Lettera di dimissioni

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il modulo per interrompere il rapporto di lavoro, i tempi entro i quali inviarlo oppure ripensarci. Il rispetto del preavviso.

Quante volte hai sentito il desiderio di cambiare vita, di lasciare l’attuale lavoro per fare qualcosa di più stimolante, di più consono alle tue aspirazioni? Magari di avvicinarti anche a casa o di lavorare addirittura dalla tua stessa abitazione grazie alle possibilità che offre Internet? Quante volte hai immaginato di non avere un superiore ma di diventare il capo di te stesso? Sogni non impossibili che, però, comportano un passaggio obbligatorio: la lettera di dimissioni. Quel pezzo di carta (meglio sarebbe dire quel messaggio di posta elettronica, visto che oggi è obbligatorio farlo per via telematica) che serve a rompere il legame contrattuale con un’azienda e ad essere liberi di voltare pagina.

Dare le dimissioni non è, comunque, una procedura scontata. Occorre rispettare alcuni vincoli imposti dalla legge. Dalla forma stessa della lettera di dimissioni ai tempi in cui occorre inviarla per rispettare l’eventuale preavviso richiesto dal contratto.

Da valutare, poi, le conseguenze della lettera di dimissioni. Se non hai un lavoro che ti aspetta subito ma vuoi, comunque, lasciare quello vecchio perché troppo scomodo o perché non ti trovi più, hai diritto alla Naspi, cioè al sussidio di disoccupazione? Non sempre: bisogna valutare il motivo delle dimissioni stesse. Se sono state presentate per giusta causa ti spettano di diritto, altrimenti la questione diventa più complicata.

Ricordiamo, innanzitutto, che parlare di rapporto di lavoro significa parlare di un patto sottoscritto da due parti (dipendente e azienda) e che, di conseguenza, può essere sciolto da ciascuna delle parti in qualsiasi momento pur nel rispetto di quanto siglato sul Ccnl e sul Codice civile [1], che consente sia al dipendente sia al datore di lavoro di recedere dal contratto dandone preavviso nel termine e nei modi.

Ecco, allora, quello che devi sapere sulla lettera di dimissioni: come va scritta, quando va presentata, che cosa comporta e quando è obbligatorio comunicare le dimissioni online.

Lettera di dimissioni: come presentarla

Premessa importante: in molti casi, la lettera di dimissioni non è più un foglio di carta che si mette in una busta e si lascia sulla scrivania del superiore, del capo del personale (pardon: delle risorse umane, che ora si dice così) o del datore di lavoro. Le dimissioni vanno comunicate obbligatoriamente per via telematica, come imposto nel 2016 dal Jobs Act. Un modo per impedire all’azienda di mettere in atto l’astuta pratica delle dimissioni in bianco, cioè quel foglio che veniva fatto firmare al lavoratore al momento dell’assunzione e che registrava le dimissioni del dipendente senza una data, messa successivamente dal datore di lavoro a suo piacimento.

Bisogna compilare un apposito modulo che si trova online sul sito del Ministero del Lavoro (ma che puoi scaricare qui).

Come puoi presentare le dimissioni online? Puoi seguire una di queste procedure:

  • collegarti al portale del Ministero del Lavoro (lavoro.gov.it). Verrà richiesto il codice Pin o lo Spid (il sistema pubblico di identità digitale). In questo modo si accede al modulo online dove occorrerà inserire le informazioni richieste sul rapporto di lavoro che si intende interrompere. Chi è stato assunto prima del 2008 dovrà indicare la data di inizio del rapporto, la tipologia contrattuale e i dati del datore di lavoro (soprattutto indirizzo e-mail o Pec). Completato l’invio, il lavoratore riceve automaticamente un messaggio di corretta trasmissione al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente. Da quel momento cominciano a decorrere i 7 giorni nel corso dei quali il dipendente può ripensarci ed annullare le dimissioni;
  • rivolgerti ad un soggetto autorizzato (un patronato, un sindacato, un consulente del lavoro, ecc.) che compilerà il modulo e lo invierà al Ministero del Lavoro. Il modulo riporterà due informazioni: la Marca temporale, cioè la data di trasmissione, e un codice identificativo coerente con la data.

Questa procedura non è richiesta per:

  • i dipendenti pubblici;
  • i lavoratori domestici;
  • tirocinanti, stagisti e collaboratori coordinati continuativi;
  • lavoratori marittimi;
  • lavoratori in prova;
  • i casi di dimissioni o di risoluzioni consensuali del rapporto disposti in sede conciliativa.

Lettera di dimissioni: come scriverla

Per chi non è obbligato a fare la comunicazione per via telematica, scrivere una lettera di dimissioni non è complicato ma nemmeno banale. Non bastano due righe in cui si dice «mi licenzio e dal mese prossimo non vengo più». Da un punto di vista legale viene chiesto un certo contenuto riportato con una determinata forma, e cioè:

  • nome e cognome del dipendente, luogo e data delle dimissioni in alto a sinistra;
  • nome e cognome del datore di lavoro o ragione sociale dell’azienda in alto a destra;
  • oggetto;
  • contenuto in sé della lettera in cui deve essere riportata in modo chiaro ed inequivocabile la volontà di interrompere il rapporto di lavoro, la data in cui si intende recedere dal contratto e l’ultimo giorno di presenza in azienda;
  • firma leggibile del dipendente, in basso a destra.

Ecco, dunque, come si potrebbe scrivere una lettera di dimissioni secondo questo schema:

Ludmila Vatrice

Via delle Colf, 6

20122 Milano

 

                                                                                                                    Egr. Sig.

                                                                                                                    Carmelo Cotogno

                                                                                                                    Viale Fruttato, 12

                                                                                                                    20136 Milano

 

Oggetto: Dimissioni

Io sottoscritta Ludmila Vatrice con la presente intendo rassegnare in data odierna le mie dimissioni volontarie ed irrevocabili. Non potendo rispettare il preavviso stabilito dal contratto e consapevole della mia inadempienza, vogliate considerare quale ultimo giorno del mio rapporto di lavoro la data del 20.20.2020.

(oppure)

Intendo rispettare il preavviso stabilito dal contratto, quindi il mio ultimo giorno di lavoro sarà il 20.20.2020.

Cordialità,

                                                                                                                                                             Ludmila Vatrice

Lettera di dimissioni: il preavviso

Praticamente tutti i contratti nazionali di categoria prevedono un periodo di preavviso per la risoluzione del rapporto di lavoro, periodo che deve essere rispettato sia dall’azienda (in caso di licenziamento) sia dal lavoratore (in caso di dimissioni). Questo per tutelare entrambe le parti.

Il preavviso, infatti, è il lasso di tempo tra la data in cui il lavoratore comunica per via telematica le sue dimissioni ed il suo ultimo giorno di lavoro. Significa che, se ad esempio, il mio contratto prevede 3 mesi di preavviso e comunico le dimissioni il 1° marzo, per non incorrere in penalità dovrò lavorare fino al 31 maggio. Questo consente all’azienda di riorganizzarsi o di cercare per tempo una nuova figura per affiancare e successivamente sostituire il dipendente uscente. La durata varia da settore a settore e da una figura professionale all’altra ma è, comunque, scritta sul proprio Ccnl.

Il mancato rispetto del preavviso consente al datore di lavoro di decurtare al lavoratore dalle ultime spettanze i giorni non lavorati. Inoltre, se la procedura per presentare la lettera di dimissioni viene avviata dal dipendente ma non completata nonostante il datore di lavoro l’abbia sollecitato, l’azienda può cominciare una procedura disciplinare nei confronti del lavoratore per ingiustificata assenza dal posto di lavoro. È evidente che questa procedura può portare al licenziamento.

Se hai un contratto a termine e vuoi interrompere il rapporto di lavoro anticipatamente, devi stare molto attento al modo in cui lo fai: ei contratti a scadenza non è previsto il periodo di preavviso. Quindi, a meno che non si tratti di giusta causa (mobbing, ad esempio), se presenti le dimissioni prima del termine del contratto l’azienda potrebbe chiederti un risarcimento pari al periodo trascorso tra il tuo ultimo giorno di lavoro effettivo e la data di scadenza del contratto. Meglio, quindi, trovare un accordo con il titolare.

Lettera di dimissioni: posso ripensarci?

L’abbiamo detto poco fa tra le righe: chi presenta la lettera di dimissioni ha tempo 7 giorni per cambiare idea. Quel tempo decorre dalla data in cui è stata inviata la comunicazione al Ministero del Lavoro e all’azienda, così come risulta dal messaggio ricevuto dopo l’invio telematico. Il dipendente dovrà, a questo punto, ritirare le dimissioni sempre online. Come fare per revocare le dimissioni?

Nel caso in cui tu abbia comunicato le dimissioni per conto tuo attraverso il sito del Ministero, devi accedere di nuovo al portale e revocarle, utilizzando sempre lo stesso modulo che ti abbiamo messo prima a disposizione. Nella «sezione 4», dovrai barrare la voce «revoca».

Se invece ti sei rivolto ad un soggetto abilitato, puoi tornare da lui e chiedergli di comunicare la revoca delle tue dimissioni utilizzando i codici abbinati alla tua comunicazione. L’importante è che, in qualsiasi di questi due casi, il tutto venga fatto entro 7 giorni dalla data in cui le dimissioni sono state comunicate.

Può succedere, comunque, che lavoratore e azienda abbiano raggiunto un accordo per revocare le dimissioni oltre i 7 giorni dalla comunicazione. In questo caso non dovrai fare nulla se non presentarti al lavoro nella data stabilita.

Viaggi in auto: sono ore di lavoro e vanno pagate

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Sì agli straordinari per gli spostamenti perché è lavoro tutto il tempo in cui si è a disposizione del datore di lavoro.

Ti sarà certamente capitato di dover andare in missione o di spostarti con l’auto per ragioni di lavoro e, per tale motivo, di fare tardi la sera. Alla fine, se anche l’orario di lavoro “ufficiale” è terminato secondo le previsioni del tuo contratto, eri stanco come se avessi fatto uno straordinario. Il semplice stare fuori di casa, seppur seduto dentro la tua auto, è stressante, logorante e di certo non consente di riposarsi a dovere. Così ti sarai chiesto in tali occasioni: «Questo tempo chi me lo paga?» Ebbene, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 2015 [1], oggi attuata dalla Cassazione [2], stabilisce che è obbligo dell’azienda retribuire non solo il lavoro in senso stretto ma tutto il tempo in cui il dipendente è a disposizione del datore di lavoro, quindi anche le attività connesse alle mansioni abituali come, nel caso dei lavoratori senza sede fissa, gli spostamenti in auto e il tragitto casa-lavoro. Va infatti considerata come una normale lavoro la temporanea inattività se le energie sono comunque dedicate alla società. Si pensi al caso di chi deve recarsi sui cantieri. La Suprema Corte quindi avverte, i viaggi in auto sono ore di lavoro e vanno pagate. Ma procediamo con ordine.

Il normale orario di lavoro

L’orario normale di lavoro è di 40 ore settimanali (in ogni caso i contratti collettivi possono stabilire una durata inferiore). L’orario settimanale non può superare le 48 ore comprensive dello straordinario per ogni periodo di 7 giorni, calcolato come media in un periodo non superiore a 4 mesi (nel calcolo della media non sono presi in considerazione i periodi di ferie annue e le assenze per malattia, infortunio e gravidanza).

Rientrano nell’orario di lavoro, e pertanto vanno retribuiti, i periodi in cui i lavoratori sono obbligati ad essere fisicamente presenti sul luogo indicato dal datore di lavoro ed a tenersi a disposizione di quest’ultimo per poter fornire la loro opera in caso di necessità.

Cosa significa stare a disposizione del datore di lavoro

Secondo la sentenza ormai storica del 2015 della Corte di Giustizia Europea, un lavoratore può essere considerato «a disposizione del proprio datore» quando ha l’obbligo di eseguire le direttive e di esercitare la propria attività in funzione dell’azienda. Quindi, se anche fermo a una sedia, deve stare a disposizione dell’azienda e non muoversi da un determinato posto egli si considera “al lavoro”. Al contrario, non può essere considerato a disposizione il dipendente, in quei periodi in cui è libero di dedicarsi ai propri interessi e di gestire liberamente il proprio tempo anche se ha l’obbligo di reperibilità: pertanto, tali frangenti non costituiscono orario di lavoro, conformemente a quanto previsto dalla Direttiva CE.

Dato che, per i lavoratori privi di sede fissa, il tragitto di lavoro è generalmente deciso e programmato dal datore, compresi quelli da e per il domicilio del dipendente, questi percorsi devono essere remunerati come ore lavorate. A disporlo è una direttiva dell’Unione Europea del 1993 [2].

Tragitti in auto: vanno retribuiti

La Cassazione ha appena confermato quanto già detto dalla Corte UR. Anche secondo i nostri giudici rientra nell’orario di lavoro, e va dunque retribuito, tutto il tempo in cui le energie del prestatore restano a disposizione del datore, benché vi possano essere momenti di temporanea inattività. Ed allora ben possono scattare gli straordinari se la giornata del dipendente dura oltre nove ore e mezza considerato il tempo necessario al lavoratore di recarsi con l’auto aziendale da un posto all’altro nell’interesse del datore come ad esempio sui vari cantieri dell’azienda.

Nel caso di specie si trattava di un elettricista che, per conto dell’impresa presso cui era stato assunto, curava giornalmente lavori di piccola manutenzione in due Comuni del Salento. Per recarsi nei vari luoghi ove andavano effettuati gli interventi il dipendente impiegava diverse ore in auto finendo per lavorare ben oltre il limite di ore fissato dal suo contratto collettivo, ragion per cui ha inteso fare causa al datore di lavoro per ottenere il pagamento degli straordinari. Straordinari che la Cassazione gli ha riconosciuto. I giudici hanno ritenuto sussistente il diritto a ottenere il versamento delle differenze retributive per il lavoro fuori di casa per andare e venire dai cantieri della società. E ciò anche se non deve passare per la sede dell’impresa e ha l’auto aziendale: non conta che il lavoratore abbia una certa autonomia organizzativa perché, in base al codice civile [4], nel rapporto subordinato l’obbligazione a carico del prestatore è di mezzi (nel senso che il dipendente mette a disposizione dell’imprenditore le sue energie a prescindere dal raggiungimento di un risultato specifico o dal compimento di un’opera particolare).

Risultato: il datore di lavoro deve retribuire anche il tempo necessario per raggiungere le varie sedi di lavoro dal momento che lo spostamento è funzionale a rendere la prestazione.

Estinzione anticipata del mutuo

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pagamento parziale con riduzione proporzionale delle rate residue o pagamento integrale del mutuo con cancellazione del debito: la banca può chiedere delle penali?

Hai un mutuo ancora in corso con la banca. Il finanziamento ti è stato concesso più di 10 anni fa per l’acquisto della casa. Sino ad oggi hai pagato tutte le rate con puntualità, merito del tuo senso del risparmio e della capacità di gestire i conti familiari con ordine e prudenza. Ciò nonostante hai sentito il peso di questo gravoso onere. Proprio per questo, ora che hai recuperato un po’ di liquidità, vorresti versare questo piccolo tesoretto alla banca in modo da estinguere in anticipo il mutuo o semplicemente ridurre l’importo delle future rate. Ti chiedi però se è conveniente e se ci sia da pagare una penale. Hai infatti saputo che, in passato, chi ha chiesto l’estinzione anticipata del mutuo si è trovato a dover versare di più di quanto inizialmente concordato con la filiale nel piano di ammortamento. Ti sembra però assurdo subire un pregiudizio per un comportamento che si risolve in un vantaggio per lo stesso creditore il quale in tal modo, riceve in anticipo il denaro spettantegli. Ti chiedi allora se non si tratti di un abuso nei confronti del consumatore o di una violazione dei tuoi diritti.

Di tanto parleremo nel seguente articolo: ti spiegheremo se è possibile l’estinzione anticipata del mutuo e se c’è qualche penale da versare; ti chiariremo quando conviene il pagamento anticipato e quando invece è meglio lasciare le cose come stanno. Ma procediamo con ordine.

È possibile l’estinzione anticipata del mutuo o il pagamento parziale con riduzione della rata?

In generale il codice civile [1] prevede il diritto, per chiunque riceve delle somme di denaro in prestito, di rimborsare in anticipo tutto o solo una parte del finanziamento ricevuto prima della scadenza indicata nel contratto. È la cosiddetta estinzione anticipata la quale quindi deve considerarsi del tutto lecita. Allo stesso modo il mutuatario può decidere di pagare solo una parte del mutuo residuo, andando così a spalmare l’importo sul debito rimasto e, per l’effetto riducendo l’importo di ogni singola rata futura.

Vediamo però se tali possibilità sono subordinate al pagamento di ulteriori somme a titolo di penali, rimborsi o spese amministrative.

Estinzione anticipata del mutuo o riduzione delle rate: è dovuta una penale?

Nei contratti di mutuo sottoscritti fino al 2 febbraio 2007, le banche hanno sempre inserito l’obbligo di pagamento di una penale in caso di estinzione anticipata. Se quindi il tuo contratto riporta una data anteriore al 2 febbraio 2007 farai bene a verificare a quanto ammonta tale somma e se effettivamente ti conviene chiudere in anticipo il piano di finanziamento. In alternativa potresti versare una somma di denaro a parziale copertura del mutuo, spalmandola sull’intero piano di ammortamento al fine di ridurre l’importo delle singole rate.

Invece, nei contratti di mutuo firmati dal 2 febbraio 2007 in poi, l’estinzione anticipata non può più essere subordinata al pagamento di alcuna penale. A tutelare i consumatori è stata una legge del 2016 adottata in attuazione di una direttiva dell’Unione Europea. In realtà la normativa comunitaria lasciava liberi gli Stati membri di autorizzare o meno gli istituti di credito a chiedere, in caso di estinzione anticipata del mutuo, un indennizzo a copertura di quella parte di costi fissi sostenuti per acquisire il contratto e per la stipula del mutuo non ancora ammortizzati. L’Italia – caso unico in Europa – ha preferito invece adottare una normativa di tutela massima del consumatore. Risultato, ad oggi è possibile diminuire l’importo di una rata o estinguere completamente il mutuo in anticipo senza costi aggiuntivi. Pertanto per i mutui stipulati da tale data l’estinzione anticipata non comporta il pagamento di una penale, ossia di una somma aggiuntiva rispetto al capitale che si intende restituire. È vietato inserire nel contratto qualunque patto o clausola, anche successiva alla conclusione dello stesso, che ponga a carico del mutuatario il pagamento di un compenso o di una penale alla banca per l’estinzione anticipata: se previste tali clausole devono sempre considerarsi nulle. La nullità del patto o della clausola opera di diritto e non comporta la nullità dell’intero contratto [3].

Tuttavia molte banche continuano ancora ad operare in modo non pienamente conforme alla riforma e, sebbene consentono il pagamento parziale del mutuo senza penali, con conseguente riduzione proporzionale delle rate residue, invece subordinano l’estinzione anticipata del mutuo (con pagamento integrale del debito residuo) all’autorizzazione della sede centrale. Questo comportamento deve essere considerato illegittimo se tale consenso dovesse essere negato o comunque subordinato al versamento di una penale o di qualsiasi altro “rimborso spese”.

Conviene l’estinzione anticipata del mutuo?

Se leggi con attenzione il piano di ammortamento del tuo mutuo noterai che nei primi anni, gli importi delle singole rate sono calcolati in modo che il mutuatario paghi prima gli interessi e poi il capitale. In buona sostanza, sulle prime rate la quota di interesse è superiore a quella del capitale da rimborsare. Via via che passano gli anni i due importi si eguagliano e infine la quota da restituire è costituita solo dal capitale. Per questa ragione, se si intende estinguere in anticipo un mutuo è più conveniente farlo all’inizio; quando invece gli interessi sono stati già tutti o in gran parte versati, non c’è più ragione di anticipare l’estinzione del mutuo a meno che non lo si faccia per una ragione “psicologica”, per non vedersi decurtare dallo stipendio la rata mensile dovuta alla banca.

Quando il condominio può fare decreto ingiuntivo?

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Morosità: per il mancato pagamento dei contributi di ordinaria amministrazione l’amministratore può delegare un avvocato senza l’autorizzazione dell’assemblea. Ma è necessario prima approvare il bilancio.

Sono diversi mesi che non paghi il condominio e ora temi che l’amministratore possa agire contro di te. Tuttavia, ad oggi, non è mai stata convocata l’assemblea così come non esiste un bilancio ufficiale. Tutto ciò ti fa ben sperare che, prima di procedere per le vie legali, il condomino debba ancora aspettare qualche altro mese. Ma poiché la prudenza non è mai troppa e hai bisogno di conforto, interroghi il tuo avvocato. A lui poni il seguente quesito: quando il condominio può fare decreto ingiuntivo? Il tuo legale di risponderà pressapoco per come leggerai nelle seguenti righe.

In particolare, in questo articolo ti spiegheremo quali sono i poteri dell’amministratore nei confronti dei morosi ossia dei condomini che non pagano le quote loro spettanti per regolamento. Ma soprattutto ti spiegheremo quanto tempo passa prima che possano essere avviati “gli atti giudiziari” nei tuoi confronti e, in definitiva, quanto tempo hai per regolarizzare la tua posizione nonostante il ricevimento dei solleciti di pagamento.

Cosa può fare il condominio a chi non paga le quote

La questione del recupero dei crediti condominiali è regolamentata dal codice civile. Ecco a riguardo cosa dice la legge.

Se non hai pagato le quote condominiali dell’ordinaria e/o della straordinaria amministrazione e ti è stato affibbiato l’appellativo di moroso, il condominio può agire nei tuoi confronti in tempi relativamente brevi (vedremo quali sono nel corso del presente articolo). Lo può fare rivolgendosi al giudice del luogo ove si trova l’immobile chiedendogli l’emissione di un decreto ingiuntivoprovvisoriamente esecutivo”. Cerchiamo di comprendere quali sono le implicazioni pratiche che questo concetto porta con sé.

Cosa significa decreto ingiuntivo?

Il decreto ingiuntivo è un ordine di pagamento da parte del giudice intimato al debitore. Non richiede una causa poiché il credito risulta già da un documento scritto (in questo caso il bilancio consuntivo del condomino). La procedura è abbastanza snella.

L’avvocato nominato dall’amministratore (senza bisogno di una previa autorizzazione dell’assemblea) deposita in via telematica, presso il tribunale competente, una copia dei documenti che attestano il credito del condominio. Con questi ottiene un ordine di pagamento nei confronti del condomino moroso. La procedura avviene senza quest’ultimo. In altre parole, di tale fase tu non viene a conoscenza e si svolge in tua assenza tra creditore e giudice. Non ti preoccupare però: il tuo diritto di difesa viene garantito attraverso l’obbligo, per il creditore, di notificarti il “decreto ingiuntivo” (anche detto ingiunzione di pagamento). Da tale momento hai la possibilità di opporti entro 40 giorni. In termini pratici, una volta che hai ricevuto il decreto ingiuntivo con l’ordine di pagamento hai tutto il tempo per consultare un avvocato e contestare il credito fatto valere nei tuoi riguardi. Se però fai scadere questi 40 giorni, il decreto ingiuntivo diventa definitivo e il provvedimento assume la stessa forza di una sentenza “passata in giudicato” (ossia non più contestabile). Risultato: il creditore può pignorarti i beni: stipendio, pensione, conto in banca e persino la casa.

Che significa “provvisoriamente esecutivo”?

Abbiamo detto che il decreto ingiuntivo del condomino è provvisoriamente esecutivo. Cosa significa questo concetto? Vuol dire che, se nella generalità dei casi il creditore deve aspettare la scadenza dei 40 giorni prima di avviare il pignoramento contro il moroso, quando il decreto è provvisoriamente esecutivo si può procedere direttamente, già dopo la sua notifica. In realtà, prima dell’esecuzione forzata è necessario che il debitore riceva un ultimo avviso, chiamato atto di precetto con cui gli si danno altri 10 giorni di tempo per saldare il debito o trovare un accordo.

Quindi, in buona sostanza, dal momento in cui ricevi il decreto ingiuntivo dovranno passare ancora alcune settimane prima di subire il pignoramento dell’ufficiale giudiziario.

Dopo quanto tempo viene emesso il decreto ingiuntivo?

Per il decreto ingiuntivo basta il riparto spese approvato. La delibera di approvazione del piano di riporto di tali contributi costituisce titolo di credito del condominio, prova l’esistenza del credito e legittima la concessione del decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo.

In particolare, approvato il riparto delle spese dall’assemblea di condominio, l’amministratore è legittimato a pretendere il pagamento delle spese dovute da ciascun condomino, siano esse ordinarie o straordinarie. Secondo la giurisprudenza non è necessaria l’approvazione di un bilancio preventivo.

Di solito, il primo sollecito avviene sempre dopo la delibera di approvazione del bilancio consuntivo. Ragion per cui, se hai già ricevuto la raccomandata dell’amministrazione, è verosimile che la condizione per agire nei tuoi confronti si è già verificata e la richiesta di decreto ingiuntivo può essere depositata in qualsiasi momento.

Difatti, in caso di mancato spontaneo pagamento, se a nulla valgono i solleciti verbali e scritti, l’amministratore ha il dovere di rivolgersi ad un avvocato per richiedere ed ottenere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo contro il condomino moroso.

L’amministratore deve agire per la riscossione forzosa entro 6 mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito esigibile è compreso, salvo che l’assemblea lo dispensi da tale dovere. Si ritiene che l’amministratore possa essere chiamato a risarcire i danni al condominio se non ha agito contro i morosi.

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Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Diabete e complicazioni renali

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Quali sono e come prevenire le complicanze renali del diabete? Quali sono le conseguenze della nefropatia diabetica?

Il diabete è una malattia molto complessa e il suo sviluppo è accompagnato dalla comparsa nel tempo di una serie di complicanze croniche che coinvolgono diversi apparati e da cui dipende la qualità di vita del paziente. Quando parliamo di complicanze del diabete, quasi sempre si pensa subito a quelle che hanno a che fare con il cuoreinfarto o insufficienza cardiaca, solo per citarne alcune – o con il cervelloictus, anche qui uno su tutti. Un aspetto che, erroneamente, poco si considera sono le complicanze renali del diabete.

Perché il diabete ha cosi tante complicanze?

Le complicanze legate al diabete sono numerose: potenzialmente ogni organo può essere coinvolto. Il nostro organismo immaginiamolo come una macchina con funzioni interdipendenti: per effetto del malfunzionamento di un apparato, anche quello con cui esso è in connessione comincia a lavorare male e si innesca così un effetto domino che, nel tempo, crea un danneggiamento globale di tutto l’organismo. Questo meccanismo vale a maggior ragione per il Diabete: un problema di produzione di insulina a livello del pancreas, comporta un aumento del glucosio nel sangue e la sua comparsa nelle urine. La “qualità” del sangue che circola incide di fatto sul benessere globale.

Quali sono le complicanze renali del diabete?

La nefropatia diabetica è la patologia che si sviluppa nel rene per effetto dell’aumento dei livelli circolanti di glucosio nel sangue che si protrae nel tempo. In Italia, la nefropatia diabetica è la causa principale d’insufficienza renale cronica con necessità di ricorso alla dialisi e costituisce anche la prima causa di necessità di trapianto renale.

In presenza di insufficienza renale cronica, infatti, il trapianto di rene rappresenta il miglior trattamento possibile, tuttavia a causa della scarsa disponibilità di organi trapiantabili, questa opzione resta praticabile solo nel 24% circa dei casi.

Per il resto dei pazienti l’alternativa è perciò rappresentata dall’emodialisi o dalla dialisi peritoneale a vita. Studi al riguardo dimostrano quanto sia significativo l’impatto della nefropatia sulla salute, la qualità di vita della persona diabetica.

La nefropatia diabetica è una complicanza che può svilupparsi sia in presenza di diabete mellito di tipo 1 che di diabete mellito di tipo 2 e riguarda circa il 20-40% di tutti i soggetti diabetici.

Il fatto che non interessi l’intera popolazione diabetica sta ad indicare che la semplice iperglicemia da sola non è sufficiente a determinarne lo sviluppo e che sono sicuramente coinvolti altri fattori di suscettibilità – genetici o ambientali – non del tutto ancora individuati.

Quando si manifestano le complicanze renali del diabete?

Le complicanze renali del diabete iniziano in genere a manifestarsi a distanza di 10-15 anni dalla diagnosi di diabete anche se, in realtà, il processo inizia a svilupparsi già durante i primi anni della malattia. Questo ritardo è dovuto al fatto che il rene, e più in generale qualsiasi altro organo, prima di arrivare a funzionare male o a non funzionare del tutto per via della presenza di un fattore di danno che ne altera l’equilibrio, cerca di mettere in atto dei meccanismi di compenso finalizzati a far fronte al danno che si sta determinando per permettere a tutto il corpo di non risentirne dell’effetto. Quando però questi meccanismi di compenso falliscono significa che l’organo non è più in grado di arginare il danno ed ecco che si manifesta la malattia vera e propria.

In questo caso specifico l’evento scatenante è un’alterazione della barriera di filtrazione renale dovuta ad un processo per cui il glucosio in eccesso nel sangue si lega ad elementi che sono essenziali per mantenere l’integrità di tale barriera e garantire da una parte la filtrazione del sangue – e consentirne così la depurazione da sostanze di scarto- e dall’altra il recupero di sostanze ed elementi essenziali devono rimanere in circolo.

Con la perdita di integrità della barriera viene meno questa importante funzione e si innesca il meccanismo che condurrà alla fine in uno stato di insufficienza renale cronica.

Quali sono le conseguenze della nefropatia diabetica?

  • Il rene perde la capacità di concentrare le urine, con il risultato che almeno nelle fasi iniziali vengono perse grandi quantità di liquidi;
  • Il rene danneggiato perde la capacità di attivare la vitamina D necessaria all’assorbimento del calcio dall’intestino; se ciò non avviene, il calcio viene mobilitato dalle ossa, con conseguente osteomalacia, ossia indebolimento delle ossa e rischio di fratture;
  • Il tubulo non riesce ad eliminare protoni e a sintetizzare l’ammoniaca, si ha un conseguente aumento dell’acidità plasmatica e si determina uno stato di acidosi metabolica;
  • L’insufficienza renale si accompagna ad alterazioni metaboliche, che portano verso un aumento della resistenza all’insulina e questo non fa altro che aggravare lo stato di diabete nel soggetto;
  • Aumenta la produzione di trigliceridi da parte del fegato e si accrescono così i fattori di rischio aterosclerotici, con la tendenza ad alimentare l’accrescimento delle placche aterosclerotiche che si sono formate;
  • L’ingente perdita di liquidi con le urine fa sì che si attivi un sistema finalizzato a controllarne la perdita che però, di contro, alimenta uno stato di ipertensione. In questo contesto, la situazione diviene critica, poiché l’ipertensione e la condizione diabetica insieme cominciano a svolgere un’azione sinergica di danneggiamento sul rene che accelera e sostiene l’insufficienza renale cronica. Il tutto diventa ancora più grave se consideriamo che i soggetti con diabete mellito di tipo 2 hanno quasi sempre già un’ipertensione sottostante che viene in questo caso aggravata dal malfunzionamento renale.
  • Il rene che non funziona più non riesce a produrre eritropoietina e la carenza di questo ormone può essere causa di anemia;
  • Si possono verificare alterazioni nella coagulazione del sangue, dal momento che la perdita di proteine e fattori della coagulazione attraverso un rene disfunzionale influisce negativamente sulla capacità del processo di emostasi di porre termine ad un sanguinamento;
  • Si accumulano progressivamente tossine uremiche, ossia quelle sostanze di cui il rene disfunzionale non riesce a liberarsi; sono delle componenti presenti nel plasma e che causano un danno anche a concentrazione molto bassa. Rappresentano scorie derivanti da processi di catabolismo ed il loro accumulo si rende responsabile di: pericarditi, pleuriti, disturbi neuromuscolari – che vanno da semplici crampi e scosse muscolari involontarie fino ad un tremore più pronunciato – encefalopatia – con disturbi della memoria, della concentrazione e disturbi del sonno – disfunzioni immunologiche, con aumentata suscettibilità alle infezioni.

