La costituzione italiana: cos’è e come funziona

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

0

La gerarchia delle fonti nello Stato italiano: come funziona la Costituzione, quali sono i suoi principi fondamentali e le norme immodificabili. Il testo della Costituzione.

Spesso si citano i suoi articoli, ci si trincera dietro i suoi principi, si invocano le sue garanzie, ma non sempre si sa cos’è veramente, qual è il suo ruolo nell’ordinamento e la forza che può avere nei confronti delle altre leggi, della pubblica amministrazione o dei privati. È la Costituzione italiana: il testo più importante che esista nel nostro Paese, l’architrave della Repubblica, la base su cui poggiano tutte le altre norme. Se si tiene conto che, ad oggi, molte delle leggi che rispettiamo risalgono all’epoca fascista (pensa a tutto il codice civile e a quello penale), la Costituzione è relativamente recente: è entrata in vigore il 1° gennaio 1948 a seguito di approvazione dell’Assemblea costituente riunitasi subito dopo le ceneri della seconda guerra mondiale e il Referendum per la scelta fra repubblica e monarchia (2 giugno 1946). Ma cerchiamo di capire meglio cos’è la Costituzione italiana, a cosa serve, chi la deve osservare e quand’è obbligatoria.

Cos’è la Costituzione?

Prima di parlare nel dettaglio della Costituzione italiana, occupiamoci in generale della Costituzione, del significato di questa parola e di come, nella storia e negli altri Paesi, ha assunto importanza nel tempo.

La Costituzione nasce per arginare i poteri del re, per fissare una cornice entro cui il sovrano potesse decidere. Essa, in buona sostanza, definisce i diritti inviolabili del cittadino e i principi fondamentali dello Stato oltre il quale neanche il regnante può andare. Nelle monarchie passate, non tutti i re vollero concedere una costituzione al proprio popolo poiché essa finiva per limitare le loro prerogative; la Costituzione diventa invece molto più utilizzata nel momento in cui nascono le moderne repubbliche democratiche.

La Costituzione (anche chiamata Carta costituzionale) è quindi la legge fondamentale che fissa l’organizzazione dello Stato, le regole e i principi posti a fondamento dell’intero ordinamento giuridico, che nessuno può violare: né il re, né il parlamento.

Abbiamo usato le parole “legge fondamentale” non a caso: difatti, costituire (da cui deriva Costituzione) significa, anche nel senso comune, fondare, istituire. E non c’è dubbio che la costituzione fonda, istituisce in via definitiva un certo tipo di Stato che solo un nuovo referendum o una rivoluzione potrebbero rimuovere.

Esiste un contenuto tipico della Costituzione?

No: ogni Stato si è dotato della Costituzione che ha preferito. Ci sono stati alcuni Paesi come l’Inghilterra che hanno preferito adottare una Costituzione non scritta che certamente è molto meno garantista di una Costituzione scritta come l’hanno molte altre nazioni.

Non esiste, quindi, una regola che stabilisca il contenuto delle costituzioni, poiché ogni Stato redige questo atto di nascita in piena autonomia e vi scrive ciò che ritiene più importante.

Solitamente tutte le moderne costituzioni contengono norme che tutelano i diritti fondamentali dei cittadini e regolano l’attività dei massimi organi dello Stato.

Si può modificare la Costituzione di uno Stato?

Come abbiamo detto poc’anzi, ci sono alcuni principi fondamentali delle costituzioni che non possono essere modificati se non con una sommossa popolare, ossia eliminando – con la forza o anche con il consenso pacifico – un determinato tipo di Stato. Questo non toglie che tutte le altre norme siano modificabili attraverso però procedure più complicate rispetto a quelle con cui si modificano tutte le altre leggi. Ad esempio, in Italia le norme costituzionali che regolano l’autonomia delle Regioni sono state spesso oggetto di modifica.

