Conti corrente a zero spese: quali sono?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Conto base: a fronte di un canone “tutto compreso” il correntista ha diritto a un numero determinato di operazioni senza addebito di ulteriori costi.

Si chiama «conto base» e finalmente, dopo anni di gestazione, è approdato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero delle Economia e delle Finanze che ne regola l’attuazione ed in vigore dal 20 giugno 2018. Il tutto a quasi un anno (era il 3 agosto 2017) dalla pubblicazione del decreto della Banca d’Italia che ne regola la disciplina, integrando le disposizioni in materia di «Trasparenza delle operazioni dei servizi bancari e finanziari». Grazie al conto base, il correntista ha la possibilità di ottenere un conto corrente a zero spese o meglio «tutto compreso». In pratica, a fronte di un canone fisso annuale, il cliente ha diritto a un numero determinato di operazioni senza addebito di ulteriori costi. Pertanto le operazioni rientranti nei limiti prefissati dal contratto non vengono pagate e sono gratuite. Se detto limite viene superato, le ulteriori operazioni saranno regolarmente addebitate. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona e quali sono i conti correnti a zero spese.

Chi ha diritto al conto base?

Hanno diritto al conto base due categorie di cittadini:

  • soggetti con Isee inferiore a 11.600 euro;
  • pensionati con non più di 18mila euro lordi.

A cosa dà diritto il conto base?

Il conto base dà diritto a una serie di operazioni gratuite. Eccole.

Per chi ha l’Isee sotto 11.600 euro

  • 36 bonifici in accredito compreso lo stipendio;
  • 12 versamenti allo sportello di contanti o assegni;
  • 6 prelievi di contante allo sportello;
  • addebiti diretti Sepa senza limiti;
  • prelievi illimitati sul bancomat della propria banca;
  • 12 prelievi bancomat su banca diversa dalla propria.

Per chi ha la pensione fino a 18mila euro

  • 6 versamenti allo sportello di contanti o assegni;
  • 12 prelievi di contante allo sportello;
  • addebiti diretti Sepa senza limiti;
  • prelievi illimitati sul bancomat della propria banca;
  • 6 prelievi bancomat su banca diversa dalla propria.

I costi per le ulteriori operazioni

Chi supera le predette soglie dovrà sostenere una spesa «ragionevole» da definire sulla base della media delle commissioni praticate dalle altre banche.

Cos’è il conto base?

Quest’anno è stato modificato il testo unito bancario [1] con l’introduzione dell’obbligo per la banca di predisporre, a favore della clientela, il conto base a «zero spese» e di darne adeguata comunicazione.

Si tratta di un conto di pagamento con caratteristiche minimali. È un conto leggero, che consente di fare operazioni bancarie minime, tipiche del consumatore, che non ha esigenze finanziarie. Il conto di base è un diritto di chi ha i presupposti di reddito che abbiamo elencato sopra.

A fronte del pagamento di un canone annuale onnicomprensivo e senza addebito di altre spese, oneri o commissioni di alcun tipo e natura, il conto base garantisce un numero predeterminato di operazioni annue, elencate in due allegati al decreto stesso. Se si sta entro il numero delle operazioni si paga solo il canone calmierato annuo; se si supera il numero, c’è l’addebito di spese ulteriori, che devono essere ragionevoli.

Il conto a zero spese deve prevedere almeno i seguenti servizi:

  • apertura, gestione e chiusura del conto;
  • accreditamento di fondi (es. deposito di contante, ricezione di bonifici);
  • prelievo di contante all’interno dell’Unione europea, presso le dipendenze del prestatore di servizi di pagamento o gli sportelli bancomat, anche al di fuori degli orari di apertura della banca;
  • emissione, rinnovo e sostituzione della carta bancomat;
  • le seguenti operazioni di pagamento nell’ambito dell’Unione europea: a) addebiti diretti; b) operazioni di   pagamento   mediante   carta   di   pagamento, utilizzabile anche online tramite e-banking; c) bonifici e ordini permanenti di bonifico presso le dipendenze del prestatore di servizi di pagamento e attraverso gli altri canali eventualmente disponibili, ivi compreso il canale online.

Sul conto di base non possono essere concessi né aperture di credito né finanziamenti. Il titolare può richiedere alla banca, che però ha facoltà di non accettare, operazioni aggiuntive ma il relativo costo deve essere “ragionevole e coerente” con il livello di reddito nazionale e ai costi mediamente applicabili.

Il titolare del conto di base può eseguire le operazioni avvalendosi, senza maggiori costi, dei canali telematici disponibili (cosiddetta homebanking), fermo restando il possibile addebito di spese per le operazioni aggiuntive o in numero superiore.

Se la banca non intende aprire il conto base, deve darne comunicazione al cliente entro 10 giorni lavorativi dalla richiesta. Il cliente ha la possibilità di presentare un reclamo alla banca e successivamente un esposto alla banca d’Italia.

Quanto costa il conto base?

Il cliente pagherà un canone onnicomprensivo, gli oneri fiscali, come l’imposta di bollo, da cui saranno esentate le fasce socialmente svantaggiate che dovranno includere «i titolari di trattamenti pensionistici».

Se la banca già offre conti di pagamento/conti correnti gratuiti (cioè con Indice sintetico di costo pari a zero) a fronte di operazioni che chiamiamo basiche, si può ritenere adempiuto l’obbligo di istituzione del conto base annotando ciò nel foglio informativo che periodicamente si invia alla clientela stessa.

Affitto per turismo: come funziona?

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando si applica o si deve registrare un contratto di locazione per vacanza. Durata, modo di pagamento e restituzione della caparra. L’Ape è obbligatorio?

Avete una seconda casa al mare, sul lago, in montagna o in aperta campagna e non riuscite ad usarla quanto vorreste? Forse avete valutato qualche volta l’idea di affittarla in modo stabile a qualcuno, ma ci avete rinunciato perché, comunque, ogni tanto volete fare una capatina anche voi. Nulla vi vieta, allora, di affittarla solo in alcuni periodi dell’anno, quando siete sicuri che non la utilizzerete. Bisogna, però, fare un contratto mirato a questo tipo di locazione. Insomma, occorre sapere che cos’è l’affitto per turismo e come funziona, se c’è un tempo minimo o massimo per dare una casa in locazione per motivi di vacanza, se c’è bisogno di registrare il contratto oppure, tanto per qualche settimana, si fa un pezzo di carta in qualche modo e via. Non si può trascurare alcun dettaglio perché se tutto va bene, amici come prima ma se si presenta qualche problema, si può finire in qualche guaio serio. Ecco, allora, quello che c’è da sapere sull’affitto per turismo.

Affitto per turismo: che cos’è?

La definizione dell’affitto per turismo è piuttosto semplice: si tratta di quel tipo di locazione volto ad occupare un immobile con fini di vacanza per un certo periodo di tempo. Né più né meno. Il contratto utilizzato, dunque, consente all’inquilino di abitare temporaneamente in una seconda casa, cioè in un appartamento destinato non a soddisfare l’esigenza di prima abitazione di una famiglia ma di riposo e di vacanza per un periodo di tempo limitato.

Questo non vuol dire che l’immobile si debba trovare per forza in una località turistica: è lo scopo della locazione quello che dà un senso all’affitto per turismo. Ad esempio, se voglio visitare il lago di Como e voglio affittare una casa per turismo per una settimana o 10 giorni non ho bisogno di trovarla obbligatoriamente a Como o in altri paesi sulla riva del lago come Cernobbio, Bellagio o Varenna. Posso anche affittarla a Merone, un paesino a 20 km da Como e a 15 da Lecco e, così, poter raggiungere comodamente le due sponde del lago.

Affitto per turismo: il contratto è diverso dagli altri?

L’affitto per turismo, dunque, lo si fa nelle intenzioni ma anche nero su bianco, sul contratto tra locatore e locatario. Su quel pezzo di carta, infatti, si deve riportare in modo esplicito e ben chiaro la finalità turistica del soggiorno. Deve essere esclusa, dunque, qualsiasi altra esigenza abitativa. Per restare sull’esempio precedente, un contratto di affitto per turismo non potrebbe essere stipulato da chi viene trasferito per pochi mesi in un ufficio sul lago di Como per questioni di lavoro o dallo studente che fa un corso di giardinaggio a Villa Carlotta di Tremezzo, sulla sponda occidentale del lago.

Nel caso in cui il soggiorno nell’immobile comprenda altre prestazioni a carico del proprietario, come la colazione nel caso del bed & breakfast o la lavanderia, non sarebbe possibile applicare il contratto di affitto per turismo ma è necessario sottoscrivere quello di prestazione alberghiera.

Affitto per turismo: la durata del contratto

Non c’è una durata minima o massima del contratto di affitto per turismo: sono le parti, infatti, a determinarla in piena libertà. Quando finisce il periodo stabilito, la disdetta è automatica e l’affittuario deve rilasciare l’immobile locato.

Se il contratto ha una durata superiore ai 30 giorni, deve essere registrato.

Affitto per turismo: c’è bisogno dell’Ape energetica?

Per quanto riguarda l’attestato di prestazione energetica (il cosiddetto Ape), il proprietario dell’immobile non ha l’obbligo di farla se la durata del contratto è inferiore ai 30 giorni.

In caso contrario, cioè se il contratto viene sottoscritto per più di un mese ed a meno che l’immobile ne sia già dotato, il proprietario deve far preparare l’Ape se intende:

  • fare un annuncio pubblicitario di locazione, sul quale ci dovrà essere la prestazione e la classe energetica indicata nell’attestato. Sono esclusi, però, gli immobili utilizzati meno di 4 mesi all’anno;
  • stipulare un nuovo contratto d’affitto soggetto a registrazione. In questo caso, ne deve dare copia all’inquilino.

Se ne deduce, pertanto, che l’Ape non è obbligatorio:

  • sui contratti di affitto per turismo non soggetti a registrazioni e, quindi, di durata inferiore a 30 giorni complessivi all’anno;
  • sui contratti da non ritenere come nuove locazioni: proroghe, cessioni o subentri, ecc.

