L’avvocatura italiana non è una categoria

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

La storia degli avvocati italiani costituisce un campo di studi ampio e ancora poco esplorato.

Hannes Siegrist vi ha dedicato uno studio “Gli avvocati nell’Italia del XIX secolo. Provenienza e matrimoni, titolo e prestigio”.
L’autore ha preso in esame le condizioni del Nord (Milano), del Centro (Firenze, Toscana) e del Mezzogiorno (Napoli). Ha indagato, compiutamente, i rapporti tra professione, identità cetuale e condizione borghese.
Quella dell’avvocato è, in Italia, un’antica professione che richiede specifica formazione e che, in alcune zone, affonda le radici in una lunga tradizione di autonomia corporativa.
Gli avvocati costituivano, professionalmente, economicamente, politicamente ed ideologicamente un’assai differenziato ed eterogeneo gruppo professionale.
Anche socialmente sussistevano considerevoli differenze che, tuttavia, apparivano secondarie rispetto ad una fondamentale caratteristica comune: gli avvocati venivano reclutati nell’area della borghesia, in cui trovavano anche moglie, aspiravano ad uno status borghese e tale status spesso conseguivano.
All’inizio del XIX secolo c’erano ancora relitti dell’epoca in cui l’avvocatura era stata una nobile professione.
Nel complesso gli avvocati si distribuivano con relativa ampiezza all’interno di un ceto borghese intermedio in cui gli elementi dell’antica borghesia cittadina di estrazione patrizia si fondevano con gli elementi dinamici e statici della borghesia colta e possidente, in cui rientrava il piccolo borghese allo stesso modo del piccolo nobile imborghesito e del facoltoso avvocato alto borghese.
Si andava dall’avvocato della piccola città che viveva modestamente fino ai grandi avvocati – politici di risonanza nazionale.
Oggi il quadro socio – economico è profondamente cambiato.
La demografia forense si è sviluppata molto rapidamente con progressione geometrica, in gran parte fungendo da ammortizzatore sociale di un’economia in declino e per altro verso alla ricerca dello status sociale irrimediabilmente perduto.
Oggi in Italia vi è un esercito di 243 mila avvocati caratterizzati, in gran parte, da un tasso culturale assai modesto, per lo più amorfi, indifferenti, del tutto incapaci di costituire una categoria sociale.
Le categorie sociali sono la risultante di una costruzione teorica mediante la quale il sociologo raggruppa idealmente in una stessa “unità sociale” individui con caratteristiche comuni, così da poterli studiare.
L’avvocatura italiana oggi sfugge ad una classificazione di questo tipo essendo formata da un coacervo di individualità spesso in conflitto tra di loro.
La cartina di tornasole è data dalla vicenda dei cd. “ineleggibili” secondo legge e secondo l’interpretazione della Suprema Corte di Cassazione.
Molti dei cd. ineleggibili si sono sottratti sia alla legge che alla sua interpretazione riproponendosi nella rappresentanza. Solo 21 marziani hanno inteso sottoscrivere il ricorso al TAR del Lazio nel tentativo di ripristinare un po’ di legalità. Su 243 avvocati la percentuale dei ricorrenti è pari al 0,0086%.
Non credo vi sia bisogno di altre parole per affermare che l’avvocatura italiana non è una categoria sociale.
L’8 maggio p.v. si terrà la Camera di Consiglio per la trattazione della sospensiva avanti la Prima Sezione del TAR Lazio con NRG 3767/2019.
In queste vicende l’interesse pubblico è il convitato di pietra che va sempre valutato.
La misura cautelare, parafrasando Calamandrei, ha lo scopo immediato di assicurare l’efficacia pratica del provvedimento definitivo.

Alimenti per andare di corpo

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

0

La dieta contro la stipsi: chi non riesce ad evacuare quando è al bagno può mangiare questi cibi.

Se anche si possono nutrire dubbi sull’efficacia di una corretta dieta per combattere le più gravi malattie dell’apparato interno, di certo non si può ignorare la relazione tra alimentazione e disturbi digestivi. Anzi, chi ha problemi di stomaco o di intestino cura innanzitutto l’igiene alimentare. Uno dei problemi più tipici dell’apparato digerente è la stipsi ossia la difficoltà ad evacuare. Chi non riesce ad espellere i cibi si sente nervoso, ha la pressione alta e spesso anche l’alito non profumato. Le conseguenze poi possono essere ben più gravi e riguardare la formazione di masse all’interno del colon o dell’intestino. Ecco perché si consiglia sempre di mangiare cibi ricchi di fibre per favorire il transito intestinale. In verità, l’elenco degli alimenti per andare di corpo è molto ricco: con una sana dieta è possibile evitare il ricorso a rimedi farmacologici, spesso più dannosi che altro: il ricorso a lassativi, a lungo andare, può indebolire le pareti intestinali e renderle meno sensibili allo stimolo esercitato dalla massa fecale. Se non sai quali sono questi cibi, non ti resta che leggere le pagine seguenti.

Da cosa dipende dal stipsi

La stipsi può essere causata, oltre che da fattori genetici e da una dieta non corretta, anche dalla frenesia della vita quotidiana che non lascia più il tempo di sedersi in bagno e “rilassarsi” per il tempo necessario a defecare. Tempo che, ovviamente, è soggettivo e varia da individuo a individuo. Anche la sindrome del colon irritabile (comunemente chiamata “colite”) può causare la stipsi.

D’altra parte accade spesso che una persona ritenga di essere stitica quando, in realtà, non lo e per nulla. Questi errori di valutazione sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Non riuscire a evacuare ogni giorno, per esempio, non significa essere costipati. L’ambito di normalità della funzione intestinale è, secondo gli esperti, abbastanza ampio: da tre evacuazioni alla settimana a tre al giorno. Tra i segni che possono indurti in sospetto, i più comuni sono: senso di malessere addominale, comparsa di stimolo senza evacuazione, evacuazioni difficili e poco frequenti, feci dure e scarse. La stipsi di origine dietetica è determinata

dalla presenza di una massa fecale ridotta e poco idratata. Spesso alla stipsi si accompagnano anche le emorroidi.

Detto ciò vediamo quali sono gli alimenti per andare di corpo.

La crusca contro la stipsi

Il rimedio tipico contro la stipsi è certamente la crusca. La si può comprare in erboristeria ma la si assume anche con il pane integrale. Anche la pasta e il riso integrale sono una buona fonte di crusca.

La crusca è ricca di fibre. Se I’assunzione media di fibre fosse pari a 40 grammi al giorno, invece di essere inferiore a 20 grammi come per gran parte delle moderne diete, la stipsi scomparirebbe quasi completamente.

Non esiste un dosaggio standard di crusca necessaria ad andare di corpo: tutto dipende dal soggetto e dalla gravità della patologia. Si consiglia un uso graduale sino ad ottenere l’effetto desiderato.

Per rendere più efficace la crusca bisogna bere molto: difatti l’acqua va a gonfiare la massa delle fibre che spingono il cibo nell’intestino sino a portarlo nel retto.

Esagerare con la crusca però può portare dolori addominali, diarrea, flatulenza: ecco perché è molto importante accompagnare la crusca con liquidi – per favorirne l’espulsione – e non eccedere.

Crusca di riso: ottimo lassativo

Un’altra sostanza molto efficace è Ia crusca di riso, usata da tempo in Asia e oggi acquistabile anche in Italia nei negozi specializzati. La si può considerare un’ottima alternativa alla crusca di frumento, il cui sapore non è troppo gradevole.

Caffè: un lassativo lampo

Se non riesci ad andare di corpo, il caffè è davvero un ottimo rimedio, specie se caldo. La sua naturale composizione di eccitante aumenta la peristalsi intestinale favorendo il transito. Un caffè americano – lungo e caldo – è sicuramente migliore di quello tradizionale ristretto: l’acqua infatti moltiplica la funzione del caffè. L’effetto dura circa 30 minuti. Gli studi hanno dimostrato che ha più efficacia il caffè alla mattina che quello dopo pranzo o nel pomeriggio.

Alcuni studi hanno però dimostrato che, su alcune persone, la caffeina ha effetti opposti.

Frutta e verdura

Ci sono dei frutti che favoriscono il transito intestinale. In generale tutta la frutta secca è lassativa anche se più calorico. Per il resto si consiglia di mangiare prugne, banane, kiwi e tutta la frutta ricca di acqua come pere e anguria. Evita la frutta astringente come le mele.

La verdura è molto ricca di febbre, specie quella fresca e a foglie larghe. I carciofi e gli spinaci ad esempio sono molto indicati per chi soffre di stipsi e poco per chi invece ha il problema opposto. Le carote e le patate invece sono astringenti.

Latte

Il latte ha effetti molto soggettivi. In alcune persone – specie quelle con un colon irritabile – produce dissenteria, mentre in altre costipazione, probabilmente a causa dell’elevato contenuto di calcio.

Non dimenticare che le uova sode sono astringenti: se soffri di stipsi non sono affatto indicate.

Concorso navigator: bando, quando candidarsi

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Aperto il bando di selezione per i navigator: 3mila posti presso Anpal per i tutor dei beneficiari del reddito di cittadinanza.

Anpal Servizi ha aperto una selezione pubblica per assumere 3mila navigator, cioè i tutor che si occuperanno di seguire i beneficiari del reddito di cittadinanza.

Il navigator sarà la figura centrale dell’assistenza tecnica fornita da Anpal Servizi S.p.A. ai centri per l’impiego: ogni navigator sarà un collaboratore appositamente selezionato e formato per supportare i servizi e per integrarsi nel nuovo contesto caratterizzato dall’introduzione del reddito di cittadinanza. Si occuperà di assicurare assistenza tecnica ai centri per l’impiego, valorizzando le politiche attive regionali e integrandole con metodologie e tecniche innovative, che saranno adottate per il reddito di cittadinanza.

Ma facciamo subito il punto sul concorso navigator: bando, quando candidarsi, requisiti, selezioni, assunzione.

Le posizioni disponibili risultano fino ad un massimo di 3mila, distribuite in tutte le regioni italiane.

Le domande possono essere presentate sino all’8 maggio 2019; il candidato deve presentare la domanda di partecipazione alla selezione pubblica esclusivamente in via telematica, mediante l’utilizzo di Pin dell’Inps, oppure Spid (sistema pubblico di identità dgitale) o Cns (carta nazionale dei servizi), compilando l’apposito modulo disponibile a questo link. Non sono ammesse altre forme di  produzione o di invio delle domande di partecipazione.

Che cosa fa il navigator?

Il navigator servirà a facilitare l’incontro tra i beneficiari del programma del reddito di cittadinanza e i datori di lavoro, i servizi per il lavoro e i servizi di integrazione sociale, come prestabilito dai patti per i servizi.

Nello specifico, il navigator:

  • supporta gli operatori dei centri per l’impiego (cpi) nella definizione e qualificazione del piano personalizzato
    previsto dalla legge;
  • svolge una funzione di assistenza tecnica agli operatori dei cpi impiegati nel supporto ai beneficiari del Reddito di cittadinanza nel percorso di inclusione socio‐lavorativa, per garantire che il beneficiario porti a termine con successo il
    programma e raggiunga la propria autonomia;
  • supporta i cpi nei collegamenti con le imprese e col sistema di istruzione e formazione, per permettere ai
    beneficiari di individuare e superare gli ostacoli che incontrano nel percorso verso la
    realizzazione professionale, l’autonomia economica e la piena integrazione sociale nella
    propria comunità;
  • collabora con gli operatori dei cpi per realizzare i servizi previsti e assicurare i diritti e i doveri dei beneficiari.

I navigator impegnati nelle attività di assistenza tecnica nelle regioni saranno preliminarmente coinvolti in un percorso di formazione organizzato da uno specifico staff di Anpal Servizi S.p.A.

Requisiti bando navigator

I navigator devono essere in possesso dei seguenti requisiti:

  • laurea magistrale/specialistica(LM/LS) in una delle seguenti discipline:
    • scienze dell’economia (LM‐56 o 64/S);
    • scienze della politica (LM‐62 o 70/S);
    • scienze delle pubbliche amministrazioni (LM‐63 o 71/S);
    • scienze economico aziendali (LM‐77 o 84/S);
    • servizio sociale e politiche sociali (LM‐87);
    • programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali (57/S);
    • sociologia e ricerca sociale (LM‐88);
    • sociologia (89/S);
    •  scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua (LM‐57 o 65/S);
    • psicologia (LM‐51 o 58/S);
    • giurisprudenza (LMG‐01 o 22/S);
    • teoria e tecniche della normazione e dell’informazione giuridica (102/S);
    • scienze pedagogiche (LM‐85 o 87/S);
  • diploma di laurea (DL) secondo il “vecchio ordinamento” corrispondente ad una delle lauree magistrali elencate, o di un titolo equipollente, anche conseguito all’estero;
  • cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell’Unione Europea o di regolare permesso di soggiorno per lavoro;
  • godimento dei diritti civili e politici, anche nello Stato di appartenenza e provenienza;
  • assenza di condanne penali, di procedimenti penali in corso, interdizione o altre misure che  escludono la costituzione del rapporto di lavoro con le pubbliche amministrazioni, secondo le leggi vigenti;
  • assenza di condanne penali, anche se con sentenza non passata in giudicato, per reati di mafia, di terrorismo, di narcotraffico, di violenza sessuale, malversazione, truffa, frode, concussione, corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, istigazione alla corruzione, peculato,  turbata libertà dell’industria o del commercio, ricettazione, riciclaggio, autoriciclaggio;
  • assenza di licenziamenti o dispense dall’impiego presso una pubblica amministrazione;
  • idoneità fisica allo svolgimento delle attività.

Compenso e durata della collaborazione

L’incarico di collaborazione avrà durata fino al 30 aprile 2021 e un compenso lordo annuo pari a 27.338,76 euro (circa 1600 euro netti al mese), oltre a 300 euro lordi mensili  a titolo di rimborso forfettario delle spese per l’espletamento dell’incarico, quali spese di viaggio, vitto e alloggio.

Domanda di partecipazione

Il candidato deve produrre la domanda di partecipazione alla selezione pubblica esclusivamente in via telematica, mediante l’utilizzo di Pin dell’Inps, Spid o Cns, dall’indirizzo web “selezionenavigator.anpalservizi.it”.
Inviata la domanda di partecipazione viene generato un codice identificativo della stessa.
Il candidato deve stampare la domanda ed esibirla sottoscritta nel luogo e nel giorno stabilito per lo svolgimento della prova scritta.

Nella domanda deve essere specificata la provincia per la quale ci si intende candidare. Non è possibile presentare più di una candidatura.

L’invio online della domanda debitamente compilata deve essere effettuato entro il termine perentorio dell’8 maggio 2019 alle ore 12.00.

Ammissione alla prova selettiva

Sono ammessi alla selezione i candidati in possesso dei requisiti di ammissibilità richiesti dal bando, secondo un rapporto di 1 a 20 tra posizioni ricercate e candidature pervenute su base provinciale, in base al miglior voto di laurea.

In caso di parità è preferito il candidato più giovane di età. In caso di ulteriore parità saranno ammessi tutti i candidati di pari età.

Gli elenchi provinciali degli ammessi alla prova e la sede, la data e l’orario della stessa saranno pubblicati su questo sito, oltre che sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sul sito dell’Anpal.

Prova di selezione

La prova selettiva si svolge sulla base di distinte sessioni d’esame: consiste in un test con domanda a risposta multipla costituito da 100 domande così ripartite:

  • 10 quesiti di cultura generale;
  • 10 quesiti psicoattitudinali;
  • 10 quesiti di logica;
  • 10 quesiti di informatica;
  • 10 quesiti sui modelli e strumenti di intervento di politica del lavoro;
  • 10 quesiti sul reddito di cittadinanza;
  • 10 quesiti sulla disciplina dei contratti di lavoro;
  • 10 quesiti sul sistema di istruzione e formazione;
  • 10 quesiti sulla regolamentazione del mercato del lavoro;
  • 10 quesiti di economia aziendale.

Il tempo complessivo a disposizione è di 100 minuti.

Il punteggio totale di ciascun candidato viene ottenuto valutando le risposte fornite come segue:

  •  1 punto per ogni risposta esatta;
  • 0 punti per ogni risposta non data;
  • ‐ 0,4 punti per ogni risposta errata e per ogni multi‐risposta.

Superano la prova i candidati che abbiano ottenuto il punteggio minimo di 60/100. Risultano vincitori i primi in graduatoria per ogni provincia in ordine di punteggio, fino alla concorrenza delle posizioni disponibili.

In caso di parità è preferito il candidato con il miglior voto di laurea. In caso di ulteriore parità verrà preferito il candidato più giovane di età.

I candidati idonei, cioè coloro che hanno conseguito un punteggio minimo di 60/100 ma non sono risultati vincitori, potranno essere chiamati, sempre in ordine di graduatoria, a soddisfare eventuali fabbisogni anche per la copertura di posizioni non coperte all’interno di province limitrofe a quella per la quale hanno presentato la candidatura.

Etilometro: ultime sentenze

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Etilometro e guida in stato di ebbrezza; omologazione e taratura dell’etilometro; nullità del verbale; accertamento del tasso alcolemico e facoltà di farsi assistere da un legale.

Come si effettua l’alcoltest? Quando è valido? Cosa determina il rifiuto di sottoporsi ai dovuti controlli? La rilevazione del tasso alcolemico è valida anche nel caso in cui conducente non soffi abbastanza aria e l’etilometro segnali “volume insufficiente”.

Alcoltest: quando è nullo il verbale?

In tema di violazione al codice della strada, il verbale dell’accertamento effettuato mediante etilometro deve contenere, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata, l’attestazione della verifica che l’apparecchio da adoperare per l’esecuzione del cd. “alcooltest” è stato preventivamente sottoposto alla prescritta ed aggiornata omologazione ed alla indispensabile corretta calibratura; l’onere della prova del completo espletamento di tali attività strumentali grava, nel giudizio di opposizione, sulla P.A. poiché concerne il fatto costitutivo della pretesa sanzionatoria.

Cassazione civile sez. VI, 24/01/2019, n.1921

Quando c’è l’obbligo di comunicare la facoltà di farsi assistere da un legale?

L’obbligo di dare l’avviso ai sensi dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen. sussiste non solo nel caso – del tutto pacifico – in cui la polizia giudiziaria proceda all’accertamento del tasso alcolemico mediante etilometro, ai sensi dell’art. 186 comma 4, cod. strada, ma anche in quello in cui essa opti per la delega di tale verifica al personale sanitario, ex art. 186 comma 5, allorché il conducente di un veicolo coinvolto in un incidente stradale sia sottoposto a cure mediche.

In tale ipotesi, ove l’esame clinico sia stato condotto su richiesta della polizia nei confronti di soggetto già indiziato di una condotta rilevante ai sensi dell’art. 186 cod. strada, l’accertamento dovrà essere considerato alla stregua di un vero e proprio atto d’indagine, per il quale, quindi, opereranno le garanzie processuali proprie di tale categoria di atti e, tra queste, l’obbligo dell’avviso di cui all’art. 114 disp. att..

Cassazione penale sez. IV, 20/03/2018, n.24096

Conducente in stato di alterazione

L’obbligo di procedere all’avviso al conducente della facoltà di farsi assistere da un difensore ricorre nel momento in cui l’organo di polizia, sulla base delle concrete circostanze, ritenga desumibile uno stato di alterazione del conducente e, comunque, prima di procedere all’accertamento mediante etilometro.

Cassazione penale sez. IV, 24/01/2018, n.6526

Verifica del tasso alcolemico e controllo effettuato tramite esami clinici

In tema di accertamenti strumentali per la verifica del tasso alcolemico, l’obbligo dell’avvertimento ex articolo 114 delle disposizioni di attuazione del Cpp, da fare nei confronti del conducente sottoposto a controllo, sussiste non solo nel caso in cui la polizia giudiziaria proceda, ai sensi dell’articolo 186, comma 4, del codice della strada, all’accertamento del tasso alcolemico mediante apparecchiatura in dotazione (cosiddetto “etilometro”) (quando gli accertamenti qualitativi col precursore hanno dato esito positivo, in ogni caso di incidente ovvero quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall’influenza dell’alcool), ma anche in quello in cui la polizia giudiziaria proceda, ai sensi dell’articolo 186, comma 5, del codice della strada (in caso di incidente, nella concomitante situazione della sottoposizione del conducente a cure mediche presso una struttura sanitaria), inviando al personale sanitario la richiesta di procedere a esami clinici per la verifica del tasso alcolemico, quando tale accertamento non venga espletato nell’ambito del protocollo sanitario seguito ai fini della cura della persona, essendo cioè eccentrico rispetto alle finalità terapeutiche e unicamente finalizzato alla ricerca della prova della colpevolezza del soggetto indiziato.

Cassazione penale sez. IV, 10/10/2017, n.51284

Interruzione dell’alcoltest

Ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, detto stato può essere desunto, anche nella vigenza del sopravvenuto regime sanzionatorio, da elementi sintomatici; peraltro, la possibilità per il giudice di avvalersi, ai fini dell’affermazione della sussistenza dello stato di ebbrezza, delle sole circostanze sintomatiche riferite dagli agenti accertatori sarà il più delle volte da circoscriversi alla sola fattispecie meno grave. (Fattispecie nella quale, in difetto di rilevamento strumentale regolamentare, a seguito di interruzione della procedura di espirazione mediante etilometro, il fatto addebitato all’imputato è stato ricondotto all’ipotesi meno grave previsto dalla lett. a) dell’art. 186, comma secondo, cod. strada, all’epoca di commissione prevista e punita come contravvenzione, e successivamente depenalizzata).

Cassazione penale sez. VI, 21/02/2017, n.16480

Quando è valido l’alcoltest?

La rilevazione del tasso alcolemico con etilometro è valida anche quando l’apparecchio segnala “volume insufficiente”, ovvero che il guidatore non ha soffiato nel boccaglio abbastanza aria per consentire una misurazione ottimale. A sostenerlo è la Cassazione che rifacendosi al Dm 196/1990, che detta i requisiti di omologazione degli etilometri, chiarisce che la misurazione deve reputarsi corretta ogniqualvolta il display dell’apparecchio indica il valore rilevato.

Di conseguenza, il fatto che sullo schermo appaia anche la scritta “misurazione insufficiente” “prova solo il fatto che la quantità d’aria” soffiata è stata “minore di quella occorrente per una misurazione ottimale”. La scritta, dunque, va interpretata solo come un “messaggio di servizio” e non come un “inequivocabile messaggio di errore”.

Inoltre, afferma la Corte, se si ritenesse non utilizzabile il valore misurato, si dovrebbe configurare il reato di rifiuto del test: “in assenza di patologie che abbiano impedito di effettuare al meglio il test”, dovendo in tal caso trattarsi di un comportamento volontario”.

Cassazione penale sez. IV, 19/01/2017, n.6636

Conducente offre denaro per omettere di effettuare l’alcoltest

La condotta di colui che, fermato per un controllo alla guida di un autoveicolo, offra 75 euro a due agenti della Polizia di Stato per indurli ad omettere di effettuare i controlli con l’etilometro non integra gli estremi per la causa di non particolare tenuità del fatto di cui all’art..131.bis c.p., pur essendo al tempo stesso un danno di speciale tenuità sufficiente per la concessione della circostanza attenuante di cui all’art. 323 bis c.p.

Per la Corte, l’applicazione della causa di non punibilità deve basarsi su di una valutazione complessa e congiunta che tenga conto delle modalità della condotta, del grado di colpevolezza e dell’entità del danno o del pericolo.

Cassazione penale sez. VI, 18/10/2016, n.46255

Etilometro: rifiuto di sottoporsi al controllo

Quando si procede per il reato di guida in stato di ebbrezza, l’obbligo di dare avviso al conducente della facoltà di farsi assistere da un difensore per l’attuazione dell'”alcoltest” non ricorre se l’imputato abbia rifiutato di sottoporsi all’accertamento. (Nel caso di specie l’imputato si era rifiutato di farsi accompagnare presso il vicino comando di polizia fornito di etilometro).

Cassazione penale sez. IV, 13/05/2016, n.34470

Guida sotto effetto di alcol

Ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all’articolo 186 del codice della strada, lo stato di ebbrezza può essere accertato, per tutte le ipotesi attualmente previste dall’articolo 186, con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, e non necessariamente né unicamente attraverso la strumentazione (etilometro) e la procedura indicate nell’art. 379 d.P.R. 16 dicembre 1992 n. 495: infatti, per il principio del libero convincimento, per l’assenza di prove legali e per la necessità che la prova non dipenda dalla discrezionale volontà della parte interessata, il giudice può desumere lo stato di alterazione psicofisica, derivante dall’influenza dell’alcool, da qualsiasi elemento sintomatico dell’ebbrezza o dell’ubriachezza (tra cui l’ammissione del conducente, l’alterazione della deambulazione, la difficoltà di movimento, l’eloquio sconnesso, l’alito vinoso); così come può anche disattendere l’esito fornito dall’etilometro, sempreché del suo convincimento fornisca una motivazione logica ed esauriente.

Per l’effetto, nulla vieta che il giudice, a fronte di manifestazioni eclatanti di ebbrezza, fornendo una adeguata motivazione, possa ritenere superate le soglie superiori di rilevanza penale. Per converso, il giudice, in tutti i casi in cui, pur avendo accertato il superamento della soglia minima, non sia in grado di affermare, secondo il criterio dell’oltre il ragionevole dubbio, che la condotta dell’agente possa rientrare nelle due face di maggiore gravità, deve ravvisare l’ipotesi più lieve (di rilevanza solo amministrativa).

Cassazione penale sez. IV, 20/04/2016, n.24698

Contravvenzione per il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest

In tema di contravvenzione per il rifiuto di sottoporsi ad accertamento con etilometro può applicarsi la condizione di non punibilità per lieve entità del fatto se si tratta di condotta non abituale e se la condotta di guida non era pericolosa.

Tribunale Napoli sez. I, 19/02/2016, n.181

Alcoltest e analisi delle urine

In tema di guida in stato di ebbrezza alcolica, i risultati dell’etilometro non possono essere inficiati da analisi delle urine effettuate 90 ore dopo i fatti con la verifica dell’etilglucuronide che esclude solo un assunzione di alcol abituale.(Nel caso di specie, l’imputato era stato fermato per essersi posto alla guida dell’auto contro mano in autostrada).

Tribunale La Spezia, 15/02/2016, n.159

Etilometro e palpeggiamento dei glutei: è violenza sessuale

Anche il palpeggiamento dei glutei può rientrare, quand’anche fugace o repentino, nella nozione di atti sessuali, sicché deve essere confermata la decisone dei giudici del merito che hanno riconosciuto la configurabilità del reato nella condotta dell’imputato che, durante un controllo mediante etilometro, aveva palpeggiato il basso gluteo dell’agente di polizia municipale.

Cassazione penale sez. III, 14/01/2016, n.5515

Etilometro a fiato portatile: costituisce prova legale?

L’utilizzo di un etilometro a fiato portatile del tipo a batterie (c.d. precursore) non è di per sé idoneo a costituire prova legale circa l’esistenza di alcool, risultando invece necessario, laddove vi siano dubbi circa lo stato del soggetto, disporre l’effettuazione di ulteriori esami del sangue, da disporre anche contestualmente e che, in quanto tali, ben possono verificare con certezza l’esistenza di elementi impeditivi alla conservazione della patente.

TAR Venezia, (Veneto) sez. III, 18/11/2015, n.1211

Contrassegno disabili: ultime sentenze

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Contrassegno invalidi; assegnazione dello spazio di sosta; circolazione in corsie preferenziali; fotocopia e contraffazione del contrassegno per il parcheggio invalidi.

Quali sono i diritti degli automobilisti diversamente abili? Possono parcheggiare sulle strisce blu? Possono transitare nelle zone a traffico limitato? Cos’è il contrassegno per disabili? Chi espone sul parabrezza della propria auto la riproduzione scannerizzata di un permesso per disabili che è stato rilasciato ad un terzo commette reato di truffa? Per trovare le risposte a queste e a tante altre domande continua a leggere questo articolo; troverai le ultime sentenze sull’argomento.

Limitazione dell’assegnazione dello spazio di sosta

Il regolamento comunale può decidere di limitare l’assegnazione dell’eventuale spazio di sosta riservato solo ai soggetti titolari di contrassegno invalidi muniti anche di patente di guida. E la disposizione restrittiva è legittima nonostante il codice stradale ammetta questa possibilità anche per i soggetti non titolari di licenza.

TAR Palermo, (Sicilia) sez. III, 22/06/2018, n.1423

Contrassegno invalidi: si può circolare nelle Ztl?

Il possessore del contrassegno invalidi di cui all’art. 12 d.P.R. n. 503 del 1996 può liberamente transitare all’interno di zone a traffico limitato laddove sia altresì autorizzato l’accesso a veicoli di trasporto pubblico – secondo quanto previsto dall’art. 11 del medesimo decreto – senza la necessità di comunicare entro le 48 ore successive l’avvenuto passaggio.

Cassazione civile sez. II, 14/09/2017, n.21320

Falso contrassegno per il parcheggio invalidi per parcheggiare sulle strisce blu

Ai fini della configurabilità del reato di uso di un atto falso previsto dall’art. 489 c.p., non è rilevante la finalità perseguita dall’agente, né l’idoneità concreta dell’atto al conseguimento di un vantaggio, essendo a tal fine sufficiente qualsiasi modalità di utilizzo del documento falso con il fine di perseguire uno scopo conforme allo stesso (fattispecie relativa all’utilizzo di un falso contrassegno per il parcheggio degli invalidi utilizzato per parcheggiare sulle strisce blu).

Cassazione penale sez. V, 06/03/2017, n.13925

Esposizione del permesso disabili rilasciato ad un terzo: è truffa?

Non integra il delitto di truffa la condotta di chi espone sul parabrezza di un’autovettura la riproduzione scannerizzata di un permesso per disabili rilasciato ad un terzo, giacché difetta, quale requisito implicito della fattispecie, l’atto di disposizione patrimoniale, che costituisce l’elemento intermedio derivante dall’errore ed è causa dell’ingiusto profitto con altrui danno; detta condotta integra, invece, l’illecito amministrativo di cui all’art. 188, commi 4 e 5, c. strad., che contempla tutte le possibili ipotesi di abuso delle strutture stradali riservate agli invalidi.

(In motivazione la S.C., nel disattendere la prospettazione del p.m. ricorrente, secondo cui l’atto di disposizione patrimoniale integrante la truffa può consistere anche in un’omissione idonea a produrre danno, nella specie coincidente con la dalla copia del permesso esposta sul parabrezza, ha rilevato che il reato non sarebbe comunque ipotizzabile, mancando la necessaria cooperazione della vittima).

Cassazione penale sez. II, 13/01/2017, n.11492

False dichiarazioni di invalidi

Non integra il delitto di truffa la condotta di chi allega false dichiarazioni di invalidi al ricorso al Prefetto avverso verbali di accertamento per violazioni al codice della strada, nel quale prospetta falsamente di aver trasportato persone titolari di contrassegno per disabili, in quanto l’eventuale decisione favorevole non dà luogo ad un atto di disposizione patrimoniale.

Cassazione penale sez. II, 13/02/2015, n.9951

Contrassegno invalidi: cos’è?

Il cosiddetto “contrassegno invalidi” autorizza la circolazione e la sosta del veicolo adibito al trasporto di una persona con capacità di deambulazione sensibilmente ridotte anche all’interno delle zone urbane a traffico limitato, su tutto il territorio nazionale, con il solo onere di esporre tale contrassegno. Pertanto, al disabile che sia transitato in Ztl non può essere contestata la violazione dell’art. 7, commi 9 e 14, c.strad., sull’erroneo presupposto che l’accesso alla Ztl sia subordinato alla comunicazione preventiva al Comune del titolo abilitativo, in quanto la violazione suddetta non prevede come condotta omissiva, e come tale sanzionabile, l’omessa comunicazione preventiva, ma la violazione del divieto di transito nella Ztl.

Giudice di pace Bolzano, 03/02/2015, n.47

Riproduzione fotostatica a colori del contrassegno invalidi

Integra il reato di falsificazione materiale commessa dal privato in autorizzazioni amministrative (art. 477- 482 c.p.) e non quello di uso di atto falso (art. 489 c.p.), la condotta di colui che espone all’interno della propria autovettura una riproduzione fotostatica a colori di un contrassegno con autorizzazione per invalidi al parcheggio di autoveicoli, in quanto l’uso personale – nell’interesse proprio – del documento falso consente di ritenere che il soggetto in questione, direttamente o ricorrendo all’opera altrui, sia l’autore della contraffazione.

Cassazione penale sez. V, 24/06/2014, n.47079

Titolare del contrassegno invalidi: può parcheggiare fuori dagli spazi riservati?

Deve essere disattesa l’interpretazione dell’art. 12 del d.P.R. 503/1996 secondo cui il titolare di un contrassegno per invalidi possa dirsi legittimato, tra l’altro, a parcheggiare la propria vettura anche al di fuori degli spazi espressamente riservati alle persone diversamente abili, con il solo limite dell’ostacolo che tale sosta potrebbe creare alla libera circolazione, senza dunque la necessità di un’ulteriore autorizzazione sindacale.

Nel ritenere di poter posteggiare la propria vettura ove ritenuto più confacente alla propria disabilità, con l’unico limite del non costituire intralcio alla circolazione, si omette di considerare che il concetto di intralcio non riguarda solo un dato di fatto contingente ma interessa anche come nel concreto l’autorità comunale abbia inteso regolare il transito e la sosta in un determinato luogo: se dunque vi sia – come appare esservi stato nella fattispecie – un divieto permanente alla sosta, questo sta a significare che in quello spazio l’autorità amministrativa ritiene esistente una situazione di potenziale intralcio alla circolazione che con il divieto in questione vuoleeliminare: non ammissibile appare dunque il superamento di tale interdizione amministrativa – che tende a preservare dalla sosta quei luoghi ove la stessa è vietata dalle principali norme di comportamento – seguendo una soggettiva interpretazione del concetto di ostacolo al pubblico transito.

Cassazione civile sez. VI, 09/01/2014, n.258

Fotocopia del contrassegno automobilistico per invalidi

Integra il reato di cui agli art. 477 e 482 c.p. la fotocopia di un documento autorizzativo legittimamente detenuto, realizzata con caratteristiche e dimensioni tali da avere l’apparenza dell’originale: ciò perché neppure al titolare del documento stesso (certificato o autorizzazione) è consentita la riproduzione in maniera da creare un secondo documento che si presenti e sia utilizzato come l’originale.

(Fattispecie relativa a contrassegno automobilistico per invalidi, utilizzato per l’accesso alle corsie preferenziali, realizzato dal titolare con caratteristiche e dimensioni tali da avere l’apparenza dell’originale).

Cassazione penale sez. V, 23/10/2013, n.1702

Contraffazione di un permesso per invalidi

Il reato di cui all’art. 469 c.p. non concorre con i reati di falsità in atti, ma trovano applicazione solo le disposizioni relative ai secondi, quando il contrassegno apposto sul documento risulti un elemento essenziale di questo, nel senso che la falsificazione del contrassegno stesso è indispensabile ai fini della falsificazione del documento.

(Fattispecie in cui la condotta di contraffazione di un permesso per invalidi era stata realizzata attraverso la fotocopia di altro documento nella parte che ne includeva il contrassegno).

Cassazione penale sez. V, 23/10/2013, n.1702

Zone a traffico limitato dei veicoli muniti del contrassegno invalidi

In tema di sosta in zone a traffico limitato dei veicoli muniti del contrassegno per invalidi, la valutazione, preventiva ed astratta, della potenziale sussistenza di motivi ostativi legati all’intralcio del traffico è rimessa dall’art. 11 del d.P.R. n. 503 del 1996 alla discrezionalità del Comune, la cui scelta attiene al merito amministrativo e non è, pertanto, suscettibile di disapplicazione da parte del g.o.

Cassazione civile sez. VI, 06/03/2013, n.5588

Sosta nello spazio riservato agli invalidi

La sosta in uno spazio riservato agli invalidi, con un veicolo che non sia effettivamente adibito al trasporto della persona alla quale il relativo contrassegno è stato rilasciato rientra nella previsione dell’art. 158 c. strad. Fatto diverso e ulteriore, avente rilevanza penale e insuscettibile di contestazione come violazione amministrativa è la falsità del contrassegno che abbia dato luogo al suo ritiro da parte degli agenti.

(Nella specie era stata contestata la violazione dell’art. 158 c. strad., essendosi dato atto dell’assenza, sul posto, dalla titolare della autorizzazione, autorizzazione rilasciata da altro comune e contestualmente ritirata dagli agenti avendo gli stessi ritenuto che non sussistevano elementi validi comprovanti la sua autenticità e sia il primo giudice che il tribunale avevano rigettato l’opposizione del privato. In applicazione del principio di cui sopra la Suprema Corte ha rigettato il ricorso con il quale si invocava che il tribunale avesse ritenuto sussistente una violazione diversa da quella contestata).

Cassazione civile sez. VI, 28/05/2012, n.8479

Tragitto casa lavoro e incidente: ultime sentenze

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

0

Incidente durante tragitto casa lavoro; infortunio del lavoratore; malattia professionale; nesso di causalità tra l’evento dannoso e attività lavorativa; indennizzo; rendita Inail.

Cos’è l’infortunio in itinere? Il lavoratore che nel tragitto casa lavoro è vittima di un incidente, a seguito di una deviazione non motivata da forza maggiore, non ha diritto all’indennizzo.

Deviazione del tragitto casa lavoro: l’incidente non è indennizabile

Non è indennizzabile l’incidente subito dal lavoratore nel recarsi al lavoro se l’infortunio non si è verificato durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, ma si sia verificata una irragionevole deviazione, non dipesa da causa di forza maggiore né da esigenze improrogabili o dall’attuazione di una direttiva del datore di lavoro.

Cassazione civile sez. VI, 05/02/2019, n.3376

Rendita Inail nel caso di infortunio in itinere del lavoratore

Qualora la legge preveda in favore del danneggiato, oltre all’obbligo risarcitorio in capo al danneggiante, anche un distinto indennizzo a carico di un soggetto diverso, quest’ultimo beneficio va cumulato al -e non diffalcato dal- risarcimento a carico del danneggiante, a meno che il vantaggio e il danno siano entrambi conseguenza immediata e diretta del fatto illecito, quali suoi effetti contrapposti.

In questa eventualità, nel cui ambito rientra anche la rendita erogata dall’Inail in caso di infortunio in itinere del lavoratore, quanto corrisposto dal terzo andrà diffalcato dal risarcimento, diversamente incorrendosi in una locupletazione del danneggiato. Tuttavia, per potersi procedere alla detrazione è anche necessario che la legge abbia predisposto un meccanismo di surroga o di rivalsa idoneo a evitare che quanto erogato dal terzo si traduca in un vantaggio inaspettato per l’autore dell’illecito; in assenza di un siffatto meccanismo, infatti, il principio di razionalità – equità impone di favorire chi senza colpa ha subìto l’illecito, piuttosto che chi colpevolmente lo ha causato.

Cassazione civile sez. un., 22/05/2018, n.12566

Nesso di causalità tra attività lavorativa ed evento dannoso

Il lavoratore pubblico che subisce un infortunio « in itinere » ha titolo al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell’incidente sussistendo il nesso di causalità tra attività lavorativa in senso ampio e l’evento dannoso.

Tale nesso può considerarsi interrotto soltanto dalla colpa grave (o dal dolo) del dipendente stesso (non potendo di per sé il mero comportamento colposo escludere la detta dipendenza) ma, non potendo discendere da argomentazioni puramente presuntive, la qualificabilità del relativo comportamento alla stregua di tale condotta gravemente colposa deve essere compiutamente dimostrata con specifico riferimento alla concreta efficienza assunta ai fini del determinismo dell’evento dannoso nel caso specifico.

TAR Palermo, (Sicilia) sez. I, 29/09/2017, n.2280

Infortunio per causa di servizio

Deve riconoscersi come dipendente da causa di servizio l’infortunio di cui rimane vittima il dipendente che si rechi alla sua abitazione al termine del servizio, essendo esso ascrivibile alla categoria del c.d. infortunio in itinere, ravvisabile ogni qualvolta possa ritenersi esistente un nesso di causalità tra l’attività lavorativa in senso ampio e l’evento dannoso; è stato, pertanto, affermato che gli accadimenti che si verificano al momento dell’allontanamento dalla caserma (e quindi al militare che era da considerare per così dire accasermato) per usufruire della libera uscita concretizzano gli estremi dell’infortunio in itinere che sussiste quando il militare sia incorso in incidente stradale mentre stava raggiungendo il luogo di destinazione per fruire del permesso concessogli.

TAR Roma, (Lazio) sez. I, 21/08/2017, n.9332

Evento riconducibile a fatti legati all’attività lavorativa

In ipotesi di infortunio c.d. in itinere, la dipendenza da causa di servizio discende direttamente dall’accertamento che l’evento sia obiettivamente riconducibile ai fatti in cui il dipendente si sia trovato coinvolto per ragioni legate alla propria attività lavorativa intesa in senso ampio. Pertanto, il nesso di causalità sul quale sono chiamati ad esprimersi gli organi consultivi per le cause di servizio è quello materiale fra l’evento dannoso e le infermità riscontrate.

In un momento successivo, l’Amministrazione deve accertare e valutare l’esistenza e l’intensità dell’eventuale colpa del dipendente, in modo da definire se il dolo o la colpa grave del dipendente abbiano interrotto il nesso causale tra servizio ed evento morboso, così da escludere la concessione di benefici connessi alla contrattazione dell’infermità.

TAR Napoli, (Campania) sez. VI, 16/06/2016, n.3033

Infortunio del lavoratore che si reca a lavoro con mezzo privato

Non è indennizzabile come dipendente da causa di servizio l’infortunio subìto dal lavoratore nel percorrere con mezzo privato la distanza fra la sua abitazione ed il luogo di lavoro, nel caso in cui il luogo dell’incidente risulti lontano sia dal luogo di residenza del lavoratore sia dal luogo di svolgimento della prestazione lavorativa, il tragitto prescelto costituisca una deviazione dal normale percorso per recarsi al lavoro ed il lavoratore non fornisca elementi adeguati per giustificare una simile scelta del tragitto, che rileva in termini di esposizione a rischio elettivo.

TAR Napoli, (Campania) sez. II, 07/06/2016, n.2847

Assicurazione per gli infortuni sul lavoro

Costituisce condotta idonea sul piano eziologico ad escludere la sussistenza del cd. rischio elettivo – e quindi la non indennizzabilità dell’infortunio in itinere del lavoratore dipendente – la comprovata presenza di una vera e propria condotta di stalking da tempo in essere nei confronti dell’infortunata, per tale motivo costretta non solo ad utilizzare la propria autovettura privata per recarsi al lavoro anche in presenza di collegamenti mediante mezzi di trasporto pubblici, ma anche a variare con frequenza pressoché giornaliera il proprio tragitto da e verso il luogo di lavoro (fattispecie resa in un caso in cui l’Inail si era rifiutata di procedere ad indennizzo di un infortunio in itinere – mai contestato, neppure nelle sue non lievi conseguenze dannose a carico dell’interessata – perché avvenuto al di fuori del tragitto più breve casa-lavoro).

Tribunale Reggio Calabria sez. lav., 05/06/2015

Infortunio in itinere del pubblico dipendente

Il cd. infortunio in itinere del pubblico dipendente, verificatosi nel tragitto dal posto di lavoro alla propria abitazione e viceversa, può ritenersi dipendente da causa di servizio e deve essere indennizzato, solo quando è certa l’esistenza di un nesso di causalità tra l’attività lavorativa e l’evento dannoso, con la precisazione che il nesso si interrompe ogni qualvolta il danno sia stato determinato dalla condotta del dipendente che abbia agito con dolo o con colpa grave.

TAR Lecce, (Puglia) sez. II, 28/01/2015, n.355

Danno biologico ed indennizzo Inail

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, la rendita erogata dall’I.n.a.i.l., ex art. 13 del d.lg. 23 febbraio 2000, n. 38, va considerata di natura previdenziale e non risarcitoria, per la sua natura e per le finalità di interesse pubblico ad essa sottese, e, come tale, è sottratta alla disponibilità delle parti ai sensi dell’art. 2115, comma 3, del codice civile. (Nella specie, la S.C. ha escluso la possibilità, per il lavoratore, di rinunciare all’indennizzo I.n.a.i.l. per danno biologico, in ipotesi di infortunio “in itinere”, pur in presenza di un terzo responsabile).

Cassazione civile sez. lav., 11/12/2013, n.27644

Pubblico impiego e infortunio in itinere

La mancanza di autorizzazione al pubblico dipendente di risiedere fuori dal Comune dove è la sua sede di lavoro è sanzionabile sul piano disciplinare, ma non ha un effetto ostativo in ordine all’indennizzabilità dell’infortunio in itinere subito, considerato anche che è applicabile al pubblico impiego il principio giurisprudenziale operante in tema di rapporti di impiego privato che, ai fini dell’indennizzabilità, per abitazione del lavoratore considera il luogo dove si trova la sua famiglia.

Consiglio di Stato sez. III, 27/08/2013, n.4281

Nuove nozze e mantenimento

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Nuove nozze e mantenimento: le diverse ipotesi e la relativa disciplina. Gli altri casi di cessazione dell’obbligo di mantenimento.  

Ti sei separata da tuo marito e convivi con un nuovo compagno. Puoi continuare a percepire l’assegno di mantenimento? Sei risposato da poco e vorresti una riduzione dell’assegno di divorzio dovuto alla tua ex moglie. Come fare? Il tuo ex marito non ti paga più il mantenimento. Deve comunque, continuare a versare quello per i figli? Quando si mette la parola fine ad un matrimonio con una separazione o con un divorzio, la legge stabilisce che uno dei due coniugi può essere tenuto a versare periodicamente all’altro un assegno se quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive. Se pertanto, uno dei due coniugi separati o divorziati non ha possibilità economiche adeguate per il suo sostentamento né è in grado di averle (ad esempio è malato e non può lavorare oppure è troppo anziano e non percepisce alcuna pensione), il legislatore italiano ha previsto che allo stesso vi provveda l’altro coniuge, versando una somma di denaro in suo favore. Se i coniugi sono separati, si parlerà di assegno di mantenimento viceversa, se sono divorziati, si parlerà di assegno divorzile. Tuttavia, può accadere che uno degli ex o entrambi si risposino ed in questo caso si pone il problema di stabilire il rapporto che si crea tra nuove nozze e mantenimento, cioè “quali sono le conseguenze economiche che la nuova situazione familiare determina sul precedente legame?”. Per rispondere correttamente a questa domanda bisogna partire dalla considerazione che la funzione dell’assegno di mantenimento/divorzile è quella tutelare il coniuge economicamente più debole di fronte agli squilibri che possono derivare dalla separazione e dal divorzio. Infatti, il dovere di assistenza nascente dal matrimonio, che ciascun coniuge ha nei confronti dell’altro, non viene meno a seguito della separazione o del divorzio ma permane fino a quando non si determina una causa che ne comporta la modifica o la cessazione.

