Certificato proprietà auto: cosa fare quando è smarrito

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se abbiamo perso il certificato di proprietà dell’auto è possibile ottenerne un duplicato facilmente.

Circolare su strada comporta una serie di obblighi da rispettare, dato che si tratta di un’attività che, per quanto ormai abituale a molti e sostanzialmente quotidiana, è di per se potenzialmente rischiosa per la propria ed altrui incolumità psico-fisica. Fra i doveri degli automobilisti, oltre a quelli relativi alla patente ed al pagamento delle tasse automobilistiche, ci sono anche quelli riguardanti la certificazione attestante la proprietà dell’auto ed il rispetto della normativa per la circolazione. Un documento importante, fra questi, è di sicuro il certificato di proprietà dell’autovettura, che deve essere custodito dal proprietario del mezzo di trasporto e che deve essere a sua disposizione per eventuali accertamenti e, soprattutto, come vedremo, in caso di passaggio di proprietà del veicolo. Il certificato deve essere leggibile ed intatto, per cui nel caso di suo deterioramento o distruzione è possibile ottenerne facilmente un duplicato. La stessa richiesta è fattibile anche nelle ipotesi in cui il certificato di proprietà dell’auto sia stato perso, smarrito o sottratto illecitamente al legittimo proprietario. Vediamo quindi assieme cosa fare quando si è smarrito il certificato di proprietà dell’auto e come ottenerne un duplicato del certificato proprietà auto.

Certificato proprietà auto: cos’è e a cosa serve

Anzitutto capiamo cos’è il certificato di proprietà dell’auto. Il certificato di proprietà dell’auto è un documento attestante lo stato giuridico del veicolo, ed in particolare riporta e quindi identifica precisamente i dati personali del proprietario dell’autovettura stessa.

È di sicuro meno conosciuto rispetto alla patente ed al libretto di circolazione, ma ciò nonostante è fondamentale in quanto come abbiamo detto consente di individuare il proprietario del veicolo. Da questo punto di vista, pertanto, questo certificato di proprietà è indispensabile al momento di eventuali passaggi di proprietà a causa di vendita dell’automobile. Attraverso il certificato di proprietà inoltre è possibile accedere a qualunque servizio del Pra (pubblico registro automobilistico).

Chiariamo però tuttavia un aspetto importante: il certificato di proprietà dell’autovettura non è un documento necessario per poter circolare con la propria auto. Questo ad ogni modo non significa che non debba essere conservato in un posto sicuro, e che non debba essere esibito nelle occasioni in cui è necessario. Dal punto di vista pratico, risulta consigliabile che non venga conservato all’interno della propria autovettura, risultando più sicuro tenerlo in casa. Questo discorso vale per tutti i certificati che siano stati rilasciati prima del 2015, in quanto fino a quel momento erano ancora cartacei. Dall’ottobre del 2015, invece, è stato introdotto il certificato di proprietà dell’auto digitale, che quindi non viene più rilasciato in copia cartacea al richiedente, ma è direttamente caricato online: il proprietario del veicolo infatti riceve una ricevuta dell’avvenuta registrazione, che contiene anche il codice di accesso personalizzato che gli consentirà in seguito di visualizzare il proprio certificato direttamente online.

Certificato proprietà auto: come ottenere il duplicato

Se il certificato cartaceo di proprietà dell’auto viene smarrito, o si deteriora, o ci viene rubato, è possibile richiedere ed ottenere un duplicato in maniera semplice ed abbastanza veloce.

Prima di effettuare la richiesta del duplicato presso gli uffici competenti occorre denunciare presso un ufficio delle forze dell’ordine (ufficio della polizia di stato o comando dell’arma dei carabinieri) lo smarrimento (o, nel caso, il furto) del certificato di proprietà.

Per ottenere una copia del certificato occorre poi presentare la relativa richiesta del rilascio del duplicato del certificato di proprietà auto all’unità territoriale dell’Aci (automobile club Italia) – Pra (pubblico registro automobilistico). La richiesta può essere fatta dall’intestatario del veicolo o da persona munita di apposita delega (con annessa copia del documento d’identità dell’intestatario delegante), consegnando copia della denuncia di smarrimento (o eventualmente di furto). Può anche utilizzarsi una dichiarazione sostitutiva di resa denuncia. Bisognerà poi compilare e sottoscrivere un modulo specifico (NP3C) in duplice copia, disponibile presso gli uffici delle unità territoriale Aci e gli uffici provinciali della motorizzazione civile, e consegnare copia del proprio documento di riconoscimento. La procedura ha un costo di 13,50 euro.

Certificato proprietà auto: duplicato per deterioramento

Per completezza di informazioni, specifichiamo inoltre che la procedura che abbiamo illustrato per ottenere il duplicato del certificato di proprietà dell’auto in caso di smarrimento è grosso modo la stessa anche nel caso in cui il certificato si sia deteriorato. Le uniche differenza stanno nel fatto che al momento di effettuare la richiesta, con le stesse modalità che abbiamo visto per lo smarrimento, presso gli uffici dell’Aci, non occorrerà ovviamente presentare la denuncia di smarrimento nel caso in cui il certificato sia completamente deteriorato, e bisognerà consegnare anche lo stesso certificato rovinato.

Dogana: quando si paga?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vediamo in quali casi si pagano Iva e dazi e accise quando acquisti un prodotto fuori dai confini Italiani oppure online

Il mondo di oggi è sempre più interconnesso e legato da scambi di tutti i tipi, anche economici. Si viaggia di continuo, si acquista ovunque. E, con l’ascesa di internet e dello shopping online, si compra merce che viene spedita dall’altro capo del mondo con un solo battito di click. Ma si può acquistare senza limiti di sorta? Che ne è della famosa dogana? Le frontiere economiche in molti casi esistono ancora, in altri sono state abolite, lasciando il via libera all’acquisto spensierato. Cerchiamo di capire in questo articolo, parlando di dogana, quando si paga nel momento in cui si acquista un prodotto.

Dogana: cosa significa?

È qualcosa di molto antico, ma sopravvive al tempo e mantiene intatti gli interessi economici degli Stati. La dogana esiste in tutti i paesi del mondo ed è un ente, gestito a livello pubblico, incaricato di scandagliare e controllare tutti i prodotti in entrata e uscita da un Paese, valutando se si debbano applicare i dazi doganali e, in tal caso, applicandoli per poter procedere allo sdoganamento: l’operazione che dà il via libera al prodotto acquistato e trasferito da un confine all’altro di uno Stato.

Viene appunto controllata dal governo del paese e applica tutte le leggi presenti in quello Stato. Vediamo come funziona e in quali casi esiste la dogana.

Dogana: come funziona?

Diciamo innanzitutto che c’è un insieme di Stati del mondo che si è messo a tavolino e ha preso una decisione: creare una vera e propria Unione e permettere, entro i confini di questa Comunità, la libera circolazione di persone, merci e capitali. È la nostra Unione europea: la comunità creata – di cui l’Italia è parte – all’interno della quale i cittadini possono viaggiare liberamente, portando con sé merce e prodotti acquistati in uno Stato Ue. Come se fossimo un unico grande paese.

Per questo motivo infatti la dogana non esiste più tra gli Stati membri dell’Unione europea e non si paga entro i confini comunitari. I dazi doganali tra Paesi Ue sono stati aboliti. Per cui se acquisti un prodotto mentre sei in viaggio in Francia, puoi rientrare tranquillamente in Italia con quella merce in valigia, senza vederti applicati i dazi doganali. Almeno per la maggior parte dei prodotti. La stessa cosa vale per acquisti su siti online di aziende o entro i confini Ue.

La dogana invece continua a essere attiva nei confronti dei prodotti acquistati (fisicamente oppure online) dai Paesi Extra Ue, che non fanno cioè parte della Comunità europea.

In questi casi l’autorità doganale agisce così:

  • Può ispezionare e controllare valige e bagagli dei viaggiatori in transito tra un paese e l’altro;
  • bloccare tutte le merci che non possono varcare i confini nel modo più assoluto o quelle che non possono varcarli per la loro eccessiva quantità;
  • richiedendo e applicando dazi doganali, cioè tributi per sdoganare, e quindi dare il via libera a questi prodotti.

Dogana: chi la paga?

Il costo di un’eventuale dogana viene sempre addebitato a carico del destinatario di una spedizione (nel caso di acquisti online) o a carico della persona che ha in valigia determinati prodotti e solitamente vengono inclusi nel costo della spedizione (prima della consegna).

Dogana: cosa succede se non si paga?

Se il destinatario di un acquisto si rifiuta di pagare il dazio doganale, questo viene riversato a carico dell’ordinante della spedizione (cioè chi ha effettuato la prenotazione del prodotto).

L’ordinante a questo punto può decidere se:

  • far rientrare la spedizione al mittente (pagando le spese di rientro e i dazi in importazione);
  • richiedere la distruzione della spedizione a destino (accollandosi le eventuali spese);
  • richiedere l’abbandono della spedizione (senza costi);
  • pagare i dazi doganali.

Ad esempio: tuo fratello ha acquistato un prodotto e ti ha indicato come destinatario. Tu rifiuti di pagare i dazi. A questo punto il costo viene addebitato a tuo fratello (ordinante), che può decidere pagare ugualmente o distruggere, abbandonare, far rientrare al mittente il prodotto acquistato.

Dogana: come si calcola?

Ribadiamo innanzitutto che non c’è alcun calcolo sulla merce acquistata tra Paesi Ue. E questo discorso vale sia per gli acquisti in loco e da mettere in valigia prima del rientro in territorio nazionale, sia per gli acquisti online. Non si applicano dazi a spedizioni o transito di prodotti all’interno dei confini comunitari.

Il discorso cambia invece quando si varca il confine Ue e si sfocia in territorio extra-comunitario. Qui si incomincia a parlare di dazi doganali.

Innanzitutto per tutte le spedizioni di prodotti extra-Ue l’Iva è sempre esclusa e i dazi doganali si pagano in base alle regole dei paesi in cui i prodotti transitano. Il dazio varia a seconda del bene che viene importato: il suo valore e la quantità.

Sul sito dell’Agenzia doganale di riferimento, possiamo trovare le tabelle con l’elenco delle categorie merceologiche a cui appartiene il prodotto spedito/acquistato e le percentuali a cui fa riferimento. Queste sono in linea con il regolamento europeo [1] e in base a un tariffario armonizzato comunitario (il Taric).

Il nostro sito di riferimento è quello dell’Agenzia delle dogane e monopoli. Ecco il percorso:

  • accedi a www.agenziadoganemonopoli.gov.it;
  • scorri il mouse in basso, fino a “servizi on line”;
  • clicca su “Tariffa doganale Taric”;
  • clicca su “accedi alla tariffa doganale Taric”;
  • clicca su “accedi al servizio” e poi “consultazione” e “nomenclature”;
  • si apre un menù a tendina, clicca sulla voce “Taric” e poi su “Indice Taric.

Ti si aprirà una finestra messa  disposizione per tutti gli utenti che vogliono conoscere le tariffe doganali integrate dei prodotti: prodotti del regno vegetale, grassi e oli animali o vegetali, prodotti delle industrie alimentari, prodotti delle industrie chimiche, ecc. E sotto queste ci sono tutte le sottocategorie.

Scegli la categoria e sottocategoria a cui appartiene il prodotto acquistato e avrai come risultato la percentuale di tassazione di quel prodotto.

Le spese doganali si calcolano in questo modo:

Dazio Taric + Iva al 22% + Addebito sdoganamento del corriere.

In pratica: la prima cosa da fare è calcolare il costo vivo del prodotto e il costo della spedizione. A questo si aggiunge il dazio Taric. Dopodiché di applica l’Iva.

Alle spese doganali (dazio e Iva) sono da aggiungere le spese di sdoganamento addebitate dal corriere.

Dogana: quando si paga?

Affrontato il tema del calcolo, vediamo ora quando si paga la dogana.

Diciamo subito che la dogana si paga su tutti i prodotti che il consumatore acquista, anche se in percentuali diverse, ma solo a partire dal costo di 22 euro in su (almeno per le spedizioni commerciali). Eccezione la fanno alcuni prodotti per i quali si pagano sempre le tasse doganali (dazi e iva). Ecco quali:

  • tabacco;
  • profumi e eau de toilette;
  • alcolici (su questi si deve pagare anche l’accisa in Italia).

Torniamo a noi. La dogana quindi si paga a partire dal costo di 22 euro su una determinata merce. Sotto questa soglia non si paga né dazio né Iva.

Se il valore dei prodotti acquistati rientra tra i 22,01 euro e 150 euro si paga solo l’Iva, ma non il dazio doganale. Se acquistiamo prodotti per importo oltre i 150 euro paghiamo sia il dazio che l’Iva. Il corriere poi ci può chiedere un costo aggiuntiva per le spese di sdoganamento (il disbrigo delle pratiche di trasporto e formalità doganali). Questo vale per le spedizioni effettuate a carattere commerciale, secondo cui:

  • paghi per acquisti di prodotti Extra-Ue;
  • paghi se superi la soglia dei 22 euro.

Se invece i prodotti acquistati hanno carattere personale: cioè vengono spediti occasionalmente e per uso esclusivamente personale o familiare, e non dietro corrispettivo oppure non da un’azienda, le cose cambiano: entro i 45 euro non si paga né dazio né Iva, sopra i 45,01 euro si paga sia dazio sia l’Iva.

Ecco in questo caso i limiti oltre i quali si inizia a pagare la dogana per spedizioni a carattere privato (spedizione da privato a privato):

  • quando acquisti prodotti da paesi extra-comunitari;
  • quando superi la soglia di 45 euro;

Facciamo un esempio.

Tuo figlio, che vive in Australia, ha deciso di farvi e spedirvi il regalo per l’anniversario di matrimonio. Questo regalo:

  • è uno scambio privato (e non commerciale);
  • è occasionale;
  • è a titolo gratuito e non effettuato dietro corrispettivo
  • rimane sotto la soglia dei 45 euro.

Ecco che la dogana non si paga. Se invece questo regalo supera la soglia dei 45 euro la dogana si paga.

Cosa si può insegnare con la laurea in scienze e tecnologie alimentari

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’ultimo sforzo ed è quasi fatta. Stai per diventare dottore in questa disciplina. Vediamo a quali materia puoi ambire come professore

Devi decidere il tuo futuro professionale e hai scelto come primo gradino l’iscrizione al corso di laurea in Scienze e tecnologie alimentari. Ti stimola molto l’idea di poter seguire da vicino e gestire i processi che portano alla produzione degli alimenti, la loro organizzazione e tutto ciò che ruota attorno all’industria alimentare. Sei quindi convinto che questo sia il percorso accademico più adatto a te. Ti preparerà a lavorare nell’industria degli alimenti – e potrai ambire a diversi sbocchi professionali – e ti darà anche la possibilità, una volta conseguita la laurea di diventare professore. Ci saranno materie esclusive che potrai insegnare e diversi step per accedere a questa carriera. In questo articolo cerchiamo di approfondire il legame tra questa laurea e l’insegnamento. In particolare: cosa si può insegnare con la laurea in scienze e tecnologie alimentari?

Cosa fare dopo la laurea in scienze e tecnologie alimentari?

La prima domanda che sorge spontanea, quando un ragazzo che insegue i suoi sogni si iscrive all’università, è sempre la solita: quali sbocchi lavorativi avrò? Rispondiamo prendendo come riferimento la laurea in scienze e tecnologie alimentari.

Chi sceglie questo percorso accademico viene formato per affrontare tutte le questioni e problematiche che coinvolgono alimenti e bevande in tutti i processi – dalla loro produzione al consumo. Si lavora per garantire la sicurezza, la salute, la qualità, la riduzione degli sprechi, la sostenibilità.

La figura professionale del tecnologo alimentare è cosa seria ed è disciplinata dalla legge [1], che prevede, tra le altre cose, la necessità di un’abilitazione per poter svolgere questa professione. Esiste quindi un Ordine (l’Ordine dei tecnologi alimentari) a cui devi iscriverti una volta laureato, previo superamento dell’Esame di stato (proprio come succede agli avvocati, ai medici, agli infermieri, ai giornalisti, ecc).

Una volta uscito da questa facoltà, con la tua preziosa pergamena in mano, puoi ambire a diversi ruoli nell’ambito dell’industria alimentare:

  • programmazione, gestione e controllo della produzione di cibi e bevande;
  • controllo e analisi di alimenti e bevande;
  • somministrazione e conservazione alimenti e bevande,
  • gestione del miglioramento nella produzioni dei prodotti alimentari, in ottica di sostenibilità (un vero e proprio boom in questo momento storico);
  • comunicazione e sensibilizzazione del consumatore;
  • funzioni riguardanti l’applicazione delle normative su produzione, conservazione e distribuzione di alimenti;
  • responsabile industriale;
  • marketing del prodotto alimentare;
  • responsabile qualità e sicurezza di cibi e bevande;
  • dulcis in fundo, si può insegnare.

Laurea in scienze e tecnologie alimentari: dove posso insegnare?

Tra tutti questi sbocchi e opportunità lavorative, a cui puoi ambire a laurea conseguita, c’è anche la strada dell’insegnamento. Si, puoi diventare professore. Ma dove si può insegnare con la laurea in scienze e tecnologie alimentari?

Innanzitutto le strade dell’insegnamento sono di diversi tipi. In particolare: puoi ambire al ruolo, vincendo il concorso o puoi iniziare a svolgere supplenze, mediante la messa a disposizione.

La prima strada, quella del concorso per l’insegnamento, ti richiede:

  • la laurea;
  • l’acquisizione di 24 crediti formativi in discipline antropo-psico pedagogiche (puoi acquisirli frequentando appositi corsi universitari);
  • frequentare il Fit (un percorso di formazione e tirocinio, evoluzione della Ssis).
  • Ovviamente, partecipare al concorso indetto.

Fuori dalla strada ufficiale del concorso e quindi del ruolo, c’è un altro modo per entrare in aula e sedersi alla cattedra. Si può insegnare anche mettendosi a disposizione per svolgere supplenze e sostituire i colleghi. Devi in questo caso compilare la messa a disposizione e, quando si libera un posto temporaneo e la scuola ha bisogna di una supplenza, in base a una lista ti chiamerà.

Ecco invece dove puoi insegnare:

  • Chi vuole insegnare nella scuola d’infanzia (quella che abbiamo sempre chiamato materna) e nella scuola primaria (le famose elementari), deve conseguire la laurea in Scienze delle formazione primaria;
  • Chi vuole accedere all’insegnamento nella scuola di primo grado e secondo grado (quindi le medie e le superiori) deve avere la laurea magistrale o la laurea quinquennale vecchio ordinamento o, in alternativa, il diploma accademico di II livello.

Cosa si può insegnare con la laurea in scienze e tecnologie alimentari?

Eccoci arrivati al tuo caso. Analizzato dove puoi insegnare con la tua laurea, vediamo ora cosa si può insegnare con la laurea in Scienze e tecnologie alimentari.

È sufficiente andare a guardare quali classi di concorso sono associate a questa laurea. Le classi di concorso non sono altro che codici nazionali associati a determinate materie di insegnamento. Ogni laurea ha la sua classe. Le tue classi di concorso (associate quindi alla laurea in Scienze e tecnologie alimentari) sono:

  • A-31 Scienze degli alimenti
  • A-34 Scienze e tecnologie chimiche
  • A-51 Scienze, tecnologie e tecniche agrarie
  • A-52 Scienze, tecnologie e tecniche di produzioni animali
  • A-60 Tecnologia nella scuola secondaria di primo grado (le medie)

Sono classi che riconducono a materie prettamente tecniche e scientifiche. Educazione tecnica, chimica, biologia, agraria. In tutti i casi, per sapere cosa puoi insegnare devi fare riferimento a queste classi. Ovviamente a seconda dell’Istituto in cui verrai chiamato potrai insegnare una materia specifica prevista.

Diritto di sciopero

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Regole, modalità, comportamenti illegittimi: vediamo come viene garantita in Italia questa libertà fondamentale dei lavoratori

Ogni giorno siamo protagonisti o spettatori di scioperi – più o meno selvaggi – che bloccano servizi, produzione, cancellano voli, partenze, treni, autobus. Mettono a soqquadro la quotidianità di una città, e spesso, dell’intero Paese. Finché la cosa non ci tocca e non ci lede, siamo pronti a difendere i lavoratori che scioperano, quando invece siamo vittime di un certo sciopero che vede il nostro volo soppresso, il treno cancellato, l’autobus rimasto in rimessa, diventiamo rossi in volto dalla rabbia. Diciamoci la verità, quanti di noi non hanno pronunciato questa frase: “io capisco il diritto di sciopero, però non si può bloccare tutto così! E io come vado a lavorare!” Tutto legittimo, però lo sciopero serve proprio a questo, a causare un pesante disservizio. Nessuno ce l’ha con voi, nessuno vuole punirvi. Chi organizza uno sciopero – nella lettura pura di questo strumento – sta cercando di farsi ascoltare nelle proprie rivendicazioni lavorative e salariali. Chi sciopera, blocca la città o l’azienda apposta. Perché paralizzarla significa lanciare un segnale forte per farsi ascoltare e rimettersi al tavolo delle trattative. È un importantissimo strumento di rivendicazione e di lotta, che è servito nel tempo a far acquisire a noi tutti lavoratori importanti diritti. Non diciamo certo che tutti gli scioperi siano sempre organizzati sulla base di questi presupposti, alcuni possono rivelarsi certamente discutibili, ma molti altri invece hanno forti motivazioni dietro. Per capire allora l’importanza del diritto di sciopero, occorre per un momento uscire dalla logica individuale – del cittadino individuo – ed entrare in quella collettiva e solidale, del cittadino membro della collettività. Vediamo allora cos’è esattamente il diritto di sciopero, quali regole deve seguire e quando diventa illegittimo.

Diritto di sciopero: cos’è?

Lo sciopero è cosa seria. È un diritto garantito dalla nostra Costituzione [1], che lo inserisce a tutti gli effetti nel nostro ordinamento e in sostanza dice ai lavoratori: qualora le cose per voi si mettano male e i datori di lavori non vi ascoltino nelle vostre rivendicazioni, sì potete scioperare.

Il diritto di sciopero infatti si traduce con la libertà di ogni lavoratore, pubblico o privato, di astenersi collettivamente dalle prestazioni di lavoro, per un determinato periodo di tempo – ore o giornate intere – per raggiungere tutti insieme uno scopo comune. Lo si organizza in azienda quando si vuole fare pressione sul datore affinché accolga particolari rivendicazioni.

Le motivazioni – economiche e sindacali – possono essere diverse: ad esempio rinnovi contrattuali, mancanza di sicurezza sul lavoro, mezzi e attrezzature inadeguate e pericolose per i lavoratori, parità nelle retribuzioni, la riduzione dell’orario di lavoro, straordinari non pagati, ecc.

Spesso le motivazioni passano in secondo piano sui quotidiani, e noi cittadini non capiamo. Ad esempio si tende a scrivere nei titoli di giornale “un altro venerdì nero per i trasporti”, ma non si dedica mai qualche colonna in più nello spiegare il perché quei lavoratori abbiano deciso di scioperare. Che poi – parliamoci chiaro – se doveste organizzare voi uno sciopero, lo fareste in giornate o orari che non causano disagi alla comunità o all’azienda? Che impatto avrebbe una simile lotta? Diciamo pure quasi nullo.

Diritto di sciopero: come funziona?

In realtà non ci sono specifiche procedure utili a dettare ritmi e regole al diritto di sciopero. Innanzitutto non è obbligatorio che a proclamare uno sciopero sia per forza il sindacato. Questo tipo di lotta può essere indetta da qualsiasi assemblea di lavoratori o comitato. Il sindacato semmai serve a dare un po’ più di rilevanza alla cosa.

Non serve neppure un’autorizzazione per proclamare uno sciopero (altrimenti che diritto sarebbe). Chiaramente si può dare un preavviso per una questione di correttezza, ma non c’è alcun obbligo.

Questo non vale però per alcune categorie di lavoratori: i dipendenti del settore dei servizi pubblici essenziali, che nell’esercitare il sacrosanto diritto di sciopero, devono rispettare alcuni paletti, per non ledere i diritti dei cittadini che usufruiscono di specifici servizi [2].

  • Devono innanzitutto comunicare lo sciopero con un preavviso minimo di 10 giorni;
  • devono farlo per iscritto, specificando anche la durata, le modalità di svolgimento e le motivazioni;
  • il preavviso va dato sia all’impresa o all’amministrazione coinvolta e all’ufficio competente ad emanare l’ordinanza di precettazione, che riporterà poi alla Commissione di garanzia.

Ma quali sono servizi pubblici essenziali? Sono tutti quelli che servono a garantire i diritti essenziali della persona costituzionalmente garantiti (vita, salute, libertà, sicurezza, circolazione, assistenza, istruzione). Ecco un elenco dei principali :

  • sanità e ospedali;
  • igiene pubblica;
  • protezione civile;
  • raccolta e smaltimento rifiuti;
  • giustizia;
  • servizi di protezione ambientale;
  • vigilanza sui beni culturali: apertura musei;
  • i trasporti pubblici, ferroviari, aerei, marittimi;
  • la scuola pubblica;
  • poste e telecomunicazione;
  • l’informazione.

Diritto di sciopero: come si esercita?

I lavoratori decisi a protestare contro l’azienda in cui sono impiegati possono organizzare diverse tipologie di sciopero:

  • sciopero a singhiozzo. Il nome la dice lunga e consiste in una serie di “stop and go”: brevi pause alternate a brevi riprese del lavoro (ad esempio mezz’ora di pause e mezz’ora di lavoro);
  • sciopero a scacchiera. In questo caso diversi comparti o diversi profili professionali di una stessa azienda si alternano in diverse fasi di sciopero, portate avanti in tempi diversi e alternati. Ad esempio prima si ferma l’ufficio produzione, poi quello logistico;
  • sciopero bianco. In questo caso ci si reca a lavoro, si varcano i cancelli, ma si sta a braccia conserte, senza lavorare. Non c’è quindi l’abbandono del posto di lavoro.
  • sciopero a gatto selvaggio. L’espressione rende bene l’idea. Immaginate un felino arrabbiato e impazzito con gli artigli piantati, che schizza a destra e manca. Questo sciopero è un po’ così: fatto di azioni che non si possono prevedere e improvvisate, volte a sabotare la produzione o la catena di montaggio con l’obiettivo di paralizzare il sistema;
  • sciopero dello straordinario. Questa tipologia di sciopero consiste semplicemente nel rifiuto collettivo dei lavoratori di fare ore di straordinario. Solitamente succede quando non ci sono montagne di ore di straordinario non pagate;
  • sciopero del rendimento e del cottimo. Si tratta sempre di un’azione collettiva, con lo scopo di non rispettare i ritmi di lavoro dettati dall’azienda e gli obiettivi produttivi.

Sciopero: chi non ne ha diritto?

Ci sono alcune categorie che invece sono escluse dal diritto di sciopero. In qualunque momento e per qualunque motivazione la si indica, la loro lotta viene considerata illegittima. Il motivo è semplice: se scioperano queste categorie, l’intera sicurezza e incolumità della comunità viene messa a repentaglio. Non hanno infatti diritto di sciopero:

  • le forze armate;
  • le forze di polizia [3];

Sciopero: serve l’autorizzazione?

Che diritto di sciopero sarebbe se servisse l’autorizzazione? Assolutamente i lavoratori che vogliono scioperare non sono tenuti a chiedere alcun tipo di autorizzazione a capi e aziende. Nei casi previsti dalla legge, o per correttezza, si può certamente avvertire e dare il preavviso. Ma questo non significa attendere di essere autorizzati. Bisogna comunque individuare modalità di sciopero che non vengano considerate illecite o illegittime, altrimenti si rischia la precettazione.

Diritto di sciopero: chi può precettare i lavoratori?

Se i lavoratori decidono di indire uno sciopero che può per legge essere considerato illegittimo, perché lede i diritti garantiti a livello costituzionale alle persone, rischiano di subire una precettazione: dopo aver tentato una conciliazione tra le parti, i lavoratori possono essere obbligati a non fare quello sciopero, quindi a recarsi al lavoro normalmente, mediante un provvedimento amministrativo, che si chiama appunto ordinanza di precettazione. In alcuni casi questo atto può contenere una richiesta esplicita di modifica della condizioni di sciopero.

Ma chi ha il potere di precettare i lavoratori? Niente paura, non può farlo l’azienda. Il potere di emanare l’ordinanza è riservato al Presidente del consiglio dei ministri o a un ministro da lui delegato se lo sciopero ha rilevanza a livello nazionale, al prefetto se è di rilevanza locale. Solo queste personalità esecutive – su richiesta e deliberazione della Commissione di garanzia – possono impedire ai lavoratori di esercitare il loro diritto di sciopero.

Durante lo sciopero si percepisce retribuzione?

Siamo sicuri che questo sia un punto più che cruciale per ogni lavoratore che abbia intenzione di imbracciare le bandiere dello sciopero contro la propria azienda: se sciopero verrò pagato lo stesso? La risposta è no.

Certo, scioperare è un diritto, ma si traduce anche in una sospensione della prestazione lavorativa (in pratica si sospende il contratto di lavoro). Questo comporta inevitabilmente il diritto del tuo datore di lavoro a sospenderti la retribuzione per tutto il tempo (ore o giornate) in cui sciopererai, perché la retribuzione si basa sul principio corrispettività: il dipendente lavora e il datore lo paga per quella prestazione. Hai quindi diritto a ricevere lo stipendio solo se lavori. Lo sciopero – come ha chiarito e ribadito una sentenza della Corte di cassazione [4] – non può essere considerata un’assenza giustificata al pari della malattia o dell’infortunio, ma un diritto sancito dalla Costituzione, e consiste comunque in una sospensione dell’attività lavorativa. Motivo per cui si perde la retribuzione.

