I 10 browser più usati al mondo | Classifica 2018

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia

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I browser più usati al mondo 2018

Secondo una ricerca effettuata dal sito NetMarketShare Google Chrome sarebbe il browser più utilizzato sui PC da parte degli utenti. Sul podio, anche se a distanza di sicurezza per Google, ci sono il browser di Microsoft Internet Explorer e FireFox. Questo per quanto riguarda la classifica su dispositivi Desktop e Portatili (notebook).

Il browser presente su Windows 10, sempre di proprietà di Microsoft, Edge, ottiene un “misero” 4.19% (segno che pur essendo pre-installato su Windows 10 gli utenti preferiscono comunque altri browser).

Edge, infatti, si pazza al quarto posto subito dopo FireFox. Da segnalare Firefox in caduta libera, qualche anno fa era in vetta a tutte le classifiche. Soltanto al quinto posto il browser di Apple, Safari.

Per quanto riguarda la classifica dei browser sui dispositivi mobili (smartphone per lo più) il leader è comunque Chrome grazie anche alla capillare diffusione di Android. Il browser della Apple, Safari, nel caso dei dispositivi mobili è al 2° posto, grazie alla diffusione di Iphone ed iPAD.

I browser più usati: desktop e portatili

Eccovi la speciale classifica fornita dal sito NetMarketShare che riguarda i browser più usati al mondo su computer desktop e portatili.

Chrome 61.20
Internet Explorer 12.14
FireFox 11.27
Edge 4.19
Safari 3.76
Sogou Explorer 1.65
QQ 1.52
Opera 1.52
UC Browser 0.72
Yandex 0.63

I browser più usati: cellulari

Eccovi la speciale classifica fornita dal sito NetMarketShare che riguarda i browser più usati al mondo sui dispositivi mobili.

Chrome 62.88
Safari 27.04
UC Browser 2.61
Opera Mini 2.37
Android Browser 1.62
QQ 1.18
FireFox 0.85
Baidu 0.80
Opera 0.63
Edge 0.13

WhatsApp, meno notifiche per tutti

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia

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whatsapp

Nuova funzione in arrivo per WhatsApp, meno notifiche per tutti. Ecco di cosa si tratta

Stanchi di ricevere numerose e fastidiose notifiche da parte del client di messaggistica per smartphone Whatsapp? Ecco delle novità che stanno per arrivare grazie ad un aggiornamento da parte di Whatsapp.

Meno notifiche su Whatsapp

Per tutti quelli che sono bombardati di messaggi (in particolar modo quelli delle chat di gruppo) ecco la nuova funzione che permetterà di snellire la pratica e renderci la vita un tantino più leggera. Come al solito, a fornire qualche dettaglio sulla prossima versione che vedremo sui nostri smartphone, è stato l’account twitter dei beta tester di whatsapp, WABetaInfo.

Stando a ciò che rilevano i beta tester, infatti, su WhatsApp arriverà un “pulsante” che darà la possibilità all’utente, in un sol colpo, di silenziare l’audio delle notifiche o segnare i messaggi come già letti direttamente dalla sezione notifiche dell’applicazione, senza dover accedere necessariamente all’app.

whatsapp meno notifiche

In pratica accanto al classico bottone “rispondi” sarà presente anche un tasto che permetterebbe di segnare come già letti i messaggi appena arrivati. 

Certamente si tratta di una funzione molto utile per tutti, soprattutto se siete membri di molti gruppi e ogni giorno ricevete una marea di messaggi, talvolta anche fastidiosi.

Che ne pensate?

Ricevo lettere anonime: cosa posso fare?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lettere e bigliettini senza firma nella buca delle lettere condominiali: si può denunciare? È reato?

Sono diversi mesi che un anonimo molestatore inserisce, nella tua buca delle lettere, alcuni bigliettini senza firma e senza timbro postale. Evidentemente – hai pensato – è uno dei condòmini che abita nel tuo stesso palazzo e che, magari, si diverte a infastidirti o vuole tormentarti. Il fatto sta assumendo dei connotati imbarazzanti, anche perché ad aprire la cassetta della posta sono spesso gli altri membri della tua famiglia ed il fatto di non sapere fin dove il responsabile possa spingersi ti porta a temere per la tua e la loro serenità. Così hai deciso di prendere contromisure e di sporgere querela. Nel recarti in polizia ti rivolgi a un agente e gli dici: Ricevo lettere anonime:cosa posso fare? Questi però ti manifesta le proprie perplessità. Secondo lui, infatti, non sussistono ipotesi di reato. Nella tua ignoranza in materia legale, ti appelli allo stalking, al reato di molestie e alla violazione della privacy. Ti appelli anche alla libertà di corrispondenza che viene minata da chi ti ha reso angosciante il solo fatto di aprire la buca della posta. Chi ha ragione? Lasciare bigliettini anonimi nella cassetta delle lettere è reato? Ecco cosa ha detto a riguardo la Cassazione con una recente sentenza [1].

Il reato di molestia scatta solo quando l’azione è posta in un luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure con un telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo. È invece chiaro che, nel caso di lettere anonime, il comportamento incriminato non viene posto in nessuna di queste tre circostanze trattandosi di un luogo privato (l’androne condominiale) non aperto al pubblico. La lettera poi non può essere equiparata al telefono stante il divieto, nell’ambito delle norme penali, di attuare interpretazioni analogiche. Il che significa che, in caso di bigliettini senza firma lasciati nella buca delle lettere non si può sporgere querela per molestie.

Si potrebbe allora sostenere che vi sia il reato di stalking ma, a tal fine, non può di certo bastare un solo episodio: si deve trattare di più fatti ripetuti in un arco di tempo apprezzabile. In più, per aversi stalking, è necessario che tali comportamenti abbiano arrecato nella vittima una delle tre seguenti conseguenze (di cui bisognerà dare prova):

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;
  • un mutamento delle proprie abitudini di vita.

Leggi Quand’è stalking.

Questo significa che se non riesci a dimostrare uno di questi tre presupposti la tua denuncia per stalking sarà archiviata. Lo stato di ansia e di paura non richiede un certificato medico: bastano le dichiarazioni della vittima, ma devono essere credibili anche alla luce del contenuto della lettera anonima. Un semplice insulto avrà di certo un peso inferiore rispetto a una minaccia.