Altro dettaglio non indifferente: sul contratto soggetto a registrazione (quindi quello di durata superiore ai 30 giorni) ci deve essere una clausola in cui l’inquilino dichiara di avere ricevuto l’Ape e tutte le informazioni relative alle prestazioni energetiche della casa. Al contratto deve essere allegata una copia dell’Ape nel caso venga affittato un intero edificio.

Attenzione perché in caso di omessa dichiarazione o di mancata consegna dell’Ape quando questa è obbligatoria, la sanzione pecuniaria è piuttosto salata:

  • da 3.000 a 18.000 euro in caso di affitto di un intero immobile;
  • da 1.000 a 4.000 euro per l’affitto di singole unità. La sanzione è ridotta a metà se la locazione è inferiore ai 3 anni.

Affitto per turismo: ci sono dei vincoli sul canone?

Quando si stipula un contratto di affitto per turismo, le parti possono determinare liberamente l’importo del canone. Non ci sono, dunque, vincoli su prezzo massimo o minimo: dipende dal buon senso del proprietario e della capacità dell’inquilino di non farsi prendere in giro.

Il proprietario dell’immobile ha la facoltà di chiedere una parte dell’affitto quando viene firmato il contratto. Ma anche su questo ci sono delle regole. In pratica, il padrone di casa non può chiedere un anticipo:

  • superiore al 25% del canone;
  • più di 6 mesi prima dell’inizio della locazione.

Quindi, in sostanza: se devo prendere in affitto per turismo una casa dal 1° luglio fino al 30 settembre a 500 euro al mese, il proprietario non può chiedermi l’anticipo prima del mese di gennaio (6 mesi prima) e non può pretendere più di 125 euro (il 25% della locazione).

Entro 30 giorni prima di lasciare l’appartamento oppure al momento della consegna delle chiavi bisognerà corrispondere il saldo dovuto al padrone di casa.

Affitto per turismo: se rinuncio, ho diritto a riavere i soldi?

Che succede se mi impegno a prendere una casa in affitto per turismo ma alla fine ci rinuncio? Può succedere, infatti, un qualsiasi imprevisto: un problema al lavoro che ci fa cambiare le ferie, un parente che sta male ed ha bisogno di assistenza, ecc. Oppure può anche darsi che nel frattempo abbiamo trovato una destinazione che ci piace di più o che ci sembra più conveniente. O, ancora, che si sono aggiunti degli amici e tutti insieme non ci stiamo nella casa che avevamo individuato e bloccato. C’è una penale da pagare? Si ha diritto ad avere indietro i soldi di un’eventuale caparra?

Se quello che, a questo punto, è diventato un mancato inquilino ha già pagato un anticipo, il proprietario dell’immobile dovrà restituire una parte di quei soldi che varia a seconda di quando viene disdetto il contratto, e cioè:

  • se viene disdetto fino a 30 giorni prima della data di affitto, l’inquilino ha diritto al 90% dell’anticipo;
  • se viene disdetto fino a 21 giorni, ha diritto al 75%;
  • se viene disdetto fino a 11 giorni, ha diritto al 50%;
  • se viene disdetto fino a 3 giorni, ha diritto al 25%.

Pensione, come recuperare i contributi non versati

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando e in che modo è possibile riscattare i contributi Inps prescritti che il datore di lavoro non ha versato?

Sei vicino alla pensione e hai appena controllato l’estratto conto dell’Inps, il documento in cui appaiono tutti i contributi accreditati nell’arco della vita lavorativa. Ed ecco che arriva l’amara sorpresa: mancano alcuni anni di contributi. Se sei sicuro che siano stati versati, ti basta inviare, anche tramite il portale web dell’Inps, una segnalazione contributiva, carte alla mano. E se invece il datore di lavoro non li ha proprio versati, si può fare qualcosa? Anche se questi anni di contributi risultano ormai prescritti, in questi casi il lavoratore può riscattarli, chiedendo la cosiddetta costituzione di rendita vitalizia. È necessario, però, avere almeno un documento scritto di data certa che provi l’esistenza del rapporto di lavoro. Ma procediamo per ordine, e vediamo, per salvare la pensione, come recuperare i contributi non versati dall’azienda.

Quando si prescrivono i contributi Inps?

I contributi obbligatori dei lavoratori dipendenti si prescrivono, in via generale, in 5 anni dalla data in cui sarebbe dovuto avvenire il versamento (il termine, in base alla Legge Dini [1], è valido dal primo gennaio 1996).

Trascorsi 5 anni, non è ammessa alcuna regolarizzazione contributiva: non si possono, cioè, versare i contributi oltre questo termine.

Tuttavia, nell’ipotesi in cui il lavoratore o i suoi superstiti denuncino il mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro, il termine di prescrizione si allunga a 10 anni [2], ma solo a favore della persona che denuncia, non di altri collaboratori o dipendenti.

In pratica, se il dipendente provvede a denunciare all’Inps il mancato versamento dei contributi da parte dell’azienda, l’ente ha la facoltà di procedere al loro recupero entro 10 anni dall’omissione (cioè dal termine di versamento dei contributi): grazie alla denuncia, in ogni caso, il termine di prescrizione si allunga, anche nell’ipotesi in cui l’Inps non agisca in alcun modo.

Che cosa fare se i contributi Inps risultano prescritti

Secondo la legge [3], una volta terminato il periodo di prescrizione, il datore di lavoro non può più versare i contributi con le consuete modalità ed il lavoratore non ha alcuna possibilità di far valere il diritto prescritto (neppure attraverso la riscossione coatta dei contributi), se non attraverso un’azione di risarcimento del danno.

Per rimediare, la legge ammette la possibilità che il datore di lavoro, o i suoi eredi, costituiscano presso l’Inps una rendita vitalizia reversibile, pari alla pensione adeguata, o alla quota di pensione, che sarebbe spettata al lavoratore in base ai contributi non versati.

Il lavoratore, nei casi in cui non sia più possibile ottenere dal proprio datore di lavoro la costituzione della rendita, può, salvo il diritto al risarcimento del danno, provvedere a costituirla da sé, riscattando gli anni di contributi mancanti. Anche gli eredi del lavoratore possono chiedere la costituzione della rendita vitalizia.

Quali documenti bisogna presentare per recuperare i contributi non versati?

A supporto della domanda di riscatto, o meglio di costituzione della rendita vitalizia, deve essere fornita, con documentazione di data certa, la prova dell’esistenza del rapporto di lavoro, della sua durata e dell’ammontare della retribuzione corrisposta.

Un’importante sentenza della Corte Costituzionale [4], però, ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale della legge in materia [3], nel punto in cui non consente di provare la durata del rapporto stesso e l’ammontare della retribuzione con modalità diverse dalla documentazione scritta di data certa.

È solo l’esistenza del rapporto di lavoro, difatti, a dover risultare certa in base a documentazione scritta.

Per quanto riguarda, invece, la durata del rapporto di lavoro e l’ammontare della retribuzione, elementi qualificati dalla Corte come semplici modalità del rapporto, è ammessa la possibilità che la relativa prova venga fornita con altri mezzi.

In buona sostanza:

  • l’esistenza del rapporto di lavoro deve essere provata da un documento scritto, salvo l’accertamento della data dello stesso, che può essere provata anche per testimoni o con altri mezzi;
  • non è richiesta documentazione scritta di data certa, invece, per provare la durata del rapporto di lavoro e ammontare della retribuzione, fermo restando quanto appena osservato in merito all’esistenza del rapporto di lavoro.

Per recuperare i contributi non versati sono richiesti dei requisiti?

Per la costituzione di rendita vitalizia non è richiesto alcun requisito minimo: non è necessario, in pratica, possedere un minimo di annualità di contribuzione.

Che cosa succede se la domanda viene respinta?

Se la domanda di costituzione di rendita vitalizia viene respinta, ma si viene in possesso, in seguito, della documentazione utile richiesta, è possibile presentare una nuova domanda.

La domanda di costituzione di rendita vitalizia si prescrive?

Non è previsto alcun termine di prescrizione per la domanda di costituzione di rendita vitalizia.

È possibile recuperare i contributi da lavoro autonomo?

Il riscatto dei contributi omessi non può essere effettuato dai lavoratori autonomi; tuttavia, sono ammessi i lavoratori autonomi più deboli, il cui rapporto assicurativo dipende comunque da altri. Si tratta in particolare di:

  • familiari coadiuvanti dell’imprenditore artigiano o commerciale;
  • coadiutori dell’imprenditore artigiano o commerciale;
  • coltivatori diretti, coloni e mezzadri;
  • collaboratori iscritti alla gestione Separata Inps;
  • associati in partecipazione;
  • lavoratori autonomi occasionali.

I lavoratori devono essere in grado di provare con documenti scritti (ad esempio la dichiarazione dei redditi) che nel periodo in cui non sono stati versati i contributi c’è stato un effettivo svolgimento dell’attività lavorativa.

È possibile recuperare i contributi dei dipendenti pubblici?

Per i dipendenti pubblici, a seguito dei recenti orientamenti dell’Inps e del Ministero del Lavoro, il mancato versamento dei contributi è a carico delle amministrazioni: la maggior parte dei dipendenti pubblici, a differenza del settore privato, non deve quindi procedere al riscatto oneroso per recuperare ai fini previdenziali il periodo mancante, in quanto i costi sono a carico dell’amministrazione pubblica.

Quando la prima casa diventa seconda

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è la prima casa? Cosa succede se si acquista un’altra abitazione? Le agevolazioni sulla prima casa valgono anche per la seconda?

Oggigiorno, possedere un immobile è una fortuna; averne addirittura due è un lusso. Fino a un certo punto, però: lo Stato prevede il pagamento di tasse anche molto salate su chi è proprietario di una o più abitazioni. In particolare, c’è differenza tra una casa e l’altra: infatti, la legge distingue tra la prima e la seconda casa. Con questo articolo vedremo quando la prima casa diventa seconda e quali sono le conseguenze di questo cambiamento.

Prima casa: cos’è?

Cos’è la prima casa? Per essa deve intendersi l’abitazione principale, iscritta o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare con categoria catastale diversa da quella degli immobili di lusso, in cui il proprietario e la sua famiglia dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. In poche parole, la prima casa è quella in cui si ha la residenza, cioè dove si dimora abitualmente, così come previsto dal codice civile [1].

Seconda casa: cos’è?

Da quanto appena detto si capisce facilmente cosa sia la seconda casa: possiamo definirla come l’immobile ad uso abitativo ove una persona risiede in maniera occasionale. Presupposti perché si possa discorrere di seconda casa, quindi, sono:

  • essere proprietario di un’abitazione ove si è stabilita la residenza;
  • essere titolare di altro immobile, utilizzato a scopo abitativo solo occasionalmente (ad esempio, casa al mare, ecc.).

Prima casa e seconda casa: si paga l’imu?

Oltre alla distinzione appena analizzata, la differenza principale tra prima e seconda casa sta nella tassazione. A partire dal 2014, l’imu sulla prima casa non si paga più, a meno che l’abitazione non sia classificata come immobile di lusso (quindi rientrante nelle categorie catastali A/1, A/9 e A/8). È un immobile di lusso, ad esempio, una villa o un castello. L’esenzione imu sulla prima casa si estende anche alle relative pertinenze, cioè quelle unità classificate nelle categorie catastali C/2, C/6, C/7. Si tratta essenzialmente di magazzini, locali di deposito, soffitte, cantine, box auto e garage, tettoie. L’imu si paga, invece, sulle seconde case.

Prima casa: quali agevolazioni?

Oltre al pagamento dell’imu, la prima casa gode di agevolazioni che sono completamente estranee per la seconda casa. Attraverso il bonus prima casa 2018, lo Stato garantisce i seguenti privilegi:

  • Iva al 4% per gli acquisti effettuati dall’impresa costruttrice. Resta l’obbligo di pagare, in misura fissa, duecento euro di imposta ipotecaria e duecento di imposta catastale;
  • Imposta di registro al 2% per gli acquisti da privati. L’acquirente, in determinate situazioni e sotto l’approvazione del notaio, può far valere l’imposta di registro sulla base del valore catastale e non sul valore di mercato, ovvero attraverso il meccanismo prezzo/valore. Resta l’imposta ipotecaria e quella catastale di cinquanta euro ciascuna;
  • Acquisto da agenzia immobiliare: è prevista la detrazione ai fini Irpef del 19% sui compensi corrisposti all’agenzia intermediaria per un importo non superiore ai mille euro;
  • Acquisti per successione e donazione: le agevolazioni prima casa possono essere applicate anche in questa ipotesi, con imposta ipotecaria e catastale equiparata a quella degli acquisti dalle imprese costruttrici (duecento euro);
  • Credito d’imposta: chi vende una casa e la riacquista, ha diritto ad un credito d’imposta. È possibile quindi sottrarre dall’imposta da pagare quella già pagata con il precedente acquisto. Possono utilizzare il credito d’imposta nelle seguenti modalità coloro che vendono e riacquistano casa entro dodici mesi. 

Per godere di queste agevolazioni, l’acquisto deve riguardare un immobile non qualificato come abitazione di lusso. Nello specifico, la casa acquistata non deve appartenere alle seguenti categorie catastali:

  • A/1 (abitazione di tipo signorile);
  • A/8 (villa);
  • A/9 (immobili di pregio artistico e storico).

Quando la prima casa diventa seconda?

Quanto è stato detto finora permette di capire facilmente quando la prima casa diventa seconda: ciò avviene quando si lascia la vecchia abitazione per andare a dimorare in un’altra. La differenza tra prima e seconda casa, infatti, è tutta nel requisito dell’effettiva dimora: la prima casa è quella in cui si abita con prevalenza.

Ovviamente, è necessario che anche la “nuova prima casa” rispetti i requisiti per diventare tale, e cioè che sia iscritta o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare con categoria catastale diversa da quella degli immobili di lusso.

Da prima a seconda casa: cosa succede?

Il cambio di dimora comporta la perdita dei benefici e delle agevolazioni (imu e tasi su tutte) previsti per quella che era la prima casa. Chiaramente, dichiarando la nuova prima casa, l’eventuale esenzione dall’imu verrà applicata a questo immobile.

In realtà, essendo l’imu un’imposta municipale, molti comuni prevedono esenzioni o agevolazioni per la seconda casa concessa in uso gratuito o in comodato ad un familiare, solitamente figli o genitori che vi abitano stabilmente. Frequenti anche i casi in cui i Comuni applicano le agevolazioni di abitazione principale immobile posseduto da cittadini italiani che vivono all’estero, sempre a condizione che, lo stesso, non venga concessa in affitto.

La differenza tra prima e seconda casa rileva anche sulle bollette dalle compagnie erogatrici di servizi come luce, gas ed acqua, le quali applicano differenti tariffe in caso di residenti e non.

Da prima a seconda casa: addio divieto di pignoramento

Non dimentichiamo che chi ha una sola casa che gli funge da civile abitazione di residenza gode dell’impignorabilità per i debiti da cartelle esattoriali. Però se acquista, riceve in donazione o in eredità anche una minima quota di un altro immobile, tutti e due i beni diventano pignorabili. Il pignoramento però scatta solo se il debito supera 120mila euro e il valore di detti beni, sommati tra loro, è maggiore di 120mila euro.

Agevolazioni prima casa: si applicano anche alla seconda?

A dispetto del nome, in alcuni casi le agevolazioni prima casa si estendono anche all’acquisto della seconda abitazione. Secondo la Corte di Cassazione [2], si può fruire delle agevolazioni prima casa anche in presenza di un precedente immobile che, di fatto, non sia idoneo ad essere abitato. In questa circostanza, non è nemmeno necessario che la prima (inabitabile) casa sia venduta per poter godere delle agevolazioni prima casa anche sulla seconda abitazione. Ma quando può dirsi che una casa non è idonea ad essere abitata?

Secondo la Corte di Cassazione, l’inidoneità abitativa di una casa può essere di due tipi:

  • inidoneità oggettiva, riguardante la struttura stessa dell’abitazione (si immagini, ad esempio, ad una casa particolarmente fatiscente);
  • inidoneità soggettiva, inerente alle condizioni personali dell’acquirente.

Mentre l’inabitabilità oggettiva non necessita di alcuna spiegazione, diversa è quella soggettiva la quale, di primo acchito, potrebbe destare perplessità. Così non è, se solo si pensa alla funzione che svolge la prima casa, che è quella di fornire un rifugio sicuro a chi vi abita. Nel momento in cui questa funzione viene meno perché mutano le esigenze delle persone, ecco che essa perde la caratteristica di prima casa, con possibilità di trasferire le agevolazioni all’acquisto di un altro immobile.

Di conseguenza, potrebbe essere considerata inidonea anche una casa divenuta troppo piccola per l’aumento del numero dei membri del nucleo familiare (nascita di figli); oppure, è inidonea l’abitazione divenuta inaccessibile al proprietario colpito da grave malattia; o, ancora, si pensi ad una casa posizionata in un luogo divenuto insalubre o pericolosa a causa di fattori esterni (fumi tossici, eventi naturali, ecc.).

Modello Redditi: calcolo contributi Inps

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come calcolare i contributi previdenziali nella dichiarazione dei redditi e compilare il quadro RR: professionisti, lavoratori autonomi, artigiani e commercianti.

Al contrario di quanto avviene per i dipendenti, il cui ammontare dei contributi previdenziali è calcolato dal datore di lavoro, i lavoratori autonomi, come i professionisti e gli imprenditori, devono calcolare da sé i contributi dovuti all’Inps. Il calcolo dei contributi previdenziali da versare all’Inps, in particolare, si deve effettuare nella dichiarazione dei redditi, che ora si chiama modello Redditi e non più modello Unico, da presentare entro il 30 settembre. I contributi, però, devono essere versati alle scadenze previste per il pagamento delle imposte sui redditi, quindi per l’anno 2018 entro il 2 luglio 2018, o il 20 agosto 2018 con maggiorazione (per i versamenti a saldo per anno di imposta 2017 e primo acconto per l’anno 2018), ed entro il 30 novembre 2018 (secondo acconto 2018). In questa guida vediamo come effettuare il calcolo dei contributi Inps nel modello Redditi.

In quale quadro della dichiarazione dei redditi si calcolano i contributi Inps?

I contributi da lavoro autonomo da versare all’Inps si calcolano nel quadro RR della dichiarazione, che è, appunto, il quadro relativo ai contributi previdenziali.

Chi è obbligato a compilare il quadro RR?

Sono obbligati alla compilazione del quadro RR gli iscritti alle gestioni speciali Inps degli artigiani e dei commercianti, ed i professionisti iscritti alla Gestione Separata dell’Inps, anche se iscritti a gestioni previdenziali diverse. Non sono invece obbligati alla presentazione del quadro i liberi professionisti iscritti esclusivamente alla cassa di categoria.

Come si determina il reddito imponibile per artigiani e commercianti?

Il reddito imponibile previdenziale, cioè il reddito su cui calcolare i contributi Inps, da indicare nel quadro RR, nella Sezione I, per i commercianti e gli artigiani, è calcolato in modo differente, a seconda della categoria di appartenenza.

Per chi possiede reddito d’impresa o di partecipazione, deve essere riportato, alla Sezione I:

  • se in regime di contabilità ordinaria, l’importo presente al quadro RF rigo RF63, meno gli importi dei righi RF98 e RF 100 colonna 1, ovvero: imponibile in RR= RF 63-(RF98+RF100 col.1);
  • se in regime di contabilità semplificata, l’importo presente al quadro RG rigo RG31, meno gli importi dei righi RG33 e RG 35 colonna 1, cioè: imponibile in RR= RG31-(RG33+RG35 col.1);
  • se si tratta di reddito da partecipazione (ad esempio, se il soggetto è socio di una SNC), si dovranno sommare, prendendo come riferimento il quadro RH, i righi da RH1 A RH4, colonna 4, codici 1-3-6 indicato in colonna 2, ai righi RH5 e RH6, colonna 4, meno RH12, più rigo RS37 colonna 15;
  • se l’impresa aderisce al regime dei contribuenti minimi [1], dovrà riportare l’importo del rigo LM6 meno l’importo del rigo LM9 (quadro LM);
  • se l’impresa aderisce al nuovo regime Forfettario, deve essere riportata la somma dell’importo indicato nella colonna 1 del rigo LM34, meno le perdite pregresse relative ai redditi considerati facenti parte dell’importo indicato nella colonna 1 del rigo LM37, indicati nel Quadro LM, sezione II.

In pratica, la base imponibile per il calcolo della contribuzione dovuta dagli iscritti alla gestione degli artigiani e dei commercianti è data dalla somma dei redditi d’impresa denunciati ai fini Irpef, oltre a eventuali redditi d’impresa denunciati dalla società; se risultano compilati più quadri riservati alla dichiarazione di redditi d’impresa, deve essere effettuata la somma degli importi riportati nei righi sopra indicati.

Come si determina il reddito imponibile per i professionisti?

Per i professionisti iscritti alla gestione separata Inps (lavoratori autonomi, liberi professionisti), l’imponibile previdenziale si determina in modo diverso, a seconda del regime fiscale di appartenenza. In particolare, deve essere riportato, alla Sezione II del quadro RR:

  • se il professionista è in regime di contabilità semplificata, l’importo risultante al rigo RE23, o RE 25 se presenti perdite al rigo 24;
  • se il professionista possiede redditi da partecipazione, l’importo risultante nel rigo RH15, oppure RH17 o RH18, colonna 1 (se si tratta di partecipazione in una società semplice che genera reddito da lavoro autonomo);
  • se il professionista aderisce al regime dei contribuenti minimi, deve essere riportato l’importo del rigo LM6 meno l’importo del rigo LM9;
  • se il professionista aderisce al regime forfettario, deve essere riportato l’importo del rigo LM34 (reddito lordo) indicato nella colonna 2, meno l’importo indicato nel rigo LM37 (perdite pregresse) indicato nella colonna 2.

L’imponibile, per i professionisti iscritti alla gestione separata, deve essere indicato al rigo RR5, con i seguenti codici:

  • 1, per il reddito da lavoro autonomo;
  • 2, per il reddito degli amministratori locali;
  • 3, per il reddito dei parasubordinati;
  • 4, per il reddito non imponibile fiscalmente sul quale sono dovuti i contributi alla Gestione separata (redditi derivanti da dottorati di ricerca, scuole di specializzazione, assegni di ricerca);
  • 5, per il reddito da lavoro autonomo sul quale sono stati versati i contributi ad altra Cassa previdenziale.

Come si calcolano i contributi degli artigiani e dei commercianti nel quadro RR?

Per il 2017, l’aliquota contributiva, cioè la percentuale che si applica al reddito imponibile per determinare i contributi dovuti, è pari al:

  • 23,55% per gli artigiani;
  • 23,64% per i commercianti;
  • 20,55% per i coadiutori artigiani di età inferiore a 21 anni;
  • 20,64% per i coadiutori commercianti di età inferiore a 21 anni.

Queste aliquote devono essere applicate sui redditi fino a 46.123 euro; in ogni caso, anche nell’ipotesi che il reddito sia pari a zero, devono essere pagati i contributi su un reddito minimale di 15.548 euro annui. Di conseguenza il contributo minimale obbligatorio da liquidare per l’anno 2017 ammonta a:

  • 3668,99 euro (3661,55 contributo IVS più 7,44 contributo maternità) per gli artigiani;
  • 3682,99 euro (3675,55 contributo IVS più 7,44 contributo maternità) per i commercianti;
  • 3202,55 euro (3195,11 contributo IVS più 7,44 contributo maternità) per i coadiutori artigiani di età inferiore a 21 anni;
  • 3216,55 euro (3209,1contributo IVS più 7,44 contributo maternità) per i coadiutori commercianti di età inferiore a 21 anni.

Per i redditi superiori a 46.123 euro annui, l’aliquota aumenta di un punto percentuale; le aliquote contributive sul reddito oltre il minimale, pertanto, risultano determinate come segue:

  • 24,55% per gli artigiani;
  • 24,64% per i commercianti;
  • 21,55% per i coadiutori artigiani di età inferiore a 21 anni;
  • 21,64% per i coadiutori commercianti di età inferiore a 21 anni.

Chi ha diritto alla riduzione dei contributi?

I lavoratori over65, titolari di impresa o collaboratori familiari, già pensionati presso le gestioni Inps, che continuano a svolgere lavoro autonomo, possono chiedere all’istituto di pagare la metà dei contributi dovuti sia sul minimale di reddito, sia sull’eventuale quota eccedente il minimale.

Quest’agevolazione spetta anche ai titolari di assegno di invalidità, mentre non riguarda i titolari di pensione di reversibilità.

Chi aderisce al nuovo regime fiscale forfettario ed esercita attività d’impresa (titolare di una o più ditte individuali), può fruire di un’importante agevolazione relativa ai contributi da versare alle gestioni Inps artigiani e commercianti. In particolare, la base imponibile della contribuzione dovuta alle gestioni artigiani e commercianti, costituita dal reddito forfettario individuato ai fini fiscali, è ridotta del 35%.

Per fruire di quest’agevolazione bisogna inviare un’apposita dichiarazione all’Inps.

Come si calcolano i contributi dei professionisti nel quadro RR?

Per gli iscritti alla gestione separata, i contributi devono essere calcolati applicando al reddito imponibile l’aliquota del 25,72%, o l’aliquota ridotta del 24%, se iscritti ad altra Cassa o pensionati. Non è previsto il pagamento obbligatorio dei contributi calcolati sul minimale (che è comunque valido per determinare l’accredito di un anno di contribuzione, o di un numero di mesi contribuiti nell’anno in proporzione a quanto versato).

Esempio di compilazione quadro RR commercianti

Se un’impresa, o un soggetto, appartenente alla gestione Commercianti chiude l’anno, non interamente lavorato, con un reddito imponibile inferiore al minimale, deve compilare il quadro RR in questa maniera:

  • al rigo RR1 deve indicare il codice azienda Inps (reperibile nel proprio cassetto previdenziale o dalle comunicazioni dell’Istituto);
  • in “dati generali della singola posizione contributiva” deve poi indicare il proprio codice fiscale, il codice Inps azienda (reperibile dal sito Inps: “Servizi-cassetto previdenziale artigiani e commercianti-calcolo codeline”), il reddito o la perdita, il periodo d’imposizione contributiva (ad esempio, se l’attività è iniziata a luglio, indicherà 7 come periodo iniziale e 12 come finale);
  • in “contributi sul reddito minimale”, deve indicare il reddito minimale (che deve essere riproporzionato, se l’anno non è stato lavorato interamente; ad esempio, se il periodo di lavoro parte da giugno, deve dividere per 12 il minimale, pari a 15.548 euro, e moltiplicarlo per 7, numero dei mesi lavorati), i contributi dovuti sul minimale, la contribuzione dovuta per maternità, eventuali quote associative e oneri accessori, e l’importo versato relativo al 2017, compresi i versamenti con scadenza successiva alla dichiarazione.

Esempio di compilazione quadro RR professionisti

Ipotizziamo che un professionista abbia riportato un reddito imponibile pari a 15mila euro: deve riportare il reddito al rigo RR5, col codice 1; deve poi indicare il periodo lavorato (se ha lavorato tutto l’anno, da 1 a 12), e l’aliquota contributiva (se non pensionato e non iscritto ad altre casse, l’aliquota della gestione Separata 2017 è pari al 25,72%). Il contributo dovuto a saldo sarà pari a 3.858 euro, se non ha versato acconti. A questo dovrà aggiungersi il pagamento del primo acconto (con la stessa scadenza del saldo), pari al 40% del saldo, e del secondo acconto, pari a un ulteriore 40% (con scadenza 30 novembre), per un totale di acconti pari all’80% del saldo.

Sospensione dei versamenti contributivi per malattia o infortunio grave

A seguito dell’entrata in vigore del Jobs Act del lavoro autonomo, nel caso di malattia o infortunio di gravità tale da impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa per oltre 60 giorni, il professionista ha la possibilità di sospendere il versamento dei contributi.

La sospensione interessa sia il saldo che gli acconti dovuti nel periodo dell’evento.

Gli importi sospesi devono essere indicati nel rigo RR5, colonna 17, e non possono superare l’importo del contributo dovuto indicato nella colonna 15. Inoltre, in caso di più moduli compilati, l’importo dei contributi sospesi indicato in colonna 17 di ogni modulo deve essere sempre riferito all’importo dei contributi dovuti indicato nella colonna 15 di ogni singolo modulo. Eventuali eccedenze derivanti dall’aver indicato un importo dei contributi sospesi superiore a quello dei contributi dovuti sono azzerate.

Quando si pagano i contributi calcolati col modello Redditi

I contributi dovuti, sulla quota di reddito eccedente il minimale per gli iscritti alle gestioni speciali artigiani e commercianti, e per i redditi prodotti dai liberi professionisti iscritti alla gestone separata, devono essere versati alle scadenze previste per il pagamento delle imposte sui redditi e quindi, come inizialmente esposto, per l’anno 2018 entro il 2 luglio 2018, o il 20 agosto 2018 con maggiorazioni (per i versamenti a saldo per anno di imposta 2017 e primo acconto per l’anno 2018), ed entro il 30 novembre 2018 per il secondo acconto.

Come si pagano i contributi calcolati col modello Redditi

Il pagamento dei contributi è effettuato tramite modello F24; le causali da utilizzare per il pagamento dei soli contributi sono:

  • CP, CPR per i commercianti;
  • AP, APR per gli artigiani;
  • P10, P10R, per i professionisti iscritti alla gestione Separata iscritti ad altre casse o pensionati;
  • PXX, PXXR per i professionisti iscritti esclusivamente alla gestione Separata.

