In Italia può ripetersi la crisi economica della Grecia?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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È fondato il rischio che in Italia si ripeta la crisi greca e che i bancomat dei conti correnti possano chiudere?

Quattro anni fa, la Grecia fu costretta a chiudere d’urgenza tutte le banche. Nei giorni successivi, impose un limite ai prelievi di contanti dai bancomat. Si temeva che il popolo, preoccupato per la crisi economica innescata dal Governo anti europeista di Tsipras, prelevasse tutti i propri risparmi dai propri conti per sottrarli al rischio di un prelievo forzoso dello Stato. Un comportamento di questo tipo però minacciava di portare al fallimento le banche stesse, private d’un tratto della loro liquidità. I greci rimasero per giorni senza soldi; alcune famiglie furono messe in ginocchio. L’eccessivo indebitamento del Paese portò la Bce a rifiutare ulteriori prestiti in favore degli ellenici. Messo alle strette e timoroso di una rivoluzione di piazza, Tsipras fu costretto a piegarsi agli ispettori europei. Risultato: il Paese è stato risanato – seppur con sacrifici di tutti – e ora gode di maggiore affidabilità internazionale rispetto all’Italia.

L’Italia sta vivendo una fase simile. Il nostro debito è fuori controllo e l’Europa sta per ricorrere alla procedura di infrazione. Questo comporterà due conseguenze immediate e automatiche.

La prima: dovremo sborsare 3,5 miliardi. Significa che le nostre manovre finanziarie saranno ancora più rigide.

La seconda: l’Ue non potrà più erogarci aiuti e contributi. I forzieri si chiuderanno e non avremo accesso a tutti quei benefici che, sino ad oggi, hanno tenuto a galla la nostra economia malata (si pensi anche al Q.E. di Draghi).

Dinanzi a una situazione del genere, il nostro Governo non avrà più liquidità per pagare i propri debiti: non ci sono solo quelli con i fornitori della Pubblica Amministrazione – che oggi si vorrebbero liquidare con i mini-bond, ossia con altri debiti – ma anche quelli dei pubblici dipendenti, le pensioni, le invalidità, gli assegni di disoccupazione, lo stesso reddito di cittadinanza.

La situazione è molto simile, dunque, a quella greca seppur originata da ragioni parzialmente diverse.

C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato. Il deficit dello Stato è finanziato principalmente dalle banche che acquistano il debito pubblico, i bot tanto per capirci. Dinanzi però a una situazione del genere, con un indebitamento superiore ai limiti di guardia, gli istituti di credito, temendo di non ottenere la restituzione dei propri investimenti e dinanzi a una forte crisi di liquidità, potrebbero comportarsi allo stesso modo di come si sono comportate le banche greche: chiudere gli sportelli alla propria clientela o comunque imporre un limite ai prelievi (in Grecia, il tetto massimo fu di 60 euro a conto corrente). Il tutto per trattenere dentro i forzieri quella liquidità necessaria per non fallire.

Ultimo punto da considerare. In tutto questo, il nostro Governo, invece di mediare con l’Ue, sta conducendo un pericoloso braccio di ferro. In primo luogo, innalzando l’asticella del ricatto con l’arma dei mini-bot. In secondo luogo, promuovendo una politica opposta a quella consigliata dall’Eurogruppo: non di taglio, ma di spesa. E così si pensa di aumentare il deficit oltre il 3% del pil per finanziare ulteriormente la flat tax, Quota 100 e Rdc.

Conte ha detto che non intende modificare di una virgola i calcoli dell’esecutivo. Parole chiave che, in altri tempi, sarebbero state una dichiarazione di guerra.

Si andrà, dunque, verso la procedura di infrazione e l’indebitamento pubblico crescerà. Dinanzi alla chiusura dei rubinetti europei, sarà ancora più difficile finanziare le manovre che lo Stato vuol condurre, giuste o sbagliate che siano. Ed allora le banche potrebbero tornare a fare una politica restrittiva: ulteriori limiti ai mutui, tassi di interesse più alti, chiusura dei finanziamenti alle imprese.

In tutto questo, sarà meglio conservare un po’ di liquidità a casa, come si faceva una volta.

Tutti gli Stati dell’UE contro l’Italia: infrazione più vicina

Posted on : 15-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Compatto il fronte degli Stati Membri contro il Governo Conte: Salvini in minoranza. L’Italia ha solo qualche giorno di tempo per evitare il commissariamento e l’austerità.

