Risarcimento danni passeggero per incidente auto

Posted on : 18-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Terzo trasportato: a chi deve chiedere il risarcimento, all’assicurazione dell’auto su cui viaggiava o a quella dell’altro conducente?

Il tema del risarcimento danni passeggero per incidente auto è spesso al centro di numero pronunce della giurisprudenza. La Cassazione ha spiegato a più riprese quando spetta il risarcimento al “terzo trasportato” (così tecnicamente viene definito il passeggero), a chi compete pagargli i danni in caso di sinistro stradale e a quale assicurazione, di conseguenza, questi deve rivolgersi per avere i soldi.

Una recente sentenza, sempre a firma della Suprema Corte [1], si è soffermata in particolare proprio su quest’ultimo aspetto, quello della domanda di risarcimento, andando a chiarire ciò che spesso disorienta chi, trasportato su un’auto condotta da un’altra persona, è vittima di un incidente stradale e, a seguito dello scontro, subisce delle lesioni fisiche. 

Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il risarcimento danni passeggero per incidente auto. Lo faremo rispondendo a quelle che sono le domande più frequenti sul tema.

Chi è il terzo trasportato?

Il terzo trasportato non è, né più né meno, che il passeggero di un’auto, colui che non guida, indipendentemente dal fatto che questi si trovi sui sedili anteriori o posteriori.

In caso di incidente stradale, il “terzo trasportato” agisce sempre per un danno alla persona e non per quello all’auto (non essendo suo il veicolo non ha interesse ad agire per danni a cose). 

Se il passeggero si fa male dopo un incidente stradale deve essere risarcito?

L’assicurazione che il proprietario dell’auto contrae copre non solo il conducente e i suoi familiari ma anche eventuali terzi ospitati a bordo del veicolo. 

Determinate polizze prevedono un limite di estensione solo a determinate persone, ma questo non toglie che l’assicurazione debba ugualmente versare il risarcimento al terzo danneggiato. La sussistenza della limitazione della polizza potrebbe comportare solo una successiva rivalsa sull’assicurato.

Se l’auto non è assicurata che succede al passeggero?

Nell’ipotesi in cui il veicolo non sia stato assicurato, ossia il proprietario non abbia sottoscritto una regolare polizza rc-auto, il terzo trasportato ha diritto ad essere risarcito dal Fondo di Garanzia Vittime per la Strada.

Che succede se il passeggero non aveva la cintura di sicurezza?

Sussiste l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza sia per chi sta sul sedile anteriore, al lato della guida, sia per chi siede sui sedili posteriori. Il fatto di non indossare le cinture di sicurezza non esclude il diritto al risarcimento del danno per il passeggero, risarcimento tuttavia che potrà tuttavia essere ridotto in proporzione ai danni che potevano essere evitati rispettando invece l’obbligo. 

Se il conducente ha torto nell’incidente, il passeggero va risarcito?

Il passeggero ha diritto ad essere risarcito, in caso di incidente stradale, sia nell’ipotesi in cui il conducente dell’auto su cui era trasportato sia dalla parte della ragione che dalla parte del torto. In buona sostanza il terzo trasportato può chiedere i danni sempre, a prescindere dalla dinamica del sinistro e dalle rispettive responsabilità.

A quale assicurazione il passeggero deve chiedere il risarcimento del danno?

Dopo il sinistro stradale il trasportato danneggiato può pretendere il risarcimento integrale dal conducente del veicolo su cui viaggiava o dal guidatore del mezzo antagonista, al di là della diversa gravità delle loro colpe nel sinistro. Le due assicurazioni infatti hanno una «responsabilità solidale». È il chiarimento fornito ieri dalla Cassazione [1]. In buona sostanza – dice la Corte – in un sinistro stradale, il terzo trasportato può chiedere l’integrale risarcimento del danno patito «a ciascuno dei responsabili». L’importante è che il danneggiato indichi, sin dall’inizio, che agisce in quanto trasportato; solo in questo caso ha diritto al risarcimento integrale e può chiederlo a sua scelta a ognuno dei responsabili. E ciò sia quando agisce nei confronti del vettore, sia laddove fa valere il suo diritto verso il conducente del veicolo antagonista, sia quando chiede i danni a entrambi.

Se invece inizialmente ha agito contro uno dei responsabili, per ottenerne la dichiarazione di responsabilità esclusiva, non può poi mutare la domanda a pena di inammissibilità. In altri termini, il danneggiato deve indicare che, «proprio in quanto trasportato, egli ha diritto all’integrale risarcimento e può chiederlo, a sua scelta, a ciascuno dei responsabili».

Per la Suprema corte infatti «il diritto del trasportato all’integrale risarcimento del danno costituisce una pacifica acquisizione della giurisprudenza a condizione che questi non sia anche proprietario del mezzo» (nel qual caso egli potrebbe chiedere il risarcimento solo alla propria compagnia [2]). In particolare, prosegue la Corte, «è stato precisato che il trasportato su un veicolo a motore, che abbia patito danni in conseguenza di un sinistro ascrivibile a responsabilità tanto del vettore, quanto del titolare di un terzo veicolo, può pretendere il risarcimento integrale da uno qualsiasi tra i due responsabili (e dai loro assicuratori della rca), in virtù del principio generale della solidarietà tra i coautori di un fatto illecito, senza che rilevi, ai fini della riduzione del risarcimento, la diversa gravità delle rispettive colpe dei corresponsabili o la diseguale efficienza causale di esse, trattandosi di circostanze destinate a rilevare soltanto ai fini della ripartizione interna dell’obbligazione risarcitoria».

Entro quanto tempo deve ottenere il risarcimento il passeggero?

Una volta individuata l’assicurazione contro cui agire, il passeggero deve presentare una domanda di risarcimento all’ispettorato sinistri.

Dal momento della denuncia di sinistro, l’assicurazione ha 90 giorni per presentare una offerta di risarcimento al terzo trasportato.

Il danneggiato può decidere se accettarla o meno, in quest’ultimo caso promuovendo dopo una causa per accertare il proprio danno.

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Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Bambini, feed, Giochi e Gambling, Videogame

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Violazione di domicilio da parte del proprietario di casa

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Comodato o affitto: l’inquilino può escludere il proprietario dall’entrare nella casa propria. 

Sei riuscito a ottenere in prestito, da tuo fratello, una casa che avete ereditato dai vostri genitori. In attesa di venderla, la abiterai e, nel frattempo, vi apporterai quelle modifiche e ristrutturazioni necessarie a renderla più appetibile ad eventuali acquirenti. Per evitare spiacevoli equivoci avete firmato un contratto di comodato, ovviamente a titolo gratuito (perché così prescrive la legge come regola).

Tra di voi, però, i rapporti si sono deteriorati e tuo fratello ora sta facendo di tutto per mandarti via. Da ultimo, si è presentato sul più bello sul pianerottolo di casa pretendendo di entrare per verificare in che condizioni giace l’appartamento. Tu hai provato a non aprirlo ma lui aveva con sé il duplicato delle chiavi ed ha fatto ugualmente irruzione dentro. Hai intenzione di denunciarlo per violazione del domicilio e della privacy. Lui sostiene invece di essere autorizzato a comportarsi in tal modo essendo la casa anche in parte sua. Può farlo? Esiste la violazione di domicilio da parte del proprietario di casa?

Una recente sentenza della Cassazione [1] si è pronunciata in merito a tale delicata questione. Ecco qual è dunque la soluzione del caso.

Il titolare di un appartamento dato in comodato può entrarvi?

Secondo la Suprema Corte si può denunciare per violazione di domicilio il proprietario che entra nel proprio immobile, di cui ha le chiavi, dopo averlo concesso in locazione o in comodato a terzi. Non importa per quale ragione tenti di accedere all’interno di esso (può anche agire per verificare che non siano stati eseguiti dei lavori o per riparare dei danni gravi).

Anzi, secondo la Cassazione, anche la parte antistante la porta di casa, di solito coperta dallo zerbino, rientra nel domicilio sicché non vi si può sostare senza commettere reato.

