Liquidazione Tfr: spetta in caso di separazione?

Posted on : 14-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando il marito deve versare all’ex moglie la liquidazione: dopo il divorzio anche prima? Che succede in caso di morte?

Che, all’atto della separazione, si debba versare l’assegno di mantenimento all’ex moglie in difficoltà economiche è cosa ormai nota a tutti. Che quest’obbligo prosegua anche dopo il divorzio non ci sono altresì dubbi. Ma che a tutto ciò possa aggiungersi anche quello di dividere il Tfr, a liquidazione avvenuta, potrà sembrare strano e forse ingiusto. Di fatto però la nostra legge prevede che, dopo il divorzio, se il coniuge tenuto a pagare gli alimenti va in pensione e riceve il trattamento di fine rapporto, deve darne una parte all’altro. 

A questo punto, ti interesserà sapere se questa legge si applica non appena la coppia si separa o se vale solo a partire dall’atto di divorzio; in quest’ultimo caso sarebbe più conveniente prendere la liquidazione subito dopo la separazione e così fregare l’ex. Ma è davvero così? In caso di separazione, spetta la liquidazione del Tfr? Cerchiamo di fare il punto della situazione. Una situazione peraltro già prospettata alla giurisprudenza in diversi casi giudiziari. 

In questa guida ti daremo tutte le risposte su questo delicato tema. Il diritto dell’ex coniuge alla quota dell’indennità di fine rapporto sorge anche se l’indennità matura prima della sentenza di divorzio? Spetta al coniuge una qualche indennità di fine rapporto prima del giudizio di divorzio o in pendenza di quest’ultimo? Qual è l’oggetto di tale diritto e la relativa qualificazione o quantificazione?

La liquidazione del Tfr all’ex coniuge dopo il divorzio

La legge sul divorzio [1]  prevede che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio abbia diritto, se non passato a nuove nozze e solo se già titolare di assegno di mantenimento, ad una percentuale del Tfr percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Ciò sulla base della considerazione in relazione alla quale, secondo l’ordinamento ciascun coniuge contribuisce col suo aiuto ai guadagni esterni dell’altro, tra i quali dunque è da ricomprendere il T.F.R. che è considerato una retribuzione differita. 

Non c’è quindi dubbio che la formulazione letterale della norma imponga tale trasferimento solo se la coppia ha già proceduto al divorzio.

La quota dell’indennità di fine rapporto riguarda unicamente quell’indennità che è determinata in proporzione della durata del rapporto di lavoro e dell’entità della retribuzione. La locuzione “indennità di fine rapporto” comprende tutti i trattamenti di fine rapporto – derivanti sia da lavoro subordinato, sia da lavoro parasubordinato – comunque denominati, che siano configurabili come quota differita della retribuzione.

Si è innanzitutto posto il problema della nozione di «durata del matrimonio» sulla quale quantificare l’indennità. Cosa si intende con questo termine? Secondo la giurisprudenza, occorre prendere in considerazione la durata legale del matrimonio e non solo gli anni di convivenza comprendendo così anche i periodi di separazione. In particolare la Corte Costituzionale ha specificato che il contributo dato dall’ex coniuge alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, va valutato con riferimento all’intera durata del matrimonio, in quanto esso non cessa con il venir meno della convivenza e con l’instaurarsi dello stato di separazione, di fatto o legale; ciò allo scopo di ancorare il periodo di riferimento a un dato giuridicamente certo e irreversibile.  

La liquidazione del Tfr all’ex coniuge dopo la separazione

Verifichiamo ora se la quota di Tfr spetti all’ex coniuge qualora detta indennità sia maturata e percepita prima della sentenza di divorzio e, addirittura, in pendenza del giudizio di separazione. Presupposto ai fini del versamento del Tfr è infatti, ai sensi di legge, che i coniugi abbiano ottenuto una sentenza di divorzio. Precisa peraltro la disposizione che il diritto sorge anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza.

Attualmente la giurisprudenza è concorde nel sostenere che il diritto alla quota sorge solo se la coppia ha divorziato. Per cui, se il marito o la moglie che sta versando gli alimenti all’ex ottiene il Tfr quando ancora è solo “separato”, non deve liquidarne il 40% all’altro. 

La divisione del Tfr con l’ex coniuge può però avvenire anche prima della sentenza di divorzio solo se l’indennità spettante all’altro coniuge viene a maturare al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio (o successivamente a essa) e non anche quando essa sia maturata e sia stata percepita in data anteriore, in pendenza del precedente giudizio di separazione.

Quando all’ex coniuge spetta una quota del Tfr

In particolare un importante intervento chiarificatore della Cassazione ha specificato che [2]:

  • se l’indennità viene percepita da un coniuge durante il matrimonio, e la coppia è sposata in regime di comunione dei beni, cade in comunione anche il Tfr e, al momento della separazione, la quota residua spetterà a ciascuno dei coniugi nella misura del 50%;
  • se il Tfr viene percepito durante il matrimonio da un coniuge in regime di separazione dei beni, appartiene a colui che l’ha percepito, e potrà solo rilevare in sede di determinazione dell’assegno a seguito della separazione o del divorzio. In pratica, il giudice verifica l’intera ricchezza del coniuge tenuto a versare l’assegno mensile, tenendo conto anche del Tfr che ha ricevuto dall’azienda;
  • se il Tfr viene percepito in pendenza della separazione giudiziale (ossia durante la causa di separazione) cade altresì in comunione. Infatti il regime patrimoniale legale si scioglie solo quando la sentenza di separazione giudiziale diventa definitiva o con l’omologa della separazione consensuale da parte del tribunale;
  • se infine l’indennità matura dopo la sentenza di separazione non deve essere diviso. Ma il giudice ne tiene conto al fine di quantificare le condizioni economiche del soggetto obbligato. La donna che percepisce il mantenimento non può quindi chiedere il 40% del Tfr ma solo una modifica delle condizioni di separazione per via dell’incremento patrimoniale ricevuto dall’ex coniuge. 

Che succede al Tfr in caso di morte dell’ex coniuge?

Cosa succede nel caso di morte dell’ex coniuge obbligato?

Secondo la Cassazione, in caso di morte del coniuge tenuto a corrispondere all’altro la quota del Tfr percepita all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, tale obbligo, qualora sia rimasto inadempiuto, rientra nell’asse ereditario. Spetta quindi agli eredi del de cuius liquidare il Tfr all’ex coniuge di quest’ultimo. Pertanto nell’eventualità in cui il de cuius sia passato a nuove nozze l’obbligo grava sul coniuge superstite.

Ai fini inoltre della ripartizione della indennità di fine rapporto tra coniuge divorziato e coniuge superstite del defunto, aventi entrambi i requisiti per la relativa attribuzione, la giurisprudenza applica il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, previsto in relazione alla ripartizione della pensione di reversibilità.

Liquidazione Tfr all’ex coniuge: ultime sentenze

Il TFR, in forza di legge (in particolare L. n. 297 del 1982), ha assunto la natura di retribuzione accantonata o differita (tra le altre, Cass. N. 783 del 2006); l’art. 2120, c. 6, c.c. ammette il lavoratore a richiedere in costanza di rapporto, anticipazioni sul TFR già maturato, confermando così la piena disponibilità su parti del trattamento, con l’acquisizione delle somme percepite al suo matrimonio. Pertanto, nell’applicazione dell’art. 12-bis L. 898/1970, non deve tenersi conto delle anticipazioni del TFR percepite dal coniuge durante la convivenza matrimoniale o la separazione personale, per essere quelle anticipazioni entrate nell’esclusiva disponibilità dell’avente diritto (Cass. 19427/2003; Cass. 19046/2005). L’art. 12-bis L. Divorzio, alla luce di quanto osservato, non può che interpretarsi nel senso di garantire al coniuge beneficiario la corresponsione di una quota diTFR, calcolata sulla somma che viene corrisposta al lavoratore, successivamente alla sentenza di divorzio. Ciò vuol dire che la quota spettante all’ex coniuge deve essere quantificata sulla scorta del TFR netto corrisposto all’avente diritto e non sul lordo. In caso contrario, infatti, questi sarebbe tenuto a corrispondere all’ex partner una quota in relazione ad un importo dallo stesso non percepito, siccome gravato dal carico fiscale.

Cassazione Civ., Sezione VI, 29 ottobre 2013, n. 24421

La domanda di revisione dell’assegno di divorzio e quella riconvenzionale di riconoscimento di una quota di t.f.r. sono oggettivamente connesse ai sensi dell’art. 36 cod. proc. civ., perché il diritto all’assegno, di cui si discute nel giudizio di revisione, è il presupposto di entrambe, non rilevando, inoltre, se il diritto alla quota del t.f.r. maturi successivamente alla sentenza di divorzio; pertanto, l’art. 40 cod. proc. civ. ne consente il cumulo nello stesso processo, sebbene si tratti di azioni di per sé soggette a riti diversi.

Cassazione Civ., Sezione 1, 12 marzo 2012, n. 3924

In tema di divorzio, il sorgere del diritto del coniuge divorziato alla quota dell’indennità di fine rapporto non presuppone la mera debenza in astratto di un assegno di divorzio, e neppure la percezione, in concreto, di un assegno di mantenimento in base a convenzioni intercorse fra le parti, ma presuppone che l’indennità di fine rapporto sia percepita dopo una sentenza che abbia liquidato un assegno in base all’articolo 5 della legge n. 898 del 1970, ovvero dopo la proposizione del giudizio di divorzio nel quale sia stato successivamente giudizialmente liquidato l’assegno stesso. L’assegno di divorzio, infatti, può anche essere concordato fra le parti, ma esso assume tale natura, con gli effetti giuridici conseguenti, solo attraverso la pronuncia del giudice, a seguito di una domanda di divorzio congiunto ai sensi della legge n. 898, articolo 4, comma 16, ovvero a seguito della formulazione, nel giudizio didivorzio, di conclusioni conformi.

Cassazione Civ., Sez. I,  1° agosto 2008, n. 21002

In tema di divorzio, il coniuge non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno di divorzio non ha diritto di conseguire una quota dell’anticipo del trattamento di fine rapporto dell’altro coniuge, ai sensi dell’art. 12 bis della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (introdotto dall’art. 16 della legge 6 marzo 1987, n. 74), quando il coniuge obbligato, pur avendo cessato il rapporto di lavoro successivamente alla data di entrata in vigore della citata legge n. 74 del 1987 abbia percepito l’anticipo prima di tale data, atteso che il detto anticipo (previsto dall’art. 2120 cod. civ., nel testo sostituito dall’art. 1 della legge 29 maggio 1982, n. 297), una volta accordato dal datore di lavoro e riscosso dal lavoratore, entra nel suo patrimonio e non può essere revocato, così determinandosi la definitiva acquisizione del relativo diritto, su cui non può incidere l’eventuale mutamento della legislazione in materia.

Cassazione civ., Sez. I, 18 dicembre 2003, n. 19427

Il disposto dell’articolo 12 della legge 898/1970, introdotto dall’articolo 16 della legge 74/1987, nella parte in cui attribuisce al coniuge al quale è stato riconosciuto l’assegno ex articolo 5 della stessa legge e non sia passato a nuove nozze, il diritto a una quota dell’indennità di fine rapporto, anche nel caso in cui tale indennità sia maturata prima della sentenza di divorzio, deve essere interpretato nel senso che il diritto alla quota sorge solo qualora l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda e, quindi, anche prima della sentenza di divorzio, ogni diversa interpretazione implicando profili non manifestamente infondati di incostituzionalità della norma in parola con riferimento all’articolo 3 della Costituzione.

Cassazione civ., Sez. I, 17 dicembre 2003, n. 19309

Il disposto dell’art. 12 bis della legge 898/70 – nella parte in cui attribuisce al coniuge titolare dell’assegno divorzile che non sia passato a nuove nozze il diritto ad una quota dell’indennità di fine rapporto dell’altro coniuge “anche quando tale indennità sia maturata prima della sentenza di divorzio” – va interpretato nel senso che il diritto alla quota sorge soltanto se l’indennità spettante all’altro coniuge venga a maturare al momento della proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio o successivamente ad essa – in tal senso dovendosi intendere l’espressione “anche prima della sentenza di divorzio”, implicando ogni diversa interpretazione indiscutibili profili di incostituzionalità della norma in parola -, e non anche quando essa sia maturata e sia stata percepita in data anteriore, in pendenza (come nella specie) del precedente giudizio di separazione.

Cassazione civ., Sez. I, 7 giugno 1999, n. 5553

In tema di divorzio, il diritto di un coniuge ad una quota del trattamento di fine rapporto lavorativo percepito dall’altro coniuge, ai sensi dell’art. 12 bis della legge 1 dicembre 1970 n. 898, introdotto dall’art. 16 della legge 6 marzo 1987 n. 74, può essere attribuito con lo stesso provvedimento attributivo dell’assegno di divorzio, atteso che, se il diritto alla quota permane “anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza” di divorzio, secondo il tenore letterale dell’art. 12 bis, tale diritto deve conseguentemente riconoscersi pure nel caso in cui l’indennità sia maturata prima di detta sentenza, quando ovviamente al coniuge non è stato ancora attribuito in modo definitivo (con sentenza passata in giudicato) l’assegno divorzile.

Cassazione civ., Sez. I, 27 giugno 1995, n. 7249

La norma dell’art. 12 bis della legge 1 dicembre 1970 n. 898 – che regola il diritto del coniuge titolare di un assegno di divorzio (e non passato a nuove nozze) di conseguire una quota del trattamento di fine rapporto lavorativo percepito dall’altro coniuge – non è applicabile quando il coniuge obbligato all’assegno abbia maturato il diritto alla indennità prima della entrata in vigore della legge stessa, poiché il principio dell’applicabilità della norma sostanziale sopravvenuta ai giudizi pendenti non può comportare il travolgimento del limite del rispetto dei diritti quesiti e dei rapporti esauriti sotto il vigore della legislazione precedente.

Cassazione civ., Sez. I, 29 maggio 1993, n. 6047

Controlli Agenzia delle Entrate sui social

Posted on : 14-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I funzionari possono già ottenere elementi utili agli accertamenti fiscali consultando le pagine dei social, come Facebook e Instagram.

La Francia ha deciso di utilizzare i social per scovare gli evasori: lo ha annunciato su Twitter il 27 dicembre scorso il ministro dei Conti pubblici Gérald Darmanin, dicendo che «prevede di utilizzare i dati dei social per indirizzare meglio i controlli fiscali e doganali». È stata varata una norma nella legge di bilancio francese 2020, che ha già ottenuto l’ok  del Consiglio costituzionale. Così ha dato il via a un programma di controlli che utilizzerà non solo gli occhi dei funzionari, finanzieri e doganieri francesi, ma anche un algoritmo per scandagliare e raccogliere informazioni “pescate” sui profili dei più diffusi social, a partire Facebook, Instagram.

In Italia la norma che prevede queste possibilità esiste già dal 2016,  anche se non è regolamentata dalla legge ma da semplici circolari [1] come quella dell’Agenzia delle Entrate che consente di ottenere notizie utili agli accertamenti non solo dalle banche dati del sistema informativo dell’Anagrafe tributaria ma anche dalle «fonti aperte». Così come la Guardia di Finanza si è dotata anch’essa di una propria circolare [2] grazie alla quale i finanzieri possono acquisire elementi utili da tutte le fonti internet, quindi dai siti e dalle pagine sui social.

Arrivano i robot viventi

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le nuove creature ‘xenobot’ sono macchine biologiche, composte da cellule viventi come un organismo. Avranno una molteplicità di impieghi e applicazioni.

Si chiamano ‘xenobot‘, sono fatti di cellule viventi e sono forme di vita completamente nuove. Gli scienziati che li hanno creati li definiscono i primi robot viventi. L’agenzia stampa Adnkronos Salute ci spiega come si è arrivati a crearli e quali sono gli effetti di questa straordinaria rivoluzione tecnologica.

“Una nuova classe di artefatti: un organismo vivente, programmabile“, spiega Joshua Bongard, l’informatico ed esperto di robotica dell’University of Vermont (Usa) che ha co-guidato la ricerca pubblicata su ‘Pnas’. Il team che li ha ‘generati’ ha preso delle cellule viventi da embrioni di rana e le ha assemblate. Il risultato sono xenobot millimetrici che possono spostarsi verso un bersaglio, forse anche raccogliere un carico utile (come una medicina che deve essere trasportata in un punto specifico all’interno di un paziente) e autoripararsi dopo un taglio.

La promessa che li accompagna è quella di far progredire la capacità dei farmaci di arrivare a destinazione, ma non solo: ci sarebbe spazio per loro persino nella pulizia dei rifiuti tossici. Per far capire di cosa si sta parlando, gli esperti fanno qualche esempio. Un libro è fatto di legno, ma non è un albero, evidenziano. Così gli xenobot sono “nuove macchine viventi“, afferma Bongard. “Non sono né un robot tradizionale né una specie conosciuta di animali”. Sono 100% Dna di rana, ma non sono rane. Le nuove creature sono state progettate su un supercomputer nell’ateneo del Vermont e poi assemblate e testate da biologi della Tufts University.

Possiamo immaginare molte utili applicazioni che altre macchine non possono fare”, afferma il co-leader della ricerca, Michael Levin della Tufts. Altro esempio: “La ricerca di contaminazione radioattiva, la raccolta di microplastiche negli oceani”. O ancora, ipotizza Levin, gli xenobot potrebbero “viaggiare nelle arterie per grattare via eventuali placche”, un po’ come i personaggi dello storico cartone animato ‘Esplorando il corpo umano’.

Questa, puntualizzano gli autori, è la prima volta che si “progettano macchine completamente biologiche da zero”. Per le nuove forme di vita è stato utilizzato un algoritmo evolutivo per creare migliaia di progetti candidati. Gli organismi simulati di maggior successo sono stati selezionati per i test.

Quindi, i biologi hanno dato vita ai progetti in silico, dopo aver raccolto staminali da embrioni di rane africane, della specie Xenopus laevis (da qui il nome xenobot). Le cellule sono state tagliate e unite al microscopio sulla base dei disegni specificati dal computer. Assemblati in forme del corpo mai viste in natura, le cellule hanno iniziato a lavorare insieme. Un vantaggio: “Sono completamente biodegradabili – afferma Bongard – Terminato il loro lavoro dopo 7 giorni, sono solo cellule morte”.

Piccola manutenzione e riparazioni a carico dell’inquilino

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Affitto: quali spese sono a carico del proprietario di casa e quali a carico dell’affittuario. 

Quando si tratta di dare attuazione a un contratto di affitto, sia il proprietario che l’inquilino devono concorrere a rendere l’immobile conforme all’uso convenuto. Il primo si deve occupare così di tutta la manutenzione straordinaria e dei guasti derivanti dalla vetustà degli impianti. L’inquilino si deve invece far carico invece delle piccole riparazioni per i deterioramenti derivanti dall’uso. 

Spesso sorge il problema di trovare l’esatta definizione di piccola manutenzione e riparazioni a carico dell’inquilino. Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Spese a carico dell’inquilino e del locatore

Il codice civile stabilisce che è a carico dell’inquilino la piccola manutenzione. 

Si tratta delle riparazioni per deterioramenti dovuti all’uso quotidiano dell’immobile: 

  1. che rientrano nell’ordinaria amministrazione
  2. e che sono di importo modesto. 

Ad esempio, vi rientra la rottura di elementi esterni dell’impianto idrico per la cui sostituzione non occorre intervenire nelle opere murarie.

La riparazione è dovuta anche se i danni sono causati dai familiari o dagli ospiti dell’inquilino e non da lui personalmente. 

Tutte le altre spese sono a carico del locatore. In particolare, questi deve provvedere alla riparazione dei guasti che interessano l’immobile o parte di esso e delle alterazioni materiali o funzionali dello stesso, sia che implichino piccola manutenzione o straordinaria amministrazione. Ad esempio, vi rientrano i danni agli infissi esterni dell’immobile, quelli relativi agli impianti interni alla struttura del fabbricato, il rifacimento del manto di asfalto del lastrico solare. 

Maggiori approfondimenti in Quali spese sono a carico del locatore?

Qui di seguito ci occuperemo di definire il concetto di piccola manutenzione, quella cioè a carico dell’inquilino.

Il proprietario può chiedere risarcimenti all’inquilino?

Di norma il deposito cauzionale serve per compensare il locatore da eventuali danni causati dall’inquilino. Il contratto potrebbe porre a carico di quest’ultimo la riparazione delle parenti (ad esempio per i fori dei chiodi) o la tinteggiatura.

Il locatore che voglia trattenere la cauzione deve però prima intentare una causa di risarcimento del danno contro l’ex inquilino: solo il giudice infatti può determinare l’ammontare dei danni e non unilateralmente il proprietario di casa.

Il codice civile stabilisce che il conduttore deve restituire al locatore la cosa nello stato medesimo in cui l’ha ricevuta, in conformità della descrizione che ne sia stata fatta dalle parti, salvo il deterioramento o il consumo risultante dall’uso in conformità del contratto. Da tale regola si ricava la possibilità di un deterioramento normale della cosa locata, conseguente all’uso corretto del bene (in conformità del contratto) oppure alla vetustà, che rientra nella liceità giuridica del godimento della cosa e che, dunque, il locatore è tenuto a sopportare in quanto derivante dall’utilizzo conforme al contratto. In pratica, per il normale uso non è possibile chiedere il risarcimento. 

Piccola manutenzione: definizione 

A norma del codice civile, «le riparazioni di piccola manutenzione, che … devono essere eseguite dall’inquilino a sue spese, sono quelle dipendenti da deterioramenti prodotti dall’uso, e non quelle dipendenti da vetustà o da caso fortuito.

La Cassazione ha specificato che «la definizione delle piccole riparazioni, a carico del locatario di fondo urbano … è rimessa all’apprezzamento del giudice, il quale, deve, al riguardo, tener conto, in una valutazione d’insieme, della entità del relativo impegno economico, riferita alla rilevanza economica della locazione, nonché della destinazione dell’immobile e dei corrispondenti obblighi di custodia, gravanti sul conduttore [1].

Sempre la Cassazione ha detto che «…tra le riparazioni a carico dell’inquilino rientrano anche quelle relative alla rottura di elementi “esterni” dell’impianto idrico per la cui sostituzione non occorre intervenire nelle opere murarie. (Nella fattispecie la Cassazione ha ritenuto che dei danni provocati dalla rottura del tubo flessibile del bidet debba rispondere l’inquilino, atteso che la serpentina è un tubo pieghevole non inglobato nell’impianto interno idrico, per la cui sostituzione non occorre intervenire nelle opere murarie e, di conseguenza, è sotto la vigilanza del conduttore-inquilino che sarà responsabile dei relativi danni)» [2].

Non rientrano nella categoria delle riparazioni di piccola manutenzione a carico del conduttore quelle relative agli impianti termici. Se prima della consegna del bene il locatore non ha eseguito i necessari accertamenti su tutti gli impianti interni, è esente da responsabilità solo se prova di aver ignorato tali vizi senza colpa [3].

Mentre per le tubature incassate nei muri, la Suprema Corte ha osservato che il conduttore non può qualificarsi custode e quindi non è tenuto nemmeno alla manutenzione delle parti di impianti interni alla struttura dell’immobile (elettrico, idrico, termico) per l’erogazione dei servizi indispensabili al suo godimento, non avendone il potere diretto di vigilanza e controllo) [4].

M5S: nuovo sistema per le restituzioni

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Varato il nuovo Statuto del Comitato rimborsi: destinazione al Fondo per microcredito anziché all’associazione Rousseau. Versamenti estesi agli europarlamentari.

Il Movimento 5 Stelle si è dotato di un nuovo Statuto per le restituzioni: le eccedenze non andranno più all’associazione Rousseau bensì al Fondo per il microcredito, nel quale d’ora in poi confluiranno anche i versamenti degli europarlamentari, oltre a quelli dei parlamentari italiani.

La svolta nel sistema delle restituzioni era stata chiesta a gran voce da molti parlamentari eletti del Movimento 5 Stelle; alcuni dopo le recenti polemiche avevano chiarito i motivi dei mancati rimborsi accusando i vertici di scarsa trasparenza sulla destinazione delle somme. Anche il notaio del M5S, Valerio Tacchini, intervistato nei giorni scorsi da ‘Il Messaggero’ aveva detto: sulle restituzioni “dobbiamo cambiare, altrimenti i nostri continueranno a spararci addosso. E così non possiamo più andare avanti”.

Così la dirigenza pentastellata ha deciso di intervenire per cambiare la gestione delle restituzioni. La decisione si è concretizzata oggi con il nuovo Statuto del Comitato rimborsi, la ‘cassaforte’ creata nel 2018 dal capo politico Luigi Di Maio per controllare più ‘da vicino’ lo stato delle rendicontazioni. La nostra agenzia stampa Adnkronos ha individuato le principali novità del documento: riguardano in particolare la destinazione delle eccedenze, che in caso di scioglimento del Comitato andranno al Fondo per il microcredito e non più all’Associazione Rousseau, e il fatto che anche gli europarlamentari saranno d’ora in poi tenuti a effettuare i loro versamenti in questo fondo.

Lo scorso 9 gennaio, Luigi Di Maio insieme ai capigruppo M5S di Camera e Senato (Davide Crippa e Gianluca Perilli, subentrati come membri del Comitato agli ex capigruppo Francesco D’Uva e Stefano
Patuanelli, i precedenti intestatari delle firme sul conto insieme a Di Maio) si sono presentati davanti al notaio di Roma Luca Amato per modificare lo statuto dell’organo fondato nell’agosto 2018. Viene
cambiato l’articolo 16, con l’introduzione di questa clausola: “Se allo scioglimento del Comitato dovessero restare fondi a disposizione, questi verranno devoluti al Fondo per il microcredito, mediante
versamento a favore della microimprenditorialità”.

Nella stessa occasione sono stati modificati anche gli articoli 1 primo comma e 4 primo comma, con l’obiettivo di prevedere che “l’oggetto del Comitato sia esteso anche ai parlamentari europei e di
prevederne la facoltà di utilizzo per i portavoce regionali” in alternativa allo strumento scelto a livello regionale. Nella prima versione dello statuto varato due anni fa, invece, il Comitato aveva
come scopo solo la “gestione delle restituzioni degli stipendi e dei rimborsi percepiti dai parlamentari di Camera e Senato del Movimento 5 Stelle”. Inoltre, all’articolo 3, che fissa la durata del Comitato “fino al novantesimo giorno successivo al termine della XVIII legislatura, coincidente con lo scioglimento delle Camere”, viene aggiunto un codicillo che ‘prolunga’ la durata dell’organo “sino all’integrale utilizzo dei fondi impiegati”.

La politica della trasparenza, e del taglio dei legami con Casaleggio, era emersa già sabato scorso, quando sul blog del Movimento era apparso un comunicato che dichiarava:”Facciamo chiarezza. Il MoVimento 5 Stelle è l’unica forza politica che, grazie al taglio volontario degli stipendi dei suoi portavoce, restituisce denaro ai cittadini per finanziare le pmi e progetti utili alla collettività. Ad oggi, infatti, sono stati restituiti complessivamente 106 milioni di euro“, precisando anche che “Non esiste nessun conto segreto e il denaro proveniente dal taglio degli stipendi degli eletti del MoVimento 5 Stelle è gestito dal comitato per le rendicontazioni-rimborsi del MoVimento 5 Stelle, dotato di uno statuto, in totale trasparenza, come si evince dal sito tirendiconto, dove è pubblicato lo statuto e l’estratto conto. Sono gli iscritti, tramite votazione sulla piattaforma Rousseau, che decidono dove destinare ogni singolo euro delle rendicontazioni. E’ tutto pubblico e viene gestito in modo completamente trasparente. Con cadenza mensile, infatti, viene pubblicato l’elenco dei contributi aggiornato sul sito https://www.movimento5stelle.it dove è reperibile anche lo statuto del comitato”.

Bolletta acqua: che succede se non pago?

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Morosità della bolletta idrica: quando avviene al sospensione dell’utenza e come farla riattivare.

Ci sono due anni di tempo per chiedere il pagamento della bolletta dell’acqua: dopo di ché si verifica la prescrizione e nulla è più dovuto. Ma non sempre è possibile confidare nella prescrizione; difatti ogni sollecito di pagamento inviato all’utente con raccomandata interrompere il termine e lo fa decorrere ogni volta da capo. Il più delle volte la prescrizione travolge i conguagli che spesso vengono spediti con molto ritardo. 

Far fronte alle richieste di pagamento del servizio idrico, personale e condominiale, non è sempre facile. Sicché non in pochi si chiedono: che succede se non pago la bolletta dell’acqua?

Le regole sulla morosità della bolletta sono state di recente riscritte dall’Arera, l’Autorità garante per energia, reti e ambiente (luce, acqua, gas) con una recente delibera [1].

Le nuove regole, entrate in vigore il 1° gennaio 2020, sono certe e uguali in tutta Italia e si applicano in caso di mancato pagamento della bolletta della luce da parte degli utenti. 

Il provvedimento definisce tempi e modalità standard per la costituzione in mora, la rateizzazione degli importi, la sospensione della fornitura e la risoluzione del contratto, salvaguardando gli utenti che si trovano in stato di disagio economico sociale. Di tanto parleremo più avanti nel corso del presente articolo.

La delibera infine introduce misure idonee ad assicurare all’utente l’adeguatezza e la trasparenza dell’informazione in merito alle azioni messe in atto dal gestore a tutela del proprio credito ma anche la certezza delle modalità e delle tempistiche per il loro svolgimento. 

Ma procediamo con ordine e vediamo che succede a chi non paga la bolletta dell’acqua.

L’acqua è un diritto?

Anche se il nostro ordinamento non la qualifica come diritto, l’acqua è oggetto di una disposizione contenuta nella risoluzione ONU del 28 luglio 2010 la quale ha dichiarato, per la prima volta nella storia, il diritto all’acqua come «un diritto umano universale e fondamentale». 

Il diritto all’acqua viene allineato al diritto alla vita. La risoluzione recita nel seguente modo:

«È ormai tempo di considerare l’accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari nel novero dei diritti umani, definito come il diritto uguale per tutti, senza discriminazioni, all’accesso ad una sufficiente quantità di acqua potabile per uso personale e domestico – per bere, lavarsi, lavare i vestiti, cucinare e pulire se stessi e la casa – allo scopo di migliorare la qualità della vita e la salute. Gli Stati nazionali dovrebbero dare priorità all’uso personale e domestico dell’acqua al di sopra di ogni altro uso e dovrebbero fare i passi necessari per assicurare che questa quantità sufficiente di acqua sia di buona qualità, accessibile economicamente a tutti e che ciascuno la possa raccogliere ad una distanza ragionevole dalla propria casa».

La risoluzione sottolinea più volte che l’acqua potabile e l’acqua per uso igienico, oltre ad essere un diritto di ogni uomo, più degli altri diritti umani, concerne la dignità della persona, è essenziale al pieno godimento della vita, è fondamentale per tutti gli altri diritti umani.

Purtroppo la risoluzione non è vincolante per gli Stati firmatari né li obbliga ad adottare misure volte a tutelare e garantire un’acqua potabile di qualità, accessibile a prezzi economici.

Il diritto all’acqua in Italia

Il nostro Stato ha solo di recente salvaguardato il diritto all’acqua per i non abbienti. Un diritto più formale che sostanziale visto che si parla di solo 50 litri al giorno. 

Il bonus sociale idrico che consente di avere acqua gratis fino a 50 litri al giorno (equivalenti a 18,25 metri cubi l’anno) è rivolto ai nuclei familiari con un reddito Isee inferiore a 8.107,50 euro. Si arriva ad un Isee di 20.000 euro nel caso delle famiglie con più di tre figli fiscalmente a carico.

Chi rientra nei parametri Isee appena visti, anche se non paga la bolletta, ha diritto a ottenere il suddetto bonus. 

Morosità utenze domestiche: cosa succede?

Vediamo ora, più nel dettaglio, cosa succede se non paghi la bolletta dell’acqua.

La morosità determina l’applicazione di un tasso di interesse di mora per come indicato dal contratto di fornitura. Di norma il tasso di interesse è nella misura legale dopo i 5 giorni dalla scadenza della bolletta; dopo 30 giorni il tasso legale è maggiorato del 5%. 

L’utente che non ha pagato la bolletta deve ricevere una diffida di messa in mora entro 25 giorni solari dopo la scadenza della fattura, ma non prima di aver inviato un sollecito bonario con allegato il bollettino per il pagamento. Dopo ulteriori 30 giorni dal preavviso è prevista la sospensione del servizio idrico. 

Tuttavia, in caso di morosità delle utenze domestiche residenti la società fornitrice potrà sospendere l’erogazione dell’acqua solo se il debito per mancato pagamento di fatture supera il corrispettivo annuo dovuto per la fascia di consumo agevolato o, quando tecnicamente fattibile, solo successivamente alla limitazione del flusso dell’acqua assicurando soltanto il quantitativo minimo vitale (50 litri per abitante al giorno).

La disattivazione della fornitura, con la risoluzione del contratto, potrà essere effettuata dal gestore solo nel caso in cui, a seguito della limitazione/sospensione e nel proseguirsi della mora, venga manomesso il misuratore, o nel caso in cui le stesse utenze non abbiano provveduto a pagare i relativi oneri per il recupero della morosità pregressa.

La riattivazione del servizio dell’acqua avviene una volta eseguito il pagamento, entro i termini previsti dalla carta del servizio. Comunica l’avvenuto pagamento delle spese via fax, mail o recandoti presso uno sportello dell’ente.

Morosità utenza condominio: cosa succede?

Nel caso di utenze condominiali invece il gestore non potrà limitare/sospendere/disattivare la fornitura idrica se, entro la scadenza dei termini previsti nella comunicazione di messa in mora, sia stato pagato almeno metà dell’importo dovuto in un’unica soluzione. Potrà invece procedere con le azioni sulla fornitura se l’utenza condominiale non effettui il saldo entro i successivi sei mesi.

Rateizzazione 

I gestori dovranno garantire, quando previsto, la rateizzazione degli importi oggetto di costituzione in mora su 12 mesi, informando in modo chiaro l’utente dei tempi e delle modalità per ottenerla.

Riattivazione acqua 

La società fornitrice ha l’obbligo di riattivare la fornitura limitata, sospesa o disattivata per morosità entro due giorni feriali dall’attestazione dell’avvenuto saldo da parte dell’utente finale.

2 per mille Irpef: a quali partiti vanno i finanziamenti

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Il Mef ha comunicato le scelte del 2 per mille nelle dichiarazioni dei redditi 2019: raccolta totale e distribuzione tra i partiti finanziati dai contribuenti.

Sono stati comunicati oggi dal ministero dell’Economia e finanze, e diffusi ora dalla nostra agenzia stampa Adnkronos, i dati sul finanziamento dei partiti attraverso il due per mille dell’Irpef, con la scelta effettuata in dichiarazione dei redditi. Ecco a quanto ammonta la raccolta e come la quota è stata ripartita tra i vari partiti.

Innanzitutto, solo poco più di un milione di contribuenti (1.358.085) su un totale di oltre 41 milioni (41.211.336) hanno deciso di destinare il due per mille della propria dichiarazione dei redditi del 2019 che riguarda i redditi 2018 ai partiti politici. Rispetto alla dichiarazione del 2018 (redditi 2017) si tratta di un numero in crescita del 24,6%: erano 1.089.817 contribuenti ad avere fatto questo scelta.

Quanto agli importi, complessivamente ai partiti spettano 18.053.664 euro, donati a 22 partiti, contro 14.148.165 euro dalle dichiarazioni 2018 (redditi 2017), con una crescita del 27,6%.

Nella dichiarazione 2019 che riguarda i redditi 2018 si è espresso a favore di un partito il 3,30% dei contribuenti contro il 2,64% dell’anno precedente. Vince la classifica del 2 per mille Irpef il Partito democratico, con un incasso di 8,4 milioni di euro; segue la Lega per Salvini premier con 3,1 milioni e Fratelli d’Italia con 1,1 milioni. Fuori gara il Movimento 5 stelle, che non aveva presentato la richiesta per accedere ai finanziamenti.

Così si registra che Fratelli d’Italia in un anno ha incrementato del 62,2% l’incasso derivante dal 2 per mille (720 mila euro nell’anno precedente); mentre il Partito democratico è quello che in termini assoluti ha l’aumento maggiore di donazioni (+1,4 milioni di euro e +20,5% rispetto ai 7 mln dell’anno precedente); la Lega per Salvini premier con 3,1 milioni  riporta il +51,5% rispetto ai 2 milioni dell’anno precedente);

Ai primi tre partiti su un totale di 22 presenti nell’elenco vanno, quindi, circa due terzi del totale di 18,1 milioni di euro, frutto delle scelte di 1,4 milioni di contribuenti.

Reddito di cittadinanza: i difetti trovati dall’Ocse

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il rapporto dell’Ocse sugli inconvenienti e i difetti dell’attuale Rdc: dal rischio abusi e finti divorzi al disincentivo a trovare lavoro.

Il Reddito di cittadinanza finisce nel mirino dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raccoglie 34 Paesi e studia i problemi comuni agli Stati aderenti per elaborare strategie. In un rapporto diffuso oggi dall’agenzia stampa Adnkronos, emerge che l’Ocse, pur riconoscendo i progressi fatti dall’Italia nella lotta alla povertà, individua parecchie criticità nella misura voluta dal Movimento 5 Stelle, introdotta in Italia lo scorso anno e confermata anche per il 2020.

L’Ocse individua il rischio di abusi nella percezione, a partire dai falsi divorzi fino al disincentivo a cercare un lavoro; inoltre, sottolinea che il Rdc non aiuta in maniera adeguata le famiglie più numerose, che sono quelle più esposte al rischio povertà. Il Reddito di cittadinanza, infatti, ha, secondo l’Ocse, il difetto congenito che l’importo del sussidio previsto e gli stringenti criteri di ammissibilità, creano ”forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoro o ad accrescere il reddito lavorando più ore”. Da qui le “ricette” suggerite per evitare che la misura assistenziale diventi un incentivo a stare a casa oppure fornisca occasione per perpetrare truffe e frodi eclatanti come alcune scoperte di recente.

Dalle elaborazioni compiute dall’organizzazione internazionale e contenute in un working paper messo a punto a fine novembre scorso, risulta che la misura è più generosa con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi; ciò avviene perché limitare la scala di equivalenza a 2.1 comporta  che i trasferimenti e le soglie di idoneità non aumentano in proporzione per le famiglie più grandi – ad esempio, quelle con 2 adulti e 3 bambini – che invece sono a maggior rischio di povertà rispetto alle piccole famiglie. Questo genera la possibilità di abusi, incoraggiando le famiglie a dividersi per accedere alla misura: è il fenomeno delle false separazioni per avere il reddito di cittadinanza.

Il caso della Grecia insegna: Atene nel 2017 aveva introdotto uno schema simile a quello italiano, e si era verificata, al momento delle richieste di adesione al reddito, una decuplicazione delle famiglie monoparentali rispetto alla popolazione: un chiaro indice del fatto che c’erano abusi, false divisioni dei nuclei familiari per poter ottenere più facilmente il reddito. Per questo, afferma l’Ocse,”L’ esperienza della Grecia suggerisce innanzitutto che le domande delle famiglie monoparentali necessitano di un‘attenta verifica e, in secondo luogo, i parametri dovrebbero essere a vantaggio delle famiglie più numerose.

Il Rdc ha inoltre, secondo il rapporto Ocse, un altro grave difetto: crea “forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoro o ad accrescere il reddito lavorando più ore”.  Pensiamo poi alle distorsioni del meccanismo applicativo, come quando il reddito di cittadinanza viene sospeso per chi lavora.

Infine, l’Ocse afferma che”Quando un singolo l’individuo viene ammesso al Rdc, l’importo del trasferimento viene calcolato in modo da raggiungere l’obiettivo di reddito minimo di 6mila euro l’anno per una sola persona”. Può bastare? Se le separazioni sono fasulle, sembrerebbe di sì; ed in tal caso il reddito scoraggia anche la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge. ”Le attuali norme fiscali e previdenziali generano un livello elevato di aliquote fiscali effettive per il secondo lavoratore nel nucleo familiare che guadagna meno. Questo scoraggia ulteriormente i disoccupati e inattivi a cercare lavoro”. oppure, si potrebbe aggiungere, favorendo il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi.

Come chiedere soldi prestati?

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mutuo: come farsi restituire soldi dati in prestito in assenza di un contratto scritto o con una dichiarazione firmata dal debitore. 

Hai dato in prestito una somma di denaro a un amico il quale, a voce, ti ha promesso che te li avrebbe restituiti non appena possibile. Da allora sono trascorse diverse settimane in cui, pur incontrandoti, fa finta di nulla. Qualche giorno fa, in modo scherzoso, gli hai ricordato del debito ma lui ha glissato. L’altro ieri gli hai inviato un messaggio sul telefono: ti ha risposto dopo più di un giorno, chiedendoti ancora del tempo. In tutto questi subodori la possibilità che non voglia più restituirti nulla. Così ti chiedi come chiedere i soldi prestati? Come fare per farsi restituire un debito? Ecco alcuni chiarimenti che fanno al caso tuo.

Dare dei soldi in prestito è legale?

Dare soldi in prestito è legale. Non è necessario stipulare un contratto scritto ben potendo essere concluso un accordo verbale. Non solo le banche quindi possono fare  finanziamenti ma anche i privati, purché non diventi un’attività professionale (ossia abituale) e non vengano richiesti interessi così elevati da superare la soglia dell’usura.

Per non violare la legge inoltre puoi trasferire il denaro in contanti solo entro i limiti fissati dalla legge sull’antiriciclaggio; tale limite, fino al 2022, è di 1.999,99 euro. Da 2.000 euro in su puoi prestare i soldi a un amico o a chiunque altro ma solo con pagamenti tracciabili (bonifici, assegni, carte).

Soldi in prestito senza contratto scritto: che fare?

Come detto puoi dare un prestito anche verbalmente. In tal caso, il problema sarà difficile dimostrare, in un eventuale contenzioso con il debitore, l’ammontare del tuo credito e la data concordata per la restituzione. In questo caso infatti dovrai proporre una causa ordinaria in cui sarai tu a dover fornire le prove del tuo credito. Come? Ad esempio con eventuali scambi di email, di sms o con la testimonianza di terzi che abbiano assistito allo scambio del denaro. 

Più facile è la strada per il recupero del denaro se c’è stata la firma di un contratto scritto o se hai una prova del versamento (ad esempio una copia dell’assegno o del bonifico). In questo caso puoi rivolgerti a un avvocato affinché chieda in tribunale un decreto ingiuntivo. Si tratta di un provvedimento che viene emesso dal giudice sulla base della sola documentazione scritta. Il provvedimento contiene un ordine di pagamento rivolto al debitore che gli deve essere notificato entro 60 giorni (oltre i quali il decreto ingiuntivo diventa inefficace). Il debitore potrà poi decidere di pagare o di fare opposizione così instaurando una causa ordinaria per l’effettivo accertamento del proprio obbligo di pagamento. In assenza di pagamento o di opposizione, il decreto ingiuntivo diventa definitivo e legittima l’avvio del pignoramento dei beni del debitore.

Entro quanto tempo restituire i soldi in prestito?

Se il contratto non prevede un termine per la restituzione del denaro o se questo non risulta dagli accordi verbali, è il giudice che lo stabilisce (su richiesta del creditore). A norma del codice civile, infatti, il magistrato decide secondo le circostanze concrete (quindi tenendo conto dell’importo prestato e delle condizioni economiche del debitore). 

Come chiedere i soldi prestati?

Prima di agire in tribunale, il creditore farà bene a diffidare il debitore chiedendogli la restituzione del denaro prestato. 

Se il contratto ha fissato un termine di scadenza del prestito, la diffida scritta non è tuttavia necessaria ma solo opportuna. Invece se gli accordi erano generici e il debitore si è impegnato a restituire l’importo non appena le condizioni glielo avessero concesso, la messa in mora è un passo necessario. 

Il mezzo tradizionale per diffidare il debitore è la raccomandata a.r. ma puoi usare anche una Pec (solo se ne sia munito anche il destinatario), dandogli un termine massimo per adempiere. In base al codice civile il termine deve essere di 15 giorni ma la giurisprudenza ha anche ammesso termini più brevi quando la prestazione è di minor valore. 

Trovi il modello col facsimile di richiesta di restituzione dei soldi prestati nel box al termine dell’articolo.

Le richieste fatte a voce non hanno alcun valore legale. Quelle invece inoltrate con sms devono essere trascritte da un perito ed il gioco potrebbe non valere la candela.

Invece, per quanto riguarda il sollecito di pagamento inviato con email semplice, la giurisprudenza le riconosce valore nella misura in cui non venga contestata dalla controparte, cosa impossibile quando all’email di sollecito viene data una risposta. Sicché se il debitore ti ha mandato a sua volta un’email di replica, chiedendoti magari più tempo per pagare, potrai 

Come farsi pagare più facilmente il debito?

Se non hai un contratto scritto o un documento che attesta il prestito e stai cercando di tendere un tranello al debitore per precostituirti la prova in un eventuale giudizio contro di lui, puoi chiedergli di firmare un riconoscimento del tuo credito. Si tratta di una dichiarazione scritta in cui questi ammette il proprio debito, ne indica l’importo e si impegna ad onorarlo entro la scadenza indicata nella dichiarazione stessa. A volte è facile che lo stesso debitore ammetta inconsciamente l’altrui diritto di credito: ciò avviene quando viene inviata una raccomandata o un’email chiedendo una riduzione dell’importo da restituire o una ulteriore dilazione. Tale richiesta presuppone appunto l’esistenza del debito. 

Taglio parlamentari: c’è una Regione contraria, ecco perché

Posted on : 13-01-2020 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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La riforma costituzionale espone a rischio di rappresentatività la Regione Basilicata: con il taglio avrà solo 3 senatori invece degli attuali 7. 

C’è una, ed una sola, Regione italiana che si sta battendo contro il taglio dei parlamentari, la riforma costituzionale che riduce il numero dei deputati  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 eletti. Si tratta della Regione Basilicata e le dichiarazioni del suo presidente, Vito Bardi, di centrodestra, rendono chiaro il perché. Ce le riporta a caldo l’agenzia stampa Adnkronos, appena apprese dalla sua conferenza stampa.

“Sono stato l’unico presidente di regione che si è battuto contro il taglio dei parlamentari. Lo faccio in base all’articolo 57 della Costituzione. I padri costituenti inserirono la Basilicata tra quelle che non potevano avere un numero inferiore a sette senatori. Proprio perché venisse tutelata, fu inserito questo comma e questo privilegiava un territorio piccolo. I padri costituenti volevano che fosse così. Ora si vuole modificare questo articolo. Non è giusto, non significa tagliare i senatori, si fa un taglio alla democrazia e questo non è bello”.

La Basilicata è effettivamente una delle Regioni italiane che il taglio dei parlamentari espone ad un maggior rischio di rappresentatività. Con la riforma, le Regioni più piccole saranno penalizzate perché avranno solo tre senatori ciascuna, rispetto agli attuali sette (leggi anche Taglio dei parlamentari: ora cosa succede?).

Quando ai rapporti con i leader, questi sono ”eccellenti”.”Faccio riferimento – ha detto il governatore lucano – a Berlusconi, a Salvini, a Meloni, a Quagliariello. Pure a livello regionale ci sono ottime interlocuzioni, c’è completa armonia. Da parte di tutti si fa di tutto per il bene della nostra terra”.