Non c’è solo il Commissario Ue Moscovici e il vicepresidente Valdis Dombrovskis a dare un giudizio negativo contro l’Italia. Secondo le indiscrezioni, gli Stati membri favorevoli alla procedura di infrazione per eccessivo indebitamento sono sempre di più. Del resto, non c’è da meravigliarsi se, fino a qualche giorno fa, nel fare campagna elettorale, Salvini ha attaccato proprio i suoi colleghi europei. Ora, lo stesso Salvini è in minoranza in Consiglio, dove il fronte dei “ultra nazionalisti” è stato sconfitto. 

Nonostante il fronte europeo contro l’Italia si faccia sempre più compatto, Tria rimane ottimista e lancia il suo programma di austerità per i prossimi tre anni. Savona, neo eletto presidente alla Consob sostiene, invece, che si possa fare un debito fino al 200% del Pil grazie ai risparmi degli italiani, che sono consistenti e reggono in piedi la nostra economia. Il presidente Consob ha concluso che «se la fiducia nel paese è solida e la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200% rispetto al pil non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica». Lo stesso Savona rilancia l’idea dei mini-bot. Per lui sono la chiave per toglierci dai problemi: quegli stessi mini-bot che, secondo un’indagine del Corriere, già sei italiani su dieci hanno bocciato.

Il Governo ha circa una settimana di tempo per rispondere ai dubbi della Ue sui conti, portando i nuovi elementi che ha promesso: è quanto emerso al termine della due giorni di riunioni in Lussemburgo. Ma il premier Conte dice no a ulteriori correzioni rispetto a quelle indicate nella sua – seppur molto generica – lettera di risposta dell’altro ieri.

Le pressioni politiche sul governo Conte da parte dei partner europei sono sempre più insistenti: l’Esecutivo è di fatto costretto ad adottare entro «qualche giorno» misure che rimettano in carreggiata i conti pubblici. Il rischio incombente è quello di una procedura per debito eccessivo, una multa da 3,5 miliardi di euro che la Commissione europea potrebbe raccomandare ai ministri delle Finanze nelle prossime settimane. Soldi che dovrebbero poi togliere gli italiani dai propri risparmi. Da parte italiana, per ora la risposta è vaga: si promettono più che altro nuovi dati, mentre Bruxelles chiede nuovi fatti.

I paesi compatti appoggiano la posizione della Commissione Ue. Moscovici: «stiamo in ascolto, la porta per l’Italia resta aperta».  

Proprio ieri «l’Eurogruppo ha ascoltato le proposte della Commissione Ue sull’Italia e sostiene la richiesta di prendere le misure necessarie per rispettare le regole di bilancio»: lo ha detto il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno. E il commissario agli affari economici Pierre Moscovici ringrazia Centeno «per il sostegno espresso alla nostra valutazione» sull’Italia. «Ho presentato all’Eurogruppo i punti principali del pacchetto di primavera della Commissione europea e una valutazione relativa all’Italia. C’è un forte sostegno sulla nostra analisi e sul nostro approccio, continueremo il lavoro di preparazione in linea con la procedura prevista dai trattati che potrebbe portare a una procedura per deficit eccessivo. Siamo pronti a tener conto di qualsiasi nuovo elemento che l’Italia vorrà presentare», ha detto Moscovici in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, che si è concluso ieri. «Stiamo in ascolto, la porta per l’Italia resta aperta e avrò ulteriori scambi con il ministro dell’Economia italiano, Giovanni Tria, stamattina. Tutti devono capire che la procedura in questo momento ci sarà ma stiamo cercando di evitarla anche se dobbiamo essere sicuri che le regole vengano rispettate al 100%», ha spiegato.

Il Consiglio dovrà esprimersi su un’eventuale procedura per debito eccessivo entro il 1° agosto. La prossima riunione dei ministri delle Finanze è prevista per l’8-9 luglio. 

Tria ha detto a Moscovici: «Dobbiamo raggiungere quel deficit che ho indicato (del 2,1-2,2% del prodotto interno lordo, ndr) che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell’obiettivo nel 2018… Non è un problema di nuove misure o no, quello è l’obiettivo, noi pensiamo che lo raggiungiamo senza variazioni legislative».

