Corteggiamento assillante: si può denunciare?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando il corteggiamento diventa molestia o stalking: la persecuzione commessa dall’uomo costituisce reato.

C’è un uomo che ti perseguita. Ha iniziato con qualche complimento, prima in forma galante, poi sempre più esplicito e diretto. Nonostante tu abbia, in tutti i modi, fatto intendere di non gradire le sue “attenzioni”, lui persevera nel suo accanimento. Non perde occasione per attaccare discorso, seguirti, tentare addirittura il contatto fisico. Sa dove lavori, sa dove abiti, conosce il tuo profilo Facebook tant’è che hai dovuto bloccarlo. Tanta petulanza inizia a preoccuparti: temi che possa passare dalle parole ai fatti e, magari, costituire un giorno un pericolo serio. Vorresti quindi anticipare tale situazione seppur, sino ad oggi, non è stato commesso alcun comportamento pericoloso. Ma il punto è che sei estremamente infastidita e intendi agire nei suoi riguardi. Così ti chiedi se, in caso di corteggiamento assillante, si può denunciare. 

Un caso molto simile al tuo è stato deciso dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. La Corte si è espressa sulla vicenda di un uomo che ha assillato la dipendente di un bar per diversi mesi: dopo averla presa di mira, ha cercato con lei ripetuti contatti fisici, rivolgendole richieste sessuali. La donna era stata costretta a modificare le sue abitudini di vita, cambiando l’orario di rientro a casa e facendosi scortare da un amico sino alla macchina non appena usciva dal locale.

La pronuncia è chiara nel ricordare quali reati si possono commettere in caso di corteggiamento assillante. Vediamoli qui di seguito.

Il corteggiamento assillante può essere molestia

Il primo reato, quello – se vogliamo – più “lieve” che si può ascrivere a chi perseguita una ragazza, sia pure per farle solo complimenti e tentare un approccio non gradito, è quello di molestie. Il codice penale [2], a riguardo, punisce che l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro, chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure tramite il telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a un’altra persona molestia o disturbo.

Secondo la Corte, è ravvisabile quindi il reato di molestia nell’insistente comportamento, prolungato nel tempo, di chi» – come nel caso di specie – «corteggia insistentemente, in maniera non gradita, una donna (profferendo al suo indirizzo espressioni a contenuto esplicitamente sessuale) e magari anche seguendola in strada (sì da costringere costei a cambiare abitudini)». Si tratta, senza ombra di dubbio, di una condotta molesta, rivelatrice di petulanza, oltre che di biasimevole motivo» e quindi legittimamente punibile in ambito giudiziario.

La vittima potrà quindi denunciare il responsabile di tale comportamento recandosi alla polizia o ai carabinieri.

Il corteggiamento assillante può essere violenza sessuale

Se l’uomo dovesse aver anche tentato di baciare sulla bocca la donna o di toccarla nelle zone erogene come glutei, cosce, collo, seno la denuncia potrà essere estesa anche al reato di “tentata” violenza sessuale. Se lo sfioramento dovesse essere andato a buon fine, il reato sarà quello di “consumata” violenza sessuale, con sanzioni ancora più gravi.

La Cassazione, a riguardo, ha da sempre sposato un’interpretazione molto rigida in ambito di tale reato. Anche il bacio sulla bocca, quando non gradito ma tuttavia “obbligato”, costituisce violenza sessuale. È il caso di chi impedisce alla vittima di spostarsi cingendole i fianchi o spingendola verso il muro o tenendole il volto con le mani.

Il corteggiamento assillante può essere stalking

Chiude il cerchio il reato di stalking o, meglio detto, di «atti persecutori». Rispetto al reato di molestie ci troviamo su un gradino di maggiore gravità. In questo caso, il codice penale [3] non descrive un comportamento preciso ma le ripercussioni che esso ha sulla vittima. Quando infatti il corteggiatore commette un comportamento qualsiasi, tale comunque da determinare uno dei seguenti tre eventi, può essere denunciato per stalking. In particolare egli deve, con condotte reiterate, minacce o molestie: 

  1. cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima
  2. oppure ingenerare in quest’ultima un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva 
  3. oppure costringere la stessa vittima a modificare le proprie abitudini di vita (ad esempio cambiare orari o strada per il rientro a casa oppure farsi scortare da qualcuno). 

Se il corteggiamento ossessivo si limita a infastidire, siamo quindi nell’ambito del reato di molestia. Se invece l’effetto è quello di spaventare la vittima, sottoporla a uno stato di inquietudine e preoccupazione oppure la costringe a cambiare le proprie abitudini, siamo invece nell’ambito del più grave delitto di stalking.

Perché si tratti di vero stalking, le molestie devono inoltre essere ripetute nel tempo e chiaramente le azioni non devono essere gradite dalla vittima.

Ecco alcuni esempi di condotte che possono portare a denunciare una persona per stalking:

  • telefonare in continuazione alla vittima, inviarle sms, email, lettere, messaggi in chat private anche sui social;
  • attendere la vittima più di una volta sotto casa o all’uscita del lavoro;
  • pedinare la vittima;
  • compiere indagini sulla vittima, raccogliere informazioni per sapere quali sono le sue abitudini di vita;
  • danneggiare le proprietà della vittima
  • attuare intimidazioni direttamente alla vittima e alle persone ad essa vicine.

Tredicesima non pagata: cosa fare

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che cosa può fare il lavoratore se la tredicesima mensilità non è pagata o viene liquidata in ritardo, quando è possibile dimettersi per giusta causa e chiedere i danni.

Per la generalità dei lavoratori dipendenti, nel mese di dicembre è corrisposta la tredicesima: si tratta di una mensilità aggiuntiva, in altre parole di un mese in più di stipendio, che viene pagata in occasione del Natale.

Questa retribuzione extra è una vera e propria “boccata d’ossigeno” per imprese e lavoratori, non solo per gli acquisti natalizi, ma soprattutto per far fronte alle imposte ed ai pagamenti da saldare entro la fine dell’anno.

Ci sono dei casi in cui la tredicesima non spetta nel mese di dicembre: ad esempio, alcuni lavoratori scelgono di ricevere mensilmente il rateo di tredicesima maturato, in accordo col datore di lavoro. In altri casi la tredicesima non matura, come durante l’aspettativa non retribuita.

Ma che cosa si può fare nel caso in cui la tredicesima non sia pagata dal datore di lavoro? Ci si può dimettere per giusta causa, proprio come avviene per il mancato pagamento dello stipendio? E se la tredicesima è pagata in ritardo si possono chiedere i danni.

Facciamo chiarezza sulla tredicesima non pagata: cosa fare, in quali casi ci si può dimettere e si possono chiedere i danni, come comportarsi per il pagamento in ritardo.

Quando è pagata la tredicesima?

La tredicesima mensilità viene generalmente pagata ai lavoratori dipendenti in occasione del Natale:nel dettaglio, la legge non prevede una data precisa entro la quale deve essere pagata la tredicesima, ma la data e la modalità di pagamento cambiano a seconda di quanto stabilito dal contratto collettivo applicato. Nella maggior parte dei casi, gli accordi collettivi si limitano ad indicare che il pagamento deve essere effettuato in occasione delle festività natalizie, ma vi sono comunque dei contratti collettivi che dispongono dei termini precisi, ad esempio il 15 o il 20 dicembre.

Il contratto collettivo del Commercio, ad esempio, prevede il pagamento della mensilità aggiuntiva entro la vigilia di Natale; nel settore edile il datore di lavoro è obbligato ad accantonare una quota della tredicesima, chiamata dal Ccnl gratifica natalizia, ogni mese, e versarla alla Cassa Edile. Sarà poi direttamente la stessa Cassa Edile  a liquidare la mensilità accantonata al dipendente, nel mese di dicembre.

Quando non deve essere pagata la tredicesima?

La tredicesima, che corrisponde, nella generalità dei casi, per ogni mese, a 1/12 degli elementi fissi e continuativi della retribuzione, matura durante le principali assenze tutelate. Non matura , invece, in relazione alle seguenti assenze:

  • aspettativa non retribuita;
  • astensione per maternità facoltativa (congedo parentale)
  • astensione per malattia del figlio;
  • assenza per malattia oltre il periodo di comporto;
  • assenza per permessi non retribuiti.

Inoltre, la generalità dei contratti collettivi non considera maturato alcun rateo di tredicesima se nel mese non sono stati lavorati almeno 15 giorni: questo può capitare non soltanto in caso di assunzione o di cessazione del rapporto di lavoro nell’arco del mese, ma anche in relazione ai dipendenti con contratto di part time verticale o misto, che lavorano soltanto alcune giornate della settimana, o del mese, o dell’anno.

Per i dipendenti con contratto di part time orizzontale (lavoro effettuato in tutte le giornate lavorative, ma per meno ore rispetto all’orario ordinario giornaliero), la tredicesima matura normalmente, perché le giornate lavorate sono le stesse: non è necessaria, pertanto, alcuna riduzione del rateo di tredicesima, dato che la base di calcolo è la retribuzione corrente, già riproporzionata all’orario parziale, ed in conseguenza la tredicesima è già ridotta automaticamente.

Che cosa fare se la tredicesima è pagata in ritardo?

Se entro le festività natalizie, o entro il differente termine previsto dal contratto collettivo, non è stata versata la tredicesima dall’azienda, si può innanzitutto sollecitare il datore di lavoro con una raccomandata o una pec. Se il contratto collettivo prevede una data precisa entro la quale pagare la tredicesima, superato quel termine al lavoratore spettano, oltre alla mensilità aggiuntiva, anche gli interessi.

In caso di mancato riscontro, ci si può rivolgere all’Ispettorato del lavoro, tentando una soluzione conciliativa.

In caso di mancata conciliazione, il lavoratore può chiedere l’emissione di un decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento del dovuto.

Che cosa fare se la tredicesima non viene pagata?

Se il datore di lavoro non paga la tredicesima, il lavoratore, oltre all’emissione del decreto ingiuntivo per ottenere la mensilità, può rassegnare le dimissioni per giusta causa: in base alla giurisprudenza prevalente, per poter rassegnare le dimissioni per giusta causa bisogna attendere il mancato pagamento della retribuzione per due mensilità. Se, invece, il contratto collettivo nazionale applicato giustifica le dimissioni del dipendente in caso di ritardo nel pagamento dello stipendio, ci si può dimettere per giusta causa sin dal primo giorno successivo al termine per il saldo della retribuzione.

Per non perdere la tredicesima non pagata, bisogna in ogni caso ricordarsi di richiederla formalmente (anche tramite raccomandata) entro 3 anni dalla data in cui sarebbe dovuto avvenire il pagamento: il termine di prescrizione è infatti triennale [1], in quanto si tratta di un elemento della retribuzione che non è corrisposto ogni mese.

Reddito di cittadinanza: rifiuto offerta di lavoro

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi chi rifiuta un’offerta di lavoro potrà ottenere comunque il nuovo reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza spetta anche a chi rifiuta il lavoro? In base a quanto più volte annunciato dal Vicepremier Di Maio, per perderlo bisognerà rifiutare tre offerte di lavoro. Non solo: è anche necessario che l’offerta di lavoro rifiutata sia equa. Che cosa si intende per offerta di lavoro equa? I parametri che rendono equa un’offerta lavorativa non sono stati ancora resi noti, ma si pensa che saranno molto simili agli attuali requisiti che definiscono un’offerta di lavoro come congrua (ad oggi chi rifiuta un impiego congruo perde l’indennità di disoccupazione Naspi). La congruità dell’offerta, ad oggi, è commisurata su parametri diversi, a seconda della durata del periodo di disoccupazione dell’interessato: ci si basa, comunque, sulla distanza del luogo di lavoro dall’abitazione, sullo stipendio e, per chi non è disoccupato da molto, sul settore di attività. In ogni caso, è stato anticipato che si potranno rifiutare le offerte di lavoro, se la sede dell’azienda si trova al di fuori della propria città o della propria regione. Il tutto, tenendo presente, però, che il reddito di cittadinanza non avrà una durata illimitata, e che gli interessati saranno sottoposti a verifiche periodiche e dovranno effettuare dei lavori di pubblica utilità. La misura partirà a breve, dopo l’attuazione della riforma dei centri per l’impiego.  Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto della situazione sul reddito di cittadinanza: rifiuto offerta di lavoro, in quali casi si perde il sussidio, quando l’offerta di lavoro è considerata congrua.

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

Cerchiamo innanzitutto di capire le caratteristiche fondamentali del nuovo reddito di cittadinanza: questo sussidio consiste in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà relativa.

È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente.

In base al recente annuncio del Vicepremier, il reddito di cittadinanza non sarà erogato con un assegno, ma accreditando l’importo spettante in una carta acquisti, una sorta di social card.

Come funziona la pensione di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza non interesserà soltanto i lavoratori che si trovano sotto la soglia di povertà, ma anche i pensionati. Nello specifico, tutte le pensioni dovrebbero essere integrate a 780 euro mensili. L’attuale integrazione al trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili (513,01 euro dal 2019), e le ulteriori maggiorazioni, dovrebbero dunque essere assorbite dalla pensione di cittadinanza.

In base alle ultime notizie, non è chiaro se ad aumentare sarà direttamente l’assegno di pensione, o se l’integrazione dovrà avvenire attraverso l’erogazione dell’importo spettante su una carta acquisti.

In ogni caso, la pensione di cittadinanza non implica la partecipazione alle iniziative di politica attiva del lavoro. In altre parole, chi ha diritto alla pensione di cittadinanza non deve cercare lavoro, né prestare servizio per il proprio Comune di residenza, né frequentare corsi di formazione.

A quanto ammonta il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza dovrebbe garantire un sussidio pari a 780 euro al mese per ogni persona adulta e disoccupata; per chi ha un reddito sotto soglia, il reddito di cittadinanza integrerà gli importi percepiti sino ad arrivare a 780 euro al mese.

Ad esempio, se il disoccupato ha un reddito pari a zero, il sussidio ammonterà a 780 euro al mese. Con un reddito pari a 500 euro mensili, il sostegno ammonterà a 280 euro al mese, con un reddito pari a 400 euro mensili, a 380 euro al mese, e così via. Per ogni componente del nucleo familiare si avrà diritto a un incremento del sussidio.

Dovrebbero però avere rilevanza anche gli immobili e il patrimonio posseduto, ma non si sa ancora con quali criteri saranno presi in considerazione: probabilmente si terrà conto degli indicatori Isee.

In ogni caso, chi non paga l’affitto percepirà un reddito di cittadinanza ridotto in modo corrispondente al cosiddetto affitto imputato, pari a circa 300 euro mensili.

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe interessare una platea di 9 milioni di italiani, sarà comunque esentasse e non pignorabile.

Quanto dura il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza dovrebbe avere la durata massima di 3 anni, come spiegato dalla presidente della commissione Lavoro del Senato, Nunzia Catalfo. Saranno previste verifiche periodiche dopo 18 mesi: in seguito la misura potrà essere rinnovata se sussisteranno i requisiti (ricerca attiva del lavoro, completamento dei percorsi di formazione, involontarietà della disoccupazione e reddito familiare sotto la soglia di povertà).

Il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Carlo Borghi (Lega), ha invece affermato che la durata sarà di 2 anni; tra i tecnici che lavorano al dossier, invece, si parla di una durata pari a 18 mesi.

I limiti di durata non dovrebbero riguardare la pensione di cittadinanza, in quanto non condizionata dalla ricerca attiva di lavoro.

Come è riconosciuto il reddito di cittadinanza?

Se il reddito di cittadinanza sarà, come preannunciato dal Vicepremier, riconosciuto tramite social card, o carta acquisti, il suo riconoscimento potrebbe funzionare in modo analogo alla vecchia social card, la carta acquisti spettante alle famiglie più bisognose.

La social card di cittadinanza potrebbe dunque consistere in un sussidio erogato dall’Inps, tramite una carta prepagata ricaricabile, facente parte del circuito Mastercard: la carta sarebbe utile per effettuare acquisti negli esercizi convenzionati, ma anche per pagare le utenze domestiche e per i pagamenti tramite POS.

La carta acquisti non dovrebbe essere, invece, abilitata al prelievo di contante, e potrebbe essere ricaricata soltanto dall’Inps, a cadenza periodica, sulla base dell’importo spettante al nucleo familiare.

Le uniche uscite autorizzate, oltre al pagamento delle bollette, dovrebbero riguardare la spesa alimentare e sanitaria e, in generale, gli  articoli di prima necessità.

Secondo un annuncio più recente, il reddito di cittadinanza sarà corrisposto in un bancomat utilizzabile solo all’interno del territorio italiano per acquisti di beni di prima necessità (il paniere di beni acquistabili ancora deve essere individuato): in ogni caso, sembra difficilmente realizzabile una card in grado di selezionare i consumi.

Chi ha diritto al reddito di cittadinanza?

Potranno chiedere il reddito di cittadinanza i cittadini maggiorenni che soddisfano una delle seguenti condizioni:

  • si trovano in stato di disoccupazione o risultano inoccupati (cioè hanno perso il posto o non hanno mai lavorato);
  • percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà, cioè sotto i 780 euro mensili (soglia valida per una persona singola);
  • possiedono un Isee del nucleo familiare inferiore a 9.360 euro;
  • possiedono un patrimonio mobiliare del nucleo familiare non superiore a 10mila euro;
  • possiedono al massimo due immobili, ma il secondo immobile non deve avere un valore superiore a 30mila euro.

Dovrà quindi essere richiesta la dichiarazione Isee per beneficiare del reddito o della pensione di cittadinanza, in quanto si dovrà valutare anche il patrimonio posseduto.

Chi lavora o percepisce la disoccupazione ha diritto al reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza sarà compatibile con l’attività lavorativa: nello specifico, se il lavoratore ha un contratto part time, il suo salario sarà integrato, attraverso il reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a 780 euro al mese.

Naspi e altre prestazioni collegate allo stato di disoccupazione saranno compatibili col reddito di cittadinanza sino al limite di 780 euro mensili.

Il reddito di cittadinanza obbliga a lavorare?

In base a quanto previsto dalle attuali proposte, il reddito di cittadinanza obbligherà il beneficiario non solo a cercare assiduamente un lavoro ed a riqualificarsi, ma anche ad offrire 8 ore alla settimana di lavoro gratuito per il proprio Comune di residenza.

Non si potrà stare in casa a far nulla: le attività lavorative e di riqualificazione non ne lasceranno il tempo.

Per quanto riguarda, nello specifico, la partecipazione alle iniziative di politica attiva del lavoro previste per il beneficiario del reddito, sarà obbligatorio (a meno che l’interessato non sia pensionato):

  • iscriversi presso i centri per l’impiego e offrire subito la disponibilità al lavoro;
  • iniziare un percorso per essere accompagnati nella ricerca del lavoro dimostrando la reale volontà di trovare un impiego;
  • offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (come abbiamo osservato, l’impegno lavorativo richiesto è di 8 ore settimanali);
  • frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale;
  • effettuare ricerca attiva del lavoro per almeno 2 ore al giorno;
  • comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito;
  • accettare uno dei primi tre lavori che verranno offerti.

Chi ha un lavoro a tempo pieno, ma è sottopagato, avrà comunque diritto all’integrazione del reddito, senza bisogno di partecipare alle iniziative di politica attiva del lavoro.

Chi si rifiuterà di lavorare per il proprio Comune perderà il sussidio; il reddito si perderà anche nel caso in cui si rifiutino tre offerte di lavoro eque.

Quando l’offerta di lavoro è equa?

Non è stato ancora chiarito in quali casi l’offerta di lavoro sarà considerata equa, ed il suo rifiuto (per la precisione, il rifiuto di tre offerte di lavoro) determinerà la perdita del reddito di cittadinanza. Ad oggi, è stato solamente anticipato che sarà possibile rifiutare un’offerta di lavoro al di fuori della propria città o regione.

Con tutta probabilità, i parametri che definiranno un’offerta di lavoro come equa saranno simili ai requisiti che, oggi, definiscono un’offerta di lavoro come congrua.

Quando l’offerta di lavoro è congrua?

Vediamo ora, nel dettaglio, quali sono le condizioni che fanno sì che un’offerta di lavoro sia considerata congrua, quindi che non possa essere rifiutata dal lavoratore, pena la perdita dello stato e dell’indennità di disoccupazione.

I requisiti dell’offerta di lavoro congrua cambiano a seconda della durata della disoccupazione dell’interessato.

In particolare:

  • se il lavoratore è disoccupato da non più di 6 mesi, l’offerta di lavoro:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, deve riguardare uno dei settori individuati nel patto di servizio sottoscritto dal lavoratore;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 50 km (35 km in mancanza di mezzi pubblici) o sia raggiungibile in media in 80 minuti con mezzi pubblici;
  • se il lavoratore è disoccupato da 6 a 12 mesi, l’offerta di lavoro:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, deve riguardare uno dei settori individuati nel patto di servizio sottoscritto dal lavoratore, o contigui ai settori individuati;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 50 km (35 km in mancanza di mezzi pubblici) o sia raggiungibile in media in 80 minuti con mezzi pubblici;
  • se il lavoratore è disoccupato da oltre 12 mesi, l’offerta di lavoro:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, può riguardare qualsiasi settore lavorativo;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 80 km (56 km in mancanza di mezzi pubblici) o sia raggiungibile in media in 100 minuti con mezzi pubblici.

Il rapporto di lavoro, per quanto riguarda la durata, deve essere:

  • a tempo indeterminato;
  • a termine o con contratto di somministrazione, con una durata di almeno tre mesi.

Per quanto riguarda l’orario di lavoro, il rapporto deve essere a tempo pieno, o a tempo parziale, con un orario non inferiore all’80% rispetto all’orario dell’ultimo contratto di lavoro.

Lo stipendio previsto, poi, non deve essere inferiore ai minimi della contrattazione collettiva.

Mediazione tributaria obbligatoria 2019

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mediazione tributaria prima dell’iscrizione a ruolo del ricorso contro il Fisco o l’agente della riscossione: quando è obbligatoria e come funziona.

La mediazione tributaria è ormai diventata obbligatoria anche per le cause di valore più elevato. Difatti passa da 20 mila euro a 50 mila euro il valore della lite al di sotto del quale è obbligatoria la mediazione tributaria per le cause contro il Fisco ossia per l’impugnazione degli atti dell’Agenzia delle Entrate e delle cartelle esattoriali emesse dall’Agente della Riscossione. L’obbligatorietà della mediazione, inizialmente prevista solo per gli atti fino a 20mila euro (ed escluso per le cartelle) è stato esteso con la “Manovrina” del 2017  [1] gli atti impugnabili notificati a decorrere dal 1° gennaio 2018. A tal proposito, occorre prendere in considerazione la data in cui il contribuente riceve l’atto notificato e non la data di spedizione da parte dell’Amministrazione finanziaria. Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona la mediazione tributaria obbligatoria.

Come sapere se si applica la mediazione tributaria obbligatoria

La notifica dell’atto tributario si considera perfezionata al momento della ricezione da parte del contribuente e, dunque, rileva la data in cui la notifica si perfeziona per il destinatario [2].

Ne consegue che, se l’atto è notificato a mezzo posta anteriormente al 1° gennaio 2018, ma ricevuto dal contribuente successivamente a tale data, l’eventuale controversia dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, anche di valore superiore a 20mila e fino a 50mila euro, ricade nell’ambito di applicazione mediazione tributaria obbligatoria.

Qualora l’impugnazione concerne il rifiuto tacito alla restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie e interessi o altri accessori, il ricorso non può essere proposto prima del decorso di novanta giorni dalla data di presentazione della domanda di restituzione. Pertanto, il reclamo/mediazione trova applicazione anche nei casi in cui – alla data del 1° gennaio 2018 – non sia decorso il termine di novanta giorni dall’avvenuta presentazione di istanze relative a rimborsi superiori a20mila e fino a 50mila euro, mentre non opera se – alla medesima data – tale termine dilatorio risulti già spirato.

In sintesi, il reclamo/mediazione si applica anche alle controversie di valore superiore a 20mila e fino a 50mila euro concernenti:

  1. atti notificati (ricevuti dal contribuente) a decorrere dal 1º gennaio 2018;
  2. rifiuti taciti per i quali, alla data del 1º gennaio 2018, non sia interamente decorso il termine di novanta giorni dalla presentazione della domanda di restituzione.

Come funziona la mediazione tributaria obbligatoria

La mediazione tributaria obbligatoria si applica ai ricorsi notificati a partire dal 1 gennaio 2016 che abbiano ad oggetto atti fiscali dell’Agenzia delle Entrate, di altri enti creditori o dell’agente della riscossione, purché di valore non superiore a 50mila euro.

Sono soggetti a mediazione tributaria obbligatoria gli atti o provvedimenti concernenti imposte e tasse (imposte sui redditi, bollo auto tassa rifiuti ecc.) o la materia catastale. Tra questi atti rientrano anche la comunicazione di iscrizione di fermo amministrativo sul veicolo o di ipoteca su un immobile.

Il ricorso notificato all’ente impositore/Agente della Riscossione, qualora si alleghi l’istanza di mediazione, produce anche gli effetti di un reclamo e può contenere una proposta di mediazione con rideterminazione dell’ammontare della pretesa.

Mediazione tributaria: come si calcola il valore di lite?

Per la determinazione del valore di una controversia tributaria si fa riferimento alle disposizioni di legge [3], per le quali il valore della lite coincide con l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato.

In caso di controversie relative esclusivamente alle sanzioni, il valore è costituito dal loro ammontare.

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, nelle controversie riguardanti il rifiuto espresso o tacito alla restituzione di tributi, il valore della lite corrisponde all’importo del tributo richiesto a rimborso, al netto degli accessori; qualora l’istanza di rimborso riguardi più periodi d’imposta, il valore della lite è dato dal tributo chiesto a rimborso per singolo periodo di imposta.

Il reclamo/mediazione si applica anche qualora, in sede di autotutela parziale, l’Amministrazione finanziaria riduca l’ammontare del tributo accertato al di sotto della soglia dei cinquantamila euro, purché ciò avvenga in pendenza dei termini per la proposizione del ricorso; l’istituto non trova, invece, applicazione qualora taleriduzione abbia luogo dopo la notifica del ricorso.

Mediazione tributaria ipoteca, fermo amministrativo e cartelle

Qualora il debitore impugni la comunicazione di iscrizione di fermo di beni mobili o di ipoteca su immobili, il valore della controversia va determinato con riferimento all’atto impugnato e, come previsto per la quantificazione del contributo unificato, deve essere calcolato in base al valore dei crediti per tributi – al netto di interessi, sanzioni (salvo che le sanzioni non costituiscano un accessorio al tributo per cui si procede, bensì pretesa autonoma) e altri oneri accessori – per i quali l’Agente della riscossione ha comunicato l’iscrizione del fermo o dell’ipoteca.

Anche nel caso in cui il ricorrente, oltre a contestare vizi propri del fermo o dell’ipoteca, contesti anche i crediti per i quali si procede, si deve far riferimento al valore complessivo dei crediti tributari come detto in precedenza.

Di conseguenza, se il valore complessivo dei crediti tributari sottostanti al fermo o all’ipoteca supera 20mila euro (o 50mila a partire dal 1 gennaio 2018), la lite non è soggetta al procedimento di mediazione anche se le iscrizioni a ruolo contestate abbiano un valore inferiore alla predetta soglia.

In altri termini, quando con lo stesso ricorso il debitore impugni, oltre al fermo o ipoteca con valore superiore a 20mila euro, anche le singole iscrizioni a ruolo di valore inferiore, prevale il rito ordinario di impugnazione su quello speciale del reclamo-mediazione.

Gli stessi criteri si applicano, analogamente, nel caso di impugnazione di una cartella di pagamento che cumula distinte iscrizioni a ruolo anche se eseguite da diversi enti creditori, se si contesta integralmente la cartella per vizi propri, nonché le singole iscrizioni a ruolo per vizi riferiti all’attività degli enti creditori.

Calorie: la giusta distribuzione dei pasti

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Come bilanciare il fabbisogno calorico tra colazione, pranzo e cena?

Avrai certamente sentito dire che la prima colazione deve essere abbondate, che il pranzo deve prevedere un primo e un secondo, che la cena invece deve essere più frugale, possibilmente proceduta da un leggero spuntino di frutta. Questa è la dieta tipica e ideale per ogni persona, dalla più giovane alla più anziana. In realtà, però, i modelli di vita e di lavoro sono cambiati e spesso caotici: non a tutti è consentito rispettare una giusta distribuzione dei pasti. Ciò nonostante è bene sapere quali sono le regole del mangiare corretto perché è proprio da questo che dipende non tanto il nostro peso quanto il benessere generale dell’organismo.

Certo, un corretto apporto di calorie non porterà all’immortalità né garantirà una vita più lunga, ma quantomeno assicurerà le funzioni degli organi interni più importanti, dalle arterie al cuore, dallo stomaco allo stesso cervello.

Volendo approfondire il discorso cerchiamo di tracciare alcune linee guida sulla giusta distribuzione dei pasti.

Tanti o pochi pasti?

L’irregolarità e la rapidità di consumo dei pasti, l’errata scelta dei cibi e il loro frequente eccesso sono ormai un’abitudine radicata nell’italiano medio che, nell’età adulta, presenta spesso molti dei classici disturbi organici legati alIa malnutrizione come l’ipertensione, l’aterosclerosi, il diabete, le affezioni gastrointestinali. Un modo corretto di alimentarsi contempla almeno tre pasti principali nei quali suddividere la maggior parte delle calorie. Le merende possono essere compatibili solo se non compromettono l’equilibrio della giornata, cioè se il loro apporto calorico e limitato e prevalentemente di tipo glucidico. L’deale a questo scopo e il consumo di frutta a metà mattinata o nel pomeriggio.

Gli spuntini troppo frequenti, all’uso anglosassone, sono sconsigliabili perché possono facilmente sfondare il tetto massimo di calorie previste.

Al contrario mangiare solo due o addirittura una volta al giorno causa un sovraccarico brusco dell’apparato digerente, che deve così compiere un superlavoro per poter assimilare la massa di cibo ingerita. L’abbuffata ha inoltre Io spiacevole effetto di richiamare molto sangue allo stomaco e lasciare sguarnito il cervello, dando luogo alla sonnolenza postprandiale, che riduce l’attività cerebrale e fisica.

Quanto tempo tra un pasto e l’altro?

L’intervallo massimo tra un pasto e l’altro non dovrebbe superare le 5-6 ore. Un digiuno prolungato provoca l’abbassamento della quota glicemica del sangue (il carburante umano) e conseguentemente una certa deconcentrazione mentale. Una merenda a base di frutta a meta pomeriggio e senza dubbio un ottimo modo per riequilibrare il contenuto di glucosio del nostro corpo.

Chi può prescrivere la dieta?

Prima di lasciarti ai consigli su come distribuire i pasti nell’arco della giornata, vogliamo darti un importante suggerimento affinché tu possa affidarti a un esperto competente.  Per legge (legge scritta con l’intento di tutelare la salute dei cittadini) solo un medico può prescrivere una dieta e non anche il biologo nutrizionista: quest’ultimo può, tutt’al più, limitarsi a suggerire o consigliare profili nutrizionali. È questo l’indirizzo sposato dalla nostra giurisprudenza in un periodo in cui internet martella di spam con la pubblicità di diete personalizzate, prescritte su misura da sedicenti professionisti.

La Corte di Cassazione ha stabilito [1] che la redazione di schede personalizzate è una competenza che, proprio per le ricadute in termini di salute, può essere esercitata solo da chi è in possesso di uno specifico titolo, come medici, farmacisti, dietisti o biologi. Così testualmente: «L’individuazione dei bisogni alimentari dell’uomo attraverso schemi fissati per il singolo con rigide previsioni e prescrizioni, se non è esclusa per il medico biologo, può competere in via concorrente ad altre categorie professionali per le quali è comunque prescritta l’acquisizione di una specifica abilitazione, quali medici, farmacisti, dietisti, fatte salve le competenze stabilite dalle normative di settore, ma mai, proprio per le ricadute in termini di salute pubblica che tali prescrizioni assumono, essere esercitate da persone che siano prive di competenza in tema sanitario».

La prima colazione

Dal punto di vista alimentare è vero che il buongiorno si vede dal mattino, cioè dalla prima colazione. Nel nostro Paese questo appuntamento quotidiano e il più delle volte trascurato se non addirittura ridotto a una semplice tazzina di caffé zuccherato. Iniziare Ia giornata a stomaco pieno è importantissimo sia per gli adulti sia per i più piccoli, perché solo così si dispone dell’energia occorrente per dare inizio alla nuova giornata e ristabilire ii giusto tasso di glucosio nel sangue.

Un ragazzo che salta metodicamente Ia prima colazione rischia disturbi organici anche seri, come Ia produzione di acetone nell’urina (l’organismo reagisce alla mancanza di zuccheri mobilitando i grassi depositati nei tessuti adiposi e produce così acetone).

La prima colazione deve essere un pasto vero e proprio e coprire almeno il 20% del fabbisogno calorico quotidiano.

Nella tradizione anglosassone e scandinava Ia prima colazione, a base di uova, pancetta, insaccati, formaggi, diventa addirittura il pasto più importante della giornata.

La prima colazione all’italiana e invece essenzialmente glucidica, fatta da caffé, latte e yogurt, succhi e spremute di frutta, pane (anche tostato), miele e anche burro (in piccole quantità).

La rapida digestione e assimilazione degli zuccheri semplici innalza velocemente ii valore di glucidi nel sangue.

Il pranzo e la cena

Dopo una colazione mattutina corretta, il pasto di mezzodì risulterà sicuramente più leggero e, generalmente, non sarà causa di torpore pomeridiano. II valore calorico complessivo del pranzo deve aggirarsi intorno al 30-35% del fabbisogno energetico della giornata. La cena serale garantirà le restanti calorie (35-40%), eventualmente diminuite da una merenda a meta pomeriggio.

Quando un pasto si considera corretto?

Un giusto regime alimentare non si può basare solo sui risultati matematici della somma di calorie, glucidi, lipidi e proteine. Infatti, oltre a fornire tutti i principi nutritivi (vitamine, sali, acqua, fibra), esso deve anche rispettare le tradizioni gastronomiche, appagare i sensi e permettere una piacevole convivialità.

Per una buona digestione i cibi poi devono essere compatibili tra loro, cioé non devono mettere in difficoltà il nostro apparato digerente.

Riportiamo di seguito alcuni criteri pratici che possono essere applicati facilmente senza sconvolgere un sistema alimentare consolidato.

  • il  pranzo e Ia cena non devono essere abbondanti e superare il valore calorico prestabilito (compreso ii consumo di pane e, eventualmente, divino);
  • è preferibile che i pasti non siano composti da menu pluriportate (primo piatto, secondo piatto, contorno, frutta, ecc.), bensì da un piatto centrale impegnativo (menu monoportata), preceduto eventualmente da un antipasto leggero o accompagnato da un contorno, entrambi a base di verdure;
  • bisogna imparare a dare un tema nutrizionale al pasto avendo cura di alternarlo nel pasto successivo. Se ad esempio a pranzo consumiamo una preparazione essenzialmente amidacea (pasta, riso, patate), per cena il piatto principale sarà di tipo proteico (carni magre, pesce, formaggi). È chiaro che se si decide di preparare un menu amidaceo, questo non significa che Ia pasta o il riso saranno cotti, scolati e …. basta! II condimento è d’obbligo e può essere vegetale o anche di origine animale, per esempio di pesci, molluschi, o formaggi (purché Ia quantità di condimento sia limitata);
  • è bene porre molta attenzione al consumo di proteine di origine animale. Purtroppo gli alimenti ricchi di questo nutriente (carni, pesce, uova, formaggi) sono Ia croce e Ia delizia del nostro ricco modo di alimentarci e possono causare seri disturbi nel lungo periodo. È opportuno, quindi, consumare legumi (anche surgelati), ricchi di proteine vegetali;
  • durante i pasti e bene limitare il consumo di bevande in genere. La migliore bevanda è l’acqua non gassata. Non bere né latte né bibite analcoliche zuccherate;
  • evitare (o limitare al massimo) le cotture che appesantiscono Ia digestione e che prevedono l’impiego abbondante di grassi di condimento (frittura, rosolatura in burro, in olio ecc.);
  • a pranzo come a cena devono trovare posto come antipasto e come contorno preparazioni a base di verdura cotta o cruda. Quest’ultima dovrebbe comunque essere consumata durante Ia giornata per rifornire adeguatamente l’organismo delle vitamine termolabili che si perdono con il riscaldamento e Ia cottura degli alimenti;
  • è preferibile non consumare Ia frutta al termine dei pasti per evitare che i succhi digestivi si diluiscano facendola fermentare nello stomaco. Molto meglio a meta mattina o durante il pomeriggio;
  • concludere il pranzo o Ia cena con un dolce none una buona abitudine. Non e comunque il caso di rinunciare completamente ai dolci, basta consumarli saltuariamente come merenda.

Che fare se l’assemblea di condominio non prende una decisione?

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mancato funzionamento dell’assemblea: che succede se, nonostante sia necessario prendere una decisione, durante la riunione di condominio non si riesce a votare perché magari nessuno si presenta e non si forma il quorum?

Nel tuo condominio si sono formate tre diverse “fazioni”. La prima è composta dai condomini più diligenti e pignoli: si presentano sempre in assemblea, sono attenti alla manutenzione del palazzo e alle incombenze da adempiere. La seconda è invece fatta da chi vorrebbe risparmiare quanto più possibile; così, quando c’è da votare su una spesa, chiede sempre svariati preventivi e tende ad allungare i tempi. La terza è invece costituita dagli “indifferenti”: si tratta dei condomini che non partecipano mai alle riunioni e che non hanno mai espresso un voto. In queste condizioni è spesso difficile prendere decisioni. Così, le numerose convocazioni indette dall’amministratore sono spesso risultate inutili. Da questa situazione però stanno derivando numerosi danni al condominio. Intanto è diventato difficile approvare il rendiconto di gestione e la ripartizione delle spese, tant’è che l’amministratore non riesce a recuperare le morosità. C’è poi da decidere sul rinnovo o l’eventuale sostituzione dello stesso amministratore. Non in ultimo bisogna deliberare su una serie di interventi straordinari e urgenti che minacciano di provocare danni a terzi. In situazioni di questo tipo, in cui è palese il mancato funzionamento dell’assemblea, come bisogna comportarsi? Cosa prevede la legge se, alle riunioni, non si riesce a raggiungere una maggioranza? Detto in altri termini, che fare se l’assemblea di condominio non prende una decisione?

La questione è stata, di recente analizzata da una sentenza del Tribunale di Roma [1].

Quando è possibile ricorrere in tribunale in caso di inerzia dell’assemblea?

Come noto, tutta la vita di un condominio dipende dalle decisioni che assume l’assemblea. L’amministratore non è che l’organo esecutivo della volontà dei condomini. L’assemblea è pertanto chiamata a decidere, tra le tante attribuzioni, in merito alla nomina e conferma dell’amministratore e all’eventuale sua retribuzione, all’approvazione del preventivo delle spese occorrenti durante l’anno e alla relativa ripartizione tra i condomini, all’approvazione del rendiconto annuale dell’amministratore e all’impiego del residuo attivo della gestione ed in relazione alle opere di manutenzione straordinaria, costituendo, se occorre, un fondo speciale.

Quando i condomini non riescono a deliberare per il mancato raggiungimento di una maggioranza succede che non si riesca a prendere i provvedimenti necessari per gestire la comunione. In tal caso, ogni proprietario di appartamento può richiedere l’intervento del tribunale. Il giudice si sostituirà alla volontà dell’assemblea e deciderà per il meglio del condominio.

In particolare, l’intervento del giudice si può richiede quando l’assemblea:

  • non viene convocata dall’amministratore;
  • non funziona perché non è possibile al suo interno la formazione della maggioranza necessaria per deliberare;
  • adotta delle delibere che però non vengono eseguite;
  • non si riesce a nominare l’amministratore.

In buona sostanza, qualora non si prendano i provvedimenti necessari alla gestione della cosa stessa oppure non si formi una maggioranza o, ancora, nel caso la deliberazione adottata non viene eseguita, ciascuno dei partecipanti al condominio può ricorrere all’autorità giudiziaria. Ad esempio si può ricorrere in tribunale quando:

  • il mancato funzionamento dell’assemblea attiene ad attività di ordinaria amministrazione e comunque riguarda spese necessarie per conservare l’immobile comune e diverse da quelle correnti;
  • non viene eseguita la votazione già adottata dall’assemblea ma solo quando essa ha ad oggetto attività necessarie per la conservazione dell’immobile. Restano così escluse quelle aventi oggetto futile o voluttuario.

Al contrario non si può agire in tribunale contro una delibera regolarmente approvata dalla maggioranza. Se ci sono ragioni per contestare la legittimità della votazione bisogna proporre opposizione entro 30 giorni. In questo caso però il tribunale non si sostituisce alla volontà dei condomini ma annulla la decisione illegittima. Spetterà all’assemblea quindi sostituirla con un’altra valida e regolare.

Un caso tipico in cui si può ricorrere in tribunale è quando dal lastrico solare o dal tetto si verifichino infiltrazioni di acqua che vanno a incidere sulla proprietà del condomino dell’ultimo piano così determinando un danno al suo appartamento. Ebbene, se l’assemblea non si mette d’accordo sull’avvio dei lavori, il danneggiato può far sostituire la volontà del giudice a quella dell’assemblea, obbligando quest’ultima ad affidare l’incarico a una ditta specializzata. Lo stesso dicasi se c’è un cornicione pericolante che rischia di cadere in testa ai passanti e gli altri condomini non deliberano sulla sua riparazione.

Chi può ricorrere al tribunale se l’assemblea non riesce a prendere una decisione?

Tutte le volte in cui l’assemblea non riesce a prendere una decisione e da ciò derivi un pregiudizio per il condominio, ogni singolo condomino può rivolgersi in tribunale e chiedere l’intervento del giudice. È necessario il deposito di un ricorso con l’assistenza del proprio avvocato di fiducia. Il tribunale competente è quello del luogo ove è situato l’immobile.

Il procedimento non è di natura contenziosa ma di volontaria giurisdizione [2]: in altri termini non si instaura una vera e propria causa con le prove e quant’altro, ma viene emessa una decisione in camera di consigli. Eventualmente il tribunale può decidere di assumere, se lo ritiene, informazioni ulteriori rispetto a quanto prospettato dalla parte in sede di ricorso.

A seconda della richiesta avanzata, il tribunale può:

  • prendere una decisione al posto dell’assemblea su singoli atti;
  • nominare un amministratore giudiziario, se lo ritiene necessario per la corretta gestione dell’immobile. Ciò succede quando la situazione è tale da rendere impossibile la normale gestione

Che succede se non si riesce a nominare un amministratore

Potrebbe infine succedere che l’assemblea non riesce a prendere una decisione in merito alla sostituzione dell’amministratore o al rinnovo dell’incarico. Anche in questo caso uno o più condomini possono rivolgersi al tribunale, affinché sia il giudice ad effettuare la nomina.

Anche l’amministratore dimissionario può rivolgersi al tribunale.

Gli interessati alla nomina devono presentare un ricorso diretto al Presidente del Tribunale nella cui circoscrizione si trova il condominio, spiegando le motivazioni della mancata nomina.

L’amministratore nominato dal Tribunale ha gli stessi obblighi, poteri  e responsabilità dell’amministratore di nomina assembleare, e il suo compenso è determinato dall’assemblea dei condomini, salvo disaccordo, nel qual caso, su richiesta dell’amministratore giudiziario, verrà stabilito dal giudice.

Avvocati: cassa di previdenza e contributo di solidarietà

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le Casse di previdenza dei professionisti hanno urgente bisogno di una legge che consenta loro di istituire il contributo di solidarietà

La vicenda è annosa ma, dopo ripetuti interventi della Suprema Corte di Cassazione, è urgente che il legislatore nazionale intervenga. Facciamo il punto dello stato dell’arte.

Nel 2004 le Cassa di Previdenza dei Dottori Commercialisti e dei Ragionieri, optando con lungimiranza al sistema di calcolo contributivo della pensione, hanno imposto, sulla quota reddituale delle pensioni, un contributo di solidarietà di durata quinquennale, prorogabile per altre tre volte.

Molti iscritti si sono ribellati e hanno avviato il contenzioso giudiziario.

Il primo contributo di solidarietà è stato dichiarato illegittimo con sei sentenze gemelle del 2009 (n. 25029, 25211, 25301, 25300, 25030, 25212) affermando la seguente massima: «In materia di trattamento previdenziale, gli enti previdenziali privatizzati non possono adottare – in funzione dell’obiettivo di assicurare l’equilibrio di bilancio e la stabilità della gestione – atti o provvedimenti che, lungi dall’incidere sui criteri di determinazione del trattamento pensionistico, impongano un contributo di solidarietà su un trattamento che sia già determinato in base ai criteri a esso applicabili, dovendosi ritenere tali atti incompatibili con il rispetto del principio del pro rata – che è stabilito in relazione alle anzianità già maturate, le quali concorrono a determinare il trattamento medesimo – e lesivi dell’affidamento dell’assicurato a conseguire una pensione di consistenza proporzionale alla quantità dei contributi versati».

Ugualmente è stato fatto per il contenzioso sul secondo contributo di solidarietà (Cassazione n. 12338/16, 53/15 e 26102/14).

Attualmente è in corso il contenzioso sul terzo contributo di solidarietà per il quinquennio 2014 – 2018.

Nelle more è intervenuta la Corte Costituzionale, prima con ordinanza n. 22/03, affermando che «alla luce della giurisprudenza della Corte, il contributo di solidarietà, non potendo essere configurato come un contributo previdenziale in senso tecnico, va inquadrato nel genus delle prestazioni patrimoniali imposte per legge, di cui all’art. 23 della Costituzione, costituendo una prestazione patrimoniale avente la finalità di contribuire agli oneri finanziari del regime previdenziale dei lavoratori», poi con la sentenza n. 173/16 con la quale la Corte Costituzionale ha confermato la natura di prestazione patrimoniale del contributo di solidarietà e, in quanto tale, soggetta a riserva di legge ex art. 23 Costituzione.

Il 10 dicembre 2018 è stata pubblicata la sentenza n. 31875/18 della Suprema Corte di Cassazione la quale, nonostante che la Procura Generale avesse concluso per la rimessione della questione alle Sezioni Unite, ha confermato i suoi precedenti arresti affermando che: «Appare utile, al fine di confermare l’estraneità del contributo di solidarietà ai criteri di determinazione del trattamento pensionistico e conseguentemente anche al principio del necessario rispetto del pro rata, richiamare, altresì, la recente sentenza della Corte Costituzionale n. 173/2016 che, nel valutare l’analogo prelievo disposto dall’art. 1, comma 486, legge n. 147/2013, ha affermato che si è in presenza di un prelievo inquadrabile nel genus delle prestazioni patrimoniali imposte per legge, di cui all’art. 23 Cost., avente la finalità di contribuire agli oneri finanziari del sistema previdenziale (sentenza n. 178/2000; ordinanza n. 22/2003). Sulla base delle considerazioni che precedono deve concludersi nel senso che esula dai poteri riconosciuti dalla normativa la possibilità per le Casse di emanare un contributo di solidarietà in quanto, come si è detto, esso, al di la del suo nome, non può essere ricondotto a un «criterio di determinazione del trattamento pensionistico», ma costituisce un prelievo che può essere introdotto solo dal legislatore. Le ragioni che hanno indotto questa Corte a ritenere che tra i poteri della Cassa non vi sia anche quello di applicare ai pensionati un contributo di solidarietà consente di escludere che la citata e recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha concluso per la legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 486 della legge finanziaria del 2014 (ritenendo sussistere sia pur al limite, rispettate nel caso dell’intervento legislativo in esame le condizioni della Corte enunciate per la legittimità dell’intervento quali operare all’interno del complessivo sistema della previdenza; essere imposto dalla crisi contingente e grave del predetto sistema; incidere sulle pensioni più elevate (in rapporto alle pensioni minime); presentarsi come prelievo sostenibile; rispettare il principio di proporzionalità; essere comunque utilizzato come misura una tantum) possa incidere sulle conclusioni qui assunte».

È vero che la Terza Sezione del TAR Lazio, con le sentenze n. 8994 e 8995 del 20.08.2018, ha respinto i ricorsi presentati da alcuni pensionati che avevano impugnato l’atto del Ministero del Lavoro approvativo della delibera n. 63 del Consiglio di Amministrazione della Cassa dei Giornalisti del 28.09.2016 che aveva istituito un contributo straordinario di partecipazione al riequilibrio finanziario della gestione previdenziale da applicare, in via temporanea per la durata di tre anni, a decorrere dal 01.01.2017, a tutti i trattamenti di pensione con percentuali crescenti così confermando la piena legittimità del provvedimento perché la misura è stata adottata nel perseguimento del fine di riequilibrio finanziario giustificato, se non imposto, dalla crisi contingente e grave del sistema previdenziale nel quale opera, prelievo che incide solo sulle pensioni più elevate e quindi oggettivamente sostenibile così rispettando il principio di proporzionalità e di misura una tantum senza possibilità di reiterazione, ma il consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale impone un rapido intervento del Parlamento per meglio definire, e in questo caso implementare, i paletti dell’autonomia normativa delle Casse privatizzate per esempio, cogliendo l’insegnamento della Suprema Corte, con l’attribuire agli emanandi regolamenti delle Casse la configurazione di regolamenti di delegificazione di cui alla l. n. 400/1988, art. 17, comma 2, che indica i regolamenti di delegificazione come quelli destinati a sostituire, in materie non coperte da riserva assoluta di legge, preesistenti disposizioni legislative statali, in conformità a nuove norme generali regolatrici della materia stabilite con legge, e con effetto di abrogazione differita delle disposizioni legislative sostituite sicché a essi sia consentito di derogare a disposizioni collocate a livello primario, quali sono quelle dettate proprio per le Casse privatizzate a cominciare dalla l. n. 335/1995, art. 3, comma 12, che ha natura di norma imperativa inderogabile dell’autonomia normativa delle Casse privatizzate.

Delle due l’una: o si consente alle Casse di previdenza dei professionisti di operare al meglio nell’ambito dell’autonomia normativa e gestionale al fine di garantire la sostenibilità di lungo periodo e la corresponsione delle prestazioni secondo criteri di equità intergenerazionale, oppure è meglio riportare la previdenza dei professionisti nell’INPS che ai già 22,5 milioni di iscritti ben potrà aggiungere il milione e 600 mila di professionisti.

Nell’incertezza normativa e con il susseguirsi di sentenze contrarie all’equità intergenerazionale che si realizza proprio attraverso il contributo di solidarietà, non si può andare avanti positivamente.

Questo lo dice lei.

Il filosofo Russell diceva che il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.

Impugnazione cartella di pagamento per vizi propri

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i vizi propri della cartella esattoriale: dalla notifica alla prescrizione, dalla motivazione ai criteri di calcolo degli interessi. Quando fare opposizione. 

Avrai sicuramente sentito parlare dei numerosi ricorsi contro le cartelle di pagamento.  Noi stessi abbiamo pubblicato più di una guida sull’argomento (leggi ad esempio Come difendersi da Agenzia Entrare Riscossione). Tuttavia vincere una causa di questo tipo non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Questo perché, quando arriva la cartella esattoriale, ogni possibile contestazione contro il tributo o la sanzione di cui si chiede il pagamento è ormai impossibile. La legge, difatti, prevede una decadenza che, di norma, è di 60 giorni dalla notifica del primo atto di accertamento (30 giorni per le contravvenzioni stradali). Ad esempio se la Regione ti ha invitato a pagare il bollo auto e tu ritieni che l’imposta non sia dovuta (magari perché afferente a una annualità nella quale non eri più proprietario del mezzo) hai due mesi per contestare la richiesta di pagamento; se lasci scadere questo termine l’atto diventa definitivo e non hai più modo per opporti neanche alla successiva cartella. Ciò non vuol dire però che contro la cartella non vi sia possibilità di opporsi, ma tale possibilità è consentita unicamente per vizi inerenti alla formazione della cartella stessa e non ai precedenti atti del procedimento amministrativo. È proprio questo che si intende quando si dice che è ammissibile solo l’impugnazione della cartella di pagamento per vizi propri.

Se non hai ben chiaro come stanno le cose e ti stai ancora interrogando su come impugnare una cartella esattoriale non devi temere: qui di seguito ti forniremo una guida su come muoverti. In tal modo ti sarà più semplice stabilire il tipo di difesa da improntare e quali contestazioni opporre ad Agenzia Entrate Riscossione (o all’Esattore locale).

Cartella di pagamento: come funziona?

Se stai leggendo questa guida è perché, probabilmente, ancora non hai ben chiaro come funziona una cartella esattoriale. La cartella è il primo atto della procedura di riscossione forzata, volta al recupero di somme dovute dai cittadini allo Stato. Ma prima di essa, il debitore viene messo in condizioni di conoscere l’irregolarità commessa con la notifica di un avviso o di una contestazione. Ad esempio, per gli illeciti tributari c’è sempre una previa fase amministrativa che culmina in un accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate; per le violazioni del codice della strada viene spedita la classica “multa” a casa dell’automobilista da parte della polizia; per l’omesso versamento dei contributi previdenziali arriva l’accertamento dell’Inps, ecc. Solo di rado il contribuente riceve direttamente la cartella esattoriale: ciò succede quando gli importi non versati sono già certi derivando da un’autocertificazione dello stesso contribuente (si pensi all’Imu, alla Tari, all’Irpef non versato nonostante il regolare invio della dichiarazione dei redditi, ecc.).

La cartella quindi non serve ad accertare l’illecito – che è già stato accertato dalla pubblica amministrazione – ma è un titolo esecutivo che preannuncia l’avvio di un probabile pignoramento.

Che fare prima dell’arrivo della cartella di pagamento?

Chi ritiene di non dovere gli importi che gli sono stati richiesti dall’amministrazione o di dover versare una somma inferiore, è tenuto a fare opposizione contro il primo atto di accertamento (la multa, l’accertamento fiscale, la richiesta dei contributi, ecc.). Per ognuno di questi atti la legge fissa un termine perentorio per ricorrere: ad esempio 60 giorni per quanto riguarda le imposte, 30 per quanto riguarda le sanzioni amministrative, 40 per i contributi previdenziali.

Una volta scaduto questo termine non è più possibile sollevare qualsiasi tipo di contestazione relativa al “merito” ossia alla legittimità, all’esistenza o alla consistenza del debito. Ad esempio, se il contribuente ritiene di aver già versato l’imposta e ciò nonostante ha fatto scadere i termini di ricorso, l’accertamento diventa definitivo e non c’è più modo di metterlo in discussione. Se la contravvenzione stradale è palesemente illegittima perché il mezzo non è quello dell’automobilista o perché l’autovelox non è segnalato, oltre i 30 giorni dalla notifica non è più possibile opporsi e bisognerà pagare.

Vero è che il cittadino può sempre proporre – senza limiti temporali e quindi anche a termini scaduti – un ricorso in autotutela, chiedendo all’ente di sgravare la pretesa di pagamento perché palesemente illegittima. È sancito del resto dalla Costituzione il principio secondo cui la PA agisce secondo efficienza e imparzialità. Ed è anche vero che, nonostante i termini per il ricorso al giudice siano scaduti, in presenza di una situazione palesemente ingiusta, l’amministrazione deve cancellare la sua pretesa (questo, del resto, è stato l’ammonimento più volte ribadito dalla Cassazione e dal Garante del Contribuente). Tuttavia, se lo sgravio non dovesse avvenire, il cittadino non avrebbe armi di difesa.

Attenzione a un ultimo importante aspetto: la presentazione di un ricorso in autotutela, in pendenza ancora dei termini per sollevare l’impugnazione in tribunale, non sospende il decorso di tale termine. Per cui, se l’ente non dovesse rispondere, sarà bene preparare la carta giudiziale.

Che fare dopo l’arrivo della cartella di pagamento?

Da quanto abbiamo sinora detto avrai compreso che, una volta scaduti i termini per il ricorso contro il primo atto di contestazione, non hai possibilità di rimettere in discussione il debito in sé. Ma la cartella può presentare vizi sorti nel momento della sua formazione o successivamente. Questi sono i cosiddetti vizi propri della cartella. Trattandosi di motivi di contestazione che il cittadino non poteva conoscere prima ancora dell’arrivo della cartella, vien da sé che questi potrà farli valere solo con la cartella stessa. Ed ecco perché è consentito ricorrere contro quest’ultima. Anche in questo caso, però, i termini sono perentori: 60 giorni per le cartelle relative a imposte, 30 per le cartelle relative a multe, 40 per le cartelle relative a contributi Inps e Inail.

In questo modo il contribuente può contestare il metodo di formazione della cartella e tutti gli eventi verificatisi successivamente. Ma, materialmente, quali sono i vizi propri della cartella esattoriale? Qui di seguito proveremo a fare un elenco che, tuttavia, non può essere considerato esaustivo, attesa la moltitudine di ipotesi che possono verificarsi.

Quali sono i vizi propri della cartella esattoriale?

La giurisprudenza ha evidenziato alcuni vizi tipici della cartella esattoriale che, sebbene debba essere compilata secondo un modello ministeriale, è a volte errata. Ecco alcuni esempi:

  • cartella priva di motivazione: la cartella deve indicare le ragioni a fondamento della sua emissione, anche richiamando gli atti precedenti del procedimento. Se non è sufficientemente motivata è illegittima;
  • cartella prima del criterio di calcolo degli interessi: la cartella deve spiegare come si è giunti a calcolare gli interessi specificando il tasso applicato per ogni singola annualità;
  • cartella notificata con pec in formato pdf: secondo alcuni giudici le cartelle notificate per posta elettronica certificata devono contenere l’allegato in formato p7m e non pdf; solo il primo infatti attesta la genuinità del contenuto e la sua immodificabilità;
  • cartella caduta in prescrizione: ben potrebbe essere che la cartella, pur se corretta, sia caduta in prescrizione per il decorso del tempo. Si tenga conto che la prescrizione viene interrotta da ulteriori solleciti di pagamento, dal preavviso di fermo o di ipoteca;
  • cartella mai notificata: il vizio dell’omessa notifica della cartella non può mai essere contestato impugnando la cartella stessa poiché il ricorso sana la nullità. Difatti con l’impugnazione il contribuente tacitamente ammette di aver ricevuto l’atto (altrimenti non potrebbe impugnarlo) e quindi dimostra che la notifica ha raggiunto il suo scopo. Il contribuente deve allora attendere il successivo atto dell’esattore (ad esempio un pignoramento) e poi, in quella sede, contestare quest’ultimo deducendo l’omessa notifica della cartella;
  • cartella emessa dopo il termine di decadenza: la legge fissa un termine variabile di solito pari a due anni per la notifica della cartella dal giorno in cui il tributo è stato iscritto a ruolo (la data è riportata sulla cartella stessa);
  • cartella già pagata o sospesa dall’autorità amministrativa o dal giudice;
  • cartella prima dell’indicazione del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo;
  • cartella priva di uno dei suoi contenuti essenziali ossia:  l’intimazione al pagamento della cifra risultante dal ruolo entro il termine di 60 giorni dalla notifica, con l’avvertimento che, in difetto, si procederà a esecuzione forzata; l’indicazione della data in cui il ruolo è stato reso esecutivo; il numero identificativo della cartella; l’ente titolare del credito per il quale l’esattore sta agendo (per es. Inps, Comune, Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, ecc.); la specie del ruolo; generalità del debitore (per es. codice fiscale, dati anagrafici, ecc.); l’anno o il periodo di riferimento del credito; l’importo di ogni articolo di ruolo; il totale degli importi iscritti a ruolo; il numero delle rate in cui il ruolo deve essere riscosso, l’importo e la cadenza di ciascuna di esse; l’indicazione sintetica degli elementi sulla base dei quali è stata fatta l’iscrizione a ruolo: si tratta, cioè, dell’indicazione dei presupposti e delle motivazioni che hanno determinato la decisione dell’amministrazione; qualora l’iscrizione a ruolo sia conseguente a un atto notificato in precedenza, devono essere indicati gli estremi di tale atto e la relativa data di notifica oppure l’atto stesso va allegato; l’avviso che, in caso di mancato pagamento, l’agente della riscossione potrà procedere ad acquisire, in via stragiudiziale, i dati relativi a eventuali crediti vantati dallo stesso debitore nei confronti di terzi, al fine dello svolgimento di eventuali azioni di espropriazione; l’indicazione del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo, nonché di quello di emissione e notifica della cartella stessa.

Carta famiglia 2019

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Carta bonus per le famiglie numerose: come funziona, chi ne ha diritto, quali vantaggi offre, compatibilità con le altre misure a sostegno del reddito.

Nel 2019, nonostante l’operatività del reddito di cittadinanza, potrà continuare ad essere richiesta ed utilizzata la carta famiglia: questa misura, istituita dalla legge di Stabilità 2016 [1] e diventata operativa lo scorso anno grazie alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del relativo decreto attuativo [2], è difatti compatibile con tutti i sussidi a sostegno della famiglia, compreso il nuovo reddito di cittadinanza.

La carta famiglia non deve essere confusa con la carta Rei o con la vecchia Social card, né con la nuova tessera tramite la quale sarà erogato il sussidio di cittadinanza: reddito di cittadinanza, Rei e Social card, difatti, sono vere e proprie prestazioni economiche, dei sussidi a sostegno della famiglia. Con queste carte, difatti, è possibile acquistare beni e servizi essenziali e pagare le utenze. La carta Rei, in particolare, offre la possibilità di prelevare contanti sino alla metà dell’importo mensile riconosciuto e dà diritto a degli sconti sugli acquisti nei negozi e nelle farmacie convenzionate e a delle riduzioni delle bollette di energia elettrica e gas.

La carta famiglia, invece, non eroga direttamente un contributo al nucleo familiare, né consente di acquistare beni o servizi o di pagare utenze, ma dà diritto unicamente a sconti ed agevolazioni per l’acquisto di beni e servizi, anche di prima necessità.

Ma procediamo per ordine e vediamo come funziona la carta famiglia 2019, chi ne ha diritto e come ottenerla.

A chi spetta la carta famiglia 2019

Hanno diritto alla carta famiglia 2019 i nuclei familiari, italiani e comunitari, regolarmente residenti nel territorio italiano, con almeno tre componenti sino ai 26 anni di età.

Il nucleo, per ottenere la carta, deve avere un indice Isee (l’indicatore con cui, in pratica, si misura la ricchezza della famiglia)in corso di validità non superiore a 30mila euro.

Per il 2019, le modalità di rilascio devono essere stabilite da un decreto del presidente del Consiglio e del ministro delegato per le politiche della famiglia, da emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge.

Come si chiede la carta Famiglia 2019

Per ottenere la carta famiglia per il 2019 ci si dovrà ci si deve rivolgere direttamente al proprio comune di residenza, producendo la dichiarazione Isee (Dsu) che attesti il possesso di un indicatore Isee entro i 30 mila euro.

Per il rilascio della carta è necessario il pagamento degli interi costi di emissione.

Come funziona la carta Famiglia 2019

La carta Famiglia è una tessera che deve riportare obbligatoriamente i seguenti elementi:

  • sul retro, il logo del Comune che l’ha emessa;
  • il numero progressivo della tessera, preceduto dal codice Comune;
  • i dati anagrafici e il codice fiscale dell’intestatario;
  • il luogo e la data di emissione;
  • la data di scadenza.

La validità della carta è di due anni: la carta famiglia in corso di validità permette di accedere a particolari sconti e tariffe per l’acquisto di specifici beni o servizi.

Per fruire del servizio è necessario presentare a chi vende il bene o presta il servizio, oltre alla carta, anche un documento di riconoscimento in corso di validità al partner convenzionato.

A quali sconti dà diritto la carta Famiglia 2019

La carta famiglia 2019 dà diritto a sconti e agevolazioni per l’acquisto dei seguenti beni e servizi:

  • prodotti alimentari;
  • bevande analcoliche;
  • prodotti per la pulizia della casa;
  • prodotti per l’igiene personale;
  • articoli di cancelleria e cartoleria;
  • libri e sussidi didattici;
  • medicinali, prodotti farmaceutici e sanitari;
  • strumenti e apparecchiature sanitari;
  • abbigliamento e calzature;
  • fornitura di acqua, elettricità, gas e altri combustibili per il riscaldamento;
  • raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani;
  • servizi di trasporto;
  • servizi ricreativi e culturali, musei, spettacoli e manifestazioni sportive;
  • palestre e centri sportivi;
  • servizi turistici, impianti alberghi e altri servizi di alloggio;
  • impianti turistici e del tempo libero;
  • servizi di ristorazione;
  • servizi socioeducativi e di sostegno alla genitorialità;
  • istruzione e formazione professionale.

Gli sconti saranno decisi dai fornitori dei beni e dei servizi. Negli esercizi in cui si applicano le convenzioni sarà esposto:

  • il bollino «Amico della famiglia», se sono concessi sconti, riduzioni o agevolazioni pari o superiori al 5% rispetto al normale prezzo di listino o all’importo ordinario;
  • il bollino «Sostenitore della famiglia», se sono concessi sconti, riduzioni o agevolazioni pari o superiori al 20% rispetto al normale prezzo di listino o all’importo ordinario. Il decreto prevede, infine, un sito istituzionale con l’elenco di tutti i soggetti convenzionati.

Quali sono le altre agevolazioni per le famiglie?

Lo Stato, a favore delle famiglie, prevede diversi aiuti: alcuni sostegni, come il premio nascita e il bonus famiglie numerose, spettano ai nuclei familiari a prescindere dal reddito, mentre la maggior parte delle misure è riconosciuta in base alla situazione economica e patrimoniale.

Dal 2019, gli aiuti dello Stato offre alle famiglie non saranno cancellati e sostituiti col reddito di cittadinanza, come inizialmente si temeva a causa dell’esiguità delle risorse disponibili, ma saranno rifinanziati, ed alcuni addirittura maggiorati: è quanto recentemente emerso dagli emendamenti presentati alla legge di Bilancio.

In particolare, per il 2019 è ancora operativo il premio nascita, o bonus mamma domani, che è diventato una misura strutturale, cioè permanente. Resta in piedi anche il buono nido, incrementato, e sono rifinanziati sia il voucher per i servizi di baby-sitting che i contributi per la frequenza del nido, a favore delle madri lavoratrici che rinunciano al congedo parentale.

Torna anche il bonus bebè, maggiorato: in particolare, le famiglie avranno diritto a una maggiorazione dell’importo mensile pari al 20% per il secondo figlio, ottenendo un bonus sino a 192 euro mensili.

L’agevolazione più efficace sarà comunque il reddito di cittadinanza, che consentirà alle famiglie con Isee sotto i 9.360 euro, che soddisfano le condizioni patrimoniali e reddituali richieste, di beneficiare di un sostegno completo.

Per saperne di più:  Famiglia, gli aiuti che ti dà lo Stato.

Sequestro e fermo amministrativo: differenza

Posted on : 12-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è il sequestro amministrativo? Quando si applica il fermo amministrativo? Quali sono le differenze tra fermo e sequestro?

Sicuramente avrai sentito parlare di sequestro e di fermo amministrativo, soprattutto a proposito delle autovetture; entrambi sono provvedimenti negativi, nel senso che limitano la disponibilità di un bene (normalmente, come detto, si tratta dell’automobile). Tra fermo e sequestro, però, corrono delle differenze: in effetti, in entrambi i casi non potrai più utilizzare la cosa oggetto del provvedimento sanzionatorio e, nel caso in cui trasgredirai al divieto, andrai incontro a sanzioni pecuniarie salate. Questi elementi comuni, però, non devono far passare in secondo piano le profonde diversità tra i due istituti giuridici: come ti dirò nel corso di questo articolo, sequestro e fermo hanno finalità differenti e si applicano solamente al ricorrere di determinate condizioni, diverse a seconda del provvedimento. Ad esempio, il fermo amministrativo è sanzione tipica del codice della strada; anche il sequestro amministrativo lo è, ma esso può essere applicato anche in altre occasioni, come ad esempio nell’ipotesi di sequestro amministrativo di cani. Ciò detto, se sei interessato a questo argomento perché appassionato di questioni giuridiche oppure, più semplicemente, perché anche tu sei incappato in un sequestro o in un fermo, allora ti consiglio di proseguire nella lettura del presente articolo: ti spiegherò la differenza tra sequestro e fermo amministrativo.

Sequestro: cos’è?

Per comprendere la differenza tra sequestro e fermo amministrativo devo necessariamente spiegarti cosa sia l’uno e cosa sia l’altro. Cominciamo dal sequestro. Normalmente, il sequestro è un provvedimento sanzionatorio che viene comminato nel caso in cui una persona trasgredisca ad una norma. Il sequestro è istituto giuridico generale, nel senso che è conosciuto praticamente in ogni ramo del diritto, sia esso civile, penale, amministrativo, ecc.

Il sequestro comporta sempre la sottrazione di un bene al suo legittimo titolare o possessore: un bene sequestrato, in pratica, viene reso indisponibile a chi vanta su di esso dei diritti. L’indisponibilità può essere materiale, quando si traduce nella sottrazione fisica del bene, ovvero giuridica, quando la cosa resta presso il suo titolare, ma questi non può validamente utilizzarla.

Sequestro amministrativo: cos’è?

In ambito amministrativo, il sequestro scatta ogni volta che sia violata una norma di legge alla quale, però, non consegue una sanzione penale, bensì una meramente economica. Classico esempio di sequestro amministrativo è il sequestro dell’auto previsto dal codice della strada tutte le volte in cui si debba procedere alla confisca del veicolo (ad esempio, nelle ipotesi di guida in stato di ebbrezza o sotto sostanze stupefacenti). Lo scopo è sempre di tipo cautelativo: evitare che la libera disponibilità del bene possa impedire l’applicazione della misura finale, cioè della confisca del mezzo. Il sequestro, quindi, è necessariamente provvisorio, mentre la confisca consiste in una pena accessoria che viene comminata a seguito di condanna e che consiste in una vera e propria espropriazione a favore dello Stato.

Secondo il codice della strada [1], nell’ipotesi in cui è prevista la sanzione accessoria della confisca amministrativa, l’organo di polizia che accerta la violazione provvede al sequestro del veicolo o delle altre cose oggetto della violazione facendone menzione nel verbale di contestazione della violazione. L’auto sequestrata viene comunque lasciata al proprietario, il quale è nominato custode con l’obbligo di depositare il veicolo in un luogo di cui abbia la disponibilità o di custodirlo, a proprie spese, in un luogo non sottoposto a pubblico passaggio, provvedendo al trasporto in condizioni di sicurezza per la circolazione stradale.

Fermo amministrativo: cos’è?

Diverso è il fermo amministrativo. Il fermo è una misura cautelativa provvisoria, con effetti indiretti di conservazione della garanzia patrimoniale, che non comporta la materiale sottrazione della vettura alla disponibilità del proprietario, nonostante questa non possa essere utilizzata; anzi, neppure  gli viene impedito di venderla a terzi. Ad esempio, il fermo amministrativo scatta quando non è stato pagato il bollo auto, ovvero in caso di determinate infrazioni al codice della strada, tipo: guida senza patente (perché mai conseguita o perché ritirata o sospesa); circolazione con targa non propria o contraffatta; esercitazione di guida senza istruttore al fianco.

Come per il sequestro, anche il fermo amministrativo comporta l’impossibilità di utilizzare l’auto: il codice dice che l’applicazione della sanzione accessoria del fermo amministrativo del veicolo, comporta la nomina del proprietario (o, in sua assenza, il conducente o altro soggetto obbligato in solido) a custode del mezzo, con obbligo contestuale di cessare la circolazione e di provvedere alla collocazione del veicolo in un luogo di cui abbia la disponibilità ovvero di custodirlo, a proprie spese, in un luogo non sottoposto a pubblico passaggio [2].

Sequestro e fermo: differenze

Avrai già intuito quali sono le principali differenze tra sequestro e fermo: il primo è provvedimento finalizzato alla confisca del bene, confisca che comporta la sottrazione definitiva dello stesso (una sorta di espropriazione a favore dello Stato, in pratica). Il fermo amministrativo, invece, ha una durata temporanea, di solito compresa tra i trenta e i sessanta giorni.

Va aggiunta, inoltre, un’altra cosa. Il fermo amministrativo è sanzione accessoria tipica del codice della strada; il sequestro amministrativo ha invece una portata molto più ampia in quanto, come detto nel secondo paragrafo quando ne abbiamo spiegato in significato, esso riguarda le violazione di qualsiasi norma di natura amministrativa, non soltanto del codice della strada. Il sequestro amministrativo, pertanto, potrà essere disposto dalle competenti autorità anche in ambito totalmente diverso rispetto a quello stradale (ad esempio, in campo igienico-sanitario, di tutela dell’ordine pubblico, ecc.).