Terapie termali: i benefici dell’acqua che sgorga dalla terra

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : feed

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Fin dai tempi degli antichi romani l’acqua termale era considerata sacra e dalle proprietà benefiche e curative. Infatti è proprio attorno a tali fonti d’acqua che costruirono le prime terme.

I benefici che l’acqua termale possiede sono numerosi, e non riguardano solo l’immersione in queste acque, ma anche l’inalazione dei vapori e i massaggi con i fanghi termali.

Queste pratiche hanno benefici curativi e terapici su moltissime patologie e malattie, ma sono ideali anche per chi intende rilassarsi e dedicarsi alla cura di sé.

Abano Terme e Montegrotto Terme sono due località venete, che sorgono ai piedi dei Colli Euganei, famose per i loro stabilimenti termali. Qui infatti, esistono numerose strutture ricettive, che offrono non solo agli ospiti dell’hotel, ma anche agli esterni, qualsivoglia tipologia di trattamento che sfrutta i benefici termali.

tramonto colli euganei

Quali sono i benefici?

Chiunque sperimenti i trattamenti termali, riscontrerà immediatamente un senso di benessere, non solo fisico ma anche mentale agendo sugli ormoni della felicità, poichè stimolano la produzione di endorfina che, oltre, a rilassare permette un innalzamento della soglia del dolore.

Coloro che invece soffrono di patologie più o meno gravi potranno usufruire dei trattamenti termali con scopo terapico e curativo.

Malattie e patologie come quelle che coinvolgono il tratto respiratorio, come riniti, sinusiti, laringiti, faringiti, tracheiti, ma anche otiti, possono essere trattate con terapie inalatorie termali.

Questa tipologia di terapia prevede appunto l’inalazione dei vapori termali, che consentono di alleviare tutti i disturbi provocati da queste patologie.

Per quanto riguarda la fango-balneoterapia, questa andrà ad agire su tutte le forme di artrosi, l’osteoporosi, reumatismi, tendiniti, fibromialgia, discopatie e dolori cronici.

Il nostro sistema sanitario nazionale ci permette di accedere a questi trattamenti, se pur in strutture private, pagando solo il costo ticket sanitario. Il vostro medico di base dovrà prescrivervi i suddetti trattamenti in base alla patologia che si possiede.

Il ciclo di cure consigliato, e il numero massimo prescrivibile include:

  • 12 fanghi e bagni terapeutici,
  • 12 Bagni terapeutici,
  • 12 inalazioni + 12 aerosol,
  • 12 insufflazioni endotimpaniche + 12 cure inalatorie.

L’impegnativa ASL consente di effettuare un ciclo di cure termali all’anno; il costo è quello del ticket, ad eccezione di coloro che possiedo l’esenzione. Potete chiedere maggiori informazioni su come effettuare le terapie al vostro medico di fiducia che saprà sicuramente indirizzarvi in merito alla tipologia di trattamento da effettuare.

Naturalmente, questa è anche un’occasione per approffitare del relax che le terme offrono, a prescindere, ritrovando un benessere anche interiore prima di ritornare alla routine quotidiana.

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Totalizzazione: che cos’è e come funziona

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La totalizzazione è una sorta di cumulo o di ricongiunzione però è gratuita. Ma vediamo nel dettaglio quali sono tutti i vantaggi.

Che cos’è e come funziona la totalizzazione? Grazie al meccanismo della totalizzazione [1] si possono ottenere più facilmente le pensioni di anzianità, di vecchiaia, di inabilità e quella destinata ai superstiti. Come nel caso della ricongiunzione e del cumulo gratuito, è possibile farvi ricorso per cumulare gli anni di contributi versati (in differenti casse, gestioni o fondi previdenziali) necessari ai fini pensionistici, così da costituire una pensione unica, ma in maniera completamente gratuita per i lavoratori, al contrario della ricongiunzione ad esempio. Va detto, però, che tutte le pensioni che verranno elargite a seguito di totalizzazione sono soggette a tassazione Irpef, ossia l’imposta sul reddito delle persone fisiche.

Come funziona la totalizzazione

Se, da un lato, non è possibile mai cumulare una totalizzazione parziale, dall’altro è possibile – invece – fare ricorso persino (soprattutto per i giovani) alla totalizzazione internazionale (cioè sommandovi i periodi di lavoro svolto all’estero, che deve essere di almeno un anno). Infatti è stato abolito [2] il vincolo temporale fissato dalla Riforma Fornero, per cui ogni esperienza lavorativa doveva aver portato a maturare non meno di un triennio di contributi.

Inoltre concerne anche i liberi professionisti iscritti alle relative casse private e privatizzate (tipo i giornalisti all’Inpgi), gli iscritti alla gestione separata [3] e gli iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago). La totalizzazione permette di cumulare i contributi versati presso differenti enti previdenziali, non solo l’Inps (l’Istituto nazionale di previdenza sociale). Non solo, ma coinvolge diverse categorie di lavoratori autonomi e dipendenti (tra cui persino quelli religiosi) [4].

Ovviamente, per percepire la pensione grazie alla totalizzazione, non si deve essere già in possesso di un’altra pensione (come la pensione di invalidità ad esempio); oppure non si deve aver fatto richiesta di ricongiunzione. Inoltre è sempre l’Inps a pagare l’assegno pensionistico, anche se non vi sono quote che spettano al lavoratore per contributi versati presso l’Inps stesso, quindi paga anche a nome di altri enti previdenziali (con cui ha stipulato specifiche convenzioni e accordi). Tuttavia la domanda, per valutare se si hanno le condizioni per accedere alla pensione in totalizzazione, può essere rivolta a qualsiasi degli eventuali diversi enti previdenziali cui si sono versati anni di contributi, sebbene generalmente ci si riferisca all’ultimo di essi. I periodi di tempo di contributi cumulati in momenti diversi, presso differenti enti previdenziali, sono sommati; mentre quelli cumulati nello stesso arco di tempo, sono conteggiati una sola volta.

Ciononostante resta reale il sistema pro quota, e di calcolo retributivo misto pertanto, che prevede che ogni ente previdenziale verserà la quota corrispondente agli anni di contributi versati presso la sua struttura. Da precisare, però, che ogni ente, fondo o cassa previdenziale, gestione, può ‘versare’ i fondi relativi agli anni di contributi versati all’Inps, al fine della totalizzazione e che siano cumulati nel conteggio al fine pensionistico, come pensione unica quindi, ma non li può ‘versare’ e ‘rigirare’ ad altri fondi o casse previdenziali simili.

In sintesi la totalizzazione dà diritto al cosiddetto decorso (quello della cosiddetta finestra come è meglio noto) della decorrenza. Lo slittamento decorrenza (c.d. finestra) è variabile a seconda del tipo di pensione cui si potrà accedere: pensione di anzianità, di vecchiaia, di inabilità, ai superstiti. Andiamo a vederle più da vicino.

 

La totalizzazione ai fini della pensione di anzianità, vecchiaia, inabilità, ai superstiti

Importanti al fine del conteggio dei contributi versati, al fine della pensione di anzianità in regime di totalizzazione, è la voce dei cosiddetti contributi figurativi. Questi ultimi sono tutti quei contributi che il lavoratore ha accumulato, senza alcun costo economico, nonostante l’interruzione dell’attività lavorativa; quindi ha continuato a maturare i contributi, pur non lavorando in un determinato momento, per causa di forza maggiore, come ad esempio gravidanza, malattia o disoccupazione. Per raggiungere la pensione di anzianità servono ben 40 anni e sette mesi di contributi versati per il 2018 (come nel 2016 e nel 2017, con un incremento di quattro ulteriori mesi rispetto ai 40 anni e tre mesi previsti nel 2014 e nel 2015); mentre, per il 2019 e il 2020, saranno necessari ben 41 anni.  Dunque risulta quanto mai vantaggioso ricorrere alla formula della totalizzazione per poter poi usufruire della cosiddetta ‘finestra’, che farà ‘scontare’ ben 21 mesi sul calcolo degli anni di contributi da dover versare ai fini pensionistici.

Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia ancora per il 2018 (così come nel 2016 e nel 2017) si ottiene con i 65 anni e sette mesi di età e venti anni di contributi; prima, nel 2014 e nel 2015, il limite di età era di 65 anni e tre mesi; infine, a partire dal prossimo anno (cioè dal 2019), per i due successivi anni (quindi per tutto il 2020 compreso), salirà a 66 anni. Dunque un anticipo di 18 mesi, grazie alla ‘finestra’ ottenibile per mezzo della totalizzazione, aiuterà.

Anche perché si parla sempre di speranza di vita, cambiata e mutevole proprio in continuazione in considerazione della qualità e dello stile di vita del lavoratore, che fa oscillare tali parametri temporali della pensione di vecchiaia e di anzianità. Dunque, innalzare l’età pensionabile non solo ha creato non poche polemiche, ma ci dà modo di accennare alla possibilità anche di ottenere una pensione di inabilità assoluta e permanente per il lavoratore stesso; ciò richiederà la verifica della reale veridicità delle condizioni gravi e gravose di chi ne faccia richiesta e attestate nei requisiti dell’assicurazione.

Infine, esiste un ultimo tipo di pensione: quella ai superstiti. Ovvero l’assicurato [5] lascia in eredità la sua pensione ai superstiti, pensione che sarà totalizzata da questi ultimi, che otterranno così – al contempo – il diritto alla pensione e alla totalizzazione, di cui avranno piena facoltà.

Fine malattia, inizio ferie

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se finisce il periodo di conservazione del posto di lavoro per malattia è possibile chiedere le ferie per evitare il licenziamento?

Sei assente dal lavoro per malattia da tempo e hai paura di essere licenziato, perché sta per scadere il periodo entro cui hai diritto alla conservazione del posto? Se non sai come fare per sospendere o allungare la durata del periodo di comporto (cioè del periodo massimo di conservazione del posto), devi sapere che la legge e la contrattazione collettiva prevedono delle possibilità di prorogare il comporto per malattia: molti contratti collettivi, ad esempio, offrono la possibilità di chiedere un’aspettativa non retribuita, terminato il comporto, per non perdere il posto di lavoro. In base a quanto disposto dal contratto collettivo, a seconda della patologia e delle condizioni del lavoratore, il datore di lavoro può rifiutarsi di concedere l’aspettativa solo per gravi motivi.

Anche se il contratto collettivo non lo prevede, poi, potresti chiedere le ferie al tuo datore di lavoro, per sospendere il periodo di comporto: il datore di lavoro deve valutare obiettivamente la tua situazione e tener conto del tuo interesse alla conservazione del posto. Come recentemente affermato dalla Cassazione [1], non ci sono problemi nella fruizione delle ferie subito dopo la malattia, senza rientrare al lavoro.

Ma procediamo per ordine e vediamo come funziona il comporto per malattia, quando si può allungare il periodo di conservazione del posto e che cosa succede in caso di fine malattia e inizio ferie.

Che cos’è il periodo di comporto per malattia?

Il periodo di comporto è il periodo massimo, solitamente stabilito dal contratto collettivo applicato, entro il quale il lavoratore si può assentare per malattia con diritto alla conservazione del posto di lavoro.

Il periodo di comporto non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato.

Comporto secco e comporto per sommatoria

Il comporto può essere di due tipi:

  • secco: in questo caso il periodo massimo di conservazione del posto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 3 mesi di malattia;
  • per sommatoria: in questo caso, il contratto prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, il contratto può prevedere un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno, o, come avviene per i dipendenti pubblici, 18 mesi nell’arco di tre anni; per il superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Come si conta il comporto per i dipendenti pubblici?

Per la generalità dei dipendenti degli enti locali, il contratto collettivo [1] prevede che, in caso di assenza dovuta ad infortunio (non sul lavoro) o a malattia (non professionale, né riconosciuta dipendente da causa di servizio), il dipendente ha diritto alla conservazione del posto fino alla guarigione clinica e, comunque, non oltre un periodo pari a 18 mesi.

Nello specifico, il dipendente non in prova, assente per malattia, ha diritto alla conservazione del posto per un periodo complessivo di 18 mesi. Ai fini della maturazione del periodo di comporto, si sommano tutte le assenze per malattia intervenute nei tre anni che precedono l’ultimo episodio di malattia in corso. Di conseguenza, interrompere la malattia e riassentarsi non azzera il comporto.

Per stabilire se e quando risulta superato il periodo di comporto, in pratica, è necessario:

  • sommare le assenze intervenute nei tre anni precedenti la nuova malattia;
  • sommare a queste assenze quelle dell’ultimo episodio di malattia.

In parole semplici, per verificare se i 18 mesi sono stati superati bisogna contare a ritroso di 36 mesi rispetto alla data di inizio dell’ultima malattia, poi sommare le giornate di assenza relative all’ultima malattia.

Quali giornate possono essere escluse dal comporto per malattia?

Se la malattia è stata causata da un comportamento illegittimo del datore di lavoro, i periodi di assenza sono esclusi dal calcolo del comporto (ad esempio in caso di mobbing o demansionamento).

Sono escluse anche le patologie legate alla gravidanza, e gli infortuni causati dal datore di lavoro.

Per i dipendenti pubblici, ed in alcuni contratti collettivi, sono escluse dal comporto le giornate di assenza per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da Aids; nel dettaglio, sono esclusi dal comporto:

  • i giorni di ricovero ospedaliero;
  • i giorni di day hospital;
  • i giorni di assenza dovuti alle terapie appena menzionate.

Le terapie ed i ricoveri, perché le giornate possano essere escluse dal periodo di comporto, devono essere certificati dalla competente Asl o struttura convenzionata.

Ferie per sospendere il comporto

Le ferie durante la malattia sospendono il periodo di comporto: il lavoratore può dunque chiedere le ferie al datore di lavoro, per evitare che il periodo di conservazione del posto per malattia termini.

Ma si possono attaccare le ferie alla malattia? In altre parole, il dipendente ha la possibilità di fruire delle ferie residue al termine della malattia, senza rientrare al lavoro? La risposta è positiva. Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], difatti, il datore di lavoro non può impedire, salvo particolari eccezioni, al dipendente di interrompere la malattia con le ferie. 

Cerchiamo di comprendere meglio. La finalità delle ferie, in base alla legge, è differente dalla finalità delle assenze per malattia: queste sono infatti finalizzate alla guarigione del lavoratore, mentre la funzione delle ferie è quella di consentire il recupero psico-fisico del dipendente; le ferie permettono al lavoratore non solo di riposarsi, ma anche di poter “recuperare” i rapporti sociali e familiari e i momenti di svago, normalmente compromessi dall’attività lavorativa.

Chi decide le ferie è il datore di lavoro, sulla base delle esigenze dell’azienda, ma deve tener conto anche delle esigenze del lavoratore.

Nel caso della richiesta delle ferie per sospendere il comporto per malattia, secondo la Cassazione, il datore di lavoro ha sempre la possibilità di decidere se accordarle o meno; deve però tener conto dell’esigenza del lavoratore di evitare il licenziamento, e quindi la perdita del posto di lavoro: solo esigenze effettive e concrete possono (in ossequio alle clausole generali della correttezza di buona fede e correttezza) giustificare un diniego e così far prevalere l’interesse dell’azienda sull’interesse del lavoratore di godere delle ferie, scongiurando così la fine del periodo di comporto.

In parole semplici, il periodo di comporto può essere interrotto dalla richiesta del lavoratore di godere delle ferie già maturate: il datore può rigettare la domanda, ma deve fornire adeguate motivazioni.

L’interruzione della malattia per ferie è automatica?

Le ferie interrompono il comporto per malattia, ma non esiste un obbligo, per il datore di lavoro, di riconoscerle in automatico, senza richiesta.

Per interrompere la malattia con le ferie, difatti, il lavoratore deve inviare una richiesta scritta, indicare il momento dal quale vuole convertire l’assenza per malattia in assenza per ferie ed inviarla al datore di lavoro prima della scadenza definitiva del comporto.

Il datore di lavoro non deve convertire d’ufficio l’assenza per malattia in ferie, perché non esiste un obbligo di prolungare automaticamente il periodo di comporto per un tempo corrispondente ai giorni di ferie non goduti, se il dipendente non invia un’apposita domanda scritta e questa non viene accolta.

Periodo di comporto e aspettativa

Molti contratti collettivi, per tutelare ulteriormente il lavoratore, oltre al periodo di comporto danno la possibilità di usufruire di un’aspettativa, in gran parte dei casi non retribuita, per evitare il licenziamento.

Nelle aziende del settore alimentare, ad esempio, è prevista la possibilità di richiedere un’aspettativa non retribuita, della durata massima di 12 mesi, per  avere il diritto alla conservazione del posto una volta terminato il periodo tutelato.

Anche nel settore trasporto merci esiste la possibilità di richiedere un’aspettativa non retribuita, della durata massima di 6 mesi, per avere il diritto alla conservazione del posto una volta terminato il periodo tutelato. La richiesta deve essere effettuata entro 2 giorni dal termine del periodo di comporto.

La stessa possibilità esiste, poi, nel contratto collettivo Chimica, che prevede un’aspettativa non retribuita, della durata massima di 6 mesi, prorogabile per altri 6 mesi, per avere il diritto alla conservazione del posto alla fine del periodo tutelato. La richiesta è possibile una sola volta, e soltanto nel caso in cui la malattia abbia determinato un’assenza dal lavoro di almeno 8 mesi nel corso degli ultimi 12 mesi.

Nel settore editoria/grafica l’aspettativa prevista ha la durata massima di 6 mesi, mentre  nel settore metalmeccanico esiste la possibilità di richiedere un’aspettativa non retribuita, della durata massima di 24 mesi, per una sola volta nel triennio di riferimento.

Nel settore commercio e terziario, l’aspettativa prevista ha una durata di 120 giorni, la cui domanda deve essere inviata entro il termine del periodo di comporto.  Se l’assenza è prolungata a causa di una patologia che comporta terapie salvavita, il lavoratore può richiedere un ulteriore periodo di aspettativa fino a un massimo di 12 mesi. In questo caso i primi 60 giorni di aspettativa sono retribuiti al 100%. Lo stesso è previsto nel settore turismo, ma in questo caso la seconda aspettativa ha una durata massima di 120 giorni.

L’aspettativa non è automatica, ma deve essere richiesta dal lavoratore: inoltre, il datore può rifiutarla, ma deve dimostrare l’esistenza di seri motivi che ne impediscano la concessione.

Anche i dipendenti pubblici, in determinati casi, hanno diritto all’aspettativa per malattia. per approfondire: Aspettativa per malattia dipendenti pubblici.

Fine del periodo di comporto per malattia: il licenziamento è automatico?

Trascorso il periodo di comporto e fruita l’eventuale aspettativa ed il periodo di ferie, ad ogni modo, il licenziamento non è automatico: il datore di lavoro non è difatti obbligato a licenziare il lavoratore, ma ne ha soltanto la facoltà.

Peraltro, il datore di lavoro può comunque licenziare il lavoratore malato, durante il periodo tutelato, per giusta causa, cioè se si verifica una situazione talmente grave da non consentire la prosecuzione, nemmeno momentanea, del rapporto (è il caso, ad esempio, del dipendente sorpreso a rubare).

Compensazione F24 Debiti e Crediti: Guida Completa

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Economia, feed

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Compensazione F24 Debiti e Crediti: Guida completa- Il sistema fiscale italiano è piuttosto complicato e pieno di norme che talvolta fanno impazzire anche i Commercialisti che in questa materia sono massimi esperti, figuriamoci i singoli cittadini che non hanno competenze specifiche e non sono, ovviamente, aggiornati sulle diverse norme che cambiano le carte un tavola ad ogni piè sospinto.

Oggi parleremo delle Compensazioni Irpef a credito e a debito cercando di fare chiarezza almeno su qualche punto fondamentale. 

Compensazione F24 2018

La Compensazione è un meccanismo attraverso il quale il contribuente ha la possibilità di mettere in relazione algebrica Debiti e Crediti al fine di ridurre quanto dovuto al fisco in relazione a quanto viene vantato a credito. Si tratta di una possibilità e non un obbligo che, tuttavia, va a vantaggio del contribuente, per non esporre somme a fronte di un credito di imposta.

Per chiarire meglio il concetto della compensazione facciamo l’ipotesi che devi pagare di tasse 1000 euro ma anche che hai un credito dallo Stato di 1500 euro. Puoi, attraverso la compensazione, richiedere il rimborso attraverso il modello F24 di 500 Euro.

Crediti e debiti compensati devono comunque risultare dalla dichiarazione dei redditi o dalle denunce contributive periodiche.

Chi può fare la compensazione

La compensazione è possibile per tutti i contribuenti, siano questi soggetti titolari di partita IVA che non.

I crediti sono compensabili fino al limite di 516.456,90 euro nello stesso anno solare tramite il modello F24 ma per importi superiori occorrerà compensare nell’anno successivo oppure richiedere il rimborso con modalità ordinarie.

Compensazione Credito Irpef 2018

Se dalla compensazione risulta un importo a credito, questo deve essere richiesto tramite il modello F24 se rientrante nei limiti previsti dalla legge e, se superiore, tramite le modalità ordinarie.

La Legge di Bilancio 2018 ha determinato che l’Agenzia delle Entrate ha la possibilità di sospendere l’esecuzione dei modelli F24 a credito relativi a compensazioni ritenute a rischio.

Tale sospensione non può essere superiore a 30 giorni, decorsi i quali se il credito risulta corretto, si dà luogo al pagamento e le compensazioni considerate eseguite.

Qualora la compensazione del Credito risultasse non corretta, la delega di pagamento sarà annullata e le compensazioni considerate non eseguite. Questa norma della Legge di Bilancio ha trovato chiarimento sulle modalità e criteri di attuazione tramite un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 28 agosto del corrente anno.

 Compensazione Crediti F24 e Credito Irpef 2017

Da quanto detto precedentemente, i crediti F24 eccedenti la somma limite consentita, possono essere compensati l’anno successivo.

In virtù di questa norma, nel corso del 2018 è possibile portare in compensazione crediti Irpef relativi al 2017 sempre con modello F24, anche in questo caso purché si resti sempre nel limite di compensazione come da Legge.

Come si vede il meccanismo di compensazione debiti e crediti attraverso il modello F24 è una cosa semplice da attuare e che consente una soluzione rapida nei rimborsi contrariamente alle modalità ordinarie che richiedono tempi maggiori.

Lo Stato sta seguendo una via di disincentivazione dell’uso del modello F24 a favore delle modalità telematiche e per questo i limiti soglia per la compensazione crediti tramite F24 sono stati decisamente ridotti nel corso del 2017, quando il limite era di molto superiore.

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Come gestire il bilancio familiare

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gestire il bilancio del proprio nucleo familiare non è mai cosa semplice, ma con alcune accortezze tutti possono far quadrare i conti.

Al giorno d’oggi portare avanti una famiglia non significa solo avere cura dei propri cari, ma anche (e sopratutto) gestire le finanze. Il nucleo familiare è un’azienda a tutti gli effetti, con delle entrate (poche) e delle uscite (tante), quindi coloro che reggono le redini della famiglia devono essere davvero bravi a far quadrare i conti. In queste righe vedremo come gestire il bilancio familiare, partendo dalla creazione di un vero e proprio libro contabile, passando per l’individuazione delle spese fino ad arrivare al taglio degli sprechi e alle soluzioni per risparmiare senza fatica.

Quanto è importante creare un libro contabile?

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio e iniziamo con il dire che per gestire finanziariamente al meglio una famiglia non basta avere “il braccino corto”, perché alcune spese sono fondamentali e non è rimpinzando un salvadanaio che si fa il bene dei propri cari. Allo stesso modo, ricordare le spese sostenute nell’arco di un mese o di un anno è umanamente impossibile, quindi per tenere realmente la contabilità della propria famiglia bisogna crearsi un vero e proprio libro contabile. Nonostante il termine in sé risulti altisonante, si tratta in realtà di supporti semplici dove segnare le entrate e le uscite: i più smaliziati in campo informatico potrebbero creasi un foglio di calcolo o scaricarsi un’apposita app, i più tradizionalisti potrebbero usare anche un semplice quaderno.

Nel creare il libro contabile della propria famiglia, bisogna partire da due elementi fondamentali: le entrate e le uscite. La sezione delle entrate costituisce il più delle volte una voce fissa, sopratutto nei casi dei dipendenti con stipendio, quindi è molto semplice da realizzare. La vera sfida è creare la pagina dedicata alle uscite, perché racchiude tantissime voci.

Dato che non è semplice riuscire ad individuare tutte le spese che una famiglia deve affrontare, di seguito vi forniremo un elenco come punto di partenza:

  • affitto o mutuo casa;
  • bollette (Corrente elettrica, gas, acqua, ecc.);
  • automobile (RC Auto, Costo carburante, Manutenzione);
  • beni di prima necessità (Alimentari e prodotti per la casa);
  • vestiario;
  • spese sanitarie;
  • vacanze;
  • hobby;
  • divertimento;
  • arredamento.

Gli elementi appena elencati costituisco oltre il 90% delle spese che una famiglia deve sostenere costantemente. Ovviamente potete modificare questa lista a vostro uso e consumo, aggiungendo ed eliminando voci sulla base della vostra esperienza personale.

Quanto è importante l’analisi delle spese?

È chiaro che scrivere periodicamente le spese che la propria famiglia sostiene non è un esercizio fine a sé stesso. Le spese devono poi essere analizzate, altrimenti è impossibile capire i punti in cui intervenire. Tale analisi, inoltre, deve essere tutt’altro superficiale, altrimenti si rischia di far vivere il proprio nucleo familiare con privazioni inutili. È infatti emerso da alcune ricerche che molti italiani tagliano spese (a loro dire superflue) senza analizzare davvero la situazione, peggiorando lo stato economico del proprio nucleo familiare e minando l’umore dei propri cari.

Per capire meglio qual è il pericolo, sarà utile partire da un esempio. Prendiamo come riferimento l’elenco delle “uscite” che abbiamo stilato in precedenza. Molte persone, in maniera superficiale, pur di far quadrare i conti depennano arbitrariamente le spese dedicate agli hobby, alle vacanze e al divertimento in generale.

Se però ad un bambino, di tanto in tanto, non lo si porta alle giostre o non gli si compra un giocattolo, come lo si può far crescere felice? Nei peggiori dei casi si è scoperto addirittura che in molti fanno economia sulle spese sanitarie, cosa gravissima perché sulla salute non si può mai pensare al risparmio.

L’equivoco nasce dall’idea sbagliata che molti hanno sul concetto di “spese superflue”: con questo termine non si indicano le uscite di denaro legate alle attività che non sono di prima necessità, ma i costi di beni e servizi la cui assenza non genera alcun danno alla propria famiglia. Fare un’attenta analisi del bilancio familiare, quindi, significa visionare ogni singola voce delle spese (anche quelle legate ai beni di prima necessità) e vedere dove si può intervenire.

Si possono fare diversi esempi di tagli alle spese intelligenti. Dire ai fumatori incalliti che rinunciare alle sigarette, oltre agli evidenti benefici sulla propria salute, può far risparmiare più di 1800 euro annui sarebbe troppo facile. Chi ha il vizio del fumo potrebbe vivere la rinuncia alle sigarette come una privazione eccessiva, quindi possiamo anche soprassedere. Guardiamo invece alle spese legate alle bollette: per la quasi totalità dei casi, si tratta di servizi per i quali esistono diversi fornitori.

Quando si sottoscrive un contratto per la fibra internet, ad esempio, si potrebbe eliminare la parte dedicata alla numerazione fissa: in un mondo in cui tutti abbiamo i cellulari, a chi serve realmente il telefono di casa? Lo stesso discorso si può fare per la telefonia mobile, scegliendo sempre le offerte più vantaggiose che nell’arco del mese possono far risparmiare qualche decina di euro. Discorso analogo anche per la spesa al supermercato: siamo tutti portate ad acquistare i prodotti che vediamo negli spot pubblicitari in TV, ma il più delle volte sono quelli più cari.

Il carrello della spesa si può però riempire anche con prodotti meno noti, ma ugualmente buoni e qualitativamente validi. Inoltre, nei supermercati ci sono quotidianamente prodotti in offerta: fare una scorta di quelli che si utilizzano maggiormente potrebbe essere considerato come un investimento a lungo termine.

Quali spese familiari si possono detrarre dalle tasse?

Fortunatamente nel gestire il bilancio le famiglie possono avere una grossa mano anche dall’Agenzia dell’Entrate. Durante la dichiarazione dei redditi, infatti, le famiglie possono detrarre dalle tasse alcune spese fondamentali, recuperando quindi importanti somme. Le spese detraibili sono quelle fatte dal dichiarante o dai familiari a suo carico. Anche se molte delle spese che andremo a vedere sono comunicate telematicamente all’Agenzia dell’Entrate, rimane una buona abitudine quella di conservarsi gli scontrini e le fatture attestanti le spese: in questo modo, in caso di visita fiscale, il tutto è dimostrabile nero su bianco.

Tra le spese detraibili, quelle più importanti riguardano le prestazioni mediche: si può recuperare il 19% dei soldi spesi in visite da medici generici, su quelle degli specialisti, sugli interventi chirurgici, sulle assistenze fisiche e riabilitative, sull’acquisto di medicinali e perfino per le cure termali.

Anche le spese sostenute per il mutuo su una prima casa possono essere recuperate parzialmente in sede di dichiarazione dei redditi. In questo caso i costi che si vanno ad abbattere non sono quelli delle rate in sé, ma gli interessi passivi e gli oneri accessori. È possibile quindi recuperare il 19% delle spese extra legate al mutuo sulla prima casa.

L’Agenzia delle Entrate è inoltre consapevole del fatto che i figli costano, quindi permette di recuperare molte spese legate alla propria prole.

Ad esempio, nella dichiarazione dei redditi si possono recuperare le principali spese scolastiche (scuole materne, elementari, medie e superiori), come le tasse d’iscrizione, i servizi mensa e perfino i costi per le gite. A dispetto di quanto pensano in molti, invece, sono escluse dalle agevolazioni fiscali le spese per acquistare i libri di testo e quelle per il trasporto scolastico. Le detrazioni per ogni studente possono arrivare fino ad un importo massimo annuale di 717 euro.

I ragazzi però non vivono di sola scuola: dai 5 ai 18 anni è importante dedicarsi ad attività sportive, ed è per questo che anche sulle spese di iscrizioni e abbonamenti a palestre, piscine e strutture sportive in genere è possibile detrarre dalle tasse sempre il 19% della spesa sostenuta, fino ad un massimo annuale di 210 euro.

Quali altri sprechi una famiglia può evitare?

Quando un genitore è in grado di analizzare con attenzione le spese della sua famiglia e intervenire con intelligenza, è possibile risparmiare su tutte le voci senza vivere di privazioni.

Nel paragrafo dedicato all’analisi delle spese abbiamo già accennato a come risparmiare per la spesa al supermercato e sulla telefonia. Tuttavia, ci sono tantissimi altri modi per poter abbassare le spese di casa senza rinunciare alla qualità. Per quel che riguarda l’energia elettrica, ad esempio, potrebbe essere un’ottima idea installare un impianto fotovoltaico. Grazie ai pannelli solari la propria casa diventerebbe una piccola centrale elettrica che oltre ad essere autosufficiente potrebbe rivendere energia al fornitore. Dato che all’inizio si dovrebbero investire alcune migliaia di euro, è importante chiedere un preventivo e valutare la bontà del progetto insieme a proprio fornitore di energia elettrica, ma in un paese come l’Italia da sempre baciato dal sole il fotovoltaico è una garanzia.

Capitolo automobile. Le spese per il bollo auto e quelle per la manutenzione non sono purtroppo né evitabili né trattabili. Per quel che riguarda l’RC Auto, invece, grazie ai numerosi siti di comparazione che esistono sul web si può trovare sempre l’offerta più vantaggiosa. Per quel che riguarda il carburante, invece, si può risparmiare passando ai modelli ibridi o quelli alimentati a GPL e metano. Qualora non sia in programma l’acquisto di una nuova auto e si è in possesso di un modello che consuma parecchio, con poche centinaia di euro si può installare un impianto GPL, che garantisce un elevato risparmio.

Per le spese sanitarie, invece, i margini di manovra sono pochi. La salute è un valore assoluto e non si deve mai badare alle spese. Semmai, si può chiedere al medico di farsi prescrivere, quando è possibile, dei medicinali generici al posto di quelli più altisonanti, dato che hanno la stessa efficacia. Inoltre, sottoporsi periodicamente a visite di controllo fa sì che le patologie possano essere prese per tempo, evitando in questo modo cure dispendiose.

Sul fronte vacanze, infine, si possono risparmiare tanti soldi prenotando con mesi di anticipo e scegliendo per le proprie ferie periodi di bassa stagione.

Nel processo posso difendermi da solo?

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La possibilità per le parti di stare in giudizio personalmente, senza il patrocinio di un avvocato, nel procedimento civile, penale, amministrativo ed in Commissione tributaria. I “mini-urp” come strumento di ausilio al cittadino nel procedimento amministrativo.

Vuoi far valere un tuo diritto, ti hanno notificato un atto giudiziario, sei indagato in un procedimento penale o ti hanno citato come testimone per fatti cui hai assistito. In questi ed altri casi in cui ti è richiesto di presenziare davanti all’autorità giudiziaria probabilmente ti sarai chiesto nel processo posso difendermi da solo? Oppure è necessario rivolgersi ad un avvocato? Bene, la buona notizia è che spesso non è necessario rivolgersi ad un professionista e puoi difenderti da solo senza che sia necessario che tu sia laureato in legge o che tu abbia delle conoscenze tecniche. In questo articolo ti spieghiamo tutti i casi in cui ciò è possibile e quali accortezze seguire.

Processo civile

Giudice di pace

Il nostro codice di procedura civile [1] consente alle parti di stare in giudizio senza farsi assistere da un difensore nelle cause che si tengono davanti al giudice di pace di valore non superiore a € 1.100. Se devi difenderti in giudizio, quindi, ti basterà verificare che l’atto che ti è stato notificato si riferisca ad un giudizio instaurato davanti all’ufficio del giudice di pace (normalmente l’indicazione si trova in apertura, nella parte superiore della prima pagina dell’atto) e che il valore della causa sia inferiore ad euro 1.100 (l’indicazione del valore si trova invece in fondo all’atto, segnalata dalla dicitura “Si dichiara che il valore della presente causa è di €…”).

Se invece sei tu a dover instaurare il giudizio dovrai innanzitutto verificare che il diritto che vuoi far valere (ad esempio un credito di euro 1.000) sia inferiore ad euro 1.100. In secondo luogo ti occorrerà accertarti del fatto che la materia della lite che vuoi instaurare rientri nella competenza del giudice di pace [2].

Di seguito riportiamo le principali materie di competenza del giudice di pace:

  • cause relative a beni mobili (ad esempio un credito in denaro);
  • cause di risarcimento derivanti dalla circolazione di veicoli e natanti (ad esempio incidenti stradali);
  • cause relative alle distanze riguardo al piantamento degli alberi o delle siepi;
  • cause condominiali (ad esempio relative alle spese del condominio);
  • cause tra gli abitanti di immobili relative ad immissioni di fumo o calore, rumori e simili che vadano oltre la normale tollerabilità (quando, ad esempio, i vicini fanno troppo rumore di notte);
  • cause relative agli interessi o accessori prt il pagamento in ritardo di prestazioni previdenziali o assistenziali (come, ad esempio, gli interessi dovuti a causa del pagamento in ritardo del TFR).

Al fine di stare in giudizio personalmente davanti al giudice di pace – è bene ricordarlo poiché questa è la situazione più frequente in cui è possibile stare in giudizio da soli- è necessario dunque verificare che la causa abbia ad oggetto entrambi i requisiti: che l’oggetto rientri in una delle materie sopra elencate e che il valore sia inferiore ad euro 1.100.

Alcune cause però hanno valore indeterminabile, ciò avviene quando non è agevole “misurare” l’entità economica del giudizio che si fa valere (ad esempio l’uso del terrazzo comune a tutti i condomini non ha un valore “economico” determinabile semplicemente). In questo caso la parte non può stare in giudizio da sola perché non è possibile comprendere se è rispettato il valore massimo di euro 1.100, sarà dunque necessario avvalersi dell’assistenza di un avvocato anche per una causa “semplice”.

È importante sottolineare che nei giudizi che superano il valore di 1.100 euro il giudice di pace può comunque autorizzare la parte che ne faccia richiesta a stare in giudizio da sola in considerazione della della materia trattata e della sua semplicità, quando non siano richieste particolari competenze tecniche. Quindi se pensi di poterti difendere da solo perché la causa ti sembra particolarmente semplice potrai chiedere l’autorizzazione a farlo anche quando la giudizio supera il limite di valore di 1.100 euro.

La riforma della competenza del giudice di pace

Con riferimento a quanto appena detto è importante sapere che il decreto legislativo [3], riformato dalla magistratura onoraria, ha introdotto delle importanti novità in tema di competenza del giudice di pace.

Tra le nuove materie affidate al giudice di pace, per le quali ci si potrà difendere personalmente nel rispetto del requisito del valore, l’espropriazione forzata di cose mobili ed i pignoramenti mobiliari, l’usucapione di beni immobili e diritti reali immobiliari, diritto di superficie, accessione, divisione di beni immobili e scioglimento della comunione di beni immobili.

Il valore delle cause che il giudice di pace può decidere per equità verrà inoltre innalzato ad euro 2.500 (ad oggi è di euro 1.100). Si pensa, ma non è ancora certo, che anche il valore dei giudizi in cui il cittadino potrà difendersi personalmente verrà adeguato, passando così da euro 1.100 ad euro 2.500.

La riforma porterà, inoltre, all’introduzione del processo telematico anche negli uffici del giudice di pace.

Tali modifiche entreranno in vigore, in maniera graduale, a partire dal 31 ottobre 2021. Il completamento della procedura terminerà il 31 ottobre 2025.

Tribunale

La legge [4] stabilisce inoltre che il cittadino può stare in giudizio da solo anche davanti al tribunale nelle cause di lavoro che non superano il valore di € 129,11. Questa ipotesi non è però molto frequente perché difficilmente il valore di una causa è così basso, soprattutto perché in questi casi è sempre preferibile cercare una soluzione stragiudiziale, per prevenire lo spreco di tempo e denaro derivante dalla celebrazione di un processo.

Giudizi di appello

Il cittadino non può mai difendersi da solo in secondo grado. Se hai vinto una causa in cui avevi agito personalmente davanti al giudice di pace e la parte soccombente propone appello dovrai necessariamente rivolgerti a un legale. Allo stesso modo dovrai procedere se sei tu a voler proporre appello al provvedimento del giudice di pace di fronte al quale ti sei difeso da solo.

Opposizione a sanzioni amministrative 

La parte può proporre da sola, senza il patrocinio di un avvocato, il procedimento di opposizione a sanzione amministrativa. Il caso più ricorrente è quello del ricorso contro la multa irrogata a seguito di violazione di norme del codice stradale.

Se ricevi una sanzione, ad esempio, per eccesso di velocità, potrai tu stesso sottoscrivere e proporre il ricorso per l’annullamento o la riduzione della sanzione e stare in giudizio nel successivo procedimento (spesso i siti-web delle Corti d’Appello mettono a disposizione dei modelli compilabili on-line).

Procedimento amministrativo

Il nostro ordinamento [5] consente alle parti di stare in giudizio personalmente, senza L’assistenza del difensore, davanti al giudice amministrativo, per i giudizi in materia di: accesso e trasparenza amministrativa; in materia elettorale; nei giudizi relativi al diritto dei cittadini dell’Unione Europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Quando la Pubblica Amministrazione emette dei provvedimenti su uno di questi argomenti (ad esempio negando l’accesso ad un atto) ed il cittadino ritiene che questi siano stati emessi in violazione di un proprio interesse legittimo, egli può impugnarli personalmente e stare in giudizio da solo, predisponendo i relativi atti.

I Mini-URP

Recentemente è stato istituito il Processo Amministrativo Telematico (PAT) che prevede che gli atti, ed anche i ricorsi, siano “caricati” telematicamente e non più depositati in versione cartacea. Questa nuova modalità di deposito degli atti può creare notevoli problemi al cittadino che voglia proporre personalmente ricorso ad una sanzione amministrativa (come descritto al paragrafo precedente) poiché normalmente solo gli studi degli avvocati sono dotati degli strumenti necessari.

Al fine di procedere al deposito telematico, infatti, normalmente bisogna possedere una casella pec (posta elettronica certificata) ed un dispositivo per apporre la firma digitale.

Proprio per ovviare a questi ostacoli sono stati istituiti, con circolare del segretario generale della giustizia amministrativa, presso tutti gli uffici giudiziari amministrativi, i cosiddetti “Mini-URP”, ossia degli uffici presso i quali il cittadino che voglia instaurare personalmente un giudizio nei confronti della Pubblica Amministrazione, può depositare il ricorso in forma cartacea. Sarà poi lo stesso ufficio a curare il deposito telematico presso il Tribunale Amministrativo Regionale o il Consiglio di Stato.

I mini-urp sono molto utili anche perché prestano assistenza nella compilazione dei moduli e del deposito a tutti i cittadini, anche a coloro che potrebbero procedere da soli poiché dotati di pec e dispositivo per la firma digitale.

