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Lavoro | KYK.it
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Pensione in anticipo: le alternative a Quota 100

Posted on : 24-02-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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La misura voluta dalla Lega è in scadenza a dicembre, non è stata rifinanziata e non sarà rinnovata. Ma smettere di lavorare prima del tempo è possibile.

Quota 100 non è la sola strada per andare in pensione in anticipo. Anche se il provvedimento-bandiera della Lega, ai tempi del Governo gialloverde, non vedrà nuovamente la luce nel 2022 e in attesa di misure che la sostituiscano, ci sono comunque altre possibilità per lasciare il lavoro prima del tempo.

Ne dà conto il Corriere della Sera, in un approfondimento pubblicato oggi a cura di Leonardo Comegna, di cui questo portale offre una sintesi.

Opzione donna

Una di queste vie verso la pensione anticipata è l’Opzione donna, di cui l’ultima Legge di Bilancio ha confermato la proroga per tutto il 2021. Prevede che una donna lavoratrice possa andare in pensione a 58 anni (59 per le autonome) con almeno 35 anni di contributi.

«Bisogna però accettare il calcolo della rendita con il metodo contributivo – precisa il CorrSera -, decisamente meno vantaggioso di quello retributivo. La scelta è parecchio penalizzante, perché il contributivo genera spesso una importante riduzione dell’assegno, intorno al 20-30%. Riduzione che rimarrà poi per tutta la vita».

L’entità della decurtazione dipende da una serie di variabili, come l’età della donna e il suo percorso professionale, specie in termini di precocità e consistenza (alta) dello stipendio già nei primi anni di attività.

Inoltre chi vuole beneficiare dell’Opzione donna deve mettersi l’anima in pace e aspettare per l’incasso dell’assegno. L’attesa – che in gergo tecnico è ciò che si chiama «finestra» – va da un anno (per chi ha un rapporto di lavoro subordinato), a 18 mesi (per le lavoratrici autonome).

Ape Sociale

Era in scadenza il 31 dicembre 2020, ma è stato prorogato: è l’Ape Sociale. Si tratta di un sussidio, più che di una via alla pensione anticipata. La pensione è anticipata nel senso che viene erogato dall’Inps un assegno con importo pari a quella che sarà la pensione del lavoratore quando potrà andarci.

Ne ha diritto chi chiede di andare in pensione a 63 anni ed è in condizioni svantaggiate. L’indennità viene percepita finché non si raggiunge l’età prevista per la pensione di vecchiaia o finché non si maturano i requisiti per la pensione anticipata. Non può superare i 1.500 euro.

Per ottenere l’Ape Sociale bisogna che il lavoratore versi in almeno una delle seguenti condizioni:

  • abbia almeno 36 anni di contributi;
  • abbia almeno trent’anni di contributi e una riduzione della capacità lavorativa, al momento della richiesta, pari al 74%;
  • abbia almeno trent’anni di contributi assista, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, un parente di primo grado convivente o il coniuge con grave handicap;
  • lavoratore dipendente con mansione difficile e rischiosa (deve svolgerla da almeno 6 anni negli ultimi 7, o da almeno 7 anni negli ultimi 10).

Ex anzianità

Un altro tipo di trattamento pensionistico che può intervenire prima del tempo è la pensione anticipata che, dal primo gennaio 2012, ha sostituito la cosiddetta pensione di anzianità, introdotta per la prima volta nel 1969. Possono accedervi i lavoratori che hanno maturato:

  • 42 anni e 10 mesi di contribuiti (per gli uomini);
  • 41 anni e 10 mesi di contributi (per le donne).

Ma va sempre tenuta in considerazione la «finestra», cioè il periodo di attesa per intascare materialmente l’assegno. Va dai tre mesi ai sei mesi (per i dipendenti pubblici) dopo la maturazione dei requisiti.