Quanto al mutamento delle proprie abitudini di vita, si potrebbe dire che il coniuge, timoroso di trovare delle false accuse di tradimento, è portato a tornare prima dal lavoro per recuperare le lettere prima che l’altro le possa intercettare. Questo potrebbe essere un “mutamento delle abitudini di vita”.

La giurisprudenza ha anche parlato di stalking condominiale quando il comportamento molesto è attuato da uno dei condomini. Nei casi evidenziati ai supremi giudici però non si è trattato di giudicare solo l’immissione di biglietti anonimi nella cassetta della posta ma anche altri atteggiamenti come ad esempio l’aver pedinato il condomino o l’aver lasciato oggetti dietro la porta di casa.

Se la lettera anonima contiene delle intimidazioni si può sporgere una querela contro anonimi per minacce. Chiaramente, l’assenza dell’identificazione del colpevole giustifica l’atto solo per scopi cautelativi, nel caso in cui in futuro si dovesse scoprirne l’identità e così risalire all’inizio dei comportamenti lesivi.

Vodafone Happy Summer 30 Giga, la promo Vodafone

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : feed, Informatica, Tecnologia, Telefonia

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Estate è sinonimo, oltre che di vacanze, di mare e altri svaghi, anche di offerte da parte degli operatori mobili. Ed ecco arrivarne una per i clienti Vodafone. Il “vostro” operatore ha deciso di lanciare la promozione estiva Happy Summer.

Vodafone Happy Summer 30 Giga

La nuova promo si chiama Vodafone Happy Summer 30 Giga ed offre ben 30 Giga di traffico dati mensile in 4G. Happy 30 GB è stata lanciata nell’ambito dell’iniziativa Happy Friday, ma da sabato 14 al 31 Luglio 2018 sarà attivabile con il nome di Happy Summer.

Per l’esattezza, 30 Giga in 4G a fronte del pagamento di 5 euro al mese per una durata complessiva di 12 mesi, scaduti i quali si disattiva automaticamente.

Ma come approfittarne? Vediamo i requisiti che bisogna avere per accedere alla promo.

Bisogna prima di tutto essere clienti Vodafone (non c’è differenza se siete clienti ricaricabili o in abbonamento) e bisogna anche essere già iscritti al programma fedeltà Vodafone Happy.

La promo prevede 3 versioni in base alla tipologia di cliente:

  • Clienti con Bundle attivo
  • Clienti che non hanno un bundle attivo
  • Clienti in abbonamento

I clienti ricaricabili che hanno un bundle attivo avranno 30 Giga gratis in più per il primo mese. Al termine del periodo gratuito, la promo si rinnoverà a 5 euro al meseHappy 30 Giga ha una durata complessiva di 12 mesi alla fine dei quali si disattiverà automaticamente.

Come attivarla

La promozione comprende il primo mese gratuito e che è disattivabile in qualsiasi momento tramite il sito vodafone.it, l’app My Vodafone o chiamando il 42071. Volendo potete anche sfruttare “solo” il primo mese ed usufruire del 30 GB gratuiti e poi fare disdetta senza sostenere alcun successivo esborso.

Come andare in pensione

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come uscire dal lavoro, che cosa cambia per le pensioni nel 2019: pensione anticipata e di vecchiaia, quota 100, quota 41, Ape, opzione Donna, salvaguardia.

L’età minima per andare in pensione, nel 2019, continua a salire: a causa degli adeguamenti alla speranza di vita, ad aumentare non sarà soltanto l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria, ma anche l’età prevista per la pensione anticipata contributiva, per la pensione di vecchiaia contributiva e per l’Ape volontario. L’aumento, previsto in misura pari a 5 mesi, riguarderà anche gli anni di contributi richiesti per ottenere la pensione anticipata ordinaria e dei lavoratori precoci. Gli unici a non risentire degli adeguamenti alla speranza di vita saranno soltanto gli addetti ai lavori usuranti, che beneficeranno della vecchia pensione di anzianità agevolata con gli stessi requisiti sino al 2026, e gli addetti ai lavori gravosi con almeno 30 anni di contributi, per i quali l’età pensionabile resterà la stessa. Nel 2019 potrebbero debuttare, però, due nuove tipologie di pensione: la quota 100, che potrà essere raggiunta quando la somma dell’età e degli anni di contributi risulta almeno pari a 100 (probabilmente, però, con dei limiti di età e di contribuzione minima), e la quota 41 (che potrebbe diventare quota 42), una nuova pensione anticipata che potrebbe essere raggiunta con 41 anni di contributi (che a causa degli adeguamenti alla speranza di vita diventerebbero 41 anni e 5 mesi), o con 42 anni di contribuzione, a seconda delle decisioni che prenderà l’esecutivo.  Si parla anche della possibile proroga dell’opzione Donna e dell’introduzione di una nuova salvaguarda, per pensionarsi con le regole antecedenti alla legge Fornero. Ma procediamo per ordine e vediamo come andare in pensione: quali sono le attuali possibilità di uscita dal lavoro, che cosa cambia dal 2019, quali sono le pensioni previste dal governo gialloverde.

Come si va in pensione?

I requisiti principali richiesti per andare in pensione riguardano gli anni di contributi e l’età. Per la pensione di vecchiaia, ad esempio, sono attualmente richiesti 66 anni e 7 mesi di età più 20 anni di contributi. Ci sono delle pensioni che richiedono il solo requisito contributivo, come la pensione anticipata, per la quale ad oggi occorrono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per i lavoratori che non possiedono contributi accreditati prima del 1996, però, si aggiunge un ulteriore requisito, non semplice da ottenere, cioè la soglia minima dell’assegno di pensione. Ad esempio, se il lavoratore ha iniziato a versare i contributi dal 1996 in poi e vuole ottenere la pensione di vecchiaia, oltre a 66 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi deve possedere anche un assegno pari almeno a 1,5 volte l’assegno sociale (che è pari a 453 euro): se la sua pensione risulta, dunque, più bassa di 680 euro, non può ottenere il trattamento, nonostante possieda i prescritti requisiti di età e contribuzione, e deve attendere di maturare le condizioni per la pensione di vecchiaia contributiva, che dal 2019 richiede un’età minima di 71 anni. Non tutte le pensioni, per fortuna, richiedono una soglia minima di assegno ai lavoratori privi di contributi al 1996: la pensione anticipata ordinaria, ad esempio, richiede il solo requisito di contribuzione. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i requisiti per le principali tipologie di pensione.

