È valido l’accordo che deroga alle distanze legali tra costruzioni?

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Distanze legali tra terreni confinanti: l’accordo che deroga il limite di tre metri deve essere scritto?

L’articolo 873 del codice civile stabilisce quali sono le distanze legali tra costruzioni. Tale distanza, se non diversamente stabilito nei regolamenti comunali, deve essere di tre metri (salvo ovviamente che le costruzioni siano tra loro unite o aderenti). 

Ci si chiede più volte se tale limite possa essere violato se c’è un’intesa tra i proprietari confinanti o se, al contrario, quanto imposto dalla legge non è suscettibile di eccezioni. In altri termini è valido l’accordo che deroga alle distanze legali tra costruzioni? 

La questione ha spesso impegnato la giurisprudenza. Di recente la Cassazione ha fornito importanti chiarimenti [1]. Di questi e dell’indirizzo sposato sino ad oggi dalle aule di tribunale daremo spiegazione qui di seguito. 

Quali sono le distanze tra costruzioni?

Le costruzioni su fondi confinanti appartenenti a proprietari diversi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute ad una distanza:

  • non minore di 3 metri le une dalle altre, fermo restando che nei regolamenti locali/comunali può essere stabilita una distanza maggiore;
  • una distanza minima di 10 metri fra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti, in tutte le zone omogenee del territorio comunale ad eccezione dei centri storici, nei quali per gli interventi di risanamento e di ristrutturazione, le distanze tra edifici non possono essere inferiori a quelle intercorrenti fra i volumi edificati preesistenti. Tuttavia, sono ammesse distanze inferiori nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche.

Nel caso in cui un soggetto costruisca un manufatto o pianti alberi senza rispettare le distanze di legge, occorre distinguere a seconda che le norme violate siano quelle:

  • dettate dal codice civile (o da queste richiamate) o da altre norme di legge quali il DM 2 aprile 1968 n. 1444: il vicino può chiedere la rimozione dell’opera o della pianta che viola le distanze (riduzione in pristino) e il risarcimento del danno;
  • altre regolamentazioni da osservarsi nelle costruzioni: il vicino può chiedere solo il risarcimento del danno.

Quando è possibile derogare alle distanze 

Vediamo ora se i proprietari dei terreni confinanti possono, con un accordo privato, derogare alla disciplina legale della distanza tra edifici. Si ritiene a riguardo che:

  • le distanze previste dal codice civile possono essere derogate. Ne deriva così la possibilità di costituire una servitù avente come contenuto il diritto di tenere l’edificio a distanza minore di quella legale
  • le distanze superiori ai 3 metri eventualmente fissate da regolamenti locali/comunali e dalle normative speciali, in particolare quelle antisismiche, sono invece inderogabili. 

In buona sostanza, se il Comune non ha dettato alcuna norma sulle distanze legali, si applica la regola generale dei tre metri prevista dal codice civile, sicché tale distanza può essere derogata dai confinanti. Se invece il Comune ha fissato una distanza diversa da quella del codice civile (necessariamente superiore, non inferiore a tre metri) allora questa non può essere derogata. Tutt’al più le parti potranno solo stabilire in che misura dovranno ripartire le suddette distanze tra i rispettivi fondi [3].

Così la Cassazione [2] ha detto che le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi sono dettate a tutela dell’interesse generale a un prefigurato modello urbanistico e, pertanto, non sono derogabili dai privati. Esse non mirano soltanto ad evitare intercapedini dannose o pericolose, ma anche a tutelare l’assetto urbanistico di una determinata zona e la densità degli edifici. 

Come si derogano le distanze legali tra terreni e costruzioni confinanti?

Ipotizziamo il caso di due vicini di casa in ottimi rapporti tra loro. Uno dei due chiede all’altro di poter realizzare un gazebo sul proprio giardino a meno di tre metri dal confine, per il quale ha già ottenuto il permesso di costruire del Comune. L’altro lo autorizza a voce, non avendo alcun problema all’avvicinamento della costruzione. Dopo un po’, però, quest’ultimo muore e al suo posto gli eredi si rivolgono al vicino chiedendo l’arretramento del gazebo (il problema potrebbe anche porsi in caso di vendita del terreno). 

Ebbene, la questione che ora si pone è se un’autorizzazione verbale alla deroga delle distanze legali possa essere sufficiente. La risposta fornita dalla Cassazione [1] è negativa: ci vuole sempre l’atto scritto. E non basta una semplice dichiarazione unilaterale del titolare del terreno: è necessario un vero e proprio contratto che costituisca una servitù e che, pur non occorrendo alcuna formula sacramentale, espliciti chiaramente detta volontà.

Il precedente della Cassazione 

La vicenda analizzata dalla Suprema Corte [1] è proprio quella che abbiamo rappresentato poc’anzi nell’esempio: l’autorizzazione a costruire a distanza inferiore ai tre metri era stata concessa solo verbalmente. Ragion per cui, secondo i giudici, essa non aveva alcun valore.

La Suprema corte ha ricordato che in tema di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo dettate, contrariamente a quelle del codice civile, a tutela dell’interesse generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe convenzionali da parte dei privati. Tali deroghe, se concordate, sono invalide; né tale invalidità può venire meno per l’avvenuto rilascio di concessione edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici. 

Peraltro, a riguardo delle deroghe consentite solo in caso di distanza prevista dal codice civile, non è sufficiente un’autorizzazione scritta unilaterale del proprietario del fondo vicino, che acconsenta alla corrispondente servitù. Al contrario è necessario un contratto che, pur senza ricorrere a formule sacramentali, dia luogo alla costituzione di una servitù prediale, ex art. 1058 cod. civ., esplicitando, in una dichiarazione scritta, i termini precisi del rapporto reale tra vicini. L’accordo, risolvendosi in una menomazione di carattere reale per l’immobile che alla distanza legale avrebbe diritto, a vantaggio del fondo contiguo che ne trae il corrispondente beneficio, deve far venir meno il limite legale per il proprietario del fondo dominante, che così acquista la facoltà di invadere la sfera esclusiva del fondo servente.

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Come risparmiare sulla bolletta dell’acqua

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vuoi conoscere alcuni semplici modi per spendere di meno per l’acqua in casa? Leggi questo articolo per imparare a risparmiare sui costi idrici.    

Di solito gli esseri umani imparano a tenere comportamenti responsabili, cioè senza sprechi, solo quando vi sono costretti. L’emergenza idrica è un fenomeno preoccupante, come ben sanno le popolazioni colpite dalla siccità e che devono subire il razionamento dell’acqua nei periodi estivi e non solo. Inoltre anche il costo dell’acqua consumata è cresciuto e pesa notevolmente sul bilancio mensile.

Così è utile e vantaggioso, per la collettività e per se stessi, sapere come risparmiare sulla bolletta dell’acqua. In questo articolo ti darò alcuni consigli per spendere meno, senza rinunciare né alle docce calde né all’uso della lavatrice.

Quanta acqua consumiamo?

Secondo una recente ricerca, nel 2021, il costo medio della bolletta dell’acqua per gli italiani era pari a 460 euro, mentre il consumo medio d’acqua per abitante si è attestato sui 220 litri al giorno. Con questi risultati, l’Italia è tra i primi Paesi europei per il consumo d’acqua per abitante, nonostante le risorse idriche, soprattutto quelle di acqua pulita, rimangono scarse.

Tuttavia, la prova che si può risparmiare sui consumi d’acqua senza necessità di fare grandi sacrifici, viene fornita proprio dal confronto tra il risultato dell’Italia e quello di consumo medio per abitante di altri Paesi, che pure fanno uso dell’acqua domestica. Infatti gli abitanti del Nord Europa, come l’Olanda, il Belgio, la Germania e la Finlandia, usano in media 180 litri di acqua a testa. Vediamo, dunque, insieme come risparmiare sulle spese dell’acqua con pochi e piccoli cambiamenti del proprio stile di vita.

Come posso risparmiare sulla bolletta dell’acqua?

Sai che una doccia di 5 minuti consuma in media 25-45 litri d’acqua? Mentre quando lavi i denti lasciando scorrere il rubinetto usi circa 5 litri di acqua al minuto? Ecco, perché il segreto per non pagare bollette d’acqua salate non consiste nel rinunciare all’igiene o alle comodità idriche di casa, ma nell’assumere comportamenti diligenti nel suo uso fino a ridurne gli sprechi. Dunque, se vuoi risparmiare sul consumo d’acqua, puoi adoperarti per:

  • raderti usando un recipiente di acqua, piuttosto che lasciando scorrere il rubinetto per tutto il tempo della rasatura;
  • chiudere il rubinetto mentre lavi i denti, per consumare meno acqua;
  • lavare le verdure e la frutta mettendoli a mollo nell’acqua, piuttosto che pulirle sotto l’acqua corrente;
  • far controllare i rubinetti, per ridurre gli sprechi d’acqua causati dalle perdite. Per renderti conto della loro incidenza sul consumo di casa, pensa che la perdita che ti fa sprecare 90 gocce di acqua al minuto è pari ad un consumo idrico, di fatto inesistente perché l’acqua va dispersa, pari a 250 litri al giorno;
  • installare dei rubinetti areati (i cosiddetti “rompigetto“), che grazie a un miscelatore di acqua ed aria, permettono finanche di dimezzare i consumi idrici.

Posso riciclare l’acqua?

E’ possibile risparmiare sul consumo idrico, in alcuni casi, anche riutilizzando l’acqua per scopi diversi. Ad esempio, per consumare meno acqua puoi:

  • innaffiare le piante e i fiori di casa, con l’acqua usata per lavare le verdure in ammollo;
  • utilizzare l’acqua del deumidificatore o del condizionatore di ambienti per stirare i vestiti, non solo per risparmiare sull’uso dell’acqua ma anche a garanzia del miglior funzionamento del ferro da stiro, perché l’acqua di questi elettrodomestici è priva di calcare.

Come posso risparmiare acqua con la lavastoviglie?

Se vuoi risparmiare sul consumo d’acqua con la lavastoviglie, devi:

  • ricordare di pulire i piatti dai resti del cibo con un pezzo di carta, prima di lavarli, perché ti consente di eliminare i cattivi odori e di poter aspettare qualche giorno per l’avvio della lavastoviglie a carico pieno;
  • evitare il prelavaggio della lavatrice, sostituendolo con un risciacquo veloce della stoviglia sotto il rubinetto, prima di riporla nell’elettrodomestico;
  •  usare l’elettrodomestico solo a pieno carico, facendo attenzione a non inserire nella lavastoviglie più peso di quanto indicato nel libretto delle istruzioni;
  • preferire l’acquisto di lavastoviglie con tripla classe A, in genere indicata con la A+++, o comunque di ultima generazione, perché tutti i nuovi modelli di lavastoviglie puntano sul risparmio d’acqua oltre che di energia.

Come posso risparmiare acqua con la lavatrice?

Se vuoi risparmiare sul consumo d’acqua con la lavatrice, devi:

  • regolare la quantità del detersivo, seguendo le istruzioni che si trovano sul fusto del detergente ed evitando di usare quantità superiori a quelle consigliate;
  • preferire il detersivo liquido per tutti i programmi di lavaggio fino a 40 gradi;
  • usare il detersivo in polvere solo con i programmi che hanno temperature superiori ai 40 gradi, perché solo con l’elevato calore la polvere si scioglie bene;
  • fare il prelavaggio a mano degli indumenti molto sporchi ed evitare il prelavaggio in lavatrice. Infatti, per migliorare lo scioglimento delle macchie resistenti basta mettere i vestiti a mollo per almeno 30 minuti, prima del lavaggio in lavatrice, con un po’ di detersivo ed acqua calda;
  • sostituire le vecchie lavatrici, appena possibile, con quelle a risparmio di acqua ed a risparmio energetico;
  • non sovraccaricare la lavatrice, ma rispettare il carico massimo indicato nel libretto delle istruzioni per evitare inutili sprechi di acqua ed energia. Ad esempio, se il carico massimo della lavatrice è di 10 chili, evita di inserire più di questo peso anche se materialmente riesci ad aggiungere indumenti nel cestello;
  • controllare e riparare con tempismo le eventuali perdite di acqua. Secondo alcuni studi, infatti, un tubo che gocciola può causare la perdita inutile di 10.000 litri d’acqua in un anno.
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Come presentare una deposizione scritta in una causa

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Testimonianza scritta: come si fa e come si compila il modulo del tribunale, il termine e le sanzioni. 

Quando in una causa il giudice ammette i mezzi di prova richiesti dagli avvocati è assai frequente che tra questi vi sia la testimonianza di un soggetto che abbia assistito personalmente ai fatti in discussione (il cosiddetto “testimone oculare”).

Di norma la testimonianza deve essere resa comparendo dinanzi al giudice, all’udienza indicata nella lettera di citazione, lettera che di norma viene spedita dall’avvocato che appunto ha richiesto l’acquisizione di detta testimonianza. Ma in via eccezionale è possibile anche inviare la dichiarazione con una lettera. Ebbene, come presentare una deposizione scritta in una causa e quando ciò è possibile? Cerchiamo di comprenderlo qui di seguito. 

Chi può presentare deposizioni scritte in una causa?

Solo i testimoni sono autorizzati a deporre per iscritto. E ciò perché, nel processo civile, le parti non possono testimoniare in proprio favore. Le difese delle parti vengono quindi attuate attraverso gli atti processuali, ad esempio la «citazione» e la «comparsa di risposta». 

Le eventuali dichiarazioni delle parti raccolte dal giudice nel corso del processo (normalmente alla prima udienza per tentare una conciliazione o per chiarirsi le idee sugli aspetti principali della controversia) vengono riferite da queste a voce e contestualmente verbalizzate dal cancelliere. 

Dicevamo quindi che gli unici che possono deporre sono i testimoni. Si deve però trattare di testimoni oculari, ossia che hanno assistito personalmente al fatto su cui vengono interrogati. Non è ammessa la testimonianza su ciò che si è sentito dire da altri (salvo alcune eccezioni). 

Come si fa a deporre in un processo?

Si diceva che, per deporre in un processo, bisogna presentarsi fisicamente davanti al giudice e rispondere alle domande che questi farà in udienza. Il testimone non può conoscere in anticipo le domande ma può assumere informazioni dagli avvocati sull’argomento su cui verterà l’interrogatorio. E ciò anche al fine di fare mente locale, raccogliere le idee e i ricordi, consultare – se del caso – documentazioni che possano risvegliare la memoria.

Non ci si può sottrarre alla testimonianza. La testimonianza è un dovere. Solo per gravi e giustificati motivi si può chiedere un rinvio ad altra udienza quando si è impegnati o ammalati. Bisognerà tuttavia fornire le prove di ciò. Chi non si presenta in udienza, benché formalmente citato come testimone, potrà essere accompagnato coattivamente dai carabinieri e sarà tenuto a pagare una multa da 100 a 1.000 euro.

Quando è possibile deporre per iscritto

Il codice di procedura civile consente di deporre per iscritto. Tuttavia a farne richiesta devono essere tutte le parti in giudizio. Ma la decisione finale spetta unicamente al giudice che è libero di scegliere se concederla o meno, tenendo conto della natura della causa e di ogni altra circostanza.   

Se il giudice accetta la richiesta di testimonianza scritta:

  • ammette le domande formulate dall’avvocato su cui deve essere interrogato il testimone;
  • stabilisce il termine entro il quale il testimone deve fornire per iscritto le risposte ai quesiti ammessi;
  • dispone che la parte che ha richiesto la testimonianza predisponga il modello di testimonianza contenente i capitoli e lo notifichi al testimone.

Autorizzata la testimonianza per iscritto, la parte che l’ha richiesta deve predisporre l’atto di intimazione da notificare al testimone. Tale atto deve contenere un modulo conforme al modello di testimonianza approvato con decreto dal ministero della giustizia.

Tale modulo deve contenere: 

  • le istruzioni che il testimone deve seguire per la compilazione del modello.
  • idonei spazi per l’inserimento delle complete generalità del testimone, l’indicazione della sua residenza, del suo domicilio e, se possibile, di un suo recapito telefonico;
  • l’ammonimento del testimone e la formula del giuramento oltre all’avviso in ordine alla facoltà di astenersi;
  • lo spazio necessario per la firma obbligatoria del testimone;
  • la richiesta di dichiarare eventuali rapporti personali o di parentela, affinità, affiliazione, dipendenza;
  • la trascrizione di tutte le domande che il giudice ha ammesso;
  • l’avvertenza che il testimone è tenuto a rendere risposte specifiche e pertinenti a ciascuna domanda, precisando anche se ha avuto conoscenza dei fatti oggetto della testimonianza in modo diretto o indiretto.

La parte interessata dopo aver così predisposto l’atto di intimazione deve notificarlo a sua cura al testimone.

Come si compila la deposizione scritta?

Per effettuare la deposizione scritta, il testimone non deve far altro che compilare il modulo che gli è stato inviato dall’avvocato in ogni sua parte, non tacendo nulla a sua conoscenza. Ogni campo dovrà essere debitamente completato. 

Il testimone deve rispondere entro il termine fissato nella lettera che ha ricevuto con le domande. 

Il testimone deve compilare il documento anche quando non è in grado di rispondere a qualcuno dei quesiti: in tal caso infatti deve indicare le ragioni della mancata risposta.

Allo stesso modo, se il testimone intende avvalersi della facoltà di non rispondere deve comunque compilare il modello indicando le generalità complete e i motivi di astensione. 

Al termine di ogni risposta il testimone deve apporre di seguito e senza lasciare spazi vuoti la sua firma, ripetuta su ciascuna delle facciate del modulo.

La firma deve essere autenticata da un segretario comunale o dal cancelliere di un ufficio giudiziario. A tal fine il testimone potrebbe anche recarsi presso il tribunale più vicino oppure da un notaio.

L’autentica delle sottoscrizioni è in ogni caso gratuita nonché esente dall’imposta di bollo e da ogni diritto.

Dopo aver così compilato e sottoscritto l’intero modulo, il testimone deve: 

  • spedirlo con raccomandata a/r alla cancelleria del giudice;
  • oppure consegnarlo direttamente alla cancelleria del giudice.

Se il testimone non spedisce o non consegna le risposte scritte nel termine stabilito, il giudice può condannarlo alla medesima pena pecuniaria prevista per la mancata comparizione nella testimonianza orale (pena pecuniaria da 100 a 1.000 euro).

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Usare i beni del defunto è accettazione tacita di eredità

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Accettazione tacita dell’eredità per chi è nel possesso dei beni se fa scadere i termini per l’inventario. 

Può succedere che, alla morte di una persona, un suo convivente o comunque un familiare, che già aveva l’autorizzazione a possedere dei beni di quest’ultimo, continui a utilizzarli. Capita, di solito, con la casa, l’auto, gli oggetti presenti nell’abitazione, un terreno e il relativo raccolto, ecc. Ebbene, un comportamento del genere potrebbe considerarsi come una sorta di accettazione tacita dell’eredità? La questione è di tutto rilievo visto che, in tale ipotesi, non solo non si potrebbe più tornare indietro (essendo l’accettazione dell’eredità un atto irrevocabile) ma si risponderebbe anche dei debiti lasciati dal defunto, benché ingenti. 

Proprio di recente è stato chiesto alla Corte di Appello di Venezia se usare i beni del defunto è considerato accettazione tacita dell’eredità. I giudici veneti hanno fornito interessanti chiarimenti su tale questione [1] richiamandosi comunque a un orientamento costante della Cassazione [2]. Sul punto, come vedremo a breve, la giurisprudenza ha sposato un orientamento costante sul quale non esistono precedenti contrari. 

Partiamo dal rilievo che, come noto, l’accettazione dell’eredità può essere fatta entro 10 anni dal decesso. Di norma, l’accettazione si fa con dichiarazione rilasciata al notaio che ha aperto la successione o al cancelliere del tribunale competente. Questa è la cosiddetta accettazione espressa dell’eredità.

Ma la legge ammette anche che l’accettazione possa desumersi da “un comportamento concludente” ossia da una condotta tale che denoti la volontà di disporre dei beni del defunto e quindi di accettare la sua eredità. È ciò che si definisce accettazione tacita dell’eredità. 

L’accettazione tacita può scaturire, ad esempio, dalla vendita dei beni del defunto o dalla divisione degli stessi tra gli eredi con conseguente intestazione, dall’utilizzo del suo conto corrente anche se per pagare i creditori del de cuius stesso. Fare una voltura in catasto in proprio favore è chiaramente accettazione tacita dell’eredità. Non lo è invece presentare la dichiarazione di successione che costituisce invece un adempimento di natura puramente tributaria.

Secondo la sentenza in commento, l’immissione in possesso dei beni ereditari non comporta accettazione tacita dell’eredità, poiché non presuppone necessariamente, in chi la compie, la volontà di accettare. Ciò nonostante il chiamato nel possesso o compossesso anche di un solo bene ereditario è tenuto a formare l’inventario dei beni a sua disposizione nel termine di tre mesi decorrenti dal momento di inizio del possesso. Diversamente viene considerato erede puro e semplice, con la conseguenza che non potrà più rinunciare all’eredità. 

Tale onere condiziona, non solo, la facoltà di accettare con beneficio d’inventario, ma anche quella di rinunciare all’eredità in maniera efficace nei confronti dei creditori del de cuius. 

Pertanto, chi intende rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio di inventario deve, dopo aver effettuato l’inventario nei tre mesi anzidetti, effettuare la relativa dichiarazione (di rinuncia o di accettazione con beneficio di inventario) nei successivi 40 giorni. Diversamente si considera erede puro e semplice. 

Sempre la Cassazione ha detto che «In tema di successioni, l’immissione nel possesso dei beni ereditari non è di per sé sufficiente ad integrare l’accettazione tacita dell’eredità, potendo la stessa dipendere anche da un mero intento conservativo del chiamato o da tolleranza da parte degli altri chiamati» [3].

Quanto sopra è stato chiarito anche dal tribunale di Roma [4] secondo cui «In tema di successioni “mortis causa”, l’immissione nel possesso dei beni ereditari non è di per sé sufficiente ad integrare l’accettazione tacita dell’eredità, poiché non presuppone la volontà di accettare; tuttavia se il chiamato nel possesso o compossesso anche di un solo bene ereditario non forma l’inventario nel termine di tre mesi decorrenti dal momento di inizio del possesso, viene considerato erede puro e semplice; tale onere condiziona, non solo, la facoltà di accettare con beneficio d’inventario, ma anche quella di rinunciare all’eredità in maniera efficace nei confronti dei creditori del de cuius».

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Posso essere arrestato per debiti fiscali?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Conseguenze per chi non paga le tasse e le cartelle esattoriali: quando scatta il penale per evasione fiscale. 

Un nostro lettore ci chiede: posso essere arrestato per debiti fiscali? La questione coinvolge la rilevanza penale degli atti di evasione fiscale. 

In proposito è bene anticipare che non sempre l’evasione fiscale costituisce reato. Lo diventa solo al superamento di determinate soglie sottratte allo Stato. Tali soglie sono diverse a seconda del tipo di illecito tributario commesso.

Non esiste infatti un unico comportamento qualificabile come “evasione fiscale”. L’evasione fiscale può essere attuata attraverso svariate condotte. Tanto per fare un esempio è evasione non dichiarare un reddito percepito (ad esempio un canone di affitto), non pagare un’imposta (ad esempio l’Imu o il bollo auto), non presentare affatto la dichiarazione dei redditi oppure presentarla ma poi omettere di versare l’Iva o l’Irpef. È altresì evasione fiscale compiere degli artifici contabili per occultare i guadagni o ingigantire le perdite. E lo è infine emettere o registrare fatture false, ossia per operazioni inesistenti.

Ebbene, per ciascuno di questi comportamenti la legge prevede un autonomo illecito, sanzionato in modo differente. Vediamo più nel dettaglio quali sono le conseguenze per chi non paga le tasse.

Cosa rischia chi non paga le tasse?

Come detto in caso di omesso versamento delle imposte, l’ordinamento prevede due tipi di sanzioni:

  • sanzioni amministrative pecuniarie se l’evasione rientra in una soglia prefissata dalla legge (diversa per ciascun reato). È la classica “mora” che si risolve solo in un aggravio delle somme dovute dal contribuente;
  • sanzioni penali come il carcere se l’evasione supera la soglia anzidetta. In tal caso inizia il procedimento penale e si arriva alla sentenza di condanna. La pena è spesso quella della reclusione anche se, per chi non è un criminale abituale, il carcere è assolutamente improbabile.

Non sempre quindi si può essere arrestati per debiti fiscali. Vediamo, più nel dettaglio, quando ciò può avvenire.

Si può andare in galera se non si pagano le tasse?

Per sapere se si può essere arrestati per debiti fiscali bisognerebbe innanzitutto comprendere quale tipo di illecito tributario è stato commesso. Ad esempio:

  • per chi non ha dichiarato uno o più compensi nella propria dichiarazione dei redditi scatta il reato di dichiarazione infedele solo se l’imposta evasa è superiore a 100mila euro e se i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 2 milioni di euro (prima era di 3 milioni). La sanzione è la reclusione da 2 anni a 4 anni e 6 mesi.
  • per chi non presenta la dichiarazione dei redditi o la dichiarazione Iva il reato di dichiarazione omessa scatta solo se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro. In tali casi la sanzione è la reclusione da 2 a 6 anni;
  • per chi non versa l’Iva, il reato di omesso versamento Iva scatta solo a partire da 250mila euro in un unico anno di imposta. Si rischia il carcere da 6 mesi a 2 anni;
  • per chi non versa le ritenute fatte sui redditi dei dipendenti, scatta il reato di omesso versamento di ritenute da 150mila euro a salire. La pena è la reclusione da 6 mesi a 2 anni;
  • per chi falsifica la dichiarazioni dei redditi o Iva inserendo costi fittizi (falsa fatturazione) o alterando le scritture contabili (per i soggetti obbligati), scatta il reato di dichiarazione fraudolenta solo se: a) la singola imposta evasa risulterà superiore a 30mila euro; b) gli elementi sottratti all’imposizione risulteranno superiori al 5% dell’attivo indicato in dichiarazione o comunque superiori a 1,5 milioni di euro; c) l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta risulteranno superiori al 5% dell’imposta o comunque superiori a 30mila euro;
  • per chi utilizza o emette fatture false il reato scatta sempre, indipendentemente dall’importo.

Per maggiori chiarimenti sull’argomento leggi Cosa si rischia per evasione fiscale.

Chi non paga i debiti fiscali va in carcere?

Diverso è il caso di chi, avendo ricevuto l’accertamento fiscale, non abbia pagato e successivamente abbia ricevuto la cartella esattoriale. In tal caso, il semplice inadempimento all’obbligazione tributaria pecuniaria non implica una responsabilità penale. Il debitore quindi non va in galera ma subisce solo il procedimento di riscossione forzata che si sostanzia nel pignoramento dei beni (ad esempio la casa, il conto corrente, ecc.). A ciò si può affiancare l’ipoteca sulla casa (anche la prima) e il fermo amministrativo sull’auto.

Il reato però potrebbe scattare se il debitore compie atti rivolti a spogliarsi dei beni, ossia a rendersi nullatenente. In tal caso la legge precede il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte se il contribuente:

  • ha un debito per Irpef, Ires o Iva superiore a 50mila euro per singolo anno di imposta;
  • compie uno o più atti che lo svuotano di fatto il suo patrimonio, ad esempio donando o vendendo casa e immobili che potrebbero essere aggrediti. È necessario che il contribuente risulti, a seguito di tale cessione, sostanzialmente privo di altri beni utilmente pignorabili dal fisco. Così non c’è reato se il contribuente ha altri beni come ad esempio il conto corrente. 
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Come difendersi da una richiesta di pagamento di un debito vecchio?

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Come funziona la prescrizione e come farla valere: i diritti del debitore. 

Spesso succede che un creditore, a lungo rimasto silenzioso, si risvegli sul più bello e chieda il pagamento di un debito vecchio. Come difendersi in questi casi? 

La legge fissa dei termini entro cui il credito può essere riscosso. Scaduti tali termini, il creditore non può più agire nei confronti del debitore e quest’ultimo è definitivamente liberato da ogni pretesa. Questo meccanismo è noto a tutti come prescrizione. Una volta intervenuta la prescrizione, dunque, il creditore non può più fare nulla contro il debitore, neanche ricorrendo al giudice. 

Tutto sta quindi nel conoscere quali sono i tempi massimi per la richiesta di un pagamento ossia i termini di prescrizione.

Più volte in questo stesso sito ci siamo occupati dell’argomento. In una precedente guida abbiamo elencato quali sono i termini di prescrizione dei debiti e abbiamo scoperto che tali termini variano a seconda delle circostanze. Principalmente dipendono dalla natura del credito preteso; in secondo luogo, possono essere influenzati dall’invio di una lettera di diffida (la classica messa in mora) che interrompe la prescrizione e la fa decorrere nuovamente da capo.

Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, come difendersi da una richiesta di pagamento di un debito vecchio, cosa deve fare il debitore per cancellare la pendenza e cosa potrebbe fare il creditore per recuperare le somme che gli sono dovute. 

Una persona può chiedere il pagamento di un debito vecchio?

Finché non si forma la prescrizione, ossia non decorrono i termini massimi stabiliti dalla legge, il creditore può sempre esigere il pagamento che gli è dovuto. Non importa quindi se, a lungo, non si è fatto vivo. 

Tanto per fare un esempio, la bolletta della luce si prescrive dopo due anni. Se la società elettrica non invia alcuna richiesta di pagamento per ben venti mesi e, d’un tratto, al ventunesimo mese pretende tutto l’arretrato, il debitore non potrà esimersi dal pagare (potrà tutta più presentare una richiesta di dilazione). 

Ci sono però dei debiti che si prescrivono prima degli altri come appunto le utenze domestiche della luce, dell’acqua e del gas o i crediti dei professionisti, i compensi per lezioni private o il pagamento delle camere d’albergo. 

A che serve la prescrizione?

La prescrizione serve a determinare il tempo massimo entro il quale un soggetto può agire legalmente per far valere un proprio diritto o per reclamare un proprio credito. Al termine del periodo di prescrizione, il diritto o il credito non possono più essere fatti valere dinanzi al giudice. 

Come anticipato, la durata del periodo di prescrizione varia a seconda della situazione giuridica considerata.

Ci sono diverse implicazioni collegate alla prescrizione.

La prima è chiaramente il numero di annualità arretrate che possono essere richieste in pagamento. Tanto per fare un esempio, visto che i debiti con il condominio si prescrivono in cinque anni, l’amministratore che a lungo non abbia curato la riscossione delle quote può chiedere solo il pagamento dell’ultimo quinquennio e non oltre. 

Allo stesso modo, se una persona ha dimenticato di versare il bollo auto di cinque anni fa, la Regione non può più chiedergli il pagamento essendo la prescrizione di detta imposta pari a tre anni. 

Un’ulteriore implicazione della prescrizione riguarda i tempi di conservazione delle ricevute di pagamento o delle quietanze. Queste ultime possono essere anche strappate e cestinate una volta scaduti i termini per la riscossione. E difatti, se anche il debitore avesse perso la prova dell’adempimento, potrebbe sempre eccepire la prescrizione per evitare di dover pagare una seconda volta. 

Come contestare un debito vecchio?

Se non è intervenuta la prescrizione, non c’è modo di contestare un debito vecchio a meno che non sia stato pagato. 

Chi ha perso la ricevuta di pagamento ma ha effettuato il pagamento online può sempre esibire la documentazione bancaria, ossia l’estratto conto, da cui si evince il bonifico o il pagamento dell’assegno.

A sostituire la prova di pagamento potrebbe supplire anche una dichiarazione scritta del creditore che ammetta di aver incassato la somma: tale ammissione costituisce infatti una confessione che ha valore di piena prova. 

Viceversa, se sono scaduti i termini della prescrizione è sufficiente richiamare il decorso del tempo per evitare di pagare. Non è necessario che intervenga un’autorità pubblica ad accertare la prescrizione. La prescrizione è una situazione di fatto che si verifica automaticamente, per il semplice trascorrere degli anni indicati dalla legge.

Se il creditore tuttavia dovesse agire contro il debitore citandolo in giudizio o avviando contro di lui un pignoramento, quest’ultimo potrebbe opporsi e, rivolgendosi sempre al giudice, far accertare che è intervenuta la prescrizione. 

Quando si forma la prescrizione?

La prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il pagamento è dovuto: ossia quando scade il debito e può essere riscosso dal creditore. Laddove il contratto non indichi la data di pagamento, questa si considera coincidente con la stessa data del contratto. 

In linea generale la prescrizione è sempre di 10 anni. Ad esempio si prescrivono in 10 anni:

  • i crediti derivanti da un contratto;
  • il credito derivante da una condanna contenuta in una sentenza;
  • i contributi straordinari (una tantum) dovuti al condominio);
  • debiti con banche e finanziarie;
  • risarcimento per assicurazione sulla vita;
  • demansionamento da parte del datore di lavoro o riconoscimento di una qualifica superiore;
  • tutte le imposte e le tasse dovute allo Stato, come Irpef, Ires, Iva, imposta di bollo, canone Rai, imposta di registro, imposta catastale e ipotecaria.

Tuttavia ci sono numerose eccezioni. In particolare è di 5 anni la prescrizione di:

  • atti illeciti, siano essi civili (si pensi al danneggiamento di un appartamento) o penali (si pensi a una diffamazione);
  • bollette del telefono;
  • canone d’affitto;
  • oneri ordinari di condominio (quelli cioè da pagare ogni mese);
  • abbonamenti che devono essere pagati almeno una volta all’anno o per frazioni inferiori;
  • pagamento dei contributi da parte del datore di lavoro;
  • pagamento degli stipendi da parte del datore di lavoro;
  • contributi dovuti all’Inps e Inail;
  • multe stradali;
  • sanzioni amministrative o penali.

Si prescrivono in tre anni:

  • il credito del professionista (medico, avvocato, ingegnere, ecc.);
  • il bollo auto;
  • lezioni private dovute a insegnanti.

Si prescrivono in due anni:

  • le spese di condominio che l’inquilino deve pagare al locatore;
  • risarcimento del danno per incidenti stradali;
  • la provvigione dell’agente immobiliare;
  • il premio da pagare all’assicurazione per la polizza.

Si prescrive in 6 mesi:

  • il pagamento per il pernottamento in un hotel, albergo, ostello, affittacamere, bed & breakfast.

Come far valere la prescrizione?

Una volta che si è formata la prescrizione – ossia sono decorsi i termini massimi previsti dalla legge per il recupero del credito – il debitore non deve fare nulla. Se il creditore non chiederà più il pagamento non si pongono problemi. 

Se invece il creditore esigerà il pagamento il debitore potrà rispondergli facendo notare che ormai sono decorsi i termini di prescrizione. 

Se infine il creditore agisce in giudizio contro il debitore, questi dovrà farsi difendere da un avvocato e far rilevare al giudice l’intervento della prescrizione.

Come si interrompe la prescrizione?

In realtà il creditore può evitare che si formi la prescrizione. Difatti ogni sua richiesta di pagamento inoltrata con un atto formale di cui possa dimostrare il ricevimento (ossia una raccomandata a/r, una Pec oppure una lettera consegnata a mani e controfirmata per accettazione) interrompe il termine di prescrizione e lo fa decorrere nuovamente da capo.

L’avvio di una causa contro il debitore non solo interrompe la prescrizione ma la sospende fino alla fine del giudizio. La sentenza poi ha una propria prescrizione di 10 anni. 

Approfondimenti

Da quando decorre il termine di prescrizione

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Legge sull’acquisto casa con soldi genitori

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vantaggi e svantaggi di comprare casa con i soldi del padre o della madre: la comunione, l’azione degli eredi, come non avere problemi col fisco. 

Quando si deve acquistare una casa, e la si paga con i soldi dei genitori – del padre, della madre o di entrambi – si realizza ciò che in gergo tecnico si definisce «donazione indiretta». “Indiretta” perché il donante (ossia il genitore) non regala un bene materiale di sua proprietà ma la somma necessaria a pagare il prezzo al venditore. 

Il fatto di acquistare casa con i soldi dei genitori offre una serie di vantaggi. Innanzitutto non è necessario l’atto notarile che, invece, di norma è obbligatorio per le donazioni immobiliari. Da ciò consegue peraltro che, oltre a risparmiare sulla parcella del notaio, si evita di corrispondere l’imposta di registro. Da un punto di vista fiscale inoltre non è dovuta l’imposta sulle donazioni. Ma non è tutto. I beni acquistati attraverso donazioni indirette non entrano nella comunione legale dei beni tra coniugi; sicché, se un domani la coppia si dovesse separare, la casa comprata con i soldi dei genitori non dovrebbe essere divisa. 

Tutti questi aspetti meritano però maggiori chiarimenti. Li forniremo qui di seguito in modo da fugare qualsiasi dubbio. 

Si può comprare casa con i soldi dei genitori?

La legge consente al figlio di acquistare casa con i soldi dei genitori. Il denaro può servire a coprire tutto il prezzo di vendita oppure solo una parte. 

Ad esempio un figlio che voglia comprare una casa al prezzo di 350mila euro potrebbe ottenere dai genitori un importo di 200mila euro, mentre il residuo verrebbe coperto tramite mutuo della banca. 

La donazione dei soldi dai genitori al figlio può avvenire in due modi diversi, entrambi validi e legali:

  • prima il genitore versa il denaro sul conto corrente del figlio, avendo cura di indicare una causale espliciti la destinazione della somma (ad esempio: «acquisto prima casa»). In alternativa il genitore potrebbe consegnare al figlio un assegno a questi intestato che verrebbe poi versato sul conto del figlio stesso. Il passaggio successivo consiste nell’acquisto dell’immobile: il figlio paga il venditore attingendo le somme dal proprio conto corrente, lo stesso conto su cui erano stati accreditati prima i soldi del genitore;
  • il genitore paga direttamente il venditore, con bonifico o con assegno. Il genitore quindi si presenta innanzi al notaio all’atto della stipula del contratto definitivo e fa presente di aver corrisposto in prima persona il prezzo di vendita. 

L’importante è che la procedura – qualunque si scelga – avvenga con modalità tracciabili ossia con bonifico o con assegno (sia esso circolare o bancario). L’uso di contanti non solo è vietato dalla legge (superando l’importo i limiti imposti dalla legge sui pagamenti tracciabili) ma creerebbe, un domani, grossi problemi con l’Agenzia delle Entrate. E difatti il titolare dell’immobile non potrebbe dimostrare, dinanzi a un accertamento fiscale, con quale denaro ha comprato il bene. Sicché l’ufficio delle imposte potrebbe automaticamente presumere che egli ha utilizzato redditi in nero, ossia sottratti all’imposizione.

Quali sono i rischi di comprare casa con i soldi dei genitori?

Ci sono due tipi di rischi per chi compra casa con i soldi dei genitori che tuttavia possono essere facilmente risolti.

Il primo riguarda i rapporti con il fisco. L’Agenzia delle Entrate è in grado di accorgersi della titolarità di un nuovo immobile in capo al figlio. A questo punto, se i redditi dichiarati da quest’ultimo dovessero essere incompatibili con la proprietà del bene (ossia con il prezzo di vendita corrisposto al venditore, le imposte e l’atto notarile), l’ufficio delle imposte potrebbe chiedere chiarimenti al contribuente di come si è procurato la disponibilità economica necessaria all’acquisto della casa. Spetterà al contribuente fornire la prova della provenienza lecita del denaro ossia della donazione ricevuta. Ma come detto questo problema è risolto a monte tramite l’utilizzo di uno strumento tracciabile di pagamento. Se i genitori infatti hanno fatto un bonifico o consegnato un assegno (al figlio o al venditore) basterà la documentazione bancaria per vincere qualsiasi contestazione dell’Agenzia delle Entrate. In altri termini, al figlio basta dimostrare che, seppur privo di redditi sufficienti a pagare il venditore, ha ricevuto i soldi dal padre e/o dalla madre per evitare qualsiasi accertamento fiscale e sanzione tributaria. 

Il secondo rischio riguarda il rapporto con gli eredi del donante, in particolare gli eredi legittimari ossia gli altri figli del genitore (fratelli del donatario) e il coniuge del donante stesso. Se costoro dovessero accorgersi, alla morte del donante, che quest’ultimo non ha riservato loro le cosiddette quote di legittima – ossia quella fetta minima di patrimonio spettante loro per legge – potrebbero non solo impugnare l’eventuale testamento e la ripartizione dell’eredità ma andare anche a contestare le donazioni fatte in vita dal de cuius. E lo potrebbero fare entro 10 anni dall’apertura della successione (ossia dal decesso).

Quindi la donazione di denaro fatta dal genitore si considera come un acconto sulla legittima, proprio per evitare discriminazioni. 

Il problema dei rapporti con gli altri eredi può essere facilmente superato rispettando appunto le quote di legittima spettanti ai legittimari. 

Quali sono i vantaggi dell’acquisto casa con i soldi dei genitori

Ecco i principali vantaggi di comprare casa con i soldi dei genitori:

  • non è necessario il notaio per la donazione del denaro, sia che questa avvenga con bonifico o assegno in favore del figlio sia che avvenga con pagamento diretto al venditore;
  • non è necessario pagare l’imposta sulle donazioni se l’atto di acquisto dell’immobile indica la fonte da cui il figlio ha ottenuto il denaro (bisogna cioè specificare che il prezzo viene pagato dal genitore);
  • la casa acquistata con i soldi dei genitori non entra in comunione legale dei beni. Sicché se il figlio dovesse separarsi dal coniuge, quest’ultimo non potrebbe esigere di ottenere la metà del valore dell’immobile o la divisione dello stesso;
  • la casa comprata con i soldi dei genitori non è soggetta all’azione di restituzione da parte degli eredi. Su tale aspetto sarà bene fare alcuni chiarimenti qui di seguito;
  • il donatario può comunque usufruire del bonus prima casa se l’immobile possiede i requisiti (non di lusso), è l’unica abitazione di proprietà nel Comune e il figlio vi sposta la residenza entro 18 mesi dal rogito. 

La casa comprata con i soldi dei genitori può essere venduta liberamente

Quando un genitore deve regalare una casa a un figlio i notai sconsigliano di norma la donazione. E ciò perché, come detto sopra, gli eredi legittimari hanno 10 anni dal decesso del donante per contestare le donazioni da questi fatte se hanno leso le quote di legittima. 

Inoltre, se il donatario dovesse vendere la casa a terzi, gli eredi potrebbero agire contro l’acquirente, anche se in buona fede, e pretendere la restituzione del bene. È la cosiddetta azione di restituzione che può essere esperita fino a 20 anni dalla trascrizione della donazione. 

Ecco perché difficilmente una banca finanzia l’acquisto di una casa il cui venditore l’ha ricevuta con donazione: perché, se non decorrono i 20 anni, la vendita può sempre essere revocata. 

Per risolvere il problema si ricorre di solito a un escamotage: il donatario rinuncia alla donazione facendo tornare l’immobile nella proprietà del donante. Il donante lo vende poi al terzo acquirente e il relativo prezzo da questi pagato viene poi, dal donante, versato all’originario donatario.

Tuttavia, di recente, la Cassazione [1] ha detto che la casa comprata con i soldi dei genitori – frutto cioè di donazione indiretta – non è soggetta all’azione di restituzione degli eredi. 

Così, ad esempio, se Mario dovesse comprare una casa con i soldi ricevuti dal padre e poi dovesse venderla, potrebbe farlo senza alcun ostacolo o rischio. Difatti l’acquirente di Mario non verrebbe mai aggredito dagli eredi legittimari del genitore di Mario, i quali come detto non possono esercitare l’azione di restituzione sull’immobile acquistato tramite donazione indiretta. 

La casa comprata con i soldi dei genitori non entra in comunione 

Come abbiamo anticipato, chi compra casa con i soldi dei genitori e lo fa dopo aver contratto matrimonio resta comunque titolare esclusivo dell’immobile. Difatti, se il figlio dovesse aver adottato il regime della comunione dei beni, la casa comprata con il denaro del padre e/o della madre non ricade nella comunione legale dei beni. Con la conseguenza ulteriore che, in caso di separazione o divorzio, il bene non va diviso.

Resta tuttavia la possibilità che la casa venga assegnata al genitore a cui vengono affidati i figli, o meglio presso cui questi vanno a vivere (il cosiddetto “genitore collocatario”). E difatti, in tal caso, si prescinde dalla titolarità dell’immobile: ciò che conta è la tutela della prole che deve poter continuare a vivere nella stessa abitazione dove stava prima della crisi coniugale. 

Approfondimenti

Vendita immobile ricevuto in donazione

Donazioni di denaro tra familiari: cosa dice la legge

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La guida sulla legge per uscire dai debiti

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come cancellare tutti i debiti quando non si è in grado di pagare i creditori. 

Esiste una legge che consente alle persone in gravi difficoltà economiche di uscire dai debiti. Questa normativa è contenuta nel cosiddetto «codice della crisi d’impresa» che, tuttavia, si applica non solo agli imprenditori ma anche alle persone fisiche “consumatori”, ossia ai privati e alle famiglie. È anche chiamata legge sul sovraindebitamento ed è stata di recete riformata. 

Oggi viene riconosciuta al debitore la possibilità di ricorrere al giudice e di ottenere da questi un provvedimento di cancellazione di tutti (o di una parte consistente) dei debiti contratti, anche senza bisogno di offrire garanzie di pagamento, quando la propria condizione sia assolutamente priva di redditi o patrimoni. 

In questa guida cercheremo di comprendere come funziona la legge per uscire dai debiti. Ci occuperemo dell’argomento senza soffermarci sulle questioni tecniche che lasceremo ai professionisti. Ed è proprio ad un professionista del settore che il debitore in difficoltà nei pagamenti deve rivolgersi per ottenere maggiori chiarimenti sull’iter operativo. Di solito se ne occupano avvocati e commercialisti. 

A chi si applica la legge sui debiti?

La legge sul sovraindebitamento si applica sia alle persone fisiche che alle famiglie. In questo secondo caso, è possibile presentare un’unica richiesta per i componenti del medesimo nucleo familiare.

In entrambi i casi, la procedura è di due tipi:

  • debiti del consumatore: sono quelli derivanti da obbligazioni contratte per i bisogni personali o familiari. Si pensi a un finanziamento per la ristrutturazione della casa, per l’acquisto dell’auto e così via. In tal caso è molto più semplice ottenere la cancellazione dei debiti: basta infatti il semplice provvedimento del giudice. In tal caso la procedura va sotto il nome di piano del consumatore;
  • debiti derivanti da attività lavorativa: sono quelli che il debitore si porta dietro per via di obbligazioni contratte nell’ambito di attività imprenditoriali, artigiane o professionali, quindi di solito collegate a una Partita Iva. In tal caso, per la cancellazione del debito non basta il provvedimento del giudice. C’è prima bisogno del consenso dei creditori che rappresentano il 60% del complessivo credito. In tal caso la procedura va sotto il nome di Accordo di composizione della crisi.

Come si ottiene la cancellazione dei debiti?

Lo scopo della legge sul sovraindebitamento è consentire al debitore di cancellare i debiti pregressi attraverso un saldo e stralcio (ossia un pagamento à forfait) oppure, nei casi di assoluta e oggettiva impossibilità di pagare, senza alcuna contropartita. Quest’ultima è una novità inserita proprio per chi è nullatenente.

Tanto nel caso di debiti del consumatore che per attività lavorativa, il debitore deve rivolgersi, con l’ausilio di un rappresentante (come detto, preferibilmente un avvocato o un commercialista) a un Organismo di Composizione della Crisi, meglio noto come OCC. Quest’ultimo deve redigere una relazione in cui:

  • attesta le condizioni di difficoltà economica del debitore;
  • indica una eventuale modalità di pagamento di una frazione del debito (ad esempio con cessione del quinto dello stipendio, con pagamento dilazionato, con il frutto della vendita di un immobile, con l’accollo da parte di un familiare, ecc.).

Il piano viene poi depositato al giudice che decide se accordare o meno il taglio del debito o, nel caso di debiti per l’attività lavorativa, presenta la proposta ai creditori al fine del voto.

Come chiudere i debiti di una famiglia

La procedura familiare è uno strumento utilizzato principalmente da membri di una famiglia che si sono indebitati e che non sono più in grado di adempiere agli obblighi contrattuali. Ad esempio, succede frequentemente nei casi degli acquisti a rate.

Per poter accedere alla procedura, i soggetti devono soddisfare entrambe le seguenti condizioni:

  • essere membri della stessa famiglia, ossia: a) il coniuge o le parti dell’unione civile o i conviventi di fatto; b) i parenti entro il 4° grado; c) gli affini entro il 2° grado;
  • essere conviventi o, in alternativa, avere uno stato di sovraindebitamento che abbia una origine comune.

In questi casi è possibile l’apertura di un’unica procedura su ricorso unitario di due coniugi e accompagnata da una unica relazione dell’OCC, riferita a tutti i membri della famiglia che si trovano in stato di sovraindebitamento.

Quando si può ottenere la cancellazione dei debiti?

 Il debitore può accedere alle procedure in esame solo se si trova in uno stato di “sovraindebitamento“, definito dalla legge come una situazione di perdurante squilibrio, tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni o la definitiva incapacità di adempierle regolarmente.

Si ritiene che nella valutazione dell’ammissibilità alle procedure, devono esser presi in considerazione la totalità delle obbligazioni assunte, a prescindere che siano contratte per ragioni personali, imprenditoriali, familiari e anche i debiti non scaduti.

Quando non si può ottenere la cancellazione dei debiti?

La procedura di esdebitazione non è ammessa quando l’interessato:

  • ha già fatto ricorso nei 5 anni precedenti a una delle procedure;
  • ha già beneficiato dell’esdebitazione per due volte;
  • ha fornito documentazione che non consente di ricostruire compiutamente la sua situazione economica e patrimoniale.

Non è inoltre possibile ottenere l’accordo di composizione della crisi quando l’interessato:

  • ha commesso atti (anche omissivi) diretti a frodare le ragioni dei creditori;
  • ha visto annullato o risolto un precedente accordo per cause a lui imputabili.

Non è infine possibile ottenere il piano del consumatore quando: 

  • il piano proposto dal consumatore è stato revocato o è cessato l’effetto dell’omologazione;
  • il consumatore ha determinato la situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode.

L’accordo per la composizione della crisi

Abbiamo detto che quando i debiti si riferiscono (in tutto o in modo prevalente) all’attività lavorativa, la procedura va sotto il nome di accordo di composizione della crisi. Ecco i passaggi da seguire:

Il debitore sovraindebitato deve:

  • nominare un OCC;
  • cercare un accordo con una maggioranza di creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti;
  • predisporre una proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti allegando una relazione dell’OCC e una serie di documenti che chiariscano la sua situazione economica e patrimoniale del debitore.

L’accordo, che dev’essere omologato dal tribunale, è eseguito sotto il controllo dell’OCC.

Il procedimento ha un termine di durata massima, stabilito in 6 mesi decorrenti dal giorno del deposito della domanda (termine entro il quale deve avvenire l’omologazione).

Il debitore nella sua proposta deve prevedere un metodo di pagamento percentuale dei creditori. La legge non dice come ciò debba avvenire lasciando libero l’interessato di fare la propria offerta. La proposta deve comunque essere formulata tenendo conto dei beni e diritti che il debitore è in condizione di mettere a disposizione e della massa dei creditori destinatari. La soddisfazione può avvenire anche con forme diverse dal pagamento, come ad esempio, la cessione di immobili o di diritti di credito vantati verso terzi ai creditori.

Quando i beni o i redditi del debitore sono insufficienti a garantire la fattibilità del piano la proposta dev’essere sottoscritta da uno o più terzi che consentono il conferimento, anche in garanzia, di redditi o beni sufficienti per l’attuabilità dell’accordo. I terzi diventano così parti dell’accordo.

Come anticipato l’accordo deve essere condiviso non già dal 60% dei creditori ma dai creditori che rappresentano il 60% del complessivo debito. Il che significa che potrebbe trattarsi anche di uno soltanto (ad esempio il Fisco).

È chiaro quindi che tanto più garantista è la proposta di accordo tanto maggiore sarà la possibilità che questa venga accolta.

Piano del consumatore

Il piano del consumatore è una procedura che si rivolge ai soli soggetti consumatori, simile nel contenuto e per i suoi effetti all’accordo in caso di crisi da sovraindebitamento.

Il consumatore predispone il piano aiutato da un OCC da lui nominato ma non è necessario in questo caso il consenso dei creditori. Il giudice infatti decide in autonomia valutando se l’offerta è congrua o meno con le possibilità del debitore. 

Il piano è presentato al giudice che è chiamato ad omologarlo, dovendo decidere se il consumatore merita di essere ammesso alla procedura. I creditori possono poi formulare contestazioni.

Il tribunale decide con decreto se omologare o non omologare il piano.

L’esdebitazione

Il debitore, dopo avere avuto accesso a una procedura di sovraindebitamento, può chiedere di essere ammesso al beneficio della liberazione dei debiti residui nei confronti dei creditori soddisfatti (cosiddetta esdebitazione).

Per ottenere l’esdebitazione è necessario che il debitore dimostri di non essere in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura.

In questo modo il debitore cancella tutte le sue ulteriori pendenze. 

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Da quando decorre l’usucapione?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Da quando decorrono i 20 anni per l’usucapione: il decorso del termine e il conteggio. 

Abbiamo spesso spiegato cos’è l’usucapione e come funziona. Grazie all’usucapione, chi utilizza un bene altrui come se fosse proprio, compiendo su di esso atti che non avrebbe altrimenti il potere di porre (come una profonda ristrutturazione), ne diventa proprietario dopo 20 anni, sempre che il relativo titolare non si faccia vivo e, in tale termine, non rivendichi la restituzione del bene. L’usucapione è quindi un mezzo di acquisto della proprietà altrui che prescinde dal consenso del titolare ma che si fonda sul possesso continuativo, pacifico e ininterrotto del bene. 

Si è detto che l’usucapione matura dopo 20 anni. Ma da quando decorre l’usucapione? Qual è il primo giorno a partire dal quale inizia il conteggio del ventennio? Lo spiegheremo qui di seguito.

Presupposti dell’usucapione

Per avere maggiori informazioni sull’argomento ti consiglio la guida Cos’è l’usucapione e come funziona. Qui di seguito faremo solo un breve sunto.

Chi vuol intestarsi un bene altrui deve prima acquistarne la detenzione in modo pacifico, non cioè attraverso sotterfugi, atti violenti o clandestini. Lo può fare, ad esempio, in forza dell’autorizzazione dello stesso titolare (si pensi a una persona che presta la propria casa ad un amico con o senza un contratto scritto) oppure di un comportamento di fatto (si pensi al contadino che, oltre al proprio campo, ara anche quello del vicino poiché questi è partito).

Tale comportamento però, fin quando si risolve nel semplice uso del bene altrui, non basta a far scattare l’usucapione. Infatti è necessario che, d’un tratto, il detentore esegua uno o più comportamenti che siano incompatibili con il suo diritto, che cioè non potrebbe compiere per la legge civile. 

Si pensi a chi, pur avendo ricevuto l’autorizzazione a restare nella casa di un amico, inizi a fare dei lavori senza chiedere la sua autorizzazione, cambi la porta e il mazzo di chiavi senza dargli il duplicato, ne modifichi la destinazione d’uso (trasformandola da appartamento a negozio). Si pensi anche a chi, arando il campo del vicino, faccia degli scavi o innalzi dei muri. 

Insomma, il comportamento posto in essere dal detentore non deve presupporre il tacito riconoscimento della proprietà altrui (come potrebbe essere quello dell’inquilino che continui a pagare i canoni). 

Il terzo elemento necessario all’usucapione è il decorso del tempo. E, per i beni mobili e immobili, è necessario che trascorrano 20 anni. 

Nel corso di questi 20 anni è indispensabile che: il proprietario del bene non ne rivendichi la restituzione e che il possessore non perda il “contattato con il proprio bene”. Il suo possesso deve cioè essere continuativo o meglio, per la precisione, non devono esserci interruzioni superiori a 1 anno. 

Se il titolare del bene dovesse rivendicarne la restituzione tale comportamento interromperebbe i termini dell’usucapione che comincerebbero a decorrere nuovamente da capo. Ma attenzione: a tal fine non è sufficiente una semplice lettera di messa in mora, una diffida o qualsiasi altra raccomandata. È necessaria invece la notifica di un atto giudiziale, un atto cioè di citazione rivolto a mandare via il possessore. Non importa poi se tale citazione venga coltivata in una vera e propria causa: la giurisprudenza ritiene sufficiente la semplice notifica. 

Ultimo elemento per aversi usucapione è una sentenza del giudice che accerti il ricorrere di tutti i presupposti appena indicati. La sentenza ha valore retroattivo: così il possessore risulta proprietario del bene a partire dal primo atto che ha compiuto sul bene stesso come se fosse proprietario. 

Prima della causa è necessario un tentativo di mediazione e la mediazione, se va a buon fine, può sostituire la sentenza stessa.

Da quando decorrono i termini per l’usucapione?

Vediamo ora da quando decorrono i 20 anni per poter parlare di usucapione. Il primo giorno da cui parte il termine ventennale è quello in cui è stato posto il primo atto di esercizio del diritto da proprietario. Tanto per fare un esempio, se una persona rivendica l’usucapione su una villa in cui ha effettuato demolizioni e ristrutturazioni, il termine dell’usucapione inizierebbe a decorrere dall’avvio dei lavori edili. Chi rivendica l’usucapione per aver coltivato un terreno, dovrebbe dimostrare qual è stato il primo giorno che ha iniziato a comportarsi in tal modo. Colui che chiede l’usucapione su un terreno che ha recintato con un muretto o un cancello elettrico, dovrebbe fornire le fatture con cui ha pagato la ditta per l’esecuzione di tali opere.

In buona sostanza, quindi, il termine dell’usucapione inizia a decorrere da quando il comportamento del possessore, da semplice detenzione, è mutato in un comportamento tipico del proprietario, che solo questi avrebbe potuto porre in essere. 

Attenzione: è sufficiente dimostrare solo il primo atto, non anche la prosecuzione di tale comportamento nel tempo, ossia per il resto del ventennio. Si presume infatti che, una volta posto in essere il primo atto da “titolare del bene”, l’atteggiamento del possessore non sia più mutato. 

Ma chiaramente, se nel ventennio dovesse avvenire un comportamento contrario, che implichi il tacito riconoscimento della proprietà altrui (come ad esempio una lettera con l’ammissione esplicita oppure il pagamento di un canone o quant’altro), allora il termine dell’usucapione si interromperebbe.

Facciamo un altro esempio. Ai fini dell’usucapione del diritto a tenere alberi a distanza dal confine inferiore a quella di legge, il termine decorre dalla data del piantamento, perché è da tale momento che ha inizio la situazione di fatto idonea a determinare l’acquisto del diritto per decorso del tempo.

Possesso acquistato in modo violento

Ai fini dell’acquisto della proprietà per usucapione è necessario un possesso continuativo per venti anni senza che il medesimo venga iniziato in modo violento e clandestino e non deve essere interrotto per oltre un anno. Nel caso in cui il possesso venga iniziato con violenza o in maniera clandestina, il giorno dal quale far decorrere il ventennio è quello della cessazione della condotta illegittima.

Quale prova per l’usucapione?

Una volta visto da quando inizia a decorrere l’usucapione è bene comprendere come dimostrare di aver posto in essere uno o più atti tipici del proprietario. Qui valgono le comuni prove del processo civile. Si può quindi trattare di una testimonianza (ad esempio quella dei vicini, dei conviventi, degli operai impegnati in opere edili), di documenti come le fatture per lavori di manutenzione, bolle di consegna per i materiali primi o i lavorati necessari a una ristrutturazione e così via. 

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Come contestare una multa al prefetto

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il ricorso al prefetto è uno modi per opporsi ad una multa: tempi, modalità, motivi e possibili esiti della contestazione.

Diciamo la verità: non fa proprio piacere a nessuno ricevere una multa per violazione al Codice della strada. Quando ciò avviene e si ritiene la sanzione ingiusta, l’unica strada da percorrere è quella dell’opposizione. A tal proposito, va detto che esistono più soluzioni tra le quali il cittadino è libero di scegliere: la richiesta di annullamento in autotutela, il ricorso al prefetto o il ricorso al giudice di pace. Come contestare una multa al prefetto?

In particolare, il ricorso al prefetto è uno strumento di impugnazione completamente gratuito in quanto non implica il pagamento di contributi unificati ed il ricorrente può difendersi da solo senza l’ausilio di un legale. Non garantisce, però, il rispetto del contraddittorio poiché non sono previste udienze né lo scambio di scritti difensivi tra le parti, come avviene, invece, nel processo che si svolge dinanzi al giudice. Peraltro, in caso di rigetto, il prefetto obbliga il trasgressore al pagamento della sanzione raddoppiata rispetto a quella indicata nel verbale. Perciò, bisogna fare attenzione a scegliere questa modalità di ricorso.

Ma in concreto come contestare una multa al prefetto? Va seguita una procedura determinata, che si articola in più passaggi oltre a rispettare le modalità ed i termini previsti dalla legge [1]. Tale ricorso, inoltre, può essere presentato solo se la sanzione in misura ridotta non è stata pagata; in caso contrario, è inammissibile.

Quali sono i termini per proporre il ricorso al prefetto?

Il ricorso al prefetto deve essere proposto entro 60 giorni da quando il trasgressore ha notizia della multa.

Più precisamente, il termine decorre dalla contestazione immediata della violazione ovvero da quando gli agenti accertatori fermano il trasgressore e lo multano, consegnandogli il verbale con la contravvenzione.

Ad esempio, i vigili urbani fermano e multano Tizio perché ha attraversato una zona a traffico limitato senza essere munito dell’apposita autorizzazione. In tal caso, i 60 giorni per opporsi partono da quel preciso momento; dalla notificazione del verbale, cioè da quando la multa viene recapitata a casa del trasgressore dal postino.

Si pensi all’ipotesi di Caio che viene multato per eccesso di velocità misurato tramite autovelox. L’infrazione non gli viene contestata immediatamente perché gli agenti della stradale non lo fermano al momento della violazione e, quindi, la multa gli viene recapitata a casa. Perciò, è da quel momento che inizia a decorrere il termine per proporre ricorso. Tuttavia, se il destinatario della contravvenzione non si trova a casa quel giorno, il postino lascia un avviso nella cassetta delle lettere ed il termine inizia a decorrere da quando il plico viene ritirato alla posta. Se il ritiro avviene dopo il 10° giorno, il termine inizia comunque a decorrere dall’11° giorno.

Anche nel caso in cui l’avviso di accertamento della violazione viene lasciato sul parabrezza dell’auto, il termine per proporre ricorso al prefetto inizia a decorrere da quando il trasgressore riceve la notifica della multa a casa.

Ad esempio, Mevio in data 10 novembre trova sul parabrezza della propria autovettura una multa per divieto di sosta. Per ricorrere al prefetto comunque deve aspettare di ricevere la notifica della multa a casa. Se, quindi, la stessa gli viene recapitata dal postino il 15 dicembre, potrà ricorrere entro il 13 febbraio.

A chi va inviato il ricorso al prefetto?

Il ricorso può essere inviato direttamente al Prefetto o al Comando della polizia che ha emanato la multa (ad esempio, al Comando della Polizia Municipale se la multa è stata elevata da un vigile urbano), che lo trasmetterà a sua volta al prefetto.

Nel primo caso, i tempi per la decisione si allungano: infatti il prefetto, una volta ricevuto il ricorso, deve spedire gli atti all’organo accertatore, attendendo le relative controdeduzioni prima di decidere. Nel secondo caso, si salta questo passaggio e la procedura diventa più snella. Di tanto parleremo meglio nel seguente paragrafo.

Entro quanto tempo il Prefetto deve rispondere?

Il Prefetto deve rispondere:

  • entro 210 giorni se il ricorso viene spedito direttamente in Prefettura;
  • entro 180 giorni se il ricorso viene invece spedito all’organo accertatore che poi, a sua volta, lo inoltra al Prefetto con le proprie deduzioni difensive.

Se il Prefetto non rispetta i suddetti termini o non risponde, il ricorso si considera accolto e la multa annullata.

Il ricorso al Prefetto dunque presenta il vantaggio di confidare nell’inefficienza della PA per ottenere la cancellazione della sanzione.

Quali sono le modalità per presentare il ricorso al prefetto?

Il ricorso va presentato al prefetto del luogo della commessa violazione:

  • tramite lettera raccomandata con avviso di ricevimento. In questo caso, è preferibile inviare il ricorso senza busta al fine di evitare l’insorgere di dubbi circa l’effettivo contenuto dell’atto spedito. Inoltre, il rispetto del termine dei 60 giorni viene accertato attraverso il timbro postale di invio della raccomandata, cioè quello che viene apposto il giorno della consegna della missiva all’ufficio postale. 
  • mediante posta elettronica certificata (pec) o con altro servizio elettronico di recapito certificato qualificato [2]. Il ricorso va inviato all’indirizzo pec della prefettura, disponibile sul sito istituzionale della stessa. Dopo l’inoltro del ricorso, il gestore invia una prima e-mail di presa in carico della richiesta di spedizione del messaggio, una seconda e-mail di conferma dell’avvenuta consegna nella casella della prefettura e una terza e-mail, quando la pec viene letta dal destinatario. Il ricorrente può provare il rispetto dei termini prescritti dalla legge per la presentazione del ricorso mediante le prime 2 e-mail. Il ricorso non va allegato in pdf ma il testo deve essere riportato all’interno della pec senza necessità di firma; 
  • personalmente, recandosi presso gli uffici preposti della prefettura.

Come va redatto il ricorso al prefetto?

Il ricorso al prefetto va redatto su carta libera, a mano o al computer, deve essere datato e sottoscritto personalmente dal ricorrente. È possibile sfruttare entrambe le facciate del foglio e nel caso dovessero servire più fogli, vanno spillati con una spillatrice.

Il ricorso può essere anche presentato dall’avvocato del ricorrente ma vi deve essere allegato il relativo mandato.

Non è ammissibile il ricorso sottoscritto da una persona che non risulti destinataria della contestazione immediata o della notificazione della multa.

È opportuno che l’atto riporti nell’intestazione la dicitura “Ricorso al Prefetto avverso contravvenzione per violazione al Codice della strada” o anche “Ricorso ex art. 203 Codice della strada”.

Per quanto attiene al suo contenuto si può scrivere liberamente senza restrizioni o l’obbligo dell’uso di moduli specifici ma devono essere riportate alcune informazioni quali:

  • i dati anagrafici del ricorrente (nome, cognome, data di nascita, luogo di residenza e di domicilio);
  • gli estremi del verbale impugnato, compresa la data di notifica e quella della contestazione;
  • la dettagliata indicazione delle ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda l’opposizione;
  • la richiesta di annullamento del verbale;
  • la richiesta di archiviazione di ogni sanzione pecuniaria.

Per quali motivi si può proporre ricorso al prefetto?

Relativamente ai motivi dell’impugnazione, il ricorso al prefetto può essere proposto per qualsiasi vizio del verbale che sia tale da determinarne l’annullabilità o la nullità come ad esempio nel caso di:

  • errata indicazione delle generalità del proprietario o del conducente del veicolo;
  • errata o omessa indicazione del luogo, della data e dell’ora della rilevazione dell’infrazione;
  • errata indicazione della norma violata o della sanzione da pagare;
  • mancata o errata esposizione dei fatti;
  • errata indicazione del tipo e della targa del veicolo;
  • notifica oltre il termine prescritto dalla legge ovvero oltre 90 giorni dalla data di rilevamento della violazione.

Al ricorso vanno allegati tutti i documenti utili per la decisione – come delle ricevute che attestano le ragioni del ricorrente, delle testimonianze, ecc. – oltre alla fotocopia del verbale contro il quale è proposta opposizione, completo della notifica se è avvenuta per posta anziché con consegna immediata, e una fotocopia del documento di identità del ricorrente. Il ricorrente può chiedere di essere ascoltato.

In quanto organo incardinato nella pubblica amministrazione, e quindi non terzo e imparziale come il giudice, il Prefetto deve essere preferito per quelle contestazioni abbastanza semplici da definire, che non richiedono interpretazione del diritto ma che al contrario trovano una chiara risposta nella legge.

Quale può essere la decisione del prefetto?

Una volta ricevuto il ricorso, il prefetto lo spedisce, nel termine di 30 giorni, all’ufficio dell’organo accertatore che ha emesso la multa. Quest’ultimo ha 60 giorni per compiere l’istruttoria e trasmettere gli atti e le note tecniche, che serviranno al prefetto per decidere se accogliere o rigettare l’opposizione.

Esaminata la documentazione allegata al ricorso e gli atti trasmessi dall’organo accertatore, sentito anche il ricorrente qualora ne abbia fatto richiesta, il prefetto, se ritiene fondato il ricorso, nei 120 giorni successivi, emette un’ordinanza motivata con la quale dispone l’archiviazione degli atti. Tale provvedimento viene comunicato all’organo che ha emesso la contravvenzione, il quale a sua volta ne dà notizia al ricorrente nei successivi 150 giorni.

Se il ricorrente ha richiesto di essere ascoltato, il termine di 120 giorni si interrompe con la notifica dell’invito a presentarsi ed inizia nuovamente a decorrere dopo l’espletamento dell’audizione o, in caso di mancata presentazione del ricorrente, fino alla data fissata per l’audizione stessa.

Se, invece, il prefetto ritiene fondato l’accertamento, sempre nel termine di 120 giorni, emette un’ordinanza motivata con la quale ordina al ricorrente il pagamento di una somma non inferiore al doppio del minimo edittale previsto per ogni singola violazione, più le spese del procedimento. Tale decisione, quindi, viene notificata al ricorrente nei successivi 150 giorni.

Invece, nell’ipotesi in cui il ricorso viene spedito all’organo accertatore, quest’ultimo lo invia al prefetto nel termine di 60 giorni dal ricevimento. Il prefetto ha 120 giorni per decidere e nei 150 giorni successivi la sua decisione va comunicata al ricorrente.

Contro il provvedimento di rigetto emesso dal prefetto, è possibile presentare ricorso al giudice di pace entro 30 giorni dalla notifica.

Cosa succede se il prefetto non risponde?

Come anticipato, se il prefetto non risponde nei termini sopra indicati (210 o 180 giorni), si applica la regola del silenzio-assenso e, pertanto, il ricorso si considera come accolto.

Sono frequenti, però, casi in cui l’automobilista riceve una cartella di pagamento dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione o un fermo amministrativo. Quando si verificano situazioni del genere, egli può rivolgersi al giudice di pace dichiarando di non aver ricevuto riscontro al ricorso. Quindi, tocca alla controparte difendersi, dimostrando di avere provveduto a comunicare al ricorrente, la propria decisione. 

Che succede se il Prefetto rigetta il ricorso? 

Se il Prefetto accoglie il ricorso la multa è annullata e non ci sarà neanche la decurtazione dei punti.

Se il Prefetto rigetta il ricorso, l’automobilista viene condannato a pagare la contravvenzione in misura piena, ossia pari quasi al doppio dell’importo indicato sul verbale. Tuttavia, nei successivi 30 giorni può presentare ricorso al Giudice di Pace.

Come contestare la decisione del Prefetto? 

Il rigetto del Prefetto consente di presentare le medesime contestazioni anche al giudice di Pace.

Una recente ordinanza della Cassazione [3] ha stabilito che, se chi ha subito la contravvenzione chiede di essere ascoltato dal Prefetto, l’amministrazione non può produrre la relata di notifica relativa alla convocazione oltre il termine di 10 giorni dall’udienza.

Secondo la Corte: «la produzione della relata di notifica attestante l’avvenuta convocazione ai fini dell’audizione non rappresenta documentazione della stessa Amministrazione strettamente riferibile all’adozione dell’atto sanzionatorio”. Nel giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione, così come disciplinato dall’articolo 6 del Dlgs n. 150/2011, infatti, spiega la Cassazione, “la produzione di documenti da parte dell’Amministrazione convenuta è soggetta ad un doppio regime preclusivo: la copia del rapporto, con gli atti relativi all’accertamento nonché alla contestazione o alla notificazione della violazione, può essere depositata senza limitazioni temporali (non avendo natura perentoria il termine contemplato dal comma 8 del medesimo articolo), mentre per il deposito degli altri documenti – tra i quali la lettera di convocazione per l’audizione personale dell’opponente – opera il terzo comma dell’articolo 416 cod. proc. civ., con la conseguenza che la produzione è preclusa oltre il decimo giorno precedente l’udienza di discussione».

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