La R viene aggiunta per indicare la rateazione delle somme.

Nel caso in cui siano dovute le maggiorazioni, la somma dell’interesse corrispettivo deve essere versata separatamente dai contributi, utilizzando le seguenti causali nel modello F24:

  • “API” (artigiani) e la codeline Inps (cioè il codice Inps) utilizzata per il versamento del relativo contributo;
  • “CPI” (commercianti) e la codeline Inps utilizzata per il versamento del relativo contributo;
  • “DPPI” nel caso dei liberi professionisti.

È possibile rateizzare i contributi, ma il pagamento rateale deve essere completato entro il mese di novembre 2018. Anche in questo caso gli interessi devono essere corrisposti utilizzando, per ogni sezione del modello, l’apposita causale (API o CPI o DPPI) e, per gli artigiani e commercianti, la stessa codeline relativa al contributo cui afferiscono.

Come prenotare operazione alla Posta?

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Saltare la fila ed evitare le code per pagare un bollettino, spedire un pacco o ritirare una raccomandata grazie a un’app. Ecco i passi da seguire.

Devi pagare un bollettino ma non vuoi fare la coda? Devi fare un versamento nel tuo conto corrente postale senza perdere del tempo inutile? Vuoi spedire un pacco in pochi minuti anche se l’ufficio postale è affollato? Ci sono alcune pratiche che si possono sbrigare online senza muoversi da casa. Altre, però, richiedono la presenza fisica del cittadino, il che può comportare tempi di attesa notevoli quando c’è la fila da rispettare. Eppure, è possibile prenotare un’operazione alla Posta per andare a colpo sicuro, cioè per varcare la soglia dell’ufficio postale, fare subito quel che si deve fare, salutare, ringraziare e andare via, lasciando in coda chi non ha sfruttato la tecnologia per risparmiare del tempo. Perché è proprio la tecnologia a permetterti di prenotare un’operazione in Posta. Un’app, come le molte altre che hai installate sul cellulare o sul tablet. Si chiama proprio App Ufficio Postale, nota anche come App PT.  Vediamo come funziona e come prenotare un’operazione alla Posta tramite un dispositivo mobile.

Prenotare operazione alla Posta: che cos’è l’app Ufficio Postale

L’app Ufficio Postale è un’applicazione per smartphone o tablet che consente di individuare l’ufficio più vicino al punto in cui ti trovi e di prenotare un’operazione alla Posta senza dover fare la fila per fare un pagamento o un versamento sul tuo conto corrente postale, per ritirare una raccomandata, per spedire un pacco o per fare qualsiasi altro tipo di pratica.

In sostanza, prenotando un appuntamento con l’app, quel giorno e a quell’ora puoi fare quello di cui hai bisogno senza perdere del tempo prezioso.

Prenotare operazione alla Posta: come si fa?

Tramite l’app si accede al servizio Prenota Ticket di Poste Italiane. Occorrerà scaricare l’app dal sito delle Poste, creare il proprio account e attivare la geolocalizzazione sul dispositivo mobile. Questo consente di trovare velocemente l’ufficio postale più vicino. Puoi, comunque, digitare nel campo di ricerca la città o il paese che ti interessa: il sistema offrirà le alternative più vicine.

A questo punto, occorrerà scegliere uno degli uffici postali proposti, quello che ti risulterà più comodo da raggiungere per sbrigare la tua pratica. Comparirà una schermata in cui c’è l’indirizzo e gli orari di apertura dell’ufficio, quanto è lontano da te e, cosa fondamentale, se ha il servizio di prenotazione ticket: se così fosse, comparirà un bollino giallo nella parte inferiore su cui cliccare per proseguire.

Passo successivo: scegliere quale operazione si vuole prenotare, cliccando su una di queste opzioni:

  • pagamenti e prelievi;
  • unica operazione (il pagamento di un massimo di tre bollettini, ritiro raccomandata, ecc.);
  • spedizioni, ritiri e servizi al cittadino.

In questa fase viene mostrato il numero di persone in attesa per ogni tipo di operazione possibile. Se ci sono meno di 10 persone in coda, il sistema non accetterà la prenotazione a distanza ma inviterà l’utente a recarsi presso l’ufficio postale.

Fatto questo, è possibile scegliere il giorno e l’orario in cui si vuole prenotare l’operazione alla Posta. Se il servizio è disponibile, potrebbe essere addirittura il giorno stesso (prenotare, ad esempio la mattina per il pomeriggio). Successivamente, apparirà sul display una conferma del ticket prenotato per il giorno e l’ora desiderati. Alla prenotazione sarà associato un QR Code. Sarà da utilizzare al momento di presentarsi in Posta per effettuare l’operazione prenotata.

Prenotare operazione alla Posta: cosa fare il giorno dell’appuntamento

L’app che consente di prenotare un’operazione alla Posta invia un messaggio 15 minuti prima dell’ora scelta per l’appuntamento in modo da ricordare la prenotazione. Conviene, comunque e sempre, recarsi all’ufficio postale 5 minuti prima. Questo perché se vieni chiamato all’orario stabilito ed arrivi soltanto un minuto più tardi, la tua prenotazione verrà considerata persa. Un po’ come alla coda dell’affettato: se hai preso il 92 per comprare il prosciutto e stanno servendo il 94 perché tu eri da un’altra parte del supermercato a cercare la carta igienica, ti toccherà prendere un altro numero e rimetterti in coda.

Arrivati in Posta, bisogna avvicinare il dispositivo mobile con il QR Code ricevuto al momento della prenotazione al totem giallo che si trova nell’ufficio postale per effettuare il check in e ricevere un numero di chiamata. In questo modo, gli impiegati sapranno del tuo arrivo e ti chiameranno all’ora stabilita.

Prenotare operazione alla Posta: le altre funzioni dell’app

L’app Ufficio Postale per prenotare un’operazione alla Posta consente di usufruire di altri servizi a distanza e, quindi, di evitare code allo sportello e risparmiare del tempo. Con l’app, ad esempio, è possibile:

  • pagare dei bollettini postali bianchi o premarcati;
  • inviare un telegramma;
  • spedire una lettera tramite raccomandata o posta celere.

L’applicazione permette anche di accedere al servizio per monitorare lo stato di una spedizione, quindi di sapere a che punto è, dove si trova e quando verrà consegnata. È possibile anche avere una mappa degli uffici postali di tutta Italia, delle cassette postali e degli sportelli automatici per effettuare un prelievo con Postamat, cioè con la carta di debito di Poste Italiane.

Evasione fiscale: quando è da codice penale

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A causa della crisi economica, sono diminuiti i casi in cui l’evasione fiscale è penalmente rilevante e, quindi, punita con la pena della reclusione.

Capita sempre più spesso che i contribuenti (sia persone fisiche, come i cittadini, che giuridiche, come le società) non paghino le tasse dovute (o le paghino solo in parte), non solo per fare i furbetti ma perché le difficoltà economiche non consentono di agire diversamente. In cosa consiste l’evasione fiscale? Se decido di non pagare le tasse per truffare lo stato o se non verso i tributi perché non so come fare ad arrivare alla fine del mese subirò le stesse conseguenze? Queste sono le domande a cui cercheremo di rispondere in questo articolo. Commette una evasione fiscale chi non emette lo scontrino (o la ricevuta e/o fattura fiscale) quando vende un bene, chi redige una dichiarazione dei redditi falsa o incompleta, chi ha alle proprie dipendenze lavoratori non dichiarati (detti a nero). Non sempre queste condotte sono punite penalmente: vediamo insieme quando l’evasione fiscale è da codice penale.

 Cos’è l’evasione fiscale?

L’evasione fiscale è la condotta con la quale il contribuente cerca di violare le norme fiscali dello stato: non fatturando la vendita di beni o servizi, svolgendo una attività economica priva di regolarizzazione (lavorare al nero) o avendo alle proprie dipendenze lavoratori privi di contratto, redigendo false dichiarazioni dei redditi per non pagare le imposte dovute, deducendo, in fase di dichiarazione fiscale, costi inesistenti o non sostenuti realmente, non pagando imposte o tributi obbligatori (per esempio la tassa sulla casa o quella sui rifiuti, l’iva, l’irpef o l’irap, i contributi previdenziali).

Si tratta di concetti apparentemente molto complicati ma che, in realtà, si fondano su un ragionamento piuttosto semplice: lo stato prevede che il datore di lavoro debba pagare i contributi al proprio lavoratore? Ebbene, per non pagarli, il datore di lavoro non dichiara di avere dipendenti e li paga in nero. Lo stato mi chiede di pagare l’iva su ciò che vendo o sull’attività professionale che svolgo? Io, allora, se sono un commerciante dichiaro di vendere pochissimo (magari non emettendo le fatture di vendita e/o gli scontrini)  e, se sono un libero professionista, fingo di avere pochi clienti e mi faccio pagare senza rilasciare fattura. In parole abbastanza semplici, l’evasione fiscale consiste in questo, ma vediamo nel dettaglio quando l’evasione fiscale è da codice penale.

L’evasione fiscale è perseguibile penalmente?

Non tutti gli illeciti fiscali hanno la stessa gravità e, pertanto, solo alcuni di essi sono considerati reato.    L’evasione fiscale diventa penalmente rilevante solo al superamento di determinate soglie (espressamente previste dalla legge) oppure quando la condotta è conforme a particolari comportamenti espressamente descritti dal legislatore [1].

La legge chiarisce (e non potrebbe fare diversamente) in quali casi l’evasione fiscale da illecito amministrativo si trasformi in reato: spesso la soglia è quantitativa, nel senso che se evado poco è illecito fiscale, mentre se evado molto è reato. Questa, naturalmente, è una descrizione molto semplicistica che cerca di semplificare discorsi piuttosto complicati; ma vediamo nello specifico quali sono le singole fattispecie di reato previste dal nostro ordinamento.

