Anche i gatti si ammalano e vanno ko per l’influenza

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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Anche i gatti si ammalano e vanno ko per l

I gatti, proprio come gli essere umani, possono prendersi l'influenza.
Questa breve guida vuole rispondere ad alcuni degli interrogativi più frequenti: quali sono le cause dell'influenza felina? Quali sono i principali sintomi? Come la si può curare?

Le principali cause dell'influenza del gatto

L'influenza del gatto, meglio nota come sindrome respiratoria felina, è un'affezione che colpisce generalmente animali giovani, anziani e con scarse difese immunitarie; tra i responsabili della malattia si annoverano:

  • – Herpes Virus-felino-1 (FHV-1);
  • – Calicivirus felino (FCV);
  • – Chlamydia;
  • – batteri di diverso tipo.

Il primo risulta essere il più pericoloso perché attacca le membrane degli occhi e le mucose di naso, faringe, seni paranasali e gola.
La patologia, di norma molto contagiosa, non può essere trasmessa all'essere umano, ma si diffonde rapidamente tra gli animali.

I principali sintomi dell'influenza del gatto

La sintomatologia correlata all'influenza felina comprende:

  • starnuti frequenti;
  • inappetenza;
  • occhi umidi con importante lacrimazione;
  • naso che cola;
  • torpore;
  • congiuntivite;
  • respirazione attraverso la bocca;
  • tosse;
  • alterazione della temperatura interna;
  • eccessiva salivazione;
  • ulcere del cavo orale;
  • dolori muscolari e articolari.

Come si cura l'influenza del gatto

Il gatto che presenta la sintomatologia sopraindicata deve essere sottoposto a un'accurata visita veterinaria. Questa prassi è fondamentale al fine di distinguere un banale raffreddamento da una vera e propria influenza. Vengono, quindi, eseguiti nello specifico alcuni test di laboratorio (tampone nasale) per identificare l'agente patogeno.
La terapia d'elezione si fonda sull'assunzione di antibiotici mirati e integratori naturali. L'animale deve, altresì, riposare in un luogo caldo e bere per mantenere un corretto livello d'idratazione (è buona norma lasciare a disposizione del gatto acqua sempre fresca).
Lo specialista prescrive, in taluni casi, alcune applicazioni di aerosol: inserire quindi l'animale nel trasportino, coprire le pareti con un asciugamano (o una coperta) e azionare l'apparecchio al minimo, costringendo così il gatto a inalare le sostanze nebulizzate.
In alternativa si può disporre davanti al trasportino un pentolino d'acqua bollente e aggiungervi alcune gocce di essenze balsamiche.

Esistono inoltre diversi rimedi casalinghi e omeopatici molto utili.

  • Usare un umidificatore: questo strumento, che garantisce la giusta umidità nei locali dove soggiorna l'animale, previene la secchezza delle vie aeree, favorendo così l'eliminazione del muco.
  • Pulizia del naso con l'ausilio di una garza sterile e successiva applicazione di vasellina per incentivare la guarigione dei tessuti.
  • Eliminare le secrezioni oculari con l'ausilio di una garza imbevuta di soluzione salina.

I rimedi omeopatici che permettono di controllare la sintomatologia correlata all'influenza felina sono tanti.

  • Fosforo e Pulsatilla: lavorano in modo particolare sulla mucosa respiratoria e migliorano la sintomatologia correlata alle affezioni delle vie aeree.
  • Euphrasia Officinalis: riduce drasticamente la lacrimazione oculare.
  • Zenzero: si tratta di un ottimo rimedio contro la tosse; è sufficiente sciogliere un pizzico di radice secca nella pappa.
  • Macerato idroalcolico di sambuco: migliora la salute del sistema immunitario ed è un valido antinfiammatorio. Il trattamento deve essere ripetuto due volte al giorno prima dei pasti principali, diluendo due gocce in poca acqua.
  • Belladonna 5 CH: la sua assunzione è particolarmente indicata se l'animale è apatico e presenta tosse secca. Il prodotto deve essere ingerito due volte al giorno (mattina e sera).

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Un biglietto per due, in viaggio con Fido

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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Condividere la propria vita con un cane, i momenti di svago, le gite al lago o solo farsi compagnia a

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IL PARCO RIVAVERDE DI MARINA DI RAVENNA PREMIATO FRA LE STRUTTURE D’ECCELLENZA PER L’OSPITALITÀ ACCESSIBILE

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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Gradito riconoscimento, consegnato a Rimini in occasione dell’Hospitality Day, per il villaggio della Società Gestione Campeggi, riconosciuto tra i migliori in Italia nella categoria riservata al Family

Prestigioso riconoscimento per laSocietà Gestione Campeggi in occasione dell’ Hospitality Day organizzato a Rimini pochi giorni fa.

Nel capoluogo rivierasco sono stati infatti consegnati i tradizionali V4A Awards, ovvero i premi annuali riservati alle strutture risultate fra le migliori nel contesto dell’ Ospitalità Accessibile Italiana, Croata e Sammarinese. Premi ambiti come ha sottolineato anche Roberto Vitali, CEO e Fondatore di «Village for All», network che raccoglie le informazioni delle strutture ricettive con particolar attenzione all’ambito dell’accessibilità sia per anziani che per bambini, ma soprattutto per disabili di ogni livello e genere.

I settori premiati sono stati quelli degli Hotel, dei Villaggi e del settore Extra Ricettivo con le strutture nominate che hanno potuto ritirare il «V4A® Award», riconoscimento all’impegno delle strutture turistiche e ricettive del network che hanno investito nella Formazione del loro personale, nell’Accessibilità Trasparente delle strutture, garantendo l’Informazione secondo il metodo di V4A®, frutto di una esperienza consolidata in oltre un decennio di presenza sui mercati nazionali ed internazionali del Turismo Accessibile. Sei le categorie previste: 1) Mobility Award per strutture che hanno investito nell’abbattimento delle barriere architettoniche; 2) Senior Citizen Award per coloro che hanno prestato particolare attenzione agli Over 65; 3) Perception Award per realtà che si sono impegnate a migliorare la comunicazione con ospiti che denunciano disabilità alla vista o all’udito; 4) Food Allergy Award per strutture che hanno investito per garantire un’alimentazione attenta nei confronti di allergie o intolleranze; 5) Family Award per chi ha puntato su divertimento, sicurezza e comfort dei più piccoli; 6) Destination for all per le realtà impegnate in accessibilità, informazioni e servizi specializzati.

E per la soddisfazione di tutta la Società Gestione Campeggi, una delle cinque strutture premiate nella categoria Family Award è stata proprio quella del Parco Vacanze Rivaverde di Marina di Ravenna che ha ottenuto il riconoscimento insieme a realtà di grande prestigio, a conferma dell’importanza del concorso, come il Gardaland Hotel Resort e Adventure Resort di Castelnuovo del Garda (VR), l’Hote Villaggio Nevada di Folgaria (TN) e la Casa Vacanze Liberty di Cupra Marittima (AP). Tutte strutture che si sono distinte nel settore Family ergendo i più piccoli a protagonisti assoluti della vacanza insieme ai loro genitori.

A ritirare il premio a Rimini è stato Antonio Mellini, attuale presidente della Società Gestione Campeggi: «Siamo molto onorati per questo riconoscimento di caratura nazionale, perché testimonia ulteriormente l’impegno che profondiamo quotidianamente nel nostro lavoro e le scelte di accoglienza». «Da anni – prosegue Mellini – riserviamo una particolare attenzione all’ospitalità accessibile. I primi interventi erano toccati al Villaggio del Sole di Marina Romea ed ora siamo soddisfatti del riconoscimento ottenuto anche dal Rivaverde di Marina di Ravenna che fotografa l’indirizzo di massima che ci siamo assunti anche per il futuro in tutte le nostre strutture, dunque anche per il Villaggio Pineta di Milano Marittima ed il Villaggio dei Pini di Punta Marina Terme. È un premio che ci spinge a proseguire in questa direzione e che trova conforto anche nella mission della proprietà della società, suddivisa fra cinque associazioni particolarmente attente proprio all’ambito sociale».

Ravenna, 11 Ottobre 2018

Ufficio Stampa Società Gestione Campeggi

Tel. 328.0174726

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Tisane come rimedi naturali per eliminare il gonfiore addominale

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : Bambini, feed

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tisane

Penso sia capitato anche a voi di soffrire almeno una volta nella vita di gonfiore addominale! Le donne che soffrono di pancia gonfia più o meno frequentemente sono tante...

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Come alimentare il nostro pet?

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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Come alimentare il nostro pet?

Un'alimentazione corretta è il presupposto giusto per il mantenimento dello stato di salute di qualsiasi animale, ed ha lo scopo di:

  • assicurare il benessere;
  • evitare l'insorgenza di patologie;
  • incidere positivamente sulla durata della vita.

La dieta di ciascuna specie animale è regolata dal suo metabolismo: esistono organismi carnivori (che si nutrono di sola carne), erbivori (che mangiano vegetali) ed onnivori (che si alimentano con ogni tipo di cibo).
Per gli animali domestici, principalmente cani e gatti, esistono due possibilità di nutrizione:

  • dieta casalinga;
  • dieta industriale secca ed umida.

Chi sceglie la prima opzione decide di servirsi di alimenti freschi, come carne, ortaggi, frutta, cereali, legumi, che possono essere offerti all'animale sia crudi che cotti e la cui percentuale dovrebbe essere tale da consentire un apporto calibrato di tutti i principi nutritivi indispensabili.

Generalmente, in questo caso, è consigliabile avvalersi della consulenza di un veterinario nutrizionista.

Chi sceglie la seconda opzione si serve di alimenti preconfezionati e disponibili sul mercato sotto forma di:

  • cibo secco (crocchette);
  • cibo umido (bocconcini, straccetti, paté).

Un regime bilanciato dovrebbe comprendere entrambe le formulazioni, con percentuali variabili e dipendenti dalle caratteristiche del pet (razza, peso corporeo, età, attività fisica, eventuali patologie in atto).

Cibo secco

Le crocchette per animali, che rappresentano una prima scelta in campo alimentare, possiedono pro e contro da valutare attentamente.

Vantgaggi del cibo secco

  • completezza di nutrienti;
  • diverse formulazioni relative alle esigenze del pet;
  • ottima conservabilità grazie al bassissimo contenuto d'acqua;
  • funzione igienica sulla dentatura, con minimizzazione di placca e tartaro;
  • grande comodità e praticità d'uso.

Svantaggi del cibo secco

  • basso contenuto d'acqua in quanto si tratta di alimenti disidratati, con possibili ripercussioni negative a livello renale;
  • eccesso di carboidrati che, convertendosi in acidi grassi, si possono depositare a livello del tessuto adiposo, favorendo il sovrappeso;
  • eccesso di proteine vegetali a scapito di quelle animali, con carenze di aminoacidi essenziali;
  • diminuzione di nutrienti termolabili ed ossidabili, come vitamina A, C e del gruppo B, sali minerali ed acidi grassi polinsaturi;
  • possibili contaminazioni o infestazioni in fase di preparazione industriale, con batteri, muffe e micotossine.

Cibo umido

Nelle sue differenti formulazioni, il cibo umido viene spesso alternato a quello secco, per rendere più completi i pasti.

Vantaggi del cibo umido

  • grande appetibilità che dipende dall'aroma che, a differenza del cibo secco, rilascia (soprattutto se riscaldato);
  • idratazione, di fondamentale importanza per una corretta funzione dell'apparato renale e per mantenere l'omeostasi dell'organismo;
  • elevato senso di sazietà che aiuta ad eliminare i problemi di sovrappeso e conferisce all'animale una condizione di tranquillità dopo il pasto;
  • grande varietà di formulazione (bocconcini, straccetti, paté), per eliminare la monotonia;
  • controllo del peso corporeo dovuto al minore apporto calorico;
  • facilitazione della funzione intestinale, evitando problemi di costipazione.

Svantaggi del cibo umido

  • facile deperibilità in quanto, una volta aperta la confezione, il cibo deve essere consumato entro poche ore;
  • presenza di agenti addensanti e gelificanti che possono causare flatulenza;
  • possibile deterioramento dello smalto dentario qualora il cibo rimanga attaccato ai denti.

Analizzando i dati sopra riportati si può dedurre che entrambi i tipi di alimento, sia secco che umido, presentano benefici e potenziali inconvenienti: quale sia meglio per il nostro pet dipende da una serie di considerazioni personali.

Condizione imprescindibile per orientarsi nella scelta è sempre quella di assicurare all'animale il massimo benessere.

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S.o.s torsione di stomaco nel cane: cause, sintomi, cura e prevenzione

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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S.o.s torsione di stomaco nel cane: cause, sintomi, cura e prevenzione

La torsione di stomaco, meglio nota come torsione gastrica, è una grave affezione che, se non diagnosticata in tempi brevi, può portare al decesso dell'animale. Tale condizione è dovuta a un importante accumulo di gas nello stomaco; quest'ultimo si gonfia rapidamente, si dilata e ruota intorno al proprio asse. Il gas rimane quindi intrappolato e i vasi sanguigni si strozzano, impedendo il corretto afflusso di sangue.
Lo stomaco esercita altresì una forte pressione sul torace, inficiando la respirazione e il ritorno di sangue al cuore. L'animale, se non viene soccorso tempestivamente, collassa e muore.

Le principali cause della torsione di stomaco

La torsione di stomaco insorge generalmente in concomitanza di più concause:

  • Costituzione fisica dell'animale: vi è una maggiore predisposizione nei cani di grossa taglia; il torace più stretto ospita, difatti, un grande stomaco sostenuto da legamenti lunghi e spessi.
  • Alimentazione scorretta: l'incidenza sembra essere maggiore laddove viene somministrato un unico pasto. Attenzione, inoltre, a pasta, pane, riso e cereali che possono facilmente fermentare.
  • Ingestione eccessivamente rapida del cibo.
  • Attività fisica intensa nei momenti che precedono e seguono il pasto.
  • Predisposizione a dissenteria ed emesi.
  • Abbondante assunzione d'acqua nel corso del pasto.

I sintomi caratteristici della torsione di stomaco

Il cane colpito da torsione di stomaco appare nervoso e irrequieto, ha soventi conati di vomito senza alcun rigetto, marcata dolorabilità addominale, abbondante salivazione, respiro affannato e sguardo fisso.
Il sintomo più evidente rimane, però, l'aumento progressivo delle dimensioni dell'addome che appare gonfio e tirato come un tamburo.
Queste condizioni, che si manifestano nell'arco di poche ore, non possono essere assolutamente trascurate: il cane deve essere portato al più vicino pronto soccorso veterinario per essere sottoposto agli accertamenti del caso (radiografia, ecografia e palpazione dell'addome).

Come curare la torsione di stomaco

La torsione parziale di stomaco viene trattata con l'ausilio di una sonda gastrica che attraversa l'esofago e supera il cardias, favorendo l'eliminazione di cibo e gas. L'organo viene così riportato nella sua posizione normale. La torsione completa richiede, invece, un intervento chirurgico vero e proprio; l'addome viene aperto e lo specialista esegue una gastrocentesi. Il gas, contenuto nello stomaco, viene asportato per mezzo di un grosso ago cavo. Talvolta è indispensabile procedere alla resezione della milza che può, difatti, danneggiarsi a seguito della torsione. Il cane, al termine dell'intervento, deve rimanere in osservazione per almeno 3 giorni, ma per sciogliere la prognosi occorre circa una settimana.
Questa fase è difatti estrememante delicata perché possono sopraggiungere complicazioni di vario genere (perforazioni gastro-intestinali, danni epatici e/o renali, infezioni e aritmie cardiache).

Come prevenire la torsione di stomaco

Vi sono alcuni suggerimenti che, seguiti alla lettera, possono evitare la pericolosa torsione di stomaco:

  • Evitare alimenti che fermentano.
  • Il cane non deve compiere attività fisica intensa prima e dopo il pasto. Sono assolutamente da evitarsi tutti i movimenti di avvitamento.
  • È indispensabile controllare le porzioni di cibo: la razione quotidiana di pappa deve essere somministrata in più pasti (2 o 3 al giorno).
  • La ciotola con cibo e acqua non deve essere appoggiata sul pavimento; è preferibile posizionarla su un rialzo di 10-12 cm da terra.
  • Rimanere con l'animale nelle ore immediatamente successive al pasto.
  • Evitare che il cane assuma acqua subito dopo aver mangiato.

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La segnalazione di illeciti da parte del dipendente pubblico (whistleblowing) non lo autorizza a svolgere imporprie attività investigative

Posted on : 22-10-2018 | By : admin | In : feed

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Cassazione, sezione V, sentenza 26.7.2018 n. 35972

Cartella esattoriale per iva non pagata

Posted on : 21-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ricevere una cartella esattoriale per IVA non pagata, perché il fisco contesta di non aver versato l’IVA dovuta, è un evento abbastanza frequente per imprese e professionisti. 

L’IVA presenta delle caratteristiche diverse da altre imposte (es. IRES e IRAP):  è una delle fonti principali di gettito per i bilanci pubblici e fornisce un apporto rilevantissimo alle finanze statali, quindi viene controllata dalle autorità con la massima attenzione; inoltre è un tributo regolamentato a livello europeo. Non pagare l’IVA è considerato dalla legge più grave rispetto alle altre imposte e tasse anche in termini di sanzioni applicate, che possono arrivare anche a raddoppiare l’importo dovuto. Questo alto livello di sensibilità per i pagamenti dell’IVA si riflette anche sulle modalità di accertamento e riscossione, che sono approfondite e prevedono vari livelli di controllo, in modo da contrastare le possibilità di evasione, secondo un meccanismo che parte dall’emissione delle fatture, prevede la loro registrazione ed infine la liquidazione e il versamento del dovuto. Molte cartelle di pagamento in materia di IVA derivano da controlli automatizzati eseguiti dagli Uffici finanziari che attingono ai dati comunicati dai contribuenti:  di frequente vengono rilevate e sanzionate irregolarità che comportano l’emissione della cartella esattoriale, anche senza preventivo avviso o comunicazione. In questo articolo vedremo cosa succede se non si paga puntualmente l’IVA, quali sono gli adempimenti che il fisco ci richiede per i versamenti, e cosa fare se si riceve una cartella esattoriale per IVA non pagata.

Come funziona il pagamento dell’IVA

L’IVA va versata periodicamente: alle scadenze previste – mensili o trimestrali, a seconda del tipo di attività esercitata e del volume di affari – il contribuente deve calcolare il saldo dell’imposta dovuta (che si ottiene sommando l’IVA delle fatture emesse, che costituisce l’IVA a debito, e sottraendo l’ammontare dell’IVA delle le fatture ricevute per gli acquisti effettuati, che rappresenta l’IVA a credito) e versarlo mediante F24.

Il contribuente deve anche, entro il 30 aprile, presentare la dichiarazione annuale per l’anno precedente e versare il saldo a conguaglio, a meno che non risulti a credito. Il fisco richiede anche in determinati casi il versamento, entro il 27 dicembre, a titolo di acconto, dell’IVA per l’anno successivo. Ma cosa succede se non si rispettano i termini di versamento, cioè pagando in ritardo o solo in parte o non versando affatto l’imposta dovuta, o addirittura se non si presenta la dichiarazione?.

Cosa fare quando arriva una cartella per IVA non pagata?

In tali casi arriverà, con notifica, una cartella esattoriale per questo pagamento omesso, con l’aggiunta delle pesanti sanzioni e degli interessi. Nei casi più gravi (oltre i 250.000 euro) l’omesso versamento costituisce anche reato.

A volte, la cartella arriva senza alcun preventivo avviso dell’accertamento che gli uffici del Fisco hanno svolto: questo però è consentito solo quando la dichiarazione IVA presentata contiene vizi evidenti, o se il contribuente non ha presentato la dichiarazione prevista.  In tutti gli altri casi, la cartella deve essere preceduta da un apposito avviso, cioè da una comunicazione dell’Agenzia delle Entrate che espone al contribuente gli errori rilevati, per consentirgli di sanarli spontaneamente. In particolare, ci dovrà essere un preventivo avviso bonario quando l’Ufficio ha rilevato in automatico degli errori nella dichiarazione presentata ed ha provveduto a rettificarla: in questi casi, se manca l’avviso preventivo la cartella potrà essere impugnata ed annullata dal giudice tributario, perché al contribuente è stato precluso il diritto al contraddittorio, cioè a fornire in anticipo i propri chiarimenti.

Quando la cartella arriva troppo tardi 

Il Fisco ha a disposizione dei termini perentori per poter effettuare i propri accertamenti e notificare la cartella: se non li rispetta e li supera, l’intero accertamento decade, oppure cade in prescrizione. Occorre verificare attentamente le epoche alle quali il tributo si riferisce – che devono essere indicate nella cartella – e rapportarle al momento in cui la cartella è stata notificata e ricevuta dal destinatario. Talvolta infatti è possibile che sia trascorso un numero di anni superiore al consentito, e questo consente di annullare la cartella perché decaduta o perché prescritta.

Decadenza della cartella

La decadenza si verifica quando l’Agenzia non ha rispettato i termini a sua disposizione per compiere l’accertamento [1]: essi partono dal momento in cui la dichiarazione è presentata o avrebbero dovuto esserlo, e variano da un minimo di due anni per gli accertamenti d’ufficio divenuti definitivi, a tre anni per i controlli sulla liquidazione delle somme dovute [2] ed a quattro anni per i controlli formali [2]. Questo comporta che se la cartella viene notificata oltre tali scadenze, il contribuente potrà invocare in suo favore davanti al giudice tributario, cui avrà proposto ricorso entro 60 giorni dal ricevimento dell’atto, la decadenza del Fisco dal potere di accertamento, e così ottenere l’annullamento integrale della cartella.

Quando la cartella è prescritta

La prescrizione, invece, riguarda i casi in cui il Fisco fa valere un credito oltre il decorso del tempo massimo previsto dalla legge per poterlo utilmente richiedere: in questi casi la sua pretesa non può più essere esercitata. In materia di IVA non esiste, però, una norma specifica che indichi il termine di prescrizione: questo ha provocato numerose incertezze anche nella giurisprudenza, che a volte ha ritenuto applicabile il termine generale di prescrizione di dieci anni [4] mentre altre volte ha deciso che il termine fosse di cinque anni [5]. Quest’ultima interpretazione, che per i contribuenti è ben più favorevole della prima, si sta consolidando ed anche la Corte di Cassazione [6] ha iniziato ad affermare che il termine di prescrizione dell’IVA sia quinquennale e non decennale.

Di conseguenza, molte commissioni tributarie sono oggi orientate ad annullare per intervenuta prescrizione le cartelle esattoriali IVA notificate a distanza di oltre cinque anni dall’epoca cui il tributo si riferisce. Più difficile, invece, sarà ottenere l’annullamento in autotutela, perché l’Agenzia Entrate Riscossione continua a ritenere operante il termine di prescrizione decennale.

Per ottenere l’annullamento della cartella esattoriale, dunque, sarà necessario rivolgersi al giudice tributario, proponendo ricorso avverso la cartella che si è ricevuta. Infatti, la prescrizione non opera in automatico, ma deve essere sempre eccepita, cioè richiesta e fatta valere in giudizio, e quindi la cartella dovrà essere opposta impugnandola, per poterla annullare.

Di PAOLO REMER

Accollo fiscale, quando scatta il reato di indebita compensazione

Posted on : 21-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’accollo fiscale: una risorsa per il contribuente o una fattispecie che pone a rischio di una condanna penale il debitore d’imposta ed il suo consulente fiscale? 

Considerato il solito astio verso la natura tributaria, è bene fare chiarezza su cosa sia l’accollo fiscale: una procedura che, nata dalla prassi, è diventata conosciuta comune all’orecchio dei contribuenti. Vale la pena esporsi al rischio se le conseguenze possono essere anche penalmente rilevanti? Che ruolo avrà il consulente fiscale? La Cassazione ha provato a definire i contorni di tale ipotesi, perché quando si tratta di reati di natura tributaria, il legislatore tende sempre ad avere un atteggiamento molto rigoroso e garantista, specie per ciò che attiene alle prospettive di evasione fiscale. Tale tematica, infatti, è notoriamente dibattuta non solo nelle aure forensi ma anche in quelle politiche.

In aggiunta a ciò, il confine molto sottile tra reati di natura tributaria e conseguenze penali crea sempre delle divergenze su cui è opportuno fare chiarezza.

Partendo dal presupposto che il sistema fiscale è uno di quelli più rognosi per la collettività dei consumatori, sia per come esso vada decifrato, sia anche perché per i più, ogni obbligazione fiscale è un pesante fardello da pagare a fine anno, si è sempre alla ricerca di un modo per potersi difendere dal fisco, magari anche risparmiando qualcosa, sia se parliamo di persone fisiche, che ancor più di persone giuridiche. Da qui, ecco spuntare l’idea, nata dalla prassi legale-commerciale, di sfruttare l’accollo, uno strumento previsto dal codice civile [1], anche al fine del debito fiscale, che in molti casi si presta ad essere diffuso perché permetterebbe al contribuente un risparmio del 20% della spesa fiscale. Da qui ecco il sorgere del problema dell’accollo fiscale e delle ricadute che si hanno in materia penale con il reato di indebita compensazione, in quanto, il contribuente ha ottenuto quello che voleva, ma anche il consulente fiscale sta lì a reclamare la sua parte e a trarne beneficio. In questo articolo potrai trovare la risposta alla domanda: accollo fiscale, quando scatta il reato di indebita compensazione?.

L’accollo fiscale: parliamoci chiaro

È uno strumento con il quale il contribuente cede il proprio debito fiscale ad un terzo, generalmente ad una società, che si impegnerà ad estinguere il debito non già tramite un semplice pagamento, bensì attraverso una compensazione di un proprio debito con il fisco. Più facile a farsi che a spiegarsi sicuramente. In soldoni è un debito fiscale che viene ceduto a una società che ha dei crediti col fisco, che quindi saranno compensati fra loro. Un sistema che permette in primis al contribuente il risparmio di un 20% secco sul debito d’imposta dovuto, in quanto al momento della compilazione del Modulo F24 – barrando la sigla “62” – verrà girato al soggetto accollante un credito dell’80% del valore che era sottoposto al prelievo fiscale; ed in più, nello stesso tempo, la società potrà ottenere in modo indiretto il saldo dei propri crediti vantati con l’ente fiscale. Un do ut des sui generis, che non fa altro che rimestare nel torbido ed avere confini sbiaditi, che possono creare anche serie conseguenze penali, spesso senza avere ben chiaro nei confronti di chi potrà – eventualmente – essere effettuato l’esercizio dell’azione penale da parte della magistratura inquirente.

Quando si configura l’indebita compensazione?

L’accollo fiscale va a integrare il reato di indebita compensazione nel momento in cui il passaggio del credito viene fatto in un regime teso esclusivamente all’evasione fiscale. Sarà meglio chiarire un dubbio immediatamente: saranno responsabili sia il soggetto passivo del debito fiscale, sia anche il soggetto terzo che si è accollato il debito, con possibilità per la procedente procura di disporre sequestro indifferente sui beni di entrambi i soggetti coinvolti nell’accordo posto in essere. Conseguenze ancor peggiori potrebbero verificarsi se la società che si accolla il debito tributario vada a compensarlo con crediti inesistenti. Come si è arrivati a una cristallizzazione così netta della situazione giuridica.

Se nel passato vi erano dubbi interpretativi, la prospettiva più restrittiva e garantista in relazione alla possibilità di accollo fiscale è figlia di un recente interessamento della Giurisprudenza per l’argomento. Gli assunti che abbiamo affermato in definizione sono giunti a canoni interpretativi in seguito al certosino lavoro della Suprema Corte di Cassazione Penale, III Sezione, che ha posto i paletti interpretativi con le recenti sentenze [2].

La sentenza n. 1999/2018 ed il modello di evasione fiscale

Quando la Suprema Corte di Cassazione si è vista proporre ricorso da parte di un consulente fiscale che, agendo nell’alveo dei connotati civilistici, aveva dichiarato la propria non imputabilità per non essere autore del fatto previsto dalla legge come reato, agli Ermellini è stato fin subito chiaro che si era in presenza di un novus penalistico a cui dover provvedere. Sta in ciò, quel processo nomofilattico cui è demandata la Suprema Corte di Piazzale Cavour, con una pronuncia che ha esteso anche al soggetto terzo la possibilità di essere correo del reato di indebita compensazione. Tale affermazione si fonda sul concetto, da ritenere come base imprescindibile di partenza, del Modello di Evasione, ossia un sistema di accollo fiscale, come quello che abbiamo spiegato in precedenza, con cui si predispone l’unica finalità di voler evitare di pagare quel debito col fisco, si vuole evadere quella tassa insomma, indipendentemente dalla reale portata del credito a compensazione. Non certo un discorso di poco conto, anche perché in questo caso va analizzata la predisposizione del piano di accollo ab origine. Se è stato il consulente fiscale a proporre un piano di accollo fiscale, già predisponendo un sistema di indebita compensazione, questi ne sarà chiamato a rispondere assieme al debitore d’imposta che ha posto il primo passo per l’accollo e quindi il trasferimento del debito [3].

Tale assunto prevede la possibilità di compensazione di debiti solo se il meccanismo compensatorio si inserisce all’interno di un unico rapporto obbligatorio, senza quindi terzi soggetti a interporsi nel rapporto tra creditore e debitore. Ciò, a maggior ragione, perché il summenzionato articolo non presuppone che l’istituto compensatorio in materia di debiti fiscali possa riferirsi o addirittura avvenire tramite accollo civilistico.

Di qui è ben logico intendere che basterà anche la mera consapevolezza del reato per far sì che al consulente fiscale, ex art. 110 c.p.p., sia ascrivibile il reato tributario, finanche quando l’idea di frode sia venuta dal cliente stesso.

A quanto finora affermato, va senza dubbio aggiunto un importante corollario, che riguarda il sequestro per equivalente propedeutico alla confisca [4]. Tale ipotesi non è ricollegata all’arricchimento personale dei due soggetti che han posto in essere il piano di accollo del debito fiscale e/o l’indebita compensazione, bensì alla responsabilità che si configura in capo a ciascuno dei soggetti coinvolti nell’operazione evasiva. La discendente conseguenza è che quindi il sequestro potrà essere disposto indifferentemente sui beni di ognuno dei soggetti colpiti dall’esercizio dell’azione penale, dunque sia col soggetto “originario” debitore d’imposta, sia sul consulente fiscale che ha articolato il meccanismo di accollo fiscale con l’intento evasivo.

La sentenza n. 29870/2018

Se un solco abbastanza importante era già stato tracciato, non è dovuto passare troppo tempo prima che un colpo pesante lo desse in materia la recente pronuncia sempre a cura della III Sezione della Suprema Corte di Cassazione.

I giudici di Piazza Cavour hanno approfondito il tema in maniera tranchant, soffermando l’accento su chi aziona l’opzione di pagare le imposte di terzi attraverso compensazione di crediti inesistenti. Basterebbe già il primo campanello di un meccanismo compensatorio fondato su crediti fittizi ad integrare e perfezionare il reato di indebita compensazione, così come configurato dalla massima autorità giudicante. L

a sentenza, però, si spinge ben oltre la semplicistica definizione di reato al determinato verificarsi di alcune condizioni. La sentenza in parola va ad analizzare la struttura del reato in sé, soffermandosi sul profilo soggettivo e su quello oggettivo. Innanzitutto, e questa è di sicuro un importante piede di partenza specie per ciò che attiene ai reati tributari, tale fattispecie delittuosa non viene individualizzata. Il discrimine che discende dalla qualificazione di reato proprio o comune, ha delle ripercussioni enormi su un vertere così delicato.

L’errata convinzione che potesse essere responsabile di detto reato unicamente l’originario soggetto d’imposta, nonché che il soggetto accollante non potesse mai essere considerato sostituto del contribuente nel rapporto col Fisco, avevano ingenerato confusione e creato un velo di impenetrabile impunità nelle società e nei loro consulenti, con la conseguenza che costoro avevano abusato (del diritto e) dello strumento dell’accollo fiscale. Il reato in questione, agli occhi degli Ermellini, non diviene più come l’azione delittuosa che può essere compiuta dal solo contribuente, bensì da chiunque ponga in essere i presupposti che fanno scattare l’azione penale.

Dunque, ben volendo essere più schematici, penalmente responsabile sarà sia chi pone in essere l’accollo (rectius il contribuente originario), sia chi procede a saldare il debito tramite l’indebita compensazione con propri crediti inesistenti col fisco (rectius il consulente fiscale) [5]. Tale orientamento non ponendo l’accento su un “tipo” di soggetto passivo d’imposta, ma parlando esclusivamente di soggetto legittimato al pagamento, ben può essere esteso e andare ad includere anche quel novero di soggetti, tra cui anche i consulenti fiscali, che agiscono come debitori in proprio perché si sono accollati volontariamente il debito fiscale altrui.

La sigaretta elettronica fa male?

Posted on : 21-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il vapore delle e-cigar fa male? Di certo non quanto quella fatta di nicotina e tabacco. Ci sono effetti indesiderati sulla salute?

Sono ormai più di tre anni che sono passato dalle sigarette tradizionali alle sigarette elettroniche ed ogni volta la domanda che mi sento rivolgere è: la sigaretta elettronica fa male?. La domanda è lecita soprattutto per chi vuole abbandonare il tabacco, ma sa che dovrà lottare contro le proprie abitudini: una parte di dipendenza fisica e molta dipendenza gestuale. In questo articolo proviamo a valutare quali sono i pericoli, se ce ne sono, nell’utilizzo delle sigarette elettroniche. Il dibattito è aperto con il solito schieramento di accaniti sostenitori pro o contro, come è ormai diventato abitudine per ogni argomento. Proviamo a fare chiarezza, cercando di essere il più obiettivi possibili.

Differenza tra la sigaretta tradizionale e quella elettronica

La sigaretta tradizionale contiene più di 4.000 (avete letto bene, 4.000 !!!) sostanze, tra cui alcune cancerogene, con effetti nocivi di vario genere (dall’interferenza con i farmaci alla dipendenza dalla nicotina). Esiste ormai un’ampia letteratura che spiega nel dettaglio i motivi per cui è preferibile smettere di fumare che puoi trovare facilmente in rete (ad esempio puoi trovare sul sito della fondazione Veronesi un corposo PDF con tutti gli studi aggiornati). Passare alla sigaretta elettronica vuol dire quindi abbattere da 4.000 a non più di una decina le sostanze ingerite, oltre ad evitare del tutto l’inalazione di sostanze bruciate.

Quali sono le sostanze utilizzate nella sigaretta elettronica? 

Il liquido utilizzato all’interno dei serbatoi è composto principalmente da tre prodotti: acqua, glicole propilenico e glicerina vegetale. Sono questi ultimi due i responsabili del fumo prodotto.  Il glicole propilenico è un liquido incolore e insapore, viscoso e dal sapore leggermente dolce. Viene utilizzato da moltissimi anni nell’industria alimentare e cosmetica. Non ha praticamente controindicazioni sia che venga ingerito sia che venga a contatto della pelle.

Nel caso della sigaretta elettronica, l’unico argomento che hanno a disposizione i suoi detrattori è che non si sa quali possono essere eventuali conseguenze a lungo termine dell’inalazione, salvo alcuni sporadici e non conclusivi studi su prodotti che lo contengono (ad esempio il fumo utilizzato nei concerti) e i cui risultati sono non negativi o perlomeno non sufficientemente chiari.

La realtà quindi è che eventuali (inaspettate) conseguenze negative le conosceremo solo quando sarà passato un numero sufficiente di anni con un numero abbastanza alto di fumatori tanto da rendere le statistiche significative.

La glicerina vegetale è un liquido viscoso e dolciastro utilizzato anch’esso nell’industria alimentare e cosmetica. E’ utilizzato nel vino per dare rotondità al sapore. Utilizzato puro ha una funzione leggermente lassativa ed è per questo utilizzato anche in ambito medico. Anche in questo caso quindi, non ci sono controindicazioni evidenti, salvo di nuovo il fatto che nessuno lo ha inalato per anni nella forma della sigaretta elettronica.

A questi prodotti sostanzialmente innocui bisogna aggiungerne ancora due:

  • le sostanze aromatizzanti che non destano particolari preoccupazioni perché presenti in percentuali molto basse (io, personalmente, inserisco circa 40 gocce per ogni 100ml di liquido) e composti dagli stessi aromi che si utilizzano negli alimenti;
  • la nicotina. Qui il discorso deve essere necessariamente più approfondito. La nicotina è una sostanza che crea dipendenza, e qui non ci sono scorciatoie, che sia la sigaretta tradizionale o quella elettronica. E’ pertanto un prodotto da utilizzare con molta attenzione e parsimonia, e con la piena coscienza dei suoi pericoli.

In commercio, quando acquistate un liquido, puoi scegliere tra vari livelli di nicotina. Si va dallo zero assoluto (solo aromi, glicole, glicerina ed acqua) a livelli parecchio alti. La nicotina è la responsabile del “colpo in gola”, quindi molti “svapatori” (così si chiamano i fumatori di sigarette elettroniche) la cercano, non tanto per la dipendenza quanto per la sensazione della fumata, più vicina a quella della sigaretta tradizionale.

Personalmente ho adottato un livello di nicotina abbastanza basso, sufficiente però a mantenere una sensazione reale di fumo. Parliamo di un prodotto tecnologico che contiene un meccanismo elettronico per riscaldare il liquido e una pila ricaricabile per alimentarlo. Come ogni tecnologia, dalla sua invenzione ad oggi ha subìto notevoli trasformazioni e messe a punto, passando da momenti di pura sperimentazione ad una affidabilità notevole. I vari passaggi hanno suscitato nel tempo episodi sgradevoli riportati con evidenza da tutti i giornali.

Ad esempio, è successo che alcune batterie sono esplose, evento utilizzato dai detrattori per vietarne l’utilizzo. Anche in questo caso posso riportarti la mia concreta esperienza: i primi prodotti erano poco più di un esperimento simpatico, con la forma ed il colore di una sigaretta tradizionale (un pezzo giallo/arancio a ricordare il filtro, un pezzo bianco per la parte del tabacco); oggi forme e colori si sono completamente distaccati dalla tradizione con il risultato di una fumata che risulta gradevole, duratura e senza le sgradevolezze tipiche del tabacco.

Dopo alcuni anni di fumo elettronico, posso garantirti che la voce, i polmoni e la gola ringraziano, sono spariti odori sgradevoli, bruciature su maglie, divani e sedili dell’auto e posacenere maleodoranti. Rimane il vizio, quella sorta di manualità utile quasi come un esercizio di rilassamento, un ciuccio da utilizzare con le scuse più disparate (sono stressato, sono tranquillo, sono concentrato, sono distratto, ogni scusa è valida).

Un’ultima riflessione: la sigaretta elettronica è anche un mercato economicamente interessante. Il nostro Stato lo ha capito ed è intervenuto pesantemente. Il risultato è stato, ancora una volta, negativo solo per gli operatori italiani, costretti a dazi e accise che li hanno portati fuori mercato.

Di ANDREA PEINETTI