Quando citare l’avvocatura dello Stato

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Quando devi fare causa ad un’amministrazione pubblica, devi sempre notificare l’atto introduttivo all’Avvocatura dello Stato? Come stabilire quando citare l’Avvocatura dello Stato.

Determinare e distinguere quando citare l’Avvocatura dello Stato non è sempre semplice ed è una delle insidie più frequenti che si propongono quando una delle parti del giudizio sia un ente pubblico, o un ente del quale non è chiara la dimensione locale o statale o se di natura pubblica o privata. Infatti, nel corso del tempo e della storia giudiziaria italiana l’evoluzione delle norme che disciplinano queste situazioni o la natura giuridica degli enti potenzialmente interessati a rientrare nel campo di applicazione del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato non sempre è stata chiara e la giurisprudenza (e alle volte anche il legislatore) è dovuta intervenire più di una occasione per fugare i dubbi e chiarire in quali casi la notificazione dell’atto introduttivo del giudizio andava obbligatoriamente effettuata presso l’Avvocatura dello Stato. Inoltre, come vedremo, le conseguenze di un errore o dell’omissione della notificazione presso l’Avvocatura dello Stato può determinare conseguenze fatali per il giudizio, comportando in alcuni casi la dichiarazione di inammissibilità, e cioè quel provvedimento con il quale il giudice non esamina neanche il merito della controversia.

Cosa è l’Avvocatura dello Stato?

Si tratta di un istituto pubblico, oggi denominato Avvocatura dello Stato [1], composto da giuristi (distinti in Avvocati dello Stato e procuratori dello Stato) assunti esclusivamente mediante un pubblico concorso (estremamente selettivo), che rappresenta e difende in giudizio principalmente, anche se non esclusivamente, gli enti dell’amministrazione centrale dello Stato (in ogni loro articolazione, anche periferica) e, più in generale, tutti i poteri dello Stato quando vengono chiamati in giudizio innanzi a organi che svolgono una funzione giurisdizionale (in altre parole ogni qualvolta si possa parlare di un giudizio o di un procedimenti davanti ad un soggetto che svolga funzioni giurisdizionali).

L’Avvocatura dello Stato consta di una sede centrale in Roma, denominata Avvocatura generale dello Stato, e di venticinque sedi distrettuali (denominate Avvocatura distrettuale dello Stato), che sono situate in tutte le città in cui sono presenti sedi di Corte d’appello, la cui competenza territoriale coincide con quella del distretto nel quale sono ubicate.

Citare l’Avvocatura dello Stato: premessa terminologica

Prima di esaminare i casi in cui l’Avvocatura dello Stato esercita le proprie funzioni è opportuno chiarire che anche se nella prassi spesso si usi l’espressione: citare l’Avvocatura dello Stato, in realtà la parte del giudizio (cioè il soggetto giuridica contro la quale si promuove una domanda giudiziale) rimane sempre l’Amministrazione patrocinata, in quanto l’Avvocatura dello Stato svolge la medesima funzione che svolgono gli avvocati del libero foro: e cioè la rappresentanza in giudizio.

La prassi è invalsa soprattutto per effetto della regola della domiciliazione legale presso la sede dell’Avvocatura dello Stato e per effetto anche della regola del c.d. “foro erariale”.

E cioè di quelle regole che si applicano quando un ente è soggetto al patrocinio obbligatorio dell’Avvocatura dello Stato, che comportano che l’atto introduttivo del giudizio debba essere notificato non alla sede dell’Ente, ma direttamente presso la sede dell’Avvocatura distrettuale competente per territorio.

E che in alcuni casi [2], hanno anche come effetto quello di cambiare la competenza per territorio del giudice, che sarà quello presente presso la sede dell’Avvocatura distrettuale dello Stato.

Quando citare l’Avvocatura dello Stato: i casi del c.d. patrocinio obbligatorio:

Seguendo l’impostazione del regio decreto [3], i casi principali in cui l’Avvocatura dello Stato è chiamata a svolgere le proprie funzioni sono:

  • gli organi costituzionali dei poteri dello Stato (quali ad esempio la Presidenza della Repubblica, la Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio di Stato, il C.N.E.L., etc.);
  • gli organi giudiziari (come ad esempio la S.C. di Cassazione, le Corti di Appello, ecc.);
  • le Amministrazioni dello Stato, anche se organizzate ad ordinamento autonomo (ad esempio i Ministeri);
  • le regioni a statuto speciale (quelle cioè che sono regolate da Statuti approvati con forza di legge costituzionale come la Regione Sicilia o la Regione Sardegna) in forza delle varie disposizioni contenute nei singoli statuti regionali, nonché nelle relative disposizioni di attuazione. In questi casi, il patrocinio rientra nel campo di applicazione di alcune norme [4]. Il caso della Regione Sicilia è ancora più particolare. Infatti, in forza della particolare articolazione della Regione Sicilia e dello speciale grado di autonomia che viene riconosciuto dall’ordinamento alle sue articolazione come gli Assessorati la Cassazione ha ritenuto che la Regione Sicilia, per quanto concerne l’attività amministrativa, non abbia una propria soggettività unitaria, e che essa faccia capo ai singoli assessori, ai quali nell’ambito delle rispettive funzioni è attribuita una propria competenza con rilevanza esterna. Ciò comporta come conseguenza che ciascun assessore è legittimato a stare in giudizio per il ramo di attività amministrativa che a lui fa capo e che nelle relative si debba citare l’Assessorato competente domiciliato presso la competente Avvocatura distrettuale dello Stato;
  • inseriamo in questa categoria anche le autorità portuali che sono state in passato oggetto della questione se alle stesse dovesse essere riconosciuta natura di enti privati (con esclusione del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato) ovvero di enti pubblici statali (e dunque con la possibilità di ricorso alla rappresentanza in giudizio dell’Avvocatura dello Stato). La questione sembra oggi essere stata risolta in favore della natura pubblica statale delle autorità portuali per effetto della loro trasformazione effettuata con la legge [5].

Le stesse Autorità hanno inoltre ottenuto il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato [6].

Oggi la stessa Avvocatura dello Stato, per il tramite del proprio comitato consultivo, riconosce e attribuisce a dette autorità la natura di organo statale e, dunque, di soggetti rientranti nel campo di applicazione del patrocinio obbligatorio dell’Avvocatura [7].

Citare l’Avvocatura dello Stato: il caso delle Regioni a statuto ordinario

Le regioni a statuto ordinario, cioè tutte le regioni diverse da quelle a statuto speciale, non rientrano direttamente nel campo di applicazione del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato.

Possono però accedervi se decidono volontariamente di avvalersi dell’Avvocatura dello Stato per essere rappresentate in giudizio dagli Avvocati e procuratori dello Stato al posto degli avvocati del libero foro.

Nel caso in cui la regione a statuto ordinario (o l’ente regionale) abbia deliberato di avvalersi del patrocinio della Avvocatura dello Stato, il patrocinio assume le medesime caratteristiche di quello c.d. obbligatorio e viene esercitato con le medesime modalità.

Non sussiste la necessità di specifico mandato all’Avvocatura dello Stato (essendo sufficiente che l’Avvocato dello Stato presente in udienza dichiari la propria qualifica), la Regione (o l’ente regionale) non può più affidare il proprio patrocinio ad un legale diverso da quelli che compongono il corpo dell’Avvocatura dello Stato o di affiancare all’Avvocatura dello Stato altro legale del libero foro.

Fanno però eccezione a questa impossibilità i casi di conflitto di interessi (quando ad esempio l’interesse della Regione sia in conflitto con quello di altra amministrazione patrocinata dall’Avvocatura) o di ricorrenza di situazioni eccezionali che devono comunque essere esaminate ed espressamente indicate con delibera motivata dell’ente.

Citare l’Avvocatura dello Stato: i casi del patrocinio autorizzato

L’Avvocatura dello Stato, oltre ai casi già indicati che rientrano in quello che abbiamo chiamato patrocinio obbligatorio in favore delle Amministrazioni dello Stato, può essere autorizzata ad assumere la difesa e la rappresentanza in giudizio anche di altre amministrazioni pubbliche non statali e di enti pubblici, così come disposto c.d. patrocinio autorizzato [8].

Per poter accedere a questa forma di esercizio del patrocinio è la esistenza di un provvedimento di autorizzazione che può essere costituito da una disposizione di legge, di regolamento o di altro provvedimento approvato con regio decreto.

La legge [9] prevede oggi che questa deliberazione sia presa con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Ministro della Giustizia e dell’Economia e delle Finanze (ex Ministro del Tesoro).

Gli enti che hanno chiesto e ottenuto l’applicazione del patrocinio [10] sono molto numerosi appartenenti a diverse tipologie, diverse tra loro. Al patrocinio autorizzato non si applicano le medesime regole e modalità di quello obbligatorio.

Infatti, la giurisprudenza (sia civile che amministrativa) ha chiarito in numerose sentenze che:

  • il patrocinio autorizzato è derogabile, sia pure in casi eccezionali quali il conflitto di interessi con altre amministrazioni soggette al patrocinio o casi di particolare rilevanza;
  • l’ente autorizzato ad avvalersi del patrocinio autorizzato non è soggetto alla domiciliazione automatica presso l’Avvocatura dello Stato. Ciò significa che l’atto introduttivo del giudizio non dovrà essere notificato presso l’ufficio dell’Avvocatura dello Stato e dunque non dovrai citare l’Avvocatura dello Stato, anche se l’Avvocatura potrà assumere la difesa dell’ente senza bisogno di uno specifico provvedimento di autorizzazione.

Non citare l’Avvocatura dello Stato: quali conseguenze?

Cosa succede nel caso in cui l’atto introduttivo di un giudizio non sia notificato presso l’Avvocatura dello Stato nei casi in cui questa sia obbligatoria, ma direttamente presso l’Amministrazione?

Se ne è occupata di recente la S.C. di Cassazione [11] con la quale è stato stabilito che la notificazione dell’atto introduttivo di un giudizio eseguita direttamente all’Amministrazione dello Stato e, non presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato, nei casi nei quali non si applica la deroga alla regola di cui al Regio Decreto [12], secondo quanto espressamente previsto da tale disposizione, è affetta da nullità e non anche da inesistenza.

La conseguenza sarà diversa a seconda che l’Amministrazione si costituisca o meno. Infatti, nel primo caso dovrà essere la parte che ha errato nella notifica a chiedere la rinnovazione [13]. Invece, nel secondo caso, la costituzione in giudizio dell’Amministrazione sanerà l’errore nella fase introduttiva ed il giudizio potrà proseguire.

L’elenco degli enti difesi può essere consultato sul sito web istituzionale dell’Avvocatura dello Stato.

Di MARIO CORSO

Avena: benefici e ricette

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’avena ti aiuta a mantenerti in salute e ad iniziare la giornata facendo il pieno di energie.

L’avena è un cereale cui sempre più spesso viene associata la parola super food (la traduzione letterale è super alimento). Ma cos’è un super food? In realtà non c’è alcuna definizione scientifica del termine, ragion per cui molti alimenti vengono etichettati in tal modo per il semplice fatto che hanno buoni valori nutrizionali e sono in grado di arrecare dei benefici alla tua salute (pensa alla quinoa o all’avocado). In Italia, in realtà, il consumo di avena ha preso piede solo in tempi più recenti, mentre nei paesi anglosassoni è quasi tradizione fare colazione con un bel porridge d’avena fumante. L’intento di questo articolo è farti conoscere questo incredibile cereale che è l’avena: benefici e ricette che puoi preparare per una colazione sana, ma non solo.