Si possono prevenire le complicanze renali del diabete?

Prevenire la nefropatia diabetica è possibile e lo si può fare migliorando il controllo della glicemia, quindi – seguendo la terapia antidiabetica associata ad un miglioramento dello stile di vita – evitare che i livelli ematici di glucosio aumentino progressivamente, tenere sotto controllo i valori della pressione arteriosa, correggere altri difetti metabolici che possono contribuire ad alterare la funzionalità renale – come ad esempio la displidemia, cioè una maggiore presenza di grassi nel sangue (aumentati valori di colesterolo e trigliceridi) .

Questi accorgimenti andrebbero adottati quanto prima per evitare che si inneschi sin dall’inizio il meccanismo che conduce all’insufficienza renale cronica da diabete, dal momento che è stato dimostrato come lo sviluppo delle prime lesioni porti inevitabilmente alla malattia conclamata in almeno il 50% dei casi.

Disturbo da alimentazione incontrollata: cos’è il binge eating disorder

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Disordini alimentari: quali sono i sintomi correlati al binge eating disorder, quali le cause e i rimedi.

Chi di noi non ha mai sperimentato almeno una volta l’esperienza di un’abbuffata di cibo? Più o meno tutti e ciascuno per ragioni diverse! Del resto, è patrimonio comune l’idea che alcuni tipi di alimenti – pensiamo alla cioccolata – abbiano un aspetto consolatorio. Per alcune persone però, queste abbuffate – in inglese binge eating – sono molto frequenti e comportano una vera e propria perdita di controllo nei confronti del cibo: non ci si rende conto di quanto e soprattutto perché si sta mangiando così tanto.

Il binge eating disorder è dunque essenzialmente mangiare senza controllo, oltre la sazietà, spesso oltre il desiderio stesso di mangiare. Una condizione simile non è assimilabile ad una passione smisurata per il cibo – qui non ci sono amanti del buon cibo – il binge eating disorder è una patologia a tutti gli effetti.

Cos’è il binge eating disorder?

Il Binge Eating Disorder si colloca tra i Disturbi del comportamento alimentare, nella cui categoria rientrano malattie ben più conosciute come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa. Rappresenta quindi qualcosa di serio che non va assolutamente sottovalutato! Proviamo quindi a capire di cosa si tratta per imparare a riconoscerne i sintomi.

Per Binge Eating Disorder si intende un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate di cibo senza controllo che si ripetono da un minimo di una volta alla settimana a svariate volte nell’arco di una settimana, per almeno tre mesi consecutivi. L’abbuffata viene definita tale quando la quantità di cibo ingerita è oggettivamente grande, superando anche di 2 o 3 volte il fabbisogno calorico giornaliero (ad esempio pasti da 6000 Kcal in un giorno).

Questo significa che mangiare un pasto completo – se di solito non lo si fa – mangiare un gelato o una brioche in più rispetto al normale non sono da considerarsi come perdite di controllo oggettive sul cibo, ma soggettive, poiché ci si rende perfettamente conto di quanto – e perché – si sta mangiando in più rispetto alle abitudini normali.

Quali sono i sintomi correlati al binge eating disorder?

 Comportamenti tipici del binge eating disorder sono:

  • Mangiare più rapidamente del normale
  • Mangiare anche se ci si sente completamente sazi
  • Mangiare anche se non si ha realmente fame
  • Mangiare da soli perché si prova imbarazzo di fronte agli altri
  • Sentirsi in colpa ed insoddisfatti di sé stessi solo dopo essersi abbuffati.

Generalmente alle abbuffate di cibo non seguono azioni per rimediare all’eccessivo introito calorico che invece si trovano spesso in altri tipi di disturbi alimentari, come ad esempio esercizio fisico intenso e prolungato, induzione del vomito, digiuno, abuso di lassativi.

Ciò fa si che quasi sempre il binge eating disorder si associ a sovrappeso ed obesità.

Naturalmente non tutti gli obesi soffrono di binge eating disorder, ma tutti i soggetti con binge eating disorder sono in sovrappeso od obesi. Spesso è proprio la condizione di obesità a favorire lo sviluppo del disturbo per via della mancata accettazione di sé e della sensazione di impotenza di fronte ai tanti chili da perdere.

Il cibo può consolare e può punire, non è solo nutrimento. La cultura che mette al centro il cibo come premio – o punizione – favorisce il suo aspetto fortemente simbolico e fortifica una visione anche sociale dell’alimentazione, con effetti determinanti sulla salute pubblica.

Quali sono le cause del binge eating disorder?

Una causa specifica non è ancora stata individuata ma il disturbo sembrerebbe essere legato ad un’alterata regolazione delle emozioni che proviamo.

Praticamente, la capacità di esercitare l’autocontrollo, compreso il controllo del proprio comportamento alimentare, è fortemente influenzata dalle emozioni che proviamo – emozioni che a loro volta sono sottoposte ad un certo controllo razionale -. Vi è dunque tentativo da parte di ognuno di noi di influenzare le emozioni che proviamo in termini di quando dobbiamo provarle, come provarle e come devono manifestarsi.

Se per qualche ragione non siamo in grado di controllare le emozioni che proviamo anche l’autocontrollo può venire meno, compreso quello sul comportamento alimentare.

Pertanto è molto probabile che chi sviluppa il binge eating disorder sperimenti l’incapacità di controllare adeguatamente le proprie emozioni. Per emozioni non ci si riferisce soltanto a delle sensazioni negative specifiche – come rabbia o tristezza – ma anche a stati d’animo – come lo stato malinconico, lo stato d’ansia, lo stato d’agitazione, il senso di frustrazione.

Ecco che il cibo viene visto come un mezzo per alleviare uno stato d’animo negativo o nella maggioranza dei casi per sostituire emozioni negative. Così mangiare per non sentire, può apparire una soluzione.

Quel che accade è che la persona, non avendo e non trovando a disposizione altri mezzi per gestire le emozioni che prova, si rimpinza di cibo per evadere momentaneamente da quella situazione che lo destabilizza. Il problema è che si instaura un circolo vizioso: alla temporanea sensazione di benessere apportata dal cibo, fa seguito il senso di colpa per quanto si è fatto e il senso di sconfitta dovuto all’essersi mostrati incapaci di far fronte ad un problema. Questo senso di angoscia alimenta altri sentimenti ed emozioni negative, che si tenterà di evadere tramite un’altra abbuffata di cibo e così via.

Tendenzialmente, tanto più è grande il disagio emotivo che si sta vivendo, tanto maggiore è la quantità di cibo che si sente il bisogno di dover ingerire per mettere a tacere l’emozione, il problema.

Si tratta dunque di una forza maggiore che non si riesce a contrastare se si vuole sopravvivere alle proprie emozioni: o si cede al richiamo del cibo o metaforicamente si “muore” schiacciati dal peso delle proprie emozioni negative.

Qual è il rimedio per il binge eating disorder?

Un’opportunità utile per affrontare il binge eating disorder è la psicoterapia: attraverso il colloquio – individuale o di gruppo- si cerca di far emergere i disagi, le paure e le difficoltà di chi soffre di questo disturbo col fine ultimo di migliorarne ed aumentarne l’autostima, fornirgli mezzi per imparare a riconoscere occasioni potenzialmente destabilizzanti, insegnargli a gestire le proprie emozioni e ad esercitare l’autocontrollo.

Secondariamente si pensa anche all’aspetto più pratico: si ridefinisce il ruolo del cibo, si ristabiliscono i ritmi ed i contenuti dei pasti per riappropriarsi del valore essenziale del cibo, non più un nemico ma un grande alleato del nostro corpo e del nostro benessere! I due aspetti devono procedere di pari passo perché modificando il modo in cui ci comportiamo si modifica anche il modo di pensare e di conseguenza pensare meglio ci fa agire meglio.

A quale coniuge va la casa?

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Separazione e divorzio: l’assegnazione della casa coniugale in cui la coppia ha vissuto, anche se in affitto, viene fatta solo nell’esclusivo interesse del figlio.

Non c’è solo l’assegno di mantenimento e l’affidamento dei figli a tenere banco nelle liti tra ex coniugi durante le cause di separazione e divorzio, ma anche l’assegnazione della casa coniugale, quella cioè ove la famiglia ha convissuto. La regola vuole che l’immobile vada a finire al genitore con cui vanno a vivere i minori, al fine di impedire che questi ultimi possano subire ulteriori scossoni dopo la separazione del padre e della madre, scossoni derivanti dalla necessità di trasferirsi, cambiare le amicizie e le frequentazioni, magari anche la scuola e i compagni di classe, le abitudini quotidiane e tutto quanto può contribuire alla loro stabilità psicologica. Il problema dell’assegnazione della casa si pone sia per le coppie in separazione che in comunione dei beni, sia per quelle ove l’immobile è in comproprietà che per quelle in cui la titolarità è di uno solo dei due coniugi. Nel chiedersi a quale coniuge va la casa si cade spesso in equivoci: si ritiene ad esempio che l’assegnazione del tetto coniugale alla moglie sia una forma di risarcimento o di attribuzione patrimoniale suppletiva all’assegno di mantenimento o addirittura una condanna per chi ha violato i doveri del matrimonio. Non è così: l’unico intento del giudice è quello di proteggere i bambini.

La Cassazione si è spesso occupata di questo problema; anche di recente [1] è tornata a spiegare quali sono le regole sull’assegnazione della casa coniugale. Le sentenze in realtà affermano sempre lo stesso principio. Ma nonostante le regole siano semplici e ormai certe c’è ancora chi non ha chiaro a quale coniuge va la casa. Di tanto parleremo qui di seguito.

Il potere del giudice di assegnare la casa di proprietà esclusiva

Immaginiamo una normale coppia che stia per separarsi. I due sono in separazione dei beni e la casa appartiene al marito. Il matrimonio è naufragato per incompatibilità caratteriali. La coppia ha un solo figlio che ancora non ha compiuto 18 anni. A chi va la casa? Tutto dipende da chi dei due si prenderà cura del minore, nel senso che andrà a vivere con lui, decisione quest’ultima che spetta al giudice. Il tribunale, quindi, nel momento in cui dispone la collocazione del figlio presso l’uno o l’altro genitore, ha il potere di assegnare a quest’ultimo anche la casa familiare. In buona sostanza l’immobile, a prescindere da chi ne sia l’intestatario, viene attribuito in abitazione al genitore convivente con il figlio.

La conseguenza è che, in una separazione senza figli, il giudice non ha potere di assegnare la casa all’uno o all’altro coniuge ma questa resta nella disponibilità del titolare.

Ovviamente, quando decide sull’assegnazione della casa, il giudice non ne trasferisce la proprietà – che resta in capo al precedente titolare – ma solo il relativo diritto di abitazione. Con la conseguenza però che i poteri del proprietario saranno notevolmente ridotti, non potendo questi né abitare né utilizzare l’immobile a proprio piacimento. Anzi, se ha contratto un mutuo ed è ancora pendente banca egli dovrà continuare a versare le rate alla banca, evitando all’ex di dover subire il pignoramento e lo sfratto.

Quando il giudice può assegnare la casa a uno dei due coniugi

Come detto la prima condizione affinché il giudice possa decidere sull’assegnazione della casa è che la coppia abbia figli minori o, se maggiorenni, non ancora autosufficienti e conviventi coi genitori. In una famiglia dove i figli sono ormai adulti o comunque hanno una propria autonoma e distinta residenza, il tribunale non può decidere sull’assegnazione della casa che resta al suo proprietario. Lo stesso dicasi per quelle coppie che non hanno avuto figli; in tale ipotesi, la casa di proprietà di uno solo dei due coniugi resta in capo a quest’ultimo; mentre la casa in comproprietà va divisa o, non potendosi procedere alla divisione in natura, andrà venduta e il ricavato spartito al 50% tra i due coniugi. Uno dei due però può offrirsi di riscattare la metà dell’altro acquistandone il relativo valore e divenendo titolare dell’intero bene.

La seconda condizione affinché il giudice possa decidere sull’assegnazione della casa è che i coniugi non abbiano trovato tra loro un accordo. Difatti, se la separazione è consensuale, marito e moglie possono addivenire a un’intesa sull’abitazione purché nell’interesse dei figli (se ci sono).

Invece nella separazione giudiziale il tribunale ha il potere di stabilire a chi va a finire la casa.

Sulla base della consolidata giurisprudenza della Cassazione, in materia di separazione o divorzio, occorre ricordare che, l’assegnazione della casa familiare è finalizzata alla sola tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, pertanto, nell’ipotesi in cui l’immobile sia di proprietà comune dei coniugi, la concessione del beneficio resta subordinata al presupposto imprescindibile dell’affidamento dei figli minori o della convivenza con figli maggiorenni, non economicamente autosufficienti.

L’assegnazione della casa e l’addebito al coniuge

Si può verificare che la separazione o il divorzio venga addebitato a uno dei coniugi per aver questi decretato, con il proprio comportamento colpevole, il fallimento del matrimonio. Si pensi al caso del tradimento o dell’abbandono del tetto coniugale.

L’addebito non ha alcuna ripercussione sulla decisione dell’assegnazione della casa coniugale, assegnazione che, come già detto, viene fatta solo nell’interesse dei figli e a favore del coniuge che andrà a convivere con questi.

Se il coniuge che subisce l’addebito è il proprietario della casa, questi continuerà a disporre dell’immobile quando la coppia non ha avuto figli, anche se l’ex è notevolmente più povero.

Il coniuge che subisce l’addebito può essere però anche affidatario dei figli: si pensi alla madre in una situazione in cui i bambini sono ancora in età scolare. La donna, responsabile per la fine del matrimonio, presso cui sono stati collocati i bambini ha diritto a ottenere anche la casa. Può sembrare un paradosso ma è la conseguenza delle considerazioni fatte in precedenza: l’appartamento viene dato solo per la tutela dei minori e non come premio o forma di mantenimento.

Un esempio potrà far apparire ancora più chiara la situazione. Se la moglie tradisce il marito e questi lo scopre e, in forza di ciò, ottiene una separazione con addebito a carico della prima, la donna può ugualmente ottenere l’assegnazione dei figli e della casa. L’uomo dovrà quindi lasciare l’immobile e mantenere i bambini. Non dovrà però versare l’assegno di mantenimento all’ex perché tale misura viene negata a chi subisce l’addebito.

Cosa si intende per casa coniugale?

La casa familiare è dunque il luogo di normale e abituale convivenza del nucleo familiare, l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si svolge e sviluppa la vita della famiglia. Si tratta del luogo in cui la famiglia si incontrava quando era unita e in cui si incontra ancora, al momento della separazione. Non è quindi casa coniugale la seconda casa o la residenza estiva.

A chi vanno il garage, gli arredi e gli elettrodomestici?

L’assegnazione della casa porta con sé l’assegnazione anche di tutte le relative pertinenze come la cantina e il garage. Non solo: il coniuge che ottiene la casa può disporre anche degli arredi, dei mobili, degli elettrodomestici e dei servizi che lo compongono ad eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino le particolari esigenze del coniuge che viene privato del godimento.

In caso di separazione consensuale, invece, i coniugi possono deciderne la sorte.

In caso invece di separazione giudiziale, di regola arredi e altri beni mobili vengono attribuiti, in via provvisoria, all’assegnatario, con facoltà per l’estromesso di prelevare i beni personali.

Chi paga le utenze, il condominio e le tasse?

Il coniuge che ottiene l’assegnazione della casa deve pagare tutte le spese ordinarie di condominio mentre quelle straordinarie spettano al proprietario (quali ad esempio il rifacimento del tetto o della facciata condominiale; la sostituzione della caldaia). Purtroppo però il condominio è tenuto a chiedere gli importi al titolare dell’immobile se l’assegnatario non paga. Con la conseguenza che il decreto ingiuntivo andrà fatto al primo in quanto condomino a tutti gli effetti.

Sul beneficiario gravano anche tutte le utenze della luce, dell’acqua e del gas.

Il coniuge estromesso dalla casa, su cui non pagava l’Imu e la Tasi essendo per lui abitazione principale, continua a non pagare tali imposte anche se va a vivere altrove.

Chi paga il mutuo?

Se per l’acquisto della casa familiare è stato contratto un mutuo chi lo paga? Bisogna distinguere a seconda che:

  • il mutuo è stato contratto da entrambi i coniugi: le rate devono essere rimborsate da entrambi i coniugi;
  • il mutuo è stato contratto da uno solo di essi (intestazione esclusiva): l’obbligo di rimborso grava in via esclusiva sul mutuatario. In questo caso se il mutuatario è estromesso dalla casa familiare è possibile una decurtazione dell’assegno di mantenimento da lui dovuto in favore dell’altro coniuge che abita nella casa, in assenza di prole [2] o dell’assegno di mantenimento in favore dei figli, che convivono nella casa con l’altro genitore.

Se la casa è in affitto

Le regole che abbiamo appena detto si applicano anche quando la casa familiare non è di proprietà di nessuno dei due coniugi ma i due l’hanno presa in affitto. Anche se il contratto è intestato al genitore estromesso oppure a entrambi i coniugi, in caso di separazione giudiziale (e nel caso di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso) subentra il solo coniuge a cui è assegnata la casa familiare.

Per legge il coniuge assegnatario subentra nel contratto di locazione e diventa naturalmente obbligato al pagamento dei canoni e delle spese di conduzione.

Tale effetto legale si produce anche in capo al convivente di fatto affidatario della prole.

Si può vendere la casa assegnata all’ex coniuge?

Il diritto di abitazione del coniuge riconosciutogli dal giudice non implica il divieto per il proprietario della casa di venderla. Naturalmente l’acquirente non potrà però sfrattare il genitore assegnatario dell’immobile, a meno che questi abbia dimenticato di trascrivere nei pubblici registri immobiliari la sentenza di separazione o divorzio che gli riconosce il diritto di abitazione.

Ciò significa che i terzi a cui è nota l’esistenza dell’assegnazione, perché trascritta, devono attendere la revoca o la cessazione di tale provvedimento per potere entrare in possesso dell’immobile acquistato.

Casa in prestito dai genitori

Se la casa è di proprietà dei genitori di uno dei due coniugi e questi l’ha avuta in prestito (ossia in comodato) affinché la destini ad abitazione familiare, la separazione non comporta il riacquisto della disponibilità dell’immobile da parte del legittimo titolare (il genitore e suocero) a meno che sul contratto di comodato non sia stata indicata una data di scadenza. Le parti infatti imprimono al comodato un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari (non solo a quelle del comodatario). Per effetto di tale vincolo il comodato dura anche oltre la crisi coniugale, senza possibilità di farlo cessare per volontà del comodante. Lo stesso vale per le coppie di fatto [3].

Casa divisibile in due appartamenti

Se la casa è grande e può essere divisa in due diverse unità immobiliari indipendenti, il giudice può assegnare ad un coniuge anche solo una porzione dell’immobile sempre che tale soluzione realizzi al meglio l’interesse dei figli dei coniugi conviventi.

Quando viene revocata la casa all’ex?

Poiché l’assegnazione della casa ha solo lo scopo di garantire al minore incapace di mantenersi di continuare a vivere nello stesso habitat in cui è cresciuto quando ancora i genitori erano uniti, l’assegnazione viene meno quando il figlio va a vivere da solo o quando il genitore con cui convive decide di trasferirsi altrove.

In particolare il proprietario della casa può rivolgersi al giudice per chiedere la revoca dell’assegnazione della casa famigliare se:

  • i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti;
  • il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente;
  • il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata o contrae nuovo matrimonio;
  • uno dei coniugi cambia la propria residenza o domicilio.

Dichiarare il falso: cosa si rischia?

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prestazioni assistenziali, le sanzioni per chi mente. Il falso malato e le false certificazioni mediche, il finto disoccupato.

Sono in molti a dimenticare che chi finge di essere malato o nullatenente solo per ottenere benefici assistenziali (come ad esempio lo stipendio durante la malattia o l’indennità di disoccupazione) commette una truffa ai danni dello Stato. In tutte queste ipotesi non c’è solo l’illecito civile della percezione di somme a cui non si ha diritto ma una vera e propria incriminazione penale. Ed ancora chi, beneficiando dei permessi previsti dalla legge 104, se ne va con gli amici in giro piuttosto che prestare l’assistenza al familiare invalido commette il reato di indebita percezione di contributi statali. Le numerose sentenze della giurisprudenza e della stessa Cassazione confermano che dichiarare il falso al datore di lavoro, all’Inps o a qualsiasi altra pubblica amministrazione costituisce reato. Lo commette anche chi dichiara una residenza di comodo in un immobile nel quale non vive: si commette il reato di falso in atto pubblico (la dichiarazione rilasciata all’anagrafe); senza contare che, una volta svelata la bugia, il Comune può recuperare gli ultimi cinque anni delle imposte sulla casa per le quali si è indebitamente usufruito delle esenzioni fiscali. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia a dichiarare il falso.

Dichiarare il falso è reato?

Chi dichiara il falso a un pubblico ufficiale commette reato. E su questo non ci piove. L’illecito penale diventa ancora più grave se la falsità è rivolta a nascondere le proprie condizioni personali o di reddito per ottenere benefici assistenziali quali la Naspi, il reddito di inclusione o qualsiasi altra sovvenzione pubblica a beneficio dei poveri. Sicché anche fingere di essere poveri è reato; è il caso di chi vuol apparire nullatenente quando compila l’Isee o quando presenta un’autocertificazione al Comune pur di ottenere l’assegnazione di un alloggio popolare.

In questi casi si rischia una condanna per truffa. Il codice penale difatti punisce [1] chi con «artifizi o raggiri» induce qualcuno in errore procurando a sé o ad altri «un ingiusto profitto con altrui danno». La pena è severa: scatta la reclusione da 6 mesi a 3 anni, con multa in una forbice compresa tra i 51 e i 1.032 euro. La pena aumenta da 1 a 5 anni di carcere con una multa da 309 a 1.549 euro se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico. Senza contare peraltro che, se la notizia filtra tra i media digitali e tutta internet ne parla, sarà poi più difficile ripulire la propria reputazione online.