Come andare in pensione di vecchiaia?

La pensione di vecchiaia, come abbiamo osservato, prevede il raggiungimento di una certa età ed allo stesso tempo il raggiungimento di una determinata soglia di contribuzione versata, assieme alla maturazione di un assegno minimo (quest’ultimo requisito, però, è previsto per i soli lavoratori privi di contributi al 31 dicembre 1995). Come si raggiunge la pensione di vecchiaia? Fino al 31 dicembre 2018, questa pensione si può ottenere con 66 anni e 7 mesi di età e con almeno 20 anni di contribuzione versata, contributi figurativi (maternità, servizio militare, disoccupazioni, casse integrazioni e malattia), volontari e da riscatto compresi. Questa pensione si può raggiungere anche attraverso il cumulo dei contributi, cioè sommando la contribuzione presente in gestioni previdenziali differenti.

Dal 1° gennaio 2019 l’età pensionabile sale di 5 mesi, e risulta dunque pari a 67 anni; resta invece invariato il requisito pari a 20 anni di contributi previdenziali, non soggetto all’applicazione dell’adeguamento all’aspettativa di vita. Più sale la vita media degli italiani secondo le stime Istat, più salgono i requisiti per andare in pensione. L’età per la pensione di vecchiaia resterà ferma al requisito di 66 anni e 7 mesi di età solo per gli addetti ai lavori gravosi con almeno 30 anni di contributi.

Come funziona l’aspettativa di vita per la pensione?

Ad oggi, la normativa prevede che la pensione sia adeguata periodicamente alla speranza di vita, con aumenti biennali dei requisiti dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle allegate alla legge Fornero possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento dei requisiti per la pensione sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Come si raggiunge la pensione di vecchiaia contributiva?

La pensione di vecchiaia, per chi non ha contributi versati prima del 1996, si può anche ottenere anche con 70 anni e 7 mesi di età e 5 anni di contributi: in questo caso non sono previste soglie minime di accesso. L’assegno di pensione può dunque risultare molto basso, senza che questo impedisca il pensionamento: tuttavia, dato che il trattamento risulta calcolato col sistema interamente contributivo, non si ha diritto all’integrazione al minimo.

Perché chi non possiede contributi prima del 1996 ha diritto alla pensione contributiva?

Chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995 è detto “contributivo puro” perché ha diritto al calcolo interamente contributivo della pensione. Il calcolo della pensione, difatti, funziona in questo modo: chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo, che si basa cioè sulle ultime retribuzioni o redditi, fino al 31 dicembre 2011.

Chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, invece, ha diritto al calcolo retributivo solo fino a questa data, poi al calcolo contributivo: in questi casi parliamo di calcolo misto.

Chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995 ha invece diritto al calcolo integralmente contributivo, che si basa sui soli contributi accreditati e sull’età pensionabile.

Come si raggiunge la pensione anticipata?

Con l’entrata in vigore della riforma Fornero, la pensione di anzianità, collegata agli anni di contributi posseduti, è stata sostituita dalla pensione anticipata. Ad oggi, gli uomini raggiungono la soglia utile alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi previdenziali accreditati, mentre per le donne il requisito è pari a 41 anni e 10 mesi di contribuzione. Dal 2019 è previsto l’aumento di 5 mesi dei requisiti: serviranno pertanto 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. Non sono previsti limiti di età, come abbiamo osservato, per questo tipo di pensione anticipata, che può essere raggiunta anche attraverso il cumulo dei contributi: sono ammessi, però, non più di 5 anni di contributi figurativi.

Come si raggiunge la pensione anticipata contributiva?

La pensione anticipata, per chi non ha contributi versati prima del 1996, si può anche ottenere anche con 63 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi: in questo caso, però, il trattamento deve risultare almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè almeno pari a 1.268,40 euro. Dal 2019 il requisito di età cambia e sale a 64 anni.

Come si raggiunge la pensione anticipata per i lavoratori precoci?

I lavoratori precoci, cioè coloro che possiedono più di 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età, possono ottenere la pensione anticipata con soli 41 anni di contributi.

Hanno diritto alla pensione anticipata agevolata, però, soltanto coloro che appartengono a delle specifiche categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi dal 74%, addetti ai lavori gravosi e addetti ai lavori usuranti. Per approfondire: pensione anticipata lavoratori precoci.

Dal 2019 il requito contributivo aumenterà a 41 anni e 5 mesi.

Come si raggiunge la pensione di anzianità per gli addetti ai lavori usuranti?

Dal 2011 la normativa previdenziale ha previsto una particolare categoria di lavoratori ai quali si applicano soglie di uscita per la pensione agevolate: si tratta degli addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni.  Nel dettaglio, sono considerati addetti a lavori usuranti coloro che svolgono una delle seguenti mansioni:

  • lavori in galleria, cava o miniera: sono comprese anche le mansioni svolte prevalentemente e continuativamente in ambienti sotterranei;
  • lavori in cassoni ad aria compressa;
  • lavori svolti dai palombari;
  • lavori ad alte temperature;
  • lavorazione del vetro cavo;
  • lavori di asportazione dell’amianto;
  • lavori svolti prevalentemente e continuativamente in spazi ristretti: la norma si riferisce, in particolare, ad attività di costruzione, riparazione e manutenzione navale, e, per spazi ristretti, intende intercapedini, pozzetti, doppi fondi, blocchi e affini;
  • conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo, con capienza superiore a 9 posti;
  • lavori a catena o in serie: sono comprese anche le ipotesi di chi sia vincolato all’osservanza di un determinato ritmo produttivo, o la cui prestazione sia valutata in base al risultato delle misurazioni dei tempi di lavorazione.

