Cosa fare se un pacco Amazon non arriva?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Hai fatto un ordine su Amazon? Bene, mettiti comodo e aspetta. Ma se l’attesa dovesse prolungarsi qualche giorno di troppo non farti prendere panico. Ecco cosa devi fare…

Hai fatto un ordine su Amazon ma il pacco tarda troppo ad arrivare? Ti stai chiedendo che fine abbia fatto quanto ordinato? Temi che il corriere non ti abbia trovato in casa e ora il pacco si sia perso chissà dove? Tranquillizzati, non c’è nulla da temere: per ognuna di queste domande c’è una risposta ben precisa e le soluzioni per rimediare ad eventuali disservizi esistono e sono collaudate da tempo.
Quindi, rilassati e leggi con calma e attenzione questa guida: ti spiegheremo passo passo, in primis, cosa fare se un pacco Amazon non arriva, e poi come tracciarlo e come ti devi comportare se il pacco arriva quando non sei in casa.

In quanto tempo arriva il mio pacco?

Oltre alle caratteristiche del prodotto che hai intenzione di acquistare, ovviamente, tra le prime cose da tenere in considerazione quando fai ordine su Amazon ci sono i tempi di consegna. Tempi che variano in base al tipo di cliente: Amazon infatti prevede per chi sottoscrive un abbonamento Prime (36 euro all’anno o di 4,99 al mese) una consegna molto più celere rispetto agli altri, anche di sabato, e in un lasso di tempo che varia da uno a due-tre giorni, a seconda della zona di residenza e del venditore che offre la merce. Addirittura, per alcuni prodotti venduti dallo stesso Amazon, e per una spesa di almeno 50 euro e ordinati la mattina da Roma, Milano o zone limitrofe, è prevista la consegna in giornata. O anche entro due ore. In ogni caso, che tu sia o meno un cliente Prime, quello che devi controllare, ancor prima di fare l’ordine, è: chi è il venditore (se chi vende il prodotto è Amazon stesso la consegna è generalmente più celere), entro quanto è prevista la consegna e la disponibilità della merce (se c’è una data futura le cose cambiano: il prodotto verrà spedito non appena disponibile in magazzino).
La stima dei tempi di consegna e il nome del venditore sono riportati sulla pagina stessa del prodotto, nella barra laterale.

Un’altra considerazione sulla tempistica va fatta tenendo presente i corrieri se operano nella tua zona. Se in effetti il trasporto è affidato a una sola azienda si possono verificare, magari in periodi particolari (ad esempio sotto le feste), dei ritardi imputabili all’elevato numero di ordini da smaltire.
È bene, in caso di ritardi e ad ogni buon conto, aspettare quei due o tre giorni in più: una piccola tolleranza che potrebbe farti risparmiare l’impiccio di dover rifare l’ordine. Ed è consigliabile, comunque, monitorare sempre lo stato della spedizione attraverso il sistema di tracciamento del pacco.
Vediamo come fare.

Come tracciare un pacco Amazon

Una volta spedito il pacco, Amazon, o il venditore terzo che vende attraverso lo store online, invierà al tuo indirizzo di posta elettronica (associato all’account di registrazione) una mail con i dati della spedizione. Dati che ti saranno utili per seguire i movimenti del tuo ordine. Ricevute queste informazioni, sarai in grado di controllare lo stato della spedizione e tracciare un pacco Amazon.

Dov’è il mio pacco?

Apri il browser e collegati al tuo account inserendo user e password. Seleziona, dal menu Account e liste, I miei ordini. Scorri la lista degli ordini effettuati e individua quello che ti interessa. La data di consegna, come puoi vedere, è bene indicata in alto a sinistra. Fatto ciò, clicca sul pulsante Traccia il mio pacco. La schermata che si apre ti mostra lo stato di avanzamento, con indicate le tappe fondamentali: la data dell’ordine, la data di spedizione, la data “In consegna” (che indica che il pacco verrà recapitato in giornata) e la data di arrivo (il momento in cui firmerai la ricevuta al corriere).

Come contattare il venditore

Se il pacco è stato spedico Amazon ti mostrerà nella pagina dell’ordine anche un pulsante per contattare direttamente il venditore. Cliccandolo si aprirà una finestra dalla quale potrai chiedere aiuto, scegliendo l’oggetto della domanda: Ho un ordine che ho effettuato o Un articolo in vendita. Spuntando la prima opzione, Amazon ti mostrerà i dettagli dell’ordine che hai già effettuato e ti chiederà di inserire maggiori informazioni, facendoti scegliere tra le problematiche classiche (Dov’è il mio ordine?, È possibile una spedizione più veloce?, Modifica indirizzo di spedizione, Ricevuto un articolo danneggiato o difettoso e così via). È possibile naturalmente inviare anche un messaggio personalizzato al venditore scegliendo l’opzione Altra domanda.

Qual è il sito del corriere?

Come anticipato, a spedizione avvenuta, Amazon ti invierà tutte le informazioni di cui hai bisogno in una apposita mail. All’interno troverai la data di consegna, il link diretto alla pagina Dov’è il mio pacco?, il numero di tracciabilità e il nome del corriere che effettuerà la consegna. Grazie a queste due ultime informazioni potrai facilmente consultare la posizione del tuo pacco sul sito ufficiale del corriere.

Controlla il pacco dallo smartphone

Volendo puoi anche utilizzare l’app ufficiale di Amazon per controllare lo stato della spedizione direttamente da lì. Il primo passo, naturalmente, è quello di installare l’applicazione. Se ancora non lo hai fatto, scaricalo da http://bit.ly/2E5YAPF se hai uno smartphone Android, altrimenti procedi al download da http://bit.ly/2SKTIrn se hai un iPhone o un iPad. Lancia l’installazione e aspetta qualche secondo. Inserisci le credenziali (login e password) del tuo account. Poi, seleziona dal menu ad hamburger in alto a sinistra I miei ordini e scegli il pacco da controllare. Anche qui troverai indicate la data di consegna e i passi fondamentali dell’ordine, nonché la possibilità di tracciare il pacco attraverso l’apposito numero.
C’è da dire, in aggiunta, che attraverso l’app Amazon ti notificherà la data di ricezione dell’ordine, di spedizione e la consegna della merce.

Pacco Amazon, cosa succede se non sono in casa?

Infine un’ultima nota è da dedicare all’eventualità che il pacco passa “smarrirsi” perché la consegna coincide con un momento in cui non sei in casa. Per quest’eventualità, Amazon ha implementando la possibilità di indicare delle preferenze aggiuntive, che però, sfortunatamente, non sono ancora attive dovunque. Come ad esempio la possibilità di far consegnare il pacco a un vicino di casa o farlo recapitare in un posto sicuro a tua scelta. Opzioni, queste, che Amazon sta ancora predisponendo vista anche la differente gestione dei corrieri in situazioni simili. Il corriere Amazon, ad esempio, prevede tre tentativi automatici di consegna e poi una giacenza di 72 ore. Sailpost un tentativo automatico, il secondo a richiesta contattando il corriere e una giacenza di 15 giorni. SDA effettua due tentativi automatici di consegna, e prevede una giacenza di 10 giorni. Stessa cosa per Bartolini, GLS, DHL e Poste Italiane. TNT invece prevede un tentativo automatico e un secondo su richiesta contattando il corriere. Poi una giacenza per 10 giorni. Per UPS si cambia in base alla zona di consegna: possono esserci tre tentativi automatici di consegna e giacenza di 5 giorni, oppure un tentativo e una successiva consegna presso un punto di ritiro.
Tutti i dettagli, comunque, e i contatti dei principali corrieri sono riassunti nella pagina Corrieri e spedizioni raggiungibile da qui http://bit.ly/2tjJgsA predisposta da Amazon stessa.

Si può regalare una somma mensile a un figlio o un nipote?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Bonifici mensili a un familiare: cosa prevede la legge? È necessario firmare un contratto e registrarlo oppure non c’è bisogno di nulla? Cosa potrebbe dire l’Agenzia delle Entrate?

La vecchia tradizione italiana di restare a casa dei genitori fino ad età adulta o comunque fino al matrimonio sembra gradatamente tramontare. Negli ultimi anni, c’è un crescente desiderio di indipendenza e, laddove possibile, viene esercitato dopo l’università o, per chi è fuori sede, già con la maggiore età. Vivere da soli in periodo di crisi non è tuttavia facile; così spesso, alle spalle di un giovane, c’è uno zio, un nonno o il padre che presta un aiuto economico quantomeno per l’affitto. Il sostegno potrebbe poi assumere cadenza mensile, una sorta di bonifico periodico che viene effettuato a titolo di donazione. Ma cosa prevede la legge quando si verificano situazioni di questo tipo? Si può regalare una somma mensile a un figlio o un nipote senza formalità di sorta oppure è necessario stipulare un contratto e magari registrarlo all’Agenzia delle entrate? Senza una scrittura privata con data certa, a confermare che si tratta di una donazione, cosa potrebbe dire o fare l’Agenzia delle Entrate? Ecco alcune riflessioni che potranno aiutare a fare chiarezza sul punto.

Due sono le problematiche che vanno affrontate quando si ha a che fare con una donazione di denaro tra privati: la prima è di ordine civilistico e coinvolge i rapporti tra il beneficiario (il cosiddetto donatario) e i futuri eredi del donante. La seconda è di natura fiscale: un conto con un attivo incompatibile con il reddito dichiarato all’ufficio delle imposte può fondare il sospetto di evasione? Ecco come vanno risolte le questioni.

Somma regalata: problemi di eredità

Il primo profilo da analizzare è quello dei rapporti tra il donatario e i familiari del donante. Cosa possono fare questi ultimi per impedire che il proprio parente dilapidi il patrimonio o dia a qualcuno più di quanto dà agli altri?

Finché il donante è ancora in vita, nessuno può impedirgli di regalare somme mensili al figlio o al nipote e, quindi, contestare tali atti di “liberalità”. Le donazioni infatti sono libere. Tuttavia, alla sua morte, si potrà valutare se tali elargizioni hanno finito per ridurre il patrimonio del donante, tanto da ledere la cosiddetta «legittima». Le quote di legittima sono quella parte di eredità che, per legge, spetta sempre al coniuge, ai figli o, in loro mancanza, ai genitori. Solo questi ultimi soggetti quindi possono rimettere in discussione le donazioni fatte dal donante in vita e sempre che, alla sua morte, le rispettive quote siano scese al di sotto dei limiti imposti dalla legge. Per conoscere quali sono queste quote leggi Eredità: quanto si è obbligati a lasciare ai parenti per legge?

Per esempio, immaginiamo un genitore titolare solo di un conto corrente con 20mila euro e nessun altro bene intestato. Negli ultimi 5 anni di vita si prende cura di uno dei figli perché disoccupato, versandogli mensilmente sul conto 500 euro. Alla sua morte, sul conto è rimasto pochissimo. Gli altri figli, fratelli del donatario, chiedono a quest’ultimo la restituzione di parte dei soldi ricevuti in donazione in quanto lesi nelle loro quote di legittima. Hanno ragione e possono farlo. In assenza infatti del coniuge, quando gli eredi sono solo due o più figli, a questi ultimi devono andare sempre i due terzi del patrimonio del donante mentre solo un terzo può essere liberamente ceduto (anche a uno solo degli eredi). Il conto corrente di 20mila euro andrà quindi diviso in tre parti, due delle quali da ripartire tra i tre figli e la terza da lasciare al beneficiario delle donazioni.

Le donazioni fatte con bonifico non richiedono l’atto notarile – come invece la regola imporrebbe – se il valore del singolo versamento è minimo rispetto al patrimonio del donante.

Somma regalata: problemi fiscali

Il secondo problema è di ordine fiscale. L’Agenzia delle Entrate possiede degli strumenti in grado di calcolare la ricchezza e le spese del contribuente. Una volta confrontati tali valori con il reddito riportato sul relativo 730, l’ufficio valuta se vi è stata la disponibilità di denaro ulteriore rispetto a quello dichiarato al fisco. Se così fosse si potrebbe ipotizzare che vi è stata evasione fiscale. Questi due strumenti sono il redditometro (che misura le spese sostenute dal contribuente nell’arco dell’anno) e l’Anagrafe dei rapporti finanziari (che individua i conti correnti dei contribuenti e le somme ivi depositate).

Potrebbe allora succedere che l’ufficio delle imposte si accorga che il donatario sta spendendo più di ciò che possiede o che sul suo conto c’è una disponibilità di denaro incompatibile con la dichiarazione dei redditi presentata. Da ciò può derivare un accertamento fiscale, accertamento che può essere superato dimostrando la provenienza lecita ed “esentasse” del denaro. Già di per sé dovrebbe bastare la tracciabilità dei bonifici che individuano con certezza il conto di provenienza. Ciò vale soprattutto tra familiari conviventi tra i quali si presume che vi sia un vincolo di solidarietà, in ragione del quale chi sta meglio aiuta chi non ha soldi.

Negli altri casi, invece, l’Agenzia delle Entrate potrebbe sospettare l’esistenza di compensi per prestazioni lavorative. Per evitare problemi, sarà meglio formalizzare l’atto di donazione con una dichiarazione delle parti, fornendole data certa. In pratica il donante dichiara di donare una determinata somma al donatario affinché questi ne faccia l’uso che meglio crede. La data certa può essere fornita con la registrazione del documento all’Agenzia delle Entrate oppure con l’invio dello stesso tramite raccomandata o posta elettronica certificata.

Il tenore della dichiarazione è liberamente determinabile dalle parti. Ecco un esempio:

«Io sottoscritto sig… dichiaro di aver donato, a mio nipote, il sig. …, la somma di euro … con bonifici bancari mensili da euro …. ciascuno, a partire dal 1° gennaio al 31 dicembre dell’anno … Tali somme quindi costituiscono il frutto di mera liberalità».

Come donare i soldi a un figlio o a un nipote

Sarà bene, comunque, far transitare il denaro in regalo tramite bonifico bancario oppure con assegno non trasferibile: tali forme tracciabili di pagamento consentono, anche a distanza di molti anni, di fornire certezza in merito ai soggetti coinvolti nell’operazione, alla provenienza dei soldi, alla data del versamento. In questo modo diventa più facile fornire all’Agenzia delle Entrate le spiegazioni da questa richieste.

Minaccia di sfratto: è reato?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prospettare lo sfratto come conseguenza del mancato pagamento dell’affitto è illegale? Cosa può fare l’inquilino moroso?

Immaginiamo – ma non è tanto difficile – un inquilino in perenne ritardo con il pagamento dell’affitto. Il padrone di casa – che ben sa quanto gli costerebbe una procedura di sfratto in termini di tempo e di denaro – è venuto spesso incontro alle esigenze dell’affittuario il quale tuttavia non ha mai inteso regolarizzare i versamenti del canone ed ora si trova in arretrato di alcune mensilità. Si avvicina la scadenza del contratto e finalmente il locatore trova il modo per far valere i propri diritti anche senza un tribunale. Così si rivolge all’inquilino e gli intima: «Se non mi paghi entro oggi tutti i debiti accumulati, domani stesso ti invio la lettera di disdetta del contratto. Così sarai costretto a fare le valigie e ad andartene». Quasi impossibile procurarsi una somma così elevata in solo 24 ore. In questa retorica richiesta l’inquilino intravede  una forma di velata minaccia. Si reca così dal proprio avvocato affinché denunci il proprietario dell’appartamento. «È solo una scusa per mandarmi via di casa, ponendomi di fronte a un onere che difficilmente potrei adempiere. Insomma è un abuso» dice al legale, ricordandosi solo ora che esiste una legge e una giustizia. Cosa prevede la legge? Si può procedere penalmente? La minaccia di sfratto è reato?

Già in passato la stessa questione è stata prospettata davanti alle aule dei tribunali. I giudici hanno cercato di spiegare se la minaccia di agire in giudizio è vietata dal nostro ordinamento. Ora la Cassazione ripropone lo stesso tema e, con una sentenza pubblicata lo scorso 8 gennaio [1], spiega i seguenti principi.

Quando c’è minaccia?

Quando si parla di minaccia si pensa comunemente a un “ricatto” che non lascia scelte, dove le alternative sono tutte svantaggiose o onerose. In verità, c’è un aspetto nodale del reato di minaccia [2] che serve per identificare tutti i comportamenti vietati penalmente da quelli consentiti. La minaccia deve prospettare un male grave e ingiusto. Dire «Se non mi paghi ti do un pizzicotto» non equivale a una minaccia grave anche se ingiusta; dire «Se non mi paghi ti faccio fallire» equivale a una minaccia grave ma non ingiusta visto che il fallimento è una delle conseguenze previste dalla legge per l’inadempimento e, in ogni caso, la valutazione finale è rimessa a un organo – il giudice – esterno e imparziale.

Tuttavia la minaccia deve prospettare una conseguenza del tutto estranea al fatto in discussione. Dire «Se non mi paghi ti denuncio perché so che hai evaso le tasse» è una minaccia: e ciò perché, nonostante sia diritto di ogni persona denunciare un’evasione fiscale, qui la conseguenza prospettata non è il normale mezzo di difesa che l’ordinamento prevede per quel determinato comportamento.

La minaccia deve anche essere credibile e il fatto prospettato alla vittima deve dipendere dal comportamento del colpevole. Dire: «Se non mi paghi ti tiro una maledizione» non è reato perché il male non risponde ad entrambe le predette caratteristiche. Dire invece: «Se non mi paghi dirò a tutti che hai tradito tua moglie» è reato.

Con parole un po’ più tecniche, la Cassazione ha detto che, per aversi il reato di minaccia, è necessario che vi sia la limitazione della libertà psichica, laddove compromessa mediante la prospettazione del pericolo che un male possa essere cagionato, purché la stessa si configuri come ingiusta e, in quanto tale, possa essere dedotta dalla situazione contingente [3].

Sfrattare l’inquilino è una minaccia?

Di per sé, lo sfratto non può mai essere una minaccia visto che la decisione non dipende dal padrone di casa ma esclusivamente dal tribunale. Tribunale che prima è chiamato a valutare la sussistenza dei presupposti di legge. Dunque, se è già la legge a consentire lo sfratto in caso di morosità, il danno minacciato – anche se grave – non può mai dirsi ingiusto. Pertanto, dire «Se non mi paghi l’affitto ti faccio sfrattare» non è reato.

Disdire l’affitto è una minaccia?

Ritorniamo all’esempio da cui siamo partiti all’inizio di questo articolo. Il locatore che “minaccia” al conduttore, non in regola con i pagamenti del canone di locazione, di: «buttare dalla finestra tutti i suoi effetti personali e di distaccare le utenze (elettriche ed idriche)», non commette alcun reato.

Nella specie il danno minacciato non è stato ritenuto come tale (cioè “ingiusto”), poiché – secondo la Cassazione – la frase pronunciata dal locatore (imputato) in sé evocherebbe l’esercizio di una facoltà giuridica, di cui egli è legittimamente titolare.

In altri termini, se l’affittuario è moroso e quindi non paga il canone di affitto, il proprietario dell’appartamento che ha concesso in godimento il proprio immobile è perfettamente legittimato ad intimare, già verbalmente e secondo le forme del caso, lo sfratto dall’abitazione.

Prospettare la possibilità di adire le vie legali costituisce l’esercizio di una prerogativa giuridica riconosciuta dal nostro ordinamento; dunque, non implica la sussistenza di un cosiddetto “danno ingiusto”, e, come tale, non rientra nel reato di minaccia [4].

 

Stipendio e pensione: cumulo del reddito

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi il pensionato ha il divieto di cumulare il reddito derivante dal lavoro dipendente col reddito di pensione?

Sino a una decina di anni fa, percepire una pensione assieme a uno stipendio, o a un reddito da lavoro, non era possibile: la pensione riconosciuta, difatti, doveva essere decurtata in base ai redditi di lavoro prodotti nell’anno, in modo differente a seconda del trattamento spettante. Solo con una legge del 2008 [1], infatti, è stato abolito il divieto di cumulo tra reddito di lavoro e pensione, rendendo così possibile sommare le due tipologie di reddito in modo pieno. Lo stop al divieto di cumulo non ha effetto, però, per tutte le pensioni: per alcuni trattamenti, come le prestazioni per invalidità e indirette, continuano ancora ad applicarsi i limiti di cumulo con i redditi derivanti dall’attività lavorativa. Nuovi limiti sono stati poi introdotti per chi ha diritto alla pensione anticipata precoci e per gli aventi diritto alla pensione con quota 100, trattamento che può essere ottenuto dal 2019.

Ad oggi quali pensioni non possono essere sommate, in tutto o in parte, al reddito di lavoro? Facciamo il punto della situazione su stipendio e pensione: cumulo del reddito, quali trattamenti possono essere tagliati.

Pensione anticipata precoci

In primo luogo, è presente un divieto di cumulo assoluto tra il reddito di lavoro ed il reddito di pensione, nel caso in cui la prestazione riconosciuta sia la cosiddetta pensione anticipata per i lavoratori precoci.

Nel dettaglio, il trattamento liquidato dall’Inps non può essere sommato al reddito percepito per lo svolgimento di un’attività lavorativa, ad esempio allo stipendio, o ai compensi per lavoro autonomo, per il periodo che va dalla decorrenza della pensione anticipata precoci, sino alla data in cui sarebbero maturati i requisiti per la pensione anticipata ordinaria.

A questo proposito, è opportuno ricordare che la pensione anticipata dei lavoratori precoci si ottiene con 41 anni di contributi, mentre la pensione anticipata ordinaria con 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne, e 42 anni e 10 mesi per gli uomini.

Il cumulo tra redditi di lavoro e di pensione, di conseguenza, è vietato in modo assoluto per un periodo massimo di 1 anno e 10 mesi per gli uomini e di 10 mesi per le donne.

Dal 2019, a queste pensioni si applica una finestra mobile di 3 mesi; gli adeguamenti alla speranza di vita sono bloccati sino al 31 dicembre 2026.

Pensione di reversibilità

Un limite di cumulo parziale, tra reddito di pensione e reddito derivante dall’attività lavorativa, si applica se l’interessato percepisce una prestazione di reversibilità o indiretta, cioè una pensione ai superstiti: la prestazione riconosciuta dall’Inps è ridotta:

  • del 25% se il reddito del pensionato supera 3 volte il trattamento minimo, ossia se supera i 20.007,39 euro annui, per il 2019 (considerando che dal 2019 il trattamento minimo sale a 513, 01 euro mensili);
  • del 40%, se il reddito del pensionato supera il trattamento minimo di 4 volte, ossia se supera i 26.676,52 euro annui, per il 2019;
  • del 50% se il reddito del pensionato supera il trattamento minimo di 5 volte, ossia se supera i 33.345,65 euro annui, per il 2019.

Assegno ordinario d’invalidità

Se il beneficiario dell’assegno ordinario d’invalidità (che spetta, in presenza di almeno 5 anni di contributi, di cui 3 accreditati nell’ultimo quinquennio, se la capacità lavorativa dell’interessato è ridotta a meno di un terzo) percepisce redditi di lavoro, l’assegno è decurtato del 25% se il reddito derivante dall’attività lavorativa supera di 4 volte il trattamento minimo, mentre è dimezzato se lo supera di 5 volte.

L’assegno ordinario d’invalidità, sull’eventuale parte eccedente il trattamento minimo, può subire un’ulteriore decurtazione, corrispondente:

  • al 50% della quota eccedente il minimo, se il reddito percepito è di lavoro dipendente;
  • al 30% della quota eccedente il minimo, se il reddito percepito è di lavoro autonomo.

Questa seconda riduzione non può superare l’importo del reddito prodotto, e non si può applicare se l’invalido possiede almeno 40 anni di contributi; la decurtazione non si applica in presenza di particolari condizioni [2].

Pensione d’invalidità o inabilità specifica

Se l’interessato percepisce una pensione d’invalidità o inabilità specifica (ad esempio la pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro), subisce il solo taglio dell’eventuale parte del trattamento eccedente il minimo (quindi oltre i 513,01 euro mensili), che corrisponde alla seconda riduzione dell’assegno d’invalidità.

Se la pensione non è un trattamento d’invalidità o indiretto, ma è calcolata utilizzando il sistema integralmente contributivo, può essere sommata in misura piena con i redditi da lavoro solo se risulta verificata almeno una delle seguenti condizioni, alla decorrenza della prestazione:

  • l’interessato risulta possedere i requisiti previsti per la pensione di vecchiaia precedenti alla Legge Fornero;
  • l’interessato risulta in possesso dei requisiti previsti per la pensione di anzianità (con e senza quote) precedenti alla Legge Fornero.

Pensione d’inabilità

La pensione per assoluta e permanente inabilità all’attività lavorativa non è cumulabile con alcun tipo di reddito di lavoro.

Ape sociale

Se il lavoratore risulta percettore dell’Ape sociale, ossia dell’anticipo pensionistico a carico dello Stato, può cumulare il trattamento con redditi derivanti da lavoro dipendente e collaborazioni sino a 8mila euro annui, e con redditi di lavoro autonomo sino a 4800 euro annui.

Quota 100

Infine, per quanto riguarda i lavoratori che dal 2019 percepiranno la nuova pensione anticipata con quota 100 (la misura sarà operativa a breve), è appena entrato in vigore un divieto di cumulo parziale con i redditi di lavoro: in particolare, il reddito di pensione non è cumulabile con i redditi derivanti da lavoro dipendente o autonomo, mentre è cumulabile con i compensi derivanti da lavoro autonomo occasionale, non superiori a 5mila euro all’anno.

Il limite di cumulo parziale si applicha sino al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia, cioè sino ai 67 anni del pensionato.

Scivolo per la pensione

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Isopensione, assegno straordinario, Ape sociale, volontario e aziendale, Rita, prepensionamento Quota 100: quali sono e come funzionano gli scivoli pensionistici.

Si sente spesso parlare dello scivolo per la pensione: di che cosa si tratta? Sono chiamati scivoli per la pensione quei trattamenti , come l’assegno straordinario, l’Ape e l’Isopensione, che offrono un sostegno economico al lavoratore sino alla data in cui matura i requisiti per la pensione.

Con lo scivolo, in pratica, l’interessato può uscire dal lavoro in anticipo, senza per questo ritrovarsi senza reddito né pensione. In alcuni casi, come avviene per il cosiddetto prepensionamento Quota 100 , ci si può “pensionare” anche 8 anni prima (questa prestazione, infatti, può essere erogata a coloro ai quali mancano non più di 3 anni per la pensione con Quota 100, che può essere riconosciuta sino a 5 anni prima del compimento dell’età pensionabile) ; l’Isopensione e l’assegno straordinario consentono di uscire dal lavoro con 7 anni di anticipo, con un importo molto vicino alla pensione spettante. Grazie alla Rita, addirittura, si può ottenere un assegno 10 anni prima di maturare i requisiti per la pensione, anche se la possibilità è riservata soltanto agli iscritti alla previdenza complementare.

Ma quali sono, nel dettaglio, gli scivoli pensionistici, chi può accedervi e come funzionano?  Proviamo a fare chiarezza.

Isopensione

L’isopensione è uno scivolo pensionistico istituito dalla Legge Fornero nel 2012 [1], recentemente modificato,  che consente ai dipendenti di anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 7 anni senza perdere la retribuzione.

Non si tratta di un vero e proprio pensionamento anticipato, anche se la prestazione a cui il lavoratore ha diritto è vicina al trattamento di pensione spettante: si tratta, invece, di una prestazione previdenziale a sostegno del reddito, come la disoccupazione e la mobilità.

Possono beneficiare dell’Isopensione i lavoratori in esubero che:

  • sono occupati presso aziende che hanno mediamente più di 15 dipendenti, ai quali manchino non più di 7 anni al raggiungimento dei requisiti per la pensione;
  • sono oggetto di un accordo sindacale aziendale per l’uscita volontaria degli esuberi (con le organizzazioni comparativamente più rappresentative);
  • concludono un ulteriore accordo con l’impresa, con cui si fornisce il consenso alla cessazione del rapporto (il consenso non è necessario solo in caso di licenziamenti collettivi).

Oltre all’Isopensione, erogata mensilmente, al lavoratore sono anche accreditati i contributi previdenziali spettanti sino alla data di maturazione dei requisiti per la pensione anticipata o di vecchiaia (a seconda del trattamento che il lavoratore può ottenere per primo).

Assegno straordinario di prepensionamento

Per i lavoratori di alcune imprese che aderiscono ai fondi bilaterali (ad oggi, aziende destinatarie dei fondi di Credito ordinario, Credito cooperativo, Esattoriali, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, imprese assicuratrici, società di assistenza e del Trentino, coinvolte in processi di ristrutturazione o riorganizzazione) può essere erogato, se previsto dagli accordi di costituzione del fondo, un assegno straordinario per il sostegno al reddito: la prestazione, meglio nota come prepensionamento, è riconosciuta nelle procedure di agevolazione all’esodo dei dipendenti.

L’assegno straordinario, come l’Isopensione, può essere ottenuto dai dipendenti che maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata entro 7 anni.

L’assegno straordinario è pari all’importo della pensione spettante alla data di cessazione del rapporto di lavoro, compresa la quota di pensione calcolata sulla base della contribuzione mancante per il diritto alla pensione di vecchiaia.

Ape volontario

Un altro scivolo introdotto di recente è l’anticipo pensionistico volontario, o Ape volontario: questo strumento consente l’uscita dal lavoro sino a 3 anni e 7 mesi prima rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, il cosiddetto prestito pensionistico, un finanziamento che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione.

Il trattamento è esentasse: ciò significa che l’assegno ricevuto mensilmente a titolo di Ape non ha trattenute tributarie, non essendo gravato dalle imposte.

L’Ape volontario, per quanto riguarda l’importo dell’assegno, può arrivare:

  • al 75% dell’importo mensile della pensione, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 36 mesi;
  • all’80% dell’importo mensile della pensione, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 24 e pari o inferiore a 36 mesi;
  • all’85% dell’importo mensile della pensione, se la durata di erogazione dell’Ape è compresa tra 12 e 24 mesi;
  • al 90% dell’importo mensile della pensione, se la durata di erogazione dell’Ape è inferiore a 12 mesi.

L’Ape volontario determina un taglio della futura pensione: la penalizzazione non è soltanto dovuta ai costi di restituzione di prestito pensionistico, ma anche all’assicurazione obbligatoria per il rischio di premorienza e al contributo per il fondo di garanzia.

Ape aziendale

L’Ape aziendale consiste nella possibilità, per il datore di lavoro, di incentivare l’esodo dei dipendenti ai quali non mancano più di 3 anni e 7 mesi alla pensione di vecchiaia, offrendo un contributo che serva ad abbassare i costi dell’Ape volontario.

Nello specifico, il datore di lavoro può, con il consenso del lavoratore dipendente interessato dall’esodo, incrementare la somma dei contributi accreditati a quest’ultimo, versando un contributo all’Inps in un’unica soluzione al momento della richiesta dell’Ape.

Il contributo non deve essere inferiore, per ciascun anno o sua frazione di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, all’importo della contribuzione volontaria basata sulla retribuzione percepita dal lavoratore prima del pensionamento (per approfondire: Come calcolare i contributi volontari).

Il contributo aggiuntivo serve ad incrementare la misura della pensione che il lavoratore riceve una volta terminata la fruizione dell’Ape, abbassando in questo modo l’incidenza sulla prestazione delle rate di restituzione del prestito finanziario.

Ape sociale

L’Ape sociale ha un meccanismo molto simile all’Ape volontario, in quanto accompagna il lavoratore dai 63 anni di età sino all’età per la pensione di vecchiaia: il costo dell’anticipo pensionistico, però, è a carico dello Stato, e l’importo dell’assegno è uguale a quello della futura pensione, con un massimo di 1500 euro mensili.

Le categorie beneficiarie dell’Ape sociale sono i disoccupati di lungo corso, i caregiver, gli invalidi dal 74% e gli addetti ai lavori gravosi: disoccupati, caregiver e invalidi dal 74% ottengono l’anticipo con almeno 30 anni di contributi, mentre per gli addetti ai lavori gravosi ne occorrono 36. Le donne hanno diritto a una riduzione del requisito contributivo di un anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni.

L’Ape sociale è stata prorogata al 2019: possono cioè richiederla coloro che maturano i requisiti utili sino al 31 dicembre 2019.

Rita

La Rita,  rendita integrativa anticipata, è una prestazione di previdenza complementare, che affianca la pensione principale e ne integra l’importo, e può essere erogata sino a 10 anni prima della data di maturazione della pensione principale.

Ne hanno diritto gli iscritti alla previdenza complementare che risultano disoccupati da almeno 24 mesi, possiedono almeno 20 anni di contributi e maturano entro 5 anni i requisiti per la pensione di vecchiaia.

Inoltre, la rendita può essere richiesta con un anticipo di 10 anni rispetto alla data di maturazione dei requisiti della pensione principale, nell’ipotesi in cui l’anticipo decennale sia previsto dallo statuto o dal regolamento del fondo di previdenza complementare a cui il lavoratore aderisce.

La pensione integrativa è finanziata attraverso il conferimento del Tfr (trattamento di fine rapporto) al fondo di previdenza complementare e attraverso il versamento di contributi supplementari.

Prepensionamento quota 100

Il prepensionamento quota 100 offre la possibilità di uscire dal lavoro ai dipendenti in esubero ai quali non manchino più di 3 anni per raggiungere la pensione con quota 100. In sostanza, ci si può pensionare con quota 94, ossia con soli 59 anni di età e 35 anni di contributi: si tratta di una nuova possibilità prevista dal decreto pensioni [2].

Con la quota 94 si ottiene non una vera e propria pensione, ma un assegno di prepensionamento, molto simile all’Isopensione e all’assegno straordinario: in pratica, si tratta di una prestazione di accompagnamento alla pensione, d’importo pari, o molto vicino, al futuro trattamento spettante.

Il nuovo assegno di prepensionamento può essere richiesto dai lavoratori ai quali non mancano più di 3 anni per raggiungere la pensione quota 100, se appartenenti a un’azienda che aderisce ad un ente bilaterale e che ha sottoscritto appositi accordi sindacali.

Il pensionamento anticipato è finanziato sia dall’azienda che dal fondo interprofessionale a cui aderisce; ad ogni prepensionamento deve poi seguire un’assunzione incentivata: il provvedimento della pensione quota 100 3 anni prima, per questo motivo, è stato ribattezzato “staffetta generazionale”.

Possono prepensionare i lavoratori senza assumerne di nuovi, comunque, le aziende in crisi.

Posso pagare un debito lavorando gratis per il creditore?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il lavoro deve essere pagato, salvo si dimostri una finalità di solidarietà e volontariato. Se però sei già un dipendente e hai creato un danno all’azienda, potrai compensare il tuo debito con la tua retribuzione.

Hai un debito e, non avendo soldi a disposizione, vorresti pagarlo lavorando gratis per il tuo creditore. In altre parole ti chiedi: posso pagare un debito lavorando gratis per il creditore? Non sai però se questo sia possibile, se i tuoi debiti si possano compensare in questo modo e se così facendo rischi, in caso di controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro che il tuo lavoro possa essere scambiato per prestazione in nero sanzionabile. Fai bene a porti queste domande perché la questione non è semplice: nel nostro ordinamento infatti il lavoro si presume svolto a fronte del pagamento di una retribuzione, salvo si dimostri che c’è un fine solidale o di volontariato. In quest’ottica, quindi, non potresti lavorare gratis per pagare un tuo debito. Ci sono però alcuni casi in cui, se sei già dipendente di un’azienda e hai creato un danno, puoi ripagarlo accettando che i relativi costi ti vengano trattenuti dallo stipendio. Vediamo allora in quali casi puoi compensare i tuoi debiti con il lavoro e quando ciò non è possibile.

Il lavoro gratuito

Nel nostro ordinamento il rapporto di lavoro subordinato è la tipica forma di lavoro, che si caratterizza per lo svolgimento di una prestazione in cambio di una retribuzione.

Il lavoro deve infatti consentire al cittadino di potersi mantenere e di avere una vita dignitosa, dunque necessariamente si presume che esso sia pagato e comporti un guadagno per chi lo svolge.

Conseguenza di ciò è che gli unici casi ammessi dal nostro ordinamento in cui il lavoro può essere svolto senza una controprestazione economica sono quelli in cui ci sia un’attività del lavoratore motivata da un rapporto di affetto verso il soggetto che beneficia della prestazione, di familiarità, da un vincolo filantropico, oppure religioso.

Si pensi, ad esempio, al lavoro svolto in favore di associazioni di volontariato, oppure a lavoro svolto dai missionari nei paesi sottosviluppati, o ancora all’assistenza costante prestata da un soggetto disoccupato in favore di un amico disabile, o ancora alla parrocchiana devota che aiuta gratuitamente il prete a tenere pulita la chiesa.

E’ indispensabile, in caso di controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro, che il fine solidale, volontaristico, affettivo o religioso siano ben dimostrabili. Questo per evitare che vi sia da parte degli Ispettori una presunzione di lavoro svolto in nero, con applicazione di tute le conseguenti sanzioni e segnalazione dell’illecito ai competenti enti (quali Inps, Inail, Agenzia delle Entrate, ecc…).

La compensazione dei debiti e dei crediti

Il nostro ordinamento prevede, tra le varie forme di estinzione delle obbligazioni, la compensazione. Con la compensazione i debiti e i crediti che due persone vantano rispettivamente una nei confronti dell’atra si annullano.

La compensazione può essere:

  • legale: quando ha ad oggetto una somma di denaro o una certa quantità di cose della stessa specie e opera automaticamente (ad esempio Tizio deve 200 euro a Caio e Caio deve 100 euro a Tizio. Tizio restituirà a Caio solo 100 euro).
  • volontaria: quando sono le parti ad accordarsi spontaneamente per questa soluzione
  • giudiziale: si verifica tra due debiti che hanno per oggetto una somma di denaro o una certa quantità di cose della stessa specie e viene disposta dal giudice con sentenza.

Perché possa operare la compensazione è però necessario che sussistano alcune specifiche condizioni:

  • i crediti devono essere entrambi certi, liquidi ed esigibili (e cioè non contestati dalle parti, ben definiti nel loro ammontare e non sottoposti a condizione o termine)
  • i crediti devono essere autonomi, cioè non devono derivare da uno stesso ed unico rapporto intercorso tra le parti e non devono essere legati da prestazioni reciproche.

La compensazione dei crediti da lavoro

Sebbene, come detto, la compensazione possa aversi solo se i reciproci debiti e crediti non derivano dal medesimo rapporto intercorrente tra le parti, nell’ambito del rapporto di lavoro la giurisprudenza riconosce in alcuni specifici casi la c.d. compensazione “atecnica”, ossia consente al datore di compensare i debiti del dipendente mediante trattenute sulla retribuzione o sul TFR.

In altre parole, se il lavoratore provoca un danno all’azienda, il datore potrà trattenere retribuzione e TFR spettanti al dipendente fino a concorrenza dell’importo del danno subito.

Si pensi ad esempio all’autista che danneggi il camion per negligenza, oppure che prenda una multa mentre svolge una consegna. Il datore potrà trattenere dalla retribuzione spettante a quel dipendente il costo necessario per la riparazione del mezzo, o l’importo della multa ricevuta.

Al di fuori di queste ipotesi, che rimangono comunque discutibili circa la loro effettiva legittimità in quanto nessuna norma di legge le prevederebbe e paiono operare solo a favore del datore di lavoro, il dipendente non può prestare gratuitamente la propria opera per sanare un debito che non deriva da un danno arrecato all’azienda.

Omissione di soccorso animali

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Omissione di soccorso: cos’è e quando si verifica? Cos’è l’omissione di soccorso stradale? L’omissione di soccorso di animali è reato?  