Alla luce di ciò viene fatta una differenza tra:

  • costituzioni flessibili: quelle le cui norme possono essere modificate o integrate con una legge ordinaria del Parlamento;
  • costituzioni rigide: quelle le cui norme possono essere modificate o integrate dal Parlamento solo attraverso procedure molto complesse. L’Italia ha una costituzione rigida.

Come funzionano le leggi in Italia

Per capire cos’è la Costituzione italiana e come funziona dobbiamo anticipare un tema molto importante, se non fondamentale, nell’ambito del diritto costituzionale: la cosiddetta “piramide delle fonti”.

Come in un esercito ci sono dei gradi (c’è un generale che sta sopra il colonnello, il tenente e il maggiore e questi ultimi stanno sopra il capitano e il sottotenente, e così via), anche le nostre leggi hanno una gerarchia. Questa gerarchia è chiamata appunto piramide delle fonti e vede al proprio vertice i principi fondamentali della Costituzione (costituita dai primi 12 articoli). Questi non possono essere mai modificati, neanche con un procedimento di revisione della Costituzione stessa.

Nella “graduatoria” di importanza delle fonti del diritto (ossia delle leggi) troviamo, subito dopo i principi fondamentali, tutte le altre norme della Costituzione che, come detto, sono sì rigide ma non perciò immodificabili (lo sono attraverso il meccanismo dell’articolo 138 della Costituzione). Allo stesso livello ci sono le cosiddette leggi costituzionali che sono quelle approvate dal Parlamento ma con lo stesso meccanismo necessario a modificare la costituzione e che, pertanto, assumono una forza particolare.

Seguono poi le norme dell’Unione Europea che abbiamo deciso di rispettare e che, indirettamente, sono richiamate dalla Costituzione. L’articolo 11 infatti consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni alla sovranità nazionale necessarie per assicurare una pacifica coesistenza tra le Nazioni.

Ci sono poi le leggi nazionali che sono quelle approvate dal Parlamento e dal Governo (in quest’ultimo caso si chiamano decreti legge e decreti legislativi).

Secondo le leggi regionali e, infine, i regolamenti ministeriali.

Come funzionano le fonti del diritto? La regola è molto semplice: la legge posta al vertice posta al vertice risulta quella più importante, mentre quelle situate ai piani inferiori devono conformarsi a quelle collocate ai piani superiori. Mai una legge regionale potrebbe derogare a una legge statale, così come mai una legge del Parlamento potrebbe contenere dei principi contrari alla Costituzione. Un decreto ministeriale che regoli e attui una legge non può prevedere dei principi differenti rispetto alla legge stessa. E così via.

Lo schema qui di sotto può illustrare meglio come stanno le cose.

Cos’è la Costituzione italiana?

Detto ciò possiamo già capire cos’è la Costituzione italiana. Si tratta della normativa più importante delle leggi dello Stato italiano, quella che fissa in principi generali di funzionamento del Paese.

Come abbiamo anticipato in apertura, l’Italia ha una sua costituzione, scritta e rigida, dal 1948. Si tratta di una Costituzione di 139 articoli (pochi rispetto al codice civile ma molti rispetto alla media di tante altre leggi) ai quali si aggiungono 18 disposizioni transitorie finali.

La Costituzione italiana è rigida in quanto il procedimento per modificarla è molto più complesso rispetto a quello di qualsiasi altra legge. Tale procedimento viene indicato all’articolo 138 della Costituzione stessa. La nostra Costituzione, quindi, può essere modificata nel tempo, ma solo attraverso procedure particolari che richiedono maggioranze parlamentari significative.

Nella Costituzione sono definiti e regolamentati:

  • i principi fondamentali e inviolabili dello Stato (articoli da 1 a 12). Facciamo qualche esempio. L’Art. 1 regola la forma repubblicana: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’Art. 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». L’Art. 3 regola il principio di uguaglianza: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali (…)». L’Art. 4 stabilisce il diritto al lavoro. L’Art. 5 riconosce l’indivisibilità e l’unicità della Repubblica italiana, ecc.
  • i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini (articoli da 13 a 54). Facciamo qualche esempio. L’Art. 13 stabilisce che la libertà personale è inviolabile; l’art. 14 estende questo principio al domicilio. L’art. 15 stabilisce la segretezza e la libertà della corrispondenza. L’art 16. stabilisce la libertà di movimento e l’art. 17 quella di riunione. L’art. 19 sancisce la libertà di culto, ecc. L’art. 21 – tra i più importanti – stabilisce il diritto di libertà di espressione e di pensiero: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»;
  • l’ordinamento della Repubblica (articolo da 55 a 133). Vengono definiti i funzionamenti e i poteri dei vari organi dello Stato: le Camere (articoli da 55 a 69), il Presidente della Repubblica (articoli da 83 a 91), il Governo (articoli da 92 a 96), la magistratura (articoli da 101 a 1113), la Pubblica Amministrazione (articoli 97 e 98), la Corte Costituzionale (articoli da 134 a 137). Viene definito il procedimento di formazione delle leggi (articoli da 70 a 82). Vengono definite le Regioni, le Province e i Comuni (articoli da 114 a 133).
  • le garanzie costituzionali (articoli da 134 a 137);
  • il procedimento di revisione della Costituzione e di approvazione delle leggi costituzionali (articoli 138 e 139)

Chi deve rispettare la Costituzione italiana?

Anche se può sembrare strano, la Costituzione non si rivolge direttamente ai cittadini italiani, ma al legislatore, ossia al Parlamento e al Governo. Se è vero infatti che la Costituzione nasce per arginare i poteri del re, e che le due Camere e l’esecutivo hanno sostituito il monarca, la Costituzione definisce i limiti delle leggi che questi organi approvano. Questo significa che una legge che vieti agli stranieri i diritti fondamentali dell’uomo sarebbe incostituzionale, ma il titolare di una attività commerciale resta libero di decidere chi far entrare o meno nel suo negozio.

Che succede se una legge viola la Costituzione?

Una legge in contrasto con la costituzione viene definita “incostituzionale”. Ne abbiamo tanti esempi. Ma chi cancella una legge incostituzionale se chi l’ha approvata è anche chi ha il potere di modificarla o revocarla? A questo proposito interviene la Corte Costituzionale. Affinché però questa possa cancellare una legge incostituzionale è necessario che vi sia una causa nella quale tale norma illegittima deve essere approvata. Facciamo un esempio. Viene approvata una legge che vieta di farsi il segno della croce nelle strade pubbliche. Un uomo, colto a fare ugualmente il gesto religioso, viene multato. Fa così opposizione alla sanzione. Il giudice è però tenuto ad applicare la legge – in quanto regolarmente in vigore – e a dargli torto a meno che la Corte Costituzionale dichiari illegittima la norma in questione. Così l’uomo, nel fare ricorso al giudice, chiede che questi rinvii gli atti alla Corte Costituzionale affinché si pronunci sulla legittimità o meno della legge. Una volta che la Consulta avrà dichiarato incostituzionale la disposizione, il giudice non dovrà più applicarla, non solo al caso concreto, ma per sempre. Infatti la legge incostituzionale viene cancellata per sempre dall’ordinamento ed è come se non esistesse più con effetto retroattivo.

Quando la legge entra in vigore?

Posted on : 22-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

0

La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e la vacatio legis: i termini per le leggi del Parlamento, i decreti legge e i decreti legislativi.

