Detrazione canoni di locazioni 2017

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dichiarazione dei redditi 2017: chi può detrarre i canoni di locazione e come.

La legge [1] prevede la possibilità di inserire nella dichiarazione dei redditi le detrazioni per i canoni di locazione relativi ad alloggi adibiti ad abitazione principale. L‘abitazione principale è quella nella quale il soggetto titolare del contratto di locazione o i suoi familiari dimorano abitualmente [2].

La detrazione è stabilita in misura forfetaria, graduata in relazione all’ammontare del reddito complessivo.

In particolare essa riguarda i contratti:

1) a canone libero;

2) a canone convenzionale;

3) stipulati da giovani di età compresa tra i 20 ed i 30 anni;

4) per inquilini di alloggi sociali;

5) stipulati dai lavoratori dipendenti in occasione di trasferimenti per motivi di lavoro.

Le detrazioni non sono cumulabili nello stesso periodo di tempo, ma il contribuente ha il diritto di scegliere quella a lui più favorevole Se nel corso dell‘anno si verificano più situazioni, il contribuente può applicare per i diversi periodi di tempo diverse detrazioni ma il numero complessivo di giorni indicato non può essere superiore a 365.

La detrazione per i canoni di locazione deve essere ripartita tra gli aventi diritto ed essere rapportata al periodo dell’anno durante il quale l’unità immobiliare locata è adibita ad abitazione principale.

Detrazione per alloggi locati con contratti a canone libero

Ai soggetti che hanno stipulato o rinnovato contratti di locazione di immobili adibiti ad abitazione principale, spetta una detrazione stabilita in misura forfetaria, rapportata al numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare è stata adibita ad abitazione principale, pari a:

  • euro 300 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) non supera euro 15.493,71;
  • euro 150 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) è superiore a euro 15.493,71 ma non a euro 30.987,41.

La detrazione è suddivisa in base ai cointestatari del contratto di locazione dell’abitazione principale (ad esempio: nel caso di marito e moglie cointestatari del contratto di locazione, la detrazione spetta nella misura del 50 per cento ciascuno in relazione al loro reddito).

Documentazione da controllare e conservare:

  • Contratto di locazione registrato
  • Autocertificazione nella quale si attesti che l’immobile è utilizzato come abitazione principale.

Detrazione per alloggi locati con contratti in regime convenzionale

Ai soggetti titolari di contratti di locazione di unità immobiliari adibite ad abitazione principale, stipulati o rinnovati a norma dell’art. 2, comma 3 e dell’art. 4, commi 2 e 3, della legge n. 431 del 1998, spetta una detrazione stabilita in misura forfetaria, rapportata al numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare è stata adibita ad abitazione principale, pari a:

  • euro 495,80 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) non supera euro 15.493,71;
  • euro 247,90 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) supera euro 15.493,71, ma non euro 30.987,41.

Trattasi di contratti stipulati in base ad accordi locali tra organizzazioni della proprietà edilizia e organizzazioni dei conduttori, solitamente della durata di tre anni rinnovabili per altri due, nei quali si fa espresso riferimento a limiti di canoni compresi in parametri riferiti al tipo di immobile e all’ubicazione.

In nessun caso la detrazione spetta per i contratti di locazione intervenuti tra enti pubblici e contraenti privati.

La detrazione è suddivisa in base ai cointestatari del contratto di locazione dell’abitazione principale.

Documentazione da controllare e conservare:

  • Contratto di locazione
  • Autocertificazione nella quale si attesti che l’immobile è utilizzato come abitazione principale.

Detrazione per canoni di locazione giovani 

Ai giovani di età compresa tra i 20 ed i 30 anni che hanno stipulato un contratto di locazione ai sensi della legge n. 431 del 1998, per l’unità immobiliare adibita ad abitazione principale, spetta una detrazione stabilita in misura forfetaria, rapportata al numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare è stata adibita ad abitazione principale, di euro 991,60.

La detrazione spetta solo se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) non è superiore a euro 15.493,71.

La detrazione spetta per i primi tre anni dalla stipula del contratto sempreché il conduttore si trovi nelle condizioni anagrafiche e reddituali richieste dalla norma.

Il rispetto dei requisiti richiesti deve essere verificato in ogni singolo periodo d’imposta per il quale si chiede di fruire dell’agevolazione. Se il contribuente presenta i requisiti richiesti nel primo periodo d’imposta, occorre verificare che gli stessi siano presenti anche nei due anni successivi.

Per usufruire della detrazione è necessario che l’unità immobiliare sia diversa da quella destinata ad abitazione principale dei genitori o di coloro ai quali il giovane è stato affidato dagli organi competenti ai sensi di legge.

La detrazione è suddivisa in base ai cointestatari del contratto di locazione dell’abitazione principale. Nel caso in cui il contratto di locazione sia stipulato da più conduttori e solo uno abbia i requisiti di età previsti dalla norma, solo quest’ultimo può fruire della detrazione in esame per la sua quota.

Documentazione da controllare e conservare:

  • Contratto di locazione registrato
  • Autocertificazione nella quale il giovane attesta che l’immobile è utilizzato come abitazione principale e che la stessa è diversa da quella dei genitori o di coloro cui è affidato.

Detrazione per locazione di alloggi sociali 

Ai conduttori che hanno stipulato contratti di locazione di alloggi sociali adibiti ad abitazione principale spetta una detrazione stabilita in misura forfetaria, rapportata al numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare è stata adibita ad abitazione principale, pari a:

  • euro 900,00 se il reddito complessivo non supera euro 15.493,71;
  • euro 450,00 se il reddito complessivo supera euro 15.493,71, ma non euro 30.987,41.

Documentazione da controllare e conservare:

  • Contratto registrato di assegnazione in locazione dal quale si evinca che si tratta della locazione di un alloggio sociale  (in alternativa deve essere prodotta una dichiarazione dell’Ente che attesti che il contratto si riferisce ad un alloggio sociale previsto dal DM 22.04.2008);
  • Autocertificazione nella quale si attesti che l’immobile è utilizzato come abitazione principale.

Lavoratori che trasferiscono la residenza per motivi di lavoro

Ai lavoratori dipendenti che hanno trasferito la propria residenza nel comune di lavoro o in uno di quelli limitrofi spetta, a determinate condizioni, una detrazione forfetaria, rapportata al numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare è stata adibita ad abitazione principale, pari a:

  • euro 991,60 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) non supera euro 15.493,71;
  • euro 495,80 se il reddito complessivo (comprensivo del reddito assoggettato al regime della cedolare secca) supera euro 15.493,71, ma non euro 30.987,41.

Per usufruire della detrazione il contribuente deve essere titolare di un contratto di lavoro dipendente. Il beneficio si applica anche a favore dei lavoratori dipendenti che trasferiscono la propria residenza in conseguenza di un nuovo contratto.

Se nel corso del periodo di spettanza della detrazione il contribuente cessa di essere lavoratore dipendente, la detrazione non spetta a partire dal periodo d’imposta successivo a quello nel quale non sussiste più tale qualifica.

Il lavoratore, inoltre, deve essere titolare di un contratto di locazione che può essere di qualunque tipo, di unità immobiliare adibita ad abitazione principale.

Elemento caratterizzante la detrazione è il trasferimento della residenza nel comune di lavoro o in uno di quelli limitrofi che deve avvenire nei tre anni precedenti a quello in cui si richiede la detrazione.

Il nuovo comune di residenza deve distare dal vecchio almeno 100 chilometri, e comunque deve essere in una diversa regione. I due requisiti (distanza pari ad almeno 100 chilometri tra i due comuni e ubicazione del comune in una regione diversa rispetto a quella di provenienza) devono essere rispettati contestualmente.

La residenza deve essere stata trasferita nei 3 anni antecedenti a quello di richiesta della detrazione.

La detrazione spetta per i primi tre anni dalla data di variazione della residenza.

In caso di intestazione del contratto di locazione a più soggetti, la detrazione deve essere divisa tra gli intestatari del contratto in possesso dei requisiti richiesti (qualifica di lavoratori dipendenti, distanza dal comune ove era la precedente residenza), nella misura a ciascuno spettante in relazione al proprio reddito.

Documentazione da controllare e conservare:

  • Contratto di locazione registrato;
  • Contratto di lavoro dipendente, ovvero CU/2017 attestante la qualifica di lavoratore dipendente;
  • Autocertificazione nella quale si attesti la residenza, che l’immobile è utilizzato come abitazione principale e che risultano rispettate tutte le condizioni previste per beneficiare della detrazione.

Chi deve fare il 730

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dichiarazione dei redditi con modello 730: chi deve presentarla?

 

Il 730 è il modello di dichiarazione reddituale che può essere presentato da tutti coloro che possiedono soltanto le seguenti tipologie di reddito: dei terreni, dei fabbricati, di lavoro dipendente e assimilati (pensione, disoccupazione, etc.) e redditi diversi (alcuni redditi di capitale o soggetti a tassazione separata, redditi di lavoro autonomo occasionale). Non occorre avere un sostituto d’imposta, cioè un datore di lavoro o un ente previdenziale che si occupa di effettuare eventuali trattenute o rimborsi, derivanti dalla dichiarazione, nei cedolini di pagamento: si può presentare, difatti, l’apposito modello 730 senza sostituto.

Chi, invece, ha la partita Iva aperta o è obbligato alla tenuta di scritture contabili, o, ancora, possiede redditi di partecipazione, o percepiti all’estero, o entrate differenti da quelle dichiarabili nel 730, è tenuto alla presentazione del modello Unico, anche se possiede redditi di pensione o di lavoro dipendente. Il modello Unico, comunque, che da quest’anno si chiama modello Redditi, può essere presentato da tutti, anche da chi potrebbe inviare il 730.

Ad ogni modo, non tutti coloro che possono inoltrare il modello 730 sono obbligati a farlo: vi sono dei soggetti, difatti, esonerati dalla presentazione della dichiarazione dei redditi.

Ma procediamo per ordine e vediamo, in base alla situazione personale e ai redditi prodotti, chi è obbligato a inviare il modello 730 e chi, invece, può farne a meno.

730: pensionati o lavoratori con due cud

Chi percepisce redditi di lavoro dipendente o assimilati da sostituti d’imposta diversi, quindi chi possiede più cud (ora cu, certificazione unica) è solitamente obbligato a presentare la dichiarazione dei redditi con modello 730 (o modello Redditi).

Spesso, difatti,  l’ultimo sostituto d’imposta, cioè l’ultimo datore di lavoro che ha erogato lo stipendio, o l’ultimo ente che ha erogato una prestazione, non effettua il conguaglio.

È il caso, ad esempio:

  • dei dipendenti o dei co.co.co. che durante l’anno di imposta hanno avuto più contratti di lavoro;
  • di chi percepisce due pensioni;
  • di chi è pensionato e lavora come dipendente o collaboratore;
  • di chi percepisce, nell’anno, oltre al reddito di lavoro dipendente, un sussidio a sostegno del reddito (Naspi, Asdi, Dis-coll).

Il datore di lavoro o l’ente previdenziale che effettua il conguaglio di fine anno (solitamente nel mese di dicembre) dovrebbe, su richiesta dell’interessato, considerare anche i redditi percepiti dai precedenti datori: se non lo fa, il lavoratore ha l’obbligo di presentare il 730, perché le imposte non risultano correttamente liquidate.

Può accadere, comunque, che le imposte risultino liquidate in misura maggiore: in questo caso l’interessato, non risultando a debito, può evitare di presentare la dichiarazione (anche se non avrebbe alcuna convenienza a non presentare il 730, perché potrebbe ricevere un rimborso di quanto versato in più).

Il discorso cambia, però, se l’interessato percepisce altri redditi oltre quelli da lavoro subordinato e assimilati, ad esempio se ha affittato un appartamento. In queste situazioni, per capire se il lavoratore è esonerato dalla presentazione della dichiarazione, bisogna considerare tutti i redditi e determinare l’imposta.

Imposta sotto i 10,33 euro

Se l’imposta dovuta è inferiore a 10,33 euro, il lavoratore è esonerato dalla presentazione del 730 o del modello Redditi: l’importo deve essere calcolato sottraendo all’imposta lorda le detrazioni (per carichi di famiglia, per redditi di lavoro dipendente, pensione o altri redditi, o per determinati oneri) e le ritenute effettuate.

Esonero 730: redditi da non dichiarare

Il lavoratore è esonerato dalla presentazione del 730 o del modello Redditi, inoltre, se nell’anno ha percepito soltanto i seguenti redditi:

  • redditi esenti, come le pensioni sociali e le pensioni di guerra;
  • redditi assoggettati ad imposta sostitutiva (esclusi quelli soggetti a cedolare secca) o a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (come gli interessi sui conti correnti);
  • redditi derivanti dal possesso dell’abitazione principale (non di lusso) e delle relative pertinenze;
  • redditi derivanti dal possesso di altri fabbricati non locati, situati in un comune diverso da quello dell’abitazione principale;
  • tfr erogato dal datore di lavoro.

Esonero 730: dipendenti e assimilati

Il lavoratore può non presentare il 730 se ricorre una delle seguenti condizioni:

  • possiede un solo reddito da lavoro dipendente o assimilato (co.co., tirocini, borse di studio, disoccupazione), corrisposto da un unico datore di lavoro o sostituto d’imposta obbligato ad effettuare le ritenute; le detrazioni eventualmente fruite per i familiari a carico devono effettivamente spettare e devono essere state addebitate correttamente l’addizionale regionale e le addizionali comunali;
  • possiede più redditi da lavoro dipendente e assimilati, se l’ultimo sostituto d’imposta li ha conguagliati; le detrazioni eventualmente fruite per i familiari a carico devono effettivamente spettare e devono essere state addebitate correttamente l’addizionale regionale e le addizionali comunali;
  • possiede uno o più redditi da lavoro dipendente e assimilati (alle condizioni appena esposte) e redditi da abitazione principale non di lusso, relative pertinenze e altri fabbricati non affittati situati in un comune diverso da quello dell’abitazione principale;
  • possiede uno o più redditi da lavoro dipendente e assimilati(alle condizioni appena esposte) e altri redditi, se il reddito complessivo non supera 8000 euro (al netto dell’abitazione principale e delle relative pertinenze) ed il periodo di lavoro non è inferiore a 365 giorni;
  • possiede uno o più redditi da lavoro dipendente e assimilati (alle condizioni appena esposte) e altri redditi per i quali la detrazione prevista non è rapportata al periodo di lavoro (come avviene per il lavoro autonomo occasionale): in questo caso il reddito complessivo non deve superare 4800 euro.

