Quanto Mi Costa un Dipendente?

Posted on : 22-04-2018 | By : admin | In : Economia, feed, Lavoro

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Quanto Mi Costa un Dipendente?- Uno degli ostacoli alle assunzioni in Italia è certamente rappresentato dal costo di un Dipendente per le aziende: tra accantonamenti Tfr, contributi e tasse, il Costo per l’azienda è più che doppio di quanto il Dipendente stesso percepisca.

Esistono anche altri motivi, certamente ma il Job Act ha ridotto i vincoli per le aziende introducendo anche incentivi per le assunzioni ma una volta decadute tali agevolazioni, le assunzioni sono tornate a calare sensibilmente.

Ma Quanto Mi Costa un Dipendente? Lo andiamo a vedere.

Cosa è il Costo del Lavoro?

Nel considerare il costo del lavoro complessivo non si può tenere conto unicamente del costo del Dipendente in quanto tale ma anche di molti altri fattori che incidono: il costo delle attrezzature, degli strumenti di cui dotare il lavoratore affinché possa svolgere il suo lavoro, il costo dei locali, delle utenze, del riscaldamento eccetera.

Tutte queste sono voci che, insieme, danno il costo del lavoro, ossia il costo che l’azienda deve affrontare per realizzare il lavoro, escluse le materia prime.

Si sa, ad esempio, che il costo dell’energia in Italia, soprattutto per le Imprese, è decisamente superiore che all’estero, andando ad incidere sensibilmente sulla competitività aumentando i costi oltre a quelli che sono, per questa voce di spesa, i medesimi per la concorrenza estera.

Quanto Mi Costa un Dipendente?

Secondo dati Istat, quindi ufficiali, il costo medio di un dipendente per le imprese italiane è pari a quasi 31 mila Euro all’anno, contro un reddito realmente percepito dal lavoratore di circa 15.500 Euro.

E’ evidente che un datore di lavoro, con un tale livello di costi, ci pensi anche più di due volte prima di assumere una persona, preferendo di gran lunga giocare sugli strumenti di flessibilità esistenti nella gestione aziendale, come, ad esempio, il ricorso agli straordinari.

Questa differenza è il cosiddetto Cuneo Fiscale di cui certamente avrai sentito parlare.

Un po’ tutti i Governi di qualunque colore hanno in qualche modo posto l’attenzione su questo, proponendosi di ridurre il cuneo fiscale ma ben poco è stato fatto, anche per la cronica difficoltà economica del nostro Paese.

Ridurre il cuneo fiscale significa in qualche modo ridurre le contribuzioni aziendali e l’introito per lo Stato e questo l’Italia ancora non se lo può permettere.

 

Come sono suddivisi i costi?

Il cuneo fiscale ammonta al 46,7% di media, suddivisi come segue:

  • il 25,6% è devoluto per i contributi sociali a carico dell’azienda
  • il 21,1% resta a carico del lavoratore

Esula dal tema di questo articolo ma è bene anche vedere cosa è per i lavoratori autonomi, con un reddito medio certificato dall’Istat pari a circa 23.500 Euro in cui il reddito netto rappresenta il 69,3% di tale cifra ma se si considera anche l’Irap, la percentuale che si ottiene in termini di imposte sul reddito da lavoro autonomo sale al 14,3% mentre i contributi sociali rappresentano il 16,4%.

Quanto realmente percepiscono i lavoratori?

Finora abbiamo fatto riferimento ai redditi medi ma in realtà, i dipendenti italiani, quanto percepiscono o meglio, qual è la distribuzione per fasce di reddito? Secondo l’Istat la distribuzione dei redditi suddivisi in fasce è:

  • I redditi lordi compresi tra 10 mila e 30 mila Euro sono il 54% del totale
  • la fascia al di sotto dei 19 mila Euro risulta essere pari al 25,8%
  • il 17,6% percepisce un reddito tra 30 mila e 70 mila
  • solo il 2,4% supera la soglia dei 70 mila Euro.

Differenze sensibili ci sono anche nella distribuzione geografica con redditi inferiori al Sud Italia, riducendo anche il carico fiscale, ovviamente, seguito poi in crescendo rispettivamente al Nord Est, al Centro e infine al Nord Ovest dove il carico fiscale per le famiglie corrisponde, in media al 21%.

Analizzando i dati di confronto tra il 2011 e il 2012, si nota che l’aliquota media fiscale è aumentata dal 17,9% al 18,3%.

E’ evidente , nel complesso, che il costo di un dipendente per le Imprese è poco sostenibile mentre anche i lavoratori sono pesantemente colpiti dal carico fiscale, percependo uno stipendio decisamente inferiore a quanto potrebbe essere riducendo il cuneo fiscale.

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Quanto Mi Costa una Badante?

Posted on : 20-04-2018 | By : admin | In : Economia, feed, Lavoro

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Quanto Mi Costa una Badante?- La popolazione italiana, con il calo delle nascite, vede l’età media in deciso aumento, anche grazie ai progressi della medicina che consente l’allungamento della vita ma una vita più lunga non significa automaticamente vivere bene, per cui ecco che se da un lato si vive di più, dall’altra gli acciacchi e le malattie che insorgono, spesso invalidanti, pongono la necessità per le persone di avere una maggiore assistenza, spesso una badante.

Ma Quanto Mi Costa una Badante?

Quali soluzioni per gli anziani

Al momento attuale gli italiani over 75 rappresentano l’11% della popolazione italiana ma la prospettiva di invecchiamento della popolazione porterà, secondo stime attendibili, al 23% entro il 2050 le persone della stessa età.

Questo si tradurrà inevitabilmente in un maggior bisogno di assistenza alle persone, anche per via dell’incremento di malattie degenerative, in primis quelle cerebrali che richiedono assolutamente un’assistenza alle persone che saranno sempre di meno autosufficienti.

Nelle famiglie italiane c’è sempre meno la possibilità di provvedere all’anziano in famiglia, quindi quali risorse restano al fine di dare adeguata assistenza agli anziani?

Restano le Residenze per anziani e le badanti.

La prima soluzione è una scelta obbligata se le condizioni della persona richiedono una presenza continua di personale specializzato, infermieri e medici ma sradicare una persona anziana dal suo ambiente, le sue cose, le sua abitudini quotidiane è assolutamente negativo per la persona stessa quindi qualora sia possibile la miglior scelta è optare per una badante che possa dedicarsi alla persona nel rispetto del suo ambiente e delle sue abitudini.

Quanto Mi Costa una Badante?

Secondo una recente ricerca, il 61% delle badanti che operano in Italia sono donne originarie dell’est Europa ma si è anche assistito, negli ultimi anni, ad un aumento di badanti italiane.

Purtroppo occorre anche registrare un notevole volume di lavoro in nero in questo settore.

Il motivo per cui sussiste il fenomeno del lavoro in nero, pur esecrabile in se, è da ricercarsi certamente nel peso fiscale e contributivo relativo alla retribuzione della badante, tanto che da un’analisi di Domina, soltanto l’8% dei pensionati sarebbe in grado di assumere con regolare contratto una badante.

Il costo della badante

Una badante convivente ha un costo complessivo di circa 1300 euro mensili così suddivisi:

  • circa 965 euro di stipendio mensile
  • Contributi INAIL e INPS per un peso di circa 183 Euro mensili
  • Rateo Ferie di circa 81 Euro e altrettanto di Tredicesima.

In questa ipotesi, sia le ferie che la tredicesima sono corrisposte su base mensile, il che significa che a dicembre non dovrà essere corrisposta la tredicesima in quanto spalmata sulle retribuzioni mensili e lo stesso dicasi per le ferie della Badante.

Naturalmente occorre accantonare la somma dovuta a titolo di Tfr pari a circa 900 Euro per ciascun anno di servizio e suddiviso per ratei mensili secondo mesi di servizio prestati nell’anno fino al termine del rapporto.

La scelta della badante è sempre da preferire a meno che non vi siano condizioni dell’anziano incompatibili con la permanenza a casa sua, in quanto una buona badante può certamente consentire alla persona una qualità di vita ed una tranquillità che in una Residenza per Anziani, per quando di alta qualità, non potrebbe avere.

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Reddito di Cittadinanza: Pro e Contro

Posted on : 02-04-2018 | By : admin | In : Economia, feed, Lavoro

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Reddito di Cittadinanza: Pro e Contro – In Italia esiste un certo dibattito circa un progetto del Movimento 5 Stelle che in realtà è il suo cavallo di battaglia: Il Reddito di Cittadinanza. I

l dibattito verte fondamentalmente su due punti riguardanti tale progetto: il costo che secondo alcune forze politiche sarebbe insostenibile per lo Stato italiano e una questione di opportunità sociale legata anche all’equità rispetto a chi lavora. Ma andiamo per ordine cercando di capire meglio le tesi opposte. 

Reddito di Cittadinanza

Cosa è il Reddito di Cittadinanza?

Va immediatamente detto che il Reddito di Cittadinanza non esiste in Italia se non nei progetti politici del Movimento 5 Stelle che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia da anni e particolarmente nell’ultima campagna elettorale culminata con le elezioni politiche del 4 marzo.

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Il Reddito di cittadinanza è, di fatto, un progetto politico, una proposta e per il momento solo tale, che si propone di dare ai cittadini italiani senza un lavoro o con un lavoro che produce un reddito al di sotto della soglia di povertà, un reddito che consenta di vivere almeno in condizioni minime.

Il reddito di Cittadinanza fino a questo momento non raccoglie molti consensi tra le altre forze politiche che oppongono soprattutto motivi di irrealizzabilità dal punto di vista economico, ritenendo che il costo sia superiore a quanto il Paese si può permettere ma anche perché in molti ritengono che percepire tale reddito sia un disincentivo al lavoro, possa essere un modo affinché chi è disoccupato non cerchi nemmeno più il lavoro e chi lo ha, magari a part time, lo lasci trovando più comodo percepire il Reddito di Cittadinanza senza fare nulla piuttosto che guadagnarsi i soldi lavorando.

Reddito di Cittadinanza: Opposizione dei Lavoratori

All’indomani dell’esito delle elezioni, soprattutto nel Sud Italia c’è stato l’assalto ai Caf e ai Patronati per fare domanda di Reddito di Cittadinanza, pensando che il fatto che il Movimento 5 Stelle si sia affermato come primo partito italiano fosse già la condizione per far partire il Reddito di Cittadinanza. Molte migliaia di persone saranno rimaste deluse e molte lo resteranno anche in futuro, si starà a vedere.

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Molti lavoratori oppongono al Reddito di Cittadinanza l’obiezione che chi lavora fa sacrifici e fatica e si accolla tutta una serie di costi e problemi soprattutto relativi ai figli, l’asilo nido, Baby Sitter, affidamento a Nonni e parenti durante la giornata, insomma un’organizzazione complessa per portare a casa alla fine del mese poco più di quanto avrebbe chi si mettesse nella condizione di percepire il Reddito di Cittadinanza facendo assolutamente nulla. Si ritiene, da parte di questi oppositori che si accenderebbe una ingiustificabile disparità sociale.

Reddito di Cittadinanza in Finlandia

Nel 2016  la Finlandia ha introdotto in via sperimentale un reddito di cittadinanza, un’erogazione per tutti i cittadini finlandesi poco superiore a 500 Euro al mese ma totalmente sganciata dallo stato lavorativo. In pratica, per il solo fatto di essere finlandese, ogni cittadino percepisce tale somma. Parliamo di poco più di 500 Euro, quindi una somma che non consente di vivere solo con tale erogazione, per cui le persone sono comunque incentivate a trovare un lavoro con la certezza che anche trovandolo l’erogazione continua comunque.

Per lo Stato finlandese che ha una popolazione molto limitata numericamente, questo è un impegno di 20 milioni all’anno, in Italia sarebbe decisamente più pesante, secondo molti, appunto, non sostenibile.

Vantaggi Reddito di Cittadinanza

I Pro del Reddito di Cittadinanza

Il Reddito di Cittadinanza, secondo i sostenitori, avrebbe diversi vantaggi:

  • Ridurrebbe la povertà
  • Faciliterebbe la realizzazione di progetti lavorativi personali consentendo di svolgere un lavoro desiderato, senza la costrizione di svolgere lavori non graditi.
  • Consentire un maggiore potere contrattuale nella ricerca di lavoro
  • Ridurre l’esclusione sociale
  • Aumenterebbe la stabilità e la sicurezza sociale.

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Svantaggi Reddito di Cittadinanza

I Contro del Reddito di Cittadinanza

Diverse forze politiche, come detto, sono contro questo progetto, tra queste la Lega che ha assunto posizioni nettamente contrarie sostenendo che la via giusta è creare il lavoro e far sì che le persone possano guadagnasi un reddito dignitoso. Le principali motivazioni, a parte la sostenibilità economica, contro il Reddito di Cittadinanza sono:

  • Il Rischio di creare diseguaglianze e iniquità sociali
  • Metterebbe a rischio il Welfare
  • Favorirebbe la disoccupazione colpendo indirettamente anche il settore previdenziale pubblico
  • Indebolirebbe l’inserimento lavorativo delle donne che sarebbero maggiormente indotte a lasciare il mondo lavorativo per ritirarsi in casa con i figli.

In ogni caso il Reddito di Cittadinanza resta per ora soltanto il progetto di quello che è risultato il partito italiano più votato, che non è poco ma non basta per mettere in pratica tale progetto.

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Legge 104: quando spetta l’esonero dai turni di lavoro notturni

Posted on : 27-03-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Sono un dirigente medico e usufruisco dei permessi della legge 104 per assistere mia madre disabile. Svolgo tre turni notturni al mese ma ho chiesto l’esonero da questi turni che mi è stato negato perché faccio meno di 80 turni notturni l’anno (circa 40 notti all’anno). Ho diritto all’esonero? Quando svolgo il turno notturno sono di guardia e sono sola quindi, se mia madre dovesse stare male, non posso raggiungerla con urgenza perché devo prima trovare chi può sostituirmi in ospedale.  

La lettrice ha diritto all’esonero.

L’esonero dai turni e le modalità per usufruire dei permessi ex L.104/92 sono regolamentati dagli artt. 42 e 53 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 e del Decreto Legislativo 23 aprile 2003, n. 115.

Nello specifico, l’art. 53 letteralmente recita «non sono altresì obbligati a prestare lavoro notturno la lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni». Nessun riferimento è fatto allo stato di gravità o meno dell’assistito.

Il lavoratore o la lavoratrice che abbiano a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 104/92 per prestargli assistenza in prima persona, pertanto, non è obbligato a prestare lavoro notturno, compresi eventuali turni di reperibilità o di pronta disponibilità, equiparati al lavoro notturno.

Va ricordato, poi, che i requisiti di continuità ed esclusività dell’assistenza, un tempo essenziali per accedere al beneficio dei permessi 104/92 per prestare assistenza al familiare con grave disabilità, successivamente variati nei termini di sistematicità e di adeguatezza dell’assistenza, sono stati eliminati dalla legge 183/2010.

Come ha ricordato l’I.n.p.s. (circolare n. 90/2007), va adottato il principio secondo cui «tale assistenza non debba essere necessariamente quotidiana, purché assuma i caratteri della sistematicità e dell’adeguatezza rispetto alle concrete esigenze della persona con disabilità in situazione di gravità».

Ed infatti, scopo dei permessi e delle agevolazioni concesse dalla legge 104/92 è anche quello di consentire a coloro che hanno a carico un soggetto disabile di ricevere il giusto riposo per far fronte alla gravosa situazione. Pertanto, non occorre che la lettrice assista sua madre anche di notte, poiché il riposo serve al familiare per recuperare le energie per accudire al meglio il disabile.

Il diritto di esonero dal lavoro notturno (per tale intendendosi l’arco temporale di almeno sette ore consecutive di lavoro che comprendono l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino: ad esempio da mezzanotte alle sette o dalle dieci alle cinque), poiché previsto direttamente dalla legge, non può essere derogato né dalla contrattazione collettiva né da accordi individuali tra lavoratore e datore.

In pratica, la lettrice ha pienamente diritto all’esonero dai turni di notte.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva