Accertamento Imu: prescrizione e decadenza

Posted on : 09-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Arretrati Imu non pagati: qual è il termine per i controlli da parte del Comune?

Si fa sempre un gran parlare di controlli sull’Imu e, in particolare, sulle finte «prime case». Succede, ad esempio, quando il contribuente indica una residenza fasulla solo al fine di godere dell’agevolazione fiscale prevista dalla legge per l’abitazione principale. 

I controlli sull’Imu però si estendono anche a chi, non ricadendo nel perimetro delle agevolazioni, si limita a non versare gli importi dovuti al Comune entro la scadenza (fine anno) prevista dalla legge. 

In questi casi, l’ente locale ha un termine entro cui può avviare l’accertamento Imu per l’omesso versamento e pretendere le somme non riscosse. Anzi, a ben vedere i termini sono due: l’uno va sotto il nome di prescrizione e l’altro sotto quello di decadenza. Che differenza c’è? 

La prescrizione può essere sempre interrotta da una diffida o da una cartella esattoriale e ritorna a decorrere a partire dal giorno successivo al ricevimento di quest’ultima. La decadenza invece corrisponde al termine massimo entro cui può avvenire l’accertamento e che non può essere interrotta da “atti parziali”: una volta esercitato il diritto, però, non c’è più ragione di far decorrere da capo il termine. 

Tutto ciò può sembrare astratto e privo di significato pratico. Cerchiamo allora di capire quali sono i termini di prescrizione e decadenza per l’accertamento Imu: in altre parole, entro quanto tempo il Comune può accertare l’omesso versamento degli arretrati da parte del proprietario dell’immobile. Ma procediamo con ordine.

Controlli Imu: quando e come

Se il Comune vuol riscuotere l’Imu deve rispettare sia il termine di prescrizione che quello di decadenza. Come vedremo nelle successive righe, si tratta di due termini diversi: il primo è di cinque anni mentre il secondo di tre. 

Ma da cosa originano i controlli sull’Imu? Il più delle volte si tratta di verifiche effettuate tramite gli archivi telematici ossia “a tavolino”. Ad ogni immobile censito nel territorio del Comune deve corrispondere il versamento dell’imposta a meno che non si tratti della cosiddetta abitazione principale del contribuente. 

L’abitazione principale è quella ove il proprietario e la sua famiglia hanno fissato:

  • la residenza;
  • la dimora abituale (ossia il luogo ove abitano in gran parte dell’anno).

La residenza è un dato accertabile tramite i registri dell’anagrafe. La dimora abituale è un dato di fatto che va verificato sul posto, ad esempio con l’invio dei vigili. La casa disabitata, anche se luogo di residenza, sconta l’Imu. 

Poiché molti contribuenti sono soliti fissare la residenza a proprio piacimento solo al fine di ottenere l’esenzione dall’imposta, i controlli Imu vengono fatti anche tenendo conto delle utenze: se queste non registrano consumi o gli importi sono molto bassi (si pensi alla luce o al gas), è verosimile che l’immobile non sia abitato. Manca allora il secondo requisito ai fini dell’agevolazione (la dimora abituale) e scatta l’accertamento.

È vero: la legge stabilisce che, nel caso di cambio di residenza, il Comune possa inviare i vigili a casa del contribuente  nei successivi 45 giorni dal deposito dell’istanza. Ma ciò solo al fine di convalidare la modifica nei registri dell’anagrafe. Ciò non toglie che, anche in un momento successivo, la polizia municipale possa effettuare verifiche se la casa è effettivamente “vissuta”.

Prescrizione Imu

L’Imu, come tutti i tributi locali, ha una prescrizione di cinque anni. In buona sostanza, se entro cinque anni da quando sarebbe dovuto intervenire il versamento dell’imposta il Comune non provvede a inviare l’accertamento fiscale, nulla è più dovuto. Ad esempio una richiesta di versamento Imu per il 2010 inviata nel 2018 è prescritta.  

La prescrizione si interrompe non appena arriva un avviso di pagamento, ma torna a decorrere dal giorno dopo. Con la conseguenza che, se dopo cinque anni dal ricevimento dell’accertamento il Comune non si fa più vivo, né il contribuente riceve una cartella esattoriale, la prescrizione si può dire compiuta e il debito estinto.

Lo stesso dicasi quando arriva la notifica della cartella esattoriale. Anche la cartella per l’Imu si prescrive in cinque anni come l’Imu stessa. Dunque, se dopo il ricevimento della stessa decorre il quinquennio, ogni successivo atto dell’Esattore (pignoramento, ipoteca, fermo auto, intimazione di pagamento) è illegittimo e va impugnato.

Decadenza accertamento Imu

La decadenza si riferisce alla necessità che l’ente pubblico svolga determinate attività entro una certa data pena la perdita del diritto.

Il termine di decadenza entro cui il Comune può riscuotere i tributi locali è fissato al 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo. Tanto è stato, di recente, confermato dalla Commissione tributaria regionale del Lazio [1]. 

La legge [2] stabilisce testualmente che «Nel caso di riscossione coattiva dei tributi locali il relativo titolo esecutivo deve essere notificato al contribuente, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo».  

La vertenza decisa dai giudici tributari romani riguarda un ricorso presentato da una società per azioni con sede a Roma; l’opposizione della ricorrente contestava gli accertamenti Ici per gli anni 2009, 2010 e 2011, e palesava la tardiva notifica della relativa cartella di pagamento. I menzionati avvisi di accertamento erano stati notificati alla contribuente nel mese di ottobre dell’anno 2012; poiché non opposti, diventando definitivi il 31 dicembre 2012. Conseguentemente, la cartella di pagamento doveva essere notificata a norma dell’articolo 1 comma 163 della legge n.296/2006 nel termine di tre anni del 31/12/2015; la cartella, invece, era stata notificata dall’ufficio appellante(circostanza non smentita dall’ufficio) in data 24 aprile 2016 e quindi, decorso il termine triennale, tardivamente.

3000 artigiani alla ribalta nazionale

Posted on : 09-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Roma, 9 dic. (Adnkronos) – Tremila artigiani alla ribalta nazionale approdano ad Artigiano in Fiera per incontrare il loro pubblico e per commerciare, ma non solo: gli scambi di opinioni e di valori che avvengono in fiera rappresentano per molti artigiani un vero e proprio momento di confronto strategico, dal quale trarre insegnamenti, spunti e idee da valutare e da mettere in applicazione durante l’anno.

Affitto in anticipo: è legale?

Posted on : 09-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il padrone di casa può imporre il pagamento anticipato del canone di locazione?

Stai per firmare un contratto di affitto a canone libero, di quelli cioè che durano almeno quattro anni e prevedono un rinnovo automatico per altri quattro anni. Ci sono però alcune condizioni nel contratto che non ti convincono. La prima è la clausola con cui il padrone di casa ti impone il pagamento del canone di affitto in anticipo: dovrai versare tre mesi per volta entro il primo giorno del trimestre. Il che è contrario a quanto di norma succede nei normali contratti di locazione, in cui il versamento del canone avviene alla scadenza del singolo mese.  

Il locatore giustifica tale sua richiesta come forma di garanzia di esatto adempimento: in pratica si vuol mettere al riparo da eventuali morosità che dovessero insorgere nel corso di esecuzione del contratto. 

