Tumori: campagna shock sulla leucemia

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, Bambini, feed, Salute e Benessere

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Lanciata dall’onlus ‘Quelli che con Luca’, la campagna intende sensibilizzare la popolazione e chiedere sostegno nella lotta contro malattia.

Il medico parla, una donna lo ascolta e le si legge in faccia che il cuore si spezza. Sa che quella
conversazione cambierà la vita di una famiglia intera. La telecamera la segue mentre piange da sola in auto, alle prese con foglietti illustrativi e scatole di medicinali, e ancora in lacrime chiusa nel bagno di casa per non farsi vedere. “C’è una malattia che nessuno dovrebbe affrontare – è il messaggio – Quella del proprio figlio“. E’ un pugno nello stomaco il video intorno al quale ruota la campagna lanciata dall’associazione ‘Quelli che con Luca’ per chiedere sostegno alla lotta contro la leucemia infantile.

Ideata dal gruppo di comunicazione Havas, come riporta l’agenzia Adnkronos, la campagna punta a sensibilizzare la popolazione e a portare a conoscenza la ricerca e il lavoro che sta portando avanti da 8 anni la onlus fondata da Andrea Ciccioni, papà di Luca, piccolo paziente morto a soli 9 anni. Luca fa parte di quel 20% di bambini che ogni anno secondo le stime non riescono a vincere la battaglia contro la leucemia, la forma di tumore infantile più diffusa. Non ce la fanno ancora oggi, nonostante i grandi progressi della ricerca. Per Luca e per tutti i bambini colpiti dalla stessa malattia, per tutto quello che ancora c’è da fare e da scoprire per potenziare la lotta a un male crudele, papà Andrea ha dato vita a una onlus (Quelli che con Luca) che finanzia il Laboratorio interdipartimentale di terapia cellulare e genica ‘StefanoVerri’ e il suo staff di ricercatori all’interno dell’ospedale San Gerardo di Monza, polo di eccellenza per la cura delle leucemie infantili.

La campagna sarà on air da venerdì 17 gennaio in Tv, sul web, nei circuiti di videocomunicazione e nei principali circuiti cinematografici: un film, spiegano i promotori, “che racconta la malattia da un punto di vista inaspettato e sorprendente”.

L’anteprima dello spot è stata proiettata oggi, giovedì 16 gennaio, al Notorious Cinema nel Centro Sarca di Sesto San Giovanni, alle porte del capoluogo lombardo. L’idea dell’agenzia è stata affidata a un duo registico giovane, formato da Massimiliano Takacs e Antonino Amoroso ed è stata prodotta da ‘The Family’. Il progetto, che ha visto la collaborazione dell’intero Havas Village, è stato realizzato dal team creativo composto dai Deputy Executive Creative Director Bruno Vohwinkel e Aureliano Fontana, dagli Art Director Oscar Colapinto e Micaela Elisetti e dai Copywriter Eleonora Giugliano e Riccardo Baita.

Bonus medicinali

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Spese mediche: quando si ha diritto alla detrazione del 19%.

Tra le detrazioni che si possono scaricare dalla dichiarazione dei redditi, ci sono anche le spese mediche. La recente legge di Bilancio prevede, infatti, un bonus che consente di ottenere una detrazione del 19% sulle spese sostenute per l’acquisto di farmaci oppure per visite mediche ed esami clinici. Per alcune di queste spese, il contribuente potrà utilizzare ancora il contante, per altre, invece, ha l’obbligo di pagare con la carta di credito o con il Bancomat.

In questo articolo cercheremo di far chiarezza sul bonus medicinali per capire quando spetta e come fare per ottenerlo.

Bonus medicinali: cos’è?

Sicuramente, saprai che dalla dichiarazione dei redditi puoi detrarre ogni anno una serie di spese, tra cui quelle sostenute per l’acquisto di medicinali o per aver fruito di prestazioni mediche. La detrazione, pari al 19%, si applica solo per le spese che superino i 129,11 euro. Ad esempio, se hai sostenuto – per te stesso oppure per conto del coniuge o di un familiare a carico – una spesa di 250 euro per l’acquisto di medicinali, allora avrai diritto alla detrazione del 19%.

Per effettuare il calcolo, basterà sommare tutte le spese mediche e sanitarie sostenute e sottrarre al totale l’importo di 129,11 euro. Sul risultato ottenuto, dovrai poi applicare il 19% di detrazione. Se le spese non superano la franchigia di 129,11 euro, non si avrà diritto ad alcuna detrazione.

Bonus medicinali: limiti e requisiti

La Legge di Bilancio ha previsto che il bonus medicinali e quindi la detrazione fiscale del 19% spetta in misura piena solo per i titolari di un reddito non superiore a 120.000,00 euro; per i titolari di redditi che vanno da 120 a 240 mila euro, rimane comunque la possibilità di detrazione integrale ma solo in caso di gravi patologie.

La detrazione è ammessa anche per le spese sanitarie sostenute nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico e, in alcuni casi, nell’interesse di familiari non a carico (per patologie esenti dal ticket sanitario). Un familiare è fiscalmente a carico solo se possiede un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro; invece per i figli di età non superiore a 24 anni, il limite è di 4.000 euro.

Attenzione: non avrai diritto alla detrazione se la spesa è intestata a te ma è stata sostenuta per tuo figlio che nel corso dell’anno ha percepito redditi superiori al suddetto limite. In tal caso, il bonus medicinali non spetterà né a chi ha sostenuto la spesa, né a chi ha beneficiato della prestazione.

Per quali spese è previsto il bonus medicinali?

Le spese mediche per le quali si ha diritto alla detrazione del 19% sono:

  • le prestazioni di un medico generico oppure omeopata;
  • l’acquisto di medicinali da banco o con ricetta medica;
  • le visite mediche specialistiche;
  • le analisi e indagini radioscopiche prescritte dal medico;
  • gli interventi chirurgici e i trapianti;
  • l’assistenza infermieristica o riabilitativa (ad esempio fisioterapia);
  • l’acquisto o affitto di dispositivi medici o di attrezzature sanitaria, comprese le protesi;
  • le prestazioni da personale con qualifica professionale di addetto all’assistenza di base o di operatore tecnico assistenziale esclusivamente dedicato all’assistenza diretta della persona;
  • l’assistenza, cura e i farmaci per persona anziana ricoverata in una casa di cura;
  • le cure termali prescritte dal medico (escluse le spese per il viaggio e il soggiorno);
  • le prestazioni effettuate da personale qualificato addetto ad attività di animazione e di terapia occupazionale.

Le suddette spese, quindi, possono essere indicate nella dichiarazione dei redditi solo per l’importo eccedente 129,11 euro.

Bonus medicinali: come pagare spese?

Come ti ho già anticipato in premessa, la legge di Bilancio 2020 ha previsto che alcune spese mediche possono essere pagate in contanti, mentre per altre vi è l’obbligo di pagare con carta di credito o bancomat.

In pratica, potrai pagare in contanti solamente:

  • i farmaci;
  • i dispositivi medici;
  • le visite ed esami in ospedale o in una clinica convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale (Ssn).

Dovrai, invece, pagare con carta di credito, bancomat o bonifico bancario:

  • le visite specialistiche, effettuate in regime privato;
  • le visite effettuate in strutture private.

In questi casi, infatti, per ottenere il bonus medicinali occorre dimostrare di avere effettuato un pagamento elettronico e quindi tracciabile. Detto in altri termini, se acquisti uno sciroppo per la gola potrai pagare in contanti; mentre per la visita odontoiatrica oppure oculistica effettuata in uno studio privato, sarà necessario pagare con carta di credito o bancomat. Solo in questo modo sarà possibile beneficiare della detrazione del 19%.

Per essere ancora più chiari, di seguito sono indicate le spese mediche e sanitarie detraibili e il relativo metodo di pagamento ammesso:

  • farmaci: bancomat e contanti;
  • dispositivi medici (ad esempio, prodotti ortopedici, ausili per disabili ecc..): bancomat e contanti;
  • visite mediche in strutture pubbliche: bancomat e contanti;
  • visite mediche presso strutture private accreditate con SSN: bancomat e contanti;
  • visite mediche presso strutture private o presso medici specialisti non accreditati con il SSN: solo bancomat, carta o bonifici;
  • ricoveri o interventi presso strutture private non accreditate: solo bancomat, carta o bonifici;
  • esami del sangue presso strutture private non accreditate: solo bancomat, carta o bonifici.

Bonus medicine: come dimostrare le spese?

Per usufruire della detrazione è necessario indicare le spese – per l’acquisto dei medicinali o per le visite mediche – nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui sono state sostenute. Le spese mediche possono essere documentate da:

  • scontrino parlante della farmacia, con l’indicazione del prodotto acquistato;
  • fattura rilasciata dall’ospedale o dallo specialista con l’indicazione della prestazione ricevuta;
  • ricevuta di acquisto di un dispositivo medico.

In assenza dei suddetti documenti non potrai beneficiare del bonus medicinali con la detrazione del 19%, anche se il pagamento è stato fatto con carta di credito o bancomat. È necessario, inoltre, che dalla certificazione fiscale (scontrino o fattura) risulti chiaramente anche la persona che sostiene la spesa e il metodo di pagamento utilizzato.

Per le spese sanitarie sostenute per familiari non a carico affetti da patologie esenti occorre produrre anche i seguenti documenti:

  • certificazione medica rilasciata dall’Asl che attesti la patologia di cui è affetto il familiare;
  • certificato medico che attesti il collegamento tra le spese sostenuta e la patologia esente;
  • modello 730-3 dal quale si evinca la parte di spesa che non ha trovato capienza nell’Irpef del soggetto affetto dalla patologia.

Bonus medicinali: modello 730 precompilato

Ai fini della detrazione, le spese mediche vengono inserite automaticamente dall’Agenzia delle Entrare qualora si utilizzi il modello 730 precompilato. In pratica, funziona così: i medici, gli ospedali, gli studi privati ecc. trasmettono – entro il 31 gennaio di ogni anno – i dati di ciascuna spesa medica effettuata dal contribuente all’Agenzia delle Entrate. I dati trasmessi riguardano principalmente:

  • il codice fiscale della persona a cui si riferisce la spesa;
  • il codice fiscale o la partita iva del medico e della struttura che ha erogato la prestazione;
  • la data della ricevuta o della fattura;
  • tipologia di spesa sostenuta, ad esempio ticket, farmaco, visita medica ecc.
  • importo della spesa.

Una volta acquisiti i dati, l’Agenzia delle Entrate determinerà l’importo della spesa da detrarre e la indicherà nel modello 730 precompilato. Per verificare queste spese, dovrai accedere al sito dell’Agenzia delle Entrate e cliccare sulla sezione dedicata alla dichiarazione dei redditi precompilata 2020. Se non vuoi che i tuoi dati vengano utilizzati per l’elaborazione del proprio 730 precompilato, ti basterà:

  • non comunicare il codice fiscale (riportato sulla tessera sanitaria) a chi emette il documento fiscale;
  • accedere al sito Sistema Tessera Sanitaria e opporti alle singole voci di spesa effettuata nell’anno precedente.

Bonus medicinali: modello 730 ordinario

Nel caso in cui non utilizzi il modello 730 precompilato, dovrai indicare le spese mediche che hai sostenuto nel corso dell’anno nel modello 730 ordinario, più precisamente nei quadri che vanno da E1 a E5.

In particolare, occorrerà compilare il modello nel modo seguente:

  • Rigo E1 – Spese sanitarie: nella colonna 2, occorre riportare l’importo totale delle spese sanitarie sostenute nell’interesse proprio e del coniuge o familiare a carico. La detrazione del 19% va calcolata solo sulla parte che supera l’importo di 129,11 euro; nella colonna, bisogna indicare le spese sanitarie relative a patologie esenti dalla spesa sanitaria pubblica, ovvero quelle per cui è prevista l’esenzione dal ticket;
  • Rigo E2 – Spese sanitarie per familiari non a carico affetti da patologie esenti: in questo rigo occorre indicare l’importo della spesa sanitaria sostenuta per il familiare non fiscalmente a carico affetto da patologie esenti la cui detrazione non ha trovato capienza nell’imposta lorda dovuta dall’interessato. Si ricorda che in tal caso, il limite massimo delle spese sanitarie indicate in questo rigo è pari a 6.197,48 euro. Anche in questo caso la detrazione va calcolata solo sulla parte che supera l’importo di 129,11 euro;
  • Rigo E3 – Spese sanitarie per persone affette da disabilità: indicare le spese sostenuto per l’acquisto di mezzi di accompagnamento, deambulazione, locomozione e per quelli che facilitano l’autosufficienza del disabile. In tal caso non si applica la franchigia e la detrazione spetta per l’intero importo;
  • Rigo E4 – Spese veicoli per persone con disabilità: occorre indicare le spese sostenute per l’acquisto di veicoli destinati al soggetto disabile. In tal caso, la detrazione – divisa in 4 quote annuali del medesimo importo – è prevista fino ad un massimo di 18.075,99 euro, a condizione che il veicolo sia utilizzato esclusivamente dalla persona affetta da disabilità;
  • Rigo E5Spese per l’acquisto di cani guida: occorre indicare la spesa sanitaria effettuata per l’acquisto dei cani guida per l’accompagnamento di persone non vedenti. La detrazione spetta una sola volta e va suddivisa in 4 rate annuali del medesimo importo.

Protesi: al via il progetto di ricerca Inail-Usa

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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La ricerca dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro sbarca negli Stati Uniti.

Ha preso ufficialmente il via in questi giorni, infatti, uno studio scientifico in ambito protesico che nell’arco del prossimo triennio coinvolgerà il Centro Protesi di Vigorso di Budrio, il Minneapolis veterans administration health care system, struttura ospedaliera e di ricerca per i militari americani, e la Northwestern University di Chicago, a cui spettano le funzioni di coordinamento.

Obiettivo del progetto, finanziato con circa 2,5 milioni di dollari, di cui quasi 800mila destinati al Centro Inail, attraverso un bando del Dipartimento della Difesa Usa, è il miglioramento di forma, adeguatezza e comfort dell’invasatura personalizzata delle protesi di arto inferiore, per influire positivamente sulla qualità della vita delle persone che le utilizzano.

“Per la nostra attività di ricerca – spiega il presidente dell’Inail, Franco Bettoni – questa iniziativa rappresenta un’importante apertura anche a livello internazionale dei percorsi di collaborazione con
altre realtà di eccellenza avviati negli ultimi anni, che puntano allo sviluppo di dispositivi sempre più evoluti, sia per la prevenzione degli infortuni sul lavoro sia per la riabilitazione e il reinserimento socio-lavorativo degli infortunati”.

Come sottolineato dal direttore generale, Giuseppe Lucibello, “è la prima volta in assoluto che il nostro
Istituto partecipa a un progetto di ricerca finanziato dagli Stati Uniti: si tratta di un importante riconoscimento per l’attività svolta dal Centro di Budrio e ci auguriamo sia anche il punto di partenza di una collaborazione stabile e strutturata, che possa dare risposte concrete ai bisogni di tante persone con disabilità”.

L’invasatura è la parte più importante di una protesi, perché andando a contenere il moncone, cioè la parte residua dell’arto amputato, costituisce l’interfaccia con la persona. Se non è adeguata può causare lesioni e dolore, portando a una minore accettazione della protesi e a una riduzione di autonomia nelle attività quotidiane.

Un’invasatura personalizzata, in grado di adattarsi perfettamente alle caratteristiche del paziente, è quindi un requisito cruciale per il successo del trattamento protesico-riabilitativo. “Benché sia fondamentale – precisa la coordinatrice del progetto, Stefania Fatone, della Northwestern University – non esiste un unico modo per la costruzione dell’invasatura, che spesso dipende dall’abilità e dall’esperienza del tecnico ortopedico“.

Ci sono infatti più opzioni per la scelta dei materiali, per la realizzazione del calco del moncone e per l’allineamento con gli altri elementi che compongono il dispositivo protesico. “Non è quindi raro – aggiunge Fatone – doverne realizzare più versioni prima di giungere a quella che più soddisfa il paziente, con un notevole stress per la persona che la deve indossare e un incremento di tempi e costi di produzione”.

In alternativa alle tecniche manuali tradizionali, una tecnica innovativa, denominata ‘idrostatica’, supporta il tecnico ortopedico nel definire i volumi e la forma dell’invasatura. Nonostante sia già abbastanza diffusa a livello internazionale, in letteratura non esisteancora uno studio comparativo di efficacia fra tecnica manuale e tecnica idrostatica.

“La nostra ricerca – spiega Andrea Giovanni Cutti, responsabile di progetto per l’Inail – intende colmare questa lacuna e verificare se il metodo di sospensione idrostatica permetta davvero di costruire invasature più confortevoli, in modo più semplice, efficiente e affidabile rispetto alla tecnica completamente manuale, rendendo l’esperienza per il paziente meno stressante e con maggiore probabilità di successo“.

A questo scopo, lo studio prevede il coinvolgimento, in ognuno dei centri partner presenti sui due lati dell’Atlantico, di 30 pazienti – 10 con amputazione transfemorale (sopra al ginocchio) e 20 con amputazione transtibiale (sotto al ginocchio) – che collaboreranno attivamente con i ricercatori, testando più invasature e individuando quella per loro più confortevole.

I risultati potranno supportare la scelta della tecnica di costruzione da adottare e porteranno alla stesura di linee guida applicative, fondamentali per i pazienti e per chiunque operi in ambito tecnico-protesico.

Dl Sicurezza: cosa ne pensa Emma Bonino

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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La leader di più Europa ritiene che l’unico miglioramento è abolire dl Salvini.

Secondo Emma Bonino, i decreti sicurezza “per la parte che attiene alle politiche migratorie vanno aboliti, non ‘migliorati’, perché non c’è niente da migliorare in due provvedimenti che sono serviti unicamente alla strategia di consenso dell’ex-titolare del Viminale”. E’ quanto scrive la leader di più Europa in un articolo su Il Riformista.

“I decreti sicurezza sono stati un deliberato sabotaggio alle politiche di integrazione e alle attività di soccorso dei naufraghi raccolti nel Mediterraneo e hanno autorizzato il governo a adottare provvedimenti contrari non solo al buon senso e ai doveri di umanità, ma agli stessi obblighi stabiliti dalle convenzioni sul soccorso in mare e sui rifugiati, ratificate dall’Italia”.

“Temo che la coalizione che sostiene l’esecutivo non prenderà alcuna decisione significativa sui decreti sicurezza, fino a che per Pd e Italia Viva la tenuta del governo verrà considerata una ‘variabile indipendente’ e un ‘valore non negoziabile’ a cui qualunque altro principio e obiettivo deve essere subordinato. In questo quadro – conclude Bonino – la trattativa sui decreti sicurezza è destinata a finire come quella su quota cento, sul reddito di cittadinanza, sul blocco della prescrizione e sul taglio dei parlamentari: nella certificata subalternità alla linea populista del M5S”.

Posso andare al bagno: come si dice all’estero?

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La traduzione e la pronuncia nelle lingue più diffuse al mondo di una frase che può tornarti utile in un momento di fisiologica emergenza.

La situazione è molto semplice: ti trovi all’estero e ti scappa la pipì. Cerchi un bar con una certa fretta, perché alla vescica, come al cuore, non si comanda. Se ti trovi nella Svizzera italiana, non hai problemi a chiedere un bagno. Ma se sei in Germania, in Inghilterra, in Spagna, in Francia, in Russia, in Croazia…saresti capace di farti capire prima che succeda l’inevitabile? Sai «posso andare in bagno» come si dice all’estero?

Certo, a volte basta dare un’occhiata in giro e cercare la porta magica con il simbolo della toilette: il cartello dell’omino e la donnina è universale. Ma capita spesso che il bagno di un locale pubblico si trovi dietro qualche saletta, se non addirittura in un cortile esterno. Così come può succedere che trovi la porta, ma che ci voglia la chiave per entrare. Sarai, dunque, costretto a dire «posso andare in bagno?» per avere la chiave o per farti indicare dal cameriere (anche a gesti, non importa: basta che si sbrighi) dove devi andare.

Non sarebbe una cattiva idea, dunque, imparare questa frase prima di partire per un viaggio. Oltre a saper chiedere il conto al ristorante o le indicazioni per un museo o per la metropolitana, in certi momenti di bisogno (anzi, di bisognino) è utile sapere come si dice all’estero «posso andare in bagno». Facciamo un piccolo giro del mondo e scopriamo il modo di dirlo e di pronunciarlo nelle lingue più diffuse.

Posso andare al bagno in inglese

Forse, questo è il primo modo di imparare a dire «posso andare in bagno». Come dicevano i nostri genitori, con l’inglese vai dappertutto. Anche alla toilette. Quindi, se ti trovi nel Regno Unito, in Irlanda o in qualsiasi altro Paese in cui si parla l’inglese (ma potrebbe andarti bene ovunque, se trovi il cameriere che conosce questa lingua) ed hai bisogno di andare in bagno, dovrai dire: «Can i use the bathroom?». Che, scritto come si pronuncia, sarebbe «Chen ai ius de bathrum», dove «th» deve essere pronunciato soffiando con la lingua tra i denti.

Posso andare in bagno in francese

Se vai in Francia o in Canada o in un Paese africano in cui si parla normalmente il francese, per dire «posso andare in bagno» dovrai dire: «Est-ce que je peux aller aux toilettes?», ovvero: «Es che je pe (con la e chiusa) alè o tualet?». Sembra un po’ Totò che chiede indicazioni in piazza Duomo a Milano, ma è così.

Posso andare in bagno in spagnolo

In Spagna o in Sudamerica, ti basterebbe dire «il bagno?» e sarebbe fatta, perché la pronuncia è la stessa. Ma per chiederlo in modo più corretto ed educato, dovrai dire: «Puedo usar el baño, por favor?». La pronuncia è quella che vedi, tenendo conto che «baño» in spagnolo si pronuncia «bagno». Più semplice di così…

Posso andare in bagno in tedesco

Meno semplice, ma non impossibile, può sembrare dire «posso andare in bagno» in tedesco. La frase giusta è: «Ich kann auf die toilette gehen», ovvero «ich (aspirando in dentro la «ch») kan auf di toilette geen». Ce la si può fare.

Posso andare in bagno in olandese

Chi non ha mai pensato di fare un viaggio ad Amsterdam? Lì, con tanta acqua che si vede in giro, è probabile che scappi la pipì più frequentemente. Quindi, sarà utile che impari a dire «posso andare in bagno» in olandese. Basterà dire: «Waar is het toilet?» e pronunciare «War ir hut twalet?». Dovrebbero capirti.

Posso andare in bagno in russo

Probabilmente, se ti trovi a Mosca e ti scappa davvero, cercherai di affidarti al linguaggio dei segni sperando che qualcuno ti capisca. Non disperare: dire «posso andare in bagno» in russo è alla portata di tutti. Si scrive «Я могу пойти в ванную», ma a te interessa la pronuncia, ovvero: «Ya mogu poyti vannuyu?». Con questo fai un figurone.

Posso andare in bagno in croato

La Croazia è una delle mete più gettonate d’estate per gli italiani. È vero che ci si arrangia parecchio con l’italiano o con l’inglese, ma non guasta saper chiedere dove si trova il bagno in croato. Basta dire: «Mogu otići u kupaonicu», ovvero «mogu otici u kupaonizu».

Posso andare in bagno in svedese

Se ti trovi a Stoccolma e senti che non ce la fai più a trattenerla, per dire in svedese «posso andare in bagno» dovrai dire «Jag kan gå på toaletten», ovvero «jog chen go po toaletten».

Posso andare in bagno in greco

Anche la Grecia resta uno dei Paesi più visitati dagli italiani durante la stagione estiva. Per dire in greco «posso andare in bagno», dovrai dire «Μπορώ να πάω στο μπάνιο» che, decifrato, si pronuncia «Boró na páo sto bánio».

Posso andare in bagno in polacco

Se hai programmato un viaggio a Varsavia o a Wadowice per visitare la città natale di Giovanni Paolo II, potrebbe esserti utile sapere come si dice «posso andare in bagno» in polacco. La formula più comune è «mogę iść do łazienki», che si pronuncia «moge isc do uagienki».

Posso andare in bagno in hindi

Nell’India settentrionale e centrale si parla la lingua hindi. Per chiedere se si può andare in bagno, dovrai dire «मैं बाथरूम जा सकता हूं». Semplice, no? Si pronuncia: «Me batrum già sakta hn». Più facile di quanto sembrasse.

Posso andare in bagno in portoghese

In Portogallo, a Capo Verde o in Brasile, per dire «posso andare in bagno?» in portoghese si deve dire «eu posso ir ao banheiro», facile da pronunciare: «Eu posso ir ao bagneiro».

Posso andare in bagno in cinese

Nei ristoranti cinesi in Italia trovi, sicuramente del personale che parla italiano, quindi non hai problemi. Se, però, ti trovi in Cina, per dire «posso andare in bagno» in cinese dovrai dire «我可以去洗手间» che, tradotto al «cristiano» si dice «uo kegi ci scisouzien». Auguri.

Posso andare in bagno in giapponese

Meno complicato chiedere un bagno in Giappone. Si scrive «トイレに行けます» e si pronuncia «toire ni ichemas».

Posso andare in bagno in latino

Per curiosità o per gli amanti delle lingue classiche, ecco infine come si dice «posso andare in bagno» in latino: «Possum ad balneo?», il che non richiede particolari spiegazioni sulla pronuncia.

M5S, un altro abbandono al Senato

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Il senatore Di Marzio lascia il Movimento e aderisce al Gruppo Misto: motiva la scelta con il referendum su taglio parlamentari.

Un altro senatore abbandona il Movimento 5 Stelle: si tratta di Luigi Di Marzio, che oggi, come ci informa l’agenzia stampa Adnkronos, ha annunciato in Aula la sua decisione di aderire al Gruppo Misto.

Quanto ai motivi che lo hanno indotto a compiere questa scelta, Di Marzio spiega che si tratta di aver firmato il referendum sulla leggecostituzionale che riduce il numero dei parlamentari. “Di fronte ad un’epurazione di fatto della quale non posso non prendere atto, ancorchè con il rammarico di separarmi da colleghi integerrimi, per fugare qualsiasi dubbio formalizzo in questa sede la decisione di aderire al Gruppo Misto”.

Posso bloccare un assegno?

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando è possibile revocare l’ordine impartito alla banca per pagare un debito. Che succede in caso di furto o di smarrimento.

Hai ordinato una merce ad un fornitore e gli hai già consegnato l’assegno per l’importo che gli spetta. La merce, però, non è arrivata come promesso. Oppure ti sei accorto di aver perso o che ti è stato rubato il blocchetto. Ti chiedi: posso bloccare un assegno? È possibile annullare l’ordine dato o chiedere alla banca di non pagare il titolo di credito a chiunque si presenti allo sportello?

L’operazione non è così semplice. Non sempre, anzi quasi mai, è possibile bloccare un assegno. A meno che non si diano le circostanze che ti racconteremo tra poco. Bene che vada, se hai compilato l’assegno correttamente, deve trascorrere un determinato tempo senza che il beneficiario lo abbia incassato affinché tu possa annullare il tutto e la banca non lo paghi più.

Più facile – purché si rispetti una certa procedura – bloccare un assegno perché il libretto è stato smarrito o rubato. In questo caso, però, occorrerà presentare regolare denuncia alle forze dell’ordine dando tutti i dettagli dell’episodio. E stando attento a non barare: dire che hai perso il blocchetto per non pagare una commessa, cioè denunciare il falso, può costarti molto caro.

Se ancora ti stai chiedendo «posso bloccare un assegno?» troverai la risposta di seguito.

Bloccare un assegno regolare

Quindi, hai consegnato un assegno ad un fornitore, ma la merce che avevi chiesto non ti è arrivata. Oppure ci hai ripensato in un secondo momento e vuoi bloccare l’assegno perché la merce era deteriorata oppure il prezzo ti è sembrato troppo alto. Si può fare?

In linea di massima, no. Quando hai compilato regolarmente un assegno e l’hai consegnato al beneficiario, la banca non può rifiutarsi di pagarlo alla persona che si presenta allo sportello. Dirai che, tutto sommato, un assegno è un ordine che tu hai dato al tuo istituto di credito chiedendo di versare al creditore la somma indicata e che, quindi, così come hai dato quell’ordine puoi disdirlo. Ma non è così: per revocare un assegno ci vuole una condizione di tempo.

Bisogna precisare che l’articolo 35 della legge sugli assegni stabilisce quanto segue: «L’ordine di non pagare la somma dell’assegno bancario ha effetto dopo spirato il tempo di presentazione. In mancanza di tale ordine, il trattario (la banca) può pagare anche dopo spirato il termine».

In pratica, puoi bloccare un assegno regolarmente compilato se il titolo di credito non è stato incassato entro un determinato termine, ovvero:

  • 7 giorni per gli assegni in piazza, ovvero emesso nello stesso Comune in cui si trova la banca che ha emesso il libretto;
  • 15 giorni per gli assegni fuori piazza, cioè emesso in un Comune diverso da quello in cui si trova la banca che ha emesso il blocchetto;
  • 20 giorni per gli assegni emessi in Europa o in un Paese litoraneo del Mediterraneo;
  • 60 giorni per gli assegni emessi in un altro continente.

Questo significa che se chi ha ricevuto da te l’assegno si presenta entro quel termine allo sportello pretendendo di essere pagato, la banca non può dire di no. Anche perché se l’impiegato si rifiuta di versare quanto richiesto, dovrà risponderne davanti alla persona che detiene l’assegno. Se mancano i soldi sul tuo conto per soddisfare la richiesta del beneficiario, questi può protestare l’assegno.

Bloccare un assegno fuori termine

Che succede, però, se il creditore si presenta in banca oltre i termini sopra indicati per incassare l’assegno? Le probabilità sono due: che tu abbia revocato l’ordine dopo la scadenza o che tu non l’abbia fatto.

Nel primo caso, cioè se trascorsi i 7 o i 15 giorni (a seconda se l’assegno è in piazza o fuori piazza), non si presenta nessuno ad incassare ed hai revocato il titolo, la banca deve rifiutare il pagamento. Se l’istituto lo fa, cioè se disattende la tua revoca e versa al beneficiario la somma indicata sull’assegno, dovrà risponderne nei tuoi confronti e riconoscerti il risarcimento.

Nel secondo caso, cioè se il termine per incassare l’assegno è scaduto senza che il titolo sia stato riscosso ma tu non hai revocato l’ordine, il beneficiario può presentarsi allo sportello per prendersi i soldi e la banca sarà tenuta a darglieli.

Bloccare un assegno: cosa può fare il creditore?

Immagina di essere tu il beneficiario dell’assegno e di non averlo incassato entro i termini fissati dalla legge perché non hai avuto modo di farlo. Forse perché sei dovuto partire per lavoro ed hai lasciato l’assegno in cassaforte convinto di rientrare prima. La persona che l’ha emesso ha fatto la revoca del titolo e la banca dice – giustamente, come abbiamo visto prima – che non te lo può pagare. Insomma, ti sei trovato l’assegno bloccato. Puoi fare qualcosa?

In teoria, sì. Perché quello che hai in mano è un documento scritto che dimostra il credito a tuo favore, anche se tecnicamente non hai potuto riscuoterlo. A questo punto:

  • entro 6 mesi dalla data di emissione dell’assegno puoi notificare l’atto di precetto ed avviare il pignoramento;
  • dopo 6 mesi dalla data di emissione dell’assegno puoi chiedere un decreto ingiuntivo al giudice e poi avviare il pignoramento.

Bloccare un assegno per furto o smarrimento

L’altra eventualità è che tu abbia perso o ti abbiano rubato il blocchetto degli assegni. Per evitare brutte sorprese, cioè che qualcuno possa contraffare gli assegni ed incassarli entro i termini di legge, prima di bloccare un assegno devi presentare una denuncia alle forze dell’ordine (Polizia o Carabinieri) ed inviarla alla tua banca. Va da sé che nella denuncia devi indicare il luogo ed il momento in cui pensi di aver perso il libretto o in cui presumi ti sia stato rubato.

Ma, come dicevamo all’inizio, attenzione a non barare. Non manca il furbetto di turno che, per non pagare un debito, si presenta in caserma o in questura a denunciare il furto del blocchetto degli assegni in modo da tentare di bloccare ogni pagamento. Questo vuol dire, senza giri di parole, denunciare il falso. Comportamento, ovviamente, vietato dalla legge. Se cedi a questa tentazione, rischi una querela per calunnia.

Perché calunnia? Semplice. Nel momento in cui il legittimo possessore del tuo assegno si presenta in banca a riscuoterlo, il funzionario che ha la tua denuncia in mano può pensare che quella persona sia un ricettatore, cioè sia colei che ti ha rubato gli assegni e che stia tentando di incassarne uno. In questo modo, metti il creditore in una brutta situazione: dovrà difendersi in un processo penale per qualcosa che non ha fatto. Nel caso in cui riuscissi a dimostrare la propria innocenza e venisse assolto, potrebbe denunciarti per calunnia. E allora saranno guai soltanto per te.

Cannabis libera negli alimenti: pubblicato il decreto

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il nuovo decreto del ministero della Salute fissa i limiti massimi di Thc in semi, farine, integratori e olio.

Via libera alla cannabis a tavola con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto che fissa i limiti massimi di tetraidrocannabinolo (Thc) negli alimenti, dando finalmente risposte alle centinaia di aziende agricole che hanno investito nella coltivazione di questo tipo di pianta, con i terreni coltivati in Italia che nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte dai 400 ettari del 2013 a quasi 4000 nel 2018.

Lo rende noto la Coldiretti in una nota diffusa dalla nostra agenzia stampa Adnkronos, dove si sottolinea che il decreto del ministero della Salute stabilisce, in particolare, che il limite massimo di Thc per i semi di cannabis sativa, la farina ottenuta da semi e gli integratori contenenti alimenti derivati è di 2 milligrammi per chilo, mentre per l’olio ottenuto da semi è di 5 milligrammi per chilo.

L’attesa pubblicazione in Gazzetta fa chiarezza su un settore che negli ultimi anni, rileva Coldiretti, ha visto “un vero e proprio boom, dai biscotti e dai taralli al pane, dalla farina di all’olio, ma c’è anche chi la usa per produrre ricotta, tofu e una gustosa bevanda vegana, oltre che la birra“.

Dalla cannabis si ricavano inoltre, continua Coldiretti, oli usati per la cosmetica, resine e tessuti naturali ottimi sia per l’abbigliamento, poiché tengono fresco d’estate e caldo d’inverno, sia per l’arredamento, grazie alla grande resistenza di questo tipo di fibra. Se c’è chi ha utilizzato la cannabis per produrre veri e propri eco-mattoni da utilizzare nella bioedilizia per assicurare capacità isolante sia dal caldo che dal freddo, non manca il pellet per il riscaldamento che assicura una combustione pulita.

È un tipo di coltivazione che si estende, ricorda Coldiretti, da Nord a Sud della penisola, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia
Giulia, Sicilia e Sardegna.

Per la Coldiretti ” Serve ora un analogo intervento legislativo per regolamentare una volta per tutte anche il settore che coinvolge la commercializzazione dei derivati della cannabis sativa nel rispetto dei principi costituzionali e convenzionali, dopo la sentenza restrittiva emessa a fine maggio dalle Sezioni Unite della Cassazione sui limiti della legge 242 del 2016″.

Dalla coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) si stima, conclude la Coldiretti, un giro d’affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro con un rilevante impatto occupazionale per effetto del coinvolgimento di centinaia di aziende agricole.

Riforma Irpef, un altro passo avanti

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le prossime mosse del Governo per l’accorpamento di scaglioni di reddito e aliquote Irpef, con aumenti del bonus Renzi e tagli tasse in busta paga.

Inizia a prendere forma nei disegni del Governo la nuova Irpef 2020: ora la tabella di marcia del ministero dell’Economia, guidato da Roberto Gualtieri, si muove su due assi e due date ben precise con il decreto attuativo per la riduzione delle tasse in busta paga a dicembre e l’intervento più ampio sulle aliquote Irpef previsto entro aprile, quando sarà presentata la versione definitiva del disegno di legge di riforma Irpef che in questi giorni i tecnici del Mef stanno mettendo a punto.

Ma il dibattito è prima di tutto politico: un percorso al centro degli incontri con la maggioranza – l’altro ieri il viceministro Laura Castelli (M5S) e il sottosegretario al Mef Maria Cecilia Guerra (Leu), oggi quello con l’esponente di Italia Viva Luigi Marattin – e del tavolo di domani, venerdì, a Palazzo Chigi con le parti sociali.

“Stiamo per chiudere una prima tranche” di interventi, “che non è cosa da poco”, ha annunciato Gualtieri nel corso di un evento del Pd a Castel San Pietro Terme, per come ci resoconta adesso la nostra agenzia stampa Adnkronos. “C’è un segmento importante di cittadini per i quali la pressione fiscale sul lavoro è troppo forte”, ha osservato, spiegando che si vogliono “aiutare i lavoratori e i loro stipendi non con la flat tax ma con il taglio del cuneo”.

La fase uno dovrebbe prevedere, secondo le ultime versioni, il taglio delle tasse in busta paga per i redditi tra i 26mila e i 35mila euro, con un vantaggio di 500 euro l’anno nel 2020 (l’intervento copre sei mesi) e di mille nel 2021, una media di 80 euro mensili, che per effetto del decalage potrebbe avvantaggiare anche la fascia di reddito fino si 37mila euro.

Per gli ex bonus Renzi, il passaggio dagli 80 euro alla detrazione porterà 20 euro aggiuntivi in busta paga. Così scatta l’aumento che porterà l’importo complessivo a 100 euro. Si ragiona ancora all’intervento per aiutare la fascia tra gli 8mila e i 15mila euro, per la quale la detrazione non sarebbe tecnicamente possibile. Infine per gli incapienti c’è il reddito di cittadinanza.

Intanto, continua il pressing del Movimento 5 Stelle per accelerare sulla riforma dell’Irpef. “Quello che per noi è fondamentale è che la riduzione del cuneo fiscale debba andare a braccetto con la riforma dell’Irpef. Oggi l’Irpef non funziona: e invece dovrebbe prevedere una riduzione delle tasse e una semplificazione molto forte”, ha detto il viceministro al Mef, Laura Castelli, a Radio anch’io.

E sui presunti scontri con il ministro ha aggiunto: “Nessuno scontro, io e il ministro Gualtieri lavoriamo fianco a fianco tutti i giorni nello stesso palazzo. Ci siamo confrontati e siamo d’accordo sul fatto che venerdì all’incontro con le parti sociali andremo con una visione unitaria”.

Posso bloccare un pagamento fatto con carta di credito?

Posted on : 16-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esiste una procedura per annullare un’operazione fatta per sbaglio senza perdere i soldi? Come comportarsi in caso di furto, smarrimento o truffa?

Quando uno si accorge di avere utilizzato la carta di credito nel modo sbagliato, la prima cosa che pensa è: posso bloccare un pagamento fatto con carta di credito? Domanda legittima per chi non ha mai avuto questo problema e, quindi, non se lo è mai posto.

Peggio ancora, quando uno va al ristorante con la famiglia, va alla cassa e si rende conto che la carta non c’è più nel portafoglio, da cui mancano anche i soldi e qualche altro documento. Vuoi vedere che quando l’ha lasciato appoggiato sulla scrivania al lavoro per andare in riunione qualcuno ha fatto pulizia? Il malcapitato, mentre cerca di convincere il titolare del ristorante che è stato uno spiacevole incidente e che torna subito con i contanti, penserà: posso bloccare un pagamento fatto con carta di credito, in questo caso dal ladruncolo di turno?

Bloccare una carta in caso di furto o di smarrimento non è difficile. Ma bloccare un singolo pagamento si può? Saperlo può essere utile nel caso in cui, ad esempio, ti renda conto che c’è stato un errore nella cifra digitata e, al momento di firmare, non ci hai badato. Oppure quando, al supermercato, la cassiera ha passato dei prodotti che non erano tuoi ma che ormai sono finiti nel tuo scontrino e te ne sei accorto solo quando sei tornato a casa e hai controllato la spesa. O, ancora, quando hai dei pagamenti in automatico di un abbonamento collegato alla carta (la pay-tv, Spotify, ecc.), hai inviato la disdetta ma vedi che i soldi vengono ancora scalati.

Se anche tu ti stai chiedendo «posso bloccare un pagamento fatto con carta di credito», continua a leggere per trovare di seguito la risposta e scoprire come si fa.

Carta di credito: come bloccare il pagamento per telefono?

Partiamo da una delle domande che abbiamo posto prima: posso bloccare un singolo pagamento fatto con la carta di credito? La risposta è sì. Non in uno, ma in due modi. Ecco come si fa.

Se ti sei accorto che c’è stato un errore in una transazione fatta con la carta, la prima possibilità che hai è quella di chiamare il call center oppure il numero di assistenza alla clientela della banca. L’operatore avvierà la procedura per annullare il pagamento, ovviamente dopo aver verificato che tu sia davvero il titolare della carta di credito. Questo viene fatto attraverso i tuoi dati anagrafici, il numero del conto corrente e della carta e le informazioni necessarie ad identificare il pagamento che deve essere annullato.

L’operatore, su tua richiesta, ti rilascerà il numero della pratica, giusto perché tu abbia una garanzia in più in mano nel caso dovesse servire successivamente per qualche verifica.

È opportuno che tu chieda anche entro quando verrà annullato il pagamento e da quando puoi disporre di nuovo dalla cifra spesa, soprattutto se si tratta di un importo alto.

Carta di credito: come bloccare il pagamento online?

La seconda possibilità è quella di chiedere di bloccare un pagamento fatto con carta di credito collegandoti al servizio di home banking del tuo istituto, cioè alla tua pagina personale del sito Internet della banca. Questo servizio viene offerto ormai pressoché da tutti gli istituti di credito.

Dovrai, quindi, inserire le tue credenziali (login e password) nella pagina in cui viene gestita la tua carta. Apparirà sul monitor un modulo da compilare con le stesse informazioni richieste al telefono, cioè dati anagrafici, numeri del conto e della carta, dati del pagamento da annullare.

Una volta compilato, il modulo va inviato telematicamente alla banca. Poiché non hai avuto alcuna conversazione con un operatore e non hai potuto chiedere entro quando viene annullato il pagamento e da quando puoi disporre del denaro, controlla spesso l’estratto conto per vedere se ci sono delle variazioni.

Carta di credito: come bloccare un pagamento automatico?

Abbiamo detto che ci sono alcuni pagamenti collegati alla carta di credito che con cadenza mensile, trimestrale o semestrale (a seconda delle disposizioni date al momento del contratto) vengono fatti in automatico. Normalmente, si tratta di abbonamenti a dei servizi come Spotify, Skype, una pay-tv, un gruppo editoriale, ecc. In questo caso, si può bloccare il pagamento quando è stata data la disdetta perché il servizio non interessa più ma i soldi continuano ad essere puntualmente scalati?

Devi sapere che quando firmi un contratto con uno di questi fornitori di servizi, la banca ed il circuito che gestisce la tua carta di credito sono dei semplici esecutori dell’ordine di pagamento che tu hai dato. Per capirci meglio: l’accordo l’hai fatto con l’operatore, non con loro. Questo vuol dire che, nel caso in cui tu voglia chiudere la fornitura, non dovrai rivolgerti al tuo istituto di credito o al circuito (Visa, American Express, Mastercard). Dovrai chiedere a Skype, a Spotify o alla pay-tv di interrompere sia il servizio sia i prelievi di denaro.

Se, però, la tua richiesta viene disattesa, allora dovrai disdire la carta di credito. Per questo, sarà necessario che ti vada in banca a firmare i relativi moduli.

Carta di credito: come bloccarla per furto o smarrimento

E fin qui abbiamo visto come bloccare un pagamento fatto con la carta di credito. Ci sono, però, altre due circostanze in cui c’è bisogno di adottare una misura drastica: il furto o lo smarrimento della tua carta. Non sarà più il caso di bloccare dei singoli pagamenti ma sarà necessario bloccare proprio la carta di credito in modo che nessuno possa più utilizzarla.

Lo stesso vale nel caso in cui ti accorga che la carta è stata clonata e che qualcuno sta facendo allegramente delle spese a tuo carico senza la tua autorizzazione.

Quando ti trovi in una di queste situazioni, la prima cosa da fare è chiamare il numero verde messo a disposizione dal circuito che gestisce la carta o quello della banca per chiedere l’immediato blocco. Subito dopo, dovrai recarti presso una caserma dei Carabinieri o un commissariato di Polizia per fare la denuncia di furto, di smarrimento o di truffa, a seconda dell’episodio riscontrato. Questa denuncia va inviata tramite raccomandata a/r alla società emittente.

Da quando hai chiesto il blocco della carta, non sarai più responsabile dei pagamenti effettuati successivamente e nemmeno di quelli fatti immediatamente prima per un importo massimo di 50 euro. Significa che se qualcuno è riuscito nel frattempo ad usare la tua carta per fare delle spese, dovrai essere rimborsato di tali importi. A patto che la banca non riesca a dimostrare che la frode è avvenuta per colpa tua, cioè perché non hai custodito a dovere la carta, come ti spieghiamo nell’articolo Carta di credito clonata: ho diritto al rimborso?.