Furto con scasso: cos’è?

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando ricorre il furto con scasso? È un furto aggravato? Il furto con scasso è procedibile d’ufficio? Entrare in abitazione è furto con scasso?

Il furto è il reato con eccellenza, probabilmente nato fin da quando sulla terra sono esistite due persone. È anche il reato con maggiori varianti: furto con destrezza, furto con scasso, furto in abitazione, furto con strappo, e così via.

La legge italiana punisce il furto in tutte le sue forme: possiamo anzi dire che il furto semplice non esista, in quanto ricorre praticamente sempre una circostanza aggravante. Ma cos’è il furto con scasso? Cosa significa? In quali casi ricorre? Approfondiamo.

Furto: cos’è?

Prima di spiegare cosa significa furto con scasso, vediamo come la legge italiana sanziona il furto. Il codice penale punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni la persona che s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne un profitto indifferentemente per sé o per altri [1]. Se il furto avviene in abitazione, con strappo (il classico “scippo”) [2] ovvero attraverso metodi che, come vedremo di qui a breve, la legge considera aggravanti, la pena può arrivare fino a sei anni, a volte anche dieci.

Il furto semplice, cioè quello diverso dal furto in abitazione, con strappo o dal furto aggravato, è punibile soltanto a querela di parte. Ciò significa che, anche se le autorità (polizia, carabinieri) dovessero venire a conoscenza del fatto, non potrebbero intraprendere di propria iniziativa un procedimento penale contro il colpevole. È necessaria, infatti, la chiara ed espressa volontà di punire il fatto, volontà che deve essere manifestata dalla vittima mediante querela di furto. Negli altri casi, invece, è possibile procedere d’ufficio.

Furto: quando è aggravato?

Secondo il codice penale, la sottrazione di una cosa altrui, quando avviene in determinati modi, merita di essere punita più severamente: in queste circostanze si parla di furto aggravato.

Per la legge, il furto è aggravato quando:

  • il ladro usa violenza sulle cose (è proprio il caso del furto con scasso) o si avvale di un mezzo ingannevole (emblematico è il furto di energia elettrica, per il quale si rinvia all’articolo Furto di energia elettrica: cosa si rischia?);
  • il colpevole porta con sé armi o narcotici, pur senza usarli;
  • è commesso con destrezza;
  • è commesso da tre o più persone, oppure anche da una sola, se sia travestita in modo da celarne l’identità o da simulare la qualità di pubblico ufficiale;
  • riguarda il bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si vendono alimenti;
  • è commesso su beni presenti in uffici pubblici, oppure sottoposti a sequestro o a pignoramento, o ancora esposti necessariamente o abitualmente alla pubblica fede (es., macchina parcheggiata in luogo non custodito);
  • è commesso su componenti metalliche o altro materiale sottratto ad infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti pubblici o da privati in regime di concessione pubblica;
  • è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria;
  • è commesso all’interno di mezzi pubblici;
  • è commesso nei confronti di persona che stia uscendo da istituti di credito o uffici postali, oppure abbia effettuato un prelievo presso gli sportelli automatici a ciò adibiti [3].

Furto con scasso: cos’è?

Il furto con scasso rientra tra le ipotesi di furto aggravato. Quando si può dire che un furto sia commesso con scasso? Per aversi furto con scasso è necessario che il ladro, per raggiungere il suo intento, eserciti forza sul bene di cui intende impossessarsi oppure su altra cosa, al fine di rubare.

Esempio classico di furto con scasso è quello che avviene mediante effrazione di porte o finestre, di casseforti o di altre cose che servono da riparo o protezione. In poche parole, il furto con scasso è una speciale forma di furto aggravata dalla violenza sulle cose.

Secondo la Corte di Cassazione, non è necessario che la violenza venga esercitata direttamente sul bene di cui ci si vuole impossessare, ben potendo la stessa essere impiegata nei confronti dello strumento materiale apposto sulla cosa per garantirne una più efficace difesa [4].

Quando è furto con scasso?

Sebbene, in teoria, si possa avere furto con scasso anche forzando una cassetta di sicurezza oppure un sigillo posto a protezione di un bene, comunemente per furto con scasso si intende quello effettuato per entrare in un’abitazione manomettendo porta o finestre.

Il furto con scasso, quindi, viene comunemente ricondotto al reato commesso dal ladro che accede con la forza ad una proprietà privata. Il codice penale punisce il furto in abitazione con una pena più severa del furto semplice: la reclusione va dai tre ai sei anni.

Furto con scasso: cos’è in pratica?

In sintesi, si può avere furto con scasso in due circostanze diverse:

  1. quando lo scasso è riferibile ad un bene che protegge la cosa da rubare (ad esempio, la cassaforte che pone al riparo i gioielli, oppure il bancomat che conserva i soldi) oppure alla refurtiva stessa (si pensi ad una pietra preziosa o ad un cimelio incastonati, oppure ad un’auto la cui portiera deve necessariamente essere forzata);
  2. quando lo scasso è riferibile alle porte o alle finestre di un’abitazione.

La differenza è che nel primo caso si avrà un’ipotesi di furto aggravato dall’utilizzo della violenza sulle cose; nel secondo, invece, si configurerà il diverso delitto di furto in abitazione.

Dal punto di vista pratico, il furto aggravato dalla violenza sulle cose è punito con la reclusione da due a sei anni (salvo il concorso di ulteriori circostanze aggravanti); il furto in abitazione, invece, è punito con la reclusione da tre a sei anni e, se concorrono circostanze aggravanti (quale può essere, ad esempio, la concomitanza di tre o più ladri che agiscono congiuntamente), da quattro a dieci anni.

Furto con scasso: cosa fare?

Il furto con scasso, sia nella forma di furto aggravato che in quella di furto in abitazione, è procedibile d’ufficio: ciò significa che occorre la semplice denuncia, sporta tanto dalla vittima quanto da un terzo.

La denuncia è l’atto con cui una persona porta a conoscenza dell’autorità competente (pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria) un reato procedibile d’ufficio del quale ha avuto notizia. Nel caso di denuncia di furto con scasso, quindi, ciò che si segnala alle autorità è l’indebita sottrazione subita da parte di un ladro che si è avvalso delle forza oppure che si è introdotto in casa.