Nel caso dei sinistri stradali, l’omissione di soccorso rappresenta un reato punibile con il carcere; se, poi, dall’incidente deriva il ferimento grave o la morte di una persona, la fuga del conducente costituisce un’ipotesi aggravante della pena normalmente prevista per questi delitti. Forse non sai, però, che la legge contempla anche l’omissione di soccorso di animali: si tratta di uno specifico illecito che punisce chi non presti soccorso ad un animale vittima di incidente stradale. Di per sé, non si tratta di un’ipotesi delittuosa e, pertanto, non è previsto il carcere in caso di violazione; tuttavia, non è detto che l’omissione possa trasformarsi in qualcos’altro di ben più grave, tramutandosi in un reato a tutti gli effetti. Tanto premesso, se ritieni che questo argomento possa interessarti, allora ti invito a proseguire nella lettura: ti spiegherò cos’è l’omissione di soccorso animali.

Omissione di soccorso: cos’è?

Quando si parla di omissione di soccorso si pensa sempre agli incidenti stradali: il collegamento è giusto, visto che il codice della strada espressamente prevede un reato del genere, il quale si configura ogni volta che, dopo aver cagionato un sinistro, non ci si fermi a soccorrere.

In realtà, l’omissione di soccorso è un reato molto più ampio, il quale prescinde dalla situazione che ha generato la necessità di aiuto della persona in difficoltà. Secondo la legge, infatti, si macchia del reato di omissione di soccorso e, pertanto, è punito con la reclusione fino a un anno (salvo aumenti nel caso di morte o lesione personale della vittima) chi, trovando abbandonato o smarrito un minore degli anni dieci o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per qualsiasi altra causa, omette di darne immediato avviso alle autorità competenti. Stessa pena è prevista per chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità [1]. In pratica, si macchia del reato di omissione di soccorso chiunque viene meno al dovere di solidarietà reciproca che incombe su qualsiasi cittadino.

Omissione di soccorso stradale: cos’è?

Una particolare fattispecie di omissione di soccorso è quella prevista dal codice della strada nel caso di incidente stradale: secondo la legge, il responsabile del sinistro non si ferma a prestare soccorso alle vittime è punito con la reclusione da uno a tre anni, oltre che con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo non inferiore ad un anno e sei mesi e non superiore a cinque anni [2].

La condotta appena descritta costituisce un’omissione di soccorso stradale, ipotesi speciale rispetto alla più generale fattispecie di omissione di soccorso descritta nel paragrafo precedente e, soprattutto, punita più severamente. Da specificare che il delitto si integra solamente se a commetterlo è il responsabile del sinistro stradale.

Omissione di soccorso animali: è reato?

Accanto all’omissione di soccorso tradizionale, la legge ha introdotto anche la fattispecie di omissione di soccorso di animali; non si tratta però di un reato, ma solamente di un illecito punito con una sanzione amministrativa. Secondo la legge, l’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile al suo comportamento da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno. Chi trasgredisce a questo obbligo è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 422 a 1.694 euro.

Anche chi non è l’autore di un sinistro stradale, ma ne è rimasto comunque coinvolto, può rispondere dell’illecito di omissione di soccorso di animali: secondo la legge, le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, devono porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso; la violazione di questo precetto è punita con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 85 a 338 euro [3]. L’obbligo di soccorso non grava solo sul soggetto che ha cagionato l’incidente, quindi, ma anche su chi sia stato comunque coinvolto in esso; in quest’ultimo caso, però, la pena è meno severa.

Omissione di soccorso animali: quando è reato?

È possibile che l’omissione di soccorso di animali si trasformi in un reato, cioè in un crimine punito con la prigione. Nell’ipotesi in cui sopravvenga la morte dell’animale dovuta al mancato soccorso e, pertanto, derivata dalla condotta omissiva dell’investitore, è possibile che si integri il grave reato di uccisione di animali, punita con la reclusione da quattro mesi a due anni [4].

Secondo i giudici, il reato di uccisione di animali può essere cagionato sia tramite una condotta attiva, sia mediante una condotta omissiva, come può esserlo appunto quella di chi, avendo cagionato un incidente stradale oppure essendone rimasto solamente coinvolto, non si adoperi per aiutare l’animale da affezione bisognoso di soccorso. Pertanto, secondo la Corte di Cassazione [5] l’automobilista che, dopo aver accidentalmente investito un animale domestico, ometta, senza giustificazione alcuna, di prestare soccorso, impedendo altresì ad altre persone di prestare all’animale le dovute cure, può essere chiamato a rispondere del reato di uccisione di animali.

Non è da escludere, poi, che se dall’omissione di soccorso di animali derivi non la morte, ma il ferimento dello stesso, si integri l’ipotesi delittuosa di maltrattamento di animali,  punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da cinquemila a trentamila euro [6].

Nuova legge sul sovraindebitamento

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riforma della legge salvasuicidi: il nuovo codice della crisi di impresa contiene sia la vecchia legge fallimentare che la legge n. 3/2012 modificata.

Viene riformata la famosa legge salvasuicidi, più tecnicamente chiamata legge sul sovraindebitamento. La vecchia Legge n. 3 del 2012, che fino a ieri costituiva un autonomo corpo normativo, ora è stata trasfusa nel nuovo codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, pubblicato da stamattina sulla Gazzetta Ufficiale (trovi il testo integrale qui). Cosa cambia rispetto al passato? Molto.

Anche se resta inalterata la struttura e la finalità della procedura – volta, come noto, a sottrarre famiglie ed imprese dall’insolvenza, agevolandone la ripresa – la nuova legge sul sovraindebitamento prevede ora un meccanismo di cancellazione dei debiti anche senza pagamento dei creditori. Potrà ottenere l’esdebitazione “a zero incassi” chi non ha nulla da offrire ossia chi non può far fronte ai pagamenti neanche in parte. Maggiori dettagli nell’articolo Come liberarsi dai debiti senza pagare i creditori. Chiaramente si tratta di un’ipotesi residuale, che si può sfruttare una sola volta nell’arco della propria vita, ma che senza dubbio attirerà l’attenzione di tutti coloro che, sino ad oggi, non hanno potuto accedere al beneficio del sovraindebitamento proprio per l’assenza di redditi o beni intestati da vendere o cedere ai creditori – anche solo in garanzia – pur di vedersi cancellare le passività. 

La nuova legge sul sovaindebitamento

Restano immutate le tre procedure per ottenere l’esdebitazione:

  • il piano del consumatore: riservato a chi ha debiti di natura privata, estranei cioè all’attività di impresa. In tale ipotesi, al di là dell’entità del debito e del numero dei creditori (potendo essere anche uno soltanto, come l’Agente della Riscossione esattoriale), il debitore presenta tribunale – coadiuvato da un Organismo di Composizione della Crisi (Occ) – il proprio programma di pagamento e liquidazione. Il nulla osta passa solo dall’autorizzazione del giudice che non tiene conto del parere dei creditori;
  • accordo con i creditori: riservato ai casi in cui il debito – o gran parte di esso – deriva dall’esercizio di attività d’impresa, professionale o comunque lavorativa. In tale ipotesi, il programma – redatto sempre con l’aiuto di un Occ – deve ottenere il consenso dei creditori che costituiscono il 60% dei crediti complessivi 
  • liquidazione del patrimonio: è un’alternativa alla proposta di composizione della crisi da sovraindebitamento. È il debitore in stato di crisi che chiede, sempre tramite l’Occ, non più la ristrutturazione dei debiti attraverso l’accordo o il piano, ma attraverso l’integrale liquidazione del proprio patrimonio.

Le disposizioni del codice della crisi che assorbono la vecchia legge salvasuicidi iniziano a partire dall’articolo 65.

Quanto alla possibilità di cancellare i debiti, la normativa dispone che: «Il consumatore sovraindebitato, con l’ausilio dell’Occ, può proporre ai creditori un piano di ristrutturazione dei debiti che indichi in modo specifico tempi e modalità per superare la crisi da sovraindebitamento. La proposta ha contenuto libero e può prevedere il soddisfacimento, anche parziale, dei crediti in qualsiasi forma».

Viene meno la necessità di pagare integralmente i creditori con privilegio, pegni o ipoteche. Dispone la normativa: 

«E’ possibile prevedere che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca possano essere soddisfatti non integralmente, allorché ne sia assicurato il pagamento in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti oggetto della causa di prelazione, come attestato dall’OCC».

Resta la possibilità di stralciare i debiti chirografari (ovvero i debiti senza ipoteca).

In pratica, al debitore incapiente e meritevole si concede l’ulteriore possibilità di ottenere il beneficio dell’esdebitazione anche se non è in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura, tenuto ovviamente conto della prevalente necessità di assicurare il mantenimento della propria famiglia.

Non si possono cancellare i debiti che derivano da:

  • obblighi di mantenimento e alimentari;
  • risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale, nonché le sanzioni penali e amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti.

Ulteriore novità contenuta nella riforma consiste nell’estensione della procedura di sovraindebitamento non solo ai debiti privati ma anche a quelli dei soci illimitatamente responsabili per debiti estranei a quelli sociali.  

Infine si dà l possibilità ai «membri di una stessa famiglia» la facoltà di presentare «un unico progetto di risoluzione della crisi da sovraindebitamento», e cioè di invocare l’applicazione di un’unica procedura.  

Le altre novità sul fallimento

Il nuovo codice della crisi di impresa e dell’insolvenza sostituisce anche la vecchia legge fallimentare. Sparisce la parola fallimento, sostituito con l’espressione «liquidazione giudiziale» in conformità a quanto avviene in altri Paesi europei, come la Francia o la Spagna, al fine di evitare il discredito sociale anche personale che anche storicamente si accompagna alla parola «fallito». 

Viene introdotto un sistema di allerta volto a consentire la pronta emersione della crisi, nella prospettiva del risanamento dell’impresa e comunque del più elevato soddisfacimento dei creditori. 

Il Codice ha l’obiettivo di riformare in modo organico la disciplina delle procedure concorsuali, con due principali finalità, spiega la presidenza del Consiglio dei ministri: consentire una diagnosi precoce dello stato di difficoltà delle imprese e salvaguardare la capacità imprenditoriale di coloro che vanno incontro a un fallimento di impresa dovuto a particolari contingenze. 

Si prevede la riduzione della durata e dei costi delle procedure concorsuali; si istituisce presso il Ministero della giustizia un albo dei soggetti destinati a svolgere su incarico del tribunale funzioni di gestione o di controllo nell’ambito di procedure concorsuali, con l’indicazione dei requisiti di professionalità esperienza e indipendenza necessari all’iscrizione.

Pensione con meno di 60 anni, chi può uscire

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi è possibile pensionarsi con meno di 60 anni di età?

Con l’età pensionabile che è stata appena elevata a 67 anni di età, sembra un miraggio ottenere la pensione con meno di 60 anni: eppure esistono ancora alcune deroghe, agevolazioni e alcuni fondi previdenziali speciali, che consentono il pensionamento con questo larghissimo anticipo.

Alcuni tra questi strumenti di flessibilità sono stati recentemente ampliati e ristrutturati dal nuovo decreto sulle pensioni [1], come l’opzione Donna e la pensione anticipata ordinaria e precoci. Altre possibilità di uscire dal lavoro prima dell’età pensionabile, invece, non sono state modificate col tempo. In altri casi ancora, a 60 anni è possibile fruire non di una vera e propria pensione, ma del prepensionamento, una prestazione di sostegno al reddito che accompagna l’interessato sino alla maturazione dei requisiti per la quiescenza.

Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, chi può andare in pensione con meno di 60 anni.

Pensione anticipata per chi ha iniziato a lavorare da giovane

Innanzitutto, può pensionarsi con meno di 60 anni di età chi ha iniziato a lavorare, continuativamente, da giovanissimo, dai circa 17 anni di età in giù se uomo, e dai 18 anni in giù se donna. La pensione anticipata si può difatti ottenere, a prescindere dall’età, con 42 anni e 10 mesi di contributi, per i lavoratori, e con 41 anni e 10 mesi di contributi, se donna. A partire dal 2019, sono applicate delle finestre mobili di 3 mesi, dalla data di maturazione dei requisiti.

Peraltro, per chi possiede almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età, è possibile pensionarsi con soli 41 anni di contributi, se si appartiene a una categoria debole (invalidi dal 74%, caregivers o disoccupati di lungo corso) o si è addetti ai lavori gravosi

Pensione di vecchiaia anticipata

Le donne con invalidità pensionabile almeno pari all’80%, se dipendenti del settore privato, possono pensionarsi con soli 56 anni di età e un minimo di 20 anni di contributi (15 per chi beneficia di una delle deroghe Amato). Per gli uomini il requisito è più alto, pari a 61 anni di età.

Per i non vedenti i requisiti di età sono pari a 56 anni per gli uomini ed a 51 anni per le donne, con un minimo di 10 anni di contributi.

Opzione donna

Le lavoratrici che hanno raggiunto 35 anni di contributi alla data del 31 dicembre 2018, ed hanno compiuto 58 anni alla stessa data (59 anni se lavoratrici autonome), possono ottenere la pensione con questo requisito di età agevolato, grazie al beneficio conosciuto come Opzione donna.

In cambio dell’agevolazione, però, il trattamento è ricalcolato col sistema contributivo. Si applica inoltre una finestra pari a 18 mesi per le autonome ed a 12 mesi per le dipendenti.

Pensione di anzianità comparto difesa e sicurezza

Per i lavoratori del comparto difesa e sicurezza è possibile raggiungere la pensione di anzianità:

  • con 58 anni di età ed un minimo di 35 anni di contributi;
  • con 41 anni di contributi a prescindere dall’età.

I lavoratori del comparto difesa e sicurezza possono ottenere la pensione di vecchiaia con 60 anni di età ed un minimo di 35 anni di contributi effettivi.

Nei casi elencati si applica una finestra di 12 mesi.

Pensione dei ballerini, attori e tersicorei

I lavoratori del gruppo ballo, iscritti all’Enpals, hanno diritto alla pensione di vecchiaia con 47 anni di età, con un minimo di 20 anni di contributi.

Pensione dei cantanti e dei concertisti

I lavoratori appartenenti al gruppo Canto e concertisti orchestrali dell’Enapls hanno diritto alla pensione di vecchiaia con 60 anni di età, se donne, unitamente a 20 anni di contribuzione. Per gli uomini il requisito è di 62 anni di contributi.

Pensione dei lavoratori marittimi

Si pensionano con meno di 60 anni di età anche i lavoratori marittimi, se adibiti al servizio di macchina o  di stazione radiotelegrafica di bordo. Il requisito per la pensione di vecchiaia, in particolare, è di 59 anni di età, unitamente a 20 anni di contributi.

Pensione di vecchiaia sportivi professionisti

Gli sportivi professionisti possono pensionarsi con 54 anni di età se uomini, 52 anni se donne, con un minimo di 20 anni di anzianità assicurativa e 5.200 contributi giornalieri accreditati con la qualifica di sportivo professionista.

I lavoratori privi di contributi alla data del 31 dicembre 1995 possono ottenere la pensione di vecchiaia con una riduzione del requisito di età pari a un massimo di 5 anni.

Isopensione

L’isopensione è uno scivolo pensionistico, ossia una prestazione che consente ai dipendenti di anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 7 anni senza perdere la retribuzione. Si può dunque uscire dal lavoro con un minimo di 60 anni, considerando che l’attuale età pensionabile è pari a 67 anni. Inoltre, a prescindere dall’età, si può uscire dal lavoro quando non mancano più di 7 anni dalla maturazione dei requisiti per la pensione anticipata.

Non si tratta di un vero e proprio pensionamento anticipato, anche se la prestazione a cui il lavoratore ha diritto è vicina al trattamento di pensione spettante: si tratta, invece, di una prestazione previdenziale a sostegno del reddito, come la disoccupazione e la mobilità.

Assegno straordinario di prepensionamento

Per i lavoratori di alcune imprese che aderiscono ai fondi bilaterali (ad oggi, aziende destinatarie dei fondi di Credito ordinario, Credito cooperativo, Esattoriali, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, imprese assicuratrici, società di assistenza e del Trentino, coinvolte in processi di ristrutturazione o riorganizzazione) può essere erogato, se previsto dagli accordi di costituzione del fondo, un assegno straordinario per il sostegno al reddito: la prestazione, meglio nota come prepensionamento, è riconosciuta nelle procedure di agevolazione all’esodo dei dipendenti.

L’assegno straordinario, come l’Isopensione, può essere ottenuto dai dipendenti che maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata entro 7 anni, quindi anche a 60 anni di età.

Prepensionamento quota 100

Il prepensionamento quota 100 offre la possibilità di uscire dal lavoro ai dipendenti in esubero ai quali non manchino più di 3 anni per raggiungere la pensione con quota 100. In sostanza, ci si può pensionare con quota 94, ossia con soli 59 anni di età e 35 anni di contributi: si tratta di una nuova possibilità prevista dal decreto pensioni [1].

Con la quota 94 si ottiene non una vera e propria pensione, ma un assegno di prepensionamento, molto simile all’Isopensione e all’assegno straordinario: in pratica, si tratta di una prestazione di accompagnamento alla pensione, d’importo pari, o molto vicino, al futuro trattamento spettante.

Il nuovo assegno di prepensionamento può essere richiesto dai lavoratori ai quali non mancano più di 3 anni per raggiungere la pensione quota 100, se appartenenti a un’azienda che aderisce ad un ente bilaterale e che ha sottoscritto appositi accordi sindacali.

Quale pensione con 20 anni di contributi

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A quali trattamenti ha diritto chi possiede 20 anni di contributi: pensione di vecchiaia, pensione anticipata contributiva, Ape.

Pensi che occorrano almeno 43 anni di contributi per ottenere la pensione? Questo è vero soltanto per quanto riguarda la pensione anticipata ordinaria, che si ottiene con 42 anni e 10 mesi di versamenti, per gli uomini, e con 41 anni e 10 mesi di versamenti per le donne (i requisiti aumenteranno di 5 mesi nel 2019, portando le soglie di accesso, rispettivamente, a 43 anni e 3 mesi ed a 42 anni e 3 mesi). Ci sono diversi casi, però, nei quali è possibile pensionarsi con 20 anni di contributi: partiamo dall’ordinaria pensione di vecchiaia, per la quale sono necessari, appunto, 20 anni di contribuzione, per arrivare alla pensione anticipata contributiva, a 64 anni, passando per due ulteriori forme di pensionamento agevolato, l’Ape volontario e la pensione di vecchiaia anticipata. Per non parlare, poi, dei casi in cui è possibile pensionarsi con soli 15 anni di versamenti, e addirittura con soli 5 anni di contribuzione. Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, quale pensione con 20 anni di contributi è possibile ottenere.

Pensione di vecchiaia con 20 anni di contributi

Con 20 anni di contributi è possibile ottenere, in primo luogo, la pensione di vecchiaia: questa tipologia di pensione, nel dettaglio, fino al 31 dicembre 2018 si poteva raggiungere con 66 anni e 7 mesi di età e con almeno 20 anni di versamenti, contributi figurativi (maternità, servizio militare, disoccupazioni, casse integrazioni e malattia), volontari e da riscatto compresi. La pensione di vecchiaia si può raggiungere anche attraverso il cumulo dei contributi, cioè sommando la contribuzione presente in gestioni previdenziali differenti.

Dal 1° gennaio 2019 l’età pensionabile è salita di 5 mesi, e risulta dunque pari a 67 anni; resta invece invariato il requisito pari a 20 anni di contributi previdenziali, non soggetto all’applicazione dell’adeguamento all’aspettativa di vita. Successivamente, il requisito di età dovrebbe aumentare di 3 mesi ogni biennio.

L’età per la pensione di vecchiaia resta ferma al requisito di 66 anni e 7 mesi di età solo per gli addetti ai lavori gravosi, ma in questo caso saranno necessari almeno 30 anni di contributi.

Per coloro che non hanno versamenti di contributi prima del 1996, per la pensione di vecchiaia è richiesto, oltre al requisito di età ed al requisito di 20 anni di contributi, anche il superamento di una determinata soglia da parte dell’assegno di pensione: la pensione, nello specifico, deve risultare superiore a 1,5 volte l’assegno sociale, cioè a 686,99 euro (valore per l’anno 2019). Chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995 può comunque ottenere la pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi, al compimento di 71 anni di età (dal 2019). Per approfondire: Pensione di vecchiaia contributiva.

Pensione di vecchiaia anticipata con 20 anni di contributi

Per i lavoratori dipendenti del settore privato, in possesso d’invalidità pensionabile almeno pari all’80%, è possibile ottenere la pensione di vecchiaia, con 20 anni di contributi:

  • a 56 anni di età, più l’attesa di 12 mesi di finestra, se donne;
  • a 61 anni di età, più 12 mesi di finestra, se uomini.

Ricordiamo che, per chi rientra in una delle tre deroghe Amato, è possibile ottenere sia la pensione di vecchiaia, che la pensione di vecchiaia anticipata, con soli 15 anni di versamenti. Per approfondire: Pensione con 15 anni di contributi.

Pensione anticipata con 20 anni di contributi

Con 20 anni di contribuzione è anche possibile ottenere la pensione anticipata a 64 anni di età, per chi non ha contributi versati prima del 1996: in questo caso, però, il trattamento deve risultare almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè almeno pari a 1.282,37 euro (valore per l’anno 2019). Dal 2021 il requisito di età per la pensione anticipata contributiva dovrebbe salire a 64 anni e 3 mesi.

Anticipo pensionistico con 20 anni di contributi

Sono necessari 20 anni di contributi per accedere all’anticipo pensionistico volontario, o Ape volontario: si tratta di una prestazione, da non confondere con la pensione anticipata, che accompagna il lavoratore dai 63 anni di età (o dal momento in cui domanda il trattamento) sino all’età in cui può ottenere la pensione di vecchiaia.

In pratica, con l’Ape il lavoratore può ricevere un assegno, a partire dai 63 anni di età, se possiede almeno 20 anni di contributi, sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia, con un anticipo massimo possibile pari a 3 anni e 7 mesi.

Considerando che l’età per la pensione di vecchiaia, nel 2018, era pari a 66 anni e 7 mesi, l’anticipo sino allo scorso anno poteva essere richiesto con un minimo di 63 anni di età; per coloro che maturano i requisiti per la pensione di vecchiaia dal 2019, però, il requisito slitta a 63 anni e 5 mesi di età, dato che dal 2019 l’età pensionabile è stata elevata a 67 anni. In caso di futuri adeguamenti alla speranza di vita nel 2021, il decreto sull’Ape volontario prevede la concessione dell’Ape supplementare, ossia un allungamento del periodo di percezione dell’anticipo.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione: la restituzione del finanziamento comporta delle penalizzazioni non indifferenti.

L’Ape volontario è esentasse, e l’importo massimo dell’assegno non può superare, rispettivamente:

  • il 75% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 36 mesi;
  • l’80% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è superiore a 24 e pari o inferiore a 36 mesi;
  • l’85% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’Ape è compresa tra 12 e 24 mesi;
  • il 90% dell’importo mensile del trattamento pensionistico, se la durata di erogazione dell’APE è inferiore a 12 mesi.

L’anticipo minimo da richiedere deve essere comunque pari a 6 mesi e la futura pensione, al netto della ritenuta Ape, non deve essere inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo (circa 710 euro); inoltre il rateo dell’anticipo sulla pensione, da solo o assieme ad altri debiti pregressi, non può superare il 30% della prestazione stessa.

L’Ape è precluso per chi versa in particolari situazioni di difficoltà economica (si veda: Niente Ape per chi ha debiti) e per chi, soggetto al calcolo interamente contributivo della pensione, ha diritto a una futura pensione inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale, cioè a circa 686,99 euro.

Quale pensione con meno di 20 anni di contributi?

In alcuni casi è possibile ottenere la pensione, come abbiamo accennato, con meno di 20 anni di contributi. In particolare, ci si può pensionare:

  • con 15 anni di contributi, grazie alle deroghe Amato;
  • con 5 anni di contributi, con la pensione di vecchiaia contributiva;
  • con 5 anni di contributi, se si ha diritto alla pensione d’inabilità o all’assegno d’invalidità.

Per approfondire: Pensione con pochi anni di contributi.

Alcune casse professionali e fondi di previdenza complementari o integrativi prevedono, in determinati casi, la possibilità di raggiungere la pensione con meno di 20 anni di contributi: ad esempio, la pensione di vecchiaia contributiva degli avvocati può essere raggiunta con un minimo di 5 anni di versamenti.