Termine di notifica del decreto ingiuntivo

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il decreto ingiuntivo deve essere notificato entro 60 giorni altrimenti perde efficacia.

Una volta che il giudice ha emesso il decreto ingiuntivo, questo deve essere notificato al debitore, a cura dell’avvocato del creditore, nei successivi 60 giorni altrimenti perde efficacia. Se però la notifica deve avvenire fuori dal territorio italiano, il termine diventa di 90 giorni [1]. Il termine di notifica del decreto ingiuntivo decorre dal giorno in cui il decreto stesso viene depositato in cancelleria [2].

Con l’introduzione del processo civile telematico, il decreto ingiuntivo viene emesso in formato digitale; pertanto l’avvocato che ne ha richiesto l’emissione dovrà entrare nel polisweb con il proprio dispositivo di firma digitale ed estrarre il decreto ingiuntivo telematico da notificare.

Caratteristiche del termine di notifica del decreto ingiuntivo

Il termine di notifica del decreto ingiuntivo è perentorio. Per cui alla sua scadenza il decreto ingiuntivo non è più utilizzabile e perde efficacia. Il creditore, sempre che il suo diritto non si sia nel frattempo prescritto, può però sempre chiedere un nuovo decreto ingiuntivo.

Secondo la Cassazione [3] il termine di notifica del decreto ingiuntivo è soggetto alla sospensione feriale nel periodo che va dal 1° al 31 agosto. Questo significa, ad esempio, che se il decreto è stato depositato in cancelleria il 26 luglio, il termine di notifica del decreto ingiuntivo non scade il 25 ottobre bensì il 24 novembre (poiché tutto il mese di agosto non si calcola).

Proroga del termine di notifica del decreto ingiuntivo

Data la perentorietà del termine di notifica del decreto ingiuntivo non è possibile chiedere al giudice una proroga dello stesso. Peraltro, qualora il creditore provveda alla notificazione del medesimo dopo il decorso di tale termine, le ragioni del debitore, ivi comprese quelle relative all’inefficacia del titolo prevista dalla citata norma, possono essere fatte valere solo con l’ordinaria opposizione al decreto da esperirsi entro 40 giorni dalla suddetta notifica. ; ed inoltre, in tale

Mancata notifica del decreto ingiuntivo entro il termine di 60 giorni

Se il decreto non viene notificato nel termine di legge diventa inefficace. L’inefficacia del decreto ingiuntivo in conseguenza della notificazione oltre il termine può essere dedotta solo dalla parte interessata e non è quindi rilevabile dal giudice d’ufficio [4].

Il creditore può presentare un nuovo ricorso per ottenere un altro decreto ingiuntivo, anche nel caso in cui l’inefficacia non sia stata dichiarata dal giudice [5].

Se il creditore, nonostante il decorso del termine, notifica il decreto ingiuntivo il debitore ne può far dichiarare l’inefficacia solo proponendo opposizione al decreto ingiuntivo stesso. Non può quindi eccepire tale eccezione con l’opposizione all’esecuzione forzata qualora, facendo divenire definitivo il decreto, il creditore dovesse poi procedere al pignoramento. Diversa è invece l’ipotesi in cui l’ingiunto ritiene che la notificazione del decreto sia inesistente, sostiene cioè che nei suoi riguardi non è mai stata eseguita un’operazione di notificazione giuridicamente qualificabile come tale: è ad esempio il caso di notificazione effettuata in luogo o a mani di persona privi di ogni relazione con l’ingiunto. In tal caso l’ingiunto può proporre opposizione all’esecuzione forzata e tale rimedio è proponibile, ove l’esecuzione inizi, fino a che il processo esecutivo non si sia concluso.

Se un decreto ingiuntivo non è notificato, o la notifica di esso è giuridicamente inesistente, la parte contro la quale è stato emesso può, decorso il termine di 60 giorni, chiederne la declaratoria di inefficacia [6]. Si pensi al caso del debitore che ha saputo informalmente che il creditore ha ottenuto un decreto ingiuntivo e sta tentando di notificarglielo.

Sentenze sulla notifica del decreto ingiuntivo

Notifica nulla o comunque viziata

Nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 644 c.p.c., l’inefficacia del decreto ingiuntivo è legittimamente riconducibile alla sola ipotesi in cui manchi o sia inesistente la notifica nel termine stabilito dalla norma predetta poiché la notificazione del decreto ingiuntivo comunque effettuata, anche se nulla, è pur sempre indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso. Pertanto, potendo tale nullità od irregolarità essere fatta valere a mezzo dell’opposizione tardiva di cui al successivo art. 650 c.p.c., deve essere esclusa la presunzione di abbandono del titolo che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di cui all’ art. 644 c.p.c.

Cass. lav., 29 agosto 2011 n. 17759; conforme Cass. 31 ottobre 2007, n. 22959.

Nel caso di nullità della notificazione del decreto ingiuntivo – diversamente dall’ipotesi di inesistenza che sussiste quando la notifica sia stata eseguita in luoghi o nei confronti di persone non aventi alcuna relazione con il destinatario perché a lui totalmente estranei – è esperibile l’opposizione tardiva ai sensi dell’articolo 650 c.p.c. La notificazione è nulla o semplicemente irregolare quando sia stata effettuata in un luogo o a persona che, pur diversi da quelli indicati dalla legge (articolo 139 c.p.c.), abbiano comunque con il destinatario un collegamento. La proposizione dell’opposizione tardiva è, tuttavia, subordinata alla prova da parte dell’intimato di non avere avuto conoscenza del decreto emesso “inaudita altera parte” causa l’irregolarità, al pari della prova del caso fortuito o di forza maggiore, della notificazione del decreto. (Nella specie l’opponente aveva dedotto che il decreto ingiuntivo gli era stato notificato, ai sensi dell’art. 140 c.p.c., in luogo diverso dall’effettiva dimora essendosi egli trasferito altrove ma, poichè il luogo della notifica era risultato essere ancora a quel tempo la sua residenza anagrafica, la S.C. ha ritenuto che l’opposizione tardiva era stata correttamente rigettata).

Cass. 24 ottobre 2008 n. 25737.

Nel caso in cui la nullità di notifica del decreto ingiuntivo abbia impedito alla parte intimata di avere tempestiva conoscenza del decreto e di proporre opposizione nel termine ordinario, il solo rimedio idoneo a far valere detto vizio e la conseguente inefficacia del decreto, quale titolo per l’esecuzione forzata, è l’opposizione tardiva prevista dall’art. 650 c.p.c. e non quella contemplata dagli artt. 615 e 617 c.p.c.

