Serbatoi acqua e gas: è possibile tenerli in casa?

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La mia abitazione era sprovvista di locali per contenere i serbatoi dell’acqua e del gasolio. Pertanto, ho fatto costruire un locale diviso in due per i serbatoi ma non avendo chiesto le autorizzazioni necessarie, risultano come abusi edilizi. Vorrei sapere se questi due locali possono essere considerati come spazi per servizi della casa oppure devono essere abbattuti. All’interno ci sono solo i due serbatoi. Inoltre i terreni dove sorge la casa sono sotto vincolo paesaggistico da parte del comune.

Condizione indispensabile perché l’abuso edilizio possa essere oggetto di sanatoria è la cosiddetta “doppia conformità”. Che cosa significa?

Con doppia conformità si intende il fatto che l’abuso edilizio realizzato sia conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento della realizzazione dell’opera e al momento della presentazione della domanda di sanatoria.

In altri termini, sono sanabili quegli abusi che avrebbero potuto essere realizzati regolarmente ove fosse stato richiesto il provvedimento di autorizzazione.

Nel caso specifico, indicato dal lettore, sussiste un vincolo paesaggistico (come su metà del territorio italiano) che, di fatto e sotto il profilo strettamente giuridico, precluderebbe la possibilità della sanatoria.

Sotto il profilo strettamente giuridico, qualora si dovesse, alle condizioni date, presentare istanza di sanatoria, con ogni probabilità la stessa sarà respinta per la sussistenza del vincolo paesaggistico.

Ai sensi dell’art. 32 l. 269 del 2003, infatti, è previsto che la sanatoria sia esclusa per quelle opere abusive realizzate su aree vincolate (in particolare per i vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesaggistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali), a condizione che:

1) il vincolo in questione sia stato istituto prima dell´esecuzione delle opere abusive;

2) le opere abusive (cioè realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo) risultino non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”

Ciò detto, in ogni caso, prima di demolire l’opera, si suggerisce al lettore di chiedere il parere di un tecnico (geometra, architetto ecc ecc) con il quale, magari, potrebbe essere possibile trovare una soluzione alternativa.

 

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Antonio Ciotola

Possibili due pignoramenti di un quinto?

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un banca mi ha pignorato un quinto della pensione. Può un’altra banca pignorarmi il secondo quinto?

 

In merito alla pignorabilità della pensione, occorre premettere quanto segue :

PIGNORABILITA’: I LIMITI PREVISTI DALL’ART’ 545 CPC

A seguito della recente riformulazione dell’art. 545 cpc, avvenuta attraverso il Dl n. 83/2015, è stato stabilito in che misura è possibile pignorare le pensioni e non solo. Tali disposizioni si applicano solo alla procedure esecutive successive al giugno del 2015.

 

Pignorabilità della pensione presso l’Istituto di previdenza

Qualora il creditore proceda direttamente pignorando alla fonte e cioè presso l’Inps, il limite previsto è quello del cosiddetto “minimo vitale”. Una volta quantificato quest’ultimo, abbiamo la base pignorabile.

Il predetto minimo, che non può essere toccato, è costituito dall’ammontare dell’assegno sociale, aumentato della metà. Ad esempio, poiché per l’anno 2016 l’assegno sociale corrisponde a € 448,07, aggiungendone la metà, € 224,03, otterremo l’importo esatto impignorabile. Ciò che dovesse avanzare, rappresenta, invece, l’ammontare pignorabile secondo i seguenti limiti :

per i crediti dello Stato, Province o Comuni e per ogni altro credito, nel limite di 1/5;

Viceversa, in presenza di più creditori che agiscono, l’ammontare pignorabile sopra descritto, non potrà essere toccato oltre la metà.

Fa eccezione l’ipotesi dei crediti alimentari, per i quali la misura del pignoramento può essere stabilita in forma maggiore, su autorizzazione del Giudice.

L’Inps ha inoltre chiarito che il pagamento ai creditori procedenti avviene unitamente al versamento della pensione su cui è stata compiuta la trattenuta.

