Causale bonifico dipendenti

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quale codice deve inserire l’azienda nella distinta per pagare lo stipendio ad un lavoratore? E che cosa si vede sull’estratto conto?

Dal 1° luglio 2018 non è possibile pagare uno stipendio in contanti: è necessario farlo con un mezzo che lasci traccia, come un assegno o un bonifico bancario o postale. Chi non rispettasse questa norma, rischia una sanzione da 1.000 a 5.000 euro. Ma qual è la causale del bonifico dei dipendenti? Che cosa bisogna riportare sul trasferimento dei soldi da un conto all’altro per dimostrare che si tratta della retribuzione mensile? Ci sono dei codici che identificano il motivo di un bonifico, non solo per il pagamento di uno stipendio o della pensione ma anche, ad esempio, per l’acquisto di valuta estera, per un giroconto, per il pagamento delle utenze (se, per dire, hai domiciliato le bollette di luce e gas), ecc. Quindi anche la causale del bonifico ai dipendenti ha il suo codice. Lo stesso succede per la cosiddetta «sottocausale», che distingue il versamento di uno stipendio, di una pensione o di un rimborso spese.

Questo codice non lo vedrà il destinatario: sull’estratto conto dei movimenti mensili, troverà voci come «emolumenti», «cedolino», «stipendio», ecc. Allora, a che cosa serve quella causale del bonifico ai dipendenti? E dove va inserita? Vediamo di capirne di più.

Come pagare lo stipendio ai dipendenti?

La normativa entrata in vigore nel 2018 obbliga i datori di lavoro a versare gli stipendi ai loro dipendenti lasciando traccia del pagamento. Significa che non è possibile farlo direttamente in contanti, ma attraverso uno di questi canali:

  • bonifico sul conto bancario o postale del dipendente;
  • assegno consegnato al lavoratore o a un suo delegato in caso di comprovato impedimento del dipendente (coniuge, convivente o familiare in linea retta o collaterale purché abbia almeno 16 anni);
  • in contanti presso uno sportello bancario o postale in cui il datore abbia aperto un conto e dato disposizione di pagamento;
  • carta prepagata (anche non collegata ad Iban);
  • libretto di prestito, nel caso dei soci lavoratori di una cooperativa che siano anche prestatori e che ne facciano espressa richiesta per iscritto.

La firma del lavoratore sulla busta paga non è più una prova dell’avvenuto pagamento dello stipendio: ci vuole la traccia lasciata da uno dei sistemi appena elencati.

È possibile pagare la retribuzione in contanti soltanto ai lavoratori domestici che rientrano nel contratto collettivo degli addetti ai servizi familiari (badanti, colf, baby sitter).

Come accennato all’inizio, il mancato rispetto di questa norma comporta una sanzione da 1.000 a 5.000 euro, calcolata sulla base delle volte in cui lo stipendio non è stato pagato con una formula tracciabile.

Bonifico dipendenti: perché serve la causale?

Il bonifico resta il modo più diffuso per il pagamento dello stipendio ad un dipendente. Occorre, ovviamente, che il lavoratore comunichi all’azienda il proprio codice Iban affinché sia possibile versare la retribuzione sul suo conto corrente bancario o postale.

Ma l’Iban non basta. L’azienda deve anche compilare una distinta che riporti alcuni codici, tra cui quello della causale. È proprio grazie a questo codice che la banca o la posta riescono a identificare quel bonifico come l’accredito di uno stipendio.

Bonifico dipendenti: qual è la causale?

Nella distinta del bonifico che l’azienda compila per pagare uno stipendio al dipendente c’è un codice che equivale alla disposizione da dare alla banca per effettuare il pagamento. Tale codice ha la causale ABI 27. Che cosa significa?

Il codice ABI è quello che identifica la banca destinataria dei soldi. Vuol dire che grazie a quel codice, il tuo stipendio arriverà presso la tua banca.

Il 27 è, invece, il codice grazie al quale la banca (o Poste italiane, se hai un conto corrente postale) capisce che quei soldi servono per pagare lo stipendio di un dipendente.

Ci sono, poi, alcuni sottocodici che danno un’informazione in più, cioè:

  • il sottocodice 0, identifica gli emolumenti;
  • il sottocodice 10 identifica uno stipendio;
  • il sottocodice 20 identifica una pensione;
  • il sottocodice 30 identifica un rimborso spese.

L’azienda, per pagare emolumenti, pensioni, stipendi o rimborsi dovrà, quindi:

  • creare la distinta;
  • inserire le disposizioni, compresa la causale con uno dei codici che abbiamo appena visto;
  • firmare la distinta;
  • inviarla per la sua esecuzione.

Bonifico dipendenti: che cosa vedo sull’estratto conto?

Se tieni regolarmente sotto controllo l’estratto conto della tua banca o la lista dei movimenti, avrai notato che, quando ti arriva lo stipendio, non vedi una «causale bonifico 27» ma trovi la dicitura «emolumenti», piuttosto che «stipendio del mese di…» oppure «cedolino». Queste sono delle voci che la banca mette sulla tua lista di movimenti per farti capire la natura delle entrate che trovi sul conto.

In sostanza, è come se la banca o la posta avessero un sistema tale per cui arriva una disposizione dall’azienda in forma di codice e lo trasforma in una voce comprensibile ai clienti.

Nel caso in cui ci sia una contestazione sulla retribuzione tra il datore di lavoro e il dipendente e l’azienda dovesse integrare lo stipendio con qualche voce mancante (ad esempio straordinari o mensilità non pagate) può procedere a fare un bonifico specificando nella causale «saldo a totale soddisfo di ogni spettanza come da accordo del…».

Chi ottiene la cittadinanza italiana?

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando si ha diritto ad abbracciare il Tricolore per nascita in Italia e all’estero, matrimonio o per leggi speciali. La curiosa gaffe sul sito del Ministero.

Negli ultimi tempi, l’immigrazione è diventato uno dei temi più caldi del nostro Paese. E recentemente, la legge ha imposto nuovi «paletti» per poter ottenere la cittadinanza italiana. Non si parla solo di chi arriva a bordo dei barconi ma anche di chi, ad esempio, sbarca da un aereo proveniente da un Paese europeo per sposare un italiano. Il decreto Sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini [1] ha allungato i tempi per poter richiedere la cittadinanza ed ha inserito nell’ordinamento altre regole che mettono in bilico la possibilità di abbracciare il Tricolore. Chi ottiene la cittadinanza italiana, allora? Chi ne ha diritto e che cosa deve fare per averla?

Ci sono diversi motivi per diventare cittadino italiano. Dallo ius sanguinis, cioè il fatto di essere figlio di almeno un genitore con cittadinanza italiana, al matrimonio o alla prolungata residenza. Poi ci sono anche i casi eccezionali. Uno di questi ce l’ha offerto la recente cronaca. Ricordi il caso dell’autobus dirottato a Milano con a bordo decine di ragazzini? L’episodio era andato a buon fine grazie all’intervento a sangue freddo di due di loro, stranieri. Per entrambi, e dopo qualche titubanza, verrà riconosciuta la cittadinanza italiana «per atti di bravura e coraggio», come ha spiegato lo stesso ministro Salvini. Un beneficio di legge già previsto «per meriti speciali».

Vediamo di seguito chi ottiene la cittadinanza italiana e quali sono i motivi ed i tempi previsti per averla.

Leggete questo articolo fino alla fine: in fondo vi riserviamo una curiosità (un piccolo «pasticcino», come direbbe Striscia la Notizia) che riguarda proprio il ministero dell’Interno. Vogliamo chiamarla gaffe? Seguiteci e giudicate voi.

Cittadinanza italiana: chi la ottiene per ius sanguinis?

Chiunque ha un genitore italiano può ottenere la cittadinanza per ius sanguinis. Significa che se anche sei nato all’estero ma hai un genitore naturale o adottivo italiano, sei uno dei nostri in modo automatico [2]. Ottieni la cittadinanza italiana immediata anche quando:

  • nasci nel territorio italiano da genitori ignoti o apolidi (senza uno Stato di appartenenza);
  • nasci nel territorio italiano da genitori che provengono da uno Stato estero in cui non è prevista la trasmissione della cittadinanza;
  • sei un minorenne adottato da un cittadino italiano;
  • vieni riconosciuto come figlio di un cittadino italiano;
  • in seguito a dichiarazione giudiziale di filiazione o di naturalizzazione gel genitore convivente durante la minore età dell’interessato.

Cittadinanza italiana: chi la ottiene per matrimonio?

Questo è uno dei punti dove entra a gamba tesa il decreto Sicurezza. Fino al 2018, infatti, si poteva ottenere la cittadinanza italiana per matrimonio dopo 24 mesi dalle nozze nel caso in cui la coppia risiedesse in Italia, altrimenti ci volevano 36 mesi. I tempi si dimezzavano se c’erano dei figli. Ora, in ogni caso, ci vogliono 48 mesi, vale a dire quattro anni anziché – rispettivamente – due o tre.

Inoltre, questi termini sono validi anche per i procedimenti in corso. Significa che se hai fatto domanda prima dell’entrata in vigore del decreto Sicurezza, quando ci volevano 24 mesi, automaticamente i due anni diventano quattro.

Basta rispettare questi tempi? Certo che no. Devi anche avere «adeguata conoscenza della lingua italiana», a meno che tu sia in possesso di un permesso di soggiorno dell’Unione europea di lungo periodo o per [3]:

  • asilo o richiesta di asilo;
  • protezione sussidiaria;
  • motivi umanitari;
  • carta di soggiorno per familiare straniero di cittadino dell’Unione europea;
  • straniero titolare di un diritto al ricongiungimento familiare.

Tutto qui? No. Il decreto Sicurezza modifica anche i costi della richiesta di cittadinanza italiana in caso di matrimonio. Prima costava 200 euro, ora costa 250 euro.

Termini, permesso di soggiorno e costi sono le novità del decreto Sicurezza per avere la cittadinanza italiana per matrimonio? No: c’è anche un altro aspetto non indifferente. Viene, infatti, abrogato l’articolo della legge precedente secondo cui quando l’amministrazione non rispondeva dopo due anni alla richiesta di cittadinanza, scattava la regola del silenzio-assenso. Significa che oggi la domanda resta in bilico, cioè può essere rifiutata anche dopo i 4 anni richiesti adesso dalla data di presentazione.

Cittadinanza italiana: chi la ottiene per prolungata residenza?

Ottiene la cittadinanza italiana lo straniero che risiede in Italia da:

  • 10 anni se cittadino extracomunitario;
  • 4 anni se cittadino comunitario;
  • 5 anni se maggiorenne adottato, apolide o rifugiato politico.

Cittadinanza italiana per meriti speciali

Ci sono anche dei meriti speciali per cui si ottiene la cittadinanza italiana. È il caso che abbiamo citato prima dei ragazzini del bus di Milano. In pratica, chi ha reso un servizio encomiabile al Paese oppure quando c’è un interesse eccezionale dello Stato, il ministro degli Interni fa richiesta di delibera al Consiglio dei Ministri, dopodiché interviene il Consiglio di Stato e, infine, si pronuncia il presidente della Repubblica.

Cittadinanza italiana per leggi speciali

Viene, infine, concessa la cittadinanza italiana a chi è nato o risiedeva nell’ex Impero autro-ungarico e ai loro discendenti [4] e ai connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia e ai loro discendenti [5].

Cittadinanza italiana: la gaffe del ministero dell’Interno

Risulta, a dir poco, curioso consultare il sito del ministero dell’Interno e cercare le informazioni ufficiali su come ottenere la cittadinanza italiana.

Dalla home page, bisogna cliccare su «Temi» e poi su «Cittadinanza e altri diritti civili». Si arriva qui:

Abbiamo ridotto la pagina in modo che tu possa vederla per intero e che compaia tutto il testo. Ora, guarda alcuni particolari della pagina:

Da questa immagine vediamo che, secondo il ministero dell’Interno, il moderno concetto di cittadinanza nasce al momento della costituzione dello Stato unitario ed è attualmente disciplinata dalla legge 5 febbraio 1992 e non dal decreto Sicurezza del 2018. Significa che, sempre secondo il Viminale, non sono in vigore le normative introdotte dal decreto Salvini (che, peraltro, è il ministro dell’Interno), ma quelle del 1992.

Basta scorrere in basso per averne una conferma:

Ecco i riferimenti normativi: non c’è nemmeno l’ombra del decreto Sicurezza n. 113/2018. Se guardate l’ultima riga, vedete che l’ultimo aggiornamento della pagina è stato fatto giovedì 27 maggio 2017 alle ore 17.27.

Insomma, è vero che la legge è legge quando viene approvata e non quando compare sul sito del ministero. Ma è altrettanto curioso che proprio il sito del ministero di cui è titolare la persona che ha fortemente voluto il decreto Sicurezza (imponendolo ad ogni costo ai soci di Governo) non dia un’informazione aggiornata, puntuale e precisa a chi vorrebbe ottenere la cittadinanza italiana. Sarà solo una svista.

Come calcolare il riscatto laurea

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come sapere a quanto ammonta l’onere di riscatto degli anni di laurea grazie al nuovo simulatore dell’Inps.

Calcolare quanto può costare riscattare gli anni di laurea non è affatto semplice, soprattutto se il periodo del corso di studi è precedente al 1996, o se l’interessato possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e gli anni del corso di laurea sono precedenti al 2012. In questi casi, difatti, il calcolo del costo del riscatto deve essere effettuato col sistema retributivo, o della riserva matematica, con un procedimento complesso ed articolato.: il sistema si basa sulla differenza tra la pensione al netto dei periodi riscattati, e la pensione incrementata dai periodi recuperati, oltreché su specifici coefficienti [1] che dipendono dalla categoria di appartenenza del lavoratore, dall’età, dal sesso e dagli anni di contributi. È più semplice, invece, calcolare il costo del riscatto degli anni di laurea col sistema contributivo, che si basa sugli ultimi 12 mesi di contribuzione, sull’aliquota di computo utilizzata nella gestione di appartenenza e sulla durata dei periodi da riscattare. È stato poi introdotto di recente il riscatto agevolato degli anni di laurea, da valutare col sistema contributivo. Ma come calcolare il riscatto laurea? Teoricamente, riuscire a fare da soli il calcolo è possibile, ma è veramente difficile, per i periodi da calcolare col sistema della riserva matematica, ottenere un risultato attendibile, se non si è “tecnici” del mestiere e già esperti di previdenza. Chiedere all’Inps la simulazione dell’onere di riscatto è possibile? Sino a poco tempo fa, non lo era: richiedere all’Inps di quantificare l’onere di riscatto era possibile soltanto inviando la domanda vera e propria di riscatto.

Una volta che si invia all’Inps la domanda di riscatto, se l’onere risulta troppo caro, l’interessato può rinunciare, ma non può più cambiare idea per parecchio tempo. Ora, invece, grazie al nuovo servizio “Simulazione riscatto laurea”, presente nel portale web dell’Inps, è possibile effettuare il calcolo del costo del riscatto laurea senza inviare la domanda di riscatto. Ma procediamo per ordine.

Riscatto laurea: quali periodi si possono riscattare?

È possibile riscattare i periodi corrispondenti alla durata dei corsi legali di studio universitario al termine dei quali siano stati conseguiti i titoli di:

  • diploma universitario di durata pari a tre anni;
  • diploma di laurea, laurea triennale, laurea specialistica, laurea magistrale;
  • diploma di specializzazione post-laurea di durata non inferiore a due anni;
  • dottorato di ricerca.

Sono riscattabili soltanto gli anni di durata legale del corso di studi, con esclusione dei periodi fuori corso. Il periodo può essere riscattato anche in parte; non è possibile riscattare periodi già coperti da contribuzione (ad esempio periodi lavorati durante il corso di studi).

Per approfondire: Riscatto laurea, tutto quello che devi sapere.

Quanto costa il riscatto della laurea?

Il calcolo dell’onere di riscatto degli anni di laurea dipende dal sistema utilizzato: può trattarsi del sistema retributivo, (o della riserva matematica), come osservato, oppure del sistema contributivo.

Come sapere quale sistema di calcolo utilizzare?

Il periodo da riscattare deve essere calcolato utilizzando il sistema di calcolo a cui ha diritto all’interessato, in base all’anzianità contributiva, alla collocazione dei periodi da riscattare ed alla categoria di appartenenza (dipendente, libero professionista, etc.).

Ricordiamo che per la generalità dei lavoratori iscritti all’Inps il sistema di calcolo si determina in questo modo:

Anzianità contributiva al 31 dicembre 1995
Sistema di calcolo per i periodi sino al 31 dicembre 1995
Sistema di calcolo per i periodi dal 1° gennaio 1996 al 31 dicembre 2011
Sistema di calcolo per i periodi dal 1° gennaio 2012
Oltre 18 anni Retributivo Retributivo Contributivo
Meno di 18 anni Retributivo Contributivo Contributivo
Nessuna Contributivo Contributivo Contributivo

Quanto costa il riscatto col sistema retributivo?

Il calcolo del costo del riscatto dei contributi, quando è assoggettato al sistema retributivo, è molto particolare, ed è detto il metodo della riserva matematica. Ecco come funziona:

Calcolo della pensione inclusi i periodi da di riscattare
Calcolo della pensione senza considerare i periodi da di riscattare =
Differenza x
Coefficiente di riserva matematica(varia a seconda della categoria di appartenenza del lavoratore, dell’età e del sesso [1]) =
Onere di riscatto

Qual è la data di riferimento nel calcolo con la riserva matematica?

Nel calcolo della riserva matematica si deve far riferimento alla data in cui è inviata dall’interessato la domanda di riscatto. Normalmente, più si va avanti nella carriera lavorativa ed aumentano i redditi, più elevato risulta il costo del riscatto dei contributi.

Quanto costa il riscatto col sistema contributivo?

Il costo del riscatto, per i periodi da valutare col sistema contributivo, è determinato in questo modo [2]:

  • per ogni anno da riscattare bisogna applicare l’aliquota contributiva vigente nella gestione previdenziale presso la quale deve essere accreditata la contribuzione (ad esempio, per i dipendenti l’aliquota da applicare è pari al 33%), per il reddito imponibile degli ultimi 12 mesi;
  • nel caso in cui si debbano considerare delle annualità non intere, si deve rapportare l’imponibile dell’ultimo anno a mese, o a settimana;
  • se l’imponibile risulta inferiore al reddito minimale, o se non sono stati percepiti redditi, l’aliquota deve essere applicata sul minimale di reddito annuo vigente presso la gestione interessata.

Come trovare il servizio per calcolare il riscatto nel sito dell’Inps?

Per calcolare il costo del riscatto laurea con gli strumenti messi a disposizione dall’Inps, devi innanzitutto effettuare l’accesso al sito utilizzando le proprie credenziali: pin dispositivo, Spid o carta nazionale dei servizi.

Se vuoi sapere come procurarti le credenziali per accedere al sito dell’Inps:

Una volta effettuato l’accesso, dalla maschera di ricerca del sito devi cercare il servizio “Riscatto laurea”.

Sarai ricondotto a questa pagina.

Per calcolare l’onere di riscatto, devi selezionare l’opzione, nel menu a sinistra “Simulazione calcolo”.

Simulazione calcolo riscatto laurea Inps

Una volta entrato nella pagina di simulazione, il sistema ti chiede di compilare i campi proposti:

  • fondo di appartenenza: il simulatore ti chiede di selezionare, dal menu a discesa, a quale fondo previdenziale appartieni (es. Fondo lavoratori dipendenti, ex Fondo elettrici, ex Fondo telefonici, etc.);
  • anno di iscrizione all’università: devi indicare in quale anno ti sei iscritto per la prima volta al corso di studi universitario (che devi aver portato a termine, anche se fuori corso);
  • il richiedente presenta periodi di anzianità estera: devi indicare se ci sono dei periodi di lavoro svolti all’estero;
  • numero rate: devi indicare qual è l’ammontare del numero delle rate in cui vuoi suddividere l’onere di riscatto;
  • titolare di anzianità assicurativa ante 01/01/1996: devi indicare se, compresi gli anni di laurea che intendi riscattare, possiedi dei periodi accreditati (o da accreditare, nel caso degli anni di laurea da riscattare) prima del 1996;
  • periodo da riscattare “data dal”, “data al”: devi indicare, per ogni anno solare di durata legale del corso di studi (sono esclusi i periodi fuori corso) quali periodi intendi riscattare; per passare ad un nuovo anno solare, clicca sul tasto Aggiungi periodo.

Risultato del calcolo

Inseriti tutti i dati richiesti, devi cliccare sul tasto, che appare in basso, “Calcola l’onere del tuo riscatto di laurea”.

Ti apparirà una schermata con i seguenti dati:

  • costo del riscatto:
  • importo dovuto per riscattare il periodo del corso di laurea indicato: sotto questo campo è indicato anche il procedimento di calcolo per arrivare all’onere; al di sotto, è presente un prospetto con le settimane da riscattare;
  • ipotesi di rateizzazione: “per il numero di rate prescelto l’importo di ciascuna rata è pari a x”; in questo campo è indicato l’importo di ciascuna rata.

Riscatto agevolato degli anni di laurea

Se il periodo da riscattare è successivo al 1996 e valutabile col sistema contributivo, è calcolato anche l’onere di riscatto agevolato.

Per i lavoratori in possesso di un titolo di studi universitario o equiparato, difatti, è possibile riscattare gli anni di laurea pagando un onere più leggero, relativamente ai soli periodi da valutare con il sistema contributivo, grazie a una nuova possibilità offerta dal decreto in materia di pensioni [3], recentemente convertito in legge.

In quest’ipotesi, il costo del riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari all’imponibile minimo vigente nella gestione Inps Commercianti (15.878 euro per il 2019), alla data di presentazione della domanda, moltiplicato per l’aliquota valida presso il fondo pensione lavoratori dipendenti.

In pratica, considerando che l’imponibile 2019 è pari a 15.878 euro, per calcolare il costo di un anno di riscatto agevolato si deve eseguire quest’operazione: 15878 x 33%, dunque per ogni anno riscattato si pagano 5.240 euro circa.

Criticità del simulatore Inps per il calcolo del costo del riscatto

Il simulatore di calcolo del costo del riscatto messo a disposizione dall’Inps, ad oggi, non accontenta tutti:

  • innanzitutto, chi non appartiene al Fondo lavoratori dipendenti, ma a fondi particolari, come l’ex Fondo elettrici, non può calcolare i periodi da riscattare col sistema retributivo, cioè con il metodo della riserva matematica;
  • inoltre, il servizio non è disponibile per alcuni Fondi, come quelli dei dipendenti pubblici.

Per gli esclusi, appare un apposito messaggio che invita a recarsi presso la propria sede Inps per effettuare la simulazione. Purtroppo, però, ad oggi gran parte di coloro che effettuano questa richiesta si sentono rispondere che l’unico modo per conoscere l’onere di riscatto è inviare la domanda di riscatto vera e propria, e che non è possibile chiedere una simulazione.

Piccola evasione fiscale: è reato?

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Evasione fiscale: è sempre reato? Quali sanzioni prevede la legge per chi non paga le tasse? Qual è la soglia di punibilità? Cos’è la particolare tenuità?

L’evasione fiscale è spesso associata al carcere: chi non paga le tasse commette reato e, di conseguenza, rischia di essere condannato alla pena detentiva. Tutto ciò è vero, ma non sempre: non ogni evasione costituisce un illecito penalmente perseguibile. D’altronde, non sarebbe giusto punire con il carcere chi ha omesso di pagare un importo limitato di tasse, né chi si è macchiato di questa condotta in maniera non consapevole. Alla luce di quanto appena detto, la piccola evasione fiscale è reato?

Tendenzialmente, la risposta sarebbe negativa. Bisogna però intendersi e capire cosa significa “piccola evasione fiscale”: se con tale locuzione intendiamo semplicemente il mancato pagamento di alcune tasse, allora possiamo dire che essa non costituisce reato; al contrario, se con piccola evasione fiscale si intende che la soglia di punibilità penale è stata superata, seppur di poco, allora c’è la possibilità di riconoscere la particolare tenuità del fatto e di evitare la pena. Cosa dice la legge a proposito dell’evasione fiscale? Quando è reato e quando no? Quali sono le principali sanzioni che l’ordinamento giuridico italiano prevede per gli evasori? Se ritieni che questi argomenti possano essere di tuo interesse, allora ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme se e quando la piccola evasione fiscale è reato.

Cos’è l’evasione fiscale?

Prima di vedere quando la piccola evasione fiscale è reato, occorre comprendere cosa sia l’evasione fiscale. L’evasione fiscale consiste nella condotta del contribuente che si sottrae in tutto (evasione totale) o in parte (evasione parziale) all’obbligo di pagare le tasse.

Come vedremo nei prossimi paragrafi, ci sono tantissimi modi di realizzare l’evasione fiscale: omettendo di dichiarare il proprio reddito reale, dichiarando costi deducibili inesistenti, applicando un’aliquota fiscale diversa da quella prevista per legge; emettendo fatture false; ecc.

Evasione fiscale: com’è punita?

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’evasione fiscale è sostanzialmente un illecito tributario. Cosa significa? Vuol dire che le sanzioni previste per l’evasione fiscale sono prevalentemente di tipo pecuniario e

consistono nel pagamento di una somma di danaro, in genere proporzionata all’evasione commessa. La sanzione penale, e quindi la commissione del reato, scatta solamente quando l’evasione supera una determinata soglia (cosiddetta soglia di punibilità).

Possiamo quindi dire che la piccola evasione fiscale non è reato: essa diventa tale solamente quando supera la soglia stabilita dalla legge. Come vedremo nel prosieguo dell’articolo, poi, anche la piccola evasione che supera la soglia di punibilità, pur costituendo reato, può non essere punita se il giudice ritiene che il fatto sia di particolare tenuità.

Le sanzioni amministrative per l’evasore fiscale

Chi si macchia di evasione fiscale incorre innanzitutto in sanzioni di tipo economico (cioè, amministrativo). Le conseguenze in questo caso dipendono dalla tipologia della tassa non pagata: generalmente il contribuente riceve la cartella di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione e dovrà pagare una sanzione sull’imposta dovuta. Se continuerà ad essere inadempiente, lo Stato potrà procedere contro di lui mediante esecuzione forzata, pignorando proprietà, case, terreni e perfino il conto corrente.

Analizziamo i principali tipi di evasione fiscale puniti con la sola sanzione amministrativa.

Evasione mediante mancato versamento diretto

Nel caso di evasione fiscale realizzata mediante ritardato od omesso versamento diretto (acconti, conguagli, versamenti periodici, ecc.) delle imposte risultanti dalla dichiarazione dei redditi, le sanzioni previste dalla legge vengono comminate nelle seguenti misure:

  1. per un ritardo non superiore a quindici giorni la sanzione è pari all’1% dell’importo non versato per ogni giorno di ritardo;
  2. per un ritardo superiore a quindici giorni ma non a novanta giorni, la sanzione amministrativa è del15% dell’importo non versato;
  3. nell’ipotesi di ritardato od omesso versamento fuori dai casi precedenti, la sanzione è pari al 30% dell’importo non versato.

Omessa dichiarazione e dichiarazione infedele

Le sanzioni economiche riguardanti la dichiarazione dei redditi sono le seguenti:

  • in caso di omessa dichiarazione, la sanzione è dal 120% al 240% delle imposte dovute e non può mai essere inferiore ai 258 euro. La sanzione è da 258 euro a 1.032 euro, se non sono dovute imposte. La sanzione è raddoppiabile per i soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili;
  • in caso di dichiarazione infedele, la sanzione è dal 100% al 200% della maggiore imposta o della differenza di credito (la sanzione si applica anche se nella dichiarazione sono esposte indebite detrazioni o deduzioni).

Evasione delle imposte sui redditi e Iva

In caso di omessa tenuta o conservazione della contabilità, la sanzione va da 1.032 euro a 7.746 euro.  Le sanzioni sono raddoppiate se dalle irregolarità emergono evasioni dei tributi diretti e dell’Iva complessivamente superiori, nell’esercizio, a 51.645,69 euro.

Evasione fiscale: quando è reato?

La piccola evasione fiscale non costituisce reato, nei limiti sopra visti; se, però, viene superata la soglia di punibilità prevista dalla legge, allora scattano le sanzioni penali. Il reato resta tale anche se la soglia è superata di poco: in questa ipotesi, però, la piccola evasione fiscale può essere “perdonata” se il giudice ritiene che il fatto sia di lieve entità.

Come vedremo di cui ad un istante, l’evasione fiscale costituisce delitto solamente quando le somme evase sono ingenti: pertanto, associare la parola “reato” a quelle di “piccola evasione” rappresenta un po’ un controsenso. Ciò è vero, fatta eccezione per alcune ipotesi di evasione, quale quella di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti: in un caso del genere, anche una minima evasione costituisce reato. Analizziamo con calma le diverse fattispecie.

Dichiarazione fraudolenta: cos’è?

La prima ipotesi di evasione fiscale penalmente rilevante è quella di dichiarazione fraudolenta, che si configura quando il contribuente altera o falsifica i dati riportati nella dichiarazioni dei redditi o Iva inserendo elementi passivi fittizi (falsa fatturazione) o modificando le scritture contabili (per chi è tenuto a compilarle). La pena prevista per l’evasore è la reclusione da un anno e sei mesi fino a sei anni.

Secondo la legge [1], esistono due tipi di dichiarazione fraudolenta:

  • la prima è punita a prescindere dalle imposte evase e, pertanto, possiamo dire che si tratta di un’ipotesi in cui anche la piccola evasione fiscale è reato. Incorre in questo reato chi,  al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi;
  • il secondo tipo di dichiarazione fraudolenta, invece, viene commessa da chi, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, compiendo operazioni simulate ovvero avvalendosi di documenti falsi o di altri mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento e ad indurre in errore l’amministrazione finanziaria, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi o crediti e ritenute fittizi, quando, congiuntamente: l’imposta evasa è superiore a trentamila euro; gli elementi sottratti all’imposizione sono superiori al 5% dell’attivo indicato in dichiarazione; gli elementi sottratti all’imposizione sono superiori a 1,5 milioni di euro; l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta sono superiori al 5% dell’imposta; l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta sono superiori a trentamila euro.

Dichiarazione infedele

Quando invece il contribuente, senza falsificare la dichiarazione, omette volontariamente di indicare alcuni redditi percepiti oppure aumenta le spese, si ha l’ipotesi della dichiarazione infedele, punita con la reclusione da uno a tre anni. Anche in questo caso, il reato scatta solo al raggiungimento di un tetto prefissato dalla legge:

  • l’imposta evasa deve essere superiore a centocinquantamila euro;
  • i redditi non dichiarati devono superare il 10% del totale o comunque i tre milioni di euro.

Omessa dichiarazione

Chi invece non presenta la dichiarazione dei redditi, Iva e anche del modello 770 entro novanta giorni dalla scadenza commette il reato di omessa dichiarazione ma solo a condizione che l’imposta evasa sia superiore a cinquantamila euro. La pena è la reclusione da uno a tre anni.

Favorire la piccola evasione: è reato?

Anche favorire la piccola evasione fiscale può costituire reato: si tratta del caso di emissione di fatture false e di occultamento di documenti contabili, ipotesi speculare a quella della dichiarazione fraudolenta vista qualche paragrafo più sopra. Mentre nella dichiarazione fraudolenta, però, ci si avvaleva di fatture o documenti contabili falsi, in questa ipotesi ad essere punito è colui che procura (cioè, emette) tale documentazione.

Di conseguenza, al di là delle soglie di punibilità,  è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

Il reato di omesso versamento

L’omesso versamento dell’Iva, entro il termine per l’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, da dichiarazione per importo superiore a 250.000 euro per ogni periodo è sanzionato con la reclusione da sei mesi a due anni. L’omesso versamento di  ritenute dovute o certificate entro il termine per la dichiarazione dei sostituti, per importo superiore a 150.000 euro per ogni periodo d’imposta è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

Evasione fiscale: cos’è la particolare tenuità del fatto?

Nel caso in cui la soglia di punibilità sia stata superata ma solamente di poco (possiamo quindi parlare di piccola evasione fiscale), la legge consente di sottrarsi alla sanzione penale: per coloro che superano di poco la soglia di rilevanza penale è applicabile l’istituto giuridico della particolare tenuità del fatto [2], con possibilità di chiedere l’immediata archiviazione del procedimento e di evitare la pena.

In questa particolare ipotesi di piccola evasione fiscale, sebbene nessuna sanzione penale venga irrogata, resta la fedina penale macchiata e, ovviamente, il debito tributario che verrà iscritto a ruolo e confluirà nelle cartelle esattoriali. Con tutte le conseguenze sotto il profilo esecutivo che esse comportamento (pignoramenti, ipoteche, ecc.).

La polizia può controllare il cellulare?

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le forze dell’ordine possono guardare nel telefonino? In quali casi la polizia può sequestrare lo  smartphone? Quando la privacy può essere violata?

Il cellulare è diventato il centro della nostra vita: con lo smartphone telefoniamo, navighiamo in internet, inviamo e-mail e messaggi; possiamo perfino effettuare videochiamate. Nel cellulare ci sono tutti i nostri contatti, ma anche dati sensibili, informazioni personali e, perché no, segreti che non intendiamo rivelare: non a caso, la maggior parte dei moderni telefonini mette a disposizione degli utenti una vera e propria “cassaforte” ove conservare le notizie più riservate. Lo smartphone ha praticamente sostituito il vecchio diario personale. Ti sei chiesto: la polizia può controllare il tuo cellulare? È chiaro che le informazioni serbate nel tuo telefonino sono protette dalla privacy; ci sono, però, delle circostanze in cui tale riservatezza potrebbe essere violata per esigenze superiori, quali possono essere quelle di giustizia. Con questo articolo vorrei spiegarti se è possibile che un poliziotto o un carabiniere, nello svolgimento delle proprie mansioni, può prenderti il cellulare e controllare cosa c’è dentro. Se ne vuoi sapere di più su questo argomento, ti consiglio di proseguire nella lettura: vedremo insieme se la polizia può controllare il cellulare.

Cellulare: c’è la privacy?

Come anticipato, ciò che conservi nel tuo cellulare è coperto dalla privacy: ciò significa che è tuo diritto opporre la riservatezza personale alle informazioni che vi sono custodite. Quanto appena detto si traduce nell’impossibilità, da parte di terzi, di avere dati e notizie riservate presenti nella memoria del cellulare: pensa ai messaggi (sia Sms che quelli inviati attraversi sistemi di messaggistica istantanea come Whatsapp o Messenger), alle note, agli appunti, ai video, alle foto, ecc.

Insomma, poiché oggi è possibile utilizzare lo smartphone per molteplici scopi, tanto da aver sostituito il computer, l’accesso alle informazioni in esso contenute è impedito a chi non abbia l’autorizzazione del titolare. Chi “sbircia” senza consenso nel dispositivo altrui rischia di incorrere nelle sanzioni previste per chi viola la privacy, in primis quella risarcitoria.

La polizia può guardare nel cellulare?

La privacy che copre i dati presenti nel cellulare deve cedere il passo alle esigenze superiori di sicurezza: ciò significa che, per comprovate esigenze, le forze dell’ordine possono guardare nel cellulare. Di conseguenza, se vieni fermato dai carabinieri o dalla polizia ad un posto di blocco e ti viene chiesto di consegnare il cellulare, dovrai obbedire, rivelando anche la password che consente di sbloccare lo schermo, se necessario.

Vediamo più nel dettaglio quando la polizia può controllare il cellulare e leggervi le informazioni che vi sono all’interno.

Quando la polizia può sequestrare il telefonino?

Non sempre i carabinieri o la polizia possono controllare il cellulare: occorre che vi siano fondati motivi per farlo. In poche parole, se le forze dell’ordine ti fermano non potranno semplicemente controllarti i documenti e chiederti il cellulare per vedere cosa c’è dentro: occorrerà, invece, procedere al sequestro dello stesso.

Secondo la legge [1], per procedere al sequestro preventivo di una cosa la cui libera disponibilità può essere pericolosa per la pubblica sicurezza occorre che vi sia un provvedimento del giudice; tuttavia, nei casi di urgenza, quando non è possibile attendere il decreto del giudice né quello del pubblico ministero, la polizia giudiziaria procede d’ufficio, comunicando entro quarantotto ore l’avvenuto sequestro al p.m. affinché lo convalidi.

In breve, avviene ciò: se la polizia ritiene che ci sia una cosa da dover sequestrare, può procedere anche senza decreto del giudice o del p.m., ma solo se vi sia un’estrema urgenza. Pensa ad un posto di blocco durante il quale viene rinvenuta, all’interno di un’auto sospetta, una pistola carica.

Tornando al caso del telefonino, la polizia potrà procedere al sequestro solamente se:

  • è già stata emesso un decreto del giudice che consente alle forze dell’ordine di sequestrare il bene; in questo caso, la polizia sarà tenuta a mostrare il provvedimento;
  • anche senza decreto, v’è particolare urgenza a procedere al sequestro. In questa ipotesi, dopo il sequestro verrà trasmesso il relativo verbale al p.m. affinché lo convalidi.

Pertanto, la polizia potrà sequestrare (e, di conseguenza, controllare) il tuo cellulare solamente se vi siano fondati e urgenti motivi: ad esempio, v’è il sospetto che con quel cellulare potresti chiamare alcuni complici per avvertirli del pericolo oppure per comunicare un’intenzione criminosa.

Cosa succede se mi oppongo al controllo del mio cellulare?

Soprattutto nei casi d’urgenza, quando cioè la polizia non può mostrare alcun decreto (cosiddetto “mandato”) che legittimi il sequestro, la persona fermata potrebbe opporsi alla volontà delle forze dell’ordine, reputandole una forma di vessazione e prepotenza. Cosa succede se ti opponi agli agenti e rifiuti di consegnare il cellulare, ovvero di comunicare la password o il codice pin?

Ebbene, sappi che, se poni in essere una di queste condotte, potresti integrare il reato di resistenza a pubblico ufficiale [2], punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Quando la polizia non può controllare il cellulare?

Vi sono casi in cui è evidente che la polizia non abbia alcun diritto di controllare il cellulare: pensa all’ipotesi in cui la polizia venga a casa tua solamente per notificarti un’informazione di garanzia oppure un avviso di conclusione delle indagini. In ipotesi del genere, nessuna urgenza potrebbe giustificare il controllo del telefonino.

Quando la polizia può controllare il telefonino?

Al contrario, la polizia potrà controllare il cellulare in presenza di una regolare perquisizione o ispezione, quando procede a sequestro (anche d’urgenza) e perfino nei casi di arresto in flagranza, se ritiene che le informazioni presenti nel telefonino possano essere di immediata rilevanza per il prosieguo delle indagini.

Dimissioni volontarie e disoccupazione

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi il lavoratore che si licenzia ha diritto all’indennità di disoccupazione Naspi?

Capita non di rado che un lavoro diventi eccessivamente logorante per la persona che lo svolge: può accadere, ad esempio, a causa di una suddivisione dei compiti non equilibrata tra i dipendenti, oppure a causa di problemi familiari o di salute del lavoratore. In alcuni casi, a rendere insopportabile lo svolgimento dell’attività possono essere i colleghi o il datore di lavoro stesso, con pratiche di mobbing.

Ma in quali di queste ipotesi il lavoratore può dimettersi con diritto all’indennità di disoccupazione Naspi?

Dimissioni volontarie e disoccupazione normalmente non sono compatibili: chi si dimette, difatti, non perde involontariamente l’impiego, quindi non ha il diritto di acquisire lo stato di disoccupazione.

Fanno eccezione le dimissioni per giusta causa, cioè causate da un avvenimento che non consente la prosecuzione, neanche momentanea, del rapporto di lavoro: in questi casi, il lavoratore che si licenzia non perde il diritto alla Naspi.

Attenzione, però: non tutti i motivi che impediscono la prosecuzione del rapporto, per quanto gravi, costituiscono giusta causa di dimissioni.

Facciamo allora il punto della situazione sulle dimissioni e sulla possibilità di ottenere comunque lo stato e l’indennità di disoccupazione.

Come si ottenere la Naspi?

Innanzitutto, è bene ricordare che per ottenere l’indennità di disoccupazione Naspi è necessario soddisfare i seguenti requisiti:

  • 30 giornate lavorate nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione;
  • almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione; non contano le settimane che hanno già dato luogo a un trattamento di disoccupazione, ed alcuni periodi che devono essere neutralizzati, cioè “saltati” nei conteggi
  • possesso dello stato di disoccupazione.

Come si ottiene lo stato di disoccupazione?

Lo stato di disoccupazione si ottiene in presenza dei seguenti requisiti:

Perdita involontaria dell’occupazione Licenziamento (anche per giusta causa)
Scadenza del contratto a termine
Risoluzione consensuale del rapporto intervenuta nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria presso l’Ispettorato territoriale del lavoro
avvenuta in ragione del rifiuto di trasferimento del lavoratore ad altra sede della stessa azienda, purché distante oltre 50 km dalla residenza o raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici
Dimissioni per giusta causa
Dichiarazione, in forma telematica, al sistema informativo unitario delle politiche del lavoro, di immediata disponibilità all’attività lavorativa (Did)ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il Centro per l’impiego
Firma del patto di servizio

 Quando le dimissioni sono per giusta causa?

Il lavoratore dimissionario può ottenere la Naspi soltanto se le dimissioni sono rassegnate per giusta causa.

Ma quali motivazioni rientrano nella giusta causa? I motivi di salute o i gravi problemi familiari consentono di presentare le dimissioni per giusta causa?

Non tutti i gravi motivi di dimissioni costituiscono una giusta causa, ma questa sussiste solamente in ipotesi tassative: nella generalità dei casi, le dimissioni sono considerate per giusta causa se si verifica un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del datore di lavoro, così grave da non consentire di proseguire il rapporto, nemmeno per un periodo molto breve.

Di seguito, vediamo i principali esempi che possono integrare giusta causa di dimissioni:

Mancato pagamento dello stipendio ·  il mancato o ritardato pagamento della retribuzione costituisce, secondo numerose sentenze [1], giusta causa di dimissioni·  non basta però un semplice ritardo, ma per presentare le dimissioni per giusta causa ci deve essere un inadempimento ripetuto da parte del datore di lavoro

·  secondo la giurisprudenza [2], l’inadempimento si considera ripetuto quando il datore di lavoro è in arretrato di almeno 2 buste paga

·  se, invece, il contratto collettivo nazionale applicato giustifica le dimissioni del dipendente in caso di ritardo nel pagamento dello stipendio, puoi dimetterti per giusta causa sin dal primo giorno successivo al termine per il saldo della retribuzione [3].

Mancato versamento dei contributi ·  se il datore di lavoro  non versa i contributi previdenziali·  attenzione, però: le dimissioni per giusta causa per il mancato versamento dei contributi non sono giustificate se il fatto è stato a lungo accettato dal lavoratore.
Comportamento ingiurioso verso il dipendente ·  se il datore di lavoro, o un superiore gerarchico, si comporta in modo ingiurioso verso il dipendente, le dimissioni per giusta causa sono legittime·  il datore di lavoro deve comportarsi in modo offensivo e oltraggioso perché il dipendente possa dimettersi per giusta causa, non basta una semplice contestazione disciplinare.
Pretesa di comportamenti illeciti da parte del dipendente ·  le dimissioni per giusta causa possono essere rassegnate anche a seguito della pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente, cioè di comportamenti illeciti o in contrasto con la legge
Molestie sessuali ·  sono senza dubbio legittime le dimissioni per giusta causa in caso di molestie sessuali compiute dal datore di lavoro nei confronti del dipendente·  per molestie sessuali si intendono comportamenti lesivi e molesti riguardanti la sfera sessuale
Demansionamento ·  se il dipendente è demansionato, nella generalità dei casi, può legittimamente rassegnare le dimissioni per giusta causa·  per demansionamento, nello specifico, si intende un significativo svuotamento del numero e del contenuto delle mansioni, così grave da determinare un pregiudizio al bagaglio professionale del lavoratore

·  nel valutare il peggioramento delle mansioni, bisogna però tener conto del fatto che in alcuni casi questo è considerato lecito: una recente sentenza della Cassazione [4], a tal proposito, stabilisce che adibire il lavoratore a mansioni inferiori è legittimo, se costituisce l’alternativa alla perdita del posto di lavoro

·  inoltre, il Jobs Act stabilisce la legittimità degli accordi di demansionamento, se sussiste l’interesse del dipendente alla conservazione del posto, o all’acquisizione di una diversa professionalità, o al miglioramento delle condizioni di vita

·  l’assegnazione a un inquadramento inferiore può essere attuata, ad ogni modo, senza bisogno di un accordo, in caso di modifica dell’organizzazione aziendale che ricada sulla posizione del dipendente, e in altre ipotesi previste dai singoli contratti collettivi, compresi gli accordi territoriali e aziendali.

Mobbing ·  sono senza dubbio legittime le dimissioni per giusta causa rassegnate dal lavoratore per mobbing·  il termine mobbing comprende tutti quei comportamenti vessatori, ripetuti e duraturi, individuali o collettivi, rivolti nei confronti di un lavoratore ad opera di superiori gerarchici, colleghi o sottoposti

Infortunio sul lavoro e responsabilità del datore: ultime sentenze

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Infortunio sul lavoro e responsabilità del datore di lavoro; negligenza e imprudenza del lavoratore; esonero del datore di lavoro; riparto dell’onere della prova; danno alla salute; ambiente di lavoro nocivo.

Per evitare di andare incontro a situazioni pericolose e prevenire gli infortuni sul lavoro, sono state dettate alcune norme al fine di tutelare la salute del lavoratore. Talvolta, l’imprudenza, la negligenza, la disattenzione e l’imperizia del lavoratore possono dar luogo ad incidenti sul posto di lavoro. Il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio qualora non effettui i dovuti controlli sull’operato del lavoratore e qualora non favorisca l’adozione delle misure di sicurezza idonee a salvaguardare la sua salute. Solo nel caso in cui il lavoratore abbia messo in atto una condotta abnorme e inopinabile sarà totalmente esclusa la responsabilità del datore di lavoro.

Comportamento abnorme del lavoratore: esclusa la responsabilità del datore

Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso. Ne consegue che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo, invece, attribuirsi alcun effetto esimente per l’imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni all’eventuale concorso di colpa del lavoratore.

Infatti, la condotta del dipendente può comportare l’esonero totale del datore di lavoro da responsabilità solo quando essa presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità e esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell’atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell’evento.

Tribunale Ivrea, 01/02/2019, n.409

Riparto dell’onere probatorio tra datore di lavoro e lavoratore danneggiato

La responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. è di carattere contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell’art. 1374 c.c., dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale; ne consegue che il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini dell’art. 1218 c.c. circa l’inadempimento delle obbligazioni ex contractu e che il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

Corte appello Brescia sez. lav., 24/01/2019, n.298

Responsabilità datoriale: ha natura contrattuale

In tema di risarcimento danni da violazione delle norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, la responsabilità datoriale va prospettata come di natura contrattuale perché la lesione della salute si configura come conseguenza di un comportamento già ritenuto illecito sul piano contrattuale e deriva dalla violazione dell’obbligo di cui all’art. 2087 c.c.

Giacché l’illecito deriva dalla violazione di un obbligo contrattuale, il datore di lavoro versa in una situazione di inadempimento contrattuale regolato dall’art 1218 c.c. con conseguente esonero da parte del lavoratore, dell’onere della prova sulla sua imputabilità che va regolata in connessione con l’art. 1223 c.c. Ciò che il lavoratore deve provare è il fatto materiale, il danno patito e il nesso di causalità tra il danno e fatto verificatosi nel corso del rapporto di lavoro, spettando invece al datore di lavoro di provare di aver adottato tutti gli accorgimenti possibili per evitare il danno.

Tribunale Bari sez. lav., 03/12/2018, n.4363

Richiesta di rimborso di quanto corrisposto al lavoratore

In base all’art. 295 c.p.c., il giudizio instaurato dall’Inail nei confronti del datore di lavoro, ex art. 11 d.P.R. n. 1124 del 1965, per ottenere il rimborso di quanto corrisposto al lavoratore per effetto di un infortunio sul lavoro non è soggetto a sospensione necessaria in attesa dell’esito del procedimento penale a carico del datore di lavoro per i medesimi fatti, giacché, in applicazione dell’art. 654 c.p.p., l’efficacia della emananda sentenza penale di condanna o di assoluzione non potrà fare stato nei confronti dell’Inail, che non è parte nel giudizio penale e che non era legittimato a costituirsi, trattandosi non della proposizione di un’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, ma dell’azione di regresso, diversa da quelle considerate dall’art. 74 c.p.p.

Cassazione civile sez. lav., 25/10/2018, n.27102

Violazione degli obblighi di informazione e formazione del dipendente

La responsabilità datoriale per l’infortunio occorso al dipendente può fondarsi sulla violazione degli obblighi di informazione e formazione del lavoratore quanto ai pericoli connessi allo svolgimento della specifica operazione lavorativa ed alle misure di sicurezza per prevenirli. La condotta del dipendente, non abnorme, benché imprudente, non può considerarsi concausa dell’evento dannoso quante volte, la stessa imprudenza, sia riconducibile all’inadempimento del datore di lavoro e questi non dimostri di aver fornito al lavoratore tutte le necessarie istruzioni per evitare di commettere l’errore che fu causa dell’infortunio.

Cassazione civile sez. lav., 10/10/2018, n.25102

Onere della prova: danno alla salute e nocività dell’ambiente di lavoro

L’art. 2087 c.c. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro – di natura contrattuale – va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento; ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare, oltre all’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’una e l’altra, e solo se il lavoratore abbia fornito tale prova sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva rigettato la pretesa risarcitoria della lavoratrice – caduta in ufficio scivolando su di una carpetta di plastica trasparente portadocumenti – sul presupposto che non era stata provata la nocività dell’ambiente di lavoro, non emergendo quale misura organizzativa fosse adottabile per evitare l’infortunio).

Cassazione civile sez. lav., 08/10/2018, n.24742

Infortunio sul lavoro: quando è esclusa la responsabilità del datore?

Il datore di lavoro che, dopo avere effettuato una valutazione preventiva del rischio connesso allo svolgimento di una determinata attività, ha fornito al lavoratore i relativi dispositivi di sicurezza e ha adempiuto a tutte le obbligazioni proprie della sua posizione di garanzia, non risponde delle lesioni personali derivate da una condotta esorbitante e imprevedibilmente colposa del lavoratore.

Ne consegue che il datore di lavoro, quale destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente sia qualificabile come “abnorme”. Ciò si verifica in caso di condotta imprudente posta in essere dal lavoratore del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro medesimo; oppure quando la condotta, pur rientrando nelle mansioni che gli sono proprie, si sia sostanziata in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro.

Ciò non è accaduto nella fattispecie, dove il legale rappresentante di una società di costruzioni e il direttore dei lavori sono stati condannati per le lesioni occorse ad alcuni lavoratori a causa del crollo del solaio, non adeguatamente puntellato, senza che le condotte dei dipendenti abbiano assunto alcun rilievo abnorme.

Tribunale Nola, 18/07/2018, n.1033

Infortunio mortale del lavoratore

Il datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c., è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia del lavoratore, dimostrando di aver messo in atto a tal fine ogni mezzo preventivo idoneo, con l’unico limite del cd. rischio elettivo, da intendere come condotta personalissima del dipendente, intrapresa volontariamente e per motivazioni personali, al di fuori delle attività lavorative ed in modo da interrompere il nesso eziologico tra prestazione e attività assicurata.

(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la decisione di merito, che aveva escluso la responsabilità del datore in un caso di infortunio mortale occorso ad un lavoratore, investito dal treno mentre operava un controllo degli scambi ferroviari sul rilievo che l’intervento era stato effettuato in anticipo rispetto all’orario prefissato).

Cassazione civile sez. lav., 18/06/2018, n.16026

Negligenza del lavoratore: il datore è responsabile dell’infortunio?

A norma dell’art. 2087 c.c., il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, anche qualora esso sia ascrivibile non solo ad una disattenzione, ma anche a sua imperizia, negligenza e imprudenza. È invece esonerato da ogni responsabilità solo nel caso in cui il comportamento del lavoratore assuma caratteri di abnormità, inopinabilità e esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo tipico e alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento.

Cassazione civile sez. lav., 18/06/2018, n.16047

Imprudenza del lavoratore e omessa adozione delle misure antinfortunistiche

Al fine di configurare la responsabilità del datore di lavoro, a fronte di infortuni verificatisi sul luogo del lavoro, non occorre la violazione di specifiche norme dettate per la prevenzione degli infortuni, essendo sufficiente che l’evento dannoso si sia verificato a causa dell’omessa adozione di quelle misure e accorgimenti imposti all’imprenditore dall’articolo 2087 del Cc, ai fini della più efficace tutela dell’integrità fisica del lavoratore. Inoltre, il nesso causale tra la condotta colposa del datore di lavoro per l’omessa predisposizione delle prescrizioni antinfortunistiche e l’evento non è interrotto dal comportamento imprudente del lavoratore, giacché le norme antinfortunistiche sono dettate al fine di ottenere la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche quando gli stessi lavoratori per imprudenza, disattenzione, assuefazione al pericolo possono provocare l’evento.

Ciò posto, nella fattispecie, il tribunale ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro per l’incidente occorso a un operaio che, nel corso del sollevamento di un tamburo in alluminio, a seguito di uno sbilanciamento dello stesso, subiva un trauma cranico.

Tribunale Pescara, 04/04/2018, n.1022

Malattia professionale e rendita Inail: ultime sentenze

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Malattia professionale, infortunio sul lavoro e diritto alla rendita Inail; perdita della capacità lavorativa; menomazione preesistente; termine triennale di prescrizione.

In quali casi la malattia professionale non è indennizzabile? Qual è la soglia minima di inabilità permanente? Che succede se la malattia professionale aggrava una menomazione preesistente? Per maggiori informazioni, leggi le ultime sentenze sulla malattia professionale e sulla rendita Inail.

Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali

In tema di assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, il termine triennale di cui all’art. 112 del d.P.R. n.1124 del 1965 si applica anche alla domanda di revisione della rendita Inail già concessa, atteso che essa rappresenta la prosecuzione della iniziale richiesta di riconoscimento della rendita per malattia professionale con una certa percentuale e che, inoltre, si fonda sulla medesima “ratio” che giustifica la previsione di un termine breve di prescrizione, la quale risiede nella necessità di un accertamento precoce delle circostanze di fatto necessarie per l’insorgenza del diritto o della sua misura.

Cassazione civile sez. lav., 23/10/2018, n.26817

Infortunio o malattia professionale: si aggrava una menomazione preesistente

In tema di tutela Inail, ove l’assicurato, dopo l’entrata in vigore dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, subisca un infortunio o sia affetto da una malattia professionale che aggravi una menomazione preesistente, determinata da uno o più eventi lesivi già indennizzati in rendita o in capitale secondo la previgente disciplina, il nuovo grado di menomazione andrà valutato, secondo il principio di non unificazione dei postumi che ispira il comma 6, seconda parte, del citato art. 13, senza tener conto delle preesistenze, né se il nuovo danno sia concorrente, coesistente o riguardi lo stesso apparato inciso dalla precedente menomazione, con conseguente erogazione di due autonome prestazioni.

Cassazione civile sez. lav., 13/03/2018, n.6048

Danno differenziale: qual è l’importo della rendita Inail?

In tema di danno cd. differenziale, il giudice di merito deve procedere d’ufficio allo scomputo, dall’ammontare liquidato a detto titolo, dell’importo della rendita Inail, anche se l’istituto assicuratore non abbia, in concreto, provveduto all’indennizzo, trattandosi di questione attinente agli elementi costitutivi della domanda, in quanto l’art. 10 del d.P.R. n. 1124 del 1965, ai commi 6, 7 e 8, fa riferimento a rendita “liquidata a norma”, implicando, quindi, la sola liquidazione, un’operazione contabile astratta, che qualsiasi interprete può eseguire ai fini del calcolo del differenziale.

Diversamente opinando, il lavoratore locupleterebbe somme che il datore di lavoro comunque non sarebbe tenuto a pagare, né a lui, perché, anche in caso di responsabilità penale, il risarcimento gli sarebbe dovuto solo per l’eccedenza, né all’Inail, che può agire in regresso solo per le somme versate; inoltre, la mancata liquidazione dell’indennizzo potrebbe essere dovuta all’inerzia del lavoratore, che non abbia denunciato l’infortunio, o la malattia, o abbia lasciato prescrivere l’azione.

Cassazione civile sez. lav., 31/05/2017, n.13819

Mancato raggiungimento della soglia minima di inabilità permanente

In caso di malattia professionale non indennizzabile per il mancato raggiungimento della soglia minima di inabilità permanente, pari al 6 per cento, il giudice non può emanare una pronuncia di mero accertamento, perché essa avrebbe ad oggetto soltanto uno degli elementi costitutivi del diritto alla rendita non suscettibile di autonomo accertamento, dovendosi, peraltro, riconoscere, ove una siffatta positiva declaratoria sia stata comunque adottata, l’interesse dell’Inail ad impugnare e rimuovere la sentenza di primo grado, emessa “contra legem”, contenente una statuizione che riguarda, in ogni caso, l’Istituto, e ciò a prescindere dal contenuto immediatamente lesivo della stessa.

Cassazione civile sez. lav., 16/07/2015, n.14961

Prescrizione del diritto alla rendita Inail

Il termine triennale di prescrizione del diritto alla rendita Inail, previsto dall’art. 112 t.u. 30 giugno 1965 n. 1124, nel caso di malattia professionale, decorre dal momento in cui l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato.

Cassazione civile sez. lav., 06/08/2014, n.17700

Nuovo evento lesivo infradecennale e rendita Inail

In materia di infortunio o malattia professionale, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 80, primo comma, del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, nel testo risultante all’esito di Corte cost. n. 318 del 1989, nella parte in cui prevede che, ove al lavoratore, già titolare di rendita per un pregresso infortunio, sia occorso un nuovo infortunio od una nuova malattia professionale e sia trascorso più di un decennio dal precedente evento, l’Inail non possa costituire una rendita unica in misura inferiore a quella erogata e già consolidata, non essendovi disparità di trattamento rispetto al caso in cui il lavoratore, titolare di rendita da infortunio, diventi, in ragione di un nuovo evento lesivo infradecennale, beneficiario di una rendita unica suscettibile di successiva revisione ancorché siano decorsi più di dieci anni dal primo infortunio, trattandosi di benefici fondati su presupposti di fatto diversi, per cui resta giustificato il diverso trattamento giuridico.

Cassazione civile sez. lav., 27/09/2013, n.22262

Modifica della rendita per inabilità

In tema di modificazione, totale o parziale, della rendita per inabilità conseguente a infortunio o malattia professionale, la qualificazione della modificazione operata dall’Inail quale rettifica o revisione non è determinata dal “nomen juris” imposto dal provvedimento amministrativo, né dal risultato dell’accertamento emerso dal giudizio su di esso, ma deve essere preminentemente fondata sull’effettiva volontà che sorregge l’atto, distinguendo se sia finalizzato a correggere l’iniziale riconoscimento per emendarlo dall’errore da cui era affetto (nel qual caso si ha rettifica), ovvero ad adeguarlo all’intervenuto mutamento delle condizioni dell’attitudine lavorativa (ove si ha revisione), restando sottoposte le due fattispecie a differente disciplina relativa a criteri, metodi e strumenti del suo accertamento e a decorrenza del termine di esercizio della relativa facoltà.

Cassazione civile sez. lav., 16/09/2013, n.21082

Tutela garantita dall’Inail: cosa copre?

In tema di malattie professionali, la tutela garantita dall’Inail non copre soltanto il rischio specifico della lavorazione, ma si estende anche al rischio specifico improprio e al rischio ambientale. Infatti, la nozione di malattia professionale assicurata, ai sensi dell’art. 3 d.P.R. n. 1124 del 1965, concerne qualsiasi rischio connesso al lavoro, anche se non si tratta di rischio specifico e diretto della lavorazione.

Ne consegue che, ai fini della rendita, è necessario accertare il collegamento causale della patologia con il rapporto di lavoro, essendo esclusa la copertura assicurativa obbligatoria in relazione alle patologie che non siano legate causalmente al rapporto di lavoro ma siano sopravvenute, per fatti sostanzialmente personali, mentre era in corso il rapporto.

Corte appello Venezia sez. lav., 20/05/2013, n.109

Invalidità permanente del dipendente per causa di servizio e rendita vitalizia

L’art. 11, d.P.R. 1 giugno 1979 n. 191, nella parte in cui dispone che l’ente locale deve liquidare una rendita vitalizia al proprio dipendente divenuto permanentemente invalido per causa di servizio, non ha inteso istituire una nuova prestazione previdenziale, che è compito che l’art. 38 cost. riserva in via esclusiva al legislatore statale, ma solo estendere ai dipendenti di enti locali, non soggetti all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro gestiti dall’Inail, la disciplina in tema di equo indennizzo già dettata per i dipendenti civili dello Stato.

Ne consegue che va escluso il cumulo fra rendita vitalizia per infortunio sul lavoro o malattia professionale ed equo indennizzo e che la lettura sopra indicata della disposizione in esame impone di riconoscere la spettanza agli interessati della sola seconda forma di tutela.

In coerenza con tale esegesi dell’art. 11, d.P.R. n. 191 del 1979, che esclude la stessa potestà degli enti locali di regolare ed erogare il beneficio della rendita vitalizia sulla base del decisivo rilievo della riserva costituzionale allo Stato della disciplina normativa e della gestione degli istituti di previdenza ed assicurazione obbligatori per gli infortuni e le invalidità per causa di servizio, deve riconoscersi natura meramente interpretativa alla disposizione di cui all’art. 66, d.P.R. n. 268 del 1987 che, laddove ha provveduto ad abrogare le disposizioni in materia di rendita vitalizia, va intesa come meramente ricognitiva dell’insussistenza da sempre del potere degli enti locali di concedere quel beneficio.

TAR Napoli, (Campania) sez. V, 13/06/2012, n.2804

Esiti di un infortunio o di una malattia professionale: sussiste il diritto ad un’indennità giornaliera?

In tema di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, qualora si aggravino, determinando una inabilità temporanea assoluta, gli esiti di un infortunio o di una malattia professionale, per i quali viene già corrisposta una rendita per inabilità permanente parziale, non sussiste il diritto ad una indennità giornaliera, non potendo tali prestazioni cumularsi, mentre eventuali ricadute nella malattia o riacutizzazioni degli esiti dell’infortunio, che determinino l’impossibilità temporanea di attendere al lavoro, possono essere prese in considerazione ove aggravino stabilmente la condizione del lavoratore, in sede di revisione della rendita di inabilità, ex art. 83 del d.P.R. n. 1124 del 1965, restando pur sempre salva la tutela del lavoratore predisposta in via generale dall’art. 2110 c.c. a mezzo delle prestazioni per malattia a carico dell’Inps.

(Nella specie, la S.C. ha osservato che la corresponsione di una integrazione della rendita di inabilità fino alla misura massima dell’indennità per inabilità temporanea assoluta è dovuta solo se sussistono le condizioni previste dall’art. 89 del d.P.R. n. 1124 del 1965, e cioè se l’infortunato debba sottoporsi a speciali cure mediche e chirurgiche disposte dall’Inail in quanto ritenute utili per la restaurazione della capacità lavorativa).

Cassazione civile sez. lav., 20/12/2011, n.27676

Equo indennizzo e rendita per malattia professionale: differenze

In tema di dipendenti postali, l’equo indennizzo e la rendita per malattia professionale di cui al d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, hanno finalità differenti, essendo diretto il primo a indennizzare la perdita della integrità fisica e la seconda la perdita della capacità lavorativa, e, a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 53, comma 7, l. 27 dicembre 1997 n. 449, sono prestazioni attribuite alla competenza di amministrazioni diverse (l’amministrazione postale per il primo e l’Inail per la seconda), senza che sia possibile l’astensione di tale competenza dall’uno all’altro dei predetti enti.

Cassazione civile sez. lav., 23/11/2010, n.23674

Fermo amministrativo: ultime sentenze

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Preavviso di fermo amministrativo e opposizione; natura del fermo amministrativo; controversie e competenza del giudice di pace.

Cos’è il fermo amministrativo? In cosa consiste? Il fermo amministrativo è una forma di autotutela della Pubblica Amministrazione. Il preavviso di fermo amministrativo per crediti tributari può essere impugnato davanti al giudice tributario.

Opposizione al preavviso di fermo amministrativo

L’opposizione al preavviso di fermo amministrativo appartiene alla competenza per materia del giudice di pace, trattandosi di giudizio di accertamento negativo per il quale valgono gli stessi criteri di competenza previsti, in tema di controversie aventi ad oggetto opposizione a sanzioni amministrative per violazione del codice della strada e di opposizione al verbale di accertamento, dal D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, artt. 6 e 7.

Cassazione civile sez. VI, 23/01/2019, n.1722

Azione di accertamento negativo

L’opposizione a preavviso di fermo amministrativo ex art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973, in relazione a cartelle di pagamento di somme dovute a titolo di sanzioni amministrative per violazione del Codice della strada, pur se qualificabile quale azione ordinaria di accertamento negativo, e non come opposizione esecutiva, va proposta al giudice di pace per ragioni di competenza per materia sulla pretesa creditoria, in applicazione dei criteri previsti dagli artt. 6, commi 3 e 7, del d.lgs n. 150 del 2011.

Di conseguenza la controversia avente ad oggetto il fermo amministrativo (o l’ipoteca prevista dal d.P.R. 602/73) non può più qualificarsi come opposizione esecutiva (né agli atti esecutivi, né all’esecuzione), dovendo al contrario essere inquadrata in un’ordinaria azione di accertamento negativo della legittimità del disposto fermo per la contestata fondatezza del credito cautelato: azione che va regolata dalla competenza per valore o per materia in dipendenza della causa petendi e, più in particolare, di quel giudice che sarebbe competente per materia e per valore sul merito della pretesa creditoria.

Tribunale Milano sez. I, 07/01/2019, n.35

Fermo amministrativo di beni mobili registrati

Posto che il fermo amministrativo di beni mobili registrati ha natura non già di atto di espropriazione forzata, ma di procedura a questa alternativa (trattandosi di misura puramente afflittiva volta ad indurre il debitore all’adempimento), da ciò discende che la sua impugnativa si sostanzia in un’azione di accertamento negativo della pretesa creditoria, che segue le regole generali del rito ordinario di cognizione in tema di riparto della competenza per materia e per valore.

Ciò comporta, in sostanza, che l’individuazione del giudice dotato di giurisdizione deve essere fatta in base alle regole del processo ordinario di cognizione riferite ad un’azione di accertamento negativo: precisamente, sarà dotato di giurisdizione e competente a decidere per materia e per valore le controversie riguardanti ipoteca e fermo il giudice (che sarebbe) dotato di giurisdizione nonché competente per materia e per valore sul merito della pretesa creditoria.

Tribunale Reggio Calabria sez. I, 02/01/2019, n.1

Impugnazione del preavviso di fermo amministrativo

L’impugnazione del preavviso di fermo amministrativo previsto dall’art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973, avendo natura di ordinaria azione di accertamento negativo della pretesa creditoria, segue le regole generali del rito ordinario di cognizione, con la conseguenza che ad essa e` applicabile la previsione di cui al combinato disposto dell’art. 144, comma 1, c.p.c. e dell’art. 11, comma 1, del r.d. n. 1611 del 1933, in forza del quale l’atto introduttivo del giudizio nei confronti di un’amministrazione dello Stato deve essere notificato presso l’ufficio dell’Avvocatura dello Stato nel cui distretto ha sede l’autorità giudiziaria competente, con esclusione della deroga prevista dagli artt. 6, comma 9, e 7, comma 8, del d.lgs. n. 150 del 2011 in forza della quale nei soli giudizi di opposizione ad ordinanza-ingiunzione e di opposizione al verbale di accertamento di violazione del Codice della strada il ricorso introduttivo è notificato all’autorità amministrativa che ha emanato l’atto impugnato, la quale può stare in giudizio personalmente o avvalendosi di propri funzionari delegati.

(Nella specie, la S.C. ha rilevato la nullità della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio ed ha, quindi, cassato la sentenza impugnata con rinvio ai sensi dell’art. 383, comma 3, c.p.c. al giudice di primo grado cui ha demandato la rinnovazione della notificazione dell’atto di citazione in ossequio all’enunciato principio di diritto).

Cassazione civile sez. III, 08/11/2018, n.28528

Preavviso di fermo amministrativo per crediti tributari

Il preavviso di fermo amministrativo emesso ex art. 86 del d.P.R. n. 602 del 1973 per crediti tributari è impugnabile innanzi al giudice tributario, in quanto atto funzionale a portare a conoscenza del contribuente una determinata pretesa tributaria, rispetto alla quale sorge l’interesse ex art. 100 c.p.c. alla tutela giurisdizionale per il controllo della legittimità sostanziale della pretesa impositiva, a nulla rilevando che detto preavviso non compaia esplicitamente nell’elenco degli atti impugnabili contenuto nell’art. 19 del d.lgs. n. 546 del 1992, in quanto tale elencazione va interpretata in senso estensivo, sia in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della PA, che in conseguenza dell’allargamento della giurisdizione tributaria operato con la l. n. 448 del 2001.

Cassazione civile sez. trib., 30/10/2018, n.27601

Fermo amministrativo: controversie

La giurisdizione su controversie relative al fermo amministrativo di cui al r.d. 18 novembre 1923 n. 2440, art. 69 comma 6, spetta al giudice al quale è attribuita la cognizione della controversia sul diritto che da detto fermo è cautelato, giacché sussiste uno stretto collegamento tra siffatta misura cautelare e il diritto per la cui provvisoria tutela essa è concessa.

TAR Roma, (Lazio) sez. II, 19/10/2018, n.10154

Competenza del giudice di pace

Il giudizio di opposizione a fermo amministrativo conseguente a violazioni del codice della strada rientra nella competenza per materia del giudice di pace, ai sensi del combinato disposto degli artt. 205 del d.lgs. n. 285 del 1992 e 22-bis della l. n. 689 del 1981, attributivi allo stesso della cognizione, senza limiti di valore, sulle opposizioni avverso gli atti di contestazione o di notificazione di violazioni del codice della strada, giacché il fermo, che consiste in una misura puramente afflittiva, volta ad indurre il debitore all’adempimento, ha natura alternativa all’esecuzione e, dunque, la sua impugnativa si sostanzia in un’azione di accertamento negativo della pretesa creditoria, soggetta alle regole generali del rito ordinario di cognizione in tema di riparto della competenza per materia e per valore.

Cassazione civile sez. VI, 12/09/2018, n.22150

Fermo amministrativo: ha natura cautelare

Il fermo amministrativo è un provvedimento di natura cautelare, per cui non è richiesto che le pretese dell’Amministrazione consistano in crediti certi, liquidi ed esigibili. A maggior ragione, non può ritenersi necessario che tali crediti siano assistiti da titoli esecutivi.

TAR Roma, (Lazio) sez. II, 01/08/2018, n.8619

Fermo amministrativo: potere di autotutela della PA

Il provvedimento di sospensione di pagamento (c.d. fermo amministrativo) previsto dal R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, art. 69, u.c., costituisce una misura cautelare, espressione del potere di autotutela della PA, rivolto a sospendere, in presenza di una “ragione di credito” della P. A. stessa, un eventuale pagamento dovuto, a salvaguardia dell’eventuale compensazione legale dello stesso con un credito, anche se non attualmente liquido ed esigibile, che l’amministrazione abbia, ovvero pretenda di avere, nei confronti del suo creditore e la sua adozione richiede soltanto il “fumus boni iuris” della ragione di credito vantata dall’Amministrazione, restando, invece, estranea alla natura ed alla funzione del provvedimento qualsiasi considerazione di un eventuale “periculum in mora”, senza che detta disciplina ponga dubbi di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost..

Ne consegue che deve ritenersi legittimo il diniego di rimborso di Iva da parte dell’Amministrazione finanziaria, in dipendenza dell’adozione di provvedimento di fermo amministrativo delle somme pretese in restituzione, in ragione della pendenza di controversie tra le parti su rettifiche relative ad altre annualità d’imposta”.

Comm. trib. reg. Milano, (Lombardia) sez. XIV, 29/06/2018, n.3023

Fermo amministrativo di automezzi strumentali all’esercizio dell’impresa

I beni pignorati in questione (tre automezzi) non possono formare oggetto di fermo amministrativo, in quanto beni strumentali all’esercizio dell’impresa. In effetti si rileva che, i beni sottoposti a fermo amministrativo sono tre automezzi di cui uno è un autocarro. Si rileva altresì che i predetti automezzi sono iscritti nel ‘libro cespiti ammortizzabili” quindi si presume che essi fossero utilizzati nell’impresa, né parte appellata ha fornito alcuna valida prova circa la loro non strumentante.

Si ritiene pertanto che i beni sottoposti a fermo amministrativo, avuto riguardo alla loro natura, fossero strumentali all’esercizio dell’impresa e come tali, ai sensi dell’art.86 del D.P.R. 602/73, non potevano essere sottoposti a fermo amministrativo.

Comm. trib. reg. Palermo, (Sicilia) sez. I, 21/06/2018, n.2580

Come valutare un quadro

Posted on : 23-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali elementi bisogna considerare per valutare un’opera? Perché è importante la valutazione di un quadro? Come si calcola il prezzo di un dipinto?

In tempi di crisi e di deprezzamento monetario, il consiglio è quello di investire i propri risparmi in beni non soggetti a svalutazione. Tra questi vi sono sicuramente gli immobili e gli oggetti preziosi, in primis l’oro. Tra i beni che non dovrebbero risentire della svalutazione v’è anche il patrimonio artistico: oggetti di pregiata manifattura, sculture, dipinti, ecc. Nello specifico, i quadri sono beni che possono raggiungere un valore vicino all’inestimabile. Ti sei mai chiesto come valutare un quadro? La domanda ti sembrerà poco pertinente con il mondo giuridico: in realtà, non è così. la stima di un quadro può essere di fondamentale importanza laddove si debba procedere ad un pignoramento. Pensa alla persona che vanta un ingente credito nei confronti di chi non possiede uno stipendio, né auto o casa di proprietà: in un’ipotesi del genere, non resta che rivalersi sui beni custoditi tra le mura dell’immobile in cui abita. Metti il caso che tre questi oggetti si nasconda un quadro di pregevole fattura, esteticamente molto bello: quale può essere il suo valore? A questo punto, rispondere a tale domanda diviene fondamentale. Se l’argomento ti interessa, allora prosegui nella lettura di questo articolo: vedremo insieme come valutare un quadro.

Pignoramento mobiliare: cos’è?

Abbiamo detto che la valutazione di un quadro diviene di fondamentale importanza nel momento in cui si deve procedere al pignoramento dei beni posseduti dal debitore. Prima di vedere come valutare un quadro, soffermiamoci un istante su questo aspetto.

Quando il debitore non paga spontaneamente il suo debito, il creditore può ricorrere all’esecuzione forzata: in poche parole, il creditore può “aggredire” i beni del debitore per soddisfarsi su di essi. E così, se il debitore possiede un’auto, una casa o qualsiasi altra proprietà, il creditore potrà ottenere il “congelamento” di tali beni in attesa che vengano venduti all’asta per consentirgli di rivalersi sul danaro ottenuto dalla vendita forzosa.

Quando il pignoramento, cioè l’atto con cui l’ufficiale giudiziario, su istanza del creditore, ingiunge al debitore di non disporre di parte del suo patrimonio perché destinato a soddisfare le esigenze del creditore, anticipa un’espropriazione sui beni mobili, allora il pignoramento potrà essere definito “mobiliare” proprio perché le cose che verranno espropriate sono beni mobili.

Valutazione quadri: perché è importante?

La valutazione di un quadro diviene importante nel momento in cui il pignoramento sia rivolto nei confronti dei beni mobili. Il codice di procedura civile [1] dice che, quando procede ad espropriazione mobiliare, il pignoramento deve essere eseguito sulle cose che l’ufficiale giudiziario ritiene di più facile e pronta liquidazione, nel limite di un presumibile valore di realizzo pari all’importo del credito precettato aumentato della metà. In ogni caso, l’ufficiale giudiziario deve preferire il danaro contante, gli oggetti preziosi e i titoli di credito che ritiene di sicura realizzazione.

Di conseguenza, nel caso in cui l’ufficiale giudiziario, una volta effettuato l’accesso presso l’abitazione del debitore, non riesca a trovare gioielli, denaro o titoli di credito su cui poter soddisfare le pretese del creditore (oppure non ne trova per un valore sufficiente), potrà ritenere opportuno pignorare un quadro che ritiene di valore.

Il problema è che il creditore non può impossessarsi indistintamente dei beni del debitore: sia che vengano venduti all’asta, sia che gli vengano assegnati direttamente, è fondamentale conoscerne il valore. Se ipotizziamo, quindi, che sia stato pignorato un dipinto, diverrà importantissimo valutare il quadro.

Come si valuta un quadro?

La valutazione di un quadro è compito difficile che può essere affrontato solamente da un esperto. Con questo articolo, però, possiamo fornire alcune indicazioni utili.

Gli elementi fondamentali che bisogna tenere in considerazione quando si valuta un quadro sono:

  • l’autore;
  • l’epoca;
  • lo stato di conservazione;
  • l’autenticità.

L’autore del quadro

La prima cosa da fare nel valutare un quadro è quello di identificarne l’autore. Molto spesso il nome di questi si trova nella parte inferiore del dipinto; è possibile, tuttavia, che la firma manchi oppure non sia completamente leggibile. In casi del genere, l’esperto chiamato a valutare il quadro dovrà dimostrare tutta la sua abilità e la sua conoscenza: ed infatti, quando manca la firma dell’autore occorrerà riportare il quadro all’epoca in cui è stato dipinto, individuandone tutte le caratteristiche che consentono di identificare l’autore.

In pratica, gli esperti d’arte riescono a risalire all’autore di un quadro analizzandone le caratteristiche principali, come ad esempio il tratto, lo stile, il soggetto (o l’oggetto) ritratto. Insomma, l’esperto dovrà “interpretare” il quadro, cercando di risalire indietro nel tempo fino al suo autore.

L’epoca del quadro da valutare

Strettamente collegato all’autore è l’epoca in cui il quadro è stato realizzato. È chiaro che, se è stato identificato l’autore del dipinto, di conseguenza verrà facilmente individuata anche l’epoca. Molti bei quadri, però, restano anonimi, nel senso che, sebbene di pregevole fattura, non sono riconducibili ad alcun artista, probabilmente perché mai divenuto famoso.

Di conseguenza, anche se l’autore resta ignoto, lo studio del quadro consente all’esperto di ricondurlo all’epoca di appartenenza, magari anche alla corrente pittorica, elementi fondamentali per stimare il valore di un quadro.

Lo stato di conservazione del quadro

Secondo elemento di valutazione di un quadro è il suo stato di conservazione. In pratica, un quadro varrà sicuramente di più se si trova in un buono stato e se non presenta le imperfezioni tipiche dell’incuria o del trascorrere del tempo.

Pensa, ad esempio, alla tela che sia stata macchiata accidentalmente dal riversamento su di essa di un liquido (una bevanda, per dirne una); oppure al dipinto consumato dal tempo oppure eroso dall’esposizione ad agenti atmosferici.

L’autenticità del quadro

L’autenticità del quadro è elemento di valutazione fondamentale nel caso in cui si ritenga che il dipinto appartenga ad un noto autore: pensa, ad esempio, all’individuo che pensa di poter pagare un debito di milioni di euro ritenendo che il quadro esposto nel suo salotto sia un Van Gogh originale.

In un’ipotesi del genere, l’esperto chiamato a valutare il quadro dovrà capire se lo stesso sia un Van Gogh autentico oppure una semplice “crosta”, una scarsa imitazione.

Lo svelamento dell’autenticità di un dipinto è cosa difficile per diversi motivi:

  • innanzitutto, esistono dei falsari bravissimi, capaci di riprodurre le opere d’arte originali alla stregua del loro stesso autore;
  • in secondo luogo, non è sempre facile ricondurre un dipinto al suo autore, poiché gli artisti possono anche modificare il tratto nel corso della propria carriera. In altre parole, ciò che sembra un Picasso non necessariamente deve essere tale, potendo anche appartenere ad un autore simile.

Come si falsifica un quadro?

Esistono sostanzialmente due modi diversi di falsificare un quadro con la speranza che possa essere ricondotto ad un noto autore ed essere valutato con un prezzo “stellare”:

  • riprodurre ex novo un dipinto preesistente. In pratica, il falsario utilizza un quadro originale per copiarlo e realizzarne uno identico;
  • attribuire l’opera di un autore minore ad un autore molto più conosciuto, magari apponendo una firma falsa.

Ovviamente, in entrambi i casi l’occhio dell’esperto chiamato a valutare il quadro saprà discernere il vero dal falso. Il lavoro, però, non è così facile: basta pensare che i falsari di professione, al fine di spacciare una propria opera per quella di un noto artista del passato, utilizzano materiali antichi oppure invecchiati su cui lavorare, in modo tale da non tradirsi.

Facciamo un esempio. Tutti conoscono la Gioconda, il capolavoro di Leonardo da Vinci. La Monna Lisa è un dipinto a olio su tavola di legno di pioppo realizzato intorno ai primi anni del Cinquecento. Orbene, se un falsario volesse riprodurre la Gioconda dovrebbe munirsi di un legno antico perché, se venisse realizzato su uno nuovo, verrebbe immediatamente scoperto.

Altri elementi di valutazione di un quadro

Oltre all’autore, all’epoca, alla conservazione e all’autenticità, vi sono altri elementi di rilievo da tener presente in sede di valutazione di un quadro. Innanzitutto, è importante capire “com’è fatto” il quadro, cioè individuare quali materiali sono stati utilizzati per la sua creazione: ad esempio, un dipinto fatto con olio su tela può valere più di uno fatto con colori acrilici.

Anche le dimensioni del quadro contano: un dipinto molto grande varrà, almeno tendenzialmente, più di uno molto piccolo. Quando, però, le dimensioni cominciano a superare i due metri per due, allora la grandezza comincia ad essere un problema per via della difficile trasportabilità.

Come si calcola il valore di un quadro?

Forse non sai che gli esperti d’arte hanno stabilito una vera e propria formula in grado di determinare, in contanti, il valore di un quadro. Ovviamente, quando si parla di arte ci sono opere il cui valore è inestimabile: si potrebbe mai dare un prezzo alla Gioconda, alla Venere di Botticelli o all’Urlo di Munch?

La formula che sto per esporti vale solamente per quelle opere il cui valore in termini di autore, epoca, conservazione ed autenticità non sia elevato; in pratica, nessun calcolo potrà quantificare un Van Gogh. Per tradurre in contanti il valore di un dipinto occorre sommare la base e l’altezza dell’opera, moltiplicare il risultato per il coefficiente artistico e, infine, moltiplicare nuovamente per dieci. Il risultato darà una quotazione indicativa del quadro.

Facciamo un esempio. Un quadro delle dimensioni di cinquanta centimetri sia per base che per altezza e con un coefficiente artistico pari a 5, varrà 5.000 euro (50 + 50 = 100 X 5 = 500 X 10 = 5.000).

Coefficiente artistico: cos’è?

La formula che consente di determinare il prezzo di un quadro verte sostanzialmente intorno al cosiddetto coefficiente artistico. Di cosa si tratta? Il suddetto coefficiente non è altro che un numero stabilito dalle gallerie d’arte, d’accordo con gli autori, sulla base della credibilità e solidità dell’artista, cioè sulla base del suo curriculum, delle mostre personali e collettive, dei premi e riconoscimenti ottenuti, delle acquisizioni museali, delle recensioni e critiche, delle pubblicazioni.