La denuncia è, normalmente, facoltativa, nel senso che non si è obbligati a sporgerla (fatta eccezione per alcuni gravi delitti) e può essere presentata in forma orale o scritta. Nel primo caso l’ufficiale di polizia giudiziaria (carabinieri, polizia, guardia di finanza) redige verbale che andrà poi firmato dal denunciante, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale [5]. Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto.

È sempre consigliabile essere il più precisi possibili: è importante descrivere dettagliatamente l’episodio, in modo da poter aiutare le forze dell’ordine nel compiere il loro lavoro. Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Furto acqua vicino: cosa si rischia?

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Allacciarsi al contatore del vicino: cosa si rischia? Rubare l’acqua del vicino è reato? Cos’è il furto aggravato dal mezzo fraudolento?

I furbetti sono ovunque e fanno di tutto per raggirare lo Stato e il prossimo. Il reato preferito da costoro è sicuramente il furto: quando si tratta di rubare, la fantasia non manca. La legge italiana punisce il furto in tutte le sue forme: possiamo anzi dire che il furto semplice non esista, in quanto ricorre praticamente sempre una circostanza aggravante. Forse non tutti sanno che anche il furto ai danni del vicino costituisce una fattispecie aggravata, soprattutto se commessa con particolari sotterfugi. Con questo articolo cercheremo di capire cos’è il furto d’acqua del vicino e cosa si rischia nel commetterlo

Furto: cos’è?

Prima di spiegare cosa si rischia con il furto acqua del vicino, vediamo come la legge italiana sanziona il furto. Il codice penale punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni la persona che s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri [1]. Se il furto avviene in abitazione, con strappo (il classico “scippo”) [2] ovvero attraverso metodi che, come vedremo di qui a breve, la legge considera aggravanti [3], la pena può arrivare fino a sei anni.

Il furto semplice, cioè quello diverso dal furto in abitazione, con strappo o aggravato, è punibile soltanto a querela di parte. Ciò significa che, anche se le autorità (polizia, carabinieri) dovessero venire a conoscenza del fatto, non potrebbero intraprendere di propria iniziativa un procedimento penale contro il colpevole. È necessaria, infatti, la chiara ed espressa volontà di punire il fatto, volontà che deve essere manifestata dalla vittima mediante querela di furto. Negli altri casi, invece, è possibile procedere d’ufficio.

Furto: è procedibile d’ufficio o a querela di parte?

La denuncia serve per portare a conoscenza di un fatto che abbia i connotati del reato l’autorità incaricata di indagare ed, eventualmente, intervenire. Si è detto che la denuncia serve a segnalare i reati perseguibili d’ufficio. Cosa significa? L’ordinamento italiano prevede, per alcune tipologie di reato, la necessità che sia la persona offesa a consentire che le autorità possano intervenire. In altre parole, senza il consenso della vittima il reo non può essere consegnato alla giustizia.

Quando c’è bisogno di questo “permesso”, si parla di reato procedibile a querela di parte. Secondo il codice di procedura penale [4], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si manifesta la volontà di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza questo consenso la legge non può punire l’autore del reato.

Al contrario, si procede d’ufficio quando non c’è alcun bisogno che la vittima esterni la sua volontà di far punire il colpevole, in quanto lo Stato procederà indipendentemente da essa. Perché allora alcuni reati sono punibili a querela e altri no? Perché di norma i primi sono meno gravi e, per evitare di ingolfare ancor più la macchina della giustizia, la legge ha pensato di lasciare alla discrezionalità della vittima la loro concreta punibilità. È il caso, come ricordato sopra, del furto semplice, punibile soltanto a querela di parte. Il furto aggravato, invece, è procedibile d’ufficio: chiunque può denunciare il fatto criminoso, anche colui che non ha subito il furto.

Furto acqua del vicino: cos’è?

Il furto è aggravato in determinati casi previsti dalla legge. Secondo il codice penale, la sottrazione di una cosa altrui, quando avviene in determinati modi, merita di essere punita più severamente: queste circostanze sono definite aggravanti, al cui ricorrere la pena lievita fino a poter raggiungere, nel caso di concomitanza di più circostanze, i dieci anni.

Tra le ipotesi più rilevanti di furto aggravato rientra senz’altro quella commessa con mezzo fraudolento, cioè con un metodo ingannevole. Il classico furto fraudolento è quello dell’energia elettrica (per il quale si rinvia all’articolo Furto di energia elettrica: cosa si rischia?), seguito a ruota dal furto d’acqua del vicino.

Di cosa si tratta? Come si fa a rubare l’acqua al vicino? Semplice: allacciandosi direttamente al suo contatore, manomettendolo. In questo modo, i consumi verranno registrati su un unico contatore, quello, appunto, del derubato. È chiaro però che questi potrebbe accorgersi dell’anomalia quando arriverà la bolletta, più salata del solito.

È possibile commettere furto d’acqua anche bypassando qualsiasi contatore ed allacciandosi direttamente alla rete idrica, derubando l’ente erogatore.

Nei condomini, poi, spesso accade che qualcuno si allacci alla rete idrica del condominio, danneggiando tutti gli abitanti.

Furto acqua del vicino: cosa si rischia?

Poiché il furto d’acqua del vicino è una fattispecie di furto aggravata dal metodo ingannevole (l’allacciamento, infatti, non è quasi mai visibile e, pertanto, il furto avviene di nascosto) il rischio è di incorrere in una pena abbastanza elevata: come anticipato, il furto aggravato è punito con la reclusione dai due ai sei anni. Se, poi, dovessero concorrere altre circostanze aggravanti, la reclusione andrebbe dai tre ai dieci anni.

Infiltrazioni di acqua in casa e responsabilità legale

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se ci sono infiltrazioni di acqua in casa, la responsabilità per i danni ricade in capo al proprietario dell’immobile che le ha causate, ma anche sul condominio e sul costruttore.

