Assegno mantenimento: è deducibile?

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un approfondimento sulla possibilità di dedurre dal reddito l’importo degli assegni periodici di mantenimento che un coniuge deve versare all’altro

Se ci si chiede se l’assegno di mantenimento sia deducibile, la risposta è che tutti gli assegni periodici dovuti a seguito di separazione legale, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili (divorzio), esclusi quelli destinati al mantenimento dei figli, sono deducibili nella misura stabilita dall’autorità giudiziaria

Quando e in che misura è deducibile l’assegno di mantenimento?

In concreto, dunque, gli assegni periodici di mantenimento dovuti all’altro coniuge a seguito di separazione legale, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di divorzio, sono deducibili dal reddito complessivo Irpef nella misura che risulta fissata nel provvedimento reso dall’autorità giudiziaria [1].

Restano deducibili anche:

  • gli importi corrispondenti agli assegni periodici che risultano da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, ma che non vengono materialmente pagati in quanto compensati con crediti vantati nei confronti del coniuge separato o divorziato beneficiario degli stessi [2];
  • gli importi periodicamente corrisposti dall’ex coniuge a titolo di spese per il canone di locazione e di spese condominiali, qualora ciò sia stato stabilito dal giudice e risulti quantificabile (per esempio dal contratto di locazione o dalla documentazione delle spese condominiali), in quanto considerati come fossero dovuti a titolo di assegno di mantenimento [3];
  • le somme corrisposte al coniuge separato attraverso l’estinzione di ratei del mutuo intestato a quest’ultimo, se di importo non superiore all’ammontare dell’assegno di mantenimento come risulta fissato nel provvedimento giudiziale di separazione, trattandosi di una legittima modalità alternativa (accollo di oneri) rispetto al pagamento diretto dell’assegno periodico [4];
  • gli adeguamenti automatici dell’assegno periodico previsti dalla legge [5], ma solo nel caso in cui sia stata la sentenza del giudice a prevedere un criterio di adeguamento automatico [6].

L’assegno di mantenimento dovuto al coniuge o ex coniuge è deducibile dal reddito complessivo Irpef

Cosa non è deducibile con riferimento all’assegno di mantenimento?

Per specifiche norme di legge o per interventi della giurisprudenza sono invece indeducibili dal reddito complessivo Irpef:

  • gli assegni corrisposti una tantum perché rappresentano sostanzialmente una transazione, cioè un accordo intervenuto tra le parti sulle loro precedenti posizioni patrimoniali [7];
  • l’assegno una tantum anche nel caso in cui venga frazionato in un numero definito di rate [8];
  • i premi pagati per l’assicurazione sulla vita a favore del coniuge divorziato, anche se ciò fosse stato stabilito con la sentenza del tribunale [9];
  • gli assegni periodici corrisposti al coniuge, ma destinati al mantenimento dei figli allo stesso affidati. Qualora dalla sentenza non emerga la quota dell’assegno periodico destinato al mantenimento dei figli, la stessa si intende stabilita nella misura del 50% a prescindere dal numero dei figli;
  • le maggiorazioni degli assegni nella misura derivante da successivi patti privati tra le parti o accordati spontaneamente dal coniuge obbligato, se non ratificati giudizialmente [10].

Sono indeducibili gli assegni di mantenimento nella misura dovuta ai figli

Quali altri assegni sono deducibili?

Risultano deducibili dal reddito complessivo Irpef [11] anche:

– gli assegni periodici corrisposti in forza di testamento o di donazione modale.

Si tratta degli assegni: imposti dal de cuius (cioè dal defunto) all’erede o legatario in forza di testamento [12] se l’erede ha accettato l’eredità o il legatario non ha rinunciato al legato; imposti dal donante al donatario [13], se quest’ultimo ha accettato la donazione;

– gli assegni alimentari corrisposti nei casi e dalle persone indicate dalla legge [14], nella misura in cui risultano da provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

Sono tenuti a prestare gli alimenti i seguenti soggetti de nell’ordine indicato:

il coniuge;

i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi e, in loro mancanza, i discendenti prossimi anche naturali;

i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi, anche naturali;

gli adottanti;

i generi e le nuore;

il suocero e la suocera;

i fratelli e le sorelle germani o unilaterali.

Ai fini della deducibilità non è però sufficiente l’adeguamento “spontaneo” a tale prescrizione, ma occorre un provvedimento dell’autorità giudiziaria che obblighi al relativo versamento.

Anche gli assegni alimentari sono deducibili dal reddito complessivo Irpef

Affitto casa vacanze e b&b: adempimenti privacy

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che cosa cambia col nuovo Gdpr per chi stipula un contratto di affitto breve e per i bed and breakfast: informativa trattamento dati, consenso, adempimenti obbligatori.

Affitti camere, case vacanza, oppure hai un bed and breakfast? È proprio il caso di dire che i cambiamenti, nell’organizzazione della tua attività, non finiscono mai: l’anno scorso un bel po’ di confusione è stata generata dall’introduzione della tassa Airbnb, con la ritenuta d’acconto operata direttamente da portali e intermediari; quest’anno è il turno del Gdpr, il nuovo regolamento europeo sulla privacy. Questo nuovo regolamento comporta dei profondi cambiamenti nella gestione dei dati personali, e diversi adempimenti aggiuntivi: tutti coloro che trattano dei dati personali sono obbligati ad adeguarsi al Gdpr, comprese le strutture ricettive. Non c’è differenza tra alberghi a 5 stelle, b&b e case vacanza: la normativa europea trova applicazione solo in virtù del trattamento dei dati, indipendentemente dalle dimensioni della struttura. Che cosa devi fare, allora, se gestisci un b&b o affitti delle abitazioni per brevi periodi? Facciamo il punto sull’affitto casa vacanze e b&b: adempimenti privacy, che cosa cambia, quali sono i nuovi adempimenti.

Che cos’è il Gdpr?

Il Gdpr, che sta per “General Data Protection Regulation” è un regolamento europeo [1], entrato in vigore il 25 maggio 2018: si tratta del nuovo regolamento europeo relativo alla protezione dei dati personali delle persone fisiche ed alla loro libera circolazione.

Chi si deve adeguare al Gdpr?

Col Gdpr cambiano le regole per tutti coloro che devono gestire dati personali: la normativa non si riferisce solo alle grandi società ed alle pubbliche amministrazioni, ma a qualsiasi soggetto a cui l’utente comunica i suoi dati personali, se il trattamento di queste informazioni presenta dei rischi specifici.

Lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione, infatti, oltre agli innumerevoli vantaggi, comportano un rischio per la privacy di ognuno e per la protezione dei dati personali, la cui condivisione e raccolta è aumentata in modo esponenziale. Per tali ragioni si è reso necessario predisporre un più solido sistema di protezione del diritto alla riservatezza.

Secondo la nuova disciplina europea, devono dunque conformarsi alle prescrizioni dettate in punto di privacy tutte le aziende pubbliche e tutte quelle realtà (anche private) in cui il trattamento dei dati presenta rischi specifici. Il regolamento, comunque, si applica solo al trattamento di dati personali delle persone fisiche.

Che cosa cambia col Gdpr?

Il Gdpr impone obblighi stringenti ed introduce nuove responsabilità, volte a garantire maggiori misure di sicurezza a protezione dei dati personali, sin dalla progettazione del sistema di trattamento degli stessi. Il regolamento introduce, infatti, regole più chiare in materia di informativa e consenso, finalizzate a garantire che l’assenso dell’interessato sia sempre preventivo e inequivocabile; definisce i limiti al trattamento dei dati personali, assicurando la possibilità di revocare il consenso in qualsiasi momento; stabilisce il principio di minimizzazione, secondo il quale devono essere richieste solo le informazioni indispensabili, secondo la finalità del trattamento; adotta ogni misura necessaria per prevenire la violazione dei dati e stabilisce sanzioni severe se le informazioni gestite vengono violate.

Inoltre, la nuova disciplina in tema di trattamento di dati personali prevede un concetto nuovo e sinora sconosciuto: la scadenza dei dati. Ciò significa che nel momento in cui l’azienda, l’amministrazione, o il lavoratore autonomo, entrano in possesso dei dati degli utenti, non è possibile tenerli per sempre. Di conseguenza, chi raccoglie dei dati, nella propria informativa privacy, deve specificare il tempo entro il quale il dato sensibile viene trattato, scaduto il quale il trattamento diventa illegittimo.

Che cosa significa privacy by default?

Il principio di privacy by default, al quale fa riferimento il Gdpr, comporta l’obbligo di tutelare la privacy dei cittadini di default, cioè come impostazione predefinita di chi tratta i dati, amministrazione, privato o azienda. In altri termini, chi tratta i dati personali deve necessariamente dotarsi di un sistema idoneo a proteggerli adeguatamente e ad evitare il rischio di una loro violazione.

Che cosa significa privacy by design?

Il principio di privacy by design, invece, implica l’obbligo di proteggere i dati sin dalla progettazione del loro processo di gestione. In parole semplici, ogni azienda o amministrazione deve effettuare una valutazione preventiva dei rischi legati alla privacy che la gestione dei dati personali comporta.

Chi è il Dpo?

Il Gdpr ha introdotto anche la nuova figura del Responsabile della Protezione dei Dati Personali, detto Rpd o Dpo. Si tratta di un soggetto, in possesso di specifici requisiti, che ha il compito di garantire la tutela della privacy all’interno dell’azienda, o dell’amministrazione, attraverso vari strumenti (verifica della corretta applicazione del Regolamento, formazione del personale…).

La responsabilità principale del Dpo è quella di sovraintendere alla gestione del trattamento di dati personali effettuata dalle aziende, dai professionisti e dalle amministrazioni, affinché questi siano trattati nel rispetto delle normative privacy europee e nazionali.

È obbligatorio nominare un Dpo per i b&b e per chi affitta case vacanza?

La nomina del Dpo non dipende dalle dimensioni dell’attività, ma dalla mole e dalla complessità dei dati gestiti. Il regolamento, in particolare, stabilisce che la nomina del Dpo è obbligatoria per tutte le autorità pubbliche e tutti i soggetti pubblici, indipendentemente dai dati oggetto di trattamento, e per altri soggetti che, come attività principale, effettuano un monitoraggio regolare e su larga scala delle persone fisiche, oppure trattano su larga scala categorie particolari di dati personali (dati sensibili). Anche se il regolamento non impone in modo specifico la designazione di un Dpo, in determinati casi, può risultare utile procedere alla sua nomina su base volontaria.

Chi è il titolare del trattamento dati?

Il titolare del trattamento dei dati è la persona fisica, l’impresa, la pubblica amministrazione, l’associazione, etc., cui fa capo effettivamente il trattamento di dati personali e alla quale spetta assumere le decisioni fondamentali sugli scopi e sulle modalità del trattamento medesimo (comprese le misure di sicurezza).

Ad esempio, se affitti case vacanza o sei proprietario di un B&B, sei tu il titolare del trattamento dei dati.

Chi è l’interessato?

L’interessato è la persona cui si riferiscono i dati personali (ad esempio il cliente, nel caso del b&b o dell’affitto breve).

Chi è l’incaricato?

L’incaricato può essere un dipendente o un collaboratore che, per conto del titolare del trattamento dei dati, elabora o utilizza materialmente i dati personali sulla base delle istruzioni ricevute dal titolare medesimo (o dal responsabile/ Dpo, se designato).

Quali sono gli adempimenti obbligatori in materia di privacy per i b&b e l’affitto case vacanza?

Per chi gestisce un b&b o affitta per brevi periodi, risulta indispensabile raccogliere i dati dei clienti/ospiti, soprattutto se si ha un sito web. Per quanto riguarda il trattamento dati, bisogna innanzitutto distinguere quelli raccolti online da quelli raccolti offline. Per ogni trattamento, devono essere comunicate all’interessato le finalità e le modalità del trattamento stesso, mediante un’apposita informativa.

Se offri la possibilità ai clienti di iscriversi a una newsletter, devi redigere un’informativa specifica in cui elenchi i dati acquisiti, le modalità e le finalità del trattamento.

Se nel tuo sito ci sono dei moduli di contatto, devi inserire un link che rimandi a un’apposita informativa.

Ricorda che, in tutti i casi, devi raccogliere i dati conformemente al principio di minimizzazione: devi, cioè, richiedere soltanto le informazioni indispensabili, a seconda delle finalità per cui tratti i dati personali.

Infine, non dimenticare che devi adottare delle misure idonee a proteggere i dati acquisiti, come password, crittografia e antivirus, per minimizzare il rischio di abusi nel loro trattamento.

Nuovi voucher: come funzionano

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contratti di prestazione occasionale utilizzabili da nuove aziende, pagamento alle poste entro 15 giorni: novità contratti di prestazione occasionale.

Nonostante lo scarso successo del contratto di prestazione occasionale e del libretto famiglia, il decreto Dignità non reintroduce i tanto discussi voucher, cioè i buoni per le prestazioni di lavoro occasionale accessorio: il decreto, invece, si limita a rendere più elastici i contratti di prestazione occasionale, ossia i cosiddetti nuovi voucher, e ad estenderli a un maggior numero di aziende che operano nei settori del turismo e dell’agricoltura. In particolare, la prestazione occasionale potrà avere una durata massima di 10 giorni anziché 3, ed i nuovi voucher potranno essere attivati anche dalle aziende agricole con non più di 5 dipendenti, e dalle aziende del settore turismo con non più di 8 dipendenti. I pagamenti delle prestazioni potranno avvenire direttamente alle poste, dopo 15 giorni dallo svolgimento dell’attività lavorativa. Tutte le ulteriori limitazioni previste per l’attivazione del rapporto di lavoro occasionale restano operative, dal tetto massimo di compenso alle ore lavorabili nell’anno. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto della situazione sui nuovi voucher: come funzionano, quali aziende possono attivare il contratto di prestazione occasionale, quali sono gli obblighi e gli adempimenti.

Come funzionano i nuovi voucher?

I contratti di prestazione occasionale, detti nuovi voucher, Presto o Cpo, possono essere attivati dai committenti che esercitano attività d’impresa o professionale: attenzione, però, non tutti i professionisti e le imprese possono utilizzare i nuovi voucher. Per di più, vi sono dei precisi limiti da rispettare in merito alla retribuzione e alla durata dell’attività lavorativa.

Se il committente non è un ente, un’azienda o un professionista, ma si tratta di un privato, per il lavoro occasionale si deve utilizzare il libretto famiglia.

Quali sono i limiti di compenso dei nuovi voucher?

In base alle previsioni della normativa che ha istituito i nuovi voucher, per attivare le prestazioni di lavoro occasionale devono essere rispettati i seguenti limiti economici, riferiti all’anno di svolgimento della prestazione lavorativa:

  • per ciascun lavoratore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, i compensi non possono superare i 5mila euro;
  • per ciascun utilizzatore, con riferimento alla totalità dei lavoratori, i compensi non possono superare i 5mila euro;
  • per le prestazioni complessivamente rese da ogni lavoratore per il medesimo utilizzatore, i compensi non possono superare i 2500 euro.

Questi importi sono riferiti ai compensi percepiti dal lavoratore, ossia al netto di contributi Inps, premi assicurativi Inail e costi di gestione.

La soglia limite, con riferimento a ciascun utilizzatore riguardo alla totalità dei lavoratori, è calcolata sulla base del 75% dell’importo dei compensi, se il lavoratore appartiene a determinate categorie svantaggiate:

  • titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità;
  • giovani con meno di 25 anni di età, se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado oppure a un ciclo di studi presso l’università;
  • disoccupati;
  • percettori di prestazioni a sostegno del reddito, o del reddito d’inclusione (rei o sia).

Quali sono i limiti di durata dei nuovi voucher?

Le prestazioni hanno un limite di durata pari a 280 ore nell’arco dello stesso anno; inoltre, devono essere rispettati il riposo giornaliero, le pause e i riposi settimanali secondo le previsioni del decreto sull’orario di lavoro. In base alle modifiche introdotte dal decreto Dignità, l’attività lavorativa deve concludersi nell’arco di 10 giorni dall’attivazione della prestazione, non più di 3 giorni.

Chi può attivare i nuovi voucher?

Non è possibile fare ricorso a prestazioni di lavoro occasionali da parte di lavoratori con i quali l’utilizzatore abbia in corso (o abbia avuto in corso nei 6 mesi precedenti) un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata e continuativa.

