Indennità di maternità: spetta anche al padre professionista?

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È possibile per il padre libero professionista fruire dell’indennità di maternità in sostituzione della madre? Vediamo nel dettaglio cosa dice la giurisprudenza in merito.

Il tema dell’indennità di maternità è un argomento molto controverso nella legislazione italiana, tant’è che è stato spesso oggetto di modifiche ed integrazioni al fine anche di assicurare ed equiparare i diritti delle lavoratrici dipendenti a quelli delle libere professioniste. Se nel primo caso il riconoscimento dell’indennità è assicurato direttamente dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), nel caso delle lavoratrici autonome invece, iscritte ad uno specifico Albo professionale, l’emolumento è riconosciuto direttamente dall’Ente di previdenziale di appartenenza (nel caso dei consulenti del lavoro, per esempio, è l’Enpacl che riconosce l’indennità) [1].

Ma l’indennità di maternità: spetta anche al padre professionista? Se la madre non vuole fruire dell’indennità di maternità, può cederla in sostituzione al padre libero professionista. La questione è stata recentemente affrontata dalla giurisprudenza [2], che ha chiarito i profili di riconoscimento dell’emolumento in relazione ai padri che esercitano una libera professione.

Indennità di maternità per le libere professioniste: quanto spetta?

Il Testo Unico sulla maternità e paternità [3] prevede che anche le libere professioniste hanno diritto all’indennità di maternità per i due mesi antecedenti la data del parto e i tre mesi successivi alla stessa. L’emolumento è pari all’80% di cinque dodicesimi del  reddito  percepito e denunciato  ai  fini  fiscali dalla libera professionista nel secondo anno precedente a quello della domanda.

Indennità di maternità per le libere professioniste: a chi spetta?

La legge prevede che possono richiedere l’indennità le libere professioniste appartenenti alle seguenti casse:

  1. Cassa nazionale del notariato;
  2. Cassa azionale di previdenza ed assistenza a favore degli avvocati e procuratori;
  3. Ente nazionale di previdenza e di assistenza farmacisti;
  4. Ente nazionale di previdenza e assistenza veterinari;
  5. Ente nazionale di previdenza e assistenza medici;
  6. Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore dei geometri;
  7. Cassa di previdenza per l’assicurazione degli sportivi;
  8. Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore dei dottori commercialisti;
  9. Cassa nazionale di previdenza ed assistenza per gli ingegneri e gli architetti liberi professionisti;
  10. Cassa nazionale di previdenza ed assistenza a favore dei ragionieri e periti commerciali;
  11. Ente nazionale di previdenza e assistenza per i consulenti del lavoro.

Indennità di maternità per le libere professioniste: come fare domanda?

Le professioniste iscritte a una cassa di previdenza esercitano il proprio diritto inviando all’Ente di categoria un’apposita domanda. La domanda, in carta libera, deve essere corredata da certificato medico comprovante la data di inizio della gravidanza e quella presunta del parto, nonché dalla dichiarazione redatta ai sensi della legge [4].

Va specificato che l’indennità di maternità spetta in misura intera anche nel caso in cui, dopo il compimento del sesto mese di gravidanza, questa sia interrotta per motivi spontanei o volontari.

Indennità di maternità: spetta anche al padre professionista?

Se la madre non vuole fruire dell’indennità di maternità, può cederla in sostituzione al padre libero professionista? La risposta è certamente positiva. I giudici in una recente pronuncia [2] hanno affermato che l’indennità di maternità, se non fruita dalla madre, spetta anche al padre libero professionista che abbia adottato un bambino. La ragione dell’estensione dell’indennità risiede nell’obbligo di garantire la parità di trattamento, tra lavoratori dipendenti ed autonomi, circa il diritto a partecipare alla vita familiare. La differenza di trattamento, dunque, non può certamente riguardare in alcun modo il diritto a partecipare, in egual misura tra padre e madre, alla vita familiare.

Se così non fosse, ossia se verrebbe negato l’accesso all’indennità di maternità anche al padre professionista in sostituzione della madre, si andrebbe a contrastare i principi inviolabili della Costituzione. Quindi, così come avviene per i congedi, che attribuisce al padre il diritto al congedo, quando non sia richiesto dalla madre, è necessario garantire la parità di trattamento dei genitori con riguardo alla fruizione dell’indennità di maternità.

Inoltre, la ratio degli istituti a tutela della maternità non hanno più, come in passato, il fine precipuo ed esclusivo di protezione della donna, ma sono destinati alla difesa del preminente interesse del bambino che va tutelato non solo per ciò che attiene ai bisogni più propriamente fisiologici, ma anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale ed affettivo che sono collegate allo sviluppo della sua personalità.

Cane randagio: cosa fare?

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come potete procedere se trovato un cane abbandonato o senza padrone: denuncia all’asl veterinaria, adozione o canile? Il cane di quartiere: caratteristiche e responsabilità.

Il cane randagio è sicuramente parte della nostra vita quotidiana. Soprattutto nei piccoli centri, magari circondati ancora dalla campagna, il cane randagio è ancora frequente. Ed allora se incontri un cane randagio cosa puoi o devi fare? Lo puoi portare in casa tranquillamente, senza fare altro oppure devi denunciarlo ed affidarlo alle autorità competenti? E se lo curi, ma all’esterno della tua abitazione, rendendolo stabile nei dintorni della tua residenza, ciò è consentito?

Cane randagio: l’adozione

Se trovi un cane randagio per strada, la cosa più semplice da fare è l’adozione. Ovviamente, se lo fai è perché evidentemente hai notato che l’animale in questione è mansueto. Ebbene, questo nobile gesto non può limitarsi all’accoglienza e basta. Infatti se trovi ed accogli in casa tua un cane randagio devi assumertene tutte le responsabilità, denunciandolo e registrandolo all’anagrafe canina (quale nuovo proprietario dello stesso), facendogli innestare il microchip per poterlo identificare successivamente e non solo (dovete recarvi presso l’asl veterinaria di zona) e vaccinandolo secondo quanto previsto dalla legge. Ovviamente non dimenticate che un cane randagio potrebbe essere un animale perso da qualcuno. Ed allora, se ha il microchip, potrà essere restituito al suo proprietario. Si tratta pertanto, di un modo molto semplice per risolvere ogni problema, ma se incontri un cane randagio e non hai alcuna intenzione di prendertene carico cosa devi fare?

Cane randagio: chi devo chiamare?

Se incontri un cane randagio non sei certamente obbligato a prendertene cura. Magari non sei un amante degli animali o non hai spazio in casa oppure, più semplicemente, si tratta di un animale dall’aspetto pericoloso. Ed allora chi devi chiamare? La polizia municipale del vostro comune è sicuramente il primo riferimento: ricordatevi, infatti, che è il comune ad essere responsabile degli animali presenti all’interno del suo territorio. Ed allora, la polizia municipale, investita del problema, dovrebbe chiamare l’asl sanitaria canina di zona per la concreta cattura del cane randagio e per l’accompagnamento dello stesso presso le strutture di accoglienza comunali oppure presso quelle convenzionate con l’ente. Se volete un consiglio, non limitatevi alla semplice segnalazione telefonica, ma recatevi presso l’ufficio più vicino per una segnalazione scritta: soprattutto nei comuni più piccoli e peggio amministrati, non sempre c’è un’efficiente gestione delle descritte situazioni. Pertanto, una prova scritta della vostra denuncia sulla presenza nel territorio di un cane randagio, magari potenzialmente pericoloso per la pubblica incolumità o la salute, potrebbe tornarvi utile per eventuali circostanze successive e per invocare la dovuta responsabilità del comune (ad esempio se il cane morde qualcuno oppure continua a bazzicare dalle vostre parti, molestando le persone, abbaiando e ringhiando ai passanti).

Cane di quartiere

Se trovate un cane randagio ed è mansueto e carino, ma non avete alcuna intenzione di accoglierlo presso la vostra abitazione (ad esempio, avete vostra suocera in casa ed avete paura che se lo possa mangiare…), una soluzione al problema potrebbe essere quella del cosiddetto cane di quartiere. Previsto ormai da tutti i regolamenti regionali attuativi della legge in materia [1], il cane di quartiere è sostanzialmente quello che può essere lasciato libero di circolare tranquillamente nel territorio del comune. Ovviamente deve trattarsi di una cane mansueto che non minaccia o disturba nessuno, dovrà essere regolarmente microchippato e vaccinato e ne dovrà essere individuato un responsabile (tecnicamente definito tutore).

Cane di quartiere senza un responsabile

È assai frequente, vedere che alcune persone, trovato un cane randagio, vogliono poi trasformarlo in cane di quartiere senza fare nulla, cioè semplicemente facendolo stanziare all’esterno della propria abitazione, dandogli da mangiare e qualche carezza ogni tanto: ma è possibile? Assolutamente no. È sicuramente un abuso della legge regionale di riferimento ed attuativa di quella nazionale, ma soprattutto può essere di fastidio a chi non è d’accordo con l’uso indiscriminato del territorio pubblico (cioè quello comunale). Ricordatevi, infatti che la cura e la custodia di un cane, privo di un soggetto responsabile e potenzialmente pericoloso per l’incolumità e la salute pubblica, non è assolutamente consentito. In un caso come quello descritto, chi non è d’accordo con quanto sta avvenendo, non può far altro che denunciare i fatti(fate una denuncia/segnalazione scritta e non limitatevi ad una semplice telefonata) alla polizia municipale (per invocare la dovuta responsabilizzazione del comune in merito) o ai carabinieri: tenete conto che potrebbe persino configurarsi un illecito amministrativo a carico dell’autore dell’abuso, con relativa sanzione amministrativa per il responsabile (in particolare, si potrebbe applicare l’ipotesi dell’omessa custodia o mal governo degli animali, attualmente depenalizzata e degradata ad illecito amministrativo).

Come fare una richiesta di lavoro

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La lettera di presentazione, il curriculum, il colloquio: il modo (e i modelli) per presentarsi in modo efficace ad un’azienda.

Ti è mai capitato di inviare il tuo curriculum a diverse aziende e di aspettare inutilmente una risposta? Avrai pensato che nemmeno è stato preso in considerazione o che, forse, hai sbagliato nel modo di presentarti. Avresti potuto farlo in modo più mirato, puntando sulle esigenze delle singole aziende anziché mandare lo stesso curriculum a tutte, indipendentemente dal settore in cui operano o della figura che stanno cercando. È fondamentale, quindi, sapere come fare una richiesta di lavoro. Come scrivere il curriculum, ma anche come impostare la lettera di presentazione che lo accompagnerà, anzi: molto spesso quest’ultima è molto più importante del cv stesso. Serve, infatti, ad evitare quello che abbiamo appena detto, cioè di essere troppo generici, di dare l’impressione che si inviano quattro righe stampate per ogni evenienza. Bisogna essere più diretti, puntare dritto all’obiettivo. Vediamo come fare una richiesta di lavoro partendo proprio da qui.

Richiesta di lavoro: la lettera di presentazione

Per fare una richiesta di lavoro il più efficace possibile, dunque, si parte dalla lettera di presentazione che accompagna il curriculum. Come detto, deve essere rivolta ad un destinatario preciso e non ad un generico «responsabile delle Risorse umane» o ad una qualsiasi «spettabile ditta». Meglio, quindi, indirizzarla a un’azienda con tanto di nome, per far capire che la richiesta di lavoro viene fatta proprio a quel posto e non ad un altro.

Altro elemento importante: se si risponde ad un annuncio di lavoro, è importante segnalarlo nella lettera di presentazione, spiegando brevemente che si è in possesso delle capacità e delle caratteristiche richieste nell’annuncio.

Richiesta di lavoro: modello di lettera di presentazione

Ecco un esempio di come si potrebbe impostare una lettera di presentazione per accompagnare il proprio curriculum. Immaginiamo di doverla inviare ad un’azienda che ha pubblicato un annuncio di lavoro per trovare un addetto all’ufficio estero. Il candidato, quindi, dovrà avere tra i requisiti una buona conoscenza delle lingue straniere, oltre a saper usare alcuni programmi al computer e sapersi rapportare con i clienti.

Il modello di lettera di presentazione, dunque, sarebbe questo:

Spett.le Rossi spedizioni,

con la presente sottopongo alla Vostra attenzione la mia candidatura per la posizione di addetto all’ufficio estero relativa all’annuncio pubblicato sul Vostro sito.

Sono laureato in lingue straniere (inglese, spagnolo e tedesco). Ho maturato cinque anni di esperienza in una posizione simile presso una multinazionale del settore metalmeccanico. Come da Voi richiesto, ho perfetta conoscenza del pacchetto Office, che ho utilizzato quotidianamente.

A causa di una ristrutturazione all’interno dell’azienda in cui mi trovo attualmente, sto valutando nuove proposte di lavoro per mettere a disposizione la mia esperienza e le mie capacità che, dopo aver visionato il Vostro annuncio ed il Vostro sito, sono sicuro potranno esserVi utili. Sono, pertanto, a disposizione per un colloquio conoscitivo con i Vostri responsabili.

Distinti saluti,

Mario Bianchi.

Richiesta di lavoro: come impostare il curriculum

Sfatiamo subito un mito: il curriculum vitae perfetto per chi vuole fare una richiesta di lavoro non esiste. Esistono i cv fatti bene o fatti male, questo sì. Ma un modello preciso, standard, valido per tutti, questo no. Un determinato tipo di curriculum può andare bene per rispondere ad una precisa offerta di lavoro, un altro per proporsi in modo generico, ecc.

Per fare bene un curriculum bisogna, comunque, seguire certe regole che consentano di attirare l’attenzione necessaria del destinatario e di essere presi in considerazione. Il che, comunque, non vorrà dire lavoro assicurato: un curriculum è efficace quando serve ad essere convocati per un colloquio. Sarà a questo punto quando ci si giocherà l’assunzione.

Certe regole, dicevamo. La prima: inserire soltanto le informazioni essenziali, quelle che possono interessare ad un potenziale datore di lavoro. Un cv di tre o più pagine non verrà, sicuramente, letto fino in fondo. Tanto vale andare al sodo, scrivere soltanto quello che riguarda la propria preparazione, la propria esperienza professionale e la posizione a cui si aspira. Condirlo con interessi e passioni va bene, ma entro un certo limite: in fase di colloquio ci sarà il tempo per approfondire questo aspetto, se l’interlocutore lo riterrà opportuno.

Altro aspetto da non trascurare: la forma. Sembra superfluo dirlo, ma bisogna curare bene il linguaggio e la grammatica. Un errore, che può essere frutto anche di un banale disguido, potrebbe tagliare le gambe al candidato, o perché poco preparato o perché troppo sbadato.

Per quanto, come dicevamo, non esiste un modello-tipo di curriculum per ogni evenienza, chi lo legge deve trovare sempre una risposta a queste domande:

  • chi è il candidato;
  • da dove arriva;
  • qual è la sua preparazione;
  • che cosa ha fatto fino ad oggi;
  • che cosa vuole fare da oggi in poi.

Per dare la possibilità ad un’azienda di avere queste informazioni, sul curriculum occorrerà sempre inserire:

  • i propri dati personali: nome e cognome, indirizzo, stato civile, recapiti telefonici e telematici (e-mail, eventuale sito o account su social network come Twitter o LinkedIn);
  • le esperienze professionali, partendo a ritroso dalla più recente. Conviene inserire anche eventuali stage: anche quelli rilasciano un’esperienza lavorativa;
  • gli studi compiuti: anche qui a ritroso, dall’esperienza formativa più recente (compresi eventuali master) alla più remota;
  • le conoscenze linguistiche, citando eventuali attestati o periodi di soggiorno o di studio all’estero;
  • le conoscenze tecniche o informatiche;
  • le ambizioni professionali.

Attenzione: non dimenticare mai in fondo al curriculum l’autorizzazione al trattamento dei dati personali, altrimenti resta carta straccia. Bisognerà, quindi, scrivere: «Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del Dlgs. n. 196/2003 del 30 giugno 2003».

Richiesta di lavoro: modello di curriculum

Puoi scaricare qui un modello di curriculum da compilare.

Richiesta di lavoro: il colloquio

Se arrivi a questo stadio nella tua richiesta di lavoro, significa che la lettera di presentazione ed il curriculum sono stati efficaci e che hanno convinto l’azienda a convocarti per un colloquio. L’abbiamo già detto: qui è dove ti giochi il posto, nulla è ancora conquistato. Dall’altra parte del tavolo ci sarà un «cacciatore di teste» oppure il responsabile delle Risorse umane di un’azienda che ti rivolgerà alcune domande per approfondire quello che ha letto sul tuo cv. Ogni colloquio è a sé, ma ci sono delle domande «standard» che vengono poste quasi sempre. Ad esempio:

  • riassumere l’esperienza lavorativa;
  • che cosa fai attualmente;
  • perché vuoi lavorare con noi;
  • quale importanza dài al lavoro rispetto ad altri interessi;
  • sei abituato a lavorare in team;
  • come hai superato le difficoltà al lavoro;
  • perché vuoi cambiare lavoro.

Può anche succedere che, prima di fare qualsiasi di queste domande ti venga chiesto di presentarti liberamente. In questo caso, come nella stesura della lettera di presentazione o del curriculum, è importante andare al sodo, senza dilungarsi troppo e senza rischiare di annoiare l’interlocutore o di dire delle cose che possono essere poco o per nulla interessanti. Insomma, parlare lo stretto necessario (senza, però, fare la «statuina» di cera), ascoltare e rispondere alle domande in modo disinvolto, determinato e corretto.

Congedarsi ringraziando dell’opportunità avuta può essere la ciliegina sulla torta.

Ingiunzione esecutiva per un finanziamento e proprietà dell’appartamento

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono sottoposto a ingiunzione esecutiva a causa di un finanziamento di cui ho fatto ricorso in tribunale, perdendo la causa. Ho provveduto nel frattempo a non disporre di alcuna proprietà e lavoro con una paga part time. Se dovessi in futuro acquistare un appartamento senza figurare il diretto proprietario, ad esempio con ipoteca a mio favore ma con intestazione di proprietà al vecchio proprietario dell’immobile, tale ipoteca figurerebbe nelle ricerche della parte creditrice? Come posso fare per essere sicuro che la proprietà non mi sia sottratta e che il vecchio proprietario non rivenda ugualmente l’immobile a mia insaputa?

L’articolo 2740 del codice civile stabilisce che il debitore risponde dei propri debiti con tutti i suoi beni presenti e futuri.

Questo vuol dire che dal momento in cui il lettore diventasse proprietario di un appartamento, anche questo appartamento potrà essere oggetto di azioni esecutive e poi pignorato dai suoi creditori.

Fino a quando resterà in sospeso la questione del finanziamento del lettore è altrettanto chiaro che ogni sua proprietà sarà in pericolo, potrà cioè essere pignorata dal suo creditore.

Per evitare, quindi, che l’attuale proprietario venda l’appartamento ad un’altra persona (perché magari non vuole attendere che il lettore si liberi dal suo debito), le soluzioni possibili sono le seguenti:

– o l’appartamento viene acquistato da una persona di cui il lettore si fida che, successivamente, gli rivenderà l’appartamento quando questi si sarà liberato del suo debito (è comunque una soluzione assai complicata perché sarebbe necessario che il lettore abbia la massima fiducia di questa persona a cui dovrebbe fornire i denari per intestargli l’appartamento e che, successivamente, dovrebbe cedergli– magari con una donazione – la proprietà dell’appartamento; questa soluzione, poi, richiede un doppio trasferimento dell’appartamento e, perciò, avrebbe anche dei costi – notarili ed eventualmente per imposte – da valutare attentamente); 

– oppure, se l’attuale proprietario dell’appartamento è d’accordo, è possibile stipulare con lui un patto di non alienazione (previsto dall’articolo 1379 del codice civile); è possibile, cioè, che il lettore e l’attuale proprietario dell’appartamento stipulino un accordo con cui, per un determinato periodo (ad esempio per cinque anni), l’attuale proprietario si impegni con il lettore a non vendere ad altri l’appartamento.

Occorre aggiungere che con l’accordo indicato al punto 1) il lettore ha il tempo di sistemare definitivamente il suo debito con la società finanziaria (il tempo che gli viene concesso dalla durata dell’accordo) e poi, prima della scadenza dell’accordo, acquistare l’appartamento considerato che, fino a quando l’accordo non scade, l’attuale proprietario dell’appartamento si è impegnato con il lettore a non venderlo ad altri.

Bisogna precisare che l’accordo indicato al punto 1):

– deve avere un limite di tempo determinato (cioè l’attuale proprietario dell’appartamento deve impegnarsi a non venderlo a terzi per un numero di anni preciso, mentre è vietato dalla legge un impegno a non vendere che non abbia alcuna scadenza);

– se l’attuale proprietario non rispettasse l’accordo e vendesse lo stesso a terzi l’appartamento, il lettore non potrebbe recuperare l’appartamento, ma soltanto ottenere il risarcimento del danno;

– l’attuale proprietario ha il diritto di chiedere al lettore un “prezzo” in cambio del suo impegno a non vendere l’appartamento per un certo numero di anni.

Infine, per quanto riguarda l’ipotesi dell’ipoteca evidenziata dal lettore, deve escludersi che l’attuale proprietario possa concedere al lettore l’ipoteca sull’appartamento fino a quando resta di sua proprietà.

Infatti la legge (cioè l’articolo 2817 del codice civile) consente al venditore di iscrivere ipoteca sull’appartamento già venduto a garanzia del pagamento del prezzo: cioè è l’attuale proprietario del bene che, salva sua rinuncia, ha il diritto di iscrivere ipoteca sull’appartamento che fosse già diventato di sua proprietà con atto notarile per garantirsi di un eventuale pagamento del prezzo che fosse stato rateizzato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Gdpr e fotografo matrimonialista: come rispettare la legge sulla privacy

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un fotografo matrimonialista come deve adeguare la sua attività alla legge sulla privacy?

Nel nuovo regolamento europeo (2016/679), le fotografie sono incluse nel novero dei dati personali e, in particolare, fanno parte dei dati biometrici, definiti come «i dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i dati dattiloscopici». La foto, in altre parole, rientra tra i dati che consentono di identificare una persona e, quindi, vanno tutelati per garantire la privacy di coloro ai quali si riferiscono.

Le fotografie potranno essere trattate solo se il soggetto ha fornito un consenso esplicito e consapevole, ad eccezione di alcuni casi particolari riguardanti, ad esempio, l’interesse pubblico, la salvaguardia del soggetto ripreso, l’utilizzo necessario in uno specifico ambito di impiego (sicurezza sul luogo di lavoro, ad esempio).

Il fotografo, quando scatta un ritratto, diventa il titolare del trattamento del dato e, come tale, ha l’obbligo di ottenere e registrare il consenso del soggetto. Dopo lo scatto può anche diventare responsabile del trattamento, se utilizza i dati per registrare le persone e aggiungerle, per esempio, in una mailing list.

In ogni caso, un fotografo deve garantire ai suoi soggetti i seguenti diritti:

– informazione: tutti i soggetti devono essere informati di essere stati ritratti nelle vostre fotografie;

– accesso: tutti i soggetti devono poter aver accesso ai dati e ottenerne una copia;

– rettifica: occorre garantire a tutti i soggetti che i dati che siano corretti, per esempio le immagini non siano alterate;

– cancellazione (diritto all’oblio): il fotografo deve cancellare le foto che ritrae il soggetto, se questi lo richiede;

– limitazione di trattamento: il soggetto può consentire al fotografo solo un uso limitato delle foto, per esempio conservarle, ma non pubblicarle sul web;

– portabilità dei dati: il dato deve poter essere trasferibili e indipendente dalla piattaforma su cui è memorizzato;

– opposizione: qualsiasi soggetto può chiedere di non essere ripreso, in qualsiasi circostanza;

– opposizione al trattamento automatizzato dei dati per il tracciamento: il soggetto può opporsi a che il fotografo inserisca le sue immagini in un sistema automatizzato per il trattamento dei dati.

Nel dettaglio, ogni fotografo deve tenere traccia di come ha ottenuto i dati, il che si traduce nella necessità di registrare il consenso del soggetto ritratto. Tale consenso deve essere informato, specifico, non ambiguo e liberamente concesso. Il silenzio assenso non ha alcun valore. Inoltre, il consenso deve essere comprensivo del dettaglio delle specifiche autorizzazioni che il soggetto consente al fotografo, come la pubblicazione o l’utilizzo per fini commerciali e di marketing.

È opportuno anche che sia reso il consenso specifico in riferimento al periodo per il quale si concede l’autorizzazione alla conservazione di tali dati.

Il consenso, come detto, deve essere informato e il fotografo deve provare di averlo ricevuto, tenendo ben presente che può essere revocato in qualsiasi momento e senza bisogno di specificare un motivo.

Se il fotografo ha un sito internet, è importante aggiungere una dichiarazione che espliciti la policy sulla privacy. Tale dichiarazione deve riportare chi tratterà i dati, per quale scopo, per quanto tempo e i contatti cui inviare qualsivoglia comunicazione, come una richiesta di rettifica o cancellazione. Si deve inoltre garantire che i dati siano conservati in modo protetto e sicuro e solo se necessario.

In concreto, dunque, cosa accadrà ad un matrimonio? In effetti, non è ancora possibile trarre delle conclusioni sicure, visto che il Gdpr dovrà passare il vaglio interpretativo della giurisprudenza, la quale senz’altro chiarirà i tanti aspetti ancora oscuri.

A ben vedere, per gli sposi non ci sono problemi: il fotografo farà loro sottoscrivere una dichiarazione ampiamente liberatoria, in modo da avere il consenso scritto su tutti i punti sopra visti. Il professionista avrà inoltre cura di chiedere il consenso alla pubblicazione delle foto sul suo sito internet, nelle bacheche, ecc.

Diverso è il discorso per gli invitati. A rigore, il fotografo deve informare tutti gli invitati che ha intenzione di riprendere e ottenere da ciascuno di essi il consenso, stando ben attento a non ritrarre chi lo abbia negato. Inutile dire che ciò è molto complicato; probabilmente, sarà opportuno allestire delle zone esplicitamente dichiarate come “sicure”, cioè aree in cui non saranno scattate fotografie, per tutelare chi non vuole essere ripreso.

In effetti, possiamo dire che una fotografia diventa un dato biometrico solamente quando è idonea a ad identificare il soggetto ripreso. Di conseguenza, il fotografo potrebbe ritrarre chi ha prestato il consenso e, nel caso in cui persone che non abbiano fatto lo stesso siano accidentalmente riprese nell’inquadratura, provvedere a sfocarne i volti in modo da non renderli riconoscibili. Alla stessa maniera, nessun consenso sarà necessaria nel caso in cui la persona, seppur fotografata, non sia identificabile.

Si potrebbe obiettare dicendo che chi partecipa ad un matrimonio è ben consapevole della possibilità di essere fotografato. Questo è vero, ma il nuovo Gdpr pare piuttosto rigido sulla necessità che il consenso sia sempre manifestato espressamente. Si dovranno attendere le sentenze dei giudici che facciano chiarezza su questo punto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

Eredità, vendita di quote e donazione

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono comproprietario di due appartamenti insieme a mia madre e mio zio, nelle quote per ciascuno appartamento,del 25% per i primi due soggetti e del 50% per l’ultimo. Vorremmo concordare di modificare la proprietà che diventerebbe esclusivamente mia per l’uno e di mio zio per l’altro. Io e mia madre vorremmo agevolarci di una scrittura privata, senza pagare imposte di donazione ma mio zio, che non potrebbe farne a meno volendo al contempo intestare il suo appartamento ai due figli, non rinuncerebbe alla sua quota in quello che dovrebbe diventare interamente il mio appartamento, se non partecipassimo tutti alle spese di un atto notarile. L’appartamento che diverrebbe di mia proprietà esclusiva e che di fatto è stato sempre considerato esclusivamente mio è di mia madre, come l’altro è stato considerato sempre, di fatto, esclusivamente di mio zio, attualmente è in affitto. Se non dovessimo trovare un accordo mio zio potrebbe avanzare pretese sul canone mensile?

Innanzitutto una premessa.

Sulla base dei dati forniti dal lettore nel suo quesito, l’operazione ipotizzata non è altro che la vendita di quote di singoli beni ereditari (oppure la donazione di esse).

Inoltre questa vendita (o donazione) dovrebbe avvenire tra gli stessi attuali comproprietari.

Questo significa che prima dell’operazione non sarà necessario che questi ultimi rispettino il cosiddetto diritto di prelazione previsto dall’articolo 732 del codice civile il quale, infatti, si applica solo se un coerede intende vendere l’intera sua quota ereditaria (e non la quota di singoli specifici beni ereditari) ad estranei e non si applica affatto se, invece, le quote sono donate e non vendute.

Fatta questa doverosa premessa, deve aggiungersi che in base all’articolo 2643 del codice civile tutti i contratti che trasferiscono la proprietà di beni immobili (anche di quote di proprietà di beni immobili) si devono rendere pubblici col mezzo della trascrizione.

Questo vuol dire che la scrittura privata tra le parti con le quali si raggiunge l’accordo per trasferire (cioè vendere) le quote di proprietà di un immobile deve essere trascritta nella ex conservatoria (oggi presso l’Agenzia delle Entrate) altrimenti l’atto (e quindi la vendita) non potrà avere efficacia nei confronti dei terzi, cioè di tutti i soggetti estranei alla vendita stessa.

Per spiegare meglio, è bene fare un esempio.

Se lo zio vende al lettore il 50% della sua quota con una scrittura privata che non viene trascritta edopo vende la stessa quota del 50% ad un estraneo con un atto notarile che viene trascritto, questavendita all’estraneo avrebbe valore mentre quella fatta al lettore non avrebbe alcun valore anche se fattaprima.

Il lettore, quindi, se non fa trascrivere la scrittura privata con cui acquista il 50% da suo zio, correrebbe ilrischio un domani di non avere nulla in mano.

Si aggiunga che se invece di vendersi reciprocamente le quote sono intenzionati a donarsele, allora la scrittura privata non serve a nulla perché la legge obbliga a fare la donazione attraverso un atto pubblico (cioè dal notaio): la donazione fatta semplicemente con scritture private è nulla, cioè non ha alcun valore.

Il consiglio, quindi, è di accordarsi per recarsi da un notaio scelto di comune intesa per perfezionare le operazioni di vendita o di donazione delle quote con atti pubblici notarili che andranno poi trascritti nei registri immobiliari, accordandosi tra di loro anche sugli onorari notarili (in base all’articolo 1475 del codice civile, infatti, le spese del contratto di vendita possono essere divise tra acquirente e venditore in base ad un loro accordo scritto; nella donazione, di solito, le spese notarili gravano sul donatario: in entrambi i casi, comunque, il notaio potrà pretendere l’intero importo da tutte e due le parti salvo poi il diritto di chi ha pagato l’intera parcella di chiedere l’eventuale rimborso all’altra sulla base degli accordi già presi sulla divisione degli onorari notarili).

Infine occorre precisare che se un appartamento è affittato, ha diritto a percepire il canone chi risulta essere illocatore nel contratto di affitto (cioè chi ha firmato il contratto di locazione nella qualità di locatore).

Se cioè nel contratto di affitto è indicato come locatore il sig. X, l’affittuario è tenuto a pagare ad X(anche se X non è proprietario).

Perciò l’affittuario giustamente paga il canone mensile dell’appartamento in affitto a chi risulta essereil locatore nel contratto di affitto.

Se poi c’è un accordo per dividersi il canone di affitto tra l’effettivo proprietario dell’appartamentoin affitto e chi lo ha affittato firmando il contratto di affitto, questo accordo ha valore finchél’accordo resta in vigore secondo le intese che a suo tempo furono raggiunte.

Nel momento in cui l’accordo dovesse venire meno, il proprietario dell’appartamento potrà anchepretendere che il pagamento del canone di affitto venga da quel momento in poi effettuato nelle suemani.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

 

Querela per diffamazione: si può denunciare per calunnia?

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vorrei sporgere denuncia per calunnia nei confronti di una persona che ha querelato mia moglie per diffamazione. Nell’allegato i contenuti della denuncia. È fondata la denuncia?

Innanzitutto è bene chiarire che il reato di calunnia al quale il lettore ha fatto riferimento (art. 368 c.p.) si realizza quando un soggetto qualsiasi:

– attraverso lo strumento della denuncia, querela, richiesta o istanza (anche se anonima o sottoscritta con falso nome);

– diretta all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia l’obbligo di riferirne o alla corte penale internazionale;

– incolpa di un reato un soggetto che egli sa essere innocente;

– ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato (che in realtà non esiste).

Dunque, pur non volendo essere inutilmente didattici,  si precisa che il reato di calunnia (proprio in forza della descrizione fatta) si divide in:

– formale, quando è realizzato mediante denuncia (intesa in senso ampio, anche non qualificata o anonima, ma idonea a far sorgere un procedimento penale);

– materiale, quando è realizzato in maniera più subdola, con la simulazione delle tracce di un reato (ripeto, mai avvenuto).

Il caso in esame non è chiarissimo, ed è per questo che si è cercato di rappresentare in modo preciso quando il reato che ha ipotizzato il lettore si configura.

A voler cercare di tirare le fila della sua ricostruzione, sembra che vi sia stato un procedimento civile (in cui l’attore era la moglie) per il risarcimento di un danno che le era stato arrecato e che tale giudizio, che avevano chiesto di patrocinare al loro avvocato, in realtà non era stato mai iniziato (questo sembra essere un dato di fatto, acclarato con una sentenza di condanna di quest’ultimo in sede civile).

Se, dunque, è vero che l’avvocato ha trattenuto i soldi della moglie del lettore illegittimamente e che questo è stato acclarato da un giudice, la stessa – pur riferendolo ad uno studente curioso – non avrebbe realizzato alcuna condotta diffamatoria.

Peraltro, il reato di diffamazione che le era stato espressamente contestato e per il quale è stato imputato, è stato dichiarato estinto per remissione di querela.

Ebbene, di solito il consiglio è di non sporgere una querela per calunnia fino a quando non si è concluso il processo principale nel quale si è imputati (a seguito della denuncia che si ritiene essere calunniosa).

Per essere più chiari si sconsiglia sempre quella che in gergo viene conosciuta come controquerela se prima non si riporta un’assoluzione: i giudici, infatti, per ritenere che possa esservi una calunnia devono avere la certezza che il reato che è stato denunciato non sussista.

Nel caso specifico la remissione di querela è indicativa di una ritrattazione ma non equivale ad un’assoluzione per cui necessita di una particolare attenzione nella scelta (e nella successiva eventuale redazione) della denuncia per calunnia.

Nel caso specifico, dalla ricostruzione la situazione non sembra essere chiarissima, in quanto un testimone sarebbe disposto a deporre contro la moglie del lettore: occorre, pertanto, sapere se vi sono altri alunni che, al contrario, verrebbero a smentirlo. Dalla memoria prodotta in allegato dal lettore si evincono certamente degli elementi favorevoli, ma è necessario almeno un testimone che possa confermare la sua versione.

In conclusione, a parere dello scrivente possono esserci gli estremi per la calunnia ma, per essere sicuri che l’accusa sia sostenibile in giudizio, e, dunque, che vi siano prove sufficienti contro l’avvocato, si dovrebbero leggere tutti gli atti del processo di diffamazione: si noti che il reato di calunnia è procedibile d’ufficio, quindi per la presentazione della denuncia non vi è limite di tempo.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Sabina Coppola

Come recuperare i contributi versati se la pensione è già stata liquidata

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho contributi sia come dipendente che come commerciante. Ho fatto richiesta di pensione di vecchiaia e nel digitare la pratica mi viene richiesto su quale posizione si vuole venga liquidata la pensione. Io ho richiesto la liquidazione nella gestione lavoro dipendente e mi è stata liquidata la pensione senza tenere conto dei contributi commercianti. L’Inps asserisce che trascorsi 2 anni posso fare richiesta di supplementi perdendo di fatto i due anni di pensione. Ho possibilità di recuperare questi contributi come commerciante sin dall’età di 66 anni e 7 mesi.

Innanzitutto si può dire che la questione attiene più specificatamente alla possibilità di poter cumulare i contributi versati nel Fpld (Fondo previdenziale dei lavoratori dipendenti) con quelli corrisposti dal lettore come commerciante all’Inps alla fine della sua carriera lavorativa.

Sia la pensione di vecchiaia (per la quale il lettore ha optato) sia la pensione derivante dalla Gestione Inps commercianti, è raggiungibile all’età di 66 anni e 7 mesi. Dai documenti inviati dal lettore è possibile notare che questi ha tralasciato al momento della richiesta di pensionamento ben 676 settimane di contributi, che non gli sono state considerate insieme a quelli derivanti da lavoro dipendente.

Detto ciò, è opportuno sapere che il sistema previdenziale italiano prevede in favore dei lavoratori che hanno avuto una carriera lavorativa discontinua, degli strumenti in grado di ricongiungere i contributi versati in diverse gestioni previdenziali. Si parla, in particolare, della ricongiunzione, della totalizzazione e del recentissimo cumulo gratuito.

Tali strumenti, che hanno caratteristiche differenti, consentono in pratica a chi ha posizioni assicurative in gestioni previdenziali diverse, di riunire, mediante trasferimento, tutti i periodi contributivi presso un’unica gestione, allo scopo di ottenere una sola pensione. Purtroppo è necessario rispettare delle regole molto rigide per fruire di tali strumenti: come ad esempio l’impossibilità di poter cumulare i contributi in un’unica pensione se si è già titolari di una pensione diretta (come nel caso di specie).

Una volta ottenuta la pensione, che sia di vecchiaia o anticipata, i ripensamenti non sono più possibili. Nel senso che, la valutazione di riunire i contributi è una scelta che deve essere fatta in prossimità del pensionamento, ossia prima che venga liquidato il trattamento pensionistico.

Chi, ad esempio, come nel caso di specie, possiede dei contributi accreditati presso l’Inps, sia nel Fpld che nella gestione commercianti, decidendo di non avvalersi né della totalizzazione né della ricongiunzione, non può più recuperare i contributi Inps versati sommandoli agli altri, nemmeno attraverso il cumulo: liquidata la pensione, non si torna più indietro.

Tornare indietro e optare per il cumulo, invece, è possibile, per chi non è ancora pensionato, se è stata chiesta la ricongiunzione dei contributi senza che sia avvenuto il pagamento dell’intero onere, oppure se è stata chiesta la totalizzazione ma la procedura amministrativa non è stata ancora chiusa (ma questo non è il caso specifico).

E allora come bisogna fare? Se non può utilizzare né il cumulo, né la ricongiunzione e né la totalizzazione, perché la pensione del lettore è già stata liquidata, come può recuperare i contributi versati all’Inps?

A questo punto, le modalità sono due:

– ottenere un’autonoma pensione presso l’istituto (però in questo caso avrebbe dovuto avere almeno 20 anni di contributi versati alla gestione commercianti. Al momento ne risultano solo 13);

– oppure la pensione supplementare.

Se i contributi Inps non sono sufficienti ad ottenere una pensione autonoma, si possono integrare con contributi volontari o da riscatto, con onere a carico dell’interessato.

In ogni caso, l’Inps non restituisce mai i contributi, a meno che non si tratti di versamenti indebiti o erronei.

In definitiva, il lettore dovrà attenere i tempi richiesti dall’Inps chiedendo i supplementi di pensione. Si tratta di un incremento della pensione liquidato, a domanda, in base alla contribuzione di periodi successivi alla data di decorrenza della pensione medesima. Il supplemento di pensione può essere concesso solo decorso un periodo di tempo minimo dalla decorrenza della pensione di cui si è titolare o dal precedente supplemento. La disciplina è differente a seconda della gestione in cui si è titolare di pensione e di quella in cui si chiede il supplemento.

Nel caso specifico, quindi, la liquidazione del supplemento può essere richiesta per la prima volta quando sono decorsi due anni dalla data di decorrenza della pensione. Gli anni trascorsi non possono essere recuperati.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio

Cessione del ramo d’azienda e assunzione di ex dipendenti

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A seguito della cessione di ramo d’azienda della mia start-up (cessione comprensiva dei miei dipendenti adibiti a quel ramo d’azienda) all’azienda XYZ ho firmato un atto di compravendita in cui, tra le varie clausole, vi è la seguente clausola: “mi impegno per un periodo di X anni a […] non indurre o sollecitare l’assunzione del personale del cessionario” (patto di non concorrenza). Potrei avere maggiori delucidazioni su questo argomento? Un mio conoscente mi ha proposto di iniziare una nuova attività non in concorrenza con XYZ e ha anche contattato uno dei miei ex dipendenti per chiedergli se anche lui era disponibile a diventare socio di questa attività. Questa situazione potrebbe causarmi problemi? Io non ho sollecitato, anzi me lo troverei come socio-lavoratore di questa nuova realtà.

Il significato della clausola sottoscritta dal lettore, come emerge dai termini utilizzati, gli impone di nonindurre o sollecitare l’assunzione del personale del cessionario.

Ciò significa che il lettore si è impegnato a non svolgere attività, per così dire, di reclutamento di quelli che erano i suoi dipendenti nel ramo d’azienda ceduto.

Nella clausola che egli ha citato non si chiarisce se si è vincolato solo nella sua veste di titolare dell’impresa di cui faceva parte il ramo ceduto oppure se si è vincolato a non indurre o sollecitare l’assunzione dei suoi ex dipendenti in quanto imprenditore e, quindi, a non sollecitare o indurre l’assunzione dei suoi ex dipendenti in qualsiasi altra impresa che il lettore dovesse avviare o di cui fosse già titolare prima della cessione.

Si noti che le clausole di un contratto, così come stabilisce l’articolo 1362 del codice civile, si interpretano (anche eventualmente nel corso di un processo) non solo in base al senso della parole utilizzate, ma indagando quale sia stata la comune intenzione delle parti.

E per indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti si deve tener conto:

– del comportamento complessivo di esse (cioè del comportamento del lettore e di quello del cessionario) anche nel periodo successivo alla conclusione del contratto

– di tutte le clausole del contratto, interpretandole le une per mezzo delle altre attribuendo ad esse il senso che risulta dal complesso del contratto sottoscritto (così impone l’articolo 1363 del codice civile).

In definitiva:

– se dal testo complessivo del contratto di cessione del ramo d’azienda emergesse che il lettore si èvincolato per un certo numero di anni a non indurre o sollecitare l’assunzione di suoi exdipendenti soltanto nell’impresa di cui faceva parte il ramo d’azienda ceduta, allora questi è libero di assumere i suoi ex dipendenti (anche sollecitandoli o inducendoli a farlo) inun’impresa diversa da quella di cui faceva parte il ramo ceduto;

– se, invece, dal testo complessivo del contratto di cessione del ramo d’azienda emergesse che il lettore si è vincolato per un certo numero di anni a non indurre o sollecitare l’assunzione di suoi ex dipendenti in qualsiasi impresa di cui questi fosse, sia o sarà titolare, allora è chiaro che non potrà sollecitare o indurre l’assunzione in una qualsiasi sua impresa dei suoi ex dipendenti.

In ogni caso, siccome il lettore si è vincolato a non indurre o sollecitare queste assunzioni, non è una violazione di questo patto di non concorrenza assumere suoi ex dipendenti senza averli indotti o sollecitati a farlo, cioè in base ad una loro spontanea decisione (d’altra parte, questo è il senso che emerge dalle parole utilizzate nella clausola citata dal lettore).

Al di là, infine, della clausola di non concorrenza contenuta nel contratto sottoscritto dal lettore, si deve valutare anche il fatto che la legge (articolo 2557 del codice civile) impone comunque, salvo diverso accordo tra le parti, a chi aliena l’azienda di astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta.

Le altre circostanze idonee a sviare la clientela dell’azienda ceduta potrebbero anche consistere nel fatto che la nuova impresa si avvale dell’attività (attraverso la loro assunzione) di ex dipendenti del ramo ceduto (ovviamente toccherà a chi lo contesta dimostrare che l’assunzione di ex dipendenti abbia sviato la clientela dell’azienda ceduta).

Infine non è da trascurare anche la norma contenuta nell’articolo 2598, n. 3), del codice civile che vieta gli atti di concorrenza sleale che consistono nei comportamenti dell’imprenditore che direttamente o indirettamente usa ogni mezzo non conforme ai principi di correttezza professionale che sia idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

Anche in questo caso toccherebbe a chi contestasse al lettore una condotta di concorrenza sleale dimostrare che l’assunzione da parte di quest’ultimo di dipendenti del ramo di azienda ceduto sia stato un mezzo idoneo a danneggiare l’azienda oggetto di cessione, per esempio rivelando tecniche o segreti aziendali appresi durante il periodo in cui quei dipendenti furono alle sue dipendenze.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

 

Commercio ambulante: quali obblighi per la vendita?

Posted on : 23-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per quanto riguarda la vendita di spremute di arance in una bancarella in località turistica, quali sono gli obblighi da rispettare? È necessario un corso di somministrazione di alimenti e bevande? I clienti non consumano al tavolo ma la vendita è solo da “asporto”.

L’attività di commercio ambulante (definita come “commercio al dettaglio su area pubblica”) è disciplinata dagli articoli 27 ss. del D.Lgs. n. 114/98. La legge stabilisce alcuni principi generali, rimandando alle singole Regioni la normativa di dettaglio.

Innanzitutto, la possibilità di vendita su aree pubbliche necessita di una preventiva autorizzazione da parte del Comune: per tale ragione, il primo passo da compiere per chi intende avviare questo tipo di attività è sicuramente la richiesta della licenza per l’esercizio del commercio su aree pubbliche.

Tale autorizzazione può essere di due tipi, a seconda che l’attività di commercio ambulante sia svolta su posteggio fisso o in forma itinerante. Si avrà quindi:

-autorizzazioni per il commercio ambulante con sede fissa, di durata decennale;

-autorizzazione per il commercio ambulante in forma itinerante.

L’autorizzazione per il commercio ambulante con sede fissa viene rilasciata dal Comune competente per territorio ed è concessa per un preciso giorno in un certo mercato o fiera. Questo tipo di autorizzazione riguarda l’acquisizione del diritto ad avere un posto fisso in un mercato per dieci anni. Periodicamente ogni Regione pubblica sul Bur l’elenco dei posteggi liberi, suddivisi per ogni Comune. I soggetti interessati dovranno presentare domanda al Sindaco del proprio Comune di appartenenza, che assegnerà il posto in un mercato.

Questo tipo di autorizzazione permette di esercitare la vendita ambulante nella stessa Regione e di partecipare a fiere in tutta Italia.

L’autorizzazione per il commercio ambulante in forma itinerante viene rilasciata dal Comune di residenza del richiedente, consente l’esercizio in forma itinerante in tutto il territorio nazionale, nelle fiere, nei mercati, ma limitatamente ai posteggi non assegnati o provvisoriamente non occupati dai titolari.

L’autorizzazione è gratuita: è stata abolita sia la tassa di rilascio che quella di rinnovo.

Non rientrano nel settore del commercio ambulante sullearee pubbliche:

-coloro che esercitano esclusivamente la vendita a domicilio (essendo una forma di vendita disciplinata nell’ambito del commercio al dettaglio in sede fissa);

– gli agricoltori i quali esercitano sulle aree pubbliche la vendita dei prodotti agricoli; è necessario comunque essere in possesso di documentazione che provi la Scia e il rispetto della normativa igienico-sanitaria.

L’attività di commercio ambulante permette di offrire la vendita al dettaglio di diversi tipi di articoli: abbigliamento, prodotti per la casa, calzature, generi alimentari, ecc..

È esclusa invece la vendita di gioielli, superalcolici e armi.

Se si esercita il commercio su area pubblica senza autorizzazione o fuori dal territorio previsto dall’autorizzazione stessa, si è puniti con la sanzione amministrativa prevista e con la confisca delle attrezzature e della merce. In casi specifici l’autorizzazione può essere sospesa.

I Comuni stabiliscono gli orari del commercio sul suolo pubblico che normalmente sono gli stessi del commercio al dettaglio in sede fissa.

L’attività di venditore ambulante può essere esercitata sia dalle ditte individuali che dalle società di persone, ma anche dalle società di capitali e dalle cooperative.

Per quanto riguarda la vendita di alimentari e la somministrazione di alimenti e bevande in forma ambulante, la licenza e i requisiti professionali richiesti sono specifici. È necessario seguire il corso di somministrazione di cui parla nel quesito. In particolare, oltre a dover possedere i requisiti morali e soggettivi (e cioè non essere stati dichiarati falliti, non aver riportato condanne penali, ecc.) previsti dalla legge, bisognerà rispettare la normativa di settore che, per quello alimentare esercitato in qualsiasi forma, impone l’aver frequentato con esito positivo un corso professionale per il commercio nel settore alimentare (d.lgs. n. 59/2010).

È possibile evitare di seguire questo corso solamente nei seguenti casi:

– avere, nel quinquennio precedente alla frequentazione del corso, esercitato per almeno due anni, anche non continuativamente, in proprio attività d’impresa nel settore alimentare o nel settore della somministrazione di alimenti e bevande oppure avere svolto la propria attività, presso imprese di questo settore, in qualità di dipendente qualificato, addetto alla vendita o somministrazione o preparazione di alimenti oppure in qualità di socio lavoratore o in altre posizioni di egual valore oppure, infine, di coadiutore familiare (se si tratti di coniuge, parente o affine entro il terzo grado dell’imprenditore);

– essere in possesso di diploma di laurea anche triennale o diploma di scuola superiore o diploma di altra scuola ad indirizzo professionale almeno triennale attinente alla vendita, al commercio e/o alla somministrazione di cibi o bevande;

– essere stato iscritto al Rec (registro esercenti) in uno dei settori previsti negli ultimi cinque anni.

I corsi sono organizzati dalla Regione e, in linea di massima, hanno una durata che va dalle 60 alle 100 ore. Anche il costo varia da Regione a Regione.

Per tutti i soggetti che vogliono effettuare commercio ambulante riguardante l’attività di vendita, trasformazione, produzione, e trasporto di generi alimentari, è obbligatorio il rilascio dell’autorizzazione sanitaria. L’autorizzazione sanitaria deve essere richiesta presso l’ufficio igiene del Comune.

La verifica dei requisiti morali ed eventualmente professionali spetta al Comune in cui ha sede l’attività.

Una volta ottenuta l’autorizzazione amministrativa alla vendita occorre chiedere l’apertura della Partita Iva all’Agenzia delle Entrate. Contestualmente deve essere effettuata l’iscrizione presso la Camera di Commercio competente, con il pagamento del diritto annuale.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv.Mariano Acquaviva