Manto stradale dissestato: risarcimento danni

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se la strada è dissestata e cadendo ci si fa male è possibile chiedere e ottenere un risarcimento del danno.

La cura del bene pubblico, e quindi della res publica, è compito, dovere e onere dalle pubbliche amministrazioni, tenute a mantenere in ordine e in completa manutenzione le strade, i marciapiedi, i parchi delle nostre città. Naturalmente, è anche responsabilità di ogni singolo cittadino contribuire a non inquinare, rovinare o imbrattare i beni comuni, che essendo di tutti – ed essendo finanziati e mantenuti con le tasse di tutti – devono essere trattati quali beni comuni da non rovinare. Purtroppo però, oltre a eventuali contributi delle persone, o della natura (si pensi a temporali o rovesci molto violenti che sradicano gli alberi in una piazza, distruggendo i marciapiedi e la pavimentazione) anche l’incuria e la poca manutenzione da parte delle amministrazioni possono contribuire a che le strade non siano sempre perfette, ma abbiano buche, dissesti, deviazioni da lavori in corso che non finiscono mai, e via dicendo. Nel caso in cui il manto stradale sia dissestato, così come un marciapiede, spetta al danneggiato un risarcimento del danno in caso di caduta, se viene provato un tipo di responsabilità specifica prevista dal nostro ordinamento: vediamo quindi assieme come funziona il risarcimento danni nel caso di manto stradale dissestato.

Manto stradale dissestato: cosa può succedere

Per analizzare i profili di responsabilità che possono sussistere nel caso di manto stradale dissestato, occorre anzitutto identificare quali situazioni possono verificarsi, e quando si può chiedere il risarcimento per un dissesto del manto stradale. Le situazioni più frequenti, riportate anche dalla casistica delle sentenze delle nostre corti di giustizia, riguardano i casi in cui i pedoni siano inciampati e caduti a causa di una buca nel terreno, di un lastricato traballante, di un asfalto divelto, e dalla caduta abbiano riportato danni fisici e lesioni, di gravità variabile a seconda dei casi e della caduta stessa. Chiaramente la stessa situazione può verificarsi non soltanto a chi cammina su un marciapiedi, ma anche a chi va in bicicletta, oppure con l’autovettura o il ciclomotore sbanda e fa un incidente a causa del manto stradale dissestato. Una volta chiarito questo aspetto, si tratta di capire chi risponde dei danni per il manto stradale dissestato.

Manto stradale dissestato: che responsabilità è

Anzitutto, quando parliamo di risarcimento danni per una caduta dovuta a un manto stradale dissestato, bisogna comprendere di quale tipo di responsabilità si sta parlando, e quindi cosa significa che spettano i danni per una caduta o per un incidente stradale dovuto a una strada non riparata. Il nostro sistema giuridico prevede che, in caso di danni alle cose, o alla salute, all’integrità psico fisica, il responsabile di tali danni è obbligato a risarcirli, a determinate condizioni. La responsabilità civile si divide generalmente ed in termini molto sintetici in responsabilità contrattuale – quindi derivante da un contratto fra le parti, che non viene rispettato – e responsabilità extracontrattuale, che al suo interno comprende ed annovera tutta una serie di particolari tipologie di responsabilità differenziate, non legate ad un contratto intercorso fra le parti, e che tengono conto di varie situazioni che si possono verificare. Fra queste ultime, rientra anche la responsabilità da omessa custodia, che comporta che il custode di una determinata cosa venga considerato responsabile dei danni che vengano causati dalla cosa che aveva l’obbligo ed il dovere di custodire [1].

Manto stradale dissestato: prova del danno e caso fortuito

I danni cagionati ad altri dalle cose in custodia devono, se la responsabilità viene provata – aspetto fondamentale pr ottenere il risarcimento – essere ripagati alle persone che li hanno subiti, attraverso un ristoro di tipo economico – finanziario. Questa responsabilità, nel nostro sistema, viene qualificata come sostanzialmente oggettiva, dal momento che l’ordinamento stabilisce che l’esistenza della responsabilità stessa in capo al custode si presume, sulla base della causazione del danno stesso, e pertanto è onere del custode provare che non avrebbe potuto evitare in alcun modo che i danni si verificassero. La responsabilità viene quindi ad essere esclusa soltanto nei casi in cui ci si sia trovati in situazioni di caso fortuito, che sono quelle nelle quali il custode non sarebbe comunque potuto intervenire per evitare che i danni venissero causati dalla cosa in custodia. In tutte le altre ipotesi, sussiste la responsabilità in capo al custode, sempre che il danneggiato non abbia contribuito di suo, attraverso una condotta non corretta, a causare il danno stesso. In quest’ultimo caso, infatti, la condotta del terzo danneggiato rileva per poter anche escludere la responsabilità dell’amministrazione, in quanto l’imprudenza e la disattenzione del danneggiato non possono farsi ricadere su altri soggetti.

Manto stradale dissestato: chi è responsabile

Quando si parla di risarcimento danni da dissesto stradale è determinante identificare chi sono i responsabili per gli eventuali disservizi e dissesti stradali, buche, marciapiedi distrutti e mal messi in generale. Come abbiamo anticipato, la responsabilità ricade in capo all’amministrazione comunale proprietaria di quella strada, che in quanto tale aveva l’obbligo di controllarne lo stato e di provvedere con tempestività a porre in essere le necessarie riparazioni e in generale a garantirne una manutenzione costante ed effettiva, per evitare incidenti e danni agli utilizzatori.

Taglio pensioni alte

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi subirà la riduzione della pensione con la nuova proposta di legge: tagli pensioni anticipate e pensioni d’oro, ammontare delle penalizzazioni.

Ti sei pensionato da giovane, o comunque con un’età inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia, e il tuo assegno mensile supera i 4mila euro netti al mese? Potresti essere interessato dal nuovo taglio delle pensioni d’oro, o meglio delle pensioni alte: si tratta di una recente proposta di legge che prevede la riduzione del trattamento attraverso l’applicazione di appositi coefficienti di penalizzazione. Il taglio delle pensioni alte può arrivare, a seconda dei casi, oltre il 23% del trattamento: la penalizzazione non è determinata dal calcolo contributivo della pensione, ma dall’applicazione del rapporto del coefficiente corrispondente all’età per la pensione di vecchiaia e quello corrispondente all’età del pensionamento. Saranno dunque tagliate le pensioni anticipate più alte; nessun taglio, invece, per le pensioni di reversibilità e invalidità, né per le vittime del terrorismo o del dovere. La penalizzazione, che riguarderà circa 158mila pensionati, comporterà un risparmio pari a 5 miliardi di euro in 10 anni, che servirà, in base a quanto annunciato, ad aumentare le pensioni minime. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sul nuovo taglio pensioni alte: chi subirà le penalizzazioni, come funzionerà il ricalcolo del trattamento?

A chi verrà tagliata la pensione?

Secondo la proposta di legge, subirà il taglio della pensione chi è uscito dal lavoro in anticipo rispetto all’età prevista per la pensione di vecchiaia, raggiungendo però un trattamento pensionistico elevato, superiore, nel dettaglio, a 80mila euro lordi annui, ossia a circa 4mila euro netti mensili. Inizialmente, le proposte di legge sul taglio delle pensioni d’oro parlavano di riduzione dei soli trattamenti sopra i 5mila euro mensili.

In sostanza, perché la pensione subisca la riduzione:

  • il lavoratore deve essersi pensionato prima del compimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, all’epoca del pensionamento;
  • la pensione deve superare i 4mila euro netti mensili.

Quindi, rispetto alle proposte di riduzione delle pensioni d’oro effettuate in precedenza è prevista un’ulteriore condizione che riduce la platea degli interessati, ossia il possesso di un’età anagrafica, al momento dell’uscita dal lavoro, inferiore all’età pensionabile, ossia all’età per la pensione di vecchiaia allora vigente.

Qual è l’età per la pensione di vecchiaia?

Ad oggi, sia per gli uomini che per le donne l’età per la pensione di vecchiaia è pari a 66 anni e 7 mesi, mentre dal 2019 salirà a 67 anni. In passato, specie prima dell’entrata in vigore della riforma Fornero, l’età pensionabile era più bassa; inoltre, era differente per gli uomini e per le donne, per i lavoratori autonomi ed i dipendenti, per i dipendenti pubblici e per quelli del settore privato. Per capire se si è colpiti dal taglio delle pensioni alte bisogna dunque verificare:

  • la propria categoria di appartenenza al momento di pensionamento (uomo/donna, dipendente o autonomo, dipendente pubblico o del settore privato, ricordando che secondo la normativa previdenziale chi possiede contributi misti, come lavoratore autonomo e dipendente, è considerato lavoratore autonomo ai fini dei requisiti per il diritto alla pensione);
  • l’età prevista per la pensione di vecchiaia, per la propria categoria, nell’anno in cui è avvenuto il pensionamento.

Come sarà tagliata la pensione?

La pensione non subirà un taglio fisso in misura percentuale, né un ricalcolo sulla base del sistema contributivo, ma subirà una riduzione pari al rapporto tra il coefficiente di trasformazione vigente all’età del pensionamento e quello previsto all’età per la pensione di vecchiaia.

Se la decorrenza della pensione risulta anteriore al 1° gennaio 2019, si utilizzeranno come divisori dei coefficienti più bassi rispetto a quelli validi per le pensioni liquidate dal 2019 in poi (commisurati all’età di 67 anni), legati sia all’età pensionabile che all’anno di decorrenza della pensione: i coefficienti sono indicati in un’apposita tabella fornita con il disegno di legge.

