Se lei rifiuta un lavoro ha diritto al mantenimento?

Posted on : 31-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Non può continuare a mantenere il diritto all’assegno divorzile l’ex moglie che decide di rifiutare un’offerta di lavoro congrua e ben retribuita.

Perché se l’ex moglie rifiuta un lavoro ben pagato offerto dall’ex marito questi deve continuare a pagarle in mantenimento? Un motivo, a dire il vero, non c’è. Tanto che in una recente pronuncia della Corte di Cassazione [1] è stato accolto il ricorso di un uomo che chiedeva la revoca dell’assegno di divorzio che ogni mese versava alla moglie, la quale nel frattempo si era “permessa” di rifiutare un lavoro.

In secondo grado il giudice aveva considerato irrilevante gli elementi fattuali sopraggiunti successivamente alla regolamentazione che le parti avevano pattuito in sede di divorzio, durante la quale era stato deciso l’ammontare dell’assegno di divorzio successivo alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Per i giudici di secondo grado era da considerarsi irrilevante il fatto che la donna avesse rifiutato una proposta lavorativa, non costituendo essa una causa giustificativa della revoca dell’assegno (essendo il reddito da lavoratrice inferiore a quello derivante dal mantenimento).

Per la Cassazione la Corte d’appello, ritenendo irrilevanti gli elementi apportati al processo da parte del ricorrente a sostegno della domanda di revisione dell’assegno, ha sbagliato. Da un lato perché le questioni della proposta di lavoro offerta alla moglie costituivano oggetto di contradditorio tra le parti fin dal primo grado. Dall’altro perché la Corte avrebbe comunque dovuto ponderare gli elementi proposti andando ad indagare sulla serietà e sulla esigibilità della proposta lavorativa in relazione alle condizioni personali dell’ex moglie, oltreché di incidenza concreta rispetto all’originario ammontare dell’assegno divorzile.

In altri termini, secondo la Cassazione «la valutazione che la Corte d’appello avrebbe dovuto compiere per escludere la rilevanza dell’offerta di un’occupazione lavorativa proveniente da una società assicuratrice avrebbe imposto al giudice di considerare la serietà/ stabilità di quel datore di lavoro e l’effettività e non aleatorietà del posto di lavoro, oltreché la confacenza dell’offerta alla formazione professionale della destinataria della proposta». Tutte valutazioni che la Corte ha completamente omesso respingendo la richiesta del marito.

Nello specifico, i giudici d’appello escludendo un esame della proposta lavorativa, si erano discostata dai principi già espressi dalle Sezioni Unite. Se emergesse che l’ex moglie, beneficiaria di un cospicuo assegno annuo, voleva sottrarsi a un’occasione di lavoro seria, reale e aderente alla propria condizione personale e idonea a garantirle un buon reddito, ne deriverebbe la violazione dei principi relativi ai doveri post coniugali, che «trovano fondamento nei principi di autodeterminazione e autoresponsabilità di entrambi gli ex coniugi».

Il secondo importante principio affermato dalla Cassazione durante la valutazione di questo caso, nello specifico esaminando i fatti probatori relativi alla nuova convivenza della donna, è quello secondo cui le testimonianze di parenti e amici prevalgono sulla relazione dell’investigatore privato circa la nuova convivenza di uno degli ex partner.

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Settimana lavorativa corta, in Italia è realtà: ecco dove

Posted on : 30-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Sono cinque le grandi aziende che hanno adottato la settimana lavorativa corta per semplificare la vita dei dipendenti e risparmiare sull’energia.

Un dipendente felice e soddisfatto del trattamento che l’azienda riserva a lui è un dipendente più laborioso: il concetto però, seppur semplice, non è chiaro a molti. A dimostrazione di ciò c’è il fatto che sono moltissime le aziende contrarie allo smart working, che preferiscono avere sotto controllo i lavoratori piuttosto che consentire loro di svolgere le stesse mansioni a casa, dove hanno la possibilità di gestire meglio tempi e vita privata, oltreché quella lavorativa.