Il beneficio della pensione di anzianità spetta:

  • se l’attività usurante è stata svolta per almeno 7 anni, negli ultimi 10 anni di vita lavorativa;
  • se l’attività usurante è stata svolta per almeno metà della vita lavorativa.

Il beneficio della pensione di anzianità riconosciuto agli addetti ai lavori usuranti, ad ogni modo, non è strettamente limitato a chi svolge una delle mansioni elencate, ma è esteso alle mansioni particolarmente logoranti in base all’orario di lavoro: rientrano nell’agevolazione difatti anche i lavoratori che svolgono turni notturni.  Ma quali sono i requisiti di pensione per gli addetti ai lavori usuranti e notturni?

La pensione in regime di lavoro usurante o notturno è anticipata rispetto alle normali soglie oggi in vigore per le altre prestazioni pensionistiche: si va infatti in pensione con quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi versati (il requisito di età aumenta per chi possiede anche contributi da lavoro autonomo e per ha svolto lavoro notturno per meno di 78 notti l’anno). Tra l’altro su questa particolare misura non si applicano gli inasprimenti per l’aspettativa di vita e pertanto anche nel 2019 le soglie di uscita dal lavoro resteranno le medesime.

Come si va in pensione con la quota 100?

Secondo le recenti proposte del governo, dal 2019 dovrebbe essere possibile andare in pensione con la quota 100, ossia quando la somma dell’età e degli anni di contributi risulta almeno pari a 100. Dovrebbe essere prevista, però, una soglia di età minima pari a 64 anni, ed una soglia contributiva minima pari a 36 anni.

Inoltre, per coloro che hanno diritto al calcolo retributivo sino al 2011, dovrebbe essere previsto il calcolo contributivo dal 1996, come per chi ha diritto al calcolo misto.

Come si va in pensione con la quota 41?

La quota 41, cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, come abbiamo visto è già prevista per i lavoratori precoci. Dal 2019, in base alle proposte del governo, questa pensione dovrebbe essere estesa anche ai lavoratori non precoci, e addirittura ai non appartenenti alle categorie tutelate. Potrebbe però diventare quota 42, ossia richiedere 42 anni di contributi per l’accesso.

Come si raggiunge la pensione col salvacondotto?

Ad oggi sopravvive una deroga alla legge Fornero, chiamata salvacondotto.  La pensione con questo particolare scivolo si ottiene, ad oggi, per i soli nati sino al 31 dicembre 1952, con 64 anni e 7 mesi di età e con 35 anni di contributi accreditati (per le donne ne bastano 20). Bisogna però allo stesso tempo avere raggiunto i 35 anni (o 20 anni) al 31 dicembre 2012 ed alla stessa data possedere la quota 96. Per approfondire: pensione col salvacondotto.

Come andare in pensione con l’Ape

Sino al 31 dicembre 2018 è ancora possibile andare in pensione con l’Ape sociale. L’Ape sociale è un assegno mensile, a carico dello Stato, che può essere richiesto a partire dai 63 anni di età e che sostiene il lavoratore fino al perfezionamento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia, sino a un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.

Possono accedere all’Ape sociale, nello specifico, i lavoratori che, al momento della domanda, abbiano già compiuto 63 anni di età e che siano, o siano stati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago, che comprende gli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi), alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, o alla gestione Separata Inps, purché cessino l’attività lavorativa e non siano già titolari di pensione diretta.

Per accedere all’anticipo pensionistico sono necessari 30 anni di contributi per i caregiver, i disoccupati e gli invalidi dal 74%, mentre sono necessari 36 anni di contributi per gli addetti ai lavori gravosi. Per approfondire: Ape sociale, che cosa cambia.

Dal 2019, l’ape sociale non potrà essere più richiesta, ma si potrà comunque richiedere, a 63 anni e 5 mesi di età, l’anticipo pensionistico volontario, o Ape volontario, attraverso un prestito della banca.

Come si va in pensione con l’opzione Donna?

L’opzione donna è una misura a favore delle lavoratrici con 57 anni di età (58 se autonome) e 35 anni di contributi. Con questi requisiti, le donne possono pensionarsi, accettando però il ricalcolo contributivo dell’assegno. I requisiti, però, devono risultare già raggiunti al 31 dicembre 2015: probabilmente, l’opzione Donna sarà prorogata a breve.

Come si va in pensione con la salvaguardia?

Tra i vari interventi volti a limitare le conseguenze negative della Legge Fornero è stata ipotizzata anche la proroga delle salvaguardie.

In particolare, dovrebbe essere attuata una nona salvaguardia per consentire la pensione con le vecchie regole, cioè con le regole precedenti all’entrata in vigore della Legge Fornero: di anno in anno, a partire dal 2012, data di entrata in vigore della Riforma Fornero, si sono difatti succeduti otto decreti di salvaguardia.

La nona salvaguarda dovrebbe tutelare le stesse categorie beneficiarie dell’ultima salvaguardia, ossia:

I figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’obbligo di assistenza e di provvedere a una badante grava in parti uguali. Al contributo economico si può sopperire con quello fisico.

I genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica. Si può dire che esista un parallelo obbligo, da parte dei figli nei confronti del padre e della madre quando questi, ormai divenuti anziani e malati, sono incapaci di provvedere a se stessi? E che succede quando, oltre ai problemi di salute, si aggiungono anche quelli di una pensione insufficiente a tirare fino a fine mese? La questione economica può diventare un grosso peso per la vecchiaia e l’assistenza sociale e sanitaria prevista dallo Stato non è sempre in grado di fornire valide soluzioni alla terza età. Ecco perché ci si chiede spesso se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori.

La questione è spesso fonte di conflitti tra fratelli: c’è chi è più premuroso e apprensivo, e non passa giorno che non telefoni al padre o alla madre per verificarne le necessità e lo stato di salute, e chi invece è più “latitante”. C’è chi sopperisce alla propria assenza tramite un contributo economico o pagando la badante e chi, invece, non avendo possibilità economiche, provvede con il proprio lavoro, cucinando, facendo la spesa, adempiendo ai doveri che di norma spettano tra conviventi.

Al di là di quelli che sono però i sentimenti personali e la morale individuale delle persone, che non possono certo essere imposti davanti a un giudice, è giusto verificare cosa prevede in proposito la legge. Ad esempio, si può pretendere un rimborso per una spesa che – se anche necessaria – è stata sostenuta volontariamente per il bene degli anziani?

In questo articolo cercheremo di capire se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori e in che termini questo obbligo di atteggia: in altre parole fino a dove possono spingersi le pretese del padre e della madre o la richiesta di rimborso di un fratello.

Figli minorenni: obblighi di assistenza verso i genitori

I figli minorenni non hanno alcun obbligo nei confronti dei genitori: né di assistenza, né di contribuzione economica. Dall’altro lato però i genitori hanno l’usufrutto legale sui beni a questi ultimi intestati. Significa che se un bambino riceve una casa da un parente, il padre e la madre possono viverci all’interno oppure può affittarlo destinando i frutti al bene della famiglia. Si tratta quindi di un potere di gestione del patrimonio che non può in ogni caso andare a danno degli interessi del figlio. Difatti il codice civile [1] stabilisce che i frutti percepiti sono destinati al mantenimento della famiglia e all’istruzione ed educazione dei figli.

L’usufrutto – che scatta in automatico, senza bisogno di alcun atto pubblico – dura fino alla maggiore età del figlio. Al compimento dei suoi 18 anni, l’usufrutto cessa.

Figli maggiorenni conviventi: obblighi di assistenza verso i genitori

In ragione dei doveri morali e di solidarietà che spettano tra persone che condividono lo stesso tetto, il codice civile [2] ha stabilito che il figlio ancora convivente coi genitori deve rispettarli e contribuire – in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito – al mantenimento della famiglia finché convive con essa. Quest’obbligo cessa nel momento in cui il figlio va a vivere da solo. La violazione di tale norma non è collegata ad alcuna sanzione.

Figli maggiorenni non conviventi: obbligo di assistenza verso i genitori 

Come i genitori, nei confronti dei figli, hanno l’obbligo – anche quando cessa il mantenimento – di versare gli alimenti qualora questi siano in condizioni di salute tale da non poter più lavorare e permettersi il minimo per la sopravvivenza, altrettanto spetta ai figli. È quello che il codice civile chiama «obbligo degli alimenti». Ne abbiamo parlato in Come chiedere gli alimenti.

Gli alimenti, a dispetto del nome, non corrispondono nelle vettovaglie necessarie all’alimentazione quotidiana, ma nel denaro necessario a garantire la sopravvivenza. Si tratta di un contributo economico necessario per la vita di chi lo richiede, rapportato alla sua posizione sociale e alle possibilità economiche di chi è tenuto a versarlo. Si differenzia quindi dal «mantenimento» (ad esempio quello che versa l’ex coniuge dopo la separazione) che mira a soddisfare tutte le esigenze di vita del mantenuto, anche quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza. Dunque, gli alimenti sono una somma nettamente inferiore al mantenimento.

I figli sono tenuti al mantenimento dei genitori solo quando le condizioni di salute ed economiche di questi ne mettano a serio repentaglio la vita.  Al di là di ciò, nulla devono e chi va oltre e spende di più per il padre e per la madre rispetto quanto previsto dalla legge non può poi chiedere, ai fratelli, la restituzione delle maggiori somme. Un figlio non può pretendere dagli altri fratelli il rimborso di spese sostenute per la cura e assistenza di un anziano genitore se queste travalicano «lo stretto indispensabile». Le sole spese che vanno divise tra i fratelli sono, come detto, quelle per procurargli gli «alimenti».

L’obbligo dei figli di versare gli alimenti al genitore scatta solo se quest’ultimo è vedovo/a o se il coniuge non è in grado di garantire la sua sopravvivenza. Se, ad esempio, la madre è in condizioni di salute precarie e non guadagna, ma il padre ha un reddito sufficiente ed è solo per sua incuria ed egoismo che la moglie si trova in queste condizioni, i figli non hanno alcun obbligo verso la madre; la donna potrà quindi agire nei confronti del marito per chiedergli di prendersi cura di lei. Se uno dei figli corre in soccorso della mamma non potrà chiedere il rimborso delle spese al fratello. L’esistenza dunque di un coniuge in grado di prendersi cura dell’indigente elimina l’obbligo dei figli.

Se il genitore è solo o se anche il suo coniuge è nelle medesime condizioni, i figli hanno l’obbligo di versare gli alimenti ai genitori (e non “di mantenerli”). La divisione delle spese si fa in ragione delle rispettive capacità economiche e non per quote uguali. Chi, ad esempio, ha sostenuto una spesa per il padre non può chiedere il 50% al fratello se quest’ultimo guadagna molto di meno, ma una somma inferiore.

L’obbligo di assistenza verso i genitori si sostanzia solo in un contributo economico. Se il figlio non si prende cura moralmente del genitore non ha responsabilità civilistiche; può tutt’al più rispondere del reato di abbandono di persona incapace, ma entro limiti molto stretti (vi deve essere infatti una situazione di affidamento e l’abbandono deve aver determinato un rischio serio e urgente per la vita dell’incapace). Questo significa che il figlio che si limita a pagare la badante alla madre ha adempiuto ai suoi obblighi senza che il fratello possa rivendicare da lui altro solo perché è fisicamente più presente o si fa sentire più spesso.

Al contrario, poiché l’obbligo di versare gli alimenti va ripartito secondo le possibilità economiche dei figli, colui che non ha soldi a sufficienza per aiutare i genitori, ma ha tempo libero – si pensi al disoccupato – potrà sopperire alla sua incapacità con una cura materiale, ad esempio cucinando, facendo la spesa o prestando assistenza personale al genitore.

Sistemi antitaccheggio per negozi bio

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : feed

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Il biologico attira sempre più l’interesse del pubblico e quindi si moltiplicano negozi che forniscono alimenti di origine bio e altri articoli creati nel rispetto della natura e degli animali. Con il moltiplicarsi di questi esercizi commerciali e grazie ad un crescente successo, aumentano però anche i malintenzionati che li colpiscono.

Proteggere la merce esposta

La merce esposta a contatto con i clienti è soggetta a piccoli furti e taccheggi. Si tratta spesso di bravate che sottraggono al negozio beni di poco valore, realizzate più che altro come prova di coraggio che per il reale valore della merce asportata. Messi tutti insieme però, questi piccoli furtarelli possono raggiungere un ammontare notevole. Tutelarsi dai furti e dal taccheggio significa mettere al riparo la propria merce e quindi il proprio fatturato. Molte aziende che producono ed installano sistemi antitaccheggio, come antitaccheggioitalia.eu, forniscono anche soluzioni studiate appositamente per i negozi di alimentari e quindi anche quelli bio. Fra queste vi sono le etichette magnetiche realizzate in materiali atossici, idonee ad essere applicate direttamente sugli alimenti e del tutto sicure per la salute.

Sistemi di protezione dai furti alimentari

La crescente crisi economica ha portato in primo piano i furti nei supermercati e nei negozi di alimentari. Ogni negozio, compresi i negozi bio, dovrebbe dotarsi di un efficace sistema per prevenire il taccheggio. Per i negozi di alimentari sono state studiate etichette completamente atossiche che possono essere applicate direttamente sul cibo o all’interno delle confezioni di articoli alimentari. Se un cliente cerca di superare la cassa senza che le etichette siano state smagnetizzate, il varco di uscita riceve il segnale dall’etichetta ed emette un allarme, solitamente sonoro o luminoso. Queste etichette possono essere apposte sia sugli articoli di alimentari che all’interno delle confezioni. Qui il sistema antifurto non può essere rimosso, a meno di non aprire la confezione, per cui si rivela nella maggior parte dei casi molto efficace.

Proteggere un negozio bio dai furti

Le etichette magnetiche prodotte da Antitaccheggioitalia sono completamente atossiche e realizzate con materiali innocui, per cui possono essere utilizzate anche a contatto diretto con gli alimenti. Questa soluzione è stata appositamente studiata per protegger negozi di alimentari e negozi bio, dove altri metodi antitaccheggio sarebbero impraticabili o troppo scomodi. Le etichette assicurano poi un ottimo livello di discrezione perché, trovandosi all’interno delle confezioni, sono del tutto invisibili ai clienti. In questo modo la protezione dai furti agisce in modo discreto, vigilando sui potenziali malintenzionati senza infastidire i clienti, mettendoli sotto pressione o facendoli sentire monitorati. Molte persone si sentono infatti messe in dubbio quando l’antitaccheggio è troppo esplicito, perché sembra mettere in dubbio la loro onestà. Se in un negozio di abiti placche ed etichette sono ormai considerate la norma, in un negozio bio potrebbero sembrare troppo intrusive. In realtà ogni esercente ha il diritto di proteggere la propria merce e il proprio fatturato e il furto, anche di lieve entità, è un reato grave punito dalla legge.

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L’essenzialità della propria igiene orale

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : feed

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L’essenzialità della propria igiene orale

Avere un bel sorriso risulta oggi essenziale, è ormai risaputo che una buona igiene orale è simbolo di una buona salute ed evita numerosi problemi sia fisici che estetici, oltre che economici.
È essenziale, dunque, conoscere come lavarsi i denti e seguire quanti più consigli si riescono a racimolare al fine di mantenere stabile la propria salute.  Si tratta infatti di un’abitudine quotidiana che bisogna instaurare fin dall’infanzia, rendendolo un rituale radicato a tal punto da sembrare naturale.
Le raccomandazioni degli esperti su come spazzolarsi i denti in maniera corretta cambiano e si evolvono con il tempo e non sempre riusciamo ad adattare le nostre abitudini di conseguenza, anche perché esse ci vengono trasmesse dagli adulti a noi più vicini. A livello statistico è infatti stato dimostrato che circa l’85% degli italiani non si lavino i denti in maniera corretta o perché utilizzano in maniera errata lo spazzolino oppure perché non lo fanno abbastanza a lungo e con la giusta frequenza.
A che età iniziare?
È importante far comprendere al bambino l’importanza dell’igiene orale fin dalla comparsa dei suoi primi dentini, tocca infatti ai genitori occuparsi dell’igiene dei piccoli utilizzando strumenti adatti come un massaggia-gengive i primi mesi per alleviare i dolori derivanti dalla dentizione, finendo, intono ai diciotto mesi, di utilizzare uno spazzolino piccolo e con le setole morbide non una piccola quantità di dentifricio.
Dai due anni bisogna cercare di renderlo il più autonomo possibile, durante queste fasi la presenza di un adulto è necessaria  affinché gli mostri come fare, assicurandosi che stia agendo correttamente.
Anche per i bambini il tempo stimato si aggira intorno ai tre minuti, assicurandosi che non trascuri alcuna parte.
Le giuste procedure che non tutti conoscono
Innanzitutto, anche se può sembrare strano, non bisogna spazzolarsi i denti subito dopo i pasti poiché l’acidità di alcuni cibi e lo sfregamento delle setole sui denti potrebbe favorire l’abrasione dello smalto, per tale ragione è consigliato aspettare circa mezz’ora.
Per quanto concerne la tecnica, l’associazione nazionale dei dentisti consiglia quattro regole fondamentali quali: spazzolare separatamente l’arcata superiore e l’arcata inferiore, effettuare movimenti circolari dal basse all’alto per denti e gengive, inclinare lo spazzolino a circa 45° e pulire i denti seguendo lo stesso percorso. Infine, non dimenticate di spazzolare la lingua soprattutto la sera poiché la produzione di meno saliva ci rende meno protetti. Naturalmente non bisogna dimenticare l’importanza del filo interdentale e
/o del collutorio.

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Spese condominiali: sono obbligatorie?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi è tenuto a pagare le spese di condominio, come si dividono e quando possono essere contestate. 

La condomina del piano di sopra sostiene che, se lava da sé la rampa di scale che dà al proprio appartamento, non deve pagare la quota di spese condominiali per la ditta di pulizie. Il titolare del negozio al piano terra non vuol contribuire alla manutenzione dell’ascensore perché non ne usufruisce. Il vecchietto che abita al terzo piano non intende pagare il giardiniere e tutte le opere del cortile perché non utilizza questi spazi comuni non potendo più camminare né usare l’auto. Il condomino nel seminterrato ritiene di non dover pagare le spese del tetto perché non lo utilizza né quelle del rifacimento della facciata nord in quanto il suo appartamento dà a a sud. In tutti questi casi ci si chiede sempre: le spese condominiali sono obbligatorie?

