Prestito di denaro mai restituito: cosa fare

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho prestato denaro ad un mio amico, da quasi 10 anni, senza alcuno scritto. Erano due pagamenti di 2.500 e 2.000 euro uno in bonifico postale ed uno a mezzo assegno, ma tuttavia sono andate perdute matrici e ricevuta dell’invio. Ho comunque mail e messaggi su messenger, dove il soggetto dichiara di dovermi il denaro prestatogli (assieme a decine di promesse di risarcimento mai avvenute). È possibile riavere il mal tolto? In caso con relativi interessi, attivi e passivi?

Il lettore ha il diritto di ottenere la restituzione del denaro prestato, esercitando quella che, in gergo tecnico, viene definita azione di ripetizione di indebito. Quest’ultima può essere esercitata entro il termine di dieci anni, ragion per cui dovrebbe attivarsi tempestivamente prima che tale termine scada e il lettore non possa più agire per la restituzione. 

Dal momento che il pagamento è avvenuto con strumenti tracciabili, si consiglia al lettore di recuperare, tramite estratti conto bancari e postali, le relative ricevute. Sussiste, infatti, in capo all’istituto di credito, un obbligo di registrazione e conservazione delle operazioni contabili effettuate dai clienti. 

Unitamente alle ricevute, che servono a provare l’avvenuto trasferimento di denaro a favore dell’amico del lettore, risultano certamente utili le dichiarazioni scritte rese da quest’ultimo a mezzo mail o messaggio, in quanto trattasi di strumenti di prova ormai ammessi nel processo civile. L’azione di ripetizione di indebito può essere esercitata, nel caso specifico, attraverso tre strumenti processuali: 

1) ricorso per decreto ingiuntivo: per ottenere il decreto, servirebbe una prova scritta. Esistono diversi recenti casi in giurisprudenza in cui è stata riconosciuta come prova scritta idonea a fondare il decreto ingiuntivo la semplice email di ammissione del debito. Tuttavia, per una maggiore certezza, sono a parere dello scrivente indispensabili le ricevute di pagamento; 

2) giudizio ordinario di cognizione: tradizionale causa da svolgere dinanzi al tribunale per ottenere una sentenza di accertamento del diritto di credito del lettore e di condanna dell’amico alla restituzione del dovuto; 

3) giudizio sommario di cognizione: si distingue dal giudizio ordinario, in quanto prevede una procedura più snella, utilizzabile quando la fattispecie non presenta aspetti particolarmente controversi. 

Prima di poter agire in giudizio, è comunque obbligatorio il tentativo di negoziazione assistita. Si tratta di un lettera formale notificata dall’avvocato alla controparte, in cui si intima il pagamento del dovuto e si invita ad un accordo bonario, denominato appunto negoziazione assistita, firmato dagli avvocati delle parti. Se la controparte non risponde entro 30 giorni o non aderisce all’invito, è possibile procedere con la causa. 

La notifica dell’invito alla negoziazione assistita interrompe il termine di prescrizione decennale dell’azione di restituzione. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone 

Che cos’è l’affiliazione commerciale?

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come viene disciplinato il rapporto di cosiddetta affiliazione commerciale più noto con il nome di franchising

Da svariati decenni la pratica dei commerci, anche in Italia, conosce un tipo di rapporto che consente ad un imprenditore commerciale che produce beni oppure offre servizi di entrare in stretta collaborazione con un altro imprenditore commerciale che quegli stessi beni o servizi poi vende o distribuisce. Il rapporto, notissimo con il nome di franchising, è stato regolato dalla legge italiana [1] non molti anni fa consentendo, in questo modo, di disporre di regole chiare e precise utili per comprendere in sostanza che cos’è l’affiliazione commerciale (traduzione italiana del concetto di franchising). In sintesi l’affiliazione commerciale non è altro che il contratto tra due soggetti giuridici che siano economicamente e giuridicamente indipendenti (quindi distinti l’uno dall’altro) in base al quale uno dei due soggetti (affiliante o franchisor) concede all’altro (affiliato o franchisee) la disponibilità ad utilizzare, a fronte del pagamento di un prezzo, una serie di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, nomi commerciali, brevetti, insegne, disegni, diritti d’autore, know – how, assistenza tecnica o commerciale. Il contratto prevede, quindi, l’inserimento dell’affiliato (franchisor) in una rete di affiliati distribuiti sul territorio di riferimento con lo scopo finale di meglio vendere beni e servizi determinati. Questa è dunque la sostanza del contratto di affiliazione commerciale (franchising) di cui nel prosieguo dell’articolo analizzeremo più in dettaglio la disciplina contenuta nella legge italiana.

Com’è disciplinato il contratto di franchising?

Abbiamo dunque detto che il contratto di franchising o di affiliazione commerciale lega due imprenditori commerciali in un rapporto in base al quale l’uno concede all’altro, dietro pagamento di un determinato corrispettivo, il diritto ad utilizzare marchi, insegne, procedure tipizzate di produzione, conoscenze eccetera.

Si tratta, perciò, di un contratto che prevede diritti ed obblighi per entrambe le parti (cosiddetto contratto sinallagmatico).

Detto questo, occorre anche dire che la legge [2] impone la forma scritta per il contratto di franchising a pena di nullità (il che vuol dire che se due imprenditori si accordassero solo verbalmente per avviare tra loro un rapporto in affiliazione commerciale, il contratto verbale non produrrebbe alcun effetto e poi, se si finisse dinanzi ad un giudice, ciascuna delle due parti dovrebbe restituire le prestazioni già ricevute dall’altra parte).

La legge [3] poi prevede che nel contratto di affiliazione commerciale debbano essere indicati:

  • l’importo degli investimenti e delle eventuali spese d’ingresso che l’affiliato è tenuto a versare all’inizio del rapporto;
  • le modalità per calcolare e pagare le cosiddette royalties, cioè le percentuali sui ricavi che l’affiliato dovrà versare all’affiliante;
  • l’eventuale esistenza di una esclusiva territoriale per l’esercizio dell’attività;
  • caratteristiche e tipologia dei servizi offerti dall’affiliante all’affiliato;
  • indicazione specifica di tutte le conoscenze fornite dall’affilante all’affiliato (cosiddetto know – how) per la gestione e l’uso dei servizi e/o dei beni indicati nel contratto ed oggetto di commercializzazione da parte dell’affiliato;
  • condizioni di rinnovo, risoluzione ed eventuale, se consentita in contratto, cessione a terzi del contratto.

A protezione dell’affiliato la legge prevede che, se l’affiliante ha intenzione di creare una rete di franchising, deve aver sperimentato la formula preventivamente sul mercato e che se il contratto ha una durata determinata essa non può essere in ogni caso inferiore ai tre anni (per consentire l’ammortamento dell’investimento di partenza).

Il franchising è un contratto tra due imprenditori commerciali

Quali sono gli obblighi a carico di affiliante e affiliato?

La normativa prevede poi specifici obblighi alle due parti che si siano vincolate in un rapporto di affiliazione commerciale.

La legge, infatti, obbliga l’affiliante (franchisor) a:

  • consegnare all’affiliato (franchisee) la copia del contratto, una copia del suo bilancio relativo agli ultimi tre esercizi, l’elenco degli altri suoi affiliati e la descrizione di eventuali processi a proprio carico e che si siano conclusi nell’ultimo triennio.

L’affiliato, invece, deve:

  • non trasferire la sede della propria attività se è stata indicata nel contratto a meno che non vi sia una causa di forza maggiore (ad esempio un incendio che abbia distrutto la sede stessa);
  • osservare, insieme ai propri dipendenti e collaboratori, la massima riservatezza relativamente all’attività commerciale (anche successivamente alla fine del rapporto).

In generale, infine, entrambe le parti sono tenute ad un comportamento improntato a lealtà, correttezza e buona fede: la violazione di una o dell’altra parte dell’obbligo di mantenere un comportamento corretto durante lo svolgimento del rapporto consente alla parte che ha subito il comportamento scorretto di chiedere all’autorità giudiziaria l’annullamento del contratto ed i risarcimento dell’eventuale danno sopportato come conseguenza dell’altri condotta scorretta (si pensi, ad esempio, all’affiliato che non abbia comunicato all’affiliante che il locale individuato per lo svolgimento dell’attività non fosse idoneo all’uso per mancanza, ad esempio, delle necessarie autorizzazioni).

L’affiliazione commerciale non può durare meno di tre anni

Barik

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Bambini, feed, Giochi e Gambling, Videogame

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Barik sta volando conil suo aereo quando tutto ad un tratto il suo aereo ha un guasto e i pezzi volano dappertutto. L'unica cosa che Barik può fare per rimettere in sesto il suo aereo  cercare tutti i pezzi e rimontare l'aere. Numerosi livelli con difficoltà crescente ti metteranno alla prova e tu dovrai raccogliere tutti i pezzi e le stelle risolvendoli uno dopo l'altro.

La polizia di Stato

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Polizia di Stato: cos’è e quali compiti svolge? Quali sono le funzioni esercitate dalla polizia di Stato? Com’è organizzata?

La polizia di Stato appartiene alle forze di polizia italiane poste a tutela dell’ordine pubblico e dell’incolumità dei singoli cittadini: essa fa parte di quelle forze dell’ordine che chiamiamo ogni volta che riteniamo di essere in presenza di un fatto criminoso oppure di un diverso tipo di illecito. Sebbene sia conosciuta praticamente da tutti, sono pochi coloro che sanno davvero cos’è la polizia di Stato e quali sono i suoi compiti; ciò è dovuto in gran parte alla quasi identità di competenze che sono attribuite tanto alla polizia quanto all’Arma dei Carabinieri, nonché alla maggiore popolarità di cui godono questi ultimi, notorietà principalmente dovuta al fatto che le caserme dei carabinieri sono diffuse sul territorio nazionale in modo molto più capillare rispetto ai comandi di polizia, i quali sono situati per lo più nelle città. Come ti spiegherò nel corso dell’articolo, polizia di Stato e carabinieri sono accomunati altresì dal fatto di far parte entrambi della polizia giudiziaria, cioè del “braccio operativo” dell’autorità giudiziaria, la quale si avvale per l’appunto dei poliziotti o dei carabinieri per eseguire indagini, compiere sopralluoghi, arresti e quant’altro utile alle indagini. I compiti della polizia di Stato, però, sono complessi e numerosi, così come ti illustrerò di qui ad un istante; pertanto, se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, allora ti consiglio di proseguire nella lettura: ti parlerò in maniera approfondita della polizia di Stato.

Polizia di Stato: cos’è?

La polizia di Stato, come anticipato, è una delle forze di polizia italiane direttamente dipendente dal Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’interno. La polizia di Stato è anche definita come corpo civile militarmente organizzato per la tutela dello Stato e dei cittadini da reati e turbative dell’ordine pubblico. La polizia, quindi, a differenza dell’Arma dei Carabinieri, ha un ordinamento civile: ciò significa che la polizia di Stato non è (più) un corpo militare e, di conseguenza, non può essere utilizzata per compiere operazioni militari.

Polizia di Stato: com’è organizzata?

Spero di averti chiarito cos’è la polizia di Stato; vediamo ora com’è strutturata. A capo della polizia di Stato c’è un prefetto, il quale assume la qualifica di capo della polizia e direttore generale della pubblica sicurezza. Questi è affiancato da altri tre prefetti con qualifica di vice capo della polizia:

  • vice direttore generale per l’espletamento delle funzioni vicarie;
  • vice direttore generale per l’attività di coordinamento e di pianificazione;
  • vice direttore generale – direttore centrale della direzione centrale della polizia criminale.

I ruoli ricoperti all’interno della polizia di Stato sono: agenti, assistenti, sovrintendenti, ispettori, funzionari e dirigenti. Per quanto riguarda le mansioni, come detto, la polizia si occupa di prevenire i crimini svolgendo una funzione di pattugliamento sulle strade delle città. Inoltre, si occupa di mantenere l’ordine durante le manifestazioni di qualsiasi genere (musicali, sportive, ecc.).

Il vertice della polizia di Stato sul territorio di una provincia è la questura, ufficio del dipartimento della pubblica sicurezza alle dipendenze del Ministero dell’interno con competenza territoriale limitata, appunto alla provincia. La questura esercita inoltre diverse funzioni amministrative, inerenti ad esempio alle pratiche relative alla licenza di porto d’armi, al rilascio del passaporto, agli immigrati extracomunitari, all’emissione del Daspo, ecc.

Polizia di Stato: cosa fa?

La polizia di Stato svolge funzioni di polizia giudiziaria e amministrativa. In quanto autorità di pubblica sicurezza, oltre a vigilare sull’ordine pubblico e provvedere al mantenimento della pubblica sicurezza, fornisce soccorso a soggetti pubblici e privati in caso di infortuni, e alla risoluzione pacifica dei dissidi tra privati. Si occupa inoltre di addestrare presso le sue strutture personale appartenente ad altri corpi, ovvero la Guardia di Finanza e l’Arma dei Carabinieri, relativamente alla repressione delle infrazioni al Codice della strada, e per le patenti di guida operativa, difesa personale e addestramento al tiro degli agenti delle varie polizie locali e municipali italiane.

Polizia di Stato: funzioni di polizia giudiziaria

Nello specifico, la polizia di Stato, in qualità di polizia giudiziaria si occupa, anche di propria iniziativa: di prendere notizia dei reati; di impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori; di ricercarne gli autori; di compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quantʼaltro possa servire per lʼapplicazione della legge penale [1].

La polizia di Stato, quando agisce in veste di polizia giudiziaria, svolge quindi tre importantissime funzioni:

  • investigativa: ricerca le fonti di prova e raccoglie ogni elemento utile per la ricostruzione del fatto costituente reato e per lʼindividuazione del colpevole;
  • repressiva: impedisce che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori e interrompe lʼiter criminoso e le conseguenze che possano derivare da un fatto costituente reato;
  • esecutiva: aiuta il pubblico ministero o il Giudice e si sostanzia nellʼattività di notificazione ed esecuzione di ordinanze ed atti del procedimento penale delegati dalla stessa autorità giudiziaria.

Polizia di Stato: distinzione tra agenti e ufficiali di p.g.

Nell’ambito della polizia di Stato, sono ufficiali di polizia giudiziaria: i dirigenti, i commissari, gli ispettori e i sovrintendenti; sono, invece, agenti di polizia giudiziaria il personale della polizia di Stato al quale l’ordinamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza riconosce tale qualità. La differenza tra ufficiali e agenti è importante in quanto la legge consente solo ai primi di svolgere determinate attività. Si pensi, ad esempio, alle perquisizioni: queste sono disposte con decreto dell’autorità giudiziaria (giudice procedente o pubblico ministero) la quale può procedere personalmente oppure (come avviene praticamente sempre) delegare ufficiali di polizia giudiziaria [2].

Allo stesso modo, la legge consente soltanto agli ufficiali di polizia giudiziaria di procedere a perquisizione personale o locale quando, oltre ad esserci il fondato motivo di ritenere che sulla persona si trovino nascoste cose o tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse ovvero che tali cose o tracce si trovino in un determinato luogo o che ivi si trovi la persona sottoposta alle indagini o l’evaso, ci si trovi in flagranza di reato o in un caso di evasione (cioè di fuga) [3]. In altre parole, nei casi di particolare urgenza, quando il tempo gioca a sfavore delle autorità, gli ufficiali possono procedere a perquisizione anche senza il preventivo decreto di cui abbiamo parlato.

Polizia di Stato: funzioni di polizia amministrativa

Come detto poco più sopra, la polizia di Stato svolge funzioni non solo di polizia giudiziaria, ma anche di polizia amministrativa. Come avrai capito, quindi, quando si parla di “polizia” senza aggiungere altro non ci si riferisce ad uno specifico corpo od organismo, bensì ad un insieme di attività che, seppur diverse tra loro, sono finalizzate al perseguimento di un unico scopo: la tutela dell’ordine pubblico e la prevenzione degli illeciti.

Per farti capire cos’è la polizia amministrativa e cosa fa la polizia di Stato quando esercita tali funzioni, ti basti sapere che all’interno di questa attività possiamo ricomprendere quella di sicurezza stradale, commerciale o edilizia, nonché quella deputata al controllo dell’igiene pubblica o della sanità. In pratica, la polizia amministrativa è preposta alla difesa di tutto ciò che concerne l’attività della pubblica amministrazione: ad ogni settore dell’agire pubblico corrisponde un ramo di polizia amministrativa.

La polizia di Stato che esercita le funzioni di polizia amministrativa interviene anche nel caso in cui vi sia stata la violazione di una norma di legge: ad esempio, nel momento in cui la polizia stradale rileva un’infrazione alle regole del codice della strada, essa interviene per ripristinare l’ordine pubblico e per sanzionare il comportamento illecito. Questo significa che la polizia di Stato garantisce l’osservanza delle norme poste alla base del vivere civile e, nel caso in cui esse siano violate, provvede all’applicazione di una sanzione (nel caso appena riportato dell’infrazione stradale, ad esempio, l’organo di polizia amministrativa competente comminerà la giusta multa all’autore dell’illecito).

Polizia amministrativa e giudiziaria: differenze

Quanto appena detto a proposito delle diverse funzioni svolte dalla polizia di Stato ci rimanda ad un altro aspetto importante: la differenza tra polizia amministrativa e polizia giudiziaria. Se la prima si occupa della tutela dell’ordine pubblico facendo rispettare le norme la cui violazione costituisce illecito, la polizia giudiziaria si occupa esclusivamente di reprimere fatti costituenti reato.

Quanto appena detto non deve però confonderti: come già ricordato, la polizia amministrativa non è un organismo, bensì una funzione, la quale quindi può convivere anche con l’attività di polizia giudiziaria. In quest’ultimo caso, però, la polizia di Stato si dedica a perseguire gli autori di un reato, cioè di un illecito sanzionato penalmente, prestando il proprio servizio direttamente all’autorità giudiziaria territorialmente competente, cioè il magistrato del pubblico ministero incaricato dell’indagini.

La differenza tra le diverse funzioni esercitate dalla polizia di Stato è, pertanto, la seguente:

  • in veste di polizia amministrativa, si occupa di prevenire la realizzazione degli illeciti;
  • in veste di polizia giudiziaria ha invece il compito di reprimere i reati già commessi assicurando i criminali alla giustizia, e di impedire che i delitti compiuti possano comportare ulteriori conseguenze negative. La polizia giudiziaria, inoltre, si occupa delle indagini, di raccogliere fonti di prova e di compiere ogni altra attività disposta o delegata dall’autorità giudiziaria.

Polizia di Stato e carabinieri: differenze

Sebbene sia la polizia di Stato che l’Arma dei carabinieri sono a disposizione dei cittadini per tutelarli e per proteggere l’ordine pubblico, esistono sostanziali differenze tra le due forze dell’ordine. La più grande l’abbiamo illustrata all’inizio di questo articolo: mentre la polizia di Stato è un’arma civile che dipende direttamente dal Ministero dell’Interno, l’Arma dei carabinieri è una forza armata che dipende dal Ministero della Difesa e, oltre a esercitare funzioni civili, può compiere operazioni nei paesi esteri insieme all’esercito (cosa assolutamente preclusa alla polizia).

Altra differenza importante riguarda le specializzazioni: all’interno della polizia di Stato sono stati creati diversi tipi di istituzioni, ognuna delle quali ha un compito dedicato, come ad esempio la polizia postale, la polizia stradale, la polizia ferroviaria e la polizia municipale. L’Arma dei carabinieri invece, costituisce una delle quattro forze armate della Repubblica italiana; le altre sono l’Esercito Italiano, la Marina Militare e l’Aeronautica Militare.

La mediazione civile

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mediazione civile: cos’è e come funziona? Come si svolge l’incontro davanti al mediatore? Cos’è la mediazione obbligatoria?

Quando due persone litigano e non c’è verso di metterle d’accordo né di far coesistere le rispettive pretese, l’unica cosa da fare è andare in tribunale e lasciare che sia il giudice a decidere: prendi il caso di due soggetti che rivendichino la proprietà dello stesso bene, oppure di due individui che discutono sull’entità di un debito. I tribunali sono stati creati apposta: per risolvere le controversie che, diversamente, non troverebbero mai una soluzione e che, anzi, potrebbero anche degenerare. Ora, sarà perché l’Italia è un popolo di litigiosi, oppure perché il personale e le infrastrutture della giustizia sono carenti, fatto sta che i tribunali scoppiano di contenziosi da risolvere: chiunque abbia visitato almeno una volta un’aula di giustizia può rendersene facilmente conto. Per evitare che la macchina della giustizia si ingolfasse del tutto, da qualche anno il legislatore italiano ha introdotto alcuni strumenti volti a decongestionare il forte carico che incombeva sui magistrati. In pratica, per alleggerire il lavoro dei giudici si è pensato di introdurre alcuni modi alternativi di risoluzione delle controversie: mi riferisco agli istituti della mediazione civile e della negoziazione assistita. Mentre quest’ultima consiste in un tentativo di conciliazione demandato agli avvocati delle parti in lite, la prima si concreta in un vero e proprio piccolo procedimento da effettuarsi fuori dalle aule di giustizia ma comunque in presenza di un soggetto terzo. In pratica, la mediazione civile consiste nel tentativo di risoluzione stragiudiziale di una controversia, al fine di evitare che quest’ultima possa arrivare in tribunale e aggravare il lavoro dei magistrati. Con questo articolo vorrei proprio parlarti della mediazione obbligatoria introdotta da una legge del 2010; pertanto, se l’argomento ti interessa, ti invito a prenderti dieci minuti e a proseguire nella lettura: ti spiegherò cos’è e come funziona la mediazione civile.

Mediazione civile: cos’è?

La mediazione civile obbligatoria è un metodo di risoluzione stragiudiziale delle controversie: in parole povere, significa che la mediazione civile serve a mettere d’accordo i contendenti, al fine di evitare che gli stessi ricorrano al tribunale. La mediazione, quindi, permette alle persone di incontrarsi davanti ad un soggetto terzo (che non è un giudice) per risolvere la loro problematica. In pratica, se hai una controversia in atto per determinate questioni, potrai rivolgerti ad un organismo terzo (il mediatore, appunto) per cercare di giungere ad un accordo bonario.

Mediazione civile obbligatoria: cos’è?

A partire dal 2011, la legge [1] ha introdotto la mediazione civile obbligatoria. Di cosa si tratta? Te lo spiego subito: ci sono alcune materie in cui, se insorge una controversia tra le parti, queste sono costrette a tentare la via della mediazione prima di poter ricorrere al tribunale. Utilizzando una terminologia un po’ più tecnica, si dice che la mediazione civile obbligatoria è condizione di procedibilità: vuol dire che l’azione giudiziaria deve necessariamente essere preceduta dal tentativo di mediazione. Solamente nel caso in cui questa fallisse, sarà possibile esporre le proprie ragioni ad un giudice.

Quindi, in tutti i settori del diritto ove per legge è prevista la mediazione civile obbligatoria, sarai costretto ad andare davanti ad un mediatore per tentare di risolvere il contrasto con la controparte: solamente se la mediazione dovesse avere esito negativo il tuo avvocato potrà ricorrere in tribunale.

Mediazione civile: quando è obbligatoria?

La mediazione civile è obbligatoria in materia di:

  • diritti reali (proprietà, usufrutto, usucapione, compravendite immobiliari ecc.);
  • divisione e successioni ereditarie;
  • patti di famiglia;
  • locazione e comodato;
  • affitto di aziende;
  • risarcimento danni da responsabilità medica e sanitaria;
  • diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità;
  • contratti assicurativi, bancari e finanziari;
  • condominio [5].

Esperire un tentativo di conciliazione è inoltre obbligatorio quando la mediazione è demandata da un giudice oppure quando è prevista da clausole contrattuali o statutarie (clausole compromissorie). Quindi, se è insorta una controversia in una di queste materie, non potrai promuovere direttamente l’azione giudiziaria, ma dovrai necessariamente “passare” per la mediazione civile.

Fanno eccezione a quanto appena detto e, quindi, pur vertendo nelle suddette materie, non dovrai esperire il tentativo di mediazione, i seguenti procedimenti:

  • i procedimenti per ingiunzione (tipo quelli per decreto ingiuntivo), inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione;
  • i procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento del rito;
  • i procedimenti di consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite;
  • i procedimenti possessori, fino alla pronuncia dei provvedimenti di manutenzione e reintegrazione nel possesso;
  • i procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione relativi all’esecuzione forzata;
  • i procedimenti in camera di consiglio;
  • l’azione civile esercitata nel processo penale.

Mediazione civile facoltativa: cos’è?

Ti ho spiegato la funzione della mediazione civile, che è quella di pervenire ad un accordo pacifico tra le parti, senza necessità di ricorrere al giudice. L’intento è chiaro: evitare che i contenziosi giudiziari aumentino a dismisura, così da paralizzare la giustizia italiana.

La legge ha introdotto la mediazione civile obbligatoria nelle materie sopra elencate; tuttavia, in tutti gli altri settori è pur sempre possibile tentare la mediazione come strada facoltativa. In altre parole, se anche la legge non ti impone la mediazione, tu potresti comunque convocare la tua controparte davanti ad un organismo di mediazione per cercare di giungere ad una risoluzione bonaria della vicenda. Si parla in questo caso di mediazione civile facoltativa, invero ipotesi residuale per via di almeno due circostanze:

  • quando si ha sentore dell’impossibilità di una conciliazione, tentare di raggiungerla davanti al mediatore può essere solamente tempo perso;
  • nelle ipotesi in cui non vige la mediazione civile obbligatoria la legge ha previsto l’altra via conciliativa, cioè quella della negoziazione assistita, da farsi tra avvocati.

Mediazione civile: come funziona?

Vediamo ora come funziona la mediazione civile. Come si svolge? Cosa bisogna fare? Se hai una lite in atto con qualcuno, la prima cosa da fare è vedere se la tua controversia riguarda una delle materie che ti ho sopra elencato a proposito della mediazione civile obbligatoria: in caso negativo, sarà in tua facoltà ricorrere alla mediazione o meno; altrimenti, sarà un passaggio da fare per forza.

Per attivare la mediazione, dovrai innanzitutto rivolgerti ad un avvocato; a sua volta, il tuo legale dovrà inoltrare la richiesta ad un organismo di mediazione nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. L’istanza dovrà essere firmata obbligatoriamente dal cliente (cioè da te) e dovrà contenere la descrizione sommaria della controversia, oltre che i documenti necessari a sostenere le proprie ragioni. Ricorda che, dal momento della comunicazione alle altre parti, la domanda di mediazione produce sulla prescrizione gli stessi effetti della domanda giudiziale; dalla stessa data, la domanda di mediazione impedisce altresì la decadenza per una sola volta.

L’organismo di mediazione provvederà a nominare un mediatore tra quelli iscritti nell’apposito albo e a convocare la controparte per la data che ti verrà comunicata; il responsabile dell’organismo fissa il primo incontro tra le parti non oltre trenta giorni dal deposito della domanda. Al primo incontro e  a quelli successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l’assistenza dell’avvocato. In quanto istante, cioè parte che ha attivato la mediazione, dovrai sostenere un piccolo esborso economico a titolo di rimborso spese.

Mediazione: come si svolge?

Convocate le parti, il mediatore (un professionista regolarmente iscritto all’albo dei mediatori), durante il primo incontro, esporrà la controversia e chiedere alla parte convocata se è sua intenzione collaborare per addivenire ad una soluzione bonaria. Nel caso di risposta positiva, il mediatore comincerà i suoi lavori e fisserà la data dei prossimi incontri ove cercherà di mettere d’accordo le parti; in caso negativo, invece, la mediazione termina e viene redatto un verbale di esito negativo. Tale verbale ti servirà in giudizio per dimostrare al giudice che hai esperito il tentativo di mediazione ma, purtroppo, con esito infruttuoso. Il verbale negativo viene redatto anche nel caso in cui la parte invitata non si presenti affatto; in questo specifico caso, tra l’altro, la legge dice che dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio. Inoltre, il magistrato può condannare la parte costituita in giudizio che, però, non abbia partecipato alla mediazione civile obbligatoria senza giustificato motivo, al versamento a favore dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio. Una sorta di penalità inflitta a chi non ha tentato di addivenire ad una soluzione bonaria della controversia, insomma.

Se la mediazione civile, invece, dovesse terminare positivamente, cioè con l’incontro delle volontà delle parti, allora il mediatore predisporrà un verbale di esito positivo, il quale è equiparabile, per effetti, ad una sentenza: ed infatti, l’accordo sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

Se l’accordo riguarda un’operazione immobiliare (un trasferimento, la costituzione di un diritto reale limitato come l’enfiteusi, ecc.) o comunque un patto soggetto a trascrizione, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato (ad esempio, da un notaio).

Il procedimento di mediazione civile non può avere durata superiore a tre mesi; il termine inizia a decorrere dalla data di deposito della domanda di mediazione, ovvero dalla scadenza di quello fissato dal giudice per il deposito della stessa [3].

Mediazione civile e obbligo di segretezza

Secondo la legge, il mediatore è tenuto all’obbligo di riservatezza rispetto alle dichiarazioni rese e alle informazioni acquisite durante il procedimento medesimo; inoltre, le dichiarazioni rese o le informazioni acquisite nel corso della mediazione civile non possono essere utilizzate nel giudizio avente il medesimo oggetto anche parziale, iniziato, riassunto o proseguito dopo l’insuccesso della mediazione, salvo consenso della parte dichiarante o dalla quale provengono le informazioni. Sul contenuto delle stesse dichiarazioni e informazioni non è ammessa prova testimoniale e non può essere deferito giuramento decisorio.

In poche parole, ciò che le parti si dicono durante la mediazione civile resta nella procedura di mediazione, non potendo tali dichiarazioni essere utilizzate a proprio favore o a sfavore della controparte nel successivo processo. Naturale conseguenza è che il mediatore non può essere tenuto a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione, né davanti all’autorità giudiziaria né davanti ad altra autorità. [4].

Mediazione: quanto costa?

La mediazione civile comporta delle spese: esse sono proporzionate al valore dell’affare, secondo una tabella che suddivide gli importi da versare in base allo scaglione di valore della controversia. Quello che devi sapere è che tali costi sono dovuti solamente se la mediazione va avanti, nel senso che ha uno svolgimento: come ricordato sopra, infatti, la mediazione potrebbe terminare anche al primo incontro e, pertanto, ciò che sarà dovuto sarà solamente una piccola spesa iniziale, versata a titolo di indennizzo per l’avvio del procedimento.

La mediazione civile ha un costo per entrambe le parti: eccezion fatta per il rimborso iniziale, che verrà sostenuto da chi dà avvio alla procedura, il prosieguo della mediazione è posto a carico di tutti i partecipanti. Se la mediazione termina con verbale positivo, poi, è dovuta un’ulteriore somma.

Quando la mediazione civile è obbligatoria, all’organismo non è dovuta alcuna indennità dalla parte che si trova nelle condizione per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato; a tale fine la parte è tenuta a depositare presso l’organismo apposta dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, la cui sottoscrizione può essere autenticata dal medesimo mediatore, nonché produrre la documentazione necessaria a comprovare la veridicità di quanto dichiarato.

Pubblico impiego: il contratto di apprendistato, cos’è e come funziona

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Esistono diversi tipi di contratto: uno è quello di apprendistato. Vediamo quali sono le sue caratteristiche principali.

Sono tanti e differenti i tipi di contratto che caratterizzano il pubblico impiego. Uno dei più diffusi e noti sicuramente è il contratto di apprendistato. Pubblico impiego: il contratto di apprendistato, cos’è e come funziona? Con questo articolo cercheremo di capirlo nel dettaglio. Riconosciuto per legge [1], è una misura e un istituto che si applica in particolare ai datori di lavoro, tanto del settore pubblico quanto di quello privato. Per quanto la normativa abbia sancito i criteri che ne disciplinano le modalità di accesso e di reclutamento, è la contrattazione collettiva a decretare le modalità di erogazione dell’apprendistato e la sua durata. Di certo quest’ultimo resta una misura di contratto professionalizzante e di alta formazione e ricerca. A tale proposito, vanno precisate due cose. La prima è che, volendo darne una definizione a grandi linee – generica per quanto precisa ed esaustiva -, possiamo dire che: il contratto di apprendistato è un contratto di lavoro, a tempo indeterminato (e non è una puntualizzazione da poco), volta e tesa alla formazione appunto e all’occupazione dei giovani in particolare; tanto che, dopo tale premessa, già possiamo anticipare che ne esistono diverse tipologie  e (sotto)categorie, che poi andremo a delineare e ad approfondire mano a mano successivamente più nel dettaglio. Prima di entrare nel vivo dell’argomento, occorre anticipare e rilevare a margine che l’istituto del contratto di apprendistato, per la forma e i connotati che ha assunto e che è andato nel tempo prendendo cogli sviluppi che lo hanno caratterizzato e visto protagonista, è arrivato persino ad essere in grado di soppiantare il precedente istituto (similare) del contratto di formazione e lavoro; non mancheremo poi di contestualizzarlo al giorno d’oggi, al 2018 attuale, al presente in cui viviamo e in cui viene applicato. Quindi lo scopo finale che si prefigge assume ancor più rilevanza e mette ancor di più al centro due temi come quello della formazione e di quello collaterale della ricerca, che equivalgono a sviluppo per la persona del lavoratore, quanto della sua figura professionale, quanto dell’azienda o impresa (nel caso del settore privato) o della pubblica amministrazione (nel caso del settore pubblico) per cui lavora ed opera; proprio oggi che innovazione, efficacia ed efficienza sono le parole chiave richieste nel tracciare l’operato di un’istituzione e di un dipendente (dirigenti compresi, lo abbiamo ripetuto più volte).

Le varie forme di contratto di apprendistato

Come preannunciato, la prima cosa da avere chiara è che esistono varie tipologie di contratto di apprendistato, che altro non è che una sorta di macrocategoria all’interno della quale sono incluse ben tre sottospecie o sottocategorie, per così dire. Non è difficile capire la ragione della diffusione così larga di un tale tipo di contratto, dato che nel mondo del lavoro sono richieste sempre più figure sempre più specializzate, con profili altamente qualificati; e non solo nel mondo del lavoro, anche da prima. Se un datore di lavoro può richiedere un corso di formazione professionale, i giovani già da prima di accedere al mondo del lavoro possono prepararsi alla misura dell’apprendistato formativo. Veniamo ora alle tre forme di contratto di apprendistato esistenti. Abbiamo:

  • l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale [2];
  • l’apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere [3];
  • l’apprendistato di alta formazione e ricerca.

Regole generali del contratto di apprendistato: no al lavoro a cottimo

Vediamo di mettere a punto la disciplina generale [4] dell’apprendistato. Nell’illustrarla è importante notare e rilevare che si basa su dei principi ben saldi e che sono diverse le questioni che vengono affrontate attraverso essa. Tra queste, ad esempio, possiamo citare: il divieto di retribuzione a cottimo, e non è poco in un’epoca in cui il lavoro nero persiste vigente e in cui spesso, i giovani in particolare, fanno tanti lavoretti anche ad ore: part-time o nel weekend, magari d’estate, nel periodo estivo quando c’è più richiesta e necessità perché la clientela aumenta a causa del turismo e meno disponibilità di personale in servizio per via delle vacanze e delle ferie.

Quindi ci si accontenta di andare a servire in bar, pizzerie e ristoranti per ‘arrotondare’, anche solo il pomeriggio, per qualche ora appunto, per guadagnare qualche soldino, ma senza che sia un vero e proprio impiego, soprattutto fisso. E questo coinvolge anche tanti ragazzi, per pagarsi gli studi universitari o per aiutare a casa quando hanno finito scuola appunto e le lezioni e non hanno l’impegno dei compiti e di dover studiare (vale anche per i liceali).

Ovviamente, sembra scontato quasi dirlo, il contratto di apprendistato deve essere siglato e stipulato assolutamente in forma scritta. Lo stesso vale per il cosiddetto patto di prova e persino per il piano formativo individuale (e la questione della formazione nel contratto di apprendistato sarà un’altra delle tematiche che affronteremo successivamente).

Infine, e questo non ci pare banale evidenziarlo, occorre tenere a mente che c’è un tetto massimo di apprendisti che possono essere impiegati. Il numero massimo totale degli apprendisti che un datore di lavoro può assumere, direttamente o indirettamente tramite agenzie interinali o di somministrazione, non può essere superiore al 100% dei lavoratori qualificati e specializzati in servizio. Per esempio, se un datore di lavoro ha (alle proprie dipendenze) almeno tre lavoratori qualificati o specializzati, può assumere fino a tre apprendisti presso di sé. Il fatto che l’assunzione di personale in apprendistato sia legato a quello specializzato e qualificato, sottolinea la forte correlazione che c’è tra l’apprendista e la sua formazione professionale.

Contratto di apprendistato e formazione

Allora andiamo a vedere come la disciplina generale regola la formazione all’interno del contratto di apprendistato e come la inserisce nel rapporto di lavoro tra datore ed apprendisti. Se, come abbiamo appena visto, l’obiettivo di un datore di lavoro è avere dipendenti sempre più qualificati e specializzati, è normale pensare e presuppone, ipotizzare almeno, una sua richiesta di corsi di formazione (o aggiornamento) per il suo lavoratore, perché acquisisca le competenze mancanti o in cui scarseggia o, semplicemente, perché si aggiorni appunto sulle novità e gli sviluppi che ci sono stati in materia nel suo campo di attività.

Ora si pone una domanda: questo è possibile anche durante il periodo apprendistato o esso è già di per sé una formazione e pertanto non ne è possibile una ulteriore parallela? La risposta è sì, c’è la reale e concreta possibilità che il lavoratore effettui, contemporaneamente, percorsi formativi aziendali, che essi vengano anche finanziati, per il tramite ad esempio dei cosiddetti fondi paritetici interprofessionali (e molto stesso sono anche le stesse agenzie interinali ad offrire corsi formativi adeguati, adatti e utili in proposito).

E’ fondamentale che, come da obbligo di legge, questa formazione – esterna o interna all’azienda che sia (poiché può essere svolta anche presso altre strutture ovviamente) – sia riconosciuta formalmente e ufficialmente. Ciò, infatti, comporta una crescita professionale anche a livello di inquadramento. Viceversa, nel caso opposto, è bene tenere a mente che la qualifica professionale attribuita e assegnata al dipendente non può essere inferiore di più di due livelli rispetto a quella che gli spetterebbe da contratto. Da ultimo, tutta la formazione effettuata e la qualifica professionale del lavoratore stessa vanno sempre registrate nel libretto formativo del cittadino (di competenza del datore di lavoro).

Il ruolo e la figura del tutor nell’apprendistato

Oppure, un altro aspetto particolare che delinea e conforma la strutturazione dell’apprendistato, non da poco e strettamente legato al tema della formazione, è la necessaria e obbligatoria presenza di un tutor(e) o comunque di una persona di riferimento, di un referente aziendale all’interno della struttura di lavoro, cui l’apprendista possa rivolgersi per ogni tipo di problema, dubbio, difficoltà, in ogni momento in cui abbia bisogno di spiegazioni o comunque di assistenza.

Non può esserci formazione o inserimento senza affiancamento. Il lavoratore non potrà mai essere integrato nell’organico del personale se non è assistito da un tutor, da una figura di un lavoratore più esperto con anni di servizio alle spalle che possa orientarlo nel modo giusto all’interno dell’attività e nella gestione dello svolgimento della stessa.

Questo accade ovunque e in qualsiasi campo e ambito, pensiamo ad esempio al settore della scuola, dove gli insegnanti più veterani fanno da tutor a quelli più giovani. Assistenza e orientamento sono due termini che abbiamo associato e che ci sembravano potessero aiutare a comprendere il concetto basilare dell’apprendistato; l’assistenza rimanda a quella tecnica per i macchinari, per cui, se si ha un problema con uno strumento tecnologico che non funziona bene come dovrebbe, chiamiamo per farci aiutare a risolverlo; così il tutor nelle difficoltà di lavoro, che aiuta il nuovo arrivato a superarle.

L’orientamento è come quello universitario quando si deve scegliere dove andare a studiare, quale indirizzo prendere, oppure anche per i licei, come i cosiddetti “open day” o le giornate formative di orientamento appunto: servono proprio per far conoscere allo studente come funziona la facoltà, le materie di studio, le attività e le modalità d’esame e quant’altro e tutta l’offerta formativa disponibile. Se lo studente non sa come è strutturata una scuola, un liceo o un’università, come può sceglierla e sapere se è adatta a sé?

Rescissione e contratto di apprendistato

Un terzo aspetto, messo in evidenza dalla disciplina generale, è il seguente: quando si parla di rapporto di lavoro e di contratto di lavoro soprattutto, non si può non pensare all’evenienza del caso di assenza per malattia, oppure di quello della rescissione del contratto di lavoro e del rapporto, con o senza preavviso, quindi immediato o meno.

Ciò non poteva che riguardare e coinvolgere anche il contratto di apprendistato stesso. Per quanto concerne quest’ultimo problema, possiamo dire che c’è la possibilità di interrompere prima della fine del periodo di formazione il rapporto di lavoro; sia con preavviso che senza preavviso. Tuttavia è indispensabile una condizione: la rescissione e sospensione del contratto deve avvenire per giustificato motivo, per giusta causa; altrimenti saranno disposte le relative e opportune sanzioni disciplinari previste per legge. Ovviamente, nel caso in cui nessuna delle due parti abbia provveduto (durante il periodo di formazione) a procedere nella direzione della rescissione, non solo non si recede il contratto, ma quest’ultimo per il dipendente viene confermato e continua nella forma di lavoro ordinario e il contratto di apprendistato diventerà un contratto o rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Assenza per malattia e assistenza previdenziale nell’apprendistato

Venendo, invece, all’evenienza anticipata e accennata prima dell’assenza per malattia, facciamo alcune precisazioni in merito. Innanzitutto occorre dire che c’è l’opportunità di prolungare il periodo di apprendistato in caso di malattia appunto, infortunio o altro motivo legato a una causa involontaria, indipendente dalla volontà del lavoratore. In poche parole, se il dipendente pubblico si assenta da lavoro per ragioni che non dipendono da lui (si perdoni il gioco di parole), per più di trenta giorni, è giustificato e può ‘recuperare’ quei giorni di apprendistato perduti.

Non solo, ma qui si inserisce anche l’argomento dell’assistenza previdenziale. Per i cosiddetti ‘apprendisti’, vigono le regole e i diritti previsti dalla normativa sulla previdenza e sull’assistenza sociale obbligatoria. In particolare verranno riconosciute al lavoratore:

  • assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali;
  • assicurazione contro le malattie;
  • assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia;
  • maternità;
  • assegno familiare.

Contratto di apprendistato professionalizzante o di mestiere

Abbiamo detto che ci sono vari tipi di contratto di apprendistato e uno è proprio quello professionalizzante o di mestiere. Dopo aver visto le caratteristiche generali che connotato il contratto di apprendistato, vediamo i caratteri principali che contraddistinguono quello professionalizzante o di mestiere. Innanzitutto gli apprendisti assunti per un periodo di apprendistato professionalizzante, per acquisire appunto le competenze tecnico-professionali specifiche e specialistiche per qualificarsi ulteriormente e specializzarsi – relative ovviamente al proprio profilo professionale – devono avere un’età compresa tra i 18 e i 29 anni.

Per quanto concerne la durata della formazione e le modalità di svolgimento dell’attività di formazione stessa, questa variano a seconda dell’ambito in cui opera il lavoratore apprendista e anche delle competenze richieste che deva acquisire.

Più relativamente alla durata, poi, possiamo aggiungere che non c’è una durata rigida, ma quella massima di solito – per quanto possa oscillare e non sia fissa e uguale per tutti, ribadiamo – non può eccedere i tre anni (e nel triennio non può superare le 120 ore in totale, soprattutto se è una formazione integrata con l’offerta pubblica, di cui è responsabile l’azienda stessa) o cinque se si tratta di figure professionali dell’artigianato.

A proposito di formazione, infine, non possiamo non citare il terzo ed ultimo tipo di contratto di apprendistato esistente: il contratto di apprendistato di alta formazione e di ricerca. Allora, innanzitutto la particolarità che lo caratterizza e lo contraddistingue è che è principalmente di responsabilità delle regioni [5]: sono tali istituzioni a gestire e regolare i periodi di apprendistato di alta formazione e ricerca, nella loro durata e nelle loro modalità, per apprendistati per attività di ricerca (o dottorato) o per conseguire diplomi di formazione appunto. Il tutto in collaborazione con università, istituti tecnici e professionali o altre istituzioni (riconosciute a livello nazionale e/o regionale), attive nel campo della formazione e della ricerca ovviamente, oppure della promozione dell’attività imprenditoriale e dell’innovazione (e del trasferimento tecnologico).

Veniamo ora al problema del: chi riguarda tale tipo di apprendistato? C’è da specificare che, come nel caso dell’apprendistato professionalizzante o di mestiere, anche quello di alta formazione e ricerca è rivolto a giovani tra i 18 e i 29 anni d’età; e, come nel caso dell’apprendistato professionalizzante o di mestiere, anche quello di alta formazione e ricerca non può partire se non si è maggiorenni, quindi se non si hanno i 18 anni di età, anche per tutti coloro che fossero già in possesso di una qualifica professionale precedente [6]. Questo perché il contratto di apprendistato di alta formazione e ricerca è volto a conseguire un diploma di istruzione secondaria superiore; titoli di studio universitari e di alta formazione come il dottorato di ricerca; il praticantato per l’accesso agli albi degli ordini professionali (come quello degli architetti o dei giornalisti professionisti o anche pubblicisti).

Sanzioni per inottemperanza alle regole del contratto di apprendistato

Infine, veniamo alle sanzioni previste per tutti i datori di lavoro che non rispettino i dettami regolamentari sull’apprendistato. Vediamo alcuni casi. Se il datore di lavoro non può erogare la formazione per sua completa, totale ed esclusiva responsabilità, sarà costretto ad elargire la differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta in base al livello di inquadramento contrattuale superiore che l’aspirante apprendista avrebbe raggiunto con il periodo di apprendistato, se avesse potuto farlo e terminarlo, maggiorata del 100%.

Poi dovrà versare una sanzione amministrativa pecuniaria, da 100 a 600 euro, se il contratto di apprendistato, il patto di prova o il piano formativo individuale, non sono in forma scritta; se viene emessa una retribuzione a cottimo; se non c’è affiancamento dell’apprendista con un tutor o un referente aziendale; se l’apprendista è stato inquadrato oltre due livelli inferiori rispetto alla categoria che gli spettava.

In caso di recidiva, tali sanzioni amministrative pecuniarie aumentano di molto, passando da 100 a 600 a un margine compreso tra 300 e 1.500 euro.

Le novità sull’apprendistato a partire dal 2018

Dallo scorso anno la regolamentazione circa il contratto di apprendistato è cambiata, vediamo come. Come da modifiche di legge [7], andiamo a notare cosa muta e cosa resta uguale. Il contratto di apprendistato è sempre inteso come un contratto di lavoro a tempo indeterminato in base al quale il lavoratore riceve, dal datore di lavoro, la retribuzione che gli spetta+la formazione necessaria, che deve essere sia interna che esterna.

Le tipologie possibili di apprendistato individuate sono sempre tre: quella per la qualifica di diploma superiore, quella di alta formazione e ricerca e quella professionalizzante o di mestiere. La formazione deve essere iscritta in un piano individuale, concordato tra l’azienda del dipendente e l’istituzione dove effettuerà la formazione. Fin qui poco cambia; passiamo ora ai requisiti di chi si rivolge.

Se per i contratti di apprendistato di alta formazione e ricerca e professionalizzante o di mestiere l’età dell’apprendista è sempre ancora compresa tra 18 e 29 anni, quella per il diploma superiore cambia ed è tra i 15 ed i 25 anni. Ci si concentra di più anche sugli sgravi fiscali e i vantaggi che l’impresa ne trae.

In primis, possiamo rilevare che, a partire dal 2016, per le aziende è possibile assumere anche lavoratori over 29 che siano in mobilità o beneficino di indennità di disoccupazione: in tal caso non vi è limite d’età.

La legge è chiara nell’evidenziare che, più giovani saranno gli apprendisti, più grandi i vantaggi per l’azienda. Un esempio? Se al momento della prosecuzione del contratto di apprendistato il lavoratore non ha ancora compiuto i 29 anni di età, l’esonero contributivo per l’impresa – a partire dal 31 dicembre 2017 – è pari al 50%, fino a un massimo di 3 mila euro all’anno.

La normativa, infine, per quanto riguarda l’apprendistato professionalizzante, precisa che la durata minima deve essere di almeno sei mesi. Poi – a partire dal 24 settembre 2015 – le aziende con meno di nove dipendenti, devono versare all’apprendista che voglia conseguire presso di loro un diploma professionale una contribuzione Inps dell’1,5% nel primo anno; del 3% nel secondo anno; del 5% dal terzo anno a seguire. Invece, per le aziende più grandi, con più di nove impiegati, tale aliquota sale (per tutti e tre gli anni) al 17,45% (di cui il 5,84% a carico dell’apprendista).

Più garanzie poi anche per gli apprendisti. Per esempio, basti pensare che le imprese che hanno più di 50 dipendenti assunti con contratto di apprendistato professionalizzante possono accogliere altri apprendisti solo se il 20% di quelli già assunti (cioè 50), negli ultimi tre anni sono stati confermati dopo il periodo di apprendistato: quindi 40, poiché il 20% di 50 fa 10 che, sottratto ai 50 di partenza, dà 40.

Modulo successione Enel

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come subentrare nel contratto di fornitura Enel nel caso di decesso dell’intestatario? Quale modello utilizzare? Ecco i moduli ufficiali dell’Enel.

Nel mondo del diritto esistono contratti ad esecuzione istantanea e contratti di durata: i primi esauriscono immediatamente i propri effetti (pensa all’acquisto di un libro o di altro oggetto di modico valore); i secondi, al contrario, si protraggono nel tempo, in quanto almeno una delle parti ha bisogno della prestazione dell’altra in maniera continuata e duratura. Classico esempio di contratto di durata è quello di somministrazione, mediante il quale un contraente si impegna ad eseguire, a favore dell’altro e dietro pagamento di un corrispettivo, prestazioni periodiche o continuative di cose. Chiaramente, nella nozione di contratto di somministrazione rientrano tutti quelli che erogano i servizi essenziali presenti praticamente in ogni casa: luce, gas, telefono, internet, acqua, ecc. Stante la natura prolungata del rapporto, è ben possibile che nelle more dello stesso qualcosa cambi: ad esempio, il cliente modifica la propria residenza, oppure chiede un fabbisogno energetico superiore oppure inferiore; è possibile anche che, dopo tanti anni, il cliente a cui era intestato il contratto muoia. In questo caso, se nessuna comunicazione viene inoltrata alla società, la fornitura proseguirà come sempre: in genere, infatti, l’interruzione del servizio viene chiesta dai parenti della persona defunta solamente quando il contratto sia divenuto inutile (ad esempio perché la casa è rimasta disabitata). In tutti gli altri casi, cioè quando non si recede dal rapporto, è opportuno subentrare nel contratto al posto di colui che era il vecchio intestatario: per farlo, l’Enel ha messo a disposizione dei propri clienti un apposito modulo, del quale potrai avvalerti nel caso in cui il titolare dell’utenza sia deceduto e tu chieda di subentrare al suo posto. Se hai cinque minuti di tempo, ti illustrerò, nei prossimi paragrafi, dove trovare e come compilare il modulo successione Enel.

Modulo successione Enel: a cosa serve?

Il modulo successione Enel deve essere utilizzato quando il titolare della fornitura è deceduto e il servizio viene utilizzato da un familiare: in questa evenienza, occorre aggiornare l’intestazione del contratto. In pratica, si può subentrare a tutti gli effetti nella titolarità del contratto mantenendo le medesime condizioni e senza costi aggiuntivi, sia nel caso di contratti per usi domestici residenti, che per usi domestici non residenti: nel primo caso, quindi, il modulo successione Enel dovrà esser utilizzato solamente da quanti risiedevano insieme al defunto, mentre nel secondo caso potrà essere compilato e inviato da chi non condivideva la residenza con il precedente titolare del contratto.

Modulo successione Enel per residenti: cos’è?

Come anticipato nel paragrafo che precede, il modulo successione Enel per residenti è destinato a quanti condividevano la residenza anagrafica con la persona precedentemente titolare del contratto Enel. Puoi trovare e scaricare questo modulo successione Enel cliccando qui. Ti accorgerai subito che compilarlo è semplicissimo: bisognerà solamente inserire le proprie generalità e quelle del defunto, oltre che l’indirizzo dell’abitazione ove si ha la residenza e che è destinataria del servizio Enel.

Nota bene che il modulo successione Enel, a differenza della restante modulistica messa a disposizione dalla società erogatrice del servizio elettrico, comporta una dichiarazione di responsabilità ben precisa: quella inerente al decesso del titolare dell’utenza a cui si dichiara di subentrare. In altre parole, con il modulo successione Enel dichiari, sotto la tua responsabilità civile e penale, che il precedente intestatario della fornitura è deceduto. Non dovrai quindi allegare il certificato di morte: è sufficiente la tua dichiarazione resa, come detto, a pena di responsabilità giuridica.

Modulo successione Enel per non residenti: come funziona?

Il modulo successione Enel per persone non residenti (che puoi trovare cliccando qui) è praticamente identico a quello visto nel paragrafo precedente; a differenza del primo, però, potrà essere utilizzato solamente da chi non ha la residenza anagrafica comune a quella del defunto intestatario. Nel modulo successione Enel per non residenti, infatti, dovrai espressamente dichiarare di non avere la residenza nell’immobile beneficiario del servizio elettrico, impegnandoti altresì a comunicare all’Enel ogni tuo eventuale cambio di residenza.

Con questo modulo successione Enel, quindi, diverrai intestatario, subentrando al precedente titolare, di una fornitura che non riguarda la tua abitazione. Ricorda che anche in questo caso devi dichiarare, sotto la tua responsabilità, che il precedente titolare dell’utenza è deceduto.

Modulo successione Enel: a chi inviarlo?

Dopo aver debitamente compilato tutti i campi del modulo successione Enel e aver allegato una copia fronte/retro di un valido documento d’identità, potrai inviare il tutto attraverso i seguenti canali:

  • via email, all’indirizzo allegati@servizioelettriconazionale.it;
  • al numero di fax 800900150;
  • attraverso raccomandata con avviso di ricevimento all’indirizzo: Servizio Elettrico Nazionale S.p.a. – Casella Postale 1100 – 85100 – Potenza.

La denuncia di danno temuto

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come è possibile tutelare i beni del proprietario se si teme che stiano per subire un imminente e grave danno

Nella vita di tutti i giorni non è raro che la propria abitazione o la propria azienda o gli alberi del proprio frutteto si trovino nelle condizioni di stare per subire un danno consistente a causa delle condizioni precarie di un edificio o di un albero o di una qualsiasi altra cosa. Può capitare, infatti, che un edificio pericolante minacci di rovinare sulla proprietà confinante oppure che un albero stia per essere sradicato potendo così abbattere il muro del fondo vicino. Di situazioni simili ce ne possono essere tantissime ed è chiaro che il proprietario della cosa che stia per subire un danno desideri evitarlo e, quindi, agire per impedire che ciò avvenga. In questi casi la legge [1] fornisce un possibile rimedio con quella che viene chiamata la denuncia di danno temuto. Si tratta di una forma di tutela immaginata anche e soprattutto per evitare i costi e le lungaggini conseguenti a danni che ormai si siano verificati (prevenire è meglio che curare recita l’antico adagio) ed anche per evitare il diffondersi di forme di tutela privata (cioè il ricorso a rimedi spicci e sbrigativi che potrebbero poi anche aggravare la situazione). Esamineremo quindi questo rimedio individuando quali siano i soggetti che se ne possono avvalere, le procedure attraverso le quali può essere attivato, i soggetti contro cui la denuncia di danno temuto deve essere rivolta e gli effetti (cioè i risultati) che questo rimedio consente di ottenere nel momento in cui il giudice dovesse accogliere la richiesta di chi agisce in giudizio.

Chi può ricorrere alla denuncia di danno temuto e contro chi?

Abbiamo detto che la denuncia di danno temuto è quella possibilità di tutela che consente al proprietario (o al titolare di altro diritto reale o al possessore) di una cosa di ricorrere al giudice per ovviare al pericolo che egli tema provenire da un edificio, un albero o da qualsiasi altra cosa e che tema stia per causare un danno grave e imminente alla cosa stessa.

Si tratta, insomma, di una possibilità di tutela innanzitutto preventiva, ma che può essere avviata anche se il danno si sia già verificato e si voglia evitare che si aggravi.

I soggetti che la legge autorizza ad agire con la denuncia di danno temuto sono:

– il proprietario della cosa che si tema possa subire il danno;

– il titolare di altro diritto reale sulla cosa (cioè l’enfiteuta, l’usufruttuario, il titolare del diritto di superficie e dei diritti reali di uso e di abitazione);

– il possessore della cosa (ma non il conduttore di un immobile).

Occorre anche precisare che si può agire con la denuncia di danno temuto solo nel caso in cui il pericolo incomba su di una cosa e non su di una persona: il proprietario, cioè, può agire con la denuncia di danno temuto se dall’edificio o da altra cosa stia per derivare un danno grave ed imminente alla cosa che gli appartiene e non se il pericolo incomba sulle persone.

Come ad esempio ha riconosciuto la giurisprudenza [2] non è possibile attivare la tutela rappresentata dalla denuncia di danno temuto nel caso in cui si tema un danno all’incolumità fisica agli utenti di una strada per effetto della modifica del tracciato della strada stessa.

E contro chi invece si può proporre la denuncia di danno temuto?

La risposta è che deve essere chiamato in giudizio il responsabile della cosa pericolosa che può anche non essere il suo proprietario: responsabile è colui il quale è venuto meno all’obbligo di custodire e mantenere in buono stato di manutenzione la cosa e che, pertanto, è il responsabile della situazione di pericolo alla quale con la denuncia si tende a rimediare.

E, pertanto, la denuncia di danno temuto potrà essere proposta non solo contro il proprietario della cosa, ma anche contro:

– il nudo proprietario se la cosa è stata concessa in usufrutto ed il nudo proprietario non ha provveduto a realizzare la straordinaria manutenzione cui è tenuto;

– l’usufruttuario (se la situazione di pericolo deriva invece dall’omissione della ordinaria manutenzione);

– il possessore;

– il proprietario del fondo servente (se ha omesso le opere necessarie per l’esercizio della servitù);

– il conduttore che, nell’ambito di un rapporto di locazione, abbia omesso di effettuare la manutenzione ordinaria alla quale è obbligato;

– la pubblica amministrazione soltanto se la situazione di pericolo derivi da un’attività di diritto di privato della stessa pubblica amministrazione (ad esempio omissione degli obblighi di manutenzione contrattualmente assunti dalla pubblica amministrazione che sia, ad esempio, conduttrice di un immobile).

La denuncia di danno temuto spetta al proprietario

Quali sono le regole processuali della denuncia di danno temuto?

Dal punto di vista delle regole processuali, la denuncia di danno temuto si propone con ricorso attraverso il rito cosiddetto cautelare [3] che ha lo scopo di dare una tempestiva tutela al diritto minacciato in attesa poi di arrivare al provvedimento definitivo con la successiva fase del processo (fase cosiddetta “di merito”, che segue alla fase cautelare, e nella quale verrà accertato non solo se il denunciante sia effettivamente il proprietario o il possessore della cosa minacciata ma soprattutto la responsabilità di colui il quale, con le sue omissioni, aveva generato la situazione di pericolo).

La competenza spetta sempre al tribunale del luogo in cui si è verificato il fatto denunciato e cioè il luogo dove si è manifestato il pericolo grave ed imminente di danno.

Per quello che riguarda le misure che possono essere adottate dal giudice per ovviare, nel caso in cui la denuncia venga accolta, alla situazione di pericolo denunciata esse consistono in tutti quegli ordini finalizzati ad evitare che il danno si produca o si aggravi (ad esempio può essere ordinato di abbattere un albero, di eseguire le opere di consolidamento di un edificio eccetera).

La denuncia di danno temuto protegge le cose dal pericolo di danni imminenti e gravi

Figli ribelli: come comportarsi

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il sottile equilibrio tra empatia, disciplina e permissivismo per affrontare l’età terribile della crescita.

“Mai come mia madre” è quanto dichiara a sé e al mondo la sfrontata, nonché prima principessa “griffata” Disney Pixar. Non a caso, è proprio “Ribelle” il titolo scelto per questo film di animazione datato 2012. Una storia ambientata nella Scozia medievale che vede al centro le gesta della principessa Merida dalla selvaggia chioma rossa e della madre Elinor. Due tipologie di femminilità agli antipodi: mentre la giovane Merida è refrattaria al rispetto delle tradizioni e delle forme, la madre è la custode di buone maniere e senso del decoro familiare. Ma sarà proprio un litigio tra le due a fare da molla propulsiva della storia. Infatti, tra mille imprevisti, avventure e pericoli, le due donne si proteggeranno imparando l’una dall’altra, riuscendo sul finale a comprendersi nel profondo. Quindi l’iniziale “urlo di guerra” lanciato dalla ragazza contro il modello rappresentato dalla regina madre, col volgere degli eventi, si stempererà al punto da consentire un confronto più pacifico e rispettoso dei diversi punti di vista. Dal pianeta Disney si passa alla vita reale e ti fai qualche domanda. Figli ribelli: come comportarsi? E’ più giusto imporsi ed educarli al rispetto delle regole? O essere più permissivi per stimolare in loro senso di responsabilità e autocontrollo? E comunque, ci sono dei limiti da non oltrepassare se non si vuole incorrere in pesanti conseguenze? Domande, queste, che rimandano ai temi sempre attuali, nonostante il trascorrere delle generazioni, del ruolo della famiglia nella crescita dei figli, dell’incomunicabilità tra genitori e figli, dell’assunzione delle proprie responsabilità e della ricerca dell’identità. Se anche tu dunque sei alle prese con “congiunture” di questo tipo, con figli grandi o piccoli che siano, non abbandonarci proprio ora. La “narrativa” che segue potrà fungere da illuminazione, un po’ come i bluastri “fuochi fatui” per la giovane Merida, nome di origine celtica che significa perla, dura all’esterno, ma molto preziosa per chi sia in grado di coglierne le qualità.

Qual è l’altra faccia della ribellione?

Ancora una volta la risposta, in un certo qual modo, ci viene dalla Disney. Non è infatti casuale la scelta operata dalla “Walt Disney Italia” che ha deciso di adattare il titolo originale del lungometraggio “The Brave”, che in inglese significa appunto coraggioso/a, con il termine italiano “Ribelle”. Una traduzione forse libera, ma molto significativa. Chi infatti veste i panni del ribelle, da che mondo e mondo, ha in sé un certo coraggio di provare a sovvertire l’ordine costituito, di sfidare le convenzioni, di mettersi in luce attirando su di sé odio e amore. Parliamoci chiaro, chi non segue la massa, non ha certo vita facile, anche se nel lungo periodo potrebbe essere destinato a cambiare la storia.

E’ questo infatti il leitmotiv seguito dalle autrici del libro “Storie della buona notte per bambine ribelli[1] diventato primo nella classifica dei Bestseller di IBS libri. Una pari associazione tra ribellione e coraggio è quella proposta dalla scrittrice Giada Sundas nel suo ultimissimo libro intitolato “Mamme coraggiose per figli ribelli”. [2] Quindi, sembra di capire che chi ha a che fare con qualche personalità ribelle, si dovrà anche confrontare con il coraggio proprio o del reazionario di famiglia, sia esso in gonnella o meno.

La fase tra i due e i quattro anni: perché è terribile?

Con l’espressione “Terrible two” mutuata dalla lingua inglese, ci si intende riferire alla fase appunto terribile dei due, ma due cosa? Per dare un senso compiuto all’espressione, ad ora forse piuttosto enigmatica, basterà far seguire a quell’incipit la parola “anni”. Se comunque anche così messa, l’espressione “Due terribili anni” non sembra ancora sufficientemente chiara, approfondiamo il punto. Questo è dunque un modo di dire degli inglesi quando intendono fare riferimento ai bambini di fascia di età compresa tra i due e i quattro anni.

Perché questo particolare focus su questo range di età? La risposta è presto data. Sembra infatti che a dispetto della nazionalità di provenienza, la serie di lotte tra genitori e figli piccoli, abbia inizio proprio in questo periodo. Non dovrà quindi più di tanto stupire se anche le piccole mansioni quotidiane come cambiare il pannolino, lavarsi o vestirsi, si tramutino in vere e proprie “transazioni”, dove per spuntarla l’adulto dovrà spesso piegarsi a qualche concessione.

Come cambia la disciplina in caso di figli ribelli?

Appurato che le fasi di ribellione in famiglia non sembrano conoscere distinzioni né di razza, né di lingua, per cui “tutto il mondo è paese”, ciò non elimina di certo la necessità di scegliere ed impostare delle vere e proprie strategie di sopravvivenza, perché se è vero che questa prima fase critica dei figli va, in linea di massima, dai due ai quattro anni, è pur vero che due anni non sono nemmeno così brevi, se non si sa che pesci pigliare.

Per cui proviamo ad avventurarci in questo territorio, ben consapevoli che non esistono ricette valide per tutti. Forti del buon senso e dell’esperienza di chi si trova quotidianamente a contatto col pianeta dell’infanzia, è buona prassi cercare di distinguere le varie situazioni. Per cui, dinnanzi ad un “no” che nasce da una precisa intenzione del bambino, in prima battuta, se la cosa non è di per sé pericolosa, si può tentare di assecondarlo. Se il piccolo dovesse ostinarsi a fare un qualcosa che in quel momento non fosse materialmente possibile, come ad esempio uscire a giocare nel parco quando è l’ora di dormire, si può provare a dirglielo con modi autorevoli, vale a dire fermi ma dolci o altrimenti riconoscere la sua volontà, rimandando la cosa che lui chiede in un momento successivo.

Quindi, tanto per restare nell’esempio di cui sopra, si potrebbe dire, evitando toni ostili: “Tu vuoi andare a giocare al parco, adesso non si può, ma appena ti svegli ci andiamo insieme”.

Azioni di contenimento: quando e come ricorrervi?

Se comunque, nonostante le maniere empatiche e autorevoli messe in campo dagli adulti di riferimento, i figli dovessero passare il cosiddetto “limite”, lasciandosi andare a scene incontrollate, sarà necessario passare alla fase del contenimento.

Quindi senza ricorrere a maniere drastiche, forse più in uso ai tempi dei nonni, in cui non era poi così strano vedere dei bambini severamente puniti, tramite invii a letto senza cena, o reclusioni in camera al buio, meglio privare il piccolo di qualcosa a cui tiene, per far passare il messaggio che ha esagerato.

Pertanto se ad esempio solitamente a fine pasto il bambino viene gratificato con una leccornia, per una volta, saltate questa abitudine. La prossima volta ricorderà che un suo gesto esagerato lo ha privato di una cosa a cui teneva e magari in futuro terrà un diverso comportamento. Va da sé che il contenimento, unito all’ascolto e alle concessioni, sarà l’arduo mix di cui servirsi quando il figlio si trova ad attraversare il guado dell’adolescenza che dalla pubertà lo traghetterà nell’età adulta.

Colpa nell’educazione e nella vigilanza secondo la legge

Se poi le azioni compiute dai figli dovessero non essere compatibili con la vita comunitaria perché compiute violando altrui diritti, ovviamente il “registro” delle condotte da usare nei loro riguardi dovrà subire dei cambiamenti.

Da regole di vita domestica violate si passa infatti alle regole imposte dai codici di legge, per cui, se si dovesse arrivare a casi limite di questo tipo, non ci saranno tempeste ormonali che reggono, i fatti compiuti dal minore, se integrano gli estremi di reato, produrranno conseguenze per le quali qualcuno dovrà rispondere. Pertanto se non dovesse essere il minore direttamente imputabile, vale a dire responsabile davanti alla legge del fatto commesso, saranno gli stessi genitori a risponderne, in quanto “rei” della cosiddetta “culpa in educando” [3].

Del pari, anche la scuola potrebbe essere chiamata a rispondere, ma in questo secondo caso si tratterebbe di “culpa in vigilando” [4] da parte del personale docente o comunque incaricato di sorvegliare la scolaresca. Invertendo l’ordine della massima contenuta nell’Antico Testamento, in tali casi è proprio il caso di dire che le colpe dei figli ricadono sui padri.

Nostalgia o voglia di provare Windows 95? Adesso è possibile riprodurlo. Ecco come

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia

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Microsoft Windows 95, comunemente conosciuto come Windows 95, è stato uno dei primissimi sistemi operativi a “finestre” realizzati dal colosso dell’informatica “Microsoft”. È il successore di Microsoft Windows 3.x ed è stato poi sostituito dal suo successore Windows 98. Per i nostalgici o semplicemente per i curiosi che vogliono “vivere” le gesta e le funzionalità di questo vecchissimo sistema operativo, c’è lo sviluppatore Felix Rieseberg che ha deciso di rilasciare una versione di Windows 95 funzionante tramite Electron, ovvero tramite un browser Web.

All’interno di questa versione realizzata dallo sviluppatore c’è anche la possibilità di giocare con alcuni dei giochi “storici” di Windows 95. All’interno di questa versione, oltre ai giochini poc’anzi citati, è possibile trovare anche Microsoft FrontPage, Netscape 2.0 (il browser di navigazione pre Internet Explorer) e FrontPage Server.

Vediamo come fare ad ottenere Windows 95 in maniera gratuita e compatibile con tutti i device esistenti (PC, MAC).

Come ottenere Windows 95

Se siete curiosi di provare questo Windows un pò datato vi lasciamo il link al progetto dello sviluppatore. Scaricate il file da questa pagina e installate il pacchetto sul vostro PC. Grazie all’uso di Electron, Windows 95 è disponibile su tutte e tre le principali piattaforme (Windows, macOS, Linux).

L’app non occupa tantissimo, parliamo di circa 200 MB. Una volta installato occupa più di un gigabyte di memoria. Dal momento che è stato scritto completamente in JavaScript, il software non gode di prestazioni eccezionali. Quindi, anche se il vostro PC o MAC è una bomba, il sistema operativo “emulato” potrebbe essere comunque lento.

Nonostante questo, però, nelle operazioni più comuni restituisce completamente l’aspetto e l’esperienza d’uso del vecchio sistema operativo Microsoft. Insomma, se avete voglia di fare un salto nel passato o provare semplicemente a vedere com’era Windows più di 20 anni fa (mi riferisco ai più giovani) potete farlo semplicemente.