Come scrive il Sole 24 Ore questa mattina in edicola: «A conti fatti è emerso sostegno alla strategia della Commissione nei confronti dell’Italia. Le pressioni su Roma si sono moltiplicate. Ciò detto, molti governi europei pur angosciati per la stabilità finanziaria dell’euro (oltre a chiedere nuove misure per il 2019, l’establishment comunitario è preoccupato dall’ipotesi di una flat tax nel 2020, tutta da finanziare), guardano con cautela a una procedura per debito eccessivo, temendo di creare un precedente utilizzabile in futuro contro di loro.

Infine, anche l’idea leghista di rimborsare i debiti della Pubblica Amministrazione con titoli di Stato a breve termine, i cosiddetti mini-Bot, è stata accolta negativamente».

Debito pubblico: quale Governo è responsabile?

Posted on : 14-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Cos’è stato fatto negli ultimi 40 anni per evitare l’aumento del deficit? Chi ha interrotto il risanamento? È utile la politica del rigore, odiata dagli italiani?

Come nel calcio, anche nella politica quando si ottiene un risultato positivo il merito è dell’attuale squadra mentre, quando si perdono le partite, la mossa migliore è quella di attaccare gli altri, e non necessariamente l’arbitro. La colpa di ciò che non va bene, insomma, è sempre di qualcuno tranne che di chi oggi gestisce la «cosa pubblica» il quale, poveretto, ha ereditato una «situazione disastrosa» dal precedente Esecutivo. Parlando di debito pubblico, quale Governo è responsabile, allora?

La domanda sorge spontanea, perché attualmente si dà la colpa sia all’arbitro (cioè all’Unione europea, che continua a mostrare cartellini gialli all’Italia e giustifica l’apertura di un’infrazione per troppe ammonizioni) ma si punta il dito anche contro chi finora ha gestito i nostri conti. Se un problema c’è, deve essere stato creato da qualcuno. E sul problema del debito pubblico, il secondo più alto d’Europa ed uno dei più elevati al mondo, quale Governo ha la responsabilità?

La risposta ce la può dare solo la storia più recente degli inquilini che si sono susseguiti a Palazzo Chigi, se per «storia più recente» intendiamo quella relativa agli ultimi 30 anni, se non addirittura degli ultimi 40. Non basta, cioè, fermarsi al Governo precedente, ma bisogna scavare un po’ di più per vedere come si è arrivati a questa situazione, se c’è stato qualche momento in cui qualcuno ha ottenuto un risultato positivo, rovinato da chi gli ha succeduto. Solo così si può avere un’idea di quale Governo è responsabile del debito pubblico.

Debito pubblico: cos’è successo negli anni ‘90

Partiamo con una premessa fondamentale. Per ottenere un rapporto deficit-Pil stabile bisogna avere un avanzo primario sufficientemente elevato al fine di evitare che il tasso di interesse sia superiore a quello di crescita, come accade oggi in Italia. Ed è quell’avanzo che ha impegnato i nostri governi nelle ultime decadi.

Gli anni ’90 si aprirono con una situazione pressoché disastrosa. Negli anni precedenti (negli ’80 governò la Democrazia Cristiana di Forlani, Fanfani, Goria, De Mita e Andreotti, con un breve intervallo del Pri di Spadolini e tre anni del Psi di Craxi), il debito pubblico fu raddoppiato: dal 54,5% del 1974 (presidente del Consiglio, Mariano Rumor) si arrivò a quota 100 nel 1992 e da allora non il debito è sempre stato a tre cifre (più i decimali).

Durante questa decade si fecero degli sforzi notevoli per aumentare l’avanzo primario. Tra il 1991 ed il 1997, con un debito pubblico di oltre il 120%, l’avanzo schizzò da 0 a 6,1% del Pil. A Palazzo Chigi, in quel periodo, sedettero nell’ordine Andreotti (ancora lui), Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini e Prodi. Nel Governo di quest’ultimo, a capo del ministero dell’Economia c’era Ciampi. Fece il possibile per mantenere quel valore attorno al 5% in vista dell’ingresso dell’Italia nella moneta unica.

Debito pubblico: cos’è successo negli anni 2000

Gli sforzi di Ciampi, però, risultarono vani col passare del tempo. Nel 2005 (presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi), l’avanzo primario scese di nuovo a quota zero. Non restava che dare una spinta all’economia aumentando la spesa pubblica.

La risalita arrivò nei due anni successivi, quando Romano Prodi tornò a capo dell’Esecutivo e affidò il ministero dell’Economia a Tommaso Padoa-Schioppa il quale, senza molti scrupoli e con misure piuttosto rigide, portò l’avanzo primario al 3,3%.

La crisi di Governo provocata dalle dimissioni dell’alleato Clemente Mastella e dalla successiva sfiducia del Senato (tristemente famosa la scena di un parlamentare che si riempì la bocca di mortadella in Aula dopo il voto) riportò il Paese a nuove elezioni, vinte ancora una volta da Berlusconi. La poltrona del ministero dell’Economia fu occupata da Giulio Tremonti, il quale decise di seguire la linea del rigore. Purtroppo per lui e per il Paese, però, la crisi economica internazionale travolse l’Italia come il resto dei mercati finanziari ed impedì l’attuazione di una politica di sostegno alla domanda aggregata (il cosiddetto sistema keynesiano). Il debito pubblico era sceso di quasi una ventina di punti ma rimaneva attorno al 100%, tra i valori più alti al mondo. Impossibile, a questo punto, mettere mano al bilancio pubblico per sostenere la domanda.

Debito pubblico: cos’è successo dopo il 2011

Va da sé che, a causa della recessione, l’avanzo primario precipitò sotto lo zero e rese il nostro Paese estremamente vulnerabile. A cascata, nel 2011, l’Italia ricevette il secondo enorme schiaffo dalla crisi che si era scatenata in Europa. Il debito pubblico era destinato ad aumentare.

Proprio in quell’anno, sotto la guida di Berlusconi, ed in quello successivo, quando arrivò a Palazzo Chigi il Governo tecnico di Mario Monti, toccò stringere ancor di più la cinghia. Ciò permise di far salire il bilancio primario al 2,3%.

Il Governi successivi (Letta, Renzi, Gentiloni e oggi Conte) furono condizionati dal malcontento degli italiani, stanchi di vivere sotto il peso del rigore e dell’austerity. Tant’è che, mollando la stretta, l’avanzo primario è sceso all’1,5%. Se negli anni scorsi la procedura europea per eccessivo deficit è stata evitata è stato grazie all’intervento della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi, che ha ridotto i tassi di interesse permettendo di aggiustare positivamente il disavanzo fino al 2% del Pil.

Si torna, dunque alla domanda di partenza: sul debito pubblico, quale Governo è responsabile? Con questi numeri alla mano, si deduce che forse si poteva fare di più all’inizio degli anni 2000 (non ce ne voglia Berlusconi) proseguendo la linea del risanamento iniziata da Ciampi. Anche adesso si rischia di vedere il nemico della politica del rigore ma, se l’Europa avrà ragione, il deficit andrà oltre il 3% pattuito a Bruxelles mentre l’avanzo primario tornerà ai livelli del 1991, cioè a quota zero. Un salto all’indietro di quasi 40 anni.

Ci sarà una manovra bis? Cosa ci aspetta?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Da dove il Governo prenderà i soldi per rispettare i patti con l’Unione europea ed evitare la procedura di indebitamento?

Tra poche ore l’Italia risponderà alla Commissione Ue e spiegherà come intende raddrizzare i propri conti per non subire la maxi multa per lo sforamento del debito pubblico.

Il premier Conte intende fornire rassicurazioni ai partner europei sull’affidabilità della nostra politica. La lettera è ormai pronta e dovrebbe partire entro domani.

Il Commissario Ue, Moscovici, in rappresentanza del Governo europeo, dimostra una certa disponibilità al dialogo ma, tra una parola e l’altra, non perde l’occasione di rappresentare all’Italia le difficoltà che l’attendono per gli anni a venire semmai gli altri Stati membri dovessero approvare la procedura di infrazione.

Salvini e Di Maio ribadiscono che non ci sarà una manovra correttiva. In particolare, Salvini insiste per ottenere la flat tax, la quale richiederà circa 5 miliardi di euro. Il ministro Tria non vuole però che le nuove iniziative leghiste vengano finanziate con un ulteriore innalzamento del debito pubblico, sopra il 3%. Equivarrebbe a tirarsi la zappa sui piedi: la procedura di infrazione sarebbe scontata. Da dove prenderà, quindi, i soldi se non c’è alcuna intenzione di fare una manovra bis?

Innanzitutto, dalla rottamazione delle cartelle esattoriali che, sinora, ha rastrellato più del previsto; tant’è vero che la scadenza è stata prorogata. In più, si vorrebbe estendere la sanatoria anche alle imprese.

Inoltre, la Lega propone di aprire un condono sui soldi in nero depositati in banca nelle cassette di sicurezza, cosa che consentirebbe – a detta del leader del Carroccio – di recuperare ulteriori entrate.

Che l’Italia sia alla disperata caccia di soldi si avverte nell’aria. Soldi che, tuttavia, si vogliono incassare senza alzare le tasse [tradotto in linguaggio spicciolo: senza far arrabbiare gli elettori]. In che modo?

Un primo tentativo sarà quello di tagliare deduzioni e detrazioni fiscali, ivi compreso il bonus Renzi. Il popolo non percepirà il taglio agli sconti come un aumento della tassazione, per quanto invece lo sia.

Il secondo tentativo sarà la riforma degli estimi catastali, che porterà a rivalutare il patrimonio immobiliare e a incassare più con le imposte collegate agli immobili (imposta di registro, catastale, ipotecaria, Imu, Tasi, Tari). Qui, i ministri potranno dire di non introdurre più tasse. Non diranno, probabilmente, che così alzano quelle già esistenti.

L’Iva non aumenterà, tranquillizzano le forze politiche che però hanno intenzione di spostare molti beni che oggi scontano l’aliquota agevolata (al 10%) nel paniere dei beni ad aliquota ordinaria (22%). Anche questo aumento porterà ulteriori entrate.

Sempre in termini di proposte si è pensato a salvare Alitalia con un balzello sulla bolletta della luce da spalmare su tutti gli italiani. Un altro canone che affiancherà quello già pagato allo stesso modo per tenere in piedi la Rai.

Ci sarà poi la svendita del patrimonio immobiliare dello Stato a cui già si sta lavorando. Perderemo beni storici come i greci hanno dovuto vendere il porto del Pireo.

La possibilità di una manovra bis quindi non è ad oggi nei piani del Governo, anche se nulla è scontato. In ogni caso, probabilmente non ci sono neanche i tempi tecnici per l’approvazione. Tra poco si arriva alla pausa estiva e già a partire da fine agosto si inizierà a lavorare sulla nuova Legge di Bilancio, quella che poi decreterà se riceveremo la multa europea o meno. Sperando che in quel mese non faccia troppo caldo: si sa che se il sole dà alla testa, fa danni.

Tria rompe con Salvini

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Alta tensione al vertice di Governo: è scontro tra i politici (Salvini – Di Maio) e tecnici (Tria – Conte). In bilico la flat tax.

Un rapporto sempre teso, un equilibrio sempre precario tra i due noti esponenti di Governo. Il motivo? La flat tax. Questo nodo per i cittadini significa il taglio delle tasse. Da decenni atteso, finora ben poco realizzato.

La Lega di Matteo Salvini lo ritiene irrinunciabile e, ormai, indifferibile: è uno dei punti principali del suo programma di Governo e lui dice: va fatto, non si può più aspettare. Ma bisogna fare i conti con le esigenze di bilancio: anche lo Stato ha bisogno di soldi ed il gettito fiscale che li preleva dalle tasche degli italiani è il modo più facile per assicurarlo.

Il motivo dello scontro di oggi tra Salvini e Tria è proprio questo: il ministro dell’Economia ha messo in guardia sui pericoli che deriverebbero alle casse statali se non arrivassero le somme finora garantite dal gettito fiscale.

Dell’argomento si è discusso nel vertice di governo di ieri, presieduto dal Premier Conte ed al quale hanno partecipato i due vice presidenti del Consiglio Di Maio e Salvini, il ministro dell’Economia Tria ed i suoi sottosegretari.

La diversità di vedute tra Salvini e Tria si è manifestata su un punto preciso: come finanziare la riduzione delle tasse che deriverebbe dall’applicazione della flat tax? Salvini vorrebbe farlo con il deficit di bilancio, cioè aumentando il debito pubblico. Tria si oppone.

Le posizioni rimangono distanti, Salvini abbandona il tavolo della riunione a poco più di un’ora dall’inizio, Tria prosegue i lavori che non può definire senza il suo interlocutore, ma non c’è nessuno scontro aperto tra i due: nessuna dichiarazione o presa di posizione al di fuori dell’ambiente ristretto del tavolo di questa riunione a carattere economico.

Tutto rinviato, insomma, anche se di poche ore: del resto, l’argomento è troppo delicato per farne un motivo di caduta del Governo. Anche perché c’è da preparare la prossima manovra finanziaria dove si dovrà discutere dell’aumento dell’Iva ed anche su questo tema è facile prevedere che Tria e Salvini avranno vedute opposte.

Per prevenire ulteriori scontri, intanto, si è deciso di discutere queste questioni in appositi tavoli tecnici del Governo. 

Intanto, il ministro Tria si è recato a Bruxelles per partecipare ad una riunione europea che servirà a sondare gli umori degli altri Paesi membri dell’Unione sulla procedura di infrazione avanzata nei confronti dell’Italia per il mancato rispetto dei parametri imposti per il deficit pubblico. L’Italia, secondo l’Europa, li avrebbe già superati.

E così il cerchio si chiude con il terzo protagonista dello scontro: non solo Salvini e Tria, ma anche l’Unione Europea, che vorrebbe ancora rigore finanziario e quindi poco indebitamento.

Per conciliare Tria e Salvini e alleviare le differenze di posizioni tra Italia ed Europa, un ruolo importante spetterà nei prossimi giorni al primo ministro Conte, che è già intervenuto con un comunicato della Presidenza del Consiglio dove invita alla fiducia ed al dialogo costruttivo.

I tecnici incaricati dal Governo lavoreranno in questi giorni per vedere come trovare le risorse finanziarie necessarie ad applicare la flat tax voluta da Salvini senza scontentare il ministro dell’Economia Tria che ha l’esigenza di far quadrare i bilanci.

Ed allora il nodo di fondo su cui si giocherà la partita sarà non solo quello sulle tasse, ma anche e soprattutto quello della crescita dell’economia e dei modi per farla ripartire.

Conte e Tria: tagli al Reddito di cittadinanza

Posted on : 11-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Tagli alla spesa per trovare un accordo con l’Ue: la linea prudente sposata dal Presidente del Consiglio e dal ministro dell’Economia, in accordo con Mattarella.

Taglieremo fondi al Reddito di cittadinanza e Quota 100: è questa la sintesi della posizione espressa da Tria nel corso dell’ultimo Consiglio dei ministri. 

Il vertice di ieri notte tra Salvini, Di Maio e Conte ha fatto uscire fuori una terza anima del Governo: quella del Presidente del Consiglio e di Tria che, sposando la linea moderata di Mattarella, vorrebbero evitare una rottura con l’Ue. Conte ha detto di non voler essere ricordato come il primo premier «che porta l’Italia contro il muro della procedura d’infrazione». Invece, i suoi vice non vogliono lasciarlo condurre da solo la partita della trattativa. 

Dinanzi alla “ribellione” di Conte, Di Mario e Salvini hanno trovato l’antica alleanza. Ma solo sulla linea da sposare con l’Ue. Invece, nella politica interna, i due restano ancora divisi. Di Maio vuole spingere sul salario minimo. Salvini, invece, vuole a tutti i costi la flat tax, anche a discapito del debito pubblico. «Il salario minimo lo garantiscono le imprese», ha tagliato corto Salvini. «Come fanno a garantirlo se non si riducono le tasse alle imprese?».

Tria e Conte preferiscono, invece, risanare le finanze per come l’Ue ci ha chiesto. Di qui le affermazioni del ministro dell’Economia, per come riportate stamani da Il Corriere e Il Sole 24 Ore. Tria «punta tutto sull’ufficializzazione nero su bianco della minore spesa per Reddito di cittadinanza e quota 100 come argomento per convincere la Ue.  Minori spese che porterebbero il deficit 2019 intorno a quota 2,1% del Pil e soprattutto che secondo via XX Settembre sarebbero in grado anche di accelerare il percorso di riduzione del disavanzo nei prossimi anni» scrive Il Sole.

Dal Corriere, invece, rimpalla la notizia secondo cui sarebbe Conte a voler ridurre la spesa per il reddito di cittadinanza. Il premier, in asse con il Quirinale e con Giovanni Tria, punta al dialogo con la Ue «per proteggere i risparmi dei cittadini» e ragiona su un obiettivo di deficit al 2%, utilizzando i tre miliardi di risparmi di Quota 100 e Reddito di cittadinanza. Il premier ha spiegato che (per ora) terrà per sé le deleghe del ministero degli Affari Europei, anche perché non è direttamente coinvolto nella trattativa con Bruxelles. «Una linea troppo morbida per i due vice, che non escludono di dover alzare la voce per difendere i loro provvedimenti bandiera» scrive, invece, il Corriere.

Dunque, 3 miliardi in meno per le due misure vessillo di questo Governo. Il che finirebbe per togliere loro gran parte del significato.