Cass. 6 febbraio 1998, n. 1202.

Qualora la notificazione del decreto ingiuntivo sia affetta non da giuridica inesistenza, ma da nullità (non rilevando a tal fine che il plico postale non sia stato consegnato al destinatario, ma sia rimasto depositato presso l’ufficio postale fino al compimento del periodo di giacenza, a norma dell’art. 8, D.P.R. 29 maggio 1982, n. 655) tale vizio spiega rilievo solo ai fini dell’ammissibilità dell’opposizione tardiva, a norma dell’art. 650 c.p.c.

Cass. 24 settembre 1997, n. 9372.

Ai fini della validità della notificazione eseguita ai sensi dell’art. 143 c.p.c. per le persone irreperibili, il giudice deve accertare in base alle prove dedotte se il notificante era in grado di conoscere, adottando la comune diligenza, il luogo in cui poteva essere effettuata la notificazione, fermo restando che la notificazione effettuata in assenza dei presupposti necessari per l’applicazione di tale disposizione è nulla, ma non è giuridicamente inesistente. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito, che aveva escluso la nullità della notificazione di un decreto ingiuntivo, tentata una prima volta presso il domicilio del debitore con esito negativo, perché questi risultava trasferito altrove, e ripetuta venti giorni dopo ex art. 143 c.p.c., dopo aver acquisito certificazione anagrafica che attestava ancora la residenza nella medesima città, non potendo l’ingiungente conoscere il luogo della nuova residenza, stabilita solo sei giorni prima della ripetizione della notifica).

Cass. 18 aprile 2006, n. 8955.

Il principio per cui la notificazione effettuata ai sensi dell’art. 143 c.p.c. in assenza dei presupposti necessari per l’applicazione di tale disposizione è nulla ma non è giuridicamente inesistente comporta che qualora la notificazione eseguita con modalità di cui alla norma sopraindicata abbia ad oggetto un decreto ingiuntivo l’opposizione dell’intimato esplica effetto sanante della pregressa nullità, sicché ove l’opponente si limiti a dedurre l’inefficacia del decreto a norma dell’art. 644 c.p.c. senza contestare ulteriormente la pretesa fatta valere in via monitoria, l’inammissibilità dell’opposizione, per difetto di interesse, rende inammissibile, sotto lo stesso profilo, l’appello proposto contro la sentenza che abbia deciso sull’opposizione e il ricorso per cassazione contro quest’ultima.

Cass. 22 gennaio 1997, n. 668.

Qualora la notificazione del decreto ingiuntivo, tempestivamente effettuata nel termine prescritto dall’art. 644 c.p.c., sia affetta non da giuridica inesistenza, ma da nullità – come nel caso in cui sia stata effettuata con le formalità previste dall’art. 140 c.p.c., anziché con quelle di cui all’art. 139 c.p.c. – tale vizio spiega rilievo solo al fine dell’ammissibilità dell’opposizione tardiva a norma dell’art. 650 c.p.c. – se ed in quanto abbia impedito all’intimato di avere tempestiva conoscenza del decreto, mentre resta sanato per effetto dell’opposizione stessa, ordinaria o tardiva.

Cass. 28 gennaio 1995, n. 1038.

Qualora la notificazione del decreto ingiuntivo, tempestivamente nel termine prescritto dall’art. 644 c.p.c. sia affetta non da giuridica inesistenza, ma da nullità, come nel caso in cui sia stata effettuata con le formalità previste dall’art. 140 c.p.c., anziché con quelle di cui all’art. 143 c.p.c., tale vizio spiega rilievo solo al fine dell’ammissibilità della opposizione tardiva, a norma dell’art. 650 c.p.c., se ed in quanto abbia impedito all’intimato di avere tempestiva conoscenza del decreto, mentre resta sanato per effetto della proposizione della opposizione stessa, ordinaria o tardiva.

Cass. 4 novembre 1980, n. 5907.

La notificazione del decreto ingiuntivo, comunque effettuata, e quindi anche se nulla, è indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso, ed esclude quindi la presunzione di abbandono del titolo, che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di esso, di cui all’art. 644 c.p.c. Cass., Sez. Un., 8 ottobre 1974, n. 2656.

Notifica tardiva

La notificazione del decreto ingiuntivo dopo il decorso del termine di quaranta giorni dalla pronuncia comporta l’inefficacia del provvedimento, ma non incide sulla qualificabilità del ricorso per ingiunzione come domanda giudiziale, con la conseguenza che, ove su detta domanda, a seguito dell’opposizione dell’intimato che eccepisca l’inefficacia, si costituisca il rapporto processuale il giudice adito ha il potere-dovere, alla stregua delle comuni regole del processo di cognizione, non soltanto di vagliare la consistenza dell’eccezione, ma anche di decidere sulla fondatezza della pretesa avanzata dal creditore ricorrente.

Cass.18 aprile 2006, n. 8955.

Qualora il creditore, munito di decreto ingiuntivo, provveda alla notificazione del medesimo dopo il decorso del termine di efficacia fissato dall’art. 644 c.p.c., le ragioni del debitore, ivi comprese quelle relative all’inefficacia del titolo prevista dalla citata norma, possono essere fatte valere solo con l’ordinaria opposizione da esperirsi nel termine prefissato dal provvedimento notificato; in tale giudizio il debitore opponente che si limiti ad eccepire l’inefficacia del titolo tardivamente notificato non può impedire che ad un’eventuale dichiarazione di inefficacia del decreto si accompagni la decisione da parte del giudice dell’opposizione in merito all’esistenza del diritto fatto valere con il ricorso per ingiunzione, e l’inosservanza da parte del creditore del termine di cui all’art. 644 c.p.c. può acquisire rilevanza, nel caso di rigetto dell’opposizione, solo ai fini della condanna alle spese del giudizio, consentendo l’esclusione di quelle relative all’ottenimento dell’ingiunzione dichiarata inefficace.

Cass. 30 marzo 1995, n. 3783; conforme Cass. lav., 13 gennaio 1992, n. 287; Cass. 10 maggio 1991, n. 5234.

Qualora il creditore abbia notificato il decreto ingiuntivo dopo il decorso del termine di efficacia di cui all’art. 644 c.p.c., le ragioni del debitore (ivi comprese quelle relative alla inefficacia del titolo) possono essere fatte valere solo con l’opposizione ordinaria e non anche con l’opposizione all’esecuzione, né attraverso gli strumenti processuali previsti dagli artt. 188 disp. att. c.p.c. e 650 c.p.c., i quali presuppongono, rispettivamente, la mancanza o la giuridica inesistenza della notificazione del decreto stesso o il difetto incolpevole della tempestiva conoscenza.

Cass. 25 marzo 1985, n. 2090.

Multa: che fare se il Prefetto rigetta il ricorso

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’ordinanza ingiunzione con cui il Prefetto rigetta il ricorso contro la multa stradale presentata dall’automobilista deve essere motivata. Entro 30 giorni è possibile fare ricorso al giudice di Pace. Alla Prefettura l’onere della prova.

Il tempo dei facili ricorsi contro le multe è finito: l’aumento dei costi della giustizia (con il contributo unificato in prima fila) e il rischio di una condanna alle spese processuali in caso di soccombenza ha reso poco conveniente tentare la “sorte” con il giudice di Pace, almeno per tutte le contravvenzioni che non superano i 200 euro. In alternativa c’è sempre il ricorso al Prefetto che, oltre a non richiedere la necessaria presenza fisica dell’interessato (né tantomeno l’assistenza di un avvocato) è gratuito (si fa in carta semplice, senza bolli e senza tasse, pagando solo il costo della raccomandata). Ma «gratuito» solo in apparenza: difatti se il Prefetto rigetta il ricorso dell’automobilista, emette un’ordinanza di ingiunzione con cui condanna quest’ultimo al pagamento della multa in misura integrale e tale importo è pari quasi al doppio di quello inizialmente intimato con il verbale spedito a casa. E per di più c’è sempre il fatto che il Prefetto non è un organo imparziale e terzo come il giudice, ma è solo il superiore gerarchico di chi ha emesso la multa che, verosimilmente, ha la stessa visione e interviene solo in caso di vizi macroscopici (come nel caso, ad esempio, di notifica della multa oltre i 90 giorni dall’infrazione). Leggi a riguardo il nostro vademecum su multe e ricorsi.

Proprio per questa sua posizione poco equidistante, la legge che disciplina le sanzioni amministrative [1] garantisce la possibilità di fare ricorso al giudice anche contro gli atti del Prefetto e, quindi, anche contro le ordinanze di ingiunzione che hanno rigettato la richiesta di annullamento della multa. In altri termini:

  • chi, ricevendo una multa, fa ricorso al Giudice di Pace ha 30 giorni di tempo per agire; nel caso di rigetto, può solo fare appello e, in ultima istanza, rivolgersi alla Cassazione;
  • chi, ricevendo una multa, fa ricorso al Prefetto ha invece 60 giorni di tempo per spedire il ricorso; nel caso di rigetto può, nei 30 giorni successivi, presentare ricorso al Giudice di Pace e rivolgersi, così, a un organo terzo e imparziale qual è il magistrato.

In definitiva, se hai ricevuto una multa e il Prefetto ha rigettato il tuo ricorso, puoi sempre rivolgerti al Giudice di Pace e tentare il procedimento giudiziale. In questo caso l’azione si svolge non già contro l’organo accertatore che ha elevato la contravvenzione, ma contro la Prefettura stessa. E, sul punto, una interessante sentenza del Tribunale di Roma [2] offre un importante chiarimento spiegando, in caso di multa, che fare se il Prefetto rigetta il ricorso.

Se il Prefetto rigetta il ricorso è sempre possibile rivolgersi al Giudice di Pace entro 30 giorni

Per fare ricorso contro l’ordinanza ingiunzione della Prefettura che ha rigettato la tua richiesta di annullamento della multa devi sapere innanzitutto che puoi riproporre le stesse censure che hai presentato al Prefetto e che questi non ha inteso accogliere. In pratica puoi “copiare e incollare” il ricorso nella parte che riguarda le contestazioni al verbale.

La seconda questione che devi sapere se il Prefetto rigetta il ricorso è che l’ordinanza ingiunzione deve essere motivata. Questo aspetto è essenziale: secondo il Tribunale di Roma, infatti, una generica motivazione, che non chiarisce le ragioni sulla base delle quali non sono stati accolti i motivi di impugnazione dell’automobilista, rende nullo il provvedimento prefettizio di condanna. L’ordinanza ingiunzione di pagamento emessa dalla Prefettura non può essere totalmente sfornita delle indicazioni idonee a comprendere le ragioni sottese al rigetto del ricorso; l’utilizzo di un modello prestampato con una formula stereotipa e seriale, adattabile indistintamente a qualsivoglia ipotesi rigetto di ricorso, impedisce al trasgressore di difendersi e contestare la stessa ordinanza. Quindi, se la motivazione del rigetto è assente o generica, l’automobilista può fare ricorso al giudice di pace e quest’ultimo sarà tenuto ad annullare l’ordinanza e, indirettamente, anche la multa.

La terza questione da sapere se il Prefetto rigetta il ricorso è che, nel giudizio davanti al Giudice di Pace contro l’ordinanza ingiunzione, l’onere della prova sull’esistenza dei presupposti della multa non è a carico del cittadino ma dell’autorità ossia della Prefettura. Ad esempio, se il ricorso sostiene che l’autovelox non è stato oggetto di controllo periodico, spetta all’amministrazione dimostrare il contrario; se il conducente sostiene l’assenza del cartello di avviso di controllo elettronico della velocità, è il Prefetto che deve produrre la documentazione fotografica che ne attesta invece l’esistenza.

Attenzione però: se il giudice dovesse rigettare il ricorso, allora sarebbe tenuto a confermare la multa in misura doppia intimata dal Prefetto e potrebbe anche condannarti alle spese processuali. Allora sì che il conto sarebbe davvero salato.

Affitto, chi paga le bollette?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se le utenze restano intestate al padrone di casa l’inquilino ha 2 mesi per pagare o chiedere giustificativi; in caso contrario può subire lo sfratto.

Che succede se l’inquilino non paga le bollette relative alle utenze dell’appartamento in affitto? E quali conseguenze possono ricadere

sul titolare dell’immobile? La morosità è causa di sfratto? La risposta non è sempre uguale e difatti per stabilire, in caso di affitto, chi paga le bollette, è bene operare una distinzione.

Quando un appartamento viene dato in locazione, le utenze di luce, acqua e gas possono seguire due sorti diverse: possono restare intestate al padrone di casa, il quale di volta in volta chiederà all’inquilino il rimborso dei pagamenti effettuati alla società fornitrice del servizio per le bollette periodiche; oppure vengono intestate all’inquilino medesimo, con autonomi contratti dei quali solo quest’ultimo risponderà. Vediamo singolarmente le due ipotesi.

Chi paga le bollette se le utenze sono intestate al padrone di casa?

Quando le utenze di luce, acqua e gas restano intestate al locatore, quest’ultimo dovrà chiedere il rimborso all’inquilino dopo aver effettuato il pagamento. Il caso tipico è quello, ad esempio, dei contatori di gas e acqua che fanno capo a un unico impianto condominiale e i cui consumi vengono riscossi dall’amministratore. Amministratore che deve per legge rivolgersi solo ai condomini – ossia ai proprietari degli appartamenti – e non anche ad eventuali affittuari. Quindi, il locatore prima paga e poi si rivale contro il conduttore. Ma ben potrebbe essere anche una situazione in cui – specie per gli affitti di durata breve – il padrone di casa preferisca non cessare l’utenza e lasciarla intestata a sé.

Gli obblighi di chi prende un appartamento in affitto non si limitano solo al pagamento del canone di affitto, ma comprendono anche i cosiddetti oneri accessori, ossia le spese condominiali e le relative utenze per quanto attiene ai consumi periodici. Eventuali lavori straordinari (come ad esempio la sostituzione di contatori, la riparazione della centralina condominiale del gas, ecc.) sono invece a carico del padrone di casa. È comunque diritto dell’inquilino chiedere l’esibizione della fattura per controllare che l’importo preteso sia a lui imputabile e corrisponda a quello versato al condominio o alla società fornitrice del servizio.

Il pagamento da parte dell’inquilino deve intervenire entro 2 mesi dalla richiesta del padrone di casa, richiesta che, a tal fine, sarà bene che venga formalizzata per iscritto in modo da tenere traccia della stessa e dimostrare che l’affittuario era a conoscenza del debito.

Se l’inquilino non paga gli oneri accessori, e quindi anche le bollette, può subire lo sfratto. In tal caso, però, detto sfratto può scattare solo quando la morosità per gli oneri accessori supera almeno il valore di due mensilità (al contrario, invece, per la morosità nel canone di locazione, per la quale lo sfratto si giustifica dopo appena 20 giorni di ritardo).

L’inquilino ha 2 mesi dalla richiesta per pagare le bollette anticipate dal padrone di casa

Una volta ricevuta la richiesta di pagamento, il conduttore deve versare la somma dovuta, ma prima del pagamento e nel termine di 2 mesi dalla richiesta, ha diritto di ottenere l’indicazione specifica delle spese con la menzione dei criteri di ripartizione e di prendere visione dei documenti giustificativi. Il conduttore che non richiede i documenti nel termine di legge non può poi sospendere, ridurre o ritardarne il pagamento.

Il locatore deve richiedere il pagamento degli oneri accessori al conduttore nel termine di prescrizione di 2 anni che decorrono dalla data di chiusura annuale; se non gli viene espressamente richiesto dall’inquilino, non è tenuto a consegnare a quest’ultimo i documenti giustificativi delle spese poste a suo carico o indicargli i relativi criteri di ripartizione.

Se non paga le bollette, l’affittuario può essere sfrattato

Il vero problema nello stabilire chi paga le bollette quando le utenze dell’appartamento in affitto sono intestate al locatore, è comprendere quali sono le voci che sono a carico dell’inquilino e quali quelle a carico del padrone di casa. Possiamo così sintetizzare il discorso:

SPESA
CHI PAGA
Consumi periodici
Inquilino
Impianto di riscaldamento
– sostituzione integrale

– manutenzione straordinaria

Padrone di casa
– manutenzione ordinaria Inquilino
Riscaldamento e condizionamento dell’acqua
– installazione e sostituzione

– adeguamento a leggi e regolamenti

Padrone di casa
– manutenzione ordinaria

– pulizia annuale, impianto e filtri, messa a riposo stagionale

– lettura contatori

– forza motrice, combustibile

– consumo combustibile, acqua, energia elettrica

Inquilino
Luce e impianti di illuminazione
– installazione e sostituzione Padrone di casa
– manutenzione ordinaria

– consumi

Inquilino

Il contratto di affitto può comunque prevedere accordi diversi. Ed è comunque sempre bene che la scrittura privata tra locatore e conduttore menzioni l’obbligo per quest’ultimo di corrispondere le utenze onde evitare di prestare il fianco ad equivoci e contestazioni.

È sempre bene indicare in contratto chi deve pagare le bollette

Chi paga le bollette se le utenze sono intestate all’inquilino?

Più facile è stabilire chi paga le bollette per l’affitto nel caso in cui le utenze siano intestate direttamente all’affittuario. Quest’ultimo, in quanto unico soggetto obbligato con la società fornitrice, sarà tenuto al pagamento e nessuna ripercussione negativa potrà estendersi sul locatore in caso di morosità. In pratica, nel momento in cui il padrone di casa ritorna nel possesso del proprio appartamento, alla scadenza dell’affitto, non eredita i debiti lasciati dall’inquilino.

Secondo una interessante sentenza del Tribunale di Pistoia (leggi Che fare se l’inquilino non paga le bollette), quando l’acqua è gestita dal comune o da altra azienda comunale quest’ultima non può agire contro il locatore per le morosità dell’inquilino. L’eventuale regolamento che disponga diversamente è illegittimo.

Il sindaco può vietare di portare i cani al parco?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I cani possono entrare nelle aree verdi del nostro comune? Quando un eventuale divieto è illegittimo?

Il sindaco può vietare di portare i cani al parco? La risposta del tribunale amministrativo è negativa. Quanto meno, il divieto non può essere basato sulla presenza di escrementi canini che, secondo i giudici, non configurano un grave pericolo per la salute pubblica. La normativa sull’accesso dei cani nei luoghi pubblici e aperti al pubblico è rimessa alle leggi regionali e ai regolamenti comunali. In linea generale l’accesso è consentito, ma le amministrazioni locali possono stabilire dei divieti (purché sensati). I giudici hanno più volte annullato ordinanze sindacali che vietavano agli animali di entrare nelle aree verdi.

La sentenza del Tar

Il Tar Toscana, con una recente sentenza, ha dichiarato illegittima un’ordinanza sindacale che vietava ai cittadini di portare i cani al parco pubblico. Il provvedimento veniva giustificato da ragioni di carattere sanitario e igienico, attesa la presenza di escrementi che, secondo l’amministrazione comunale, compromettevano la salute collettiva. Secondo i giudici, tuttavia, la presenza delle deiezioni canine non configura un ingente pericolo sanitario per i cittadini, tale da giustificare un divieto assoluto di portare i cani al parco. Vediamo perché.

Le motivazioni del Tar

Il Testo unico degli enti locali permette al sindaco di emanare ordinanze contingibili e urgenti per fronteggiare «emergenze sanitarie o di igiene pubblica». Si tratta quindi di un potere eccezionale garantito dalla legge, che presuppone però un grave pericolo per la salute collettiva. In considerazione di ciò, dunque, il sindaco può emanare provvedimenti necessari per affrontare una straordinaria situazione di emergenza (l’ordinanza ha quindi, inevitabilmente, un’efficacia temporale limitata).

Ora, secondo il Tar Toscana la presenza di escrementi canini non configura un pericolo ingente per la salute e l’igiene pubblica. Di conseguenza, il primo cittadino non è legittimato ad emanare un’ordinanza del genere. La motivazione per vietare ai cani di accedere al parco cittadino non può certo fondarsi sulla presenza di deiezioni. Anche con riferimento al caso di specie, inoltre, va ricordato che la regione Toscana consente «l’accesso dei cani a tutte le aree pubbliche e di uso pubblico, compresi i giardini, i parchi e le spiagge» [2], purché muniti di guinzaglio o museruola.

Cosa dice la legge

La normativa riguardante l’accesso dei cani nei luoghi pubblici non è chiara. A livello statale esiste solo una norma riguardante la procedura da seguire, da parte dei sindaci, per prevenire la diffusione della rabbia. In particolare, il legislatore nazionale impone al primo cittadino di prescrivere l’obbligo del guinzaglio o della museruola per i cani condotti nei luoghi pubblici, in quelli aperti al pubblico (bar, ristoranti, ecc.) e sui mezzi di trasporto. In sostanza, però, la disciplina riguardante l’accesso dei cani nei luoghi pubblici è rimessa alle leggi regionali e ai regolamenti comunali. Per scoprire quali sono le regole per l’accesso dei nostri amici al parco, quindi, informarsi preventivamente sulle scelte effettuate in merito dalle amministrazioni locali. Il risultato complessivo, se si guarda il panorama nazionale, è quello di una normativa caotica, inevitabilmente soggetta a variazione in ogni zona del Paese.

Cosa dice la giurisprudenza

Se dal punto di vista normativo non ci sono grandi certezze, la giurisprudenza ormai da anni tende a favorire il diritto dei nostri amici ad accedere alle aree pubbliche. Nel corso degli anni, infatti, i vari tribunali amministrativi regionali hanno annullato molte ordinanze comunali che limitavano l’entrata dei cani, ad esempio, nelle aree verdi [3]. In alcuni casi, infatti, erano state emesse ordinanze che impediscono l’accesso dei cani nei parchi cittadini, al fine di preservare il decoro e l’igiene collettiva. I giudici amministrativi, però, hanno più volte affermato che provvedimenti di questo tipo vanno considerati eccessivi. L’igiene, l’incolumità e il decoro cittadino possono essere garantiti attraverso precauzioni meno invasive (obbligo di guinzaglio o museruola, irrogazione di multe a chi non raccoglie le deiezioni dei cani). In questo modo viene senz’altro garantito il diritto dei cittadini di passeggiare con i loro amici a quattro zampe, senza per questo mettere a repentaglio le esigenze sanitarie. In ogni caso, la situazione va valutata caso per caso. Ad esempio può ritenersi legittimo il divieto di far accedere cani senza guinzaglio alle aree di gioco per i bambini.

Cosa fare per portare i cani al parco

In sostanza, quindi, prima di portare i cani al parco meglio informarsi prima sulla normativa comunale in vigore. In ogni caso bisogna evitare di uscire senza guinzaglio e senza museruola (la legge impone l’obbligo di un guinzaglio di lunghezza non superiore a 1,50 m e di «portare con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare al caso in caso di rischio per l’incolumità di persone o animali o su richiesta delle autorità competenti» [4]). Occorre inoltre evitare di lasciare libero il nostro amico ove possano astrattamente configurarsi situazioni di pericolo (ad esempio nelle aree destinate ai bambini). Raccogliere poi sempre gli escrementi dei nostri compagni: in questo modo da un lato eviteremo la multa, dall’altro «convinceremo» l’amministrazione comunale a non vietare ai cani l’accesso alle aree pubbliche.

Licenziamento del dirigente: procedimento disciplinare necessario

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Le garanzie dell’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori, con la contestazione disciplinare e la risposta del lavoratore entro 5 giorni, si applicano anche ai dirigenti.

Ferma restando la differenza in ordine ai motivi di licenziamento tra il dirigente e il restante personale dipendente, anche al primo si applica la procedura prevista dalla legge in favore degli altri lavoratori. Il riferimento è alla norma contenuta nello Statuto dei lavoratori [1] in base alla quale, tutte le volte in cui è necessario procedere al «licenziamento disciplinare», l’azienda deve prima contestare il comportamento illegittimo al dipendente e dargli 5 giorni di tempo per presentare scritti in propria difesa e/o chiedere di essere ascoltato oralmente. A chiarire questo importante aspetto è una recente sentenza della Cassazione [2]. Pertanto, in caso di licenziamento del dirigente per motivi disciplinari, è necessario rispettare il procedimento previsto dallo statuto dei lavoratori.

In materia di lavoro dirigenziale, la peculiare posizione del dirigente ed il relativo vincolo di fiducia che si instaura con l’azienda rendono applicabili le garanzie procedimentali previste dalla legge a tutti gli altri dipendenti nel caso in cui il licenziamento sia stato intimato dal datore di lavoro per un comportamento negligente o colpevole o, ancora, per condotte suscettibili di pregiudicare il rapporto fiduciario tra le parti. L’articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori è infatti considerato dalla giurisprudenza espressione di una generale e fondamentale garanzia a tutela di tutte le ipotesi di licenziamento disciplinare.

Risultato: se il licenziamento del dirigente avviene senza la previa contestazione del comportamento e il termine concesso all’interessato per difendersi, senza che quindi le predette garanzie siano state assicurate, trovano applicazione le conseguenze previste dalla contrattazione collettiva di categoria per il licenziamento privo di giustificazione.

Se cado dalla bici per colpa di un cane chi mi risarcisce?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La caduta del ciclista viene risarcita dall’Asl e dal Comune che non ha provveduto alla cattura degli animali randagi e alla messa in sicurezza nei canili.

I danni procurati da animali randagi vengono risarciti dal Comune e dall’Asl non solo a chi viaggia in auto, ma anche a chi passeggia o fa sport in bicicletta. L’incidente stradale si estende infatti anche alle due ruote perché si considera rientrante nel concetto di «circolazione». Peraltro, tutti i danni derivanti da fenomeni di randagismo trovano una tutela nella legge nazionale ed, in alcuni casi, anche in quella regionale. Dunque, chi cade dalla bicicletta per colpa di un cane randagio può ottenere il risarcimento. Ma come e a che condizioni? Cerchiamo di capirlo in questo articolo.

Come dimostrare la caduta

La prima cosa da fare è dimostrare il fatto storico, ossia la caduta. A tal fine sarà necessaria una prova testimoniale di qualcuno che abbia assistito all’episodio e – soprattutto – abbia visto il cane randagio. Non servono le dichiarazioni di chi è intervenuto in un momento successivo e, pur avendo notato il ciclista a terra, non era comunque presente nel preciso momento della caduta. Di certo, la sola prova fotografica, successiva all’incidente, è del tutto inutile a dimostrare che la perdita dell’equilibrio è derivata proprio dall’animale e non da altre circostanze. Solo dunque la dichiarazione di un testimone può ricostruire la vicenda e il suo divenire come concetto dinamico e non statico.

Serve poi la prova del danno subito. Che oltre alla rottura della bicicletta (qui sì che sono sufficienti le fotografie) riguarda anche le lesioni riportate dall’infortunato. Per queste ultime servono i certificati medici rilasciati da una struttura pubblica come il pronto soccorso. Chiaramente, se la malattia dovesse proseguire (si pensi a una ingessatura e ai giorni di degenza a casa; alle visite dal fisioterapista e alle cure; ecc.) sarà necessario ritornare in ospedale e farsi rilasciare il certificato di prosecuzione della malattia. Il risarcimento verrà liquidato sulla base dei giorni di invalidità totale, parziale e del danno biologico calcolato secondo delle tabelle che tengono conto, non solo dell’incidenza del danno e sulla invalidità conseguente, ma anche dell’età del soggetto. Se i giorni di invalidità possono essere ricostruiti dai certificati medici, per il danno biologico serve la stima di un medico legale, che può essere una persona di fiducia del danneggiato.

A chi chiedere il risarcimento

Il risarcimento va chiesto, di norma, all’Asl e al Comune. Il primo è il soggetto tenuto per legge alla lotta al randagio [2]; il secondo è titolare della strada e consegnatario dei compiti di cattura dei cani randagi e messa in sicurezza negli appositi canili. In verità, però, la Regione può adottare una propria normativa con cui attribuisce tutti i compiti solo all’Asl. In tal caso sarà solo quest’ultima il soggetto responsabile e non più il Comune. Quindi sarà bene informarsi presso la propria Regione se è stata adottata una normativa ad hoc per la lotta al randagio.

Una volta individuato l’ente responsabile bisognerà inoltrare la richiesta di risarcimento, corredata dai documenti e dall’indicazione dei nomi dei testimoni, con una raccomandata a.r. o una email di posta elettronica certificata. Bisognerà dare il tempo all’amministrazione di provvedere a procedere agli accertamenti ed, eventualmente, proporre una somma come ristoro del danneggiato. In assenza ci si dovrà recare dal giudice con l’assistenza di un avvocato per ottenere la condanna della controparte.

Se il cane ha un padrone

Tutto il discorso che abbiamo appena fatto riguarda il caso di cani randagi. Se però il cane ha un padrone sarà quest’ultimo a risarcire i danni al ciclista caduto per terra. Questo perché la legge attribuisce al padrone dell’animale una responsabilità oggettiva – ossia che prescinde da malafede o colpa – per tutte le conseguenze causate a terzi dal quadrupede. Quindi, sia che il cane sia sfuggito di mano al padrone, al guinzaglio, alla catena a cui era ancorato o al recinto del giardino, il titolare deve pagare i danni al ciclista.

Incidente con animali: chi paga i danni?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scontro macchina-cane randagio: automobilista risarcito da Comune e Azienda sanitaria.

I danni procurati da animali randagi sulla strada pubblica devono essere risarciti dal Comune e dall’Azienda Sanitaria: il primo in quanto titolare del suolo e, quindi, responsabile oggettivamente di tutte le conseguenze dannose che da tale bene conseguono agli utenti; la seconda in quanto ente preposto alla prevenzione dei fenomeni di randagismo. I chiarimenti provengono da una recente sentenza della Cassazione [1] che fuga ogni dubbio in merito a chi paga i danni in caso di incidente con animali randagi. Ma procediamo con ordine. 

Se hai letto la nostra guida su Incidente stradale con animali selvatici saprai bene come comportarti se un cinghiale, un daino, un capriolo, ecc. attraversa sul più bello la strada e, nel costringerti a una brusca sterzata, ti causa un danno. In tali ipotesi, il gestore della rete stradale è responsabile e deve risarcirti tutti i danni che hai sofferto (anche se non c’è stato scontro con un’altra auto, ma con un muretto o se la frenata improvvisa ti ha procurato una lussazione alla spalla). Secondo molti giudici la responsabilità della Regione, della Provincia o del Comune (a seconda del tipo di strada) viene meno se l’ente dimostra di aver predisposto gli opportuni recinti per evitare l’invasione della carreggiata da parte di animali selvatici e di aver collocato i cartelli con la relativa segnaletica di avviso agli automobilisti.

Diverso il discorso per gli animali randagi come i cani e i gatti. Qui interviene una legge speciale [2] che ripartisce, tra Comune e Asl, i doveri istituzionali inerenti la lotta al randagismo. La Regione però può adottare una propria normativa che attribuisca tali compiti solo all’Azienda sanitaria; in tal caso, sarà solo quest’ultima il soggetto tenuto a risarcire i danni derivanti dall’attraversamento della strada di un animale randagio. La prima cosa quindi che bisogna fare dopo un sinistro determinato da un cane o un gatto “senza padrone” è verificare cosa la Regione ha stabilito per la lotta al randagio. Se ad esempio la Regione ha attribuito ai Comuni il compito di provvedere alla cattura e alla successiva cura degli animali randagi, ad esempio predisponendo degli appositi canili, l’ente locale è chiamato insieme all’Asl a risarcire tutti i danni patiti dall’automobilista. Logico infatti dedurre, in tali ipotesi, «la responsabilità solidale del Comune e dell’Azienda sanitaria per i danni causati a terze persone da cani randagi» di cui «l’uno e l’altra non abbiano assicurato la cattura e la custodia».

Ciò comporta che entrambi dovranno soddisfare la richiesta di risarcimento presentata dall’automobilista a seguito dell’incidente subito.

Resta sempre necessario procurarsi le prove del danno e del rapporto di causa-effetto tra il danno e l’attraversamento della strada da parte del cane randagio. Questo significa scattare le foto del luogo del sinistro, procurarsi i nomi degli eventuali testimoni che possano confermare la dinamica dell’incidente, conservare tutti i certificati medici e le fatture di riparazione dell’auto.

Barbecue: le distanze da rispettare

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chiunque vuol montare un camino o un barbecue presso il confine deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti comunali e, in mancanza, quelle necessarie a preservare il vicino di casa da ogni danno.

La predisposizione di un barbecue, da accendere sul terrazzo per le serate con gli amici, è un classico terreno di scontro tra condòmini. Se da un lato fa parte del diritto di proprietà usare il balcone o il cortile esclusivo in piena libertà, dall’altro lato non bisogna con ciò creare disagi ai vicini di casa, specie quelli dei piani superiori. Non è solo un problema di fumi – per i quali il codice civile stabilisce che gli stessi non possono superare la «normale tollerabilità» – ma anche di distanze dal confine. I chiarimenti provengono da una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le distanze da rispettare per il barbecue.

Quando si parla di «confine» non si intende solo quello in senso orizzontale, tra proprietà poste l’una di fronte all’altra, ma anche in senso verticale, tra condòmini dello stesso edificio le cui abitazioni si trovano su due piani diversi. Dunque, nel momento in cui il codice civile stabilisce delle distanze da rispettare queste si applicano anche tra chi vive al piano di sopra e chi invece vive al piano di sotto. A riguardo del barbecue entra in gioco una norma [2] secondo cui, chi presso il confine vuole fabbricare forni o camini, per i quali può sorgere pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti comunali e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza. Non si può quindi applicare la norma che in materia di costruzioni richiede una distanza minima di 3 metri atteso che un barbecue non può considerarsi un’opera stabilmente ancorata al suolo. Tuttavia, nondimeno, il forno non deve essere così vicino da molestare il condomino del piano di sopra o il proprietario di casa che abita di fronte.

La prima cosa da fare, quindi, è verificare, presso il proprio Comune, se esistono dei regolamenti edilizi a imporre delle «distanze di sicurezza». Se l’ente locale ha previsto una normativa a riguardo sarà sufficiente attenersi a questa e, nello stesso tempo, evitare che i fumi diventino intollerabili, cosa che il codice civile richiede con una ulteriore norma [3]. Questo significa evitare di “abbrustolire” quando c’è più vento o proprio a ridosso del confine, tanto da costringere il vicino a chiudere le finestre.

Anche il barbecue deve stare a distanze regolamentari

Un esempio riuscirà a chiarire meglio il principio espresso dalla giurisprudenza e, in particolare quali distanze bisogna rispettare per il barbecue.

Immaginiamo che il proprietario di un appartamento al primo piano di uno stabile si accorga che il vicino del piano terreno ha installato un barbecue il cui comignolo è a solo un metro di distanza dalla sua finestra. Nel timore che il fumo possa propagarsi in casa non appena il forno verrà messo in funzione, cita in giudizio il responsabile. Quest’ultimo però si difende sostenendo che il barbecue viene usato sporadicamente, non più di 30 minuti di seguito, e giusto il tempo – quelle poche volte all’anno in cui vengono invitati amici – di fare una “bella figura”. Non si tratta però di uno strumento che viene acceso quotidianamente e, quindi, tale da recare fastidio al vicino. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Corte, è necessario spostare il barbecue tutte le volte in cui

  • il regolamento comunale dispone una distanza minima e questa non viene rispettata;
  • in assenza di norme locali, il barbecue, anche solo potenzialmente (ed a prescindere dalla situazione concreta), può comportare un pericolo di danni. La legge stabilisce una presunzione di pericolosità di forni e camini, presunzione che può essere superata solo dimostrando che non vi è alcun pericolo di «danno alla solidità, salubrità e sicurezza» altrui.

In altre parole, la presunzione di pericolosità del barbecue da superare, essendo di pericolo e non di danno, prescinde dall’accertamento in concreto del danno, «dovendo invece essere valutata in concreto la pericolosità del forno ancorché non attivo».

Pertanto, è irrilevante l’accertamento svolto con il forno in funzione essendo sufficiente la potenzialità dell’esalazione nociva o molesta. E, secondo la Cassazione, la distanza di un metro è troppo risicata.

C’è poi un altro aspetto da considerare: quand’anche il barbecue sia posto a distanza sufficiente dal confine, questo non deve comunque infastidire il vicino con fumi troppo forti e invadenti. Qui la norma da rispettare è un’altra [3]: il codice civile stabilisce infatti che le immissioni di fumi e calore non devono superare la soglia della normale tollerabilità e questa – al contrario della distanza – va valutata caso per caso non solo sulla base dell’intensità dell’immissione stessa, ma anche della durata e della ripetizione con cui essa avviene. Come dire: si può perdonare il vicino che, una volta tanto, accende il barbecue e impuzzolisce il proprietario del piano di sopra, ma non più se questo comportamento si ripete spesso e costringe gli altri a stare sempre con le finestre chiuse.

Connessione a internet non funzionante: spetta il risarcimento?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Niente risarcimento del danno se il gestore della compagnia telefonica sospende la linea Adsl e non è più possibile connettersi a internet.

Al consumatore non spetta il risarcimento del danno nel caso in cui la compagnia telefonica abbia sospeso, anche per un paio di mesi, la connessione alla linea internet. Non almeno se l’utente è incapace di dimostrare, in modo preciso e analitico, quale danno abbia sofferto da tale situazione. E non importa se il wifi serve per lavorare da casa o dall’ufficio: generiche presunzioni su riduzione di ricavi e sul conseguente stress non sono sufficienti a giustificare l’indennizzo. A dare questa rigorosa interpretazione è una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1].

Il distacco della linea internet non è un danno grave

Come noto il risarcimento del danno si compone di due voci: il danno patrimoniale (le perdite al patrimonio e/o le spese subite da una situazione illecita) e quello non patrimoniale (quello cioè alla persona). La Suprema Corte ricorda però che, per quantificare il danno è sempre necessaria una prova rigorosa: non basta quindi assumere di aver subito un pregiudizio e basarsi poi su affermazioni che non trovano conferma in dati obiettivi. Così, quanto almeno al danno patrimoniale, bisogna dimostrare come l’impossibilità di accesso a internet abbia comportato la perdita di potenziali clienti e/o guadagni; è impossibile presumere una riduzione delle entrate solo sulla base di stime e di maggiori ricavi che si  sarebbero raggiunti se la connessione a internet fosse stata funzionante.

Dall’altro lato, il risarcimento dei danni non patrimoniali spetta solo in presenza di tre condizioni:  1) l’interesse leso deve avere una rilevanza costituzionale (deve cioè trattarsi della lesione di diritto riconosciuto dalla Costituzione), in quanto se così non fosse si arriverebbe a chiedere il ristoro per ogni tipo di danno subito; 2) la lesione dell’interesse deve essere grave, nel senso che l’offesa deve superare una soglia minima di tollerabilità; 3) il danno non deve essere futile, vale a dire che non deve consistere in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita o alla felicità. Quanto alla linea internet non funzionante, secondo la Corte non si può parlare di una violazione della libertà di comunicare, espressione del diritto di parola garantito dalla Costituzione. In più, si tratta di un danno non grave se l’utente non si è trovato in una situazione di totale isolamento avendo comunque la possibilità di sfruttare risorse alternative.

In sintesi, per avere il risarcimento del danno per la connessione a internet non funzionante bisogna avere prove ben precise dei pregiudizi sofferti. Diversamente è meglio evitare la causa alla compagnia telefonica.

Separazione: che fare se i figli vogliono stare col padre?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il desiderio espresso dai figli, benché minorenni, di vivere insieme al papà conta ai fini della loro collocazione.

È vero: la Cassazione ha sposato il principio della «preferenza materna» (maternal preferenze); per cui, quando i genitori divorziano, se i figli sono ancora in età scolare, è “preferibile” che vadano a vivere insieme alla madre. Ma che succede se sono gli stessi bambini a dichiarare di voler stare con il padre? Si deve semplicemente “tenere conto” della loro volontà o questa è vincolante? E a chi deve essere espresso tale desiderio per avere valore? A ricordare che fare se i figli vogliono stare col padre, a seguito della separazione dei genitori, è una recente sentenza del Tribunale di Roma [1]. Ma procediamo con ordine.

I figli possono decidere con quale genitore stare

Nei procedimenti di separazione e divorzio, i figli che abbiano compiuto almeno 12 anni devono essere ascoltati dal giudice affinché possano esprimere una loro volontà su con chi stare (cosiddetta «audizione»). Lo prevede la legge e numerose convenzioni internazionali. Se il tribunale ritiene maturo il bambino potrebbe ascoltarlo benché non abbia ancora compiuto 12 anni. Sul punto leggi l’approfondimento Separazione e ascolto dei minori: quali regole?

Circa il valore che hanno le dichiarazioni espresse dal minore (sia davanti al giudice che eventualmente, su incarico di questi, ai servizi sociali o a un consulente esterno), ad esse si attribuisce valore vincolante, fermo restando il potere del giudice di verificare la genuinità delle richieste. In pratica, il desiderio espresso dai figli durante l’audizione conta ai fini della loro collocazione.

Per cui, se i figli dichiarano di voler stare col padre il tribunale è tenuto a disporre di conseguenza. Nel caso in cui i bambini erano già stati collocati presso la madre, il giudice è tenuto a revocare il provvedimento emesso in precedenza e a “trasferirli” presso l’altro genitore; la conseguenza è anche la revoca dell’assegnazione della casa familiare all’ex moglie, in quanto tale beneficio non ha più ragione di sussistere (essendo finalizzato solo a garantire ai figli la crescita nello stesso habitat domestico).

Non in ultimo c’è il capitolo «mantenimento» che, anch’esso, deve essere modificato, tenendo conto che, se i figli vanno a stare col padre, non c’è più ragione che questo versi l’assegno all’ex moglie.

Se perde i figli, la madre perde anche la casa e il mantenimento

La sentenza in commento fa rilevare che se i minori mostrano conflittualità nei confronti della madre è necessaria una diversa collocazione, anche al fine di non accentuare il sentimento di ostilità tra quest’ultima e i propri figli. Del resto, la decisione sulla residenza della prole viene presa solo nell’interesse dei giovani e non dei loro genitori.

Nel caso relativo al provvedimento in commento, dopo aver rilevato i rapporti problematici tra figli e madre, il giudice ha disposto l’affido ai servizi sociali per ristabilire al più presto l’affidamento genitoriale. Ciò è stato ritenuto necessario per individuare «interventi necessari a ripristinare un sano ed equilibrato rapporto dei figli con la madre ed a realizzare un contenimento della conflittualità (sostegno alla genitorialità, terapia familiare, terapia individuale dei genitori o altro)». Ai servizi sociali è stato dato il compito di monitorare costantemente l’andamento delle relazioni familiari, relazionando in merito ogni quattro mesi, e segnalando tempestivamente a questo giudice, ogni comportamento nocivo per i minori, o comunque inadempiente rispetto alle prescrizioni del Tribunale. Il provvedimento chiede ai servizi la diligenza di segnalare «l’eventuale proficua conclusione degli interventi messi in campo», in modo che si possa rientrare nei canoni dell’affidamento.

Conseguentemente alla revoca dell’assegnazione della casa familiare, alla madre sono stati lasciati 60 giorni per cambiare casa, asportando i propri effetti personali.

Altrettanto evidentemente è stata disposta l’ulteriore modifica di revoca dell’assegno per il mantenimento dei figli inizialmente disposto in favore della madre, sempre quale genitore allocatario.