Il possessore è tutelato

Chi infatti vive in un appartamento altrui – sia che ciò avvenga a titolo di affitto (o meglio «locazione») o di prestito (o meglio «comodato») – acquisisce un potere sull’immobile che la legge definisce «detenzione qualificata». Egli diventa quindi titolare di un diritto personale di godimento e uso esclusivo del bene del tutto simile a quello del proprietario e che gli consente di tutelare il proprio domicilio.

In più, il proprietario dell’immobile non può cambiare le chiavi della serratura della porta, né disdire le utenze a lui intestate al solo fine di mandare via il comodatario o l’inquilino: un comportamento del genere integrerebbe un secondo reato, quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Violazione di domicilio entrare in casa propria in cui vive un’altra persona

L’indirizzo della Cassazione non lascia margini per una assoluzione. Al contrario è senza appello la condanna penale per violazione di domicilio nei confronti di chi concede in comodato o in affitto un appartamento di sua proprietà e, ciò nonostante, vi si introduce grazie alle chiavi in suo possesso (anche se allo scopo di mandare via gli ospiti del comodatario).

Una volta che si acquisisce un diritto all’uso esclusivo dell’immobile, per gli scopi determinati dal contratto (sia esso di locazione o di affitto), il titolare dell’immobile perde la possibilità di godere e di usare la cosa nel momento stesso in cui la consegna all’altro soggetto. Quest’ultimo, a sua volta, nel fissarvi la propria abitazione, acquisisce il diritto di escludere chiunque, anche il proprietario, dall’abitazione in questione.

Il titolare del diritto di proprietà non ha altra soluzione, qualora la controparte violi gli accordi contrattuali, che ricorrere al giudice per chiedere la risoluzione del contratto (con conseguente “sfratto”).

Nel caso di specie, i supremi giudici hanno osservato che la vittima, avendo fissato il domicilio nell’immobile concessogli in uso, poteva legittimamente escludere gli estranei, compreso il proprietario dell’alloggio. Non solo: quest’ultimo non aveva nessun diritto di introdursi e di trattenersi all’interno dell’immobile concesso in comodato, «tanto essendogli possibile solo ove il comodatario lo avesse consentito, adempiendo, in tale guisa, all’obbligo negozialmente assunto».

[1] Cass. sent. n. 24448/2019.

Furto supermercato: ultime sentenze

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Furto nel supermercato; furto tentato e non consumato; impossessamento dei beni esposti alla pubblica fede; sorveglianza continua sulla condotta furtiva; telecamere; sistemi antitaccheggio; condotta punibile.

Quando ricorre il reato di tentato furto? Quando il reato di furto in un supermercato può definirsi consumato? Quali sono le circostanze aggravanti? Leggi le ultime sentenze.

Tentativo di furto in un supermercato

In tema di furto in supermercato il monitoraggio nella attualità della azione furtiva avviata, esercitato sia mediante la diretta osservazione della persona offesa (o dei dipendenti addetti alla sorveglianza o delle forze dell’ordine presenti in loco), sia mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce e il conseguente intervento difensivo in continenti, a tutela della detenzione, impediscono la consumazione del delitto di furto, che resta allo stadio del tentativo.

Laddove dunque l’impossessamento è escluso dalla concomitante vigilanza, attuale e immanente, della persona offesa e dall’intervento esercitato in continenti a difesa della detenzione del bene materialmente appreso, ma ancora non uscito dalla sfera del controllo del soggetto passivo, la incompiutezza dell’impossessamento osta alla consumazione del reato e circoscrive la condotta delittuosa nell’ambito del tentativo.

Tribunale Chieti, 17/07/2017, n.810

Chi risponde del reato di furto?

Rispondono del reato di tentato furto ex art. 110, 56, 624 e 625 n. 7 c.p. coloro che si impossessano di bottiglie di superalcolici all’interno di un supermercato quando non emerge l’effettiva consumazione del reato indicato poiché i soggetti non erano ancora usciti dalla sfera di vigilanza e di controllo degli addetti all’esercizio commerciale che vigilavano sul comportamento degli agenti (nella specie: le bottiglie erano state occultate all’interno della giacca e gli stessi avevano posto in essere un tentativo di allontanarsi di corsa dal negozio senza pagare il relativo prezzo).

Tribunale Perugia, 10/12/2015, n.829

Furto in supermercato: telecamere e controllo di un addetto alla sorveglianza

In tema di furto in un supermercato è integrato il tentativo e non il furto consumato se vi siano telecamere che monitorizzano l’azione ovvero vi sia il controllo di un addetto alla sorveglianza.(Nel caso di specie si trattava di furto di magliette in un grande magazzino).

Tribunale S.Maria Capua V. sez. II, 19/07/2018, n.2987

Superamento delle casse

Nel caso di furto commesso in un supermercato, ai fini della qualificazione della condotta illecita come tentativo e non come reato consumato, non rileva il fatto che il soggetto che ha sottratto la merce dai banchi di vendita abbia oltrepassato o meno le casse.

Cassazione penale sez. V, 25/09/2017, n.54311

Sottrazione di beni esposti in un supermercato e dotati di antitaccheggio

Sussiste la circostanza aggravante dell’esposizione a pubblica fede nel tentativo di furto dai banchi di un supermercato di beni dotati di un apposito dispositivo “antitaccheggio”, in quanto tale dispositivo non è idoneo ad assicurare un controllo costante e diretto sulla “res”. Correttamente, pertanto, il primo giudice ha ritenuto sussistente la circostanza aggravante in parola.

Corte appello Palermo sez. IV, 20/04/2017, n.1697

Impossessamento mediante la sottrazione della cosa altrui

È integrato il reato di furto tentato e non consumato solo se non vi sia impossessamento mediante la sottrazione della cosa altrui. (Nel caso di specie, si trattava del furto di oggetti in un supermercato ed anche se vi era la videosorveglianza e gli addetti al controllo della merce era da ritenersi furto consumato perché gli imputati non furono visti compiere l’azione e riuscirono a portare gli oggetti nell’autovettura che poi fu controllata dalla Polizia che si era insospettita dai movimenti degli stessi).

Corte appello L’Aquila, 18/05/2018, n.1338

Furto di portafoglio nel supermercato

Non si configura il tentativo ma l’ipotesi consumata del reato nel caso di furto nel supermercato consistente nella sottrazione di un portafogli ai danni di un cliente dello stesso, effettuata con l’aiuto di un complice che ha distratto la vittima, qualora gli addetti alla sorveglianza intervengano dopo che l’agente si sia impossessato dell’oggetto, sottraendolo, in via definitiva, al soggetto passivo, persona diversa dai titolari della signora sulla merce a tutela del quale il servizio di monitoraggio a distanza era stato predisposto.

Cassazione penale sez. V, 25/10/2018, n.54

Monitoraggio dell’azione furtiva

In caso di furto in supermercato, il monitoraggio dell’azione furtiva in essere, esercitato mediante appositi apparati di rilevazione automatica del movimento della merce ovvero attraverso la diretta osservazione da parte della persona offesa o dei dipendenti addetti alla sorveglianza ovvero delle forze dell’ordine presenti nel locale ed il conseguente intervento difensivo “in continenti”, impediscono la consumazione del delitto di furto che resta allo stadio del tentativo, non avendo l’agente conseguito, neppure momentaneamente, l’autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, non ancora uscita dalla sfera di vigilanza e di controllo del soggetto passivo.

Cassazione penale sez. IV, 26/02/2016, n.27151

Aggravante della destrezza

In tema di furto, la circostanza aggravante della destrezza sussiste qualora l’agente abbia posto in essere, prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, una condotta caratterizzata da particolati abilità, astuzia o avvedutezza e idonea a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza del detentore sulla cosa, non essendo invece sufficiente che egli si limiti ad approfittare di situazioni, non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento da parte del detentore della cosa.