Particolari categorie di lavoratori

Per alcuni lavoratori la pensione può arrivare prima in relazione a caratteristiche specifiche del loro impiego o del loro percorso professionale. Rientrano in questa casistica:

  • i lavoratori precoci: 41 anni di contributi e almeno 12 mesi di lavoro effettivo prima dei 19 anni di età. Non conta l’età anagrafica al momento del raggiungimento della soglia contributiva, ma deve trattarsi di profili meritevoli di tutela e cioè, come elenca il CorrSera,«disoccupati a seguito di licenziamento con esaurimento degli ammortizzatori sociali da almeno 3 mesi, invalidi civili con una invalidità non inferiore al 74%, soggetti che assistono familiari disabili»;
  • attività gravose e usuranti: 41 anni di contributi e una specifica mansione qualificata come usurante: l’elenco delle professionalità che vi rientrano può essere consultato sul sito dell’Inps. Non conta l’età anagrafica;
  • attività faticose e pesanti: l’elenco è contenuto in un decreto del ministero del Lavoro del 1999 [1]. I lavoratori dipendenti devono avere 35 anni di contributi e 61 anni e 7 mesi di età anagrafica (quota 97,6). I lavoratori autonomi 35 anni di contributi e 62 anni e 7 mesi d’età anagrafica (quota 98,6);
  • esodati: chi, dal primo gennaio 2021, non è potuto andare in pensione per effetto della riforma Fornero, può beneficiare della salvaguardia pensionistica, rivolta a 2.400 persone al massimo che avrebbero maturato i requisiti entro il 6 gennaio 2022. La domanda va fatta entro il 2 marzo 2021.
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Quante ore si può lavorare per legge?

Posted on : 24-02-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Orario di lavoro: il tempo massimo oltre i quali scatta lo straordinario e i limiti allo stesso straordinario. 

Quante ore si può lavorare per legge? Di solito si risponde 40 ore. Ma non è così. Si può lavorare anche più di 40 ore a patto di considerare le ulteriori ore come lavoro straordinario. Il nostro ordinamento fissa però un tetto massimo anche allo straordinario, al fine di garantire al dipendente il giusto riposo, necessario per il reintegro delle energie psico-fisiche. 

Dunque, per sapere quante ore si può lavorare per legge bisogna conoscere i limiti sia all’orario di lavoro ordinario che a quello straordinario. È quanto vedremo qui di seguito in modo da spiegare come funziona l’orario di lavoro e come viene regolato dalla normativa. Ma procediamo con ordine.

Qual è l’orario di lavoro ordinario?

La legge stabilisce qual è l’orario di lavoro massimo oltre il quale scatta lo straordinario. La sua durata viene dunque stabilita in 40 ore settimanali. I contratti collettivi possono prevedere una durata minore; possono anche stabilire che il calcolo delle 40 ore vada compiuto non sulla singola settimana ma su di un periodo medio comunque non superiore all’anno.

Il calcolo dell’orario normale su una base media, piuttosto che sulla singola settimana, impone di qualificare come ore di lavoro straordinario – in quanto eccedenti le 40 settimanali – solo le ore di lavoro eccedenti rispetto alla media alla fine dell’intero periodo considerato. 

Quante ore si può lavorare per legge in una settimana?

Tenendo anche conto dello straordinario, quante ore si può lavorare per legge? L’orario massimo di lavoro settimanale (cioè di ore normali più lo straordinario) è di 48 ore di cui 40 ore di lavoro ordinario e 8 di lavoro straordinario. 

Il limite delle 48 ore costituisce un valore medio, che deve essere calcolato su un periodo di quattro mesi (nella media non si computano le assenze per ferie e malattie, mentre si computano le altre assenze). Il periodo di riferimento di quattro mesi è fissato direttamente dalla legge, ma può essere aumentato a sei o dodici mesi dai contratti collettivi a fronte di ragioni obiettive, tecniche o inerenti all’organizzazione del lavoro, specificate nel medesimo contratto collettivo.

L’utilizzo della media consente lo svolgimento, in una singola settimana, anche di più di 48 ore di lavoro, che può essere compensato in altre settimane durante le quali l’orario deve essere ridotto in misura tale da consentire il rispetto della media di 48. 

Il contratto collettivo può comunque stabilire un limite massimo di ore che, in ogni caso ed al di là della media, possono essere lavorate nella singola settimana. Quindi, ad esempio, se il CCNL dovesse stabilire che in una settimana si può lavorare massimo 48 ore, tale tetto non può essere superato neanche facendo ricorso alla media con le settimane successive. 

