I messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come fare entrare in un processo civile o penale una chat di WhatsApp o altra messaggistica registrata sullo smartphone. 

Hai intrattenuto una chiacchierata su WhatsApp con una persona che, al termine di una lunga serie di messaggi, ti ha minacciato e ha usato espressioni oltraggiose nei tuoi riguardi. Intendi agire per le vie legali: vuoi denunciarlo e, se possibile, ottenere anche un risarcimento. Ti chiedi tuttavia se i messaggi WhatsApp hanno valore legale di prova ed, eventualmente, in che modo vanno portati al giudice per poter “testimoniare” a tuo favore: se cioè è sufficiente stamparli, se bisogna creare un file con tutte le conversazioni oppure bisogna consegnare materialmente lo smartphone al magistrato affinché possa leggere la conversazione. Su questo delicato tema e sulla validità delle chat come prova in un processo civile o penale si sta iniziando a pronunciare la giurisprudenza. Poiché non sempre le sentenze usano un linguaggio semplice e adatto all’uomo non esperto di legge, in questo articolo ti spiegheremo come stanno le cose e come difenderti nel caso in cui tu voglia utilizzare un messaggio WhatsApp come prova in una causa.

In teoria il messaggio di WhatsApp può essere considerato come una valida prova in processo, a condizione che sia stato effettivamente spedito e ricevuto. La vera difficoltà sta, quindi, nel verificare se il testo esibito al giudice è davvero quello presente sul cellulare.

Si potrebbe risolvere la questione in quattro modi diversi. Analizziamoli qui di seguito.

Lo screenshot dei messaggi WhatsApp

Il primo, e sicuramente meno conveniente, modo per far entrare un messaggio WhatsApp come prova in un processo è di memorizzare la chat incriminata mediante uno o più screenshot del display del cellulare (si tratta cioè di fare delle fotografie della videata che compare sullo smartphone quando si apre la finestra di WhatsApp con la conversazione). Ogni cellulare ha un sistema diverso per eseguire lo screenshot. Di solito si tratta di premere una combinazione di tasti. Una volta realizzato lo screenshot, il relativo file può essere stampato su carta oppure allegato con una pennetta usb al fascicolo.

Senonché questo sistema presta il fianco a una facile critica. La legge infatti considera la copia cartacea o digitale di un documento informatico come una “riproduzione meccanica” al pari di una fotocopia. Come tale, essa può essere considerata prova solo a condizione che non venga contestata dalla controparte, cosa che, invece, molto probabilmente, farà se non vuole perdere la causa. Solo nel caso in cui l’avversario riconosca la genuinità dei testi dei messaggi per come allegati dalla controparte (cosa che può scaturire anche tacitamente, da una mancata contestazione), allora il giudice potrà tenerne conto come prova documentale. Ma se li contesta, quel materiale non potrà più essere utilizzato.

A mitigare il rigore di tale regola, la Cassazione ha precisato che non basta una semplice e generica contestazione, ma è necessario spiegarne le ragioni e insinuare il dubbio sull’autenticità della prova. Bisogna cioè motivare al giudice la ragione per cui la stampa o il file allegato dall’avversario potrebbe non corrispondere all’originale (ad esempio manca l’indicazione della data).

La testimonianza dei messaggi WhatsApp

Un metodo più sicuro del precedente (ma che ad esso si può aggiungere) per dimostrare il contenuto dei messaggi WhatsApp è quello di farli leggere a una persona che poi sia disposta a testimoniare davanti al giudice e a dichiarare ciò che ha letto. Si tratterà cioè di far entrare nel processo la chat tramite una testimonianza. Il teste sarà sentito dal giudice che lo interrogherà su ciò che ha visto con i propri occhi. A tal fine non basta che questi dichiari di aver saputo della chat in modo indiretto, ossia per confessione di una delle parti che gliene abbia parlato. Il testimone è tale solo se “oculare”.

Anche questo sistema però può avere dei punti deboli. Con un buon controinterrogatorio, l’avvocato di controparte potrebbe far cadere il testimone, facendogli delle domande a trabocchetto. Come ad esempio:

«Lei ha visto il nome del mittente. Ma come è sicuro che a quel nome corrispondesse davvero l’utenza telefonica del mio assistito? Lo ha controllato personalmente?»;

«Lei ha detto che la chat riportava la data del 23 febbraio. Ma come può affermare con certezza questo dato? Cosa le fa pensare che il titolare dello smartphone non abbia cambiato la data sul proprio dispositivo, falsando così anche la chat?»;

«Lei ha detto di aver letto una chat di WhatsApp. Ma è sicuro che non si sia trattato magari di una immagine creata appositamente da un software e quindi di un fake?».

Insomma, i mezzi per far cadere in trappola l’avversario sono numerosi.

La trascrizione dei messaggi WhatsApp

Una sentenza del tribunale di Milano [1] ha ammesso la cosiddetta trascrizione dei messaggi. In buona sostanza, se vi è una contestazione sull’autenticità del messaggio, la parte può chiedere al giudice di disporre una consulenza tecnica d’ufficio (cosiddetta CTU). Il giudice nominerà un perito al quale andrà consegnato lo smartphone. Dopo un esame del supporto e della chat, questi provvederà a riportarne il testo su un “documento ufficiale” (cartaceo) che diventa una prova vera e propria nel processo.

L’acquisizione dello smartphone al processo

Di recente la Cassazione [2] ha fornito l’ultimo suggerimento per poter dimostrare, in un processo, il contenuto di una chat su WhatsApp e, quindi, darle il valore di prova. Secondo la Corte, a tal fine è necessaria l’acquisizione dello smartphone. La rappresentazione fotografica infatti non ha alcun valore senza il supporto materiale che contiene l’originale. È solo con quest’ultimo che si può avere la certezza della effettiva genuinità della stampa.

Nel caso di specie, il giudice del merito, in assenza del supporto, aveva deciso di non acquisire in giudizio la trascrizione della chat WhatsApp intercorsa tra l’imputato del reato di stalking e la parte offesa, che la difesa dell’imputato voleva versare agli atti del processo per provare l’inattendibilità della persona offesa.

Quando la chat su WhatsApp diventa prova

Sono ormai numerose le sentenze che riconoscono al messaggio di WhatsApp il valore di prova. In alcuni casi, peraltro, non è stato neanche necessario acquisire la riproduzione o lo smartphone non essendo contestato l’invio o il ricevimento del messaggio. Uno di questi casi è quello del licenziamento [3]. Se, ad esempio, un’azienda invia un licenziamento a un proprio dipendente tramite sms o WhatsApp e quest’ultimo, nei 60 giorni successivi, invia la lettera di contestazione non fa altro che ammettere il ricevimento del messaggio che, in definitiva, non potrà più essere contestato. Insomma il comportamento tenuto dalle parti dopo la conversazione può servire a confermare il testo della chat.

Curriculum: a chi inviarlo

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le aziende e i siti web ai quali si deve inviare il curriculum vitae per trovare più facilmente lavoro?

Cercare lavoro è un lavoro: non è un modo di dire, o una scusa per giustificare il protrarsi del periodo di disoccupazione, ma è la realtà dei fatti per chi si trova alla ricerca di un impiego. Se da un lato, difatti, il web offre numerose possibilità in più al lavoratore per farsi conoscere, dall’altro lato la ricerca di un’occupazione richiede la predisposizione di curriculum vitae diversi, a seconda della posizione per cui ci si candida, l’invio dei cv ad un numero enorme di siti web, ma anche la disponibilità a colloqui ed incontri di orientamento col centro per l’impiego e le agenzie per il lavoro, a colloqui telefonici e via Skype, ad affrontare quiz, a compilare formulari infiniti…Senza dimenticare che, oggi, chi seleziona personale valuta la presenza dei candidati nei social e la loro partecipazione attiva a gruppi di discussione inerenti all’attività che si vorrebbe svolgere. Un vero e proprio percorso a ostacoli, insomma, per il superare il quale è necessario battere tutte le strade. Hai poco tempo e vorresti sapere quali sono le strade più veloci da percorrere per farti conoscere dalle aziende? Insomma, ti stai chiedendo, in merito al tuo curriculum: a chi inviarlo per trovare lavoro il prima possibile senza dedicare l’intera giornata alla ricerca dell’impiego? Puoi trovare un valido aiuto in questa guida.

Come scrivere il curriculum

Prima di inviare il curriculum devi sapere come redigere un curriculum vitae efficace: non esiste una formula universale uguale per tutte le candidature, ma dovrai diversificare il tuo cv a seconda delle mansioni per cui ti candidi e del contesto aziendale (creativo, o al contrario formale…). Ci sono aziende che prediligono il “gergo tecnico”, ad esempio nel settore legale, altre che invece selezionano i candidati sulla base di una comunicazione semplice ma d’effetto.

Ci sono comunque dei consigli universali, che valgono per qualsiasi cv:

  • non eccedere nella lunghezza: un curriculum troppo prolisso spesso viene scartato, o valutato in modo incompleto;
  • usa le parole chiave relative alla tua mansione, anche riferendoti alle caratteristiche richieste nell’eventuale annuncio di lavoro: spesso sono degli appositi software a selezionare i curriculum, proprio in base alla presenza di keyword;
  • proprio per rendere più efficace la lettura e la selezione del tuo cv, anche da parte di un sistema automatizzato, è consigliabile utilizzare il formato europeo del curriculum (Europass CV);
  • se non puoi inviare un tuo curriculum, ma ti è richiesto di compilare un modulo, concentrati sulla lettera di presentazione.

Che cosa non scrivere nel curriculum

Nella stesura del curriculum, evita gli sbagli più comuni: potresti giocarti il posto anche per un semplice errore di ortografia! Per saperne di più, puoi vedere la nostra Guida sui 10 errori da evitare nel curriculum.

Invio del curriculum al centro per l’impiego

Il primo ente al quale ti consiglio di inviare il tuo curriculum è il centro per l’impiego: una volta resa la Did, cioè la dichiarazione d’immediata disponibilità al lavoro e alle attività di politica attiva, indispensabile per ottenere lo stato di disoccupazione, devi infatti recarti al centro per l’impiego per firmare il patto di servizio.

Questo è un documento in cui è contenuto un progetto personalizzato, basato sulle tue competenze ed esperienze, finalizzato a riqualificarti e a trovare una nuova occupazione.

Se hai difficoltà, il personale del centro per l’impiego ti aiuta nella redazione del cv, anche sulla base delle esperienze lavorative che risultano registrate nella scheda anagrafica.

Il tuo curriculum sarà poi inserito nelle banche dati dei servizi per il lavoro del tuo territorio, e ti darà delle possibilità in più di trovare una nuova occupazione: ad oggi, è vero, le possibilità offerte da questi servizi sono abbastanza limitate, ma a breve, con la riforma dei centri per l’impiego, questo diventerà il canale principale per trovare lavoro.

Invio del curriculum all’Anpal

È ancora agli inizi, ma ha grandi potenzialità, anche il portale web dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Registrandoti al portale ed inserendo il tuo curriculum puoi trovare delle ottime occasioni d’impiego sia in Italia che in Europa. Senza contare che attraverso il sito dell’Anpal puoi accedere a diversi servizi, ad esempio rendere la Did online o chiedere l’assegno di ricollocazione.

Invio del curriculum alle principali agenzie per il lavoro

Inviare il tuo cv alle principali agenzie per il lavoro (come GiGroup, Manpower, Randstad, OpenJob Metis…) non ti dà la garanzia di trovare un lavoro, ma sicuramente ti offre parecchie possibilità in più: la maggior parte di queste agenzie, difatti, assume i lavoratori con contratto di somministrazione per conto di numerose ditte, anche importanti. Anche un impiego temporaneo non deve essere disdegnato: non soltanto perché costituisce comunque un’esperienza significativa, ma anche perché potrebbe essere la porta d’accesso a un’occupazione più stabile, magari presso la stessa ditta utilizzatrice.

Inviare il tuo curriculum a un’agenzia per il lavoro non è, certamente, un’attività di tutto riposo: spesso i portali web delle agenzie non accettano il cv già pronto dei candidati, ma richiedono la compilazione di appositi form online. Dovrai quindi armarti di pazienza: in alternativa, puoi chiedere aiuto al personale dell’agenzia, prendendo un appuntamento e recandoti in sede per la redazione del tuo profilo.

Invio del curriculum ai portali web di offerte di lavoro

Se stai cercando un’occupazione, non puoi assolutamente fare a meno di inserire il tuo curriculum nei principali portali web in cui sono pubblicati gli annunci di lavoro: Infojobs, Monster, Indeed, Jobrapido…Nella maggior parte di questi siti, oltre ad avere la possibilità di rispondere direttamente a un’offerta di lavoro e di inviare il tuo curriculum (solitamente è richiesto il formato pdf), puoi compilare il tuo profilo all’interno del portale: in questo modo, i selezionatori potranno vedere le tue competenze ed esperienze anche se non sei tu a candidarti direttamente ad un’offerta.

Alcuni portali, come Infojobs, ti danno anche la possibilità di compilare lettere di presentazione e cv diversi, a seconda delle mansioni per cui ti candidi (ad esempio se, possedendo le competenze richieste per entrambe le mansioni, vuoi candidarti sia come receptionist che come contabile).

Ma quali sono, nel dettaglio, i principali vantaggi offerti da questi siti, e quali sono i portali web migliori per cercare lavoro?

I migliori siti web per trovare lavoro

Ecco una breve classifica di quelli che, ad oggi, risultano i migliori portali per chi cerca lavoro online:

  • Linkedin: al primo posto figura Linkedin, che non è solo un social network, ma anche un portale nel quale sono presenti numerose offerte d’impiego, alle quali è possibile candidarsi direttamente, offrendo alle aziende la visione del proprio profilo e delle eventuali attività nei gruppi;
  • Jobrapido: offre la possibilità di trovare le offerte di lavoro in base alla località desiderata, scegliendo anche la distanza;
  • Infojobs: raccoglie numerose offerte d’impiego in tutt’Italia; per cercare lavoro è sufficiente inserire la località e le attività per cui ci si vorrebbe candidare; inoltre, come abbiamo detto, si può avere un proprio profilo all’interno del portale per essere trovati dai selezionatori anche se non ci si candida rispondendo direttamente a un’offerta di lavoro;
  • it: raccoglie un gran numero di offerte di lavoro, che è possibile filtrare per regione, territorio, città e anche per parole chiave;
  • it: in questo sito, aziende e aspiranti lavoratori possono guardare gli annunci o inserirne di propri semplicemente iscrivendosi con username e password
  • it: in questo portale figurano soprattutto offerte di lavoro di una certa rilevanza, anche di livello manageriale; si divide in tre sezioni:
    • Beknown (fatti conoscere), che permette di sfruttare la rete del social network per cercare e trovare lavoro;
    • Monster talent, per laureandi e neolaureati;
    • Profili aziendali, nella quale sono pubblicati i nomi delle aziende in cerca di personale;
  • anche su Monster, come su Linkedi e Infojobs, è possibile inserire il proprio curriculum e il proprio profilo per essere visibili dalle aziende, senza necessità diisposta a una candidatura diretta;
  • it: questo portale è internazionale, è difatti presente in 26 lingue ed in più di 50 nazioni, offre un servizio di alert via e-mail ed ha un potentissimo motore di ricerca; ti permette infatti di trovare annunci di lavoro facilmente, passando in rassegna tutti i vari portali che consentono di inserire e cercare offerte di lavoro; inoltre, non richiede l’effettuazione di una registrazione per essere utilizzato;
  • com: anche questo portale ha un ottimo motore di ricerca, che conta su un gran numero di offerte d’impiego, ed è diviso in annunci candidati e offerte di lavoro;
  • ProntoPro: se sei un professionista e sei alla ricerca di un incarico, puoi inserire il tuo curriculum all’interno di questo portale; le posizioni ricercate sono le più varie, dal giardiniere al…videogiocatore professionista!

Altri portali dal funzionamento simile a quelli elencati, che meritano sicuramente di essere menzionati sono Jobrapido, Careerjet, Kijiji.it.

Invio del curriculum alle pubbliche amministrazioni

Per lavorare nel settore pubblico le strade principali sono due:

  • superare le procedure selettive volte all’accertamento della professionalità richiesta, che garantiscono in misura adeguata l’accesso dall’esterno (concorsi o altre procedure di selezione);
  • avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento, ai sensi della legislazione vigente, per le qualifiche e profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell’obbligo, facendo salvi gli eventuali ulteriori requisiti per specifiche professionalità.

Per partecipare a un concorso non si deve inviare il curriculum, ma è necessario compilare ed inviare all’ente che seleziona un’apposita domanda, secondo le indicazioni presenti nel bando di concorso, assieme all’eventuale ulteriore documentazione richiesta.

Per conoscere in tempo reale tutti i concorsi a cui puoi candidarti, devi prendere visione della Gazzetta Ufficiale, 4° serie concorsi ed esami.

Ne bis in idem: cosa significa?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sentenza definitiva e passaggio in giudicato: non è possibile riproporre la stessa questione a un giudice diverso sempre che siano identiche le parti, la domanda giudiziale e i motivi dell’azione.

Il termine ne bis in idem viene spesso usato dai giuristi per indicare che lo stesso fatto, una volta deciso dal giudice, non può più essere messo in discussione. È un concetto che va a braccetto con quello di “sentenza definitiva” o di “passaggio in giudicato”. Se non hai studiato legge (o hai appena iniziato) e tuttavia vuoi capire, in pratica, cosa significa ne bis in idem, ecco una spiegazione semplice e adatta a tutti.

Cosa significa ne bis in idem e passaggio in giudicato della sentenza?

Immagina di aver una causa contro il tuo vicino di casa: in discussione è la proprietà di una fetta di terreno sul confine. Dopo qualche anno esce finalmente la sentenza e il giudice di dà ragione. Si va in appello, magari anche in Cassazione, e tutti i giudici confermano il verdetto. Convinto che ormai nessuno possa dirti nulla, su quel terreno costruisci un piccolo casolare. Senonché, dopo poco, il tuo vicino muore e, al suo posto, subentrano come eredi i due figli. Questi però intendono rimettere in discussione la questione sulla proprietà della striscia di confine e ti citano nuovamente in tribunale, convinti che la sentenza, avendo riguardato il padre, non coinvolga anche i loro diritti. Possono farlo? Se la legge consentisse di riaprire i processi ormai definiti o di avviare un secondo processo su una questione che un altro giudice sta già decidendo, non solo rischieremmo di avere pronunce tra loro discordanti e contraddittorie (visto che ogni magistrato può avere idee diverse dagli altri), ma ne verrebbe meno la stessa certezza dei rapporti giuridici. Chi mai si potrebbe dire al riparo dalle altrui pretese pur dopo aver ottenuto una sentenza definitiva? Ebbene, la regola secondo cui un giudice non può esprimersi su una questione già decisa da un altro magistrato o su cui è ancora in corso un processo iniziato prima viene definita «ne bis in idem» che, tradotto dal latino all’italiano significa: «non due volte sulla stessa questione».

Ecco perché la legge stabilisce che, al verificarsi di determinate condizioni, le sentenze “passano in giudicato” ossia diventano definitive (leggi Dopo quanto tempo una sentenza diventa esecutiva?).

Ma quando una sentenza diventa definitiva? In due casi:

  • quando sono stati esperiti tutti i mezzi di impugnazione (e, quindi, dopo la decisione della Cassazione);
  • oppure quando sono decorsi i termini di impugnazione senza che le parti si siano attivate (30 giorni per l’appello, 60 per il ricorso in Cassazione).

Ne bis in idem significa quindi che due giudici non possono decidere sulla stessa questione. Del resto ciò corrisponde anche a un altro principio costituzionale: quello del “giudice precostituito”. La legge, cioè, fissa delle regole per stabilire quale sia il magistrato competente a giudicare su determinati rapporti. Non possono essere i cittadini a stabilire a quale tribunale rivolgersi (salvo in casi particolari come nei rapporti contrattuali, a patto però che non riguardino i consumatori). Il che significa che una volta che tale giudice ha deciso, ogni altra decisione sarebbe anche viziata di “incompetenza”.

Quando scatta il ne bis in idem?

Il principio del ne bis in idem è un principio fondamentale del diritto, volto ad impedire la duplicazione di procedimenti e condanne in relazione ai medesimi fatti. Affinché però scatti la regola del “giudicato” e quindi del ne bis in idem è necessario che nei due processi siano identici tutti i seguenti elementi:

  1. parti processuali. Si tenga conto che alle parti processuali vengono assimilati i loro eredi e i cosiddetti “aventi causa” ossia coloro che succedono nel diritto a seguito di compravendita o di donazione. Quindi se la stessa questione viene riproposta dall’acquirente di un bene, scatta ugualmente la regola del ne bis in idem;
  2. domanda giudiziale proposta dalle parti;
  3. motivi alla base della domanda giudiziale.

Qualche esempio potrà chiarire meglio come stanno le cose.

Nell’esempio da cui siamo partiti, quello cioè dei due vicini che discutono sulla proprietà della striscia di terra, vi è identità di tutti e tre i requisiti per aversi giudicato e ne bis in idem. Infatti: a) ci sono le stesse parti (gli eredi, abbiamo detto, sono equiparati al precedente titolare); b) la domanda è la stessa (la rivendicazione della proprietà del bene); c) i motivi sono anche identici (il regolamento di confini sulla striscia di terra e la controversa spettanza di tale diritto).

Immaginiamo che una persona faccia causa al vicino di casa perché fa rumori la notte. Ottiene una sentenza di condanna, ma lui, dopo qualche mese, riprende le stesse attività. Può avviare una seconda causa sulla questione? Certamente sì. Infatti, pur essendo identici le parti processuali e la domanda (la cessazione delle molestie) cambiano i motivi in quanto i fatti storici si riferiscono a due episodi tra loro diversi.

La litispendenza

La regola del ne bis in idem non rileva solo quando viene proposta una causa su una questione già definita con sentenza irrevocabile, ossia passata in giudicato, ma anche quando pendono contemporaneamente cause identiche presso giudici diversi. Questo fenomeno, che non è ovviamente consentito dalla legge (perché genererebbe contrasti tra giudicati) si chiama litispendenza.

Che succede in caso di violazione del ne bis in idem?

Come si è detto, una controversia già decisa con sentenza passata in giudicato non può essere riproposta tra le stesse parti innanzi un giudice diverso. Se ciò accade, ciascuna parte può eccepire o il giudice può rilevare d’ufficio il cosiddetto “giudicato esterno”. In pratica, se un soggetto instaura un nuovo giudizio per risolvere una questione già decisa in un diverso processo tra le stesse parti con sentenza passata in giudicato, l’altra parte può sollevare l’eccezione di giudicato esterno.

Chi eccepisce il giudicato esterno deve però fornirne la prova: è necessario produrre la sentenza e provare che essa non è soggetta ad impugnazione producendo idonea certificazione [1].

Se invece non viene eccepito o rilevato il giudicato esterno e si giunge ad una seconda pronuncia (in contrasto con quella precedente) il nuovo provvedimento prevale sul precedente [2].

No duplicazione sanzioni

Il concetto di ne bis in idem viene utilizzato anche in ambito tributario per spiegare il divieto di cumulare due tipi di sanzioni diverse sullo stesso illecito. La nostra giurisprudenza ritiene però che sia possibile la coesistenza di sanzioni di tipo differente: civili, amministrative e penali. Grandissimo rilievo per il nostro ordinamento ha avuto la sentenza della CEDU nel caso “Grande Stevens” (4.3.2014). Il procedimento atteneva ad una condotta di “market abuse”. La Corte di Giustizia UE si è pronunciata in questa materia ponendo un limite alla prosecuzione del procedimento amministrativo laddove sia già stata pronunciata una sentenza penale definitiva.

Promessa di mutuo: cos’è e come funziona

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si può revocare una promessa di un prestito di denaro solo se le condizioni economiche del mutuatario peggiorano.

Se hai avuto a che fare con una banca e con l’acquisto di una casa avrai certamente sentito parlare di mutuo, da molti chiamato anche più semplicemente «finanziamento». Il mutuo non è altro che un prestito di una somma di denaro dietro promessa di restituzione maggiorato (di norma) con gli interessi. Il fatto però che il mutuo venga erogato prevalentemente da istituti di crediti e finanziarie, non toglie che questo stesso contratto non possa essere firmato tra privati. Anzi, è molto più frequente di quanto tu non creda. Ogni volta che presti una somma di denaro a tuo fratello o a un amico stai concludendo un mutuo. Non c’è bisogno di firmare un documento scritto, né che rinunci agli interessi. Il mutuo infatti si conclude anche verbalmente e può essere a titolo oneroso (ossia dietro pagamento di interessi) che gratuito (senza interessi). Forse però non hai mai sentito parlare di promessa di mutuo: si tratta cioè dell’impegno a erogare un prestito a una determinata data. Un po’ come, in tema di acquisto di un’abitazione, il compromesso sta al rogito del notaio. Ma procediamo con ordine e vediamo cos’è e come funziona la promessa di mutuo.

Mutuo: quando è valido?

Perché il mutuo sia valido ed efficace, e vincoli le parti, non è necessaria la forma scritta: non bisogna cioè necessariamente firmare un contratto. Basta anche un accordo a voce. Ciò che rende il mutuo vincolante è la consegna materiale della somma di denaro. Solo in questo molto si perfeziona l’accordo. I giuristi sintetizzano questo concetto dicendo che il mutuo è un «contratto reale». Nonostante ciò, è anche possibile anticipare gli effetti vincolanti (obbligatori) del mutuo stipulando una promessa di mutuo. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Promessa di mutuo: cos’è?

Non c’è bisogno di scervellarsi per capire cos’è la promessa di mutuo: si tratta dell’impegno che una parte assume nei confronti di un’altra a prestarle del denaro a una certa data o entro un certo termine.

Tale contratto può essere firmato con un istituto di credito (anche se è poco frequente) ma anche tra privati. Ad esempio, immaginiamo che Mario voglia comprare una casa ma, non avendo la disponibilità economica per pagare il prezzo, chiede un aiuto all’amico di vecchia data Giovanni. Quest’ultimo gli offre la propria disponibilità e si impegna a voce a prestargli i soldi per quando ne avrà bisogno. Ma per evitare che Giovanni possa tirarsi indietro all’ultimo minuto, magari dopo che Mario ha già firmato il contratto, così mettendolo in difficoltà, i due decidono di firmare una promessa di mutuo in base alla quale Giovanni erogherà i soldi a Mario non appena questi firmerà il contratto di compravendita.

Se però il mutuo ha effetto con la consegna dei soldi, la promessa di mutuo diventa efficace e vincolante già con l’accordo (verbale o scritto).

In sintesi si può dire che la promessa di mutuo è un contratto preliminare (comunemente detto compromesso) di mutuo in forza del quale il mutuante si impegna a trasferire denaro o altre cose fungibili al mutuatario che a sua volta si obbliga, una volta ricevuta la somma o i beni promessi, alla restituzione e al pagamento dei relativi interessi.

La promessa di mutuo si perfeziona per effetto del solo consenso tra le parti, ma il trasferimento del denaro può avvenire solo a seguito della stipula del contratto di mutuo vero e proprio.

Promessa di mutuo: come funziona?

A regolare la promessa di mutuo è il codice civile [1]. La norma è molto sintetica e afferma quanto di seguito: «chi ha promesso di dare a mutuo una somma può rifiutare l’adempimento della sua obbligazione se le condizioni patrimoniali sono divenute tali da rendere notevolmente difficile la restituzione del mutuo e l’aspirante mutuatario non offra idonee garanzie». In buona sostanza la legge finisce per ammettere, anche se indirettamente, la possibilità di un contratto “preliminare” di mutuo, un vincolo cioè a prestare il denaro; ma tale vincolo viene meno se, dopo la stipula di questo contratto, il soggetto da finanziare diventa non più solvibile. Si pensi al caso di una persona che, dopo aver firmato una promessa di mutuo, ceda tutti i propri beni ai figli o venga licenziata.

Se però le condizioni economiche del futuro mutuatario non cambiano, una volta firmata la promessa di mutuo, il mutuante – così come il mutuatario – non si può più tirare indietro.

Che fare se il mutuante non firma il mutuo?

Immaginiamo, nell’esempio di poc’anzi, che Giovanni, nonostante la promessa di mutuo, non dia più i soldi a Mario. Che potrà fare quest’ultimo? Secondo la giurisprudenza può solo chiedere il risarcimento del danno (danno che andrà dimostrato) e non anche la consegna forzata del denaro.

Pensione riforma quota 100 e 41, come funziona

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Controriforma Stop Fornero: requisiti per la pensione anticipata quota 100 e quota 41, come si calcola il trattamento.

Inizia a delinearsi la controriforma Stop Fornero: così è stata ribattezzata la nuova normativa finalizzata ad abolire la legge Fornero [1], che prevede l’introduzione di due nuove tipologie di pensione, la pensione anticipata quota 100 e quota 41. Più passa il tempo, però, più le novità si fanno meno incisive, soprattutto perché ci si è resi conto che le risorse a disposizione per anticipare l’uscita dal lavoro sono piuttosto esigue. Così, la pensione anticipata quota 100 si potrà ottenere solo con un minimo di 64 anni di età e 36 anni di contributi, previo ricalcolo contributivo dei periodi dal 1996 in poi; la pensione anticipata quota 41, invece, potrà essere ottenuta soltanto con 41 anni e 6 mesi di contributi. Ma facciamo subito il punto della situazione e vediamo in merito alla pensione riforma quota 100 e 41, come funziona, quali sono i requisiti previsti per ottenerla e come si calcola il trattamento.

Che cos’è la quota?

Prima di illustrare i requisiti necessari ad ottenere la pensione anticipata con quota 100 e quota 41, dobbiamo capire che cos’è la quota. Per quota si intende la somma dell’età pensionabile e degli anni di contributi: ad esempio, se il lavoratore ha 60 anni di età e 35 anni di contributi, la sua quota è 95.

E se il lavoratore ha, poniamo, 60 anni e 6 mesi di età e 35 anni e 3 mesi di contributi? In questo caso, bisogna trasformare i mesi in decimali, o meglio i dodicesimi in decimi. Ecco che, allora, 60 anni e 6 mesi diventano 60,5 (perché 6 dodicesimi sono uguali a 5 decimi), e 35 anni e 3 mesi di contributi diventano, ai fini della quota, 35,25. Quindi il lavoratore con 60 anni e 6 mesi di età e 35 anni e 3 mesi di contributi possiede la quota 95,75, arrotondando 95,8.

Quali sono i requisiti per la pensione quota 100?

In base a quanto osservato in merito al calcolo della quota, raggiungere la quota 100 sembrerebbe abbastanza semplice: se il lavoratore ha 60 anni di età può pensionarsi con 40 anni di contributi, se ne ha 61 con 39 anni, se ne ha 62 con 38 e così via…E invece no. Secondo le più recenti proposte, per raggiungere la pensione anticipata quota 100 non basterà la quota 100, ma saranno necessari anche un’età minima pari a 64 anni e un minimo di 36 anni di contributi.

Come si calcola la pensione quota 100?

Il limite relativo all’età ed il tetto minimo di anni di contributi, ad ogni modo, non sono sufficienti per rendere sostenibili le nuove pensioni rispetto alle risorse disponibili. Per questo motivo, nelle più recenti proposte è stato previsto il ricalcolo contributivo della pensione quota 100, per le annualità che partono dal 1996.

Non un calcolo contributivo dell’intero trattamento, dunque, ma un calcolo parziale, delle sole quote di pensione dal 1° gennaio 1996 in poi. Questa novità non cambierà nulla per quei contribuenti che hanno diritto al calcolo misto della pensione (retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, in quanto possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995), ma potrebbe portare delle penalizzazioni tutt’altro che irrilevanti per chi, possedendo almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, ha diritto al calcolo retributivo della prestazione sino al 31 dicembre 2011.

Perché il calcolo contributivo è penalizzante?

Nella generalità dei casi, il calcolo contributivo della pensione risulta penalizzante, rispetto al calcolo retributivo, perché, mentre quest’ultimo si basa sugli ultimi redditi, o sui redditi migliori, il caloclo contributivo si basa sui contributi effettivamente accreditati nell’arco della vita lavorativa. Nel calcolo retributivo si prendono in considerazione gli stipendi, che vengono rivalutati con appositi coefficienti, mentre col calcolo contributivo si prendono in considerazione i soli contributi, che vengono rivalutati secondo l’andamento del Pil italiano (quindi gli incrementi del capitale sono molto bassi).

Tuttavia, ci sono dei casi in cui conviene maggiormente il calcolo contributivo, rispetto al retributivo: questo accade, ad esempio, quando la gestione Inps presso cui è iscritto il lavoratore prende in considerazione non i redditi migliori, ma gli ultimi anni di reddito o retribuzione, e la media delle ultime retribuzioni crolla al termine della vita lavorativa.

Per approfondire, ti consiglio di leggere la Guida al calcolo della pensione.

Quali sono i requisiti per la pensione quota 41?

La pensione quota 41, ad oggi, esiste già, ma è riservata ai lavoratori precoci, cioè a coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età. Inoltre, per ottenere la pensione anticipata quota 41 bisogna appartenere a una delle seguenti categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver (che curano un familiare convivente disabile sino al 2° grado), invalidi dal 74%, addetti ai lavori gravosi, addetti ai lavori usuranti.

Per approfondire ti consiglio di leggere la Guida alla pensione anticipata precoci.

Questa pensione anticipata è chiamata quota 41 impropriamente: 41, difatti, sono gli anni di contributi richiesti per pensionarsi, non si tratta della somma di età e contribuzione (altrimenti si potrebbe, ad esempio, andare in pensione a 30 anni con 11 anni di contributi!).

Secondo la normativa attuale, questa pensione potrà essere ottenuta anche nel 2019 e negli anni a venire, previa disponibilità delle risorse: tuttavia, dal 1° gennaio 2019 il requisito previsto salirà a 41 anni e 5 mesi di contributi.

Il nuovo governo vorrebbe estendere la pensione anticipata quota 41 dapprima agli appartenenti alle categorie tutelate che non sono lavoratori precoci, poi a tutti i lavoratori. Si vorrebbe però innalzare il requisito a 41 anni e 6 mesi di contributi.

Non sarebbe previsto alcun ricalcolo contributivo per ottenere la pensione anticipata quota 41, come avviene oggi.

Foto sui social: vale il diritto d’autore?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Facebook e Instagram: si possono salvare, usare e ripubblicare le foto prelevate da un profilo social altrui?

Uno dei tuoi contatti su Facebook e Instagram pubblica sempre delle foto molto belle. Non sai se sia un fotografo o un semplice appassionato di arte: il fatto è che i suoi scatti hanno qualcosa in più che ti attrae. Non hai potuto fare a meno di mettere il “like” e, in alcuni casi, condividerle. Ora però vorresti fare un’altra cosa: salvare l’immagine nel tuo hard disc e poi ripubblicarla. Non scriverai ovviamente che la foto è tua ma lascerai che gli altri lo pensino. Le possibilità che l’autore lo venga a sapere sono minime. Tuttavia ti chiedi cosa potrebbe succedere se lo scoprisse. Per le foto sui social vale il diritto d’autore? Ecco la risposta che, in proposito, ha dato la giurisprudenza [1]. 

Postare foto comporta la cessione dei diritti d’autore a Facebook?

Il primo problema affrontato dai giudici è stato quello di valutare l’eventuale cessione dei diritti d’autore su scritti e fotografie una volta pubblicati su un profilo social. Se una persona posta una immagine sulla propria bacheca cede i diritti di pubblicazione a Facebook e, quindi, l’opera diventa di pubblico dominio? È corretto ritenere che, se non metto una protezione all’immagine (ad esempio il watermarks o l’espressa indicazione «diritti riservati‚) questa possa essere utilizzata da chiunque? La risposta è stata negativa. Anche se non è detto che la semplice pubblicazione di una fotografia sulla pagina personale di un social network sia la prova della titolarità dei diritti di copyright su tale contenuto, nello stesso tempo però è possibile presumerlo se non vi sono prove contrarie. Pertanto, pubblicare fotografie sulla propria pagina Facebook o Instagram non comporta la cessione dei diritti d’autore. Pertanto, in caso di utilizzo non autorizzato da parte di terzi (altri utenti del social ma anche giornali o programmi televisivi) scatta il risarcimento del danno patrimoniale e morale per violazione del diritto d’autore in favore di colui che le ha pubblicate. Insomma, in assenza di prove contrarie, chi posta una foto deve essere considerato il titolare del contenuto, e ciò sulla base della mera pubblicazione del materiale sulla pagina del social network. 

Se pubblichi sul social network e condividi coi tuoi contatti una fotografia non significa che hai riconosciuto una «licenza generalizzata di utilizzo e di sfruttamento dei contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale in favore di qualunque terzo che accede alla pagina Facebook». Tale cessione è solo nei confronti della piattaforma (Facebook o Instagram) al fine dell’esposizione della stessa sulla timeline. Il social network, a ben vedere, si riserva solo la «licenza non esclusiva, trasferibile, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook (cd. Licenza IP)», ma valida fin quando detto contenuto sia presente sul social stesso.

Come tutelare le proprie opere col diritto d’autore?

Spesso molti artisti si trovano dinanzi al dilemma: «Pubblicare le foto sul social, e fare in modo che tutti le possano prendere, ma nello stesso tempo farsi conoscere, oppure riservarle a una stretta cerchia di amici o astenersi proprio dalla condivisione?». Abbiamo appena detto che la pubblicazione sul social non comporta la cessione dei diritti d’autore: l’opera non è di dominio pubblico e resta di proprietà del titolare che ne conserva i diritti d’autore fino a 70 anni dopo la propria morte. 

Tuttavia, c’è un altro aspetto che non va dimenticato. Per proteggere un’opera con il “copyright” (termine anglosassone per definire il nostro “diritto d’autore”) non sono necessarie registrazioni o particolari formalità: è solo indispensabile dimostrare l’anteriorità della propria opera. Tra due immagini sostanzialmente identiche prevale l’autore che riesce a dare la prova di aver, per primo, creato il contenuto. In questo, il social network può addirittura essere una tutela e non una fonte di pericolo. Difatti la condivisione di uno scatto su Facebook o Instagram consente anche di risalire alla data della pubblicazione che non può certo essere precedente alla  realizzazione. Insomma, chi per primo posta riesce anche a dimostrare l’anteriorità dell’opera e quindi il proprio diritto. 

In un’era in cui non conta tanto la vendita della singola unità del prodotto ma il farsi conoscere (visti i numeri della concorrenza) non ci sono molte alternative tra il restare anonimi e il mettersi in vetrina.

Si possono usare le foto pubblicate sui social come prova in un processo?

La giurisprudenza ha, ormai da anni, ammesso la possibilità di utilizzo dei contenuti postati su Facebook come prove di un processo civile o penale. Un utilizzo abbastanza ricorrente riguarda i giudizi di separazione e divorzio, laddove l’uso del social può essere indicativo del reddito di una persona (le foto postate in località esotiche) o di eventuali tradimenti (nelle more del giudizio di separazione, un coniuge si era fotografato in discoteca insieme al compagno). Al contrario delle conversazioni contenute nei messaggi scambiati tramite la messaggistica istantanea, che sono state considerate quali “corrispondenza privata” e, di conseguenza, tutelate dalla privacy, le foto pubblicate sul profilo personale, destinate ad essere conosciute da soggetti terzi, pur se rientranti nella cerchia delle amicizie “social”, non sono protette della riservatezza; al contrario, vanno considerate informazioni messe a disposizione, tramite i social network, anche a soggetti terzi.

Critica: come non cadere nella diffamazione

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Diffamazione e ingiuria: il confine con il diritto costituzionale alla libera manifestazione del pensiero. La critica, per essere lecita, non deve esorbitare in giudizi sull’altrui moralità.

Il concetto di critica è molto relativo nel sentire delle persone e spesso risente del carattere o della particolare avversione di chi si esprime. In un clima esacerbato e conflittuale (si pensi agli ambienti di lavoro o al condominio) è facile spingersi in affermazioni più forti che, seppur giustificate dall’intento di censurare l’altrui operato, finiscono per diventare offese belle e buone. Si passa dalla critica all’ingiuria o alla diffamazione in un battibaleno. Chiaramente, né la Costituzione né la legge penale spiegano fin dove ci si può spingere per evitare un’incriminazione: tutto è rimesso alla correttezza e al rispetto tra cittadini. Rispetto che, anche in condizioni di aperto dissenso, deve essere sempre preservato. Tradotto in parole povere: si possono contestare, anche in modo veemente, le azioni delle persone, ma non certo la loro moralità. A tanto sono arrivate una serie di sentenze della Cassazione che hanno chiarito, nell’ambito del diritto di critica, come non cadere nella diffamazione. Cerchiamo di fare il punto della situazione e vedere come comportarsi per evitare di incorrere in qualche reato.

 Critica: quando è penale

La critica è vicina di casa del reato di diffamazione e dell’illecito civile dell’ingiuria. In entrambi i casi siamo davanti a due condotte che infangano la reputazione e l’onore delle persone. Con la differenza che la diffamazione viene proferita davanti a più persone e in assenza dell’interessato: in tal caso scatta un reato che, qualora realizzato attraverso di social network o comunque internet, è aggravato nelle conseguenze. Invece l’ingiuria è solo un illecito civile: quindi non basta la querela ai carabinieri ma è necessario avviare una causa (anticipandone anche le spese); se si arriva a una sentenza di colpevolezza, il giudice condanna il responsabile, oltre che al risarcimento, anche a una sanzione economica da versare allo Stato che va da un minimo di 100 euro a un massimo di 8mila euro (leggi Ingiuria: come tutelarsi).

Il diritto di critica

Non troverai citato, nella nostra Costituzione, il diritto di critica, ma questo è una applicazione del diritto di manifestazione del pensiero, sancito dall’articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

La critica rappresenta una particolare forma di manifestazione del pensiero e può essere concettualmente definita come qualunque manifestazione di pensiero che sottopone a verifica l’oggetto da criticare per coglierne aspetti eventualmente negativi. Il diritto di manifestazione del pensiero e, quindi, anche di critica, è riconosciuto ai lavoratori dall’art. 1 dello Statuto dei lavoratori, a norma del quale questi «hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge».

Dove finisce il diritto di critica

L’insulto può essere considerato una «libera manifestazione del pensiero»? Sicuramente no. come ha chiarito la Corte Costituzionale, l’articolo 21 consente che vi siano, nell’ordinamento, limiti impliciti a tale libertà e, tra tali limiti, rientra sicuramente quello di non oltraggiare, ingiuriare e diffamare le persone. Altri limiti possono ravvisarsi, ad esempio:

  • nel divieto di commettere apologia di reato, cioè di non esaltare la violazione delle norme penali;
  • nel divieto di violare la privacy delle persone (quest’ultimo divieto attribuisce a ciascuno il diritto di pretendere che non siano diffuse notizie riguardanti aspetti privati della propria vita, salvo che si tratti di persone che rivedono un ruolo pubblico per le quali il diritto di cronaca tende a prevalere sul loro diritto alla riservatezza).

Il punto è che non sempre è facile capire dove finisce la critica e inizia l’insulto, specie per i diretti interessati. Chi offende tende a minimizzare la portata delle proprie parole, perché si sente giustificato dall’altrui illecito che vuole criticare; chi viene offeso invece ha una elevata concezione della propria persona e, sentendosi aggredito, vede in ogni affermazione una lesione alla propria dignità. Dov’è la via di mezzo? In generale si può spiegare nel seguente modo: tutte le parole che finiscono per risolversi in un giudizio di disvalore sulla persona e sulla sua moralità sono vietate; quelle invece che invece prendono di mira “il fatto” o l’azione e la censurano con linguaggio sereno, che non travalica i limiti di correttezza, sono considerate lecite. 

Vediamo come la pensa la Cassazione.

Innanzitutto – spiegano i giudici supremi – per rientrare nel diritto di critica è necessario che il fatto oggetto della critica stessa sia vero. Non è necessaria una verità oggettiva, ma basta quella putativa, ossia che si possa ragionevolmente ritenere tale sulla base delle fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive. Non è invece necessario che tale fatto sia esposto in modo completo che si richiede quando si perseguono scopi esclusivamente informativi, quando, cioé, si esercita il diritto di cronaca [1].

La propria opinione non deve essere assolutamente obiettiva na può essere esternata anche con l’uso di un linguaggio colorito e pungente. Tuttavia, affinché il diritto di critica non sconfini in un reato è necessario che sussista la continenza dei fatti narrati (i fatti devono cioè corrispondere alla verità, sia pure non assoluta, ma soggettiva), con l’esposizione in modo misurato). Con la conseguenza che i fatti ed i comportamenti cui la critica è riferita devono essere veri, ma solo nel senso che non debbono essere inventati od alterati nel loro nucleo essenziale o interpretati arbitrariamente [2].

Il diritto di critica non si concretizza, come quello di cronaca, nella narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio, o, più genericamente, in una opinione, la quale, come tale, non può che essere fondata su un’interpretazione dei fatti e dei comportamenti e quindi non può che essere soggettiva, cioè corrispondere al punto di vista di chi la manifesta, fermo restando che il fatto o comportamento presupposto ed oggetto della critica deve corrispondere a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze oggettive, così come accade per il diritto di cronaca [3].

Ed ancora: «Costituisce esercizio di critica politica l’esposizione di fatti in parte ormai storici, in parte aventi comunque gia’ una pubblica diffusione e tali da incidere sulla reputazione pubblica di un soggetto avente ampie aspirazioni politiche (come tali di sicuro interesse pubblico), e di altri fatti dei quali la fonte di apprendimento sebbene non svelata sia comunque ricostruibile (in particolare, le copie dei verbali contenenti un interrogatorio), laddove l’articolo (nel caso di specie un settimanale di riflessione sui principali accadimenti economici e politici sia interni che internazionali) non si limiti a rassegnare i fatti ma li utilizzi come elementi sulla base dei quali complessivamente considerati (per la loro pluralità, la loro gravità, per il fatto di non essere episodi isolati ma al contrario di caratterizzare tutto il percorso politico e pubblico della persona in questione) costruire una valutazione, tutta politica, di inadeguatezza del soggetto obiettivamente coinvolto a vario titolo in quella sequela di fatti a candidarsi alla guida di un paese» [4].

Il diritto di critica per il lavoratore

Quali sono i limiti che il lavoratore deve rispettare nell’esercizio del diritto di critica a lui riconosciuto e quali le conseguenze in caso di superamento?

È pacifica l’esistenza in capo al lavoratore di un diritto di critica nei confronti del datore di lavoro, in quanto specificazione della più generale libertà di manifestazione del pensiero a tutti costituzionalmente garantita. Anche questo diritto, tuttavia, è sottoposto ad alcuni limiti. In particolare devono coesistere le seguenti condizioni:

  • le affermazioni del lavoratore devono essere funzionali al conseguimento di un interesse (individuale o collettivo) giuridicamente rilevante e tale da rendere giustificabile la lesione dell’interesse del datore di lavoro alla tutela della sua reputazione o immagine (cd. limite esterno del diritto di critica);
  • i fatti narrati dal lavoratore e suscettibili di arrecare danno alla reputazione e all’immagine del datore di lavoro, devono corrispondere a verità (cosiddetto limite della continenza sostanziale);
  • infine, nell’esercizio del diritto di critica il lavoratore deve sempre utilizzare forme espressive improntate a leale chiarezza e civiltà (cosiddetto limite della continenza formale).

Il mancato rispetto anche di uno solo dei suddetti limiti può comportare, nei casi più gravi, il licenziamento per giusta causa.

Strada condominiale di uso pubblico: si può chiudere?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lecito usare una sbarra per limitare l’ingresso all’area di proprietà del condomino solo se il traffico di terzi è limitato e avvenuto per semplice tolleranza del condominio, insomma quando non c’è una servitù di uso pubblico.

Nel tuo condominio c’è un largo spiazzo con una strada di collegamento. Questa strada è utilizzata non solo dai proprietari degli appartamenti ma da chiunque altro intende raggiungere la via pubblica. Ben potendo “fare il giro” e, allungare di qualche centinaio di metri, i passanti preferiscono tagliare, senza sapere che, in questo modo, vi danno fastidio: la strada si riempie così di sporcizia e, a volte, sconosciuti vi sostano e bivaccano. Così, riuniti in assemblea, avete deciso di chiudere il passaggio al pubblico con una sbarra. Qualcuno però afferma che non si può fare e che il Comune potrebbe imporre lo smantellamento della recinzione. È vero? Se la strada condominiale è di uso pubblico si può chiudere? A dare una risposta è stato il Tar Lazio con una recente sentenza [1].

Si può mettere una sbarra o un cancello su una strada privata del condominio?

In termini generali, si può consentire all’installazione di sbarre o cancelli per la tutela dei diritti del condominio, relativamente alla strada privata di cui parla il lettore. Occorre tuttavia verificare che la strada privata non sia stata adibita anche a pubblico transito. In quest’ultima ipotesi, occorrerà – prima dell’installazione della sbarra o del cancello – verificare che i terzi estranei al condominio non abbiano frattanto acquisito il diritto di accesso alla strada, per l’utilizzo ripetuto nel corso del tempo. In tal caso, gli aventi diritto potrebbero agire in tribunale per la tutela del possesso, a mezzo dell’azione di spoglio.

Sbarra d’accesso al condominio con una pubblica servitù

Quanto abbiamo appena detto è stato ribadito dalla sentenza del Tar Lazio. Secondo i giudici amministrativi, il diritto dei condòmini a poter disporre liberamente di un bene condominiale viene meno se la parte comune, pur di proprietà del condominio, è gravata da «servitù di uso pubblico», cioè da tempo immemorabile viene utilizzata dalla cittadinanza tramite passaggio pedonale e passaggio carrabile, costituendo l’unica arteria di collegamento fra due strade comunali.

È del tutto irrilevante, dunque, che il condominio risulti – dagli atti dei pubblici registri – il titolare della via e che provveda alla sua manutenzione a proprie spese. Fa quindi bene il Comune, perché rientra nei suoi poteri, negare l’autorizzazione al condominio a installare una sbarra per delimitare l’accesso all’aria condominiale.

L’assemblea non può chiudere con una sbarra un’area pubblica

Fermo restando che la decisione dell’assemblea di chiudere un’area condominiale con una sbarra deve sempre passare per le dovute comunicazioni al Comune (nel caso di specie era stata presentata una Dia), è vero che tale decisione comunque deve piegarsi all’interesse pubblico della cittadinanza, specie quando la sbarra impedisce il tempestivo transito non solo agli automobilisti locali ed ai turisti ma anche ai mezzi delle forze dell’ordine, della protezione civile e di soccorso.

Pertanto, nel bilanciamento degli interessi contrapposti, quello dei residenti ad avere assicurata la possibilità di parcheggio attraverso la chiusura del transito veicolare per parte della giornata viene dopo l’interesse pubblico di consentire a tutti, ininterrottamente e liberamente, l’accesso pedonale e carrabile sul tratto di strada in questione.

Naturalmente ciò non toglie il diritto del condominio di chiedere un indennizzo per l’uso pubblico della propria strada, indennizzo che evidentemente sarà rivolto anche alla pulizia dell’area e a riparare eventuali danni procurati da terzi.

Quando c’è una servitù pubblica?

Il divieto a chiudere aree di proprietà privata vale solo quando vi sia una servitù pubblica. Ma quando si verifica concretamente tale situazione? La natura e l’uso pubblico di una strada dipendono dalla esistenza contemporanea di tre fattori:  

  1. una moltitudine indistinta di persone, appartenenti al medesimo ambito territoriale, devono esercitare su tale strada il passaggio ed il transito; 
  2. la strada deve essere concretamente idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, le esigenze di carattere generale e pubblico e non solo quelle private di qualche persona che trova semplicemente più comodo “tagliare” il percorso per risparmiare tempo;
  3. il passaggio sulla strada privata, da parte della collettività, deve avvenire da tempo immemorabile (comportamento della collettività contrassegnato dalla convinzione di esercitare il diritto d’uso della strada) [2].

Quando invece il Comune non può impedire la sbarra condominiale

Il divieto a installare una sbarra per evitare che estranei possano transitare su una strada o uno spiazzo di proprietà del condominio vale solo nel caso in cui tale strada sia da tempo immemorabile idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, le esigenze di carattere generale e pubblico, consentendo il passaggio di una moltitudine indistinta di cittadini. Viceversa il Comune non può negare all’assemblea di condominio l’installazione di una sbarra automatizzata destinata a regolare il traffico in entrata e in uscita di una strada privata se il transito pedonale, in precedenza effettuato, è avvenuto per mera tolleranza, o all’insaputa dei condòmini e riguarda soggetti determinati, venuti in possesso delle chiavi delle serrature esistenti o comunque riguardo ad un tratto viario cieco o un’area interclusa, caratteristiche che escludono che vi possa sorgere un uso stradale in favore di una collettività indeterminata.

In tali casi l’assemblea può decidere l’installazione della sbarra con maggioranza semplice. Non c’è bisogno del permesso di costruire.

Non voglio pagare l’affitto: cosa devo fare?

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come evitare lo sfratto pagando in ritardo o non pagando affatto. Che succede se l’appartamento presenta dei problemi e non è vivibile?

Una soluzione c’è sempre per tutto. Anche per chi non vuol pagare l’affitto. A condizione ovviamente che ricorrano i presupposti di legge. Anche perché, se è vero che chi non paga l’affitto rischia di essere sfrattato, è anche vero che si porta poi il debito con sé, ovunque vada, anche nei successivi appartamenti. In verità, per pagare c’è sempre tempo. E mai come nel caso dell’affitto questa affermazione è vera. Chiaramente più giorni passano, più aumentano le spese. Ma si può quantomeno impedire la risoluzione del contratto e non dover fare le valigie. Una recente sentenza [1] del Tribunale di Trieste spiega cosa deve fare chi non vuol pagare l’affitto che, in buona sostanza, è anche una regola di comune esperienza, per la quale, probabilmente, non ci sarebbe neanche bisogno dell’avvocato. Ma comunque sia, il chiarimento è fondamentale per evitare di trovarsi poi con un decreto ingiuntivo sul collo e un ordine di sfratto. Dunque, se anche tu ti sei già chiesto «cosa devo fare se non voglio pagare l’affitto», ecco cosa devi sapere.

Affitto: quanto tempo ho per pagare

Se hai solo bisogno di tempo e ti stai chiedendo quanto tempo ho per pagare l’affitto la soluzione è molto semplice nel caso di locazione a uso abitativo. La legge ammette un ritardo massimo di 20 giorni rispetto alla scadenza del canone mensile. Dopodiché sei in mora. Questo non vuol dire che al 21° giorno te ne devi andare o arriverà l’ufficiale giudiziario a buttare i tuoi vestiti fuori dall’appartamento. Ma significa che il locatore, se lo vuole, può procedere nei tuoi confronti. Nella prassi – a meno che tu non sia un impenitente moroso – ti darà altro tempo, quantomeno quello necessario per consentire al suo avvocato di diffidarti e farti gli atti. Quant’è questo tempo?

Di solito prima si spedisce una raccomandata a.r. con un sollecito di pagamento. Si dà qualche giorno di tempo all’affittuario per pagare.

Dopodiché il proprietario dell’immobile deciderà se avviare l’azione di sfratto o meno. Se sei stato un inquilino sempre puntuale e corretto, è piuttosto improbabile che il locatore voglia liberarsi di te dall’oggi al domani e, salvo il caso di conclamata volontà di non pagare, ti lascerà ancora qualche giorno di tempo.

Discorso parzialmente diverso vale per gli affitti a uso commerciale (anche chiamato «non abitativo»). Qui la legge non parla di 20 giorni di ritardo massimo, ma rimette tutto alla valutazione del caso concreto: in relazione alla prestazione, l’inadempimento non deve essere “grave”. Significa che bisogna vedere a quanto ammonta il canone di locazione e a quanto il debito: se quest’ultimo copre una parte rilevante del primo allora si può procedere allo sfratto, altrimenti bisognerà ancora temporeggiare un po’. 

Con lo sfratto in corso posso ancora pagare?

Se la morosità dovesse superare i due mesi, allora il locatore avvierà probabilmente l’azione di sfratto. In cosa cosa consiste? In una citazione davanti al tribunale per sentire ordinare al giudice lo sgombero dell’immobile. Sempre che, a quella data, non avrai nel frattempo pagato i canoni scaduti, gli interessi e le spese sostenute per l’azione. Se, in udienza davanti al giudice, hai sanato la morosità, lo sfratto non può andare avanti e tutto si ferma.

Ma non solo. Se ti presenti davanti al giudice e non fai lo struzzo, puoi chiedere un termine di altri 90 giorni per estinguere il debito. Termine durante il quale potrai continuare a vivere nell’appartamento. E se poi non paghi neanche in questa ipotesi, alla successiva udienza il tribunale convalida lo sfratto. A quel punto non c’è più nulla da fare, anche se versi il dovuto successivamente: il contratto è definitivamente risolto. Ma non puoi lamentarti: hai avuto già troppo tempo per metterti in regola (dai 5 ai sette mesi, a seconda dei tribunali).

Puoi andartene con le buone o attendere l’ufficiale giudiziario il quale, se non ti trova, potrà ripetere l’accesso ed, eventualmente, farsi accompagnare con la forza pubblica per forzare la serratura. Insomma, passano dai due ai cinque mesi ancora.

Casa con problemi vari: posso non pagare l’affitto

Prevedendo una tipica contestazione dell’inquilino medio, stabiliamo ora cosa può fare quest’ultimo se l’appartamento presenta svariati problemi e il padrone di casa non ha fatto nulla per eliminarli. Immaginiamo che gli impianti non siano a norma, che il vicino di casa sia rumoroso e non lo faccia dormire la notte, che lo scaldabagno sia guasto, che le persiane non chiudano bene e, alle prime ore dell’alba, filtri la luce in camera da letto, che ci sia umidità e macchie di muffa sui muri, che l’appartamento sia in condizioni fatiscenti, che il solaio minacci di cadere. 

Si può smettere di pagare l’affitto se la casa presenta quelli che gli avvocati chiamano “vizi”? La risposta è “dipende”. In buona sostanza, la linea di demarcazione è la seguente: è possibile smettere di pagare l’affitto solo se l’immobile è completamente inservibile all’uso per il quale è destinato. Il che significa che se continui a viverci dentro, anche se alcune stanze sono inservibili, stai dimostrando che una utilità residua l’appartamento ancora ce l’ha. In tale ipotesi non puoi né interrompere il versamento dei canoni, né autoridurre l’ammontare o compensarlo con le spese sostenute per le riparazioni. Devi piuttosto rivolgerti al giudice – sempre ammesso che il padrone di casa non voglia trovare un accordo – e ottenere, nei suoi confronti, una condanna. La condanna consiste nella riduzione del canone in base alle effettive condizioni del bene oppure a un ordine di riparazione. Insomma, detto in parole semplici, non puoi essere tu a stabilire se e quanto pagare perché non hai il potere di quantificare i danni. Questo potere spetta solo al magistrato.

Tuttavia, come ti avevo anticipato in partenza, «una soluzione c’è sempre per tutto. Anche per chi non vuol pagare». Difatti la stessa Cassazione [2] ammette la possibilità di non pagare l’affitto se l’immobile non è abitabile. Pensa ad esempio a un impianto elettrico non a norma con il rischio di folgorazione; pensa a un vicino così rumoroso che la notte non ti fa dormire e ti costringe ad andare in albergo; pensa a un solaio che sta venendo giù e potrebbe caderti sulla testa di punto in bianco.

Ecco: se l’affittuario ha continuato a godere del bene, pur in presenza dei riscontrati difetti, non sarà legittima la sospensione del pagamento del canone negozialmente fissato, trattandosi di condotta non proporzionale rispetto all’inadempimento del locatore. 

Per non pagare l’affitto, quindi, devi andartene. Se invece rimani dentro, con tutti i problemi che comunque ciò comporta o per il semplice fatto che non hai dove andare a stare, sei tenuto a pagare. Fermo restando il tuo diritto a ricorrere al giudice per un risarcimento o uno sconto.

Cartelle sotto 100mila euro cancellate

Posted on : 21-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Condono per chi ha debiti non superiori a centomila euro con l’ex Agente della riscossione Equitalia.

È l’idea di Matteo Salvini: chiudere subito tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100 mila euro, per liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse». Il riferimento è quindi a chi ha già contratto debiti con l’ex Agente della Riscossione e ancora non è riuscito a pagarli, nonostante le due rottamazioni. Un condono insomma, ribatte la sinistra. Salvini ama invece chiamarla «pace fiscale». Di coperture però non è stato parlato.

Di Maio ribatte «Bisogna abolire il sistema Equitalia di nome e di fatto» forse dimenticando che Equitalia non esiste più già da circa un anno. 

Il Ministro ha poi aggiunto «Dodicimila evasori totali sconosciuti al fisco e grandi evasori che hanno rubato una media di 2 milioni di euro a testa – ha detto – onore alla Guardia di Finanza che li ha scovati, ora tocca al governo ridurre le tasse e semplificare il sistema fiscale».

Chi sono gli italiani graziati dalla sanatoria?

La platea interessata dalla proposta del ministro degli interni è enorme: ben il 94% dei crediti fiscali dello Stato, notificati già ai contribuenti, è al di sotto di centomila euro. Il che significa che quasi tutti i contribuenti che hanno ancora un debito aperto con l’erario saranno graziati. 

«Chiudere da subito tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100 mila euro»

I crediti di Equitalia, lo ricordiamo, sono ormai passati ad Agenzia Entrate Riscossione che – bisogna ammetterlo – non ha dimostrato tentennamenti nel riprendere le azioni che aveva già intrapreso il suo predecessore nella riscossione. La proposta di Salvini ha quindi destato il massimo interesse in molti contribuenti che, in passato, non hanno pagato le cartelle esattoriali. 

Cosa comporta la nuova pace fiscale?

Per il momento si tratta di una semplice affermazione. Sembrerebbe tuttavia che il Governo voglia aprire le porte non a una nuova rottamazione, ma a una vera e propria sanatoria, un’abolizione del debito o qualcosa di molto simile. Bisognerà vedere i successivi sviluppi per comprendere cosa intende Salvini. E soprattutto comprendere che impatto avrà questa affermazione sulle rottamazioni in corso che potrebbero a questo punto essere ritenute non più convenienti e abbandonate dai contribuenti.

D’accordo con Salvini sulla necessità di «un approccio fondato sulla semplificazione fiscale, sulla buona fede e sulla cooperazione tra le parti» è il Comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi, che ieri nel corso dei festeggiamenti del Corpo ha rimarcato l’impegno della Gdf nel «sostenere convintamente il cambiamento nei rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente». In sostanza occorre intervenire per «favorire l’adeguamento spontaneo e ridurre al minimo, dove possibile, l’invasività dei controlli».