Colleghi in sciopero: sono obbligato a partecipare?

Mettiamo che tutti i colleghi del tuo comparto siano concordi nel proclamare uno sciopero per i troppi straordinari non pagati. Tu però non vuoi aderire (per motivazioni tue) e preferisci andare a lavorare come tutte le mattine. Sei obbligato a schierarti dalla parte dei tuoi colleghi?

No che non lo sei. Non ci dovrebbe essere alcun tipo di dittatura negli scioperi. Questo perché sono si azioni collettive organizzate per raggiungere fini di interesse comune (si presume che se il datore di lavoro non paga gli straordinari non li paghi a nessuno). Però il diritto di sciopero è anche una libertà individuale e tu puoi decidere se aderire o meno. Certo è che, nel caso i tuoi colleghi riuscissero con la loro lotta a ottenere gli straordinari pagati, anche tu beneficeresti della loro vittoria, pur non avendo partecipato. Sta però a te valutare. Nessuno può obbligarti.

Sciopero: si può vietare?

Lo sciopero è un diritto e come tale non si può vietare. C’è stato un tempo in cui era considerato reato penale, in particolare delitto contro l’economia pubblica. Ma quel tempo è finito. La Corte costituzionale ha man mano sgretolato tutto il muro di ostilità, fino a riconoscere lo sciopero, a tutti gli effetti, come diritto di tutti i lavoratori subordinati del settore pubblico e privato.

Anche questo diritto però non deve superare dei limiti ben precisi, oltrepassati i quali si va contro la legge. In particolare lo sciopero è considerato illegittimo quando:

  • si tratta di sciopero contrattuale, proclamato allo scopo di pressare il datore e ottenere dei miglioramenti della posizione o per evitare i peggioramento;
  • si tratta di sciopero – per così dire – di sensibilizzazione. Quando cioè è volto a creare opinione pubblica e sensibilizzare la collettività su tematiche economico-politiche inerenti il mondo del lavoro, solidarizzare con altri lavoratori.
  • lede i diritti costituzionalmente garantiti: primo fra tutti la libertà e l’incolumità, la sicurezza, la proprietà, la capacità produttiva delle aziende.

È giusto e legittimo quindi lo sciopero che mette in difficoltà per un determinato lasso di tempo la produzione di un’azienda, ma diventa illegittimo quando mina la capacità produttiva propria di un’azienda, compromettendone la sopravvivenza.

Da illegittimo invece, lo sciopero si trasforma in vero e proprio reato quando mira a fare le cose davvero in grande, cioè:

  • intende sovvertire l’ordine costituzionale e il sistema economico-sociale esistente (una sorta di sciopero massonico);
  • intende ostacolare l’esercizio dei diritti e dei poteri nei quali si esprime la sovranità popolare (la volontà del popolo italiano).

Lavoratori in sciopero: possono essere sostituiti da altri?

Mettiamo che buona parte dei dipendenti di un comparto aziendale decidano di scioperare. Non tutti però. Alcuni non aderiscono allo sciopero, ma in quelle ore non erano in turno. Possono essere utilizzati dal datore di lavoro per sostituire i lavoratori scioperanti o si rischia di sfociare nella condotta antisindacale?

Diciamo di si. È facoltà dell’azienda impiegare dipendenti già interni all’azienda per tamponare l’astensione di quelli partecipanti alla lotta sindacale. A condizione, ovviamente, che per tutelare gli scioperanti non si ledano invece i diritti dei dipendenti utilizzati per la sostituzione.

Viene invece considerata condotta anti sindacale, e quindi vietata all’azienda, quella che mira a sostituire i dipendenti scioperanti con altri lavoratori assunti però per l’occasione (ad esempio con contratti di somministrazione).

In pratica quindi, per eventuali sostituzioni, via libera ai dipendenti interni, strada sbarrata invece agli esterni.

Un minorenne può viaggiare da solo in treno o in aereo?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A che età si può viaggiare da soli? Cos’è il servizio di accompagnamento? Cosa si rischia a far viaggiare da solo un minore di quattordici anni?

C’è un’età per tutto: sedici anni per cominciare a lavorare; diciotto anni per la patente, per poter votare e per acquistare la capacità d’agire; venticinque per votare al Senato; quaranta per poter essere eletti come Presidente della Repubblica. Nonostante oggi si cresca più in fretta, alcuni limiti sono inviolabili; ciò vale anche per i mezzi di trasporto: non si può viaggiare da soli se non si ha una determinata età. Ma c’è di più: i genitori che, confidando nella maturità dei loro figlioletti, permettono agli stessi di viaggiare completamente da soli rischiano addirittura di incorrere in reato. Se non ci credete, continuate nella lettura di questo articolo: spiegheremo se un minorenne può viaggiare da solo in treno o in aereo.

Minorenne: può viaggiare da solo?

Cominciamo subito col dire che un minorenne può viaggiare da solo, ma a seconda dell’età che ha. Come tutti sanno, la maggiore età si acquisisce con il compimento del diciottesimo anno. Per quanto riguarda i viaggi, lo spartiacque non sono i diciotto ma i quattordici anni. Questo significa che al di sotto dei quattordici anni non è possibile, di norma, viaggiare da soli, cioè senza accompagnatore.

Minorenne: cosa serve per viaggiare?

A prescindere dall’accompagnatore o meno, il minorenne che decide di viaggiare da solo in treno o in aereo deve sempre portare con sé i documenti. Nello specifico, tutti i minori per poter viaggiare devono avere un documento di riconoscimento come il passaporto, la carta d’identità o, per i minori fino a quindici anni, un documento che attesti la nascita e la cittadinanza vidimato dal questore: si tratta del cosiddetto lasciapassare.

Si ricordi che le iscrizioni di figli minori sui passaporti dei genitori non sono più valide. Di conseguenza, per il minore occorre un documento personale, individuale, che faccia cioè riferimento a lui soltanto. Si faccia pure attenzione alla validità del documento: mentre per i maggiorenni la carta d’identità ha validità decennale, per i minori da tre a diciotto anni essa è quinquennale, mentre per i più piccoli (cioè da zero a tre anni) la validità è solamente triennale.

Minore di quattordici anni: può viaggiare da solo?

Come anticipato, il minore di quattordici anni (e cioè, dai tredici anni in giù) non può viaggiare da solo in treno o in aereo. Per farlo avrà bisogno necessariamente di un accompagnatore. Questa persona non deve essere per forza un genitore o un parente: l’importante è che sia un maggiorenne autorizzato ad assisterlo.

In breve, la situazione è questa: se il minore di quattordici anni è accompagnato dai propri genitori, non sarà necessaria nessuna particolare autorizzazione; se, invece, lo stesso minore è affidato ad un amico o ad un parente, occorre una specifica dichiarazione, definita dichiarazione di accompagno. In questo caso, deve essere riportato il nome della persona a cui il bambino viene affidato sullo stesso passaporto o in una dichiarazione a parte, sottoscritta dai genitori o da chi esercita sul minore la potestà, e deve contenere il visto degli organi competenti al rilascio del passaporto.

Minore di quattordici anni: come viaggiare in treno?

Come appena ricordato, il minore di diciotto anni può viaggiare da solo in treno o in aereo; se minore di quattordici anni, però, ha bisogno sempre dell’accompagnatore; questi può essere anche una persona diversa dai genitori o dai parenti più stretti.

Proprio per andare incontro alle esigenze dei minori di quattordici anni che devono viaggiare da soli ma non possono farsi accompagnare da nessuno, molte compagnie ferroviarie e di volo mettono a disposizione dei clienti uno specifico servizio destinato, appunto, ai minori che viaggiano soli. In questa evenienza, l’accompagnatore (che fa parte del personale del treno o dell’aereo) dovrà essere autorizzato da una dichiarazione dei genitore, dalla copia dei loro documenti di identità e da una delega.

Minore di quattordici anni: come viaggiare in aereo?

Per i viaggi in aereo la situazione è molto simile: anche qui, se il minore di quattordici anni non è seguito da alcuno, è possibile chiedere al personale di accompagnarlo, sempre che questo tipo di servizio sia messo a disposizione dalla compagnia aerea. Ed infatti, il servizio di accompagnamento non deve essere fornito obbligatoriamente per legge: se la compagnia scelta non ne è fornita, il minore di quattordici anni non potrà viaggiare solo.

Per accedere al servizio di accompagnamento dei minori, è necessario comunicare alla compagnia aerea i dati del bambino, dell’adulto che lo accompagnerà fino alla partenza e di quello che lo attenderà all’arrivo. In aeroporto il bambino è accolto dal personale addetto al banco dell’accettazione che lo prenderà in carico e lo porterà a bordo; il personale (steward e hostess) si occuperà di stargli sarà al fianco durante il volo. Arrivati a destinazione, il minore è affidato al personale di terra che lo consegna all’adulto indicato dai genitori.

Cosa occorre se il minore viaggia all’estero?

Se il minore di quattordici anni viaggia fuori dai confini nazionali, si verificano queste situazioni:

  • se viaggia con i genitori o con uno solo di essi o con chi ne fa le veci, non ha bisogno della dichiarazione di accompagno, sia se sul suo passaporto o sulla sua carta d’identità ci sono indicati i genitori, sia se non sono indicati;
  • se viaggia con persona diversa occorre la dichiarazione di accompagno: in questa ipotesi, deve essere riportato il nome della persona o dell’ente cui il minore viene affidato sullo stesso passaporto o in una dichiarazione di accompagno, sottoscritta da chi esercita sul minore la potestà e vistata dagli organi competenti al rilascio del passaporto.

Se il minore viaggia sul territorio nazionale non è necessaria la dichiarazione di accompagno; lo stesso accade se è minore ma ha compiuto i quattordici anni.

Minorenne: cosa si rischia a farlo viaggiare da solo in treno o in aereo?

Il genitore che permette al proprio figlio minore incapace di provvedere a sé stesso di viaggiare da solo in treno o in aereo rischia di incorrere perfino in reato. Secondo il codice penale, infatti, chiunque abbandona  una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal genitore [1].

Ciò significa che se una persona adulta che ha il dovere giuridico di badare al minore di quattordici anni consente che lo stesso viaggi da solo, rischia di incorrere nel reato appena menzionato. Medesima cosa accade se il personale a cui il minore era stato affidato non adempia ai suoi doveri e non presti attenzione al minorenne: in questo caso, poiché la custodia era stata loro formalmente assegnata, in caso di negligenza risponderanno del reato di abbandono di minori.

Pignoramento esattoriale: illegittimo se fuori provincia

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’Agenzia delle Entrate Riscossione non può notificare pignoramenti fuori dal proprio ambito territoriale: parola di Cassazione.

Non hai pagato alcune cartelle esattoriali e hai ricevuto un pignoramento presso terzi dall’Agenzia delle Entrate Riscossione di Milano, ma il conto corrente pignorato si trova in un’altra provincia. Il pignoramento è legittimo? Fin dove si estendono i poteri del concessionario della riscossione?

La risposta è contenuta in una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha confermato la necessità che gli atti esecutivi posti in essere per la riscossione delle cartelle esattoriali siano emessi da concessionario avente la competenza territoriale per la provincia di riferimento.

Nel caso del pignoramento presso terzi esattoriale, l’Agente della Riscossione competente è quello della provincia in cui deve essere eseguito il pignoramento stesso, dunque, per esempio, nel luogo in cui è situata la filiale della banca presso la quale il debitore ha il conto o la sede dell’Inps che eroga la pensione.

Se il pignoramento viene invece notificato dall’Agenzia delle Entrate Riscossione di un’altra provincia, è illegittimo e nullo per difetto di competenza territoriale.

Agenzia delle Entrate Riscossione: quale competenza territoriale?

Il pagamento dei tributi o di altri crediti non può essere richiesto da qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate Riscossione bensì solo da quello che, operando sul territorio di competenza, ha il potere di emettere la cartella e gli altri atti della riscossione. La cartella o altro atto della riscossione (intimazione di pagamento, preavviso di fermo amministrativo, pignoramento ecc.) emesso dall’ufficio territorialmente non competente è nullo.

La legge [2] stabilisce che l’ufficio competente forma ruoli distinti per ciascuno degli ambiti territoriali in cui i concessionari operano. In ciascun ruolo sono iscritte tutte le somme dovute dai contribuenti che hanno il domicilio fiscale in comuni compresi nell’ambito territoriale cui il ruolo si riferisce.

L’ufficio consegna il ruolo al concessionario dell’ambito territoriale cui esso si riferisce secondo le modalità indicate con decreto del Ministero delle finanze, di concerto con il Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica [3].

La legge delimita la competenza per territorio del concessionario con riguardo, in generale, a tutti gli atti successivi alla consegna del ruolo, inclusa, quindi, la cartella di pagamento e tutti gli atti della riscossione (atti cautelari e atti esecutivi) [4].

Agenzia delle Entrate Riscossione: se i beni da pignorare sono in un’altra città

Come abbiamo appena visto, l’ufficio competente ad avviare la procedura di esecuzione forzata (per esempio pignoramento presso terzi) varia in base al luogo in cui deve essere svolta la relativa attività. Cosa succede, dunque, se i debiti sono maturati in una determinata provincia in cui il contribuente ha il domicilio fiscale, ma i beni da pignorare si trovano in un’altra provincia?

Esiste un’apposita disposizione normativa [5] che regola il caso in esame: il concessionario cui è stato consegnato il ruolo, se l’attività di riscossione deve essere svolta fuori del proprio ambito territoriale, delega in via telematica per la stessa il concessionario nel cui ambito territoriale si deve procedere, fornendo ogni informazione utile in suo possesso circa i beni sui quali procedere. La delega può riguardare anche la notifica della cartella. A seguito della delega, il pagamento delle somme iscritte a ruolo è eseguito al delegato.

Dunque, tornando all’esempio riportato in apertura del presente articolo, se il contribuente, residente a Milano, ha maturato debiti con l’Agenzia delle Entrate Riscossione di Milano che ha emesso le relative cartelle, ma il conto corrente pignorabile si trova presso una banca situata nella provincia di Monza, è competente l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate della provincia di Monza. L’ufficio di Milano deve quindi delegare l’attività esecutiva all’ufficio di Monza.

Se, invece, l’attività di riscossione viene effettuata dall’agente di riscossione di un’altra provincia, il pignoramento è illegittimo e deve essere tempestivamente contestato dinanzi al giudice.

Pignoramento Agenzia delle Entrate di altra provincia: come contestarlo?

Per contestare il pignoramento notificato dall’Agenzia delle Entrate Riscossione di un’altra provincia, occorre agire in tempi stretti. Più precisamente il pignoramento, essendo affetto da un grave vizio di forma, deve essere impugnato con l’opposizione agli atti esecutivi entro 20 giorni dalla notifica.

Scappare via da tutto: quali conseguenze

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Rendersi irreperibili: cosa succede? È possibile fuggire da un processo penale? E da uno civile? Cosa sono la dichiarazione di assenza e di morte presunta?

Confessa: vuoi mollare tutto e scappare via su un’isola deserta. Odi il tuo lavoro, l’ipocrisia dei tuoi amici, la boria dei tuoi capi e le lamentele della famiglia. Oppure sei pieno di debiti e coinvolto in diversi procedimenti, anche penali. Non ce la fai più e l’unica soluzione che ti viene in mente è quella di fuggire il più lontano possibile. Un sogno affascinante, che è balenato almeno una volta nella vita nella testa di tutti. La fuga, però, non è quasi mai una buona soluzione: i problemi sanno trovarti e, se ti perdono, restano ad aspettarti. Quindi, se siete novelli Mattia Pascal, questo articolo vi dirà quali conseguenze comporta scappare via da tutto.

Scappare via da un processo penale: si può?

Se vuoi scappare via da tutto perché sei indagato o imputato in un processo penale, sappi che così non risolverai nulla. Il processo penale, infatti, proseguirà senza di te, anche se non hai nemmeno nominato il difensore di fiducia: sarebbe troppo comodo rendersi irreperibili o non presentarsi alle udienze e bloccare così il corso della giustizia.

In realtà quanto appena detto vale senz’altro se il processo penale è già iniziato; se, invece, le indagini sono ancora in corso e l’ufficiale giudiziario, nel momento in cui deve notificarti il primo atto utile, non riesce a trovarti, sappi che qualche possibilità di intralciare la giustizia ce l’hai. A seguito della riforma del 2014 [1] che ha eliminato la contumacia dal procedimento penale, il giudice non può proseguire il processo se non ha la ragionevole certezza che la persona indagata o imputata abbia effettiva conoscenza del processo a suo carico. Spieghiamo meglio.

Contumacia e assenza nel processo penale

Prima della citata riforma del 2014, il giudice dichiarava la contumacia dell’imputato che non compariva alla prima udienza, sempreché:

  • le notifiche fossero regolari;
  • l’imputato non fosse all’oscuro dell’udienza preliminare celebratasi;
  • non vi fosse un legittimo impedimento dell’imputato a comparire all’udienza.

Dichiarata la contumacia, il processo proseguiva regolarmente e l’imputato era rappresentato dal difensore (d’ufficio). A seguito della riforma, l’istituto della contumacia è stato soppresso a favore di quello dell’assenza. Per garantire in maniera ancora più forte il diritto alla partecipazione al processo a suo carico, la legge ha previsto che, nel caso in cui l’imputato sia irreperibile, il giudice debba sospendere il procedimento, per un periodo massimo di un anno, al fine di compiere ulteriori ricerche della persona per cui si procede.

Non sempre, però, l’imputato irreperibile gode della sospensione; in particolare, non gli può essere concessa (e quindi il procedimento va avanti lo stesso) se:

  • l’imputato aveva conoscenza dell’udienza preliminare (nei casi in cui è prevista);
  • ricorre uno dei cosiddetti “fatti sintomatici” della conoscenza, che il codice individua nella dichiarazione o elezione di domicilio, nell’arresto e nel fermo, nell’applicazione di una misura cautelare, nella nomina di un difensore di fiducia nonché in ogni fatto dal quale risulti con certezza che l’imputato è a conoscenza del procedimento o si è volontariamente sottratto ad esso [2].

In altri termini, ove ricorra una delle situazioni anzidette, si è in presenza di una presunzione di conoscenza del procedimento da parte dell’interessato, tale per cui la macchina della giustizia non può fermarsi.

In pratica, quindi, se vuoi scappare via da tutto e, soprattutto, da un processo penale, fallo prima che ti venga notificata la citazione oppure un atto che richieda la nomina di un difensore.

Scappare via da un processo civile: si può?

Se vuoi scappare via da tutto e, in modo particolare, dai processi civili in corso, sappi che vale quanto detto sopra: poco importa che non ti presenterai oppure che non ritirerai l’atto di citazione del pubblico ufficiale, perché il processo civile proseguirà anche senza di te e alla fine c’è una grande probabilità che tu venga condannato in contumacia.

Rendersi irreperibili sin dall’inizio non è così semplice come nel caso del processo penale: mentre in quest’ultima circostanza è interesse del giudice capire se effettivamente l’imputato ha avuto cognizione dell’avviso, nel processo civile le garanzie sono attenuate. Di conseguenza, se sei scappato via da tutto ma, formalmente, la tua residenza è ancora ben individuata, per la legge tutti gli atti notificati all’indirizzo in cui abitavi sono regolari. Cosa significa? Che, anche in tua assenza, creditori e presunti tali continueranno a sbizzarrirsi nell’inviarti il pubblico ufficiale per la comunicazione degli atti più disparati. Se, infatti, l’ufficiale giudiziario, dopo sommarie indagini, non trova nessuno, egli deposita la busta da notificare al Comune ove resta a disposizione per sei mesi.  Orbene, dopo venti giorni dal deposito nella Casa Comunale, la notifica si intende per la legge eseguita correttamente. Il che va a tuo discapito visto che non sei stato nelle condizioni di verificare cosa conteneva la raccomandata.

Ecco perché rendersi irreperibile non conviene: gli atti, le procedure e le azioni giudiziarie producono ugualmente i loro effetti, con o senza di te. Con notevole svantaggio, visto che non potrai difenderti in giudizio, né ti verrà nominato un difensore d’ufficio come avviene nel processo penale. In pratica: scappare via dal processo civile è un vero e proprio suicidio giuridico.

Scappare via: come farsi cancellare dai registri anagrafici?

Se davvero vuoi scappare via da tutto, fallo in maniera intelligente. Un’ottima mossa è quella di farsi cancellare dai registri anagrafici. La cancellazione per irreperibilità è una procedura eccezionale che avviene a cura del Comune quando una persona non abita più nella dimora abituale dichiarata all’anagrafe. Il procedimento viene messo in atto solo a seguito di numerosi tentativi di ricerca della persona e di indagini: se l’interessato non si fa più trovare presso l’indirizzo e tale situazione è perdurante, l’amministrazione può disporne la cancellazione.

La notizia dell’abbandono, o del presunto abbandono, deve pervenire all’Ufficiale dell’Anagrafe dal proprietario dell’abitazione (si pensi a un inquilino in affitto) o da altro pubblico ufficiale (si pensi al postino che tenti di consegnare le raccomandate, l’ufficiale giudiziario che provi a notificare atti, il messo comunale per la notifica di cartelle di pagamento o avviso di accertamento fiscale, i servizi sociali, ecc.). Non solo: la segnalazione può derivare anche da una società che gestisce servizi pubblici (Poste Italiane, Enel, ecc.) ed anche da un privato.

Attenzione all’altra faccia della medaglia: con la cancellazione dall’anagrafe per irreperibilità si perde anche il diritto al voto, ad ottenere certificazioni anagrafiche o i documenti di riconoscimento (carta d’identità, patente, ecc.), la tessera sanitaria e quindi anche l’assistenza sanitaria. Una specie di morte civile, insomma.

Scappare via da tutto: scomparsa, assenza e morte presunta.

La legge ha previsto alcuni istituti per sopperire all’irreperibilità di una persona. Pertanto, se intendi ancora scappare via da tutto, devi considerare che i tuoi familiari potrebbero in qualche modo ovviare al vuoto che hai lasciato. Come? Facendo dichiarare formalmente la tua scomparsa e, successivamente, la tua assenza, fino addirittura alla morte presunta. Ma procediamo con ordine.

Scomparsa: cos’è?

Secondo il codice civile, quando una persona non è più comparsa nel luogo del suo ultimo domicilio o dell’ultima residenza e non se ne hanno più notizie, il tribunale, su istanza degli interessati o dei presunti successori legittimi o addirittura del pubblico ministero, può nominare un curatore che rappresenti la persona in giudizio o comunque nella gestione dei suoi affari, potendo altresì emanare altri provvedimenti necessari alla conservazione del patrimonio dello scomparso. Il curatore non è nominato se c’è già un legale rappresentante (si pensi al genitore del bambino scomparso) [3].

Con la dichiarazione di scomparsa, quindi, le persone più vicine all’irreperibile chiedono che sia nominato un soggetto capace di amministrare le sostanze dello scomparso ed eventualmente di rappresentarlo in giudizio. Lo scopo, quindi, è quello di tutelare il patrimonio di una persona che non si trova più.

Assenza: cos’è?

A prescindere dalla dichiarazione di scomparsa, trascorsi due anni dal giorno a cui risale l’ultima notizia dell’irreperibile, i suoi successori legittimi e chiunque ragionevolmente creda di avere sui beni dello scomparso diritti dipendenti dalla sua morte possono domandare al tribunale competente, secondo l’articolo precedente, che ne sia dichiarata l’assenza [4].

Mentre la scomparsa tutela la persona irreperibile, l’assenza avvantaggia i superstiti, cioè i familiari e tutti coloro che vantano diritti (ad esempio, i creditori) nei confronti dell’assente. Ed infatti, divenuta eseguibile la sentenza che dichiara l’assenza, il tribunale ordina l’apertura degli atti di ultima volontà dell’assente (testamento), se vi sono.

Coloro che sarebbero eredi testamentari o legittimi, se l’assente fosse morto nel giorno a cui risale l’ultima notizia di lui, o i loro rispettivi eredi possono domandare l’immissione nel possesso temporaneo dei beni.

I legatari, i donatari e tutti quelli ai quali spetterebbero diritti dipendenti dalla morte dell’assente possono domandare di essere ammessi all’esercizio temporaneo di questi diritti. Coloro che per effetto della morte dell’assente sarebbero liberati da obbligazioni (cioè, i debitori) possono essere temporaneamente esonerati dall’adempimento di esse [5].

Coloro che sono immessi nel possesso temporaneo dei beni dell’assente non possono alienarli, ipotecarli o sottoporli a pegno, se non per necessità o utilità evidente riconosciuta dal tribunale.

Morte presunta: cos’è?

Trascorsi dieci anni dal giorno a cui risale l’ultima notizia dell’assente, il tribunale, su istanza del pubblico ministero, di un familiare o di una persona che vanta diritti nei confronti dell’irreperibile, può con sentenza dichiarare presunta la morte dell’assente nel giorno a cui risale l’ultima notizia [6].

Con la dichiarazione di morte presunta cade ogni divieto di utilizzabilità dei beni dell’irreperibile: coloro che ottennero l’immissione nel possesso temporaneo dei beni dell’assente o i loro successori possono infatti disporre liberamente dei beni. I debitori si intendono definitivamente liberati dal loro debito e il coniuge può addirittura contrarre nuove nozze

La persona di cui è stata dichiarata la morte presunta, se ritorna o ne è provata l’esistenza, recupera i beni nello stato in cui si trovano e ha diritto di conseguire il prezzo di quelli alienati, quando esso sia tuttora dovuto, o i beni nei quali sia stato investito [7]. Il matrimonio contratto dal coniuge con altra persona si intende nullo.

Come far valere la violazione della privacy

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I rimedi previsti dal vigente regolamento europeo, recepito nell’ordinamento italiano, contro la violazione della privacy.

La banca (o un qualsiasi altro ente) sta violando la tua privacy e ti chiedi cosa puoi fare? Il regolamento europeo prevede la possibilità di far valere i tuoi diritti, concernenti la protezione dei dati, inoltrando un reclamo al titolare del trattamento. In questo articolo cercheremo di chiarire prima quali sono i diritti riconosciuti dalla disciplina sulla tutela dei dati, come e quando si possono considerare violati ed, infine, come far valere la violazione della privacy in caso di mancata attuazione della normativa vigente.

Il diritto di accesso

Uno tra i primi diritti disciplinati dal regolamento europeo è il diritto di accesso [1]. Questo diritto ti consente di sapere dal titolare del trattamento dei dati (ad esempio una banca) se sia o meno in corso un trattamento di dati personali che ti riguardano ed, in caso affermativo, ti permette di ottenere l’accesso a quei dati personali ed alle seguenti informazioni:

  • le finalità del trattamento;
  • le categorie di dati personali in questione;
  • i destinatari (o le categorie di destinatari) a cui i dati personali sono stati o saranno comunicati, in particolare se si tratta di destinatari di paesi terzi o di organizzazioni internazionali;
  • quando possibile, il periodo di conservazione dei dati personali previsto oppure, se non è possibile, i criteri che saranno utilizzati per determinare tale periodo;
  • qualora i dati non siano raccolti da te, diretto interessato, tutte le informazioni disponibili sulla loro origine;
  • l’esistenza di un processo decisionale automatizzato.

Il diritto di accesso consente, altresì:

  • di chiedere al titolare del trattamento la rettifica o la cancellazione dei tuoi dati personali in suo possesso, di limitarne il trattamento o (anche) di opporti al loro trattamento;
  • di proporre reclamo ad un’autorità di controllo;

Qualora i dati personali siano trasferiti ad un paese terzo o ad un’organizzazione internazionale, hai diritto di essere informato dell’esistenza di garanzie adeguate relative al trasferimento.

Il titolare del trattamento ti deve fornire una copia (gratuita) dei dati personali oggetto di trattamento; solo in caso di ulteriori copie richieste, il titolare del trattamento potrà addebitarti un contributo ragionevole per le spese, calcolato in funzione dei costi amministrativi previsti (o effettivamente sostenuti).

Il diritto di rettifica

Se i tuoi dati personali sono inesatti, hai il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la loro rettifica, senza ritardo, se non debitamente giustificato [2]. Allo stesso modo, ti è riconosciuto il diritto di ottenere l’integrazione dei tuoi dati personali incompleti, anche attraverso una dichiarazione integrativa.

Il diritto all’oblio

Hai diritto di chiedere (ed ottenere) dal titolare del trattamento la cancellazione dei tuoi dati personali (senza ritardo, a meno che non sia giustificato) [3] ed il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellarli quando:

  • i tuoi dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o trattati;
  • revochi il consenso su cui si basa il trattamento e non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;
  • ti opponi al trattamento e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento;
  • i tuoi dati personali sono stati trattati illecitamente;
  • i tuoi dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;
  • i tuoi dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione.

Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici i tuoi dati personali ed è obbligato a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione, deve adottare tutte le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che è in corso l’operazione di cancellazione dei link riferiti ai tuoi dati nonché di copie o riproduzione dei tuoi dati personali.

Diritto di limitazione di trattamento

Puoi ottenere dal titolare del trattamento la limitazione del trattamento dei tuoi dati personali [4] se:

  • contesti l’esattezza dei dati personali, per il periodo necessario al titolare del trattamento per verificare l’esattezza di tali dati;
  • il trattamento è illecito e ti opponi alla cancellazione dei dati personali e chiedi invece che ne sia limitato l’utilizzo;
  • benché il titolare del trattamento non ne abbia più bisogno ai fini del trattamento, i dati personali sono necessari per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Una volta ottenuta la limitazione del trattamento devi essere informato dal titolare (del trattamento) prima della revoca della stessa.

L’obbligo di notifica

In caso di rettifica o cancellazione dei dati personali o limitazione del trattamento il titolare del trattamento comunica, a ciascuno dei destinatari a cui sono stati trasmessi i dati personali, le eventuali rettifiche o cancellazioni o limitazioni del trattamento effettuate, salvo che ciò si riveli impossibile o implichi uno sforzo sproporzionato [5].  Il titolare del trattamento deve, inoltre, comunicarti i nominativi dei destinatari dei dati, qualora tu lo richieda.

Diritto alla portabilità dei dati

Se hai necessità di trasmettere ad altro titolare i dati in possesso del titolare del trattamento, puoi chiederli e hai diritto di riceverli (senza impedimenti) in un formato strutturato, di uso comune e leggibile da dispositivo automatico [6], sempre che:

  • il trattamento si basi sul consenso su un contratto;
  • il trattamento sia effettuato con mezzi automatizzati.

Inoltre, hai diritto di ottenere anche la trasmissione diretta dei dati personali da un titolare del trattamento all’altro, se tecnicamente fattibile.

Diritto di opposizione

Per motivi connessi alla tua situazione particolare, hai diritto di opporti al trattamento dei dati personali che ti riguardano [7]. Il titolare del trattamento deve astenersi dal trattare ulteriormente i tuoi dati personali salvo che egli dimostri l’esistenza di motivi legittimi cogenti per procedere al trattamento che prevalgono sui tuoi interessi, diritti e libertà oppure dimostri che sono necessari per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Anche quando i dati personali siano trattati per finalità di marketing diretto o ai fini di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, puoi opporti in qualsiasi momento al loro trattamento, salvo che il trattamento sia necessario per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico.

Il reclamo

Se i diritti previsti dalla disciplina sulla privacy non vengono rispettati, cosa puoi fare? Come far valere la violazione della privacy?

Se ritieni di aver subito una violazione dei diritti finora descritti devi compilare un modello di reclamo che si trova sul sito dell’autorità di controllo ed inviarlo al titolare del trattamento. Si tratta di un modello facoltativo per cui è possibile anche effettuare una richiesta autonoma su carta semplice, in forma libera, purché completa dei requisiti di legge. La richiesta (che, ad esempio, può essere di rettifica o cancellazione dei dati) va indirizzata al titolare del trattamento o, se il titolare ha designato il responsabile della protezione dei dati (Rpd), a quest’ultimo.

In quanto tempo deve risponderti il titolare del trattamento? Sicuramente senza ingiustificato ritardo e, al più tardi, entro un mese dal ricevimento del reclamo; il termine può essere prorogato di due mesi se necessario, tenuto conto della complessità e del numero di richieste. In questo caso, il titolare deve comunque dare comunicazione, entro un mese dal ricevimento della richiesta, quantomeno degli eventuali motivi che impediscono di fornire le informazioni o di svolgere le operazioni richieste. In caso di risposta negativa puoi proporre reclamo al garante o ricorso al tribunale. Azienda ed enti pubblici non possono di regola addebitare nessun costo per l’evasione delle domande, a meno che il richiedente non ne approfitti, con richieste infondate, eccessive, e particolarmente ripetitive.

Pensione, come si rivalutano stipendi e contributi

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Calcolo retributivo e contributivo della pensione: coefficienti di rivalutazione, di capitalizzazione, di trasformazione.

Perché il calcolo retributivo conviene di più del contributivo? Come sono rivalutati i vecchi stipendi e i vecchi redditi? Come sono rivalutati i contributi, e come si trasformano in assegno di pensione? Tutte queste domande ci incuriosiscono molto, anche se i meccanismi che stanno alla base del calcolo pensione non sono semplici da capire, soprattutto per i non addetti ai lavori. Ciò che appare evidente, in particolar modo negli ultimi anni, è che gli assegni dell’Inps stanno diventando sempre più poveri: questo dipende non soltanto dal sistema utilizzato per quantificare le rendite, che dal 2012 è contributivo per tutti, ma anche dalle rivalutazioni dei redditi e dei contributi e dai coefficienti utilizzati, che nel tempo si abbassano. Cerchiamo allora di comprendere, per grandi linee, i sistemi di calcolo utilizzati per determinare i trattamenti Inps delle principali categorie di lavoratori e, in particolare, come si rivaluta la pensione.

Come si calcola la pensione

Per capire, in merito alla pensione, come si rivaluta, dobbiamo prima comprendere quali sono i sistemi di calcolo che possono essere utilizzati.

Nel dettaglio, i sistemi di calcolo della pensione sono:

  • il calcolo retributivo, che si basa sui redditi più alti, o migliori (a seconda della gestione previdenziale di appartenenza);
  • il calcolo contributivo, che si basa sui contributi accreditati e sull’età pensionabile,
  • il calcolo misto, che comprende entrambi i sistemi.

Chi possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011, poi al calcolo contributivo dal 2012. Chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 1995, poi dal 1996 al calcolo contributivo (può però optare per il calcolo integralmente contributivo). Chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al solo calcolo contributivo.

Come funziona il calcolo retributivo della pensione

Il sistema di calcolo retributivo è basato sugli ultimi stipendi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute:
    • al 31 dicembre 2011 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995;
    • al 31 dicembre 1995 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995.

Come si calcola la quota A di pensione retributiva Inps

In particolare, per il calcolo della quota A si deve procedere in questo modo, per la generalità delle gestioni Inps (ad esempio per i dipendenti del settore privato):

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria; in pratica, gli stipendi degli ultimi 5 anni precedenti alla pensione vanno rivalutati singolarmente (anno per anno) secondo un apposito indice;
  • gli stipendi rivalutati vanno poi sommati;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo, nel caso in cui le annualità precedenti al 31 dicembre 1992 siano meno di 5): si ottiene così la retribuzione media settimanale (rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (se questa supera determinati tetti, l’aliquota di rendimento si abbassa);
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Come si calcola la quota B di pensione retributiva Inps

Il calcolo della quota B si effettua invece in questo modo:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011, o dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995, e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (i tetti di retribuzione sono gli stessi utilizzati per la quota A);
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione.

In alcune gestioni particolari si utilizza un metodo di calcolo retributivo differente, ad esempio nell’Enpals (lavoratori sport e spettacolo) o nell’ex Inpdap (dipendenti pubblici).

Come si rivalutano gli stipendi nella quota retributiva di pensione

Come abbiamo osservato, col calcolo retributivo della pensione gli ultimi stipendi, o redditi, si rivalutano in questo modo:

  • nella quota A la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • nella quota B la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione.

Tabella coefficienti di rivalutazione pensione retributiva

Vediamo, nella tabella seguente, i coefficienti di rivalutazione che devono essere utilizzati per chi si pensiona nel 2018, resi noti di recente dall’Inps [1].

Anno Coefficiente quota A Coefficiente quota B
2018 1 1
2017 1 1
2016 1,011 1,0211
2015 1,011 1,0312
2014 1,011 1,0413
2013 1,013 1,0534
2012 1,0241 1,0756
2011 1,0555 1,1186
2010 1,0838 1,1597
2009 1,101 1,1887
2008 1,1091 1,2086
2007 1,1445 1,2591
2006 1,1647 1,2924
2005 1,1879 1,3301
2004 1,2081 1,3648
2003 1,2314 1,4043
2002 1,2617 1,4514
2001 1,2931 1,4997
2000 1,3274 1,5531

Il coefficiente di rivalutazione incrementa lo stipendio utile a determinare la retribuzione pensionabile. Se, ad esempio, lo stipendio del lavoratore che si pensiona nel 2018, nel 2015, risulta pari a 30mila euro, questo diventerà pari a:

  • 30.000 x 1,011= 30.330 euro ai fini della quota A;
  • 30.000 x 1,0312= 30.936 euro ai fini della quota B.

Come funziona il calcolo contributivo della pensione

Sono molto più leggere, invece, le rivalutazioni dei contributi, per quanto concerne il calcolo contributivo della pensione. Il calcolo contributivo, come abbiamo detto, non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995 (valida solo per chi ha optato per il calcolo interamente contributivo, oppure per il computo o per la totalizzazione);
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Per determinare la Quota A della pensione, in caso di opzione per il sistema contributivo, computo o totalizzazione, il procedimento è più complicato.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo:

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Il procedimento può cambiare a seconda della particolare gestione previdenziale in cui si possiedono i contributi.

Come si rivalutano i contributi nella quota contributiva di pensione

Come già esposto, i contributi accantonati sono rivalutati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno. A causa del perdurare della crisi economica che colpisce il nostro Paese, i tassi di capitalizzazione dei contributi sono piuttosto bassi.

Osserviamoli nella presente tabella:

Anno Tasso di capitalizzazione Rivalutazione Montante al
2018 1,005205 31.12.2016
2017 1,004684 31.12.2015
2016 1,005058 31.12.2014
2015 1 31.12.2013
2014 1,001643 31.12.2012
2013 1,011344 31.12.2011
2012 1,016165 31.12.2010
2011 1,017935 31.12.2009
2010 1,033201 31.12.2008

In base a quanto emerge dalla tabella, il capitale depositato presso l’Inps ha dei rendimenti molto bassi, che hanno toccato il fondo relativamente all’anno 2015 (nessuna rivalutazione del capitale maturato al 31 dicembre 2013), e che stentano a riprendersi.

Come funzionano i coefficienti di trasformazione nella quota contributiva di pensione

La pensione contributiva, tuttavia, appare piuttosto bassa non soltanto per la scarsità del rendimento del capitale, ma soprattutto a causa dei coefficienti di trasformazione.

Questi convertono in assegno di pensione il montante contributivo rivalutato, cioè, come già spiegato, la somma dei contributi rivalutati. Per cui se, ad esempio, il lavoratore ha un montante contributivo di 200mila euro, ed il coefficiente è pari a 5, la pensione dovrà essere calcolata in questo modo: 200.000 x 5%=10.000

Per ottenere la pensione lorda mensile, dovrò dividere l’importo ottenuto per 13, quindi 10.000:13=769,23.

Quali sono i coefficienti di trasformazione della quota contributiva di pensione

Compresi bene questi passaggi, appare evidente che, più è basso il coefficiente di trasformazione, più si abbassa la pensione. L’innalzamento dell’età pensionabile determina l’aumento dei coefficienti di trasformazione, che aumentano con l’età: ecco allora perché, in concomitanza con l’aumento dell’età pensionabile, è stato deciso di diminuire i coefficienti.

Ma quali sono i nuovi coefficienti di trasformazione 2019 e di quanto si abbassano?

Vediamolo subito nella seguente tabella, che ci mostra anche come sono peggiorati i coefficienti nel tempo.

Età
Coefficienti di trasformazione vigente sino al 2015
Coefficienti di trasformazione dal 2016 al 2018
Coefficienti di trasformazione dal 2019
57 4,304% 4,246% 4,2%
58 4,416% 4,354% 4,304%
59 4,535 % 4,468% 4,414%
60 4,661% 4,589% 4,532%
61 4,796 % 4,719% 4,657%
62 4,94 % 4,856% 4,79%
63 5,094 % 5,002% 4,932%
64 5,259 % 5,159% 5,083%
65 5,435 % 5,326% 5,245%
66 5,624 % 5,506% 5,419%
67 5,826 % 5,700% 5,604%
68 6,046 % 5,910% 5,804%
69 6,283 % 6,135% 6,021&
70 6,541 % 6,378% 6,257%

Come si calcola il coefficiente di trasformazione

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde ad un anno esatto (ad esempio, 57 anni e 7 mesi), devono essere aggiunte al coefficiente le relative frazioni di anno.

Ad esempio, per calcolare il coefficiente di trasformazione di un lavoratore con decorrenza della pensione a 58 anni e 8 mesi di età, dovremmo svolgere le seguenti operazioni:

  • 4,414 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 59 anni dal 2018) – 4,304 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 58 anni)= 0,11.
  • dobbiamo poi dividere il risultato per 12 mesi, ottenendo 0,0091666 circa. Moltiplicheremo il nuovo risultato per 8 mesi, ed otterremo 0,073, arrotondando;
  • a questo punto, dobbiamo sommare questa cifra al coefficiente per chi si pensiona a 58 anni, arrivando così al coefficiente corretto per chi si pensiona a 58 anni ed 8 mesi, cioè 4,377;
  • per trasformare il montante contributivo in pensione, come già osservato, dobbiamo applicare questo coefficiente, come percentuale, al montante rivalutato: dividendo il risultato per 13, si arriva alla pensione mensile.

È chiaro che, più basso è il coefficiente, più esigua sarà la pensione: dalla tabella, abbiamo visto che i coefficienti di trasformazione del 2019 sono notevolmente ridotti, rispetto a quelli del triennio 2016-2018, con corrispondenti riduzioni dell’assegno, e disparità di trattamento anche elevate da un anno all’altro. A loro volta, i coefficienti del triennio 2016-2018 sono stati ridotti rispetto ai coefficienti precedentemente vigenti, e così via, con un peggioramento continuo che va di pari passo con l’innalzamento dell’età pensionabile.

Difficile invertire questo meccanismo: è chiaro soltanto che, se la ripresa tarderà ad arrivare, le pensioni potrebbero dare rendimenti ancora più bassi.

Casa con ipoteca della banca: si può donare o vendere?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il trasferimento dell’immobile prima dell’estinzione del mutuo bancario è possibile ma il notaio può essere responsabile se non informa l’acquirente o il donatario. La presenza dell’ipoteca può essere conosciuta tramite una visura ipocatastale.

Qualche anno fa hai acquistato una casa grazie a un mutuo concessoti dalla banca a fronte del quale è stata iscritta un’ipoteca sull’immobile stesso. Fino ad oggi hai pagato regolarmente tutte le rate del prestito senza mai ritardare di un solo giorno. Tuttavia per estinguere il mutuo ci vorranno ancora diversi anni; ciò ti fa temere che, nel frattempo, tu possa venire a mancare e, per qualche ragione, i tuoi eredi possano litigarsi per la divisione del tuo patrimonio. È così tua intenzione iniziare a ripartire i beni di cui sei proprietario tra i tuoi figli in modo che tutto sia già stabilito per il giorno in cui morirai. Senonché ti chiedi se la casa con ipoteca della banca si può donare: quali sono gli eventuali vincoli da rispettare, se il creditore ipotecario potrebbe opporre qualche contestazione e, nel caso in cui ciò sia possibile, come procedere concretamente. È di ciò che parleremo in questo articolo. Ti spiegheremo, in particolare, come funziona l’ipoteca, a cosa serve e quanto tempo dura. Dopodiché risponderemo a due precise domande: la casa con l’ipoteca si può vendere? e, inoltre, la casa con ipoteca sia può donare? Procediamo quindi con ordine.

Ipoteca: a cosa serve?

Quando si parla di ipoteca, gli avvocati rispondono tutti allo stesso modo: si tratta di una garanzia reale. Ma cosa significa questo termine? Significa che il creditore titolare dell’ipoteca viene garantito nel caso in cui il bene ipotecato (di solito un immobile) venga ceduto a terzi, sia che si tratti di vendita o di donazione. La garanzia consiste in questo: se il debitore dovesse smettere di pagare le somme dovute, il creditore potrebbe ugualmente pignorare l’immobile nonostante il passaggio di proprietà. Non importa dunque che la casa non appartenga più al debitore: essa può ugualmente essere sottoposta all’asta, in pregiudizio dei diritti acquisiti dal nuovo titolare. 

Ci si può chiedere: ma perché pregiudicare il terzo, acquirente o donatario, per un debito che non è proprio e di cui potrebbe non essere a conoscenza? In verità, il terzo è messo nelle condizioni di sapere se il bene è ipotecato o meno: difatti, l’ipoteca risulta nei registri immobiliari ed è possibile prenderne conoscenza, prima ancora del rogito notarile, chiedendo una visura ipocatastale. Anzi, dovrebbe essere lo stesso notaio a fare questa verifica e a informare l’acquirente e, se non lo fa, è personalmente responsabile.

L’ipoteca ha anche una seconda funzione: quella di garantire il creditore di soddisfarsi per primo, rispetto ad altri eventuali creditori dello stesso soggetto, sul ricavato della vendita del bene. Il che vuol dire che se la casa dovesse andare all’asta, il prezzo di aggiudicazione finirebbe prima alla banca, in quanto titolare di ipoteca di primo grado, e poi sarebbe ripartito tra tutti gli altri creditori chirografari. Se c’è un’ipoteca di secondo grado, si soddisfa quest’ultima e così via.

Come funziona l’ipoteca?

Se sei stato in banca e hai chiesto un mutuo ipotecario saprai già che l’iscrizione dell’ipoteca avviene a cura dell’istituto di credito stesso. A estinzione del debito, è la banca a dover cancellare l’ipoteca, ma se non lo fa, il debitore può procedere autonomamente con una procedura ad hoc. Leggi a riguardo Mutui: cancellare l’ipoteca dopo il pagamento alla banca.

Quanto dura un’ipoteca?

L’ipoteca dura 20 anni dalla sua iscrizione. Il creditore, prima della scadenza, può rinnovarla. Se lo fa, l’ipoteca si rinnova con lo stesso grado. Diversamente scade e bisognerà iscriverne una seconda che però farà salvi i diritti di eventuali creditori che abbiano iscritto un’ipoteca di grado inferiore (che quindi saliranno di grado).

Se il creditore non rinnova l’ipoteca allo scadere del ventesimo anno, il bene è definitivamente libero dal vincolo.

Immobile con ipoteca per il mutuo: la banca si può opporre alla vendita o alla donazione?

Il fatto che su una casa ci sia un’ipoteca non ne impedisce la possibilità di trasferire il bene a un altro soggetto a titolo di vendita o di donazione. Come detto, infatti, l’ipoteca non risente dei passaggi di proprietà, potendo il creditore agire sul bene a prescindere da chi ne sia l’intestatario. «L’ipoteca segue il bene» si usa dire per descrivere questo fenomeno. Dunque per la banca è assolutamente indifferente che la casa sia del mutuatario, del figlio o di un perfetto sconosciuto: essa potrà ugualmente sottoporla a vendita forzata se il suo credito non viene restituito. Ne consegue che la banca non può vietare la vendita o la donazione dell’immobile ipotecato. Il notaio comunque è tenuto a darne informazione al nuovo titolare, così come l’atto di vendita o di donazione deve riferire dell’esistenza dell’ipoteca.

Se è vero che tale trasferimento non può nuocere i diritti della banca è tuttavia vero, dall’altro lato, che può ledere i diritti dell’acquirente nell’ipotesi che l’intestatario del mutuo non rispetti le scadenze di pagamento delle rate. Questo perché il donatario o l’acquirente dell’immobile acquista la proprietà del bene nello stato di fatto e di diritto in cui si trova, e dunque gravato da una garanzia reale. In altri termini: laddove il mutuatario venditore o donante si rendesse inadempiente nei confronti della banca, l’acquirente o donatario non potrebbe eccepire che l’immobile è ormai di sua proprietà, ovvero di proprietà di un soggetto non debitore nei confronti dell’istituto di credito, atteso che quest’ultimo conserva il diritto, per tutelare il proprio credito, di intraprendere un’esecuzione forzata avente ad oggetto l’immobile medesimo, indipendentemente da soggetto che risulta proprietario.

Casa con ipoteca: la vendita è valida?

Da quanto sin qui detto è possibile vendere la casa con l’ipoteca, anche senza comunicarlo prima alla banca. È necessario però informare l’acquirente. Non importa che questi possa prendere conoscenza dell’ipoteca tramite una visura: l’informazione è un obbligo che ricade sia sul venditore che sul notaio delegato al rogito.

Casa con ipoteca: la donazione è valida?

Anche la donazione segue le stesse regole della vendita, essendo considerata un contratto (è infatti richiesto sempre il consenso del donatario).