiscono la sessualità. Per esempio la masturbazione che viene vissuta come colpa e vergogna può creare invece una grande intimità;
  • il sesso è finalmente vissuto solo a scopo ludico e non riproduttivo;
  • si stabilisce in nuovo linguaggio del piacere: la coppia deve diventare capace di darsi piacere reciprocamente fuori dal modello genitale di penetrazione.

Rapporti sessuali in menopausa: possono essere dolorosi? 

Si. Si chiama dispareunia ed è dovuta alla riduzione dell’elasticità della parete vaginale e alla mancanza di lubrificazione.

Menopausa precoce: quali sono i motivi?

A volte le ovaie invecchiano prima, quindi cessa in modo prematuro la produzione di estrogeni. Qualsiasi fattore nocivo che agisce direttamente sulle ovaie o sull’asse ipotalamo-ipofisi-ovarico può determinare un invecchiamento precoce:

  • stress;
  • inquinamento;
  • cariche batteriche;
  • irradiazioni;
  • metalli pesanti (Pb, Al, ecc).

Come si può intervenire in caso di menopausa precoce?

Cercando le cause che l’hanno determinata ed eliminandole.

Ringiovanimento vaginale: di che si tratta?

Si chiama anche biorivitalizzazione vaginale e consiste nel contrastare la secchezza e la rigidità vaginale con vari metodi:

  • laserterapia: con il calore, aumentano le fibre di collagene e quindi l’elasticità, la robustezza tessutale e l’idratazione;
  • elettroporazione vaginale: con l’aiuto di un manipolo che crea un campo elettromagnetico, vengono aperti dei pori (canali acquosi) attraverso i quali vengono mandati nello stroma e cioè nello strato sottomucoso, varie sostanze come elastina, collagene, estrogeni, vitamine, antiossidanti, ecc..

A chi e in quali casi è consigliato il ringiovanimento vaginale?

E’ consigliato non solo in menopausa, ma anche in post partum, post infezioni vaginali ricorrenti e post pillola.

La dieta contro i calcoli ai reni

Posted on : 20-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Calcolosi renale: alimenti che possono impedire la formazione di calcoli. Abbonda con l’acqua e la frutta; riduci drasticamente sale e ossalati.

Se non hai mai sofferto di calcoli ai reni non puoi immaginare quale dolore si provi durante un attacco: dolore tanto forte e invalidante da essere a volte scambiato per un’ernia del disco. Eppure, prevenire questo problema è piuttosto facile facendo attenzione a ciò che si mangia e si beve. Una corretta alimentazione può evitarti di incorrere, nel corso della tua vita, in questa brutta esperienza. Se invece sei tra gli sfortunati già colpiti dalla calcolosi renale, farai ancor più bene a leggere questa guida. Ti spiegheremo infatti qual è la dieta contro i calcoli al rene, come mettersi in salvo mediante una valida prevenzione e come curarsi.

Come si formano i calcoli

Che l’alimentazione sia fondamentale per combattere le più comuni malattie non ci sono dubbi. Te ne sarai fatto un’idea leggendo le nostre guide sugli alimenti per chi soffre di colon irritabile, aria nella pancia, colesterolo alto, stipsi, ipertensione. In questo articolo ci occuperemo, più nel dettaglio, della dieta contro i calcoli ai reni.

La calcolosi renale è un malattia antica come l’uomo, caratterizzata dalla presenza di depositi di calcio e di ossalati che possono giungere a bloccare il deflusso di urina dal rene. La malattia e più frequente negli uomini che nelle donne (il rapporto è di 3 a 1); oltre a ciò, chi ha già sperimentato una colica renale con la conseguente espulsione

del calcolo è ben lontano dall’aver risolto il problema, poiché Ia probabilità di ricaduta si aggira intorno al 40% nei 5 anni che seguono il primo attacco e dell’80% nei 25 anni seguenti.

Aumenta in modo esponenziale la popolazione che soffre di calcoli ai reni. Rispetto all’inizio del 1900, i malati sono più che triplicati.

Ma da cosa dipendono i calcoli ai reni?

La predisposizione a formare calcoli renali dipende da svariati fattori: ereditarietà, anomalie metaboliche, infezioni, farmaci e dieta.

Normalmente l’urina contiene una certe quantità di minerali in soluzione, ma quando viene superata una determinata soglia essi tendono a precipitare, formando piccoli cristalli che si accrescono nel tempo. Con Ia dieta è possibile interrompere o favorire questa sequela di eventi.

