Prevenzione e cura della carie in età evolutiva

Posted on : 13-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la salute è una condizione di benessere psicofisico, per cui la prevenzione e la cura delle malattie, tra cui le carie, costituiscono la condizione indispensabile, a tutte le età, per raggiungere tale obiettivo. 

La carie è tra le patologie più diffuse al mondo. È indubbio che negli ultimi decenni si sia assistito a un progressivo miglioramento delle condizioni di salute del cavo orale. Ripetute campagne di educazione sanitaria hanno permesso di ottenere ottimi risultati, tuttavia è ancora alto il numero di persone, bambini e adulti, che presentano carie dentali. Si è consolidato il convincimento che abitudini corrette acquisite in età infantile si mantengano poi per tutta la vita, perciò prevenzione e cura della carie in età evolutiva costituisce un presupposto per avere una bocca sana in età adulta.

Età evolutiva

Per età evolutiva si intende il periodo della vita dell’uomo che va dalla nascita al raggiungimento dell’età adulta. La maturità dell’individuo si raggiunge dopo un periodo di tempo relativamente lungo, durante il quale l’individuo, attraverso tappe di sviluppo fisico, cognitivo, sociale ed emotivo, raggiunge delle competenze da un punto di vista psicologico e fisico.

Cronologicamente si suddivide lo sviluppo dell’individuo in età evolutiva in:

  • infanzia: da zero a dodici anni;
  • adolescenza: dai dodici ai diciotto anni.

La dentizione dell’uomo presenta due fasi:

  • denti decidui (20): erompono tra i 6/8 mesi e i 24/30 mesi;
  • denti permanenti (32): a partire dai 6/7 anni i denti decidui cadono lasciando il posto ai denti permanenti.

Durante la crescita, si mettono le basi di quella che sarà la salute fisica e psicologica dell’adulto, pertanto assume importanza rilevante la prevenzione delle malattie, tra cui la carie dentale, effettuata durante l’età evolutiva.

La carie dentale

La carie dentale è una malattia infettiva in cui si ha distruzione del dente senza che intervengano fenomeni di riparazione. Riconosce un’eziologia multifattoriale:

  • squilibrio tra agenti infettivi che popolano il cavo orale: tendono a prevalere specie cariogene (streptococchi mutans e lattobacili) a discapito di saprofiti;
  • placca batterica;
  • alimentazione: la prevalenza di cibi ad alto contenuto di zuccheri semplici (saccarosio: zucchero da cucina) determina una riduzione del pH del cavo orale che comporta una demineralizzazione del dente. L’assunzione frequente di zuccheri impedisce l’azione protettiva del sistema tampone;
  • saliva: prodotta in modo continuo dalle ghiandole salivari ha la funzione di lubrificare e detergere, contiene enzimi ad azione antibatterica e funge da sistema tampone per mantenere il pH della bocca entro determinati valori.

La carie si manifesta con dolore, si presenta come una cavità per la perdita progressiva dei tessuti del dente dalla superficie all’interno del dente. La carie non curata porta alla perdita del dente che, in età evolutiva, comporta complicanze collegate alla giustapposizione delle arcate dentali, disturbi masticatori e alterazioni fonetiche. Pertanto, è fondamentale prevenire la carie dentale.

Prevenzione della carie dentale in età evolutiva

La prevenzione della carie dentale deve iniziare dal momento in cui spuntano i denti. Le raccomandazioni per prevenire la carie includono:

  • fluoroprofilassi: costituisce l’elemento cardine per la prevenzione, si realizza attraverso l’utilizzo di un dentifricio al fluoro, si consiglia di non sciacquare la bocca con l’acqua dopo il lavaggio dei denti. In presenza di difficoltà nel lavare i denti, si può somministrare il fluoro in gocce o in pastiglie. I denti vanno lavati almeno due volte al giorno ed è importante che i genitori controllino sia la modalità di spazzolamento che il tempo dedicato;
  • sigillatura dei solchi dei molari permanenti: si esegue a partire dai sei anni (età di eruzione dei molari permanenti) e consiste nella chiusura dei solchi con materiali a base di resina;
  • abitudini alimentari: limitare il consumo di carboidrati semplici;
  • chewing-gum: la masticazione stimola la produzione di saliva e rimuove residui di cibo;
  • valutazione dei fattori di rischio: la presenza anche di un solo dente (deciduo o permanente) cariato o mancante per una carie, costituisce un fattore di rischio.

La prima visita dal dentista andrebbe eseguita a 3/4 anni, successivamente si dovrebbero effettuare controlli periodici con una frequenza annuale. Il riscontro di patologie (carie) richiede anche in età evolutiva l’intervento dello specialista.

Cura della carie dentale in età evolutiva

La pedodonzia (odontoiatria pediatrica) si occupa della prevenzione e terapia delle patologie del cavo orale in età evolutiva. Nel corso della visita l’odontoiatra pediatrico osserva lo stato di salute del cavo orale e, allo scopo di evidenziare delle carie, può decidere di sottoporre il paziente a una radiografia panoramica (OPT). Il riscontro di carie dentali richiede un trattamento conservativo, in anestesia locale, attraverso le otturazioni o la canalizzazione (devitalizzazione). In caso di scarsa collaborazione, può essere necessario ricorrere all’anestesia generale o a una sedazione. La prevenzione e la cura delle carie in età evolutiva rappresenta la condizione per favorire la fisiologica eruzione dei denti permanenti e costituisce la base per la salute del cavo orale.

Bodybuilding: integratori e proteine

Posted on : 13-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Integratori, proteine e bodybuilding: in questo articolo troverai tutte le informazioni necessarie e gli esempi pratici per comprendere come, quanto e quando assumere integratori.

Il desiderio di qualsiasi body builder è aumentare la propria massa muscolare e scolpire il proprio fisico. Molti ritengono, erroneamente, che ciò sia possibile solo grazie a un’integrazione alimentare ottimale. Nulla di più sbagliato! Assumere un grande quantitativo di integratori, non ti porterà ad avere muscoli più grandi e definiti. E allora, ti chiederai: gli integratori sono necessari nel bodybuilding? Bisogna assumerli prima, dopo o durante il workout? Cosa sono le proteine Whey? Come scegliere i migliori integratori tra quelli in commercio? Per saperne di più su bodybulding: integratori e proteine, prosegui nella lettura del mio articolo.

Abbiamo intervistato il dr. Claudio Patacca, biologo nutrizionista e dottore in scienze motorie. Opera da oltre trent’anni nel mondo del fitness ed ha gestito anche due palestre di pesistica.

Cosa sono gli integratori?

Gli integratori sono costituiti da sostanze presenti negli alimenti che consumiamo abitualmente, selezionate e concentrate a livello industriale sottoforma di capsule, compresse, tavolette, bustine, bevande o altro.

Possono essere:

  • macronutrienti cioè carboidrati, proteine e grassi;
  • micronutrienti vale a dire vitamine, minerali o antiossidanti.

In alcuni prodotti si trova un solo nutriente, puro o molto più concentrato di quando lo si assume con i cibi, in altri prodotti possono essere presenti due o più nutrienti.

Il termine stesso ci suggerisce quella che dovrebbe essere la loro funzione: qualcosa che va a colmare delle carenze nutrizionali o prevenire l’esaurimento. Carenze che possono manifestarsi in caso di insufficiente apporto con la dieta oppure in caso di un aumentato fabbisogno. Da precisare che non hanno assolutamente il potere di incrementare le capacità prestative di base. Spesso, soprattutto nelle palestre, gli integratori vengono consigliati senza criterio e competenza da alcuni istruttori. In questi posti vale la regola che, se una pillola funziona, due sicuramente daranno un maggior risultato. Sono soprattutto i giovani i più vulnerabili a farne un uso sconsiderato. Poi, le case produttrici, molto spesso per ragioni di interesse economico, diffondono alle masse informazioni non sempre corrette che fanno breccia proprio sulle persone più deboli e meno informate.

Qual è il ruolo dell’integrazione nel bodybuilding?

Sono convinto che, in linea di massima, ne servano pochi però va fatta una distinzione.

Il body builder natural che compie due/tre o al massimo quattro sedute settimanali e che ha come obiettivo l’aumento della massa muscolare e una bassa percentuale di quella grassa, ma con finalità raggiungibili naturalmente, rispettando i limiti della propria genetica. Quindi, oltre all’aspetto estetico, salute e benessere sono le sue priorità.

Poi, c’è il body builder estremo che, invece, si allena tutti i giorni o anche dieci-dodici volte la settimana. E’ ossessionato dall’aumentare la massa muscolare e ottenere a tutti i costi una bassissima percentuale di massa grassa. Risultati ottenuti sì da molto impegno, genetica, alimentazione, integratori, ma anche da tanto altro non lecito. In sostanza, quest’ultimo pratica un altro sport. Si raggiungono percentuali di massa magra e grassa assolutamente non fisiologiche e non salutari, dove cuore, articolazioni, tendini, non sono adatti per poter funzionare in una struttura così sovradimensionata. Pensate che fatica farebbe un motore di un’utilitaria o di una macchina di media cilindrata se dovesse trasportare la carrozzeria di un tir.

In definitiva, esiste una notevole differenza tra i due esempi. Per il primo, alcuni integratori sono importanti, se non altro per restituire al corpo i minerali persi con il sudore, per fornirgli i carboidrati prima, durante e dopo gli allenamenti più impegnativi, così come la creatina, gli AA e/o le proteine in polvere per raggiungere la quota proteica necessaria. Per il secondo sono fondamentali in quanto, avendo tutto “accelerato” necessita di dosi di nutrienti elevati che con il solo cibo non riuscirebbe mai a soddisfare.