Non è inoltre ammesso il ricorso al contratto di prestazione lavoro occasionale ai datori di lavoro che hanno alle proprie dipendenze più di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato: il superamento della soglia è da verificare con riferimento al semestre che va dall’8° al 3° mese antecedente la data dello svolgimento della prestazione lavorativa occasionale. Ad esempio, se la prestazione viene resa il giorno 23 luglio 2017, dovrà essere effettuato il computo della media occupazionale dei lavoratori a tempo indeterminato per i mesi da novembre 2016 (ottavo mese precedente) ad aprile 2017 (terzo mese precedente). I lavoratori part-time e a chiamata sono computati in proporzione all’orario svolto.

Per le aziende del settore alberghiero, non è ammesso il ricorso ai nuovi voucher se il datore di lavoro ha alle proprie dipendenze più di 8 lavoratori subordinati a tempo indeterminato.

È infine vietato ricorrere al contratto di prestazione occasionale:

  • da parte delle imprese dell’edilizia e di settori affini, delle imprese esercenti l’attività di escavazione o di lavorazione di materiale lapideo, delle imprese del settore delle miniere, cave e torbiere;
  • nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere o servizi;
  • in agricoltura, salvo specifiche casistiche.

Qual è la paga di chi lavora con i nuovi voucher?

Il compenso per i nuovi voucher è fissato dalle parti, ma non può essere inferiore al livello minimo, stabilito dalla legge in 9 euro per ogni ora di prestazione lavorativa. Inoltre, l’importo del compenso giornaliero non può essere inferiore alla misura minima fissata per la remunerazione di 4 ore lavorative, pari a 36 euro, anche qualora la durata effettiva della prestazione lavorativa giornaliera sia inferiore a quattro ore. La misura del compenso delle ore successive è liberamente fissata dalle parti, purché nel rispetto del minimo orario di 9 euro.

Quanto costano i nuovi voucher?

Il lavoratore retribuito con i nuovi voucher ha diritto all’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, con iscrizione alla gestione separata dell’Inps, e all’assicurazione Inail contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. I costi relativi a contributi e premi assicurativi sono interamente a carico dell’utilizzatore.

Nel dettaglio:

  • i contributi Ivs (invalidità vecchiaia superstiti) dovuti alla Gestione separata Inps sono dovuti nella misura del 33%;
  • il premio assicurativo Inail è dovuto nella misura del 3,5%.

In pratica, oltre ai 9 euro di compenso orario minimo, il committente paga 2,97 euro all’Inps e 32 centesimi all’Inail.

Inoltre, l’utilizzatore paga all’Inps un ulteriore 1% a titolo di oneri di gestione della prestazione di lavoro occasionale.

Come si attivano i nuovi voucher?

La gestione dei nuovi voucher, anche per quanto riguarda i pagamenti, è supportata da un’apposita piattaforma telematica predisposta dall’Inps, raggiungibile attraverso la sezione del sito Inps Prestazioni occasionali.

Effettuata la registrazione di utilizzatore e lavoratore, si deve effettuare una comunicazione unica per adempiere agli obblighi di informazione preventiva e di rendicontazione della prestazione lavorativa.

A tal fine, almeno 60 minuti prima dell’inizio dello svolgimento della prestazione lavorativa, l’utilizzatore, tramite la piattaforma informatica Inps o avvalendosi dei servizi di contact center, è tenuto a fornire le seguenti informazioni:

  • i dati identificativi del prestatore;
  • la misura del compenso pattuita;
  • il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa;
  • la data e l’ora di inizio e di termine della prestazione lavorativa;
  • il settore di impiego del prestatore;
  • altre informazioni per la gestione del rapporto di lavoro, come l’appartenenza del lavoratore alle categorie svantaggiate.

La comunicazione avviene mediante l’utilizzo di un calendario giornaliero gestito attraverso la procedura Inps, con l’indicazione giornaliera delle prestazioni.

Se, dopo l’invio della comunicazione, la prestazione non viene svolta, l’utilizzatore deve effettuare, sempre avvalendosi della procedura telematica Inps, la revoca della dichiarazione inoltrata, purché ciò avvenga entro le ore 24.00 del 3° giorno successivo a quello originariamente previsto per lo svolgimento della prestazione. Grazie alle modifiche del decreto Dignità, per effettuare la comunicazione di revoca si hanno ora 10 giorni di tempo. Il lavoratore ha invece la possibilità d’inviare la conferma.

Per sapere, nel dettaglio, come registrarsi, quali servizi utilizzare, quali adempimenti effettuare in merito ai nuovi voucher: Guida completa alle prestazioni occasionali.

Come si pagano i nuovi voucher?

Le prestazioni occasionali sono pagate dall’Inps entro il giorno 15 del mese successivo allo svolgimento dell’attività: il committente, prima dell’inizio della prestazione, deve avere però alimentato un portafoglio virtuale dal quale l’Inps attinge. Con le modifiche al decreto Dignità, la prestazione potrà ora essere pagata dopo 15 giorni dallo svolgimento dell’attività, anche presso gli sportelli delle poste.

Pensioni e previdenza: le ultime novità

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ultimi aggiornamenti in materia di pensioni, previdenza e assistenza: come si evolvono la legge e le regole operative Inps.

Quando si parla di pensioni si affronta un argomento molto delicato, particolarmente complesso ed in continua evoluzione. Ogni ente previdenziale, difatti, ha regole proprie in merito ai requisiti per ottenere le prestazioni di previdenza e assistenza, che cambiano notevolmente a seconda della gestione, del fondo e delle categorie in cui è inquadrato l’interessato. Per non parlare delle regole relative al calcolo della pensione o dei sussidi a sostegno del reddito: la legge le definisce in modo vago, di conseguenza subentrano numerose circolari interpretative da parte degli enti interessati, come l’Inps, che spesso sono contradditorie e stravolgono quella che è la finalità della normativa. Le novità sono quasi quotidiane: per restare aggiornati è necessario leggere i giornali o, in alternativa, leggere ogni giorno le circolari e i messaggi dell’Inps, all’interno del portale web dell’istituto. Si devono poi spulciare le circolari e le risposte agli interpelli del ministero del Lavoro e, per gli interessati, le circolari delle casse dei liberi professionisti, nonché le ultime sentenze, che spesso riscrivono completamente l’interpretazione della normativa.

In questo articolo cercheremo di fornire, costantemente, un quadro su quelle che sono le ultime novità su pensioni e previdenza, in modo da poter tenere quotidianamente informato il nostro lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di pensioni e previdenza.

Tagli alle pensioni alte

Inizia a prendere forma il disegno di legge sui tagli alle pensioni d’oro: è stato confermato che il provvedimento riguarderà le pensioni sopra i 4mila euro, ma ad essere coinvolti saranno soltanto coloro che si sono pensionati prima del raggiungimento dell’età per la vecchiaia. A essere tagliate saranno solo le quote retributive della pensione: non sarà operato il ricalcolo contributivo del trattamento, ma si applicherà un coefficiente di riduzione pari al rapporto tra l’età, al momento della decorrenza della pensione, e l’età vigente, sempre nell’anno di decorrenza della pensione, per il trattamento di vecchiaia. Per saperne di più: Tagli pensioni alte.

Taglio alle pensioni d’oro

In arrivo la stretta sulle pensioni d’importo superiore ai 4mila euro netti mensili: le nuove misure sono attese con un disegno di legge che dovrà essere presentato prima della pausa estiva, quindi in tempi molto brevi.
Come saranno tagliate le pensioni d’oro? Ancora non si sa se le riduzioni saranno effettuate con un ricalcolo delle pensioni più elevate, eliminando il cosiddetto squilibrio contributivo che le allontana dal valore dei contributi versati, oppure con un contributo di solidarietà, come richiesto dalla Lega. Il ricalcolo, ammesso che vengano superate le numerose difficoltà tecniche in merito, garantirebbe risparmi tra i 300 e i 600 milioni annui, secondo una recente stima.
L’intervento interesserà poco più di 75mila pensioni, considerando l’importo dei singoli trattamenti; i pensionati coinvolti dal taglio delle rendite d’oro salgono a 100mila, però, se si prendono in considerazione i redditi da pensione derivanti dal cumulo di più trattamenti, ed a oltre 108mila se si considerano anche i pensionati che percepiscono l’assegno da una cassa professionale. Il taglio potrebbe oscillare tra il 10 e il 12% dell’assegno di pensione, a seconda del tipo di intervento.

Pensioni scuola: respinte 4600 domande

Oltre 4600 domande di pensione del personale della scuola respinte dall’Inps: non parte nel migliore dei modi l’accertamento del diritto a pensione per i docenti ed i dirigenti scolastici, che da quest’anno è di competenza dell’Inps e non del Miur (ministero Pubblica Istruzione, Università e Ricerca). L’accertamento, come aveva chiarito l’Inps nella circolare dello scorso gennaio [28], riguarda sia le cessazioni forzate che i pensionamenti volontari. Il problema, stando a quanto esposto in un recente comunicato stampa dell’istituto, sarebbe causato unicamente dall’aumento del numero delle domande di pensione, pari a circa 41mila: la percentuale di reiezione delle istanze di pensionamento sarebbe dunque in linea con quella dello scorso anno. Secondo i sindacati e gli esperti, invece, le domande di pensione sarebbero state respinte a causa dalla diversa modalità di calcolo delle giornate utili al diritto a pensione: l’Inps smentisce, specificando che l’eventuale differente modalità di calcolo adottata dal ministero in ogni caso può comportare esclusivamente limitate divergenze, con riferimento ai periodi pre-ruolo riconosciuti con provvedimenti di competenza del Miur. Il problema potrebbe essere dovuto, tra gli altri fattori, anche al fatto che l’Inps si sia occupato in via diretta dell’accertamento della maturazione dei requisiti per la pensione utilizzando i propri archivi, e non più i dati in possesso dell’amministrazione, a seguito dell’incorporazione dell’Inpdap nell’Inps e dell’accentramento della gestione delle posizioni assicurative dei pubblici dipendenti. Questo cambiamento causa notevoli criticità, considerando che l’archivio delle posizioni assicurative Inps è stato avviato solo agli inizi degli anni 2000, e tutti i dati precedenti sono stati inseriti a posteriori, comportando la presenza di errori e omissioni nell’estratto conto contributivo (che comunque, come recentemente chiarito, non possono pregiudicare la pensione dei dipendenti pubblici.

L’Inps ha comunque rassicurato gli aspiranti pensionati, chiarendo che effettuerà degli accertamenti sulle domande respinte. Nel frattempo, l’elevato numero di ricorsi che stanno per essere presentati dai pensionati potrebbe rendere incerta la situazione delle cattedre all’inizio dell’anno.

Pensione quota 100 e quota 41: fumata nera dal decreto Dignità

Il decreto Dignità affronta molti temi importanti, come il lavoro a termine, la somministrazione, la delocalizzazione, la guerra al gioco d’azzardo. Non è stato toccato ancora, però, l’argomento pensioni: al momento, le ipotesi più gettonate restano la pensione quota 100, che, secondo le ultime proposte, richiederebbe il ricalcolo misto, un minimo di 64 anni di età e di 36 anni di contributi, e la pensione quota 41, che però è diventata, secondo le ultime ipotesi, quota 42. La pensione quota 42 dovrebbe maturare con 42 anni di contributi a prescindere dall’età, ma ancora non è stato chiarito se potrà essere ottenuta da tutti i lavoratori o soltanto dalle categorie tutelate dalla pensione precoci. Non è nemmeno chiaro se queste nuove pensioni sostituiranno la pensione anticipata ordinata e contributiva previste dalla legge Fornero. Per fare il punto della situazione: Pensione quota 100 e quota 42.

In arrivo la quattordicesima 2018 per i pensionati

In pagamento, assieme alla pensione di luglio 2018, la somma aggiuntiva, o quattordicesima. Quest’indennità è riconosciuta dall’Inps a chi possiede un reddito che non supera 2 volte il trattamento minimo.

Per il 2018, grazie alla rivalutazione del trattamento minimo, aumentano le soglie di reddito entro le quali si ha diritto alla quattordicesima: in particolare, possono ricevere la somma aggiuntiva sulla pensione coloro che hanno un reddito non superiore a:

  • 13.696,92 euro, se possiedono oltre 25 anni di contributi;
  • 13.612,92 euro, se possiedono oltre 15 anni di contributi ma meno di 25 anni;
  • 13.528,92 euro, se possiedono sino a 15 anni di contributi.

Per saperne di più: Quattordicesima 2018, a quanto ammonta e a chi spetta.

Ape sociale, domande in scadenza il 15 luglio 2018

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale entro il 2018: scade infatti il 15 luglio 2018 il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’anticipo pensionistico. L’Ape sociale, lo ricordiamo, offre la possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato, pari alla futura pensione (ma con un tetto massimo di 1500 euro mensili). Sarà comunque possibile, dopo il 15 luglio, presentare altre domande di certificazione dei requisiti, purché entro il 30 novembre 2018: in quest’ultimo caso, però, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue. Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.  Non si sa ancora, invece, se l’Ape sociale sarà prorogata al 2019: probabilmente questo strumento sarà sostituito dalla pensione anticipata quota 100 e quota 41. Per approfondire: Ape sociale, come e quando presentare la domanda.

Niente pensione per gli statali che continuano a lavorare dopo il pensionamento

I dipendenti pubblici che prestano nuovamente servizio dopo essersi pensionati non hanno diritto a una nuova pensione, o meglio al supplemento di pensione: questo trattamento, infatti, non è previsto per gli iscritti alle gestioni pubbliche dell’Inps (ex Inpdap). Per non “buttare al vento” gli anni di contributi in più ci sono, comunque, delle soluzioni:

  • arrivare a 20 anni di contributi per percepire una pensione autonoma (questo, però, non sempre è possibile, in quanto superato il limite d’età ordinamentale si viene cessate forzatamente dal servizio);
  • ottenere una pensione unica chiedendo la rifusione [27]: in pratica, si deve rinunciare alla vecchia pensione e si devono restituire le rate di trattamento ricevute durante il nuovo servizio; questa soluzione è molto onerosa e non sempre è praticabile.

Poter percepire una nuova pensione, per i dipendenti pubblici, risulta dunque difficilissimo, al contrario di quanto avviene per la generalità dei dipendenti, che possono contare sulla pensione supplementare o sul supplemento di pensione: proprio per combattere questa discriminazione, sono recentemente state intraprese delle cause.

Pensioni 2019: nuovo calcolo, importi più bassi

Calcolo contributivo della pensione ancora più povero dal 1° gennaio 2019: a partire da questa data, infatti, dovranno essere utilizzati i nuovi coefficienti di trasformazione, che servono a “trasformare” in pensione il montante contributivo, cioè la somma dei contributi. Per diminuire l’impatto dell’aumento dei requisiti per la pensione sui coefficienti di trasformazione, che diventano più alti al crescere dell’età pensionabile, questi coefficienti sono stati abbassati da un nuovo decreto del ministero del lavoro [26]. Chi può già andare in pensione, dunque, è bene che lo faccia nel 2018, per non perdere l’applicazione dei coefficienti più vantaggiosi. L’impatto sarà maggiore per chi è soggetto al calcolo integralmente contributivo della pensione, moderato per chi ha diritto al calcolo misto e più leggero per chi ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011. Per approfondire: Nuovi coefficienti di trasformazione 2019.

Pensione anticipata quota 100 e 41: ricalcolo contributivo

Pensione anticipata quota 100 e quota 41 con penalità, ma non per tutti: secondo una nuova proposta della Lega, difatti, chi sceglierà di collocarsi a riposo con questo nuovo tipo di pensione, in cambio dell’uscita anticipata dal lavoro dovrà accettare il ricalcolo contributivo della pensione a partire dal 1996. Non cambierà nulla, dunque, per i contribuenti cosiddetti misti, che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e naturalmente anche per coloro che non possiedono contributi alla stessa data, i cosiddetti contributivi puri. La penalizzazione sulla pensione si farà sentire, invece, per chi possiede dai 18 anni di contributi in su al 31 dicembre 1995, ed avrebbe diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011.

Blocco della pensione per debiti col fisco

In base a quanto spiegato dall’Inps con un recente messaggio [25], ogni volta in cui la Pubblica Amministrazione deve effettuare, in favore di un contribuente ed a qualsiasi titolo, un pagamento di almeno 5mila euro (questo limite, prima pari a 10mila euro, è stato ridotto alla metà dalla legge di bilancio 2018), deve sospendere l’accredito e interrogare l’Agente della Riscossione per verificare se il beneficiario è debitore di somme per non aver pagato una o più cartelle. L’esattore, nella maggior parte dei casi Agenzia Entrate Riscossione, ha 5 giorni di tempo per rispondere. Se sono pendenti debiti, l’agente per la riscossione ha 60 giorni di tempo per attivare la procedura di riscossione, notificando al debitore l’ordine di versamento delle somme dovute.

