I diritti di chi soffre di cirrosi epatica

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esenzione dal ticket, assegno di invalidità civile, benefici previdenziali. Ma anche risarcimento e indennizzo se la cirrosi è causata da emotrasfusione.

Cerchiamo, innanzitutto, di evitare dei luoghi comuni: chi soffre di cirrosi epatica non è necessariamente un alcolizzato. Questa malattia si può contrarre, certamente, per l’abuso di alcol (il 50% dei casi nei Paesi industrializzati) ma anche per altri motivi: la degenerazione di un’epatite acuta e cronica attiva, la stasi biliare, un problema circolatorio o metabolico. Quindi non è detto che le cause della cirrosi epatica vadano individuate per forza nella bottiglia.

La cirrosi epatica è una degenerazione irreversibile del tessuto epatico provocata da una malattia cronica del fegato. Quest’organo, col passare del tempo, perde le sue funzioni. La diagnosi viene effettuata tramite analisi del sangue, ecografia o Tac. Chi soffre di cirrosi epatica diventa anoressico perché inappetente. Quando riesce a mangiare qualcosa, la digestione è lenta e complicata. Il colore della sua pelle diventa giallastro, talvolta ci sono alterazioni delle unghie, ematomi e ingrossamento della milza. Le complicanze: tumore al fegato, emorragie, insufficienza epatica che degenera in coma epatico. Tra i 200 ed i 300 soggetti affetti da cirrosi epatica ogni 100.000 non ce la fa.

Si tratta, come detto, di una patologia cronica e, come tale, comporta alcune agevolazioni. Vediamo, allora, quali sono i diritti di chi soffre di cirrosi epatica.

L’esenzione dal ticket sanitario

Come qualsiasi paziente che abbia una malattia cronica, anche chi soffre di cirrosi epatica o di epatite cronica attiva (come abbiamo visto, una delle possibili cause di cirrosi) ha diritto all’esenzione dal ticket sanitario per patologia [1]

Il codice di esenzione per l’epatite cronica attiva è lo 016 mentre quello per la cirrosi epatica è lo 008. Entrambe le esenzioni sono, per così dire, cumulabili: può darsi che un paziente abbia diritto a tutte e due. Nel caso la cirrosi fosse degenerata in tumore al fegato, il paziente avrebbe il codice di esenzione 048, riservato alle patologie oncologiche.

Significa che tra i diritti di chi soffre di cirrosi epatica c’è quello ad avere gratuitamente le prestazioni sanitarie, diagnostiche e specialistiche, finalizzate al monitoraggio della malattia, alla riabilitazione e alla prevenzione di ulteriori complicanze.

L’esenzione va chiesta all’Asl di competenza presentando insieme alla domanda un certificato in cui si attesti la cirrosi epatica oppure la cartella clinica di una struttura sanitaria pubblica o privata convenzionata o il certificato in invalidità civile.

Il diritto all’invalidità civile

I diritti di chi soffre di cirrosi epatica contemplano anche quello all’invalidità civile. La percentuale riconosciuta è compresa tra il 71% e l’80%.

Se la percentuale di invalidità fosse pari o superiore al 74%, chi soffre di cirrosi epatica avrebbe diritto anche all’assegno mensile di invalidità per 13 mensilità.

Se, invece, la percentuale superasse il 75%, chi soffre di cirrosi epatica avrebbe diritto ad un beneficio pensionistico consistente in 2 mesi di contributi figurativi in più per ogni anno lavorato dal 2002 per un massimo di 5 anni.

Se la cirrosi epatica degenerasse in tumore al fegato, il paziente avrebbe diritto alla pensione di inabilità e all’indennità di accompagnamento, a seconda della gravità del caso.

La domanda di invalidità va presentata all’Inps per via telematica, allegando il certificato medico rilasciato dal medico curante.

 

Cirrosi epatica: diritto a risarcimento e indennizzo

Chi soffre di cirrosi epatica provocata da un’epatite cronica contratta a causa di una trasfusione sbagliata, ha diritto a chiedere al Ministero della Salute il risarcimento del danno [2]. Il Ministero verrà chiamato in causa per non avere controllato l’attività di raccolta, di distribuzione e di somministrazione di sangue ed emoderivati.

Il diritto di chi soffre di cirrosi epatica a chiedere un risarcimento ha un tempo di prescrizione breve di 5 anni dal giorno in cui si è verificato il fatto [3].

Tuttavia, chi soffre di cirrosi epatica provocata da una trasfusione di sangue infetto ha diritto anche ad un indennizzo dallo Stato. Se, per questo motivo, il paziente contrae un’epatite (che, come abbiamo visto, può provocare la cirrosi), si può chiedere al Ministero della Salute tramite l’Asl di competenza di avere un assegno bimestrale. L’importo varia a seconda della gravità della malattia. Se, a causa dell’epatite e della cirrosi contratta per una trasfusione sbagliata, il paziente muore, l’indennizzo spetta ai suoi eredi.

Puoi approfondire l’argomento leggendo il nostro articolo speciale indennizzo da emotrasfusioni.

Pacchetti turistici «tutto compreso»: quali caratteristiche devono avere?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa si intende quando si parla di viaggi tutto compreso? Quali sono i doveri dell’organizzatore e quali i diritti del turista?

Sempre più spesso i tour operator o le agenzie immobiliari ci propongono una serie di offerte promozionali per i nostri viaggi. Tra queste rientrano i pacchetti turistici «tutto compreso», che garantiscono, ad un prezzo forfetario, i servizi di trasporto, alloggio più una serie di altre prestazioni (come escursioni e visite guidate). Ma quali caratteristiche devono avere offerte di questo tipo? La legge disciplina nel dettaglio quale deve essere il contenuto del contratto e quali diritti vanno garantiti al turista. Vediamo tutto con chiarezza.

Cosa sono i pacchetti turistici

La definizione dei «pacchetti turistici», prima contenuta nel codice del consumo, è oggi prevista dagli articoli 32 e seguenti del codice del turismo [1]. Dalla normativa si desume che i pacchetti in questione hanno ad oggetto viaggi, vacanze o crociere caratterizzati dall’offerta di almeno due dei seguenti servizi:

  • trasporto (viaggio in aereo, nave, treno, ecc.);
  • alloggio presso apposite strutture;
  • altre prestazioni non accessorie alle due appena menzionate, ma comunque indispensabili all’interno del pacchetto per garantire le concrete esigenze turistiche del cliente (si pensi ad escursioni organizzate, visite guidate, noleggio di auto o altri mezzi di locomozione e così via). Il tutto deve essere offerto ad un prezzo forfetario.

I diritti del turista nei viaggi tutto compreso

Il contratto del pacchetto tutto compreso deve essere redatto in forma scritta. Il contenuto, inoltre, deve risultare chiaro e comprensibile per il consumatore. Quest’ultimo ha diritto di ricevere copia firmata della stipulazione. Il contratto deve contenere tutta una serie di le elementi essenziali, a partire, ovviamente, dalla destinazione del viaggio fino alla durata dello stesso e agli orari di arrivo e partenza. Ancora, l’atto dovrà contenere: il prezzo del pacchetto e la modalità della sua revisione; l’importo della caparra e il termine entro cui effettuare il saldo; l’indicazione della compagnia aerea eventualmente utilizzata; gli estremi delle eventuali polizze assicurative, tutte le informazioni riguardanti l’albergo o il luogo di residenza, gli itinerari, le visite o le escursioni da effettuare.

Vanno poi espressamente indicati:

  • il termine massimo entro cui il turista deve essere informato per l’annullamento del viaggio perché non è stato raggiunto il numero minimo di partecipanti (ove previsto);
  • il termine entro cui presentare il reclamo per l’inadempimento o l’inesatto esecuzione del contratto da parte del tour operator o dell’agenzia;
  • tutte gli altri eventuali contenuti concordati al momento della stipulazione.

I doveri dell’organizzatore

La legge impone all’organizzatore del viaggio (tour operator) o all’intermediario (agenzia di viaggi) determinati obblighi nei confronti dei consumatori. In particolare, nella fase della trattative e comunque prima firmare il contratto, abbiamo il diritto di ricevere (per iscritto) informazioni circa:

  • le eventuali condizioni da rispettare in materia di passaporto o di visto, nonché i termini per il rilascio;
  • eventuali obblighi sanitari cui attenersi (a seconda del Paese di destinazione) e tutti gli adempimenti necessari per adempiervi.

Prima del viaggio, inoltre, il tour operator o l’agenzia devono comunicarci per iscritto altri dettagli specifici, come gli orari dei voli e la presenza di eventuali coincidenze, le generalità e i recapiti telefonici dei soggetti da contattare in caso di difficoltà. Dovremo inoltre essere informati della possibilità di sottoscrivere un contratto di assicurazione a copertura delle spese in caso di rimpatrio per incidente o malattia o annullamento del contratto stesso.

L’opuscolo informativo

Prima della partenza abbiamo il diritto di consultare un opuscolo informativo, magari redatto in via telematica. L’opuscolo deve contenere in modo chiaro e preciso informazioni riguardanti:

  • la destinazione e il mezzo di trasporto utilizzato (ad esempio di quale compagnia aerea o navale si tratta);
  • la precisa posizione dell’albergo, corredata dalle distanze dai posti di maggiore interesse turistico;
  • lo standard qualitativo della residenza (ad esempio se si tratta di albergo a tre o quattro stelle);
  • i pasti forniti;
  • l’itinerario;
  • altri elementi essenziali del contratto (estremi dell’eventuale polizza assicurativa obbligatoria o delle polizze facoltative; i termini e le modalità per esercitare il diritto di recesso; la somma da versare come acconto e la scadenza entro cui effettuare il saldo).

Se per il pacchetto tutto compreso è previsto un numero minimo di partecipanti, questo deve essere espressamente indicato nell’opuscolo. Tutto quanto previsto nell’opuscolo informativo è vincolante per l’organizzatore o l’intermediario. Le eventuali modifiche dovranno esserci comunicate prima della sottoscrizione del contratto. Le variazioni concordate col turista dopo la stipulazione, invece, andranno inserite in uno specifico ed ulteriore accordo scritto.

Il prezzo può aumentare dopo la firma?

Dopo la stipulazione, il prezzo forfetario stabilito per il pacchetto tutto compreso può subire un aumento, ma massimo del 10% di quello originariamente pattuito e solo se tale possibilità è stata espressamente prevista dal contratto (si pensi, ad esempio, alle variazioni d’importo delle tasse di sbarco e imbarco negli aeroporti).

se aumenta più del 10% possiamo recedere senza costi

Se aumenta più del 10%, potremo recedere dal contratto e ottenere il rimborso di quanto già versato. Ad ogni modo, l’aumento del prezzo è consentito solo fino a 20 giorni prima della partenza.

Le altre modifiche contrattuali

Può poi accadere che l’organizzatore esprima l’esigenza di modificare alcune clausole contrattuali (orari di partenza, tappe degli itinerari e così via). In questo caso potremo accettare la modifica oppure recedere dal contratto senza pagare alcuna penale (dovremo però comunicare la nostra decisione entro due giorni lavorativi).

Le variazioni dopo la partenza

Se, una volta ormai partiti, una parte importante delle prestazioni previste è divenuta impossibile da realizzare, l’organizzatore dovrà proporci adeguate alternative per rimpiazzare i servizi persi e garantire il proseguimento del viaggio. Il tutto, ovviamente, senza poterci imporre oneri di qualunque tipo. In alternativa potremo chiedere di essere rimborsati, oltre a domandare il risarcimento del danno. Se non esiste alternativa alla prestazione persa o noi la rifiutiamo per un motivo sensato, l’organizzatore dovrà assicurarci il ritorno a casa mettendoci a disposizione un mezzo di trasporto adeguato. Inoltre, ci sarà restituita la differenza tra il costo delle prestazioni originariamente previste e quello relativo alle prestazioni effettuate fino al rientro anticipato.

Recesso o annullamento del viaggio: i diritti del turista

Se dopo la variazione del prezzo o la modifica contrattuale (situazioni descritte nei tre paragrafi precedenti) decidiamo di recedere dal contratto oppure se, prima della partenza, la nostra vacanza viene annullata per qualsiasi motivazione non dovuta a nostra colpa:

  • l’organizzatore dovrà proporci un altro pacchetto turistico di qualità superiore o equivalente a quello originario, di cui potremo usufruire senza alcun pagamento ulteriore; invece, se l’alternativa è un pacchetto turistico di qualità inferiore, dovrà restituirci la differenza di prezzo;
  • se invece decidiamo di non effettuare più la vacanza, abbiamo diritto alla restituzione di quanto già pagato, oltre all’eventuale risarcimento del danno derivante dalla mancata esecuzione del contratto.

Il risarcimento, però, non è dovuto:

  • se il pacchetto tutto compreso prevedeva un numero minimo di partecipanti che non è stato raggiunto ed eravamo stati informati per iscritto almeno 20 giorni prima della partenza;
  • se il viaggio è stato annullato per causa di forza maggiore.

La responsabilità per inadempimento

Se il tour operator o l’agenzia viaggi non rispettano quanto previsto dal contratto di pacchetto turistico tutto compreso, potremo ottenere il risarcimento del danno. Lo stesso potrà avvenire se non sono stati rispettati gli standard qualitativi promessi o pubblicizzati in sede di trattative o quando abbiamo firmato il contratto.

l’organizzatore non può dare la colpa ad altri

L’organizzatore non può difendersi sostenendo che si è affidato a terzi per l’erogazione dei servizi in questione. Il turista, infatti, dovrà comunque rivolgersi al tour operator o all’agenzia per ottenere il risarcimento (saranno poi quest’ultimi, eventualmente, a rivalersi su chi non ha concretamente effettuato o svolto male la prestazione contestata).

La prescrizione e le limitazioni al risarcimento

Il danno derivante dall’inadempimento o dal mancato adempimento delle prestazioni oggetto del pacchetto tutto compreso è risarcibile entro un anno dalla data di rientro del turista nel luogo di partenza. Se a causa della mancanza contrattuale abbiamo subito un infortunio o una malattia (danno alla persona) il termine per chiedere il risarcimento è di tre anni. Se invece l’inadempimento riguarda le prestazioni di trasporto, potremo chiedere il risarcimento entro diciotto o dodici mesi a seconda che il viaggio sia stato effettuato fuori dall’Europa o nel territorio europeo.

va inviata una raccomandata a/r entro 10 giorni

In tutti i casi di inadempimento contrattuale, però, dovremo mettere in mora il tour operator o l’agenzia inviando loro una raccomandata a/r entro 10 giorni dal rientro. Ogni accordo teso a limitare il risarcimento del danno alla persona è nullo. Al contrario, per i danni di altro tipo potranno essere concordati dei limiti specifici, con l’obbligo della forma scritta (nel rispetto della normativa riguardanti le clausole vessatorie).

Il danno da vacanza rovinata

Sempre entro tre anni dal rientro nel luogo di partenza, potremo chiedere il risarcimento del danno da vacanza rovinata. Si tratta di una sorta di danno morale, di cui acquisiamo diritto se la mancanza contrattuale ci ha provocato una sofferenza interiore per l’occasione persa o per il tempo di vacanza inutilmente trascorso.

Furto o smarrimento dei documenti di viaggio: che fare?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che succede se ci rechiamo all’estero e perdiamo il passaporto o la carta d’identità? Ecco la procedura da seguire in questi casi.

Quando ci rechiamo all’estero per vacanza o altri motivi possono capitare delle vicende sfortunate, che a volte ci colgono impreparati e si trasformano in vere e proprie seccature. Una delle più grandi è sicuramente accorgerci di aver perso un documento necessario per proseguire il nostro percorso o per tornare a casa (ad esempio il passaporto o la carta d’identità). Cosa fare in caso di furto o smarrimento dei documenti di viaggio? Innanzitutto bisogna fare la denuncia presso le competenti autorità locali; successivamente occorre individuare il consolato italiano, perché è questo il luogo ove recarsi per ottenere un documento sostitutivo. Vediamo come.

L’Emergency travel document (Etd)

In caso di furto o smarrimento dei documenti di viaggio, quindi, la prima cosa da fare è sporgere denuncia alle autorità di polizia locali. Dopodiché bisogna recarsi presso l’ufficio consolare italiano presente sul territorio che, previa autorizzazione dell’autorità italiana competente provvederà al rilascio del nuovo documento o di uno sostitutivo, detto «Etd» (Emergency travel document). Si tratta di un certificato provvisorio pensato per i cittadini comunitari. L’Emergency travel document si basa su un modello comune a tutti gli Stati dell’Unione europea. Ogni documento è identificato da un numero seriale (le tre lettere del Paese d’origine seguite da cinque cifre numeriche). Con l’Etd potremo tranquillamente ritornare in Italia, nel diverso Stato in cui risiediamo stabilmente o presso un’altra destinazione specifica. Attenzione, però, perché come detto si tratta di un documento provvisorio, valevole per un solo viaggio.

Cosa fare per ottenere l’Etd

Come affermato, per ottenere il documento di viaggio provvisorio occorrerà recarsi al consolato italiano muniti di:

  • denuncia di smarrimento o furto dei documenti di viaggio, resa allo stesso consolato o alle autorità di polizia locali;
  • due fotografie formato fototessera (a colori, frontali, uguali, 35 x 40 mm);
  • titolo di viaggio del richiedente;
  • ogni altro documento (come la patente, la tessera sanitaria o il codice fiscale) che serva a rendere più rapida l’identificazione della persona interessata.

Il costo del documento è pari a euro 1,55, oltre le eventuali spese di spedizione (previste qualora il richiedente non possa recarsi fisicamente a ritirare il documento stesso). Va ricordato, inoltre, che se ci rechiamo presso gli uffici consolari in giorni festivi o prefestivi, potremmo trovarli chiusi. In questi casi dovremo aspettare il primo giorno lavorativo utile.

Le precauzioni da adottare

Quando si viaggia all’estero è sempre consigliabile di fotocopiare i documenti indispensabili per il viaggio (passaporto, carta d’identità ecc.) e custodirli in un luogo diverso dagli originali. In questo modo, in caso di furto o smarrimento dei documenti di viaggio, potremo essere assistiti e identificati in modo senz’altro più rapido (anche se ovviamente le fotocopie non hanno alcun valore legale).

Il ritrovamento del documento di viaggio

Se e quando il nostro documento di viaggio viene ritrovato dalle autorità di polizia locali, verrà subito consegnato all’ufficio consolare italiano. Pertanto, dopo aver effettuato la denuncia, potremo contattare il consolato stesso per sapere se il documento originale è stato rinvenuto. In caso di esito positivo, esso potrà essere recuperato:

  • recandosi fisicamente presso l’ufficio consolare;
  • a seguito di spedizione tramite posta, con spese a carico del richiedente.

Se si viaggia nell’area Shengen

Va ricordato che se ci si muove (via terra o via mare) nell’area Shengen non è necessario esibire il passaporto o la carta d’identità. In caso di smarrimento dei documenti di viaggio, quindi, è sufficiente presentare la relativa denuncia. Se viaggiamo in aereo, invece, dovremo informarci su quanto previsto dalle varie compagnie aeree. I Paesi dell’area Shengen sono:

  • Austria
  • Belgio
  • Repubblica ceca
  • Danimarca
  • Estonia
  • Finlandia
  • Francia
  • Germania
  • Grecia
  • Ungheria
  • Italia
  • Lettonia
  • Liechtenstein
  • Lituania
  • Lussemburgo
  • Malta
  • Paesi Bassi
  • Norvegia
  • Polonia
  • Portogallo
  • Slovacchia
  • Slovenia
  • Spagna
  • Svezia
  • Svizzera

Bulgaria, Cipro, Croazia, Irlanda, Regno Unito e Romania non fanno parte dello spazio Shengen (senza frontiere). Per viaggiare verso o da questi Paesi, quindi, occorrerà il passaporto o la carta d’identità (o, in caso di furto o smarrimento, il documento sostitutivo provvisorio).

Se risiediamo all’estero

Esiste poi un regime speciale per i cittadini iscritti all’A.i.r.e (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Infatti, se i nostri dati anagrafici sono presenti nella banca dati A.i.r.e., gestita dal Ministero dell’interno, potremo ricevere la carta d’identità cartacea direttamente presso gli uffici consolari nella cui circoscrizione risultiamo regolarmente residenti (occorre quindi essere registrati nello specifico schedario consolare). Allo stato attuale, le rappresentanze consolari abilitate a rilasciare il documento d’identità sono:

  • gli uffici consolari italiani presenti nei Paesi dell’Unione europea;
  • gli uffici consolari italiani presenti in Svizzera, Norvegia, Principato di Monaco, San Marino e Santa Sede – Città del Vaticano.

Attenzione però, perché la carta d’identità verrà rilasciata all’estero solo previo nulla osta da parte del Comune italiano di iscrizione A.i.r.e. Si ricorda inoltre che all’estero viene rilasciato solo il documento cartaceo: nulla da fare, invece, per la carta d’identità elettronica.

Tempi delle indagini più certi con la riforma del processo penale

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il pm deve decidere se rinviare a giudizio o archiviare entro tre mesi dalla scadenza del termine per le indagini, pena l’avocazione del procedimento.

Alcuni pensano che, con la riforma del processo penale,  i tempi delle indagini siano cambiati, ma in realtà non è così. I tempi sono gli stessi, ma sono più certi perché mentre prima, terminate le indagini, il pubblico ministero poteva conservare nel suo ufficio il fascicolo per mesi (o anni), fino quasi a dimenticarlo (in tal modo contribuendo, in alcuni casi, alla prescrizione del reato), con la riforma del processo penale, dopo la scadenza del termine previsto per le indagini preliminari, il pubblico ministero avrà solo tre mesi di tempo (prorogabili a sei su autorizzazione del procuratore generale) per decidere se definire il procedimento con la richiesta di rinvio a giudizio o con una richiesta di archiviazione. L’inerzia del pubblico ministero è punita con l’avocazione delle indagini al procuratore generale: ma vediamo nello specifico cosa significa.

Quali sono i termini per le indagini preliminari?

Il codice di procedura penale prevede che il pubblico ministero possa svolgere le indagini preliminari per la durata di sei mesi dal momento in cui ha avuto conoscenza del possibile reato (attraverso una denuncia o una querela presentata da un privato o attraverso una comunicazione pervenutagli dalle autorità competenti, quali polizia, carabinieri ed altri). Il termine è di un anno se l’indagine riguarda reati più gravi (tra i quali, ad es. l’associazione per delinquere, l’omicidio, la rapina e l’estorsione aggravate, il traffico di stupefacenti aggravato dall’ingente quantitativo, l’abuso sessuale) [1]. Sia che si tratti di reati meno gravi (per i quali il termine è di sei mesi), sia che si tratti di reati più gravi (per i quali il termine è di un anno), il pubblico ministero, qualora ritenga il caso di cui si sta occupando particolarmente complesso, può chiedere al giudice per le indagini preliminari di concedergli una proroga [2].

La proroga può essere concessa ma il termine massimo non potrà (in nessun caso) superare i diciotto mesi (o i due anni per i reati più gravi).

Cosa accade quando il pm ha terminato l’indagine?

Una delle novità introdotte dalla riforma sul processo penale riguarda ciò che accade quando scade il termine previsto per le indagini preliminari.

Prima della riforma il pubblico ministero, scaduti i termini, aveva un solo limite: non poteva più investigare perché tutte le prove raccolte  (oltre il termine di scadenza delle indagini preliminari) sarebbero state inutilizzabili nel processo (e, quindi, di fatto, inutili). Poteva però trattenere il fascicolo presso la sua segreteria e riflettere, senza alcun limite di tempo, su come definire il procedimento (se con una richiesta di rinvio a giudizio o con una richiesta di archiviazione).

Con la riforma (ferma restando la inutilizzabilità delle prove raccolte oltre il termine di scadenza delle indagini preliminari), il pubblico ministero, decorso il termine, dovrà decidere cosa fare entro tre mesi (prorogabili a sei mesi, purché con l’autorizzazione del procuratore generale). La cosa importante è che la riforma non ha previsto solo la regola ma anche il rimedio in caso di violazione: se il pubblico ministero non decide se rinviare a giudizio l’imputato o chiedere l’archiviazione entro i tre (o i sei) mesi, il procedimento sarà avocato dal procuratore generale (cioè sarà materialmente sottratto al pm inerte) [3].

Le novità per la persona offesa

La riforma del processo penale ha previsto una novità anche per la persona offesa che:

  • mentre prima non aveva diritto di conoscere gli esiti investigativi (pur avendo presentato ella stessa la querela che aveva determinato l’inizio dell’indagine), attualmente (se denunciante o querelante) potrà richiedere informazioni e visionare gli atti dopo sei mesi dalla presentazione della denuncia o querela (se il procedimento sarà archiviato senza dare avviso alla persona offesa, non avendole consentito di visionare gli atti, il decreto di archiviazione sarà nullo) [4];
  • mentre prima poteva presentare opposizione alla richiesta di archiviazione entro dieci giorni, oggi potrà farlo entro venti giorni [5]. Tale termine non è perentorio, per cui la persona offesa potrà presentare l’opposizione finché non sarà intervenuta la decisione del giudice.

Alzheimer: i diritti dei malati e dei loro familiari

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il diritto del paziente a non restare solo ed a cure gratuite in strutture pubbliche. Il diritto dei familiari ad accompagnamento, Ape e permessi della 104.

Entrare in un tunnel e non vedere mai l’uscita. Questa deve essere la sensazione di chi soffre di Alzheimer. Entrare a piccoli passi, con dei sintomi di cui nemmeno se ne accorge. Piccoli sbagli, piccole ma sempre più frequenti dimenticanze. Cominciare, piano piano, a non riconoscere i vicini, gli amici. Nemmeno il marito o la moglie.

Dicono che il morbo di Alzheimer sia la malattia delle quattro «A», cioè:

  • A come Amnesia: perdita significativa di memoria
  • A come Afasia: incapacità di formulare e comprendere messaggi verbali;
  • A come Agnosia: incapacità di riconoscere persone, cose e luoghi;
  • A come Aprassia: incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari.

Mi permetto di aggiungerne una quinta: A come Agostino. Sì, il santo. Che, a proposito della memoria, già nel 400 circa dopo Cristo, diceva:

Anche immerso nelle tenebre e nel silenzio io posso, se voglio, estrarre nella mia memoria i colori, distinguere il bianco dal nero e da qualsiasi altro colore voglio

Quel che passa per la mente di un malato di Alzheimer lo sa soltanto il paziente stesso. Se ci riesce. Quelli che, invece, sono i suoi diritti e quelli dei suoi familiari per tenerlo per mano all’interno di quel tunnel ce lo dice la legge.

Che cos’è il morbo di Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è una sindrome degenerativa delle capacità cognitive o intellettive capace di determinare un impatto sulle attività quotidiane o sull’autonomia. Colpisce, di solito, delle persone in età avanzata. E, in qualche occasione, si tratta di una malattia ereditaria.

Il paziente ha, in molti casi, difficoltà ad apprendere nuove informazioni, a ricordare eventi o svolgere compiti della vita quotidiana. Altre volte, spesso senza nemmeno accorgersene, cambiano i suoi stili di vita e la sua personalità. Perde il senso dell’orientamento, la memoria a breve. Si mostra insoddisfatto, insofferente. Infelice. E, soprattutto, incapace di fare ogni cosa.

Ecco, appunto. In quanto soggetti incapaci, i malati di Alzheimer hanno diritto ad apposite tutele, sia per quanto riguarda gli atti contrattuali, sia per quanto attiene all’assistenza.

Alzheimer: il diritto a non restare mai da soli

Il malato di Alzheimer ha diritto ad essere assistito da chi, normalmente, si prende cura di lui. Altrimenti, chi lascia da sola una persona con questa malattia senza aver delegato ad un altro (un parente, un amico, una badante) deve rispondere del reato di abbandono di incapace.

Commette reato chi ha l’obbligo di cura e di assistenza di quel paziente, come un coniuge, un figlio convivente, la stessa badante. Anche se il malato non si trova in una situazione di pericolo o non si è verificato un preciso danno: basta lasciarlo da solo (è, comunque, un potenziale pericolo).

Unica condizione: che chi soffre di Alzheimer sia stato dichiarato incapace di intendere e di volere (succede da un certo punto in poi nel percorso della malattia). In sostanza, se si lascia da sola una persona che non è in grado di badare a se stessa ed il giudice accerta che, effettivamente, deve avere sempre una persona affianco, chi è deputato alla sua cura risponde di abbandono di incapace, punito dal Codice penale con la reclusione da 6 mesi a 5 anni.

Il diritto a non essere preso in giro

Questo titolo può risultare un po’ strano, quasi brutale. Il fatto è che non manca chi approfitta di chi è malato di Alzheimer per fargli firmare un documento a proprio vantaggio. Una donazione, un’eredità, la vendita di un immobile. Prendersi gioco di una persona con ridotta (o nulla) capacità di intendere e di volere significa circonvenzione di incapace. Un reato punito – dietro querela –  dal codice penale [1] con la reclusione da 2 a 6 anni e con una multa da 206 a 2.065 euro. Entro 5 anni, gli atti firmati dalla persona incapace possono essere annullati dietro richiesta al tribunale civile da parte di chi ne sia interessato (può essere lo stesso malato oppure un suo parente o un erede).

Da segnalare, a questo proposito, la sentenza del Tribunale di Milano [2] secondo cui commette reato di circonvenzione di persone incapaci chi induce un malato di Alzheimer alla cointestazione di un conto corrente, effettuando, poi, bonifici, emissioni di assegni, acquisti di titoli e giroconti in favore proprio o di conoscenti. Lo stesso vale per la svendita, da parte di una persona affetta dal morbo di Alzheimer, della nuda proprietà del proprio appartamento in favore di conoscenti dell’imputato, dalla cui operazione lo stesso abbia tratto vantaggio.

Chi induce un malato di Alzheimer a svendere il proprio immobile commette reato di circonvenzione di incapace.

 

Il diritto ad avere delle cure gratuite

Diffidate da chi vede il malato di Alzheimer come un peso per una struttura sanitaria. Chi ha un parente affetto da questo morbo ricoverato in una struttura pubblica (un ospedale o una casa di cura) può opporsi alle dimissioni del paziente e, comunque, porre delle osservazioni e contestazioni in proposito [3] se:

  • il paziente non è in grado di badare a se stesso;
  • il paziente è ancora malato, vale a dire se ha bisogno di ulteriori cure che non possono essere praticate a casa, ma effettuate solo da un esperto (infermiere o medico);
  • il malato e i suoi congiunti non possono permettersi economicamente un ricovero presso strutture private a pagamento;
  • i servizi domiciliari offerti dalla sanità o dal Comune, non garantiscono un’assistenza completa, con la conseguenza che il malato rischi di rimanere solo per molte ore del giorno e della notte.
Il Servizio sanitario nazionale è tenuto per legge a curare tutti i malati

I parenti del paziente non sono, però, obbligati a prendersi in carico quello che dovrebbe fare il Servizio sanitario. Insomma, invertire i ruoli non solo non è corretto: non è nemmeno legale. Di conseguenza, accettare le dimissioni da una struttura pubblica di un malato cronico, non autosufficiente ed incapace di programmare il proprio futuro significa sottrarre volontariamente il paziente dalle competenze del Servizio sanitario nazionale. E comporta anche sobbarcarsi tutte le responsabilità del caso, comprese quelle per la cura di cui il malato ha bisogno. Con pesanti conseguenze sia da un punto di vista economico sia sul versante penale: nel caso in cui quelle cure non fossero prestate in modo adeguato, il parente del malato potrebbe incorrere nel reato di abbandono di persona incapace [4], punito, come abbiamo visto prima, con la reclusione da 6 mesi a 5 anni. Oltra al danno la beffa, insomma.

In caso di prosecuzione del ricovero nulla è dovuto dal paziente o dai suoi familiari

Come opporsi alle dimissioni di un malato di Alzheimer

Per opporsi alle dimissioni da una struttura pubblica degli anziani malati cronici non autosufficienti e, quindi, far rispettare i diritti di chi è malato di Alzheimer e dei suoi familiari, è necessario inviare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno indirizzata al Direttore Generale dell’Asl di residenza del malato e (se del caso) al Direttore Generale dell’Asl in cui ha sede l’ospedale o la casa di cura.

Il diritto all’indennità di accompagnamento

Tra i diritti di chi è malato di Alzheimer e dei suoi familiari c’è anche quello all’indennità di accompagnamento, prevista dalla legge [5] per supportare economicamente chi si prende cura di una persona con una grave malattia cronica ed incapace di assolvere le normali azioni quotidiane della vita (lavarsi, farsi da mangiare, pulire la casa, ecc.). Una persona, quindi, che ha un’invalidità o un grave handicap del 100%.

Invalidità che dev’essere accertata e stabilita dall’Asl tramite una visita dell’apposita Commissione medica. Proprio all’Azienda sanitaria va presentata la domanda per ottenere la visita entro 3 mesi.

Se il parere della Commissione è positivo, verrà dichiarata l’invalidità al 100% e sarà possibile ottenere l’indennità di accompagnamento oltre agli eventuali ausili gratuiti (sedia a rotelle, letto da ospedale, ecc.) ed alle terapie salvavita che comportano l’esenzione dal ticket sanitario.

L’assegno di accompagnamento è di 515,43 euro senza limiti di reddito e per 12 mensilità

L’Asl si riserva il diritto di controllare che i soldi dell’indennità di accompagnamento vengano effettivamente utilizzati per spese sanitarie, pena la sospensione immediata dell’assegno e la denuncia all’autorità competente.

 

Il diritto dei familiari ai permessi della Legge 104

Chi ha una persona malata di Alzheimer in casa e non può permettersi una badante ha diritto ad alcune agevolazioni, sia di tipo economico (oltre all’assegno di accompagnamento) sia di tipo lavorativo.

Mentre i lavoratori pubblici hanno diritto ad un bonus mensile di circa 1.000 euro al mese, i dipendenti pubblici e privati hanno la possibilità di usufruire di un monte ore di permessi grazie alla Legge 104 [6] e di chiedere l’anticipo della pensione tramite l’Ape agevolata a certe condizioni.

Chi ha diritto ai permessi della Legge 104

La Legge 104 permette di usufruire di permessi di 3 giorni al mese coperti da contributi a chi deve assistere un familiare con handicap grave, quindi anche a un parente malato di Alzheimer, a queste condizioni:

  • che la persona anziana abbia almeno 65 anni;
  • che il lavoratore abiti insieme o nello stesso numero civico del familiare anziano;
  • che il grado di parentela sia al massimo di terzo grado e non ci siano più parenti di primo o secondo grado dell’anziano da assistere.

Se il lavoratore presta servizio per un’azienda con più sedi, ha il diritto di scegliere l’ufficio o lo stabilimento più vicino al domicilio del familiare anziano da assistere.

Il datore di lavoro o l’Inps sono autorizzati a fare dei controlli sulla legittima fruizione dei permessi. Se si scopre che non ci sono le condizioni per beneficiare di quest’agevolazione, i permessi verranno revocati.

Per quanto riguarda i dipendenti pubblici che devono assistere un familiare malato di Alzheimer, dovranno programmare le assenze previste per consentire all’amministrazione o all’ente in cui sono in servizio di organizzare il lavoro.

Diritto a restare a casa 2 anni per assistere un malato di Alzheimer

C’è anche la possibilità di beneficiare di un congedo retribuito di 2 anni nell’arco di tutta la vita lavorativa per assistere un familiare anziano con handicap grave, quindi anche un malato di Alzheimer [7]. Ne hanno diritto i lavoratori dipendenti (anche a tempo determinato) pubblici o privati, ma non i lavoratori domestici o a domicilio, a patto che siano coniuge, fratelli, sorelle o figli dell’anziano da assistere.

Oltre ad avere il certificato di invalidità al 100% o di handicap grave, la persona malata di Alzheimer non deve essere ricoverata a tempo pieno.

Si può usufruire del congedo di 2 anni in modo continuativo o frazionato

Lo stipendio (compresa la quota di tredicesima) di chi chiede e ottiene il congedo di 2 anni per assistere un familiare anziano verrà corrisposto nella misura dell’ultima retribuzione percepita al lavoro ed è coperto dalla contribuzione figurativa ai fini pensionistici.

Come chiedere il congedo di 2 anni per assistere un malato di Alzheimer

I lavoratori privati devono inviare la domanda all’Inps in duplice copia secondo la modulistica disponibile presso gli uffici o il sito web dell’Istituto.

I dipendenti statali devono presentare la domanda all’amministrazione o all’ente pubblico di appartenenza.

In entrambi i casi occorre allegare il certificato in cui viene riconosciuta la gravità dell’handicap.

Il diritto al congedo per assistere un familiare malato di Alzheimer verrà concesso entro 60 giorni dalla presentazione della domanda.

Il diritto alla pensione anticipata per chi assiste un malato di Alzheimer

Chi ha un familiare malato di Alzheimer a casa può usufruire anche dell’Ape agevolata, cioè della pensione anticipata sempre che chi vuole richiederla abbia maturato 30 anni di contributi. Se così fosse, l’Ape sarà interamente a carico dello Stato. Il lavoratore percepirà il 100% dell’assegno pensionistico se non supera i 1.500 euro lordi mensili (circa 1.250 euro netti). Un’eventuale penalità verrà applicata solo sull’eccedenza (ad esempio, se l’importo lordo è di 1.800 euro mensili, la penalità interessa i 300 euro eccedenti i 1.500 garantiti dallo Stato).

Chi ha un familiare malato di Alzheimer di cui deve occuparsi ha accumulato almeno 12 mesi di contributi prima di avere compiuto i 19 anni di età, può, invece, accedere alla pensione anticipata indipendentemente dall’età anagrafica e senza penalizzazione purché abbia accumulato 41 anni di contributi.

Dipendenti pubblici: i diritti di chi ha un familiare malato di Alzheimer

Oltre alla Legge 104, i dipendenti pubblici possono usufruire del progetto dell’Inps Home Care Premium per poter assistere un familiare malato di Alzheimer. Il progetto, infatti, si rivolge ai lavoratori e ai pensionati statali, ai coniugi, parenti o affini di primo grado non autosufficienti.

Home Care Premium comprende due tipi di prestazioni:

  • un contributo economico mensile, denominato prestazione prevalente, da utilizzare come rimborso delle spese sostenute per l’assunzione di un assistente familiare;
  • un servizio di assistenza alla persona (prestazione integrativa) erogata attraverso la collaborazione degli Ambiti territoriali sociali ovvero, in caso di inerzia degli Ambiti, da enti pubblici che abbiano competenza a rendere i servizi di assistenza alla persona e che vorranno convenzionarsi.

Il progetto messo a punto dall’Inps per il 2017 ha una durata di diciotto mesi, a decorrere dal 1 luglio fino al 31 dicembre 2018, e si accede al progetto di Assistenza domiciliare su domanda. Viene finanziato esclusivamente con le buste paga del pubblico impiego (un prelievo obbligatorio dello 0,35% dai salari e dello 0,15%, volontario, sulle pensioni).

Per determinare l’indennità dovuta si terrà conto del grado di disabilità e del reddito, determinato sulla base dei valori dell’Isee. La cifra massima erogabile può arrivare, per un malato di Alzheimer con un reddito inferiore agli 8.000 euro annui, a 1.050 euro al mese.

Quando pagare i contributi volontari

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A che servono i contributi volontari, chi può avere l’autorizzazione, a chi e come chiederla. Quando e come si paga. E che succede in caso di ritardo.

Metti il caso che smetti di lavorare prima del previsto. E che ti manca qualche piccolo passo per arrivare al traguardo della pensione. Che fai? Se sei fortunato a trovare un lavoro per quel tanto che ti serve, sei fortunato. Altrimenti non ti resta che pagare i contributi volontari all’Inps e garantirti, in questo modo, i requisiti di assicurazione e di contribuzione per raggiungere il diritto alla pensione. Non solo: in questo modo, avrai pure la possibilità di avere una pensione più alta, sempre che tu abbia raggiunto i requisiti contributivi richiesti.

Quindi se – per dire – oggi ti chiedono 42 anni e 6 mesi per andare in pensione e tu hai lavorato per 41 anni e 11 mesi, puoi versare dei contributi volontari per i 7 mesi che ti mancano e assicurarti l’assegno che ti spetterebbe se fossi andato avanti a lavorare.

Ma i contributi volontari servono anche per perfezionare il diritto a qualsiasi altra pensione: non solo quella di vecchiaia ma anche quelle dirette di anzianità o l’assegno ordinario di invalidità e inabilità e quelle indirette, come la pensione dei superstiti o la pensione di reversibilità.

Vediamo, allora, nel dettaglio a che cosa servono, chi può e quando pagare i contributi volontari all’Inps.

A che serve pagare i contributi volontari

I contributi volontari servono a coprire quei periodi in cui un contribuente:

  • non lavora né come dipendente né come autonomo oppure non svolge un’attività parasubordinata (un contratto di collaborazione, ad esempio);
  • ha chiesto qualche breve periodo di aspettativa per motivi di studio (ad esempio per finire l’università o per fare un master di formazione) oppure per motivi familiari (il trasferimento temporaneo del coniuge in un’altra città);
  • ha un contratto part time orizzontale o verticale.
Con i contributi volontari si può avere il diritto a qualsiasi tipo di pensione

Chi può pagare i contributi volontari

Condizione, dunque, per poter pagare i contributi volontari all’Inps: aver interrotto l’attività lavorativa (tranne nei casi che vedremo più avanti).

Detto questo, possono presentare domanda per fare questa scelta:

  • dipendenti e autonomi purché non iscritti all’Inps o ad altre forme di previdenza;
  • parasubordinati purché non iscritti alla Gestione Separata o ad altre forme di previdenza obbligatoria;
  • liberi professionisti purché non iscritti all’apposita Cassa di previdenza o ad altre forme di previdenza obbligatoria;
  • lavoratori dei fondi speciali di previdenza (telefonici, elettrici, personale di volo, ecc.) purché non iscritti ai rispettivi fondi o ad altra forma di previdenza obbligatoria;
  • titolari di assegno ordinario di invalidità o di pensione indiretta (ai superstiti o reversibilità);
  • lavoratori e pensionati iscritti a forme di previdenza diverse da quelle dell’Inps, autorizzati prima del 1 luglio 1972;
  • coltivatori diretti, mezzadri e coloni autorizzati nell’Assicurazione generale obbligatoria precedente al 19 febbraio 1983;
  • artigiani e i commercianti autorizzati nell’Assicurazione generale obbligatoria con decorrenza anteriore al 1 marzo 1983;
  • liberi professionisti autorizzati nell’Assicurazione generale obbligatoria con decorrenza anteriore al 19 febbraio 1983.

Una volta ottenuta l’autorizzazione a pagare i contributi volontari, questa non scade, anzi: se viene interrotta, è possibile ricominciare il versamento in qualsiasi momento senza chiedere una nuova autorizzazione.

E se il lavoratore riprende l’attività per un periodo di tempo limitato? In questo caso, si può chiedere entro 180 giorni dalla data di cessazione dell’attività di rideterminare il contributo volontario relativamente alle retribuzioni o ai redditi percepiti.

I contributi volontari versati per sé e per i familiari a carico vanno indicati tra gli oneri deducibili della dichiarazione dei redditi

Quando pagare i contributi volontari se il rapporto di lavoro non è finito

Ci sono dei casi in cui viene autorizzato il versamento dei contributi volontari anche se il rapporto di lavoro, sia quello subordinato sia quello autonomo, è sospeso o interrotto ma non finito. Parliamo di:

  • una sospensione dal lavoro, anche per periodi brevi (un’aspettativa per motivi di famiglia, ad esempio);
  • una sospensione o interruzione del rapporto di lavoro previste dalla legge o dalle disposizioni contrattuali successive al 31 dicembre 1996 (ad esempio: un congedo per formazione o per gravi e documentati motivi familiari, un’aspettativa non retribuita, uno sciopero, il servizio militare, ecc.). Si tratta di un’alternativa alla possibilità di riscatto [1];
  • un’attività svolta con contratto di lavoro part-time se effettuato a copertura o a integrazione dei periodi di attività lavorativa svolta a orario ridotto;
  • un’integrazione dei versamenti per attività lavorativa svolta nel settore agricolo con iscrizione per meno di 270 giornate complessive di contribuzione effettiva e figurativa nel corso dell’anno.

Come avere l’autorizzazione a pagare i contributi volontari

Per essere autorizzati a pagare i contributi volontari, si deve dimostrare di avere almeno 5 anni di contributi (o se preferite 260 settimane o 60 mesi di contributi versati). Non importa se il pagamento è stato continuativo o, per così dire, spezzato.

Oppure, e questo può interessare chi ha iniziato a lavorare più tardi, deve avere almeno 3 anni di contribuzione negli ultimi 5 anni prima di presentare la domanda.

L’autorizzazione per pagare i contributi volontari arriva ai lavoratori dipendenti il primo sabato successivo alla presentazione della domanda. Ad artigiani e commercianti, invece, viene riconosciuta il primo giorno del mese di presentazione della domanda, a meno che questa sia stata presentata prima della cessazione dell’attività lavorativa: in questo caso l’autorizzazione sarà effettiva dal primo giorno del mese successivo alla cancellazione dai rispettivi elenchi.

Se l’autorizzazione arriva con diversi mesi di ritardo, è possibile pagare gli arretrati

Come vengono calcolati i contributi volontari

L’importo dei contributi volontari viene calcolato a seconda della categoria a cui appartiene il lavoratore:

  • per i dipendenti, il calcolo avviene sulla base delle ultime 52 settimane di contribuzione obbligatoria. Non importa se quelle settimane non appartengono all’anno immediatamente precedente la data di presentazione della domanda;
  • per i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti), il calcolo avviene mensilmente sulla media dei redditi d’impresa denunciati ai fini Irpef negli ultimi 36 mesi di contribuzione che precedono la data della domanda;
  • per i coltivatori diretti, come per i dipendenti, il calcolo è settimanale ma viene fatto sulla media dei redditi degli ultimi 3 anni di lavoro e non può essere inferiore a quello dei dipendenti.

Quando e come pagare i contributi volontari

Si può pagare i contributi volontari per i periodi che riguardano il semestre antecedente la data di presentazione della domanda, solo se non sono già coperti da altra contribuzione [2].

Non si possono, invece, coprire periodi precedenti ai 6 mesi della data di presentazione della domanda. Esempio: chi è disoccupato da due anni senza alcuna copertura contributiva non può recuperare ai fini previdenziali con i contributi volontari l’intero biennio ma solo gli ultimi 6 mesi.

Quando pagare i contributi volontari

Entro il trimestre successivo a quello di riferimento. Ad esempio: il 30 giugno pagherò quelli relativi al primo trimestre dell’anno (gennaio-marzo), il 30 settembre pagherò i contributi volontari del secondo trimestre dell’anno (aprile-giugno), e così via.

Che succede se verso i contributi volontari in ritardo

E se non vengono rispettate queste scadenze che cosa succede? Succede che le somme versate in ritardo non verranno accreditate ai fini contributivi a quel periodo e verranno restituite al lavoratore. Senza interessi. Ma il lavoratore ha la possibilità di usare il «piano B», cioè: può rinunciare al rimborso chiedendo all’Inps che quei soldi vengano usati per coprire il trimestre successivo. Quindi: se la retta del 30 giugno, come abbiamo detto, per il primo trimestre ma pago il 7 luglio (vale a dire, una settimana dopo) posso chiedere all’Istituto di previdenza di destinare quei soldi alla copertura del secondo trimestre. Da gennaio a marzo resterò, comunque, scoperto di contributi. Ma avrò risparmiato in burocrazia (chiedere indietro i soldi per poi riversarli, insomma).

Che succede se verso meno soldi per i contributi trimestrali

Se il lavoratore versa una somma inferiore a quella dovuta per il singolo trimestre, il periodo coperto da contribuzione si riduce proporzionalmente in base alla somma effettivamente versata. Detto con numeri estremamente semplici: se per 3 mesi devo 300 ma pago 200, avrò soltanto 2 mesi coperti da contributi.

Tuttavia – ricorda l’Inps – è possibile effettuare versamenti per periodi inferiori al trimestre versando un importo ridotto. In questo caso, se il pagamento avviene per telefono o con la procedura online, sarà necessario modificare i dati e procedere alla creazione di un nuovo MAV.

Come pagare i contributi volontari

Eccoci al dunque: come pagare? E’ possibile versare i contributi accedendo al servizio «versamenti volontari» del postale dei pagamenti dell’Inps in uno di questi modi:

  • tramite Mav inviato dall’Inps per posta oppure generato dall’utente. Il bollettino può essere visualizzato, modificato, stampato e pagato in un qualsiasi istituto di credito senza commissioni oppure presso gli uffici postali con l’applicazione della commissione di versamento;
  • online, utilizzando la modalità “Pagamento immediato pagoPA”, che consente di pagare i contributi volontari con carta di credito, di debito o prepagata oppure mediante addebito in conto;
  • avviso di pagamento pagoPA, che consente di pagare i contributi presso qualsiasi Prestatore di Servizi di Pagamento (PSP) aderente al circuito;
  • presso le tabaccherie che espongono il logo «Servizi Inps», aderenti al circuito «Reti Amiche» tramite Lottomatica, fornendo il proprio codice fiscale e il codice autorizzazione o prosecutore.

Addio alimenti all’ex moglie: al via le domande di revisione

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dopo la sentenza della Cassazione che ha modificato il criterio di quantificazione dell’assegno di divorzio arriva la prima pronuncia che applica il nuovo principio. Beneficiario, ovviamente, il marito.

La rivoluzione sull’assegno di divorzio, operata lo scorso 10 maggio dalla storica sentenza della Cassazione, inizia a mietere le prime “vittime”: in questo caso le ex mogli che pretendono un mantenimento pari al tenore di vita goduto durante il matrimonio e quindi rapportato non già alle necessità per vivere, ma al reddito del marito. E invece la Suprema Corte non intende avere ripensamenti e, con una sentenza di poche ore fa [1], conferma la propria intenzione di rinnovare il diritto di famiglia una volta per tutte: addio alimenti all’ex moglie che può mantenersi da sé. Questo perché il nuovo criterio per calcolare l’assegno di divorzio non è più il tenore di vita della coppia, ma l’autosufficienza. Laddove la donna riesce a mantenersi da sola non ha più diritto ad alcun contributo (leggi Addio assegno di mantenimento a chi può mantenersi da solo).

La donna che può mantenersi da sola, anche se il marito è molto più ricco, non ha più diritto al mantenimento

Prime applicazioni della riforma

Tutto da rifare quindi per le cause avviate prima della riforma che, sebbene non ha valore retroattivo (e, quindi, non consente di chiedere indietro quanto sino ad oggi versato), può sempre consentire una rivisitazione delle condizioni di divorzio in precedenza stabilite dai giudici. E per chi ha divorziato da poco c’è la possibilità di fare appello o ricorso per Cassazione, per ottenere l’applicazione del nuovo principio. Il tutto, ovviamente, a favore del marito.

Niente mantenimento alla donna che ha già un suo reddito

Se anche (come abbiamo già spiegato in Mantenimento: cosa cambia per redditi alti e bassi) la riforma va a beneficiare soprattutto gli uomini più ricchi piuttosto che quelli “poveri”, e ancor di più le coppie ove l’ex moglie ha comunque un lavoro o degli introiti che le consentono di tirare avanti (anche in parte), la causa di divorzio si può ugualmente riaprire laddove sorgano nuove esigenze, differenti rispetto a quelle valutate dal giudice all’atto della prima quantificazione dell’assegno. Così, senza per questo voler dare suggerimenti su come non pagare il mantenimento, una riduzione dell’orario di lavoro potrebbe diventare la scusa per adire nuovamente il giudice e chiedere l’applicazione della recente sentenza della Cassazione. Una scusa che consentirebbe all’uomo di pagare di meno non solo per via della riduzione del reddito, ma anche perché ora i tribunali italiani saranno “influenzati” dall’autorevole precedente, specie se – come avvenuto oggi – viene ulteriormente confermato da altre pronunce.

Chi avrà diritto al mantenimento?

Sintetizzando, dopo la rivoluzionaria sentenza della Cassazione, l’assegno di divorzio (e non quello conseguente alla separazione, meglio detto «assegno di mantenimento») può essere riconosciuto solo se l’ex moglie non è indipendente economicamente. E per accertarlo bisogna verificare il possesso di redditi e cespiti, mobiliari e immobiliari, tenendo soprattutto conto di occupazione lavorativa, età, sostegni dei familiari e disponibilità di un’abitazione.

Scrivere sullo smartphone alla guida: che rischio?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Anche per chi usa lo smartphone senza parlare al telefono scatta la multa: basta farsi un selfie, consultare la rubrica o scrivere un messaggio. E in caso di urto, arriva anche il sequestro.

Non c’è bisogno di parlare al cellulare mentre si guida per essere multati. Basta impugnarlo. Non importa poi se ciò avviene per rispondere a un messaggio e scrivere su una chat, per consultare la lista degli appuntamenti, per scattarsi un selfie o, dopo aver inserito il vivavoce, per avvicinare il dispositivo alla bocca e parlare con un’altra persona. Questo perché la multa da 81 a 646 euro scatta non solo per chi viene pescato con lo smartphone vicino all’orecchio, ma in qualsiasi caso in cui esso si trovi in mano del conducente. Non solo: se nei due anni successivi il conducente viene pescato a commettere la stessa infrazione, subisce anche la sospensione della patente da uno a tre mesi. A prevederlo è il codice della strada [1] che, genericamente, vieta al conducente di far uso, durante la marcia, di «apparecchi radiotelefonici», in altre parole i comuni smartphone. Ed occhio anche al fatto che nel concetto di «marcia» viene inteso non solo il movimento fisico dell’auto ma anche la sosta temporanea, come quando si è fermi davanti al semaforo rosso, in fila nel traffico, in attesa del proprio turno al casello o, anche in fase di parcheggio. Insomma, basta avere il motore acceso per poter subire la multa.

Col cellulare in mano non si rischia solo la vita. Anche la patente

Multa anche senza chiamate in uscita o in entrata dallo smartphone

Per come è scritta la norma, questa deve essere applicata dal vigile ogni volta che vede un automobilista con lo smartphone in mano, senza dover poi accertare che il dispositivo fosse realmente attivo o meno. Peraltro, di recente in alcuni capoluoghi si è deciso di adottare un provvedimento drastico in caso di incidenti stradali: il sequestro del cellulare da parte della polizia intervenuta, al fine di verificare se lo scontro è stato dovuto a distrazione di uno dei conducenti (leggi Incidente stradale: la polizia può sequestrare il cellulare).

Il concetto di «uso» del telefonino, vitato dalla legge, è onnicomprensivo e riguarda qualsiasi tipo di comportamento, finanche la verifica della batteria e l’attacco alla presa elettrica dell’accendisigarette. In altri termini, il codice della strada non sanziona solo l’utilizzo dello smartphone per le conversazioni telefoniche, ma qualsiasi altro impiego che possa implicare distrazioni: inviare un sms, sfogliare la rubrica dei contatti o scrivere un messaggio in chat su Whatsapp.

Ritiro della patente a chi viene pescato, due volte di seguito, con il cellulare in mano mentre guida

Multa per guida pericolosa

Peraltro, quand’anche il vigile non intendesse applicare la norma sul divieto dell’uso dello smartphone alla guida, ritenendola magari inappropriata nei casi in cui il dispositivo sia spento o privo di carica, potrebbe comunque ricorrere a un altro articolo del codice della strada [2]: quello che sanziona la guida pericolosa. La norma, infatti, impone al conducente di conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizioni di sicurezza, specialmente la frenata entro i limiti del campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile. La multa, in questo caso, va da 85 euro a 338 euro.

La Cassazione

Anche la Cassazione ha sposato l’orientamento interpretativo più rigoroso [3] sottolineando che il divieto, per gli automobilisti, di utilizzare cellulare, non si intende riferito solo alle telefonate senza auricolare o vivavoce, ma a qualsiasi altro tipo di utilizzo che determini una distrazione e che comporti lo spostamento dell’attenzione dalla guida o lo sviamento della vista dalla strada. Per di più, l’impegno di una delle mani sul telefonino implica un ritardo nell’azionare, ove necessario, i sistemi di guida e frenata il che non è concepibile dal momento che le esigenze di conduzione del veicolo possono richiedere tempi psicotecnici di reazione immediati.

L’uso del cellulare è consentito solo con gli auricolari o con il sistema viva voce, eventualmente integrato al bluetooth dell’auto.

Basta l’estratto di ruolo per provare il credito

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’estratto di ruolo è la riproduzione integrale della cartella e basta per agire contro il contribuente.

L’agente della riscossione può provare la natura e l’ammontare del credito (tributi, sanzioni amministrative, contributi previdenziali ecc.) anche attraverso l’estratto di ruolo, dato che quest’ultimo, se recante il timbro di conformità all’originale, rappresenta la fedele riproduzione della cartella esattoriale.

È quanto affermato da una recente ordinanza della Corte di Cassazione [1].

Secondo la tesi opposta, gli estratti del ruolo non sarebbero utilizzabili al fine di provare la natura del credito vantato per il solo fatto che sono stati dichiarati conformi agli originali dallo stesso concessionario e non vi sarebbe dunque certezza sul loro contenuto.

L’ordinanza in esame ha invece ribaltato tale orientamento ritenendo, con deduzioni discutibili, che l’estratto di ruolo non è altro che la riproduzione della cartella.

Elementi essenziali estratto di ruolo

In realtà, affinché l’estratto di ruolo possa ritenersi una riproduzione fedele ed integrale della cartella esattoriale, deve contenere determinati dati essenziali per individuare:

  • la pretesa dell’amministrazione e consentire al contribuente di difendersi e al giudice di verificare la fondatezza della pretesa creditoria o gli altri punti sollevati dall’opponente (tipo e natura di credito, periodo di riferimento, titolo sul quale si basa);
  •  il contribuente (nominativo, codice fiscale, data di nascita e domicilio fiscale);
  • la natura e l’entità delle pretese iscritte a ruolo, o il numero della cartella, l’importo dovuto, l’importo già riscosso e l’importo residuo, l’aggio, la descrizione del tributo, il codice e l’anno di riferimento del tributo, l’anno di iscrizione a ruolo, la data di esecutività del ruolo, gli estremi della notifica della cartella di pagamento, l’ente creditore.

Gli estratti di ruolo contenenti i dati suddetti sarebbero validi ai fini probatori e in particolare per individuare a tutela di quale tipo di credito agisca l’amministrazione.

L’estratto di ruolo prova la natura del credito e l’ammontare dovuto dal contribuente.

Secondo la Cassazione la copia della parte del ruolo relativa al contribuente, munita della dichiarazione di conformità all’originale, costituisce prova del credito, dato che non è una sintesi del ruolo, operata a sua discrezione dallo stesso soggetto che l’ha formato, ma è la riproduzione di quella parte del ruolo che si riferisce alle pretese impositive che si fanno valere nei confronti di quel singolo contribuente (con la cartella notificata).

Sempre secondo l’ordinanza in commento, deve allora farsi applicazione del seguente principio di diritto: «L’estratto di ruolo è la fedele riproduzione della parte del ruolo relativa alla o alle pretese creditorie azionate verso il debitore con la cartella esattoriale, contenente tutti gli elementi essenziali per identificare la persona del debitore, la causa e l’ammontare della pretesa creditoria. Ne consegue che esso costituisce idonea prova della entità e della natura del credito portato dalla cartella esattoriale ivi indicata, anche ai fini della verifica della natura tributaria o meno del credito azionato, e quindi della verifica della giurisdizione del giudice adito».

Estratto di ruolo: può provare la notifica delle cartelle?

Se è vero che l’estratto di ruolo può provare la natura del credito, non è altrettanto vero che può provare la notifica delle cartelle al contribuente.

Difatti, se quest’ultimo contesta la mancata/irregolare notifica delle cartelle, l’agente della riscossione ha l’onere di depositare in giudizio le relate di notifica (in caso di notifica tramite ufficiale giudiziario) o gli avvisi di ricevimento (in caso di notifica tramite raccomandata postale). Non basta quindi allegare l’estratto di ruolo per provare che la notifica è stata effettuata regolarmente.

La prova della notifica deve essere data con le relate o gli avvisi di ricevimento.

Si ricorda inoltre che, per legge [2], l’agente della riscossione deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento e ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione.

Stando a tale norma, dunque, Equitalia non potrebbe giustificare, quando sono trascorsi meno di 5 anni dalla notifica, il mancato deposito delle copie delle cartelle.

Furto: il luogo di lavoro non è privata dimora

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Differenza tra il professionista e il lavoratore dipendente: solo lo studio è privata dimora, mentre in azienda è tale solo l’area riservata dell’ufficio o il retrobottega del negozio.

Chi ruba un computer, dei soldi o delle attrezzature in un negozio o in una azienda non sarà più soggetto ad aumenti della pena. Non si tratta, infatti, di «furto aggravato». Una cosa infatti è rubare a casa altrui, un’altra sul posto di lavoro. Questo perché tra i «luoghi di privata dimora» cui il codice penale [1] collega, in caso di furto, una pena più elevata rispetto a quello perpetrato in qualsiasi altro posto, non rientra l’ufficio, il negozio o l’azienda. L’importante chiarimento è stato dato poche ore fa dalle Sezioni Unite della Cassazione [2] che, così facendo, smentiscono l’indirizzo maggioritario seguito sino ad oggi. Ma procediamo per ordine e cerchiamo di comprendere le ragioni per cui, a detta dei giudici supremi, il luogo di lavoro non è privata dimora e quando, invece, tale concesso si può ritenere sussistente in presenza di una attività commerciale o professionale.

Come noto, il codice penale prevede, in due articoli differenti, il reato di «furto» [3] e quello di «furto in abitazione» [1]. Il primo è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 euro a 516 euro. Nel secondo invece, posta la “riservatezza” e l’intimità del luogo ove avviene l’illecito, la pena è più grave: scatta infatti la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 309 euro a 1032 euro. La norma, però, nel punire il furto in abitazione, non si riferisce solo all’abitazione in senso stretto, intesa come domicilio della vittima (ossia il luogo ove questa abitualmente vive e dorme), ma a tutti i luoghi destinati – in tutto o in parte – a «privata dimora» o nelle pertinenze di essa.

Il concetto di «privata dimora» è stato, in alcuni casi, esteso anche al luogo di lavoro. Ma non sono di questo le Sezioni Unite della Cassazione, per le quali, da oggi in poi, il furto in ufficio non potrà essere equiparato al furto in abitazione; si applicherà quindi la norma meno rigorosa.

Risultato: non è aggravato il furto commesso sul posto di lavoro salvo che non sia compiuto nell’area riservata dell’ufficio o dello studio professionale, nel retrobottega di un negozio oppure negli spogliatoi di uno stabilimento industriale.

Ma perché, a detta dei giudici, il luogo di lavoro non è privata dimora? La ragione sta nel fatto che il sito destinato all’attività produttiva è per definizione esposto alla “intrusione” altrui: tra clienti che entrano ed escono, fornitori, colleghi, capi e sottoposti, riunioni e, a volte, anche visite guidate non ha senso parlare di riservatezza e, quindi, anche di un aumento della pena per il colpevole. Ai luoghi di lavoro accede una pluralità di soggetti anche senza il preventivo consenso dell’avente diritto: si tratta di persone che possono prendere contatto non solo visivo con il sito senza alcun filtro o controllo (in esercizi commerciali, opifici o studi professionali). L’attività privata svolta avviene a contatto con un numero indeterminato di soggetti. Si ritorna però a parlare di luogo di privata dimora quando si ha a che fare con un angolo interdetto agli altri colleghi o agli estranei, destinato ad attività privata cui solo l’interessato possa accedere. Si pensi al retrobottega del negozio, allo sgabuzzino, alla camera privata del professionista, ecc. In questi casi resta la pena più grave.