Chiavi portone condominiale

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’amministratore deve consegnare una copia delle chiavi delle porte, sgabuzzini e terrazze a tutti i condomini che ne facciano richiesta salvo che il regolamento di condominio non disponga diversamente.

C’è un piccolo ripostiglio chiuso da una porta di cui solo l’amministratore ha le chiavi. Qualche condomino ne ha rivendicato l’utilizzo e ha chiesto una copia delle chiavi. Copia che l’amministratore gli ha negato, trattandosi di un’area “comune” la cui gestione è stata affidata solo a lui. Ritiene di non potersi assumere la responsabilità per l’uso altrui e che, pertanto, in quanto custode del palazzo, ha anche l’esclusivo diritto ad aprire quella porta. Chi ha ragione in una vicenda di questo tipo? A chi spettano le chiavi del portone condominiale e di tutti gli altri stanzini e passaggi che si presentano all’interno dell’edificio? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].

L’amministratore di condominio è solo un custode delle parti comuni. Tali parti restano però di proprietà dell’intero condominio ossia, in termini pratici, di tutti i condomini in proporzione ai rispettivi millesimi. Compito dell’amministratore è, tuttavia, salvaguardare e tutelare l’intero edificio; egli deve sorvegliare che né i condomini, né eventuali terzi possano danneggiarlo. 

Il passaggio logico è dunque chiaro: ferma restando la vigilanza dell’amministratore, l’uso delle parti comuni deve essere consentito a tutti i proprietari degli appartamenti. Il che significa che a questi devono essere riconosciute le chiavi per aprire tutte le porte. L’amministratore non può escludere i condomini o solo alcuni di essi, in nome del bene del condominio, dal detenere copie di chiavi che riguardino accessi a parti comuni. 

Tanto per fare un esempio, se il terrazzo del condominio – il cosiddetto «lastrico solare» – non è di proprietà esclusiva, ma di tutti i condomini, le chiavi del portone condominiale per il relativo accesso devono essere consegnate a chiunque ne faccia richiesta. E così, sempre per restare nell’ambito degli esempi, se c’è uno sgabuzzino ove l’amministratore colloca oggetti e strumenti necessari per le riunioni di condominio o per la gestione del giardino, il relativo accesso e utilizzo deve essere riconosciuto a tutti, fermo restando l’obbligo di rispettarne la destinazione d’uso e di non occupare tanto spazio da impedire il pari uso agli altri.

Con la conseguenza che, anche in caso di sostituzione del cilindro di una serratura del portone del palazzo, il nuovo duplicato con le chiavi va consegnato a tutti i condomini.

Il punto però è comprendere se l’area in questione, il cui accesso è garantito dalla copia delle chiavi, può considerarsi o meno parte comune. Ed è su questo punto che bisogna fare un’attenta indagine. E, difatti, come scrive la Cassazione, si deve innanzitutto partire dai titoli di acquisto degli appartamenti, ossia i vari rogiti. Da questi potrà risultare facile ricostruire la proprietà dell’area che, se non intestata a nessuno, si presumerà di tutti.

L’ultimo passaggio da fare è la lettura del regolamento condominiale. Questo potrebbe sancire una differente disciplina dello spazio comune, assegnandone l’uso solo a uno o a pochi condomini o all’amministratore stesso. In questo caso, però, il regolamento deve essere approvato all’unanimità, cosa che si può raggiungere o con il voto di tutti i condomini in assemblea o con l’approvazione del regolamento all’atto della firma del rogito notarile da parte di ciascun proprietario.

Il Codice civile [2] prevede che ciascun partecipante può servirsi della parte comune, salvo il limite della non alterazione circa la sua destinazione; tale disposizione non è una norma inderogabile: il regolamento contrattuale (ossia approvato all’unanimità) o una delibera dell’assemblea (anch’essa approvata con il voto di tutti), può disporre diversamente. Resta il fatto che non è consentito introdurre divieti di utilizzo generalizzati delle parti comuni.

A tal proposito, l’amministratore non può introdurre arbitrariamente un siffatto divieto di uso generalizzato, escludendo l’accesso attraverso una porta qualificata come parte comune, violando i diritti dei condomini in tal senso.

 

Risarcimento danni cassonetto rifiuti

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Caduta per colpa di un cassonetto della spazzatura posizionato male: responsabile il Comune per l’incidente? La clausola contrattuale con cui l’impresa che li gestisce se ne assume la responsabilità rileva solo in caso di piena responsabilità dell’impresa nelle fasi di svolgimento del servizio.

Stai pedalando in bici o stai guidando il tuo motorino quando, d’un tratto, dopo una curva molto stretta, ti compare davanti un cassonetto della spazzatura. Qualcuno lo ha spostato dal margine della strada dove si sarebbe dovuto trovare. Per quanto voluminoso, era impossibile anticiparne la presenza. Non riuscendo a eseguire una sterzata d’emergenza, ci urti contro e cadi. Dall’infortunio deriva una settimana di letto e cure mediche. Sei intenzionato a chiedere il risarcimento del danno al Comune ma, alla tua raccomandata con la diffida, l’amministrazione risponde con un secco rifiuto.

Le motivazioni del “no” si basano su due punti. Da un lato il Comune non ha la possibilità e il tempo di controllare, 24 ore su 24, che nessuno sposti i cassonetti della spazzatura. Dall’altro lato, la gestione dei rifiuti è affidata a una società privata, titolare dei cassonetti e quindi responsabile della loro manutenzione e collocazione. Chi ha ragione? In caso di caduta per colpa di un cassonetto dei rifiuti chi paga il risarcimento danni? La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ecco cosa hanno scritto, in questa occasione, i giudici supremi.

Per l’incidente verificatosi a causa del mal posizionamento sulla sede stradale di un cassonetto dei rifiuti rispondono “in solido” sia il Comune, sia la società appaltatrice del servizio rifiuti. “In solido” significa che il danneggiato può presentare indifferentemente la richiesta di risarcimento all’uno o all’altro: questi dovrà pagare i danni per intero, fatta salva poi la sua possibilità, in un momento successivo, di rivalersi nei confronti dell’altro soggetto corresponsabile.

Da un punto di vista pratico questo agevola la pratica di risarcimento per il cittadino caduto a causa del cassonetto dei rifiuti posizionato male: questi può infatti rivolgersi direttamente al Comune o alla società di gestione dei rifiuti e ottenere tutti i soldi, senza dover frammentare la procedure in due richieste diverse, ciascuna per il 50% della somma.

La responsabilità dell’ente locale e della società di gestione della spazzatura si basa su un articolo del codice civile in base al quale il proprietario o il custode di un oggetto – grande o piccolo che sia, mobile o immobile – deve risarcire tutti i danni che esso abbia procurato a terzi da esso, anche se tali fatti si sono verificati senza sua colpa. Tecnicamente si parla, a riguardo, di responsabilità oggettiva, che scatta cioè a prescindere da ogni intenzionalità del titolare o del custode della “cosa”.

Ebbene, nel caso del cassonetto rifiuti posizionato male, il concorso di colpa è intuibile: da un lato il Comune deve provvedere alla manutenzione delle strade e far in modo che non si verifichino incidenti o altri fattori di rischio per automobilisti, motociclisti, ciclisti o pedoni; dall’altro lato, la società di gestione della spazzatura è titolare dei cassonetti e deve fare in modo che questi non costituiscano un ostacolo per gli utenti della strada, divenendo responsabile in caso di posizionamento non corretto.

In tutto questo si può aggiungere anche il concorso di colpa del conducente che potrebbe non aver rispettato i limiti di velocità: se una perizia dovesse infatti dimostrare che un’andatura più conforme alle condizioni della strada (ad esempio per la presenza di una brutta curva) avrebbe evitato l’incidente o quantomeno reso meno gravi le conseguenze fisiche, allora il risarcimento verrà gradatamente ridotto in proporzione all’altrui colpa.

Nel caso di specie, la Cassazione ha giudicato un incidente stradale avvenuto durante l’estate del 1997. All’epoca, in una serata di luglio, attorno alle 23, lungo una strada di Nuoro, un uomo, alla guida del proprio motoveicolo, «incrocia un altro mezzo proveniente dal senso opposto di marcia, si accosta in prossimità del margine destro della carreggiata, e urta la spalla e il braccio destri contro un cassonetto per la raccolta dei rifiuti, posizionato, senza la prescritta segnaletica orizzontale, in posizione obliqua sulla striscia di margine della carreggiata e sporgente almeno di 40 centimetri sulla corsia di marcia da lui percorsa».

A finire sotto accusa sono il Comune e la società a cui è affidato in concessione il servizio di raccolta dei rifiuti.

Secondo la Cassazione metà della responsabilità per l’incidente andava attribuita al centauro avendo questi mantenuto una velocità eccessiva. Il restante 50 per cento di colpa è stato distribuito tra Comune e azienda (25% a testa), che insieme ora dovranno versare alla persona danneggiata 313mila euro per danno morale e 46mila euro per il danno patrimoniale.

Il danneggiato però, proprio per via del meccanismo della «responsabilità solidale», potrà chiedere l’indennizzo o al Comune o alla società di gestione.

In Italia può ripetersi la crisi economica della Grecia?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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È fondato il rischio che in Italia si ripeta la crisi greca e che i bancomat dei conti correnti possano chiudere?

Quattro anni fa, la Grecia fu costretta a chiudere d’urgenza tutte le banche. Nei giorni successivi, impose un limite ai prelievi di contanti dai bancomat. Si temeva che il popolo, preoccupato per la crisi economica innescata dal Governo anti europeista di Tsipras, prelevasse tutti i propri risparmi dai propri conti per sottrarli al rischio di un prelievo forzoso dello Stato. Un comportamento di questo tipo però minacciava di portare al fallimento le banche stesse, private d’un tratto della loro liquidità. I greci rimasero per giorni senza soldi; alcune famiglie furono messe in ginocchio. L’eccessivo indebitamento del Paese portò la Bce a rifiutare ulteriori prestiti in favore degli ellenici. Messo alle strette e timoroso di una rivoluzione di piazza, Tsipras fu costretto a piegarsi agli ispettori europei. Risultato: il Paese è stato risanato – seppur con sacrifici di tutti – e ora gode di maggiore affidabilità internazionale rispetto all’Italia.

L’Italia sta vivendo una fase simile. Il nostro debito è fuori controllo e l’Europa sta per ricorrere alla procedura di infrazione. Questo comporterà due conseguenze immediate e automatiche.

La prima: dovremo sborsare 3,5 miliardi. Significa che le nostre manovre finanziarie saranno ancora più rigide.

La seconda: l’Ue non potrà più erogarci aiuti e contributi. I forzieri si chiuderanno e non avremo accesso a tutti quei benefici che, sino ad oggi, hanno tenuto a galla la nostra economia malata (si pensi anche al Q.E. di Draghi).

Dinanzi a una situazione del genere, il nostro Governo non avrà più liquidità per pagare i propri debiti: non ci sono solo quelli con i fornitori della Pubblica Amministrazione – che oggi si vorrebbero liquidare con i mini-bond, ossia con altri debiti – ma anche quelli dei pubblici dipendenti, le pensioni, le invalidità, gli assegni di disoccupazione, lo stesso reddito di cittadinanza.

La situazione è molto simile, dunque, a quella greca seppur originata da ragioni parzialmente diverse.

C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato. Il deficit dello Stato è finanziato principalmente dalle banche che acquistano il debito pubblico, i bot tanto per capirci. Dinanzi però a una situazione del genere, con un indebitamento superiore ai limiti di guardia, gli istituti di credito, temendo di non ottenere la restituzione dei propri investimenti e dinanzi a una forte crisi di liquidità, potrebbero comportarsi allo stesso modo di come si sono comportate le banche greche: chiudere gli sportelli alla propria clientela o comunque imporre un limite ai prelievi (in Grecia, il tetto massimo fu di 60 euro a conto corrente). Il tutto per trattenere dentro i forzieri quella liquidità necessaria per non fallire.

Ultimo punto da considerare. In tutto questo, il nostro Governo, invece di mediare con l’Ue, sta conducendo un pericoloso braccio di ferro. In primo luogo, innalzando l’asticella del ricatto con l’arma dei mini-bot. In secondo luogo, promuovendo una politica opposta a quella consigliata dall’Eurogruppo: non di taglio, ma di spesa. E così si pensa di aumentare il deficit oltre il 3% del pil per finanziare ulteriormente la flat tax, Quota 100 e Rdc.

Conte ha detto che non intende modificare di una virgola i calcoli dell’esecutivo. Parole chiave che, in altri tempi, sarebbero state una dichiarazione di guerra.

Si andrà, dunque, verso la procedura di infrazione e l’indebitamento pubblico crescerà. Dinanzi alla chiusura dei rubinetti europei, sarà ancora più difficile finanziare le manovre che lo Stato vuol condurre, giuste o sbagliate che siano. Ed allora le banche potrebbero tornare a fare una politica restrittiva: ulteriori limiti ai mutui, tassi di interesse più alti, chiusura dei finanziamenti alle imprese.

In tutto questo, sarà meglio conservare un po’ di liquidità a casa, come si faceva una volta.

A chi va l’assegno di accompagnamento?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Indennità di accompagno: deve essere corrisposta all’invalido o a chi lo assiste, ad esempio coniuge o badante?

L’indennità di accompagnamento, o accompagno, è una prestazione di assistenza riconosciuta dall’Inps alle persone con invalidità civile accertata in misura pari al 100% e non autosufficienti. L’invalido al 100%, in sostanza, perché sia riconosciuto l’accompagnamento, deve essere impossibilitato in modo permanente a compiere gli atti quotidiani della vita o a camminare, senza l’aiuto di un accompagnatore.

La finalità dell’indennità di accompagnamento è quella di fornire un aiuto economico al disabile per coprire le spese relative all’assistenza.

Ma a chi va l’assegno di accompagnamento? Deve essere corrisposto al disabile, oppure direttamente al coniuge che lo assiste, o, ancora, alla badante?

Con l’ammontare dell’indennità di accompagnamento si possono coprire le spese per assumere una persona che si occupi di assistere il disabile? E, ancora, una volta deceduto il disabile, l’accompagno è reversibile, cioè viene devoluto, almeno in parte, al coniuge che ha, magari, sacrificato la carriera per assistere la persona non autosufficiente?

Facciamo il punto della situazione su questa importante misura assistenziale, che, lo ricordiamo, è riconosciuta alla generalità dei cittadini (in presenza dei prescritti requisiti, anche agli stranieri), senza necessità di aver versato contributi all’Inps.

L’assegno di accompagnamento copre lo stipendio della badante?

L’ammontare dell’assegno di accompagnamento è pari a 517,84 euro al mese, per l’anno 2019; l’importo annuale ammonta a 6.214,08 euro, in quanto la prestazione spetta per 12 mensilità e non si ha diritto alla tredicesima.

Nella generalità dei casi, dunque, l’accompagno non basta per coprire lo stipendio mensile di una badante, che, se convivente a servizio intero con livello CS, parte da un minimo di 983,22 euro più vitto e alloggio. Se la badante è addetta all’assistenza notturna del disabile non autosufficiente, il suo stipendio parte da 1.130,70 euro al mese, per arrivare a 1.396,77 euro, se inquadrata al livello DS.

Anche se non copre l’intero stipendio di una badante, comunque, l’indennità di accompagnamento costituisce un aiuto economico importante per la famiglia, o per la persona.

Tra l’altro, l’indennità è esentasse, quindi non sono dovute imposte sulla stessa e non entra a far parte della dichiarazione dei redditi, ed è compatibile con altre prestazioni di assistenza, come la pensione di inabilità civile o l’assegno mensile di assistenza per invalidi civili parziali.

Inoltre, è compatibile anche con altri trattamenti di previdenza, come la pensione di vecchiaia e anticipata o di reversibilità. Non è compatibile soltanto con le indennità finalizzate all’assistenza personale continuativa.

A chi spetta l’assegno di accompagnamento?

L’assegno di accompagnamento spetta soltanto al disabile: anche se è finalizzato alla copertura delle spese di assistenza, non è riconosciuto direttamente al coniuge che lo aiuta, o alla badante.

Chi ritira l’assegno di accompagnamento?

Chi assiste il disabile può comunque essere delegato al ritiro dell’accompagno, ma solo nel caso di riscossione diretta presso l’ufficio postale: si tratta della riscossione con mandato speciale.

Per delegare un’altra persona alla riscossione, l’interessato deve presentare alla sede Inps di appartenenza il modulo di richiesta, debitamente compilato, con le firme autenticate del disabile delegante e del delegato. L’autentica della firma si può fare anche al momento della presentazione del modulo.

Dal 2019 la delega a riscossione di un terzo può essere presentata, attraverso il modello AP70 (quadro G), anche anticipatamente, al momento di presentazione della domanda di invalidità. Ne abbiamo parlato in: Domanda di accompagnamento per anziani.

L’assegno di accompagnamento è reversibile?

L’assegno di accompagnamento, essendo un’indennità finalizzata all’assistenza del disabile, non è reversibile a seguito del decesso dello stesso. Non è difatti una prestazione di previdenza, che spetta in base ai contributi versati, quindi non può essere devoluta ai superstiti come pensione di reversibilità o indiretta.

Quanto esposto vale anche nel caso in cui il familiare abbia rinunciato alla propria carriera per assistere il disabile. Chi assiste il familiare invalido può avere però diritto ad alcune agevolazioni, nel caso in cui l’assistito sia portatore di handicap grave:

  • diritto a permessi mensili retribuiti, i cosiddetti permessi legge 104;
  • diritto a un congedo retribuito di 2 anni;
  • diritto all’Ape sociale o alla pensione anticipata precoci (sussistendo gli ulteriori requisiti).

Verbale guida in stato di ebbrezza senza tasso alcolemico

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se manca l’etilometro, come può la polizia stabilire se il conducente è ubriaco o ha bevuto oltre la soglia?

Immagina di essere uscito da una festa nel corso della quale hai bevuto più del dovuto. Non avendo trovato nessuno che ti accompagnasse a casa, hai deciso di metterti ugualmente al volante della tua auto. Il caso ha voluto però che, a pochi metri, ti abbia fermato una pattuglia della polizia, insospettita dalla traiettoria un po’ irregolare della tua guida. A quel punto, gli agenti ti hanno chiesto di scendere, ti hanno fatto camminare lungo la linea bianca al margine della strada e di alitare forte. Da questi sintomi hanno dedotto che tu fossi ubriaco, perciò, ti hanno multato. Non ti hanno contestato una semplice sanzione amministrativa, ma il reato di guida in stato di ebbrezza. Non avendo tuttavia eseguito la rilevazione con un etilometro, ti viene consegnato un verbale per guida in stato di ebbrezza senza tasso alcolemico.

L’omessa indicazione di un dato così rilevante, a tuo avviso, costituisce motivo per ricorrere al giudice. È davvero così? Come fa la polizia a capire che sei ubriaco se non ti fa il test dell’alcol e non ha con sé il famoso “palloncino”? Insomma, è possibile accertare lo stato di ebbrezza senza strumenti elettronici, ma solo sulla base delle impressioni personali degli agenti e dei sintomi manifestati dal conducente? La questione è stata oggetto di una recente sentenza della Cassazione [1].

La guida in stato di ebbrezza: le sanzioni 

A seconda della quantità di alcol trovata nel sangue al conducente esistono tre diverse sanzioni per la guida in stato di ebbrezza. Le ricordiamo qui di seguito dalla meno grave alla più grave.

Guida in stato di ebbrezza: sanzione amministrativa

Se il tasso alcolemico oscilla tra 0,5 e 0,8g/l, si configura solo un illecito amministrativo: il trasgressore è punito con una sanzione pecuniaria che va da 532 a 2.127 euro; a ciò si aggiunge la sospensione della patente di guida da tre a sei mesi. Non c’è quindi alcun processo penale né viene “macchiata” la fedina penale. Le conseguenze sono le stesse, sul piano amministrativo, di un divieto di sosta o di un autovelox.

Guida in stato di ebbrezza: sanzioni penali

Se, invece, il tasso alcolemico supera gli 0,8 g/l scatta il penale. Infatti, se il tasso rilevato si assesta tra 0,8 g/l e 1,5 g/l le sanzioni sono:

  • ammenda da ottocento a 3.200 euro (l’ammenda è aumentata da un terzo alla metà quando il reato è commesso dopo le ore ventidue e prima delle sette del mattino);
  • arresto fino a sei mesi;
  • sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

Qualora il tasso alcolemico risulti addirittura superiore a 1,5 g/l, scatta:

  • ammenda da 1.500 a 6.000 euro (anche in questo caso, aumentata da un terzo alla metà se il reato è commesso tra le ventidue e le sette del mattino);
  • arresto da sei mesi a un anno;
  • sospensione della patente di guida da uno a due anni (il periodo di sospensione va da due a quattro anni se il veicolo appartiene a persona estranea al reato).

