Lo stage è sempre retribuito?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tirocini professionali, curricolari, extracurricolari, di reinserimento, per categorie svantaggiate: in quali casi il praticante è retribuito?

Lo strumento più utilizzato per l’inserimento e il reinserimento nel mercato del lavoro è costituito dallo stage, o tirocinio: non si tratta di un vero rapporto di lavoro, ma un periodo di formazione, orientamento o riqualificazione che si svolge all’interno di un’azienda, di un ente (come l’Università) o di uno studio professionale.

Non esiste un’unica forma di rapporto, ma vi sono più tipologie di tirocinio, con regole differenti: si va dal tirocinio extracurricolare, solitamente svolto in azienda, al tirocinio formativo, o curriculare, svolto presso un istituto di formazione, o presso la scuola superiore o l’Università. I praticanti, cioè coloro che devono svolgere il periodo di pratica obbligatorio per affrontare l’esame di Stato ed iscriversi a un albo, devono svolgere il tirocinio professionale. Ci sono poi tirocini dedicati a particolari categorie svantaggiate, come i disabili e gli stranieri.

Ma lo stage è sempre retribuito?

Non trattandosi di un rapporto di lavoro, nel rapporto di stage, o tirocinio, non c’è un vero e proprio datore di lavoro, ma abbiamo tre parti: il tirocinante, l’ente promotore e il soggetto ospitante. Di conseguenza, non essendo prevista una vera e propria prestazione lavorativa, non è prevista una retribuzione, come per i lavoratori dipendenti.

Per alcune tipologie di tirocinio, tuttavia, è prevista un’indennità, o possono essere corrisposti dei rimborsi spese.

Per ogni tirocinio extracurricolare, ad esempio, le linee guida sui tirocini prevedono un’indennità minima da corrispondere allo stagista, pari a 300 euro lordi mensili.

Questo compenso può essere aumentato dalla normativa delle singole regioni e affiancato ad altri incentivi. Ma procediamo per ordine, e facciamo innanzitutto il punto della situazione sulle tipologie di stage esistenti.

Tirocinio formativo e di orientamento extracurricolare

Il tirocinio formativo e di orientamento extracurricolare è un contratto finalizzato alla formazione ed all’orientamento professionale, solitamente destinato a praticanti che si sono diplomati e laureati da poco. La durata minima, in basi alle recenti modifiche normative, è di 2 mesi, e la durata massima di 12 mesi.

Nel dettaglio, per attivare il tirocinio è necessaria una convenzione tra l’ente che promuove lo stage ed il soggetto che ospita il tirocinante (può essere un’impresa, un ente, un’associazione o uno studio professionale). Deve essere poi redatto un progetto formativo specifico, che azienda e stagista devono rispettare, ed assegnato al tirocinante un tutor interno all’ente ospitante ed un referente nell’ente promotore.

Per conoscere tutte le regole: Tirocinio in azienda, come funziona.

Il tirocinio extracurricolare è retribuito?

Lo stagista che svolge tirocinio extracurricolare ha diritto al rimborso spese minimo previsto dalle linee guida sui tirocini.

In particolare, le linee guida prevedono un’indennità minima da corrispondere allo stagista, pari a 300 euro lordi mensili.

Questo compenso può essere aumentato dalla normativa delle singole regioni e affiancato ad altri incentivi:

  • Abruzzo e Piemonte, ad esempio, hanno stabilito che il compenso minimo per lo svolgimento del tirocinio extracurricolare (per 40 ore settimanali), è pari a 600 euro mensili;
  • Sicilia, Veneto, Umbria, Molise e Friuli-Venezia e la Provincia di Trento riconoscono invece un compenso minimo di 300 euro, ma a fronte di 20 ore settimanali di tirocinio; in Veneto assieme a questo compenso minimo sono dovuti anche i buoni pasto;
  • Lombardia, Campania e Lazio riconoscono 400 euro mensili;
  • Toscana e Friuli-Venezia Giulia riconoscono 500 euro mensili per 40 ore settimanali di stage;
  • la Puglia riconosce un compenso minimo mensile di 450 euro e prevede incentivi all’assunzione per le aziende, al termine del percorso.

L’indennità può però essere riconosciuta per intero solo a fronte di una partecipazione minima ai tirocini del 70% su base mensile.

Inoltre, quando il tirocinio è organizzato nell’ambito di un bando pubblico, l’indennità può essere direttamente a carico dell’ente organizzatore del progetto, esonerando l’azienda ospitante dal dover corrispondere compensi.

Tirocinio curriculare

Il tirocinio curricolare è un contratto finalizzato all’apprendimento ed alla formazione degli studenti, durante un percorso di studi.

Per questo motivo, possono sottoscrivere il tirocinio curriculare solo gli studenti delle scuole superiori, dell’Università, o di scuole o corsi di specializzazione convenzionati con enti pubblici.

Il tirocinio curriculare è retribuito?

Il tirocinio curriculare non dà solitamente diritto a rimborsi spese o indennità, ma è salva la possibilità, nel contratto sottoscritto, di un trattamento di miglior favore. Questo tirocinio attribuisce però dei crediti formativi allo studente, se la convenzione è stipulata con un’Università, una scuola secondaria superiore o un istituto convenzionato.

Tirocinio di reinserimento o inserimento lavorativo

Il tirocinio di inserimento o reinserimento lavorativo è uno stage rivolto a disoccupati o inoccupati, compresi i lavoratori in mobilità o cassaintegrazione: la finalità del contratto, che non può durare più di 12 mesi, è evitare l’espulsione di queste persone svantaggiate dal mercato del lavoro, formandole o riqualificandole.

La disciplina dei contratti varia a seconda della regione. Spesso sono previsti fondi pubblici a carico dei quali è riconosciuta un’indennità ai tirocinanti: i bandi sono pubblicati a livello locale, anche nel caso in cui facciano parte di un unico progetto nazionale.

Tirocini per categorie svantaggiate

Possono essere previsti appositi stage promossi a favore di persone particolarmente svantaggiate, come tossicodipendenti, alcolisti, persone con problemi psichiatrici o condannate a misure alternative di detenzione. La finalità di questi tirocini non è solo l’inserimento nel mercato del lavoro, ma soprattutto il recupero psicologico di queste persone ed il loro reinserimento nella società.

Lo stage non può durare oltre 12 mesi. Anche per questi tirocini può essere prevista l’erogazione dell’indennità allo stagista da parte di enti pubblici.

Tirocinio per extracomunitari

I tirocini per extracomunitari sono spesso finanziati da enti pubblici nell’ambito di particolari progetti legati ai decreti flussi: sono promossi a favore degli immigrati e finalizzati alla loro integrazione ed inserimento nella società.

Tirocinio per disabili

I tirocini di formazione e orientamento a favore di persone disabili sono suddivisi in tre categorie:

  • convenzione di inserimento lavorativo;
  • convenzione di integrazione lavorativa;
  • convenzione di programma.

Il tirocinio per disabili può avere una durata massima di 24 mesi. Nella tipologia di stage per disabili più utilizzata, il soggetto ospitante prepara i tirocinanti al lavoro, in vista dell’assunzione presso un’azienda.

Tirocinio professionale

Il tirocinio professionale, o pratica professionale, non ha delle regole uguali per tutti, ma è disciplinato dalla normativa di settore relativa ai diversi ordini professionali.

Il codice deontologico dei consulenti del lavoro, ad esempio, prevedere che, dopo i primi sei mesi di tirocinio, il consulente ha l’obbligo di corrispondere al praticante un rimborso spese forfettariamente concordato.

Nel caso in cui la normativa di settore non preveda diversamente, i rimborsi spese sono a discrezione dello studio ospitante e non obbligatori.

Foto di minori su internet: fino a che età decidono i genitori?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A partire da quale età il consenso prestato dal bambino alla pubblicazione della propria foto sui social network, su Facebook e Instagram, può essere ritenuto valido?

Da quando esistono social network come Facebook e Instagram si è posto subito il problema dell’eventuale possibilità di pubblicare le foto di minorenni senza il consenso dei genitori. E si è arrivati a sostenere l’illegittimità di tale comportamento se la riproduzione non è stata espressamente autorizzata dai genitori. I problemi si sono poi posti nell’individuare l’esatta età a partire dalla quale il giovane può autonomamente decidere di postare una propria immagine su internet o dare il consenso ad altri di farlo. Non è un problema da poco visto che spesso tale consenso è implicito nel posare dinanzi a uno smartphone in modalità fotocamera: il file viene quasi contestualmente caricato online sulla bacheca dei profili, con tanto di tag e menzioni di tutti i soggetti ivi immortalati. Ebbene, fino a quando i genitori hanno voce in capitolo e, nonostante il comportamento del figlio, possono dire “no” alla pubblicazione su internet delle sue fotografie? Si pensi a una coppia separata con una figlia: la madre va a vivere con un nuovo compagno il quale è solito scattare foto alla bambina e a pubblicarle sul proprio profilo Facebook. Il padre si ribella e ne chiede la rimozione. Può farlo? In caso di foto di minori su internet, fino a che età decidono i genitori? Ecco la soluzione fornita dal Tribunale di Rieti a questa interessante questione [1].

La pronuncia è particolarmente interessante perché tocca il tema del trattamento dei dati dei minorenni per come disciplinato dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla privacy (meglio noto come Gdpr), regolamento che – come noto – tocca diversi temi delicati della vita quotidiana, tra cui appunto quello dell’età del consenso all’apertura di account sui social da parte di giovani con meno di 18 anni.

Il consenso al trattamento dei dati di minori 

Vediamo subito cosa dicono le leggi europee e quelle italiane in merito al trattamento dei dati personali dei minorenni, leggi peraltro in linea con la Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo [2]. In buona sostanza il principio è il seguente: il consenso al trattamento dei dati spetta ai genitori fino a quando i figli hanno 13 anni. Da 14 anni in su è il ragazzo – anche se ancora non ha compiuto 18 anni – a decidere in merito alle autorizzazioni da rilasciare a terzi. Il che significa anche che un bambino, fino a 13 anni, non può aprire da solo un account su un social network se non ha dietro un genitore che accetta le condizioni generali di contratto con la piattaforma e gestisce l’utilizzo del profilo. Solo a partire da 14 anni il bambino può iniziare a scegliere da sé cosa pubblicare e cosa no. Il pregiudizio è insito nella pubblicazione di foto di minori sui social, date la caratteristiche proprie di internet, il quale consente a chiunque di avvicinarsi ai bambini dopo avere visto le loro foto online e anche, mediante operazioni di fotomontaggio, di produrne e far circolare materiale pedopornografico, come più volte rilevato dalle forze di polizia.

Il consenso alla pubblicazione su internet di foto dei minori 

Le fotografie sono anch’esse dati personali e, quindi, la loro pubblicazione può avvenire solo dietro consenso dei genitori se il bambino non ha più di 13 anni. Quindi chiunque voglia pubblicare la foto di un minore di 14 anni deve prima chiedere il permesso al padre e alla madre. Lo stesso vale anche per i nuovi partner, quando i genitori si separano: questi dovranno prima raccogliere il consenso dell’altro genitore separato. 

Fotografare minori è reato?

Per fotografare un minore c’è bisogno del consenso dei genitori. E ciò perché “raccogliere l’immagine” nella propria fotocamera costituisce un trattamento di dati. Ancor di più c’è bisogno del consenso del padre e della madre per pubblicare gli scatti così effettuati. Chi posta su internet o su qualsiasi altro mezzo di diffusione una foto di un minore di 14 anni senza il consenso dei genitori commette un illecito civile che espone il colpevole al rischio di un risarcimento del danno. Se la pubblicazione della foto avviene poi per fini di lucro scatta anche il reato di illecito trattamento dei dati personali che è punito con il carcere fino a 3 anni. Per maggiori informazioni sull’argomento leggi: Fotografare bambini è reato?

Foto di bambini su internet: quale tutela

I genitori, anche uno solo di questi, che vede pubblicare le foto del proprio bambino infratredicenne sul web può agire dinanzi al tribunale con un ricorso d’urgenza per chiedere la rimozione dell’immagine non autorizzata. Con un altro giudizio poi potrà chiedere il relativo risarcimento del danno.

Infatti la pubblicazione di foto di minori social network costituisce in sé un potenziale pregiudizio, determinando la diffusione di immagini presso un numero indeterminato di persone, tra le quali vi può essere chi voglia avvicinarsi ai bambini con cattive intenzioni o montare le loro immagini al fine di produrre materiale pedopornografico da diffondere in internet.

Le nuove norme europee in materia di privacy introdotte dal Gdpr, entrato in vigore il 25.05.2018, prevedono una tutela specifica per i dati personali dei minori, i quali possono non essere consapevoli dei rischi che corrono, ed ammette il trattamento dei dati personali nella società dell’informazione dei minori di anni sedici solo dietro consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Tuttavia tale regolamento prevede che gli stati membri possano abbassare detto limite di età, ma non oltre i tredici anni. In Italia [4] abbiamo deciso di fissare, come limite di età per il consenso al trattamento dei dati dei minori, i 14 anni: dunque, il trattamento dei dati personali inerenti i minori di anni quattordici, come anche la pubblicazione delle foto, è soggetto al consenso di chi esercita la potestà genitoriale.

In ogni caso bisogna osservare anche le regole della legge sul diritto d’autore [5] in base alla quale la diffusione delle immagini ritraenti le persone deve avvenire nel rispetto dell’onore, del decoro e della reputazione.

Le foto di figli di coppie divorziate o separate

Nell’eventuale separazione o divorzio consensuale i genitori possono inserire una apposita “clausola” in cui subordinano la pubblicazione delle foto dei figli al consenso di entrambi. Oppure, in caso di separazione o divorzio giudiziale, si può chiedere direttamente al giudice di inserire tale previsione nella sentenza. 

Multa cellulare senza essere fermati

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Telefonino alla guida senza contestazione immediata: si può impugnare?