Non dimentichiamo il praticante del fitness, colui cioè che all’allenamento in sala pesi unisce un po’ di lavoro cardio con il semplice scopo di mantenersi in forma. In questo caso se si alimenta correttamente non ha bisogno di nessun integratore o, al limite, solo dopo aver identificato con chiarezza cosa manca al corpo magari con l’aiuto di un professionista del settore, può procedere con un’integrazione mirata e consapevole.

Integratori: come orientarsi tra le proposte commerciali?

Esiste una grande quantità e varietà di integratori in commercio, tali da rendere i consumatori confusi non solo sulla marca, ma anche sulla tipologia dell’integratore stesso da utilizzare. A sentire la pubblicità avremmo bisogno tutti di tutto, per non parlare delle informazioni che troviamo sul web totalmente contrastanti tra di loro. Molte marche produttrici hanno addirittura dei veri e propri depliant che se volessimo acquistarli, non dico tutti ma una parte, non basterebbe uno stipendio di un impiegato.

Inoltre, si dispensano consigli di ogni tipo. Il caso tipico è quello delle proteine in polvere. In quasi tutte le palestre viene consigliato di assumere 30g a metà mattina, 30g a metà pomeriggio e altrettanti nel post workout: una follia.

Tutto ciò eventualmente in rapporto a che cosa? Come faccio a stabilire se prima non ho valutato il suo schema alimentare giornaliero e la sua massa magra? Ciò aumenta la confusione rendendo il tutto ancora più difficile a volte anche per gli esperti del settore.

Allora, prima di assumere qualsiasi integratore consultatevi con un professionista che sia medico dietologo o biologo nutrizionista, meglio se con esperienza sportiva e che abbia una conoscenza degli integratori. Prima di pensare agli integratori, il mio consiglio è di investire i propri soldi sulla qualità del cibo e solo in seguito lo sportivo, soprattutto nei periodi di massimo lavoro, potrà pensare agli integratori. In base alla mia esperienza di atleta, preparatore e nutrizionista, sono arrivato a conclusione che ne servono ben pochi.

Un atleta dopo aver corretto la propria alimentazione, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, (in particolare un body builder che tiene alla sua salute ma anche al suo portafoglio), nella grandissima scelta di integratori ne seleziono quattro:

  • AA essenziali di ottima composizione che metto al primo posto, non solo per gli atleti o sportivi giovani, ma soprattutto per quelli meno giovani, avendone quest’ultimi più bisogno visto che la capacità di assorbire e digerire le proteine si riduce molto col passare degli anni;
  • un buon multivitamico e multiminerale che contenga vit. D,                                                   vista la minor esposizione al sole e la scarsa presenza di essa nel cibo che attualmente assumiamo;
  • un integratore di omega 3, soprattutto se non si riesce a mangiare un buon pesce grasso almeno tre volte a settimana;
  • la creatina, ma per atleti vegani o che mangiano poca carne come il sottoscritto.

Questi ultimi tre da ciclizzare in base alla qualità e quantità del cibo assunto, ma ripeto sempre dopo averne valutato la reale necessità da un medico dietologo o biologo nutrizionista. In queste scelte, optare sempre per prodotti che attestano la qualità delle materie utilizzate, la tecnica farmaceutica di lavorazione che deve essere eccellente (come ad esempio la micronizzazione del principio attivo), ma soprattutto le pubblicazioni scientifiche internazionali (es. Dioguardi, visionabili su pubmed.org) che comprovano l’efficacia di un determinato integratore.

Di quante proteine il muscolo ha effettivamente bisogno?

Secondo le informazioni scientifiche, la quantità giornaliera di proteine raccomandata è di 0,75 gr per Kg di massa corporea, dove tali valori si intendono per una persona sedentaria, mentre non vengono indicati limiti precisi per sportivi e atleti.

Certamente questi ultimi, hanno un fabbisogno leggermente superiore e tale quantità aumenta in base alla tipologia dello sport praticato.

In linea generale, si danno questi riferimenti:

  • per un atleta di resistenza, la quantità può salire a 1,2 o 1,4gr;
  • per un atleta che pratica uno sport di forza da 1,4gr a 1,7 gr circa.

Quelli che cercano di massimizzare l’ipertrofia dovrebbero consumare almeno 1,7 g/Kg al giorno. E’ possibile in alcuni casi arrivare perfino a 2g/ Kg di peso corporeo, nonostante non ci siano evidenze scientifiche che lo confermano. Personalmente non lo consiglio, se non limitatamente e per un brevissimo periodo. Questo maggiore fabbisogno proteico è necessario per compensare l’ossidazione degli aminoacidi durante l’esercizio, per rifornire substrati per l’accumulo di massa magra e per la riparazione del danno muscolare indotto dall’esercizio. La mia professione mi permette di valutare che questi quantitativi sono decisamente più alti nella pratica, fino a raggiungere addirittura dosaggi di 3-4 volte superiori nella fase di massa muscolare rispetto ai valori consigliati e, addirittura, 5-6 volte nella fase di definizione, esponendosi dunque a rischi elevati per la propria salute.

Le proteine regolano un potente fattore ormonale, l’IGF1, che gioca un ruolo cruciale nello sviluppo di alcune forme tumorali e questo è il motivo principale per cui non devono superarsi i quantitativi consigliati in quanto equivarrebbe a passare continuamente con il semaforo rosso.

Può fare qualche esempio pratico?

Ipotizzando dunque una dieta per un individuo di circa 70 Kg che intenda aumentare la sua massa muscolare, la quantità di proteine totali giornaliere passerà da 60g circa (razione raccomandata per una persona poco o relativamente attiva), a 98-120g al massimo. Ricordiamo però che 100g di carne non contengono 100g di proteine, ma solo circa il 20% e questo i frequentatori assidui di palestre lo sanno molto bene, ma quello di cui non sono a conoscenza (o volontariamente ignorano), è che il calcolo va fatto sommando le proteine presenti in tutti gli alimenti introdotti nel corso della giornata: dai cereali della colazione, al pane, alla pasta etc., comprese frutta e verdura. Ebbene sì, tranne i grassi puri (olio, burro, etc) anche queste ultime contengono una piccola percentuale di proteine che vanno sommate.

Quando mangiamo 100g di pasta, solo da essa assumiamo circa 13/15 g di proteine, se condita semplicemente. Se il condimento consta di olio, pomodoro e un cucchiaio di parmigiano, arriveremo a oltre 20g di proteine totali, la stessa quantità contenuta in 100g di carne. Badate bene, non intendo affatto farvi rinunciare a questi importantissimi nutrienti, ma semplicemente consigliarne la giusta quantità evitando eventuali rischi per la salute. Non solo: il loro eccesso è dannoso e consumare quantitativi proteici sostanzialmente più alti non comporta ulteriori aumenti di massa magra in un atleta “natural”. L’allenamento costante e regolare inoltre, porta l’organismo a utilizzare gli aminoacidi disponibili per la sintesi di tessuto magro in maniera più efficiente e quindi a ridurre la necessità di introiti proteici più alti.

Quali proteine assumere?

Il suddetto apporto non deve essere solo di tipo quantitativo, bensì anche qualitativo. La qualità di una proteina è legata principalmente alla sua composizione in EAA, in termini di quantità e proporzione e dalla digeribilità e biodisponibilità dei suoi aminoacidi. Una proteina completa contiene tutti i nove gli EAA, in termini di quantità e proporzione. Tanto più la composizione aminoacidica di un determinato alimento si avvicina con le proporzioni di aminoacidi mediamente presenti nel corpo umano, tanto maggiore è la sua qualità. Maggiore è la somiglianza e minori sono i processi di conversione che l’organismo deve mettere in atto per utilizzare le proteine introdotte.

Con l’eccezione della gelatina, tutte le proteine di origine animale sono proteine complete, mentre quelle di derivazione vegetale sono carenti di vari EAA e questo le rende incomplete. Un adeguato mix di queste proteine (per esempio quelle contenute nei legumi, nei cereali integrali e nei semi oleosi come noci, mandorle, pinoli etc), opportunamente combinate, si completano perfettamente fornendo aminoacidi ad alto valore biologico pari alle proteine di origine animale.

Ciò viene completamente ignorato dai frequentatori di palestre, non considerando affatto lo straordinario apporto proteico di questi alimenti o ritenendolo di scarsa qualità. Un grosso errore che fa perdere l’opportunità di ridurre la quantità totale di proteine animali introdotte a vantaggio di quelle vegetali con relativi effetti positivi sulla salute.

Cosa sono le proteine Whey?

Le Whey Protein o proteine del siero del latte sono un mix proteico sotto forma di polvere ottenuto da un liquido ricavato dalla lavorazione del formaggio. La filtrazione del liquido detto latticello, siero o Whey, consente l’estrazione delle proteine presenti nel latte e nei suoi derivati composte da caseine e siero proteine. Di gran lunga le proteine più popolari sul mercato, le Whey Protein, ne conservano una concentrazione dipendente dal processo utilizzato per ottenerle.

Si avranno così:

  • Whey Protein concentrate o WPC – Preservano 80% di proteine e 1-6% di lipidi e lattosio (rispettivamente dovute al processo di microfiltrazione o al fenomeno di ultrafiltrazione);
  • Whey Protein isolate o WPI – L’impiego di resine a scambio ionico (capaci di legare e scambiare particelle cariche) consentono di ottenere un prodotto più puro con 90% di proteine e < 1% di lipidi e lattosio;
  • Whey Protein idrolizzate – Si tratta di proteine sieriche sottoposte a processi di digestione parziale che consentono un più rapido assorbimento da parte dell’organismo.