Avere una corretta manutenzione della propria abitazione è fondamentale per poterla godere il più a lungo possibile. Può però capitare che dal piano di sopra, o da un soffitto comune di proprietà del condominio nel quale si abita, ci siano delle infiltrazioni di acqua, che sia allargano a macchia d’olio e a vista d’occhio anche in casa nostra. La situazione, che può essere anche improvvisa ed imprevista (si pensi alla rottura di uno scaldabagno con allagamento dell’appartamento del piano di sopra, magari in orario di lavoro, quando non c’è nessuno in casa per tamponare la situazione) ha delle conseguenze importanti, in quanto le infiltrazioni d’acqua possono causare danni di non poco conto, dall’umidità alla muffa. In questi casi, bisogna capire chi risponde legalmente per i danni da infiltrazioni, e quindi quali sono le responsabilità legali in caso di infiltrazioni: vediamolo assieme.

Infiltrazioni di acqua in casa: la responsabilità del condominio

Può succedere che le infiltrazioni di acqua siano derivate dalla rottura di un tubo condominiale, o causate da una perdita che ha avuto luogo in un bene di proprietà condominiale. In questo caso, pertanto, i danni che siano derivati al singolo condòmino per le infiltrazioni sono a carico del condominio. In caso di danni alla struttura causati dalle infiltrazioni di acqua quindi sarà il condominio a dover sostenere tutte le spese relative ai lavori di ripristino, compreso il risarcimento del danno. Chiaramente però, se il tubo che si è rotto dando origine alle infiltrazioni è di proprietà di un condòmino in quanto relativo al suo appartamento, la responsabilità ricadrà soltanto su quest’ultimo condòmino.

Il caso del lastrico solare

Una ipotesi particolare, oggetto di grande interesse anche nei tribunali del nostro paese, riguarda le infiltrazioni che derivano dal lastrico solare o dal terrazzo di proprietà condominiale, che sovrasti più di una unità immobiliare del condominio, alla quale vengano causati danni da infiltrazioni d’acqua. In questa situazione, bisogna considerare che il condominio è da ritenersi comunque responsabile, anche qualora il terrazzo sia di proprietà esclusiva di un solo condòmino, cui quindi è riservato l’uso del terrazzo stesso. Il condominio infatti sarà responsabile in quanto tenuto a porre in essere i doverosi controlli per la conservazione delle parti comuni, indispensabile per poter intervenire con le idonee opere di manutenzione qualora fosse necessario.

Infiltrazioni di acqua in casa: la responsabilità del costruttore

Quando ci sono danni da infiltrazioni d’acqua, occorre verificare se queste infiltrazioni sono causate da un difetto originario della costruzione o se sono frutto di carente manutenzione successiva, mancata verifica di lavori che siano stati fatti in un momento posteriore o se siano state causate da altri eventi, non prevedibili. Comprendere la causa delle infiltrazioni d’acqua è fondamentale, in quanto a seconda di quale sia la ragione della perdita la responsabilità legale dei danni causati, ed il ripristino dello stato dei luoghi, viene riconsociuto in capo a soggetti differenti. Finora abbiamo esaminato le ipotesi in cui la responsabilità potesse farsi ricadere in capo ad un singolo condòmino o al condominio, ma c’è una terza possibilità, molto più frequente di quanto si pensi: la responsabilità del costruttore. Se infatti i danni da infiltrazioni sono stati causati da vizi costruttivi, ne risponderà l’impresa che ha costruito l’edificio.

In queste ipotesi, pertanto, il condominio non risponderà dei danni, in quanto sarà manlevato dal costruttore. Manlevato significa che si verifica un passaggio di responsabilità, che comporta in concreto una sostituzione del responsabile per quanto riguarda chi deve materialmente intervenire per riparare i danni e sostenere le relative spese necessarie per la manutenzione: il condominio sarà manlevato – e quindi sollevato, nel senso di sostituito – dal costruttore dell’edificio, che da parte sua non aveva a suo tempo adempiuto l’obbligazione contrattuale di consegnare una costruzione priva di difetti.

Infiltrazioni di acqua in casa: risarcimento del danno non patrimoniale

Per quanto riguarda il risarcimento dei danni che possono essere stati causati dalle infiltrazioni d’acqua, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare in più di un’occasione quali sono i danni che spettano ai proprietari di un’abitazione che abbia subito danni a seguito dell’umidità derivante da una coibentazione delle strutture perimetrali dell’edificio non adeguata. In primo luogo, naturalmente, sono ricompresi tutti i danni materiali, ovvero le spese per ripristinare l’appartamento danneggiato. Inoltre, dato che viene inevitabilmente compromessa l’abitabiltà dell’unità immobiliare, e di conseguenza viene meno il godimento del bene stesso, si viene a creare una tale situazione di disagio da pregiudicare sia il diritto alla salute che il diritto all’abitazione, con conseguente risarcibilità dei danni non ptarimoniali che ne siano derivati.

Infiltrazioni di acqua in casa: cosa dice la giurisprudenza

Come abbiamo visto, il tema delle infiltrazioni di acqua è molto caldo, e quindi anche ampiamente dibattuto in giurisprudenza, sia per quanto riguarda i casi arrivati in corte di cassazione che in relazione alle sentenze dei tribunali e delle corti di merito. Di seguito quindi riportiamo una breve rassegna dei più recenti interventi giurisprudenziali in materia di infiltrazioni di acqua e responsabilità legale per i danni causati da infiltrazioni.

Il condominio deve anche prevenire le eventuali infiltrazioni d’acqua?

Sì: in caso di infiltrazioni di acqua all’interno di un immobile privato è responsabile il condominio, alla luce del fatto che, nel caso concreto analizzato dal tribunale di Milano, avrebbe potuto – e dovuto – evitare che la piletta di scarico si riempisse, provvedendo quindi ad adeguarla per tempo e, in ogni caso, realizzando un sistema di raccolta delle acque pluviali [1].

In quali casi il condominio non risponde dei danni da infiltrazioni di acqua?

Anche se il condominio risponde tendenzialmente di tutti i danni cagionati dal bene condominio, può andare esente da responsabilità nel caso in cui riesca a provare in giudizio che i danni da infiltrazioni d’acqua si sono verificati per caso fortuito. Il caso fortuito, peraltro, può essere anche in concreto la condotta dello stesso danneggiato, che abbia concausato i danni [2].