Fortunatamente però ci sono altre realtà molto più all’avanguardia, che non solo parlano di lavoro da casa, ma che addirittura hanno optato per una settimana lavorativa più corta, che garantisce ai dipendenti giornate più lunghe ma, allo stesso tempo, più giorni liberi. Le aziende più scaltre hanno deciso di concedere ai dipendenti una giornata libera in più anche per risparmiare sui costi dell’energia richiesti per tenere aperta una struttura un giorno in più. In Italia la settimana lavorativa corta è ancora una realtà più unica che rara, che interessa principalmente multinazionali e grandi aziende.

Secondo l’analisi fatta dal Sole 24 ore, la contrattazione aziendale in alcuni casi si sta muovendo per rimodulare l’orario giornaliero dei dipendenti. Vediamo insieme le cinque aziende che in Italia stanno sperimentando questa nuova organizzazione.

La prima è Banca Intesa, che propone ai suoi dipendenti di lavorare nove ore al giorno per quattro giorni alla settimana, raggiungendo un monte ore settimanale di 36 al posto che di 27,5, a parità di retribuzione. I lavoratori possono scegliere liberamente se aderire o meno a questa proposta, concordando con il responsabile della propria divisione le modalità di svolgimento della settimana corta, che potrà essere adottata anche per singole settimane. Questa novità può essere compatibile anche con lo smart working, che l’azienda prevede per 120 giorni all’anno.

La seconda è Tria spa, azienda di Cologno Monzese (Mi) che dal 1954 è specializzata in tecnologie per il riciclo della plastica, con un centinaio di dipendenti tra Europa, Cina, Brasile e Stati Uniti. È stato siglato un accordo aziendale che prevede la sperimentazione da gennaio a luglio 2023 della riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 36 ore settimanali. In questo modo il venerdì diventa giornata corta e tutti i dipendenti possono uscire alle 12. L’obiettivo finale è quello di ridurre la settimana a quattro giorni, con la cancellazione del venerdì lavorativo, portando a nove le ore giornaliere.

Desigual è la terza azienda che parla di settimana corda. Dalla fine del 2022, infatti, la casa spagnola ha previsto quattro gironi di lavoro, passando da 39,5 a 34 ore di lavoro settimanali, per i 500 lavoratori degli uffici centrali di Barcellona, ad esclusione dei i dipendenti dell’operation team e i commerciali. la nuova organizzazione prevede una settimana che va da lunedì a giovedì, con possibilità di fare smart working per un giorno. Questa volta però non vi è equità salariale ma è prevista una riduzione del 13% dello stipendio di cui metà coperta dall’azienda: in questo modo ciascun dipendente ha una diminuzione del 6,5% dello stipendio a fronte di una riduzione di ore.

Quarta azienda dalla settimana corta è il network internazionale di affiliate marketing, Awin, che già dal 1° gennaio 2021 ha previsto che i dipendenti lavorassero solo quattro giorni. Il dipendente può scegliere se stare a casa un giorno intero o dividerlo in due messe giornate. L’importante è che venga garantita l’operatività dei team durante tutti i giorni lavorativi, motivo per cui i dipendenti devono organizzarsi  in modo da coprirsi a vicenda. Anche i dipendenti di Awin Italia possono godere della flexy week.

Infine la quinta azienda è la Toyota Material Handling: gli oltre 700 lavoratori italiani possono godere di due turni di sette ore (6-13 e 13.15-20.15) come turni di otto ore, senza che vengano contati come permessi retribuiti.

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Occupazione, buone notizie: crescono i posti di lavoro

Posted on : 27-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Nel 2022 si è registrata una crescita occupazionale superiore anche a quella pre-pandemica, specialmente fino all’estate.

Con tutto ciò che di brutto ogni giorno accade nel mondo siamo così abituati a sentire cattive notizie che spesso quelle buone passano in sordina: ma non oggi. Secondo i dati più recenti, il 2022 è stata un’ottima annata per l’occupazione, che ha visto crescere i posti di lavoro e le assunzioni.

Nel complesso del 2022 sono state create circa 380.000 posizioni lavorative, un valore superiore a quello registrato nel 2019. La domanda di lavoro è rimasta sostenuta fino all’inizio dell’estate, riportando l’occupazione sul sentiero di crescita pre-pandemico. Nei mesi successivi la dinamica è rimasta positiva ma si è indebolita. È quanto emerge dalla nota «Il mercato del lavoro: dati e analisi» (edizione gennaio 2023), redatta congiuntamente dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, dalla Banca d’Italia e dall’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.

La crescita occupazionale del 2022, rileva la nota, è riconducibile esclusivamente alla componente a tempo indeterminato. Sono stati creati oltre 400.000 posti di lavoro stabili, a fronte di una sostanziale stazionarietà degli impieghi a tempo determinato e di un calo di circa 50.000 unità dei contratti di apprendistato.

La ripresa dell’ultimo biennio è stata eterogenea tra i diversi settori. Il comparto turistico, nonostante l’ottimo andamento della stagione estiva e il buon avvio di quella invernale, rimane ancora sottodimensionato rispetto al periodo pre-pandemia. Le costruzioni hanno registrato tassi di crescita estremamente elevati a partire dall’estate del 2020; nonostante il più recente rallentamento, la domanda di lavoro in questo settore dovrebbe rimanere sostenuta anche in relazione con i piani di investimento previsti dal Pnrr. Il crescente ricorso a forme di lavoro da remoto e l’aumento della fruizione di servizi digitali hanno favorito la crescita della domanda di lavoro nei settori della tecnologia dell’informazione; ciò nonostante il comparto appare ancora di dimensione modesta.

Nei primi undici mesi del 2022 il numero di disoccupati è diminuito di circa 120.000 unità, una riduzione significativa anche se meno pronunciata rispetto a quella del 2021. Il rallentamento del mercato del lavoro nella seconda metà del 2022 si è riflesso in un aumento del numero dei disoccupati. E’ quanto emerge dalla nota “Il mercato del lavoro: dati e analisi” (edizione gennaio 2023), redatta congiuntamente dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, dalla Banca d’Italia e dall’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.

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Se il figlio perde il lavoro deve essere mantenuto dai genitori?

Posted on : 26-01-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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In caso di licenziamento, il padre e la madre sono tenuti a versare gli alimenti al figlio maggiorenne?

I genitori devono sempre mantenere i figli minorenni. Quando però questi diventano maggiorenni, il mantenimento è subordinato all’incapacità economica ossia all’impossibilità di mantenersi da soli. Per cui il figlio che trova un lavoro non ha più diritto ad alcun sostegno dal padre e dalla madre. Ma che succede se questi, dopo poco tempo, dovesse essere licenziato? Se il figlio perde il lavoro deve essere mantenuto dai genitori? La questione è stata chiarita più volte dalla giurisprudenza. 

Sul punto la Cassazione si è espressa ripetutamente chiarendo quando si perde il diritto al mantenimento. Procediamo con ordine. 

Quando il figlio perde il mantenimento 

Come anticipato, il diritto al mantenimento permane anche dopo la maggiore età a patto però che il figlio prosegua gli studi con profitto o che, in caso contrario, si attivi subito per cercare un lavoro.

Il figlio non può rimanere per sempre a carico del padre e della madre. Ragion per cui, qualora non abbia intenzione di proseguire le scuole dell’obbligo o abbia terminato l’università, non può addebitare la colpa per la propria inoccupazione alla crisi del mercato e alle difficoltà collegate territorio. Questo significa che, dopo un certo periodo di inattività, gli può essere negato il mantenimento. 

In ogni caso, sostiene la Cassazione, il diritto al mantenimento cessa, al più, al compimento di 30/35 anni d’età (a seconda del percorso di studi intrapreso). Dopo tale soglia, infatti, si presume che la disoccupazione dipenda da una colposa inerzia.