I benefici dell’avena

Se stai pensando di introdurre l’avena nella tua alimentazione, vorrai certamente sapere perché è da considerarsi una buona decisione. Bene, i motivi sono tanti e tutti ugualmente validi.

È un alimento ben bilanciato

L’avena è un ottima fonte di carboidrati e fibre e, in più, contiene un maggior quantitativo di proteine e grassi (quelli buoni!) rispetto agli altri cereali. Proprio quello che ci vuole per cominiciare la giornata con il piede giusto.

Come se ciò non fosse già abbastanza per farti correre al supermercato ad acquistarla, è ricca di minerali, vitamine e antiossidanti. Infatti, sebbene contenga poco calcio e potassio, è ricca di fosforo, ferro, manganese, zinco, vitamina B1 e B5.

Ti aiuta a dimagrire

L’avena aumenta il senso di sazietà (anche grazie al maggior quantitativo di proteine) e, di conseguenza, ti permette di arrivare al pasto successivo della giornata senza il bisogno di fare troppi spuntini intermedi.

Favorisce la regolarità intestinale

Le fibre ti aiutano a ritrovare la regolarità intestinale naturalmente.

Tiene sotto controllo il colesterolo

L’avena contiene una fibra, il betaglucano, che è in grado di abbassare il livello di colesterolo nel sangue.

Abbassa gli zuccheri nel sangue

Forse non sapevi che l’avena, così come gli altri cereali integrali, contribuisce a tenere basso il livello di zuccheri nel sangue. Ciò è importante non solo per chi soffre di patologie come il diabete, ma anche per chi vuole prevenirne l’insorgenza.

Ricette

Ora che conosci gli innumerevoli benefici che puoi trarre dall’avena, sei pronto a consumarla. Come? È presto detto.

Porridge d’avena

Il porridge d’avena (una vera e propria zuppa d’avena) è la colazione per eccellenza in Inghilterra e Scozia.

Per prepararla ti occorrono:

  • 50g di fiocchi d’avena integrali;
  • 200ml di latte (vanno bene anche le bevande vegetali di soia, mandorla, riso o avena);
  • un cucchiaino di miele (eventuale).

Versa tutti gli ingredienti in un padellino e, una volta che il latte è giunto ad ebollizione, inizia a mescolare finché i fiocchi d’avena non avranno totalmente assorbito il liquido e il tuo porridge avrà un aspetto cremoso.

Questa è la ricetta base che ora sei pronto ad arricchire con gli ingredienti più disparati. Vediamo insieme un po’ di idee:

  • mela e cannella. Se ami la torta di mele, non puoi non provare questa ricetta. Tutto ciò che devi fare è semplicemente tagliare la mela a pezzetti e farla cuocere nel pentolino che userai per il porridge in due dita d’acqua e cannella. Dopo che le mele si saranno ammorbidite, aggiungi tutti gli ingredienti del porridge e segui il procedimento indicato in precedenza;
  • cioccolato. Il cioccolato rende sempre tutto più buono, per questo motivo puoi aggiungere un quadratino di cioccolato al latte o fondente oppure un cucchiaio di cacao in polvere. Una volta pronto, puoi aggiungere delle nocciole – anche tritate – al tuo porridge;
  • porridge al caffè. Se cerchi una carica aggiuntiva per iniziare la giornata, aggiungi almeno l’equivalente di mezza tazzina da espresso al tuo porridge;
  • porridge al cocco. Per avere un ottimo porridge al cocco puoi procedere in due modi: puoi aggiungere della farina di cocco durante la cottura oppure aggiungere del cocco rapè in seguito come topping;
  • porridge alla crema di arachidi. La crema di arachidi, contrariamente al burro di arachidi, è un ottimo alimento per la tua colazione dal momento che contiene fibre, proteine e il giusto quantitativo di grassi. Come nel caso del porridge al cocco, la crema d’arachidi può essere aggiunta durante la cottura o in seguito (volendo, puoi aggiungere anche qualche fettina di banana tagliata a rondelle…attento a non esagerare però);
  • frutta fresca. Varia la frutta in base alle stagioni, puoi provare i mirtilli, le more e i lamponi; le fragole; le pere o le banane;
  • frutta secca. La frutta secca fa benissimo alla tua salute, è un ottimo motivo per aggiungere delle mandorle o degli anacardi al porridge;
  • porridge allo yogurt. Puoi usare un po’ di yogurt come topping sia da solo che abbinato ad uno qualsiasi degli abbinamenti proposti.

Overnight porridge

Il porridge non deve essere necessariamente preparato al momento ma puoi anche prepararlo la sera prima, il che è una cosa ottima soprattutto se al mattino non hai molto tempo per preparare la colazione.

Tutto ciò che ti occorre in tal caso è un barattolo, un frigo e questa lista degli ingredienti:

  • 50g di fiocchi d’avena integrali;
  • 150ml di latte a tua scelta (anche vegetale);
  • un cucchiaio di semi di chia.

Una volta versato tutto nel barattolo, chiudilo e inizia ad agitarlo finché tutto non sarà ben mischiato. Poni il barattolo nel frigorifero e vai a dormire, al tuo risveglio troverai il porridge pronto per la colazione (è per tale motivo che si chiama overnight porridge/oatmeal, perché si prepara praticamente da solo durante la notte), non prima però di aver aggiunto un po’ di frutta fresca.

Volendo, puoi aggiungere la frutta fresca anche la sera prima direttamente nel barattolo. Ovviamente, nulla ti impedisce di utilizzare le varianti proposte per il porridge classico anche per l’overnight.

Biscotti d’avena con gocce di cioccolato

I fiocchi d’avena sono perfetti per realizzare dei buonissimi biscotti. Generalmente i biscotti d’avena sono collegati all’idea della dieta e tutti, nessuno escluso, preferiamo certamente un bel biscotto al cioccolato. In realtà, anche un biscotto a base di fiocchi d’avena può saziare la tua voglia di dolcezza.

Ingredienti:

  • 180g di farina integrale;
  • 150g di fiocchi d’avena;
  • due uova;
  • 150g di zucchero di canna (volendo si può diminuire o sostituire con del miele – occhio alla conversione – o del dolcificante);
  • 80g di burro (sostituibile con dell’olio di semi di girasole)
  • due cucchiai di vaniglia;
  • un cucchiaio di cannella;
  • un cucchiaio raso di bicarbonato (in alternativa del lievito);
  • scaglie di cioccolato q.b..

In una ciotola impasta la farina con la cannella, il bicarbonato e il sale. Ora prendi un’altra ciotola e, utilizzando un mixer, lavora il burro con lo zucchero finché non otterrai un composto soffice. Fatto ciò, inizia ad incorporare le uova una ad una, dopodiché aggiungi i due cucchiai di vaniglia.

Una volta ben amalgamato il tutto, puoi aggiungere il contenuto della prima ciotola e, una volta lavorato per bene il tutto con il mixer elettrico, puoi finalmente aggiungere i fiocchi d’avena e le gocce di cioccolato. Volendo, ma non è un passaggio necessario, puoi lasciar riposare il composto per un’ora in frigo.

Per dare forma ai biscotti puoi anche fare a meno delle formine, ti basta fare delle palline della grandezza che preferisci, schiacciarle e riporre sulla teglia coperta di carta da forno. Cuocili nel forno – funzione ventilata – a 180° per dieci minuti, o comunque finché non saranno dorati, e lasciali nel forno spento per un massimo di cinque minuti.

Cestini di avena

Il procedimento appena indicato può essere utilizzato anche per creare dei cestini (però ricorda di non aggiungere le gocce di cioccolato). I cestini possono essere ottenuti facilmente aiutandoti con degli stampini per crostatine o per i muffins. Una volta che gli avrai cotti in forno e si saranno raffreddati, puoi farcirli con della crema fatta in casa e frutta fresca.

Granola homemade

I supermercati hanno almeno una corsia dedicata ai muesli e ci perdiamo davvero tanto tempo per sceglierli convinti che, in ogni caso, stiamo acquistando qualcosa di salutare per la nostra colazione a base di latte o di yogurt.
Sfortunatamente, non è proprio così: la stragrande maggioranza dei cereali in commercio prevede un quantitativo eccessivo di zuccheri.

Per ovviare a questo problema puoi prepararti la tua granola e conservarla per le colazioni avvenire.

Ingredienti:

  • 250g di fiocchi d’avena;
  • 200g di nocciole e mandorle tritate (volendo si può aggiungere anche dell’uvetta);
  • 200g di sciroppo d’agave;
  • 25g di olio di semi di girasole.

Mischia tutto e disponi su una teglia da forno; cuoci per circa dieci minuti a 150° girando di tanto in tanto in modo che la cottura sia uniforme. Devi prestare molta attenzione a che non si bruci, di conseguenza, se vedi che la tua granola inizia a diventare troppo scura, levala immediatamente dal forno. Una volta raffreddata, potresti anche aggiungere delle gocce di cioccolato (fondente, bianco o entrambi).

Barrette

Le barrette sono lo snack ideale da portare in giro e, grazie a questa ricetta, puoi finalmente sfruttare le banane troppo mature. Ti servono solo tre ingredienti:

  • due banane mature da schiacciare;
  • 180g di fiocchi d’avena;
  • 30g di crema di arachidi (preferibilmente versione crunchy – croccante).

Schiaccia le banane, aggiungi i fiocchi d’avena e la crema d’arachidi, impasta per bene e versa l’impasto su una teglia da forno. Aiutandoti con un cucchiaio o con un mattarello fai in modo che l’impasto abbia ovunque lo stesso spessore. Cuoci le tue barrette in forno a 180° per venti minuti. Una volta pronte, non avere fretta: lascia che il blocco si raffreddi prima di tagliare le barrette.

Porridge salato

Se ormai non puoi più fare a meno dell’avena, sarai contento di sapere che non devi aspettare solo l’ora di colazione per gustarla. L’avena, infatti, si presta anche ad una ricetta salata che diventerà il tuo comfort food dell’inverno.

Ingredienti:

  • 50g di fiocchi d’avena;
  • 180ml di acqua;
  • 100g di zucca tagliata a cubetti;
  • pizzico di sale;
  • un cucchiaio di olio extravergine di oliva;
  • prezzemolo;
  • spezie q.b..

Il procedimento è praticamente identico a quello che segui al mattino, con la sostanziale differenza che, ovviamente, devi aggiungere il sale, l’olio, le spezie (se vuoi) e l’acqua al posto del latte e del miele. Ovviamente la zucca può essere sostituita dalle verdure che preferisci.

Marito dispotico: separazione con addebito

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Violazione degli obblighi di reciproca assistenza e rispetto: il marito che umilia la moglie ed esercita violenze morali e psicologiche è responsabile.

Hai un marito padrone. In casa fa prevalere sempre le sue decisioni e non ti lascia margine di scelta. È lui che decide dove andare, cosa acquistare, se e quando fare le ferie, da chi passare le feste, ecc. Puntualmente ti mette sempre davanti a decisioni già prese, di cui vieni a conoscenza a cose già fatte. Le poche volte che hai provato a ribellarti ti ha intimidito, maltrattato e umiliata. Ti ha fatto sentire inutile, un oggetto. Anche se non ha mai avuto atteggiamenti violenti, né ti ha mai picchiato, è a tutti gli effetti ciò che si definisce un marito dispotico. Ed ora che mediti di separati da lui vorresti che il giudice attribuisse a lui tutta la responsabilità per la fine del matrimonio. Questo non avrà ripercussioni sull’assegno di mantenimento che, comunque, ti dovrà essere versato in ogni caso atteso il tuo reddito più basso (è sempre per colpa sua, peraltro, che non hai potuto lavorare). Ma servirà, quantomeno da un punto di vista morale, a restituirti la dignità persa in tutti questi anni.

A stabilisce la possibilità di separazione con addebito al marito dispotico è stata una recente ordinanza della Cassazione [1].

Cos’è l’addebito

Il più delle volte il matrimonio finisce per colpa o volere di uno dei due coniugi. Laddove la separazione sia stata determinata dalla violazione di una delle regole del matrimonio commessa dal marito o dalla moglie, il responsabile viene condannato dal giudice al cosiddetto addebito. Vuol dire che il giudice attribuisce la colpa della separazione al soggetto che, ad esempio, ha tradito l’altro, ha rifiutato di prestare all’altro l’assistenza morale o materiale o che se n’è andato di casa per non tornare più. Il semplice venir meno dell’innamoramento non è considerato causa di addebito; così dire «non ti amo più» è lecito e non implica addebito ma non altrettanto nel caso «non ti amo più perché mi sono innamorata di un altro uomo».

Sotto il profilo pratico, però, l’addebito non comporta una sanzione vera e propria né l’obbligo del risarcimento. L’unica conseguenza dell’addebito è, per il soggetto responsabile:

  • l’impossibilità di chiedere il mantenimento anche se ha un reddito più basso
  • la perdita dei diritti di successione in caso di morte dell’ex prima del divorzio.

La famiglia è fondata su scelte condivise

Un atteggiamento dispotico (tanto da parte dell’uomo che della donna) è contrario ai doveri del matrimonio. Il codice civile, in linea con la funzione della famiglia, impone scelte condivise sia in merito alla gestione della vita coniugale che all’educazione e crescita dei figli. Anche la scelta della residenza è una scelta che deve essere condivisa e non può invece essere imposta da uno dei due.

Il coniuge che umilia l’altro imponendo le proprie decisioni viola uno dei doveri del matrimonio e, come tale, subisce l’addebito.

Che fare in caso di marito dispotico?

Affinché il giudice dichiari l’addebito a carico del marito dispotico è necessario innanzitutto dimostrare gli atteggiamenti prevaricatori e, se sussistenti, violenti. La prova potrà essere costituita da qualsiasi elemento, anche testimonianze offerte da parenti o amici. Finanche le registrazioni sono entrate ormai nel processo di separazione dei coniugi.

Bisogna poi dimostrare che è proprio dall’atteggiamento prevaricatore che è derivata la fine del matrimonio ossia che questo è stato la causa della rottura dell’unione. Non vi devono essere cause pregresse. Se, ad esempio, l’uomo dovesse essere divenuto dispotico dopo aver scoperto il tradimento della moglie, l’addebito sarà imputato a quest’ultima se risulta che è stata proprio l’infedeltà ad aver determinato il cambio di rotta nell’altro coniuge.

Le violenze morali valgono quanto quelle fisiche

Detto ciò la Cassazione ricorda la regola secondo cui le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore di quelle violenze». E, aggiungono i Magistrati della Cassazione, «il loro accertamento esonera il giudice di merito dal dovere di procedere alla comparazione col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei».

Pubblicità occulta sui social network: è vietata?

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Consigli per gli acquisti e pubblicità nascosta su Instagram, Facebook e altri siti internet: anche i piccoli influencer sono obbligati all’hashtag #adv. Le sanzioni dell’Antitrust.

Sarà capitato anche a te, nei tanti momenti della giornata trascorsi su Instagram o Facebook, di imbatterti in un’immagine o in un post con cui l’autore enfatizzava le qualità di un prodotto e di chiederti se, per tale elogio, è stato pagato o ricompensato in natura. Non è certo un segreto che gli influencer, piccoli e grandi che siano, vengono contattati dai pubblicitari intenzionati così a raggiungere una clientela più ampia: a loro viene chiesto di fare da testimonial sui social network di un capo di vestiario, un prodotto dimagrante, un oggetto tecnologico, un accessorio femminile, una vacanza in un resort, ecc. E così, molto spesso, dietro le foto di addominali scolpiti o di gambe scoperte si mimetizzano le marche di costumi da bagno o di scarpe per donna. Pubblicità occulta o indiretta, viene chiamata senza mezzi termini. E il consumatore deve essere informato. La normativa è stata varata diversi anni fa per la televisione (a quante televendite hai assistito, sino ad oggi, nel corso di programmi a quiz o dei talk show?) e ancora non ha un corrispondente per il web. Ecco perché, in questo caso, a colmare le lacune ci ha pensato l’Antitrust, ossia l’Authority garante del commercio e della concorrenza (Agcm). Cosa è consentito fare? È obbligatorio inserire l’hashtag #adv per ogni post che nasconde un “consiglio per gli acquisti”? La pubblicità occulta sui social network è vietata? È quanto cercheremo di chiarire qui di seguito.

Influecer advertising: di cosa si tratta?

Si chiama influecer advertising ed è la pratica con cui alcuni utenti dei social, caratterizzati da un numero elevato di follower ma che non sono necessariamente personaggi famosi del cinema o dello spettacolo, tendono a sponsorizzare alcuni brand al fine di indirizzare le scelte dei propri seguaci. Si tratta di un fenomeno diffuso non solo su Instagram (che oggi, in questo, la fa da padrone) o Facebook, ma anche su YouTube e Snapchat. Anche su alcuni siti internet si svolgono pratiche pubblicitarie indirette e molto simili; ti sarà ad esempio capitato di leggere un post con un link nascosto a un sito di scommesse o di appuntamenti. Del resto, non è un fatto ignoto che l’informazione gratuita viva proprio di pubblicità.

Il concetto di influencer, in realtà, è oggi particolarmente inflazionato. In molti vorrebbero definirsi tale solo per aver un discreto numero di contatti. Chi però riesce a convertire i like in denaro è una sparuta minoranza. Esistono aziende che riescono a mettere in contatto i pubblicitari con gli influencer, o aspiranti tali, come ad esempio Buzoole, società napoletana proprietaria dell’omonimo dominio e di una interessante app per cellulare. Chiunque può iscriversi a Buzoole: un algoritmo valuta l’indice di “notorietà” dell’utente e poi lo propone ai brand in linea con il suo stile, l’età, il tipo di pubblico che lo segue.

Pubblicità occulta: cosa dice la legge?

La pubblicità occulta (o indiretta, che dir si voglia) non è vietata, ma deve essere messa in evidenza, in modo da rendere edotto il consumatore della natura commerciale del messaggio. Il tutto ovviamente nell’ottica di una maggiore tutela del cittadino. A prevederlo è lo stesso codice del consumo [1] che definisce come ingannevole la pubblicità occulta, quella cioè presentata in modo oscuro, incomprensibile o ambiguo o che non indica l’intento commerciale della pratica stessa, e ciò al fine di far assumere al consumatore medio una decisione di natura commerciale che altrimenti non avrebbe preso.

Ma come chiarire l’intento commerciale di un messaggio pubblicitario? In televisione è molto semplice: nel corso delle televendite che intramezzano gli spettacoli televisivi, appare un apposito messaggio in sovrimpressione con la dicitura «messaggio pubblicitario» o simili.

Nel web invece è diventato abitudine inserire, insieme al post, l’hushtag #adv dove «adv» sta per advertising, ossia pubblicità in lingua inglese.

L’hushtag #adv è obbligatorio?

Come detto, nessuna legge stabilisce cosa debbano fare, in modo specifico, gli utenti dei social network che fanno influencer marketing a patto però che il loro messaggio promozionale sia riconoscibile come tale, sia cioè caratterizzato da chiarezza informativa. Nella pratica si è iniziato a inserire l’hustag #adv dietro ogni post che nasconde un intento commerciale o che ha ricevuto una sponsorizzazione da parte di un brand. Sicuramente si tratta di una misura sufficiente ad escludere la pubblicità indiretta, ossia ingannevole. E la conferma viene da una serie di decisioni dell’Antitrust. La prima di questi è del 2017 con cui sono stati bacchettati tutti gli influencer, anche quelli piccoli: ogni post a pagamento deve essere ben segnalato agli altri utenti e ai propri contatti/follower in modo che tutti possano comprendere la natura commerciale della comunicazione.

Ad agosto 2018, l’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza aveva già  inviato lettere di moral suasion agli influencer e ai titolari dei marchi utilizzati dagli stessi. In tali comunicazioni, è stato ricordato che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile in quanto tale. Il divieto di pubblicità occulta ha portata generale e deve, dunque, essere applicato anche alle comunicazioni diffuse tramite i social network, non potendo gli influencer lasciar credere al pubblico dei follower di agire in modo spontaneo e disinteressato se, in realtà, stanno promuovendo un brand.

L’influencer è quindi libero di utilizzare tanto l’hashtag #adv come qualsiasi altra segnalazione purché raggiunga lo scopo di mettere in chiaro il proprio intento promozionale e non incorrere nel divieto di pubblicità occulta.

L’Agcm ha tuttavia indicato degli hashtag alternativi ad #adv volti a rendere chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, ove sussistente, di tutti i contenuti diffusi mediante social. Eccone alcuni:

  • #pubblicità [nome brand];
  • #sponsorizzato da [nome brand];
  • #inserzioneapagamento [nome brand]
  • o, nel caso di fornitura del bene ancorché a titolo gratuito, #prodottofornitoda [nome brand].

Anche se la presenza sull’immagine di un tag che rinvia al profilo o al sito del brand può ben esprimere l’effetto pubblicitario, l’Agcm ha tuttavia ritenuto che questo elemento non sia sufficiente. «La mancanza di ulteriori elementi – si legge nella raccomandazione – può non rendere evidente per tutti i consumatori l’eventuale natura promozionale delle comunicazioni».

Quando vale il divieto di pubblicità occulta sui social?

L’Agcm ha raccomandato l’obbligo dell’hushtag #adv o di qualsiasi altra segnalazione per ogni post che abbia ricevuto un qualsiasi tipo di compenso: non quindi solo quelli retribuiti con denaro ma anche in natura, ad esempio con un campione dell’oggetto sponsorizzato. Capita soprattutto con cellulari, oggetti di abbigliamento e gioielli: le case produttrici ricompensano l’influencer con un loro prodotto. Anche in questo caso però si parla di pubblicità occulta e quindi si incorre nel divieto.

Casa di cura dimette malato: che fare?

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’ospedale può obbligare alle dimissioni? Quando c’è reato di abbandono di incapaci? Quando la casa di cura commette reato?

Il sistema sanitario nazionale è tenuto a prestare la propria assistenza a chiunque ne abbia bisogno. Trattandosi di un servizio pubblico, nessun ospedale può rifiutare di accogliere una persona che necessiti di cure, le quali devono essere fornite gratuitamente (eccezion fatta per gli ingressi al pronto soccorso ritenuti ingiustificati a causa della lievità della patologia). Accanto ai classici presidi ospedalieri, la sanità italiana si avvale di ulteriori strutture convenzionate con il servizio nazionale: queste case di cura devono prestare la medesima assistenza garantita dagli ospedali. Il loro ruolo si giustifica essenzialmente sulla scorta di due ragioni: innanzitutto, spesso si tratta di strutture specializzate nella cura di determinate patologie; in secondo luogo, aiutano i presidi ospedalieri a smaltire la gran quantità di lavoro in cui sono impegnati. Pensa, ad esempio, alle case di cura per malati terminali, oppure a quelle dedicate alle persone anziane: se le strutture sono convenzionate, allora non dovrai pagare nulla per l’aiuto fornito. Il problema, però, è che questi presidi non sono obbligati a trattenere ad ogni costo presso di sé le persone che vi vengono portate: in altre parole, il loro lavoro, così come quello degli ospedali, cessa nel momento in cui non vi dovesse essere più bisogno di assistenza. Se sei malato e vieni ricoverato in ospedale, alla tua guarigione i medici ti dimetteranno perché non c’è più bisogno di loro. Ma cosa succede se le dimissioni vengono “forzate”, cioè vengono ingiustificatamente anticipate? Ebbene, secondo la giurisprudenza, l’ospedale o la casa di cura che obbliga alle dimissioni il paziente rischia di incorrere in reato. Se quello che ti ho detto finora ti ha interessato, allora ti consiglio di proseguire nella lettura di questo articolo: ti dirò che fare quando la casa di cura dimette un malato.

Abbandono di persone incapaci: è reato?

Devi sapere che la legge italiana impone un vero e proprio obbligo di assistenza nei riguardi delle persone che non sono in grado di badare a se stesse. Il codice penale dice che chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall’adottante o dall’adottato [1].

Casa di cura dimette malato: è reato?

La giurisprudenza ha più volte sostenuto che può rispondere del reato di abbandono di incapaci anche la casa di cura che non assista adeguatamente dei suoi ospiti: configura il delitto suddetto la condotta dei responsabili dell’assistenza di soggetti ricoverati presso una casa di cura o di riposo privata i quali non pongono rimedio all’evidente insufficienza e adeguatezza delle strutture assistenziali [2].

Costituisce abbandono di incapaci l’allontanamento di tutte le assistenti di una casa di ricovero per anziani e malati, quando non vi sia nessun altro con le competenze adeguate ad assistere i degenti [3]; è addirittura responsabile di abbandono di incapace lo psicanalista che abbandoni a se stessa la paziente affetta da sindrome dissociativa [4].

Casa di cura: quando le dimissioni sono reato?

La giurisprudenza si è spinta oltre: non solo l’assistenza inadeguata costituisce reato, ma è illecito penale anche obbligare il paziente alle dimissioni. In pratica, la casa di cura che dimette il malato che non è ancora guarito rischia di incorrere nel reato di abbandono di persone incapaci.

Il caso riguardava due figli che avevano comunicato ad un noto ospedale di Venezia di non poter accettare la dimissione ospedaliera della madre in quanto non erano in grado di curarla e assisterla a casa. L’ospedale rispondeva inviando una segnalazione alla Polizia. L’anziana malata continuava a rimanere ricoverata in ospedale finché il direttore sanitario dell’ospedale stesso comunicava ai familiari la dimissione della paziente, precisando che l’eventuale mancato “prelievo” della congiunta sarebbe stato segnalato alle competenti autorità fra cui indicava la Questura. I figli e i nipoti vennero allora processati per reato di abbandono di persona incapace, ma il tribunale [5] li assolse completamente: il reato di abbandono non poteva sussistere perché i familiari, rifiutando la dimissione ospedaliera, non avevano lasciato l’ammalata in pericolo di vita, dato che la stessa era in ospedale. I familiari non si trovavano neppure nella condizione richiesta dal codice penale per essere autori del reato di abbandono in quanto non avevano in custodia la madre. Solamente i sanitari dell’ospedale, avendo in cura la paziente, si trovavano, eventualmente, nella condizione per potere commettere l’anzidetto reato. Pertanto, l’abbandono di persone incapaci poteva essere commesso solamente dalla struttura ospedaliera.

Dimissioni casa di cura: cosa fare?

Alla luce di quanto detto nei paragrafi precedenti, se ritieni che tu o una persona a te cara abbiate ancora bisogno di assistenza, allora rifiuta con fermezza le dimissioni che ti vengono proposte. Nel caso in cui la casa di cura o l’ospedale ti obblighino a lasciare la struttura, allora segnala l’accaduto alle forze dell’ordine: colui che ha bisogno di aiuto non può essere scaricato in strada oppure affidato a chi non può fornire un’adeguata assistenza.

Pensione anticipata con 41 anni di contributi per tutti

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

0

Con la chiusura della quota 100 tutti i lavoratori potranno raggiungere la pensione anticipata con 41 anni di contributi.

Dopo lo stop all’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita, arriva una bella sorpresa per chi è vicino a ottenere la pensione anticipata: chiuso il periodo di sperimentazione della quota 100, difatti, la pensione anticipata ordinaria potrà essere ottenuta da tutti con solo 41 anni di contributi.

Il beneficio, dunque, non sarà riservato ai soli lavoratori precoci appartenenti alle categorie tutelate, come avviene oggi, ma sarà aperto a tutti i lavoratori, purché raggiungano 41 anni di contributi non coincidenti complessivamente.

La possibilità di ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi per tutti partirà, in base a quanto reso noto sinora, dal 2022, una volta terminato il triennio 2019-2021, nel quale sarà possibile pensionarsi con la quota 100.

Ma si potrà ottenere la nuova pensione anticipata cumulando i versamenti di casse diverse? Nei 41 anni di versamenti conteranno anche i contributi figurativi? Saranno previsti ulteriori limiti per accedere al pensionamento agevolato?

Secondo quanto annunciato, le regole alla base della pensione anticipata ordinaria non cambieranno: in parole semplici, la pensione anticipata con 41 anni di contributi non consisterà in un trattamento diverso dalla pensione anticipata ordinaria, ma si tratterà della stessa prestazione, con il solo alleggerimento dei requisiti contributivi.

Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto sulla pensione anticipata ordinaria e sulla nuova prestazione con 41 anni di contributi.

Come funziona la pensione anticipata ordinaria

La pensione anticipata ordinaria si può ottenere, sino al 31 dicembre 2018, con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, e con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Dal 2019 il requisito sarebbe dovuto aumentare:

  • a 43 anni e 3 mesi di contributi, per i lavoratori;
  • a 42 anni e 3 mesi di contributi, per le lavoratrici.

Secondo quanto indicato nel cosiddetto “pacchetto previdenza”, però, dal 2019 i requisiti per la pensione anticipata resteranno gli stessi, grazie al blocco degli adeguamenti alla speranza di vita; la decorrenza dovrebbe essere invece spostata in avanti di tre mesi con l’applicazione delle finestre fisse.

Pensione anticipata con 41 anni di contributi per i lavoratori precoci

I lavoratori precoci, cioè coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi versati prima del 19° anno di età, possono ottenere sin da ora la pensione anticipata con 41 anni di contributi (nel 2019, in base alle novità contenute nel pacchetto previdenza, i requisiti non cambieranno), se appartengono a una delle categorie salvaguardate: disoccupati, invalidi in misura almeno pari al 74%, caregiver (coloro che assistono, da almeno 6 mesi, un familiare entro il 1° grado- in alcune ipotesi entro il 2° grado- convivente, con handicap grave) e addetti ai lavori gravosi.

Per ciascuna di queste categorie sono previsti dei requisiti specifici, al fine di ottenere la pensione anticipata precoci.

La pensione anticipata dei lavoratori precoci non può essere cumulata col reddito di lavoro, per il periodo corrispondente a quello di maturazione dei requisiti per la pensione anticipata ordinaria.

Nuova pensione anticipata con 41 anni di contributi 

Dal 2022, una volta chiuso il triennio nel quale sarà possibile pensionarsi con la quota 100 (con un’età minima di 62 anni e 38 anni di contributi), tutti i lavoratori potranno pensionarsi con 41 anni di contributi, anche se non precoci e non appartenenti alle categorie tutelate.

Le regole alla base della nuova pensione anticipata dovrebbero essere le stesse alla base della pensione anticipata ordinaria attuale. Vediamole nel dettaglio.

Com’è calcolata la pensione anticipata?

La pensione anticipata ordinaria, come la generalità dei trattamenti pensionistici, è calcolata col sistema:

  • retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo, per chi possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • interamente contributivo, per chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995.

Ad oggi non sono più applicate penalizzazioni in base all’età: sino a qualche anno fa, era invece applicata una penalizzazione percentuale per chi si pensionava prima di aver compiuto 62 anni.

La nuova pensione anticipata con 41 anni di contributi dovrebbe essere calcolata allo stesso modo della pensione anticipata ordinaria, senza penalizzazioni o ricalcoli.

Pensione anticipata col cumulo dei contributi

La pensione anticipata ordinaria può essere anche ottenuta in regime di cumulo, ossia sommando i contributi presenti in gestioni diverse.

Attraverso il cumulo, in pratica, i versamenti presenti in casse diverse sono sommati ai fini del diritto alla pensione, mentre ai fini della misura della pensione ogni gestione liquida la quota di propria competenza.

Il cumulo non prevede il ricalcolo contributivo della prestazione, per quanto riguarda le gestioni Inps: al contrario, il totale dei contributi cumulati rileva anche ai fini del sistema di calcolo della pensione da utilizzare. Se, ad esempio, attraverso il cumulo il pensionato raggiunge 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, ottiene il calcolo retributivo della prestazione sino al 31 dicembre 2011, anziché solo sino al 31 dicembre 1995. Non vengono considerati i contributi versati presso le casse professionali, però, ai fini del sistema di calcolo: in pratica, se si raggiungono 18 anni di contributi anche sommando i versamenti presso una gestione dei liberi professionisti, il metodo di calcolo non varia.

Per quanto riguarda le casse professionali, in certi casi il cumulo può determinare il calcolo contributivo della propria quota di pensione, se non si raggiunge un requisito assicurativo o di contribuzione minimo: dipende dal regolamento della specifica gestione.

Anche la nuova pensione anticipata con 41 anni di contributi, in base a quanto reso noto sinora, potrà essere ottenuta col cumulo dei versamenti.

Pensione anticipata: contributi figurativi

Per ottenere la pensione anticipata ordinaria è possibile utilizzare anche i contributi figurativi, cioè accreditati direttamente dall’Inps in corrispondenza di periodi di assenza o di non lavoro tutelati (malattia, disoccupazione indennizzata, maternità…).

Tuttavia, per chi ha versato il primo contributo dopo il 31 dicembre 1992, i contributi figurativi non possono essere superiori a 5 anni.

Le stesse regole dovrebbero valere anche per la nuova pensione anticipata con 41 anni di contributi.

Pensione anticipata: quando è liquidata

Ad oggi, la pensione anticipata ordinaria decorre dal 1° giorno del mese successivo alla maturazione dei requisiti, se la domanda è inviata tempestivamente, diversamente dal 1° giorno del mese successivo all’invio della domanda.

Dal 2019, dovrebbero essere invece applicate finestre fisse di attesa pari a 3 mesi, nella generalità dei casi.

Le stesse regole dovrebbero valere anche per la nuova pensione anticipata con 41 anni di contributi.

Come ridurre lo stress

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Metodi per combattere lo stress in casa e fuori casa, un esercizio di respirazione yoga da sperimentare, consigli per affrontare l’attività fisica, trucchetti per affrontare lo stress quotidiano.

Lo stress sembra essere la malattia che affligge tutti nel nuovo millennio, e con i ritmi a cui ti sottopone la vita quotidiana senti che anche tu sei pronta/o per superare il limite salutare oltre il quale pensi di non potercela fare e che tutto questo stress si possa ripercuotere negativamente sul tuo lavoro e sulla tua famiglia. Ti propongo una serie di idee su come ridurre lo stress che certamente ti regaleranno una qualità di vita nettamente superiore. Ti sei sempre domandato/a cosa sia lo yoga e vorresti avere qualche informazione che ti faccia capire se fa per te? Vorresti capire come affrontare un’attività fisica antistress? O la tua maggiore fonte di stress è relativa all’ambiente casalingo? Prova a leggere i paragrafi che seguono, ci saranno molte possibilità da sfruttare ogni giorno per combattere lo stress.

Lo yoga

Se parliamo di lotta contro lo stress non possiamo prescindere dal parlare di yoga, poiché negli ultimi anni è pressoché universalmente riconosciuto come il più efficace metodo per ridurre le ansie della quotidianità. Lo yoga è una disciplina olistica, una dottrina di vita che parte dalla convinzione che l’uomo può vivere in armonia con sé stesso solo se c’è equilibrio tra corpo, anima e spirito.

Nasce più di 5000 anni fa da saggi abitanti della valle dell’Indo che svilupparono esercizi e posizioni un grado di portare equilibrio tra le energie del corpo dello spirito e dell’anima; equilibrio che coincide con la salute. Quindi lo yoga non è da intendersi come una semplice ginnastica speciale, poiché oltre a potenziare la mobilità e a fare ottenere più forza è in grado di aiutarci a trovare la calma e ridurre lo stress della quotidianità.

Se deciderai di avvicinarti allo yoga per combattere lo stress noterai una serie di benefici: ti sentirai più forte e meno fiacco perché lo yoga stimola la circolazione e sviluppa i muscoli, sarai in grado di concentrarti meglio perché arriverà più ossigeno al tuo cervello con una corretta respirazione; inoltre, essendo più rilassato tutta una serie di disturbi psicosomatici come insonnia, sindrome da colon irritabile ed emicranie con molta probabilità scompariranno.

Proverò a spiegarti un esercizio semplice di respirazione, se sentirai una sensazione di calma, serenità e armonia allora la tua strada per combattere lo stress passa attraverso lo yoga.

Esercizio sono la calma

Mettiti in una posizione comoda con la schiena dritta e chiudi gli occhi. Presta attenzione al tuo respiro senza cercare di influenzarlo e quando il ritmo è lento e costante prova a unirlo alla formula: sono la calma. Durante l’inspirazione cerca di riempire prima la parte inferiore dei polmoni e sentirai il ventre sollevarsi, poi gradualmente le costole e infine lo sterno e le clavicole estendersi, concentrati in questa fase sulla parola “sono”.

Durante l’espirazione concentrati invece sulla parola “calma” e procedi con l’espirazione rilassando gradualmente tutti i muscoli: prima le clavicole e lo sterno, poi le costole, infine il ventre. Ripeti 7 volte.

Se vuoi sperimentare altri esercizi prova a scaricare una delle molte app sullo yoga presenti sia su Google Play che su App Store. Sono spesso accompagnate da video e/o foto che potranno coadiuvare l’esecuzione degli esercizi e programmi specifici per le tue esigenze come lo yoga da effettuare in pochi minuti sul posto di lavoro, quello per riposare meglio o aiutare la digestione.

L’attività fisica

Se proprio lo yoga non fa per te non preoccuparti esistono alternative altrettanto valide, quello a cui non devi rinunciare è fare attività fisica. Questa infatti migliora il benessere psicologico, regola il sonno e riduce l’ansia; infatti aumenta la produzione di endorfine, neurotrasmettitori che inducono una sensazione di benessere.

Devi però seguire dei suggerimenti di base:

  • pratica un’attività che ti piace davvero. Dovrai spendere del tempo in qualcosa che ti piace altrimenti sarà solo un altro impegno a cui far fronte e sarai tentato/a a lasciar perdere finché non mollerai del tutto. Asseconda quindi le tue esigenze di compagnia andando per esempio in palestra o di solitudine recandoti al parco senza interferenze altrui;
  • non scegliere un’attività competitiva. Lo sport a differenza dell’attività fisica sottopone a uno stress competitivo che di per sé non ha nulla di negativo al contrario può essere per molti di sprone; ma se è la fuga dallo stress e magari dalla competizione quotidiana quello che cerchi, allora lo sport potrebbe non essere la soluzione adatta;
  • rivolgi a te stesso frasi di incoraggiamento. Mentre pratichi l’attività fisica prova a dire a te stesso frasi come: “ce la puoi fare” o “rilassati”, questo permetterà di creare uno status psichico ottimale di energia mentale libera da stress;
  • poniti degli obiettivi realistici. Pensa ai tuoi impegni e struttura con attenzione il tuo programma di allenamento perché darsi degli obiettivi che si possono realizzare aiuta a migliorare la fiducia nelle proprie possibilità. I benefici maggiori li otterresti con un’attività quotidiana anche solo di mezz’ora al giorno, ma anche tre sessioni settimanali di almeno 45 minuti potrebbero darti un inaspettato senso di benessere. Preferisci però le attività aerobiche come camminata veloce, nuoto, bicicletta che favoriscono maggiormente l’obiettivo di attenuazione dello stress.

Anche in questo caso potrai trovare numerose app per il fitness  disponibili sia per dispositivi Android che per quelli iOS, quasi tutte gratuite nella loro versione base. Potrai utilizzare quella che più si avvicina alle tue esigenze anche per effettuare attività fisica a casa o per programmare sessioni di allenamento di appena 5 minuti. Molte ti danno la possibilità di inserire parametri precisi come il tuo sesso, le sessioni settimanali che intendi praticare o la zona del corpo su cui intendi lavorare di più, senza perdere mai di vista il tuo obiettivo che è quello di liberarti dallo stress.

Passeggiata nella natura

Quante volte sei andato/a a fare una passeggiata per sbollire un momento di nervosismo? Se ti è capitato almeno una volta sai benissimo che dopo circa un quarto d’ora hai iniziato a respirare più lentamente, i muscoli si sono sciolti e le idee chiarite. Questi effetti possono essere potenziati da una camminata nella natura. Secondo uno studio dell’Università del Michigan, i maggiori benefici del passeggiare in mezzo alla natura in compagnia, sono stati ottenuti da coloro che avevano avuto di recente eventi particolarmente stressanti nella loro vita.

Inoltre, il contatto con la natura e l’aria pulita e salubre dei boschi, della campagna o della riva del mare è connesso a un abbassamento dei livelli dell’ormone dello stress.

Ed ecco qualche consiglio per la tua passeggiata:

  • questo è un trucco per capire qual è il tuo ritmo: se riesci a parlare senza affannarti allora quello è il tuo ritmo perfetto: ricordati ovviamente di non andare troppo piano;
  • lascia chiuso il tuo telefono. In questo modo staccherai dagli impegni e dalle preoccupazioni quotidiane prendendoti un momento solo per te e non rischierai di inciampare mentre osservi lo schermo;
  • goditi il paesaggio. Osserva la natura intorno a te, i colori e i profumi nonché il passare delle stagioni; cerca di ritrovare la dimensione naturale dell’uomo che è quella di essere in comunione con il mondo naturale;
  • la borsa e le scarpe. Scegli scarpe comode e mai appena comprate, utilizza una soletta specifica nel caso tu abbia qualche difficoltà come fasciti plantari o simili, porta in borsa tutto il necessario per affrontare un cambio di temperatura esterna e soprattutto non dimenticare l’acqua perché idratarti è fondamentale a seguito di ogni attività fisica.

La spesa e lo shopping antistress

Una delle faccende quotidiane che più ci affatica è spesso la spesa, rumori e confusione, conoscenti con cui devi fermarti a chiacchierare e alla fine ti ritrovi con un carrello di cose superflue e a casa non sai comunque cosa cucinare o cosa indossare per il weekend in montagna.

Ti spiego in pochi e semplici passi come far diventare la spesa e lo shopping un momento gradevole:

  • prepara la lista della spesa a casa. Sembrerà un suggerimento scontato ma spesso non ci rechiamo al supermercato consapevoli di quello di cui abbiamo necessità; perciò ti invito a preparare su un foglio il menù della settimana e a procedere con la lista della spesa solo in base a ciò che intendi cucinare. In questo modo farai una spesa veloce puntando solo ai reparti che ti interessano e per tutta la settimana non avrai il pensiero fisso di capire cosa cucinare. Appuntandoti gli alimenti che intendi mangiare ti renderai conto che sarà facile correggere gli errori alimentari alla base, la ripetizione degli stessi piatti e la carenza di alcuni nutrienti. Quindi mangerai più sano, spenderai di meno e non dovrai stressarti a pensare cosa cucinare…non ti senti già più sollevato/a?;
  • non andare a fare shopping il fine settimana, perché è il momento in cui i negozi sono più affollati, le file interminabili, i camerini e le casse congestionati. Ricavati un momento nella pausa pranzo (ormai moltissimi negozi fanno orario continuato) ti sentirai disteso/a e spensierata/o, ma ricordati che se decidi di fare la spesa al supermercato in questo momento della giornata non dovrai essere a digiuno perché rischieresti di acquistare montagne di cibo inutile e spazzatura in preda i morsi della fame;
  • acquista su internet. Oggi lo shopping on-line ti permette di trovare risposta a qualunque tua esigenza, quindi se proprio ti annoia l’idea di andare a comprare le lampadine o il tostapane, apri il pc e troverai tutto ciò di cui hai bisogno in un click. Ti svelo una piccola curiosità: negli ultimi anni gli acquisti in rete hanno visto un aumento considerevole, questo è dovuto anche al fatto che nonostante il dispendio economico provenga sempre dal nostro portafoglio, la sensazione quando arriva un pacco a casa è quella di ricevere un regalo, con tutti i benefici di cui può beneficiare il nostro corpo con questa scarica di endorfine.

In casa senza stress

Anche i doveri casalinghi possono essere fonte di stress, soprattutto se sei donna e le incombenze domestiche ricadono quasi tutte sulle tue spalle; sembra infatti che solo una donna su cinque sia sostenuta dal proprio compagno, mentre per le altre quasi tutto il carico di lavoro è affrontato in solitudine. Siamo già da un po’ nel nuovo millennio quindi è ora che tutti in casa collaborino attivamente. Sembra infatti che per combattere questa fonte notevole di stress sia fondamentale la suddivisione dei compiti in casa.

Prova ad organizzare un elenco di responsabilità per il tuo compagno e/o i tuoi figli, ma ricordati che siano in accordo alle inclinazioni di ciascun membro della famiglia e che rispettino gli impegni della settimana. Scoprirai che il tuo rapporto di coppia e in generale in famiglia sarà più disteso e avrete tutti più tempo da dedicare ai vostri hobbies.

Riprendere i tuoi passatempi è il tuo prossimo compito per combattere lo stress. Praticare un hobby con regolarità infatti, porta a stimolare il lato sinistro del cervello che attiva l’attenzione sugli aspetti positivi della vita e sulle emozioni positive. Innesca quindi il tuo atteggiamento positivo regalandoti del tempo per quella passione che hai messo da troppo tempo da parte.

Adotta un animale domestico. Se hai sempre desiderato un compagno animale nella tua vita questo potrebbe essere il momento giusto. Con un cagnolino potrai uscire a fare lunghe e salutari passeggiate e accoccolarti sul divano in compagnia; un gatto invece, sarà un antistress naturale, accarezzarlo mentre fa le fusa produce effetti benefici come l’abbassamento della pressione sanguigna. Anche se un animale domestico è quasi sempre una buona idea per abbassare lo stress, ricorda che devi avere un’ambiente adatto a ospitarlo e il tempo da dedicare al tuo nuovo amico.

Suoni della natura. Per provare l’effetto rigenerante della natura puoi provare ad ascoltare i suoni della natura su cd, scaricarli ad esempio su Spotify o usufruire di quelli che troverai facilmente on-line. Dagli studi effettuati non solo emerge il beneficio per la psiche, ma risulta anche che riescano ad aiutare la concentrazione e a contrastare i rumori artificiali della città che spesso disturbano il tuo lavoro o il tuo tempo libero. Io però ti consiglio di fare il jackpot e passare tu stessa/o una giornata nella natura per registrare i suoni che più ami e riascoltarli quando ne avrai maggiormente bisogno.

Di ROBERTA JERACE

Qual è la ricetta della Coca Cola?

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Preparare in casa la bevanda gassata più famosa del mondo è il sogno di tantissime persone: in questa guida troveremo la ricetta per realizzare la Coca cola originale, o quasi.

E’ la bevanda gassata più famosa al mondo. È realizzata da una delle aziende più importanti dell’intero pianeta. È scura, piena di bollicine e dal gusto unico. Se leggendo queste righe nella vostra mente si è materializzata l’immagine di un bel bicchiere di Coca cola ghiacciato, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro scopo. La Coca Cola è la bevanda che da oltre un secolo allieta le papille gustative di miliardi di bambini e adulti. Per decenni la ricetta di questa gustosa bevanda è rimasta segreta. Negli ultimi anni, però, una giornalista americana ha dichiarato di essere riuscita a finalmente a mettere le mani sulla ricetta originale della Coca Cola. Dall’azienda americana ovviamente smentiscono, ma il problema è, come vedremo in seguito, che seguire fedelmente la ricetta originale è praticamente impossibile. Non precorriamo però i tempi. Nei prossimi paragrafi proveremo a rispondere alla seguente domanda: qual è la ricetta della Coca Cola? Oltre a rispondere a questo quesito, vi suggeriremo anche una variante per realizzare in casa una coca cola particolarmente buona.

Da dove arriva questa ricetta della Coca Cola?

Per capire dove i nascono i dubbi circa la ricetta segreta della Coca Cola, è bene fare ordine nella vicenda. La protagonista è Ida Grass, una giornalista americana che ha dichiarato di essere entrata in possesso di alcuni scritti di John Pemberton, l’inventore della mitica bevanda. Tra questi scritti vi sarebbe anche la ricetta originale della Coca Cola.

Per mostrare a tutti che si tratta di un documento autentico la Grass ha dato l’esclusiva alla rivista This American Life dove, oltre ad elencare gli ingredienti necessari per realizzare la Coca Cola, ha fatto pubblicare la foto dei fogli originali scritti da Pemberton in persona.

Ad una prima analisi sembra ovvio a tutti che c’è solo un modo per confutare o confermare quanto dichiarato dalla Grass: provare a realizzare la Coca Cola seguendo la ricetta pubblicata sulla rivista This American Life.

Vediamo insieme gli ingredienti originali indicati in questo documento:

  • 120 ml di estratto fluido di coca;
  • 90 ml di acido citrico;
  • 30 ml di caffeina;
  • 30 cucchiai di zucchero;
  • 9,5 litri d’acqua;
  • 0,9 litri di succo di lime;
  • 30 ml di vaniglia;
  • caramello quanto basta;
  • alcol quanto basta;
  • arancia quanto basta;
  • limone quanto basta;
  • noce moscata quanto basta;
  • coriandolo quanto basta;
  • cannella quanto basta;
  • olio di neroli quanto basta.

La quantità di ingredienti per preparare la mitica Coca Cola è in effetti molto ampia, ma questo poteva anche essere messo in preventivo. Il problema è nel reperire tutti gli ingredienti. Passi per gli aromi come arancia, limone e noce moscata. Passi anche per l’olio di neroli, un estratto di arancia amara che con un po’ di buona volontà può essere reperito. Lo stesso dicasi per la caffeina e l’acido citrico. L’unico vero ingrediente impossibile da acquistare è l’estratto fluido di coca.

Sappiamo tutti che la coca è una pianta dalla quale, oltre al sopracitato ingrediente, si ricava la cocaina, la droga più diffusa al mondo. Va da sé, quindi, che nessuno di noi può coltivare liberamente una pianta di coca e metterla al fianco a quella del basilico sul balcone di casa. L’unica azienda in tutto il mondo autorizzata a coltivare e trattare piante di coca è, appunta, la Coca Cola. Del resto, che si tratti dell’ingrediente fondamentale lo si capisce anche dal nome della bevanda stessa.

L’autorizzazione alla coltivazione della coca arriva direttamente dalla DEA, l’agenzia americana che vigila sul traffico illecito delle droghe. Ad oggi, quindi, provare a seguire la ricetta diffusa dalla Grass per capire se si tratta di quella originale scritta da Pemberton è praticamente impossibile. La vicenda potrebbe avere degli sviluppi nel prossimo futuro, ma al momento non ci sono aggiornamenti.

Quindi se bevo Coca Cola assumo cocaina?

Il fatto che nella ricetta originale della Coca Cola ci sia realmente un estratto fluido della coca ha fatto sobbalzare diverse persone. Prima però di creare allarmismi e denunciare (inutilmente) una multinazionale per spaccio di stupefacenti è ben fare qualche chiarimento. Che gli estratti della pianta di coca fossero tra gli ingredienti principali della Coca Cola si è in realtà sempre saputo, ancor prima che la Grass pubblicasse la ricetta originale.

Era l’8 maggio del 1886 quando John Stith Pemberton, un farmacista di Atlanta, realizzò la ricetta della mitica Coca Cola. Il fatto che Pemberton fosse un farmacista non era un caso: la bevanda ottenuta dalle noci di cola e gli estratti di coca era stata ideata per curare il mal di testa. Solo successivamente Pemberton scoprì che diluendo il preparato con la soda si otteneva una bevanda dissetante dal gusto unico. E nei suoi primi anni di commercio, in effetti, nella Coca Cola vi era realmente una piccola percentuale di cocaina.

L’azienda però corse ai ripari sin dal 1903, riuscendo ad eliminare la cocaina con un procedimento simile a quello che si usa per decaffeinare il caffè. Rimane però il fatto che l’estratto fluido di coca non è acquistabile nel supermercato sotto casa. Dobbiamo quindi rassegnarci all’idea che è impossibile realizzare la Coca Cola nella cucina di casa propria? Forse no. Nelle prossime righe vi proporremo una ricetta per realizzare la Coca Cola in casa utilizzando tutti ingredienti “legali”. Magari non sarà identica all’originale, ma è sicuramente molto buona.

Come preparare la Coca cola fatta in casa?

La notizia positiva riguardante la Coca Cola fatta in casa è che è davvero semplice da preparare. La maggior difficoltà è forse nel trovar al bancone del supermercato tutti gli ingredienti necessari. Tuttavia, se li trovate tutti e se rispettate le proporzioni, basta saperli mescolare ed il gioco è fatto. Di contro, tra la spesa sostenuta per trovare e acquistare gli ingredienti e la quantità di Coca Cola che si riesce ad ottenere, in termini economici conviene comprare direttamente la bevanda pronta al supermercato.

Tuttavia, se volete sperimentare ugualmente la Coca Cola fatta in casa, dovrete anzitutto procurarvi gli ingredienti per l’essenza:

  • 3,50 ml di olio di arancia;
  • 3 ml di acqua;
  • 2,75 ml di olio di lime;
  • 1,25 ml di olio di cassia;
  • 1 ml di olio di noce moscata;
  • 1 ml di olio di limone;
  • 0,25 olio di neroli;
  • 0,25 olio di coriandolo;
  • 0,25 olio di lavanda;
  • 10 grammi di gomma arabica.

Guardando la quantità degli ingredienti necessari per l’essenza, risulta subito evidente che da soli non basterebbero a riempire un bicchiere.

L’essenza serve a dare il gusto che ricorda la Coca Cola, per ottenerne una quantità ideale bisogna realizzare lo sciroppo con:

  • 2 cucchiai dell’essenza appena realizzata;
  • 3 cucchiai e mezzo di acido citrico;
  • 2,36 kg di zucchero;
  • 2,28 litri di acqua frizzante (meglio se con gas);
  • 30 ml di caramello;
  • mezzo cucchiaio di caffeina.

Se riuscirete a procurarvi tutti gli ingredienti appena elencati, avrete già fatto il grosso del lavoro. La preparazione, come già anticipato, è davvero semplice. Si parte dall’essenza. In un recipiente devono essere mescolati dapprima tutti gli oli, poi bisogna aggiungere la gomma arabica continuando a mescolare e solo alla fine si potrà mettere i 3 ml d’acqua. L’obiettivo è ottenere un preparato perfettamente amalgamato. Qualora vi possa sembrare troppo stancante mescolare il tutto a mano, potete anche servirvi di un frullatore, nel quale potrete frullare gli ingredienti per l’essenza in appena cinque minuti.

Terminata la preparazione dell’essenza, si passa allo sciroppo. Prendete due cucchiai di essenza e inseriteli in un recipiente abbastanza grande per aggiungervi successivamente acido citrico, acqua e zucchero. Mescolate il tutto, poi aggiungete caffeina e infine caramello. Continuate a mescolare finché il preparato non risulterà omogeneo e perfettamente amalgamato.

A quel punto sarà sufficiente rispettare le proporzioni per ottenere la Coca Cola: a seconda della quantità richiesta, nel recipiente finale bisogna aggiungere 4/5 di acqua frizzante ed 1/5 di sciroppo. Per rendere ancor più somigliante alla vera Coca Cola la bevanda che avete appena realizzato, vi suggeriamo di utilizzate acqua particolarmente frizzante, meglio se con gas: non sarà un toccasana per lo stomaco, ma del resto nemmeno l’originale lo è.

Quale acqua usare per la nostra ricetta della Coca cola fatta in casa?

Come avrete avuto modo di notare, l’ingrediente presente in quantità maggiore in questa nostra ricetta è l’acqua.

Tutte le bevande, del resto, al di là degli aromi o coloranti che contengono, non possono prescindere da un’elevata quantità d’acqua. In questo nemmeno la ricetta della Coca Cola originale fa eccezione. Quindi, migliore sarà la qualità dell’acqua usata, più buona sarà la vostra Coca Cola fatta in casa. A tal proposito, è opportuno fare qualche chiarimento.

Per quel che riguarda l’acqua naturale necessaria per realizzare l’essenza, non è fondamentale acquistarne una bottiglia al supermercato. Trattandosi di appena 3 ml, potete tranquillamente usare anche l’acqua della fontana. Se avete dubbi circa la bontà dell’acqua che sgorga dal vostro rubinetto, ve lo togliamo subito. A meno che non arrivi da un vostro serbatoio indipendente, l’acqua della fontana è sicuramente potabile, perché le normativa sugli acquedotti [1] è ancora più severa rispetto a quella per le acque imbottigliate. A dispetto di quanto si possa pensare, quindi, è più sicura l’acqua del rubinetto che quella acquistata al supermercato.

Per quel che riguarda l’acqua frizzante, invece, il consiglio è di prendere esclusivamente quella conservata in vetro. Il punto è che le bottiglie di plastica, se tenute eccessivamente sotto i raggi del sole, possono rilasciare nell’acqua sostanza tossiche.

Nonostante vi sia una recente sentenza della Cassazione [2] circa la conservazione delle bottiglie di acqua in plastica, i controlli per verificare che i venditori non siano negligenti sono assai blandi. Per avere maggiori informazioni su questo argomento, vi consigliamo la lettura di questo interessante articolo.

Rotatoria: di chi è la precedenza

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Le rotatorie, queste sconosciute! Che sono, a cosa servono, quali i tipi, a chi spetta la precedenza quando ci si immette in una rotonda.

Domani hai l’esame teorico di guida per il conseguimento della patente e sei in difficoltà perché devi studiare le rotatorie? Stai guidando e ti trovi in prossimità di una rotonda ma non sai se e a chi dare la precedenza? Quel automobilista è entrato nella rotatoria, tagliandoti la strada, ma ha davvero sbagliato lui o dovevi fermarti per farlo passare? Insomma in una rotatoria: di chi è la precedenza? Quando durante la guida, ci troviamo dinanzi ad una rotonda, sono mille i dubbi e le perplessità che sorgono spontanei. Questo succede perché molti di noi nel sostenere gli esami per la patente, non si sono imbattuti nelle rotatorie per il semplice motivo che non esistevano. E’ chiaro che abbiamo imparato a conoscere gli incroci e le intersezioni e abbiamo appreso il principio generale per il quale tocca dare la precedenza a chi proviene da destra. Ma poi, sono arrivate le rotonde e la cosa ci ha spiazzato, non comprendendo bene a chi spettasse la precedenza. Fortunatamente i più giovani che devono prendere la patente, oggi sono più agevolati rispetto a noi sebbene la precedenza in rotatoria non sia disciplinata da norme specifiche, ma da disposizioni generali sulla circolazione stradale da cui è possibile ricavarne la regolamentazione.

Cos’è una rotonda?

Il problema spinoso delle rotonde/rotatorie infatti, è stato affrontato solo di recente dal nostro legislatore, che ha così colmato una lacuna presente nel Codice della strada, il quale nei suoi circa 200 articoli, non ne faceva menzione alcuna.

A marzo del 2017 infatti, una Circolare del Ministero dei Trasporti avente a oggetto “Procedure amministrative per il conseguimento della patente di guida della categoria B”, ha spiegato come vanno affrontate le rotonde e qual è il corretto comportamento che deve tenere il guidatore quando le imbocca.

La Direzione generale per la motorizzazione ha chiarito che l’atteggiamento dell’automobilista deve adattarsi alle circostanze del caso concreto, questi cioè deve valutare se è in presenza di una o più corsie di marcia in rotatoria nonché considerare la strada dalla quale sta per imboccarla e le situazioni del traffico.

La direttiva specifica che la rotatoria è un’intersezione e che le sue uscite devono essere intese come delle svolte.

L’automobilista in vista della rotonda deve innanzitutto moderare la velocità e controllare il comportamento degli altri conducenti, pronto a dare la precedenza agli altri veicoli se necessario.

In mancanza dello specifico segnale di “dare la precedenza”, che di solito si trova apposto in corrispondenza delle immissioni nella rotatoria, bisogna rispettare il principio generale stabilito dal Codice della Strada  e quindi, si ha l’obbligo di dare la precedenza a chi si immette nella rotatoria [1].

La rotonda all’italiana

Il caso sopra descritto è quello di una rotonda per così dire all’italiana dove all’ingresso si trova apposto solo il cartello blu che segnala la rotonda. La precedenza pertanto, spetta a chi entra nella rotatoria e chi si trova già nell’anello ne deve agevolare l’accesso.

Esempio: il guidatore A deve entrare in una rotonda, che è segnalata solo dal cartello stradale rotondo, con fondo blu, su cui si trovano disegnate 3 frecce bianche che formano un cerchio.

Se nella rotonda già si trova il conducente B, questi deve dare la precedenza ad A agevolandone l’immissione nella rotatoria.

La rotonda alla francese

Diverso è il caso della rotonda alla francese caratterizzata dal segnale “dare la precedenza”, dove al’ingresso oltre al cartello azzurro si trova posizionato anche il triangolo rosso e bianco con la punta rivolta verso il basso e una striscia di arresto. Qui chi entra deve lasciare passare chi si trova già nella rotonda. In quest’ipotesi basta quindi, attenersi alla segnaletica ivi posizionata.

Esempio: il guidatore A deve entrare in una rotonda, che è segnalata da 2 cartelli, di cui uno è quello rotondo con fondo blu e le 3 frecce bianche disegnate e l’altro è quello triangolare con il margine rosso e l’interno bianco. Entrando nella rotatoria, il guidatore A deve dare la precedenza a chi sta già girando nel’anello, in ipotesi il conducente C, che si è immesso nella rotonda prima di lui.

L’introduzione delle rotonde nel sistema viario italiano

Le rotonde hanno cominciato a comparire a metà degli anni novanta e si sono subito diffuse, sebbene il loro costo sia piuttosto elevato.

I motivi dell’introduzione delle rotonde

La ragione di detto aumento è da rinvenirsi in una serie di studi scientifici che hanno accertato una riduzione degli incidenti nell’ipotesi in cui una intersezione tradizionale, regolata da un semaforo, venga sostituita da una rotatoria. In Italia tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, si sono avuti meno incidenti per il 29,1% dei casi e meno feriti per il 31,9% da quando le rotonde hanno preso il posto dei semafori.

Le rotonde inoltre, hanno un impatto migliore sull’ambiente in quanto riducono l’inquinamento: togliendosi il semaforo si riduce il tempo in cui una macchina rimane ferma con il motore acceso in un determinato punto. Si assiste anche ad uno snellimento del traffico che diventa così più scorrevole.

Un’altra ragione per la quale gli amministratori hanno iniziato a costruire rotatorie a tutto spiano, è che quando avviene un urto in una rotonda, questo si verifica in senso laterale, quindi è meno pericoloso per la sicurezza stradale. L’inosservanza di un semaforo determina infatti, un rischio maggiore rispetto all’inosservanza dell’ingresso nella rotatoria.

I casi delle rotatorie

La direttiva del Ministero distingue due casi di rotatorie:

  1. rotatoria a una sola corsia e strada d’accesso a una sola corsia;
  2. rotatoria e strada d’accesso a due o più corsie per senso di marcia.

Rotatoria a una sola corsia e strada d’accesso a una sola corsia

Il guidatore che entra in una rotonda con una sola corsia di marcia, provenendo da una strada anch’essa a una sola corsia, deve immettersi mantenendo il margine destro.

L’uscita al primo braccio

Se intende uscire al primo braccio che si incontra, deve azionare l’indicatore di direzione appena entrato nella rotatoria.

L’uscita a un braccio successivo al primo

Se deve uscire ad un altro braccio, deve accendere la freccia appena superato il braccio precedente a quello prescelto.

Esempio: il guidatore A che proviene da una strada con una sola corsia di marcia, deve entrare in una rotonda con una sola corsia. Nell’immettersi deve mantenere strettamente la destra.

Se la rotonda è formata da più bracci e il guidatore A deve svoltare al primo di essi, appena immesso nella rotatoria, deve accendere la freccia destra per segnalare che intende svoltare. Se intende svoltare ad un braccio successivo al primo, ad esempio al terzo, deve azionare la freccia subito dopo avere superato il secondo braccio.

Rotatoria e strada d’accesso a due o più corsie per senso di marcia

L’uscita al primo braccio

Il guidatore che entra in una rotonda con due o più corsie di marcia, provenendo da una strada con due o più corsie, il quale intende uscire al primo braccio dell’anello, deve tenere il lato destro della corsia di immissione, prima, e della rotatoria, poi.

Deve cioè, avvicinarsi alla rotatoria mantenendosi in prossimità del margine destro della carreggiata di accesso; una volta entrato nell’anello, deve circolare sulla corsia di destra. Se deve uscire al primo braccio, aziona l’indicatore di direzione destro fin da quando è in prossimità dell’anello.

L’uscita a un braccio successivo al primo

Se invece, deve uscire a una delle uscite successive alla prima, aziona la freccia destra successivamente all’ingresso nell’anello, con anticipo rispetto al momento in cui imboccherà il braccio di uscita prescelto.

Esempio: il guidatore A che proviene da una strada con più di una corsia di marcia, deve entrare in una rotatoria con più corsie e successivamente deve uscire al primo braccio della rotonda. In questo caso deve mantenere la destra sia nell’immettersi nella rotonda sia nel girare nell’anello. Prima ancora di entrare nella rotatoria deve azionare l’indicatore di direzione a destra per segnalare l’intenzione di svoltare al primo braccio.

Se la rotonda è composta da più bracci e il conducente A deve uscire al terzo braccio, deve azionare la freccia poco prima di arrivare in prossimità del braccio al quale intende svoltare, più semplicemente dopo avere superato il secondo braccio.

Se il conducente deve proseguire dritto

Se invece, intende proseguire diritto (rispetto all’asse di simmetria della rotatoria), in assenza di traffico deve mantenere la corsia di destra (sia nel ramo di ingresso che all’interno dell’anello), mentre in caso di traffico intenso può scegliere una qualsiasi corsia libera per immettersi nella rotatoria, continuando a mantenere la stessa posizione all’interno dell’anello (comportamento assimilabile alla marcia per file parallele).

Anche in questo caso, prima di uscire dalla rotatoria, sarà necessario spostarsi sulla corsia di destra con conveniente anticipo, azionando preventivamente l’indicatore di direzione destro e verificando di non tagliare la strada ad altri veicoli sull’anello.

In caso di traffico intenso, se vi sono altri conducenti che intendono compiere un’analoga manovra, il guidatore deve mantenere la stessa corsia sia entrando nella rotatoria sia percorrendola, accendendo la freccia destra con un idoneo anticipo rispetto alla svolta.

Esempio: se il conducente A che proviene da una strada con più corsie di marcia, deve entrare in una rotonda anch’essa con più corsie e deve proseguire diritto, se non c’è traffico, nell’immettersi deve mantenere la destra; se c’è traffico intenso deve scegliere una corsia e percorrerla come se di trovasse su una strada a file parallele. Se deve uscire ad uno dei bracci della rotonda, deve accendere la freccia di destra con anticipo rispetto alla svolta, spostandosi di corsia con attenzione. Analogamente si deve comportare in caso di traffico intenso ed in presenza di altri automobilisti anch’essi intenzionati a svoltare al suo stesso braccio, il tutto mantenendo strettamente la destra.

L’uscita a sinistra

Se, invece, il guidatore vuole uscire sul lato sinistro dell’anello (rispetto all’asse di simmetria della rotatoria), deve avvicinarsi alla rotatoria come se si trattasse di una svolta a sinistra, cioè portandosi nella corsia di sinistra della strada di accesso.

Immettendosi nella rotatoria deve azionare l’indicatore di direzione sinistro e circolare nell’anello nella corsia di sinistra, mantenendo sempre in funzione l’indicatore di direzione sinistro.

Anche in tal caso, prima di imboccare l’uscita, dovrà segnalare con l’indicatore destro e con conveniente anticipo, lo spostamento sulla corsia di destra, verificando di non tagliare la strada ad altri veicoli.

Nel caso di traffico intenso e quando sia impossibile occupare la corsia di sinistra, il guidatore deve restare sulla corsia di destra anche se deve svoltare a sinistra.

Esempio: se il guidatore A che proviene da una strada con più corsie di marcia, deve entrare in una rotonda anch’essa con più corsie e intende uscire sul lato sinistro dell’anello, deve immettersi nella rotonda percorrendo la corsia di sinistra e con la freccia di sinistra accesa. Se deve spostarsi a destra, dovrà farlo con molta attenzione, accendendo l’indicatore di direzione destro con anticipo per segnalare il cambio di corsia.

Se il traffico è intenso ed il guidatore A deve uscire a sinistra, deve comunque restare sulla corsia di destra attendendo il momento più propizio per cambiare corsia ed effettuare la svolta.

Famiglia: gli aiuti che ti dà lo Stato

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Nuovo bonus bebè e figli a carico, premio nascita, voucher baby-sitter, buono nido, reddito di cittadinanza: le misure a favore delle famiglie.

Lo Stato, a favore delle famiglie, prevede diversi aiuti: alcuni sostegni, come il premio nascita e il bonus famiglie numerose, spettano ai nuclei familiari a prescindere dal reddito, mentre la maggior parte delle misure è riconosciuta in base alla situazione economica e patrimoniale.

Dal 2019, gli aiuti dello Stato offre alle famiglie non saranno cancellati e sostituiti col reddito di cittadinanza, come inizialmente si temeva a causa dell’esiguità delle risorse disponibili, ma saranno rifinanziati, ed alcuni addirittura maggiorati: è quanto recentemente emerso dagli emendamenti presentati alla legge di Bilancio.

In particolare, per il 2019 è ancora operativo il premio nascita, o bonus mamma domani, che è diventato una misura strutturale, cioè permanente. Resta in piedi anche il buono nido, incrementato, e sono rifinanziati sia il voucher per i servizi di baby-sitting che i contributi per la frequenza del nido, a favore delle madri lavoratrici che rinunciano al congedo parentale.

Torna anche il bonus bebè, maggiorato: in particolare, le famiglie avranno diritto a una maggiorazione dell’importo mensile pari al 20% per il secondo figlio, ottenedo un bonus sino a 192 euro mensili.

L’agevolazione più efficace sarà comunque il reddito di cittadinanza, che consentirà alle famiglie con Isee sotto i 9.360 euro, che soddisfano le condizioni patrimoniali e reddituali richieste, di beneficiare di un sostegno completo.

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla famiglia: gli aiuti che ti dà lo Stato, quali misure sono prorogate nel 2019, quali migliorate, quali condizioni rispettare per aver diritto ai benefici.

Bonus bebè

Il bonus bebè, per i nati dal 2019, consiste in un contributo riconosciuto mensilmente ai genitori con figli minori di 1 anno. L’ammontare del bonus è pari a:

  • 80 euro mensili, per ogni figlio minore di  un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 160 euro, per ogni figlio minore di un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Per il secondo figlio, il bonus è maggiorato del 20%, arrivando a 96 euro al mese per le famiglie con Isee sino a 25mila euro ed a 192 euro per le famiglie con Isee sino a 7mila euro.

I requisiti richiesti ai genitori sono:

  • cittadinanza italiana, di uno Stato europeo o di uno Stato extraeuropeo con regolare permesso di soggiorno;
  • residenza in Italia;
  • convivenza con il figlio;
  • nucleo familiare in possesso di un reddito ai fini Isee non superiore a 25mila euro annui, per tutta la durata dell’assegno.

L’incentivo è corrisposto, sotto forma di assegno, a partire dal giorno di nascita o di ingresso del figlio nella famiglia (in caso di adozione o di affido preadottivo) e fino al compimento del primo anno di età o al primo anno dall’ingresso nel nucleo (o, se precedente, al compimento della maggiore età).

Per approfondire: Bonus bebè 2019.

Premio nascita

Il bonus mamma domani, o premio nascita è un beneficio, dell’importo di 800 euro, completamente esentasse. È corrisposto alle future madri, a partire dal compimento del 7°mese di gravidanza, ed è riconosciuto anche in caso di affidamento e adozione, per gli eventi verificatisi dal 1° gennaio 2017 in avanti. Per ottenere l’importo, che viene erogato in un’unica soluzione, tramite accredito sul conto corrente o sul libretto, o tramite bonifico domiciliato alle poste, è necessario inviare un’apposita domanda all’Inps.

Nel dettaglio, il bonus mamma domani è riconosciuto alle donne in gravidanza o alle madri che si trovano in possesso dei seguenti requisiti:

  • residenza in Italia;
  • cittadinanza italiana o comunitaria;
  • per le cittadine non comunitarie, possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini UE (i documenti devono essere autocertificati inserendone gli estremi nella domanda telematica); il beneficio è stato recentemente esteso a tutte le cittadine straniere regolarmente presenti in Italia.

Il premio nascita di 800 euro può essere concesso esclusivamente per uno dei seguenti eventi, anche nel 2019:

  • compimento del 7° mese di gravidanza (inizio dell’8° mese di gravidanza);
  • parto, anche se antecedente all’inizio dell’8° mese di gravidanza;
  • adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva;
  • affidamento preadottivo nazionale disposto con ordinanza.

Il beneficio è concesso in un’unica soluzione e per ogni singolo evento, gravidanza o parto, adozione o affidamento. Va dunque presentata una domanda per ogni evento e quindi per ogni minore, nato, adottato o affidato: se, ad esempio, si presenta la domanda al compimento del settimo mese di gravidanza, non si deve presentare un’altra domanda per l’evento nascita relativo allo stesso bambino. Lo stesso vale per l’affidamento di un minore: se è stato richiesto il bonus nascita per l’affidamento, non è possibile richiederlo nuovamente per la successiva adozione.

Se, invece, si verifica un parto plurimo ed è stata inoltrata la domanda del bonus al compimento del settimo mese, bisogna ripresentarla dopo la nascita, inserendo tutte le informazioni necessarie per l’integrazione del premio rispetto al numero dei bambini nati.

Per approfondire: Premio nascita 2019.

Voucher babysitter e asilo nido

Il voucher babysitter è un intervento introdotto dalla legge Fornero di riforma del mercato del lavoro [1]: si tratta di un contributo riconosciuto dall’Inps alle madri lavoratrici che si trovano negli 11 mesi successivi al congedo obbligatorio di maternità, se rinunciano, almeno in parte, al congedo parentale (o maternità facoltativa).

Il contributo può essere erogato, per un massimo di 6 mesi (3 mesi per le autonome), sotto forma di buoni lavoro, ora libretto famiglia, per il pagamento della babysitter o utilizzato per pagare la retta dell’asilo nido (in questo caso, l’Inps paga direttamente l’asilo prescelto, che deve essere convenzionato con l’istituto): in entrambi i casi, il suo valore è di 600 euro mensili.

In pratica, la lavoratrice, anziché fruire del congedo parentale (o maternità facoltativa) domanda all’Inps un contributo per pagare la retta mensile dell’asilo nido del bambino, oppure richiede i buoni lavoro (ora il libretto famiglia) per pagare la babysitter.

Bonus nido 

Il contributo per l’asilo nido non deve essere confuso con la misura del bonus nido: questo ulteriore beneficio infatti è un rimborso riconosciuto dall’Inps direttamente all’interessato a fronte della retta pagata per l’asilo nido, sino a un importo massimo di mille euro annuali, corrispondenti a 90,91 euro mensili erogati per 11 mensilità.

Dal 2019, l’importo sale a 1500 euro annui.

Hanno diritto al bonus nido tutte le famiglie, a prescindere dal reddito e dall’indicatore Isee, con figli sotto i 3 anni che frequentano l’asilo nido, o che, a causa di gravi patologie croniche, necessitino di supporto specifico in casa.

L’asilo frequentato deve essere pubblico, oppure può trattarsi di un asilo privato autorizzato all’apertura e al funzionamento da parte dell’ente locale compete.

Il buono non rimborsa le spese sostenute per la frequenza di ludoteche, spazi gioco, pre-scuola e servizi educativi integrativi all’asilo nido.

Detrazione fiscale figli a carico 

Nel 2019 continueranno ad essere operative anche tutte le detrazioni fiscali per figli a carico, maggiorate per i figli minori di 3 anni, per i portatori di handicap e per i nuclei con più figli: ricordiamo che la detrazione è un importo che si sottrae direttamente dalle imposte dovute.

Inoltre, dal 2019, i figli sino a 24 anni saranno considerati a carico con un reddito non superiore a 4mila euro, anzichè a 2840,51 euro. Per approfondire: Bonus figli a carico 2019.

Bonus famiglie numerose 

Per chi ha dai 4 figli in su, oltre alle detrazioni per ogni figlio a carico appena esaminate, spetta un’ulteriore detrazione, unica per tutti i figli, nota col nome “Bonus famiglie numerose.

La detrazione è pari a 1.200 euro indipendentemente dal reddito, a prescindere dal numero di mesi nei quali ciascun figlio risulta a carico: ad esempio, se in una famiglia nasce il 4° figlio il 31 dicembre, il bonus famiglie numerose spetta per intero.

Se il contribuente è incapiente, cioè la detrazione è maggiore dell’imposta dovuta, questa non si azzera all’azzerarsi dell’imposta, ma si forma un credito a suo favore pari all’importo del bonus non fruito, considerando le altre detrazioni spettanti già sottratte dai tributi dovuti. Ad esempio, se l’Irpef a carico del contribuente è pari a 5mila euro, ed ha già fruito delle detrazioni spettanti per familiari a carico pari ad un totale di 4800 euro, con soli 200 euro della detrazione famiglie numerose il tributo si azzera. I restanti mille euro possono allora essere utilizzati come credito d’imposta.

Reddito di cittadinanza 

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe diventare operativo da marzo 2019, consiste in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà.

È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente; il sussidio, in base a quanto reso noto sinora, dovrebbe essere aumentato dello 0,40 per il coniuge e dello 0,20 per ogni figlio minore. Se non si paga l’affitto, il reddito è diminuito di circa 300 euro al mese.

Inoltre, si può possedere un secondo immobile, di valore non superiore a 30mila euro, ed il patrimonio mobiliare della famiglia (conti, carte prepagate, libretti, titoli, partecipazioni…) non può complessivamente superare i 10mila euro, in caso di più componenti.

L’indicatore Isee della famiglia (si tratta, in pratica, di un indice che “misura la ricchezza delle famiglie”) richiesto per il diritto al sussidio dovrebbe ammontare, in base a quanto annunciato, a 9.360 euro.

La prestazione dovrebbe essere erogata con una carta acquisti, una sorta di bancomat, che consentirà di pagare le utenze e l’acquisto di beni di prima necessità.