Se la decorrenza della pensione risulta anteriore al 1° gennaio 1996, si utilizzeranno come divisori i coefficienti di trasformazione forniti in origine con la legge Dini.

In ogni caso, la riduzione non riguarderà l’intero trattamento pensionistico, ma solo le quote della pensione calcolate col sistema retributivo, che si basa sugli ultimi stipendi o redditi, e non sulla contribuzione accreditata. Inoltre, è prevista una salvaguardia in base alla quale la pensione, all’esito dei tagli, non può risultare inferiore a 80mila euro, comprese le quote di perequazione.

Nella seguente tabella, elaborata da alcuni esperti che hanno preso visione del disegno di legge, si può osservare in che modo saranno probabilmente effettuati i tagli: in pratica, maggiore è l’anticipo della pensione rispetto all’età per il trattamento di vecchiaia, maggiore è la decurtazione delle quote retributive dell’assegno.

In media, il taglio per ogni anno di anticipo risulterebbe intorno al 2-3%; in alcuni casi la riduzione complessiva supererebbe il 20%.

Ammontare del taglio delle pensioni alte

Nel dettaglio, la tabella mostra qual è la probabile decurtazione percentuale delle quote di pensione calcolate col retributivo: per capire a quanto potrebbe ammontare la riduzione, è sufficiente incrociare l’età alla decorrenza della pensione con l’anno di decorrenza della pensione stessa. Ad esempio, se Mario si è pensionato nel 1985 a 55 anni, la sua pensione subirebbe un taglio del 20,15% (in quanto integralmente calcolata col sistema retributivo).

È comunque necessario attendere le tabelle ufficiali, che saranno pubblicate assieme alla nuova legge, per conoscere le esatte modalità di applicazione del taglio delle pensioni alte.

Età alla pensione 1980 1985 1990 1995 2000 2005 2010 2013-2015 2016-2018 dal 2019
meno di 57 19,92% 20,15% 21,15% 22,60% 20,14% 21,23% 22,49% 23,15% 24,01% 25,05%
58 17,54% 17,78% 18,81% 20,31% 18,17% 19,28% 20,58% 21,25% 22,13% 23,20%
59 15,06% 15,31% 16,37% 17,91% 16,08% 17,22% 18,55% 19,24% 20,14% 21,23%
60 12,40% 12,65% 13,75% 15,34% 13,83% 15,00% 16,37% 17,08% 18,00% 19,13%
61 9,57% 9,83% 10,96% 12,60% 11,46% 12,66% 14,06% 14,79% 15,74% 16,90%
62 6,45% 6,72% 7,89% 9,58% 8,93% 10,17% 11,61% 12,36% 13,33% 14,53%
63 3,19% 3,47% 4,68% 6,44% 6,23% 7,50% 8,99% 9,76% 10,76% 11,99%
64 1,25% 3,07% 3,36% 4,67% 6,20% 6,99% 8,03% 9,30%
65 0,28% 1,63% 3,21% 4,03% 5,10% 6,41%
66 0,85% 1,95% 3,30%

Quali pensioni non saranno tagliate?

Come anticipato inizialmente, nessun taglio è previsto per le pensioni di reversibilità e invalidità, né per le vittime del terrorismo o del dovere. Inoltre, la norma non riguarderà gli iscritti alle casse privatizzate dei liberi professionisti.

Quale pensione senza contributi?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pensione e assegno sociale, pensione d’invalidità civile, reddito d’inclusione e di cittadinanza: quale trattamento per chi non ha mai lavorato?

Hai dedicato la tua vita alla cura della famiglia e, come casalinga, non hai mai versato contributi all’Inps? Oppure hai lavorato per diversi anni, ma non sei mai stato assicurato? O, ancora, non hai mai lavorato in quanto invalido o inabile? Forse non sai che potresti comunque aver diritto a una pensione da parte dell’Inps. Ma quale pensione senza contributi si potrà mai prendere? In realtà non si tratta di una pensione previdenziale, ossia il cui presupposto è il rapporto assicurativo con l’Inps, quindi il versamento di contributi, ma si tratta di una prestazione di assistenza, anzi, per la precisione, di più prestazioni di assistenza diverse, a seconda della situazione in cui ti trovi: se, ad esempio, hai un reddito basso e sei anziano, puoi aver diritto all’assegno sociale, se sei invalido e non hai contributi, alla pensione d’invalidità civile, se non sei né anziano né invalido, ma la tua famiglia è molto povera, al reddito d’inclusione Rei, che diventerà reddito di cittadinanza. In tutti questi casi, il presupposto della pensione non è il versamento della contribuzione, ma il trovarsi in una situazione di bisogno. Le prestazioni di previdenza, come la pensione di vecchiaia e anticipata, difatti, servono a prevenire uno stato di bisogno e sono finanziate principalmente dai contributi degli iscritti ad una certa forma di assicurazione, anche se ci può essere una compartecipazione pubblica. Le prestazioni di assistenza, invece, sono finanziate unicamente dalle entrate pubbliche, come le imposte, e servono come sostegno in situazioni di bisogno. Questo spiega perché, per le prestazioni di previdenza, è necessario aver versato dei contributi, quindi essere assicurati, mentre per le prestazioni di assistenza non è richiesto alcun requisito contributivo, ma sono previsti dei limiti di reddito generalmente più severi. Ma procediamo per ordine e vediamo quali pensioni si possono ottenere senza il versamento di contributi.

Quale pensione diretta si può ottenere con pochi contributi?

Per quanto riguarda la pensione, intesa come prestazione di previdenza, come abbiamo detto è sempre necessario il versamento di un minimo di anni di contributi, accreditati presso l’Inps o un diverso ente previdenziale, come le casse dei liberi professionisti: le annualità di contributi necessari vanno da un minimo di 5 anni, per chi ha diritto alla pensione di vecchiaia contributiva a 70 anni e 7 mesi, o per chi ha diritto alla pensione d’inabilità o all’assegno ordinario d’invalidità, ai 20 anni necessari per la pensione di vecchiaia ordinaria a 66 anni e 7 mesi (15 anni di versamenti in alcuni casi), sino ai 42 anni e 10 mesi necessari per la pensione anticipata degli uomini, per la quale non sono previsti, però, limiti di età.

Quale pensione si può ottenere senza contributi?

Chi non possiede contributi, però, o ne possiede meno di 5 anni, può ottenere comunque una sorta di pensione, o meglio un trattamento erogato mensilmente, non di previdenza ma di assistenza:

  • se invalido, ad esempio, può ottenere l’assegno di assistenza per invalidi civili; se invalido al 100% e non autosufficiente, può ottenere l’assegno di accompagnamento (sono poi previsti specifici trattamenti per i non vedenti, i sordi, i talassemici);
  • se l’interessato non è invalido, ha un’età almeno pari a 66 anni e 7 mesi e non supera determinati limiti di reddito, può ottenere l’assegno sociale;
  • se non è invalido, ha un’età inferiore a 66 anni e 7 mesi e versa in uno stato di assoluta povertà, può ottenere il Rei, cioè il reddito d’inclusione; il Rei, però, non può fare le veci di una pensione, perché ha la durata massima di 18 mesi.

Vediamo nel dettaglio le ipotesi elencate, per capire come ottenere la pensione senza contributi.

Quale pensione senza contributi per invalidi?

Chi è invalido, cioè possiede una riduzione della capacità lavorativa, può ottenere, senza necessità di aver versato contributi previdenziali, le seguenti prestazioni mensili:

  • la pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza, se possiede un’invalidità riconosciuta dal 74% al 99%, se è disoccupato e non supera determinati limiti di reddito, pari a 4.853,29 euro annui; il limite sale a 16.664,36 euro annui per gli invalidi civili totali; la pensione mensile d’invalidità ammonta a 282,55 euro mensili e in certe condizioni può essere maggiorata;
  • l’indennità di frequenza, se si tratta di un minorenne invalido;
  • l’assegno sociale sostitutivo, per gli invalidi civili dal 74% che non superano determinati limiti di reddito, o la pensione sociale sostitutiva; l’assegno sociale sostitutivo ammonta a:
    • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base, pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore, pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro;
    • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale, pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro;
  • l’indennità di comunicazione per i non udenti;
  • per i non vedenti: la pensione per ciechi assoluti, la pensione per ciechi parziali, l’assegno per i decimisti e l’indennità per i ventesimisti;
  • l’indennità di accompagnamento, se è riscontrata un’invalidità del 100% e la non autosufficienza o l’impossibilità di deambulare senza accompagnatore; per il 2018 l’assegno è pari a 516,35 euro mensili; non ci sono limiti di reddito per averne diritto; per i ciechi assoluti, l’assegno di accompagnamento è pari a 915,18 euro mensili, ed anche in questo caso non sono previsti limiti di reddito per averne diritto;
  • la pensione per i talassemici.

Quale pensione senza contributi per gli anziani poveri?

Le persone che hanno compiuto 66 anni e 7 mesi di età e si trovano in stato di bisogno economico possono ottenere la pensione sociale, o assegno sociale, anche se non hanno mai versato contributi.

Nel dettaglio, l’assegno sociale, che dal 1996 ha sostituito la pensione sociale, è una prestazione di assistenza, pari a 453 euro mensili (più eventuali maggiorazioni), riconosciuta dall’Inps, che spetta ai cittadini che hanno un reddito al di sotto di un certo limite e che non hanno diritto (eccetto alcune particolari situazioni) alla pensione di vecchiaia, anticipata, di anzianità o ad altri trattamenti previdenziali.

Possono ottenere l’assegno sociale le persone che possiedono i seguenti requisiti:

  • almeno 66 anni e 7 mesi di età: questo requisito è unico, per gli uomini e per le donne, ed è valido a partire dal primo gennaio 2018, in quanto è stato elevato di 1 anno, come previsto dalla Legge Fornero [1];
  • cittadinanza italiana, o, in alternativa, cittadinanza di un Paese europeo, qualora il richiedente abbia effettuato iscrizione all’anagrafe del comune di residenza, oppure, ancora, cittadinanza di un Paese Terzo, qualora il richiedente possieda il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo;
  • residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni nel territorio italiano;
  • reddito non superiore a 5.889 euro annui, se il richiedente non è coniugato;
  • reddito non superiore a 11.778 euro annui, se il richiedente è coniugato.

Quale pensione senza contributi per i poveri?

Se si è poveri si può ottenere la pensione senza contributi? Non si può ottenere una pensione vera e propria, ma una prestazione di assistenza mensile sì: si tratta del Rei, il reddito d’inclusione, che dal 2018 spetta alle famiglie con un Isee (l’indicatore che “misura la ricchezza” di ogni nucleo familiare) sino a 6mila euro e un indicatore Isre (che “fotografa” la situazione reddituale dei componenti del nucleo) sino a 3mila euro.

La misura consiste in un assegno mensile, erogato attraverso una carta acquisti, che può andare da un minimo di 190 euro fino a 539 euro (per le famiglie numerose), per una durata massima di 18 mesi (una volta terminato il periodo di spettanza, devono passare almeno 6 mesi prima di poterlo chiedere di nuovo).

Nel dettaglio, se la famiglia ha:

un solo componente, il Rei è pari a 187,5 euro mensili;

  • 2 componenti, 294,38 euro mensili;
  • 3 componenti, 382,50 euro mensili;
  • 4 componenti, 461,25 euro mensili;
  • 5 o più componenti, 539,82 euro mensili.

Per ottenere il Rei sono previsti ulteriori requisiti da rispettare, come non possedere, nel nucleo familiare, auto immatricolate nei 24 mesi precedenti, un patrimonio immobiliare non superiore a 20 mila euro (esclusa la casa di abitazione) e mobiliare non superiore a una cifra tra i 6 mila e i 10 mila euro, a seconda della composizione del nucleo. Inoltre, tutta la famiglia deve aderire a uno specifico progetto d’inclusione sociale. Per saperne di più, Guida al Rei 2018.

A breve dovrebbe, poi, diventare operativo un nuovo sostegno, il reddito di cittadinanza. Il nuovo reddito di cittadinanza sarà una prestazione economica accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà. È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente.

Per una famiglia di tre persone, con genitori disoccupati a reddito zero e figlio maggiorenne a carico, il reddito di cittadinanza del nucleo sarà pari a 1560 euro al mese. Per una coppia di pensionati con pensioni minime da 400 euro ciascuno, il reddito di cittadinanza sarà pari ad altri 370 euro per la coppia, come integrazione al reddito.

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe interessare una platea di 9 milioni di italiani, sarà esentasse e non pignorabile.

WhatsApp al lavoro: si può usare?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Utilizzo di WhatsApp e chat in azienda durante l’orario lavorativo, messaggi privati contro il datore di lavoro: le conseguenze per il dipendente.

Se sei un fan di WhatsApp e sei solito utilizzare spesso quest’applicazione per scambiare messaggi, anche al lavoro, è meglio che tu faccia attenzione e limiti il più possibile le chat durante l’orario lavorativo: devi infatti sapere che il datore di lavoro può vietare ai propri dipendenti di chattare via WhatsApp o postare messaggi sui social network, per evitare che il dipendente disperda le sue energie, che invece vanno indirizzate all’attività lavorativa [1]. Per vietare WhatsApp durante l’orario di lavoro, peraltro, non è necessario che l’azienda consulti le associazioni sindacali. Ma WhatsApp al lavoro si può usare, invece, per comunicazioni veloci ai propri familiari, ad esempio per dire a che ora si prevede di uscire dal lavoro, o per informare di un contrattempo? In generale, quando una comunicazione è veloce e non toglie tempo all’attività lavorativa non dovrebbero sorgere particolari problemi; tutto dipende, però, da che cosa stabilisce il regolamento dell’azienda, nonché dal tipo di attività svolta: se, ad esempio, è richiesta una concentrazione particolare, anche un breve messaggio potrebbe compromettere la possibilità di ottenere una prestazione lavorativa proficua. A queste problematiche va aggiunta la possibilità, per i colleghi, di “fare la spia al capo” sui messaggi WhatsApp e sui post che risultano diffamatori verso l’azienda o l’amministrazione, o che potrebbero fomentare ribellioni o comportamenti negativi: anche i messaggi privati possono valere come prova e determinare l’applicazione di sanzioni disciplinari. Insomma, WhatsApp al lavoro deve essere sempre evitato? In realtà, esistono anche dei modi per utilizzarlo proficuamente e promuovere l’attività aziendale: ne abbiamo parlato in Come fare soldi con WhatsApp. Ma procediamo per ordine, e vediamo in quali casi è meglio evitare l’utilizzo di WhatsApp durante il lavoro.

Posso usare WhatsApp durante l’orario di lavoro?

Prima di usare WhatsApp durante l’attività lavorativa, è meglio che verifichi attentamente le disposizioni, in merito, del regolamento aziendale. Se il regolamento non si esprime sull’utilizzo di WhatsApp, ma vieta l’utilizzo del cellulare, o prescrive di non mandare messaggi personali o effettuare telefonate nell’orario di lavoro, ovviamente non ti è permesso l’utilizzo di WhatsApp. Devi sapere che l’azienda non ha necessità di ottenere particolari autorizzazioni per vietare WhatsApp, né è obbligata a sentire i sindacati a questo proposito.

Se il regolamento non vieta l’utilizzo del cellulare e della messaggistica, è comunque bene chiedere preventivamente l’autorizzazione al datore di lavoro, perché mandare messaggi durante l’attività potrebbe compromettere la prestazione lavorativa.

Se il regolamento vieta l’uso di WhatsApp, o vieta l’uso del cellulare durante l’orario di lavoro, ma hai la necessità di effettuare una comunicazione urgente e veloce, devi chiedere l’autorizzazione al datore di lavoro o al tuo preposto, per evitare sanzioni disciplinari. Lo stesso vale nel caso in cui debba inviare una comunicazione personale tramite mail, telefono o fax: meglio domandare prima, spiegando le tue esigenze, piuttosto che ritrovarti a doverti difendere in seguito da una contestazione.

I colleghi possono far vedere al capo i messaggi di WhatsApp?

«Il capo è proprio antipatico, un vero aguzzino, uno schiavista, e la paga è una miseria». Stai attento agli sfoghi denigratori nei confronti dell’azienda, non soltanto sui social, ma anche nei messaggi inviati privatamente su WhatsApp: se un collega, o un terzo, fa la spia e recapita i contenuti al tuo datore di lavoro, a un dirigente o a un preposto, questi possono essere utilizzati anche in giudizio, per legittimare la sanzione disciplinare [2].

Utilizzare in giudizio i messaggi di WhatsApp viola la privacy?

La privacy non impedisce al datore di lavoro di servirsi dei tuoi messaggi di WhatsApp in cui lo insulti per licenziarti, anche se si tratta di messaggi privati: tutto ciò che viene pubblicato online, se rilevante per il giudizio, può essere valutato dal giudice, a meno che non sia stato acquisito in maniera illecita, ad esempio forzando le password di accesso. Un messaggio privato, difatti, può essere rilanciato e diffuso da dai contatti dell’utente che lo hanno ricevuto, anche attraverso la stampa della schermata, rendendo potenzialmente illimitato il numero dei destinatari del contenuto [3].

Potrebbe essere persino il datore di lavoro stesso a farti cadere in trappola, creando un profilo falso per accedere alle informazioni rese visibili soltanto ai tuoi contatti: questo non gli impedisce, secondo i prevalenti orientamenti della giurisprudenza, di utilizzare le informazioni ottenute dopo aver avuto accesso a una pagina chiusa o a un contenuto privato.

Il fatto che il contenuto o il profilo risulti pubblico o privato rileva, comunque, per la quantificazione dell’eventuale danno: quante più persone sono venute a conoscenza del post o del messaggio denigratorio, quanto maggiore sarà il risarcimento stabilito dal giudice.

Si può lavorare con WhatsApp?

Un conto è utilizzare WhatsApp per scopi privati, un altro conto è utilizzare l’app per lavoro: può essere la stessa azienda a chiederti di utilizzare WhatsApp per incrementare i contatti, per creare delle campagne pubblicitarie e marketing, per condividere news, immagini, link. È chiaro che in questi casi puoi usare WhatsApp anche se il regolamento aziendale lo vieta, in quanto è il datore di lavoro a domandartelo e l’attività svolta è lavorativa, non stai cioè disperdendo le tue energie per finalità diverse dalla tua occupazione. Se vuoi approfondire e sapere in quali modi puoi lavorare con l’applicazione: Come guadagnare con WhatsApp.

Reato ambientale: chi è responsabile?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In cosa consiste il reato ambientale, in quali condotte si concretizza e chi ne è penalmente responsabile.

Sei dipendente di una ditta che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani e, soprattutto adesso che è estate e fa molto caldo, sei preoccupato e temi di commettere qualche reato ambientale? Su direttiva del titolare dell’azienda per la quale lavori, alcune volte, sei costretto ad abbandonare, illegittimamente, lungo una strada di campagna, dei rifiuti ad alta radioattività e ti chiedi cosa accadrebbe se ti scoprissero? O sei titolare di un’impresa che si occupa dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e temi di poter subire le conseguenze della disattenzione che i tuoi dipendenti pongono nello svolgimento della loro attività? Dunque ti chiedi in caso di reato ambientale chi è responsabile? Sarai responsabile tu (dipendente della ditta) che realizzi l’illecito (considerato che la responsabilità penale è personale) oppure il tuo titolare o responsabile aziendale? E che tipo di responsabilità avrà il titolare? Commissiva o (anche) per omessa vigilanza sul tuo operato? E cosa succede, invece, se tu (dipendente) su tua iniziativa, getti i rifiuti pericolosi per strada, senza controllo e illecitamente? Chi è responsabile in questo caso? Ad intuito possiamo immaginare che si tratta di due casi completamenti diversi che comporteranno responsabilità diverse. In questo articolo spiegheremo quali sono i reati ambientali previsti dal nostro ordinamento, come sono puniti e, successivamente, chiariremo chi è responsabile per i reati ambientali nel caso in cui questi ultimi siano commessi durante il lavoro o a causa dello stesso.

Cos’è un reato ambientale?

Per reato ambientale si intende quella particolare condotta che, realizzata dall’uomo, sia idonea a mettere in pericolo o a ledere concretamente l’ambiente in cui viviamo. È naturale che, in applicazione del principio secondo il quale nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto dalla legge come reato, i reati ambientali debbano essere previsti e disciplinati dalla legge. A questo proposito, nel 2015, il legislatore è intervenuto [1] introducendo nel nostro codice penale un nuovo titolo dedicato esclusivamente ai delitti contro l’ambiente. In particolare ha introdotto i seguenti reati.

L’inquinamento ambientale

L’inquinamento ambientale [2] si realizza quando un soggetto con le proprie azioni o omissioni determini un deterioramento significativo (e misurabile) delle acque, dell’aria o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, di un ecosistema, della biodiversità (anche agraria) di piante e/o animali. Il responsabile è punito con la pena della reclusione da due a sei anni e della multa da 10.000 a 100.000 euro. La pena appena indicata è, però, aumentata:

  • quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, o in danno di specie animali o vegetali protette;
  • in caso di morte o lesioni personali di una o più persone (tranne nei casi in cui si determini una malattia di durata inferiore a venti giorni) come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale [3].

La pena è, invece, diminuita:

  • da un terzo a due terzi, nel caso in cui i fatti siano commessi per colpa;
  • di un terzo nel caso in cui i fatti siano commessi per colpa e da essi derivi soltanto il pericolo di inquinamento ambientale (per cui la condotta non determina ancora il danno ambientale ma solo il pericolo) [4];

Il disastro ambientale

Si parla di disastro ambientale [5] quando si accerta la presenza di:

  • un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
  • un’alterazione reversibile dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione, però, risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
  • un’offesa alla pubblica incolumità in quanto il danno è molto esteso (magari anche solo per il numero delle persone danneggiate o, comunque, esposte a pericolo).

Chiunque commette tale reato sarà punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Anche in questo caso se il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, sono previste pene più severe. Allo stesso modo sono previste diminuzioni di pena nel caso in cui i fatti siano commessi per colpa o nel caso in cui dalle condotte colpose derivi soltanto il pericolo di disastro.

Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività

Il traffico ed abbandono di materiale ad alta radioattività (che abbiamo scelto per il nostro esempio) [6] è il reato ambientale commesso da chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività. La pena prevista, in questo caso, è della reclusione da due a sei anni e della multa da 10.000 a 50.000 euro. La pena è aumentata fino ad un terzo se dal fatto deriva pericolo di compromissione o deterioramento delle acque, dell’aria, di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, di un ecosistema, della biodiversità di piante ed animali. Infine, se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l’incolumità delle persone la pena è aumentata fino alla metà.

Impedimento del controllo

Il reato di impedimento del controllo [7] è commesso da chiunque impedisce l’attività di vigilanza e controllo ambientale, di sicurezza e di igiene del lavoro (o la ostacola o cerca, in qualsiasi modo di sottrarsi) negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi. Il colpevole sarà punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Omessa bonifica

Il reato di omessa bonifica [8] è realizzato da chi, essendovi obbligato per legge (per ordine del giudice o di un’autorità pubblica), non provvede alla bonifica, al ripristino o recupero dello stato dei luoghi. La pena prevista è della reclusione da uno a quattro anni e della multa da 20.000 ad 80.000 euro.

 Chi è responsabile del reato ambientale?

I delitti appena descritti sono i reati ambientali previsti dal nostro legislatore: ma chi è responsabile? Ritornando al nostro esempio, immaginiamo che tu sia addetto allo smaltimento dei rifiuti quale dipendente di una ditta che produce rifiuti pericolosi. Il titolare della ditta ti dice di prendere i rifiuti della giornata e scaricarli lungo la strada deserta dove ci sono altre tonnellate di rifiuti e tu, eseguendo le sue indicazioni, lo fai. Chi è responsabile? Nel caso che abbiamo ipotizzato, nel quale hai effettivamente eseguito gli ordini e le direttive del tuo titolare (a cui non puoi sottrarti altrimenti perdi il lavoro), quest’ultimo sarà responsabile a titolo commissivo (proprio come se avesse commesso il fatto). Qualora, invece, tu abbia deciso di scaricare i rifiuti per negligenza, in quanto non avevi voglia di portarli fino alla discarica alla quale erano diretti, sarà diverso. La responsabilità sarà certamente tua ed il titolare della ditta ne risponderà (insieme a te, ovvero in concorso) solo se non riuscirà a dimostrare di avere fatto tutto quanto in suo potere per vigilar sul tuo operato. Il responsabile dell’azienda, infatti, se inconsapevole, potrà rispondere del tuo reato ambientale solo in virtù dell’obbligo di vigilanza che la legge gli riconosce sulle attività svolte dai suoi dipendenti [9].

La Cassazione può aumentare la pena?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è e quali sono i poteri della Corte di Cassazione? La Cassazione può determinare la pena? Cosa significa che è giudice di legittimità?

La giustizia italiana è complessa ed è strutturata in maniera tale che un caso non sia affrontato da un solo giudice. Se decidi di ricorrere in tribunale per tutelare i tuoi diritti, devi sapere che la causa che hai intrapreso molto probabilmente non terminerà davanti a quel giudice: contro la decisione di quest’ultimo, infatti, è data la possibilità alla parte soccombente (cioè, a quella che ha perso) di fare appello, cioè di impugnare la sentenza davanti ad altro giudice. Lo stesso accade nel caso in cui il processo sia intrapreso contro una persona imputata per aver commesso un reato. Questo sistema consente di avere maggiori garanzie: una cosa, infatti, è che una vicenda sia affrontata solamente da un giudice; un’altra, invece, è che sulla stessa se ne esprima anche un altro. Due teste sono meglio di una, insomma. Contro la decisione in appello è ammessa addirittura una seconda impugnazione, questa volta direttamente alla Corte di Cassazione, con unica sede a Roma. Quindi, se sei di Milano e, dopo due gradi di giudizio, decidi di ricorrere per Cassazione, il terzo grado si celebrerà direttamente a Roma. In alcuni casi è la stessa Costituzione a prevedere che vi debbano essere almeno due gradi di giudizio: in ambito penale, contro le sentenze e contro i provvedimenti che incidono sulla libertà personale (si pensi all’ordinanza con cui vengono disposti gli arresti domiciliari) pronunciati dagli organi giurisdizionali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. A differenza degli altri organi giurisdizionali, la Corte di Cassazione non può entrare nel merito della vicenda, ma può esprimersi solamente in relazione alla legalità della pronuncia, cioè al suo rispetto della legge. Non a caso, si dice che la Corte di Cassazione è giudice di legittimità e non di merito. Cosa significa ciò? Quali sono i suoi poteri? E, soprattutto, la Cassazione può aumentare la pena?

Corte di Cassazione: cos’è?

La Corte di Cassazione è l’ultimo e più alto grado di giurisdizione conosciuto in Italia: ciò significa, in poche parole, che la Corte di Cassazione ha l’ultima parola sulla vicenda, non essendo possibile mettere in discussione quanto da essa stabilito. Se, quindi, hai perso in primo grado davanti al tribunale, nel secondo davanti alla corte di appello e, infine, anche in Cassazione, non potrai farci più nulla: la vicenda sottoposta alla giurisdizione italiana deve ritenersi chiusa e decisa in maniera definitiva (salvo ricorso alla Corte Europea: leggi questo articolo per sapere cos’è).

Corte di Cassazione: quando si può ricorrere?

Chiunque può ricorrere in Cassazione contro una decisione a sé sfavorevole: il requisito della soccombenza è fondamentale per poter accedere alla Corte di Cassazione. Quindi, sia che tu abbia deciso di intraprendere una causa (in veste di attore) sia che tu sia stato citato in giudizio (in qualità di convenuto), se alla fine risulti soccombente potrai comunque ricorrere per Cassazione. Lo stesso dicasi nel caso in cui tu sia imputato in un processo penale: all’esito dello stesso, se sarai condannato, potrai in ogni caso impugnare la decisione che ritieni ingiusta. Se, invece, verrai assolto o condannato ad una pena che il pubblico ministero non condivide, sarà la procura a poter fare ricorso. È possibile ricorrere in Cassazione essenzialmente in due modi:

  • impugnando la decisione resa dal giudice di secondo grado (giudice d’appello);
  • impugnando direttamente la sentenza del giudice di primo grado, senza passare per l’appello (tecnicamente, si parla di ricorso per saltum).

Cassazione: quali sono i suoi poteri?

Come anticipato nell’introduzione, la Corte di Cassazione è giudice di legittimità e non di merito. Cosa significa? In pratica, vuol dire che i giudice della Cassazione non stabiliscono se la valutazione del giudice precedente è giusta o sbagliata, ma se tale decisione sia conforme alla legge. Si tratta di un controllo formale e non sostanziale. Facciamo un esempio. I giudici di primo e secondo grado hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni rese da un testimone circa un fatto accaduto. Davanti alla Cassazione, non si potrà impugnare la sentenza e dire che, in realtà, i giudici hanno sbagliato perché il teste era inattendibile: questa valutazione è sottratta alla Suprema Corte la quale potrà solamente esprimersi circa la conformità a legge della testimonianza stessa. Ad esempio, la Cassazione potrebbe rilevare che la testimonianza non poteva essere affatto resa perché la persona sentita non aveva assistito ai fatti, ma aveva semplicemente narrato una vicenda che gli era stata raccontata da terzi.

La discrezionalità che la legge lascia al giudice di merito (quello di primo e secondo grado), quindi, non può essere messa in discussione dalla Corte di Cassazione, la quale dovrà necessariamente attenersi alle valutazioni contenute nella motivazione della sentenza impugnata.

Cassazione: può aumentare la pena?

Da quanto appena detto si evince chiaramente la risposta alla domanda di questo articolo: la Cassazione può aumentare la pena? No, non può farlo, perché anche la pena inflitta all’imputato rientra nella valutazione che la legge concede alla discrezionalità del giudice. Com’è noto, per ogni reato la legge prevede una pena che è contenuta entro un limite minimo e uno massimo: ad esempio, il furto semplice è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Toccherà al giudice scegliere l’entità concreta della pena all’interno della forbice che la legge gli mette a disposizione; tale scelta dovrà essere motivata sulla base delle risultanze processuali. Da tanto deriva l’impossibilità per la Corte di Cassazione di modificare la pena: essa, quindi, non potrà né aumentarla né diminuirla.

Cassazione: può influire sulla pena?

Ora, se è vero che la pena è un elemento valutativo lasciato alla determinazione del giudice di merito, è anche vero che quest’ultimo non può decidere liberamente in base al proprio capriccio: la pena è sempre il risultato di un calcolo guidato dalle norme. Facciamo un esempio: abbiamo detto che il furto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Poniamo il caso di un incensurato che, a causa dell’estremo stato di bisogno in cui versa, rubi del cibo al supermercato per sfamarsi. Ora, escludendo l’applicabilità della scriminante dello stato di necessità, possiamo ipotizzare questa sanzione: pena base sei mesi, diminuita di un terzo per l’attenuante comune dell’esiguità del danno patrimoniale cagionato a mesi quattro, ulteriormente diminuita di un terzo per la concessione delle attenuanti generiche. Totale della pena: ottanta giorni. La pena viene confermata in appello.

Poniamo che il pubblico ministero ricorra per Cassazione ritenendo illegittima la pena: per giurisprudenza costante, infatti, il furto in supermercato è qualificabile come furto aggravato, con reclusione che va da un minimo di due anni a un massimo di sei. Orbene, la Corte di Cassazione ben potrebbe criticare il ragionamento fatto dal giudice di merito, secondo il quale la condotta dell’imputato era un furto semplice. In questa ipotesi, la Cassazione può decidere di annullare la sentenza nel punto in cui il fatto commesso dall’imputato sia stato qualificato come furto semplice e non furto aggravato, rinviando alla corte di appello per una nuova decisione che tenga conto di questo principio. Così facendo, la Corte di Cassazione non ha direttamente aumentato la pena ma, obbligando il giudice del rinvio a qualificare la condotta come reato più grave, di fatti vincolerà quest’ultimo ad aumentare la sanzione.

Erbe officinali: come venderle?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Ipotizziamo che tu abbia costruito il tuo bell’orto della salute: hai scelto con accuratezza le piantine, le hai cresciute ed ora sono pronte per la vendita. Ma come si vendono le piante officinali?

Non tutti sanno che esistono circa ottocento diversi tipi di piante officinali se sommiamo quelle italiane, che sarebbero circa centottanta, a quelle esotiche. In materia di erbe medicinali abbiamo avuto modo di conoscere quali sono quelle italiane più diffuse ed a cosa possono servire. Abbiamo anche visto che per la loro coltivazione sono necessari accorgimenti maggiori rispetto alle colture ordinarie e ciò è determinato dal fatto che, essendo piante destinate all’uso medico od alimentare, è indispensabile che stiano il più lontano possibile da pesticidi e prodotti chimici. Diversamente verrebbe meno il loro scopo curativo ed il rispetto di quella tradizione che vuole le piante curative assolutamente non intaccate nella loro naturalezza. Infatti, l’obiettivo principale, che rappresenta anche la punta di diamante per la vendita, è quello di mantenere intatta la capacità della pianta di essere vettore di sostanze attive, medicinali e curative. Ecco perché il tipo di coltivazione migliore per questo tipo di erbe è certamente quello biologico, privo di qualsivoglia agente chimico come fertilizzante o come antiparassitario. Ma una volta prodotte, le erbe medicinali: come venderle? Quali sono i possibili sbocchi di commercializzazione? Devono necessariamente essere trasformate per la loro vendita ed, in caso affermativo, in quale modo possono essere modificate? Come avviene il loro confezionamento e la conservazione? Cerchiamo di vedere un po’ più da vicino come è possibile fare business con le erbe della salute.

Vendita delle piantine

Certamente uno dei modi più semplici per commercializzare le erbe officinali è quello di venderne le piantine: più o meno giovani come nascita, possono essere diffuse mediante la compravendita al dettaglio od all’ingrosso. La capacità di essere utilizzate per molteplici scopi mediante l’utilizzo delle loro radici, dei semi, delle foglie o dei frutti o, ancora, delle resine, rende appetibile la vendita delle piante che si possono poi coltivare e sfruttare al meglio, in base alla scelta del coltivatore (uso farmaceutico o cosmetico ecc.)

Vendita delle piante officinali trasformate

La essiccazione è di certo il modo migliore per garantire un buon mantenimento delle proprietà delle erbe medicinali anche perché evita l’alterazione della pianta ed è la tecnica più tradizionale. Questo processo consiste nella eliminazione dell’acqua esistente nei tessuti vegetali pur mantenendo una umidità residua che varia a seconda della specie di erba e del tempo ipotizzato di conservazione: in questo modo si mantiene il prodotto stabile e duraturo perché con la disidratazione si bloccano i processi metabolici che portano al normale deterioramento del prodotto. La prova che l’essiccazione sarà avvenuta correttamente si avrà se l’erba, pur mancando la lucidità nel colore della pianta, determinata proprio dalla presenza della acqua, avrà mantenuto il medesimo colore che ha in natura.

Il prodotto essiccato è molto utilizzato per la preparazione di tisane od infusi o per la produzione di panetti o per l’uso nella cucina tradizionale, tipica delle trattorie, da sempre alla ricerca dei sapori di un tempo. Ma pensiamo anche ai piatti più moderni in cui l’utilizzo non solo di piante aromatiche ma anche di erbe officinali diventa sempre più chic (!).

Utilizzo nel settore alimentare

Al di là dell’impiego più notorio delle erbe officinali come il basilico per la preparazione del pesto; il rosmarino per insaporire carni arrostite e patate nonchè l’origano per l’uso sulle carni di maiale, esistono altre modalità di utilizzo delle piante officinali nel settore alimentare. Ad esempio: i poco conosciuti semi di coriandolo buoni per aromatizzare l’olio; l’erba cipollina ideale per insaporire le minestre o le insalate o, ancora, per aromatizzare il burro; il crescione particolarmente usato per insaporire le zuppe.

Altro uso particolarmente valido è quello nel settore del liquore. Pensiamo che anche i più comuni aperitivi, alcolici e non, contengono erbe aromatiche ma il no plus ultra si ha con la produzione dei liquori ottenuti da infusione di spezie o erbe medicinali e dei digestivi: basti pensare al calabrese ‘amaro del capo’ o all’ischitano ‘rucolino’ a tiratura nazionale o, ancora, ai liquori artigianali, quelli buoni davvero, la cui base alcolica viene ottenuta dalla mescolanza di vari distillati. Quindi, la vendita delle nostre erbe officinali potrà essere effettuata anche ai piccoli o grandi liquorifici.

Utilizzo nel settore medico

Oggi le chiamiamo ‘cure dolci’: sono le medicine a base di prodotti naturali proprio come le erbe officinali che possono essere vendute solo nelle farmacie o nelle erboristerie. Altri potenziali acquirenti saranno le stesse industrie farmaceutiche.

Questo è un settore delicato: infatti, non bisogna mai dimenticare che le erbe per quanto buone per la salute possano essere per le loro proprietà altrettanto pericolose possono diventare per l’uomo o per gli animali se non si conoscono le parti e le modalità di utilizzo. Ad esempio: la erba ‘digitale’ (nome reale in latino: digitalis purpurea) è un valido aiuto per gli acciacchi del cuore ma se utilizzata in modo errato può causare addirittura il blocco cardiaco e condurre alla morte.

Utilizzo nel settore cosmetico

Il boom degli ultimi anni nell’uso dell’aloe è una prova di come le piante possano essere utilizzate anche nel settore cosmetico: creme a base di aloe, shampoo, balsamo, unguenti medicamentosi per la cicatrizzazione delle ferite o per la idratazione profonda della pelle, bevande per la purificazione del nostro organismo e chi più ne ha, più ne metta. Dunque, anche le industrie di cosmetici rappresentano buone acquirenti per le nostre erbe officinali. Infatti, ogni pianta medicale porta con sé delle proprietà utili per la bellezza: per rendere lucidi i capelli o controllare la produzione di sebo od aiutare lo sgonfiore di gambe e piedi e finanche per sbiancare i denti, tipico uso della salvia.

Conclusione

Un’ultima informazione ed una osservazione, in conclusione, vorrei lasciare: sembrerà strano ma nonostante l’Italia possegga il clima perfetto, da nord a sud, per la coltivazione delle erbe officinali, la stragrande maggioranza del prodotto che utilizziamo viene importato dall’estero. Colpa probabilmente della crisi economica e della paura di impelagarsi in attività produttive e commerciali in un Paese che sembra sempre più nel baratro a causa delle pessime politiche dei nostri rappresentanti. Ma credo che a questo si debba aggiungere anche la cattiva informazione sulla materia e la pressocchè inesistente formazione delle persone. Il consiglio è quello di dare uno sguardo dalla finestra di internet: on line, infatti, si trovano diversi corsi, a dire il vero sparsi per lo stivale, che forniscono le basi necessarie a chi ha intenzione di intraprendere la strada della coltivazione e della commercializzazione di questi prodotti. Il segreto, forse, per non morire nel nostro (una volta) Bel Paese? Produrre qui e vendere all’estero! Ma produrre senza depredare il nostro territorio, che è l’unica àncora di salvezza dell’Italia, mediante l’utilizzo di tecniche e cure atte a salvaguardare la natura.

Di Samantha Mendicino

Come fare soldi con WhatsApp

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Campagne pubblicitarie, sponsor, condivisione news, immagini, marketing, link, affiliazione Amazon: come guadagnare usando WhatsApp.

Chatti tutti i giorni, discuti nei gruppi, condividi foto, filmati, videochiami amici e familiari. Come tutti, non puoi fare a meno di WhatsApp per tenere i contatti, e anche per distrarti. C’è chi lo usa anche per lavoro, discute con i colleghi in un gruppo, condivide documenti, effettua consulenze a distanza. Ma avevi mai pensato di poter ottenere delle entrate extra attraverso WhatsApp, oppure di poterlo utilizzare come strumento di marketing? Guadagnare utilizzando WhatsApp è più semplice di quanto immagini, anche se gli introiti non sono immediati e non sono molto alti. I modi per guadagnare attraverso WhatsApp sono numerosi: condividere link, pubblicizzare prodotti in un network, promuovere la tua attività con una campagna di marketing, sono solo alcune delle modalità attraverso cui aumentare le tue entrate. Rispetto ad altri strumenti, WhatsApp è efficace perché offre una comunicazione diretta e personale, che in passato si realizzava soltanto con gli SMS o le e-mail, strumenti che però presentano degli svantaggi (ad esempio il filtro spam per le mail). Ma come fare soldi con WhatsApp? Segui i nostri suggerimenti.

Come aumentare i contatti su WhatsApp

La prima cosa da fare, per aumentare le tue possibilità di guadagno con WhatsApp, è cercare di raccogliere più contatti possibile, per raggiungere con i tuoi messaggi quante più persone. Queste persone possono diventare dei tuoi potenziali clienti da fidelizzare: a differenza di Facebook, WhatsApp non ti dà la possibilità di cercare clienti o di raccomandarli, quindi trovarli dipende soltanto da te.

Utilizzare WhatsApp per guadagnare può essere possibile e ha senso, comunque, solo per integrare relazioni che hai già instaurato, magari avendo già sviluppato una community in altri canali on-line e off line. Se aggiungi contatti che non conosci direttamente e mandi messaggi a caso tramite WhatsApp rischi soltanto di essere bloccato e sortisci l’effetto di disturbare le persone, anziché di coinvolgerle.

Per evitare questi problemi, puoi espandere i tuoi contatti condividendo il tuo numero di cellulare collegato a WhatsApp con tutti gli amici ed i colleghi che non fanno ancora parte della tua community on-line. Puoi anche informare le persone di essere su WhatsApp attraverso Facebook o un altro social network, indirizzando i visitatori della tua pagina al tuo profilo WhatsApp, con la proposta di offerte o contenuti che possono ottenere soltanto entrando in contatto con te su WhatsApp. Per attirare più contatti, potresti ad esempio pubblicare sulla tua pagina Facebook un messaggio con testo, immagini o video accattivanti, che spieghi ai visitatori i vantaggi nell’iscrizione alla tua lista e che cosa riceveranno in cambio dei dati che forniranno.

È importante, in ogni caso, non sembrare eccessivamente insistente o vincolante, quindi fai capire ai contatti che potranno uscire dalla tua lista in qualsiasi momento, semplicemente cancellando il tuo numero dalla rubrica.

Come fare soldi su WhatsApp attraverso le affiliazioni

Se sei titolare di un blog o di un sito, purché costruito professionalmente, puoi guadagnare on-line discrete somme attraverso WhatsApp, aderendo a un programma di affiliazione. Il programma di affiliazione è finalizzato a sponsorizzare, tramite campagne marketing, i prodotti di un certo marchio o di una determinata azienda, che ti riconoscerà una percentuale su ogni vendita portata a termine attraverso il sito.

Ecco che cosa devi fare:

  • registrarti a un programma di affiliazione;
  • copiare il link al prodotto;
  • condividerlo, con una descrizione, con i tuoi contatti WhatsApp.

Se uno dei tuoi contatti clicca sul link, viene indirizzato al sito che vende il prodotto.

Sui prodotti venduti ti viene riconosciuta una percentuale e l’azienda ti pagherà le commissioni (solitamente a cadenza mensile, o raggiunta una certa soglia).

WhatsApp è un mezzo molto utile per le campagne di affiliazione, dato che i messaggi inviati sono più incisivi rispetto agli SMS e alle e-mail, dunque guadagnare in questo modo non è difficile, anche se le entrate non sono ricche. Ci sono diversi e-commerce che propongono programmi di questo tipo: il più importante è sicuramente quello di Amazon, perché riconosce commissioni spesso superiori ai concorrenti, addirittura fino al 10%; in più permette di guadagnare per qualsiasi acquisto fatto dopo il clic sul link, anche se non viene comprato il prodotto linkato.

Come guadagnare su WhatsApp attraverso i siti PPD

Un altro modo di guadagnare piccole somme su WhatsApp è il cosiddetto P.P.D., o pay per download. Questo servizio è offerto dai cosiddetti PPD network. Una volta iscritto presso uno di questi network, devi caricare sul sito un certo numero di file, come video, foto o canzoni, e condividere link per il download con tutti tuoi contatti di WhatsApp. Ogni volta che uno di questi file viene scaricato, ti sarà accreditata la tua commissione, pari a qualche centesimo. Il pagamento avviene quando raggiungi una certa soglia di download, misurata in Kb. Esistono vari PPD network a cui iscriversi, non tutti affidabili però. Tra i migliori: Filelce.net, Uploadocean.com, Upload.org

Come guadagnare su WhatsApp condividendo le notizie

Puoi incassare delle piccole somme attraverso WhatsApp anche condividendo articoli e news su appositi siti. Uno di questi è Viravo, una piattaforma web che consente alle aziende di creare campagne di social advertising (una tipologia di pubblicità interattiva basata su inserzioni, veicolata esclusivamente all’interno di social network e community) e che retribuisce in euro la condivisione dei link degli articoli. Questo sito valuta il valore di influencer del tuo profilo e in base a questo seleziona contenuti di interesse e corrisponde il compenso per ogni condivisione, che può andare da pochi centesimi ad alcuni euro. Vieni retribuito raggiunti i 50 euro di compensi.

Un altro sito che permette di condividere gli articoli sui social e guadagnare in base al numero di visite uniche ricevute è Share News. Questo sito paga alla soglia dei 30 euro.

Come guadagnare su WhatsApp condividendo immagini

Puoi guadagnare utilizzando WhatsApp anche condividendo foto, dopo averle caricate su siti specializzati nell’archiviazione, come PixSense, Image Twist o ImgRock. Questi siti riconoscono sino a sette dollari ogni mille visite uniche, ma l’importo varia a seconda del paese di provenienza: per il traffico italiano normalmente la soglia massima di pagamento è di due dollari.

Per utilizzare questi siti è sufficiente che tu ti registri e configuri il metodo di pagamento; completata la registrazione, puoi cominciare subito a caricare le immagini e a condividerle.

Come guadagnare con WhatsApp grazie ai siti di url shortening

Un ulteriore modo per mettere da parte qualche soldino utilizzando WhatsApp è l’utilizzo dei siti di url shortening (letteralmente, “abbreviazione di link”): questi siti utilizzano dei link accorciati per permettere agli utenti di guadagnare. In pratica, puoi guadagnare dai clic ricevuti sui link accorciati condivisi su WhatsApp. Il visitatore che clicca su questi link viene dapprima reindirizzato verso un banner pubblicitario e, dopo aver cliccato sul pulsante, viene poi indirizzato verso il link vero e proprio inserito dall’utente iscritto al servizio. Alcuni di questi siti, come Shorte.st, pagano sino a otto dollari per mille visite.

Come fare soldi attraverso WhatsApp marketing

Ricorda, infine, che puoi utilizzare WhatsApp per promuovere la tua attività, sfruttando il marketing su larga scala. Per avere un profilo efficace, devi utilizzare un nome con un massimo di 25 caratteri, visibile ai contatti, e per la foto caricare un’immagine significativa, con dimensioni ottimali di 640 × 640 pixel. Anche lo status ha la sua rilevanza, nonostante duri solo 24 ore: puoi utilizzare i 139 caratteri a disposizione come slogan, per spiegare il valore che l’utente otterrà registrandoti alla tua lista.

In ogni caso evita di utilizzare il canale solo per promuovere prodotti o servizi, ma coinvolgi i clienti in conversazioni che ruotino attorno all’universo di riferimento del marchio, del prodotto o del servizio promosso. Puoi facilitarti la vita anche collegando l’account WhatsApp al pc attraverso un codice QR: utilizzando il computer potrai infatti creare messaggi e gestire le liste in modo più agevole rispetto al telefonino.

Whatsapp e privacy

Dal punto di vista della privacy, è bene che tu predisponga una specifica autorizzazione al trattamento dei dati per i tuoi contatti: ricordati che per parlare con nuovi consumatori attraverso WhatsApp, devi sempre ottenere il loro consenso esplicito alla ricezione di questi messaggi; non cominciare mai conversazioni se il contatto non se lo aspetta. Inoltre, evita di infastidire l’utente con tanti messaggi privi di un vantaggio concreto.

Posso comunicare la malattia con WhatsApp?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con quali modalità si può comunicare la malattia al datore di lavoro: raccomandata, pec, telefono, sms, chat.

Sei ammalato e non puoi andare al lavoro? Devi sapere che la prima cosa da fare è avvertire il tuo datore di lavoro dell’assenza, in modo che possa tempestivamente organizzarsi per sostituirti. La legge non fissa un termine preciso entro cui inviare la comunicazione di malattia al datore di lavoro, ma alcuni contratti collettivi prevedono entro quando si deve avvertire l’azienda o l’amministrazione: in certi casi è previsto l’invio di una comunicazione prima dell’inizio del turno di lavoro, in altre ipotesi entro 2 o 4 ore dall’inizio del turno lavorativo, in altre ancora entro il 1° giorno di assenza. La tempestività nell’avvertire è dunque d’obbligo, anche se sono giustificabili i casi in cui il lavoratore è impossibilitato oggettivamente a comunicare, ad esempio perché ricoverato. A questo punto ti starai sicuramente chiedendo «Posso comunicare la malattia con WhatsApp?». Effettivamente WhatsApp è uno dei mezzi più veloci di comunicazione, e permette anche di sapere se il messaggio è effettivamente stato consegnato e letto, salvo particolari impostazioni privacy del ricevente. Quindi si può informare l’azienda della malattia con WhatsApp? Per fornire una risposta sicura a questa domanda, dobbiamo innanzitutto vedere in quali modi la normativa consente di inviare la comunicazione di malattia, e verificare se ci sono delle sentenze sull’argomento.

Entro quando si deve avvertire l’azienda della malattia?

Innanzitutto, come spiegato da una recente guida dell’Inps sulla malattia del lavoratore, appena il dipendente si ammala deve avvertire il suo datore di lavoro o la sua amministrazione. Se, quindi, sei un lavoratore dipendente e ti sei ammalto, devi sapere che è il contratto collettivo applicato a stabilire quanto tempo hai per avvisare il datore di lavoro dell’assenza per malattia.

In particolare, devi avvertire:

  • prima dell’inizio del turno di lavoro, se l’azienda applica uno dei seguenti contratti collettivi: Telecomunicazioni, Terziario e Commercio, Turismo, Gomma/Plastica, Carta, Tessile/Abbigliamento/Confezioni, Grafica /Editoria, Alimentare;
  • entro 2 ore dall’inizio del turno lavorativo, per le aziende che applicano il contratto collettivo Autotrasporto;
  • entro 4 ore dall’inizio del turno lavorativo, per le aziende che applicano i seguenti contratti collettivi: Autotrasporto (relativamente al personale viaggiante e soggetto a turni continui avvicendati), Legno/Arredamento, Chimica, Calzature;
  • entro il 1° giorno di assenza, per le aziende che applicano il contratto collettivo Metalmeccanica.

Tutti i contratti, in ogni caso, prevedono che il lavoratore non sia soggetto all’obbligo di comunicazione nelle ipotesi di giustificato e comprovato impedimento, ad esempio in caso di ricovero immediato, perdita dello stato di conoscenza, impossibilità a compiere le azioni fondamentali, etc. Deve trattarsi, però, di casi di forza maggiore: in assenza di simili ipotesi, come vedremo più avanti, giustificare la mancata comunicazione è molto difficile.

Come si deve inviare la comunicazione di malattia all’azienda?

Per comunicare la malattia al datore di lavoro devi rispettare le modalità indicate dal contratto collettivo applicato. L’importante, comunque, è che tu adotti tutti gli accorgimenti possibili perché la comunicazione giunga tempestivamente all’azienda, e che ti accerti che arrivi a chi di dovere: l’ideale è dunque una telefonata, anche se è possibile comunicare tramite messaggio, fax o e-mail.

Si può inviare la comunicazione di malattia con WhatsApp?

Anche inviare un messaggio tramite WhatsApp è considerato un modo idoneo di avvertire l’azienda dell’assenza per malattia: lo ha chiarito il tribunale di Roma, con una recente sentenza [1]. In particolare, i messaggi di WhatsApp sono considerati idonei per la comunicazione all’azienda dello stato di malattia, anche più di una raccomandata o di un sms, in quanto:

  • consentono di informare immediatamente il datore di lavoro;
  • forniscono la conferma, grazie alla doppia spunta grigia o blu, della data e dell’ora di ricezione del messaggio.

Quando si deve fare la visita medica?

Una volta avvertita l’azienda dell’assenza, gli adempimenti per il dipendente non sono certamente terminati. Il lavoratore deve infatti recarsi dal suo medico curante (o, se non è disponibile, dalla guardia medica o da una diversa struttura o un differente professionista, purché convenzionato col servizio sanitario nazionale), entro due giorni dal verificarsi della malattia. Il medico provvede, a seguito della visita, a inviare all’Inps il certificato medico telematico con la diagnosi e la prognosi (cioè i giorni di malattia assegnati).

Da quale giorno inizia la malattia?

L’Inps, sulla base della normativa vigente, riconosce la prestazione di malattia soltanto dal giorno di rilascio del certificato. Il medico per legge non può giustificare giorni di assenza precedenti alla visita. Solo se si tratta di un certificato redatto a seguito di visita domiciliare, l’Inps riconosce anche il giorno precedente alla redazione (solo se feriale), quando indicato dal medico. Tieni presente, inoltre, che il tuo datore di lavoro potrebbe ritenerti assente ingiustificato nei giorni non riconosciuti dall’Inps.

Quali dati deve contenere il certificato medico?

Per garantire la correttezza delle informazioni riportate nel certificato, è necessario che il medico ponga la massima attenzione nell’inserimento di tutti i dati.

In particolare, il medico è tenuto ad inserire correttamente, se ne ricorrono i presupposti, le seguenti informazioni:

  • indicazione di evento traumatico: l’informazione è indispensabile affinché l’Inps possa valutare se vi sono le condizioni per attivare un’azione surrogatoria verso i terzi responsabili; nel caso in cui si riconosca la responsabilità di terzi, per il lavoratore c’è il vantaggio che le giornate di indennità di malattia in tal modo recuperate dall’Inps non rientrano nel computo del periodo massimo assistibile per malattia;
  • segnalazione delle eventuali agevolazioni per le quali il lavoratore privato o pubblico è esonerato dall’obbligo del rispetto delle fasce di reperibilità per la visita fiscale:
  • patologia grave che richieda terapie salvavita;
  • malattia per la quale sia stata riconosciuta la causa di servizio (solo per alcune categorie di dipendenti pubblici) [2];
  • stato patologico connesso alla situazione di invalidità già riconosciuta maggiore o uguale al 67%;

Il medico può anche inserire eventuali ulteriori dettagli nelle note di diagnosi al fine di completare o caratterizzare meglio la diagnosi stessa.

Al riguardo, l’Inps ha fornito alcuni indirizzi operativi in merito all’applicazione della normativa relativa alle esenzioni dalla reperibilità per i lavoratori del settore privato [3].

Come si deve comunicare il protocollo del certificato medico?

Devi poi fornire, se gli accordi collettivi o il tuo contratto individuale di lavoro lo prevedono, il numero di protocollo di trasmissione del certificato medico al datore di lavoro, che può così verificare all’interno del sito dell’Inps la prognosi stabilita.

A seconda delle disposizioni del contratto collettivo applicato, o degli accordi individuali, la comunicazione del protocollo del certificato medico di malattia può avvenire telefonicamente, tramite e-mail, messaggio o fax.

Si può comunicare il protocollo del certificato medico con WhatsApp?

In parallelo a quanto osservato per la comunicazione all’azienda dello stato di malattia, non dovrebbero esserci problemi nell’inviare all’azienda il protocollo del certificato medico tramite WhatsApp, in quanto la comunicazione avviene in modo tempestivo ed è possibile verificarne la ricezione in via immediata.

Che cosa succede se non si comunica l’assenza per malattia?

Se la comunicazione di assenza non è inviata nei termini prescritti dal contratto collettivo, o è inviata in ritardo, è necessario che tu giustifichi l’inadempimento, pena l’applicazione di una sanzione disciplinare.

La sanzione disciplinare può essere inflitta anche se hai comunque inviato il certificato medico giustificativo dell’assenza nei termini [4]. La segnalazione dell’assenza prima dell’inizio del turno lavorativo è infatti imposta per tutelare la corretta esecuzione dell’attività: si tratta di un interesse del datore di lavoro (e degli utenti dell’azienda o dell’ente) differente da quello della verifica dell’effettività della malattia.

Per evitare conseguenze, è allora necessario provare l’esistenza di un giustificato impedimento all’invio della comunicazione.

Come giustificare il lavoratore che non comunica l’assenza per malattia?

Le situazioni che consentono di giustificare il mancato avvertimento del datore di lavoro, in caso di assenza per malattia, sono molto più ristrette rispetto a quelle che consentono di giustificare l’assenza alla visita fiscale. Un conto, difatti, è risultare assenti dalla propria abitazione in un determinato arco di tempo, un conto è risultare totalmente impossibilitati ad effettuare una comunicazione, anche con una semplice telefonata o un messaggio.

Di conseguenza, risulta sicuramente giustificata la mancata comunicazione dovuta a casi di forza maggiore: un incidente, un grave malore, o comunque una malattia o un infortunio che comporti immediati accertamenti o il ricovero. In questo caso, è ovviamente il personale sanitario ad attestare la gravità della situazione.

In assenza di casi di forza maggiore, non è semplice dimostrare di non aver potuto effettuare comunicazioni telefoniche: questo sarebbe possibile solo nel caso in cui il lavoratore dimostri di non avere utenze telefoniche “fisse”, di aver esaurito il credito sul cellulare, di non coabitare con nessuno e di non aver avuto la possibilità di effettuare una chiamata con addebito al destinatario o di ottenere un credito per le emergenze. Peraltro, non è detto che l’assenza di credito giustifichi il lavoratore dalla sua dimenticanza, in quanto è sua precisa responsabilità mettere in atto tutti gli accorgimenti possibili per comunicare tempestivamente l’assenza all’azienda.

Risulta piuttosto difficile anche dimostrare che la mancata comunicazione è dovuta a un improvviso allontanamento dalla propria abitazione, perché questa potrebbe essere comunque considerata una negligenza del dipendente, sebbene il recarsi dal proprio medico o in farmacia sia considerata, quando indifferibile, una causa di giustificazione per l’assenza alla visita fiscale: le due situazioni sono trattate in modo differente, in quanto l’invio di una comunicazione è un obbligo più immediato e semplice da adempiere rispetto alla reperibilità all’interno di un’ampia fascia oraria.

Deve essere comunque valutata diversamente, ai fini della sanzione disciplinare, la comunicazione inviata con un leggero ritardo, rispetto a quella inoltrata con forte ritardo o, naturalmente, non inoltrata.

Per approfondire: Malattia, che cosa deve fare il lavoratore

Chi ha la partita Iva è persona fisica o giuridica?

Posted on : 13-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La differenza tra queste due categorie di contribuenti. Chi è tenuto ad aprire una posizione Iva ed a chi basta il codice fiscale.

Fisica o giuridica che sia, al Fisco piace ogni tipo di persona. L’importante è che paghi le tasse. È il contribuente a dover capire bene la propria identità da un punto di vista fiscale. Ad esempio, sapere se chi ha la partita Iva è persona fisica o giuridica e, in base a quello, come deve comportarsi nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

Ricordiamo che ci sono tre tipi di contribuenti:

  • la persona fisica, detta anche «comune cittadino», come ad esempio il lavoratore dipendente;
  • la persona fisica titolare di una ditta individuale, come il libero professionista;
  • la persona giuridica, identificata in un’azienda, una società o un’organizzazione.

Chi dei tre è tenuto ad aprire la partita Iva? Gli ultimi due. Il primo verserà le tasse dalla sua busta paga (le famose quanto odiate trattenute fiscali) ed avrà soltanto un codice fiscale. Gli altri due, cioè coloro che hanno un’attività in proprio, dovranno sottoporsi al loro rispettivo regime Iva e rispettare le sue scadenze.

La partita Iva è un codice numerico di 11 cifre assegnato dall’Agenzia delle Entrate che identifica un soggetto tenuto all’imposizione fiscale indiretta. Può essere richiesta anche telematicamente. I modelli sono:

  • AA9/11 per le ditte individuali (quindi persone fisiche);
  • AA7/10 per le altre società (quindi persone giuridiche).

Si tratta, dunque, di un codice destinato sia alla persona fisica a seconda del lavoro che svolge, sia alla persona giuridica (in questo caso sempre e comunque). Bisognerà, dunque, partire dalla differenza tra una persona fisica ed un’altra in modo da capire chi è tenuto ad aprire la partita Iva ed a chi basta avere nel portafoglio il codice fiscale. Dopo di che arriveremo ai dettagli sulla persona giuridica, sull’obbligo della partita Iva e ciò che comporta.

Persona fisica e giuridica: qual è la differenza?

Per dirla nel modo più semplice possibile, la persona fisica è un qualsiasi individuo vivente in carne ed ossa, con un nome ed un cognome, che ha acquisito alla nascita la capacità giuridica, cioè quei diritti e quei doveri comuni ad ogni essere umano. La persona giuridica, invece, è l’insieme organizzato di persone e di beni che l’ordinamento considera un soggetto di diritto.

A differenza di quella fisica, la persona giuridica deve avere almeno queste due caratteristiche fondamentali:

  • un elemento composto da una o più persone o da un capitale che hanno o servono ad uno scopo (per esempio, lo svolgimento di un’attività);
  • il riconoscimento formale dato da un provvedimento o da una normativa (SpA, Srl, Snc, ecc).

Persona fisica: codice fiscale o partita Iva?

Come anticipato, la persona fisica può essere dotata sia del semplice codice fiscale sia della partita Iva, a seconda se si tratta di un lavoratore dipendente che non esercita un’altra attività o di una ditta individuale, come quella avviata da un libero professionista.

La differenza è che il codice fiscale ce l’hanno tutti mentre la partita Iva spetta solo alla ditta individuale.

Il codice fiscale delle persone fisiche è composto da 16 caratteri alfanumerici (quindi lettere e cifre) in questo modo:

  • 6 caratteri che corrispondono a cognome e nome (ad esempio Arija Garcia Carlos sarà RJG CLS);
  • 2 caratteri che corrispondono all’anno di nascita (ad esempio 66);
  • 1 lettera che corrisponde al mese di nascita (si parte dalla A per gennaio);
  • 2 numeri che corrispondono al giorno di nascita e al sesso. Se si tratta, ad esempio, di un uomo nato il giorno 2 del mese, verrà scritto 02. Se si tratta di una donna, a quella cifra viene sommato il numero 40, quindi diventerà 42;
  • 1 lettera e 3 cifre per indicare il Comune o lo Stato di nascita. Se si tratta di un cittadino straniero o italiano nato all’estero si usa la lettera Z;
  • 1 carattere di controllo creato da un algoritmo.

Chi, invece, è un lavoratore autonomo ha un codice di 11 cifre che, di solito, coincide con la partita Iva. Quest’ultima viene generata in questo modo:

  • 7 cifre che corrispondono al numero sequenziale di iscrizione al Registro delle Imprese;
  • 3 cifre che corrispondono all’Ufficio;
  • 1 cifra di controllo.

Può succedere, però, che partita Iva e codice fiscale non siano uguali, anche se, ormai, capita molto di rado. Lo sono al momento in cui è stata aperta la posizione di chi ne fa richiesta ma la partita Iva può cambiare se il titolare, ad esempio, sposta la sua attività in un’altra provincia L’altra possibilità è che un’attività venga chiusa e se ne riapra un’altra: in questo caso, cambierà la partita Iva. Il codice fiscale, invece, rimarrà sempre invariato.

Partita Iva: per chi è obbligatoria?

Chiunque svolga un lavoro autonomo è tenuto ad aprire una partita Iva, che si tratti di una persona fisica o giuridica, purché superi il reddito annuale di 5.000 euro. Questo codice serve ad emettere una fattura e per pagare i contributi al Fisco e alla previdenza sociale.

La partita Iva è obbligatoria per le persone fisiche che hanno una ditta individuale, cioè un’entità creata allo scopo di avviare un’attività economica professionalmente organizzata che produce o scambia beni o servizi. Quindi, si parla di persone fisiche che aprono una ditta a capo della quale c’è un’unica persona in grado di svolgere direttamente l’attività e di rispondere di eventuali debiti. Un qualsiasi libero professionista rientra in questa categoria ed è tenuto ad aprire la partita Iva.

Anche le persone giuridiche, cioè le società o le associazioni, le organizzazioni o le cooperative, sono obbligate ad avere una partita Iva, che si tratti di persone giuridiche pubbliche o private. Qual è la differenza tra queste due? La persona giuridica pubblica è, come lo stesso nome fa capire, quella che insegue un interesse pubblico (ad esempio un ente statale, o così dovrebbe essere), mentre quella privata è la società che persegue soltanto il proprio interesse.