Esonero 730: dipendente e pensionato

Se il lavoratore possiede uno o più redditi da lavoro dipendente assieme a redditi di pensione (alle condizioni già esposte: conguaglio effettuato, detrazioni per carichi di famiglia effettivamente spettanti, nessuna addizionale dovuta), è esonerato dalla presentazione del 730 se:

  • il reddito complessivo non supera 7750 euro se l’età del lavoratore è inferiore a 75 anni (per l’anno 2016);
  • il reddito complessivo non supera 8000 euro se l’età del lavoratore è pari o superiore a 75 anni (per l’anno 2016);
  • il periodo di pensione non è inferiore a 365 giorni.

Esonero 730: dipendente con assegno corrisposto dal coniuge

Se il lavoratore possiede uno o più redditi da lavoro dipendente (alle condizioni già esposte: conguaglio effettuato, detrazioni per carichi di famiglia effettivamente spettanti, nessuna addizionale dovuta), assieme al reddito derivante dagli assegni corrisposti periodicamente dal coniuge, è esonerato dalla presentazione del 730 se il reddito complessivo non supera 7.500 euro.

Esonero 730: attività sportiva dilettantistica

Se il contribuente possiede soltanto compensi derivanti da attività sportive dilettantistiche, non deve presentare il 730 se il reddito complessivo non supera 28.158,28 euro.

Tempi di prescrizione più lunghi con la riforma del processo penale

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La riforma, tra le varie novità, ha previsto termini di prescrizione più lunghi, attraverso la previsione di nuove ipotesi di sospensione.

La prescrizione (non si può negarlo) è sempre stata vista come un’ancora di salvezza per chi subisce un processo penale e vuole evitare la condanna. Con la riforma del processo penale, però, i tempi della prescrizione (già lunghi nei processi più delicati, relativi a reati particolarmente gravi) si allungano, in quanto restano sospesi (tra il primo ed il secondo grado e tra il secondo grado ed il terzo) sino ad un massimo di un anno e sei mesi per ciascuna fase. Ma cerchiamo di capire in cosa consiste la sospensione della prescrizione e, precisamente, quando si applica.

Cos’è la prescrizione?

L’istituto della prescrizione nasce a tutela del cittadino, al fine di evitare che possa essere sottoposto ad un processo penale (con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di costi e di danni all’immagine) senza limiti di tempo. La prescrizione prevede che, decorso un certo periodo di tempo, corrispondente al massimo della pena edittale stabilta dalla legge (e, comunque, ad un tempo non inferiore a sei anni, se si tratta di delitto, e a quattro anni, se si tratta di contravvenzione), il reato venga dichiarato estinto al di là di qualsiasi accertamento giudiziale [1].

La regola generale prevede che il termine di prescrizione decorre:

  • per il reato consumato, dal giorno della consumazione (il reato di furto si dice consumato quando il ladro è riuscito a sottrarre la cosa e portarla via, per cui il termine decorre dal momento in cui la cosa è stata portata via);
  • per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole (il reato di furto si dice tentato quando il ladro si è impossessato della cosa ma è stato fermato prima di riuscire a portarla via con sé, per cui il termine decorre da quando il ladro è stato fermato);
  • per il reato permanente (o continuato), dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione (il reato permanente è quello che si protrae nel tempo, come i maltrattamenti che permangono per tutto il periodo della convivenza, per cui il termine decorre da quando è terminata la convivenza o, comunque, dall’ultimo atto di violenza commesso) [2].

La riforma del processo penale ha introdotto una nuova regola secondo la quale, per alcuni reati in particolare (maltrattamenti contro familiari e conviventi, riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, prostituzione, pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico), se commessi nei confronti di minore, il termine di prescrizione:

  • se l’azione penale non è stata esercitata dal pubblico ministero, decorre dal compimento del dicottesimo anno di età della persona offesa;
  • se l’azione penale è stata già esercitata precedentemente, decorre dall’acquisizione della notizia di reato.

Come cambia la prescrizione?

La riforma, pur non modificando i termini di prescrizione, li ha – di fatto –  allungati introducendo nuove ipotesi di sospensione. I termini di prescrizione restano sospesi nel caso di [3]:

  • autorizzazione a procedere, dalla data del provvedimento con cui il pubblico ministero presenta la richiesta sino al giorno in cui l’autorità competente la accoglie;
  • deferimento della questione ad altro giudizio, sino al giorno in cui viene decisa la questione (la norma è divenuta più specifica, in precedenza si limitava a prevedere soltanto il deferimento ad altro giudizio);
  • rogatorie all’estero, dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria fino al giorno in cui l’autorità richiedente riceve la documentazione, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria (questo comma è stato inserito con la riforma);
  • impedimento dei difensori, delle parti o di richiesta dell’imputato o del suo difensore (resta ferma la sospensione del termine di prescrizione per la sola durata di sessanta giorni che decorrono dal giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento).

Con la riforma, il corso della prescrizione resta, altresì, sospeso:

  • dal giorno previsto per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di primo grado (termine che può coincidere con la lettura del dispositivo o essere fissato nei quindici, trenta o quarantacinque giorni successivi alla lettura del dispositivo) sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio, sino ad un massimo di un anno e sei mesi;
  • dal termine previsto per il deposito della motivazione della sentenza di condanna di secondo grado, sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza definitiva, per un tempo comunque non superiore a un anno e sei mesi.

I termini massimi di prescrizione sono stati allungati (a prescindere dai periodi di sospensione) solo per i reati di corruzione e di induzione indebita per i quali il termine coincide con la pena edittale massima, aumentata della metà (invece che di un quarto come per gli altri reati).

E’ importante precisare che tali norme si applicano unicamente ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della nuova legge.

L’interruzione della prescrizione

Il termine di prescrizione è interrotto (inizia cioè a decorrere da zero) se sono emessi alcuni atti [4] quali:

  • sentenza di condanna;
  • decreto di condanna;
  • ordinanza che applica le misure cautelari personali;
  • ordinanza di convalida del fermo e dell’arresto;
  • interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice;
  • interrogatorio reso davanti alla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero (questa parte è stata aggiunta con la riforma);
  • richiesta di rinvio a giudizio;
  • provvedimento di fissazione dell’udienza in camera di cosnsiglio;
  • decreto di fissazione dell’udienza preliminare;
  • ordinanza che dispone il giudizio abbreviato;
  • decreto che dispone il gudizio immediato;
  • decreto di citazione a giudizio.

