Prestanome: chi è e quando è possibile averlo

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come e quando intestare una casa a un’altra persona per evadere la legge o eludere il fisco; quali strumenti per scoprire il prestanome e cosa rischia quest’ultimo.

«Prestanome»: chissà quante volte abbiamo sentito questo termine, generalmente usato in una accezione negativa, come strumento di chi evade la legge, elude il fisco o tenta di sfuggire ai debiti. Eppure il ricorso a un «prestanome» non è necessariamente illecito. Anzi, non poche volte è la stessa legge che consente di avere un prestanome, ne disciplina le modalità e i rapporti con l’effettivo titolare del diritto. Altre volte, invece, la presenza di un prestanome non è di ostacolo alle autorità per agire nei confronti di un amministratore di fatto di una società o di un evasore fiscale. Vediamo dunque chi è un prestanome e quando è possibile averlo. Poiché tuttavia il ricorso al prestanome è possibile in una serie di casi pratici tra loro molto differenti, la nostra indagine partirà proprio dagli esempi più ricorrenti.

Prestanome e simulazione

In generale, l’uso di un prestanome è consentito dall’ordinamento quando persegue finalità non illecite o elusive. Ad esempio, si può intestare una casa a un amico o a un parente, stabilendo – a fronte di un formale atto di vendita o di donazione – un accordo sottobanco con cui le parti riconoscono che l’effettivo proprietario del bene è un soggetto diverso da colui che risulta tale nei registri immobiliari; a richiesta di quest’ultimo l’immobile andrà quindi restituito al reale titolare. Si pensi al caso di una persona che non vuol apparire, in pubblico, come possessore di immobili per una questione di privacy o di sicurezza. Si parla a riguardo di simulazione. Con la simulazione, le parti, nel momento in cui firmano un contratto, stabiliscono con un diverso accordo “segreto” di non volere gli effetti di tale contratto o di volere gli effetti di un contratto diverso. Facciamo qualche esempio. Tizio dona a Caio la propria casa, ma in realtà i due hanno prima firmato una scrittura privata con cui si precisa che la donazione è solo di comodo e che il bene andrà restituito a Tizio non appena questi lo richiede. Si pensi ancora al caso di Sempronio che vende la casa a uno dei propri figli a un prezzo irrisorio o con l’accordo di restituirgli poi i soldi ricevuti: in tal caso si parla di una compravendita che simula una donazione.

Trust

Di recente il nostro ordinamento ha introdotto una apposita figura che disciplina tale situazione: il trust. Grazie a tale contratto, un terreno, un appartamento, una casa viene intestata a un soggetto fiduciario che, da quel momento, oltre a diventare proprietario del bene, acquista l’obbligo di amministrarlo per un determinato periodo per poi restituirlo alla scadenza di detto periodo o su richiesta del precedente titolare.

Difendersi in caso di prestanome di un immobile

Tutto ciò è pienamente lecito, ma – dicevamo in apertura – nel momento in cui lede gli interessi di un soggetto privato o dello Stato, l’intestazione fittizia può essere resa inefficace. In che modo?

L’azione revocatoria

Se l’uso di un prestanome ha lo scopo di frodare un creditore, quest’ultimo può agire entro 5 anni dall’intestazione fittizia del bene per far revocare il passaggio di proprietà. Si parla a riguardo di «azione revocatoria». Facciamo un esempio. Tizio dona a Caio la casa per impedire che Sempronio, suo creditore, gliela pignora. Entro 5 anni dal passaggio di proprietà, Sempronio può fare una causa in modo da rendere inefficace la donazione e pignorare ugualmente l’immobile.

Per l’azione revocatoria è necessario dimostrare:

  • la volontà del debitore di frodare il creditore: tale intento viene reso palese dal fatto che, oltre al bene ceduto, il debitore non ha altri beni su cui il creditore potrebbe soddisfarsi con un eventuale pignoramento (si pensi a Tizio che vende l’unico appartamento di proprietà);
  • nel solo caso in cui l’intestazione fittizia avvenga con una vendita (non quindi in caso di donazione), la consapevolezza da parte dell’acquirente dell’intento fraudolento del venditore, ossia dello scopo, perseguito da quest’ultimo, di eludere le garanzie del creditore.

Il pignoramento diretto

Se la simulazione avviene tramite donazione, il creditore può pignorare il bene ceduto, senza bisogno di agire con l’azione revocatoria, se iscrive il pignoramento nei pubblici registri entro 1 anno da quando è stato trascritto l’atto di donazione. In tal caso si può sottoporre ad esecuzione forzata il bene ceduto nonostante formalmente intestato a un’altra persona (il beneficiario della donazione).

Che fare se il prestanome non vuol restituire il bene?

Potrebbe accadere che il prestanome non voglia restituire più il bene fittiziamente intestatogli. In tal caso l’effettivo titolare del diritto dovrà tirare fuori dal cassetto la scrittura sottobanco (cosiddetta «controdichiarazione») con cui le parti avevano concordato lo scopo simulatorio della cessione del bene. Questa scrittura non deve necessariamente essere un atto notarile. Leggi sul punto Donazione: come dimostrare che è falsa?

Cosa rischia il prestanome?

Tutto ciò che rischia il prestanome è la perdita del bene acquistato o avuto in donazione. Se non vi è prova di un intento fraudolento anche da parte di questi, non possono essere configurabili reati a suo carico.

Prestanome e fisco

Come facilmente intuibile, il prestanome è ancor meno efficace nei confronti del fisco. Ad esempio, chi dona una casa per non farla pignorare compie reato: si parla, a riguardo, di «sottrazione fraudolenta al pagamento dell’imposta» se il debito è superiore a 50mila euro e se questo dipende dal mancato pagamento di Irpef, Ires, Iva.

Se un conto corrente bancario viene intestato a un familiare, l’Agenzia delle Entrate non può essere limitata da tale intestazione fittizia nell’eseguire le indagini bancarie: in tal caso ben può essere spiccato un accertamento fiscale nei confronti dell’effettivo titolare del deposito. Si pensi al marito che, gestendo un’attività imprenditore e facendo “utili in nero” li versi su un conto formalmente intestato alla moglie. Secondo la giurisprudenza, le indagini finanziarie possono riguardare anche i familiari del contribuente, essendo possibile l’intestazione ad altri di un conto del soggetto sottoposto a verifica fiscale.

Come svelare un prestanome?

È possibile svelare la presenza di un prestanome? Si tratta di una prova molto difficile che però può essere data tramite indizi (cosiddette «presunzioni»). È vero infatti che l’accordo “sottobanco” è segreto e lo possono conoscere solo le parti (si pensi alla finta donazione allo scopo di frodare i creditori), ma è anche vero se c’è il sospetto di una intestazione fittizia, in presenza di debiti elevati lo scopo fraudolento è già “presunto”. In altre parole, al creditore basta dimostrare di non aver altre possibilità di soddisfarsi sui beni del debitore a seguito della cessione simulata. Fra l’altro il passaggio di proprietà può essere scoperto da chiunque eseguendo una visura nei pubblici registri immobiliari. Leggi Come sapere a chi è intestato un immobile.

Amministratore prestanome

Un altro tipico ricorso al prestanome è quello dell’amministratore di società. L’amministratore di fatto è colui che, pur non rivestendo formalmente la qualifica di amministratore, esercita, in modo continuativo e significativo, i poteri tipici della qualifica o della funzione di amministratore di diritto (cioè di quello in senso proprio): ad esempio, si occupa del controllo della gestione della società e la sua organizzazione interna ed esterna. Il prestanome, invece (anche detto «testa di legno») è il soggetto che ufficialmente è amministratore, ma in realtà non svolge alcuna attività di gestione. In pratica, il suo è solo un ruolo nominale che non implica nessun coinvolgimento nella vita concreta della società.

Il fatto che l’amministratore di una società sia un prestanome non implica la possibilità di agire nei suoi confronti in caso di responsabilità o di fallimento, a condizione che ci siano le prove dei suoi atti di gestione e intromissione. Leggi Prestanome di società: quali responsabilità?. Si tratta però di una prova non sempre facile.

Conto intestato a un familiare: quali rischi?

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Evasione fiscale: verifica dell’Agenzia Entrate anche sui conti dei familiari se vi è il pericolo di intestazione fittizia.

Non si può intestare del denaro in nero su un conto di un familiare e sperare di farla franca. Seppure la legge consente all’Agenzia delle Entrate le indagini bancarie sui conti correnti del contribuente sospettato di evasione fiscale, la giurisprudenza ritiene che tale potere possa essere esercitato anche nei confronti dei suoi familiari qualora siano dei semplici prestanome. È quanto ricorda la Commissione Tributaria di Rieti [1] richiamandosi a un principio già espresso dalla Cassazione in altre sedi [2]. Ma procediamo con ordine e vediamo, in caso di conto intestato a un familiare, quali sono i rischi.

Abbiamo già visto, nell’articolo Come farsi restituire dal coniuge i prelievi dal conto cointestato, le soluzioni che si possono adoperare qualora la coppia si separi e il conto venga prosciugato da uno dei due coniugi cointestatario solo formalmente del rapporto. Il rapporto con il fisco, però, è sicuramente più delicato. Per comprendere le possibili implicazioni di un conto intestato a un familiare, facciamo un esempio pratico.

Immaginiamo un professionista che riceva alcuni pagamenti in nero da parte dei clienti. Col tempo tali importi diventano rilevanti; così decide di depositarli in banca per non tenere contanti in casa. Non potendolo fare sul proprio conto corrente per timore di un accertamento fiscale (leggi Versamenti sul conto: vanno giustificati?), accende un conto a nome della moglie, lavoratrice dipendente, meno soggetta a verifiche da parte dell’Agenzia delle Entrate. Un giorno, però, il fisco bussa alle porte del professionista, notando la presenza di un reddito inferiore rispetto alla media della sua stessa categoria. Così, dopo aver controllato i suoi conti correnti, arriva a quelli della moglie e lì rileva la presenza di un deposito sicuramente sproporzionato rispetto alla sua busta paga. L’Agenzia delle Entrate chiede chiarimenti, ma né la donna, né l’uomo sanno dare una risposta convincente. Così, sospettando che si tratti dei frutti dell’evasione del marito, a quest’ultimo viene inviato un accertamento fiscale. È legittimo questo operato?

Secondo i giudici sono valide le indagini finanziarie anche nei confronti dei familiari del contribuente, essendo possibile l’intestazione ad altri di un conto del soggetto sottoposto a verifica fiscale. Difatti, anche i familiari più stretti possono essere coinvolti in indagini finanziarie attesa la presunzione secondo cui è un espediente ricorrente quello di intestare ad altri un conto quando il contribuente è sottoposto a verifiche fiscali.

Si ricorda che la verifica fiscale è il risultato di un complesso di operazioni poste in essere dai dipendenti dell’amministrazione finanziaria, o dai militari della Guardia di Finanza, nel corso della fase istruttoria del procedimento di accertamento tributario, finalizzate al controllo del regolare adempimento degli obblighi imposti dalla legge nonché alla determinazione degli elementi costitutivi dell’obbligazione tributaria.

Quali sono quindi i rischi nel caso di un conto corrente intestato a un familiare? Anche quest’ultimo può essere sottoposto a indagini finanziarie a meno che riesca a dimostrare che i soldi depositati sono suoi.

L’intestazione (ancorché esclusiva) dei conti bancari ai familiari più stretti del contribuente è suscettibile di integrare una valida presunzione di riferibilità di detti conti allo stesso contribuente. Trattasi di familiari stretti per cui prevale la presunzione secondo cui un espediente notorio è quello di intestare ad altri un conto quando il contribuente è soggetto a verifiche fiscali.

Flash mob: servono autorizzazioni?

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In Italia è lecito organizzare raduni e manifestazioni anche senza autorizzazione del Questore purché pacifiche, lecite e prive di scopo di lucro.

Di questi tempi vanno di moda i flash mob: si tratta di raduni lampo che, con la stessa facilità con cui si costituiscono, altrettanto rapidamente si dissolvono. Organizzati su internet o coi cellulari, i partecipanti concordano di trovarsi in un determinato luogo, ad un prefissato orario, per svolgere – in modo del tutto improvviso e a sorpresa – attività insolite come, ad esempio, un balletto o uno slogan. Il fatto però di svolgersi in luoghi pubblici (ad esempio una piazza) o privati aperti al pubblico (ad esempio un centro commerciale o in un ampio parcheggio) pone il problema se per organizzare flash mob servono autorizzazioni. Di tanto si è occupata, di recente, la Cassazione con una interessante pronuncia [1].

Secondo la Suprema Corte non è necessario ottenere permessi dal Comune o dal Questore per organizzare un flash mob. Ma ciò solo a due condizioni: che l’attività svolta sia lecita e che non ci sia scopo di lucro. Questo perché il famoso articolo 17 della nostra Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per tali riunioni, come appunto i flash mob, anche se si svolgono in pubblico o in luogo aperto al pubblico, non è necessario né dare un preavviso alle autorità (ad esempio alla polizia, al Questore, al Comune), né chiedere autorizzazioni amministrative o licenze. Il diritto di riunione è tutelato nei confronti della generalità dei cittadini a condizione che sia rivolto a svolgere attività lecite. Tali sono anche quelle che hanno per scopo il comune divertimento o un passatempo come un balletto. Lo slogan politico è considerato espressione della libertà di pensiero, ma non deve travalicare in odio razziale o in proclami sovversivi.

Non sarebbe legale organizzare un flash mob in un luogo privato come un terreno o un giardino delimitato da cancelli o meno: in tal caso può scattare il reato di accesso abusivo a fondo privato [2].

C’è poi il fine di lucro. Generalmente i flash mob non hanno scopi economici e in quei pochissimi casi in cui viene chiesto un contributo, questo è volontario e rientra nel concetto di donazione, per cui non può classificarsi come scopo di lucro. Diverso sarebbe invece il caso di un flash mob che voglia promuovere un’attività commerciale.

È legale organizzare un rave party?

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per organizzare un rave party non servono licenze o autorizzazioni sempre che vengano svolte attività lecite.

Se ti dico la parola rave party, a cosa pensi? Il pensiero di molte persone corre immediatamente all’uso libero e incontrollato di droga. Ma il rave party non è questo, o meglio non nasce per questo. I free party, comunemente chiamati anche rave party o solo rave, sono manifestazioni musicali autogestite che durano non meno di una notte e possono protrarsi anche per più giorni. Vengono organizzati in spazi di solito isolati o abbandonati come terreni comunali di periferia, campi, cave, foreste, capannoni o aree industriali dismesse, ecc. Nati sul finire degli anni ’80, da un punto di vista musicale, i rave party sono caratterizzati da ritmi cadenzati, ossessivi e incalzanti (tekno, goa, acid house, jungle, drum & bass o psy-trance), oltre che da forti giochi di luce. Detto ciò, è legale organizzare un rave party? Di tanto si è occupata la Cassazione con una recente sentenza [1].

Rave party: servono autorizzazioni?

Benché vietati in molti Paesi, in Italia è legale organizzare un rave party, né è necessario chiedere prima autorizzazioni al Comune o al Questore. Ma ciò a due condizioni: che non si svolgano, all’interno del raduno, attività illegali (non solo lo spaccio di droga, ma anche il disturbo della quiete pubblica) e che non avvengano a fini di lucro. È quindi possibile predisporre tutto il necessario per un rave party senza dover ottenere licenze e concessioni amministrative. Questo perché la nostra Costituzione prevede la libertà di riunione come uno dei diritti inviolabili della persona. In particolare, l’articolo 17 della Costituzione stabilisce che i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi e che per le (loro) riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Il diritto di riunione è tutelato nei confronti della generalità dei cittadini, che, riunendosi, possono dedicarsi a quelle attività lecite», concludono i giudici, «anche se per scopo di comune divertimento o passatempo e quindi a quei trattenimenti cui si riferiscono le norme sopra citate».

Rave party e attività illecite

Ma quali sono le attività illegali che si possono compiere durante un rave party? Vediamo qualche esempio.

Rave party e droga

Come abbiamo appena detto, il pensiero corre subito alla droga. Come noto, il reato scatta solo in caso di spaccio. Quando l’uso è personale ne derivano solo sanzioni amministrative. Sulla differenza di quantitativo di droga per ricadere nell’una o nell’altra ipotesi la giurisprudenza ha fornito spesso differenti e altalenanti pareri. In generale, chi viene trovato con un quantitativo minimo di droga, compatibile con un consumo personale, non subisce il procedimento penale. Il rinvenimento di un misurino di precisione, necessario per distribuire le varie dosi, può giustificare l’accusa di spaccio.

Altri criteri per sostenere la destinazione della sostanza a uso non esclusivamente personale sono:

  • la quantità della sostanza;
  • le modalità di presentazione della stessa (ad esempio, la divisione in varie dosi);
  • le circostanze dell’azione;
  • la presenza di un bilancino per pesare le dosi e distribuirle tra eventuali clienti.

Se non c’è una finalità imprenditoriale è lecito organizzare dei rave party nei luoghi pubblici. Accoglie il ricorso la Corte di Cassazione, nella sentenza 36228/2017, di un giovane condannato dal Tribunale di Pisa per aver organizzato un rave party nel 2016, insieme ad altre 8 persone, senza autorizzazione del questore.

Rave party e accesso abusivo nel fondo altrui

Se il rave party viene organizzato in un terreno privato, recintato da cancelli, muri, fossi, siepi vive, ecc. si configura il reato di «accesso abusivo nel fondo altrui» [2]. Stesso discorso se, invece di uno spazio aperto, si tratta di un capannone o, peggio, di una casa. Se hai letto l’articolo Occupare una casa altrui: quando non è reato, saprai infatti che la proprietà privata non va mai in prescrizione e il fatto che l’immobile sia abbandonato non giustifica l’accesso o l’occupazione da parte di altri.

Rave party rumorosi

Uno dei reati più contestati agli organizzatori di rave party è quello di disturbo della quiete pubblica. Il fatto che il raduno si svolga fuori città non toglie che alcuni dei proprietari limitrofi possano essere ugualmente disturbati. Questi potrebbero sporgere facilmente una denuncia e poche sarebbero le difese che potrebbero sostenere i colpevoli.

Danni alla proprietà e abbandono di rifiuti

L’accesso di centinaia di persone per più giorni può comportare la produzione e l’abbandono di rifiuti: comportamento che, nel caso di zone naturali, potrebbe essere contestato come reato.

Raccolta non autorizzata di rifiuti

È singolare il caso avvenuto nel 2014 quando, al termine di un rave party, gli organizzatori – rispettosi dell’ambiente – avevano raccolto tutti i rifiuti in sacchi di spazzatura. Poi i sacchi sono stati collocati su dei furgoni per essere asportati. Ai proprietari dei veicoli è stato contestato il reato ambientale di «Attività di gestione dei rifiuti non autorizzata».

Proroga del lavoratore stagionale dopo l’estate

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il datore di lavoro può prorogare il contratto di lavoro stagionale anche se l’estate è finita?

 

Ho necessità di prolungare sino a ottobre il contratto di lavoro di un mio dipendente stagionale: posso essere sanzionato per questo?

Il contratto di lavoro stagionale è utilizzato per attività cicliche, che si svolgono in determinati periodi dell’anno. Tuttavia, non esistono limiti che impongono all’azienda di assumere il lavoratore in mesi specifici, in quanto le esigenze possono variare a seconda dell’attività svolta. Pensiamo, ad esempio, al settore agricolo, nel quale la maggiore richiesta di manodopera varia a seconda della coltivazione, quindi può verificarsi la necessità di nuove assunzioni in qualsiasi mese dell’anno.

Anche nel settore turistico le esigenze possono variare, ad esempio per l’organizzazione di eventi e manifestazioni che comportano un maggior afflusso di clienti al di fuori dei mesi estivi: alcune regioni, addirittura, concedono periodicamente dei contributi alle aziende del settore turismo che decidono di “allungare la stagione” confermando in servizio i lavoratori sino al mese di ottobre (si pensi al bando Lunga estate della regione Sradegna).

Peraltro, Il lavoro stagionale, pur ricalcando la disciplina del contratto a termine, rispetto al lavoro a tempo determinato “generico” presenta diverse particolarità, che rendono il contratto più elastico e con meno vincoli. Vediamo allora le speciali caratteristiche del lavoro stagionale per capire quando si può ricorrere a questo tipo di contratto e quali sono i suoi limiti.

Maggiore flessibilità del lavoro stagionale rispetto al contratto a termine

Il contratto stagionale non ha un limite di durata massima complessiva del rapporto di lavoro, che invece è pari a 36 mesi per gli ordinari contratti a termine. Inoltre non è soggetto al periodo di pausa tra un contratto e l’altro (nel lavoro a termine si devono attendere 10 o 20 giorni tra un contratto e l’altro, a seconda della durata del contratto precedente, inferiore o meno ai 6 mesi), né a limiti nel numero dei lavoratori che un’azienda può assumere, né ai contributi aggiuntivi per la disoccupazione previsti per ogni lavoratore a termine.

Quali sono le attività di lavoro stagionale

Per attività stagionali si intendono, generalmente, le prestazioni svolte in modo ciclico, cioè legate a uno specifico periodo (o a più periodi)dell’anno (ad esempio tutte le estati o tutti gli inverni).

Le attività stagionali sono elencate in un noto decreto del 1963 [1], che dovrà essere sostituito, secondo il Codice dei contratti [2], da un decreto del Ministero del lavoro da emanarsi a breve; le attività stagionali, comunque, non sono solo quelle elencate dal decreto, ma sono indicate anche all’interno dei contratti collettivi, che lasciano spazio a lavori stagionali molto diversi rispetto a quelli tradizionalmente svolti nel turismo, nell’agricoltura o nel commercio.

Tra le attività stagionali “storiche” il decreto elenca diverse attività del settore dell’agricoltura e dell’allevamento, ma anche attività turistiche e commerciali, come fiere ed esposizioni, o attività peculiari svolte in particolari periodi dell’anno (ripetizioni estive, conduzioni di caldaie…).

Durata massima del lavoro stagionale

Come anticipato, non esiste un limite di durata del contratto di lavoro stagionale: per i lavoratori stagionali, difatti, non deve essere applicato il tetto massimo complessivo valido per il rapporto a tempo determinato, pari a 36 mesi (superato tale limite, eccetto casi particolari, il rapporto si intende a tempo indeterminato). Lo stabilisce il Codice dei contratti [3], riferendosi sia alle attività stagionali elencate dal decreto, che a quelle regolamentate dai contratti collettivi.

Per contratti collettivi, il Codice intende:

  • i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
  • i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali o dalla rappresentanza sindacale unitaria.

Numero massimo di lavoratori stagionali

Secondo il Codice dei contratti, non deve essere applicato ai lavoratori stagionali il limite numerico, pari al 20% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1°gennaio dell’anno di assunzione; non devono essere applicati nemmeno i diversi limiti stabiliti per il lavoro stagionale dai singoli contratti collettivi.

Le esigenze legate alla stagionalità, difatti, non si concilierebbero col limite numerico alle assunzioni, pertanto una barriera simile renderebbe impossibile, o eccessivamente oneroso, lo svolgimento dell’attività.

Pausa tra un contratto stagionale e l’altro

Al lavoro stagionale, come anticipato, non si deve nemmeno applicare il cosiddetto periodo “cuscinetto” tra un contratto e l’altro, come avviene per l’ordinario contratto a termine. Il periodo di pausa previsto, o di “stop and go”, pari a 10 giorni per i contratti di durata minore di 6 mesi ed a 20 giorni per quelli di durata maggiore, non è dunque necessario per gli impieghi stagionali.

Di conseguenza, se tra un contratto stagionale e l’altro passano meno di 10 o 20 giorni, non si verifica la trasformazione del contratto a tempo indeterminato.

Al lavoro stagionale si applica, invece, il numero massimo di proroghe del contratto che possono essere effettuate, pari a 5 in 3 anni (36 mesi) continuativi.

Insomma, in base a quanto abbiamo visto, il contratto di lavoro stagionale risulta notevolmente più flessibile rispetto all’ordinario lavoro a termine: nessun problema, dunque, nel caso in cui il datore di lavoro voglia mantenere in servizio il dipendente qualche mese in più.

Posso far annullare le tabelle millesimali che mi danneggiano?

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dopo che l’assemblea le ha modificate, le tabelle millesimali mi fanno pagare l’ascensore sino al garage (che non ha ascensore, si ferma a piano terra). Posso chiedere l’annullamento?

Nel momento in cui l’autorità giudiziaria ha dichiarato la nullità (per qualsiasi causa) dell’assemblea condominiale che modificava le tabelle (nel senso sfavorevole al lettore), di fatto ha dichiarato nulle anche tutte le determinazioni che sono state assunte in quell’assemblea. Anche se non è stata dichiarata espressamente la nullità delle tabelle millesimali, l’assemblea nulla (quindi da considerarsi come se non fosse mai stata fatta) non aveva il potere di modificare, in un senso o nell’altro, le tabelle millesimali o di assumere qualsiasi altra decisione. In altre parole, se l’assemblea è stata dichiarata nulla, alcun provvedimento decisorio poteva essere legittimamente assunto in quella sede. Da questo deriva, di conseguenza, il mantenimento dello stato precedente l’assemblea nulla e, quindi, il permanere della validità delle vecchie tabelle. Premesso questo, è evidente che convocare una nuova riunione condominiale e assumere delibere sulla base delle tabelle millesimali (anch’esse nulle) approvate dall’assemblea già in precedenza dichiarata nulla, non può che determinare la “nullità” anche di questa riunione o meglio, la nullità delle deliberazioni assunte (le nuove tabelle millesimali) perché votate sulla base di tabelle di riparto che, giuridicamente, devono considerarsi non esistenti.

In conclusione, il lettore può rivolgersi al giudice ed impugnare le determinazioni dell’assemblea condominiale costituita e che ha deliberato in forza di tabelle millesimali “inesistenti”, proprio in quanto approvate da un’assemblea già dichiarata nulla e che, pertanto, nessuna determinazione legalmente valida e vincolante poteva (ed ha potuto) assumere.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Antonio Ciotola

Come disdire un contratto di pubblicità?

Posted on : 23-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vorrei disdire un contratto di pubblicità. Ho inviato una mail di richiesta ma mi è stato risposto che il contratto si riterrà concluso solo alla scadenza. Che fare?

Nelle condizioni generali che regolano il contratto di noleggio non è contemplata la facoltà di recesso per il committente sicchè, prima della scadenza convenuta, non è possibile esercitare il recesso dal medesimo. In ogni caso, l’eventuale sopravvenuta eccessiva onerosità del contratto [1] che potrebbe legittimare la richiesta di risoluzione del contratto (fatte salve le prestazioni già eseguite), si ritiene che non possa applicarsi al caso in esame in quanto la legge richiede che l’eccesiva onerosità sia dovuta ad avvenimenti straordinari ed imprevedibili. Ora, la chiusura o la cessione a terzi di una delle ditte possedute (da cui derivino meno introiti così da rendere più gravoso l’onere contrattuale pattuito) non può qualificarsi come fatto straordinario cioè come fatto oggettivamente (cioè statisticamente) [2]. Né tale fatto può considerarsi imprevedibile al momento della stipula del contratto. E, pertanto, non risulta praticabile nemmeno la via della richiesta di risoluzione del contratto per sopravvenuta eccessiva onerosità. È possibile, invece, disdettare il contratto con l’invio di raccomandata a.r. almeno sei mesi prima della scadenza (in mancanza il contratto si rinnoverà per eguale periodo). A tale riguardo, poiché dalle condizioni generali di contratto emerge che il contratto decorre dalla “posa in opera”, si consiglia di verificare quando tale posa in opera sia avvenuta.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

Come affittare un terreno agricolo

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il proprietario di un terreno agricolo può decidere di affittarlo mediante un apposito contratto che prevede il pagamento di un canone mensile.

L’affitto di terreno agricolo

L’Italia è un territorio ricco di luoghi floridi in cui vengono effettuate differenti tipologie di coltivazioni, a seconda dell’area geografica considerata. Non tutti gli agricoltori sono proprietari di terreni agricoli e, logicamente, al contrario, non tutti i proprietari di terreni agricoli sono agricoltori, per questa ragione, mediante uno scambio di domanda e offerta è possibile soddisfare le esigenze di ciascuno. Tutto ciò è possibile attraverso una forma contrattuale che consente l’affitto del terreno agricolo, con la quale il proprietario si impegna a dar godere al conduttore (agricoltore) il bene immobile (terreno agricolo), per un determinato periodo di tempo, stabilito dal contratto stesso, dietro il versamento di una somma di denaro, ossia il canone di locazione.

Disciplina dell’affitto di contratto agricolo

La disciplina dell’affitto di contratto agricolo è attribuita da una legge(1) che fissa la durata minima di tale contratto in 15 anni. A differenza di tutte le altre locazioni mobiliari ed immobiliari, molto più brevi, in questo caso la lunghezza del contratto è data dalla particolare natura del bene, ossia del terreno agricolo, infatti il ciclo dell’agricoltura, che prevede la semina, la raccolta, la potatura e ogni altra operazione correlata, è lungo e non può essere costretto in pochi anni. Vi è un’eccezione che riguarda i terreni poco produttivi per i quali è prevista una durata minima contrattuale di 6 anni.

L’importo del canone viene stabilito in base ai criteri stabiliti a livello nazionale, con gli indici Istat per i prezzi alla produzione dei prodotti agricoli coltivati, ad esempio, se il terreno agricolo affittato viene coltivato a fragole, per la determinazione del canone occorrerà verificarne i loro prezzi alla produzione.

Tipologie di affitto di terreno agricolo

Poiché l’affitto agricolo è il contratto con cui il proprietario concede al conduttore (agricoltore) un fondo o azienda agricola affinchè ne raccolga i frutti e i proventi, quest’ultimo si obbliga a pagare in corrispondenza di ciò un fitto. Tale fitto può consistere:

  • Nel pagamento di una somma di denaro (canone di locazione);
  • In una quota dei frutti raccolta dalla terra (mezzadria);
  • In una prestazione in natura (ad esempio, potatura delle piante).

Obblighi del proprietario e del conduttore del terreno agricolo

Il proprietario ha l’obbligo di consentire al conduttore di disporre del terreno rispettando quanto disciplinato in contratto.

Il conduttore – agricoltore ha l’obbligo di non modificare la destinazione del bene affittato, ossia deve mantenere la destinazione agricola, e di pagare con puntualità il canone stabilito.

Il contratto, entro trenta giorni dalla stipula, deve essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate del luogo in cui si trova il terreno o mediante il sito internet.

La disdetta, sia da parte del proprietario che da parte del conduttore, deve essere comunicata almeno un anno prima dalla scadenza del contratto di affitto, con lettera raccomandata a/r contenente le motivazioni. In mancanza di disdetta, il contratto di affitto si considera tacitamente rinnovato per il periodo minimo stabilito.

I contratti d’affitto agricolo sono esenti dall’Iva e sono soggetti a imposta di registro con l’aliquota dello 0,50%, applicata al canone dovuto per la complessiva durata del contratto.


Modello Contratto Affitto di fondi rustici ai sensi dell’art. 45, L. 3 maggio 1982, n. 203

Scrittura privata di accordo resa

Fra

(Dati anagrafici proprietario terreno agricolo) …… parte proprietaria

E

(Dati anagrafici affittuario) …… parte affittuaria

fra le Parti Proprietaria ed Affittuaria così come sopra identificate, si conviene e stipula quanto segue:

1) Parte Proprietaria con la presente Scrittura concede in affitto a Parte Affittuaria, che accetta, i fondi di sua proprietà costituiti da terreni agricoli (e fabbricati rurali) così distinti a Catasto Terreni del Comune di …..

Foglio ….. mappale …..;

Foglio ….. mappale …..;

il tutto per una superficie complessiva di ettari ……

Catasto Fabbricati del Comune di ……

Foglio (…..) particella (…..) sub (…..)

Foglio (…..) particella (…..) sub (…..)

La presente affittanza viene comunque fatta ed accettata dalle Parti a corpo e non a misura.

2) La presente locazione viene fatta a totale rischio e pericolo di Parte Affittuaria che espressamente si assoggetta ad ogni caso fortuito previsto o imprevisto; Parte Affittuaria inoltre dichiara di riscontrare tutti i fondi qui in oggetto in buone condizioni agronomiche e generali, pienamente confacenti le proprie necessità di conduzione, impegnandosi a restituire detti fondi tutti in fine locazione in pari buone condizioni agronomiche e generali.

3) La durata della presente affittanza viene fra le Parti convenuta in anni ….. con decorrenza dalla data odierna e scadenza alla data consuetudinaria del……

Alla suddetta data del…… Parte Affittuaria si impegna sin da ora e formalmente a dismettere tutti i fondi oggetto della presente Scrittura, liberi da persone, animali e cose ed in piena disponibilità di Parte Proprietaria, senza necessità di ulteriori formalità o disdetta in quanto questa si intende data ed accettata dalle Parti ora per allora.

4) Il canone annuo di affitto viene fra le Parti convenuto in Euro …… per ognuno degli ettari …… oggetto della presente affittanza; pertanto per complessivi ettari…… il canone ammonterà, per il primo anno, ad Euro ……; a decorrere dal secondo anno di locazione detto canone sarà annualmente adeguato secondo gli indici Nazionali ISTAT del costo della vita nella misura del 100% ovvero 75%. I canoni così come sopra determinati verranno versati in un’unica soluzione, presso il domicilio del locatore o di proprio incaricato, posticipatamente entro e non oltre il …….

5) Sono vietati il subaffitto e la subconcessione, anche solo parziali, dei fondi oggetto della presente affittanza; in caso di inosservanza di Parte Affittuaria a tale divieto, il presente contratto s’intenderà di fatto risolto al più prossimo ……, senza necessità d’ulteriori formalità, con conseguente riconsegna di tutti i fondi a Parte Proprietaria e con riserva sin d’ora espressa per danni eventualmente derivanti a Parte Proprietaria a qualsiasi titolo da tale inosservanza di Parte Affittuaria.

6) Eventuali miglioramenti, addizioni, trasformazioni ai fondi locati dovranno essere pattuiti di volta in volta, per iscritto e di comune accordo fra le Parti pena l’obbligo di messa in pristino stato a cure e spese di Parte Affittuaria.

7) Parte Affittuaria si impegna a servirsi dei beni qui concessigli in affitto per l’uso determinato dalla natura degli stessi, impegnandosi a coltivare e condurre i fondi secondo le migliori norme agricole e con la diligenza del buon padre di famiglia; Parte Affittuaria s’impegna inoltre a curare continuativamente sia la buona manutenzione di immobili, manufatti, fossi, ripe, strade aziendali sia la custodia dei beni qui concessigli in affitto, facendosi responsabile d’ogni abuso di terzi non tempestivamente segnalato a Parte Proprietaria. Parte Affittuaria è tenuta alla custodia costante del fondo e dovrà inoltre curare che non si stabiliscano servitù di qualunque natura da parte dei confinanti; in tale eventualità, Parte Affittuaria dovrà darne immediata notizia a Parte Proprietaria.

8) Parte Affittuaria dichiara con la propria firma in calce al presente accordo che al momento del rilascio dei fondi per la data sopra prevista del …… nulla le sarà dovuto da parte Proprietaria a qualsivoglia titolo: durata, proroghe, canoni, migliorie, eccetera, nulla escluso o eccettuato.

9) Le spese di registrazione della presente Scrittura sono a carico di entrambe le Parti al 50% ciascuna; ai soli fini della registrazione, si dichiara che il valore del presente contratto, per l’intera sua durata di anni ……, ammonta ad Euro …..

Letto, confermato e sottoscritto,

Luogo, data …..

Parte Proprietaria: …..

Parte Affittuaria: ……

Chi accerta la residenza

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La residenza di ognuno  è accertata dall’Ufficiale di anagrafe ed i controlli sono in concreto eseguiti dalla Polizia Municipale

La vita di ogni persona è segnata e condizionata dal territorio in cui vive. Proprio per questo motivo, ognuno di noi è libero di fissare dove meglio crede la propria residenza, che potrà sempre essere modificata o trasferita in qualsiasi momento.

Attenzione: se è vero che ciascuno di noi è libero di fissare ovunque voglia la propria residenza è altrettanto vero che – in ogni caso – deve trattarsi della propria residenza effettiva, che – in quanto tale – sarà soggetta a specifici controlli e accertamenti. Ciò in quanto non è possibile che un soggetto abbia una residenza “di comodo” o solo formale: ogni cittadino, infatti, deve avere una residenza effettiva, che deve corrispondere per legge [1] al luogo della sua dimora abituale, ove cioè ha deciso di vivere in modo stabile e duraturo.

Quanto sin qui detto non vale solo in linea astratta. La residenza e la posizione anagrafica di ognuno di noi, infatti, sono soggette a concreti accertamenti da parte delle autorità a ciò preposte. Quali sono queste autorità? Chi accerta la residenza?

Di tanto parleremo nel presente articolo. Tuttavia, prima di vedere chi accerta la residenza, cerchiamo di comprendere perché detti controlli sono importanti.

Cosa comporta la scelta della residenza?

Come anticipato, ognuno può scegliere dove vuole risiedere e comunicarlo all’ufficio dell’anagrafe del Comune: per tale motivo si parla di residenza anagrafica. Al riguardo, però, è bene tenere a mente che fissare la propria residenza in un luogo piuttosto che in un altro non è privo di risvolti pratici. Al contrario, la scelta della residenza ha effetti importanti per la vita sociale di ogni cittadino e comporta una serie di oneri, di doveri e di vantaggi, quali ad esempio:

  • l’iscrizione alla lista elettorale di quel determinato Comune;
  • gli adempimenti da svolgere in caso di matrimonio;
  • la scelta del medico di famiglia;
  • la competenza dei tribunali e degli uffici giudiziari in generale;
  • il luogo in cui alcuni atti processuali devono essere notificati;
  • la ricezione di certificati anagrafici;
  • la possibilità di accedere ai servizi demografici del proprio Comune.

Per tali motivi, chiunque dimori abitualmente in un determinato luogo, ha il dovere di richiedere l’iscrizione anagrafica per sé e per le persone sulle quali eserciti la potestà genitoriale o la tutela, nonché il dovere di comunicare ogni mutazione della propria posizione anagrafica (il che avviene in caso di cambio residenza).

Ed infatti, in base alla legge [2], in ogni Comune devono essere registrate le varie posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze che abbiano fissato in quel determinato luogo la propria residenza.

Chi accerta la residenza?

Gli accertamenti relativi alla residenza di ognuno di noi sono esperiti dall’Ufficiale di anagrafe (si tratta, in sostanza del sindaco, in quanto Ufficiale di Governo, ovvero dell’assessore, del segretario comunale o di altro impiegato ritenuto idoneo allo scopo, previa approvazione del prefetto). Ed infatti, specifico compito dell’Ufficiale di anagrafe, è quello di provvedere alla regolare tenuta dell’anagrafe della popolazione residente.

Ciò che più conta, è che l’Ufficiale di anagrafe può ordinare gli accertamenti necessari ad appurare la verità dei fatti dichiarati da ognuno in ordine alla propria residenza, potendo disporre, inoltre, apposite indagini al fine di accertare che la residenza di ciascuno sia effettiva e non fittizia. A tal fine, l’Ufficiale può invitare ogni appartenente della popolazione  residente a presentarsi nel suo ufficio per fornire le notizie ed i chiarimenti necessari alla regolare tenuta dell’anagrafe. Può interpellare, allo stesso fine, gli enti, amministrazioni ed uffici pubblici e privati.

L’amministrazione comunale, dunque, non si limita a prendere atto di quanto il cittadino dichiara in ordine alla propria residenza, ma ne controlla la “verità” procedendo all’accertamento della residenza anche per mezzo di proprie indagini: ne consegue che, per ottenere l’iscrizione nel registro della popolazione residente in un determinato comune, non è sufficiente la mera intenzione del cittadino, manifestata all’Ufficiale d’anagrafe, di stabilire la propria residenza nel territorio del comune stesso, ma occorre l’attuazione in concreto di tale comportamento con l’instaurazione della dimora abituale nel territorio comunale.

Ciò in quanto, come anticipato, non è possibile avere una residenza meramente formale o  “di comodo”, vale a dire al solo scopo – ad esempio – di godere di riduzioni o agevolazioni fiscali o di tipo assistenziale, o, ancora,  al solo fine di sfuggire ai creditori rendendo più difficile il proprio reperimento a postini e ufficiali giudiziari.

Residenza: chi fa i controlli?

Come chiarito, l’Ufficiale di anagrafe ha il compito di accertare che la residenza di ogni cittadino sia effettiva e non fittizia. Ma in concreto chi esegue detti controlli?

Ebbene, al riguardo, la legge [3] dispone che per verificare la regolare posizione anagrafica dei cittadini, l’Ufficiale di anagrafe può avvalersi della collaborazione della Polizia Municipale.

Vediamo in concreto cosa accade. A tal fine, poniamo il caso che un soggetto, dapprima residente in un determinato comune, abbia chiesto di cambiare la propria residenza.

Ebbene, in tal caso vengono disposti dei controlli per verificare se chi ha chiesto il cambio di residenza vive davvero presso l’indirizzo da questi indicato oppure si tratti solo di una residenza “di comodo”. A tal fine l’Ufficiale dell’anagrafe delega la Polizia Municipale che deve svolgere i controlli entro 45 giorni dalla richiesta del cambio di residenza.

In concreto, dunque, i controlli sono posti in essere dalla Polizia Municipale, la quale – al fine di esperire le opportune verifiche – si recherà materialmente presso l’indirizzo dichiarato dal soggetto che ha effettuato il cambio di residenza per verificare la sua presenza. Nel caso in cui la Polizia Municipale non trovi per più volte nessuno nell’abitazione indicata come nuova residenza o accerti comunque la sussistenza di anomalie,  lo comunicherà alle autorità di pubblica sicurezza.

Come detto, la Polizia Municipale ha 45 giorni per compiere gli accertamenti necessari e nel caso in cui i predetti controlli dovessero avere esito negativo l’Ufficiale dell’anagrafe potrebbe anche giungere alla conclusione che, nel caso specifico, non vi siano elementi che provino che la persona risieda effettivamente dove ha dichiarato di abitare. In questo caso, l’Ufficiale potrebbe emettere un provvedimento di rigetto della richiesta di cambio residenza che viene comunicato all’interessato al suo vecchio indirizzo.

Quali rimedi in caso di rigetto della richiesta di cambio di residenza?

Contro il provvedimento di rifiuto della richiesta di cambio di residenza, il cittadino ha 30 giorni di tempo per opporsi presentando ricorso al prefetto.

In ogni caso, nulla impedisce a chi ha già ottenuto un rifiuto di cambio di residenza di presentare una nuova richiesta.  Il consiglio pratico, in tali casi, è quello di recarsi in Comune (e quindi dall’Ufficiale di anagrafe) quando il trasloco al nuovo indirizzo sia già terminato, di modo che la Polizia Municipale possa concretamente accertare che il trasferimento sia effettivo e non fittizio.

 

Albergo al di sotto delle aspettative: cosa fare

Posted on : 22-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se l’albergo è scadente il cliente ha sempre il diritto di reclamare e se il soggiorno è stato organizzato da un’agenzia spetta anche il risarcimento del danno da vacanza rovinata

Capita spesso di essere ammaliati da foto on line o da cataloghi contenenti immagini di alberghi bellissimi, magari anche a poco prezzo: ed ecco che scatta la prenotazione. Una volta sul posto, però, scompare la magia e ci si ritrova in un albergo scadente e  decisamente al di sotto delle aspettative. Cosa fare in questi casi? In questo articolo cercheremo di dare tutte le risposte utili.

Cominciamo, innanzitutto, con il dire che se l’albergo è al di sotto delle aspettative, il viaggiatore-turista ha tutto il diritto di reclamare, rivolgendosi senza indugio al personale o anche al direttore dell’albergo. Di solito, infatti, ci si rende immediatamente conto che “c’è qualcosa non va” e che l’albergo non corrisponde alle immagini pubblicizzate su internet. Molto spesso, questo può esser dovuto all’incuria del personale che non rispetta, ad esempio, le norme igieniche, di talché la stanza ha un aspetto “trasandato” e comunque del tutto difforme dall’idea che ci si era fatti. In tali casi, come anticipato, il mal capitato ha tutto il diritto di rivolgersi ad un responsabile dell’albergo al fine di far constatare le condizioni della stanza e di rappresentare le proprie “perplessità”. Chi si trovi in questa situazione, inoltre, ben potrebbe richiedere un’altra stanza le cui condizioni siano conformi a quelle visionate sul depliant dell’albergo, spiegando che proprio quelle immagini lo avevano convinto a prenotare. Se ciò non fosse possibile, si potrà anche pretendere una stanza di valore superiore rispetto a quella prenotata, senza – ovviamente – sborsare alcun surplus di spesa.

Quanto detto fin’ora vale per le c.d. “prenotazioni fai da te”. Il discorso, invece, è diverso (e più ampio) se la vacanza è stata organizzata da un’agenzia di viaggi o da un tour operator. In queste ipotesi, infatti, se l’albergo è al di sotto delle aspettative, la responsabilità ricade non solo (e non tanto) sul direttore della struttura, ma sull’agenzia di viaggi che ha fornito al cliente informazioni inesatte e non corrispondenti alla realtà. Così facendo, infatti, l’agenzia di viaggi si rende responsabile del danno arrecato al turista-viaggiatore. Danno che prende il nome di danno da vacanza rovinata e che scatta tutte le volte in cui sia evidente una carenza a livello informativo nella presentazione del pacchetto turistico acquistato dal cliente.

Ciò posto e prima di comprendere cosa fare se albergo è al di sotto delle aspettative, cerchiamo di comprendere meglio cos’è il danno da vacanza rovinata.

Cos’è il danno da vacanza rovinata?

Ebbene, il danno da vacanza rovinata è previsto espressamente dalla legge [1]: si stabilisce, in particolare, che qualora l’inadempimento o l’inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico non sia di scarsa importanza, il turista può chiedere, oltre ed indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all’irripetibilità dell’occasione perduta.

Al riguardo, basterebbe pensare a tutte quelle ipotesi in cui le aspettative del turista-viaggiatore vengano frustrate a causa di carenze o imprecisioni informative, ovvero in ragione del livello inadeguato dell’albergo, dei trasporti e dei servizi, rivelatisi deteriori rispetto a quelli garantiti. Disservizi che valgono a rovinare la vacanza e a trasformarla da occasione di svago e di piacere a momento di disagio.

Il danno da vacanza rovinata è, dunque, il pregiudizio patito dal turista a causa della lesione del suo interesse di godere in modo pieno di un viaggio organizzato come occasione di piacere, svago, riposo, senza soffrire il disagio psicofisico che accompagna la mancata realizzazione – in tutto o in parte – del programma previsto. Se la vacanza “logora e non rigenera” e non si svolge – dunque – come ci si aspettava, è possibile pretendere il risarcimento del danno per i disagi e lo stress subiti in corso di viaggio.

Albergo al di sotto delle aspettative: scatta il danno da vacanza rovinata

Quanto detto, vale anche nelle ipotesi in cui l’albergo sia al di sotto delle aspettative.

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione [2], sottolineando che se l’hotel non è come pubblicizzato sul catalogo e le fotografie non rendono l’effettiva situazione della struttura, al turista è dovuto il risarcimento del danno da parte del tour operator che ha organizzato il soggiorno.

I clienti, infatti, vanno sempre risarciti per i disservizi dell’hotel, risarcimento che comprende non solo eventuali danni di natura economica (come, ad esempio, le spese sostenute per il soggiorno in un diverso luogo) ma anche morale, per aver rovinato un’occasione come quella di una vacanza, cui normalmente, oltre alle aspettative di divertimento, si legano anche quelle per il riposo e il recupero delle energie psicofisiche derivanti dall’attività lavorativa.

Quanto agli aspetti pratici, ecco cosa fare se l’albergo è al di sotto delle aspettative.

Fermo restando quanto detto sopra circa la possibilità di rivolgersi immediatamente ad un responsabile dell’albergo, in tali casi  sarà possibile  rivolgersi anche (e soprattutto) al venditore del viaggio (agenzia di viaggi, tour operator) al fine di richiedere la refusione di tutti i danni patrimoniali (e cioè la restituzione del surplus di spesa eventualmente sostenuto) e non patrimoniali (ovverosia il c.d. danno da vacanza rovinata).

A tal fine, è necessario predisporre apposito reclamo con richiesta del rimborso e del risarcimento indirizzata, a mezzo di raccomandata a.r. o altro mezzo idoneo a fornire la prova dell’avvenuto ricevimento, all’agenzia di viaggi o al tour operator. Detto reclamo deve essere tempestivo. Può essere presentato anche in corso di viaggio (al rappresentante locale del tour operator) e, comunque, nel termine di 10 giorni dal rientro dalla vacanza rovinata. Tale termine, tuttavia, secondo la Corte di Cassazione [3] non rappresenta un termine di decadenza dal diritto ad essere risarciti. Di conseguenza, la contestazione può essere anche successiva a condizione, però, che avvenga entro il termine di un anno dal rientro dal viaggio.

Inutile evidenziare che, per logiche ragioni di cassa, tali richieste risarcitorie sono il più delle volte disattese dalle agenzie di viaggio. Di talché, sempre più spesso, si finisce davanti ad un giudice. In tali casi, si sottolinea l’importanza di fornire prove adeguate (quali foto, filmati, oltre ovviamente alla produzione in giudizio del contratto di viaggio stipulato con relativo catalogo e ogni altro elemento comprovante l’inadempimento del tour operator) al fine di poter  chiedere ed ottenere un risarcimento.