Processi troppo lunghi: come ottenere il risarcimento

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il diritto alla ragionevole durata del processo e le tutele garantite dal nostro ordinamento in caso di giudizi eccessivamente lunghi.

Dopo esser stato vittima di un incidente stradale, ti sei rivolto al giudice per ottenere il risarcimento per le lesioni subite ed i danni causati al tuo veicolo. Il processo civile, tuttavia, non ha avuto la durata che ti aspettavi ed hai ottenuto una sentenza solo dopo ben otto anni.  Ti chiedi in caso di processi troppo lunghi: come ottenere il risarcimento? Se il processo si protrae per un periodo di tempo eccessivamente lungo puoi presentare ricorso per equa riparazione in base a quanto previsto dalla cosiddetta Legge Pinto [1]. Con tale ricorso è possibile ottenere il risarcimento sia dei danni patrimoniali (ad esempio le ingenti spese sostenute nel corso degli anni), sia di quelli non patrimoniali (ossia di quelli che riguardano la sfera psichica del soggetto, come ad esempio i dolori, i patemi d’animo, le paure che un evento può determinare): nel caso di durata eccessiva di un processo i danni non patrimoniali si ritengono sussistenti a causa dello stato di ansia perdurante che l’esistenza di un giudizio ingenera nelle parti coinvolte.

Il diritto alla ragionevole durata del processo

E’ cosa nota: il principale problema della giustizia italiana è la lentezza dei processi.

Sia la Costituzione [2] che le norme internazionali e, precisamente, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (cosiddetta Cedu) [3] e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (meglio nota come Carta di Nizza) [4] menzionano, quale diritto fondamentale dell’individuo, quello alla celebrazione di un giusto processo.

Un processo si può definire “giusto” quando è ispirato a principi quali: la terzietà ed imparzialità del giudice, la parità delle parti, la tutela del contraddittorio anche nel momento di formazione della prova, la ragionevole durata del processo.

Se un processo ha una durata eccessiva, può portare a conseguenze paradossali, aggravando la posizione di chi si rivolge ad un giudice per ottenere tutela.

Come affermato anche dalla Corte Costituzionale, la durata del processo deve garantire il diritto delle parti di agire e difendersi in giudizio.

Talvolta è la natura stessa dei giudizi a richiedere un processo più complesso: si pensi all’ipotesi in cui, ad esempio, la raccolta di elementi probatori (come testimonianze, perizie, consulenze, documentazione) necessiti di più udienze; può altresì verificarsi che la questione posta all’attenzione del giudice richieda un esame più approfondito, per il quale serve un numero maggiore di udienze.

Come fare a capire quando un processo può dirsi effettivamente troppo lungo?

Il legislatore ha stabilito che per il primo grado di giudizio si reputano ragionevoli tre anni, per il secondo gradodue anni e per il giudizio in Cassazione un anno [5].

La legge prevede termini diversi, poi, per procedimenti particolari:

  • i giudizi di esecuzione forzata (ossia i giudizi cui fa ricorso il creditore per ottenere quanto dovuto dal debitore che non adempie spontaneamente al suo obbligo) si considerano di durata ragionevole se contenuti nel termine di tre anni;
  •  le procedure concorsuali (come ad esempio il fallimento) si considerano di durata ragionevole se contenute nel termine di sei anni;

In ogni caso la legge precisa che il termine “ragionevole” si ritiene rispettato se il giudizio definitivo e irrevocabile giunge nel termine massimo di sei anni [6]; per giudizio definitivo ed irrevocabile s’intende quello che si è concluso con una sentenza avverso la quale non è più possibile proporre impugnazione: con riferimento al giudizio di primo grado, ad esempio, esso potrà dirsi definitivo ed irrevocabile se nessuna delle parti proporrà appello.

Come si calcola la durata del processo?

Per calcolare la durata del processo si utilizzano criteri diversi a seconda che si tratti di un procedimento civile o penale:

  •  nel caso di un processo civile il termine decorre dal deposito del ricorso introduttivo o dalla notifica dell’atto di citazione;
  •  nel caso di un processo penale la decorrenza si ha da quando l’indagato viene a conoscenza del procedimento penale a suo carico mediante un atto dell’autorità giudiziaria (ad esempio nel momento in cui si viene convocati per rendere interrogatorio).

Nel calcolare la durata del processo bisogna tener conto anche del dispendio di tempo cagionato dalle richieste di rinvio delle parti, che dovrà essere sottratto alla durata complessiva dello stesso. Se ad esempio il processo è durato otto anni, ma la parte ha chiesto un rinvio che ha fatto sì che la successiva udienza si tenesse a distanza di cinque mesi, al periodo complessivo di otto anni dovranno essere sottratti cinque mesi.

Al riguardo la giurisprudenza ha affermato che per stabilire se c’è stata un’irragionevole durata del processo e, quindi, concedere il relativo risarcimento, bisogna tener conto anche dei rinvii influenzati dalle scelte processuali della parte [7]. Ciò significa che il giudice dovrà valutare quali rinvii sono richiesti al fine di poter approntare una difesa effettivamente adeguata e quali, invece, hanno finalità solo dilatorie, ossia sono funzionali a ritardare soltanto la decisione del giudice (si pensi all’ipotesi in cui si faccia ricorso a continue richieste di rinvio solo per ottenere la prescrizione).

La Corte di Cassazione ha affrontato anche la questione particolare della richiesta di rinvio per astensione da parte dell’avvocato (l’astensione dalle udienze costituisce per gli avvocati l’esercizio del diritto di sciopero): chiarisce la Suprema Corte che il rinvio che consegue all’astensione dei difensori dall’attività di udienza non può essere imputato all’organizzazione dell’ufficio giudiziario, ma ad una scelta consapevole del difensore e, per tale ragione, nel computo della durata del processo dovrà essere detratto il periodo di tempo compreso tra la data dell’astensione e la successiva udienza [8].

Nell’esempio fatto in premessa, dunque, il momento a partire dal quale si può computare la durata del processo, per verificare se è stata o meno eccessiva, è quello in cui hai notificato l’atto di citazione alla tua controparte; il momento finale è quello del passaggio in giudicato della sentenza. Se in questo arco temporale c’è stato un rinvio perché il tuo difensore si è astenuto e la nuova udienza è stata fissata a distanza di due mesi, al computo totale della durata del processo dovrai sottrarre tale periodo di tempo.

L’equa riparazione per l’eccessiva durata del procedimento

I rimedi preventivi

La Legge di stabilità del 2016, con la quale è stato modificato il testo originario della Legge Pinto, ha introdotto i cosiddetti «rimedi preventivi». Il legislatore ha previsto degli strumenti processuali grazie ai quali è possibile “accelerare” i tempi del giudizio ed evitare che lo stesso si protragga per un periodo di tempo eccessivo.

Tali rimedi sono previsti a pena di inammissibilità della domanda di equa riparazione: ciò significa che se nel corso del giudizio la parte non fa ricorso a tali “strumenti”, allora non potrà chiedere il risarcimento per l’eccessiva durata.

Bisogna precisare che si tratta di richieste sulle quali il giudice competente provvede con discrezionalità: ciò significa che il giudice valuterà se accoglierle o meno, ma non ha alcun obbligo.

Tali rimedi preventivi si differenziano a seconda del tipo di processo:

  • nel processo civile il rimedio preventivo è costituito dal processo sommario: si tratta di una forma di giudizio più “snello” e semplificato in cui, ad esempio, i fatti oggetto della causa possono essere provati tramite documentazione. Il legislatore ha previsto che, se non si è proposta tale forma di giudizio sin dall’inizio, si può chiedere la trasformazione del rito ordinario in rito sommario; se ciò non è possibile (perché ad esempio si tratta di un giudizio avente ad oggetto questioni di rapporti di lavoro per i quali il processo sommario non è ammesso) allora si può chiedere che la causa venga decisa a seguito di discussione orale, accelerando in tal modo il procedimento. E’ necessario preavvisare che tali richieste – sia il mutamento del rito che la richiesta di decisione – devono essere presentate entro un termine preciso, ossia sei mesi prima che spiri il termine di ragionevole durata del processo (che per il primo grado è di tre anni) [9];
  • nel processo penale il rimedio preventivo è rappresentato dall’istanza di accelerazione da presentare almeno sei mesi prima della scadenza del termine di durata ragionevole [10];
  • nel processo amministrativo il rimedio preventivo consiste nella presentazione di un’istanza con la quale segnalare l’urgenza del ricorso [11];
  • per quanto riguarda i processi contabili e pensionistici davanti alla Corte dei Conti e alla Corte di Cassazione, il legislatore ha previsto il rimedio preventivo dell’istanza di accelerazione presentata rispettivamente sei mesi o almeno due mesi prima della scadenza del termine di ragionevole durata [12].

La procedura

Ai sensi della Legge Pinto, quindi, assistito da un difensore munito di procura speciale, puoi presentare ricorso per equa riparazione.

Il ricorso va presentato al presidente della Corte d’Appello del distretto in cui ha sede il giudice innanzi al quale si è svolto il primo grado del processo.

Il ricorso deve essere presentato entro un termine stabilito a pena di decadenza (ciò significa che, decorso inutilmente il termine, il ricorso non potrà più essere proposto): tale termine è di sei mesi dal momento in cui la sentenza è passata in giudicato, ossia è diventata definitiva.

Al riguardo occorre tuttavia precisare che di recente la Corte costituzionale, con un’importante pronuncia, ha chiarito che la domanda di equa riparazione può essere proposta anche in corso di procedimento. Secondo la Corte, infatti, escludere la possibilità di avanzare domanda di equa riparazione anche nel corso del procedimento non consente di garantire una tutela effettiva alla parte che subisce l’eccessiva durata del processo; precisa la Corte che non sempre il ricorso al cosiddetti rimedi preventivi garantisce una concreta accelerazione del giudizio, poiché si tratta sempre e comunque di richieste sulle quali il giudice competente provvede con discrezionalità (ciò significa che ha la facoltà di accelerare il giudizio, ma non un obbligo) [13].

Il ricorso deve essere dettagliato e consentire la verifica dei ritardi subiti; a tal fine alla domanda vanno allegati, in copia autentica, gli atti relativi al giudizio: bisognerà quindi produrre l’atto di citazione, le memorie depositate nel corso del giudizio, i verbali di causa, i provvedimenti del giudice e, infine, il provvedimento che ha concluso la causa divenuto definitivo.

Una volta depositato il ricorso, il Presidente della Corte d’Appello o un magistrato appositamente designato a tal fine adotterà una decisione in merito all’accoglimento o meno della domanda risarcitoria nel termine di trenta giorni ed emetterà un decreto motivato. Si tratta di un provvedimento con il quale si ordina alla controparte di pagare la somma ritenuta adeguata e liquidata al ricorrente. Il decreto, unitamente al ricorso, dovrò essere notificato alla controparte entro trenta giorni dal deposito dello stesso in cancelleria.

Ma chi è la controparte nel giudizio per equa riparazione? Poiché quello che stai chiedendo è un risarcimento allo Stato per via dell’eccessiva durata del processo, controparte è il ministro della Giustizia, rappresentato in giudizio dall’Avvocatura dello Stato.

Nel caso in cui il ricorso venga respinto in tutto o in parte, la domanda non può più essere ripresentata, ma è possibile proporre opposizione dinanzi alla stessa Corte d’Appello nel termine di trenta giorni dalla comunicazione o dalla notificazione del provvedimento [14].

Bisogna precisare che la Legge di stabilità del duemilasedici, oltre i rimedi preventivi di cui si è trattato sopra, ha previsto anche altre importanti modifiche al testo di legge originario e cioè:

  • l’indennizzo non può essere concesso alla parte che, nel processo la cui durata è stata ritenuta eccessiva, è stata condannata per lite temeraria o che comunque sia consapevole dell’infondatezza originaria o sopravvenuta della sua posizione: il risarcimento non è dovuto, quindi, se hai iniziato una causa essendo consapevole di essere in torto [15];
  • sono state introdotte ipotesi di presunzione di insussistenza del danno: si tratta dei casi di prescrizione del reato di cui benefici l’imputato, di contumacia della parte, di estinzione del processo civile o amministrativo, di irrisorietà della pretesa o del valore della causa; in tali ipotesi  il ricorrente dovrà provare l’effettivo pregiudizio subito al fine di ottenere l’indennizzo richiesto [16];
  • sono state rideterminate le somme erogabili a titolo di indennizzo.

A quanto può ammontare l’equa riparazione?

Hai depositato il ricorso per equa riparazione e sei in attesa della decisione della Corte d’Appello; ti chiedi, a questo punto, quale somma ti potrà essere liquidata.

L’indennizzo può essere di ammontare non inferiore a quattrocento euro e non superiore a ottocento euro per ciascun anno o frazione di anno superiore a sei mesi in cui il processo ha ecceduto la ragionevole durata [17].

Tali cifre, tuttavia, possono essere aumentate nei casi in cui il ritardo si sia eccessivamente prolungato, potendo la somma liquidata essere in tali ipotesi aumentata sino al venti per cento per gli anni successivi al terzo e sino al quaranta per cento per gli anni successivi al settimo.

L’importo liquidato, tuttavia, non potrà superare il valore della causa o quello del diritto accertato dal giudice se inferiore.

Quali sono i costi del ricorso? 

Proporre un ricorso per equa riparazione naturalmente comporta dei costi.

Come già accennato nei paragrafi precedenti, il legislatore ha previsto l’obbligo di depositare insieme al ricorso le copie conformi degli atti del giudizio. Per ottenere tali copie è necessario corrispondere i diritti di copia che variano a seconda del numero di pagine per le quali si chiede la conformità e che sono stabilite in tabelle ministeriali [18]. Il costo, quindi, può variare di molto a seconda della mole di atti da allegare al ricorso.

Bisogna inoltre considerare la parcella dell’avvocato che ti assiste: i costi per il patrocinio per l’ottenimento dell’equo indennizzo sono stabiliti dalle tabelle forensi e dipendono dal valore della controversia oggetto del processo e dalla complessità della stessa [19].

Revoca assegno d’invalidità: quando?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi si decade dal diritto di percepire l’assegno ordinario d’invalidità: mancato rinnovo, revisione, trasformazione in pensione di vecchiaia.

L’assegno ordinario d’invalidità è una prestazione, calcolata sulla base dei contributi e dei redditi posseduti (cioè col sistema retributivo, misto o col sistema integralmente contributivo, a seconda dei casi), allo stesso modo della generalità delle pensioni, che spetta a chi possiede i seguenti requisiti:

  • capacità lavorativa residua ridotta in modo permanente a meno di un terzo;
  • 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio.

Non è dunque semplice ottenere questa prestazione dall’Inps, mentre è facile che l’assegno sia ridotto, sospeso o addirittura revocato.

L’assegno, difatti, è tagliato del 25% se il reddito dell’interessato supera 4 volte il minimo, e del 50% se supera 5 volte il minimo, e può subire una seconda riduzione, a meno che l’interessato non possieda 40 anni o più di contributi.

Per quanto riguarda la perdita dell’assegno d’invalidità, invece, questa può avvenire per mancato rinnovo, per revoca in caso di revisione o per trasformazione dell’assegno in pensione di vecchiaia (in questo caso l’assegno è, però, convertito in pensione).

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla revoca assegno d’invalidità: quando è possibile, in quali casi conviene al titolare.

Mancata conferma dell’assegno d’invalidità

L’assegno d’invalidità, innanzitutto, si può perdere a causa della mancata conferma. A questo proposito, è bene sapere che l’assegno non è una prestazione definitiva, ma deve essere confermato ogni 3 anni con la verifica delle condizioni di salute che danno diritto al trattamento. Alla terza conferma, l’assegno è riconosciuto in automatico, salvo richiesta di revisione.

Nello specifico, la conferma dell’assegno deve essere richiesta dal titolare con un’apposita domanda:

  • se la domanda è presentata nei 6 mesi che precedono la fine del triennio di durata dell’assegno, la conferma ha effetto dal primo giorno del mese successivo alla scadenza e il pagamento della prestazione non subisce alcuna interruzione;
  • se la domanda viene presentata entro i 120 giorni successivi alla data di scadenza del triennio, la conferma ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della sua presentazione; in questo caso, però, anche se si verifica un’interruzione nel pagamento dell’assegno, il nuovo triennio è computato dalla data di scadenza del precedente e non dalla data dalla quale ha effetto la conferma, per garantire la consecutività dei rinnovi;
  • se la domanda viene presentata dopo 120 giorni dalla scadenza del triennio, la richiesta di conferma è considerata come una nuova domanda di assegno e la decorrenza, fissata al mese successivo alla presentazione della domanda, comporta l’interruzione della consecutività dei rinnovi.

Dopo tre riconoscimenti consecutivi l’assegno è confermato automaticamente, indipendentemente dal fatto che l’interessato presenti domanda, ferma restando la facoltà dell’Inps di disporre un’eventuale revisione dello stato d’invalidità.

L’assegno d’invalidità si può perdere, dunque:

  • se nella visita non sono confermate le condizioni d’invalidità per il diritto alla prestazione;
  • se l’interessato non presenta domanda di conferma.

Revoca dell’assegno d’invalidità in caso di revisione

Anche nel caso in cui l’assegno sia confermato in automatico, il titolare può essere sottoposto in qualsiasi momento ad accertamenti sanitari per la revisione dello stato di invalidità, su iniziativa dell’Inps o su richiesta del titolare stesso.

La richiesta di revisione, ad esempio, può essere “conveniente” al titolare quando questi matura il diritto alla pensione anticipata: chi percepisce l’assegno d’invalidità, difatti, non può richiedere la pensione anticipata sinché non cessa il diritto all’assegno. Ne abbiamo parlato in: Assegno ordinario d’invalidità e pensione anticipata.

La revisione d’ufficio, che può avvenire anche dopo il compimento dell’età pensionabile del soggetto, è in ogni caso obbligatoria se nell’anno precedente il titolare dell’assegno ha percepito redditi da lavoro dipendente, autonomo, professionale o di impresa per un importo lordo annuo, al netto dei soli contributi previdenziali, superiore a 3 volte l’ammontare del trattamento minimo.

Se dalla visita di revisione risulta venuto meno lo stato di invalidità, l’assegno viene revocato dal mese successivo a quello in cui è stato effettuato l’accertamento.

Se la revisione è su domanda, cioè viene richiesta dal titolare dell’assegno per il miglioramento delle proprie condizioni sanitarie, tale da far venire meno lo stato invalidante, l’assegno è revocato:

  • dal primo giorno del mese successivo alla data di presentazione della richiesta di revisione;
  • dal primo giorno del mese successivo alla data in cui si è accertato il cambiamento delle condizioni di salute, se questo si è verificato dopo.

La revoca dell’assegno di invalidità dovuta al recupero della capacità lavorativa non si applica ai soli non vedenti che svolgono un’attività di lavoro.

Revoca per il diritto alla pensione d’inabilità

Nel caso in cui dalla visita di revisione emerge un aggravamento delle condizioni di salute tale da fare riconoscere il diritto alla pensione ordinaria di inabilità, l’assegno di invalidità viene revocato e al suo posto è corrisposta la pensione d’inabilità.

Sospensione dell’assegno per rifiuto di presentarsi alla visita

Il pagamento dell’assegno ordinario d’invalidità viene sospeso se il titolare dell’assegno rifiuta senza giustificato motivo di sottoporsi alla visita medica.

Se la visita di revisione conferma lo stato di invalidità, il pagamento dell’assegno viene ripristinato dalla data della sospensione. In caso contrario l’assegno è revocato con effetto dalla data della sospensione, oppure da una data successiva, se a questa risale la cessazione dello stato di invalidità.

Trasformazione dell’assegno in pensione di vecchiaia

Al compimento dell’età pensionabile per la vecchiaia, l’assegno di invalidità viene trasformato d’ufficio in pensione di vecchiaia, purché sussistano i relativi requisiti di assicurazione e di contribuzione e purché l’interessato cessi l’attività di lavoro dipendente.

I periodi di godimento dell’assegno durante i quali il titolare non ha lavorato sono:

  • utili per raggiungere i requisiti di contribuzione per il diritto alla pensione di vecchiaia;
  • non utili per determinare la misura della pensione, cioè il suo ammontare.

Se, tuttavia, i requisiti non sono perfezionati alla data di compimento dell’età pensionabile, l’assegno viene mantenuto in pagamento fino alla maturazione delle condizioni.
L’importo della pensione di vecchiaia non può mai essere inferiore a quello dell’assegno di invalidità goduto al compimento dell’età pensionabile.

Donazione di quota indivisa: si può fare?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’erede può decidere di donare la sua quota prima della divisione, quando il bene è in comproprietà. Ma la donazione della propria quota ereditaria è valida?

Dopo l’apertura della successione il coerede potrebbe non avere alcun interesse a ricevere la sua quota che può essere costituita da un singolo bene oppure dalla comproprietà di un bene con gli altri eredi. Pensiamo alla casa ricevuta in eredità dai tre figli della persona defunta. Se uno di questi decide di donare la sua quota ad un’altra persona che cosa deve fare? Può disporre liberamente della sua parte? E se i beni ereditati sono più di uno, l’erede può disporre di una quota di uno solo dei beni, prima della divisione? In sostanza, la donazione di quota indivisa: si può fare? Oltre all’esempio dei tre fratelli che ricevono una casa da dividere tra loro in eredità, bisogna pensare anche all’ipotesi in cui tre fratelli ricevono tre case dello stesso valore in eredità, una ciascuno. In questo caso, i fratelli possono donare la casa prima della divisione ereditaria? Il problema centrale è capire chi è il proprietario del bene prima della divisione: ciascun erede oppure tutti gli eredi in comproprietà? E quando la quota ereditaria riguarda una massa indivisa, con la donazione del bene si dispone anche del diritto di proprietà degli altri coeredi? La questione è alquanto complessa e con questo articolo cercheremo di fare un po’ di chiarezza su quando, come e se è possibile donare la propria quota ereditaria.

Cosa sono la massa ereditaria, la quota ereditaria, la quotina e la quotona?

Innanzitutto chiariamo alcuni termini che ritroviamo spesso parlando di questo argomento e che ci aiutano a comprendere meglio il tema.

La massa ereditaria detta anche asse ereditario è l’insieme dei beni del defunto che ricadono nella successione.

La quota ereditaria è quella parte del patrimonio del defunto attribuita all’erede. Ciascuna quota fa parte della cosiddetta massa ereditaria che, invece, è costituita dall’insieme dei beni oggetto di successione.

La quotina è la parte ereditata su uno soltanto dei beni facenti parte della massa ereditaria. Ad esempio, se l’eredità è costituita da tre appartamenti, la quotina è rappresentata dalla quota di un erede su uno soltanto degli appartamenti.

La quotona è la quota spettante sull’intera massa ereditata. Quindi, sempre nella ipotesi in cui la massa ereditaria sia costituita da tre appartamenti, la quotona per ciascun erede sarà costituita dalla propria quota su tutti e tre gli appartamenti complessivamente.

Che cos’è la divisione ereditaria?

La divisione viene definita come l’atto che consente agli eredi di passare da una situazione di comproprietà dei beni ereditati ad una situazione di proprietà esclusiva. Ad esempio, muore un padre di famiglia e lascia la moglie e due figli. Supponiamo che l’eredità sia costituita dalla casa e da alcune migliaia di euro sul conto corrente.

La moglie e i due figli diventano proprietari, ognuno per la sua parte, della casa e di quei soldi. Ovviamente, sarà facile dividere i soldi mentre, per dividere la casa e avere la propria parte, gli eredi dovranno venderla oppure uno di loro potrà acquistarla e pagare gli altri due eredi.

Prima della vendita della casa, però, i tre eredi si trovano in una situazione di comproprietà perché sono tutti e tre proprietari, anche se ciascuno per la propria parte.

Quindi, con la comunione ereditaria si ha una situazione di contitolarità tra gli eredi che si conclude solo con la divisione. Tale situazione può determinare dei problemi nel momento in cui uno dei coeredi abbia interesse a vendere o donare la sua quota o parte di essa. Per tale ragione il codice civile ha posto dei rimedi ai casi in cui il coerede decida di vendere la sua quota.

Cosa succede se l’erede decide di donare la sua quota? In assenza di una disposizione normativa, negli anni si sono alternate diverse soluzioni al problema fino a quando le Sezioni Unite della Cassazione hanno affrontato la questione nel 2016. È importante sapere che la Corte di Cassazione decide a Sezioni Unite quando deve risolvere interpretazioni contrastanti della stessa Suprema Corte e intende dare una linea interpretativa ai giudici e agli altri operatori del diritto che ogni giorno si trovano ad affrontare questioni giuridiche complesse.

L’erede può donare la quota indivisa?

Secondo il codice civile [1] la donazione di cosa altrui o in parte altrui è nulla. Allo stesso modo tale norma prevede la nullità della donazione di beni futuri. Questo tema è stato ampiamente dibattuto e anche se la Corte di Cassazione ha seguito in prevalenza sempre lo stesso orientamento, le Sezioni Unite [2] hanno chiarito che la donazione della quota ereditaria (quotina) è nulla in quanto il bene oggetto di donazione non è ancora di proprietà del donante, ma rientra nella massa ereditaria e quindi è di proprietà anche degli altri eredi.

In secondo luogo, la donazione di cosa altrui deve essere considerata nulla, secondo le Sezioni Unite, perché manca uno degli elementi essenziali del contratto in quanto il bene non è nella disponibilità del donante ma potrebbe far parte del suo patrimonio in futuro, dopo la divisione ereditaria.

Facciamo un esempio. Se io so che diverrò a breve proprietario di una casa, secondo la citata norma del codice civile, io non la posso donare. Se facessi l’atto di donazione sarebbe comunque nullo. Questo succede perché io potrei cambiare idea e decidere di tenerla. La caratteristica principale della donazione per la legge, infatti, è lo spoglio, la privazione del bene per chi dona con lo scopo di arricchire un’altra persona. Appare ovvio che se io ancora non sono proprietario, questo impoverimento non si realizza.

In futuro, quando divento proprietario di quel bene, potrei addirittura cambiare idea e decidere di tenere quel bene. Per questa ragione la legge ritiene che in questi casi la donazione è nulla. Dunque, l’appartenenza del bene al donante costituisce un elemento essenziale della donazione.

Ribadiamo che il donante dispone di un proprio diritto con l’intenzione di incrementare il patrimonio altrui e nella consapevolezza di un suo impoverimento.

Riassumendo, per le Sezioni Unite la donazione della quota indivisa è quindi nulla nei seguenti casi:

  • quando le parti non siano consapevoli del fatto che il bene non sia di proprietà esclusiva del donante perché anche gli altri eredi ne sono proprietari;
  • quando il donante per errore ritiene di essere proprietario del bene;
  • quando il donante sia in mala fede e fa credere al donatario di essere il proprietario del bene;
  • quando, anche nella consapevolezza del fatto che il bene non sia ancora di proprietà del donante, le parti non inseriscono nell’atto di donazione tale circostanza.

Oltre ai casi di nullità della donazione, dalla sentenza citata si ricavano anche i casi in cui la donazione è valida. Per la validità della donazione nell’atto deve essere espressamente chiarito che il bene ancora non è nella disponibilità del donante ma verrà trasferito al donatario solo nel momento in cui l’erede/donante ne diverrà proprietario. Quindi, le parti devono essere consapevoli che il bene sia di altri nel momento in cui viene fatto l’atto di donazione.

Ricapitolando, possiamo affermare che in base all’orientamento delle Sezioni Unite, la donazione della quota indivisa (quotina) è assimilata alla donazione di cosa altrui e viene considerata valida solo in presenza di due presupposti:

  • il donante ed il donatario devono essere consapevoli del fatto che il bene non è ancora di proprietà del donante,
  • la consapevolezza della proprietà altrui del bene deve essere espressamente inserita nell’atto pubblico di donazione e il donante nello stesso atto deve assumersi l’obbligo di trasferire al donatario il bene nel momento in cui ne diverrà proprietario e quindi dopo la divisione.

Quali sono le conseguenze in caso di donazione della quotina?

Il principio stabilito dalle norme del codice civile e dalle Sezioni Unite della Cassazione è che la donazione di quella che in gergo viene chiamata quotina è nulla. Questo perché la donazione della quotina è assimilata alla donazione di un bene altrui. Infatti, come abbiamo visto sopra, la quotina è la quota indivisa solo su uno dei beni ereditari. Si pensi alla donazione di una quota dell’appartamento che rientra nella massa ereditaria insieme a molti altri beni.

La quotina può essere donata purché nell’atto di donazione venga espressamente chiarito che il bene donato non è nella disponibilità del donante, ma fa parte di una massa ereditaria in cui più eredi sono titolari. Solo nel momento in cui il bene verrà diviso tra i coeredi si realizzerà la donazione. Ciò succede perché, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza, la quotina è assimilata al bene altrui e, quindi, è come se io donassi un bene di proprietà di un’altra persona che ancora non è mio.

Affinché il trasferimento oggetto di donazione si realizzi è di fondamentale importanza che il donante non esca dalla comunione ereditaria. Ugualmente rilevante per la realizzazione del trasferimento di proprietà del bene oggetto di donazione è la divisione della massa ereditaria che vedremo a breve.

Cosa accade se viene donata la quotona?

La quotona, come abbiamo visto sopra, è la quota dell’intera massa ereditaria. Nel caso in cui il coerede decida di donare ad una persona estranea la quota indivisa (la sua parte su tutti i bene oggetto di eredità), il coerede uscirà dalla comunione dei beni ereditari. Il donatario, cioè colui che ha ricevuto in donazione la quota, entra a far parte della comunione ereditaria e sarà lui a decidere come e quando procedere alla divisione della massa insieme agli altri coeredi. Nella comunione (sia ereditaria che ordinaria), il comproprietario ha la libera disponibilità sulla quotona perché è sull’ampia massa, mentre, come abbiamo visto, non avviene lo stesso con la quotina.

Chi è il proprietario del bene prima della divisione?

Come evidenziato anche dalle Sezioni Unite, prima della divisione il singolo bene ereditario non fa parte del patrimonio del donante. Pertanto l’atto di donazione che ha ad oggetto la quota di quel bene non determina il trasferimento della proprietà dall’erede/donante al donatario.

Il trasferimento di proprietà si avrà solo a seguito della divisione. Ad esempio, due fratelli ereditano un appartamento e uno dei due decide di donare la sua parte a  suo figlio. Solo nel momento in cui quell’appartamento viene venduto il figlio dell’erede diventerà proprietario.

Non a caso, proprio la divisione ereditaria ha suscitato delle perplessità tra gli esperti del settore. Alcuni, infatti, ritengono che la soluzione data dalle Sezioni Unite non esclude completamente l’insorgenza di problemi. Nulla, infatti, è stato disposto riguardo alla divisione ereditaria del bene la cui quota sia stata donata. Si pensi ai casi in cui gli eredi non procedano mai alla divisione. Ad ogni modo, è opportuno evidenziare che allo scioglimento della comunione dei coeredi su quel bene si può giungere anche con atti diversi dalla divisione.

Se il bene è indivisibile, si pensi ad un monolocale, il bene può anche essere venduto oppure assegnato a uno dei coeredi. In tal caso la persona a cui è stata donata la quota riceverà solo una somma di denaro. ricordiamo, inoltre, che la divisione può essere chiesta da tutti gli eredi e quindi anche da chi ha donato la sua quota.

L’interpretazione sulla quota indivisa si applica anche alla comunione ordinaria?

Pur avendo trattato esclusivamente le problematiche attinenti la comunione ereditaria, per completezza aggiungiamo che l’interpretazione data dalle Sezioni Unite viene applicata anche ai casi di comunione ordinaria. Difatti, il Codice civile [3] prevede espressamente che le norme sulla divisione ereditaria si applicano anche alle comunioni ordinarie quando non siano contrastanti.

L’amministrazione di sostegno: di che si tratta e a che serve?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Qual è il procedimento da seguire per ottenere la nomina di un amministratore di sostegno, quali soggetti possono beneficiare di tale strumento di protezione, a quali condizioni e quali finalità persegue?

Hai un familiare o una persona cara che non è più in grado di occuparsi dei propri interessi e necessita di una figura che lo aiuti nelle piccole e grandi attività quotidiane, senza tuttavia sostituirlo? Oppure sei tu ad aver bisogno di un sostegno di questo tipo? L’amministrazione di sostegno è lo strumento più adatto a soddisfare simili necessità. Analizziamo nel dettaglio l’amministrazione di sostegno, vediamo di che si tratta e a che serve.

Che cos’è l’amministrazione di sostegno e quali finalità persegue?

L’amministrazione di sostegno è un istituto relativamente recente, che è stato introdotto dal legislatore italiano nel 2004 [1] ed è disciplinato dal Codice civile, all’interno del titolo dedicato alle “Misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia” [2].

Come si comprende dalla stessa espressione, l’amministrazione di sostegno è uno strumento finalizzato a proteggere i cosiddetti soggetti deboli, ossia quelle persone che, per infermità o per menomazione fisica o psichica, si trovano, anche solo temporaneamente, nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.

Si pensi a chi è affetto da patologie progressivamente invalidanti, come l’Alzheimer; ai disabili fisici o psichici; agli anziani; ai malati gravi e terminali; ai soggetti dediti all’alcol, agli stupefacenti o al gioco d’azzardo e, più in generale, a tutti coloro che non sono in grado, magari solo provvisoriamente, di badare a se stessi e/o ai propri interessi patrimoniali.

Secondo la giurisprudenza, l’amministrazione di sostegno è uno strumento di protezione personalizzabile che, come si vedrà meglio nei paragrafi successivi, si modella sulla persona del beneficiario a seconda delle sue esigenze e capacità residue.

Quindi, l’amministrazione di sostegno è uno strumento di assistenza particolarmente flessibile che limita nel minor modo possibile la sfera di autonomia del beneficiario, distinguendosi in ciò dalle tradizionali misure di tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione, tuttora previsti nel nostro ordinamento.

Difatti, mentre gli effetti dell’interdizione e dell’inabilitazione sono predeterminati dalla legge, quelli derivanti dall’amministrazione di sostegno variano di volta in volta, in base alle esigenze concrete dell’interessato.

Allo stesso modo, i compiti dell’amministratore di sostegno saranno tanto più estesi, quanto più ridotto è il grado di capacità del beneficiario di occuparsi di se stesso e dei propri affari.

A quali persone si rivolge l’amministrazione di sostegno?

Come anticipato, l’amministrazione di sostegno è una misura di protezione delle persone che, per infermità o menomazione fisica o psichica, non siano in grado, anche solo parzialmente o temporaneamente, di occuparsi dei propri interessi, così come espressamente stabilito dal Codice civile [3].

Si pensi, ad esempio, agli anziani, ai disabili fisici, ai tossicodipendenti, agli alcolisti, o, in generale, a quei soggetti che attraversano un periodo di difficoltà e non sono in grado di attendere alle occupazioni quotidiane in maniera autonoma e necessitano di un ausilio che non comprima totalmente la loro capacità di agire.

La misura in esame riguarda anche i soggetti affetti da patologie psichiche, come, ad esempio, coloro che hanno i cosiddetti disturbi della personalità e che di conseguenza non sono in grado di provvedere a se stessi con la necessaria costanza.

Il dissenso dell’interessato alla nomina di un amministratore di sostegno 

Se l’interessato è una persona pienamente lucida che rifiuta il consenso o, addirittura, si oppone alla nomina di un amministratore di sostegno, il giudice tutelare non può imporre misure restrittive della sua libera determinazione, a condizione che la sua protezione sia assicurata già di fatto dai familiari che spontaneamente lo assistono.

Spetta ovviamente al giudice tutelare accertare che l’assistenza prestata dai familiari sia idonea a proteggere la persona e gli interessi del beneficiario dissenziente e tale da rendere superflua la nomina di un amministratore di sostegno.

Pertanto, se il soggetto affetto da infermità o altra menomazione è presente a se stesso e si mostra contrario alla nomina di un amministratore di sostegno, non è possibile imporgli tale misura di sostegno, purché egli sia comunque adeguatamente assistito dalle persone più vicine.

Amministrazione di sostegno: come si attiva la procedura e cosa va indicato nel ricorso

Per attivare il procedimento volto alla nomina di un amministratore di sostegno è necessario presentare un ricorso, in cui vanno indicati una serie di elementi, stabiliti dal codice civile [4], ossia le generalità del beneficiario, la sua dimora abituale, i motivi per cui si richiede la nomina, il nominativo e il domicilio, se conosciuti, del coniuge, dei discendenti, degli ascendenti, dei fratelli e dei conviventi del beneficiario stesso.

La giurisprudenza sostiene che nel procedimento diretto alla nomina di un amministratore di sostegno sia necessario farsi assistere da un avvocato, in quanto si tratta di uno strumento che incide sulla sfera più intima dell’interessato e limita, in misura più o meno ampia, la sua capacità di agire.

Al ricorso bisogna allegare la documentazione medica, proveniente dai servizi sanitari e sociali, che attesti l’infermità ovvero la menomazione fisica o psichica e la conseguente impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi.

Qualora si richieda che l’audizione dell’interessato da parte del giudice tutelare avvenga presso il suo domicilio, bisogna allegare anche il certificato di intrasportabilità.

In altri termini, se l’interessato non è in grado di recarsi presso il tribunale per essere sentito dal giudice tutelare, perché è, ad esempio, affetto da una patologia che non gli consente di spostarsi con facilità o per altri ragioni, allora può produrre, insieme al ricorso, un certificato che attesti questa sua impossibilità.

Solitamente, nel ricorso si inserisce anche una breve descrizione delle condizioni di vita e della situazione socio-ambientale del beneficiario, nonché l’indicazione dei mezzi di sussistenza e del patrimonio dello stesso, allegando le visure catastali degli immobili di cui sia eventualmente proprietario.

Quindi, in sostanza, bisogna specificare se il soggetto percepisce uno stipendio o una pensione ed è proprietario di una o più abitazioni o di altri beni.

Si indicano, inoltre, gli atti da compiere nell’interesse del beneficiario (ad esempio, riscossione della pensione; pagamento dei canoni di locazione, degli stipendi a colf o badanti; riscossione crediti; blocco conto bancario o altri depositi, eccetera), le principali spese ed i bisogni del beneficiario stesso, onde prevedere un importo mensile che serva a sostenerle e soddisfarli.

In altre parole, si specificano gli atti che il beneficiario non è più in grado di compiere da solo e per i quali ha bisogno dell’assistenza dell’amministratore di sostegno, oltre alle spese correnti che è solito fare.

Ove venga indicato un potenziale amministratore di sostegno, è possibile, per facilitare il tutto, inserire già nel ricorso la disponibilità dello stesso ad assumere tale incarico nonché le sue generalità, residenza e recapito telefonico.

Chi può presentare il ricorso per la nomina di un amministratore di sostegno?

Il ricorso diretto alla nomina di un amministratore di sostegno può essere presentato dallo stesso beneficiario e dai soggetti legittimati a proporre l’istanza di interdizione o di inabilitazione.

Tra questi rientrano: il coniuge del beneficiario, la persona stabilmente convivente, i parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo grado, il tutore o il curatore (ove il beneficiario sia già interdetto o inabilitato), il pubblico ministero oppure i responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura della persona, ove siano a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento in questione.

Si pensi, ad esempio, a colui che si rende conto che il proprio genitore, affetto da una patologia invalidante, non è in grado di badare a se stesso e/o ad occuparsi dei propri affari.

In questo caso, il figlio, rientrando tra i soggetti legittimati per legge, può presentare il ricorso per la nomina di un amministratore di sostegno, magari manifestando egli stesso la disponibilità ad assumere l’incarico oppure indicando il nominativo di un altra persona disposta ad essere designata.

Qual è il giudice competente e come si svolge il procedimento?

Il giudice competente è il giudice tutelare del luogo in cui il beneficiario ha la residenza o il domicilio [5].

Quanto alla procedura, il giudice tutelare deve sentire personalmente la persona del beneficiario, eventualmente recandosi nel luogo ove questa si trova qualora, come visto, sia impossibilitata a recarsi in tribunale.

Il giudice deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario, compatibilmente con gli interessi e le esigenze della persona, e provvede, assunte le necessarie informazioni e sentiti i soggetti suindicati, ossia coloro che sono legittimati a presentare l’istanza di attivazione della procedura stessa [6].

Se necessario, dispone anche d’ufficio, cioè a prescindere che vi sia una richiesta della parte in tal senso, gli accertamenti medici e tutti gli altri mezzi istruttori utili ai fini della decisione.

Se, ad esempio, dalla documentazione allegata al ricorso non risulta con chiarezza lo stato di infermità o la menomazione dell’interessato, allora il giudice può disporre che questo sia sottoposto a visita medica.

Come si sceglie l’amministratore di sostegno?

Nella scelta dell’amministratore di sostegno, il giudice tutelare deve tener conto esclusivamente della cura e degli interessi della persona del beneficiario [7], e ciò ad ulteriore riprova dell’attenzione riservata dal legislatore a tale soggetto, intorno al quale e per il quale è stato pensata la misura in esame.

L’amministratore di sostegno può essere designato anche dallo stesso interessato, qualora egli si renda conto di non essere in grado di attendere alle proprie occupazioni e di aver bisogno di un ausilio, ovvero in previsione di una eventuale futura incapacità.

In quest’ultimo caso, si parla di “autodeterminazione preventiva”, che si ha quando un soggetto, con atto pubblico o scrittura privata autenticata, designa preventivamente la persona che potrà assumere l’incarico di amministratore di sostegno, qualora in futuro egli dovesse non essere in grado di occuparsi in autonomia dei propri interessi.

Pertanto, se ad esempio ritieni che, a causa di una patologia progressiva o per altri motivi, potresti non essere più in grado di badare a te stesso in un prossimo futuro, puoi individuare già oggi il soggetto di tua fiducia che meglio di ogni altro potrà assisterti.

Se manca l’indicazione da parte del beneficiario, il giudice tutelare deve prediligere, ove possibile, il coniuge non legalmente separato, la persona stabilmente convivente, gli ascendenti e discendenti, il fratello o la sorella, i parenti entro il quarto grado.

Non possono essere nominati amministratori di sostegno gli operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il beneficiario.

In altri termini, nella scelta dell’amministratore di sostegno bisognerebbe preferire le persone che fanno parte della famiglia o, comunque, quelle più vicine all’interessato, perché si presume che siano quelle più idonee ad assisterlo.

Tuttavia, se il giudice ritiene che vi siano ragioni contrarie alla designazione di tali soggetti, poiché ad esempio vi sono tensioni all’interno del nucleo familiare oppure conflitti tra parenti, o sussistono altre gravi ragioni che sconsigliano di scegliere tra tali persone, allora chiamerà all’incarico altri soggetti, anche estranei alla compagine familiare o affettiva.

Al riguardo, infatti, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che l’amministratore di sostegno vada scelto tra le persone estranee all’ambiente familiare e delle conoscenze, quando sussiste un’elevata conflittualità tra i parenti e sia dimostrata l’inadeguatezza delle cure spontaneamente fornite dalle persone più vicine al soggetto da assistere.

Se, quindi, i parenti sono particolarmente litigiosi o hanno rapporti tesi tra di loro e/o con l’interessato, allora l’amministratore di sostegno andrà individuato al di fuori della cerchia familiare.

Cosa contiene il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno?

Il giudice tutelare provvede entro sessanta giorni dalla presentazione della domanda alla nomina dell’amministratore di sostegno tramite un decreto immediatamente esecutivo.

Se necessario, durante la pendenza della procedura, il giudice tutelare adotta i provvedimenti urgenti per la cura della persona e la conservazione e l’amministrazione del suo patrimonio, tramite eventualmente la nomina di una amministratore provvisorio.

Il decreto di nomina deve contenere: le generalità del beneficiario e dell’ amministratore di sostegno designato; la durata dell’incarico, che può essere anche a tempo indeterminato; l’oggetto dell’incarico e gli atti che l’amministratore di sostegno deve compiere in nome e per conto del beneficiario e quelli che invece questi può compiere con la mera assistenza dell’amministratore di sostegno; il limite di spesa che l’amministratore di sostegno può compiere con le somme di cui il beneficiario abbia o possa avere disponibilità; la periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni del beneficiario.

Il decreto di apertura e chiusura dell’amministratore di sostegno va comunicato entro dieci giorni all’ufficiale dello stato civile per le annotazioni a margine dell’atto di nascita.

L’amministratore di sostegno ha o meno diritto al compenso?

L’amministratore di sostegno non ha solitamente diritto ad un compenso, a maggior ragione se si considera che, come visto, la scelta ricade in genere sui familiari del beneficiario.

Tuttavia, si precisa che la legge [8], pur prevedendo la gratuità di questa misura di protezione dei soggetti deboli, stabilisce anche che il giudice tutelare possa assegnare all’amministratore di sostegno, previa presentazione di un’apposita istanza, un’equa indennità, tenuto conto di una serie di fattori, come l’entità del patrimonio di cui dispone il beneficiario e la conseguente difficoltà di gestione dello stesso.

In altri termini, se il patrimonio del beneficiario è particolarmente cospicuo ed il compito di gestione affidato all’amministratore di sostegno si rileva difficile, allora il giudice tutelare può prevedere un’indennità in suo favore.

I tempi della nomina dell’amministrazione di sostegno

Il giudice tutelare può disporre, a seconda delle esigenze concrete, che la nomina dell’amministratore di sostegno sia a tempo indeterminato o determinato.

In questo ultimo caso, è possibile disporre, prima della scadenza del termine previsto, la proroga anche d’ufficio della nomina dell’amministratore di sostegno già designato.

Si precisa che l’amministratore di sostegno non è, in ogni caso, tenuto a continuare a svolgere i suoi compiti oltre dieci anni, salvo che si tratti del coniuge, della persona stabilmente convivente, degli ascendenti o discendenti.

Quali sono gli effetti dell’amministrazione di sostegno?

Il beneficiario conserva integra la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedano l’assistenza o, addirittura, la rappresentanza da parte dell’amministratore di sostegno, che come visto devono essere puntualmente indicati nel decreto di nomina, con un’elencazione che è considerata tassativa.

Il beneficiario può in ogni caso compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana (la cosiddetta micro – contrattualità).

In altri termini, se il beneficiario è in grado di recarsi autonomamente presso l’ufficio postale per riscuotere la propria pensione oppure di fare la spesa, allora non dovrà necessariamente essere assistito, né tanto meno sostituito, dall’amministratore di sostegno.

In definitiva, è il giudice tutelare a stabilire, di volta in volta, quali attività possono essere compiute autonomamente dal beneficiario e quali devono essere compiute con l’aiuto dell’amministratore di sostegno.

In ogni caso, ci sono degli atti che richiedono sempre l’assistenza dell’amministratore di sostegno, previa autorizzazione del giudice tutelare, come ad esempio l’acquisto di beni immobili, la riscossione di capitali, l’assunzione di obbligazioni, l’accettazione o la rinuncia all’eredità, la stipula di contratti di locazione di immobili, etc.

Quali sono i doveri dell’amministratore di sostegno?

Nello svolgimento dei suoi compiti, l’amministratore di sostegno deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario ed informarlo tempestivamente circa gli atti da compiere.

Se il beneficiario si mostra contrario al compimento di un atto che dovrebbe fare con l’assistenza dell’amministratore di sostegno, allora quest’ultimo è tenuto ad informare il giudice tutelare, per capire come regolarsi.

Se vi è negligenza da parte dell’amministratore di sostegno, il beneficiario o gli altri soggetti [9] possono ricorrere al giudice tutelare affinché adotti gli opportuni provvedimenti.

Quindi, se ci si rende conto che l’amministratore di sostegno non sta compiendo alcune attività che rientrano tra i suoi compiti oppure opera nell’interesse proprio e non del beneficiario, è possibile rivolgersi al giudice tutelare perché provveda di conseguenza.

Allo stesso modo, se intervengono i presupposti per la cessazione dell’amministratore di sostegno o la sostituzione dello stesso, gli interessati rivolgono istanza al giudice tutelare, che provvede con decreto motivato.

Reversibilità 2019: limiti di reddito

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le soglie di reddito che determinano la riduzione della pensione ai superstiti per il 2019,a chi non si applica la decurtazione. 

La pensione ai superstiti, che può essere di reversibilità o indiretta (se il dante causa era pensionato il trattamento spettante è la reversibilità, diversamente è la pensione indiretta), è un trattamento che nella generalità dei casi risulta ridotto rispetto alla prestazione spettante al defunto. Il 100% della pensione, difatti, si ottiene soltanto quando i beneficiari del trattamento sono il coniuge o due e più figli, tre o più figli, sette o più fratelli o sorelle.

Normalmente, la pensione ai superstiti è dunque una prestazione già ridotta “all’origine”: se il beneficiario è il coniuge solo, ad esempio, spetta il 60% della pensione del defunto, se è un figlio solo, senza coniuge, la percentuale spettante è il 70%; per un genitore solo si scende addirittura al 15%.

Oltre a queste riduzioni, però, la pensione di reversibilità può subire altri tagli, che dipendono dal reddito percepito dal beneficiario. In particolare, il trattamento è decurtato del 25%, del 40% o del 50%, in base alla fascia di reddito in cui ricade l’interessato.

I limiti di reddito variano ogni anno, perché si basano sull’ammontare del trattamento minimo di pensione: nel 2019, l’integrazione al trattamento minimo è pari a 513,01 euro mensili.

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla reversibilità 2019: limiti di reddito, riduzioni, chi è escluso dai tagli.

Che cos’è la reversibilità?

La pensione di reversibilità, o pensione ai superstiti, è una prestazione che viene riconosciuta ad alcuni familiari, individuati dalla legge, del lavoratore o del pensionato deceduto: in particolare, la prestazione si chiama pensione di reversibilità se l’assicurato era già pensionato al momento del decesso, e  pensione indiretta se l’assicurato lavorava ancora.

Chi ha diritto alla reversibilità?

La pensione ai superstiti spetta al coniuge (se divorziato, per il diritto al trattamento deve essere beneficiario di un assegno divorzile), ai figli (sino a 26 anni se studenti universitari, sino a 21 anni, se studenti delle superiori, altrimenti sino alla maggiore età, o senza limiti di età se inabili) e, in mancanza, ai genitori over 65 senza pensione o ai fratelli ed alle sorelle inabili.

Perché possa essere riconosciuta la reversibilità ai familiari diversi dal coniuge, è necessaria anche la vivenza a carico del defunto: la vivenza a carico è presunta per i figli minori, mentre deve essere provata per gli altri familiari. Regole particolari valgono per i separati e i divorziati.

A quanto ammonta la reversibilità?

La pensione di reversibilità corrisponde a una percentuale della pensione spettante al defunto, o a una percentuale della pensione alla quale avrebbe avuto diritto (per capire come funziona il calcolo della pensione: Come calcolare la pensione Inps). Le percentuali da applicare variano in base ai familiari aventi diritto:

  • coniuge solo: spetta il 60% della pensione del dante causa;
  • coniuge ed un figlio: spetta, in totale, l’80%;
  • coniuge e due o più figli: spetta, in totale, il 100%;
  • un figlio: spetta il 70%;
  • due figli: spetta, in totale, l’80%;
  • tre o più figli: spetta, in totale, il 100%;
  • un genitore: spetta il 15%;
  • due genitori: spetta, in totale, il 30%;
  • un fratello o una sorella: spetta il 15%;
  • due fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 30%;
  • tre fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 45%;
  • quattro fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 60%;
  • cinque fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 75%;
  • sei fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 90%;
  • sette o più fratelli o sorelle: spetta, in totale, il 100%.

Quando si riduce la reversibilità?

La pensione di reversibilità, oltre alla riduzione di base, può subire un’ulteriore riduzione nel caso in cui il beneficiario possieda redditi propri diversi dal trattamento ai superstiti. In particolare, perché la prestazione sia ridotta, è necessario che i redditi posseduti superino determinate soglie.

Nello specifico, la riduzione della pensione di reversibilità non viene effettuata se il reddito del titolare della prestazione non supera di 3 volte il trattamento minimo Inps, ossia sino a 20.007,39 euro annui (importo valido per l’anno 2019).

Se questa soglia è superata, la reversibilità è ridotta del:

  • 25%, nel caso in cui il reddito superi 20.007,39 euro (3 volte il minimo Inps), ma non superi 26.676,52 euro (4 volte il minimo Inps); questo perché, per tale fascia di reddito, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 75%;
  • 40%, se il reddito dell’interessato supera i 26.676,52 euro ma non i 33.345,65 euro (5 volte il minimo Inps); questo perché, se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo Fpld, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%;
  • 50% se il reddito del pensionato supera i 33.345,65 euro: in pratica, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 50% nel caso in cui il reddito superi 5 volte il minimo Inps.

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può comunque essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Chi ha diritto a ricevere la reversibilità per intero?

La pensione di reversibilità o indiretta, in ogni caso, non viene ridotta se nel nucleo familiare sono presenti figli minori, studenti o inabili. Inoltre, nessuna riduzione può essere operata ai trattamenti in essere alla data del 1° settembre 1995, anche se questi ultimi hanno l’importo bloccato senza adeguamento per futuri miglioramenti, fino a completo riassorbimento della differenza.

La legge Dini [1], infatti, esclude dalle riduzioni per cumulo con altri redditi i trattamenti pensionistici già in essere alla data del 1° settembre 1995, con riassorbimento dei futuri miglioramenti. Questo significa che i titolari di pensione di reversibilità con decorrenza anteriore al 1° settembre 1995 sono esclusi dalle riduzioni della pensione ma, in presenza di redditi superiori ai limiti di legge, non incassano, fino al riassorbimento dell’importo risultante a debito, gli aumenti annuali di scala mobile (in pratica, la pensione di reversibilità non viene rivalutata).

Quali redditi non comportano la riduzione della reversibilità?

In ogni caso, non tutti i redditi prodotti dal beneficiario della reversibilità sono contati ai fini dei limiti di cumulo.

Anche se la Legge Dini [1], che ha previsto i limiti di reddito, non chiarisce quali siano i redditi del beneficiario da valutare ai fini del cumulo con la pensione ai superstiti, l’Inps ha chiarito i dubbi con una successiva circolare [2].

L’Inps, nel dettaglio, ha spiegato che devono essere inclusi tutti i redditi assoggettabili all’Irpef, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali.

Devono invece essere esclusi:

  • il Tfr, i trattamenti assimilati e le relative anticipazioni;
  • il reddito della casa di abitazione;
  • gli arretrati sottoposti a tassazione separata;
  • l’importo della pensione ai superstiti su cui deve essere eventualmente operata la riduzione.

Sono stati successivamente esclusi anche pensione e assegno sociale, rendite Inail, assegni di accompagnamento, pensioni privilegiate, pensioni e assegni per invalidi, ciechi e sordomuti.

Tfr in azienda o Inps: cosa conviene?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il trattamento di fine rapporto, che ancora molti chiamano liquidazione, è un importante diritto del dipendente. Il lavoratore può decidere dove deve essere conservato il suo TFR.

Tutti sanno che quando il rapporto di lavoro cessa, per qualunque ragione, il dipendente ha diritto a ricevere una somma di denaro di fine rapporto che viene comunemente detta liquidazione e che, in gergo tecnico, si chiama trattamento di fine rapporto. Si tratta di una sorta di stipendio posticipato che ha una funzione di garanzia del dipendente per il periodo che va dalla cessazione del rapporto di lavoro all’inizio di un nuovo lavoro. In questa fase, infatti, se non è stato in grado di mettersi via dei risparmi il dipendente si ritroverebbe del tutto privo di denaro e dunque impossibilitato a garantire a sé ed alla sua famiglia un’esistenza dignitosa ed i mezzi necessari a vivere. Grazie al TFR, invece, il dipendente si ritrova un po’ di soldi che gli danno un po’ di respiro per un po’ di tempo. Il TFR viene accantonato annualmente dal datore di lavoro ma è il dipendente a scegliere se lasciare le somme accantonate in azienda oppure presso altre gestioni (fondi pensione, Inps, etc.). Cerchiamo allora di capire insieme e rispondere alla seguente domanda. Tfr in azienda o Inps: cosa conviene? Per saperne di più, continua a leggere questo articolo.

Cos’è il TFR?

TFR è l’acronimo di trattamento di fine rapporto. Si tratta come abbiamo detto di una somma di denaro che viene accantonata negli anni dal datore di lavoro e che viene liquidata tutta insieme alla fine del rapporto di lavoro.

Il trattamento di fine rapporto è un istituto tipico del diritto del lavoro italiano e parte dalla constatazione che il lavoratore, se ha tutti i soldi in busta paga, è portato a spenderli e non riesce facilmente ad accantonarli. Per questo è direttamente il datore di lavoro che “mette via” circa una mensilità l’anno di stipendio e versa tutta la quota accantonata al lavoratore alla fine del rapporto lavorativo così che il dipendente, nel caso in cui perda il lavoro, non si ritrovi del tutto a secco ma possa contare su un accantonamento il cui ammontare dipende da quanto guadagnava durante il rapporto di lavoro e da quanto tempo è durato il rapporto di lavoro stesso.

Tecnicamente il trattamento di fine rapporto viene anche definito retribuzione differita in quanto le somme accantonate sono a tutti gli effetti retribuzione, solo che anziché essere pagate mensilmente al dipendente vengono accantonate e pagate alla fine del rapporto di lavoro.

Quando scatta il diritto al TFR?

Il diritto a percepire il TFR matura in ogni ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro, indipendentemente dalla forma di cessazione del rapporto. Il TFR spetta quindi in caso di:

  • licenziamento del dipendente, sia esso per giusta causa, per giustificato motivo soggettivo o per giustificato motivo oggettivo;
  • dimissioni del lavoratore, siano esse dimissioni volontarie o dimissioni per giusta causa;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ossia atto con il quale le parti, di comune accordo, decidono di far cessare il rapporto di lavoro.

Per quanto riguarda i tempi entro i quali il datore di lavoro deve erogare il TFR, di solito li stabilisce il contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro. Nei casi più frequenti il datore di lavoro ha un mese di tempo o al massimo 75 giorni di tempo a partire dalla data di cessazione del rapporto per pagare il TFR.

Quanto spetta come TFR?

L’ammontare degli accantonamenti che il datore di lavoro deve effettuare annualmente a titolo di TFR, dai quali si determina alla fine del rapporto, il TFR complessivamente spettante al lavoratore, è stabilito direttamente dalla legge [1].

Il Codice Civile prevede che in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Facciamo un esempio. Tizio nel 2018 ha una retribuzione annua pari a 75.000 euro. Il datore di lavoro dovrà accantonare a titolo di TFR una somma pari a 75.000 euro / 13,5 = 5.555,5 euro. Se nel 2019 la retribuzione annua di Tizio salirà a 82.000 euro, il datore di lavoro dovrà accantonare a titolo di TFR una somma pari a 82.000 euro / 13,5 = 6074,1 euro. E così via. Il TFR spettante a Tizio alla fine del rapporto di lavoro sarà pari alla somma di tutti gli accantonamenti annui effettuati dal datore di lavoro per ogni anno di servizio del lavoratore.

Come dice la norma, se il rapporto si interrompe a metà anno o comunque nel corso dell’anno, a Tizio spetterà una quota di TFR riproporzionata ai mesi dell’anno trascorsi.

Il TFR accantonato viene rivalutato?

Le somme accantonate a titolo di TFR potrebbero perdere il proprio valore se non fosse previsto alcun meccanismo di adeguamento e di rivalutazione. Per questo la legge [2] prevede che il trattamento di fine rapporto, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementato al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso fisso dell’1,5 per cento e dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente.

In questo modo si cerca di tutelare il potere di acquisto del TFR che, soprattutto nel caso di rapporti di lunga durata, potrebbe essere perso nel corso del tempo.

Qual è la base di calcolo del TFR?

Come abbiamo visto la base su cui si calcola l’accantonamento annuo del TFR è la retribuzione annua. Ma cosa si intende per retribuzione annua? Quali compensi include e quali restano fuori?

Anche in questo caso a dircelo è la legge [3] che afferma che salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua, da prendere come base di calcolo del TFR, comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

Per individuare la base di calcolo del TFR si deve dunque considerare:

  • il minimo contrattuale;
  • l’elemento distinto della retribuzione;
  • l’eventuale superminimo individuale riconosciuto al dipendente;
  • le eventuali indennità riconosciute al dipendente per le particolari modalità di svolgimento della prestazione di lavoro;
  • lo straordinario fisso e ripetitivo;
  • le somme corrisposte a titolo di bonus, premio di risultato, premio produzione, etc.;
  • le prestazioni in natura.

Restano dunque escluse solo le somme erogate in maniera occasionale oppure le somme che non hanno natura di retribuzione come i rimborsi spese.

Inoltre, i contratti collettivi possono stabilire che alcune particolari somme di denaro erogate dal datore di lavoro ai dipendenti non debbano essere tenute in considerazione nel calcolo del TFR.

Chi gestisce le somme accantonate a titolo di TFR?

Dopo aver descritto cos’è il TFR, come si calcola, quando spetta e come viene rivalutato, cerchiamo di rispondere all’interrogativo che ci siamo posti all’inizio e, cioè, se è meglio lasciare il TFR in azienda o è più conveniente farlo gestire all’Inps o ad altri soggetti.

Occorre però partire da una premessa.

In base ad una legge introdotta nel 2005 [4], il lavoratore, a seguito della sua assunzione da parte dell’azienda ed entro 6 mesi dall’assunzione stessa, deve scegliere se destinare il trattamento di fine rapporto ad un fondo di previdenza e assistenza integrativa oppure lasciare che le somme accantonate a titolo di TFR restino in azienda. L’opzione deve essere comunicata in maniera esplicita. In caso di mancato esercizio dell’opzione scatta il silenzio assenso, ed il TFR viene dunque destinato al Fondo pensione previsto dal contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro oppure a FondInps.

Innanzitutto è bene chiarire che l’eventuale destinazione del TFR al fondo pensione previsto dal contratto collettivo di riferimento o all’Inps non riguarda tutte le quote di TFR.

Infatti, il conferimento coinvolge unicamente le quote di trattamento di fine rapporto che maturano dopo l’esercizio dell’opzione, oppure quando scatta il meccanismo del silenzio assenso per mancata comunicazione da parte del lavoratore dell’opzione sulla destinazione del TFR.

Le quote di TFR già maturate prima dell’esercizio dell’opzione restano presso il datore di lavoro.

Come si sceglie la destinazione del TFR?

Come visto, il dipendente è chiamato ad esercitare l’opzione relativa alla destinazione del TFR entro 6 mesi da quando viene assunto.

Questa manifestazione di volontà viene comunicata compilando il modulo TFR2, che ogni datore di lavoro, dopo l’assunzione, deve mettere a disposizione di ciascun lavoratore subordinato.

Il datore di lavoro, una volta ricevuto il modulo compilato da parte del dipendente, deve conservare il modulo. Una copia resterà al dipendente controfirmata per ricevuta dal datore di lavoro, ed una copia resterà al datore di lavoro.

Si tenga comunque conto che anche se il lavoratore esprime la volontà di mantenere il TFR in azienda, quando il datore di lavoro occupa più di 50 dipendenti, il TFR verrà automaticamente conferito al Fondo di tesoreria Inps.

Che cos’è FondInps?

FondInps è un vero e proprio Fondo di previdenza complementare istituito presso l’INPS. Sono conferite a questo fondo le quote di trattamento di fine rapporto dei lavoratori per i quali sussistono entrambi i seguenti presupposti:

  • il dipendente non esercita l’opzione nei sei mesi dall’assunzione e si verifica, dunque, il silenzio assenso a favore della destinazione del TFR ad un fondo pensione;
  • non è possibile conferire il TFR ai fondi pensione previsti dal CCNL.

TFR: conviene in azienda o ai fondi?

Nonostante siano passati molti anni da quando la legge ha introdotto la possibilità di destinare il TFR ai fondi pensione, gli italiani si sono mostrati molto attaccati al loro TFR e la gran parte dei lavoratori lo hanno quindi lasciato in azienda.

Bisogna considerare che il TFR lasciato in azienda si rivaluta per un tasso che somma il 75% dell’inflazione annua al 1,5%. I fondi pensione, invece, come ogni fondo di investimento, investono il TFR che gli viene conferito sui mercati finanziari sulla base delle strategie indicate per ciascuno dei comparti che mettono a disposizione degli aderenti.

Tali investimenti potranno essere maggiormente prudenti o maggiormente aggressività.

Ciò che va comunque chiarito è che mettendo il TFR nel fondo la garanzia di riaverlo indietro o di vederlo rivalutato dipende dal successo dell’investimento effettuato dal fondo.

E gli italiani non amano rischiare sul proprio TFR.

Ho un tumore: potrò avere dei figli?

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Le conquiste della medicina consentono a chi riceve una diagnosi di tumore di non rinunciare al desiderio di procreazione.

Sapere di essere ammalati di tumore rappresenta, a qualunque età, uno stravolgimento della propria esistenza. Molteplici interrogativi riguardanti la propria vita futura si affacciano alla mente di chi affronta una prova simile e certamente può essere di conforto psicologico sapere che esiste la possibilità di diventare genitori una volta superata la malattia. I tumori possono portare a una riduzione della capacità riproduttiva sia in quanto colpiscono gli organi deputati alla riproduzione (utero, ovaie, testicoli) sia per le terapie (chemioterapia e/o radioterapia) necessarie per la loro cura. Il miglioramento della prognosi delle malattie oncologiche è conseguente ai protocolli terapeutici sempre più efficaci ma talvolta anche più tossici pertanto, nel programmare la terapia, non si può prescindere dalla qualità della vita a lungo termine e dare prospettive future a un paziente che chiede: ho un tumore: potrò avere figli?

Tumore e fertilità

Un numero cospicuo di persone, ogni giorno, riceve una diagnosi di tumore, si stima che il 3% abbia un’età inferiore ai quarant’anni e che la maggior parte sia di sesso femminile. I tumori più frequenti nelle donne sono il carcinoma alla mammella, il tumore alla tiroide, il melanoma, il carcinoma del collo dell’utero e del colon-retto.

L’uomo risulta maggiormente colpito dal tumore al testicolo, dal melanoma, dal tumore del colon-retto, dal linfoma non Hodgkin e dal tumore alla tiroide. Il trattamento della patologia neoplastica prevede protocolli terapeutici che utilizzano farmaci chemioterapici e/o radioterapia che possono indurre nel paziente oncologico una infertilità iatrogena (infertilità conseguente a un trattamento medico) e ciò, data l’importanza che viene attribuita alla maternità/paternità, può creare un forte disagio sociale.

Si è evidenziato che le donne sterili a seguito della terapia oncologica presentano sintomi depressivi, alterazioni della vita sessuale e lamentano, in generale, una qualità della vita peggiore rispetto a pazienti sterili per cause non oncologiche.

Tuttavia, non sempre le persone in età fertile affette da tumore chiedono all’oncologo le conseguenze che la terapia oncologica a cui dovranno sottoporsi potrebbe avere su una maternità/paternità futura. Per cui è necessario informare tempestivamente i pazienti in età riproduttiva con diagnosi di tumore della possibilità di un trattamento che riduca il rischio e preservi la fertilità rendendo possibile una genitorialità futura. In alcune regioni italiane sono presenti dei centri di oncofertilità in cui sono disponibili i diversi trattamenti per tutelare la capacità riproduttiva.

Tumori e fertilità femminile

La diagnosi di tumore ormai non significa più rinunciare al sogno della maternità. Il binomio tumore e maternità costituisce un dato sempre più frequente perché i traguardi raggiunti dalla terapia oncologica permettono percentuali di sopravvivenza sempre più elevati e al tempo stesso l’età media della gravidanza si è spostata sempre più avanti.

Per poter avere un figlio è necessario essere fertili, ma in una donna affetta da tumore tale capacità può essere compromessa:

  • dalla localizzazione del tumore: un tumore all’utero o alle ovaie necessita di asportazione chirurgicamente l’organo deputato alla riproduzione;
  • dagli effetti della terapia: la chemioterapia e la radioterapia possono risultare tossiche con conseguente infertilità iatrogena.

Inoltre, un’ulteriore fonte di preoccupazione, che mina il desiderio di maternità, è rappresentata dal rischio che i trattamenti a cui deve sottoporsi possano determinare alterazioni genetiche degli ovociti e quindi malformazioni fetali. Pertanto, si è fatta sempre più urgente la necessità di preservare la fertilità femminile in caso di diagnosi di patologia neoplastica per permettere un’eventuale gravidanza successiva.

I protocolli terapeutici a disposizione della terapia neoplastica si avvalgono di farmaci chemioterapici e/o di radioterapia che agiscono sull’intero organismo con effetti tossici non solo sulle cellule tumorali ma anche sui tessuti sani. I danni, in termini di fertilità femminile, dipendono dal tipo e dalla dose impiegata di chemioterapico, dalla sede e dalla dose di irradiazione per la radioterapia, oltre che dall’età della paziente e da eventuali condizioni di infertilità precedenti.

Risulta abbastanza problematico definire con certezza le conseguenze dei singoli trattamenti antitumorali sulla fertilità femminile, tuttavia si è osservato che gli alchilanti, il cui effetto è dose dipendente, sono i principali responsabili di infertilità iatrogena.

Il rischio di andare incontro ad una riduzione della riserva ovarica (numero di ovociti ovarici disponibili per una gravidanza) induce a mettere in atto strategie che permettano alla donna di avere un figlio dopo aver superato un tumore.

Le opzioni percorribili, valutate dalla donna con l’oncologo e il ginecologo, devono tener conto:

  • delle caratteristiche del tumore (stadiazione): dimensione, interessamento linfonodale, metastasi;
  • della chemioterapia prevista;
  • dell’età della donna;
  • della possibilità che si possa far slittare l’inizio della terapia oncologica per poter effettuare una stimolazione ormonale.

Si può preservare la fertilità femminile con diverse metodiche che non sono alternative ma, in relazione alla condizione clinica delle pazienti, possono essere associate:

  • congelamento degli ovociti: dopo stimolazione ovarica della durata di 10/14 giorni, si prelevano, per via vaginale, gli ovociti che vengono congelati. In un secondo momento la fecondazione avverrà in vitro (tecnica ICSI) e successivamente si avrà l’impianto in utero. È una tecnica diffusa, può essere eseguita sulle pazienti che hanno una riserva ovarica adeguata e possono ritardare di 2/3 settimane l’inizio della terapia oncologica. Una tecnica sperimentale prevede la possibilità di asportare ovociti immaturi senza stimolazione ormonale o con una minima stimolazione (cinque giorni);
  • congelamento di tessuto ovarico: consiste nell’asportazione chirurgica di parte del tessuto ovarico che viene congelato e in seguito reimpiantato nella donna, non è eseguibile se c’è un rischio concreto di complicanze. Tale metodica trova indicazione quando non sia possibile, per l’età della paziente oppure per la necessità di iniziare tempestivamente il trattamento oncologico, procedere con la crioconservazione degli ovociti. L’intervento si esegue in laparoscopia e può essere effettuato in qualunque momento del ciclo mestruale;
  • protezione delle ovaie: vengono somministrati dei farmaci (LHRH analoghi o antagonisti) che mettono a riposo le ovaie sia prima che durante il trattamento oncologico. Può essere effettuato in concomitanza ad altri trattamenti di preservazione della fertilità;
  • trasposizione ovarica (ooforopessi): metodica utilizzata nelle pazienti, affette soprattutto da carcinoma del collo dell’utero o del retto, che devono essere sottoposte a irradiazione pelvica. L’intervento chirurgico viene eseguito in laparoscopia oppure, se richiesto dalla neoplasia, con una laparatomia. Si effettua uno spostamento delle ovaie dalla sede anatomica abituale e, contemporaneamente, si può procedere all’asportazione del tessuto ovarico per la crioconservazione.

Tumori e fertilità maschile

Una riduzione della fertilità maschile può presentarsi sia a seguito della malattia neoplastica (nel linfoma di Hodgkin si ha un’alterazione del liquido seminale indipendentemente dal trattamento antineoplastico) sia come effetto iatrogeno. Infatti, i tumori maschili possono essere trattati con chemioterapia e/o radioterapia, trattamenti che sono ad alto rischio di infertilità temporanea o permanente.

I trattamenti chemioterapici inducono infertilità in relazione al tipo di farmaco e al dosaggio utilizzato, gli agenti alchilanti per esempio, usati nel trattamento delle leucemie e dei linfomi, inducono azoospermia (assenza di spermatozoi) che può essere irreversibile. La radioterapia determina una riduzione del numero di spermatozoi in relazione alla dose di radiazione subita.

Pertanto, in previsione del trattamento chemioterapico/radioterapico, è necessario preservare la capacità riproduttiva del paziente neoplastico in età fertile. Le strategie che si possono mettere in atto sono:

  • crioconservazione del seme dopo masturbazione: rappresenta la metodica più efficace e più semplice da effettuare, necessita di programmazione per evitare di posticipare l’inizio del trattamento antineoplastico, vengono eseguite solitamente raccolte plurime per garantire un quantitativo sufficiente di liquido seminale. Il seme raccolto viene congelato in azoto liquido per interrompere l’attività biologica e preservare la fertilità. Gli spermatozoi congelati vengono utilizzati per una procreazione medicalmente assistita (PMA) con la metodica ICSI che consiste nell’inoculare un singolo spermatozoo all’interno dell’ovocita, pertanto la criopreservazione del seme deve sempre essere proposta anche in presenza di un eiaculato che contenga uno scarso numero di spermatozoi. La crioconservazione del liquido seminale può indurre alterazioni tali per cui, dopo lo scongelamento, gli spermatozoi non sono utilizzabili. Non esiste una limitazione temporale all’uso del seme congelato. È necessario che la raccolta del seme avvenga prima di iniziare il trattamento in quanto anche un solo ciclo di chemioterapia può alterare il DNA degli spermatozoi;
  • crioconservazione del seme raccolto con metodi alternativi: si procede al prelievo del seme attraverso aspirazione testicolare o biopsia testicolare. Tali procedure vengono effettuate previa sedazione;
  • schermatura gonadica: nel corso della radioterapia vengono utilizzate delle schermature per ridurre la quantità di radiazioni che arrivano al testicolo;
  • protezione testicolare mediante somministrazione di terapie ormonali (LHRH analoghi o antagonisti): è un metodo che presenta un’efficacia limitata.

Come sfruttare al massimo Samsung Health

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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Samsung Health è un buon sistema per tener conto della nostra salute, ma spesso molti utenti non lo impostano come merita. Se avete intenzione di sfruttare al massimo Health, seguite questi nostri personali consigli. Chissà, magari riuscirete anche a perdere più peso con una migliore organizzazione!

Come usare al meglio Health Samsung

Regolate bene i vostri obiettivi. Samsung Health cerca di compensare sui vostri dati già presenti nel cellulare, ma se (secondo un parere professionale magari) questi obiettivi sono insufficienti o esagerati, potete regolarli come vi sembra più adatto. Ad esempio, potete regolare i passi: aprite Health e premete al centro del vostro conteggio dei passi.

Andate poi ad aprire il menù in alto a destra e passate a “Imposta obiettivo”. Da lì, inserite il numero di passi che vi sembra più adatto. Ricordatevi che potete anche mettere questo conteggio in pausa, sempre attraverso lo stesso menù (qualora state affidando il cellulare ad un’altra persona).

Inserite i vostri risultati attuali nelle notifiche. Un’altra utile funzione è inserire i risultati che avete raggiunto con Samsung Health attraverso le notifiche. Potete attivare questa funzione aprendo il programma e quindi le impostazioni in alto a destra. Sotto la sezione “Avanzate” è disponibile una scelta chiamata “Mostra passi su barra notifiche”. Attivandola, tutti i vostri passi effettuati saranno disponibili nelle notifiche a tutte le ore!

Usate le funzioni “Together”. Si tratta d’un attività con il quale potete sfidare amici e familiari – e non solo! Potete attualmente competere come uno dei migliori esempi di fisico perfetto attraverso la classifica mondiale organizzata stesso dalla Samsung.

Risparmiate energia nel mentre fate esercizi! Semplice, no? Basta iniziare l’allenamento e premere sull’icona del lucchetto in basso a destra. Questo metterà il vostro cellulare in stand-by, tenendo il conteggio dell’esercizio su uno schermo puramente nero. Questo è molto utile per i cellulari con schermo AMOLED, naturalmente popolarissimi da Samsung.

Non dimenticate che potete eliminare i vostri dati quando necessario. Aprite il programma e andate nelle impostazioni. In fondo alla selezione troverete la funzione “Cancella dati personali” con il quale potete nel caso iniziare da 0. Vengono eliminate anche le informazioni nei server della Samsung, perciò è perfettamente sicuro.

Cambiare serratura a inquilino senza contratto

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’inquilino può stare in casa senza contratto? Quali sono le conseguenze dell’affitto in nero? Si può cambiare la serratura per impedire l’ingresso?

Dare in affitto un appartamentino che non si usa più può essere un ottimo modo per fare un doppio investimento: da un lato, c’è il ricavo economico proveniente dal canone che l’inquilino dovrà pagare; dall’altro, si evita che l’immobile, versando in stato di abbandono, diventi presto fatiscente e si svaluti rapidamente. Dare in locazione una propria abitazione, però, non è cosa da prendere sottogamba: se l’affittuario dovesse diventare “indesiderato”, ad esempio perché rifiuta di versare il canone dovuto, mandarlo via non sarà così facile. Come ti ho spiegato in un altro articolo, la procedura di sfratto può rivelarsi lunga e costosa, soprattutto nel caso in cui la tua controparte rifiuti di collaborare. Il punto è che non esiste altra via per mandare via l’inquilino che non paga il fitto oppure che, con il suo comportamento, viola i doveri contrattuali: non puoi farti giustizia da solo, pena il rischio di incorrere in reato e, quindi, in un processo penale. È cosa nota che il proprietario di casa che ponga in essere condotte volte a “scoraggiare” l’inquilino dal permanere nell’abitazione possono integrare il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni oppure quello di violenza privata. In pratica, l’unica cosa che puoi fare è quella di bussare alle porte della giustizia e sperare che non si perda troppo tempo. Ma cosa accade se l’occupazione dell’immobile è abusiva, nel senso che è avvenuta senza regolare contratto? Come sicuramente saprai, la legge impone di registrare il contratto di locazione; in assenza di questo adempimento, non può dirsi sorto regolarmente il rapporto giuridico tra locatore e conduttore. Cosa succede, quindi, se cerchi di mandare via il tuo inquilino irregolare? Considerando che in tribunale non puoi andare visto che non potresti far valere alcun titolo, la via da seguire potrebbe essere quella di staccare le utenze e cambiare la serratura, facendo così capire in maniera molto concreta all’inquilino che non è più gradito. Ma sei sicuro di poterlo fare? Anche in assenza di contratto validamente registrato, puoi cambiare serratura all’inquilino? Non c’è il rischio di incorrere in reato? Se sì, come comportarsi, allora? Con il presente articolo vorrei proprio parlarti di queste problematiche. Se sei interessato a questo argomento, ti invito a proseguire nella lettura: ti spiegherò se è possibile cambiare serratura all’inquilino senza contratto.

Inquilino senza contratto: si può?

Prima di vedere se è possibile cambiare serratura all’inquilino senza contratto dobbiamo necessariamente spiegare se è legale affittare un proprio immobile senza redigere regolare contratto ovvero, pur avendone sottoscritto uno, senza registrazione dello stesso. Ebbene, la legge dice che i contratti di locazione sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati [1].

Nonostante la chiarezza del dato normativo, la giurisprudenza si è divisa sulla reale portata della disposizione: una parte ha sostenuto che il contratto di locazione, se non registrato all’agenzia delle entrate, non è nullo ma solamente inefficace, con conseguente obbligo del conduttore di pagare comunque il canone pattuito; altra parte, invece, ha abbracciato la tesi più rigorosa secondo cui, poiché da un contratto invalido non può derivare alcun effetto giuridico, il conduttore non è tenuto a pagare nulla al proprietario.

È quest’ultimo l’orientamento maggioritario tra i giudici: coma la Suprema Corte ha ricordato, un contratto di locazione non registrato è come se fosse inesistente [2].

Inquilino senza contratto: cosa succede?

L’inquilino che vive in una casa senza contratto non è tenuto a pagare il canone pattuito; ma non solo: se questo è stato versato, egli ha anche diritto alla restituzione degli stessi, e addirittura può chiedere il risarcimento dei danni al proprietario. In pratica, l’affitto in nero non è dovuto.

Oltre a ciò, se il contratto di locazione non è stato registrato, il padrone di casa non potrà nemmeno adire il tribunale per sfrattare l’inquilino moroso. Nel caso in cui quest’ultimo decide di non pagare nulla né di andarsene spontaneamente dall’abitazione, l’unica cosa che potrà fare il proprietario dell’immobile è quello di ricorrere in tribunale per intentare un giudizio ordinario di occupazione senza titolo (ossia senza contratto), più lungo e costoso di quello previsto dal codice di procedura civile per lo sfratto.

Insomma, non registrare un contratto di locazione rappresenta un vero e proprio autogol per il locatore, in quanto:

  • non ha diritto ai canoni di locazione;
  • se li ha percepiti, deve restituirli;
  • può essere citato per danni.

Dal canto suo, l’inquilino:

  • non è tenuto a pagare alcunché;
  • non è tenuto a rispettare i termini di durata dell’affitto e può lasciare l’appartamento in qualsiasi momento, anche senza dare il preavviso;
  • non può essere sfrattato;
  • può chiedere ed ottenere la regolarizzazione del contratto (e, quindi, la sua registrazione), con canone di affitto calcolato in proporzione alla rendita catastale dell’immobile.

Inquilino senza contratto: conseguenze fiscali

Nella situazione di inquilino senza contratto (di affitto in nero, cioè), non soltanto il proprietario si troverà in una situazione di irregolarità e, quindi, di totale svantaggio nei confronti di chi occupa l’immobile, ma andrà incontro anche a gravi conseguenze tributarie.

L’omessa registrazione del contratto di locazione, il parziale occultamento del corrispettivo e l’omesso o tardivo versamento dell’imposta di registro sono violazioni per le quali è prevista l’applicazione di una sanzione amministrativa. In particolare:

  1. per l’omessa o tardiva registrazione del contratto c’è una sanzione dal 120% al 240% dell’imposta di registro dovuta;
  2. per l’occultamento, anche parziale, del canone, la sanzione va dal 200% al 400% della differenza tra l’imposta di registro dovuta e quella già applicata in base al corrispettivo dichiarato;
  3. per il tardivo pagamento dell’imposta, invece, la sanzione è del  30% dell’imposta versata in ritardo.

La legge prevede la possibilità di pagare le sanzioni in misura ridotta grazie all’istituto del ravvedimento operoso.

Inquilino senza contratto: si può cambiare la serratura?

Abbiamo detto che l’inquilino senza contratto occupa l’abitazione senza un valido titolo, con tutte le conseguenze sopra elencate. Da tutto ciò si potrebbe pensare che il conduttore risieda nell’immobile abusivamente e che, quindi, può essere mandato via in qualsiasi momento e in qualsiasi modo. Niente di più sbagliato: le conseguenze negative della mancata registrazione del contratto si ripercuotono sul proprietario, il quale è, in genere, la parte che è meno interessata alla regolarizzazione del contratto, visto che, nel caso di affitto in nero, egli intascherebbe il canone senza dichiarare nulla.

Per queste motivazioni, in assenza di regolare contratto il padrone di casa non può mandar via l’inquilino che non paga se non ricorrendo in tribunale con l’azione di occupazione senza titolo; altre modalità non sono ammesse. Cosa succederebbe se si cambiasse la serratura, impedendo così all’inquilino di entrare e ponendo in essere, di fatto, un vero e proprio sfratto fai da te? Ebbene, il rischio concreto è quello di incorrere nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni: secondo il codice penale, chi, al fine di esercitare un proprio diritto (o presunto tale), pur potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé mediante violenza sulle cose, è punito con la multa fino a 516 euro [3].

Ebbene, modificare o sostituire la serratura di una porta rientra appieno nel concetto di violenza su cose, dovendosi intendere per essa qualsiasi danneggiamento o trasformazione. La Corte di Cassazione è praticamente unanime nel ritenere che non è possibile mandar via una persona dalla casa che occupa senza ricorrere al tribunale: in caso contrario, scatta il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni [4].

D’altronde, lo stesso avviene nel caso di regolare locazione che sia giunta al termine, oppure nell’ipotesi di morosità: in entrambe le circostanze, il locatore non potrà farsi giustizia da sé, ma dovrà attendere i tempi della giustizia civile ordinaria. Pure quando lo sfratto sia già stato pronunciato dal giudice ma non ancora concretamente eseguito dall’ufficiale giudiziario, occorrerà sempre attendere che tutta la procedura sia terminata, altrimenti il rischio è sempre quello di incorrere nel reato sopra indicato. Ma v’è altro.

Inquilino senza contratto: quali reati?

Cambiare serratura all’inquilino senza contratto costituisce reato: questo lo abbiamo detto. Devi sapere, però, che non è l’unico delitto che potrebbe configurarsi. Se entri nell’abitazione che hai affittato in nero senza il consenso dell’affittuario, c’è il serio rischio che tu risponda anche di violazione di domicilio [5]: la legge penale, infatti, intende in senso ampio la nozione di privata dimora, ricomprendendo in essa qualsiasi luogo ove si svolge la vita di una persona.

Quindi, se entri nella casa che hai affittato in nero per cambiare la serratura, c’è la possibilità che tu possa rispondere addirittura di due reati, e cioè di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e di violazione di domicilio.

Considera, poi, che l’inquilino senza contratto, poiché si trova nella condizione di possedere, di fatto, l’abitazione, potrebbe reagire non soltanto denunciandoti, ma anche citandoti in tribunale mediante azione di reintegrazione del possesso: in buona sostanza, la legge tutela chi si trova dentro un immobile, almeno in prima battuta, a prescindere dal fatto che abbia o meno un titolo per restarvi.

Costituiscono ugualmente reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni altre condotte di tipo vendicativo, tipo il distacco di luce e gas. Se però l’utenza è rimasta intestata al proprietario di casa, questi potrebbe smettere di pagare le società fornitrici del servizio, in modo tale da rendersi a sua volta moroso, ottenendo così il distacco. In tal caso l’illecito da parte del proprietario sarebbe più difficile da dimostrare.

CES 2019 alcuni Smartphone interessanti

Posted on : 17-01-2019 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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Il CES di quest’anno è ormai concluso, ma non ci ha lasciato delusi: sono state presentate un sacco d’innovazioni tecnologiche, ma non solo…anche un sacco di cellulari che montano queste innovazioni, o semplicemente marche inaspettate che hanno deciso di entrare nel mercato degli Smartphone!

Ma di cosa parliamo, esattamente? Vediamo insieme i cellulari più curiosi – per un motivo o per l’altro – che sono stati presentati al CES!

Smartphone presentati al Ces 2019

Quali sono i prodotti del comparto smartphone più interessanti che sono stati presentati al CES 2019? Vediamo li insieme.

Hisense U30

Hisense U30

Se non avete mai sentito parlare della Hisense, si tratta d’una marca che produce principalmente televisori. Da qualche tempo produce anche cellulari, ma non ha mai tentato d’imporsi contro le grandi marche. Con lo Smartphone U30 magari sarà anche il caso: chipset Snapdragon 675 con 6Gb di RAM e 128Gb di memoria interna.

Lo stesso presenta uno schermo da 6.3 pollici ed una grande batteria da 4300mAh. E’ anche uno degli ultimi cellulari che segue il trend della fotocamera inclusa nello schermo, con un sensore da 48Mpx per quel che riguarda quella principale. Una combinazione curiosa, del quale sapremo di più a Marzo.

Royole FlexPai

Royole FlexPai

La Samsung presenta un cellulare con schermo flessibile? Occhio, perché la Royole è già giunta sul campo con il suo Smartphone che si piega e si chiude esattamente come la “rivoluzione” già presentata qualche mese fa. Che dire? Si tratta d’un prodotto particolare soprattutto per lo schermo, il quale ha già sorpreso tutti quelli che hanno avuto l’occasione di metterci le mani sopra. Sicuramente uno dei cellulari di cui c’interessa saperne di più nei prossimi mesi.

Nubia Red Magic Mars

Nubia Red Magic Mars

Se il Red Magic della ZTE vi ha già interessato qualche tempo fa, la versione Mars è in arrivo: 6 pollici in alta risoluzione con chipset Snapdragon 845 e ben tre selezioni di RAM / memoria interna: 6/8/10Gb di RAM e 64/128/256Gb di memoria interna. Molto più potente ed adattato per il Gaming, questo cellulare ha anche il suo pulsante dedicato per spingere le prestazioni al massimo per ogni gioco.

Altre notizie dal CES 2019

Nelle altre notizie, un’altra marca nasce nel mondo degli Smartphone: Rokit. Al momento non vedremo molto di questa serie di cellulari in Italia, visto che saranno un esclusiva per i Walmart americani: tuttavia l’attenzione ricade particolarmente sul Rokit IO 3D, un cellulare capace di scattare foto tridimensionali che possiamo guardare anche senza occhiali.

Di certo qualcosa che vedremo anche di più in altri tipi di cellulari nei prossimi mesi.