Il risarcimento danni al lavoratore dipendente in caso di incidente

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Si parla molto di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ma ancora oggi molti lavoratori subiscono incidenti sul lavoro oppure contraggono malattie professionali. 

Il lavoro è posto dalla Costituzione alla base della nostra società Tuttavia lavorare non è sempre e solo un’attività nobile che consente all’individuo di guadagnare il denaro necessario ad una esistenza libera e dignitosa. A volte lavorare produce dei danni molto gravi alla salute del lavoratore. In molti casi, infatti, le attività lavorative presentano dei rischi per la salute e, durante la prestazione lavorativa, il dipendente può subire incidenti che possono procurare danni lievi o gravi e finanche la morte. In altri casi il danno alla salute del lavoratore non è immediato e repentino, come nel caso dell’infortunio, ma lentamente il lavoratore si ammala di una malattia collegata all’ambiente di lavoro. In questo articolo ti spiegheremo il risarcimento danni al lavoratore dipendente in caso di incidente.

Che differenza c’è tra infortunio sul lavoro e malattia professionale?

Si definisce malattia professionale la patologia determinata da una causa che agisce progressivamente e lentamente sulla persona del lavoratore. L’infortunio, al contrario, si ha quando la lesione alla salute del dipendente deriva da una causa violenta e repentina. Un esempio può chiarire la distinzione. Si tratta di infortunio sul lavoro, ad esempio, l’ipotesi del lavoratore che perde un arto a causa dello schiacciamento in un macchinario aziendale. Il, purtroppo, noto mesotelioma pleurico, ossia il tumore polmonare determinato dalla costante e prolungata esposizione all’amianto è invece una malattia professionale.

La malattia professionale, inoltre, richiede altri due requisiti: la causa che determina la malattia, ad esempio l’esposizione all’amianto, deve essere diretta ed efficiente, vale a dire deve poter determinare la patologia da sola, in modo esclusivo o prevalente. Questo problema si pone spesso quando la malattia può essere stata determinata anche da altre cause, extralavorative. Si pensi al malato di tumore polmonare che sia anche un forte fumatore. Si può dire, in questo caso, che il tumore è conseguenza dell’amianto? Oppure del fumo di sigaretta? Oppure di entrambi?

Ciò che conta per poter comunque qualificare la patologia come malattia professionale è che le cause extraprofessionali non interrompano il nesso causale, ovvero non siano in grado, da sole, di provocare la malattia.

Per l’infortunio su lavoro, infatti, basta l’occasione di lavoro, ossia un rapporto anche mediato o indiretto con il rischio lavorativo.Per le malattie professionali, invece, deve esserci una relazione causale, e perlomeno concausale, diretta tra la malattia ed il rischio professionale.

La fonte del rischio può consistere nella lavorazione cui è addetto il lavoratore, oppure nell’ambiente in cui la prestazione di lavoro viene resa (parleremo di “rischio ambientale”).

Cosa sono le malattie professionali tabellate?

I lavoratori devono essere iscritti dall’azienda presso l’Inail, Istituto nazionale degli infortuni sul lavoro. In sostanza, l’azienda paga una quota all’Inail per assicurare il dipendente dai rischi per la salute connessi alla prestazione di lavoro. Come qualsiasi assicurazione privata, quando l’evento per il quale si è assicurati si verifica l’Inail paga una somma di denaro.

Gli eventi a fronte dei quali l’Inail deve erogare un indennizzo al dipendente sono, per l’appunto, le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro.

Sulla base della indennizzabilità da parte dell’Inail possiamo distinguere tra malattie professionali tabellate e non tabellate.
Le malattie professionali tabellate sono quelle:

  • presenti all’interno delle due tabelle Inail (una per l’ambito industriale e una per l’ambito agricolo);
  • determinate da lavorazioni presenti nelle stesse tabelle;
  • denunciate entro un certo periodo dalla cessazione dell’attività rischiosa, fissato nelle tabelle stesse (“periodo massimo di indennizzabilità”).

Il “sistema tabellare” costituisce una semplificazione per il dipendente. Il lavoratore infatti quando si ammala di una malattia tabellata è esonerato dall’onere di dimostrare che la malattia è causata dal lavoro. Nel sistema tabellare il dipendente dovrà limitarsi a dimostrare:

  • l’adibizione ad una lavorazione tabellata o comunque l’esposizione a un rischio ambientale provocato da quella lavorazione;
  • l’esistenza della malattia tabellata;
  • l’inoltro della denuncia nel termine massimo di indennizzabilità.

Dimostrate queste tre circostanze scatta una presunzione di legge in base alla quale si assume che la malattia è di origine professionale.

A questo punto è l’Inail a poter dimostrare il contrario, ovvero che la malattia è stata provocata da cause diverse, estranee al lavoro. Si tratta chiaramente di una prova molto rigorosa e difficile da fornire.

Non solo le malattia tabellate danno diritto all’indennizzo. Infatti, il sistema tabellare puro si è trasformato in sistema misto a causa dell’intervento della Corte Costituzionale [1].

La Consulta ha di fatto aperto la strada al cosiddetto “sistema misto”: al fianco del sistema tabellare, nel quale scatta come detto una presunzione di legge in base alla quale certe malattie si presumono di origine professionale con un forte alleggerimento dell’onere della prova per il dipendente, resta comunque salva la possibilità per il lavoratore di provare che la malattia contratta, pur non essendo tabellata, è determinata dal lavoro ed è dunque una malattia professionale.

Il sistema tabellare è fisso?

L’adeguamento costante delle malattie tabellate è garantito da una apposita procedura prevista dalla legge [2]. All’interno dell’Inail opera una commissione scientifica che propone, basandosi sull’osservazione scientifica, al Ministero del lavoro l’integrazione e/o la modifica delle tabelle. Il Ministero del Lavoro, sulla scorta delle osservazioni della Commissione, dispone con proprio Decreto l’aggiornamento delle tabelle.

Malattia professionale: quale indennizzo dall’Inail?

Le forme di indennizzo previste dall’Inail per chi si ammala di malattie professionali sono molteplici (prestazioni sanitarie, riabilitazione). La principale tutela è di tipo economico e consiste nell’erogazione di un indennizzo così composto:

  • indennità giornaliera per inabilità temporanea assoluta;
  • indennizzo in capitale per la menomazione dell’integrità psicofisica (danno biologico);
  • indennizzo in rendita per la menomazione dell’integrità psicofisica (danno biologico) e per le sue conseguenze patrimoniali;
  • rendita diretta per inabilità permanente;
  • integrazione della rendita diretta;
  • rendita di passaggio per silicosi e asbestosi;
  • rendita ai superstiti;
  • assegno funerario:
  • assegno per assistenza personale continuativa;
  • speciale assegno continuativo mensile;
  • prestazione aggiuntiva alla rendita per le vittime dell’amianto;
  • tutela delle vittime per esposizione amianto non professionale;
  • assegno di incollocabilità;
  • erogazione integrativa di fine anno;
  • brevetto e distintivo d’onore;
  • indennità per i lavoratori marittimi temporaneamente inidonei alla navigazione;
  • rimborso spese per l’acquisto di farmaci;
  • rimborso spese di viaggio e soggiorno cure idrofangotermali e soggiorni climatici.

Infortunio sul lavoro: quale indennizzo dall’Inail?

Innanzitutto è bene chiarire che per l’Inail non ogni incidente è infortunio sul lavoro. Si considera, per l’Inail, infortunio sul lavoro ogni incidente avvenuto per causa violenta in occasione di lavoro dal quale derivi la morte, l’inabilità permanente o l’inabilità assoluta temporanea per più di tre giorni.

In questo caso l’Inail eroga le seguenti prestazioni economiche:

L’indennizzo pagato dall’Inail copre solo una parte di esse, ovvero:

  • a titolo di danno patrimoniale temporaneo, l’Inail integra parte della retribuzione spettante al lavoratore per il periodo di assenza per infortunio;
  • a titolo di danno patrimoniale permanente,  l’Inail indennizza anche le future conseguenze patrimoniali in capo al lavoratore infortunato. Tale ulteriore prestazione economica scatta solo nei casi in cui le lesioni superino la soglia del 15% di invalidità permanente;
  • a titolo di danno non patrimoniale, invece, l’Inail non indennizza il danno biologico temporaneo ma solo quello permanente, ovvero la lesione all’integrità psico-fisica che il lavoratore infortunato non recupererà mai più, e solo se supera la soglia del 5% di invalidità permanente.

Cosa succede se l’azienda non ha pagato le quote all’Inail?

Gli indennizzi previsti per malattia professionale o infortunio sul lavoro vengono erogati dall’Inail anche nell’ipotesi in cui il datore di lavoro non ha pagato i contributi all’Inail. In base al principio di automaticità delle prestazioni in materia previdenziale ed assistenziale, infatti, non possono ricadere sul lavoratore eventuali omissioni da parte del datore di lavoro della sua obbligazione contributiva.

Il lavoratore può chiedere il risarcimento anche all’azienda?

Gli indennizzi economici previsti dall’Inail non esauriscono i danni dei quali il lavoratore infortunato o colpito da malattia professionale può chiedere il risarcimento.

Occorre infatti ricordare che in base alla legge [3] il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare la salute e sicurezza del dipendente e porre in essere tutte le misure necessarie a ridurre al minimo il rischio di infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Qualora il dipendente riuscisse a provare, in un eventuale giudizio instaurato contro l’azienda, che l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale è stata causata dal mancato rispetto da parte del datore di lavoro di tutti gli accorgimenti e le misure di sicurezza previste dalla legge e dalla scienza per proteggere la salute dei dipendenti  potrebbe ricevere, su disposizione del giudice, un risarcimento danni ulteriore rispetto agli indennizzi Inail e pari alla differenza fra il danno complessivamente subito e provato dal lavoratore e il quantum indennizzato dall’Inail.

Il danno che il dipendente può ottenere in giudizio si dice anche danno differenziale proprio perché si calcola sottraendo al danno totale la quota già erogata dall’Inail.

Quando il furto non è punito?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È possibile rubare senza essere puniti? È furto rubare al marito o alla moglie? È reato se il furto è commesso in stato di necessità?

Se ti chiedo di pensare al primo reato che ti passa per la mente, cosa mi risponderesti? Il furto, senza dubbio. Sarà perché, fin da quando è esistito il concetto di “mio” e di “tuo”, ci è subito parso che l’erba del vicino sia sempre più verde; oppure perché risuona sempre, a lettere maiuscole, nel nostro inconscio l’imperativo categorico “Non rubare!”. Se è vero che è sempre esistito, è altrettanto vero che è sempre stato punito; anche oggi, ovviamente, il furto costituisce un delitto, sanzionato dal codice penale con il carcere fino a sei anni, nei casi più gravi. Se prendi il bene di un’altra persona senza il suo consenso, commetti reato; niente di più semplice. Devi sapere, però, che a volte quello che sembra essere un furto tale non è; o almeno, la legge non lo considera in questa maniera. Cosa voglio dire? Te lo spiego subito: ci sono dei casi in cui, anche se ti impossessi di una cosa altrui senza consenso, potresti essere giustificato e, perciò, non rispondere del delitto di furto. In altre parole, ci sono casi in cui il furto non è punito. Perché? A volte perché l’apprensione di un bene altrui è assolutamente necessaria per la salvaguardia di un bene giuridico superiore; oppure, perché tra ladro e derubato esistono rapporti tali da non potersi assolutamente configurare un furto: se il marito prende dieci euro dal portafogli della moglie per comprarsi le sigarette, commette furto? Certo che no. Se quanto ti ho raccontato sinora ti interessa, allora ti invito a proseguire nella lettura: ti dirò quando il furto non è punito.

