Assistenza al familiare invalido: chi è tenuto a prendersene cura

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questi ultimi anni ho ospitato in casa ed offerto assistenza ad una mia zia invalida al 100%, non più autosufficiente, dal momento che una parente non voleva occuparsene e l’aveva ricoverata in una rsa. Pochi giorni fa mia zia è caduta provocandosi delle fratture che la costringono a stare a letto. Sono pertanto costretto a malincuore a riportarla nella struttura dove era ricoverata. Posso obbligare per vie legali la parente a prendersene cura? Chi ha la responsabilità di mantenimento? La parente, che peraltro viveva con mia zia, o i parenti prossimi, i nipoti?  

Assistere e prendersi cura di un parente che, a causa della salute precaria, dell’età avanzata o delle ridotte disponibilità economiche non è in grado di provvedere a se stesso, anche solo parzialmente, non è solo un dovere morale ma anche giuridico.

Inoltre, come evidenziato più volte dalla Corte di Cassazione, nel caso in cui il soggetto anziano è incapace di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento, è dovere dei parenti più prossimi, indipendentemente dalla convivenza con lo stesso, concorrere nel versare allo stesso gli alimenti, ciascuno in base alle proprie condizioni economico-finanziarie.

La legge prevede una struttura protettiva che si attiva all’interno delle famiglie in caso di necessità, indicata in senso ampio con il termine di “alimenti”. Per obbligo agli alimenti si intende l’obbligo di prendersi cura della persona che versa in uno stato di incapacità, momentanea o definitiva, mediante attività che spaziano dalla somministrazione del cibo, all’ospitalità, all’assistenza morale e materiale sino ai doveri civili. Tale obbligo è espressione di un vincolo di solidarietà fondato sul principio della vicinanza e dell’intimità dei rapporti familiari.

Gli alimenti legali sono prestazioni di assistenza materiale dovute per legge alla persona che versa in stato di bisogno economico e morale che trovano la loro fonte, anche costituzionale, nel dovere di aiuto reciproco.

Il codice civile stabilisce un ordine di persone obbligate a prestare gli alimenti:

  • il coniuge;
  • i figli;
  • i genitori;
  • i generi e le nuore;
  • i suoceri;
  • i fratelli, germani o unilaterali.
  • i nipoti.

Questo schema evidenzia l’ordine di intervento: per cui, in mancanza di un soggetto, ad esempio in caso di morte, l’obbligato alla prestazione è individuabile nel successivo previsto da tale indicazione normativa.

Quindi, nel caso specifico, la zia ha come parenti più prossimi le sorelle, di seguito i nipoti, ossia il lettore e gli altri eventuali cugini.

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente, il lettore potrà per quanto possibile, data la distanza, occuparsi della zia malata, e, per sollecitare l’intervento delle altre sue zie, potrebbe denunciarle penalmente, presso il Commissariato di Polizia o i Carabinieri, per violazione degli obblighi di assistenza familiare, attivando in questo modo anche l’intervento degli assistenti sociali.

La giurisprudenza conferma quanto evidenziato.

La Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, con la sentenza n. 31905/2009 ha statuito che “Ai fini della sussistenza del reato di cui all’art.591 codice penale (abbandono di persone minori o incapaci) è necessario accertare in concreto, l’incapacità del soggetto passivo di provvedere a se stesso. Ne consegue che non vi e’ presunzione assoluta di incapacità per vecchiaia la quale non e’ una condizione patologica ma fisiologica che deve essere accertata concretamente quale possibile causa di inettitudine fisica o mentale all’adeguato controllo di ordinarie situazioni di pericolo per l’incolumità propria”.

Il consiglio pratico, pertanto, al lettore è, prima di adire le vie legali, di inoltrare formalmente alle zie, quali parenti più prossime dell’ammalata, una diffida ad adempiere ai propri obblighi di natura familiare, via Pec o posta raccomandata a/r, stante la salute precaria della propria congiunta.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

 

Cessazione attività con P. Iva: devo comunicarlo all’Agenzia entrate?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se intendo chiudere la mia attività, devo comunicarlo per forza all’Agenzia delle entrate? Che cosa succede se non lo faccio?

Considerate le esigenze e disponibilità economiche del lettore, che portano ad escludere la possibilità di mettere in atto un’operazione di vendita e riacquisto parte sua (come persona fisica) del terreno di cui si discute, l’alternativa sarebbe quella di non comunicare all’Agenzia delle entrate la cessazione della sua attività (alla quale è connessa una partita iva, che sarebbe quindi chiusa) allo scopo, quando ce ne sarà l’opportunità, di vendere il terreno con partita iva e, quindi, evitando aggravi economici. La normativa oggi vigente [1] stabilisce che la cessazione dell’attività (alla quale è connessa una partita iva) debba essere comunicata all’Agenzia delle entrate entro trenta giorni da suo verificarsi. A seguito della comunicazione di cessazione dell’attività, poi, viene chiusa la partita iva. Attualmente se si omette nel termine previsto (trenta giorni) di comunicare la cessazione dell’attività, l’Agenzia delle entrate, sulla base dei dati dell’anagrafe tributaria, individua i soggetti che non abbiano presentato la dichiarazione di cessazione di attività e comunica loro che provvederà di ufficio a chiudere la partita iva (il contribuente ha la possibilità, nei trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, di fornire dati ed elementi non considerati o valutati erroneamente per evitare la chiusura che saranno poi valutati dall’Agenzia). Se in risposta alla comunicazione dell’Agenzia, il contribuente non avesse elementi da fornire o se gli stessi fossero ritenuti inconsistenti, la partita iva viene chiusa e al contribuente è pure comminata una sanzione che è irrogata assieme all’invio della comunicazione (sanzione pari ad 500 euro a meno che non si voglia pagare entro trenta giorni dall’invio della comunicazione, nel qual caso si sarà ammessi a pagare un terzo del minimo e cioè 167,67 euro). Questo è il quadro attuale. La partita iva, quindi, può restare aperta anche dopo la cessazione dell’attività (non comunicando, come si dovrebbe, l’avvenuta cessazione dell’attività entro trenta giorni), ma l’Agenzia delle entrate può in ogni momento (dopo un giorno, ma anche dopo anni), reperendo i dati dall’anagrafe tributaria, inviare al contribuente una comunicazione con cui dichiara che la partita iva sarà chiusa d’ufficio, accompagnando la comunicazione con l’irrogazione di una sanzione (quantificata come specificato sopra).

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

Cartella di pagamento: quanto tempo per le osservazioni al giudice?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ricorso cartella esattoriale: se manca la comunicazione del verbale di chiusura delle operazioni, il mio cliente è ancora in termini per fare osservazioni, visto che il termine di 60 giorni non è ancora trascorso?

Lo Statuto del contribuente [1] prevede il principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente e la possibilità, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, di comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza. Una decisione della Suprema Corte [2] ha ricondotto l’obbligo dell’Amministrazione finanziaria di rispettare il termine dilatorio di sessanta giorni, ai principi espressi dalle direttive comunitarie [3], con conseguente illegittimità dell’avviso di accertamento emesso, in assenza di particolari ragioni di urgenza, prima del decorso del suddetto termine, decorrente dal rilascio al contribuente – nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività – della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni, che deve sempre essere redatto, non essendo comunque giustificata la sua omissione. Sul tema specifico oggetto del ricorso in esame, però, sembra molto importante una recente pronuncia della Cassazione, la quale stabilisce che in tema di accertamento standardizzato mediante parametri e studi di settore, non è applicabile il termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento, decorrente dal rilascio al contribuente della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni, essendo già prevista, a pena di nullità, una fase necessaria di contraddittorio procedimentale, che garantisce pienamente la partecipazione e l’interlocuzione del contribuente prima dell’emissione dell’avviso [4]. Il principio che sembra importante, ai nostri fini, è che anche in questa sentenza la Suprema Corte stabilisce che il verbale di chiusura deve essere notificato al contribuente. A prescindere dall’esistenza -o meno – nel caso di accertamento mediante parametri, dell’obbligo di rispettare il termine dilatorio di sessanta giorni. Nel caso che ci interessa, concludendo questa parte della disamina, appare controversa, dunque, la necessità di aspettare il decorso del termine dilatorio, ma appare comunque necessaria (a pena di invalidità dell’accertamento) la comunicazione all’interessato della chiusura delle operazioni di verifica: adempimento, questo, che non è stato invece rispettato dall’Agenzia nel caso che ci occupa.

Qual è l’effetto dell’omissione della notifica del verbale di chiusura? La Cassazione ritiene nullo l’accertamento emesso prima della scadenza del termine, a meno che l’Amministrazione finanziaria non dimostri che vi sono stati motivi d’urgenza che imponevano l’emissione dell’atto. La Suprema Corte è chiarissima. Il provvedimento impositivo presuppone: il contradditorio tra gli interessati; la comunicazione al contribuente dell’avvenuta chiusura delle operazioni di verifica; la possibilità, nei sessanta giorni successivi di controdedurre alle decisioni del Fisco. Qual è l’effetto dell’omissione delle scansioni procedimentali richieste? La Corte parla di illegittimità dell’atto, ma alla fine della motivazione fa riferimento alla eccezione di nullità. Possiamo dedurne, in definiva, che per la Cassazione si tratterebbe di nullità. A questo punto occorre rispolverare i concetti di nullità dell’atto e quello di inesistenza sulla scorta dei pronunciamenti di qualche Commissione tributaria, anche se è da premettere comunque che qualche autorevole spunto dottrinario sostiene che in diritto amministrativo i concetti di nullità ed inesistenza coincidono.  La cosa però sembra alquanto interessante sotto altro profilo: un atto inesistente non esiste. E se non esiste non può produrre effetti giuridici. Si potrebbe impostare una strategia sui principi chiedendo che la Commissione tributaria, anche nel caso di inammissibilità del ricorso, si pronunci anche riguardo all’inesistenza dell’atto impositivo: una pronuncia utile in una fase successiva ed eventuale per il caso di cattivo esito dell’odierno procedimento. Per tornare al nostro discorso, sembra di poter dire che nel caso in specie l’atto impositivo è viziato e si dovrà molto insistere su questo aspetto in sede di memorie o discussione del ricorso. Se si potrà farlo, poiché la Commissione potrebbe dichiarare l’inammissibilità del ricorso senza entrare. Secondo Cassazione, commissioni di merito e, a monte, delle direttive e decisioni comunitarie, il procedimento di accertamento si articola attraverso fasi perfettamente scandite:

  • contraddittorio;
  • comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica da parte del Fisco;
  • proposizione (eventuale) delle ragioni del contribuente nel termine dilatorio di sessanta giorni;
  • decisione dell’ufficio.

La Commissione tributaria provinciale di La Spezia, a questo punto, fa menzione di una conseguenza dell’omessa comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica: la mancata decorrenza del termine di sessanta giorni per la proposizione delle argomentazioni del contribuente. Riepilogando: l’avviso di accertamento deve considerarsi nullo per la mancata comunicazione del processo verbale di chiusura delle operazioni ed il cliente del lettore sarebbe ancora, in teoria, in termini per proporre le sue eventuali osservazioni, visto che il termine dilatorio di sessanta giorni non è ancora trascorso. A questo punto una considerazione. Il lettore dovrebbe valutare l’eventualità di un’istanza di revoca in autotutela affinchè venga ripreso il procedimento viziato, retrocedendolo alla fase della comunicazione del verbale di chiusura. Tale istanza potrebbe essere rafforzata dalla considerazione che il termine dilatorio di sessanta giorni è ancora in corso, stando alle motivazioni svolte nella decisione della Ctp di La Spezia, e risalendo ai principi generali del diritto ed alle norme di legge in vigore. Le istanze di revoca in autotutela possono essere proposte in qualsiasi tempo, anche in pendenza del giudizio avanti alla Commissione tributaria; esse danno la possibilità di impugnare sia l’eventuale rigetto, sia l’eventuale silenzio.

In conclusione, la tardività del ricorso è stata già eccepita dall’Amministrazione finanziaria e non ci si potrà porre più il problema di un’eventuale rilevazione d’ufficio del vizio di inammissibilità. A questo proposito si dovrà sostenere la tesi che l’Ufficio, oltre a formulare l’eccezione, è entrato nel merito della questione, accettando di fatto il contraddittorio e sanando il vizio. Possibilmente mediante deposito di una memoria, si potrà sostenere che la mancata comunicazione della chiusura delle operazioni di verifica non fa decorrere il termine dilatorio di sessanta giorni per la proposizione delle ragioni del contribuente e che, dunque, v’è ancora possibilità di prospettare all’Amministrazione finanziaria ragioni di merito atte ad indurla a revocare l’avviso di accertamento. Nel frattempo – ma al più presto – si potrebbe produrre un’istanza di revoca in autotutela da allegare tra i documenti del procedimento tributario in corso, al fine di chiedere quanto meno il rinvio della decisione. L’istanza di revoca, se anche non giungesse ad un esito positivo, darebbe comunque modo di intraprendere un nuovo procedimento che si potrebbe chiedere di riunire a quello in corso per l’evidente connessione. E se, per ipotesi, si giungesse ad una decisione di inammissibilità dell’odierno procedimento, questa non costituirebbe res iudicata nei confronti del successivo: la dichiarazione di inammissibilità, infatti, non entra nel merito delle questioni e non preclude la loro trattazione nel successivo procedimento.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Vincenzo Rizza

Cartelle esattoriali: come sapere se sono prescritte?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Equitalia mi ha chiesto di pagare 3 vecchie cartelle. Le prime 2 riguardano tributi comunali e, essendo trascorsi più di 5 anni dall’ultima notifica, penso siano prescritte.  È così?

Dall’esame della documentazione inviata, ci sono gli estremi per impugnare il preavviso di fermo davanti al giudice di pace di Torino. L’opposizione al preavviso di fermo deve essere proposta entro 60 giorni dall’avvenuta notificazione. Tuttavia, dalla lettera si può presumere che la lettrice viva a Genova e il giudizio si presenterà per lei oneroso in quanto dovrà sostenere, oltre alle spese introduttive (cioè dovrà pagare il contributo unificato di 43 euro da allegare all’atto di citazione al momento dell’iscrizione), anche quelle legate agli spostamenti per recarsi in udienza. Un’alternativa meno onerosa sarebbe quella di proporre un’istanza in autotutela indirizzata ad Equitalia nord spa ricordando, però, che la suindicata istanza non sospende il termine per la proposizione dell’opposizione e che quindi, qualora non ricevesse una risposta in pochi giorni, dovrebbe comunque procede all’iscrizione dell’atto introduttivo.

Quanto invece alla somma dovuta a titolo di Irpef, i crediti relativi ad imposte sui redditi si prescrivono in dieci anni; il termine di prescrizione previsto per il tipo di tributo si applica poi alla cartella esattoriale. La lettrice precisa che, relativamente all’accertamento Irpef, è stata presentata istanza in autotutela ed è stato successivamente disposto il relativo sgravio da parte degli organi competenti. Di conseguenza, poiché vi è stata un’attività interruttiva del termine di prescrizione, il nuovo termine decennale ha iniziato a decorrere dalla data riportata nel provvedimento di sgravio. Alla luce di quanto detto, non ci sono dubbi sul fatto che ancora non sia trascorso il termine di prescrizione di dieci anni del credito Irpef.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Giovanna Pangallo

Escort: aprire un sito di annunci in Italia è legale?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vorrei aprire un sito di annunci di escort all’estero (in Svizzera) dove ciò è considerato legale. Sono cittadino italiano, abito in Italia ma per l’occasione aprirei una società a responsabilità limitata (probabilmente una SAGL che è simile ad una srl italiana). In Italia da quanto ho capito una tale attività è “possibilmente legale” ma praticamente passibile di processo con risvolti penali. Voglio fare le cose in regola in entrambi i Paesi. A quali conseguenze può andare incontro un cittadino italiano che voglia aprire una tale attività in Svizzera?

La normativa italiana riguardo la pubblicazione di annunci relativi ad escort, in base agli orientamenti della Corte di Cassazione, stabilisce che se il sito internet in questione fornisce semplicemente uno spazio pubblicitario, consentendo una inserzione nel portale non vi è alcun reato di favoreggiamento alla prostituzione e si tratta dunque di un’attività lecita.

Se, al contrario, il gestore del sito, oltre alla pubblicazione degli annunci, si occupa anche di fornire servizi aggiuntivi, come ad esempio effettuare dei servizi fotografici osè per sponsorizzare le ragazze, consigliare sulle modalità di svolgimento della professione del meretricio, concordare incontri e appuntamenti con i clienti, si commette un reato penale. In altre parole, il gestore del sito internet di annunci che si comporta da tramite tra le prostitute e i propri clienti, svolgendo una vera e propria attività di intermediazione tra le parti, corre il rischio di essere accusato di favoreggiamento della prostituzione.

Alla luce di quanto detto, qualora il lettore volesse intraprendere tale attività in Italia, lo potrebbe fare creando un sito internet con la funzione di bacheca virtuale in cui la domanda e l’offerta del servizio avviene in maniera spontanea, senza il suo intervento quale intermediario. Per tutelarsi ulteriormente è consigliabile predisporre un regolamento che possa disciplinare la modalità delle inserzioni esonerando il sito da qualsiasi finalità illecita o da usi impropri dello stesso.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

Per la configurabilità del reato di favoreggiamento della prostituzione mediante inserzioni pubblicitarie, la semplice condotta di inserzione su un quotidiano di donne che si offrono per incontri sessuali non è sufficiente: occorre che vengano compiute altre attività finalizzate ad agevolare la prostituzione onde rendere più allettante l’offerta e facilitare l’approccio con in maggior numero di clienti (come l’interessamento di chi effettui le inserzioni a pubblicare le foto delle donne da contattare, ovvero il far sottoporre le stesse a servizi fotografici erotici)” Cassazione, sezione penale, sentenza n. 91215/2015.

La pubblicazione di inserzioni pubblicitarie sui siti web, al pari di quella sui tradizionali organi d’informazione a mezzo stampa, deve essere considerata “come un normale servizio in favore della persona”. Tale giudizio è stato confermato dalla sentenza, sempre di questa Sezione, n. 4443 del 12/1/2012, nella cui motivazione si opera una precisazione, nel senso che il reato di favoreggiamento risulta, invece, integrato allorchè alla mera pubblicazione degli annunci e del materiale messo a disposizione dalla persona interessata “si aggiunga una cooperazione tra soggetto e prostituta, concreta e dettagliata, al fine di allestire la pubblicità della donna… evidentemente per rendere più allettante l’offerta e per facilitare l’approccio col maggior numero di clienti, cooperazione esplicantesi nell’organizzare servizi fotografici nuovi, sottoponendo le donne a pose erotiche, ponendo in essere una collaborazione organizzativa al fine di realizzare il contatto prostituta-cliente”. Cassazione, sezione penale, sentenza n. 20384/2013.

Seguendo tali accorgimenti, a parere dello scrivente, non sarà necessario porre in essere un’attività in Svizzera.

Ma, qualora fosse convinto di dare al sito internet un taglio più incisivo, figurando come gestore effettivo delle prostitute, sarebbe preferibile dare vita a questa attività in Svizzera, previa iscrizione presso la Camera di Commercio del Cantone di interesse. Infatti, in tale Paese il meretricio è legalizzato, tassato e disciplinato in maniera precisa ed approfondita e, a differenza dell’Italia in cui lo sfruttamento è considerato reato, rappresenta una forma imprenditoriale come un’altra.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

La Chiesa può negare un funerale?

Posted on : 17-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il defunto è un criminale mai pentito, può ricevere la benedizione di un sacerdote ed essere seppellito in un Campo Santo?

Chiedersi se la Chiesa può negare un funerale e quando può farlo obbliga a dare un’occhiata al Diritto canonico, ma anche all’essenza stessa della Chiesa cattolica. E pone anche qualche problema, per così dire, etico che viene spesso valutato di volta in volta a seconda del soggetto, delle circostanze e dal sacerdote.

La morte di Totò Riina, come prima quella di Bernardo Provenzano e di altri criminali che non si sono mai pentiti delle atrocità che hanno commesso, ha portato di nuovo alla luce la posizione della Chiesa sull’opportunità o meno di fare un funerale (pubblico o privato che sia) ad un delinquente di tale portata.

Funerale di un criminale: cosa dice il Diritto canonico

In base al Diritto canonico [1], la Chiesa cattolica può negare un funerale se prima della morte il soggetto non ha dato alcun segno di pentimento dei suoi errori e se:

  • è notoriamente apostata, eretico o scismatico (cioè se è andato di proposito contro gli insegnamenti della Chiesa e della fede cattolica, anche se in apparenza ha osservato alcuni riti come quello del matrimonio o del battesimo dei figli);
  • ha scelto la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana;
  • è stato un peccatore manifesto.

Lo stesso articolo, però, invita a sentire il parere dell’ordinario del luogo (il parroco, il vescovo) e di sottomettersi al suo giudizio personale. Significa che ci potrebbe essere un sacerdote che, per suoi motivi di pensiero ed in coscienza, potrebbe decidere di negare o di accettare di celebrare il funerale di una certa persona o di benedire la sua salma.

Tuttavia, nell’articolo successivo [2], il Diritto canonico vieta la celebrazione della Messa a «chi è escluso dalle esequie ecclesiali», cioè a chi riportato sopra.

Il giudizio del sacerdote: quando sì e quando no

Spesso la rabbia di fronte ai crimini commessi da una persona può portare a giudizi assolutamente comprensibili ma, di fronte alla sostanza della legge (in questo caso della legge ecclesiastica), non sempre corretti. Succede anche con le questioni che riguardano tematiche più profane: una sentenza che applica la legge alla lettera o l’interpretazione di un giudice può essere più o meno condivisa, ma quella è e quella bisogna accettare.

Nell’argomento che ci occupa, un sacerdote o un singolo vescovo hanno il titolo di decidere quando la Chiesa può negare un funerale? Tecnicamente sì, perché hanno ricevuto un mandato per rappresentare la legge divina, così come un magistrato lo ha ricevuto per rappresentare la «legge umana» (per chiamarla così).

Sta dunque al giudizio del prete o del prelato stabilire se il passato del defunto e le circostanze sociali permettono di poter celebrare un funerale pubblico o meno.

Ma se la famiglia chiedesse il funerale privato, lontano da tutti per non creare scandalo pubblico, il sacerdote come si deve comportare?

Qui si entra in un terreno molto delicato. Vangelo alla mano, la fede cristiana si basa sul perdono e sulla redenzione. La benedizione di una salma ed il rito funebre comportano, però, un perdono che viene concesso soltanto a chi lo chiede. Se uno non si pente di quello che ha fatto, di che cosa lo si deve perdonare? Se il defunto non lo ha fatto, nemmeno la famiglia può chiederlo al suo posto. Si può stare vicino ai parenti, li si può consolare se non hanno condiviso la vita del loro familiare. Tutto qui, però. Per la Chiesa, il sacramento della confessione è vincolato al pentimento. Di conseguenza, il sacerdote può rifiutarsi di benedire quella salma e, quindi, di celebrare un funerale anche alla presenza di pochi intimi.

Naturalmente, tutto è soggettivo. In teoria, l’articolo del Diritto canonico che abbiamo citato riguarda tutti i «peccatori manifesti», cioè anche i divorziati («non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce», si sentono dire gli sposi), i ladri, chi crea pubblico scandalo. Ma mettere tutti sullo stesso piano sarebbe ridicolo: non si può paragonare un criminale come Riina ad un divorziato onesto o a un ladro di polli. Per questo, alcuni rappresentanti della Chiesa, fortunatamente verrebbe da dire, valutano di volta in volta il soggetto che hanno davanti. Altrimenti (forse) di funerali non se ne farebbero più.

Un criminale può essere seppellito in cimitero?

Teoricamente, e per i motivi che abbiamo appena spiegato, una persona che ha vissuto fuori dalla fede cattolica e che, manifestamente, ha vissuto facendo del male al prossimo non può essere seppellito in un cimitero se non ha chiesto il perdono di Dio. Il motivo non è semplice (come abbiamo appena visto) ma è chiaro: il cimitero non è un «deposito di salme» ma è un campo santo e benedetto destinato ad ospitare chi ha ricevuto il perdono divino attraverso un ministro della Chiesa cattolica. Quindi, chi non si è mai pentito di quello che ha fatto in vita e, per questo, non ha avuto un funerale cattolico, non può riposare in cimitero.

Le migliori offerte Amazon di oggi

Posted on : 17-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quotidianamente Amazon aggiorna la sezione dedicata alle offerte. Centinaia di prodotti a prezzi davvero convenienti, con sconti fino all’80%. Come districarsi in questa giungla di affari?

Inutile dirlo, Amazon ha davvero rivoluzionato il concetto di shopping di questo decennio e, anche nella nostra penisola, ha avuto un impatto considerevole sulle preferenze dei consumatori. Sbarcato in Italia il 10 novembre del 2010 con il dominio amazon.it, ha in poco tempo conquistato la fiducia del popolo del Bel Paese, grazie ad un servizio clienti senza pari e soprattutto grazie alla messa in vendita di prodotti di tutti i tipi a prezzi davvero convenienti.

Nel corso degli ultimi anni, l’esperienza maturata dal colosso americano ha dato vita a diverse strategie di vendita. Tra queste troviamo l’idea di creare una pagina dedicata a prodotti venduti a prezzi stracciati per un determinato lasso di tempo. Nel dettaglio, in questa pagina troviamo le offerte giornaliere e le offerte lampo proposte da Amazon.

Come funziona la pagina offerte di Amazon?

La pagina di Amazon dedicata alle offerte si divide in due parti facilmente distinguibili.

Nella parte superiore troviamo le offerte in vetrina in una sorta di carosello scorrevole, con la possibilità di consultare anche le offerte in arrivo e quelle già terminate. In particolare la sezione “In arrivo” dà la possibilità di seguire un’offerta, in modo da trovarla immediatamente nella sezione “Segui” appena è possibile effettuare l’acquisto del prodotto a prezzo scontato (è necessario aver effettuato l’accesso ad Amazon per usare questa funzione).

Nella parte inferiore della pagina troviamo invece un menu che consente di applicare diversi filtri (categoria, tipo di offerta, disponibilità, prezzo, sconto, media recensioni) per agevolare la ricerca dei prodotti che riteniamo di nostro interesse e alla nostra portata.

Come funzionano le offerte di Amazon?

Le offerte Amazon sono disponibili fino alla scadenza del termine di durata o fino ad esaurimento dei quantitativi disponibili del prodotto.

Quando un’offerta è disponibile, visualizzeremo:

  • L’articolo in offerta.
  • La percentuale di sconto e il prezzo scontato. Lo sconto viene applicato sul prezzo consigliato o sul prezzo applicato su amazon.it prima dell’inizio dell’offerta a seconda dei casi.
  • Un contatore che indica il tempo residuo per poter usufruire dell’offerta.
  • Il pulsante Visualizza l’offerta in caso di varianti disponibili, per esempio taglia o colore differenti.
  • Una barra che indica la percentuale degli articoli già ordinati.
  • Il pulsante Aggiungi al carrello in caso di unica variante.

Come usufruire di un’offerta Amazon?

Per usufruire dell’offerta seguiamo questi passaggi:

  1. Andare alla pagina dedicata all’offerta su amazon.it e verificare che vi siano ancora prodotti disponibili e che l’offerta non sia ancora scaduta.
  2. Cliccare su Aggiungi al carrello dalla sezione dedicata all’offerta per aggiungere il prodotto al carrello.
  3. Nota: è possibile anche visualizzare l’offerta dalla pagina dei dettagli del prodotto. In questo caso, per usufruire dell’offerta verificare di aver selezionato l’opzione Prezzo Offerta lampo prima di aggiungere l’articolo al carrello. Questa opzione non è disponibile per le offerte di venditori terzi: in questo caso è possibile usufruire dell’offerta soltanto cliccando sul pulsante Aggiungi al carrello dalla sezione dedicata all’offerta. Le offerte di venditori terzi sono riconoscibili in quanto il nome del venditore viene visualizzato appena sotto il titolo dell’articolo.
  4. L’articolo resterà nel carrello al prezzo dell’offerta lampo per 15 minuti. Per beneficiare dell’offerta occorre inoltrare l’ordine prima della scadenza di questo termine ed entro il periodo di validità dell’offerta. Il tempo residuo entro cui è possibile effettuare l’ordine per beneficiare dell’offerta verrà visualizzato sulla pagina dei dettagli del prodotto.
  5. Cliccare su Ordina per inoltrare l’ordine. Prima di inoltrare l’ordine, verificare che lo sconto sia stato applicato all’importo totale dalla pagina di riepilogo dell’ordine.

Per maggiori informazioni è possibile consultare le condizioni delle offerte lampo e le condizioni delle offerte giornaliere di Amazon.

Specifichiamo inoltre che i clienti Amazon Prime avranno accesso alle offerte 30 minuti prima degli altri clienti.

Le migliori offerte Amazon di oggi

Di seguito segnaliamo le migliori offerte del giorno proposte da Amazon per i nostri lettori.

Smartphone e accessori

Caricabatterie portatile Anker da 20100mAh dotato di 2 porte USB

Smartphone Blackview P2 Lite (Android 7.0, fotocamera 13 MP + 8 MP, 32GB ROM+3GB RAM, MTK6753 Octa-Core, OTG, lettore impronte digitali)

Supporto smartphone per auto iAmotus (360 gradi di rotazione)

MixMart Bambù – Organizzatore multi-dispositivo per smartphone e tablet

 

Informatica

Mini PC Windows 10 Beelink M1 (Apollo Lake N3450, HD Graphics, 4 GB/64 GB, Gigabit Ethernet, USB3.0, Dual Band Wi-Fi, Dual Output – VGA e HDMI)

Supporto per PC portatile refrigerante e trasportabile per dispositivi da 10 ‘a 15,6’

Unità ottica esterna Sonoka – Lettore e masterizzatore USB esterno per DVD e CD compatibile con Mac/OS/XP/Vista/Linux/Win7/Win8/Win10

DBPOWER T20, Mini Proiettore LCD da 1500 Lumen – Supporto 1080P, HDMI USB, SCHEDA SD, VGA, AV, con Cavo HDMI Gratuito

Sport e tempo libero

Fitness Tracker GanRiver – Pedometro senza connessione Bluetooth – Activity Tracker contapassi e calorie / Distanza / Salute sonno / Data e ora / Velocità etc.

Occhiali da sole sportivi Sincewe – Anti-UV 400 con 5 Lenti Intercambiabili, uomo e donna, antivento

Action Cam WiMiUS – Fotocamera e videocamera (fino a 4K) da 16MP, WIFI, impermeabile, con telecomando 2.4G + 2 Batterie + 25 accessori

Drone telecomandato Mini Quadcopter RC  – 6-Assi, giroscopio, controllo remoto, dotato di fotocamera da 0.3MP

Ricordiamo che nella pagina offerte di Amazon è possibile trovare altri numerosi prodotti in sconto oltre a quelli da noi elencati.

Vi invitiamo inoltre ad inserire questa pagina tra i vostri preferiti del browser e tornare giornalmente per consultare le offerte da noi selezionate, potrebbero esserci degli imperdibili affari ad attendervi.

Inps: come calcolare la pensione

Posted on : 17-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Calcolo contributivo, retributivo e misto: come sapere quale sarà la tua pensione.

Calcolare la pensione non è molto semplice, perché sono necessari diversi passaggi per stabilire l’ammontare della prestazione a cui si avrà diritto. Inoltre, il calcolo della pensione non è uguale per tutti, perché, a seconda della propria anzianità contributiva si può essere soggetti al calcolo retributivo, misto o contributivo (quest’ultimo sistema di calcolo deve essere comunque applicato a tutti a partire dall’anno 2012).

Questi tre sistemi di calcolo, peraltro, valgono soltanto per le principali gestioni Inps, mentre non valgono per gestioni previdenziali differenti, anche se possono risultare simili.

Vediamo allora, nel dettaglio, come funzionano i differenti sistemi di calcolo della pensione vigenti nella generalità delle gestioni previdenziali facenti capo all’Inps, per capire come calcolare la pensione.

Calcolo retributivo della pensione

Il calcolo retributivo della pensione si applica ai lavoratori che possiedono almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, è basato sulle ultime retribuzioni percepite dal pensionato ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sulle settimane possedute al 31 dicembre 1992;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sulle settimane possedute al 31 dicembre 2011.

In particolare, il calcolo della quota A si effettua in questo modo:

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • la retribuzione media rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Il calcolo della quota B si effettua invece in questo modo:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno preso in considerazione;
  • la retribuzione media rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1993 al 31 dicembre 2011 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione.

Ad esempio se il lavoratore, assoggettato al calcolo puramente retributivo della pensione, ha una retribuzione media pensionabile pari a 1.000 euro e 40 anni di contributi, dovrà effettuare la seguente operazione:

  • 1.000 x 40 x 2%;
  • cioè 1.000 x 80%;
  • otterrà pertanto 800 euro di pensione.

Il metodo o sistema reddituale, utilizzato per i lavoratori autonomi, si basa sullo stesso sistema di computo, ma considera ai fini della quota A gli ultimi 10 anni di reddito e nella quota B gli ultimi 15 anni.

Dal 2012, come anticipato, anche ai contribuenti “retributivi puri” si applica il calcolo contributivo.

Calcolo misto della pensione

Il calcolo misto della pensione è applicato ai lavoratori che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995; segue gli stessi principi del calcolo retributivo, ma ai fini della quota B sono computate soltanto le settimane di contributi possedute dal 1993 al 31 dicembre 1995, anziché al 31 dicembre 2011.

Dal 1996 ai contribuenti misti si applica il calcolo contributivo.

Calcolo contributivo della pensione

Il calcolo contributivo è utilizzato con riguardo ai contributi versati:

  • a partire dal 1996, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre1995 (cioè ai contribuenti che applicano il metodo misto);
  • a partire dal versamento del 1° contributo, per chi non ha anzianità contributiva al 31.12.1995;
  • per tutta la contribuzione posseduta, per chi opta per tale sistema di calcolo, scegliendo di pensionarsi con Opzione Donna, Opzione contributiva Dini o Computo nella Gestione Separata;
  • a partire dal 2012, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè ai contribuenti ex “retributivi puri”).

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa (montante contributivo), rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile, il coefficiente di trasformazione.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31.12.1995;
  • la quota B, dal 1.1.1996 in poi.

Calcolo contributivo della pensione: quota B

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla quota B, bisogna innanzitutto:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva media decennale prevista dall’Inps (per le altre categorie di lavoratori);
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del prodotto interno lordo nominale che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Calcolo contributivo della pensione: quota A

Per determinare la quota A del trattamento, il procedimento è più complicato: in primo luogo, questa quota deve essere calcolata solo per chi ha optato per il sistema contributivo, in quanto, se il conteggio è contributivo poiché il primo versamento è posteriore al primo gennaio 1996, ovviamente non esiste alcuna quota A.

La parte di montante contributivo riferito alla quota A è data dal prodotto tra:

  • il numero complessivo di anni di contributi maturati sino al 31.12.1995;
  • la media delle contribuzioni annue (ricavata dalla retribuzione imponibile per l’aliquota contributiva vigente) del periodo 1986-1995 o 1993-1995 per i dipendenti pubblici, rivalutate.

Gli anni di contributi che precedono il periodo di riferimento (cioè quelli che precedono i 10 anni o i 3 anni presi a riferimento per il calcolo della media contributiva ante 1996) sono valutati ponderandoli con il rapporto tra:

  • l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno;
  • la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 o 3 anni che precedono quello in cui viene esercitata l’opzione.

Questo complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo:

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della quota A e della quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

In base al procedimento illustrato, se un lavoratore possiede un montante contributivo totale (quota A più quota B) di 300mila euro, e si pensiona, col calcolo interamente contributivo, a 60 anni esatti nel 2017, avrà diritto a:

  • una pensione annua di 13.767 euro (300mila per 4,589%, il coefficiente di trasformazione valido per chi si pensiona a 60 anni);
  • una pensione mensile (assegno annuo diviso 13 mensilità) di 1.059 euro.

Prescrizione pillola del giorno dopo

Posted on : 17-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tra i contraccettivi che riducono il rischio di gravidanze indesiderate c’è anche la pillola del giorno dopo: cos’è? Serve la ricetta?

Da qualche anno è in commercio in Italia, ha provocato dibattito e ancora ne provoca e non sempre è chiaro di cosa si tratti e come funzioni la pillola del giorno dopo. Se ormai quella anticoncezionale è entrata nella quotidianità di molte donne e molte coppie, la pillola del giorno dopo ancora no. Almeno non proprio. La prima cosa da fare è non confondere le due, perché sono diverse, anche se alla base c’è il comune scopo medico di evitare una gravidanza, che in un particolare momento della vita di una coppia non si desidera. Attenzione a non confonderla inoltre con la pillola per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ru-486), perché anche questa ha tutta un’altra funzione. Vediamo allora come funziona la pillola del giorno dopo e come si prescrive.

Pillola del giorno dopo: cos’è

La pillola del giorno dopo rientra tra i cosiddetti farmaci di contraccezione d’emergenza o, più scientificamente, contraccezione post-coitale. È a tutti gli effetti un metodo farmacologico venduto anche in Italia [1] che, se assunto entro un certo lasso di tempo dopo un rapporto sessuale, riduce il rischio di una gravidanza indesiderata. Si trova in commercio con i nomi Norlevo o Levonelle e Elleone.

In realtà dovremmo parlare al plurale, perché esistono due tipologie di pillole del giorno dopo:

  • La pillola del giorno dopo (Norlevo)
  • La pillola dei cinque giorni dopo (Ellaone)

Come funziona

Questa pillola, appunto, entra in gioco a seguito di un rapporto sessuale non protetto, oppure con protezione fallita (ad esempio a causa di rottura profilattico o dimenticanza nell’assunzione della pillola anticoncezionale).

Il principio attivo della pillola del giorno dopo si basa sull’ormone Levonorgestrel (si trova anche in alcune pillole anticoncezionali ma in quantità molto ridotte) mentre la pillola dei cinque giorni dopo è a base di ulipristal acetato. Entrambe una volta assunte prevengono o ritardano l’ovulazione, impedendo così che l’ovulo possa essere fecondato.

Per farlo però la pillola del giorno dopo (Norlevo) deve essere assunta entro le 72 ore (tre giorni) dal rapporto sessuale, mentre la pillola dei cinque giorni dopo, (Ellaone) deve essere assunta entro 120 ore (cinque giorni appunto) dal rapporto. Prima si assumono maggiore sarà il loro effetto e quindi maggiore sarà la protezione contro il rischio gravidanza. Al contrario, più ore passano e più perdono la loro efficacia.

Prescrizione pillola del giorno dopo: serve la ricetta?

Le regole per la prescrizione sono diverse, a seconda che la donna che la richiede sia maggiorenne o minorenne. In Italia è comunque stato stabilito [2] che per le donne maggiorenni non è più necessaria la ricetta medica. Quindi:

  • Donne dai 18 anni in su (maggiorenni) – la pillola si trova in commercio in farmacia o parafarmacia senza obbligo di ricetta medica o prescrizione. Non è comunque un farmaco da banco.
  • Donne di età inferiore ai 18 anni (minorenni) – è ancora obbligatoria la ricetta medica, e non è ripetibile.

La prescrizione per le donne minorenni può essere fatta andando, accompagnate da un familiare oppure da sole:

  • Dal proprio medico di base
  • Al Consultorio
  • Dal ginecologo
  • Al Pronto soccorso
  • Dalla Guardia medica

Pillola del giorno dopo: è aborto?

Il dibattito che tanto infiamma la società riguarda la classica domanda che ci si pone quando si parla di gravidanza indesiderata: ma la pillola del giorno dopo è abortiva?

A questo proposito possiamo solo dire che sono intervenute L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) a chiarire la questione. Entrambe hanno infatti stabilito che questo tipo di pillola non provoca l’aborto, perché interviene bloccando l’ovulazione, fermando quindi il processo di fecondazione dell’ovulo. Non ha invece alcun effetto sui livelli di progesterone, quando c’è già stato l’annidamento.

 È consentita l’obiezione di coscienza?

Anche alla luce di queste conclusioni, sulla possibilità che il medico a cui ci si rivolge possa rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo per motivi etici, è intervenuto il Tar del Lazio [3], sostenendo che i medici possono opporsi all’aborto – invocando appunto l’obiezione di coscienza -, ma non alla somministrazione di contraccettivi come la pillola del giorno dopo. Quindi niente obiezione di coscienza. Il ginecologo del consultorio o del pronto soccorso è tenuto a prescrivere contraccettivi d’emergenza come questa pillola e non si può rifiutare.

Diabete: il diritto all’invalidità

Posted on : 17-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A seconda del tipo e della gravità del diabete, ci sono diverse percentuali di invalidità che consentono di avere agevolazioni assistenziali ed economiche.

Il diabete è una malattia cronica che, come tale, dà diritto all’invalidità. A seconda dello stadio e della gravità della patologia, la legge prevede diverse percentuali di invalidità che danno al diabetico alcune agevolazioni.

Ricordiamo, infatti, che il diabete non solo può provocare problemi di salute gravi, ma comporta anche un cambiamento importante nello stile di vita del malato. Chi soffre di diabete deve gestire le proprie cure regolarmente, soprattutto quando deve somministrarsi da solo l’insulina. Se la patologia non presenta gravi complicanze, il diabetico è in grado di svolgere normalmente la sua attività lavorativa ma, tuttavia ha bisogno di spazi propri – anche al lavoro – per le terapie e per tenere sotto controllo la sua salute. Vediamo, allora, in che cosa consiste il diritto all’invalidità di chi soffre di diabete.

Il diritto all’invalidità per chi soffre di diabete

L’abbiamo appena accennato: a seconda del tipo e della gravità del diabete ci sono percentuali diverse di invalidità. Nello specifico:

  • diabete mellito di tipo 1 o 2 con complicanze micro-macroangiopatiche e manifestazioni cliniche di medio grado: invalidità dal 41% al 50%;
  • diabete mellito insulino-dipendente con mediocre controllo metabolico e iperlipidemia o con crisi ipoglicemiche frequenti nonostante la terapia: invalidità dal 51% al 60%;
  • diabete mellito complicato da grave nefropatia e/o retinopatia proliferante, maculopatia, emorragie vitreali e/o arteriopatia ostruttiva: invalidità dal 91% al 100%.

Diabete e invalidità: a che cosa danno diritto le percentuali

Ogni percentuale di invalidità dà diritto ad un tipo di agevolazione, assistenziale o economica:

  • invalidità superiore al 46%: inserimento nelle categorie protette del lavoro. Non è detto, pertanto, che tutti i soggetti affetti da diabete possano usufruire di questo beneficio. È a rischio, ad esempio, chi rientra nella prima fascia, cioè quella con la percentuale dal 41% al 50%. I diabetici possono confrontarsi con i patronati per capire se hanno diritto ad essere inseriti in una categoria protetta;
  • invalidità tra il 91% ed il 100%: assegno di inabilità quando la malattia è in uno stadio avanzato, a tal punto di non consentire al paziente di condurre una vita normale pur seguendo una cura specifica. L’assegno è concesso ai soggetti che soffrono di diabete mellito a cui segue una grave forma di nefropatia (malattia dei reni) e/o retinopatia (pesanti disturbi visivi) ed altre patologie che portano la percentuale di invalidità in questa fascia. Sono necessari almeno 5 anni di contributi, di cui 3 anni versati nell’ultimo quinquennio;
  • la pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro, per i soli dipendenti pubblici (i requisiti di contribuzione sono diversi a seconda del tipo di pensione e per i dipendenti dello Stato, degli enti locali e del comparto sanità pubblica);
  • esenzione dal ticket sanitario per patologia. La si può richiedere all’Asl di competenza dopo avere accertato la patologia in una struttura pubblica. L’Azienda sanitaria locale rilascia un certificato da portare al medico curante, il quale provvederà ad inserirlo nel proprio database. A quel punto, il medico di base segnalerà l’esenzione sulla ricetta ogni volta che dovrà prescrivere un farmaco, una visita medica di controllo o una cura;
  • agevolazioni della Legge 104/92. Si tratta di assegni, permessi o altri vantaggi per l’assistenza ai diabetici. L’ammontare dell’assegno o dei giorni di permesso dipende dal grado di invalidità del diabetico: dal 74% in su, si può ricevere un assegno calcolato in base al reddito. Se la percentuale di invalidità arriva al 100%, come abbiamo visto prima, si ottiene la pensione. Nei casi di diabete in stadio grave, i parenti del paziente hanno diritto ad ore di permesso sul lavoro per poterlo assistere.

 

Diabete: come si chiede l’invalidità

La richiesta di invalidità civile va fatta dopo che il diabete è stato diagnosticato e, successivamente, certificato dal medico curante.

Il certificato va inviato per via telematica all’Inps, dopo di che, sempre per via telematica, si invia all’Istituto di previdenza la richiesta di invalidità, allegando di nuovo il certificato ed eventuali altri documenti richiesti. Il paziente può appoggiarsi ad un patronato per effettuare questa operazione.

L’Inps convocherà l’interessato per una visita medica davanti all’apposita Commissione, la quale si pronuncerà accogliendo o rifiutando la domanda.

Nel caso in cui l’invalidità non venga riconosciuta, l’interessato può contestare il verbale e fare ricorso entro 6 mesi dalla notifica.

Diabete e invalidità: diritto alla pensione anticipata

Il lavoratore diabetico ha diritto alla pensione anticipata solo se ha una percentuale di invalidità elevata ed i requisiti di contribuzione.

Nello specifico, chi soffre di diabete ha diritto a:

  • la pensione di vecchiaia anticipata, a 55 anni e 7 mesi di età per le donne e 60 anni e 7 mesi per gli uomini, se si possiedono almeno 20 anni di contributi e se l’invalidità è almeno pari all’80%; questo tipo di pensione non è riconosciuta ai dipendenti pubblici e, per ottenerla, è necessario attendere una finestra di 12 mesi dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione;
  • una maggiorazione pari a 2 mesi di contributi figurativi in più ogni anno, se l’invalidità è almeno pari al 74%.

 

Altre agevolazioni per chi soffre di diabete

Ottenuto il grado di invalidità che consente a chi soffre di diabete di essere riconosciuto un soggetto disabile, il paziente e le persone che l’hanno fiscalmente a carico possono usufruire di una detrazione fiscale del 19% sulle spese di acquisto e di adattamento di un’auto. Quest’agevolazione viene riconosciuta a persone che non possono guidare perché non vedenti o gravemente limitate nei movimenti (ovviamente, a quel punto, si metterà al volante la persona che lo assiste) e alle persone che, pur soffrendo di diabete, riescono a guidare una macchina adattata alle loro condizioni muniti di patente speciale.

Viene riconosciuta l’Iva agevolata al 4% sull’acquisto dell’auto e, in alcune regioni, l’esenzione permanente dal bollo.

Chi soffre di diabete può rifiutarsi di fare l’alcoltest, purché l’impedimento a farlo sia certificato da un pneumologo.

C’è anche un piccolo sconto fiscale per le spese di assistenza non professionale a persone con gravi difficoltà nel compiere atti di vita quotidiana. In pratica, un’agevolazione per i diabetici che, a causa del progredire della malattia, hanno bisogno di una badante.