Un’ulteriore ipotesi in cui il figlio perde il diritto agli alimenti è quando trova un’occupazione: non necessariamente a tempo indeterminato e full time, purché gli consenta di rendersi autonomo dai genitori e di mantenersi da solo.

Cosa succede se il figlio perde il posto di lavoro?

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza [1], ha stabilito che non ha diritto all’assegno di mantenimento il figlio maggiorenne che, a un certo punto, resta senza lavoro. Ai fini dell’esclusione del contributo mensile è sufficiente che, in passato, abbia espletato attività lavorativa, anche per pochissimo tempo. 

In buona sostanza, secondo la giurisprudenza, una volta perso il diritto al mantenimento questo non resuscita più, neanche in caso di gravi difficoltà economiche o di giovane età del beneficiario.

Ipotizziamo il caso di una coppia di coniugi che divorzi. Il padre viene condannato a versare il mantenimento in favore del figlio che vive con la madre. Quest’ultimo però trova un lavoro che gli consente di mantenersi da solo. Il padre così procede in tribunale per chiedere la cancellazione dell’obbligo degli alimenti. Per inciso: il padre non potrebbe mai, autonomamente, interrompere il versamento del contributo mensile se prima non adisce il giudice affinché revochi la precedente sentenza che aveva decretato tale obbligo a suo carico. Solo il magistrato può infatti stabilire se sussiste o meno l’indipendenza economica del figlio. A tal fine quindi il genitore tenuto agli alimenti deve, per il tramite del proprio avvocato, promuovere un ulteriore giudizio di revisione delle condizioni di separazione o divorzio.

Torniamo all’esempio precedente. Il figlio, dopo essere assunto, viene presto licenziato. Il datore di lavoro si accorge di aver fatto un errore nell’acquisire la nuova figura e quindi gli intima un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Il figlio, che ormai ha perso il mantenimento, bussa alle porte del padre per chiedere che questi torni a mantenerlo. Il padre, però, ha ormai ottenuto la sentenza di revisione degli obblighi alimentari e si rifiuta. Chi ha ragione?

Perde il mantenimento il figlio che viene licenziato o si dimette

Se è intuitivo pensare che il figlio che perde il lavoro per propria volontà – come nel caso di dimissioni – non ha più diritto al mantenimento, è meno immediata la conclusione nel caso invece di licenziamento. 

Ma, come anticipato, secondo la Cassazione, anche il licenziamento intervenuto dopo poco tempo non fa più rivivere il diritto agli alimenti.  

Nella pronuncia in commento è stato infatti chiarito che «il diritto del coniuge divorziato di ottenere dall’altro coniuge un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato espletato attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di un’adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento da parte del genitore».

In altre parole, la sentenza sancisce che se un figlio maggiorenne ha già lavorato in passato e dimostrato di avere una certa indipendenza economica, non ha più diritto al mantenimento da parte dei genitori, anche se successivamente perde il lavoro. 

La perdita – volontaria o meno – dell’attività lavorativa non può far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti erano già venuti meno.

La decisione della Corte di Cassazione rappresenta un importante chiarimento in materia di diritto al mantenimento per i figli maggiorenni e stabilisce che l’indipendenza economica raggiunta in passato rappresenta un criterio decisivo per l’esclusione del contributo mensile.

È importante notare che questa sentenza non riguarda l’obbligazione alimentare, che è fondata su presupposti diversi e che può essere azionata direttamente dal figlio e non dal genitore convivente. Il diritto agli alimenti – che sussiste solo in caso di oggettiva impossibilità di procurarsi di che vivere (il che avviene quando la persona è gravemente disabile o anziana e malata) riguarda solo lo stretto indispensabile per la sopravvivenza (vitto e alloggio) mentre il mantenimento copre anche i bisogni della vita di relazione e quelli voluttuari, in proporzione alle capacità economiche dei genitori.

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