Processo penale

Se sei imputato o indagato in un processo penale la difesa tecnica è assolutamente necessaria. Il nostro ordinamento non riconosce la possibilità di stare personalmente davanti al giudice penale neanche a chi sia dotato della qualità per farlo (per intenderci, l’avvocato non può difendersi personalmente in un procedimento penale) anche -e soprattutto- perché la difesa è un diritto costituzionalmente garantito ad ogni individuo. In questo caso, dunque, dovrai necessariamente rivolgerti ad un avvocato. La legge garantisce tuttavia a chi non abbia i mezzi per dotarsi di un difensore, un avvocato d’ufficio (il difensore scelto dall’indagato/imputato si definisce invece “di fiducia”) a spese dello Stato.

Vi è tuttavia la possibilità per l’indagato e per l’imputato di compiere alcuni atti, affiancando alla difesa tecnica necessaria quella personale (autodifesa) facoltativa e svolta senza l’ausilio del difensore.

L’indagato (colui che è sospettato di aver commesso un reato prima che sia iniziato il processo penale) e l’imputato (colui che è sottoposto al procedimento penale) possono in ogni stato e grado del processo: presentare memorie e richieste all’Autorità Giudiziaria; rendere spontanee dichiarazioni alla Polizia giudiziaria ed al Pubblico Ministero; rendere spontanee dichiarazioni all’interno del dibattimento.

L’autodifesa però è spesso un’arma a doppio taglio, è sconsigliato ricorrervi se non si è sicuri delle dichiarazioni rese, onde evitare di aggravare la propria posizione processuale.

La testimonianza

Coloro che sono chiamati a testimoniare all’interno del processo penale (ciò vale ovviamente anche per il procedimento civile e quello amministrativo) non devono munirsi di un difensore e non hanno bisogno di assistenza. Con la testimonianza si è semplicemente chiamati a riferire alcune circostanze di cui si è a conoscenza o di cui si è testimoni oculari, non serve quindi “difendersi” o farsi consigliare da un avvocato.

Commissione tributaria

Il cittadino, in questo caso nella veste di contribuente, può difendersi da solo nella cause di valore non superiore ad € 3.000. (fino a qualche tempo fa il limite era fissato ad € 2.582,28, tuttavia la recente riforma tributaria [6] ha provveduto ad innalzarlo ad € 3.000).

La possibilità di stare in giudizio personalmente di fronte alle commissioni tributarie è un’opportunità molto importante poichè consente di difentersi autonomamente, proponendo ricorso, contro le cartelle di pagamento di Equitalia e le intimazioni di pagamento notificate dall’Agenzia delle Entrate.

Per stabilire il valore della causa vale quanto già detto in relazione alla difesa in proprio davanti al giudice di pace. In particolare bisognerà fare riferimento al valore del tributo di cui è richiesto il pagamento (al netto degli interessi) o al valore della sanzione contestata.

In alcuni casi, data la complessità della materia e le competenze necessarie alla difesa, il giudice può stabilire che sia necessaria la difesa tecnica anche quando il valore della causa è inferiore ai 3.000 euro. In questi casi, potrebbe quindi esserti richiesto di nominare un difensore entro il termine fissato dal giudice.

Se vuoi comunque avvalerti dell’aiuto di un professionista, devi sapere che davanti alle commissioni tributarie vi sono altri soggetti, abilitati alla difesa, cui potrai rivolgerti in alternativa all’avvocato, tra questi: commercialisti, consulenti del lavoro, ragionieri, funzionari delle associazioni di categoria (tutte le materie). Spedizionieri doganali (solo per  tributi relativi all’Agenzia delle Dogane). Ingegneri, architetti, geometri, periti edili, dottori agronomi, agrotecnici, periti agrari (solo per materie relative all’estensione e al classamento dei terreni; la ripartizione dell’estimo fra i compossessori di una stessa particella; la consistenza, il classamento degli immobili urbani e l’attribuzione della rendita catastale). Dipendenti dei C.a.f. (solo per le materie relative all’attività di consulenza prestata).

Mediazione obbligatoria

E’ importante ricordare che, nelle cause tributarie in cui si sta in giudizio da soli, è sempre necessario attivare la mediazione obbligatoria (prevista per le cause il cui valore non superi € 20.000 quindi certamente per quelle entro € 3.000) ossia il tentativo di “accordarsi” con l’ente interessato al pagamento del tributo o della sanzione prima di arrivare ad instaurare un procedimento.

Tale strumento è molto utile perché se in sede di mediazione viene raggiunto un accordo le sanzioni sono ridotte al 35% sulla base del minimo previsto dalla legge anziché sulla base della sanzione effettivamente erogata nel caso concreto.

Ex partner: 5 modi per consegnarli all’oblio

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dimenticarsi di un vecchio partner non è mai cosa semplice, ma in queste righe vi suggeriamo ben 5 modi per riuscirvi senza problemi.

È già passato tanto tempo da quando con il tuo ex avete deciso di lasciarvi. Conta poco che siano passate delle settimane, dei mesi o degli anni da quando la vostra storia è finita: il tempo ha ormai fatto scorrere i titoli di cosa ed è ora per voi di andare avanti. Certo, a parole tutto è più semplice, ma dimenticare una persona con la quale credevi di costruire un futuro solido non è mai facile. I distacchi fanno sempre male, ma non si può vivere di ricordi per tutta la vita. È fondamentale andare avanti dopo la chiusura di qualunque storia d’amore: è per questo motivo che abbiamo deciso di darvi una mano. In queste righe vi daremo delle specifiche indicazioni per dimenticare i vostri ex partner: 5 modi per consegnarli all’oblio. Seguendo queste indicazioni potrete finalmente riprendere la vostra vita e guardare all’amore con maggior ottimismo.

Come ritrovare il proprio equilibrio emotivo?

Pensare all’ex con nostalgia e tristezza è assolutamente normale, capita a tutti. Il fatto di voler fornirti dei consigli per dimenticarlo non significa che si possa pretendere di stare bene dall’oggi al domani. A dispetto di quanto tu possa pensare, infatti, il primo passo per dimenticare un tuo ex è concederti del tempo per elaborare la separazione.

Se ai primi giorni vuoi chiuderti in stanza e stare delle ore a piangere, fallo tranquillamente, è nel tuo diritto ed è importante anche per il tuo equilibrio emotivo. Nei primissimi giorni è importante non reprimere le emozioni, ma occorre esternarle in ogni occasione utile: il nostro corpo in quel momento è come un vaso da svuotare, dove tutti i contenuti negativi devono essere eliminati.

Trascorsi alcuni giorni dedicati all’elaborazione del lutto, inizia a muovere i primi passi guardando agli elementi che hanno caratterizzato la vostra vecchia storia d’amore. Al momento non badare ai ricordi belli, non sei ancora emotivamente pronto per pensare ai momenti felici senza sprofondare nuovamente nella disperazione. Semmai, analizza tutte le situazioni negative che sono successe quando stavi con il tuo ex, molte delle quali avranno sicuramente avuto un peso determinante nella fine della relazione.

Pensando alle cose negative inizierai forse a realizzare che l’aver lasciato il tuo ex ha anche dei risvolti positivi. Inoltre, tutti gli esempi negativi che avrai evocato potranno servirti in futuro per non commettere gli stessi errori.

Infine, per poter ritrovare definitivamente il tuo equilibrio emotivo, non biasimarti mai, anche se magari la fine della vostra storia è stata causata da qualche tua negligenza.

Facciamo un esempio limite: il tuo ex ti ha lasciato perché ti ha trovato a letto con un’altra persona. Anche se moralmente sei tu ad aver sbagliato, non sentirti eccessivamente nel torto. Del resto, se sei finito a letto con un’altra persona è forse perché con il tuo ex molte cose già non andavano. In quel caso, l’adulterio non ha fatto altro che accelerare una fine già prevista.

Come eliminare tutto quello che ti fa pensare al tuo ex?

Ritrovare l’equilibrio emotivo è solo il primo passo che ti condurrà a dimenticare completamente il tuo ex. Tuttavia, sei in una fase emozionale in cui ti senti ancora molto fragile e potrebbe bastare anche un piccolo evento per farti ripiombare nella disperazione. A questo punto, quindi, per evitare qualunque tipo di stimolo che possa farti ricordare il tuo ex, dovrai iniziare un lavoro molto simile alle famose “pulizie di primavera”, con la differenza che sono gli oggetti e le situazioni che riguardano il passato a dover finire nel cestino. +

Inizia con eliminare le foto e i regali del tuo ex, e qualunque altro oggetto che te lo possa far ricordare. Una volta riempito lo scatolone dei ricordi, puoi anche scegliere di non buttarlo, a patto di relegarlo in fondo alla cantina con la promessa di non aprirlo mai nell’immediato futuro. Fatto questo, dovrai passare al mondo social. Qualora il tuo ex sia una persona molto attiva su Facebook, Instagram e affini, l’ideale sarebbe evitare di accedere al tuo account per diverso tempo. Tuttavia, se non vuoi privarti di una tua quotidianità sui social, la prima cosa da fare è eliminare il tuo ex dalle amicizie e cancellare tutte le foto, da te pubblicate, che vi ritraggono insieme. Imposta il tuo profilo in modalità privata, affinché non sia visibile da utenti che non fanno parte della tua rete di amicizie (il tuo ex in primis).

Tornando nel mondo reale, dovrai imparare ad evitare tutti i luoghi in cui c’è l’alta probabilità di incontrarlo. Qualora abbiate delle amicizie in comune, spiega loro la situazione e frequentali esclusivamente in occasioni in cui il tuo ex non sia presente. Al tempo stesso, con i tuoi amici non dovrai mai fare nessun riferimento al tuo vecchio partner, né dovrai chiedere sue notizie per qualunque ragione. Qualora siano gli altri a volerti parlare di lui, rifiuta con garbo ed educazione qualsiasi tipo di gossip in merito.

Infine, l’ultimo passaggio, ma al tempo stesso il più difficile, prevede di cambiare completamente abitudini. Inizia dalle cose più semplici, magari cominciando a fare dei cambiamenti di arredo a casa tua. Successivamente, prova a cambiare taglio di capelli e look in generale. In ultimo, esplora nuove attività e prova a frequentare persone diverse: le novità così dirompenti sono un vero toccasana quando si vuole dimenticare il proprio ex.

Come iniziare a godersi la vita?

Ritrovato il proprio equilibrio emotivo e fatta tabula rasa di tutto quelle che ti poteva ricordare il tuo ex, ha completato la macro fase di “reset”. Devi adesso provare a riempire la tua vita di nuove emozioni, devi riuscire a trovare il sorriso con sempre più frequenza per poterti dire definitivamente guarito. Per farlo bisogna ritrovare anzitutto la gioia all’interno del proprio nucleo familiare: i parenti stretti sono quelli che ti vorranno sempre bene, in qualunque occasione, quindi è giusto provare a rendere questo legame ancor più saldo. Inizia con l’andare a trovare sempre più spesso i tuoi nonni, se hai la fortuna di averli ancora, passando con loro quanto più tempo possibile. Prendi come pretesto le “feste comandate” per organizzare maxi cene di famiglia, nelle quali trascorrere diverse ore di spensieratezza.

Quando non sei impegnato con la tua famiglia, esci di più che puoi con gli amici. Che si tratti di una serata in discoteca o una pizza al sabato sera, non perdere mai l’occasione di svagare la mente e farti quattro risate in compagnia. Le serate con gli amici, poi, sono importanti anche per un altro aspetto: possono infatti farti misurare la tua voglia di interazione con l’altro sesso.

Immagina la scena: sei seduto ai tavolini del bar con i tuoi amici, e vedi passare una bella ragazza (o un bel ragazzo). Se inizi a vederci qualcosa di interessante, o se ti senti addirittura pronto per lanciarti e provare a conoscerla, vuol dire che la “guarigione” è vicina.

Un’altra buona idea per ricominciare a goderti la vita potrebbe essere quella di iscriverti in palestra. Si tratta di un’ottima soluzione per due motivi: in primo luogo perché facendo attività fisica riesci a tenere il tuo corpo in forma, facendo del bene a te stesso e curando il tuo aspetto; in secondo luogo perché le palestre sono ormai il punto di aggregazione sociale più gettonato dei nostri tempi e offrono l’occasione di conoscere tante belle persone con le quali stringere nuove amicizie (in molti casi anche qualcosa in più).

Come trovare definitivamente la pace interiore?

Hai imparato ad elaborare la separazione, ad eliminare i ricordi e a dedicarti ad altro. Sei ormai vicino alla completa guarigione, ma adesso arriva la parte più difficile, che potrebbe essere paragonata ad una sorta di test finale. Tutte le attività finora descritte avevano come finalità principale quella di farti superare il problema, ti abbiamo consigliato di dedicarti anima e corpo ad altro proprio per tenere la tua mente occupata.

Adesso, per capire se davvero hai raggiunto la tua pace interiore, devi provare a passare del tempo in solitudine. Non si tratta ovviamente di fare eremitaggio, ma semplicemente di rimanere anche una sola sera a casa da solo e capire che effetto ti fa.

Potrai dirti guarito solo nel caso in cui inizi a pensare al tuo ex sotto una nuova prospettiva, ovvero come un ricordo piacevole della tua vita passata che ti ha aiutato a crescere e non più come un mostro da uccidere.

Pensare ad una vecchia storia ed evocarne i ricordi felici con lucido distacco significa aver completamente dimenticato il proprio ex, almeno nell’accezione negativa del termine, il che contemporaneamente indica che siamo pronti per guardare avanti. In quest’ultima fase riuscirai finalmente a capire quanto possa essere bella la vita da single, dato che ti garantisce la possibilità di vivere esperienze sempre nuove senza dover darne conto a nessuno.

Grazie alla pace interiore, infine, sarai in grado di accettare un appuntamento galante solo quando ti sentirai pronto e non sarai più ossessionato dalla logica del “chiodo schiaccia chiodo”

È consigliabile mantenere i contatti con il proprio ex?

Questo paragrafo è quello più importante di tutti, perché e solo seguendo le sue direttive che si evita di vanificare tutti gli sforzi pregressi. A scanso di equivoci, iniziamo con il dire che mantenere i contatti con il proprio ex non è mai una buona idea.

Tante coppie si lasciano in maniera più o meno civile e per dimostrare maturità decidono di rimanere amici. Se i due soggetti in questione sono una coppia di algidi svedesi la cosa potrebbe anche funzionare. Noi tuttavia siamo italiani, siamo molto più passionali e non riusciremmo mai a vedere sotto una veste diversa una persona con la quale fino a poco tempo fa condividevamo un’intimità profonda.

Quindi, se il vostro ex vi propone di vedervi di tanto in tanto, anche solo per un semplice caffè, declinate sin da subito l’invito. Se volete dimenticar il vostro vecchio partner il taglio deve essere netto e deciso, altrimenti ogni sforzo che proverete a fare sarà del tutto inutile.

Psicologo o psicoterapeuta: a chi rivolgersi?

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Quando hai bisogno di un supporto psicologico molto spesso il quesito che ti poni è: a chi mi rivolgo? Per scegliere bene è importante capire innanzitutto la differenza tra psicologo e psicoterapeuta.

Scegliere un professionista, di qualunque ambito si tratti, non è mai facile. Trovare poi quello giusto quando la problematica è di natura psicologica è ancora più difficile. Ti senti fragile, senza energie, bisognoso di qualcuno che entri in sintonia con te e che ti capisca senza quello sforzo che sei costretto a fare con tutte le altre persone con cui ti relazioni. A volte, avresti solo bisogno di parlare, aprirti, scoprirti, essere ascoltato senza giudizio ma con accoglimento ed apertura. Poi però devi fare i conti con la vastità di professionisti che ti promettono tutto questo. Devi cioè saper scegliere quello che realmente possa aiutare te. Psicologo o psicoterapeuta: a chi rivolgersi? Ti rivolgo questa domanda perché c’è una sostanziale differenza tra le due professionalità ed è bene conoscerle se sei alla ricerca un supporto psicologico. Questo articolo ti aiuterà a capire proprio questo. Avrai sentito parlare infatti di queste due figure più e più volte e magari avrai visitato la loro pagina Facebook o il loro sito e avrai notato tante similitudini e ti sarai chiesta: come faccio a scegliere? Ma soprattutto: qual è la differenza? Ecco, questo articolo ti aiuterà proprio in questo. A fare chiarezza su due professioni, apparentemente simili, che possono o meno coincidere con la stessa persona ma che concretamente operano su tematiche diverse, così da poter restringere la tua ricerca e trovare con più facilità la persona giusta che possa supportarti. Inizierò con il parlarti dei due criteri principali con i quali oggi scegliamo lo specialista giusto, così da accrescere la tua consapevolezza sui punti di forza o meno che li caratterizzano.

Criteri con cui scegliamo un professionista

Inizio con il dirti che non sarà un curriculum a determinare la scelta di chi ti aiuterà, né tanto meno i master o i titoli che su carta un professionista può annoverare. La statistica ci dice il primo criterio di selezione è quello dell’antico quanto spesso efficace passaparola.

Pensaci, quando hai un dolore fisico che non sai spiegarti oppure quando sei preoccupata per una patologia che conosci ma di cui vuoi una diagnosi più precisa, generalmente cosa fai per prima cosa? Pensi a tutta la tua rete di conoscenze ed inizi a scervellarti finché non ti viene in mente qualcuno che possa aiutarti fornendoti un canale di accesso preferenziale alle informazioni di cui necessiti.

Se da un punto di vista fisico sei molto più abituato a chiedere assistenza ed informazioni, nel campo psicologico al contrario è ancora diffusa purtroppo la cultura della vergogna e del “dovercela fare per forza da solo”. Questo per dirti che la rete di consiglio amicale in questa sfera è ancora più importante ed utilizzata. Devi trovare, infatti, non solo qualcuno che ti aiuti ma che ti chiede in cambio apertura ed impegno nel mettere in luce la sfera più intima di te.

Se poi nelle tue conoscenze più strette nessuno ti convince o propone qualcuno di fiducia la seconda opzione è il medico, generalmente quello di base o di cui ti fidi di più. Analizzando i pro e contro di questo criterio di selezione ritengo che abbia senza dubbio il vantaggio di esporti ad un minor rischio circa la serietà e affidabilità del professionista a fronte di un’esperienza positiva vissuta da terzi ma il rischio è quello di fidarti troppo a scapito di un ulteriore approfondimento che comunque ti serve per capire se fa al tuo caso.

Un altro canale oggi in seconda posizione per scegliere uno psicologo è il web. Riesci a contare le volte in cui fino ad oggi hai aperto Google per cercare un professionista, soffermandoti in modo particolare sulle sue recensioni o su ciò che egli stesso scrive? Non credo. Saranno infinite le volte in cui ti sarà capitato.

Oggi il mondo digitale ha preso piede in modo estremamente consistente nelle tue decisioni, anche quelle che riguardano la tua salute.

Per ciò che concerne uno psicologo sicuramente ciò che aiuta è anche la sua presenza nel mondo dei social network. Sto parlando di un profilo professionale su Facebook, Instagram, Twitter o LinkedIn ad esempio, poiché condividendo idee e  pensieri, avrai modo di entrare in connessione con lui, osservarlo, darti tempo e modo di comprendere meglio se il suo mondo professionale possa sposarsi con i tuoi bisogni. Rispetto a questo secondo criterio i pro e i contro si invertono rispetto al precedente. Cioè se in questo caso, per timore di incappare nella persona sbagliata, hai reperito un grande numero di informazioni sulla persona perché non hai conoscenze in comune con lui al contrario il rischio potrebbe essere quello di non avere garanzie effettive sulla sua affidabilità.

Questo perché anche a fronte di commenti positivi, le persone che recensiscono non le conosci e non sai chi ti sta consigliando.

Concludendo, noterai che la credibilità nei confronti di qualcuno che si occupa della tua salute viaggia di pari passo con tua stima nei confronti di chi già conosci e la fama che gli viene riconosciuta nel mondo virtuale. Sarebbe ottimale integrare i due criteri così da poter ottenere il meglio. Dopo aver compreso i pro e contro dei canali da poter attivare nella ricerca del professionista è bene andare a fondo sulle caratteristiche e le differenze delle due figure principali che ti potrebbero proporre o che tu stesso troverai sul Web: lo psicologo e lo psicoterapeuta.

Differenze tra psicologo e psicoterapeuta

C’è molta confusione, anche tra gli stessi professionisti, su ciò che distingue uno psicologo da uno psicoterapeuta. Il rischio è quello di assimilare uno all’altro o di ignorarne totalmente le differenze o il margine di azione.

Mi è capitato di ascoltare il racconto di molte persone che dopo anni di terapia hanno deciso di cambiare repentinamente professionista o hanno concluso autonomamente il percorso senza dare spiegazioni.

Molte di queste volte sicuramente i motivi prescindevano le competenze del terapeuta, ma in altri casi le ragioni erano date dall’ignoranza del cliente e/o paziente alla base della scelta, intesa come carenza di informazioni sul professionista e sul percorso cui sarebbe andato incontro.

Ovviamente, la trasparenza dovrebbe appartenere primariamente al professionista che detiene l’effettiva conoscenza del suo lavoro, ma poiché non sai chi avrai di fronte devi tutelarti approfondendo al massimo delle tue possibilità.

Psicologo e psicoterapeuta sembrano per molti la stessa figura, mentre invece operano con strumenti diversi perché si occupano di ambiti differenti. La premessa è che uno psicoterapeuta per ovvi motivi sarà necessariamente anche uno psicologo ma non è detto che si verifichi il contrario. Questo è dato dal fatto che entrambi hanno conseguito una laurea in psicologia e si sono iscritti all’Albo degli Psicologi, ma la scuola di psicoterapia che succede la laurea non è obbligatoria e soprattutto non è sempre necessaria.

La scelta del professionista, di frequentarla o meno, dipenderà dal target di utenza che vorrà trattare e dalle tematiche in cui si specializzerà in virtù degli interessi sviluppati dopo la laurea. Potrai quindi trovarti nella situazione di leggere la dicitura “psicologo” oppure “psicologo e psicoterapeuta”. Scopri con me le differenze di applicazione.

Differenze di applicazione

Lo psicologo lavora con il disagio psicologico e quindi con la persona che ha una personalità strutturata e le capacità per poter autonomamente fronteggiare le sue difficoltà. lo psicologo servirà lui per mettere in luce tutto ciò che ha già dentro di sé, per ampliare i suoi orizzonti, per favorire una rilettura della realtà attraverso la ricerca, la mobilitazione ed il potenziamento di risorse utili di cui non ha consapevolezza. Ne consegue che ipoteticamente chiunque può avvalersi di un supporto psicologico in questo senso perché chiunque può attraversare periodi di crisi, decisioni difficili da prendere, momenti di forte conflittualità interna, tutti noi nell’arco della vita sperimentiamo il disagio psicologico.

Ci saranno ovviamente livelli diversi di gravità così come di supporto di cui ognuno nella vita gode e questo, associato ad altri fattori come la nostra esperienza di vita ed educazione familiare, farà la differenza nella decisione di chiedere o no un aiuto esterno. lo psicologo non ha una funzione terapeutica. Non cura cioè una malattia perché non si rapporta con la patologia.

È un esperto della salute e fa interventi mirati alla prevenzione, diagnosi, riabilitazione e sostegno. Si occupa del tuo benessere psicofisico e crescita personale, interviene per risolvere situazioni conflittuali e per migliorare le tue relazioni attraverso ad esempio una migliore gestione della comunicazione.

Lo psicoterapeuta, invece, è necessariamente anche uno psicologo ma ciò che lo caratterizza è che lavora con il disturbo. Avrà per questo una funzione terapeutica e disporrà di strumenti differenti atti a trattare la patologia. Ogni psicoterapeuta seguirà un approccio differente in riferimento alla scuola che ha frequentato ed è ad esempio utile, in questo caso, documentarti su quale sia quello seguito dalla persona a cui ti stai rivolgendo per capire quali sono le peculiarità che lo caratterizzano.

Ti faccio un esempio per capire meglio a livello pratico come si traduce ciò di cui ti ho parlato finora. Hai un attacco di panico. Da chi devi andare? Per un primo consulto puoi rivolgerti sia ad uno psicologo che ad uno psicoterapeuta, nel caso infatti in cui si stia parlando di un episodio isolato o di un primo episodio, il cosiddetto “attacco di panico inatteso”, la situazione è ancora da definire e la materia può essere di competenza di entrambi. Nel caso in cui tu invece soffra di attacchi di panico ricorrenti sviluppando un vero e proprio disturbo da panico potrà seguirti esclusivamente uno psicoterapeuta.

Riassumendo

È importante dunque, a fronte di tutto ciò che hai letto, documentarti innanzitutto su chi si occuperà della tua salute e poi non avere timore di fare domande sul percorso che andrai ad iniziare. Ti consiglio anche di chiedere sempre più di un parere da professionisti diversi. È normale che tu non abbia le competenze per fare un’autodiagnosi ma è fondamentale non andare alla cieca dal primo specialista che ti consigliano perché è “bravo”. La problematica della tua amica potrebbe non avere nulla a che vedere con la tua situazione, oppure un particolare tipo di approccio che va bene per lei potrebbe non aiutare te. Informarsi non è sfiducia bensì un atto di cura verso di te ed il primo passo per poter scegliere con consapevolezza.

Cosa le donne guardano negli uomini

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il desiderio di ogni uomo è capire quello che pensano le donne, cosa guardano nei maschi e quali sono le caratteristiche da cui sono attratte: in queste righe proveremo a scoprirlo insieme.

Le donne sono le creature più belle e complicate che popolano il mondo. Quando l’uomo incrocia lo sguardo di una donna è come se si interfacciasse con un intero universo che però riesce a vedere solo dal buco della serratura. Come a dire, c’è un infinità di cose da sapere sulle donne che quest’ultime fanno ben attenzione a non svelare. Tra i dubbi che popolano la mente maschile circa l’universo femminile, il più ricorrente è sempre lo stesso: cosa le donne guardano negli uomini? In queste righe proveremo a dare una risposta a tale domanda. Dedicheremo un paragrafo ad ogni caratteristica maschile, fisica o comportamentale che attrae le donne. Alla fine di questo percorso, forse, scopriremo che su alcuni punti uomini e donne sono meno diversi di quanto immaginano.

Quanta importanza danno le donne al fondo schiena maschile?

Partire subito a parlare delle parti “meno nobili” del corpo maschile non è sicuramente un tocco di eleganza. Tuttavia, è “scientificamente provato” che un uomo con un bel sedere suscita enorme interesse nelle donne. Nonostante il pubblico femminile dia una versione aulica delle proprie preferenze, la realtà è un’altra.

Molte donne non sono tanto diverse da quei maschi seduti fuori ad un bar che, quando vedono passare una bella donna, ruotano tutti all’unisono la testa per ammirare il lato B dell’avvenente signora. L’importanza che l’universo femminile dà al sedere maschile è così alta che a volte diviene prioritaria rispetto a tanti altri aspetti.

Sono molte le donne che non disdegnano avventure con uomini poco avvenenti che però possono vantare un sedere marmoreo. D’altro canto, bisogna anche dire che non esiste donna al mondo che sceglierebbe l’uomo della propria vita esclusivamente il base al “lato B”.

Come devono essere le mani di un uomo per piacere alle donne?

Rispetto a quanto detto sul lato B maschile, per le mani di un uomo i criteri sono molto più soggettivi. Che le mani siano in effetti un’altra caratteristica fisica maschile che attrae tantissimo le donne è la storia più vecchia del mondo. Sul come devono essere le mani di un uomo, invece, il gusto personale incide parecchio.

Le mani di un uomo devono essere grandi, perché garantiscono protezione. Per altre donne invece le mani dell’uomo perfetto sono quelle affusolate. Molte ragazze trovano addirittura eccitanti le mani maschili segnate dai lavori manuali.

Di contro, esiste una tipologia di mano che fa calare in un nano secondo la libido femminile: è quella piccola, magari anche morbida, che ricorda quelle dei bambini o delle bambole. Alcuni uomini, sopratutto i più bassi, hanno mani che in effetti sono fin troppo morbide e curate per suscitare desiderio nelle donne.

È vero che l’uomo che sa far ridere le donne ha una marcia in più?

La capacità di suscitare ilarità in una donna è un quid in più che l’universo femminile riconosce a pochi uomini. I fortunati che possono vantare questo dono sono molto ambiti e partono in netto vantaggio rispetto alla “concorrenza”.

Far ridere una donna vuol dire regalarle serenità, farle dimenticare per un attimo le preoccupazioni che in quel momento le invadono il cervello. Un uomo che sa far ridere le donne è come un jukebox di felicità. E la felicità è quello che sognano tutte le donne. Ovviamente avere su un curriculum la partecipazione a Zelig non è sufficiente.

Le donne sono sempre prima attratte dall’aspetto fisico e poi da quello caratteriale. Ci sono tanti uomini che potenzialmente potrebbero far ridere tantissimo le donne, ma non arrivano quasi mai a sfoggiare le proprie doti perché difettano in avvenenza. Quindi, si potrebbe concludere che è l’uomo affascinante che sa far ridere le donne ad avere una marcia in più.

È vero che sempre più donne guardano le spalle e la schiena di un uomo?

Sembrerebbe che le donne siano particolarmente attratte dagli uomini con le spalle larghe e la schiena ampia. Da un punto di vista antropologico, la cosa non sorprende nemmeno più di tanto. Di fronte ad un pericolo, mentre l’uomo è antropologicamente predisposto alla battaglia la donna, che è fisicamente più debole, tende a nascondersi dietro le sue spalle.

Oggi, le spalle e la schiena maschile rappresentano un “paravento” dietro il quale le donne possono rifugiarsi dalle avversità della vita. Quindi, più ampia è la schiena, maggior sarà la probabilità di essere protette dai pericoli esterni. Da un punto di vista più prosaico, invece, le schiene e le spalle larghe rappresentano una sorta di tela dove è possibile sfogare varie fantasie sessuali.

Meglio gli uomini alti o quelli bassi?

Altezza è mezza bellezza, si dice spesso. E in effetti questo vecchio detto popolare trova riscontro ancora oggi. L’uomo alto è quello che attira la maggior parte delle donne: anche in questo caso l’altezza è antropologicamente importante, perché è un segno distintivo di forza maschile.

Possiamo arrivare a dire che l’altezza è una vera e propria discriminante. Frasi del tipo “quanto è figo, peccato sia così basso…” sono all’ordine del giorno nelle chiacchiere tra ragazze. L’uomo più basso, anche se particolarmente avvenente, parte sempre svantaggiato rispetto allo “spilungone” di turno.

Come deve essere la voce dell’uomo perfetto?

Anche la voce è una caratteristica fondamentale per le donne.

Immaginate la scena: si avvicina lui, bello come il sole, con un fare suadente, vestito di tutto punto, ad ogni passo che compie verso la donna di turno il suo charme è sempre più evidente. È ormai arrivato a pochi centimetri dal viso di lei, si avvicina all’orecchio e le sussurra qualcosa. La donna non capisce però bene quello che l’uomo le ha detto, anzi: non è nemmeno sicura del fatto che abbia sentito delle parole una trombetta sfiatata nei propri timpani. Un’immagine maschile così suadente è purtroppo accompagnata da una voce stridula, quasi isterica. La libido in pochi secondi scende sotto i calzini e la donna gentilmente si defila.

A volte può accadere anche il contrario: magari ci si lascia ammaliare dalla voce di un uomo che sussurra parole dolci al telefono, per poi scoprire dal vivo che è molto diverso da come lo si immaginava. Questo capita, ad esempio, alle donne che conoscono uomini in chat, si scambiano i numeri di telefono per sentire le rispettive voci, per poi restare deluse al primo appuntamento. Questi esempi sono utili per far capire quale peso determinante abbia la voce di un uomo, che per molte donne deve essere calda e suadente.

Come deve essere il look dell’uomo che piace alle donne?

Anche per quel che riguarda il vestiario, così come detto in precedenza per le mani, entra in gioco la soggettività. Ci sono donne che perdono la testa per gli uomini che vestono solo in completo, in perfetto stile “business man”. Altre vogliono il tipo “rockettaro”, con giubbotto di pelle, tatuaggi e “fare” da chi ne ha passate tante. In entrambe i casi, però, ci si trova di fronte ad un uomo dal look chiaro e deciso, che sembra sapere quello che vuole dalla vita. Ed è probabilmente quest’ultimo aspetto quello più importante nell’abbigliamento dell’uomo.

Meglio l’uomo con i capelli o senza?

Anche sotto l’aspetto tricologico tra i gusti femminili regna la soggettività. Gli uomini pelati sono notoriamente quelli con più testosterone, quindi sotto le lenzuola dovrebbero essere una garanzia. Tuttavia, tantissime donne sono attratte dagli uomini dalla folta chioma. Va bene anche se con qualche capello grigio, che fa molto George Cloneey.

La realtà è che l’uomo, nel corso degli anni, è comunque quasi sempre costretto ad una mutazione tricologica: c’è a chi crescono i capelli bianchi e chi li perde del tutto. Gli uomini che passano la quarantina e che hanno una chioma fluente e “colorata” o hanno un’amicizia stretta con parrucchieri e coloranti oppure hanno fatto un patto con il diavolo.

L’uomo muscoloso attira ancora le donne?

Sul fatto che l’uomo muscoloso abbia tante donne che cadono ai suoi piedi c’è molto da discutere. È sicuramente vero che l’uomo magrolino, quello che cammina con le pietre in tasca per non farsi portare via dal vento, non rispecchia la fantasia sessuale perfetta.

Tuttavia, vi sono esagerazioni anche nell’eccesso opposto: tutti quei culturisti che passano ore e ore in palestra, per tirare fuori un fisico che ricorda molto l’uomo roccia dei Fantastici 4 non rappresentano in realtà l’ideale di maschio con i muscoli. Come sempre, la virtù sta nel mezzo: si possono avere pettorali scolpiti, addominali da urlo e bicipiti importanti anche senza sembrare palloni gonfiati (nel senso letterale del termine).

Tantissimi attori di cinema e spettacolo, che devono curare il proprio aspetto fisico, sono la dimostrazione che l’uomo muscoloso può essere davvero affascinante se ha un corpo scolpito e proporzionato.

Come proteggersi dagli uomini violenti?

Al di là delle caratteristiche fisiche o comportamentali, un uomo per dirsi tale non deve mai alzare una mano nei confronti di una donna. Purtroppo però, ancora oggi, tantissime donne cadono nella tela del ragno e rimangono invischiate in relazioni con uomini brutali e violenti, che oltre ad offenderle verbalmente passano anche alle maniere forti. Nessuna donna, al di là dell’eventuale colpa di cui si sia macchiata, merita questo trattamento. La legge italiana, in virtù della parità dei sessi, non ha mai esplicitamente creato una norma che punisce la violenza sulle donne tout court.

Al massimo si può parlare di violenza di genere, per indicare atti violenti nei confronti di persone più vulnerabili. Nonostante non vi sia una legge specifica dedicata al cosiddetto femminicidio, alcune recenti modifiche alla norma vigente [1] hanno permesso di acuire i reati a coloro che si macchiano, ad esempio, di atti violenti nei confronti delle donne in gravidanza [2]. Per conoscere al meglio i diritti e le norme a cui le donne vittime di violenza possono appellarsi per tutelarsi vi invitiamo a leggere questo articolo.

Licenziamento per incapacità professionale

Posted on : 14-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scarso rendimento e mancato raggiungimento degli obiettivi: quando il datore di lavoro può licenziare il dipendente più pigro e lento.

Impossibile pensare che tutti i lavoratori siano uguali e abili allo stesso modo. Anche la legge ammette che vi possano essere diverse velocità all’interno dello stesso reparto. Ecco perché è impossibile licenziare un dipendente meno produttivo rispetto ai propri colleghi. A patto però che questa differenza non sia elevata ed evidente. In tal caso, ben potrebbe assumere rilievo la colpa del lavoratore (quando non addirittura la malafede): colpa che sarebbe utilizzata a fondamento del licenziamento per incapacità professionale o, come soprannominato dalla giurisprudenza odierna, «licenziamento per scarso rendimento».

Ma è davvero possibile mandare a casa un dipendente più lento degli altri? Come calcolare la lentezza nell’esercizio delle mansioni assegnate dal datore? Si può imporre il raggiungimento di obiettivi di risultato? 

In verità la nostra legge vieta un rapporto di lavoro fondato sul cottimo: “tanto produci, tanto ti pago”. Il dipendente presta le sue energie e il suo tempo: perciò deve essere pagato a prescindere dai risultati conseguiti nell’arco di tale frazione della giornata (tenuto conto che, a volte, la celerità della produzione può anche dipendere dalle capacità organizzative e gestionali del datore di lavoro). 

Come se ciò non bastasse, lo Statuto dei lavoratori vieta qualsiasi indagine (anche con mezzi di controllo a distanza) sui dipendenti e sulla loro prestazione. Detto in termini pratici, il capo non può verificare se e quanto questi ultimi stanno lavorando, con quale lena e dedizione. 

Ciò non toglie, però, che i controlli possano essere fatti a posteriori, quando cioè c’è il sospetto di una attività non resa nelle forme e nei termini concordati. In tal caso, ben è possibile accertare il rispetto del contratto e dell’obbligo di fedeltà che deve legare i dipendenti all’azienda. Ed è così che può trovare un posto il licenziamento per incapacità professionale o, altrimenti detto, per scarso rendimento.

Come può essere il licenziamento per scarso rendimento?

Prima di spiegare quando è possibile un licenziamento per mancato raggiungimento degli obiettivi dobbiamo fare un’importante premessa. 

Nei contratti di lavoro subordinato, anche quelli successivi alle ultime riforme, il licenziamento può avvenire solo per due ragioni: 

  • colpa o malafede del dipendente: in tal caso si parla di licenziamento disciplinare che, a seconda della gravità della condotta, può essere: a) licenziamento per giusta causa (senza cioè preavviso) e licenziamento per giustificato motivo soggettivo (con il preavviso);
  • ragioni collegate alla produzione o organizzazione dell’azienda: crisi, cessazione delle mansioni, calo del fatturato, esternalizzazione delle mansioni, sostituzione dei lavoratori con computer o robot, cessione del ramo di impresa, ottimizzazione delle risorse volte al conseguimento di un maggior utile. In tal caso si parla di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Quando si parla di licenziamento per scarso rendimento ci si riferisce, in gran parte dei casi, a una forma di licenziamento disciplinare, giustificato cioè per un comportamento negligente del lavoratore. Pertanto le forme devono essere quelle del licenziamento per giustificato motivo soggettivo: lettera di contestazione al dipendente, rispetto del termine di 5 giorni per consentire a questi di inviare scritti difensivi e chiedere eventualmente di essere ascoltato, successiva e tempestiva comunicazione della decisione finale. 

Eccezionalmente il licenziamento per scarso rendimento può assumere la caratteristica del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quello cioè legato agli interessi dell’azienda e alla produzione. 

Vediamo quando il licenziamento per mancato raggiungimento degli obiettivi rientra nell’una o nell’altra categoria. La distinzione è importante perché solo nel caso di licenziamento per giustificato motivo soggettivo è prevista la procedura di preavviso con la contestazione.

Scarso rendimento e licenziamento basato sulla incapacità 

Iniziamo dal licenziamento per scarso rendimento per «giustificato motivo oggettivo».

È il caso delle reiterate assenze per malattia oppure della inidoneità del lavoratore allo svolgimento dei compiti affidatigli, per mancanza delle capacità e della preparazione necessarie. Detto licenziamento, infatti, non si ricollega ad un comportamento negligente del lavoratore, ma ad una sua originaria carenza di preparazione specifica in relazione ai compiti a lui affidati. A tanto è arrivata, nel 2000, la Cassazione che [1] ha dichiarato legittimo il licenziamento per incapacità professionale senza bisogno di attivare il meccanismo di contestazione previsto invece per il licenziamento disciplinare. Insomma, al dipendente non viene neanche data la possibilità di difendersi. 

Scarso rendimento e licenziamento per giustificato motivo soggettivo

Con una recente sentenza la Cassazione [2] ha chiarito che, per aversi scarso rendimento, deve risultare provata «una evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente… in conseguenza dell’enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione… e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, tenuto conto della media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione».

Se, pertanto, i risultati del lavoratore sono sì inferiori alla media, ma soltanto in un breve arco di tempo (ad esempio nell’arco dell’ultimo anno) oppure non sono così differenti da quelli degli altri colleghi, allora il licenziamento è illegittimo. Tuttavia, sostiene la Cassazione, in questi casi non spetta la reintegra sul posto ma solo il risarcimento del danno. La prima sarebbe spettata solo se il fatto contestato non è vero, ma se invece risulta essere di gravità inferiore rispetto a quella contestata (come quando effettivamente c’è una maggiore lentezza ma non particolarmente elevata) allora spetta solo la tutela risarcitoria.

Ad esempio, è stato ritenuto legittimo il licenziamento per scarso rendimento quando, per causa imputabile al lavoratore, vi è un’enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento; ciò tenuto conto dei risultanti dati globali riferiti ad una media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione [3]. 

È possibile licenziare per scarso rendimento a condizione che sussistano tali presupposti:

  • il rendimento del lavoratore deve essere inferiore alla media (circostanza che deve dimostrare l’azienda per poter affermare la legittimità del licenziamento: in altri termini, il datore deve dare prova del grado di efficienza «media» raggiunto dai colleghi del licenziato nonché dello standard produttivo inizialmente concordato con il dipendente). In altre parole lo scarso rendimento deve essere di «notevole importanza»;
  • la diminuzione del rendimento del lavoratore deve essere causata da colpa del lavoratore (non sarebbe così, ad esempio, se questi dovesse aver contratto una malattia o se questi non è messo nelle condizioni fisiche e organizzative di lavorare in modo proficuo);
  • lo scarso rendimento deve avere, infine, ricadute negative sulla produzione.