Le Whey Protein sono proteine di alta qualità, caratterizzate da un alto contenuto in EAA quasi il 50% di cui, circa la metà, con i tre ramificati Leucina, Isoleucina e Valina (quantità superiori a qualsiasi altro alimento) e da un’alta velocità di assorbimento.

La loro facilità di digestione e capacità di assorbimento la identificano come proteina ad azione veloce tale da essere utilizzata in maniera rapida da parte dell’organismo nel momento del bisogno. Per tali ragioni, sono molto conosciute e utilizzate dai body builder e, in generale, da tutti coloro che praticano attività fisica. Sono preferite e utilizzate rispetto ai prodotti presenti sul mercato principalmente per aumentare la massa muscolare e ridurre la fase di catabolismo muscolare.

Consigliate per un effetto marcato sull’anabolismo, soprattutto nel post workout e prima del workout, per potenziare i risultati e, prima di coricarsi, per contrastare il catabolismo notturno. In quest’ultimo caso, viene preferito di solito la caseina nota come proteina ad azione lenta, in cui vengono generalmente frullate con latte vaccino o vegetale, acqua o succhi di frutta.

Cosa dice la ricerca scientifica a tal proposito?

Alcuni studi hanno dimostrato che 10 g di EAA ottenuti da siero del latte idrolizzato ha agevolato aumenti nettamente maggiori nella sintesi proteica muscolare mista sia in condizioni di riposo che dopo l’esercizio, rispetto alle proteine isolate della soia e alla caseina. Pare infatti che la rapida assimilazione di Leucina nella circolazione sanguigna, in seguito al consumo di siero del latte, innesca processi anabolici in misura maggiore rispetto all’assimilazione più lenta della Leucina in seguito al consumo di soia e caseina.

L’aggiunta di caseina a una porzione di siero del latte si traduce in un aminonoacidemia, cioè in una maggiore quantità di AA nel sangue, più lenta ma più prolungata e questo porta a una maggiore ritenzione di azoto e meno ossidazione e, di conseguenza, ad una risposta di sintesi proteica muscolare più prolungata. In generale si può affermare che proteine a digestione rapida di alta qualità stimolano in modo massiccio la sintesi proteica muscolare durante le prime 3 ore dopo l’ingestione, mentre proteine a digestione lenta hanno un effetto stimolante più graduale nel corso di 6-8 ore.

Bisogna prestare attenzione quando si tenta di trarre conclusioni pratiche da questi risultati. Dato che gli studi riportati hanno misurato la sintesi proteica muscolare in brevi periodi, non riflettono l’esteso impatto anabolico del consumo di proteine dopo una sessione di allenamento.

Meglio gli aminoacidi o le proteine Whey? Perché?

Il valore biologico delle Whey è ottimo, ma inferiore rispetto agli integratori di soli EAA quando quest’ultimi sono ben formulati a livello scientifico e di materia prima di ottima qualità. Uno studio condotto da uno dei più importanti scienziati del metabolismo, il Dott. R. Wolf, ha confermato che solo con gli EAA si induce la sintesi proteica e l’anabolismo muscolare. Essi hanno il vantaggio di non dover essere digeriti in quanto in forma libera e di non generare scorie azotate quindi non sovraccarica di scorie la funzionalità renale ed epatica essendo utilizzati completamente a scopo sintetico e/o energetico.

Inoltre, l’evoluzione della conoscenza degli EAA ci sta portando a capire sempre di più la loro importanza non solo in ambito sportivo, quindi di ipertrofia muscolare e di prestazione, ma soprattutto sulla salute.

In particolare, si evince:

  • attraverso precisi rapporti schechiometrici;
  • che il loro fabbisogno è enorme;
  • che più EAA ci sono e meno ci fanno male gli NEAA;
  • che più EAA ci sono e meno è il rischio che si sviluppino le cellule cancerose;
  • che esistono rapporti molto stretti tra EAA, le vitamine e le avitaminosi che sono un elemento estremamente importante da prendere in considerazione.

Quali devono essere le buone abitudini alimentari di un body builder?

Che l’alimentazione e lo stile di vita abbiamo un ruolo importante sulla prestazione fisica in tutte le discipline sportive, ormai è ampiamente riconosciuto da tutti. Nel body building in particolare assumono un ruolo fondamentale. Consapevoli del valore importantissimo ricoperto da dieta e integratori alimentari, molti body builder però portano l’approccio nutrizionale all’estremo, pensando di dover assumere quanto più cibo e integratori possibile trascurando o, meglio, non prendendo in considerazione un aspetto molto importante e cioè la propria salute. Solo un corpo perfettamente sano potrà esprimere al massimo la sua performance e velocizzare il più possibile i tempi di recupero attraverso un’adeguata alimentazione. Il corpo umano è una macchina complessa e sofisticata che, per poter funzionare al meglio ha bisogno del giusto apporto di calorie, carboidrati, proteine, grassi, vitamine, sali minerali e fitocomposti.

Sulla base di queste considerazioni, ecco alcuni consigli che possono aiutare a soddisfare le esigenze di un body builder con un occhio di riguardo alla propria salute:

  • basare quotidianamente la scelta degli alimenti su cereali integrali, frutta fresca, verdure, legumi, frutta secca oleosa e proteine animali nella giusta quantità;
  • limitare gli zuccheri ad alto indice glicemico, o comunque cercare di introdurli solo nelle giuste quantità solo nel post workout;
  • seguire durante tutto l’anno una dieta equilibrata, piuttosto che adottare all’ultimo minuto strategie alimentari e di integrazione estreme;
  • ridurre al minimo le farine raffinate ed il cibo processato. Le maggior richieste energetiche vanno infatti compensate con carboidrati prevalentemente a basso indice glicemico;
  • assicurare la giusta quantità di calorie di cui si ha effettivamente bisogno. Se questa risultasse insufficiente, infatti, genererebbe un segnale di carestia che porterebbe a un rallentamento metabolico, a un calo della massa muscolare, oltre che a una tendenza (appena terminata la restrizione all’accumulo di massa grassa, se in eccesso) ad un accumulo di peso;
  • introdurre la giusta quantità di proteine. Una carenza di aminoacidi, in particolare quelli essenziali, sarebbe causa di una perdita di massa muscolare con calo della performance e conseguente rallentamento metabolico. La ricerca scientifica consiglia 0,75g/kg di peso corporeo, quantitativo che per un body builder aumenta intorno a 1,7 max 2 g/kg di peso corporeo. Andare oltre queste quantità consigliate non solo sarebbe dannoso per l’organismo ma non apporterebbe alcun vantaggio in un body builder natural. Tali quantitativi possono essere tranquillamente raggiunti attraverso un’alimentazione più varia ed equilibrata. Sarebbe opportuno ampliare le scelte alimentari e non mangiare solo ed esclusivamente riso, petto di pollo, tonno e albumi, classici alimenti del body builder ma includendo nella propria dieta almeno tre porzioni settimanali di pesce preferendo il piccolo pescato tipo pesce azzurro (sgombri, alici, etc..), meno inquinato degli altri e ricco di omega 3,  e altrettante di legumi, imparando a combinarli con i cereali in modo corretto. Al posto della carne si possono consumare per esempio bistecche di soia, tempeh, alimenti ricchi di proteine di origine vegetali di ottima qualità. Ovviamente le quantità varieranno a seconda delle caratteristiche del body builder stesso (peso, età, sesso, etc…) così come i pasti, da organizzare a seconda degli orari degli allenamenti;
  • idratarsi adeguatamente;
  • non esagerare con gli integratori: più integratori non significa automaticamente più muscoli. Di prodotti teoricamente utili per il fisico di un body builder ne esistono tantissimi (proteine, pool o singoli aminoacidi, brucia grassi, vitamine, sali minerali ecc.), ma se la dieta è corretta molti di questi supplementi nutrizionali diventano totalmente inutili.

Il consiglio a tutti coloro i quali volessero aumentare o mantenere la massa muscolare è ridurre tutto quello che vogliono, ma non l’introduzione azotata sotto forma di EAA con miscele che contengono tutti gli EAA, integratori assolutamente necessari per gli sportivi e per un body builder nello specifico. In ogni caso, prima di integrare occorre valutarne sempre le effettive necessità consultando un professionista del settore. Alimentandovi in questo modo forse riuscirete a sviluppare qualche grammo in meno di massa muscolare e qualche grammo in più di quella grassa, ma sicuramente salute e longevità ringrazieranno.

Quali sono i dati che consentono di confermare quanto detto?

A conferma di tutto ciò ci sono i risultati da me conseguiti sul mio corpo (mantenuti a un’età non proprio giovanissima) e come professionista sui miei pazienti che possono essere visionati nella sezione “Testimonianze” del mio sito. Risultati che sono stati ottenuti attuando i principi generali descritti che altro non sono quelli che la ricerca scientifica consiglia per una sana e corretta alimentazione, a dimostrazione che questi principi possono e dovrebbero essere applicati in ambito sportivo. Si possono ottenere degli ottimi risultati mangiando sano e senza ingoiare chili e chili di carne, ingolfarsi di integratori di vario genere e investendo più sul cibo di qualità.

Allenamento: come bruciare gli zuccheri

Posted on : 11-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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In questo articolo vedremo quale attività fisica è più indicata per mantenere un livello ottimale di zuccheri nel sangue.

Hai fatto di recente le analisi e il medico, che le ha controllate, ti ha detto che il livello degli zuccheri presenti nel sangue è un po’ al di sopra della norma. In questo momento non vi sono particolari problemi di salute, però la situazione è da tenere sotto controllo, per il caso che dovesse manifestarsi il diabete, patologia fastidiosa e molto insidiosa. Il medico ti ha consigliato di mantenere ottimale il livello degli zuccheri non solo con l’alimentazione, ma anche praticando attività fisica. In questo articolo ti spiegheremo tutto sull’allenamento: come bruciare gli zuccheri. Prima, però, cercheremo di capire come funziona, nel nostro organismo, il meccanismo di assorbimento e utilizzazione del glucosio.

Come viene metabolizzato il glucosio

Quando ci alimentiamo, introduciamo nel nostro corpo una certa quantità di carboidrati. Questi non sono altro che zuccheri, e forniscono all’organismo l’energia necessaria per funzionare correttamente.

I carboidrati possono essere:

  • semplici. Hanno una struttura molecolare più elementare, e vengono rapidamente trasformati in glucosio, che è lo zucchero presente nel sangue. Un esempio è dato dal saccarosio, che è lo zucchero normalmente utilizzato in cucina, oppure dal fruttosio, presente nella frutta e nel miele;
  • complessi. Hanno una struttura molecolare più complicata, e il corpo ha bisogno di tempo per trasformarli in glucosio e consentirne l’assorbimento al livello del sangue. Un esempio è costituito dagli amidi presenti nella pasta e nel pane.

Una volta digeriti, tutti i carboidrati vengono assorbiti dal sangue sotto forma di glucosio, un vero e proprio carburante per le cellule. Per poter passare dal sangue a queste ultime, però, il glucosio necessita di un ormone, che prende il nome di insulina e che viene prodotto dal pancreas. Ovviamente, più zuccheri si ingeriscono, più insulina è costretto a produrre l’organismo. Un effetto fastidioso è dato dal fatto che questo ormone favorisce l’accumulo di grasso. E’ quindi importante non esagerare con i carboidrati.

I diabetici hanno problemi nel metabolismo degli zuccheri, o a causa di un malfunzionamento del pancreas che non produce più insulina (diabete di tipo 1), oppure perché questo ormone non riesce a penetrare nelle cellule per consentire a queste ultime di utilizzare gli zuccheri (diabete di tipo 2). I primi devono ovviare al loro problema con iniezioni di insulina; i secondi devono assumere farmaci che migliorano l’efficienza di questo ormone.

Efficacia dell’insulina e sport

E’ stato scientificamente dimostrato che l’attività fisica migliora l’efficacia dell’insulina, sia quella prodotta dall’organismo, sia, nel caso dei diabetici di tipo 1, quella assunta dal paziente mediante iniezioni. Ciò fu rilevato, per la prima volta, nel 1926, da un medico affetto da diabete di nome Lawrence. Questi pubblicò sul British Medical Journal un articolo, in cui spiegava di avere rilevato su se stesso un effetto benefico dell’attività fisica. Il dottor Lawrence si accorse che l’insulina che assumeva faceva più effetto se, dopo i pasti, praticava un’attività sportiva. In definitiva, quest’ultima aiutava il corpo a bruciare gli zuccheri, che diminuivano in modo significativo: questo si traduceva in un minor fabbisogno di insulina.

Qual è l’allenamento più indicato per bruciare gli zuccheri? Di seguito parleremo degli sport consigliati a questo scopo. A tal proposito, occorre fare una precisazione. Durante i primi 30 minuti di attività fisica, il corpo brucia prevalentemente carboidrati. Pertanto, si raggiunge l’obiettivo del quale parliamo in questo articolo. Però, se oltre a bruciare zuccheri si vuole anche perdere peso, l’allenamento dovrà essere di circa un’ora. Infatti, dopo la prima mezzora in cui l’organismo brucia gli zuccheri disponibili, l’energia comincia ad essere attinta dalle riserve di grasso.

I vantaggi dello sport

Lo sport, è risaputo, presenta numerosi vantaggi. Infatti:

  • aiuta la perdita di peso;
  • riduce i trigliceridi;
  • riduce il colesterolo “cattivo” (LDL);
  • aumenta il colesterolo “buono” (HDL);
  • previene l’aterosclerosi;
  • fa bene all’umore;
  • stabilizza la pressione;
  • fa bene al cuore (se praticato previo controllo medico);
  • stabilizza il livello di glucosio nel sangue.

Bruciare gli zuccheri con la camminata veloce

La camminata veloce è un’attività sportiva che, in linea di massima, può essere praticata da tutti, perché non richiede particolari sforzi. Tuttavia, è bene, per questo come per altri sport, sottoporsi preventivamente a una visita medica, e verificare, in particolare, il buon funzionamento dell’apparato cardiocircolatorio. Questa forma di allenamento è molto semplice: bisogna, infatti, camminare a ritmo sostenuto, e nient’altro.

Tuttavia, alcuni accorgimenti vanno seguiti, ecco quali:

  • innanzi tutto, l’abbigliamento. Questo deve essere comodo e consentire una buona traspirazione del corpo; deve, inoltre, tener conto della stagione. E’ possibile praticare la camminata veloce anche con la pioggia: basta un leggero giubbotto impermeabile, di tipo tascabile, da tenere in uno zainetto. Le scarpe devono essere comode e, ovviamente, adatte all’attività sportiva;
  • la postura. il corpo deve essere diritto, come se un filo invisibile lo tirasse verso l’alto. Le braccia devono essere leggermente piegate ad angolo;
  • il movimento. Il camminare deve essere ritmico e armonioso. Le braccia si devono muovere ritmicamente avanti e indietro, coordinate alle gambe: gamba sinistra e braccio destro in avanti, poi gamba destra e braccio sinistro, e così via;
  • prima di iniziare, è consigliabile, per non traumatizzare i muscoli, effettuare qualche esercizio di stretching;
  • il passo veloce va preceduto da una breve fase di riscaldamento, in cui l’incedere è più lento;
  • prima di terminare, occorre nuovamente rallentare il passo per qualche minuto.

E’ consigliabile iniziare con un quarto d’ora di camminata al giorno, aumentando progressivamente il tempo fino ad arrivare a un’ora.

Bruciare gli zuccheri con la corsa

La corsa è un altro sport che consente, durante i primi 30 minuti in cui viene praticato, di bruciare i carboidrati in maniera efficace. Anche per questa forma di allenamento, però, occorre stare attenti a non improvvisare, ma seguire alcuni consigli, affinché i benefici non si trasformino in danni per il corpo. Ecco quali:

  • adoperare le scarpe giuste. Occorre servirsi di scarpe specifiche per la corsa, e non di generiche scarpe da ginnastica;
  • non esagerare. Il rischio è quello di praticare questo sport tutti i giorni, il che non è nemmeno consigliabile. L’ideale è correre a giorni alterni;
  • ascoltare della musica o degli audiolibri. l’ideale sarebbe correre in un luogo piacevole a vedersi, magari in un parco o vicino al mare. In questi casi, è consigliabile approfittarne per respirare a fondo aria buona e per godere delle bellezze della natura. Ma se invece corri il rischio di annoiarti, ciò potrebbe essere demotivante. per evitare questo inconveniente, porta con te le cuffie e ascolta la musica che ti piace o un audiolibro;
  • non farsi ossessionare dal percorso. Mentre si corre, meglio non pensare alla distanza già percorsa e a quello che resta, ma correre e basta, seguendo scrupolosamente il programma giornaliero;
  • attrezzarsi per il cattivo tempo. La pioggia (a meno che non vi sia un allerta meteo da prendere in considerazione) non deve scoraggiare. Basta attrezzarsi con un impermeabile tascabile.

Bruciare gli zuccheri andando in bicicletta

La bicicletta è uno sport molto efficace non solo per bruciare gli zuccheri, ma anche per perdere peso. inoltre, nelle città pianeggianti è possibile adoperarla per recarsi al lavoro e per sbrigare commissioni, il che presenta indubbiamente dei vantaggi:

  • è un ottimo mezzo di locomozione che non richiede l’impiego di carburante;
  • se il medico ne consente l’utilizzo (abbiamo visto che una visita medica è necessaria per praticare qualunque tipo di sport), si tratta di un’attività fisica che non ha un forte impatto sulla muscolatura e sulle articolazioni, e che è modulabile secondo le diverse esigenze;
  • permette di trasformare in attività sportiva il tempo impiegato per gli spostamenti.

Per bruciare zuccheri andando in bicicletta, è necessario alternare brevi periodi di pedalate brevi ad alta intensità, di circa 40 secondi, con altri di pedalata più lenta. Per “pedalata ad alta intensità” si intende quella che si adotterebbe se si avesse fretta, come avviene se si teme di perdere un appuntamento.

Altri modi per bruciare zuccheri

CI sono altri modi per bruciare gli zuccheri:

  • salire le scale. Alcuni studi dimostrano che un quarto d’ora di scale in salita equivale a mezzora di corsa. Dunque, salendo le scale per quindici minuti al giorno è possibile controllare efficacemente il livello del glucosio. Ovviamente, per poter praticare questo esercizio occorre vincere la pigrizia e, in tutte le occasioni in cui si deve salire, preferire farlo a piedi evitando l’ascensore. Attenzione però se ci sono problemi alle articolazioni del ginocchio;
  • praticare lo stepper. Se non si ha l’occasione di fare una buona quantità di scale ogni giorno, è possibile acquistare uno stepper, un attrezzo che simula il movimento necessario per salire i gradini. Quindici minuti al giorno consentono di bruciare gli zuccheri mantenendoli sotto controllo. Occorre però allenarsi gradualmente, cominciando con pochi minuti e poi aumentando il tempo trascorso ad usare l’attrezzo;
  • nuotare. Anche 30 minuti di nuoto al giorno possono aiutare a controllare il glucosio. Per chi comincia occorre però allenarsi gradualmente;
  • ballare. Il ballo è un movimento divertente. Si può praticare anche in casa, da soli, al ritmo di una musica allegra, per 30 minuti al giorno. Un ulteriore vantaggio, in questo caso, consiste nel miglioramento dell’umore.

Ora puoi scegliere l’allenamento più adatto per te e sai come bruciare gli zuccheri. Un’ultima avvertenza: specie se soffri di diabete, evita di allenarti a digiuno. Bruciando il poco glucosio di cui dispone il tuo corpo quando non hai mangiato, rischi pericolose ipoglicemie. Prima di metterti in movimento, quindi, fai almeno uno spuntino.

Aminoacidi: cosa sono e a cosa servono?

Posted on : 09-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Cosa sono gli aminoacidi? A cosa servono? Quali sono i benefici degli aminoacidi ramificati? In questo articolo, troverai le risposte a queste e a molte altre domande.

Se pratichi sport, sia a livello amatoriale che a livello agonistico, oltre a dedicare molto tempo all’allenamento, sicuramente farai molta attenzione alla tua alimentazione. Spesso le prestazioni atletiche comportano un notevole lavoro muscolare, un elevato dispendio energetico ed un’intensa sudorazione. In questi casi, è possibile ricorrere all’assunzione di integratori? Molti atleti e sportivi assumono integratori di vario genere nella convinzione di migliorare le proprie performance sportive e/o di riuscire a mantenersi in forma con più semplicità. Di certo, hai sentito parlare degli integratori di aminoacidi e ti sarai posto/a qualche domanda. Aminoacidi: cosa sono e a cosa servono? Quali sono le loro proprietà? Gli aminoacidi ramificati servono a stimolare l’aumento della massa muscolare? Ci sono fondamenti scientifici sui loro benefici? Come e quando vengono impiegati nello sport? In quali quantità? Partiamo dal presupposto che occorre rivolgersi ad uno specialista che saprà consigliarti una dieta sana ed equilibrata con un’integrazione che farà al caso tuo. Non dimenticare che l’integrazione è condizionata dalla dimensione dei pasti, dalla loro quantità e qualità proteica.

Per avere maggiori informazioni sull’argomento, abbiamo intervistato il dr. Claudio Patacca, biologo nutrizionista e dottore in scienze motorie e sportive.

Aminoacidi: cosa sono e a cosa servono?

Gli AA sono i costituenti delle proteine. Così come una collana di perle è composta da tante perle o un treno da tanti vagoni, una proteina è composta da tanti AA e ognuna con un preciso ordine. E’ necessaria un’adeguata assunzione quotidiana di proteine, essendo il muscolo, i recettori, gli enzimi, determinati ormoni (lo stesso GH o ormone somatrotopo è una proteina), l’emoglobina, gli anticorpi, etc, costituti prevalentemente da queste stesse sostanze che, oltre ad essere materiale per costruire all’occorrenza possono anche essere utilizzati per fini energetici.

Aminoacidi essenziali e non essenziali: qual è la differenza?

Il nostro corpo non ha fabbisogno di proteine, ma soltanto dei loro componenti, cioè gli aminoacidi. Le proteine sono costituite da tanti aminoacidi e non tutti sono uguali fra loro. Pensate ad un treno con tanti vagoni. Così come i vagoni del treno che si distinguono in prima e seconda classe, quelli merci e ristorante, ci sono aminoacidi differenti.

Possiamo suddividerli in:

  • aminoacidi essenziali (EAA) indispensabili, di cui abbiamo necessariamente bisogno che devono essere introdotti come nutrienti in quantità proporzionate alla nostra necessità dall’esterno in quanto il nostro corpo è incapace di produrne per supportare le esigenze corporee. La carenza di persino un singolo EAA altera la sintesi di quasi tutte le proteine;
  • aminoacidi non essenziali (NEAA), superflui in quanto il nostro organismo è perfettamente in grado di sintetizzare in quantità adeguate partendo dai primi.

Attualmente, si considerano 20 aminoacidi di cui 9 essenziali e 11 non essenziali. Quindi gli EAA sono 9 e non 8, come la maggior parte delle informazioni provenienti dal web ci dicono. L’Istidina infatti è un EAA assolutamente fondamentale, non solo nell’infanzia, ma anche nell’adulto. Spesso una sua carenza può provocare anemia pur con una quantità di ferro e di vitamine ottimali: essa ha a che fare con la sintesi dell’EME. Diete troppo deficienti di Istidina creano un deficit di sintesi delle proteine che la contengono, ma soprattutto dell’emoglobina e della mioglobina.

La differenza tra gli EAA e gli NEAA sta nel fatto che i primi oltre a non essere sintetizzati dall’organismo, e quindi devono essere introdotti con il cibo, sono presenti in piccole quantità negli alimenti, al contrario dei secondi che invece sono molto presenti. Il nostro organismo ha bisogno di molti essenziali e di pochi non essenziali. A lungo andare, secondo le ultime ricerche scientifiche, un eccesso dei secondi ha effetti diabetogeni e cancerogeni. Ne sono un esempio la tossicità della glutammina e dell’arginina, aminoacidi che se somministrati per via esogena hanno effetti neurotossici e di vasocostrizione.

Può spiegare un caso pratico?

L’intestino, ad esempio, è fatto per distruggere tutta la glutammina che noi mangiamo. Se le facessimo superare la barriera distruttiva esercitata dalla mucosa intestinale, l’organismo metterebbe in atto un secondo sistema di difesa, sopprimendo cioè l’enzima che la produce e rendendolo dipendente da quella esogena. La glutammina ha una notevole tossicità neurologica. Essa deve essere prodotta nelle cellule a partire dagli EAA, ma non deve essere data dall’esterno. Questo vale per parecchi altri aminoacidi. Recenti scoperte hanno dimostrato come la glutammina sia anche  un aminoacido che il cancro utilizza per alimentarsi, fatto attestato anche dall’A.I.R.C. In un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista FEBS (Federation of European biochemicaal Societies) del Prof. F.S Dioguardi e altri, svolto in collaborazione con l’Università di Camerino, è stato dimostrato che la cellula tumorale che nasce da una cellula sana si differenzia e si evolve in un ambiente in cui il rapporto tra EAA e NEAA privilegia la quantità di NEAA.

La cellula cancerosa in presenza di EAA attiva l’autofagia, cioè per duplicarsi è costretta a produrre NEAA che, non trovandoli nell’ambiente, se li prende da sé. Quindi digerisce le proteine per produrre gli NEAA e così facendo si distrugge. Molto spesso, anche tra gli esperti del settore, si considerano gli AA come se fossero tutti uguali a prescindere dalla differenza tra EAA e NEAA. Non dimentichiamo che tra gli EAA esistono delle differenze fondamentali.

Cosa intende dire?

Una miscela di EAA non può avere la stessa quantità, per esempio, di Leucina e di Triptofano. Ci sono dei rapporti schechiometrici (cioè fra numero di molecole) che devono essere mantenuti ben precisi tra di loro in quanto un eccesso di Leucina porterebbe a distruggere completamente la Niacina, una vitamina fondamentale causa della Pellagra, patologia mortale negli anni ‘30 causata da un’alimentazione con uno sbilanciamento tra l’assunzione di proteine animali e vegetali che alterava il rapporto Leucina e Triptofno. Ciò è stato dimostrato con tanti lavori scientifici. Assumere singoli AA in modo sconsiderato crea degli squilibri estremamente importanti al metabolismo difficili da correggere e può portare a condizioni patologiche gravi. Questo è particolarmente vero non solo per gli anziani, ma per tutti gli atleti che hanno condotte alimentari che sono al limite in alcuni momenti della loro preparazione. Pensate ad un body builder nella fase di definizione muscolare. Uno dei problemi delle neuriti periferiche, crampi e quant’altro, spesso dipendono da problemi di grosso squilibrio fra gli AA.

Gli EAA, non sono tutti richiesti dal metabolismo nella stessa quantità, infatti alcuni servono di più, altri meno. E’ necessario che tra loro siano presenti in un preciso rapporto qualitativo-quantitativo. Ciò vuol dire che non basta assumere un integratore qualsiasi di EAA, ma potrebbe esserci una notevole differenza tra una formulazione e un’altra. Differenza data proprio dalla loro composizione che deve avere un preciso rapporto di aminoacidi che la compongono più adatto alle necessità umane. La scelta quindi va orientata verso un prodotto che sia ben bilanciato in modo che da avvicinarsi ai fabbisogni fisiologici dell’organismo, alla materia prima utilizzata e alla tecnica di lavorazione.

Chi può assumere gli integratori con prevalenza di aminoacidi essenziali?

Gli integratori a prevalenza di essenziali dovrebbero essere assunti non solo da atleti e/o sportivi (e in particolare da chi pratica sport di potenza e resistenza), ma nei seguenti casi:

  • da coloro che hanno un’alimentazione insufficiente;
  • in corso di malattie croniche;
  • per rallentare i processi di invecchiamento;
  • durante la senescenza.

Oltre ad essere necessari per sostenere gli sforzi fisici protratti sono fondamentali per coprire il fabbisogno energetico, per permettere il mantenimento dell’integrità delle proteine cellulari e questo significa sia farne di nuove che distruggere quelle ormai vecchie. Più invecchiamo e di più EAA abbiamo bisogno per sostenerci. Il processo di invecchiamento provoca la desensibilizzazione dei muscoli agli EAA (cioè, una resistenza anabolica), per cui le persone anziane richiedono dosi più elevate per pasto rispetto alle loro controparti più giovani.

Quando è possibile assumerli e perché?

Andrebbero assunti circa un’ora prima dei pasti per ottimizzare le sintesi proteiche, favorire il consumo dei grassi e prevenire le crisi ipoglicemiche che rischiano di farci arrivare a tavola affamati. Come si evince dalla ricerca scientifica, per ottimizzare la crescita muscolare, dato che l’effetto anabolico di un pasto ricco di proteine dura circa 5-6 ore, gli atleti e/o sportivi giovani dovrebbero consumare tre pasti a intervalli regolari durante tutto il giorno contenenti almeno 10g di EAA. Questa frequenza assicura al corpo di rimanere in uno stato di anabolismo nel corso della giornata e sfrutta appieno l’effetto di prolungamento della sensibilizzazione oltre le 24 ore che l’allenamento contro resistenza ha sul muscolo scheletrico. Gli atleti e/o sportivi meno giovani hanno sicuramente bisogno di un quantitativo maggiore, fino a raddoppiarla.

Cosa consiglia per colazione, pranzo e cena?

Personalmente amo fare colazione con la frutta e piccole quantità di frutta secca oleosa assumendo così 5-10g di EAA una mezz’ora prima di fare colazione. Per il pranzo opto quasi sempre per le proteine vegetali e, visto che esse sono incomplete, cerco di mangiare la giusta combinazione di alimenti per assicurare un consumo di EAA adeguato. Ad esempio: i cereali contengono poca Lisina e Treonina, mentre i legumi sono poveri di Metionina. La combinazione dei due alimenti compensa il deficit. Per la cena una proteina di origine animale che sia carne, pesce o uova nella giusta quantità, fornisce la quantità di EAA necessari. Schema che viene seguito dalla quasi totalità degli atleti e/o sportivi che seguo, tranne casi in cui per questioni organizzative i pasti vengono strutturati diversamente.

Visto che l’allenamento rafforza l’effetto anabolico dell’apporto proteico e aumentano sia l’entità sia la durata della risposta anabolica, nel post workout si determina un aumenta della fame di glucidi e di proteine. Questi ultimi sono fondamentali per i processi di riparazione e ricostruzione. Integrare con EAA subito dopo il workout può essere molto utile, mentre per coloro che si allenano parzialmente o completamente a digiuno risulta fondamentale integrare con EAA o consumare proteine di qualità (con una dose di circa 0,4-0,5 g/Kg di massa magra) nel minor tempo possibile dopo l’allenamento, preferibilmente entro 45 minuti dalla sessione. Coloro che si allenano due volte al giorno (allenamenti mattina e sera nello stesso giorno) dovrebbero consumare anche carboidrati (con una dose di circa 1,0-1,5 g/Kg di massa magra) entro un’ora dalla fine dell’allenamento.

Cosa sono gli aminoacidi ramificati (BCAA)?

Gli aminoacidi a catena ramificata (o BCAA, Branched Chain Amino Acids) sono tre dei 9 aminoacidi essenziali ed esattamente: Leucina, Valina e Isoleucina che costituiscono circa il 30-35% degli aminoacidi presenti nelle proteine dei muscoli. La prima miscela di BCAA risale al 1979, era il Friliver ideata dal Prof. F.S Dioguardi. La Leucina era pari alla somma di Isoleucina e Valina. Miscela nata non certo per sportivi, ma per trattare il coma epatico. Nei neuroni l’eccesso di ammoniaca che si forma per il metabolismo degli AA all’interno del sistema nervoso centrale produce glutammina che non riesce ad uscire da essi, acidificando al loro interno in maniera tale da bloccare la produzione energetica. Questo, a sua volta, comporta prima l’intontimento che successivamente può evolvere e portare al coma epatico.

L’eliminazione della glutammina dal cervello richiede e pretende la presenza di BCAA e nell’ordine di maggiore efficienza Leucina, Valina e Isoleucina come cotrasportatori. Per ogni ramificato che entra c’è una glutammina che esce. In pratica, agiscono come disintossicante del cervello dalla glutammina.  I BCAA sono presenti in tutte le proteine, ma soprattutto in quelle di origine animale in una percentuale che varia dal 15% (pane e pasta) a oltre il 22% (alcuni formaggi).

Qual è il fabbisogno giornaliero raccomandato?

Il fabbisogno giornaliero raccomandato per un individuo sano e sedentario di 70Kg è di circa 6 gr. In un’alimentazione normoproteica di 0,75gr per Kg di peso corporeo, questo quantitativo viene abbondantemente raggiunto. La pratica dello sport ne aumenta il suo fabbisogno anche se è difficile stabilirlo con esattezza. Lo sportivo, aumentando l’introito delle proteine complessive, riesce a soddisfare la quantità giornaliera di BCAA dal normale cibo proteico.

Quali benefici hanno i BCAA nello sport? Quando assumerli e perché?

In linea generale nelle palestre e tra gli esperti del settore viene consigliata un’integrazione di 1gr/10Kg di peso corporeo da ripartire, a seconda dei casi, prima, durante e dopo un allenamento per i seguenti motivi:

  • ridurre l’insorgenza della fatica: si è ipotizzato che l’assunzione di BCAA potesse ridurre la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che segnala al cervello che il corpo è affaticato, permettendo così di avvertire meno la fatica durante l’attività fisica prolungata, ma non è mai stato dimostrato “sul campo”;
  • diminuire il catabolismo muscolare: pare che gli atleti che assumono BCAA hanno livelli più bassi di cortisolo durante l’allenamento, ormone che favorisce la disgregazione muscolare;
  • stimolare l’anabolismo: grazie alla promozione della sintesi proteica muscolare. La Leucina stimola la sintesi proteica, agendo su alcune sostanze (come mTOR e p70S6K) che la favoriscono;
  • fornire energia: utilizzati prima o durante uno sforzo di lunga durata per migliorare la prestazione. In realtà in linea di massima non si è mai riscontrato un miglioramento se c’era un sufficiente apporto di carboidrati.

Cinque degli EAA coprono da soli il 75% di tutti gli essenziali di cui i tre ramificati, Leucina, Isoleucina e Valina, sono quelli più importanti da un punto di vista quantitativo e devono essere introdotti per gli atleti. Tuttavia, pur assorbendo una quota prevalente dei fabbisogni del nostro organismo, secondo le più recenti acquisizioni scientifiche, è sconsigliabile assumere i singoli BCAA e le miscele formate solo da essi in quanto insufficienti a soddisfare le richieste metaboliche del nostro organismo.

In sostanza, non servono a niente se non sono collegati agli altri EAA che ne permettono l’utilizzazione completa ed efficiente. La grande maggioranza delle formulazioni presenti in commercio abbondano nei dosaggi di Leucina. Usare una miscela di BCAA in cui ci sia più Leucina rispetto agli altri due è la cosa più giusta da fare, in quanto è sì un aminoacido ramificato molto importante (la sua integrazione infatti innesca l’attivazione della sintesi proteica muscolare), ma è altrettanto sbagliato fare miscele in cui essa sia in quantità esageratamente superiore rispetto agli altri due ramificati, perché ciò squilibra il rapporto rispetto a tutti gli altri essenziali.

Inoltre, va precisato che gli effetti anabolici dose-risposta della sua assunzione sono massimizzati al raggiungimento della soglia. Ciò significa che oltre un certo quantitativo non ha nessuna utilità. Studi in modelli animali non sono riusciti a dimostrare che la sua integrazione porti ad un maggiore accumulo di proteine in assenza degli altri EAA. Ad alti dosaggi può generare insulino resistenza e inibire la sintesi di triptofano (AA importante per la serotonina “la molecola del buon umore”). Quindi, i risultati rafforzano la necessità di un consumo adeguato del completo spettro di EAA per promuovere lo sviluppo muscolare e della salute.

Gli esami diagnostici in gravidanza: quali sono e quando farli

Posted on : 08-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Eventi lieti come l’attesa di un figlio necessitano di essere monitorati per garantire il benessere psicofisico della futura mamma e accertarsi dello stato di salute del nascituro.

La gravidanza è un evento fisiologico che coinvolge la madre e il nascituro, lo stato di salute di ciascuno si ripercuote sull’altro pertanto si dovranno eseguire periodicamente dei controlli per valutare sia il normale sviluppo fetale che la condizione di salute psicofisica della mamma. Gli accertamenti vengono eseguiti sia in prospettiva di una gravidanza che durante tutto il periodo gestazionale. Il gran numero di esami a cui ci si sottopone in gravidanza induce a pensare che la gravidanza venga considerata come una malattia, in realtà la medicalizzazione della gravidanza permette di individuare i fattori di rischio materni e fetali e di intervenire migliorando la mortalità fetale e materna. La donna può rimanere incinta in una situazione di completo benessere oppure risultare affetta da una patologia concomitante. In questo articolo avrai maggiori informazioni riguardo gli esami diagnostici in gravidanza: quali sono e quando farli.

La gravidanza

La gravidanza è una condizione fisiologica durante la quale nella donna si sviluppa il prodotto del concepimento. Il periodo della gravidanza dura quaranta settimane, il calcolo delle settimane di gravidanza inizia a partire dall’ultimo ciclo mestruale, il parto può espletarsi quindici giorni prima o dopo la data presunta.

Per una procreazione consapevole, vengono consigliati accertamenti preconcezionali che indagano sulla immunizzazione materna verso infezioni responsabili di malformazioni fetali (rosolia, toxoplasmosi, varicella, sifilide), su malattie ereditarie (emoglobinopatie), su eventuali alterazioni citologiche (Pap test).

Durante la gravidanza la donna va incontro a cambiamenti fisici conseguenti all’aumento delle dimensioni dell’utero e a modificazioni che interessano il tono dell’umore, le abitudini alimentari e diversi apparati (cardiovascolare, tiroide, ghiandola mammaria, apparato respiratorio, reni, fegato). Affinché la gravidanza proceda in maniera fisiologica, è necessario monitorare nel tempo la salute della madre e quella del nascituro con accertamenti diagnostici specifici in relazione al periodo gestazionale.