 Cos’è il furto?

Per capire quando il furto non è punito devo necessariamente spiegarti brevemente cosa dice il codice penale a proposito di questo delitto. il furto consiste nell’impossessamento della cosa mobile altrui, con sottrazione ai danni di chi la detiene, al fine di trarne un profitto per sé o per altri [1]. La pena prevista è la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 154 a 516 euro. Il furto, dunque, comporta il passaggio di un bene mobile dall’originario detentore a chi se ne impossessa senza averne titolo.

Requisiti del furto: quali sono?

Il furto è uno dei cosiddetti reati comuni, cioè un crimine che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato).

L’elemento soggettivo del reato è il dolo: chi sottrae un bene ad un altro deve essere consapevole della propria condotta: se l’impossessamento avvenisse per caso (si pensi, ad esempio, a chi, all’uscita da un locale, prenda l’ombrello di un’altra persona anziché il proprio perché identici) non si integrerebbe il furto. Volendo essere ancor più precisi, il dolo deve essere specifico, poiché la norma parla infatti di un preciso scopo che persegue il ladro: quello dell’arricchimento proprio o altrui. Quindi, chi si appropria di una cosa altrui per un fine diverso, non commetterà furto (si immagini chi, per evitare la concorrenza nella vendita, privi il titolare del vicino negozio delle chiavi per entrare).

Oggetto del furto deve essere la cosa mobile altrui: non è possibile, pertanto, rubare una casa, bene immobile per eccellenza. Per espressa previsione legislativa, si considera cosa mobile anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico.

Furto: quando non è punito?

Vediamo ora quando il furto non è punito. Come ti spiegherò nei paragrafi seguenti, i casi in cui il furto non è punito sono essenzialmente due: quelli legati allo stato di necessità di colui che sottrae una cosa al proprietario, e quelli che concernono i legami, cioè i rapporti intercorrenti tra autore del fatto e persona offesa. Esaminiamoli.

Stato di necessità: cos’è?

Il furto non è punito quando c’è lo stato di necessità. Di cosa si tratta? Te lo dico subito. Il codice penale disciplina alcune circostanze che giustificano la condotta, altrimenti illecita, dell’agente. Tra le cause di giustificazione rientra anche lo stato di necessità: secondo la legge, non è punibile chi commette un reato perché costretto dalla necessità di salvare se stesso o altri da un grave danno alla persona [2].

Lo stato di necessità si configura ogni volta che una persona sia costretta a realizzare una condotta criminosa pur di salvare sé oppure altre persone. Ti faccio un esempio: mentre stai passeggiando, sei aggredito da alcuni malviventi; scappi e, pur di salvarti, ti infili nella prima autovettura aperta e fuggi via. Normalmente, la tua condotta costituirebbe furto: in questo caso, però, non lo è, visto che l’impossessamento dell’auto deriva dalla necessità di salvarti dall’aggressione.

Furto e stato di necessità

È ora chiaro, quindi, che il furto non è punito quando è giustificato dallo stato di necessità. Il problema, però, è che i casi in cui rubare implichi la necessità di salvare se stesso o altri da un grave danno alla persona sono rari e, soprattutto, ancor più raramente sono riconosciuti dalla giurisprudenza. La Corte Cassazione è molto rigorosa nell’ammettere il furto per stato di necessità: si pensi al ladro che ruba dei prodotti al supermercato. La Suprema Corte ha ritenuto di condannare anche un furto di generi alimentari del valore di pochi euro [3]. Secondo i giudici, per parlare di stato di necessità, e quindi di giustificazione per il furto, non è sufficiente il fatto che i beni sottratti siano di natura alimentare, anche perché si tratta di merce dal valore non sempre infimo.

Stessa cosa è avvenuto per il furto di energia elettrica; anche in questo caso la giurisprudenza non è incline a riconoscere la prevalenza della causa di giustificazione sul fatto delittuoso [4].

In senso diverso si è espressa qualche anno fa la Corte di Cassazione in merito all’occupazione abusiva di un alloggio dell’Istituto Autonomo Case Popolari: il diritto all’abitazione rientra tra quelli primari tutelati dalla Costituzione e, pertanto, l’occupazione arbitraria di un appartamento di proprietà delle cosiddette “case popolari” è stata giustificata dalle condizioni disperate in cui versavano una giovane donna e la sua figlioletta [5].

Ugualmente comprensiva è stata la Suprema Corte nel caso che ha visto come protagonista un senzatetto che ha rubato in un supermercato due confezioni di formaggio e una di wurstel, per un valore pari a quattro euro. In questa circostanza, i giudici hanno ritenuto che il fatto non costituisse reato in quanto scriminato dallo stato di necessità: il clochard avrebbe infatti agito per far fronte ad una immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi [6].

Furto a parenti: è punito?

Il furto non è punito quando è commesso ai danni di un congiunto. Il codice penale dice che non è punibile chi ha rubato ai danni:

  • del coniuge;
  • della parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso;
  • di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante o dell’adottato;
  • di un fratello o di una sorella che con lui convivano [7].

Perché, in questi casi, il furto non è punito? È semplice: perché tra le parti c’è un rapporto talmente stretto che i patrimoni possono confondersi facilmente. Ripensa all’esempio che ho fatto nell’introduzione: sarebbe imputabile per furto il marito che prende una somma di danaro dalla moglie? Ovviamente no. Non a caso, la legge precisa che, quando si tratti di fratelli, essi debbano convivere: è la convivenza, quindi, che fa sì che la distinzione tra ciò che è “mio” e ciò che è “tuo” si smarrisca.

Il codice penale prosegue specificando altresì che il furto è punibile a querela della persona offesa se commesso a danno del coniuge legalmente separato, o della parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui sia stata manifestata formalmente (cioè dinanzi all’ufficiale dello stato civile e non sia intervenuto lo scioglimento della stessa) la volontà di scioglimento, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero ancora dello zio, del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.

In pratica, la non punibilità trova una mitigazione quando i legami sono meno profondi (tipo quelli che intercorrono tra zio e nipote) oppure si stanno sfaldando (è il caso dei coniugi che si stanno separando e della coppia legata da unione civile che versi nella stessa situazione).

Inpdap: prescrizione contributi pensione al 2020

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ancora possibile nel 2019 segnalare i contributi mancanti per la pensione dei dipendenti pubblici: prescrizione spostata al 2020.

Prorogata la maxi-operazione dell’Inps sulla sistemazione delle posizioni previdenziali dei dipendenti pubblici: il termine per segnalare i contributi mancanti è stato infatti spostato al 31 dicembre 2019, in quanto è stata posticipata di un anno la prescrizione della contribuzione mancante. In parole semplici, la prescrizione dei contributi partirà dal 1° gennaio 2020 anziché dal 1° gennaio 2019: lo ha reso noto l’Inps, con una nuova circolare [1].

L’istituto, tra l’altro, sta per rendere disponibile per circa 500mila dipendenti pubblici la cosiddetta busta arancione, ossia la simulazione della pensione futura, sinora accessibile ai i soli lavoratori del settore privato: grazie alla nuova campagna informativa dell’Inps, dunque, anche i lavoratori della Pubblica Amministrazione potranno avere piena consapevolezza del trattamento pensionistico futuro.

L’Inps, oltre alla pensione futura, sta provvedendo anche all’invio dell’estratto conto cartaceo a circa 128mila lavoratori che abbiano avuto almeno un periodo di iscrizione alla Cpi (cassa pensioni insegnanti), sollecitandoli a consultare il proprio estratto conto contributivo ed a inoltrare eventuali richieste di variazione della posizione assicurativa (attraverso il servizio Rvpa). Il perché di quest’ulteriore campagna informativa è collegato all’imminente prescrizione dei contributi dei dipendenti pubblici.

Ci sarà solo un anno di tempo, in effetti, per segnalare all’Inps i contributi mancanti prima che cadano in prescrizione: il termine per inviare le segnalazioni, grazie alla proroga, scade il 31 dicembre 2019. Ma che cosa succederà in caso di prescrizione dei contributi? I versamenti per la pensione risulteranno persi per sempre?

Facciamo il punto della situazione sull’Inpdap, prescrizione contributi pensione al 2020, chi sono gli interessati, che cosa fare per evitarla e recuperare i versamenti.

Prescrizione dei contributi Inpdap: che cosa fare?

In base a quanto indicato dalla nuova circolare dell’Inps [1], per segnalare i contributi Inpdap mancanti, o meglio i contributi mancanti che dovrebbero essere stati accreditati in qualità di lavoratori pubblici sino al 2012, c’è tempo sino al 31 dicembre 2019. Dopodiché, i contributi vanno in prescrizione.

Ma i contributi prescritti si potranno recuperare in qualche modo?

Nella generalità dei casi, i contributi prescritti si possono recuperare con la costituzione di rendita vitalizia, una sorta di riscatto. Il costo di questo riscatto è a carico del datore di lavoro, per i lavoratori statali iscritti alla Ctps, cioè iscritti alla Cassa Stato. Se, dunque, i contributi vengono segnalati dal 2020 in poi, poco cambia per il lavoratore: sarà il datore di lavoro a dover pagare l’onere di riscatto.

La situazione, però, è diversa per gli iscritti alla Cpi (cassa pensioni insegnanti), cioè per gli insegnanti elementari e degli asili: si tratta, in particolare, degli insegnanti delle scuole primarie paritarie, degli insegnanti degli asili eretti in enti morali e delle scuole dell’infanzia comunali.

Per questi dipendenti, se si verifica la prescrizione dei contributi, il datore di lavoro potrà pagare il costo della rendita vitalizia ma, nel caso in cui il datore di lavoro non vi provveda, sarà il lavoratore a dover pagare l’onere per vedersi valorizzato il periodo ai fini della pensione.

È dunque molto importante che gli interessati verifichino quanto prima la propria posizione contributiva, per non rischiare di dover saldare di tasca quanto non versato a suo tempo dal datore di lavoro.

Come si segnalano errori e periodi di servizio mancanti?

Per i lavoratori della pubblica amministrazione, come abbiamo anticipato, sta ormai per concludersi l’operazione “Estratto conto dipendenti pubblici” [2], cioè la campagna messa in atto dall’Inps, gestione ex Inpdap, per consolidare la posizione previdenziale dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, correggendo errori ed anomalie relativi ai periodi anteriori al 2012.

Ma come si corregge la propria posizione previdenziale? Per segnalare gli errori, i dipendenti pubblici possono utilizzare la funzione Rvpa, disponibile all’interno del Fascicolo previdenziale del cittadino, sotto la voce Posizione assicurativa.

Chi non corregge la propria posizione, perde definitivamente i contributi non risultanti e non segnalati, rischiando di pensionarsi anche con anni di ritardo e con assegni più bassi, ferma restando la possibilità di costituzione di rendita vitalizia.

Se il datore di lavoro non paga, però, il lavoratore deve sborsare il costo del riscatto di tasca, per quanto riguarda gli iscritti alla Cpi. Meglio, dunque, segnalare errori e omissioni il prima possibile.

Come segnalare i contributi mancanti o errati

Se il dipendente, dopo aver controllato il proprio estratto conto, rileva contributi mancanti, retribuzioni errate o periodi assicurativi inesatti, come appena osservato deve attivare la richiesta di variazione e di integrazione della posizione assicurativa.

Per inoltrare la richiesta, nello specifico, è necessario utilizzare la funzionalità “Richieste di variazione alla posizione assicurativa –Rvpa”: il modulo online è accessibile dal sito web dell’Inps, servizi ex Inpdap, all’interno della pagina in cui si trova l’estratto conto contributivo.

Per compilare e inviare la domanda di variazione, è possibile:

  • utilizzare il sito web dell’Inps, se si possiede il codice pin dispositivo, la carta nazionale dei servizi o l’identità unica digitale Spid; il modulo di domanda è reperibile al seguente percorso: “Servizi online”, “Servizi per il cittadino”, “Servizi ex-Inpdap”, “Estratto Conto Informativo”, “Estratto Conto e Richieste di Variazione”;
  • telefonare al numero 803.164, o 06.164.164 da mobile, ossia al contact center multicanale Inps: è necessario, anche in questo caso, il possesso del pin;
  • rivolgersi a un patronato.

Anche se la richiesta è inviata in formato elettronico, l’utente ha la possibilità di allegare i documenti utili a definire la variazione: come precisato dall’Inps, si deve però trattare di documenti precedenti al 1° gennaio 2012, dunque senza la dicitura “Il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione e ai privati gestori di pubblici servizi” [3]. Questo, perché in materia di documentazione amministrativa, nei rapporti con gli organi della PA e coi gestori di pubblici servizi, le dichiarazioni sostitutive devono essere utilizzate al posto di certificati ed atti di notorietà.

Quali documenti allegare alla segnalazione contributiva?

Il lavoratore può comunque inoltrare all’Istituto, ai fini della richiesta di variazione contributiva, ogni tipo di informazione o documento, anche non certificativo; a titolo esemplificativo, possono essere allegati:

  • lo stato di servizio, la certificazione di servizio, lo stato o foglio matricolare;
  • una dichiarazionedell’Ente/Amministrazione datore di lavoro;
  • una determinazione, un decreto, un contrattodell’Ente/Amministrazione datore di lavoro;
  • un Cud o una Cu, sia la parte previdenziale che quella fiscale;
  • il modello 101, per gli anni 1996/1997/1998;
  • una busta paga;
  • un provvedimento di aspettativa (con assegni, senza assegni, utile o non utile ai fini pensionistici);
  • una sentenza o un verbale di conciliazione;
  • il modello PA04(cioè il documento che certifica i servizi e le retribuzioni rilasciato dall’Amministrazione datrice di lavoro);
  • un decreto di riscatto, di ricongiunzione o di computo dei periodi;
  • un provvedimento di totalizzazione estera;
  • un provvedimento di accredito figurativo di maternità al di fuori del rapporto di lavoro;
  • un provvedimento di aspettativa o di astensione per maternità.

Domande in sospeso: si devono sollecitare?

Per quanto riguarda le domande pendenti di riconoscimento di periodi contributivi, come riscatti e ricongiunzioni, non sussistono particolari problemi per il lavoratore: se risultano, difatti, in lavorazione, non possono essere né sollecitate all’ex Inpdap, né segnalate con la procedura RVPA, perché di esclusiva competenza delle amministrazioni statali, che le devono definire con formale provvedimento.

Se, invece, è già stato emesso il provvedimento di definizione, ma il periodo non risulta nell’estratto conto, è opportuno inviare la segnalazione all’Inps- ex Inpdap e allegare la documentazione inerente.

Riscatto dei periodi di lavoro non coperti da contributi

Se, una volta effettuate le opportune verifiche, l’interessato scopre che mancano dei periodi di lavoro dipendente perché il datore non ha versato i contributi e che questi sono prescritti, si può domandare la costituzione di una rendita vitalizia. La rendita deve essere pari alla pensione adeguata, o alla quota di essa, che sarebbe spettata in relazione ai contributi omessi.

Se il datore di lavoro non costituisce la rendita, si possono riscattare di tasca propria i periodi scoperti, salvo il diritto al risarcimento del danno. A supporto della domanda di riscatto è necessario presentare (con documentazione di data certa) la prova dell’esistenza del rapporto di lavoro, della sua durata e della retribuzione.

Non è richiesto un requisito contributivo minimo; tuttavia, non possono essere riscattati nell’Assicurazione generale obbligatoria (Ago) i periodi soggetti a contribuzione presso un altro ente previdenziale (ad esempio i periodi lavorati presso un ente locale soggetto alla Cpdel).

Eredi legittimari: quote

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come calcolare la quota legittima di eredità spettante a coniuge, figli e genitori.

Alcuni familiari non possono essere esclusi dall’eredità in quanto ad essi il codice civile riserva necessariamente una quota. Si tratta della cosiddetta quota legittima, così denominata appunto perché riservata dalla legge, con la finalità di tutelare coloro che hanno uno stretto vincolo di parentela con il defunto e di garantire che i beni “restino in famiglia”.

La quota legittima si differenza dalla cosiddetta “quota disponibile”, di cui il testatore può liberamente disporre, nominando eredi anche persone estranee alla propria famiglia

Ma chi sono gli eredi legittimari e quali diritti gli spettano sull’eredità?

Eredi legittimari: chi sono

Gli eredi che devono necessariamente avere una quota dell’eredità sono [1]:

  • il coniuge (anche se separato, purché non gli sia stata addebitata la separazione);
  • i figli (anche quelli nati fuori dal matrimonio e  i figli adottivi);
  • i genitori (solo se il defunto non lascia figli).

Tali soggetti non possono essere esclusi dalla successione testamentaria. Inoltre, il testatore non può prevedere vincoli o condizioni sulla quota spettante ai legittimari.

Vediamo come si calcola la quota spettante agli eredi legittimari.

Calcolo quota legittima coniuge

La legittima riservata al coniuge è:

  • 1/2 del patrimonio ereditario, se non ci sono figli;
  • 1/3, se oltre al coniuge c’è un solo figlio (al quale andrà un altro terzo);
  • 1/4, se oltre al coniuge ci sono due figli o più (ai quali spetta 1/2 del patrimonio ereditario, da dividere in parti uguali)

Calcolo quota di legittima riservata ai figli

La legittima riservata ai figli è:

  • se il figlio è uno solo: metà del patrimonio ereditario se non c’è coniuge;
  • se i figli sono più di uno: 2/3 del patrimonio ereditario (da diversi in parti uguali fra loro).

Calcolo quota legittima riservata ai genitori

I genitori hanno diritto ad una quota di eredità soltanto se il defunto non lascia figli.

La quota dei genitori è:

  • 1/3 del patrimonio ereditario, se non c’è alcun coniuge del defunto;
  • 1/4 del patrimonio ereditario, se c’è un coniuge del defunto, al quale spetterà 1/2.

Il legittimario può rinunciare all’eredità?

L’erede legittimario può rinunciare all’eredità e, quindi, anche alla quota riservatagli dalla legge.

In questo caso, gli altri legittimari non possono pretendere una quota superiore dell’eredità, dato che la rinuncia ha efficacia retroattiva ed è come se l’erede rinunciante non fosse mai esistito.

I nipoti sono eredi legittimari?

I figli dei figli del defunto (nonno o nonna) divengono eredi legittimari e hanno, quindi, diritto alla quota di legittima del loro genitore solo se questi rinuncia all’eredità.

I figli, difatti, succedono al genitore grazie al cosiddetto istituto della rappresentazione che opera, appunto, quando l’erede nominato non può o non vuole accettare l’eredità.

In tutti gli altri casi i nipoti non sono eredi legittimari.

Come si calcola la quota disponibile

Per verificare a quando ammonta al quota disponibile che il testatore potrebbe devolvere a soggetti diversi dai legittimare occorre operare un determinato calcolo previsto dalla legge [2]. Si tratta della cosiddetta riunione fittizia, per cui:

  • si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte;
  • si detraggono i debiti del defunto;
  • si aggiunge il valore dei beni donati in vita dal defunto;
  • sul totale così formato si calcola la quota disponibile.

Lesione quota legittima: come difendersi?

Se il defunto ha disposto del proprio patrimonio oltre la quota disponibile, con  testamento oppure con  donazioni finché è stato in vita, gli eredi legittimari possono esercitare l’azione di riduzione [3].

Con tale azione, si riducono, in modo proporzionale, tutte le disposizioni testamentarie che eccedono la quota disponibile. Successivamente, si riducono le donazioni, partendo dall’ultima e via via risalendo a quelle precedenti. Ciò comporta l’inefficacia dei relativi atti di disposizione da parte del defunto.

Ricongiunzione contributi: come ottenerla

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Andare in pensione “ricongiungendo” tutti gli anni di contributi cumulati è possibile, come noto, con cumulo gratuito, totalizzazione e ricongiunzione. Cosa cambia e quale formula conviene di più e perché? Proviamo a rispondere a tutte queste domande.

È chiaro a tutti che sia il cumulo gratuito, che la totalizzazione, che la ricongiunzione permettono di “ricongiungere” tutti gli anni di contributi maturati (in ‘luoghi’ e periodi diversi) presso un unico ente di previdenza sociale al fine pensionistico, così da avere un’unica pensione presso un solo ‘gestore previdenziale’. Allora forse è meno evidente quali siano i vantaggi e gli svantaggi, le differenze tra i tre tipi di misure; e, di conseguenza, anche quando ricorrere ad una piuttosto che ad un’altra. Cerchiamo di fare chiarezza dunque. Innanzitutto, però, occorre chiedersi come ottenere la ricongiunzione contributi.

Ricongiunzione perché: è (sempre) (s)vantaggiosa?

Innanzitutto cerchiamo di puntualizzare un luogo comune: la ricongiunzione è sempre onerosa e da evitare, laddove possibile, o vi sono circostanze in cui è preferibile?

Sicuramente la ricongiunzione [1] risulta una spesa molto “pesante” da sostenere per i lavoratori; richiedere la ricongiunzione all’Inps, infatti, può arrivare a costare fino a 300mila euro; nonostante questo comporti – per legge – che si abbia il diritto ad una detrazione fiscale sulle imposte pari al 43%. D’altra parte, è vero che ci si può rivolgere a qualsiasi altro ente di gestione previdenziale e non all’Inps; ma se la cifra riferita alle tasse sarà inferiore, sarà minore anche l’importo dell’assegno pensionistico che viene ponderato sulla base di un metodo di calcolo retributivo e non di calcolo contributivo.

Ricongiunzione, totalizzazione e cumulo gratuito

Per legge [2] con la ricongiunzione si possono riunire i contributi versati in gestioni diverse tranne che quelli erogati presso la Gestione Separata Inps, trasferimento che – però – non è a costo zero. Tuttavia i costi variano in base a età, sesso del lavoratore e anni da riunire.

Esistono vari tipi di ricongiunzione: al Fondo pensioni lavoratori dipendenti gestito dall’INPS, ai Fondi diversi dal fondo dipendenti (AGO) e quello dei liberi professionisti.

Con il cumulo gratuito (retributivo) [3] o totalizzazione retributiva, infatti, ogni cassa versa i contributi pro quota, in proporzione cioè al monte di contributi maturato, da lì scaturiva il proprio assegno pensionistico per il lavoratore che equivaleva – successivamente – alla sommatoria di tutte le quote di ciascuna cassa; ma ognuna di esse ha le sue regole (che variano anche a seconda del lavoro svolto e del settore di attività) e, pertanto, tale opzione non è sempre vantaggiosa dal punto di vista dell’ammontare dell’entità dell’assegno pensionistico, laddove potesse convenire per il fatto della gratuità del trasferimento per il cumulo dei contributi versati per accedere alla pensione. Dunque si baserebbe più su un criterio contributivo (cioè degli anni di contributi versati) più che retributivo (cioè basato sull’ultimo anno di reddito maturato) e pertanto utile per una pensione anticipata (di anzianità di servizio più che di vecchiaia), ma meno in tema di Ape sociale e Ape volontaria (in cui incide anche il fattore dell’età anagrafica). Di certo, poi, è utile ai liberi professionisti (avvocati, medici, ingegneri, architetti e tutti coloro iscritti ad albi professionali come i giornalisti), categoria a cui si estendeva (ma non a rappresentanti e agenti di commercio).