 

Pignorabilità della pensione accreditata sul conto corrente

I limiti previsti in tal caso per la pignorabilità della pensione sono così descrivibili :

– per tutte le mensilità di pensione accreditate sul c/c prima del pignoramento, il creditore può prelevare dal conto solo l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale (per il 2016, pari a € 448,07 x 3= € 1.344,21);

– per le mensilità, invece, accreditate sul suo conto, nel giorno del pignoramento o successivamente, partendo da una base impignorabile pari all’ammontare dell’assegno sociale aumentato della metà, il creditore può pignorare gli importi in eccesso presenti secondo le seguenti modalità:

per i crediti dello Stato, Province o Comuni e per ogni altro credito: nel limite di 1/5;

il cosiddetto blocco del conto durerà sino all’udienza davanti al giudice dell’esecuzione.

Successivamente a tale udienza, il conto sarà nuovamente disponibile per il debitore pignorato.

La violazione delle descritte regole ad opera del creditore è inefficace sino al limite consentito ed è rilevata dal giudice anche d’ufficio.

 

CASO CONCRETO

La pensione del lettore è pignorabile, nella misura di 1/5, secondo i criteri indicati in precedenza. Ad esempio, partendo dall’ipotesi della sua pensione netta, così come è evidenziato in quesito, di € 1460,14:

PENSIONE 1460,14.

BASE IMPIGNORABILE 672,11.

BASE PIGNORABILE = 1460,14 – 672,11 = 788,03

In questo caso l’importo pignorabile è : 1/5 di 788,03 = 157,60

In questa ipotesi, il massimo pignorabile ammonta alla metà della predetta base pignorabile cioè € 394,01 (788,03/2), che, nel suo caso, appare già impegnato dai suoi precedenti vincoli (239+157 = 396,00). Pertanto non sembrano esserci margini per ulteriormente pignorare a monte, cioè direttamente presso l’Istituto di previdenza, la sua pensione.

Viceversa, procedendo al pignoramento del conto corrente, un ipotetico creditore potrebbe pignorare tutte le somme presenti sul conto stesso, purché eccedenti il triplo dell’assegno sociale aumentato della metà (€ 1.344,21) così come chiarito in precedenza.

Quindi, sarebbe una buona regola quella di “tenere” il proprio conto corrente quasi sempre

”all’asciutto” o giù di lì.

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Marco Borriello

Mutuo: le condizioni per prendere accordi con la banca

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono amministratore di una srl e ho ricevuto un atto di precetto, notificatomi dalla banca per delle rate non pagate di un mutuo ipotecario. Ho fatto opposizione e dopo qualche giorno dalla prima udienza, che è stata rinviata, ho chiesto il conteggio estintivo e la cancellazione dell’ipoteca. La banca mi ha, tuttavia, riferito che prima avrei dovuto pagare la parcella del legale, altrimenti non può erogare il nuovo mutuo già deliberato perché l’immobile deve essere libero da ogni vincolo. Devo pagare la parcella della controparte?

Con l’atto di precetto il creditore offre al debitore un ultimo termine per evitare le conseguenze negative del pignoramento: difatti viene intimato di adempiere entro un termine non inferiore a 10 giorni (salvo che il creditore si sia fatto rilasciare, dal Presidente del Tribunale, l’autorizzazione all’esecuzione immediata, anche prima dei dieci giorni, dando prova che altrimenti, subirebbe un grave e irreparabile danno). Nel precetto deve essere contenuto specificamente l’avvertimento, rivolto al debitore, che, nel caso in cui tale adempimento non avvenga, si procederà ad esecuzione forzata. Si tratta, in buona sostanza, di un ultimo avviso al fine di ottenere l’esecuzione spontanea della prestazione.

Per quanto mi sembra di capire, anche ai fini dell’erogazione di un nuovo finanziamento, a medio-lungo termine da parte di un’altra banca, il lettore ha manifestato la volontà di adempiere richiedendo i conteggi e la contestuale cancellazione dell’ipoteca sull’immobile.

Se questa ipotesi da me formulata risulta corretta, mi sembra di intuire che la banca avesse chiesto al lettore, ai fini di una dimostrazione di questa volontà, il pagamento di spese legali (spese del titolo esecutivo e spese di precetto). Trattasi, se ho ben compreso, di attività stragiudiziale tra le parti al fine di addivenire ad un accordo ed in costanza di un atto di intimazione al pagamento e della sua opposizione allo stesso. Al fine di rispondere al quesito, per evitare l’insorgere della procedura esecutiva l’importo intimato in precetto va pagato anche attraverso modalità da concordare tra le parti.

