Quale assicurazione moto

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le principali clausole da valutare quando si assicura una moto, le varie durate della polizza e come conviene fare l’assicurazione contro il furto.

Si parla spesso dell’assicurazione auto, meno di quella per le due ruote. Eppure, con le città che traboccano di macchine, sempre più spesso si sceglie la moto per andare al lavoro o per spostarsi nel week end. Il che comporta, come per qualsiasi veicolo, l’obbligo di accendere una polizza di responsabilità civile, oltre alla possibilità di sottoscriverne una accessoria come quelle contro il furto o gli atti vandalici.

Quale assicurazione per la moto? Vediamo come scegliere le offerte più convenienti e come risparmiare sulle polizze.

Un primo passo da fare è, sicuramente, rivolgersi alla Rete e di visitare i siti delle compagnie di assicurazioni per fare dei preventivi simulati. In questo modo si avrà sia un’idea di base su quanto di va a spendere sia un confronto tra le varie offerte per individuare quella più conveniente. Successivamente, si andrà (più o meno) a colpo sicuro nella sede di questa o di quell’altra società avendo già in testa le idee più chiare.

Tuttavia, quando si sceglie un’assicurazione per la moto non basta fermarsi al costo della polizza ma anche alla copertura garantita. Non tutti i contratti sono uguali: le differenze si basano su alcune clausole che bisogna valutare bene come il bonus-malus, la franchigia, ecc.

 

La durata dell’assicurazione moto

Come per tutte le cose, anche quando si pensa a quale assicurazione moto stipulare bisogna pensare l’uso che se ne deve fare. C’è, infatti, chi la moto l’acquista per comodità o per passione e se la tiene a lungo e chi, invece, la utilizza solo in un breve periodo di tempo, forse per andare al lavoro durante la settimana o per pochi mesi.

Quale polizza sottoscrivere, quindi? Le opzioni sono tre:

  • la polizza moto temporanea, di breve durata;
  • la polizza cosiddetta periodica adatta ad uso della moto non lungo ma, magari semestrale o stagionale (pensiamo, ad esempio, a chi la utilizza solo durante la primavera e l’estate per qualche gita fuori porta o per andare in ferie);
  • la polizza a lungo termine, simile a quella che si sottoscrive per le auto, indicata a chi utilizza la moto assiduamente, anche d’inverno.

Nei primi due casi, quelli riferiti all’assicurazione temporanea, è possibile, quindi, accendere la polizza solo per un periodo determinato. E’ importante, a questo punto, definire bene le clausole che riguardano i periodi di copertura perché, in caso di incidente con un danno superiore a quello preventivato, la compagnia coprirà solo le spese definite nel massimale. Il resto dovrà tirarlo fuori chi ha provocato l’incidente.

Bisogna precisare, inoltre, che le polizze temporanee non consentono il passaggio alla classe di merito più elevata, in quanto la copertura è inferiore ad un anno.

 

Quale assicurazione moto: le clausole principali

Dicevamo prima che, quando si sceglie l’assicurazione per la moto, non bisogna fermarsi soltanto al costo ma valutare – soprattutto, sarebbe da dire – la copertura garantita dalla polizza. Copertura che viene stabilita dalle varie clausole contenute nel contratto. Ecco le più importanti.

Il bonus-malus

Questa è la clausola nota anche come classe di merito, cioè quella con cui si calcola la rischiosità dell’assicurato in funzione alla sua esperienza e alla sua storia assicurativa. Di norma, quando si fa una polizza per la prima volta si accede alla 14ma classe e, via via, si scala fino alla prima. Tuttavia, ogni incidente con colpa fa retrocedere l’assicurato di 2 classi di merito.

Con due eccezioni:

  • che l’assicurato erediti la miglior classe di merito di un membro del proprio nucleo familiare. La Legge Bersani [1] concede, infatti, questa possibilità, a patto che la polizza sia nuova (e non rinnovata) e che il passaggio da un membro della famiglia anagrafica all’altro avvenga per lo stesso tipo di veicolo (in questo caso da moto a moto). A meno che la compagnia consenta di farlo da una tipologia di veicolo ad un’altra (ad esempio da auto a moto);
  • che la moto sia stata appena acquistata. Chi possiede un veicolo da tempo e non lo ha mai assicurato non parte dalla 14ma classe ma dalla 18ma.

L’attestato di rischio ha una durata di 5 anni da quando si chiude una polizza assicurativa. Se entro quel periodo di tempo se ne fa una nuova, si mantiene la propria classe di merito. Altrimenti, se il contratto successivo lo si firma dopo 5 anni si torna alla casella di partenza, come al Monopoli, e si ricomincia da capo.

La franchigia

Per franchigia si intende la quota fissa del danno subìto. Può essere relativa quando l’assicurato non ha diritto al risarcimento sotto una certa cifra, oppure assoluta quando viene risarcita solo la cifra al di sopra di quella stabilita.

Se, ad esempio, ho una franchigia relativa di 1.500 euro e subisco un danno da 1.600 euro, mi verranno risarciti 1.600 euro. Ma se il danno è di 1.400 euro non avrò alcun risarcimento.

Con la franchigia assoluta, invece, sotto i 1.500 euro non mi verrà pagato niente, mentre con un danno da 1.600 euro prenderò 100 euro (la differenza tra la franchigia e il danno).

Lo scoperto

E’ la parte del danno che resta a carico del responsabile del danno. Significa che se sul contratto viene stabilito uno scoperto del 25%, la compagnia risarcirà il 75% del danno. Lo scoperto viene applicato alle polizze di incendio e furto ma non a quelle sulla responsabilità civile.

Quale assicurazione moto contro il furto

Attenzione quando si fa l’assicurazione moto contro il furto (polizza, lo ricordiamo, non obbligatoria). Conviene sempre sottoscrivere un contratto per il valore di mercato della moto, non di più e non di meno: nel caso in cui la vostra due ruote sparisse, la compagnia risarcirà solo quello che la moto costa in quel momento, non il valore per cui l’avete assicurata.

Se, ad esempio, pago 10.000 euro per un mezzo, è inutile assicurarlo per 20.000, anche pagando un premio più alto: se me la rubano, la compagnia mi quello che la moto vale in quel momento.

Al valore della vostra moto non verrà riconosciuto nemmeno quello di eventuali parti aggiuntive che avete deciso di installare per personalizzarla. La moto è quella che è ed il suo prezzo di mercato è quello riconosciuto dai periti.

Mossa delicata anche quella di fare l’assicurazione moto contro il furto per danni parziali, cioè nel caso vengano rubati solo alcuni pezzi della moto e non l’intero mezzo. Il risarcimento interviene solo se uscite di casa o dall’ufficio e non trovate più il mezzo, a meno che, in fase di contrattazione, non abbiate inserito qualche clausola particolare (se sparisce la marmitta, una ruota, ecc.). In questo caso, conviene valutare se il gioco vale la candela da un punto di vista economico.