Visto che l’80% dei calcoli è formato da ossalato di calcio, per prima cosa è importante evitare che tali minerali raggiungano concentrazioni urinarie pericolose.

I calcoli renali, come del resto molte altre malattie croniche, sono direttamente correlati alla dieta.

Esiste una dieta per chi soffre di calcoli ai reni?

Chi soffre di calcoli ai reni dovrebbe, per prima, cosa correggere le proprie abitudini alimentai. Perché sottoporsi a un trattamento farmacologico e al rischio di possibili effetti collaterali quando è possibile ottenere gli stessi risultati con un sacrificio veramente minimo? Certo, Ia dieta da sola non può fare miracoli; a volte il farmaco è assolutamente necessario. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’alimentazione svolge un ruolo veramente decisivo e talora risolutivo.

Attenzione: Ia dieta è utile solo nei soggetti che «fabbricano calcoli», cioè quelli che ne hanno espulso uno da poco oppure quelli in cui il calcolo dimostra una spiccata tendenza all‘accrescimento. L’efficacia delle misure dietetiche dipende dal contenuto

urinario di ossalati, calcio o altri minerali che può essere determinato con un esame delle urine nell’arco delle 24 ore. In linea di massima, però, questi pazienti devono tenere sotto controllo cinque fattori: proteine, sodio, ossalato, calcio e liquidi.

La carne

Tra i cibi che bisognerebbe evitare quando si soffre di calcoli c’è la carne o, quantomeno, scendere sotto i 200 grammi al giorno (in ogni caso, è sempre opportuno fare una dieta povera di proteine animali anche per combattere altre malattie, ancor più gravi, dell’apparato digerente).

Frutta e verdura

Come certamente avrai già intuito, tutti gli alimenti che favoriscono la diuresi sono molto indicati per chi soffre di calcoli ai reni. E così la frutta – specie quella molto acquosa come il cocomero e il melone – è molto indicata. Anche la verdura è un toccasana.

La dieta a base di verdura ha avuto un grande successo: uno studio ha rivelato un abbassamento del 40-60% dell’incidenza dei calcoli sui soggetti che, dopo la prima colica, hanno iniziato a mangiare più vegetali.

Alimenti da evitare per chi soffre di calcoli

Chiaramente il primo alimento da evitare per chi soffre di calcoli è il sodio, quello cioè contenuto nel normale sale da cucina. Il sale va evitato sia a tavola che nella cottura degli alimenti. E attenzione: ci sono molti cibi preconfezionati – in scatola, in busta, ecc. – che sono “immersi” nel sale. Il sale è infatti un valido conservante e viene utilizzato in molti alimenti precotti o preconfezionati. Mangiare cibo fresco ti eviterà questo problema. Evita quindi il prosciutto e tutti gli altri insaccati, così come la carne in scatola.

Cacao, spinaci, tè, barbabietole, rabarbaro, fichi e caffè sono ricchi di ossalti. L’ossalato presente nelle urine può combinarsi con it calcio e avviare Ia formazione di calcoli.

Sul calcio ci sono pareri discordanti. Se è vero che il calcio è il principale componente dei calcoli renali, perché non cercare di ridurne l’assunzione? Per anni i medici hanno raccomandato ai sofferenti di calcolosi di limitare il consumo di latticini,

per Ia presunta azione deleteria del calcio in essi contenuto. Consigli difficili da seguire, forse inutili o addirittura nocivi, conclude una ricerca americana visto che, paradossalmente, una drastica riduzione di apporto di calcio può comportare un aumento dei calcoli.

L’acqua

Chi soffre di calcoli deve bere molta acqua. Questo è il consiglio di base. Esistono acque più diuretiche come la Fiuggi, che andrebbero assunte quotidianamente in misura non inferiore ai 2,5 litri ogni 24 ore. Non importa quante volte andrai a fare la pipì: è fondamentale per il tuo ricambio e la salute dell’intero organismo. Infatti le persone che eliminano meno di un litro al giorno di urine sono più predisposte ai calcoli rispetto a quelle che urinano due volte tanto.

La soglia minima di acqua al giorno è costituita da 8 bicchieri ma è necessario bere molto di più, soprattutto durante la stagione calda.

Non tutto ciò che fa urinare è buono: la birra, ad esempio, è decisamente da evitare perché ricca di assalto.