Ora l’obiettivo della Legge di stabilità 2017 è far sì che la ricongiunzione sia gratuita e ciò la renderebbe assolutamente la più conveniente di tutte e tre le vie possibili. Prima della legge di stabilità 2017, infatti, la totalizzazione era gratuita, ma c’era un taglio sull’assegno pensionistico per la riunificazione degli anni di contributi cumulati. Tale riunificazione richiedeva il pagamento di una somma, ma non era più limitante solo per questo fatto, bensì anche per un’altra ragione; c’è, infatti – a tale proposito -, da considerare la voce dei cosiddetti contributi silenti, ossia la remissione per alcuni anni di contributi versati che andavano persi con la ricongiunzione (come potrebbe accadere nel caso di periodi di lavoro all’estero, magari non conteggiati inizialmente): se – facciamo un esempio – per andare in pensione a un dipendente servivano solamente due anni di contributi e ricongiungeva un precedente lavoro svolto, con la cui occupazione aveva cumulato ben tre anni di contributi, quell’anno di contributi versati in più eccedente andava perso.

Se è comunque possibile ricorrere al cumulo gratuito, in luogo della totalizzazione o della ricongiunzione se ritenute onerose, è vero che occorre prima rinunciare all’eventuale previa totalizzazione e si avrà diritto al rimborso di quanto pagato.

Riscatti a pagamento per la ricongiunzione e pensione supplementare

Tuttavia occorre precisare che non tutti gli anni di contributi versati sono ‘riscattabili’, ed altri lo sono a pagamento. Ad esempio, si possono riscattare a pagamento periodi quali: quello del corso legale di laurea, di assenza facoltativa per maternità, del praticantato per i promotori finanziari, dell’attività svolta con contratto part time, per lavori socialmente utili. Inoltre, i lavoratori iscritti all’Ago (l’Assicurazione generale obbligatoria), alla gestione separata degli autonomi o dei parasubordinati, o dei Fondi speciali Inps, possono richiedere il riscatto (Inps) per periodi di aspettativa.

Infine, esiste un diverso tipo di pensione: la cosiddetta pensione supplementare elargita dall’Inps. Quando un lavoratore percepisce già una pensione, ma ha maturato anche altri ulteriori anni di contributi (aggiuntivi) oltre quelli necessari al fine pensionistico, l’Inps può rilasciare una pensione supplementare, in aggiunta all’assegno pensionistico già liquidato; ma è una facoltà meramente opzionale che potrebbe scattare e rivolta solo ai dipendenti.

Ricongiunzione: il caso tipo degli avvocati

In attesa di conoscere se, prima o poi, in futuro la ricongiunzione non onerosa possa diventare realtà (alla pari della totalizzazione e del cumulo gratuito), vediamo – per capire meglio – il caso tipo di cosa accade agli avvocati (iscritti, come noto, alla Cassa forense). Come previsto dalla legge [4], anche agli avvocati si dà la possibilità di ricongiungere gli anni di contributi versati per accedere prima e più facilmente alla pensione; per gli avvocati, inoltre, i termini per l’accesso pensionistico sono i seguenti: 67 anni di età e almeno 32 di versamenti contributivi per la pensione di “vecchiaia”, mentre per quella di “anzianità” occorrono 60 anni di età, 38 di versamenti contributivi e la cancellazione dall’albo professionale di categoria.

Nel momento stesso in cui, mettiamo il caso, volessero “ricongiungere” anni di docenza, in cui hanno insegnato, per loro la ricongiunzione sarebbe molto più onerosa presso un ente previdenziale (a cui di solito si rivolgono lavoratori dipendenti), rispetto alla Cassa forense stessa. Vediamo in quale entità differiscono le cifre di riferimento. Ovviamente si effettua un calcolo di tipo contributivo e non retributivo (che, come si sa, è meno conveniente), quindi calcolato in base alla percentuale fissata dall’ente previdenziale medesimo; nel caso degli avvocati quest’ultima quota (di solito riferita a qualsiasi altro lavoratore dipendente) è nettamente superiore rispetto a quella fissata dalla Cassa Forense: l’avvocato di solito versa alla Cassa Forense attualmente una percentuale di contribuzione obbligatoria pari al 14%; questa cifra dovuta dal professionista è di molto inferiore rispetto al 32,7% previsto, in media, per i lavoratori dipendenti. E, per ogni gestione previdenziale di riferimento, tale quota percentuale stabilita varierà ancora.

I diritti dei disoccupati

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando si possono ottenere Naspi, Dis-coll, assegni e reddito di cittadinanza (se parte). Quando un’offerta di lavoro è illegale perché discriminatoria.

Restare senza lavoro è un’esperienza traumatica per chi deve mantenere una famiglia. Lo Stato garantisce diverse forme di assistenza temporanea a chi si trova in questa situazione contro la sua volontà, cioè a chi è stato licenziato, a chi si è dimesso per giusta causa (mobbing, molestie, ecc.) o a chi ha finito un rapporto di lavoro. Ma i diritti dei disoccupati non si limitano a ciò che le casse dell’Inps devono garantire. Anche gli imprenditori sono tenuti a dimostrare la necessaria serietà nella ricerca di personale, evitando dei colloqui discriminatori e mantenendo i termini della trattativa avviata con un candidato prima dell’assunzione.

In altre parole, chi finisce nel calderone della disoccupazione non deve essere trattato né dallo Stato né dalle aziende in cui aspira ad entrare come lo sfortunato di turno da sfruttare perché ha bisogno di uno stipendio e, sicuramente, accetterà qualsiasi attività a qualsiasi prezzo. Questa speculazione calpesta la dignità non tanto del lavoratore quanto dell’essere umano. Ecco perché bisogna conoscere e far valere i diritti dei disoccupati.

Dal punto di vista dell’assistenza pubblica, si parla di Naspi, cioè di quello che una volta era conosciuto come sussidio di disoccupazione. Ma anche di Dis-coll, che sarebbe (più o meno) l’equivalente alla Naspi per i collaboratori che rimangono disoccupati non avendo avuto in precedenza un contratto di lavoro subordinato. E ancora: l’Asdi, cioè l’assegno di disoccupazione e quello di ricollocazione. A tutto ciò, che già esisteva, ai diritti dei disoccupati si aggiunge – forse – il reddito di cittadinanza. Diciamo «forse» perché il provvedimento deve essere ancora reso ufficiale e, ammesso e non concesso che lo sia, bisogna sapere a chi e in quali termini sarà erogato.

Dal punto di vista, invece, dei privati, i diritti dei disoccupati comprendono anche il giusto accesso al mercato del lavoro. Che passa necessariamente dalle inserzioni non discriminatorie che tengano, cioè, in considerazioni uomini e donne, italiani o stranieri con i dovuti requisiti, belli e brutti, alti e bassi. Così come comprendono anche il rispetto delle condizioni stabilite durante le varie fasi del colloquio. Un po’ – passateci il paragone – come dovrebbe succedere nei tribunali: se un imputato ha diritto ad un giusto processo, un disoccupato ha diritto ad un giusto colloquio. Non per la sua condizione deve elemosinare il posto ma ottenerlo in base alle sue capacità ed alla sua esperienza. E se il datore di lavoro gli ha già dato delle garanzie quando la trattativa è a buon punto, non può tirarsi indietro, magari quando il candidato ha già puntato su quell’azienda rifiutando altre proposte meno convenienti.

Diritti dei disoccupati: chi riguardano?

La prima cosa da stabilire è chi può rivendicare i diritti dei disoccupati, cioè quando si entra nello stato di disoccupazione. Appartiene a tale categoria chi è stato licenziato, chi ha finito un contratto di lavoro o chi si è dimesso per giusta causa o durante il periodo di maternità. Ma anche chi ha un lavoro ma è disoccupato parziale, cioè non guadagna più di 8.000 euro l’anno come dipendente o collaboratore o più di 4.800 euro come autonomo. Sono i cosiddetti disoccupati parziali.

Chi, invece, non è considerato disoccupato pur non avendo un lavoro? Chi, ad esempio, ha dato le dimissioni volontariamente.

Tuttavia, i diritti dei disoccupati si difendono solo se ci si rende disponibili per una nuova attività lavorativa. Per questo deve andare al Centro per l’impiego e presentare la Did, cioè la dichiarazione di immediata disponibilità. Una pratica che prevede la partecipazione a corsi di formazione e di orientamento oltre che alla ricerca attiva di un lavoro. Una seconda firma verrà richiesta per il patto di servizio, cioè per il progetto che contempla delle attività personalizzate, finalizzate a ricollocare il disoccupato.

La Did può essere presentata anche telematicamente, in sede di richiesta all’Inps dell’indennità di disoccupazione.

Diritti dei disoccupati: la Naspi

La Naspi è la nuova indennità di disoccupazione. Dura la metà delle settimane contribuite ed è pari al 75% della retribuzione imponibile media mensile degli ultimi 4 anni.

Per avere diritto alla Naspi, il disoccupato deve avere almeno 13 settimane di contributi versati negli ultimi 4 anni e 3 giornate di lavoro nell’anno in corso. Sino a 1.195 euro, se l’imponibile medio è superiore, l’indennità deve essere così determinata: 75% di 1.195 euro, più il 25% della differenza tra 1.195 euro ed il maggior importo, fino ad un limite massimo erogabile di 1.300 euro.

Come anticipato, lo stato di disoccupazione – e quindi il diritto alla Naspi – non si perde in caso di nuova occupazione subordinata o parasubordinata con un reddito annuo inferiore a 8.000 euro, anche se a tempo indeterminato, o per un’attività di lavoro autonomo che con compensi inferiori a 4.800 euro annui. In questi casi, però, la Naspi viene ridotta in misura pari all’80% del nuovo reddito.

Diritti dei disoccupati: la Dis-Coll

La Dis-coll, come si può intuire dalla sigla, è la disoccupazione dei collaboratori, cioè l’indennità destinata ai lavoratori parasubordinati, cioè quelli che hanno (o per meglio dire, avevano) un contratto di collaborazione.

Per avere diritto alla Dis-Coll, il lavoratore deve avere:

  • 3 mesi di contributi nell’anno precedente al termine della collaborazione;
  • un mese di contributi nell’anno in cui termina il contratto.

In alternativa, basta un rapporto di collaborazione di almeno un mese nell’anno in corso, che preveda un compenso pari alla metà della contribuzione minima mensile.

L’indennità è pari al 75% dell’imponibile medio mensile (eccetto le ipotesi di superamento di determinate soglie), ed ha una durata massima di 6 mesi.

Diritti dei disoccupati: l’Asdi

Altra sigla che fa parte dei diritti dei disoccupati: l’Asdi, vale a dire assegno di disoccupazione. Spetta per 6 mesi a chi ha concluso la Naspi e, inoltre, a chi possiede questi requisiti:

  • avere lo stato di disoccupazione e aver sottoscritto col centro per l’impiego il patto di servizio;
  • non aver richiesto la Naspi anticipata in un’unica soluzione;
  • far parte di un nucleo familiare con almeno un minorenne (anche non figlio del richiedente), oppure avere almeno 55 anni di età;
  • non possedere i requisiti per l’assegno sociale, la pensione anticipata o di vecchiaia;
  • avere un Isee non superiore a 5.000 euro;
  • non aver percepito Aspi o Mini Aspi (le vecchie indennità di disoccupazione) sino al 31 dicembre 2015;
  • non aver percepito 20 mesi di Asdi nel quinquennio precedente;
  • non aver percepito 6 mesi di Asdi nell’anno precedente.

L’assegno è pari al 75% della Naspi. È ridotto in misura pari all’80% del reddito se la nuova attività lavorativa produce gli introiti già segnalati per lo stato di disoccupazione, cioè: meno di 8.000 euro per dipendenti e collaboratori e meno di 4.800 euro per gli autonomi.

Diritti dei disoccupati: l’assegno di ricollocazione

Tra i diritti dei disoccupati c’è anche l’assegno di ricollocazione che, però, non è un sussidio per affrontare le spese del mese in attesa di una nuova collocazione. Si tratta di un’agevolazione per cercare un nuovo lavoro. Interessa chi è rimasto a piedi da almeno 4 mesi e, pertanto, già percepisce la Naspi. In altre parole: si tratta di un voucher da spendere per la ricerca attiva di lavoro.

L’Anpal (l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) eroga dei buoni tra i 250 e i 5.000 euro spendibili per i servizi dei Centri per l’Impiego e delle Agenzie per il lavoro accreditate. Quindi, l’assegno viene versato all’ente che si occupa del reinserimento del lavoratore disoccupato e non direttamente al lavoratore.

Per ottenere l’assegno di ricollocazione, si deve presentare domanda online sito dell’Anpal (anpal.gov.it) oppure presso un Centro per l’impiego e richiedere i voucher per la ricerca attiva di lavoro, indicando l’ente dal quale si vuole avere assistenza per la ricerca di un nuovo lavoro. L’Agenzia, verificati i requisiti, invierà al lavoratore disoccupato entro 7 giorni la relativa comunicazione.

La durata del programma di reinserimento lavorativo sarà di 6 mesi, prorogabile per altri 6 mesi.

L’importo dipende dalla difficoltà di reinserimento e dalla tipologia contrattuale di assunzione. Se si tratta di un contratto a tempo indeterminato potrà essere incassato l’importo pieno del sussidio. Se, invece, si parla di un contratto a tempo determinato di oltre 6 mesi, all’ente spetterà la metà della cifra erogata dall’Anpal sulla base del grado di difficoltà al reinserimento lavorativo del disoccupato.

Diritti dei disoccupati: il reddito di cittadinanza

Tra le novità che rientrano nei diritti dei disoccupati si inserisce il reddito di cittadinanza, cioè la misura assistenziale voluta da una delle compagini dell’attuale Governo, il Movimento 5 Stelle. Nulla è ancora definitivo, sia perché il provvedimento è ancora in fase di approvazione sia perché ancora non si sa né quando verrà erogato (si parla del mese di marzo 2019) né a quanto ammonterà (i 780 euro mensili promessi all’inizio potrebbero scendere a 500 euro). Inoltre, i contrasti con l’altra compagine di governo, cioè con la Lega, lasciano in bilico l’attuazione del sussidio.

Allo stato attuale delle cose, potrà accedere al sussidio chi ha un reddito inferiore a 780 euro mensili o, comunque, un Isee al di sotto di 9.360 euro annui, sempre che si tratti di un single. C’è, poi, l’integrazione al reddito sempre fino al raggiungimento dello stesso tetto per chi ha fino a 30mila euro annui di capitale immobiliare oltre alla prima casa o un patrimonio immobiliare entro i 10mila euro per famiglie con più figli, maggiorato di 5mila euro per i disabili.

Ci devono essere, inoltre, queste condizioni per avere diritto al reddito di cittadinanza:

  • la ricerca attiva di un lavoro;
  • la partecipazione ed il completamento dei corsi di formazione;
  • l’involontarietà della disoccupazione.

Alla presenza di questi requisiti, il cittadino riceverà dallo Stato 780 euro al mese. Come detto, sempre che la cifra resti questa. Oltretutto, e secondo le ultime dichiarazioni del ministro del Lavoro Luigi Di Maio, non avrà diritto al reddito di cittadinanza chi presenta le dimissioni volontarie.

Trovi, comunque, tutte le informazioni e le novità sul reddito di cittadinanza in questa nostra guida.

Diritti dei disoccupati: le pari opportunità ad accedere al lavoro

Forse anche a te è capitato di cercare un annuncio di lavoro e trovare delle frasi del tipo: «Ragazza di bella presenza», «di età inferiore a…», «astenersi stranieri», ecc. Devi sapere che questi annunci sono illegali e violano i diritti dei disoccupati.

La legge, infatti, stabilisce che gli annunci con offerte di lavoro devono rispettare la parità di accesso al di là dell’età, del sesso, della cittadinanza (sempre che si tratti di persone regolarmente residenti in Italia) e dell’orientamento religioso o sessuale. Significa che ad un colloquio deve essere ammesso chiunque. Altro discorso è che, in fase di selezione, vengano giustamente scelti i più idonei. Ma il criterio di scelta deve essere quello della capacità e non qualsiasi altro di tipo discriminatorio.

Di recente, ad esempio, una nota firma di abbigliamento per uomo ha pubblicato il seguente annuncio: «La società xxxx ricerca apprendisti/commessa (età massima 29 anni) per il punto vendita di xxxx con esperienza di almeno 6 anni nel settore […]. Si richiede ottima lingua inglese e francese e buon utilizzo dei sistemi informatici». Un’autentica perla, per vari motivi. Prima di tutto, si cerca una persona di al massimo 29 anni con 6 anni di esperienza. Significa che deve avere iniziato al massimo a 23 anni, cioè quando la maggior parte dei giovani sta per laurearsi. Già questa è una discriminazione: dovrebbero spiegare perché non va bene una persona di 30 anni. A meno che, assumendone una di 29, vogliano sfruttare i benefici di legge. Ma questo non giustifica che gli over 29 debbano restare fuori in partenza.

Non contenti, offrono un apprendistato a chi ha 6 anni di esperienza e conosce almeno due lingue. Anche su questo ci sarebbe tanto da dire: vuoi un’apprendista o vuoi una persona di esperienza che, quindi, va pagata come tale?

Infine, la dicitura «commessa». Che cos’ha un commesso di 29 anni con 6 anni di esperienza, che parla inglese e francese (e magari anche spagnolo e tedesco se ha una laurea in lingue) che non vada bene? Un annuncio come questo è illegale. Nonostante a pubblicarlo sia una firma di tutto rispetto.

Ci sono, comunque., delle eccezioni a queste regole e riguardano il settore dello spettacolo e delle forze armate. Ad esempio, è lecito cercare un corista maschio per un determinato lavoro o un’attrice per un certo ruolo a teatro o in una fiction. Oppure è normale che un poliziotto o un carabiniere debba avere in partenza una certa età e delle caratteristiche fisiche compatibili con la sua funzione. Una femmina difficilmente potrà interpretare il commissario Montalbano se Luca Zingaretti decidesse di lasciare la serie. Come una persona con disabilità motoria raramente potrà far parte dei reparti speciali incaricati di fare un blitz in casa di un mafioso.

Diritti dei disoccupati: le promesse nella trattativa vanno mantenute?

Può capitare anche che un disoccupato venga contattato da un’azienda per un nuovo lavoro. E che il capo del personale abbia dato al candidato delle buone prospettive di assunzione: il profilo piace, il modo di fare anche, l’esperienza c’è. Si fanno dei passi avanti nella trattativa ma, quando tutto sembra ormai fatto, il datore di lavoro si tira indietro. È legale? No. Anche questo viola i diritti dei disoccupati. Il Codice civile, infatti [1], sancisce che le parti devono comportarsi in tutti i contratti, al momento della trattativa preliminare e nella formazione del contratto stesso, secondo i princìpi della correttezza e della buona fede. E quando si dice «tutti i contratti» si parla, quindi, anche di quelli di lavoro.

Questo vuol dire che ciascuna delle parti si impegna a non coinvolgere l’altra in una trattativa inutile, pena la violazione della cosiddetta «responsabilità precontrattuale», che scatta quando la trattativa è arrivata a buon punto. Se il disoccupato vede che questa responsabilità viene meno da parte dell’azienda, ha diritto a chiedere un risarcimento, come ti spieghiamo in questo articolo.

Diritti dei disoccupati: quando si perdono?

Lo stato di disoccupazione e le relative agevolazioni si perdono quando:

  • il lavoratore si assenta per 3 volte alle convocazioni o agli appuntamenti previsti nel patto di servizio. Già alla prima assenza il trattamento mensile è decurtato di ¼, alla seconda è decurtata una mensilità;
  • il lavoratore si assenta per 2 volte alle iniziative di orientamento attivate nei suoi confronti (alla prima assenza si perde una mensilità);
  • il lavoratore è rioccupato come dipendente a tempo indeterminato con reddito superiore a 8000 euro annui, o in una nuova attività di lavoro autonomo con introiti annui superiori a 4800 euro;
  • il lavoratore raggiunge i requisiti utili alla pensione;
  • il lavoratore acquisisce il diritto alla pensione o all’assegno ordinario d’invalidità (ma può optare per l’indennità di disoccupazione, se più favorevole);
  • il lavoratore inizia un’attività subordinata, autonoma o d’impresa senza comunicarlo all’Inps entro 30 giorni (col modello Asdi- Com), a meno che la durata del rapporto sia inferiore ai 6 mesi o che il rapporto sia comunicato dal datore di lavoro con modello Unilav.

Ricetta: come fare l’amatriciana?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’amatriciana è uno dei piatti italiani più famosi in tutto il mondo: in questa guida potrete conoscere la ricetta originale, così come la vuole la tradizione, ed anche una variante per i vegetariani.

Se c’è una cosa in cui non italiani siamo imbattibili è la cucina. La nostra tradizione culinaria ha radici profonde e millenarie, tutti i piatti delle cucine regionali del Bel Paese sono ripresi dagli chef di tutto il mondo (con alterne fortune, c’è da dire). Uno dei piatti regionali italiani più famosi in tutto il mondo è l’amatriciana, che prende il nome dal luogo in cui questo piatto è nato, Amatrice. Ricetta: come fare l’amatriciana? Questo piatto divide molti esperti del settore perché su alcuni ingredienti ci sono delle visioni diverse: per i puristi è fondamentale il guanciale, per altri ci sta bene anche la pancetta, per i romani l’amatriciana si fa solo con i bucatini, in altre parti d’Italia si usano gli spaghetti e così via. Nelle prossime righe, oltre a stilare un breve profilo storico di questo gustoso piatto, vi forniremo la ricetta su come fare l’amatriciana, sia nella sua versione “storica” che in una variante pensata per coloro che non mangiano carne.

Qual è la storia dell’amatriciana?

Iniziamo con il dirvi che è impossibile stilare una data precisa in cui è nata l’amatriciana. Secondo la leggenda nasce ad Amatrice, una città che nei secoli scorsi era principalmente dedita alla pastorizia (l’Amatriciana, si dice infatti, che fosse il piatto preferito dei pastori).

L’amatriciana non nasce come piatto a sé stante, ma come variante di un’altra famosa ricetta, la “gricia”. Rispetto alla ricetta precedente, infatti, l’amatriciana ha come variante fondamentale il sugo di pomodoro, che sarebbe arrivato in Italia solo successivamente alla scoperta dell’America. Questa variante, con il nuovo ingrediente importato da quelle che Cristoforo Colombo chiamava Indie, ebbe un tale successo che di lì a poco in tutte le regioni italiane le donne di casa presero a cucinare l’amatriciana.

Il legame tra questo gustosissimo piatto e il suo luogo d’origine, Amatrice, ha avuto una nuova commovente puntata anche nella storia recente. La piccola città umbra è stata sconvolta (insieme ad altri comuni limitrofi) da un pesante terremoto nel 2016, che ha raso al suolo tantissimi edifici.

