Come contestare le spese condominiali

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali difese per i condomini che non intendono approvare una spesa o la relativa ripartizione fatta dall’amministratore? Come si contesta la decisione dell’assemblea?

Chissà quante volte, nel corso di una riunione di condominio, ti sarà capitato di dissentire in merito all’approvazione di alcune spese prospettate dall’amministratore e tuttavia, trovandoti in minoranza, di dover ugualmente pagare la tua quota millesimale. In tali casi, ti sarai di sicuro chiesto come contestare le spese condominiali, meglio se fuori da un tribunale e senza bisogno dell’avvocato.

Gli antichi latini dicevano “se vuoi la pace, prepara la guerra”, una massima valida ancor oggi in molti aspetti della vita quotidiana. E così anche in ambito condominiale: se vuoi far valere i tuoi diritti sarà bene che prepari le “carte” per il processo, anche se è tua intenzione risolvere la vertenza in via bonaria. Difatti la legge ti assegna un termine massimo di 30 giorni per contestare la delibera dell’assemblea con cui vengono decise le spese condominiali: se lo farai decorrere inutilmente il giudice rigetterà la tua domanda. Ma procediamo con ordine e vediamo dunque come agire per tempo.

Come si ripartiscono le spese di condominio

Prima di spiegare come contestare le spese di condominio vediamo quali sono le regole per la loro ripartizione. Regole che sono espresse dal Codice civile e che non possono essere modificate se non con l’unanimità dei consensi in assemblea.

La legge fissa tre diverse regole.

La regola generale sulla divisione delle spese richiede una ripartizione in base ai millesimi.

Se si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura diversa, le spese sono ripartite in proporzione dell’uso che ciascuno può farne; succede ad esempio per il lastrico solare di proprietà esclusiva la cui ristrutturazione viene sostenuta per un terzo dal relativo titolare e per i due terzi dagli altri condomini in ragione del fatto che da tale spazio ricevono copertura. Si utilizza tale criterio anche per spese relative al consumo dell’acqua potabile. Inoltre, una ripartizione che tiene conto del diverso utilizzo e sfruttamento di un bene comune è dettata appositamente per le scale e gli ascensori, al fine di tenere conto della diversa incidenza dei piani, in modo che le unità immobiliari poste più in alto contribuiscano in maniera maggiore (come vedremo in tabella).

Quando alcune spese condominiali riguardano solo una parte del condominio (quando ad esempio si tratta di più palazzi o più scale) queste devono essere sopportate e divise equamente solo tra chi ne trae beneficio: si tratta ad esempio delle spese per i lavori di manutenzione, riparazione o sostituzione di condutture che servono solo una scala o solo alcuni condomini: devono essere equamente divise solo tra i condomini serviti dall’impianto. A tal fine il codice civile stabilisce infatti che, qualora un edificio abbia più scale, cortili, lastrici solari, opere o impianti destinati a servire una parte dell’intero fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico del gruppo di condomini che ne trae utilità.

Chi decide le spese condominiali?

L’assemblea è l’organo che decide in merito a tutte le spese sostenute in favore del condominio, approvandole o meno.

Le spese di ordinaria amministrazione, ossia quelle necessarie alla gestione quotidiana dello stabile e dei relativi servizi, possono essere sostenute dall’amministratore senza una preventiva autorizzazione da parte dei condomini, ma vanno poi da questi confermate con voto a maggioranza. In quella sede si vota anche sul relativo piano di riparto.

Le spese di straordinaria amministrazione devono invece essere previamente autorizzate dall’assemblea. Di solito, in questi casi, il piano di riparto viene predisposto in un momento successivo, all’esecuzione dei lavori (visto che possono esserci delle minime differenze rispetto al preventivo approvato dall’assemblea).

Solo le spese urgenti e necessarie possono essere sostenute dall’amministratore senza previo nulla osta dell’assemblea, ma questi ne deve subito dare comunicazione ai condomini alla prima riunione utile, affinché venga messa al voto l’autorizzazione. Leggi sul punto Lavori urgenti in condominio.

Come contestare le spese di condominio approvate e ripartite dall’assemblea 

A seconda del tipo di spese, sarà diversa la delibera.

Nel caso di spese ordinarie, le spese vengono approvate dall’assemblea nel momento in cui l’amministratore presenta il piano di riparto.

Nel caso invece di spese straordinarie, queste vengono approvate di volta in volta.

In entrambi i casi il condomino che vuole contestare la ripartizione delle spese deve opporsi alla delibera stessa dell’assemblea. A tal fine egli deve impugnare la votazione entro 30 giorni che decorrono:

  • dalla sua approvazione: per gli astenuti o i dissenzienti;
  • dalla comunicazione del verbale di assemblea: per gli assenti.

Prima dell’avvio della causa, bisogna tentare una mediazione dinanzi a un organismo con sede nella stessa città ove si trova il tribunale competente (che, in definitiva, è quella del luogo ove si trova lo stabile condominiale). L’incontro è rivolto a trovare una soluzione bonaria. L’avvocato è necessario se si vuole, in un momento successivo, agire in tribunale.

Leggi Come annullare la delibera di condominio.

È molto importante non far scadere il termine di 30 giorni. In caso contrario, il condomino che non ha avviato il procedimento di contestazione della delibera condominiale, non potrà più opporsi alla richiesta di pagamento della propria quota di spese, neanche facendo valere l’opposizione al decreto ingiuntivo.

Quindi, una volta decorso il 31° giorno dall’approvazione della delibera non c’è più modo di contestare le spese condominiali se non per intervenuta prescrizione (che si compie in cinque anni dall’ultimo sollecito di pagamento).

L’errore che tutti commettono

Spesso il condomino moroso che riceve un decreto ingiuntivo da parte dell’amministratore ritiene di poter rimettere in gioco la ripartizione delle spese sollevando opposizione al decreto ingiuntivo stesso, senza però aver mai contestato a monte la delibera. Invece, la giurisprudenza ha più volte chiarito che questa strada è sbagliata: una volta scaduto il termine dei 30 giorni per annullare la decisione dell’assemblea, non resta altra scelta che pagare.

Attenzione: il rispetto del termine di 30 giorni è richiesto solo quando è in discussione il quorum o la maggioranza con cui l’assemblea ha approvato la mozione o altri vizi di convocazione, di votazione o di forma della delibera condominiale. Invece se l’eccezione sollevata dal condomino riguarda un difetto di attribuzione di potere dell’assemblea, per aver questa deliberato in materia che non le era propria (ad esempio, l’aver imposto dei lavori su una proprietà privata o l’aver ripartito per millesimi delle spese invece di competenza di un singolo condomino), non ci sono termini da rispettare e la contestazione della delibera può avvenire anche oltre 30 giorni (quindi anche, per la prima volta, con l’opposizione al decreto ingiuntivo). E lo stesso dicasi per l’assemblea che decide una modifica, anche per il futuro, dei criteri di ripartizione delle spese: pure in tale occasione è possibile fare opposizione benché scaduti i 30 giorni.

Come contestare le spese di condominio approvate dall’assemblea e ripartite dall’amministratore

Potrebbe succedere che l’assemblea abbia solo votato sulla spesa, senza però decidere anche sul piano di riparto che invece è stato eseguito dall’amministratore.

Anche qui, se l’assemblea non aveva potere per votare la spesa, la contestazione avverrà con implicazione della delibera condominiale, senza bisogno di rispettare il termine di 30 giorni (proprio come visto nell’ipotesi precedente).

Invece se si vuole contestare il piano di riparto dell’amministratore, bisogna farlo in sede di assemblea di cui bisogna chiedere l’immediata convocazione [1]. L’assemblea valuta il provvedimento preso dall’amministratore, ed eventualmente provvede ad annullarlo o a modificarlo.

Se la decisione dell’assemblea è insoddisfacente, i condomini che ne avevano chiesto l’intervento, possono rivolgersi all’autorità giudiziaria per impugnare la delibera stessa. Se l’atto compiuto dall’amministratore viola norme di legge o del regolamento condominiale, uno o più condomini, in alternativa all’impugnazione in sede assembleare, possono direttamente rivolgersi all’autorità giudiziaria per far annullare il provvedimento dell’amministratore.

Contestazione spese condominiali ordinate e ripartite dall’amministratore

Anche in questo caso bisogna ricorrere in tribunale contro il provvedimento dell’amministratore entro 30 giorni dalla sua comunicazione. Valgono le regole appena dette nel paragrafo precedente.

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Come si divide la casa cointestata

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Divisione giudiziale dell’immobile in comunione: l’accordo, la divisione in natura e la vendita tramite tribunale. Quale maggioranza ci vuole per la vendita?

Possono essere svariate le esigenze che possono portare alla necessità di dividere una casa cointestata. Una delle più frequenti è la comunione ereditaria: si verifica quando più soggetti subentrano, ciascuno per una quota, nella proprietà di un immobile prima intestato al cosiddetto de cuius (ossia il defunto) e intendono sciogliere la comunione. Un’altra ipotesi è quella della separazione dei coniugi sposati in comunione dei beni: anche in questo caso le due quote appartenenti al marito e alla moglie andranno divise per assegnare a ciascuno la propria parte. Ma potrebbe anche essere, più banalmente, il caso di due o più persone che abbiamo acquistato un immobile mettendo ciascuno una parte dei soldi per pagare il venditore e divenendone così comproprietari. Ebbene, come si divide la casa cointestata?

Esiste una procedura giudiziale che può essere applicata tutte le volte in cui, tra le parti, non si trova un accordo e a cui si fa ricorso anche su istanza di un solo comproprietario. Vediamo dunque come funziona. 

Chi decide se vendere la casa cointestata?

Il primo scoglio da affrontare è con quale maggioranza debba essere presa la decisione di vendere la casa cointestata. Poiché l’atto di vendita richiede il consenso di tutti i titolari, non basta la semplice maggioranza ma è necessaria l’unanimità. Tutti i comproprietari, insomma, devono voler vendere l’immobile: diversamente il contratto di compravendita, senza la firma di uno dei partecipanti alla comunione, non avrebbe alcun valore e il notaio non potrebbe rogarlo.

In sintesi, o tutti sono d’accordo per vendere la casa oppure questa non può essere ceduta. Ciò significa che a ciascun comproprietario è riconosciuto una sorta di “diritto di veto”. Ma siccome non si può costringere nessuno a restare proprietari di un bene che non vuole la legge prevede la possibilità di sciogliere forzatamente la comunione anche se uno o più comproprietari non vogliono vendere l’immobile. Di tanto ci occuperemo qui di seguito.

Si può essere costretti ad essere proprietari di una casa che non si vuole?

Come anticipato, se anche per la vendita della casa in comproprietà è necessaria l’unanimità, ossia la firma di tutti i comproprietari, ciascuno di questi può sempre rivolgersi a un giudice per sciogliere la comunione. E questo può farlo anche se è in minoranza o se è uno solo a volerlo. 

In pratica, la comunione può essere sciolta in qualsiasi momento, su istanza di un singolo partecipante, da presentare innanzi al tribunale. 

Il tribunale attiverà una apposita procedura che va sotto il nome di divisione della comunione. Come vedremo a breve, tale meccanismo si risolve nella vendita forzata dell’immobile tramite le aste giudiziarie. Insomma, ciò che la maggioranza non voleva fare, può essere imposto dal giudice.

Ecco perché, il più delle volte, è sempre meglio trovare un accordo sulla divisione del bene o sulla sua vendita. Perché se anche tale accordo non si trova, il singolo può trovare tutela tramite il tribunale. E si sa che le aste, oltre a comportare un aggravio di costi per via delle spese legali, portano sempre a un deprezzamento del bene.

Come si divide la casa in comproprietà?

Prima di affrontare il tema della divisione della comunione tramite la procedura giudiziale, vediamo come potrebbero fare i comproprietari se decidessero di calcare la via dell’accordo.

La prima cosa da fare è verificare le rispettive quote. Se non c’è un contratto o un testamento che dispone diversamente, le quote si presumono essere uguali. Quindi, ad esempio, se due figli ereditano la casa del padre, ciascuno di questi – salvo diversa disposizione testamentaria – avrà il 50% di proprietà. Allo stesso modo, se due fratelli ottengono in donazione l’appartamento dalla madre, se l’atto di donazione non dice diversamente, ad ognuno di essi spetterà non più della metà.

Il secondo passaggio richiede una valutazione economica del bene. Le parti, se non intendono assegnare al bene uno specifico valore, dovranno affidare l’incarico a un tecnico del settore immobiliare, come un agente immobiliare, un architetto o un ingegnere, anche un avvocato o un commercialista. Non bisogna affidarsi solo al valore catastale (quasi sempre non aggiornato) ma ai valori del mercato, tenendo conto delle caratteristiche del bene, delle condizioni in cui lo stesso si trova, del prezzo praticato nella stessa zona, della presenza di servizi (trasporti pubblici, illuminazione, ecc.).

Una volta fatta la valutazione, bisogna verificare se uno dei comproprietari è disposto ad acquistare le quote degli altri. In tal caso, bisognerà recarsi da un notaio e stipulare un contratto di compravendita di quote. Con il risultato che il bene verrà intestato per intero all’acquirente che liquiderà agli altri le rispettive quote. 

Tizio e Caia hanno acquistato in comunione, ognuno per la quota del 50%, un piccolo appartamento di due locali sito in un condominio di Milano. La posizione dell’appartamento all’interno di un condominio, la conformazione e la piccola estensione non lo rendono divisibile in due unità immobiliari. Caia è interessata ad acquisire la proprietà esclusiva dell’immobile pagando un conguaglio. Tizio e Caia danno quindi incarico ad un geometra di stimare l’immobile, valutato 380.000 euro. In sede di divisione, l’immobile è attribuito in proprietà esclusiva a Caia la quale deve versare, a Tizio, a titolo di conguaglio, 190.000 euro.

L’acquirente dovrà sostenere sia le spese notarili (salvo diverso accordo), sia le imposte sull’atto. E le imposte variano sensibilmente nel caso in cui, per l’acquirente, si tratti di prima casa. La prima casa infatti sconta l’imposta di registro al 2% anziché al 9% del valore catastale del bene, mentre l’imposta ipotecaria e catastale sono pari a 50 euro ciascuna. 

In sede di divisione, ogni condividente può chiedere che siano pagati i debiti contratti per la cosa comune che siano scaduti o scadano entro un anno dalla data della divisione. 

Potrebbe però succedere che nessuno dei comproprietari voglia acquistare il bene. A questo punto, bisognerà verificare se possa essere venduto a terzi. Bisognerà cioè trovare un acquirente. Anche in questa fase la scelta del soggetto e del prezzo deve essere determinata di comune accordo dai comproprietari poiché, in caso contrario, non ci sarà altra chance che rivolgersi al giudice per la divisione giudiziale della comunione. 

Come ulteriore soluzione, se non sussistono le condizioni per un buon affare, si potrà valutare di dare in affitto il bene e dividere il canone secondo le rispettive quote di proprietà.

Quando invece due o più comproprietari vogliono acquistare il bene, si potrà valutare di fare una estrazione a sorte. Oppure si potrebbe verificare se è possibile la divisione in natura. Quest’ultima soluzione è praticabile solo laddove si tratti di un immobile che possa essere scomposto in due o più unità immobiliari (si pensi a una villetta). In tal caso bisognerà affidare a un architetto o ingegnere il compito di effettuare una divisione e un aggiornamento delle planimetrie al catasto, con intestazione di ciascuna porzione del bene a un diverso soggetto. 

La divisione giudiziale

Come detto, nell’ipotesi in cui i comproprietari non riescano a trovare un accordo sulla vendita, locazione e/o divisione del bene, ciascuno di questi può rivolgersi al giudice, anche singolarmente, per chiedere la divisione forzata della comunione o, anche detta, divisione giudiziale.

La procedura è sostanzialmente diretta a vendere il bene tramite le aste giudiziarie e a dividere il ricavato in base alle rispettive quote di proprietà. Ogni comproprietario può richiedere la divisione in ogni momento, essendo il relativo diritto imprescrittibile.

Prima però della vendita all’asta il giudice verifica innanzitutto se si possa trovare un accordo tra i comproprietari e, in secondo luogo, se si possa dividere il bene in natura. A tal fine nomina un perito che effettua altresì una valutazione economica del bene. Potrebbe succedere che le quote in natura non rispecchino quelle di proprietà, sicché il giudice potrebbe disporre conguagli in denaro. 

Se la divisione in natura non è possibile, il giudice verifica se uno dei comproprietari voglia acquistare la quota degli altri e in tal caso dispone la cessione subordinata al pagamento del controvalore ai comproprietari. 

Se invece tutti i comproprietari vogliono acquistare il bene, il giudice potrebbe:

  • assegnare la proprietà a chi già vi vive, anche se ha una quota minore degli altri, per tutelare le sue esigenze abitative;
  • disporre un’estrazione a sorte.

Solo in ultima analisi, se tali strade non sono percorribili, si procede alla vendita forzata tramite asta. 

La vendita rappresenta l’ultima soluzione cui ricorrere quando nessuno dei condividenti possa o voglia giovarsi della facoltà di attribuzione dell’intero immobile.

Nel caso di divisioni ereditarie, prima di notificare l’atto introduttivo del giudizio di divisione giudiziale è necessario aver azionato il procedimento di mediazione obbligatoria (che è condizione di procedibilità del giudizio stesso). La competenza spetta al tribunale del luogo dove è aperta la successione. Nei casi diversi da comunione ereditaria, si procede dinanzi al tribunale del luogo ove si trova l’immobile.

L’atto di citazione deve convenire in giudizio tutti i comproprietari ai quali pertanto deve essere notificato l’atto.  

Nella prima fase il giudice è chiamato a dirimere eventuali contestazioni insorte tra i condividenti circa il diritto o la quota di partecipazione alla divisione. Se non sorgono contestazioni, il giudice dichiara lo scioglimento della comunione e dispone il proseguimento delle operazioni di divisione.

Quando può essere divisa la casa?

Il frazionamento della casa può essere disposto solo quando a ciascun partecipante viene assegnato un bene che perda il minimo possibile dell’originario valore e non abbia a subire particolari limitazioni funzionali o condizionamenti (si tratta della cosiddetta comoda divisibilità).

Secondo la giurisprudenza è «comodamente divisibile» quel bene il cui frazionamento non comporti un totale o parziale venir meno della funzione e/o una riduzione del valore originario di esso, di modo che ciascuna porzione resti sostanzialmente idonea (sia pure in proporzione della sua entità) ad assolvere la stessa funzione economica del tutto, senza subire apprezzabili perdite dell’originario valore. È pertanto comodamente divisibile l’immobile dal cui frazionamento derivino unità immobiliari, anche se di modeste dimensioni, che risultino sufficientemente spaziose, senza che per il loro utilizzo sia necessario costituire servitù o sopportare, per rendere autonome le porzioni, spese ingenti in rapporto al valore dell’immobile.

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Cybersicurezza: Asl e ospedali sotto attacco

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Anche i sistemi informatici di Asl e ospedali in diverse parti d’Italia sono finiti sotto attacco di hacker, ma l’azione di difesa sembra abbia funzionato.

Anche l’Italia è finita nel mirino di alcuni hacker che, approfittando dell’obsolescenza delle difese informatiche delle Istituzioni del nostro Paese. In ogni caso, nonostante le difficoltà rilevate, «ci risultano alcuni attacchi, ma tutti respinti dai sistemi di sicurezza informatica interni, quindi senza alcun danno». Mentre diversi Paesi nel mondo sono col fiato sospeso per il massiccio attacco hacker globale rilevato ieri anche dagli esperti di cybersicurezza italiani, sul fronte sanità tricolore da un primo bilancio non emergerebbero al momento criticità particolari. A fare il punto con l’Adnkronos Salute è la Fiaso, Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere, riportando i primi esiti di una veloce ricognizione fra le strutture del Paese, per capire se ci sono segni tangibili della minaccia ransomware in azione.

Dalle prime risposte non risulterebbero sistemi bucati. L’attacco su cui è scattato un alert a livello globale – come è stato spiegato dagli esperti nazionali del settore informatico – prende di mira i server VMware ESXi, e punterebbe a una vulnerabilità nota su cui si era anche intervenuti, ma in caso di mancati aggiornamenti il rischio è più elevato.

Al momento nel settore sanità le segnalazioni di attacchi respinti senza danni arrivano da Asl Roma 2 e Ospedale Santobono di Napoli, riferisce la Fiaso che sta continuando a raccogliere segnalazioni. Per ora, oltre a questi casi, alcune aziende riferiscono di aver avuto invece «problemi con la connessione, ma a causa del blocco di Tim», che si è verificato sempre ieri.

«Mi preoccupa in primis la facilità con cui certi sistemi e server, che dovevano essere già blindati e preparati a questi attacchi, siano stati facilmente centrati. Questi server, che erano stati già sfruttati per altri attacchi in passato, come ci dicono l’Acn e altri colleghi esperti, non sono stati aggiornati. La mancanza di aggiornamenti e attenzione sui propri sistemi informatici è la principale causa di vulnerabilità ad attacchi cyber anche nel nostro Paese». Lo afferma all’Adnkronos il professor Ranieri Razzante, esperto di cybersecurity, all’indomani del massiccio attacco hacker che ha colpito anche l’Italia.

«C’è ancora troppo pressappochismo e trascuratezza rispetto al bene giuridico tutelato – continua Razzante, docente di Tecniche di cybersecurity presso l’Universita Suor Orsola Benincasa di Napoli – Sono attacchi che possono fare male anche fisicamente perché se colpiscono strutture dello Stato come caserme, ospedali, ferrovie, Difesa, possono causare danni alle persone».

«Mi colpisce in maniera negativa il fatto che sia stato così facile far partire un attacco mondiale: non credo necessariamente collegato alla guerra in Russia né agli anarchici, ma deve spaventarci la facilità con cui ci si possa connettere a un centro operativo e far saltare un sito di una infrastruttura critica – sottolinea – Il grosso problema è la punibilità e l’utilizzo di sistemi di difesa che devono essere predisposti anche contro gli attacchi cyber perché è una guerra dalla quale bisogna difendersi con gli strumenti, i mezzi adatti e speculari a quelli delle guerre tradizionali e sul campo». «Ora sarebbe interessante sapere chi ha pagato il riscatto perché potrebbe costituire una traccia per gli investigatori», conclude Razzante.

