Come contestare la ripartizione delle spese condominiali?

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contestare le spese condominiali, ordinarie o straordinarie: i termini per impugnare la delibera dell’assemblea condominiale e l’opposizione a decreto ingiuntivo.  

Tutte le volte in cui un condomino intende contestare la ripartizione delle spese condominiali deve fare molta attenzione ai tempi: difatti la legge stabilisce un termine massimo di 30 giorni, dalla delibera dell’assemblea, entro cui agire, presentando ricorso in tribunale. Molto spesso, invece, il condomino dissenziente decide di fare causa solo quando riceve il decreto ingiuntivo per il mancato pagamento delle spese ordinarie o straordinarie. Una mossa errata perché ormai tardiva. 

C’è però un solo caso in cui è possibile contestare la delibera dell’assemblea anche oltre i 30 giorni (e dunque facendo opposizione al decreto ingiuntivo): quando quest’ultima non si limita a violare le regole millesimali per un singolo bilancio ma intende modificarle anche per il futuro. 

Di tanto parleremo più dettagliatamente in questa guida. Spiegheremo cioè come contestare la ripartizione delle spese condominiali tenendo conto delle regole e delle procedure che la legge impone.  

Come vanno ripartite le spese condominiali?

L’articolo 1123 del codice civile è la norma base per comprendere come vanno ripartite le spese condominiali, sia quelle ordinarie che straordinarie. 

La norma fissa tre diverse regole che non possono mai essere violate, salvo si raggiunga l’unanimità in assemblea.

Di base, le spese condominiali devono essere ripartite in base ai millesimi. Devono partecipare tutti i condomini, anche quelli che non usano uno specifico servizio o area. Conta infatti l’uso potenziale, non quello effettivo. Così un condomino che fa le scale a piedi deve partecipare alle spese per l’ascensore. Ed allo stesso modo, chi ha un negozio sul piano terra deve pagare la pulizia degli altri pianerottoli essendo parti comuni e quindi appartenenti a tutti.

La seconda regola prevede un temperamento alla prima. Le spese che riguardano cose di cui alcuni condomini si servono di più degli altri, la ripartizione deve tenere conto di ciò e quindi imporre ad alcuni un carico superiore. Così, ad esempio, chi vive all’ultimo piano pagherà un contributo superiore per l’ascensore rispetto a chi vive al primo piano. E chi ha un appartamento più ampio pagherà di più di riscaldamento rispetto a chi ha un monolocale.

La terza regola riguarda i condomini composti da più scale, più edifici, più cortili, più tetti o terrazzi. In questi casi, le spese riguardanti la loro manutenzione sono a carico dei soli condomini che ne traggono beneficio. Ad esempio, in un immobile con due scale, la riparazione dell’ascensore è a carico solo dei condomini che ne sono serviti.

Come contestare la ripartizione delle spese condominiali?

La delibera dell’assemblea che viola le tre regole appena dette è annullabile. Il che significa che il condomino che voglia contestarla deve conferire al più presto mandato a un avvocato affinché:

  • esperisca prima un tentativo di mediazione (obbligatorio) con la controparte: lo scopo è tentare un accordo con il condominio, rappresentato dall’amministratore;
  • in caso di fallimento della mediazione, si rivolga al giudice e chieda l’annullamento della delibera.

La richiesta di mediazione deve essere presentata al più presto perché la legge fissa un termine di 30 giorni per contestare la delibera: termine previsto a pena di decadenza dell’azione. I 30 giorni decorrono, per gli astenuti e i dissenzienti, dalla delibera stessa mentre, per gli assenti, da quando è stato comunicato loro il verbale.

Entro il trentesimo giorno, l’organismo di mediazione deve aver comunicato al condominio la richiesta di conciliazione presentata dal condomino ricorrente. 

Il mancato rispetto di tali termini determina una sanatoria della delibera benché viziata, che pertanto non potrà più essere contestata, neanche in un momento successivo (ad esempio in caso di notifica di un decreto ingiuntivo per mancato pagamento delle spese condominiali).

Prima di conferire mandato all’avvocato si può anche tentare la via della trattativa: inviare una lettera raccomandata a/r o una Pec all’amministratore in cui gli si fa presente il vizio della delibera per violazione dei millesimi.

Cosa deve fare il condominio per difendersi? Innanzitutto l’amministratore deve nominare al più presto un avvocato di propria fiducia affinché lo rappresenti presso l’organismo di mediazione. Lo può fare senza previa autorizzazione dell’assemblea a cui però successivamente dovrà presentare l’eventuale bozza di accordo per l’approvazione.

Il condominio però potrebbe evitare il giudizio annullando la delibera con una delibera successiva. Questa mossa chiuderebbe il processo.

È bene comunque ricordare che la delibera che approvi la ripartizione delle spese all’unanimità è sempre valida, anche se viola i criteri millesimali che abbiamo visto prima. 

Che succede se il condominio notifica un decreto ingiuntivo?

Spesso succede che la delibera di ripartizione delle spese condominiali venga contestata dal condomino solo quando questi riceve il decreto ingiuntivo per non aver pagato le proprie quote. 

In tal caso, secondo la Cassazione a Sezioni Unite [1], l’opposizione è tardiva. Il condomino infatti non può contestare il decreto ingiuntivo se prima non ha contestato la delibera condominiale nei 30 giorni previsti dalla legge.

C’è un solo caso in cui al condomino è consentito opporsi al decreto ingiuntivo pur non avendo prima impugnato la votazione dell’assemblea: quando questa decide una ripartizione delle spese diversa dai millesimi non solo per un singolo esercizio, ma anche per il futuro. Ciò perché, in tal caso, il vizio dedotto è molto più grave: si parla a riguardo di nullità della delibera e non di semplice annullabilità. 

È proprio sulla differenza di questi due concetti che si basa – come vedremo qui sotto – l’orientamento della giurisprudenza:

  • l’annullabilità, che scatta quando la delibera approva una ripartizione delle spese in violazione dei millesimi, deve essere contestata entro massimo 30 giorni e non può quindi essere messa in discussione con l’opposizione a decreto ingiuntivo;
  • la nullità, che scatta invece quando l’assemblea modifica definitivamente i criteri di riparto delle spese, può essere contestata senza dover rispettare il termine di 30 giorni, e dunque anche con l’opposizione a decreto ingiuntivo. 

La giurisprudenza sulla contestazione della ripartizione delle spese condominiali

Quanto appena spiegato è stato ribadito da una recente pronuncia del tribunale di Roma [2] che, sul punto, richiama l’orientamento della Cassazione in materia. Come anticipato sopra, le Sezioni unite [1] hanno chiarito che «in tema di deliberazioni dell’assemblea condominiale, sono nulle le deliberazioni con le quali, a maggioranza, siano stabiliti o modificati i generali criteri di ripartizione delle spese previsti dalla legge o dalla convenzione, da valere per il futuro, trattandosi di materia che esula dalle attribuzioni dell’assemblea»; mentre, sono «meramente annullabili le deliberazioni aventi ad oggetto la ripartizione in concreto tra i condòmini delle spese relative alla gestione delle parti e dei servizi comuni adottate senza modificare i criteri generali previsti dalla legge o dalla convenzione, ma in violazione degli stessi».

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Bagaglio smarrito e riconsegnato: spetta il risarcimento?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Restituzione con ritardo della valigia: si può ottenere il rimborso delle spese per i vestiti acquistati?

Immagina di partire per qualche settimana. Arrivato all’aeroporto di destinazione, scopri che la tua valigia si è persa. Gli addetti ti hanno assicurato che faranno di tutto per ritrovarla ma nel frattempo sei costretto a comprare abiti di prima necessità per uscire e per la biancheria. Chi ti ripaga di questa spesa? In caso di bagaglio smarrito e riconsegnato, spetta il risarcimento? E in caso affermativo, a quanto ammonta e soprattutto come fare per ottenerlo?

Sul punto si è pronunciata di recente la Cassazione [1]. Per quantificare la cifra è sufficiente, chiariscono i Giudici, fare riferimento agli scontrini relativi agli acquisti fatti dal passeggero per rimpiazzare alcuni beni di prima necessità.

Nel caso di specie i giudici hanno riconosciuto a una donna un risarcimento pari a 115 euro. Costei aveva, in origine, chiesto «il risarcimento di tutti i danni — compreso quello da stress – conseguenti alla ritardata consegna del bagaglio (di cinque giorni), all’esito di un volo aereo che da San Pietroburgo l’aveva condotta a Roma».

Il taglio del risarcimento viene così spiegato dai giudici: la cifra è ritenuta «pari alle spese che la passeggera aveva dovuto effettuare per rimpiazzare alcuni beni di prima necessità contenuti nel bagaglio smarrito, spese documentate dalla produzione in giudizio di copie degli scontrini di acquisto».

La Cassazione ricorda che «il viaggiatore che si veda riconsegnare in ritardo il proprio bagaglio» non è certo esonerato dal dover dimostrare il danno subito per via della temporanea indisponibilità del bagaglio e le spese effettuate per il rimpiazzo di alcuni beni di prima necessità in esso contenuti.

A tal fine bastano i documenti fiscali che certificano l’acquisto come gli scontrini della merce comprata per rimpiazzare quella contenuta nel bagaglio smarrito. Nel caso di specie era stato sentito anche un testimone che aveva riferito di aver accompagnato il passeggero per effettuare tali spese.  

In sostanza, «le spese sostenute dalla passeggera per l’acquisto di beni di prima necessità, destinati a rimpiazzare quelli contenuti nel bagaglio temporaneamente smarrito sono state provate anche sul piano documentale, attraverso la produzione di copie degli scontrini di acquisto della merce». E ciò basta per fissare la cifra del risarcimento destinato alla passeggera.

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Chi tampona viene risarcito?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In caso di tamponamento, il giudice deve considerare l’eventuale rispetto della distanza di sicurezza.

In caso di tamponamento, la legge detta delle regole diverse rispetto a quelle applicabili ai comuni incidenti stradali. Se infatti, di norma, in assenza di prove sulla responsabilità automobilistica, si applica il «concorso di colpa» (con dimezzamento quindi degli importi dovuti a titolo di risarcimento), nel caso di tamponamento invece si parte sempre da una presunzione di responsabilità nei confronti del veicolo posteriore. Ciò però non significa che quest’ultimo non possa spuntarla e ottenere il rimborso dei danni all’auto causati magari da una frenata improvvisa di chi aveva davanti. 

Vediamo allora se e quando chi tampona viene risarcito. Lo faremo tenendo conto delle più recenti pronunce della Cassazione in merito.

Chi tampona ha torto o ragione?

Non è possibile dire a priori se chi tampona ha torto o ragione. Tuttavia, per poter essere risarcito, il tamponante deve dimostrare di aver rispettato la distanza di sicurezza. 

Ma qual è la distanza di sicurezza legale? In città non esiste alcuna norma che stabilisca lo spazio minimo che deve sussistere tra un’auto e l’altra. E ciò perché le condizioni di traffico potrebbero rendere impossibile il rispetto di una distanza minima. Il codice della strada dice solo che, nei centri abitati, la distanza deve essere tale da garantire in ogni caso l’arresto tempestivo dell’auto in modo da evitate collisioni con i veicoli che precedono.

Fuori dai centri urbani invece la distanza minima di sicurezza è di 100 metri.

Dunque è chiaro che in città è il conducente a doversi rendere conto, secondo le regole di prudenza, quanto spazio debba lasciare rispetto all’auto che lo precede. E questo rende estremamente difficile il compito di chi, tamponando un’altra auto, voglia ottenere il risarcimento del danno. Si tratta di una “prova diabolica” come si dice in gergo tecnico quando ci si riferisce a una prova complicata da fornire al giudice. 

Quando chi viene tamponato ha torto?

La Cassazione ha più volte detto che se il tamponante vuole ottenere il risarcimento, deve dimostrare che la colpa dell’urto è dell’auto tamponata: ossia che il tamponamento è derivato da causa in tutto o in parte a lui non imputabile [1]. Spetta, quindi, al conducente del veicolo tamponante la prova che c’è stata una anomalia nella guida del veicolo innanzi a lui: una anomalia che non poteva essere prevista neanche con l’ordinaria diligenza e che ha reso del tutto inutile il rispetto delle distanze di sicurezza. Si pensi al caso di un’auto che, con le luci degli stop rotte, inchiodi all’improvviso per non aver visto, dinanzi a sé, un ostacolo. In tal caso sarebbe chiara la responsabilità di quest’ultima che farebbe venir meno la colpa dell’auto tamponante. 

Sempre secondo la Cassazione, è da escludersi la responsabilità dell’auto tamponata in caso di normale marcia di veicoli «e non di improvvisi, anomali e imprevedibili ostacoli» [2].

Insomma, è chi tampona che deve fornire la prova di un comportamento «imprevedibile ed anomalo rispetto al normale andamento della circolazione stradale» tenuto da parte dell’auto tamponata.

Chi viene tamponato ha sempre diritto al risarcimento?

Se il tamponante non fornisce la prova di cui abbiamo appena parlato, il tamponato ha sicuramente diritto al risarcimento dei danni all’auto. Ma per i danni fisici le cose si complicano. Difatti una legge rivolta a evitare facili truffe, ha stabilito che per le microlesioni (quelle cioè che comportano un’invalidità permanente tra 1 e 9 punti percentuali) il risarcimento è dovuto solo se il danno può essere dimostrato da un accertamento strumentale (ad esempio una lastra, una radiografia, ecc.) oppure se può essere attestato dal medico (quello del pronto soccorso).

Non basta quindi più lamentare un senso di vomito, il giramento di testa, la sensazione di pesantezza al collo: sintomi questi che se non possono essere “attestati” tramite apposite indagini o dal medico non consentiranno di ottenere il risarcimento. Per approfondire questo aspetto leggi: Colpo di frusta per incidente: la radiografia è necessaria? 

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Naspi licenziamento giusta causa

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si ha diritto al trattamento di disoccupazione quando si ha avuto un procedimento disciplinare concluso con la cessazione del rapporto di lavoro?

Chi perde involontariamente il lavoro ha diritto alla Naspi, cioè al trattamento di disoccupazione riconosciuto dallo Stato attraverso l’Inps. Questo è il principio generale, a patto che vengano rispettati determinati requisiti, anche contributivi. Significa, dunque, che ha diritto alla Naspi anche chi ha avuto un licenziamento per giusta causa?

La risposta è sì: anche chi è stato allontanato dall’azienda per motivi disciplinari può ricevere il sussidio di disoccupazione, che consiste in un trattamento economico erogato dall’Inps direttamente sul conto corrente del lavoratore ed il cui importo si calcola sulla base dell’ultimo reddito percepito.

Quando si ha diritto alla Naspi?

Secondo la legge, chi perde il lavoro in modo involontario (cioè, chi non si dimette) ha diritto alla Naspi se ha i seguenti requisiti:

  • stato di disoccupazione;
  • almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Dal 1° gennaio 2022, non è più necessario il requisito delle 30 giornate lavorative nei 12 mesi precedenti.

Per quanto riguarda, in particolare, lo stato di disoccupazione, deve permanere per tutto il periodo di fruizione dell’indennità e presuppone:

  • l’assenza di un impiego subordinato o autonomo;
  • la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro;
  • la stipulazione di un patto di servizio.

Quando si considera involontario lo stato di disoccupazione?

Potrebbe sorgere questo dubbio: chi viene sorpreso a rubare o a favorire gli interessi di un’azienda concorrente può essere licenziato per giusta causa, cioè può subire un provvedimento disciplinare che porta alla risoluzione del contratto di lavoro. In tali ipotesi, si può parlare di perdita involontaria del lavoro e, quindi, si ha diritto alla Naspi?

La legge ritiene «involontaria» la cessazione del rapporto di lavoro nelle seguenti ipotesi:

  • licenziamento disciplinare, quindi per giusta causa;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta in sede protetta, oppure avvenuta in ragione del rifiuto di trasferimento del lavoratore ad altra sede della stessa azienda, purché distante oltre 50 km dalla residenza o raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici;
  • dimissioni per giusta causa;
  • dimissioni rassegnate durante il periodo tutelato di maternità (da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio).

Sono ammessi alla fruizione della Naspi anche i lavoratori che, a seguito di licenziamento, accettano l’offerta economica proposta dal datore di lavoro nell’ambito della conciliazione agevolata.

Cos’è la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro?

Come detto, per avere diritto alla Naspi anche in caso di licenziamento per giusta causa è necessario dichiarare la propria immediata disponibilità al lavoro (DID) in forma telematica al sistema informativo unitario delle politiche del lavoro.

La domanda può essere presentata:

  • tramite il sito dell’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro), nell’area ad accesso riservato;
  • oppure attraverso la domanda Naspi, che equivale alla dichiarazione di disponibilità e viene trasmessa dall’Inps all’Anpal.

La DID online può essere resa già durante il periodo di preavviso di licenziamento.

Che cos’è il patto di servizio?

L’ultimo requisito per confermare lo stato di disoccupazione ed avere diritto alla Naspi in caso di licenziamento per giusta causa è quello di sottoscrivere presso il Centro per l’impiego un patto di servizio personalizzato, tramite la creazione di un profilo personale volto alla ricerca di un nuovo lavoro. A tal fine, occorre contattare il Centro per l’impiego competente per territorio entro 30 giorni dalla data in cui è stata fatta la dichiarazione di disponibilità al lavoro.

Il patto di servizio deve indicare che il cittadino è disposto a:

  • partecipare a iniziative e laboratori per il rafforzamento delle competenze nella ricerca attiva di lavoro (ad esempio, stesura del curriculum vitae e preparazione per sostenere colloqui di lavoro o altra iniziativa di orientamento);
  • partecipare a iniziative di carattere formativo o di riqualificazione o altra iniziativa di politica attiva o di attivazione;
  • accettare di offerte di lavoro congrue;
  • partecipare ad attività di pubblica utilità a beneficio della comunità territoriale di appartenenza.

Nel patto di servizio devono essere concordate le modalità di convocazione dell’iscritto, il quale può essere chiamato nei giorni feriali con preavviso di almeno 24 ore secondo quanto stabilito.

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Che succede se non rispondo a una richiesta di pagamento di un debito?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’eventuale silenzio del debitore può considerarsi un’ammissione di debito e quindi fonte di responsabilità?

Se ricevi una richiesta di pagamento per un debito e non rispondi, il tuo comportamento potrà essere considerato come una tacita ammissione di responsabilità? Quali sono le conseguenze del tuo silenzio? 

La domanda sarà venuta in mente a più di una persona. E ciò perché non è raro trovarsi dinanzi a chi, a fronte delle pretese del creditore, preferisce non dare alcuna spiegazione nella speranza che la controparte abbandoni la presa. 

La questione si pone però sotto un profilo processuale perché spesso il giudice, nel giudicare una controversia, valuta anche il comportamento tenuto dalle parti prima della causa. Ed allora, l’eventuale contestazione sollevata solo con il giudizio potrebbe apparire pretestuosa se, prima di tale momento, il debitore non ha mai eccepito alcuna contestazione. Cerchiamo dunque di comprendere meglio che succede se non si risponde a una richiesta di pagamento di un debito.

Il silenzio è un diritto?

Dinanzi a una richiesta di pagamento, il debitore non è obbligato a rispondere. La legge non gli impone né di ammettere il debito, né di contestarlo. Egli può quindi far finta di nulla. Il suo silenzio non implica, sotto un profilo sostanziale, alcuna tacita ammissione di debito. E questo perché non v’è alcuna norma che lo preveda.

Le cose andrebbero diversamente invece se il debitore, rispondendo alla lettera del creditore, chiedesse una dilazione di pagamento o uno sconto. In tale caso, infatti, il tentativo di trovare un accordo è considerato, dalla giurisprudenza, come una tacita ammissione del debito. E lo stesso avverrebbe se il debitore pagasse solo una parte del prezzo senza sollevare alcuna contestazione: anche in tal caso, si avrebbe una tacita ammissione dell’esistenza dell’obbligazione. 

Possiamo quindi per il momento dire che il silenzio è un diritto.

Che succede se il creditore fa causa al debitore?

Sotto un profilo processuale, il giudice può decidere tenendo conto del comportamento delle parti tenuto prima del giudizio. Ma non può trarne argomenti di prova come il riconoscimento tacito del debito. Dunque il debitore può sollevare la contestazione per la prima volta al ricevimento della citazione, nel proprio atto difensivo.

Anche la stessa mancata costituzione in giudizio (ossia la cosiddetta contumacia) da parte del debitore non implica una ammissione di responsabilità. Il creditore resterà solo in giudizio ma dovrà comunque dimostrare il proprio diritto; diversamente il giudice rigetterà la sua domanda.

È comunque sempre bene che il debitore si difenda con un avvocato poiché, in caso contrario, il creditore avrebbe gioco facile. Così come è necessario che il debitore, convocato dinanzi all’organismo di mediazione prima del processo (così com’è obbligatorio per determinati giudizi) si presenti a mezzo dell’avvocato. La sua partecipazione personale è infatti necessaria.

Che succede a chi non risponde a una richiesta di pagamento?

In conclusione possiamo dire che nessun effetto consegue alla mancata risposta del debitore a una richiesta di pagamento del creditore, seppur è sempre bene sollevare contestazioni nel più breve tempo possibile. E ciò proprio perché il giudice è un essere umano come gli altri e, in quanto tale, soggetto a suggestioni. Potrebbe quindi ritenere meno fondata la contestazione sollevata, per la prima volta, a distanza di numerosi anni, solo cioè con la causa, quando prima non è mai stato detto nulla. 

Peraltro non poche volte la legge prevede dei termini per la contestazione, scaduti i quali non è più possibile contestare un credito. Succede ad esempio con:

  • il condominio: per contestare un vizio di annullabilità dell’assemblea, non ci si può muovere solo al ricevimento della richiesta di pagamento dell’amministratore ma bisogna agire entro 30 giorni dalla delibera stessa;
  • l’appaltatore: eventuali gravi difetti di costruzione vanno contestati entro 60 giorni dalla scoperta dei vizi, mentre l’azione si prescrive in due anni;
  • il venditore: il difetto di conformità dell’oggetto, per chi ha acquistato con partita Iva, deve essere denunciato entro 8 giorni dal ricevimento della merce (non è previsto un termine invece per chi acquista in veste di consumatore).
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Vendita di seconda mano: la garanzia si può cedere all’acquirente?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi compra un prodotto usato può far valere la garanzia nei confronti del primo rivenditore?

Un nostro lettore ha intenzione di acquistare un prodotto usato che è ancora in garanzia, non essendo trascorsi due anni dall’acquisto. Ci chiede cosa potrebbe succedere se il prodotto dovesse rompersi e perciò dovesse avesse necessità di portarlo in assistenza per la riparazione. Insomma, il quesito legale che ci viene posto è il seguente: in caso di vendita di seconda mano, la garanzia si può cedere all’acquirente anche nel caso di fattura nominativa? La questione coinvolge l’interpretazione della legge sui diritti del consumatore. Procediamo con ordine.

Che succede in caso di vendita di un prodotto usato?

È sicuramente lecito vendere un oggetto usato, anche se in garanzia. La vendita non fa cessare la garanzia che prosegue sempre fino a due anni dall’iniziale consegna del bene. Ma attenzione: a dover prestare la garanzia nei confronti dell’acquirente “di seconda mano” non è il privato che gli ha venduto il prodotto (il quale, proprio in quanto “privato”, non è tenuto a rispettare il codice del consumo) ma l’originario rivenditore (ossia il commerciante). Vedremo a breve in che modo.

Dunque, il fatto che un oggetto passi di proprietà da una persona a un’altra non fa decadere la garanzia che il primo venditore è tenuto a prestare nei due anni dalla consegna della merce.

Il problema è però individuare quale sia il soggetto tenuto a far valere la garanzia: se cioè l’acquirente del prodotto usato o il relativo venditore su richiesta di quest’ultimo. Prima però di affrontare questo scoglio, ricordiamo come funziona la garanzia.

In cosa consiste la garanzia

Come noto, la garanzia è dovuta indipendentemente dalla conservazione della fattura o dello scontrino. Questi documenti hanno mera valenza fiscale. Il più delle volte il rivenditore li richiede come semplice prova d’acquisto, per accertare non solo l’identità del rivenditore e l’effettività della vendita, ma anche la data in cui detta vendita è avvenuta e, in definitiva, il rispetto del termine biennale della garanzia.

Ricordiamo che la garanzia, da esercitare entro due anni dalla consegna, consente di ottenere, a scelta dell’acquirente: 

  • la riparazione del prodotto in tempi brevi;
  • la sua sostituzione con uno identico. 

Se tali soluzioni dovessero risultare impossibili o economicamente troppo gravose, il consumatore può scegliere tra: 

  • la risoluzione del contratto: ossia la restituzione dell’oggetto e contestuale rimborso del prezzo; 
  • la riduzione del prezzo in proporzione al ridotto valore del bene, che pertanto in questo caso potrà essere trattenuto. 

Chi compra un oggetto di seconda mano può far valere la garanzia?

Il fatto che la fattura sia intestata a persona diversa (il primo acquirente) rispetto a colui che chiede la garanzia (il secondo acquirente “di seconda mano”), non è ostacolo per ottenere l’intervento in riparazione del venditore o la sostituzione del prodotto o la risoluzione del contratto o lo sconto.

Quindi ben potrebbe l’acquirente “di seconda mano” rivolgersi direttamente al rivenditore per far valere la garanzia. 

Il problema però si pone se il rivenditore dovesse negare la garanzia e il proprietario dell’oggetto fosse costretto a ricorrere al giudice. In questo caso infatti, essendo il motivo della causa l’inadempimento di un contratto, non avrebbe legittimazione processuale l’acquirente di seconda mano ma il primo acquirente. Sicché è necessario che sia quest’ultimo ad agire in giudizio contro il venditore, a richiesta del secondo acquirente.

Verosimilmente la vertenza giudiziaria verrà risolta – almeno sotto un profilo processuale – nel seguente modo:

  • l’acquirente di seconda mano cita in giudizio colui che gli ha venduto il bene usato per inadempimento contrattuale, avendo ricevuto un oggetto di qualità diversa da quelle che gli era stata promessa;
  • il venditore “primo acquirente”, una volta citato in giudizio, citerà a sua volta il rivenditore presso cui ha acquistato l’oggetto e lo chiamerà “in garanzia”, per manlevarlo da ogni conseguenza negativa che dovesse subire a seguito della causa;
  • si istaurerà così un giudizio con tre soggetti diversi: se il giudice dovesse ritenere dovuta la garanzia, il primo rivenditore sarà tenuto a prestarla nei confronti dell’acquirente di seconda mano.   
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Se l’azienda fallisce e mi licenzia mi spetta il preavviso

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il curatore fallimentare non rispetta il periodo di preavviso, il lavoratore dipendente deve insinuarsi al fallimento per farsi liquidare l’indennità sostituiva di preavviso. 

Nel caso in cui un dipendente dovesse essere licenziato per intervenuto fallimento, potrebbe il curatore fallimentare nominato dal tribunale disporre il licenziamento in tronco o sarebbe comunque tenuto a dare il preavviso? Di questa problematica si è occupata di recente la Cassazione [1]. La questione coinvolge il discorso del cosiddetto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo» che è quello derivante da ragioni organizzative e produttive, come appunto uno stato di insolvenza. 

Nel caso di specie una società era andata in default e il tribunale aveva risolto tutti i contratti di lavoro con gli ex dipendenti, ma con effetto immediato, ossia in tronco. Uno degli interessati si è rivolto al giudice per impugnare il provvedimento adottato dal Curatore fallimentare. La questione, dopo il primo e il secondo grado di giudizio, è finita in Cassazione. A rivolgersi poi alla Cassazione è stato il lavoratore che ha appunto prospettato la seguente domanda: se l’azienda fallisce e mi licenzia mi spetta il preavviso?

La Corte ricorda che il preavviso è obbligatorio tutte le volte in cui il licenziamento non avvenga per giusta causa. E il licenziamento per giusta causa è solo quello che deriva da gravi inadempimenti del dipendente, tanto gravi da non consentire la prosecuzione del rapporto lavorativo neanche per un giorno.

Il licenziamento determinato da fallimento invece rientra nella diversa nozione di licenziamento per giustificato motivo oggettivo che, invece, esige sempre il rispetto del preavviso. Certo, il datore di lavoro vi potrebbe rinunciare, pagando tuttavia al lavoratore la relativa indennità prevista dal Contratto collettivo nazionale di categoria. 

Risultato: anche in caso di fallimento, il dipendente licenziato deve avere il preavviso. Ma che succede se, invece, in barba a tale regola, il licenziamento dovesse avvenire in tronco? Ebbene, secondo la Suprema Corte, il lavoratore dovrebbe insinuarsi al passivo della procedura fallimentare per chiedere il pagamento dell’indennità di mancato preavviso. La cui liquidazione però richiede un po’ di tempo: sarà infatti necessario innanzitutto presentare un’istanza al curatore e, in secondo luogo, attendere che questi inizi a riscuotere i crediti dell’azienda fallita o a liquidarne i beni per recuperare dell’attivo. Solo una volta acquisita la liquidità necessaria, il Curatore forma lo stato di riparto e attribuisce a tutti i creditori dell’azienda le somme a questi dovute, in proporzione a quanto riscosso. I lavoratori però sono creditori privilegiati e vanno quindi pagati per primi. 

Il tecnicismo della procedura consiglia di avvalersi sempre dell’ausilio di un avvocato affinché presenti la domanda di insinuazione al fallimento per ottenere l’indennità di mancato preavviso.

Tornando al caso giudiziario qui in commento, i giudici supremi hanno precisato che, qualora il curatore fallimentare opti, come nel caso in esame, per lo scioglimento del rapporto, esso cessa per effetto, non già della dichiarazione di fallimento in sé, bensì, in presenza di un giustificato motivo oggettivo, quale la cessazione dell’attività di impresa, per effetto dell’esercizio di una facoltà comunque sottoposta al rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi. Se il rapporto si scioglie in tal modo, in assenza di un periodo di preavviso nel quale il lavoratore abbia potuto prestare la propria attività, egli matura il diritto alla relativa indennità sostitutiva.

Peraltro, l’istituto del preavviso non ha natura risarcitoria, ma indennitaria retributiva, in quanto finalizzato a porre rimedio alla mera eventualità del mancato rinvenimento di una nuova occupazione, nonché a tutelare la parte che subisce l’improvvisa interruzione del rapporto, attenuandone le conseguenze. Dunque, la richiesta del lavoratore dall’indennità non configura incompatibilità alcuna con l’esercizio della facoltà di scioglimento del curatore.

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Quali sono le caratteristiche di un diritto soggettivo?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è un diritto soggettivo, la differenza con il diritto oggettivo e le varie categorie di diritti: assoluti e relativi. 

Ti sarà capitato di dire magari, davanti a un negoziante, che è tuo diritto pagare con carta di credito. O, nel condominio, di aver diritto al risarcimento per i danni arrecati al tuo appartamento dalle perdite delle tubature idriche comuni. O, in caso di furto in una camera d’hotel, di aver diritto al rimborso da parte dell’albergatore. In tutti questi casi, hai parlato di diritto. Ma sapresti dire, in termini più precisi, cos’è un diritto? 

Quando parli di diritti della persona, stai in realtà parlando di diritti soggettivi, ossia ciò che l’ordinamento riconosce ai “soggetti”, alle persone fisiche (come te) o a quelle giuridiche (ad esempio le società). Vediamo allora, più nel dettaglio, quali sono le caratteristiche di un diritto soggettivo. 

Cos’è un diritto soggettivo e quali sono i suoi elementi distintivi

I diritti soggettivi sono definiti come prerogative garantite a un individuo o a un gruppo di individui dall’ordinamento giuridico e riconosciute come tali da un soggetto giuridico (lo Stato, i Comuni, le Regioni, ecc.). Perché si parla di “prerogative”? Perché la violazione di tali riconoscimenti può essere fatta valere dinanzi a un giudice. Se una persona non ti paga e ne hai diritto, puoi rivolgerti al tribunale affinché la condanni. Se un venditore ti consegna un prodotto scadente puoi citarlo in giudizio e un giudice ti garantirà una tutela. Insomma un diritto soggettivo ha la particolarità di essere sempre tutelato. 

Ecco alcune delle caratteristiche più importanti dei diritti soggettivi:

  • esigibilità: i diritti soggettivi possono essere esigibili davanti a un’autorità giudiziaria o ad altri soggetti giuridici competenti (ad esempio un organo amministrativo come il Prefetto, il Questore, ecc.);
  • personalità: i diritti soggettivi sono intrinsecamente legati alla persona che li possiede e non possono essere trasferiti a terzi senza il consenso dell’interessato (si pensi al diritto d’autore che consente di vendere il diritto di sfruttamento economico dell’opera ma previo contratto scritto);
  • riconoscimento giuridico: i diritti soggettivi sono riconosciuti dall’ordinamento giuridico e sono soggetti alla tutela giurisdizionale;
  • protezione giuridica: i diritti soggettivi sono protetti dall’ordinamento giuridico e possono essere fatti valere in caso di lesione o minaccia;
  • autonomia: i diritti soggettivi non possono essere limitati o modificati dalla volontà di altri soggetti;
  • Queste sono alcune delle caratteristiche più importanti dei diritti soggettivi. 

Quali sono le differenze tra un diritto soggettivo e un obbligo morale?

Ogni figlio deve volere bene a suo padre e sua madre, deve rispettarli e andarli a trovare periodicamente. Si può dire che i genitori abbiano un diritto soggettivo ad essere amati dai figli? No. Il comando di essere attaccati ai propri genitori non deriva da norma di legge, ma da un dovere morale comunemente accettato. Questa è la differenza tra diritti soggettivi e obblighi morali. Si tratta cioè due concetti molto diversi. Ecco alcune delle principali differenze tra i due:

  • origine: i diritti soggettivi sono riconosciuti e garantiti dall’ordinamento giuridico, mentre gli obblighi morali sono basati sulla coscienza personale, sulla tradizione culturale e sulla religione;
  • sanzione: i diritti soggettivi possono essere tutelati giuridicamente, mentre gli obblighi morali non hanno una sanzione giuridica diretta;
  • riconoscimento giuridico: i diritti soggettivi sono riconosciuti dal sistema giuridico, mentre gli obblighi morali non sono riconosciuti dalla legge;
  • universalità: i diritti soggettivi sono universali e applicabili a tutte le persone (almeno quelle soggette alla legge di un determinato Stato), mentre gli obblighi morali possono variare in base alle tradizioni culturali e religiose;
  • carattere obbligatorio: i diritti soggettivi sono obbligatori, mentre gli obblighi morali sono basati sul senso di responsabilità personale e quindi la loro attuazione è su base volontaria.

In sintesi, i diritti soggettivi sono riconosciuti e garantiti dal sistema giuridico, mentre gli obblighi morali sono basati sulla coscienza personale e non hanno una sanzione giuridica diretta.

Qual è la differenza tra diritto soggettivo e interesse legittimo? 

Il diritto soggettivo e l’interesse legittimo sono due concetti distinti nel diritto. 

Il diritto soggettivo viene garantito e tutelato dal nostro ordinamento senza alcun limite, perché ritenuto di per sé meritevole di tutela.

L’interesse legittimo ricorre invece tutte le volte in cui l’interesse di un privato si pone in contrasto con quello della pubblica amministrazione. Dunque il tribunale (che in questo caso è il TAR) può riconoscere tutela all’interesse del privato solo nella misura in cui questo non vada contro l’interesse pubblico.

L’interesse legittimo è quello che ogni cittadino vanta nei confronti della pubblica amministrazione a che questa svolga in modo corretto, efficiente e imparziale i propri compiti. L’interesse del singolo è quindi un interesse della collettività e intanto il primo può essere tutelato in quanto corrisponda a quello del gruppo. 

Si pensi all’interesse di un privato che ha partecipato a un concorso pubblico a far revisionare il proprio elaborato perché ritiene di non essere stato giudicato correttamente. Lo scopo dello Stato è quello di garantire l’aggiudicazione dei posti nell’amministrazione solo ai migliori; sicché in tal caso l’interesse del privato a vincere il concorso si concilierà con quello pubblico solo nella misura in cui questi effettivamente aveva le carte in regola per ottenere l’aggiudicazione.

Ecco alcune delle principali differenze diritti soggettivi e interessi legittimi:

  • definizione: il diritto soggettivo è un diritto garantito dalla legge che riconosce a un individuo o a un gruppo di individui il potere di esigere determinati comportamenti da parte degli altri, mentre l’interesse legittimo è una situazione di fatto che giustifica l’esercizio di un diritto o l’intrapresa di un’azione giuridica solo se detto interesse non è in contrasto con quello della collettività.
  • protezione: i diritti soggettivi sono protetti dalla legge e possono essere fatti valere in sede giudiziaria, mentre gli interessi legittimi sono protetti dalla legge non in modo assoluto ma previo vaglio di compatibilità con l’interesse pubblico;
  • controparte: i diritti soggettivi vengono fatti valere nei confronti dei privati e, in alcuni casi, della Pubblica amministrazione. Gli interessi legittimi invece hanno sempre come controparte la Pubblica amministrazione.

In sintesi, il diritto soggettivo è un diritto riconosciuto dalla legge che garantisce a un individuo o a un gruppo di individui il potere di esigere determinati comportamenti da parte degli altri, mentre l’interesse legittimo è l’interesse del privato a che l’azione della pubblica amministrazione si svolga correttamente e nell’interesse di tutti.

Qual è la differenza tra diritto soggettivo e diritto oggettivo?

Il diritto soggettivo e il diritto oggettivo sono due categorie fondamentali del diritto che si distinguono per le loro caratteristiche e la loro funzione.

Il diritto soggettivo, come visto, è un diritto che conferisce a una persona un potere giuridico di agire o di esigere un comportamento da parte di altre persone. Ad esempio, il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, alla libertà di espressione sono tutti esempi di diritti soggettivi.

Il diritto oggettivo, d’altra parte, è l’insieme delle norme che regolano i rapporti tra le persone. Si tratta di leggi che stabiliscono l’ordine giuridico e le regole di comportamento per la società nel suo insieme. Ad esempio, le leggi sulla proprietà, sulla successione, sulle obbligazioni, sul contratto sono tutti esempi di diritto oggettivo.

In sintesi, il diritto soggettivo si concentra sulle libertà e i poteri delle singole persone, mentre il diritto oggettivo regola le relazioni tra le persone e stabilisce le regole generali della società.

Differenza tra diritti assoluti e relativi 

I diritti soggettivi possono essere assoluti o relativi.

I diritti soggettivi assoluti sono quelli che possono essere fatti valere nei confronti di tutta la società e richiedono un’astensione da parte degli altri soggetti. Ad esempio, il diritto alla vita o il diritto alla libertà personale sono considerati diritti soggettivi assoluti. Lo stesso dicasi per il diritto di proprietà. Questi diritti possono essere esercitati senza la collaborazione di altri soggetti. Difatti c’è solo bisogno di un generale obbligo di astensione dal ledere tali diritti. Il diritto può essere esercitato senza bisogno della collaborazione di un altro soggetto. Per vivere in casa propria non è necessaria la controprestazione di un altro soggetto ma semplicemente che nessuno vi entri o crei schiamazzi o altre turbative.

I diritti soggettivi relativi, al contrario, possono essere esercitati solo se c’è la collaborazione di un altro soggetto. Ad esempio, il diritto di credito è un diritto soggettivo relativo, poiché richiede la collaborazione del debitore – che deve pagare – per essere esercitato.  

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Quali sono le caratteristiche di un diritto soggettivo?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è un diritto soggettivo, la differenza con il diritto oggettivo e le varie categorie di diritti: assoluti e relativi. 

Ti sarà capitato di dire magari, davanti a un negoziante, che è tuo diritto pagare con carta di credito. O, nel condominio, di aver diritto al risarcimento per i danni arrecati al tuo appartamento dalle perdite delle tubature idriche comuni. O, in caso di furto in una camera d’hotel, di aver diritto al rimborso da parte dell’albergatore. In tutti questi casi, hai parlato di diritto. Ma sapresti dire, in termini più precisi, cos’è un diritto? 

Quando parli di diritti della persona, stai in realtà parlando di diritti soggettivi, ossia ciò che l’ordinamento riconosce ai “soggetti”, alle persone fisiche (come te) o a quelle giuridiche (ad esempio le società). Vediamo allora, più nel dettaglio, quali sono le caratteristiche di un diritto soggettivo. 

Cos’è un diritto soggettivo e quali sono i suoi elementi distintivi

I diritti soggettivi sono definiti come prerogative garantite a un individuo o a un gruppo di individui dall’ordinamento giuridico e riconosciute come tali da un soggetto giuridico (lo Stato, i Comuni, le Regioni, ecc.). Perché si parla di “prerogative”? Perché la violazione di tali riconoscimenti può essere fatta valere dinanzi a un giudice. Se una persona non ti paga e ne hai diritto, puoi rivolgerti al tribunale affinché la condanni. Se un venditore ti consegna un prodotto scadente puoi citarlo in giudizio e un giudice ti garantirà una tutela. Insomma un diritto soggettivo ha la particolarità di essere sempre tutelato. 

Ecco alcune delle caratteristiche più importanti dei diritti soggettivi:

  • esigibilità: i diritti soggettivi possono essere esigibili davanti a un’autorità giudiziaria o ad altri soggetti giuridici competenti (ad esempio un organo amministrativo come il Prefetto, il Questore, ecc.);
  • personalità: i diritti soggettivi sono intrinsecamente legati alla persona che li possiede e non possono essere trasferiti a terzi senza il consenso dell’interessato (si pensi al diritto d’autore che consente di vendere il diritto di sfruttamento economico dell’opera ma previo contratto scritto);
  • riconoscimento giuridico: i diritti soggettivi sono riconosciuti dall’ordinamento giuridico e sono soggetti alla tutela giurisdizionale;
  • protezione giuridica: i diritti soggettivi sono protetti dall’ordinamento giuridico e possono essere fatti valere in caso di lesione o minaccia;
  • autonomia: i diritti soggettivi non possono essere limitati o modificati dalla volontà di altri soggetti;
  • Queste sono alcune delle caratteristiche più importanti dei diritti soggettivi. 

Quali sono le differenze tra un diritto soggettivo e un obbligo morale?

Ogni figlio deve volere bene a suo padre e sua madre, deve rispettarli e andarli a trovare periodicamente. Si può dire che i genitori abbiano un diritto soggettivo ad essere amati dai figli? No. Il comando di essere attaccati ai propri genitori non deriva da norma di legge, ma da un dovere morale comunemente accettato. Questa è la differenza tra diritti soggettivi e obblighi morali. Si tratta cioè due concetti molto diversi. Ecco alcune delle principali differenze tra i due:

  • origine: i diritti soggettivi sono riconosciuti e garantiti dall’ordinamento giuridico, mentre gli obblighi morali sono basati sulla coscienza personale, sulla tradizione culturale e sulla religione;
  • sanzione: i diritti soggettivi possono essere tutelati giuridicamente, mentre gli obblighi morali non hanno una sanzione giuridica diretta;
  • riconoscimento giuridico: i diritti soggettivi sono riconosciuti dal sistema giuridico, mentre gli obblighi morali non sono riconosciuti dalla legge;
  • universalità: i diritti soggettivi sono universali e applicabili a tutte le persone (almeno quelle soggette alla legge di un determinato Stato), mentre gli obblighi morali possono variare in base alle tradizioni culturali e religiose;
  • carattere obbligatorio: i diritti soggettivi sono obbligatori, mentre gli obblighi morali sono basati sul senso di responsabilità personale e quindi la loro attuazione è su base volontaria.

In sintesi, i diritti soggettivi sono riconosciuti e garantiti dal sistema giuridico, mentre gli obblighi morali sono basati sulla coscienza personale e non hanno una sanzione giuridica diretta.

Qual è la differenza tra diritto soggettivo e interesse legittimo? 

Il diritto soggettivo e l’interesse legittimo sono due concetti distinti nel diritto. 

Il diritto soggettivo viene garantito e tutelato dal nostro ordinamento senza alcun limite, perché ritenuto di per sé meritevole di tutela.

L’interesse legittimo ricorre invece tutte le volte in cui l’interesse di un privato si pone in contrasto con quello della pubblica amministrazione. Dunque il tribunale (che in questo caso è il TAR) può riconoscere tutela all’interesse del privato solo nella misura in cui questo non vada contro l’interesse pubblico.

L’interesse legittimo è quello che ogni cittadino vanta nei confronti della pubblica amministrazione a che questa svolga in modo corretto, efficiente e imparziale i propri compiti. L’interesse del singolo è quindi un interesse della collettività e intanto il primo può essere tutelato in quanto corrisponda a quello del gruppo. 

Si pensi all’interesse di un privato che ha partecipato a un concorso pubblico a far revisionare il proprio elaborato perché ritiene di non essere stato giudicato correttamente. Lo scopo dello Stato è quello di garantire l’aggiudicazione dei posti nell’amministrazione solo ai migliori; sicché in tal caso l’interesse del privato a vincere il concorso si concilierà con quello pubblico solo nella misura in cui questi effettivamente aveva le carte in regola per ottenere l’aggiudicazione.

Ecco alcune delle principali differenze diritti soggettivi e interessi legittimi:

  • definizione: il diritto soggettivo è un diritto garantito dalla legge che riconosce a un individuo o a un gruppo di individui il potere di esigere determinati comportamenti da parte degli altri, mentre l’interesse legittimo è una situazione di fatto che giustifica l’esercizio di un diritto o l’intrapresa di un’azione giuridica solo se detto interesse non è in contrasto con quello della collettività.
  • protezione: i diritti soggettivi sono protetti dalla legge e possono essere fatti valere in sede giudiziaria, mentre gli interessi legittimi sono protetti dalla legge non in modo assoluto ma previo vaglio di compatibilità con l’interesse pubblico;
  • controparte: i diritti soggettivi vengono fatti valere nei confronti dei privati e, in alcuni casi, della Pubblica amministrazione. Gli interessi legittimi invece hanno sempre come controparte la Pubblica amministrazione.

In sintesi, il diritto soggettivo è un diritto riconosciuto dalla legge che garantisce a un individuo o a un gruppo di individui il potere di esigere determinati comportamenti da parte degli altri, mentre l’interesse legittimo è l’interesse del privato a che l’azione della pubblica amministrazione si svolga correttamente e nell’interesse di tutti.

Qual è la differenza tra diritto soggettivo e diritto oggettivo?

Il diritto soggettivo e il diritto oggettivo sono due categorie fondamentali del diritto che si distinguono per le loro caratteristiche e la loro funzione.

Il diritto soggettivo, come visto, è un diritto che conferisce a una persona un potere giuridico di agire o di esigere un comportamento da parte di altre persone. Ad esempio, il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, alla libertà di espressione sono tutti esempi di diritti soggettivi.

Il diritto oggettivo, d’altra parte, è l’insieme delle norme che regolano i rapporti tra le persone. Si tratta di leggi che stabiliscono l’ordine giuridico e le regole di comportamento per la società nel suo insieme. Ad esempio, le leggi sulla proprietà, sulla successione, sulle obbligazioni, sul contratto sono tutti esempi di diritto oggettivo.

In sintesi, il diritto soggettivo si concentra sulle libertà e i poteri delle singole persone, mentre il diritto oggettivo regola le relazioni tra le persone e stabilisce le regole generali della società.

Differenza tra diritti assoluti e relativi 

I diritti soggettivi possono essere assoluti o relativi.

I diritti soggettivi assoluti sono quelli che possono essere fatti valere nei confronti di tutta la società e richiedono un’astensione da parte degli altri soggetti. Ad esempio, il diritto alla vita o il diritto alla libertà personale sono considerati diritti soggettivi assoluti. Lo stesso dicasi per il diritto di proprietà. Questi diritti possono essere esercitati senza la collaborazione di altri soggetti. Difatti c’è solo bisogno di un generale obbligo di astensione dal ledere tali diritti. Il diritto può essere esercitato senza bisogno della collaborazione di un altro soggetto. Per vivere in casa propria non è necessaria la controprestazione di un altro soggetto ma semplicemente che nessuno vi entri o crei schiamazzi o altre turbative.

I diritti soggettivi relativi, al contrario, possono essere esercitati solo se c’è la collaborazione di un altro soggetto. Ad esempio, il diritto di credito è un diritto soggettivo relativo, poiché richiede la collaborazione del debitore – che deve pagare – per essere esercitato.  

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Si può rifiutare il rinnovo di un apprendistato per gravidanza?

Posted on : 07-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Comportamenti discriminatori sul lavoro: quando il datore di lavoro licenzia la lavoratrice incinta si presume responsabile. 

La legge stabilisce il divieto di licenziamento della lavoratrice donna incinta: esso si applica a partire dall’inizio della gravidanza (ossia dal concepimento) fino al compimento di un anno di età del bambino. L’eventuale licenziamento sarebbe nullo e la lavoratrice avrebbe diritto alla restituzione del posto. Ci si chiede però se tale divieto possa valere anche per chi ha un contratto di apprendistato che, come noto, ha una scadenza. Proprio di recente alla Cassazione è stato chiesto se si può rifiutare il rinnovo del contratto di apprendistato per gravidanza. La Suprema Corte ha fornito la seguente risposta [1]. 

È vietato al datore di lavoro porre, come giustificazione del mancato rinnovo di un contratto di apprendistato, la gravidanza o la maternità della lavoratrice. Un comportamento di questo tipo si considera una discriminazione sul lavoro. L’aspetto però più difficoltoso potrebbe consistere nella prova: come fa la lavoratrice a dimostrare al giudice, in un eventuale processo, che alla base del motivo del licenziamento e del mancato rinnovo del contratto vi è la maternità? Ebbene, sul punto esiste una specifica disposizione: l’art. 40 del decreto legislativo n. 198/2006. Tale norma stabilisce che quando il lavoratore fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all’assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso, spetta al datore di lavoro l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione.

In pratica, questa norma fornisce un assist alla donna licenziata: non potendo “entrare nella testa” del proprio datore di lavoro e dimostrare effettivamente l’intento discriminatorio, quest’ultimo può essere semplicemente presunto dal fatto che il comportamento incriminato sia avvenuto proprio in occasione della gravidanza. Spetterà al datore di lavoro fornire la prova contraria ossia che il licenziamento era motivato da altre esigenze.

Una lavoratrice ricorreva in giudizio chiedendo l’accertamento e la repressione del comportamento discriminatorio tenuto da parte del datore di lavoro, connesso alla disdetta dal contratto di apprendistato, “a causa” delle due gravidanze portate a termine nel corso del suddetto rapporto di lavoro.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, sottolineando che in tema di comportamenti datoriali discriminatori fondati sul sesso, l’art. 40, d.lgs. n. 198/2006 stabilisce «un’attenuazione del regime probatorio ordinario in favore della parte ricorrente, la quale è tenuta solo a dimostrare un’ingiustificata differenza di trattamento o anche solo una posizione di particolare svantaggio dovute al fattore di rischio tipizzato dalla legge in termini tali da integrare una presunzione di discriminazione, restando, per il resto, a carico del datore di lavoro l’onere di dimostrare le circostanze inequivoche, idonee a escludere, per precisione, gravità e concordanza di significato, la natura discriminatoria della condotta» [2].

La lavoratrice era doveva dunque dimostrazione solo di essere portatrice di un fattore di discriminazione e di aver subito un trattamento svantaggioso in connessione con il suddetto fattore. E il giudice avrebbe dovuto verificare l’esistenza di un possibile fattore di discriminazione in relazione alla disdetta dal solo contratto di apprendistato e, in caso di esito positivo, se il datore avesse assolto al proprio onere di allegare e dimostrare circostanze destinate a superare la presunzione di discriminazione. Ciò nel caso di specie non è avvenuto e la lavoratrice ha vinto la causa.

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