Nel caso di specie, la Corte d’appello, in riforma della sentenza di primo grado, non ha ritenuto integrata l’aggravante della destrezza ex articolo 625 n. 4 del Cp, in quanto l’imputato, colpevole di aver sottratto beni alimentari all’interno di un supermercato, si era limitato a profittare di un momento di distrazione del personale in servizio presso l’esercizio commerciale, senza mettere in atto alcun particolare artificio.

Corte appello Napoli sez. VI, 02/10/2018, n.7077

Intenzione delittuosa

In tema di delitto tentato, la condotta è punibile soltanto se sorretta da dolo e la volontà di realizzare l’evento delittuoso deve risultare dall’insieme degli atti posti in essere dall’agente, i quali devono presentare i requisiti della idoneità e della univocità e, quindi, devono poter denotare il proposito criminoso perseguito dall’agente con la consapevolezza e la volontà di realizzarlo. (Nella specie, relativa ad un tentativo di furto in supermercato, l’imputato è stato assolto per carenza degli elementi probatori idonei ad una affermazione di responsabilità ragionevolmente certa).

Tribunale Terni, 28/02/2015, n.114

Assegno separazione alla moglie: ultime sentenze

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le ultime sentenze su: separazione dei coniugi; assegno di mantenimento; tenore di vita goduto durante il matrimonio; coniuge economicamente più debole; assegno al coniuge separato e attitudine al lavoro del coniuge beneficiario.

L’assegno di mantenimento può formare oggetto di compensazione? Per la quantificazione dell’assegno di mantenimento non rileva il criterio del tenore di vita, ma quello della disparità economica tra le parti. La nullità del matrimonio non determina la restituzione dell’assegno stabilito con la pronuncia di separazione. Leggi le ultime sentenze sull’assegno di mantenimento corrisposto alla moglie.

Obbligo del marito di versare l’assegno di mantenimento alla moglie

È da escludere l’obbligo di versare un assegno di mantenimento in favore della moglie per il marito che, pur guadagnando mensilmente più di mille euro rispetto a quanto percepito dalla donna, si trovi costretto a versare una rata di mutuo di circa mille euro per l’acquisto della quota di metà della casa coniugale appartenente alla moglie, la quale con la somma incassata ha potuto acquistare una casa di proprietà in cui abitare dopo la separazione.

Cassazione civile sez. VI, 05/11/2015, n.22603

Tracciabilità del pagamento

Per la deduzione dal reddito dell’assegno corrisposto alla moglie in esecuzione dei patti della separazione consensuale tra i coniugi, in base a titolo di formazione giudiziale, tra i coniugi non è richiesta la tracciabilità del pagamento del predetto pagamento essendo sufficiente la quietanza rilasciata dalla moglie.

Comm. trib. prov.le Modena sez. III, 04/05/2015, n.414

Funzione dell’assegno di mantenimento

Non può formare oggetto di compensazione il credito relativo ad assegni di mantenimento. Si ritiene che l’assegno di mantenimento, ove fosse oggetto di compensazione, vedrebbe snaturata la sua funzione alimentare: proprio in virtù della sua natura lato sensu alimentare, deve essere esclusa la compensazione del credito relativo all’assegno di mantenimento con altri crediti, alla luce di quanto disposto per gli obblighi alimentari dall’articolo 447, comma 2, c.c.; invero, sussiste leadem ratio che consente l’applicazione analogica della predetta disposizione anche all’ipotesi dell’assegno di mantenimento per la moglie ed i figli in caso di separazione o divorzio, giacché, quantunque l’assegno di mantenimento non abbia una valenza alimentare in senso stretto, posta la distinzione tra diritto al mantenimento e diritto agli alimenti, tuttavia è innegabile che esso conserva comunque una valenza anche alimentare, avuto riguardo alla considerazione in sé non banale che il diritto al mantenimento presuppone come base minima il diritto agli alimenti; finalità e funzione rendono assimilabili obblighi alimentari e di mantenimento, entrambi posti a tutela dei doveri di solidarietà nascenti dai rapporti di coniugio e di filiazione, tanto ciò vero che l’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine, per primi il coniuge, i figli (e, in loro mancanza, i discendenti prossimi) ed i genitori (e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi): vedi art. 433 c.c.; l’obbligo di mantenimento ha solo un contenuto più ampio di quello alimentare, che comunque è ricompreso in esso, come nel più ci sta il meno, ma ambedue servono pur sempre a soddisfare un bisogno fondamentale della persona.

Tribunale Catania sez. I, 02/11/2017, n.4575

Moglie senza lavoro per dedicarsi alla famiglia

Va riconosciuto il diritto dell’ex moglie, che ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla conduzione familiare, di ricevere l’assegno divorzile, confermando l’ammontare stabilito in sede di separazione per l’assegno di mantenimento. In applicazione del principio stabilito da Cass. 10 maggio 2017, n. 11504 sussistono infatti i presupposti per riconoscere l’an del diritto della convenuta a vedersi corrispondere l’assegno divorzile poiché, alla luce della complessiva valutazione di tutti gli indici indicati dalla Suprema Corte nella sentenza citata, la stessa non può ritenersi economicamente indipendente, in ragione della mancanza di un reddito da lavoro certo e della ragionevole impossibilità oggettiva, data l’età raggiunta, di poterselo procurare.

Tribunale Milano sez. IX, 03/10/2017, n.9868

Quantificazione dell’assegno di mantenimento

Avverso la riduzione dell’assegno di mantenimento, dovuto al peggioramento delle condizioni economiche dell’ex tenuto al versamento, non può invocarsi il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. L’assegno di mantenimento è, infatti, quantificato dando peso solo alla disparità economica tra le parti. Ad affermarlo è la Cassazione che ha nella specie dato torto all’ex moglie di un imprenditore che si opponeva al taglio dell’assegno per il peggioramento delle condizioni economiche dell’ex. Per la Corte, il giudice che deve decidere sui presupposti dell’assegno ed eventualmente quantificarlo non è tenuto ad accertare i redditi nel loro esatto ammontare, ma può limitarsi a ricostruire in maniera attendibile la situazione patrimoniale dei coniugi, senza però guardare al più alto tenore di vita goduto prima della separazione.

Cassazione civile sez. I, 28/06/2017, n.16190

Determinazione dell’assegno

In tema di determinazione dell’assegno per la moglie e alla determinazione del contributo al mantenimento delle figlie, deve essere cassata, in quanto carente ed inadeguata, la decisione che abbia trascurato una qualsiasi analisi delle condizioni economiche dei coniugi.

Cassazione civile sez. VI, 16/04/2015, n.7814

Tenore di vita familiare del coniuge meno abbiente: permane con la separazione?

Il coniuge separato ha il diritto di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio. Pertanto, se esso non dispone di redditi adeguati per farlo, l’ex coniuge più facoltoso è tenuto a versagli un assegno adeguato a tal fine. La Cassazione ha così respinto le richieste di Berlusconi in ordine alle somme corrisposte alla ex moglie Veronica Lario nel periodo di separazione. I giudici di legittimità hanno precisato che nella separazione non possono applicarsi i nuovi criteri di determinazione del “quantum” dell’assegno divorzile definiti con la recente sentenza della medesima Corte n. 11504 del 2017 perché si tratta di uno stato prodromico, e in quanto tale differente, rispetto al divorzio. Difatti, per la Corte, il divorzio scioglie gli effetti del matrimonio, mentre la separazione “congela” soltanto il vincolo matrimoniale che continua a produrre effetti.

Cassazione civile sez. I, 16/05/2017, n.12196

Quando l’ex coniuge perde il diritto al mantenimento?

La coabitazione con un altro partner da parte dell’ex coniuge fa venire meno il diritto all’assegno da parte dell’ex, anche se manca la prova di una convivenza more uxorio e si tratta solo di una “affettuosa amicizia”. Così si è espressa la Cassazione che ha anche precisato che non si può addossare all’ex coniuge tenuto a versare l’assegno l’onere di dimostrare il grado di intimità sussistente tra l’ex e il suo nuovo partner.