Uno studio americano consiglia di assumere dai 6 ai 18 grammi di fibre al giorno per evitare i calcoli.

La giusta dieta per chi soffre di calcoli ai reni.

Se hai già sperimentato una colica renale, intervieni prima che si ripeta con una buona dieta. Ecco, in sintesi, tutti gli accorgimenti più importanti:

  • bevi più acqua: aggiungi almeno 2 bicchieri di acqua ogni 4 ore rispetto a quelli che già bevi;
  • riduci l’apporto quotidiano di sodio a 2500 milligrammi, specie se sei abituato a consumarne molto di più;
  • riduci il consumo di carne. Per Ia maggior parte delle persone ciò significa non mangiare più di 190-220 grammi di manzo, vitello, pollame o pesce al giorno. (85 grammi di carne, pesce o pollame contengono circa 20 grammi di proteine);
  • elimina o diminuisci drasticamente cibi e bevande ricchi di ossalato, come gli spinaci, il cacao, le barbabietole e il te. Bevi poche bibite zuccherate e spremute di agrumi;
  • mangia ogni giorno due o tre porzioni di cibi ricchi di calcio; non scendere mai al di sotto di 650-800 milligrammi;
  • consuma vegetali e cereali ricchi di fibre.

Seguendo questi consigli puoi addirittura dimezzare il rischio di calcoli.

Cistite: sintomi, cause e cure

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Cos’è la cistite? Perché si presenta? Com’è possibile prevenirne la comparsa? Quali sono i rimedi? Come si sceglie il medico di base?

Se avverti un frequente e urgente stimolo di urinare e una sensazione di incompleto svuotamento della vescica; percepisci un forte bruciore alla minzione e un dolore al basso ventre; riscontri difficoltà nell’urinare e ti accorgi che le urine sono torbide, con tracce di sangue e/o maleodoranti, è bene che tu ti rivolga al tuo medico di fiducia, in quanto con molta probabilità hai la cistite. Se sei interessato all’argomento, continua a leggere il mio articolo; troverai maggiori informazioni sulla cistite: sintomi, cause e cure. I sintomi della cistite possono presentarsi tutti allo stesso tempo; manifestarsi singolarmente o mutare per frequenza, quantità e intensità. E’ bene precisare che è possibile riscontrare tali sintomi anche in altre patologie, ecco perché è fondamentale confrontarsi con un professionista ed evitare le terapie fai da te.

E’ possibile prevenire la cistite? Il ministero della Salute indica alcuni comportamenti da adottare per evitare la comparsa di infezioni delle vie urinarie, vale a dire: mantenere un’accurata igiene personale; non trattenere l’urina e svuotare la vescica quando se ne avverte lo stimolo; seguire una dieta sana ed equilibrata; bere molta acqua e succo di mirtillo (a quanto pare, secondo alcuni studi, protegge dalle infezioni delle vie urinarie). Quali sono le cause della cistite? In che modo è possibile curarla? Prosegui la lettura. Ti spiegherò come scegliere il medico di fiducia a cui potrai rivolgerti per la tutela della tua salute; ti parlerò delle ultime sentenze che hanno riconosciuto la cistite come causa di servizio; dopodiché potrai leggere l’intervista al dr. Fabrizio Muzi andrologo andrologo, urologo, specialista in chirurgia generale.

Come scegliere il medico di fiducia?

La prestazione curativa di assistenza medico-generica è erogata a favore del cittadino (utente del Servizio sanitario nazionale [1]) attraverso il personale dipendente del servizio pubblico o il personale convenzionato con lo stesso servizio [2].

Qualora non si preferisca il medico pubblico dipendente operante nell’Asl, la scelta del medico di fiducia dovrà ricadere sul medico convenzionato che opera nel Comune di residenza dell’utente del Ssn [3] con riferimento ad «una graduatoria unica per titoli, predisposta annualmente a livello regionale e secondo un rapporto ottimale definito nell’ambito degli accordi regionali, in modo che l’accesso medesimo sia consentito ai medici forniti dell’attestato o del diploma di cui all’art. 21 D.Lgs. 368/1999 e a quelli in possesso di titolo equipollente» [4].

L’assistito può scegliere il medico in base al principio della fiducia personale, tenendo ben presenti le finalità prevalenti di tutela della salute pubblica. In più, questa libertà di scelta deve essere collegata all’ambito territoriale di riferimento che, in genere, coincide con quello dell’Asl di appartenenza.

Nel caso dei grandi Comuni in cui sono presenti più Asl, l’ambito territoriale coincide con una frazione del Comune. Qualora l’Asl sia pluricomunale non è ammissibile un potere di scelta ristretto ad una sola parte del territorio su cui opera l’azienda sanitaria, in quanto ne deriverebbero una limitazione del potere di scelta (non consentita dall’art. 25 L. 833/1978) e una chiara disparità di trattamento tra cittadini e sanitari dei grandi centri e coloro che risiedono nei piccoli Comuni.

Una volta che il cittadino avrà scelto il medico di fiducia, individuato tra i medici convenzionati con l’Asl competente, quest’ultimo è tenuto a prestare l’assistenza medico-generica in forza del rapporto di convenzionamento.

Cistite: è riconosciuta come causa di servizio?

Secondo la Corte dei Conti [5], la cistite può dipendere da causa di servizio, qualora sia comparsa come reazione allergica alle vaccinazioni praticate subito dopo l’arruolamento e favorita dalla vita di caserma.

Inoltre, la Corte dei Conti, in un’altra pronuncia [6], ha ammesso che le numerose terapie adottate per curare una cistite cronica (già riconosciuta come causa di servizio) hanno determinato l’affezione gastroduodenitica: «instauratasi in individuo sicuramente debilitato nonché predisposto, tanto più che, durante la prestazione militare, ripetutamente ne aveva sofferto».

Per saperne di più sulla cistite, abbiamo intervistato il dr. Fabrizio Muzi (andrologo, urologo, specialista in chirurgia generale, ecografia internistica, carbossiterapia, ozonoterapia).

Cistite: cos’è?

La cistite è un’infezione delle basse vie urinarie caratterizzata da un’infiammazione della mucosa vescicale. A livello più rigorosamente scientifico e medico, essa rientra in un capitolo clinico molto più vasto che comprende gran parte delle patologie infiammatorie pelviche definite con l’acronimo Luts (lower urinary tract syndrome).

Cistite: cosa provoca?

Possiamo considerare la vescica un organo sociale. L’infiammazione cronica vescicale, oltre a provocare dolore, è anche in grado di modificare sensibilmente il nostro status fisico, relazionale, quotidiano. Può limitare le nostre attività, modificando il nostro umore e le nostre abitudini.

Quali sono i sintomi della cistite?

Con  questa domanda possiamo introdurre un po’ di nomi strani molto cari alla clinica medica classica:

  • pollachiuria: aumento transitorio o permanente del numero di minzioni durante le 24 ore. La minzione di solito non è abbondante ed è caratterizzata a volte da urgenza nel dover urinare;
  • disuria: difficoltà saltuaria o continua nell’urinare. Questo è un termine generico entro cui si può racchiudere anche la pollachiuria;
  • stranguria: bruciore o dolore durante la minzione, talvolta accompagnato da brividi e freddo;
  • presenza di urine torbide, scure, rosse a volte maleodoranti a causa della presenza di sangue e pus.

La febbre di solito non è presente, a meno che l’infezione non si sia propagata alle alte vie urinarie, cioè i reni.

Cistite: quali sono le cause e i fattori di rischio?

Molto comuni sono le cistiti batteriche, causate da batteri che popolano il colon. Questi possono raggiungere la vescica dall’esterno passando attraverso l’uretra, definita via retrograda o ascendente, oppure passando dall’interno, propagandosi cioè da organi vicini per contiguità. Il batterio più frequente è l’Escherichia Coli (80% delle infezioni) che presenta una grande capacità di sopravvivenza nel corpo umano ed è in grado di mutare rapidamente in modo da sviluppare geneticamente una multiresistenza alle terapie antibiotiche.

La cistite correla molto spesso con la frequenza dei rapporti sessuali, probabilmente a causa dell’irritazione meccanica del coito. L’uso di sistemi contraccettivi come il diaframma e, talvolta, l’uso indiscriminato di antibiotici, sempre più consigliati a livello” telefonico” senza un’adeguata valutazione clinica, generano squilibri nella popolazione di lattobacilli, considerati batteri “buoni” della flora vaginale.

Anche il periodo post menopausa può essere caratterizzato da più frequenti cistiti a causa del deficit di estrogeni che altera il normale trofismo vaginale. Assieme alla menopausa, anche interventi chirurgici uroginecologici (isterectomia, isteroannessiectomia, ecc.), la comparsa di prolasso rettale e uterino sono tra le condizioni predisponenti più comuni dell’età matura. Queste ultime condizioni possono determinare nelle donne l’incontinenza urinaria da stress o da urgenza che, già da sé, può creare problemi igienici e quindi favorire l’insorgenza di cistiti.

In ultimo, ma non per importanza, si  parla molto in ambito scientifico anche di una predisposizione genetica alle infiammazioni delle vie urinarie,  legata a meccanismi immunitari di immunoglobuline secretorie delle mucose, le IgA. Il dato genetico va sempre letto in correlazione con il dato ambientale.

Cistite: può presentarsi a causa dello stress?

Possiamo dire che lo stress può influenzare molti di questi apparati, alterando i normali equilibri biochimici. Lo stress è una parola che racchiude molti aspetti ambientali, luoghi che frequentiamo, cibo che assumiamo, abitudini di vita ecc. La cistite cronica può essere limitante nelle attività quotidiane e determinare stress fisico e, conseguentemente, anche psicologico.

Quanto è frequente la cistite nella popolazione?

È una delle infezioni più frequenti nella popolazione e colpisce soprattutto il sesso femminile: quasi 1 donna su 2 riscontra problemi di cistite. Circa il 25-35% delle donne di età compresa tra i 20 e i 40 anni ha manifestato almeno un episodio di cistite nella vita.

Nell’uomo, tornando al concetto di Luts, parliamo più spesso di prostatite. La sua incidenza, generalmente, non supera l’1-2% e tende ad aumentare dopo i 50 anni in conseguenza a condizioni come la sclerosi del collo vescicale e l’iperplasia prostatica benigna.

Quali sono le forme più diffuse?

Un sempre più elevato tasso di cistiti è quello delle forme recidivanti e resistenti a terapia. Sono più comuni nelle donne principalmente per due ragioni: nel sesso femminile l’uretra è più corta, quindi è più facile per i batteri invadere la vescica che in condizioni di normalità è sterile, non contiene cioè i batteri. Inoltre, il meato uretrale è più vicino a vagina e ano, che sono dei distretti anatomici particolarmente ricchi di flora batterica.

Non tutte le cistiti sono provocate da batteri. Esistono condizioni legate a fluttuazioni ormonali nella donna, tra estrogeni e progestinici, che provocano un’esfoliazione cellulare all’interno della vescica denominata trigonite. Altre forme di cistite, fortunatamente più rare, sono quelle che coinvolgono la parete interna della vescica e non l’urotelio che la riveste. La cistite interstiziale determina la formazione di numerosi capillari facilmente sanguinanti durante la distensione fisiologica, tanto da determinare molto spesso delle ulcerazioni dolorose.

E’ possibile prevenire la cistite?

Grande importanza hanno le nostre abitudini quotidiane. Il fumo, ad esempio, è irritante per la vescica oltre ad essere fattore di rischio per il carcinoma vescicale e uroteliale.

Occorre un adeguato apporto idrico giornaliero (almeno 2 litri/die); bisogna evitare di trattenere l’urina, che può essere causa di predisposizione all’infiammazione della vescica, abitudine sempre meno rispettata alle nostre latitudini. Svuotare la vescica, spesso, impedisce ai batteri di replicarsi esponenzialmente. E’ importante urinare prima del sonno o dopo un rapporto sessuale. Inoltre, è consigliabile utilizzare biancheria intima di tessuto naturale come il cotone. Di vitale importanza, è fare in modo di regolarizzare l’intestino, poiché anche la stipsi è uno dei maggiori fattori di rischio per la cistite. In sostanza, l’apparato urinario e intestinale sono distretti anatomicamente divisi, ma funzionalmente sinergici.

Grande importanza risiede nella cura dell’igiene locale evitando l’utilizzo di detergenti non adeguati o troppo irritanti. Nell’igiene intima femminile si devono scegliere saponi a pH acido, affine a quello dei genitali esterni femminili. Per l’uomo, occorre utilizzare prodotti neutri.

Cistite: come viene diagnosticata?

La maggior parte delle infezioni urinarie non complicate è causata da batteri di origine intestinale. L’identificazione dell’agente infettante è importante per la diagnosi e per la terapia, soprattutto nelle cistiti ricorrenti. Gli esami di laboratorio che orientano verso la diagnosi di cistite di origine batterica sono l’esame chimico-fisico e l’urinocoltura.

Cistite: quando diventa cronica?

La fenomenologia clinica della cistite cronica è simile a quella della cistite acuta, ma è caratterizzata da sintomi più lievi. Si può affermare che una donna soffre di cistite ricorrente quando presenta almeno tre episodi di cistite acuta in un anno oppure almeno due episodi di cistite acuta in sei mesi.

Quando andare dal medico o al pronto soccorso?

Il medico di famiglia è sicuramente il primo riferimento che può fare una buona diagnosi clinica per poi prescrivere la terapia più adatta e personalizzata a seconda dei casi. Al suo fianco, ci siamo noi specialisti, urologi, andrologi e ginecologi. Il pronto soccorso è chiamato in causa per gestire il dolore acuto o eventualmente le complicanze, quando cioè la cistite finisce per coinvolgere anche i reni determinando sintomi febbrili e infettivi molto seri.

Come si cura la cistite?

Curare correttamente la cistite sin dal primo episodio serve a evitare le comuni recidive e resistenze. Nella maggioranza dei casi, la cistite ha un decorso benigno e si risolve generalmente con un aumento dell’apporto idrico ed eventualmente un breve trattamento antibiotico, ancor meglio se mirato in caso delle sole cistiti batteriche. È possibile e opportuno preferire terapie differenziate per l’uomo e per la donna in considerazione di sintomi concomitanti (prostatite, vaginite ecc.)

E’ possibile curare la cistite in modo naturale?

Esistono molte sostanze in natura che ci possono aiutare. L’E. coli può sopravvivere in ambiente acido, si moltiplica a grande velocità e riesce ad adattarsi a qualsiasi ambiente; risulta costituito da microciglia, composte da lectine che si legano al mannosio presente sulla mucosa vescicale e del tratto urinario. Per questo motivo, possiamo usare ad esempio il D-Mannosio, il Cranberry e altri potenti antiossidanti per limitare effetti lesivi ed adesivi dei batteri.

L’acido ialuronico, disponibile numerose formulazioni (sia per bocca sia da iniettare direttamente in vescica), può fornire i mattoni per ricostituire la barriera uroteliale, il “coating” che ricopre l’interno della vescica. In caso di resistenze al trattamento medico (antibiotici, integratori, ecc.), esistono anche terapie non convenzionali come l’ozonoterapia e la carbossiterapia, sia per le cistiti batteriche sia per quelle abatteriche in grado di risolvere molti quadri clinici complessi sia nell’uomo sia nella donna.

Cistite in gravidanza: cos’è?

La cistite può insorgere anche e soprattutto durante la gravidanza per molte ragioni. Dal punto di vista clinico, non differisce di molto dalle cistiti batteriche dell’adulto. Può determinarsi facilmente dal momento che durante la gravidanza si può avere un ristagno urinario, un aumento del residuo al termine della minzione. Durante il periodo della gravidanza, occorre valutare con attenzione l’uso degli antibiotici e degli antiinfiammatori. Come ben sappiamo, alcune molecole non si possono utilizzare, soprattutto nelle prime fasi di gestazione.

Cistite in gravidanza: quali sono le cause e le possibili complicanze?

Nelle donne in gravidanza, la cistite è particolarmente diffusa, a causa di una serie di modificazioni correlate all’aumento dei livelli di progesterone nell’organismo della donna con conseguente ipotonia muscolare dell’uretere e dell’uretra.

Non bisogna dimenticare che il moltiplicarsi di vari ormoni, come la prolattina, aumenta notevolmente la tendenza alla formazione di calcoli urinari che possono favorire l’impianto di colonie batteriche nelle vie urinarie.

Cistite nei bambini: consigli?

Le  infezioni delle vie urinarie possono colpire anche i bambini. Anche in questo caso, l’incidenza è maggiore negli individui di sesso femminile. Nei più piccoli, la cistite può manifestarsi attraverso segni e sintomi generici, apparentemente senza alcuna spiegazione. Ad esempio: irritabilità, inappetenza, vomito, astenia e febbre.

Il consiglio più saggio è quello di rivolgersi al pediatra. Per prevenire le cistiti nei bambini bisogna: curare scrupolosamente l’igiene, sia nel periodo in cui si utilizza il pannolino, sia dopo utilizzando sempre prodotti adeguati e indumenti intimi sempre in fibra naturale; educare i bambini a non trattenere a lungo l’urina (questo comunque dovremmo ricordarlo anche agli adulti). In conclusione, l’informazione è un’arma molto potente.