Per le infiltrazioni risponde qualcun altro oltre l’appaltatore?

In caso di contratto di appalto, se i difetti della costruzione comportano infiltrazioni che a loro volta creano un danno rovinando l’immobile, la responsabilità può essere solidale fra l’appaltatore e il progettista – direttore dei lavori, se i rispettivi inadempimenti hanno concorso alla causazione del danno. Entrambi quindi rispondono dell’obbligazione risarcitoria. Il progettista è dunque responsabile come l’appaltatore, in quanto avrebbe dovuto porre in essere tutte le spese necessarie all’eliminazione dei vizi per assicurare un’esecuzione della costruzione ad opera d’arte [3].

Quali sono le infiltrazioni che integrano i gravi difetti di costruzione idonei ad essere risarciti?

Affinchè si possa parlare di gravi difetti di costruzione dell’edificio, che comportano la responsabilità dell’appaltatore e del costruttore, non occorre che si verifichino vizi riguardanti per forza la staticità dell’edificio: le infiltrazioni di acqua e di umidità nelle murature sono idonee ad integrare gravi difetti di costruzione in quanto consistano in alterazioni che incidono sulla struttura e sulla funzionalità globale dell’edificio, anche nel caso in cui riguardino soltanto una parte condominiale [4].

I danni da infiltrazioni d’acqua spettano anche all’inquilino?

Non poter godere della disponibilità dell’immobile a causa di lavori al solaio di copertura dell’edificio, che causano le infiltrazioni nell’appartamento di sotto, integra ipotesidi ingiustizia costituzionalmente qualificata, perciò i danni possono essere risarciti non soltanto al proprierario dell’abitazione, ma anche all’inquilino o all’usufruttuario[5].

Preliminare e termine

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Attenzione alla scadenza del compromesso per l’acquisto di una casa. Caratteristiche in generale e conseguenze in caso di mancato rispetto della scadenza fissata nel contratto.

Avete deciso di comprare casa e, per questa ragione, avete firmato un contratto preliminare. Ebbene avete stabilito un termine per procedere al contratto definitivo davanti al notaio? Il termine anzidetto è di natura essenziale oppure ha valore semplicemente indicativo? Quali sono le conseguenze se firmate un preliminare e non rispettate il termine in esso previsto?

Preliminare senza termine

Avete firmato un preliminare, ma volutamente o meno, non avete concordato con la controparte il termine entro il quale stipulare il contratto davanti al notaio: questo preliminare è valido oppure la mancata previsione di un termine non è rilevante ai fini della validità del contratto? Ebbene, la seconda risposta è quella giusta. Il contratto preliminare privo di un termine, entro il quale andare a sottoscrivere il contratto definitivo, è valido ed efficace.

Preliminare senza termine: il definitivo

Le parti del contratto preliminare sono entrambe obbligate a delle prestazioni. Ebbene, in assenza di un termine per la sottoscrizione del definitivo, per pretendere queste prestazioni basta convocare l’altra davanti al notaio per la stipula. Infatti, se le parti non hanno concordato un termine, il contratto definitivo potrà avvenire a semplice richiesta della parte interessata. In questo caso, quindi, si applica la legge [1] che dice che il creditore può richiedere immediatamente la prestazione, per la quale non è stabilito un termine. È la Suprema Corte di Cassazione [2] a concludere nel senso appena riportato, precisando, altresì, che in mancanza del termine e di ogni iniziativa delle parti del contratto, gli obblighi nascenti dal preliminare andranno in prescrizione dopo dieci anni, decorrenti dalla firma del preliminare.

Preliminare con termine essenziale

La presenza in un contratto di un termine essenziale non è di poco conto. Se, infatti, le parti hanno stabilito un termine essenziale per una prestazione obbligatoria e questo scade senza l’avvenuto adempimento, scatta la risoluzione automatica del contratto: anche in questo caso, è la legge [3] a stabilire questa regola. Pertanto se le parti di un preliminare hanno stabilito un termine essenziale ed una delle stesse non lo rispetta (ad esempio non si presenta davanti al notaio), il contratto può risolversi automaticamente (con tutte le conseguenze del caso in tema di restituzione della caparra, risarcimento del danno, ecc).

Preliminare con termine essenziale: i presupposti

Per stabilire se un termine apposto ad un contratto preliminare sia o meno essenziale, non è sufficiente scrivere sul contratto la frase: “entro e non oltre”. È la Cassazione [4] a precisare anche questo aspetto, affermando che il termine per l’adempimento può essere qualificato dal giudice come essenziale soltanto valutando le espressioni delle parti, la natura e l’oggetto del contratto. Se dall’insieme di questi elementi risulta inequivocabilmente che, scaduta la data per il definitivo, viene meno anche l’utilità economica del contratto, allora il termine potrà considerarsi essenziale. Quindi, ribadendo, se dal contratto preliminare, complessivamente considerato, emerge oggettivamente la volontà delle parti di ritenere essenziale il termine apposto al contratto, alla scadenza esso potrà sciogliersi automaticamente.

Preliminare senza termine essenziale

In questo caso, nel preliminare c’è un termine per la stipula del contratto definitivo, ma non è stato considerato essenziale dalle parti. Si è vero, esse sono interessate al rispetto delle condizioni, ma un semplice ritardo non cambia di tanto le cose. Ebbene, in una situazione come quella descritta, nel caso d’inerzia di una delle parti, l’altra deve aspettare senza poter fare nulla, restando obbligata senza via d’uscita? Assolutamente no. Di fronte alla scadenza di un termine non essenziale, è possibile diffidare la controparte ad adempiere entro un certo termine [5], avvertendola dell’eventuale e conseguente scioglimento del contratto. Se nonostante questa comunicazione formale, la parte dovesse restare inadempiente (ad esempio non comparendo dinanzi al notaio per la stipula), il contratto si risolverebbe automaticamente.

Eredità, quote di legittima e donazione in denaro

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho comprato un immobile intestandolo a un figlio e dando all’altro l’equivalente in denaro. Ora, nel testamento olografo, ho attribuito ai figli le quote di legittima comprensive di quanto già dato e al coniuge la disponibile. I miei figli sono in disaccordo e, non potendo dimostrare, per carenza di documentazione, la dazione di denaro a suo tempo da me effettuata temo che il figlio che ricevette il contanti possa disconoscerlo e avanzare pretese nei confronti del fratello. Se sì, cosa si può fare per proteggere l’altro figlio?

Innanzitutto, come saprà, la quota disponibile, cioè la quota di eredità che chi redige il testamento è libero di disporre a favore di chiunque desideri, nel caso sopravvivano il coniuge e due figli è pari ad un quarto.

Infatti, nel caso in cui sopravvivano il coniuge e due figli, al coniuge spetta un quarto dell’eredità e ai due figli spetta complessivamente la metà dell’eredità (un quarto per ciascuno): e perciò la quota disponibile, soddisfatte quelle spettanti per legge a coniuge e figli, è pari ad un quarto.

La legge consente all’erede cosiddetto legittimario (cioè al parente a cui la legge riconosce una quota intangibile di eredità e cioè al coniuge e ai figli innanzitutto) di chiedere la reintegrazione della quota di legittima che egli ritenga sia stata lesa a seguito di disposizioni testamentarie e di donazioni compiute in vita dal de cuius (cioè da chi ha lasciato testamento).

L’azione che consente al legittimario di chiedere, ed eventualmente ottenere, la reintegrazione della propria quota di legittima è la cosiddetta azione di riduzione (disciplinata dagli articoli 553 e seguenti del codice civile).

Nel caso di specie, dunque, il figlio destinatario della donazione in denaro potrebbe agire chiedendo la riduzione della donazione dell’immobile effettuata dal lettore a favore dell’altro figlio se, in modo evidentemente scorretto, si “dimenticasse” di calcolare a carico della propria quota la donazione in denaro effettuata a suo favore.

La legge, per accertare se c’è stata la lesione della quota di legittima, stabilisce che:

1) debba essere calcolato innanzitutto il valore di tutti i beni ereditari al momento dell’apertura della successione;

2) venga sottratto da questo valore l’ammontare dei debiti gravanti sull’eredità sempre con riferimento al momento dell’apertura della successione;

3) si faccia la somma tra attivo netto (cioè valore dei beni meno valore dei debiti) e valore della donazioni di immobili e mobili (compreso il denaro) effettuate dal defunto durante la sua vita;

4) si calcolino la quota disponibile e la quota indisponibile (cioè quella cosiddetta legittima spettante per legge generalmente a coniuge e figli) sulla somma di attivo netto più donazioni:

in questa fase del calcolo andranno imputate ai singoli eredi legittimari le donazioni fatte ad essi che andranno, in concreto, a diminuire la quota ad essi spettante.

Ed infatti la legge, cioè l’articolo 564 del codice civile, impone all’erede legittimario (coniuge e figli) che proponga l’azione di riduzione di imputare alla propria quota di legittima le donazioni già da lui ricevute: pertanto, il figlio che ha ricevuto dal lettore la donazione di denaro è tenuto, nel caso in cui proponesse azione di riduzione nei confronti del fratello e/o della madre, ad imputare alla propria quota di legittima il valore delle donazioni a lui fatte (a meno che non ne sia stato dispensato da chi fece la donazione).

Il problema, dal lettore già individuato, è che in mancanza di una prova evidente di questa donazione in denaro, il figlio potrebbe (scorrettamente) evitare di imputarla a carico della propria quota facendo risultare che la quota a lui spettante non deve in alcun modo essere diminuita e questo potrebbe avere come effetto quello che la donazione dell’immobile a favore del fratello possa alla fine essere considerata in eccesso rispetto alla quota di cui il lettore poteva disporre (in modo da ottenerne la riduzione ai sensi dell’articolo 555 del codice civile).

Le donazioni, e questo è il nocciolo del problema, non possono essere provate utilizzando testimoni in quanto la legge vieta di provare con testimoni gli atti per i quali sia necessaria la forma scritta (e la legge infatti richiede per le donazioni non solo la forma scritta, ma addirittura anche l’atto pubblico notarile).

Per dimostrare la donazione in denaro non sarebbe nemmeno sufficiente che il lettore la menzioni nel testamento e non servirebbe nemmeno (perché la legge lo impedisce nel caso di atti per cui è obbligatoria, come per la donazione, la forma scritta) che deferisca a suo figlio un giuramento, cioè che chieda a suo figlio di giurare, nel corso della causa di riduzione, sul fatto di aver ricevuto una somma di denaro in donazione.

Stando così le cose, il figlio potrebbe (quando il lettore non ci sarà più) tacere della donazione in denaro a lui fatta (che sarebbe poi impossibile da dimostrare in assenza di una sua traccia scritta) e agire per far ridurre la donazione dell’immobile effettuata a favore del fratello (e ottenere alla fine del giudizio la reintegrazione della sua quota di legittima, anche attraverso una compensazione in denaro, a condizione che il giudizio di riduzione accerti che vi sia stata effettivamente una lesione della sua quota dovuta alla donazione dell’immobile effettuata dal lettore a favore dell’altro fratello).

Stando così le cose il suggerimento che si può dare al lettore è solo quello di fare il possibile per rintracciare una qualsiasi prova scritta della donazione in denaro e, soprattutto, di convincere suo figlio a riconoscere quanto gli ha a suo tempo donato evitando pertanto di proporre un’azione di riduzione dopo che il lettore non ci sarà più.

In mancanza di prova scritta, infatti, la donazione diretta di denaro non può per legge essere dimostrata in giudizio con testimoni.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Infiltrazioni d’acqua in un immobile locato: ne risponde il proprietario?

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono proprietario di un immobile sito in un centro commerciale e concesso in locazione da alcuni anni ad un’attività di casalinghi. Alcuni mesi fa, dopo un forte temporale, vi sono state delle infiltrazioni di acqua nel locale, provenienti da una “colonna condominiale” che hanno causato danni al soffitto, al pavimento ed alle merci. Dopo un mese, in altra zona del negozio vi sono state altre infiltrazioni, stavolta provenienti dalla rottura della vasca da bagno dell’inquilino del primo piano. Altri danni al soffitto, pavimento e merce. Il mio conduttore mi ha mandato una richiesta di danni, che io ho girato, tramite diffida del legale, all’amministrazione del condominio ed all’inquilino del piano superiore. Nessuno dei due ha intenzione di pagare. Secondo voi se i responsabili (condominio, proprietario/affittuario dell’appartamento) non pagano, sarò io a dover risarcire il mio conduttore?

In base alla descrizione dei fatti effettuata dal lettore, è possibile dire che al caso specifico si deve applicare la norma contenuta nell’articolo 1585, secondo comma, del codice civile.

Questa norma stabilisce che il locatore non è tenuto a garantire il conduttore dalle cosiddette molestie di fatto provenienti da terzi (fatta salva la facoltà del conduttore di agire direttamente in nome proprio contro i terzi).

La giurisprudenza (sentenza della Corte di Cassazione n. 1.693 del 27 gennaio 2010) ha chiarito che anche le infiltrazioni d’acqua sono una molestia di fatto.

Questo significa che se nell’immobile locato vi sono infiltrazioni di acqua provenienti dalle proprietà confinanti, il proprietario dell’immobile locato (cioè il lettore nel caso specifico) non è né responsabile dei fatti, né è tenuto a garantire il conduttore da queste molestie, cioè non è tenuto a risarcire lui il danno al conduttore.

Il conduttore potrà, se vorrà, agire lui direttamente contro i responsabili delle infiltrazioni (cosa che anche il lettore, se vuole, può fare) fermo restando che il conduttore potrebbe chiedergli di risolvere il contratto di locazione se e nei limiti in cui le infiltrazioni rendano impossibile o assai gravosa la continuazione della sua attività.

Ovviamente quello che si è sopra detto è ciò che la legge stabilisce in generale se le parti non abbiano previsto nulla in contratto.

Le parti, però, sono libere di regolare in modo diverso, con specifica clausola contrattuale, questo aspetto specifico relativo alle molestie di fatto provenienti da terzi: si invita il lettore, perciò, a verificare il contratto di locazione per accertarsi se esista una clausola contrattuale che disciplini le molestie provenienti da terzi in modo diverso da come le disciplina la legge.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Se il cane fa spaventare un’altra persona bisogna risarcire?

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Io e mia moglie transitavamo in una strada di accesso al mio garage, prima del quale vi è un giardinetto con un cane di razza pastore australiano. Nel vederci il cane ringhiando si è posto con le zampe anteriori sul bordo superiore del cancello (il cancello è alto circa un metro quindi la testa era fuori dallo stesso) e mia moglie dallo spavento è caduta a terra, procurandosi la rottura del legamento crociato, del menisco con una prognosi di 30 giorni. Posso ottenere un risarcimento dall’assicurazione del cane?  Il proprietario del cane sostiene che dal momento che non c’è stato contatto non ho diritto a niente. È vero che il contatto non c’è stato, ma è stata tanta la paura nel vedere la bocca del cane aperta ad un metro di distanza da noi.

In casi più o meno simili a quello capitato alla moglie del lettore, la giurisprudenza (cioè le sentenze pronunciate dai tribunali e dalla Corte di Cassazione) ha stabilito che:

– il proprietario è sempre responsabile dei danni causati dal suo animale anche se dimostra di avere usato la normale diligenza nella custodia dell’animale o se dimostra che l’animale sia normalmente mansueto (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 75 del 1983);

– esiste sempre la responsabilità del proprietario (in base all’articolo 2052 del codice civile) per i danni causati dal suo animale tranne nel caso in cui il proprietario dell’animale riesca a dimostrare che il fatto (cioè il danno provocato dall’animale) è stato causato per un caso fortuito.

Ma in che cosa consiste allora il caso fortuito che se venisse dimostrato dal proprietario dell’animale escluderebbe la sua responsabilità per i danni e quindi escluderebbe l’obbligo del proprietario di risarcire i danni causati dal suo animale?

Il caso fortuito è ogni circostanza che abbia causato il danno, che il proprietario dell’animale non poteva in alcun modo evitare e che sia l’unica causa che ha provocato il danno (ad esempio anche il comportamento imprudente della persona danneggiata potrebbe essere il caso fortuito capace da solo di provocare il danno).

In sostanza il caso fortuito è un evento del tutto eccezionale e con scarsissime possibilità di verificarsi e che sia stato da solo la causa del danno subìto dalla persona aggredita o spaventata dal cane.

Solo se il proprietario del cane dimostrasse che si è verificato un caso fortuito non sarebbe poi obbligato a risarcire il danno provocato dall’animale: si tenga presente che non è stato considerato un caso fortuito né l’imbizzarirsi dell’animale (così decise la Corte di Cassazione con sentenza n. 2.333 del 1966) né il carattere normalmente pacifico dell’animale (così decise la Cassazione con sentenza n. 75 del 1983): ciò vuol dire che il proprietario dell’animale è tenuto a risarcire il danno anche se il fatto è stato prodotto da un improvvisa reazione dell’animale ed anche se questa reazione non fosse un usuale comportamento dell’animale e fosse del tutto imprevedibile.

Nel caso specifico il caso fortuito esisterebbe (come ho anticipato poco sopra) se il proprietario del cane dimostrasse (ad esempio) che la causa del danno subìto dalla moglie del lettore sia stata esclusivamente e solamente la condotta poco prudente della moglie che, essendo a conoscenza dell’esistenza in quel luogo del cane, avesse comunque scelto di passargli vicino, ma sempre a condizione che la condotta della stessa venga dimostrato che sia stata l’unica e sola causa del danno che poi lei stessa subì.

In un caso simile a quello in esame, il giudice – cioè il Tribunale di Napoli nella sentenza del 6 agosto 1959 – ritenne comunque responsabile del danno il proprietario anche se la persona aggredita da alcuni cani da guardia si era introdotta in un giardino nel quale non era nemmeno impedito l’accesso; ma in un altro caso, invece, il giudice – cioè la Corte di Cassazione con sentenza n. 1.400 del 1983 – considerò non responsabile il proprietario del cane considerato che il danneggiato si era eccessivamente avvicinato ad un cane dopo essersi introdotto nella altrui proprietà.

Come si può notare ci possono essere sentenze anche contrastanti l’una con l’altra e questo accade perché ogni caso è diverso dall’altro.

Ciò che conta è in effetti verificare in concreto e nel dettaglio come siano andati i fatti per valutare se il danno che una persona subisce a causa del comportamento di un animale possa essere considerato colpa esclusiva della stessa persona danneggiata.

Dalla descrizione fatta dal lettore (fermo restando che se si iniziasse una causa i fatti andrebbero analizzati in maniera dettagliatissima) non sembra che la condotta di sua moglie possa essere considerata talmente imprudente da essere considerata l’unica e sola causa del danno che poi la stessa  ha subìto:pare, invece, che esista la responsabilità del proprietario dell’animale e che non esista il caso fortuito.

Si noti, infine, che non è necessario che vi sia un contatto tra animale e persona: se il comportamento dell’animale provoca un danno (anche ad esempio per effetto dello spavento) e non esiste il caso fortuito, il danno dovrà essere risarcito dal proprietario dell’animale (si veda al riguardo la sentenza della Corte di Cassazione n. 11.570 del 2009).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Privacy: le nuove regole per chi ha un blog

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A breve entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sul trattamento dei dati personali. Mi occupo di video a scopo sia promozionale che artistico, ho all’attivo anche un paio di blog e non ho dipendenti né soci. Dovrò obbligatoriamente sottopormi ad un corso di formazione certificato, in qualità di titolare ed unico responsabile del trattamento dei dati? Spostare i blog su piattaforma Blogger, facendoli quindi ricadere sotto la giurisdizione e la privacy policy di Google per quanto riguarda i cookie e i dati degli utenti che si registrano per commentare, potrebbe essere un buon modo di evitare gli oneri della normativa sui dati dei visitatori? Prima di farlo, dovrò darne preavviso agli utenti già registrati all’attuale sito? Che fare dei loro dati già raccolti in precedenza se non fossi più interessato ad utilizzarli? Posso cancellarli subito?

In merito al primo quesito, non c’è unanimità di vedute in dottrina. In base ad una lettura sistematica del testo del nuovo Regolamento UE 2016/679, in vigore dal 25 maggio, sembra possibile dedurre che l’obbligo di formazione graverà su tutti i titolari e i responsabili del trattamento dei dati personali che fanno parte di una pubblica amministrazione o di un’azienda.

In particolare, l’art. 29 del Regolamento prevede che “il responsabile del trattamento, o chiunque agisca sotto la sua autorità o sotto quella del titolare del trattamento, che abbia accesso ai dati personali non può trattare tali dati se non è istruito in tal senso dal titolare”; l’art. 32 dispone che “il titolare del trattamento ed il responsabile del trattamento fanno sì che chiunque agisca sotto la loro autorità e abbia accesso a dati personali non tratti tali dati se non è istruito in tal senso dal titolare del trattamento, salvo che lo richieda il diritto dell’Unione o degli Stati membri”.

Sembra quindi che gli enti pubblici e le imprese dovranno pianificare un percorso e un piano di formazione con prove finali e sessioni di aggiornamento, destinare risorse specifiche per la formazione dei Data protection Officer e dei componenti del team, prevedere esami di verifica e test finali.

D’altronde, le sanzioni previste dal Regolamento (macroscopiche e difficilmente sostenibili da un singolo) sono destinate espressamente alle aziende.

Non sembra a parere dello scrivente che spostare il blog su Blogger serva a qualcosa: anche Google, infatti, sarà soggetto alla nuova normativa, almeno con riferimento ai dati degli utenti europei. Dal 25 maggio, infatti, il Gdpr (General Data Protection Regulation) riguarderà anche tutti i trattamenti effettuati da data controller (in italiano, titolari del trattamento) o data processor (responsabili del trattamento) non stabiliti sul territorio dell’Unione Europea, purché questi: riguardino l’offerta di beni o servizi offerti, anche gratuitamente, a persone fisiche (c.d. interessati) all’interno dell’UE; riguardino dati raccolti attraverso il monitoraggio dei comportamenti dei soggetti interessati, svolti sul territorio UE.

I cookies non sfuggono alla nuova normativa: essi verranno considerati come dati personali a tutti gli effetti. Gli identificatori online (appunto, i cookies), però, saranno considerati dati personali non sensibili, per cui non è necessario esprimere un consenso esplicito: sarà sufficiente un consenso non ambiguo. In altre parole, il consenso sarò valido solo se il soggetto titolare dei dati è in grado di esercitare una vera scelta e non c’è il rischio di inganno, coercizione o significative conseguenze negative.

Per quanto riguarda la cancellazione dei dati, si riporta l’art. 17 del nuovo Regolamento: «L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti: i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati; l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento; l’interessato si oppone al trattamento e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento; i dati personali sono stati trattati illecitamente; i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento; i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione».

In altre parole, d’ora in avanti (o meglio, a partire dal 25 maggio 2018) sussisterà un vero e proprio obbligo per il titolare del trattamento alla cancellazione dei dati non più necessari. La violazione delle norme previste dal regolamento in materia di diritto all’oblio o di diritto alla cancellazione, è sanzionato in via amministrativa con il pagamento di importi anche abbastanza elevati.

In sintesi, quindi, il lettore potrà cancellare i dati.

Se vorrà trasferirsi su Blogger, sarà opportuno dare previo avviso agli utenti.

V’è da dire che, trattandosi di normativa assolutamente nuova, bisognerà attendere la concreta applicazione giurisprudenziale della stessa per chiarire gli aspetti più controversi.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

Affitto a uso commerciale: quando c’è sfratto

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La mia famiglia ha un immobile commerciale. Siamo 4 eredi e mia madre ha la maggior quota, in quanto era in comunione dei beni con mio padre. Il locatore non sempre é puntuale nel pagamento dell’affitto e, tutto l’importo mensile dall’inizio della locazione, é stato prelevato da un fratello con il consenso non scritto di tutti gli altri. Sino a due mesi fa, l’importo é stato prelevato interamente da mia madre (viene versato tramite bonifico nel conto di mia sorella) ma, pochi giorni fa, il locatore ci ha comunicato che aveva versato solo la quota spettante a mio fratello (sotto richiesta di quest’ultimo) e non avrebbe versato l’altra se non dopo un consulto con il suo l’avvocato. Mia madre può chiedere la disdetta del contratto tenendo conto che ad oggi sono passati 2 mesi senza che lei abbia percepito la sua parte? Può chiedere che le venga versato l’intero aumento Istat mai percepito( da nessuno) sin dall’inizio della locazione?

 

Dal quesito pare di comprendere che il contratto di locazione ad uso commerciale fu stipulato dai genitori del lettore che erano comproprietari dell’immobile stesso.

Se così è, nel momento in cui il padre è deceduto gli eredi (figli e coniuge) sono subentrati nella posizione di locatori e, quindi, hanno assunto tutti i diritti e tutti gli obblighi previsti nel contratto.

Questo vuol dire che il lettore, i suoi fratelli e sua madre hanno il diritto di percepire il canone nella misura già fissata nel contratto (così ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 1.811 del 1989), mentre il conduttore deve continuare a versare il canone secondo le modalità indicate nel contratto oppure secondo le indicazioni che gli vengono date dai locatori (così ha deciso la Corte di Cassazione con sentenza n. 5.077 del 2010).

Questo significa che se il conduttore era solito pagare (su vostra indicazione) versando l’intero importo sul conto della sorella del lettore, finché non gli si daranno istruzioni diverse egli dovrà continuare a versare l’intera somma sempre sul conto della sorella: il conduttore, quindi, deve pagare l’importo del canone per intero sul conto della stessa fino al momento in cui tutti quanti insieme i locatori (cioè il lettore, i suoi fratelli e sua madre) non gli daranno istruzioni diverse.

La madre del lettore può chiedere, attraverso un legale, lo sfratto per morosità del conduttore se il comportamento del conduttore, cioè il suo inadempimento, sia considerato grave a tal punto da provocare la risoluzione (cioè la cessazione) del contratto: questo vuol dire che se il conduttore dovesse non pagare più canoni di locazione per più mesi e continuasse a non pagarli anche dopo l’inizio della causa, il giudice valuterebbe il suo inadempimento come grave e concederebbe la convalida dello sfratto per morosità condannando il conduttore anche al rilascio dell’immobile (in questo senso si è espresso il Tribunale di Catania, con sentenza n. 2.398 del 27 aprile 2016).

Si noti che lo sfratto può essere richiesto in giudizio anche da uno solo dei locatori senza necessità che siano tutti insieme i locatori a iniziare la causa (è quindi possibile che sia solo la madre del lettore a rivolgersi ad un legale e, poi, ad agire in giudizio per ottenere lo sfratto ed il rilascio dell’immobile alle condizioni che poco sopra specificate).

Infine, per quello che riguarda l’aggiornamento Istat bisogna dire che nei contratti di locazione ad uso commerciale l’aggiornamento Istat del canone non può essere automatico, ma deve essere richiesto dal locatore al conduttore.

Questo significa che gli aumenti del canone per  aggiornamenti Istat sono dovuti dal conduttore solo dal mese successivo a quello in cui il locatore glieli chiede, mentre non possono essere chiesti gli aggiornamenti arretrati e che non furono richiesti (in questo senso si è pronunciata la Corte di Cassazione con sentenza n. 11.675 del 2014).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Cartelle esattoriali: se viene rigettata l’istanza di rateizzazione

Posted on : 21-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In caso di rifiuto alla nostra domanda di rateizzazione straordinaria per sospendere l’iscrizione ipotecaria, se non è sufficiente presentare il ricorso al CTP competente, quale procedura bisogna adottare?

Innanzitutto un consiglio ai lettori: verificate se l’iscrizione ipotecaria sia stata già iscritta.

Se, infatti, dalla notifica del cosiddetto preavviso di ipoteca fossero già passati più di trenta giorni, l’iscrizione dell’ipoteca potrebbe già essere avvenuta senza ulteriore avviso (infatti l’articolo 77 del decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973 prevede che si debba dare il preavviso di ipoteca, ma non obbliga Agenzia delle entrate – riscossione a comunicare anche l’avvenuta iscrizione ipotecaria una volta che siano decorsi i trenta giorni dalla notifica del relativo preavviso).

È vero che sempre la legge (cioè l’articolo 19 del d.p.r. n. 602 del 1973) stabilisce che i fermi amministrativi e le ipoteche non possano essere iscritti una volta che sia stata presentata istanza di rateizzazione e almeno fino al suo rigetto, ma se l’istanza di rateizzazione dei lettori fosse stata presentata dopo il decorso dei trenta giorni dalla notificazione del preavviso di ipoteca, l’ipoteca stessa potrebbe essere stata iscritta già prima della presentazione da parte vostra dell’istanza per ottenere la dilazione straordinaria.

Fatta questa necessaria premessa, se dalla opportune verifiche risultasse che l’ipoteca non è stata ancora iscritta e se l’istanza di rateizzazione dei lettori fosse rigettata e, in aggiunta, nel giudizio di appello avverso la cartella di pagamento non fosse concessa la sospensione della cartella medesima, per evitare l’iscrizione ipotecaria resterebbero due vie per i lettori:

– o pagare immediatamente il necessario per ridurre il debito a meno di euro 20.000,00, cioè al di sotto dell’importo minimo che consente all’Agenzia delle entrate – riscossione di iscrivere ipoteca (valutando, però, gli effetti di tale pagamento sulla causa ancora in corso, cioè evitando che tale pagamento sia valutabile come riconoscimento del debito);

– oppure, se vi fosse la possibilità nel caso specifico, aderire entro il 15 maggio 2018 alla cosiddetta rottamazione bis delle cartelle che consente non solo di evitare l’iscrizione di ipoteche e fermi amministrativi, ma anche di ottenere uno sconto sul dovuto (evitando di pagare sanzioni e interessi), tenendo conto che, però, l’adesione alla rottamazione bis impone di assumere l’impegno a rinunciare ai giudizi pendenti (nel caso specifico, quindi, indicando tra le cartelle per le quali si chiede di aderire alla rottamazione bis anche o soltanto quella per cui pende il giudizio di appello i lettori sarebbero obbligati ad assumere l’impegno a rinunciare al giudizio ancora pendente).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte