Dimissioni: ho diritto alla Naspi?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’interruzione volontaria del rapporto di lavoro non consente di avere il sussidio. Ma ci sono delle eccezioni, come la giusta causa.

Sei stanco di lavorare nel posto in cui ti trovi e vorresti cambiare aria. Ma ti chiedi: se do le dimissioni, ho diritto alla Naspi? Bella domanda. Alla quale c’è una risposta pronta che, però, va approfondita: in alcuni casi sì, in altri casi no.

In termini telegrafici che poi approfondiremo: le dimissioni danno diritto alla Naspi solo quando vengono presentate in certe circostanze. Ad esempio, per giusta causa o concordate con l’azienda entro determinati termini. Che cosa si intende per dimissioni per giusta causa o concordate con l’azienda è quello che vedremo tra poco. Quello che devi tenere presente è che per poter prendere quello che una volta veniva chiamato sussidio di disoccupazione bisogna avere alcuni requisiti. Tra cui – forse il più importante per quello che ci riguarda in questa sede – l’aver perso il lavoro in maniera involontaria.

La Naspi, infatti, è una prestazione a sostegno del reddito. Dal 1° maggio 2015 spetta a chi non ha più un lavoro e non per colpa sua ma per colpa dell’azienda, di un collega o delle circostanze a patto che ci siano determinate condizioni contributive. È curioso: il nuovo sussidio di disoccupazione è entrato in vigore il giorno della festa dei lavoratori. Sarà un caso.

Ecco, quindi, che succede quando vuoi dire addio al tuo posto di lavoro per tua scelta e quando le dimissioni danno diritto alla Naspi.

Naspi: quando si ha diritto?

La Naspi, dunque, è l’indennità di disoccupazione che spetta a chi ha perso involontariamente il lavoro. Il che non vuol dire, necessariamente, essere stati licenziati: ci sono dei casi in cui vengono presentate le dimissioni non per volontà propria ma perché non c’erano più le condizioni per proseguire il rapporto di lavoro. Pensa, ad esempio, a chi è vittima di mobbing.

Per avere diritto alla Naspi devono essere rispettati, comunque, tre tipi di requisiti:

  • contributivo;
  • lavorativo;
  • disoccupazione involontaria.

La disoccupazione involontaria

Partiamo proprio da quest’ultimo requisito per avere diritto alla Naspi. È considerato in stato di disoccupazione involontaria colui che non ha più un lavoro e che si sia iscritto ad un Centro per l’impiego dando l’immediata disponibilità a trovarne un altro e a partecipare alle misure di politica attiva del lavoro. È il caso, ad esempio, di chi è stato licenziato o di chi non ha avuto il rinnovo di un contratto a termine.

I requisiti contributivo e lavorativo

Il requisito contributivo per accedere alla Naspi consiste nell’essere in possesso di almeno 13 settimane di contribuzione nel quattro anni che precedono la data di inizio della disoccupazione.

Il requisito lavorativo, invece, richiede almeno 30 giorni di attività effettivamente svolta nel 12 mesi precedenti il periodo di disoccupazione.

Naspi: si ha diritto con le dimissioni?

Detto questo, ed in linea generale, la Naspi non spetta al lavoratore che ha interrotto il rapporto di lavoro dopo aver presentato le dimissioni o in seguito ad una risoluzione consensuale del contratto. Verrebbe a mancare, infatti, uno dei tre requisiti che abbiamo appena citato, cioè quello della disoccupazione involontaria.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni.

Naspi e dimissioni in maternità

Una delle eccezioni che consentono l’accesso alla Naspi a seguito di dimissioni è quella prevista quando il contratto viene interrotto da una lavoratrice durante il periodo tutelato di maternità, a condizione che le dimissioni vengano presentate nel lasso di tempo che va dai 300 giorni prima della data presunta del parto fino al compimento del primo anno di vita del bambino.

Anche il padre ha diritto alla Naspi in questo contesto ma solo se egli stesso ha usufruito del congedo obbligatorio al posto della moglie.

Naspi e dimissioni durante la sospensione della disoccupazione

Può succedere, invece, che un lavoratore, mentre percepisce la Naspi perché disoccupato, trovi un altro lavoro. Il sussidio, a questo punto, si sospende. Che succede se nel nuovo posto ci sono dei problemi e lui presenta le dimissioni? Potrà riprendere la Naspi ma a queste condizioni:

  • che dall’ultimo posto di lavoro non abbia percepito un reddito superiore a 8.145 euro lordi;
  • che la durata dell’ultimo rapporto di lavoro (quello, cioè, da cui si è appena dimesso) non sia superiore a 6 mesi.

A questo punto, il lavoratore avrà diritto a riprendere la Naspi da dove l’aveva lasciata.

Ad esempio. Tu hai diritto a 12 mesi di Naspi. Hai percepito il sussidio soltanto per 3 mesi, perché poi ti hai trovato un lavoro a termine con un contratto di 5 mesi. Per un certo motivo, hai deciso che quel posto non faceva per te e ti dimetti. A quel punto, se il reddito lordo non è stato superiore a 8.145 euro, riprenderai a percepire la Naspi per i 9 mesi che ti restavano.

Naspi e dimissioni per giusta causa

Torniamo per un attimo ai requisiti generali per avere diritto alla Naspi. Dicevamo che vengono richiesti quello contributivo, quello lavorativo e lo stato di disoccupazione involontaria. Quest’ultimo è quello che ci interessa, ammesso che i primi due siano soddisfatti.

È considerato in stato di disoccupazione involontaria anche il lavoratore che ha interrotto il rapporto di lavoro, cioè che ha presentato le dimissioni, ma non per una sua libera scelta bensì per un comportamento altrui (del suo datore di lavoro, del capoufficio, dei colleghi). Un atteggiamento, insomma, che lo porta a lasciare il posto perché non ci sono più le condizioni per proseguire il rapporto. È quello che si chiama dimissioni per giusta causa. Quando vengono riconosciute tali? Per la giurisprudenza, sono da ritenere dimissioni per giusta causa quelle presentate per:

  • mobbing, cioè i comportamenti vessatori da parte di colleghi o superiori che ledono l’equilibrio psico-fisico del lavoratore;
  • molestie sessuali nel luogo di lavoro;
  • mancato pagamento dello stipendio;
  • demansionamento o, comunque, modifica delle mansioni a detrimento del lavoratore oppure variazioni importanti delle condizioni di lavoro dopo la cessione dell’azienda;
  • comportamento ingiurioso nei confronti del lavoratore;
  • trasferimento in un’altra sede senza motivi tecnici, organizzativi o produttivi;
  • trasferimento ad un’altra sede distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore o raggiungibile in non meno di 80 minuti con i mezzi di trasporto pubblico.

Presentate le dimissioni, per avere diritto alla Naspi il lavoratore deve presentare (tranne nel caso di mancato pagamento dello stipendio) un’autocertificazione in cui attesta la sua volontà di difendersi in giudizio per l’illecito subìto ed impegnarsi a comunicare l’esito del procedimento.

E che cosa succede se al lavoratore viene dato torto, cioè se non gli viene riconosciuta la giusta causa delle dimissioni? Succede che l’Inps chiederà indietro i soldi corrisposti come Naspi.

Il giudice può negare le note istruttorie?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Memorie istruttorie ex articolo 183 sesto comma del cod. proc. civ.: il tribunale è tenuto a concedere i termini di 60+60+20?

Arriva il momento della fase istruttoria. La causa potrebbe essere decisa sulla base dei semplici documenti, ma per prudenza hai intenzione di chiamare anche alcuni testimoni ad avvalorare la tua tesi. Così, alla prima udienza di comparizione, ti presenti davanti al giudice con lo scopo di chiedere la concessione dei famosi “termini per note”: note volte a integrare la domanda, a richiedere i mezzi di prova e a contestare le richieste dell’avversario. Riporti così nel verbale d’udienza la tua domanda di concessione dei termini di 30+30+20, riproponendo le stesse cadenze previste dall’articolo 183, sesto comma, del codice di procedura civile. Senonché, a sorpresa, il giudice rigetta la tua domanda: a suo avviso la causa è già matura per la decisione e non c’è bisogno di “istruirla”. La decisione ti lascia perplesso: il giudice può negare le note istruttorie? A naso ti sembra una compressione del diritto alla difesa: va bene l’economia processuale, il giusto processo e la ragionevole durata; ma non si può neanche impedire alla parte di spiegare le ragioni per cui determinate prove sono rilevanti, spiegazione che appunto viene effettuata con le note istruttorie. Cosa prevede a riguardo la legge e come si è orientata in merito la Cassazione? Ecco che il chiarimento arriva proprio da quest’ultima che, con una recente sentenza, spiega a magistrati ed avvocati se il giudice può negare le note istruttorie [1]. Di tanto parleremo nel seguente articolo.