Se risultano debiti, dunque, il pagamento è sospeso per un massimo di 60 giorni. Lo stesso è previsto anche in caso di pensioni d’importo pari o superiore a 5mila euro.

Rei reddito d’inclusione per tutti, nuovo modello di domanda

L’Inps ha appena pubblicato un nuovo modello di domanda del Rei, il reddito d’inclusione. Dal 1° giugno 2018, difatti, la misura è estesa a tutte le famiglie, comprese quelle senza figli minori o inabili, disoccupati over 55 e donne in gravidanza. Sono stati poi aumentati gli importi del Rei. Per saperne di più: Come si calcola il Rei.

Pensione anticipata quota 100 e quota 41

Secondo il programma del Governo Lega- Movimento 5 stelle, dovrebbero essere introdotte a breve due nuove pensioni anticipate, dette quota 100 e quota 41.

La cosiddetta pensione quota 100 offrirebbe ai lavoratori la possibilità di uscire dal lavoro quando la quota, cioè la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore, risulta almeno pari a 100.

Secondo alcune proposte, per pensionarsi con la quota 100 sarebbe comunque necessaria un’età minima e un numero minimo di anni di contributi: si parla di un minimo di 64 anni o di 61 anni di età, e di un minimo di 35 o 36 anni di contributi.

La quota 100 risulterebbe in ogni caso più vantaggiosa dell’attuale pensione anticipata, che ad oggi, come abbiamo osservato, si può ottenere con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (dal 2019, saranno necessari, rispettivamente, 42 anni e 3 mesi di contributi e 43 anni e 3 mesi): ad esempio, se il lavoratore ha 64 anni di età, con la quota 100 potrebbe pensionarsi con soli 36 anni di contributi.

La seconda nuova proposta è la pensione quota 41: questa consentirebbe di pensionarsi con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età (il termine quota in questo caso è usato impropriamente, perché 41 sono i soli anni di contributi necessari per ottenere il trattamento, non la somma di contributi ed età).

Ad oggi questa possibilità esiste già ma, come abbiamo visto, soltanto per i lavoratori precoci, cioè per coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età.

La nuova pensione quota 41 sarebbe comunque soggetta agli adeguamenti legati alla speranza di vita: dal 2019, pertanto, sarebbe possibile pensionarsi con 41 anni e 5 mesi di contributi, dal 2021 con 41 anni e 8 mesi, dal 2023 con 41 anni e 11 mesi, e così via, con aumenti di 3 mesi ogni biennio.

Si parla, infine, di prorogare l’opzione Donna, una pensione di anzianità che consentirebbe alle donne di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni, con un minimo di 35 anni di contributi, in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno.

Pensione in regime di cumulo per i professionisti: liquidazione dei trattamenti in arrivo

Sono vicine al pagamento le prime pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti:

l’Inps, con un nuovo comunicato stampa [24], ha difatti appena informato che sono diventati operativi gli accordi sul cumulo con:

Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e Odontoiatri);
Inarcassa (Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti);
Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica);
Enpaf (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Farmacisti);
Enpav (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Veterinari);
Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi);
Eppi (Ente di Previdenza dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati);
Cipag (Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza Geometri);
Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani);
Cassa Forense;
Cnpr (Associazione Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti commerciali).
La sottoscrizione delle convenzioni ha permesso di procedere alla lavorazione delle prime 500 domande di pensione in regime di cumulo pervenute.
È stata inoltre completata l’attività di formazione che permette alle Casse di previdenza dei professionisti, che hanno sottoscritto l’accordo, di utilizzare gli applicativi informatici necessari per la definizione delle singole posizioni pensionistiche.

È dunque possibile, per gli iscritti alle casse professionali elencate, fare domanda di pensione in regime di cumulo, se si possiedono i requisiti necessari. È consigliabile inviare la domanda anche per coloro la cui gestione previdenziale non ha ancora sottoscritto la convenzione con l’Inps, per ottenere almeno la priorità nella lavorazione della pratica, una volta che la situazione dovesse sbloccarsi.

Sospensione dei contributi per i lavoratori autonomi in malattia

L’Inps, con una nuova circolare [22], ha spiegato come usufruire delle possibilità offerte dal Jobs Act dei lavoratori autonomi [23]: la nuova normativa riconosce una tutela più ampia alla maternità e alla malattia degli imprenditori e dei liberi professionisti.

In particolare, il Jobs Act autonomi introduce la possibilità, in caso di malattia o infortunio di durata superiore ai 60 giorni, di sospendere il versamento dei contributi.

La sospensione del versamento dei contributi opera per l’intera durata della malattia o dell’infortunio fino ad un massimo di 2 anni.

Al termine della sospensione, il lavoratore deve versare i contributi e i premi maturati durante il periodo di sospensione, ma può dilazionarli in un numero di rate mensili pari a 3 volte i mesi di sospensione.

Queste disposizioni interessano sia i titolari di partita Iva, sia i collaboratori coordinati e continuativi .

Come noto, è obbligato a versare i contributi:

  • il professionista, se titolare di partita Iva o associato;
  • il committente, se il rapporto è una collaborazione coordinata e continuativa; 1/3 dei contributi è a carico del lavoratore.
    Di conseguenza, in caso di malattia o infortunio grave il committente deve procedere nel seguente modo:
  • inviare il flusso UniEmens del lavoratore interessato indicando il codice di sospensione S1;
  • sospendere il versamento dei contributi (1/3 a carico del collaboratore e 2/3 a carico dell’azienda committente);
  • effettuare il versamento in un’unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi sospesi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione, e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.
    Analogamente, nel caso di malattia o infortunio grave il professionista deve procedere nel seguente modo:
  • indicare nel quadro RR, sez. II, l’importo della contribuzione sospesa;
  • sospendere il versamento della contribuzione dovuta (saldo e/o acconto dovuto nel periodo di sospensione);
    presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il Cassetto previdenziale liberi professionisti Gestione separata – Comunicazione bidirezionale;
  • effettuare il versamento in unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.

Domanda di accompagnamento semplificata per anziani

L’Inps, con un nuovo messaggio [21], ha reso noto che è possibile, per gli anziani, usufruire di una modalità semplificata di invio della domanda di assegno di accompagnamento.

In particolare, chi ha già raggiunto l’età per accedere all’assegno sociale, cioè chi ha almeno 66 anni e 7 mesi, può ottenere l’indennità di accompagnamento molto più facilmente: in un primo momento, la domanda semplificata sarà accessibile solo per chi richiede l’accompagnamento tramite patronato, per poi essere estesa a chi presenterà la domanda online di riconoscimento dei requisiti per l’indennità.

La nuova domanda semplificata è suddivisa in due sezioni:

  • la prima è relativa all’inserimento dei dati obbligatori e comprende i dati anagrafici, i recapiti, gli eventuali dati del coniuge, del rappresentante legale e la sezione relativa all’accertamento richiesto;
  • la seconda sezione consente di acquisire i seguenti dati:
    • l’eventuale ricovero;
    • l’eventuale delega alla riscossione di un terzo e in favore delle associazioni;
    • la modalità di pagamento.

In buona sostanza, la seconda sezione corrisponde al modello AP70, e serve alla verifica dei dati socio-economici per il diritto all’accompagnamento: questa seconda sezione è comunque facoltativa, perché il beneficiario dell’accompagnamento può scegliere di inviare il modello AP70 per conto proprio, una volta ottenuto il riconoscimento dei requisiti sanitari per l’indennità.

Nella domanda semplificata è prevista, infine, una sezione “Allegati” per l’inserimento di dichiarazioni di responsabilità e di altri documenti necessari in relazione alla tipologia di richiesta.

Inps, avvisi bonari in arrivo per artigiani e commercianti

Gli iscritti alle gestioni Inps degli artigiani e dei commercianti che non hanno pagato la scadenza di febbraio 2018 hanno ancora la possibilità di mettersi in regola. Con un nuovo messaggio [20], difatti, l’Inps ha comunicato l’inizio delle elaborazioni per l’emissione degli avvisi bonari relativi alla rata in scadenza a febbraio 2018 .

Gli avvisi bonari sono a disposizione dei contribuenti all’interno del Cassetto previdenziale Artigiani e Commercianti, all’interno del portale web dell’Inps, al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari”.

Come di consueto, è stata predisposta anche la relativa comunicazione visualizzabile al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari generalizzati”.

Contestualmente è inviata una email di alert ai titolari della posizione contributiva e ai loro intermediari che abbiano fornito tramite il Cassetto il loro indirizzo di posta elettronica.

Qualora l’iscritto avesse già effettuato il pagamento, potrà comunicarlo utilizzando l’apposito servizio presente al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Sezione Comunicazione bidirezionale” > “Comunicazioni” > “Invio quietanza di versamento”.

In caso di mancato pagamento l’importo dovuto verrà richiesto tramite avviso di addebito con valore di titolo esecutivo.

Pensione avvocati, ok al cumulo

Finalmente operativo il cumulo dei contributi per gli avvocati: la Cassa Forense ha infatti aderito alla convenzione Inps- Adepp (l’associazione che riunisce le gestioni previdenziali dei liberi professionisti) in materia di cumulo, in quanto sono stati superati i problemi relativi ai costi d’istruttoria.

Di conseguenza, le domande di pensione in regime di cumulo già presentate inizieranno ad essere evase da maggio 2018: una buona notizia per tutti quegli avvocati che possiedono contributi in gestioni diverse, come Inps dipendenti, ex Inpdap o gestione Separata, oltreché nella Cassa Forense, e che grazie al cumulo potranno pensionarsi prima, riunendo i contributi.

Ape, pagamento della liquidazione per gli statali

L’Ape volontario, a differenza dell’Ape sociale, non fa slittare i termini di pagamento del Tfr o del Tfs (trattamento di fine rapporto e trattamento di fine servizio). La liquidazione, difatti, viene corrisposta alle scadenze ordinariamente previste.

In particolare, se il servizio cessa per dimissioni, richieste a seguito dell’anticipo pensionistico volontario,  la prima rata del Tfr o del Tfs decorre dopo 24 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro; negli altri casi il termine di pagamento della prima rata della liquidazione risulta pari a 12 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Solo nel caso in cui il rapporto termini per inabilità o decesso del lavoratore, il pagamento avviene in 105 giorni (15 più  90 giorni) dalla cessazione dal servizio.

Se la liquidazione maturata supera i 50mila euro lordi, l’importo è corrisposto in più rate,  la prima rata pari a 50mila euro lordi, la seconda pari all’eccedenza compresa tra i 50 e i 100 mila euro del Tfr o Tfs lordo maturato, l’eventuale terza rata  pari alla parte eccedente la somma di 100mila euro lordi. La seconda e la terza rata vengono poste in pagamento a distanza rispettivamente di dodici e ventiquattro mesi dalla corresponsione della prima rata.

La liquidazione ricevuta può essere utile per estinguere anticipatamente l’intera o parte del prestito pensionistico- Ape volontario prima che sia liquidata la pensione, evitando così le penalizzazioni.

Ape sociale e pensione anticipata, possibile integrare le domande

L’Inps, con un nuovo messaggio [19], ha reso noto che potranno essere integrate sia le domande di Ape sociale, che quelle di pensione anticipata per i lavoratori precoci, entro il 20 aprile 2018, senza che questo comporti la modifica del numero di protocollo/data/ora di ricezione rilasciato al momento dell’invio.

L’integrazione dovrà però riguardare esclusivamente l’allegazione del nuovo modello AP116, aggiornato in considerazione delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2018, e non i dati forniti al momento dell’invio della domanda.

Dal 20 aprile 2018 pagamento delle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti 

L’Inps inizierà a pagare le prime pensioni in regime di cumulo per i professionisti  a partire dal 20 aprile 2018. Stanno infatti giungendo al termine  le adesioni alla convenzione per il pagamento delle pensioni tra l’Inps e l’Adepp, l’associazione delle gestioni previdenziali di categoria. La convenzione, in particolare, è già stata firmata dall’Enpam, la cassa dei medici e degli odontoiatri,  da Inarcassa, la cassa degli ingegneri e degli architetti, dall’Enpav (veterinari), da Enpapi (infermieri), Eppi (periti industriali), Cipag (geometri), Enpaf (farmacisti) e Enpap(psicologi). Nei prossimi giorni l’adesione dovrebbe essere perfezionata anche da Cassa Forense, la gestione previdenziale degli avvocati, dalla cassa dei dottori commercialisti ed esperti contabili, dalla cassa ragionieri (Cnpr) e dalla cassa dei consulenti del lavoro (Enpacl). Una volta ratificata la convenzione, l’Inps potrà iniziare a liquidare i primi assegni dei professionisti che hanno fatto domanda di cumulo e possiedono tutti i requisiti richiesti: i primi pagamenti partiranno dal prossimo 20 Aprile.

Nuovi requisiti per la pensione confermati dall’Inps

In pensione 5 mesi più tardi: la conferma arriva dall’Inps, che con una nuova circolare [18] ha illustrato i nuovi requisiti per l’uscita dal lavoro relativi al biennio 2019-2020, più severi a causa degli adeguamenti alla speranza di vita.

L’Inps ha anche spiegato che, a causa delle modifiche apportate dalla legge di Bilancio 2018, la variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nell’anno 2016. A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa a ciascun biennio di riferimento sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio stesso e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente. Ad esempio, per il biennio 2023-2024 la variazione della speranza di vita corrisponderà alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2019-2020 e la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018. In ogni caso, a decorrere dal 2021 gli adeguamenti biennali non potranno superare i tre mesi: l’eventuale parte eccedente andrà dunque a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando che anche questi non potranno superare i tre mesi.

In buona sostanza, considerando che dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria è pari a 67 anni, nel 2021 l’età pensionabile non potrà essere superiore a 67 anni e 3 mesi; lo stesso vale per la pensione anticipata, per la quale dal 2019 sono richiesti 43 anni e 3 mesi di contributi (42 anni e 3 mesi per le donne); nel 2021 il requisito non potrà superare i 43 anni e 6 mesi (42 e 6 mesi per le donne9.

Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato; il decremento viene considerato nei conteggi dei successivi adeguamenti, fermo restando il limite di tre mesi.

Per approfondire: Nuovi requisiti per la pensione 2019.

Pensione addetti ai lavori usuranti e turni notturni: scadenza domande

Scade il 1° maggio 2018 il termine per inviare la domanda di certificazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità con le quote (la quota è la somma dell’età pensionabile e degli anni di contributi accreditati), per i lavoratori addetti a mansioni usuranti ed ai turni notturni. In particolare, deve presentare la domanda entro il 1° maggio 2018 chi matura i requisiti per la pensione anticipata con le quote dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019.

Ricordiamo che il requisito minimo per accedere alla pensione di anzianità è la quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 anni di età e di 35 anni di contributi. I requisiti sono più elevati per chi possiede contributi da lavoro autonomo e per gli addetti ai turni notturni che hanno lavorato per meno di 78 notti l’anno. Da quest’anno, però, chi ha lavorato in turni avvicendati da 12 ore (di cui 6 collocate in periodi notturni) ha diritto a una maggiorazione del servizio notturno pari al 50%.

Per approfondire: Domanda di pensione anticipata lavori usuranti e notturni.

Maggiorazione per lavoro notturno con turni di 12 ore

I lavoratori che sono impiegati in cicli produttivi organizzati su turni di 12 ore hanno diritto a una maggiorazione per il calcolo delle notti svolte, ai fini della pensione anticipata per lavoro notturno. Devono però aver svolto l’attività lavorativa per almeno 6 ore nel periodo notturno, inteso come l’intervallo che va dalla mezzanotte alle 5 del mattino. Inoltre, i turni avvicendati devono essere organizzati sulla base di un accordo collettivo sottoscritto entro il 31 dicembre 2016,

Considerata la gravosità di questi turni, la legge di Bilancio 2018, come chiarito da una nuova circolare Inps [17], riconosce la moltiplicazione delle giornate lavorative di turno per 1,5: in questo modo, è più semplice raggiungere il requisito delle 64, 72 o 78 notti.

Pagamenti in arrivo per le pensioni dei professionisti in regime di cumulo

In dirittura d’arrivo le pensioni dei liberi professionisti in regime di cumulo dei contributi: dopo il blocco delle domande di pensione, difatti, causato dalla tassa Boeri, ossia da un importo pari a 65 euro da pagare all’Inps per la gestione delle pratiche relative al cumulo, la situazione è stata ora chiarita.

In particolare, l’assemblea dei presidenti delle casse previdenziali dei liberi professionisti (Adepp) ha approvato all’unanimità il nuovo schema di convenzione con l’Inps sulle pensioni in cumulo, schema in cui è stabilito che gli oneri sulla gestione delle pratiche di pensione sarà proporzionalmente diviso tra Inps e casse professionali.

Pagamenti in arrivo, dunque, per le pensioni in cumulo dei professionisti che, a migliaia, hanno presentato le relative domande ormai da parecchi mesi; si pone, a questo punto, la questione degli arretrati che dovranno essere corrisposti ai professionisti che hanno maturato i requisiti del trattamento da tempo. Gli arretrati non sono, comunque, l’unica questione alla base di probabili futuri contenziosi: fanno discutere, ad esempio, l’applicazione del ricalcolo contributivo del trattamento da parte di parecchie casse professionali, assieme al fatto che i contributi versati presso le casse stesse prima del 1995 non sono validi per il passaggio dal calcolo della pensione misto a quello retributivo. Queste problematiche rendono il cumulo dei contributi assai simile alla totalizzazione.

In ogni caso, i pagamenti delle pensioni in cumulo dei professionisti potranno essere effettuati solo una volta che la convenzione tra Inps e Adepp sarà effettivamente sottoscritta, e collaudata la piattaforma informatica grazie alla quale Inps e Casse dialogheranno per gestire le pensioni.

Rei: reddito d’inclusione esteso, aumenti sino a 540 euro

In attesa del reddito di cittadinanza o del reddito di avviamento al lavoro, cambia e si rafforza il reddito d’inclusione Rei, divenuto operativo di recente: si tratta, lo ricordiamo, di un assegno mensile, che può spettare sino a un massimo di 18 mesi, destinato alle famiglie con figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. Dal 1° luglio 2018, il Rei spetterà a tutte le famiglie aventi i requisiti economici, a prescindere dalla composizione del nucleo familiare, e passerà dalla soglia massima di 485 euro all’importo massimo mensile di circa 540 euro. Lo ha chiarito l’Inps, con una circolare appena pubblicata [16].

Domande Ape sociale 2018 in scadenza

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale, cioè della possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [1].

Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare altre domande di certificazione dei requisiti entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.

Non si sa ancora, invece, se l’Ape social sarà prorogata al 2019: si attende, a questo proposito, l’emanazione di un apposito intervento legislativo.

Pensioni, tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti

Ancora bloccate le pensioni dei professionisti che hanno presentato la domanda di cumulo dei contributi presenti in casse diverse: nonostante le casse dei liberi professionisti, difatti, abbiamo tutte firmato la convenzione con l’Inps In materia di pensioni in regime di cumulo, l’Inps ha disconosciuto la convenzione stessa, chiedendo il pagamento di una nuova tassa, ribattezzata tassa Boeri (il nome deriva dal presidente dell’istituto, sostenitore di questa nuova tassa), finalizzata a sostenere gli oneri delle pratiche pensionistiche. Ne abbiamo parlato nell’articolo Pensioni bloccate dalla tassa Boeri.

Successivamente, il ministero del Lavoro ha proposto una nuova convenzione nella quale la tassa Boeri è stata, di fatto, cancellata, e gli oneri legati alla gestione delle pratiche di pensione sono ripartiti, con modalità ancora da definire, tra l’Inps e le casse professionali. L’Inps, con un comunicato stampa [15], ha confermato la possibilità di aderire alla nuova convenzione: la parola passa ora alle casse dei liberi professionisti, che si ritiene risponderanno positivamente alla tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti.

Nel caso in cui le casse professionali aderiscano, le domande di pensione in regime di cumulo potranno essere finalmente sbloccate e le pensioni liquidate.

Pensioni bloccate dall’Inps per la tassa Boeri

Fumata nera sulle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti: nonostante tutte le casse professionali, difatti, abbiano ratificato la convenzione con l’Inps, l’ente ha disconosciuto l’accordo, pretendendo il pagamento di una nuova tassa da 65 euro per ogni pensione, ribattezzata tassa Boeri.

Allo stato dei fatti, dunque, nonostante il via libera di tutte le gestioni previdenziali, la pensione, per i liberi professionisti che possiedono contributi in casse diverse e hanno deciso di fruire del cumulo, non può essere ancora pagata. Non si sa se e quando la diatriba potrà essere risolta: le casse stanno valutando l’avvio di un contenzioso contro l’Inps.

Iscrizione Inps degli artigiani irregolari

L’Inps, con un nuovo messaggio [14], ha ricordato che, in base all’attuale normativa, il lavoratore privo dei requisiti di legge per lo svolgimento di attività artigiana, e quindi per l’iscrizione alla gestione artigiani, non può essere esonerato dall’adempimento degli obblighi previdenziali per il periodo di esercizio effettivo dell’attività, quindi dal versamento dei contributi Inps alla gestione speciale artigiani.

La previsione normativa si basa sul presupposto logico che l’attività artigiana non autorizzata, una volta evidenziata la palese irregolarità di esercizio, deve essere cessata, con conseguente cessazione dell’obbligo contributivo.

Pertanto, il  lavoratore resta iscritto alla gestione previdenziale artigiani fino alla data di emissione della delibera della Commissione Provinciale Artigianato (o Organismo equipollente) che ne decreta la cancellazione o la non iscrivibilità all’Albo delle Imprese Artigiane, trattandosi appunto di attività svolta in assenza dei requisiti di legge.

Nessun contributo Inps da pagare per la definizione agevolata

Se il contribuente, sottoposto ad accertamento fiscale, si avvale della definizione agevolata delle liti pendenti, non è tenuto a pagare all’Inps i contributi sul maggior reddito imponibile accertato. Lo ha chiarito il tribunale di Siracusa [12]. La scelta della definizione agevolata non ha, difatti, valore di accettazione o riconoscimento della base imponibile accertata in via induttiva dall’agenzia delle Entrate,  perchè non si tratta di un’ipotesi assimilabile all’accertamento con adesione e manca una prova puntuale da parte dell’Inps di corrispondenza al vero del reddito accertato.

La pensione dell’avvocato non aumenta a seguito di accertamento fiscale

L’accertamento con adesione non dà luogo al ricalcolo della pensione liquidata dalla Cassa Forense. Lo ha stabilito la Cassazione [13], basandosi sul fatto che il regolamento della cassa calcola la pensione di vecchiaia sui redditi professionali dell’iscritto, senza considerare possibili variazioni operate da successivi accertamenti di natura fiscale.

Questo, nonostante la normativa sull’accertamento con adesione stabilisca che l’accertamento sia rilevante ai fini dei contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile sia riconducibile a quella delle imposte dei redditi. Si tratta infatti di una norma di natura tributaria, che non disciplina i riflessi previdenziali, che devono invece essere regolamentati dall’ordinamento delle singole gestioni.

Pensione in regime di cumulo, ricalcolo contributivo

Il cumulo dei contributi, per chi è iscritto a una cassa professionale (come Cassa Forense e Inarcassa) somiglia sempre di più alla totalizzazione, che prevede il ricalcolo della pensione col sistema contributivo, salvo il diritto ad autonomo trattamento presso una delle casse coinvolte. Quasi tutte le gestioni previdenziali dei liberi professionisti, difatti, hanno deciso di applicare il ricalcolo contributivo del trattamento, normalmente penalizzante, agli iscritti che ottengono la pensione attraverso il cumulo della contribuzione (che, lo ricordiamo, consente di sommare i contributi presenti presso fondi diversi per il diritto alla pensione; per determinare la misura della pensione ogni cassa calcola la propria quota secondo il proprio regolamento previdenziale).

Inarcassa, ad esempio, ossia la cassa degli ingegneri e degli architetti, non applica il ricalcolo contributivo soltanto a chi possiede l’anzianità contributiva minima utile alla pensione di vecchiaia unificata (pari a 32 anni e 6 mesi di contributi nel 2018). Tutti gli altri utilizzatori del cumulo subiscono il ricalcolo della pensione sulla base della contribuzione posseduta, senza considerare i redditi migliori, quindi vengono, di fatto, penalizzati dalla scelta di pensionarsi sommando i contributi posseduti in casse diverse.

Lo stesso succede, ad esempio, agli avvocati, che ottengono la pensione calcolata col sistema reddituale solo se raggiungono almeno 33 anni di contributi (34 dal 2019); i ragionieri non subiscono il ricalcolo contributivo soltanto se richiedono la pensione di vecchiaia in cumulo, mentre se richiedono la pensione anticipata sono sempre assoggettati a questo tipo di calcolo.

Insomma, la pensione in regime di cumulo dei contributi non ha grandi differenze con la totalizzazione, a causa delle regole applicate dalle casse professionali; l’unico lato positivo resta la mancata applicazione del ricalcolo contributivo alle quote di pensione erogate dalle gestioni Inps [4].

Quanto stabilito dalle casse professionali è comunque legittimo, perché garantisce la sostenibilità a lungo termine. Le prime pensioni in regime di cumulo, per i professionisti, saranno liquidate a breve: in questi giorni le casse stanno infatti ratificando la convenzione tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti). Ratificata la convenzione, arriverà il via libera operativo alla liquidazione delle domande di pensione in cumulo.

Pensione anticipata, Ape sociale e blocco età pensionabile, ok ai nuovi lavori gravosi

Ok definitivo all’ampliamento dei lavori gravosi: è stato difatti appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto [11] che estende a 15 le categorie degli addetti ai lavori particolarmente faticosi e rischiosi, che possono godere di importanti benefici pensionistici.

In particolare, da ora in poi possono usufruire dell’Ape sociale, della pensione anticipata precoci e del blocco dell’età pensionabile gli operai agricoli, gli operai siderurgici ed i lavoratori del vetro fuori dal perimetro dei lavori usuranti, i lavoratori marittimi imbarcati ed i pescatori.

Ecco, nel dettaglio, chi sono i nuovi addetti ai lavori gravosi:

  • operai agricoli specializzati: si tratta di coloro che pianificano ed eseguono tutte le operazioni necessarie a coltivare prodotti agricoli destinati al consumo alimentare e non, rendendo produttive colture in pieno campo, coltivazioni legnose, vivai, serre ed orti stabili;
  • operai specializzati della zootecnica: si tratta di coloro che si occupano della cura, della alimentazione e della custodia di animali da allevamento, per produrre carne o altri prodotti destinati al consumo alimentare, o alla trasformazione e produzione industriale
  • operai agricoli non specializzati: si tratta di coloro che curano e mettono a produzione in modo non specialistico o univoco una o più tipologie di coltura e di allevamento;
  • operai non qualificati nell’agricoltura e nella manutenzione del verde;
  • operai non qualificati addetti alle foreste, alla cura degli animali, alla pesca e alla caccia;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare, dipendenti o soci di cooperative;
  • siderurgici di prima e seconda fusione: fonditori, operatori di altoforno, convertitori e di forni di raffinazione, operatori di forni di seconda fusione, colatori di metalli e leghe e operatori di laminatoi, operatori di impianti per il trattamento termico dei metalli, conduttori di forni ed altri impianti per la lavorazione del vetro (lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature non già ricompresi tra i lavori usuranti), della ceramica e di materiali assimilati;
  • marittimi imbarcati a bordo: marinai di coperta e operai assimilati (coloro che conducono macchine e motori navali, barche e battelli, o che supportano le operazioni di trasporto marittimo);
  • personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne.

Decorrenza pensione anticipata lavoratori precoci

La pensione anticipata precoci decorre, ricorrendone i requisiti, dal mese successivo alla presentazione della domanda, come chiarito dall’Inps con una nuova circolare [9].

Per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria, la pensione decorre dal giorno successivo alla risoluzione del rapporto di lavoro.

Se la pensione anticipata precoci è ottenuta attraverso il cumulo dei contributi, la decorrenza è dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda.

Per le nuove categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci (caregiver che assistono parenti o affini sino al 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 1 marzo 2018,  la pensione anticipata avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018,  dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Domanda Ape sociale

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono fruire della possibilità di pensionarsi con 3 anni e 7 mesi di anticipo: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [10]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape social, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve invece attendere l’emanazione di un successivo intervento legislativo.

Decorrenza Ape sociale

Per le nuove categorie di beneficiari dell’Ape sociale (caregiver che assistono parenti o affini di 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 31 marzo 2018,  l’anticipo pensionistico avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018, dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Aumento età pensionabile

Per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria è necessario possedere, nel 2018, almeno 66 anni e 7 mesi di età, assieme ad almeno 20 anni di contributi (15 anni per chi rientra nella Deroga Amato o nell’Opzione Contributiva Dini); l’assegno di pensione, inoltre, non deve risultare inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (cioè a circa 673 euro) se il trattamento è calcolato col sistema interamente contributivo.

Dal 2019, a causa dell’incremento della speranza di vita media riscontrato dall’Istat, il requisito di età è aumentato di a 5 mesi: si potrà dunque ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni.

Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Blocco età pensionabile per addetti ai lavori gravosi

L’età pensionabile aumenta per tutti, uomini e donne, dal 2019, a 67 anni, e aumentano di 5 mesi tutti i requisiti per le pensioni soggetti agli adeguamenti alla speranza di vita.

L’età pensionabile resta però ferma a 66 anni e 7 mesi per gli addetti ai lavori gravosi: ricordiamo che gli addetti ai lavori gravosi sono coloro che rientrano in 15 categorie di addetti a mansioni particolarmente faticose e rischiose, e che possono beneficiare dell’Ape sociale con 36 anni di contributi (35 anni per le donne con un figlio, 34 anni per le donne che hanno da 2 figli in su).

Perché gli interessati possano essere riconosciuti come addetti ai lavori gravosi ai fini delle agevolazioni pensionistiche, è necessario che abbiano svolto le attività faticose e rischiose previste dalla legge per almeno 7 anni nell’ultimo decennio prima del pensionamento, oppure per 6 anni nell’ultimo settennio.

Ad ogni modo, l’età pensionabile resterà inalterata solo se in possesso di almeno 30 anni di contributi.

Aumento età per la pensione di vecchiaia contributiva

Chi ha diritto al calcolo interamente contributivo del trattamento, ha diritto alla pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi e senza soglie di accesso, ma con 70 anni e 7 mesi di età. Dal 2019, a causa degli incrementi della speranza di vita media, l’età per la pensione di vecchiaia contributiva aumenterà a 71 anni.

Aumento età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità

La pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, che può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità pensionabile minima dell’80% con almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne e 60 anni e 7 mesi per gli uomini, più 20 anni di contributi (15 in alcuni casi), subisce dal 2019 un aumento del requisito di età. In particolare sarà possibile pensionarsi con un’età minima di 56 anni per le donne e di 61 anni per gli uomini. La finestra di attesa, dalla maturazione dell’ultimo requisito alla data della pensione, è pari a 12 mesi.

Aumento requisiti pensione anticipata

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dalla legge Fornero [1] al posto della pensione di anzianità, è un trattamento che può essere raggiunto con un determinato numero di anni di contributi, a prescindere dall’età. Un limite di età esiste per la sola pensione anticipata contributiva (alla quale può accedere a 63 anni e 7 mesi di età solo chi è assoggettato al calcolo contributivo della pensione).

Il requisito contributivo previsto per la pensione anticipata ordinaria è più basso per i lavoratori precoci (cioè che possiedono almeno 12 mesi di contributi da lavoro accreditati prima del 19° anno di età) che appartengono a determinate categorie tutelate (le stesse categorie destinatarie dell’Ape sociale): questi lavoratori possono pensionarsi con 41 anni di contributi.

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, sino al 31 dicembre 2018, sono:

  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;
  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Il requisito successivamente aumenterà di 5 mesi nel 2019, cioè a 43 anni e 3 mesi per gli uomini ed a 42 anni e 3 mesi per le donne. Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Dal 2019 aumenta di 5 mesi anche il requisito per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, che sale così a 41 anni e 5 mesi.

Per la pensione anticipata contributiva gli attuali requisiti sono:

  • 63 anni e 7 mesi di età;
  • 20 anni di contributi;
  • un assegno pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale (ossia, per il 2018, a 1.268,40 euro mensili, poiché l’assegno sociale è pari a 453 euro).

Dal 2019 il requisito di età aumenterà a 64 anni.

Domanda di pensione lavoratori precoci

l’Inps, con una recente circolare, ha  ricordato che il termine per presentare le domande per la cosiddetta pensione anticipata quota 41 scade il 1° marzo 2018 [1]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda tardivamente ma, in questo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che i 41 anni di contributi, assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve inviare la domanda per il beneficio precoci, invece, entro il 1° marzo 2019, oppure può inviare l’istanza tardivamente entro il 30 novembre 2019: la pensione anticipata con 41 anni di contributi (che dal 2019 si potrà ottenere con 41 anni e 5 mesi di contributi, per effetto degli incrementi legati alla speranza di vita media), difatti, è una misura permanente, che non ha scadenza.

Ricordiamo che la pensione anticipata per i lavoratori precoci può essere ottenuta, innanzitutto, soltanto coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19º anno di età, se iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 ed appartenenti a particolari categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi dal 74% in su e addetti ai lavori gravosi.

Modifica del meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Qual è, invece, la situazione attuale? Ad oggi si applica ancora quanto disposto dalla riforma delle pensioni 2010 [2], poi confermato dalla legge Fornero [1]: la normativa prevede, in particolare, degli adeguamenti periodici alla speranza di vita, biennali dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

Aumento età pensionabile lavoratori marittimi

Per i lavoratori marittimi addetti al pilotaggio, sia uomini che donne, nel 2018 l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi.

Per i lavoratori marittimi adibiti al servizio di macchina o stazione radiotelegrafica a bordo, aumenta invece a 58 anni e 7 mesi, unitamente ad almeno 20 anni di contributi (1040 settimane), di cui 520 al servizio di macchine o di stazioni radiotelegrafiche di bordo.

Aumento età pensionabile poligrafici

Per i dipendenti di aziende poligrafiche in crisi aumentano i requisiti per il prepensionamento: non si tratta di requisiti di età, ma contributivi. Per l’uscita dal lavoro, in particolare, sono richiesti 37 anni e 7 mesi di contributi. Nei loro confronti, tuttavia, la legge di Bilancio 2018 ha previsto una salvaguardia della vecchia normativa (ossia della normativa vigente sino al 31 dicembre 2013) per tutelare coloro che avevano siglato accordi di Cigs (cassa integrazione straordinaria) entro il maggio 2015.

Aumento età pensionabile personale viaggiante

Per il personale viaggiante addetto ai servizi pubblici di linea, appartenenti all’ex Fondo Trasporti, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi, sia per gli uomini che per le donne. Per questi lavoratori, difatti, la normativa sull’armonizzazione dei requisiti ha stabilito che l’età per l’uscita dal lavoro può essere può essere anticipata sino a un massimo di 5 anni rispetto a quella previsto per la generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile lavoratori dello spettacolo

Per alcune categorie di lavoratori dello spettacolo iscritti all’ex Enpals (oggi, a seguito dell’assorbimento da parte dell’Inps, al Fondo lavoratori dello Spettacolo) aumentano i requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata.

In particolare:

  • per i lavoratori del gruppo ballo l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 46 anni e 7 mesi;
  • per i lavoratori del gruppo cantanti, artisti lirici e orchestrali, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 61 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 59 anni e 7 mesi per le donne; .la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo (con la particolarità che i due requisiti possono non maturarsi contemporaneamente, dato che un anno di contributi si acquista con un numero minimo di giornate convenzionali, generalmente 120), e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli appartenenti al gruppo attori, conduttori, maestri d’orchestra e figurazione e moda, i requisiti di età per la pensione di vecchiaia anticipata salgono a 64 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 62 anni e 7 mesi per le donne; anche per questi soggetti, la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli altri lavoratori iscritti al fondo dello spettacolo l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria, nel 2018, è pari a quella prevista per la generalità dei lavoratori, ossia a 66 anni e 7 mesi, in quanto non godono di alcun’agevolazione previdenziale rispetto alla generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile sportivi professionisti

L’età pensionabile aumenta nel 2018 anche per gli sportivi professionisti iscritti all’ex Enpals, oggi al fondo di previdenza degli sportivi professionisti.

Nel dettaglio, per coloro che sono in possesso di almeno un contributo versato al 31 dicembre 1995, l’età pensionabile sale a 53 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 51 anni e 7 mesi per le donne, a condizione che possiedano almeno 20 anni anzianità assicurativa e di contributi con la qualifica di sportivo professionista.

Semplificazione accesso alla pensione per gli addetti ai lavori usuranti

Gli adempimenti per la domanda di pensione degli addetti ai lavori usuranti sono stati recentemente semplificati. La legge di Bilancio 2018 ha inoltre introdotto un bonus per chi svolge lavoro notturno per meno di 78 giorni all’anno ed è impiegato in cicli produttivi del settore industriale su turni di 12 ore (sulla base di accordi collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2016). In questi casi, i giorni lavorativi effettivamente svolti devono essere moltiplicati per il coefficiente 1,5: questo dovrebbe comportare il perfezionamento dei requisiti pensionistici anticipatamente.

Restano, invece, invariati sino al 2026 i requisiti contributivi, di età e le quote per l’accesso alla pensione.

La domanda di pensione, per gli addetti ai lavori usuranti, deve essere presentata all’Inps entro il 1° maggio 2018, se si maturano i requisiti per la pensione di anzianità con le quote nel 2019. Per chi matura i requisiti nel 2018, invece, la data di presentazione dell’apposita domanda di certificazione dei requisiti all’Inps è già passata: la scadenza era difatti fissata al 1° maggio 2017. Si ha comunque diritto alla liquidazione della pensione, ma posticipata, a seconda del ritardo nella presentazione dell’istanza.

Per sapere, con precisione, chi appartiene alle categorie degli addetti ai lavori usuranti, e quali sono i requisiti per la pensione, si veda: Elenco lavori usuranti.

Ape prorogata al 2019

È stato prorogato sino al 31 dicembre 2019 l’Ape volontario, cioè l’anticipo pensionistico che può essere ottenuto attraverso un prestito bancario e consente di uscire dal lavoro sino a 3 anni e 7 mesi prima della maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

Proroga in vista anche per l’Ape sociale, ossia per l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che può essere richiesto, come l’Ape volontario,  a partire dai 63 anni di età e che sostiene il lavoratore fino al perfezionamento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia (dal 2018 pari a 66 anni e 7 mesi per tutti), per un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.

Possono accedere all’Ape sociale, nello specifico, i lavoratori che, al momento della domanda, abbiano già compiuto 63 anni di età, e che siano, o siano stati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago, che comprende gli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi), alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, o alla gestione Separata Inps, purché cessino l’attività lavorativa e non siano già titolari di pensione diretta.

I beneficiari dell’Ape sociale devono possedere almeno 30 anni di contributi (contando tutti i periodi non coincidenti maturati presso le gestioni Inps; è previsto lo sconto di un anno nel requisito contributivo per le donne con un figlio, di 2 anni per le donne che hanno dai 2 figli in su) se appartengono alle categorie dei disoccupati, dei caregiver e degli invalidi dal 74%, almeno 36 anni di contributi (salvo la riduzione appena esposta per le donne con figli) se appartengono alle 15 categorie di addetti ai lavori gravosi.

L’età minima per l’accesso all’Ape sociale, per chi raggiunge l’età pensionabile dal 2019, è spostata a 63 anni e 5 mesi a causa degli incrementi legati alla speranza di vita.

Per la proroga dell’Ape sociale al 2019, la cui possibilità è prevista nella legge di Bilancio 2018, si attende, ad ogni modo, un successivo intervento legislativo.

Ape sociale per addetti ai lavori gravosi

Nella legge di Bilancio 2018 è stato poi previsto l’ampliamento dell’Ape social a 4 nuove categorie di addetti ai lavori gravosi, che potranno beneficiare anche del blocco dell’età pensionabile.

Si tratta di:

  • operai siderurgici di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature fuori dal perimetro dei lavori usuranti;
  • operai dell’agricoltura, della zootecnia e pesca;
  • marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare dipendenti o soci di cooperative.

È stato inoltre abolito, per gli addetti ai lavori gravosi, il vincolo di una tariffa Inail pari almeno al 17 per mille ed è previsto che le attività gravose possano essere svolte:

  • per almeno 6 anni nell’ultimo settennio antecedente il pensionamento;
  • per almeno 7 anni nell’ultimo decennio antecedente il pensionamento.

Questi lavoratori potranno poi avere accesso, così come tutte le categorie di destinatari dell’Ape sociale, alla pensione anticipata precoci con 41 anni di contributi, se possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19° anno di età.

Ape sociale disoccupati

Per quanto riguarda la categoria dei disoccupati, anch’essi destinatari dell’Ape sociale, la misura è stata estesa anche a coloro il cui rapporto di lavoro è cessato a seguito di un contratto a termine, se hanno alle spalle almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni.

Inoltre potranno accedere all’Ape sociale anche coloro che sono stati rioccupati con un contratto di lavoro subordinato, con i voucher o col contratto di prestazione occasionale o il libretto famiglia per non più di 6 mesi complessivamente [3].

Ape sociale caregiver

Per quanto riguarda i caregiver, un’altra categoria di beneficiari dell’Ape sociale, potranno accedere alla misura coloro che assistono un disabile portatore di handicap grave convivente, anche se familiare entro il 2° grado, qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 anni, oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti.

Ape rosa

In merito ai requisiti contributivi previsti per l’Ape sociale, la legge di Bilancio 2018 ha riconosciuto una riduzione degli anni di contributi richiesti per le lavoratrici con figli: questa misura è conosciuta col nome di Ape Rosa.

Lo sconto contributivo previsto, in particolare, è pari a un anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni di riduzione del requisito contributivo richiesto.

In questo modo, le donne con almeno due figli appartenenti alla categoria degli invalidi, dei caregiver o dei disoccupati, possono richiedere l’Ape sociale con un minimo di 28 anni di contributi, mentre le appartenenti alla categoria degli addetti ai lavori gravosi possono richiedere la misura con un minimo di 34 anni di contributi.

Proroga Ape volontario

La legge di Bilancio 2018, oltre alla proroga dell’Ape sociale, come abbiamo detto, ha anche previsto la proroga dell’Ape volontario per coloro che maturano i requisiti previsti per le misure entro il 31 dicembre 2019. In particolare, nella manovra è stato previsto un apposito fondo in cui dovranno confluire le risorse utili alla proroga delle misure.

Ricordiamo che aderendo all’Ape volontario il lavoratore può ricevere un assegno, a partire dai 63 anni di età, se possiede almeno 20 anni di contributi, sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia, con un anticipo massimo possibile pari a 3 anni e 7 mesi.

Considerando che l’età per la pensione di vecchiaia, attualmente, è pari a 66 anni e 7 mesi, l’anticipo può essere richiesto con un minimo di 63 anni di età; per coloro che matureranno i requisiti per la pensione di vecchiaia dal 2019, però, il requisito slitta a 63 anni e 5 mesi di età, dato che dal 2019 l’età pensionabile sarà elevata a 67 anni. In caso di futuri adeguamenti alla speranza di vita nel 2021, il decreto sull’Ape volontario prevede la concessione dell’Ape supplementare, ossia un allungamento del periodo di percezione dell’anticipo.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione e che comporta (assieme all’assicurazione obbligatoria e al contributo per il fondo di solidarietà) una penalizzazione, sulla futura pensione, pari a circa il 5% dell’importo per ogni anno di anticipo. La penalizzazione può essere calcolata in anticipo grazie al nuovo simulatore, disponibile nel sito web dell’Inps.

L’Ape volontario sarà attivato a breve: per richiederlo si dovrà prima provvedere a farsi rilasciare un’apposita certificazione dall’Inps, poi, scelto il prestito e il soggetto finanziatore, si dovrà inoltrare la domanda di Ape e la domanda di pensione.

Niente Ape volontario per chi possiede contributi in casse diverse

Niente anticipo pensionistico per chi possiede contributi in gestioni previdenziali diverse, se nessuna delle casse, da sola, raggiunge 20 anni di accrediti contributivi: lo ha stabilito l’Inps, con una nuova circolare [8Inps Circ. n.28/2018.]. Diversamente da quanto accade per l’Ape sociale, dunque, non è possibile combinare l’anticipo pensionistico con il cumulo della contribuzione. Questo penalizza notevolmente chi ha avuto una carriera frammentaria; risulta penalizzato anche chi, pur raggiungendo 20 anni di contributi in una sola gestione, possiede una contribuzione poco elevata e non può cumulare i contributi posseduti presso altre casse per aumentare l’importo della pensione. L’Ape volontario, difatti, non può essere ottenuto se la futura pensione risulta inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo (ossia se è sotto i 710 euro mensili): potendosi considerare la contribuzione di una cassa sola per il calcolo della futura pensione in rapporto al diritto all’Ape, è chiaro che gli accessi all’anticipo pensionistico saranno notevolmente ristretti.

È invece ammesso il vecchio cumulo tra i contributi posseduti presso il fondo Inps dipendenti e le gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti), in quanto si tratta di un cumulo d’ufficio. Chi, poi, vuole raggiungere l’Ape volontario comunque, nonostante possieda contribuzione accreditata presso gestioni diverse, può avvalersi della ricongiunzione dei contributi a titolo oneroso

Ape aziendale

L’Ape aziendale consiste nella possibilità, per l’azienda, di incentivare l’esodo dei lavoratori con almeno 63 anni di età, offrendo un contributo che serva ad abbassare i costi dell’Ape volontario.

Nello specifico, il datore di lavoro può, con il consenso del lavoratore dipendente interessato dall’esodo, incrementare la somma dei contributi accreditati a quest’ultimo, versando un contributo all’Inps in un’unica soluzione al momento della richiesta dell’Ape.

Il contributo non deve essere inferiore, per ciascun anno o sua frazione di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, all’importo della contribuzione volontaria basata sulla retribuzione percepita dal lavoratore prima del pensionamento.

Il contributo aggiuntivo serve ad incrementare la misura della pensione che il lavoratore riceve una volta terminata la fruizione dell’Ape, abbassando in questo modo l’incidenza sulla prestazione delle rate di restituzione del prestito finanziario.

Rita, anticipo della pensione integrativa

La Rita, rendita integrativa anticipata, consiste nella possibilità di ottenere in anticipo la pensione complementare, rispetto alla maturazione dei requisiti previsti per la pensione principale: in questo modo, il costo dell’Ape volontario può essere diminuito o addirittura azzerato, nel caso in cui la rendita anticipata sia consistente.

Hanno diritto alla pensione integrativa anticipata, o Rita, nel dettaglio, gli iscritti alla previdenza complementare che risultano disoccupati da almeno 24 mesi (non più da almeno 48 mesi), possiedono almeno 20 anni di contributi e maturano entro 5 anni i requisiti per la pensione di vecchiaia.

Inoltre, la rendita può essere richiesta con un anticipo di 10 anni rispetto alla data di maturazione dei requisiti della pensione principale, nell’ipotesi in cui l’anticipo decennale sia previsto dallo statuto o dal regolamento del fondo di previdenza complementare a cui il lavoratore aderisce.

Pensione professionisti con cumulo dei contributi

È stata siglata tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti) una convenzione che disciplina il riconoscimento delle pensioni in totalizzazione e cumulo gratuito, per i professionisti che possiedono contributi accreditati sia presso le casse private che presso le gestioni Inps.

Nelle prossime settimane, le 18 casse dei liberi professionisti dovranno formalizzare l’adesione alla convenzione, mentre l’Inps, nel frattempo, provvederà a rendere operativa la piattaforma informatica per la raccolta delle domande e l’erogazione delle pensioni in regime di cumulo.

Pagamento a breve, dunque, per la pensione in cumulo dei professionisti, attesa da oltre un anno: nonostante il via libera al cumulo dei contributi sia arrivato non solo dall’Inps [4], ma dalla maggior parte delle casse dei liberi professionisti (Inarcassa, Enpam, Cipag, CNPR, Cassa Forense…), con apposite circolari [5], senza l’operatività della convenzione Inps Adepp le pensioni non possono essere liquidate.

Reddito d’inclusione Rei

Dal 1° luglio 2018 non sarà più richiesto, per ottenere il reddito d’inclusione, che nel nucleo familiare siano presenti figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. In più, per le famiglie da 5 componenti in su la misura massima del Rei sale a 534 euro mensili.

Prepensionamento con 7 anni di anticipo

L’isopensione e l’assegno straordinario, due trattamenti meglio conosciuti sotto il nome di prepensionamento o scivolo pensionistico, consentiranno agli esuberi l’uscita dal lavoro con 7 anni di anticipo. Per approfondire: Pensione con 7 anni di anticipo, come funziona.