Oltre a ciò dovrai inoltre rilasciare, alla firma dello stesso contratto, una cauzione pari a tre mensilità a copertura di eventuali danni che dovessero risultare al momento in cui rilascerai l’appartamento. 

Secondo il locatore è legale il pagamento dell’affitto in anticipo: nessuna norma lo vieta. A te invece la cosa puzza.

Ma a non convincerti è anche un’ulteriore clausola: vengono poste a tuo carico tutte le spese condominiali, in deroga alla legge sull’equo canone secondo cui invece solo alcune voci possono gravare sull’inquilino. 

Insomma, tutti questi aspetti ti inducono a ritenere che il contratto sia nullo. È davvero così? Cerchiamo di fare il punto della situazione su tali aspetti.

Pagamento canone affitto in anticipo: è lecito?

In merito alla possibilità che, in un contratto di affitto, sia previsto il pagamento del canone in anticipo, ciò è lecito solo nel caso di affitto «a canone libero», quelli cioè cosiddetti “4+4” poiché il loro contenuto non è tipizzato dalla legge. Vige quella che tecnicamente viene detta «autonomia negoziale»: in pratica, salvo con riferimento alla durata del contratto (e ad altre eccezionali ipotesi), le parti sono libere di regolare i propri interessi per come meglio credono. Esse quindi possono scegliere liberamente l’importo dovuto a titolo di canone di locazione, le modalità di versamento dello stesso e le relative scadenze, la ripartizione degli oneri di condominio, la regolamentazione delle spese di manutenzione dell’appartamento, ecc. 

Gli unici limiti a tale autonomia sono, come detto, la durata della locazione (che è imposta dalla legge e che non può essere inferiore a 4 anni  con rinnovo automatico dopo i primi 4) e l’obbligo di registrazione del contratto, in mancanza del quale l’affitto è nullo e anche le sue clausole non sono vincolanti.

È dunque pertanto lecita la clausola contrattuale che preveda il pagamento dell’affitto in un’unica soluzione, non ritenendosi che simile patto vada a contrapporsi allo spirito della legge 431/1998 o con qualche suo divieto inderogabile.

Si ritiene addirittura possibile il pagamento anticipato del canone annuale in un’unica soluzione. 

Al contrario, nei cosiddetti affitti «a canone concordato», quelli cioè della durata “3+2”, il contratto deve corrispondere al modello ministeriale, all’interno del quale è previsto il versamento del canone non prima della scadenza del singolo mese. Non tutti però sono di questo avviso. Secondo alcuni interpreti, sebbene queste scritture siano, rispetto a quelle a canone libero, già predeterminate nel contenuto (secondo il modello ministeriale predefinito), anche qui le parti resterebbero libere di personalizzare la clausola relativa alla data di scadenza del pagamento dell’affitto, che ben potrebbe essere a inizio o a fine mese.

Spese di condominio tutte a carico dell’inquilino: è legale?

Passiamo ora a risolvere il secondo dubbio. È lecito che un contratto di affitto imponga tutte le spese condominiali di tipo «ordinario» (quelle cioè mensili) a carico dell’inquilino? Anche in questo caso la risposta è affermativa. 

I cosiddetti «oneri accessori», ossia le spese condominiali, sono regolati dall’articolo 9 della legge sull’equo canone [1]. Tale norma effettua una ripartizione tra locatore e conduttore degli esborsi dovuti mensilmente al condominio. Tuttavia, nel 1988 è stato abrogata la disposizione che vietava ogni patto volto ad attribuire al locatore un vantaggio ulteriore rispetto a quelli indicati dalla legge [2]. Pertanto è attualmente legittimo l’accordo raggiunto dalle parti in ordine alla ripartizione degli oneri accessori, quand’anche assunto in deroga all’articolo 9 della legge sull’equo canone. 

Pagamento anticipato delle mensilità e cauzione

Attenzione a non confondere il pagamento anticipato delle mensilità con la cauzione.

Il primo avviene a titolo di canone di affitto e viene automaticamente decurtato dai primi canoni o dagli ultimi, a seconda della volontà delle parti. 

La cauzione invece viene versata per assicurare il locatore dal rischio di morosità dell’inquilino e dal pericolo di eventuali danni procurati all’immobile. Con la conseguenza che, se quest’ultimo non paga uno o più canoni della locazione, il primo potrà trattenere la cauzione compensandola con gli arretrati. Non può però fare lo stesso per risarcirsi dagli eventuali danni prodotti all’appartamento. In tal caso, il locatore – se non trova un accordo con l’ex affittuario – deve prima intentargli una causa affinché sia il giudice a liquidare, con esattezza, l’ammontare del risarcimento e delle spese per il ripristino delle parti danneggiate. Quantificazione quest’ultima che quindi non può fare unilateralmente il locatore.

Usufrutto: morte del proprietario

Posted on : 09-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa succede all’usufruttuario se il titolare dell’immobile muore? È necessario lasciare l’abitazione?

Hai l’usufrutto su una casa. Il proprietario è anziano e malato. Inizi, pertanto, a chiederti cosa potrebbe succedere alla sua morte. Il tuo timore è di dover fare le valigie e andare via. La cosa ti preoccupa. Così consulti un avvocato e gli poni un preciso quesito legale: in caso di usufrutto, la morte del proprietario dell’immobile fa cessare il contratto oppure il rapporto prosegue con gli eredi del primo fino alla scadenza inizialmente concordata?

Ecco la risposta che il tuo legale, munito di piglio pratico e in grado di usare un linguaggio semplice, potrà darti in questo caso.

Cos’è l’usufrutto

Come forse già saprai, l’usufrutto è un «diritto reale», un diritto cioè che verte su una “cosa” (una res, in latino). Questa “cosa” è un bene immobile, che può essere una casa o un terreno. Esiste anche l’usufrutto su un’azienda, ma non è questa l’ipotesi che tratteremo in questo articolo.

Tale diritto consente all’usufruttuario di utilizzare il bene di proprietà altrui come se fosse proprio, godendo dello stesso e dei relativi frutti (ad esempio, l’affitto), con il solo limite di non disporne (venderlo o donarlo) o danneggiarlo, insomma trattandolo con l’accortezza e la cura tipica del proprietario. 

Con l’usufrutto, il diritto di proprietà si attenua. Il titolare del bene – che dall’inizio dell’usufrutto si chiamerà nudo proprietario – perde il possesso e la disponibilità materiale dell’immobile, dovendo rispettare il diritto dell’usufruttuario fino alla sua estinzione. Alla scadenza dell’usufrutto, però, il nudo proprietario tornerà ad essere pieno proprietario e potrà ritornare nel possesso del bene. 

Come nasce l’usufrutto?

Di solito, l’usufrutto viene costituito per volontà del proprietario (futuro nudo proprietario) che può cederlo con un contratto (può essere una donazione o una cessione a titolo oneroso) o con un testamento.

È possibile l’usufrutto anche per usucapione, dopo l’utilizzo ininterrotto per 20 anni del bene.

Esistono casi in cui l’usufrutto scatta per volontà della legge. Si pensi all’usufrutto dei genitori sui beni immobili di proprietà dei minori. 

Cessione dell’usufrutto a terzi

L’usufruttuario può liberamente locare l’immobile a terzi percependone il canone di affitto. Tuttavia, per poter opporre la locazione al nudo proprietario, l’usufruttuario e il conduttore devono assicurarsi che il relativo contratto risulti da atto pubblico o scrittura privata oppure che il nudo proprietario sia comunque a conoscenza della locazione.

Salvo esplicito divieto del nudo proprietario, l’usufruttuario può cedere il proprio diritto a un terzo. Egli deve notificare la cessione al nudo proprietario: in mancanza, essa rimane efficace, ma l’usufruttuario è solidalmente obbligato con il cessionario nei confronti del nudo proprietario per gli inadempimenti verificatisi dopo la cessione. 

Quanto dura l’usufrutto?

Se non è la legge, sono le parti a stabilire la durata dell’usufrutto, indicandola in contratto. La scadenza dell’usufrutto può essere legata a una specifica data (ad esempio, «… fino al 31 dicembre 2030») oppure alla vita dell’usufruttuario (cosiddetto «usufrutto vita natural durante). In quest’ultimo caso, non appena questi muore, il nudo proprietario ritorna ad essere pieno proprietario. Gli eredi dell’usufruttuario non hanno alcun diritto di entrare nel possesso del bene.

Se la scadenza del contratto è fissata a una specifica data, l’eventuale morte dell’usufruttuario intervenuta prima di tale scadenza determina comunque la cessazione dell’usufrutto. Leggi Morte usufruttuario: che succede? Anche in questo caso, dunque, l’usufrutto non entra in successione e non passa agli eredi.

Cosa succede alla morte del proprietario dell’immobile in usufrutto?

Se è vero che la morte dell’usufruttuario determina sempre l’estinzione dell’usufrutto – anche quando la scadenza dello stesso indicata in contratto non sia ancora spirata – cosa succede alla morte del proprietario?

Abbiamo esordito spiegando che l’usufrutto è un diritto “reale” ossia su una cosa. Questo significa che tale diritto segue il bene in capo a chiunque ne diventi titolare.  

Quindi, l’immobile cadrà in successione agli eredi del proprietario, ma questi erediteranno solo la nuda proprietà, dovendo rispettare l’esistenza dell’usufrutto fino alla scadenza. Facciamo un esempio.

Marco concede l’usufrutto della propria casa alla sorella Ginevra, vita natural durante. Marco muore e, alla sua eredità, concorrono i figli Antonio e Rosita. Antonio e Rosita dovranno rispettare il diritto di usufrutto della zia fino alla morte di quest’ultima. Non potranno cioè mandarla via prima di tale momento.

Siccome l’usufruttuario ha diritto di utilizzare personalmente il bene o di darlo in affitto, gli eredi del proprietario non potranno rivendicare la piena proprietà neanche se l’usufruttuario non dovesse più vivere nell’immobile limitandosi a percepirne solo i frutti dell’affitto. 

Tuttavia, se l’usufruttuario non usa l’immobile per 20 anni, si ha la prescrizione e, quindi, l’estinzione dell’usufrutto. Il non uso si ha quando l’usufruttuario non esercita i poteri inerenti all’usufrutto.

Il mancato esercizio può dipendere:

  • dalla volontà dell’usufruttuario;
  • dall’impedimento del nudo proprietario o del terzo che non trasferiscono il possesso del bene;
  • da altra causa non imputabile all’usufruttuario. 

Per interrompere la prescrizione è sufficiente anche un solo atto di utilizzazione o sfruttamento del bene come, ad esempio, una lettera con cui l’usufruttuario richiede alle persone che abitano l’immobile di versare un corrispettivo per tale occupazione.

Cosa possono fare gli eredi del proprietario?

Per far cessare l’usufrutto, gli eredi del proprietario possono acquistare l’usufrutto dall’usufruttuario o sperare che questi vi rinunci spontaneamente. In entrambi i casi, l’usufrutto si estingue e i poteri dell’usufruttuario vengono assorbiti in quelli del nudo proprietario che torna ad essere proprietario pieno del bene. 

Anche l’usufruttuario può acquistare la proprietà dell’immobile (per contratto o per successione). In tale ipotesi, sarà lui a divenire pieno proprietario. 

Tumori: quali sono i bambini più a rischio

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed, Salute e Benessere

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Secondo uno studio, i bambini non sono tutti uguali di fronte al cancro. 

I piccoli con leucemia mieloide acuta (Lma) che vivono nei quartieri poveri hanno una probabilità 2,4 volte maggiore di morire, rispetto a quelli che abitano in zone a reddito medio-alto. E’ il risultato di uno studio presentato a Orlando, in Florida, al 61esimo Congresso dell’American Society of Hematology (Ash).

L’analisi fotografa un fenomeno meno lontano da noi rispetto a quanto si potrebbe pensare: “Anche in Italia – commenta all’AdnKronos Salute Fabrizio Pane, direttore Uoc Ematologia e Trapianto di midollo del Policlinico universitario Federico II di Napoli – basta vivere in una famiglia non abbiente, che non può contare su un caregiver o che magari risiede in un’area poco collegata come una piccola isola, per avere un minore accesso alle cure e una prognosi peggiore“.

Ma la ricerca sulle chance dei bimbi con Lma è ancora più “allarmante”- sottolineano gli autori dell’Ucsf Benioff Children’s Hospital di San Francisco e del Children’s Hospital di Philadelphia – considerando che riguarda quasi 1.500 partecipanti a sperimentazioni cliniche disegnate ad hoc per essere “rigorosamente inclusive”. Invece emerge che, a fronte di una sopravvivenza del 68% circa a 5 anni dalla diagnosi nelle aree a reddito medio-alto, nelle zone a basso reddito il dato scende al 61% per crollare al 43% tra i pazienti più poveri.

“Ci aspettavamo di trovare una differenza, ma non così sostanziale”, confessa Lena E. Winestone del Benioff Children’s Hospital, che avverte: “Più persone diventeranno consapevoli del problema, e più potremo migliorare”.

Gli studiosi non hanno definito con precisione le possibili ragioni di questa ‘forbice’, ma una delle ipotesi è che “lo stress tossico legato a uno stato socio-economico inferiore possa pesare sulle risposte dei pazienti alla chemio e all’immunoterapia“, riflette Winestone che con il suo team si propone di approfondire i perché di “un gap drammatico”. Mentre lavori precedenti avevano indagato sull’influenza di fattori come l’etnia, questo viene descritto come “il primo a concentrarsi sullo stato socio-economico quale elemento chiave nel determinare le diverse chance che i piccoli hanno di sopravvivere a un tumore“.

Al tema ‘Medicina inclusiva’ sono dedicati numerosi abstract protagonisti al summit dell’Ash, restituendo un quadro a luci e ombre: “Se molti studi offrono evidenze incoraggianti del fatto che le minoranze e i malati più anziani ricevono benefici simili dai trattamenti anti-cancro – osservano gli esperti Usa – da altri emergono ancora differenze significative in termini di accesso alle cure e di risultati clinici, indicando il bisogno urgente di più sforzi contro le disparità sanitarie“. Ammonisce Laura Michaelis del Medical College of Wisconsin: “L’inclusione è la sfida giusta da vincere non solo per i nostri pazienti e le nostre comunità, ma anche se l’obiettivo che vogliamo centrare è davvero quello di una medicina che arriva al bersaglio”.

Indennità perdita avviamento: ultime sentenze

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le ultime sentenze su: disdetta del contratto di locazione e perdita dell’avviamento commerciale; pagamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale.