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Come proteggere la casa prima di sposarsi

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutte le forme di tutela dell’abitazione in caso di comunione o separazione dei beni. La guida completa. 

Non poche persone, prima di sposarsi, si recano dall’avvocato per chiedere come proteggere la casa. E ciò vale sia nel caso in cui l’immobile sia già di proprietà di uno dei due coniugi che nel più frequente in cui venga invece acquistato successivamente. 

Naturalmente, prima di poter fornire una risposta adeguata bisognerebbe capire da cosa si vuol proteggere la casa: dal coniuge e dal rischio di un divorzio? Dai creditori del coniuge o da quelli propri? Dai rischi del futuro? Insomma, per ogni situazione c’è una tutela diversa. 

Proviamo a dare qualche informazione qui di seguito.

Come proteggere la casa dal coniuge per l’ipotesi di separazione e divorzio

Nell’ipotesi di separazione e divorzio, ci sono due diverse situazioni da definire. La prima è quella della divisione del bene e la seconda è quella dell’assegnazione all’ex coniuge in caso di figli a questi affidati. In questo paragrafo ci concentreremo sul primo problema distinguendo la coppia in comunione dei beni da quella in separazione dei beni.

Immobile cointestato o in comunione dei beni

L’immobile può essere di proprietà di entrambi i coniugi o perché acquistato con i soldi di entrambi e dunque cointestato oppure perché la coppia ha deciso di adottare il regime della comunione dei beni. In tali ipotesi l’eventuale divorzio determinerà anche la necessità di dividere il bene. E laddove ciò non sia possibile in natura (si pensi a un piccolo appartamento), salvo diversi accordi bisognerà procedere alla vendita e alla spartizione del ricavato. Se la coppia non riesce a trovare un’intesa, la vendita viene condotta dal tribunale su ricorso di uno dei due coniugi.

Potrebbe però succedere che la casa, pur essendo stata pagata con i soldi di entrambi i coniugi, venga intestata a uno solo di questi (succede spesso per questioni di carattere fiscale, ad esempio per godere del bonus prima casa). Colui che ha versato tutto o una parte del prezzo per l’acquisto del bene avrà la necessità di tutelarsi dal caso di separazione/divorzio. A tal fine dovrà sottoscrivere con l’altro coniuge una scrittura privata, possibilmente con firme autenticate dal notaio, in cui si dà atto dell’impegno monetario da lui sostenuto e dell’obbligo, da parte dell’altro, di rimborsargli il denaro speso qualora dovesse intervenire una separazione/divorzio. È vero: gli accordi prematrimoniali non sono leciti nel nostro ordinamento ma un patto di questo tipo è stato sdoganato dalla Cassazione. 

La casa ricevuta in donazione o in eredità dopo il matrimonio non entra mai in comunione dei beni. Non vi rientra neanche la casa acquistata con il denaro ricevuto in donazione ad esempio da un genitore (si tratta infatti di una «donazione indiretta»). Così se il padre compra una casa al figlio o gli dà i soldi per comprarla, questa non viene divisa con il coniuge se la coppia dovesse separarsi. 

Immobile in separazione dei beni

Se la coppia è invece in separazione dei beni e l’immobile viene pagato solo dal relativo titolare, non si pongono problemi di sorta: la separazione non potrà causare alcuna rivendicazione da parte dell’ex, salvo che questi abbia contribuito alle spese di ristrutturazione in modo rilevante. In quest’ultimo caso potrebbe chiedere una parte del denaro investito seppur nell’interesse comune.

La separazione dei beni non tutela neanche nel caso in cui la coppia abbia figli e questi vengano collocati presso il coniuge non-proprietario: in tal caso infatti il giudice assegnerà il diritto di abitazione nella casa coniugale benché pagata dall’ex. Di tanto ci occuperemo più tardi.

La casa di proprietà di uno dei due coniugi da prima del matrimonio non entra mai in comunione: su di essa quindi l’ex non potrà vantare alcun diritto (salvo nel caso di collocazione dei figli).

Come proteggere la casa dal coniuge in caso di figli

Se la coppia si separa e il giudice assegna i figli al coniuge non titolare della casa, questi mantiene il diritto di continuare a vivere all’interno dell’abitazione fino a quando i figli non perdono il diritto al mantenimento o non vanno a vivere da soli.

Non c’è modo di evitare questa eventualità. L’assegnazione del diritto di abitazione è infatti una tutela a favore dei figli e non dell’ex coniuge. Per cui non è possibile escluderlo né evitando il matrimonio (essendo tale regime previsto anche per le coppie di fatto), né firmando un patto prematrimoniale (che non avrebbe valore). Neanche lasciando intestata la casa ai propri genitori e poi facendosela prestare a titolo di comodato si aggira tale disposizione: difatti la Cassazione ritiene che il giudice possa assegnare la casa coniugale al genitore collocatario dei figli anche se l’immobile è di proprietà di terzi che l’hanno dato in comodato a uno dei coniugi. A meno che, il comodato non sia stato registrato e contenga una data di scadenza. Solo in quest’ultimo caso, infatti, al compimento del termine di scadenza, la casa torna al legittimo proprietario e il contratto di comodato di risolve. 

Dunque un primo modo per tutelare la casa nell’ipotesi di separazione con figli è intestarla a un proprio parente (ad esempio un genitore) e farsela da questi concedere in comodato fissando una data ben definita di restituzione dell’immobile. Il contratto, come detto, deve essere registrato all’Agenzia delle Entrate.

C’è una seconda soluzione per tutelare la casa dall’assegnazione del diritto di abitazione. Il giudice riconosce detto diritto solo sulla casa familiare, quella cioè ove la famiglia viveva prima della separazione. Se dunque l’immobile era disabitato o dato in affitto, non c’è possibilità che venga assegnato all’ex coniuge.

Come tutelare la casa dai creditori del coniuge

Se un coniuge svolge attività commerciale, imprenditoriale, professionale o comunque ad alto rischio di insolvenza, per evitare che questa possa essere soggetta a pignoramento sarà preferibile attuare una separazione dei beni e intestarla al coniuge che è al riparo da tali pericoli. Però, per evitare rischi in caso di separazione, sarà bene sottoscrivere una seconda scrittura privata con cui i due si danno atto della simulazione e riconoscono esplicitamente l’effettivo titolare del bene, con obbligo in capo all’altro di restituirlo qualora dovesse intervenire il divorzio.

Un altro metodo per tutelare la casa dai rischi del futuro è costruire un fondo patrimoniale. A dire il vero il fondo patrimoniale tutela ormai poco. Esso infatti può essere opposto ai creditori solo quando il debito deriva da esigenze estranee ai bisogni della famiglia, ossia di carattere speculativo, di investimento o voluttuario. Quindi le spese quotidiane, quelle per il lavoro o i debiti fiscali sono insensibili al fondo patrimoniale e la casa può ugualmente essere pignorata. 

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Che succede se non si pagano le tasse?

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Rischi dell’evasione fiscale: quando il comportamento è reato e quando scatta il pignoramento dei beni. 

Probabilmente anche tu ti sarai, prima o poi, chiesto: cosa succede se non si pagano le tasse? La risposta potrebbe apparire abbastanza scontata in prima battuta: chi non paga le tasse commette evasione fiscale. Ma l’evasione fiscale è diversamente punita a seconda del tipo di tributo non versato e dell’importo sottratto allo Stato. 

La legge infatti stabilisce delle soglie di evasione superate le quali l’evasione è reato. Al di sotto, però, chi non versa i tributi all’erario subisce solo sanzioni di carattere pecuniario, di tipo amministrativo. Nessun procedimento penale, quindi; nessuna condanna; nessuna fedina penale macchiata. La conseguenza più immediata e diretta è un procedimento di riscossione esattoriale per il recupero del credito. Tradotto in parole semplici significa che il contribuente riceverà la notifica delle famigerate cartelle esattoriali e subirà il pignoramento dei propri beni. E chi è nullatenente cosa rischia? Come vedremo a breve, non è necessario non avere alcun bene intestato per sfuggire al pignoramento. 

Ma procediamo con ordine e iniziamo a comprendere cosa succede se non si pagano le tasse.

Che differenza c’è tra tasse e imposte?

Quando ci chiediamo cosa rischia chi non paga le tasse, stiamo in realtà usando un termine poco appropriato. La parola corretta dovrebbe essere “tributi”. I tributi sono tutte le somme che i contribuenti versano allo Stato, alla Pubblica Amministrazione, agli enti locali come Comuni, Regioni e Province. 

I tributi, a loro volta si distinguono in tasse e imposte. Vediamo qual è la differenza tra questi due concetti:

  • tasse: sono gli importi che vengono erogati a fronte di uno specifico servizio richiesto dal cittadino. Gli importi riscossi a titolo di tassa servono poi a finanziare il servizio stesso. Si pensi alla tassa sulla gestione dei rifiuti urbani, a quelle sull’istruzione o sulla sanità. Ad esempio, paga il ticket solo chi ha bisogno di una prestazione medica. La tassa ha quindi una correlazione specifica con una determinata attività, svolta dallo Stato o da qualsiasi altro ente pubblico, richiesta dal contribuente; 
  • imposte: tali importi non sono collegati a uno specifico servizio. Si tratta di prelievi fatti sulla generalità dei contribuenti in proporzione alle rispettive capacità contributive. Si pensi all’Irpef, all’Imu, all’imposta di registro, ecc. Quando paghiamo un’imposta, noi non sappiamo in concreto cosa andremo a ricevere in cambio. Lo Stato è peraltro libero di distribuire le somme riscosse nei suoi svariati apparati, senza dover per forza finanziare uno specifico servizio. 

Il problema dell’evasione fiscale dunque si pone in generale per tutti i tributi, ossia tanto per le tasse quanto per le imposte.

Cosa rischia chi non paga le tasse?

Vediamo quali sono le conseguenze dell’evasione fiscale, non solo quella che interessa le tasse ma anche le imposte.

Possiamo, in prima battuta, dire che chi non paga i tributi allo Stato o agli enti locali si vedrà innanzitutto notificare un avviso di accertamento: si tratta di una diffida con cui l’amministrazione intima al contribuente il versamento delle somme dovute o gli contesta l’irregolarità commessa, dandogli un tempo prestabilito per regolarizzarsi, pagando gli importi dovuti. 

Nell’avviso di accertamento vengono conteggiati, oltre alle somme sottratte all’amministrazione, anche le sanzioni e gli interessi. 

Quindi, possiamo già dire che chi non paga tasse e imposte subisce ciò che comunemente viene detta “mora”, ossia l’applicazione di sanzioni pecuniarie. Il che significa che l’importo lievita, a volte in modo assai consistente.

Si tratta di sanzioni di carattere amministrativo; più propriamente si parla di sanzioni tributarie. Queste cadono in prescrizione dopo 5 anni da quando vengono comunicate, indipendentemente dal tempo più lungo di prescrizione del relativo tributo. Ad esempio, se anche l’Irpef si prescrive in 10 anni, le sanzioni hanno sempre una prescrizione di 5. 

Dunque, il mancato pagamento delle tasse implica sempre l’applicazione di sanzioni tributarie. Quando però si superano determinate soglie, oltre alle sanzioni tributarie scattano anche le sanzioni penali. Come vedremo infatti a breve, la legge prevede che l’evasione fiscale diventi un reato solo a partire da determinati importi.

Le sanzioni tributarie possono essere ridotte se si paga entro il primo anno dall’accertamento. È il meccanismo premiale del cosiddetto ravvedimento operoso. In linea generale, per tutti i tributi è previsto l’aumento delle sanzioni all’aumentare del ritardo nel pagamento.

Cosa succede se non si paga l’avviso di accertamento?

L’avviso di accertamento è impugnabile dinanzi al giudice se non è corretto o se è il frutto di un errore.

Nel caso in cui l’accertamento non venga contestato, divenendo così definitivo e non più impugnabile, l’ente titolare del credito (ad esempio l’Agenzia delle Entrate, il Comune, ecc.) forma un documento, il cosiddetto ruolo. Nel ruolo, l’ente attesta il proprio diritto di credito, l’importo dovuto dal contribuente, l’imposta o la tassa non versata, l’annualità a cui questa si riferisce. Il ruolo viene poi trasmesso all’Agente per la Riscossione Esattoriale affinché avvii tutte le procedure per recuperare il credito.

L’Agente per la Riscossione Esattoriale (anche noto come Esattore) è, per i crediti dello Stato, Agenzia Entrate Riscossione. Invece, per i crediti degli enti locali (Comuni, Province, Regioni) vengono di solito incaricate società private con cui l’amministrazione ha stretto apposita convenzione.

L’Esattore, una volta ricevuto l’incarico della riscossione, provvede notificare la cartella esattoriale al contribuente intimandogli il pagamento. La cartella esattoriale contiene tutti i dettagli dei tributi dovuti, delle relative sanzioni e degli interessi;

A volte non c’è bisogno della cartella esattoriale. In presenza di avvisi di accertamento immediatamente esecutivi (quali sono quelli che emette l’Agenzia delle Entrate o l’Inps), il contribuente riceve infatti solo una lettera di presa in carico, con cui l’Esattore comunica di aver ricevuto il compito di avviare la riscossione.

Cosa succede se non si paga la cartella esattoriale?

In assenza di pagamento della cartella esattoriale o di ricorso, l’Esattore provvede ad avviare le:

  • procedure esecutive: viene cioè attivato il pignoramento dei beni del debitore, ma non prima di 60 giorni dalla notifica della cartella stessa (anche se a volte trascorre molto più tempo, così tanto da far andare in prescrizione il credito);
  • le procedure cautelari: si tratta delle ipoteche sugli immobili o del fermo amministrativo sull’auto.

Chi però è nullatenente non rischia alcuna conseguenza. Nullatenente non significa non avere alcun bene intestato. La legge infatti, a tutela della sopravvivenza dei debitori, stabilisce alcuni beni che non possono essere mai pignorati. Tra questi c’è ad esempio la prima casa, la pensione minima (quella cioè inferiore a mille euro o al doppio dell’ammontare dell’assegno sociale), i quattro quinti dello stipendio e così via. Per una disamina più completa dell’argomento si rinvia a Cosa rischi se sei nullatenente. 

Se non si pagano le tasse scatta il penale?

La legge definisce vari tipi di reati tributari distinti in base alla gravità. Ecco i principali:

  • dichiarazione infedele;
  • dichiarazione omessa;
  • dichiarazione fraudolenta;
  • omesso versamento Iva;
  • omesso versamento di ritenute;
  • emissione di fatture false;
  • occultamento o distruzione di documenti contabili;
  • utilizzo di fatture false;

Per ciascuno di questi reati vige una diversa disciplina. Per chi vuole avere maggiori dettagli può consultare l’articolo Cosa si rischia per evasione fiscale. In questa sede ci limiteremo a dire che:

tali comportamenti integrano reato solo quando si superano determinate soglie di evasione;

la legge prevede un diverso trattamento sanzionatorio a seconda del reato.  

Si prenda, ad esempio, la dichiarazione infedele. È il caso di chi incassa dei compensi senza denunciarli al fisco ossia senza riportarli nella dichiarazione dei redditi. Il reato scatta solo se:

  • l’imposta evasa è superiore a 100mila euro;
  • e i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 2 milioni di euro.

Al di sotto di tali importi si rischia solo l’accertamento fiscale con le sanzioni tributarie di cui abbiamo parlato sinora, con conseguente riscossione esattoriale. Al di sopra, invece, oltre alle sanzioni tributarie e all’esecuzione forzata, si rischia anche il procedimento penale e il sequestro preventivo dei beni.

Si consideri anche la dichiarazione omessa. È il caso di chi non presenta la dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle Entrate. Il reato però scatta solo se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro. Anche qui, superata tale soglia si subisce il procedimento penale; diversamente ci sono solo sanzioni tributarie.

L’utilizzo di fatture false invece è sempre reato, anche quando la fattura è di 1 solo euro. 

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L’appello delle case farmaceutiche all’Ue

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Medicines for Europe ha inviato una lettera all’Ue indicando le proposte per un «nuovo contratto di sicurezza sui farmaci per l’Europa».

Il problema dei farmaci che scarseggiano continuano a preoccupare il settore. Nonostante le rassicurazioni del ministro della Sanità Schillaci che nel corso delle scorse settimane si sono susseguite, l’associazione europea dei produttori di farmaci Medicines for Europe ha stilato una lista delle le misure da adottare a breve termine per mitigare il rischio di nuove carenze di farmaci nel corso dell’anno. Sono così riassumibili:

  • introdurre flessibilità normative sugli imballaggi dei farmaci, soprattutto riguardo al foglietto illustrativo, per facilitare la riassegnazione dei medicinali attraverso le frontiere interne dell’Ue;
  • adottare misure immediate per alleggerire il peso dell’inflazione sui farmaci generici, promuovendo l’adozione di criteri di gara basati sull’offerta economicamente più vantaggiosa, o accordi quadro previsti dalla direttiva sugli appalti pubblici;
  • migliorare la prevedibilità della domanda, condividendo dati con i produttori di medicinali.

Le proposte sono contenute in una lettera aperta che la presidente di Medicines for Europe Elisabeth Stampa e i membri dell’esecutivo dell’associazione hanno inviato alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e ai membri della Commissione Ue – informa Egualia che rappresenta i produttori italiani – sollecitando un «nuovo contratto di sicurezza sui farmaci per l’Europa» in vista della definitiva revisione della legislazione farmaceutica, che la Commissione avrebbe dovuto di adottare entro la fine del 2022. Tra gli esempi di buone pratiche citate, quello del Canada che per regolamentare il mercato applica un sistema di prezzi di riferimento a scaletta, che aumenta i prezzi quando ci sono pochi fornitori e li riduce quando invece sono molti, e quello della Germania che sta rivedendo la legislazione di settore per autorizzare la revisione dei prezzi quando le supply chain sono troppo consolidate.

La lettera – evidenzia Egualia – sollecita a tale proposito un Medicines Security Act che preveda investimenti orientati al raggiungimento dell’autonomia strategica dell’Ue nella produzione sia di principi attivi farmaceutici sia di medicinali. Ma reca anche un preciso avvertimento: non ci si illuda di risolvere la questione delle carenze con l’ipotesi di appalti congiunti che avrebbero invece il potere di aggravarle.

«I requisiti nazionali in materia di scorte e carenze, nonché le multe ad essi correlate – si spiega nella lettera – inducono produttori e grossisti a detenere grandi volumi nei magazzini di ciascuno Stato membro, compromettono il principio della solidarietà dell’Ue, aumentano il consolidamento delle catene di approvvigionamento incrementando i costi, riducono la disponibilità di medicinali in altri mercati e impediscono all’industria di adottare misure di mitigazione. Gli appalti congiunti a livello europeo diminuirebbero la prevedibilità della domanda a livello nazionale, destabilizzano i contratti locali e i canali di fornitura esistenti e aggraverebbero ulteriormente l’impennata globale della domanda».

«Siamo invece disponibili – precisano i produttori – a collaborare con Hera (Autorità per le emergenze sanitarie) su un concetto di ‘riserva strategica europea’ basata su riserve mobili, sul modello adottato in passato dal Regno Unito e oggi dall’Australia. Questo modello – conclude Medicines for Europe – offre un elevato grado di sicurezza per i pazienti, è flessibile per i produttori e a basso costo per governi e Ue».

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Danno all’immagine: come ottenere il risarcimento?

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non si può risarcire il danno morale senza concretamente accertare l’effettivo pregiudizio subito dalla vittima di ingiuria o diffamazione. Vanno descritte e comprovate le conseguenze tangibili derivate dall’illecito.

Se una persona offende un’altra, quest’ultima ha diritto a essere risarcita. Ma solo a patto che dimostri di aver subito un danno concreto e attuale. Il semplice illecito – si tratti di ingiuria o diffamazione – non è sufficiente per chiedere i danni se non c’è la prova di un effettivo e dimostrabile pregiudizio morale e/o economico.

È questo l’orientamento sposato dalla nostra giurisprudenza: non c’è alcun automatismo tra illecito e risarcimento. Il danno non è cioè insito nel fatto contrario alla legge. Non ti basta dimostrare di essere stato offeso per arricchirti. Ma allora come ottenere il risarcimento per danno all’immagine? Proviamo a fare il punto della situazione tenendo conto delle indicazioni fornite proprio dai giudici. 

Quando c’è danno all’immagine?

Il danno all’immagine consegue sempre a un’offesa che travalica i limiti costituzionali della libertà di espressione e di critica. Si deve trattare di un attacco all’altrui moralità o professionalità, volto a screditare la vittima, a danneggiare la sua reputazione.

A seconda di come si è consumato il comportamento, il danno all’immagine può essere un illecito civile o penale. Vediamoli singolarmente.

Ingiuria

L’illecito civile è costituito dall’ingiuria: si tratta della classica offesa pronunciata all’indirizzo di una persona, ossia in sua presenza, anche in presenza di più persone o in risposta a un suo post o commento sui social. La vittima deve quindi poter percepire l’offesa in quanto comunicata a essa stessa. 

L’ingiuria non è un reato dal 2016, sicché la parte lesa può solo agire in via civile per ottenere il risarcimento del danno. 

All’esito del processo, le cui spese legali sono anticipate da chi agisce, il giudice può comminare una multa da versare allo Stato che va da 100 a 8.000 euro; se però c’è l’attribuzione di un fatto determinato o commesso in presenza di più persone, la sanzione va da 200 a 12.000 euro.

Diffamazione

L’illecito penale è invece costituito dalla diffamazione. A differenza dell’ingiuria, in questo caso il reo non si rivolge alla vittima, che è assente, ma ad almeno due persone, anche in momenti tra loro distinti (purché il contenuto dell’offesa sia identico). Potrebbe essere anche il post pubblicato su un social, nel qual caso la diffamazione sarebbe “aggravata” per via dell’uso di un mezzo che consente la massima diffusione del messaggio.

In questo caso la vittima ha tre chance per difendersi. 

Può innanzitutto sporgere querela entro tre mesi da quando ha avuto conoscenza del fatto, dinanzi alla polizia, ai carabinieri o direttamente in Procura della Repubblica. Al termine delle indagini si instaura il processo penale nel corso del quale la vittima si costituisce, a mezzo di un avvocato, per chiedere un risarcimento in via provvisionale. È la cosiddetta costituzione di parte civile. Il giudice penale liquida una sorta di anticipo; la vittima che però voglia la completa quantificazione può poi proporre un secondo giudizio, questa volta in via civile, per dimostrare l’esatto ammontare del pregiudizio.