Cos’è la dichiarazione fraudolenta?

Uno dei reati previsti dalla legge è la falsa dichiarazione effettuata mediante l’uso di fatture o di altri documenti creati per operazioni inesistenti e messi in atto per pagare meno tasse [2].

Si tratta dell’ipotesi in cui, dovendo redigere la dichiarazione dei redditi, per evitare di pagare le imposte (a cui lo stato obbliga ciascun contribuente in base ai propri redditi), invento delle fatture (o altri documenti) in cui simulo acquisti che, in realtà, non ho mai fatto (ecco perché si dice fatture per operazioni inesistenti). Questo per cercare di ridurre i redditi (con i costi che ho sostenuto) e, dunque, ridurre l’importo delle imposte da pagare.

Il reato, però, si configura solo se:

  1. le fatture (o gli altri documenti di cui mi avvalgo) sono registrate nelle scritture contabili obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanziaria.
  2. congiuntamente:
  • l’imposta evasa è superiore a 30.000 euro (con riferimento a ciascuna delle singole imposte);
  • l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore ad un milione di euro.

Le soglie sono state aumentate nel 2015 [3] per cui molte condotte di evasione fiscale che prima erano da codice penale sono state depenalizzate e convertite in meri illeciti amministrativi. La pena prevista è la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni.

 La dichiarazione fraudolenta con uso di altri artifici

La dichiarazione fraudolenta può essere realizzata, come abbiamo descritto prima, attraverso l’uso di fatture false o mediante altri artifici contabili [4]. Quest’ultimo caso ricorre quando, al fine di evadere l’Iva o l’imposta sui redditi, nelle dichiarazioni relative a tali imposte, vengano indicati elementi attivi di importo inferiore a quello effettivo ovvero elementi passivi fittizi o crediti e ritenute fittizi. A condizione, tuttavia, che:

  • l’imposta evasa, sia essa a titolo di Irpef o di Iva, sia superiore a 30.000 euro;
  • l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante l’indicazione di elementi passivi fittizi, sia superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione o, in ogni caso, superiore a 1.500.000 euro, ovvero, qualora l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie sia superiore al 5% dell’imposta medesima o comunque a 30.000 euro.

Il reato (punito sempre con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni) può essere commesso dai soggetti obbligati alla tenuta della contabilità richiedendo, per il suo avveramento, una falsa rappresentazione delle scritture contabili o di essersi avvalsi di documenti (o altri mezzi fraudolenti) idonei ad ostacolare l’accertamento.

 La dichiarazione infedele

La dichiarazione infedele comporta che il contribuente (non per forza obbligato alla tenuta della contabilità) indichi, nelle dichiarazioni annuali, elementi attivi inferiori a quelli effettivi e/o elementi passivi fittizi [5]. Vi sarà reato quando:

  • l’imposta evasa sarà superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 150 mila euro;
  • l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi inesistenti, sarà superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, superiore a 3 milioni di euro.

Questa fattispecie presenta carattere residuale ed è punita con la reclusione da uno a tre anni: trova applicazione solo quando non possa dirsi configurato il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture (o altri documenti) per operazioni inesistenti o quello di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.

L’omessa dichiarazione e omesso versamento iva

Il delitto di omessa dichiarazione [6](o omesso versamento dell’iva)  si realizza:

  • in caso di mancata presentazione delle dichiarazioni dei redditi, iva, 770;
  • se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro.

Il reato è punito con la pena della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni e si configura se il contribuente non presenta la dichiarazione nei novanta giorni successivi alla scadenza e se non versa l’iva entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo.

Emissione di documenti per operazioni inesistenti

Abbiamo analizzato l’ipotesi di dichiarazione fraudolenta che si configura nel caso in cui il contribuente emetta fatture per operazioni inesistenti al fine di evitare di pagare le imposte previste in base ai redditi. Esiste, però, anche l’ipotesi in cui un soggetto emetta fatture false in favore di un terzo (ovvero fingendo che un terzo abbia effettuato da lui un acquisto); e ciò al fine di consentire a quest’ultimo l’evasione delle imposte [7].

Anche in questo caso l’evasione fiscale è da codice penale, nel senso che è punita (seppure abbiamo visto non da norme del codice penale ma da una legge speciale) con la pena della reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. È bene chiarire che la fattura è falsa quando viene emessa a fronte di un servizio che non è stato prestato o per la vendita di un bene che non è stato mai venduto ed il reato si configura a prescindere dall’utilizzo o meno dei documenti da parte del soggetto ricevente e dall’importo dell’evasione consentita.

L’occultamento o la distruzione di documenti contabili

Tutti i contribuenti sono tenuti a conservare le scritture contabili o altri documenti: si tratta di un obbligo previsto dalla legge. Di conseguenza, chi distrugge o occulta tali documenti al fine di non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari, commette reato [8] punito con la pena della reclusione da un anno e sei mesi a sei anni.

 

Mobbing sul lavoro: cos’è e come tutelarsi

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se non è mobbing il dipendente può agire per il risarcimento del danno contro le singole condotte vessatorie del datore o può far riconoscere lo straining.

Mobbing: una parola che tutti hanno sentito almeno una volta nella propria vita. Specie i lavoratori dipendenti costretti a difendersi dagli abusi del datore di lavoro. Il mobbing però non è un semplice comportamento illecito del capo, il rifiuto di un permesso o lo slittamento della data delle ferie; non è neanche la richiesta di una missione o un trasferimento. Non è mobbing neanche la sgridata e l’offesa proferita davanti a tutti. Perché si abbia mobbing è necessario una serie di comportamenti, reiterati nel tempo, e tutti sorretti da un unico e premeditato intento: quello di emarginare il dipendente, umiliarlo o spingerlo a dimettersi. Cogliamo lo spunto da una ordinanza della Cassazione pubblicata proprio stamane [1] per parlare del mobbing sul lavoro: cos’è e come difendersi.

Mobbing sul lavoro: cos’è?

Quando si parla di mobbing sul lavoro si intende una serie di condotte ostili e vessatorie, reiterata nel tempo, tenute dal datore di lavoro o dai superiori gerarchici o dagli stessi colleghi nei confronti del lavoratore. Gli effetti di tali condotte devono essere rivolti a:

  • realizzare sistematicamente una forma di discriminazione o di persecuzione psicologica della vittima nell’ambiente di lavoro. Si deve cioè trattare di comportamenti ostili reiterati nel tempo che si sostanziano in forme di prevaricazione o persecuzione psicologica;
  • produrre un danno sull’equilibrio psico-fisico e sulla personalità del dipendente. Il danno può consistere non solo in una patologia psichica, nella depressione, nell’assenza di sonno, ma anche in una lesione all’immagine, nella mortificazione e Knell’arginazione.

Il termine mobbing deriva dall’inglese “to mob”, ossia assediare, attaccare. Tradotto nell’ambito lavorativo, la parola indica le pratiche vessatorie, aggressive e persecutorie, più o meno gravi, poste dal datore di lavoro e/o dai colleghi (mobber) nei confronti di un lavoratore (mobbizzato).

Inoltre, il mobbing rientra tra le malattie professionali riconosciute dall’INAIL.

Il mobbing può consistere anche in condotte che, singolarmente prese, non sono illecite ma che, nel loro complesso, lo diventano. Si pensi al caso del datore di lavoro che sgrida il dipendente o che ironizza sul suo operato. Anche il sarcasmo continuo, nei confronti del lavoratore, può comportare il mobbing.

Esistono tre forme di mobbing sul lavoro:

  • mobbing verticale discendente, operato dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico nei confronti di un soggetto subordinato;
  • mobbing orizzontale, attuato tra colleghi;
  • ascendente, posto in essere dai soggetti subordinati, nei confronti del superiore gerarchico.

Si tratta comunque di distinzioni solo teoriche: ai fini della tutela e del risarcimento accordato al dipendente non cambia nulla.

In proposito, la Cassazione [2] ha affermato che «ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo sono necessari sia una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto od anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi, sia un elemento soggettivo, consistente nell’intento persecutorio unificante tutti i comportamenti lesivi».

Ai fini della configurabilità del mobbing, invece, non basta l’atteggiamento autoritario del superiore gerarchico, laddove questo sia rivolto non solo ad uno specifico dipendente, ma anche ad altri colleghi e sia finalizzato al corretto funzionamento dell’attività aziendale.

Come capire se c’è mobbing

Non esiste una tipizzazione delle condotte mobbizzanti. La giurisprudenza ha però tentato di individuare le caratteristiche del mobbing:

  • la sua sistematica protrazione nel tempo attraverso una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali), anche intrinsecamente legittimi;
  • la volontà che lo sorregge, diretta alla persecuzione o all’emarginazione del dipendente, oppure – anche in assenza di un esplicito fine persecutorio – diretta a vessare e mortificare il lavoratore;
  • la conseguente lesione arrecata al lavoratore, attuata sul piano professionale, sessuale, morale, psicologico o fisico;
  • il rapporto di causa-effetto tra condotta del datore di lavoro (o del superiore gerarchico) e pregiudizio all’integrità psicofisica del lavoratore: in pratica il secondo deve essere conseguenza del primo e non di altri fattori.

Quali sono i comportamenti tipici del mobbing sul lavoro?

Esistono una serie di indici che possono far desumere la presenza del mobbing. Ad esempio, ecco le più frequenti:

  • aggressioni e rimproveri verbali frequenti e non giustificati, spesso a scopo di umiliazione. Nei casi più gravi, tali comportamenti possono configurare i reati di ingiuria e diffamazione;
  • situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività obbligata, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale: ossia il cosiddetto terrorismo psicologico;
  • offese, pettegolezzi e critiche sul lavoratore (sul suo modo di lavorare, di vestire, ecc.) oppure sulla sua famiglia;
  • brusca e improvvisa interruzione della carriera professionale; ambiente di lavoro ostile; umiliazioni e pressioni psicologiche comportanti sofferenze morali, danni alla vita di relazione ed esaurimento nervoso; demansionamento e successiva privazione di compiti;
  • ossessivi controlli medico-fiscali nelle prime assenze;
  • ingiustificato diniego di ferie e permessi;
  • perdurante situazione di tensione derivante da: sanzioni disciplinari illegittime, rigetto di richiesta di mobilità, archiviazione della richiesta di qualifica superiore, riduzione delle funzioni;
  • demansionamento e dequalificazione professionale del dipendente, volto a ridurne fortemente l’autostima e bloccarne la carriera;
  • sovraccarico di lavoro, con continuo spostamento di mansioni e/o trasferimenti, con conseguente instabilità e ripercussioni sulla vita sociale, familiare e sulla salute del dipendente;
  • adozione di provvedimenti disciplinari in modo pretestuoso, amplificando l’importanza attribuita a fatti di modesta rilevanza con la specifica volontà di colpire il lavoratore per indurlo alle dimissioni, e/o per precostituire una base per disporre il suo licenziamento;
  • revoca ingiustificata di benefits aziendali (cellulare, auto, computer ecc.);
  • isolamento del lavoratore in sedi o in luoghi di lavoro deserti o angusti;
  • ripetute sanzioni disciplinari non necessarie;
  • molestie sessuali.

Responsabilità del datore di lavoro per il mobbing sul lavoro

Il datore di lavoro è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Per questo, salvo che non provi di aver adempiuto all’obbligo di protezione del lavoratore, il datore di lavoro è responsabile non solo dei comportamenti mobbizzanti da egli stesso tenuti, ma anche di quelli posti in essere dal resto del personale, dal momento che egli ha il dovere di reprimere, prevenire e scoraggiare tali comportamenti.

Il fatto che la condotta vessatoria riconducibile alla fattispecie di mobbing provenga da un altro dipendente in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, non vale ad escludere la responsabilità del datore di lavoro, ove questo sia rimasto colpevolmente inerte alla rimozione del fatto lesivo.

A chi spetta dimostrare il mobbing?

L’onere della prova della sussistenza del mobbing spetta al dipendente. È lui a dover dimostrare, se vuol ottenere il risarcimento le danno:

  • l’oggettiva lesione della propria integrità psicofisica;
  • il nesso di causalità tra la condotta e lo svolgimento della propria attività lavorativa.

Leggi Quando c’è mobbing sul lavoro.

Se non c’è mobbing…

Provare l’esistenza di mobbing non è cosa facile. Non è semplice dimostrare l’unico intento persecutorio che ha determinato la serie continua di atti di emarginazione. A volte manca proprio l’elemento della continuità dei comportamenti. Se non ci dovesse essere una condotta reiterata tale da far parlare di mobbing, il lavoratore ha ugualmente altre forme di tutela:

  • può agire contro i singoli comportamenti ritenuti illeciti: ad esempio l’ingiuria subita sul lavoro, l’illegittimo trasferimento, il demansionamento, il diniego di permessi, ecc. In particolare, ha precisato la Cassazione [1], se il lavoratore non riesce a provare il mobbing, ciò non esclude il risarcimento da parte del datore del danno morale per singole condotte vessatorie pur non essendo accomunate da un unico intento persecutorio. Risarcimento che, ovviamente, sarà in misura inferiore rispetto al caso del mobbing. Si legge nella sentenza di stamane quanto segue: nel caso in cui il lavoratore chieda il «risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il giudice, pur nell’accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo a unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati, esaminati singolarmente, ma sempre in sequenza causale, pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa essere chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili»;
  • può far riconoscere lo straining: si distingue dal mobbing perché le condotte vessatorie, seppur reiterate, sono più limitate nel tempo. Leggi Differenza tra mobbing e straining. Secondo la Cassazione, la differenza tra mobbing e straining sta nel fatto che quest’ultimo è semplicemente «una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie». In entrambi i casi vi sono comunque azioni produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore.

Mobbing sul lavoro: come tutelarsi?

Il dipendente che subisce il mobbing può rivolgersi al tribunale ordinario, sezione lavoro. La domanda è rivolta a ottenere il risarcimento del danno – sia quello patrimoniale (per la perdita di professionalità e delle chance lavorative) che quello non patrimoniale alla salute – che la cessazione delle condotte illecite.

La causa si fa contro il datore di lavoro anche nel caso di mobbing ascendente o orizzontale visto che spetta al datore preservare la salute dei dipendenti.

Il dipendente che agisce contro l’azienda deve fornire la prova delle condotte mobbizzanti e del danno subito a seguito di tale comportamento. Al fine di ottenere il risarcimento del danno biologico o alla salute sarà necessaria una preventiva valutazione medico-legale relativa all’esistenza di un danno alla salute e al grado dell’invalidità temporanea o permanente subita dal dipendente oggetto di mobbing.

Per il risarcimento, il ricorrente deve dare conto di ogni singolo atto o provvedimento del datore che, esaminato congiuntamente agli altri, possa essere qualificato come mobbing. L’invio di un’unica contestazione disciplinare in un rapporto lavorativo durato più anni, anche se infondata, non integra una condotta vessatoria. Il richiamo del superiore gerarchico non può ritenersi rilevante e consta in un ordinario esercizio del potere di controllo e organizzativo.

Sulle prove del mobbing leggi: Mobbing: che fare.

Oltre al risarcimento del danno, il dipendente può chiedere al giudice di emettere un ordine di cessazione delle condotte illecite.

Ipotesi ben più grave se il comportamento del datore o dei colleghi assuma un rilievo penale: ad esempio nel caso di minacce, molestie, maltrattamenti anche verbali, diffamazione e, nei casi più gravi (generalmente che sfociano in condotte anche extra-lavorative), stalking. La vittima, in questo caso, può esporre l’accaduto alle autorità competenti (polizia, carabinieri), sporgendo denuncia per uno dei reati sopra indicati, non per mobbing (che reato non è). Se le indagini confermeranno quanto esposto, inizierà un vero e proprio processo penale; in questa sede sarà possibile costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento del danno.

Se l’ex moglie non cerca un posto niente alimenti

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Niente mantenimento per l’ex che non vuole lavorare anche quando il matrimonio è durato a lungo.

«Chi non lavora, non fa l’amore», ma non prende neanche il mantenimento. Stando infatti alle ultime sentenze pubblicate dalla Cassazione e dai tribunali di primo e secondo grado, l’ex moglie che chiede l’assegno non può limitarsi a dire di non farcela da sola, ma deve anche darsi da fare per cercare un’occupazione. Come? Quantomeno inviando il proprio curriculum a destra e a manca. E se ciò nonostante è ancora disoccupata, allora le spetterà il contributo mensile. Viceversa, non si può pensare di gravare sulle spalle del coniuge, stando però in panciolle. E tutto questo perché, come ha scritto la Cassazione il 10 maggio 2017, il divorzio fa cessare ogni rapporto tra i coniugi, anche quelli economici, salvo che uno dei due sia in condizioni, d’età o di salute, tali da non consentirgli di riciclarsi sul mercato del lavoro. Il richiamo è ovviamente alle casalinghe. A fornire questi importanti principi è stata una recente sentenza del tribunale di Udine [1]. I giudici friulani hanno ribadito un concetto che, di questi tempi, si sta affermando in tutte le aule dei tribunali: se l’ex moglie non cerca un posto, niente alimenti. Ma procediamo con ordine.

Mantenimento invariato dopo la separazione

Quando la coppia si separa, il giudice fissa un assegno di mantenimento che è rivolto a consentire, al soggetto con il reddito più basso, lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Il che significa che la ricchezza tra i due si compensa sino a creare due posizioni sostanzialmente identiche.

Le cose cambiano con il divorzio.

Il matrimonio non è un’assicurazione: stop “rendite parassitarie”

Assegno divorzile solo per chi non è autosufficiente

Con l’ormai famosa sentenza “Grilli” del 10 maggio scorso, la Cassazione ha usato termini mai prima d’allora impiegati: la sentenza di divorzio estingue tutti i rapporti tra coniugi, anche quelli patrimoniali. Per cui non è più dovuto il mantenimento nei termini in cui era dovuto dopo la separazione, cioè volto a garantire lo stesso tenore di vita. Resta l’assegno divorzile che però è una misura assistenziale rivolta solo nei confronti di chi non ha le possibilità, fisiche o di salute, tali da potersi mantenere da solo. Sono quindi automaticamente tagliati fuori tutti coloro che dispongono di un proprio reddito sufficiente a un’esistenza decorosa in relazione al luogo ove abitano (il tribunale di Milano lo ha fissato nella misura di mille euro al mese) oppure quelli che, ancora giovani e in piena salute, pur se disoccupati, hanno la possibilità di trovare un posto. Insomma, perde l’assegno divorzile non solo chi ha un reddito “in atto” ma anche chi lo può avere solo in “potenza” e ciò nonostante non si dà pena di reperirlo.

Questo significa che se l’ex moglie non cerca lavoro non può chiedere il mantenimento, sempre che sia ancora in età per impiegarsi e che le condizioni di salute glielo consentano. Ed attenzione: se è vero che l’aspettativa di vita si è allungata è anche vero che a 40 anni si è considerati ancora capaci di svolgere un impiego.

La durata del matrimonio influisce sull’assegno?

La Cassazione ha sempre detto che la durata del matrimonio influisce sull’entità dell’assegno di mantenimento. Ragionamento più che corretto: il lungo tempo passato col marito può generare un’aspettativa sulle sue progressioni di carriera, senza contare il fatto che l’ex moglie rimasta a casa a preoccuparsi del ménage domestico ha consentito all’uomo di migliorare la sua posizione e di incrementare il proprio reddito. Certo, il fenomeno delle casalinghe è più diffuso nel nostro Paese che nel resto dell’Europa ed è per questo che, secondo il tribunale di Udine, anche quando il matrimonio è durato 10 anni, bisogna che la donna vada a lavorare per mantenersi da sola. Non contano soltanto i redditi di chi richiede il contributo dopo il divorzio, ma anche la sua capacità potenziale di produrre entrate: la richiesta degli “alimenti” non può quindi essere accolta se non corroborata dalla prova di aver almeno cercato un’occupazione, ad esempio mandando curricula in giro.

Il mantenimento non può essere una “rendita parassitaria”

Il fatto che, dopo il divorzio, possa scattare l’obbligo di mantenere l’ex che, da sola, non ce la fa, non può tuttavia garantire a quest’ultima «rendite parassitarie».

«Rendite parassitarie»: è proprio questa la parola usata dai giudici friulani che, in questo, dimostrano di non avere peli sulla lingua. Il matrimonio non è un’assicurazione sulla vita. E se ci si sposa con un ricco e per suo amore si decide di non lavorare, questo non significa avere una pensione a vita.

Eredità: quanto si è obbligati a lasciare ai parenti per legge?

Posted on : 20-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quote di legittima: a quanto ammontano? Qual è la quota di eredità disponibile? Differenza tra successione legittima e successione necessaria in presenza di legittimari.

Stai per scrivere il tuo primo testamento. Non certo perché ti senti vecchio e prossimo alla morte, ma perché vuoi evitare il rischio che, quando non ci sarai più, gli eredi si litighino tra loro. Poiché la legge ti consente di fare testamento senza bisogno di andare da un notaio o da un avvocato, ma semplicemente scrivendo su un foglio di carta, a penna e di tuo pugno, le tue ultime volontà, hai deciso di fare tutto da solo. Sai però che una parte dei tuoi beni dovrà per forza finire in mano ai parenti più stretti: al coniuge, ai figli o, in assenza di questi, ai genitori. Sono i cosiddetti eredi legittimari, quelli che hanno sempre diritto a una quota di eredità, anche a dispetto di quanto indicato nel testamento. Ti serve perciò sapere cosa dice, in proposito, la legge sull’eredità: quanto si è obbligati a lasciare ai parenti per legge? Di tanto parleremo qui di seguito. Ti forniremo, più in particolare, gli strumenti per scrivere un testamento da solo rispettando le quote di legittima senza ledere i diritti di nessuno.

Differenza tra successione legittima e successione necessaria

Per capire bene quanto si è obbligati a lasciare ai parenti, bisogna fare una premessa importante. Esistono due casi da prendere in considerazione: il primo è quello della successione legittima, ossia quando il defunto non ha lasciato testamento. Il secondo invece è quello della successione necessaria, quando cioè c’è un testamento. Se nella prima ipotesi non si pongono problemi di sorta perché è direttamente il codice civile a fissare le quote di eredità che spettano ai vari eredi (per cui l’intero patrimonio sarà diviso come per legge), nel secondo caso bisogna invece tenere conto, innanzitutto, della volontà del testatore e poi verificare se questa lede o meno le quote dei legittimari. Nel caso di testamento, infatti, il defunto deve necessariamente destinare una parte dei propri beni (cosiddetta quota di legittima) ai legittimari (coniuge, figli, genitori); della residua parte dei beni (cosiddetta quota libera) può può farne quel che vuole e lasciarla, ad esempio, ad amici, associazioni, enti no profit, anche ai figli o al coniuge in aggiunta alla quota legittima.

Quote ai parenti nella successione legittima (senza testamento)

Analizziamo alcuni esempi di quote nel caso di successione legittima, ossia quando il defunto non ha lasciato testamento.

Coniuge senza figli

È lui l’erede universale che riceve tutto il patrimonio del defunto. Gli altri parenti non hanno diritto a nulla.

Coniuge con un solo figlio

Se il defunto lascia il coniuge e un solo figlio, il patrimonio si divide a metà tra i due. Il coniuge quindi avrà il 50% dei beni e il figlio l’altro 50%. I due sono eredi universali e tutti gli altri parenti vengono tagliati fuori dall’eredità, compresi i nipoti.

Coniuge e più figli

In tal caso al coniuge va il 33% dell’eredità (un terzo) mentre l’altro 66% (i residui due terzi) vengono divisi tra i vari figli in parti uguali. Anche qui tutti gli altri parenti sono esclusi dall’eredità.

Senza coniuge ma con figli

Il 100% del patrimonio viene diviso tra i figli in parti uguali.

Coniuge senza figli ma coi genitori o fratelli e sorelle

Al coniuge va il 33% mentre il residuo 66% viene diviso tra gli ascendenti, fratelli e sorelle.

Se ci sono solo zii e cugini

Se il defunto lascia solo parenti dal 3° al 6° grado, succedono solo quelli più prossimi (prima gli zii, poi cugini, poi i prozii, ecc.) in quote uguali.

In questo caso l’esistenza in vita di uno zio esclude dall’eredità tutti cugini. Se ci sono dei cugini i prozii non erediteranno nulla.

SCHEDA A: QUOTE DI SUCCESSIONE LEGITTIMA

Successione per legge in assenza di testamento

In caso di

Eredi

Quota spettante

Coniuge (o convivente gay) (in assenza di figli, e in assenza di fratelli e ascendenti del defunto): solo il Coniuge Intera eredità
Coniuge+

Figlio unico (anche se viventi fratelli e ascendenti del defunto)

1/2 eredità + diritto abitazione1/2 eredità
Coniuge+

2 o più figli (anche se viventi fratelli e ascendenti del defunto)

1/3 eredità + dir. abitazione2/3 in parti uguali
Coniuge+

Ascendente/i del defunto (in assenza di figli e fratelli del defunto)

2/3 eredità + dir. abitazione1/3 eredità in parti uguali
Coniuge+

1 o più fratelli del defunto (in assenza di figli e ascendenti del defunto)

2/3 eredità + dir. abitazione1/3 eredità in parti uguali
Coniuge+

Ascendente/i + 1 o più fratelli del defunto (in assenza di figli)

2/3 eredità + dir. abitazione1/3 eredità (suddivisa in parti uguali)
Senza coniuge (o convivente gay) 1 o più figli (anche se viventi fratelli e ascendenti del defunto) Intera eredità in parti uguali
(in assenza di figli e fratelli del defunto): Ascendente/i del defunto Intera eredità
(in assenza di figli e ascendenti del defunto): 1 o più fratelli del defunto Intera eredità in parti uguali
(in assenza di figli): Ascendente/i+

1 o più fratelli del defunto

1/2 eredità1/2 eredità in parti uguali
In assenza di figli, genitori, fratelli/sorelle o loro discendenti: ascendenti paterni e ascendenti materni 1/2 + 1/2
Parenti purché entro il 6º grado (in assenza di figli, ascendenti e fratelli del defunto) Intera eredità in parti uguali ai parenti di grado più prossimo

Quote ai parenti nella successione necessaria (con testamento)

Vediamo ora alcuni degli esempi più tipici di successione necessaria e cerchiamo di capire qual è la quota di legittima, quella cioè da destinare necessariamente ai parenti più stretti, e la quota disponibile, di cui si può fare ciò che si vuole.

Coniuge senza figli

La parte di eredità vincolata è pari al 50% e questa deve finire per forza al coniuge. L’altro 50% può essere lasciato a chi si vuole

Coniuge con un solo figlio

Al coniuge bisogna lasciare il 33% del patrimonio e l’altro 33% all’altro figlio. La quota disponibile, di cui cioè si può fare ciò che si vuole, è quindi del 33%.

Coniuge con più figli

Al coniuge bisogna lasciare il 25% dell’eredità, mentre il 50% va ai figli. Il residuo 25% è la quota disponibile che si può lasciare a chi si preferisce.

Senza coniuge e un solo figlio

Il 66% è la quota legittima che spetta all’unico figlio; il 33% è la quota disponibile.

Senza coniuge e con più figli

Anche qui il 66% va diviso tra i figli, mentre il residuo 33% è la quota disponibile.

Coniuge senza figli e genitori

Al coniuge va il 50%, ai genitori il 25%, mentre il residuo 25% può andare a chi si preferisce.

SCHEDA B: QUOTE DI SUCCESSIONE NECESSARIA

Se c’è:
Legittimari
Quota riservata dalla legge ai legittimari
Residua quota del testamento liberamente disponibile
Coniuge

(o compagno gay da unione civile)
Se non ci sono figli ½ di eredità + il diritto di abitazione sulla casa coniugale ½ di eredità
Se oltre al coniuge c’è un figlio unico (anche se i genitori del defunto sono ancora in vita) – al coniuge va 1/3 dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– al figlio unico va 1/3 dell’eredità

1/3 dell’eredità
Se oltre al coniuge ci sono 2 o più figli (anche se i genitori del defunto sono ancora in vita) – al coniuge va ¼ dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– ½ dell’eredità va diviso tra i figli in parti uguali

¼ dell’eredità
  Se, oltre al coniuge, c’è uno o entrambi i genitori o, in loro mancanza, altri ascendenti (mancano però i figli) – al coniuge va ½ dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– ai genitori o altri ascendenti va ¼ dell’eredità

¼ dell’eredità
Se manca il Coniuge

(o compagno gay da unione civile)
Se c’è un solo figlio unico (anche se vivono i genitori del defunto) Al figlio unico va ½ dell’eredità ½ dell’eredità
Se ci sono 2 o più figli (anche se vivono ancora i genitori del defunto) Ai figli vanno i 2/3 dell’eredità divisi per parti uguali 1/3 dell’eredità
Se ci sono solo i genitori (o, in loro mancanza, altri ascendenti) del defunto, ma non ci sono figli Ai genitori (o altri ascendenti) va 1/3 dell’eredità 2/3 dell’eredità
Se non ci sono né figli, né genitori o altri ascendenti Si può liberamente disporre dell’intera eredità

Come si vede dalla seconda tabella, la quota libera che è possibile destinare per testamento, in presenza di coniuge (o di partner riconosciuto) e figli è in realtà molto limitata. In particolare, in presenza di un coniuge e più figli o di un coniuge e più genitori viventi, ammonta solo a un quarto del proprio patrimonio.