Divorzio: che rischia la moglie che non ha mai voluto lavorare

Posted on : 23-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

0

Casalinga non per scelta condivisa con il marito ma per volontà della donna: quali le ricadute sull’assegno di mantenimento?

Tu e tua moglie siete sposati da qualche anno. Prima del matrimonio lei faceva progetti sul proprio futuro lavorativo: fresca di laurea, ti aveva promesso che avrebbe cercato un’occupazione confacente alla propria preparazione ma che, anche in assenza di questa, si sarebbe accontentata di qualsiasi offerta. In questo modo avrebbe contribuito al ménage familiare. Cosa che però non è mai avvenuta. Al contrario è rimasta sempre a casa, crogiolandosi col fatto che il tuo stipendio è già sufficiente a mantenervi. Indossate le pantofole, insomma, non le ha più tolte. Ora ti chiedi cosa succederebbe se tu e lei un giorno doveste separarvi. Il colmo sarebbe doverle pagare anche l’assegno di mantenimento perché disoccupata. Disoccupata non certo per tua volontà che più volte le hai detto che un lavoro non si trova dal divano ma inviando curricula o studiando per un concorso. Insomma, se lei ha fatto la casalinga non si tratta di una scelta condivisa. Non hai alcuna intenzione di rompere il matrimonio per il momento, tuttavia ti chiedi ugualmente che rischia la moglie che non ha mai voluto lavorare, in caso di divorzio.

Purtroppo, per quanto arretrato possa sembrare, non sono poche le famiglie dove le donne scelgono di badare alla casa e fare le casalinghe più per opportunità che non per una scelta condivisa con il marito. Il ruolo di madre, beninteso, è sacro e sicuramente più nobile di qualsiasi altro impegno; ne è consapevole anche la legge che lo tutela e lo antepone anche ai diritti dell’eventuale datore di lavoro. Ma proprio perché la maternità è tutelata in tutte le sue forme non dovrebbero più esserci pregiudizi nello svolgere il doppio ruolo di madre e di dipendente o professionista.

Non è, tuttavia, nostro interesse entrare in questa sede in discussioni di carattere sociale che, peraltro, possono risentire dei tempi, dei luoghi, delle condizioni economiche e sociali delle famiglie. Ciò che ci interessa è verificare cosa dice la legge in caso di divorzio e cosa rischia la moglie che non ha mai voluto lavorare.

La soluzione è in un piccolo inciso spesso ripetuto dalla giurisprudenza della Cassazione e, di recente, enfatizzato dalle Sezioni Unite in una pronuncia di luglio 2018 [1].

Al momento del divorzio il giudice deve prima decidere se assegnare o meno all’ex moglie l’assegno di mantenimento (in realtà si chiama assegno divorzile). Dopo aver fatto questa valutazione passa poi a definirne l’ammontare concreto secondo alcuni parametri stabiliti in parte dalla legge e in parte dai precedenti giurisprudenziali (leggi Calcolo dell’assegno di mantenimento).

Per tutelarsi l’uomo dovrebbe registrare i litigi in casa

Nel caso della donna disoccupata, secondo la Cassazione, intanto le spetta il mantenimento in quanto non sia più giovane e capace di procurarsi da sola un’altra occupazione. Visto che la durata del matrimonio è uno degli indici che influiscono sull’ammontare del mantenimento, possiamo ben dire che in un matrimonio durato pochi anni, dove entrambi i coniugi non superano 35 anni, ben difficilmente la donna – seppur senza lavoro – potrà sperare di ottenere gli alimenti. La donna casalinga giovane è ancora capace, in teoria, di rendersi autonoma e autosufficiente. A meno che non dimostri, nella causa di divorzio, di essersi data animo nel cercare un posto, ad esempio inviando il curriculum o iscrivendosi alle liste di collocamento.

Diverso è il discorso per la donna casalinga che ha superato i 50 anni di età. Qui gli indizi sono invece contro il marito. Si presume infatti che la moglie abbia rinunciato a un impiego solo per favorire l’uomo. Con il suo lavoro domestico ha consentito a quest’ultimo di “spingere l’acceleratore” sulla propria carriera.

Ecco che allora il giudice deve valutare il ruolo che ha avuto la donna nell’incremento del patrimonio familiare. In buona sostanza, se la moglie ha fatto la casalinga, pur non portando soldi a casa ha ugualmente contribuito alla ricchezza del marito: non tanto evitando che questi spendesse soldi in baby sitter e domestiche quanto garantendogli di potersi dedicare al lavoro e alla carriera. Insomma, se l’uomo ha uno stipendio più alto è perché ha potuto fare gli straordinari, perché non è stato costretto a un part time per accudire i figli nel pomeriggio, perché ha potuto spendere gran parte della giornata sulla propria attività.