Tuttavia in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere (che coincide con la pena edittale massima prevista dalla legge o, comunque, con un tempo non inferiore a sei anni per i delitti e non inferiore a quattro anni per le contravvenzioni), ad eccezione dei reati di corruzione ed induzione indebita per i quali, abbiamo visto, che il nuovo aumento previsto è della metà della pena [5].

Obbligo di vaccinazione per iscrivere i figli a scuola

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Salgono a 12 le vaccinazioni obbligatorie per i minori fino a 16 anni: previste multe salate per i genitori che non vi provvedono.

Il 7 giugno scorso è stato pubblicato un decreto legge riguardante l’obbligo di vaccinazione per iscrivere i figli a scuola [1]. La finalità dichiarata del provvedimento consiste nel tutelare la salute pubblica (mantenendo «adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e copertura vaccinale») e rispettare gli impegni assunti dallo Stato in ambito europeo ed internazionale. Il decreto prevede il dovere, per i minori fino a sedici anni di età, di effettuare una serie di vaccinazioni, tra cui troviamo anche quelle contro morbillo e meningite. Viene quindi aumentata la lista dei vaccini già previsti come obbligatori dalla legge che, per per effetto del provvedimento, salgono a 12.

prevista una multa da 500 a 7.500 euro

Attenzione, perché i genitori che non rispettano quanto previsto rischiano di pagare una multa abbastanza salata (da 500 a 7.500 euro). I bambini più piccoli inoltre, se non vaccinati, non potranno iscriversi a nidi e scuole materne. Vediamo tutto nel dettaglio.

Le vaccinazioni da effettuare

Secondo la legge dunque, i minori di età compresa tra zero e sedici anni devono effettuare obbligatoriamente le seguenti vaccinazioni:

  • anti-poliomelitica;
  • anti-difterica;
  • anti-tetanica;
  • anti-epatite B;
  • anti-pertosse;
  • anti-Haemophilus influenzae tipo b;
  • anti-meningococcica B;
  • anti-meningococcica C;
  • anti-morbillo;
  • anti-rosolia;
  • anti-parotite;
  • anti-varicella.

Le vaccinazioni sono completamente gratuite.

Quando non c’è l’obbligo del vaccino

L’obbligo viene meno quando il bambino risulti immunizzato per aver già contratto la malattia. Tale stato, però, deve essere dimostrato attraverso una notifica del medico curante o a seguito dell’analisi sierologica effettuata. C’è un altro caso in cui la vaccinazione può essere omessa o differita, ossia quando sussiste un concreto pericolo per la salute del minore, accertato da una certificazione:

  • del medico di medicina generale;
  • in alternativa, del pediatra.

Che succede se non si rispetta l’obbligo

Il Governo mira a rendere effettivo l’obbligo di vaccinazione imposto dal provvedimento attraverso una serie di sanzioni. Per genitori (o i tutori) che non provvedono a far vaccinare i propri figli scatta una multa abbastanza salata, che va da un minimo di 500 a un massimo di 7.500 euro. Se il bambino non fa il vaccino, l’Asl contesterà al genitore la mancanza, stabilendo un termine entro cui provvedere. Il genitore è esentato dal pagare la multa se entro il termine indicato nella contestazione fa sottoporre il figlio al vaccino o alla prima dose del ciclo vaccinale stabilito. In quest’ultimo caso occorrerà effettuare tutti i successivi cicli rispettando le cadenze legali previsti in relazione all’età (cosiddetto «calendario vaccinale»). Si tratta dunque di una sanzione amministrativa, che non ha carattere penale. La situazione per il genitore si complica se, anche dopo la scadenza del termine indicato dalla Asl, non ha ancora fatto vaccinare il figlio. In questo caso, l’Azienda sanitaria locale segnale la mancanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. La conseguenza può essere quella di vedersi sottratta la responsabilità genitoriale del minore.

Che succede al momento dell’iscrizione a scuola

Il decreto prevede che, entro il termine previsto per l’iscrizione a scuola del minore, i genitori (o i tutori) devono consegnare al dirigente scolastico dell’istituto tutti i documenti che attestino:

  • che il bambino ha già effettuato le vaccinazioni obbligatorie;
  • che il minore non è stato vaccinato, è stato esonerato dall’obbligo o ha ottenuto il differimento perché già immune o perché sussiste grave pericolo per la sua salute;
  • che è stata presentata formale richiesta all’Asl perché provveda ad eseguire le vaccinazioni obbligatorie entro la fine dell’anno scolastico, nelle scadenze fissate dalla legge in relazione all’età del minore (calendario vaccinale).

Solo per l’anno scolastico 2017/2018, tale documentazione va prodotta entro il 10 settembre 2017. Tutte queste attestazioni possono anche essere rese sotto forma di autocertificazione, all’atto dell’iscrizione. In questo caso occorrerà comunque consegnare tutta la documentazione descritta, ma entro il 10 luglio di ogni anno (per l’anno scolastico 2017/2018 il termine è il 10 marzo 2018). Se i genitori non forniscono tutta la documentazione, il dirigente scolastico segnala la mancanza all’Asl territorialmente competente, che provvederà a contestare il tutto al genitore e, se del caso, ad informare la Procura presso il Tribunale dei minorenni. Il decreto prevede inoltre che «per i servizi educativi per l’infanzia e le scuole dell’infanzia, ivi incluse quelle private non paritarie, la presentazione della documentazione di cui al comma 1 costituisce requisito di accesso». In pratica, se il genitore non consegna i documenti elencati il bambino non potrà essere iscritto al nido o alla scuola materna (cioè i servizi previsti per i piccoli da 0 a 6 anni). Per gli altri gradi di istruzione, invece, (scuola elementare, media e superiore) l’omissione non preclude l’accesso alla scuola o agli esami.

La formazione delle classi

Si è detto che l’obbligo della vaccinazione viene meno (o può essere differito) qualora sia accertato un pericolo per la salute del bambino. In questi casi, la scuola ha l’obbligo di inserire i minori non vaccinati in classi composte esclusivamente da bambini vaccinati o immuni dalle malattie elencate.

Il decreto andrà convertito

Il provvedimento è in vigore dall’8 giugno scorso. Trattandosi di decreto legge, esso dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni. Il provvedimento dovrà quindi superare l’esame di Camera e Senato, che potranno eventualmente modificarlo. Se non convertito entro il termine stabilito, perderà efficacia sin dall’inizio (come se non fosse mai stato emanato).

Trovare la copertura migliore in 4G

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il segnale del telefonino è assente o instabile compromettendo i servizi internet, grazie a un’app possiamo trovare un’area con una copertura migliore.

A chi non è capitato di trovarsi in un’area con una scarsa copertura 3G o 4G e di non riuscire a navigare? Una vera tragedia, soprattutto oggi che gli smartphone sono diventati compagni indispensabili per controllare la posta elettronica, comunicare con amici e colleghi o farsi guidare dal GPS.

Soprattutto nelle aree cittadine trovare una buona copertura non è sempre facile perché il segnale potrebbe essere compromesso dagli edifici. Così come in aree poco abitate le celle degli operatori potrebbero essere molto lontane. Per risolvere questi problemi ci viene in aiuto l’app OpenSignal – Speed Test & 3G/4G/Wifi Coverage maps disponibile gratuitamente per Android e iOS.

Si tratta di un’app davvero utile con diverse funzionalità interessanti. La prima è il Test di velocità, che consente di misurare le performance reali della propria connessione (Wi-Fi e 3G/4G), quindi non la velocità massima ma quella che abbiamo durante la normale navigazione e l’uso dei servizi Internet.

Andando in Copertura possiamo poi controllare la copertura del segnale per i vari operatori di telefonia mobile. In questo modo possiamo sapere in quali aree si prende il segnale e in che modalità (2G, 3G o 4G). Può essere utile per verificare se la futura casa o l’ufficio dove ci trasferiremo è coperta da un determinato operatore o se è il caso di cambiarlo.

Ma è sicuramente la terza funzione la più utile di tutte. Toccando Trova Segnale ci viene mostrata una specie di bussola che non indica il nord, ma la direzione da cui proviene il segnale cellulare. In questo modo, se la connessione è instabile, seguendo la bussola possiamo dirigerci verso il ripetitore dell’operatore, ovvero verso un’area dove il segnale è più forte, e potremo così continuare ad utilizzare i servizi Internet dello smartphone.

Toccando infine la bussola viene visualizzata la nostra posizione sulla mappa con indicati i ripetitori dell’operatore telefonico presenti nella zona. OpenSignal – Speed Test & 3G/4G/Wifi Coverage maps è sicuramente una di quelle app che non dovrebbero mai mancare sul proprio telefonino.

Mantenimento: addio alimenti alla moglie che va in pensione

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Niente assegno di divorzio alla ex moglie che ottiene una pensione mensile in grado di mantenerla e renderla autosufficiente. 

Dopo il divorzio, l’ex moglie non può pretendere l’assegno di mantenimento se va in pensione e il reddito che le garantisce la previdenza è sufficiente a mantenersi. Il nuovo colpo di scure al contributo mensile erogato dal coniuge dopo il divorzio viene da una nuova e interessante sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1], la prima ad aver attuato il nuovo principio varato lo scorso 10 maggio che ha ridisegnato i rapporti tra moglie e marito dopo la fine del matrimonio. Ma procediamo con ordine.

Se per la Suprema Corte lo scopo dell’assegno di divorzio non è più quello di garantire lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio ma di supplire solo all’incapacità dell’ex moglie di mantenersi da sola (leggi Addio assegno di mantenimento a chi può mantenersi da solo); se per il Tribunale 1000 euro al mese sono più che sufficienti per garantire l’autosufficienza e, quindi, per perdere il diritto al mantenimento (leggi Niente mantenimento all’ex moglie se guadagna mille euro al mese); allora è giusto che se l’ex moglie va in pensione e l’assegno che le eroga l’Istituto di Previdenza le consente di diventare autosufficiente, non c’è più ragione che il marito le versi ancora gli “alimenti”.

La pronuncia, come detto in apertura, è una delle prime applicazioni del nuovo principio stabilito il mese scorso dalla stessa Cassazione che ha rivisto la disciplina dell’assegno divorzile, togliendo il beneficio a numerose donne che, pur disponendo di redditi propri, in grado di garantire loro l’autosufficienza economica, venivano ugualmente “sovvenzionate” dall’ex solo perché titolare di un reddito superiore. Ora però non conta più la disparità di ricchezza tra i due coniugi, perché con il divorzio cessa ogni legame e obbligo, ivi quello del mantenimento. Allora scopo dell’assegno è solo quello di garantire il sostentamento alla donna che non può provvedervi da sola in ragione della sua età (non più giovane), e/o delle sue risorse economiche (assenti o insufficienti), e/o della sua capacità lavorativa (ridotta per essersi dedicata sempre alla casa).

Sì alla revoca dell’assegno di divorzio all’ ex moglie diventata autosufficiente grazie alla pensione

Risultato: il giudice non può più decidere dando un peso al tenore di vita o alla disparità economica tra i due ex. Deve solo vagliare l’autosufficienza della donna; e se tale indipendenza economica è garantita dalla pensione, anche se oramai la donna si avvia al sentiero della terza età, con tutti gli svantaggi e le debolezze che questo periodo comporta, è giusto che le sia tolto l’assegno di divorzio.

La Cassazione ha colto l’occasione per ricordare come gli unici criteri da seguire per decidere sul diritto all’assegno di divorzio e sulla sua quantificazione sono:

  • il possesso di redditi di lavoro o di qualsiasi altra specie. Pertanto, il coniuge che già ha un lavoro, se lo stipendio gli consente di mantenersi da solo non ha diritto al mantenimento anche se l’ex è molto più ricco e tra i due redditi non vi è proporzione;
  • il possesso di patrimoni mobiliari (ad esempio: azioni, quote in società, obbligazioni, titoli, ecc.) ed immobiliari (ad esempio case o terreni di proprietà, canoni di locazione derivanti dall’affitto di appartamenti, ecc.);
  • le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute e all’età. Questo significa che se l’ex coniuge è ancora giovane e non presenta impedimenti fisici al lavoro (ad esempio invalidità) potrebbe vedersi ridurre o negare il mantenimento;
  • la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Così, se il giudice assegna la casa coniugale alla donna e il marito viene costretto ad andare via, il mantenimento viene ridotto in proporzione al risparmio di spesa che da tale situazione l’ex moglie ottiene.
  • eventuali sostegni economici di qualsiasi tipo come ad esempio gli aiuti della famiglia d’origine.
Non conta più il divario economico tra i coniugi ma l’autosufficienza di entrambi

La sentenza è importante anche per un altro aspetto: sebbene il cambio di rotta operato dalla Cassazione lo scorso 10 maggio non può avere portata retroattiva (non c’è alcun diritto, per chi sino ad oggi ha versato mantenimenti elevati, di chiedere il rimborso), è sempre possibile chiedere la revisione in presenza di fatti nuovi e sopraggiunti dopo la precedente decisione del giudice. Fatti consistenti in una modifica delle condizioni economiche degli ex. In presenza di ciò, il nuovo giudice è legittimato – questa volta sì – ad applicare il nuovo principio e a tagliare l’assegno di mantenimento sebbene in passato calcolato su altri parametri.

L’accertamento sull’esistenza ed entità dell’assegno andrà quindi fatto, da oggi in poi, alla luce del principio dell’autosufficienza economica in base ai nuovi parametri: il possesso di redditi di qualsiasi specie e\o cespiti patrimoniali, considerando gli oneri derivanti dal costo della vita nel posto di residenza dell’ex coniuge richiedente. Da valutare anche le capacità e possibilità di lavoro personale, la disponibilità di una casa ecc. Onerato della prova è il coniuge obbligato a pagare.