In alternativa la vittima può presentare la querela e, per quanto attiene al risarcimento, agire autonomamente in via civile, senza però la costituzione di parte civile.

In ultimo, la vittima potrebbe rinunciare all’azione penale e chiedere direttamente il risarcimento in via civile. 

Come si determina il danno all’immagine?

Il danno all’immagine scaturente da un’ingiuria o una diffamazione può avere due connotazioni:

  • danno morale: è il danno all’onore e alla reputazione; è costituito dal pregiudizio interiore e alla vita di relazione della vittima;
  • danno economico: è il pregiudizio patrimoniale subito dalla vittima per via dell’offesa. Si pensi a un professionista che, per colpa delle altrui maldicenze, abbia visto ridursi la propria clientela. 

Danno morale

Spetta alla vittima dimostrare il danno. Il giudice può tenere conto delle circostanze del caso concreto per quantificare il danno in assenza di elementi certi. Queste circostanze sono:

  • la diffusione dell’offesa: il danno è tanto maggiore quante più persone hanno potuto sentire o leggere l’offesa;
  • la rilevanza dell’offesa: ci sono diversi tipi di illazioni che comportano una più o meno intensa lesione della reputazione. Dire di una persona che è un pagliaccio o un incompetente non è grave come insinuare che è mafiosa;
  • la posizione sociale della vittima: il danno è tanto maggiore quanto più delicata e di rilievo pubblico è la posizione sociale o lavorativa della vittima;
  • la durata dell’offesa: quando si tratta di scritti pubblicati su internet è molto importante considerare per quanto tempo il post è rimasto online e quindi visibile. Se è stato prontamente cancellato, il danno sarà certamente inferiore.

Danno economico

Per il danno economico invece bisognerà determinare eventuali cali di fatturato, riduzione di guadagni e spese sostenute per riparare al danno. 

La prova della riduzione dei compensi dichiarati al fisco potrebbe però non essere sufficiente. Infatti ci sono svariati fattori che possono incidere sui guadagni di un contribuente, come l’andamento dell’economia o una minore presenza sul lavoro. Il giudice allora potrebbe quantificare il danno in via equitativa, ossia sulla base di quanto gli appare giusto nel caso concreto.

L’onere della prova nel danno all’immagine

Come si diceva, spetta al danneggiato dimostrare non solo il comportamento offensivo – ossia l’ingiuria o la diffamazione – ma anche il danno subito. L’indirizzo della Cassazione [1] è quello secondo cui, in tema di responsabilità civile derivante da pregiudizio all’immagine e alla reputazione, il danno risarcibile non va individuato nella lesione del diritto, ma nelle conseguenze di questa lesione. Sicché la sussistenza del danno non patrimoniale deve necessariamente essere oggetto di prova e la sua liquidazione deve essere compiuta dal giudice non sulla base di valutazioni astratte, ma del concreto pregiudizio patito e provato dalla vittima. 

Di certo, la lesione di un interesse protetto dalla legge è il presupposto del danno. Tuttavia, giova rimarcarlo, non è essa il danno. In realtà, il danno non consiste nella lesione di un diritto, ma nelle conseguenze pregiudizievoli scaturite. Una lesione di diritto da cui non derivi alcun danno patrimoniale o sofferenza morale, non fa sorgere diritti al risarcimento proprio perché manca la perdita da rifondere. E il nostro ordinamento non ammette ingiustificati arricchimenti, anche dagli illeciti altrui. Insomma non sono ammesse “cause di principio”.

Questo principio si desume dall’articolo 1223 del codice civile a norma del quale: «Il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta».

In seguito, questo principio è stato definitivamente confermato dalle Sezioni Unite della Cassazione [2] e da numerose sentenze a sezioni semplici [3]. 

Ne discende che il danno non patrimoniale derivato da una lesione dell’onore e della reputazione non può essere risarcito per il solo fatto che sia stata accertata la condotta illecita. Nella liquidazione del danno non patrimoniale da lesione dell’onore e della reputazione il giudice deve tenere conto non di valutazioni astratte, ma del concreto pregiudizio patito e dimostrato dalla vittima.

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Carburanti, arriva l’App del Governo per consultare i prezzi

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È in arrivo una App gratuita che garantirà agli utenti la possibilità di consultare i prezzi medi del carburante nella zona.

Ti è mai capitato di fare benzina al primo distributore che trovi e, pochi minuti dopo aver fatto il pieno, passare un altro benzinaio con un prezzo molto più conveniente di quello trovato proco prima? Seguendo le leggi di Murphy è normale che spesso e volentieri funzioni così. Ma se avessi la possibilità di comparare i prezzi dei vari distributori della zona per scegliere di rifornirti in quello che costa meno, ti tornerebbe comodo? Il Governo è convinto che questo tipo di strumento potrebbe essere utile per i consumatori, che avrebbero in questo modo maggiore consapevolezza del loro acquisto.

Il Mef ha annunciato di voler sviluppare e rendere disponibile gratuitamente una App che consenta la consultazione dei prezzi medi del carburante. Lo prevede l’emendamento del governo al Dl sulla trasparenza dei prezzi dei carburanti. Per lo sviluppo dell’applicazione il governo autorizza la spesa di 500mila euro per il 2023 e 100mila euro a decorrere dal 2024.

L’emendamento specifica che la comunicazione dei prezzi riguarda gli esercenti «sulla rete non autostradale e autostradale con frequenza settimanale anche a prescindere da variazioni». Gli esercenti, si prevede, «espongono con adeguata evidenza la cartellonistica riportante la media aritmetica dei prezzi».

L’emendamento prevede sanzioni da 200 a 2mila euro e sospensione dell’attività da 1 giorno a fino a 30 giorni massimo in caso di reiterazione. Il Garante dei prezzi, tra l’altro, «predispone trimestralmente una relazione in ordine all’andamento dei prezzi medi».

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Casa in comproprietà: nel processo vanno citati entrambi i coniugi?

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Demolizione di un’abitazione in comproprietà tra marito e moglie: entrambi devono essere parti in causa.

Una recente sentenza della Cassazione, pronunciata a seguito di un processo per abuso edilizio intentato nei confronti di un soggetto, comproprietario di un immobile in comunione dei beni con la moglie, si è preoccupata di spiegare se quest’ultima aveva diritto a partecipare al giudizio – ossia se doveva essere parte in causa – oppure se, invece, bastava la notifica solo al marito. La questione può essere allargata a qualsiasi tipo di causa, civile o penale: nell’ipotesi di una casa in comproprietà, nel processo vanno citati entrambi i coniugi?

Ebbene, secondo la Suprema, anche quando una coppia è in comunione dei beni, non basta che il giudizio si svolga nei confronti di uno solo dei coniugi affinché abbia effetto anche nei confronti dell’altro. È vero: la comunione è una sorta di comproprietà senza quote e ciascun partecipe ha diritto di amministrare il bene anche da solo (salvo gli atti di straordinaria amministrazione). Ma ciò non basta per escludere uno dei due dalla causa che potrebbe influire sulle sorti dell’immobile. 

Il principio appena espresso vale, ancor di più, quando è in gioco la demolizione. In caso di procedimento di demolizione di manufatti in comproprietà tra due coniugi entrambi devono necessariamente essere parti nel processo, devono cioè ricevere la notifica degli atti giudiziari. Tecnicamente si dice che i comproprietari sono litisconsorti necessari. 