Immagina di ricevere un bel giorno, da parte del Comune, una multa per uso del cellulare durante la guida. A dire del poliziotto che ha redatto il verbale, sei stato sorpreso a parlare, con lo smartphone in mano, mentre circolavi con la tua auto. In quel frangente però – viene espressamente specificato nella contravvenzione – gli agenti non ti hanno potuto fermare perché impegnati in altre operazioni di controllo, il che non ha consentito l’inseguimento. Sospetti tuttavia che la multa non sia valida: nonostante l’indicazione del giorno e dell’ora in cui saresti stato colto con il telefonino alla guida, l’ampio lasso di tempo decorso dal fatto non ti consente di ricordare cosa stessi facendo in quel momento e se davvero stavi chattando, se stavi parlando con qualcuno o se, invece, eri solo intento ad inserire le cuffiette nel dispositivo per avere le mani libere e discutere in serenità. Perché mai gli agenti non ti hanno contestato la violazione de codice della strada sul momento invece di inviarti la raccomandata a casa? A tuo avviso, questo modo di operare, ossia la multa col cellulare senza essere fermati, è illegittimo perché comprime il tuo sacrosanto diritto a difenderti. Cosa succede in questi casi? Puoi impugnare la contravvenzione davanti al giudice di pace, così come la legge ti consente di fare nei successivi 30 giorni dal ricevimento del plico?

La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recentissima sentenza [1]. Alla Corte è stato fatto uno specifico quesito: in caso di multa col telefonino senza contestazione immediata da parte della polizia, vale di più la parola degli agenti – che sostengono di aver visto il conducente parlare – oppure quella del conducente sanzionato che, magari, sostiene di non avere in corso alcuna chiamata? La multa col cellulare senza essere fermati è valida comunque – come avviene, ad esempio, al passaggio col rosso del semaforo – oppure è impugnabile? Ecco quali sono stati i chiarimenti della Corte.

Conta di più la parola dei poliziotti o quella del cittadino?

Come abbiamo già spiegato nella guida Che valore ha un verbale della polizia, all’interno della multa si possono trovare due tipi di contenuti. Il primo è normalmente costituito dalle dichiarazioni dei verbalizzanti circa i fatti a cui questi hanno assistito direttamente e che quindi sono il frutto delle loro dirette percezioni sensoriali. Ad esempio, vi rientra la constatazione di aver visto un sorpasso eseguito nonostante la linea continua, un’auto passare col rosso, il display dell’autovelox segnare il superamento dei limiti di velocità, ecc. Tali affermazioni hanno una “fede privilegiata”: significa che valgono di più della parola di qualsiasi altro cittadino: i poliziotti infatti sono pubblici ufficiali e, quindi, si presume non solo che dicano sempre il vero, ma che, quando lo facciano, abbiano prima accertato con prudenza i fatti dichiarati. Quindi, ad esempio, dinanzi a una multa per attraversamento dell’incrocio nonostante il divieto del semaforo, è molto più difficile spuntarla rispetto alle affermazioni del poliziotto che ha visto la scena. L’unico modo per smontare il verbale è proporre ciò che viene detto «querela di falso»: un procedimento civile volto a dimostrare, con prove rigorose, che il pubblico ufficiale ha detto il falso. Cosa non certo semplice.

Una seconda ed eventuale parte del verbale può invece contenere le valutazioni personali dell’agente che, pur non essendo frutto di una diretta percezione, scaturiscono dalla sua esperienza e quindi da un meccanismo di logico-deduttivo. Ad esempio, si pensi alla manovra pericolosa o alla multa per eccesso di velocità constatata però non tramite l’ausilio di strumenti elettronici ma secondo una “sensazione” dell’agente. Ebbene, questa parte del verbale non ha fede privilegiata e, quindi, per contestarla, basta il normale ricorso al giudice di pace contro la multa.

Multa con il telefonino alla guida senza contestazione immediata

Alla luce di ciò, secondo la Corte è valida la multa per chi guida con il cellulare senza vive voce né auricolare anche se la contestazione non è immediata. E ciò perché si tratta di un fatto che gli agenti hanno percepito direttamente, con la propria vista, senza dover far ricorso a valutazioni personali. 

Il codice della strada, del resto, seppur prevede come regola generale, in caso di contravvenzioni, la contestazione immediata nei confronti del conducente – ossia lo stop da parte degli agenti per consentire all’interessato di difendersi subito, senza dover, in un secondo momento, ricorrere al giudice – prevede tuttavia una serie di esenzioni. Una di queste è l’impossibilità di fermare il veicolo in condizioni di sicurezza e nei modi regolamentari, magari perché il vigile è impegnato in altre operazioni. Il giudice peraltro non è autorizzato a censurare le modalità organizzative del servizio di vigilanza né a sindacare le operazioni di rilevamento delle infrazioni da parte della pubblica amministrazione [2]. Il che, in buona sostanza, significa che se non ci sono agenti sufficienti per fermare le auto in transito, e quelli disponibili sono già impegnati in altri controlli, ben è possibile la contestazione differita della multa, con invio del verbale a casa dell’automobilista tramite la consueta raccomandata.

Reddito cittadinanza anche di 50 euro

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La gaffe dell’Inps aggredito per le card di importo troppo basso. I 780 euro di RDC sono solo il limite massimo.

Le domande per ottenere il reddito di cittadinanza sono state, sino ad ora, di gran lunga inferiori rispetto a quelle previste, tant’è che si parla già di un tesoretto da spendere in modi differenti. Qualcuno tira un sospiro di sollievo per le casse erariali. Ma c’è anche chi sbuffa perché non ha ottenuto dall’Inps ciò che sperava. La ragione di ciò, a detta di Massimo Bagnoli e Mauro Soldini, coordinatori della Consulta dei Caf, è abbastanza semplice: da un lato c’è «la non conoscenza della misura da parte di tutti i soggetti interessati». Dall’altro lato ha contribuito lo scarso appeal che il reddito di cittadinanza ha esercitato tra i giovani con meno di 25 anni, evidentemente ancora speranzosi di trovare il posto dei propri sogni vicino casa. I due esperti hanno commentato, sulle pagine del Sole 24 Ore: «lo strumento è stato visto più come una forma di assistenza che di avviamento al lavoro. Infine, non tutti gli interessati sono stati informati, anche per la chiusura degli sportelli di orientamento dei comuni». 

Rdc, una misura contro la povertà

Del resto lo stesso presidente dell’Inps, Tridico, ha spiegato ieri che l’utilità del reddito di cittadinanza potrà essere valutata non tanto per quante persone riusciranno a trovare lavoro ma per quante saranno tolte dalla povertà. Il Rdc quindi, nonostante sia stato sbandierato come una misura attiva per rilanciare l’occupazione, fa vedere ora il proprio vero volto: una misura contro l’indigenza.

Reddito di cittadinanza da 50 euro

Ma la giornata di ieri – in cui sono state consegnate le prime card – è stata caratterizzata da un letterale assalto alle sedi dell’Inps da parte di numerosi cittadini scontenti dei conteggi e degli importi accreditati sulla propria card. Il tutto è sfociato in una serie di post su Facebook contro il M5S. Molte famiglie si sono infatti viste riconoscere somme di circa 200 euro: ben al di sotto dei 780 euro sbandierati incautamente dagli esponenti 5 Stelle che – come spiega il Sole 24 Ore questa mattina in edicola «hanno trascurato di spiegare che si trattava di una somma massima per un single con Isee pari a zero, non proprietario di alloggio, e che il Rdc funziona come sussidio ad integrazione del reddito». Questo significa che il Rdc potrebbe anche scendere fino a 50 euro laddove la famiglia non sia rasente alla povertà. Insomma, se è vero che 780 euro è solo il limite più alto del Rdc si potranno avere card con importi molto più bassi.

La gaffe dell’Inps

Al di là della scarsa conoscenza dei requisiti del reddito di cittadinanza da parte della popolazione, Il malcontento si è fatto sentire anche sulla pagina Facebook dell’Inps dedicata alle famiglie, subissata di richieste di spiegazione: perché un reddito di cittadinanza così basso? Gli operatori, in qualche occasione, hanno avuto dei toni sgarbati, seccati dalle aggressioni degli immancabili haters. Così sono saltati i nervi e hanno risposto: «Perché non va sul sito Inps e richiede il Pin che ci vogliono 5 minuti? O è troppo impegnata a farsi i selfie?». Così è dovuto correre ai ripari lo stesso Tridico che si è scusato «per alcuni toni utilizzati che non rispecchiano i valori e la missione dell’Istituto», sottolineando che «stanno girando molti post assolutamente falsi, cui non prestare fede».

Bando Navigator

Mentre Boccia, rappresentante di Confindustria, critica le capacità dei Navigator – disoccupati che vogliono insegnare ad altri disoccupati come trovare lavoro – arriva anche il bando per partecipare al concorso. L’incarico di collaborazione avrà durata fino al 30 aprile 2021 e un compenso lordo annuo pari a 27.338,76 euro (circa 1600 euro netti al mese), oltre a 300 euro lordi mensili  a titolo di rimborso forfettario delle spese per l’espletamento dell’incarico, quali spese di viaggio, vitto e alloggio.

I controlli

A maggio, intanto, partiranno anche i controlli su chi percepisce il reddito di cittadinanza, controlli coordinati da parte dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl). «Agiremo ex post, verificando la permanenza dei requisiti – spiega Danilo Papa, direttore centrale Vigilanza dell’Inl alla presentazione, ieri, a Roma dell’attività 2018 dell’Ispettorato, affiancato dal direttore Leonardo Alestra -. L’obiettivo principale è individuare lavoratori in nero che percepiscono indebitamente la nuova misura varata dal governo. Stiamo per emanare la circolare esplicativa. Eventuali illeciti saranno comunicati subito all’Inps, anche prima del verbale. In questo modo l’Inps potrà sospendere le erogazioni».

Colpo di frusta dopo incidente: risarcimento

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sinistri stradali e infortunistica: per le lesioni micropermanenti come il colpo di frustra non c’è bisogno dei raggi o della risonanza se c’è già il certificato medico.

Hai fatto un incidente stradale: un tizio non si è accorto che avevi frenato al semaforo e ti è venuto addosso. Chissà che stava facendo… Fatto sta che ora avverti nausea e un indolenzimento al collo. Credi di avere i tipici sintomi del colpo di frusta e già fai i conti di quanto risarcimento ti potrà riconoscere l’assicurazione. Invece in ospedale ti è stato detto che non è così scontato. È davvero così? Spetta il risarcimento per colpo di frusta dopo un incidente stradale? La risposta è un po’ articolata, ma merita di essere approfondita. La troverai di certo interessante, ne sono sicuro. Ti darà anche un’idea di come funziona, in Italia, il risarcimento dei “piccoli danni fisici”.

In proposito è assai interessante la sentenza [1] che la Cassazione ha appena pubblicato in materia di colpo di frusta dopo un incidente e risarcimento. Si tratta di una tematica che, negli ultimi anni, ha tenuto banco nelle aule giudiziarie, complice da un lato una riforma particolarmente rigorosa “anti furbetti” approvata dal governo italiano nel 2012, dall’altro l’elevato tasso di incidenti ancora nei centri urbani.

Colpo di frustra: viene risarcito?

Sai perché, dopo un tamponamento o una brusca frenata, tutti lamentano un colpo di frusta? A voler pensare bene è perché è il minimo che si possa subire in caso di contraccolpo dopo un incidente stradale. A voler pensare male è perché si tratta di una patologia non verificabile clinicamente avendo più una valenza sintomatica: riferisce il cliente di sentire capogiri, nausea, vertigini, ma non c’è modo di dimostrarlo. E siccome un tempo, nei pronto soccorsi degli ospedali valeva i principio secondo cui “un colpo di frusta non si nega a nessuno”, ecco che le assicurazioni erano costrette ad aprire i forzieri al benché minimo sfioramento tra due auto (bastava una macchia di colore sul parafanghi e un testimone), anche in assenza di evidenti traumi fisici.

Di qui l’esigenza di porre un freno a questa sperequazione. Ma, come sempre, quando c’è di mezzo il furbetto, ne fanno le spese anche le persone oneste: nel 2012, con il decreto “Cresci Italia” [2] si è disposto che nessun risarcimento potesse essere accordato se, a fronte del lamentato colpo di frusta, non vi fosse stata un’indagine radiologica o una certificazione medica ad attestare l’esistenza di una patologia “obiettiva”, ossia visibile e non solo dichiarata dal paziente. Come dire: se vuoi i soldi ti devi fare prima i raggi – il che già disincentiva una buona fetta di “salutisti” – e, poi, devi passare a visita: se il medico riscontra che davvero stai male, allora il suo certificato potrà servirti con l’assicurazione per avere il risarcimento.

Colpo di frusta: a quanto ammonta il risarcimento?

Il colpo di frusta – rientrante in quelle che, tecnicamente, vengono dette lesioni micropermanenti (ossia quelle che non superano i 9 punti di invalidità) – ha sempre garantito, agli infortunati da incidente stradale, un risarcimento variabile da un minimo di mille a un massimo di duemila euro. Se vuoi sapere di più sull’entità del risarcimento del danno da colpo di frusta ti invito a leggere l’articolo A quanto ammonta il risarcimento per colpo di frusta.

Colpo di frusta: cos’è cambiato?

La norma del decreto Cresci Italia è stata però poco alla volta demolita dalla giurisprudenza. Una serie di sentenze della stessa Cassazione ha infatti sposato una linea meno intransigente: basterebbe anche un certificato medico, senza bisogno di esami radiologici, per accertare i danni subiti dall’automobilista. È innegabile infatti che esistano delle patologie non suscettibili di accertamento strumentale e non per questo prive di conseguenze per l’infortunato. Il senso di vomito, la natura, il giramento di testa, la sensazione di pesantezza al collo non possono essere misurati tramite radiografie ma sono sensazioni che fanno stare male tant’è che qualcuno non dorme per diversi giorni e non riesce a guidare. Di qui il ricorrente “collare”.

Ed eccoci finalmente alla sentenza della Suprema Corte di qualche giorno fa. Brutte notizie per le assicurazioni: secondo il più recente orientamento, il colpo di frusta dopo l’incidente stradale può essere accertato anche senza radiografia. E ciò perché la professione medica non si può imbrigliare, la visita e l’esperienza del sanitario sono insostituibili e obbligare il danneggiato a sottoporsi a un esame medico strumentale sarebbe a rischio incostituzionalità visto che il diritto alla salute è tutelato dalla Carta fondamentale (e non c’è dubbio che “raggi” e risonanze magnetiche abbiano sempre una intrinseca nocività per il corpo umano).

Come dimostrare il colpo di frusta

Dunque, stavolta è ufficiale: il colpo di frustra si può risarcire anche solo se c’è un certificato medico.

I criteri scientifici per accertare il danno biologico sono quelli tipici della medicina legale: accertamento visivo, clinico e strumentale, senza vincoli gerarchici e da utilizzare secondo le leggi della professione medica. Ci sono casi nei quali la natura della malattia e la modestia della lesione impongono l’accertamento strumentale perché è l’unico in grado di fornire la prova rigorosa richiesta dalla normativa. Ma ce ne sono altri in cui la diagnostica per immagini non risulta necessaria a una diagnosi attendibile: l’importante resta consegnare ai giudici conclusioni «scientificamente documentate e giuridicamente ineccepibili».

Divorzio: se l’ex moglie non lavora che fare?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Assegno di mantenimento dopo il divorzio: cosa fare se l’ex moglie è disoccupata ma non cerca un posto di lavoro? 

La ex moglie non vuol lavorare? Dopo la separazione e il divorzio, non vuol cercare un posto per mantenersi da sola, rassicurata dal fatto che tu stai provvedendo al suo mantenimento? Se davvero le cose stanno così e il suo stato di disoccupazione non dipende piuttosto da fattori estranei alla sua volontà – l’età, le condizioni fisiche, la lontananza per molto tempo dal mondo del lavoro, l’assenza di formazione, ecc. – allora l’assegno di mantenimento può essere tolto. A dirlo è ormai più di una sentenza della Cassazione, l’ultima delle quali di qualche giorno fa [1].

Da quando la Suprema Corte ha mandato in soffitta il criterio del “tenore di vita” nel calcolo degli alimenti dovuti all’ex e ha detto che tale contributo serve solo ad aiutare colei che, non per propria colpa, non può mantenersi, ai giudici non basta più accertare la differenza di reddito tra marito e moglie per attribuire a quest’ultima il mantenimento dopo il divorzio: serve anche la “certificazione” che abbia tentato di trovare un posto. Ma come? E come fa l’ex marito a dimostrare che la donna se ne sta in panciolle a casa? Cerchiamo di capirlo qui di seguito. Seguendo le stesse istruzioni fornite dalla Cassazione, proveremo a suggerire, in caso di divorzio, che fare se l’ex moglie non lavora. Ma procediamo con ordine.

Quando la moglie disoccupata ha diritto al mantenimento 

Giovane, abile e con un titolo di studi: chi mai crederebbe che una donna con tali prerogative non riesce a trovare, nell’arco di un’anno, anche un semplice part-time? Sì, è vero: c’è la crisi e le difficoltà occupazionali. Nelle zone del Sud, una persona su tre è disoccupata (e di queste gran parte è donna). Ma evidentemente queste generalizzazioni alla Cassazione non interessano. La Corte vuole prove concrete che lo stato di disoccupazione sia incolpevole. Solo a questa condizione riconosce l’assegno di mantenimento. È anche possibile pensare che una ragazza di appena 30 anni non riesca a trovare lavoro – sostengono i giudici – ma cosa ha fatto davvero per cercarlo? Questo lo deve dimostrare lei se vuole ottenere gli “alimenti” dopo il divorzio.

Ecco il punto: la donna ha diritto ad essere mantenuta solo se il suo stato di disoccupazione è incolpevole. Che significa? Che tale disoccupazione non deve dipendere da lei ma da fattori esterni come:

  • lo stato di salute: sarà quindi l’ex moglie a dover dimostrare di avere una patologia che le impedisce di lavorare;
  • l’età: non ci vuole molto a immaginare che una donna che ha superato i cinquant’anni venga più difficilmente assunta, da una azienda, rispetto alla giovane aitante e più motivata ventenne o trentenne. L’avere una “certa età” è sicuramente una difficoltà a volte invalicabile nella ricerca di un posto;
  • la lontananza dal lavoro per molto tempo: sarà sempre la donna a dover provare, al giudice del divorzio, di aver fatto – d’accordo col marito – la casalinga per molti anni e che tale situazione l’ha tenuta fuori dal mercato del lavoro, impedendole di aggiornarsi, di fare carriera, di specializzarsi, ecc.;
  • la crisi occupazionale: sarà ancora una volta l’ex moglie a dover dimostrare – se davvero vuol ottenere l’assegno di mantenimento – che la sua disoccupazione dipende dal mercato. Il che significa che non le basta genericamente appellarsi alle statistiche dell’Istat che danno sempre in crescita il numero degli inoccupati, ma dovrà produrre le prove di aver cercato un posto. Quali sono queste prove? Non basta l’iscrizione alle liste di collocamento, ma anche l’invio del curriculum alle varie aziende, la richiesta di colloqui di lavoro, la partecipazione a bandi e concorsi nel pubblico e nel privato, ecc.

Cosa fare se la moglie non vuole lavorare?

Come avevamo già detto in Separazione con moglie che non lavora, se nel corso del processo di separazione è più facile per la donna ottenere l’assegno di mantenimento, essendo questo orientato a eliminare le disparità di reddito tra i due ex coniugi e garantire a quello più povero (di solito la donna) lo stesso tenore di vita che aveva col matrimonio, con il divorzio tutto cambia. Qui è la donna che deve dimostrare di non essere in grado di mantenersi da sola e di non avere un reddito sufficiente a garantirle l’autosufficienza. Situazione quest’ultima che, come detto, non basta: è necessario anche integrarla con la prova dell’incolpevole stato di disoccupazione.

Qui l’importante novità: non spetta al marito dimostrare che l’ex moglie, dopo la separazione, se n’è stata sul divano. È piuttosto quest’ultima, se non vuol perdere gli alimenti, a dover provare che si è data pena – e non c’è riuscita – nel cercare un’occupazione. Per come abbiamo detto nel paragrafo precedente, l’onere della prova ai fini dell’attribuzione del mantenimento ricade sulla donna. L’uomo non deve fare nulla se non limitarsi ad eccepire che il mantenimento non è dovuto per causa dell’inerzia nel cercare un’occupazione.

Ecco perché, nella sentenza in commento, i giudici hanno ritenuto di negare l’assegno mensile alla moglie per via della sua «capacità lavorativa e reddituale» (legata alla giovane età e alla formazione professionale), capacità che però lei «non ha messo a frutto». Insufficiente la giustificazione della donna basata sul fatto di «essersi iscritta nelle liste di collocamento senza ricevere risposta» e di «essersi dedicata, all’epoca della separazione, all’accudimento dei figli in tenera età»: tutto ciò non è più sufficiente.

Si può revocare il mantenimento? 

E se anche il giudice, in sede di divorzio, dovesse riconoscere all’ex moglie un assegno divorzile, non finisce qua: se il marito dovesse raccogliere, nel futuro, le prove dell’inerzia della donna nella ricerca del lavoro, potrebbe di nuovo chiedere una modifica delle condizioni economiche e quindi dell’ammontare dell’assegno. In verità, la legge dice che tale modifica è concessa solo quando cambiano le condizioni di reddito di uno dei due coniugi, cosa che potrà essere dimostrata ad esempio con una riduzione in busta paga o con l’aumento di spesa collegata all’insorgere di una nuova famiglia o di un nuovo figlio. Quindi, per l’ex moglie, non è mai detta l’ultima parola.

Dire Ti rovino è reato?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si può dire che vi sia reato di minaccia nel voler tacitamente far riferimento alla volontà di adire le vie legali per chiedere un risarcimento sino a mettere sul lastrico la controparte?

Immagina di avere un’accesa discussione con un’altra persona che ti deve dei soldi. Magari si tratta del tuo dentista che ha sbagliato cura e dal quale pretendi il risarcimento oppure di un cliente che aveva promesso di pagarti una fattura e che non l’ha mai fatto. Immagina che il discorso, inizialmente partito con toni civili nel tentativo di trovare una soluzione bonaria, sia poi degenerato fino a sfociare in reciproci insulti. Non vedendo una via d’uscita alla questione e ritenendo che ormai solo un giudice potrebbe darti giustizia, gli gridi in faccia: «Io ora ti rovino… Vedrai». Con ciò intendi riferirti al fatto che gli farai causa, chiederai al tribunale un congruo risarcimento e lo ridurrai al lastrico senza alcuna pietà. Lui però la prende male: crede – o finge di credere – che volessi riferito all’uso della forza, a una possibile ritorsione fisica. Così, cogliendo la palla al balzo, ti denuncia per minaccia.

Si apre così il processo penale a tuo carico. Dinanzi al giudice offri subito le tue giustificazioni: gli fai comprendere qual era l’intenzione della frase. Il tuo avversario dice però che non conta lo spirito con cui viene detta una parola, ma il suo obiettivo significato. Chi di voi ha ragione? Dire Ti rovino è reato? La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Il reato di minaccia

Per prima cosa dobbiamo stabilire quando c’è minaccia ossia quando scatta il reato. Il codice penale individua il reato tutte le volte in cui una persona minaccia ad altri un danno “ingiusto”. Non è “ingiusto” agire in giudizio perché il ricorso al giudice rientra nei diritti garantiti dall’ordinamento e dalla costituzione. Il che significa che dire «Ti faccio causa» non può mai essere reato.

Inoltre il reato si configura non tanto sulla base del significato oggettivo delle parole, ma di quello che assumono nel contesto specifico. Il danno minacciato peraltro deve essere credibile e possibile. Dire «Ti faccio una fattura e morirai» non può mai essere illegale perché la morte da maleficio non dipende dalle facoltà umane. Dire «Ti spedisco sulla luna» non può neanche essere reato perché non si tratta di un male credibile.

Sarebbe certo una minaccia dire «Non immagini neanche cosa ti faccio…» lasciando intendere ovviamente una violenza fisica; lo è ancora di più dire «Ti ammazzo» o, come ha spiegato la Cassazione qualche giorno fa [3], «Ti riduco su una sedia a rotelle». Per i magistrati, difatti, è indiscutibile «il carattere minatorio delle espressioni rivolte alla persona offesa». Ciò alla luce di una semplice considerazione: «secondo ogni logica e per il comune sentire, la prospettiva di essere ridotto su una sedia a rotelle è causa di patema al massimo grado», quasi come «la prospettiva di essere aggredito nel bene della vita», specificano i giudici.

Assolutamente irrilevanti, invece, i motivi per cui è stata «lanciata la minaccia».

La minaccia implicita

La minaccia può essere implicita, nelle parole o nei gesti. Pensa al gesto di un mafioso che si passa il pollice lungo il collo, come a dire «Ti sgozzo». Pensa all’ostentazione di un bastone o di una pistola agli occhi di un’altra persona, per farle capire che quell’arma sarà utilizzata contro di lei.

Ti rovino è una minaccia?

A questo punto bisogna comprendere che significato – implicito o esplicito – dare alla parola ti rovino, se cioè va inteso nel senso di «ti rovino legalmente», tramite cioè il ricorso alle azioni legali, oppure «ti rovino illegalmente» nel senso che “ti sfregio”, “ti deturpo”, “ti taglio le gambe” e amenità del genere.

La Cassazione, lungi dal voler dare giudizi validi sempre e comunque, nel basarsi sul caso concreto, ritiene che si debba verificare prima il tono con cui è stato espresso il pensiero. Nel caso di specie – riguardante un paziente pregiudicato da un pessimo intervento ai denti –  l’imputato «si riferiva alla volontà di adire il giudice civile per vedersi risarcire il danno patito, a suo dire, a seguito delle cure somministratele dalla sua dentista», una volta preso atto che «il tentativo di accordo transattivo non stava andando a buon fine».

La frase incriminata va quindi contestualizzata; nel caso in esame essa si è inserita all’interno delle proteste della paziente, «lamentatasi, ancora una volta, per il fatto che la dentista le avesse procurato, nel corso di una cura, un grave danno».

Di conseguenza, aggiungono ancora dalla Cassazione, è logico ritenere che «frase e conversazione» siano catalogabili come «un legittimo tentativo, seppur realizzato con toni concitati, di spingere la controparte, cioè la dottoressa, ad una bonaria composizione della controversia».

E questa prospettiva non può essere modificata neanche dal richiamo a una presunta intenzione della donna di «denunciare i fatti alle forze dell’ordine, all’Ordine dei medici» e di «propagarli per via giornalistica». Impossibile, comunque, concludono i giudici, «affermare che fosse stato prospettato un male ingiusto» nei confronti della dentista, poiché emerge che la donna ha manifestato solo l’intenzione di «denunciare quanto effettivamente subito, cioè una cura» da lei ritenuta «inappropriata».

Legge 104

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Agevolazioni per disabili e loro familiari riconosciute dalla Legge 104: benefici su pensioni, lavoro, tasse, sussidi.

Sei portatore di handicap grave, oppure assisti un familiare che si trova in queste condizioni? La normativa ti riconosce numerose agevolazioni, con l’intento di garantire l’assistenza, la cura e l’integrazione dei disabili. Gran parte dei benefici è riconosciuta dalla legge 104 [1], la legge quadro in materia di disabilità, nata con la finalità di favorire non solo l’assistenza di chi è portatore di handicap, ma anche l’inserimento sociale, familiare e lavorativo. Nell’individuare i destinatari delle agevolazioni, però, la legge distingue gli invalidi dai disabili, destinando benefici differenti; ulteriori incentivi sono poi specificamente destinati ai non autosufficienti. La procedura per richiedere il riconoscimento della disabilità, presupposto essenziale per fruire dei benefici di legge, ad ogni modo, è unica, e coinvolge sia la Asl (in quanto il riconoscimento dello stato di invalidità, handicap o non autosufficienza è effettuato da apposite commissioni mediche), sia l’Inps (che riconosce i benefici economici, e i cui funzionari integrano le commissioni mediche). Ma a chi è destinata la legge 104 nello specifico? Quali sono i diritti riconosciuti ai disabili ed ai loro familiari?

Che cosa dice la legge 104?

La legge 104, legge quadro in materia di disabilità, ha le seguenti finalità:

  • rispetto della dignità umana e tutela dei diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata;
  • integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società;
  • rimozione delle condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana;
  • garanzia dei servizi e delle prestazioni necessarie per prevenire, curare e riabilitare i soggetti affetti da handicap;
  • previsione di interventi volti a superare l’emarginazione e l’esclusione sociale della persona disabile.

Nello specifico, la legge 104 è finalizzata ad aiutare chi è portatore di handicap, ossia chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, sia stabile che progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa.

In base alla condizione di disabilità, il portatore di handicap ha diritto ai benefici riconosciuti in suo favore, in relazione al tipo di disabilità ed alle proprie capacità complessive. A seconda del tipo di handicap, si può avere diritto, ad esempio:

  • a dei permessi retribuiti;
  • all’insegnante di sostegno nelle scuole;
  • alle agevolazioni fiscali per l’acquisto dei presidi medici (carrozzine, auto per i disabili, etc);
  • ad un’agevolazione per l’acquisto di veicoli specifici;
  • ad un’agevolazione fiscale per l’abbattimento di barriere architettoniche.

Ad ogni modo, la legge 104 non è l’unica norma a contenere agevolazioni per i disabili, ma ci sono diverse leggi che individuano misure complementari a sostegno delle persone disabili [2].

Inoltre, alcune agevolazioni non sono collegate all’handicap, ma all’invalidità o alla non autosufficienza: è importante distinguere le tre condizioni, anche se molti disabili sono sia invalidi, che portatori di handicap, o non autosufficienti.

Quali differenze tra handicap, invalidità e non autosufficienza?

Vediamo qual è la differenza tra handicap, invalidità e non autosufficienza:

  • l’invalidità consiste nella riduzione della capacità lavorativa della persona, derivante da un’infermità o da una menomazione; se la persona non è in età lavorativa (minorenni, over 67), per valutare l’invalidità non ci si riferisce alla capacità lavorativa, ma alla capacità di svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età:
  • l’handicap è lo svantaggio sociale derivante da un’infermità o una menomazione; nello specifico, è considerato portatore di handicap chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, sia stabile che progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa;
  • la non autosufficienza, invece, consiste nell’impossibilità di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza permanente, o nell’impossibilità permanente di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore.

Chi sono i beneficiari della legge 104?

I beneficiari della legge 104 sono, principalmente, i portatori di handicap. Molte agevolazioni, come i permessi retribuiti e il congedo straordinario, sono però a vantaggio dei familiari che assistono il portatore di handicap grave. I permessi retribuiti possono, tra l’altro, essere riconosciuti al convivente che non è familiare del disabile.

È comunque importante ricordare che ulteriori benefici sono riservati, anche da norme complementari, agli invalidi ed ai non autosufficienti, ed a chi si trova in condizioni di cecità e sordità.

Chi sono i disabili ai fini Isee?

La qualifica di disabile, per fruire dei benefici che possono essere richiesti attraverso la dichiarazione Isee, o Dsu, comprende invece diverse categorie, e non deve essere confusa con la disabilità ai fini della Legge 104. Sono comunque ricompresi nelle categorie anche i portatori di handicap grave ai sensi della Legge 104.

Che cos’è l’Isee? L’Isee è l’indicatore della situazione economica equivalente, in parole semplice un indice che “misura la ricchezza” delle famiglie (se vuoi approfondire puoi leggere la nostra Guida alla dichiarazione Isee).

Osserviamo chi è considerato disabile ai fini Isee sulla base della tabella prevista dalla normativa.

Categorie
Disabilità Media
Disabilità Grave
Non autosufficienza
Invalidi civili di età compresa tra 18 e 67 anni – Invalidi 67-99% – Inabili totali – Cittadini di età compresa tra 18 e 67 anni con diritto all’indennità di accompagnamento
Invalidi civili minori di età – Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età (diritto all’indennità di frequenza) – Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età e in cui ricorrano le condizioni di cui alla L. 449/1997, art. 8 o della L. 388/2000, art. 30 Minori di età con diritto all’indennità di accompagnamento
Invalidi civili ultrasessantacinquenni

(dal 2019 over 67)

– Ultrasessantacinquenni (over 67) con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, invalidi 67-99% – Ultrasessantacinquenni (over 67) con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, inabili 100% – Cittadini ultrasessantacinquenni (over 67) con diritto all’indennità di accompagnamento
Ciechi civili – Art 4 L. 138/2001 – Ciechi civili parziali – Ciechi civili assoluti
Sordi civili – Invalidi Civili con cofosi esclusi dalla fornitura protesica – Sordi pre-linguali
INPS – Invalidi (L. 222/84, artt. 1 e 6 – D.Lgs. 503/92, art. 1, comma 8) – Inabili (L. 222/84, artt. 2, 6 e 8) – Inabili con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa
INAIL – Invalidi sul lavoro 50-79%- Invalidi sul lavoro 35-59% – Invalidi sul lavoro 80-100%- Invalidi sul lavoro -59% – Invalidi sul lavoro con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa
INPS gestione ex INPDAP – Inabili alle mansioni (L. 379/55, DPR 73/92 e DPR 171/2011) – Inabili (L. 274/1991, art. 13 – L. 335/95, art. 2)
Trattamenti di privilegio ordinari e di guerra – Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla terza ed alla seconda categoria Tab. A DPR 834/81 – Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla prima categoria Tab. A DPR 834/81 – Invalidi con diritto all’assegno di superinvalidità (Tabella E allegata al DPR 834/81)
Handicap – Art 3 comma 3 L.104/92

Chi sono i disabili appartenenti alle categorie protette?

La legge sul collocamento mirato [3] comprende, tra i disabili che beneficiano di misure in materia di lavoro, delle categorie differenti.

Appartengono alle categorie protette e possono iscriversi alle relative liste speciali:

  • le persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali ed i portatori di handicap intellettivo, in possesso di riduzione della capacità lavorativa(invalidità) superiore al 45%;
  • gli invalidi del lavoro, con un grado di invalidità, accertato dall’Inail, superiore al 33%;
  • ciechi assoluti o le persone con un residuo visivo non superiore a 1/10 a entrambi gli occhi;
  • sordomuti, cioè le persone colpite da sordità sin dalla nascita o prima dell’apprendimento della parola;
  • le persone che percepiscono l’assegno di invalidità civile, per accertamento da parte dell’Inps di una riduzione permanente a meno di 1/3 della capacità lavorativa;
  • gli invalidi di guerra, gli invalidi civili di guerra e gli invalidi per servizio con minorazioni ascritte dalla 1° all’8° categoria.

Sono soggette a una particolare tutela anche le seguenti categorie:

  • orfani e coniugi superstiti dei lavoratori deceduti per causa di lavoro, guerra o servizio, o per l’aggravarsi dell’invalidità derivante da tali cause;
  • coniugi e figli di grandi invalidi di guerra, di servizio o di lavoro;
  • profughi italiani rimpatriati;
  • familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

Gli invalidi totali (con percentuale di invalidità pari al 100%) possono iscriversi nelle liste speciali per accedere al lavoro o a percorsi di inserimento mirato, ma soltanto se possiedono ancora una residua capacità lavorativa.

Domanda Legge 104

Per ottenere le agevolazioni collegate alla Legge 104 è prima necessario il riconoscimento dell’handicap. Per domandarne il riconoscimento, dopo aver ottenuto il certificato medico dal proprio medico curante, si deve inoltrare, tramite il sito dell’Inps, il contact center Inps Inail, o mediante patronato, la domanda di accertamento dei requisiti sanitari.

L’accertamento medico può, poi, consentire l’accesso non solo ai benefici legati alla Legge 104, ma anche a quelli connessi alla non autosufficienza, all’invalidità civile, cecità, sordità, etc. La domanda, è unica sia per l’handicap, che per l’invalidità, che per la non autosufficienza, anche se le condizioni danno diritto a benefici differenti.

Vediamo allora quali sono i passaggi necessari per ottenere il riconoscimento dell’handicap, dell’invalidità e della non autosufficienza.

Certificato medico introduttivo

Innanzitutto, per ottenere il riconoscimento dei requisiti sanitari per invalidità, handicap e non autosufficienza, bisogna recarsi dal proprio medico curante, che redige un certificato nel quale deve attestare che il paziente possiede una determinata percentuale di riduzione della capacità lavorativa, o un handicap.

Per il riconoscimento della non autosufficienza, che dà diritto all’accompagnamento, il medico deve anche scrivere, nel certificato, che il disabile è, alternativamente:

  • impossibilitato a deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore (per ottenere l’assegno di accompagnamento);
  • impossibilitato a compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza (per l’assegno di accompagnamento).

Il medico, se riscontra ulteriori patologie, può comunque scrivere nel certificato che il disabile è anche:

  • affetto da malattia neoplastica (tumore);
  • affetto da patologia in situazione di gravità;
  • affetto da patologia di competenza Anffas (disabilità intellettiva o relazionale).

Il medico deve poi specificare che la domanda è inviata ai fini del riconoscimento delle seguenti condizioni (ne può indicare più di una):

  • handicap;
  • invalidità;
  • cecità;
  • sordità;
  • disabilità.

In ultimo luogo, deve specificare l’esistenza di problematiche connesse ad un eventuale spostamento del disabile, per richiedere, eventualmente, la visita medica domiciliare.

Una volta trasmesso il certificato all’Inps in via telematica, il medico deve rilasciare un’attestazione, con il numero di protocollo assegnato dal sistema. Bisogna conservare il documento ed il numero, servirà per inviare all’Inps la domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari per l’assegno di accompagnamento.

Credenziali per l’accesso al sito dell’Inps

Per inviare la domanda d’invalidità, Legge 104 o accompagnamento all’Inps, attraverso il portale web dell’istituto, bisogna essere in possesso del codice pin dispositivo, o dell’identità unica spid almeno di secondo livello, per l’accesso ai servizi online dell’istituto, o della carta nazionale dei servizi.

In alternativa, ci si può rivolgere a un patronato; se ci si rivolge al call center dell’Inps è comunque necessario il pin dispositivo.

Per saperne di più: Come si ottengono le credenziali Inps?

Come si presenta la domanda d’invalidità, Legge 104 e accompagno all’Inps?

Una volta in possesso del codice pin o delle differenti credenziali, si deve:

  • accedere al sito web dell’Inps;
  • cliccare su “Accesso ai servizi”, “Servizi per il cittadino”; bisogna indicare come username il proprio codice fiscale e il codice pin di 16 cifre assegnato (che sarà cambiato, al primo accesso, in un codice di 8 cifre);
  • a questo punto si deve entrare nella sezione “Servizi per il cittadino”, nella quale appare un lungo elenco di funzioni a cui accedere: è necessario selezionare “Invalidità civile: invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari”; la domanda, come già detto, vale per tutte le prestazioni richieste, sia per l’invalidità che per l’indennità di accompagnamento;
  • entrati nell’area “Invalidità civile”, bisogna selezionare, sulla sinistra, la sezione “Acquisizione richieste”.

Una volta entrati su “Acquisizione richieste”, bisogna compilare la domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari per ottenere l’invalidità e l’assegno di accompagnamento, che è formata da 3 sezioni; verranno richieste le seguenti informazioni:

  • dati personali: indirizzo, numeri di telefono, email, eventuale domicilio per l’invio delle comunicazioni;
  • eventuale indicazione di un nominativo e di un’utenza telefonica di una seconda persona, per contatti;
  • numero del certificato rilasciato dal medico curante;
  • condizione per la quale si richiede il riconoscimento dei requisiti sanitari:
    • sordo civile;
    • cieco civile;
    • invalido civile;
    • portatore di handicap;
    • collocamento mirato.
  • si devono poi indicare:
    • l’Asl territorialmente competente;
    • eventuali giornate da escludere per fissare l’accertamento.

Effettuate queste operazioni, cliccando sul tasto “continua”, compare una schermata contenente i seguenti dati:

  • numero di protocollo assegnato alla domanda;
  • giorno e ora della visita medica (assegnata automaticamente dal sistema);
  • identificativo visita;
  • commissione medica competente ed indirizzo presso cui sarà effettuata la visita.

Lo stesso procedimento va utilizzato non solo per la domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari per le prestazioni connesse all’invalidità (o all’handicap, alla cecità, alla sordità…), ma anche per quella di aggravamento dei requisiti.

Da “Recupero richiesta” (se la domanda non è completata) o “Modifica richiesta”, è possibile correggere eventuali errori. Si può anche modificare la data dell’appuntamento per la visita medica, alla sezione “Cambio appuntamento”, ma solo entro 48 ore dall’acquisizione della richiesta.

Come sono riconosciuti invalidità, handicap e non autosufficienza?

Una volta effettuata la visita medica da parte della commissione Asl, questa si conclude con un verbale, nel quale possono essere riconosciute o meno la condizione d’invalidità, di handicap, ulteriori condizioni ed i correlati benefici.

In caso di mancato accoglimento delle richieste, è possibile ricorrere al tribunale, dopo essersi sottoposti un accertamento tecnico preventivo.

Come viene accertato l’handicap per la legge 104?

Per quanto riguarda, nello specifico, il riconoscimento dell’handicap, quindi dei requisiti per la legge 104, l’accertamento è effettuato da un’apposita commissione medica Asl, che deve pronunciarsi entro 90 giorni dalla data di presentazione della relativa domanda.

Se la commissione non si pronuncia entro 45 giorni dalla presentazione della domanda, l’accertamento è provvisoriamente effettuato da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l’Asl da cui è assistito l’interessato. L’accertamento provvisorio è efficace fino all’emissione dell’accertamento definitivo della commissione.

Inoltre, su richiesta motivata dell’interessato, la commissione medica può rilasciare un certificato provvisorio al termine della visita, efficace fino all’emissione dell’accertamento definitivo.

Nel caso di disabili affetti da sindrome di down, l’accertamento della gravità della disabilità è effettuato dal medico curante previa richiesta di presentazione del cariotipo, cioè del patrimonio cromosomico di un organismo.

La certificazione provvisoria è utile per beneficiare:

  • dei 3 giorni di permesso mensile retribuito Legge 104 per assistere i disabili gravi;
  • del prolungamento del congedo parentale fino al 3° anno di vita del bambino, portatore di handicap grave;
  • delle 2 ore di permesso giornalieroretribuito fino al 3° anno di vita del bambino, portatore di handicap grave (in alternativa al prolungamento del congedo parentale);
  • del congedo straordinario biennale retribuito per assistere i disabili gravi.

Permessi retribuiti legge 104 per il lavoratore disabile

Uno dei principali benefici offerti dalla legge 104 ai portatori di handicap è il riconoscimento di permessi retribuiti, detti permessi legge 104. In particolare, il lavoratore maggiorenne disabile, ciascun mese, ha diritto alternativamente a permessi retribuiti pari a:

  • 2 ore giornaliere;
  • 3 giorni, continuativi o frazionati.

Il tipo di permesso richiesto (giornaliero o orario) può essere cambiato dal lavoratore da un mese all’altro, modificando la domanda precedentemente presentata. La variazione può essere eccezionalmente consentita anche durante il mese, per esigenze improvvise e imprevedibili all’atto della richiesta dei permessi, che devono essere documentate dal lavoratore.

Permessi legge 104 per i familiari del disabile

I permessi retribuiti non spettano solo al disabile, ma anche ai suoi familiari, se sono lavoratori dipendenti.

I familiari che hanno diritto ai permessi retribuiti, nel dettaglio, sono:

  • i genitori;
  • il coniuge, o il partner dell’unione civile, o il convivente more uxorio: si tratta del convivente di fatto, come risultante dalla dichiarazione anagrafica (non è necessaria la firma di un patto di convivenza);
  • i parenti e affini entro il 2° grado;
  • i parenti e affini entro il 3° grado, se i genitori o il coniuge/ la parte dell’unione civile/ il convivente del disabile hanno compiuto i 65 anni, oppure sono anch’essi affetti da patologie invalidanti a carattere permanente, o sono deceduti o mancanti.

I permessi possono essere accordati ad un unico lavoratore per assistere lo stesso disabile, il referente unico: il referente beneficia dei permessi mensili per tutti i mesi di assistenza alla persona con handicap grave.

Il diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza dello stesso disabile: questi deve dunque dichiarare all’Inps il lavoratore suo familiare prescelto, da cui vuole essere assistito. Se il disabile è assistito alternativamente, per periodi di tempo predeterminati, da parenti diversi (entro il 2° grado), ciascun avente diritto deve presentare, di volta in volta, la domanda per ottenere il riconoscimento dei permessi retribuiti legge 104.

Un’eccezione alla regola generale del “referente unico” è prevista nel caso dei genitori, che possono beneficiare alternativamente dei permessi per l’assistenza dello stesso figlio con handicap grave.

Il diritto ai permessi retribuiti può essere concesso (purché si provino, in concreto, le specifiche esigenze di assistenza) al familiare anche se:

  • nel nucleo familiare del disabile si trovano familiari conviventi non lavoratori idonei a prestare assistenza;
  • sono presenti altre forme di assistenza pubblica o privata(ricorso alle strutture pubbliche, al cosiddetto “no profit” e al personale badante).

Congedo straordinario Legge 104 per il figlio non convivente

La Corte Costituzionale, con una recente sentenza [5], consente anche al figlio non convivente al momento della domanda la possibilità di fruire del congedo straordinario legge 104, ossia del congedo, pari a un massimo di 2 anni nella vita lavorativa, per assistere familiari disabili .

In particolare, la Corte ha dichiarato la parziale incostituzionalità del testo unico maternità-paternità [6], nella parte in cui non elenca tra i beneficiari del congedo straordinario il figlio che, al momento della presentazione della richiesta, ancora non convive con il genitore con handicap grave, se instaura la convivenza successivamente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, del padre e della madre, anche adottivi, dei figli conviventi, dei fratelli e delle sorelle conviventi, dei parenti o affini entro il terzo grado conviventi, legittimati a richiedere il beneficio in via prioritaria secondo l’ordine determinato dalla legge.

Quanti giorni di permessi legge 104 spettano ai lavoratori part time?

In caso di part-time orizzontale, le giornate di permesso legge 104 spettanti sono sempre tre, ma con un orario ridotto (i lavoratori in regime di part time orizzontale prestano servizio in tutte le giornate lavorative, ma per un numero minore di ore ogni giorno).

In caso di part time verticale o misto, con attività lavorativa limitata ad alcuni giorni del mese, o in caso di riduzione dell’attività lavorativa coincidente con un periodo di integrazione salariale, il numero dei giorni di permesso spettanti deve essere ridimensionato in proporzione. Il risultato della proporzione viene arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore, a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.

Non si procede ad alcun ridimensionamento nel caso in cui il dipendente presti servizio per più della metà delle giornate lavorative settimanali.

Come si calcola la riduzione dei permessi legge 104?

Nei casi in cui si debba procedere a riproporzionare i permessi legge 104, bisogna eseguire i seguenti calcoli:

  • giorni di permesso spettanti: numero dei giorni di lavoro effettivi= 3 giorni di permesso teorici: giorni lavorativi teoricamente eseguibili (si legge: il numero dei giorni di permesso spettanti sta al numero dei giorni di lavoro effettivi, come 3 giorni di permesso teorici stanno al numero dei giorni lavorativi teoricamente eseguibili).

Se, ad esempio, un lavoratore in part time verticale presta servizio per 10 giornate mensili, su un totale di 24 giorni lavorativi teoricamente eseguibili, il calcolo da eseguire è: x: 10 = 3: 24

Perciò:

  • x = 30: 24;
  • x = 1,25 giorni di permesso, che devono essere arrotondati per difetto a 1, in quanto la frazione è inferiore a 0,50.

Nel mese considerato spetta quindi un solo giorno di permesso.

Come si usano i permessi della legge 104?

Spesso ci si chiede se il lavoratore che utilizza i permessi della legge 104 debba assistere tutta la giornata o solo durante le ore lavorative il familiare con handicap. In generale la giurisprudenza sostiene che l’impiego per scopi personali della giornata di permesso retribuita costituisce un comportamento illegittimo che può essere configurabile come reato: quello di truffa ai danni dello Stato (difatti l’indennità per la giornata di riposo viene corrisposta dall’Inps e solo inizialmente anticipata dal datore di lavoro). Inoltre, questo comportamento può giustificare il licenziamento, visto che il dipendente si macchia di una condotta infedele. Il datore potrebbe far pedinare il lavoratore, a questo proposito, e verificare se lo stesso sta usando i permessi della legge 104 per scopi personali o per assistere l’invalido.

Di recente però la Cassazione ha adottato un’interpretazione più larga. Secondo la Corte, poiché il lavoratore con la legge 104, durante il normale corso della settimana, alterna il lavoro all’assistenza, non trovando quindi spazi per le proprie necessità (fosse anche fare la spesa, comprare un vestito o incontrarsi con gli amici) è legittimo pensare che lo faccia durante i giorni di permesso in cui ha più tempo. Infatti, la legge ha cancellato l’obbligo dell’assistenza continuativa.

Ciò che però resta vietato è l’utilizzo dell’intera giornata per scopi personali come, ad esempio, per allungare il weekend e il ponte o fare gite con gli amici. In passato è stato ritenuto legittimo il licenziamento della lavoratrice sorpresa, in uno dei giorni di permesso legge 104, a partecipare a una serata in discoteca.

Una recentissima sentenza della Cassazione [4] si è espressa in modo ancora più elastico, consentendo l’utilizzo dei permessi Legge 104 per attività svolte fuori casa, se connesse all’assistenza. Secondo quest’orientamento più flessibile, attività di carattere ordinario (come un prelievo al bancomat) che richiedono pochi minuti e che possono essere svolte in qualsiasi momento della giornata (non solo in favore del disabile ma, al contempo, in favore di chi lo assiste) possono essere portate a termine con l’aiuto dei permessi al lavoratore finanziati dalla collettività.

I giorni di permesso della legge 104 spettano ai familiari non conviventi?

Secondo quanto disposto dalla legge 104, i beneficiari dei permessi retribuiti per l’assistenza del portatore di handicap grave sono il coniuge, gli affini, i parenti entro il secondo grado, o entro il terzo grado a determinate condizioni di legge. La legge, come anticipato, esclude la convivenza tra i presupposti necessari per la concessione dei benefici. Ciò vuol dire che il diritto ad ottenere i permessi retribuiti è riconosciuto anche se gli affini ed i parenti non abitano con il disabile che deve ricevere assistenza.

Al partner convivente spettano i giorni di permesso della legge 104?

In passato, se il disabile aveva un rapporto di convivenza more uxorio (ossia una famiglia di fatto), per il fatto di non essere legato da vincolo matrimoniale, restava sprovvisto di tutela, anche nel caso in cui non esistessero altri familiari disponibili all’assistenza. La legge escludeva, difatti, il convivente more uxorio dall’elenco dei soggetti beneficiari dei permessi retribuiti legge 104 per l’assistenza, privando così i soggetti portatori di handicap grave interessati a ricevere assistenza da persone cui sono legate da un rapporto stabile e certo della tutela garantita dalla costituzione. Dal 2016, grazie a una nota sentenza della Corte Costituzionale, non è più così: secondo la Consulta, difatti, la Legge 104 , non prevedendo la concessione dei permessi retribuiti al convivente del disabile, viola la Costituzione per irragionevolezza e viola il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave sia come singolo che nella società .

La Corte costituzionale, riconoscendo il ruolo del convivente nell’assistenza al portatore di handicap grave, lo ha dunque equiparato a quello del gruppo di soggetti che, in via prioritaria, possono fruire dei permessi, cioè coniuge, parenti e affini entro il secondo grado.

Al partner dell’unione civile spettano i giorni di permesso della legge 104?

Il lavoratore parte dell’unione civile, essendo equiparato al coniuge, ha diritto ai permessi retribuiti mensili per l’assistenza del partner disabile grave, come se fosse il marito, o la moglie, dell’assistito.

In attuazione delle nuove previsioni, la procedura online dell’Inps per l’invio della domanda dei permessi Legge 104 è stata recentemente implementata, per consentire anche agli uniti civilmente di inviare la domanda.

Come si richiedono all’Inps i permessi Legge 104?

Il lavoratore dipendente che assiste un familiare con handicap grave deve, per ottenere i permessi mensili retribuiti, presentare un’apposita richiesta di autorizzazione all’Inps.

La richiesta permessi Legge 104 deve essere presentata all’istituto, che paga l’indennità, su un apposito modulo, reperibile anche dal portale web dell’ente, il modello SR08_Hand 2.

Il modello deve poi essere consegnato al datore di lavoro

Come si compila la richiesta di rinnovo permessi Legge 104?

Per quanto riguarda la richiesta annuale di rinnovo dei permessi retribuiti, il lavoratore deve inviare all’Inps lo stesso modello SR08_ Hand 2, compilando l’apposita sezione dedicata al rinnovo. In questa sezione deve dichiarare che la commissione Asl non ha rivisto il giudizio di gravità della condizione di handicap del disabile, e che la certificazione rilasciata dalla Asl non è scaduta e non ha subito modifiche.

Come si invia la richiesta all’Inps dei permessi Legge 104?

Il lavoratore deve inoltrare la domanda di autorizzazione ai permessi Legge 104 all’Inps con una delle seguenti modalità:

  • sito web dell’Inps, accedendo alla sezione “Servizi per i cittadini”, scegliendo il servizio “Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito”, e compilando il modello online, al quale deve essere allegata la documentazione necessaria;
  • call center dell’Inps: per inviare la domanda tramite call center, il dipendente deve chiamare il numero 803.164 (da telefono fisso, 06.164.164 da mobile), munito dello stesso Pin valido per l’accesso ai servizi online dell’istituto;
  • patronato: in quest’ipotesi, il lavoratore dece compilare il modulo cartaceo SR08_Hand2, che il patronato invierà telematicamente all’Inps, assieme alla certificazione e all’ulteriore documentazione.

Congedo straordinario retribuito di due anni per assistere familiari disabili

Chi assiste un familiare convivente con handicap grave certificato ha diritto a un congedo straordinario retribuito, della durata massima di 2 anni nell’arco della vita lavorativa: è possibile assentarsi anche in maniera frazionata, ma la frazionabilità è soltanto giornaliera e non oraria.

Il beneficio spetta, nell’ordine: al coniuge che convive col lavoratore, ai genitori, ai figli conviventi, ai fratelli ed alle sorelle conviventi e, in mancanza, ad altri parenti o affini fino al terzo grado; è indispensabile, al contrario di quanto avviene per i permessi retribuiti, la convivenza col soggetto disabile.

I due anni di congedo straordinario sono da intendersi come massimo utilizzabile, per ciascun dipendente, nell’intero arco della vita lavorativa. Pertanto, se vi sono più familiari per i quali si possa fruire del congedo, in ogni caso non è possibile superare i due anni totali, comprensivi di tutte le assenze inerenti ogni assistito.

Nel computo del limite dei 2 anni rientrano anche le giornate festive e non lavorative ricomprese tra le giornate di assenza.

La domanda per il congedo straordinario consiste in un’autocertificazione, accompagnata dal certificato di handicap grave; deve essere presentata al proprio dirigente o alla propria amministrazione, se si lavora per un ente pubblico. I dipendenti privati, invece, devono inoltrare la domanda direttamente all’Inps: dopo che l’Istituto verifica la correttezza formale e accoglie l’istanza, devono effettuare la richiesta al proprio datore di lavoro.

L’indennità per il congedo straordinario corrisponde alle voci fisse e continuative dell’ultima retribuzione, sino ad un massimo di circa 48mila euro annuali (cifra rivalutata periodicamente); si ha diritto, inoltre, alla contribuzione figurativa.

Prolungamento del congedo parentale per assistere figli disabili

Il lavoratore, secondo la Legge 104, può fruire di 2 ore di permesso giornaliero indennizzato per assistere il figlio disabile (portatore di handicap grave), oppure di 3 giorni mensili di permesso retribuito.

Se il figlio disabile è minore di 12 anni, però, può fruire del prolungamento del congedo parentale sino a un massimo di 3 anni, o di riposi alternativi al prolungamento.

Le ultime due agevolazioni non possono essere cumulate col congedo parentale orario.

Diritto alla scelta della sede per invalidi e portatori di handicap

Il dipendente portatore di handicap grave, beneficiario di Legge 104, o che assiste un parente in possesso del medesimo stato, ha il diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, a meno che non sussistano ragioni contrarie motivate dall’azienda. Più che di un diritto, in questi casi parliamo di interesse legittimo.

È differente la situazione dei dipendenti pubblici: in particolare, i lavoratori della P.A. che sono in possesso di un’invalidità superiore a 2/3 hanno il diritto di scelta prioritaria tra le sedi disponibili.

Rifiuto al trasferimento

Il portatore di handicap grave, o il lavoratore che assiste un familiare nella stessa condizione, non può essere trasferito in altra sede dall’azienda contro la sua volontà, a prescindere dall’esistenza di ragioni valide e motivate dall’azienda: in tale situazione, difatti, si configura un vero e proprio diritto soggettivo in capo al dipendente.

Rifiuto di prestare lavoro notturno

Il lavoratore beneficiario di Legge 104, oppure che assiste o ha a proprio carico un soggetto portatore di handicap grave, non può essere adibito dall’azienda al lavoro notturno contro la sua volontà.

Rifiuto di prestare lavoro domenicale o festivo

La legge non prevede espressamente, per i portatori di handicap grave o per i familiari che li assistono, la possibilità di rifiutarsi di prestare lavoro festivo o domenicale. Prevedono questa possibilità, tuttavia, alcuni contratti collettivi, come il CCNL Commercio e Terziario, nel quale è stabilito che i portatori di handicap grave beneficiari di Legge 104, nonché i familiari conviventi che li assistono, possono legittimamente rifiutarsi di lavorare la domenica e nei festivi.

Agevolazione Legge 104 per l’acquisto di veicoli

Per quanto riguarda l’acquisto dell’auto da parte di un soggetto disabile, la normativa prevede 4 tipologie di benefici, tra loro cumulabili:

  • detrazione Irpefpari al 19% del costo del veicolo (in pratica, se il costo del veicolo è pari a 10mila euro, si possono togliere 1.900 euro dalle imposte); la detrazione, che va indicata nella dichiarazione dei redditi, può essere effettuata in un’unica soluzione o in 4 quote; la spesa massima consentita è di 18.075,99 euro;
  • pagamento dell’Ivasull’acquisto del veicolo in misura ridotta, pari al 4%;
  • esenzione dal bollo auto(si tratta di un’esenzione perpetua, non limitata alle prime annualità);
  • esonero dal pagamento dell’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.

Gli incentivi sono validi non solo per le autovetture, ma anche per alcuni autoveicoli specifici e per il trasporto promiscuo, autocaravan, motocarrozzette, motoveicoli per il trasporto promiscuo e specifici. Oltreché per l’acquisto, i benefici possono essere fruiti anche per la riparazione.

Non tutti i disabili possono usufruire, però, di queste agevolazioni, ma solo le seguenti categorie:

  • sordi e non vedenti;
  • portatori di handicap grave secondo la Legge 104, qualora si tratti di disabili psichici o mentali titolari d’indennità di accompagnamento, o di disabili affetti da pluriamputazioni, o con capacità di deambulazione notevolmente limitata;
  • soggetti disabili con capacità motorie ridotte o assenti.

Le spese possono essere detratte anche dal familiare che ha fiscalmente a carico il disabile (il reddito annuo, perché il familiare sia considerato fiscalmente a carico, non deve superare 2.840,51 euro).

Agevolazioni fiscali Legge 104: spettano per l’auto cointestata?

I benefici fiscali legati all’acquisto di autoveicoli per disabili sono riconosciuti, alternativamente, o al disabile stesso, o al familiare che lo ha a carico.

Anche se, da un punto di vista logico, sarebbe più che corretto concedere l’agevolazione in presenza di cointestazione del veicolo, tanto più se uno dei cointestatari è il soggetto che ha a carico il disabile, una nota risoluzione dell’Agenzia delle Entrate è stato negato questo beneficio: secondo l’Agenzia, difatti, le norme che accordano agevolazioni devono essere interpretate in maniera letterale. Impossibile, dunque, riconoscere il beneficio in presenza di cointestazione del veicolo, poiché si violerebbe la legge, che prevede l’alternativa fruizione delle agevolazioni fiscali da parte o del soggetto disabile, o del familiare che lo ha in carico, senza ulteriori possibilità.

Detrazione Irpef per figlio disabile a carico

Se si ha un figlio a carico portatore di handicap grave secondo la Legge 104, l’ordinaria detrazione Irpef per figli a carico spettante è aumentata di 400 euro. Ciò vuol dire che la detrazione base, per il figlio minore di 3 anni, sarà pari a 1.620 euro annui anziché 1.220, e , se di età pari o superiore a 3 anni, sarà di 1.350 euro anziché 950.

Resta fermo l’aumento di 200 euro della detrazione per ciascun figlio a carico, nel caso in cui siano superiori a tre.

Per approfondire: bonus figli a carico.

Contributo Inps da mille euro al mese

Una tra le agevolazioni più significative per i disabili ed i familiari che li assistono, in termini economici, è senza dubbio il programma Inps Home Care Premium, al quale si può aderire sino al 31 gennaio 2022: questo progetto si rivolge però ai soli dipendenti e ai pensionati pubblici, ai i loro coniugi, parenti o affini di primo grado non autosufficienti. Pertanto, potrebbe essere utile nel caso in cui chi presta assistenza sia o sia stato dipendente pubblico, o in cui l’assistito sia dipendente o pensionato pubblico.
Il progetto Home Care Premium, nel dettaglio, prevede due tipologie di prestazioni da parte dell’Inps, con il coinvolgimento di enti pubblici e ambiti territoriali sociali:
• un contributo economico mensile, sino a un massimo di 1.050 euro (1.250 euro per le disabilità gravissime), denominato prestazione prevalente, da utilizzare per rimborsare le spese sostenute per l’assunzione di un assistente familiare;
• un servizio di assistenza alla persona, la cosiddetta prestazione integrativa (servizi personali domiciliari, prestazioni di sollievo, protesi, ausili, apparecchi…), erogata attraverso la collaborazione degli ambiti territoriali sociali (Ats), oppure da enti pubblici convenzionati che abbiano competenza a rendere i servizi di assistenza alla persona.
È possibile, se si possiedono i requisiti, inviare la domanda tramite il sito dell’Inps o tramite patronato; se si vuole presentare domanda dal portale Inps, bisogna accedere alla sezione Servizi, e successivamente alla prestazione Gestione dipendenti pubblici: domanda Assistenza Domiciliare (Progetto Home Care Premium).

Deduzione dal reddito delle spese mediche generiche e di assistenza specifica

Un altro beneficio, valido sia per i disabili che per i familiari che li abbiano a carico, è l’integrale deduzione dal reddito dei seguenti costi:

  • spese medichegeneriche (come, ad esempio, l’acquisto di medicinali);
  • spese di assistenza specifica. Rientrano nella categoria l’assistenza infermieristica e riabilitativa, le prestazioni fornite dal personale in possesso della qualifica di OSS, addetti all’assistenza di base, coordinatori delle attività assistenziali di nucleo, educatori professionali, addetti all’attività di animazione e di terapia occupazionale.

Detrazione dall’Irpef delle spese sanitarie per i disabili

Beneficiano di una detrazione del 19% dall’Irpef:

  • le spese mediche specialistichesostenute per il disabile;
  • l’acquisto di mezzi d’ausilioalla deambulazione;
  • l’acquisto di poltroneper inabili e minorati, di apparecchi correttivi e di ulteriori ausili specifici.

Anche in questo caso, tali spese possono essere detratte sia dal soggetto portatore di handicap, che dai familiari che lo hanno a carico.

Detrazione dall’Irpef dei costi per l’abbattimento delle barriere architettoniche

L’eventuale adattamento di un ascensore, la costruzione di rampe e l’abbattimento di barriere architettoniche in genere, se a favore di un disabile beneficiano della detrazione dall’Irpef pari al 36% dei costi. Dato che, però, l’attuale bonus per gli interventi di ristrutturazione è più alto (attualmente si ha diritto a una detrazione Irpef pari al 50% dei costi di ristrutturazione, sino a un tetto massimo di 96mila euro) la detrazione al 36% può essere richiesta soltanto sull’eventuale eccedenza della quota di spesa per la quale è stata già domandata l’agevolazione per ristrutturazione edilizia.

Anche in questo caso, la detraibilità è valida per il parente che ha in carico il disabile, o, in alternativa, per il soggetto stesso.

Detrazione Irpef dei costi di assistenza per i non autosufficienti

I soggetti non autosufficienti, se la condizione risulta da un’apposita certificazione medica ed a prescindere dal possesso di handicap, possono detrarre dall’Irpef il 19% delle spese per l’assistenza, sino ad un massimo di 2.100 euro l’anno, se il reddito annuo non supera 40mila euro. L’agevolazione, fruibile anche dai familiari che hanno a carico queste persone, può essere cumulata con la deduzione dei contributi versati ai lavoratori domestici (nella misura massima, ricordiamo, di 1.549,37 euro).

Agevolazione Legge 104 per l’acquisto di pc e sussidi informatici

Sono previsti degli incentivi per l’acquisto di mezzi tecnici ed informatici a beneficio dei portatori di handicap grave secondo la Legge 104.

Le apparecchiature devono essere atte a facilitare la comunicazione, l’elaborazione scritta o grafica, il controllo dell’ambiente, l’accesso all’informazione ed alla cultura.

Sono agevolabili, ad esempio, computer, modem, fax, telefoni con vivavoce, tablet, etc.

I benefici consistono, nel dettaglio:

  • in una detrazione dei costi dall’Irpef pari al 19%;
  • nell’applicazione dell’Iva agevolata al 4%.

Altre agevolazioni fiscali per disabili

Ricordiamo, tra i residui benefici fiscali per i disabili, l’agevolazione forfettaria per l’acquisto ed il mantenimento di un cane guida, l’esenzione dalla tassa sulle imbarcazioni, il trattamento di vantaggio sull’imposta sulle successioni e le donazioni (ossia l’applicazione di una franchigia pari a un milione e mezzo di euro), l’aliquota Iva al 4% per l’acquisto di prodotti editoriali specifici (con supporti audio o scrittura braille).

Contrassegno disabili per il parcheggio

Il contrassegno per disabili è un tagliando concesso dal Comune alle persone invalide finalizzato a facilitare la circolazione e la sosta dei veicoli a loro servizio. Si tratta di una speciale autorizzazione che, previo accertamento medico, viene rilasciata dal sindaco del Comune di residenza dell’invalido.

Il Comune può rilasciare il contrassegno per il parcheggio disabili a persone:

  • con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta;
  • non vedenti.
  • Il contrassegno può essere rilasciato anche a tempo determinato (inferiore a cinque anni) a persone:
  • con temporanea riduzione della capacità di deambulazione a causa di infortunio o per altre cause patologiche;
  • persone con totale assenza di ogni autonomia funzionale e con necessità di assistenza continua, per recarsi in luoghi di cura.

Per richiedere o rinnovare il contrassegno disabili è necessario rivolgersi al Comune di residenza del beneficiario. Sarà necessario presentare un’apposita domanda alla quale dovrà essere allegata la certificazione medica dell’ASL locale di appartenenza attestante la capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta o la cecità totale.

Ape sociale per chi assiste disabili

Possono fruire dell’Ape sociale, cioè di un assegno a carico dello Stato che consente di pensionarsi a partire dai 63 anni, anche coloro che assistono un familiare portatore di handicap grave.

Nello specifico, beneficiano dell’Ape sociale caregiver con 30 anni di contributi:

  • coloro che assistono continuativamente, da almeno 6 mesi, un familiare convivente di 1° grado, oppure il coniuge o il partner dell’unione civile, portatore di handicap grave;
  • possono accedere alla misura anche coloro che assistono continuativamente, da almeno 6 mesi, un disabile convivente portatore di handicap grave, se familiare entro il 2° grado, qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 anni, oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti;

Le donne con figli hanno diritto a una riduzione del requisito contributivo di un anno per ogni figlio, sino a un massimo di due anni.

Pensione anticipata per chi assiste disabili

Le stesse categorie beneficiarie dell’Ape sociale per i caregiver possono anche ottenere la pensione anticipata precoci, con 41 anni di contributi. Per approfondire: Ape sociale e pensione anticipata caregiver.

Reddito di cittadinanza per beneficiari della legge 104

Il decreto sul reddito di cittadinanza definisce le persone con disabilità come coloro che sono considerati disabili ai fini Isee.

I disabili, nell’accesso al reddito di cittadinanza o alla pensione di cittadinanza, ricevono benefici aggiuntivi:

  • la scala di equivalenza è aumentata a 2,2 per le famiglie con disabili gravi o non autosufficienti;
  • la pensione di cittadinanza spetta non solo ai nuclei con componenti over 67, ma anche con disabili;
  •  i massimali relativi al patrimonio mobiliare familiare sono incrementati di 5mila euro per ogni componente con disabilità, come definita a fini Isee, presente nel nucleo, e di 7500 euro per ogni componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza;
  • i disabili, come definiti ai fini del collocamento mirato, non sono obbligati ad attenersi alle misure di politica attiva del lavoro, obbligatorie per ottenere il sussidio nella generalità dei casi (fruiscono, comunque, delle misure di collocamento mirato e di tutele particolari).

Per approfondire: Reddito di cittadinanza per beneficiari della Legge 104.

Agevolazioni per invalidi

Se il portatore di handicap, beneficiario della Legge 104, possiede anche una determinata percentuale d’invalidità, ha diritto a ulteriori agevolazioni. Vediamo quali sono.

Contributi figurativi aggiuntivi

Il possesso di handicap, a prescindere dalla gravità, non dà diritto a particolari agevolazioni previdenziali. Queste, infatti, sono dovute in base all’invalidità, cioè alla riduzione della capacità lavorativa. In particolare, il lavoratore con invalidità sopra il 74% ha diritto, a partire dalla data di riconoscimento di tale percentuale di riduzione della capacità lavorativa, a 2 mesi l’anno di contributi figurativi, che si aggiungono alla contribuzione versata per raggiungere prima la pensione. In questo modo, è possibile anticipare la pensione sino a 5 anni.

Pensione di vecchiaia anticipata per invalidità

I lavoratori invalidi dall’80% in su hanno anche diritto di accedere alla pensione di vecchiaia anticipata, ossia con 61 anni di età per gli uomini e 56 anni  per le donne (e 20 anni di contributi). Si applica, a questi requisiti, l’attesa di un periodo di finestra pari a 12 mesi dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione.

Il beneficio è riconosciuto ai soli lavoratori dipendenti del settore privato.

Per approfondire: Pensione di vecchiaia anticipata

Assegno ordinario d’invalidità

L’assegno ordinario d’invalidità è riconosciuto a prescindere dal possesso di handicap, per i soggetti con riduzione della capacità lavorativa superiore a 2/3. Sono necessari 5 anni di contributi versati, di cui 3 nell’ultimo quinquennio e sono previsti di limiti di cumulo tra assegno e altri redditi.

In particolare, la normativa prevede una riduzione:

  • del 25% se il reddito totale supera quattro volte il trattamento minimo;
  • del 50% se il reddito totale supera cinque volte il trattamento minimo;

Quando l’assegno d’invalidità è trasformato in pensione di vecchiaia, al compimento dell’età pensionabile, diviene pienamente cumulabile con tali redditi; inoltre, cadono tutti i limiti al cumulo dei redditi in presenza di almeno 40 anni di contributi.

L’assegno ordinario d’invalidità è compatibile con l’attività lavorativa (subisce però delle riduzioni), ma non è compatibile col trattamento di disoccupazione: in questo caso, è possibile optare per l’indennità più favorevole.

Pensione d’invalidità civile

La pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza, è una prestazione assistenziale, dunque spetta a prescindere dal versamento di contributi; la prestazione non è collegata al possesso di handicap, ma è necessaria un’invalidità riconosciuta almeno pari al 74%. Per ottenere l’assegno, il reddito posseduto non deve essere superiore a 4.906,72 euro, per l’anno 2019.

Il sussidio, pari a 285,66 euro mensili (per il 2019) è compatibile sia con l’attività lavorativa (entro i limiti di reddito), ma richiede lo stato di disoccupazione (anche parziale), ed è incompatibile con qualsiasi pensione diretta d’invalidità e con tutte le prestazioni pensionistiche d’invalidità per causa di guerra, di lavoro o di servizio, comprese le rendite Inail. L’interessato può comunque optare per il trattamento più favorevole.

Per gli invalidi civili totali non è richiesto lo stato di disoccupazione, ed i limiti di reddito sono più elevati, pari a 16.814,34 euro annui. Per approfondire: Pensione d’invalidità civile.

Pensione d’inabilità

La pensione d’inabilità ordinaria è anch’essa indipendente dal possesso di handicap, in quanto spetta in presenza di un’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro; sono necessari i seguenti requisiti contributivi: 5 anni di contributi di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio. La pensione è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, dipendente, parasubordinata o autonoma.

L’ammontare della pensione di inabilità risulta dalla somma:

  • dell’importo dell’assegno di invalidità (che si calcola in proporzione ai contributi versati, col metodo retributivo sino al 2011, misto o contributivo, a seconda dell’anzianità assicurativa), non integrato al trattamento minimo;
  • della maggiorazione, pari agli anni di contribuzione compresi tra la decorrenza della pensione di inabilità ed il compimento dei 60 anni di età (in pratica, la pensione è pari a quella che il lavoratore avrebbe avuto una volta raggiunti 60 anni di età), sino a un massimo di 40 anni di contributi.

Per approfondire: pensione d’inabilità al lavoro.

Se, in sede di accertamenti sanitari, viene invece riscontrato il possesso d’inabilità per assoluta e permanente impossibilità a svolgere le proprie mansioni lavorative o a proficuo lavoro, hanno diritto alla pensione d’inabilità soltanto i dipendenti pubblici, in casi particolari.

Indennità di accompagnamento

L’indennità di accompagnamento è un trattamento che spetta agli invalidi civili totali non in grado di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.

Tale indennità non è incompatibile con l’attività lavorativa (poiché l’impossibilità di lavorare si determina soltanto in presenza dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa), né con la percezione di altri redditi. Per il 2019 l’importo mensile spettante è pari a 517,84 euro.

Congedo per invalidità

Il lavoratore con invalidità riconosciuta in misura superiore al 50% può fruire di un congedo per cure relative all’infermità riconosciuta, per un periodo non superiore a 30 giorni l’anno. Durante il periodo di congedo (non rientrante nel periodo di comporto) il lavoratore ha diritto a percepire un trattamento, a carico del datore di lavoro, calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia.

Diritto a protesi ed ausili

Chi possiede un’invalidità superiore al 33,33% ha diritto a protesi ed ausili eventualmente necessari per la patologia riconosciuta nel verbale di accertamento della commissione medica.

Esenzione ticket

Chi possiede un’invalidità superiore ai due terzi ha diritto all’esenzione totale dal ticket sulle prestazioni specialistiche e di diagnosi strumentale; è possibile inoltre fruire di un’agevolazione per il pagamento dei medicinali prescritti con ricetta medica (a tal proposito è consigliabile rivolgersi direttamente alla propria Asl o alla Regione di residenza).

Collocamento mirato

I lavoratori con invalidità civile superiore al 45%, a prescindere dal possesso di handicap, hanno diritto al collocamento mirato, cioè ad accedere ai servizi di sostegno dedicati, e ad iscriversi alle liste speciali, secondo quanto previsto dalla Legge 68 [3].

Inoltre, possono essere computati nelle quote di riserva dell’azienda.

Hanno gli stessi diritti anche gli invalidi di guerra, del lavoro e per cause di servizio con percentuale sopra il 33%, con minorazioni ascritte dalla prima all’ottava categoria.

Abbiamo già osservato, all’inizio del testo, quali sono i disabili che appartengono alle categorie protette.

Quali lavoratori appartenenti alle categorie protette possono iscriversi alle liste di collocamento mirato?

Per poter risultare iscritto nell’elenco della Legge 68, il lavoratore appartenente alle categorie protette deve risultare in stato di disoccupazione o in situazioni lavorative compatibili con il mantenimento dello stato di disoccupazione. Nel dettaglio, si mantiene lo stato di disoccupazione necessario all’iscrizione nella graduatoria se:

  • si è occupati con rapporto di lavoro subordinato di durata fino a 6 mesi (in questo caso lo stato di disoccupazione è sospeso);
  • il lavoro svolto, subordinato o parasubordinato, produce un reddito inferiore ad 8.000 euro lordi all’anno;
  • il lavoro svolto produce un reddito inferiore a 4.800 euro lordi all’anno, se autonomo;
  • il lavoro è svolto, a prescindere dai limiti di reddito, per attività lavorative nell’ambito di particolari progetti.

Se non viene svolto alcun lavoro dipendente la persona disabile iscritta nell’elenco della Legge 68 deve presentarsi spontaneamente al centro per l’impiego, almeno una volta all’anno, per riconfermare (mediante la sottoscrizione di un apposito modulo) la propria immediata disponibilità al lavoro (conferma Did).

In caso di mancata conferma, la persona perde lo stato di disoccupazione con conseguente cancellazione dall’elenco della Legge 68.

Assunzione obbligatoria di disabili

Per tutti i datori di lavoro, enti pubblici compresi, scatta l’obbligo di assumere disabili, appartenenti alle categorie protette, quando si superano i 14 dipendenti.

In particolare, aziende e amministrazioni sono tenute ad avere alle loro dipendenze i lavoratori disabili nella seguente misura:

  • se occupano oltre 50 dipendenti, la quota di riserva deve essere pari al 7% dei lavoratori occupati;
  • se occupano da 36 a 50 dipendenti, la quota è pari a 2 lavoratori;
  • da 15 a 35 dipendenti, è sufficiente un lavoratore.

Per i lavoratori tutelati non appartenenti alla categoria dei disabili, invece, è riservata una quota pari all’1%, nelle aziende o amministrazioni che occupano oltre 50 dipendenti.

Appartenenti alle categorie protette computabili nella quota di riserva

Le aziende, in ogni caso, possono computare nella quota di riserva i lavoratori che diventano disabili successivamente all’assunzione, oppure quelli che, sebbene già disabili al momento dell’assunzione, non siano stati avviati per il tramite del collocamento obbligatorio, purché abbiano una riduzione della capacità lavorativa superiore al 60%, o al 45% se disabili psichici, o al 33% se invalidi del lavoro.

Per poter computare il disabile all’interno della quota di riserva, è sufficiente che l’azienda presenti un’apposita richiesta d’inserimento di persona con disabilità nella quota d’obbligo.

Iscrizione alle liste di collocamento per gli appartenenti alle categorie protette

Per quanto riguarda le modalità d’iscrizione alle liste di collocamento mirato e il rilascio della relativa documentazione, l’ente attualmente competente è il centro per l’impiego della provincia (o del diverso ambito territoriale) in cui l’interessato risiede; in particolare, è competente il servizio per l’inserimento mirato dei disabili.

Le liste speciali, o liste di collocamento mirato, sono elenchi pubblici formati secondo una graduatoria unica che raggruppa tutte le disabilità; l’iscrizione presso le liste speciali è uno dei presupposti per l’inserimento lavorativo dei disabili, indispensabile per tutte le assunzioni dei lavoratori svantaggiati che fruiscano dei benefici della Legge 68 [1], comprese le assunzioni con chiamata nominativa.

I criteri che concorrono alla formazione della graduatoria unica sono:

  • l’anzianità di iscrizione negli elenchi del collocamento obbligatorio;
  • la condizione economica;
  • il carico familiare;
  • la difficoltà di locomozione nel territorio.
  • ulteriori elementi individuai dalle regioni in base alle esigenze territoriali;
  • non esiste più il limite massimo di età pari a 55 anni, compiuti i quali si veniva cancellati dalle liste.

Come iscriversi alle liste di collocamento mirato

Il disabile che desidera iscriversi alle liste di collocamento mirato, già in possesso del verbale della commissione medica che attesti la sua invalidità o la sua condizione di svantaggio, deve:

  • innanzitutto, rivolgersi al centro per l’impiego territoriale, in particolare ai servizi per l’inserimento mirato dei disabili;
  • deve poi effettuare un colloquio, con l’operatore di riferimento assegnato, finalizzato alla raccolta delle informazioni utili a comprendere le potenzialità lavorative;
  • sarà poi redatta, a seguito del colloquio, la relazione conclusiva da parte della commissione sanitaria integrata (da non confondersi col verbale sanitario della commissione medica che riconosce l’invalidità civile: quest’ultimo, difatti, è solo il presupposto per avviare la procedura), che convocherà il lavoratore e indicherà il tipo di percorso lavorativo da intraprendere:
  • collocamento mirato senza interventi di supporto,
  • collocamento mirato con il supporto di un servizio di mediazione,
  • collocamento mirato con il supporto di un servizio di mediazione e con l’utilizzo di strumenti tecnici,
  • percorso formativo propedeutico al collocamento mirato (valevole anche per i disabili psichici),
  • collocamento mirato per disabili psichici,
  • non collocabile al lavoro,
  • percorso per situazioni socio-sanitarie complesse.

Gli operatori di riferimento del centro per l’impiego, sulla base delle indicazioni fornite dalla commissione sanitaria integrata provvederanno poi, insieme al lavoratore e compatibilmente alle opportunità lavorative, a predisporre il progetto di inserimento lavorativo e a erogare i servizi riservati per ogni tipologia di profilo. Terminata la procedura, il lavoratore sarà inserito nella graduatoria unica.

Come possono essere assunti i disabili?

L’assunzione dei disabili può avvenire:

  • tramite richiesta nominativa: in questo caso il datore di lavoro può assumere la persona disabile che ritiene più adatta al posto, indipendentemente dalla posizione in graduatoria;
  • tramite richiesta numerica: si tratta di una modalità di assunzione residuale, applicata quando l’azienda, entro 60 giorni dal sorgere dell’obbligo di assunzione, non abbia inserito nessun soggetto disabile; l’avvio al lavoro, in questo caso, avviene d’ufficio, secondo la graduatoria;
  • tramite convenzione: si tratta di un accordo tra l’azienda e gli uffici competenti, avente ad oggetto uno specifico programma; attraverso questo accordo, grazie alla collaborazione degli uffici, gli obblighi di assunzione possono essere temporalmente diluiti, eventualmente preceduti da tirocini o assolti con contratti a termine o part time.

Per i lavoratori tutelati non appartenenti alla categoria dei disabili, invece, le aziende non possono ricorrere né a convenzioni né a richieste di esonero, ma possono solo domandare agli uffici competenti un’apposita ricerca di preselezione.

Come possono essere assunti i disabili nella Pa?

L’assunzione dei disabili negli enti pubblici può avvenire:

  • tramite richiesta di avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento al centro per l’impiego;
  • tramite bando di concorso;
  • tramite convenzione.

Assunzione disabili senza concorso

Se l’amministrazione, nonostante l’obbligo, continua a non assumere, i centri per l’impiego possono avviare d’ufficio il collocamento obbligatorio dei disabili al suo interno. Prima di procedere all’assunzione automatica, il centro per l’impiego deve invitare la Pa ad adempiere, dando tempo 30 giorni. Trascorso il termine senza assunzioni da parte dell’amministrazione, i servizi per il collocamento mirato provvedono ad avviare numericamente i lavoratori disabili, attingendo alle graduatorie con profili professionali generici, dando comunicazione delle inadempienze al Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Per approfondire: assunzione disabili senza concorso, quando?

Esposto, querela e denuncia: quale differenza?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Processo penale e reati: l’esposto, la querela e la denuncia sono degli strumenti, a disposizione dei cittadini, finalizzati alla comunicazione delle notizie di reato. Ma tra questi atti vi sono delle sostanziali differenze.

Spesso si usano le parole esposto, querela e denuncia come se si trattasse di sinonimi e, a volte, anche impropriamente con riferimento ad ambiti del diritto del tutto inappropriati. Così, innanzitutto, è bene chiarire che questi tre termini si riferiscono all’ambito del diritto penale. Erra pertanto chi parla di “Denuncia” quando invece riceve un atto di citazione, il quale invece attiene al giudizio di carattere civile, o un precetto che riguarda l’esecuzione forzata (sempre rientrante nell’ambito dei rapporti privatistici).

Come si trasmette una notizia di reato all’autorità giudiziaria?

Nella quotidianità è possibile trovarsi di fronte a degli episodi che potrebbero configurare dei reati, ai quali si può assistere da terzi non coinvolti oppure possono essere subiti personalmente. I dubbi, dunque, che possono sorgere in queste circostanze riguardano la comunicazione della notizia di reato e la relativa forma. Questo articolo è volto a porre fine ai dubbi interpretativi che circondano questi tre strumenti giuridici ed a chiarire qual è la differenza tra esposto, querela e denuncia.

Cos’è l’esposto?

L’esposto [1] è l’esposizione, fatta all’autorità di pubblica sicurezza, di fatti che non costituiscono ancora un reato, ma che sono al limite del lecito. Oppure di fatti che potrebbero essere oggetto di querela.

A differenza della denuncia e della querela, l’esposto non è inserito nel codice di procedura penale, ma nel testo unico di pubblica sicurezza, in quanto è rivolto principalmente a tali organi ed ha la finalità di far si che l’autorità preposta tenti un bonario componimento della vicenda, oggetto dell’esposto, la quale può anche non avere ancora rilievo civile o penale, ma sia in uno stadio tale da poter degenerare. Si potrebbe dire, dunque, che l’esposto ha più una finalità preventiva che punitiva. Dall’esposto nascerà un vero e proprio procedimento amministrativo entro il quale l’organo preposto tenterà la conciliazione della lite redigendo un apposito verbale. L’esposto non ha – quindi – natura di atto di comunicazione di notizia di reato. Qualora però l’esposto contenga fatti penalmente rilevanti e procedibili d’ufficio, l’autorità di pubblica sicurezza, per come si dirà, avrà l’obbligo di informare l’autorità giudiziaria

L’ufficiale di Pubblica sicurezza a cui l’esposto viene presentato, convoca le parti e cerca di giungere a una composizione pacifica della controversia, prospettando all’autore del fatto i rischi che corre se persisterà nel suo atteggiamento.

Quando presentare un esposto? E’ conveniente presentare un esposto quando è in essere una circostanza che potrebbe portare oppure ha già portato ad una controversia tra privati, sulla quale si abbia il dubbio che questa possa essere contraria alla legge. Con l’esposto, difatti, si sollecita un celere intervento della Autorità di Pubblica Sicurezza per mettere fine, anche, bonariamente alla situazione dalla quale potrebbe derivare un pericolo.

Cos’è la querela?

La querela [2] è un atto con il quale chiunque può dichiarare di aver subito uno di quei reati minori che l’ordinamento persegue solo se la persona offesa ne fa esplicita richiesta.

La persona offesa dal reato, dunque, può personalmente oppure a mezzo di procuratore avanzare istanza di punizione nei confronti di chiunque si sia reso responsabile di un reato non perseguibile d’ufficio ma – appunto – a querela di parte.

Le differenze con le altre due tipologie di comunicazione trattate sono notevoli. La querela, difatti, è sottoposta ad un termine c.d. di decadenza.

Se ti ritieni vittima di un reato potrai presentare una querela entro 3 mesi da quando hai avuto conoscenza della notizia di reato (termine aumentato a 6 mesi per alcune tipologie di reato quali ad es. la violenza sessuale).

Ulteriore caratteristica della querela è dettata dalla possibilità di remissione [ritiro della querela]. A differenza della denuncia – infatti – la querela essendo manifestazione della volontà di un privato di procedere contro un altro privato per casi di minore gravità può essere revocata in qualsiasi momento, anche a giudizio già instaurato [con delle eccezioni previste dalla legge, ad esempio nei casi di violenza sessuale o di maltrattamenti in famiglia].

Quali sono i reati perseguibili a querela di parte? Sono reati che spesso nascono da controversie tra privati come ad esempio, la minaccia, la diffamazione, la violenza privata, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, il furto, la violenza sessuale, ecc. Va precisato, comunque, che il diritto penale è una branca del diritto pubblico e, pertanto, anche se mira alla punizione di un soggetto per volontà di chi si ritiene leso nei propri diritti, in ogni caso il fine ultimo è – sempre – la tutela della collettività.

Cos’è la denuncia?

La denuncia [3] è l’atto con il quale un cittadino comunica al giudice o ad agenti della polizia giudiziaria, di essere rimasto vittima di un grave reato oppure di essere a conoscenza di un fatto che potrebbe costituire grave reato. Proprio per la suddetta gravità, una volta depositata la denuncia non può essere più ritirata perché le autorità dovranno proseguire le indagini a prescindere dall’intenzione della vittima di pervenire a una punizione del colpevole.

Il pubblico ministero che riceve la denuncia avvierà le indagini volte ad accertare se il reato è stato effettivamente commesso e chi può averlo commesso, se il presunto responsabile non è stato già indicato in denuncia. In questo caso le indagini partiranno contro costui, ma potranno successivamente coinvolgere terze persone che potrebbero risultare coinvolte o che abbiano concorso alla realizzazione del fatto reato.

La denuncia può essere facoltativa oppure obbligatoria. E’, generalmente, facoltativa per i privati mentre è obbligatoria per i pubblici ufficiali che ricevono o apprendono la notizia di un reato procedibile d’ufficio. Questa non è soggetta a termini – a differenza della querela per come si è detto  – poichè il reato riveste una gravità tale da dover essere necessariamente perseguito. Proprio per tale ragione, si ribadisce, non sarà possibile rimettere (ritirare) la denuncia.

La denuncia, poi, può essere resa in forma orale o in forma scritta e deve contenere l’esposizione dei fatti che si intendono portare a conoscenza dell’autorità giudiziaria. Una cosa importante da sapere è che la denuncia non deve necessariamente indicare l’eventuale responsabile dei fatti denunciati, ma può essere presentata anche contro ignoti. Per essere valida, infine, deve essere sottoscritta dal denunciante.

I fatti denunciati o oggetto di querela devono essere sempre veritieri. Diversamente si potrebbe incorrere nel reato di calunnia, il quale risulta di per sè un reato abbastanza grave.

Quali sono i reati perseguibili d’ufficio?

Generalmente sono reati che suscitano un grave allarme sociale, si pensi, ad esempio, ai reati contro la pubblica amministrazione 7concussione, corruzione, abuso d’ufficio, omissione atti di ufficio) oppure all’omicidio.

Si può ritirare la denuncia fatta contro una persona?

Certamente no. Come appena detto, la denuncia riguarda quei reati perseguibili d’ufficio, a prescindere dalla volontà della vittima. L’azione penale, in questi casi, non ha come scopo quello di rendere giustizia alla persona offesa, ma quello di scoraggiare, sanzionandoli, i comportamenti socialmente pericolosi. Il denunciante, peraltro, una volta che ha portato a conoscenza il pubblico ministero o la polizia giudiziaria di fatti che costituiscono reato, non ha più alcun potere di intervento nelle indagini o nel processo e potrà, al massimo essere ascoltato come testimone.

Si può ritirare la querela fatta contro una persona?

Certamente si. In questo caso, si parla di remissione della querela. Si procede innanzi alle autorità e ci sarà bisogno del consenso (accettazione) della parte querelata.

Il locatore deve restituire la cauzione anche se l’immobile è danneggiato?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il locatore che, al rilascio dell’immobile, intende trattenere la somma ricevuta a titolo di cauzione, deve proporre azione giudiziaria per l’accertamento dei pretesi danni subiti durante la locazione.

Alla conclusione di un rapporto di locazione, l’inquilino che rilascia lo stabile ha diritto alla immediata restituzione della somma di denaro versata al proprietario a titolo di deposito cauzionale, con gli interessi legali maturati.

Ma come deve comportarsi il locatore nel caso in cui l’immobile risulti danneggiato? Di seguito, cercheremo di capire se il locatore può direttamente trattenere il deposito cauzionale a compensazione delle spese da sostenere per il ripristino, oppure se è necessario che inizi una causa per ottenere il risarcimento dei pretesi danni subiti.

Che cos’è il deposito cauzionale?

Quando hai preso in affitto il tuo appartamento, al momento della stipula del contratto di locazione, hai dovuto versare al proprietario quella che viene comunemente e impropriamente definita caparra, ossia una somma pari al massimo a tre mensilità del canone di locazione. Quella che chiamiamo caparra, in realtà, deve corretamente definirsi come deposito cauzionale.

In generale, il deposito cauzionale deve essere corrisposto al locatore a titolo di garanzia per fronteggiare l’eventualità che l’inquilino non rispetti tutte le obbligazioni stabilite nel contratto di locazione. In pratica, la cauzione che hai versato, serve a risarcire il proprietario dell’immobile che hai preso in affitto nel caso in cui tu non dovessi rispettare gli obblighi che hai assunto quando hai firmato il contratto.

Il conduttore, infatti, oltre a dover pagare il canone mensile dovuto per il godimento dell’immobile, deve utilizzarlo secondo l’uso determinato nel contratto e, pertanto, se nel contratto è stabilito, per esempio, che l’immobile deve essere utilizzato come abitazione, non potrà essere poi adibito ad affittacamere o ad uso ufficio. Il conduttore, inoltre, deve servirsi dell’immobile usando la diligenza del buon padre di famiglia, mantenendolo in buono stato, adoperandosi per svolgere tutti i lavori di piccola manutenzione e curando di avvisare il proprietario per gli eventuali problemi che necessitano di lavori più consistenti.

Al termine del contratto di locazione, il deposito cauzionale deve essere immediatamente restituito all’inquilino. Ciò vale, innanzitutto, nel caso in cui il contratto di locazione scade e l’inquilino rilascia l’immobile, senza che il proprietario gli contesti il mancato adempimento dell’obbligo di pagare l’affitto o del cattivo stato dell’appartamente. Ma l’obbligo di restituire il deposito cauzionale sussiste anche se l’inquilino si è reso inadempiente ad uno degli obblighi posti a suo carico.

Il locatore può trattenere la cauzione dell’inquilino inadempiente?

Immagina che a causa della tua noncuranza e della tua negligenza, hai lasciato che la perdita d’acqua in cucina rovinasse il parquet, ormai gonfio di umidità. E’ evidente che, in questo caso, non si può dire che tu abbia rispettato gli obblighi del bravo inquilino perché hai lasciato che il pavimento si rovinasse. Il proprietario dell’appartamento potrà certamente chiedere la risoluzione del contratto prima della scadenza davanti ad un giudice e tu dovra lasciare l’appartamento.

A questo punto, però, il proprietario della casa, prima di poterla affittare di nuovo, dovrà sostenere una spesa non indifferente per ripristinare il rivestimento in legno. Ebbene, anche in questo caso il locatore non può trattenere il deposito cauzionale e dovrà restituirtelo immediatamente, nel momento stesso in cui rilascerai l’immobile.

Se non lo fa, attraverso l’aiuto e il patrocinio di un avvocato, potrai chiedere e ottenere dal giudice il rilascio di un decreto ingiuntivo, con il quale ingiungere al proprietario dell’immobile di restituirti il deposito cauzionale entro un certo termine. Come sottolineato dalla Corte di Cassazione, infatti, l’obbligazione del locatore di riconsegna del deposito cauzionale riguarda un debito certo, liquido ed esigibile [1]. Questo procedimento ti consentirà di ottenere la restituzione della cauzione in tempi brevi, evitando così le lungaggini e le difficultà di una causa ordinaria.

Cosa deve fare il locatore per trattenere la cauzione?

Il deposito cauzionale può essere trattenuto dal proprietario dell’immobile ma solo a patto che il proprietario agisca in giudizio per l’accertamento ed il risarcimento dei danni. E ciò è stato abbondantemente confermato tanto dalla Corte di Cassazione [2], quanto dai tribunali di merito [3]. In particolare, la giurisprudenza ha stabilito che se il proprietario non formula l’apposita domanda giudiziale, l’inquilino ha diritto all’immediata restituzione della cauzione versata.

Per cercare di capire il motivo di questa soluzione, torniamo all’esempio di prima. Il parquet rovinato a causa della tua mancata diligenza nella manutenzione del tubo che ha scatenato la perdita d’acqua dovrà sicuramente essere ripristinato e i soldi del deposito cauzionale dovrebbero servire proprio a tale scopo. Tuttavia, potrebbe accadere che la somma da te corrisposta al locatore a titolo di cauzione sia maggiore di quella necessaria per riparare il pavimento oppure che sia davvero esigua rispetto a quella occorrente.

Proprio per questo motivo è necessario fare una valutazione dei danni che, naturalmente, non può essere rimessa al proprietario dell’immobile, perché sarebbe una valutazione tutt’altro che imparziale. Ecco che, allora, se il locatore intende trattenere la somma versata dal conduttore a titolo di deposito cauzionale, deve rivolgersi al giudice e chiedergli di nominare un tecnico terzo e imparziale per la redazione di una perizia che individui e quantifichi correttamente i danni.

Al locatore, dunque, non può essere riconosciuto alcun potere insindacabile di valutazione e quantificazione dei pretesi danni, da imporre al conduttore, ma la decisone deve essere rimessa al tribunale. Altrimenti, lo ripetiamo, il conduttore potrà chiedere in tribunale il rilascio di un decreto ingiuntivo e ottenere la restituzione della cauzione.