Continui e sgradevoli messaggi: è stalking?

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non sempre continui messaggi, anche fastidiosi, configurano lo stalking; spesso, infatti, si tratta solo di molestie.

Se il tuo ex ti scrive migliaia di messaggi al giorno (in alcuni casi anche insultandoti per averlo lasciato) o se un amico ti infastidisce con continui messaggi telefonici, anche sgradevoli, sappi che il più delle volte sei vittima di molestie e non di stalking. Il reato di stalking, infatti, si realizza solo se il comportamento dello stalker (che può manifestarsi anche con continui e sgradevoli messaggi)  provoca in te ansia e paura tali da indurti a cambiare il tuo stile di vita.

 

Lo stalking

Di qualunque specie sia il comportamento e con qualunque mezzo sia messo in atto, se crea nella vittima un disagio, uno stato di ansia, un cambiamento delle proprie abitudini di vita è stalking. Il comportamento deve ovviamente consistere in minacce o molestie [1].

Gli atti persecutori idonei ad integrare il delitto di stalking posso avere tante cause (in precedenti articoli, infatti, abbiamo chiarito cosa si intende per stalking per soldi, stalking per tradimento e stalking telefonico) e si possono concretizzare in vari comportamenti: in ripetute telefonate, nell’invio di buste minatorie, di sms o mms, di e-mail e messaggi ingiuriosi, nel danneggiamento dell’auto della vittima, nelle aggressioni verbali alla presenza di testimoni, negli appostamenti fuori casa o nei luoghi più frequentati, nei reiterati e indesiderati apprezzamenti non graditi, in invii di baci e sguardi insistenti e minacciosi. Si tratta di azioni attraverso le quali lo stalker cerca di manifestare la propria presenza costante, nel tentativo di condizionare la vita della vittima che, spesso, limita le proprie scelte e le proprie abitudini.

Dobbiamo stare molto attenti a non confondere un corteggiamento ossessivo e insistente con lo stalking vero e proprio: nel primo caso, infatti, percepiremo solo un fastidio (ed il comportamento non sarà punibile penalmente), mentre nel secondo caso avremo uno stato di ansia e di paura tale da consentire di sporgere querela ed ottenere la punizione del colpevole.

Quando i continui messaggi sono stalking?

Se una storia d’amore finisce perché io gli confesso di non amarlo più ma lui non vuole farsene una ragione e mi chiama di continuo, mi cerca nei posti che sa che frequento abitualmente, mi segue e mi scrive tantissimi messaggi (alcuni d’amore ed atri offensivi ed ingiuriosi), posso sporgere querela per stalking? Dipende da quanto i messaggi sono insistenti e da cosa provocano in me.

Se un amante geloso (che nutre rancore verso la sua ex) le invia una serie reiterata di messaggi dal carattere sgradevole e derisorio, con un’insistenza eccessiva e fastidiosa, a tal punto da innescare una indebita, ripetuta e ingiustificata invadenza nella sua sfera privata, è molto probabile che il pubblico ministero che svolgerà le indagini ipotizzerà il reato di molestie più che quello di stalking, a meno che la vittima non dimostri di aver subito uno stato di ansia tale da modificare le sue abitudini di vita.

Il reato di molestie e disturbo alle persone [2] si realizza quando qualcuno:

  • molesta o disturba un soggetto;
  • in un luogo pubblico o aperto al pubblico;
  • ovvero col mezzo del telefono;
  • per petulanza o per altro biasimevole motivo (cioè non per un motivo fondato).

Si tratta di un reato contravvenzionale punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.

La norma che disciplina il reato di molestie non spiega chiaramente quale sia la condotta vietata ma individua il mezzo con il quale si realizza, il modo, il luogo in cui può verificarsi e l’effetto.

Il mezzo è il telefono, la modalità è la petulanza o altro biasimevole motivo, il luogo è quello aperto al pubblico o pubblico e l’effetto è il risvolto patologico della condotta, rappresentato dalla molestia o dal disturbo.

I messaggi, trasmessi attraverso il telefono, configurano il reato di molestia in quanto costringono la vittima ad aprirli, leggerli e cancellarli. Spesso vengono inviati da un numero sconosciuto, per cui il destinatario è costretto a leggerne il contenuto prima di poterne identificare il mittente, il quale (in tal modo) raggiunge lo scopo di turbare la tranquillità psichica della vittima (quasi come accadrebbe se le telefonasse) [3].

Per quanto abbiamo descritto, se Tizio invia continui sms alla sua ex fidanzata, infastidendola e minandone la tranquillità, commetterà il reato di molestia; se, però, i continui messaggi non fossero solo sgradevoli ma anche minacciosi, preoccupanti e portassero ad uno stravolgimento dello stile di vita della persona offesa, ci troveremmo di fronte al reato di staking.

Campetti e strutture sportive comunali: come diventare gestore

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Sport

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Le strutture sportive comunali sono generalmente affidate alle associazioni sportive, ciò non toglie che anche i privati possano assumere la gestione degli impianti sportivi pubblici

La maggior parte delle strutture sportive presenti all’interno di un Comune e messe a disposizione di tutti i cittadini sono di proprietà pubblica. Di conseguenza, anche la gestione di dette strutture (quali, ad esempio, campetti o parchi sportivi) è affidata a soggetti aventi natura pubblicistica, primi tra tutti gli enti locali (e quindi, Regioni e Comuni). Ciò non toglie che si possa, comunque, diventare gestori di campetti e strutture sportive comunali. Di tanto parleremo nel presente articolo.

Tuttavia, prima di spiegare come diventare gestori di campetti e strutture sportive comunali è bene fare il punto della situazione.

In Italia, purtroppo, il tema degli impianti sportivi pubblici va spesso a braccetto con quello di opere incompiute. Le ragioni sono molteplici ed anche i numeri sono consistenti. Al contrario, invece, in ogni Comune ci dovrebbero essere appositi spazi dotati di impianti sportivi messi gratuitamente a disposizione della intera collettività. Ciò in quanto è molto importante, per una comunità locale degna di esser definita tale, garantire il c.d. diritto al gioco, al movimento ed al tempo libero per i cittadini  di tutte le età, senza discriminazioni ed esclusioni.

Ciò posto, è bene sapere che per le strutture sportive completate e di seguito consegnate alla collettività ed all’uso di tutti i cittadini presenti in un determinato territorio, la normativa applicabile ha natura regionale. Attualmente, infatti, molte Regioni hanno introdotto nel loro tessuto normativo una legge regionale con cui regolamentare la gestione delle strutture sportive di proprietà dell’ente Comune.

Sul punto, di notevole importanza è – ad esempio – la deliberazione della Regione Emilia Romagna [1] che, proprio qualche mese fa, ha approvato nuove norme per la promozione e lo sviluppo delle attività motorie e sportive, stanziando cifre considerevoli per gli investimenti destinati, appunto, agli impianti sportivi.

Come si diventa gestore di un campetto o di una struttura sportiva comunale?

Come anticipato, in via generale, deve dirsi che le regole per diventare gestore di una struttura sportiva comunale dipendono dalla Regione nella quale si vuole avviare l’attività. Nel rispetto della disciplina regionale, poi, i singoli Comuni adottano appositi regolamenti riguardanti le specifiche modalità di affidamento e di gestione degli impianti sportivi.

Solitamente la gestione viene affidata, tramite appositi bandi, ai seguenti soggetti:

  • società e associazioni sportive dilettantistiche;
  • enti di promozione e propaganda sportiva;
  • associazioni iscritte al registro pubblico del Coni.

Dopo aver soddisfatto i precedenti soggetti, tuttavia, la gestione di una struttura sportiva comunale, potrà essere affidata (nei limiti della disponibilità) anche ai privati che ne facciano richiesta, per lo svolgimento di campionati nazionali e/o minori, di gare e manifestazioni, per gli allenamenti e per l’utilizzo del tempo libero.

In ogni caso, la gestione di un campetto o di una struttura sportiva viene affidata attraverso la stipula di convenzioni (c.d. convenzioni d’uso) con le quali vengono pattuiti criteri d’uso, canoni, durata e altri elementi.

Le procedure di affidamento sono caratterizzate da un’evidenza pubblica e, pertanto, devono essere svolte nel rispetto dei principi di imparzialità, trasparenza e pubblicità.

Di solito, la procedura si avvia tramite la presentazione di un modello predisposto dal Comune, con il quale coloro che intendono diventare gestori e conseguire la “concessione in uso” di un campetto o di una struttura pubblica comunale  dichiarano di possedere i requisiti previsti dallo stesso regolamento [2].

Quindi è necessario che il richiedente sia in possesso di quei requisiti richiesti dalla normativa speciale per poter accedere alla procedura di affidamento.

Generalmente,  a tal fine, sono preferite tutte quelle forme associative (ad esempio società sportive/associazioni sportive dilettantistiche o altri enti, associazioni e federazioni sportive nazionali) che abbiano un certo radicamento sul territorio e che dimostrino un’adeguata capacità rispetto alle attività da realizzare.

In difetto, si potrà procedere con un’altra procedura ad evidenza pubblica rivolta, a soggetti diversi, aventi anche forma imprenditoriale.

Alcuni Comuni, inoltre, potrebbero ritenere rilevanti caratteristiche quali:

  • esperienza nel settore;
  • affidabilità economica;
  • qualificazione professionale degli istruttori e allenatori utilizzati;
  • organizzazione di attività a favore dei giovani, dei diversamente abili, degli anziani, e delle scolaresche.

In ogni caso sul mercato sono presenti diverse società di consulenza e numerosi professionisti in grado – caso per caso – di fornire le indicazioni normative ed operative più appropriate su come diventare gestori di campetti e strutture sportive comunali.

 

Quattordicesima pensionati: cosa fare se non percepita?

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il pensionato che, pur avendo diritto alla quattordicesima mensilità, non l’abbia ricevuta deve sollecitare l’Inps attraverso la domanda di ricostituzione della pensione

La questione relativa alle pensioni è sempre attuale in Italia, così come le problematiche ed i disguidi che talvolta si vengono a creare. Al riguardo, si segnala che moltissimi pensionati, nonostante il possesso dei requisiti previsti dalla legge per beneficiare della quattordicesima mensilità, non si sono visti accreditare la relativa somma. Cosa fare, dunque, in questi casi? Come dovrà comportarsi il pensionato che, pur avendo diritto alla quattordicesima mensilità non l’abbia percepita? Cercheremo, in questo articolo, di dare tutte le risposte utili.

Prima, però, vediamo cosa dispone la legge.

Quattordicesima pensionati: chi ne ha diritto

La legge [1] prevede che alcune categorie di pensionati hanno il diritto a percepire la quattordicesima mensilità in presenza di prestabilite condizioni legate a determinati parametri, quali :

  • l’età del pensionato (almeno 64 anni di età);
  • la titolarità di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell’assicurazione generale obbligatoria (Ago: dipendenti, artigiani, commercianti, coltivatori) e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima (ad esempio Inpdap, Enpals, Ipost, fondo elettrici, telefonici, etc.), gestite da enti pubblici di previdenza obbligatoria;
  • il reddito. Per ulteriori approfondimenti leggi: Arriva la quattordicesima per un milione e mezzo di pensionati in più .

Dunque, in via di principio, al ricorrere del diritto a percepire la quattordicesima mensilità per ragioni di età, di contribuzione e di reddito, l’Inps dovrebbe provvedere a liquidare l’importo in via del tutto automatica e senza che sia necessario presentare domande e/o documentazione.

Quattordicesima pensionati: cosa fare se non percepita?

Tuttavia, non sempre ciò accade così automaticamente. Nella realtà, infatti, capita spesso che nonostante l’anziano abbia automaticamente diritto alla quattordicesima, detta cifra non gli venga accreditata.

Cosa dovrà fare in questi casi il pensionato? Il pensionato che, pur avendo diritto alla quattordicesima mensilità, non l’abbia ricevuta dovrà sollecitare l’Inps, presentando un’apposita domanda di ricostituzione della pensione.

Ed infatti, da quanto riferito dall’Inps, il problema sarebbe attribuibile ad un disguido nella raccolta dei dati relativi ai redditi dei pensionati pervenuti allo stesso ente previdenziale da parte dell’Agenzia delle Entrate.  Tale disguido avrebbe provocato delle incertezze in relazione alla situazione “reddituale” dei pensionati e per tale ragione si è reso necessario che i patronati si attivassero per presentare all’Inps di competenza un’ apposita domanda di ricostituzione della pensione.

Attraverso tale domanda, in sostanza, il pensionato attesta quali sono i suoi redditi, dando  così dimostrazione all’Inps del rispetto dei limiti di reddito previsti dalla legge per godere del beneficio pensionistico (della quattordicesima appunto).

In parole semplici, coloro che hanno diritto alla quattordicesima mensilità, ma non la ricevono automaticamente, devono presentare la domanda di ricostituzione della pensione all’Inps per ottenerla.

Solo attraverso la presentazione della domanda di ricostituzione il pensionato potrà, infatti, ottenere un diritto che gli sarebbe, invece, spettato automaticamente, ovverosia la riliquidazione della pensione con decorrenza dalla data in cui ha maturato il diritto alla prestazione aggiuntiva.

Ne consegue che l’Inps dovrà erogare al pensionato la quattordicesima per l’anno di presentazione della domanda oltre agli arretrati per gli anni pregressi a partire dall’anno in cui è sorto il diritto alla prestazione (compatibilmente con il termine di prescrizione di 5 anni).

Le cose, purtroppo, si complicheranno ulteriormente se l’Inps non dovesse dare seguito alla domanda di ricostituzione formulata dal pensionato.  In tali casi, infatti, sarà necessario, formulare un ricorso amministrativo nei confronti dell’Inps, che sarà deciso dagli organi interni dello stesso ente. Nel caso in cui detto ricorso dovesse avere esito negativo, inoltre, bisognerà rivolgersi all’autorità giudiziaria entro tre anni dalla decisione del ricorso da parte dell’Inps [2].

In tali casi, ovviamente, sono richieste delle competenze specifiche, per cui il pensionato dovrà necessariamente affidarsi a dei professionisti, con ulteriore impoverimento delle sue tasche.

Medici di famiglia: al via i ricorsi per ottenere una giusta retribuzione

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I medici di famiglia in formazione hanno diritto ad una retribuzione pari a quella degli altri specializzandi

Può dirsi ufficialmente cominciata “la battaglia” dei medici di famiglia in formazione, che da anni  percepiscono un trattamento economico discriminatorio, se raffrontato a quello dei colleghi che hanno intrapreso un diverso percorso di specializzazione. Per tale motivo, infatti, moltissimi di loro si sono già rivolti – con appositi ricorsi – ai giudici, al fine di ottenere la giusta retribuzione, spettante loro di diritto.

Vediamo perché.

Una volta completati gli studi universitari (che durano 6 anni), il laureato in medicina e chirurgia deve perfezionare la sua formazione.  Ciò implica un’importante scelta per il futuro di ogni medico, chiamato – subito dopo la laurea – a decidere in quale branca medica vorrà e dovrà specializzarsi.

Non si tratta, però, di dover “semplicemente” scegliere. Per poter diventare, ad esempio, un cardiologo, un nefrologo o un radiologo “a tutti gli effetti” è necessario superare un concorso. Anche chi vuole diventare medico di famiglia deve sottoporsi ad una procedura concorsuale pubblica selettiva, al fine di poter – all’esito del corso di formazione – svolgere la propria professione. Durante la fase della formazione, tutti  gli aspiranti medici (specializzati) percepiscono una borsa di studio. Tuttavia, la borsa di studio degli specializzandi in medicina generale è di gran lunga inferiore rispetto a quella dei colleghi che intraprendono altre specializzazioni.

Ciò, a ben vedere, si traduce in una vera e propria discriminazione ai danni dei futuri medici di famiglia. Discriminazione che, “tradotta in denaro” si manifesta più che evidente. Ed infatti, la borsa di studio percepita da uno specializzando in medicina è di circa 1.600 euro, esentasse e con copertura assicurativa pagata. Al contrario, i giovani medici che frequentano il corso specifico di medicina generale percepiscono circa 960 euro al mese e, oltretutto, sono tenuti a pagare Irpef e Irap. A conti fatti, quindi, la borsa di studio degli specializzandi in medicina generale pesa meno della metà rispetto a quella dei loro colleghi. Il tutto, a fronte di un lavoro analogo: in entrambi i casi i medici in formazione superano un concorso pubblico preselettivo, frequentano diverse ore di formazione in reparto e di lezioni frontali, sostengono esami e visitano pazienti.

L’unica differenza tra le due “categorie” di medici in formazione riguarda il nome del corso e la specializzazione finale che conseguiranno. Ed infatti, i medici specializzandi frequentano un corso di specializzazione medica, i futuri medici di famiglia un corso di “formazione specifica” in medicina generale.

Ma questo basta per giustificare la sopra descritta disparità di trattamento economico nella fase di formazione? È sufficiente al fine di poter ripagare diversamente il lavoro dei giovani medici a seconda del corso intrapreso?

Questi interrogativi si pongono al centro di un acceso dibattito, tant’è che moltissimi medici di famiglia stanno intraprendendo le vie legali al fine di vedersi riconoscere una giusta ed equa retribuzione.

Al riguardo, si consideri che tale situazione dura ormai da più di dieci anni. Prima del 2006, infatti, non esistevano dette ingiustificate differenze retributive tra le due tipologie di corsisti. La distinzione (e la conseguente discriminazione) è stata introdotta da una normativa [1] sui «principi fondamentali per la disciplina unitaria in materia di formazione specifica in medicina generale». Tale normativa prevede, a favore del medico in formazione, il conferimento di una borsa di studio annuale di 11.603 euro (a fronte dei 22.700 euro annui lordi percepiti dagli altri specializzandi). La legge, tuttavia, si è limitata a prevedere laconicamente quanto detto, e non è mai riuscita a motivare, né giustificare in alcun modo la discriminazione che in tal modo si è venuta a creare.

Detta situazione di sostanziale ingiustizia non trova “scriminanti” nemmeno se raffrontata alla normativa europea [2], alla luce della quale, al contrario, la formazione dei medici specialisti (compresa quella relativa alla medicina generale) deve essere «adeguatamente remunerata».

Si consideri, inoltre, che negli altri Paesi la retribuzione dei medici di famiglia in formazione è decisamente più alta. In Germania, ad esempio, agli specializzandi in medicina viene attribuito uno stipendio mensile di 3.500 euro, in Olanda si arriva a 3.600, in Danimarca a 3.750, in Finlandia a 3.000, in Inghilterra lo stipendio è pari addirittura a 5.500 euro. In Italia, purtroppo, le cose sono nettamente diverse e le tasche dei giovani medici decisamente meno piene, soprattutto per chi ha deciso di intraprendere il corso di formazione in medicina generale e che, pertanto, farebbe bene a far valere il proprio diritto a percepire una giusta retribuzione, che sia quanto meno analoga a quella dei propri colleghi.

Segnalazione sofferenza Centrale Rischi: come difendersi

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La temporanea crisi di liquidità del cliente non legittima la banca ad effettuare la segnalazione di sofferenza: è necessaria una situazione di crisi economica grave assimilabile ad uno stato di insolvenza.

Il titolare di un conto corrente o di un finanziamento può essere segnalato alla Banca d’Italia come debitore “in sofferenza” solo in presenza di una “situazione di impotenza finanziaria che non lasci presagire alcun margine di superamento” e tale da porsi come lo stadio immediatamente anteriore alla situazione di fallimento. In pratica, si deve trattare di una condizione di difficoltà economica tale da rendere difficile la reversibilità della stessa.

Al contrario, la semplice crisi di liquidità, ma comunque recuperabile, non legittima la segnalazione da parte della banca.

La segnalazione di sofferenza è particolarmente incisiva in quanto ha come conseguenza diretta la revoca delle linee di credito da parte di altri istituti bancari e l’impossibilità di accedere al sistema del credito in generale. Inoltre, un’erronea segnalazione di sofferenza può danneggiare fortemente la reputazione e la dignità personale del soggetto interessato, incidendo negativamente sulle relazioni sociali e professionali.

È pertanto illegittimo il comportamento delle banche che, di fronte al mancato pagamento di qualche rata da parte del cliente, si allertino e facciano scattare la segnalazione “in sofferenza” alla Centrale Rischi della Banca d’Italia e in qualsiasi altra centrale privata.

Segnalazione Centrale Rischi

La Centrale dei rischi è un sistema informativo sull’indebitamento della clientela delle banche e degli intermediari finanziari vigilati dalla Banca d’Italia. Esso accentra le informazioni sugli affidamenti concessi da ciascun intermediario ai singoli clienti (persone fisiche e giuridiche).

La Banca d’Italia, attraverso la Centrale dei rischi, fornisce agli intermediari segnalanti un’informativa utile, anche se non esaustiva, per la valutazione del merito creditizio della clientela e, in generale, per la gestione del rischio di credito. L’obiettivo perseguito è di contribuire a migliorare la qualità degli impieghi degli intermediari partecipanti e, in ultima analisi, ad accrescere la stabilità del sistema creditizio e finanziario.

Gli intermediari segnalano mensilmente alla Banca d’Italia gli affidamenti concessi a ciascun cliente, singolarmente e in cointestazione con altri soggetti. Oltre alle contestazioni, la Centrale dei rischi rileva anche i rapporti di coobbligazione esistenti tra le società censite e i soci che rispondono illimitatamente e solidalmente delle obbligazioni assunte dalle società stesse verso l’intermediario.

“Passaggio a sofferenza” Centrale Rischi

La segnalazione di un cliente alla Centrale Rischi è dovuta innanzitutto quando il rapporto di credito rientra nei limiti di censimento definiti dalle Istruzioni della Banca d’Italia. Tra le segnalazioni dovute, la maggior parte non presentano margini di discrezionalità per gli intermediari, in quanto è la stessa norma che determina l’importo oltre il quale la registrazione deve comunque effettuarsi. L’appostazione a sofferenza, invece, implica una valutazione complessa ed entro certi limiti discrezionale per gli intermediari.

Nella categoria di censimento “sofferenze” va ricondotta l’intera esposizione per cassa nei confronti di soggetti in stato di insolvenza, anche non accertata giudizialmente, o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda. Si prescinde, pertanto, dall’esistenza di eventuali garanzie (reali o personali) poste a presidio dei crediti.

Sono escluse le posizioni la cui situazione di anomalia sia riconducibile a profili attinenti al rischio-paese.

L’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente e non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito.

Segnalazione sofferenza: cosa si intende per stato di insolvenza

Secondo la giurisprudenza di merito e di legittimità, la segnalazione della posizione a sofferenza richiede che il soggetto si trovi in uno stato di persistente instabilità patrimoniale e finanziaria idonea ad intralciare il recupero del credito da parte dell’intermediario.

Deve, quindi, distinguersi:

– l’appostazione in sofferenza: quando vi è l’impossibilità di recuperare il credito vantato perché il soggetto affidato si trova in gravi e non transitorie difficoltà economiche, in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili;

– l’incaglio: in caso di temporanei disagi economici destinati ad essere superati in un congruo periodo di tempo senza che si prospetti come verosimile l’azione giudiziaria di recupero.

Dunque la segnalazione di sofferenza non può discendere automaticamente dall’inadempimento del debitore, perché dal semplice ritardo non può scaturire la segnalazione.

Parimenti, non può essere considerata lecita una segnalazione di un credito contestato (cd. “credito litigioso”) qualora la contestazione abbia i caratteri della non manifesta infondatezza (per esempio questioni di anatocismo conti correnti) e quando tale contestazione sia alla base del rifiuto del cliente di adempiere alla obbligazione pecuniaria oggetto di segnalazione.

Qualora la concreta situazione del cliente non crei alcun allarme quanto alla sua generale solvibilità, non vi è ragione di creare un pregiudizio per la sua immagine  e, anzi, un diverso comportamento sarebbe sanzionabile sul piano della responsabilità civile.

L’obbligo di diligenza incombente sulla banca non è adeguatamente assolto se si traduce in un’automatica denuncia di un mero inadempimento, che di per sé non può avere alcuna valenza di sofferenza nel senso normativo sopra precisato.

L’istituto segnalante, infatti, è tenuto in ogni caso, ad appurare la sussistenza di una condizione di complessivo e grave (ossia non transitoria) difficoltà economica del soggetto segnalato, giacché solo questo tipo di verifica rende legittima la comunicazione alla Centrale Rischi.

Segnalazione sofferenza illegittima: cosa fare?

Se la banca effettua la segnalazione “in sofferenza” del cliente anche in una situazione non grave, questi può agire, dinanzi al tribunale, “in sede cautelare” (ossia con un ricorso d’urgenza) e chiedere la cancellazione della sofferenza nella Centrale Rischi della Banca d’Italia e in qualsiasi altra centrale privata (per esempio Crif).

Addio assegno di disoccupazione, arriva il Rei

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal 2018 il reddito d’inclusione sostituirà l’Asdi per i disoccupati over 55.

Soppressa la continuazione della Naspi per gli over 55, a partire dal 2018: al posto dell’assegno di disoccupazione, gli aventi diritto potranno percepire il Rei, cioè il reddito d’inclusione. È quanto prevede il decreto legislativo sul reddito di inclusione, attualmente in fase di studio. Secondo il testo del decreto, il Rei non potrà essere concesso a tutti i disoccupati con almeno 55 anni di età, ma soltanto a coloro che risultano senza lavoro, da almeno 3 mesi,  a seguito di licenziamento, risoluzione consensuale a seguito di conciliazione o dimissioni per giusta causa: sono tagliati fuori dal beneficio, dunque, i lavoratori che hanno perso l’occupazione a seguito della scadenza del contratto a termine, per dimissioni o per risoluzione consensuale del rapporto.

Ma procediamo per ordine e cerchiamo di capire come funzionano l’Asdi e il Rei, per fare il punto della situazione.

Come funziona l’Asdi

L’Asdi è un’indennità di disoccupazione che spetta per un massimo di 6 mesi a chi ha “esaurito” la Naspi (cioè l’ordinaria indennità di disoccupazione), in presenza di determinati requisiti. L’interessato, in particolare, oltre ad aver terminato la fruizione della Naspi:

  • deve possedere lo stato di disoccupazione e aver sottoscritto col centro per l’impiego il patto di servizio;
  • non deve aver richiesto la Naspi anticipata in un’unica soluzione;
  • deve far parte di un nucleo familiare con almeno un minorenne (anche non figlio del richiedente), oppure deve avere almeno 55 anni di età;
  • non deve possedere i requisiti per l’assegno sociale, la pensione anticipata o di vecchiaia;
  • deve avere un Isee non superiore a 5.000 euro;
  • non deve aver percepito Aspi o Mini Aspi (le vecchie indennità di disoccupazione) sino al 31 dicembre 2015;
  • non deve aver percepito 20 mesi di Asdi nel quinquennio precedente;
  • non deve aver percepito 6 mesi di Asdi nell’anno precedente.

L’assegno ammonta al 75% della Naspi.

Il disoccupato mantiene l’Asdi se:

  • viene rioccupato a tempo indeterminato con soglia di reddito annuo inferiore a 8000 euro;
  • viene rioccupato a tempo determinato, con contratto superiore a 6 mesi, con soglia di reddito annuo inferiore a 8000 euro;
  • svolge attività di lavoro autonomo con soglia di reddito annuo inferiore a 4800 euro.

In questi casi, però, l’Asdi è ridotto in misura pari all’80% del reddito risultante dalla nuova attività lavorativa.

Come funziona il Rei

Il Rei, sigla che sta per reddito d’inclusione, è un beneficio economico che sarà presto disponibile per le famiglie in situazione di povertà che abbiano l’Isee, cioè l’indicatore della situazione economica della famiglia (si tratta di un indice che “misura la ricchezza” della famiglia), non superiore a 6mila euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20mila euro.  Potrà essere erogato per un massimo di 18 mesi continuativi, previa adesione del nucleo familiare a un progetto d’inclusione sociale. Il beneficio sarà rivolto, almeno nella prima fase, alle famiglie con figli minori o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati con almeno 55 anni di età.

Requisiti degli over 55 per ottenere il Rei

Come osservato, ad oggi i disoccupati con almeno 55 anni di età hanno diritto all’Asdi, una volta terminata l’indennità di disoccupazione ordinaria. Dal 2018 l’Asdi sarà soppressa e gli over 55 avranno diritto al Rei, ma solo se soddisferanno i seguenti requisiti:

  • possesso dello stato di disoccupazione per:
    • licenziamento, anche collettivo;
    • dimissioni per giusta causa;
    • risoluzione consensuale intervenuta nell’ambito della procedura di conciliazione;
  • cessazione, da almeno 3 mesi, della fruizione dell’indennità di disoccupazione;
  • possesso dello stato di disoccupazione da almeno tre mesi, nel caso in cui non abbia diritto di conseguire alcuna prestazione di disoccupazione per mancanza dei necessari requisiti.

L’accesso al Rei è dunque precluso a chi si trova in stato di disoccupazione per scadenza del termine del contratto, a differenza di quanto attualmente previsto per l’accesso all’Asdi: un requisito che potrebbe restringere notevolmente la platea dei beneficiari del sussidio, tagliando fuori tutti i lavoratori stagionali e a tempo determinato. Proprio per questo, la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha chiesto al Governo di estendere il Rei a tutti i disoccupati, a prescindere dalla causa della cessazione del rapporto di lavoro.

Quando si è poveri per la legge?

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Guida alle principali agevolazioni per chi possiede un reddito basso.

Purtroppo in Italia il numero delle famiglie povere è in costante aumento: colpa anche della congiuntura economica che l’intero Occidente sta vivendo. L’ordinamento italiano, per far fronte a questa situazione, prevede alcuni benefici per chi non raggiunge determinate soglie di reddito. Poiché il limite non è unico, bisognerà di volta in volta verificare a quale agevolazione si intende accedere. Vediamo le principali.

Patrocinio a spese dello Stato

Il patrocinio a spese dello Stato (normalmente conosciuto come gratuito patrocinio) consente anche a chi non abbia i mezzi economici per farvi fronte di essere assistiti in un procedimento giudiziario da un avvocato la cui parcella verrà pagata dallo Stato. Il gratuito patrocinio è un istituto che trova riferimento direttamente nella Costituzione, secondo cui sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione [1]. La legge prevede che si possa accedere al patrocinio a spese dello Stato nel processo penale, civile, amministrativo, contabile e tributario [2]. Attualmente, può essere ammesso al patrocinio chiunque sia titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.528,41 (i limiti di reddito sono adeguati ogni due anni in relazione alla variazione dell’indice dei prezzi accertata dall’Istat). Se l’istante convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’interessato. In questa circostanza, però, il limite di reddito sopra indicato è aumentato di euro 1.032,91 per ogni familiare convivente.

Alle regole appena elencate seguono delle eccezioni. Non possono accedere al gratuito patrocinio i soggetti condannati con sentenza definitiva per i reati di associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, spaccio di sostanze stupefacenti, associazione dedita al narcotraffico, per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis del codice penale o al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo.

A queste restrizioni fanno da contrappeso le agevolazioni previste per specifiche categorie di persone. Le vittime dei reati di maltrattamenti in famiglia, pratiche di mutilazione degli organi genitali, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, atti sessuali con minorenni e atti persecutori (cosiddetto stalking), nonché di determinati reati commessi a danno di minori, sono sempre ammessi al gratuito patrocinio, anche se superino la soglia stabilita.

Il reddito di inclusione sociale

Al fine di contrastare il preoccupante incremento della povertà, da poco è stato introdotto un particolare sussidio: il cosiddetto Sia, ovvero il Sostegno di Inclusione Attiva. Perché possa essere richiesto, è necessario che: almeno un componente del nucleo familiare sia minorenne; il reddito risultante dall’indicatore Isee sia inferiore a euro 3.000,00; non si goda di altri benefici, forniti a qualsiasi titolo, superiori ad euro 600,00 al mese; non si sia in possesso di automobili o motocicli di grossa cilindrata (sopra i 1300 cc per le auto e i 250 cc per le moto) nei 12 mesi antecedenti la domanda e immatricolati nei tre anni precedenti la richiesta; vi siano adulti disoccupati nel nucleo familiare al momento della domanda. Il reddito di inclusione sociale non è soltanto un contributo economico: per continuare a godere dell’assegno, infatti, il beneficiario dovrà rispettare degli obblighi, quali ad esempio quello di mandare i figli a scuola e di impegnarsi nel cercare un’attività lavorativa. L’assegno di povertà è di importo variabile a seconda del nucleo familiare; viene erogato mediante la concessione di una carta prepagata rilasciata dal proprio Comune di appartenenza e utile per acquistare, presso negozi convenzionati, generi alimentari e medicinali, o per pagare bollette di luce e gas. L’importo dell’assegno di povertà è variabile in base ai componenti del nucleo familiare, fino ad un massimo di 500,00 euro.

L’assegno sociale

Un altro strumento ideato per fronteggiare la povertà in Italia è l’assegno sociale che, a partire del 1996, ha sostituito la pensione sociale. L’importo dell’assegno è pari a 448,07 euro per tredici mensilità; per l’anno 2017 il limite di reddito è stato fissato a 5.824,91 euro annui; il reddito è elevato a 11.649,82 euro, se il soggetto è coniugato (cumulo dei redditi). L’assegno non è soggetto alle trattenute Irpef e può essere sospeso se il titolare soggiorna all’estero per più di 30 giorni; dopo un anno dalla sospensione, la prestazione è completamente revocata. L’assegno sociale è un beneficio provvisorio in quanto il possesso dei requisiti di reddito e di effettiva residenza sono verificati ogni anno.

Condizioni per ottenere l’assegno, oltre ai limiti reddituali sopraesposti, sono: aver compiuto 65 anni e 7 mesi di età (a partire dal 2018 il limite sarà di 66 anni e 7 mesi); avere la cittadinanza italiana e la residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno dieci anni nel territorio nazionale. I cittadini stranieri comunitari devono essere iscritti all’anagrafe del comune di residenza e i cittadini extracomunitari devono essere titolari del permesso di soggiorno comunitario per soggiornanti di lungo periodo. La domanda deve essere presentata  all’Inps, ente erogatore dell’assegno.

Il diritto agli alimenti

Il portale ha dedicato più di un articolo a questo argomento. Gli alimenti legali sono le prestazioni di assistenza materiale dovute per legge alla persona che si trova in condizioni tali da non poter provvedere a sé autonomamente. L’obbligo alimentare è considerato espressione di un dovere di solidarietà derivante da un rapporto di parentela o gratitudine nei riguardi di chi versi in stato di bisogno. La legge non indica una soglia minima di reddito al di sotto della quale si ha diritto alla prestazione; secondo il codice civile, gli alimenti spettano a chi versa in stato di bisogno e non può provvedere al proprio sostentamento [3].

I soggetti obbligati a versare gli alimenti sono: il coniuge; i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti prossimi; i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti; i generi e le nuore; i suoceri; i fratelli e le sorelle [4]. La norma, dunque, fa riferimento ad un rapporto familiare piuttosto ampio, non limitato alla sola famiglia nucleare. L’elencazione è tassativa. A questi individui vanno poi aggiunti i donatari nei confronti del donante [5] e tutti coloro che si sono impegnati contrattualmente ad assistere qualcuno dietro compenso (si parla, in questo caso, di contratto di vitalizio alimentare).

Fondamentale è che l’alimentando si trovi in stato di bisogno, cioè non sia in grado di provvedere al proprio sostentamento. Ha diritto agli alimenti, quindi, colui che non è economicamente indipendente, che non può garantirsi vitto, alloggio e cure mediche. Lo stato di bisogno va valutato in concreto, con riferimento alle effettive condizioni del soggetto; pertanto, tale stato può sussistere anche se quest’ultimo possiede un patrimonio immobiliare che non produce alcun reddito e che, di conseguenza, gli impedisce di procurarsi i basilari mezzi di sopravvivenza. Secondo la Corte di Cassazione, il diritto agli alimenti sussiste anche se l’alimentando versi in stato di bisogno per propria colpa [6].

Chi domanda gli alimenti deve fornire la prova del proprio stato di bisogno, nonché quella della sua impossibilità a lavorare o comunque della propria incolpevolezza nel non avere un lavoro. Chi, invece, svolge un’attività lavorativa, dovrà dimostrare che essa non è sufficiente al proprio sostentamento. La possibilità di lavoro va valutata con riferimento alle attitudini fisiche e psichiche, alle condizioni sociali dell’alimentando e alle possibilità ambientali. La legge non fissa un importo minimo, né uno massimo; il codice civile, però, fornisce il criterio di individuazione: gli alimenti devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. La proporzione tra questi due elementi (lo stato di bisogno dell’alimentando e le condizioni economiche dell’alimentante) deve rimanere costante durante tutto il rapporto: se l’equilibrio dovesse venire meno, la legge consente di adire l’autorità giudiziaria per chiedere l’aumento, la riduzione o addirittura la cessazione degli alimenti [7]. Per la donazione, invece, la misura è più precisa: il donatario non è tenuto che per il valore della donazione ancora esistente nel suo patrimonio.

L’invalidità civile

Secondo l’ordinamento italiano, è invalido civile chiunque sia affetto da patologie tali da compromettergli la normale capacità lavorativa (se in età da lavoro, cioè tra i 18 e i 65 anni), ovvero da renderlo incapace di svolgere le attività tipiche della sua età [8]. Anche in questo caso la legge stabilisce il tetto massimo reddituale che non deve essere superato per poter godere dei benefici economici. Per l’anno 2017, la pensione per invalidi civili totali  (assegno pari a 279,47 euro) prevede un limite di reddito personale annuo di 16.532,10 euro.

L’assegno di natalità

Confermato anche per l’anno 2017, l’assegno di natalità (o bonus bebè) è un assegno mensile destinato alle famiglie con un figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, per la durata massima di trentasei mesi [9]. Il bonus spetta alle famiglie con reddito Isee non superiore a 25.000,00 euro (bonus da 80 euro mensili); per le famiglie più povere con reddito Isee non superiore a 7.000,00 euro il beneficio è un po’ più consistente (180 euro mensili).

Utenze gas, elettricità, telefono. Canone Rai

Per le famiglie a basso reddito lo Stato concede delle agevolazioni sui servizi essenziali, quali l’utenza elettrica e quella del gas. Il limite di reddito Isee per accedere al contributo non deve essere superiore a 8.103,50 euro o, per le famiglie con più di tre figli a carico, non superiore a 20.000,00 euro. È possibile godere di agevolazioni anche sul canone telefonico: abbonamento mensile ridotto della metà per chi ha un reddito ISEE non superiore a 6.713,93 euro e con una persona all’interno del nucleo familiare titolare di pensione di invalidità civile o assegno sociale, oppure, con più di 75 anni.

Sono esonerati dal pagamento del Canone Rai tutti coloro che, nell’anno precedente, abbiano avuto un reddito complessivo sommato a quello del proprio coniuge non superiore a 6.713,98 euro e abbiano superato i 75 anni di età.

Conto corrente agevolato

In ossequio ad una direttiva europea [10], il governo ha da poco introdotto una nuova agevolazione per coloro che hanno un reddito molto basso: trattasi di un conto corrente destinato a compiere le operazioni bancarie più semplici (come, ad esempio, ricevere un bonifico o effettuare pagamenti). Il Governo, per il momento, ha stipulato accordi con Abi, Poste, Bankitalia, prevedendo l’esenzione per coloro che ricevono una pensione annua lorda inferiore a 18.000,00 euro e per chi ha un reddito Isee non superiore a 8.000,00 euro. Le altre categorie saranno successivamente individuate, prevedendo per esse condizioni agevolate di apertura.

Dentista sociale

Chi ha un reddito Isee inferiore a 8.000 euro può accedere ad alcune prestazioni odontoiatriche a prezzi agevolati. Il beneficio spetta anche alle donne in gravidanza e a chi è esentato dal ticket sanitario. Il problema, tuttavia, è che non tutti i dentisti aderiscono all’iniziativa; pertanto, bisognerà consultare l’elenco dei dentisti sociali aderenti per essere sicuri di poter far valere questo diritto.

Se manca l’acqua devo pagare la bolletta per intero?

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La fornitura e l’allacciamento alla rete idrica prevedono delle quote fisse da pagare anche senza consumi. Ma certe bollette si possono contestare.

Un’estate calda e troppo asciutta si traduce di solito in un calo delle risorse idriche e, di conseguenza, in una restrizione della fornitura dell’acqua. Ma quando arriva la bolletta, mi tocca pagare le tasse fisse su una fornitura che non ho avuto. E’ giusto? Se manca l’acqua devo pagare la bolletta per intero o posso contestarla? I presupposti per picchiare il pugno sul tavolo del fornitore (sul tavolo e basta, però) ci sarebbero. Vediamo.

Bolletta dell’acqua: che cosa paghiamo

I numeri che vediamo in bolletta devono corrispondere all’acqua erogata, cioè a quella che abbiamo a disposizione anche senza aprire il rubinetto ed a quella che effettivamente consumiamo. Nel primo caso, quello in cui, ad esempio, siamo in vacanza e non c’è stato consumo, sarà giusto pagare le spese fisse per la fornitura al Servizio Idrico Integrato: il servizio è stato garantito anche se non è stato aperto un solo rubinetto.

Nello specifico, la quota fissa comprende:

  • la fornitura dell’acqua potabile;
  • il servizio di fognatura (cioè lo scarico delle acque scure);
  • il servizio di depurazione dell’acqua potabile.

Servizi che tocca pagare anche se non si consuma una sola goccia d’acqua.

Nel secondo caso, invece, il calcolo viene effettuato su ogni volta che abbiamo aperto quel rubinetto e su quanto tempo l’abbiamo tenuto aperto. In altre parole, sull’effettivo consumo che risulta dal contatore, in base alle tariffe differenziate (utenza residenziale, non residenziale, commerciale, ecc.). Al quale va aggiunta l’Iva agevolata al 10% ed una quota fissa esente da Iva.

Ora. Se aprendo il rubinetto non viene giù niente, significa che non ho nemmeno il servizio garantito. Ecco, allora, che sorge spontanea la domanda: se manca l’acqua, devo pagare la bolletta per intero?

Il «trucco» del consumo presunto

Se c’è una cosa che l’utente fa fatica a capire è quella del consumo presunto dell’acqua (come della luce o del gas). In pratica, il fornitore «presume» che in quel mese, ed in base a quello che vedono sulla media delle bollette, l’utente consumerà un tot di acqua. In sede di conguaglio, verranno scalati i soldi pagati in più o aggiunti quelli pagati in meno.

La cosa più logica sarebbe controllare ogni volta il contatore e far pagare il reale consumo dell’acqua. Ma non succede così.

Ecco perché, se manca l’acqua, devo pagare la bolletta per intero: perché il fornitore, se non ha effettuato la lettura del contatore, non tiene conto della restrizione del servizio dovuta ad un’estate senza pioggia o del taglio della fornitura per dei lavori in corso sulla strada sotto casa. Tiene conto di una media presunta di consumo. Che questo sia legittimo o meno, è un’altra storia.

Ci andrà bene solo se decidono di fare la lettura proprio quando saremo rimasti a secco. Ma pagheremo, comunque, la quota fissa.

C’è da ricordare che, da regolamento, i Servizi Idrici Integrati sono tenuti a fare almeno due letture all’anno. Gli acconti, dunque, sono ammessi solo in quei casi eccezionali in cui non è possibile conoscere i reali metri cubi di acqua consumati.

Come e quando contestare la bolletta dell’acqua

Se manca l’acqua e devo pagare la bolletta per intero ma voglio contestare quello che mi viene richiesto, dovrò prima verificare alcune cose. Ad esempio, che ci sia stata un’assenza di letture da parte del fornitore, in violazione della carta del servizio. In questo caso, posso contestare la bolletta chiedendo all’Ente erogatore di basarsi sui reali consumi.

Se, invece, vivo in un condominio e manca l’acqua perché qualcuno è moroso (non fidanzato, ma che non paga proprio) e hanno staccato il contatore, posso contestare la bolletta in base alla riforma del condominio del 2012, che vieta di fare di ogni erba un fascio e di interrompere la fornitura all’intero palazzo.

Che fare? Conviene sempre effettuare l’immediato reclamo all’Ente: in caso di risposta negativa entro 30 giorni, sarà allora opportuno valutare un ricorso d’urgenza [2] (che anticipa gli effetti della decisione di merito), per evitare lo slaccio per mancato pagamento, nell’attesa del giudizio vero e proprio.

Attenzione, poi, alla richiesta di rateizzazione: da un lato, evita la chiusura del contatore, ma dall’altro equivale alla rinuncia al ricorso.

C’è da fare, infine una riflessione sulla legittimità del distacco dell’acqua in generale, anche quando c’è un’estate particolarmente asciutta e a prescindere dal fatto che se manca l’acqua devo pagare la bolletta per intero. Nessuno mette in dubbio il fatto che il gestore offre un servizio, ed è giusto che un corrispettivo sia pagato. Ma è anche vero che l’acqua è un diritto umano irrinunciabile. L’ha sancito l’Onu, il 28 luglio 2010, con una storica risoluzione con cui ha dichiarato l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari come diritto umano fondamentale. Che piova o no da giugno a settembre.

La calunnia

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La calunnia rientra tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia e, specificamente, tra quelli contro l’attività giudiziaria.

Il reato di calunnia incrimina tutte quelle condotte che possono indurre ad intraprendere un procedimento penale contro un innocente. Per l’ordinamento italiano, però, l’interesse fondamentale da proteggere è quello statale a non instaurare un inutile processo. Da questo punto di vista, la calunnia tutela due interessi distinti: da un lato, quello del calunniato, ingiustamente accusato di un fatto costituente reato; dall’altro quello dello Stato, costretto a mettere in moto la pesante e costosa macchina della giustizia per perseguire un’incriminazione inventata. Il delitto di calunnia, pertanto, si muove lungo questo duplice asse, tanto che, secondo alcuni studiosi, essa rientrerebbe tra i reati cosiddetti plurioffensivi, cioè tra quelli che attentano contemporaneamente a più beni giuridici diversi (la libertà dei cittadini, l’amministrazione della giustizia) [1]. Approfondiamo il delitto in questione.

Il delitto di calunnia: la fattispecie

Il codice penale [2] punisce con la reclusione da due a sei anni chiunque accusa di un reato una persona che sa, invece, essere innocente, ovvero simula a danno di questi tracce di un reato. La pena è aumentata se si incolpa taluno di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave. La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva la condanna alla reclusione superiore a cinque anni; da sei a venti anni se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo. La pena è invece diminuita se la simulazione concerne un fatto preveduto dalla legge come contravvenzione (cioè come reato di minor allarme sociale: ad esempio, disturbo del riposo delle persone).

La falsa accusa deve avvenire mediante denuncia, querela, richiesta o istanza fatta pervenire, anche in forma anonima o sotto falso nome, all’autorità competente (Procura della Repubblica, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc.). Va immediatamente detto che trattasi di reato di pericolo, nel senso che non è necessario, per incorrere nel delitto di calunnia, che il calunniato venga effettivamente indagato o processato, essendo sufficiente il semplice pericolo che ciò avvenga [3]. Da ciò si evince che il bene giuridico tutelato sia l’interesse al corretto funzionamento della giustizia, funzionamento messo in pericolo anche solo potenzialmente dalla falsa accusa. La Corte di Cassazione ha, però, riconosciuto la plurioffensività della calunnia, ritenendo che con tale delitto si leda non solo l’interesse primario dello Stato alla corretta amministrazione della giustizia, ma anche il diritto all’onore dell’incolpato [4].

Trattasi di reato comune, cioè di reato che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). L’elemento soggettivo è il dolo, ovverosia la precisa volontà di attribuire la commissione di un reato ad un innocente. Come si vedrà a proposito del rischio di essere denunciati per calunnia, l’errore sul fatto attribuito oppure il dubbio sull’innocenza dell’accusato escludono il reato (ad esempio, Tizio denuncia Caio di furto credendo di averlo visto commettere il fatto; in realtà durante il processo si scopre che l’autore del furto era  Sempronio. In questo caso, pur avendo intrapreso un procedimento contro un innocente, Tizio non rischia una denuncia per calunnia da parte di Caio perché aveva denunciato quest’ultimo in buona fede).

Procedibilità

Il reato è procedibile d’ufficio, non a querela di parte. Secondo il codice di procedura penale [5], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si manifesta la volontà di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza tale “consenso” la legge non può punire l’autore del reato. Al contrario, si procede d’ufficio quando non c’è alcun bisogno che la vittima esterni la sua volontà di far punire il colpevole, in quanto lo Stato proseguirà indipendentemente da essa. La procedibilità d’ufficio della calunnia rafforza quanto detto in precedenza: scopo essenziale del reato è la tutela del corretto funzionamento della giustizia, interesse prevalente sulla protezione dell’innocente. Tanto è confermato anche dal fatto che, secondo la giurisprudenza, la spontanea ritrattazione della denuncia non esclude la punibilità del reato di calunnia, potendo al più rilevare come circostanza attenuante, purché effettuata prima che l’autorità giudiziaria acquisisca la prova della falsità dell’incolpazione [6].

Le diverse forme di calunnia

Il codice penale prevede due diversi tipi di calunnia: quella diretta o formale e quella indiretta o materiale. La prima si attua attraverso la denuncia dell’innocente: per denuncia si intende, in senso ampio, l’informazione fornita all’autorità giudiziaria, senza particolari formalità. La denuncia, pur se consistente in una falsa accusa, deve essere comunque dettagliata: deve, cioè, contenere tutti gli estremi utili per perseguire un delitto, e quindi indicare non solo il fatto materiale, ma anche l’elemento soggettivo (dolo o colpa) e l’assenza di cause di giustificazione (ad esempio, della legittima difesa). Di conseguenza, verrà integrato il reato di cui ci si occupa anche se il calunniatore riferisca di un fatto realmente accaduto, ma taccia sull’esistenza di una causa di giustificazione (ad esempio, si prenda il caso di chi dichiari ai carabinieri di essere stato aggredito, tacendo però di aver egli stesso per primo inferto dei colpi al presunto aggressore, costringendolo così a difendersi).

Il fatto oggetto di incolpazione può essere totalmente inventato (ad esempio, si denuncia un furto mai avvenuto)  oppure realmente accaduto: in quest’ultimo caso, ciò che rileva è che non ne sia responsabile il soggetto cui viene falsamente attribuito (es., il furto è realmente accaduto, ma il vero colpevole è una persona diversa dal calunniato). Si configura la calunnia anche quando viene attribuito un reato più grave di quello in realtà commesso: ad esempio, Tizio viene incolpato di rapina anche se in realtà ha commesso solamente un furto (si ricordi che la rapina presuppone, a differenza del furto, una violenza o minaccia alle persone). L’attribuzione calunniosa del reato può avvenire in qualsiasi modo, anche implicitamente: al riguardo, la Suprema Corte di Cassazione ha evidenziato che integra il delitto di calunnia la condotta oggettivamente idonea a far scattare un procedimento penale nei confronti di un soggetto, univocamente individuabile, che si sa innocente, non essendo necessario che questi venga accusato esplicitamente [7]. A causa dell’impossibilità di avviare un procedimento penale, la calunnia non è configurabile nei casi in cui il reato attribuito sia perseguibile soltanto a querela di parte [8].

La calunnia materiale consiste, invece, nel simulare le tracce di un reato ponendole a carico di taluno che si sa innocente. A differenza della calunnia formale o diretta, quella materiale presuppone una vera e propria macchinazione ai danni del povero accusato. Solitamente, la messa in scena posta in essere dal calunniatore consiste nel collocare oggetti indizianti presso il calunniato (ad esempio un’arma).

L’elemento soggettivo

Si è detto che il dolo è l’elemento soggettivo del reato. Occorre però fornire qualche specificazione a riguardo. Nella calunnia, il dolo è costituito dalla volontà dell’incolpazione, unita alla piena consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato [9]. Non v’è volontà colpevole se l’accusatore ritiene per errore che l’incolpato sia responsabile del fatto attribuitogli; alla stessa maniera, difetta il dolo se l’incolpante dubiti dell’innocenza dell’accusato [10]. Riassumendo in parole semplici, perché si abbia calunnia è necessaria la certezza dell’innocenza dell’accusato; in tutti gli altri casi (quando, ad esempio, ci si trovi in errore sul fatto costituente reato o sull’autore, oppure si ha un dubbio ragionevole sull’innocenza di questi) il delitto di calunnia non si integrerà e non vi sarà nessun rischio di essere denunciati per calunnia.

Il dolo è identico sia nel caso di calunnia formale che di calunnia materiale: in entrambe le condotte occorre, da un lato, che il soggetto agente sia a conoscenza della innocenza dell’incolpato e, dall’altro, che la sua condotta sia idonea a far sorgere un procedimento penale [11].

Certo, non è sempre agevole dimostrare che il calunniatore sia a conoscenza dell’effettiva innocenza dell’incolpato. A tal proposito, la Corte di Cassazione ritiene che la consapevolezza da parte del denunciante dell’innocenza del calunniato si possa evincere dalle concrete circostanze e dalle modalità esecutive dell’azione delittuosa [12]. Si tratta di procedimento logico deduttivo da effettuare con la dovuta cautela, al fine di non incorrere nel rischio di incriminare di calunnia colui che, denunciando il fatto, era invece in buona fede.

Consumazione del reato e tentativo

La consumazione del delitto di calunnia differisce a seconda della tipologia: nel caso di calunnia formale o diretta, la consumazione coincide con il momento in cui l’autorità riceve l’informazione calunniosa; nella calunnia materiale o indiretta, quando l’autorità viene a conoscenza delle tracce simulate del reato. In entrambi i casi, quindi, il reato si integrerà quando effettivamente vi sia il pericolo che l’autorità giudiziaria possa intraprendere un procedimento penale a carico del calunniato [13].

Si avrà tentativo di calunnia, invece, quando l’autore, pur volendo accusare ingiustamente un innocente, non riesca nel suo intento per cause esterne alla propria volontà. Nello specifico, Il tentativo appare configurabile ove la condotta costituente sia frazionabile in più atti: si pensi, ad esempio, ad una denuncia inviata per posta ma mai pervenuta all’autorità [14]; oppure, all’ipotesi in cui il calunniatore venga scoperto mentre sta per simulare le tracce di un reato.

Cause di giustificazione

Eccezionalmente, una condotta normalmente calunniosa può essere giustificata e, pertanto, non punita dall’ordinamento: è il caso di chi, imputato in un procedimento penale, neghi la propria responsabilità e la attribuisca (falsamente) ad altri. Secondo la Suprema Corte [15], l’imputato che, nel corso del procedimento instaurato a suo carico, neghi, anche mentendo, la verità delle dichiarazioni a lui sfavorevoli, la calunnia implicita in tale condotta integra legittimo esercizio del proprio diritto di difesa, scriminato dal codice penale [16]. Al contrario, non è giustificabile chi falsamente denunci lo smarrimento di titoli di credito per la necessità di non subire gli effetti negativi di un’azione delittuosa (nel caso di specie, una truffa) di cui il denunciante sarebbe rimasto vittima [17].

Concorso di reati

La ripetizione della stessa incolpazione presso autorità diverse (ad esempio, la stessa denuncia viene spedita prima ai carabinieri, poi alla polizia) non configura più reati di calunnia; il reato è unico. La falsa attribuzione dello stesso fatto o di fatti diversi a più persone, al contrario, integra tanti delitti di calunnia quanti sono i calunniati. Secondo la giurisprudenza, il reato di calunnia concorre con quello di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale sulla propria identità [18] qualora il soggetto, nell’ambito di un procedimento penale a suo carico, dichiari all’autorità giudiziaria false generalità corrispondenti a quelle di una persona effettivamente esistente e tale dichiarazione abbia creato il pericolo dello svolgimento di indagini nei confronti di quest’ultima [19].

Come pagare il contributo unificato su Internet

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con accredito sul conto corrente bancario o postale, tramite PayPal o Postepay. Ecco come versare il contributo unificato online, senza muoversi da casa.

E’ possibile pagare il contributo unificato senza muoversi da casa? E’ possibile, certo. Su Internet ci sono diverse possibilità per versare i diritti e le spese di giustizia sul portale sul portale dei servizi telematici pst.giustizia.it, secondo le regole stabilite dalla legge [1]. Vediamo che cosa bisogna fare per pagare il contributo unificato su Internet e come funzionano i canali più usati per provvedere a questo tipo di pagamento.

 

Dove e come pagare il contributo unificato su Internet

Come si può pagare il contributo unificato su Internet

  • attraverso l’apposito servizio a disposizione sul portale pst.giustizia.it nella sezione Servizi, previa autenticazione tramite smartcard o chiavetta;
  • attraverso funzionalità messe a disposizione da un Punto di Accesso.

I canali ammessi per pagare il contributo unificato su Internet

  • gli strumenti di pagamento di Poste Italiane (carte di credito Visa o MasterCard, carta Postepay o addebito su conto corrente postale;
  • circuito bancario (banche convenzionate disponibili al link Elenco Prestatori di Servizio), utilizzando gli strumenti di pagamento indicati, per ogni operatore finanziario, al link Elenco Prestatori di Servizio. Nel caso di addebito su conto corrente, il pagatore deve essere titolare di un conto corrente aperto presso il prestatore di servizio selezionato.

Le informazioni da indicare per pagare il contributo unificato su Internet

  • l’ufficio giudiziario destinatario del pagamento;
  • la causale del pagamento: contributo unificato, diritti di cancelleria, diritto di copia. Il contributo unificato e i diritti di cancelleria necessari per l’iscrizione a ruolo possono essere versati con un’unica operazione;
  • l’importo da versare;
  • nel caso di pagamento tramite bonifico bancario, le coordinate bancarie del conto corrente di addebito della cifra versata (il codice Iban);
  • l’indicazione di chi materialmente esegue il versamento;
  • indicazione del soggetto debitore nei confronti della pubblica amministrazione.

La ricevuta telematica

Effettuato il pagamento, il sistema rilascia una ricevuta telematica di avvenuto versamento con la firma digitale dell’erogatore del servizio di pagamento (le Poste, la banca, PayPal, ecc.).

Sulla ricevuta verrà riportato:

  • l’identificativo univoco di pagamento, che permette di individuare un versamento al Ministero della Giustizia in maniera univoca e certa;
  • l’esito del pagamento. Nel caso in cui con un’unica operazione sia stato eseguito il versamento per contributo unificato e diritti di cancelleria, sarà dettagliato anche l’esito di ogni singolo pagamento;
  • la causale di ogni singolo versamento;
  • l’istituto che attesta l’avvenuto pagamento.

La ricevuta telematica può essere utilizzata sia online sia in modalità tradizionale, consegnando all’ufficio giudiziario la stampa della ricevuta come attestazione dell’avvenuto pagamento.

Se sono stati eseguiti dei versamenti multipli, cioè sono stati pagati più diritti, contributi o spese, sarà necessario inoltrare all’ufficio giudiziario ogni singola ricevuta. Ad esempio, se è stato fatto un versamento per un contributo unificato di 600 euro con tre versamenti diversi da 100, 200 e 300 euro, sarà necessario inoltrare all’ufficio giudiziario le tre ricevute.

Come sapere se il pagamento è andato a buon fine

L’esito del versamento del contributo unificato su Internet è riportato sulla ricevuta telematica ed è indicato da questi codici:

  • il codice 0 indica che tutti i pagamenti si sono conclusi con esito positivo;
  • il codice 1 indica che tutti i pagamenti si sono conclusi con esito negativo;
  • il codice 2 indica che alcuni pagamenti sono andati a buon fine ed altri hanno avuto esito negativo.

Ogni versamento corretto riporta sulla ricevuta:

  • l’importo versato;
  • la descrizione dell’esito del pagamento (indicata come sopra);
  • la data del pagamento;
  • la causale del pagamento.

Cosa fare se si versa più del dovuto

La legge consente di presentare richiesta di rimborso nel caso sia stato effettuato per errore un pagamento del contributo unificato su Internet per una cifra superiore al dovuto. L’istanza va presentata in cancelleria per l’avvio della procedura e l’emissione e l0jnvio del decreto di liquidazione alla sede dell’Agenzia delle Entrate competente per territorio.

 

Come pagare il contributo unificato su Internet con PayPal

Tra i canali messi a disposizione dal Ministero della Giustizia per pagare il contributo unificato su Internet c’è PayPal, uno dei circuiti più usati quotidianamente da chi deve fare un versamento o un acquisto online.

Chi è pratico di questa forma di pagamento elettronico sa che la transazione avviene tramite la carta di credito. L’iscrizione al sito paypal.com è gratuita, mentre le transazioni possono essere soggette a commissioni in base all’importo da pagare.

Dopo aver effettuato l’account, vanno inserite le 8 cifre del numero di carta di credito, attraverso la quale saranno effettuati i pagamenti. Il sistema è protetto, per tutelare sia chi paga sia chi deve ricevere il denaro.

Per pagare il contributo unificato su Internet con PayPal, basterà entrare nel portale pst.giustizia.it e selezionare PayPal come sistema di pagamento. L’autenticazione deve essere fatta con firma digitale o smartcard.

Cliccando sui servizi telematici (indicati da una freccia verde, si accede a una pagina in cui occorre premere sulla scritta «nuova richiesta di pagamento telematico». A questo punto, si sceglie il canale PayPal e si compilano i campi richiesti precisando se si vuole pagare il contributo unificato o anche la marca da bollo.

Fatto questo, l’utente viene reindirizzato sulla pagina dell’istituto di credito presso il quale ha il conto corrente o la carta di credito abbinati a PayPal. Quindi, apparirà una schermata con tutti i dati del pagamento e le eventuali commissioni. Accettando il tutto, si dovrà cliccare sull’icona «paga con PayPal» la transazione andrà avanti sul sito del gestore (cioè dello stesso PayPal, che informerà dell’importo finale da pagare e chiederà la conferma finale).

Ultimo passaggio, la ricevuta telematica: PayPal invierà un messaggio e-mail con la conferma del pagamento, che può essere salvata oppure stampata.

Come pagare il contributo unificato su Internet con Postepay

La procedura per pagare il contributo unificato su Internet con Postepay è molto simile a quello che abbiamo appena visto con PayPal.

Fatto l’accesso al portale pst.giustizia.it con il certificato del token di firma, si clicca su «servizi riservati» e, quindi, su «pagamenti telematici». Sul menu che compare in quest’ultima pagina, si sceglie «effettua nuova richiesta di pagamento».

Ci sarà, a questo punto, un menu a tendina che dà la possibilità di selezionare il tipo di pagamento. Si deve cliccare su «Poste Italiane Immediato – Bollettino postale». Si dovrà selezionare in questo menu anche il distretto e l’ufficio giudiziario a cui effettuare il pagamento.

Si cambia pagina, in cui si chiede di compilare dei campi obbligatori e di inserire, nella parte in basso, l’importo da pagare come contributo unificato, la causale e l’importo della marca da bollo forfettaria.

Clic. E si va sulla pagina del carrello con i pagamenti da fare e la scelta della modalità di pagamento. In questo caso, si sceglie Postepay. Non resta che cliccare su «calcola commissioni» e «procedi».

L’utente viene reindirizzato sul sito di Poste Italiane, al quale bisognerà accedere con le proprie credenziali. Verrà chiesto di inserire i dati della propria carta Postepay e di confermare il pagamento. Ed ecco fatto. Poste Italiane darà il responso sul risultato del versamento, che resterà inserito nell’archivio del portale dei servizi telematici. Questo è importante, perché accedendo a questo archivio, sarà possibile stampare la ricevuta di ogni singolo pagamento effettuato.

Per evitare di fare inutili code in cancelleria, è possibile inviare online la ricevuta telematica del pagamento effettuato. Sulla schermata «contributo unificato», e per caricare la ricevuta, è necessario omettere gli estremi del pagamento. Si clicca su «avanti» e comparirà una nuova finestra in cui si dice che, effettivamente, non sono stati selezionati gli estremi di pagamento. Questo significa che il versamento è già stato fatto.

Dal menu a tendina che compare sulla pagina dell’inserimento dell’atto principale e degli allegati, si selezione «ricevuta di pagamento telematico». Basta selezionare il file con la ricevuta del pagamento e caricarla nel sistema. Quindi, inviarla e aspettare l’arrivo della Pec di conferma.
Si può pagare il contributo unificato su Internet tramite Poste Italiane si può fare (seguendo la stessa procedura) con carte di credito Visa o MasterCard o con addebito su conto corrente postale. Sono disponibili pure canali bancari e istituzionali (Infocamere).