La gravidanza viene suddivisa in trimestri:

  • primo trimestre di gravidanza: dall’ultima mestruazione fino alla 12°settimana;
  • secondo trimestre di gravidanza: dalla 13° alla 26° settimana;
  • terzo trimestre di gravidanza: dalla 27° alla 40°settimana, tuttavia il parto è possibile già dalla 37° settimana.

Gli esami diagnostici consigliati nel corso della gravidanza sono relativi ad una gestazione fisiologica. La presenza di patologie preesistenti implica che la donna gravida debba sottoporsi ad ulteriori accertamenti in relazione alla patologia di cui soffre.

Gravidanza: esami diagnostici primo trimestre

La gravidanza inizia con l’impianto dell’uovo fecondato che può determinare fenomeni quali nausea, vomito e amenorrea (assenza del ciclo mestruale).

Il sospetto di una gravidanza può trovare certezza attraverso:

  • reazioni immunologiche: dosaggio delle beta HCG (gonadotropine corioniche umane). L’esame può essere eseguito su urine (può risultare positivo dopo sei/sette settimane di amenorrea) oppure su sangue (il test è positivo pochi giorni dopo l’impianto dell’embrione);
  • ecografia (addominale o transvaginale): permette di evidenziare la camera gestazionale (dalla quinta settimana), di visualizzare l’embrione e sentire il battito cardiaco (dalla sesta settimana).

La prima visita ginecologica dovrebbe avvenire entro le dieci settimane di gravidanza e i successivi controlli dovrebbero avere cadenza mensile (ogni 4/6 settimane).

Durante la visita medica:

  • viene raccolta l’anamnesi familiare (evidenzia possibili malattie ereditarie), l’anamnesi patologica personale (presenza di patologie quali diabete mellito, ipertensione arteriosa, asma, disturbi psichiatrici, patologie cardiache o renali) e l’anamnesi ostetrica (gravidanze pregresse, parti cesarei, aborti, chirurgia dell’apparato riproduttivo);
  • si indaga su eventuali comportamenti a rischio (fumo, alcol, stupefacenti);
  • si effettua l’esame obiettivo della paziente valutando peso, altezza e misurando la pressione arteriosa;
  • si prescrivono esami di laboratorio.

Gli esami di laboratorio prescritti nel primo trimestre di gravidanza sono:

  • gruppo sanguigno e fattore Rh;
  • test di Coombs indiretto: prevenzione della malattia emolitica del neonato. Se la madre è Rh negativa va ripetuto mensilmente;
  • esame emocromocitometrico: individua possibili anemie;
  • ricerca emoglobine patologiche;
  • glicemia;
  • funzionalità epatica e renale;
  • esame chimico, fisico e microscopico delle urine: screening infezioni delle vie urinarie asintomatiche;
  • esami infettivologici: TPHA (sifilide), anti HIV, HbsAg (epatite B), HCV (epatite C); anti-toxoplasmosi (IgG e IgM), anti-rosolia (IgG e IgM), anti-citomegalovirus (IgG e IgM);
  • Pap test (se non eseguito negli ultimi tre anni): esame citologico per la prevenzione del tumore del collo dell’utero.

Le indicazioni all’ecografia nel primo trimestre di gravidanza sono:

  • accertarsi del corretto impianto dell’ovulo fecondato per escludere una gravidanza ectopica;
  • stabilire l’età gestazionale: può esserci una discrepanza tra amenorrea e dimensioni fetali;
  • determinare il numero di feti;
  • individuare precocemente anomalie embrio-fetali;
  • misurazione della translucenza nucale: viene utilizzata per lo screening della Sindrome di Down (trisomia 21).

Durante il primo trimestre di gravidanza vengono eseguiti dei test per la diagnosi genetica prenatale volti all’individuazione di anomalie cromosomiche.

Tali indagini possono essere:

  • non invasivi: sono rappresentati da esami di screening in cui viene calcolato il rischio che il nascituro sia affetto da una malattia genetica attraverso la combinazione di dati ecografici (translucenza nucale), esami ematochimici (dosaggio di proteine prodotte in gravidanza) ed età della paziente. Negli ultimi anni è stata messa a punto una tecnica non invasiva basata sulla ricerca del DNA fetale nel sangue materno. Il test NIPT (non invasive prenatal test) consiste in un prelievo di sangue materno che può essere eseguito a partire dalla 10° settimana;
  • invasivi: villocentesi. Prevede il prelievo dei villi coriali sotto controllo ecografico, è consigliabile eseguire l’esame dopo la 10°settimana di gravidanza.

In presenza di sintomi sospetti o di fattori di rischio, può trovare indicazione la prescrizione di un tampone cervico-vaginale per germi comuni, miceti, chlamydia, gonococco, mycoplasmi.

Gravidanza: esami diagnostici secondo trimestre

Nel secondo trimestre di gravidanza la visita ginecologica si dovrebbe eseguire con cadenza mensile al fine di valutare la presenza di segni e sintomi patologici (dolore, perdite di sangue, leucorrea). È importante la misurazione della pressione arteriosa e il controllo dell’aumento ponderale.

Gli esami di laboratorio nel secondo trimestre di gravidanza comprendono:

  • esame emocromocitometrico: può evidenziare una riduzione dell’emoglobina che rende necessaria la somministrazione di ferro per os;
  • esame delle urine: per valutare la presenza di glucosio e proteine;
  • test infettivologici (rosolia, toxoplasmosi e citomegalovirus) se la donna non è immune;
  • test di Coombs indiretto: in donne Rh negative;
  • curva da carico di glucosio (OGTT): consiste nel determinare la glicemia a digiuno e dopo carico di 75gr di glucosio. Permette la diagnosi di diabete gestazionale.

Tra la ventesima e la ventiduesima settimana di gravidanza, si esegue un’ecografia morfologica o strutturale che tende a evidenziare eventuali malformazioni fetali. Tale indagine comporta lo studio di tutti i distretti corporei: cranio, volto, colonna vertebrale, arti, apparato cardiaco, organi addominali. Un limite può essere rappresentato dall’impossibilità di evidenziare malformazioni di piccole dimensioni come i piccoli difetti cardiaci.

Nel corso del secondo trimestre di gravidanza si possono eseguire esami diagnostici di malattie cromosomiche:

  • amniocentesi: si esegue tra la 16° e la 18° settimana di gravidanza, viene prelevata una piccola quantità di liquido amniotico attraverso una puntura addominale sotto controllo ecografico;
  • funiculocentesi: prelievo di sangue ematico fetale dal cordone ombelicale, si esegue dalla 20° settimana di gravidanza.

Gravidanza: esami diagnostici terzo trimestre

Le visite ginecologiche del terzo trimestre, a cadenza mensile, sono indirizzate a individuare dolore e contrazioni uterine, possibili perdite vaginali ematiche, leucorrea patologica.

Gli esami di laboratorio indicati nel terzo trimestre di gravidanza sono:

  • esame emocromocitometrico alla 28° settimana, da ripetere alla 36° settimana;
  • esame delle urine: monitorare glucosio, proteine e presenza di leucociti;
  • test di Coombs in donne Rh negative;
  • esami infettivologici (toxoplasmosi, rosolia, citomegalovirus) in donne non immuni;
  • HbsAg, HCV, HIV: tra la 33° e 37° settimana;
  • tampone vaginale e rettale per Streptococco beta-emolitico: si esegue tra la 35° e la 36° settimana di gravidanza.

L’ecografia eseguita nel terzo trimestre di gravidanza (tra la 30° e la 33° settimana) permette di valutare la crescita fetale, l’inserzione della placenta, la quantità di liquido amniotico e la presentazione fetale.

La Doppler-flussimetria ombelicale e cerebrale può trovare indicazione:

  • in presenza di sospette patologie fetali: iposviluppo fetale, aumento o diminuzione del liquido amniotico;
  • patologie materne: gestosi, diabete, ipertensione arteriosa;
  • gravidanza oltre il termine.

A partire dalla 37° settimana viene eseguita la cardiotocografia che consiste nel rilevare, attraverso trasduttori ad ultrasuoni, la frequenza cardiaca del bambino in utero in relazione alle contrazioni uterine, permette di monitorare lo stato di salute del nascituro evidenziando quadri di sofferenza neonatale.

Se la donna decide di avvalersi dell’anestesia epidurale durante il parto deve sottoporsi, intorno alla 35° settimana, ad esami ematochimici (emocromo, fibrinogeno, PT, PTT), all’ECG (elettrocardiogramma) e a una visita anestesiologica.

Gli esami diagnostici in gravidanza accompagnano tutte le fasi della gestazione monitorando le condizioni di salute della mamma e del nascituro.

Come avviene un aborto?

Posted on : 07-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Esistono parole, come aborto, che possono evocare conflittualità difficilmente componibili, tuttavia l’interruzione di gravidanza, sia spontanea che volontaria, è un evento medico che necessita di un trattamento terapeutico.

Di fronte alla notizia di essere in attesa di un bimbo si è sopraffatti da una miriade di sentimenti a volte contrastanti. La gravidanza può essere il coronamento di una lunga ricerca, a volte arriva inaspettata ma non per questo non accettata, può essere frutto della distrazione di una sera o conseguenza di una violenza. Anche l’aborto può essere frutto di altrettante variabili, infatti può essere una decisione inevitabile, può essere conseguenza di un incidente, può verificarsi improvvisamente senza causa apparente. Come avviene un aborto? Indipendentemente da come sia avvenuto il concepimento, quando l’interruzione della gravidanza avviene prima che il nascituro possa avere una possibilità di sopravvivenza, si accompagna sempre alla morte del feto.

Aborto

Si definisce aborto l’interruzione della gravidanza (durata fisiologica da trentasette a quarantun settimane) prima della capacità di vita autonoma del feto:

  • 180 giorni di gestazione;
  • 22 settimane;
  • peso fetale inferiore a 500 grammi.

L’aborto rappresenta la patologia più frequente della gravidanza, si stima che il 50% delle gravidanze si interrompa prima che la donna sappia di essere incinta. In relazione all’epoca gestazionale, si classifica l’aborto in:

  1. aborto del primo trimestre: aborto embrionale (dal concepimento alla settima settimana di gravidanza), aborto fetale (dall’ottava settimana alla dodicesima settimana di gravidanza);
  2. aborto del secondo trimestre: dalla tredicesima alla ventunesima settimana di gravidanza.

L’interruzione di gravidanza può essere spontanea o volontaria (regolamentata dalla Legge n.194/78). Nell’aborto spontaneo si individuano diverse manifestazioni cliniche:

  • minaccia d’aborto: sanguinamento nelle prime settimane di gravidanza, può essere presente dolore, il collo dell’utero è chiuso;
  • aborto incompleto o inevitabile: sanguinamento con dolore al basso ventre, il collo dell’utero è aperto;
  • aborto in atto: dolore con sanguinamento ed espulsione del feto regolarmente impiantato. È necessaria la revisione della cavità dell’utero (raschiamento) per eliminare possibili tessuti rimasti in loco;
  • aborto ritenuto: si ha morte fetale (diagnosticata con l’assenza del battito cardiaco, guscio vuoto) senza espulsione del feto.

Nessun trattamento medico può evitare l’aborto.

Aborto nel primo trimestre di gravidanza

L’aborto spontaneo è un’evenienza che si verifica nell’80% dei casi nel primo trimestre di gravidanza, risulta essere più frequente durante il primo mese e talvolta la donna scambia le perdite ematiche per un ciclo anomalo o per spotting.  Le cause di aborto spontaneo sono:

  • cause genetiche: rappresentano la causa più frequente. Si tratta di alterazioni cromosomiche che porterebbero a malformazioni fetali incompatibili con la vita;
  • cause infettive: infezioni virali (Virus: Herpes, Cytomegalovirus. Batteri: Chlamydia trachomatis, Ureoplasma Urealyticum);
  • ridotta secrezione di progesterone: il progesterone induce a carico dell’utero le modifiche necessarie all’impianto dell’uovo fecondato;
  • malattie materne gravi: ipertensione, diabete mellito, ipotiroidismo;
  • sindrome dell’ovaio policistico;
  • anomalie uterine: fibromi, malformazioni uterine, incontinenza del collo uterino;
  • traumi fisici;
  • cause iatrogene: esami invasivi per la diagnosi prenatale sono gravati da un rischio abortivo variabile: villocentesi e prelievo di sangue cordonale rischio del 3%, amniocentesi rischio dello 0,4%;
  • abitudini alimentari: fumo, alcol, caffè stupefacenti;
  • età: il rischio di abortire è pari al 12% nelle ventenni mentre diventa del 35-40% a quarant’anni;
  • esposizione professionale a piombo e mercurio;
  • disturbi del comportamento alimentare (sottopeso, sovrappeso);
  • malattie autoimmuni: LES, sclerodermia sistemica progressiva;
  • trombofilie congenite e acquisite.

Nella maggior parte dei casi l’aborto si manifesta con un quadro clinico conclamato, la donna presenta:

  • contrazioni intense con dolore alla schiena e al basso ventre;
  • perdite vaginali color marrone o francamente ematiche accompagnate da muco rosato;
  • scomparsa dei sintomi della gravidanza: nausea, tensione mammaria.

L’interruzione di gravidanza può essere un atto volontario, in questo caso la legge riconosce alla donna la possibilità di abortire entro novanta giorni dall’inizio dell’amenorrea (12 settimane) quando la gravidanza comporti un serio pericolo per le condizioni fisiche o psichiche della donna (stato di salute, situazione economica e sociale, modalità del concepimento).

Aborto nel secondo trimestre di gravidanza

Come avviene un aborto nel secondo trimestre di gravidanza? Il procedere della gravidanza riduce il rischio di aborto spontaneo, infatti l’interruzione di gravidanza risulta una possibilità meno frequente nel secondo trimestre di gravidanza.

Le cause di aborto spontaneo sono:

  • incompetenza del collo dell’utero: costituisce il 30% dei casi di aborto nel secondo trimestre di gravidanza ed è conseguente all’accorciamento del collo dell’utero che, pressato dal peso, tende ad aprirsi prematuramente. I fattori di rischio sono dovuti ai pregressi traumi: conizzazione, pregressi curettage;
  • anomalie cromosomiche fetali;
  • cause placentari: distacco di placenta, placenta previa;
  • sindrome dell’ovaio policistico;
  • malformazioni uterine: ipoplasia uterina, utero bicorne, fibromiomi, utero retroflesso, sinechie uterine.

La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza regolamenta le condizioni in cui l’aborto possa venire praticato nel secondo trimestre di gravidanza e contempla due possibilità:

  • la gravidanza o il parto rappresentano un pericolo grave per la vita della donna;
  • la presenza di malformazioni o processi patologici gravi a carico del nascituro determinano un pericolo per la salute fisica o psichica della donna: le malformazioni vengono attestate dal ginecologo (l’amniocentesi dà indicazioni sulle alterazioni genetiche, l’ecografia evidenzia processi patologici gravi a carico dei vari apparati), la condizione psichica viene valutata dallo psichiatra.

Per poter interrompere la gravidanza volontariamente nel secondo trimestre di gravidanza, è necessario sottoporsi ad una serie di accertamenti medici (ginecologo, psichiatra) e ad indagini strumentali.

Trattamento dell’aborto nel primo trimestre di gravidanza

Il trattamento dell’aborto nel primo trimestre di gravidanza è variabile a seconda che l’aborto sia spontaneo o volontario. Infatti, in relazione alla modalità di presentazione clinica dell’aborto spontaneo, è necessario un intervento tempestivo. Nel caso di interruzione volontaria di gravidanza, l’aborto viene programmato.

L’interruzione volontaria di gravidanza può essere effettuata attraverso:

  1. trattamento chirurgico: in anestesia generale o locale si procede alla dilatazione del collo dell’utero, all’isterosuzione e revisione della cavità uterina;
  2. trattamento farmacologico: somministrazione di mifepristone (RU486) e/o misoprostolo. Questo trattamento richiede la collaborazione attiva della paziente sia per l’esecuzione della procedura che per la gestione dei sintomi che accompagnano l’aborto: emorragia, dolori, febbre, nausea e diarrea.

Le indicazioni all’aborto farmacologico sono:

  • test di gravidanza positivo e amenorrea da quarantanove giorni o epoca concezionale fino a trentacinque giorni;
  • data gestazionale (fino a quarantanove giorni) definita mediante ecografia;
  • possibilità per la paziente di raggiungere un presidio ospedaliero entro un’ora.

L’aborto farmacologico è controindicato in presenza di:

  • sospetta gravidanza extrauterina;
  • gravi coagulopatie;
  • insufficienza surrenalica;
  • asma grave scompensata;
  • anemia con valori di emoglobina <7g/dl;
  • diabete mellito complicato, insufficienza renale cronica, insufficienza epatica, HIV.

Il protocollo prevede la somministrazione di una dose di mifepristone (RU486) il primo giorno e la somministrazione di misoprostolo il secondo giorno. Nel caso non si verifichi l’espulsione è prevista una seconda somministrazione di misoprostolo dopo tre ore. Il trattamento farmacologico può essere interrotto in qualunque momento e si può proseguire la gravidanza o abortire con altri metodi.

Il tipo di intervento medico in presenza di aborto spontaneo dipende dalla manifestazione clinica dell’aborto:

  • aborto in atto: è necessario eseguire l’ecografia. L’assenza della camera gestazionale certifica la completa espulsione del materiale abortivo: non è necessario nessun intervento. La presenza, nella cavità uterina, di materiali abortivi rende necessaria la revisione della cavità uterina.
  • aborto ritenuto: l’ecografia evidenzia la presenza della camera gestazionale ma l’assenza di segnali vitali del feto. Si procede all’aborto mediante: la dilatazione del canale cervicale dell’utero attraverso delle sonde o tramite somministrazione di prostaglandine (candelette vaginali) dovrebbe spontaneamente indurre l’aborto; la revisione chirurgica della cavità uterina in caso di mancato svuotamento spontaneo o persistenza di materiale abortivo.

Una complicanza dell’aborto spontaneo è rappresentata dall’infezione che si presenta con:

  • febbre con brividi;
  • astenia, tachicardia e tachipnea;
  • dolore al basso ventre;
  • perdite vaginali ematiche e purulente.

L’infezione può rimanere localizzata all’utero o diffondersi con salpingite, peritonite fino allo shock settico o alla CID (coagulazione intravascolare disseminata).

Trattamento dell’aborto nel secondo trimestre di gravidanza

Il trattamento dell’aborto nel secondo trimestre di gravidanza consiste nell’induzione del travaglio:

  • si assume mifepristone seguito, a distanza di trentasei ore, dalla somministrazione di una prostaglandina (per via orale o vaginale) che, in assenza di travaglio, va ripetuta ogni tre ore per tre/quattro volte;
  • contemporaneamente si esegue una terapia antidolorifica e la profilassi antibiotica.

È necessario accertarsi, tramite ecografia, che siano stati espulsi tutti i materiali abortivi e in caso contrario provvedere alla revisione della cavità uterina. L’aborto, spontaneo, volontario o accidentale, è una procedura medica che, in assenza di complicanze gravi o lesioni all’utero, non comporta modifiche della fertilità.