L’ importo intimato a titolo di spese legali deve essere calcolato secondo i parametri forensi.

Inoltre, per come dovrebbe essere notificato in precetto, ai sensi del novellato articolo 480 c.p.c., pur intuendo la sorte del debito quale derivante da un’attività di finanziamento di società di capitali, nell’eventualità che la stessa non possa essere dichiarata fallita, ex art. 1 legge fallimentare, la medesima, rappresentata dal lettore, potrà accedere ad una procedura di accordo di ristrutturazione del debito di cui alla legge n. 3/2012.

Attraverso l’istanza di nomina ad un organismo di composizione della crisi, competente per territorio, e/o in mancanza al tribunale territorialmente competente, con la quale, nell’esprimere la volontà di accedere, in quanto sovraindebitato, ad una delle procedure di cui alla norma citata, si potrà ulteriormente richiedere la nomina di un gestore per la redazione di un piano di accordo di ristrutturazione del debito mediante il quale sanare la posizione.

In caso di esito favorevole si potrà così evitare l’insorgenza di procedure esecutive e/o la sospensione delle stesse se precedentemente, o nelle more attivate.

In tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa (ancorché sia stata accolta la domanda formulata solo in via subordinata) non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse; e il suddetto criterio della soccombenza non può essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito a lei favorevole”. Cass. 11 gennaio 2008, n. 406; conforme Cass. 25 marzo 2002, n. 4201; Cass. 5 ottobre 2001, n. 12295.

Articolo tratto dalla consulenza dell’ avv. Rossella Blaiotta

Infortunio sul lavoro: come si calcola il risarcimento

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho avuto un infortunio sul lavoro per il quale il mio datore di lavoro ha subìto un decreto di condanna per non aver osservato le misure di sicurezza. L’Inail mi ha riconosciuto il 20% di inabilità con coefficiente dello 0,4%, oltre alla rendita di 260 euro. La consulenza medico-legale ha confermato l’invalidità. Ho fatto richiesta del danno differenziale al mio datore di lavoro e questi  ha attivato la sua assicurazione. Vorrei sapere se ho diritto realmente a quanto mi è stato riconosciuto e come si calcola la somma in denaro.

 

L’infortunio sul lavoro è definito dalla legge come l’evento, che avviene per una causa violenta, in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa, dal quale deriva una lesione o una malattia del corpo che rende necessaria l’astensione dal lavoro per più di tre giorni.

Per tutelare i lavoratori vittime di infortunio la Legge, con il D.P.R. n. 1124 del 1965, ha previsto una specifica assicurazione obbligatoria che consente di beneficiare di prestazioni sanitarie specifiche e di ottenere un indennizzo tanto più pesante quanto più è stato grave l’evento traumatico e quanto più gravi sono le conseguenze che sono derivate.

L’Inail, Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, riconosce il danno biologico al lavoratore in presenza di determinati requisiti.

Nel caso che ci occupa, da quanto leggo, il danno biologico è scaturito da incidente durante l’orario di lavoro, in tali casi l’Inail copre il danno avvenuto per causa violenta in occasione del lavoro dal quale derivi una forma di inabilità permanente, assoluta, temporanea per più di tre giorni. Inoltre, quando l’infortunio sul lavoro causa una menomazione fisica, questa può essere risarcita se, a seguito di visita medica ed esami diagnostici, va da un minimo del 6% sino ad un massimo del 100%.

Ai sensi del D.Lgs. 38/2000, l’indennizzo Inail si calcola a seconda del tipo di infortunio e della percentuale di menomazione in base alla tabella di calcolo del danno biologico che si fonda su criteri indipendenti dal reddito del lavoratore, crescenti in funzione della gravità della menomazione per cui più è grave la lesione e maggiore è il danno biologico, variabile in funzione dell’età e cioè più il lavoratore è anziano e minore è l’indennizzo e in base al sesso in quanto tiene conto della maggiore speranza di vita delle donne ed è uguale per tutti i settori lavorativi.

Per la menomazione maggiore del 16%, all’indennizzo del danno biologico in rendita occorre sommare una ulteriore quota per conseguenze patrimoniali, in quanto in tale caso il danno subito è talmente grave da compromettere l’attività lavorativa futura e quindi la sua sopravvivenza, dunque il risarcimento del danno deve essere quantificato sulla tabella dei coefficienti.

Inoltre, a seguito di infortunio sul lavoro, al dipendente va riconosciuto anche il diritto al risarcimento del danno biologico da menomazione permanente eccedente l’ammontare dell’indennizzo erogato dall’Inail: cioè il cosiddetto “danno differenziale”. Esso consiste nella differenza tra la somma che il lavoratore percepisce a titolo di indennizzo dall’istituto previdenziale e la somma che gli spetta a titolo risarcitorio da parte del datore di lavoro (nell’eventualità in cui il danno da infortunio sia derivato dall’acclarata responsabilità di quest’ultimo).

Quindi, nel caso in cui la responsabilità del datore di lavoro del lettore, per il mancato rispetto delle norme di sicurezza, venga accertata, quest’ultimo avrà diritto a ricevere tale importo che verrà conteggiato tenendo conto dell’ammontare già indennizzato dall’Inail, al fine di evitare un doppio risarcimento. La prassi è quella di calcolare il danno biologico secondo i parametri tariffari definiti da apposite tabelle e sottrarre da quest’ultimo la somma già erogata dall’Inail.

Quanto detto viene confermato anche dalla giurisprudenza.

ai fini dell’indennizzabilità dell’infortunio subito dall’assicurato, per “occasione di lavoro” devono intendersi tutte le condizioni, comprese quelle ambientali e socio – economiche, in cui l’attività lavorativa si svolge e nelle quali è insito un rischio di danno per il lavoratore, indipendentemente dal fatto che tale danno provenga dall’apparato produttivo o dipenda da terzi o da fatti e situazioni proprie del lavoratore, col solo limite, in quest’ultimo caso, del c.d. rischio elettivo, ossia derivante da una scelta volontaria del lavoratore diretta a soddisfare esigenze personali (ex plurimis, Cass. n. 2942/2002; di recente, Cass. n. 12779/2012).

Secondo tale orientamento, dunque, l’evento verificatosi “in occasione di lavoro” travalica in senso ampliativo i limiti concettuali della “causa di lavoro”, afferendo nella sua lata accezione ad ogni fatto comunque ricollegabile al rischio specifico connesso all’attività lavorativa cui il soggetto è preposto; il sinistro indennizzabile ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 2 non può essere circoscritto nei limiti dell’evento di esclusiva derivazione eziologica materiale dalla lavorazione specifica espletata dall’assicurato, ma va riferito ad ogni accadimento infortunistico che all’occasione di lavoro sia ascrivibile in concreto, pur se astrattamente possibile in danno di ogni comune soggetto, in quanto configurarle anche al di fuori dell’attività lavorativa tutelata ed afferente ai normali rischi della vita quotidiana privata; pertanto l’evento infortunistico verificatosi in occasione di lavoro non va considerato sotto il profilo della mera oggettività materiale dello stesso, ma, ai fini della sua indennizzabilità, deve essere esaminato in relazione a tutte le circostanze di tempo e di luogo connesse all’attività lavorativa espletata, potendo in siffatto contesto particolare assumere connotati peculiari tali da qualificarlo diversamente dagli accadimenti comuni e farlo rientrare nell’ambito della previsione della normativa di tutela, con l’unico limite della sua ricollegabilità a mere esigenze personali del tutto esulanti dall’ambiente e dalla prestazione di lavoro(c.d. rischio elettivo)” Cassazione civile, Sez. Lav., 13 maggio 2016 n. 9913.

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta

Costringere qualcuno a salire in auto o impedirgli di scendere è reato

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Violenza privata chi accelera e fa in modo che il passeggero non possa scendere dall’automobile o chi lo minaccia di entrare.

Quante volte succede, nel corso di una discussione animosa, di compiere gesti o dire frasi che, in una situazione normale, non si sarebbero mai usate. «Te lo ordino!», «Se non lo fai, te ne pentirai!», «Ti sto avvertendo: guarda che poi non rispondo delle mie azioni!». Ed ancora, c’è chi, preso dalla rabbia, afferra il partner da un polso per costringerlo a seguirlo o per impedire che questi possa sottrarsi al litigio. A volte però questi comportamenti, quando finiscono per limitare l’altrui libertà, possono costare caro a chi li pone in essere. Tanto caro che, se non si sta attenti, si finisce processati per un reato. Ad esempio costringere qualcuno a salire in auto o impedirgli di scendere rientra in questi casi.

