Quando denunciare un debitore che nasconde i suoi beni

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando il debitore mente e non dice di ricevere redditi in nero o di aver beni di valore nascosti commette un reato.

Hai un credito nei confronti di una persona ma questa non vuol pagarti. Ti ha anche invitato, in modo provocatorio, a fargli pignoramento perché tanto – così dice – non ha nulla intestato. A te sembra davvero assurto che, col tenore di vita che ha e gli arredi che possiede in casa, sia completamente nullatenente. È quindi tua intenzione andare a fondo in questa situazione e verificare se dice una bugia o meno. Nel primo caso, sei disposto a qualsiasi cosa pur di riscuotere il tuo credito, finanche a procedere per le vie penali. Anzi, siccome sei più che convinto che questa persona stia mentendo, ti chiedi come denunciare un debitore che nasconde i suoi beni. In questa guida ti spiegheremo proprio questo: esiste infatti un modo per agire penalmente nei confronti di chi mente prima al creditore e poi all’ufficiale giudiziario. I reati che si possono commettere – lo spiegheremo a breve – sono addirittura due e, peraltro, non di poco conto. Il che ti consentirà quantomeno di iniziare una trattativa e sperare di riscuotere quanto più possibile da chi si dice – ma in realtà non lo è – privo di redditi. Questo perché – si sa – se dell’ufficiale giudiziario nessuno ha più paura, della libertà personale e della fedina penale si nutre ancora il massimo rispetto. Né potrebbe essere altrimenti visto che un debito ti consente di continuare a lavorare (a volte anche con gli stessi nomi usati in precedenza), mentre un procedimento penale tarpa spesso le ali a un’attività commerciale o a un lavoro. Ma procediamo con ordine e vediamo come denunciare un debitore che nasconde i suoi beni.

Quando c’è una frode alla firma del contratto

Il primo caso in cui è possibile possibile denunciare il debitore è quando questi contrae il debito nascondendo la propria incapacità a pagarlo, incapacità sussistente sin dalla firma del contratto. Un esempio farà al caso nostro. Immaginiamo una persona che chieda un prestito a un amico garantendogli di restituirlo al successivo pagamento dello stipendio. In realtà, egli è già stato licenziato ma ha nascosto tale circostanza all’amico, il quale invece, all’oscuro di ciò, gli presta di buon grado la somma. Quando quest’ultimo viene a sapere la verità e che il debitore era sin dall’inizio consapevole di non poter restituire i soldi, potrà denunciarlo per insolvenza fraudolenta. Il codice penale [2], in particolare, punisce con la reclusione fino a due anni o la multa fino a euro 516 euro chi, nascondendo il proprio stato d’insolvenza, contrae un’obbligazione col proposito di non adempierla.

Leggi anche Debiti non pagati: quando è reato.

Un altro esempio sarà ancora più calzante. Una persona si reca presso una finanziaria per chiedere un prestito per l’acquisto di un’auto. All’atto della richiesta esibisce il proprio contratto di lavoro e le buste paga. La finanziaria gli eroga la somma, rassicurata dal contratto di lavoro: la restituzione viene dilazionata in rate mensili per cinque anni. Senonché, qualche giorno prima del finanziamento, l’uomo aveva commesso una grave violazione sul lavoro, per la quale era già stato raggiunto da un preavviso di licenziamento. Nonostante fosse certo dell’esito del procedimento disciplinare e dell’imminente perdita del posto di lavoro, egli ha fraudolentemente taciuto tale circostanza alla finanziaria per farsi erogare la somma. Anche in questo caso il debitore è denunciatile per insolvenza fraudolenta.

Quando si mente all’ufficiale giudiziario

Il secondo caso in cui si può denunciare un debitore quando nasconde i debiti è ancora più ricorrente. Quando il creditore decide di agire contro il debitore, inviandogli a casa l’ufficiale giudiziario per il pignoramento mobiliare, quest’ultimo è tenuto a ricercare i beni nell’appartamento più facilmente vendibili: gioielli, oggetti di valore, quadri, eventuale denaro in contanti custodito nella cassaforte, arredi, ecc. Capita spesso però che, preavvertito dell’imminente pignoramento dall’atto di precetto (la cui notifica è obbligatoria e va fatta non oltre 90 giorni prima del pignoramento stesso), il debitore “sposti” da casa gli oggetti di maggior valore. Ebbene, qualora i beni presenti in casa siano insufficienti alla soddisfazione del creditore, il codice di procedura civile [3] impone all’ufficiale giudiziario di invitare il debitore a indicare ulteriori beni da pignorare di cui è proprietario. Egli è tenuto a rivelare anche eventuali redditi in nero eventualmente percepiti: qualsiasi tipo di ricchezza di cui egli sia in qualche modo percettore deve essere “denunciata” all’ufficiale giudiziario. Se questi omette di farlo o mente, incorre in un reato. Il codice penale [4], difatti, applica la pena della reclusione fino ad un anno o della multa fino a 516 euro «al debitore (o all’amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice) che, invitato dall’ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione». La norma non richiede che il debitore indichi tutto il proprio patrimonio pignorabile, ma solo quei beni il cui valore possa soddisfare il credito. Soddisfatta tale esigenza, dunque, il debitore ottempera certamente all’ordine impartitogli.

Anche in questo caso un esempio servirà a rendere tutto più concreto. Una persona sta tentando di riscuotere mille euro da un’altra per aver questa rilasciatogli un assegno a vuoto e protestato. Così il creditore notifica l’atto di precetto e, dopo un mese, si presenta a casa del debitore con l’ufficiale giudiziario. Il debitore, prevedendo una simile mossa, aveva trasportato qualche giorno prima tutti i quadri a casa della madre e svuotato la cassaforte. Quando l’ufficiale giudiziario, non intravedendo oggetti di valore da pignorare, gli chiede se possiede altri beni o redditi, il debitore tace, né rivela di ricevere mensilmente 500 euro da una persona che lo ha assunto in nero. Il creditore, però, al corrente di ciò per averlo più volte visto operare in tale azienda, lo denuncia per le false dichiarazioni all’ufficiale giudiziario.

Riduzione pensione Inps per chi non dichiara i redditi

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il pensionato non presenta la dichiarazione reddituale all’Inps, l’ente può trattenere la quota di pensione non cumulabile.

Addio alla pensione, o meglio alla quota della pensione soggetta a limiti di cumulo, per chi non dichiara i redditi all’Inps. Questo, anche se il pensionato presenta la dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle entrate, oppure invia la denuncia di nuova attività alla stessa Inps, richiedendo l’iscrizione presso una delle gestioni dell’istituto: è quanto precisato in una recente sentenza della Corte di Cassazione [1]. La Corte, in particolare, chiarisce che il nuovo reddito prodotto, se cumulabile limitatamente con la pensione, deve sempre essere dichiarato appositamente all’Inps: per il pensionato che inizia un’attività professionale, ad esempio, l’iscrizione alla gestione separata dell’Inps non basta per informare l’istituto della produzione di nuovo reddito, ma è necessario inviare all’ente una specifica dichiarazione reddituale.

Non è, infatti, l’Inps a doversi attivare per conoscere la situazione personale e patrimoniale del pensionato, ma è quest’ultimo a dover collaborare attivamente: pertanto, in mancanza della dichiarazione reddituale all’istituto, l’Inps può chiedere indietro le somme erogate senza che il pensionato possa beneficiare di alcuna sanatoria.

Ma procediamo per ordine e vediamo in quali casi l’Inps può trattenere la pensione e procedere al recupero delle somme non dovute, e a quali adempimenti è obbligato il pensionato.

Quali pensioni sono soggette ai limiti di cumulo coi redditi?

Innanzitutto va specificato che non tutte le pensioni sono cumulabili limitatamente con gli altri redditi del pensionato, ma soltanto le seguenti prestazioni:

  • integrazione al minimo della pensione e dell’assegno d’invalidità;
  • pensione di invalidità e assegno ordinario di invalidità;
  • maggiorazione sociale, maggiorazione sociale per gli assegni sociali e incremento delle maggiorazioni;
  • pensione sociale, aumento della pensione sociale ed assegno sociale;
  • assegno per il nucleo familiare (da non confondere con l’assegno al nucleo familiare- ANF);
  • trattamenti di famiglia;
  • pensione ai superstiti, sia indiretta che di reversibilità;
  • aumenti per le prestazioni di invalidità civile erogate con le regole della pensione o dell’assegno sociale;
  • maggiorazione della pensione o dell’assegno di invalidità per invalidi civili, ciechi civili e sordomuti con età inferiore ai 65 anni;
  • importo aggiuntivo sulla pensione;
  • prestazioni erogate a minorati civili prima del compimento del 65° anno;

Restano dunque escluse dal divieto di cumulo la pensione di vecchiaia, anticipata e di anzianità, se non integrate al minimo e senza maggiorazioni o prestazioni aggiuntive collegate al reddito.

Quali pensionati non sono soggetti ai limiti di cumulo coi redditi?

Va poi specificato che alcuni pensionati non sono soggetti ai limiti di cumulo della pensione con altri redditi; si tratta dei titolari di pensione:

  • a carico delle forme di previdenza esclusive o sostitutive del regime generale, i cui importi sono esclusi dalla base imponibile ai fini dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche);
  • assunti con contratto di lavoro a termine di durata complessivamente non superiore a 50 giornate nell’anno; se nel corso dell’anno si superano le 50 giornate, si applica il divieto di cumulo su tutte le giornate lavorate, fin dalla prima;
  • che producono un reddito non superiore al trattamento minimo (pari a 507,41 euro mensili nel 2018), al netto dei trattamenti di famiglia e dei contributi;
  • che svolgono la loro attività nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani in attività socialmente utili, promosse da enti locali e altre istituzioni pubbliche e private;
  • che svolgono attività in agricoltura, in qualità di salariati fissi, giornalieri di campagna e assimilati;
  • occupati in qualità di lavoratori domestici;
  • che prestano servizio in qualità di agenti non di ruolo e da data anteriore al 1° febbraio 1991, alle dipendenze delle Comunità Europee;
  • che svolgono attività di giudice di pace;
  • sospesi dal servizio che beneficiano di assegni alimentari a norma dei regolamenti per il personale degli enti di appartenenza.

Chi è obbligato a presentare la dichiarazione reddituale all’Inps

Se il pensionato non ha altri redditi oltre alla pensione o alla prestazione riconosciuta dall’Inps, e ha presentato il modello 730 o Redditi, non deve presentare la dichiarazione reddituale all’Inps, ossia il modello Red.

Se il pensionato ha altri redditi oltre alla pensione o alla prestazione riconosciuta dall’Inps, e ha presentato il modello 730 o Redditi, deve presentare il Red se tra gli ulteriori redditi posseduti vi sono i cosiddetti redditi obbligatori da matricola, ossia i redditi che l’Inps obbliga a dichiarare, che variano a seconda della prestazione in pagamento:

  • redditi di lavoro dipendente prestato all’estero (anche se già dichiarati nel 730/modello Redditi);
  • redditi di lavoro autonomo (anche se già dichiarati nel 730/modello Redditi);
  • redditi da prestazione coordinata continuativa a progetto (anche se già dichiarati nel 730/modello Redditi);
  • redditi di capitale: interessi bancari, etc;
  • prestazioni assistenziali erogate dallo Stato o altri enti pubblici;
  • arretrati lavoro dipendente (italiano e/o estero);
  • arretrati integrazione salariale;
  • trattamenti di fine rapporto;
  • altri redditi non assoggettabili all’Irpef;
  • quote di pensione trattenute dal datore di lavoro;
  • pensioni estere dirette;
  • pensioni estere ai superstiti;
  • pensioni estere da infortunio sul lavoro;
  • pensioni estere da rendite vitalizie;
  • pensioni estere da arretrati;
  • pensioni complementari.

Il pensionato che presenta la dichiarazione dei redditi ed ha l’obbligo di presentare il Red, deve indicare nel modello Red tutti i redditi posseduti anche se già dichiarati nel 730/modello Redditi.

Come si presenta la dichiarazione reddituale?

La dichiarazione reddituale può essere resa tramite Caf, oppure, per chi dispone delle credenziali di accesso, tramite il portale web dell’Inps.

L’Inps effettua le trattenute delle quote di pensione non cumulabili coi redditi sulla base della dichiarazione dei redditi effettivamente percepiti, rilasciata dagli interessati entro lo stesso termine previsto per la dichiarazione all’Agenzia delle entrate.

Inoltre, i pensionati soggetti al divieto di cumulo della prestazione con i redditi da lavoro autonomo sono tenuti a comunicare il reddito presunto per l’anno in corso, se svolgono nell’anno attività di lavoro autonomo.

Le trattenute operate sulla pensione “a preventivo” sono conguagliate sulla base della dichiarazione dei redditi  resa a consuntivo l’anno successivo [2].

Che cosa succede a chi non presenta la dichiarazione reddituale?

Se il pensionato non invia all’Inps la dichiarazione dei redditi da lavoro autonomo deve versare all’ente una somma pari all’importo annuo della prestazione non cumulabile, percepita nell’anno cui si riferisce la dichiarazione.

La somma viene prelevata dall’Inps sulle rate di pensione dovute al trasgressore.

Entro quando l’Inps può recuperare la pensione?

La Corte Costituzionale, con un’importante sentenza [3], ha comunque chiarito che esiste un preciso termine entro il quale l’Inps può procedere al recupero delle somme indebitamente erogate a causa dei limiti di cumulo con i redditi, superato il quale gli importi non dovuti non possono più essere richiesti indietro.

In particolare:

  • se la dichiarazione dei redditi o, quando richiesta, la dichiarazione reddituale all’Inps non è stata presentata, l’Inps ha 10 anni di tempo per recuperare gli indebiti;
  • se la dichiarazione è stata presentata nei termini, l’Inps ha tempo, per notificare l’indebito, sino al 31 dicembre dell’anno successivo alla presentazione della dichiarazione.

WhatsApp Business, cosa è e come si usa

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutto quello che c’è da sapere sulla nuova versione di WhatsApp pensata per aiutare le piccole attività a restare in contatto con i propri clienti.

WhatsApp Business è una nuova versione dell’app di messaggistica rivolta alle piccole attività. È stata pensata per permettere alle piccole aziende di stare in contatto con i propri clienti e avere una presenza “ufficiale” sul servizio.

È un po’ come una pagina di Facebook, ma su WhatsApp. WhatsApp Business rientra nel più ampio progetto della società di generare profitti dal suo miliardo di utenti. È, in altre parole, il primo passo verso la creazione di servizi a pagamento che possano monetizzare l’uso dell’applicazione di messaggistica.

Come si usa WhatsApp Business

L’applicazione WhatsApp Business è per ora disponibile solo su Android, ma in futuro ne verrà rilasciata una versione anche per altre piattaforme. Funziona in modo molto simile all’applicazione di messaggistica con qualche piccola novità volta ad aiutare l’azienda a gestire i contatti con i clienti.

In fase di installazione e configurazione si deve innanzitutto associare un numero di telefono. Si può installare sullo stesso smartphone sia WhatsApp Messenger sia WhatsApp Business, ma ognuna deve essere associata a un numero di telefono differente. Con WhatsApp Business si può utilizzare anche un numero di rete fissa.

Il passo successivo consiste nell’impostare il proprio profilo aziendale compilando una serie di informazioni come il nome, la descrizione dell’attività, l’indirizzo postale, l’email e il sito web. Tutte queste informazioni possono essere visualizzate facilmente dalle persone che visualizzano il profilo dell’azienda.

Purtroppo al momento si può impostare una sola immagine per il profilo aziendale. Gli account business sono identificati da un piccolo badge, ma non è possibile richiedere un account business verificato o confermato: sarà WhatsApp ad eseguire la verifica di un’attività confrontando il numero di telefono con quello dell’attività ed eventualmente convertirlo in account business confermato.

Quali sono le funzioni esclusive di WhatsApp Business?

Sono essenzialmente due le funzioni presenti in WhatsApp Business e che non si trovano in WhatsApp Messenger. La prima è la possibilità di usare strumenti di messaggistica intelligente. In pratica è possibile impostare risposte rapide alle domande frequenti dei clienti, configurare messaggi di auguri e risposte automatiche per far sapere quando non si è disponibili.

La seconda funzione esclusiva sono le statistiche. Usando WhatsApp Business le aziende possono monitorare il grado di coinvolgimento e di soddisfazione dei clienti. Una serie di report permettono di visualizzare facilmente quanti messaggi sono stati inviati, consegnati, letti e ricevuti.

Posso usare WhatsApp Business su più dispositivi?

Purtroppo no, non si può usare l’app su più smartphone con lo stesso account. È possibile però usare WhatsApp Business via web, proprio come la versione normale WhatsApp Messenger.

Se passo col semaforo rosso senza superare l’incrocio rischio la multa?

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contravvenzioni per violazione del codice della strada: che fare se il semaforo è giallo e si frena all’ultimo minuto dopo la linea di stop.

Mentre guidavi l’auto hai raggiunto un incrocio regolato da un semaforo. Pochi metri prima che arrivassi alla linea di stop, la luce, da gialla, è diventata rossa. Mosso inizialmente dall’intenzione di passare lo stesso, hai accelerato; senonché, all’ultimo minuto, ti sei accorto di una telecamera posta sopra il palo del semaforo stesso. Così, per paura di essere fotografato e multato, hai frenato all’improvviso. Ma, a ben vedere, le ruote si sono fermate ben oltre la linea di stop, seppur prima dell’incrocio e in modo comunque da consentirti di stabilire quando il semaforo tornerà verde. Ciò nonostante temi che, il mancato rispetto della segnaletica orizzontale posta sull’asfalto possa aver fatto scattare la sanzione e, quindi, il verbale per la violazione del codice della strada. Così ti chiedi: se passo col semaforo rosso senza superare l’incrocio rischio la multa? In questo articolo ti spiegheremo se la multa scatta già solo al superamento della linea di stop o se, invece, è necessario oltrepassare tutto l’incrocio per subire la contravvenzione.

Si può passare col giallo?

Per prima cosa, ribadiamo le regole sui tre colori del semaforo che, per quanto banali, non sempre vengono rispettate alla lettera. Indubbio che col rosso non si possa passare e col verde invece lo si debba fare, i dubbi principali si concentrano di solito sul giallo. La regola generale vuole che, col giallo, ci si debba necessariamente fermare: non è una facoltà, ma un obbligo. L’obbligo però scatta solo a condizione di non dover fare brusche e improvvise frenate. In altre parole, se, al momento in cui il semaforo diventa giallo, l’automobilista è sufficientemente lontano dall’incrocio da poter decelerare senza creare problemi alla circolazione, è tenuto a farlo; in caso contrario, qualora dovesse oltrepassare l’incrocio col giallo, sarebbe in contravvenzione. Viceversa, se il semaforo diventa giallo quando ormai l’automobilista è prossimo ad oltrepassare la linea di stop egli è tenuto a procedere la marcia, cercando di liberare quanto prima l’incrocio. Ecco perché il giallo dura circa dai 3 ai 5 secondi: per consentire all’automobilista – già in procinto di superare la linea semaforica – di oltrepassare l’incrocio in tranquillità.

Leggi Multa a semaforo rosso: come contestarla

È possibile la multa per il passaggio col giallo?

Da quanto abbiamo appena detto, possiamo comprendere perché è ben possibile una multa al passaggio col giallo e non solo col rosso. Se un vigile dovesse accorgersi, infatti, che l’automobilista, pur avendo visto il giallo in tempo utile per frenare dolcemente, non lo ha fatto, ma anzi ha accelerato per non rischiare il rosso, lo deve multare.

È possibile la multa se supero lo stop ma non l’incrocio?

Lo stesse regole appena elencate portano a risolvere anche il quesito iniziale: se passo col semaforo rosso senza superare l’incrocio rischio la multa? Il giallo serve per consentire all’automobilista di frenare per tempo, prima della linea di stop. Se questi, al momento in cui il semaforo diventa rosso, viene trovato con le ruote (anche solo quelle anteriori) oltre la linea di stop significherebbe che ha violato l’obbligo di frenare con il giallo e che ha tentato di passare e solo all’ultimo minuto ha desistito.

Il codice della strada è, in questo, assai rigido: per non essere multati al semaforo è necessario che, al momento in cui il semaforo diventa rosso, tutte e quattro le ruote dell’auto siano all’interno della linea di stop. Chi supera la segnaletica orizzontale, pur non oltrepassando il semaforo può essere multato. Tanto è vero che gli odierni apparecchi di controllo elettronico, ossia i Photored, sono programmati per fotografare le targhe non appena queste oltrepassano la linea di stop, benché non abbiano superato l’incrocio.

Secondo la Cassazione, è valida la multa quando, dalla foto, si vede l’automobile a cavallo della linea di arresto con il semaforo rosso.

L’obbligo del conducente è, quindi, quello di arrestare la macchina prima dello stop, facendo attenzione a dove lo stesso è collocato. Solo la totale cancellazione della linea bianca dall’asfalto giustificherebbe l’automobilista che, in tal caso, potrebbe impugnare la multa per essersi trovato nell’impossibilità oggettiva di rispettare la segnaletica orizzontale. Sarà comunque opportuno fare le fotografie per poter dimostrare, al Prefetto (in caso di ricorso in via amministrativa, entro 60 giorni dalla notifica del verbale) o al giudice di Pace (in caso di ricorso in via giudiziale, entro 30 giorni dalla notifica del verbale) le proprie ragioni.

È tuttavia uscita, di recente, una sentenza che contraddice questo orientamento ed è firmata dal Giudice di Pace di Firmo [2]. Secondo tale provvedimento, affinché il verbale con la multa sia valido, la fotografia deve rappresentare il conducente del veicolo che decide di superare la striscia bianca di arresto, posta sull’asfalto, nonostante il semaforo sia già diventato rosso. Se, invece, il filmato del photored (l’apparecchio che scatta foto e video a chi attraversa gli incroci interessati da semafori) rappresenta l’automobilista già oltre la striscia bianca di arresto, la multa può essere annullata.

Questa tesi è stata in passato fornita anche dal Giudice di Pace di Bari [3] secondo il quale, in tema di contestazione della violazione per passaggio dell’incrocio con il rosso, o meglio «di superamento della striscia di arresto durante il periodo di accensione della luce rossa, il rilievo fotografico assume un senso se è tale da documentare che, allorquando il semaforo proietta già la luce rossa, il veicolo non ha ancora oltrepassato la striscia di arresto, mentre non ne avrebbe alcuno se ritraesse il veicolo trasgressore quando già ha superato lo stop».

Cosa fare per non perdere una causa in tribunale

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Comportamenti consigliabili per poter instaurare una valida collaborazione con l’avvocato e avere più chance di vincere il giudizio.

Tra tutti i professionisti, medici e avvocati sono quelli che dovrebbero, più di ogni altro, astenersi dal fare pronostici sull’esito delle proprie attività. Una causa può dipendere non solo dall’interpretazione del giudice che, come noto, non è tenuto a seguire un orientamento prestabilito (fosse anche quello della stessa Cassazione), ma anche dall’andamento del processo, dalle prove prodotte, dal comportamento delle parti prima del giudizio e dalle dichiarazioni dei testimoni che, se non precise e mirate, potrebbero far apparire nel torto chi invece è dalla parte della ragione.

Impossibile, quindi, anche quando si ritiene di essere dal lato della legge, prevedere in anticipo l’esito del giudizio, né esistono strategie e trucchi per poter arrivare a un risultato favorevole con un largo margine di probabilità. Vi sono tuttavia degli accorgimenti che, se seguiti puntualmente, riducono il margine del rischio o, quantomeno, consentono di non cadere in quegli errori grossolani che spesso causano la sconfitta. Cosa fare per non perdere una causa in tribunale? Non esiste una ricetta, ma ci sentiamo di darvi alcuni suggerimenti utili, sulla base dell’osservazione dei casi concreti, dell’esperienza pratica, dello studio delle debolezze delle parti in causa e, perché no, anche dei loro stessi avvocati.

La causa non è sempre la migliore soluzione

La prima cosa di cui tenere conto è che il tribunale – al pari di un ospedale – è, per antonomasia, il luogo in cui si sa come si entra, ma non si sa come si esce. A questa incertezza si contrappone la possibilità di tentare un accordo transattivo prima di ricorrere al giudice, realizzato anche davanti a un mediatore e/o con l’ausilio del proprio avvocato. Si dice provocatoriamente «meglio un cattivo accordo che una buona sentenza», con riferimento al fatto che, quand’anche si ottenga giustizia, il provvedimento del magistrato resta sempre un foglio di carta che deve poi trovare concreta attuazione. E se manca la collaborazione della controparte e diventa necessario ricorrere all’esecuzione forzata con l’ufficiale giudiziario, non è detto che si riesca a ottenere ciò per cui si è combattuto strenuamente. Il più delle volte ci si accontenta di una vittoria ideologica, che però sul piano pratico ha pochi risvolti. In altri casi, la rivalità iniziale viene sopita dai tempi di attesa e si abbandona la pratica per non dover spendere altri soldi in pignoramenti vari. Se poi si ha a che fare con una società di capitali (ad esempio una Srl), il rischio è di arrivare a un risultato quando questa ormai è in fase di liquidazione e c’è poco da riscuotere.

Il primo suggerimento è quindi quello di preferire sempre un accordo bonario laddove questo fosse possibile.

Molto importante, però, è che le trattative siano formalizzate per iscritto; specie in sede di mediazione, è bene avanzare una proposta valida alla chiusura della vertenza, tale che possa convincere il giudice – nel caso in cui si debba poi procedere per le “vie legali” – delle buone intenzioni della parte. Questo perché, in caso di condanna alle spese processuali, la sentenza tiene conto del tentativo di ciascuno dei contendenti di evitare lo scontro: sicché i costi della causa ricadranno su chi l’ha voluta a tutti i costi, anche se ha ottenuto ragione. Tanto per fare un esempio, se una persona chiede un risarcimento di 2mila euro a un’altra e quest’ultima, prima del giudizio, ne dovesse offrire solo mille, qualora il giudice dovesse ritenere che quest’ultima è la misura corretta dell’indennizzo porrebbe le spese processuali a carico del danneggiato e non del danneggiante.

Proprio a tal fine la legge impone che, in determinate cause (ad esempio recupero crediti fino a 50mila euro, risarcimenti da responsabilità medica, incidenti stradali, vertenze condominiali, ecc.), sia obbligatorio un tentativo di mediazione a cui la parte deve presentarsi personalmente, non potendo limitarsi a delegare il proprio avvocato.

La scelta dell’avvocato

La parte più delicata è sicuramente la scelta dell’avvocato. Si potrebbe pensare che, se si ha ragione ed è la legge a dirlo, non sarà l’avvocato a fare la differenza. Così dovrebbe essere, ma tuttavia non è. Il processo non è solo sostanza, ma anche forma. Questo significa che, al di là delle ragioni concrete, bisogna rispettare alcune regole di procedura che, se violate, possono comportare la sconfitta (si pensi a una costituzione tardiva, a una omessa contestazione, a un documento non prodotto, a un termine non rispettato, a una notifica fatta in modo errato, ecc.). L’avvocato deve essere scrupoloso. Non necessariamente tra i migliori della piazza, ma specializzato nella materia. Il diritto ha così tanti ambiti che è impossibile conoscerli tutti. Il più bravo civilista non è detto che sia preparato in diritto commerciale, così come chi ha sempre fatto diritto bancario e ha salvato centinaia di debitori potrebbe non capirne nulla in materia di separazione e divorzi.

Un suggerimento pratico: un avvocato mal pagato è un avvocato disincentivato. Non dovrebbe essere così perché la deontologia impone di difendere il proprio cliente al di là del risultato economico e del guadagno, ma è nella natura umana (di tutti gli uomini) lavorare per una retribuzione. Ed è chiaro che se questo guadagno tarda ad arrivare o viene retribuito in modo non proporzionato agli sforzi fatti, sarà anche più gravoso e non gradito. Che dir si voglia, in un avvocato scrupoloso e serio, il compenso ricevuto carica di responsabilità e di impegno.

Non tardare nella scelta dell’avvocato

Recarsi dall’avvocato il prima possibile evita a quest’ultimo di studiare la vicenda in poco tempo, il che imporrebbe di svolgere una difesa approssimativa e frettolosa. Non sempre l’avvocato conosce tutte le norme e le sentenze di una determinata vicenda, sicché ha necessità di studiare. Maggiore è il tempo da dedicare allo studio, superiore sarà la preparazione conseguita e quindi più tecnica la difesa.

Non innamorarsi delle proprie ragioni

Purtroppo molte cause si fanno “per principio” o perché le parti non sono obiettive. Chi ritiene di essere nel giusto da un punto di vista sostanziale, non vuol arrendersi alla possibilità che la legge possa valutare anche le contrapposte ragioni.

Una volta abbiamo scritto un articolo Come vincere una causa. In quella sede abbiamo esordito in questo modo. «La prima cosa di cui ti devi accertare è se esiste una norma che regola, in modo chiaro e preciso, il tuo caso. Non è sempre così. Difatti la legge è, per sua stessa natura, generale e astratta: poiché deve essere “uguale per tutti”, la legge non può regolare ogni singolo caso della vita quotidiana, ma deve disciplinare una serie di casi uguali in modo uguale. È il principio di uguaglianza che impone alle norme fare il minor riferimento possibile a casi troppo specifici. Nello stesso tempo, la legge può essere equiparata alle onde che crea un sasso in uno stagno: tanto più si è vicini al centro, tanto maggiore è il livello di definizione dell’onda; tanto ci si allontana, tanto meno chiaro è il suo contorno. Le norme sono proprio così: regolano in modo chiaro ed espresso alcune fattispecie (quelle più vicine al nucleo della norma stessa), mentre altre richiedono uno sforzo interpretativo superiore. Interpretazione, però, che non tutti i giudici possono condividere. Ecco quindi che tanto più ci si allontana dal centro delle onde tanto più aumenta il rischio di perdere la causa.

Un importante suggerimento, dunque, per vincere una causa è di non cercare interpretazioni macchinose e soggettive solo perché corrispondenti ai tuoi interessi personali. Tanto meno sforzo richiede l’interpretazione della norma per giungere alla tesi del cittadino, tanto maggiori sono le chance di vittoria.

Quand’anche la norma sia precisa (e a maggior ragione in caso contrario), non bisogna fermarsi al dato letterario: a volte anche le leggi più chiare hanno avuto, nel tempo, un’interpretazione del tutto opposta a quella che potrebbe apparire dalla loro lettura. Quindi il secondo step per assicurarti di avere buone possibilità di vincere una causa è quello di fare una ricerca in giurisprudenza (ossia nei repertori delle sentenze pubblicate) per verificare che ve ne sia una buona dose a proprio favore. Non dovrai essere tu a fare questa ricerca (sebbene con Internet ormai tutto sia alla portata dei cittadini): è meglio che a svolgere questo ingrato compiuto sia il tuo avvocato, più esperto di te nel comprendere gli orientamenti dei giudici e i tecnicismi del diritto.

Fai un resoconto scritto all’avvocato

Gran parte degli avvocati non ama che il cliente dica loro come impostare la causa, su quali norme far leva o quali strategie adottare. Potrai tuttavia condividere con lui il tuo pensiero e le tue opinioni redigendo per iscritto un breve excursus della vicenda e raccontando per filo e per segno come si sono svolti i fatti. Questo sarà di grande ausilio all’avvocato che dovrà scrivere l’atto difensivo ed orientarsi in una vicenda che non ha visto in prima persona. Specie quando si tratta di settori tecnici, come quelli relativi a particolari ambiti lavorativi (disciplinati dai contratti collettivi di settore e da una fitta serie di norme speciali), l’indicazione delle leggi applicabili potrà essere un valido indirizzo al legale che, magari, potrebbe arrivare prima alla soluzione giuridica del problema.

Consegna tutte le prove e non nascondere nulla all’avvocato

Ogni processo si basa sulle prove. È quindi importante da un lato esibire al giudice tutte le prove di cui si è in possesso, dall’altro poter prevenire quelle che mostrerà la controparte. Perciò è sempre bene non nascondere nulla all’avvocato di cui si è a conoscenza e che la controparte potrebbe eccepire in corso di giudizio – il che renderebbe la difesa “dell’ultimo minuto” più difficoltosa; dall’altro lato, se si hanno documenti nel cassetto, sarà bene consegnarli al legale prima dell’inizio del giudizio poiché, dopo, potrebbe essere troppo tardi.

Anche la scelta dei testimoni è un elemento chiave del processo. Se anche si può vincere una causa senza testimoni, è sempre bene procurarsi le dichiarazioni di persone chiare, lucide, precise nel linguaggio, non soggette a emozione che possa farle traballare nella deposizione testimoniale. Anche un solo testimone ben “calibrato” può essere più utile di dieci.

Contatta periodicamente l’avvocato

Ultimo suggerimento. Una causa va “coltivata”. Non basta dare l’incarico all’avvocato e poi non farsi più sentire, attendendo l’esito della sentenza. Anche per motivare maggiormente il legale, è bene farsi sentire dopo ogni udienza (cui comunque non è necessario partecipare) per conoscerne l’esito e informarsi sull’andamento globale del giudizio. Il che serve a responsabilizzare e motivare il professionista, facendogli capire l’importanza che tu dai alla causa.

Quando c’è mobbing sul lavoro?

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come difendersi dal datore di lavoro che usa le sanzioni disciplinari come mezzo per mobbizzare il dipendente e umiliarlo. 

Cosa vuol dire mobbing? Il significato letterale del termine si riferisce a una serie di condotte vessatorie, aggressive e persecutorie nei confronti del dipendente, volte a lederne la dignità e, di solito, finalizzate alle sue spontanee dimissioni. Tuttavia, il problema principale è comprendere come distinguere il mobbing dal normale potere disciplinare del datore di lavoro, quello cioè che per legge gli compete per punire le condotte illecite del lavoratore. In altri termini quando si può parlare di una semplice sanzione, seppur rigorosa, e quando invece di un intento persecutorio? È proprio sulla linea di confine tra queste due situazioni che si concentra la definizione di mobbing e quindi la tutela del lavoratore. In questo articolo cercheremo quindi di capire quando c’è mobbing sul lavoro e come difendersi.

Cos’è il mobbing?

La legge non parla mai di mobbing. Il concetto è, per così dire, un’invenzione della giurisprudenza. Quando si usa la parola «mobbing» ci si riferisce al caso in cui il datore di lavoro ponga una pluralità di comportamenti, tra loro uniti da uno scopo unitario, che producono un effetto vessatorio nei confronti del dipendente. Non c’è un atto tipico di mobbing, ma questo può esplicarsi con comportamenti di varia natura come, ad esempio, l’attribuzione al lavoratore di mansioni inferiori rispetto a quelle svolte da contratto o l’abuso di procedimenti disciplinari.

Per aversi mobbing, quindi, non è sufficiente una singola azione (anche se illegittima) da parte del datore di lavoro, ma una pluralità di comportamenti tra loro connessi e finalizzati al medesimo obiettivo.

Le azioni che danno vita al mobbing possono essere compiute non solo dal datore di lavoro, ma anche dai superiori o da altri colleghi; per tutte queste, il responsabile è sempre il datore, in quanto tenuto per legge a garantire ai dipendenti un ambiente di lavoro salubre e a preservarne l’integrità psicofisica.

Come si riconosce il mobbing?

Non sempre è facile riconoscere il mobbing e distinguerlo dal normale potere disciplinare del datore o dalla singola condotta illecita che, pur restando vietata, non rientra però nel più grave disegno vessatorio del mobbing. Come abbiamo detto, per aversi mobbing bisogna essere in presenza di più comportamenti, tutti finalizzati allo stesso predeterminato scopo, quello di mortificare la persona del dipendente, svilirne le competenze, umiliarlo, portarlo eventualmente alle dimissioni o comunque emarginarlo. Il mobbing si può esplicare spesso con questi comportamenti:

  • l’attribuzione al lavoratore di nuove mansioni di livello inferiore rispetto a quelle precedentemente svolte;
  • la privazione totale di ogni mansione;
  • l’abuso del potere disciplinare, con l’adozione di una serie di contestazioni disciplinari, magari del tutto pretestuose.

Sono caratteristiche del mobbing:

  • la sua sistematica protrazione nel tempo attraverso una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali, anche intrinsecamente legittimi;
  • la volontà che lo sorregge, diretta alla persecuzione o all’emarginazione del dipendente, oppure – anche in assenza di un esplicito fine persecutorio – diretta a vessare e mortificare il lavoratore;
  • la conseguente lesione arrecata al lavoratore, attuata sul piano professionale, sessuale, morale, psicologico o fisico;
  • il rapporto di causa-effetto tra condotta del datore di lavoro (o del superiore gerarchico) e pregiudizio all’integrità psicofisica del lavoratore: in pratica il secondo deve essere conseguenza del primo e non di altri fattori.

Esempi di mobbing

Ecco alcuni esempi di mobbing:

  • situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività obbligata, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale: ossia il cosiddetto terrorismo psicologico;
  • brusca e improvvisa interruzione della carriera professionale; ambiente di lavoro ostile; umiliazioni e pressioni psicologiche comportanti sofferenze morali, danni alla vita di relazione ed esaurimento nervoso; demansionamento e successiva privazione di compiti;
  • atti sistematici (quali la negazione di ferie e permessi, privazione dei collaboratori) formalmente legittimi;
  • perdurante situazione di tensione derivante da: sanzioni disciplinari illegittime, rigetto di richiesta di mobilità, archiviazione della richiesta di qualifica superiore, riduzione delle funzioni;
  • adozione di provvedimenti disciplinari in modo pretestuoso, amplificando l’importanza attribuita a fatti di modesta rilevanza con la specifica volontà di colpire il lavoratore per indurlo alle dimissioni, e/o per precostituire una base per disporre il suo licenziamento.

A chi spetta dimostrare il mobbing

Il principio generale del processo civile è quello del cosiddetto «onere della prova»: chi agisce in causa deve dimostrare i fatti che assume essere a fondamento dei propri diritti. Ciò significa che spetta al lavoratore dimostrare tutti gli elementi costitutivi del mobbing, le condotte del datore e, in particolare, del danno psicofisico subito. Il lavoratore deve anche dimostrare – cosa tutt’altro che facile – l’intento persecutorio, ossia lo specifico “disegno” del datore mirato alla sua emarginazione.

Come si distingue il mobbing dalla semplice sanzione disciplinare?

Uno dei poteri tipici del datore di lavoro è quello di comminare le sanzioni disciplinari ai dipendenti che non rispettino la legge, il contratto di lavoro, il contratto collettivo o il regolamento aziendale. Ma l’esercizio del potere disciplinare non può essere scriteriato e utilizzato come scusa per mobbizzare il dipendente, dovendo al contrario rispettare limiti ben precisi. La Cassazione [1] ha stabilito ad esempio che l’esercizio del potere disciplinare, se abusivo e strumentale all’estromissione del dipendente dall’azienda, è idoneo a integrare la fattispecie del mobbing. In altri casi, i giudici hanno invece chiarito che l’esercizio, anche se scorretto e abnorme del potere disciplinare non integra di per sé il mobbing.

I tribunali hanno negato che il semplice abuso del potere disciplinare possa integrare  il mobbing. In altre parole, l’eccesso delle sanzioni comminate al dipendente distratto, indolente o negligente non fa scattare il mobbing, ai cui fini sono invece indispensabili altri e più gravi comportamenti censurabili. La Cassazione ha ritenuto che, oltre ai provvedimenti disciplinari, siano necessarie ulteriori azioni mirate all’isolamento del dipendente, come lo spostamento ingiustificato di reparto.

I semplici richiami verbali – a detta del Tribunale di Milano [2] – sebbene reiterati non possono far scattare il mobbing.

Il mobbing richiede anche la frequenza e l’intensità dei provvedimenti disciplinari. Si è detto, indicativamente, che il datore di lavoro, per evitare il mobbing, dovrebbe astenersi dall’irrogare provvedimenti per più di una volta al mese nell’arco di un semestre [3], scongiurando con ciò la condizione indispensabile – la cui prova, ancora una volta, spetta al dipendente – della sistematicità delle condotte persecutorie del mobbing.

Che diritti ha il lavoratore che subisce mobbing?

Il dipendente mobbizzato può rivolgersi al giudice del lavoro per chiedere che venga ordinato al proprio datore di lavoro la cessazione del comportamento. Si può anche chiedere che il datore di lavoro risarcisca al lavoratore di danni che ha subito, che di solito sono di natura psicofisica (un infarto, insonnia, depressione, ecc.).

Quali tipi di danni sono risarcibili in caso di mobbing?

Il datore di lavoro è responsabile nei confronti del lavoratore vittima di mobbing per il danno biologico, morale, esistenziale e alla professionalità subito da quest’ultimo in conseguenza del suo comportamento. Al fine di ottenere il risarcimento del danno biologico o alla salute sarà necessaria una preventiva valutazione medico-legale relativa all’esistenza di un danno alla salute e al grado dell’invalidità temporanea o permanente subita dal dipendente oggetto di mobbing.

A quanto ammonta il risarcimento per il mobbing?

Non sempre è facile individuare l’entità del risarcimento per il mobbing. Di solito, in caso di danni alla salute ben accertabili, si fa riferimento alle tabelle del danno biologico come nel caso di incidenti stradali o infortuni sul lavoro. Quando ciò non sia possibile, il giudice liquida il danno «in via equitativa» ossia in base a quanto, a seconda del caso concreto, gli appare giusto avendo comunque come riferimento la retribuzione relativa al periodo di consumazione dell’illecito [5].

Secondo il tribunale di Milano [6], in ipotesi di mobbing può essere riconosciuto al lavoratore il risarcimento del danno esistenziale che si aggiunge al danno biologico in senso stretto, ove provato.

I danni morali, esistenziali e alla professionalità vengon in genere liquidati dai giudici in via equitativa. Soprattutto per quanto concerne il danno alla professionalità, si tende a riconoscere al lavoratore mobbizzato un importo pari a una quota della retribuzione che il dipendente ha percepito nel periodo in questione.

Stalking, cosa fare

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contro chi commette atti persecutori – cosiddetto stalking – c’è la possibilità di presentare querela oppure fare richiesta di ammonimento del Questore.

Una persona ti sta perseguitando da più settimane: ti chiama, ti pedina, di scrive in continuazione messaggi su Facebook e su WhatsApp. Hai provato a bloccarlo, ma ciò nonostante le intrusioni nella tua vita privata sono continuate. Così hai deciso di fargli scrivere da un avvocato e, persistendo tali comportamenti, di denunciarlo per stalking. Dopo la denuncia c’è stato un breve periodo di tranquillità, durante il quale hai creduto di esserti definitivamente liberata dal maniaco. Ma si è trattato solo di una pausa. Le condotte ossessive sono ricominciate con la stessa insistenza di prima. Così ti chiedi se è il caso di presentare una nuova querela ai carabinieri: magari, con la seconda, la pena per il colpevole potrebbe aumentare e questi potrebbe essere definitivamente allontanato. A spiegare, in caso di stalkging, che fare se le persecuzioni continuano è una recente sentenza della Cassazione [1].

Se sei vittima di uno stalking – ossia di atti persecutori tali da farti temere per la tua incolumità fisica o per quella di un tuo caro, o da comportarti uno stato di paura e di ansia tale da farti cambiare le abitudini di vita – puoi presentare querela ai Carabinieri o, in alternativa, presentare richiesta del cosiddetto ammonimento del Questore. In questa sede ci occuperemo di entrambe queste soluzioni per chiarire cosa fare in caso di stalking.

Quando c’è stalking?

Nel codice penale non troverete mai la parola stalking, che è un inglesismo, ma piuttosto quella di atti persecutori, ma la sostanza è la stessa. Si tratta di un insieme di condotte oppressive, sotto forma di minacce, molestie, atti lesivi continuati che inducono nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un ragionevole senso di timore. Non esistono situazioni “tipiche” che fanno scattare lo stalking: anche se, di norma, si tratta sempre di un delitto a sfondo sentimentale, ben potrebbe aversi stalking anche da parte di un vicino del condominio o di un collega di lavoro.

La definizione di stalking la troviamo – come si diceva – all’interno del codice penale [2]: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Lo stalking si caratterizza per essere un’attività persecutoria costituita da comportamenti reiterati nel tempo e di entità tale da spaventare la vittima, incuterle uno stato di ansia o di timore per la propria incolumità o quella delle persone a le più care; oppure deve consistere in una molestia tale da indurre la vittima a modificare le proprie abitudini di vita (disattivare una linea telefonica, sospendere l’account Facebook, cambiare orario di lavoro o strada per tornare a casa, farsi accompagnare al rientro da un amico, ecc.). In pratica, lo stalking può consistere in tre ipotesi:

  • nel grave e perdurante stato di ansia e paura cagionato alla persona offesa;
  • nel timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva;
  • nel cambiamento delle proprie abitudini di vita.

È necessario, inoltre, porre in essere condotte “reiterate” tali da cagionare almeno uno dei tre eventi sopra indicati. Al riguardo, la Cassazione ha sancito che «Il delitto di atti persecutori è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione dei quali è idoneo a integrarlo, essendo quindi configurabile quando il comportamento minaccioso o molesto, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero abbia costretto la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita». Bastano, comunque, a integrare la reiterazione quale elemento costituitivo del reato anche due sole condotte di minaccia o di molestia [3].

In pratica lo stalking si sostanzia in condotte vessatorie di minaccia e molestia che, reiterate nel tempo, minano profondamente la vita della vittima provocandole gravi stati d’ansia, fino a costringerla a mutare le sue abitudini e stili di vita.

Attenzione però, anche la parte offesa deve mantenere le distanze: atteggiamenti di “apertura” nei confronti dello stalker potrebbero comportare l’assoluzione del molestatore. Secondo infatti quanto chiarito dalla Cassazione [4], fa venire meno il reato di stalking il comportamento della vittima che risponde al telefono al proprio molestatore e acconsente ad un incontro chiarificatore.

Qualche esempio di stalking

La giurisprudenza ha considerato stalking le condotte più varie quali molestie e minacce di vario tipo, telefonate, anche mute, sms, e-mails, molestie tramite lettere, inseguimenti, pedinamenti, appostamenti sotto casa, il reperimento di informazioni sulla persona e il contatto con coloro che vivono accanto alla vittima, atti vandalici su beni della vittima, murales, invio di fiori o regali, furti della corrispondenza. E’ stato altresì individuato il delitto di stalking in casi di estenuanti discussioni e minacce tendenti ad indurre e costringere la persona offesa a riprendere una relazione amorosa, o anche in ipotesi di comportamenti assillanti nelle occasioni di incontro tra ex partner necessari per esercitare il diritto di visita dei figli. Rilevante è altresì la considerazione nei confronti delle nuove tecnologie che possono essere utilizzate in maniera  persecutoria o assillante. E’ stato così definito stalking anche l’invio continuo di e-mail o l’intromissione in siti quali Facebook o anche divulgare tramite tali mezzi filmati riguardanti la vittima. In astratto è stato anche considerato possibile configurare il reato nel comportamento del genitore che, preoccupato, assilla il figlio con continue telefonate.

Quali sono le pene previste per lo stalking?

Il molestatore è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, che possono aumentare se il fatto è commesso dal coniuge anche separato o divorziato o se il fatto è commesso con strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata sino alla metà se il fatto è commesso nei confronti di un minore, di una donna in stato di gravidanza, di una persona disabile oppure a mezzo di armi.

In tema di misure a protezione della vittima, può essere disposto:

  • la custodia cautelare in carcere;
  • il divieto di avvicinamento, ossia di non avvicinarsi fisicamente alla vittima;
  • il divieto di comunicazione che consiste nel non avere contatti e non rivolgersi alla persona offesa con la parola o con lo scritto, compreso il divieto di guardare, quando lo sguardo assume la funzione di intimorire o minacciare.

La querela contro lo stalking

Anche se il primo (e più immediato) mezzo di tutela per la vittima di uno stalking resta la diffida dell’avvocato, che provvede a inviare una lettera al responsabile, intimandogli la cessazione del comportamento illecito, la vittima può far da sé e procedere direttamente a una querela. In tal caso dovrà recarsi presso il più vicino comando dei Carabinieri o di Polizia e narrare i fatti, eventualmente producendo i documenti che comprovano quanto affermato. Gli agenti redigeranno un verbale. Non c’è bisogno di andare accompagnati dall’avvocato. Occorre esporre alle Forze di Polizia i fatti sempre nella maniera più chiara e particolareggiata possibile cercando di ricordare con esattezza la successione degli eventi.

La querela deve essere depositata entro sei mesi dal fatto.

È sempre possibile ritirare la querela se la persona querelata accetta. La querela può essere ritirata fino a che non inizi il processo.

Non può essere ritirata la querela (e il reato sarà procedibile d’ufficio) tutte le volte in cui la condotta è posta con minacce gravi o da un soggetto già ammonito dal Questore (v. dopo) o nei confronti di un minore o un disabile.

Gli atti verranno trasmessi alla Procura della Repubblica che avvierà le indagini e, all’esito di queste, sussistendo le prove della responsabilità del colpevole, inizierà il vero e proprio procedimento penale. La vittima può costituirsi «parte civile» nel processo penale – questa volta necessariamente con un avvocato – per ottenere il risarcimento del danno. Le sue dichiarazioni verranno utilizzate dal giudice come elemento di prova per arrivare alla condanna. Secondo infatti la Cassazione [5], le dichiarazioni della persona offesa dal delitto possono essere anche da sole poste a fondamento della sentenza di responsabilità se sottoposte a vaglio critico circa l’attendibilità del dichiarante e l’attendibilità oggettiva di quanto riferito.

La Corte ha altresì precisato come, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile, può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi [6].

L’ammonimento del Questore verso lo stalker

Fino a quando non propone querela, la vittima di stalking può rivolgersi alla polizia affinché trasmetta al Questore la richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta.

Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale».

L’ammonimento del Questore consiste quindi in un provvedimento amministrativo con il quale il questore invita il destinatario «a tenere una condotta conforme alla legge». Si tratta, pertanto, di un provvedimento che, pur incidendo solo in minima misura (rispetto invece alla sanzione del giudice penale) sulla libertà personale dell’ammonito, ha sicuramente una efficacia preventiva.

Questa procedura si articola in tre fasi:

  • la vittima espone i fatti e le azioni poste in essere dallo stalker, indicando eventuali testimoni;
  • il questore, ricevuta la richiesta, assume le necessarie informazioni, anche previa convocazione del presunto stalker;
  • all’esito di questa attività istruttoria, il questore deciderà per il rigetto o per l’accoglimento dell’istanza.

Con l’ammonimento il questore diffida lo stalker ad astenersi dal compiere atti persecutori nei confronti della vittima, invitandolo al rispetto della legge. Qualora il responsabile non si attenga all’invito formulato dall’autorità, questi verrà perseguito penalmente senza bisogno che la vittima presenti querela e, in caso di condanna, vi sarà un aumento di pena.

Come procurarsi le prove in caso di telefonate?

In caso di molestie telefoniche è possibile registrare le chiamate (anche quelle mute). Anche nel caso in cui non riusciate a registrare le telefonate, esistono comunque dei metodi per risalire all’autore delle telefonate richiedendo i tabulati telefonici. Inoltre è consigliabile tenere un diario per riportare e poter ricordare gli eventi più importanti che potrebbero risultare utili in caso di denuncia, ovvero raccogliere più dati possibili sui fastidi subiti, come ad esempio, conservare eventuali lettere o e-mail a contenuto offensivo o intimidatorio.

Quando per lo stalking non è necessaria la querela

Secondo la Cassazione [7] si può procedere contro lo stalker anche senza querela quando le condotte sono particolarmente odiose e gravi. La legge [8] ha stabilito l’irrevocabilità della querela presentata nei termini per il reato di stalking; sicché, da ora in poi, non sarà più possibile una remissione di querela. Tuttavia, la Cassazione ha stabilito un ulteriore ampliamento delle possibilità di intervento in favore delle vittime di stalking, perché la procedibilità d’ufficio vale anche quando la querela non sia stata mai presentata o sia stata presentata tardivamente o irritualmente. In questi casi, se dalle loro condotte di atti persecutori derivano delle lesioni, gli stalker potranno essere perseguiti d’ufficio in sede penale [9].

Se lo stalking continua dopo la denuncia

Secondo la Cassazione, essendo lo stalking un reato «continuato», se le condotte persecutorie continuano anche dopo aver denunciato il fatto ai carabinieri, non c’è bisogno di fare una seconda denuncia-querela. E ciò perché la prima si estende anche ai fatti commessi dopo il suo deposito trattandosi di condotte reiterate da valutare nella loro complessità, a prescindere se commesse prima, dopo o durante il deposito della denuncia alle autorità.

Niente assegno di divorzio se l’ex coniuge si può mantenere

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La moglie deve essere mantenuta? Assegno di divorzio negato a chi ha già un lavoro e va a vivere a casa degli ex genitori.

Non c’è più ragione di mantenere chi può farlo da sé. Dopo il divorzio si recide ogni legame tra i coniugi: per cui nessun mantenimento è più dovuto, salvo situazioni eccezionali di incapacità economica incolpevole, quando cioè non si ha più l’età o la salute per reimpiegarsi nel mondo del lavoro. Non basta neanche essere disoccupati per pretendere il mantenimento se il richiedente è ancora giovane e non presenta inabilità al lavoro: a lui spetta dimostrare di non aver potuto trovare un impiego per rendersi autosufficiente. Sono questi i principi sposati dal tribunale di Roma che non solo ha recepito, in materia di divorzio, il nuovo orientamento della Cassazione inaugurato il 10 maggio 2017 con la famosa sentenza “Grilli”, ma è anche andata oltre, estendendolo anche ai casi di separazione. Il tutto viene ribadito in una sentenza recente [1] con cui viene affermato a chiare lettere: niente assegno di divorzio se l’ex coniuge si può mantenere.

La moglie deve essere mantenuta?

Partiamo dal quesito “cruciale”: l’ex moglie va mantenuta? La risposta dipende da alcuni (pochi, in realtà) fattori di cui parleremo a breve. Di certo il mantenimento non è più scontato come un tempo in cui, alla donna che lasciava il marito (o che veniva lasciata), era sempre dovuto un assegno salvo che si fosse resa colpevole della rottura del matrimonio (tradendo o abbandonando il marito). Oggi le cose vanno pressappoco nel seguente modo.

Mantenimento dopo la separazione

Nel periodo intermedio che va tra la separazione e il divorzio, la Cassazione ha preferito lasciare le cose com’erano un tempo. Affinché il coniuge con un reddito più basso non si trovi, dalla sera alla mattina, senza possibilità di mantenersi e organizzare il proprio nuovo futuro, il coniuge col reddito più alto deve versargli un mantenimento tale da garantirgli lo stesso tenore di vita di cui godeva quando ancora conviveva col primo. In pratica, i due redditi prima si sommano tra loro e poi si dividono tra marito e moglie, detratte le spese (criterio molto approssimativo ma che rende l’idea di come, sostanzialmente, lo scopo sia quello di colmare la sproporzione economica).

L’obbligo di versare il mantenimento andando a togliere al marito la parte di ricchezza che ha “in più” rispetto alla moglie resta però per un tempo limitato, ossia solo fino a quando i due non procedono al divorzio. Divorzio che può essere chiesto al più entro un anno dalla separazione se questa avviene in via giudiziale (ossia con una causa); invece se la separazione avviene con un accordo, il divorzio si può chiedere già dopo sei mesi.

Per inciso: il tribunale di Roma non ha condiviso questa posizione della Cassazione e ha stabilito che anche con la separazione (così come vedremo a breve per il divorzio) non è più necessario garantire lo stesso tenore di vita, ma semplicemente l’autosufficienza economica, ossia l’indispensabile per vivere (leggi sul punto Abolito anche l’assegno di mantenimento dopo la separazione).

Mantenimento dopo il divorzio

Regole completamente diverse valgono quando la coppia divorzia. Qui lo scopo del mantenimento (o meglio detto «assegno di divorzio») non è più quello di garantire lo stesso tenore di vita, ma solo l’indipendenza economica o, per dirla con le parole della cassazione, l’autosufficienza. L’ex che riesce a mantenersi da solo o che, pur potendo farlo non vi provvede, non ha diritto all’assegno. Cosa significa in pratica? Che non può chiedere il mantenimento:

  • l’ex che ha già un reddito adeguato alle esigenze primarie di vita, tale cioè da renderlo autonomo e autosufficiente: questo reddito viene valutato in base alle condizioni economiche medie della zona in cui vive. Secondo il Tribunale di Milano corrisponde a mille euro al mese [3]. Ciò significa che chi guadagna questa cifra (o una superiore) non ha diritto al mantenimento; chi ne guadagna una inferiore, ha diritto a un contributo nei limiti delle possibilità economiche dell’ex coniuge fino a garantirgli tendenzialmente l’autosufficienza;
  • l’ex disoccupato se è ancora giovane, in salute e non dimostra di essersi adoperato per cercare un lavoro ma non lo ha trovato.

Invece, la condizione tipica per chiedere il mantenimento è quella dell’ex coniuge – di solito la moglie – che, dopo essersi occupata una vita della casa e aver così rinunciato alla carriera, si trova sola a cinquant’anni e non più in grado di trovare un lavoro (visto che a quell’età è più difficile rimediare un impiego).

 Come deve essere il mantenimento dei figli?

Per quanto invece riguarda il mantenimento dei figli, nulla è cambiato rispetto al passato. A questi spetta il diritto di essere mantenuti non solo fino ai 18 anni ma fino all’indipendenza economica (che vuol dire non un semplice lavoro occasionale, ma stabilità seppur non ricchezza), e tenendo comunque conto dello stesso tenore di vita che avevano quando ancora vivevano coi genitori o quando padre e madre erano uniti.

Un esempio concreto 

Il caso deciso dalla sentenza in commento rende l’idea di quella che può essere una possibile situazione in cui l’assegno di divorzio viene negato. La signora, laureata, oltre a percepire un reddito da lavoro dipendente, viveva nella casa di proprietà della madre e godeva di alcune rendite. Ella, dunque, come marcato dal legale del marito, aveva i mezzi adeguati per potersi mantenere da sé. La coniuge si difende sostenendo di essere onerata da spese mediche necessitate dal suo stato di salute e che, comunque, le rendite erano destinate ai bisogni dell’anziana madre.

Il divorzio estingue definitivamente ogni rapporto tra i coniugi, anche patrimoniale. L’assegno, perciò, siccome di natura assistenziale, spetta solo al divorziato privo dei mezzi sufficienti a vivere (non a conservare il precedente tenore di vita) o che non possa procurarseli per motivi legati all’età, alla salute o al mercato lavorativo.

Così, nel decidere sul diritto all’assegno, il giudice deve verificare: la mancanza di risorse adeguate o l’impossibilità di assicurarsele per motivi oggettivi con riferimento – è questa la svolta della Grilli – al criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica, desunta dai precisi indici: possesso di redditi o cespiti; capacità e possibilità effettive di lavoro; stabile disponibilità di un’abitazione. Secondo il Tribunale di Milano l’indipendenza economica consiste nella «capacità per una persona adulta e sana, tenuto conto del contesto sociale di inserimento, di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali». Il tutto pari a circa mille euro al mese (il limite di reddito che consente l’accesso al patrocinio a spese dello Stato).

L’assegno di divorzio, in buona sostanza, va negato al divorziato autonomo o in grado di esserlo.

Dichiarazione di successione: come fare e quando

Posted on : 22-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Successioni: non è bello trovarsi, all’alba di un dolore, ad affrontare anche i problemi burocratici; eppure la dichiarazione di successione è un adempimento tutt’altro che semplice e lineare. Vediamo di che si tratta e come fare per “uscirne vivi”.

La dichiarazione di successione è un documento di natura fiscale a carico degli eredi del defunto e serve a informare l’Agenzia delle Entrate sull’ammontare e composizione del patrimonio ereditato per calcolare e pagare diverse imposte che variano a seconda del valore dello stesso e del grado di parentela.

Quando presentare la dichiarazione e sanzioni previste

La dichiarazione deve essere presentata entro dodici mesi dalla data del decesso, che coincide con l’apertura della successione.

In caso di dichiarazione omessa si applica una sanzione che va dal 120% al 240% dell’imposta liquidata e se non è dovuta imposta si applica la sanzione amministrativa da 250 a 1.000 euro; se la dichiarazione è presentata con un ritardo non superiore a 30 giorni si applica la sanzione amministrativa dal 60% al 120% dell’imposta liquidata e se non è dovuta imposta si applica la sanzione amministrativa da 150 a 500 €.

Il mancato pagamento, in tutto o in parte, delle imposte ipotecarie, catastali e degli altri tributi “autoliquidati” comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pari al 30% di ogni importo non versato [1], tuttavia è possibile effettuare il pagamento dei tributi autoliquidati con una sanzione ridotta prima che avvenga l’accertamento da parte dell’ufficio (c.d. “ravvedimento operoso[2]). La sanzione è pari ad una percentuale ridotta delle imposte dovute a secondo del ritardo:

  • pagamento effettuato entro 15 gg dalla scadenza la sanzione è pari allo 0,1% delle imposte dovute per ogni giorno di ritardo;
  • pagamento effettuato entro 30 gg dalla scadenza la sanzione è pari al 1,5%;
  • pagamento effettuato entro 90 gg dalla scadenza la sanzione è pari al 1,67%;
  • pagamento effettuato entro 1 anno dalla scadenza la sanzione è pari al 3,75%;
  • pagamento effettuato oltre 1 anno ma entro il 2° dalla scadenza la sanzione è pari al 4,29%;
  • pagamento effettuato oltre 2 anni dalla scadenza la sanzione è pari al 5%.

Il versamento della sanzione ridotta deve essere eseguito contestualmente al pagamento, in ritardo, del tributo, nonché al pagamento degli interessi moratori (al tasso legale) dovuti.

Come e dove presentare la dichiarazione

La dichiarazione va presentata esclusivamente in via telematica direttamente dal dichiarante ovvero da soggetti delegati quali un commercialista o un Caf (non è obbligatorio rivolgersi ad un notaio). L’Agenzia delle Entrate rende disponibile sul proprio sito internet un programma software gratuito per compilarla ed inviarla. Con lo stesso programma è possibile anche compilarla e stamparla, avvalendosi poi dell’ufficio dell’Agenzia delle Entrate per la trasmissione. È competente quello dove la persona defunta ha avuto l’ultima residenza. Se la residenza è sconosciuta o fuori dall’Italia, l’ufficio competente è l’Agenzia delle Entrate di “ROMA 6”, 00144 Roma, via Canton n. 20. Se il defunto ha avuto la residenza in Italia, prima di trasferirsi all’estero, l’ufficio è quello dell’ultima residenza italiana conosciuta.

Nel caso in cui il decesso sia avvenuto in data anteriore al 3.10.2006 deve essere utilizzato il modello cartaceo di dichiarazione precedente. Ciò vale anche per le dichiarazioni integrative, sostitutive o modificative di una denuncia presentata con il precedente modello, ove continuerà ad essere utilizzata la modalità di presentazione cartacea.

La presentazione cartacea del modello all’ufficio territoriale competente, tramite raccomandata o altro mezzo equivalente è consentita in via eccezionale solo per i residenti all’estero, se impossibilitati alla trasmissione telematica.

Con la presentazione della dichiarazione di successione il dichiarante è tenuto contestualmente al pagamento (se dovute) delle imposte ipotecarie e catastali, dell’imposta di bollo, delle tasse ipotecarie e dei tributi speciali che si pagano in “autoliquidazione” ovvero vengono autonomamente calcolate e versate dal contribuente, contestualmente alla presentazione della dichiarazione. Le modalità di pagamento delle somme autoliquidate sono le seguenti:

  1. dichiarazione presentata direttamente dal dichiarante: il pagamento deve essere effettuato mediante addebito diretto sul conto corrente;
  2. dichiarazione presentata tramite intermediario abilitato: il pagamento deve essere effettuato mediante addebito on line disposto dall’intermediario sul conto corrente del dichiarante;
  3. dichiarazione presentata tramite l’ufficio dell’Agenzia delle entrate, il pagamento può essere effettuato in banca, all’ufficio postale o all’agente della riscossione, utilizzando il modello F24 oppure mediante addebito sul conto corrente.

Successivamente ai controlli effettuati dall’ufficio, il sistema dell’Agenzia delle Entrate, rilascia una ricevuta (con una copia semplice della dichiarazione di successione) contenente gli estremi di registrazione che sarà resa disponibile nel “cassetto fiscale” del dichiarante e di tutti i beneficiari indicati in dichiarazione.

Per ottenere il rilascio di copia conforme della dichiarazione (spesso richiesta dalle banche per il trasferimento dei depositi e conti correnti) il contribuente potrà effettuare una richiesta in qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, pagando le relative somme dovute per il ritiro.

Voltura automatica degli immobili al Catasto (novità)

Con la presentazione del nuovo modello di dichiarazione non sarà più necessario effettuare le volture catastali di fabbricati e terreni che avverranno in automatico, salvo diversa opzione del contribuente. Ciò non è possibile, tuttavia, nel caso di immobili ricadenti nei territori ove vige il “Sistema Tavolare”, per quelli gravati da “oneri reali” e nei casi di eredità giacente oppure eredità amministrata e di trust. In questi ultimi casi dal momento della registrazione della dichiarazione decorrono 30 giorni per presentare la domanda di voltura degli immobili. Il sistema telematico fornirà una ricevuta, contenente l’esito della domanda di volture catastali, indicando se tutti o solo parte degli immobili sono stati volturati. In caso di voltura parziale saranno indicati i dati degli immobili ove sono state riscontrate incongruenze che non consentono la voltura.

Quali beni dichiarare nella successione?

La dichiarazione di successione ricomprende tutti i beni e i diritti di cui il defunto era titolare in vita che corrispondono al suo patrimonio, anche conosciuto tecnicamente come “attivo ereditario” dal quale sarà possibile dedurre anche i debiti (c.d. passivo ereditario). Tra i beni e diritti vi rientrano:

  • beni immobili e quindi fabbricati e terreni (agricoli ed edificabili)
  • beni mobili e titoli al portatore posseduti dal defunto o depositati presso altri a suo nome;
  • denaro, gioielli, preziosi e mobilia (tra cui quadri ed opere d’arte): si presumono compresi nell’attivo ereditario per un importo pari al 10% del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario anche se non dichiarati o dichiarati in misura inferiore, salvo che da un inventario analitico [3];
  • rendite, pensioni e crediti (tra cui anche rimborsi fiscali): tra questi rientra il diritto alla liquidazione delle quote di società semplici, in nome collettivo (Snc) e in accomandita semplice (Sas); il valore è determinato in base al valore, alla data dell’apertura della successione, del patrimonio netto della società, risultante dall’ultimo inventario regolarmente redatto ovvero in mancanza di questo, dal valore complessivo dei beni e diritti appartenenti alla società al netto delle passività;
  • aziende (agricoli e commerciali), quote sociali, azioni o obbligazioni;
  • navi, imbarcazioni e aeromobili che non fanno parte di aziende.

È sempre consigliabile indicare in dichiarazione, anche se esenti dall’imposta di successione per legge, i titoli del debito pubblico (ivi compresi BOT e CCT), anche se emessi dagli Stati appartenenti all’Unione Europea e gli altri titoli di Stato, garantiti dallo Stato o equiparati nonché ogni altro bene o diritto similare dichiarato per legge esente.

L’indennità di fine rapporto (c.d. TFR) in caso di morte del prestatore di lavoro [4] e l’indennità spettante per diritto agli eredi in forza di assicurazioni previdenziali obbligatorie o stipulate dal defunto (c.d. assicurazioni sulla vita) non devono essere dichiarate nella successione (e quindi non si pagano imposte).

L’imposta di successione è dovuta per i beni e diritti, anche se esistenti all’estero, nel caso in cui alla data di apertura della successione la persona deceduta era residente in Italia. In caso contrario, l’imposta è comunque dovuta limitatamente ai beni e diritti esistenti in Italia.

Chi è obbligato a presentare la dichiarazione?

Sono tenuti alla presentazione della dichiarazione di successione:

  1. i chiamati all’eredità ovvero tutti i soggetti (persona fisica o giuridica), che non hanno ancora accettato l’eredità, ai quali potenzialmente può essere trasmesso il patrimonio del defunto oppure una sua quota;
  2. gli eredi: la qualità di erede, secondo legge, si acquista con l’accettazione (espressa o tacita) dell’eredità, il cui effetto risale al momento del decesso (data di apertura della successione);
  3. i legatari: sono destinatari di uno o più beni oppure uno o più diritti, determinati dal defunto con testamento (ad esempio la persona a cui il defunto lascia un appartamento è un legatario e non un erede). Il legato si acquista senza bisogno di accettazione.
  4. i rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;
  5. gli immessi nel possesso temporaneo dei beni dell’assente: questo si verifica quando una persona è scomparsa e non se ne hanno più notizie da almeno due anni; può essere così richiesto, al tribunale della sua ultima residenza o domicilio, che ne sia dichiarata l’assenza. Dopo questa sentenza, chi sarebbe stato erede o legatario del soggetto dichiarato assente può domandare al tribunale di entrare in possesso temporaneo dei beni dello scomparso;
  6. gli amministratori dell’eredità. L’amministratore dell’eredità è previsto in casi particolari, come ad esempio, quando il testamento designa un erede sotto condizione: se per diventare “erede” occorre che accada un evento futuro ed incerto previsto nel testamento;
  7. i curatori dell’eredità giacente. Il curatore dell’eredità giacente è nominato dal Tribunale quando il “chiamato” non ha accettato l’eredità e non è nel possesso dei beni ereditari; il curatore ha il compito di amministrare il patrimonio ereditario fino a quando l’eredità viene accettata;
  8. gli esecutori testamentari. L’esecutore testamentario è il soggetto a cui il defunto può dare il compito di curare le sue ultime volontà, espresse nel testamento.
  9. i trustee. Il trust è un istituto giuridico nel quale vengono trasferiti i beni del disponente (o settlor), nel caso di specie il defunto, affinché vengano amministrati e gestiti in favore di altri soggetti (beneficiari), a cui l’amministratore (trustee) dovrà trasferirli dopo un periodo di tempo o una volta raggiunto uno scopo.

È comunque sufficiente che la dichiarazione sia sottoscritta da uno solo dei soggetti obbligati.

Chi non deve presentare la dichiarazione?

La dichiarazione non deve essere presentata se l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto e l’attivo ereditario (valore dei beni) non è superiore a 100.000 € e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari (fabbricati e terreni). La dichiarazione non deve essere presentata anche se tutti gli aventi diritto rinunciano all’eredità o al legato, oppure, non essendo nel possesso dei beni ereditari, chiedono la nomina di un curatore dell’eredità, prima del termine previsto per la presentazione della dichiarazione.

Quali documenti servono per la successione?

Con la dichiarazione di successione deve essere obbligatoriamente indicato l’albero genealogico, dal quale risulti il nome, cognome, luogo e data di nascita del coniuge e dei soggetti beneficiari legati al defunto da vincoli di parentela. Per predisporre in modo corretto la dichiarazione di successione è necessari acquisire i seguenti documenti o informazioni:

  • dichiarazione sostitutiva del certificato di morte
  • autocertificazione stato di famiglia alla data del decesso
  • autocertificazione stato di famiglia degli eredi
  • visure catastali degli immobili
  • nel caso vi siano conti correnti, libretti di risparmi, titoli, etc. è necessario farsi rilasciare dagli istituti finanziari i certificati di consistenza liquidità
  • certificati di destinazione urbanistica quando in successione ricadono dei terreni edificabili
  • se vi è testamento copia del testamento pubblicato
  • sapere se almeno uno degli eredi può usufruire dell’agevolazione prima casa e quindi richiesta e dichiarazione per agevolazione prima casa
  • dati anagrafici del defunto compreso codice fiscale
  • ultima residenza del defunto
  • se vi era la comunione dei beni o la separazione: nel caso di comunione dei beni prestare attenzione a quando sono stati acquistati gli immobili (fabbricati e terreni) ossia se sono stati acquistati prima o dopo il matrimonio. I beni acquistati durante il matrimonio per legge (dal 1975 in poi) sono da considerarsi di entrambi i coniugi, salvo non ci siano particolari disposizioni nell’atto notarile e i coniugi abbiano optato per il regime di separazione di beni.
  • dati anagrafici di tutti gli eredi, compreso codice fiscale
  • indirizzi di residenza di tutti gli eredi
  • sapere se vi è qualcuno che rinuncia all’eredità: in tal caso il rinunciante dovrà recarsi dal notaio o in cancelleria del tribunale per redigere verbale di rinuncia all’eredità che andrà allegato alla dichiarazione.

In ordine di importanza, poi, ove ne ricorrano le condizioni devono essere presentati i seguenti documenti:

  1. copia dei documenti di prova delle passività;
  2. copia autentica del documento, con data anteriore all’apertura della successione, comprovante i debiti del defunto preesistenti, ovvero del provvedimento giurisdizionale definitivo: se il debito non è certificato dai suddetti documenti, deve risultare da attestazione redatta sul modello conforme “dichiarazione di sussistenza di debito” presente sul sito dell’Agenzia delle entrate, sottoscritto da uno dei soggetti obbligati alla dichiarazione di successione, nonché dai creditori del defunto (tranne che per i debiti verso i dipendenti);
  3. i documenti di prova delle deduzioni, riduzioni e detrazioni di cui si intende fruire;
  4. la richiesta di agevolazioni sulle imposte ipocatastali comprensiva della dichiarazione sostitutiva di atto notorio;
  5. la richiesta di riduzioni sull’imposta di successione comprensiva della dichiarazione sostitutiva di atto notorio;
  6. la dichiarazione con cui il coniuge ed i discendenti del defunto, destinatari di trasferimenti anche tramite patti di famiglia, di aziende o rami di aziende, di quote sociali e azioni, si impegnano a proseguire l’esercizio dell’attività d’impresa o a detenerne il controllo (limitatamente alle società di capitali) per un periodo non inferiore a 5 anni dalla data del trasferimento;
  7. la copia dell’ultimo bilancio o inventario, ovvero prospetto attestante attività e passività dell’azienda dal quale risulti il patrimonio netto alla data di apertura della successione;
  8. in caso di successione testamentaria, la copia degli atti di ultima volontà del defunto, nonché la copia del verbale di pubblicazione del testamento, ove è regolata la successione;
  9. copia dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata dai quali risulta l’eventuale accordo delle parti per l’integrazione dei diritti di legittima lesi;
  10. le copie degli inventari richiesti dalla legge (ad esempio il verbale di apertura della cassetta di sicurezza redatto dal notaio o da un funzionario dell’Agenzia delle entrate);
  11. i certificati di morte di soggetti deceduti all’estero, unitamente alla dichiarazione sostituiva di atto notorio attestante che gli stessi costituiscono copie degli originali;
  12. i certificati relativi a navi e aeromobili posseduti all’estero, unitamente alla dichiarazione sostituiva di atto notorio attestante che gli stessi costituiscono copie degli originali;
  13. documentazione comprovante l’eventuale imposta pagata all’estero, unitamente alla dichiarazione sostituiva di atto notorio attestante che la stessa costituisce copia dell’originale;
  14. copia del documento d’identità di chi sottoscrive le dichiarazioni sostitutive di atto notorio da allegare alla dichiarazione di successione (qualora rese dai beneficiari diversi dal dichiarante);
  15. nel caso di documenti redatti in lingua straniera, traduzione in italiano da un perito iscritto presso il tribunale ed asseverata con giuramento, unitamente alla dichiarazione sostituiva di atto notorio attestante che la stessa costituisce copia dell’originale. (Gli atti redatti nella lingua straniera vigente nei territori in cui per legge è riconosciuto il “bilinguismo” non hanno bisogno di essere tradotti se presentati agli uffici territoriali di competenza che fanno parte dei suddetti territori, ad esempio nella provincia di Bolzano [5]).

Inoltre, è opportuno allegare alla dichiarazione:

  • la copia della sentenza dichiarativa dell’assenza o della morte presunta;
  • la copia dell’atto di rinuncia all’eredità;
  • la copia dell’atto costitutivo dell’unione civile;
  • la dichiarazione sostitutiva di atto notorio dalla quale risulti la destinazione urbanistica dei terreni.

Chi presenta il modello di successione, deve conservare i seguenti documenti, oltre a quelli citati nel precedente paragrafo:

  • la copia cartacea, sottoscritta, del modello trasmesso, oppure il file da conservare in modo conforme alle disposizioni normative vigenti in materia di conservazione dei documenti informatici;
  • gli originali delle dichiarazioni sostitutive di atto notorio rese in allegato alla dichiarazione (se non sottoscritte con firma digitale o non trasformate in copie informatiche di documenti analogici la cui conformità all’originale è attestata da un pubblico ufficiale), unitamente alla copia dei documenti d’identità dei soggetti che le hanno sottoscritte;
  • la ricevuta emessa dal sistema telematico che comprova l’avvenuta presentazione del modello trasmesso (seconda ricevuta);
  • la copia del modello F24 oppure la ricevuta di avvenuto pagamento telematico delle imposte autoliquidate.

Se la presentazione della dichiarazione avviene tramite da un commercialista o un Caf, questi deve aver cura di conservare l’originale della dichiarazione di successione trasmessa e firmata dal dichiarante, gli originali delle dichiarazioni sostitutive di atto notorio rese dagli eredi o legatari, nonché copia dei relativi documenti d’identità. Se la presentazione avviene tramite l’Ufficio territoriale competente, gli originali della dichiarazione sottoscritta dal contribuente, delle dichiarazioni sostitutive di atto notorio rese dagli altri beneficiari, nonché copia dei relativi documenti d’identità dovranno essere conservati dall’Ufficio.

Chi è tenuto al pagamento?

L’obbligo di presentare la dichiarazione di successione grava, di regola, sugli eredi e sui legatari (vi sono poi casi specifici nei quali l’obbligo grava su altri soggetti, come il curatore dell’eredità giacente o l’esecutore testamentario). Ma anche i semplici «chiamati all’eredità» (vale a dire coloro che possono divenire eredi se accettano l’eredità) sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione.

Tuttavia, i «chiamati», a differenza degli eredi, rispondono solidalmente dell’imposta di successione nel limite del valore dei beni ereditari rispettivamente posseduti; mentre gli eredi sono obbligati solidalmente al pagamento dell’imposta nell’ammontare complessivamente dovuto da loro e dai legatari. Quanto ai legatari, essi sono obbligati al pagamento dell’imposta relativa ai rispettivi legati.

Se più soggetti sono obbligati alla presentazione della dichiarazione in relazione alla medesima successione, è sufficiente che la presenti uno solo di essi.

Gli eredi e i chiamati all’eredità, che non hanno ancora accettato ma che sono in possesso di beni ereditari, rispondono solidalmente delle somme dovute (da loro e dai legatari). Il coerede che ha accettato l’eredità con beneficio d’inventario è obbligato solidalmente al pagamento nel limite del valore della propria quota ereditaria. I legatari sono, invece, obbligati solo al pagamento delle somme relative al loro legato. Ciò significa che il Fisco può agire per la riscossione dell’intero anche nei confronti di un erede soltanto il quale successivamente potrà rivalersi sugli altri in proporzione alle loro quote di eredità.

Quali tributi pagare?  

Se l’attivo ereditario comprende terreni o fabbricati, in relazione agli immobili e ai diritti reali immobiliari indicati nella dichiarazione di successione occorre pagare (calcolando e versando i relativi importi):

  • l’imposta ipotecaria: dovuta per le formalità di trascrizione presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate – Territorio con un importo che si ottiene applicando al valore delle quote degli immobili (calcolato secondo il valore catastale) l’aliquota del 2% [6];
  • l’imposta catastale: è dovuta per un importo che si ottiene applicando al valore delle quote degli immobili (calcolato secondo il valore catastale) l’aliquota del 1% [7].

Le imposte ipotecarie e catastali, salvo eccezioni, sono dovute in misura proporzionale (rispettivamente 2% e 1%) al valore dell’immobile o dei diritti reali sugli stessi ed è nella prassi l’imposta che viene generalmente pagata da tutti, non essendo previste particolari esenzioni, salvo il caso più frequente della c.d. “prima casa”. Le agevolazioni previste per l’imposta ipotecaria si estendono generalmente anche all’imposta catastale. Sono sempre esclusi dall’imposta ipotecaria e catastale gli immobili esteri.

Esistono diverse agevolazioni (oltre al caso di immobili e pertinenze “prima casa”) che prevedono riduzioni o applicazione dell’imposta in misura fissa. Per le successioni aperte dal 1.01.2014 l’imposta ipotecaria e catastale in misura fissa è pari a 200€, mentre per quelle aperte tra il 3.10.2006 ed 31.12.2013, l’imposta ipotecaria e catastale in misura fissa, è pari a 168€.

Per i beni dell’azienda agricola (anche se condotta in forma di società di persone) oggetto di successione tra ascendenti e discendenti entro il terzo grado (a condizione che i beneficiari siano in possesso di particolari requisiti soggettivi e si obblighino a coltivare o condurre direttamente i fondi rustici per almeno sei anni) l’agevolazione comporta il versamento dell’imposta ipotecaria in misura fissa e l’esenzione dalla imposta catastale e di bollo.

  • l’imposta di bollo: è dovuta nella misura di € 85,00 in relazione agli immobili compresi nelle “conservatorie” ovvero circoscrizioni o sezioni staccate dei competenti uffici dell’Agenzia delle entrate.
  • la tassa ipotecaria: è dovuta per la trascrizione e voltura presso competenti uffici dell’Agenzia delle entrate nella misura di € 90,00 per ciascuna “conservatoria” nella quale sono presenti gli immobili oggetto di successione (di cui euro 35 per la trascrizione ed euro 55 per le volture catastali).
  • i tributi speciali per le formalità ipotecarie;

Per la determinazione dei tributi speciali dovuti in relazione agli adempimenti connessi alla presenza di immobili e diritti reali immobiliari indicati nella dichiarazione di successione, si fa riferimento alla Tabella A, Titolo II prevista da una particolare norma [8]. In particolare, sulla base di quanto previsto ai numeri d’ordine 1, 2 e 4 dalla citata tabella, gli importi dei tributi speciali sono così determinati:

  • (n. d’ordine 1) € 7,44 per diritto di ricerca;
  • (n. d’ordine 2) € 3,72 per ogni nota di trascrizione.
  • (n. d’ordine 4) € 18,59 per ogni richiesta di formalità ipotecaria.

Il pagamento dei tributi dovuti per la voltura deve essere effettuato, all’atto della presentazione della dichiarazione di successione, salvo casi speciali e quando non si vuole dar corso alla voltura automatica.

Come si paga l’imposta di successione?

Il pagamento dei tributi dovuti alla presentazione di una dichiarazione di successione si articola in due momenti. Anzitutto, per registrare la successione all’agenzia delle Entrate, il contribuente deve prima autoliquidare le imposte ipotecaria e catastale e i tributi speciali con le seguenti modalità:

  • se la dichiarazione è presentata in forma cartacea o online dal contribuente, il pagamento va fatto con addebito sul proprio conto corrente aperto presso una delle banche convenzionate con l’agenzia delle Entrate o Poste italiane;
  • se la dichiarazione è presentata online tramite un pubblico ufficiale o intermediario abilitati, il pagamento va fatto mediante addebito online disposto dal pubblico ufficiale o intermediario sul proprio conto corrente o su quello del dichiarante (aperto presso una banca convenzionata con le Entrate o presso Poste Italiane);
  • se la dichiarazione è presentata mediante consegna del modulo digitale all’ufficio Entrate territoriale competente, il pagamento va fatto dal contribuente in banca, all’ufficio postale o all’agente della riscossione, utilizzando il modello F24 oppure con addebito sul proprio conto corrente (aperto presso una banca convenzionata con le Entrate o Poste italiane).

Una volta che la dichiarazione di successione è registrata, l’ufficio notifica un avviso di liquidazione dell’imposta di successione dovuta che il contribuente deve pagare entro 60 giorni. Questa notifica va effettuata entro tre anni dalla presentazione della dichiarazione di successione. Dal pagamento dell’imposta l’ufficio ha due anni per notificare un avviso di accertamento e contestare il contenuto della dichiarazione (ad esempio, elevare il valore dichiarato di un’area edificabile). Se la dichiarazione di successione è del tutto omessa, il fisco ha cinque anni (dalla data entro la quale la dichiarazione avrebbe dovuto essere registrata) per la registrazione d’ufficio.

Agevolazione prima casa

Ai trasferimenti del diritto di proprietà o di diritti immobiliari relativi a case di abitazione con categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9, derivanti da successioni, sono applicate le imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa (200 € per ciascuna), quando, in capo al beneficiario ovvero, in caso di pluralità di beneficiari, in capo ad almeno uno di essi, sussistano i requisiti e le condizioni previste in materia di acquisto della “prima abitazione”.

I beneficiari non possono cedere, a titolo oneroso o gratuito, gli immobili per cui si usufruisce dell’agevolazione “prima casa” prima dei 5 anni successivi all’apertura della successione, altrimenti decadono dal beneficio richiesto. La decadenza non si verifica qualora il richiedente proceda al riacquisto di altra unità immobiliare, da destinare ad abitazione principale, entro un anno dalla cessione.

Nel caso in cui il richiedente sia già nella titolarità di altro immobile acquisito con i benefici “prima casa”, potrà richiedere l’agevolazione sull’immobile caduto in successione qualora si impegni a trasferire l’abitazione posseduta entro un anno dall’apertura della successione.

Per fruire dell’agevolazione l’immobile acquisito in successione, oltre a dover essere una casa di abitazione con categoria catastale diversa da A/1, A/8 e A/9, deve essere:

  1. ubicato nel territorio del Comune in cui il beneficiario (erede/legatario) ha la propria residenza o dove la stabilisca entro 18 mesi dalla data di apertura della successione;
  2. ubicato nel territorio del Comune in cui il beneficiario (erede/legatario) svolge la propria attività (qualora diverso dalla residenza);
  3. ubicato nel territorio del Comune in cui in cui ha sede o esercita l’attività il proprio datore di lavoro, se il beneficiario (erede/legatario) si è trasferito all’estero per ragioni di lavoro;
  4. “prima casa” sul territorio italiano, se il beneficiario è un cittadino italiano emigrato all’estero o appartiene al personale in servizio permanente delle forze armate, delle forze di polizia a ordinamento militare e/o civile.

Tali requisiti sono alternativi tra loro.

Inoltre, il beneficiario ovvero, in caso di più beneficiari, almeno uno di essi:

  1. non deve essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge di diritti di proprietà, usufrutto, uso o abitazione di altra casa nel territorio del Comune in cui è situato l’immobile acquisito;
  2. non deve essere titolare esclusivo dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà, neppure per quote, anche in regime di comunione legale, su tutto il territorio nazionale di altra casa acquisita da lui stesso o dal coniuge con le agevolazioni ‘prima casa’, salvo che non si impegni a trasferirla entro 1 anno dal decesso.

L’agevolazione, quindi, viene applicata sul bene indicato come “Prima casa” al quale possono essere collegate fino a 3 pertinenze. Sono ricomprese tra le suddette pertinenze, limitatamente a una per ciascuna categoria, le unità immobiliari classificate o classificabili nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, che siano destinate al servizio della casa di abitazione oggetto dell’acquisto agevolato.

Le agevolazioni ‘prima casa’, sussistendone le condizioni, si applicano anche per le ipotesi in cui oggetto della successione sono abitazioni contigue, destinate a costituire un’unica unità abitativa, oppure se oggetto di successione è un immobile ad uso abitativo contiguo ad altra casa di abitazione già acquistata dallo stesso soggetto fruendo dei benefici ‘prima casa’, sempreché entrambe costituiscano un’unica unità abitativa. Per poter fruire dell’agevolazione, l’immobile risultante dalla riunione delle suddette unità immobiliari dovrà essere una casa di abitazione accatastata, ricorrendone i presupposti, nelle categorie che possono beneficiare dell’agevolazione, con esclusione, dunque, delle categorie catastali A/1, A/8 e A/9. Il richiedente l’agevolazione ha l’obbligo di unire catastalmente gli immobili contigui entro 3 anni dalla presentazione della dichiarazione, impegnandosi in tal senso rendendo specifica dichiarazione sostitutiva di atto notorio.

Per usufruire dell’agevolazione prevista per la “prima casa” è necessario riportare i dati dell’immobile principale e delle relative pertinenze (Provincia, Comune amministrativo, Indirizzo, Sezione urbana, Foglio, Particella, Subalterno). Con l’apposizione della firma in calce alla dichiarazione cartacea il richiedente, consapevole delle sanzioni penali in tema di dichiarazioni false o mendaci, attesta di avere i requisiti per fruire dell’agevolazione prima casa.

A quanto ammonta l’imposta di successione?

L’imposta di successione, diversamente dalle altre imposte, viene liquidata dall’ufficio in base ai dati indicati nella dichiarazione tenendo conto anche delle eventuali dichiarazioni sostitutive che danno diritto a riduzioni o agevolazioni. Il pagamento dell’imposta di successione deve essere effettuato entro 60 giorni dalla data in cui è stato notificato l’avviso di liquidazione. Scaduto tale termine si rendono applicabili, oltre alle sanzioni, anche gli interessi di mora. Il suddetto tributo è commisurato al grado di parentela degli eredi rispetto al defunto. Tuttavia, il Fisco prevede considerevoli esoneri dal suo pagamento, detti in gergo tecnico “franchigie”.

In particolare, le aliquote sono:

  • 4% per il coniuge e i parenti in linea retta (Coniuge, Figlio/a, Genitore, Nipote in linea retta, Nonno/a ramo paterno, Nonno/a ramo materno, Pronipote in linea retta, Bisavo ramo paterno, Bisavo ramo materno, Figlio/a di pronipote in linea retta, Trisavo ramo paterno, Trisavo ramo materno) per i patrimoni di valore superiore a € 1.000.000;
  • 6% per i fratelli e sorelle (Fratello/sorella germano, Fratello/sorella unilaterale) per i patrimoni di valore superiore a € 100.000;
  • 6% per i parenti fino al 4° grado, affini in linea retta ed affini in linea collaterale fino al 3° grado (genitore del coniuge, cognato/a, nonno/a del coniuge, nipote, zio/a nipote, zio/a del coniuge, bisavo del coniuge, figlio/a di nipote, cugino/a, prozio/a, figlio/a di nipote, figlio/a del coniuge, figlio/a del cognato/a, nuora/genero, etc.) In questo caso non è prevista alcuna franchigia;
  • 8% per tutti gli altri soggetti (nipote di nipote, figlio/a di cugino/a, 2° cugino/a, fratello/sorella di bisavo, altro cugino/a, figlio di 2° cugino/a, nipote di trisavo, nipote di cugino/a, estraneo/a). Anche in questo caso non è prevista franchigia.

Se l’erede è portatore di handicap grave riconosciuto la franchigia è aumentata ad un milione e mezzo di euro.

All’imposta di successione vanno aggiunte le imposte ipotecaria e catastale, che sono dovute rispettivamente con l’aliquota del 2 e dell’1%, da applicare al valore imponibile degli immobili oggetto di trasmissione ereditaria. Il valore è, di regola, quello che si ottiene moltiplicando la rendita catastale per i noti coefficienti di aggiornamento per il metodo di calcolo (si veda l’apposito servizio nella pagina successiva).

Le imposte ipotecaria e catastale si abbattono, tuttavia, alla misura fissa di 200 euro ciascuna se la trasmissione ereditaria ha per oggetto un’abitazione (ma non accatastata nelle categorie A1, A8 e A9) per la cui acquisizione almeno uno dei beneficiari della casa stessa abbia i requisiti per ottenere l’agevolazione “prima casa”.

Passività deducibili

Dall’ammontare del valore dei beni ereditati sono deducibili (per il calcolo dell’imposta di successione) determinate passività:

  • debiti del defunto esistenti alla data di apertura della successione, purché risultino da atto scritto avente data certa anteriore all’apertura della successione o da provvedimento giurisdizionale definitivo. Se il debito non è certificato dai suddetti documenti, esso deve risultare da attestazione redatta sul modello conforme “dichiarazione di sussistenza di debito” presente sul sito internet dell’Agenzia delle entrate (MOD. 237) sottoscritto da uno dei soggetti obbligati alla dichiarazione di successione, nonché dai creditori del defunto (tranne che per i debiti verso i dipendenti). I debiti del defunto sono deducibili se sono stati contratti per l’acquisto di beni o diritti compresi nell’attivo ereditario.
  • spese mediche e chirurgiche relative al defunto negli ultimi sei mesi di vita sostenute dagli eredi, comprese quelle per ricoveri, medicinali e protesi, a condizione che risultino da regolari quietanze;
  • spese funerarie risultanti da regolari quietanze, deducibili per un importo non superiore a 1.032,91 euro.

Tra le passività riconosciute, in generale, vi rientrano:

  • mutui (contratti per l’acquisto di immobili compresi nell’attivo ereditario),
  • debiti verso banche spesso rappresentati dai saldi passivi su conti correnti (nella determinazione del saldo di conto corrente non bisogna considerare quelle somme relative ad assegni portati all’incasso nei quattro giorni prima dell’apertura della successione),
  • debiti inerenti l’esercizio di imprese (tali debiti sono deducibili se risultano dalle scritture contabili obbligatorie del defunto regolarmente tenute a norma di legge. Se il defunto non era obbligato alla tenuta delle scritture contabili, sono deducibili quelle somme che risultano nelle scritture contabili dei creditori),
  • debiti cambiari
  • debiti verso lo Stato, enti pubblici territoriali ed enti pubblici che gestiscono forme obbligatorie di previdenza e di assistenza sociale. Tali debiti sono deducibili qualora il presupposto da cui essi sono derivati si sia verificato anteriormente alla data di apertura della successione.
  • debiti per rapporto di lavoro subordinato (TFR, trattamenti previdenziali integrativi). I debiti derivanti da rapporti di lavoro subordinato, compresi quelli relativi al trattamento di fine rapporto ed ai trattamenti previdenziali integrativi sono deducibili anche se il rapporto continua con gli eredi o i legatari.
  • debiti tributari. essi sono deducibili anche se accertati dopo la data di apertura della successione, purché riguardanti un periodo anteriore a tale data.
  • somme dovute al coniuge divorziato, a seguito di sentenza di scioglimento di matrimonio o di cessazione di effetti civili dello stesso (o in caso di sentenza di separazione, passata in giudicato, per colpa del coniuge superstite o di entrambi).
  • legato o altro onere che grava su una quota ereditaria o sul legato stesso.

Che succede se non pago l’imposta di successione?

Nel caso in cui la registrazione della dichiarazione di successione sia omessa, si applica una sanzione che va dal 120 al 240 per cento dell’imposta liquidata; e, se non è dovuta imposta, si applica la sanzione amministrativa da 250 a 1.000 euro.

Se invece la dichiarazione è presentata con un ritardo non superiore a trenta giorni si applica la sanzione amministrativa dal 60 al 120 per cento dell’imposta liquidata; e, se non è dovuta imposta, si applica la sanzione amministrativa da 150 a 500 euro.

Il tardivo versamento dell’imposta comporta invece l’applicazione della sanzione del 30%, calcolata sull’importo non versato. Tuttavia, prima che avvenga l’accertamento d’ufficio si può effettuare il cosiddetto “ravvedimento operoso”, mediante il quale è possibile regolarizzare versamenti di imposte omessi o insufficienti, beneficiando della riduzione delle sanzioni.

In particolare, se il pagamento è effettuato:

  • entro 15 giorni dalla scadenza, la sanzione è ridotta a un 1/10 della metà (1,5%) e ulteriormente ridotta di 1/15 per ogni giorno di ritardo (in sostanza, la sanzione è dello 0,1% per ogni giorno di ritardo);
  • entro 30 giorni dalla scadenza, la sanzione è pari a 1/10 della metà (e, quindi, all’1,5%);
  • entro 90 giorni dalla scadenza, la sanzione è pari a 1/9 della metà (e, quindi, all’1,67%);
  • entro 1 anno dalla scadenza, la sanzione è pari a 1/8 (e, quindi, al 3,75%);
  • entro 2 anni dalla scadenza, la sanzione è pari a 1/7 (e, quindi, al 4,29%);
  • oltre 2 anni dalla scadenza, la sanzione è pari a 1/6 (e, quindi, pari al 5%).

Il pagamento spontaneo deve comprendere l’imposta dovuta, gli interessi – calcolati al tasso legale annuo dal giorno in cui il versamento avrebbe dovuto essere effettuato a quello in cui viene effettivamente eseguito – e la sanzione in misura ridotta. Per le imposte autoliquidate per le successioni occorre utilizzare il modello F24.

Mobilità docenti: precedenza a chi assiste genitore disabile

Posted on : 21-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Grazie alla legge 104, gli insegnanti che assistono il figlio, il genitore o il coniuge disabili  possono ottenere il trasferimento di sede con precedenza.

La legge italiana tutela i lavoratori che devono assistere una persona malata o affetta da grave disabilità. Tra le diverse forme di garanzia previste, c’è anche quella che consente agli insegnanti di ottenere il trasferimento con precedenza nel caso in cui prestino assistenza ad un familiare disabile.

Nel caso, quindi, della mobilità dei docenti, la precedenza spetta  a chi assiste il genitore disabile. Vediamo cosa dice la legge.

Mobilità docenti: cosa dice la legge 104?

L’arcinota legge 104 sui portatori di handicap [1] ha introdotto uno speciale regime di agevolazioni per favorire l’inserimento, nella vita lavorativa e sociale di ogni giorno, di coloro che, a causa della loro patologia, rischierebbero di vivere ai margini della società.

Scorrendo il testo della legge, si noteranno una serie di sussidi e di benefici volti non soltanto ad aiutare la persona ammalata, ma anche i familiari e quanti hanno bisogno di tempo per assistere l’infermo. Nonostante siano passati diversi anni dalla sua emanazione (la legge 104 è del 1992), ancora oggi resta il punto di riferimento per quanti soffrono di gravi patologie.

La legge 104 riserva le sue agevolazioni a coloro che sono portatori di handicap. Secondo la legge, con tale definizione ci si riferisce a chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione

Mobilità docenti: cosa dice la contrattazione collettiva nazionale?

Il testo normativo di riferimento in tema di mobilità docenti, invece, è il Contratto collettivo nazionale integrativo per l’anno 2017/2018 [2], recante le regole sulla mobilità del personale docente, educativo ed A.T.A. La disciplina ivi prevista garantisce la precedenza al docente che assiste le seguenti persone affette da disabilità grave:

  • il figlio;
  • il coniuge;
  • il genitore (anche adottivo).

La disabilità grave è quella riconosciuta in base alla legge 104 [3], a seguito di visita da parte della commissione medica competente.

Sono pertanto esclusi gli altri parenti, la cui assistenza con precedenza è consentita nelle sole assegnazioni provvisorie. L’unica situazione che consente di avere la precedenza per assistere altri soggetti al di fuori di quelli sopra indicati è essere tutore legale di una persona disabile. L’amministratore di sostegno, invece, non può beneficiare della precedenza, in quanto non equiparato al tutore.

Mobilità docenti: che tipo di disabilità occorre?

Perché il docente che chiede il trasferimento possa avere la precedenza sugli altri, è necessario che presti assistenza al coniuge o al genitore che soffrano di disabilità permanente. Ciò significa che dal certificato medico deve risultare che la patologia che affligge il malato sia irreversibile, relegandolo appunto in uno stato di handicap permanente.

Non è così per l’assistenza al figlio disabile: il certificato può anche attestare uno stato di handicap rivedibile. In ogni caso, comunque, è necessario che si tratti di handicap grave ai sensi della legge 104.

Mobilità docenti: quale certificazione presentare?

Per godere della precedenza in sede di mobilità, il docente interessato deve produrre, contestualmente alla domanda di trasferimento, la documentazione dalla quale risulti la situazione di disabilità grave di una delle persone indicate sopra (figlio, genitore, coniuge). Come anticipato, la certificazione è valida anche in caso di disabilità rivedibile.

Nel caso di figlio con sindrome di Down, lo stato può essere documentato anche mediante certificazione del medico di base. Tale accertamento produce effetto fino all’emissione dell’accertamento definitivo da parte della commissione medica. È fatto obbligo all’interessato di presentare la certificazione definitiva entro dieci giorni dalla ricezione del relativo atto.

Mobilità docenti: se assisto altri familiari?

È riconosciuta l’assistenza a persone diverse dal figlio, dal coniuge o dal genitore solo a determinate condizioni. Ad esempio, è possibile che l’assistenza al fratello o alla sorella disabili gravi sia equiparata all’assistenza al figlio disabile solo se:

  • il fratello che assiste la sorella (o viceversa) dimostri la convivenza con il malato;
  • i genitori sono entrambi scomparsi o impossibilitati ad occuparsi del figlio disabile perché totalmente inabili [4]: l’interessato deve in questo caso anche comprovare la stato di totale inabilità dei genitori con idonea documentazione di invalidità.

Nello specifico, nel caso di fratello (o sorella) con sindrome di Down, lo stato di disabilità può essere documentato mediante certificazione del medico di famiglia. Questo accertamento produce effetto fino all’emissione dell’accertamento definitivo da parte della commissione medica competente, con obbligo dell’interessato di presentare la certificazione definitiva entro dieci giorni dalla ricezione del relativo atto.

A tutto ciò si aggiunge, ovviamente, la documentazione di invalidità comprovante la stato di totale inabilità dei genitori.

Mobilità docenti: cosa dice la giurisprudenza?

A fronte della disciplina appena vista si pone una serie di sentenze che, quasi sempre, ha allargato il campo di azione del diritto di precedenza in caso di assistenza dei familiari disabili.

Secondo una sentenza di qualche mese fa [5], il lavoratore del comparto scuola (insegnante/ personale A.T.A.) che presta assistenza al parente entro il secondo grado (cioè, i fratelli e le sorelle) con handicap grave, ha diritto di usufruire della precedenza nei trasferimenti  anche qualora i genitori siano vivi ed abili, e questo diritto non può essere negato o limitato dalla contrattazione collettiva.

Secondo i giudici, infatti, le norme del contratto collettivo nazionale sulla mobilità del comparto scuola non possono contrastare con quelle contenute dalla legge 104, in quanto gerarchicamente superiori. Ed infatti, proprio la legge 104, a proposito dell’assistenza ai portatori di handicap grave, dice che: «Il lavoratore di cui comma 3 ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede» [6].

Con questa sentenza i giudici di merito hanno dichiarato la nullità parziale dei contratti collettivi nazionali integrativi sulla mobilità del personale docente, educativo e A.T.A. per contrasto con norma imperativa di legge, laddove limitano il diritto di precedenza ed il diritto ad essere escluso dalle graduatorie di istituto dei perdenti posto al personale che presta assistenza al fratello (o alla sorella), nella sola ipotesi di genitori mancanti o con inabilità permanente, senza prevedere analogo diritto in favore di chi presta assistenza al germano in analoga situazione di handicap con genitori vivi ed abili.

Mobilità docenti: precedenza anche al figlio referente unico?

Anche al figlioreferente unico” del genitore affetto da disabilità spetta la precedenza in caso di mobilità, purché sussistano le seguenti condizioni:

  • documentata impossibilità del coniuge di provvedere all’assistenza per motivi oggettivi;
  • impossibilità, da parte di ciascun altro figlio di effettuare l’assistenza al genitore disabile in situazione di gravità per ragioni esclusivamente oggettive, documentate con autodichiarazione, tali da non consentire l’effettiva assistenza nel corso dell’anno scolastico;
  • essere anche l’unico figlio che ha chiesto di fruire per l’intero anno scolastico in corso, dei tre giorni di permesso retribuito mensile per l’assistenza ovvero del congedo straordinario [7].

Pertanto, è utile precisare che nel caso il coniuge del disabile (ovvero l’altro genitore) sia presente bisogna che indichi le ragioni per cui non possa prestare assistenza al disabile (ovvero al proprio coniuge).

Le stesse dichiarazioni devono essere presentate da eventuali altri fratelli o sorelle (altri figli del disabile), se presenti.

Anche la giurisprudenza è d’accordo: «il genitore o il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede» [8].

L’autodichiarazione rilasciata dagli altri figli non è necessaria laddove il figlio richiedente la precedenza in qualità di referente unico, sia anche l’unico figlio convivente con il genitore disabile. Tale situazione di convivenza deve essere documentata dall’interessato con dichiarazione personale sotto la propria responsabilità.

Si riconduce il concetto di convivenza a tutte le situazioni in cui sia il disabile che il soggetto che lo assiste abbiano la residenza nello stesso comune, riferita allo stesso indirizzo: stesso numero civico anche se interni diversi [9].

Mobilità docenti: come funziona?

La precedenza riconosciuta per i docenti che assistono familiari disabili è valida sia nei trasferimenti provinciali che interprovinciali. In ogni caso si può usufruire di tale precedenza solo all’interno e per la provincia in cui è ubicato il comune di assistenza.

Per fruire della precedenza occorre innanzitutto esprimere come prima preferenza una o più istituzioni scolastiche comprese nel comune di assistenza oppure l’ambito corrispondente ad esso o alla parte di esso, qualora si intenda esprimere preferenze relative a scuole di altri comuni o ad altri ambiti nella provincia.

In assenza di posti richiedibili nel comune ove risulti domiciliato il soggetto disabile,  il docente è obbligato a indicare una preferenza di scuola o ambito relativa ad un comune il più possibile vicino a quello del domicilio dell’assistito con posti richiedibili. Se questo comune si trova in un altro ambito occorre indicare, se si ritiene, l’ambito che comprende tale comune.

Per posto richiedibile si intende l’esistenza nel comune di una istituzione scolastica corrispondente al ruolo di appartenenza dell’interessato, a prescindere dall’effettiva vacanza di un posto o di una cattedra assegnabile per trasferimento al medesimo.