Separazioni e divorzi davanti al Sindaco

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La separazione e il divorzio in Comune. Limiti, modalità e costi dell’intera procedura.

Hai preso la decisione di separarti o divorziare. Al telegiornale o leggendo il quotidiano o, ancora, chiacchierando con gli amici, hai sentito che è possibile separarsi o divorziare anche davanti al Sindaco, con costi nettamente inferiori. Inoltre, anche l’aspetto psicologico non è da sottovalutare: presentarsi in Comune è sicuramente diverso e meno preoccupante rispetto al dover comparire in tribunale, davanti al giudice. Se ti trovi in questa situazione sappi che, effettivamente, dal 2015 esiste una procedura molto snella che consente ai coniugi di potersi separare o divorziare presentandosi, semplicemente, in Comune senza (nemmeno) l’obbligo di farsi assistere e accompagnare da un avvocato. Le separazioni e divorzi davanti al Sindaco, indubbiamente molto vantaggiosi per i costi molto limitati, la non necessaria presenza di un avvocato ed i tempi rapidi, non sono però accessibili a tutti. La legge, infatti, prevede requisiti specifici al fine di tutelare gli interessi di eventuali figli presenti. L’articolo di seguito riportato analizza, pertanto, i casi in cui la separazione e il divorzio davanti al Sindaco sono possibili, le modalità ed i relativi costi.

Separazione e divorzio davanti al Sindaco: quando è possibile?

Nel 2014 è entrata in vigore una legge [1] che consente ai coniugi che vogliano separarsi o divorziare (a seguito di precedente separazione) di raggiungere un accordo davanti al Sindaco senza la necessità di presentarsi in tribunale e senza l’obbligo di farsi assistere da un avvocato, con conseguente risparmio in termini di costi e di tempo.

Si tratta, dunque, di una procedura molto semplificata e, per questo motivo, è utilizzabile solo se sono rispettati determinati requisiti. In particolare, il legislatore ha previsto una serie di limitazioni ossia di casi in cui non è possibile ottenere la separazione e/o il divorzio dinnanzi al Sindaco.

La procedura, infatti, non è attivabile quando:

  • sono presenti figli minori (quindi, che non abbiano ancora raggiunto i diciotto anni d’età);
  • sono presenti figli maggiorenni incapaci (per infermità di mente o deficienza psichica, anche transitoria) o portatori di handicap gravi;
  • i coniugi abbiano figlio/i maggiorenni ma non ancora economicamente autosufficienti. Si pensi, per esempio, al caso tipico del figlio che frequenta Università, master o tirocinio;
  • i coniugi, con l’accordo, vogliano attuare un trasferimento patrimoniale ossia il trasferimenti di beni o di altri diritti.

Non rappresenta, invece, un limite alla separazione e/o divorzio in Comune la presenza di figli minorenni o incapaci o economicamente indipendenti non comuni ad entrambi i coniugi. Se, quindi, il minore (o incapace o figlio non ancora economicamente insufficiente) è figlio solo della moglie o del marito, la procedura innanzi al Sindaco è possibile.

Ne deriva che possono rivolgersi al Sindaco, per chiedere la separazione o il divorzio:

  • i coniugi senza figli;
  • i coniugi con figli maggiorenni indipendenti sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista esistenziale;
  • i coniugi che intendono separarsi o divorziare senza pattuire, tra loro, alcun genere di trasferimento patrimoniale. Non rientra, però, nel divieto di patti di trasferimento patrimoniale (ed è quindi possibile anche davanti all’Ufficiale di Stato Civile) la previsione di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico (il cosiddetto assegno di mantenimento). Rientra, invece, nel divieto anzidetto la previsione della cosiddetta “liquidazione una tantum”, cioè la corresponsione – in un’unica soluzione – dell’assegno divorzile.

Se i coniugi, invece, vogliono accordarsi circa possibili trasferimenti patrimoniali (per esempio, la cessione – dall’uno all’altra – di una quota dell’immobile che costituisce la casa coniugale) avranno tre diverse possibilità:

  • o rivolgersi al giudice e, dunque, al tribunale;
  • o affidarsi alla negoziazione assistita;
  • o redigere un apposito atto di trasferimento esterno rispetto alla separazione/divorzio.

Separazione o divorzio: a quale Comune rivolgersi?

La procedura di separazione e/o divorzio innanzi al Sindaco è attivabile presso il Comune di residenza di uno dei due coniugi o del Comune presso cui è stato iscritto o trascritto l’atto di matrimonio.

Come avviene la separazione o divorzio davanti al Sindaco?

I coniugi devono presentarsi personalmente (ossia, non possono farsi sostituire da nessuna persona delegata a tal fine, nemmeno da un avvocato) davanti al Sindaco che – nella veste di ufficiale dello stato civile – riceve la dichiarazione di ognuna delle parti riguardante la volontà di separarsi o divorziare.

Subito dopo, il Sindaco procede alla compilazione dell’accordo, che sarà poi sottoscritto dai coniugi.

Ciò significa, ovviamente, che, una volta che i coniugi si presentano dinnanzi al Sindaco, devono aver già discusso e concordato le condizioni con cui definire la separazione o divorzio. E’ impensabile, infatti, poter discutere del predetto accordo davanti all’ufficiale di stato civile.

Una volta sottoscritto l’accordo davanti al Sindaco, tuttavia, la procedura non si esaurisce in quanto i coniugi devono nuovamente presentarsi in Comune dopo almeno trenta giorni dalla firma dell’accordo stesso. Lo scopo è quello di vagliare eventuali ripensamenti delle parti e, quindi, dar loro la possibilità di riflettere al meglio sulla decisione. Se, infatti, i coniugi non si presentano al secondo incontro, l’accordo non può dirsi confermato.

Se, invece, i coniugi si presentano innanzi al Sindaco anche la seconda volta (per la conferma dell’accordo), il patto sottoscritto in Comune sarà annotato nei pubblici registri (in particolare, nel registro di nascita dei coniugi e sotto l’atto di matrimonio).

Una volta raggiunto questo traguardo, l’accordo perfezionato davanti al Sindaco avrà lo stesso identico valore di un eventuale accordo di separazione o divorzio raggiunto in tribunale, davanti al giudice.

Durante l’intera procedura le parti possono (ma non sono obbligate) farsi assistere da un avvocato. L’intervento di un legale potrebbe essere necessario laddove i coniugi non abbiano ancora raggiunto un accordo su tutte le condizioni di separazione o divorzio. In tal caso, infatti, l’avvocato potrebbe coadiuvare le parti nel raggiungimento del patto, consentendo così loro di poter utilizzare, poi, la procedura di separazione/divorzio in Comune.

Come si presenta la domanda di separazione/divorzio in Comune?

Sul sito web del Comune in cui i coniugi hanno deciso di presentarsi per attuare la procedura di separazione o divorzio, solitamente è presente un’area interamente dedicata al tema in oggetto.

Normalmente, la tematica è affrontata nell’area adibita all’anagrafe ed al matrimonio. Una volta individuata l’apposita area, sarà possibile scaricare un modulo (solitamente in formato .pdf) che occorre stampare e compilare.

In particolare, nel modulo sono richiesti i dati di ogni coniuge (nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza e codice fiscale), i dati relativi al matrimonio contratto (data e luogo di celebrazione) e l’indicazione di eventuali figli comuni alla coppia. Occorre quindi sottoscrivere il modulo, aggiungendo – se possibile – anche un recapito telefonico ed un indirizzo mail ed allegare, altresì, la copia delle carte d’identità dei coniugi.

A questo punto, il modulo dovrà essere depositato nell’area adibita alle relazioni con il pubblico ed i coniugi dovranno solo attendere di essere contattati per la fissazione della data di comparizione degli stessi davanti al Sindaco.

Quanto costa separarsi o divorziare davanti al Sindaco?

La procedura di separazione/divorzio in Comune ha costi molto bassi.

Quando i coniugi confermano l’accordo, infatti, sono tenuti semplicemente al pagamento di un importo fisso pari ad Euro 16,00.

Il predetto pagamento, solitamente, può avvenire mediante bonifico bancario o bollettino postale intestato al Comune interessato. Le coordinate sono fornite dall’ufficio competente in sede di stesura del primo accordo dei coniugi (quindi prima della conferma dello stesso).

Modifica delle condizioni di separazione o divorzio: è possibile innanzi al Sindaco?

All’ufficiale di Stato civile, le parti possono chiedere anche la modifica delle condizioni di separazione o divorzio. In particolare, possono chiedere l’attribuzione di un assegno periodico (di separazione o divorzio) o la sua revoca (eliminazione) o, ancora, la sua modifica dal punto di vista quantitativo.

Facciamo un esempio: in sede di separazione il giudice ha stabilito che il marito debba versare alla moglie un assegno di mantenimento pari ad Euro 350,00 in considerazione della differenza tra lo stipendio del marito (più alto) e quella della moglie (più basso). Successivamente, però, il marito perde il posto di lavoro e, pertanto, risulta disoccupato. In una simile ipotesi, indubbiamente, il marito ben potrebbe rivolgersi al tribunale per chiedere una modifica delle condizioni di separazione.

Se, però, la moglie è d’accordo sulla possibilità di compiere la predetta modifica (per esempio, accettando un assegno di mantenimento avente un importo più basso rispetto a quello precedentemente previsto e pari ad Euro 350,00), i coniugi possono raggiungere l’accordo sulla modifica delle condizioni di separazione anche davanti al Sindaco, con conseguente risparmio in termini di tempo e di costi.

In ogni caso, quando l’ufficiale riceve l’accordo – a differenza di quanto avviene davanti al Giudice – esso è semplicemente tenuto a recepirlo, senza poter entrare nel merito del contenuto dello stesso.

Anche con riferimento all’ipotesi di modifica delle condizioni di separazione o divorzio in Comune vigono, ovviamente, le medesime limitazioni che valgono per la procedura sopra esaminata. Ne consegue che la modifica è possibile solo laddove i coniugi non abbiano, in comune, figli minori o maggiorenni incapaci o portatori di handicap o maggiorenni non ancora economicamente sufficienti.

Infine, anche per quanto riguarda la procedura di modifica delle condizioni davanti al Sindaco, le parti hanno la possibilità – ma non l’obbligo – di farsi assistere da un avvocato.

Riposo, ferie e congedi

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il diritto del dipendente di assentarsi dal lavoro assume varie denominazioni, a seconda del motivo per cui viene concesso.

Il lavoratore ha l’obbligo di recarsi al lavoro nelle giornate e negli orari previsti nel contratto di lavoro. Tuttavia ci sono dei casi nei quali il dipendente ha diritto ad assentarsi dal posto di lavoro e a stare a casa. Si tratta di una eccezione alla regola generale, secondo cui uno dei primi obblighi del dipendente è la regolare presenza in servizio. Riposo, ferie, congedi. Sono tutti casi di assenza giustificata ma ci sono alla base importanti differenze. Alla base del diritto di assentarsi possono esserci varie motivazioni. In generale, la stessa Costituzione riconosce il diritto alle ferie, ossia a dei periodi di non lavoro in cui il dipendente possa recuperare le proprie energie psico-fisiche. Alle ferie si aggiungono altre speciali ipotesi di assenza giustificata come i congedi, che sono di varia natura a seconda del motivo per cui vengono concessi. Un’altra importante distinzione è tra assenze retribuite e non.

Riposo giornaliero, pause e riposo settimanale

Con la firma del contratto di lavoro il dipendente si impegna ad essere regolarmente presente in servizio nei giorni e nell’arco temporale pattuito nel contratto di lavoro o previsto dal contratto collettivo di lavoro.

In ogni caso, la legge è consapevole del fatto che il dipendente, a differenza degli altri mezzi di produzione presenti in azienda, è una persona umana.

Da ciò deriva il diritto del lavoratore al riposo. Nel corso del tempo, infatti, sono state introdotte delle norme che hanno limitato l’orario di lavoro del dipendente favorendo il riposo dello stesso per il recupero delle energie psicofisiche.

Il lavoratore non può lavorare ininterrottamente per un numero indefinito di ore. Infatti, anche gli studi medico-scientifici dimostrano che dopo un certo numero di ore è necessario fermarsi per consentire alla mente ed al corpo di recuperare.

La legge [1] prevede che il lavoratore ha diritto ha undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore. Il riposo giornaliero deve essere fruito in modo consecutivo fatte salve le attività caratterizzate da periodi di lavoro frazionati durante la giornata o da regimi di reperibilità.

Oltre al riposo continuativo di 11 ore ogni giorno, la legge [2] prevede anche il diritto a dei riposi di minore durata che spezzano i turni di lavoro, ossia, le cosiddette pause. In particolare, se l’orario di lavoro giornaliero eccede il limite di sei ore, il lavoratore deve beneficiare di un intervallo per pausa.

Le modalità e la durata dell’intervallo per pausa sono stabilite dai contratti collettivi di lavoro. Se il Ccnl nulla dice in proposito, al lavoratore deve essere concessa una pausa, anche sul posto di lavoro, tra l’inizio e la fine di ogni periodo giornaliero di lavoro, di durata non inferiore a dieci minuti e la cui collocazione deve tener conto delle esigenze tecniche del processo lavorativo.

Lo scopo dell’intervallo per pausa è il recupero delle energie psico-fisiche e l’eventuale consumazione del pasto ma anche attenuare il lavoro monotono e ripetitivo.

Oltre al riposo giornaliero ed alle pause, la legge [3] dà al dipendente il diritto al riposo settimanale.

Il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero.

Il suddetto periodo di riposo consecutivo è calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni.

Fanno eccezione a tale disciplina:

  • attività di lavoro a turni ogni volta che il lavoratore cambi turno o squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di un turno o di una squadra e l’inizio del successivo, di periodi di riposo giornaliero o settimanale;
  • le attività caratterizzate da periodi lavoro frazionati durante la giornata;
  • per il personale che lavora nel settore dei trasporti ferroviari: le attività discontinue; il servizio prestato a bordo dei treni; le attività connesse con gli orari del trasporto ferroviario che assicurano la continuità e la regolarità del traffico ferroviario;
  • eccezioni previste dai contratti collettivi, che possono stabilire previsioni diverse.

Anche la regola per cui il riposo settimanale deve cadere di domenica prevede delle eccezioni, ossia:

  • operazioni industriali per le quali si abbia l’uso di forni a combustione o a energia elettrica per l’esercizio di processi caratterizzati dalla continuità della combustione ed operazioni collegate; attività industriali ad alto assorbimento di energia elettrica ed operazioni collegate;
  • attività industriali il cui processo richieda, in tutto o in parte, lo svolgimento continuativo per ragioni tecniche;
  • industrie stagionali per le quali si abbiano ragioni di urgenza riguardo alla materia prima o al prodotto dal punto di vista del loro deterioramento e della loro utilizzazione, comprese le industrie che trattano materie prime di facile deperimento ed il cui periodo di lavorazione si svolge in non più di 3 mesi all’anno, ovvero quando nella stessa azienda e con lo stesso personale si compiano alcune delle suddette attività con un decorso complessivo di lavorazione superiore a 3 mesi;
  • i servizi ed attività il cui funzionamento domenicale corrisponda ed esigenze tecniche ovvero soddisfi interessi rilevanti della collettività ovvero sia di pubblica utilità;
  • attività che richiedano l’impiego di impianti e macchinari ad alta intensità di capitali o ad alta tecnologia.

Il diritto alle ferie

La Costituzione [4] prevede che ogni dipendente ha diritto ad un periodo di ferie annuali retribuite irrinunciabili.

Lo scopo è sostanzialmente lo stesso dei riposi: il dipendente deve essere messo in condizione di recuperare le proprie energie psico-fisiche e dedicarsi, per un periodo continuativo, alla propria vita personale, famigliare, ai propri hobby.

Il tutto sempre ricordando che il lavoratore non è un macchinario industriale ma una persona e dunque deve poter trovare un giusto equilibrio tra lavoro e resto della propria vita.

La legge [5] prevede che ogni lavoratore ha diritto ad un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane. Tale periodo, salvo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, deve essere goduto dal lavoratore per almeno due settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione.

La legge si preoccupa solo di prevedere il numero minimo di giorni di ferie cui ha diritto il dipendente. Ciò non esclude che il contratto collettivo di lavoro oppure il contratto individuale di lavoro possano prevedere l’attribuzione al dipendente di un numero di giorni di ferie maggiore di quello minimo di legge.

In passato succedeva spesso che i dipendenti accumulassero molti giorni di ferie per poi farseli liquidare dall’azienda con la cosiddetta indennità sostitutiva delle ferie.

In sostanza, il diritto alle ferie era trasformato in denaro.

Questa pratica oggi non è possibile poiché la normativa prevede che il periodo minimo di quattro settimane non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute, salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro.

Quindi, la possibilità di ottenere l’indennità per ferie non godute si ha solo in caso di:

  • cessazione del rapporto di lavoro: se il lavoratore viene licenziato, si dimette o si chiude consensualmente il rapporto di lavoro e ci sono ancora ferie accumulate e non godute, queste vanno pagate poichè ormai, essendo fuori dall’azienda, il lavoratore non può fruirne;
  • attribuzione al dipendente di un numero di giorni di ferie superiore al minimo di legge: in questo caso, se ad esempio il CCNL prevede l’attribuzione di 5 settimane di ferie annue, la settimana in più rispetto al minimo di legge potrà essere monetizzata.

Cosa sono i congedi?

Il congedo è un periodo durante il quale il dipendente può momentaneamente congedarsi dal lavoro, ossia, assentarsi dal luogo di lavoro. A differenza delle ferie e dei riposi, il congedo è spesso un lungo periodo.

Occorre distinguere tra congedi retribuiti e congedi non retribuiti.

Nel caso dei congedi retribuiti, il dipendente ha diritto di assentarsi dal lavoro pur ricevendo comunque la normale retribuzione.

Nel caso del congedo non retribuito, al contrario, il dipendente ha diritto ad assentarsi dal lavoro ma in quel periodo di assenza non riceve la retribuzione. Ha, dunque, il solo diritto alla conservazione del posto, ma non viene pagato.

Quella dei congedi è una categoria molto ampia, che contiene tipologie di congedi molto diversi tra loro. Il congedo, infatti, è attribuito al dipendente per soddisfare uno specifico bisogno. Facciamo due esempi.

La legge prevede il congedo parentale ossia il diritto in capo a tutti e due i genitori di assentarsi dal lavoro entro i primi anni di vita del bambino. In particolare, papà e mamma hanno diritto ad astenersi dal recarsi al lavoro per un totale di 10 mesi, che possono essere fruiti in modo frazionato o continuativo.

Tale diritto è esercitabile fino al compimento di 12 anni di età del bambino.

Questo congedo è misto: in parte retribuito ed in parte no. Infatti, nel tetto massimo dei 10 mesi, il lavoratore ha diritto al 30% della retribuzione se fruisce del congedo nei primi 6 anni di vita del bambino. Oltre tale soglia di età, la fruizione del congedo non è retribuita.

Molti congedi sono attribuiti a tutela della disabilità e possono essere fruiti sia dal disabile in prima persona, sia dai suoi famigliari per svolgere attività di assistenza.

In particolare, la legge [6] prevede il cosiddetto congedo straordinario, ossia il diritto dei familiari di soggetto con handicap in situazione di gravità possano beneficiare di un congedo retribuito della durata massima di due anni.

Quanto guadagna uno chef

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tra i mestieri più ambiti degli ultimi tempi vi è quello del cuoco. Una professione che promette alti guadagni, ma che spesso passa attraverso una lunga gavetta ed intensi orari di lavoro. Quando i guadagni arrivano a cifre da capogiro sono il frutto di un’accurata formazione, di duro lavoro e della predisposizione al lavoro di squadra. 

Forse anche a te piacerebbe diventare chef unendo così alla passione per la cucina l’opportunità di ottenere dei guadagni considerevoli. E’ risaputo infatti come gli chef possano riuscire a ricevere stipendi molto alti e talvolta raggiungere anche una certa notorietà. Una notorietà che non necessariamente passa attraverso la televisione ed i reality, come si è abituati a pensare negli ultimi anni, ma soprattutto dall’esercizio della professione negli ambienti più esclusivi del settore. Infatti, se ti piacerebbe lavorare come chef, scegliere di rivolgersi fin da subito verso la ristorazione d’eccellenza è la mossa vincente per diventare rapidamente uno chef di alto livello. Si tratta di un mestiere però che inizia di frequente con difficili anni di gavetta, caratterizzati ad esempio da orari stressanti e salari non sempre soddisfacenti. Prima di iniziare ad esercitare questa professione potrai comunque farti un’idea su quanto guadagna uno chef, su quali cifre si aggira la retribuzione media ed anche se è possibile allargare il giro di affari con attività parallele attinenti a questo mestiere.

Che differenza c’è tra un cuoco e uno chef?

Probabilmente ti sarà capitato di leggere tra gli annunci di lavoro “cercasi cuoco” piuttosto che “cercasi chef qualificato”. Anche se queste due parole rappresentano la stessa figura professionale, per una persona che vuole assumere uno chef invece che un cuoco la differenza è fondamentalmente e questa differenza sta nella diversa mansione che può essere richiesta. Ad esempio ti potrebbe essere chiesto di svolgere il semplice compito di cucinare in un piccolo ristorante senza alcun aiuto.

Ti potrebbe essere richiesto di organizzare l’intera cucina e di guidare il team in un importante ristorante. La mansione si riferisce dunque a quell’insieme di compiti e attività che il cuoco dovrà compiere. E’ per questo motivo che questa differenza sostanziale viene definita durante l’inquadramento in fase di assunzione che deve tener conto della regolamentazione stabilita dal CCNL. Questo acronimo sta per contratto collettivo nazionale di lavoro e nel caso dell’assunzione di uno chef si fa riferimento al CCNL per i dipendenti del settore Turismo e Pubblici Esercizi. Attraverso questo strumento verrà regolamentano il tuo contratto di lavoro da chef.

Il CCNL infatti stabilisce che la figura professionale debba essere inquadrata tramite dei livelli a cui corrispondono delle buste paga base. Per ogni livello inoltre sono specificate le attività svolte dalla figura professionale che si deve inquadrare, le sue responsabilità e quindi la sua mansione.

A quanto corrisponde la busta paga base di uno chef?

Lo chef è nel lessico comune un cuoco qualificato e per lavorare come tale, in fase di assunzione, dovrà dimostrare di saper svolgere le mansioni richieste che non si riducono al mero atto di cucinare. Ma forse vorrai sapere in termini concreti quali sono queste mansioni più complesse. Per capire meglio di cosa si tratta ti sarà utile allora comprendere la differenza che c’è tra un ristorante dove c’è la cosiddetta brigata di cucina e uno dove invece questa non c’è.

La brigata di cucina è un team operante nella cucina di una struttura che opera nella ristorazione composta da diversi cuochi professionisti i quali, in questa circostanza, essendo subordinati ad un cuoco, vengono chiamati “capo partita”. Le partite di cucina non sono altro che i vari settori suddivisi solitamente per antipasti, primi, secondi e pasticceria.

Quindi, proprio in virtù della differenza che vi è tra chef e cuoco, ossia tra capo cuoco e capo partita, se hai le competenze giuste per esercitare la professione dello chef, potrai iniziare a guadagnare subito intorno ai 1.350 euro, in riferimento alla paga base corrispettiva al livello del capocuoco, ossia il 2° livello.

Se invece ancora non sei in grado di svolgere il ruolo di chef è probabile che prima avrai prima diverse esperienze come cuoco semplice e quindi, rientrando al 4° livello che viene attribuito attraverso il CCNL, il tuo stipendio base non arriverà ai 1.200 euro.

Come posso essere inquadrato come capo cuoco?

Diventare uno chef qualificato significa in primo luogo avere l’opportunità di svolgere nella pratica questo lavoro. In termini semplici per essere definito capo cuoco dovrai essere inquadrato come tale e dovrai saper svolgere le mansioni previste dall’inquadramento di 2° livello e che quindi comportano iniziative autonome, ma anche quelle di coordinamento degli altri dipendenti.

In parole più semplici avrai la responsabilità della scelta del personale che farà parte della brigata di cucina, dovrai occuparti dell’acquisto e della scelta degli alimenti, della realizzazione del menù e naturalmente del controllo in merito alla corretta realizzazione delle portate stesse, le quali dovranno rispettare naturalmente gli standard qualitativi del ristorante.

Sarà dunque il datore di lavoro che, con l’aiuto del consulente del lavoro o del commercialista, provvederà all’inquadramento. Il corretto inquadramento deve essere svolto tramite l’accertamento delle attività svolte in concreto in passato o con la valutazione delle qualifiche. Per qualifiche si intendono gli attestati di corsi professionali o i diplomi delle scuole del settore, come quella alberghiera. Inoltre il commercialista o il consulente del lavoro provvederà, per conto di colui che dovrà assumere il capo cuoco, a confrontare le eventuali esperienze passate con quelle che dovrà svolgere per il futuro datore di lavoro.

In parole più semplici, se vorrai essere inquadrato come capo cuoco e quindi chef, dovrai dimostrare sostanzialmente di aver avuto una formazione o un’esperienza adeguata che ti metta in condizione di svolgere le mansioni sopra riportate e soprattutto quelle richieste dal datore di lavoro.

Qual è il migliore percorso formativo da chef?

Al fine di poter dimostrare di avere le competenze necessarie per svolgere il lavoro dello chef ti sarà utile possedere almeno uno di questi requisiti ossia o un’esperienza pratica di almeno 3 anni come cuoco o il diploma rilasciato da una scuola alberghiera o un attestato rilasciato a seguito di un corso che possa rilasciare una qualifica di “addetto alla preparazione pasti”.

Ti sarà utile però, oltre che avere le carte in regola dal punto di vista di attestati e curriculum, aver provveduto ad una vero e proprio arricchimento personale dal punto di vista professionale. Il percorso tradizionale ed anche il più completo è di certo quello che avviene attraverso la scuola alberghiera. Questo tipo di scuola offre una valida formazione, sia dal punto di vista teorico, sia da quello pratico. In seguito ti sarà utile seguire un tirocinio formativo, ossia un’esperienza pratica dove ti sarà data l’opportunità di lavorare nei migliori ristoranti con l’aiuto di un supervisore, così come succede in quelli organizzati da Food Genius Academy, un centro di formazione specializzato, tra i migliori in Itala.

Queste esperienze ti aiuteranno in primo luogo a creare un curriculum di prestigio ed inserirti presso uno dei numerosi ristoranti dei grandi alberghi, delle navi da crociera di lusso o di altre realtà della ristorazione d’eccellenza. E’ proprio in questi ambienti infatti che molti chef, seppur alle prime armi, ottengono stipendi che si aggirano già intorno ai 3.000 euro.

Leggi anche: Come si organizza una cucina di un ristorante

Come ottenere il miglior stipendio da chef?

Dal momento che stai pensando di iniziare questa avventura, probabilmente vorrai sapere anche come ottenere la migliore retribuzione in qualità di chef. Almeno che non si tratti di uno chef famoso e prestigioso, una persona che svolge questo lavoro riceve i suoi guadagni in base alle responsabilità che gli vengono date, ai giorni feriali e festivi durante nei quali egli lavora e naturalmente alle fasce orarie che interessano i suoi turni.

Lo stipendio di uno chef varia perciò in base ai giorni e agli orari di lavoro. Come previsto dal CCNL del settore turismo, uno chef inoltre può essere assunto sia con un contratto di lavoro stabile sia con uno stagionale. L’orario di lavoro, su base settimanale, è fissato su cinque giornate e mezza e in base alle esigenze del ristorante vi possono essere dei turni i quali di solito si limitano a uno o due. Anche per uno chef è prevista la possibilità di svolgere un lavoro part-time, quindi, sempre secondo il CCNL, la tua assunzione potrebbe riguardare un lavoro a tempo parziale, con un minimo giornaliero di 3 ore e di 16 settimanali.

Per questo motivo, se il tuo obiettivo è quello di ottenere il massimo dei guadagni, ti sarà conveniente scegliere di lavorare nelle cucine dei ristoranti delle navi da crociera o in quelle degli alberghi che trattano sia il settore turistico, sia quello dei grandi eventi. In questi settori infatti la mole di lavoro è sempre alta ed è raro che si richieda un orario part-time.

Al contrario, vi è una maggior possibilità di ricevere i compensi per lavoro straordinario e per lavoro festivo il quale è compensato con una retribuzione extra, maggiorata del 25% per il lavoro svolto durante il giorno e del 75% per il lavoro di notte che va dalle ore 24 fino alle ore 6 di mattina.

Come posso aumentare i miei guadagni da chef?

Forse ti starai chiedendo se, una volta diventato chef, potresti integrare al tradizionale lavoro in cucina quello di un’altra attività attinente al settore del food. Perciò ti sarà venuto in mente, ad esempio, che potresti gestire la parte organizzativa e creativa di un ristorante e lasciare quella esecutiva al tuo staff, dedicandoti così ad altre attività parallele, come fanno gli chef più famosi e conosciuti.

Naturalmente ti sarà utile la consulenza di una figura professionale come ad esempio un commercialista o un consulente del lavoro per appurare che le varie attività possano essere esercitate contemporaneamente. Quali sono nello specifico queste attività? In realtà sono davvero numerose e possono andare dalle semplici collaborazioni nei corsi formativi fino alla realizzazione di menù per catering o cerimonie. Ancora dalla consulenza per l’avviamento di un’attività di ristorazione fino alla pubblicazione di libri di cucina.

Inoltre molti chef preferiscono diventare dei veri e propri imprenditori ed avviare delle catene di ristoranti. Non è raro poi vedere la figura dello chef prestare la propria immagine e competenza in eventi di food marketing, ossia nelle strategie di marketing dedicate al food, come può avvenire nel lancio di un nuovo prodotto che potrebbe essere uno strumento da cucina o un prodotto enogastronomico.

Insomma è veramente lunga la lista di opportunità che permette di fare della professione dello chef un lavoro ricco sotto tutti i punti di vista, che va oltre, senza dubbio, alla soddisfazione riferita ai soli guadagni economici.

Leggi anche: Autorizzazioni per aprire un ristorante

Autismo: i segnali per una diagnosi precoce

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Solitamente la diagnosi di autismo arriva dopo i due anni di età. Tuttavia i primi sintomi caratteristici di questa sindrome compaiono già nel primo anno di vita del neonato. Riuscire ad individuarli è importante per cominciare precocemente la terapia. Scopri quali sono.

A tuo figlio è stata fatta diagnosi di autismo? Leggendo un giornale oppure ascoltando qualche servizio alla televisione o alla radio è capitato di esserti imbattuto in questo disturbo e ti sei fatto qualche domanda sull’autismo: i segnali per una diagnosi precoce quali sono? Questo, allora, è l’articolo giusto per te. Continuando la lettura del pezzo, infatti, potrai capire, nella maniera più semplice e chiara possibile, quali sono i primi sintomi con cui questa condizione si manifesta. Prima di cominciare a parlare della sindrome, però, è opportuno precisare che il seguente articolo non intende e non può sostituire il consulto del medico, ma ha soltanto la pretesa di rendere un po’ più chiaro e comprensibile l’argomento in oggetto. Per cui, se leggendo questo testo ritieni che tuo figlio possa avere qualcuno dei sintomi citati, ti prego di non entrare nel panico, ma di parlarne col tuo pediatra perché non è detto che anche lui ne sia affetto. Fatta questa necessaria e dovuta puntualizzazione cominciamo a parlare di tale stato.

Cenni sull’autismo

L’autismo, o come sarebbe più giusto definirlo disturbo dello spettro autistico (ASD), è un’alterazione dello sviluppo neuro-biologico (DNS) che colpisce prevalentemente i maschi.

Questa condizione è caratterizzata principalmente da:

  • difficoltà nello creare rapporti e nel comunicare con gli altri;
  • ristrettezza dei propri interessi;
  • assunzione di un atteggiamento stereotipato (cioè ripetitivo nel tempo).

I pazienti affetti da ASD, possono soffrire, accanto alla sintomatologia appena elencata, anche di deficit intellettivi e/o di attenzione, depressione, disturbi del sonno, epilessia, ansia ed iperattività.

Questi problemi, tuttavia, non vengono considerati dei veri e propri indici diagnostici, perché non sempre sono presenti negli individui affetti.

I sintomi del disturbo appaiono molto velocemente; infatti, già nel corso del primo anno di vita dei neonati è possibile evidenziare la manifestazione dei primi segni caratteristici della disabilità e riconoscere, quindi, la sindrome. Anche se una diagnosi precoce sarebbe auspicabile (tanto prima, infatti, il paziente comincia un percorso terapeutico, tanto meno verrà compromessa la qualità della sua vita perché il sistema nervoso e i processi cognitivi sono ancora molto duttili a quell’età), nella pratica ciò accade molto raramente perché i genitori non si accorgono quasi mai che qualcosa non va nel proprio figlio durante i primi 12 mesi e richiedono ausilio medico solo verso i 2-3 anni quando notano, ad esempio, che il bambino ha difficoltà linguistiche o di apprendimento.

Cause dell’autismo

L’eziologia (causa) dell’autismo è al momento ancora sconosciuta, anche se si è ipotizzata un’origine multifattoriale in cui interverrebbero sia fattori genetici (sono stati identificati venticinque geni che predisporrebbero all’autismo) che ambientali (infezioni virali contratte dalla madre nei primi tre mesi di gestazione, soprattutto la rosolia; anomalie cerebrali quali: aumento del numero dei neuroni e/o delle loro connessioni, inadeguato funzionamento dei neuroni a specchio- che sono una classe di neuroni che si attivano selettivamente sia quando si compie un’azione, sia quando la si osserva mentre la eseguono altri, macrocefalia- termine che indica l’ingrossamento del cranio rispetto alla norma).

Sintomi precoci dell’autismo

Dopo avere brevemente descritto cosa sia l’autismo, possiamo cominciare a scoprire quali sono i primi segnali con cui il disturbo tipicamente si manifesta. Nella letteratura medica sono descritti diversi sintomi che possono essere considerati come dei veri e propri “indicatori precoci di autismo”. Tra tutti, quelli più comuni sono i seguenti:

  • difficoltà ad instaurare contatto oculare;
  • assenza di risposta al sorriso altrui;
  • assenza di risposte di orientamento a stimoli sonori o al proprio nome, anche se pronunciato da persone familiari;
  • difficoltà a seguire con lo sguardo oggetti in movimento;
  • assenza di gesti comunicativi come “indicare, salutare con la mano”, ecc.;
  • assenza di comportamenti appropriati per richiamare l’attenzione degli altri;
  • difficoltà a esternare manifestazioni di affetto o di riceverlo;
  • mancanza di atteggiamenti che inducano a farsi prendere in braccio;
  • assenza del comportamento imitativo;
  • difficoltà a mettere in atto giochi con altri bambini;
  • difficoltà a richiedere aiuto o oggetti desiderati.

La sintomatologia autistica che permette una diagnosi precoce varia spesso in base all’età ed è diversa nei primi due anni di vita rispetto a quella degli anni successivi.

Nei bambini d’età compresa tra 0 e 24 mesi i segnali indicatori dell’autismo si manifestano, nella maggior parte dei casi, più come assenza di comportamenti tipici del processo evolutivo dei neonati piuttosto che con la presenza di comportamenti inconsueti. In particolare:

  • a sei mesi, tipicamente, non rispondono al sorriso degli altri e non riescono ad esternare manifestazioni di gioia;
  • a nove mesi, invece, non riescono ad orientarsi rispetto ai suoni circostanti e non sono in grado neppure di capire le espressioni facciali;
  • a dodici mesi, invece, non rispondono quando sono chiamati per nome, è assente la lallazione (termine medico che indica il caratteristico balbettio del bambino che sta imparando a parlare) e i bimbi affetti non sono capaci di compiere gesti comunicativi come “salutare, indicare”, ecc.;
  • a sedici mesi non pronunciano ancora singole paroline;
  • a ventiquattro mesi, infine, essi non riescono ad articolare frasi di due parole ed anche nei casi in cui ne siano all’altezza si tratta, generalmente, di espressioni proferite spesso dai genitori o che vengono ascoltate ripetitivamente alla televisione.

I sintomi che sono indicatori di autismo nei bambini con età superiore ai 2 anni, invece, riguardano principalmente i deficit nelle interazioni sociali, disturbi nelle capacità linguistiche e comunicative (sia verbali che non) e ripetizione di comportamenti stereotipati.

Più dettagliatamente, i deficit nelle interazioni sociali riguardano:

  • il fatto che i bimbi autistici sono del tutto disinteressati a ciò che li circonda ed anche alle persone che hanno intorno;
  • difficoltà ad interagire, a giocare con gli altri e a farsi nuove amicizie;
  • provare fastidio quando vengono presi in braccio, cullati o coccolati;
  • difficoltà a parlare di loro stessi e dei propri sentimenti;
  • evitare di impegnarsi in giochi di gruppo e/o di finzione.

I disturbi nelle capacità linguistiche riguardano:

  • il ritardo col quale i bimbi autistici iniziano a parlare;
  • l’uso di un tono di voce atipico per ritmo ed intensità;
  • ripetere le stesse parole più volte;
  • parlare di se stessi in terza persona;
  • rispondere alle domande ripetendo il quesito senza formulare la risposta;
  • usare un linguaggio pieno di errori grammaticali e di parole sbagliate;
  • difficoltà nel riuscire a capire frasi ironiche o sarcastiche;
  • avere problemi nel comprendere istruzioni o richieste.

Per quanto concerne i deficit di comunicazione non verbale citiamo:

  • utilizzare espressioni facciali non coerenti rispetto a ciò che si sta dicendo;
  • evitare il contatto oculare;
  • non riuscire a comprendere le espressioni facciali degli altri;
  • reagire in maniera inusuale ad alcuni stimoli visivi, uditivi e gustativi;
  • avere una manualità molto limitata.

Infine, i comportamenti stereotipati comprendono:

  • seguire in maniera rigida la routine quotidiana;
  • difficoltà ad adattarsi a qualsiasi tipo di cambiamento anche dell’ambiente circostante (come ad esempio lo spostamento di una cosa a cui è particolarmente legato);
  • sistemare in maniera ossessiva gli oggetti in un ordine prestabilito;
  • essere eccessivamente geloso dei propri effetti o dei giochi personali;
  • interessamento solo verso particolari argomenti;
  • ripetere le stesse azioni più e più volte.

Diagnosi precoce dell’autismo

Per poter effettuare una diagnosi precoce di autismo è importante osservare la sintomatologia che abbiamo descritto precedentemente e richiedere l’ausilio del pediatra. Come abbiamo già detto in precedenza, è difficile che un occhio inesperto (come quello dei genitori) possa notarli repentinamente e segnalarli al medico perché faccia tutte le verifiche del caso.

A tale proposito, tuttavia, alcuni ricercatori dell’università di Buffalo hanno sviluppato un’applicazione per smartphone e tablet che permette di diagnosticare questo tipo di disabilità unicamente attraverso il movimento degli occhi. In pratica, mostrando un’immagine al bambino, l’app è in grado di analizzare la direzione della pupilla che negli autistici reagisce agli stimoli in modo diverso rispetto ai bambini normodotati. In tal modo è possibile, dunque, evidenziare uno dei segni caratteristici del disturbo dello spettro autistico.

Ovviamente l’app va ancora migliorata e i ricercatori stanno continuando a lavorare duramente in questo senso, ma qualora avessero successo la loro scoperta sarebbe rivoluzionaria. Se, infatti, si riuscisse ad intervenire su questi pazienti prima che i sintomi diventino gravi e permanenti l’efficacia della terapia (volta a migliorare i loro rapporti sociali e a ridurne tutte le altre disabilità) aumenterebbe notevolmente apportando, di conseguenza, un grandissimo miglioramento alla qualità della vita di tutti questi bambini.

Cura dell’autismo

A causa delle nostre scarse conoscenze in merito all’autismo non è stato possibile sviluppare una cura risolutiva della disabilità.

Tuttavia, è possibile trattare i bambini affetti da ASD con un approccio multidisciplinare. Il lavoro che viene svolto dai bambini e ragazzi con questo disturbo dura 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana grazie ad una terapia messa a punto da diverse figure professionali.

Il trattamento si basa principalmente sull’istruzione dei pazienti e dei genitori (o comunque dei tutori) in modo che questi possano interagire con i propri figli nella maniera corretta anche quando sono a casa e siano in ogni momento capaci di spronarli ad essere autonomi nelle attività basilari (come mangiare, bere, lavarsi, ecc.); favorirne l’inserimento nella vita sociale e stimolarli a comunicare con gli altri.

Livelli essenziali di assistenza ed esenzioni del ticket per l’autismo

Dopo aver letto l’articolo e compreso tutto ciò che è necessario conoscere sui sintomi precoci dell’autismo potresti chiederti: “esiste un aiuto da parte delle istituzioni per i soggetti autistici?” Fortunatamente la risposta al quesito è affermativa.

La Legge 135/15, infatti, prevede interventi finalizzati a garantire la tutela della salute, il miglioramento delle condizioni di vita e l’inserimento nella vita sociale delle persone con disturbi dello spettro autistico. Con questa nuova legge, per la prima volta, sono stati inseriti all’interno dei livelli essenziali di assistenza (LEA, cioè le prestazioni e i servizi che il servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini) la diagnosi precoce, la cura e il trattamento individualizzato. Inoltre, con l’entrata in vigore della suddetta disposizione, è stata stabilita anche l’esenzione dal ticket sanitario per l’erogazione delle prestazioni mediche necessarie per la terapia di questa disabilità.

Residenza quando decade

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi può avvenire la cancellazione anagrafica dalla popolazione residente nel Comune: irreperibilità, trasferimento e altre ipotesi.

Ti sei dovuto assentare dalla tua abitazione per lavoro per parecchio tempo: considerato che il tuo trasferimento era temporaneo e non definitivo, non hai effettuato alcun cambio di residenza. Ora che sei tornato, però, temi che, a causa della tua irreperibilità prolungata, il tuo Comune ti abbia cancellato dalla popolazione residente.

Il tuo ex inquilino è andato via dalla casa che gli avevi affittato molto tempo fa, e si è trasferito chissà dove: recandoti presso il tuo Comune, tuttavia, hai scoperto che risulta ancora regolarmente residente presso la tua abitazione.

Allora la residenza quando decade? Il Comune, tramite i vigili, deve eseguire delle verifiche periodiche per stabilire se la residenza di una persona iscritta all’anagrafe è cambiata? Il proprietario di un’abitazione affittata può segnalare al Comune che l’inquilino non abita più lì? Che cosa succede se in occasione del censimento in casa non viene trovato nessuno? E se non si ritirano le raccomandate, o ci si toglie la cassetta della posta, si può essere segnalati in quanto irreperibili?

Proviamo a fare chiarezza sui casi nei quali può avvenire la cancellazione anagrafica dalla popolazione residente nel Comune.

Quando può essere cancellata la residenza?

La cancellazione anagrafica dalla popolazione residente nel Comune può avvenire nei seguenti casi:

  • morte;
  • emigrazione in un altro comune o all’estero;
  • trasferimento del domicilio in un altro comune, nel caso di persone senza fissa dimora;
  • irreperibilità al censimento o accertata;
  • per i cittadini stranieri, appartenenti uno Stato non europeo, mancato rinnovo della dichiarazione di dimora abituale nel comune.

Se mi assento per studio o per lavoro decade la residenza?

L’assenza temporanea dal comune nel quale si risulta residenti, se ci si trova in un’altra città o all’estero per motivi di studio, di lavoro o per altre eventuali cause di durata limitata, non produce effetti sul riconoscimento della residenza.

In pratica, la residenza non decade se ti assenti, per periodi limitati, per motivi di studio, di lavoro, o per altri motivi di durata temporanea.

Come funziona la cancellazione della residenza per morte?

Un’ulteriore causa di cancellazione anagrafica dalla popolazione residente nel Comune è, ovviamente, la morte del cittadino. Ma che cosa devono fare i parenti del defunto? Devono richiedere la sua cancellazione all’anagrafe del comune di residenza?

In caso di morte (anche dichiarata giudizialmente), i familiari del defunto non devono comunicare niente all’ufficio anagrafe: è compito dell’ufficiale dello Stato Civile, difatti, comunicare il decesso all’ufficio anagrafe competente. Quanto osservato vale anche se la residenza risulta in un comune diverso dal luogo del decesso.

Come funziona la cancellazione della residenza per trasferimento in altro comune?

Nel caso in cui ci si trasferisca in un altro comune, si viene cancellati dall’anagrafe della popolazione residente del comune di provenienza. Il cittadino deve comunicare il trasferimento al nuovo comune d’iscrizione, che si occupa di comunicare il cambio di residenza all’ufficio anagrafe del precedente comune.

Il comune di provenienza conclude il procedimento di cancellazione entro 2 giorni lavorativi dal ricevimento della pratica dal nuovo comune di iscrizione.

Per quanto riguarda le persone senza fissa dimora, la cancellazione per trasferimento avviene in seguito allo spostamento del domicilio in un altro comune.

Come funziona la cancellazione della residenza per trasferimento all’estero?

Se un cittadino italiano si trasferisce all’estero per un periodo superiore ad un anno, può iscriversi all’Aire, cioè all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero.

Nel caso in cui a trasferirsi da un comune italiano all’estero sia un cittadino dell’Unione Europea (cioè comunitario) o appartenente a uno Stato terzo (cioè extracomunitario), il cittadino straniero deve dichiarare l’indirizzo di nuova residenza. Quanto osservato vale anche se lo straniero, comunitario o extracomunitario, deve rientrare nel suo Paese d’origine.

Anche in questi casi, il procedimento di cancellazione viene concluso entro 2 giorni lavorativi dal ricevimento della dichiarazione presentata dall’interessato.

Come funziona la cancellazione della residenza per irreperibilità al censimento?

La residenza decade anche nel caso in cui sia stata accertata l’irreperibilità del cittadino, a seguito delle operazioni del censimento generale della popolazione. Attenzione, però: se, per una sfortunata coincidenza, non si è presenti in casa al momento del censimento, non per questo si viene automaticamente cancellati dall’anagrafe.

L’ufficio dell’anagrafe, difatti, invita gli iscritti all’anagrafe del comune a presentarsi entro un determinato termine (di solito entro 30 giorni) nel competente ufficio comunale, per confermare la dimora abituale nel comune, con dichiarazione scritta. L’invito è spedito tramite raccomandata con avviso di ricevimento, il cui periodo di giacenza è pari a 30 giorni, e l’originale della comunicazione è depositato presso la casa comunale. Solo se non ci si presenta entro il termine la residenza decade per cancellazione dall’anagrafe.

Come funziona la cancellazione della residenza per irreperibilità accertata?

La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente può avvenire anche quando, a seguito di ripetute verifiche, nell’arco di 365 giorni, l’interessato sia sempre risultato irreperibile.

Ma in quali casi il comune può verificare la reperibilità? Si fanno controlli a campione? Chi esce da casa la mattina presto e torna la sera tardi perché deve lavorare rischia di perdere la residenza?

Le verifiche sulla reperibilità non avvengono a campione, ma il procedimento può essere avviato d’ufficio, oppure su segnalazione del cittadino o di un esercente la funzione pubblica.

Il procedimento può essere avviato d’ufficio quando, ad esempio, il Comune non riesce ripetutamente a notificare un atto. L’irreperibilità può essere segnalata anche da chi svolge un servizio pubblico: pensiamo al caso del postino che non trova il nominativo dell’interessato nel citofono, o nella cassetta delle lettere; oppure al caso della società che fornisce elettricità, gas, o acqua, o della compagnia telefonica, quando verifica che le bollette tornano ripetutamente indietro e l’interessato non effettua consumi da mesi.

Il cittadino, poi, può segnalare l’irreperibilità in diverse ipotesi, ad esempio nel caso in cui l’inquilino abbia lasciato l’abitazione da mesi, ma non risulti aver cambiato la residenza.

In questi casi, la segnalazione può essere effettuata presentando al comune il modulo di mancata dimora, accompagnato dalla copia di un documento di identità, attraverso una delle seguenti modalità:

  • inviando una comunicazione all’indirizzo e-mail o all’indirizzo pec del comune;
  • via posta, all’indirizzo del comune;
  • recandosi direttamente presso l’ufficio anagrafe del comune.

La cancellazione per irreperibilità comporta la perdita del diritto di voto e l’impossibilità di ottenere certificazione anagrafica e i documenti di riconoscimento.

Il procedimento di cancellazione viene concluso solo dopo ripetute verifiche che abbiano dato esito negativo, in un periodo minimo di 365 giorni.

Come funziona la cancellazione della residenza per mancato rinnovo della dichiarazione di dimora abituale?

I cittadini stranieri iscritti all’anagrafe hanno l’obbligo di presentare al comune la dichiarazione di dimora abituale entro 60 giorni dal rinnovo del permesso di soggiorno.

La dichiarazione deve essere presentata, insieme alla copia del nuovo permesso, attraverso una delle seguenti modalità:

  • inviando una comunicazione all’indirizzo e-mail o all’indirizzo pec del comune;
  • via posta, all’indirizzo del comune;
  • recandosi direttamente presso l’ufficio anagrafe del comune.

Se passano 180 giorni dalla scadenza del permesso di soggiorno, senza che lo straniero abbia rinnovato la dichiarazione di dimora abituale, questi viene invitato dall’ufficio anagrafe ad esibire il permesso di soggiorno rinnovato, rendendo contemporaneamente la dichiarazione di dimora abituale.

La cancellazione avviene trascorsi 30 giorni dalla ricezione di questo invito da parte dell’interessato, senza che questi abbia presentato la documentazione richiesta.

Che cosa succede se si decade dalla residenza?

La cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente comporta:

  • la perdita del diritto di voto;
  • l’impossibilità di ottenere la carta d’identità, i certificati anagrafici ed altri documenti;
  • la cancellazione dall’assistenza sanitaria.

Si può ripristinare la residenza?

In caso di cancellazione, la posizione anagrafica può essere ripristinata con una nuova richiesta di iscrizione all’anagrafe dello stesso Comune.

Disobbedienza civile: cos’è e quando è ammessa?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Disobbedienza civile e obiezione di coscienza: differenze e profili comuni. Quando l’obiezione di coscienza è ammessa?

L’Italia è uno Stato di diritto: ciò significa che nessuno è al di sopra della legge; tutti, anche i vertici politici, anche il Presidente della Repubblica e quelli di Camera e Senato devono rispettare la legge italiana al pari di qualsiasi altro cittadino. Si tratta di un principio comune a tutte le democrazie moderne: solamente nelle vecchie monarchie e nelle dittature ci sono persone che possono sfuggire impunemente ai precetti normativi. Tuttavia, devi sapere che anche oggi è possibile, in casi eccezionali, disobbedire alla legge; occorre però distinguere dalla disobbedienza “legalizzata” a quella vera e propria: nella prima rientrano le ipotesi di obiezione di coscienza che, in realtà, sono forme di disobbedienza tollerata, anzi ammessa dalla legge. Ciò non vale per la disobbedienza civile vera e propria, che consiste nel rifiuto di sottostare ad una legge o di applicare una data norma. Nei paragrafi successivi ti spiegherò cos’è e quando è ammessa la disobbedienza civile.

Disobbedienza civile: cos’è?

Come suggerisce il nome, la disobbedienza civile consiste nel rifiuto di rispettare una legge che, secondo la propria intima convinzione, si ritiene ingiusta o illegittima. Un esempio di disobbedienza civile è quella posta in essere da alcuni sindaci che hanno deciso non applicare il decreto sicurezza laddove nega l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo, complicando loro l’ accesso ad alcuni servizi essenziali (scuola, sanità, ecc.).

In pratica, la disobbedienza civile si concretizza nella volontà di non rispettare un precetto di legge, nonostante questo sia valido e pienamente vincolante; i motivi del rifiuto non possono essere futili, ma devono provenire da una profonda convinzione dell’illegittimità della legge violata: ad esempio, un ladro non è un disobbediente civile nei confronti della norma che punisce il furto.

La disobbedienza civile deve il suo nome al fatto che si traduce in una ribellione pacifica nei confronti di alcuni precetti dell’ordinamento giuridico: se l’opposizione si manifestasse in forma violenta, si avrebbe una vera e propria resistenza armata.

Obiezione di coscienza: cos’è?

L’obiezione di coscienza, come la disobbedienza civile, consiste nel sottrarsi ad un obbligo imposto dalla legge: classico esempio è quello di rifiutare l’obbligo di leva (oramai non più in vigore) perché si è profondamente contrari alla guerra o all’utilizzo delle armi. La fondamentale differenza tra obiezione di coscienza e disobbedienza civile sta nel fatto che la prima è stata oramai “legalizzata”, nel senso che oggi è la legge a dire quando si può fare obiezione di coscienza. Altra importante differenza tra obiezione di coscienza e disobbedienza legale sta nel fatto che, di solito, la prima è posta in essere da un singolo, mentre la seconda rappresenta una vera e propria ribellione da parte di più persone, tutte accomunate dalla convinzione che il precetto sia moralmente inaccettabile.

Obiezione di coscienza: quando è ammessa?

L’obiezione di coscienza è ammessa per legge nei seguenti casi:

  • Fino a che è stato in vigore, nei confronti dell’obbligo di leva [1];
  • per il personale sanitarioed esercente le attività ausiliarie, nei riguardi del compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’ interruzione della gravidanza [2];
  • per medici, ricercatori, personale sanitario, professionisti laureati, tecnici ed infermieri e studenti universitari, nei confronti delle attività sperimentali con animali [3].

Disobbedienza civile: è ammessa dalla legge?

La disobbedienza civile, in quanto atto di ribellione proveniente da più persone nei confronti di una o più leggi ritenute in conflitto con i principi morali propri e dell’intera società, non è contemplata dal nostro ordinamento. In altre parole, a differenza dell’obiezione di coscienza, intesa quale rifiuto del singolo di obbedire ad una norma che contrasta con la propria morale, non esistono casi in cui essa sia legittimata; d’altronde, se lo fosse, non sarebbe più una vera disobbedienza.

Ciò non significa che non si registrino casi di disobbedienza civile, soprattutto nei confronti di norme ritenute antidemocratiche o, comunque, contrarie allo spirito di libertà e solidarietà proprio della Costituzione italiana. La disobbedienza civile, anche se non autorizzata, è sempre un fenomeno da non sottovalutare, in quanto è indice rivelatore di uno stato di disagio vissuto dai cittadini nei confronti della legge: la disobbedienza civile in qualche modo delegittima l’ordinamento giuridico, nella misura in cui una parte dei cittadini non si rispecchia nei principi di fondo della normativa contestata.

Dare un calcio a un cane è reato?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando scatta il reato di maltrattamento di animali? 

Mentre passeggiavi con il tuo cagnolino, all’interno del porticato di un palazzo, è uscito il proprietario di un negozio adirato: a suo dire l’animale avrebbe sporcato le fioriere, facendo i suoi bisogni sui vasi. Hai provato a convincerlo del contrario: si è trattato solo di un gesto a cui non è seguita l’azione visto che hai subito tirato il collare, ma lui non ne ha voluto sapere. Gli animi si sono riscaldati e lo sconosciuto, d’un tratto, in un gesto d’ira, ha tirato un calcio al tuo cane. Lì non ci hai visto più e, dopo aver sentito il tuo fido amico gemere dal dolore, gliene hai dette di tutti i colori, con l’intenzione peraltro di continuare la tua vendetta dai carabinieri. Hai infatti deciso di denunciarlo. Ma per che cosa? Dare un calcio a un cane è reato? Sul punto si è espressa di recente la Cassazione [1]. Vediamo cosa ha detto la corte in questa occasione.

Che colpa ha chi fa male a un animale?

Gli animali sono esseri “senzienti”: provano cioè emozioni. Questa “scoperta”, scontata per chi ha un cane, un gatto o qualsiasi altro animale da compagnia, è solo da poco approdata nelle aule dei tribunali. I giudici hanno così finalmente ritenuto che è giusto accordare un risarcimento al padrone di un animale tutte le volte in cui si ferisce quest’ultimo. Ma c’è ancora una grossa differenza rispetto all’uomo: se fai male a una persona involontariamente, ossia senza volerlo, sei responsabile (pensa, ad esempio, a chi investe per distrazione un passante mentre attraversa sulle strisce pedonali). Invece, se la vittima è un animale, la semplice colpa non è causa di responsabilità penale: ci vuole il dolo, ossia la malafede.

Il nostro codice penale [2], infatti, disciplina il reato di maltrattamento degli animali tutte le volte in cui il colpevole agisce per crudeltà o senza che ve ne sia una ragione. In pratica, il reato scatta solo quando c’è la coscienza, la consapevolezza e la volontà di causare una lesione a un animale. Per questo reato è prevista la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro.

Dare un calcio a un cane è reato?

Tornando all’esempio di partenza, chi dà involontariamente un calcio a un cane, a un gatto o a qualsiasi altro animale non è responsabile sotto un profilo penale. Può tuttavia essere costretto a pagare il risarcimento del danno (ma siamo nell’ambito di una responsabilità solo civile) per le cure mediche affrontate dal padrone per far guarire il proprio animale. Si pensi al caso di chi, correndo, non si accorge di un piccolo bassotto e lo colpisce in pieno con il collo del piede o gli calpesta la coda.

Discorso diverso invece se il calcio viene sferrato con il preciso scopo di far male all’animale. Qui dobbiamo distinguere due ipotesi. Il calcio come gesto di difesa, dato cioè come reazione a una aggressione – anche solo potenziale – del cane, non può essere punito. Il calcio invece come gesto di offesa, sì. E difatti, come detto, la legge punisce solo chi agisce per crudeltà o senza necessità inferendo lesioni a un animale oppure sottoponendolo a sevizie (o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche ecologiche).

Lesioni a un cane: come difendersi

Quindi se qualcuno dà un calcio al tuo cane o comunque gli provoca delle ferite in qualsiasi altro modo, e lo fa con l’intenzione di volerlo ferire o fargli del male, lo puoi denunciare. Dovrai, a tal fine, andare dai carabinieri o dalla polizia a raccontare l’episodio. Questi redigeranno il verbale con la querela. Il fascicolo verrà trasmesso in tribunale dopo un pubblico ministero valuterà se sussistono le prove per chiedere il rinvio a giudizio e la condanna del responsabile.

Tuttavia trattandosi di un reato minore, punito fino a 1 anno di reclusione, il colpevole può chiedere l’archiviazione per la particolare tenuità del fatto.

Nel caso deciso dalla Corte, la cui sentenza abbiamo appena commentato, un uomo aveva improvvisamente aggredito con violenza un cagnolino che era portato a spasso da una donna. A rendere più grave la posizione dell’uomo, poi, non solo la dinamica dei fatti, ossia «il calcio violento» al cagnolino – un ‘jack russell’ –, finito contro un muro, ma anche «le lesioni» riportate dall’animale «nella zona toracica» e «giudicate guaribili in sette giorni».

A inchiodare l’uomo sono state le dichiarazioni dalla donna che portava a spasso il quadrupede (peraltro di proprietà di suoi amici).

In tutti e tre i gradi è stata accertata la «crudeltà» della condotta posta in essere dall’uomo, che per questo è stato condannato per il reato di «maltrattamento di animali».

Debito con Inps prescritto ma pagato: spetta la restituzione?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nonostante la prescrizione non si può ottenere indietro i soldi versati spontaneamente in forza di un debito di natura privata. Discorso diverso per i contributi previdenziali e le cartelle esattoriali.

Immagina di aver ricevuto dall’Inps una richiesta di pagamento di alcuni contributi che non avevi versato diversi anni fa. Per evitare un pignoramento, decidi di pagare immediatamente. Senonché, dopo qualche giorno, ti confronti con i tuoi colleghi che hanno anch’essi ricevuto lo stesso invito. Loro però hanno fatto vedere la carta a un avvocato il quale ha detto loro che il credito è caduto in prescrizione e che nulla è dovuto. Alcuni di questi hanno già avviato il ricorso in tribunale e, a quanto sembra, lo vinceranno. Ti penti di non aver fatto lo stesso, così ti chiedi se ti spetta la restituzione per un debito con Inps prescritto ma pagato. La risposta è stata fornita dalla Corte di Appello di Milano con una recente sentenza [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici milanesi a riguardo.

Debito caduto in prescrizione: chi paga può chiedere la restituzione dei soldi?

Per tutte le obbligazioni di natura civile – ad esempio pagamento di fatture, contratti, bollette, rate del mutuo, debiti di vario tipo tra privati, ecc. – non è ammesso chiedere la restituzione di ciò che è stato pagato spontaneamente in adempimento di un debito che poi è risultato essere prescritto. La “spontaneità” non viene meno se il creditore ha diffidato il debitore ad adempiere e questi, in buona fede, non si è accorto dell’intervenuta prescrizione.

Questa regola però conosce due eccezioni. La prima – piuttosto nota – riguarda le obbligazioni con il fisco e, in particolare, con l’Agenzia Entrate Riscossione. La seconda riguarda proprio i contributi di natura previdenziale. Vediamo meglio questi due casi.

Pagamento di una cartella esattoriale prescritta

Chi riceve una cartella esattoriale illegittima può ben pagare e successivamente far ricorso. Il suo comportamento infatti potrebbe non essere dettato dall’intenzione di riconoscere l’esistenza del debito, ma semplicemente di evitare pregiudizi come un pignoramento, un fermo auto o una ipoteca. Ecco perché chi riceve un avviso di accertamento, una cartella esattoriale o qualsiasi altro atto dell’amministrazione finanziaria può prima adempiere e subito dopo impugnarlo (rimanendo comunque nei termini previsti dalla legge).

Non vale questo stesso discorso per le contravvenzioni stradali. In tale ipotesi, infatti, non si può contestare una multa dopo averla pagata.

Pagamento dei contributi previdenziali prescritti

Anche per i contributi previdenziali vale la stessa regola delle cartelle esattoriali: chi versa all’Inps dei contributi non dovuti perché caduti in prescrizione ha diritto alla restituzione. L’Istituto di previdenza infatti non può trattenere delle somme a cui non ha diritto. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, se l’intimazione di pagamento dei contributi è contenuta in una cartella esattoriale come nel caso deciso dalla sentenza in commento.

Dunque chi paga una cartella esattoriale per contributi Inps e poi si accorge che tali somme erano già cadute in prescrizione ha diritto a chiederne la restituzione. Anche l’eventuale istanza di prescrizione non avrebbe alcun effetto.

Quando si prescrivono i contributi Inps

Tutti i contributi previdenziali si prescrivono in cinque anni dall’ultimo avviso ricevuto o dalla data in cui essi andavano versati. Chi riceve la notifica di una cartella dovrà contare altri cinque anni, dopo l’arrivo del postino, per potersi liberare dal debito con la prescrizione. L’eventuale sollecito di pagamento, il preavviso di fermo o di ipoteca interrompono il decorso del termine di prescrizione e lo fanno ricominciare da capo.

La prescrizione viene definitivamente interrotta con il pagamento spontaneo del contribuente. Se questi paga prima che il debito sia prescritto non può chiedere ovviamente la restituzione delle somme. Viceversa, come detto, poiché i contribuenti non possono versare contributi previdenziali prescritti, da parte sua l’Inps non può trattenere (indebitamente) tali somme. In caso contrario l’Inps è obbligato – d’ufficio – alla restituzione del debito prescritto.

Incidente: se manca il cartello di chi è la colpa?

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Incrocio: l’assenza della segnaletica stradale su una strada in cui si verifica un sinistro comporta la responsabilità del Comune solo se si dimostra che dall’assenza dei segnali sia presupposta una situazione di pericolo.

Di chi è la colpa per l’incidente verificatosi a un incrocio se, ai margini della strada, non è presente la segnaletica o i pali fissati a terra sono privi, all’apice, del relativo cartello? Il Comune, tenuto per legge alla manutenzione delle strade e al controllo della circolazione, può essere considerato responsabile per lo scontro generato proprio dall’incertezza degli automobilisti sulle regole della precedenza? La questione, non nuova per le aule di tribunale, è stata decisa ieri da due sentenze della Cassazione [1].

La Corte, chiamata a definire le regole da applicare al sinistro senza segnali, aveva già fornito, in passato, alcune chiare indicazioni. Leggi Incidente stradale senza stop: di chi è la colpa? e Incidente all’incrocio senza cartelli sulla precedenza. Interrogati sugli stessi quesiti, i giudici non hanno modificato la loro interpretazione. Ma procediamo con ordine e vediamo di chi è la colpa per l’incidente se manca il cartello.

Incidente all’incrocio senza cartelli

Immagina di procedere spedito a un incrocio perché, sul luogo, è sempre stato presente un segnale con lo stop indirizzato alle auto provenienti dalle altre direzioni. Non ti accorgi però che tale cartello non c’è più: il Comune o qualche vandalo lo ha rimosso.

Nello stesso tempo, una macchina proveniente alla tua destra – che, in presenza del cartello, avrebbe dovuto lasciarti passare – impegna il centro della carreggiata venendoti addosso.

Dall’incidente stradale nasce una contestazione. Tu ritieni di aver ragione per via della “storica” presenza del segnale che attribuiva la precedenza a chi, come te, proviene dalla strada principale. L’altro conducente, invece, rivendica la pretesa ad essere risarcito in quanto posizionato alla tua destra.

Poiché l’assicurazione ritiene di dovervi accordare un concorso di colpa, decidi di farti risarcire la restante parte del danno dal Comune. L’amministrazione, a tuo dire, sarebbe responsabile per via dell’assenza del segnale di stop che avrebbe imposto alle altre vetture la massima prudenza.

Che chance hai di spuntarla? Ecco cosa ha detto la Cassazione.

Responsabilità all’incrocio

Anche in assenza di segnali stradali, il codice della strada detta le regole da dover rispettare agli incroci stabilendo l’obbligo, per le auto che provengono da sinistra, di dare la precedenza a quelle collocate sulla destra.

La regola della precedenza può essere derogata solo se l’auto di sinistra ha già impegnato il centro dell’incrocio; sicché l’obbligo di prudenza, volto ad evitare sinistri, impone a chi viene da desta di lasciare che l’antagonista liberi prima il centro della via. È questa la regola della cosiddetta precedenza di fatto.

Responsabilità Comune per segnaletica assente

Secondo la Cassazione il Comune non è responsabile come custode della strada se avviene un incidente a un incrocio privo di segnaletica.

Infatti, l’assenza di cartello è irrilevante sulla sussistenza del requisito di pericolosità dell’incrocio stradale se applicando le normali regole della circolazione stradale si sarebbero evitati i comportamenti che hanno dato origine al sinistro. Senza un’inconfutabile prova del danneggiato, non scatta la responsabilità dell’ente locale per l’incidente avvenuto all’incrocio dove non c’è segnaletica.

La rimozione della segnaletica dalla strada non costituisce di per sé un pericolo.

Con parole più tecniche, la Cassazione scrive: «Nel caso di scontro tra veicoli a un incrocio «non assistito da segnaletica non può a quest’ultimo attribuirsi un ruolo causale per il solo fatto che l’incidente si sia in esso verificato; in tal caso, infatti, la cosa in custodia costituisce mero teatro o luogo dell’incidente, mentre la serie causale determinativa dell’evento origina dal comportamento dei soggetti coinvolti nello scontro e in esso interamente si esaurisce».

A nulla vale richiamarsi all’affidamento circa la presenza del segnale invece rimosso e non sostituito. La legge impone la prudenza alla guida. In particolare in prossimità di incroci gli automobilisti devono, al di là di corresponsabilità di terzi o dell’ente pubblico custode della strada, rallentare e dare la precedenza a chi viene da destra.

L’obbligo di dare la precedenza posto a carico di chi – in assenza di diversa segnalazione – proviene dalla destra, così come quello di mantenere una velocità moderata arrivando a un incrocio, è sufficiente a impedire il verificarsi di un incidente stradale. E il loro mancato rispetto è causa di responsabilità per l’incidente.

Investimento di pedone senza segnali

Stessa conclusione viene raggiunta dalla Cassazione con la seconda ordinanza di ieri. In questo caso al Comune veniva attribuita la colpa per non aver segnalato e vigilato una zona pedonale dove un passante era stato investito da un ciclista. Come dice la Cassazione anche in questo caso, non è la strada ad aver prodotto l’incidente a causa della sua conformazione o del suo stato. Essa non è altro che il teatro in cui si è verificato l’evento. La strada o l’area pedonale hanno quindi avuto un ruolo passivo, mentre l’unica responsabilità è l’imprudenza del conducente.

Come proteggere i bambini da Internet

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed

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In questa guida ti faremo vedere come si attiva il Parental Control su PC, Smartphone e Console in modo da tutelare tuo figlio dalle insidie della grande Rete

Una cosa è certa: notebook, smartphone, tablet e console di gioco sono i dispositivi tecnologici preferiti dai nostri bambini. Proprio per questo motivo bisogna intervenire tempestivamente e in maniera opportuna per proteggerli dai pericoli che possono derivare da un uso sbagliato di questi “giocattoli” digitali. Ti stai chiedendo cosa puoi fare anche se non sei un esperto di tecnologia? Tranquillo, leggi con attenzione i punti riportati in questa guida: al termine saprai come attivare il Parental Control su PC, Smartphone e Console così da tutelare tuo figlio dalla visione di contenuti a lui non adatti.

Attivare la Protezione Bambini in Windows 10

Il tuo bambino usa un Computer con Windows installato? Se vuoi proteggerlo dalle insidie della Rete apri Opzioni famiglia dal menu Start e scegli il comando Visualizza impostazioni della famiglia. Verrai indirizzato sul sito Microsoft: accedi alla sezione e clicca Creare un gruppo di account della famiglia. Come ultima operazione dovrai inserire o creare un account Microsoft del piccolo utente, così da poter impostare dei limiti di tempo o di contenuti e monitorare le sue attività. Importante: le impostazioni si applicano a tutti i dispositivi su cui si accede con il proprio account Microsoft.
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Impostare un Account Bambino su PlayStation 4

Se tuo figlio usa la console di casa Sony per giocare, assicurati che può utilizzare soltanto i titoli e le funzioni più appropriate.
Avvia la PS4 e accedi con il tuo account (quello impostato come Amministratore). Vai in Impostazioni > Filtro contenuti > Gestione famiglia. Se necessario conferma l’accesso con la tua password, seleziona Aggiungi membro alla famiglia e Crea utente. Ora inserisci il nome del bambino e la data di nascita e clicca su Avanti e Accetta. Nella finestra successiva devi specificare quali funzioni o contenuti possono essere usati dal bambino; al termine della selezione clicca su Conferma. Dopo il log-out, il bambino sarà in grado di registrarsi al nuovo account e usare solo i giochi che hai approvato per la sua età.

Impostare l’Account Famiglia sulla Xbox One

Anche la console di casa Microsoft (la Xbox One) offre la possibilità di controllare i contenuti quando ad utilizzarla sono dei bambini. Per modificare le impostazioni predefinite delle restrizioni premi il pulsante Xbox e seleziona Impostazioni. Attiva la voce Tutte le impostazioni e in Account, seleziona Famiglia. Scegli l’account del bambino che vuoi proteggere (che dev’essere già esistente, ovviamente) e poi clicca su Accesso al contenuto e scegli cosa vuoi limitare. È possibile scegliere il tipo di siti Web che possono essere visualizzati in Microsoft Edge scegliendo Filtro Web dopo aver selezionato il profilo da proteggere, oppure controllare i tipi di app che possono essere scaricate dallo Store selezionando la voce Acquista e Scarica.

Bloccare la Modalità Ospite in Google Chromecast

Google Chromecast (la chiavetta multimediale targata BigG) consente, una volta collegata ad una porta HDMI del televisore, di riprodurre video, musica o immagini da qualsiasi smartphone o computer presente sulla rete domestica. Visto che ormai quasi il 100% dei bimbi possiede uno smartphone, risulta necessario disattivare questa modalità per impedire agli stessi di fruire di contenuti non adatti a loro.
Come fare a disattivare questa Modalità ospite? Semplice! Apri l’app Google Home, tappa su Dispositivi nell’angolo in alto a destra, poi sull’icona del dispositivo che sarà utilizzato dai bambini e quindi sui tre punti. Clicca su Modalità ospite e imposta lo slider su Off. Adesso solo i tuoi dispositivi (autorizzati!) potranno utilizzare la chiavetta multimediale Chromecast.

Attivare il Parental Control sulla Fire TV di Amazon

Per essere sicuri che i tuoi figli non guardino film V.M. sulla Fire TV (il dongle di Amazon che può essere collegato ad una porta HDMI del televisore) o facciano acquisti selvaggi, devi usare le opzioni che trovi in Impostazioni > Preferenze e Parental control. Imposta un PIN e attiva l’opzione Acquisti protetti con PIN. Nelle restrizioni di riproduzione, seleziona l’opzione Famiglie se i bambini hanno meno di 12 anni, altrimenti Adolescenti. Dopo aver premuto il pulsante Home, i contenuti e le impostazioni desiderate saranno protetti da un PIN.

Attivare la protezione bambini su Apple e Android

È possibile nascondere i contenuti dannosi anche su smartphone, tablet o Apple TV. Ti diamo le dritte giuste per intervenire.

Configurare Parental Control su iPhone, iPad, Apple TV

Apri le Impostazioni, tappa su Generali > Restrizioni > Abilita restrizioni e specifica un PIN. Adesso puoi impostare età dei contenuti, limitare gli acquisti e bloccare app e funzioni del dispositivo.

Configurare Parental Control su smartphone e tablet Android

Sui device con sistema operativo Android Lollipop o successivo si possono impostare più di un utente così da poter creare anche i profili dei propri figli e limitare l’uso di talune funzioni non adatte. Tuttavia non tutti i produttori includono questa funzione nei propri smartphone, soprattutto se si ha a disposizione un device di fascia media/bassa.
In tal caso hai bisogno di un’app come Spazio Bimbi Parental Control (gratuita che puoi scaricare da http://bit.ly/2N5aEU8). Dopo l’avvio, conferma le condizioni e clicca Inizia (pulsante in basso). Imposta un PIN di 4 cifre (tale codice ti verrà richiesto per uscire da Spazio Bimbi) e clicca in basso su Aggiorna il PIN. Dalla schermata successiva -Opzioni di ripristino del PIN- hai la possibilità di inserire un indirizzo e-mail che ti consente di recuperare il PIN in caso di smarrimento. Ora sei pronto per utilizzare Spazio Bimbi e personalizzare contenuti e controlli del proprio dispositivo. Ad esempio, puoi decidere le applicazioni da visualizzare nella schermata principale appena si accende lo smartphone. Puoi disabilitare la connessione Internet, bloccare le chiamate in entrata, impostare un timer per limitare alcune funzioni e tanto altro ancora. Per uscire dalla protezione di Spazio Bimbi clicca su Impostazioni (icona a forma di ingranaggio) e digita il PIN impostato in precedenza.

Attivare la protezione minori su YouTube

Il Tubo rappresenta un enorme contenitore di video di ogni genere messo a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet. Alcuni di questi video, nonostante le ferree restrizioni imposte da YouTube sui contenuti, potrebbero apparire poco consoni per un pubblico particolarmente giovane, per cui possiamo intervenire per bloccarli. Ecco come procedere.
Seleziona l’icona dell’account e fai clic su Modalità con restrizioni. Se è disattivata clicca sullo slider per attivarla. La Modalità con restrizioni può esserti utile a nascondere i video con contenuti potenzialmente inappropriati per i minori. Così come Google stesso ci suggerisce: “nessun filtro è sicuro al 100%, ma può aiutarti a evitare la maggior parte dei contenuti di questo tipo”. L’impostazione della Modalità con restrizioni sarà valida solo su questo browser.

Come bloccare gli acquisti in-app

Occasionalmente lasci che i tuoi bambini giochino con lo smartphone o il tablet? Forse non sai che quasi tutti i giochi gratuiti offrono funzionalità a pagamento. Ecco come puoi assicurarti che i tuoi bambini non facciano inavvertitamente costosi acquisti in-app.

Come inibire gli acquisti con iPhone e iPad

Innanzitutto, attiva le restrizioni come mostrato nel trucco riportato al paragrafo 6. Nella sezione Abilita restrizioni, deseleziona il pulsante Acquisti in-app per far sparire dalle applicazioni le funzioni relative agli acquisti che vengono proposti all’interno delle applicazioni.

Come sospendere gli acquisti con Android

Per disattivare acquisti in-app sul tuo device Android, apri Play Store, tappa in alto a sinistra sul menu Hamburger e poi su Impostazioni. In Controlli utente, seleziona Richiedi l’autenticazione per gli acquisti > Per tutti gli acquisti su Google Play da questo dispositivo. Dopo aver inserito la tua password Google e fatto tap su OK, sarà possibile effettuare un acquisto soltanto dopo aver inserito la password Google.

Come disattivare gli acquisti Windows 10

Su Windows 10, apri l’app Store facendo clic sulla piccola shopping bag nella barra delle applicazioni. Clicca sui tre puntini e apri le Impostazioni nell’angolo in alto a destra; nella finestra successiva, assicurati che l’opzione Accesso acquisti sia disattivata.