C’è però un inciso molto importante e di cui tenere conto. Il giudice, nel momento in cui valuta il «contributo fornito dalla moglie al patrimonio familiare» (ossia per quanto tempo ha fatto la casalinga rinunciando al proprio guadagno) deve anche verificare se tale circostanza è il frutto di una scelta condivisa tra i coniugi. In questo inciso c’è la spiegazione al problema legale dal quale siamo partiti. Se infatti l’uomo dovesse riuscire a dimostrare nel corso del processo – ma la prova è tutt’altro che facile – che la propria moglie non ha mai voluto trovare un impiego nonostante le sollecitazioni ricevute dal coniuge, per lei il mantenimento sarebbe a rischio. Si aprirebbe cioè la porta ad una valutazione di non meritevolezza dell’assegno.

La prova – lo ribadiamo – è tutt’altro che facile. Non certo l’uomo invierà una raccomandata di diffida alla donna, né chiamerà testimoni che ascoltino la lite familiare ove lui la spinge a cercarsi un lavoro. Sono fatti riservati, che si consumano nell’intimità dell’abitazione. E in assenza di prove è come se nulla fosse avvenuto.

Se il marito fosse previdente, dovrebbe registrare ogni conversazione intrattenuta con la moglie su questo tema. Un comportamento quasi maniacale ma che forse gli garantirebbe qualche margine di vittoria.

Infortunio sul lavoro e indennità: come e quando ottenerla

Posted on : 21-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

0

Ho 44 anni e lavoro da più di 20 anni ma vengo spesso spostato di sede con liquidazione e assunzione successiva, sempre con contratto a tempo indeterminato. Nella sede in cui lavoro dal 2012 non ho mai fatto assenze, ma lo scorso gennaio mi sono operato al piede e ho preso 30 giorni di malattia. Tornato presto dalla riabilitazione, un mese fa mi si è rotto il tendine. Avrei bisogno di almeno altri 4 mesi dall’ intervento. Quanti giorni di malattia ho ancora? Posso chiedere eventualmente aspettativa per malattia? Sono tenuti a darmela, se non ho i giorni di malattia?

Per rispondere al quesito posto occorre innanzitutto osservare cosa prevede il CCNL Terziario “Commercio-Confcommercio” (probabilmente applicato al lettore) in tema di infortunio del lavoratore.

Le aziende sono tenute ad assicurare presso l’INAIL contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il personale dipendente soggetto all’obbligo assicurativo secondo le vigenti norme legislative e regolamentari.

Il lavoratore deve dare immediata notizia di qualsiasi infortunio, anche di lieve entità, al proprio datore di lavoro; quando il lavoratore abbia trascurato di ottemperare all’obbligo predetto e il datore di lavoro, non essendo venuto altrimenti a conoscenza dell’infortunio, non abbia potuto inoltrare la prescritta denuncia all’INAIL, il datore di lavoro resta esonerato da ogni e qualsiasi responsabilità derivante dal ritardo stesso.

A decorrere dal primo giorno successivo a quello dell’infortunio, verrà corrisposta dal datore di lavoro al lavoratore non apprendista, assente per inabilità temporanea assoluta derivante da infortunio sul lavoro, una integrazione dell’indennità corrisposta dall’INAIL fino a raggiungere complessivamente le seguenti misure:

– 60% (sessanta per cento) per i primi tre giorni (periodo di carenza);

– 90% (novanta per cento), per i giorni dal 5° al 20°;

– 100% (cento per cento) per i giorni dal 21° in poi della retribuzione giornaliera netta cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di anticipare l’indennità erogata dall’INAIL e di integrarla fino al raggiungimento del 100% della retribuzione.

Da notare che l’indennità a carico del datore di lavoro non è dovuta se l’INAIL non corrisponde per qualsiasi motivo l’indennità prevista dalla legge.

Non esistono limiti alla durata dell’indennità erogata dall’INAIL. L’istituto assicura l’indennità fino alla stabilizzazione delle condizioni di salute del lavoratore. Sul punto, però, è importante prestare attenzione alla limitazione del diritto alla conservazione del posto di lavoro stabilita dal CCNL e chiamata “periodo di comporto”: nel contratto del Commercio è di 180 giorni in un anno solare.

Dunque fino a 180 giorni è tutelato dal periodo di comporto, terminato tale periodo può chiede al datore di lavoro del lettore “l’aspettativa non retribuita”, che ha una durata di 120 giorni. L’aspettativa spetta fino alla cessazione della corresponsione dell’indennità di inabilità temporanea da parte dell’INAIL, a condizione che siano esibiti regolari certificati medici ed idonea documentazione comprovante il permanere dello stato di inabilità temporanea assoluta.

I lavoratori che intendano beneficiare del periodo di aspettativa di cui ai precedenti commi dovranno presentare richiesta a mezzo raccomandata A/R prima della scadenza del 180° giorno di assenza per infortunio e firmare espressa accettazione della suddetta condizione.

Il datore di lavoro darà riscontro alla richiesta, che potrebbe rifiutare dimostrando l’esistenza di seri motivi che ne impediscano la concessione.

Al termine del periodo di aspettativa è possibile fruire delle ferie residue maturate. Se perdura l’infortunio, il datore di lavoro potrà procedere alla risoluzione del rapporto.

Articolo tratto dalla consulenza resa daldott. Daniele Bonaddio