Pensione d’invalidità civile

La pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, è una prestazione dell’Inps che spetta a chi possiede un’invalidità riconosciuta dal 74% al 99%, se è disoccupato e non supera determinati limiti di reddito.

La pensione mensile d’invalidità, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Pensione invalidi civili totali

La pensione mensile per gli invalidi civili in misura pari al 100%, o pensione di inabilità civile, ha lo stesso importo dell’assegno di assistenza, dunque, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione, però, è più alto ed è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni, anche in questo caso, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di frequenza

L’indennità di frequenza spettante ai minori, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta, come per la pensione d’inabilità e invalidità, una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Assegno sociale sostitutivo

L’assegno sociale sostitutivo, o derivante dall’invalidità civile, dal 2018 è concesso a 66 anni e 7 mesi di età e non più a 65 anni e 7 mesi, proprio come l’assegno sociale ordinario. L’importo dell’assegno sociale sostitutivo, per il 2018, è pari a:

  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base, pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore, pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro;
  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale, pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro.

Pensione sociale sostitutiva

L’importo della pensione sociale sostitutiva, per il 2018, è pari a:

  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base [3], pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore [4], pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro;
  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale [3], pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro.

Pensione speciale sordomuti

La pensione speciale per i sordomuti, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di comunicazione

L’indennità di comunicazione mensile spettante ai sordomuti per il 2018 è pari a 256,21 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per ciechi assoluti

La pensione per ciechi assoluti, per il 2018, è pari a 305,56 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 338,30 euro.

Per i ciechi assoluti ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 305,56 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 266,80 euro.

Pensione per ciechi parziali

La pensione per i ciechi parziali, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Per i ciechi parziali ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, dal 70° anno di età, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 289,81 euro.

Assegno per i decimisti

L’assegno per i decimisti, cioè per chi ha un residuo visivo non superiore in ciascun occhio ad un decimo, con eventuale correzione ottica, per il 2018 è pari a 209,70 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 8.011,78 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Indennità per i ventesimisti

L’indennità mensile spettante ai ventesimisti, cioè a chi ha un residuo visivo in ciascuno degli occhi, con eventuale correzione di lenti, non superiore ad un ventesimo, per il 2018 è pari a 209,51 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Indennità di accompagnamento

L’indennità di accompagnamento, o accompagno, che spetta agli invalidi al 100% non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita o di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore, per il 2018 è pari a 516,35 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Per i ciechi assoluti, l’assegno di accompagnamento è pari a 915,18 euro mensili. Anche in questo caso non sono previsti limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per i talassemici

Per gli affetti da talassemia major e depranocitosi, l’indennità mensile spettante è pari a 507,42 euro, senza limiti di reddito.

Assegno sociale

L’assegno sociale, nel 2018, è pari a 453 euro, ed è erogato, come la pensione, per 13 mensilità: pertanto, la sua misura annuale è pari a 5.889 euro.

L’assegno sociale può spettare in misura intera o ridotta, a seconda del reddito posseduto. In particolare:

  • ai beneficiari non coniugati privi di reddito, spetta in misura intera;
  • ai beneficiari coniugati con reddito inferiore a 5.889 euro annui, spetta in misura intera;
  • ai non coniugati con reddito sino a 5.889 euro annui, spetta in misura ridotta;
  • ai coniugati con reddito sino a 11.778 euro annui, spetta in misura ridotta.

L’importo dell’assegno sociale può essere aumentato, grazie a due diverse maggiorazioni:

  • maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, spettante, dal 2001 [6], per tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati;
  • maggiorazione pari a 190,86 euro, spettante, dal 2002 [7], per i pensionati con almeno 70 di età, per i pensionati con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati; tale maggiorazione può competere anche ai minori di 70 anni che hanno versato un determinato ammontare di contributi: in particolare, la riduzione di età si calcola in ragione di 1 anno ogni 5 anni di contribuzione versata (ad esempio, se Tizio possiede 10 anni di contributi, può accedere alla maggiorazione a 68 anni di età).

La maggiorazione e l’incremento possono essere concessi in misura ridotta fino a concorrenza dei limiti di reddito.

Calendario pensioni

Cambia, infine, il calendario del pagamento delle pensioni 2018, che tornano a essere liquidate il primo giorno bancabile.

Appalto e somministrazione illecita di manodopera

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contratto di appalto di servizi e somministrazione di lavoro: quali sono le caratteristiche che li distinguono, quando si verifica l’utilizzazione illecita di manodopera.

Appalto di servizi e somministrazione di lavoro sono due contratti che hanno caratteristiche molto simili: in entrambi i casi, difatti, c’è un soggetto (l’appaltatore nell’appalto, l’agenzia per il lavoro nella somministrazione) che, in concreto, fa lavorare i suoi dipendenti per un altro datore di lavoro (il committente nell’appalto, l’utilizzatore nella somministrazione). Tuttavia, l’oggetto del contratto di somministrazione di lavoro è la sola fornitura di personale, mentre nell’appalto è il compimento dell’opera o la prestazione di un servizio: in sostanza, il vantaggio della somministrazione, per il committente, consiste nel poter contare su una forza lavoro aggiuntiva per la propria attività, mentre nell’appalto il vantaggio è rappresentato dal risultato produttivo. È molto difficile, comunque, distinguere l’appalto dalla somministrazione: eppure capire di quale rapporto si tratta è fondamentale, in quanto la somministrazione di lavoro è un’attività che può essere svolta soltanto dalle agenzie abilitate, pena l’applicazione di pesanti sanzioni. Il committente pertanto non può rivolgersi all’appaltatore per utilizzare il lavoro di personale non assunto direttamente, ma dipendente e retribuito da quest’ultimo: in questi casi parliamo di utilizzazione illecita di manodopera, o intermediazione illecita. Vediamo allora di fare il punto della situazione, per capire le differenze tra appalto e somministrazione illecita di manodopera.

Che cos’è l’appalto?

L’appalto è il contratto con cui una parte, l’appaltatore, si obbliga nei confronti di un’altra, committente o appaltante, a compiere, con l’organizzazione di mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, un’opera o un servizio verso un corrispettivo in denaro [1].

Esistono dunque due tipi di appalto:

  • l’appalto d’opera, che ha ad oggetto la realizzazione di un’opera, ossia:
    • la modifica materiale di una cosa preesistente (ad esempio la ristrutturazione di un immobile);
    • la creazione di un nuovo bene (ad esempio, l’incarico di costruire una casa su un terreno di proprietà del committente);
  • l’appalto di servizi, che ha ad oggetto l’esecuzione di un’attività utile per il committente, senza elaborazione o trasformazione di beni materiali; all’appalto di servizi si applicano, in quanto compatibili, sia le norme in tema di appalto d’opera sia quelle del contratto di somministrazione.

L’appaltatore deve organizzare i mezzi e svolgere ogni attività necessaria perché sia realizzata l’opera, o il servizio, autonomamente e nel rispetto delle modalità pattuite. L’adempimento dell’obbligazione si ha solo quando l’oggetto del contratto è pienamente realizzato, quindi l’appaltatore ha un’obbligazione di risultato.

Requisiti dell’appalto

L’appalto ha delle precise caratteristiche, che permettono di distinguere questo rapporto da contratti differenti, come la somministrazione. Ecco i requisiti principali.

Organizzazione dell’appaltatore

Una delle caratteristiche fondamentali dell’appalto è l’organizzazione dei mezzi produttivi: l’appaltatore, in pratica, deve essere strutturato come un’impresa. Il requisito dell’organizzazione è sicuramente presente quando il lavoro è svolto in prevalenza da personale non appartenente al nucleo familiare e in presenza di un ampio complesso di mezzi produttivi.

Rischio d’impresa dell’appaltatore

L’opera o il servizio oggetto dell’appalto sono compiuti dall’appaltatore con gestione a suo rischio. Si tratta di un rischio di tipo economico, poiché l’opera o il servizio sono realizzati con capitali propri dell’appaltatore; ad esempio può capitare:

  • che il corrispettivo pattuito non copra i costi sostenuti per eseguire la prestazione o non sia in grado di assicurare all’appaltatore alcun profitto o utile, data l’impossibilità di poter stabilire preventivamente con certezza assoluta i costi stessi;
  • che l’appaltatore perda il diritto al corrispettivo se l’opera perisce o si deteriora prima che sia accettata dal committente o prima che questi sia in messo in mora per la sua verifica.

Se non si ravvisa, in concreto, l’assunzione del rischio da parte dell’appaltatore, è probabile che ci si trovi davanti a un appalto non genuino.

Autonomia dell’appaltatore

L’appaltatore nell’esecuzione della sua prestazione ha un’ampia autonomia rispetto alle possibili interferenze del committente, anche quando il progetto dell’opera è fornito da quest’ultimo.

Nel realizzare l’opera o il servizio l’appaltatore è libero di decidere come organizzare e regolare lo svolgimento del lavoro e come predisporre e apprestare i mezzi necessari; il committente ha, comunque, la facoltà di verificare la rispondenza della prestazione alle prescrizioni e alle esigenze contrattualmente previste; può effettuare verifiche in corso d’opera e nominare un direttore dei lavori, ma non può interferire con l’organizzazione dell’impresa appaltatrice, la sua gestione ed i  rapporti con i dipendenti.
Se l’appaltatore, in concreto, non ha autonomia, il contratto rientra nel cosiddetto “appalto a regia“: in questo caso, l’appaltatore è esonerato da ogni responsabilità relativa ai vizi dell’opera.

Appalto: differenze con altri contratti

Non ogni contratto che ha per oggetto il compimento di un’opera o di un servizio può essere definito appalto: anche se la struttura dell’appalto presenta degli aspetti che coincidono parzialmente con altri rapporti, le sue caratteristiche fondamentali consentono di differenziarlo da forme contrattuali simili.

Appalto e lavoro subordinato

L’appalto si differenzia dal contratto di lavoro subordinato in quanto l’oggetto della prestazione è il risultato di un’attività organizzata che l’appaltatore si impegna a fornire con i propri mezzi, assumendo il rischio d’impresa.

Al contrario, nel lavoro subordinato il dipendente mette a disposizione la sua attività lavorativa a favore del datore, sotto le direttive, la vigilanza e il controllo di quest’ultimo: in pratica, nel lavoro subordinato c’è un vincolo gerarchico di subordinazione che è incompatibile con il carattere imprenditoriale, l’autonomia dell’organizzazione e la gestione a proprio rischio tipici dell’attività dell’appaltatore. Inoltre, il lavoratore subordinato non assume alcun rischio d’impresa.

Appalto e somministrazione

Quando l’appalto ha ad oggetto la prestazione periodica di servizi, diventa molto simile alla somministrazione di lavoro. L’appalto si distingue, però, dalla somministrazione di lavoro, perché all’appaltatore competono:

  • l’organizzazione dei mezzi necessari
  • l’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori;
  • l’assunzione del rischio d’impresa.

Inoltre, l’oggetto del contratto di somministrazione di lavoro è la sola fornitura di lavoratori, mentre nell’appalto è il compimento dell’opera o la prestazione di un servizio: in sostanza, il vantaggio della somministrazione, per il committente, consiste nel poter contare su una forza lavoro aggiuntiva per la propria attività, mentre nell’appalto il vantaggio è rappresentato dal risultato produttivo.

Nonostante le differenze elencate, non è semplice, in concreto, distinguere l’appalto dalla somministrazione di lavoro.

La giurisprudenza pertanto ha individuato indicatori per distinguere i due rapporti. Ad esempio, ricorre l’appalto se:

  • la prestazione continuativa riguarda servizi;
  • una parte non si limita a fornire il proprio personale qualificato, mettendolo a disposizione della controparte, ma svolge il servizio con propria organizzazione e gestione autonoma, assumendosi il rischio d’impresa;
  • l’appaltatore organizza i mezzi necessari, che possono consistere in beni materiali ed immateriali e lavoro oppure anche soltanto in attività di lavoro.

Somministrazione illecita

Se il contratto d’appalto non è genuino, ma maschera l’utilizzazione illecita di manodopera, si realizza, in concreto, una somministrazione illecita, o intermediazione illecita di manodopera.

Parliamo di somministrazione illecita perché la somministrazione di lavoro è un’attività che può essere svolta soltanto dai soggetti abilitati. Il committente, quindi, non può rivolgersi all’appaltatore per utilizzare il lavoro di personale non assunto direttamente, ma dipendente e retribuito da quest’ultimo. La somministrazione illecita si realizza, ad esempio, se:

  • l’appaltatore usa macchinari e attrezzature forniti dal committente, ma l’organizzazione non è effettuata dall’appaltatore in autonomia e con gestione a proprio rischio;
  • l’appaltatore fornisce al committente solo una prestazione lavorativa, eseguendo compiti di gestione amministrativa, senza esercitare poteri direttivi sui lavoratori e senza una concreta organizzazione del lavoro finalizzata a un risultato produttivo autonomo;
  • l’appaltatore mette a disposizione una prestazione lavorativa e avvia i suoi dipendenti al lavoro presso il committente, senza utilizzarli per opere o servizi che coinvolgono la sua organizzazione; è irrilevante che l’appaltatore sia strutturato come media o grande impresa e che si occupi della gestione amministrativa del rapporto di lavoro.

Come essere sicuri di non confondere appalto con somministrazione?

Per avere la certezza della natura del contratto stipulato, le parti possono richiedere la certificazione. Si tratta di una procedura volontaria attraverso la quale le parti affidano a un organo terzo, la commissione di certificazione, il compito di qualificare il proprio contratto, adottando un provvedimento amministrativo di certificazione. Questo documento produce certezza legale conferendo chiarezza e stabilità all’accordo e riducendo il contenzioso in materia di qualificazione dei contratti di lavoro.

Sanzioni per appalto non genuino e somministrazione illecita

Dal 2016, è stata depenalizzata la somministrazione abusiva (cioè senza le prescritte autorizzazioni) e l’utilizzazione illecita di manodopera.

La sanzione è pari a 50 euro per ogni giornata e per ciascun lavoratore occupato, ed è comminata al somministratore e all’utilizzatore. La sanzione minima non può, in ogni caso, essere inferiore a 5mila euro e superiore a 50mila euro.

Per l’assenza dei requisiti essenziali del contratto di appalto (organizzazione dei mezzi necessari da parte dell’appaltatore, assunzione del rischio d’impresa da parte dell’appaltatore), non sono più previste sanzioni penali, ma è ora prevista una sanzione di 50 euro, per ogni giornata e per ciascun lavoratore occupato, comminata a pseudo-appaltatore e pseudo-committente. La sanzione minima non può, in ogni caso, essere inferiore a 5mila euro e superiore a 50mila euro.

Quali diritti hanno i lavoratori in somministrazione?

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dipendenti con contratto di somministrazione: disciplina e differenze rispetto ai dipendenti dell’azienda utilizzatrice.

Hai appena stipulato un contratto di somministrazione, e temi che il trattamento degli interinali sia peggiore rispetto alla generalità dei dipendenti? Non hai motivo di preoccuparti: i dipendenti con contratto di somministrazione hanno assolutamente gli stessi diritti rispetto ai lavoratori assunti direttamente dall’azienda utilizzatrice, e nessuna discriminazione può essere loro applicata. Hanno dunque diritto allo stesso inquadramento a parità di mansioni, alle stesse ferie, agli stessi riposi e, ingenerale, al medesimo trattamento, sia economico che normativo. Esistono, però, alcune differenze relative alla particolare tipologia del contratto; inoltre, non devi dimenticare che alcuni diritti, pur spettando alla generalità dei dipendenti, maturano in modo diverso, a seconda della quantità di lavoro prestata (per questo si parla di maturazione dei ratei ferie, permessi, Tfr e mensilità aggiuntive). Per capire meglio, vediamo, nel dettaglio, quali diritti hanno i lavoratori in somministrazione, come funziona il contratto e quali sono le tutele previste per i dipendenti.

Come funziona il contratto di somministrazione?

Il contratto di somministrazione, istituito dalla cosiddetta Legge Biagi [1], rinnovato dal Jobs Act, prima, e dal decreto Dignità, poi, ha sostituito il vecchio contratto interinale: rispetto al lavoro interinale, la somministrazione consente di assumere un dipendente anche a tempo indeterminato. Ma andiamo per ordine.