Parecchi ristoratori, per ripagare in qualche modo il “debito” che la cucina italiana aveva nei confronti della patria di questo piatto, hanno deciso di devolvere alle popolazioni colpite dal terremoto tutti i ricavi generati dalle vendite di pasta all’amatriciana che in quel periodo registravano nei loro locali. Tantissimi italiani accolsero positivamente la notizia e l’iniziativa “Amatriciana solidale” raccolse oltre mezzo milione di euro.

Qual è la ricetta originale dell’amatriciana ?

Come abbiamo anticipato nelle righe precedenti, su quella che sia la ricetta originale dell’amatriciana vi sono pareri discordanti, in particolar modo sull’uso di determinati ingredienti.

Basandoci sugli antichi ricettari della tradizione culinaria regionale italiana, possiamo dire che la ricetta originale dell’amatriciana è quella che prevede i seguenti ingredienti (quantità per 4 persone):

  • 320 grammi di bucatini;
  • 400 grammi di pomodori pelati;
  • 150 grammi di guanciale di Amatrice;
  • 75 grammi di Pecorino romano da grattugiare;
  • vino bianco quanto basta;
  • 1 peperoncino;
  • sale fino quanto basta;
  • olio extra vergine di oliva quanto basta.

In fase di preparazione, la prima cosa da fare, uguale per tutte le volte in cui si deve preparare un piatto di pasta, è quella di mettere a bollire l’acqua. Quando l’acqua inizia a bollire, bisogna aggiungere un pizzico di sale fino e poi attendere nuovamente il bollore.

Nel frattempo, per ottimizzare i tempi, si può iniziare a preparare il condimento. La prima cosa da fare è prendere il guanciale è iniziare ad affettarlo, in modo da ottenere delle listarelle lunghe pochi millimetri e spesse circa 1 cm. Si continua poi scaldando un filo d’olio in una padella d’acciaio, aggiungendo anche il peperoncino; dopo una prima rosolatura, si possono poi versare i pezzettini di guanciale e attendere che prendano la giusta croccantezza.

La padella deve cuocere sempre a fiamma bassa e il guanciale deve stare sul fuoco almeno 7-8 minuti affinché il grasso si sciolga per bene. Sempre mantenendo una bassa temperatura della cottura, sul guanciale che nel frattempo si è dorato per bene bisognerà poi sfumare un po’ di vino bianco: solo a quel punto dovrete alzare la fiamma per far evaporare il tutto.

Una volta sfumato del tutto il vino bianco, prima di cuocere i pomodori pelati sarà fondamentale adagiare in un piatto le listarelle di guanciale cotto e lasciarle da parte. Sull’olio sfumato con il vino si potranno poi finalmente versare i pomodori pelati, avendo cura di sfilacciarli per bene togliendo anche i piccioli. Con un cucchiaio dovranno essere schiacciati a dovere e cuocere per almeno una decina di minuti, in modo che il sugo abbia il giusto sapore.

Nel frattempo avrete salato l’acqua nell’altra pentola, che sarà poi arrivata nuovamente a bollore: calateci dentro i bucatini e fate in modo di scolarli con la cottura al dente.

Una volta che la pasta da un lato e il sugo dall’altro avranno raggiunto il giusto livello di cottura, si dovrà semplicemente amalgamare il tutto. Dalla padella con il sugo ricordate di eliminare il peperoncino (mangiarlo erroneamente potrebbe trasformare l’amatriciana in un piatto eccessivamente piccante), aggiungete le listarelle di guanciale prima e la pasta scolata subito dopo. A quel punto saltate il tutto a fuoco lento giusto per qualche secondo: qualora non gradiate la pasta eccessivamente al dente, aggiungete un bicchiere di acqua scolata per proseguire la cottura.

Quando i bucatini e il sugo si saranno amalgamati al punto giusto, prendete un mestolo per fare le porzioni per i vostri ospiti e su ogni piatto non dimenticate di spolverare in abbondanza il pecorino romano grattugiato. A quel punto non vi resterà altro da fare che sedervi a tavola e gustare un buon piatto di bucatini all’amatriciana con i vostro amici e/o parenti.

Come si prepara una pasta all’amatriciana vegetariana?

La pasta all’amatriciana ha subito nel tempo talmente tante varianti che elencarle tutte sarebbe impossibile. Avrete notato, ad esempio, che nella ricetta originale che vi abbiamo descritto in precedenza non abbiamo inserito né l’aglio né la cipolla.

Un tempo il peperoncino era più che sufficiente per dare sapore al sugo, ma nella cucina romana è diventato poi imperativo l’aglio. Vista la crescente domanda di piatti privi di carne, abbiamo deciso di descrivervi una gustosa ricetta per cucinare una perfetta amatriciana vegetariana.

Gli ingredienti necessari per 4 persone sono:

  • 320 grammi di bucatini (in alternativa anche gli spaghetti vanno bene);
  • 5 cucchiai di salsa di pomodoro;
  • 1 spicchio d’aglio;
  • mezzo bicchiere di vino bianco;
  • 1 peperoncino;
  • sale e pepe quanto basta;
  • seitan;
  • mezza cipolla rossa;
  • pecorino stagionato;
  • olio extra vergine d’oliva.

Come avrete intuito, l’ingrediente che sostituisce il guanciale è proprio il seitan. Il procedimento è praticamente identico a quella dell’amatriciana originale: iniziate con il far bollire una padella piena d’acqua. Quando l’acqua inizierà a bollire una prima volta, versate del sale fino quanto basta, al fine di fargli raggiungere il giusto livello di sapidità. Quando l’acqua bollirà una seconda volta, si potrà poi finalmente aggiungere la pasta.

Nell’attesa che l’acqua arrivi a bollitura, iniziate a preparare il condimento. In una padella d’acciaio cuocete a fuoco lento l’olio, l’aglio e alcuni pezzettini di seitan. Quando il preparato sembrerà rosolato a dovere, aggiungete il mezzo bicchiere di vino, alzate leggermente la fiamma e fate evaporare tutto l’alcol. Quando il seitan avrà raggiunto la doratura prevista, mettetelo in un piattino a parte e lasciatelo riposare. Sull’olio già cotto e sfumato con il vino andrete ad aggiungere i cinque cucchiai di salsa di pomodoro, la mezza cipolla rossa tagliata fine e il peperoncino. Lasciate cuocere il tutto per 10 minuti almeno, in modo che il sugo raggiunga la giusta cottura.

Quando l’acqua salata inizierà a bollire per la seconda volta, potrete finalmente calare i bucatini o gli spaghetti e scolarli quando saranno al dente. A quel punto avrete da un lato la pasta cotta, dall’altro il sugo pronto: sulla fiamma a fuoco lento mantecate il sugo con il seitan, e poi aggiungete la pasta. Se preferite che i bucatini o gli spaghetti abbiano una cottura più decisa, aggiungete dell’acqua scolata alla mantecatura.

Anche in questa amatriciana in versione vegetariana, per dare il giusto sapore al piatto, sarà fondamentale fare una bella spolverata di pecorino romano. Quando tutto sarà pronto, non vi resterà altro che servire questa Amatriciana vegetariana ai vostri amici e parenti.

Perché proprio il seitan al posto del guanciale?

Ci sono diverse scuole di pensiero sul perché proprio il seitan sia l’alimento da scegliere per realizzare un’amatriciana vegetariana. Secondo alcuni la scelta cade sul suo valore altamente proteico, che non a casa lo rende l’alimento “vegan” per eccellenza in grado di sostituire la carne. Secondo altri è perché, trattandosi di un impasto a base di glutine di farina di frumento, una volta cotto ricorda la consistenza tipica del guanciale rosolato in padella.

La verità, come al solito, sta nel mezzo: il seitan è l’alimento che per consistenza e sapore più si avvicina, tra i prodotti a base vegetale, all’ingrediente principale dell’amatriciana tradizionale. La stessa doratura in padella ricorda parecchio il guanciale. Secondo alcuni puristi, anche solo pensarla un’amatriciana vegetariana rappresenta un vilipendio alla tradizione culinaria italiana. In realtà questo piatto, che sicuramente si discosta parecchio dalla ricetta originale, ha attirato tutti quei potenziali utenti che mai avrebbero mangiato della pasta con sugo e guanciale. Di conseguenza, possiamo dire che l’amatriciana vegetariana non ha minato in nessuno modo la versione originale, ma ha invece contributo ad accrescerne la notorietà.

Quali segreti ha una donna?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le donne appiano imperscrutabili perché hanno tanti segreti da svelare: ne scopriremo alcuni grazie a qualche esempio di vita quotidiana.

Uno dei grandi segreti dell’Umanità riguarda le creature più dolci e complicate che hanno mai popolato la Terra: le donne. Le capacità catalizzatrici dell’universo femminile sfuggono a qualsiasi logica, sono in grado di attrarre interesse senza mai far stancare nessuno. Certo, sicuramente le qualità estetiche di una fanciulla possono incidere molto sulla cosa, ma non sono in realtà la peculiarità determinante. Volendo usare una metafora, l’aspetto estetico funziona su una gara di 100 metri, mentre la capacità attrattiva delle donne vale un’intera maratona. Da dove arriva questa forza? Quali segreti ha una donna? Come attira a sé le attenzioni dell’universo maschile anche oltre l’aspetto esteriore? In queste righe andremo a scoprire le peculiarità più importanti delle donne, quelle meno note al pubblico maschile, aiutandoci con dei semplici esempi di vita quotidiana.

Quanta importanza danno le donne agli uomini?

La prima, tremenda, verità che un uomo non vorrebbe mai sentire è che quando le donne dicono che potrebbero tranquillamente fare a meno dei maschi fanno sul serio. Non fraintendiamo: l’amore che una donna prova per il proprio partner è puro sincero, e se lo hanno scelto come compagno di vita saranno in grado di essere fedeli per sempre.

Tuttavia, non gestiscono la propria vita considerando l’uomo una priorità: le donne coltivano le proprie passioni e seguono i sogni con molta più veemenza dei maschietti. Qualora, per un qualunque motivo, le due cose dovessero entrare in contrasto, a farsi da parte dovrà sempre essere l’uomo.

Discorso diverso se il maschio in questione è il figlio della donna: anche da un punto di vista biologico l’universo femminile mostra un maggior attaccamento verso la prole e per il benessere di quest’ultima sarebbe pronta a qualsiasi sacrificio. Le donne hanno quindi un forte amor proprio: possono farsi anche in quattro per coloro che vogliono bene, ma solo se ne vale la pena.

Le donne amano essere mantenute?

Altra concezione anacronistica che i tempi che stiamo vivendo stanno pian piano smontando. L’idea della donna come angelo del focolare, che bada alla casa mentre il marito è fuori tutto il giorno per guadagnare soldi è ormai completamente tramontata.

La necessità economiche sempre più impellenti dei giorni nostri hanno spinto tutte le donne fuori dalle quattro mura in cui per secoli sono state rinchiuse, dando loro la capacità di provvedere a sé stesse e ai propri cari anche sotto l’aspetto finanziario.

La cosa è stata importante anche da un punto di vista antropologico, perché in questo modo l’universo femminile ha acquistato maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, intaccando un valore, quello legato al denaro, che era da sempre una priorità maschile.

Si è quindi arrivati ad un punto in cui nessuna donna vuole più fare la casalinga, anche se il suo compagno guadagna abbastanza da poterla mantenere. Il lavoro è sinonimo di indipendenza e le donne moderne non potrebbero più vivere sapendo di dover dipendere da altri.

Che tipologia di contributo una donna dà alla coppia?

Uno dei segreti femminili più importanti riguarda la capacità delle donne di “alimentare” la vita di coppia. Siamo sempre portati a pensare alle coppie come ad entità in cui entrambe le parti fanno la loro parte, in egual misura, per raggiungere la migliore convivenza.

Volendo usare una metafora giuridica, molti intendono una coppia come una società i cui soci detengono il 50% delle quote. Analizzando la questione più a fondo, tuttavia, la ripartizione delle quote è completamente da rivedere: le donne sono in realtà molto più impegnate a coltivare costantemente la coppia, offrendo tutti quegli spunti necessari per sfuggire alla monotonia.

Non si tratta di azioni eclatanti, ma di piccoli gesti quotidiani che hanno una valenza fondamentale: un bacio dato all’improvviso, una colazione a letto per il proprio uomo o anche dei biscotti fatti in casa servono a coccolare il partner e a fare in modo che la fiamma della passione sia sempre viva.

Le donne possono essere amiche degli uomini?

Avete presente quella domanda che ancora oggi in molti si pongono, ovvero se sia possibile l’amicizia tra un uomo e una donna? Nonostante milioni di esperti o sedicenti tali ancora disquisiscono sulla risposta corretta da dare, nel frattempo la domanda è ormai superata.

La verità è infatti che le donne non sono solo casalinghe, amanti o mogli: sono sopratutto delle amiche dei propri partner, perché forniscono costantemente loro dei consigli (anche quando non sono richiesti, a dire il vero), proprio perché vogliono che gli uomini agiscano sempre per il meglio.

Quando hai un problema ti confidi con un amico, perché sai che ti conosce da una vita e che può darti un aiuto concreto. E se è in grado di fare una cosa del genere un “estraneo”, perché non dovrebbe riuscirci una persona con la quale vivi gran parte della quotidianità e che conosce di te aspetti che gli altri, nel mondo esterno, ignorano completamente? Le donne, quindi, non solo possono essere amiche degli uomini, ma sono in grado di gestire questo ruolo meglio di chiunque altro.

Perché le donne puntano molto sul dialogo?

Una cosa che gli uomini rimproverano costantemente alle donne è l’ossessionante ricerca del dialogo. Secondo l’universo maschile le donne cercano lo scontro anche nelle piccole cose, sulle quali si potrebbe sorvolare tranquillamente.

In realtà, a dispetto di quanto si possa pensare, la ricerca del dialogo non è un’ossessione, è una virtù. Uno dei segreti delle donne è che non amano avere scheletri nell’armadio, cercano di chiarirsi sempre e arrivano a pretendere con forza la cosa anche nella controparte.

Del resto, la ricerca del dialogo è l’unico comportamento possibile per risolvere una divergenza: un problema, per sua natura, non può dissolversi come neve al sole. Gli uomini tendono a minimizzare perché in cuor loro temono in confronto, sono in questo caso emotivamente più fragili delle donne. I maschi arriverebbero a nascondere un elefante nell’armadio pur di evitare lo scontro. Le donne invece sanno bene che il dialogo è la soluzione migliore per affrontare le avversità della vita.

Le donne puntano sempre a migliorarsi?

L’ossessione delle donne per la linea, che le spinge a fare numerosi sacrifici sull’alimentazione, è un qualcosa che va ben oltre il desiderio di un ventre piatto. Le donne in realtà sono alla costante ricerca del miglioramento, si mettono quotidianamente in discussione per arrivare sempre al meglio.

La dieta è l’esempio più semplice di donne che mirano sempre al meglio, ma si potrebbero prendere in analisi anche in altre situazioni. Una donna in campo amoroso non si accontenta mai, cerca sempre l’uomo che le possa offrire molto di più dell’aspetto estetico (al contrario di tanti uomini che cercano solo l’appagamento sessuale).

La donna quando deve prepararsi impiega tanto tempo non perché abbia veramente voglia di stare due ore a provare vestiti, ma perché ritiene inaccettabile uscire di casa con una “mise” dozzinale. Queste piccole cose ci fanno davvero rendere conto che le donne, con la loro voglia di puntare sempre in alto, andrebbero prese ad esempio.

Come si approcciano le donne alle passioni dei propri uomini?

Le donne sanno essere obiettive. Sanno che i loro compagni odiano passare le domeniche al centro commerciale o in altri ambienti che non siano il divano di casa, quindi ricambiano “la cortesia” ad ogni occasione. Le donne rispettano, ad esempio, una delle passioni più incrollabili del maschio italico: il calcio.

Che si tratti delle partite di Serie A alla domenica o di quelle delle coppe europee in settimana, l’uomo può sobbalzare sul divano ad ogni gol senza che la donna gli imputi nulla.

L’esempio calcistico ci è utile per allargare il discorso su un concetto molto più ampio: le donne sostengono le passioni dei propri partner, non si sognerebbero mai di stroncarle sul nascere e sono pronte anche ad offrire il loro aiuto, qualora fosse necessario.

Perché le donne appaiono indifese?

A questa peculiarità si potrebbe dare una risposta di natura antropologica, dato che la corporatura solitamente esile e la statura inferiore rispetto alla media maschile fanno pensare ad un essere vivente che deve avere costantemente protezione. In realtà l’apparente vulnerabilità delle donne ha una motivazione ben più profonda, perché catalizza a sé l’uomo che ha un gran senso di protezione, che deve avvolgerla nelle sue braccia e proteggerla dai pericoli esterni.

Uno dei segreti delle donne è proprio quello di apparire deboli: in questo modo possono essere sottovalutate dai maschi che le vorrebbero con sé solo per motivazioni carnali, salvo poi tirare fuori le unghie all’occorrenza.

Le donne sanno fare squadra?

Nonostante le apparenze possano ingannare, le donne hanno una marcia in più rispetto agli uomini sopratutto perché sanno fare squadra. Ancor prima di accettare l’invito a cena da parte di un uomo, la donna ne ha già dipinto il profilo alla sua migliore amica, con la quale si confronterà per capire se declinare l’offerta o meno.

Qualora la donna accetti l’invito, a fine serata non potrà andare a dormire senza aver rivelato via telefono all’amica tutti i dettagli. Il racconto delle gesta potrebbe subire uno spostamento al giorno successivo qualora la cena abbia avuto un esito particolarmente positivo, tanto da finire la serata a letto.

Sappiate però che quest’eventualità è già stata vagliata anzitempo: sono tantissime le notti di sesso che sono saltate perché un’amica ha detto che era ancora troppo presto. Quindi una donna che finisce a letto con un uomo lo fa perché ha già avuto il benestare dalle sue amiche, alle quali a quel punto lo presenterà alla prima occasione utile.

Le donne fanno squadra anche durante altre attività di vita quotidiana, come lo shopping e la famiglia: sanno bene che l’unione rappresenta una forza e ne sfruttano ogni vantaggio.

Spiare il vicino di casa è reato?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il vicino ti fissa dal balcone o punta la telecamera di videosorveglianza in prossimità della tua porta di casa commette reato di violazione della privacy?

Hai un vicino di casa davvero impiccione. Il suo appartamento, posto sul tuo stesso pianerottolo, presenta un balcone adiacente al tuo dal quale è possibile vedere e spiare tutto ciò che fai. Non perde così occasione di origliare e di affacciarsi ogni volta in cui ci sei tu per sentire ciò che dici. Hai addirittura la sensazione che lasci volontariamente aperta la finestra per far passare le voci e controllarti nell’arco di tutta la giornata. Di recente, peraltro, ha installato una telecamera in prossimità della sua porta la cui inclinazione però spinge la portata dell’obiettivo fino allo zerbino di casa tua; in questo modo è anche in grado di sapere quando entri ed esci dall’appartamento, se viene gente o se stai portando buste della spesa. Insomma, la tua privacy è violata su tutti i fronti. Intendi agire nei suoi riguardi ma non sai come. Ti chiedi innanzitutto se spiare il vicino di casa è reato o se, al contrario, rimanendo nei limiti dei propri confini, è consentito lanciare lo sguardo anche in direzione della proprietà altrui. Esiste una legge che vieta di guardare in corrispondenza della finestra di un altro condomino il quale, magari, non è munito di tende? E che succede se il dirimpettaio esce dal balcone ogni volta che lo fa anche il vicino di casa solo per sentire ciò che questi dice? Si può parlare di stalking condominiale? Fino a dove può arrivare l’angolo di visuale di un impianto di videosorveglianza e quale deve essere l’inclinazione giusta della telecamera puntata sul pianerottolo?

Se sei afflitto da tali problemi e stai temendo per la violazione della tua privacy perché un vicino ti spia giorno e notte, ecco le risposte che potrà darti un avvocato.

Telecamera puntata sulla porta del vicino: è reato di molestie 

Un aspetto che riguarda sempre più di frequente i condomini, preoccupati ormai dal tema della sicurezza delle case, è quello della videosorveglianza. Il tema delle telecamere puntate sulla proprietà del vicino ha già impegnato diverse volte le aule dei tribunali. I giudici hanno tentato di fissare alcune linee guida stabilendo quale angolo di ripresa deve avere la telecamera. Lo scopo è chiaramente quello di non interferire sulla vita privata altrui e non consentire, con la scusa della prevenzione dei furti, la violazione della privacy dei vicini. Premesso che ogni singolo condomino può installare, sulla porta di casa, un impianto di videosorveglianza senza richiedere il permesso all’assemblea, tale dispositivo può essere puntato solo sul proprio immobile e sulle relative pertinenze (lo zerbino di casa). È giocoforza infatti che la telecamera posta a una angolatura superiore a 45 gradi finisce per inquadrare anche il vicino di pianerottolo e tutti coloro che vi transitano (seppur l’occhio della inquadratura si limita ai piedi). Bisogna pertanto evitare di riprendere le porte di ingresso dei vicini, le loro pertinenze, le finestre e i giardini.

Se la telecamera del vicino è puntata in direzione del tuo appartamento puoi sporgere denuncia per il reato di molestia o disturbo alle persone. Difatti il codice penale [1] stabilisce che chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero per mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro. La polizia può procedere contro il responsabile a prescindere e, addirittura, contro la volontà della persona molestata o disturbata [2]. È necessario però che il colpevole abbia agito perché mosso da “petulanza” o da altro “biasimevole motivo”, consistente nella volontà di interferire inopportunamente nell’altrui sfera di libertà. Per “petulanza” si intende un atteggiamento di insistenza eccessiva e, perciò, fastidiosa, di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nell’altrui sfera; mentre il “biasimevole motivo” è quello che, pur diverso dalla petulanza, è ugualmente riprovevole in se stesso o in relazione alla persona molestata.

Sussiste tale reato anche quando lo scopo perseguito in via diretta è quello di esercitare un proprio diritto – quello alla sicurezza – se ciò avviene in modo arrogante, impertinente o vessatorio [3].

Se anche dovesse mancare la petulanza, può comunque scattare il reato di «interferenze illecite nella vita privata»: in questo caso è sufficiente solo che la telecamera di videosorveglianza sia installata in modo tale che l’obiettivo, benché posto di fronte alla porta di casa, riprenda tutto il pianerottolo o l’uscio di casa del vicino o la strada o tutto il garage. Difatti «gli spazi di pertinenza della abitazione di taluno ma di fatto non protetti dalla vista degli estranei (…) sono assimilabili a luoghi esposti al pubblico». La sanzione prevista è quella della reclusione da sei mesi a quattro anni. In più il giudice può condannare il colpevole al risarcimento del danno morale nei confronti di chi è stato segretamente spiato.

Il vicino mi spia dal balcone: è reato?

Non resta che stabilire se è reato guardare insistentemente in direzione delle finestre di un vicino di casa. Come abbiamo già spiegato in I vicini mi fissano dal balcone: è violazione della privacy?, il reato di molestie sussiste solo se la condotta incriminata viene posta in luogo pubblico o aperto al pubblico. Pertanto non è reato spiare dal proprio balcone in direzione del balcone del vicino. Colpa di quest’ultimo che non sa tutelare la propria privacy o non si è dotato di tende. Se però lo spione si affaccia dal terrazzo condominiale o dalla strada o su un albero (in quanto luoghi pubblici o aperti al pubblico) commette il reato in questione e può essere denunciato. Denuncia però che scatta solo se tale condotta viene reiterata nel tempo ed è posta proprio per petulanza o altro biasimevole motivo. Questo significa che, se ti trovi sul terrazzo condominiale e da lì noti una vicina di casa in abiti succinti, puoi ben guardare in direzione della sua finestra senza preoccuparti di nulla a meno che non ripeti questa condotta più volte nell’arco dei giorni successivi.

Se il vicino ha installato una telecamera sul proprio balcone posizionata in modo che l’obiettivo venga rivolto proprio in direzione del tuo, non puoi farci nulla: non c’è alcun reato, come detto, a spiare dalla propria proprietà (finestra o balcone che sia) quella di un altro soggetto. E ciò perché, come spiegato dalla Cassazione [4], chi non vuole essere spiato deve fare in modo che ciò non accada, schermando il perimetro della propria casa dagli occhi indiscreti dei terzi.

Lettera di contestazione disciplinare

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le sanzioni disciplinari al dipendente e la difesa: come opporsi al richiamo del datore di lavoro.

Hai ricevuto una lettera di richiamo dal tuo datore di lavoro non sai come gestire la situazione. Ti chiedi come comportarti, in che modo ed entro quanto tempo rispondere, quali possono essere le conseguenze che, da tale comunicazione, potranno derivare e quali difese potrai approntare. Le risposte ai tuoi dubbi potrà dartele sicuramente un avvocato o, in alternativa, puoi leggere fino in fondo questo articolo. Qui di seguito, infatti, ti spiegheremo innanzitutto – in modo semplice e pratico come ormai nostra abitudine – cos’è una lettera di contestazione disciplinare; ti indicheremo quindi quali tipi di sanzioni possono derivare dall’avvio del procedimento e quali tutele può approntare un lavoratore dipendente che voglia contestare il richiamo intimatogli.

Lo faremo anche alla luce di quelli che sono gli orientamenti più recenti della giurisprudenza e, in particolare, di alcune sentenze della Cassazione uscite proprio in questi giorni. 

Sapere come funziona una lettera di contestazione disciplinare può risultare importante visto che da questa possono derivare conseguenze piuttosto gravi come, ad esempio, il licenziamento in tronco o la sospensione dal servizio. Procediamo dunque con ordine.

Cos’è una lettera di contestazione disciplinare?

La lettera di contestazione disciplinare è una comunicazione con cui il datore di lavoro informa il dipendente dell’avvio, nei suoi riguardi, di un procedimento volto ad accertare l’eventuale commissione di un illecito da parte di questi. Non è quindi l’atto definitivo con cui viene presa la decisione in merito alla sanzione, ma quello anteriore con cui si dà il via alla relativa indagine. Proprio perché giunge in una fase precedente rispetto all’adozione della misura finale, al dipendente è data la possibilità di difendersi presentando giustificazioni in proprio favore ed evitare così la condanna. 

Il datore di lavoro ha infatti un potere disciplinare nei confronti dei lavoratori volto a sanzionare tutte le violazioni del contratto di lavoro, del regolamento aziendale e della legge. Vedremo a breve quali sono tali sanzioni: si tratta di un numero chiuso oltre il quale l’azienda non può ovviamente spingersi inventandone di nuove.

Quando il datore invia la lettera di contestazione potrebbe già essere in possesso di tutte le prove contrarie al lavoratore ed aver già idea di quella che sarà la sanzione finale; ciò nonostante la comunicazione è obbligatoria per legge perché va comunque data la possibilità al dipendente di difendersi e obiettare.

La contestazione è condizione di legittimità del provvedimento sanzionatorio, anche se il lavoratore è venuto in altro modo a conoscenza dell’addebito.

Entro quanto tempo arriva una lettera di contestazione disciplinare 

La contestazione deve essere effettuata “tempestivamente” ossia immediatamente rispetto

  • alla commissione del fatto contestato; oppure 
  • alla piena conoscenza (da parte del datore di lavoro) dell’infrazione; non bastano semplici sospetti [1]. 

La legge non indica quindi un termine prestabilito poiché ogni situazione può essere diversa e richiedere più o meno tempo per poter accertare un illecito e raccogliere le prove sufficienti all’avvio del procedimento disciplinare. Tanto più è complesso l’accertamento del fatto, tanto maggiore sarà il tempo concesso all’azienda per la comunicazione della contestazione disciplinare. In questo, vanno considerate anche le dimensioni dell’azienda: tanto più è strutturata, tanto più ampio può essere il lasso di tempo necessario alla verifica e alla contestazione (finanche tre o quattro mesi). In una realtà invece di piccole dimensioni la contestazione può intervenire più rapidamente.

La tempestività deve essere esclusa quando il tempo trascorso ha ingenerato nel lavoratore la convinzione di essere stato perdonato.  

Come deve essere la lettera di contestazione disciplinare?

Il primo requisito che deve avere la contestazione disciplinare è la forma scritta. Il datore dovrà anche procurarsi la prova del ricevimento della stessa da parte del dipendente, ragion per cui dovrà inviarla con raccomandata a.r. o con raccomandata consegnata a mani e controfirmata per accettazione. Non è ammessa la forma orale.

Il secondo requisito è la specificità. La contestazione deve essere quanto più precisa possibile nell’individuare i fatti contestati, inquadrandoli in uno specifico lasso di tempo. Solo così infatti il dipendente può difendersi.

Non è necessaria una dettagliata descrizione dell’illecito disciplinare, ma è sufficiente un richiamo sintetico del fatto che fissa l’ambito della questione sulla quale il lavoratore può impostare la propria difesa.

Se l’addebito riguarda comportamenti omissivi, nella contestazione deve essere precisata in maniera analitica e circostanziata la regola di condotta alla quale il dipendente avrebbe dovuto attenersi e che invece ha violato.

Se l’addebito è riferito a più fatti, l’azienda non deve necessariamente indicare il giorno e l’ora in cui gli stessi sono stati commessi, se (per il numero, i diversi luoghi dell’esecuzione, l’arco di tempo cui si riferiscono) è impossibile una loro collocazione temporale precisa. L’importante è consentire al dipendente una piena cognizione delle accuse mossegli.

Nella contestazione di fatti più gravi possono essere ricompresi anche i fatti meno gravi accertati. Secondo la Cassazione [2], il riferimento a fatti minori nella lettera di contestazione disciplinare non vizia il procedimento né la successiva sanzioneIl l mero e generico riferimento, nella lettera di licenziamento, ad altri minori fatti, pur disciplinarmente rilevanti, in presenza della chiara contestazione di un grave episodio nella lettera di contestazione disciplinare, è lecito e possibile, trattandosi di argomenti evidentemente di contorno. Non si configura quindi una violazione del requisito della specificità della contestazione. 

Lettera di contestazione disciplinare: contano i fatti passati?

Se la lettera di richiamo disciplinare dà vita al licenziamento, il datore può tenere conto anche delle condotte precedenti e non poste a base del recesso. Secondo infatti la Cassazione [3], nell’intimare il licenziamento disciplinare al lavoratore, il datore deve considerare le violazioni compiute dal dipendente tenendo conto anche della natura e della qualità del rapporto, potendo valutare come significative anche le condotte tenute in precedenza e non poste a base del recesso.  

Ci possono essere condotte che, singolarmente prese, per quanto illecite, hanno un valore minimo ma che, sommate, possono giustificare un più grave provvedimento disciplinare come il licenziamento. Si parla, in questi casi, di recidiva. Si ha recidiva quando lo stesso comportamento viene posto nell’arco di due anni. Lo Statuto dei lavoratori vieta di prendere in considerazione, ai fini della recidiva, condotte sanzionate più di due anni prima («Non può tenersi conto ad alcun effetto delle sanzioni disciplinari decorsi due anni dalla loro applicazione») [4]. Questo però non toglie, ha più volte detto la Cassazione, che il datore di lavoro possa tenere conto dei comportamenti pregressi posti dal dipendente ai fini di una valutazione complessiva della sua condotta.

Leggi sul punto: Quando decade la lettera di richiamo disciplinare?

Come difendersi dal richiamo disciplinare

Una volta ricevuta la comunicazione del datore di lavoro, il dipendente ha cinque giorni di tempo per presentare difese in proprio favore con un atto scritto da consegnare di persona o con raccomandata a.r.

Nella stessa memoria di difesa il dipendente può chiedere di essere ascoltato oralmente (eventualmente accompagnato da un sindacalista ma non dall’avvocato). In tal caso l’azienda non può adottare la sanzione prima di aver sentito l’interessato. La sanzione disciplinare irrogata senza l’audizione orale eventualmente richiesta dal lavoratore è illegittima per violazione di norme imperative di legge.

Cosa succede dopo?

All’esito della valutazione delle difese del dipendente, il datore di lavoro può prendere la decisione circa l’esito del procedimento comunicandolo – anche in questo caso, “tempestivamente” – al dipendente. La comunicazione potrà contenere l’archiviazione del procedimento, con l’accoglimento delle difese, oppure la sanzione disciplinare. 

Quali sanzioni disciplinari l’azienda può adottare?

All’esito del procedimento disciplinare così descritto, il datore di lavoro può decidere se e quale sanzione può adottare nei confronti del dipendente. La sua discrezionalità trova un limite nella proporzione con l’infrazione commessa. Il contratto collettivo può indicare, per specifiche condotte, la correlativa sanzione, togliendo così al datore ogni margine decisionale.

Vediamo quali sono le sanzioni disciplinari che l’azienda può adottare:

  1. ammonizione scritta: è la sanzione meno grave. Da essa si distingue la nota di qualifica, che consiste nella valutazione complessiva dell’attività del lavoratore da parte del superiore gerarchico. Essa, infatti, ha una funzione solo valutativa, circoscritta alla qualità della prestazione che il lavoratore deve fornire;
  2. multa: consiste in una trattenuta in busta paga fino a massimo 4 ore di retribuzione;
  3. sospensione dal soldo e dal servizio: in questo periodo, di massimo 10 giorni, il dipendente non può andare a lavorare e non viene retribuito;
  4. trasferimento ad altra sede o reparto;
  5. licenziamento.

Contestazione della sanzione disciplinare

Il dipendente può contestare la sanzione disciplinare ricevuta, in due diversi modi: 

  • promuovere entro i 20 giorni successivi all’applicazione della sanzione, per tramite dell’Ispettorato territoriale del lavoro, la costituzione di un collegio di conciliazione e arbitrato per ottenere la revoca o la conversione del provvedimento. Il lavoratore può chiedere la costituzione del collegio direttamente (anche con l’assistenza di un professionista) oppure per il tramite di una organizzazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato. In tal caso viene sospesa, fino alla pronuncia del lodo, l’efficacia della sanzione disciplinare già intimata. Il lavoratore che ha scelto tale via non può proporre l’azione innanzi al giudice ordinario, salvo che il procedimento arbitrale non si concluda con l’emissione di un lodo valido; 
  • impugnare la sanzione in tribunale. In tale ipotesi il datore di lavoro ha l’onere di provare l’esistenza dell’addebito contestato ed il rispetto delle procedure previste dalla legge, mentre un orientamento giurisprudenziale sostiene che spetta al lavoratore provare l’irrilevanza disciplinare del fatto contestatogli.