La Corte ha reso così meno stringenti le condizioni per la perdita dell’assegno in caso di una nuova convivenza, accogliendo nella specie il ricorso di un uomo che contestava l’obbligo di corrispondere alla sua ex moglie un assegno mensile di 800 euro in quanto questa conviveva con altro partner. Per i giudici di legittimità è sì vero che il diritto all’assegno non decade per una mera coabitazione, ma non può porsi a carico del marito l’onere di dimostrare il grado di intimità che intercorre tra la coppia”.

Cassazione civile sez. VI, 08/03/2017, n.6009

La nullità del matrimonio

Poiché, nel caso di matrimonio celebrato in buona fede dai coniugi, gli effetti del matrimonio valido si producono in favore dei medesimi fino alla sentenza dichiarativa della nullità, determinata dall’ignoranza su una qualità personale del coniuge da ritenersi essenziale ai fini del consenso al matrimonio e costituita dallo stato di gravidanza della futura moglie causato da persona diversa da esso istante, ne deriva che non può trovare accoglimento la domanda formulata dall’attore volta a ottenere la restituzione di quanto versato alla moglie a titolo di assegno di mantenimento quale obbligo imposto all’attore nell’ambito del procedimento per separazione personale, rilevandosi peraltro che, una volta accertata in giudizio la spettanza di un diritto con pronuncia passata in giudicato, il diritto in questione non può più essere rimesso in discussione.

Tribunale Mantova sez. I, 19/01/2017, n.54

Cosa deve verificare il giudice per determinare la misura dell’assegno di mantenimento?

In tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro dei medesimi, quale elemento di valutazione della loro capacità di guadagno, può assumere rilievo, ai fini del riconoscimento e della liquidazione dell’assegno di mantenimento, solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche.

(In applicazione dell’anzidetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, nel quantificare l’assegno di mantenimento riconosciuto alla moglie, aveva valutato il titolo di studio universitario e l’abilitazione professionale da lei posseduti ma anche le sue presumibili difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro dovute all’età ed alla mancanza di precedenti esperienze professionali).

Cassazione civile sez. VI, 04/04/2016, n.6427

Decadenza impugnazione licenziamento: ultime sentenze

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lavoro subordinato; estinzione e risoluzione del rapporto; termine di decadenza; ragioni di licenziamento; sospensione dei termini di decadenza; impugnazione del licenziamento; impugnativa stragiudiziale; inefficacia del licenziamento verbale.

Il termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione. Per maggiori informazioni, leggi le ultime sentenze.

Termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento

In tema di impugnativa del licenziamento individuale ex art. 6 l. n. 604/1966, come modificato dall’art. 32, comma 1, l. n. 183/2010, ove alla richiesta, effettuata dal lavoratore, di tentativo di conciliazione o arbitrato nel termine di 180 giorni dall’impugnazione stragiudiziale consegua il mancato accordo necessario al relativo espletamento, in quanto la controparte non depositi presso la commissione di conciliazione, entro 20 giorni dal ricevimento della copia della richiesta, la memoria prevista dall’art. 410, comma 7, c.p.c., dallo scadere di detto termine di 20 giorni decorre l’ulteriore termine di 60 giorni entro il quale il lavoratore medesimo è tenuto a presentare, ai sensi dell’ultima parte del comma 2 del citato art. 6, il ricorso al giudice a pena di decadenza.

Cassazione civile sez. lav., 21/03/2019, n.8026

Da quando decorre il termine di decadenza per l’impugnazione del licenziamento?

In tema di licenziamento, il termine di decadenza previsto dall’art. 6 comma 2 legge n. 604/1966 sopra richiamato, decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento stabilito dal primo comma dell’articolo citato e non dal perfezionamento dell’impugnazione stessa per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro. Ed infatti, come correttamente ritenuto, l’impugnazione del licenziamento, così come legislativamente strutturata a seguito dell’ultimo intervento di riforma, costituisce una fattispecie a formazione progressiva, soggetta a due distinti e successivi termini decadenziali, rispetto alla quale risulta indifferente il momento perfezionativo dell’atto di impugnativa vero e proprio.

La norma non prevede, infatti, la perdita di efficacia di una impugnazione già perfezionatasi (dunque già pervenuta al destinatario) per effetto della successiva intempestiva attivazione dell’impugnante in sede contenziosa, ma impone un doppio termine di decadenza affinché l’impugnazione stessa sia in sé efficace.

Tribunale Forli’ sez. lav., 08/01/2019, n.2

Datore di lavoro: può integrare i motivi del licenziamento già intimato?

In caso di azione giudiziale proposta per dedurre un vizio del licenziamento diverso da quello fatto valere con un precedente ricorso, il termine di decadenza di cui all’art. 6, comma 2, della l. n. 604 del 1966, come sostituito dall’art. 32, comma 1, della l. n. 183 del 2010 e modificato dall’art. 1, comma 38, della l. n. 92 del 2012, decorre comunque dalla data di spedizione dell’impugnativa del licenziamento, senza che rilevi che tale azione si fondi su motivi di recesso nuovi, addotti nel corso del primo giudizio.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto irrilevante, ai fini della decadenza, che le circostanze poste a fondamento dell’azione di nullità del licenziamento per motivi discriminatori fossero emerse in sede di libero interrogatorio del datore di lavoro, nel giudizio avente ad oggetto l’annullabilità dello stesso licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo).

Cassazione civile sez. lav., 20/03/2019, n.7851

Successione di contratti a termine

In caso di successione di rapporti di lavoro a termine, prima della cessazione dell’ultimo contratto, l’imposizione di termini decadenziali per l’impugnazione del licenziamento di ogni singola frazione di lavoro a termine alle dipendenze del medesimo datore di lavoro non può legittimamente attagliarsi al lavoratore, indotto assai ragionevolmente a non impugnare nell’attesa di un possibile rinnovo contrattuale, magari a tempo indeterminato. Quei termini possono applicarsi, secondo una lettura costituzionalmente orientata, a rapporti di lavoro cessati, non a rapporti di lavoro a termine reiterati senza apprezzabile soluzione di continuità.

Di conseguenza la decadenza dall’impugnazione del licenziamento non decorre dalla cessazione di ogni singolo contratto a termine, e non dall’ultimo della eventuale serie, come la tesi della necessità di una eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 24 Cost., essendo impossibile o estremamente difficile l’esercizio del diritto per la condizione di debolezza del lavoratore.

Tribunale Siena sez. lav., 11/01/2019, n.63

Decadenza dall’impugnazione del licenziamento: è rilevabile d’ufficio?

A norma dell’art. 2969 cod. civ., la decadenza prevista dalla legge n. 604 del 1966 art. 6 – che impone al lavoratore l’onere dell’impugnativa del licenziamento entro il termine di sessanta giorni – non può essere rilevata d’ufficio, attenendo ad un diritto disponibile, ma necessita di un’eccezione (in senso stretto), che, nel rito del lavoro, deve essere proposta, dalla parte convenuta nella memoria di costituzione.

Cassazione civile sez. lav., 11/01/2019, n.523

Tentativo di conciliazione

In tema di impugnativa del licenziamento individuale ex art. 6 della l. n. 604 del 1966, come modificato dall’art. 32, comma 1, della l. n. 183 del 2010, ove alla richiesta, effettuata dal lavoratore, di tentativo di conciliazione o arbitrato consegua un esplicito rifiuto datoriale – che si perfeziona senza necessità di una sua comunicazione alla DTL -, il lavoratore medesimo è tenuto a depositare, ai sensi dell’ultima parte del comma 2 del citato art. 6, il ricorso al giudice entro il termine di decadenza, decorrente dal rifiuto in questione, di 60 giorni, il quale assume, per la specifica regola che lo prevede, un evidente connotato di specialità che lo rende insensibile alla disciplina generale della sospensione dei termini di decadenza di cui all’art. 410, comma 2, c.p.c.; ne consegue che al predetto termine di sessanta giorni non possono sommarsi i venti giorni previsti in tale ultima disposizione.

Cassazione civile sez. lav., 31/10/2018, n.27948

Inefficacia del licenziamento verbale

L’azione per far valere l’inefficacia del licenziamento verbale non è subordinata all’impugnazione stragiudiziale, anche a seguito delle modifiche apportate dall’art. 32 della l. n. 183 del 2010 all’art. 6 della l. n. 604 del 1966, mancando l’atto scritto da cui la norma fa decorrere il termine di decadenza.

Cassazione civile sez. VI, 12/10/2018, n.25561

Termine per l’impugnazione del licenziamento: ambito applicativo

L’articolo 32, comma 1 bis, della legge 4 novembre 2010, n. 183, introdotto dal d.l. 29 dicembre 2010, n. 225, convertito dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, nel prevedere “in sede di prima applicazione” il differimento al 31 dicembre 2011 dell’entrata in vigore delle disposizioni relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, riguarda tutti gli ambiti di novità di cui al novellato articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e dunque non solo l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale ad ipotesi in precedenza non contemplate, ma anche l’inefficacia di tale impugnativa, prevista dal comma 2 del medesimo articolo 6 anche per le ipotesi già in precedenza soggette al relativo onere, per l’omesso deposito, nel termine di decadenza stabilito, del ricorso giudiziale o della richiesta del tentativo di conciliazione o arbitrato.

Corte appello Roma sez. lav., 01/10/2018, n.3448

Risoluzione del rapporto: licenziamento

Il termine di decadenza di cui all’art. 6, comma 2, della l. n. 604 del 1966, come sostituito dall’art. 32, comma 1, della l. n. 183 del 2010 e modificato dall’art. 1, comma 38, della l. n. 92 del 2012, decorre dalla data di trasmissione dell’atto scritto d’impugnazione del licenziamento, di cui al comma 1 del citato art. 6, e non dal perfezionamento dell’impugnazione stessa per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 08/08/2018, n.20666

Sentenza del tribunale sull’impugnativa di licenziamento

Il termine breve di trenta giorni, previsto dall’art. 1, comma 58, della l. n. 92 del 2012, per la proposizione del reclamo alla corte di appello avverso la sentenza del tribunale sulla impugnativa di licenziamento di cui all’art. 18 st. lav., decorre solo dalla comunicazione della sentenza o dalla notificazione della stessa se anteriore, senza che rilevi la lettura del provvedimento in esito all’udienza ai sensi dell’art. 429 c.p.c., attesa la specialità del rito rispetto alla disciplina ordinaria e la necessità di interpretare restrittivamente la norma in tema di decadenza dall’impugnazione, escludendosi pertanto la possibilità di individuare un momento di decorrenza della stessa diverso da quello indicato dalla legge.

Cassazione civile sez. lav., 26/07/2018, n.19862

Doppia impugnazione del licenziamento: il decorso del termine per il deposito del ricorso

L’organizzazione sindacale è idonea a valutare gli interessi del lavoratore iscritto e a proporre, nel suo interesse e a prescindere dalla conoscenza di questi, l’impugnativa del licenziamento entro il termine di sessanta giorni, ma qualora, entro lo stesso termine di legge, il lavoratore abbia avanzato autonoma impugnazione, personalmente o a mezzo di difensore munito di mandato speciale, il successivo termine di decadenza per proporre il ricorso giudiziale non potrà che decorrere da tale ultima impugnazione, in relazione alla quale vi è la certezza della cognizione da parte dell’interessato, in una prospettiva di un pieno ed effettivo esercizio del suo diritto alla tutela giudiziaria che è un bene, a livello ordinamentale, costituzionalmente riconosciuto e garantito.

Cassazione civile sez. lav., 22/06/2018, n.16591

Trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento

Il termine di decadenza previsto dall’art. 6 della legge n. 604/1966 decorre dalla trasmissione dell’atto scritto di impugnazione del licenziamento e non dal momento del perfezionamento dell’impugnazione stessa per effetto della sua ricezione da parte del datore di lavoro né dallo spirare del termine di sessanta giorni.

Cassazione civile sez. lav., 19/03/2019, n.7659

Impugnazione stragiudiziale del licenziamento

L’onere della tempestività di impugnazione nel caso, quale quello di interesse, sottoscritta solo da un terzo, implica certamente la dimostrazione del regolare conferimento al terzo del potere rappresentativo e quindi dell’anteriorità del conferimento della procura, nella forma ex lege prevista ad substantiam, rispetto alla formazione dell’atto di impugnazione, o in alternativa (ma è ipotesi estranea al caso di cui è processo, in cui l’impugnazione giudiziale si è data oltre il termine di decadenza) dell’avvenuta ratifica dell’operato del rappresentante nel termine decadenziale di legge, comunque a mezzo di atti di data certa.

Corte appello Firenze sez. lav., 27/02/2018, n.1276

Prescrizione diritti di credito: ultime sentenze

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prescrizione; diritti di credito; assicurazione della responsabilità civile; diritto al rimborso in favore dell’assicurato; conclusione del procedimento diretto alla liquidazione del credito del terzo; indennità dovuta per l’illegittima occupazione dell’immobile; restituzione di somme pagate per le spese di un immobile in comproprietà con l’altro coniuge

E’ efficace l’atto di costituzione in mora da parte del creditore verso un’impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria? La sospensione della prescrizione tra coniugi si applica al credito dovuto per l’assegno di mantenimento? Leggi le ultime sentenze.

Anzianità: è suscettibile di prescrizione?

L’anzianità è un fatto giuridico insuscettibile di prescrizione, essendo semmai prescrittibili i singoli diritti che ne derivano. Orbene, non v’è dubbio che il diritto di credito del lavoratore al pagamento degli scatti di anzianità , trattandosi di un elemento retributivo, sia soggetto alla prescrizione quinquennale ex art. 2948 c.c., così come appare condivisibile la tesi per cui nel caso in cui il lavoratore, prescrittosi un primo scatto, agisca tempestivamente per ottenere l’attribuzione di scatti successivi, questi debbano essere liquidati come se quello precedente, maturato ma non più dovuto perché prescritto, fosse stato corrisposto.

Tribunale Perugia sez. lav., 09/05/2019, n.82

Separazione personale: assegno di mantenimento

La sospensione della prescrizione tra coniugi ex art. 2941, n. 1, cod. civ. non si applica al credito dovuto per l’assegno di mantenimento previsto nel caso di separazione personale, dovendo prevalere sul criterio ermeneutico letterale un’interpretazione conforme alla ratio legis, da individuarsi tenuto conto dell’evoluzione della normativa e della coscienza sociale e, quindi, della valorizzazione delle posizioni individuali dei membri della famiglia rispetto alla conservazione dell’unità familiare e della tendenziale equiparazione del regime di prescrizione dei diritti post-matrimoniali e delle azioni esercitate tra coniugi separati.

Tribunale Roma sez. IV, 30/04/2019, n.9114

Credito vantato da un coniuge separato nei confronti dell’altro

Al credito vantato da un coniuge separato nei confronti dell’altro per la restituzione di somme pagate per spese relative ad un immobile in comproprietà con l’altro coniuge, non si applica la sospensione della prescrizione ex art. 2941, n. 1 c.c., dovendo prevalere sul criterio ermeneutico letterale un’interpretazione conforme alla “ratio legis”, da individuarsi, tenuto conto dell’evoluzione della normativa e della coscienza sociale e, quindi, della valorizzazione delle posizioni individuali dei membri della famiglia rispetto alla conservazione dell’unità familiare e della tendenziale equiparazione del regime di prescrizione dei diritti post-matrimoniali e delle azioni esercitate tra coniugi separati.

Nel regime di separazione, infatti, non può ritenersi sussistente la riluttanza a convenire in giudizio il coniuge, collegata al timore di turbare l’armonia familiare, poiché è già subentrata una crisi conclamata e sono già state esperite le relative azioni giudiziarie, con la conseguente cessazione della convivenza.

Cassazione civile sez. III, 04/10/2018, n.24160

Assicuratore e richiesta risarcitoria del terzo

In materia di assicurazione della responsabilità civile, per effetto della specifica disciplina dell’art. 2952, co. 4, c.c., l’avvenuta comunicazione all’assicuratore della richiesta risarcitoria del terzo danneggiato attraverso il diretto coinvolgimento della stessa compagnia assicuratrice nel giudizio di danno proposto dal terzo, determina la sospensione della prescrizione dei diritti derivanti dal contratto assicurativo (nella specie del diritto al rimborso in favore dell’assicurato) fino al passaggio in giudicato della sentenza che abbia reso liquido ed esigibile il credito risarcitorio del terzo, essendo irrilevante, ai fini dell’operatività della predetta sospensione, la mancata riproposizione, in grado di appello, da parte dell’assicurato della domanda di garanzia nei confronti del proprio assicuratore nel giudizio di danno introdotto dal terzo, in quanto la sorte della sospensione è legata esclusivamente all’esito del procedimento diretto alla liquidazione del credito risarcitorio del terzo.

Cassazione civile sez. VI, 04/07/2018, n.17543

Impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria

Nel caso di impresa sottoposta alla procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, l’atto di costituzione in mora proveniente dal creditore è parimenti inefficace, sia se compiuto direttamente nei confronti dell’impresa già ammessa alla procedura, perché essa non può più eseguire pagamenti, ai sensi dell’art. 49 del d.lgs. n. 270 del 1999 – che richiama l’art. 44 l.fall. –, sia se indirizzato al suo commissario straordinario, il quale non ha la libera disponibilità dei diritti e degli obblighi dell’impresa in procedura, essendo idonea a determinare l’interruzione della prescrizione del credito soltanto la presentazione della domanda di insinuazione nello stato passivo.

Cassazione civile sez. I, 16/05/2018, n.11966

Domande con diversi diritti di credito relativi allo stesso rapporto tra le parti

Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, benché relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi, ma, ove le suddette pretese creditorie, oltre a far capo ad un medesimo rapporto tra le stesse parti, siano anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o, comunque, fondate sullo stesso fatto costitutivo, – sì da non poter essere accertate separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza dell’identica vicenda sostanziale – le relative domande possono essere formulate in autonomi giudizi solo se risulti in capo al creditore un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata.

(Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto illegittimo il frazionamento della pretesa creditoria poiché, già nei gradi di merito, a fronte delle deduzioni della parte convenuta, il ricorrente si era limitato a giustificare il proprio interesse ad agire separatamente richiamando il rischio di prescrizione, senza specificare né la decorrenza né la scadenza della stessa, e non evidenziando l’esistenza di elementi di fatto idonei a diversificare le prestazioni, tali da giustificare una trattazione separata delle sue pretese creditorie).

Cassazione civile sez. II, 28/12/2017, n.31012

Domanda di risoluzione del comodato

L’indennità dovuta per l’illegittima occupazione dell’immobile successivamente alla scadenza del rapporto di comodato (essendo stato definitivamente accertato come legittimo il recesso della parte comodante), in ordine alla quale l’odierna appellante eccepisce la prescrizione, costituisce un diritto di credito necessariamente ed esclusivamente dipendente dall’accertamento della risoluzione del contratto di comodato la quale domanda giudiziale ha efficacia interruttiva della prescrizione ai sensi degli artt. 2943 e 2945 c.c., con riguardo a tutti i diritti che si ricolleghino con stretto nesso di causalità a quel rapporto senza necessità che il loro titolare proponga nello stesso (o in altro) giudizio una specifica domanda diretta a farli valere.

Corte appello Napoli sez. VI, 29/11/2017, n.4741

Tutela del creditore

Le domande proposte hanno oggetto diversi e distinti diritti di credito, ovvero il pagamento dei canoni di locazione, da una parte, e il pagamento degli oneri accessori e della quota di spese di registrazione del contratto, dall’altra.

Sussiste anche l’interesse in capo al creditore alla tutela processuale frazionata, derivante dal diverso regime di prescrizione relativo alle domande proposte. Pertanto, non deve essere pronunciata l’inammissibilità delle domande proposte dalla locatrice nei confronti della parte conduttrice, non ricorrendo un’ipotesi di abusiva parcellizzazione giudiziale del credito.

Corte appello Campobasso, 18/04/2017, n.131

Le tariffe di conferimento dei rifiuti

Le tariffe di conferimento dei rifiuti non sono assoggettabili al termine prescrizionale quinquennale, di cui all’art. 2948 c.c., bensì all’ordinario termine decennale ex art. 2946 c.c. In questo senso, deve osservarsi che la tariffa di smaltimento (al pari dei correlati oneri) è il corrispettivo di un servizio che il Comune è tenuto a corrispondere allorquando, conferendo i rifiuti all’impianto, richiede l’erogazione di una prestazione costituita dallo smaltimento dei rifiuti medesimi.

Tra il conferimento dei rifiuti e il pagamento dei corrispondenti oneri sussiste un nesso sinallagmatico, posto che il credito nei confronti del conferitore matura solo se vengono effettuati i conferimenti dei rifiuti presso l’impianto. Ne consegue pacificamente che tali corrispettivi del servizio costituiscono ordinari diritti di credito e che, pertanto, essi soggiacciono al termine di prescrizione decennale.

A tale termine è viepiù assoggettata la riscossione delle quote di ristoro de quibus, o in senso lato di incentivazione destinate a finanziare interventi di mitigazione ambientale da eseguirsi sul territorio dei Comuni sedi di impianto di trattamento, smaltimento e recupero dei rifiuti.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. I, 06/02/2017, n.730

Prescrizione dei diritti del fallito verso i debitori

Gli artt. 2941 e 2942 c.c. non prevedono, quanto ai diritti del fallito verso i suoi debitori ovvero sui beni compresi nel fallimento, che, tra il fallito e i terzi, la prescrizione rimanga sospesa per la durata del fallimento, atteso che i diritti del fallito possono essere esercitati dal curatore, e, in caso di inerzia di quest’ultimo, il fallito è, in via eccezionale, legittimato ad agire per far valere i suoi diritti senza che i terzi possano opporgli la sua incapacità processuale, prevista esclusivamente a tutela dell’interesse della massa dei creditori.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, non escludendo dal computo della prescrizione il periodo in cui la creditrice era rimasta fallita, aveva correttamente dichiarato prescritto il credito azionato, concernente la restituzione di somme incassate a seguito di riscossione di effetti cambiari costituiti in pegno).

Cassazione civile sez. VI, 19/07/2016, n.14737

Pagamento Imu, Tasi e Tari da parte degli eredi

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Successione e pagamento delle tasse sulla casa da parte dei figli e del coniuge: come si divide il debito con il Comune?

L’80% delle famiglie italiane ha casa di proprietà. Sicché, nella gran parte delle successioni ereditarie, è necessario procedere alla divisione dell’immobile. Divisione che deve avvenire secondo le quote spettanti a ciascun erede. Se questi non trovano un accordo e la divisione in natura è impossibile, il giudice ne ordina la vendita. A quel punto, il prezzo ricavato verrà suddiviso tra gli aventi diritto.

Sotto un profilo passivo, invece, insieme alla casa ci sono spesso gli arretrati delle imposte lasciate dal defunto: l’Imu, la Tasi e la Tari. Anche questi debiti vanno ripartiti tra gli eredi, almeno tra quelli che non hanno rifiutato l’eredità.

Particolare interesse suscita il problema della ripartizione del pagamento dell’Imu, Tasi e Tari da parte degli eredi. Ci si chiede, in particolare, se ciascun erede sia responsabile solo della propria quota, pari a quella di proprietà del bene ereditato, o se viga il principio della “responsabilità solidale” (secondo cui ciascuno è responsabile dell’intero debito salva poi la possibilità di rivalersi nei confronti degli altri).

La cassazione [1], anche di recente supportata dalla giurisprudenza di merito [2], ha fornito sul punto una soluzione costante. Di tanto parleremo in questo articolo. Spiegheremo cioè come avviene il pagamento Imu, Tasi e Tari da parte degli eredi. Lo faremo tenendo distinte due ipotesi: la prima è quella relativa alle imposte maturate quando ancora il defunto era in vita, sicché la morosità è imputabile a quest’ultimo; la seconda è quella riferita invece alle imposte maturato dopo la sua morte, per cui il debito è già imputabile agli eredi. Ma procediamo con ordine.

Quale responsabilità degli eredi per le imposte non pagate dal defunto?

In generale, in caso di pluralità di debitori nei confronti di un unico creditore si possono configurare due ipotesi di responsabilità:

  • la responsabilità solidale: ciascun debitore risponde dell’intero debito. In altri termini il creditore può chiedere tutta la somma anche a un solo debitore il quale poi, dopo aver versato l’importo, potrà farsi rimborsare dagli altri le rispettive quote;
  • la responsabilità parziaria o pro quota: è quella che si verifica quando ciascun debitore risponde solo della propria quota. Il creditore, in tal caso, per riscuotere l’intero importo a lui dovuto, dovrà rivolgersi a tutti i debitori chiedendo a ciascuno non più della rispettiva parte.

Queste regole si applicano anche quando il debito è nei confronti del fisco. Senonché il Testo unico sulle imposte sui redditi [3] stabilisce la responsabilità solidale solo per quanto riguarda l’Irpef non pagata dal defunto e le altre imposte sui redditi (Ires e Irap). Stesso discorso per quanto riguarda l’imposta di successione. Su tutte le altre imposte vige il principio di responsabilità pro quota.

Imu, Tasi e Tari maturati prima della morte del proprietario della casa

Di conseguenza, per quanto riguarda Imu, Tasi e Tari scaduti prima della morte del proprietario dell’immobile e da questi non pagate, gli eredi sono responsabili “pro quota”: ciascuno cioè per la propria quota di eredità (che poi è anche la quota di proprietà dell’immobile).

Ad esempio, in presenza del coniuge e di due figli, questi ultimi pagheranno il 25% a testa di Imu, Tasi e Tari arretrati, mentre il coniuge il residuo 50%.

In ogni caso il Comune può chiedere le imposte, entro un anno dal decesso del titolare, con lettera raccomandata inviata all’ultimo indirizzo di residenza del titolare del bene. La richiesta può essere indirizzata impersonalmente a tutti gli eredi («Eredi del sig….»). Dopo un anno dall’apertura della successione, invece, il Comune dovrà inviare le richieste di pagamento alla residenza di ciascun erede e a questi stessi intestate («Sig. Mario Rossi, erede del sig. Antonio Rossi»).

Imu, Tasi e Tari maturati dopo la morte del proprietario della casa

Anche per quanto  riguarda Imu, Tasi e Tari scadute dopo il decesso del titolare dell’immobile, la responsabilità è in capo a ciascun erede secondo la propria quota. Questa volta però non si tratta di un debito caduto in successione ma maturato direttamente in capo all’erede.

Non è prevista, nel caso di specie, alcuna sospensione o differimento dei termini del pagamento, anche se gli immobili non sono ancora passati in successione agli eredi.

Responsabilità eredi per Imu, Tasi e Tari sulla casa ereditata

In sintesi, gli eredi sono tenuti al pagamento di Imu, Tasi e Tari

  • per conto del de cuius fino alla data della sua morte, ciascuno in base alla propria quota di eredità;
  • in proprio per il periodo successivo alla morte, anche in questo caso ciascuno in base alla propria quota.

In entrambi i casi, quindi, il Comune non potrà chiedere a ciascun erede una somma, a titolo di imposte, superiore alla rispettiva quota di proprietà dell’immobile ereditato.

Suore e preti possono chiedere il reddito di cittadinanza?

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Diritto di percepire il reddito o la pensione di cittadinanza per i sacerdoti, i frati e le suore: in quali casi si ha diritto al sussidio e qual è il nucleo familiare?

Il reddito di cittadinanza, ossia il nuovo sussidio riconosciuto a chi si trova in una situazione di bisogno economico, spetta, in astratto, alla generalità dei cittadini. In altre parole, non ci sono categorie di persone esplicitamente escluse dal reddito di cittadinanza, ma la legge [1] si limita a prevedere la sospensione dal beneficio per alcune limitate categorie: si tratta di chi si è dimesso nei 12 mesi che precedono la domanda di sussidio, di chi è ricoverato a carico dello Stato, o di chi ha subito condanne per determinati reati o misure cautelari personali. Requisiti particolari relativi alla residenza sono poi previsti per gli stranieri.

Considerando, dunque, che non ci sono delle categorie escluse a priori dal sussidio, suore e preti possono chiedere il reddito di cittadinanza, ed eventualmente la pensione di cittadinanza? Per dare una risposta a questa domanda, bisogna innanzitutto capire se i sacerdoti, i frati e le suore hanno un reddito, e se possono risultare intestatari di beni immobili e mobili.

Ha diritto al reddito di cittadinanza, difatti, chi si trova al di sotto di specifiche soglie di reddito, possiede beni immobili per un valore non superiore a 30mila euro (esclusa l’abitazione principale) e beni immobili (conti, carte, etc.) per un valore non superiore a 6mila euro. Inoltre, non è possibile possedere autoveicoli immatricolati da meno di 6 mesi, o con cilindrata superiore a 1.600 cc e motoveicoli immatricolati nei 2 anni precedenti, o con cilindrata superiore a 250 cc; sono fatti salvi i soli veicoli per disabili.

Bisogna poi comprendere qual è il nucleo familiare, ai fini Isee e del reddito di cittadinanza, di preti e suore. Ma procediamo con ordine.

I sacerdoti hanno diritto allo stipendio?

La remunerazione dei sacerdoti è erogata dall’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc) [2]: si tratta di un organo della Cei il cui compito è quello di gestire tutti gli stipendi di preti, parroci, cardinali, vescovi.

I sacerdoti possono poi essere remunerati, come qualsiasi lavoratore, per lo svolgimento di eventuali incarichi speciali (ad esempio presso enti come ospedali e caserme) o di un’attività lavorativa.

Ma come funziona, nel concreto, il pagamento dei sacerdoti?

Il meccanismo è semplice:

  • ogni anno, la Conferenza episcopale italiana stabilisce una soglia di reddito che i preti devono poter ricevere;
  • al raggiungimento del livello di reddito minimo contribuiscono tutte le entrate del sacerdote, che deve comunicare i redditi percepiti all’Istituto locale competente;
  • l’Istituto centrale, verificata la situazione reddituale, se necessario integra il reddito con un contributo che permette al sacerdote il raggiungimento della soglia minima Cei.

A quanto ammonta il reddito minimo dei preti?

Qual è l’ammontare della soglia minima Cei? Per i sacerdoti diocesani, la remunerazione complessiva può andare da un minimo di circa mille euro ad un massimo di circa 1.900 euro lordi mensili per 12 mensilità. Le soglie sono più elevate per vescovi e cardinali.

In sostanza, la soglia minima ha un funzionamento molto simile a quello del reddito di cittadinanza, in quanto:

  • è previsto un reddito minimo garantito;
  • se il reddito personale percepito è inferiore alla soglia minima, il reddito è integrato sino alla soglia Cei.

In base a quanto osservato, è chiaro che i sacerdoti non hanno diritto al reddito di cittadinanza, in quanto aventi diritto a un differente reddito minimo garantito.

Suore e frati hanno diritto al reddito di cittadinanza?

La soglia di reddito Cei, invece, non trova applicazione nei confronti di frati e suore, il cui unico guadagno può essere eventualmente rappresentato dai compensi derivanti dall’attività lavorativa. Di conseguenza, se al di sotto delle soglie di reddito richieste per il diritto al reddito o alla pensione di cittadinanza, frati e suore possono avere diritto al sussidio.