In caso di cessazione del rapporto di locazione non abitativa, a carico delle parti permangono reciproci obblighi di natura contrattuale: la restituzione dell’immobile gravante sul conduttore ed il versamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale a carico del locatore.

Indennità di avviamento nella locazione commerciale: natura e funzione

L’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale è regolata dall’art. 34 della L. n. 392/1978, il quale dispone che, in caso di cessazione di una locazione di immobili urbani ad uso differente da quello abitativo, il proprietario deve corrispondere al conduttore cessato una somma pari a diciotto mensilità dell’ultimo canone mensile pagato, tale quantificazione, valida per i fabbricati adibiti all’esercizio di attività industriali, artigianali, commerciali o di interesse turistico, è poi incrementato a ventuno mensilità qualora l’edificio sia stato utilizzato per attività alberghiere.

Corte appello Venezia sez. IV, 24/10/2018, n.2917

Indennità per la perdita dell’avviamento commerciale: quando spetta?

L’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale spetta anche in caso di recesso anticipato del conduttore, qualora sia frutto non già di una libera autodeterminazione, ma di un inadempimento del locatore che influisca sulla volontà del locatario di scindersi dal vincolo negoziale.

Tribunale Roma sez. VI, 11/10/2019, n.19675

Riconoscimento del diritto all’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale

Ai fini del riconoscimento del diritto all’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale rileva l’abituale esercizio, nei locali condotti in locazione, di un’attività in forma di impresa con stabile organizzazione aziendale gestita secondo criteri di economicità (ossia al criterio della copertura dei costi con i ricavi di esercizio), non essendo invece necessario l’ulteriore requisito dello scopo di lucro dell’attività.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha riconosciuto la spettanza dell’indennità di avviamento ad un’associazione esercitante, con stabile organizzazione aziendale, attività di insegnamento ed istruzione offerta al pubblico).

Cassazione civile sez. III, 19/09/2019, n.23344

Cessazione del rapporto locatizio

L’indennità per la perdita di avviamento ha la funzione di riequilibrare la posizione delle parti, onde compensare, da un lato, la perdita di clientela subita dal conduttore e, dall’altro, di evitare che il locatore possa realizzare un arricchimento senza causa per effetto dell’incremento di valore dell’immobile dovuto all’attività del conduttore; il diritto all’indennità sorge, del resto, per il solo fatto dell’avvenuta cessazione del rapporto locatizio, senza che incomba sul conduttore alcun particolare onere probatorio circa l’eventuale danno subito.

Tribunale Potenza, 26/04/2019, n.373

Indennità di avviamento per la perdita dell’avviamento commerciale: pagamento

Il pagamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale, in caso di locazione di immobile adibito ad uso diverso dall’abitativo, è condizione necessaria per l’esecuzione per consegna o rilascio, ma non costituisce condizione di procedibilità per l’azione di merito volta ad ottenere l’accertamento dell’avvenuta scadenza del contratto di locazione né tantomeno requisito di validità della disdetta.

Tribunale Livorno, 01/02/2019, n.7

Indennità per perdita di avviamento: l’omesso pagamento

Il mancato pagamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento è idoneo a paralizzare l’esecuzione del provvedimento di rilascio del bene in godimento, ma non è, viceversa, in grado di giustificare l’inadempimento di corresponsione dei canoni locatizi, perché la stessa deve essere liquidata in sede di riconsegna, avendo un rapporto sinallagmatico con la sola restituzione del bene.

Tribunale Grosseto, 15/06/2018, n.605

La natura imprenditoriale della struttura di cui si avvale il professionista

Ai fini del riconoscimento dell’indennità di perdita di avviamento commerciale, non è tanto il fine di lucro ad assumere rilievo, ma la natura imprenditoriale della struttura di cui si avvale il professionista nell’esercizio dell’attività, posto che “anche il professionista intellettuale assume la qualità di imprenditore commerciale quando esercita la professione nell’ambito di un’attività organizzata in forma d’impresa, sempre che svolga una distinta e assorbente attività che si contraddistingue da quella professionale per il diverso ruolo che riveste il sostrato organizzativo – il quale cessa di essere meramente strumentale – e per il differente apporto del professionista, non più circoscritto alle prestazioni d’opera intellettuale, ma involgente una prevalente azione di organizzazione, ossia di coordinamento e di controllo dei fattori produttivi, che si affianca all’attività tecnica ai fini della produzione del servizio.

Tribunale Grosseto, 19/09/2018, n.822

Locazione e diritto all’indennità per la perdita dell’avviamento

L’indennità per la perdita dell’avviamento di cui all’art. 34 della l. n. 392 del 1978 non compete al conduttore cessato nei casi in cui l’attività di vendita sia avvenuta con operatori professionali e senza un contatto con il pubblico indifferenziato degli utenti e dei consumatori, con la conseguenza che, in caso di esercizio congiunto di vendita all’ingrosso e di vendita al minuto, il diritto all’indennità per la perdita dell’avviamento può essere riconosciuto solo quando l’attività di vendita al minuto abbia rivestito carattere di prevalenza rispetto all’altra e sia stata svolta con modalità comportanti contatto diretto con il pubblico.

Cassazione civile sez. VI, 12/12/2017, n.29835

Indennità di avviamento commerciale: clausola di rinuncia del conduttore 

È valida la clausola del contratto che prevede la rinuncia del conduttore a percepire, al termine della locazione, l’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale, qualora ciò costituisca la controprestazione di un vantaggio al medesimo attribuitogli dal locatore, così da lasciare inalterato l’equilibrio contrattuale che la legge ha voluto tutelare con il divieto in tal senso invece previsto dall’art. 79 della l. n. 392/1978.

Tribunale Roma sez. VI, 02/10/2017, n.18690

Disdetta del contratto di locazione

L’indennità per la perdita di avviamento commerciale compete al conduttore per il solo fatto che il locatore, comunicando formale disdetta del contratto, abbia assunto l’iniziativa di non proseguire la locazione e tale indennità deve essere quantificata nella misura pari a 18 mensilità dell’ultimo canone corrisposto al netto dell’aliquota IVA.

Tribunale Roma sez. VI, 23/10/2017, n.22188

Indennità per la perdita dell’avviamento commerciale: onere probatorio 

Quando è contrattualmente stabilita una destinazione dell’immobile locato ad attività che non comportino il contatto diretto con il pubblico degli utenti e dei consumatori, al conduttore che invochi il diritto all’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale non è sufficiente dimostrare che nonostante il tenore delle clausole contrattuali nell’immobile è stata svolta un’attività comportante detto contatto, essendo anche necessario che egli provi che sia decorso il termine di tre mesi dalla data in cui il locatore ha avuto conoscenza dell’uso pattuito, ai sensi dell’art. 80 della l. n. 392 del 1978.

Cassazione civile sez. III, 31/05/2017, n.13705

Obblighi del conduttore e del locatore

All’atto della cessazione del rapporto di locazione non abitativa, in relazione alla quale il conduttore abbia diritto alla corresponsione dell’indennità per perdita dell’avviamento commerciale, permangono a carico delle parti reciproci obblighi di natura contrattuale, quello di restituzione dell’immobile gravante sul conduttore e quello di versamento dell’indennità a carico del locatore, che si caratterizzano per la loro reciproca inesigibilità in difetto del contemporaneo adempimento a opera della controparte, con conseguente esclusione della mora del conduttore ex art. 1591 c.c. e di quella del locatore ex art. 1224 dello stesso codice, in quanto entrambi i rifiuti ad adempiere trovano titolo giustificativo nella legge. Pertanto, non può essere riconosciuto al locatore il risarcimento del danno da ritardo nella restituzione dell’immobile, qualora questo sia giustificato dal mancato pagamento dell’indennità o dalla mancata seria offerta (almeno non formale) della prestazione.

Cassazione civile sez. III, 16/05/2017, n.12018

Clausola risolutiva espressa del contratto

Il locatore di un immobile ad uso non abitativo, intervenuta la cessazione del contratto a seguito di convalida della licenza per finita locazione, non ha interesse a far valere, dopo la scadenza, una clausola risolutiva espressa del contratto, nemmeno per sottrarsi al versamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale. .

Cassazione civile sez. III, 14/02/2017, n.3795

Revisione del canone di affitto: ultime sentenze

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: richiesta di revisione del canone di locazione; pagamento del canone a semestralità posticipate; aumenti o revisione di canone a danno del conduttore.

Revisione del canone per il semestre in corso

Nel caso in cui un contratto di locazione ad uso non abitativo preveda la possibilità dell’aggiornamento del canone secondo gli indici Istat, nonché il pagamento a semestralità posticipate, la richiesta di adeguamento proveniente dal locatore anteriormente alla scadenza del primo semestre comporta la revisione del canone locativo per l’intero semestre in corso e non ancora scaduto.

Cassazione civile sez. III, 14/03/2017, n.6490

Giurisdizione del giudice ordinario

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario nella controversia che abbia a oggetto l’annullamento del provvedimento di rigetto da parte dell’Aler della richiesta di revisione del canone di locazione. Infatti la questione di cui si controverte è meramente patrimoniale non riconducibile all’esercizio unilaterale di un potere autoritativo di determinazione del canone concessorio.

T.A.R. Milano, (Lombardia) sez. I, 24/05/2013, n.1372

Determinazione del canone dell’immobile locato

Il divieto di compromettibilità per arbitri previsto dall’art. 54 della l. n. 392 del 1978 riguarda qualsiasi controversia relativa alla determinazione del canone dell’immobile locato, incluse quelle per la revisione, l’adeguamento o l’aggiornamento del canone stesso (nella specie, si trattava di una locazione di immobile adibito ad uso diverso dall’ abitazione, e la controversia verteva sull’obbligo del conduttore di corrispondere l’aggiornamento del canone ai sensi dell’art. 32 l. n. 392 del 1978).

Cassazione civile sez. I, 01/09/1999, n.9211

Revisione del canone: mancanza di un accordo 

La proroga biennale prevista dall’art. 11, comma 2 bis, l. n. 359 del 1992 è condizionata alla mancanza di un accordo sulla revisione del canone.

Pretura Torre Annunziata, 26/03/1997

Criteri di determinazione e revisione dei canoni di locazione

Gli alloggi soggetti alla disciplina dell’edilizia convenzionata menzionati dall’art. 26, lett. c), della legge n. 392 del 1978, ai quali, a norma dello stesso articolo, non si applica la disciplina dettata dal capo primo della menzionata legge, sono solo quelli realizzati sulla base di convenzioni con le quali i comuni, o i consorzi di comuni, concedono a soggetti pubblici o privati, per fini edificatori, con diritto di superficie o in proprietà, aree comprese nei piani urbanistici speciali previsti dalla legge n. 167 del 1962 ed interamente espropriate dai comuni, ovvero anche aree esterne ai detti piani, determinando non solo le caratteristiche costruttive e tipologiche ed i termini di inizio ed ultimazione dei lavori di costruzione degli edifici, ma anche i criteri di determinazione e revisione dei canoni di locazione.

Ne consegue, che gli immobili già di proprietà dell’A.I.I. (Amministrazione per le attività assistenziali italiane ed internazionali), poi trasferiti al Ministero dell’Interno e, dal 1982, alla regione Lazio, essendo estranei alla figura dell’edilizia convenzionata, non sono compresi dal menzionato art. 26, lett. c), e che per essi, quindi, il canone locativo va determinato a norma della legge n. 392 del 1978.

Cassazione civile sez. III, 28/08/1995, n.9058

Revisione periodica dei canoni di locazione

L’art. 35 della Legge n. 865 del 1971, stabilisce che la convenzione relativa alla concessione del diritto di superficie su aree per la costruzioni di case di edilizia economica e popolare deve prevedere, tra l’altro, “i criteri per la determinazione e la revisione periodica dei canoni di locazione, nonché per la determinazione del prezzo di cessione degli alloggi, ove questa sia consentita”.

Allo stesso modo, l’art. 18 del DPR n. 380/2001, enuncia il principio per cui la “Convenzione-tipo” regionale relativa agli interventi di edilizia convenzionata deve stabilire criteri e parametri, cui devono uniformarsi le convenzioni comunali, anche in ordine alla “determinazione dei prezzi di cessione degli alloggi, sulla base del costo delle aree, così come definito dal comma successivo, della costruzione e delle opere di urbanizzazione, nonché delle spese generali, comprese quelle per la progettazione e degli oneri di preammortamento e di finanziamento”.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 22/04/2015, n.5859

Giurisdizione amministrativa 

Sussiste la giurisdizione amministrativa nella trattazione della controversia avente ad oggetto un caso di revoca dell’assegnazione dell’alloggio per abbandono dello stesso, riconducibile all’art. 17, d.P.R. 30 dicembre 1972 n. 1035, recante “Norme per l’assegnazione e la revoca nonché per la determinazione e la revisione dei canoni di locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica”.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. V, 11/05/2007, n.4988

Clausole relative all’aumento del canone

Il mutamento del regime giuridico di beni già appartenenti al demanio ferroviario, ai sensi dell’art. 15 l. 17 maggio 1985 n. 210, ha reso gli stessi oggetto di una locazione privatistica, in luogo dell’iniziale concessione amministrativa che ne prevedeva il godimento dietro pagamento di un corrispettivo. Sono, pertanto, divenute prive di causa le clausole – contenute nella originaria autoregolamentazione contrattuale – espressione della precedente (e non più attuale) natura pubblicistica dell’ente concedente, donde la nullità di quelle, tra di esse, che abbiano dato luogo ad aumenti o revisione di canone a danno del conduttore, in violazione dell’art. 32 l. 27 luglio 1978 n. 392.

Cassazione civile sez. III, 07/02/2013, n.2961

Locazioni di immobili ad uso diverso dall’abitazione

Nelle locazioni di immobili ad uso diverso dall’abitazione soggette a proroga legale all’entrata in vigore della l. n. 392/1978, il canone non può essere aumentato in misura superiore alle percentuali previste dall’art. 68 di detta legge, neppure se il contratto originariamente stipulato tra le parti conteneva la clausola – resa inefficace dalla legislazione vincolistica – di periodica revisione del canone in base alle variazioni, accertate dall’ISTAT, dei prezzi al consumo verificatesi nell’anno precedente.

Pretura Milano, 26/03/1983

Revisione del canone corrisposto in forza del contratto verbale dissimulato di locazione

La domanda, proposta ai sensi dell’art. 79 della l. 27 luglio 1978 n. 392, di accertamento della nullità di un contratto di comodato simulato, qualora postuli un giudizio di revisione del canone corrisposto in forza del contratto verbale dissimulato di locazione effettivamente stipulato, è improcedibile – per effetto del coordinato disposto degli art. 43 e 44 della legge – qualora non preceduta dalla domanda di conciliazione.

Pretura Avezzano, 18/07/1980

Ricorso avverso il silenzio: ultime sentenze

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: ambito di applicazione del ricorso avverso il silenzio; giudizio amministrativo; azione avverso il silenzio e declaratoria di nullità; obbligo di provvedere.

Ricorso avverso il silenzio – inadempimento: ambito di applicazione

Il ricorso avverso il silenzio – inadempimento, essendo volto a sollecitare l’esercizio di un pubblico potere, non è esperibile qualora l’atto di cui si chiede l’adozione sia a contenuto regolamentare o generale; il rimedio è strettamente circoscritto alla sola attività amministrativa di natura provvedimentale, ossia finalizzata all’adozione di atti destinati a produrre effetti nei confronti di specifici destinatari.

Consiglio di Stato sez. IV, 02/09/2019, n.6048

Silenzio serbato in relazione ad atti generali

Il ricorso avverso il silenzio rifiuto è volto a sollecitare l’esercizio di un pubblico potere e risulta esperibile solo qualora si sia in presenza di un obbligo di provvedere e della violazione di quest’ultimo, testimoniata dalla inerzia serbata; per gli atti di pianificazione (nella specie si tratta della programmazione per la distribuzione degli esercizi adibiti a somministrazione di alimenti e bevande), proprio perché atti amministrativi generali, è esclusa l’ammissibilità dello speciale rimedio processuale avverso il silenzio-inadempimento della P.A., in quanto strettamente circoscritto alla sola attività amministrativa di natura provvedimentale, ossia finalizzata all’adozione di atti destinati a produrre effetti nei confronti di specifici destinatari; il che non avviene per gli atti generali, i quali sono indirizzati ad una pluralità indifferenziata di destinatari e non sono destinati a produrre effetti nella sfera giuridica di singoli soggetti specificamente individuati.

Consiglio di Stato sez. V, 29/07/2019, n.5310

Ricorso avverso il silenzio del Miur

Il ricorso avverso il silenzio del Miur sulla istanza proposta al fine di ottenere la spendibilità del titolo di abilitazione conseguito in Spagna può essere accolto nel caso in cui l’Amministrazione non abbia concluso il procedimento nel termine di quattro mesi dall’inoltro dell’istanza.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 04/07/2019, n.8743

Accoglimento del ricorso avverso il silenzio

Va accolto il ricorso avverso il silenzio serbato dall’Amministrazione sull’istanza volta ad ottenere la spendibilità in Italia del titolo di abilitazione conseguito in Romania, ove sia decorso il termine di 4 mesi per la conclusione del procedimento previsto dalla Direttiva n. 2005/36/CE, recepita nell’ordinamento italiano con il d.lgs. n. 206/2007.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 01/07/2019, n.8548

Controversie in materia di pubblico impiego

Al fine di individuare il giudice munito di giurisdizione in relazione alle controversie in materia di pubblico impiego privatizzato concernenti procedure di mobilità e/o di inserimento in graduatorie, occorre aver riguardo alla natura della situazione giuridica soggettiva lesa dall’atto impugnato — rispettivamente, in caso di ricorso avverso il silenzio, dalla mancata adozione dell’atto oggetto dell’istanza del privato — da individuare alla stregua del criterio del petitum sostanziale.

Consiglio di Stato sez. VI, 24/04/2019, n.2633

Ammissibilità del ricorso avverso il silenzio

Ai fini della validità del ricorso avverso il silenzio, è necessario che il rapporto giuridico sostanziale sotteso all’istanza del privato riguardi l’esercizio di una potestà amministrativa e, inoltre, sia inerente a posizioni di interesse legittimo, risultando altrimenti inammissibile.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. V, 15/04/2019, n.2134

Impossibilità di ricorrere all’azione contro il silenzio

È inammissibile il ricorso avverso il silenzio-inadempimento, proposto ai sensi degli artt. 31 e 117 c.p.a., per ottenere la stipula del contratto in materia sanitaria previsto dall’art. 8 quinquies del d.lg. n. 502/1992.

Consiglio di Stato sez. III, 11/04/2019, n.1890

Il ricorso avverso il silenzio dell’Amministrazione

Il ricorso avverso il silenzio dell’Amministrazione è uno strumento esperibile solo laddove, in capo alla stessa, sussista uno specifico obbligo di provvedere, desumibile da una disposizione puntuale ed impositiva o, comunque, ricavabile dal sistema giuridico.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. V, 01/04/2019, n.1797

L’azione avverso il silenzio dell’amministrazione e l’obbligo di provvedere

Il ricorso avverso il silenzio è diretto ad accertare la violazione dell’obbligo dell’Amministrazione a provvedere su un’istanza del privato, volta a sollecitare l’esercizio di un pubblico potere, rispetto al quale l’Amministrazione sia rimasta inerte, configurandosi un silenzio inadempimento tutte le volte in cui l’Amministrazione contravvenga ad un preciso obbligo di provvedere, derivante da una norma di legge, di regolamento o da un atto amministrativo, ovvero dai principi informatori dell’azione amministrativa, quando in particolari fattispecie ragioni di giustizia e di equità impongano l’adozione di un provvedimento.

T.A.R. Lecce, (Puglia) sez. I, 07/02/2019, n.181

Ricorso avverso il silenzio rifiuto: quando è esperibile?

Il ricorso avverso il silenzio rifiuto è esperibile solo se proposto a tutela di posizioni di interesse legittimo, implicanti l’esercizio in via autoritativa di una potestà pubblica, non potendo essere proposto qualora l’inerzia sia serbata a fronte di un’istanza avanzata per il riconoscimento di un diritto soggettivo.

Consiglio di Stato sez. VI, 18/01/2019, n.464

Silenzio inadempimento: ultime sentenze

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le ultime sentenze su: configurabilità del silenzio inadempimento della Pubblica Amministrazione; violazione del termine per provvedere; ricorso avverso il silenzio – inadempimento.

E’ ammissibile il ricorso avverso il silenzio del Comune sul rilascio del certificato di destinazione urbanistica? Cos’è il silenzio-inadempimento e cosa è necessario? Occorre che la PA contravvenga a un preciso obbligo di provvedere sull’istanza del privato.

Risarcimento dei danni per ritardo della PA: quando può essere richiesto?

In caso di ritardo dell’Amministrazione Pubblica nell’adozione di un provvedimento dovuto, il risarcimento dei danni può essere richiesto esclusivamente nelle ipotesi in cui il silenzio inadempimento dell’Amministrazione sia stato previamente accertato e dichiarato dal giudice.

T.A.R. Palermo, (Sicilia) sez. I, 05/08/2019, n.2048

Azione avverso il silenzio – inadempimento della PA

L’esperimento dell’azione avverso il silenzio – inadempimento dell’Amministrazione presuppone l’esistenza di uno specifico obbligo di adottare un provvedimento amministrativo esplicito, volto ad incidere, positivamente o negativamente, sulla posizione giuridica e differenziata del richiedente.