Qualche compagnia di assicurazione può prevedere, infine, alcune condizioni per risarcire il furto della moto. Ad esempio, di avere tutte le copie delle chiavi, per capire se il mezzo è stato rubato per negligenza del proprietario.

Come fare reso della merce e ottenere rimborso

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il venditore ha quattordici giorni per restituire l’importo speso.

Se, per qualsiasi ragione, il consumatore non è soddisfatto del proprio ordine può fare il reso della merce e ottenerne il rimborso. Con la restituzione dell’articolo acquistato, il cliente potrà richiedere al venditore il rimborso dell’intero importo speso per l’acquisto della merce restituita.

L’importo da rimborsare comprende non solo il prezzo pagato ma anche il costo già sostenuto per la sua spedizione.  Si tratta di un diritto del cliente che non può essere gravato da costi e che deve avvenire entro i termini stabiliti dalla legge.

Reso: cos’è e come funziona

Il reso è un servizio utilissimo soprattutto per chi vuole fare acquisti a distanza senza dover rischiare di dover conservare il prodotto ricevuto anche se non risponde alle sue aspettative.  Ciò è ancor più vero quando la merce acquistata necessita di essere provata, indossata o vista di persona. Alcuni e-commerce, proprio per rassicurare i clienti nell’acquisto offrono, assieme a tempi molto lunghi per effettuare il reso della merce, anche spese di spedizione gratuite.

Per eseguire il reso di un prodotto acquistato presso un qualsiasi negozio e possibile recarsi di persona e chiedere agli addetti. Per gli acquisti on-line invece è sufficiente chiamare il servizio clienti o più semplicemente gestire la pratica di reso direttamente dal proprio account. Entrando con la username e la password ricevuti all’atto della prima registrazione sul sito, basterà andare alla voce tipo I miei ordini, selezionare l’ordine contenente i prodotti che si intende rendere e cliccare sulla dicitura a fianco Richiesta reso. Generalmente all’invio della richiesta fa seguito una conferma via mail contenente la lettera di vettura da applicare all’esterno del pacco e, volte, una bolla da inserire all’interno. Sarà indicato nei giorni seguenti il corriere incaricato del ritiro. Le spese di restituzione sono a carico del venditore. Gli articoli da rendere devono essere nelle condizioni in cui sono stati ricevuti, adeguatamente confezionati. Nel caso in cui non si disponga della scatola originale, il cliente dovrà restituire il prodotto imballato in maniera idonea. Qualora si voglia rendere un articolo non difettoso o non consegnato danneggiato, il prodotto deve essere restituito in stato di sostanziale integrità (pulito, privo di graffi, danni, ammaccature, abrasioni).
Per maggiori informazioni sulle modalità e tempi di restituzione dei prodotti (variabili da venditore a venditore), occorre consultare la sezione Termini e condizioni del sito.

Il rimborso del prezzo

Capito come fare il reso, occorre ora conoscere come ottenere il rimborso. Infatti solo una volta che il venditore ha ricevuto il prodotto reso presso i propri magazzini di raccolta, potrà procedere con il rimborso del prezzo.

Si tenga  presente che tra la data in cui l’articolo è rispedito e quella in cui è ricevuto presso il centro resi possono a volte trascorrere parecchi giorni. Una volta ricevuto l’articolo e verificate le sue condizioni, il consumatore ha diritto di ricevere il rimborso entro il termini di 14 giorni dal ricevimento [1].

Il rimborso viene effettuato utilizzando lo stesso metodo di pagamento che è stato scelto al momento  dell’acquisto. Pertanto occorrerà tenere sempre attivo lo stesso strumento con il quale è stato pagato l’articolo  fintanto che non avvenga l’accredito dell’intero importo speso. Qualora ciò non sia possibile è consigliabile comunicare per tempo uno strumento  sostituto al venditore, meglio se già all’atto della richiesta di reso.

Tempi per l’accredito

A seconda del metodo di pagamento, le tempistiche relative all’accredito dell’importo possono essere diverse:

  • Carta di credito o debito: la banca può impiegare fino a 30 giorni per restituire l’importo. Puoi richiedere la lista dei movimenti della tua carta per visualizzare l’accredito o potrai contattare la tua banca per sapere in quale data esattamente l’accredito sarà disponibile
  • PayPal: l’accredito sarà disponibile nel tuo account PayPal entro le 48 ore successive all’input del rimborso
  • Bonifico bancario: l’accredito sarà contabilizzato entro 3 giorni lavorativi a seconda del circuito bancario.

Stress lavorativo: spetta la causa di servizio

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riconosciuta la causa di servizio per la malattia cardiaca del dipendente a causa dell’abnorme carico di responsabilità.

Sarà anche vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma non oltre una certa soglia. Un eccessivo stress lavorativo può infatti comportare gravi danni per la salute, come ad esempio una malattia coronarica. In tali casi che può fare il dipendente che si sia ammalato per colpa del carico di mansioni? A chiarirlo è una sentenza di ieri della Cassazione [1] la quale ricorda che, in caso di stress lavorativo, spetta la causa di servizio. Il lavoratore viene quindi tutelato dall’assicurazione obbligatoria sul lavoro, dall’Inail e dall’azienda presso cui presta servizio.

Nel caso di specie, un dipendente pubblico di appena 36 anni, incaricato di rappresentare in giudizio l’ente di appartenenza, era stato sottoposto ad eccessivo stress lavorativo. Non sono risultati influenti i fattori di età e la familiarità alle malattie cardiovascolari. Ha giocato un ruolo decisivo anche l’assenza di concause per via del fatto che il soggetto non era dedito all’uso di sostanze alcoliche ed era non fumatore.

Lo stress lavorativo, a detta della giurisprudenza, non può dipendere solo da eccessivo carico di lavoro ma anche da una inadeguatezza della programmazione delle attività aziendali, da pressioni psicologiche, rimproveri, finanche contrasti quando si tratta di un ambiente di lavoro conflittuale.

Non è la prima volta che la Cassazione riconosce il risarcimento del danno da stress psicofisico (anche detto «usura psicofisica». Si tratta di un danno «non patrimoniale» causato dall’inadempimento contrattuale del datore di lavoro che ha violato il contratto stipulato con il dipendente e i ccnl. Il codice civile [2] impone infatti all’imprenditore di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti.

Non qualsiasi stress può essere risarcito ma solo quello che abbia comportato un danno dimostrabile davanti al giudice. Spetta dunque al lavoratore dimostrare tale danno anche attraverso semplici indizi (cosiddette «presunzioni») [3].

Il lavoratore che assume di aver subito un infortunio o una malattia riconducibili all’attività lavorativa svolta deve provare l’esistenza del danno, nonché la violazione da parte del datore di lavoro delle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o delle norme inderogabili o delle regole generali di correttezza e buona fede o, ancora, delle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità psicofisica dei prestatori [4]. In un altro caso, i giudici hanno respinto la richiesta di un bancario che aveva richiesto il risarcimento dei danni per un aggravamento di una patologia cardiaca a causa del grande stress lavorativo, degli orari prolungati, del luogo malavitoso e soggetto a rapine nel quale prestava la propria attività; il lavoratore non aveva provato la negligenza della banca nell’approntare le misure di sicurezza idonee ad evitare o scongiurare le rapine, né aveva allegato circostanze tali da evidenziare ritmi di lavoro insostenibili.

Il dipendente che già soffre di problemi cardiaci deve comunicarlo al datore di lavoro, altrimenti non potrà imputare a quest’ultimo l’aggravamento della patologia per lo stress lavorativo [5].

Secondo il Tribunale di L’Aquila, la patologia di ipertensione arteriosa è dipendente da causa di servizio quando si accerti che dipende dallo stress lavorativo legato alla inadeguatezza della programmazione dell’attività lavorativa ordinaria, da eccessive forme di controllo, da pressioni psicologiche e rimproveri spesso sfociati in discussioni e contrasti, tali da rendere l’ambiente lavorativo caratterizzato da una conflittualità persistente, e in tal modo concorrendo a modificare i processi fisiologici che stanno alla base delle alterazioni pressorie della ricorrente [6].

Una volta che il lavoratore abbia provato tali circostanze, grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno ma non è, comunque, sufficiente il semplice concorso di colpa del lavoratore per interrompere il nesso causale, potendo tale nesso essere interrotto solo da una condotta dolosa del lavoratore o la presenza di un rischio elettivo generato da una attività non avente rapporto con lo svolgimento del lavoro o esorbitante dai limiti di esso [7].

Controlli sanitari lavoratore: quando devono essere fatti?

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Obbligo di sorveglianza sanitaria del datore di lavoro e visite mediche dei dipendenti.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di sorveglianza sanitaria, necessario a garantire la sicurezza e la salute dei propri dipendenti [1]. A tal fine egli deve vigilare e disporre gli accertamenti medici per verificare la compatibilità tra le condizioni di salute e i compiti dei lavoratori. Dal canto suo il dipendente è tenuto a non mettersi in situazioni di pericolo e a sottoporsi ai controlli sanitari disposti dall’azienda.

Sono sottoposti a sorveglianza sanitaria i lavoratori e gli equiparati (ad es. studenti), per i quali nel Documento di valutazione del rischio (Dvr) è indicato un livello di rischio per il quale la normativa vigente ne prevede l’obbligo.

Quando vengono effettuai i controlli sanitari sui dipendenti?

La sorveglianza sanitaria comprende:

  • visita medica preventiva intesa a constatare l’assenza di controindicazioni al lavoro cui il lavoratore è destinato;
  • visita medica periodica per controllare nel tempo lo stato di salute dei lavoratori esposti al rischio;
  • visita medica in occasione del cambio della mansione (con modifica dei rischi per la salute);
  • visita medica alla cessazione del rapporto di lavoro nei casi previsti dalla normativa vigente (rischio chimico): per motivi organizzativi la visita medica è eseguibile solo se concordata con il medico competente prima della formale cessazione del rapporto di lavoro medesimo;
  • visita medica precedente alla ripresa del lavoro, a seguito di assenza per motivi di salute di durata superiore ai 60 giorni continuativi (solo per lavoratori in sorveglianza sanitaria periodica);
  • visita medica su richiesta del lavoratore, qualora sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute, suscettibili di peggioramento a causa dell’attività lavorativa svolta.

Le visite mediche sopra elencate non possono essere utilizzate per accertare lo stato di gravidanza della lavoratrice.

Le visite, a cura e spese del datore di lavoro, comprendono gli esami clinici e biologici e le indagini diagnostiche mirati al rischio ritenuti necessari dal medico competente. Nei casi ed alle condizioni previste dall’ordinamento, le visite sono finalizzate anche alla verifica di assenza di condizioni di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti.

Se non vengono effettuati i controlli sanitari

Il datore di lavoro è sanzionato qualora violi i seguenti obblighi [2]:

  1. nell’affidare i compiti ai lavoratori, tenere conto delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e alla sicurezza (es. lavori in quota, lavori in sotterraneo o in ambienti chiusi in genere, lavori subacquei, ecc.);
  2. inviare i lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste dal programma di sorveglianza sanitaria e richiedere al medico competente l’osservanza degli obblighi previsti a suo carico;
  3. vigilare affinché i lavoratori per i quali vige l’obbligo di sorveglianza sanitaria non siano adibiti alla mansione lavorativa specifica senza il prescritto giudizio di idoneità. Il datore è sanzionato nei casi in cui, nei confronti del lavoratore soggetto a sorveglianza sanitaria (pur essendo stato sottoposto a visita, esami clinici e biologici e indagini diagnostiche), non sia stato ancora espresso il giudizio di idoneità ed in sede ispettiva si riscontri che lo stesso sia adibito a quella specifica mansione; in questo caso risulta evidente il difetto di vigilanza del datore di lavoro o del dirigente.

Quando l’assicurazione non risponde

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’assicuratore non è sempre tenuto a rispondere dei danni: ciò dipende non solo dalle condizioni contrattuali, ma anche dalla condotta dell’assicurato.

Il contratto di assicurazione serve a trasferire il verificarsi di un determinato rischio dal singolo individuo all’impresa di assicurazione, dietro il pagamento di un corrispettivo. Nell’assicurazione della responsabilità civile (classico esempio: la Rc Auto) l’assicuratore si obbliga nei limiti di una somma determinata (cosiddetto massimale) a tenere indenne l’assicurato di quanto questi deve pagare a terzi a titolo di risarcimento danni. Non sempre, però, nonostante una polizza validamente stipulata, l’assicuratore è tenuto a pagare: distinguendo tra la disciplina del contratto di assicurazione contenuta nel codice civile e assicurazione della responsabilità civile per la guida di veicoli a motore, vediamo quando l’assicurazione non risponde.

 Il contratto di assicurazione

Il codice civile descrive l’assicurazione come quel contratto con il quale l’assicuratore, dietro il pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato dal danno a lui cagionato da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana [1]. Scopo dell’assicurazione è quello di proteggere l’assicurato dal rischio che si verifichi un evento a lui sfavorevole. Dalla nozione appena fornita si evincono due tipologie diverse di assicurazione: quella contro i danni e quella sulla vita. Con la prima, l’assicurato decide di tutelare un proprio bene giuridico (la casa, un prezioso cimelio, ma anche la propria persona: si pensi, ad esempio, ai calciatori che assicurano le proprie gambe o ai cantanti che fanno lo stesso con la propria ugola) da un evento dannoso, di modo che, se per sventura il fatto dovesse verificarsi (e quindi, la casa dovesse andare a fuoco, il cimelio danneggiarsi o essere rubato, la propria integrità essere lesa) l’assicurato potrà consolarsi con la somma di danaro che l’assicurazione dovrà versargli. Chiaramente, quella fornita è una definizione di massima, in quanto le parti possono pattuire modalità di risarcimento e forme di tutela a seconda delle proprie esigenze. Nel caso, invece, di assicurazione sulla vita, l’impresa si impegna a versare una somma o una rendita al verificarsi di uno specifico evento della vita umana. Questo evento può essere tanto la morte dell’assicurato (assicurazione per il caso di morte) tanto la sopravvivenza dello stesso oltre una certa data (assicurazione per il caso di vita o di sopravvivenza). Nel caso di assicurazione per la morte dell’assicurato, i beneficiati saranno chiaramente i superstiti indicati nella polizza assicurativa.

Quando l’assicurazione non risponde?

Pur avendo stipulato una regolare polizza, esistono casi in cui l’assicurazione non è tenuta a rivalere il cliente. In altre parole, ci sono circostanze che sollevano l’assicuratore dall’obbligo di pagare quanto pattuito: questi casi sono legati al comportamento assunto dall’assicurato prima o dopo il sinistro. Innanzitutto, la persona assicurata che abbia subito un danno deve segnalare tale evento alla propria assicurazione. Sul cliente incombe un vero e proprio onere di comunicazione, da effettuarsi entro tre giorni dal verificarsi del sinistro [2]; è opportuno che l’avviso venga fatto mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Il codice, poi, obbliga l’assicurato a fare quanto è possibile per evitare o diminuire il danno [3]. L’inadempimento di questi obblighi, quando cagioni un pregiudizio all’assicuratore, comporta una riduzione del diritto al risarcimento, ovvero la totale perdita dello stesso diritto, se l’obbligo è stato volontariamente disatteso [4]. Ancora, l’assicurato, al momento della conclusione del contratto, è tenuto a fornire all’assicuratore tutte le informazioni utili alla valutazione del rischio oggetto della polizza (ad esempio, se l’assicurazione è sulla vita, occorrerà fornire tutti i dati relativi allo stato di salute dell’assicurando): nel caso in cui le informazioni siano inesatte o incomplete, l’assicuratore, oltre a poter recedere dal contratto, può rivalere l’assicurato in misura ridotta [5]. In merito all’assicurazione della responsabilità civile, il codice esclude il risarcimento per i danni dolosi [6]: sono tali quelli cagionati volontariamente dall’assicurato col fine, ad esempio, di trarre un guadagno dal fatto.

L’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile

Una legge del 1969 [7] ha imposto a tutti i guidatori di assicurarsi per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore senza guida di rotaie e dei natanti. Cosa significa? Trattasi di una particolare specie di assicurazione contro i danni, definita assicurazione della responsabilità civile [8]. La sua funzione non è quella di risarcire il danno patito dall’assicurato, bensì quello di pagare in sostituzione del danneggiante (nei limiti di un massimale). La prospettiva, quindi, cambia: la normale assicurazione contro i danni tutela l’assicurato-vittima del sinistro; l’assicurazione della responsabilità civile, al contrario, tutela l’assicurato-autore del sinistro. È proprio quello che accade nell’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli (cosiddetta R.C. Auto): il danneggiante non paga direttamente il danneggiato, sostituito in ciò dalla propria assicurazione (in determinati casi, il danneggiato potrà avvalersi dell’indennizzo diretto, ottenendo il risarcimento direttamente dalla propria assicurazione la quale, poi, si rivarrà su quella del danneggiante [9]). È chiaro che l’assicurazione ha un costo: l’autore del sinistro vedrà senza dubbio aumentato il premio assicurativo da versare annualmente. Va detto che tale assicurazione comprende la responsabilità per i danni alla persona causati ai trasportati, qualunque sia il titolo (gratuito, di cortesia, oneroso) in base al quale è effettuato il trasporto.

Quando l’assicurazione non copre i danni?

Anche per la Rc auto vi sono casi in cui l’assicurazione non è tenuta a risarcire il danno. Il primo e più evidente è quello di chi abbia torto: chi ha cagionato il sinistro non può attendersi il risarcimento. Ugualmente, l’automobile rimasta senza copertura assicurativa dal sedicesimo giorno della scadenza del contratto non potrà vantare alcun diritto nei confronti della compagnia assicurativa. Al di là di queste (ovvie) circostanze, ci sono altri episodi che sollevano l’assicurazione dall’obbligo di rispondere del danno, pur quando il cliente coinvolto nel sinistro abbia effettivamente ragione.

  1. Sinistro tra parenti. Se un incidente stradale si verifica tra parenti fino al terzo grado, l’assicurazione non risarcisce i danni alle cose, ma solo quelli alle persone [10]. La regola opera però solo se i parenti sono conviventi o a carico. Il grado di parentela si calcola contando le persone incontrate nella linea genealogica che va dal parente più giovane a quello più anziano, sottraendo poi un’unità.
  2. Danno fisico del conducente colpevole. L’autore del sinistro non ha diritto al risarcimento del danno alla propria salute. Molto spesso, la polizza Rc Auto può essere incrementata con altra che copra anche questi infortuni. Anche in tale caso, però, bisogna considerare che la compagnia assicurativa può rifiutarsi di risarcire il danno; ciò normalmente avviene se il conducente: guidava in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti; non indossava la cintura di sicurezza; ha provocato l’incidente con dolo, cioè con il chiaro intento di ottenere il risarcimento.
  3. Guida senza cinture. Le assicurazioni pretendono dal loro cliente un comportamento accorto, teso ad evitare il prodursi di danni evitabili utilizzando la normale prudenza. Per questo,  il risarcimento può essere negato, o ridotto, in relazione alla relativa responsabilità, quando il conducente, seppur non responsabile dell’incidente stradale, non aveva le cinture di sicurezza. In tal caso bisognerà operare una valutazione ad hoc e capire se il corretto utilizzo delle cinture avrebbe potuto evitare i danni al conducente o ai passeggeri (anch’essi tenuti ad allacciare le cinture, pur occupando i sedili posteriori). Se il danno poteva essere evitato completamente, l’assicurazione può negare il risarcimento; se il danno poteva essere quantomeno limitato, l’indennizzo viene ridotto in proporzione.

4 Franchigia. Molte polizze stabiliscono un importo fisso che, in caso di sinistro, deve essere pagato dall’assicurato. Esistono due tipi di franchigia: assoluta e relativa. La prima prevede che suddetto importo sia sempre a carico dell’assicurato in caso di incidente con colpa; la seconda stabilisce invece che, se i danni ammontano ad un importo inferiore a quello della franchigia, rimangono a carico dell’assicurato, in caso contrario sarà la compagnia a farsene carico per intero.

Ipotesi di rivalsa

Vi sono poi delle ipotesi in cui la Rc auto risarcisce normalmente il danneggiato, per poi rivalersi sul danneggiante assicurato. Eccone alcuni.

  1. Guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti. L’assicurazione è tenuta a risarcire i danni dell’incidente provocato da chi era alla guida in condizioni di ubriachezza o dopo aver assunto droghe; tuttavia, dopo aver pagato, si potrà rivalere contro di lui, attesa la palese violazione del codice della strada [11]. Il conducente responsabile non viene invece risarcito neanche per i danni fisici. Si badi, però, che molte compagnie di assicurazione mettono a disposizione del cliente la possibilità di sottoscrivere larinuncia alla rivalsa, almeno per quanto riguarda la guida in stato di ebbrezza.
  2. Patente scaduta. Anche nel caso di conducente senza patente perché scaduta (stesso dicasi in caso di patente mai conseguita) l’assicurazione paga la controparte e poi si rivale contro il responsabile. L’assicurazione risarcisce anche eventuali passeggeri che si trovavano in macchina con il conducente senza patente. Alcune assicurazioni rinunciano alla rivalsa in caso di patente scaduta da meno di dodici mesi, a condizione che venga rinnovata entro quarantacinque giorni dal sinistro.
  3. Fermo amministrativo. L’auto assicurata sottoposta a fermo amministrativo è coperta dalla polizza: in caso di incidente, pertanto, il conducente sarà coperto. L’assicurazione, però, una volta pagato l’altro conducente, può rivalersi contro il proprio cliente.
  4. Numero di persone trasportate. Un’altra ipotesi di rivalsa dell’assicurazione verso il proprio assicurato è in caso di incidente stradale a seguito del quale i passeggeri abbiano riportato lesioni fisiche, se il numero di questi era superiore a quanto consentito dal libretto di circolazione.

Pensione anticipata precoci per i lavoratori a termine

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Aperta la possibilità di richiedere la pensione anticipata con 41 anni di contributi anche per i disoccupati che hanno concluso un contratto a termine.

Pensione anticipata con 41 anni di contributi anche per i lavoratori disoccupati a seguito di un contratto a termine: è questa una delle principali novità previste dalla manovra 2018. Allo stato attuale, difatti, la pensione anticipata precoci, o pensione anticipata quota 41, può essere richiesta soltanto dai disoccupati a seguito di licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale (nell’ambito della procedura di conciliazione), ma restano fuori tutti coloro il cui contratto è terminato per la naturale scadenza: questi lavoratori, ora, potranno essere inclusi nella misura, purché maturino almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni. Un’apertura non totale, dunque, ma che certamente amplierà la platea dei destinatari della pensione anticipata per i lavoratori precoci.

La finanziaria non si pronuncia, invece, al riguardo di un altro limite della pensione anticipata quota 41 per i disoccupati, cioè sulla preclusione della misura per chi, terminato di percepire il sussidio di disoccupazione, viene rioccupato anche per un solo giorno: la questione, però, che è stata oggetto di una nota del ministero del Lavoro [1], verrà presto definita dall’Inps con una nuova circolare.

Ma procediamo per ordine e ricordiamo come funziona la pensione anticipata per i lavoratori precoci e chi può beneficiarne, per poi esaminare le particolari condizioni richieste ai disoccupati per accedere alla prestazione.

Che cos’è e come funziona la pensione anticipata precoci

La pensione anticipata precoci, o pensione anticipata quota 41, consiste nella possibilità di accedere alla pensione anticipata con soli 41 anni di contributi anziché con 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne), il requisito ordinariamente previsto per questo tipo di prestazione, che non è collegata all’età del lavoratore come la pensione di vecchiaia.

La pensione anticipata con 41 anni di contributi può essere richiesta se l’interessato possiede almeno 12 mesi di contribuzione da effettivo lavoro accreditata prima del compimento del 19° anno di età. Non basta, comunque, soddisfare queste condizioni per accedere al trattamento, ma bisogna rientrare anche in una delle categorie beneficiarie dell’Ape sociale, o tra gli addetti ai lavori usuranti o ai turni notturni.

Va poi considerato che le domande di pensione anticipata sono a numero chiuso, quindi non tutti coloro che soddisfano i requisiti richiesti possono accedere alla prestazione.

Chi ha diritto alla pensione anticipata precoci

Possono ottenere la pensione anticipata precoci con almeno 41 anni di contributi i lavoratori in possesso di almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età, che appartengono a una delle seguenti categorie:

  • lavoratori che risultano disoccupati a seguito di licenziamento, anche collettivo, o di dimissioni per giusta causa, o per effetto di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria; perché gli appartenenti a questa categoria possano beneficiare dell’Ape sociale, al momento è necessario che abbiano terminato da almeno tre mesi di percepire la prestazione di disoccupazione e che non si siano rioccupati;
  • caregiver, cioè lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
  • invalidi, cioè lavoratori che possiedono un’invalidità uguale o superiore al 74%;
  • addetti ai lavori faticosi e pesanti che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa e addetti ai lavori usuranti.

Requisiti pensione anticipata precoci per i disoccupati

Come abbiamo visto, i requisiti richiesti ai disoccupati per ottenere la pensione anticipata quota 41 sono numerosi e piuttosto stringenti. Non basta, infatti, lo stato di disoccupazione assieme ai requisiti contributivi necessari per la prestazione, ma bisogna anche soddisfare le seguenti condizioni:

  • essere stati licenziati, o aver presentato le dimissioni per giusta causa, o aver cessato il rapporto per via di una risoluzione consensuale, conclusa nell’ambito di una procedura di conciliazione;
  • aver terminato di percepire la disoccupazione da almeno 3 mesi;
  • non essere stati rioccupati nemmeno per un giorno dopo aver terminato di percepire il sussidio di disoccupazione.

Per quanto riguarda quest’ultimo requisito, si è in attesa dell’emanazione di una circolare da parte dell’Inps, a seguito di una nota emessa dal ministero del Lavoro [1]. Nella nota, in particolare, si apre alla possibilità di riconoscere la pensione anticipata precoci e l’Ape social a quei disoccupati che si sono rioccupati per periodi non superiori ai 6 mesi, ad esempio con i voucher, il contratto di prestazione occasionale, o con un contratto a chiamata, stagionale, a termine o di somministrazione.

Requisiti pensione anticipata precoci per chi non ha ricevuto la disoccupazione

La finanziaria, in merito ai disoccupati aventi diritto alla pensione anticipata quota 41, apre anche a coloro che non hanno ricevuto l’indennità di disoccupazione pur avendone i requisiti, ad esempio a chi non ha percepito la Naspi perché ha presentato la domanda dopo la scadenza. La stessa apertura è prevista anche per i disoccupati beneficiari dell’Ape sociale.

Requisiti pensione anticipata precoci per i lavoratori a termine

La finanziaria dà una risposta, invece, a un caso non ancora affrontato dall’Inps e dal Ministero, ossia quello dei disoccupati a seguito della scadenza del contratto a termine. Per questa categoria la normativa, inizialmente volta a restringere il numero dei beneficiari dell’Ape social e della pensione anticipata precoci, non prevede l’accesso alle misure. Grazie alla legge di Bilancio 2018, invece,  non sarà più così, anche se l’accesso all’Ape sociale e alla pensione anticipata con 41 anni di contributi non sarà per tutti i disoccupati a seguito di chiusura del contratto a termine.

Potranno beneficiare della misura, infatti, soltanto coloro che avranno alle spalle, negli ultimi 3 anni, almeno 18 mesi lavorati. Per l’accesso alla misura si dovrà attendere non solo l’entrata in vigore della finanziaria, ma anche l’emanazione della normativa attuativa e delle apposite circolari Inps: si auspica che il tutto sia pronto entro la data di scadenza delle domande di pensione anticipata precoci per chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2018.

[1] Mlps, nota 11/09/2017.

Cosa rischia un minorenne per i rapporti sessuali col coetaneo?

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se sei minorenne vai in galera se hai rapporti sessuali con un coetaneo o vanno in prigione i genitori?

Si chiama «età del consenso» e segna il momento in cui il ragazzo o la ragazza possono liberamente decidere di avere rapporti sessuali con chiunque. In Italia l’età del consenso è 14 anni. Quindi a partire da 14 anni si può consumare un rapporto con un coetaneo o con un maggiorenne. La persona, anche molto più grande, che compie un atto sessuale con un giovane o una giovane che ha almeno 14 anni non commette alcun tipo di reato e non può essere processato. L’unica eccezione è prevista quando il rapporto sessuale viene consumato con il genitore anche adottivo, il tutore o altra persona con cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza; in questo caso l’età del consenso è 16 anni e non più 14. Detto ciò vediamo che rischia il minorenne per rapporti sessuali con un coetaneo.

Come detto, se i due minorenni hanno almeno 14 anni, sono liberi di avere rapporti sessuali e nessuno dei due rischia nulla, né i loro genitori. Le cose non cambiano se, all’esito del rapporto sessuale, la ragazza resta incinta. Visto che l’età del consenso è di 14 anni, i genitori della giovane in gravidanza non possono denunciare il padre del bambino. In ogni caso, per il matrimonio sono necessari i 16 anni e il procedimento di emancipazione. Per questi e altri aspetti sul tema leggi A quale età si possono avere rapporti sessuali?

Che succede, però, se almeno uno dei due giovani ha meno di 14 anni? Cosa rischia l’altro se anch’egli ha meno di 14 anni e cosa rischia invece se ne ha di più?

Bisogna distinguere:

  • se il più giovane ha 13 anni, non c’è reato a condizione che l’altro non abbia più di 16 anni. Quindi è reato quando si consuma un rapporto sessuale tra un ragazzo che ha 13 anni e uno che ne ha 17 o più (in pratica non ci deve essere una differenza di età superiore a tre anni). Invece non è reato se il rapporto sessuale è tra due tredicenni, o tra un tredicenne e un quattordicenne o un quindicenne;
  • se il più giovane ha meno di 13 anni è sempre reato. A risponderne saranno i genitori per non aver educato correttamente il figlio.

Attenzione: rientra nel concetto di rapporto sessuale anche quello omosessuale; quindi i rapporti con minorenni dello stesso sesso rientrano nei predetti divieti.

Età del giovane
Età del meno giovane
Reato?
14 14 o più grande No
14 18 o più grande No
13 14 No
13 15 No
13 16 No
13 17 Si: la forbice d’età è superiore a 3 anni
12 14 o più grande Si
14,15, 16 o 17 Da 14 anni in su Si se in cambio del rapporto sessuale è promesso denaro o altre utilità

Soldi regalati: vanno dichiarati?

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le donazioni in denaro vanno dichiarate al fisco ma non sempre si pagano le tasse.

Tra tutti i regali che si possano fare a una persona, il denaro è sempre il più gradito. Ma se nel momento in cui si regala un oggetto o un servizio non ci sono obblighi di carattere fiscale, con i soldi invece scattano una serie di adempimenti che possono avere ripercussioni sulla dichiarazione dei redditi e sulle tasse da pagare. Non sempre però. In alcuni casi il fisco non tassa le donazioni e il contribuente può stare al sicuro da eventuali accertamenti fiscali. Cerchiamo allora di capire come comportarsi nel caso in cui si riceva una somma di denaro da un parente o da un amico: i soldi regalati vanno dichiarati?

Come si fa una donazione e come si contesta

Prima di passare agli obblighi di carattere fiscale dobbiamo fare una importante premessa. Per la donazione, sia essa in denaro o in natura, è necessario il notaio: le parti devono recarsi dal professionista in presenza di due testimoni (di solito offerti dallo stesso studio) a firmare il rogito. Ciò non è necessario solo nei casi in cui il valore del regalo sia modesto («modico», per usare il termine del codice civile). Quindi la piccola somma data per pagare la rata del mutuo o la bolletta del telefono può essere consegnata a mani e senza l’atto notarile; in tutti gli altri casi invece c’è bisogno dell’intervento del pubblico ufficiale. Non esiste un criterio fisso per stabilire se una donazione è di modico valore o meno. A tal fine si deve tenere conto sia delle condizioni economiche del donante che del donatario; ciò che, ad esempio, può essere di valore rilevante per una persona disoccupata non lo è per il benestante. Il paradosso è che chi ha pochi redditi dovrà andare più spesso dal notaio rispetto a chi ne ha molti.

Che succede se la donazione avviene senza notaio? È nulla. Significa che sia il donante che i suoi eventuali eredi possono agire per riprendersi il bene o il denaro.

Ricordiamo peraltro che la donazione può essere sempre impugnata dagli eredi entro 20 anni dal suo compimento o 10 anni dalla morte del donante qualora abbia sottratto le loro quote minime di eredità spettanti per legge (cosiddetta «legittima»). Leggi sul punto: Acquisto casa donata: quali tutele?

In ultimo va detto che la donazione può essere revocata per ingratitudine, ossia quando il comportamento del donatario manifesti inequivocabilmente ingratitudine nei confronti del donante. Quando il donante è ancora in vita la scelta di agire in giudizio e la valutazione dei presupposti che consentono di agire spettano unicamente allo stesso; se invece questi è deceduto, l’azione può essere intrapresa dai suoi eredi. L’azione di revoca va esercitata entro 1 anno dal giorno in cui il donante è venuto a conoscenza del fatto che la consente.

Donazione di denaro in contanti

Se la donazione di denaro avviene in contanti, prima ancora degli obblighi fiscali, ci sono quelli connessi alla tracciabilità dei trasferimenti di denaro: obblighi che impongono di utilizzare strumenti tracciabili per importi superiori a 3mila euro. Per cui chi vuol regalare fino a 2.999,99 euro lo può fare in contanti, consegnando la somma a mani, mentre negli altri casi va usato un bonifico bancario o un assegno non trasferibile.

Soldi in regalo: quando si pagano le tasse

Veniamo ora al quesito di partenza: i soldi regalati vanno dichiarati? Non sempre sulle donazioni si pagano le tasse. La legge infatti prevede degli esoneri e delle franchigie secondo il seguente schema:

Soggetti beneficiari Franchigia Aliquota
Coniuge e i parenti in linea retta (genitori e i figli, i rispettivi ascendenti e discendenti in linea retta, gli adottanti e gli adottati, gli affiliati e gli affilianti) € 1.000.000 4%
fratelli e sorelle € 100.000 6%
altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al 3° grado 6%
altri soggetti 8%
persona portatrice di handicap ai sensi della legge 104/1992 € 1.500.000 4%, 6% o 8% a seconda della parentela

Cerchiamo di capire come si legge la scheda.

I soldi ottenuti in regalo dalla moglie o dal marito, nonché quelli avuti dai genitori o dai figli, non si tassano fino a 1milione di euro (cosiddetta franchigia). Le somme eccedenti tale tetto vengono tassate al 4%. Per cui, la madre regala al figlio una casa o un conto in banca del valore di 1,5 milioni di euro, le tasse sulla donazione saranno pari al 4% di 500mila euro.

I soldi ottenuti dai fratelli o sorelle non si tassano fino a 100mila euro (franchigia). Le somme ulteriori si tassano al 6%.

I soldi regalati da altri parenti (purché fino al 4° grado) o da affini (purché fino al 3° grado) si tassano subito con un aliquota del 6%. Vanno quindi dichiarati.

I soldi ottenuti da amici o estranei vengono sempre tassati all’8%, a prescindere dall’importo. Quindi in teoria, anche un regalo di 100 euro va dichiarato al fisco e su di esso si devono pagare 8 euro di tasse. Su 100mila euro si pagano 8mila euro di tasse e così via.

Soldi in regalo: siamo tutti evasori?

Prevedendo quello che verosimilmente sta pensando il lettore, dovremmo ammettere che siamo tutti evasori. Nessuno ha dichiarato mai i soldi ottenuti dal partner, dal convivente o ricevuti dagli amici o dal fidanzato in regalo. Eppure bisognerebbe farlo. Il fatto è, però, che tutti questi pagamenti avvengono in contanti e, non essendovi tracciabilità, possono sfuggire facilmente al fisco. Questo però non significa che non si stia commettendo un illecito tributario.

Leggi anche Se il padre regala soldi al figlio si pagano le tasse?

Come il fisco scopre le evasioni

Il fisco però ha un altro modo per rilevare le evasioni relative all’imposta sulle donazioni in caso di soldi avuti in regalo. Si tratta del redditometro. Questo strumento consente di “pesare” il valore degli acquisti effettuati in un anno dal contribuente e confrontarlo con il reddito dichiarato; se quest’ultimo risulta inferiore di oltre il 20% rispetto alle spese, il contribuente viene chiamato a giustificare la provenienza dei soldi “in più” che sono stati spesi. Se non è in grado di fornire prove scritte (perché solo documentali possono essere) subisce l’accertamento fiscale. Vien da sé però che se il contribuente dichiari di aver ricevuto del denaro da un amico o comunque da un parente oltre la franchigia subirà un accertamento per evasione dell’imposta di donazione.

Pensioni 2018, arriva l’Ape rosa per le donne

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ape sociale con uno sconto sino a 2 anni di contributi per le lavoratrici con figli: come funziona e chi ne ha diritto.

La manovra 2018 elimina numerose chiusure nell’accesso alla misura dell’Ape sociale: non solo apre ai lavoratori a termine, ma consente di ottenere l’anticipo pensionistico con uno sconto sui contributi alle donne con figli.

Nel dettaglio, la finanziaria consente alle lavoratrici di ottenere l’Ape sociale con uno sconto nei contributi richiesti pari a 6 mesi per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni complessivi: questo accesso agevolato alla misura è stato ribattezzato Ape rosa.

La misura era stata proposta dai sindacati con degli sconti più significativi, pari a un anno di contributi per ogni figlio, sino a un massimo di 3 anni, ma il Governo ha reputato sostenibile uno sconto massimo di 2 anni di contributi, per non ampliare troppo la platea dei beneficiari dell’Ape social. Le previsioni potrebbero essere comunque migliorate in seguito con degli emendamenti.

Ma procediamo per ordine e ricordiamo come funziona l’Ape social e chi ne ha diritto, per poi esaminare le particolari agevolazioni riconosciute alle lavoratrici con figliper accedere all’anticipo pensionistico.

Come funziona l’Ape social

L’Ape sociale, o Ape social, è un anticipo pensionistico, cioè un assegno che ha la funzione di sostenere il reddito del lavoratore sino alla maturazione dei requisiti della pensione.

L’Ape sociale può essere richiesto a partire dai 63 anni di età, se l’interessato possiede almeno 30 anni o 36 anni di contributi (a seconda delle categorie di appartenenza), e viene erogato sino all’età in cui il lavoratore matura la pensione di vecchiaia (dal 2018 uguale per tutti, uomini e donne, e pari a 66 anni e 7 mesi).

L’assegno è calcolato allo stesso modo della pensione, quindi, a seconda dell’anzianità del beneficiario, con il calcolo retributivo (sino al 31 dicembre 2011), contributivo o misto: si considerano comunque i soli contributi presenti nelle gestioni Inps, mentre i contributi presenti nelle casse dei liberi professionisti sono fuori dalla misura.

L’Ape social non può, in ogni caso, superare i 1.500 euro mensili ed è incompatibile con i sussidi di disoccupazione e con qualsiasi pensione diretta (di vecchiaia, di anzianità o anticipata).

Chi ha diritto all’Ape sociale

Possono ottenere l’Ape social con almeno 30 anni di contributi i lavoratori che appartengono a una delle seguenti categorie:

  • lavoratori che risultano disoccupati a seguito di licenziamento, anche collettivo, o di dimissioni per giusta causa, o per effetto di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria; perché gli appartenenti a questa categoria possano beneficiare dell’Ape sociale, al momento è necessario che abbiano terminato da almeno tre mesi di percepire la prestazione di disoccupazione e che non si siano rioccupati;
  • caregiver, cioè lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
  • invalidi, cioè lavoratori che possiedono un’invalidità uguale o superiore al 74%.

Sono invece necessari 36 anni di contributi per un’ulteriore categoria beneficiaria dell’Ape sociale, gli addetti ai lavori faticosi e pesanti: non si tratta degli addetti ai lavori usuranti, ma si tratta di coloro che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa.

Ape rosa per le donne

Come anticipato, la manovra ha previsto dei requisiti contributivi più leggeri per accedere all’Ape social a favore delle lavoratrici con figli.

Nel dettaglio, le lavoratrici potranno beneficiare di uno sconto sui contributi richiesti pari a 6 mesi per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni, sia che appartengano alle prime 3 categorie di beneficiarie dell’Ape sociale (caregiver, invalide o disoccupate), sia che appartengono alla categoria delle addette a lavori faticosi e rischiosi.

Le appartenenti alla prima categoria con almeno 4 figli potranno dunque ottenere l’anticipo pensionistico con 28 anni di contributi anziché 30,mentre le addette a lavori faticosi e pesanti con lo stesso numero di figli potranno ottenere l’anticipo con 34 anni di contributi anziché 36.

Non è detto, in ogni caso, che la più incisiva proposta dei sindacati non sia presa in considerazione in seguito.

Secondo la proposta dei sindacati, l’Ape sociale potrebbe essere ottenuta con uno sconto contributivo pari a 1 anno per ogni figlio, sino a un massimo di 3 anni.

In questo modo, le appartenenti alla prima categoria di beneficiarie, con almeno 3 figli, potrebbero ottenere l’anticipo pensionistico con 27 anni di contributi anziché 30,mentre le addette a lavori faticosi e pesanti con lo stesso numero di figli potrebbero ottenere l’anticipo con 33 anni di contributi anziché 36.

Pensioni, Ape sociale per i lavoratori a termine

Posted on : 17-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Aperta la possibilità di richiedere l’anticipo pensionistico a 63 anni anche per i disoccupati che hanno concluso un contratto a termine.

Ape sociale anche per i lavoratori disoccupati a seguito di un contratto a termine: è questa una delle principali novità previste dalla manovra 2018. Allo stato attuale, difatti, l’Ape social può essere richiesta soltanto dai disoccupati a seguito di licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale (nell’ambito della procedura di conciliazione), ma restano fuori tutti coloro il cui contratto è terminato per la naturale scadenza: questi lavoratori, ora, potranno essere inclusi nella misura, purché maturino almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni. Un’apertura non totale, dunque, ma che certamente amplierà la platea dei destinatari dell’anticipo pensionistico.

La finanziaria non si pronuncia, invece, al riguardo di un altro limite dell’Ape sociale per i disoccupati, cioè sulla preclusione per chi, terminato di percepire il sussidio di disoccupazione, si rioccupa anche per un solo giorno: la questione, però, che è stata oggetto di una nota del ministero del Lavoro [1], verrà presto definita dall’Inps con una nuova circolare.

Ma procediamo per ordine e ricordiamo come funziona l’Ape sociale e chi può beneficiarne, per poi esaminare le particolari condizioni richieste ai disoccupati per accedere all’anticipo pensionistico.

Che cos’è e come funziona l’Ape sociale

L’Ape sociale, o Ape social, è un anticipo pensionistico, cioè un assegno che ha la funzione di sostenere il reddito del lavoratore sino alla maturazione dei requisiti della pensione.

L’Ape sociale può essere richiesto a partire dai 63 anni di età, se l’interessato possiede almeno 30 anni o 36 anni di contributi (a seconda delle categorie di appartenenza), e viene erogato sino all’età in cui il lavoratore matura la pensione di vecchiaia (dal 2018 uguale per tutti, uomini e donne, e pari a 66 anni e 7 mesi).

L’assegno è calcolato allo stesso modo della pensione, quindi, a seconda dell’anzianità del lavoratore, con il calcolo retributivo (sino al 31 dicembre 2011), contributivo o misto: si considera la sola contribuzione presente nelle gestioni Inps, in quanto la misura non è applicabile per le casse dei liberi professionisti.

L’Ape social non può, in ogni caso, superare i 1.500 euro mensili ed è incompatibile con i sussidi di disoccupazione e con qualsiasi pensione diretta (di vecchiaia, di anzianità o anticipata).

Chi ha diritto all’Ape sociale

Possono ottenere l’Ape social con almeno 30 anni di contributi i lavoratori che appartengono a una delle seguenti categorie:

  • lavoratori che risultano disoccupati a seguito di licenziamento, anche collettivo, o di dimissioni per giusta causa, o per effetto di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria; perché gli appartenenti a questa categoria possano beneficiare dell’Ape sociale, al momento è necessario che abbiano terminato da almeno tre mesi di percepire la prestazione di disoccupazione e che non si siano rioccupati;
  • caregiver, cioè lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
  • invalidi, cioè lavoratori che possiedono un’invalidità uguale o superiore al 74%.

Sono invece necessari 36 anni di contributi per un’ulteriore categoria beneficiaria dell’Ape sociale, gli addetti ai lavori faticosi e pesanti: non si tratta degli addetti ai lavori usuranti, ma si tratta di coloro che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa.

Requisiti Ape sociale per i disoccupati

Come abbiamo visto, i requisiti richiesti ai disoccupati per ottenere l’Ape sociale sono numerosi e piuttosto stringenti. Non basta, infatti, lo stato di disoccupazione assieme al requisito contributivo e d’età necessario per l’Ape social, ma bisogna anche soddisfare le seguenti condizioni:

  • essere stati licenziati, o aver presentato le dimissioni per giusta causa, o aver cessato il rapporto per via di una risoluzione consensuale, conclusa nell’ambito di una procedura di conciliazione;
  • aver terminato di percepire la disoccupazione da almeno 3 mesi;
  • non essere stati rioccupati nemmeno per un giorno dopo aver terminato di percepire il sussidio di disoccupazione.

Per quanto riguarda quest’ultimo requisito, si è in attesa dell’emanazione di una circolare da parte dell’Inps, a seguito di una nota emessa dal ministero del Lavoro [1]. Nella nota, in particolare, si apre alla possibilità di riconoscere l’Ape sociale a quei disoccupati che si sono rioccupati per periodi non superiori ai 6 mesi, ad esempio con i voucher, il contratto di prestazione occasionale, o con un contratto a chiamata, stagionale, a termine o di somministrazione.

Requisiti Ape sociale per i lavoratori a termine

La finanziaria dà una risposta, invece, a un caso non ancora affrontato dall’Inps e dal Ministero, ossia quello dei disoccupati a seguito della scadenza del contratto a termine. Per questa categoria la normativa, inizialmente volta a restringere il numero dei beneficiari dell’Ape social, non prevede l’accesso alla misura. Grazie alla legge di Bilancio 2018, invece,  non sarà più così, anche se l’accesso all’Ape sociale non sarà per tutti i disoccupati a seguito di chiusura del contratto a termine.

Potranno beneficiare della misura, infatti, soltanto coloro che avranno alle spalle, negli ultimi 3 anni, almeno 18 mesi lavorati. Per l’accesso alla misura si dovrà attendere non solo l’entrata in vigore della finanziaria, ma anche l’emanazione della normativa attuativa e delle apposite circolari Inps: si auspica che il tutto sia pronto entro il 31 marzo 2018, data di scadenza delle domande di Ape sociale per chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2018.