Quando muta l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento o divorzile non è immutabile nel tempo, ma cambia a determinate condizioni; il relativo diritto può essere variato (ad esempio il coniuge che è tenuto al versamento dell’assegno può chiederne la riduzione qualora le sue condizioni economiche mutino in peggio) o può estinguersi del tutto come nel caso del passaggio a nuove nozze di uno o di entrambi i coniugi. In quest’ultimo caso, occorre distinguere due ipotesi a seconda se a contrarre nuovo matrimonio sia il coniuge che gode dell’assegno di mantenimento (coniuge beneficiario o creditore) ovvero quello che lo versa (coniuge obbligato). Vediamo allora, cosa succede.

Nuove nozze del coniuge beneficiario

Se il coniuge beneficiario dell’assegno di mantenimento/divorzile contrae nuove nozze, la legge prevede la perdita automatica di tutta una serie di diritti.

Ad esempio, non potrà più adoperare il cognome dell’ex coniuge oppure perderà la qualità di successore legittimo in caso di morte di quest’ultimo. E’ prevista anche la decadenza automatica del diritto a ricevere l’assegno di mantenimento[1], che avrà effetto dal giorno stesso della celebrazione del nuovo matrimonio. La ragione di tale previsione legislativa sta nel fatto che con le nuove nozze, il dovere di assistenza, di cui si è già detto in precedenza, si costituisce in capo al nuovo coniuge. Consegue che le somme percepite indebitamente dopo la celebrazione del nuovo matrimonio andranno restituite con gli interessi all’ex coniuge obbligato.

Esempio: Lara e Gino sono divorziati. Lara tiene nascosto all’ex coniuge di essersi nuovamente sposata e quindi, continua a percepire l’assegno divorzile. Solo dopo diversi anni Gino viene a conoscenza del nuovo matrimonio, dopo avere effettuato una verifica presso il Comune di residenza. Agisce quindi, dinanzi al tribunale per chiedere il rimborso delle somme percepite dalla ex senza averne diritto. Il tribunale accoglie la domanda di Gino e condanna Lara alla restituzione delle somme fino a quel momento percepite, maggiorate degli interessi [2].

Secondo un recente indirizzo giurisprudenziale il diritto all’assegno di mantenimento/divorzile viene meno anche nel caso di convivenza purché la stessa abbia i caratteri della stabilità, della continuità e della regolarità. Si deve trattare di una vera e propria famiglia (anche solo “di fatto”), la quale taglia ogni legame con la precedente vita matrimoniale e dove il nuovo partner apporta il suo contributo economico [3].

Relazioni di passaggio od anche a distanza e quindi prive del carattere della convivenza quotidiana, non incidono sulla situazione economica dell’ex coniuge al punto da determinare la sua perdita al diritto all’assegno di mantenimento/divorzile.

Esempio: Tizio e Caia divorziano. Nella sentenza di divorzio, il giudice ha stabilito che Tizio versi a Caia mensilmente la somma di € 500 a titolo di assegno divorzile. Dopo qualche anno Caia sposa Mevio. Dal giorno stesso della celebrazione delle nuove nozze viene meno l’obbligo di Tizio di versare l’assegno divorzile a favore dell’ex moglie. Da questo momento in poi infatti, spetta a Mevio provvedere all’assistenza economica nei confronti di Caia.

Altra ipotesi è quella di Maria, la quale percepisce l’assegno divorzile da parte di Sempronio. A distanza di qualche anno Maria va a convivere con un altro uomo, in maniera stabile, continua e regolare. Anche in questo caso per l’ex coniuge Sempronio cessa l’obbligo di versare l’assegno divorzile in favore di Maria, del cui mantenimento dovrà farsi carico il nuovo compagno.

Un altro caso è quello di Carlo, che deve continuare a provvedere al mantenimento dell’ex moglie Anna, sebbene la stessa abbia iniziato una nuova relazione dopo la loro separazione. Anna infatti, non ha creato una nuova famiglia con il compagno né vive stabilmente con lui, il quale risiede all’estero per motivi di lavoro.

Mantenimento dei figli

Le nuove nozze dell’ex coniuge beneficiario non fanno venire meno l’obbligo del mantenimento nei confronti dei figli [4]. In altre parole se l’ex moglie che percepisce l’assegno di mantenimento/divorzile, va a convivere stabilmente con un altro compagno o si risposa, perde l’assegno, ma il suo ex marito dovrà continuare a versare il mantenimento per i figli, così come stabilito nella sentenza di separazione o divorzio. Non potrà quindi, interrompere tale versamento di sua spontanea volontà né tantomeno potrà ridurne l’ammontare. Se mai, potrà chiedere al giudice la revisione dell’assegno [5].

Esempio: nella sentenza di divorzio è stato stabilito che Tizio versi mensilmente all’ex moglie Caia la somma di € 300 per il suo mantenimento nonché l’ulteriore somma di € 500 a titolo di mantenimento per la figlia minore Mevia. Trascorso qualche tempo Caia va a convivere con Sempronio e automaticamente perde il diritto a ricevere l’assegno di mantenimento da parte di Tizio. Tuttavia quest’ultimo dovrà continuare a versare la somma di € 500 stabilita dal giudice in favore della figlia Mevia, non potendo né interrompere il versamento né ridurne l’importo di sua sponte. Potrà chiedere però, una revisione dell’assegno, qualora le sue condizioni economiche avessero subito un peggioramento.

Per giurisprudenza costante l’obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli permane, indipendentemente dal raggiungimento della maggiore età e fino al raggiungimento di un’autosufficienza economica tale da poter provvedere da soli alle proprie esigenze di vita [6].

Nuove nozze del coniuge obbligato

Se a contrarre nuovo matrimonio è il coniuge obbligato a versare l’assegno di mantenimento o divorzile, non viene meno il suo obbligo nei confronti dell’ex moglie e dei figli. Infatti, i diritti che nascono dal nuovo matrimonio non possono incidere negativamente su quelli spettanti all’ex moglie ed alla prole, già accertati con la sentenza di separazione o di divorzio.

Tuttavia, il coniuge obbligato potrà chiedere la revisione dell’assegno di mantenimento/divorzile in quanto la formazione della nuova famiglia ovvero la nascita di altri figli costituiscono dei sopravvenuti giustificati motivi, verificatisi dopo la sentenza di separazione o divorzio [7].

Esempio: Sempronio quale coniuge divorziato di Mevia, è tenuto al pagamento dell’assegno divorzile nei confronti dell’ex moglie e del figlio Alfonso. Sempronio si sposa nuovamente con Sara e hanno due figli. A seguito di ciò Sempronio si trova nell’impossibilità di versare la somma in favore di Mevia e di Alfonso, nella misura stabilita dalla sentenza di divorzio. Agisce pertanto, in giudizio, chiedendone una riduzione.

In merito occorre rilevare che i nuovi oneri familiari che gravano sul coniuge obbligato dovranno essere attentamente valutati dal giudice.

Pertanto, quest’ultimo dovrà accertare se l’attuale situazione derivante dal nuovo matrimonio o dalla nascita di altri figli abbia effettivamente determinato una riduzione delle capacità economiche del coniuge obbligato, considerata anche la situazione economica del nuovo partner e della nuova famiglia nel suo complesso [8].

Altri casi di perdita del diritto all’assegno di mantenimento

In maniera estremamente sintetica l’obbligo al versamento dell’assegno di mantenimento/divorzile può venire meno anche nei casi di:

  • addebito della separazione [9]. Il giudice può attribuire la colpa della separazione al coniuge, il quale ha posto in essere dei comportamenti contrari ai doveri che derivano dal matrimonio. Tuttavia, si deve trattare di violazioni tali da rendere impossibile la prosecuzione della convivenza o da recare pregiudizio all’educazione dei figli (si pensi al caso della violazione dell’obbligo di coabitazione, dell’assistenza morale ed economica, ecc.). L’effetto più importante di tale attribuzione è la perdita del diritto all’assegno di mantenimento [10] oltre alla perdita del diritto ad ereditare i beni del coniuge, se non si è ancora divorziati. Anche la violazione dell’obbligo della fedeltà può portare all’addebito della separazione. In questo caso tuttavia, perché il tradimento possa essere valutato quale causa di addebito, bisognerà rapportarlo al contesto familiare in cui è maturato, esaminandone le singole ragioni e motivazioni;
  • revoca per nuove condizioni economiche, che si ha quando la situazione economica del coniuge beneficiario migliora per via ad esempio di una donazione o di un’eredità ovvero di un notevole aumento del suo stipendio, per una vincita inaspettata alla lotteria, ecc. In ogni caso il miglioramento deve essere tale da consentire al coniuge beneficiario di godere di un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio [11];
  • rinuncia al mantenimento, ovvero quando il coniuge che ha diritto all’assegno dichiara di non pretendere alcuna somma a tale titolo, ad esempio perché gode di redditi propri sufficienti. Non è escluso che la richiesta di mantenimento possa essere formulata in futuro come nel caso di un peggioramento delle condizioni economiche del coniuge beneficiario. Inoltre, la rinuncia effettuata in sede di separazione non comporta la perdita automatica del diritto all’assegno di divorzio. Infatti, il giudice, in sede di divorzio, rivaluterà la situazione che nel frattempo, potrebbe essere cambiata. Anche in sede di divorzio il coniuge beneficiario potrà rinunciare all’assegno. Tuttavia in caso di bisogno, potrà comunque chiedere la revisione della decisione già presa davanti al tribunale;
  • morte del coniuge. L’assegno di mantenimento si estingue nel momento della morte di colui che è obbligato a versarlo. Nonostante ciò il coniuge beneficiario dell’assegno di mantenimento potrà ottenere una quota dell’eredità proporzionale alla somma percepita con l’assegno periodico, quantificato sulla base di quanto ha già ricevuto fino alla morte, all’entità del suo bisogno, alla consistenza dell’eredità, ecc. Anche il coniuge divorziato che percepisce l’assegno divorzile, pur perdendo per via del divorzio i diritti successori nei confronti dell’altro coniuge, ha diritto ad ottenere un assegno successorio a carico dell’eredità, sempre tenuto conto dell’assegno di divorzio in precedenza percepito, dell’entità del bisogno, dell’eventuale  pensione di reversibilità.

Provvedimento del giudice

Il mantenimento non viene meno automaticamente al verificarsi di uno dei fatti sopra elencati, ma solo a seguito dell’intervento dell’autorità giudiziaria [12].

Il coniuge obbligato pertanto, non può di sua iniziativa smettere di versare l’assegno di mantenimento/divorzile bensì dovrà chiedere al giudice di emettere una sentenza che stabilisca la cessazione del suo relativo obbligo.

La piattabanda è condominiale?

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Piattabanda: cos’è e a cosa serve? La piattabanda è sempre condominiale? Quali sono le cose di proprietà comune?

Il condominio è quell’edificio (o complesso di edifici) caratterizzato dalla contemporanea presenza di abitazioni private e spazi comuni; nel condominio, in pratica, convivono beni che sono nella titolarità esclusiva dei proprietari e beni che, al contrario, sono affidati al godimento comune di tutti coloro che abitano nell’edificio. E così, nel condominio avremo la contestuale presenza di alloggi privati e di parti che uniscono gli stessi al resto della struttura (pianerottolo, cortile, scale, ecc.). Esistono però alcune zone dell’edificio la cui natura sembra essere dubbia: ad esempio, la piattabanda è condominiale? Si tratta di una domanda di non poco conto, visto che dalla sua risposta dipendono diverse conseguenze concrete quali, ad esempio, il riparto delle eventuali spese di manutenzione. Detto ciò, se anche tu vivi in condominio e vuoi saperne di più, ti invito a proseguire nella lettura del presente articolo: scopriremo insieme se la piattabanda è condominiale.

Piattabanda: cos’è?

Prima di vedere se la piattabanda è condominiale, forse è il caso di spiegare prima di cosa stiamo parlando: infatti, non si sente parlare tutti i giorni di piattabanda. Ebbene, devi sapere che la piattabanda è quell’elemento strutturale in muratura di mattoni o in pietra usato per delimitare superiormente vani di porte o di finestre di luce. In pratica, la piattabanda è quella specie di architrave posto sopra i vani aperti nei muri portanti.

La piattabanda non è propria di tutti gli edifici; il suo scopo è sia di abbellimento estetico che di sostegno alla struttura sovrastante.

Quali sono le zone condominiali?

Il problema dell’individuazione della natura, condominiale o meno, della piattabanda deriva dal fatto che essa si presenta per lo più come elemento architettonico sul quale occorre intervenire principalmente per ragioni di manutenzione, ordinaria o straordinaria. La piattabanda, tra l’altro, è divenuta una rarità ed è presente per lo più in edifici datati o “anticheggianti”.

In genere, per risolvere il problema circa la condominialità o meno di un’area si consulta la legge: nel codice civile, dopo la riforma del 2012, c’è un articolo [1] che individua tutte le parti dell’edificio oggetto di proprietà comune, a meno che l’atto di vendita o il regolamento contrattuale non stabilisca il contrario.

E così, sono comuni, fino a prova contraria, tutte le parti della struttura che sono assolutamente necessarie all’uso comune, come il suolo su cui sorge l’edificio, le fondazioni, i muri maestri, i pilastri e le travi portanti, i tetti, le scale, i portoni d’ingresso, i vestiboli, i portici, i cortili, le facciate; le aree destinate a parcheggio, i locali per i servizi in comune (come la portineria, incluso l’alloggio del portiere, la lavanderia, gli stenditoi e i sottotetti destinati all’uso comune).

Sono altresì comuni le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere destinati all’uso comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne, gli impianti idrici e fognari, i sistemi centralizzati di distribuzione e di trasmissione per il gas, per l’energia elettrica, per il riscaldamento ed il condizionamento dell’aria, per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere di flusso informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi collegamenti fino al punto di diramazione ai locali di proprietà individuale dei singoli condomini, ovvero, in caso di impianti unitari, fino al punto di utenza, salvo quanto disposto dalle normative di settore in materia di reti pubbliche.

Piattabanda: è condominiale?

Come si evince dalla lettura del paragrafo precedente, la legge nulla dice sulla piattabanda; o almeno, non lo fa esplicitamente. È quindi più che legittima la domanda posta come titolo del nostro articolo: la piattabanda è condominiale? Ebbene, la risposta è positiva in quanto, come spiegato nel primo paragrafo, la piattabanda è un elemento architettonico molto simile all’architrave e, per tale ragione, costituisce parte integrante della struttura condominiale.

Come visto nel paragrafo precedente, infatti, devono intendersi condominiali tutte le cose incorporate indissolubilmente nell’edificio e che, pertanto, giovano a tutti. Pertanto, qualora la piattabanda dovesse essere posta in corrispondenza di un portone o di una finestra che non sia nell’alloggio privato ma in un’area condominiale (pensiamo alla porta d’ingresso), allora dovrà considerarsi come bene comune.

Piattabanda: quando non è condominiale?

Come detto al termine del precedente paragrafo, la piattabanda non è condominiale solamente se essa si trova all’interno di una proprietà privata. Di conseguenza, le spese di manutenzione o sostituzione delle piattabande  delle singole abitazioni, essendo situate all’interno degli stessi appartamenti, ossia svolgendo la funzione di architrave all’interno dei vari ambienti, sono a carico del proprietario.

Assegno divorzile e disoccupazione: ultime sentenze

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

0

Separazione dei coniugi; stato di disoccupazione e determinazione dell’assegno divorzile; capacità reddituale del marito; svolgimento dell’attività retribuita; capacità lavorativa del coniuge.

Quando viene riconosciuto l’assegno di mantenimento? Cosa determina lo stato di disoccupazione del coniuge? Il coniuge economicamente più debole ha diritto all’assegno divorzile? Per saperne di più, leggi le ultime sentenze.

Attitudine allo svolgimento di un lavoro  e assegno di mantenimento

In tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro dei medesimi, quale elemento di valutazione della loro capacità di guadagno, può assumere rilievo, ai fini del riconoscimento e della liquidazione dell’assegno di mantenimento, solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita.

Dato, quindi, per comprovato che la moglie sia priva di redditi propri, è altresì indubitabile la ben modesta capacità reddituale del marito, il quale, come non contestato, nelle more del giudizio è stato licenziato e gode esclusivamente del trattamento Naspi di disoccupazione. Per tali ragioni appare conforme a giustizia ridurre l’assegno di mantenimento in favore del coniuge posto a carico del marito, tenuto conto, peraltro, della breve durata della vita matrimoniale e una riduzione anche del contributo di mantenimento in favore del figlio.

Corte appello Palermo sez. I, 20/04/2018, n.823

Determinazione dell’assegno divorzile

La concessione dell’assegno divorzile in favore del coniuge più debole è subordinata all’accertamento da parte del giudice della mancanza di mezzi adeguati o comunque della impossibilità oggettiva di procurarseli.

Tale principio va interpretato con riferimento alla disposizione costituzionale che esplicitamente considera l’ipotesi della mancanza di mezzi adeguati, e cioè l’art. 38, secondo comma, Cost., per il quale «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». Il parametro reddituale standard minimo è rappresentato dall’importo dell’assegno sociale.

Il diverso criterio del “tenore di vita” matrimoniale non è contemplato tra i presupposti tassativi che giustificano la concessione di un assegno divorzile, né può rientrarvi per via interpretativa, per la tassatività dei casi oltreché per incompatibilità logica; e non può rientrare tra i criteri di quantificazione, perché in conflitto con il limite posto dai predetti presupposti e perché in contrasto con la finalità assistenziale.

Tribunale Matera, 07/03/2018, n.250

Disoccupazione: non giustifica il mancato versamento dell’assegno di mantenimento

La condizione di incapacità a far fronte all’obbligo di versare l’assegno di mantenimento del figlio minore di età deve consistere in una situazione incolpevole di assoluta indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita degli aventi diritto e la cui allegazione non può ritenersi sufficiente allorché si basi sull’asserzione del mero stato di disoccupazione.

Cassazione penale sez. VI, 07/04/2017, n.31495

Assegno di mantenimento e capacità lavorativa

La peculiarità dell’obbligazione gravante in capo ai genitori relativa al mantenimento dei figli — per il solo fatto di averli concepiti — impone il riconoscimento dell’obbligo di mantenimento a carico del genitore, a prescindere dal fatto che questi abbia un’occupazione, in quanto è rilevante esclusivamente la capacità lavorativa generica dello stesso. Pertanto, anche in presenza di genitore dotato di capacità lavorativa generica, anche se disoccupato, il giudice può prevedere un assegno mensile di mantenimento di almeno euro 150 .

Tribunale Roma sez. I, 07/07/2017

Assegno divorzile: quando può essere negato?

In tema di assegno divorzile, l’art. 5 l. n. 898/1970, come modificato dalla l. n. 74/1987, prevede che possa essere riconosciuto il diritto all’assegno solo quando il coniuge divorziato non ha mezzi adeguati o, comunque, non è in grado di procurarseli per ragioni oggettive; nel caso di specie, deve essere rigettata la richiesta di assegno avanzata dalla ricorrente, la cui condizione di inoccupazione appare ingiustificata in quanto la stessa, considerata la sua giovane età, l’insussistenza di fattori che ne limitano la capacità lavorativa e la raggiunta maturità dei figli, ormai adolescenti, ben potrebbe conciliare i propri impegni con la realizzazione professionale a tempo pieno.

Tribunale Roma sez. I, 23/06/2017, n.16448

Assegno divorzile e stato di disoccupazione

Va evidenziato che non sono stati allegati indici da cui desumere il tenore di vita goduto dagli ex coniugi in costanza di matrimonio ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, né peraltro la ricorrente ha provato la sussistenza, allo stato attuale, di una sua condizione di inoccupazione, essendo quella prodotta risalente nel tempo.

Peraltro, sebbene ella lamenti uno stato di disoccupazione, ella non ha riferito di nessuna azione concreta posta in essere per ottenere, a far data dalla separazione coniugale, una diversa regolamentazione dei rapporti economici. La domanda di riconoscimento di assegno divorzile va quindi rigettata.

Tribunale Bari sez. I, 07/03/2016, n.1266

Diritto all’assegnazione della casa coniugale

Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto ingiustificata l’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del marito, alla moglie sul mero presupposto, pur inserito in un contesto di crisi economica e sociale, dello stato di disoccupazione dei loro due figli, entrambi ultraquarantenni).

Cassazione civile sez. I, 20/08/2014, n.18076

Riconoscimento dell’assegno divorzile al coniuge economicamente più debole

Ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile in favore del coniuge economicamente più debole non è sufficiente da parte di questi la mera allegazione di uno stato di disoccupazione, dovendosi verificare, avuto riguardo a tutte le circostanze concrete del caso, la possibilità per il coniuge richiedente di collocarsi o meno utilmente nel mercato del lavoro, tenuto conto anche delle proprie attitudini.

Tribunale Savona, 31/01/2014, n.138

Violazione dell’obbligo di assistenza familiare

In tema di violazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile, come più in generale per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non è esclusa dall’indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta, anche parzialmente, a colpa dell’obbligato e incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, di talché la sua responsabilità non può essere esclusa, tra l’altro, neppure in base alla generica indicazione dello stato di disoccupazione.

Cassazione penale sez. fer., 11/09/2012, n.36680

Collocazione del coniuge nel mercato del lavoro

In tema di assegno di mantenimento, non è sufficiente allegare meramente uno stato di disoccupazione, dovendosi verificare, avuto riguardo a tutte le circostanze concrete del caso, la possibilità del coniuge richiedente di collocarsi o meno utilmente, ed in relazione alle proprie attitudini, nel mercato del lavoro.

Cassazione civile sez. I, 27/12/2011, n.28870

Recupero dei livelli stipendiali pregressi

In tema di presunzioni semplici, vige il criterio secondo cui le circostanze sulle quali la presunzione si fonda devono essere tali da lasciare apparire l’esistenza del fatto ignoto come una conseguenza ragionevolmente probabile del fatto noto, dovendosi ravvisare una connessione fra i fatti accertati e quelli ignoti secondo regole di esperienza che convincano di ciò, sia pure con qualche margine di opinabilità. Il relativo accertamento non è censurabile in cassazione se sorretto da motivazione immune da vizi logici.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, in tema di diritto del coniuge all’assegno divorzile, aveva desunto da un fatto noto – l’essere il coniuge onerato nel pieno della propria capacità lavorativa – il fatto ignoto, consistente nella possibilità per il coniuge stesso di recuperare in breve, dopo un periodo di disoccupazione, i livelli stipendiali pregressi).

Cassazione civile sez. I, 16/07/2004, n.13169

Diritto del coniuge all’assegno divorzile

Il coniuge che afferma il proprio diritto all’assegno divorzile non deve provare la propria inadeguatezza ad un tenore di vita autonomo e dignitoso, bensì la propria inadeguatezza, per cause oggettive, a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; ne consegue che, ove sia provato che il livello socio – economico della coppia durante la vita comune fu assai modesto, non è sufficiente che l’istante provi il proprio stato di disoccupazione attraverso l’iscrizione alle liste di collocamento, essendo necessaria la prova dell’inesistenza assoluta di possibilità di lavoro, che, pur minime e occasionali, siano tali da garantire i limitati i mezzi idonei a conservare il modestissimo tenore di vita goduto in precedenza.

Cassazione civile sez. I, 04/05/2000, n.5582

Piano pilotis: cos’è e chi può usarlo

Posted on : 18-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Chi può utilizzare il piano pilotis? A chi spettano le spese di manutenzione o di ristrutturazione? Il piano pilotis è zona condominiale?

Il condominio è caratterizzato dalla compresenza di proprietà private e di proprietà comuni. Al di fuori della tua abitazione c’è, di solito, un’area il cui godimento spetta a tutti: essa può essere rappresentata tanto dal pianerottolo quanto da un cortile o da una rampa di scale. Il condominio è connotato proprio da questa particolarità: negli stessi spazi coesistono beni che appartengono ai singoli e beni che appartengono a tutti, le cui spese, pertanto, si dividono tra i condòmini. Nel condominio, però, sono presenti anche zone (a volte di denominazione inusuale) sulla cui natura molto si dibatte: ad esempio, sai cos’è il cavedio e a chi appartiene? E la piattabanda?  E il piano pilotis: cos’è e chi può usarlo? Con questo articolo vorrei rispondere proprio a quest’ultima domanda, in modo tale da fare chiarezza sulla ripartizione di eventuali spese di manutenzione o di ristrutturazione. Pertanto, se anche tu vivi in condominio e vuoi saperne di più su quest’argomento, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme cos’è il piano pilotis e chi può utilizzarlo.

Cos’è il piano pilotis?

Cominciamo subito dalla definizione del piano pilotis. Cos’è? di cosa si tratta? È molto probabile che sia presente anche nel tuo condominio ma che tu non sappia che si chiama così. Il piano pilotis non è altro che il pianterreno del condominio, quello che si trova tra i pilastri (normalmente di cemento armato) che sorreggono l’edificio isolandolo dal terreno.

In parole povere, il piano pilotis è quello spazio coperto che si viene a creare tra i pilastri del condominio e che serve come area di passaggio per accedere al condominio stesso, oppure, più di rado, che viene utilizzato per parcheggiare le auto.

Il piano pilotis è condominiale?

Fornita la definizione di piano pilotis, passiamo ora a vederne la disciplina giuridica. Nello specifico, occorre dare una risposta a questa domanda: il piano pilotis è condominiale? È chiaro che si tratta di una questione molto importante, poiché dalla natura del piano pilotis dipende la normativa che si può applicare.

Ebbene, secondo la Corte di Cassazione [1] il piano pilotis è da considerarsi area di proprietà comune, cioè condominiale, in quanto esso è equiparabile al suolo su cui sorge l’edificio, ovvero al porticato o ad un cortile i quali, per legge, sono di proprietà comune a meno che il titolo non stabilisca il contrario. Il codice civile [2] dice infatti che tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune, come il suolo su cui sorge la struttura, le fondazioni, i muri maestri, i pilastri e le travi portanti, i tetti e i lastrici solari, le scale, i portoni di ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili e le facciate sono oggetto di proprietà comune.

Alla luce di ciò bisogna ritenere che anche il piano pilotis, non essendo altro che lo spazio che si viene a creare tra i pilastri che rialzano l’edificio, abbia natura condominiale.

Piano pilotis: chi può utilizzarlo?

Da quanto appena detto nel paragrafo precedente possiamo trarre delle semplici conseguenze, in primis con riferimento all’utilizzabilità del piano pilotis. Poiché si tratta di area condominiale, la sua proprietà sarà comune e potrà, di conseguenza, essere utilizzato da ogni condòmino. Il godimento che ne può trarre un singolo inquilino, però, non può ostacolare quello degli altri: ciò significa che, esattamente come il pianerottolo delle scale oppure il cortile, nessuno può impedire l’accesso ad un altro, né ingombrarlo o occuparlo in modo tale da renderlo inutilizzabile a svantaggio degli altri inquilini.

In termini molto pratici, possiamo dire che il piano pilotis, essendo comune a tutti i condòmini, può essere usato da chiunque, ma sempre nel rispetto del pari diritto degli altri. Si ricordi, infatti, che il piano pilotis è essenzialmente un luogo di passaggio e accesso all’edificio, cioè di mero transito delle persone.

Piano pilotis: chi paga le spese?

Il piano pilotis è condominiale, salvo che il regolamento contrattuale di condominio non dica il contrario. Al di fuori di questa ipotesi, trattandosi di area comune, ciascun condòmino, in proporzione alle quote millesimali che possiede, dovrà contribuire alla manutenzione e ristrutturazione del piano pilotis.

Tuttavia, è possibile che la ripartizione delle spese segua un criterio diverso: ciò avviene nell’ipotesi in cui il piano pilotis funga da copertura di sottostanti locali in uso comune e/o in proprietà esclusiva. In questa circostanza, le spese devono essere suddivise tra i condòmini come se si trattasse di spese necessarie per la manutenzione e la ricostruzione dei soffitti, delle volte e dei solai, per le quali la legge [3] prevede che siano sostenute in parti eguali dai proprietari dei due piani l’uno all’altro sovrastanti, restando a carico del proprietario del piano superiore la copertura del pavimento e a carico del proprietario del piano inferiore l’intonaco, la tinta e la decorazione del soffitto [4].