Vero è che per aver diritto al reddito di cittadinanza è necessario rispettare specifici requisiti patrimoniali: a questo proposito, però, giova ricordare che il diritto canonico prevede, in base alla natura dell’istituto, la rinuncia radicale ai propri beni al momento della professione.

A seguito della rinuncia, il professo (sempre secondo il diritto canonico) perde la capacità di acquistare e di possedere i beni eventualmente ricevuti in seguito, che vanno all’istituto.

Qual è il nucleo familiare per preti e suore ai fini del reddito di cittadinanza?

Se il religioso risiede all’interno di una convivenza anagrafica, il nucleo familiare da considerare ai fini Isee, e quindi anche ai fini del reddito o della pensione di cittadinanza, può variare a seconda della situazione personale.

In particolare, chi si trova nella situazione di convivenza anagrafica:

  • nella generalità dei casi è considerato nucleo a sé stante;
  • se risulta a carico di un familiare, fa parte del nucleo di chi lo ha a carico ai fini Irpef.

I preti hanno diritto alla pensione?

I sacerdoti hanno diritto alla pensione, erogata da un particolare fondo dell’Inps, il fondo Clero. La gestione previdenziale è finanziata da un contributo fisso, e il trattamento si aggira intorno ai 500 euro mensili netti. Vero è che quasi il 74% dei sacerdoti ha anche un’altra pensione: in questo caso, però, la pensione erogata dal Fondo clero subisce una decurtazione pari a un terzo.

Il sacerdote che fa nucleo familiare a sé, ed ha quale unico reddito una sola pensione inferiore a 630 euro mensili (o a 780 euro, se paga il mutuo o l’affitto), può dunque beneficiare dell’integrazione offerta dalla pensione di cittadinanza.

Pensioni, come funziona la detassazione al Sud

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Flat tax sulle pensioni per chi si trasferisce in un piccolo comune del Mezzogiorno: chi ne ha diritto, come si calcola l’imposta, quali sono i vantaggi.

Trasferirsi ad Amalfi, a Capri, a Taormina o a Porto Cervo per pagare meno tasse: non è la fantasiosa proposta di un politico che vuole creare paradisi fiscali in Italia, ma è già legge [1]. Si tratta, infatti, della nuova flat tax sulle pensioni per chi si trasferisce nel Mezzogiorno, ossia in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna o Sicilia.

Hanno diritto alla detassazione tutti i pensionati che si trasferiscono nel Sud Italia? Non proprio: beneficiano della nuova agevolazione solo coloro che possiedono una pensione estera, cioè erogata da un ente previdenziale non italiano. Inoltre, per aver diritto all’incentivo fiscale ci si deve trasferire in un Comune del Mezzogiorno con meno di 20mila abitanti. La detassazione opera, dunque, per chi si trasferisce in piccoli Comuni come Vieste, Alberobello, Santa Teresa di Gallura, Orosei. Non ci sono, comunque, solo i Comuni costieri (347 in tutto) e quelli a vocazione turistica: sono infatti ben 2.355 i Comuni coinvolti nella misura, tra i quali piccole realtà a rischio spopolamento, come Baradili (OR), Monteleone Rocca Doria (SS), Carpanzano (CS), Celle San Vito (FG).

Ma, in merito alle pensioni, come funziona la detassazione al Sud? Chi si trasferisce nei piccoli Comuni del Mezzogiorno non paga più le tasse? Non è esattamente così: è solo la pensione estera, assieme agli eventuali redditi provenienti dall’estero, a beneficiare della detassazione, o meglio di una tassazione forfettaria ridotta, pari al 7%.

In alternativa, è possibile scontare un’imposta fissa di 100mila euro annui. La tassazione ridotta sostituisce tutte le imposte sui redditi normalmente dovute, quindi l’Irpef e le addizionali.

Chi ha diritto alla detassazione della pensione?

Nello specifico, può ottenere la detassazione della pensione, con l’applicazione di un’aliquota d’imposta del 7%, chi possiede una pensione erogata da un ente previdenziale estero, se trasferisce la propria residenza in un Comune del Mezzogiorno con meno di 20mila abitanti.

Non sono solo gli stranieri, dunque, ad essere interessati dal provvedimento, ma anche gli italiani che percepiscono una pensione da un ente previdenziale di un altro Stato.

Condizione indispensabile per fruire dell’opzione, però, è non essere stati fiscalmente residenti in Italia, nei cinque periodi d’imposta precedenti a quello in cui l’opzione per la detassazione diviene efficace.

Il Paese che eroga il trattamento, poi, deve essere uno Stato con il quale è attivo un accordo di cooperazione amministrativa che permette di evitare la doppia tassazione e permette lo scambio di dati fiscali: attualmente, l’Italia ha stipulato convenzioni con 98 Paesi.

Come funziona la flat tax sulle pensioni?

Osserviamo più nel dettaglio il funzionamento della detassazione sulle pensioni estere: si tratta di una tassazione del 7%, per un periodo massimo di 5 anni, applicata ai titolari di redditi da pensione di fonte estera che trasferiscono la residenza in un Comune del Sud Italia con meno di 20mila abitanti.

La tassazione sostitutiva del 7% è applicata non solo alla pensione estera, ma anche ai redditi di qualunque categoria, purché percepiti da fonte estera o prodotti all’estero.

Il pensionato può scegliere di applicare, anziché la flat tax del 7%, un’imposta in misura fissa pari a 100mila euro: ovviamente quest’opzione risulta conveniente solo per chi ha redditi molto elevati non provenienti dall’Italia.

Come richiedere la detassazione sulla pensione?

Per richiedere la detassazione, è necessario esprimere l’opzione per il regime fiscale più favorevole nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui viene trasferita la residenza in Italia: l’opzione ha efficacia dal periodo d’imposta e per i successivi 5 anni.

A tal fine, bisogna:

  • dichiarare di non essere stati fiscalmente residenti in Italia, nei cinque periodi d’imposta precedenti a quello in cui si esercita l’opzione;
  • indicare la giurisdizione o le giurisdizioni in cui risulta l’ultima residenza fiscale, prima dell’esercizio di validità dell’opzione.

L’Agenzia delle Entrate deve poi trasmettere queste informazioni, attraverso gli idonei strumenti di cooperazione amministrativa, alle autorità fiscali degli Stati indicati come luogo di ultima residenza fiscale, prima dell’esercizio di validità del periodo di detassazione.

Si può chiedere la detassazione parziale?

L’opzione per la detassazione può essere richiesta anche in modo parziale: in altre parole, l’interessato può manifestare la facoltà di non avvalersi dell’applicazione dell’imposta sostitutiva, in rapporto ai redditi prodotti in uno o più Stati o territori esteri. L’applicazione della detassazione in modo parziale va specificata:

  • in sede di esercizio dell’opzione;
  • con successiva modifica dell’opzione.

Soltanto in questo caso, per i redditi prodotti negli Stati o territori esteri che non beneficiano dell’opzione si applica il regime ordinario e compete il credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero.

Si può revocare la detassazione sulla pensione?

L’opzione per la detassazione della pensione e dei redditi esteri può essere revocata dal contribuente: in questo caso, sono fatti salvi gli effetti prodotti nei periodi d’imposta precedenti.

Gli effetti dell’opzione per la detassazione cessano, invece:

  • se viene accertata l’inesistenza dei requisiti previsti;
  • se vengono meno i requisiti previsti;
  • in caso di omesso o parziale versamento dell’imposta ridotta, nella misura e nei termini previsti dalle vigenti disposizioni di legge.

La revoca o la decadenza dalla detassazione impediscono l’esercizio di una nuova opzione.

Come si versa la flat tax sulla pensione?

L’imposta ridotta sulla pensione e sui redditi esteri deve essere versata in un’unica soluzione, entro il termine previsto per il versamento del saldo delle imposte sui redditi.

Le disposizioni previste per l’Irpef in materia di accertamento, riscossione, contenzioso e sanzioni si applicano, in quanto compatibili, anche in merito alla flat tax sui redditi esteri.

L’imposta agevolata, però, non può essere dedotta da nessun’altra imposta o contributo.