Infortunio di gioco e illecito sportivo: risarcimento danni

Posted on : 13-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Calcio, feed, Sport

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Si può chiedere il risarcimento del danno anche nella partita amichevole se il fallo di gioco è fuori dal contesto sportivo.

Certamente si è più predisposti a fare causa a un ciclista che, sbandando, fa cadere a terra un passante che non a un compagno il quale, nel corso di una partita di calcio, a causa di un “fallaccio”, causi al rivale un brutto infortunio. E questo perché nello sport c’è sempre una maggiore tolleranza: un po’ perché chi si butta nelle competizioni – siano esse agonistiche o meno – calcola sempre un margine di rischio; un po’ perché l’animosità del gioco porta a compiere delle azioni che, seppur consapevoli, restano pur sempre dettate dalla foga del momento. Quando è possibile allora parlare di risarcimento del danno in caso di infortunio di gioco e illecito sportivo? Qualche chiarimento è stato fornito dalla Cassazione qualche giorno fa [1].

La responsabilità sportiva

In tema di risarcimento danni per la responsabilità conseguente ad un infortunio sportivo, qualora siano derivate lesioni personali ad un giocatore a seguito del comportamento di un altro partecipante alla gara, per stabilire quando il fallo comporti responsabilità civile bisogna valutare il collegamento tra gioco e danno: se l’atto viene compiuto allo scopo di ledere, oppure con una violenza incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco, non c’è questo collegamento e, quindi, sussiste l’obbligo di risarcimento. Pertanto si è responsabili per gli atti compiuti allo specifico scopo di fare male, anche se gli stessi non integrino una violazione delle regole dell’attività svolta.  

Non scatta invece il risarcimento dei danni allo sportivo che riporta danni permanente durante una partita di calcio (anche se amichevole) se il fallo dell’avversario avviene nel corso di un’azione di gioco che non trasmoda in condotta esorbitante rispetto al contesto. Il calcio, come altri sport, prevede un normale contatto fisico tra partecipanti e chi gioca si assume il rischio di un pregiudizio.

Dunque, l’assenza di volontà di far male da parte dell’avversario e il rischio volontariamente accettato del ricorrente portano a escludere qualsiasi forma di risarcimento del danno. Dalle prove deve risultare che «l’azione di gioco, se pure fallosa, non sia trasmodata, comunque, in condotta esorbitante rispetto al contesto e alle finalità del gioco». Se invece manca qualsiasi collegamento tra il danno e il gioco siamo in presenza di un illecito sportivo.

Se c’è dolo nel fallo

La Corte Suprema ha precisato, nella sentenza in commento, che la responsabilità sportiva sussiste se l’atto doloso del partecipante (ossia posto in malafede e con la consapevolezza del fallo) sia stato compiuto con la volontà di far del male: si pensi ad una condotta connotata da una tale violenza da rendersi oggettivamente incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco. 

Se non c’è dolo nel fallo

La responsabilità sportiva non sussiste invece: 

  • se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività
  • se, pur in presenza di violazione delle regole proprie dell’attività sportiva svolta, l’atto sia a questa funzionalmente connesso. 

In entrambi i casi, tuttavia, vi è ugualmente responsabilità tutte le volte in cui viene impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato oppure incompatibile col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano. Per esempio una scivolata da dietro a forbice, a pallone lontano, realizzata da un giocatore giovane che giochi a calcetto con altre persone molto più anziane di lui, da cui derivi ad uno di costoro la lesione del tendine quasi sicuramente comporterebbe una responsabilità e l’obbligo del risarcimento del danno.

L’esempio pratico

Nel caso di specie, non è stato accordato alcun risarcimento perché:

  • la partita era amichevole;
  • l’azione di gioco era stata tipica perché volta a sottrarre all’avversario il controllo della palla con una scivolata da dietro onde impedirgli di andare a fare goal;
  • non c’era la prova della volontà di fare male l’avversario.

Si è trattato dunque di un rischio di rischio normale e insito nel gioco, accettato nel momento stesso in cui si decide di partecipare ad una partita di calcio.