Referendum Lombardia e Veneto: cosa cambia con l’autonomia

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

0

Il 22 ottobre si vota nelle due Regioni per avere più competenze. Ma se vince il sì l’iter sarà lungo. Che cos’è una Regione a statuto speciale.

Statuto speciale o statuto regionale: che cosa cambia? Il referendum del 22 ottobre con il quale Lombardia e Veneto chiedono di entrare nel ristretto club delle regioni autonome, di cui fanno parte appena cinque realtà territoriali italiane, è davvero in grado di cambiare la vita dei suoi abitanti o si tratta soltanto di una mossa politica per rafforzare il distacco dallo Stato centrale?

Per rispondere a questa domanda, bisogna capire che cosa attribuisce la legge ad una Regione a statuto speciale, tenendo conto che, dopo il referendum, il risultato non è immediato ma bisogna attendere l’esito della trattativa tra l’Ente sovracomunale ed il Governo ed il parere del Parlameto. Insomma, un eventuale «sì» non fa diventare automaticamente Lombardia o Veneto delle Regioni autonome, ma autorizza l’avvio di un meccanismo politico che arrivi a concretizzare ciò che i cittadini hanno deciso alle urne.

Vediamo, allora, cosa cambia con l’autonomia dopo i referendum in Lombardia e Veneto, quali sono le conseguenze e quali vantaggi comporta (se li comporta) diventare una Regione a statuto speciale.

Che cos’è una Regione autonoma

Una Regione a statuto speciale [1] è quella che gode di una particolare autonomia su determinate competenze trasferite dallo Stato centrale. Le condizioni sono definite dallo statuto regionale, adottato con legge costituzionale, così come qualsiasi sua modifica.

La legge costituzionale del 2001 ha previsto la possibilità per le Regioni a Statuto speciale di deliberare leggi statutarie, diverse da quelle di una normale legge regionale in quanto:

  • hanno bisogno di una sola approvazione a maggioranza assoluta del Consiglio regionale;
  • possono essere sottoposte a referendum confermativo preventivo su richiesta entro 3 mesi dalla pubblicazione da parte di 1/5 dei consiglieri regionali o di 50.000 iscritti agli albi elettorali regionali;
  • possono essere sottoposte a controllo preventivo di costituzionalità su richiesta entro 30 giorni dalla pubblicazione da parte del Governo.

Quali sono le competenze di una Regione autonoma

Quindi, dopo il referendum di Lombardia e Veneto, cosa cambia con l’autonomia? Ecco le competenze di una regione a statuto speciale.

Autonomia legislativa

Le Regioni a statuto speciale godono di tre tipi di potere legislativo:

  • la potestà esclusiva;
  • la potestà legislativa concorrente in determinate aree, nel rispetto dello Statuto di autonomia, ad esclusione della determinazione dei princìpi generali che competono allo Stato centrale;
  • la potestà integrativa e attuativa: permette di approvare delle norme su certe materie per adattare la legislazione nazionale alla realtà del territorio, mantenendo il potere dello Stato.

Autonomia amministrativa

In virtù dell’autonomia amministrativa, le Regioni a statuto speciale ha la competenza nelle materie in cui esercita la potestà legislativa. Quindi, la competenza amministrativa generale non è attribuita ai Comuni, come invece accade nelle Regioni a Statuto ordinario, ma prevale il concetto di amministrazione indiretta necessaria.

La legge [2] prevede il trasferimento di ulteriori competenze amministrative da parte dello Stato grazie ad appositi decreti legislativi di attuazione.

Autonomia finanziaria

Attualmente, in seguito alle riforme del 2001, la differenza tra Regioni a statuto speciale ed ordinarie si è attenuata anche nel campo dell’autonomia finanziaria. La normativa [3], prevede che l’ulteriore disciplina di coordinamento della finanza per le autonomie speciali venga individuata da decreti legislativi di attuazione, fonti speciali alla cui formazione partecipa una Commissione paritetica Stato-autonomia speciale.

Che cosa prevede il referendum di Lombardia e Veneto

Quella che abbiamo appena visto è la realtà che vivono le cinque Regioni (o province autonome, nel caso di Trento e Bolzano) a statuto speciale: Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia. Realtà che, a guardarci bene, non è quella che chiedono i promotori del referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto.

I rispettivi governatori, Roberto Maroni e Luca Zaia, a dire il vero, non citano mai nella domanda posta ai cittadini l’espressione “Regione a statuto speciale”.

Di fatto, sulle schede della Lombardia, la domanda posta è: «Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?», mentre la domanda in Veneto recita: «Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?»

C’è un altro particolare non trascurabile che abbiamo accennato prima: il risultato del referendum non converte automaticamente e di fatto Lombardia e Veneto in Regioni a statuto speciale ma – come del resto recitano i quesiti – autorizza le autorità regionali ad avviare un percorso per ottenere «ulteriori forme e condizioni di autonomia». Quali, nello specifico, verranno stabilite in un secondo momento.

Le due Regioni, peraltro, si appoggiano all’articolo 116 del Titolo V della Costituzione che regola i rapporti tra Stato e autonomie locali citando letteralmente la formula appena citata. Ed è la prima volta che succede in Italia.

Infine, l’esperienza insegna che le attuali Regioni a statuto speciale non hanno le stesse competenze, ma variano a seconda dei propri statuti e del territorio in cui sono collocate. Prendere da loro un riferimento da trasportare a quelle che ora aspirano ad un’autonomia sarebbe una perdita di tempo.

In sostanza: che cosa cambia per i cittadini il 23 ottobre, cioè il giorno dopo il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto? Nulla. Non cambia assolutamente nulla. Cambierà (sempre se vincerà il sì) nel momento in cui si concluderà quella trattativa tra le Regioni e lo Stato per definire i livelli di autonomia. L’esito dovrà essere sottoposto al Parlamento affinché venga approvato da Camera e Senato a maggioranza assoluta. Con i tempi istituzionali che tutti conosciamo.

Posto di lavoro in cambio di voto: quali rischi?

Posted on : 18-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

0

È corruzione elettorale promettere un posto di lavoro in cambio del sostegno al candidato politico.

Un tempo era quasi normale vedere il politico di turno, alla ricerca dei voti per le imminenti elezioni, girare per le campagne vicine alla città e promettere benefici, piaceri e vantaggi di tutti i tipi agli elettori. Questa situazione è tanto degenerata da determinare l’approvazione, nel 1960, di un’apposita legge [1] che, per quanto riguarda le votazioni ai consigli comunali, ha previsto un apposito reato: quello di corruzione elettorale. Il candidato che contratta uno o più voti in cambio di un posto di lavoro o di altri favori rischia il carcere. Ma non solo lui: commette reato anche l’elettore che si lascia convincere; e non importa se la sua condizione è talmente misera da rendere l’offerta irrinunciabile per poter mantenere la propria famiglia. Di tanto ha fatto il punto la Cassazione con una recente sentenza [2].

Nella sentenza in commento la Suprema Corte ricorda che scatta il reato di corruzione elettorale nei confronti del candidato politico che, in cambio del sostegno elettorale e del voto in favore di un candidato alle elezioni del consiglio comunale, promette a un elettore, il quale accetti, l’assunzione propria o di un familiare (ad esempio la moglie). Il reato scatta già all’atto della semplice promessa, al di ò del fatto se poi il politico rispetti il proprio impegno o meno.

Corruzione elettorale: di cosa si tratta?

Vediamo com’è strutturata la norma che punisce la corruzione elettorale.

In cosa consiste il reato

Viene innanzitutto disciplinato il comportamento del politico, ossia di chi chiede il voto. La norma punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065 la richiesta del voto o dell’astensione dal voto. Non basta però la semplice richiesta (altrimenti sarebbe punita anche la pubblicità), ma questa va accompagnata dall’offerta di un favore immediato o da una promessa di un’utilità futura. Si può trattare di qualsiasi prestazione: non è solo il caso di un’assunzione, un’agevolazione a un sussidio, un permesso edilizio, l’assenza di controlli o sanzioni a un illecito; sotto il divieto ricadono anche quei favori simulati come un’indennità pecuniaria data all’elettore per spese di viaggio o di soggiorno o di pagamento di cibi e bevande o rimunerazione sotto pretesto di spese o servizi elettorali.

Viene poi punito anche il comportamento dell’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, accetta offerte o promesse o riceve denaro o altra utilità. La pena è la medesima prevista per il politico: la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065.

I due reati sono autonomi e viaggiano su binari separati. Per cui, ad esempio, ben è possibile punire il politico che faccia l’offerta e non l’elettore che la rifiuti. Per la configurabilità del reato di corruzione elettorale è sufficiente la sola promessa di utilità da parte del corruttore, la quale si atteggia come promessa del fatto del terzo e, conseguentemente, impegna solo chi la effettua.

Quando scatta il reato

Per il politico che chiede il voto, il reato scatta già al momento dell’offerta o della promessa, anche se poi questa non viene mantenuta.

Invece, per l’elettore che dà il voto, il reato scatta al momento dell’accettazione dell’offerta o della promessa o della ricezione del denaro o altra utilità e non è necessario, per la sua integrazione, l’effettivo conseguimento del vantaggio.

La riflessione di oggi

Posted on : 14-09-2017 | By : admin | In : feed, Politica

0

Francesco Gabbani adesso è ufficialmente il candidato italiano nell’impresa di vincere l’Eurofestival 2017. In quanto vincitore ha l’obbligo di fare grande l’Italia nel festival musicale più importante quasi del mondo, visto che oltre all’Europa altri paesi non solo partecipano in alcuni casi pur essendo fuori dall’Europa, ma lo seguono con costanza e con tanta passione. C’è da dire una cosa: sicuramente Gabbani, pur con una canzone orecchiabile, pur con tutto il supporto scenico possibile e pur con tutta la sua energia indiscutibile avrà una super matassa di filo da torcere. Perché se è vero che la scorsa edizione si può dire che ha vinto un voto politico, e in quella prima ha vinto una canzone che pur se bella sotto tanti aspetti è una cavolata ben condita con una accattivante scenografia singola, quest’anno ci si potrà scommettere ma tanti paesi giocheranno la carta dei loro migliori direttori artistici per far studiare una esibizione, più che una interpretazione, che riesca nell’obiettivo di far divertire e votare in questo ordine di apparizione.
Tutti gli in bocca al lupo possibili a Francesco Gabbani, ma ci vorrà sicuramente ben altro per provare, prima di riuscire, a portare a casa l’ambitissimo trofeo e malgrado tutto l’onere e l’onore, più onere indubbiamente che onore, di organizzare il successivo festival.