Telefonate pubblicitarie call center: come non riceverle più

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come iscriversi al registro Pubblico delle Opposizioni per evitare le telefonate dai call center: a breve possibile anche per i numeri di cellulare.

Telefonate pubblicitarie a qualsiasi ora del giorno, anche ogni giorno, per la proposizione di offerte e servizi commerciali da parte di aziende locali o nazionali. È possibile evitare definitivamente il telemarketing grazie al cosiddetto Registro Pubblico delle Opposizioni, forse a breve possibile anche per la telefonia mobile. È stato infatti approvato dal Senato il disegno di legge [1] che prevede importanti modifiche nel contrasto al telemarketing aggressivo.

Registro Pubblico delle Opposizioni: cos’è

Il Registro Pubblico delle Opposizioni è un servizio concepito a tutela del cittadino, il cui numero è presente negli elenchi telefonici pubblici, che decide di non voler più ricevere telefonate per scopi commerciali o di ricerche di mercato.

Con l’iscrizione al registro si intendono revocati tutti i consensi precedentemente espressi, con qualsiasi forma o mezzo e a qualsiasi soggetto, che autorizzano il trattamento delle proprie numerazioni telefoniche fisse o mobili effettuato mediante operatore con l’impiego del telefono per fini di pubblicità o di vendita, o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale ed è altresì precluso, per le medesime finalità, l’uso delle numerazioni telefoniche cedute a terzi dal titolare del trattamento sulla base dei consensi precedentemente rilasciati.

Gli operatori che utilizzano i sistemi di pubblicità telefonica e di vendita telefonica o che compiono ricerche di mercato o comunicazioni commerciali telefoniche hanno l’obbligo di consultare mensilmente, e comunque precedentemente all’inizio di ogni campagna promozionale, il registro pubblico delle opposizioni e di provvedere all’aggiornamento delle proprie liste.

Registro delle opposizioni: come funziona

L’abbonato può iscriversi gratuitamente al registro se non desidera più essere contattato dagli operatori di telemarketing, in caso contrario varrà il principio del “silenzio assenso”.

L’interessato può accedere al servizio e iscriversi al registro tramite cinque modalità: modulo elettronico sul sito web, posta elettronica, telefonata, lettera raccomandata, e fax.

L’iscrizione nel Registro è effettuata entro il giorno lavorativo successivo alla richiesta. Affinchè l’iscrizione sia completamente efficace potrebbero trascorrere fino a 15 giorni dalla richiesta: dopo questo periodo, gli operatori di telemarketing devono necessariamente recepire le posizioni espresse dai cittadini.

Registro Pubblico Opposizioni: novità in arrivo

Secondo il disegno di legge appena approvato dal Senato, potranno essere iscritti nel Registro delle Opposizioni anche i numeri di cellulare (per adesso tutelati solo se iscritti nei pubblici elenchi). Inoltre si potranno ricevere le telefonate solo da due prefissi unici, (uno per le chiamate promozionali e l’altro per le indagini di mercato). Vediamo in sintesi le novità in arrivo.

Registro delle Opposizioni: quali numeri si possono inserire

Secondo il disegno di legge, possono iscriversi, a seguito di loro specifica richiesta, anche contemporaneamente per tutte le utenze telefoniche, fisse e mobili, anche per via telematica o telefonica, al registro pubblico delle opposizioni, tutti gli interessati che vogliano opporsi al trattamento delle proprie numerazioni telefoniche effettuato mediante operatore con l’impiego del telefono per fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta, o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale.

Prefissi per le chiamate di telemarketing e di indagini di mercato

Secondo il disegno di legge, saranno previsti due prefissi per riconoscere le telefonate dei call center: uno per riconoscere le chiamate commerciali e l’altro per le indagini statistiche.

È possibile però per gli operatori derogare al riconoscimento del prefisso se forniscono all’utente l‘identità della linea a cui possono essere contattati. Spesso, infatti, le telefonate di telemarketing provengono da numeri che non possono più essere ricontattati.

Questa novità, se non adeguatamente disciplinata, potrebbe tuttavia essere lesiva per gli utenti, dal momento che potrebbero essere costretti a dover sostenere i costi della chiamata per ricontattare il numero telefonico (e poi scoprire che si trattava di telemarketing).

Gomma bucata: posso chiedere il risarcimento?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi paga la foratura di una gomma per colpa del chiodo messo male su un dosso o per una buca sulla strada? Come evitare insidie e trabocchetti.

Una cosa è bucare una gomma, un’altra ben diversa è rimanere vittima di una buca stradale. Il risultato, comunque, è lo stesso: la giugulare si gonfia, il viso diventa paonazzo, il disagio fa sparare l’adrenalina a livelli fino a quel momento insospettabili.

Nel primo caso, quello in cui si becca un chiodo o un altro oggetto appuntito sulla strada e la gomma fa piano piano «pluff», fino a trovarcela a terra la mattina dopo in garage, chiedere un risarcimento è piuttosto difficile. A chi addossare la colpa? Chi ha perso il chiodo o quel pezzetto di lamiera e non si è preoccupato di rimuoverlo dalla strada (sempre che, naturalmente, se ne sia accorto)? A meno che la gomma non abbia preso, ad esempio, il chiodo di un dosso stradale messo male.

Nel secondo caso, invece, ci sono più probabilità di chiedere il risarcimento per una gomma bucata o distrutta dall’asfalto rovinato e non sistemato. Al malcapitato conducente spetterà l’onere della prova, ma il Comune (o l’Ente proprietario della strada) potrà essere chiamato in causa a rispondere dell’incuria del manto stradale.

Vediamo, allora, in caso di gomma bucata come e quando si può chiedere il risarcimento del danno.

Risarcimento per una gomma bucata

Viaggio breve, asfalto liscio. Si torna a casa la sera e la mattina, quando si vuole riprendere la macchina per andare al lavoro, si trova una gomma bucata. A terra, proprio. Eppure la strada fatta il giorno prima non aveva una sola buca. Possibile essere così sfortunati da aver preso un invisibile chiodino? In questo caso, non resta che mettere il cuore in pace, montare il ruotino, andare dal gommista e spendere una quindicina di euro per la riparazione (l’ultima volta, qualche mese fa, è la cifra che mi è stata chiesta, se volete vi do l’indirizzo. Se avete speso di meno, datelo voi a me).

Mentre si monta il ruotino si fa mente locale e si pensa se, durante il tragitto, c’era qualche dosso di quelli messi dal Comune per obbligare l’automobilista a ridurre la velocità. In effetti, ce n’erano un paio. Si va a controllare. E si vede su uno di essi un chiodo messo male che spunta dalla «gobba» di plastica puntata sull’asfalto. Eccolo, il maledetto.

Quando si buca una gomma in queste circostanze, si può chiedere il risarcimento? Certo che si può. L’unico vincolo per l’automobilista è quello di dover dimostrare che quel chiodo è in grado di bucare lo pneumatico. Che fare?

Niente di più semplice che prendere il telefonino e fare una foto al dosso. Dopodiché, non guasta una telefonata ai Vigili urbani in modo da far mettere a verbale, nero su bianco, le condizioni in cui si trova il dosso ed il rischio reale che può provocare per le auto quel chiodo messo giù male. Se poi c’è anche un testimone, meglio ancora. Foto, verbale e testimonianze serviranno per chiedere al Comune di risarcire il danno, fosse anche una quindicina di euro, purché l’automobilista riesca a dimostrare di essere passato da lì e che quel chiodo ha provocato la foratura della sua gomma.

Risarcimento per danno da buca stradale

Più evidente la responsabilità del Comune quando una gomma si rovina (per non dire si distrugge) a causa di una buca stradale, o fossa o voragine che dir si voglia. Complici la pioggia o la neve, a volte si ha l’impressione di circolare su una lamina di gruviera anziché su una strada degna di questo nome. E a pagare le conseguenze sono gli pneumatici delle nostre auto. Che si fa? Come si può avere il risarcimento?

Anche in questo caso vale come sopra: l’onere della prova è a carico dell’automobilista. Questo perché la responsabilità dell’amministrazione è solo presunta. Il Codice civile [1] stabilisce, infatti, che qualsiasi soggetto proprietario o custode di una cosa (quale appunto la strada) è sempre obbligato al risarcimento per i danni da essa prodotti a terzi, a prescindere da una eventuale sua colpa o malafede. È ciò che si chiama responsabilità oggettiva, quella cioè che prescinde dall’atteggiamento psicologico del titolare del bene, ma che scatta per il semplice rapporto oggettivo tra il soggetto e la cosa.

Ma le cose non sono così scontate. Vediamo perché.

Bisogna provare il fatto

Siamo realisti: al momento di contestare un danno provocato da una buca stradale, mai il Comune o l’Anas ci darà un abbraccio chiedendo umilmente scusa con le lacrime agli occhi. Anzi: tenteranno, in ogni modo, di evitare il risarcimento del danno dicendo che se il malcapitato ha rovinato una gomma vai a sapere come ha fatto. Ecco perché, al momento di chiedere il risarcimento, bisogna andare con delle prove in mano. L’abbiamo detto prima: la più evidente è quella fotografica. Basta un cellulare. Ma, siccome in giudizio può essere considerata una prova manipolabile, meglio chiamare i Vigili urbani o la Polizia stradale prima di spostare l’auto dalla buca. Un verbale è sempre più affidabile di uno scatto con il telefonino.

Ricordiamo, però, il famoso detto: un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, tre sono una prova. Qual è il terzo elemento che può darci più garanzie per il risarcimento in caso di gomma rovinata per una buca stradale? Quello fornito da un testimone. Può anche essere il coniuge, l’amico o il collega di lavoro presente sull’auto al momento in cui è avvenuto il fattaccio. Nel caso in cui si è da soli in macchina, prima di spostarla dalla buca è meglio chiamare qualcuno per fargli vedere l’accaduto: la singola testimonianza, infatti, non vale niente.

La prova del danno

Il momento successivo è la dimostrazione del danno subìto dal mezzo (cosiddetti danni materiali) o, eventualmente, dalla nostra stessa persona (cosiddetti danni fisici). Nel primo caso, basterà la fattura del gommista, del carrozziere o dell’elettrauto. Chi, invece, ha riportato lesioni fisiche avrà necessariamente bisogno del certificato del pronto soccorso per poter poi rivendicare il risarcimento.

Conviene, comunque, riparare l’auto senza aspettare il risarcimento, anzi: non solo potrebbe passare molto tempo prima di vedere i soldi, ma proprio la mancanza di una prova della spesa potrebbe essere utilizzata dall’amministrazione come scusa per negarvi l’indennizzo.

Come avere il risarcimento per il danno da buca stradale

Raccolte tutte le prove nel modo esposto, la prima cosa da fare è prendere carta e penna ed inviare una richiesta di risarcimento per raccomandata a/r al Comune o all’Ente proprietario della strada (Anas, Società Autostrade, ecc.). Se la diffida è inviata da uno studio legale c’è qualche remota possibilità in più che venga accolta (la voce di un avvocato, purtroppo, viene ascoltata più facilmente rispetto a quella di un singolo cittadino). Ci sarà da attendere il religioso raccoglimento: il più delle volte i Comuni prendono tempo e costringono alla causa. Se non altro per vedere chi si stanca per primo.

Ricordiamo che la responsabilità della Pubblica amministrazione per una gomma bucata si presume, salvo che quest’ultima dimostri che l’evento si è verificato per un caso fortuito, cioè per un fatto imprevedibile e inevitabile. Che, di certo, non può considerarsi l’apertura della buca a seguito di una pioggia o di una nevicata: la buona manutenzione delle strade è un onere della Pubblica amministrazione, al di là di ciò che il cielo possa mandare giù all’improvviso.

Quale sarebbe, allora il caso fortuito? Potrebbe consistere, ad esempio, nel comportamento dello stesso conducente che, andando veloce con l’auto o, comunque, oltre i limiti stabiliti dal codice o dalle concrete condizioni della strada, abbia agevolato il rischio del danno. Allo stesso modo un comportamento distratto, come quello di chi invia un messaggio con il telefonino, senza accorgersi della buca, rompe quella responsabilità diretta che lega l’amministrazione alla strada e, quindi, impedisce il risarcimento.

L’insidia e il trabocchetto

La giurisprudenza ha chiarito, in passato, che solo le insidie o i trabocchetti possono essere oggetto di risarcimento: si tratta, in pratica, di tutte quelle situazioni di pericolo non facilmente visibili con l’ordinaria diligenza. In poche parole: tanto più è grande ed evidente la buca, tanto più è illuminato il tratto di strada, tanto meno possibilità di ottenere il risarcimento ci sono.

In passato qualche giudice ha detto che l’automobilista che deliberatamente scelga di percorrere una strada in evidente stato di dissesto non può che prendersela con sé stesso per l’eventuale danno.

Ma il vero problema, su cui non tutti i magistrati hanno la stessa opinione, è: a chi spetta provare la presenza dell’insidia o del trabocchetto? Tocca all’automobilista dover dare prova al giudice che la fossa non era facilmente visibile o, al contrario, all’amministrazione dover dimostrare il contrario?

Secondo la sentenza del giudice di Pace di Taranto, non è il danneggiato a dover dimostrare l’insidia o il trabocchetto. Dello stesso parere il Tribunale di Napoli [2]. Secondo il giudice campano, il potere di controllo su un bene di proprietà, va inteso come effettiva possibilità di governare il bene stesso e quindi di farlo oggetto di attività di controllo della sua pericolosità e di intervento per manutenzione tutte le volte che si renda necessario. Spetta quindi all’Ente proprietario della strada dimostrare che l’indicente sia stato imputabile ad un fattore estraneo al proprio onere di custodia della via.

Una parte della magistratura di legittimità e di merito ritiene, invece, che anche se al soggetto proprietario della strada aperta al pubblico può essere attribuita una responsabilità per colpa ai per non avere osservato le comuni norme di prudenza nel controllo delle strade, tale colpa va valutata, da parte del giudice, alla luce del grado di prudenza ed attenzione posta dal conducente del motociclo nel percorrere la stessa strada. Secondo la Cassazione [3], ad esempio, la possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo occulto vale ad escludere la presenza dell’insidia come causa dell’incidente. Insomma, se la buca c’era, occorre prestare attenzione a non prenderla in pieno: è dovere dell’automobilista, afferma la Suprema Corte, guidare con prudenza e con l’attenzione doverosa anche verso gli stessi possibili ostacoli notoriamente presenti sul manto stradale [4].

Come pagare a rate la cartella

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutte le regole per la richiesta di rateizzazione ordinaria e straordinaria delle cartelle di pagamento, per cittadini e imprese.

Le cartelle di pagamento contengono spesso importi particolarmente elevati, magari duplicati o anche triplicati a seguito del ritardato pagamento, in aggiunta alle spese del procedimento di riscossione. Se non ci sono motivi di impugnazione e gli importi addebitati sono effettivamente dovuti per intero, ma non si riesce a pagare in un’unica soluzione entro il termine stringente indicato dall’agente della riscossione, è possibile richiedere il pagamento rateizzato.

Le regole di accesso alla rateizzazione variano a seconda dell’importo del credito (se inferiore o superiore a 60 mila euro) e della durata del piano (ordinario o straordinario).

Piano di rateizzazione ordinario (72 rate)

Rateizzazione cartelle fino a 60mila euro

Per debiti fino a 60 mila euro, si può richiedere la rateizzazione presentando una domanda semplice (anche on-line), senza aggiungere alcuna documentazione e dichiarando la temporanea situazione di obiettiva difficoltà economica. In questo caso, si accede automaticamente al piano ordinario che consente di pagare il debito fino a un massimo di 72 rate (6 anni).

Concorre a determinare la soglia di 60 mila euro, oltre all’importo per cui si richiede la rateizzazione, anche il debito residuo di piani di dilazione già in corso.

È possibile scegliere tra rate costanti o rate crescenti ad anno.

Rateizzazione cartelle oltre 60mila euro

Per debiti superiori a 60 mila euro è possibile richiedere la rateizzazione presentando una domanda e allegando la certificazione relativa all’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee) del nucleo familiare per attestare la temporanea situazione di obiettiva difficoltà economica.

In questo caso, si accede automaticamente al piano ordinario che consente di pagare il debito fino a un massimo di 72 rate (6 anni).

Concorre a determinare la soglia di 60 mila euro, oltre all’importo per cui si richiede la rateizzazione, anche il debito residuo di piani di dilazione già in corso.

È possibile scegliere tra rate costanti o rate crescenti ad anno.

Rateizzazione ordinaria imprese

Se a richiedere la rateizzazione è un’impresa, servono altri documenti a sostegno dell’istanza. Più precisamente:

  • per le ditte individuali con regimi fiscali semplificati: è sufficiente la certificazione relativa all’Indicatore della situazione reddituale (Isee);
  • per le altre imprese (ivi comprese le ditte individuali in contabilità ordinaria): il prospetto per la determinazione dell’indice di liquidità e dell’indice Alfa e copia dell’ultimo bilancio approvato e depositato presso il registro delle imprese.

Piano di rateizzazione straordinario (120 rate)

Per ottenere un piano straordinario, è necessario dimostrare di non poter pagare il debito secondo i criteri previsti per un piano ordinario. Questa condizione che si verifica quando l’importo della rata è superiore al 20% del reddito mensile del nucleo familiare, risultante dall’Indicatore della situazione reddituale (Isr) riportato nel modello Isee (Indicatore della situazione economica equivalente).

In questo caso, si può presentare una domanda di rateizzazione, dichiarando di trovarsi in una comprovata e grave difficoltà legata alla congiuntura economica per ragioni estranee alla propria responsabilità, allegando la certificazione relativa all’Isee del nucleo familiare, comprensiva del quadro N- Indicatore della situazione reddituale, debitamente valorizzato.

Rateizzazione straordinaria imprese

Se a richiedere la rateizzazione straordinaria è un’impresa, variano i requisiti di accesso al piano:

  • per le ditte individuali con regimi fiscali semplificati: quando l’importo della singola rata è superiore al 20% del reddito mensile, risultante dall’Indicatore della situazione reddituale (Isr) riportato nel modello Isee (Indicatore della situazione economica equivalente);
  • per le altre imprese (ivi comprese le ditte individuali in contabilità ordinaria): quando la rata è superiore al 10% del valore della produzione rapportato su base mensile e l’indice di liquidità, ricavato dai dati di bilancio è compreso tra 0,5 e 1.

Proroga rateizzazione

Se la condizione economica peggiora e il piano di rateizzazione non è decaduto, è possibile chiedere di allungare i tempi di pagamento delle rate.

La proroga, richiedibile una sola volta, può essere ordinaria, fino a un massimo di ulteriori 72 rate (6 anni) o straordinaria, fino a un massimo di 120 rate (10 anni).

Per la richiesta di proroga è necessario presentare una domanda motivata dichiarando che, successivamente alla concessione della rateizzazione, si è verificato un peggioramento della temporea situazione di obiettiva difficoltà economica. Se il modello Isee non consente di comprovarlo, occorre allegare la documentazione che attesti, per esempio, la cessazione del rapporto di lavoro di un componente del nucleo familiare oppure la nascita di uno o più figli, ecc.

A seconda che la proroga richiesta sia ordinaria o straordinaria, la rate possono essere, rispettivamente, costanti/crescenti oppure solo costanti.

Se la richiesta di proroga è presentata da un’impresa

Per dimostrare l’aggravamento della condizione economica, i titolari di ditte individuali in regimi fiscali semplificati devono produrre un nuovo modello Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) di valore inferiore, solo se sono trascorsi 12 mesi dalla precedente certificazione. Altrimenti, è necessario documentare gli eventi che hanno determinato una radicale modifica della situazione reddituale e patrimoniale che non consentono di sostenere più il pagamento della dilazione in corso (improvvisa e oggettiva crisi di mercato anche di carattere locale, cessazione dell’attività della ditta individuale, ecc).

Le altre imprese e le ditte individuali in contabilità ordinaria devono presentare la situazione economico patrimoniale aggiornata, se rispetto alla precedente sono trascorsi almeno sei mesi.

La richiesta di proroga viene analizzata secondo i parametri dell’Indice di Liquidità (che deve essere inferiore al precedente) e dell’Indice Alfa (il cui valore determina soltanto il numero massimo di rate concedibili in proroga).

Rateizzazione cartelle: quali vantaggi?

Finché si è in regola con il pagamento delle rate (si decade in caso di mancato pagamento di 5 rate anche non consecutive) si è considerati adempienti verso gli enti creditori e l’Agenzia delle entrate-Riscossione non iscrive fermi o ipoteche, nè attiva qualsiasi altra procedura di riscossione.

Inoltre, ad avvenuto pagamento della prima rata del piano di rateizzazione, si può richiedere all’Agente della riscossione la sospensione dell’eventuale provvedimento di fermo già iscritto, al fine di poter circolare con il veicolo interessato. L’Agente della riscossione rilascerà un documento con il proprio consenso all’annotazione della sospensione del fermo, da presentare direttamente al Pra.

Inoltre l’impresa in regola con la rateizzazione, può richiedere il Durc (Documento unico di regolarità contributiva) a Inps, Inail e Casse edili e il certificato di regolarità fiscale all’Agenzia delle entrate per partecipare liberamente a gare e appalti.

Minacciare persona assente: è reato?

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il reato di minaccia sussiste, ed è punito penalmente, anche quando è indiretta, cioè quando la vittima a cui è rivolta non è presente all’intimidazione.

La minaccia che, per essere punibile penalmente, deve avere ad oggetto un danno ingiusto rivolto alla persona o al patrimonio e tale da limitare la libertà morale e psichica della vittima, non richiede che il destinatario della intimidazione debba essere necessariamente presente, ma solo che ne venga a conoscenza. Ma cerchiamo di capire come la minaccia può costituire reato anche se diretta ad un soggetto assente.

Cos’è la minaccia?

La minaccia è un delitto previsto e punito dal nostro ordinamento e si realizza quando:

  • un individuo viene intimidito con la prospettazione di un male ingiusto;
  • il danno è rivolto alla persona o al suo patrimonio;
  • il danno è di entità tale da limitare la libertà morale e psichica del soggetto che subisce la minaccia [1].

La minaccia può essere esplicita o implicita e si realizza non solo con parole intimidatorie, ma con qualsiasi comportamento idoneo ad incutere timore (ad esempio anche semplici scritti, gesti, sms o e-mail). Ciò che, però, è necessario affinché la minaccia sia punibile è che il danno paventato sia ingiusto ed effettivamente realizzabile e verosimile (e non, invece, indeterminato o generico). Non si considera minaccia penalmente rilevante dire se comprerai un cane lo ammazzerò o se mi tradirai ti ucciderò, così come non è punibile chi minaccia di fare qualcosa di impossibile (se mi tradirai ti farò saltare in aria con la bomba atomica).

La minaccia grave

La minaccia può essere semplice o grave a seconda del maggiore o minore turbamento psichico che determina ed, in particolare, è considerata grave quando è commessa [2]:

  • con armi;
  • da persona travisata (che, cioè, nasconde il proprio volto);
  • da più persone riunite;
  • con scritto anonimo;
  • in modo simbolico;
  • avvalendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete, esistenti o supposte.

La minaccia alla vittima assente

Affinché la minaccia sia penalmente perseguibile non è necessario che sia presente il destinatario (ovvero la vittima), ma è sufficiente che:

  • quest’ultima ne risulti informata, anche indirettamente da altri soggetti;
  • effettivamente, con la minaccia, il colpevole abbia voluto intimorire la vittima.

È il caso di chi, pur non rivolgendo la propria minaccia direttamente al soggetto interessato, la comunica a persone legate a lui da relazioni di parentela, amicizia o lavoro e che, quindi, ha la certezza che glielo riferiranno. In questo caso la minaccia si configura ed è punibile con una condanna penale.

Per i casi di minore gravità, il processo penale si svolgerà dinanzi al giudice di pace penale che potrà applicare la pena della multa fino a 1.032 euro; mentre, per i casi più gravi (prima indicati) il processo sarà celebrato dinanzi al tribunale in composizione monocratica che potrà applicare la pena della reclusione da quindici giorni ad un anno.

Quando la polizia può caricare

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In caso di manifestazioni sediziose, la polizia può caricare la folla quando non obbedisce all’ordine di disperdersi.

La Polizia di Stato, come l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza, fa parte delle forze dell’ordine abilitate, quando necessario, all’utilizzo della forza legittima. È chiaro, però, che l’esercizio della forza va contenuto entro certi limiti: non è mai possibile impiegarla quando non vi siano comprovate ragioni di sicurezza o di ordine pubblico. Premesso ciò, vediamo quando la polizia può caricare.

Quando la polizia può caricare secondo la legge

Secondo la legge italiana, la polizia può caricare (cioè, utilizzare la forza) nei casi di adunanze sediziose che non si sciolgano nonostante gli avvertimenti. Nello specifico, qualora all’invito dell’ufficiale di pubblica sicurezza l’adunata o l’assembramento non si disperde, lo stesso, dopo tre intimazioni date ad alta voce o tre squilli di tromba, può ordinare lo scioglimento dell’adunata o assembramento con l’uso della forza pubblica. Se la manifestazione non è stata autorizzata, compete sempre al funzionario di pubblica sicurezza di farla cessare immediatamente (con l’uso della forza) oppure consentirne il prosieguo sotto vigilanza [1].

Quando una manifestazione è sediziosa?

Ma quando una manifestazione può diventare sediziosa? Sempre secondo la legge, quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico o aperto al pubblico, avvengono manifestazioni o grida rivoltose o lesive del prestigio dell’autorità, o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando nelle riunioni o nei cortei predetti sono commessi delitti, le riunioni e gli assembramenti possono essere disciolti. È sempre considerata manifestazione sediziosa l’esposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità. È manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose [2].

Per la giurisprudenza, è sedizioso quell’atteggiamento che implica ribellione, ostilità, eccitazione al sovvertimento delle pubbliche istituzioni,  ovvero che esprime ribellione, sfida e insofferenza verso i pubblici poteri e verso gli organi dello Stato a cui è demandato il compito di esercitarli.

Carica della polizia e Costituzione italiana

A prima vista potrebbe sembrare illegittima la carica della polizia, anche se preceduta dagli avvisi. La Costituzione, infatti, sancisce l’inviolabilità della libertà personale e il diritto di riunirsi in luogo pubblico [3]. Gli stessi articoli, però, demandano alla legge il compito di individuare i casi eccezionali in cui questi diritti possono essere limitati. In particolare, la Costituzione dice che i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senza armi e che delle riunione in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità competenti. La legge poi specifica che il preavviso deve essere dato al questore almeno tre giorni prima della manifestazione [4].

Ebbene, nel caso in cui siano violate queste norme (si pensi, ad esempio, ad una manifestazione armata oppure ai fatti del G8 di Genova), la pubblica autorità può dare l’ordine alla polizia di caricare la folla dei dimostranti al fine di farla disperdere. Secondo la legge, è il prefetto che, nel caso di urgenza o per grave necessità pubblica, ha facoltà di  adottare i  provvedimenti indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica.

Si ritiene, invece, che il mancato preavviso al questore nel caso di riunione in luogo pubblico non sia, di per sé, motivo di pericolosità della riunione; tutt’al più potranno essere sanzionati i promotori inadempienti.

Cercare lavoro al centro per l’impiego

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I centri per l’impiego sono utili per chi è in cerca di lavoro: vediamo come.

I vecchi uffici di collocamento sono ormai soppressi da venti anni e le nuove norme hanno affidato buona parte dei loro compiti ai centri per l’impiego, che dipendono dalle regioni e sono dislocati a livello provinciale.

Il lavoratore in cerca di lavoro può iscriversi al centro per l’impiego per essere inserito nelle attività che il centro per l’impiego svolge per limitare la disoccupazione. Inoltre il lavoratore disoccupato può rivolgersi al centro per l’impiego anche per ottenere altri servizi.

Vediamo cosa offre al lavoratore il centro per l’impiego.

I centri per l’impiego e l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro

I centri per l’impiego devono innanzitutto impegnarsi per favorire l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro, cioè per far si che datori di lavoro e lavoratori si trovino e stipulino contratti di lavoro. Proprio per questo, il centro per l’impiego al momento dell’ iscrizione del lavoratore disoccupato chiede che venga compilato un modulo dal quale risulti la disponibilità immediata al lavoro. In questo modulo vengono indicate anche le generalità del lavoratore, il suo curriculum ed un recapito al quale il lavoratore dichiara di voler essere contattato.

Così, il lavoratore disoccupato può iscriversi al centro per l’impiego compilando questo modulo, che consente il suo inserimento nell’archivio tenuto dal centro per l’impiego. Il lavoratore potrà essere convocato ciclicamente per incontri, seminari e altre attività che gli possono permettere di incontrare i datori di lavoro che si rivolgono al centro per l’impiego per cercare lavoratori.

È possibile, soprattutto, che sia il lavoratore stesso ad entrare in contatto con un datore grazie al centro per l’impiego consultando la banca dati del centro stesso, come è possibile che il datore, accedendo alla banca dati del centro per l’impiego, trovi un profilo che fa al caso suo e contatti il lavoratore disoccupato che risulta iscritto al centro per l’impiego.

Attenzione però: se il lavoratore rifiuta senza giusto motivo l’offerta di lavoro avanzatagli tramite il centro per l’impiego, perde lo stato di disoccupazione.

Centro per l’impiego e collocamento mirato

I centri per l’impiego, poi, curano il collocamento mirato:  esso è pensato per le persone portatrici di disabilità, le quali hanno ancora maggiore difficoltà ad essere collocate nel mercato del lavoro. Anche il collocamento mirato richiede che il centro per l’impiego realizzi un elenco di lavoratori diversamente abili, sia in possesso del loro curriculum, e ponga in essere le attività previste dalla legge per far si che i datori si possano avvaler ere anche dell’opera delle persone portatrici di handicaps.

Centro per l’impiego e orientamento

Compito dei centri per l’impiego è poi quello di curare l’orientamento del lavoratore, sia nazionale che comunitario che extracomunitario.

Infatti, i centri per l’impiego sono obbligati a spiegare al lavoratore quali sono le tipologie di contratto previste dalla legge vigente, quali sono i diritti del lavoratore, quali sono i doveri, come funziona il sistema previdenziale, come si legge e si comprende una busta paga, cosa succede in caso di licenziamento, a quali organi ed enti rivolgersi per ottenere la tutela dei propri diritti e della propria dimensione lavorativa.

Specifici doveri di informazione esistono poi rispetto alle persone con disabilità.

Centro per l’impiego e formazione

Al centro per l’impiego è assegnato infine il compito di curare la formazione del lavoratori. Così, il centro per l’impiego è obbligato ad organizzare corsi di studio e formazione nei quali insegnare al lavoratore nuove tecniche di lavoro.

Il centro per l’impiego può anche organizzare corsi che rilasciano attestati e diplomi riconosciuti dal Sistema regionale delle qualifiche, che è l’elenco  nazionale – organizzato su base regionale – delle qualifiche lavorative  e professionali. Si tratta di un elenco di lavoratori dotati di qualifiche adeguate, presenti nel territorio di ciascuna regione: è un elenco consultabile dai datori di lavoro.

Tredicesima lavoratori domestici

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si calcola la tredicesima dei lavoratori domestici e quando deve essere corrisposta?

A dicembre arriva la tredicesima anche per i lavoratori domestici, come per la generalità dei lavoratori dipendenti: tutti i lavoratori subordinati, difatti, hanno diritto a questa mensilità aggiuntiva, anche se non sono dipendenti di un’azienda o di un libero professionista, come colf e badanti.

Ma come si calcola la tredicesima dei lavoratori domestici, ed entro quando va corrisposta? Facciamo il punto della situazione.

Come si calcola la paga dei lavoratori domestici

Per calcolare la tredicesima, o gratifica natalizia, di colf e badanti, bisogna innanzitutto sapere come calcolare la loro paga mensile.

La retribuzione ordinaria mensile, nel dettaglio, è composta dai seguenti elementi:

  • il minimo contrattuale: questo è previsto dal contratto collettivo nazionale lavoratori domestici, a seconda della categoria in cui è inquadrato il lavoratore (dalla A alla D super), e viene rivalutato ogni anno (la rivalutazione sostituisce l’indennità di contingenza);
  • gli scatti di anzianità: questi maturano ogni 2 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, possono essere al massimo 7 e sono retribuiti in misura pari al 4% del minimo [1];
  • un’eventuale indennità sostitutiva di vitto e alloggio;
  • un eventuale superminimo.

Dalla retribuzione devono essere trattenuti i contributi a carico del lavoratore domestico. La retribuzione, al netto dei contributi a carico del lavoratore, deve poi essere assoggettata a tassazione: il lavoratore domestico, però, liquida le imposte direttamente in sede di dichiarazione dei redditi, in quanto il datore di lavoro domestico non è sostituto d’imposta e non opera trattenute Irpef in busta paga. Per approfondire, vedi Come gestire i collaboratori domestici.

Come si calcola la tredicesima dei lavoratori domestici

La tredicesima di colf e badanti, come stabilito dal contratto collettivo [2], è pari a una mensilità della normale retribuzione globale di fatto: in pratica, è composta dagli stessi elementi dell’ordinaria retribuzione mensile, compresa l’indennità sostitutiva di vitto e alloggio.

La tredicesima fa parte della retribuzione differita, perché matura tutti i mesi ma viene corrisposta solo una volta all’anno.

Ogni mese, in particolare, matura 1/12 della tredicesima. La gratifica matura anche durante alcune assenze  tutelate: si tratta, in particolare, delle assenze per malattia, infortunio, malattia professionale e maternità; in ogni caso, il rateo di tredicesima matura entro i limiti del periodo di conservazione del posto e per la parte non liquidata dagli enti preposti.

Per i lavoratori che non raggiungono l’anno di servizio, devono essere corrisposti tanti dodicesimi quanti sono i mesi di lavoro.

La tredicesima è assoggettata a contribuzione e a tassazione (in sede di dichiarazione dei redditi) alla pari della retribuzione ordinaria.

Quando viene pagata la tredicesima dei lavoratori domestici

Secondo quanto disposto dal contratto collettivo, la tredicesima dei collaboratori domestici deve essere pagata in occasione del Natale, e comunque non oltre il mese di dicembre.

Morte di un parente: le spese funebri detraibili

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Funerale, acquisto della tomba, lapidi, cremazione: quali sono le spese da portare in detrazione, quale il tetto di spesa e l’aliquota Iva. E sulla successione?

Purtroppo, prima o poi, a tutti tocca affrontare un lutto in famiglia e, storditi dalla perdita di una persona cara, si rimandano gli aspetti burocratici ad un momento di maggiore serenità. Non vanno, però trascurati perché la legge consente di portare in detrazione o in deduzione alcune spese legate alla scomparsa di un parente, sia le spese funebri vere e proprie sia quelle di successione, nel caso in cui si riceva un’eredità.

Vediamo, allora, dopo la morte di un parente, quali sono le spese funebri detraibili sulla dichiarazione dei redditi.

Le spese del funerale sono detraibili?

La legge di Bilancio 2018 prevede la detrazione delle spese funebri, che comprendono:

  • le spese per il funerale (acquisto della bara, servizio delle pompe funebri, ecc.;)
  • acquisto della tomba e lavorazione sulla lapide (compresa, ad esempio, l’incisione del nome del defunto);
  • accessori funebri;
  • eventuali premi di polizze pagati all’assicurazione per la previdenza funebre o cimiteriale.

Tutte queste spese devono essere documentate.

Il tetto massimo di spesa da portare in detrazione è di 1.550 euro, anche se è prevista la sua sostituzione con una detrazione del 75% su un totale di spesa di 7.500 euro.

Stando così le cose, si potrà detrarre il 19% di 1.550 euro, cioè 294,50 euro all’anno (nel malaugurato caso ci fosse stato più di un decesso, l’importo resta quello). Questa cifra va suddivisa tra tutte le persone che hanno pagato le spese funebri, ad esempio se tutti i figli hanno contribuito a pagare il funerale, la tomba, la cremazione, ecc. del loro genitore.

Si paga l’Iva per le spese funebri?

Sulle spese funebri, finora esenti da Iva, si applica ora l’Iva ridotta al 10% (la cosiddetta «tassa sulla morte») su:

  • servizi delle pompe funebri;
  • servizi necroscopici;
  • servizi cimiteriali;
  • cremazione;
  • lavori di edilizia cimiteriale;
  • lavorazione delle lapidi.

Queste spese vengono inserite nel 730 precompilato dall’Agenzia delle Entrate.

Posso detrarre le spese funebri per qualsiasi parente?

Con l’entrata in vigore della legge di Bilancio 2018, viene abolito il vincolo di parentela. Significa che si possono portare in detrazione tutte le spese funebri sostenute in dipendenza della morte di persone, per un importo massimo di 1550 euro per ciascuna di esse, senza bisogno che tra il defunto ed il contribuente ci sia un legame di parentela.

Posso detrarre l’acquisto della tomba fatto anni prima del decesso?

No. Il Fisco accetta la detrazione delle spese funebri legate da causa (decesso) – effetto (spese funebri). Vuol dire che si possono portare in detrazione solo le spese sostenute in occasione del decesso, ma non quelle effettuate prima (ad esempio, se uno ha deciso anni fa di acquistare un loculo in cimitero) o dopo (se, per esempio, ci fosse la necessità di riesumare i resti del parente per trasferirli da un’altra parte).

Posso detrarre i debiti ereditati da un parente morto?

Secondo una sentenza della Commissione tributaria Regionale della Lombardia [1], c’è una via per ottenere una deduzione dall’imposta sulla successione nel caso di debiti nell’eredità. Si tratta di uno sconto sulle tasse da versare allo Stato in occasione della successione quando gli eredi abbiano trovato uno scoperto sul conto corrente o altre passività.

Nel determinare l’imposta di successione, gli eredi possono ottenere una deduzione pari ai debiti lasciati dal parente defunto, esistenti alla data di apertura della successione, a condizione che si tratti di debiti contratti per l’acquisto di beni o diritti compresi nell’attivo ereditario. Tali passività vanno comunque provate con documenti.

L’Agenzia delle Entrate può negare la deduzione sull’imposta di successione solo a condizione che sia la stessa Agenzia a dimostrare che le passività non riguardano debiti contratti dal defunto per l’acquisto di beni o diritti compresi nell’attivo ereditario.

Il Testo unico sull’imposta sulle successioni [2] stabilisce infatti che le passività deducibili – purché debitamente documentate e risultati quindi per iscritto – sono costituite dai debiti del defunto esistenti alla data di apertura della successione. Sono indeducibili solo i debiti contratti per l’acquisto di beni o diritti non compresi nell’attivo ereditario. In pratica, nel quantificare l’imposta sulle successioni, una passività può essere dedotta dall’attivo ereditario quando il bene o diritto acquistato non sia escluso dall’attivo medesimo.

Prescrizione appropriazione indebita

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il reato di appropriazione indebita si prescrive in sei anni, o sette anni e mezzo, dalla data di conoscenza del fatto.

Hai ricevuto del denaro in prestito e ti sei rifiutato di restituirlo al legittimo proprietario che, quindi, ti ha denunciato per appropriazione indebita? Speri di poter evitare una condanna confidando nel decorso del termine per cui ti chiedi quale sia il termine di prescrizione per l’appropriazione indebita? Vediamolo insieme.

Cos’è l’appropriazione indebita?

Il reato di appropriazione indebita [1] si realizza ogni volta che un soggetto, che ha la disponibilità di denaro o di altro bene di un terzo, decide di non restituirglielo e, dunque, di appropriarsene illegittimamente. Si tratta di un reato molto simile al furto in quanto, in entrambi i casi, vi è l’apprensione di una cosa da parte di un soggetto a danno di un altro. Mentre, però, nel furto il ladro si impossessa di un bene sottraendolo a chi lo detiene, nell’appropriazione indebita il reo si appropria di un bene che, nonostante non sia suo, è già nella sua materiale disponibilità. In quest’ultimo caso il reato si realizza per il fatto stesso di trattenere il bene di un terzo come se fosse proprio, senza che vi sia lo spossessamento. Ma facciamo degli esempi.

Commette il reato di appropriazione indebita:

  • il possessore di una macchina in leasing che non la restituisca senza giustificazione;
  • l’amministratore di condominio che non ceda le somme dei condomini in suo possesso al suo successore;
  • il soggetto che, dopo aver ricevuto un bonifico errato a suo favore, non restituisca la somma a chi l’ha versata.

Il reato si configura nel caso di appropriazione indebita di denaro o di altri beni mobili tra i quali rientrano certamente i beni aventi un valore morale ed affettivo, ma non anche i beni immateriali (come dati informatici, disegni o progetti).

L’appropriazione indebita può essere anche aggravata (e, quindi, punita più severamente) quando:

  • il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario (cioè senza libertà di scelta, perchè imposto da circostanze particolari quali un incendio, un saccheggio, un naufragio o un altro avvenimento non previsto);
  • oppure quando è commesso approfittando della propria autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità [2].

Cosa rischio per l’appropriazione indebita?

La prescrizione varia a seconda della pena prevista dalla legge. Chi commette il reato di appropriazione indebita (appropriandosi di una cosa mobile altrui e procurandosi un ingiusto profitto) è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 1.032 euro. Se ricorre l’ipotesi aggravata, invece, la pena è aumentata fino ad un terzo [3], ovvero con la reclusione fino a quattro anni.

L’appropriazione indebita è un reato procedibile a querela dell’offeso, salvo che ricorra almeno una delle circostanze aggravanti suindicate (deposito necessario, fatto commesso con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione, o di ospitalità): in quest’ultimo caso si procede d’ufficio.

Quando si prescrive l’appropriazione indebita?

Il reato di appropriazione indebita si prescrive (trattandosi di un delitto) in sei anni [4] dalla data di commissione del fatto o da quando la vittima ne sia effettivamente venuta a conoscenza. Questo termine indica la cosiddetta prescrizione breve che si applica se dalla data in cui è stata iscritta la notizia di reato non si verifica nessun atto interruttivo. Ai sei anni, infatti, vanno aggiunti tutti i periodi di interruzione e sospensione previsti dalla legge: in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere (ad eccezione dei reati di corruzione ed induzione indebita per i quali, la nuova riforma, ha previsto l’aumento della metà della pena) [5]. Questo termine massimo si definisce prescrizione lunga e, ad esso, vanno poi aggiunte le varie (ed eventuali) sospensioni tra le quali quelle di diciotto mesi tra la sentenza di primo grado e quella di appello e tra la sentenza di appello e quella emessa in cassazione.

Facciamo un esempio. Se l’appropriazione indebita semplice è stata commessa il 14.11.2017, il delitto si prescriverà (ove non ricorra alcuna interruzione né sospensione) il 14.11.2023; la prescrizione lunga maturerà, invece, il 14.5.2024 a cui andranno aggiunte le eventuali sospensioni. Immaginiamo che il processo di appello venga fissato dopo due anni dal termine di quello di primo grado, in questo caso dobbiamo aggiungere i 18 mesi alla prescrizione lunga (ed arriveremo al 14.11.2025).

Come si diventa agente immobiliare

Posted on : 15-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’attività di agente immobiliare; di cosa si tratta e come si arriva ad esserlo. Vediamo tutti i passi da compiere.

Disoccupazione e giovani è un binomio sempre più stringente, da cui si cerca di uscire con la formazione sempre più qualificata e di settore, specializzata, per una maggiore rispondenza alle richieste del mercato del lavoro. E, con i promoter reclutati in vari ambiti, uno dei profili più ricercati è sicuramente quello dell’agente immobiliare. Ma come fare per diventarlo?

L’agente immobiliare: la qualifica dopo un ampio percorso di formazione

Non si trova lavoro. Tanto studio per nulla. Lauree che spesso hanno poco “peso”, se non quelle più di nicchia. Allora che fare? Un giovane alla ricerca (sempre più disperata) di lavoro, la prima cosa che pensa di fare è appunto di formarsi sempre più, incrementando le proprie competenze. E i corsi di specializzazione (di varia durata e anche molto costosi) esplodono ovunque. Spesso rilasciano un certificato dopo varie lezioni teoriche; senza neppure un po’ di esperienza pratica. Corsi di ogni genere e per tutti, che tendono soprattutto a sfruttare il desiderio di lavorare dei giovani. Il risultato è, spesso, costituito da una grande delusione; se va bene, poi, ci si rende conto che non basta la sola teoria acquisita quando si riesce a confrontarsi con un’attività lavorativa vera. Del resto l’esperienza pratica è impagabile e insegna più di mille lezioni di nozioni teoriche.

Per questo l’iter di tutto il percorso per ottenere la qualifica di agente immobiliare si è fatto sempre più complesso, anche in relazione alla sempre maggiore complessità delle normative, soprattutto nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica. Si pretende una solida competenza, proprio per i notevoli risvolti di tipo giuridico che la professione comporta e, appunto per questo, è diventata obbligatoria persino l’assicurazione. Non solo. Non basta, per ottenere il titolo, solamente la pratica o l’esercizio della professione come collaboratore di un’agenzia per un certo periodo, perché oggi la conoscenza delle norme del settore è diventata preponderante; con esami duri e seri in varie materie, con due scritti e l’orale da sostenere. Pertanto, non è più semplice come in passato diventare agente immobiliare perché le cose sono cambiate molto, infatti, in questi ultimi anni.

Ormai sono molti gli enti che forniscono la possibilità di formarsi per essere agente immobiliare, anche perché è una figura che interessa agenzie immobiliari, ma anche banche ed altri istituti. Deve essere soprattutto una figura professionale di fiducia, un punto di riferimento per la clientela che sa anche consigliare sulla scelta migliore da prendere e dare spiegazioni adeguate, rispondendo a tutte le domande e i dubbi dei clienti. Perciò anche la sua formazione deve essere più poliedrica. Per questo il profilo di agente immobiliare è sempre più richiesto, nonostante magari – viceversa – il mercato imprenditoriale ed edile sia in crisi, fermo o in difficoltà. Il titolo di agente immobiliare sicuramente apre più strade percorribili.

Agente immobiliare: figura a metà tra il mediatore e l’imprenditore

La sua figura è quella tipica del mediatore [1], per le sue capacità dialettiche e ‘diplomatiche’, nel fare da tramite tra il proprietario che vuole vendere e il cliente interessato che vorrebbe acquistare; ma il suo profilo si è avvicinato sempre di più a quello dell’imprenditore [2], per le sue competenze tecniche (di conoscenza dei dettagli del bene oggetto di “trattativa”), le sue abilità illustrative e di analisi, le sue doti persuasive di convincimento e propositive di offerta di un prodotto che vuole essere di qualità. Anche il servizio stesso, che l’agente immobiliare con la sua figura offre, si pretende sia sempre di ottimo livello, a garanzia e sicurezza di una struttura solida e seria con cui si interagisce (quella dell’agenzia che lui rappresenta per l’appunto). Facendosi portavoce ed icona della struttura per cui lavora, l’agente immobiliare stesso si fa emblema di un altro principio fondamentale del suo operato: il cosiddetto principio di terzietà [3]. L’agente immobiliare non deve essere legato né vincolato nel suo agire da alcun interesse privato o personale con il potenziale acquirente. Deve avere la giusta distanza, per fornire quelle obiettività ed imparzialità trasparenti che rassicurino e tranquillizzino entrambi i clienti.

Che cosa fare per diventare agente immobiliare

Anche per queste ragioni diventare agente immobiliare è sempre più difficile. Si acquisisce il titolo solamente dopo aver superato diverse prove dure. Oggi – sinteticamente – i modi per conseguire tale qualifica sono due: ottenuto un diploma di secondo grado, si può frequentare poi il corso di formazione specifico e infine sostenere i relativi esami previsti; oppure, una volta diplomatisi, esercitare per almeno un anno la professione in un’agenzia e, parallelamente, frequentare sempre il corso formativo ad hoc. Quest’ultima possibilità, però, al momento è impraticabile – in attesa del decreto attuativo che deve essere ancora emanato -; anche se, a livello europeo, l’orientamento verso la certificazione sembra essere ritenuto più valido di un qualsiasi diploma.

Pertanto, se prima [4] bastava un anno di pratica dell’attività e l’aver seguito il corso per poter esercitare, oppure era stato previsto che, addirittura, si potesse sostituire il corso formativo con il solo praticantato di due anni presso un’impresa di mediazione, oggi non è più così e nessuna delle due opzioni è più fattibile. Non è più sufficiente neppure, come lo era all’inizio, il possedere un semplice diploma di ragioneria o una laurea in ambito economico-giuridico o equivalente. Molte cose sono cambiate, come dicevamo, da quando furono mossi i primi passi nel lontano 1913, dal punto di vista legislativo, in tema di mediazione. Notevoli novità sono state introdotte [5]. Il ruolo di mediatore è stato soppresso [6] e sono state previste nuove modalità di iscrizione nel Registro delle Imprese [7]. Iscrizione che la Camera di Commercio si riserva di confermare dopo aver verificato l’esistenza dei requisiti richiesti.

L’elemento più significativo, frutto delle varie modifiche e integrazioni legislative, è costituito dall’obbligo dell’esame scritto e orale, con prove incentrate su materie giuridiche e tecniche. Le prove scritte si basano sulle nozioni generali della legislazione, che riguarda la mediazione, e sulle attività burocratiche connesse con il settore immobiliare. La prima parte richiede, quindi, la conoscenza di alcuni elementi del diritto civile e di quello tributario: per il primo, in particolare, l’ipoteca, le obbligazioni, i diritti reali, i vari tipi di contratto – con particolare riguardo al mandato, la locazione, l’affitto o la vendita -; per il secondo, soprattutto gli adempimenti fiscali connessi con il mandato, nonché le imposte e le tasse. La seconda parte è più tecnica e specifica e riguarda il catasto, i registri immobiliari, le iscrizioni e le trascrizioni, le concessioni edilizie e tutte le norme connesse con le autorizzazioni e le licenze, i problemi di condominio, oltre ai finanziamenti, soprattutto in forma di mutuo a medio e lungo termine, ed alle varie agevolazioni finanziarie previste dalla legge per le compravendite, in particolare se si tratta della prima casa.

La prova orale, oltre che ovviamente sugli argomenti di quella scritta, tende a verificare la conoscenza dell’andamento del mercato e dell’oscillazione dei prezzi, nonché dell’arbitrato e degli accordi inter-associativi. Le Camere di Commercio predispongono, per la preparazione, una notevole quantità di quiz a risposta multipla che vanno dalla legislazione, alla mediazione, al diritto civile, alle obbligazioni e alle ipoteche, alle società ed ai fallimenti, ai titoli di credito, tributi, imposte, all’estimo catastale, legale, agrario e generale, nonché alla stima dei fabbricati e delle aree edificabili.

Agenti immobiliari e non solo

Ma la categoria degli agenti immobiliari non è la sola che si è andata a delineare meglio mano a mano. Un nuovo ruolo, infatti, è stato istituito; si tratta di quello di: agenti di affari in mediazione. Dietro questa dicitura si celano ben quattro categorie diverse di agenti: oltre a quella degli agenti immobiliari, abbiamo gli agenti con mandato a titolo oneroso, gli agenti merceologici e, infine, gli agenti in servizi vari.

Le differenze non sono di poco conto – non solo dal punto di vista professionale, ma anche da un punto di vista burocratico-giuridico -; ad esempio gli agenti mandatari a titolo oneroso devono sostenere lo stesso tipo di esame degli agenti immobiliari (ovvero due scritti più l’orale); mentre gli agenti merceologici e gli agenti in servizi vari lo hanno “ridotto” (uno scritto e un orale).

I connotati dell’agente immobiliare

Per essere agente immobiliare ci sono dei requisiti specifici da rispettare. Ovviamente si deve avere la cittadinanza o la residenza italiana, la residenza nella provincia della Camera di commercio a cui si è iscritti; come titoli di studio, invece, è necessario il diploma di secondo grado, a prescindere dal tipo di indirizzo scelto.

Sussistono, poi, dei requisiti cosiddetti morali, ma facilmente intuibili: ovvero, in poche parole, non ci devono mai essere stati problemi con la giustizia o con la pubblica amministrazione, condanne penali o simili, sanzioni amministrative o essere stati soggetti a provvedimenti antimafia [8]. Da non tralasciare, comunque, che ogni agente immobiliare è tenuto all’obbligatorietà assicurativa.

Tre associazioni di categoria per gli agenti immobiliari

Esistono, infine, tre associazioni tipiche della categoria e del settore che ogni agente immobiliare deve ben conoscere. Si tratta della Fimaa, della Fiaip e dell’Anama. Vediamo di cosa si tratta più da vicino.

La prima, ovvero la Federazione italiana mediatori agenti d’affari è un’associazione di categoria, cioè un organismo volto alla tutela degli iscritti. Non solo, ma si (pre)occupa anche della loro progressione dal punto di vista professionale. Sono circa 11mila le imprese (per un totale di quasi 40mila addetti) che rappresenta. Aderisce al sistema Confcommercio-Imprese per l’Italia, e dà voce a tutte le categorie già viste di agenti: da quelli immobiliari, ai mediatori merceologici, ai mediatori creditizi, agli agenti in attività finanziaria, agli agenti di servizi vari.

La seconda, cioè la Federazione italiana degli agenti immobiliari professionali, per il suo rilevante “peso”, è riconosciuta addirittura a livello europeo (tanto da essere accreditata presso il Parlamento europeo). E i suoi numeri parlano chiaro: vanta un totale di ben 10.106 agenti immobiliari, 500 consulenti del credito, 15.200 agenzie immobiliari, e oltre 45mila addetti ai lavori (compresi agenti immobiliari, turistici, consulenti del credito, promotori immobiliari, amministratori e gestori di beni immobili) che a lei fanno riferimento. In Italia ha venti sedi regionali e circa 105 collegi provinciali e interprovinciali, che costituiscono i suoi centri operativi e di confronto. Anche questa Federazione si dedica all’aggiornamento deontologico delle figure professionali che abbiamo inquadrato sinora. Tuttavia fa di più. Elabora, rileva e analizza dati che fornisce e diffonde, ma rielabora anche, fornendo indirizzi di comportamento e misure attuative.

La terza, infine, è l’Associazione nazionale degli agenti mediatori d’affari ed è promossa e organizzata da Confesercenti. Fondata nel 1992, è operativa dal 1993 (a Firenze). Agisce soprattutto nel campo dell’intermediazione immobiliare e dei mediatori creditizi. Ha come “slogan” la frase: “imprese guidate da professionisti”. Opera in tutta Italia attraverso 114 sedi provinciali. Anama è riconosciuta, infine, dal ministero dello Sviluppo economico e dalla Banca d’Italia ed è attiva, pertanto, a livello normativo e informativo facendo da tramite comunicativo.