Di conseguenza la sentenza pronunciata in giudizio in presenza di uno solo dei due è nulla e deve essere revocata. Altrimenti l’assente si vedrebbe colpito dalle conseguenze negative di un procedimento dal quale è stato escluso, in violazione dei principi costituzionali sul giusto processo.

Tale regola trova numerose applicazioni. Si pensi al caso di un giudizio per risarcimento danni derivanti dalla perdita delle condutture idriche nell’appartamento sottostante: anche in questo caso, il vicino dovrà citare in giudizio tanto il marito quanto la moglie. E ciò vale anche nell’ipotesi di una azione revocatoria, qualora cioè un creditore intenda revocare la donazione o la vendita dell’immobile fatta dai coniugi per cercare di sfuggire al pignoramento. 

In buona sostanza, secondo la Cassazione, laddove un immobile sia in comproprietà tra due coniugi si viene a creare una situazione di comunione “senza quote”, in ragione della quale – a prescindere da chi sia stato l’autore materiale dell’edificazione – in caso di giudizio inerente al manufatto stesso entrambi i proprietari devono prendervi parte.

Nel caso specifico di un abuso edilizio, se il presunto autore dell’illecito sia in una situazione di comunione legale con altro soggetto (nel caso che ci occupa, il coniuge) l’eventuale accoglimento della domanda di riduzione in prestino inciderebbe anche sulla sfera giuridica del comproprietario, senza che questi abbia potuto prendere parte al giudizio ed esposto le proprie difese [3].

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Licenziamento collettivo di un singolo reparto: è legittimo?

Posted on : 06-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riduzione del personale: il datore deve motivare perché intende licenziare solo i dipendenti di uno specifico settore. 

Semmai il datore di lavoro volesse effettuare un licenziamento collettivo, dovrebbe prima concordare i criteri di scelta dei lavoratori da mandare a casa con i sindacati. In assenza di questa procedura fissata dalla legge il licenziamento sarebbe illegittimo. Ci si chiede però spesso se il datore possa risolvere i contratti con i dipendenti di uno specifico reparto pur essendo le mansioni di questi intercambiabili con quelle dei colleghi.  Insomma è legittimo il licenziamento collettivo di un singolo reparto? Sul punto la Cassazione ha sposato un orientamento che potremmo ormai qualificare come costante. 

Prima però di occuparci di tale aspetto sarà bene ricordare come funziona il licenziamento collettivo. 

Il licenziamento collettivo: come funziona

Il licenziamento collettivo in Italia è una particolare tipologia di licenziamento economico che si verifica quando un datore di lavoro che abbia più di 15 dipendenti intende effettuare almeno 5 licenziamenti per giustificato motivo oggettivo nell’arco di 120 giorni in ciascuna unità produttiva o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia. 

Il licenziamento collettivo rientra quindi nel licenziamento di tipo economico (cosiddetto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo»), quello cioè determinato da ragioni produttive e organizzative. Sono quindi esclusi i licenziamenti disciplinari, quelli cioè che avvengono per cause riconducibili al comportamento dei dipendenti. 

In caso di licenziamento collettivo, il datore di lavoro è tenuto a informare preventivamente i rappresentanti sindacali e le autorità competenti, oltre che a seguire una procedura di consultazione e negoziazione con i rappresentanti dei lavoratori per cercare di trovare soluzioni alternative al licenziamento.

In particolare, è necessario determinare con anticipo i criteri di scelta dei lavoratori a cui risolvere il contratto in modo che la decisione del datore non si fondi su ragioni discriminatorie o ritorsive. 

I criteri di scelta dei lavoratori nel licenziamento collettivo

Di seguito sono elencati alcuni dei criteri legali più comuni per la selezione dei dipendenti da licenziare:

  • anzianità di servizio: spesso la prima considerazione che viene fatta è l’anzianità di servizio dei dipendenti, ovvero la durata del rapporto di lavoro con l’azienda;
  • qualifica e competenze: il datore di lavoro può valutare la qualifica e le competenze dei dipendenti per determinare se sono adatti o meno a svolgere le attività aziendali;
  • carichi familiari: la presenza di familiari a carico è certo un elemento che privilegia il dipendente nella conservazione del posto;
  • performance lavorativa: la valutazione della performance lavorativa dei dipendenti può influire sulla scelta di chi licenziare;
  • produttività: la produttività dei dipendenti può essere considerata nella scelta di chi licenziare, soprattutto in aziende che producono beni o servizi;
  • possibilità di reinserimento: il datore di lavoro può valutare la possibilità di reinserimento dei dipendenti in altre attività aziendali o in altre aziende;

Questi sono solo alcuni dei criteri legali che possono essere utilizzati dal datore di lavoro nella selezione dei dipendenti da licenziare durante un licenziamento collettivo. È importante notare che ogni situazione è unica e che i criteri di scelta possono variare a seconda delle circostanze. Tuttavia, la legge fissa tre criteri da seguire in caso di mancato accordo con i sindacati:

  • esigenze tecniche, produttive ed organizzative aziendali;
  • carichi di famiglia;
  • anzianità di servizio.

Nel caso in cui il licenziamento collettivo non rispetti le norme previste dalla legge o leda i diritti dei lavoratori, questi ultimi possono rivolgersi al tribunale ordinario, sezione lavoro, per impugnare il licenziamento.

In sintesi, il licenziamento collettivo è una situazione delicata e complessa che richiede una gestione attenta e sensibile da parte del datore di lavoro, al fine di tutelare i diritti dei lavoratori e di evitare possibili controversie giudiziarie.

Quanto invece alla procedura che deve seguire il datore si rinvia alla nostra guida sul licenziamento collettivo.

L’obbligo di motivazione del licenziamento collettivo

In caso di licenziamento collettivo il datore deve spiegare perché la misura riguarda solo alcuni dipendenti e, in particolare, quelli di uno specifico reparto o settore dell’azienda a meno che non ci siano precise ragioni che però deve comunicare. In caso contrario il licenziamento è illegittimo. 

Secondo la Cassazione [1], in tema di licenziamento collettivo per riduzione di personale resta ferma la regola generale prevista dall’articolo 5, della legge n. 223 del 1991, secondo cui «l’individuazione dei lavoratori da licenziare deve avvenire avuto riguardo al complesso aziendale».

La platea dei lavoratori interessati alla riduzione di personale può essere limitata agli addetti a un determinato reparto o settore o sede territoriale ove ricorrano oggettive esigenze tecnico-produttive, ma è necessario che queste siano innanzitutto motivate e quindi anche coerenti con le indicazioni contenute nella comunicazione che il datore di lavoro deve fornire a sindacati e autorità del lavoro. 

Pertanto spetta al datore di lavoro dimostrare il fatto che giustifichi il più ristretto ambito nel quale la scelta dei dipendenti da licenziare è stata effettuata. 

Quando il datore di lavoro può licenziare gli addetti a un solo reparto

Secondo la Cassazione, il datore di lavoro ben può circoscrivere a una unità produttiva la platea dei lavoratori da licenziare ma deve indicare nella comunicazione alle rappresentanze sindacali aziendali (o, in mancanza, ai sindacati maggiormente rappresentativi): 

  • le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione;
  • le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento a unità produttive vicine, ciò al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti. 

Qualora la comunicazione faccia generico riferimento alla situazione generale del complesso aziendale, senza alcuna specificazione delle unità produttive da sopprimere, i licenziamenti intimati sono illegittimi per violazione dell’obbligo di specifica indicazione delle oggettive esigenze aziendali.

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