Hai appena letto sul giornale che è stata approvata una nuova legge e che, da quando entrerà in vigore, le cose cambieranno per tutti, anche per te. Vuoi quindi capire quanto tempo hai per adeguarti alle novità e comprendere quando le nuove norme diventeranno obbligatorie. In altri termini quando la legge entra in vigore? A prevederlo è la Costituzione; ma in realtà, se anche esiste una regola generale, questa può essere derogata di volta in volta dalla stessa legge, la quale potrebbe prevedere termini più brevi o più lunghi. Non sono rari i casi in cui è necessario far entrare in vigore immediatamente una nuova normativa: succede con quelle di carattere fiscale, che stabiliscono aumenti di imposta. Ad esempio, immaginiamo che venga stabilito un incremento delle tasse sulla benzina; per evitare un accaparramento nei giorni precedenti all’entrata in vigore della legge, il governo prevede l’obbligatorietà della stessa già dal giorno successivo alla sua approvazione. Insomma, ci sono diverse variabili da tenere in considerazione per stabilire quando la legge entra in vigore. Di tanto parleremo in questo articolo in cui ti spiegheremo anche, per filo e per segno, qual è l’iter di promulgazione e pubblicazione della legge.

Chi approva le leggi?

Le leggi vengono approvate di norma dal Parlamento. In realtà esiste un altro organo che ha il potere di emanare leggi: è il Governo. In realtà, i suoi atti vengono chiamati decreti legge e decreti legislativi; nonostante la differenza terminologica, però, essi hanno lo stesso valore e forza di una legge e sono vincolanti per tutti (cambia solo il meccanismo di approvazione). 

Sia per gli atti del Parlamento che per quelli del Governo si pone il problema di comprendere quando entra in vigore la legge. Ma la risposta, come vedremo a breve, può variare.

Cosa succede dopo che una legge è stata approvata dal Parlamento

La legge, una volta approvata dal Parlamento, per entrare in vigore deve essere promulgata e resa pubblica.

La promulgazione è un atto che viene eseguito dal Presidente della Repubblica. Tramite di esso, il Presidente:

  • dichiara che la legge è stata regolarmente approvata da entrambe le Camere;
  • ordina a chiunque spetti di rispettarla e di farla rispettare;
  • dispone l’inserimento del testo originale nella Raccolta Ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. Questo testo farà fede nel caso in cui, nella fase della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, si incorresse in qualche errore di stampa. 

Il Presidente della Repubblica può rifiutarsi di promulgare una legge? In realtà, la Costituzione gli dà questo potere ma con alcune limitazioni. Si stabilisce, infatti, che il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può, con messaggio motivato alle Camere, chiedere una nuova deliberazione. Ma se le due Camere del Parlamento approvano di nuovo la legge, questa deve necessariamente essere promulgata e il Presidente non può più rifiutarsi di farlo [1].

Il fatto che il Presidente sia obbligato a promulgare la legge approvata per la seconda volta dalle Camere può far pensare che il suo ruolo sia del tutto inutile e che questi non sia che un mero esecutore della volontà delle Camere. In realtà non è così. Di certo i Capo dello Stato non ha, come avevano un tempo i sovrani, il potere definitivo di veto, ossia di vietare l’emanazione di una legge che non gradisce. Egli, tuttavia, se lo ritiene necessario, può da solo contrastare una decisione assunta dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo italiano costringendoli a ripetere tutto l’iter legislativo se vogliono veramente che quel testo diventi legge. E questo non è certo un potere di poco conto se si tiene in considerazione i numerosi ostacoli e i tempi che, di solito, si frappongono all’emanazione di una legge. Peraltro, se il Parlamento sta per cessare il proprio mandato potrebbero mancare i tempi tecnici per una seconda approvazione della legge e questa decadrebbe, restando una semplice eredità delle successive Camere. 

In genere, anche per rispetto che si deve alla figura del Presidente della Repubblica, le Camere non hanno mai riapprovato nel medesimo testo la legge non promulgata. Talvolta esse hanno accolto i suggerimenti contenuti nel messaggio di rinvio; altre volte li hanno accolti parzialmente, altre volte ancora hanno rinunciato del tutto ad approvare la legge.

Ma in quali casi il Presidente della Repubblica può rinviare la legge alle Camere? La Costituzione non lo dice. Tuttavia si ritiene che il Presidente, come supremo garante della legalità costituzionale, possa rinviare la legge alle Camere se in essa ravvisa:

  • un palese contrasto con le norme della Costituzione;
  • una chiara idoneità a turbare il corretto funzionamento degli organi costituzionali.