Cosa succede all’udienza di comparizione e trattazione?

Come ben sa chi esercita la professione di avvocato, la prima udienza è rivolta a una prima verifica sul rispetto delle formalità iniziali del processo: notifiche, completezza e correttezza degli atti, eventuale esperimento del tentativo di mediazione.

Solo dopo aver esperito queste prime attività il giudice può passare alla verifica del contenuto degli atti, analizzando le questioni di procedura (ad esempio giurisdizione, competenza, decadenza, ecc.) e poi quelle nel merito.

Si può omettere la fase istruttoria?

La legge consente al giudice di omettere la fase istruttoria rimettendo direttamente la causa in decisione o al collegio quando:

  • ritiene la causa già matura per la decisione, senza necessità di assumere prove;
  • è stata eccepita o rilevata una questione preliminare di merito o una questione pregiudiziale di rito idonea a decidere l’intera causa.

In caso contrario, il magistrato può aprire la fase dell’istruzione probatoria (o istruttoria “in senso stretto”), per acquisire le prove o gli altri elementi di giudizio necessari a decidere le questioni individuate e discusse nella fase della trattazione. L’apertura della fase delle prove è preceduta dalle richieste istruttorie delle parti, almeno per quelle non già formulate nell’atto introduttivo (citazione o comparsa di risposta). Il codice di procedura consente alle parti di chiedere al giudice un termine per le note. Questo termine è di 30 giorni per integrare e specificare le domande già rivolte con i due atti processuali. Alla scadenza dei primi 30 giorni inizia a decorrere un ulteriore termine di 30 giorni per replicare alle altrui note e per richiedere le prove o allegare la documentazione necessaria alla decisione. Scaduto questo ulteriore termine ne inizia a decorrere un ultimo di 20 giorni per replicare alle richieste istruttorie dell’avversario.

Gli avvocati delle parti possono rinunciare ai termini per le note se ritengono di non dover istruire la causa o se intendono formulare le richieste già a verbale nel corso della prima udienza (ipotesi che si verifica solo raramente).

Il giudice ammette i mezzi istruttori richiesti dalle parti quando li ritiene ammissibili e rilevanti in relazione alla questione oggetto della controversia.

Il giudice può negare il termine per le note istruttorie?

La valutazione sulla ammissibilità e rilevanza delle richieste istruttorie delle parti può essere fatta dal giudice solo dopo la lettura delle note istruttorie. Proprio per ciò la Cassazione ha detto che il giudice non può negare le note istruttorie.

«Il giudice di merito – si legge nella sentenza in commento – non può negare il termine per le istanze e produzioni istruttorie sul mero rilievo che la causa sia matura per la decisione senza bisogno di assunzione di mezzi di prova». Difatti, è proprio attraverso la lettura delle note depositate dalle parti che il giudice ha la possibilità di decidere se la causa è sufficientemente istruita, e quindi matura per la decisione, o meno. Dunque non è possibile negare agli avvocati le note istruttorie in quanto manifestazione dell’insopprimibile esercizio del diritto di difesa in giudizio della parte.

Come annullare una multa in ritardo

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prescrizione delle multe per violazioni del codice della strada anche dopo 60 giorni dalla notifica del verbale se dopo la cartella sono trascorsi cinque anni. 

Molto tempo fa hai ricevuto dal Comune alcune multe stradali che hai sistematicamente ignorato: da un lato non avevi i soldi per pagare, dall’altro il costo del ricorso al giudice ti è sembrato eccessivo rispetto all’importo dei singoli verbali. Dopo aver conservato le contravvenzioni nel cassetto della scrivania te ne sei completamente dimenticato. A ricordarti dei verbali è stata poi una cartella esattoriale che ti ha notificato l’agente della riscossione. Nel frattempo la somma totale è lievitata non poco: oltre alla multa e alle sanzioni si sono aggiunti gli interessi (che, ogni sei mesi, sono pari per legge al 10%). Anche in quell’occasione hai preferito comportati come in precedenza: ignorando la richiesta di pagamento. Ora però l’esattore ti ha notificato un nuovo avviso: la sua intenzione è avviare un pignoramento. Nel frattempo ha intenzione di iscrivere un fermo sulla tua auto. Sei scappato allo sportello per farti rilasciare un estratto di ruolo e verificare gli importi dovuti. Li hai portati al tuo avvocato affinché ti dicesse quali somme sono da pagare e se è ancora possibile fare ricorso. Questi però ti ha detto che, una volta decorsi sessanta giorni dalla notifica della multa, non è più possibile contestarla. È vero? Non proprio. Ci sono in realtà ancora delle possibilità per non pagare le contravvenzioni. A ricordarlo sono numerose sentenze della Cassazione e, da ultimo, una pronuncia del giudice di pace di Torino [1]. Di tanto ci occuperemo in questo articolo. Ti spiegheremo cioè come annullare una multa in ritardo.

Qual è il termine per impugnare una multa?

Per impugnare una multa e dedurre tutti i vizi di cui essa può essere affetta ci sono 30 giorni se intendi rivolgerti al giudice di pace. Invece se vuoi fare ricorso al Prefetto hai 60 giorni. Perché preferire il termine più breve a quello più lungo? Perché il giudice, a differenza del Prefetto, è un organo terzo e imparziale, peraltro anche tecnico. Il Prefetto è invece incardinato nella pubblica amministrazione e le sue decisioni possono essere – e spesso lo sono – orientate a favorire gli organi di pubblica sicurezza. Di solito ci si rivolge al Prefetto per i vizi macroscopici che non richiedono accertamento di fatto o particolari interpretazioni di norme (si pensi all’invio della multa oltre il termine legale di 90 giorni dall’infrazione o la mancata indicazione del luogo ove è stata commessa la violazione o l’errore nell’indicazione dell’automobile). Il ricorso al Prefetto ha però due vantaggi: è gratuito e, in caso di mancata risposta entro 220 giorni, l’impugnazione si considera accolta (il termine si riduce a 180 giorni se il ricorso, anziché essere inviato direttamente al Prefetto, viene spedito all’organo accertatore). Insomma vale la regola del silenzio assenso.

Lo svantaggio del ricorso al Prefetto è che, in caso di rigetto, viene emessa un’ordinanza ingiunzione che obbliga a pagare la multa in misura ordinaria. Il che significa quasi il doppio dell’importo indicato nel primo verbale. In ogni caso puoi impugnare la decisione del Prefetto, nei 30 giorni successivi, al giudice di pace.

Se al ricorso al Prefetto preferisci quello direttamente indirizzato al giudice di pace, devi pagare il contributo unificato ma, se la sentenza è di rigetto, difficilmente l’importo lievita (salvo eventuali spese processuali che però non sono dovute se il Comune si difende coi propri dipendenti).

Che succede se scade il termine per impugnare la multa?

Una volta scaduto il termine per impugnare la multa, l’automobilista non può più contestare il merito del verbale. Ad esempio non può più sostenere di non essere il proprietario dell’auto o eccepire la mancata taratura dell’autovelox. Ma, come dicevamo in apertura, c’è un’ultima scappatoia per resistere e non pagare. Questa scappatoia si chiama “pazienza”. Il tempo, come sana le ferite, sana anche i debiti. E difatti, se dopo la notifica della cartella esattoriale decorrono cinque anni il contribuente può far annullare il proprio debito. Si deve eccepire la prescrizione. Come? Vediamo dunque come annullare una multa in ritardo.

Come annullare una multa se sono scaduti i termini 

Per impugnare l’estratto di ruolo che contiene l’elenco delle multe non pagate puoi intraprendere due strade diverse e non necessariamente alternative (puoi cioè percorrerle entrambe).

La via più economica e semplice da percorrere è chiedere di annullare una multa in autotutela. In tal caso puoi inviare una raccomandata o una pec all’esattore facendo rilevare che il debito iscritto a ruolo è ormai prescritto. Non esistono formule particolari: puoi usare le parole che vuoi purché tu sia molto chiaro e indichi con esattezza la cartella prescritta.

La seconda via è quella di un’azione davanti al giudice di pace. Si chiama «azione di accertamento negativo del credito». È volta a far cancellare tutti i debiti prescritti per le multe non pagate [2].

Attenzione però: per chiedere l’annullamento delle cartelle per multe stradali a causa della prescrizione è necessario che, dopo la notifica della cartella, tu non abbia ricevuto alcun altro sollecito di pagamento, ivi compreso un preavviso di fermo. Detti atti infatti interrompono la prescrizione. Se hai ricevuto una diffida di pagamento, infatti (o se anche non l’hai ritirata alla posta), il termine dei cinque anni si intende interrotto e inizia a decorrere dal giorno dopo il ricevimento di tale atto.

Pace fiscale: il tetto annunciato da Salvini

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il provvedimento interesserà i debiti sotto i 500mila euro. Il vicepremier esclude una nuova rottamazione. Quanti saranno i beneficiari?

Sarà un intervento «a gamba tesa». Come quello dei più duri difensori delle squadre di calcio. Solo che, in questo caso, il Governo non teme il cartellino rosso, anzi: è convinto di fare un favore sia allo Stato sia al contribuente. Roba da pallone d’oro, insomma. Così presenta ancora Matteo Salvini la pace fiscale. Il tetto annunciato da Salvini sotto il quale si potrà beneficiare dell’agevolazione sulle cartelle esattoriali arriva a metà strada tra quello di partenza (100mila euro) e quello ipotizzato da uno dei suoi collaboratori (1 milione di euro).

La pace fiscale riguarderà tutti i debiti sotto i 500mila euro.

Nessuna rottamazione, aggiunge il vicepremier. Quanti sono i contribuenti e di quanti soldi si parla lo vedremo tra poco.

Pace fiscale: le ultime novità

Secondo il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, dunque, il tetto sotto il quale si potrà beneficiare della pace fiscale è fissato in 500mila euro. Salvini annuncia anche che non ci sarà la classica rottamazione, il che cambia decisamente le carte in tavola rispetto a ciò che emergeva dall’ultima bozza del decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2019. Si era ipotizzata, infatti, una sorta di terza rottamazione delle cartelle esattoriali grazie alla quale si sarebbe pagato l’intero debito ma senza interessi, more o sanzioni, mentre per le liti tributarie l’agevolazione sarebbe consistita nello sconto tra il 30% ed il 50% sull’importo dovuto nel caso in cui il contribuente vincesse il ricorso contro l’Agenzia delle Entrate.

Ora Salvini apre un nuovo scenario.

Niente rottamazione ma un intervento «a gamba tesa» che prevede la pace fiscale per i debiti sotto i 500mila euro. Il vicepremier non ha detto nulla sulle aliquote da applicare a questi debiti, per cui si presume – siamo ancora in tempi di sole ipotesi – che restano confermate quelle già annunciate nelle scorse settimane e cioè:

  • un’aliquota minima del 6%:
  • un’aliquota media del 15%;
  • un’aliquota massima del 25%.

Perciò, chi oggi deve al Fisco 400mila euro dovrà pagare al massimo 100mila euro, cioè il 25% dell’intero debito. Il resto verrà «perdonato».

Pace fiscale: intervento anche sul capitale

Nello spiegare il provvedimento della pace fiscale, in arrivo dal 2019, Salvini parla di intervento «a saldo e stralcio» non solo su interessi e sanzioni ma anche sul capitale. Il perché, lo illustra così: «Le rottamazioni tolgono alle cartelle esattoriali sanzioni, more, interessi. Però se uno non ha 40mila euro non ne ha nemmeno 35mila. Se hai un debito di 80mila euro e te ne chiedo 70mila tu non me li dai. Se te ne chiedo il 15%, lo Stato incassa i soldi che non avrebbe mai incassato ed il contribuente torna a lavorare pagando le tasse».

Pace fiscale: quanti beneficiari e quanti soldi

Quanti sono i contribuenti che hanno un debito fino a 500mila euro e che, quindi, possono beneficiare della pace fiscale? Secondo l’Agenzia delle Entrate, degli 871 milioni di euro che gli italiani devono al Fisco, «solo» 300 miliardi o poco meno riguardano debiti sotto la soglia indicata da Salvini. La cifra più elevata è quella che si colloca proprio tra 100mila euro (il primo tetto segnalato per la pace fiscale) ed i 500mila euro, cioè la soglia annunciata ora da Salvini: sono quasi 138 miliardi di euro.

La pace fiscale dovrebbe riguardare 8 milioni e 800mila contribuenti.

La maggior parte di loro (5 milioni e 300mila circa) hanno un debito con il Fisco compreso tra i 1.000 ed i 10.000 euro, mentre tra la vecchia e la nuova soglia si collocano 620mila italiani.

Reddito di cittadinanza senza requisiti: cosa si rischia?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Carcere e multe per chi fa il furbo dichiarandosi povero senza esserlo, rifiutandosi di lavorare o con separazioni o divorzi finti per avere il sussidio.

Fatta la legge, fatta la trappola si dice spesso. Ed in questo, gli italiani sono spesso dei maestri. Lo dimostra il fatto che, nel corso di quest’anno, da ogni 10 controlli della Guardia di Finanza sulla situazione economica dei contribuenti emergono sei finti poveri. Cioè, il 60% bara sulle proprie condizioni. Così, si può presumere che non mancherà chi tenterà di approfittare senza requisiti del reddito di cittadinanza, il provvedimento in arrivo nel 2019 a sostegno di chi vive sotto la soglia di povertà.

780 euro possono fare gola a chiunque.

Ma cosa rischia chi ottiene il reddito di cittadinanza senza requisiti? E con quale scusa si può chiedere il sussidio pur sapendo di non averne diritto?

Una delle armi contro le truffe che il Governo intende sfoderare è quella di un più attento controllo sull’Isee per ottenere il reddito di cittadinanza, anche se l’indicatore – ad oggi ed in assenza di un apposito disegno di legge – non è tra i criteri di accesso. Tuttavia, il pericolo non arriva soltanto da chi dichiara di avere meno di quello che, in realtà, possiede: saranno da controllare con un occhio più attento anche finte separazioni e falsi divorzi, messi in atto esclusivamente per risparmiare l’assegno di mantenimento e farglielo pagare allo Stato come sussidio.

Occhi aperti, dunque, per individuare chi pretende di avere il reddito di cittadinanza senza requisiti.

Cosa rischia? Secondo quando annunciato dal vicepremier Luigi Di Maggio, la pena sarà severa e prevede il carcere, oltre ad una multa piuttosto salata.

Reddito di cittadinanza: i requisiti

Quali sono i requisiti senza i quali non sarebbe possibile ottenere il reddito di cittadinanza? In primo luogo, occorre essere disoccupati oppure vivere al di sotto della soglia di povertà. Questa soglia è stata collocata in 780 euro nel 2014 dall’Eurostat ed a quella ha fatto riferimento il Governo, visto che ha fissato proprio in 780 euro l’importo del sussidio (anche se i dati del 2016 dicono che la soglia di povertà ha già superato gli 800 euro).

Quindi senza lavoro, indigenti e con reddito o pensione sotto i 780 euro.

Dopodiché occorre essere maggiorenni e vivere in Italia da almeno 10 anni. E darsi da fare per superare l’attuale situazione di povertà.

Avere diritto al reddito di cittadinanza, infatti, comporta muoversi per cercare un lavoro e per riqualificarsi attraverso dei corsi di formazione proposti spesso dai Centri per l’impiego. Ma vuol dire anche lavorare gratuitamente 8 ore alla settimana per il proprio Comune di residenza, a meno che si abbia un lavoro ma con uno stipendio ridicolo, cioè si venga sottopagati.

Non c’è spazio per chi vuole di incassare il sussidio e passare le giornate a base di poltrona, birra e tv.

Nello specifico, e sempre che il soggetto non sia pensionato, occorre:

  • iscriversi presso un Centro per l’impiego dando immediata disponibilità a lavorare;
  • cominciare un percorso per essere aiutati a trovare un lavoro dimostrando la vera disponibilità a non restare disoccupato;
  • dimostrare di essere disposti a lavorare gratuitamente per il proprio Comune per almeno 8 ore settimanali;
  • frequentare dei corsi di riqualifica o di aggiornamento professionale;
  • fare ricerca attiva di lavoro per almeno 2 ore al giorno;
  • comunicare qualsiasi variazione del proprio reddito;
  • accettare uno dei primi tre lavori che vengano proposti.

Reddito di cittadinanza: cosa rischia chi non ha i requisiti

Chi pretende oppure – ancora peggio – ottiene il reddito di cittadinanza senza requisiti perché ha mentito al momento sulla propria situazione economica al momento della richiesta o perché non rispetta le condizioni poste per fruire del sussidio, rischia grosso. Il minore dei mali è quello di vedersi ritirare l’agevolazione, nel caso si rifiuti di lavorare quelle 8 ore gratuite per il proprio Comune oppure per tre volte un’offerta di lavoro proposta dal Centro per l’impiego.

Il peggio arriva quando chi ha avuto il reddito di cittadinanza ha mescolato le carte a suo favore raccontando di essere più povero di quello che, in realtà, è. Sono previsti, in base alla normativa in vigore [1]:

  • la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 51 a 1.032 euro per chi mente sulle condizioni personali o di reddito con artifizi o raggiri per avere un beneficio assistenziale (come, infatti, è il reddito di cittadinanza);
  • da uno a cinque anni di carcere e la multa da 309 a 1.549 euro se il danneggiato è lo Stato o un ente pubblico.

La giurisprudenza, inoltre, si è pronunciata diverse volte contro chi ha tentato di fare il furbo per ottenere un sussidio o dei contributi pubblici. È il caso del Tribunale di Nocera [1], che ha inflitto recentemente una pena di quattro mesi di reclusione ed una multa di 40 euro a chi ha presentato all’Inps finte cessazioni di rapporti di lavoro. Una pena che poteva arrivare a sette anni di carcere [2] se il giudice l’avesse ritenuta opportuna per chi cerca in modo truffaldino di ottenere contributi pubblici a sostegno dell’economia e delle attività produttive [3].

Reddito di cittadinanza e finte separazioni

È possibile che qualcuno «ci marci» sul reddito di cittadinanza senza requisiti inventandosi di sana pianta una finta separazione o un finto divorzio? E con quali conseguenze?

 Tutto è possibile, con un po’ di insano ingegno.

Oggi, infatti, prima di concedere l’assegno di mantenimento di fronte ad una separazione o ad un divorzio il giudice chiede al coniuge economicamente più debole di provare i suoi tentativi di migliorare le cose e di trovare un modo per vivere in maniera autonoma, senza dipendere dall’assegno dell’ex marito o dell’ex moglie, come può essere l’iscrizione ad un Centro per l’impiego.

Con l’arrivo del reddito di cittadinanza, per quanto – come abbiamo spiegato – la volontà di trovare un lavoro sia tra i requisiti fondamentali per ottenerlo, sarà lo Stato a farsi carico del coniuge separato o divorziato in difficoltà economica. Ed è a quel punto che l’altro coniuge si sentirà nel diritto di presentare ricorso: se è lo Stato a togliere l’ex dall’indigenza, perché dovrebbe pensarci pure lui? O, per lo meno, perché dovrebbe pagare l’intera cifra dell’assegno e non solo una parte?

Questo comporta anche il rischio di truffa, nel caso in cui il marito o la moglie siano disoccupati ma quello che lavora abbia un reddito che supera la soglia di indigenza (mettiamo che guadagni 3.000 euro al mese, oltre a qualche soldo investito qua e là). Io e te ci separiamo per finta, lo Stato riconosce a te che non lavori il reddito di cittadinanza, io non ti pago il mantenimento e ci portiamo a casa 780 euro in più per qualche anno. Se, poi, siamo pensionati meglio ancora: la pensione di cittadinanza ti resta a vita. Bene, ora questi aspiranti furbetti sanno quello che rischiano.

Cosa rischia chi delocalizza?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Uno dei principali obiettivi del cosiddetto Decreto Dignità, che di recente è stato approvato dal Governo e convertito in legge, è la lotta alle aziende che si spostano fuori dall’Unione Europea. Vediamo in che modo chi delocalizza può subire conseguenze.

Il termine delocalizzazione è diventato, purtroppo, all’ordine del giorno nei nostri tempi. Sono sempre più frequenti, infatti, i casi di aziende che decidono di chiudere i loro stabilimenti in Italia per spostarsi in Paesi stranieri nei quali possono produrre a costi ridotti. In molti Paesi infatti la manodopera, l’energia elettrica, le materie prime, costano meno. E ci sono meno vincoli burocratici. Anche questa è una faccia della globalizzazione dei mercati. La delocalizzazione lascia dietro di sé un enorme problema economico e sociale. Interi territori, infatti, restano privati di importanti posti di lavoro e l’economia tutta ne risente negativamente. Di recente, il Governo ha dichiarato guerra a chi delocalizza. Nel Decreto Dignità, convertito in legge ed entrato in vigore lo scorso 13 luglio, ci sono delle misure che cercano di arginare questo fenomeno colpendo chi ha avuto aiuti statali e poi se né andato. Ma cosa rischia chi delocalizza?

Cosa significa delocalizzare?

Sentiamo spesso parlare di aziende che delocalizzano e di delocalizzazioni. Ma cosa significa delocalizzare? Nel senso in cui di solito si parla di questo termine, il suo significato è trasferire impianti o strutture industriali in un luogo diverso da quello d’origine, per convenienza economica. Di esempi se ne potrebbero fare a decine. In sostanza, per fare un esempio, concreto si ha una delocalizzazione quando un’azienda che produce scarpe nelle Marche decide di chiudere i propri stabilimenti nelle Marche e spostarli in Albania. L’obiettivo dello spostamento della produzione è ridurre il costo in quanto in Albania i costi sono più bassi (costo della manodopera, tasse, meno burocrazia, costo delle materie prime, etc.).

Cosa rischia chi delocalizza all’estero?

La prima misura che è stata introdotta nel Decreto Dignità [1] per frenare il fenomeno delle delocalizzazioni colpisce le imprese italiane ed estere che hanno ricevuto soldi pubblici per fare un investimento e poi, nei cinque anni successivi alla fine dell’investimento stesso, decidono di chiudere e spostarsi in uno stato estero esterno all’Unione Europea e allo Spazio Unico Europeo.

A questa azienda l’amministrazione pubblica che ha erogato il contributo (ad es. il Ministero dello Sviluppo Economico) applicherà una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma che può andare dal doppio al quadruplo dell’aiuto economico ricevuto.

Cosa rischia chi delocalizza in Italia o in Europa?

Molto spesso lo Stato incentiva le imprese che investono in territori del Paese particolarmente svantaggiati, che hanno bisogno di svilupparsi e di crescere. Si pensi a tutte le misure che incentivano chi investe nel Mezzogiorno. In questo caso scatta la seconda misura introdotta nel Decreto Dignità [2]: le  imprese  italiane  ed  estere che operano in Italia e che hanno ottenuto contributi pubblici per investire in uno specifico territorio svantaggiato decadono dal beneficio ricevuto se spostano l’attività economica che per cui hanno ricevuto il contributo, entro cinque anni dall’investimento, in un’altra località in  ambito  nazionale, dell’Unione europea e degli  Stati  aderenti  allo  Spazio  economico europeo. In questo caso, dunque, l’impresa dovrà restituire i soldi che ha ottenuto dallo Stato. Non solo. Su questo importo verrà applicato un tasso di interesse maggiorato (e cioè, il tasso di interesse vigente più cinque punti percentuali) [3].

Le nuove misure si applicano a tutti gli incentivi dati alle imprese?

Le nuove norme non si applicano ai benefici già concessi o quelli per i quali sono stati già pubblicati i bandi. Non si applicano nemmeno agli investimenti  agevolati  già avviati prima che entrasse in vigore il Decreto Dignità e, cioè, il 13 luglio 2018 [4].

Che ci fa lo Stato con i soldi ottenuti dalle misure anti-delocalizzazione?

I soldi ottenuti dalla restituzione dei contributi erogati verranno destinati ad incrementare le somme disponibili per la stessa misura per cui furono assegnati all’inizio. Ad esempio, se il bando finanziava progetti di riqualificazione industriale nel territorio della provincia di Caserta, i soldi restituiti da imprese che avevano ottenuto questo finanziamento e che, poi, hanno spostato la produzione da Caserta ad un altro luogo verranno riassegnati alla stessa amministrazione che gestisce il fondo per la riqualificazione industriale nel territorio della provincia di Caserta [5].

Le somme recuperare a titolo di sanzione, invece, andranno a rimpinguare il fondo che finanzia interventi di riconversione dei siti produttivi in disuso [6].

Cosa rischia chi riduce l’organico?

Il Decreto colpisce anche quelle imprese che ricevono contributi poiché creano un certo numero di posti di lavoro e poi riducono l’organico. In questo caso, infatti, il Decreto Dignità prevede che l’impresa che riduce di oltre la metà i posti di lavoro, nei cinque anni successivi alla fine dell’investimento, deve restituire la somma ricevuta a titolo di beneficio [7].

Se la riduzione dei posti di lavoro è superiore al 10% ma inferiore alla metà il beneficio è ridotto in misura proporzionale. Ad esempio, se l’impresa ha ricevuto 100.000 euro e riduce del 20% l’organico deve restituire 20.000 euro, e così via.

La misura non si applica se la riduzione dei posti di lavoro avviene per giustificato motivo oggettivo.

Anche in questo caso le misure si applicano solo ai benefici concessi o per i quali sono stati pubblicati i relativi bandi dopo il 13 luglio 2018.Anche in questo caso la somma che l’impresa deve restituire è maggiorata di un interesse pari al tasso in vigore più ulteriori cinque punti percentuali.I soldi recuperati con questa misura verranno riassegnati allo  stesso fondo dal quale l’impresa aveva attinto per ottenere il beneficio.

I diritti dei figli di genitori separati o divorziati

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal mantenimento all’affidamento condiviso: dal diritto di visita a quello alla bigenitorialità: tutte le tutele dei figli di coppie sposate e divorziate o delle coppie di fatto separate.

Ai fini legali, non c’è alcuna differenza tra figli di genitori divorziati e figli di coppie ancora unite in matrimonio. Allo stesso modo la legge ha cancellato ogni differenza tra i figli nati da coppie di fatto e figli invece nati all’interno di un matrimonio (sia esso avvenuto in Comune o in chiesa secondo il cosiddetto rito concordatario). Ciò nonostante, nella prassi, è indubbio che chi ha genitori separati è soggetto a una serie di problematiche che non ha invece chi vive in una famiglia unita. Nella migliore delle ipotesi c’è la lontananza dei genitori e la necessità di cambiare casa durante le feste o le vacanze per consentire il diritto di visita (di solito) al padre. Ci sono poi le normali difficoltà economiche cui si va incontro quando si vive con una sola persona e, da qui, le consuete rivendicazioni dell’assegno di mantenimento. Quando i rapporti tra gli ex coniugi o partner non sono idilliaci, a questi problemi si aggiungono anche tutta una serie di conflitti che possono portare il figlio, nella peggiore delle ipotesi, ad allontanarsi dalla figura di uno dei due genitori. Ciò sfocia in un conflitto interiore che culmina con la cosiddetta “alienazione parentale”, ossia il rifiuto di voler frequentare il genitore additato dall’altro come causa dei mali della famiglia. Si finisce per vivere problemi di adattamento e di crescita di non poco conto. Ecco perché il Garante dell’Infanzia ha, di recente, fissato una carta con i diritti dei figli di genitori separati o divorziati. Si tratta più che altro di un memorandum che deve servire come guida e fanale per chi intende separarsi e divorziare. Non fanno eccezione le coppie di fatto.

Non si tratta di una legge, ma di un semplice lavoro di raccolta di dati e pensieri di un eterogeneo gruppo di giovani minorenni che ha potuto dar voce al pensiero dei tanti coetanei coinvolti, loro malgrado, nella separazione dei genitori. Il decalogo – che conferma quello che è il filo conduttore dei desiderata della quasi totalità dei figli di separati – inizia con la richiesta di “esser amati” : a dimostrazione di come, quando l’universo degli adulti cessi, il figlio si senta perduto ed a volte direttamente colpevole della rottura e quindi chieda, come prima cosa, di essere confermato nella sua stessa esistenza. Seguono poi le affermazioni dei ragazzi rispetto ad un affermarsi della centralità degli “interessi” dei figli rispetto ai genitori.

In questo articolo, prendendo spunto da questo decalogo, vedremo anche ciò che stabilisce la legge e la giurisprudenza in modo da avere chiari tutti i diritti dei figli di genitori separati o divorziati e quali possibilità hanno questi di ricorrere al giudice se il padre o la madre non adempie ai propri doveri.

Abbiamo infatti, in un precedente articolo, individuato quali sono i diritti e i doveri tra genitori e figli. Ora ci occuperemo unicamente del caso delle coppie separate e divorziate anche se le due discipline hanno numerosi punti in contatto.

I diritti dei figli di coppie separate o divorziate

Prima di passare in rassegna la carta pubblicata dal Garante dell’Infanzia, facciamo da noi il punto di quelle che sono le norme e le sentenze che garantiscono i diritti ai figli di coppie separate o divorziate. Tali diritti possono essere reclamati in tribunale in qualsiasi momento.

Diritto alla bigenitorialità

Ogni bambino ha diritto a mantenere significativi rapporti con entrambi i genitori e le rispettive famiglie di provenienza (zii, nonni, ecc.). Il che significa che se il giudice stabilisce – così come nella normalità dei casi – che il figlio vada a vivere con la madre, quest’ultima dovrà fare in modo che il proprio bimbo continui a vedere il padre (così come i nonni) secondo il calendario fissato dalla sentenza del tribunale. Il genitore che non collabora, frapponendo ostacoli, o che asseconda l’inerzia del figlio di non incontrare l’altro genitore è responsabile personalmente e, oltre a dover risarcire il danno all’ex, può perdere tanto l’affidamento condiviso quanto la collocazione del minore (si tratta però di provvedimenti che non scaturiscono alla prima violazione, ma solo nei casi più gravi).

Dall’altro lato il figlio ha diritto a che il genitore con cui non convive lo vada a trovare e partecipi alla sua vita, con tutti i progressi che la crescita comporta. Il che implica che il genitore assente può essere costretto a risarcire il danno al figlio anche una volta che questi sia divenuto maggiorenne. Egli potrà infatti citare in giudizio il padre (se ha vissuto con la madre) e chiedergli l’indennizzo per averlo privato del proprio affetto.

Affidamento condiviso come regola

La legge vuole che l’affidamento del figlio, di regola, sia condiviso tra entrambi i genitori, anche quando uno di questi abbia subito l’addebito e, con il proprio comportamento colpevole, abbia fatto naufragare il matrimonio. Si può essere pessimi coniugi ma ottimi genitori. L’affidamento condiviso impone uguali diritti e doveri tra genitori che dovranno condividere le scelte più importanti di vita del minore o del maggiorenne non ancora autosufficiente.

Solo quando uno dei due genitori si dimostri particolarmente inaffidabile o si sia macchiato di gravi colpe contro il figlio perde l’affidamento condiviso.

Diritto al mantenimento

Il figlio ha diritto ad essere mantenuto dal genitore con cui convive e a ricevere un assegno da parte dell’altro genitore oltre alla partecipazione (di solito nella misura del 50%) a tutte le spese straordinarie (come visite mediche, viaggi, acquisto di un veicolo, ecc.). Tale assegno viene determinato dal giudice all’atto della separazione o del divorzio; va versato nelle mani del genitore che si prende cura del minore. Quando il figlio supera i 18 anni può chiedere che l’assegno venga versato direttamente sul suo conto; in assenza di tale domanda fatta al direttamente genitore, le somme vanno ancora versate alla madre con cui convive.

Il figlio ha diritto ad essere mantenuto finché non raggiunge un sufficiente grado di autosufficienza economica; il che significa ottenere un impiego consono alla propria formazione e aspirazione. La giurisprudenza ritiene tale anche un part-time ma non una borsa di studi o un lavoretto serale o stagionale per mantenersi. Una volta però raggiunta l’indipendenza economica si perde per sempre il mantenimento, anche se tale autosufficienza dovesse venir meno dopo poco (si pensi al figlio prima assunto e poi licenziato dopo pochi mesi).

Se il genitore obbligato non adempie al pagamento dell’assegno di mantenimento dei figli, la parte interessata (di regola l’altro coniuge) può chiedere al giudice di ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di denaro al genitore obbligato, di versare le somme dovute direttamente ai figli. Si tratta del cosiddetto ordine di pagamento diretto che di solito coinvolge la busta paga. Per soggetto terzo si intende ad esempio: il datore di lavoro; l’ente che eroga la pensione; chiunque sia debitore di somme di denaro periodiche nei confronti del genitore obbligato come il conduttore di un immobile o l’onerato di una rendita vitalizia.

In caso di inadempienze da parte di uno dei genitori (ad esempio in caso di inadempimento totale o parziale dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli), l’altro coniuge può chiedere al tribunale di garantire l’attuazione e l’osservanza del provvedimento di affidamento e mantenimento dei figli.

Se il giudice verifica che vi sono gravi inadempienze relative agli obblighi di natura patrimoniale può adottare (anche congiuntamente alle statuizioni sopra precisate) una delle seguenti misure:

  • ammonire il genitore inadempiente;
  • disporre il risarcimento dei danni: a) nei confronti del figlio; b)a carico di uno dei genitori a favore dell’altro;
  • condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della cassa delle ammende.

I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari.

l genitore che non paga l’assegno di mantenimento può essere chiamato a rispondere, a seconda della gravità del fatto, di due reati diversi i quali, pur avendo come caratteristica comune l’inadempimento all’obbligazione fissata dal giudice civile sono autonomi, in quanto hanno elementi costitutivi diversi:

  • la violazione degli obblighi di natura economica, che presuppone un provvedimento giudiziale e un assegno determinato in sede giudiziaria;
  • il reato di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari, che presuppone lo stato di bisogno dei figli.

Diritto alla casa

Il figlio ha diritto a vivere nella casa ove è cresciuto, sia questa di proprietà del genitore con cui non convive che in affitto. Sarà il giudice ad assegnare il possesso dell’immobile al genitore presso cui viene collocato il minore. Ma se il figlio decide un giorno di vivere da solo, la casa torna al legittimo proprietario e anche il genitore convivente dovrà andare via.

La Carta dei diritti dei figli di separati o divorziati

Veniamo ora alla carta pubblicata dal Garante. Può sembrare l’elenco delle buone intenzioni ma, al contrario rappresenta – ed è il prodotto del lavoro di analisi di adolescenti protagonisti involontari della crisi familiare – un vero e proprio atto di accusa nei confronti di chi, ignaro della vera e propria sofferenza dei figli e del diritto di questi ad essere rispettati, vorrebbe realizzare una ripartizione di tempi che non tenga conto della specifica realtà familiare solo per ricucire lo strappo all’orgoglio degli adulti. Vediamo allora quali sono i diritti dei figli di coppie separate o divorziate secondo il Garante.

I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti

I figli hanno il diritto di essere liberi di continuare a voler bene ad entrambi i geni- tori, hanno il diritto di manifestare il loro amore senza paura di ferire o di offendere l’uno o l’altro. I figli hanno il diritto di conservare intatti i loro affetti, di restare uniti ai fratelli, di mantenere inalterata la relazione con i nonni, di continuare a frequentare i parenti di entrambi i rami genitoriali e gli amici.

L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.

I figli hanno il diritto di continuare ad essere figli e di vivere la loro età

I figli hanno il diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno il diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno il diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare. I figli hanno il diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.

I figli hanno il diritto di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nella decisione della separazione e di essere informati da entrambi i genitori, in modo adeguato alla loro età e maturità, senza essere caricati di responsabilità o colpe, senza essere messi a conoscenza di informazioni che possano influenzare negativamente il rapporto con uno o entrambi i genitori. Hanno il diritto di non subire la separazione come un fulmine, né di essere inondati dalle incertezze e dalle emozioni dei genitori. Hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori a comprendere e a vivere il passaggio ad una nuova fase familiare.

I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti

I figli hanno il diritto di essere ascoltati prima di tutto dai genitori, insieme, in famiglia. I figli hanno il diritto di poter parlare sentendosi accolti e rispettati, senza essere giudicati. I figli hanno il diritto di essere arrabbiati, tristi, di stare male, di avere paura e di avere incertezze, senza sentirsi dire che “va tutto bene”. Anche nelle separazioni più serene i figli possono provare questi sentimenti e hanno il diritto di esprimerli.

I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti

I figli hanno il diritto di non essere strumentalizzati, di non essere messaggeri di comunicazioni e richieste esplicite o implicite rivolte all’altro genitore. I figli hanno il diritto di non essere indotti a mentire e di non essere coinvolti nelle menzogne.

I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori

I figli hanno il diritto che le scelte più importanti su residenza, educazione, istruzione e salute continuino ad essere prese da entrambi i genitori di comune accordo, nel rispetto della continuità delle loro abitudini. I figli hanno il diritto che eventuali cambiamenti tengano conto delle loro esigenze affettive e relazionali.

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori

I figli hanno il diritto di non assistere e di non subire i conflitti tra genitori, di non essere costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, di non dover scegliere tra loro. I figli hanno il diritto di non essere costretti a schierarsi con uno o con l’altro genitore e con le rispettive famiglie.

I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi

I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori.

I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nelle decisioni economiche e che entrambi i genitori contribuiscano adeguatamente alle loro necessità. I figli hanno il diritto di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, e di non subire ingiustificati cambiamenti del tenore e dello stile di vita familiare, di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.

I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano

I figli hanno il diritto di essere ascoltati, ma le decisioni devono essere assunte dai genitori o, in caso di disaccordo, dal giudice. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni prese, in particolare quando divergenti rispetto alle loro richieste e ai desideri manifestati. Il figlio ha il diritto di ricevere spiegazioni non contrastanti da parte dei genitori.

Somministrazione fraudolenta: cos’è?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si parla di somministrazione di lavoro quando il lavoratore viene assunto da un soggetto ma viene inviato a lavorare presso un altro soggetto. La somministrazione di lavoro è stata sempre considerata una forma molto “azzardata” di gestione del rapporto di lavoro tanto che, in passato, era tassativamente vietata. Oggi la somministrazione di lavoro è permessa ma solo entro gli stretti limiti previsti dalla legge. Per scoraggiare l’uso distorto della somministrazione la Legge Biagi aveva introdotto il reato di somministrazione fraudolenta. Abolito dal Jobs Act, questo reato è stato ripristinato dal Decreto Dignità.

Sono stato assunto da Tizio per andare a lavorare da Caio. Tizio mi paga lo stipendio, ma io lavoro tutti i giorni da Caio. Questo è, in sostanza, lo schema della somministrazione di lavoro. Il dipendente viene assunto da un’Agenzia di somministrazione di manodopera per essere inviato a lavorare (si parla di “missione”) presso un’azienda. L’Agenzia si limita a fare da “passacarte” gestendo, di fatto, solo la busta paga del dipendente. Di recente si è tornato a parlare di somministrazione fraudolenta: cos’è?

Quali sono i rischi della somministrazione di lavoro?

La somministrazione di manodopera un tempo era rigorosamente vietata [1]. La legge, infatti, non vedeva di buon occhio il fatto che un lavoratore fosse assunto da un datore di lavoro ma prestasse servizio presso un altro datore di lavoro. Successivamente, la somministrazione di manodopera è stata prevista come forma legale di gestione dei rapporti di lavoro ma solo ad alcune condizioni. In particolare, possono somministrare manodopera solo apposite Agenzie appositamente autorizzate dal Ministero del lavoro ed iscritte in un apposito albo [2].

Il rischio principale è che la somministrazione venga utilizzata per aggirare le norme di legge che tutelano i lavoratori dipendenti.

Quando la somministrazione è fraudolenta?

Per evitare il rischio di un uso illegale della somministrazione, la Legge Biagi aveva previsto il reato di somministrazione fraudolenta [3].

Il Jobs Act, tuttavia, dato lo scarso utilizzo di questo reato, lo aveva abolito.

Oggi, la somministrazione fraudolenta è tornata in vigore, a partire dal 12 agosto 2018, grazie al decreto Dignità [4].

Scatta la somministrazione fraudolenta quando la somministrazione  di  lavoro  è posta  in  essere  con  la  specifica  finalità  di  aggirare le norme inderogabili  di  legge  o  di  contratto  collettivo  applicate   al lavoratore.

Il datore di lavoro che assume il dipendente e quello che ne utilizza la prestazione devono, dunque, mettere in campo la somministrazione proprio per evitare di applicare le leggi che tutelano il lavoratore.

Quali sono questi casi?

Non è facile dimostrare che il somministratore e l’utilizzatore abbiano usato la somministrazione proprio per raggirare i diritti del dipendente.

Ci sono, però, dei casi in cui è evidente la finalità illegittima. Ad esempio:

  • il datore di lavoro ha utilizzato un dipendente a tempo determinato per 12 mesi. Se vuole rinnovare il contratto deve indicare la causale, ossia la ragione tecnica per cui deve assumere a tempo determinato (ad esempio deve indicare una particolare impennata della produzione, o la necessità di sostituire una lavoratrice che si è assentata per maternità). Per evitare di dover indicare la causale (che può esporlo a contestazioni e contenziosi) si fa somministrare quel dipendente da un altro datore di lavoro;
  • un datore di lavoro licenzia un dipendente, poi se lo fa inviare in missione da un altro datore di lavoro così da azzerare l’anzianità di servizio del dipendente;
  • un datore di lavoro ha quattordici dipendenti e non vuole sforare la soglia dei quindici dipendenti perché, in questo caso, si applicano maggiori tutele ai dipendenti sotto diversi profili (tutela in caso di licenziamento; tutela in caso di trasferimento d’azienda, etc.). ecco allora che si fa somministrare altri dipendenti così da rimanere, formalmente, sotto i quindici dipendenti.

Cosa rischiano il somministratore e l’utilizzatore in caso di somministrazione fraudolenta?

In caso di somministrazione fraudolenta il somministratore e l’utilizzatore sono  puniti  con  la pena dell’ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione.

Si tratta di un reato penale a tutti gli effetti.

L’assenza di autorizzazione alla somministrazione è reato?

La somministrazione fraudolenta non va confusa con la somministrazione abusiva. Come abbiamo detto la somministrazione di manodopera può essere esercitata solo da Agenzie autorizzate dal Ministero. Se un soggetto non è autorizzato e somministra personale commette la somministrazione abusiva che, però, non costituisce un reato ma una violazione per la quale è prevista una sanzione amministrativa.

La pena può essere ridotta?

Il reato di somministrazione fraudolenta può essere estinto con la cosiddetta “oblazione” [5].

Si tratta di una possibilità offerta dal codice penale nel caso di reati puniti con la sola pena pecuniaria. Per estinguere il reato, somministratore ed utilizzatore devono pagare una somma corrispondente alla terza parte del massimo della pena stabilita dalla legge per il reato commesso (cioè circa 7 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione), oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.

Cibo made in Italy: quando possiamo fidarci

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Made in Italy è sinonimo di qualità del cibo, ma spesso le etichette che parlano di Italia non corrispondono a prodotti davvero italiani: come riconoscere il vero made in Italy?

Per molti prodotti alimentarinon vige alcun obbligo di indicazione dell’origine i recenti interventi del governo italiano si sono scontrati con una legislazione europea poco severa e attenta. È davvero difficile allora essere certi che un prodotto sia davvero made in Italy, ma una lettura attenta dell’etichetta può aiutare a individuare i prodotti e i marchi più affidabili. Ma procediamo con ordine e vediamo quando possiamo fidarci di un cibo made in Italy.

Per quali alimenti è obbligatoria l’indicazione di origine in etichetta?

In Italia il problema dell’origine dei prodotti alimentari è ritenuto molto importante tanto dai consumatori, quanto dai produttori e dalle istituzioni.

Non per tutti gli alimenti però vige l’obbligo di indicare in etichetta l’origine.

La legge europea [1] prevede l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei seguenti prodotti alimentari:

  • carne bovina, suina, ovina e pollame: l’obbligo di indicare il paese di nascita, allevamento e macellazione vale però per i prodotti che contengono solo carne, perché basta un singolo ingrediente aggiunto, come per esempio delle spezie, per fare decadere l’obbligo;
  • frutta e verdura fresche e non trasformate;
  • uova;
  • miele;
  • pesce e altri prodotti ittici freschi e non trasformati;
  • olio;
  • prodotti biologici;
  • prodotti DOP (denominazione di origine protetta);

Recentemente l’Italia ha introdotto l’obbligo di indicare l’origine del prodotto anche per i seguenti alimenti:

  • prodotti a base di pomodoro [2]: derivati del pomodoro, sughi e salse;
  • pasta di grano duro [3]: è obbligatorio indicare il paese di coltivazione del grano e quello di molitura, cioè di riduzione dei chicchi in semola;
  • riso [4]: è obbligatorio indicare il paese di coltivazione, di lavorazione e di confezionamento;
  • latte e prodotti caseari [5]: è obbligatorio indicare il paese di mungitura del latte e il paese di trasformazione.

Per moltissimi prodotti alimentari, specie quelli non freschi, non c’è quindi alcun obbligo di indicare l’origine degli ingredienti e per il consumatore che vuole acquistare made in Italy è davvero difficile orientarsi: l’etichetta di uno di questi alimenti, infatti, può riportare ad esempio il nome e l’indirizzo di un produttore italiano, ma non è detto che l’alimento sia davvero prodotto in Italia o con ingredienti di origine italiana.

A questo si aggiunge il fatto che l’obbligo di indicazione dell’origine di pasta, riso, latte e pomodoro si applica soltanto in Italia e ai prodotti fabbricati in Italia.

La legge europea non aiuta la chiarezza

Recentemente è stato approvato un regolamento europeo [6] che intendeva evitare i casi molto diffusi di etichette ingannevoli che presentano un prodotto come proveniente da un paese ma i cui ingredienti principali provengono da altri stati.

Il regolamento però ha deluso le attese e rischia di creare ancora più confusione, favorendo le etichette ingannevoli.

Secondo le nuove norme se un prodotto alimentare, ad esempio polpette di carne, viene presentato come italiano, ma l’ingrediente principale (la carne) viene da un altro paese, è obbligatorio indicare in etichetta che la carne non viene dall’Italia. Il problema è che in questo caso il produttore può inserire in etichetta semplicemente l’indicazione che la carne proviene dalla Unione europea. In questo caso solo un consumatore molto attento capirà che la carne non è italiana, anche se il prodotto viene presentato come made in Italy.

Le norme europee sull’indicazione dell’origine non si applicano neanche in due casi, molto frequenti:

  1. quando il marchio con il quale viene commercializzato un prodotto reca un’indicazione di origine: quindi, se un prodotto è fabbricato all’estero con un marchio registrato che lascia intendere la provenienza dall’Italia, non vi è obbligo di indicare la provenienza diversa, con evidente inganno per il consumatore;
  2. per i prodotti DOP, DOC, IGP e IGT: si tratta di indicazioni geografiche che dovrebbero tranquillizzare il consumatore sull’esatta origine dell’alimento, ma non sempre è così. Ad esempio, i prodotti DOP devono essere necessariamente prodotti nella zona geografica ai quali si riferisce il marchio e con ingredienti proveniente dalla stessa zona. Nel caso invece dei prodotti IGP ciò non sempre è garantito. Quindi se acquistiamo ad esempio un parmigiano reggiano DOP possiamo essere certi dell’origine del formaggio ma anche degli ingredienti, nel caso invece della bresaola della Valtellina IGP è possibile che la bresaola sia stata prodotta in Valtellina, ma che la carne provenga dall’estero e tale diversa origine non sia indicata in etichetta.

Ci può aiutare l’indicazione dello stabilimento di confezionamento

Per i soli prodotti alimentari fabbricati in Italia e commercializzati in Italia è in vigore l’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento nel quale il prodotto è stato fabbricato o confezionato [7]. In questo caso è molto facile smascherare gli inganni più grossolani, come prodotti con origine dichiarata in una regione e fabbricati in tutt’altra parte d’Italia, ma è molto più difficile smascherare i falsi prodotti made in Italy, proprio perché l’obbligo si applica soltanto ai prodotti fabbricati in Italia e non anche a quelli provenienti dall’estero.

Inoltre, se lo stabilimento di produzione è diverso da quello di confezionamento, in etichetta andrà indicato solo quest’ultimo. Quindi se delle polpette sono fatte con carne olandese e preparate in Germania, ma confezionate nella vaschetta in Italia, l’etichetta potrà indicare lo stabilimento italiano senza alcun obbligo di indicare la diversa origine degli ingredienti, così ingannando il consumatore che crede di acquistare made in Italy, ma porta a casa ben altro.

Allora come faccio a sapere se un prodotto è davvero italiano?

Chi è davvero convinto che i cibi di migliore qualità e più sicuri siano quelli prodotti interamente in Italia e solo con ingredienti di origine italiana, potrà essere sicuro di acquistare e mangiare un prodotto davvero made in Italy solo se:

  • si tratta di uno degli alimenti per i quali vige l’obbligo di indicare l’origine;
  • è un prodotto biologico;
  • è un prodotto DOP;
  • in etichetta è espressamente indicata anche l’origine dei singoli ingredienti o l’azienda produttrice informa chiaramente il consumatore, ad esempio tramite il proprio sito internet, sull’origine degli ingredienti utilizzati.

Telecamera di videosorveglianza per casa: quale angolo di ripresa?

Posted on : 08-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La visuale dell’obiettivo della telecamera: il divieto di non riprendere le scale, il pianerottolo, la porta del vicino o la strada.

La sicurezza delle nostre case può essere tutelata grazie a un moderno e poco costoso impianto di videosorveglianza. Ve ne sono di molti tipi, alcuni dei quali acquistabili anche su internet. La telecamera ha sempre una funzione di deterrente, anche quando è finta. C’è chi la collega con l’istituto di vigilanza privata e chi, per risparmiare, al proprio cellulare in modo da controllare, in ogni momento, cosa succede all’interno o all’esterno del proprio appartamento. Come tutti i sistemi di controllo, però, anche la telecamera di videosorveglianza per casa deve fare i conti con il rispetto dell’altrui privacy, specie quando è collocata in un edificio condominiale. Sicché, all’atto dell’installazione e della regolazione dell’angolo di visuale dell’obiettivo, le cose possono farsi rischiose per il proprietario: in ballo c’è la commissione di un reato per l’interferenza nella vita privata altrui e l’illecito trattamento dei dati senza consenso. Le regole che impongono il rispetto della riservatezza nei condomini sono state, in parte, precisate dal Garante della Privacy in un apposito vademecum; in altra parte sono state modificate dalla riforma del 2012 per facilitare l’installazione di impianti di controllo sulle parti comuni. In ultimo è arrivato il nuovo regolamento europeo meglio noto come Gdpr che contiene numerose novità in tema. In questo articolo faremo il punto della situazione e ci soffermeremo, in particolare, su quale angolo di ripresa può avere la telecamera di videosorveglianza per casa. Ma procediamo con ordine.

Videosorveglianza del condominio sulle parti comuni dell’edificio

Se la telecamera di videosorveglianza viene installata dal singolo condomino, a tutela del proprio appartamento, non c’è bisogno di chiedere il permesso all’assemblea o all’amministratore. Viceversa, quando la telecamera è installata dal condominio ed è puntata sulle parti comuni ove tutti transitano la legge prescrive la votazione e un predefinito quorum. In particolare, è necessario il consenso della maggioranza degli intervenuti all’assemblea in rappresentanza di almeno 500 millesimi [1].

Secondo quanto chiarito dal Garante della Privacy [2], la presenza di un sistema di videosorveglianza dev’essere segnalata da un cartello recante il simbolo di una telecamera e la dicitura «Area videosorvegliata» seguita dall’indicazione “La registrazione è effettuata da……… per fini di ……….. – Art. 13 del codice in materia di protezione dei dati personali (D. Lgs. 30/6/2003, n. 196)”.

In caso di registrazione, il periodo di conservazione delle immagini non può superare le 24 ore, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione in relazione a indagini.

Videosorveglianza del condòmino sul proprio appartamento

Ogni singolo proprietario di appartamento o garage è libero di installare un impianto di videosorveglianza che però sia puntato unicamente sul proprio immobile o sulle relative pertinenze. Qui entra in gioco l’esigenza di contemperare la tutela della sicurezza con la privacy degli altri condomini. L’angolo di ripresa dell’obiettivo quindi non può mai finire sulle parti comuni (come scale, ascensore, pianerottolo, cortile, garage) o, peggio, sulla proprietà del vicino (la porta, lo zerbino, ecc.), anche se le immagini non vengono registrate [3].

Se la telecamera finisce per riprendere parti comuni, il condomino che l’installa deve farsi autorizzare dall’assemblea e deve ottenere il consenso di tutti gli altri condomini.

Inclinazione della telecamera di video sorveglianza

Una volta chiarito che la telecamera non può né inquadrare gli spazi comuni o l’altrui proprietà, bisogna definire quale può essere l’angolo di ripresa dell’obiettivo. È giocoforza infatti che l’impianto di videosorveglianza puntato sul proprio zerbino, ma a 60 gradi, finisce per inquadrare anche il vicino di casa. Ecco che quindi, al pari del luogo ove è puntata la telecamera, rileva anche l’inclinazione della stessa.

Secondo il tribunale di Bergamo [4], anche a 45 gradi una telecamera è illegale e va rimossa in quanto finisce per controllare il passeggio altrui, rivelando quando una persona entra o esce da casa.

L’orientamento dell’obiettivo è quindi il secondo punto su cui prestare massima attenzione per non commettere un reato. Bisogna pertanto evitare di riprendere le porte di ingresso dei vicini, le loro pertinenze, le finestre e i giardini [5].

La sentenza ha chiarito che gli impianti di videosorveglianza vanno rimossi anche se inquadrano soltanto i piedi di coloro che percorrono la strada comune, se la qualità delle immagini è scarsa e se l’obiettivo è puntato verso la strada, oggetto di servitù di passaggio.

La telecamera può riprendere la strada?

Per le ville e per chi abita al piano terra il problema è un altro: la possibilità che la telecamera finisca per riprendere la strada pubblica, dove transitano i pedoni che non sono necessariamente i condomini del medesimo edificio. È possibile installare la telecamera che inquadra il marciapiedi oppure bisogna chiedere il permesso al Sindaco o al Questore? La giurisprudenza ha detto che strade e aree pubbliche non possono finire nel mirino della telecamera di videosorveglianza [6]. In caso contrario, può scattare, oltre al procedimento penale, anche l’obbligo di rimozione e il risarcimento del danno.

Il Gdpr, ossia il nuovo regolamento europeo sulla privacy, ha però previsto una deroga se sussistono seri motivi di sicurezza, il che si verifica quando ad esempio la casa è stata già interessata dall’arrivo dei ladri o quando non vi sono cancelli tali da contrastare eventuali malintenzionati. Il tribunale di Salerno [7] ha ritenuto lecita l’installazione di una telecamera di un proprietario di una casa in aperta campagna, che aveva già subito furti in passato. Pertanto, a prescindere dal fatto che le telecamere riprendano o meno il fondo di passaggio del vicino, è legittimo il trattamento dei dati personali per uso domestico se è «necessario per la salvaguardia di interessi vitali dell’interessato o di un’altra persona», ha ritenuto lecito l’uso delle telecamere a circuito chiuso, anche se gestibili tramite una applicazione per smartphone, purché le immagini non siano divulgate.

Sempre secondo la Corte di Cassazione, non compie violazione della privacy chi installa sul proprio balcone delle telecamere di sicurezza che riprendano, né fraudolentemente né clandestinamente, non solo alcune parti dell’edificio, comuni a tutti gli inquilini, ma anche porzioni esterne dell’area di proprietà dei vicini di casa, se si tratta di spazi di pertinenza dell’abitazione di taluno ma di fatto non protetti alla vista degli estranei, assimilabili in quanto tali a luoghi esposti al pubblico [8]. Le riprese così effettuate sono utilizzabili nei procedimenti contro atti vandalici ai danni della propria abitazione. A proposito di immagini, è reato scattare ripetute fotografie ai componenti la famiglia di un condomino, al fine di documentare le violazioni al divieto di parcheggio nell’area condominiale, essendo sufficiente documentare il fatto fotografando il veicolo [9].

Videosorveglianza privata: ci vuole il cartello con l’avviso?

Il cartello con l’avviso della presenza di una telecamera di videosorveglianza è obbligatorio solo per il condominio ma non per il singolo proprietario che installa la telecamera sull’uscio di casa propria. Egli non deve avvisare né i passanti, né i vicini, né i propri ospiti della possibilità di finire ripresi se si avvicinano all’uscio.

Le telecamere finte sono lecite?

Già in passato, sulle stesse pagine di questo giornale, ci siamo preoccupati di rispondere al dubbio se le telecamere finte sono legali. Secondo un importante parere del Garante della Privacy [10], l’uso di telecamere finte è legale e non deve neanche rispettare le norme in materia di tutela della riservatezza. In altri termini non c’è necessità di apporre un cartello, né orientare l’occhio in modo da non invadere l’altrui proprietà. In altri termini se è vero che è lecito camminare con una pistola giocattolo senza porto d’armi, è altrettanto lecito utilizzare una telecamera finta senza chiedere autorizzazioni e senza dover apporre particolari avvisi. In proposito, il Garante della Privacy ha detto: «L’istallazione di una finta telecamera, non in grado di riprendere immagini o suoni, non comporta un trattamento di dati personali. Il ricorso presentato al Garante dalle persone che ritengono di essere state riprese, e relativo al trattamento delle informazioni eventualmente raccolte, è quindi inammissibile».

A riguardo, il tribunale di Latina [11] ha ritenuto lecita l’apposizione di una telecamera finta che punti sulla proprietà del vicino al solo fine di svolgere una funzione deterrente avverso potenziali intrusioni da parte di terzi malintenzionati. Non si pone infatti alcuna violazione della privacy in ragione dell’inidoneità della telecamera ad effettuare riprese.