Se il soggetto commette più violazioni nell’arco di due anni, la patente è revocata.

Accertamento guida in stato di ebbrezza in via sintomatica

La giurisprudenza ammette la possibilità di accertare la guida in stato di ebbrezza anche senza l’etilometro. Del resto era ciò che avveniva quando non esistevano ancora strumenti elettronici. In tale ipotesi, la verifica avviene in via sintomatica, ossia sulla base dei sintomi manifestati dal conducente. Quali sono questi indizi? È innanzitutto la guida irregolare o una manovra imprudente a generare il primo sospetto; sospetto che poi deve essere confermato da ulteriori elementi come alito vinoso, gli occhi rossi, il modo di parlare disconnesso, l’incapacità a stare in piedi o a camminare diritto, la perdita del senso di orientamento. Tutti questi elementi possono, quindi, portare la polizia – che non è munita di alcoltest – ad accertare ugualmente la guida in stato di ebbrezza.

Diversamente, gli agenti potrebbero chiedere gli accertamenti accompagnando il conducente presso la questura o la stazione dei carabinieri, a condizione che non sia troppo distante, ove effettuare le prove con gli strumenti elettronici.

In ultima analisi – il che succede in occasione degli incidenti stradali, quando l’automobilista viene trasportato in ospedale – si possono disporre le analisi del sangue da parte dei medici.

Quale sanzione se nel verbale guida in stato di ebbrezza non c’è il tasso alcolemico?

A questo punto, è stato posto un dubbio più che legittimo: se è vero che gli agenti possono accertare la guida in stato di ebbrezza sulla base solo dei sintomi, in assenza di strumenti di precisione, come faranno a comprendere in quale dei tre scaglioni si colloca il responsabile? In buona sostanza, come fa la polizia a capire quanto alcol c’è nel sangue e ad applicare la relativa sanzione?

Un principio del nostro diritto impone che, in assenza di prova certa, non si può contestare un reato a nessuno. Così, per prudenza, alcuni giudici ritengono che, in presenza di elementi sintomatici che evidenzino lo stato di alterazione alcolica, gli agenti possono contestare solo la prima delle tre violazioni: quella cioè con un volume di alcol non superiore a 08 gr/l. Siamo, quindi, nell’ambito della semplice sanzione amministrativa e non nel penale.

Invece, nella sentenza in commento, la Cassazione ritiene che, se ben motivata, la contestazione può anche arrivare a contestare la soglia del reato, non importa se ciò avviene sulla base solo dei sintomi evidenziati dal conducente.

«Nell’ambito dell’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza» si legge nella pronuncia in commento, la polizia e quindi anche il «giudice, può ritenere sussistente lo stato di ebbrezza in assenza di accertamento tecnico sulla base di altri elementi sintomatici, previa congrua ed adeguata motivazione in tal senso».

«Non vi è motivo di ritenere che il nuovo sistema sanzionatorio precluda in modo assoluto oggi al giudice di poter dimostrare l’esistenza dello stato di ebbrezza sulla base di circostanze diverse dall’esito degli accertamenti strumentali». L’esame strumentale non costituisce, infatti, una prova legale; per cui il giudice può accertare le varie ipotesi di reato della guida in stato di ebbrezza sulla base di altri elementi sintomatici, ovviamente fornendo adeguata motivazione. Tale situazione era pacificamente riscontrabile nel caso di specie dove il personale medico dell’ospedale ha segnalato l’alterazione del senso di orientamento del ricorrente inducendo a ritenere che il grado di ebbrezza alcolica dell’uomo fosse superiore a quello consentito.

Quanto vino prima di guidare? GUARDA IL VIDEO

Colloquio di lavoro: consigli

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come valorizzare il proprio curriculum e farsi assumere dall’ufficio di HR: come avviene il recruting e su quali temi focalizzare la propria attenzione.

Tra pochi giorni affronterai un colloquio di lavoro molto importante. Dall’esito di tale incontro dipenderanno i tuoi prossimi anni e, molto probabilmente, anche il tuo futuro professionale. Perciò vorresti sapere come presentarti in maniera adeguata per non dare un’impressione che non ti corrisponde e per non farti prendere dal panico. Il timore che l’emozione, dinanzi all’ufficio di HR (human resources), possa giocare brutti scherzi e farti apparire sprovveduto, inadatto al ruolo e meno preparato rispetto agli altri candidati che, insieme a te, si presenteranno per il recruting, ti porta a chiederti come comportarsi ad un colloquio di lavoro: quali consigli è opportuno seguire per non fare sbagli e per fare colpo.

È vero: il colloquio di lavoro spesso viene vissuto come un esame, in cui si viene sottoposti a una serie di domande a cui si deve cercare di rispondere “vendendo” al meglio ciò che si sa fare; ma questo è un luogo comune a cui siamo abituati e che per certi versi corrisponde anche alla realtà, specie quando chi seleziona privilegia l’aspetto del “saper comunicare efficacemente” come valore premiante. Risultato: le persone più timide o più emotive rischiano, in questi casi, di non essere apprezzate a pieno. Ecco allora i principali consigli per un colloquio di lavoro.

La preparazione al colloquio

Proprio per evitare di apparire timidi e impreparati, è necessario che tu trasmetta a chi ti valuterà una piena consapevolezza del tuo ruolo e dei compiti che ti verranno richiesti. È perciò importante prepararsi bene per il colloquio, sapendo che cosa dovrai dire e su che cosa verrai chiamato a rispondere, proprio perché una buona preparazione di partenza aiuterà la persona ad affrontare la situazione con meno ansia. Nei forum su internet, potresti trovare tante informazioni utili per sapere come sono avvenute le precedenti selezioni, quali sono state le domande fatte ai candidati, com’è avvenuto il procedimento di scelta dei dipendenti.

La prova davanti allo specchio o con un amico

L’ansia può incidere enormemente sul risultato delle prestazioni, portandoti a comportarti, in sede di colloquio, come non sei nel resto delle occasioni e, quindi, a non ottenere il risultato auspicato.

Ecco perché è proprio l’ansia il principale nemico che dovrai controllare. Un consiglio è di preparare il colloquio con un amico o parlando a te stesso davanti a uno specchio, in modo da affrontare tutte le possibili domande, che normalmente sono abbastanza prevedibili, poiché quello che viene valutato è il modo di articolare la risposta da parte del candidato.

Potrai trovare molto utile registrarti e vedere le tue smorfie, le espressioni del volto, il linguaggio del corpo e i momenti di pausa del tuo discorso che potrebbero rivelare insicurezza. Prendi il tuo smartphone in modalità selfie e riprendi la tua performance. Lo fanno anche gli sportivi per imparare dai propri errori: lo puoi fare anche tu per ricavarne ottimi consigli per il colloquio di lavoro.

Ti dò però un suggerimento: prepara i primi due minuti di discorso in modo perfetto. Non a memoria, ma quasi. Quelli detteranno il ritmo di tutta la successiva conversazione e serviranno a tranquillizzarti, a prendere confidenza con il tuo interlocutore, studiare il suo atteggiamento. Il cervello non può fare, specie se sotto stress, troppi lavori insieme; per cui se già sai cosa devi dire, potrai nel frattempo focalizzare la tua attenzione su altri aspetti.

La preparazione per il giorno del colloquio

L’abito fa il monaco o non lo fa? Potremmo discutere a lungo su questo discorso. La verità è che bisogna essere spontanei. Perché se indossi un abito in cui non ti trovi a tuo agio è verosimile che anche al colloquio non sarai davvero te stesso. Sii comodo e sobrio, non appariscente. Se non hai mai messo una giacca e una cravatta non farlo per la prima volta in questa occasione perché sembreresti un elefante in un negozio di cristalli. Idem per le donne che si avventurano in tacchi troppo alti che non sanno portare. Meglio un buon dipendente in jeans e scarpe da tennis che uno tutto “agghindato”, ma impacciato.

Camomilla o caffè? Non siamo noi a dovertelo dire. Alcune persone, se sovraeccitate danno il peggio; altre, invece, ne traggono stimolo. Tutto è soggettivo. In verità, l’ansia si controlla meglio con la preparazione preventiva di ciò che si dovrà dire.

L’auto descrizione

Il ventaglio delle domande che il recruter potrà presentarti è molto vario e dipende, ovviamente, da settore a settore. Di solito, però, al candidato è quasi sempre richiesto descrivere il proprio percorso di studi e quello post scolastico. In questa sede, bisogna essere in grado di fare una buona sintesi valorizzando le esperienze già fatte senza eccedere in eccessi di auto-encomio che potrebbero generare l’effetto opposto. Per essere obiettivi sarà meglio concentrarsi sul lato tecnico che non su quello suggestivo della propria esperienza già acquisita.

Ci sono domande chiuse o tecniche a cui non si può che rispondere in maniera molto precisa e ci sono domande aperte di auto-descrizione che, invece, necessitano di più preparazione, proprio perché spesso non siamo abituati a parlare di noi e quindi tendiamo a rispondere a questo tipo di domande in maniera vaga o eccessivamente ermetica. Queste domande, invece, favorirebbero la possibilità di descriverci in maniera completa, orientando noi stessi il filo del discorso dove reputiamo più opportuno evidenziare taluni aspetti che vogliamo far emergere.

Attento a un errore che in molti fanno: rileggi con attenzione il tuo curriculum. Spesso i candidati gonfiano le proprie esperienze al fine di rendere il cv più appetibile. Ma in quest’opera creativa dimenticano poi un elemento essenziale: la coerenza. Succede così che si contraddicano, al colloquio orale, rispetto a ciò che hanno scritto nel curriculum. E siccome non piace mai un candidato che ha detto bugie dall’inizio, essere scartati è più facile.

Sapere come opera l’azienda

Arrivare al colloquio tranquilli e preparati è un buon punto di partenza, ma altrettanto importante è sapere qualcosa sull’azienda e meglio ancora sulla persona con cui andremo a fare il colloquio.

Impara anche ad osservare il tuo selezionatore, utilizza la comunicazione non verbale per creare la sua attenzione. Più di tutto, non dare la sensazione di voler finire il colloquio prima possibile, perché normalmente i colloqui più lunghi sono quelli che vanno a buon fine.

Non focalizzare la tua attenzione sulla posizione e sul trattamento economico

Al primo colloquio di lavoro non devi essere tu a fare domande. Se vuoi sapere il tipo di contratto che ti verrà riservato, la posizione e il trattamento economico (alias, la busta paga con lo stipendio), hai tutto il tempo per soddisfare i tuoi dubbi, ma non al momento del colloquio. Lì sei tu che devi dare. Se poi l’azienda ti sceglierà, capirai anche che margine di trattativa hai per poter valutare l’offerta e fare eventuali controproposte.

Se ti chiedono cosa farebbe di te il candidato ideale, come rispondi?

Questo è il momento di elencare i propri titoli e qualifiche professionali senza però dimenticare le caratteristiche personali più interessanti di te. Ricordati che il selezionatore è interessato a carpire qualcosa di te come persona. Quindi, oltre ad evidenziare qualità apprezzate da tutti come puntualità, dedizione e volontà di imparare, aggiungi qualche specificità che ti può dare una marcia in più. Se poi non sai che dire, la parola chiave per ogni colloquio è di nuovo sacrificio, sacrificio, sacrificio.

Perché hai lasciato il precedente lavoro?

Ti potrebbero chiedere perché hai lasciato il tuo precedente lavoro. Tieni conto che il tuo nuovo datore non può sapere se sei stato licenziato per colpa o per crisi oppure se sei stato tu a dimetterti. Certo, dire che hai avuto “contrasti” con il tuo vecchio capo non giocherà a tuo favore. Né parlare di “differenze di vedute” piace a chi ti sta valutando potendosi fare l’opinione di te come di una persona “problematica“. In definitiva, mai parlare male dei precedenti lavori e meno che mai dei propri superiori.

Domande da fare? No nessuna

Se ti viene chiesto «Hai domande da fare?» tu come rispondi? Dire di non avere nulla da chiedere è sbagliato. Non è possibile che non si abbiano dei dubbi, delle curiosità sul nuovo lavoro. Anche fare una domanda relativa allo svolgimento del ruolo può essere un’ottimo segnale per un datore di lavoro, dimostra di essere interessati, curiosi, ansiosi di iniziare, dimostra molto di più di quanto non faccia l’espressione “sono molto motivato” di essere davvero disposti ad iniziare da subito. Dire che non si hanno dubbi equivale a dire che si ha poco interesse per la posizione.

Se la domanda verte sullo stipendio che vorresti percepire, cosa dici? 

Tu hai evitato di parlare espressamente di denaro, ma il selezionatore ti spiazza, perché non è lui a dirti lo stipendio che sarebbero disposti a pagare in caso di assunzione, ma rivolge a te la domanda. Che fai? Meglio non arrivare impreparati e accertarsi qualche giorno prima dell’incontro su quali siano gli standard di mercato per le retribuzioni connesse al ruolo per il quale ti candidi. Senza indicare un importo preciso, potresti dichiarare che le tue aspettative sono connesse agli standard medi di mercato, a meno che sia tu ad alzare la posta in gioco, ma questo è consigliabile solo se puoi farti forte delle tue alte qualifiche.

Come fare soldi vendendo oggetti d’oro

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vendita di gioielli ai Compro oro: come si calcola il valore, come farsi pagare, quali tasse pagare, come usare i contanti e tutte le altre risposte per gestire i tuoi piccoli affari.

Immagina di aver trovato in soffitta degli antichi candelabri d’oro dei tuoi nonni. Nei cassetti conservi numerosi braccialetti e collane che non hai mai messo, alcuni ereditati, altri ricevuti in regalo (ci sono persino quelli della prima comunione). Ciliegina sulla torta è un vecchio anello di fidanzamento che racchiude solo brutti ricordi. Vorresti sbarazzarti di tutto questo oro che, se da un lato rischia di richiamare l’attenzione dei ladri, dall’altro non ti porta alcuna utilità. Hai tutta l’intenzione di venderlo, magari rivolgendoti a un negozio di Compro Oro. L’aspettativa di riuscire a ricavarne un bel gruzzoletto è nutrita dai racconti di quegli amici che pretendono di insegnare agli altri come fare soldi vendendo oggetti d’oro. Per cui ti metti alla ricerca del miglior offerente per seguire anche tu lo stesso esempio.

Prima però di vendere l’oro è necessario che tu sia informato di alcuni aspetti legali che potrebbero aiutarti a non commettere errori. Potresti magari chiederti se i soldi ricavati dalla vendita sono già al netto delle tasse o se dovrai dichiararli nel 730, in tal modo riducendo il tuo guadagno. Potresti anche domandarti se il pagamento avviene in contanti e, in tale ipotesi, cosa fare di tale denaro: se puoi versarlo in banca o se è più prudente lasciarlo a casa per non destare sospetti. C’è poi chi si interroga se, dinanzi a un Compro oro, si possono chiedere i soldi indietro per un errore di valutazione. E via discorrendo: gli oggetti d’oro usati o rotti valgono di meno di quelli integri e nuovi? È possibile dare in pegno un oggetto d’oro al Compro oro e poi riprenderlo? Se si tratta di oggetti antichi e ormai fuori moda il prezzo di acquisto è ridotto? Quanto valgono i tuoi gioielli?

Ma procediamo con ordine e vediamo come fare soldi vendendo oggetti d’oro. Ecco le risposte alle tue principali domande.

Che significa oro 18 carati?

Quando credi di avere un oggetto d’oro in mano, in realtà non si tratta mai di oro puro. All’interno c’è una fusione di vari metalli di cui l’oro è solo una parte; gli altri possono essere nichel, rame, argento, ecc.

A seconda del quantitativo d’oro presente, l’oggetto è più o meno prezioso. Nel momento in cui si parla di oro 18 carati si intende quindi un oggetto che, per il 75%, è fatto di oro.

La caratura esprime la percentuale di oro che c’è all’interno della lega di cui è composto un oggetto prezioso.

Spesso l’oro 18 carati viene chiamato anche “oro 750”. La ragione è semplice: la composizione dell’oro viene espressa in millesimi, quindi 750 millesimi parti sono di oro, 250 millesimi altri metalli.

Se vendo oro posso avere contanti?

Sicuramente, i piccoli oggetti d’oro vengono pagati in contanti. Quando si tratta di poche decine o centinaia di euro, il Compro oro è solito pagare con banconote.

Come noto, la legge vieta trasferimenti di contanti tra soggetti diversi per importi pari o superiori a 3mila euro. Superato tale tetto bisogna usare strumenti tracciabili come assegni non trasferibili o bonifici.

Nel caso dei Compro oro, il limite per l’utilizzo dei contanti si abbassa a 500 euro. La legge vieta quindi ai Compro oro di consegnarti più di 499,99 euro in contanti. Per cui, se con un’unica vendita superi tale limite, dovrai ricevere pagamento o con assegno non trasferibile o con bonifico bancario. Né vale il fatto che si tratta di una vendita di oggetti tra loro differenti perché ciò che conta è l’intera operazione.

Potresti però spezzare la vendita in più operazioni, recandoti al negozio di Compro oro in più giorni, facendo così in modo che il prezzo ricavato da ogni affare sia inferiore a 3mila euro; in tal caso, potrai ottenere, per ciascuna di queste volte, soldi in contanti.

In alternativa, potresti recarti al negozio in un’unica volta facendoti accompagnare da un amico o da un parente. Formalmente, spezzeresti la vendita in più operazioni – ciascuna per ogni persona che ti accompagni – in modo che, per ciascuna vendita, non venga superato il limite di 499,99 euro. Il problema, però, in questo secondo caso, è che la ricevuta verrà rilasciata a persona diversa da te e, in caso di contestazioni del Fisco (v. i due paragrafi successivi) non avresti come difenderti.

I soldi derivati dalla vendita di oro vanno dichiarati all’Agenzia delle Entrate?

Quando si vendono oggetti d’oro al privato si realizza quasi sempre una minusvalenza: in pratica, si ricava meno denaro rispetto al valore obiettivo del bene-oro (se così non fosse i Compro oro fallirebbero in pochi giorni). Pertanto, se hai ricevuto qualcosa che per te è più utile dell’oggetto (il denaro), per il Fisco ti sei impoverito. Questo implica che non devi dichiarare il ricavato all’Erario e non devi riportare la vendita nella tua dichiarazione dei redditi. La conseguenza è che i soldi ricevuti dalla vendita sono esentasse.

I contanti della vendita dell’oro possono essere messi in banca?

La vendita di oggetti d’oro è lecita, così come è lecito qualsiasi loro impiego. Come detto, non devi neanche nascondere al Fisco i soldi ricevuti dalla vendita. In teoria, puoi quindi depositarli sul tuo conto corrente. Ma attenzione: se si tratta di un importo consistente, un giorno l’Agenzia delle Entrate – che può verificare la movimentazione del tuo c/c – potrebbe chiederti la provenienza del denaro. In quel caso, dovresti essere pronto ad esibire la ricevuta che ti è stata consegnata dal Compro oro all’atto della vendita.

Vale di più l’oro giallo o l’oro bianco?

In realtà, l’oro è sempre lo stesso. Il colore cambia per via degli alti materiali che compongono la lega di cui è costituito l’oggetto. Quindi, a parità di carati, l’oro giallo e l’oro bianco valgono lo stesso. Non conta, infatti, il colore del gioiello, ma quanto oro c’è al suo interno.

Che succede se, nel gioiello d’oro, sono incastonate pietre preziose?

Di solito, i negozi Compro oro sono interessati solo ad acquistare l’oro; per cui le eventuali pietre preziose incastonate nell’oggetto vengono restituite al cliente. Sono pochi i casi di Compro oro che collaborano con gemmologhi che potrebbero essere interessati all’acquisto di eventuali diamanti e altri preziosi. È poi sempre bene far valutare le gemme da un esperto piuttosto che venderle a peso, nel qual caso si potrebbe subire una truffa.

Per evitare problemi potresti rivolgerti prima a un artigiano di fiducia affinché scorpori le pietre preziose dall’oro.

Errore di valutazione: posso chiedere i soldi indietro?

Se ti accorgi che c’è stato un errore di valutazione, dovuto a colpa tua e del venditore o alla malafede di quest’ultimo, hai cinque anni di tempo per chiedere la restituzione del denaro. Si tratta di un rimedio offerto dal Codice civile che viene detto «annullamento del contratto per vizio della volontà». Gli errori più ricorrenti sono quelli in merito al peso dell’oggetto o ai carati d’oro. Un altro tipo di errore riguarda gli oggetti di valore storico o archeologico.

Oggetti oro nuovi: valgono di più di quelli usati?

Una volta venduto, il tuo oggetto d’oro viene fuso per ricavarne altri. Per cui è assolutamente indifferente se esso era nuovo o usato o anche rotto. Ciò che conta è solo il suo peso.

In alcuni casi, quando si tratta di un gioiello firmato, il Compro oro potrebbe valutartelo di più, ma non è affatto scontato: ciò vale solo per le grandi firme e se l’acquirente è nel campo della vendita al dettaglio dei gioielli.

Posso dare un gioiello in pegno al Compro oro per poi riprenderlo?

Un tempo si usava dare gli oggetti di valore al Banco dei pegni. Chi aveva bisogno di denaro liquido per pagare un creditore consegnava un gioiello o un altro prezioso ricevendone dietro contanti. I soldi poi dovevano essere restituiti al Banco con gli interessi entro una predeterminata scadenza. Se ciò non avveniva, il Banco dei pegni diventava proprietario dell’oggetto.

La legge però vieta ai Compro oro di prendere oro in pegno. Chi lo fa viola la legge.

Come faccio a sapere se la bilancia del Compro oro non è truccata?

Se è vero che il prezzo di vendita dell’oro dipende dal suo peso (oltre che dai carati), la bilancia usata per questa operazione è determinante. È bene quindi che sia di precisione. La legge stabilisce che tali strumenti siano sottoposti a taratura periodica con certificato rilasciato dalla Camera di Commercio. Si tratta di un bollo. L’esito positivo della verifica periodica viene attestato da un apposito documento, che consiste in un contrassegno adesivo di colore verde. Sul contrassegno è evidenziata inoltre la data in cui sarà necessario il successivo controllo.

Hai quindi il diritto di chiedere al Compro oro, prima della pesatura, di visionare tale documento.

Ritornano i contratti a termine

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il disegno di legge reintroduce le causali che non saranno solo quelle indicate dalla legge. Maggiore potere ai sindacati.

Il Decreto Dignità non è piaciuto solo alle aziende. Ora anche la Lega, a meno di un anno dalla sua approvazione, vuol cambiarlo. 

Che la nuova disciplina dei contratti a termine abbia messo un ulteriore bastone all’occupazione non è all’evidenza solo dei tecnici: se ne sono accorti molti lavoratori che, alla scadenza del proprio contratto, sono stati liquidati dalle aziende. Niente stabilizzazione, dunque, come invece sperava l’Esecutivo quando, la scorsa estate, approvò la riforma. Ora, però, parte la controfirma. Un ritorno dei contratti a termine inaspettato.

Ricordiamo che il Decreto Dignità aveva innanzitutto ridotto la durata massima del contratto a tempo determinato che, rispetto ai precedenti 36 mesi, oggi può estendersi a massimo 12 mesi.

Il contratto poi può essere prorogato massimo 4 volte (prima il limite era 5 volte), ma solo se la durata iniziale è inferiore a 24 mesi. Tuttavia, se nei primi 12 mesi la proroga del contratto non deve essere giustificata (è quindi libera e non necessita di giustificazioni), superati i primi 12 mesi, c’è bisogno di una motivazione, la cosiddetta causale. Le causali sono obbligatorie, in caso di proroghe, dopo i primi 12 mesi “liberi”, e scattano sempre nei rinnovi (cioè anche dopo un primo contratto a termine di un solo mese).

Il datore di lavoro deve, quindi, specificare quali esigenze richiedono la proroga del contratto. E queste esigenze sono limitatissime, vere e proprie eccezioni: sostituire un lavoratore assente o far fronte ad esigenze oggettive e temporanee al di fuori dell’ordinaria attività o un incremento temporaneo improvviso della normale attività del datore. Un errore, anche formale, su una di queste causali apre le porte a facile contenzioso, con il rischio, per le aziende, di veder trasformato il rapporto a tempo indeterminato.

Ebbene, la controriforma che ora la Lega si appresta ad avviare è rivolta a rendere più semplici i contratti a termine. In pratica, i contratti collettivi nazionali di lavoro (i Ccnl) potranno individuare specifiche causali aggiuntive rispetto a quelle restrittive fissate dal decreto voluto da Di Maio.  

A fine mese, verrà incardinata in commissione Lavoro alla Camera una proposta di legge (A.C. 1818). L’effetto è abbastanza semplice: vengono reintrodotte le causali ai contratti a termine (e anche nella somministrazione) che diventano un motivo di contrattazione tra le aziende e i sindacati. Causali, dunque, che non saranno solo quelle indicate dalla legge.  

L’effetto delle restrizioni attuate dal decreto Di Maio lo si è visto subito, con il crollo delle nuove attivazioni di contratti a termine. Per dribblare le causali, gli imprenditori hanno attivato il turn-over all’avvicinarsi dei 12 mesi “liberi” di rapporto: in pratica, i dipendenti venivano mandati a casa e, al loro posto, ne venivano assunti degli altri, sempre a termine. 

Ricorso Inps: chi paga le spese processuali?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Invalidità civile, accompagnamento, pensione e altre cause in materia previdenziale e assistenziale: in caso di sconfitta chi paga l’avvocato e le altre spese legali?

Stai per fare un ricorso contro l’Inps. Le tue condizioni di reddito non sono particolarmente rosee, ma non rientri tra i beneficiari del gratuito patrocinio. In buona sostanza, l’avvocato lo devi pagare da te. Ti chiedi a questo punto, però, chi paga le spese processuali. Il tuo problema è sapere soprattutto se, in caso di sconfitta all’esito del processo, dovrai anche “risarcire” la controparte. Il tuo timore è fondato? In parte sì, in parte no.

L’argomento è stato trattato dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. È per noi lo spunto per riprendere un argomento che viene spesso a galla quando si parla di pensioni, assegni di invalidità civile, indennità di accompagnamento e tutte le controversie in materia previdenziale e assistenziale.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire, in caso di ricorso Inps, chi paga le spese processuali.

Spese per l’inizio della causa

Come in tutti i giudizi di natura civile (quindi anche in materia di previdenza e assistenza), chi intraprende la causa anticipa le spese processuali. Significa che questi deve versare allo Stato il contributo unificato necessario all’avvio del processo, pagare al proprio avvocato la parcella per l’avvio della pratica (salvo diverso accordo) ed eventualmente anche i consulenti tecnici necessari al giudice per decidere.

Spese alla fine della causa

All’esito del giudizio, il giudice, con la sentenza, addebita tutte le spese legali sulla parte soccombente, ossia quella sconfitta. Quest’ultima dovrà versare alla controparte le spese da questa sostenuta (principalmente costituite dalla parcella dell’avvocato, liquidata secondo alcune tariffe indicate da un decreto ministeriale del 2014). È la cosiddetta condanna alle spese processuali.

Solo eccezionalmente il giudice può disporre la «compensazione delle spese» (in buona sostanza: ciascuno paga il proprio avvocato e le spese vive che ha sostenuto). Ciò avviene in presenza di gravi motivi, quando la questione affrontata è nuova o ha creato precedenti incerti in giurisprudenza o quando le rispettive domande delle parti vengono in parte accolte e in parte rigettate entrambe.

Spese in materia previdenziale e assistenziale

Nelle cause in materia di previdenza (pensioni) e assistenza (ad esempio accompagnamento, invalidità, ecc.), esiste una regola volta a tutelare le persone con ridotta disponibilità economica. Il Codice di procedura civile [2] stabilisce, in particolare, che chi ha un reddito pari al doppio della soglia fissata per accedere al gratuito patrocinio, ad oggi pari ad 11.493,82 euro ed aggiornata ogni due anni (per cui il doppio è pari a 22.987,64 euro in un anno), non deve pagare le spese processuali se perde la causa. In pratica, se il suo ricorso viene rigettato, il giudice non può addebitargli il costo dell’avvocato di controparte.

Attenzione però: per usufruire di questo beneficio è necessario, nel corso del processo, presentare un’apposita dichiarazione al magistrato in cui si dichiara qual è il reddito del ricorrente e che lo stesso è inferiore al tetto appena indicato.

Inoltre, tale beneficio è escluso nel caso di “lite temeraria”, ossia quella che comunemente viene definita la “causa persa in partenza”, fatta cioè senza alcun presupposto.

Pagamento delle spese processuali nei confronti del terzo chiamato in causa

L’esonero dal pagamento delle spese processuali in caso di soccombenza non riguarda solo l’Inps (o l’Inail), cioè la parte resistente, ma qualsiasi altra parte chiamata in giudizio (il cosiddetto «terzo chiamato»).

È vero – si legge sempre in sentenza – è principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui le spese processuali sostenute dal terzo chiamato in causa dal convenuto, risultato vittorioso nella causa, sono poste a carico di chi lo ha citato senza che ve ne fossero i presupposti. E inoltre, rigettato la domanda dell’attore, il pagamento delle spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia sono a carico del soccombente (ossia l’attore) che ha provocato e giustificato la chiamata del terzo. E ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato domanda nei confronti del terzo stesso. Ma questi principi non trovano applicazione nell’ambito del processo previdenziale e assistenziale.

Detto in parole ancora più povere, chi presenta ricorso contro l’Inps o contro l’Inail e lo perde, non è tenuto a pagare l’avvocato di nessuna delle parti in giudizio se ha un reddito inferiore al doppio della soglia per accedere al gratuito patrocinio.

Restituzione denaro non dovuto: da quando si calcolano gli interessi?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Interessi: dalla lettera di diffida e messa in mora o dall’avvio della causa con la domanda giudiziale?

Immagina di aver pagato una fattura che non eri tenuto a pagare o di aver versato alla banca più interessi del dovuto. Non appena ti accorgi dell’errore, chiedi subito la restituzione del denaro. L’altra parte però fa finta di nulla e, anche dopo l’invio di una lettera di diffida, la soluzione non cambia. Seguono una serie di solleciti, tutti rimasti senza riscontro. Ti convinci che non c’è altro modo per ottenere giustizia se non ricorrere al giudice e fare causa. Così, ti rivolgi al tuo avvocato affinché notifichi un atto di citazione all’avversario. Prima che ciò avvenga passano altri mesi, quasi un anno. Il giudice non è più solerte: anche lui ha bisogno dei suoi tempi e, oltre al rispetto della normale procedura, c’è anche un grosso carico di giudizi che gravano su di lui. Risultato: la sentenza arriva dopo quasi cinque anni dall’inizio del processo. Ora ti chiedi: la controparte è tenuta a pagarti gli interessi che, in tutto questo tempo, sono maturati sulla somma in contestazione? E, in tal caso, a partire da quale momento spettano? In altre parole, nel caso si chieda la restituzione del denaro non dovuto, da quando si calcolano gli interessi?

La risposta a questo interessante quesito è stata fornita da un’importante sentenza della Cassazione a Sezioni Unite che, così decidendo, ha cambiato l’interpretazione della legge che, sino ad oggi, è stata sposata dalla giurisprudenza. Ma procediamo con ordine e vediamo qual è il succo di questa decisione.

Cos’è l’indebito oggettivo 

Nel momento in cui viene accertata l’esistenza di un “indebito”, ossia di un pagamento non dovuto, chi ha percepito i soldi deve restituire il denaro al legittimo titolare e, se ciò non avviene contestualmente al pagamento, sono dovuti anche gli interessi e la rivalutazione monetaria.

L’indebito si verifica sia quando viene effettuato un pagamento non dovuto (ad esempio una fattura emessa per sbaglio a fronte di un servizio mai reso), sia quando viene fatto un pagamento per un importo superiore al dovuto (ad esempio viene conteggiato male il corrispettivo).

In caso di pagamento non dovuto spettano interessi 

Come detto, in caso di indebito, oltre alla restituzione del denaro non dovuto, spettano anche gli interessi.

Gli interessi sono calcolati secondo il tasso legale riferito all’annualità in corso. Con la conseguenza che, se la restituzione avviene dopo diversi anni, per ciascuna annualità si applicherà il saggio di interessi all’epoca in vigore (per come definito da un decreto ministeriale).

Su internet esistono numerosi siti ove è possibile effettuare il calcolo degli interessi in modo automatico; questi strumenti tengono ovviamente conto del diverso tasso anno per anno.

Da quando decorrono gli interessi?

Che gli interessi siano sempre dovuti è una questione abbastanza scontata. Il punto su cui si è pronunciata la Cassazione è un altro: da quanto si calcolano gli interessi in caso di restituzione di denaro non dovuto?

Il Codice civile [2], in un articolo rubricato «indebito oggettivo», stabilisce che: «Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere [ossia di ottenere la restituzione di] ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi. Interessi che decorrono:

  • dal giorno del pagamento, se chi ha ricevuto il pagamento era in mala fede (si pensi a una persona che, con l’intento di frodare un’altra persona, richieda un pagamento per una prestazione che non è mai stata resa);
  • dal giorno della domanda, se chi ha ricevuto il pagamento era in buona fede (si pensi a una persona che emette una fattura per errore o sbaglia nel calcolo).

Con riferimento alla seconda ipotesi (buona fede), è stato chiesto alla Cassazione cosa si debba intendere con la parola «domanda»: il «giorno della domanda» si riferisce al deposito della domanda giudiziale, ossia dal momento in cui inizia il processo, oppure alla domanda fatta alla controparte, e quindi dal momento in cui viene inviata la lettera di diffida e messa in mora? La differenza è netta: la diffida, infatti, viene spedita sempre prima della causa e, come nell’esempio da cui siamo partiti, anche con grande anticipo.

Ebbene, la soluzione sposata dalla Cassazione è la seguente: in caso di pagamento non dovuto, nella restituzione della somma, gli interessi si calcolano a partire da quando chi ha incassato i soldi è stato messo in mora e non da quando chi ha pagato si è rivolto al giudice.

Cambia dunque l’interpretazione del significato della parola «domanda» indicata dal Codice civile, non necessariamente dalla domanda presentata al giudice. Se, infatti, questa è stata preceduta da raccomandate a.r. o Pec contenenti la diffida al debitore, è da questo momento che iniziano a decorrere gli interessi sulle somme da restituire.