 

Tenuità del fatto esclusa davanti al giudice di Pace

Posted on : 23-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sezioni Unite della Cassazione: non si applica la causa di estinzione del reato prevista dall’articolo 131 bis del codice penale ai reati di competenza del Giudice di Pace.

La nuova causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’articolo 131-bis del codice penale non si applica nei procedimenti relativi ai reati di competenza del Giudice di Pace. È questo l’importante chiarimento fornito ieri dalle Sezioni Unite della Cassazione con una informazione provvisoria [1]. In attesa quindi di conoscere le motivazioni dell’importante decisione, che chiude un contrasto giurisprudenziale apertosi da un paio di anni, da quando cioè è stata introdotta la nuova misura, è possibile tracciare alcune prime conclusioni.

La «particolare tenuità del fatto» consente al colpevole di chiedere l’archiviazione immediata del procedimento penale. A lui non si applicano quindi le sanzioni penali; resta però la fedina penale “macchiata” e la possibilità di essere citato in un giudizio civile per il risarcimento del danno. Si tratta di un grosso vantaggio che consente di dribblare le pene nel caso di reati meno gravi. Difatti, come abbiamo spiegato nelle nostre guide (leggi Particolare tenuità del fatto: guida su procedura e reati e in La tenuità del fatto nel reato) la «particolare tenuità del fatto» si applica solo ai reati puniti

  • con la pena detentiva non superiore a 5 anni,
  • con la sola pena pecuniaria,
  • con la pena pecuniaria congiunta alla pena detentiva non superiore a 5 anni.

L’indagato/imputato non può  invocare la non punibilità quando:

  • abbia già commesso altri fatti che risultano simili per condotta, scopo od oggetto di offesa;
  • abbia commesso un reato che riguarda comportamenti abituali, plurimi o reiterati: è ad esempio il caso dello stalking, per il quale il colpevole non potrà ottenere la non punibilità, neanche per una volta;
  • sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Niente tenuità del fatto davanti al Giudice di Pace

Le Sezioni Unite hanno stabilito ieri che la nuova causa di estinzione del reato per tenuità del fatto, inserita nel Codice penale dal 2015, non si applica agli illeciti di competenza dei giudici di pace.

Ma perché la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto non si può applicare ai reati di competenza dei giudici di pace? In questi casi trova  applicazione la disciplina speciale prevista dall’articolo 34 del decreto legislativo n. 274 che si colloca invece nell’ambito della finalità conciliativa caratteristica della giurisdizione penale del giudice di pace. Peraltro la disciplina del 2000 non subisce limitazioni in ordine alle sanzioni come invece previsto per la tenuità del fatto: la tenuità vale per reati fino a 5 anni di pena (o con la pena pecuniaria, sola o congiunta alla pena detentiva), mentre la dichiarazione di improcedibilità può scattare sempre e comunque. Altre poi le differenze tra i due istituti. Ad esempio, per l’improcedibilità va presentata attenzione ad aspetti come l’esiguità del danno o del pericolo, il grado di colpevolezza e l’occasionalità del fatto; per la tenuità pesano invece fattori come la non abitualità della condotta.

Quali sono i diritti e i doveri di una badante

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi assiste un anziano o un malato deve pensare alle sue cure e a sistemare la casa. Ma ha anche i suoi diritti: ferie, permessi, malattia, straordinari pagati.

 

La popolazione sempre più anziana e gli impegni del lavoro, che coinvolgono, ormai, marito e moglie, costringono molte famiglie a cercare una persona che si faccia carico dell’assistenza a domicilio di un familiare malato. Il soggetto interessato, di solito, è l’anziano che ha bisogno di cure, a volte anche solo di compagnia, o che non è autosufficiente per svolgere le normali attività quotidiane.

Entra in campo, a questo punto, la figura della badante, da anni presente in molte case accanto a chi ha bisogno di assistenza. Non si tratta di un’attività di volontariato ma di un vero e proprio rapporto di lavoro. Ecco, quindi, che bisogna sapere quali sono i diritti e i doveri di una badante che, a tutti gli effetti, è una dipendente con un regolare contratto.

 

Quali sono i doveri di una badante

Partiamo col definire quali sono i doveri di una badante. Le sue mansioni, regolamentate dal contratto nazionale di categoria, sono quelle di:

  • prendersi cura della persona assistita. Per «cura» si intende non solo l’assistenza da un punto di vista sanitario (dare le medicine, controllare la pressione, provvedere alla sua pulizia personale) ma anche da un punto di vista, per così dire, umano: fargli, cioè, compagnia. Nel caso della badante che lavora ma anche vive nella casa di un malato non autosufficiente, la badante è tenuta a fare o ad aiutare a fare all’assistito le cose che lui non è più in grado di fare da solo;
  • tenere in ordine la casa e renderla vivibile dal malato;
  • preparare i pasti per l’assistito agli orari e secondo le indicazioni ricevute dai familiari o dal medico;
  • mettere pannoloni e altri ausili se fossero necessari.

E’ importante, nel momento in cui si prendono i primi accordi con la badante da assumere, fissare i suoi compiti in modo ben chiaro, possibilmente per iscritto, in modo da evitare degli equivoci in futuro.

Così come è fondamentale che la badante sia in grado di capire e di leggere correttamente l’italiano: solo così, in caso di emergenza o di necessità, sarà in grado di chiamare un’ambulanza, di leggere le prescrizioni di un medico, di comunicare – anche con l’assistito – in modo efficace.

Quali sono i diritti di una badante

Così come i doveri, anche i diritti di una badante vengono fissati dal contratto nazionale di categoria. Vediamone i principali:

 

Livello di inquadramento

Varia a seconda delle mansioni richieste dal datore di lavoro, quindi dalle esigenze della famiglia. Nello specifico:

  • il livello A super interessa gli addetti alla compagnia alle persone (ad esempio chi viene assunto soltanto per accompagnare una persona anziana in casa o a fare una passeggiata);
  • il livello B super è previsto per chi assiste persone autosufficienti ed è tenuto anche a svolgere attività connesse alla pulizia e al vitto;
  • il livello C super inquadra chi assiste persone non autosufficienti e si occupa di attività connesse alla pulizia e al vitto;
  • il livello D super, in cui rientra chi assiste persone non autosufficienti ed ha avuto una formazione a tale scopo (diploma nello specifico campo oggetto della propria mansione, conseguito in Italia o all’estero, purché equipollente, anche con corsi di formazione aventi la durata minima prevista dalla legislazione regionale e comunque non inferiore a 500 ore) e segue anche le attività di riordino e pulizia della casa, oltre ad occuparsi del vitto.

 

Orario di lavoro

Anche l’orario di lavoro di una badante può variare a seconda del tipo di contratto sottoscritto.

Per le badanti conviventi è previsto un massimo di 10 ore al giorno non consecutive o di 54 ore a settimana. Pertanto, la badante ha diritto ad almeno 8 ore di riposo consecutive nella stessa giornata ed un riposo intermedio non retribuito non inferiore a 2 ore.

Attenzione, però: se la badante lavora tra le 6 e le 14 o tra le 14 e le 22, ha diritto ad un riposo giornaliero di almeno 11 ore consecutive e ad un riposo intermedio non retribuito. E’ permesso, inoltre, il recupero di un massimo di 2 ore giornaliere ore non lavorate.

Per quanto riguarda, invece, le badanti non conviventi, l’orario di lavoro prevede un massimo di 8 ore al giorno non consecutive, ovvero 40 ore a settimana distribuite su 5 o su 6 giorni.

La badante hanno diritto ad un riposo settimanale:

  • di 24 ore. Se ci fossero delle esigenze particolari che le impediscono di prendere il riposo nella giornata stabilita, dovrà essere previsto lo stesso numero di ore il giorno successivo e le ore lavorate avranno una maggiorazione del 60%;
  • di 12 ore durante la settimana. L’eventuale lavoro in queste 12 ore di riposo avrà una maggiorazione del 40%.

Si considera lavoro notturno per una badante quello svolto tra le 22 e le 6, con la maggiorazione del 20% se si tratta di lavoro ordinario o con trattamento di lavoro straordinario. Non viene considerato notturno il lavoro discontinuo durante la notte o quello esclusivamente di attesa.

La badante con un orario giornaliero di oltre 6 ore ha diritto al pranzo o alla cena (a seconda del suo turno) oppure a alla relativa indennità per il pasto.

Lavoro straordinario

Si intende per lavoro straordinario di una badante quello che supera la durata massima dell’orario di lavoro, ma non quello svolto per un’emergenza. Proprio per questo, lo straordinario dev’essere concordato con una giornata di anticipo.

Ecco le maggiorazioni previste dal contratto per il lavoro straordinario di una badante:

  • il 60% in più se svolto di domenica o in giorno festivo;
  • il 10% in più se svolto tra le 6 e le 20 da una badante non convivente che supera le 40 ore settimanali e fino alle 44 ore settimanali;
  • il 25% in più se svolto negli altri casi tra le 6 e le 22;
  • il 50% in più se svolto tra le 22 e le 6 del mattino.

Diritto di una badante a ferie e permessi

I diritti di una badante contemplano anche 26 giorni lavorativi di ferie per ogni anno lavorato, o i relativi dodicesimi. Possono essere frazionate in non più di due periodi e devono essere concordate con il datore di lavoro.

Per quanto riguarda i permessi, la badante ne ha diritto per visite mediche documentate nella misura di 16 ore l’anno oppure di 12 ore per la badante non convivente con orario di lavoro inferiore alle 30 ore settimanali.

Altri diritti di una badante

  • diritto alla tredicesima, da liquidare nel mese di dicembre e con il calcolo di vitto e alloggio;
  • diritto alla malattia: l’Inps non paga l’indennità ma la badante ha diritto a mantenere il posto di lavoro;
  • diritto a 15 giorni di congedo matrimoniale retribuito;
  • diritto a mantenere il posto di lavoro e ad una parte della retribuzione in caso di maternità.

Infortunio di una badante sul luogo di lavoro

Se una badante subisce un infortunio, il datore di lavoro deve comunicarlo all’Inail:

  • entro 24 ore per infortuni mortali o presunti tali;
  • entro 2 giorni dall’accertamento per infortuni non guaribili entro 3 giorni;
  • entro 2 giorni dal 4° per infortuni guaribili entro 3 giorni, ma non guariti.

Il datore di lavoro deve, inoltre, dare comunicazione all’Autorità di pubblica sicurezza entro 2 giorni dall’infortunio.

La badante ha diritto alla retribuzione globale di fatto nei primi 3 giorni di assenza per infortunio.

Cessazione del rapporto di lavoro

Sia la badante sia il datore di lavoro possono interrompere il contratto in qualsiasi momento (anche per licenziamento o dimissioni per giusta causa). Sarà necessario, però, rispettare un periodo di preavviso:

  • per i rapporti non inferiori a 25 ore settimanali:
    • fino a 5 anni di anzianità: 15 giorni di calendario;
    • oltre i 5 anni di anzianità: 30 giorni di calendario.

Questo periodo di riduce del 50% nel caso di dimissioni da parte del lavoratore;

  • per i rapporti inferiori alle 25 ore settimanali:
    • fino a 2 anni di anzianità: 8 giorni di calendario;
    • oltre i 2 anni di anzianità: 15 giorni di calendario.

Per quanto riguarda il Tfr, viene calcolato anno per anno sommando le retribuzioni (compresa la tredicesima) e dividendo il risultato per 13,5. L’importo viene rivalutato dell’1,5% più il 75% dell’indice Istat sul costo della vita.

Criticare datore su Facebook: si può essere licenziati?

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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É legittimo postare sui social una critica verso la propria azienda? Cosa si rischia? Si può perdere il lavoro? La Cassazione fa il punto.

Criticare il datore di lavoro su Facebook a volte è una tentazione irresistibile, ma può avere conseguenze molto gravi. Ma davvero si può essere licenziati per un post di troppo pubblicato sui social network? La risposta cambia a seconda dei casi. Con una recente sentenza [1], la Cassazione ha affermato che se il post non ha contenuto diffamatorio e, quindi, non offende la reputazione e l’immagine dell’azienda per cui si lavora, il licenziamento deve considerarsi illegittimo. Ciò in quanto esiste un diritto di critica anche in capo al lavoratore che, a meno che non pubblichi una frase che comprometta la fama e la nomea del datore, non rischia di perdere il posto.

La vicenda all’esame della Cassazione

La vicenda sottoposta all’esame della Suprema Corte riguardava una donna licenziata dalla sua azienda per aver pubblicato su Facebook un messaggio dal presunto contenuto diffamatorio e lesivo della reputazione del datore di lavoro. In primo grado, il Tribunale aveva affermato la legittimità del licenziamento, confermandolo. In secondo grado, invece, la Corte d’appello aveva sancito l’illegittimità dello stesso ordinando la reintegrazione della lavoratrice. La Cassazione ha confermato tale ultima decisione.

In pratica viene affermato che il post incriminato non aveva contenuto realmente diffamatorio e, quindi, non offendeva l’onore e la reputazione del datore di lavoro. Dunque, se postiamo su Facebook una critica senza essere diffamanti, non possiamo essere licenziati perché ciò, appunto, rientra nel nostro diritto di esprimere un’opinione, seppur contraria verso l’operato del nostro capo.

Al contrario, se il post si presenta come effettivamente diffamatorio, ben potrà configurarsi una giusta causa di licenziamento (a patto che il contenuto sia talmente grave da ledere gravemente l’immagine del datore di lavoro). Viene in considerazione, in questi casi, anche il dovere di fedeltà che il lavoratore è tenuto ad osservare nei confronti del datore stesso.

Imposto dal codice civile [2], tale prescrizione valorizza il rapporto di fiducia esistente tra datore e dipendente, prescrivendo a quest’ultimo di comportarsi secondo correttezza e buona fede verso il suo capo. Il lavoratore deve evitare, ad esempio, di screditare l’azienda e, in generale, di realizzare qualsiasi comportamento che possa recare danno a quest’ultima.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è stato coinvolto, negli ultimi anni, in rilevanti interventi riformatori del nostro legislatore (dalla riforma Fornero al Jobs Act). Allo stato attuale la norma trova applicazione per i lavoratori assunti prima del marzo 2015 e per i dipendenti statali.

Secondo l’articolo 18, «il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato […] annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca della nuova occupazione» [3].

In pratica quindi, se il fatto che ha dato origine al licenziamento è insussistente, il lavoratore dovrà essere reintegrato e avrà diritto alla retribuzione a lui spettante dal momento del fatto al giorno in cui riprende a lavorare (detratti i salari ricevuti per altri lavori nel frattempo svolti).

Attenzione però, perché «insussistenza del fatto» non vuol dire solo insistenza materiale dello stesso, ma anche presenza di un fatto che, tuttavia, è privo di illiceità [4]. In poche parole, il licenziamento va dichiarato illegittimo non soltanto quando risulti che non è mai esistito un post di critica contro il datore di lavoro, ma anche se il post incriminato esiste ma non è in concreto diffamatorio.

Se pubblichiamo su Facebook una critica senza essere offensivi e senza ledere l’immagine dell’azienda, non potremo essere licenziati. Se ci hanno ingiustamente mandato a casa, potremo chiedere la reintegrazione.

Diffamazione su Facebook: quando si configura

Facebook e i social network in generale rappresentano ormai luoghi virtuali accessibili da chiunque. Pubblicare un commento offensivo, spesso, può rivelarsi una pessima idea. Oltre rischiare sanzioni disciplinari o (nel peggiore dei casi) il licenziamento, il fatto può avere risvolti penali, integrando il reato di diffamazione.

Ma quando un post può dirsi legittimo e quando invece è diffamatorio? Secondo la Cassazione, come già visto nella sentenza in esame, la pubblicazione è diffamatoria quando lede l’immagine del datore, denigra i servizi offerti dall’azienda e, in generale, travalica i confini del diritto di critica, inteso come diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Perché possa parlarsi di pubblicazione illecita, inoltre, è necessario che i soggetti a cui si riferisce siano perfettamente individuabili (non occorre per forza indicarli con nome e cognome: sono sufficienti specifici riferimenti che rendano palesi i destinatari del messaggio).

Per cui, quando critichiamo esageratamente il nostro datore, oltre a rischiare il posto di lavoro potremo incorrere in un reato penale, quello di diffamazione, tra l’altro aggravata perché commessa attraverso un «mezzo di pubblicità» [5]. La pena quindi sarà più alta (reclusione da sei mesi a tre anni o multa non inferiore a 516 euro) rispetto a quella prevista per il reato base (reclusione fino a un anno o multa fino a 1.032 euro).

Quando è consentita la falsa testimonianza

Posted on : 22-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi rende una falsa testimonianza per salvare se stesso o un parente da un danno grave ed inevitabile non è punibile.

Chi rende una testimonianza falsa in un processo commette sempre il reato di falsa testimonianza, ma la legge prevede che non debba essere punito qualora abbia riferito il falso per salvare se stesso o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile danno alla libertà o all’onore. In pratica la legge prevede una causa di non punibilità che si applica quando si verifica il richiamato stato di necessità.

Quando si commette falsa testimonianza?

I testimoni sono persone informate sui fatti oggetto di un processo, o per avervi assistito personalmente o per averne sentito parlare.

Se un testimone viene citato in giudizio (cioè viene convocato da un giudice civile o penale per essere ascoltato) è obbligato a farlo, tranne che in alcuni casi espressamente previsti dalla legge.

Qualsiasi soggetto che deponga come testimone innanzi all’autorità giudiziaria o alla corte penale internazionale commette il reato di falsa testimonianza se

  • afferma il falso o nega il vero;
  • ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato [1].

Quando il testimone può astenersi?

Possono astenersi dal testimoniare (cioè non hanno l’obbligo di testimoniare) i prossimi congiunti  dell’imputato

Per prossimi congiunti dell’imputato o della persona sottoposta ad indagini preliminari si intendono:

  • gli ascendenti;
  • i discendenti;
  • il coniuge;
  • i fratelli;
  • le sorelle;
  • gli affini nello stesso grado;
  • gli zii;
  • e i nipoti;
  • chi è legato all’imputato da vincolo di adozione [3].

Tali prossimi congiunti dovranno, però, obbligatoriamente testimoniare nel caso in cui siano stati (essi stessi) autori della denuncia (o della querela) o se (essi o i loro prossimi congiunti) siano persone offese dal reato [2].
Potranno, inoltre, astenersi dal testimoniare (limitatamente ai fatti appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale):

  • il convivente o l’ex convivente dell’imputato (pur non essendo coniuge);
  • il coniuge separato dell’imputato;
  • l’ex coniuge nei cui confronti sia intervenuta sentenza di annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con l’imputato.

La legge con queste esclusioni da un lato cerca di preservare la genuinità della testimonianza (che perde un po’ di credibilità quando è fatta da congiunti), dall’altro tenta di tutelare i rapporti familiari (che dovrebbero ispirarsi a vincoli morali e solidarietà).

Il giudice, il pubblico ministero e la polizia giudiziaria hanno  l’obbligo di avvertire (in modo chiaro e preciso) il testimone, che abbia i requisiti che finora abbiamo descritto, del suo diritto di astenersi e chiedergli cosa vuole fare (se intende rispondere alle domande o tacere); se sceglie di rispondere, sarà obbligato a dire la verità [4].

In questi casi, quindi, il testimone può decidere di astenersi dal rispondere ma non può rendere una falsa testimonianza, altrimenti (anche se è un prossimo congiunto dell’imputato) sarà punito per il reato di falsa testimonianza.

In quali casi la falsa testimonianza non è punibile?

Ci sono casi, espressamente indicati dalla legge, nei quali anche se il reato di falsa testimonianza è stato commesso, il testimone non può essere punito; si tratta delle cosiddette cause di non punibilità.

Il testimone che dichiara il falso non sarà punito se dimostra di aver reso la falsa testimonianza per uno stato di necessità, cioè per salvarsi (o salvare un suo prossimo congiunto) da un inevitabile danno alla libertà o all’onore [5].

Lo stato di necessità sussiste solo se:

  • il danno arrecato all’imputato dalla testimonianza genuina sarebbe realmente grave ed inevitabile (nel senso che non potrebbe essere evitato senza la falsa testimonianza);
  • il pericolo che (con la testimonianza genuina) si verifichi il danno, sia concreto ed attuale.