Consiglio di Stato sez. V, 31/07/2019, n.5417

L’adozione di atti infraprocedimentali

L’adozione di atti infraprocedimentali non è idonea a impedire la formazione del silenzio inadempimento, posto che solo l’adozione del provvedimento definitivo soddisfa l’interesse, azionato nell’azione avverso il silenzio di cui all’art. 31, cpa, al conseguimento di una risposta esplicita alla domanda introduttiva.

T.A.R. Cagliari, (Sardegna) sez. II, 12/06/2019, n.522

Accertato silenzio inadempimento della PA

In tema di atti amministrativi, qualora in caso di domanda di concessione in sanatoria sia accertato il silenzio – inadempimento dell’Amministrazione, la stessa va condannata ad evadere la richiesta dell’utente.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 17/04/2019, n.4998

Quando si forma il silenzio-diniego?

Ai sensi dell’art. 36, d.P.R. n. 380/2001, ove il Comune non si pronunci espressamente entro il termine di 60 giorni dal ricevimento dell’istanza di accertamento di conformità, la stessa si intende respinta. Su quest’ultima, infatti, non si forma un’ipotesi di silenzio inadempimento, bensì una fattispecie tipica di silenzio-diniego, anche nelle ipotesi in cui la p.a. abbia emanato un preavviso di rigetto ex art. 10 bis, l. n. 241/1990.

T.A.R. Lecce, (Puglia) sez. II, 14/02/2019, n.256

Ricorso avverso il silenzio del Comune 

Nell’ipotesi di silenzio-rifiuto serbato da un Comune sull’istanza per il rilascio del certificato di destinazione urbanistica, è ammissibile il ricorso avverso il silenzio inadempimento tenuto dall’Amministrazione.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. II, 12/02/2019, n.766

Silenzio della PA e obbligo di provvedere

Affinché possa sussistere silenzio inadempimento dell’Amministrazione non è sufficiente che questa, compulsata da un privato che presenta una istanza, non concluda il procedimento amministrativo entro il termine astrattamente previsto per il procedimento del genere evocato con l’istanza, bensì è anche necessario che essa contravvenga ad un preciso obbligo di provvedere sulla istanza del privato, che sussiste, sia nei casi previsti dalla legge, sia nelle ipotesi che discendono da principi generali, ovvero dalla peculiarità della fattispecie, e allorché ragioni di giustizia ovvero rapporti esistenti tra Amministrazioni ed amministrati impongano l’adozione di un provvedimento, soprattutto al fine di consentire all’interessato di adire la giurisdizione per la tutela delle proprie ragioni.

Ebbene, il rimedio in esame è previsto a garanzia dell’obbligo di « provvedere » e non per compulsare il potere di « disporre » un intervento di riforma organizzativa, tanto più nei casi di trasferimento della funzione normativa dalla sede legislativa a quella governativa, come avviene nel caso in cui la fonte primaria ha rinviato (senza peraltro assegnare alcun termine) all’adozione di un regolamento statale di « delegificazione ».

Consiglio di Stato sez. VI, 08/02/2019, n.961

Inerzia dell’amministrazione 

Il rito del silenzio-inadempimento non può essere utilizzato per costringere le amministrazioni ad adottare atti di natura normativa. È pertanto inammissibile, per difetto assoluto di giurisdizione, la domanda volta a far valere l’inerzia dell’amministrazione nell’adottare un decreto ministeriale avente natura regolamentare.

Lo ha ribadito il Tar Lazio posto che, ai sensi di quanto prescrive l’articolo 7, comma 1, ultimo periodo, del codice del processo amministrativo, simile inerzia assume rilevanza solo sul piano della responsabilità politica degli organi di governo e non è, invece, coercibile sul piano giuridico con il ricorso al rito del silenzio-inadempimento.

Nel caso di specie, si trattava di un’inerzia del ministero dell’Ambiente lunga quasi vent’anni del ministero dell’Ambiente, relativa alla realizzazione di una campagna informativa e educativa circa il corretto uso dei telefonini.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 15/01/2019, n.500

Ricorso in materia di silenzio

Agli atti di pianificazione del territorio, proprio perché atti amministrativi generali, si applica il principio enunciato con riferimento agli atti regolamentari, in relazione ai quali è esclusa l’ammissibilità dello speciale rimedio processuale avverso il silenzio — inadempimento della p.a., in quanto strettamente circoscritto alla sola attività amministrativa di natura provvedimentale; è, pertanto, inammissibile il ricorso avverso il silenzio serbato sulla richiesta di modifica della destinazione urbanistica dei terreni, a suo tempo impressa dal Consiglio comunale con la delibera di approvazione dello strumento urbanistico generale, avverso la quale gli interessati non avevano proposto rituale ricorso.

T.A.R. Cagliari, (Sardegna) sez. II, 21/11/2018, n.985

Risarcimento del danno

La violazione del termine per provvedere ex art. 2, l. n. 241/1990 non determina l’illegittimità del provvedimento tardivo; essa piuttosto facoltizza l’interessato che vi abbia interesse a obbligare l’Amministrazione alla definizione del procedimento utilizzando gli strumenti previsti dall’ordinamento (primo tra tutti lo speciale ricorso in materia di silenzio – inadempimento), ovvero ad agire per ottenere il risarcimento del danno che il ritardo gli abbia arrecato.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VI, 07/11/2018, n.6476

Mancata attivazione del subprocedimento per il rilascio del nulla osta

In presenza della domanda di condono, il rinvio “sine die” del procedimento senza l’attivazione in tempi certi e definiti del subprocedimento per il rilascio del nulla osta paesaggistico si configura come silenzio-inadempimento del dovere degli organi di vigilanza di assumere i provvedimenti sollecitati dai ricorrenti.

Consiglio di Stato sez. VI, 02/11/2018, n.6222

Giudizio avverso il silenzio -inadempimento

Il giudicato formatosi a seguito di un giudizio avverso il silenzio -inadempimento che contenga la condanna dell’Amministrazione a provvedere, comporta in capo alla stessa solo un obbligo procedimentale e strumentale, consistente nel portare a conclusione il procedimento, non un obbligo sostanziale e finale.

Consiglio di Stato sez. V, 09/10/2018, n.5794

Come fare per dare le dimissioni

Posted on : 08-12-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dimissioni online o lettera di dimissioni: qual è la procedura corretta per licenziarsi dal lavoro, tutti gli adempimenti.

Devi cambiare lavoro, oppure devi smettere di lavorare perché hai maturato i requisiti per la pensione? Vuoi terminare la tua attività lavorativa perché il periodo di prova non ti ha soddisfatto, o perché il datore di lavoro si è comportato in modo talmente grave da non consentire, nemmeno temporaneamente, la prosecuzione del rapporto?

Qualunque sia il motivo per il quale vuoi risolvere il tuo rapporto lavorativo, devi sapere che, perché il contratto di lavoro cessi, devi prima rassegnare le dimissioni.

Come fare per dare le dimissioni?

Nella generalità dei casi, per rassegnare le dimissioni non basta più l’invio di una semplice lettera al datore di lavoro, ma bisogna inviare un’apposita comunicazione online, tramite il portale Cliclavoro. La lettera di dimissioni è sufficiente, invece, per i lavoratori domestici, marittimi, i dipendenti pubblici, i collaboratori, i lavoratori in prova, i genitori lavoratori e coloro che devono dimettersi nelle sedi protette. Restano fuori anche i casi di risoluzione del rapporto a seguito di conciliazione stragiudiziale e le dimissioni rassegnate innanzi a una commissione di certificazione.

La lettera di dimissioni, ad ogni modo, deve rispondere a precisi requisiti. Ma procediamo con ordine.

Quando non si possono dare le dimissioni?

In alcuni casi, rassegnare le dimissioni può comportare il diritto al risarcimento del danno a favore del datore di lavoro, salvo giusta causa:

  • contratto a termine, per recesso prima del termine;
  • contratto di lavoro con una clausola di durata minima garantita (il cosiddetto patto di stabilità) a favore del datore di lavoro, relativamente al periodo di tempo fissato nel patto.

Il risarcimento del danno è dovuto anche nell’ipotesi in cui il lavoratore si dimetta senza rispettare il termine di preavviso (indennità di mancato preavviso), salvo giusta causa.

Come fare la lettera di dimissioni?

La lettera di dimissioni deve rispettare i seguenti requisiti:

  • può essere scritta su carta semplice;
  • deve essere spedita a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, posta elettronica certificata (pec) oppure consegnata a mano;
  • deve contenere le seguenti informazioni: dati del dipendente, dati dell’azienda, data di assunzione, volontà di concludere il rapporto di lavoro, data di decorrenza delle dimissioni.

Per maggiori dettagli, puoi osservare il nostro Modulo fac-simile di lettera dimissioni

Come fare le dimissioni telematiche?

A partire dal 12 marzo 2016 [1] le dimissioni volontarie e per giusta causa e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro devono essere inviate in modalità esclusivamente telematica, tramite una semplice procedura online accessibile dal sito Cliclavoro, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

È possibile procedere all’invio delle dimissioni telematiche personalmente, oppure per mezzo dei seguenti soggetti abilitati:

  • patronati;
  • organizzazioni sindacali;
  • commissioni di certificazione;
  • enti bilaterali;
  • consulenti del lavoro;
  • sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

Per procedere autonomamente nel portale Cliclavoro, senza l’assistenza dei soggetti abilitati, è necessario avere il Pin dispositivo dell’Inps o l’identità digitale Spid.

Chi è dotato di queste credenziali può difatti accedere al form online per la trasmissione della comunicazione di dimissioni.

Come compilare le dimissioni telematiche?

La procedura di compilazione delle dimissioni telematiche richiede alcuni dati identificativi; l’interessato deve innanzitutto specificare il rapporto di lavoro per il quale vuole presentare le dimissioni (tra quelli proposti).

Per i rapporti di lavoro instaurati a partire dal 2008, il sistema recupera automaticamente i dati relativi alle comunicazioni più recenti obbligatorie di avvio, proroga, trasformazione o rettifica.

Il lavoratore deve specificare se il rapporto di lavoro è iniziato prima del 2008, o dal 2008 in poi, con l’apposito flag.

Per i rapporti instaurati prima del 2008, il lavoratore deve indicare i seguenti dati del datore di lavoro:

  • il codice fiscale;
  • il comune della sede di lavoro;
  • l’indirizzo e-mail o PEC.

Nella sezione 3 del modello, che riguarda i dati del rapporto di lavoro, deve essere indicata la data d’inizio, assieme alla tipologia contrattuale (a tempo indeterminato, determinato, etc.).

L’interessato deve poi selezionare la tipologia di comunicazione (dimissioni volontarie, risoluzione consensuale o revoca) e la data di trasmissione (marca temporale). Per maggiori dettagli, qui la Guida come dare le dimissioni.

Al termine della compilazione, appare il messaggio: “La richiesta è stata elaborata con successo. È stata inviata notifica tramite e-mail della sua richiesta al datore di lavoro e all’ITL di competenza.”

Una volta confermati i dati inseriti, il modello può essere salvato in formato Pdf e viene inviato automaticamente al datore di lavoro dal seguente indirizzo di sistema: dimissionivolontarie@pec.lavoro.gov.it e all’Ispettorato territoriale del lavoro competente. Il modello salvato viene associato ad un codice identificativo e alla marca temporale.

Come annullare le dimissioni telematiche?

Ci hai ripensato e non vuoi più dimetterti? Per fortuna, è possibile annullare la procedura, ma solo entro 7 giorni dalla comunicazione.

Dall’elenco dimissioni già presentate puoi accedere alla procedura di revoca

Una comunicazione revocabile presenta un’icona colorata sotto la dicitura “Revoca”: se invece l’icona risulta grigia, la comunicazione non è più revocabile.

Il sistema mostra una schermata riassuntiva con i dati della dimissione, i cui campi non sono editabili.

Per poter inoltrare la revoca bisogna cliccare sull’icona “Esegui la revoca delle dimissioni”.

A questo punto, si apre un pop-up di “Esito revoca: la richiesta è stata elaborata con successo, è stata inviata notifica tramite email della sua richiesta al datore di lavoro.” Chiudendo il pop-up di “Esito revoca”, il sistema riconduce alla pagina iniziale con l’elenco delle dimissioni.

Una volta inviata la revoca, la nuova tabella presenterà una valorizzazione del campo “Data revoca” ed una nuova ricevuta di colore rosso, scaricabile sotto la voce “Scarica Pdf”, mentre l’icona presente sotto la voce “Revoca” risulterà di colore grigio e non più attiva.

Cliccando sull’icona rossa presente sotto la dicitura “Scarica Pdf”, è possibile visualizzare e recuperare la ricevuta, che contiene tutti i dati precedentemente inseriti. Nella sezione 5 – Dati invio, risulteranno presenti i campi: “Codice Identificativo Modulo Annullato” e “Data Annullamento”.

Nel sito Cliclavoro è comunque disponibile un supporto per gli utenti e gli operatori. Per quesiti sull’utilizzo della procedura è possibile visitare l’Urp e inviare una richiesta di assistenza.

Chi si pensiona deve presentare le dimissioni online?

Anche i lavoratori che presentano le proprie dimissioni per il raggiungimento dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia o anticipata, o ad altra tipologia di pensionamento, devono utilizzare la procedura telematica.

Il dirigente deve rassegnare le dimissioni

Che cosa succede se il lavoratore non invia le dimissioni telematiche?

Se il lavoratore rassegna le dimissioni con modalità diverse da quelle telematiche, queste sono inefficaci; in queste ipotesi, è opportuno che il datore di lavoro inviti (tramite pec o raccomandata A/R) il lavoratore a compilare le dimissioni online.

Se il lavoratore, nonostante i solleciti, non segue la prevista procedura online e non si presenta al lavoro, il datore di lavoro può licenziarlo per giusta causa, per le assenze ingiustificate; tuttavia, in questo caso, è obbligato a corrispondere il contributo per il licenziamento all’Inps. Il lavoratore gode invece della Naspi, cioè dell’indennità di disoccupazione, in quanto figura aver perso involontariamente l’impiego.

I dirigenti devono rassegnare le dimissioni online?

l dirigenti possono risolvere il rapporto rassegnando le proprie dimissioni: di norma, devono dare al datore di lavoro regolare preavviso, salvo giusta causa, e seguire la procedura prevista per la generalità dei lavoratori-

Vi sono però alcune particolari circostanze nelle quali il dirigente può rassegnare le proprie dimissioni a specifiche condizioni.