I periodi di ferie e di malattia (sono equiparati alla malattia i periodi di infortunio e maternità) non devono essere computati nel calcolo dell’orario medio settimanale delle 48 ore.

Quante ore si può lavorare per legge in un giorno?

Vediamo ora qual è l’orario normale giornaliero. Al contrario di quanto accade per l’orario normale settimanale, la legge non prevede una definizione di orario di lavoro normale giornaliero.

L’orario di lavoro massimo giornaliero può essere desunto, al contrario, in relazione alla durata dei riposi. Ed infatti, il lavoratore ha diritto ad un periodo di riposo di 11 ore ogni 24 ore. 

Qualora l’orario di lavoro giornaliero ecceda il limite di 6 ore il lavoratore deve beneficiare di un intervallo per pausa, le cui modalità e la cui durata sono stabilite dai contratti collettivi di lavoro, ai fini del recupero delle energie psico-fisiche e della eventuale consumazione del pasto.

Quanto può durare una pausa dal lavoro

Se il CCNL non dispone diversamente, la pausa dal lavoro deve avere una durata minima di 10 minuti. 

Cosa rientra nell’orario di lavoro?

Per completare il quadro sull’orario di lavoro bisogna vedere quali attività svolte dal dipendente, anche di tipo preparatorio, rientrano nella definizione di attività lavorativa e quali no. Ad esempio, si ritiene che il “tempo tuta” (necessario a indossare gli abiti da lavoro, in appositi locali adibiti a ciò dall’azienda) faccia parte dell’orario di lavoro e pertanto vada retribuito. 

In generale, si considera orario di lavoro qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esecuzione della sua attività o delle sue funzioni.

Quindi, oltre alla effettiva prestazione lavorativa, rientra nell’orario di lavoro anche il tempo a disposizione del datore di lavoro benché non dedicato alla prestazione effettiva, purché caratterizzato dalla presenza del dipendente sui luoghi di lavoro; ne consegue che è da considerarsi orario di lavoro l’arco temporale comunque trascorso dal lavoratore medesimo all’interno dell’azienda nell’espletamento di attività prodromiche ed accessorie allo svolgimento, in senso stretto, delle mansioni affidategli, ove il datore di lavoro non provi che egli sia ivi libero di autodeterminarsi ovvero non assoggettato al potere gerarchico. 

La Corte di giustizia europea (9.9.2003) ha precisato che per effettivo lavoro si intendono i periodi nei quali si è obbligati a essere fisicamente presenti sul luogo indicato dal datore di lavoro e a tenervisi a disposizione di quest’ultimo per poter fornire immediatamente la loro opera in caso di necessità.

Eccezioni ai limiti di durata dell’orario di lavoro

Sono previste alcune deroghe ai normali limiti di durata dell’orario di lavoro. In particolare, sono escluse dalla disciplina della durata dell’orario normale settimanale le seguenti situazioni:

  • nei casi di forza maggiore;
  • nelle industrie di ricerca e coltivazione idrocarburi (mare e terra), di posa condotte e installazione in mare;
  • lavori discontinui e di semplice attesa o custodia (vi rientrano anche le guardie campestri);
  • i commessi viaggiatori o i piazzisti. I lavoratori che esercitano le mansioni di piazzisti, così come i commessi viaggiatori, non sono sottomessi alla disciplina dell’orario di lavoro in quanto non viene consentito al datore di lavoro di svolgere un controllo e una direzione costanti sulla loro scelta dei tempi e delle priorità sulle incombenze da adempiere;
  • il personale viaggiante dei servizi di trasporto per via terrestre;
  • gli operai agricoli a tempo determinato;
  • i giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti dipendenti da aziende editrici di giornali, periodici e agenzie di stampa, nonché quelli dipendenti da aziende pubbliche e private esercenti servizi radiotelevisivi;
  • il personale poligrafico (operai e impiegati) addetto alle attività di composizione, stampa e spedizione di quotidiani e settimanali, di documenti necessari al funzionamento degli organi legislativi e amministrativi nazionale e locali, nonché alle attività produttive delle agenzie di stampa;
  • il personale addetto ai servizi di informazione radiotelevisiva gestiti da aziende pubbliche e private;
  • i lavori di cui all’art. 1 della legge 20.4.1978, n. 154 e all’art. 2 della legge 13.7.1966, n. 559;
  • le prestazioni rese da personale addetto alle aree operative, per assicurare la continuità del servizio, nei settori delle poste, delle autostrade, dei servizi portuali e aeroportuali, nonché il personale dipendente da imprese che gestiscono servizi pubblici di trasporto e da imprese esercenti servizi di telecomunicazione;
  • personale dipendente da aziende pubbliche e private di produzione, trasformazione, distribuzione, trattamento ed erogazione di energia elettrica, gas, calore ed acqua;
  • personale dipendente da aziende di raccolta, trattamento, smaltimento e trasporto di rifiuti solidi urbani;
  • personale addetto ai servizi funebri e cimiteriali limitatamente ai casi in cui il servizio stesso sia richiesto dall’autorità giudiziaria, sanitaria o di pubblica sicurezza;
  • personale dipendente da gestori di impianti di distribuzione di carburante non autostradali;
  • personale non impiegatizio dipendente da stabilimenti balneari, marini, fluviali, lacuali e piscinali.
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A cosa serve il modello c2 storico?

Posted on : 20-02-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Il percorso del lavoratore: cos’è, cosa contiene e da chi può essere utilizzato. Quali tipologie di lavori non vengono riportati nel percorso del lavoro. La rete dei Centri per l’impiego.

Quando un datore di lavoro ci chiede il c2 storico, potremmo trovarci un po’ in imbarazzo. Una condizione, questa, che può essere provocata dal fatto che non sappiamo di cosa stia parlando, oppure perché conosciamo benissimo il contenuto di questo documento. Per molti versi, al c2 non c’è scampo, visto che riassume in poche righe l’intero percorso di un lavoratore.

Se sei capitato su questa pagina, probabilmente vuoi sapere qualcosa in più su questo documento e noi non perdiamo l’occasione per spiegarti correttamente a cosa serve il modello c2 storico. In questo articolo, infatti, ti diciamo cos’è il c2 e in quali occasioni può essere utilizzato. Tu stesso, forse, potresti averne bisogno perché qualcuno ti ha fatto notare che il tuo curriculum non è preciso, soprattutto nelle date, oppure nella descrizione delle mansioni precedentemente svolte.

Come avrai modo di vedere, si tratta di un documento davvero utile e che conviene avere sempre a portata di mano e aggiornarlo ogni volta che si cambia lavoro. Per questo, ti diciamo anche a chi devi rivolgerti e come fare per ottenere il tuo c2 storico.

Cos’è il modello c2 storico

Il modello c2 storico è un documento che elenca tutti i lavori svolti da un individuo e registrati nella rete dei servizi per l’impiego. Per questo motivo, il c2 storico è chiamato anche percorso lavoratore. Da questo certificato si evince, quindi, la mansione svolta, la data di inizio di un rapporto lavorativo, la data di cessazione o eventuali trasformazioni contrattuali poste in essere durante il periodo di ingaggio. D’altro canto, dallo stesso documento, si ottengono anche le informazioni inerenti la ragione sociale del datore di lavoro.

In altri termini, il modello c2 attesta il percorso professionale e amministrativo di un lavoratore.

A cosa serve il c2 storico

Tizio è un imprenditore e, al fine di implementare l’organico della propria azienda, è alla ricerca di nuovo personale. Presso l’ufficio delle risorse umane della sua impresa, iniziano a giungere i primi Cv e il responsabile hr inizia a dare una lettura, selezionando quelli più in linea con la mansione da occupare e con la mission aziendale. Ma bisogna credere a tutto ciò che i candidati scrivono nel cv o Tizio e il suo ufficio delle risorse umane hanno modo di fare le opportune verifiche?