Fingere di essere povero o disoccupato è reato

Un fenomeno particolarmente diffuso è quello delle assunzioni in nero di chi sta percependo la Naspi: il dipendente che è stato licenziato e che è riuscito subito dopo a trovare un nuovo posto chiede al nuovo datore di lavoro di non regolarizzare la propria posizione almeno fin quando l’assegno di disoccupazione non si sarà “consumato”. In tale caso, per l’assunzione non dichiarata al centro dell’impiego non rischia solo il datore di lavoro ma anche il lavoratore irregolare che nel frattempo sta ricevendo la Naspi pur non avendone più diritto. Lo Stato avvierà nei suoi confronti un processo penale e gli chiederà la restituzione delle somme percepite illegittimamente.

Allo stesso modo rischia grosso chi, per ottenere l’assegno di disoccupazione, si fa licenziare dal proprio datore di lavoro ma in realtà sta continuando a lavorare in nero. Di recente sono fioccate numerose condanne penali emesse dal tribunale di Nocera Inferiore [2] tutte oscillanti sui 4 mesi di reclusione e 40 euro di multa ai vari imputati colpevoli di aver fatto risultare all’Inps cessazioni di rapporti di lavoro, in realtà fittizi, per farsi pagare le indennità di disoccupazione.

Falso certificato medico

Attestare di essere malati quando invece non lo si è costa il posto di lavoro. In tal caso il datore può infliggere un licenziamento per giusta causa, senza neanche il preavviso. Ma c’è anche il reato commesso contro l’Inps che eroga, al posto dell’azienda, lo stipendio durante il periodo di assenza. Il tribunale di Trento [3] ha condannato a 8 mesi di reclusione e 400 euro di multa un uomo per aver redatto false certificazioni mediche a giustificazione delle assenze dal servizio per visite e/o prestazioni ambulatoriali.

Falsa invalidità

A tutto ciò si aggiunge il fenomeno dei falsi invalidi che purtroppo non accenna a diminuire. Chi induce in errore i medici della commissione dell’Asl per farsi riconoscere l’invalidità quando invece non ne ha diritto commette il reato di truffa ai danni dello Stato [4].

Indebita percezione di contributi statali è stata prevista per chi gode dei giorni di permesso previsti dalla legge 104 per occuparsi di un familiare affetto da handicap mentre invece fa il ponte o va in vacanza utilizzando quelle giornate come fossero ferie [5].

Pubblica amministrazione: si può lavorare senza concorso?

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È necessario il concorso per lavorare nella pubblica amministrazione? Si può diventare dipendenti statali senza selezione?

Per lavorare alle dipendenze dello Stato devi sostenere un concorso pubblico, cioè una selezione ove è possibile partecipare solamente se si è in possesso dei requisiti richiesti e se, al termine delle prove, si risulta vincitori. Quanto appena detto è stabilito direttamente in Costituzione. A questo punto, considerata una fonte così autorevole, probabilmente penserai che non esistono altre vie per potere lavorare come dipendente pubblico; invece ti sbagli. Forse non sai che è possibile essere assunti dalla pubblica amministrazione anche senza aver superato un concorso, cioè senza sottoporsi a giorni di prove sfiancanti e di lunghe attese che difficilmente puoi immaginare se non ne hai mai affrontato uno. Com’è possibile? Non credi a ciò che ho appena scritto? Se quello che ho detto ti interessa e vuoi sapere come diventare dipendente statale senza passare per la selezione concorsuale, allora ti invito a proseguire nella lettura: ti dirò se si può lavorare senza concorso nella pubblica amministrazione.

Lavorare nella pubblica amministrazione senza concorso: si può?

Come anticipato, la Costituzione dice che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge [1]. Questa norma costituisce la regola generale su cui si basa l’instaurazione di un rapporto di impiego con la pubblica amministrazione. Esistono però eccezioni, cioè casi in cui si può lavorare senza concorso nella pubblica amministrazione.

La legge che disciplina il pubblico impiego dice che si può lavorare per la pubblica amministrazione, oltre che tramite procedure selettive (cioè concorso), anche mediante avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento per le qualifiche e profili per i quali è richiesto il solo requisito della scuola dell’obbligo, facendo salvi gli eventuali ulteriori requisiti per specifiche professionalità [2].

Ancora, sempre secondo la legge, le assunzioni obbligatorie da parte delle amministrazioni pubbliche, aziende ed enti pubblici dei soggetti disabili appartenenti alle categorie protette avvengono per chiamata numerica degli iscritti nelle liste di collocamento, previa verifica della compatibilità della invalidità con le mansioni da svolgere.

Per il coniuge superstite e per i figli del personale delle Forze armate, delle Forze dell’ordine, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e del personale della Polizia municipale deceduto nell’espletamento del servizio, nonché delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, le assunzioni avvengono per chiamata diretta nominativa.

Lavorare per la pubblica amministrazione: iscrizione centro per l’impiego

Le persone interessate a partecipare alle selezioni tramite il Centro per l’impiego devono iscriversi alle apposite liste presso il centro per l’Impiego di riferimento. I requisiti per potersi iscrivere sono i seguenti:

  • avere assolto l’obbligo scolastico;
  • essere maggiorenni;
  • possedere i requisiti per accedere al pubblico impiego.

Assunzione per chiamata numerica

Si può lavorare senza concorso nella pubblica amministrazione nelle ipotesi di chiamata numerica per le assunzioni obbligatorie delle persone che fanno parte delle cosiddette categorie protette (persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e portatori di handicap intellettivo): in questa circostanza, le amministrazioni e gli enti pubblici procedono per chiamata numerica degli iscritti nelle liste di collocamento, previa verifica della compatibilità dell’invalidità con le mansioni da svolgere [3].

Assunzione per chiamata nominativa

Ancora, si può lavorare senza concorso nella pubblica amministrazione nei casi di chiamata diretta nominativa, che riguarda l’assunzione di coniuge e figli del personale di forze armate, forze dell’ordine, corpo nazionale dei vigili del fuoco e personale della polizia locale deceduto nell’espletamento del servizio, nonché delle vittime di terrorismo e criminalità organizzata.

Esternalizzazione

Si può lavorare senza concorso per la pubblica amministrazione anche in un’altra evenienza. La legge consente di far ricorso a personale esterno (esternalizzazione) nei limiti e alle condizioni in cui la legge lo preveda, anche quando non sia possibile provvedere altrimenti ad esigenze eccezionali ed impreviste, di natura transitoria.

L’esternalizzazione, cioè la possibilità di lavorare senza concorso per la pubblica amministrazione, deve però rispettare dei rigidi paletti. Secondo la legge, si può ricorrere a professionalità esterne alla pubblica amministrazione solamente quando non si possa far fronte all’espletamento dell’incarico con personale già in servizio; le persone da selezionare devono essere assunte con contratto di lavoro autonomo, a tempo determinato, e devono essere esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria, nel rispetto dei seguenti presupporti:

  • l’oggetto della prestazione deve corrispondere alle competenze attribuite dall’ordinamento all’amministrazione, ad obiettivi e progetti specifici e determinati, e deve risultare coerente con le esigenze di funzionalità dell’amministrazione;
  • la prestazione deve essere di natura temporanea e altamente qualificata; non è ammesso il rinnovo; l’eventuale proroga dell’incarico originario è consentita, in via eccezionale, al solo fine di completare il progetto e per ritardi non imputabili al collaboratore, ferma restando la misura del compenso pattuito in sede di affidamento dell’incarico;
  • devono essere preventivamente determinati durata, oggetto e compenso della collaborazione [4].

Si prescinde dal requisito della comprovata specializzazione universitaria in caso di stipulazione di contratti di collaborazione per attività che debbano essere svolte da professionisti iscritti in ordini o albi (ad esempio, avvocati, ingegneri, ecc.) o con soggetti che operino nel campo dell’arte, dello spettacolo, dei mestieri artigianali o dell’attività informatica nonché a supporto dell’attività didattica e di ricerca, purché senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica , ferma restando la necessità di accertare la maturata esperienza nel settore.

In breve: la facoltà di ricorrere a collaborazioni esterne non può considerarsi una prerogativa arbitraria di chi amministra, ma va collocata nell’ambito del contesto normativo predisposto dal legislatore, il quale la consente solo in situazioni residuali e per un tempo limitato.