Nella somministrazione i rapporti di lavoro sono tre:

  • il rapporto tra il somministratore, cioè l’agenzia di somministrazione, e l’utilizzatore, l’azienda, cioè, presso cui lavorano i dipendenti assunti dall’agenzia: si tratta di un contratto commerciale, che deve rispondere a precisi requisiti, pena l’illiceità e la nullità del contratto stesso(che comporta l’assunzione diretta del dipendente a tempo pieno e indeterminato in capo all’utilizzatore);
  • il rapporto tra l’agenzia e i dipendenti in somministrazione, che costituisce un normale contratto di lavoro;
  • il rapporto tra l’utilizzatore e i dipendenti: questi ultimi devono lavorare secondo le direttive, le indicazioni e nell’interesse dell’azienda utilizzatrice, anche se il loro datore di lavoro è l’agenzia; tuttavia, tra dipendente e utilizzatore può anche non essere formalizzato alcun contratto.

Quali sono le tutele per i lavoratori in somministrazione?

I dipendenti in somministrazione hanno le seguenti tutele:

  • diritto allo stesso inquadramento dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice, a parità di mansioni;
  • diritto allo stesso trattamento economico dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice, a parità di inquadramento e di orario;
  • diritto allo stesso trattamento normativo, a parità di inquadramento e di orario, dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice: dunque spetteranno lo stesso numero di giornate di ferie e di ore di permesso, le stesse eventuali indennità aggiuntive (laddove previste), i ratei relativi alle mensilità aggiuntive ed al Tfr, etc.;
  • spettano inoltre le misure a sostegno del reddito erogate dall’Inps, in proporzione, a seconda dei casi, ai contributi versati o al reddito posseduto: assegni al nucleo familiare, disoccupazione Naspi…

Una tutela aggiuntiva è inoltre prevista nel caso in cui l’agenzia non paghi gli stipendi o i contributi: in questo caso sarà l’azienda utilizzatrice a doverli pagare, perché obbligata in solido.

Non è invece possibile porre in cassa integrazione o in mobilità i lavoratori in somministrazione, anche se l’azienda utilizzatrice ha collocato i suoi dipendenti in integrazione salariale o mobilità: questo perché le agenzie non sono destinatarie di tali trattamenti.

Inoltre, i lavoratori in somministrazione non hanno il diritto di precedenza all’assunzione.

Quanto dura il contratto di somministrazione?

La durata massima del contratto a termine, in base alle modifiche apportate dal decreto Dignità, è pari a 24 mesi, con un massimo di 4 proroghe. Il decreto Dignità non modifica, però, i limiti di durata del contratto di somministrazione a termine, che dovrebbero dunque restare quelli previsti dal contratto collettivo di categoria:

  • 36 mesi, con un massimo di 6 proroghe, per il singolo contratto;
  • 42 mesi, con un massimo di 6 proroghe, qualora nei primi 24 mesi fossero state effettuate un massimo di 2 proroghe.

Tuttavia, le disposizioni alla base della nuova normativa sono difficilmente compatibili con le disposizioni che riguardano la somministrazione a termine, soprattutto nel momento in cui il limite massimo di durata, pari a 36 mesi, si riferisce al singolo contratto e non alla totalità dei rapporti. In base alle interpretazioni degli esperti, il rapporto col singolo utilizzatore dovrebbe avere comunque la durata massima di 24 mesi e un numero di proroghe non superiore a 4.

È comunque sempre possibile iniziare un nuovo contratto subito dopo la cessazione del contratto precedente, senza che si debba rispettare il cosiddetto periodo cuscinetto (pari a 10 giorni per contratti con durata inferiore a 6 mesi ed a 20 giorni per i contratti con durata superiore).

In ogni caso, la soglia dei 12 mesi di durata massima del rapporto senza causali va calcolata su chi utilizza il lavoratore, e non sul datore, con la conseguenza che, se termina la missione presso un certo datore, e viene stipulato con la stessa agenzia un nuovo rapporto di lavoro a tempo determinato per una missione presso una nuova impresa, il contatore dei 12 mesi ricomincia a decorrere da zero.

La causale per il rinnovo è necessaria solo se il nuovo contratto riguarda lo stesso utilizzatore: se cambia l’impresa, il nuovo rapporto potrà essere stipulato senza la causale, fino a 12 mesi della missione. Analogo ragionamento dovrà essere fatto per le proroghe, che richiedono la causale solo al superamento di 12 mesi presso il singolo utilizzatore.

Col contratto di somministrazione si può assumere a tempo indeterminato?

Nulla vieta all’agenzia di assumere un dipendente con contratto di somministrazione a tempo indeterminato: in questo caso, nei periodi d’inattività, in cui il lavoratore non si trova in missione presso un utilizzatore, questi ha diritto a percepire un’indennità di disponibilità (sulla quale però non maturano i ratei ferie, Tfr, mensilità aggiuntive ed altri emolumenti).

In alcuni casi è previsto il diritto alla trasformazione del rapporto da tempo determinato a indeterminato:

  •  quando il dipendente ha prestato 42 mesi di servizio, anche non continuativi, con la stessa agenzia;
  •  quando il dipendente ha prestato 36 mesi consecutivi di servizio presso lo stesso utilizzatore e con la stessa agenzia, nelle medesime mansioni.

Con le modifiche apportate dal decreto Dignità, dovrebbe sorgere il diritto alla trasformazione per ogni violazione inerente la durata massima del contratto (pari adesso, come abbiamo osservato, a 24 mesi), l’obbligo di causale, le proroghe ed i rinnovi: se, però, si tratta di obblighi in capo all’azienda utilizzatrice, il somministrato dovrebbe, a rigor di logica, trasformarsi in un dipendente a tempo indeterminato dell’utilizzatore. Sul punto si attendono chiarimenti, in quanto il decreto non spiega chiaramente le conseguenze delle violazioni in capo alle parti del rapporto di somministrazione, limitandosi a rinviare genericamente alla nuova disciplina del rapporto a termine.

Dopo la trasformazione del contratto, il dipendente non può essere licenziato per 12 mesi (salvo il rifiuto di una congrua missione o il verificarsi di una giusta causa di cessazione del rapporto).

Somministrazione di lavoro

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Assumere lavoratori col contratto di somministrazione: come fare, quali sono i costi, che cosa cambia col decreto Dignità.

Le nuove limitazioni introdotte dal decreto Dignità per il lavoro a termine non hanno risparmiato il contratto di somministrazione, ossia il contratto con cui il datore di lavoro si avvale di dipendenti assunti da un’agenzia per il lavoro. Al contratto di somministrazione a tempo determinato, in particolare, si applica ora la durata massima di 24 mesi, l’obbligo di indicare una causale dopo 12 mesi ed in caso di rinnovo (obbligo in capo all’utilizzatore), ed il numero massimo di 4 proroghe possibili; inizialmente era stato anche previsto un periodo di pausa tra un contratto e l’altro, proprio come avviene per i dipendenti assunti con l’ordinario contratto a termine, poi abolito da un emendamento. Resta, comunque, l’esclusione dei somministrati dal limite massimo di assunti a termine, pari ora al 30% dell’organico, e dal diritto di precedenza. Facciamo allora il punto della situazione sul contratto di somministrazione: come gestirlo, qual è il costo del lavoro, quali sono i diritti dei lavoratori, quali sono le modifiche apportate dal decreto Dignità.

Come funziona il contratto di somministrazione?

Il contratto di somministrazione, istituito dalla cosiddetta Legge Biagi [1], è il contratto che ha sostituito il vecchio rapporto interinale: rispetto al lavoro interinale, la somministrazione consente di assumere un dipendente anche a tempo indeterminato (si parla, in questi casi, di staff leasing). Ma procediamo per ordine.

Nella somministrazione, innanzitutto, abbiamo tre rapporti:

  • il rapporto tra il somministratore, cioè l’agenzia di somministrazione, e l’utilizzatore, l’azienda, cioè, presso cui lavorano i dipendenti assunti dall’agenzia: si tratta di un contratto commerciale, che deve rispondere a precisi requisiti, pena l’illiceità e la nullità del contratto stesso (che comporta l’assunzione diretta del dipendente a tempo pieno e indeterminato in capo all’utilizzatore);
  • il rapporto tra l’agenzia e i dipendenti in somministrazione, che costituisce un normale contratto di lavoro;
  • il rapporto tra l’utilizzatore e i dipendenti: questi ultimi devono lavorare secondo le direttive, le indicazioni e nell’interesse dell’azienda utilizzatrice, anche se il loro datore di lavoro è l’agenzia; tuttavia, tra dipendente e utilizzatore può anche non essere formalizzato alcun contratto.

Quali sono i diritti dei lavoratori in somministrazione?

Le tutele previste per dipendenti con contratto di somministrazione sono le stesse disposte per i dipendenti assunti direttamente dall’azienda utilizzatrice; nessuna discriminazione può essere dunque applicata ai somministrati. Di conseguenza, i lavoratori in somministrazione hanno diritto allo stesso inquadramento a parità di mansioni, alle stesse ferie, agli stessi riposi e, ingenerale, al medesimo trattamento, sia economico che normativo. Esistono, però, alcune differenze relative alla particolare tipologia del contratto.

Nel dettaglio, i dipendenti in somministrazione hanno le seguenti tutele:

  • diritto allo stesso inquadramento dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice, a parità di mansioni;
  • diritto allo stesso trattamento economico dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice, a parità di inquadramento e di orario;
  • diritto allo stesso trattamento normativo, a parità di inquadramento e di orario, dei dipendenti dell’azienda utilizzatrice: dunque spetteranno lo stesso numero di giornate di ferie e di ore di permesso, le stesse eventuali indennità aggiuntive (laddove previste), i ratei relativi alle mensilità aggiuntive ed al Tfr, etc.;
  • spettano inoltre le misure a sostegno del reddito erogate dall’Inps, in proporzione, a seconda dei casi, ai contributi versati o al reddito posseduto: assegni al nucleo familiare, disoccupazione Naspi…

Una tutela aggiuntiva è inoltre prevista nel caso in cui l’agenzia non paghi gli stipendi o i contributi: in questo caso è l’azienda utilizzatrice a doverli pagare, perché obbligata in solido.

Non è invece possibile porre in cassa integrazione o in mobilità i lavoratori in somministrazione, anche se l’azienda utilizzatrice ha collocato i suoi dipendenti in integrazione salariale o mobilità: questo perché le agenzie non sono destinatarie di tali trattamenti.

Inoltre, i lavoratori in somministrazione non hanno il diritto di precedenza all’assunzione.

Quanto può durare il contratto di somministrazione?

La durata massima del contratto a termine, in base alle modifiche apportate dal decreto Dignità, è pari a 24 mesi, con un massimo di 4 proroghe. Il decreto Dignità non modifica, però, i limiti di durata del contratto di somministrazione a termine, che dovrebbero dunque restare quelli previsti dal contratto collettivo di categoria:

  • 36 mesi, con un massimo di 6 proroghe, per il singolo contratto;
  • 42 mesi, con un massimo di 6 proroghe, qualora nei primi 24 mesi fossero state effettuate un massimo di 2 proroghe.

Tuttavia, le disposizioni alla base della nuova normativa sono difficilmente compatibili con le disposizioni che riguardano la somministrazione a termine, soprattutto nel momento in cui il limite massimo di durata, pari a 36 mesi, si riferisce al singolo contratto e non alla totalità dei rapporti. In base alle interpretazioni degli esperti, il rapporto col singolo utilizzatore dovrebbe avere comunque la durata massima di 24 mesi e un numero di proroghe non superiore a 4. Sul punto si attendono chiarimenti.

Tra un contratto e l’altro è necessario un periodo di pausa?

Le iniziali modifiche apportate dal decreto Dignità rendevano obbligatorio un periodo di pausa tra un contratto e l’altro, pari, come per gli ordinari contratti a termine, a 10 giorni per contratti con durata inferiore a 6 mesi, ed a 20 giorni per i contratti con durata superiore, come l’ordinario contratto a termine. Il periodo di vacanza contrattuale è stato poi abrogato da un successivo emendamento, solo per i rapporti di somministrazione.

Per il contratto di somministrazione a termine ci vogliono le causali?

Anche per il contratto di somministrazione, così come per l’ordinario contratto a termine, sono necessarie le causali. Questo in quanto il decreto Dignità dispone che, in caso di assunzione a tempo determinato, il rapporto di lavoro tra somministratore e lavoratore è soggetto alla disciplina del contratto a termine, con esclusione delle disposizioni riguardo alla percentuale massima di lavoratori da assumere a tempo ed al diritto di precedenza. Le causali, però, secondo un recente emendamento al decreto Dignità, costituiscono un obbligo in capo all’utilizzatore, non all’agenzia.

Ma come funzionano le causali? Le causali sono le ragioni che motivano l’assunzione a termine, cioè che spiegano perché il contratto ha una scadenza.

Per il contratto a tempo determinato di durata inferiore a 12 mesi non è necessario indicare una causale, salvo rinnovi, oppure in caso di proroghe che facciano slittare il contratto originario sopra i 12 mesi.

Le causali ammesse, sia per la somministrazione che per l’ordinario contratto a termine, sono:

  • esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività;
  • esigenze sostitutive di altri lavoratori;
  • esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria.

La causale si riferisce, però, al solo utilizzatore, e non all’agenzia: in pratica, se il rapporto tra lavoratore e agenzia dura più di 12 mesi, ma le missioni presso i singoli utilizzatori durano meno di 12 mesi, senza rinnovi, indicare una causale non è necessario.

Dove deve essere indicato il termine del contratto?

Sia per la somministrazione, che per l’ordinario lavoro a tempo determinato (con l’eccezione dei rapporti di lavoro di durata non superiore a 12 giorni), l’apposizione del termine del contratto è priva di effetto se non risulta da un atto scritto, una copia del quale deve essere consegnata dal datore di lavoro al lavoratore entro 5 giorni lavorativi dall’inizio della prestazione. In ogni caso, per quanto riguarda i lavoratori somministrati, questo è un adempimento che deve curare l’Agenzia per il lavoro.

Il contratto di somministrazione può essere a tempo indeterminato?

Nulla vieta all’agenzia di assumere un dipendente con contratto di somministrazione a tempo indeterminato, o staff leasing: in questo caso, nei periodi d’inattività, in cui il lavoratore non si trova in missione presso un utilizzatore, questi ha diritto a percepire un’indennità di disponibilità (sulla quale però non maturano i ratei ferie, Tfr, mensilità aggiuntive ed altri emolumenti).

In alcuni casi è previsto il diritto alla trasformazione del rapporto da tempo determinato a indeterminato:

  • quando il dipendente ha prestato 42 mesi di servizio, anche non continuativi, con la stessa agenzia;
  • quando il dipendente ha prestato 36 mesi consecutivi di servizio presso lo stesso utilizzatore e con la stessa agenzia, nelle medesime mansioni.

A causa delle modifiche apportate dal decreto Dignità,  i termini sembrerebbero abbreviati a 24 mesi, ma con l’obbligo di assunzione in capo all’utilizzatore: sul punto si attendono chiarimenti. Dopo la trasformazione del contratto, il dipendente non può essere licenziato per 12 mesi (salvo il rifiuto di una congrua missione o il verificarsi di una giusta causa di cessazione del rapporto).

Qual è l’orario di lavoro per i lavoratori in somministrazione?

Nel contratto dei lavoratori somministrati non è necessario determinare l’orario in modo puntuale, ma è sufficiente indicare una fascia oraria di riferimento (antimeridiana, postmeridiana, serale, notturna o altro) durante la quale può essere richiesta al lavoratore la prestazione, a seconda delle effettive esigenze organizzative dell’azienda utilizzatrice.

Il lavoratore ha comunque diritto a un preavviso minimo di 24 ore dall’inizio dell’attività stessa ed è tenuto a restare a disposizione solo nell’ambito della fascia prevista da contratto: se rifiuta la disponibilità all’interno della fascia prevista, nel rispetto del preavviso minimo, è considerato assente ed è soggetto a sanzioni disciplinari.

Con la somministrazione è poi possibile che il lavoratore presti la propria attività anche oltre il monte ore minimo garantito: in questi casi, sino a concorrenza del normale orario di lavoro a tempo pieno applicato dall’utilizzatore, le ore supplementari non devono essere retribuite con maggiorazioni.

Quanto costa il contratto di somministrazione?

Il contratto di somministrazione comporta maggiori oneri, rispetto alla generalità dei contratti di lavoro subordinato: la proiezione dei costi deve essere comunque studiata caso per caso, in quanto dipende non solo dall’orario prestato e dall’inquadramento e le mansioni del lavoratore, ma anche dal settore in cui opera l’azienda, dalle particolari esigenze di flessibilità e dalla possibilità di fruire di incentivi.

