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Attualità e Società | KYK.it - Part 22
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Palermo: Gdf sequestra frammenti formazione corallina all’aeroporto

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Palermo, 27 feb. (Adnkronos) – I finanzieri della Compagnia della Guardia di Finanza di Punta Raisi Palermo, unitamente ai funzionari dell’Agenzia Dogane e Monopoli in servizio presso la locale Sezione Operativa Territoriale dell’Aeroporto, hanno sequestrato 6 frammenti di formazione corallina illegalmente trasportati da due cittadini italiani appena sbarcati all’aeroporto.

Multa autobus senza biglietto: che succede se non si paga?

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’Atac deve notificare contestualmente e non dopo la cartella di pagamento l’ordinanza-ingiunzione che non è sostituita dalla notifica del verbale di constatazione di mancanza del biglietto.

Sei stato trovato dal controllore senza biglietto mentre eri sull’autobus. Ti sono state richieste le generalità e ti è stata elevata una contravvenzione. Sono ore che guardi quel foglio con rammarico e rabbia: che fare? Saldare il debito o fare finta di nulla? Che succede se non si paga la multa per autobus senza biglietto? Alcuni importanti chiarimenti sul punto sono stati forniti dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. Facciamo il punto della situazione e vediamo quali sono i passaggi che l’azienda municipale per il trasporto pubblico deve compiere per recuperare le sanzioni amministrative elevate nei confronti dei trasgressori.

Dopo la consegna del verbale che succede?

La corte di Cassazione prende atto del fatto che, nel caso delle multe sull’autobus, la semplice consegna del verbale fatta a mani, da parte del controllore, non è sufficiente per l’avvio delle procedure esecutive (come invece succede per le comuni multe stradali). È infatti necessaria la notifica di un successivo atto, la cosiddetta ordinanza-ingiunzione. Senza la consegna di quest’ultima, l’azienda municipale o il Comune stesso non possono agire. 

Secondo la Corte, quindi, il verbale di constatazione dell’infrazione, elevato dal controllore sul mezzo pubblico, non può sostituire l’ordinanza ingiunzione che va sempre notificata presso la residenza del trasgressore.

Che succede, però, se questi fornisce generalità non corrette? Il controllore è un pubblico ufficiale e mentire sul proprio nome, cognome o indirizzo costituisce reato di falso in atto pubblico. Per sfuggire cioè a una semplice sanzione amministrativa si rischia di fare i conti con il penale.

Chi invece si rifiuta di fornire le proprie generalità non commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale per il quale è necessaria una condotta attiva e violenta (come, ad esempio, una reazione fisica o una fuga verso la porta d’uscita del pullman con spintoni verso gli altri utenti).

Il controllore non ha il potere né di perquisire il viaggiatore, né di trattenerlo fino all’arrivo della polizia. Tantomeno è possibile chiudere le porte del mezzo pubblico tenendo in ostaggio il soggetto sprovvisto di biglietto. Potrebbe invece interrompere la corsa e costringerlo a farlo scendere. Se questi non dovesse attenersi all’ordine potrebbe essere denunciato per interruzione di pubblico servizio. Senonché tale possibilità è stata esclusa da alcune sentenze.

Che succede se non ritiro l’ordinanza-ingiunzione?

Come detto, la consegna del verbale con la multa non è sufficiente per avviare le azioni esecutive contro il trasgressore. L’azienda municipale o il Comune devono quindi notificare a casa di questi l’ordinanza-ingiunzione che costituisce il vero e proprio “titolo esecutivo” ossia il documento a fronte del quale, se non rispettato, consente di agire con le successive azioni esecutive.

Non ritirare la raccomandata con l’ingiunzione è assolutamente controproducente perché la stessa si considera ugualmente ritirata non appena viene depositata presso la Casa Comunale o, in caso di spedizione con raccomandata, presso l’ufficio postale. 

Dall’altro lato, però, la mancata notifica dell’ordinanza per un errore di spedizione o una dimenticanza rende nulli tutti i successivi atti dell’amministrazione che, come vedremo a breve, sono costituiti dalla cartella di pagamento e dal pignoramento dei beni.

Cosa succede se non pago l’ordinanza-ingiunzione?

L’ordinanza ingiunzione può essere impugnata entro 30 giorni dinanzi al giudice di pace qualora dovesse essere viziata per qualsiasi ragione. Tuttavia, se non opposta, diventa definitiva e non puoi più contestare i successivi atti.

Il termine di prescrizione è quello di tutte le sanzioni amministrative: 5 anni. Questo significa che, se entro questo termine non ricevi nulla, sei definitivamente libero da ogni debito.

Dopo la notifica dell’ordinanza-ingiunzione il trasgressore riceve la cartella di pagamento che prelude al successivo pignoramento dei beni. 

Se il trasgressore è minorenne, del debito rispondono i suoi genitori (principio valido solo per le sanzioni amministrative come quella appunto della multa sull’autobus senza biglietto).

Puoi fare ricorso contro la cartella di pagamento (entro 30 giorni dalla sua notifica) se non hai mai ricevuto l’ordinanza-ingiunzione. Spetterà all’amministrazione dimostrare il contrario. Se non ricordi con esattezza eventuali notifiche puoi, prima ancora di rivolgerti al giudice, presentare una istanza di accesso agli atti amministrativi per verificare il rispetto di tali formalità.

Palermo: incendio a San Martino delle Scale, in fumo ettari di vegetazione

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Palermo, 27 feb. (Adnkronos) – Un vasto incendio si è sviluppato nella notte a San Martino delle Scale, alle porte di Palermo. Andati in fiamme ettari di vegetazione. Sul posto diverse squadre dei Vigili del fuoco.

Così l’Inps chiederà i soldi ai furbetti

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come verranno recuperate le prestazioni pagate a chi non ne aveva il diritto: dalla compensazione, alla nota di debito, alle trattenute.

L’Inps ha spiegato come intende muoversi per recuperare le prestazioni diverse dalla pensione erogate a chi non ne aveva diritto. È il caso, ad esempio, di chi ha percepito la Naspi o il reddito di cittadinanza pur non essendo in possesso dei requisiti necessari. Sono i cosiddetti «indebiti non pensionistici» relativi, cioè, alle prestazioni a sostegno del reddito.

Il primo passo sarà quello della compensazione impropria, nel caso in cui chi ha percepito il sussidio abbia un credito nei confronti dell’Istituto per arretrati della prestazione non dovuta. L’Inps non farà altro che effettuare un conguaglio tra quello che il percettore pretende e quello che deve, previa comunicazione al diretto interessato.

Altra mossa prevista dall’Inps è quella di inviare a chi ha indebitamente incassato il sussidio una nota di debito che riporta la motivazione della contestazione e la diffida a restituire la somma entro 30 giorni dalla notifica della comunicazione. In caso di condotta indebita, dovranno essere pagati anche gli interessi legali. Il pagamento dovrà avvenire in un’unica soluzione.

Se, trascorso quel periodo, il versamento non è stato fatto, parte il recupero dell’indebito procedendo in quest’ordine a:

  • la trattenuta sulle prestazioni in corso entro i limiti di un quinto della prestazione, da calcolare sul totale dei trattamenti in godimento, al lordo delle ritenute fiscale (una sorta di pignoramento di un quinto, insomma);
  • il pagamento mediante rimessa in denaro, che prevede la rateizzazione, su domanda dell’interessato, per valori superiori a 100 euro.

In caso di rateizzazione, il meccanismo seguirà questi criteri, le rate mensili devono essere superiori a 60 euro, tranne eventualmente quella finale.

La durata del piano non deve superare:

  • i 24 mesi per gli indebiti di condotta, cioè quelli dovuti a comportamenti intenzionali, commissivi oppure omissivi che hanno dato luogo alla prestazione indebita;
  • i 36 mesi per gli indebiti civili, vale a dire quelli generati da altri motivi, come la mancanza di requisiti del titolare della prestazione;
  • i 72 mesi per gli indebiti propri, cioè quelli i cui motivi sono relativi alle modalità di calcolo e di erogazione della prestazione.

Nei primi due casi, la rateizzazione viene riconosciuta solo di fronte a una documentata situazione socioeconomica dell’interessato. Vengono applicati, oltre agli interessi legali decorrenti dalle date di effettuazione dei singoli pagamenti, anche gli interessi legali di dilazione.

Spese legali condomino moroso

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi paga la parcella dell’avvocato incaricato di chiedere un decreto ingiuntivo nei confronti di chi non paga le quote condominiali?

Chi paga le spese legali per il recupero crediti nei confronti del condomino moroso? Non tutti amano fare guerra e c’è chi preferirebbe abbonare un debito pur di non avere nulla a che fare con i tribunali; e c’è, dall’altro lato, chi invece pesa ogni singolo euro ed è disposto a un lungo contenzioso pur di operare una ragionieristica ripartizione delle spese. 

Nell’ambito del condominio, questa seconda tendenza prevale di gran lunga rispetto alla prima. Sicché, quando c’è da anticipare la parcella per l’avvocato affinché invii la lettera di sollecito ai ritardatari e agisca nei loro confronti con un decreto ingiuntivo, ci si chiede chi paga le spese legali per il condomino moroso? Cerchiamo di fare il punto di tutte le possibili soluzioni che possono verificarsi.

Si possono addebitare le spese legali sul condomino moroso?

L’assemblea non ha il potere di addebitare costi e spese su nessun condomino, neanche nei confronti di quelli che sono chiaramente responsabili di un danno nei confronti del condominio. Chi rompe paga, è vero, ma solo a seguito di una condanna del giudice al risarcimento del danno. Così, come non è possibile – tanto per fare un esempio – scaricare il costo delle riparazioni per l’ascensore solo su chi lo ha usato come montacarichi, non è possibile imputare al condomino moroso tutte le spese sostenute per il recupero crediti nei suoi confronti.

Il principio generale sancito dal codice civile in materia di ripartizione delle spese condominiali resta quello dei millesimi (e solo un regolamento approvato all’unanimità potrebbe derogarvi). Sicché l’amministratore deve ripartire i costi per la parcella dello studio legale tra tutti i condomini, virtuosi o morosi che siano, secondo le rispettive quote. 

L’unico modo per sperare di recuperare le spese legali nei confronti del condomino moroso è di ottenere una condanna da parte del tribunale ove vengono addebitate a quest’ultimo le spese dell’avvocato. È il cosiddetto provvedimento di «refusione delle spese legali» che segue il principio di «soccombenza»: in pratica chi perde paga. Ma in assenza di una pronuncia del giudice, l’assemblea non può addebitare nulla a nessuno. 

Oltre a ciò esiste il cosiddetto dissenso alle liti, una facoltà concessa dal codice civile che consente a ciascun condomino di far mettere a verbale di non essere disposto a pagare le spese processuali in caso di soccombenza del condomino. Questo esonero riguarda però solo la condanna alle spese da parte del giudice e non invece la precedente parcella presentata dall’avvocato difensore al condominio medesimo.

Se, però, la causa ha esito favorevole per il condominio, e il condomino dissenziente ne trae vantaggio, questi è tenuto a concorrere, nella misura che gli compete, nelle spese del giudizio che non sia stato possibile ottenere dalla parte soccombente.

Spese legali decreto ingiuntivo condomino moroso

Una volta stabilito che l’anticipo della parcella dell’avvocato e dei costi vivi per il recupero crediti nei confronti dei morosi deve essere posto – e non c’è altra soluzione – a carico di tutti i condomini secondo i rispettivi millesimi, vediamo invece che possibilità c’è di rivalersi, in un secondo momento, sul debitore.

Come noto, con l’emissione del decreto ingiuntivo, il magistrato intima al debitore di pagare non solo il capitale e gli interessi ma anche le spese legali. Bene, tale provvedimento costituisce un “titolo esecutivo” sufficiente per farsi rimborsare i costi sostenuti o ancora da sostenere. Prima dell’emissione del decreto ingiuntivo, invece, il condominio o non può pretendere alcunché: non ha cioè diritto per farlo. 

Tanto per rendere pratico quanto abbiamo appena detto, facciamo un esempio. Se il moroso paga le somme dovute subito dopo aver ricevuto la raccomandata di diffida dell’avvocato, non è tenuto a versare anche le spese legali di quest’ultimo, neanche se gli vengono addebitate nella lettera stessa; né può l’amministratore di condominio imputargliele nel calcolo delle sue quote annuali. 

Viceversa, se viene emesso il decreto ingiuntivo – e c’è quindi il provvedimento del giudice – il condominio ha diritto di chiedere non solo il capitale ma anche le spese legali. In caso contrario, si può agire con un pignoramento.

Ma che succede se il debitore paga dopo la richiesta del decreto ingiuntivo ma prima della sua notifica? Lo vedremo qui a breve.

Se il condomino moroso paga prima dell’emissione del decreto ingiuntivo

Se il moroso paga il dovuto dopo che l’avvocato deposita in tribunale la richiesta di decreto ingiuntivo ma prima della sua emissione, le spese processuali sono a carico del condominio. Difatti, come chiarito dalla Cassazione [1], per stabilire su chi gravano le spese di lite bisogna far riferimento non al momento del deposito del ricorso, ma a quello della sua notificazione al debitore: è questo lo spartiacque per stabilire a chi spetti pagare l’avvocato.

Quindi, una volta ottenuto il decreto ingiuntivo, il condominio che ha già ottenuto il dovuto, non potrà pretendere il rimborso della parcella dell’avvocato. 

Il condominio potrebbe tutelare le proprie ragioni promuovendo un’ulteriore causa di risarcimento del danno per il ritardo, ma una soluzione di questo tipo sarebbe di certo antieconomica. 

Il moroso paga dopo la notifica del decreto ingiuntivo

Una volta ricevuto il decreto ingiuntivo il moroso è tenuto a pagare tutte le somme ingiunte dal giudice, ivi comprese le spese legali. E ciò vale anche se il pagamento avviene nel corso della causa di opposizione al decreto ingiuntivo (che, come noto, va esperita entro 40 giorni dalla notifica del decreto stesso).

Se il moroso paga solo la sorte capitale e non le restanti spese, il condominio può agire nei suoi riguardi con un pignoramento dei beni personali.

Decreto ingiuntivo condomino: tempi

Il codice civile obbliga l’amministratore ad attivarsi contro i morosi entro 6 mesi dalla chiusura dell’esercizio consuntivo. Diversamente ne risponde in prima persona, potendo essere revocato. Egli può – anzi deve – incaricare un avvocato per l’avvio del recupero crediti senza prima interpellare l’assemblea.

La legge non prevede dei termini precisi ai quali il giudice debba attenersi, per il rilascio del decreto ingiuntivo, e pertanto potrebbe passare un notevole lasso di tempo fra il deposito del ricorso per decreto ingiuntivo e l’emissione del provvedimento, come di prassi accade in diversi uffici giudiziari, dove i tempi di attesa superano i quattro mesi.

 

Coronavirus: Sea watch, ‘discriminatoria quarantena per migranti soccorsi’

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Palermo, 27 feb. (Adnkronos) – “Le autorità hanno annunciato un periodo di quarantena: a terra per le persone soccorse, a bordo per l’equipaggio. Nel rispetto delle precauzioni sanitarie adottate, riteniamo discriminatoria l’applicazione esclusiva della misura a navi ONG”. Lo dice Sea watch che questa mattina arriverà al poto di Messina con circa 200 migranti a bordo soccorsi nei giorni scorsi nel Mediterraneo. Ieri sera il governatore Musumeci ha chiesto al premier Conte di fare attraccare la nave altrove.

Coronavirus: come tutelare i risparmi

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Arrivano i primi segnali positivi dall’Oms e dalla Cina: investire nel mercato azionario a medio o lungo termine può essere la scelta vincente.

Non solo l’economia reale, quella più tangibile, ha accusato il colpo del coronavirus. Anche quella che non si vede e che fa capo ai mercati finanziari ha pagato gli effetti di un’epidemia che ha gettato nel panico consumatori ed investitori. In soli quattro giorni da quando sono stati rilevati i primi contagi in Italia, Piazza Affari ha perso quasi dieci punti percentuali, tre o quattro in più rispetto a quelli che si è lasciato per strada Wall Street. In Occidente, dunque, i mercati hanno seguito la scia negativa della Borsa cinese, che in un solo mese, a gennaio, aveva perso il 15%.

Chi si attendeva che le banche centrali intervenissero in qualche modo per tamponare l’emorragia di capitali ora si sta ricredendo e ricalcola le previsioni di crescita globale. Per dirla in parole molto semplici: un calo del Pil cinese comporterebbe un effetto domino e trascinerebbe con sé altri Paesi europei, tra cui inevitabilmente l’Italia.

In questo contesto, come tutelare i risparmi e gli investimenti dagli effetti del coronavirus? In primis, con un cambio di atteggiamento, cioè guardando come la situazione si possa evolvere in positivo, nonostante gli immancabili allarmismi. Un segnale arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanità, secondo cui la raffica di contagi in Paesi come Italia, Corea del Sud e Iran non devono portare a pensare al peggio, anzi: il virus – sostiene l’Oms – può essere contenuto e non provocherà una pandemia.

Altro segnale arriva proprio dalla Cina, che pian piano sta rialzando la testa. La Borsa di Shanghai ha triplicato i guadagni nel solo mese di febbraio, mentre i casi di contagio stanno diminuendo vistosamente.

Infine, ci sono buone possibilità di trovare presto un vaccino contro il coronavirus che riporti un po’ di serenità. È notizia di pochissimi giorni fa l’invio all’Oms da parte di una società americana del primo flacone di mRNA-1273, un siero che potrebbe debellare il virus. Un altro farmaco viene testato in queste ore sempre negli Stati Uniti.

Di fronte a questi segnali, per tutelare i risparmi non c’è che «darsi una calmata» e ragionare con la testa prima ancora che con la pancia. La mossa vincente è quella di scegliere una strategia che punti ad un orizzonte temporale ampio e che, nei mercati più a rischio, investa più volte, in quantità ed in tempi diversi, per non giocare ad una sorta di «Rischiatutto».

Non è sbagliato nemmeno scegliere un portafoglio più prudente: il guadagno sarebbe assicurato e si starebbe alla larga di eventuali volatilità. Così come viene normalmente premiato chi decide di investire nel mercato azionario a medio o lungo termine: prima o poi le emergenze passano, mentre i suoi risparmi continuano a produrre guadagni.

Coronavirus: nuovo appello di Musumeci a Conte, ‘caserma Messina non può accogliere migranti’

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Palermo, 27 feb. (Adnkronos) – Nella caserma Gasparro Bisconte di Messina “sono emerse rilevanti criticità sotto il profilo igienico-sanitario, in merito all’accoglienza di nuovi migranti”. Lo scrive il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, in una lettera inviata al premier Giuseppe Conte, alla luce del paventato sbarco nella città dello Stretto di circa 200 migranti.

Scommesse: novità sulle tasse

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Scommesse

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Via libera della Corte di giustizia Ue all’imposta unica: la normativa italiana non viola il Trattato Europeo.

La Corte di giustizia europea [1] ha dato il via libera al pagamento dell’imposta unica sulle scommesse anche per chi opera in Italia senza concessione. È stato respinto, infatti, il ricorso di un’agenzia di bookmaker di Parma che contestava la tassazione stabilita dalla legge di Stabilità 2011 anche per i centri non autorizzati al regime fiscale: secondo la Corte, tale norma non viola il Trattato Europeo.

L’Agenzia delle dogane aveva accertato il mancato versamento dell’imposta per l’anno 2011 ma dopo lunga controversia, gli atti erano stati rinviati ai giudici in Lussemburgo. La Corte di giustizia ha stabilito che «l’imposta unica si applica a tutti gli operatori che gestiscono scommesse raccolte sul territorio italiano, senza operare alcuna distinzione in funzione del luogo di stabilimento di tali operatori, cosicché l’applicazione di tale imposta alla Stanleybet Malta di Parma non può essere considerata discriminatoria».

Sulla questione della doppia imposizione fiscale, «gli Stati membri non hanno un generale obbligo di adeguare il proprio sistema fiscale per eliminare la doppia imposizione», secondo la Corte. Irricevibile, perché non «applicabile alla controversia», è invece il quesito relativo alla norma secondo cui, a partire dal 2015, come base imponibile per le imposte a carico dei centri esteri il triplo della raccolta media provinciale registrata dalle agenzie concessionarie.

Per l’Agenzia delle Dogane, la norma italiana è dunque compatibile con il diritto dell’Unione, mentre secondo l’avvocato dello Stato Sergio Fiorentino, che ha rappresentato il Governo italiano, il procedimento «tornerà a Parma per la sua conclusione e “farà Stato” nei moltissimi giudizi pendenti in tutta Italia, Cassazione compresa».

L’imposta unica accertata dall’Agenzia delle dogane aveva raggiunto i 120 milioni di euro nel 2020, con l’80 per cento di successi dell’amministrazione.

Sindaci: più stipendio, meno servizi ai cittadini?

Posted on : 27-02-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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L’aumento della retribuzione dei primi cittadini nelle realtà più piccole dovrà essere pagato dai Comuni. Vuol dire togliere risorse ad altre voci di spesa.

Forse è una delle cose che i contribuenti odiano di più: sentir parlare di un loro rappresentante nelle istituzioni (nazionali o locali che siano) che decide di alzarsi lo stipendio, mentre quello dei lavoratori «comuni mortali» resta sempre invariato. E quando un sindaco ha uno scatto nella sua retribuzione, chi paga? Lo Stato o i suoi concittadini in prima persona?

Da adesso in poi, gli aumenti di stipendio dei sindaci dei piccoli comuni arriveranno in massima parte dagli stessi municipi. Lo Stato, infatti, metterà al massimo 3.289,13 euro all’anno a favore di ciascuno dei 1.614 comuni fino a 1.000 abitanti aventi diritto e 2.366,97 euro all’anno a favore dei 1.982 enti fino a 3.000 abitanti. Una cifra – come riporta il quotidiano Italia Oggi – che spalmata su 12 mensilità fa 274 euro al mese nei comuni fino a 1.000 abitanti e 197 euro al mese in quelli fino a 3.000. Il resto dovrà essere a carico del Comune. Una batosta, se si pensa che lo stipendio di un sindaco è stato aumentato fino a 1.659,38 euro dal 1° gennaio 2020 nei comuni fino a 3.000 abitanti.

Proprio oggi, la Conferenza Stato-città discute lo schema di decreto del ministero dell’interno Luciana Lamorgese che distribuisce tra gli enti aventi diritto il fondo di 10 milioni di euro annui istituito presso il Viminale, proprio per finanziare gli aumenti di stipendio dei sindaci dei piccoli comuni.

La misura è stata inserita nel dl 124/2019 per assicurare una sorta di «reddito minimo» ai primi cittadini dei piccoli comuni che oggi percepiscono indennità in alcuni casi inferiore per entità al reddito di cittadinanza.

Ma per garantire gli aumenti, i Comuni dovranno investire non poche risorse, da togliere ad altri capitoli di spesa. Vorrà dire che l’aumento dello stipendio del sindaco si tradurrà in minori servizi per i cittadini?


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