La pubblicazione e l’entrate in vigore della legge del Parlamento

Avvenuta la promulgazione della legge da parte del Presidente della Repubblica, una copia del testo viene inviata alla redazione della Gazzetta Ufficiale della Repubblica, affinché sia pubblicata. Con la pubblicazione della legge inizia a decorrere il periodo della cosiddetta vacatio legis, un termine cioè di 15 giorni oltre i quali la legge entra ufficialmente in vigore. Pertanto, volendo rispondere alla domanda di partenza, ossia quando la legge entra in vigore, si deve rispondere che, per regola generale, la legge entra in vigore dopo 15 giorni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Con la pubblicazione la legge viene resa ufficialmente nota a tutti i cittadini. Sicché questi non possono invocare l’ignoranza del testo e non possono quindi scusarsi nell’ipotesi di sanzioni per la mancata esecuzione delle nuove norme. La legge non ammette ignoranza e l’ignoranza viene esclusa proprio mediante il meccanismo di pubblicazione della legge.

La legge può prevedere un termine di vacatio legis più ampio dei 15 giorni. Non raramente, infatti, ci sono delle norme la cui entrata in vigore viene rinviata di mesi, a volte di anni. Questo per consentire a tutti gli operatori del settore di adeguarsi. Succede molto spesso con le norme di riforma della giustizia o con quelle che ristrutturano interi settori commerciali: la conoscenza anticipata della legge, quando richiede degli adempimenti particolarmente difficoltosi, consente agli interessati di non trovarsi, dall’oggi al domani, con i modificati adempimenti. Peraltro, spesso, la stessa conoscenza della legge implica un periodo di studio e di comprensione per il quale i 15 giorni ordinari potrebbero essere insufficienti. 

Per stabilire quando entra in vigore una legge e se ci sono deroghe ai 15 giorni previsti dalla Costituzione come vacatio legis, bisogna andare a spulciare lo stesso testo della normativa; di solito, infatti, l’ultimo articolo è intitolato «Entrata in vigore» e in esso viene spiegato quando la legge diventa obbligatoria. Se manca questa specificazione è da ritenersi che la legge entra in vigore dopo i consueti 15 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Più raramente è possibile che la legge preveda una vacatio legis inferiore a 15 giorni ma il Parlamento deve spiegare le ragioni dell’urgenza per l’entrata in vigore della legge.

Quando entrano in vigore le leggi del Governo (decreti legge e decreti legislativi)?

Abbiamo anticipato che le leggi approvate dal Governo vengono, in realtà, chiamate decreti legge e decreti legislativi. Leggi sul punto Legge, decreto legge e decreto legislativo: differenze. La differenza tra decreto legge e decreto legislativo sta sinteticamente in questo: 

  • il decreto legislativo viene approvato dal Governo previa approvazione, da parte del Parlamento, di una legge di delega;
  • il decreto legge invece viene approvato dal Governo senza delega del Parlamento, il quale però è chiamato successivamente a “ratificare” l’operato dell’Esecutivo e ad approvarlo ex post.

Quando entrano in vigore i decreti legge

I decreti legge sono provvedimenti provvisori che vengono emessi in stato di urgenza e necessità. Vengono emanati nella forma di decreto del Presidente della Repubblica. 

I decreti legge entrano in vigore il giorno dopo la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Non è quindi prevista alcuna vacatio legis.

Essi hanno una durata massima di 60 giorni. Se entro questo termine il Parlamento non li converte in legge, decadono e non sono più obbligatori.

Quando entrano in vigore i decreti legislativi?

I decreti legislativi invece non sono provvisori come i decreti legge perché sono approvati sulla base di una previa delega del Parlamento. 

I decreti legislativi entrano in vigore dopo la normale vacatio legis di 15 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale salvo che non prevedano un tempo maggiore.