La giurisprudenza ha più volte detto che chi costringe una persona a salire su un’auto o le impedisce di scendere commette il reato di «violenza privata». Perché scatti la violenza privata non è richiesta una minaccia verbale o esplicita; al contrario è sufficiente un qualsiasi comportamento o atteggiamento idoneo ad incutere timore e a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto per ottenere che il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare od omettere qualcosa.

Per comprendere il principio facciamo un esempio. Immaginiamo una persona che, avendo visto la propria fidanzata parlare con un altro uomo, le intimi di entrare in auto e, per costringerla, la strattoni dalle spalle. Una volta dentro, metta in modo il mezzo e acceleri in modo tale da non consentirle più di scendere. Durante la corsa l’accusa del tradimento e le anticipa che la lascerà. Lei, per tutta risposta, lo denuncia ai carabinieri per averla costretta a salire in auto e impedito di scendere. L’uomo si difende sostenendo che si sarebbe trattato di un normale diverbio tra partner e che la donna, qualora avesse voluto, avrebbe potuto aprire lo sportello costringendolo a fermare la corsa. Lei insiste: l’alta velocità con cui l’auto era stata lanciata le impediva di poter tentare una fuga. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Corte di Cassazione, affinché scatti il delitto di violenza privata non è necessaria una minaccia verbale o esplicita; il reato si può porre in essere attraverso qualsiasi comportamento o atteggiamento, sia verso il soggetto passivo che verso terzi soggetti, idoneo ad incutere timore e a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto per ottenere che, proprio mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare od omettere qualcosa.

In questi caso si ha quella che viene definita dai tecnici «violenza impropria» ossia l’«uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione. È il caso, ad esempio, della chiusura con una catena dotata di lucchetto di un cancello per impedire all’avente diritto di entrare nella propria abitazione [2] o della chiusura a chiave di una stanza da parte del marito per impedire alla moglie di entrarvi [3].

Si può donare una casa e continuare a viverci?

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Donazione con riserva di usufrutto, comodato e affitto: chi dona una casa non deve necessariamente andarsene via.

Non è detto che chi dona la casa debba anche uscire dall’immobile. Intanto è sempre possibile donare la casa e ottenere dal donatario il diritto di utilizzare l’immobile per un periodo più o meno lungo grazie a un contratto di comodato; in secondo luogo si può donare la nuda proprietà con riserva di usufrutto. In ultima ipotesi si potrebbe concordare con il donatario un contratto di locazione con canone libero (e, in tal caso, la durata deve essere di 4 anni con un rinnovo automatico, alla prima scadenza, di ulteriori 4 anni) o con canone concordato (e, in tal caso, la durata deve essere di 3 anni con un rinnovo automatico, alla prima scadenza, di 2 anni). Ma procediamo con ordine e vediamo come donare una casa continuando a viverci dentro.

Donazione con riserva di usufrutto

Sicuramente la «donazione con riserva di usufrutto» è il metodo più usato dagli italiani per donare una casa e continuare a usarla. Il vantaggio che offre questo particolare meccanismo è che, con un unico contratto, che tuttavia va firmato davanti al notaio, il proprietario cede il diritto di proprietà sull’immobile e, tuttavia, mantiene il diritto di abitarlo (per cui il nuovo titolare non può buttarlo fuori di casa). Quello che prima era un unico diritto – quello di «proprietà» che, per sua natura, consente al titolare di utilizzare il bene secondo le proprie intenzioni – viene così frammentato in due diritti appartenenti a soggetti diversi:

  • il nudo proprietario che diventa l’intestatario formale dei beni (egli è quindi titolare della cosiddetta «nuda proprietà»)
  • l’usufruttuario che, invece, vanta la possibilità di utilizzare il bene vivendoci o dandolo in affitto e percependo i relativi canoni (egli è quindi titolare del cosiddetto «usufrutto»).

L’usufrutto può avere una durata variabile a seconda dell’accordo tra le parti; esso può durare anche fino a che vive l’usufruttuario. Alla scadenza dell’usufrutto il nudo proprietario diventa proprietario puro e semplice e, quindi, potrà iniziare a usare il proprio bene per come meglio crede.

Quando conviene la donazione con riserva di usufrutto?

La donazione con riserva di usufrutto viene di solito utilizzata per anticipare la divisione dei beni di un soggetto, ormai divenuto anziano, tra i suoi eredi. In realtà, chi riceve una donazione può comunque subire l’azione di riduzione da parte degli eredi legittimari se il testamento ha leso le loro quote “minime”, quelle cioè spettanti per legge.

Nello stesso tempo chi dona una casa riservandosi l’usufrutto si assicura anche l’assistenza da parte del donatario, il quale intanto è tenuto, per legge, a prestare gli alimenti al donante qualora questi si trovi in difficoltà economica; in secondo luogo può essere inserita, nel contratto di donazione con riserva di usufrutto, la clausola di «vitalizio alimentare» o «rendita vitalizia»: in pratica il beneficiario della donazione si impegna, in cambio della proprietà del bene, ad assistere il donante per tutti gli ultimi anni della sua vita, aiutandolo con le spese o con le varie necessità della vita quotidiana che si dovessero presentare.

Anche se l’usufrutto è pignorabile, è spesso difficile che un creditore possa aggredire tale diritto atteso che difficilmente lo si acquisterebbe all’asta. Questo implica che tale figura contrattuale può essere usata anche per sottrarsi ad eventuali esecuzioni forzate. Si ricordi comunque che la donazione è un atto che può essere revocato nei primi cinque anni.

La vendita con riserva di usufrutto

In alternativa alla donazione con riserva di usufrutto si può optare per la vendita con riserva di usufrutto. In questo caso il proprietario cede la titolarità della nuda proprietà non più gratuitamente ma dietro corrispettivo. Il prezzo è ovviamente scontato per via del fatto che il vecchio proprietario continua a rimanere dentro l’immobile. In questo modo l’usufruttuario, oltre a garantirsi un tetto per gli ultimi anni della sua vita, ha anche la possibilità di contare su una somma di denaro per mantenersi; dall’altro lato il nudo proprietario acquista un bene a prezzo molto più basso rispetto al suo valore, potendolo usare non appena l’usufruttuario morirà.

Come si dona la casa continuando a viverci?

La donazione con riserva di usufrutto avviene non richiede due diversi contratti, ma uno solo, che deve però essere siglato davanti al notaio alla presenza di due testimoni.

Il contratto di donazione con riserva di proprietà deve indicare il termine di scadenza, che può essere una data prefissata oppure una data incerta, come la morte dell’usufruttuario (usufrutto vita natural durante).

Il codice civile regola espressamente la possibilità di cedere la proprietà della casa riservandosi l’usufrutto (che è un diritto abbastanza ampio che offre poteri pieni e limitativi per il proprietario). La norma [1] stabilisce infatti che «È permesso al donante di riservare l’usufrutto dei beni donati a proprio vantaggio, e dopo di lui a vantaggio di un’altra persona o anche di più persone, ma non successivamente». Tuttavia si ritengono possibili anche altre soluzioni come, ad esempio, la riserva del solo diritto di abitazione (in tal caso, il vecchio proprietario non potrà più dare in affitto l’appartamento) o il diritto di uso (meno probabile), il diritto di superficie su un terreno (per potervi, ad esempio, costruire una casa o un box, ecc.).

È possibile la riserva del diritto di usufrutto, oltre che a proprio vantaggio, anche a vantaggio di un’altra persona o di più persone congiuntamente (in quest’ultimo caso, mai in successione l’una rispetto all’altra ma con estinzione dell’usufrutto alla morte del più longevo dei beneficiari).

Per maggiori chiarimenti sulla donazione con riserva di usufrutto si rinvia all’articolo Come donare casa e continuare a usarla.

 

Comodato o locazione

Un altro modo per poter cedere la proprietà di una casa e continuare a usarla è quello di vendere o donare l’immobile e poi, con un successivo contratto, farsi rilasciare il diritto di usarla a titolo gratuito, con un contratto di comodato, oppure dietro pagamento di un corrispettivo mensile, a titolo di affitto (o meglio, locazione). Nel primo caso il precedente proprietario ottiene solo la possibilità di usare, in prestito, l’immobile per un periodo variabile stabilito dalle parti, senza dover corrispondere alcunché; nel secondo caso invece egli dovrà pagare l’affitto come un normale inquilino.

wanrig.com: Attenzione a questo sito che vende orologi replica

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia

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truffa orologi replica

Siete appassionati di orologi e state cercando l’affare? Beh, uno dei siti che certamente dovete evitare è wanrig.com.

Orologi Replica: l’inganno corre su facebook

Ne abbiamo già parlato qualche settimana fa del raggiro che circola su facebook sotto forma di post sponsorizzato ma dobbiamo nuovamente segnalarlo poichè il sito in questione non è più waticn.com ma questo nuovo portale wanrig altrettanto conosciuto.

Il raggiro è abbastanza semplice da scovare ma altrettanto ingannevole se la persona che legge l’annuncio non è esperta.

Tutto parte, come detto, da un posto sponsorizzato su facebook (ciò significa che qualcuno per mostrare a tantissime persone l’annuncio sta spendendo dei soldi visto che facebook si fa pagare).

Eccovi il post che circola in queste ore:

post sponsorizzato facebook orologi replica

Facendo click su questo post si viene re-indirizzati al sito indicato che, ad onor del vero, ha scritto nelle descrizioni dei prodotti che si tratta di repliche. Ma, si sa, soprattutto quando si tratta di post del genere, l’utente distratto non riesce a comprendere che si tratta solo di “cloni” degli originali e molto probabilmente effettua l’acquisto pensando si tratti di un prodotto originale.

Beh, spesso ci si fida (anche troppo) ci ciò che passa su facebook. Il social network facebook, anche se sicuro, spesso toppa. E questo post ne è certamente una prova tangibile.

Basta pagare per sponsorizzare qualcosa, quasi sicuramente non effettuano chissà che controlli!

Amici per questo motivo vi invitiamo a prestare sempre molta attenzione a ciò che fate. Nel precedente post, alcuni utenti che lo avevano letto, ci hanno segnalato che alcune spedizioni non sono mai arrivate, nemmeno la replica dell’orologio insomma!

Ripetiamo, acquistate sempre prodotti da canali ufficiali e non fidatevi mai di sconti al di sopra del 50-60% possono nascondersi delle insidie.

Speciale Ninja Movies – Ninja i Guerrieri di Fuoco

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : feed

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Terzo appuntamento con lo speciale dedicato ai ninja movies, seconda menzione per Godfrey Ho. E sicuramente non è una coincidenza!
Questa volta i film chiamati in causa sono solo due (contro i tre/quattro di Ninja Licenza di Sterminio), ma il caos continua a regnare sovrano: misteri irrisolti, incastri poco efficaci, sequenze inutili e tanto, tanto bad acting!

Pronti a tuffarvi nuovamente nel copia & incolla del maestro Ho?






Spese videosorveglianza in condominio: a chi spettano?

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Telecamere sulle parti comuni dell’edificio condominiale: ecco come si ripartiscono i costi tra gli abitanti dello stabile.

Il codice civile prevede, dal 2012, la possibilità di installare telecamere (o altri sistemi di vigilanza) sulle parti comuni dell’edificio condominiale. In questo modo è possibile controllare adeguatamente la sicurezza di cortili, garage, accessi comuni, scale, androni e così via. Ma a chi spettano le spese per la videosorveglianza in condominio? Andiamo con ordine, chiedendoci prima qual è la maggioranza richiesta per approvare la relativa delibera assembleare. Non va poi dimenticato che la legge impone obblighi specifici per rispettare la privacy degli abitanti e dei terzi estranei. Scopriamo tutto con una breve guida.

Qual è la maggioranza richiesta per installare l’impianto?

Il tema della videosorveglianza all’interno del condominio veniva, fino al recente passato, ignorato dal nostro legislatore. Come si sa, la lacuna normativa è stata colmata con la L. 220/2012, che ha inserito nel codice civile l’art. 1122 ter (in vigore dal 18 giugno 2013). La norma disciplina per la prima volta l’installazione di impianti di videosorveglianza sulle parti comuni dell’edificio condominiale, sancendo anche la maggioranza necessaria per approvare la relativa delibera assembleare: occorre, a tal fine, «un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio» [1]. E le spese? Su chi gravano?

Chi deve pagare per la videosorveglianza in condominio?

La legge non prende posizione sul punto. Tuttavia si ritiene pacificamente che debba applicarsi il regime relativo alle parti comuni del fabbricato, cui l’impianto di videosorveglianza, effettivamente, si riferisce. L’art. 1123 del codice civile afferma che «le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salva diversa convenzione».

Come regola generale, quindi, le spese per l’installazione e la manutenzione dell’impianto di videosorveglianza sulle aree comuni vanno ripartite tra i condomini in proporzione alla quota millesimale di ognuno. L’assemblea è libera di stabilire, all’unanimità, un diverso criterio di ripartizione (ad esempio una quota uguale per tutti i condomini). Ovviamente se le telecamere insistono sulla proprietà di un solo abitante (e sono rivolte solo a suo vantaggio), le spese saranno a carico di quest’ultimo.

Quali sono gli altri obblighi per il condominio?

Con l’installazione di un impianto di videosorveglianza sulle parti comuni si impone il rispetto delle regole previste in tema di privacy. Il condominio, quindi, deve prendere determinate precauzioni per evitare di ledere i diritti dei terzi. A questo proposito occorre rispettare gli obblighi imposti dalla legge [2] e le specifiche indicazioni fornite dal Garante della privacy [3]. É quindi necessario che:

  • l’impianto di videosorveglianza venga segnalato con appositi cartelli;

  • le registrazioni siano conservate per un tempo limitato (di regola massimo 48 ore, salvo casi eccezionali comunicati al Garante della privacy);

  • oggetto delle riprese siano solo le parti comuni (con esclusione, quindi, delle aree private dei singoli condomini, delle strade circostanti il condominio, degli esercizi commerciali, delle abitazioni di terzi e così via);

  • l’accesso alle videoregistrazioni venga consentito solo al personale appositamente autorizzato.

Mantenimento: come incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare

Posted on : 23-07-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non conta solo il reddito dichiarato dall’ex marito o la perdita del lavoro quanto le spese sostenute e il tenore di vita. Anche la richiesta di un finanziamento può far scattare il versamento del mantenimento.

Che esistano tanti metodi per dichiarare un reddito inferiore al proprio tenore di vita è un fatto talmente noto – e, in alcuni casi, difficilmente contrastabile – che gli stessi giudici ne sono consapevoli. Tanto consapevoli che, quando c’è da determinare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge, all’esito della separazione o del divorzio, non basta più esibire la busta paga o l’eventuale certificato di disoccupazione. Il tribunale potrebbe richiedere gli estratti conto con la lista dei prelievi e dei versamenti e quelli della carta di credito che “denunciano” tutti gli acquisti sopportati in un determinato periodo. Non solo: anche la richiesta di un finanziamento particolarmente oneroso, sebbene da un lato denunci l’assenza di liquidità, dall’altro manifesta la capacità dell’interessato a pagare le relative rate. Sono questi alcuni dei metodi comunemente usati per incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare il mantenimento. E a confermarlo è la Cassazione con una recente sentenza [1]. Nel caso di specie, a inchiodare il marito che voleva ottenere uno sconto sull’assegno divorzile era stato soprattutto un prestito – per una cifra pari a quasi 23mila euro – contratto con una finanziaria per «comprare un’auto nuova», operazione richiesta quando il soggetto era già a conoscenza della «precarietà del proprio lavoro». Logico dedurne, sempre secondo i giudici, che «avesse coscienza di poter contare su redditi ulteriori oltre quelli derivanti dal suo impiego precario quale dipendente».

La parola d’ordine è «spese». Sono queste, più dei dati fiscali, a contare di più per i tribunali. Chi riesce a dimostrare che l’ex coniuge spende di più di quello che guadagna può anche ottenere un assegno più cospicuo. Non è la prima volta che il giudice ordina, ai coniugi che si vogliono separare, l’esibizione di tutta la documentazione bancaria. Questo perché l’indirizzo della giurisprudenza è ormai quello di non basarsi più solo sulla dichiarazione dei redditi ma sul tenore di vita sostanziale goduto dal soggetto. Così, ben potrebbe essere che una persona, formalmente nullatenente, sia poi habitué di viaggi, ristoranti e auto di lusso. Nel caso poi di sospetti di attività evasive (come lavori in nero) il giudice potrebbe anche richiedere alla polizia tributaria le indagini sul reddito del coniuge. Con la conseguenza che il semplice stato di disoccupazione non rileva più per poter chiedere la cancellazione o la riduzione dell’assegno di mantenimento.

Insomma, sono numerosi gli strumenti per incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare il mantenimento.