Il confine tra il risparmio e l’inadempimento è sempre molto labile e, a volte, strumentalizzato. Specie quando, a fronte di un pagamento costante e mensile, si ottiene un servizio non immediatamente percepibile o fruibile, la possibilità di sfuggire all’obbligo diventa per molti una “nobile attività”. I cosiddetti furbetti non risparmiano neanche i condomini, dove invece lo spirito collaborativo dovrebbe solidificare i legami, non fosse altro perché le parti comuni dell’edificio sono di tutti. E chi usa l’ascensore o le scale, oppure parcheggia l’auto in un cortile, deve sapere che, senza il contributo di tutti, non potrà godere dei servizi che l’amministratore cura nel bene collettivo. Ecco perché esistono le spese condominiali: garantiscono la gestione delle parti comuni e la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’edificio.

I costi necessari per il mantenimento e il funzionamento del condominio sono sostenuti da tutti i condomini, secondo i criteri di ripartizione previsti dal codice civile o da diversi accordi. Di tanto ci occuperemo nel presente articolo; andremo in particolare ad analizzare i principi fondamentali relativi alle spese e cercheremo di rispondere al quesito che in molti si chiedono le spese condominiali sono obbligatorie?

Chi deve pagare le spese condominiali?

Tutti i condomini sono obbligati a pagare le spese condominiali.

Nessuno può sottrarsi all’obbligo di contribuire ai costi necessari alla conservazione delle parti comuni, neanche modificando la destinazione d’uso del proprio appartamento.

Le spese vanno ripartite tra tutti i condomini, secondo le regole che a breve vedremo, a prescindere dall’uso che questi fanno dei servizi condominiali o delle parti comuni. Ad esempio, chi non usa l’ascensore deve ugualmente pagare i costi per la sua manutenzione e per l’energia elettrica impiegata. Così come chi va sempre in ascensore deve pagare la ditta di pulizie delle scale.

Conta non l’uso effettivo della cosa comune, ma quello potenziale. Il titolare di un negozio con un proprio ingresso “fronte strada”, in quanto legittimato ad entrare all’interno dell’edificio e a utilizzare le relative parti comuni, anche se non lo fa è tenuto a contribuire alle spese al pari degli altri condomini, seppur in misura diversa (in proporzione cioè ai propri millesimi che tengono conto anche della collocazione dell’immobile).

Se si deve dividere la spesa per il rifacimento di una facciata dell’edificio ad essa devono partecipare anche quei condomini che affacciano da un altro lato.

Solo in caso di supercondominio, ossia di un condominio costituito da più palazzi, la ripartizione delle spese non avviene tra tutti ma solo tra i condomini serviti dalle parti delle cui spese si discute. Tale regola è fissata dal codice civile [1] che stabilisce: «Qualora un edificio abbia più scale, cortili, lastrici solari, opere o impianti destinati a servire una parte dell’intero fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico del gruppo di condomini che ne trae utilità».

Non si può rinunciare alla proprietà delle parti comuni dell’edificio per evitare di pagare le spese. Ad esempio, chi non intende usare la piscina condominiale non può liberarsi dall’obbligo delle relative spese impegnandosi a non accedervi. Solo l’unanimità di tutti i condomini potrebbe autorizzare una situazione di tale tipo.

Ecco perché è anche illegittima la riserva del costruttore dell’edificio di non contribuire alle spese condominiali in relazione agli appartamenti rimasti invenduti.

A pagare le spese condominiali sono i proprietari degli appartamenti, coloro cioè che ne risultano intestatari. Essi sono i soggetti obbligati, anche in caso di affitto, comodato, leasing, ed a cui l’amministratore deve rivolgersi per ottenere il pagamento. L’amministratore deve pertanto rivolgersi al proprietario per chiedere, anche con un decreto ingiuntivo, il pagamento di quanto dovuto a titolo di contributi condominiali.

L’obbligo del condomino di contribuire al pagamento delle spese condominiali sorge per effetto della delibera dell’assemblea che approva il rendiconto delle spese annualmente sostenute.

In caso di usufrutto, uso e abitazione, l’ amministrazione ordinaria per la conservazione e godimento delle parti comuni sono a carico dell’usufruttuario (o del titolare del diritto di uso o di abitazione), che è pertanto considerato condomino, mentre al nudo proprietario spettano le spese di manutenzione straordinaria, di riparazione straordinaria (sulla struttura) e di innovazione. Il nudo proprietario e l’usufruttuario rispondono solidalmente per il pagamento delle spese condominiali.

L’assemblea condominiale non può prendere decisioni che interferiscano o modifichino i criteri di ripartizione tra usufruttuario e nudo proprietario.

In caso di vendita dell’appartamento, l’acquirente è responsabile in solido con il venditore per le somme da quest’ultimo dovute e non pagate, relative sia all’anno in corso sia a quello precedente. Per anno si intende l’anno di gestione, e non solare.

In caso di inadempimento e morosità per somme relative a tale periodo di tempo,  l’eventuale decreto ingiuntivo viene chiesto (e sarà emesso) nei confronti dell’acquirente che potrà poi chiamare in causa il venditore.

Come vengono ripartite le spese di condominio?

Le spese condominiali sono ripartite secondo quanto stabilisce il codice civile che, come regola generale, prevede la divisione in base ai millesimi di proprietà. Solo l’unanimità dei voti in assemblea può determinare una diversa divisione. Ad esempio per esonerare un negozio dal pagamento delle spese dell’ascensore ci vuole il consenso di tutti i condomini ossia l’unanimità.

Tale regola è fissata dal codice civile [1] che stabilisce: «Le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione».

Il valore della proprietà di ciascuno è determinata dai millesimi posseduti, secondo la tabella millesimale generale del condominio. Questa esprime il diritto che ciascun condomino ha sulle parti comuni, in proporzione al valore di piano o porzione di piano che gli appartiene.

