Cooperativa sociale: chi paga i debiti?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una guida contenente le informazioni essenziali per capire chi sia per legge chiamato a rispondere delle obbligazioni assunte da una cooperativa.         

Se ci si chiede chi paga i debiti in una cooperativa sociale, la risposta è che per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società con il suo patrimonio e, perciò, in nessun modo può essere aggredita dai creditori della cooperativa la quota dei singoli soci.

Cosa sono le cooperative?

La legge [1] chiarisce che le società cooperative sono una particolare forma di impresa: la particolarità sta nel fatto che le cooperative sono società con uno scopo mutualistico, cioè destinate a produrre beni e/o servizi a vantaggio essenzialmente degli stessi suoi soci.

Lo scopo mutualistico, perciò, è l’elemento che differenzia le società cooperative dalle altre società e può essere con maggior precisione definito come l’intento di fornire beni, servizi ed occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero dal mercato.

I settori in cui le società cooperative agiscono con maggior frequenza sono quelli del credito (ci si riferisce ai numerosi istituti di credito cooperativo), della produzione di beni (come le cooperative agricole), il settore sociale (nel quale agiscono le cooperative sociali) e quelli del lavoro e delle costruzioni.

Le cooperative producono beni e servizi a vantaggio dei soci

Chi risponde dei debiti contratti da una cooperativa sociale?

La legge [2] stabilisce in modo preciso e puntuale che per le obbligazioni sociali (cioè per i debiti contratti nei confronti di terzi) risponde solamente la società con il proprio patrimonio (ciò a differenza di quanto avveniva prima della riforma entrata in vigore nel 2003).

Ciò vuol dire che il creditore della cooperativa sociale (e di ogni altro tipo di cooperativa) non potrà né aggredire la quota del singolo socio, né i beni personali del singolo socio.

In aggiunta vi è da dire che la legge [3] impedisce al creditore personale del singolo socio di una cooperativa di aggredire, finché dura la società cooperativa, la quota e le azioni del socio: non vi potrà essere dunque pignoramento della quota e delle azioni del socio non solo da parte del creditore della società cooperativa, ma nemmeno (finché dura la società) da parte del creditore del socio stesso.

Per i debiti delle cooperative risponde solo il patrimonio della società

Come si recupera un credito nei confronti di una cooperativa sociale?

Chiarito, quindi, chi sia a pagare i debiti di una cooperativa sociale, analizziamo cosa possa fare il creditore di una cooperativa per recuperare il proprio credito nel caso in cui la cooperativa non lo paghi.

Le vie praticabili per il creditore della cooperativa sono:

  • la possibilità di pignorare, e poi far vendere all’asta giudiziaria, immobili di proprietà della società cooperativa (ricercandoli attraverso l’effettuazione di una visura ipotecaria estesa in tutta Italia e poi verificando, se gli immobili sono stati reperiti, quale sia lo stato giuridico degli stessi per accertare, cioè, se essi siano stati già pignorati da altri creditori o siano già ipotecati);
  • la possibilità di pignorare beni mobili di proprietà della cooperativa, come ad esempio giacenze nell’ambito di rapporti in conto corrente aperti a nome della stessa società e di proprietà della stessa società (individuandoli con apposita indagine bancaria finalizzata anche ad accertare la giacenza esistente), crediti della società verso terzi, altri beni mobili (avendo cura di individuare quelli di pregio e che sfuggano ai limiti al pignoramento previsti dalla legge per i beni necessari allo svolgimento dell’attività professionale).

Il creditore della cooperativa può pignorare i beni immobili e mobili della cooperativa

Invalido civile: che rischio se faccio lavoretti occasionali?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Assegno mensile di assistenza per invalidi civili parziali: si può percepire anche se si lavora saltuariamente?

Ti è stata riconosciuta la pensione d’invalidità civile, ma hai intenzione di svolgere dei lavoretti occasionali?

Devi sapere che gli invalidi civili parziali (dal 74% al 99%) che guadagnano più di 4.800,38 euro in un anno perdono la pensione d’invalidità civile, o meglio l’assegno di assistenza, anche se il reddito deriva dal lavoro dipendente: il limite di reddito utile per mantenere la condizione di disoccupato che deve possedere l’invalido per aver diritto all’assegno, infatti, è diverso dal limite di reddito assoluto per mantenere la spettanza dell’assegno.

Per mantenere lo stato di disoccupazione ai fini del diritto alla pensione d’invalidità civile, in particolare, l’invalido non deve guadagnare oltre 8mila euro su base annua, se dipendente o cococo, oppure 4.800 euro se lavoratore autonomo; in ogni caso, però, se l’invalido ha un reddito annuo che supera 4.800,38 euro non ha comunque diritto alla pensione d’invalidità civile.

Rilevano, ad ogni modo, soltanto i redditi imponibili Irpef [1]: pertanto, se si svolge un’attività lavorativa attraverso il contratto di prestazione occasionale o il libretto famiglia, cioè con i nuovi voucher, il reddito derivante, non essendo imponibile Irpef, non rileva.

Peraltro, questi limiti valgono soltanto per l’assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, mentre non valgono per gli invalidi civili totali o per chi ha diritto all’assegno ordinario d’invalidità. Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, quali sono i requisiti per la pensione d’invalidità civile, o assegno mensile di assistenza per invalidi civili parziali, e che cosa si rischia se si svolgono lavoretti occasionali.

Quali invalidi hanno diritto all’assegno di assistenza

Per ottenere l’assegno mensile di assistenza bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • essere invalidi parziali di età compresa tra i 18 e i 65 anni e 7 mesi, con una riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 74 e il 99%;
  • essere cittadini italiani, europei o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo;
  • avere un reddito annuo non superiore a 4800,38 euro;
  • essere in stato di disoccupazione (lo stato di disoccupazione si mantiene, anche se si lavora, se non si superano 8mila euro di reddito su base annua, se l’attività esercitata è di lavoro dipendente o co.co.co., oppure non si superano 4.800 euro su base annua, se l’attività è di lavoro autonomo; non è più necessario, per ottenere l’assegno dall’Inps, l’obbligo dell’iscrizione nelle liste di collocamento speciali).

Che cosa rischia chi svolge lavoro dipendente

Se le soglie previste per il mantenimento dello stato di disoccupazione non sono superate, l’invalido parziale viene considerato disoccupato, alla pari di chi non svolge attività lavorativa: è dunque soddisfatto il requisito richiesto per la percezione della prestazione d’invalidità, consistente nel mancato svolgimento di attività lavorativa. È quanto disposto da numerosi messaggi Inps [2].

Bisogna però considerare anche la condizione economica da rispettare per il diritto all’assegno: a tal proposito, il reddito massimo annuo personale non deve essere superiore a 4.800,38 euro (valore per l’anno 2017).

In pratica, se l’interessato è lavoratore dipendente e supera i 4.800,38 euro di reddito, senza superare 8mila euro su base annua, pur non perdendo lo stato di disoccupazione perde la pensione d’invalidità civile, in quanto oltrepassa il limite di reddito assoluto. In ogni caso, ai fini del calcolo del reddito personale annuo rileva solo quello dell’invalido e non dei familiari [3].

Quali redditi possono far perdere la pensione d’invalidità

Per verificare il requisito della mancanza di occupazione e del non superamento dei limiti di reddito, una volta ottenuto l’assegno, l’interessato annualmente deve presentare all’Inps, con la compilazione del modulo Iclav, una dichiarazione sostitutiva, che attesti di prestare o non prestare attività lavorativa [4].

Nel dettaglio, nel modello Iclav devono essere dichiarati i dati necessari per verificare la permanenza dei requisiti previsti per l’assegno mensile d’invalidità, sulla base dei redditi prodotti nell’anno richiesto e della permanenza dello stato di disoccupazione.

Il modello Iclav deve essere presentato, per indicare gli eventuali redditi conseguiti nel periodo di riferimento della dichiarazione, dai seguenti soggetti interessati:

  • invalidi parziali, non ricoverati, con solo assegno;
  • invalidi parziali, ricoverati, con solo assegno;
  • invalidi parziali, non ricoverati, titolari di altro reddito, con solo assegno;
  • invalidi parziali, ricoverati titolari di altro reddito, con solo assegno;
  • invalidi parziali, privi di perequazione automatica ma con limite di reddito personale pari o inferiore a quello stabilito per legge.

È necessario dichiarare:

  • i redditi di lavoro dipendente, anche derivanti da contratti a tempo determinato e part time;
  • i redditi derivanti da lavoro parasubordinato, come co.co.co e co.co.pro;
  • i redditi derivanti da lavori socialmente utili;
  • i redditi derivanti da lavoro autonomo
  • i redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente, lavoro autonomo occasionale, redditi d’impresa o professionali conseguiti dagli aderenti al regime forfettario o dei contribuenti minimi;
  • i redditi presunti, appartenenti alle tipologie elencate, relativi all’annualità in corso.

Gli importi da indicare sono quelli corrispondenti al reddito imponibile fiscale, indipendentemente dal loro ammontare, anche se inferiori alle soglie limite.

Che cosa rischia chi lavora con i nuovi voucher

Come anticipato, chi svolge un’attività lavorativa retribuita con i cosiddetti nuovi voucher, cioè col contratto di prestazione occasionale, oppure col libretto famiglia, non deve dichiarare il reddito prodotto, perché è esente da Irpef. Ad ogni modo, è possibile ricevere, all’anno, un massimo di 5mila euro di compensi derivanti dalle prestazioni occasionali.

Che cosa rischia chi svolge un’attività di lavoro autonomo occasionale

Il lavoro autonomo occasionale non deve essere confuso col contratto di prestazione occasionale: è inquadrabile difatti tra le attività autonome, esercitate, cioè, senza alcun vincolo di subordinazione né di coordinamento, come l’attività d’impresa e l’attività professionale. Non richiede, però, l’apertura della partita Iva, in quanto l’attività è svolta in modo saltuario ed è priva del requisito dell’organizzazione e della professionalità.

Il lavoro autonomo occasionale, pur non richiedendo l’apertura della partita Iva, è comunque imponibile Irpef e deve dunque essere dichiarato.

Pertanto, se l’interessato percepisce una pensione d’invalidità civile e svolge attività di lavoro autonomo occasionale, non può superare il limite di reddito pari a 4.800,38 euro.

Che cosa fare se si supera il limite di reddito per la pensione d’invalidità

Se l’interessato supera la soglia di reddito annuale di 4.800,36 euro, entro 30 giorni deve inviare un’immediata comunicazione all’Inps del venir meno dei requisiti richiesti per il diritto alla pensione d’invalidità.

La comunicazione può essere inviata attraverso il patronato, o il servizio online, disponibile nel portale dell’Inps, “Verifica dati socio-economici e reddituali per la concessione delle prestazioni economiche”, modello AP 70.

Lo stesso modello può essere utilizzato per comunicare il sopraggiungere di una situazione di incompatibilità: l’assegno mensile, difatti, è incompatibile con le altre pensioni di invalidità, con le pensioni per invalidi di guerra, lavoro e servizio.

L’invalido può scegliere comunque la pensione a lui più favorevole.

Chi giudica i reati di particolare gravità

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La giustizia penale è organizzata in modo da attribuire i reati più gravi alla corte di assise.

Il diritto penale, si sa, punisce le condotte gravi, quelle per le quali una normale sanzione amministrativa (ad esempio, una multa) oppure civile non sarebbe sufficiente. Ad esempio, un inganno contrattuale, a seconda dei modi in cui è realizzato, può costituire una semplice astuzia punibile solo con l’annullamento dell’accordo, oppure integrare gli estremi di una vera e propria truffa, penalmente perseguibile.

All’interno dei fatti già costituenti reato, poi, ve ne sono alcuni più gravi degli altri: ad esempio, la rapina è più grave del furto, perché può mettere a repentaglio l’incolumità fisica della vittima; l’omicidio, poi, è sicuramente più grave di qualsiasi reato contro il patrimonio, mentre il delitto di strage è ancora più serio dell’omicidio, in quanto attenta alla vita di più persone. In base alla gravità dei reati la legge prevede un diverso organo giudicante. Vediamo allora chi giudica i reati di particolare gravità.

Quali sono i reati di particolare gravità?

Innanzitutto, bisogna spiegare bene cosa si intende per reati di particolare gravità e, soprattutto, quando un reato può essere definito più grave di un altro.

Il criterio principale per stabilire la gravità di un reato è quello della pena: più è alta la sanzione prevista per un reato, più grave sarà lo stesso. Poiché la legge, per ogni tipo di reato, prevede una pena minima e una massima (cosiddetta pena edittale; ad esempio, il furto [1] è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni), bisognerà innanzitutto guardare alla pena massima: sarà considerato più grave, quindi, il reato punito con la pena più elevata. Ad esempio, il furto semplice (cioè senza aggravanti) è punito con pena massima di tre anni; la rapina [2], invece, con la reclusione fino a dieci anni! È chiaro, quindi, che la rapina è reato più grave del furto.

Cosa succede se la pena massima è identica? In questo caso, bisognerà prendere in considerazione la pena minima. Riprendendo l’esempio di prima, abbiamo detto che la rapina è punita nel massimo con dieci anni di reclusione; anche il delitto di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio [3], però, è punito alla stessa maniera (dieci anni). In questo caso, occorrerà fare il paragone con l’altro “estremo” della pena, quello inferiore: la rapina è punita, nel minimo, con quattro anni di reclusione, mentre la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio con ben sei anni di reclusione. Quest’ultimo reato, pertanto, è più grave della rapina.

Chi giudica i reati di particolare gravità?

La giustizia penale è organizzata in modo tale da affidare alla competenza di giudici diversi le molteplici tipologie di reato previste dalla legge. Fermo il principio secondo cui non esistono giudici superiori ma solo competenze diverse, ecco brevemente la “piramide” processuale disegnata dall’ordinamento italiano:

  • Alla base c’è il giudice di pace, il quale conosce dei reati minori, quelli che si definirebbero bagatellari (minacce, lesioni lievi, invasione di terreni, ecc.);
  • un gradino più su c’è il tribunale in composizione monocratica, cioè costituito da un solo giudice;
  • ancora, c’è il tribunale in composizione collegiale, composto da tre giudici (un presidente e due giudici cosiddetti a latere) il quale è chiamato a decidere su reati molto seri, quale narcotraffico, rapina, abuso d’ufficio, concussione, ecc.;
  • infine, c’è la corte d’assise, composta da otto membri: due giudici togati (uno è il presidente, l’altro il giudice a latere) e sei giudici laici (i giudici popolari). Questi ultimi sono estratti a sorte tra cittadini italiani iscritti in un apposito albo di età compresa tra i trenta e i sessantacinque anni.

La corte d’assise e i reati di particolare gravità

La corte d’assise è il giudice competente a giudicare dei reati in assoluto più gravi. Secondo il codice di procedura penale, la corte d’assise è competente:

  1. per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, di rapina, di estorsione e di associazioni di tipo mafioso anche straniere, e i delitti previsti in materia di stupefacenti (che competono al tribunale, in composizione monocratica e collegiale);
  2. per i delitti di omicidio del consenziente, di istigazione o aiuto al suicidio e di omicidio preterintenzionale;
  3. per ogni delitto doloso se dal fatto è derivata la morte di una o più persone, esclusi i casi in cui la morte è derivata da colpa, da rissa o da omissione di soccorso;
  4. per i delitti previsti dalle leggi di attuazione del divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista, dalla legge sulla prevenzione e repressione del delitto di genocidio e per i delitti contro la personalità dello Stato, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni;
  5. per i delitti consumati o tentati di associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di reati particolarmente gravi, per i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, tratta di persone e acquisto o alienazione di schiavi, nonché per i delitti con finalità di terrorismo, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni [4].

Il codice, al contrario, non elenca i reati che sono attribuiti al tribunale, affermando semplicemente che esso è competente per i reati che non appartengono alla competenza della corte di assise o del giudice di pace [5].

Vaccino antinfluenzale: spetta il risarcimento?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Danni alla salute: non c’è differenza tra vaccini obbligatori e raccomandati: il costo del singolo per il bene pubblico va spalmato sulla società.

In un periodo in cui si parla molto dei vaccini obbligatori e delle possibili (ma non sempre dimostrate) ricadute sulla salute, ecco che spunta un’altra questione: se il vaccino non è obbligatorio, ma solo “raccomandato” dalle autorità, come ad esempio il vaccino antinfluenzale, gli eventuali (e per fortuna rari) danni procurati al paziente sono risarciti dallo Stato? In altri termini, se la cura preventiva è frutto solo di una scelta individuale, su chi ricadono le conseguenze negative che da questa potrebbero derivare? La questione non è di lana caprina visto che ogni anno si vendono migliaia di vaccini contro l’influenza. I soggetti più a rischio – cui appunto viene consigliata la vaccinazione – sono gli anziani dai 65 anni in su, i bambini sopra i 6 mesi, le donne nel secondo e terzo trimestre di gravidanza, le persone ricoverate presso strutture per lungodegenti, i medici e il personale sanitario di assistenza, i familiari di persone ad alto rischio, le persone addette a servizi pubblici di primario interesse collettivo (ad esempio la polizia, i vigili del fuoco, ecc.). Ad oggi, poi, il vaccino antinfluenzale non è gratuito, il che conferma la natura esclusivamente volontaria della terapia. Al di là di tutto, proprio ieri la Corte Costituzionale [1] ha stabilito se, per i danni da vaccino antinfluenzale spetta il risarcimento. Vediamo cosa hanno detto i giudici delle leggi.

Se il vaccino antinfluenzale procura danni alla salute vengo risarcito?

Il punto di partenza è «perché lo Stato risarcisce i danni alla salute derivanti dal vaccino obbligatorio?». In altri termini, perché a dover rimborsare il cittadino è un soggetto diverso da quello colpevole, ossia l’industria farmaceutica? La risposta è molto semplice. L’obbligatorietà del trattamento vaccinale è uno strumento usato dalle autorità per la difesa della salute collettiva. Per cui il diritto al risarcimento di chi subisce una lesione psico-fisica, non sta tanto nell’essersi sottoposto a un trattamento obbligatorio, quanto nelle esigenze di solidarietà sociale che impongono alla collettività di farsi carico delle conseguenze negative che il singolo abbia subìto per il bene non solo proprio ma anche di tutti gli altri consociati.

Il problema però sorge quando, dal vaccino obbligatorio si passa a quello semplicemente «raccomandato» dalle autorità sanitarie. La legge prevede infatti il diritto all’indennizzo solo se la menomazione consegue a una vaccinazione obbligatoria, e non a quelle raccomandate dalle pubbliche autorità e la vaccinazione influenzale appartiene a questa seconda categoria. Tuttavia, secondo la Corte Costituzionale, lo stesso ragionamento fatto per i vaccini obbligatori può essere trasposto anche per quelli raccomandati. In questa prospettiva – quella cioè di un’azione che finisce per ripercuotere i propri effetti positivi su tutta la collettività – non c’è differenza tra «obbligo» e «raccomandazione», per cui anche il vaccino antinfluenzale garantisce il diritto al risarcimento del danno posto l’indubbio vantaggio che esso implica per tutti quanti.

«Alla luce di tali considerazioni – osserva la sentenza – la collettività deve dunque sostenere i costi del pregiudizio individuale, anche nel caso in cui la menomazione permanente sia derivata dalla vaccinazione antinfluenzale. Sarebbe del resto irragionevole riservare a coloro che hanno aderito alle ricordate raccomandazioni delle autorità sanitarie pubbliche un trattamento deteriore rispetto a quello riconosciuto a quanti abbiano ubbidito ad un precetto».

La Corte ha in sintesi ritenuto che, come accade per quelle obbligatorie, anche la vaccinazione raccomandata antinfluenzale ha l’obbiettivo di assicurare la tutela della salute collettiva, attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale della popolazione. Pertanto, anche in questo caso esigenze di solidarietà sociale e di tutela della salute del singolo richiedono che sia la collettività ad accollarsi l’onere dell’eventuale pregiudizio individuale, mentre sarebbe ingiusto consentire che siano i singoli danneggiati a sopportare il costo del beneficio collettivo.

La sentenza precisa poi che l’estensione del riconoscimento del diritto all’indennizzo non implica affatto valutazioni negative sul grado di affidabilità scientifica della somministrazione delle vaccinazioni. Al contrario, la previsione dell’indennizzo, sempre che sia accertato un nesso di causalità tra somministrazione del vaccino e menomazione permanente, completa il “patto di solidarietà” tra individuo e collettività in tema di tutela della salute e rende più serio e affidabile ogni programma sanitario volto alla diffusione dei trattamenti vaccinali, al fine della più ampia copertura della popolazione.

Concorsi: no ai limiti di altezza uguali per uomo e donna

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È discriminatoria la previsione, in un bando di concorso, di un unico limite di altezza per uomini e donne, perché finisce per pregiudicare queste ultime.

Che l’altezza delle donne sia, in media, inferiore a quella degli uomini è un dato obiettivo che ben intuisce anche chi non conosce le statistiche ufficiali. Statistiche che, per quanto riguarda l’Italia, vedono l’uomo con una statura media di 1,77 metri e la donna di 1,64. Se ci spostiamo in Germania, gli uomini misurano 1,79 metri e il gentil sesso 1,66. In Montenegro si toccano i record: 1,85 i maschi e 1,73 le femmine a fronte invece di 1,62 e 1,52 in Vietnam. I tanti osannati svedesi arrivano a 1,80 metri e 1,67, rispettivamente uomini e donne. Se così ha voluto la natura bisogna solo prenderne atto e nessuno – fino ad oggi – ha fatto di ciò un motivo di discriminazione. Tranne la nostra pubblica amministrazione che, evidentemente, quando pubblica i bandi di concorso trascura questo fondamentale dettaglio. È successo a Trenitalia (ma a questo punto ci sarebbe da rivedere tutti i bandi nelle P.A. italiane) dove, nell’indire un posto per capotreno, sono stati posti dei limiti di altezza. O meglio, un unico limite di altezza: uguale per uomini e donne. Chiaramente, questo discorso finisce per penalizzare il sesso «naturalmente» più basso. E di tanto si è accorta la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1]. Secondo la corte sono discriminatori i limiti di altezza uguali per uomo o donna.

Nel 1993 la Corte Costituzionale [2] si era già trovata ad affrontare lo stesso problema e, nell’analizzare i requisiti per l’accesso alle carriere direttiva e di concetto del ruolo tecnico di una pubblica amministrazione aveva censurato l’indicazione, come criterio di selezione, del «possesso da parte dei candidati – tanto di sesso maschile, quanto di sesso femminile – di una determinata statura minima». In quella sentenza era stato detto che «la previsione di una statura minima identica per gli uomini e per le donne costituirebbe un’irragionevole sottoposizione a un trattamento giuridico uniforme di categorie di persone caratterizzate, in base ai dati desumibili da una media statistica, da stature differenti».

In sostanza, secondo i Giudici della Consulta ci si trova a una evidente discriminazione ai danni delle donne.

Tali principi sono stati ripresi quindi dalla Cassazione che ha accolto il ricorso di aspiranti candidate al concorso, tuttavia rifiutate perché ritenute troppo basse alla prova di idoneità fisica. Il deficit staturale però era stato valutato con un unico criterio di riferimento, sia per uomini che per donne. Detto in parole povere, era stata bruciata una carriera per qualche centimetro in meno.

La selezione in un concorso che non distingue l’altezza tra uomini e donne è non solo illegittima ma anche incostituzionale. E ciò non vale solo ai fini dell’assunzione ma anche di una eventuale promozione. La Corte ha precisato che devono essere disapplicati tutti quegli atti amministrativi che ingiustificatamente non tengono conto della identità o diversità delle situazioni soggettive fisiche imposte dalla natura.

Quando è gioco d’azzardo

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il gioco d’azzardo è quello che si basa sul rischio e sulla fortuna. La legge lo proibisce, a meno che non sia autorizzato dallo Stato.

Dadi, carte, scommesse. Tutti questi giochi sono legati da un fattore comune: la fortuna. Il brivido che si prova lanciando i dadi, scoprendo una carta o puntando sulla vincita di una squadra inebria ogni giocatore.

L’ordinamento italiano prevede una precisa regolamentazione per tutti i giochi che possono essere definiti d’azzardo. La normativa riguarda non soltanto le attività che fisicamente si svolgono nelle sale da gioco o nei circoli, ma anche quelle cui si può avere accesso online, attraverso la connessione internet.

Con questo articolo cercheremo di capire quando si può parlare di gioco d’azzardo, perché è illegale e quando, invece, non lo è.

Perché il gioco d’azzardo è illegale?

Per quanto sia ridicolo che io mi aspetti tanto dalla roulette, mi sembra ancora più ridicola l’opinione corrente, da tutti accettata, che è assurdo e stupido aspettarsi qualcosa dal gioco. (F. M. Dostoevskij)

Secondo il codice penale italiano, chiunque in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero in circoli privati di qualunque specie, propone un gioco d’azzardo o lo agevola, è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno e con ammenda non inferiore a 206 euro [1]. Il codice punisce anche chi è colto a prendere parte al gioco d’azzardo, punendolo con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro [2]. La pena è aumentata per tutti coloro che sono sorpresi a partecipare al gioco d’azzardo in una casa da gioco o in un pubblico esercizio, ovvero per tutti coloro che hanno messo in gioco poste economicamente rilevanti.

In caso di condanna per l’una o l’altra contravvenzione, è sempre ordinata la confisca del denaro esposto nel gioco e degli oggetti ad esso destinati.

Il gioco d’azzardo è (tendenzialmente) illegale perché, come noto, crea dipendenza patologica. La ludopatia è diffusissima ed è causa di conseguenze spesso tragiche. Inoltre, il divieto è posto a presidio dell’ordine pubblico, poiché si ritiene che la pratica di queste attività possa essere fonte di disordini e reati. Per questi motivi, il gioco d’azzardo è proibito, o meglio, è regolamentato in modo tale che possa essere praticato soltanto quando autorizzato dallo Stato. Ma quando un’attività può definirsi d’azzardo?

Cos’è il gioco d’azzardo?

Sempre il codice penale fornisce la definizione di gioco d’azzardo: sono tali quelli nei quali, ricorrendo il fine di lucro, la vincita o la perdita è esclusivamente o quasi esclusivamente rimessa a fattori di aleatorietà [3]. Un gioco può definirsi aleatorio quando è rischioso, imprevedibile, dall’esito incerto: in buona sostanza, appunto, d’azzardo.

Quali sono i giochi d’azzardo?

I giochi d’azzardo sono tutti quelli che si basano essenzialmente sulla fortuna. Vi rientrano, pertanto: le scommesse, le lotterie, la roulette, le slot machine, i dadi, il poker (non in tutte le sue forme), ecc. Ogni volta in cui l’esito del gioco è rimesso principalmente alla sorte si può parlare di gioco d’azzardo.

Il gioco d’azzardo è sempre illegale?

No, l’esercizio di un gioco rischioso, aleatorio, non è sempre illegale: il gioco, infatti, è un settore riservato esclusivamente allo Stato. La legge dice che l’organizzazione e l’esercizio di giochi di abilità che prevedono una vincita di qualsiasi tipo e per la cui partecipazione sia richiesto un pagamento in denaro sono riservati allo Stato [4].

Scopo della norma è quello di impedire l’infiltrazione, all’interno dell’esercizio dei giochi aleatori, di associazioni criminali; nonché di tutelare la dignità e la salute dei giocatori da un possibile abuso di queste attività. Inoltre, è chiaro che anche le casse dell’erario ne beneficino.

Pertanto, il gioco d’azzardo è legale ogni volta che ottiene l’assenso dello Stato; ciò accade in due circostanze:

  1. il gioco è gestito dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), un organo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Stato che ha il compito di controllare i giochi più praticati, come il Lotto, il Superenalotto, il Gratta&Vinci, i giochi online;
  2. il gioco è gestito da privati (normalmente grandi società) autorizzati dallo Stato. Si tratta delle case da gioco vere e proprie, ovvero dei casinò; in Italia sono solamente quattro: quello di Sanremo, di Campione d’Italia, di Venezia e di Saint Vincent.

Gioco d’azzardo online: è legale?

Nell’era di internet, il gioco d’azzardo ha trovato una nuova dimensione nella realtà digitale, riscuotendo un successo eclatante.  Il problema è che non tutte le rooms, cioè i siti internet e le stanze da gioco virtuali, sono legali. Ed infatti, secondo la legge finanziaria del 2006 [5], soltanto i siti autorizzati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli possono legalmente consentire l’esercizio del gioco d’azzardo. Pertanto, è sempre l’AAMS, anche nel caso di piattaforma virtuale, a rilasciare agli operatori in possesso di determinati requisiti una licenza per l’esercizio del gioco del poker.

Sebbene con successivi provvedimenti lo Stato abbia parzialmente liberalizzato l’esercizio di giochi aleatori [6], è pur sempre richiesta l’autorizzazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.  L’AAMS, inoltre, redige periodicamente una lista dei siti da oscurare perché illegali, cioè privi della prescritta autorizzazione.

Detto ciò, talvolta gli utenti preferiscono le rooms straniere a quelle italiane. I motivi sono i più disparati: il giocatore può ritenere più conveniente giocare su una piattaforma estera piuttosto che su una italiana debitamente autorizzata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; oppure lo fa perché i casinò virtuali italiani non offrono tutte le esperienze di gioco presenti oltre confine. Questa scelta ha delle ripercussioni di duplice ordine:

  • l’utente italiano che gioca sulla piattaforma straniera non potrà invocare, nel caso di malfunzionamento o, addirittura, di truffa, la tutela offerta dalla normativa italiana;
  • l’erario non può beneficiare degli introiti derivanti dal gioco, né tassare le vincite.

È legale giocare d’azzardo su piattaforme estere?

Si tratta di una domanda alla quale non è facile rispondere. Sebbene non sia possibile individuare un esplicito divieto penale dedicato agli utenti di internet, si può concludere affermando che giocare d’azzardo online su piattaforme estere prive della licenza AAMS costituisca reato. Il gioco d’azzardo, infatti, rimane penalmente perseguibile tutte le volte in cui non sia autorizzato dallo Stato ovvero non rientri nel monopolio statale. Possiamo affermare, quindi, che il gioco di fortuna è, normalmente, illecito; diventa legale solo nelle ipotesi tassativamente previste dal nostro legislatore.

Sebbene non vi sia una norma che punisca specificamente il gioco d’azzardo online su piattaforme estere, è ipotizzabile che si configuri il reato previsto da una legge del 1989 riguardante la partecipazione a giochi non autorizzati dallo Stato e sanzionato con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda da 51 a 516 euro [7].

La conclusione alla quale si è giunti è confortata anche dalla Corte di Cassazione che, pur occupandosi di apparecchi elettronici presenti in locali pubblici, ha ribadito la necessità che la connessione a rete telematica finalizzata all’esercizio del gioco del poker avvenga solo su piattaforme autorizzate dall’AAMS [8].

La soluzione prospettata, comunque, non è certa, in quanto la stessa legge italiana non ha preso una posizione precisa a riguardo. Non bisogna dimenticare, poi, che la frequentazione delle piattaforme estere può comportare, in caso di vincite, problemi di natura fiscale.

Gioco d’azzardo: dove si pagano le tasse?

Le vincite riportate sui siti approvati dall’Aams vengono elargite già tassate: ciò significa che la vincita è tassata alla fonte e perviene nelle tasche del giocatore al netto della ritenuta del fisco. Ciò però non avviene nel caso di scommessa effettuata su piattaforme estere: in questo caso, deve essere il contribuente a dichiarare la vincita, pena l’evasione fiscale.

L’Agenzia delle Entrate ha precisato che le vincite realizzate su siti esteri non autorizzati dai Monopoli di Stato sono soggette a tassazione per intero, senza cioè tener conto delle spese sostenute per la loro produzione. Cosa che non avviene sui siti autorizzati da Aams, in cui le tasse vengono versate alla fonte, motivo per cui le vincite non vanno dichiarate.

Le vincite conseguite per effetto della partecipazione a giochi online rientrano tra i cosiddetti redditi diversile vincite delle lotterie, dei concorsi a premio, dei giochi e delle scommesse organizzati per il pubblico e i premi derivanti da prove di abilità o dalla sorte»), concorrendo alla formazione del reddito complessivo per l’intero ammontare percepito nel periodo d’imposta [9]. Sempre la legge, poi, prevede che tali vincite o premi, se corrisposti da determinati soggetti giuridici (Stato, persone giuridiche pubbliche o private, ecc.), sono assoggettati ad una ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.

I casinò online Aams pagano le tasse sulle vincite direttamente all’erario facendo una detrazione sulla somma vinta dal giocatore. La tassazione alla fonte fa sì che il contribuente non sia tenuto a dichiarare tali redditi, in quanto l’imposta non è dovuta.

Nello specifico, secondo la legge le ritenute alla fonte non si applicano se il valore complessivo dei premi derivanti da operazioni a premio attribuiti nel periodo d’imposta dal sostituto d’imposta al medesimo soggetto non supera l’importo di 25,82 euro; se il detto valore è superiore al citato limite, lo stesso è assoggettato interamente a ritenuta. Le disposizioni non si applicano con riferimento ai premi che concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente.

L’aliquota della ritenuta è stabilita nel dieci per cento per i premi delle lotterie, tombole, pesche o banchi di beneficenza autorizzati a favore di enti o comitati di beneficenza; nel venti per cento sui premi dei giuochi svolti in occasione di spettacoli radio-televisivi, competizioni sportive o manifestazioni di qualsiasi altro genere nei quali i partecipanti si sottopongono a prove basate sull’abilità o sull’alea o su entrambe; nel venticinque per cento in ogni altro caso [10].

Come anticipato, questo regime non si applica nel caso in cui gli utenti ottengano vincite giocando sui siti che non hanno una licenza per il gioco a distanza rilasciata dall’Aams. In questo caso, i soldi vinti vanno dichiarati dal contribuente al momento della dichiarazione dei redditi indicandoli nel modello Unico alla voce “redditi diversi”.

Atto di citazione e notifica tornata al mittente: che fare?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho notificato un atto di citazione per richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale alla compagnia di assicurazione e alla proprietaria/conducente del veicolo investitore. Mentre la notifica alla proprietaria è andata a buon fine quella all’assicurazione mi è tornata al mittente (ho notificato all’Ufficio Sinistri anziché alla sede legale). È corretto considerare la notifica omessa (in quanto rimasta incompiuta) e chiedere al giudice di integrare il contraddittorio? Oppure, considerando la notifica inesistente, la causa dovrebbe essere dichiarata estinta?

La notifica non dovrà essere dichiarata inesistente ma, al massimo, nulla. Difatti, la giurisprudenza più recente ha confermato come le notifiche effettuate presso sedi, uffici o residenze non direttamente collegabili al destinatario producono, comunque, degli effetti giuridici tali da non poter essere dichiarate inesistenti e, quindi, prive di rilevanza processuale: “La notifica eseguita in luogo o a soggetti diversi da quelli dovuti comporta l’inesistenza della notifica stessa solo in difetto di alcuna attinenza o riferimento o collegamento di quel luogo o soggetto con il destinatario, altrimenti la notifica è affetta da semplice nullità[1].

Nel caso specifico, la notifica effettuata all’Ufficio Sinistri della Compagnia Assicuratrice non potrà essere considerata come “avulsa” o “non collegata” alla destinataria stessa, poiché questi Uffici fanno parte della categoria delle cosiddette succursali della società citata in giudizio. Pertanto, il Giudice non potrà fare altro che dichiarare la notifica nulla e onerare il lettore della rinotifica dell’atto di citazione, presso la sede legale della Compagnia Assicuratrice. Qualsiasi altro provvedimento (come quello di cancellazione della causa iscritta al ruolo) sarebbe contrario all’orientamento consolidatosi presso la Suprema Corte e, quindi, ingiusto oltre che abnorme.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

L’amministratore unico della Srl è un lavoratore dipendente?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nell’esercizio delle mie funzioni come amministratore unico di srl mi spettano: rimborsi per viaggi e trasferte; diaria per trasferte; benefit di risultato; ferie non godute; polizza per infortuni e malattie; straordinari e Tfm (trattamento di fine mandato)? L’amministratore unico di srl è considerabile a qualunque titolo un lavoratore?

Preliminarmente, occorre precisare che l’attività di amministratore non è equiparabile a quella di lavoratore dipendente pur presentando pari tutele assicurative e previdenziali nonché meccanismi di retribuzione /contribuzione che si esplicano con modalità similari, stante l’assimilazione, ex art. 50 T.U.I.R., dei redditi derivanti dai compensi percepiti, a quelli di lavoro dipendente.

Benefit risultato, ferie non godute, straordinario: nel caso molto frequente di amministratore e socio lavoratore della medesima società (contemporaneità che potrebbe determinare il riconoscimento di uno straordinario per l’attività lavorativa svolta, benefit risultato ma anche il non godimento di ferie stante l’attività svolta di amministratore) si profila la distinzione dell’attività di partecipazione personale del socio al lavoro aziendale con quella di gestione della società e direzione dell’attività imprenditoriale; distinzione che, rilevando due funzioni contemporanee diverse, ha differenti rilevi di natura previdenziale, stante l’obbligo d’iscrizione alla Gestione Separata Inps in capo all’amministratore per l’attività di direzione e contemporaneamente alla Gestione Commercianti Inps stante la ulteriore qualifica di socio lavoratore.

Amministratore unico srl lavoratore: è utile evidenziare che il legislatore non ha ancora chiarito in maniera definitiva la questione, pertanto, è necessario fare riferimento agli orientamenti giurisprudenziali maggioritari.

Secondo la Cassazione, affinché un amministratore di società commerciale possa essere allo stesso tempo dipendente della medesima è necessaria la contemporanea sussistenza di due circostanze:

1) la presenza di un vincolo di subordinazione;

2) le attività svolte e retribuite quale dipendente non devono assolutamente rientrare nel mandato di amministratore.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5944 del 25 maggio 1991, evidenzia infatti che “la qualità di amministratore di una società di capitali è compatibile con la qualifica di lavoratore subordinato della medesima, ove sia accertato in concreto lo svolgimento di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale rivestita, con l’assoggettamento a effettivo potere di supremazia gerarchica e disciplinare”;

“la qualifica di amministratore di una società commerciale non è di per sé incompatibile con la condizione di lavoratore subordinato alle dipendenze della stessa società, ma, perché sia configurabile tale rapporto di lavoro subordinato ……il dipendente – amministratore deve provare in modo certo il requisito della subordinazione, elemento tipico qualificante del rapporto, che deve consistere nel suo effettivo assoggettamento, nonostante egli rivesta la carica di amministratore, al potere direttivo e disciplinare dell’organo di amministrazione della società nel suo complesso” (Cass. 19 maggio 2008 n. 12.630).

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente, nel caso di amministratore unico di srl, e quindi venendo meno la presenza di un organo di amministrazione collegiale, non configurandosi i requisiti di subordinazione e di netta divisione delle attività svolte e persistendo potenziali situazioni in conflitto di interessi tra i ruoli, con la nomina ad amministratore viene meno automaticamente il rapporto di lavoro dipendente.

Rimborsi viaggi, trasferte diaria: nell’espletamento del mandato affidato, all’amministratore spetta il rimborso delle spese effettuate (spese di viaggio, diaria), che devono transitare per la registrazione, nel caso di società con dipendenti, nel L.U.L. (libro unico del lavoro) al pari delle indennità di trasferta previa autorizzazione con delibera del competente organo sociale.

Quest’ultime devono essere evidenziate dalla società in sede di presentazione del modello 770 e rilevate nella C.U. (certificazione unica ) dalla stessa società predisposta.

Polizza infortuni-malattia: è possibile, e nella prassi molto frequente, la stipula da parte della società di polizze a copertura di infortuni e malattie, al fine di scongiurare rischi collegati allo svolgimento dell’incarico; le stesse al pari di benefit di risultato sono possibili se stipulate/stabiliti con idonea e certa deliberazione dell’organo deputato alla governance aziendale.

TFM: per quanto infine, riguarda, la eventuale corresponsione di TFM, ovvero di indennità a titolo di trattamento di fine mandato, nel precisare che la stessa non è prevista ne disciplinata da alcuna norma di legge specifica; si ritiene possibile a volontà della parti che sono libere di stabilirlo con una previsione statutaria o in fase di delibera assembleare e sempre nel rispetto del vincolo di ragionevolezza e congruità.

Ai fini del beneficio, per il percettore, della tassazione separata del TFM, è necessario che il diritto all’indennità risulti da atto di data certa anteriore all’inizio del rapporto (ad esempio da notifica rituale all’amministratore della delibera che gli attribuisce l’indennità) per come stabilito dal T.U.I.R. e da recenti orientamenti dell’Amministrazione Finanziaria.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Si può nominare l’amministratore senza indicare il compenso?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel mio condominio l’assemblea ha deliberato la nomina di un nuovo amministratore senza approvare l’entità del compenso (nessun preventivo era stato peraltro presentato dal soggetto candidato).  Si può considerare nulla o annullabile questa delibera? Può esserne disposta la revoca giudiziaria per violazione dell’art. 1129 comma 14?

Il riferimento normativo citato dal lettore (cioè l’articolo 1129, comma 14, del codice civile) chiaramente stabilisce che l’amministratore, all’atto dell’accettazione dell’incarico e del suo rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullità della nomina stessa, l’importo dovuto a titolo di compenso per l’attività svolta.

Su questa norma si sono già pronunciati sia il tribunale di Milano (con sentenza n. 4.294 del 5 aprile 2016) che quello di Roma (con ordinanza del 15 giugno 2016).

Il tribunale di Milano, nella sentenza citata, ha specificato che deve essere considerata nulla la delibera di assemblea condominiale che non contenga l’indicazione analitica degli importi dovuti all’amministratore anche se la delibera sia di conferma di amministratore già precedentemente in carica e anche se la delibera faccia generico riferimento ai compensi già riconosciuti nella precedente gestione.

Il tribunale di Roma, d’altro canto, nella ordinanza citata (con la quale, in attesa della decisione del merito, venne sospesa la delibera impugnata contenente la nomina dell’amministratore senza indicazione analitica dei suoi compensi) ha precisato che nel caso sottoposto alla sua attenzione, proprio per la mancanza della indicazione dettagliata degli emolumenti spettanti, la nomina doveva considerarsi illegittima.

Ciò detto, risulta evidente che nelle pronunce citate (ed anche nel dibattito che si è acceso sulla corretta interpretazione dell’articolo 1129, comma 14, del codice civile) emerge una distinzione sottile tra nullità della delibera che contiene la nomina dell’amministratore e nullità della nomina dell’amministratore.

Quale che sia l’interpretazione più aderente al testo della norma (nullità della delibera o nullità della nomina) è chiaro che l’effetto della nullità sia il medesimo e cioè che la persona che abbia accettato l’incarico senza l’indicazione analitica dei compensi non possa essere considerata investita di una nomina valida come amministratore del condominio (sostanzialmente non può essere considerato amministratore condominiale).

A questo punto, poiché dal quesito risulta che non fu presentato un preventivo da parte della persona poi nominata, si consiglia al lettore di verificare se questa stessa persona ha o meno accettato la nomina (cioè l’incarico) che l’assemblea ha deliberato e se, nel momento in cui abbia accettato l’incarico, abbia analiticamente indicato i propri compensi.

La legge, infatti, stabilisce la nullità della nomina solo se l’amministratore nominato non abbia indicato in dettaglio i propri compensi all’atto dell’accettazione della nomina.

Nel caso specifico, l’accettazione (che è, per la legge, il momento in cui si deve verificare se i compensi siano stati o meno analiticamente specificati), sulla base dei dati forniti dal lettore, non pare essere avvenuta direttamente con la delibera proprio perché la delibera non fu preceduta da un preventivo presentato dell’amministratore e quindi accettato con delibera dall’assemblea (per spiegarmi meglio: se fosse stato presentato un preventivo generico e l’assemblea avesse scelto quel preventivo, si sarebbe potuto dire che l’accettazione dell’incarico era avvenuta nel momento stesso della delibera e che la nomina era nulla perché i compensi indicati in preventivo erano generici; ma se non fu presentato alcun preventivo, l’accettazione dell’incarico non può che avvenire in un momento successivo alla delibera e cioè nel momento in cui la persona nominata nella delibera accetta l’incarico nei termini stessi indicati nella delibera). Pertanto, se questa persona ha accettato la nomina (cioè se ha già comunicato al condominio di aver accettato l’incarico nei termini eventualmente indicati nella delibera stessa) e se nell’accettazione non ha indicato i suoi compensi in modo analitico (oppure se ha semplicemente preso atto della nomina e si è messo a svolgere i compiti di amministratore senza specificare in dettaglio i suoi compensi), la nomina non può considerarsi valida e, anzi, si tratterà di nomina nulla (cioè che non produce effetti) e si dovrà procedere (previo tentativo obbligatorio di mediazione) ad impugnare la delibera contenente la nomina.

Il suggerimento che si offre al lettore, anche se la norma parla di nullità, è di provvedere a proporre istanza di mediazione comunque entro il termine (previsto per le delibere annullabili) di giorni trenta dalla data in cui la delibera fu adottata (se l’impugnante fu presente in assemblea) o dalla data in cui essa fu comunicata (se l’impugnante fu in quella assemblea assente).

Il suggerimento di impugnare la delibera entro trenta giorni deriva dal fatto che, sebbene le delibere nulle possano essere impugnate senza alcun limite di tempo, è comunque preferibile evitare l’eccezione dell’avversario (che viene regolarmente sollevata in casi simili) in quanto non essendovi sul punto una giurisprudenza consolidata non può essere escluso che il giudice incaricato del caso qui in esame stabilisca che una cosa è la nullità della nomina, un’altra cosa è il regime di impugnabilità della delibera (nullità o annullabilità), finendo così con lo stabilire che la delibera contenente, ai sensi dell’articolo 1129, comma 14, del codice civile, la nomina nulla dell’amministratore, deve considerarsi invece annullabile (e perciò va impugnata, sempre previo tentativo obbligatorio di mediazione, entro il termine di giorni trenta dalla sua adozione, da parte dei condomini che si espressero con voto contrario, o dalla sua comunicazione per i condomini assenti).

Da quanto detto, risulta anche che se la nomina è nulla, la persona nominata in effetti non può essere considerata amministratore del condominio per cui non può esserne chiesta la revoca (la revoca, infatti, presuppone che l’amministratore sia stato validamente incaricato e sia, quindi, valida e produttiva di effetti la relativa nomina).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Nuda proprietà e diritto di prelazione

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho acquistato un terreno agricolo, confinante con altro terreno la cui proprietà è composta da due persone: un nudo proprietario per 1/1, con la qualifica di coltivatore diretto e un usufruttuario per 1/1. Come da prassi, il proprietario del terreno ha inviato lettera raccomandata a/r, contenente il preliminare di vendita che abbiamo stipulato, sia al nudo Proprietario che all’usufruttuario, ai fini dell’esercizio della prelazione agraria. Nel frattempo sono venuto a conoscenza di una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 6904 del 07.04.2015, secondo cui non può essere riconosciuto il diritto di prelazione agraria nè essere esercitato lo speculare diritto di riscatto al confinante che sia solamente “nudo proprietario” e non pieno proprietario, seppur ricorrano gli altri presupposti dettati dalla legge in materia. Quindi, come requisito per l’esercizio della prelazione agraria, oltre alla qualifica di coltivatore, requisito fondamentale è l’essere proprietario del terreno. Ora, se entro il termine di 30 giorni dal ricevimento del preliminare, il confinante non risponde si intende automaticamente escluso il diritto di esercitare la prelazione. Mentre se entro tale termine, viene esercitato il diritto di prelazione, visto che la fattispecie rientra in quella descritta nella sentenza della Corte di Cassazione sopra enunciata, cosa è possibile fare, per far valere i propri diritti ed evitare prelazione?

Come giustamente il lettore ha rilevato nel suo quesito, la Corte di Cassazione con sentenza n. 6.904 del 2015 ha escluso che (anche in presenza, alla data di conclusione del contratto preliminare, di tutti gli altri requisiti richiesti dalla legge) spetti anche al nudo proprietario il diritto di prelazione previsto dall’articolo 7, n. 2) della legge n. 817 del 1971 in favore del confinante di fondo agricolo posto in vendita. Considerato che, come lo stesso ha evidenziato, è stata inviata al confinante (nudo proprietario) la raccomandata a.r. contenente la cosiddetta “denuntiatio”, cioè in pratica il contratto preliminare di vendita del fondo concluso con il promittente acquirente del medesimo, ciò che il lettore può sostanzialmente fare per tutelarsi nel caso in cui il confinante eserciti il diritto di prelazione (nonostante la sentenza citata della Corte di Cassazione) è quanto segue:

– innanzitutto potrà inviare formale richiesta (preferibilmente a mezzo legale) al confinante invitandolo a formalizzare una espressa rinuncia scritta alla prelazione già esercitata in quanto non ne sussistono i requisiti (essendo non proprietario del fondo, ma nudo proprietario esplicitamente indicando la sentenza n. 6.904 del 2015 della Corte di Cassazione);

– se tale richiesta di rinuncia alla prelazione non dovesse essere accolta, al lettore non resterebbe che o cedere alla richiesta del confinante, oppure stipulare il contratto definitivo con il promittente acquirente e prepararsi ad essere convenuto in giudizio dal confinante ai fini dell’esercizio del diritto di riscatto (entro il termine di un anno dalla trascrizione della vendita).

Ovviamente in un giudizio del genere il confinante dovrà riuscire, se nudo proprietario sia alla data della conclusione del preliminare che alla data della stipula del contratto definitivo in pretesa violazione del diritto di prelazione, a sovvertire la chiara decisione della Corte di Cassazione e convincere il giudice che pure ai nudi proprietari spetti il diritto di prelazione. Risulta chiaro che se il confinante del lettore iniziasse un giudizio del genere, si esporrebbe (stante il precedente della sentenza n. 6.904) ad un elevato rischio non solo di perdere la causa, ma anche di dover rifondere le spese processuali del giudizio.

Pertanto, se fosse possibile e ce ne fosse il tempo, sarebbe anche opportuno “sondare” il confinante circa le sue intenzioni a seguito della ricezione del contratto preliminare per persuaderlo, stante la chiara pronuncia della Cassazione e la sua condizione di nudo proprietario, ad evitare di esercitare un diritto (quello di prelazione) che non spetta ai nudi proprietari sulla base, appunto, della limpida recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte