Insultare il medico del pronto soccorso è reato?

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il medico è un pubblico ufficiale? Si può essere puniti per oltraggio a pubblico ufficiale, ingiuria o diffamazione?

Se non sei mai stato in un pronto soccorso non puoi immaginare quale tensione si respiri nei corridoi. Non è solo l’apprensione per la salute propria o di un caro, quanto il malcontento per i tempi necessari a una visita specialistica, un’analisi, un accertamento strumentale, un intervento. La colpa non è certo dei medici: chi li ha osservati nello svolgimento dei propri doveri è consapevole delle gravi carenze di organico che caratterizzano i nostri ospedali. Tutto ciò non vale a consolare chi sta da ore in sala d’attesa. Così non è raro che, vinto dall’ansia e dai dolori, qualcuno si faccia sentire ed alzi la voce. Se la rabbia però si manifesta in insulti all’indirizzo di una persona specifica è possibile pagarne le conseguenze a livello legale. Insultare il medico del pronto soccorso è reato? Assolutamente sì, anche se il capo di imputazione può essere differente a seconda della condizione e della condotta. Vediamo più da vicino cosa rischia chi offende un medico.

Il medico è un pubblico ufficiale

Offendere una persona, rivolgendosi a lei con insulti di tutti i tipi, non è reato. Lo era un tempo, quando l’ingiuria costituiva un illecito previsto dal codice penale. Questo comportamento, però, nel 2106 è stato depenalizzato. Oggi pertanto chi è stato ingiuriato può solo chiedere il risarcimento del danno in via civile, fatta salva – all’esito del processo – una multa da pagare allo Stato.

La possibilità che un’offesa rivolta “a tu per tu”, ossia “in faccia alla vittima”, rientri ancora tra i reati puniti dal nostro ordinamento è confinata all’ipotesi in cui l’offeso sia un pubblico ufficiale, qualifica però che gli deve essere attribuita dalla legge.

Il cosiddetto «oltraggio a pubblico ufficiale» però si verifica solo se avviene in presenza di più persone, nei confronti di una persona che sta svolgendo i propri compiti istituzionali e proprio a causa di questi.

Ad esempio, offendere il sindaco perché ha parcheggiato l’auto in seconda fila non è oltraggio a pubblico ufficiale; lo è invece se gli si dà del ladro nella gestione dei soldi del Comune.

Il medico del pronto soccorso, così come uno del reparto o lo stesso primario, è un pubblico ufficiale. Lo ha chiarito più volte la Cassazione [1].

Solo l’attività libero-professionale, cosiddetta intra moenia, svolta dal medico all’interno dell’ospedale è sottoposta a regime privatistico; ne consegue che in relazione a siffatta attività il medico non riveste la qualifica di pubblico ufficiale nè di incaricato di pubblico servizio [2]

Sulla natura del medico convenzionato si scontrano due diverse interpretazioni. Secondo la prima «riveste la qualificazione di incaricato di pubblico servizio il medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale, in quanto investito di inscindibili funzioni di carattere pubblicistico, aventi nel contempo natura sanitaria e amministrativa, sia nello svolgimento dell’attività certificativa, sia nell’espletamento di attività a questa prodromiche [3]». Secondo invece la seconda «il medico convenzionato con l’Asl riveste la qualifica di pubblico ufficiale e non quella di incaricato di pubblico servizio e tale qualifica rimane inalterata anche quando il sanitario opera al di fuori dell’ambito territoriale assegnatogli, come avviene quando lo stesso esegue una visita o prescrive farmaci a cittadino residente “fuori regione”) [4]».

Quando insultare un medico del pronto soccorso è oltraggio a pubblico ufficiale

Posta la sua funzione di pubblico ufficiale, l’offesa al medico del pronto soccorso costituisce oltraggio a pubblico ufficiale e quindi reato. L’offesa deve essere pronunciata davanti ad altre persone e proprio in ragione dei compiti che il medico sta svolgendo, non per altre ragioni personali (ad esempio il risentimento per un debito di gioco o per un torto subito da un familiare).

Insultare un medico può essere diffamazione

Se il medico non è presente e tuttavia ne parli male commetti ugualmente reato, che in questo caso è quello di diffamazione. Anche in questo caso devi trovarti in presenza di più persone. Deve inoltre trattarsi di un insulto rivolto non all’organizzazione dell’ospedale ma al singolo sanitario, alla sua persona. Ad esempio dire «Qui si poltrisce» non è reato così come non lo è «La categoria dei medici è fatta da nullafacenti» perché ci si riferisce a un gruppo ampio di persone. Se però si dice «Il medico Mario Rossi ruba i soldi allo Stato perché non fa nulla e fa passare prima solo i suoi amici» si commette diffamazione e quindi si è punti penalmente.

Prescrizione: sospensione e interruzione

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Recupero crediti: tutti i casi in cui il termine di prescrizione si interrompe o si sospende.

Il legislatore ha previsto fattispecie particolari che impediscono il decorrere dei termini di prescrizione. In termini semplici, la prescrizione non è altro che il “tempo utile” per far valere un proprio diritto.

Ci sarà quindi un momento iniziale, dal quale questo timer inizierà a ticchettare, ed un momento finale, che sancirà l’estinzione del diritto che non potrà più essere azionato giuridicamente.

Però durante il corso del tempo che conduce a questo termine ci sono dei casi particolari in cui l’orologio può fermarsi, prendere una pausa: in quel periodo intermedio la prescrizione si ferma e poi riprende. Questa è la sospensione della prescrizione.

Ci sono invece altri casi in cui l’orologio che conteggia la prescrizione si azzera ed il conteggio del termine riparte da capo, ricomincia da zero. Questa è l’interruzione della prescrizione.

Sapere cosa sono questi fenomeni, quando si verificano e come si conteggiano è molto importante per capire se la prescrizione è maturata oppure no e quanto manca al suo compimento.

Vediamo allora più da vicino la prescrizione in generale e poi questi fattori che la fermano o la interrompono e che sono, come abbiamo anticipato, la sospensione e l’interruzione.

Prescrizione: quando inizia a decorrere?

Di norma la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere [1] quindi non può iniziare prima di tale momento. Da quando il diritto può essere esercitato, il suo titolare deve muoversi. E’ come se il legislatore gli dicesse che non può rimanere inerte troppo a lungo, altrimenti il suo diritto si estinguerà: il credito vantato non potrà essere più riscosso oltre un certo termine.

La prescrizione dei diritti è necessaria per evitare che certi rapporti giuridici possano rimanere vivi troppo a lungo e quindi si impone al titolare di esercitarli entro un tempo ragionevole. Ad esempio se devi riscuotere un credito il termine ordinario è di dieci anni, entro il quale devi attivarti per richiedere la restituzione – per fare questo basta una lettera di diffida e messa in mora – ed oltre il quale non potrai più agire: il tuo credito sarà estinto per prescrizione.

Si è affermato che solo l’impossibilità di far valere il diritto, derivante da cause giuridiche che ostacolino il suo esercizio, costituisce fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione ed in questo caso essa non comincia a maturare. Invece la prescrizione decorre regolarmente quando c’è un’ipotesi di impedimento soggettivo o di ostacolo di mero fatto come, ad esempio, l’ignoranza da parte del titolare dell’evento generatore del suo diritto [2].

In sostanza, non puoi cercare di impedire il decorso della prescrizione dicendo di aver perso il contratto o di esserti dimenticato di riscuotere la fattura sollecitando il tuo debitore; se invece in un rapporto sei la parte debole, come il lavoratore nei confronti del datore, è giusto che il termine della prescrizione non inizi a scorrere fin quando il rapporto lavorativo è in corso; così come se il tuo diritto nasce da un fatto di cui sei inconsapevole senza alcuna tua colpa.

Ad esempio, chi contrae una malattia professionale se ne accorge a distanza di molti anni dall’epoca in cui, lavorando, era stato esposto agli agenti che l’hanno provocata. La malattia è a lenta insorgenza e passa parecchio tempo tra il momento in cui essa inizia e quello in cui si manifesta e diventa conclamata e riconoscibile.

In questi casi la prescrizione del diritto al risarcimento inizia a decorrere solo dal giorno in cui il lavoratore si è reso conto di avere quella malattia, ne ha percepito i sintomi e se l’è fatta diagnosticare. Invece, nel caso di infortunio sul lavoro, la prescrizione inizia a decorrere già dal momento del fatto traumatico accaduto, di cui si viene immediatamente a conoscenza.

Un altro caso ancora è quello della prescrizione del tfr: inizia a conteggiarsi non dal momento in cui le somme di competenza del lavoratore vengono annualmente accantonate dal datore di lavoro, ma soltanto da quando il rapporto di lavoro cessa. Quindi se hai iniziato a lavorare nel 1983 con un unico datore e hai cessato il rapporto di lavoro nel 2018, sarà da questo momento che inizierà a conteggiarsi la prescrizione per l’intero tfr che comprenderà tutte le somme relative agli anni precedenti.

La sospensione della prescrizione

La prescrizione è uno strumento previsto dall’ordinamento per incentivare il titolare di un diritto ad esercitarlo in tempi ragionevoli senza aspettare troppo a lungo, in modo che ci sia certezza nei rapporti giuridici.

La speditezza dei traffici commerciali richiede che le questioni che riguardano tutti i diritti da azionare (dalle tasse alle somme spettanti a lavoratori ai pagamenti che derivano da contratti, fatture e obbligazioni) non possono rimanere “sospese” per un periodo di tempo eccessivamente lungo.

Prova a metterti dal lato del debitore verso il Fisco e pensa a quando le tasse vanno in prescrizione: ogni tributo ha il suo termine (10 anni l’Iva, 5 anni l’Imu, 3 anni il bollo auto, ecc.) e comprenderai come sia necessario attivarsi – in questo caso da parte dello Stato verso il contribuente – per cercare di riscuoterlo senza aspettare troppo a lungo. La sanzione per chi non si muove entro i termini imposti è l’estinzione del credito: quando la cartella è prescritta non bisogna più pagare nulla, tutto il debito è cancellato.

Ci sono però dei casi in cui la legge considera giustificata – per un certo periodo – l’inerzia del titolare del diritto [3]: in questi casi si applica la sospensione della prescrizione e si “giustifica” il mancato esercizio del diritto entro i termini normali, al punto di bloccarli nel loro scorrere. Si ferma il cronometro e si dà modo al corridore (il creditore che deve muoversi) di prendersi una pausa.

Ciò avviene quando ci sono particolari rapporti tra il soggetto attivo (colui che deve ricevere la prestazione, ad esempio il pagamento e se non lo riceve entro un certo tempo può agire in giudizio)  ed il soggetto passivo del diritto (colui che è obbligato a pagare e può essere chiamato in causa se non lo fa).

La prescrizione rimane infatti sospesa:

  • tra i coniugi;
  • tra chi esercita la potestà genitoriale o i poteri a essa inerenti e le persone che vi sono sottoposte;
  • tra il tutore e il minore o l’interdetto soggetti alla tutela;
  • tra il curatore e il minore emancipato o l’inabilitato;
  • tra l’erede e l’eredità accettata con beneficio d’inventario;
  • tra le persone i cui beni sono sottoposti per legge o per provvedimento del giudice all’amministrazione altrui e quelle da cui l’amministrazione è esercitata;
  • tra le persone giuridiche ed i loro amministratori finché sono in carica, per le azioni di responsabilità contro di essi;
  • tra il debitore che ha dolosamente occultato l’esistenza del debito e il creditore, finché il dolo non sia stato scoperto.

Come vedi, sono tutti casi in cui i particolari rapporti che esistono tra le parti (creditore e debitore sono marito e moglie, o genitore e figlio minore, società e amministratore, ecc.) giustificano il fatto che il creditore abbia la facoltà di aspettare a richiedere l’adempimento della sua controparte; sempre e soltanto, però, fin quando quei rapporti sono in corso, dopodichè la prescrizione riprenderà il suo normale decorso.

Altri casi di sospensione della prescrizione sono previsti [4] in favore di determinati soggetti  che si trovino in particolari condizioni, cioè:

  • i minori non emancipati e gli interdetti per infermità di mente, per il tempo in cui non hanno rappresentante legale e per sei mesi successivi alla nomina del medesimo o alla cessazione dell’incapacità;
  • in tempo di guerra, i militari in servizio e gli appartenenti alle forze armate dello Stato e coloro che si trovano per ragioni di servizio al seguito delle forze stesse, per il tempo indicato dalle disposizioni delle leggi di guerra.

Tutti questi casi che abbiamo descritto sono sono da considerarsi tassativi: non può cioè essere prevista la sospensione al di fuori dei casi individuati direttamente e specificamente dal legislatore [5]. Ad esempio, la sospensione della prescrizione stabilita per l’interdetto non può essere estesa al diverso caso dell’incapace naturale che però non sia stato ancora dichiarato interdetto.

Al venir meno della causa di sospensione, il termine di prescrizione ricomincia a decorrere dal momento in cui si era fermato per il verificarsi di una delle suddette ipotesi. In altre parole, la sospensione non toglie valore al tempo già trascorso. Ad esempio, se un diritto ha il suo prescrizione di cinque anni, la causa di sospensione che si verifichi dopo 2 anni e 6 mesi, quando cesserà, farà riprendere il conteggio esattamente da quel punto.

L’interruzione della prescrizione

Istituto diverso è quello dell’interruzione della prescrizione: essa si verifica allorquando il titolare esercita il proprio diritto oppure il soggetto passivo del rapporto riconosce il diritto altrui in modo esplicito [6].

Ad esempio, quando il Fisco ti notifica un’intimazione di pagamento su una cartella che riguarda tributi che si prescrivono in 5 anni e che era stata ricevuta dal contribuente 4 anni e mezzo prima, il termine di prescrizione della cartella esattoriale inizierà a decorrere di nuovo ripartendo da zero. Questo proprio perchè il diritto al recupero del credito – che in questo caso è costituito dal tributo richiesto attraverso la cartella – era stato utilmente esercitato prima che il termine di prescrizione fosse maturato.

Per ottenere questo risultato e quindi far iniziare a decorrere di nuovo la prescrizione ripartendo da capo occorre realizzare uno degli atti interruttivi della prescrizione che devono essere espliciti e formulati in una determinata maniera: ad esempio un sollecito di pagamento fatto con raccomandata e che indichi con precisione la fonte del credito (fattura con numero e data, contratto con gli estremi, sentenza notificata, ecc.) va bene, mentre una richiesta verbale o una lettera semplice no.

Affinché un atto abbia efficacia interruttiva della prescrizione deve contenere, in modo chiaro ed inequivocabile, l’indicazione del soggetto obbligato e della pretesa azionata o della richiesta di adempimento, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora.

La prescrizione è ovviamente interrotta dalla notificazione dell’atto con il quale si instaura un giudizio, che è il modo classico e principale per far valere un diritto (un atto di citazione, un decreto ingiuntivo, un precetto); così come viene interrotta da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore [7].

Per effetto dell’interruzione inizia a decorrere un nuovo periodo di prescrizione, senza tenere conto del tempo trascorso prima dell’atto interruttivo.

Come appare evidente, pur basandosi entrambi gli istituti appena analizzati sul decorso del tempo, tra essi vi è una differenza sostanziale: nel caso della sospensione vi è un’inerzia che, contrariamente alle regole generali, viene giustificata dall’ordinamento per determinate ragioni; nel caso dell’interruzione è invece un’azione (l’esercizio ovvero il riconoscimento del diritto) a far sì che l’interruzione si verifichi.

Se la moglie non fa vedere i figli al padre lo risarcisce

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Separazione e divorzio: perde l’affidamento e paga i danni il genitore che ostacola le visite dei bambini con l’ex coniuge.  

Con la separazione o il divorzio accade spesso, purtroppo, che uno dei due ex coniugi cerchi di impedire le regolari visite ai figli stabilite in favore dell’altro genitore.  Non far vedere i figli al padre, nonostante questo diritto sia previsto dalla legge e dallo specifico provvedimento giudiziale che regola la cessazione del rapporto coniugale, è un’arma meschina, ma utilizzata frequentemente per le più varie ragioni, dietro le quali c’è un risentimento verso l’ex coniuge. Si tratta evidentemente di comportamenti ritorsivi, che danneggiano innanzitutto il bambino, al quale è precluso di poter incontrare il genitore con il quale non abita, ma anche il genitore stesso, che soffre di questa mancanza.

Di solito quando termina un rapporto coniugale e ci sono figli minori si stabilisce, d’intesa tra i genitori oppure per provvedimento del giudice, che essi continuino ad abitare con la madre, anche se l’affidamento è condiviso. Quindi la maggior parte delle volte è il padre ad essere pregiudicato nel proprio diritto di poter vedere i figli nei giorni, orari e periodi appositamente stabiliti per questi incontri.

In questi spiacevoli casi è intervenuta la Corte di Cassazione stabilendo un importante principio: se la moglie non fa vedere i figli al padre lo risarcisce.  Questa pronuncia segna un punto a favore che fa esultare i padri separati. Vediamo quindi cosa ha detto la sentenza ed in quali casi e come può essere fatto valere questo diritto ormai affermato dalla giurisprudenza.

In quali casi scatta il risarcimento

La madre che tenta di ostacolare le visite dei figli da parte del padre rischia non solo di perderne l’affidamento condiviso, ma anche di dover pagare all’ex coniuge il risarcimento del danno. Si tratta del danno non patrimoniale, che consiste nel dolore arrecato al padre da questo comportamento che gli impedisce di poter incontrare i propri bambini e trascorrere il tempo necessario con loro. Lo ha affermato la Cassazione con una specifica e molto chiara sentenza [1].

Si rafforza quindi la tutela in favore dei padri separati, dopo che già la giurisprudenza aveva riconosciuto la possibilità di rinvenire gli estremi della sindrome di alienazione genitoriale (cosiddetta “PAS”) nel caso di comportamento tiranno della donna, volto a screditare la figura paterna agli occhi dei figli.

L’orientamento dei giudici in questi spiacevoli casi è costante: la regola generale dell’affidamento condiviso (in base alla quale entrambi i genitori conservano gli stessi diritti, doveri e potestà sui minori, anche in caso in cui i figli siano allocati presso uno solo dei due) non va più applicata quando essa pregiudichi la loro crescita e il rapporto con entrambi i genitori.

E’ il caso in cui uno dei due genitori si macchi di gravi colpe verso i propri figli: in tal caso chi è responsabile perde l’affidamento condiviso e scatta l’affidamento esclusivo a favore dell’altro genitore. Non c’è dubbio che ostacolare le visite con l’altro genitore (nella maggior parte dei casi pratici è al padre che vengono impedite) possa costituire un serio pregiudizio per la crescita equilibrata e serena dei figli. Nel loro interesse, dunque, i giudici dispongono l’affidamento esclusivo dei minori al genitore “non colpevole”.

La Cassazione però non si ferma qui: aggiunge anche la necessità di risarcire il danno per il patimento morale arrecato all’ex coniuge che è stato ingiustamente allontanato dai propri figli.  Questa voce di danno, per sua natura non potendo essere determinata nel suo preciso ammontare – va liquidato dal giudice in via equitativa, ossia secondo quanto a questi appare giusto.

Nel caso esaminato dalla Cassazione una madre era stata condannata al risarcimento di 10mila euro per aver ostacolato i rapporti tra padre e figlio, somma però ritenuta non congrua dall’uomo. La donna aveva denunciato il marito per pedofilia ai danni del figlio, ma la denuncia era poi stata archiviata. A seguito di questa triste vicenda, la Cassazione ha confermato, sotto l’aspetto civilistico, l’illecito comportamento della madre che aveva impedito in modo ingiustificato i rapporti tra il padre e il piccolo e le ha revocato l’affidamento dei minori, stabilendo il diritto del padre al risarcimento.

I tanti casi di ostacolo nel diritto di visita

Al di là del caso specifico esaminato dalla Cassazione e guardando il problema in generale, dobbiamo constatare che sono purtroppo numerosi i casi di padri separati che lamentano l’impossibilità di vedere il proprio figlio a seguito della separazione o divorzio. A volte si tratta di rifiuti espliciti e di ostacoli espressamente posti dalla ex moglie ai contatti tra i due, altre volte ci sono influenze psicologiche di quest’ultima sulla prole che indiucono i minori a distaccarsi o addirittura odiare una figura che non riconoscono più essere quella paterna. Anche in questo caso, a seguito di perizie psicologiche sulla prole, è possibile risalire all’illecito comportamento del genitore collocatario e alla revoca dell’affidamento condiviso.

Bisogna ricordare che il diritto di visita del genitore non affidatario è stabilito, innanzitutto, nell’interesse dei figli a mantenere rapporti con entrambi i genitori anche dopo la loro separazione e fine della convivenza; perciò questo diritto opera non solo nei normali casi di affidamento condiviso ma sempre e dunque anche in favore del genitore non affidatario o presso il quale comunque i figli non abitano, perché deve essergli riconosciuto di poter proseguire il rapporto affettivo con loro.

Il padre, cioè, a prescindere dal regime di affidamento stabilito, ha il diritto di continuare ad essere presente in tutto il lungo e delicato percorso di crescita dei figli, sostenendoli non solo materialmente (nei casi in cui si è stabilita la corresponsione di un assegno periodico per il loro mantenimento) ma anche moralmente: la possibilità di visita è un modo indispensabile per mantenere e sviluppare questa presenza anche dopo la separazione dal coniuge. Per questo il diritto di visita costituisce non soltanto un diritto, ma anche un preciso dovere da parte del genitore.

Violazione del diritto di visita: rimedi e tutele

Negare il diritto di visita del genitore ai figli adottando comportamenti ostruzionistici costituisce un illecito punito sia a livello civile che in ambito penale. I casi concreti possono essere i più vari: purtroppo la fantasia non ha limiti e spesso avviene che chi vuole evitare di far incontrare i figli all’ex coniuge inventi le scuse più varie guardacaso proprio in concomitanza dei giorni ed orari prefissati.

L’essenziale per arrivare all’illecito è che questi ostacoli non siano episodici e che non siano giustificati da una motivazione: ad esempio se il bambino sta male davvero. Quando invece il rifiuto si ripete costantemente e per lunghi periodi e non vengono forniti motivi seri e convincenti sul perché il bambino non può incontrare l’altro genitore, allora ci sono gli estremi per far scattare l’illecito e ricorrere ai rimedi del caso; così come se ci sono influenze psicologiche perduranti volte a screditare la figura paterna cercando di allontanare in tutti i modi i figli dal padre.

È reato impedire al padre di vedere i figli

La più importante e radicale tutela nei casi di violazione del diritto di visita del papà è quella penale [2]: c’è infatti la violazione di un ordine del giudice, sancito nel provvedimento di separazione o di divorzio, in materia di affidamento dei figli minori.

Dunque devi sapere che impedire al padre di vedere i figli costituisce reato: anche questo principio è stato fissato dalla Cassazione [3] che è intervenuta in maniera severa affermando il principio secondo cui la condotta ostruzionistica e ripetuta nel tempo, finalizzata a impedire le regolari visite del padre ai figli, lede il diritto del genitore ostacolato ad incontrare i figli e a mantenere il rapporto con loro.

La condotta ostruzionistica che costituisce reato consiste nell’eludere, con qualsiasi mezzo, il contenuto del provvedimento del giudice riguardante le modalità in cui deve estrinsecarsi il diritto di visita. Eludere è qualcosa di più che inosservare: per raggiungere la soglia di rilevanza penale occorre appunto che il diritto di visita sia stato volutamente ostacolato (il reato richiede il dolo) e seriamente compromesso (non basta cioè un rifiuto occasionale e sporadico), in modo da frustrare le aspettative del padre al quale è stato negato [4].

Si può quindi sporgere querela nei confronti dell’ex moglie o compagna in modo da avviare il procedimento penale; quando il reato verrà accertato, sarà possibile ottenere il risarcimento del danno.

Si può agire anche in via civile

Nella maggior parte dei casi, quando cessa il rapporto coniugale o di convivenza viene stabilito l’affidamento condiviso dei figli. In questo caso il padre e la madre mantengono gli stessi diritti e doveri su tutti gli aspetti che riguardano la crescita, l’educazione ed il mantenimento dei figli minori.

L’affidamento condiviso ovviamente comporta che i minori abiteranno da uno dei due genitori – di solito la madre – e potranno vedere il padre nelle visite stabilite secondo un calendario prefissato e riportato nel provvedimento del giudice del tribunale che ha disposto o omologato la separazione.

Solo in casi particolari il giudice decide l’affidamento esclusivo dei figli minori ad uno solo dei genitori: ciò avviene quando uno dei genitori si è dimostrato incapace di saperli tutelare e gestire i loro interessi, ad esempio perchè tossicodipendente, criminale, responsabile di violenze su di loro oppure perchè ha abbandonato da tempo il domicilio coniugale disinteressandosi di loro.

Anche in questi casi, però, di solito il giudice nel provvedimento di affidamento indica tempi e modi attraverso cui anche il genitore non affidatario potrà incontrare il figlio minore: l’interesse alla sua crescita e a mantenere un rapporto con entrambe le figure genitoriali non viene meno.

Quindi, a prescindere dal tipo di affidamento che è stato stabilito, la madre deve consentire sempre a che i figli incontrino il padre secondo il calendario prefissato: se non lo fa e cerca di impedire al padre di vederli, è possibile fare un apposito ricorso al giudice [5] chiedendo l’emanazione di un provvedimento che faccia cessare questo indebito comportamento che, ostacolando il diritto di visita, rappresenta una grave inadempienza e reca pregiudizio al minore.

Da qui nei casi più gravi si potrà anche richiedere al giudice stesso la modifica del regime di affidamento: se la madre nega costantemente al padre la possibilità di incontrare i figli, il tribunale potrà revocarle l’affidamento e disporre che i bambini vadano a vivere con il padre.

Il risarcimento per ogni giorno di violazione

Non è tutto. Se la madre non rispetta l’ordine del giudice con l’indicazione dei giorni e degli orari entro cui il padre può esercitare il diritto di visita sui figli è tenuta a pagargli un risarcimento ulteriore per ogni giorno di violazione. Secondo il tribunale di Milano [6] si può applicare la misura risarcitoria e coercitiva prevista dal codice di procedura civile [7] per tutti i casi  in cui, dopo l’emissione della sentenza, la parte soccombente non adempie all’ordine del giudice.

Scatta così questa penale per ogni giorno di ritardo che consiste in un risarcimento giornaliero per la mamma separata che continui ad ostacolare i rapporti dell’ex coniuge col figlio minore: paga alla controparte 50 euro ogni volta che senza motivo impedisce al figlio di pernottare il mercoledì sera dal padre e 30 euro ogni volta che costringe l’ex a passare per casa sua per prendere i libri di scuola o la borsa dello sport del bambino. E ciò si rende necessario per far rispettare l’ammonimento rivolto alla donna, responsabile di atteggiamenti ostativi rispetto ai rapporti fra l’altro genitore e il minore.

Notifica cartelle: termini, compiuta giacenza e modalità

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cartelle Agenzia delle Entrate Riscossione: notifica tramite postino, a mano con il messo e via posta elettronica certificata (Pec): tempi di compiuta giacenza.

Le diverse interpretazioni dei giudici e lo sviluppo delle nuove tecnologie hanno cambiato tempi e modalità con cui vengono notificate le cartelle esattoriali prima di Equitalia, oggi dell’Agenzia delle Entrate Riscossione. Come sappiamo, infatti, alla posta, per così dire, tradizionale si è affiancata quella elettronica, ed in particolare quella certificata, cioè la Pec.

Cambiano i modi, dunque, ma non per questo la notifica è sempre corretta, anzi: qualche vizio è possibile trovarlo ancora, se si sa come guardare bene. Le modalità di notifica delle cartelle, il calcolo dei termini, la compiuta giacenza sono vizi di forma dietro ai quali si cela una sostanza importante che, per il contribuente, può significare il diritto a non pagare il debito con il Fisco.

Per poter raggiungere questo risultato dobbiamo sapere come avviene materialmente la notifica della cartella ed i termini entro cui la consegna dell’atto deve essere fatta, a pena – come dicevamo – di invalidità della cartella stessa.

Come può notificare una cartella l’Agenzia delle Entrate Riscossione?

Ci sono tre modi attraverso cui il contribuente debitore può ricevere una cartella di pagamento dell’Agenzia delle Entrate Riscossione:

  • a mezzo posta, tramite invio di raccomandata a.r. in busta chiusa con avviso di ricevimento, spedita direttamente dall’Agenzia delle Entrate Riscossione e consegnata, a casa del contribuente, dall’amico postino (più amico quando ci consegna un biglietto di auguri anziché una cartella o una multa, ma in fondo lui non c’entra). Si tratta di una modalità semplificata rispetto alla notifica effettuabile tramite raccomandata ordinaria secondo le regole del servizio postale ordinario e non quelle più specifiche previste per gli atti giudiziari. Pertanto, la busta e gli avvisi utilizzati sono di colore bianco;
  • consegna a mano tramite messo notificatore, che redige la relata di notifica in calce alla cartella cioè un’attestazione che essa è stata consegnata al destinatario;
  • a mezzo posta elettronica certificata (Pec) nel qual caso la ricezione si presume avvenuta nel momento in cui il messaggio è stato inoltrato nella casella di posta del destinatario ed il mittente riceve a conferma una apposita ricevuta di avvenuta consegna.

La notifica a mezzo posta

Dunque, come abbiamo appena visto, la cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione può ancora arrivare nel modo più tradizionale, cioè tramite il postino. E’ soprattutto il caso dei privati, perchè le imprese (società o ditte individuali) ed i lavoratori autonomi, come i liberi professionisti, devono sempre disporre di una valida casella Pec e normalmente l’Agenzia Entrate Riscossione utilizza proprio quella per effettuare loro le notificazioni degli atti.

A questo punto, però, bisogna qualche domanda specifica per approfondire i vari casi che possono succedere quando la notifica viene effettuata attraverso la posta.

Sono legittime le notifiche con la posta privata?

La giurisprudenza fino a pochi anni fa era concorde sul fatto che le notifiche debbano avvenire sempre tramite Poste Italiane e non, quindi, tramite corrieri o servizi postali privati. Ora invece i giudici ritengono valida la notifica della posta privata, perchè dal 2017 vi è stata la liberalizzazione del servizio postale e non c’è più il monopolio di Poste Italiane.

Tutto questo a condizione però che l’Agenzia delle Entrate Riscossione abbia consegnato inizialmente il plico a Poste Italiane e che quest’ultima si sia a sua volta valsa del servizio privato per effettuare la consegna materiale.

In questo modo infatti – attraverso la distinta di spedizione fatta dagli Uffici ed accettata dalle Poste – è garantita la data di invio dell’atto, che ha un notevole valore giuridico, per quanto riguarda ad esempio il controllo sul rispetto dei termini di decadenza imposti all’Ufficio e che se superati renderebbero invalido l’atto.

Va tenuto presente che un conto è la spedizione ed un altro conto la ricezione. La prima deve avvenire entro determinati termini imposti dalla legge. Ogni cartella di pagamento, infatti, a seconda del tributo a cui si riferisce (Irpef, Iva, Imu, bollo auto, ecc.) ha dei precisi termini di decadenza. E’ necessario controllarli bene per accorgersi del loro superamento: questo consentire di ricorrere in modo da ottenere dal giudice l’annullamento dell’atto impositivo, con la conseguenza che non bisognerà più pagare nulla.

Inoltre occorre sapere che tutti gli operatori postali privati devono essere preventivamente autorizzati dallo Stato per poter notificare validamente atti giudiziari, cartelle e multe. I requisiti per il rilascio di questa pubblica licenza sono stabiliti con un apposito regolamento emanato ed entrato in vigore nel 2018. Se il servizio privato che ha notificato la cartella non rientra tra questi, la notifica sarà nulla.

Che succede se il postino non mi trova a casa?

I genitori che lavorano, i figli che sono a scuola, il postino che suona e non trova nessuno a casa anche semplicemente perchè il citofono è rotto o la persona in casa è distratta. Che succede? Se non è possibile consegnare la cartella perché il destinatario (come «l’utente da Lei chiamato») è momentaneamente irraggiungibile, cioè assente dal domicilio e non sono presenti familiari conviventi o altri soggetti legittimati a ricevere il plico, il postino lo deposita presso l’ufficio postale.

Nello stesso tempo, deve però inviare al destinatario una seconda raccomandata, in cui gli comunica di aver tentato invano la notifica e che l’originale può essere ritirato presso il citato ufficio. Questa seconda raccomandata, detta CAN, ossia comunicazione di avvenuta notifica, era stata abolita con la legge di bilancio del 2018 ma è stata poi reintrodotta dalla legge di bilancio 2019.

In sostanza essa ha un contenuto informativo ma è estremamente importante perchè consente all’effettivo destinatario di venire a conoscenza del fatto che gli era stata inoltrata una raccomandata che non gli era stata consegnata per la sua temporanea assenza dal luogo ove essa era stata recapitata.

Ma torniamo al momento in cui viene tentata per la prima volta la consegna della raccomandata. Nel dettaglio, se il postino non trova all’indirizzo indicato il destinatario per sua momentanea assenza, può consegnare il plico ad uno dei soggetti di seguito indicati e nel seguente ordine:

  • a persona di famiglia che conviva, anche temporaneamente, con il destinatario;
    a persona addetta alla casa (colf, domestica, badante, ecc);
    a persona al servizio del destinatario (collaboratore, dipendente, addetto alla reception, ecc.);
    se mancanti i precedenti, al portiere dello stabile o a persona che, vincolata da rapporto di lavoro continuativo, è comunque tenuta alla distribuzione della posta al destinatario.

Tuttavia, secondo la Cassazione, in tali ipotesi, il postino deve dare atto nell’avviso di ricevimento, di non aver trovato il destinatario, né familiari conviventi o altri addetti alla casa, né il portiere dello stabile.

A questo punto, cioè quando ha trovato uno dei soggetti che abbiamo indicato, l’agente postale deve fare sottoscrivere al consegnatario l’avviso di ricevimento della raccomandata (che costituisce prova dell’avvenuta notifica) con indicazione della sua qualità (se è fratello, figlio, genitore, cognato, portiere ecc.) e con l’aggiunta, se trattasi di familiare, dell’indicazione di convivente, anche se temporaneo.

Per poter ricevere validamente l’atto, occorre che queste persone accettino la consegna, abbiano più di 14 anni e non siano palesemente incapaci di intendere e volere (ad esempio manifestamente ubriache o in stato confusionale).

A questo punto, una volta consegnato l’atto, va data comunicazione dell’avvenuta consegna al destinatario tramite la seconda lettera raccomandata, la CAN di cui abbiamo parlato prima. La notifica si intende, comunque, perfezionata al momento della consegna del piego alla persona, anche se diversa dal destinatario, che lo ha ricevuto. Questo significa che sarà da questa data che inizieranno a decorrere i prescritti termini per effettuare il pagamento o per proporre il ricorso, ad esempio i 60 giorni previsti proprio con riguardo alle cartelle di Agenzia Entrate Riscossione.

Se dalla relata del postino la data non risulta o è incerta (ad esempio perchè la grafia è illegibile), questi termini decorreranno dalla data che risulta dal bollo apposto mediante timbro stampigliato sull’avviso dall’Ufficio postale che lo restituisce.

Se chi riceve la busta si rifiuta di firmare la ricevuta, il postino ne farà menzione nell’avviso di ricevimento, indicando le generalità di questo soggetto; la notifica si intenderà comunque perfezionata alla medesima data di consegna. Quindi, che si firmi o che non si firmi, non cambia nulla a effetti di data di notifica.

Che succede se rifiuto di ritirare la raccomandata dal postino?

Se il destinatario rifiuta il piego, la notifica si considera comunque effettuata. Anche in questo caso è inutile rifiutare: gli effetti giuridici si produrranno ugualmente.

L’agente postale dovrà fare menzione di questa circostanza sull’avviso di ricevimento che verrà restituito al mittente, insieme al plico, nel caso di rifiuto a riceverlo. In questo modo il destinatario dell’atto sarà ancor più danneggiato, in quanto a causa del suo rifiuto non potrà ricevere la consegna e quindi non potrà conoscere il contenuto dell’atto che gli era stato inviato.

Entro quanto tempo si può ritirare la cartella giacente all’ufficio postale?

Tanto il destinatario quanto un suo delegato – purché munito di copia di documento d’identità del primo e di una delega esplicita al ritiro dell’atto – potrà ritirarlo entro 30 giorni presso l’Ufficio postale dove il plico è stato depositato (questa informazione è contenuta nell’avviso lasciato dal postino che non ha trovato nessuno).

E se la cartella non viene ritirata entro 30 giorni?

Scatta quella che viene chiamata “compiuta giacenza”: in buona sostanza, l’atto si considera ugualmente conosciuto e notificato al contribuente anche se lui non lo ha ancora materialmente ritirato.

In questi casi, la notifica si considera effettuata non dopo 30 giorni, ma decorsi 10 giorni dall’invio della raccomandata di avviso o, se anteriore, alla data di ritiro del piego.

Facciamo un esempio: se ritiri la raccomandata il 29mo giorno di giacenza all’ufficio postale, troverai ancora il plico e lo potrai senz’altro ritirare, ma i termini per il ricorso decorrevano già dal decimo giorno. Avrai cioè “sprecato” 19 giorni utili.

E’ abbastanza difficile, quindi, “giostrare” per cercare di allungare i tempi di ritiro delle raccomandate e i conseguenti tempi per pagamenti o ricorsi. Il massimo che puoi ottenere è un risultato di 10 giorni in più se ritiri la raccomandata il 10° giorno dalla spedizione dell’avviso di giacenza perchè sarà proprio da quella data, come abbiamo visto, che decorrerà la compiuta giacenza (se invece la ritiri entro i primi 10 giorni, i termini inizieranno a ricorrere dalla data del ritiro stesso).

È sempre necessaria la relata di notifica?

Nel caso di notifica a mezzo posta, la relata non è necessaria; è invece necessaria per la notifica a mani.

In entrambi i casi, l’Agenzia delle Entrate Riscossione è tenuta per legge a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con l’originale della relata di notificazione o dell’avviso di ricevimento, a seconda della forma di notificazione prescelta: pertanto, se il contribuente chiede di prenderne visione – ad esempio in sede di ricorso tributario – l’Agente della riscossione sarà tenuto ad esibire l’originale e a consentirgli di estrarne copia. Si tratta infatti di un documento indispensabile a provare la consegna e non può essere “surrogato” da altri equipollenti, neppure dall’estratto di ruolo.

Posso chiedere ad Agenzia Entrate Riscossione di verificare se mi ha notificato una cartella o meno?

Qualora il contribuente venga a conoscenza, per vie traverse, della notifica di una cartella (per esempio dalla lettura di un estratto di ruolo), ha tutto il diritto di chiedere all’Agenzia delle Entrate Riscossione di visionare i documenti che comprovano tale notifica attraverso una istanza di accesso agli atti.

L’Ente riscossore deve riscontrare questa richiesta e produrre copia della cartella e l’originale della relata di notifica (se avvenuta a mani) o dell’avviso di ricevimento (se avvenuta per mezzo posta).

La notifica a mano

In questo caso, l’Agenzia delle Entrate Riscossione provvede alla notifica dei propri atti tramite i messi comunali o i messi appositamente autorizzati e regolarmente assunti dall’Ente di appartenza.

È inesistente la notifica delle cartelle di pagamento effettuata da soggetti diversi dai messi: ad esempio, vigili urbani, Carabinieri, militari della Guardia di Finanza, ecc.

Come avviene la notifica a mano?

Il messo, quando è possibile, procede alla notifica mediante consegna diretta dell’atto nelle mani dello stesso destinatario, redigendo la relata di notifica, in calce all’originale ed alla copia dell’atto notificato, in cui menziona la consegna del plico.

Il messo deve anche fare sottoscrivere al consegnatario la relata di notifica, indicando luogo, data ed ora dell’avvenuta consegna. La notifica si perfeziona nel momento della consegna.

Che succede se mi rifiuto di ricevere la notifica a mani?

Se il destinatario rifiuta di ricevere la copia, la notifica si considera comunque effettuata in mani proprie ed il messo ne darà atto nella relata. Valgono quindi le medesime regole che abbiamo visto prima nei casi di notifica attraverso il postino.

Che succede se il messo non mi trova a casa?

Se il messo non trova il destinatario presso la sua residenza o il suo domicilio, può comunque effettuare la notifica consegnando copia dell’atto a:

  • persona di famiglia (parente o anche affine purché convivente) o addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda, purché non minore di 14 anni o non palesemente incapace;
    in mancanza dei soggetti di cui al punto precedente, al portiere dello stabile;
    in mancanza anche del portiere, ad un vicino che accetti di riceverlo (appunto, sempre che accetti di ricevere tale “patata bollente” che non è sua).

Nel caso di notifica nelle mani del portiere, il messo deve dare atto nella relata, oltre che dell’assenza del destinatario, delle vane ricerche delle altre persone preferenzialmente abilitate a ricevere l’atto.

Successivamente, il messo deve dare notizia al destinatario a mezzo di una seconda lettera raccomandata dell’avvenuta notifica dell’atto.

La notifica si intende perfezionata, per il destinatario, al momento della consegna dell’atto ad uno dei soggetti richiamati. Valgono le medesime regole della CAN che abbiamo visto prima.

Che succede se il messo non trova nessuno a casa?

Se invece il messo non trova né il destinatario, né familiari o persone addette alla casa, o se questi soggetti rifiutano di prendere in consegna l’atto (nel qual caso il rifiuto non è assimilabile all’avvenuta consegna) egli deve:

  • depositare la copia dell’atto presso la casa comunale;
  • affiggere avviso dell’avvenuto deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione o dell’ufficio o dell’azienda del destinatario;
  • dare notizia al destinatario dell’avvenuto deposito tramite raccomandata.

Nella relata di notifica, deve specificare, a pena di nullità, la causa di impossibilità della consegna.
La notifica si perfeziona, per il destinatario, dal ricevimento della raccomandata informativa o, comunque, decorsi 10 giorni dalla spedizione della stessa.

Le regole sono analoghe, quindi, a quelle che abbiamo esaminato a proposito della compiuta giacenza delle raccomandate notificate attraverso il servizio postale.

Che succede se ho cambiato indirizzo?

Potrebbe avvenire che il destinatario dell’atto sia irreperibile, cioè che nel Comune di domicilio fiscale non risulti alcuna sua abitazione, ufficio o azienda. Succede, ad esempio, quando:

  • il contribuente risulta ancora residente in un determinato luogo ma si è trasferito in luogo sconosciuto, oppure al di fuori del territorio del Comune di domicilio fiscale;
  • il luogo di trasferimento è sconosciuto anche se a posteriori risulta essere nello stesso Comune di domicilio fiscale;
  • è sconosciuto il Comune di residenza del destinatario;
  • il contribuente ha mantenuto la residenza anagrafica nel Comune del domicilio fiscale ma spostato quella effettiva in altro Comune.

In questi casi il messo, dopo aver effettuato ricerche nel Comune dove è situato il domicilio fiscale del contribuente – per verificare che il trasferimento non si sia risolto in un mero mutamento di indirizzo compreso nello stesso ambito – notifica comunque l’atto con la seguente procedura:

  • deposita l’atto presso la casa comunale;
  • affigge avviso di deposito nell’albo comunale in busta chiusa e sigillata.

Non è dunque previsto, a differenza di quanto accade nel caso di impossibilità di consegna per irreperibilità relativa, che il messo invii l’avviso di notifica per raccomandata.

La notifica si intende perfezionata, per il destinatario, l’ottavo giorno successivo a quello di affissione dell’avviso nell’albo comunale. Attualmente, gli albi pretori sono pubblicati sui siti internet di ciascun Comune e questa modalità di comunicazione è valida per far decorrere i termini.

La notifica a mezzo Pec

Ed eccoci alle nuove tecnologie: anziché il rumore del citofono, il contribuente sentirà il «plin» del messaggio arrivato via posta elettronica certificata. Dovrà quindi imparare a collegarsi regolarmente alla sua casella e mantenerla attiva.

Come avviene la notifica tramite Pec

La notifica della cartella può essere eseguita a mezzo posta elettronica certificata (Pec), all’indirizzo del destinatario risultante dagli elenchi a tal fine previsti dalla legge. Tali elenchi sono consultabili dall’Agenzia delle Entrate Riscossione anche in via telematica.

Così come nella notifica per posta, quella per Pec può essere effettuata direttamente dall’Agente di riscossione senza che si debba rivolgere all’Ufficiale giudiziario o all’intermediazione di altri soggetti.

Cosa contiene la Pec?

La Pec deve contenere in allegato la cartella di pagamento in formato elettronico e non è necessaria alcuna forma di sottoscrizione fisica o digitale, né del messaggio né dell’allegato. Il problema però è controverso ed occorre scendere un pochino nel tecnico.

Di solito l’Agenzia Entrate Riscossione notifica le cartelle di pagamento in formato pdf che è privo di firma digitale, a differenza del formato “p7m” che la contiene ed è quindi a tutti gli effetti un documento informatico equiparato all’originale cartaceo.

Molti giudici tributari, investiti dei numerosi ricorsi presentati dai contribuenti, hanno deciso che la cartella notificata in pdf non sarebbe valida perchè equivarrebbe ad una fotocopia (la notifica di un atto in fotocopia anzichè in originale è pacificamente nulla). Il contribuente, cioè, non potrebbe garantirsi della sua autenticità, della conformità all’originale e della sua effettiva provenienza dall’Agente di riscossione.

La Cassazione però sembra orientarsi a ritenere che la cartella esattoriale notificata in pdf è valida e richiama in proposito sia l’immodificabilità del documento ricevuto sia il principio del raggiungimento dello scopo che rende la notifica valida quando comunque l’atto venga conosciuto dal destinatario.

La notifica si intende perfezionata per il ricevente alla data in cui il messaggio arriva nella casella di posta elettronica del ricevente, a prescindere dal giorno in cui il destinatario ne ha preso visione. Pertanto, se il contribuente non apre per parecchi giorni la sua casella di posta elettronica non potrà che prendersela con sé stesso se i termini per far ricorso sono, nel frattempo, decorsi.

La notifica per Pec è utilizzata nei confronti dei soggetti che ad oggi sono obbligati a munirsi di un indirizzo di posta elettronica certificata. Si tratta precisamente dei seguenti:

  • le imprese costituite in forma societaria, sia quelle di nuova costituzione che quelle già costituite in precedenza;
  • le amministrazioni pubbliche;
  • le imprese individuali che sono iscritte al registro imprese o hanno l’obbligo di iscriversi;
  • i professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge.

I termini di notifica

La legge fissa dei termini massimi entro cui l’accertamento del Fisco deve essere avviato e la cartella di pagamento deve essere notificata. Questo si chiama termine di decadenza ed è diverso da quello di prescrizione che è il termine entro cui deve essere esercitato il diritto alla riscossione del credito tributario preteso attraverso la cartella.

Vi sono delle importanti differenze tra prescrizione e decadenza, ma per quello che qui conta entrambi questi termini partono dalla data in cui sorge l’obbligo tributario e considerano proprio il momento di notifica della cartella come momento finale, in modo da poter controllare se sono stati rispettati o no. La notifica infatti deve validamente compiersi entro le date stabilite dalla legge per ciascun tipo di tributo, altrimenti l’accertamento decade o il tributo diventa prescritto.

Per questo il modo in cui la notifica è stata effettuata e la data di perfezionamento della notifica sono elementi essenziali per stabilire se il tributo richiesto con la cartella sia ancora dovuto oppure no.

Detenzione arma clandestina: ultime sentenze

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: porto illegale di arma da sparo clandestina; detenzione di arma clandestina; occultamento del possessore; provenienza illecita dell’arma; matricola alterata: ricettazione; armi comuni da sparo; fucile da caccia.

Possesso di un’arma clandestina: prova del delitto di ricettazione

Si configura un’ipotesi di concorso di reati tra il delitto di detenzione di arma clandestina e quello di ricettazione pur se il delitto presupposto della ricettazione sia quello di alterazione dell’arma medesima. Difatti, il possesso di un’arma clandestina integra la prova del delitto di ricettazione in quanto l’abrasione della matricola, che priva l’arma di numero e contrassegni, essendo finalizzata a impedirne la identificazione, dimostra, in mancanza di elementi contrari, il proposito di occultamento e la consapevolezza della provenienza illecita dell’arma.

Nel caso di specie, la Corte d’appello ha respinto la tesi della difesa che riteneva configurabile l’assorbimento dei reati di detenzione e porto dell’arma clandestina di cui veniva trovato in possesso l’imputato al momento del controllo. Per i giudici, nella specie è configurabile un concorso di reati, posto che il presupposto della ricettazione, in assenza di elementi probatori contrari, era consistito nell’alterazione dell’arma.

Corte appello Palermo sez. III, 12/02/2016, n.512

Fucile mitragliatore

La condotta di detenzione di arma clandestina può avere ad oggetto soltanto armi comuni da sparo, che sono le sole immatricolate ed alle quali vengono imposti dal Banco di prova i numeri ed i segni indicati dall’art. 11 l. n. 110 del 1975. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la configurabilità del reato con riguardo ad un fucile mitragliatore Uzi mini 9 mm. parabellum e ad una pistola mitragliatrice AP9 cal. 9 luger parabellum).

Cassazione penale sez. I, 27/11/2018, n.6295

Arma comune da sparo con matricola abrasa

La detenzione di arma comune da sparo con matricola abrasa integra le due fattispecie previste dagli artt. 10 e 14 L. n. 497/74 e quella per la detenzione di arma clandestina ( art. 23 L.  18 aprile 1975 n. 110).

Ufficio Indagini preliminari Napoli Nord, 27/06/2018, n.470

Detenzione di arma clandestina con matricola alterata

La detenzione di un’arma clandestina con una matricola non riconosciuta e alterata per aumentarne la potenzialità configura i reati di detenzione abusiva e di ricettazione.(Nel caso di specie si trattava di un fucile da caccia con le canne e il calcio segate).

Ufficio Indagini preliminari Nola, 22/06/2018, n.172

Detenzione e porto illegale di arma da sparo clandestina

I reati di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo, di cui agli art. 2, 4 e 7 l. n. 895 del 1967, non concorrono, rispettivamente, con quelli di detenzione e porto di arma clandestina, di cui ai commi 1, 3 e 4 dell’art. 23 l. n. 110 del 1975. [In applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato senza rinvio la sentenza del giudice di merito, limitatamente al reato di detenzione illegale di arma comune da spero, da ritenersi assorbito in quello di detenzione di arma clandestina, ed ha rideterminato la pena, ai sensi dell’art. 620, comma 1, lett. l) c.p.p., eliminando il segmento della stessa applicato a titolo di continuazione].

Cassazione penale sez. I, 27/10/2017, n.50186

Porto di arma da sparo clandestina e porto illecito di arma da sparo in luogo pubblico

La comparazione tra le due disposizioni incriminatrici, gli artt. 2,4 e 7 della L. n. 895 del 1967 e l’art. 23 L. n. 110 del 1975, consente di affermare che tutti gli elementi previsti dalla norma di carattere generale sul porto illecito di arma da sparo in luogo pubblico sono presenti in quella di porto di arma da sparo clandestina, e che quest’ultima contiene inoltre in sé gli elementi specializzanti della particolare natura dell’arma portata. Di conseguenza, i rilievi svolti, applicabili al caso di specie ed estendibili altresì al rapporto tra le contestate fattispecie di detenzione illegale di arma da fuoco e di detenzione illegale di arma clandestina, conducono a ritenere assorbiti nel delitto di cui all’art. 23 della L. n. 110 del 1975 i reati ex artt. 2,4 e 7 della L. n. 895 del 1967 ascritti all’imputato.

Corte appello Taranto, 11/07/2017, n.606

Concorso di reati di detenzione di arma clandestina e di arma comune da sparo

Vige il concorso formale di reati per l’ipotesi di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e di detenzione e porto illegale di arma clandestina.

Corte appello Roma sez. II, 01/03/2016, n.1396

Detenzione di arma da sparo e di arma clandestina: quando non c’è concorso

Non vi è concorso nei reati di detenzione e porto di arma comune da sparo e di detenzione e porto di arma clandestina, essendo diversa sia la condotta che l’interesse tutelato. La previsione, quali comportamenti costituenti reato, della detenzione e del porto illegale di un’arma comune da sparo richiede che la competente autorità sia messa in grado di conoscere con tempestività l’esistenza di armi, i luoghi di custodia delle stesse e l’identità delle persone che ne hanno la disponibilità e tende ad impedire la circolazione di armi in pubblico, in forme e con modalità non consentite, viceversa, l’art. 23 della Legge n. 110/1975 è finalizzato alla prevenzione e all’eliminazione della presenza di armi prive dei numeri, dei contrassegni e delle sigle e, in quanto tali, non soggetti a controllo circa la loro provenienza.

Corte appello Roma sez. III, 19/02/2016, n.1252

Consapevolezza della provenienza illecita dell’arma

Il possesso di un’arma clandestina integra di per sé la prova del delitto di ricettazione, poiché l’abrasione della matricola, che priva l’arma medesima del numero e dei contrassegni di cui all’art. 11 l. 18 aprile 1975 n. 110, essendo chiaramente finalizzata ad impedire l’identificazione, dimostra, in mancanza di elementi contrari, il proposito di occultamento del possessore e la consapevolezza della provenienza illecita dell’arma.

Cassazione penale sez. I, 26/02/2014, n.39223

Arma clandestina non catalogata

La detenzione di arma clandestina perché “non catalogata” non è più prevista dalla legge come reato, per effetto della soppressione normativa da parte dell’art. 14 comma 7 l. n. 183 del 2011del catalogo nazionale delle armi comuni da sparo.

Cassazione penale sez. I, 23/04/2013, n.21673

Assegno nucleo familiare: ultime sentenze

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Assegno per il nucleo familiare; requisiti, scopo e domanda per l’assegno per il nucleo familiare; stato di bisogno; mancata concessione dell’assegno ai cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo in Italia; discriminazione collettiva in ragione della nazionalità.

Quali sono i presupposti per poter ottenere l’assegno per il nucleo familiare? Quali sono i tempi e i modi per presentazione della relativa domanda? Leggi le ultime sentenze.

Assegno per il nucleo familiare: scopo e applicabilità

La previsione di cui all’art. 2, comma 6-bis, della L. 153/88, secondo cui non fanno parte del nucleo familiare, ai fini della relativa prestazione, il coniuge e i figli ed equiparati di cittadino straniero che non abbiano la residenza nel territorio della Repubblica, non si applica all’assegno per il nucleo famigliare.

Infatti, da un lato, l’ANF costituisce una prestazione assistenziale ed essenziale il cui scopo è quello di assicurare un sostegno di reddito minimo in favore delle famiglie in effettivo stato di bisogno, dall’altro lato, non esiste una disposizione simile a quella di cui all’art. 2, comma 6-bis, L. 153/88, per i cittadini italiano e l’art. 11 della Direttiva 2003/109/CE assicura parità di trattamento ai soggiornanti di lungo periodo con riferimento alle prestazioni sociali, l’assistenza sociale e la protezione sociale.

Corte appello Brescia sez. lav., 16/07/2018, n.296

Assegno al nucleo familiare del lavoratore: presupposti

Affinché vi sia corresponsione dell’assegno al nucleo familiare del lavoratore, l’interessato deve presentare la relativa domanda utilizzando moduli predisposti dall’Ente previdenziale al proprio datore di lavoro, nel caso in cui il richiedente svolga attività lavorativa dipendente non agricola, e alla Sede dell’Inps, nel caso in cui il richiedente sia pensionato, disoccupato, operaio agricolo, addetto ai servizi domestici e familiari.

Laddove il lavoratore non abbia provato di aver presentato la relativa domanda, che costituisce presupposto necessario per poter ottenere l’assegno in questione, né in alcun modo di aver diritto all’emolumento, non può affermarsi che lo stesso abbia diritto agli assegni per il nucleo familiare.

Tribunale Roma sez. lav., 02/05/2017, n.3991

A quali lavoratori spetta l’assegno per il nucleo familiare?

L’assegno per il nucleo familiare, ove ne ricorrano i presupposti, spetta sia ai lavoratori di pubblica utilità sia ai lavoratori socialmente utili, trattandosi di categorie che devono essere necessariamente equiparate.

Cassazione civile sez. lav., 29/04/2016, n.8573

Diritto all’assegno familiare per gli stranieri

Il diritto dei lungo-soggiornanti all’assegno per il nucleo familiare con almeno tre figli decorra fin dal momento in cui esso doveva essere introdotto nell’ordinamento interno in attuazione della direttiva 2003/109, recepita dal d.lg. n. 3/2007.

Cassazione civile sez. VI, 22/06/2018, n.16593

Chiedere l’assegno per il nucleo familiare

In tema di assegno per il nucleo familiare nel caso di affido condiviso, la legge 8.2.2006, n.54,  nel rimandare a quanto indicato sull’argomento nella circolare 7 dicembre 1999, n.210, ribadisce che, nel caso in cui i figli restino affidati ad entrambi i genitori, essi hanno titolo entrambi a chiedere la prestazione.

Tribunale Roma sez. lav., 18/04/2019, n.1813

Chi decide se l’assegno per il nucleo familiare è dovuto per i familiari residenti extra UE?

È necessario richiedere alla Corte di giustizia, ai sensi dell’art. 267 tfUe, di pronunciarsi, in via pregiudiziale, sulla seguente questione: “se l’art. 12, paragrafo 1 lett. e) della direttiva 2011/98/Ue del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, nonché il principio di parità di trattamento tra titolari del permesso unico di soggiorno e di lavoro e cittadini nazionali, debbano essere interpretati nel senso che ostano a una legislazione nazionale in base alla quale, al contrario di quanto previsto per i cittadini dello Stato membro, nel computo degli appartenenti al nucleo familiare, al fine del calcolo dell’assegno per il nucleo familiare, vanno esclusi i familiari del lavoratore titolare del permesso unico ed appartenente a Stato terzo, qualora gli stessi risiedano presso il Paese terzo d’origine”.

Cassazione civile sez. lav., 01/04/2019, n.9022

Somministrazione lavoro a tempo indeterminato

L’assegno per il nucleo familiare, disciplinato dall’art. 2 del d.l. n. 69 del 1988, conv. con modif. dalla l. n. 153 del 1988, spetta al lavoratore somministrato a tempo indeterminato anche durante gli intervalli in cui, pur non prestando attività lavorativa per l’utilizzatore, percepisce dal somministratore l’indennità di disponibilità ex art. 22, comma 3, del d.lgs. n. 276 del 2003, atteso che, durante tali periodi non lavorati, il sinallagma funzionale del contratto di lavoro è attivo e permane l’obbligo, a carico del somministratore, di versamento dei contributi assicurativi sull’erogata indennità.

Cassazione civile sez. lav., 08/03/2019, n.6870

Erogazione anticipata della NASpI: dà diritto all’assegno per il nucleo familiare?

L’art. 8, d.lgs. 4 marzo 2015, n. 22, dispone che: “1. Il lavoratore avente diritto alla corresponsione della NASpI può richiedere la liquidazione anticipata, in unica soluzione dell’importo complessivo del trattamento che gli spetta e che non gli è stato ancora erogato, a titolo di incentivo all’avvio di un’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa nella quale il rapporto mutualistico ha ad oggetto la prestazione di attività lavorative da parte del socio.

2. L’erogazione anticipata in un’unica soluzione della NASpI non dà diritto alla contribuzione figurativa, né all’Assegno per il nucleo familiare. 3. Il lavoratore che intende avvalersi della liquidazione in un’unica soluzione della NASpI deve presentare all’INPS, a pena di decadenza, domanda di anticipazione in via telematica entro trenta giorni dalla data di inizio dell’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o dalla data di sottoscrizione di una quota di capitale sociale della cooperativa. 4. Il lavoratore che instaura un rapporto di lavoro subordinato prima della scadenza del periodo per cui è riconosciuta la liquidazione anticipata della NASpI è tenuto a restituire per intero l’anticipazione ottenuta, salvo il caso in cui il rapporto di lavoro subordinato sia instaurato con la cooperativa della quale il lavoratore ha sottoscritto una quota di capitale sociale”.

Tribunale Rovereto, 24/07/2018, n.42

Reddito del coniuge separato affidatario e assegni familiari

Il reddito rilevante ai fini dell’ammontare dell’assegno per il nucleo familiare, disciplinato dall’art. 2 del decreto -legge n. 69 del 1988, convertito nella legge n. 153 del 1988, è quello del nucleo familiare composto dal coniuge affidatario e dai figli, con esclusione del coniuge legalmente separato, anche se titolare del diritto alla corresponsione, il cui reddito rileva solo ai fini del diritto all’erogazione della provvidenza.

Cassazione civile sez. lav., 09/02/2018, n.3214

Extracomunitario soggiornante in Italia con figlio residente all’estero

Considerato che la Direttiva 2003/109/CEE riconosce anche ai cittadini stranieri extracomunitari, ma dotati di permesso di soggiorno in Italia, il diritto all’assegno per il nucleo familiare trattandosi di diritto non del figlio bensì del nucleo familiare riconosciuto in occasione del rapporto di lavoro subordinato prestato dalla madre, allo stesso vanno applicati i medesimi principi e riconosciuti i medesimi diritti riconosciuti per i cittadini italiani. Di tal che, tenuto conto del fatto che ai sensi dell’art. 19, II comma, D.lgs. 30/2007 non è richiesta la convivenza con il lavoratore e la residenza in Italia, lo stesso trattamento deve essere riconosciuto al cittadino straniero soggiornante in Italia di lungo periodo con familiari residenti all’estero previa disapplicazione della norma nazionale non conforme.

Corte appello Trento sez. lav., 26/10/2017, n.72

Discriminazione per la mancata erogazione dell’assegno per nucleo familiare

La mancata concessione, ai cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo in Italia, dell’assegno per il nucleo familiare, previsto dall’art. 65 della l. n. 448 del 1998, per il periodo precedente all’1 luglio 2013, costituisce discriminazione collettiva per ragioni di nazionalità, per violazione del principio di parità in materia di assistenza sociale e protezione sociale, in relazione alle prestazioni essenziali, previsto dalla direttiva 2003/109/CE ed attuato dall’art. 13, comma 1, della l. n. 97 del 2013.

Cassazione civile sez. lav., 08/05/2017, n.11165

Assegno per il nucleo familiare: quali tutele?

L’assegno per il nucleo familiare, disciplinato dall’art. 2 del d.l. 13 marzo 1988, n. 69, convertito in legge 13 maggio 1988 n. 153 ha natura assistenziale ed è finalizzato ad assicurare una tutela in favore delle famiglie in stato di effettivo bisogno economico ed attribuito in modo differenziato in rapporto al numero dei componenti e al reddito del nucleo familiare, tenendo conto dell’eventuale esistenza di soggetti colpiti da infermità o difetti fisici mentali (e quindi nell’assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi a un proficuo lavoro) ovvero minorenni che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti di funzioni proprie della loro età.

Tribunale Milano sez. lav., 28/04/2017

Pignoramento esattoriale: ultime sentenze

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questo articolo, troverai le ultime sentenze su: pignoramento esattoriale; cartella di pagamento; iscrizione a ruolo; atto di pignoramento viziato; vizi di notifica; impugnazione della cartella esattoriale; espropriazione immobiliare esattoriale; trascrizione del pignoramento.

Come si svolge il pignoramento presso terzi esattoriale?

In tema di procedura di riscossione coattiva a mezzo ruolo, il pignoramento presso terziesattoriale”, previsto dall’art. 72 bis del d.P.R. n. 602 del 1973, si svolge secondo un procedimento semplificato, interamente stragiudiziale, che inizia con la notificazione dell’ordine di pagamento diretto e si completa con il pagamento diretto da parte del terzo, sicchè non deve essere iscritto a ruolo, in quanto non transita mai davanti all’ufficio giudiziario, neppure per l’assegnazione delle somme, né può essere soggetto all’applicabilità dell’art. 159-ter disp. att. c.p.c., atteso che nessun interessato, neppure il debitore opponente, può sostituirsi al creditore per curare l’iscrizione a ruolo, essendo tale incombente semplicemente inesistente perché non previsto dalla legge.

Cassazione civile sez. III, 14/11/2017, n.26830

Esercizio della facoltà di riscatto

In materia di esecuzione esattoriale immobiliare, in caso di esercizio della facoltà di riscatto ex art. 90 d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602, nel testo vigente prima delle modifiche apportate dal d.lg. 26 febbraio 1999 n. 46, poiché il bene ritorna all’espropriato nella situazione di diritto in cui si trovava anteriormente al pignoramento, vi ritorna non gravato dalle trascrizioni del pignoramento esattoriale ovvero di altri pignoramenti con questo concorrenti, trascritti sullo stesso bene e nei confronti del medesimo debitore.

Cassazione civile sez. III, 16/04/2013, n.9141

Impugnazione dell’atto di pignoramento

In merito alla sussistenza del requisito di partecipazione relativamente agli obblighi tributari, è irrilevante la circostanza dell’avvenuta impugnazione dell’atto di pignoramento dinanzi alla Commissione tributaria competente, poiché l’impugnazione è rivolta avverso l’atto esecutivo (il pignoramento, appunto), senza porre in discussione la violazione tributaria compiuta laddove la cartella esattoriale presupposta non sia stata oggetto di apposito gravame entro i termini di legge (cfr. le stesse conclusioni valgono per il caso in cui sia proprio la cartella di pagamento il primo atto esecutivo, cfr. Cons. Stato, sez. V, 3 aprile 2018, n. 2049).

Ciò vale anche se nel giudizio di impugnazione del pignoramento presso terzi è stato domandato anche l’accertamento della nullità della cartella di pagamento, che, in effetti, era impugnata quale atto presupposto (in ragione dell’omessa notifica ai sensi dell’art. 19, comma 3, d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546). L’impugnazione dell’atto presupposto nel giudizio avente ad oggetto l’atto conseguente costituisce infatta una forma di impugnazione effettuata a termini ormai decorsi e quindi nei confronti di un atto “non più soggetto ad impugnazione” come previsto dall’art. 80, comma 4, cit.. Essa, pertanto, non vale a mettere in discussione il definitivo accertamento della violazione tributaria ai fini della causa di esclusione dell’art. 80,

Consiglio di Stato sez. V, 11/06/2018, n.3606

Giudice tributario e opposizione agli atti esecutivi 

In tema di esecuzione esattoriale, l’opposizione agli atti esecutivi riguardante l’atto di pignoramento che si assume viziato per vizi di notifica dell’atto prodromico sotteso deve essere proposta davanti al giudice tributario. Non appare, infatti, convincente ripartire la giurisdizione in base al petitum formale contenuto nell’impugnazione, ossia alla giurisdizione tributaria, ove sia richiesto l’annullamento dell’atto presupposto del pignoramento e alla giurisdizione ordinaria, ove sia richiesta la dichiarazione di nullità del pignoramento.

Comm. trib. reg. Milano, (Lombardia) sez. IX, 14/03/2018, n.1088

Cos’è l’intimazione di pagamento?

L’intimazione di pagamento o avviso di mora, come emerge dall’art. 50 D.P.R. n. 602/1973, è un atto prodromico all’esecuzione esattoriale e non un autonomo atto impositivo il quale, oltre a rendere possibile l’azione esecutiva nei confronti del contribuente, perde efficacia qualora entro 180 giorni dalla sua notifica non sia avvenuta l’espropriazione, ovvero la notifica del pignoramento.

Ne consegue che è insita nel medesimo sistema citato la possibilità di una reiterazione dell’avviso, la quale non comporta un’illegittima duplicazione di pretese. La rinnovazione dell’intimazione non sarebbe ammissibile laddove le cartelle, di cui si preannuncia l’esecuzione, fossero già state annullate o sospese, ma ciò dipenderebbe non già da un preteso divieto di reiterazione dell’intimazione, non rinvenibile nel sistema, ma dalla definitiva o temporanea mancanza di un titolo esecutivo.

Comm. trib. prov.le Genova sez. VI, 16/01/2018, n.51

Atto di pignoramento presso terzi

L’atto di pignoramento presso terzi eseguito dall’agente della riscossione ex articolo 72-bis del Dpr 602/1973 in sede di esecuzione esattoriale, anche se finalizzato alla riscossione coattiva di crediti erariali, non acquisisce solo per ciò la natura di atto pubblico, conservando, invece la natura di atto processuale di parte. Di conseguenza, a differenza di quanto accade quando l’agente di riscossione agisce con le funzioni proprie dell’ufficiale giudiziario, ad esempio notificando l’atto, l’attestazione contenuta nell’atto delle attività svolte dal funzionario che lo ha materialmente predisposto non è assistita da fede pubblica e non fa piena prova fino a querela di falso. Ad affermarlo è la Cassazione che ha così accolto l’impugnazione di un contribuente nei confronti di Equitalia.

Cassazione civile sez. III, 09/11/2017, n.26519

Prescrizione successiva alla formazione del titolo esecutivo 

In tema di esecuzione esattoriale per la riscossione di sanzioni amministrative pecuniarie, la prescrizione del credito successiva alla formazione del titolo, per mancata notifica della cartella, può essere dedotta con opposizione all’esecuzione, contro l’atto di pignoramento, senza doversi opporre tempestivamente, ex art. 22 della l. n. 689 del 1981, al primo atto successivo all’eccepita estinzione prescrizionale (nella specie, costituito dall’intimazione di pagamento).

Cassazione civile sez. III, 02/08/2016, n.16024

Riscossione di crediti tributari

Ai sensi dell’articolo 57 del d.p.r. n. 602 del 1973, in materia di riscossione coatta dei crediti aventi natura tributaria, l’ammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi dipende dal tipo di atto impugnato e non dal vizio che se ne deduce, ossia, mentre il contribuente non può impugnare la cartella esattoriale o l’avviso di mora davanti al giudice ordinario, essendo ciò di competenza del giudice tributario, può proporre opposizione, ex art. 617 cpc, avverso il pignoramento anche per far valere la nullità della cartella di pagamento, conseguente all’omessa notificazione degli atti presupposti.

Comm. trib. prov.le Siracusa sez. III, 11/07/2016, n.2961

I limiti di pignorabilità

Si deve ritenere nullo ed inefficace il pignoramento per la parte eccedente la misura pignorabile a norma dell’art. 72 -ter D.P.R. n. 602 del 1973, disposizione, anche ratione temporis, pienamente applicabile alla fattispecie. L’ampiezza delle formule utilizzate impedisce di condividere la prospettazione difensiva dell’opposta secondo cui i limiti di pignorabilità previsti dalla normativa speciale esattoriale debbano considerarsi implicitamente applicabili. Non si apprezzano, in effetti, elementi idonei a circoscrivere compiutamente la portata oggettiva del vincolo gravante sui beni pignorati, il quale risulta esteso a tutte le somme già maturate e maturande in virtù del rapporto di lavoro.

Tribunale Bari sez. II, 20/04/2016, n.2248

Espropriazione immobiliare esattoriale

In tema di espropriazione immobiliare esattoriale, qualora sia stato eseguito il pignoramento mediante trascrizione e notificazione dell’avviso di vendita ex art. 78 del d.P.R. n. 602 del 29 settembre 1973, ed il procedimento sia ancora pendente al 3 dicembre 2005 (data di entrata in vigore dell’art. 3, comma 40, lett. b bis del d.l. 30 settembre 2005, n. 203, come modificato dalla legge di conversione 2 dicembre 2005, n. 248), l’azione esecutiva non può proseguire se il credito azionato è complessivamente inferiore ad euro ottomila.

Cassazione civile sez. III, 30/12/2014, n.27525

Opposizione all’esecuzione sulla pignorabilità del bene

In tema di espropriazione immobiliare esattoriale, qualora il processo esecutivo sia ancora pendente alla data di entrata in vigore (21 agosto 2013) dell’art. 52, comma 1, del d.l. 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, ove l’espropriazione abbia ad oggetto l’unico immobile di proprietà del debitore, non di lusso e destinato a sua abitazione, con fissazione della residenza anagrafica, l’azione esecutiva diviene improcedibile, sicché va disposta la cancellazione della trascrizione del pignoramento e l’opposizione all’esecuzione in ordine alla pignorabilità del bene si estingue per cessazione della materia del contendere.

Cassazione civile sez. III, 12/09/2014, n.19270

Come si calcolano le settimane contributive Inps

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel corso degli anni, sono cambiate molte volte le regole che disciplinano la possibilità dei lavoratori di andare in pensione. Molto spesso, per capire quanto tempo manca per il pensionamento, è necessario essere in grado di calcolare le settimane di contributi versati.

Recentemente, la legge sulla cosiddetta Quota 100 ha riportato il tema delle pensioni al centro del dibattito pubblico. La legislazione sull’accesso al pensionamento è, infatti, cambiata nel corso degli anni per far fronte ad esigenze di riduzione della spesa pubblica e del debito pubblico. Nel corso del tempo, per effetto di queste modifiche, i lavoratori hanno visto da un lato allungarsi il periodo lavorativo necessario per accedere al pensionamento e dall’altro ridursi l’assegno pensionistico a causa dell’introduzione del metodo di calcolo contributivo.

Ogni volta che arriva una nuova legge sulle pensioni, il dipendente si affanna per capire quando potrà finalmente conquistare l’agognato riposo. Le leggi fanno spesso riferimento al concetto di settimana contributiva. E’ dunque importante per i  lavoratori sapere come si calcolano le settimane contributive Inps.

Il calcolo delle settimane contributive Inps non è importante solo per verificare qual è la propria situazione contributiva ai fini della pensione, ma anche per accedere ad altri benefici e provvidenze erogati dall’Inps. Si pensi alla nuova indennità di disoccupazione, la cosiddetta Naspi, che spetta solo ai dipendenti che hanno perso il lavoro e che hanno maturato un certo numero di settimane contributive.

Calcolo delle settimane contributive: le riforme delle pensioni

Il calcolo delle settimane contributive Inps può sembrare qualcosa di banale e di scontato ma, in realtà, non è così semplice come si potrebbe pensare. In realtà, si tratta di un calcolo molto importante perché ad esso si lega la verifica di quando un dipendente può andare in pensione, oppure la possibilità di prendere un sussidio fondamentale per chi perde il lavoro come la Naspi (nuova assicurazione per l’impiego).

Com’è a tutti noto, nel 2012, il Governo di allora ha varato una nuova riforma delle pensioni per far fronte ad una fase di forte crisi del debito pubblico e alla richiesta dell’Unione Europea di raggiungere un maggiore equilibrio economico nel sistema previdenziale.

E’ stata, dunque, approvata la cosiddetta riforma Monti-Fornero [1], che prende il nome dal Presidente del Consiglio e dal ministro del Lavoro allora in carica.

Evidentemente, avendo come obiettivo la riduzione della spesa pensionistica, la riforma delle pensioni non poteva che modificare le regole sul pensionamento in senso maggiormente restrittivo. E così è stato. La riforma Monti-Fornero ha modificato il metodo di calcolo sia con riferimento all’accesso al pensionamento sia con riferimento al calcolo dell’assegno che il pensionato andrà a percepire.

Per quanto concerne l’accesso al pensionamento, la riforma ha previsto che ciò sia possibile solo se si raggiunge una soglia minima.

Con riferimento al calcolo dell’assegno, la riforma Monti-Fornero prevede che la cifra accreditata mensilmente dall’Inps sia calcolata sulla base dei contributi effettivamente versati da quel dipendente. Tale metodo di calcolo viene definito metodo contributivo pro rata.

Di recente, il Governo ha varato una riforma parziale delle pensioni, ossia la cosiddetta Quota cento. In sostanza, senza entrare troppo nei tecnicismi, l’idea del Governo è che quando la somma di anni di età e anni di contributi da cento, il lavoratore abbia diritto ad andare in pensione.

Come si calcola la pensione contributiva?

Fino al 1995, l’assegno pensionistico veniva calcolato in base al cosiddetto metodo retributivo. In base a tale metodo, la pensione doveva garantire al lavoratore lo stesso livello retributivo raggiunto alla fine dell’età lavorativa. L’assegno pensionistico era, dunque, parametrato all’ultima busta paga percepita dal dipendente. Alla base di questo sistema c’è l’idea che la pensione non è una sorta di assicurazione che dipende da quanto hai versato anno per anno, ma una funzione sociale e deve garantire lo stesso status di vita raggiunto dopo tanti anni di lavoro dal dipendente.

Il problema di questo metodo è che vi era spesso un’eccessiva sproporzione tra la somma erogata al pensionato e quanto lo stesso aveva effettivamente versato nel corso degli anni. Chi aveva versato poco poteva ritrovarsi a ricevere molto più di quanto versato. Con evidente squilibrio economico dell’intero sistema previdenziale.

Per questo nel 1995 [2] è stata varata una nota riforma delle pensioni che ha sostituito al metodo di calcolo retributivo il metodo di calcolo contributivo.

Da quella data, dunque, con alcune norme transitorie relative ai primi anni di implementazione della riforma gli assegni pensionistici sono calcolati non in base ai livelli retributivi di fine carriera, ma sulla base dei contributi effettivamente versati durante la propria vita contributiva.

In sostanza, al momento del pensionamento, l’intera somma versata dal dipendente all’Inps nel corso della sua vita lavorativa viene tradotta in un assegno mensile, sulla base di un calcolo matematico eseguito applicando un coefficiente che dipende da vari fattori come l’età del dipendente e le aspettative di vita. I coefficenti vengono modificati ogni tre anni, in quanto gli stessi devono essere adeguati ai cambiamenti delle aspettative di vita.

Sistema misto

Come abbiamo detto, la riforma delle pensioni del 1995 non introduce il sistema contributivo per tutti, ma prevede una sorta di periodo transitorio. In particolare, il calcolo della pensione con il sistema contributivo si applica solo per i contributi versati dopo il 1° gennaio 1996. O meglio, per chi a quella data aveva un certo numero di anni di contributi ha continuato ad applicarsi il sistema retributivo puro. Per chi, invece, non aveva abbastanza contributi si applica un sistema misto, in parte contributivo ed in parte retributivo. Per chi è stato assunto dopo il 1995 vale solo il metodo contributivo.

Tornando al sistema misto, questo si applica ai lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e a decorrere dal 1° gennaio 2012 anche ai lavoratori  con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31 dicembre 1995.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni al 31/12/1995, la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 1995, in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995,  la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 2011 secondo le modalità proprie del sistema retributivo, e in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità contributiva maturata dal 1° gennaio 2012.

E’ quindi fondamentale, per chi ha periodi di contribuzione a cavallo delle varie date spartiacque, capire bene qual è la propria anzianità contributiva e dove si collocano i vari periodi di contribuzione. Ciò incide, infatti, sia sul diritto ad andare in pensione sia sul calcolo dell’assegno.

Calcolo delle settimane contributive

Capire quante settimane contributive sono state pagate prima del 1995 e quante dopo, è importane perché da ciò deriva anche quanto sarà pesante l’assegno pensionistico che verrà riconosciuto dall’Inps.

Il calcolo dell’anzianità contributiva diventa, dunque, fondamentale. Come premesso, infatti, l’anzianità contributiva è un dato essenziale per stabilire sia se si ha diritto ad accedere alla pensione o ad altre provvidenze pubbliche, sia l’ammontare delle prestazioni pensionistiche stesse.

Ma facciamo un esempio concreto. Ad oggi per poter prendere la pensione di vecchiaia, sono necessari almeno 20 anni di contributi (ridotti a 15 qualora il lavoratore è in possesso di questa anzianità alla data del 31/12/1992) ed un’età anagrafica di 67 anni. Con riferimento ad altre situazioni basta, invece, il solo requisito contributivo non essendo richiesta un’età anagrafica minima. E’ il caso della cosiddetta pensione anticipata che viene erogata al maturare di una certa anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica.

L’anzianità contributiva, come abbiamo detto, non determina solo il diritto di prendere o meno la pensione ma condiziona anche quanti soldi si andranno a prendere, ossia la misura della pensione. Maggiori sono stati i versamenti contributivi, più elevato sarà l’assegno pensionistico a cui si avrà diritto.

L’anzianità contributiva viene determinata per la generalità dei lavoratori dipendenti in settimane contributive (nel numero di 52 settimane in un anno). Ciò significa che per ogni anno di intero lavoro del dipendente e, dunque, di contributi versati all’Inps, devono essere conteggiate 52 settimane contributive. Ad esempio, quando la legge esige che per l’accesso ad una determinata tipologia di pensione si abbiano almeno 40 anni di contributi si devono intendere 40×52 settimane = 2080 settimane contributive accreditate presso Inps.

Settimane contributive e Naspi

Il calcolo delle settimane contributive non rileva solo con riferimento alla pensione, ma anche per verificare il diritto a percepire altri tipi di provvidenze e sussidi dell’Inps.

Ad esempio, con riferimento all’indennità di disoccupazione, che oggi si chiama Naspi [3], il calcolo delle settimane contributive maturate prima della perdita del lavoro è importante per due motivi.

Innanzitutto, per poter prendere la Naspi il lavoratore deve aver cumulato almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Inoltre, le settimane contributive incidono anche sul periodo di durata del beneficio. Infatti, la Naspi viene corrisposta dall’Inps al lavoratore disoccupato mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi quattro anni.

Pensione minima donne

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Qual è il trattamento pensionistico minimo al quale hanno accesso le lavoratrici?

Senti spesso parlare di pensione minima delle lavoratrici, ma non sai di che cosa si tratta?

Innanzitutto, devi tener presente che la pensione minima, o integrazione al trattamento minimo, è uguale sia per gli uomini che per le donne; anche le maggiorazioni sulla pensione eventualmente spettanti si applicano nella stessa misura. Nulla cambia anche in rapporto alla pensione di cittadinanza, calcolata allo stesso modo a prescindere dal sesso di chi richiede la prestazione.

Che cos’è, allora, la pensione minima donne? In realtà, non esiste una pensione minima accessibile solo alle donne: con questo termine, in passato, si indicava la pensione di vecchiaia, in quanto raggiunta con dei requisiti contributivi minimi, ossia molto bassi, e con un’età anagrafica differente per le donne (meno elevata rispetto a quella richiesta per gli uomini). Attualmente, però, i requisiti per la pensione di vecchiaia sono uguali, sia per le lavoratrici che per i lavoratori.

Col termine pensione minima donne, sino a qualche anno fa si indicava anche la pensione di anzianità, raggiunta con un requisito di età minimo, inferiore per le lavoratrici, rispetto a quello richiesto per i lavoratori.

Ad oggi, invece, è chiamata pensione minima per le lavoratrici, in modo improprio, la pensione anticipata con opzione donna, in quanto si ottiene con requisiti molto più elastici rispetto a quelli previsti per la pensione di vecchiaia ed anticipata ordinaria, e prevede un trattamento molto basso, a causa del ricalcolo contributivo della prestazione, ma adeguato al trattamento minimo.

È chiamata pensione minima donne anche la prestazione che può essere ottenuta presso il fondo di previdenza delle casalinghe a 57 anni di età: in questa ipotesi, il trattamento deve raggiungere una cifra almeno pari a 549,59 euro mensili, cioè a 1,2 volte l’assegno sociale (che per il 2019 ammonta a 457,99 euro). Tuttavia, anche se la gestione previdenziale è chiamata fondo Casalinghe, parlare di pensione minima donne non è corretto, in quanto i versamenti sono aperti anche agli uomini.

Come funziona la pensione minima donne?

La pensione anticipata per le lavoratrici con requisiti minimi, o opzione donna, è un trattamento di previdenza che può essere ottenuto con requisiti nettamente inferiori rispetto a quelli previsti per la pensione anticipata o di vecchiaia ordinaria.

Il requisito di età, difatti, è pari a 59 anni per le lavoratrici autonome, ed a 58 anni per le dipendenti: è dunque molto più elastico rispetto al requisito anagrafico di 67 anni previsto per la pensione di vecchiaia, ma anche rispetto al requisito di età previsto per la pensione anticipata contributiva, pari a 64 anni o, ancora, al requisito di 62 anni previsto per la nuova pensione quota 100.

Il requisito contributivo previsto per opzione donna è nettamente inferiore a quello previsto per la pensione anticipata ordinaria o dei lavoratori precoci: l’opzione richiede soli 35 anni di contributi, contro 41 anni e 10 mesi ed i 41 anni richiesti, rispettivamente, dalle due tipologie di trattamento menzionate.

Attenzione, però: i requisiti di età e contributivi richiesti da opzione donna devono essere maturati entro il 31 dicembre 2018. Inoltre, a partire dalla data di perfezionamento dei requisiti, si deve attendere un periodo di finestra pari a 12 mesi per le dipendenti ed a 18 mesi per le autonome.

A quanto ammonta la pensione minima donne?

In cambio dei requisiti minimi, alle lavoratrici che si avvalgono di opzione donna la pensione è calcolata attraverso il sistema interamente contributivo: di solito questo sistema risulta penalizzante rispetto ai sistemi di calcolo retributivo e misto, in quanto basato solo sui versamenti accreditati, e non sugli ultimi redditi. In ogni caso, a differenza della generalità delle prestazioni calcolate col sistema contributivo, questo trattamento è integrabile al minimo.

A quanto ammonta la pensione minima casalinghe?

La pensione delle casalinghe, se liquidata dai 57 ai 64 anni di età, deve ammontare a un minimo di 1,2 volte l’assegno sociale: deve quindi risultare almeno pari a 549,59 euro mensili.

Se l’assegno non raggiunge questo importo minimo, è necessario attendere i 65 anni di età. La pensione delle casalinghe non è integrabile al trattamento minimo.

Per ottenere la pensione nel fondo casalinghe, comunque, sono necessari almeno 5 anni, cioè 60 mesi, di contributi: per ogni anno deve essere versato un minimo di 310 euro.

E se la casalinga non ha mai versato i contributi? In questo caso, in presenza dei requisiti di reddito, può spettare l’assegno sociale, eventualmente aumentato dall’importo della pensione di cittadinanza (in presenza di ulteriori requisiti)

Facebook può essere intercettato?

Posted on : 16-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si può intercettare Messenger? È possibile risalire alle conversazioni e ai messaggi Facebook? Crittografia end-to-end: cos’è? È sicuro chiamare con Facebook?

Se vuoi sentire un parente oppure organizzarti con un amico, difficilmente ti affiderai alla classica telefonata: sarà molto più probabile, invece, che tu preferisca inviargli un messaggio oppure una registrazione vocale. Le nuove tecnologie (WhatsApp, Messenger, Skype, ecc.) hanno reso tutto molto più semplice e veloce: bastano pochi tocchi sul display dello smartphone per comunicare con gli altri. Il problema, però, è che la sicurezza di questi nuovi strumenti non è sempre massima: sempre più spesso si sente parlare di intercettazioni e di microspie inserite nei cellulari. Con questo articolo, in particolare, vorrei soffermarmi sul più noto social network che esista e rispondere a questa domanda: Facebook può essere intercettato?

Come saprai, Facebook consente di comunicare su più livelli: grazie al sistema di messaggistica istantanea denominato Messenger, puoi chattare, chiamare e videochiamare; esattamente come WhatsApp, insomma. Chiedersi se Facebook può essere intercettato, dunque, significa domandarsi se Messenger può essere intercettato. Prosegui nella lettura se ritieni che l’argomento sia di tuo interesse.

I messaggi su Facebook possono essere intercettati?

Vediamo innanzitutto se i messaggi privati che invii su Facebook attraverso Messenger possono essere intercettati, cioè letti da persone che non fanno parte della conversazione. L’intercettazione, infatti, è per definizione la captazione di un dialogo da parte di chi non è presente.

Ebbene, in teoria possiamo dire che i messaggi di Facebook sono sicuri perché, già da qualche anno, Messenger ha adottato la stessa crittografia giù utilizzata da Telegram e da WhatsApp. Questo particolare sistema impedisce a coloro che non fanno parte della conversazione di inserirsi segretamente in essa e, quindi, di intercettarla. Ma vediamo meglio come funziona questo meccanismo di sicurezza.

Crittografia end-to-end: cos’è?

La crittografia end-to-end adottata da Facebook impedisce di prendere visione della comunicazione a persone che siano estranee ad essa. Per farlo, il sistema assegna una chiave di accesso ad ogni messaggio inviato, chiave di accesso che è posseduta solamente dal destinatario della comunicazione. In pratica, è come se ogni messaggio avesse un lucchetto che si apre solamente nel momento in cui arriva a destinazione.

Ciò significa che neanche Facebook conosce il contenuto dei messaggi, perché essi sono visibili solamente sui dispositivi coinvolti, cioè sugli smartphone o sui computer di coloro che stanno messaggiando.

La differenza tra Facebook/Messenger e WhatsApp, però, è che la crittografia end-to-end non è un’impostazione base: se stai messaggiando con Facebook e vuoi la massima privacy, cioè vuoi che la crittografia di cui ti ho parlato si attivi, deve iniziare una conversazione segreta.

Al contrario, WhatsApp non consente di disattivare la crittografia end-to-end, che è impostata di base. Se ne vuoi sapere di più su questo specifico argomento, ti consiglio di leggere il mio articolo dal titolo Si possono intercettare i messaggi WhatsApp?

Chiamate e videochiamate Facebook possono essere intercettate?

Quanto appena detto per i messaggi vale anche per le chiamate e le videochiamate Messenger: anch’esse sono protette dalla crittografia end-to-end e, pertanto, non è possibile inserirsi tra di esse.

È possibile intercettare Facebook?

In realtà, non è del tutto impossibile intercettare Facebook: è possibile farlo, infatti, attraverso metodi poco “ortodossi”, utilizzati per lo più dagli hacker. Abbiamo detto che, grazie alla crittografia di cui ti ho ampiamente parlato, nessuno può intromettersi nella tua conversazione privata.

Tuttavia, esistono dei software (veri e propri virus) che, una volta che hanno infettato il tuo dispositivo, sono in grado di assumerne il controllo e, pertanto, di spiare le tue conversazioni. Il più diffuso di essi riesce a bypassare la cifratura dei dati predisposta da Facebook, riuscendo a prendere il controllo dell’hardware, come ad esempio del microfono del dispositivo.

Così facendo, il virus consente di mettere sotto controllo il computer o lo smartphone, riuscendo a captare le conversazioni, proprio come se si trattasse di un’intercettazione ambientale. Ovviamente, tale inganno può operare solo per le chiamate e per le videochiamate.

Si può risalire ai messaggi Facebook?

Neanche i messaggi privati scambiati via Messenger sono del tutto al sicuro. Come detto più sopra, la crittografia impedisce a terzi (Facebook compreso) di avere contezza del contenuto della conversazione; ciononostante, è sempre possibile risalire alle conversazioni private accedendo ai dispositivi coinvolti.

I messaggi Facebook, infatti, lasciano le loro tracce all’interno degli smartphone e dei computer: di conseguenza, una perizia sugli stessi permetterebbe di risalire al loro contenuto.

Per farlo occorre ovviamente avere la disponibilità dello strumento informatico e sottoporlo ad analisi: così facendo, si è in grado di estrapolare i messaggi, nonostante la crittografia end-to-end.

Per ottenere questo risultato, si può chiedere al giudice di disporre l’acquisizione del cellulare o del pc; in ambito penale, se ci sono gravi indizi di reato, il pubblico ministero può autorizzare il sequestro e la perizia sugli stessi.