1 Giugno in Versilia

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : feed, Musica e Spettacolo, Tempo libero

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Venerdì 1 Giugno la Versilia presenta in anteprima l’Estate 2018.

1 Giugno in Versilia? Twiga, Ostras, Seven, Maki Maki, Capannina e Bussola ti aspettano.

Info e prenotazioni per tutte le discoteche in Versilia al ☎ 347.477.477.2

Venerdì 1 Giugno inizia ufficialmente l’Estate in Versilia con 6 discoteche aperte tra Forte dei Marmi e Viareggio in un solo Venerdì sera. La serata che accende il weekend in Versilia è ricca di appuntamenti imperdibili, ospiti ed eventi che trasformeranno la costa più chic d’Italia in una discoteca a cielo aperto.
notte 1 giugno in versilia
E come se non fosse già abbastanza l’1 Giugno è la data scelta da molti che hanno organizzato un addio al nubilato Versilia, un addio al celibato, un compleanno in discoteca o una festa di laurea. Una serata unica con una concentrazione di divertimento tale da rendere difficoltosa anche la scelta dell’evento e del locale giusto…

Quale discoteca in Versilia scegliere per ballare l’1 Giugno?

discoteche 1 giugno versilia

Scegli il locale che fa per te grazie alla piattaforma che valorizza con il seocopywriting l’offerta di divertimento notturno tra Forte dei Marmi e Viareggio.

Qual è la miglior serata dell’1 giugno in Versilia per te e i tuoi amici?
Quale corrisponde perfettamente al target di età che stai cercando?
E alla musica che ti piace?
Quale ha la formula che fa per te?
In quale locale spenderai esattamente il budget che hai in mente?

Per queste e per tutte le altre domande, puoi rivolgerti direttamente al servizio di info e prenotazioni di DiscotecheVersilia.it
Ti basta un SMS o un WhatsApp al ☎ 347.477.477.2

Visto che il servizio è davvero su misura, non limitarti a chiedere “Qual è il miglior 1 Giugno in Versilia?” ma indica:

  • quante/i siete?
  • quanti anni avete/quale target di età cercate?
  • che tipo di serata avete in mente?
  • che tipo di atmosfera cercate?
  • quale è il vostro limite di spesa? 

Eventi in Versilia 1 Giugno.

Twiga goes out.

twiga beach

Dal 1 Giugno, tutti sulla spiaggia del Twiga con il Venerdì più esclusivo di Forte dei Marmi. Come ogni Venerdì, il Twiga apre alle 21.30 come ristorante e aspetta i suoi ospiti per la cena-spettacolo coi migliori musicisti, cantati, artisti del piano bar, che a rotazione animano il dinner show.

Il menu stesso, che da quest’anno prevede l’arrivo del marchio d’eccellenza nel sushi Sumosan Twiga, è spettacolare, con il pesce protagonista sia delle soluzioni alla carta, sia delle soluzione a degustazione. Il tutto, naturalmente, accompagnato da un servizio a 5 stelle, degno del nome del locale.

Dalla mezzanotte e mezza si anima la discoteca con i migliori deejay guest a rotazione. Pubblico selezionatissimo e tavoli rigorosamente su prenotazione.

Twiga Beach prezzi, cene al ristorante e tavoli in discoteca o nell’esclusivo privé su prenotazione: ☎ 347.477.477.2 

Venerdì 1 Giugno Random Ostras Beach. Una festa a caso in Versilia.

La prima e unica festa a caso d’Italia arriva in Versilia e sceglie l’Ostras Beach Club a Marina di Pietrasanta. Un appuntamento attesissimo e imperdibile.

Questo è un party senza REGOLE! Venite vestiti a caso! Conoscete gente a caso! Ballate a caso!! Verranno suonate HIT di tutti i generi musicali, ovviamente a caso e senza nessuna logica! 
Vi invitiamo a portare qualsiasi cosa vogliate (che non possa ovviamente danneggiare il locale o gli altri): palloni di spugna, gonfiabili, vestiti di carnevale, pistole d’acqua…insomma sbizzarritevi e DIVERTITEVI! 
A Random, la musica non viene mixata, ma scelta CASUALMENTE E SENZA LOGICA dai nostri selezionatori. Potrete quindi divertirvi ballando i successi di tutti, MA PROPRIO TUTTI i generi musicali! 
Vi invitiamo a vestirvi assolutamente a caso, PESCATE A CASO DAI VOSTRI ARMADI!

Ostras Beach prezzi, cene al ristorante e tavoli in discoteca su prenotazione: ☎ 347.477.477.2

Venerdì 1 Giugno Seven Apples #Seven4Freedom

venerdì seven

Dopo il grande successo dell’Estate scorsa torna Seven 4 Freedom la serata con Mirko Saya, Davide Bossi, Fren-G e Pier Pax realizzata in collaborazione con il Kuku Lucca.

Seven Apples prezzi, discoteca da mezzanotte con tavoli su prenotazione: ☎ 347.477.477.2

Venerdì Maki Maki, anni 90  vs 2000

maki maki viareggio

La sfida tra musica e le icone degli anni 90 e quelle dei 2000 accende la Darsena Viareggio con una delle serate simbolo della costa.

Maki Maki prezzi, cene alla carta o a menu fisso al ristorante – con l’alternativa del ristorante Churrascaria – e, a seguire, discoteca. Tavoli e cene su prenotazione: ☎ 347.477.477.2

Jerry Calà torna a La Capannina di Franceschi.

jerry calà capannina

L’inossidabile Jerry Calà torna nella sua Capannina Forte dei Marmi per una serata tutta da cantare e da ridere. 35esima edizione di Sapore di Mare il suo one-man show in Versilia.

Capannina di Franceschi prezzi, ristorante e discoteca con tavoli per la cena e dopocena su prenotazione: ☎ 347.477.477.2

1 Giugno Bussola Versilia.

frau bussola

Venerdì 1 giugno FRAU PARTY torna in Versilia e sceglie la discoteca Bussola. Per l’occasione arriva il maestro Claudio Coccoluto DJ. Al suo fianco Mario Scalambrin, Lousi Joy ( from Apofenia ), Stefano Noto (Frau + Juice ), Matteo Lorenzini, Angy + Tony Ross + Antonella Anela. Con loro la voce ufficiale del FRAU La Fabiola Fabio.

Bussola Versilia prezzi, ristorante con cene a menu fisso e, a seguire, discoteca. Tavoli al ristorante e in pista su prenotazione: ☎ 347.477.477.2

Non perderti i prossimi eventi in Versilia.

Sabato 2 Giugno in Versilia le discoteche aperte saranno ancora di più e per tutta l’Estate gli appuntamenti si moltiplicheranno… Per non perderteli, abbonati al divertimento.

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Lavoratori con diritto di precedenza nell’assunzione

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando un dipendente a tempo determinato si attesta in pole position nel caso l’azienda abbia in programma l’ampliamento stabile dell’organico? Vediamo

Stai lavorando per un’azienda con un contratto a tempo determinato. Il tuo lavoro ti piace ma sta per concludersi, perché la data di fine contratto si avvicina. Hai però saputo dai tuoi colleghi che l’azienda in questione ha in programma un bel po’ di assunzioni a tempo indeterminato. Stai quindi cercando di capire se puoi attestarti in pole position per entrare a pieno diritto nel team di lavoro e stabilizzare la tua posizione. Vuoi inoltre capire se hai diritto di ribellarti nel caso in cui il tuo capo ti liquidasse al termine del contratto per far posto a nuove risorse. È pertanto necessario che tu conosca i casi in cui si può vantare un diritto di prelazione. Per aiutarti, analizziamo tutti i casi di lavoratori con diritto di precedenza nell’assunzione.

Assunzioni: cos’é il diritto di precedenza?

Prima di scavare al nocciolo della questione, cerchiamo di comprendere cosa sia questo diritto di precedenza nelle assunzioni, anche se l’espressione già aiuta molto a farsi un’idea. Troveresti accettabile il fatto di essere messo alla porta dall’azienda in cui hai lavorato con un contratto a tempo determinato – oltretutto già rinnovato – sapendo che da quella porta sta per entrare un tuo sostituto, assunto a tempo indeterminato? È un bel tradimento no? Ma visto che nulla è impossibile e tutto può succedere, la legge [1] ha voluto tutelare il tuo diritto (e il diritto di altri lavoratori in altre situazioni) di beneficiare di una sorta di prelazione nel caso di nuove assunzioni previste. Il diritto di precedenza non è altro che questo: il diritto di alcuni dipendenti, già coinvolti in qualche modo con un’azienda, di vedersi garantita la precedenza in caso di nuove assunzioni a tempo indeterminato, effettuate entro i successivi 12 mesi, purché l’assunzione in programma preveda le stesse mansioni.

Ma il tuo non è l’unico caso possibile. Esistono altri lavoratori con diritto di precedenza nell’assunzione.

Come funziona il diritto di precedenza nelle assunzioni?

In che modo si concretizza questo diritto di priorità ? Come fai a poterlo sbandierare? Basta entrare nell’ufficio del tuo capo, che nel frattempo sta già facendo colloqui con nuovi potenziali assunti per la tua posizione, urlandogli in faccia “Ci sono prima io!”? Nient’affatto. Non funziona proprio così.

Innanzitutto ti deve essere dato modo di conoscere questo tuo diritto. Il diritto di precedenza va infatti inserito nel contratto di assunzione con un’apposita clausola.

Dopodiché sta a te manifestare espressamente al tuo capo la volontà di godere di questo diritto. E devi farlo per tempo e per iscritto:

  • entro 6 mesi dalla scadenza del rapporto di lavoro;
  • entro 3 mesi dalla scadenza del rapporto di lavoro, se sei uno stagionale.

Assunzioni: quali lavoratori hanno diritto di precedenza?

Appurato che devi essere tu a mettere il tuo capo a conoscenza della volontà di entrare a tutti gli effetti a far parte dell’azienda, in modo prioritario rispetto ad altre risorse esterne, veniamo ora al cuore della questione, elencando tutte le tipologie di lavoratori con diritto di precedenza nell’assunzione:

Diritto di precedenza lavoratori con contratti a termine

Come abbiamo già accennato, qualsiasi dipendente che lavora in un’azienda da più di 6 mesi, con uno o più contratti a tempo determinato, ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato, effettuate entro i 12 mesi successivi la chiusura del contratto. Assunzioni che devono prevedere le stesse mansioni che il dipendente svolgeva.

Se quindi lavori in quell’azienda come contabile da 8 mesi con un contratto a tempo determinato e vieni a sapere che la stessa azienda assumerà a tempo indeterminato una risorsa addetta alla contabilità, tu hai diritto di precedenza per ricoprire quella posizione (ammesso che tu abbia manifestato la tua volontà per iscritto entro 6 mesi dalla fine del rapporto).

Diritto di precedenza lavoratrici in maternità

Sai che conservi il diritto di prelazione sulle future assunzioni anche se vai in maternità? Nello specifico, il tuo periodo di congedo maternità obbligatorio concorrerà a far maturare i mesi necessari per far scattare il diritto di precedenza dei contratti a termine (6 mesi).

Diritto di precedenza lavoratori stagionali

Mettiamo che tu faccia il bagnino o il receptionist in una località balneare e turistica. Presumibilmente sarai stato assunto come lavoratore stagionale. Quindi il tuo contratto finirà verso settembre-ottobre. Sappi che hai diritto di precedenza nell’assunzione del prossimo anno per le stesse mansioni per cui eri stato assunto/a, nello stesso posto di lavoro.

I lavoratori stagionali infatti hanno il diritto di prelazione sulle future assunzioni dallo stesso datore di lavoro e per le stesse mansioni per cui erano stati assunti (ammesso che manifestino la volontà entro 3 mesi dalla chiusura del rapporto).

Diritto di precedenza nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Sei stato licenziato. Ma la colpa non è tua, non c’è nessuna giusta causa dietro. Il motivo del licenziamento è stata una crisi aziendale (il classico legittimo motivo oggettivo). Anche in questo caso hai diritto di precedenza nelle future assunzioni effettuate dall’azienda stessa, nel caso uscisse dalla brutta impasse.

E per di più in questa situazione il diritto di precedenza è automatico. Non c’è alcun bisogno che tu manifesti per iscritto la tua volontà entro 6 mesi. Il datore deve riassumere te e non procedere con nuove assunzioni.

Diritto di precedenza per lavoratori in mobilità

La stessa cosa vale per i lavoratori in mobilità. Hai lo stesso diritto di precedenza nell’assunzione, in modo automatico.

Diritto di precedenza lavoratori per trasferimento aziendale

Sei stato licenziato nel corso di un trasferimento aziendale, mantieni la priorità nell’assunzione entro i 12 mesi (sempre nella stessa azienda e con le stesse mansioni).

Diritto di precedenza contratti part time

Mettiamo invece che tu abbia chiesto alla tua azienda la trasformazione del tuo contratto di lavoro in part time per un congedo parentale. Ora sei pronto per tornare a lavorare normalmente e a tempo pieno. Appena viene fuori una posizione full time per le tue stesse mansioni, tu hai la priorità.

Esattamente come la precedenza vale anche nel caso tu abbia un parente stretto disabile da accudire in base alla legge 104 o nel caso tu sia un paziente oncologico o con patologie degenerative, e abbia chiesto invece di ridurre il contratto di lavoro a tempo parziale. Appena si presenta l’occasione di un part time, sei tu quello in pole position.

Diritto di precedenza violato: c’è assunzione forzata?

Mettiamo che tu sia uno dei quei lavoratori con diritti di precedenza nelle assunzioni, abbia manifestato per iscritto la tua volontà nell’avere la priorità di assunzione, ma il tuo capo se ne sia infischiato. Puoi farla valere lo stesso chiedendo l’assunzione forzata?

Spiace dirti che di norma non si ottiene l’assunzione obbligata, ma puoi sempre rivolgerti al giudice, per chiedere il risarcimento. Dal canto suo, il datore di lavoro che ha violato il tuo diritto di precedenza perderà la possibilità di usufruire di eventuali incentivi previsti per le assunzioni. Come dire, il Karma esiste, e vede tutto.

 

Come verificare l’autenticità di una società

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prima di accettare qualunque proposta da parte di un’azienda è sempre bene assicurarsi con chi si è entrati in contatto, per evitare truffe. Ecco come

Nell’era di internet e dei social network capita tutti i giorni di entrare in contatto con aziende che ti reclutano online, direttori marketing  o amministratori delegati che ti contattano facendo proposte, offerte di lavoro tramite web, potenziali fornitori e partner. Come fare a capire se la parola di queste aziende vale? Come si fa a sapere se in qualche modo il rappresentante di quell’azienda ti vuole fregare, se quell’azienda esiste o è solo una facciata, se è davvero affidabile e ha i conti in regola? Ci sono diversi strumenti che ti aiutano a capire chi hai di fronte. Utilizzali, perché farlo potrebbe evitarti grane non da poco. Vediamo qualche consiglio su come verificare l’autenticità di un’azienda.

Come verificare l’affidabilità di un’azienda?

Mettiamo il caso che ti abbia contattato un’azienda, proponendoti di fare affari insieme, di essere il suo fornitore, di andare a lavorare per loro, o qualsiasi altra proposta che ti coinvolga direttamente. Tu la conosci, sai che questa società esiste, ma sai anche bene che il mondo del lavoro e del business sono pieni di promesse da marinaio ed è normale non lanciarsi subito a capofitto, ma attendere e controllare prima quanto questa azienda possa essere in salute dal punto di vista patrimoniale e affidabile. Come puoi verificare l’affidabilità di una società?

Ci sono diversi modi che ti aiuteranno a scannerizzare l’azienda che hai di fronte e verificare se ha i conti in regola (primo requisito necessario). Innanzitutto i diversi fattori da considerare sono:

  • la presenza o meno di protesti bancari o su cambiali. Il che è fondamentale per capire il comportamento della società verso i fornitori;
  • i pregiudizievoli. Questo ti aiuterà a capire se ci sono insolvenze. Possono essere da Tribunale (ad esempio fallimenti, sequestri, liquidazioni, ecc) oppure da Conservatoria (ipoteche, decreti ingiuntivi, pignoramenti, ecc);
  • il bilancio. È un punto fondamentale riuscire a leggerlo, per conoscere lo stato di salute e i conti di una società, e quindi la sua affidabilità.

Ecco come accedere a queste informazioni basilari (anche se a pagamento):

  • rivolgersi alla Camera di commercio, tramite il suo Registro informatico protesti, e chiedere una Visura protesti. Il registro accumula tutte le informazioni sulle insolvenze di persone e aziende rilevate dalle banche e istituti di credito. Chiedendo questa visura avrai un rapporto completo sulla società che ti interessa;
  • per quanto riguarda il secondo punto, puoi invece chiedere una Visura pregiudizievoli. La richiesta può sempre essere effettuata, anche online presso la Conservatoria.
  • Anche il bilancio aziendale si può richiedere direttamente alla Camera di commercio. Le società infatti sono obbligate a depositare i loro bilanci presso questo ente, in modo che possano essere resi accessibili a tutti.

Come verificare l’autenticità di un’azienda?

Nel paragrafo sopra abbiamo dato qualche consiglio su come verificare quanto sia affidabile una certa azienda, partendo però dal presupposto che tu ne conoscessi già l’esistenza. E se invece ti trovassi di fronte una società completamente sconosciuta? Non ne sai niente, e vuoi capire se esista davvero. Puoi comunque ottenere le informazioni che cerchi?

Analizziamo quindi il problema a monte, e vediamo come verificare l’autenticità di un’azienda, capendo cioè se questa esista o sia un fantasma.

Esistono diversi modi per farlo e per ottenere più informazioni possibili:

  • una prima cosa da fare è cercare indirizzo e numero di telefono, verificando se questi siano validi e a chi facciano realmente riferimento. Un’azienda che ha solo il sito web ma non è in alcun modo rintracciabile puzza un po’ di marcio. Non fidatevi solo di una casella e-mail, non dice nulla dell’autenticità di una società. Meglio puntare su una sede legale e un numero telefonico (al quale rispondano) veri;
  • un altro consiglio, riferito più a chi effettua acquisti di prodotti di aziende sconosciute: occhio alle modalità di pagamento offerte. Di sicuro diffida di metodi poco trasparenti e leggi bene i termini e condizioni dell’azienda in merito agli acquisti;
  • se proprio su quell’azienda non trovi nulla, approfitta della democrazia in rete. Coinvolgi gli utenti su Google, digitando il nome della società e cercando eventuali recensioni o commenti da parte dei clienti. Spesso gli utenti sono ben felici di urlarlo in rete quando una società si è rivelata truffatrice. E tu sii pronto a captare queste informazioni;
  • sembra banale, ma occhio anche a come si esprime l’azienda: controlla quindi l’ortografia, il lessico e la chiarezza di tutte le sue comunicazioni: testi sul sito, eventuali e-mail, annunci online; ovviamente non fidarti di chi non riesca ad esprimersi in italiano corretto nel mondo aziendale;
  • e in questa caccia al tesoro, per essere proprio certi e verificare in modo ancora più sicuro l’autenticità di una società, vai alla ricerca della partita iva e codice fiscale. Una società più o meno seria lo inserisce in calce al suo sito web, proprio vicino alla sezione contatti, privacy, termini e condizioni. Certo non è detto che sia il vero numero di Partita iva: può essere inventato. Occorre quindi verificarlo. Per farlo, basta accedere al sito web dell’Agenzia delle entrate, cliccare su “servizi”=>> “servizio di verifica partita Iva” e inserire la partita iva riportata sul sito web dell’ipotetica azienda. In men che non si dica, se la società è correttamente registrata all’Anagrafe tributaria, ti verrà detto. Visualizzerai un messaggio di risposta con questi dati: lo stato (se attiva o meno), la denominazione sociale, il nome del titolare, la data di inizio attività;
  • se non riesci a reperire neanche il codice fiscale/partita Iva, non darti per vinto. Esiste la visura camerale. Ogni società che nasce deve iscriversi al Registro delle Imprese, tenuto presso le Camere di Commercio. Rivolgiti quindi alla Camera di commercio di competenza e chiedi una visura camerale: un documento informativo che contiene tutti i dati sulla società che ti interessa (sempre che esista): denominazione, dati anagrafici, legali, la forma giuridica, il codice fiscale, la partita iva, la sede legale, l’attività svolta. Basta accedere al sito www.registroimprese.it e inserire il nome della società che vuoi verificare. Gratuitamente è possibile avere solo alcune informazioni (ad esempio se è registrata, cessata, denominazione, tipo di attività, indirizzo ecc). Se invece vuoi tutti i dati possibili, il servizio è a pagamento. Con pochi euro però ti togli il dente.

Come verificare se un’azienda estera esiste?

Sai che grazie all’Agenzia delle entrate puoi anche verificare l’autenticità di una società estera comunitaria, controllando il suo numero di partita Iva? Questo perché il sito dell’Agenzia è collegato ai sistemi fiscali degli Stati membri dell’Unione europea.

Basta accedere sul sito web dell’Agenzia delle entrate, cliccare nella sezione “servizi” =>> “controllo delle partite iva comunitarie”. Seleziona, nella finestrella apposita, lo Stato membro a cui appartiene la società di cui vuoi verificare l’autenticità, inserisci la sua partita iva e il gioco è fatto. Ti verrà dato responso.

Ovviamente tutti gli altri consigli dati nei precedenti paragrafi, valgono anche per le aziende estere: controlla sempre i dati, la sede legale, il numero di telefono.

Inoltre le Camere di commercio offrono anche visure camerali sulle aziende estere, tramite la rete europea Ebr (European Business Register). Anche questo è un servizio che si può tranquillamente ottenere online. Basta accedere al sito www.registroimprese.it e scegliere i “Registri Europei”.

Ritardo soccorsi: si può denunciare?

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa succede se l’ambulanza arriva in ritardo? È possibile sporgere querela? Quali reati si configurano? Cos’è l’omissione di soccorso?

Il sistema sanitario italiano, sebbene sia spesso criticato, è un modello di riferimento per i Paesi esteri. Il problema è che, a causa della carenza di mezzi e personale, non sempre i sanitari riescono a far fronte alla grande domanda che proviene dai privati cittadini. Accade, quindi, che talvolta la cronaca metta in risalto alcune disfunzionalità, se non proprio alcuni casi di malasanità.

Con questo articolo cercheremo di capire cosa si può fare nel caso in cui i soccorsi tardino ad arrivare e quale tutela prevede la legge. In particolare, vedremo se il ritardo nei soccorsi si può denunciare.

Omissione di soccorso: è reato?

Prima ancora di vedere in quale responsabilità incorre colui che ritardi nei soccorsi e se si può denunciare, dobbiamo analizzare alcune figure affini che ruotano intorno alla nozione di soccorso.

La prima fattispecie che rileva è senz’altro quella dell’omissione di soccorso: secondo il codice penale, rischia la reclusione fino a un anno o la multa fino a 2.500 euro colui che non presti soccorso oppure non chiami le autorità competenti a farlo davanti a casi di persone che si trovano in evidente stato di bisogno [1].

La legge, quindi, impone a chiunque (non solo ai medici e ai professionisti della sanità) di attivarsi per prestare soccorso. In particolare, il codice dispone tale obbligo in presenza di queste situazioni:

  • minore degli anni dieci abbandonato o smarrito;
  • persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia psichica o fisica, per vecchiaia o per altra causa, ugualmente abbandonata o smarrita;
  • rinvenimento di un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero di una persona ferita o altrimenti in pericolo.

Omissione di soccorsi a seguito di incedente stradale

Ancora più grave è la situazione di chi cagioni per colpa la morte o una lesione personale per non aver rispettato il codice della strada: in questa ipotesi, se l’autore del fatto si dà alla fuga rischia pene severissime, mai inferiori a tre anni in caso di lesioni e a cinque in caso di morte [2].

Ritardo nei soccorsi: c’è responsabilità penale?

Tracciato brevemente il quadro dell’omissione di soccorso penalmente rilevante, vediamo cosa accade se, chiamati i soccorsi per un imminente stato di bisogno, questi non arrivino nei dovuti tempi. Si pensi a Tizio che, vittima di una grave emorragia causata da un incidente domestico, chiami il 118 ma l’ambulanza tardi ad arrivare. Tizio potrà denunciare il ritardo nei soccorsi?

Secondo la Corte di Cassazione sì: l’ambulanza che giunga in ritardo a causa dell’inerzia dell’operatore del 118 che, anziché inviare prontamente i soccorsi, sottovaluta le condizioni di salute riferitegli telefonicamente, incorre in responsabilità [3].

Allo stesso modo, sempre secondo la giurisprudenza, risponde del reato di omissione di atti d’ufficio [4] il medico che nei casi di urgenza, ossia di un paziente in grave pericolo di vita, si limiti a inviare gli infermieri per il trasporto in ospedale senza essere personalmente presente sull’ambulanza [5].

Di conseguenza, nell’ipotesi di ritardo nei soccorsi è possibile denunciare il responsabile del ritardo, di volta in volta da individuare a seconda del caso concreto: si può trattare, come visto, del sanitario di turno al centralino del 118, oppure del medico che non ha disposto le cure prontamente.

Ritardo nei soccorsi: c’è responsabilità civile?

Ovviamente, così come sussistono profili di responsabilità penale, allo stesso modo vi sono quelli di responsabilità civile. Se, a causa del ritardo, colui che necessitava dei soccorsi riporta un danno alla salute, questi potrà chiedere il risarcimento del danno patito, risarcimento che sarà commisurato al grado della lesione. Nel caso in cui dal ritardo nei soccorsi dovesse derivare addirittura la morte, il risarcimento potrà essere chiesto dai parenti più prossimi.

Ritardo nei soccorsi: come chiedere il risarcimento dei danni?

Per chiedere il risarcimento dei danni derivanti da ritardo nei soccorsi è possibile seguire due strade:

  1. costituirsi parte civile all’interno del procedimento penale intrapreso contro i responsabili: significa che la persona danneggiata potrà chiedere il risarcimento direttamente in sede penale (per un approfondimento sul significato di parte civile si rinvia alla lettura del seguente articolo: Parte civile: cosa significa?);
  2. citare in giudizio (civile) i responsabili.

Ritardo nei soccorsi: vale solo per l’ambulanza?

Un’ultima precisazione: la responsabilità derivante da ritardo nei soccorsi non riguarda solamente la professione sanitaria. Quello che si vuole dire è che i soccorsi possono anche essere quelli delle forze armate: si pensi a chi chiama i carabinieri perché sta subendo un’aggressione o una rapina. Anche questi sono soccorsi e, come tali, idonei a far scattare profili di responsabilità (civile e penale) nel caso in cui avvengano in ritardo.

Il reato sarà sempre quello di omissione di atti d’ufficio, cioè mancanza di un intervento dovuto per legge in ragione della propria professione; allo stesso modo, il risarcimento potrà essere chiesto sia in sede civile che in sede penale.

Bugie e falsità a un processo: come difendersi dall’avversario

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se in causa l’atto di citazione, la comparsa di risposta o le note difensive affermano dei fatti non veri non è possibile denunciare per falso: le menzogne in processo non sono reato.

Hai in corso una causa. Il tuo avversario ha appena depositato il proprio atto difensivo in cui afferma una serie di menzogne clamorose. Non riesci a capacitartene: non si tratta, infatti, di una semplice difesa o dei classici sofismi legali: sono calunnie belle e buone! Esterrefatto dinanzi a tante bugie, lo fai presente al tuo avvocato chiedendogli di denunciarlo per falsità. Lui però ti dice che non si può: il diritto alla difesa – sostiene ancorandosi alla Costituzione – consente anche di “esagerare”, almeno nelle cause civili. Gli domandi allora se è possibile pretendere un risarcimento del danno per quanto è stato messo impunemente nero su bianco e con grossa sfacciataggine. Anche in questo caso, però, la risposta è negativa. È davvero così? Si possono dire bugie e falsità in un processo? Come difendersi dall’avversario? Forse quello che ti sto per dire potrà sembrarti molto strano, ma il tuo avvocato ha perfettamente ragione. In un processo è ammesso mentire. Perché mai? Te lo spiego qui di seguito.

Nel corso del giudizio civile, le parti processuali – quelle cioè che si fanno guerra, ossia l’attore e il convenuto – non hanno l’obbligo di dire la verità. Quest’obbligo ricade solo in capo ai testimoni che, con il giuramento, si impegnano «a dire solo la verità e a non nascondere ciò di cui sono a conoscenza». Ciò significa che eventuali dichiarazioni non veritiere, proferite dalle parti o dai loro avvocati difensori e riportate negli atti processuali e nei verbali delle varie udienze, non hanno alcun rilievo penale, non costituiscono cioè reato.

C’è però una buona notizia: tali dichiarazioni non valgono come prove, posto che è evidente che, in una causa, ciascuna parte sostiene di avere ragione e confermi le circostanze riportate nei rispettivi atti difensivi. Non si vince una causa solo perché si è riportato un determinato fatto nell’atto di citazione o nella comparsa di risposta o ancora nelle proprie note difensive se, a fronte di ciò, non si riesce anche a provare quanto è stato detto.

Impossibile quindi denunciare per falso o per diffamazione una persona che dice delle bugie in una causa se lo fa per attaccare o difendersi dall’avversario.

Ma allora come è possibile proteggere i propri diritti? La risposta è molto semplice, anche se dura da mandare giù: bisogna rimettersi alla capacità del giudice di riconoscere, attraverso le prove presentate nel processo, la verità dal falso. Con la sentenza definitiva, il magistrato stabilirà chi ha ragione e chi ha torto, ma non per questo chi perde può essere denunciato o va condannato al risarcimento del danno. Tutto ciò che si può chiedere verso chi perde è la “condanna alle spese legali” ossia a tutti i costi sostenuti per il giudizio (dalle spese legali a quelle per le tasse, bolli e consulenti tecnici). In più, se si riesce a dimostrare che l’avversario ha agito o ha resistito in malafede, si può pretendere anche la condanna alla cosiddetta “responsabilità processuale aggravata” (che, in fin dei conti, è un risarcimento del danno).

Solo in due casi le dichiarazioni o il silenzio delle parti possono valere come prova. La prima ipotesi è detta «principio di non contestazione»: in pratica, se una parte afferma un determinato fatto e l’altra non lo contesta, quel fatto si ritiene come ammesso e, pertanto, vero. Basta quindi anche solo dimenticarsi di contestare le dichiarazioni avversarie per ammetterle.

Il secondo caso in cui le dichiarazioni delle parti possono valere come prova è quando viene richiesto il cosiddetto interrogatorio formale della controparte: ciò succede quando l’avversario viene fatto intervenire personalmente in udienza e gli si chiede di ammettere determinate circostanze a se sfavorevoli. Se questi dice delle bugie, il giudice ne deve tenere conto per la sentenza (e quindi dargli ragione) ma nello stesso tempo è possibile denunciarlo per falso alla Procura della Repubblica.

In parole più semplici, l’interrogatorio formale della controparte è uno strumento per far incorrere l’avversario in contraddizioni o riconoscimenti delle proprie ragioni.

Da un punto di vista pratico, verrà chiesto al giudice di fare delle domande alla controparte su circostanze precise e ben definite esattamente come avviene per i testimoni Anche in questo caso la parte firmerà il verbale a conferma delle proprie dichiarazioni.

Multe e sanzioni: le ultime novità

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli ultimi aggiornamenti e norme in tema di multe e sanzioni: ecco come si evolve la materia sugli aspetti quotidiani della vita dei cittadini

Scagli la prima pietra chi non si è mai trovato a fare i conti con multe e sanzioni di ogni tipo. Una vera e propria spada di Damocle pronta a pendere sul capo di tutti i cittadini alle prese con violazioni o errori civili e amministrativi. Nuove frontiere in tema di violazione del codice della strada, autovelox. Oppure sanzioni per qualsiasi tipo di debito contratto con lo Stato. Oppure ancora altre tipologie di violazioni e illeciti civili. Il diritto e la legge si evolvono di giorno in giorno, grazie anche a nuove sentenze, ordinanze, circolari dei ministeri. Tutti atti destinati a rivoluzionare il campo di applicazione delle sanzioni. Ecco allora un articolo in cui cerchiamo di fornire, costantemente, un quadro sulle ultime novità in tema di multe e sanzioni, in modo da tenere sempre informato il lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di multe e sanzioni.

Nuovo certificato di revisione auto: multe salate a chi non si adegua

D’ora in poi le auto italiane dovranno adeguarsi alla normativa europea. Almeno in termini di revisione. Dal 20 maggio 2018 è infatti entrato in vigore il decreto ministeriale [33] che recepisce la direttiva europea, che impone un’armonizzazione dei controlli periodici sulle automobili circolanti in territorio comunitario. In particolare ogni automobile italiana deve essere accompagnata da un certificato di revisione (uguale in tutti i paesi europei). Questo documento riporterà l’esito di tutti i controlli che l’auto effettua, compreso quello del contachilometri. Le officine autorizzate dalla Motorizzazione civile avranno il compito di dare un vero e proprio voto alle condizioni dell’auto, menzionando eventuali mancanze e segnalandole come lievi, gravi e pericolose. Inoltre ci sarà (e verrà riportato sul certificato) il controllo del contachilometri. Occhio quindi a tentativi truffaldini di manometterli in caso di vendita automobile, perché verrete presi con le mani nel sacco. Tutti i dati riportati nel certificato di revisione verranno trasmessi al Ministero dei trasporti. Al proprietario del veicolo sarà consegnata una copia del certificato.

Restano immutate le periodicità della revisione: il primo controllo va fatto dopo 4 anni dalla prima immatricolazione. Dopodiché scatta l’obbligo si una revisione ogni 2 anni (con diversi intervalli a seconda del tipo di veicolo).

I controlli verranno effettuati da ispettori di centri autorizzati, che al termine rilasceranno il certificato di revisione, completo dei dati e dei giudizi di adeguatezza dell’auto. i dati che devono essere riportati sono:

  • Numero di identificazione del veicolo;
  • Targa del veicolo e simbolo dello Stato di immatricolazione;
  • Luogo e data di revisione;
  • Lettura del contachilometri al momento del controllo;
  • Categoria del veicolo;
  • Carenze individuate e livello di gravità;
  • Risultato del controllo tecnico;
  • Data del successivo controllo tecnico o scadenza del certificato di revisione;
  • Nome di chi ha provveduto ad espletare le verifiche, firma o dati identificativi dell’ispettore responsabile del controllo;

Meglio adeguarsi subito, perché chi viene pescato a circolare con un’auto non revisionata rischia una bella multa, che oscilla tra i 169 e i 680 euro. Se dopo la prima multa, si viene pescati ancora senza revisione (recidiva) queste cifre lievitano: dai 1.842 ai 7.396 euro, con eventuale fermo amministrativo di 90 giorni.

Multe non pagate: sulle cartelle esattoriali calano gli interessi di mora

Supponiamo che tu prenda una multa. Ti dimentichi di pagarla. Ecco che si mette in moto l’Agenzia delle entrate, decisa a recuperare i crediti dovuti. Ti vedi arrivare nella buchetta della posta la relativa cartella di pagamento. Per le somme dovute, pagate fuori tempo massimo (oltre 60 giorni), scattano anche gli interessi di mora. Qui subentra una bella notizia (anche se minima) per il contribuente ritardatario, nei confronti del quale il Fisco o altri creditori vantano un credito. Gli interessi di mora sono scesi al 3,01 per cento, rispetto al 3,50 per cento. La diminuzione è scattata dal 15 maggio 2018 e resterà bloccata per un anno. Come ha ben specificato il provvedimento dell’Agenzia delle entrate [32], che ha comunicato la lieta notizia, la diminuzione vale per tutte le somme iscritte a ruolo, dopo che sono decorsi 60 giorni dalla notifica della cartella, senza che sia stato versato l’importo dovuto. Ecco quindi che, per fare un esempio, pagare una multa in ritardo ti costerà un pochino meno del solito.

Ricordiamo inoltre che il pagamento di una multa prevede questo:

  • va pagata entro 60 giorni in misura ridotta;
  • se pagata entro 5 giorni, si versa ancora meno (il 30 per cento della misura ridotta);
  • dal 61esimo giorno, il pagamento non è più ridotto, ma lievita alla metà dell’importo massimo, più gli interessi. Basta anche un solo giorno di ritardo che il Comune iscrive il proprio credito a ruolo e si serve dell’Agenzia delle entrate per riscuoterlo. Se non paghi ti vedrai infatti arrivare a casa la cartella esattoriale.

Piano Haccp: niente multa alla prima ispezione, ma solo dopo il mancato adeguamento 

Chi ha un bar, un ristorante, un’azienda agricola, un chiosco, o una qualsiasi attività in cui è prevista la produzione, il confezionamento o la somministrazione di alimenti, lo sa bene: per legge si devono custodire in azienda e mettere a disposizione di eventuali ispezioni tutti i documenti relativi al piano di autocontrollo Hccp. In pratica è obbligatorio tenere e aggiornare tutta la documentazione inerente le misure di sicurezza prese – dal punto di vista alimentare e igienico – nell’ambito della propria attività. Ce lo ha chiesto l’Europa con un regolamento e l’Italia si è adeguata. Per chi non lo fa scattano pesanti multe e sanzioni. Attenzione però alle dimostrazioni di forza eccessive degli enti preposti al controllo. Ci viene in aiuto la Corte di cassazione [31], che con una sentenza ha ribadito un principio davvero importante: le sanzioni per il mancato adeguamento ai documenti di autocontrollo non scattano subito, nel momento in cui riceviamo il primo accertamento, ma solo in un momento successivo, cioè al verificarsi dell’inottemperanza delle prescrizioni che vengono date all’imprenditore inadempiente. In soldoni, prima la ramanzina e l’invito ad adeguarsi e solo dopo, se ce ne infischiamo, scatta la multa. A dirlo è la stessa legge di adeguamento alle direttive europee [30]: “l’autorità di controllo deve indicare nel verbale di accertamento le carenze riscontrate  e le prescrizioni di adeguamento necessarie. La stessa autorità procede, con separato provvedimento, ad applicare le sanzioni qualora risulti che il responsabile dell’industria alimentare non abbia provveduto ad adeguarsi alle prescrizioni impartite al primo controllo”. Con questi principi la nostra Cassazione ha ribaltato la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro, che aveva dato ragione alla Regione Reggio Calabria, nel momento in cui aveva emanato un’ingiunzione di pagamento di ben 2.478 euro nei confronti di un piccolo imprenditore della ristorazione  per violazione della normativa Hccp (in pratica non era in regola con la documentazione di autocontrollo in azienda). Sanzione inflitta già al primo accertamento in cui era stata riscontrata la violazione. Non è stato dato neanche il tempo al povero imprenditore di adeguarsi alle prescrizioni. La Cassazione si è così schierata dalla parte del cittadino e contro la Regione Reggio Calabria. Ha confermato che la sanzione può essere inflitta solo a condizione che, una volta impartite le prescrizioni e gli obblighi in sede di prima ispezione, l’imprenditore non si sia adeguato entro il termine prefissato, o comunque entro 120 giorni dal verbale di accertamento.

Locazione senza conducente dopo il leasing: nessuna sanzione

Finalmente il Ministero dell’interno ha chiuso il cerchio di incertezza che si era creato attorno alla pratica che vedeva veicoli acquistati in leasing, ceduti in locazione senza conducente [33]. Per chi non lo sapesse, la locazione senza conducente è una vera e propria attività professionale esercitata da chi dà in locazione al cliente autoveicoli per particolari esigenze. La domanda è: e un’azienda di autotrasporto per conto terzi che acquista un veicolo in leasing lo può cedere a un’altra impresa o rischia sanzioni?

La confusione regnava attorno a due interpretazioni diverse: quella europea e quella nazionale. Le norme comunitarie dicono che un veicolo in locazione senza conducente può essere ammesso, purché:

  • sia immatricolato o messo in circolazione nello Stato membro di stabilimento dell’impresa locataria (chi prende il veicolo per utilizzarlo);
  • che quest’azienda locataria ne assuma l’esclusiva disponibilità;
  • cedente e locatario siano entrambi autorizzati ad esercitare attività di autotrasporto per conto terzi.

La normativa italiana stabilisce invece che il veicolo locato deve essere di proprietà dell’impresa che lo ha locato (il cedente), immatricolato a nome del locatore. Sulla carta di circolazione poi deve essere riportato il nome del locatario (cioè di chi ha preso il veicolo per utilizzarlo).

Come si fa quindi con il leasing? Che succede cioè se un’azienda di autotrasporto A acquista un veicolo in leasing da una società B e lo cede senza conducente a una terza azienda di autotrasporti C?

Succede che può farlo. Lo ha chiarito direttamente il ministero dell’Interno con una recente circolare [32] in cui, sulla base del parere del più competente ministero dei Trasporti, ha stabilito che nessuna sanzione può essere inflitta a un’azienda di autotrasporti che acquista in leasing un veicolo e lo cede in locazione a un’altra impresa di trasporto. Ovviamente nel rispetto delle normative.

Il ministero chiarisce come il leasing sia un particolare tipo di contratto di acquisto, e in base a questo, anche se il veicolo non è intestato formalmente all’impresa locatrice (la nostra impresa A), è comunque da essa detenuto, con l’esercizio di tutti i poteri del proprietario.

Quindi si, un’azienda iscritta all’albo degli autotrasportatori che acquista un veicolo in leasing, lo può locare senza conducente a un’altra impresa di autotrasporto per conto terzi, senza incorrere in sanzioni.

Serra abusiva: no a sanzioni se riconosciuta la tenuità del fatto

Non sempre, quando si decide di costruire senza le dovute autorizzazioni e il rispetto delle norme edilizie si va incontro a sanzioni. A confermarlo sono stati prima la Corte di appello di Salerno nel 2017 e poi oggi la Corte di Cassazione. Le sentenze emesse dalle due corti riguardano il caso di un cittadino che ha pensato bene di costruire una serra agricola. E fin qui tutto bene. Il problema è stato che la persona in questione ha violato la normativa edilizia e antisismica, realizzando l’opera senza aver avuto ottenuto il permesso a costruire e senza la preventiva realizzazione di un progetto da parte di un tecnico abilitato e la direzione dei lavori. Non ha nemmeno denunciato l’inizio lavori e depositato presso gli uffici gli elaborati progettuali. Insomma ne è venuta fuori una serra abusiva. Nonostante tutto però il signore in questione è stato assolto dalla Corte di appello perché il reato è stato considerato non punibile per la sua particolare tenuità [29]. L’impatto dell’opera era talmente modesto che i giudici hanno così deciso. Una decisione ben accolta dalla Cassazione [28], che ha confermato come una violazione di questo tipo possa non andare incontro a sanzioni, condannando alle spese processuali però il proprietario di questa serra abusiva perché si è spinto un po’ troppo in là: pretendeva la prescrizione del reato. Richiesta che i supremi giudici hanno ritenuto inammissibile. Il nocciolo però è questo: se l’impatto della vostra opera abusiva è davvero esiguo potreste non andare incontro a sanzioni, in base al principio della tenuità del fatto.

Troppe prestazioni gratuite? Accertamento fiscale legittimo 

Attenzione a fare favori ad amici e parenti regalando prestazioni gratuite. Dall’etichetta di benefattori potreste passare in men che non si dica a quella di evasori. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con una sentenza [27] in cui mette in guardia dal fare troppe fatture di “rinuncia al compenso” nel momento in cui eseguite un lavoro, una prestazione ad un committente. Il Fisco in questo caso sarebbe a buona ragione legittimato a far scattare i controlli e l’accertamento. Motivo? Come si può non pensare ad un rischio di evasione fiscale nel momento in cui il carico di lavoro di un professionista (nel caso in questione finito sui banchi della Corte un avvocato colpevole di aver offerto troppe prestazioni gratuite verso i suoi clienti), non stia emettendo meno fatture rispetto al lavoro effettivamente svolto? È ragionevole ritenere che il professionista possa aver “truccato la sua contabilità” emettendo fatture di rinuncia al compenso, percependo in realtà compensi in nero ed evadendo in questo modo le tasse. Insomma, un favore non si nega a nessuno. Ma quando cominciano a diventare due, tre, quattro, cinque favori a settimana o al mese, è più che legittimo che l’Agenzia delle entrate mangi la foglia e faccia scattare l’accertamento. E non sarebbe sufficiente neanche la testimonianza del clienti beneficiari della prestazione a quanto pare. Occhio perché se poi venisse rilevata un’effettiva violazione della legge il “generoso benefattore o furbo evasore” andrebbe incontro a sanzioni per dichiarazione infedele e omessa fatturazione.

Autovelox: niente sanzione se dimentichi a chi hai prestato l’auto

Dietrofront della Cassazione, tutto a favore degli automobilisti. Ancora una volta al centro della questione c’è l’odiato sistema autovelox, che sforna multe come fossero biscotti per Natale. Sapete vero che per legge [26] quando vi arriva a casa una multa presa con autovelox, per eccesso di velocità, dovete sia pagare la multa sia inviare alla polizia entro 60 giorni una comunicazione dei dati della patente della persona che effettivamente guidava l’auto al momento dell’infrazione? Questa comunicazione serve a decurtare i punti della patente all’effettivo responsabile della violazione (perché spesso l’auto si presta ai famigliari e non sempre è il proprietario a guidarla). Bene. Se non si rispetta quest’obbligo, quindi se non si invia alcuna comunicazione alla polizia, i punti della patente non vengono decurtati, ma vi arriva a casa una seconda multa. Una super multa che oscilla tra i 282 e i 1.142 euro. Non si sono mai fatto sconti su questo. Neanche la Cassazione li aveva mai fatti, avendo sempre sostenuto che è assolutamente obbligatorio inviare una comunicazione, e in questa comunicazione devono essere sempre indicati i dati della patente dell’effettivo conducente dell’auto. La frase “non ricordo” non è mai stata una giustificazione per non fornire alle autorità ciò che serviva loro: o mi dai il nome di chi guidava l’auto (in modo che possa togliergli i punti) o ti recapito a casa una seconda supermulta che dovrai pagare per forza. Ora, dimenticate tutto. O quasi. Perché la Cassazione finalmente ha fatto un’attesissima inversione di marcia in direzione dei cittadini. Chi dice che per forza una persona possa effettivamente ricordare a chi aveva prestato l’auto quel giorno in cui è stata commessa l’infrazione? Pensiamo alle famiglie non benestanti, dove una sola macchina viene utilizzata da tutto il nucleo e oltre. Come si fa a sapere sempre chi usa l’auto e quando? Ecco perché finalmente la suprema Corte ha cambiato idea, affermando, con una recentissima sentenza [25], che il proprietario del veicolo che invia la comunicazione entro i termini stabiliti (60 giorni), ma con esito negativo, cioè dichiarando di non ricordare chi fosse alla guida nel momento in cui l’infrazione è stata commessa e rilevata con autovelox, non rischia di essere punito con la seconda multa, né con la decurtazione dei punti della patente. Questa persona infatti, non sta omettendo di inviare la comunicazione dei dati, infischiandosene della legge. Tutt’altro, sta assolvendo al suo dovere di effettuare la comunicazione, semplicemente non ricorda il nominativo di chi era alla guida. E per legge queste due condotte vanno tenute distinte: la prima è sanzionabile, la seconda può non esserlo. Tuttavia sarà il giudice di merito a deciderlo, valutando caso per caso e decidendo se la motivazione apportata dal proprietario dell’auto alla propria dimenticanza sarà valida o meno.

Condono fiscale: vale solo con l’intero versamento di quanto dovuto

Condono si condono no. Risale al 2002 la legge che introduceva la sanatoria indirizzata ai furbetti fiscali, che da quell’anno in poi hanno avuto (e hanno tutt’ora) la possibilità di fare pace col fisco, dichiarando le loro evasioni di imposte e ritenute, e accordandosi su un importo da rimettere nelle tasche dello Stato, per essere lasciati in pace. Un importo che di norma – come previsto – corrisponde al solo pagamento dell’imposta e degli interessi, o dei soli interessi nei casi di ritardi [24]. Ma che ne è del condono se pago solo la prima rata del versamento dovuto e lascio indietro le altre, magari per problemi finanziari? Ha ugualmente effetto? La risposta definitiva la dà la Corte di cassazione [23], con un’ordinanza in cui si stabilisce in modo netto che questo tipo di condono (pensato per intervenire sui tardivi o omessi versamenti delle imposte e delle ritenute che emergono dalle dichiarazioni presentate) non è un premio, ma un atto di clemenza, e diviene pienamente efficace solo quando il contribuente ha versato l’intero importo delle somme dovute. In pratica, finché non viene pagato tutto fino all’ultimo centesimo dovuto, il condono non si perfeziona. Era questa l’interpretazione data dal Fisco, ora confermata dalla suprema Corte. Ha dovuto accettare la decisione definitiva dei giudici una cittadina contribuente, protagonista di questa vicenda, che, nonostante avesse aderito all’istituto del condono, autodenunciandosi al fisco, si era poi vista rifiutare dall’Agenzia delle entrate il perfezionamento del condono stesso. Il motivo? Non era stato pagato dalla signora l’integrale importo dovuto. Bene ha fatto, secondo la Cassazione, l’Agenzia delle entrate, perché non è sufficiente il solo pagamento della prima rata per poter beneficiare della sanatoria. Ordinanza che ha ribaltato in modo netto diversi orientamenti e sentenze precedenti delle Commissioni tributarie provinciali, che hanno annullato i provvedimenti di diniego di condono emessi dagli uffici contro i contribuenti che avevano saldato solo le prime rate dei versamenti dovuti.

Tutor: è copiato ma le multe restano

La corte di appello di Roma ha vietato l’uso del Tutor che tutti conosciamo sulle autostrade perché il brevetto è stato copiato. Ma Autostrade per l’Italia ha già pronto un nuovo modello. E in più la violazione del brevetto non comporta la nullità delle multe già elevate e di quelle che saranno elevate in questi giorni. Leggi sul punto: Tutor autostradali illegittimi: multe valide?

Esercizio abusivo della professione: sanzioni più aspre 

Vi spacciate per dentisti quando in realtà non lo siete? Preparatevi a fare seri conti con la legge. Le sanzioni che rischia chi esercita una professione in modo abusivo sono state inasprite all’alba del 2018, grazie a una legge dello scorso febbraio [22], e al severo atteggiamento confermato dalla Corte di cassazione, che con una sentenza ha ritenuto impossibile che un comportamento simile possa andare a braccetto con la tenuità del reato. La legge in questione riscrive in una severa chiave il reato di esercizio abusivo della professione (presente nel codice penale) [21], stabilendo che chiunque venga pescato a svolgere abusivamente una professione, per la quale lo Stato prevede una specifica abilitazione (prime fra tutte le professioni sanitarie), sarà punito non solo con una multa (che comunque resta e oscilla tra i 10 mila e i 50 mila euro), ma rischierà anche il carcere: dai 6 mesi ai 3 anni. La sentenza di condanna verrà pubblicata e tutti gli attrezzi utili a commettere il reato (ad esempio strumenti da dentista, ecc) saranno confiscati. Rigide sanzioni si scaglieranno anche su chi agisce da prestanome e iscritti all’albo che favoriscono l’esercizio abusivo della professione. Chi si macchia di questa colpa rischia, oltre alla trasmissione della sentenza di condanna al rispettivo Albo professionale e all’interdizione da albi e ordini da 1 a 3 anni, anche la reclusione da 1 a 5 anni e multe stratosferiche, che vanno dai 15 mila ai 75 mila euro. E a rincarare la dose sono intervenuti anche i supremi giudici della Cassazione [20], che hanno ritenuto impossibile, per chi esercita abusivamente un mestiere, aggrapparsi alla tenuità del fatto, per evitare di essere puniti. Chi si macchia di questo resto non lo fa una tantum, ma per definizione ripete il comportamento più volte. Immaginate una persona che si spaccia per odontoiatra. Solitamente finché non viene pescato, esercita la possessione più e più volte, guadagnando illegalmente e mettendo le mani sui ignari pazienti in modo ripetuto e continuo. Ecco perché non ha nulla a che vedere con la tenuità del fatto.

Autovelox tra le siepi: multa valida se segnalato

Non sempre le multe prese con autovelox vengono annullate. A volte giudici confermano le sanzioni. Come nel caso di questo automobilista che contestava la multa rilevata da un autovelox, che a suo dire era occultato e nascosto. Motivo per cui ha chiesto l’annullamento della sanzione. Richiesta nettamente respinta dalla Corte di cassazione con una recente ordinanza [19], in cui i giudici sostengono che la valutazione sul posizionamento e sulla visibilità del macchinario di rilevamento spetta al giudice di merito. In questo caso secondo i giudici l’autovelox era presegnalato in modo corretto, e la postazione di presegnalazione era perfettamente visibile agli occhi degli automobilisti, che così potevano tranquillamente dedurre che di li a poca distanza ci sarebbe stato un autovelox. Questo era semplicemente posizionato all’uscita di una corsia di re immissione dall’area dell’autogrill. Un conto quindi è la mancata o occultata presegnalazione. Tutt’altro conto è la corretta presegnalazione, che informa chiaramente gli automobilisti di ciò che li aspetta da li a poche centinaia di metri. Conclusione: Accertate questo prima di presentare ricorso per un autovelox nascosto.

Multa notificata oltre i 90 giorni: è nulla

Questa volta il Comune di Milano dovrà arrendersi al fatto compiuto. E gli automobilisti hanno una certezza in più a cui appellarsi. Quando prendiamo una multa con l’autovelox (che quindi non può essere accertata sul momento, ma ci viene recapitata a casa) il termine massimo che i vigili hanno per notificarcela è di 90 giorni, trascorsi i quali la sanzione si può stracciare, perché nulla. È stata la Corte di cassazione a mettere una pietra tombale su una questione su cui il Comune di Milano si era letteralmente incaponito. Quella di notificare molto oltre questo termine era diventata ormai consuetudine, e già l’associazione Altroconsumo aveva fatto ricorso contro le valanghe di multe tardive inflitte agli automobilisti. Ora i giudici della Suprema corte, con una sentenza [18], hanno definitivamente disintegrato le giustificazione apportate dall’amministrazione meneghina a questa pratica. Il caso in questione vede un cittadino inviperito, che nel 2014 si era visto notificare a casa una multa per eccesso di velocità presa con autovelox, ben 180 giorni dopo aver commesso l’infrazione, in barba al codice della strada [17], che stabilisce chiaramente come qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata (il caso dell’autovelox), il verbale deve essere notificato al trasgressore entro 90 giorni dall’accertamento. Per il Comune di Milano questi “90 giorni dall’accertamento” si traducono in 90 giorni dal momento in cui i vigili hanno terminato di esaminare fotogrammi e svolgere tutte le opportune indagini, che possono richiedere molto tempo e si possono scontrare con un elevato numero di violazioni da accertare. Per la Cassazione invece, il Comune l’ha sparata decisamente grossa: 90 giorni dall’accertamento significa dalla data in cui l’infrazione è stata rilevata. E non si può sforare solo per motivi inerenti l’organizzazione amministrativa. Niente più scuse quindi. Gli automobilisti vincono e il Comune di Milano ne esce con le ossa rotte. Se ricevete a casa una multa presa con l’autovelox oltre i 90 giorni avete una buona probabilità di vedervela annullare.

Autovelox: multa nulla se sul verbale non è indicata la taratura

Prima ha parlato la Corte costituzionale [16], stabilendo l’obbligo per i sistemi di rilevamento della velocità di essere sottoposti a specifici controlli e revisioni annuali, per vegliare sul loro corretto funzionamento e sulla taratura. Certificati che gli automobilisti multati avrebbero potuto pretendere in qualsiasi momento. Ora la Cassazione si spinge oltre [15]: non è più sufficiente il controllo periodico sul funzionamento e sulla taratura. È obbligatorio anche inserire la taratura sul verbale di contestazione della multa. Qualora non venga fatto, e sul verbale sia assente ogni riferimento a tarature e controlli, la multa è nulla. In pratica non sarà più il nostro spericolato automobilista a doversi accertare, richiedendo il certificato, del corretto funzionamento e della revisione dell’autovelox, nel momento in cui viene multato per eccesso di velocità. È dovere di chi stila il verbale provare in modo scritto e nel verbale, l’avvenuta revisione.

Multa valida se manca il tratto in cui hai commesso infrazione

Fai attenzione a contestare le multe in cui nel verbale di accertamento manchi l’indicazione esatta del tratto di strada dove hai commesso l’infrazione. In alcuni casi potrebbero comunque esser valide. Lo ha confermato una recente ordinanza della Corte di cassazione [14] che ha drasticamente rigettato il ricorso di un cittadino, multato per violazione del codice della strada, che aveva contestato la decisione del Tribunale (reo di aver confermato la multa, condannandolo a pagare). Motivo del ricorso? Secondo lui gli agenti, non avevano opportunamente indicato all’interno del verbale l’esatto tratto di strada, nel decreto prefettizio, in cui avrebbe commesso l’infrazione. Secondo lui quindi la multa non era valida. Evidentemente questa è una personale opinione dell’automobilista, che non ha trovato riscontro nella decisione dei giudici. Sia il Tribunale sia la Cassazione si sono soffermati sul principio che l’indicazione del tratto di strada in cui la violazione è stata commessa, è obbligatorio solo quando l’eccesso di velocità è stato rilevato con sistemi a distanza (esempio autovelox). Ciò non vale nel caso in cui l’infrazione sia stata rilevata con apparecchiature gestite direttamente dalla polizia. In questi casi gli agenti non sono obbligati a specificare nel verbale il tratto stradale testimone dell’infrazione nell’apposito decreto prefettizio. Il ricorso del cittadino spericolato è stato respinto e la multa convalidata.

Guida spericolata per soccorrere un animale: multa legittima

Evidentemente esseri umani e animali non hanno la stessa dignità, almeno per la Corte di cassazione [13]. Lo si desume dal trattamento ricevuto da un medico veterinario, multato mentre guidava a grande velocità sorpassando le auto ferme al semaforo rosso, per precipitarsi a soccorrere un cane affetto da osteosarcoma in fase terminale. Questo nonostante in quella corsa, il medico fosse scortato dalla polizia, che dopo avergli fatto la multa, lo ha accompagnato sul posto. Il veterinario aveva fatto ricorso contro la sanzione, appellandosi allo stato di necessità  derivante dalla fretta di arrivare sul posto per prestare cure urgenti all’animale. Il Giudice di pace di Ancona aveva compreso le motivazioni del medico e accolto il suo ricorso, annullando il verbale, che lo aveva visto multato per aver sorpassato le auto ferme al semaforo, invadendo la corsia di marcia opposta. Peccato però che Ministero dell’interno e prefettura (non concordi) sono ricorsi in Cassazione. I giudici della suprema Corte hanno completamente ribaltato la decisione del Giudice di pace. La Corte ha stabilito che si possono escludere responsabilità amministrative per casi di questo tipo solo quando in gioco c’è un grave danno alla persona, cioè quando sia in pericolo la vita di un essere umano, non quella di un animale. In sostanza, un animale sta morendo e tu sei il suo veterinario chiamato a soccorrerlo? Non sei giustificato a guidare in modo spericolato per giungere sul posto quanto prima ed alleviare le sue sofferenze. Devi comunque rispettare il codice della strada, senza utilizzare come giustificazione lo stato di necessità.  Se non lo fai la sanzione amministrativa è legittima.

Dirigente tarda ad agire in autotutela: deve pagare i danni

Siete dirigenti pubblici – ad esempio comandanti della polizia locale di un comune – e, in barba al codice della strada, decidete di posizionare erroneamente un sistema di autovelox, che produce un mare di multe. Gli automobilisti inviperiti fanno ricorso per annullamento dei verbali e tutti vincono questi ricorsi. Che ne è di tutte le spese che l’amministrazione è costretta a sostenere? La Corte dei corti ha deciso che sarete sanzionati per danno erariale e dovrete pagare i danni causati [12]. Il condannato dalla Corte in questione per danno erariale è proprio un comandante di polizia locale, che su una strada classificata come E, e quindi secondo il codice della strada, con l’esclusiva possibilità di installazione di autovelox a rilevazione immediata della velocità, aveva invece fatto installare un autovelox fisso, ottenendo come conseguenza una raffica di multe. Verbali a cui molti automobilisti hanno presentato ricorso, vincendolo. Il comandante era prima stato condannato in primo grado al pagamento 152 mila euro per le spese sostenute dall’amministrazione per la notifica dei verbali e per i ricorsi degli automobilisti accolti. La Corte dei conti ha poi rilevato la colpa grave del dirigente, confermando la condanna al pagamento dei danni. Anche se, per via del fatto che, riconosciuto l’errore (con ritardo),  fossero stati annullati alcuni verbali, la somma da versare si è notevolmente ridotta. Il motivo della conferma parziale della condanna è presto detto: riconosciuto l’errore fatto (anche se dopo un mese), il comandante avrebbe dovuto rispondere immediatamente alle istanze in autotutela, annullando subito le multe. Invece il comando di polizia municipale, di fronte alle richieste di annullamento con l‘autotutela, ha risposto picche, rigettandole, non lasciando altro spazio ai cittadini se non l’impugnazione. L’autotutela c’è poi stata, ma solo dopo un anno. Occhio quindi a come utilizzate il vostro potere di dirigenti. Se le vostre azioni sono palesemente in contrasto con il codice della strada, e di fronte al ricorso in autotutela per annullamento delle multe, rispondete a muso duro, potreste essere sanzionati e condannati per danno erariale a risarcire all’amministrazione pubblica le spese sostenute.

Mancato versamento Iva: la crisi di liquidità non lo giustifica

Mettiamo che tu sia il rappresentante legale di una società e ometta di versare entro i termini dovuti l’acconto Iva riferito al periodo di imposta successivo. Vieni condannato a 5 mesi di reclusione, ma decidi di fare ricorso, perché in quel periodo l’azienda stava attraversando una forte crisi di liquidità, dovuta a crediti non riscossi e tu non hai versato l’Iva per causa di forza maggiore (a causa di questa crisi), non certo perché non volevi farlo. Non ti stupire se da oggi in poi i giudici risponderanno picche a questa tua impugnazione. Potranno farlo, forti del fatto che la Cassazione [11] ha deciso che la crisi di liquidità non può essere invocata per giustificare il mancato versamento Iva da parte dell’azienda ed evadere l’imposta tributaria. Questo problema economico  non deve essere utilizzato come causa di forza maggiore. Almeno fino a quando non si è tentato di tutto per recuperare i crediti dovuti e non si dimostri la totale impossibilità a fronteggiare questa crisi. Fino ad allora non può essere utilizzata come scusante per escludere la tua colpevolezza. Puoi venirne fuori solo in un modo: versando integralmente – compresi oneri amministrativi e sanzioni – le somme dovute all’erario. Un decreto del 2015 [10] infatti stabilisce che l’integrale pagamento degli importi dovuti diviene causa di non punibilità per il reato di cui sei stato accusato (è il ravvedimento operoso per intenderci). E questo – secondo la Corte – avviene sia che tu paghi interamente prima della dichiarazione di apertura dibattimento sia che saldi tutto dopo, purché tu lo faccia prima del giudicato.

Fatture false: con il ravvedimento operoso si patteggia 

La Corte di cassazione contraddice Agenzia delle entrate e Guardia di finanza. La posta in gioco è la possibilità di utilizzare il ravvedimento operoso [9] per evitare la punibilità del reato tributario di falsa fatturazione e patteggiare. Il ravvedimento non è altro che uno strumento con cui il contribuente può regolarizzare violazioni, irregolarità e omissioni in materia tributaria. In particolare Fisco e Guardia di finanza, in una serie di quesiti in merito, avevano espressamente ribadito poco tempo fa come non sia possibile utilizzare il ravvedimento operoso quando si viene pescati nel pieno di condotte fraudolente come le false fatturazioni, per evitare di essere puniti e ridimensionare la sanzione applicata. La condotta fraudolenta mirata a false fatturazioni per operazioni inesistenti non si può quindi correggere. Non sono dello stesso avviso invece i giudici supremi della Cassazione, che con una sentenza dello scorso febbraio [8] – destinata ad aprire un braccio di ferro con l’amministrazione tributaria – hanno rovesciato la posizione, dando il via libera al ravvedimento operoso nei casi di reati tributari come le fatture false, come prerequisito per patteggiare. Sempre che si corra a sanare tutti i debiti tributari, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. La questione su cui si è espressa la suprema Corte vedeva protagonista la legale rappresentante di una società accusata e condannata dal tribunale a due anni di reclusione, per aver indicato, nella dichiarazione annuale delle imposte, passivi fittizi, avvalendosi di fatture false per operazioni mai avvenute, allo scopo di evadere il fisco. È qui che i giudici supremi hanno ammesso la correzione spontanea della condotta fraudolenta dell’imputata, ribadendo la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso. Patteggiamento che può essere richiesto però solo pagando integralmente i debiti dovuti – compresi di sanzioni amministrative e interessi – prima della dichiarazione di inizio dibattimento. L’agenzia delle entrate è dunque avvisata. Vedremo se la sentenza della Corte verrà accolta e se servirà a chiarire la vicenda e dare una risposta definitiva alla questione.

Niente carcere per chi camuffa la targa dell’auto

Ancora una strizzatina d’occhio agli automobilisti furbetti (almeno in parte). A darla è la Cassazione, in riferimento a un comportamento che più volte si è visto in chi vuole evitare di essere preso in castagna dall’autovelox. Il fatto in questione è la copertura della targa dell’auto. Magari con lo scotch, pronto a tagliare e trasformare una T in una I e modificare qualsiasi altra lettera. Lo scopo è fare in modo che dalla foto dell’autovelox non si riesca a risalire (almeno così si crede) alla targa corretta. Un comportamento che finora è stato inserito tra i reati puniti ai sensi di un articolo del codice penale [6] che stanga chi sopprime, distrugge e occulta un atto pubblico vero, per trarne un vantaggio. Reato per cui è previsto il carcere. Almeno lo era. Fino al momento in cui – a febbraio 2018 – i giudici della Cassazione hanno deciso di applicare la mano più morbida verso questo comportamento [7]. Non hanno negato la condannabilità del fatto, che comunque continua a ruotare attorno alla norma del codice penale per distruzione o occultamento di sigillo pubblico (e la targa lo è), ma ne hanno riconosciuto la tenuità. Non si rischia più quindi il carcere, al massimo una multa (che rientra però sempre nella sfera penale, anche se economica). Il riconoscimento della tenuità del fatto comunque potrebbe portare a un’archiviazione del processo, e quindi anche della pena, per condotta non grave.

Collare antiabbaio è reato: multe ai padroni per maltrattamento

Usciamo per un attimo dalle questioni riguardanti multe stradali e autovelox e addentriamoci negli obblighi previsti per i proprietari di cani e altri animali domestici. Anche qui infatti sono previste sanzioni e multe se se violiamo certi comportamenti a danno dei nostri amici a quattro zampe. Ad esempio in caso di abbandono o maltrattamento. Ultima della Cassazione [5], che pone fine (si spera) alla tanto discussa consuetudine di punire l’istinto urlatore dei nostri cani – l’abbaio – è dello scorso 24 gennaio. Spesso si utilizzano collari antiabbaio che rilasciano scariche elettriche ogni volta che Fido apre la bocca per emettere voce e abbaiare. La Corte ha detto basta a questa pratica, confermando la condanna di un proprietario di Verona, che obbligava i suoi due cani a indossare questo collare. Il comportamento, secondo i giudici della suprema Corte, è paragonabile a un vero e proprio maltrattamento nei confronti degli animali perché incide sul loro benessere psico-fisico. In pratica, il collare antiabbaio è considerato maltrattamento e, in quanto tale, reato penale, punibile con detenzione o multa. In signore in questione si è visto infliggere una sanzione di 800 euro più duemila euro alla Cassa delle ammende. I proprietari di cani sono avvisati.

Multa autovelox su rettilineo: nulla se il verbale è generico

Tornando alle nostre odiate multe da autovelox, la Cassazione pochi mesi fa ha inflitto un altro duro colpo alla sciatteria e alla genericità con cui talvolta gli organi di polizia giustificano i loro verbali contestati successivamente (e non istantaneamente). Un’ordinanza della suprema Corte [4] stabilisce che non può essere fatta una multa tramite autovelox su un lungo rettilineo, senza intimare prima l’alt all’automobilista. Non si capisce come mai – secondo i giudici – non si possa trovare il tempo su una strada così lunga di fermare il guidatore, anziché contestare il verbale successivamente con le solite giustificazione generiche che vengono scritte nei verbali. Se proprio non si riesce a fermare l’automobilista, la motivazione del verbale deve essere specifica e non generica e di facciata. Qualora invece lo fosse, l’automobilista può fare ricorso per annullare la multa.

Multe e sanzioni: partita la notifica via Pec

Era stato annunciato ed ora è pronto a concretizzarsi. Prende il via la sperimentazione digitale delle multe e sanzioni notificate via Posta Pec. Siete spaventati? Forse è meglio cominciare ad entrare in confidenza con questo nuovo modo di comunicare le multe. Un decreto [2], pubblicato in Gazzetta ufficiale a gennaio 2018, ha introdotto la possibilità per gli organi di polizia di notificare i verbali di contestazione della multa inflitta all’indirizzo di posta Pec (posta elettronica certificata, utilizzata per le e-mail di valore legale) del cittadino trasgressore che ne sia in possesso. La notifica va fatta a chi ha commesso l’infrazione e al proprietario dell’auto con cui è stata commessa la violazione. Inoltre, gli agenti possono anche andare a ricercare questo indirizzo Pec (qualora in fase di multa non venga comunicato dal cittadino) nei pubblici elenchi. Ma per quali tipologie di multe e sanzioni è possibile ricevere la notifica via Pec? Una circolare del Ministero dell’interno [3], emanata a febbraio 2018, ha dato alcuni chiarimenti in merito. Ha stabilito infatti che tra le violazione notificabili all’indirizzo di posta certificata del trasgressore ci sono: tutte le sanzioni amministrative, comprese quelle relative al cronotachigrafo (la sorta di scatola nera che per legge deve essere installata su tutti i veicoli adibiti al trasporto di persone superiore alle 3,5 tonnellate e su tutti gli autobus con oltre 9 posti). Vanno tutte notificate via Pec seguendo la procedura del codice dall’amministrazione digitale. Occhio però, le notifiche via Pec valgono solo se accertate dagli agenti di polizia in carne ed ossa. Mai da autovelox o telecamere della Ztl.

Tutor camuffato da cartello autovelox: la multa è nulla

Guerra dichiarata dal Giudice di pace di Terracina alle amministrazioni comunali furbette [1]. Nell’odissea continua degli automobilisti, alle prese con il controllo della velocità su strada, degli autovelox, dei tutor e di tutte le multe che ne arriva un’importante novità destinata a fare giurisprudenza. Il cartello che segnala la presenza del Tutor non può multare gli automobilisti spacciandosi per avviso di autovelox. Sono infatti due cose ben distinte. Il Giudice di pace è stato fermo nel ribadire che Tutor e Autovelox sono due cose ben distinte. Il tutor deve vegliare sulla sicurezza stradale, anche mediante il controllo elettronico e il suo strumento di misurazione della velocità consiste nel catturare la velocità media dell’automobilista, utilizzando due punti diversi di misurazione (porta di entrata e di uscita). L’autovelox invece rileva la velocità in modo istantaneo in un unico punto. Se l’amministrazione invece mette su strada un sistema di Safety Tutor, con un cartello che induce l’automobilista a pensare che sia invece un autovelox, alterando così la sua percezione della guida e portandolo a rallentare e accelerare al superamento dell’apparecchiatura e addirittura a rischiare incidenti, ecco che sbaglia. E l’automobilista può tranquillamente fare ricorso per vedersi annullare multa. Proprio come è successo al cittadino ricorrente che si è visto accogliere il ricorso da questo Giudice.

Il dipendente deve risarcire i danni al datore di lavoro?

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Risarcimento del danno richiesto al lavoratore dipendente: il procedimento disciplinare è obbligatorio? Si può effettuare una trattenuta sullo stipendio superiore a un quinto?

Il capo sostiene che tu abbia procurato dei danni all’azienda: oltre ad aver rotto un macchinario, hai anche obbligato l’azienda a ridurre la produzione e, quindi, gli incassi della giornata. Ora pertanto vuole che tu gli risarcisca i danni subìti. Anzi, minaccia di trattenere tali somme sulla tua successiva busta paga, che tu lo voglia o meno. A te sembra assurdo perché, se davvero così fosse, il datore di lavoro sarebbe libero di quantificare da sé le perdite e, quindi, anche di esagerarle; dall’altro lato sai bene che lo stipendio è inviolabile e, tutt’al più, può essere pignorato nei limiti di un quinto. Chi di voi ha ragione? Il dipendente deve risarcire i danni al datore di lavoro? In questo articolo cercheremo di dare una risposta ai tuoi dubbi, spiegando sia cosa succede nel caso in cui il danno sia stato determinato da un evento accidentale, per il quale il lavoratore non ha colpe, sia invece da un suo comportamento negligente, non rispettoso del regolamento aziendale o delle norme di legge. 

Risarcimento del danno al dipendente: a quali condizioni richiederlo?

Da un lato è vero, come hai tu stesso pensato, che lo stipendio non può essere pignorato per più di un quinto, ma dall’altro lato è anche vero che una norma del codice civile [1] stabilisce l’obbligo per ciascun cittadino, ivi compresi i lavoratori dipendenti, di risarcire tutti i danni causati a terzi da una propria condotta colpevole. Tra le due norme quale prevale? 

Risarcimento: necessaria una sentenza di condanna del lavoratore

Il primo aspetto da tenere presente è che, se il datore di lavoro vuole risarciti i danni dal proprio dipendente, non può quantificarli da sé in autonomia a meno che non trovi un accordo con il dipendente stesso. Egli pertanto deve avviare una causa contro di lui. Per legge, infatti, è possibile pretendere una somma di denaro da un’altra persona a patto che tale importo sia “certo” e “liquido”. La “certezza” deve provenire da una quantificazione avente carattere di ufficialità, che neanche una fattura di un tecnico o il confronto con i bilanci dell’anno precedente potrebbe fornire. Detto in parole più concrete: c’è bisogno del giudice e di una sentenza di condanna che quantifichi esattamente gli importi da risarcire. Pertanto, solo proponendo una causa contro il lavoratore, il datore di lavoro può sperare di pretendere il risarcimento da chi gli ha causato un danno ed, eventualmente, compensarlo con la sua busta paga.

Risarcimento: necessaria la colpa del dipendente

Il secondo aspetto da tenere in considerazione è che, se il danno è stato causato da un guasto accidentale o da un evento per il quale il dipendente non ha alcuna colpa, nessun risarcimento gli può essere chiesto. Questo concetto va considerato in un’accezione molto ampia, tenendo conto del normale logorio alle cose che può derivare dal loro normale uso. Facciamo un esempio. 

Un dipendente è addetto alla guida dell’auto aziendale. Per ben tre volte di seguito nello stesso mese finisce con le ruote dentro una buca, distruggendo i copertoni. Il datore di lavoro gli rimprovera l’assenza di attenzione e l’incapacità di evitare gli ostacoli della strada, tanto più in orario diurno e in assenza di pioggia. Così decide di trattenere i costi per la riparazione dalla sua busta paga. Può farlo? La risposta è no: in questi casi bisogna tenere conto del normale rischio che può riguardare chiunque, anche se a causa di una piccola distrazione, nell’orario di lavoro. Non è possibile addossare al lavoratore subordinato una responsabilità che costituisca assunzione del rischio proprio dell’attività svolta dall’imprenditore.

Per poter chiedere il risarcimento, è quindi necessario che il dipendente sia colpevole per la violazione delle più basilari regole di prudenza e attenzione richieste a un uomo medio. La colpa può consistere anche nella violazione del regolamento aziendale (si pensi a un dipendente che, in spregio a quanto impostogli, lascia sempre il computer acceso, così comportandone una rottura) o delle norme del contratto collettivo nazionale. Proprio il contratto collettivo nazionale potrebbe fungere da discrimine e stabilire quali danni possono essere imputati ai lavoratori e quali no.

Attenzione: secondo la Cassazione [2], il grado di diligenza richiesto al dipendente varia a seconda della delicatezza e delle mansioni a lui affidate. È chiaro che tanto più il lavoratore è qualificato (e quindi pagato) tanto più può essere ritenuto responsabile per i danni causati all’azienda. Dice infatti la Suprema Corte che «il grado di diligenza richiesto per la prestazione lavorativa va valutato alla luce del contenuto oggettivo della prestazione e non della rappresentazione soggettiva che di essa possa avere il prestatore. Così può non essere indifferente il mancato raggiungimento del risultato atteso, laddove risulti che il lavoratore non ha fatto tutto il possibile per conformare l’esecuzione dei propri compiti al livello di diligenza richiesto dalla natura delle mansioni affidategli, da correlare all’interesse dell’impresa, ossia alle particolari esigenze dell’organizzazione in cui la prestazione si inserisce».

Risarcimento: è necessario il procedimento disciplinare nei confronti del dipendente?

Si potrebbe a questo punto pensare che, se è vero che il risarcimento del danno è subordinato alla colpa del dipendente, è necessario anche l’avvio di un procedimento disciplinare nei suoi confronti. E questo perché ogni volta che il lavoratore viola uno degli obblighi a lui spettanti sul lavoro è necessario adottare le garanzie dello Statuto dei lavoratori. Ma non è così. Secondo infatti la Cassazione [3], il datore di lavoro può chiedere il risarcimento dei danni anche senza avviare il procedimento disciplinare oppure può avviare entrambi insieme o solo il procedimento disciplinare. In buona sostanza, in caso di danni procurati dal lavoratore all’azienda, quest’ultima ha tre alternative:

  • chiedere il risarcimento del danno;
  • chiedere il risarcimento del danno e avviare il procedimento disciplinare;
  • avviare solo il procedimento disciplinare.

Bisogna comunque verificare sempre se il contratto collettivo di lavoro stabilisce condizioni più restrittive per il datore di lavoro [4].

Se viene avviato il procedimento disciplinare, è necessario che vengano adottate le seguenti garanzie:

  • la contestazione immediata e specifica dell’addebito al dipendente: non deve trascorrere troppo tempo dal fatto o da quando il datore di lavoro ne ha avuto conoscenza;
  • la contestazione per iscritto, salvo che la sanzione consista in un semplice richiamo verbale;
  • la contestazione specifica del comportamento colpevole: il lavoratore deve essere messo in condizione di sapere quale regola ha violato in modo da potersi difendere;
  • La contestazione deve dare al dipendente 5 giorni di tempo per presentare degli scritti difensivi e/o chiedere di essere sentito personalmente. Una volta ricevuta la difesa del lavoratore, il datore deve prendere una decisione e comunicare al più presto all’interessato l’esito del procedimento disciplinare.

Nei casi più gravi si può arrivare anche al licenziamento.

Licenziamento e risarcimento del danno

Sicuramente è possibile cumulare sia le sanzioni disciplinari, e finanche il licenziamento, con la richiesta di risarcimento del danno. Secondo la Cassazione [2], l’inosservanza dei doveri di diligenza comporta non solo l’applicazione di eventuali sanzioni disciplinari, ma anche l’obbligo del risarcimento causato all’azienda se si dimostra che il danno subito da quest’ultima sia correlato a una condotta colposa del lavoratore (sotto i profili della negligenza, dell’imprudenza o della violazione di specifici obblighi contrattuali o istruzioni legittimamente impartitegli dal datore di lavoro).

Risarcimento del danno: lecita la trattenuta sullo stipendio?

Verifichiamo ora se il datore di lavoro, dopo aver ottenuto una sentenza che gli riconosce il diritto al risarcimento del danno nei confronti del lavoratore, può operare una trattenuta sullo stipendio (o, in caso di licenziamento, sull’ultima busta paga con il TFR) per compensare le somme a lui dovute con quelle invece da versare al lavoratore. La risposta data dalla Cassazione [4] è stata affermativa. Qui non opera più il limite del “quinto del pignoramento” che, nelle normali esecuzioni forzate presso terzi, può essere oggetto di pignoramento. Quindi, per ipotesi, il datore di lavoro potrebbe compensare anche tutto lo stipendio o il Tfr con il risarcimento che gli spetta.  

Cosa sono i danni morali

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come fare ad avere il risarcimento dei danni morali, come provare le lesioni e quando la richiesta può essere presentata in causa. Le condizioni per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale.

Se hai intenzione di fare causa a qualcuno e di chiedergli un risarcimento sarai armato delle più bellicose pretese. Così, dovendo quantificare i danni subiti, non ti limiterai certo alle spese sostenute o ai guadagni persi a causa dell’illecito, ma sicuramente vorrai anche i danni morali. Hai sempre sentito questo termine in bocca agli avvocati, così ti trovi a ripeterlo senza forse sapere neanche a cosa si riferisce. Cosa sono i danni morali? Come fare a dimostrare di avere subito un pregiudizio di questo tipo e, soprattutto, come quantificarlo in assenza di documenti che ne determinino l’esatto ammontare? Per quanto possa apparirti scontato, chiedere il risarcimento per la sofferenza causata da un vicino rumoroso che non ti ha fatto dormire la notte, per un arto ingessato a causa di un incidente stradale, per una terapia medica che ha peggiorato la tua salute, per un contrattempo che ti ha impedito di presentarti a un importante appuntamento di lavoro, non è così facile come sembra. Sul concetto di «danno morale» si sono infatti espresse centinaia di sentenze della Cassazione, tutte volte a spiegare i confini di questa particolare figura. In assenza, infatti, di una esplicita definizione di legge, sono i giudici a illustrare il sentiero che deve percorrere chi intende fare una causa di risarcimento.

Se dunque anche tu ti stai chiedendo cosa sono i danni morali, sei capitato sulla pagina giusta: in questo articolo cercheremo di spiegarti di cosa si tratta e come far valere i tuoi diritti.

Cos’è il danno?

Partiamo da una massima di comune saggezza: chi rompe paga. Ma cosa paga? Certamente l’oggetto che ha rotto; quindi è tenuto, nei confronti del proprietario, ad acquistarne uno nuovo. Hai sempre accettato questa regola come un elemento essenziale del vivere civile. Eppure, così interpretata, la regola è sbagliata. Infatti se l’oggetto rotto era anche vecchio, il proprietario si avvantaggerebbe da tale situazione, finendo per lucrare sulla differenza di valore tra quello nuovo (ottenuto in cambio) e quello vecchio ormai rotto. Così è più giusto dire che «chi rompe» non paga il valore di un oggetto nuovo, ma il valore che aveva quello rotto al momento del danno. In altri termini, chi compie un illecito che pregiudica i diritti di un altro soggetto è tenuto a versargli il risarcimento del danno e, in particolare, solo quello effettivamente subìto [1].

A ciò si aggiunge che, molto spesso, non è neanche possibile riportare le cose per come erano prima: quando il danno è ormai irrimediabile (pensa a un pregiudizio alla salute non più curabile), l’unica via percorribile è chiedere un ristoro economico, ossia una somma di denaro.

Finora abbia parlato del danno patrimoniale, quello cioè al portafoglio: la perdita subìta, in termini di soldi, per il danno altrui. Ma oltre al danno patrimoniale esiste anche il danno non patrimoniale, che è quello per la sofferenza fisica e interiore causata dall’illecito. Ad esempio, se una persona ti distrugge un caro oggetto di famiglia, passato di mano di generazione in generazione e probabilmente neanche più utilizzabile, avrai un danno patrimoniale molto basso (l’oggetto aveva uno scarso valore commerciale), ma un danno non patrimoniale elevato (la memoria e l’affetto collegati all’oggetto). Se una persona ti fa uno sfregio sulla faccia, probabilmente non avrai alcun danno dal punto di vista economico se non le medicine acquistate per la guarigione, ma da un punto di vista non patrimoniale il danno sarà estremamente consistente e consiste nel pregiudizio all’estetica e nella vergogna che potresti provare nel mostrarti in pubblico (sia anche per poco tempo) col volto sfigurato.

Il danno non patrimoniale, quindi, al contrario di quello patrimoniale, non è immediatamente quantificabile in termini economici, per cui si ricorre a criteri presuntivi e alla cosiddetta “equità”, un criterio che consente al giudice di determinare il danno di volta in volta sulla base di quanto gli appare giusto nel caso concreto.

Cos’è il danno morale

Quanto abbiamo detto ci porta sulla strada giusta per capire cosa sono i danni morali. Il danno morale rientra nel danno non patrimoniale e consiste in quella sofferenza interiore e psicologica che il danneggiato è costretto a subire in conseguenza del fatto illecito altrui: esso consiste nel cosiddetto patema d’animo, nella sofferenza interiore, il perturbamento psichico o il pregiudizio arrecato alla dignità o integrità morale quale massima espressione della personalità di ogni individuo.

Il danno non patrimoniale – è stato chiarito dalla Cassazione – non si identifica con il solo danno morale ma rappresenta una categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore garantito dalla Costituzione inerente la persona, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica. Vi rientrano, oltre al danno morale, sia il danno biologico che il danno esistenziale.

Quando il danno morale può essere risarcito?

Non si deve però ritenere che ogni turbamento psicologico debba essere risarcito. Lo stress per la paura di arrivare tardi a un incontro non è equiparabile a quello subìto da un malato per una diagnosi errata (si pensi al medico che riferisca la presenza di un male incurabile mentre invece non è vero). Secondo la Cassazione, quindi, i semplici disagi o gli inconvenienti della vita quotidiana non possono essere oggetto di risarcimento del danno morale. Ad esempio non può essere risarcito il danno per un taglio di capelli sbagliato o per un tacco di scarpa rotto in un tombino che abbia costretto una donna a zoppicare fino a casa; non può essere risarcito il danno di chi riceve un atto di citazione infondato o una cartella di pagamento illegittima che viene poi annullata dal giudice. Si tratta di pregiudizi della normale quotidianità e il “vivere” porta sempre con sé un margine di rischio. Questo rischio, seppur derivante da un altrui illecito, non può essere oggetto di risarcimento.

Leggi Fare causa per danni morali.

La Cassazione ha più volte detto che i danni morali possono essere risarciti solo in due casi:

  • quando si è violato un diritto costituzionale (quindi uno dei diritti fondamentali della persona come l’onore e la reputazione, la famiglia, la salute, l’identità personale, ecc.);
  • quando il fatto illecito consiste in un reato.

Differenza tra danno morale e danno biologico

Avrai anche sentito parlare di danno biologico. Qual è la differenza col danno morale? Il danno biologico è il danno alla salute, quella limitazione che puoi subire, ad esempio, a un arto dopo aver fatto un incidente o essere caduto da una scala mentre lavoravi. Può essere un danno definitivo o limitato a un periodo di tempo, quello necessario per la guarigione. Va ovviamente risarcito e la quantificazione viene fatta con apposite tabelle, le cosiddette tabelle del danno biologico. In esse viene dato un valore ad ogni punto di invalidità, rapportato anche all’età del danneggiato; sulla scorta di questo valore viene definito quindi il risarcimento.

Invece il danno morale coincide con una sofferenza di natura passeggera, quale turbamento subito sia al momento dell’incidente che in occasione delle cure e della convalescenza dalla malattia ma che poi è destinato a passare. Tale pregiudizio va riconosciuto indipendentemente dall’ipotesi in cui il soggetto leso abbia anche subito un danno biologico di natura fisica o psichica. Il danno morale, quindi, riguardando la lesione della integralità morale della persona umana, è autonomo rispetto al danno biologico. Ne consegue che si può chiedere il risarcimento per il danno morale anche se non spetta alcun risarcimento per il danno biologico e, come già abbiamo visto, per il danno patrimoniale.

Come avere il risarcimento del danno morale?

Se il danno morale è collegato a un danno fisico e, quindi, in presenza di un danno biologico, le cose si semplificano. Infatti quando il danno biologico è superiore a 3 punti percentuali, il danno morale viene di solito risarcito in automatico, come un tutt’uno con il danno biologico.

Invece, quando non c’è un danno fisico è necessario dare una prova concreta e certa dei danni morali. Come? Ogni prova è valida ma deve essere rigorosa. In più, come abbiamo anticipato poc’anzi, si deve trattare di una lesione seria e non di un semplice disagio.   

Con la separazione spetta il risarcimento del danno?

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Separazione e divorzio tra marito e moglie: l’addebito non comporta il diritto al risarcimento del danno salvo in casi eccezionali. Ecco quali.

Ti stai per separare da tuo marito (o da tua moglie). Ritieni che la colpa per la rottura del matrimonio sia tutta sua: si è comportamento/a male, è cambiato/a rispetto agli inizi in cui eravate fidanzati e non ha mai fatto un passo per venirti incontro. Anzi, dinanzi alla tua richiesta di separazione, ha preso atto della decisione senza combattere o proporti soluzioni. Insomma è chiaro che, tra i due, chi ha tenuto di più al matrimonio sei stata/o tu. Ora però ti chiedi se con la separazione ti spetta il risarcimento del danno. Vorresti infatti essere indennizzata/o per tutte le spese che hai sostenuto in favore della famiglia, famiglia in cui hai da sola/o creduto: dalle spese per la celebrazione delle nozze a quelle per la casa o l’affitto, dall’arredo alle ristrutturazioni, dal mutuo a quelle per le bollette. Se non c’è un risarcimento vorresti almeno il rimborso per tutti i soldi che gli hai regalato in questi ultimi mesi: dai sostegni economici alle donazioni. Esiste un modo per ottenere giustizia? Se questo è il tuo problema, sei capitato nella pagina giusta. In questo articolo ti spiegheremo quello che spetta al coniuge (marito o moglie che sia) dopo la separazione quando la causa dello scioglimento dell’unione è da attribuire all’ex.

Chi è responsabile per la separazione?

Per spiegare se con la separazione spetta il risarcimento del danno, dobbiamo introdurre alcuni concetti fondamentale sulla responsabilità dei coniugi in caso di crisi. 

Come ben saprai, il matrimonio è fondato su quattro doveri fondamentali. Questi sono:

  1. la fedeltà;
  2. la convivenza sotto lo stesso tetto;
  3. l’assistenza morale;
  4. l’assistenza materiale.

Solo violando uno di questi quattro doveri si può essere ritenuti responsabili per la separazione e il divorzio. In caso contrario, è ugualmente possibile chiedere la separazione, con o senza l’accordo del coniuge, ma non vi sarà un responsabile e un “non responsabile”. Ad esempio:

  • è responsabile chi tradisce il marito o la moglie, ma non è responsabile chi gli dice semplicemente che non lo ama più. “Disinnamorarsi” è un diritto di chiunque e non comporta alcuna responsabilità;
  • è responsabile chi se ne va via di casa per sempre, ma non chi si prende quattro o cinque giorni per “riflettere” in caso di lite;
  • è responsabile chi non si prende cura del coniuge malato o non gli dà i soldi necessari per vivere se ne ha le disponibilità economiche;
  • è responsabile chi non si prende cura della famiglia, né con il proprio lavoro domestico né con il proprio reddito. 

Per separarsi bisogna che vi sia una responsabilità?

Spesso si crede che la separazione possa scaturire solo dalle responsabilità di un coniuge. Non è detto. Si può chiedere la separazione semplicemente perché la «convivenza è divenuta intollerabile», il che succede anche solo per il fatto di non provare più alcun sentimento per il coniuge. Quindi, anche in assenza di responsabilità si può procedere alla separazione e poi al divorzio. Non è necessario che l’altro (o l’altra) sia d’accordo. Se c’è l’intesa, infatti, si procede a una separazione consensuale; se invece non c’è si va ugualmente dal giudice e, proponendo una causa contro l’ex, si ottiene ugualmente la separazione. Il fatto di “non voler dare la separazione” non può essere considerata una responsabilità. Tuttavia il giudice può condannare la parte soccombente alle spese processuali.

Quali sono le conseguenze per chi è responsabile della separazione?

A questo punto, prima di arrivare a dire se, con la separazione, spetta il risarcimento del danno, dobbiamo introdurre il concetto del cosiddetto addebito. Te lo spiegheremo con parole molto semplice, in modo da fugare tutti i possibili dubbi e le incertezze che probabilmente ti sarai fatto leggendo qua e là sul web. 

Se il giudice rileva che la separazione è stata chiesta a seguito di un comportamento illecito di uno dei due coniugi (ossia per violazione del dovere di fedeltà, coabitazione, assistenza morale e materiale), attribuisce a quest’ultimo il cosiddetto addebito: dichiara cioè in capo a lui la responsabilità per la fine del matrimonio.

Cosa comporta l’addebito? Al contrario di quanto puoi pensare l’addebito non implica alcun risarcimento del danno, né il diritto al mantenimento. L’addebito comporta, al contrario, la perdita di diritti in capo a colui cui viene attribuito. In particolare, chi subisce l’addebito non può:

  • chiedere il mantenimento, anche se ha un reddito più basso;
  • diventare erede dell’ex se questo muore prima del divorzio.

Il mantenimento non è una forma di risarcimento del danno ma solo un metodo per consentire a chi guadagna di meno di continuare a mantenere un tenore di vita simile a quello che aveva durante il matrimonio. Ecco perché, sia che abbia o che non abbia l’addebito, il coniuge più “ricco” deve ugualmente versare l’assegno mensile di mantenimento all’ex… a meno che riesca a dimostrare che la separazione è avvenuta per causa di quest’ultimo e quindi a imputargli l’addebito. 

Con la separazione spetta il risarcimento? 

La violazione di uno dei quattro doveri del matrimonio comporta, come unica e naturale conseguenza, solo l’addebito. Non è quindi dovuto alcun risarcimento del danno. 

Quindi, se un coniuge tradisce l’altro, se va via di casa, se non contribuisce alle spese o al ménage domestico non deve risarcire l’ex per il suo comportamento colpevole e per la sofferenza causata dalla separazione.

L’unico caso – in realtà molto raro – in cui è riconosciuto un risarcimento del danno in caso di separazione è quando si sia violato un diritto fondamentale della persona dell’ex coniuge come il diritto alla reputazione o all’integrità fisica. Si pensi, ad esempio, al coniuge che tradisce l’ex e lo fa in pubblico, in modo che tutti lo sappiano, così ledendo la sua reputazione. O a chi picchia violentemente la moglie procurandole delle lesioni (in quest’ultimo caso ci saranno anche gli estremi del reato di lesioni). Leggi anche Quando chiedere i danni al marito o alla moglie.

Il coniuge può quindi agire contro l’altro, colpevole della violazione dei doveri matrimoniali, se tale violazione si traduce nell’aggressione a diritti fondamentali della persona per chiedere un risarcimento dei danni subiti. Ma attenzione, secondo la giurisprudenza, la richiesta di risarcimento del danno va fatta in una causa diversa da quella relativa alla separazione. Infatti si tratta di due oggetti e procedure differenti. È quanto chiarito più volte dalla Cassazione [1]. Sul punto leggi No causa di separazione e risarcimento del danno insieme.

Nelle rare ipotesi in cui è ammesso il risarcimento, si può chiedere sia i danni patrimoniali che quelli non patrimoniali.

La richiesta di risarcimento in caso di separazione è affrontata in relazione a tre ipotesi principali: 

  • violazioni dell’obbligo di fedeltà: per valutare l’ingiustizia del danno si valuta soprattutto l’offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. Non rileva cioè il fatto della relazione extraconiugale di per sé considerata; per configurare gli estremi del danno ingiusto rilevano invece gli aspetti esteriori dell’adulterio (magari particolarmente offensivi e oltraggiosi), come ad esempio il discredito determinato dall’adulterio sull’attività lavorativa del coniuge;
  • violazione del diritto di assistenza tra coniugi: ad esempio la moglie fa mancare per lungo tempo ogni assistenza al marito, malato di mente; il marito, con comportamenti protratti per mesi, fa esplicite affermazioni di aperto disinteresse per le sorti ed i bisogni della moglie e del figlio nascituro, con modalità sprezzanti, dichiarando apertamente e platealmente di volere abbandonare la moglie in condizione di particolare fragilità e bisognosa di assistenza e sostegno morale e affettivo per via del suo stato di gravidanza. In tal caso la moglie ha visto pregiudicata la qualità complessiva del proprio stato di vita in un periodo particolarmente delicato sul piano emotivo, affettivo, relazionale e progettuale quale è quello della gestazione [2]
  • mancata informazione sulle proprie condizioni psicofisiche e sessuali: ad esempio il coniuge che si sposa tacendo di essere impotente o di non poter avere figli.   

Con la separazione spettano i rimborsi spesa?

Con la separazione non spettano i rimborsi per i normali regali e sostegni fatti in costanza del matrimonio in quanto si tratta di obbligazioni naturali nell’ambito del normale rapporto di assistenza reciproca. Solo dimostrando di aver sostenuto delle spese ingenti, come la manutenzione della casa, si può ottenere il rimborso delle stesse.

 

Ricorso contro Agenzia Entrate: quanto tempo per avere i soldi?

Posted on : 27-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vincere una causa contro il fisco: tempi per il rimborso delle imposte e delle spese di lite vantate dal contribuente nei contribuente.

Fare una causa contro il fisco per piccole cifre non sempre conviene: in parte perché i costi del contributo unificato sono elevati e a questi bisogna sempre aggiungere l’onorario del professionista; in parte perché, molto spesso, anche se vai davanti al giudice, devi sempre pagare una parte dell’imposta richiesta (diversamente viene iscritta a ruolo e rischi la cartella esattoriale). Se poi, a tutto questo, aggiungi che, in caso di vittoria, i tempi di rimborso dell’imposta precedentemente versata e delle spese processuali sono biblici è chiaro che l’interesse del cittadino a una giustizia certa non sempre viene rispettato. Ora però, almeno sotto quest’ultimo versante, ci sono grosse novità. Se ti stai chiedendo «cosa succede se vinco il ricorso contro l’Agenzia delle Entrate? Quanto tempo per avere i soldi?», sappi che è la stessa Agenzia ad aver chiarito quali sono i tempi di rimborso delle imposte pagate e da rimborsare. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

Quanto tempo ha l’Agenzia delle Entrate per pagare i rimborsi?

Come abbiamo anticipato in apertura, nel momento in cui vinci un ricorso contro l’Agenzia delle Entrate si pone il problema del rimborso di tre tipologie di somme:

  1. le spese processuali cui è stata condannata l’Agenzia;
  2. le imposte per le quali il giudice ha affermato il diritto al rimborso in favore del contribuente (ad esempio rimborso Irap versata in assenza di presupposti); 
  3. le somme versate in via provvisoria dal contribuente nonostante la pendenza del ricorso (poi deciso a favore del contribuente).

Nel momento in cui esce la sentenza e questa dà ragione al cittadino, quanto tempo ha l’Agenzia delle Entrate per pagare questi importi? In passato abbiamo assistito a situazioni paradossali, in cui gli eredi riscuotevano i soldi dovuti ai loro genitori per ricorsi presentati decine di anni addietro. Ora però sembra che tutto ciò sia solo un brutto ricordo. Stando a quanto detto dall’Agenzia delle Entrate, infatti, a seguito della riforma del processo tributario [1] le sentenze emesse dalle commissioni tributarie sono immediatamente esecutive per tutte le parti in causa: vuol dire che devono essere rispettate non appena vengono pubblicate. E ciò vale sia per il fisco che per il contribuente. Pertanto all’amministrazione finanziaria non possono essere concessi termini più lunghi per adempiere. Risultato: l’Agenzia delle Entrate ha 90 giorni di tempo per effettuare il rimborso degli importi da pagare al contribuente in caso di vittoria, da parte di questi, del ricorso.

In sintesi, con la sentenza favorevole al contribuente anche se non definitiva (perché non sono decorsi i termini per l’appello o è stata presentata impugnazione), il rimborso delle somme spettanti deve avvenire entro 90 giorni dalla notifica della decisione all’agenzia delle Entrate; in caso poi di condanna alle spese di lite a favore del contribuente, l’esecuzione della sentenza deve avvenire nel suo complesso da parte dell’Ufficio. 

Più nel dettaglio, bisogna considerare due diverse norme che regolano tali situazioni. 

Nel caso di sentenza favorevole al contribuente all’esito dell’impugnazione di un atto soggetto a riscossione (ad esempio attraverso iscrizione a ruolo o affidamento in carico all’agente della riscossione), la legge [2] prevede che «il tributo corrisposto in eccedenza rispetto a quanto statuito dalla sentenza della commissione tributaria provinciale, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali, deve essere rimborsato d’ufficio entro 90 giorni dalla notificazione della sentenza». 

Nell’ipotesi invece di sentenza di condanna dell’ufficio al rimborso di versamenti effettuati spontaneamente dal contribuente o al pagamento delle spese di lite, la legge [3] stabilisce che, oltre a disporre l’immediata esecutività delle sentenze di condanna al pagamento di somme in favore del contribuente, prevede che «il pagamento di somme di importo superiore a 10mila euro, diverse dalle spese di lite, possa essere subordinato dal giudice, anche tenuto conto delle condizioni di solvibilità dell’istante, alla prestazione di idonea garanzia». Per l’esecuzione delle predette sentenze, la normativa assegna all’Agenzia delle Entrate il termine di 90 giorni dalla notificazione della sentenza; qualora sia dovuta la garanzia, tale termine decorre dalla presentazione di quest’ultima.

È del resto la stessa Agenzia a chiarire, in una propria circolare, che «L’Ufficio potrà comunque procedere all’erogazione tempestiva del rimborso, anche prima della prestazione della garanzia, ove abbia già deciso di prestare acquiescenza alla sentenza, al fine di evitare di sostenerne i costi» [4].

L’Agenzia delle Entrate chiarisce in ultimo che l’esecuzione della sentenza – e quindi la restituzione al contribuente degli importi indicati nella sentenza che gli dà ragione – va effettuata nel suo complesso, compresa anche l’eventuale condanna alle spese di giudizio (le cosiddette spese processuali). 

Come ottenere dal fisco il rimborso delle somme a causa vinta?

Per ottenere questi rimborsi, che ben difficilmente gli uffici effettueranno di iniziativa in pendenza di sentenza non definitiva, è sempre obbligatoria la notifica della sentenza. Da questo momento l’Agenzia delle Entrate ha 60 giorni di tempo per impugnare la sentenza (se non notifichi invece la sentenza ha sei mesi di tempo).

Anche se il fisco intende presentare impugnazione contro la sentenza che gli dà torto, il termine per il rimborso delle somme (entro 90 giorni) avverrà successivamente alla notifica dell’appello ovvero del ricorso per cassazione. 

In caso di appello o di ricorso per Cassazione sulla decisione che ha riconosciuto al contribuente il diritto al rimborso, quest’ultimo resta libero di non chiedere l’immediata esecuzione della decisione dei giudici (qualora non intenda anticipare gli oneri della garanzia o anche solo per non dover rischiare di restituire le somme ottenute con gli interessi) e di preferire l’attesa di una sentenza definitiva che gli consentirà di avere quanto gli spetta, con gli interessi di legge nel frattempo maturati, senza fornire alcuna garanzia.

Che fare se l’Agenzia delle Entrate non paga le spese e non versa i rimborsi?

Mettiamoci infine nell’ipotesi – tutt’altro che rara purtroppo – in cui il contribuente, pur avendo vinto il ricorso contro il fisco, non ottenga i rimborsi nei 90 giorni previsti dalla legge. Cosa potrà fare? È stata la stessa Agenzia delle Entrate a chiarirlo in una circolare del 2015 [5]: bisogna presentare il ricorso per il cosiddetto giudizio di ottemperanza. Di cosa si tratta?  Tramite il giudizio di ottemperanza il contribuente può adire il giudice tributario quando l’ente impositore non ha dato seguito al comando contenuto nella sentenza. L’ottemperanza è l’unico mezzo di tutela del contribuente a fronte della sentenza rimasta ineseguita, non essendo possibile l’espropriazione forzata. Mediante l’azione di ottemperanza il contribuente, in breve, si rivolge al giudice tributario perché adotti il provvedimento esecutivo della sentenza in luogo dell’Amministrazione, tant’è che il giudizio può comportare la nomina di un commissario ad acta.

Facciamo un esempio. 

Un contribuente ottiene un giudicato di annullamento parziale di un avviso di accertamento, e da ciò consegue l’obbligo, per l’ente, di ricalcolare le somme iscritte a ruolo in precedenza, oggetto di cartelle di pagamento già notificate. Se l’ente impositore non ricalcola le somme (dunque non emette uno sgravio parziale prodromico ad una eventuale cartella di pagamento), è possibile agire in ottemperanza chiedendo l’attuazione del giudicato. Ove, al contrario, l’ente emetta una cartella di pagamento o un avviso di liquidazione degli importi errato, occorre ricorrere nei sessanta giorni contro tale atto sollevando la violazione del giudicato.