Per quanto riguarda il contratto di prestazione occasionale, che ha “di fatto” sostituito i voucher, uno degli strumenti più flessibili assieme alla somministrazione, su una paga minima netta di 9 euro il costo orario per il datore di lavoro è di 12,38 euro: il costo minimo della prestazione occasionale, però, è di 49,52 euro, perché devono essere retribuite almeno 4 ore, anche se non effettivamente lavorate.

Nel contratto di somministrazione, invece, su una paga netta di 9 euro, il costo orario per l’utilizzatore si aggira intorno ai 18 euro, considerando contributi, ratei e maggiorazioni a favore dell’agenzia (salvo la possibilità di usufruire di particolari incentivi). Inoltre, per ogni rinnovo contrattuale l’utilizzatore è tenuto a pagare un’aliquota aggiuntiva di 0,5 punti.

Centro sociale occupato: il Comune può sgomberarlo?

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non c’è usucapione ma neanche occupazione abusiva per chi invade un immobile del Comune con la consapevolezza e il tacito consenso dell’amministrazione.

Ti sarà certamente capitato di vedere, nella tua città, vecchi casolari abbandonati, capannoni “municipalizzati” o altre strutture in periferia divenute sede di centri sociali. Ti sarai chiesto perché e come mai il Comune tollera queste situazioni, per quale ragione non provvede allo sgombero di edifici a volte pericolanti e quali sono i motivi politici che portano la polizia a non prendere provvedimenti contro chi imbratta i muri e fuma liberamente. Sembrerebbe quasi che si tratti di “zone franche” dove la legge entra in punta di piedi dopo aver bussato almeno tre volte e, dopo un generico controllo, se ne va con altrettanta nonchalance. Com’è possibile occupare una struttura non propria e divenirne di fatti i proprietari? Una recente sentenza della Cassazione si è occupata di questo delicato problema, che racchiude in sé questioni di carattere sociale, politico e, se vogliamo, anche elettorale. Il Comune può sgomberare il centro sociale occupato? Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

Si può usucapire un centro sociale?

Avrai già sentito parlare del concetto di usucapione: chi occupa un bene altrui per almeno 20 anni con la consapevolezza e la tacita accondiscendenza del proprietario ne diventa titolare (leggi Usucapione: cos’è e come funziona). Senonché questo istituto non si può adattare ai beni del demanio pubblico. Non si può, ad esempio, acquistare la proprietà di una parte di strada solo perché ci si transita quotidianamente o per avervi parcheggiato l’auto da tempo immemore; non si acquista la titolarità di una spiaggia per avervi lasciato l’ombrellone per 20 estate di seguito, né si possono acquistare diritti su un terreno pubblico per averlo arato.

Questo significa che difficilmente è possibile rivendicare l’usucapione su un fabbricato di proprietà del Comune.

Si può sgomberare un centro sociale?

Ciò nonostante la Cassazione sposa una linea leggera contro chi “invade” gli immobili della P.A. e li utilizza, per molto tempo, alla luce del sole e con la piena consapevolezza del titolare. Il senso della sentenza è dunque: tolleranza uguale legittimazione. Cerchiamo di capire cosa è stato sancito dai giudici supremi.

Chi occupa un bene immobile del Comune con lo scopo di svolgere iniziative di utilità sociale e non si vede subito sfrattato può far leva su un consenso prestato dall’amministrazione in modo tacito ma comunque esistente e quindi valido. Risultato: non si può sgomberare il centro sociale se il Comune tollera l’occupazione per venti anni, di fatto legittimandola. È quella che viene comunemente detta “acquiescenza” o, tradotto in un linguaggio comune, accondiscendenza. Una sorta di “silenzio assenso” per usare un linguaggio improprio in questa sede ma che rende certamente l’idea.

Nessuna occupazione abusiva per il centro commerciale dopo molti anni

La Cassazione ha così respinto il ricorso del Pm riconoscendo la piena vittoria ai centri sociali. Un ex macello comunale nel quale si riunivano attivisti impegnati da anni in un’azione di contrasto contro l’inquinamento dell’immensa discarica abusiva della “terra dei fuochi” era stato sgombrato dalla polizia. Gli attivisti erano finiti sotto accusa. Il capo di imputazione è abbastanza scontato: occupazione abusiva. In più si sono aggiunte le contestazioni per imbrattamento e mancati interventi su edifici pericolanti.

Per quanto riguarda l’accusa di “occupazione abusiva”, l’assoluzione è scattata perché il Comune aveva prestato acquiescenza per 20 anni all’occupazione da parte degli attivisti, sostanzialmente legittimandola e impedendo la configurazione del reato. Gli edifici occupati da centri sociali che svolgono iniziative di utilità sociale con “l’acquiescenza” del proprietario dello stabile, ingenerando il convincimento della “legittimità dell’occupazione”, non possono essere sgomberati

Per quanto riguarda l’accusa di mancata messa in sicurezza, i lavori di consolidamento – argomentano i giudici supremi – spettano in ogni caso al titolare dell’immobile e non agli occupanti, anche se abusivi.

Quanto all’imbrattamento è un concetto nel quale non possono rientrare i murales in questione, né si conosce l’identità degli autori.

Intercettazioni: sono prove?

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le intercettazioni sono propriamente mezzi di ricerca della prova: vediamo cosa significa.

Il tema delle intercettazioni e delle registrazioni è da sempre particolarmente centrale nel dibattito contemporaneo, non solo in relazione al settore giuridico ma anche socio- culturale. È infatti innegabile come le moderne tecnologie abbiano notevolmente facilitato, per chiunque, queste attività, atteso che basta servirsi di dispositivi mobili per effettuare registrazioni ambientali all’insaputa altrui, acquisendo conversazioni, o lasciando il cellulare acceso e con il registratore già in funzione in una stanza dalla quale si è usciti per registrare e poi ascoltare quanto detto. Bisogna tuttavia prestare attenzione all’uso delle parole, perchè intercettare non equivale a registrare, e viceversa, senza cntare peraltro l’utilizzo, dal punto di vista legale, del materiale ottenuto. Vediamo quindi assieme cosa significa intercettazione, e se le intercettazioni sono prove.

Intercettazioni: cosa sono

Quando si parla di intercettazioni, come abbiamo anticipato, occorre stare attenti a perimetrarne anzitutto il significato e la definizione, non solo per non confonderle con le registrazioni, che peraltro hanno una disciplina differente anche dal punto di vista legale, ma soprattutto per comprendere la fondamentale differenza fra una prova, un mezzo di prova, e un mezzo di ricerca della prova. Questa terminologia, strettamente penalistica, riguarda le modalità di acquisizione delle prove e la loro stessa natura, e comporta distinzioni rilevanti. Con il termine intercettazione si intende l’attività diretta a captare il contenuto di una conversazione segreta in corso dra due o più persone, attraverso l’uso di particolari strumentazioni tecniche che consentano una registrazione.

I requisiti di un’intercettazione sono pertanto:

  • la segretezza della comunicazione fra i protagonisti della conversazione, che vengono in definitiva ascoltati e registrati a loro insaputa;
  • l’utilizzo di particolari strumenti tecnologici di percezione, di tipo elettronico o elettro-meccanico, idonei a captare il contenuto della conversazione;
  • la clandestinità della posizione di chi sta intercettando, che deve essere persona assolutamente estranea al colloquio in corso e, come vedremo, autorizzata a procedere in tal senso.

Intercettazioni: tipologie e differenza con le registrazioni

Per quanto riguarda le tipologie di intercettazioni, possiamo distinguere fra le intercettazioni ambientali, dette anche intercettazioni fra presenti, che consentono di ricevere e registrare tutte le voci in un determinato momento e luogo; le intercettazioni telefoniche (o di comunicazioni), che mettono sotto controllo una specifica utenza telefonica registrando tutte le chiamate in entrata ed in uscita; le intercettazioni che riguardano le ocmunicazioni informatiche e telematiche, e che attraverso l’uso delle nuove tecnologie intercettano i dati e le comunicazioni riguardanti appunto i sistemi informatici e telematici. Le intercettazioni dunque sono da tenere separate rispetto alle registrazioni: la registrazione, infatti, viene effettuata fra privati cittadini, dei quali uno dei due decide di utilizzare qualche strumento per registrare la conversazione della quale fa egli stesso parte.

Intercettazioni: mezzi di ricerca delle prove

Dal punto di vista qualificatorio e per rispondere alla nostra principale domanda, possiamo quindi dire che già dalla nozione fin qui chiarita emerga come le intercettazioni non debbano essere confuse con il contenuto di quanto registrato, e non siano pertanto inquadrabili come prove. Le intercettazioni rientrano infatti, assieme ad altre attività (ispezioni, perquisizioni, sequestri) fra i mezzi di ricerca della prova, cioè quei fondamentali strumenti di indagine che servono per acquisire le prove al processo. Possono essere disposte dal giudice, dal pubblico ministero e, in alcune ipotesi, dalla polizia giudiziaria nel corso delle indagini preliminari. L’autorizzazione a procedere con l’intercettazione è concessa con decreto motivato soltanto se ci sono gravi indizi di reato in relazione alla persona intercettata, e se l’intercettazione stessa è assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini. Data la loro natura potenzialmente molto invasiva, e destinata ad acquisire informazioni all’insaputa di coloro dai quali tali informazioni devono essere captate, è chiaro come siano basate sul fattore sorpresa, e di conseguenza non è consentito il preventivo avviso al difensore dell’indagato quando vengono compiute durante le indagini preliminari.

Intercettazioni: bilanciamento dei beni giuridici tutelati

Intercettare una persona ha una evidentissima conseguenza, che è quella di venire a conoscenza di fatti e informazioni di vario genere che la riguardano e interessano, senza che la persona interessata lo sappia. Una interferenza di tale portata nella vita altrui costituisce una chiara lesione del diritto fondamentale dell’individuo alla riservatezza (conosciuto comunemente come diritto alla privacy), alla segretezza delle comunicazioni e della corrispondenza, tutti tutelati dal nostro ordinamento anche a livello costituzionale. La possisbilità quindi di far rcorso a questi mezzi di ricerca della prova è data da un bilanciamento di interessi giuridici e beni giuridici degli interessati, laddove nel corso di un procedimento penale per gravi reati la tutela della privacy personale risulta secondaria rispetto al perseguimento della giustizia, della tutela dell’ordinamento giuridico e del garantire che la responsabilità penale personale abbia conseguenze giuridiche, per coloro che abbiano commesso illeciti penali, da accertare attraverso processo penale.

Strisce bianche: quali veicoli possono parcheggiare

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa sono le aree di sosta delimitate dalle strisce bianche? Chi può parcheggiare? Come sono disposte le strisce dei parcheggi?

Il problema del parcheggio è sicuramente uno dei più sentiti dagli italiani: ogni mattina, mettendoci in auto, il pensiero va immediatamente a dove posteggeremo il nostro veicolo una volta arrivati a destinazione. Troveremo posto? Dovremo pagare? Quanto? Un vero e proprio dilemma esistenziale. Per ovviare al problema del parcheggio, i costruttori di auto hanno pensato a soluzioni sempre più complesse ma poco efficaci: macchine più piccole (cosiddette citycar), sistema di parcheggio assistito, sensori, ecc. Il problema, però, rimane. Alla luce di tutto ciò, considerato che nella giungla urbana vince il più astuto, è bene sapere quando e dove si può lasciare la propria auto. Con questo articolo vedremo quali veicoli possono parcheggiare nelle strisce bianche.

Parcheggio: cos’è?

Prima di rispondere alla domanda del nostro contributo (“Strisce bianche: quali veicoli possono parcheggiare”), spieghiamo in due parole cos’è il parcheggio. Il parcheggio è quell’area dedicata alla sosta delle autovetture o, comunque, dei veicoli che circolano su strada. Contrariamente a quanto si possa pensare, il codice della strada prevede una disciplinata piuttosto dettagliata per i parcheggi; nello specifico, spetta al sindaco con ordinanza stabilire:

  • le aree nelle quali è autorizzato il parcheggio dei veicoli;
  • le aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta, anche senza custodia del veicolo, fissando le relative condizioni e tariffe;
  • le aree attrezzate riservate alla sosta e al parcheggio delle autocaravan.

In ogni caso, i parcheggi devono essere ubicati fuori della carreggiata e comunque in modo che i veicoli in sosta non ostacolino lo scorrimento del traffico [1].

Strisce del parcheggio: come sono?

Le aree adibite al parcheggio delle autovetture sono contraddistinte da una segnaletica verticale e da una orizzontale: la prima consiste, in buona sostanza, nel cartello rettangolare a sfondo blu che indica, con una grande “P” bianca, la presenza del parcheggio; la seconda è fatta dalle strisce disegnate sull’asfalto che indicano i posti auto.

Le strisce possono essere di tre colori: bianche, blu o gialle. Ognuna di esse ha un significato diverso. Nei paragrafi successivi ci soffermeremo solamente sulle strisce bianche e diremo quali veicoli possono parcheggiare.

Strisce bianche: cosa sono?

Le strisce bianche rientrano nella segnaletica orizzontale, cioè in quei segnali direttamente presenti sulla pavimentazione. Secondo la legge, tutti i segnali orizzontali devono essere realizzati con materiali tali da renderli visibili sia di giorno che di notte anche in presenza di pioggia o con fondo stradale bagnato; nei casi di elevata frequenza di condizioni atmosferiche avverse possono essere utilizzati materiali particolari. I segnali orizzontali, inoltre, devono essere realizzati con materiali antisdrucciolevoli [2].

Ancora più nello specifico, la delimitazione delle aree di sosta è effettuata mediante il tracciamento sulla pavimentazione di strisce della larghezza di dodici centimetri formanti un rettangolo, indicanti l’inizio, la fine o la suddivisione delle zone entro le quali dovrà essere parcheggiato il veicolo.

La delimitazione degli stalli di sosta mediante strisce è obbligatoria ovunque essi siano disposti a spina di pesce (cioè, con inclinazione di quarantacinque rispetto alla carreggiata) e a pettine (con inclinazione di novanta gradi); è solamente consigliata, invece, quando gli stalli sono disposti parallelamente alla corsia di percorrenza (cioè di fianco; cosiddetto parcheggio a nastro).

I colori delle strisce di delimitazione delle aree di sosta sono:

  • bianco per gli stalli di sosta non a pagamento;
  • azzurro per gli stalli di sosta a pagamento;
  • giallo per gli stalli di sosta riservati [3].

Le strisce gialle, in particolare, devono riportare l’indicazione, mediante iscrizione o simbolo, della categoria di veicolo cui lo stallo è riservato. Gli stalli di sosta riservati alle persone invalide devono essere delimitati da strisce gialle e contrassegnati sulla pavimentazione dall’apposito simbolo; devono, inoltre, essere affiancati da uno spazio libero necessario per consentire l’apertura dello sportello del veicolo nonché la manovra di entrata e di uscita dal veicolo, ovvero per consentire l’accesso al marciapiede.

Strisce bianche: chi può parcheggiare?

Da quanto detto, anche in contrapposizione con le strisce di colore blu e giallo, si capisce che nelle strisce bianche è libero di parcheggiare qualsiasi automobilista. Questo non significa, però, che il parcheggio debba essere selvaggio: infatti, l’auto deve essere posizionata correttamente all’interno dell’area delimitata di bianco, senza che la vettura possa creare intralcio ai pedoni (nel caso in cui non ci sia marciapiede) o agli altri mezzi.

All’interno delle aree di sosta delimitate dalle strisce bianche possono parcheggiare tutti i tipi di veicoli: auto, moto, motorini, biciclette e anche camper o veicoli di dimensioni più rilevanti. L’unica condizione è quella di rispettare il senso di marcia (in una strada a doppio senso non si può parcheggiare sul margine sinistro con la parte anteriore del veicolo rivolta in senso contrario alla circolazione) e di non superare i limiti delle strisce stesse. Per cui, quando le strisce bianche sono di larghezza tale da consentire il parcheggio solo a motoveicoli, le auto non possono sostare.

Strisce bianche: quanto tempo si può sostare?

Nelle strisce bianche, di regola, l’auto può rimanere parcheggiata a tempo illimitato, salvo che si tratti di abbandono del veicolo, nel qual caso scatteranno le relative sanzioni. Attenzione però: il Comune può apporre, anche negli spazi con le strisce bianche, la segnaletica verticale con cui impone un limite di tempo massimo alla sosta. La segnaletica è di norma contrassegnata con l’icona del parchimetro sotto la “P”: in tal caso il conducente dovrà lasciare un foglio o lo stesso parchimetro sul cruscotto dell’auto, indicando l’ora e il minuto in cui è iniziata la sosta.