In effetti, Tizio e il selezionatore hr possono richiedere il c2 storico per appurare che quanto riportato da un candidato nel proprio cv corrisponda a verità. Oltre a fornire dati più dettagliati sulla mansione svolta, il percorso lavorativo riporta – lo abbiamo già scritto – anche i dati del datore di lavoro. Questo significa che, chiunque sia alla ricerca di persone da assumere, può anche contattare il precedente datore di lavoro del candidato per chiederne le referenze.

L’imprenditore Tizio ha finito per ridurre a due la rosa dei candidati papabili per il posto di lavoro: Caio e Sempronio. Tizio può chiedere il c2 di entrambi e analizzarne il percorso lavorativo. Dal c2 di Caio emerge che è disoccupato da diversi anni, mentre da quello di Sempronio si intuisce la sua spiccata attitudine lavorativa. Tizio vuole approfondire e, pertanto, contatta l’ultimo ex-datore di lavoro di Sempronio per ottenere informazioni sul suo merito.

Il modello c2, però, può servire anche al lavoratore che può usarlo per compilare correttamente e in maniera dettagliata il proprio cv. A parte questo, per portare a termine l’assunzione, alcune aziende – soprattutto se operano in ambito pubblico – possono richiedere i documenti personali del neo-assunto e, unitamente a questi, il c2 storico.

Cosa non viene riportato sul percorso del lavoratore

In linea di massima, il modello c2 si focalizza espressamente sui rapporti di lavoro subordinati, parasubordinati e assimilabili come, per esempio, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ma anche il lavoro da socio di una cooperativa. Il resto dei lavori, invece, passa un po’ in sordina, non vengono registrati oppure, se riportati, compaiono sul c2 solo dopo parecchie settimane.

Quindi, nel percorso di lavoro, si tende a omettere:

  1. i rapporti di lavoro autonomo con partita Iva;
  2. i rapporti di lavoro accessorio pagati tramite buoni lavoro (per esempio, la baby sitter): in questi casi, il datore di lavoro non è tenuto a comunicare, al Centro per l’impiego, l’assunzione di personale tramite lavoro accessorio;
  3. i rapporti lavorativi con la Pubblica Amministrazione;
  4. i rapporti di lavoro a somministrazione (cioè quello che in passato era noto come lavoro interinale);
  5. i rapporti di lavoro svolti all’estero;
  6. i rapporti di lavoro domestico (colf, governante, assistente domestico, ecc.).

Soffermiamoci meglio sui rapporti di lavoro con la PA di cui al terzo punto. Questi tipi di lavori, in realtà, vengono registrati sul c2, ma solo dopo il ventesimo giorno del mese successivo a quello in cui ha avuto inizio il rapporto di lavoro.

Se Tizio, il 28 novembre, iniziasse a lavorare al front office dell’ufficio anagrafe del Comune, questa mansione verrebbe registrata in c2 non subito, ma dopo il 20 dicembre.

Dopo aver visto quali movimenti lavorativi possono essere esclusi dal c2, vediamo come fare per richiedere questo documento.

Come richiedere il modello c2 storico

Il documento che contiene il percorso del lavoratore viene rilasciato dal Centro per l’impiego (Cpi) competente territorialmente. Pertanto, per ottenerlo, è possibile rivolgersi direttamente agli sportelli del Cpi presente nel proprio Comune.

Al fine di evitare code e possibili disservizi da attesa, è possibile richiedere il c2 anche tramite mail, da mandare sempre al Cpi, previa presentazione di apposita richiesta.

Infine, alcune Regioni stanno organizzando portali online interamente dedicati al lavoro. Quando presenti, il modello c2 storico può essere richiesto anche collegandosi a questi siti dopo essersi registrati correttamente.

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Bonus 600 euro: cosa fare se l’Inps li rivuole

Posted on : 19-02-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Stanno arrivando in questi giorni le prime lettere a chi avrebbe percepito «somme non spettanti». 

In principio fu il caos del bonus da 600 euro percepito dai parlamentari, che sollevò un polverone di indignazione. Era la rovente estate 2020, mese di agosto; la notizia lanciata in prima pagina da Repubblica. Sono mesi che non se ne parla. L’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), intanto, ha erogato le altre tranche del contributo.

È notizia di questi giorni – fonte: Centro Studi Fiscal Focus – che si sia ufficialmente messa in moto la macchina delle riscossioni. Stanno infatti arrivando in queste ore le prime lettere dall’istituto per riavere indietro le somme erogate tra marzo e aprile 2020 a quei soggetti che, in realtà, non ne avevano diritto.

I percettori con mandato politico

L’agevolazione era stata inserita nel decreto Cura Italia, entrato in vigore a marzo, a crisi Covid appena iniziata. È stata poi reiterata dai decreti Rilancio e da un provvedimento interministeriale di luglio 2020. Il contributo di 600 euro era un’indennità a sostegno dei lavoratori, anche autonomi, le cui attività professionali avessero risentito particolarmente dell’emergenza sanitaria.

I parlamentari che percepirono il bonus, all’epoca, lo potevano fare a tutti gli effetti: per la legge ne avevano diritto, nonostante facesse scalpore che chi occupava uno scranno in Parlamento si attaccasse a 600 euro d’indennità.

Il contributo è stato poi definito incompatibile con i gettoni di presenza che percepisce chi esercita un mandato politico. Proprio per questo, adesso, starebbero arrivando le lettere, principalmente rivolte a chi ricopre una carica istituzionale. Non solo parlamentari, ma anche consiglieri e assessori regionali, sindaci e assessori o consiglieri di piccoli Comuni.

Per l’Unione nazionale comuni comunità enti montani (Uncem) è a dir poco paradossale. «La richiesta – spiega il presidente nazionale Uncem, Marco Bussone – è fatta sulla base di un assurdo parere del ministero del Lavoro che equipara indennità di funzione e gettone di presenza e non distingue le diverse situazioni, concludendo per la incompatibilità del bonus da parte di tutti coloro che hanno un “mandato politico”. Si può comprendere per parlamentari, consiglieri e assessori regionali, ma il parere è assurdo per assessori comunali e sindaci, oltre che per i consiglieri comunali che in genere percepiscono gettoni di presenza di poche decine di euro lordi».

Ecco perché, secondo Bussone, «i consiglieri comunali e i sindaci non devono, a nostro giudizio, restituire alcunché all’Inps» e invita a fare «presto chiarezza in questa direzione».

La mancata spiegazione

Oltretutto c’è un secondo problema, rilevato dal Centro Studi Fiscal Focus. Nelle lettere ai diretti interessati non si precisa perché la persona non doveva percepire l’indennità, dando quindi per scontata la questione della carica politica ricoperta. Si fa presente solo che l’importo non era dovuto.

Chi si è visto recapitare l’avviso tramite raccomandata ha letto nel testo che, «a seguito di verifiche, è emerso che lei ha ricevuto, per il periodo 01/03/2020-30/04/2020, un pagamento non dovuto sulla prestazione indennità per emergenza Covid-19 per un importo complessivo di 1.200 euro, per la seguente motivazione: è stata percepita l’indennità una tantum per emergenza Covid, di cui all’articolo 28 del decreto-legge 17 marzo 2020 nr. 18, non spettante». Se ne chiede quindi la restituzione.

Il fatto, però, che l’Inps non entri nel merito delle motivazioni «è assolutamente un’anomalia» secondo Antonio Gigliotti, fondatore di Fiscal Focus, che all’agenzia di stampa Agi ha dichiarato che «i contribuenti, ancora una volta, non sono posti nelle condizioni di comprendere appieno l’indebito comportamento loro contestato, condizione essenziale per poter valutare la correttezza della pretesa avanzata dall’Inps».

Come fare per saperne di più

L’unico modo per provare a saperne di più è cercare di contattare gli uffici entro trenta giorni dalla ricezione della lettera. Altrimenti ci si può rivolgere gli enti di patronato riconosciuti. Gigliotti fa notare che, anche da questo punto di vista, l’assistenza all’utente è carente: «I chiarimenti sono impossibili: i call center non danno spiegazioni e andare materialmente negli uffici non è possibile, quindi il contribuente è all’oscuro».

Passati i trenta giorni senza avere riscontri, l’Inps «sarà tenuto per legge ad avvalersi dell’agente della riscossione competente per il recupero coattivo dei propri crediti», si legge ancora sul portale Fiscal Focus.

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Banche: oltre 10mila assunzioni in arrivo

Posted on : 19-02-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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I più ricercati: chi ha competenze nel settore digitale e i laureati nelle cosiddette discipline Stem.

Giovani neolaureati cercansi, ma anche figure professionali con esperienza, specie se digitale o scientifica. Sono i profili di cui, da qui a poco, si riempiranno molti istituti di credito. Da qui al 2023, si dovrebbero liberare qualcosa come diecimila posizioni in totale, tra i tredici gruppi bancari che hanno in programma nuove assunzioni.

I progetti più ambiziosi, in questo senso, sono quelli di Intesa San Paolo: il piano del gruppo prevede 3500 nuovi posti di lavoro, nell’ambito di una riorganizzazione che è soprattutto digitale. Per questo, si prendono in considerazione soprattutto giovani con lauree diverse da quella per cui c’è sempre stata una preferenza, ovvero la laurea in Economia. In particolare, si guarda agli ingegneri, ai software developer, agli informatici e ai fisici.

Unicredit assumerà 2600 persone entro i prossimi due anni. Anche qui l’intento è quello di inglobare nuove risorse per rinforzare l’area digital. Molto richiesti i laureati Stem, che sta per Science, Technology, Engineering and Mathemathics, cioè Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica.

I giovani con questa formazione interessano anche a Credem, che ha in programma 200 nuove assunzioni, entro la fine del 2021, nel settore commerciale e negli uffici centrali. Il 20-30% dei nuovi impiegati dovrà avere una laurea in una disciplina scientifica; il 50% in Economia; il resto anche in Giurisprudenza, Scienze Politiche e materie umanistiche.

Il piano industriale 2021/2023 di Banca Sella prevede di incorporare 764 nuove risorse. Nello stesso periodo, invece, saranno 750 i nuovi arrivi in Banco Bpm, allo scopo di favorire il ricambio generazionale.

A breve, anche il gruppo Bnl Bnp Paribas aprirà le sue porte per nuovi ingressi: sono 580 i posti di lavoro disponibili nell’ambito di una maxi campagna di recruiting in partenza ad aprile 2022. Si cercano per lo più neolaureati in Economia e in Ingegneria, per rimpinguare la rete commerciale e quella IT.

Mediobanca, invece, cerca 600 nuovi consulenti finanziari (a contratto, non dipendenti) e 400 nuovi gestori affluent/Premier e private banker. Ha intenzione di assumerli entro il 2023, nell’ambito della campagna di investimenti per rinforzare la capacità distributiva delle reti.

Altri 250 lavoratori sono quelli che la Banca Popolare dell’Emilia Romagna conta di inserire nel proprio organico. Assunzioni pianificate già dal 2019, quando l’istituto di credito aveva annunciato la disponibilità di 645 nuovi posti di lavoro, a seguito di un accordo con i sindacati che prevedeva anche 1289 uscite volontarie di personale.

Assume anche la francese Credit Agricole, ma non è una novità: 1250 i nuovi assunti da tre anni a questa parte; nel prossimo triennio, si prevedono altri 300 ingressi, come sempre con un’attenzione particolare ai giovani e alle donne. Anche Banca Mediolanum ha in animo di attingere soprattutto a questo capitale umano; nel 2021, saranno assunte altre 200 persone, specialmente tra chi ricalca i seguenti profili: software engineer, data engineer, social media manager, visual/UI designer, IT technical analyst; junior interaction designer UX.

Cento persone sono quelle che assumerà Ing entro la fine dell’anno, pescando soprattutto tra development engineers, data management experts, system administrators, esperti di risk modeling, anti riciclaggio, rischio operativo, journey expert ed esperti di user experience.

Più di trenta, invece, le posizioni attualmente aperte per lavorate con Illimity bank. Prevalentemente, si cercano digital marketing planner, software developer, tech lead front end, big data architect, data scientist.

Younited Credit, invece, apre le porte a product owner, corporate communication specialist, sales and delivery manager, stage per risk & pricing junior, compliance&internal control senior officer.

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