Come abbiamo detto solo l’unanimità può determinare un criterio di ripartizione delle spese condominiali diverso da quello fissato dal codice civile, ossia secondo millesimi. Questo significa che, nel caso in cui alcuni condomini dovessero essere morosi e l’amministratore dovesse suggerire di costituire un fondo per coprire i buchi di bilancio da questi lasciati ciò richiederebbe l’unanimità. Difatti, così facendo, si finirebbe per far pagare una seconda volta i condomini che già hanno versato le proprie quote, in deroga al principio millesimale.

Come contestare le spese condominiali

L’unico modo per contestare le spese condominiali è di impugnare il verbale dell’assemblea che le approva. Il che richiede di presentare un’istanza di mediazione entro 30 giorni e, successivamente, notificare l’atto di citazione in tribunale al condominio. Chi non contesta la delibera non può poi opporsi all’eventuale decreto ingiuntivo che gli sia notificato dall’amministratore.

Perché c’è il cartello di avviso dell’autovelox?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Controllo elettronico della velocità: quando la segnaletica è legittima e perché è obbligatoria.  

Tutti vogliamo la sicurezza sulle strade, ma nessuno è disposto a pagare una multa per i propri errori. Ecco che allora, quando arriva una contravvenzione fatta con l’autovelox, è spontaneo chiedersi quali motivi ci sono per fare ricorso e contestare il verbale. Tra questi, il più ricorrente è l’assenza o la scarsa visibilità del cartello con la scritta «Controllo elettronico della velocità». Proprio su di esso si è detto e scritto molto, specie in tribunale. I problemi principali riguardano la distanza minima dalla postazione e la dimensione dei caratteri. I fanatici del rispetto delle regole del codice della strada spesso non ne capiscono il significato: se la legge vieta di superare i limiti di velocità, perché avvisare gli automobilisti del fatto che possono essere multati? In questo modo è fin troppo facile sfuggire alle contestazioni della polizia e magari, laddove i controlli elettronici non sono presenti, tornare a fare i “pirati”. Sarà capitato forse anche a te di chiederti perché c’è il cartello di avviso dell’autovelox. La ragione è piuttosto scontata ma spesso non la si immagina.

In questo articolo ti spiegheremo dunque il motivo per cui esiste il cartello “controllo elettronico della velocità” e perché la sua assenza determina la nullità della multa. Nullità che, peraltro, puoi far valere con un ricorso al giudice di Pace entro 30 giorni (o, anche se il rimedio offre meno garanzie, con un ricorso al Prefetto entro 60 giorni) dal ricevimento della contravvenzione.

Spiegare le ragioni per cui c’è il cartello di avviso dell’autovelox sarà più facile se si immagina una scena come quella che stiamo per descrivere. Ti trovi in una strada piuttosto trafficata e piena di curve. Al termine di una galleria si apre un rettilineo in corrispondenza del quale gli automobilisti sono portati ad accelerare per recuperare il tempo perso nei tratti più insidiosi. Ma proprio là si piazza una pattuglia della polizia con un cavalletto e un autovelox. I conducenti, che vedono all’ultimo minuto il dispositivo di controllo elettronico della velocità, premono istintivamente il piede sul freno. Le auto si inchiodano sulla strada e passano da 100 chilometri orari a meno di 70. Il repentino decentramento crea un ingorgo al termine della galleria che, non visibile alle macchine che stanno provenendo dall’altro lato della curva, determina un tamponamento a catena. Risultato: proprio l’intento delle autorità di mettere in sicurezza il traffico è stato esso stesso la ragione dell’incidente.

Inutile nascondersi dietro un dito: l’esistenza di un controllo rende più ligi al dovere di quanto il proprio senso civico o la conoscenza della legge possano comportare. Il che significa che anche gli automobilisti più prudenti sono portati, istintivamente, a frenare d’impulso non appena si rendono conto di un apparecchio di controllo elettronico della velocità. La presenza del cartello di avviso dell’autovelox serve proprio a questo: a consentire una decelerazione graduale, senza rischi sul traffico e pericolo di incidenti determinati da improvvise frenate.

Del resto non si può neanche pensare che, per scongiurare eventuali incidenti, si possano nascondere autovelox e poliziotti dietro i cespugli della vegetazione. E ciò per due semplici ragioni. Innanzitutto è la nostra Costituzione a imporre alla pubblica amministrazione di agire secondo trasparenza: il che significa che non può giocare sull’effetto a sorpresa, che può determinare un controllo non preventivato, solo per fare cassa e ottenere maggiori entrate con i proventi delle multe. Dall’altro lato, l’impossibilità di comprendere dove è stata elevata la contravvenzione e in quali condizioni, rischia di rendere impossibile il diritto di difesa esercitato ex post dagli automobilisti. Nessuno infatti potrebbe garantire che l’accertamento dell’infrazione è avvenuto a opera di pubblici ufficiali o di soggetti privati privi delle qualifiche richieste dalla legge; nessuno potrebbe accertare che sul luogo erano realmente presenti gli agenti a verificare il corretto funzionamento dell’apparecchio, ecc. Tutte queste ipotesi impongono alla polizia di essere ben visibile, al pari del cartello di avviso dell’autovelox.

Ecco dunque le ragioni per cui la legge di gran parte degli Stati di diritto ha preferito sposare la linea della trasparenza.

Ricordiamo in ultimo che, secondo i più recenti orientamenti giurisprudenziali, il cartello della segnaletica con scritto “controllo elettronico della velocità” deve essere a una distanza congrua, in base al tipo di strada e alle condizioni di traffico da consentire la decelerazione: non c’è una distanza minima quindi come a volte è stato sostenuto, ma tutto varia in base alle condizioni di traffico. Di solito, su un tratto di strada a rapida percorrenza, si rispettano una distanza non inferiore a 400 metri.

Lo Cassazione sottolinea quindi che «i segnali stradali e i dispositivi di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, il relazione alla velocità locale predominante».

Dall’altro lato l’autovelox non può essere collocato neanche dopo troppo tempo, tanto da far dimenticare all’automobilista la possibilità del controllo elettronico. La Cassazione ha ritenuto che l’autovelox a 4 km dal cartello sia legittimo.

Non in ultimo ricordiamo che il segnale di avviso dell’autovelox deve essere chiaramente visibile e non nascosto dalla vegetazione o da altri cartelli, anche di tipo pubblicitario.