Reati legati alla dichiarazione dei redditi

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele e omessa dichiarazione: i delitti in materia fiscale.

È punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi passivi fittizi. Il fatto si considera commesso avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti quando tali fatture o documenti sono registrati nelle scritture contabili obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanziaria.

Le ipotesi di reato

Nell’ambito del Titolo II del D. Lgs. 74/2000, recante le disposizioni incriminatici della disciplina penale tributaria, il Capo I raggruppa i delitti in materia di dichiarazione, che avrebbero dovuto rappresentare secondo la legge delega l’asse portante del sistema punitivo.

In particolare, viene prefigurata una terna di figure delittuose, tutte qualificate da dolo specifico di evasione:

  • la dichiarazione fraudolenta, nella duplice figura di cui agli artt. 2 e 3del decreto in oggetto;
  • la dichiarazione infedele;
  • l’omessa dichiarazione.

Dichiarazione fraudolenta per operazioni inesistenti

La fattispecie della dichiarazione fraudolenta in commento si connota come quella ontologicamente più grave. Essa ricorre, infatti, quando la dichiarazione non soltanto non è veritiera, ma risulta altresì insidiosa (come spiega la relazione accompagnatoria), in quanto supportata da un «impianto» contabile, o più genericamente documentale, atto a sviare od ostacolare la successiva attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria, o comunque ad avvalorare artificiosamente l’inveritiera prospettazione di dati in essa racchiusa.

Il reato di dichiarazione fraudolenta, disciplinato nelle sue duplici forme dagli artt. 2 e 3 del D.Lgs. 74/2000, ha subìto una rilevante modifica ex D. Lgs. 158/2015 (con decorrenza 22 ottobre 2015) che, tuttavia, non sembra aver semplificato il rapporto tra le due fattispecie criminose.

In passato, la formula «documentazione falsa», adoperata dal legislatore delegante,è stata intesa come riferita alle sole fatture o documenti per operazioni inesistenti, quali definiti nell’art. 1, lettera a), del decreto in oggetto.

Ciò in coerenza con l’esigenza di restringere il campo applicativo dell’ipotesi criminosa, non soggetta a soglia, ai fatti che presentino il maggiore indice di «decettività» nei confronti dell’Amministrazione finanziaria.

Elementi passivi fittizi

La nuova formulazione dell’art. 3, invece, utilizzando tra gli artifici adoperabili anche l’espressione «avvalendosi di documenti falsi» rende ancor più labile il confine tra le due ipotesi delittuose,come si vedrà meglio in seguito.

Disciplinando l’ipotesi criminosa più grave, l’art. 2 in esame punisce, dunque, con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni, chiunque, a prescindere da ogni sbarramento quantitativo, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti,indichi, in una delle dichiarazioni relative alle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, elementi passivi fittizi: aumenti, cioè, le componenti negative in guisa da diminuire l’imponibile e l’imposta dovuta.

Il D. Lgs. 158/2015 è intervenuto sul comma 2 attraverso la soppressione del riferimento all’annualità delle dichiarazioni.

Il campo di applicazione della norma risulta, dunque, ampliato, rispetto alla formulazione previgente.

Per effetto della suddetto intervento, il delitto in questione può perfezionarsi con qualunque dichiarazione relativa alle imposte sui redditi e all’IVA, fra le quali rientrano, a titolo meramente esemplificativo, le dichiarazione conseguenti alla messa in liquidazione di una società, le dichiarazioni nell’ipotesi di trasformazione, fusione e scissione societaria, le dichiarazione di operazioni intracomunitarie relative agli acquisti, le dichiarazioni mensili di acquisti di beni e servizi compiuti da enti o altre associazioni non soggetti passivi di imposta.

In punto di significato della soppressione della parola «annuali» riferita alle dichiarazioni «correlate» all’utilizzo della documentazione fraudolenta, operata dal d.lgs. 158/2015, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18692del 22 marzo 2016 ha ampliato il novero delle dichiarazioni rilevanti ai fini della configurabilità del reato. A tal fine, ha segnalato di considerare discriminante la natura propriamente «dichiarativa» ovvero meramente «comunicativa», ricadendo in area penale «solo quelle dichiarazioni, anche non annuali,che comportano direttamente la determinazione di un’imposta da versare come, ad esempio, i modelli “INTRA 12”».

Secondo IORIO (1) devono ritenersi escluse dal novero delle dichiarazioni fiscali cui la norma fa riferimento quelle in materia di IRAP, in considerazione della esclusione della rilevanza penale del predetto tributo più volte confermata dalla Corte di Cassazione (per un approfondimento sul tema si rimanda a quanto trattato al successivo paragrafo 2.4.3).

Irretroattività

La dilatazione di tipo oggettivo del campo di applicazione della norma, realizzata dalla riforma, non fa sorgere particolari problemi intertemporali, trattandosi di nuova incriminazione, anche se parziale. Conseguentemente, il riformato art. 2 del d.lgs. 74/2000 è insuscettibile di applicazione retroattiva ex art. 2, comma 1, c.p., cioè non può trovare applicazione alle condotte poste in essere prima del 22 ottobre 2015 (data di entrata in vigore del d.lgs. 158/2015), ovvero quando il fatto dell’indicazione in una qualsiasi delle dichiarazioni, non esclusivamente annuali, di elementi passivi fittizi al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto non costituiva reato.

Soffermandoci sul contenuto e sugli elementi costitutivi della norma di cui all’art. 2 del d.lgs. 74/2000, si può in tal modo riassumere:

  • soggetto attivo del reato è considerato chiunque ponga in essere la condotta incriminata;
  • trattandosi di delitto a natura commissiva, un elemento costitutivo essenziale è dato dalla indicazione di elementi passivi fittizi in una delle dichiarazioni;
  • le dichiarazioni costituenti l’oggetto materiale del reato sono tutte le dichiarazioni che comportano la determinazione di un’imposta da versare;
  • ulteriore elemento costitutivo del reato è, sotto il profilo soggettivo, il dolo specifico, consistente nel fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto;
  • il tempus commissi delicti va identificato con la presentazione della dichiarazione;
  • la frode, come stabilito al comma 2 dell’articolo può considerarsi commessa quando le fatture o i documenti sono registrati nelle scritture contabili obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell’amministrazione finanziaria.

I soggetti attivi

Il legislatore ha voluto considerare chiunque come possibile soggetto attivo nel reato di dichiarazione fraudolenta, risulta evidente che potranno essere chiamati a risponderne soltanto i soggetti tenuti alle dichiarazioni dei redditi e Iva .

A tal proposito, l’operato del legislatore non può non ritenersi generico e indeterminato con riferimento alle scritture contabili obbligatorie poiché manca la specificazione del riferimento all’ordinamento, civilistico, fiscale, previdenziale etc., in base al quale v’è l’obbligo di tenuta.

Più opportunamente, la disciplina previgente, così come modificata dalla l. 154/1991, memore dei dubbi interpretativi sorti nel primo vigore della legge 516/1982, aveva specificato nell’art. 1, c. 6, le scritture contabili rilevanti per il legislatore penal-tributario.

Analoga specificazione sarebbe stata opportuna nella nuova previsione normativa.

Elemento psicologico

Il dolo richiesto dalla fattispecie è quello specifico di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di conseguire indebito rimborso o il riconoscimento di un inesistente credito di imposta.

Il fine di evasione fiscale, inoltre, configura un fine esclusivo, volto principalmente ad ottenere un vantaggio fiscale. La fattispecie incriminata, quindi,non viene ad esistenza allorché il soggetto sia stato mosso da altri scopi,i quali nulla hanno a che vedere con il fine di conseguire risparmi di imposta.

Non rileva, ad esempio, il fine di occultare dazioni illecite (quali illeciti finanziamenti a partiti o tangenti), che invece può rilevare ai fini dell’art.2621, n. 1) c.c.

Il dolo specifico riveste, dunque, da un lato, una funzione costitutiva del delitto de quo, dall’altro svolge una funzione di garanzia nei confronti dell’imputato,dal momento che il giudice non può prescindere dall’accertare in concreto e caso per caso l’esistenza dell’elemento psicologico.

La condotta

Ad evitare l’insorgenza di serie incertezze sul piano ermeneutico, è stato precisato in quali casi il fatto si considera commesso, «avvalendosi» dei documenti anzi detti.

La figura di reato in commento resta integrata non dalla mera condotta di utilizzazione, ma da un comportamento successivo e distinto, quale la presentazione della dichiarazione.

Il sistema penale tributario mira a limitare la repressione penale ai soli fatti direttamente correlati alla lesione degli interessi fiscali, con conseguente rinuncia a perseguire violazioni meramente preparatorie e formali. Il legislatore fiscale, cioè, non ha interesse a perseguire penalmente quei fatti cosiddetti prodromici alla effettiva lesione del bene giuridicamente protetto, volti unicamente a preparare una successiva evasione d’imposta.

La fattispecie di dichiarazione fraudolenta, di cui all’art. 2 del d.lgs. 74/2000,assorbe in sé l’ipotesi di utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, già sanzionata dalla abrogata l. 516/1982, all’art. 4, lettera d), in quanto contenente condotte prodromiche rispetto alla indicazione fraudolenta di elementi passivi.

Trattandosi di delitto a natura commissiva, suo elemento costitutivo essenziale è dato dalla indicazione in una delle dichiarazioni di elementi passivi fittizi,avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

Delitto di natura commissiva

La Corte di Cassazione, con la sentenza 32348/2015,ha ribadito il principio, già pronunciato dalle Sezioni Unite con sentenza 27/2000, secondo cui il delitto di dichiarazione fraudolenta a mezzo dell’utilizzo di fatture relative ad operazioni inesistenti si consuma nel momento della presentazione della dichiarazione fiscale nella quale sono effettivamente inseriti o esposti elementi contabili fittizi, essendo penalmente irrilevanti tutti i comportamenti prodromici tenuti dall’agente, ivi comprese le condotte di acquisizione e registrazione nelle scritture contabili di fatture false, con la conseguenza che soggetto responsabile per il reato in parola è il soggetto che sottoscrive la dichiarazione fraudolenta, anche se lo stesso non ha partecipato alla fase antecedente di acquisizione e registrazione delle fatture relative ad operazioni inesistenti.

La Suprema Corte, nella sentenza 51027 del 2 dicembre 2015 della sezione 3a penale, ha ribadito l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale il reato di cui all’art. 2 del d.lgs. 10 marzo 2000 n. 74 «sussiste sia nell’ipotesi di inesistenza oggettiva dell’operazione (ovvero quando la stessa non sia stata mai posta in essere nella realtà), sia nell’ipotesi di inesistenza relativa (ovvero quando l’operazione vi è stata, ma per quantitativi inferiori a quelli indicati in fattura), sia, infine, nell’ipotesi di sovrafatturazione qualitativa (ovvero quando la fattura attesti la cessione di beni e/o servizi aventi un prezzo maggiore di quelli forniti), in quanto oggetto della repressione penale è ogni tipo di divergenza trala realtà commerciale e la sua espressione documentale»

Ai fini dell’integrazione dell’ipotesi di reato in trattazione, tuttavia, non è sufficiente riscontrare l’esistenza di una fattura per operazione inesistente nella contabilità, ma è necessario verificare che la dichiarazione presentata risenta di quel valore inesistente.

Posto, poi, che in base alla disciplina tributaria in vigore, alla dichiarazione non deve essere allegata alcuna documentazione probatoria, viene chiarito che si avvale dei documenti in questione chi li registra nelle scritture contabili obbligatorie o, comunque, li detiene al fine di prova nei confronti dell’Amministrazione finanziaria (in sede di successivo accertamento).

Quest’ultima previsione è evidentemente riferibile (e in primis) anche ai contribuenti che non siano obbligati alla tenuta delle scritture contabili,i quali sono anche tra i destinatari della previsione punitiva.

Quanto ai documenti rilevanti ai fini del reato, la Suprema Corte con la sentenza 5642/2012 ha chiarito «che in tema di reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, rientrano nella nozione di documenti quelli aventi, ai fini fiscali,valore probatorio analogo alle fatture, tra cui le ricevute fiscali e simili nonché quei documenti da cui risultino spese deducibili dall’imposta,come, per esempio, le ricevute per spese mediche o per interessi sui mutui e le schede carburanti».

Altre fattispecie sanzionate

Quindi, noi riteniamo rientrino nell’ipotesi sanzionata dall’art. 2 anche: la certificazione falsa di assegni periodici corrisposti al coniuge, di assegni alimentari corrisposti ai familiari, di indennità per perdita d’avviamento, di spese mediche per portatori di handicap etc. che costituiscono pur sempre componenti negativi di reddito per la determinazione della base imponibile delle II.DD. in base alle norme del TUIR.

Va da sé, in quest’ultima ipotesi che, ove il contribuente, pur avendo prodotto una dichiarazione fraudolenta, non detenga e/o non esibisca questi documenti al Fisco, il reato non sarà perfezionato.

Così come — a nostro avviso — anche l’inesistenza delle scritture contabili(perché non poste in essere, smarrite etc.), malgrado sia stata prodotta una dichiarazione fraudolenta, non può concretare il reato in commento.

Gli elementi passivi fittizi

L’art. 2 del d.lgs. 74/2000, richiede, affinché possa dirsi integrata la fattispecie di reato, in sintesi:

  1. il dolo specifico esclusivo di evasione propria (cioè del soggetto dichiarante)delle II.DD. o IVA;
  2. che ciò avvenga mediante l’utilizzo di documenti che attestano l’inesistenza delle operazioni;
  3. e la specifica indicazione nelle dichiarazioni fiscali degli elementi passivi fittizi.

Quanto all’elemento, sub 2) questo deve essere non solo provato come specifico artificio ma va correlato alla condotta a forma vincolante espressamente prevista dal legislatore: ossia l’indicazione di elementi passivi fittizi nella dichiarazione fiscale. Orbene, il legislatore per il reato di cui all’art. 2 ha «preteso» che l’indicazione in dichiarazione sia riferita alla condotta a forma vincolata di elementi «fittizi», vale a dire della esposizione fraudolenta di componenti, concorrenti alla base imponibile, «non reali».

Insomma, il legislatore ha inteso ricondurre la fattispecie di cui si discute non al solo utilizzo di fatture per operazioni inesistenti ma all’ulteriore requisito della «effettiva fittizietà dei costi indicati in dichiarazione».

E che gli «elementi passivi fittizi» così intesi costituiscano un «quid totalmente diverso» dalle fatture sia pure «soggettivamente» inesistenti è dimostrato dalla circostanza che il D. Lgs. 158/2015 ha profondamente inciso sulla materia risolvendo definitivamente il dubbio interpretativo legato alla portata dell’aggettivo «fittizi» che accompagnava gli elementi passivi. Invero, il legislatore della riforma ha sostituito la parola «fittizi» ovunque ricorra nell’art. 4 del decreto 74/2000 con la parola «inesistenti».

È stato osservato da Caracioli (2) che ritenere la fittizietà da parte di chi si serve di fatture false (cd. passive) per ridurre il proprio reddito è conseguenza dell’utilizzo di documenti aventi un contenuto (oggettivamente o soggettivamente)mendace e risulta quindi voler significare una condotta del genere la quale, di per sé, può non essere l’unica che conduce al nascondimento di materia imponibile, e quindi, non avrebbe avuto senso definire «inesistente» la dichiarazione dei redditi od Iva.

Al contrario, l’emittente della fattura falsa agisce per agevolare altri contribuenti che si servono della stessa,e quindi ha un senso qualificare come «inesistenti» le «operazioni (di qualunque genere fiscalmente rilevante) che in realtà non sono state tenute o sono state soltanto “gonfiate” nel loro ammontare».

Da fittizi a inesistenti

Insomma, è del tutto chiaro che se il legislatore avesse voluto identificare il significato di «inesistente» in quello di«fittizio» avrebbe utilizzato una sola denominazione.

Quindi, l’elemento passivo fittizio è quello che non si è avverato nella realtà— fenomenica perché mai venuto ad esistenza — e non quello verificatosi come effettivo atto gestionale di sostenimento del costo.

Come ribadito dalla Suprema Corte «L’art. 4, lettera d), della l. 516/1982 qualificava come delitto i fatti di utilizzazione di fatture o altri documenti contabili equipollenti, ideologicamente falsificati “per operazioni contabili inesistenti” finalizzati all’evasione fiscale. L’utilizzazione era integrata da un qualsiasi mezzo di impiego, distinto tuttavia dalla “indicazione”nella dichiarazione dei redditi, dal momento che lo stesso art.4 alla lettera f) formulava una diversa ipotesi di frode fiscale, costituita dall’“indicare” nella dichiarazione dei redditi ricavi, proventi o altri componenti negativi del reddito, mediante l’utilizzazione di documenti ideologicamente falsi. Le due ipotesi normative ora indicate sono state ritenute autonome e distinte.

La nuova formulazione dell’art. 2 del d.lgs.74/2000 prevede un delitto istantaneo, che si perfeziona con la presentazione della dichiarazione annuale dei redditi e dell’imposta sul valore aggiunto. Le condotte di utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti sono distinte rispetto alla fraudolenta indicazione di elementi passivi fittizi».

Pertanto, in base all’attuale art. 2 D. Lgs. 74/2000 l’elemento passivo fittizio «non può identificarsi nella presunta inveritiera identità del soggetto emittente il documento», ma si pone su un ulteriore piano (letterale

e logico-interpretativo) ossia quello della realtà oggettiva sottostante l’operazione cartacea.

Circ. 1/2018

Sul punto, si è espresso il Comando Generale della Guardia di Finanza, che, con la Circolare 1/2018, senza sostanziali mutamenti rispetto al precedente documento n. 154/2000 (3),dopo aver ribadito cosa debba intendersi per elementi attivi o passivi, conclude fornendo un’interpretazione estensiva di «elementi passivi fittizi», facendovi rientrare anche l’inserimento in dichiarazione di deduzioni riguardanti:

  • componenti negativi non veri;
  • non inerenti;
  • non spettanti;
  • insussistenti nella realtà;
  • dichiarati in misura superiore a quella effettivamente sostenuta o a quellaeffettivamente sostenuta o a quella ammissibile in detrazione.

Quindi, la deduzione di elementi negativi di reddito, per acquisti non inerenti o non spettanti comporterebbe falsificazione e/o distorsione della realtà economica dell’impresa anche se si è in presenza di elementi negativi di reddito nella realtà, ma erroneamente dedotti o detratti in dichiarazione dei redditi o della imposta sul valore aggiunto.

Fondo patrimoniale: tutela contro Agenzia Entrate Riscossione?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cartelle esattoriali non pagate: i beni, mobili e immobili, costituiti in fondo patrimoniale sono aggredibili a mezzo esecuzione esattoriale?

Quesito ricorrente da parte di numerosi contribuenti è se, in presenza di un fondo patrimoniale, sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato al fondo stesso oppure se, su tale bene, non sia possibile iscrivere ipoteca per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo. Ebbene, cominciamo col definire cosa è un fondo patrimoniale. Esso consiste nella costituzione di un patrimonio vincolato e destinato, attraverso l’utilizzazione dei frutti dei beni,a far fronte ai bisogni della famiglia. Nel codice civile l’istituto del fondo patrimoniale è regolato dagli art. 167 e seguenti, in particolare, l’art. 170, rubricato L’esecuzione sui beni del fondo, così recita: «L’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia». L’interpretazione letterale della norma sembra, quindi, precludere la possibilità di aggredire il fondo patrimoniale quando i debiti siano stati contratti dai coniugi per scopi estranei ai bisogni della famiglia e quando il creditore sia consapevole di detta estraneità al momento della nascita dell’obbligazione.

Bisogni della famiglia

Occorre allora domandarsi cosa si intenda con l’espressione bisogni della famiglia.

In prima approssimazione, può sicuramente farsi riferimento agli obblighi reciproci di assistenza familiare cui sono tenuti i coniugi ai sensi dell’art. 143 c.c.,nonché agli obblighi di mantenimento, istruzione e educazione della prole cui sono tenuti i genitori ai sensi dell’art. 147 c.c.

A riguardo, la Corte di Cassazione precisa che «L’accertamento, relativo alla riconducibilità dei beni alle esigenze della famiglia, costituisce accertamento di fatto, istituzionalmente rimesso al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizio di motivazione» (Cass. Civ., 18 settembre 2001, n. 11683).

Il tema, tuttavia, è tutt’altro che pacifico, tanto in dottrina, quanto in giurisprudenza.

Venendo, infatti, ad esaminare la sorte dei crediti tributari, la questione ruota intorno al se,detti crediti, debbano o meno essere considerati debiti estranei ai bisogni della famiglia e perciò non ammessi a trovare soddisfazione sul fondo patrimoniale.

Parte della giurisprudenza di merito, (Cass. n. 12998/2006; Cass. n. 15862/2009; Cass.n.13622/2010; Cass. n.7880/2012; tribunale di Ferrara con sentenza del 10/1/2013)ritiene che «nel caso di debiti fiscali manca quella inerenza immediata e diretta fra il credito ed i bisogni della famiglia, con la conseguenza della esclusione della azione esecutiva su tali beni». In particolare, secondo il tribunale di Ferrara è, «… irrilevante qualsiasi indagine di merito all’anteriorità del credito rispetto alla costituzione del fondo, poiché l’art. 170 c.c. non limita il divieto di esecuzione forzata ai soli crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti successivamente alla costituzione del fondo,ma estende la sua efficacia anche ai crediti sorti anteriormente…».

«La riconducibilità del debito ai bisogni della famiglia deve essere valutata non con riferimento alla natura delle obbligazioni, ma alla relazione esistente tra il fatto generatore delle obbligazioni legali o contrattuali ed i bisogni della famiglia.» (Cass.n.5385/2013), con la conseguenza che, ove la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio abbiano inerenza diretta ed immediata con le esigenze familiari, deve ritenersi operante la regola della piena responsabilità del fondo. ( Cass. n. 12998/2006).

Alla luce di questa giurisprudenza, potrebbe perciò affermarsi che: «Quando il credito scaturisca non da contratto, ma (ad esempio) da un fatto illecito, il creditore insoddisfatto può agire in executivis sui beni del debitore, quand’anche siano stati conferiti in fondo patrimoniale, ex art. 170 c.c.» (Trib. Salerno, 28 ottobre 2003).

Inoltre, la Corte di Cassazione specifica che «La costituzione del fondo patrimoniale può essere dichiarata inefficace nei confronti dei creditori a mezzo azione revocatoria ordinaria o fallimentare, in quanto rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni, così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti» (Cass. Civ. 2 settembre 1996, n. 8013).

Il fondo, quindi, può essere oggetto di azione revocatoria (ex art. 2901 e seguenti del c.c.)ma può essere invalidato anche attraverso altri strumenti, quali la simulazione (ex art. 1414 c.c.) con rischio poi di possibile successiva incriminazione, per il suo autore, per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 d.lgs. 74/2000). Tuttavia decorsi cinque anni dalla costituzione, la maggioranza dei giudici tributari ritiene che il fondo patrimoniale si consolidi ed è propensa ad escludere l’aggredibilità per il mancato pagamento delle imposte.

Detto ciò, non sembra una forzatura affermare che la Corte di Cassazione ha nella sostanza cercato di «blindare» i beni e i frutti del fondo patrimoniale, non lasciando ampi margini di dialogo in proposito.

Altra parte della giurisprudenza, seppur minoritaria, si dimostra invece, favorevole all’Amministrazione finanziaria e ritiene sussistente la responsabilità del fondo patrimoniale per debiti tributari, essendo questi considerati compatibili con il perseguimento del soddisfacimento dei bisogni della famiglia.

Concordando con la migliore dottrina in materia, può sostenersi che i debiti iscritti a ruolo «possono considerarsi, almeno per certi tributi e sotto certi aspetti, inerenti ai bisogni familiari». Caso tipico in tal senso potrebbe essere la Tarsu. In tal senso depone chiaramente parte della giurisprudenza di merito secondo cui: «Nel caso di imposte non pagate, il debito fiscale ha un’inerenza diretta ed immediata coi bisogni della famiglia limitatamente alle imposte relative ai redditi prodotti dalle attività conferite al fondo e pertanto solo per queste imposte, qualora le stesse non fossero pagate, l’agente della riscossione può agire esecutivamente sui beni conferiti nel fondo patrimoniale» (Commiss. Trib. Prov. Emilia-Romagna Reggio Emilia Sez. III, 25-09-2013, n. 177).

Anche per il Giudice di legittimità il disposto dell’articolo 170 c.c. non deve necessariamente essere inteso in senso restrittivo, come rivolto cioè alla necessità di soddisfare l’indispensabile per i bisogni della famiglia, i bisogni devono comprendere e, di fatto, comprendono anche quelle «esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi». (Cass.Civ. 1984, n. 134).

L’esclusione delle sole esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi di certo consente l’inclusione, in termini generali, dei crediti tributari tra i debiti sorti per scopi inerenti ai bisogni della famiglia.

In linea di principio può con sicurezza affermarsi che «Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso, anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito» (Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).

Tale interpretazione estensiva, volta ad ampliare il margine di tutela dei creditori, trova conforto nella regola generale della responsabilità patrimoniale, secondo la quale il debitore risponde dell’adempimento delle sue obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.

Posto, quindi, che il fondo patrimoniale, in quanto patrimonio di destinazione e perciò invulnerabile da una categoria di creditori (quelli a fronte dei debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia), rappresenta una grossa deroga al principio generale stabilito dall’art. 2740 c.c., altri rilievi di ordine sistematico si impongono.

Infatti, se dovesse ritenersi che il fondo sia praticamente inattaccabile da obbligazioni derivanti da fatto illecito, ben potrebbe un coniuge costituire un fondo patrimoniale, comprensivo di tutto il suo patrimonio, e compiere atti illeciti, anche dolosi, persino integranti fattispecie di reato, senza incorrere in nessuna responsabilità civile nei confronti dei terzi.

D’altro canto, secondo autorevole dottrina, «quando è violata una norma penale impositrice (ossia quando un soggetto si sottrae all’imposizione), risulta violata, al tempo stesso, anche la norma che punisce l’evasione (con sanzione penale o amministrativa)»,con ciò volendo evidenziare l’innegabile legame sussistente tra le due disposizioni.

Con l’ultimo argomento trattato può dirsi conclusa, in termini di diritto, l’analisi della questione sollevata.

Il bilancio che può trarsi non è di certo del tutto positivo, non essendo possibile, alla luce delle ragioni di diritto esposte, affermare con assoluta certezza che in presenza di fondo patrimoniale sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato alf ondo stesso o all’iscrizione ipotecaria su tale bene, per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo.

Non sarebbe improbabile che un giudice territoriale riconosca come «La limitazione alla pignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. deve intendersi riferita alle obbligazioni nascenti da contratto e non anche a quelle nascenti da fatto illecito (sorte in capo ad uno solo dei coniugi).

La formulazione testuale dell’art. 170 c.c., infatti, nel richiamarsi ad attività poste in essere dai coniugi nell’ambito dell’autonomia contrattuale e nell’indicare l’ulteriore requisito della previa «scientia creditoris» (con riguardo all’estraneità del credito ai bisogni della famiglia), indirizza il limite alla pignorabilità dei beni del fondo patrimoniale alle sole obbligazioni ex contractu» (Trib. S.Remo, 29 ottobre 2003).

All’opposto, secondo la Corte di Cassazione, un contribuente vedrebbe accolte le sue ragioni, stante la convinzione del Giudice di legittimità per cui «In tema di fondo patrimoniale, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo, va ricercato non già nella natura delle obbligazioni (excontractu o ex delicto), bensì nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse ed i bisogni della famiglia» (Cass. Civ., 18 luglio 2003, n. 11230).

Fermo restando chela stessa Corte ha sostenuto che «Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso,anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito»(Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).

La bolletta del gas si può rateizzare?

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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E’ possibile rateizzare la bolletta del gas? In quali casi? E’ un obbligo o una facoltà concedere la rateizzazione? Quante rate si possono richiedere?

A pagare e a morire c’è sempre tempo, recita un noto adagio. Morte a parte, infatti, ricevere e dover pagare una bolletta è sempre uno di quei momenti che vorremmo non arrivasse mai. Ancora di più se l’importo della bolletta è alto e abbiamo difficoltà a pagarlo per intero o comunque entro la data di scadenza. Che fare in questo caso? Pagarlo in ritardo, magari quando si avrà la disponibilità economica per farlo, non conviene. Si rischia, infatti, di diventare morosi e di subire una procedura per morosità che può arrivare fino alla sospensione della fornitura e comporta inevitabili aggravi di spese. Per ottenere la riattivazione della fornitura, infatti, sarà necessario pagare, oltre che l’originario insoluto, anche gli interessi di mora maturati dalla data di scadenza, le spese postali della lettera di messa in mora e i costi degli interventi tecnici di sospensione e riattivazione. Meglio, quindi, richiedere una rateizzazione del pagamento. Ma la bolletta del gas si può rateizzare? In effetti, la normativa di settore [1] consente di pagare in maniera rateizzata i corrispettivi dovuti, ma solo nei casi da essa espressamente previsti e solo a chi ha un contratto cosiddetto regolato dall’Autorità. Che significa? Quali sono i casi? Se l’argomento ti interessa o riguarda direttamente, continua nella lettura.

I contratti regolati dall’Autorità ed i contratti nel mercato libero

Prima di vedere quali sono i casi nei quali la norma consente espressamente il pagamento rateizzato della bolletta del gas, è necessario chiarire la differenza tra i cosiddetti contratti regolati dall’Autorità e i cosiddetti contratti nel mercato libero, in quanto la suddetta previsione normativa vale solo per la prima categoria.

Come certamente saprai, dal 1° gennaio 2003, il mercato del gas è completamente liberalizzato. Ciò significa che, eliminata ogni precedente forma di monopolio, tutti i clienti gas con utenze sia domestiche sia non domestiche, possono decidere liberamente ed in qualunque momento di cambiare il proprio fornitore di gas, aderendo all’offerta che volta per volta ritengono più conveniente ed interessante.

Nel momento in cui si esercita tale facoltà si entra nel cosiddetto mercato libero, proprio perché è il cliente a decidere, volontariamente e liberamente, quale venditore o tipo di contratto scegliere e quando eventualmente cambiarli per aderire ad un’altra offerta. I loro contratti sono, pertanto, denominati contratti nel mercato libero, le cui condizioni, proprio perché definite all’interno di esso, sono fissate unicamente dal venditore.

Pertanto, anche la possibilità di rateizzare le bollette ed i casi in cui si possono rateizzare sono previsti e disciplinati unicamente dal contratto stesso ed alle condizioni in esso previste. Se ricorre uno dei casi previsti, sarà la stessa bolletta rateizzabile ad indicare la possibilità di ottenere la rateizzazione e le modalità per richiederla.

I contratti regolati dall’Autorità sono, invece, quelli le cui condizioni economiche e contrattuali sono appunto regolate dall’Autorità di settore (l’ARERA – Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e dalla relativa normativa. Essi trovano applicazione nei confronti di quei clienti gas che non hanno scelto di passare al mercato libero e che, per questo, sono chiamati anche clienti del servizio di tutela. Solo ad essi, pertanto, la suddetta normativa consente di rateizzare la bolletta quando ricorrono determinate condizioni da essa stessa previste ed in presenza delle quali il venditore ha addirittura l’obbligo sia ad offrire la possibilità di rateizzazione sia ad informare il cliente della possibilità, segnalandone altresì la facoltà all’interno della bolletta relativa al pagamento rateizzabile.

In quali casi la bolletta è rateizzabile?

Vediamo, dunque, quali sono i casi normativamente previsti in cui la bolletta può essere senz’altro rateizzata se il cliente ne fa richiesta. Essi sono riconducibili alle seguenti tre situazioni:

  1. la prima riguarda solo i clienti gas con un’utenza domestica quando, dopo aver ricevuto bollette in acconto [2], ne ricevono una di conguaglio [3] il cui importo è superiore al doppio dell’importo più alto fatturato nelle precedenti bollette in acconto. Esempio: se sono state emesse due bollette in acconto (una di Euro 25 e una di Euro 50), si può richiedere la rateizzazione della successiva bolletta di conguaglio solo se questa ha un importo superiore ad Euro 100. In tale ipotesi, infatti, la possibilità di rateizzare è prevista per evitare che il cliente sia costretto, a causa di una sottostima dei consumi precedenti, a dover poi pagare in un’unica soluzione un conguaglio troppo oneroso. Da ciò, deriva che, nel caso in cui l’importo elevato della bolletta di conguaglio sia invece dovuto esclusivamente all’intervenuta variazione stagionale dei consumi (ossia all’arrivo della stagione invernale che comporta una normale impennata dei consumi dovuti all’accensione del riscaldamento), il venditore non è obbligato a concedere la rateizzazione;
  2. la seconda riguarda tutti i clienti gas, quando, a seguito di un malfunzionamento del contatore [4], i consumi non registrati vengono poi ricostruiti e fatturati dal venditore sulla base dei consumi storici realizzati dal cliente nel periodo corrispondente a quello del malfunzionamento. Anche in questo caso, la possibilità di rateizzare è prevista dalla norma per evitare che il cliente possa trovarsi a dover pagare in un’unica soluzione un conguaglio troppo oneroso determinato da una situazione ad esso non imputabile;
  3. la terza riguarda solo i clienti con un contatore accessibile [5] quando, a causa di una o più mancate letture (chiaramente non attribuibili né imputabili ai clienti stessi), ricevono poi una bolletta di conguaglio emessa su consumi finalmente effettivi. Ancora una volta, quindi, la norma consente di rateizzare l’importo a conguaglio in quanto determinato da una condotta evidentemente omissiva del venditore stesso.

Al verificarsi di una di tali situazioni, la rateizzazione è dovuta, purché in ogni caso:

  1. si tratta di somme superiori a 50 euro;
  2. la richiesta di rateizzazione è fatta con le modalità e le tempistiche indicate nella bolletta;
  3. la richiesta di rateizzazione è fatta entro i 10 giorni successivi al termine di scadenza della bolletta.

A quali condizioni viene rateizzata la bolletta?

Cosa succede una volta ottenuta la rateizzazione? Quali sono le condizioni a cui essa viene concessa? E’ sempre la norma [6] a fissare le regole di svolgimento della rateizzazione, stabilendo che:

  • l’importo rateizzato viene suddiviso in un numero di rate successive, di ammontare costante e pari almeno al numero delle bollette in acconto ricevute e comunque in numero non inferiore a due;
  • le rate, non cumulabili, seguono la stessa periodicità delle bollette (che, a seconda dei consumi dei clienti, possono essere mensili oppure bimestrali oppure quadrimestrali), a meno che il venditore non emetta le rate con documenti diversi dalle bollette e le invii separatamente da esse;
  • la prima rata può avere scadenza a 30 giorni dal ricevimento della richiesta di rateizzazione del cliente oppure a 10 giorni dalla scadenza della stessa bolletta rateizzata [7];
  • l’importo rateizzato è maggiorato del Tasso di riferimento fissato dalla Banca Centrale Europea calcolato dal giorno di scadenza del termine fissato per il pagamento della bolletta.

La norma, tuttavia, consente al venditore di negoziare con il proprio cliente un diverso accordo di rateizzazione. In questo caso, però, la volontà del cliente deve essere manifestata in maniera espressa.

Cosa succede se il cliente cambia fornitore?

Abbiamo detto che, dopo la liberalizzazione del mercato, i clienti gas possono cambiare liberamente ed in ogni momento il proprio fornitore di gas.

Ebbene, nel caso di cambio del fornitore, cosa succede alla eventuale rateizzazione in corso concessa dal fornitore uscente? Va pagata tutta e subito o secondo le scadenze rateali prefissate? In questo caso, la norma prevede che il fornitore uscente può richiedere eccezionalmente al cliente il pagamento dell’importo relativo alle rate non ancora scadute secondo una periodicità mensile, purché abbia informato il cliente di tale facoltà già nella bolletta relativa al pagamento rateizzabile o nella comunicazione con cui ha formalizzato il piano di rateizzazione concordato.

Pignoramento immobiliare di Agenzia Entrate Riscossione

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’espropriazione immobiliare esattoriale dell’Agente della riscossione: come funziona. L’assegnazione dell’immobile allo Stato.

Il decreto del fare (d.l. n. 69/2013) ha modificato integralmente la disciplina del pignoramento immobiliare prevista dagli artt. 76 e seguenti del d.P.R. n. 602/1973. Difatti, l’art.76, come modificato dall’art. 52, primo comma, lett. g), del D.L. 21 giugno 2013, n. 69,convertito con modificazioni della legge 9 agosto 2013, n. 98 dispone che: «Ferma la facoltà di intervento ai sensi dell’articolo 563 del codice di procedura civile, l’agente della riscossione non dà corso all’espropriazione se l’unico immobile di proprietà del debitore, con esclusione delle abitazioni di lusso aventi le caratteristiche individuate dal decreto del ministro per i Lavori Pubblici 2 agosto 1969, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969, e comunque dei fabbricati classificati nelle categorie catastali A/8 e A/9, è adibito ad uso abitativo e lo stesso vi risiede anagraficamente». Il legislatore ha, quindi, previsto lo stop al pignoramento immobiliare, in particolare della prima casa, qualora questa sia l’unico bene immobile del contribuente e costituisca altresì la sua residenza anagrafica. Oggetto di pignoramento continuano ad essere gli immobili anche costituenti prima casa,classificati come immobili di lusso, e sempre che il fabbricato sia inquadrato in specifiche categorie catastali, ossia A/8 (ville) e A/9 (castelli e palazzi di eminente pregio).

Nei casi diversi da quelli di cui sopra, si può procedere all’espropriazione immobiliare se l’importo complessivo del credito per cui procede supera 120.000,00 euro. Per gli immobili diversi da quelli sopra individuati viene così previsto un limite all’espropriazione esattoriale che non potrà avere luogo quando l’importo complessivo del credito risulti inferiore a 120.000,00 euro. Inoltre, si aggiunge che l’espropriazione immobiliare può essere avviata solo decorsi almeno sei mesi dall’iscrizione dell’ipoteca prevista dall’art. 77 del d.P.R.n. 602/1973, senza che il debito sia stato estinto.

Il secondo comma del medesimo articolo è, invece, rimasto immutato: «il concessionario non procede all’espropriazione immobiliare se il valore del bene, determinato a norma dell’art. 79 e diminuito delle passività ipotecarie aventi priorità sul credito per il quale si procede, è inferiore all’importo indicato nel co. 1».

Diversa, però, sembra essere la ratio che sorregge le due norme. Se con la prima condizione il legislatore ha inteso garantire un limite di proporzionalità tra l’importo in riscossione e l’attivazione di una procedura esecutiva immobiliare nei confronti del contribuente,in considerazione anche della ingente crisi economica che ha colpito il sistema economico del Paese, il secondo comma dell’art. 76 del d.P.R. n. 602/703 è dettato per soddisfare un’esigenza diversa. È opinione di chi scrive, infatti, che la funzione di tale norma sia quella di vincolare il valore del bene oggetto di esecuzione all’importo del credito in riscossione in modo tale da garantire che la somma ricavata dalla vendita del bene sia quantomeno pari all’importo del credito per cui si procede. Chiaro in tal senso il richiamo all’art.79 del d.P.R. n. 602/73 che regola la determinazione del prezzo base d’asta.

Potremmo, pertanto, definire il limite di cui al secondo comma dell’articolo citato «una condizione di convenienza della stessa procedura» il cui apprezzamento, per di più, viene lasciato alle valutazioni dello stesso Agente della riscossione, non trattandosi di vera e propria condizione di procedibilità dell’azione esecutiva.

Per procedere all’espropriazione, devono, invece, essere rispettate altre condizione di procedibilità poste dall’art. 77 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602. Il secondo comma di tale norma, infatti, prevede che «Se l’importo complessivo del credito per cui si procede non supera il cinque per cento del valore dell’immobile da sottoporre ad espropriazione determinato a norma dell’art. 79, il concessionario, prima di procedere all’esecuzione, deve iscrivere ipoteca. Decorsi sei mesi dall’iscrizione senza che il debito sia stato estinto, il concessionario procede all’espropriazione».

Il comma 2 bis, invece, prevede espressamente l’obbligo del concessionario di notificare al proprietario dell’immobile una comunicazione preventiva contenente l’avviso che in mancanza del pagamento delle somme dovute entro il termine di trenta giorni, sarà iscritta ipoteca ex art. 77.

Evidente, quindi, la diversa ratio che sorregge la norma in questione rispetto a quelle precedentemente richiamate. A mezzo della predetta disposizione, infatti, il legislatore ha inteso creare un temporaneo differimento dell’esecuzione al fine di scongiurare, al meno per sei mesi, l’esecuzione per il recupero di crediti il cui ammontare è notevolmente inferiore al valore dell’immobile da pignorare.

Una ulteriore possibilità di definire la posizione debitoria prima dell’azione esecutiva poi è fornita dalla previsione dell’obbligo di inviare una comunicazione al debitore in cui si avverte che trascorsi trenta giorni dalla data dell’avviso si procederà ad esperire le dovute azioni per il recupero del credito.

Individuate le condizioni di procedibilità dell’esecuzione esattoriale immobiliare, va ora verificato come questa concretamente si articola.

A riguardo, l’art. 78 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 dispone che «Il pignoramento immobiliare si esegue mediante la trascrizione, a norma dell’articolo 555, secondo comma, del codice di procedura civile, di un avviso contenente:

  1. a) le generalità del soggetto nei confronti del quale si procede;
  2. b) la descrizione degli immobili con le indicazioni e la precisazione dei confini;
  3. c) l’indicazione della destinazione urbanistica del terreno risultante dal certificato di cui all’art. 18 della legge 28 febbraio 1985, n.47;
  4. d) il giorno, l’ora ed il luogo del primo, del secondo e del terzo incanto, con intervallo minimo di venti giorni;
  5. e) l’importo complessivo del credito per cui si procede, distinto per imposta, per periodo d’imposta, per interessi di mora e per spese di esecuzione già maturate;
  6. f) il prezzo base dell’incanto;
  7. g) la misura minima dell’aumento da apportare alle offerte;
  8. h) l’avvertenza che le spese di vendita e gli oneri tributari concernenti il trasferimento sono a carico dell’aggiudicatario;
  9. i) l’ammontare della cauzione ed il termine entro il quale deve essere prestata dagli offerenti;
  10. l) il termine di versamento del prezzo di cui all’articolo 82, comma 1;
  11. m) l’ingiunzione ad astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito i beni assoggettati all’espropriazione e i frutti di essi».

Tale avviso, entro cinque giorni dalla trascrizione, è notificato al soggetto nei confronti del quale si procede, in mancanza non può procedersi alla vendita.

Ai sensi dell’art. 80, comma 1, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 «Almeno venti giorni prima di quello fissato per il primo incanto l’avviso di vendita è inserito nel foglio degli annunci legali della provincia ed è affisso, a cura dell’ufficiale della riscossione,alla porta esterna della cancelleria del giudice dell’esecuzione e all’albo del Comune o dei comuni nel cui territorio sono situati gli immobili».

Tuttavia, tema di fondamentale importanza è introdotto dal comma 2 della citata disposizione.

Da una sua piana lettura si apprende che: «su istanza del soggetto nei confronti del quale si procede o del concessionario, il giudice può disporre che degli incanti,ferma la data fissata per gli stessi, sia data notizia al pubblico a mezzo di giornali o con altre idonee forme di pubblicità commerciale. Le spese sono anticipate dalla parte richiedente

La norma in esame, pertanto, consente di utilizzare altri mezzi pubblicitari, o di rivolgersi ad un esperto che possa meglio relazionare sulle caratteristiche e sulle condizioni del bene pignorato, al fine di creare i presupposti di un più ampio concorso tra i potenziali acquirenti del bene oggetto di espropriazione. Il tutto però subordinato ad una previa autorizzazione del giudice dell’esecuzione a seguito di una apposita istanza del concessionario o del debitore esecutato.

È quindi evidente il carattere derogatorio di tale ultima previsione rispetto alla disciplina generale ex art. 490 comma 3 c.p.c, ai sensi della quale il giudice dispone (inoltre) che l’avviso sia inserito una o più volte sui quotidiani di informazione locali aventi maggiore diffusione nella zona interessata o, quando opportuno, sui quotidiani di informazione nazionalie, quando occorre, che sia divulgato con le forme della pubblicità commerciale.

Altra deroga è la previsione, su richiesta del debitore, della nomina di un esperto per la stima del valore dell’immobile oggetto di vendita quando questo è ritenuto inadeguato rispetto al valore di mercato.

La divulgazione degli avvisi con altri mezzi diversi dai quotidiani d’informazione deve intendersi complementare e non alternativa. Nell’ambito della procedura esecutiva esattoriale l’autorizzazione del giudice è, infatti, elemento imprescindibile affinché il concessionario(nonché il debitore esecutato) possa dare notizia della vendita al pubblico a mezzo di giornali o con altre idonee forme di pubblicità commerciale, mentre nella procedura esecutiva ordinaria è lo stesso giudice a disporre automaticamente la pubblicità a mezzo quotidiani, considerata una forma di pubblicità ordinaria e obbligatoria, restando la sola pubblicità commerciale a carattere straordinario.

Tale profilo di specialità non consente, tuttavia, di porre le due norme in un rapporto di assoluto contrasto. A tale conclusione si perviene alla luce delle seguenti considerazioni.

Da un’analisi della disciplina generale prevista dall’art. 490 c.p.c, si evince, concordando con quanto sostiene la dottrina maggioritaria, che la pubblicità cui fa riferimento la norma è finalizzata alla conoscenza di un atto in via di definizione (come, ad esempio, una vendita)avente interesse generale, giacché a vantaggio sia del concessionario (per ovvie ragioni di recupero del credito) sia del debitore esecutato, il quale vedrebbe il bene venduto a condizioni più vantaggiose (con possibilità di recupero delle somme in esubero ex art. 510 c.p.c ultimo comma).

La logica sottostante all’art. 80 del d.P.R. n. 602/1973 sembra essere la stessa della disciplina generale, poiché questo espressamente prevede che l’istanza può essere presentata tanto dal concessionario, quanto dal soggetto nei confronti del quale si procede, evidenziando così l’interesse anche da parte di quest’ultimo ad una vendita più redditizia. Sul punto l’intenzione del legislatore sembra univoca. Non solo. Esiste, in entrambe le norme,una discriminazione tra pubblicità a mezzo giornali e pubblicità commerciale.

Pubblicità commerciale

Secondo la normativa codicistica, la pubblicità commerciale è a carattere straordinario, poiché disposta dal giudice dell’esecuzione qualora ne ravvisi l’utilità; allo stesso modo, il legislatore dell’art. 80 d.P.R. n. 602/73 ha subordinato il ricorso alle forme di pubblicità commerciale a requisiti di «idoneità». Anche questo aspetto evidenzia un’affinità fra le due disposizioni.

Nonostante le riportate affinità in merito alle forme di pubblicità dell’avviso di vendita, le due procedure esecutive, ordinaria ed esattoriale, conservano nel complesso caratteristiche tutt’altro che comuni.

Autonomia processuale del concessionario

A seguito dell’integrale riscrittura del titolo II del d.P.R. n. 602/73 adopera dell’art. 16 del d.lgs. n. 46/99, la nuova disciplina, da un lato,riformula una più ordinata sistemazione della materia, dall’altro, rideterminagli elementi di specialità della procedura a rito fiscale. Fondamentale elemento di specialità della procedura esattoriale continua ad essere l’autonomia processuale del concessionario, ora estesa anche al compimento della vendita in via immobiliare. Nella procedura de qua, l’istanza di cui all’art. 80 del d.P.R. n. 602/73 potrebbe di fatto essere

un grosso limite per il concessionario, che si vede frenato nella sua attività di riscossione coattiva, nell’ambito di una procedura dove il controllo giurisdizionale sulla regolarità degli atti del concessionario interviene successivamente alla vendita, al momento del deposito del ricavato e degli atti del procedimento. Tale autonomia del concessionario si spinge al punto di suscitare dubbi in dottrina circa la natura giurisdizionale o amministrativa della procedura esattoriale.

Le ultime osservazioni riportate consentono di proporre un’interpretazione diversa dell’art.80 del d.P.R. n. 602/1973. Infatti, la previa autorizzazione del giudice a seguito dell’istanza del concessionario potrebbe essere intesa, data la natura del soggetto (si privato, ma comunque concessionario di pubbliche funzioni), come un’autorizzazione dal carattere generale,a seguito di un’unica istanza presentata al Presidente del Tribunale della provincia in cui il concessionario opera stabilmente. Questo, da un lato, lascerebbe impregiudicate tutte le garanzie riconosciute al debitore esecutato, (tanto dalla normativa codicistica, quanto dalla disciplina speciale ex art. 80 del d.P.R. n. 602/1973); dall’altro, non andrebbe ad appesantire, con tutti i conseguenti ritardi, una procedura che il legislatore ha voluto nel suo complesso agile e totalmente incentrata sulla figura del concessionario della riscossione.

Non va poi disdegnato l’ulteriore beneficio, anche in termini di economicità dei procedimenti,che una tale soluzione potrebbe avere sugli uffici giudiziari. Difatti, questi non dovrebbero più puntualmente destinare un giudice a pronunciarsi sulle singole istanze di autorizzazione presentate nell’ambito delle varie procedure esecutive intraprese dal concessionario.

Tutto ciò in virtù della più generale autorizzazione conferita in via preventiva.

Una soluzione potrebbe essere quella di provvedere alla pubblicità sul sito aziendale che non aggraverebbe la procedura di ulteriori costi e che, comunque, agevolerebbe la divulgazione della notizia della vendita favorendo la partecipazione di eventuali terzi interessati all’acquisto. Nel pieno rispetto del d.lgs. n. 196/2003 (codice della privacy) la pubblicazione sul sito sarebbe relativa ai soli dati degli immobili, alla data e al prezzo d’asta, escludendole generalità del debitore.

Ritornando agli aspetti propriamente procedurali, il successivo art. 81 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 prevede che «Se la vendita non ha luogo al primo incanto per mancanza di offerte valide, si procede al secondo incanto nel giorno fissato dall’avviso di vendita e con un prezzo base inferiore di un terzo a quello precedente. Qualora la

vendita non abbia luogo nemmeno al secondo incanto, il concessionario procede ad un terzo incanto, con un prezzo base inferiore di un terzo a quello del precedente incanto».

Terminata la fase degli incanti, avvenuto il deposito del fascicolo degli atti del procedimento nella cancelleria del giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 82 del d.P.R. 29 settembre 1973,n. 602, l’aggiudicatario deve versare il prezzo nel termine di trenta giorni dall’aggiudicazione.

Se il prezzo non è versato nel termine, il giudice con decreto dichiara la decadenza e si procede ad un nuovo incanto per un prezzo base pari a quello dell’ultimo incanto.

Versato il prezzo, se vi è intervento di altri creditori, il concessionario deposita nella cancelleria del giudice dell’esecuzione, nel termine di dieci giorni dal versamento del prezzo, unitamente agli atti del procedimento, un progetto di distribuzione delle somme ricavate.

Diversamente, se non vi sono creditori intervenuti, il giudice dell’esecuzione provvede a norma dell’art. 510, primo comma, c.p.c.

In caso di intervento di altri creditori, il giudice dell’esecuzione, apportate le eventuali variazioni al progetto di distribuzione presentato dal concessionario, provvede a norma dell’art.596 del codice di procedura civile.

L’assegnazione dell’immobile allo Stato

Il riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, ad opera del d.lgs. n. 46/1999,ha ribadito il concetto del «trasferimento» dell’immobile allo Stato quale possibile esito dell’esecuzione; ma i contenuti del nuovo art. 85 del d.P.R. n. 602/1973 hanno ridisegnato l’intera procedura, consentendo di parlare di un nuovo istituto.

A differenza del previgente art. 87 del d.P.R. n. 602/1973, la norma, oggi, prevede non più l’automatica devoluzione dell’immobile allo Stato in caso di esito negativo dell’ultimo incanto, quanto la sua assegnazione, si allo Stato, ma dopo apposito provvedimento delgiudice dell’esecuzione.

È, pertanto, evidente la diversa «filosofia» che ispira la norma in questione. Viene infatti meno ogni automatismo, rafforzandosi il carattere giurisdizionale del procedimento, essendo necessario, per ottenere l’attribuzione del bene allo Stato, un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

Ai sensi dell’art. 85 del d.P.R. n. 602/1973 attualmente vigente: «Se il terzo incanto ha esito negativo, il concessionario, nei dieci giorni successivi, chiede al giudice dell’esecuzione l’assegnazione dell’immobile allo Stato per il prezzo base del terzo incanto, depositando nella cancelleria del giudice dell’esecuzione gli atti del procedimento».

Con l’entrata in vigore dell’art. 52, comma 1, lettera m), del d.l. 21 giugno 2013, n. 69,convertito, con modificazioni, dalla Legge 9 agosto 2013, n. 98, la norma è stata modificata nella parte del prezzo che lo Stato deve pagare affinché gli venga trasferita la titolarità dell’immobile.

L’ultima novella legislativa, infatti, prendendo atto della pronuncia di incostituzionalitàche aveva colpito la norma nella parte in cui prevedeva che, se il terzo incanto avesse avuto esito negativo, l’assegnazione dell’immobile allo Stato avrebbe dovuto aver luogo «per il minor prezzo tra il prezzo base del terzo incanto e la somma per la quale si procede», anziché per il prezzo base del terzo incanto (cfr. Corte Costituzionale,sentenza 28 ottobre 2011, n. 281 in Gazz. Uff., 2 novembre, n. 46), ha fissato definitivamente in tale ultimo valore il prezzo che lo Stato è tenuto a corrispondere per l’assegnazione del bene immobile.

Quanto alle modalità procedurali che devono essere seguite per l’assegnazione, il secondo comma dell’art. 85 rinvia alla procedura disciplinata dall’art. 590 del codice di procedura civile, mentre il termine per il versamento del prezzo per il quale è stata disposta l’assegnazione non può essere inferiore a sei mesi.

Inoltre, sempre secondo la disposizione normativa in esame, nel caso di mancato versamento del prezzo entro il termine fissato, il processo esecutivo si estingue qualora il concessionario,nei trenta giorni successivi alla scadenza di tale termine, non dichiari, su indicazione dell’Ufficio che ha formato il ruolo, di voler procedere a un ulteriore incanto per un prezzo base inferiore di un terzo rispetto a quello dell’ultimo incanto. Laddove anche tale incanto abbia esito negativo, il processo esecutivo si estingue in ogni caso.

Infine, occorre sottolineare che l’art. 30 del d.lgs. n. 46/1999, rubricato «Esito negativo del terzo incanto nell’espropriazione forzata immobiliare», definisce la portata applicativa dell’ art. 85, stabilendo che esso si applica solo qualora si proceda per entrate tributarie dello Stato.

Diversamente, il secondo comma del menzionato art. 30 dispone che «Negli altri casi, se nelle procedure di espropriazione forzata immobiliare il terzo incanto ha esito negativo, il procedimento si estingue qualora, nel termine di sessanta giorni da tale incanto, il concessionario non dichiara, su indicazione dell’ufficio che ha formato il ruolo, di voler procedere ad un ulteriore incanto per un prezzo base inferiore di un terzo rispetto a quello dell’ultimo incanto. Il processo esecutivo si estingue comunque se anche tale incanto ha esito negativo».

Fermo restando il generale richiamo alla disciplina del codice di procedura civile, il legislatore ha inteso contraddistinguere l’esecuzione esattoriale a mezzo delle seguenti disposizioni speciali. L’art. 62 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, in deroga alle disposizioni codicistiche,prevede che «I beni indicati nel numero 4 del primo comma dell’art. 514 del codice di procedura civile (ossia beni e strumenti indispensabili per l’esercizio della professione)possono essere pignorati nei casi in cui sono soggetti al privilegio previsto dall’art.2759 del codice civile. I frutti dei fondi del debitore soggetti al privilegio stabilito dall’articolo 2771 del codice civile possono essere pignorati nelle forme dell’espropriazione presso il debitore ancorché i fondi stessi siano affittati».

Decreto del fare

Il c.d. decreto del fare (d.l. n. 69/2013), modificando l’art. 62, ha introdotto ulteriori garanzie per il debitore: i beni indispensabili per l’esercizio della professione potranno essere pignorati nei limiti di un

quinto solo dopo che il valore di presumibile realizzo degli altri beni pignorati non appaia sufficiente per la soddisfazione del credito.

Nell’ipotesi di pignoramento, in ogni caso, viene affidata ai contribuenti la custodia ex lege dei beni oggetto di espropriazione e, comunque, il primo incanto non può avvenire prima che siano trascorsi 300 giorni dal pignoramento.

Altra deroga alla disciplina codicistica è data dal disposto del successivo art. 63, che detta disposizioni in tema di astensione dal pignoramento. In particolare, la norma prevede che l’ufficiale della riscossione deve astenersi dal pignoramento quando è dimostrato che i beni appartengono a persona diversa dal debitore iscritto a ruolo, dai coobbligati o dai soggetti indicati dall’art. 58, comma 3, in virtù di titolo avente data anteriore all’anno cui si riferisce l’entrata iscritta a ruolo. Tale dimostrazione può essere offerta solo mediante esibizione di atto pubblico o scrittura privata autenticata, ovvero di sentenza passata in giudicato pronunciata su domanda proposta prima di detto anno.

Ennesima deroga all’esecuzione mobiliare ordinaria si rinviene all’art. 64 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602. In tema di custodia dei beni pignorati, la norma dispone che«Salvo quanto disposto dall’art. 520, primo comma, del codice di procedura civile e dall’art. 70, la custodia dei beni mobili pignorati è affidata allo stesso debitore o a un terzo. Il concessionario non può essere nominato custode». Serve solo aggiungere che

l’Agente della riscossione può, in ogni tempo, disporre la sostituzione del custode e che,in mancanza di persone idonee all’affidamento della custodia, i beni pignorati sono presi in consegna dal Comune.

In ogni caso, il verbale di pignoramento è notificato al debitore, e la notificazione, se al pignoramento assiste il debitore o un suo rappresentante, è eseguita mediante consegna allo stesso di una copia del verbale.

Per procedere alla vendita dei beni pignorati, l’Agente della riscossione affigge alla casa comunale, per cinque giorni consecutivi anteriori alla data fissata per il primo incanto, un avviso contenente la descrizione dei beni e l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo del primo e del secondo incanto.

Ai sensi dell’art. 66 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 «Il primo incanto non può aver luogo prima che siano decorsi dieci giorni dal pignoramento. Il secondo incanto non può aver luogo nello stesso giorno stabilito per il primo e deve essere fissato non oltre il decimo giorno dalla data del primo incanto». Su istanza del debitore o dell’Agente il

giudice può ordinare che degli incanti sia data notizia al pubblico a mezzo di giornali o con altre forme di pubblicità commerciale.

In relazione al prezzo base del primo incanto l’art. 68 del citato d.P.R. prevede che «Se il valore dei beni pignorati non risulta da listino di borsa o di mercato, il prezzo base del primo incanto è determinato dal valore ad essi attribuito nel verbale di pignoramento». Tuttavia, quando l’Agente della riscossione tributi lo richiede, e in ogni caso per gli oggetti preziosi, il prezzo base è stabilito da uno stimatore designato dal giudice dell’esecuzione.

Per ciò che concerne il secondo incanto, i beni sono venduti al miglior offerente ad un prezzo non inferiore alla metà del prezzo base del primo incanto.

Infine, se i beni restano invenduti anche al secondo incanto, in deroga ad ogni previsione della disciplina ordinaria, l’art. 70 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 dispone che «Ilconcessionario entro tre mesi procede alla vendita a trattativa privata per un prezzo non inferiore alla metà del prezzo base del secondo incanto o ad un terzo incanto ad offerta libera». I beni rimasti ancora invenduti sono messi a disposizione del debitore.

Per completezza espositiva, va detto che tutta l’attività che va dal pignoramento alla vendita può essere effettuata da parte degli istituti di vendite giudiziarie ai sensi dell’art. 71 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.

Da ultimo va posto in evidenza che nel nuovo sistema vigente viene a mancare la propedeuticità che in passato aveva l’esecuzione mobiliare rispetto a quella immobiliare.

Pertanto, oggi, l’Agente della riscossione può procedere nei confronti del contribuente moroso direttamente ponendo in essere azioni esecutive di tipo immobiliare.

Azione revocatoria e surrogatoria

La disciplina dell’esecuzione esattoriale può essere integrata da altri istituti. Si tratta di azioni cautelari e conservative a tutela del creditore previste dall’ordinamento giuridico esperibili anche dall’Agente della riscossione. Stiamo parlando dell’azione revocatoria ex art. 2901 c.c. e dell’azione surrogatoria ex art. 2900 c.c., «mezzi di tutela preventiva volti a conservare la garanzia patrimoniale, facendo dichiarare inefficaci gli atti di disposizione compiuti dal debitore prima dell’inadempimento».

Con l’azione revocatoria, il creditore, a salvaguardia dell’integrità del patrimonio del debitore,può chiedere di rendere inefficace, soltanto nei suoi confronti, tutti gli atti di disposizione del patrimonio compiuti dal debitore stesso che possano ledere la garanzia del creditore. Se l’azione revocatoria è esperita con successo, il creditore che l’ha promossa può escutere il bene oggetto dell’atto revocato, per la realizzazione del credito.

L’azione surrogatoria consente al creditore di esercitare i diritti e le azioni che spettano al proprio debitore, sostituendosi a questo, nei confronti dei terzi, al fine di recuperare o conservare nel patrimonio del debitore beni che altrimenti il debitore avrebbe perso per un minore o mancato interesse a curare i propri affari.

Parallelamente, ai sensi dell’art. 51 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 il concessionario può chiedere al Giudice dell’esecuzione di volersi surrogare al creditore procedente,«qualora sui beni del debitore sia già iniziato altro procedimento di espropriazione; la dichiarazione è notificata al creditore procedente e al debitore.

Se entro 10 giorni dalla notificazione il creditore procedente o il debitore non hanno corrisposto al concessionario l’importo del suo credito, il concessionario resta surrogato negli atti già iniziati e li prosegue secondo le norme del titolo II del d.P.R. 602/1973.

Il concessionario può esercitare il diritto di surroga fino al momento dell’ aggiudicazione o dell’assegnazione».

L’opportunità di promuovere queste azioni, è rimessa alla discrezionalità dell’Agente della riscossione, che, ovviamente, è tenuto a valutare la convenienza economica di una tale azione in rapporto ai costi necessari per promuoverla ed al valore del credito da tutelare per il quale procede.

Opposizione cartella esattoriale: ultime sentenze

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esecuzione forzata e opposizione all’esecuzione; avviso di mora; opposizione alla cartella esattoriale; formazione del titolo; omessa notifica della cartella esattoriale; notifica del verbale di accertamento dell’infrazione.

Nel caso di opposizione alla cartella esattoriale per sanzioni amministrative che derivano dalle violazioni del Codice della strada, l’onere della prova della notifica del verbale spetta all’ente.

Legittimazione passiva: spetta all’ente impositore

Nei giudizi di opposizione a cartella esattoriale, la legittimazione passiva spetta unicamente all’ente impositore quale titolare della pretesa azionata, l’eventuale domanda in opposizione, attinente a tale oggetto ed eventualmente formulata contestualmente anche nei confronti del concessionario della gestione del servizio di riscossione deve, invece, intendersi come mera denuntiatio litis  che non vale ad attribuirgli la qualità di parte e a far nascere la necessità di un litisconsorzio necessario; nondimeno il concessionario è legittimato passivo, oltre che litisconsorte necessario, nel caso in cui nel giudizio di opposizione si deduca un vizio di notifica degli atti, anche per gli innegabili riflessi che un eventuale accoglimento dell’opposizione potrebbe comportare nei rapporti con l’Ente impositore, che abbia provveduto a inserire la sanzione nei ruoli trasmessi al concessionario.

Tribunale Ascoli Piceno sez. lav., 12/03/2019, n.90

Notifica delle cartelle di pagamento

La regolare notifica delle cartelle di pagamento preclude la proponibilità dell’opposizione alla cartelle exart. 615 c.p.c., se non per fatti successivi alla formazione del titolo esecutivo, dovendo l’opposizione di merito essere proposta dinanzi al giudice ordinario competente secondo le forme indicate dalla Legge 24 novembre 1981 n. 689, ed ora ai sensi del D.lgs. 1 settembre 2011, n. 150.

Tribunale Milano sez. III, 26/02/2019, n.1943

Violazioni del Codice della strada e sanzioni amministrative

In tema di opposizione a cartella esattoriale relativa a sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada, ove il destinatario di questa deduca l’omessa notifica del verbale di accertamento dell’infrazione, l’onere della prova di detta notifica incombe sull’ente dal quale dipende l’organo accertatore, in quanto l’avvenuta notificazione del verbale, unitamente alla mancata opposizione nel termine di sessanta giorni dalla stessa, costituisce requisito indefettibile perché il verbale acquisisca efficacia di titolo esecutivo, esigibile mediante cartella esattoriale.

Cassazione civile sez. II, 25/02/2019, n.5403

Omissione della notifica

L’opposizione alla cartella esattoriale, emessa ai fini della riscossione di una sanzione amministrativa pecuniaria comminata per sanzioni amministrative, va proposta ai sensi degli artt. 22 e 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 e non nelle forme della opposizione alla esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ., qualora la parte deduca che essa costituisce il primo atto con il quale è venuta a conoscenza della sanzione irrogatagli in ragione della nullità o dell’omissione della notifica del processo verbale di contestazione o dell’ordinanza ingiunzione.

Tribunale Catania sez. I, 23/02/2019, n.832

Opposizione a cartella di pagamento: quando è inammissibile?

Svolgendo l’opposizione avverso cartella esattoriale, ove si deduca l’invalidità della notifica degli atti presupposti, tale deduzione ha la funzione di recuperare i mezzi di tutela pregiudicati dalla mancata conoscenza, sicché l’omessa o irrituale notifica funge esclusivamente da argomentazione preliminare rispetto a censure relative all’atto presupposto, che vanno necessariamente svolte.

Di conseguenza, qualora nel ricorso introduttivo non siano espresse contestazioni nel merito dei verbali di accertamento, ma esclusivamente sull’irregolarità delle notifiche, con ciò consentendo il momento recuperatorio, ma precludendo la sua utilità ai fini dell’accertamento di eventuali carenze della pretesa creditoria sottesa alla cartella opposta, l’impugnativa va necessariamente respinta.

Corte appello Roma sez. lav., 01/02/2019, n.12

Termine per proporre opposizione a cartella di pagamento

Il termine per proporre opposizione a cartella di pagamento deve ritenersi perentorio perchè diretto a rendere incontrovertibile il credito contributivo dell’ente previdenziale in caso di omessa tempestiva impugnazione e a consentire una rapida riscossione del credito iscritto a ruolo, ed alla perentorietà del termine non ostano né l’inespressa indicazione in tal senso, dovendo pur sempre il giudice indagare se, a prescindere dal dettato normativo, un termine, per lo scopo che persegue e la funzione che adempie, debba essere rigorosamente osservato a pena di decadenza, né che l’iscrizione a ruolo avvenga senza un preventivo accertamento giudiziale, non ignorando l’ordinamento titoli esecutivi formati sulla base di un mero procedimento amministrativo dell’ente impositore.

All’ente previdenziale è, dunque, attribuito il potere di riscuotere i propri crediti attraverso un titolo (il ruolo esattoriale, da cui scaturisce la cartella di pagamento) che si forma prima e al di fuori del giudizio e in forza del quale l’ente può conseguire il soddisfacimento della pretesa a prescindere da una verifica in sede giurisdizionale della sua fondatezza, in quanto, da un lato, non è irragionevole la scelta del legislatore di consentire ad un creditore, attesa la sua natura pubblicistica e l’affidabilità derivante dal procedimento che ne governa l’attività, di formare unilateralmente un titolo esecutivo, e, dall’altro lato, è rispettosa del diritto di difesa e dei principi del giusto processo la possibilità, concessa al preteso debitore, di promuovere, entro un termine perentorio ma adeguato, un giudizio ordinario di cognizione nel quale far efficacemente valere le proprie ragioni, sia grazie alla possibilità di ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo e/o dell’esecuzione, sia grazie alla ripartizione dell’onere della prova in base alla posizione sostanziale (e non già formale) assunta dalle parti nel giudizio di opposizione.

Tribunale Catania sez. lav., 31/01/2019, n.464

Cartella esattoriale per infrazione stradale

Qualora i verbali dai quali scaturiscono le sanzioni oggetto della riscossione esattoriale sono stati notificati da tempo, e senza che sia stata proposta tempestiva opposizione da parte dell’associazione proprietaria dei veicoli noleggiati, non è più possibile contestare la cartella sulla base di eccezioni che andavano fatte valere con la stessa opposizione.

È inoltre ininfluente la circostanza che l’associazione abbia comunicato, a seguito della notifica dei verbali, i nominativi dei locatari autori delle violazioni, poiché era comunque necessario proporre ricorso amministrativo al prefetto ovvero ricorso al Giudice di Pace.

Cassazione civile sez. VI, 17/01/2019, n.1238

Mancata opposizione al verbale d’infrazione del Codice della strada

Al termine prescrizionale del credito da sanzione amministrativa portato da una cartella esattoriale in conseguenza della mancata opposizione avverso il verbale di accertamento di una violazione del c.d. codice della strada non si applica la conversione nel termine ordinario decennale ai sensi dell’art. 2953 c.c.

Cassazione civile sez. VI, 07/12/2018, n.31817

Prelievo supplementare nel settore del latte

In tema di opposizione a cartella esattoriale relativa al prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari, la previsione contenuta nell’art. 133, comma 1, lett. t), del d.lgs. n. 104 del 2010, che devolve alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie relative al suddetto prelievo, deve essere interpretata alla luce del principio di concentrazione delle tutele, di cui è espressione anche la giurisdizione esclusiva del G.A..

Ne consegue che, ove le domande, attraverso la proposizione di una sostanziale opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., comportino una contestazione del quantum accertato dall’Autorità amministrativa nell’esercizio delle sue potestà pubbliche, il sindacato di legittimità attiene a posizioni di interesse legittimo e quindi alla giurisdizione del G.A. che, in tal modo, diventa il dominus dell’intera controversia, ancorché caratterizzata dall’intreccio di posizioni di interesse legittimo e diritti soggettivi.

Cassazione civile sez. un., 05/12/2018, n.31370

Pagamento della sanzione amministrativa

Nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale relativa al pagamento di sanzione amministrativa, l’esattore, proprio perché ha una generale legittimazione passiva nelle controversie aventi ad oggetto la riscossione delle somme di cui è incaricato (art. 39 del d.lgs. n. 112 del 1999), deve rispondere dell’esito della lite pure con riguardo alle spese processuali.

Tribunale Ragusa, 03/12/2018, n.1379

Nullità della cartella esattoriale

Qualora nella copia notificata della cartella esattoriale manchi l’indicazione della data di consegna dell’atto al destinatario, si determina una nullità insanabile della notifica. Ogni eventuale opposizione tardiva non sarà in grado di rimuoverla.

Comm. trib. reg. Palermo, (Sicilia) sez. IX, 19/11/2018, n.5109

Opposizione a cartella esattoriale: a chi spetta la legittimazione attiva?

Nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale, la cui struttura processuale è assimilabile al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la legittimazione attiva spetta esclusivamente al destinatario della cartella e non ad altri, restando irrilevanti le posizioni di eventuali terzi, ancorché responsabili in solido con l’ingiunto sul piano del diritto sostanziale.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso la legittimazione del cessionario d’azienda a proporre opposizione avverso la cartella esattoriale notificata al cedente e avente per oggetto suoi debiti contributivi).

Cassazione civile sez. lav., 15/11/2018, n.29424

Termini per l’opposizione all’intimazione di pagamento

In materia di opposizione all’intimazione di pagamento ove tali atti siano ritenuti viziati da vizi propri ovvero da vizi attinenti la notifica del titolo esecutivo o del precetto (e quindi della cartella esattoriale), l’opposizione deve essere opposta, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., nel termine perentorio di 20 giorni dalla notificazione.

Tribunale Tivoli sez. lav., 13/11/2018, n.769

Avviso di mora e omessa notifica della cartella esattoriale

In materia di riscossione di contributi previdenziali, l’opposizione avverso l’avviso di mora con cui si faccia valere l’omessa notifica della cartella esattoriale, deducendo fatti estintivi relativi alla formazione del titolo (nella specie la prescrizione quinquennale del credito ex art. 3, commi 9 e 10, della l. n. 335 del 1995), ha la funzione di recuperare l’impugnazione non potuta esercitare avverso la cartella, che costituisce presupposto indefettibile dell’avviso, e deve essere pertanto qualificata come opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. e non come opposizione agli atti esecutivi.

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2018, n.28583

Caduta scale: ultime sentenze

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Caduta dalle scale; risarcimento del danno; nesso di causalità; macchia oleosa sulle scale; responsabilità del condominio; responsabilità del gestore del teatro; responsabilità del Comune; condotta del danneggiato; caso fortuito.

In quali casi è esclusa la responsabilità del condominio? Il condominio deve provare l’esistenza del caso fortuito per evitare di risarcire il soggetto caduto dalle scale dello stabile.

Concorso del danneggiato alla produzione dell’evento

La responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. ha natura oggettiva ed è perciò esclusa solo dalla prova del caso fortuito, nel quale può rientrare anche la condotta della stessa vittima, ma nella valutazione dell’apporto causale da quest’ultima fornito alla produzione dell’evento, il giudice deve tenere conto della natura della cosa e delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione.

Ciò posto, nel caso di caduta per scivolamento a causa della presenza di acqua sulle scale, quest’ultima circostanza deve ritenersi senza dubbio indicativa di una responsabilità della proprietaria dell’immobile nella causazione dell’infortunio occorso alla parte danneggiata, seppure non esclusiva ma concorsuale.

Infatti, se da un lato il custode era tenuto a segnalare la possibile presenza di acqua derivante dall’innaffiatura dei vasi, dovendo certamente esserne consapevole, è anche vero che può ragionevolmente ritenersi che una maggiore attenzione da parte della parte danneggiata le avrebbe consentito di evitare la caduta e che dunque all’infortunio abbia causalmente contribuito anche la sua disattenzione per non aver dato peso alla possibile fuoriuscita di acqua dai vasi presenti e pacificamente visibili.

Tribunale Novara, 12/03/2018, n.279

Caduta sul piano di calpestio delle scale

In tema di responsabilità di cose in custodia, ai sensi dell’art. 2051 c.c., deve essere dichiarata la responsabilità esclusiva del condominio in caso di caduta provocata dalla presenza di acqua e sapone sul piano di calpestio delle scale (nel caso di specie non è stato provata, da parte del condominio convenuto, la sussistenza di alcun fattore esterno idoneo ad interrompere il nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo, essendo invece emerso come non vi fosse alcuna segnalazione del pavimento bagnato).

Tribunale Napoli sez. VIII, 01/02/2018, n.1079

Caduta dalle scale di proprietà del Comune

Deve escludersi la responsabilità del Comune quale proprietario di una scalinata per il sinistro occorso ad una persona mentre scendeva le scale di fretta, quando la stessa non presentava alcuna anomalia, essendo irrilevante la collocazione di una ringhiera (in assenza di alcuna norma prescrittiva) effettuata successivamente al sinistro, adempimento che, di per sé, non può essere considerato alla stregua della prova di una condizione di precedente pericolosità.

Tribunale Savona, 17/01/2018

Caso fortuito: necessario per evitare il risarcimento

In caso di caduta sulle scale condominiali, spetta al presunto danneggiato l’onere di provare il danno e il nesso causale tra la cosa e il danno, mentre non gli spetta dare prova dell’insidiosità della res, di contro spetta al custode l’onus probandi riguardante il c.d. caso fortuito, ossia quell’elemento esterno che cagiona o concorre a cagionare l’incidente eliminando la responsabilità oggettiva del custode della cosa.

Tribunale Napoli, 04/01/2018, n.106

Risarcimento del danno e condotta del danneggiato

La condotta dell’agente-danneggiato si pone al di fuori dei canoni dell’ordinarietà e della prevedibilità che connotano il concorso colposo del creditore nella produzione del fatto lesivo ai sensi dell’art. 1227 c.c. ricadendo in quelle evenienze di straordinarietà ed imprevedibilità del caso fortuito incidentale (nella specie: una persona scendeva dalle scale per dirigersi in cantina con in mano una scatola che gli impediva ogni visuale e gli ha precluso l’utilizzo del corrimano ed è caduta per le scale allagate a seguito delle infiltrazioni di acqua piovana conseguenti alle piogge torrenziali abbattutesi nella giornata).

Tribunale Lucca, 20/12/2017, n.2310

Responsabilità di cose in custodia

Per aversi responsabilità del custode l’attore deve provare il rapporto di causalità tra cosa ed evento; siffatto rapporto di causalità deve ritenersi tanto più labile, fino alla completa elisione, quanto più le anomalie della cosa risultino pienamente visibili, prevedibili e quindi evitabili.

Nel caso di specie si tratta, infatti, di un danno che si assume causato da un “uno spesso strato di ghiaccio sugli scalini” dal quale sarebbe derivata un’azione dannosa che ha provocato la caduta della infortunata e, quindi, non da una condotta umana, ma dall’interferenza di una cosa con la sfera personale del danneggiato non sottoposta al controllo dell’Ente proprietario.

Tribunale Frosinone sez. I, 21/07/2017, n.977

Condomino scivola mentre scende le scale

In tema di responsabilità di cose in custodia, ex art. 2051 c.c., deve ritenersi sussistente l’esimente del caso fortuito derivante dall’autoresponsabilità dello stesso danneggiato qualora questi, nello scendere le scale del proprio immobile, in ottime condizioni di luce, non si sia avveduto della presenza di materiale oleoso ben visibile e non abbia tenuto gli opportuni accorgimenti per evitare la caduta (nel caso di specie, la scarsa attenzione prestata dal ricorrente è avvalorata dal fatto che i testimoni, procedendo con cautela siano riusciti, a loro volta, ad evitare la caduta).

Corte appello Salerno, 14/07/2017, n.694

Condomino scivola su macchia oleosa

In capo al condominio non sussiste la responsabilità da cose in custodia nel caso in cui il condomino ricorrente, residente nell’immobile, non abbia prestato la normale diligenza nello scendere le scale e non abbia dato peso alla macchia oleosa originante la caduta che, in quanto facilmente visibile e individuabile, non può essere considerata un trabocchetto imprevedibile, tale da giustificare una responsabilità ex art. 2051 c.c.

Tribunale Gorizia, 13/06/2017, n.217

Infortunio sul lavoro

In tema di infortuni sul lavoro, al fine di accertare gli obblighi gravanti sul soggetto garante e l’estensione del rischio che il medesimo è tenuto a gestire, anche sotto il profilo della causazione dell’evento, è necessario che il giudice proceda alla valutazione della natura del rapporto di lavoro e della situazione fattuale sottostante.

(Fattispecie in cui la S.C. ha annullato con rinvio la sentenza che aveva ritenuto la responsabilità del titolare dell’azienda per le lesioni riportate dalla persona offesa, a seguito della caduta da una scala utilizzata nell’effettuare la raccolta delle olive, in esecuzione di un contratto di compartecipazione agraria stagionale in quote di prodotto, omettendo di valutare la natura giuridico – fattuale del rapporto contrattuale e gli obblighi da esso derivanti).

Cassazione penale sez. IV, 04/04/2017, n.27305

Caduta da una scala e responsabilità del custode

La responsabilità ex art. 2051 c.c. è configurabile qualora la cosa custodita sia dotata di un’energia o una dinamica interna alla sua struttura, che sia, da sola, idonea a provocare il danno, oppure nei casi in cui sia necessaria l’azione del danneggiato, perché magari la cosa è inerte o statica; il nesso causale viene provato soltanto dimostrando che lo stato dei luoghi presenti peculiarità tali da renderne potenzialmente dannosa la normale utilizzazione.

(Nella specie, relativa alla caduta da una scalinata di ferro da parte di una donna, la Corte d’appello non ha escluso in toto la riconducibilità della caduta e del successivo decesso alla responsabilità per custodia in capo all’Ente gestore, ma aveva affermato che dalla istruttoria svolta non era emersa la prova del nesso di causalità tra la cosa e il danno).

Cassazione civile sez. VI, 30/11/2016, n.24480

Caduta dalle scale di un teatro: la responsabilità è del gestore?

Deve essere cassata la decisione dei giudici del merito che, pur avendo evidenziato le carenze organizzative dell’Ente locale gestore del teatro dove era avvenuto l’incidente incriminato, hanno poi addossato esclusivamente al responsabilità dell’accaduto alla ricorrente (nella specie, una donna, sospinta dalla folla che si accalcava all’ingresso di un teatro, anche a causa della carenza d’illuminazione dell’area e della mancanza di personale di sorveglianza che consentisse un regolare flusso nell’ingresso dei numerosi spettatori, era caduta sulla scalinata, procurandosi gravi lesioni).

Cassazione civile sez. III, 06/10/2016, n.19993

Inosservanza degli obblighi di vigilanza e responsabilità di una casa di riposo

È configurabile la responsabilità, di natura contrattuale, di una casa di riposo per i danni a sè provocati da un paziente in condizioni di disagio psichico (nella specie, un soggetto affetto da demenza senile, deceduto, nel tentativo di uscire dall’edificio, in seguito ad una rovinosa caduta dalle scale), senza che possa ravvisarsi l’esistenza di una causa concorrente, idoena a configurare un concorso di colpa della vittima ai sensi dell’art. 1227 c.c., dal momento che il comportamento dell’anziano deve essere considerato un evento naturale, non imputabile al suo autore.

Tribunale Belluno, 07/06/2016, n.324

Caduta dalle scale del palasport: responsabilità

La caduta in discesa lungo la rampa di scale rientra tout court nell’ambito del fortuito, riconducibile al fatto stesso del danneggiato (fattispecie relativa alle lesioni riportate dal ricorrente a seguito di una caduta mentre percorreva, in discesa, le scale di un palasport).

Cassazione civile sez. III, 22/03/2016, n.5617

Caduta dai gradini della scala condominiale

Nell’ipotesi di caduta dai gradini di una scala condominiale, allorché sia rimasta mancante la prova sicura sia delle modalità della caduta sia dell’effettiva presenza sui gradini del materiale scivoloso che, a detta del ricorrente, avrebbe causato la caduta medesima, deve ritenersi infondata la domanda risarcitoria, in considerazione dell’obbligo del danneggiato di provare l’esistenza del nesso di causalità, anche nell’ipotesi di cui all’art. 2051 c.c.

Cassazione civile sez. VI, 26/02/2016, n.3875

Allattamento Inps, ecco come funzionano i permessi

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riposi giornalieri per la madre lavoratrice: come funzionano, chi può richiederli, come sono retribuiti.

Terminato il periodo del congedo per maternità obbligatorio, le tutele della madre lavoratrice non terminano. Oltre alla possibilità di richiedere la maternità facoltativa, o congedo parentale, la dipendente può anche chiedere dei permessi giornalieri, i riposi per allattamento. La loro durata dipende dall’orario di lavoro dell’interessata. I riposi sono retribuiti e coperti da contributi figurativi. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sull’allattamento Inps: ecco come funzionano i permessi. A quali lavoratrici spettano, quale retribuzione spetta e a quanto ammontano i contributi, che cosa succede in caso di part-time, sono compatibili col congedo parentale? Si può spezzare l’orario di lavoro per fruire dei riposi per allattamento, oppure si può entrare dopo o uscire prima? Al padre lavoratore questi permessi spettano?

A chi spettano i riposi per allattamento?

I riposi per allattamento spettano, durante il primo anno di vita del bambino, o entro un anno dall’ingresso in famiglia del minore adottato o in affidamento, alla lavoratrice madre.

Nello specifico, i riposi spettano:

  • alle lavoratrici subordinate assunte a tempo indeterminato o a termine;
  • alle lavoratrici dipendenti del settore agricolo;
  • alle addette ai lavori socialmente utili, Lsu o Apu.

I permessi per allattamento spettano al padre lavoratore?

Il padre lavoratore dipendente può fruire dei riposi per allattamento nei seguenti casi:

  • morte o grave infermità della madre;
  • abbandono del figlio da parte della madre;
  • affidamento esclusivo del figlio al padre richiedente;
  • madre lavoratrice non avente diritto ai riposi (ossia lavoratrice parasubordinata, autonoma, libera professionista, a domicilio, domestica);
  • madre casalinga;
  • rinuncia della madre, lavoratrice dipendente.

Come sono retribuiti i riposi per allattamento?

Le ore di permesso sono considerate lavorative a tutti gli effetti. In sostanza, per i riposi giornalieri spetta il 100% dello stipendio. L’indennità è a carico dell’Inps, ma nella generalità dei casi corrisposta dal datore di lavoro.

Inoltre, sui riposi giornalieri spettano i contributi previdenziali figurativi.

Come sono accreditati i contributi per i riposi per allattamento?

I riposi giornalieri sono interamente coperti da contribuzione figurativa: nel dettaglio, per ogni settimana accreditata figurativamente viene attribuita una corrispondente retribuzione “convenzionale”, cioè uno stipendio “virtuale” calcolato sulla base del 200% del valore massimo dell’assegno sociale e attribuito in proporzione alle settimane accreditate.

Il valore figurativo attribuito ad ogni settimana accreditata risulta, pertanto, pari a 1/52 del 200% dell’assegno sociale. Nell’anno 2019, considerando che l’assegno sociale è pari a 457,99 euro mensili, la retribuzione massima settimanale su cui accreditare i contributi può essere dunque pari a 1/52 di 11.907,74 euro, ossia a 229 euro.

Per l’accredito dei contributi, poi, la retribuzione convenzionale settimanale deve essere riproporzionata su base oraria.

Quanto durano i riposi per allattamento?

I permessi devono essere accordati per la seguente durata, per ogni giornata:

  • 2 ore (due riposi di un’ora ciascuno, anche cumulabili) quando l’orario di lavoro giornaliero dell’interessata è pari o superiore alle 6 ore;
  • un’ora (un solo riposo), se l’orario giornaliero è inferiore a 6 ore; ha diritto a questo permesso anche la lavoratrice con un part-time orizzontale che prevede solo un’ora di lavoro al giorno; in questo caso la concessione del permesso determina la totale astensione dal lavoro dell’interessata;
  • mezz’ora, se il datore di lavoro ha istituito, in azienda o nelle immediate vicinanze, un asilo nido o un’altra struttura idonea.

Per i gemelli, qualunque sia il numero dei figli nati, i periodi di riposo sono raddoppiati.

In quale momento della giornata vanno fruiti i permessi per allattamento?

Nella generalità dei casi, l’orario di lavoro cui fare riferimento per stabilire il diritto ai permessi per allattamento è quello contrattuale e non quello effettivo, dal momento che i riposi vengono concessi per la cura del bambino.

I permessi, una volta stabilita la loro collocazione temporale, determinano fasce orarie rigide che non possono subire modifiche.

La collocazione temporale dei permessi non deve dunque considerare le concrete evenienze relative all’orario giornaliero di lavoro.

Come si calcolano i permessi per allattamento?

Il datore di lavoro deve calcolare le assenze per allattamento su base settimanale, con questo procedimento:

  • deve innanzitutto sommare le ore fruite dalla lavoratrice (o dal lavoratore) nel periodo interessato, per ogni anno solare;
  • deve poi dividere il valore così determinato per il numero delle ore settimanali di lavoro previste nel contratto, arrotondando all’unità, per eccesso, il risultato ottenuto.

Che cosa succede ai permessi per allattamento in caso di sciopero?

Nell’ipotesi di sciopero:

  • se la durata dello sciopero è per l’intera giornata lavorativa, oppure è parziale, ma comprende la fascia oraria in cui sono inclusi i permessi per allattamento: i riposi non spettano;
  • se la durata dello sciopero coincide in parte con la fascia oraria fissata per il godimento dei permessi: la lavoratrice ha diritto ad usufruire di uno solo dei permessi per allattamento;
  • se la durata dello sciopero non coincide con l’orario fissato per i riposi: la lavoratrice ha diritto ad usufruire di entrambe le ore di permesso.

Si possono cumulare i riposi per allattamento coi permessi banca ore?

I riposi giornalieri per allattamento possono sommarsi ai permessi accumulati tramite il sistema della banca ore. Questo è possibile anche nel caso in cui, sommano entrambe le tipologie di permesso, si esaurisca l’intero orario giornaliero di lavoro, comportando di fatto la totale astensione dall’attività lavorativa.

Si possono cumulare i permessi per allattamento col congedo parentale?

I permessi per allattamento sono incumulabili col congedo parentale o maternità facoltativa.

Come si chiedono i permessi per allattamento

La lavoratrice che intende usufruire dei riposi giornalieri deve presentare domanda al datore di lavoro prima dell’inizio del periodo di riposo richiesto, e deve impegnarsi a comunicare eventuali variazioni successive.

Il datore di lavoro deve rilasciare ricevuta dei certificati ed è obbligato a conservare la documentazione presentata.

Le categorie di lavoratrici aventi diritto al pagamento diretto da parte dell’Inps devono presentare la domanda anche alla sede Inps di appartenenza (lavoratrici agricole, dello spettacolo con contratto a termine o saltuarie, lavoratrici per le quali l’istituto sta effettuando il pagamento diretto di cassa integrazione anche in deroga).

I lavoratori la devono presentare la domanda sia alla sede Inps di appartenenza che al proprio datore di lavoro.

Domanda permessi per allattamento

Le domande dei riposi per allattamento devono essere presentate all’Inps in via telematica, attraverso uno dei seguenti canali:

  • servizio online dedicato (accessibile con Pin dispositivo, Spid o Carta nazionale dei servizi);
  • Contact Center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile;
  • patronati, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Chi sono i parenti di primo grado

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Parentela: definizione, linee, gradi e conseguenze. Affinità e rapporto di coniugio.

Vuoi creare l’albero genealogico della tua famiglia. Come si calcolano i gradi di parentela? Chi sono gli affini? Quali conseguenze derivano dal vincolo di parentela?

Tra i componenti di una stessa famiglia si creano diversi legami, che si distinguono in vincoli di parentela e vincoli di affinità. Entrambi si possono differenziare in linee, rette o collaterali, ed in gradi. Pertanto, se vuoi creare l’albero genealogico della tua famiglia, devi prima imparare a calcolare in modo corretto le linee e i gradi di parentela. Devi sapere ad esempio chi sono i parenti di primo grado di tuo padre o quelli in linea collaterale di tua madre. L’albero genealogico infatti, è una rappresentazione grafica simile ad uno schema, nel quale la ramificazione identifica le relazioni e le discendenze tra le persone. In cima all’albero si trova il capostipite, colui che ha dato origine alla famiglia, le linee verticali (dall’alto verso il basso) definiscono le discendenze tra soggetti (padre, figlio, nipoti) mentre le linee orizzontali delineano la parentela collaterale (fratelli, zii, cugini). Allo stesso modo è possibile rappresentare graficamente le linee ed i gradi di affinità. Vediamo più nel dettaglio come fare.

Parentela

La parentela è il rapporto che unisce coloro che discendono da una stessa persona, denominata stipite o anche capostipite. Tali soggetti sono legati tra di loro da una consanguineità [1]. Da ciò consegue che sono parenti ad esempio il padre con il figlio o il nonno con il nipote.

Per quanto riguarda i primi grazie ad una legge del 2012 [2], la parentela non sorge solo nel caso di figli nati all’interno del matrimonio, ma anche in quello di figli nati al di fuori del matrimonio o adottati. Si tratta di un’innovazione importante in quanto prima dell’entrata in vigore di detta legge i figli nati da persone non sposate tra loro, non erano legati da alcun vincolo ai parenti né del padre né della madre (es. zii, nonni). Per gli adottati la parentela legale, che nasce dal rapporto di adozione, è equiparata alla parentela naturale: con l’adozione infatti l’adottato entra a far parte della famiglia dell’adottante a pieno titolo, assumendo il normale rapporto di parentela con i parenti dei nuovi genitori.

Esempio: Tizio e Mevia adottano Sempronio, un bambino di tre anni. Per il legislatore italiano non esiste alcuna differenza tra Sempronio, che è stato adottato, e Caio, che è nato dall’unione di Carlo e Anna. Sempronio diventa parente di Tizio e Mevia nonché di tutti i familiari del padre e della madre così come lo è Sempronio nei confronti dei suoi genitori e dei loro familiari.

Il grado di parentela non cessa in caso di separazione o divorzio dei genitori e neanche nel caso in cui il matrimonio venga annullato (ad esempio perché uno dei due coniugi era incapace di intendere e volere al momento del matrimonio) o dichiarato nullo (si pensi al caso in cui uno dei due coniugi è legato ancora da un precedente vincolo matrimoniale e nonostante ciò contrae nuove nozze).

Esempio: Mario e Antonella, dopo la nascita del figlio Antonio, si separano. Antonio rimane comunque parente dei familiari sia del padre sia della madre nonostante la separazione dei suoi genitori. Lo stesso avviene nell’ipotesi in cui il matrimonio dei suoi genitori dovesse essere annullato o dichiarato nullo per una delle cause sopra riportate.

La parentela non esiste nelle così dette famiglie allargate, ovvero non si crea alcun vincolo di parentela tra i figli di due soggetti che si uniscono tra di loro.

Esempio: Giovanni e Daniela, entrambi divorziati con figli, si sposano. Tra Andrea, figlio di Giovanni, e Elena, figlia di Daniela, non si instaura alcun legame di parentela.

Intensità della parentela: linea retta e collaterale

Quando esiste un legame di sangue tra due o più persone che hanno in comune un unico capostipite, per determinare l’intensità della parentela bisogna distinguere tra parenti in linea retta e parenti in linea collaterale.

Più precisamente, la parentela in linea retta è quella che lega le persone che discendono l’uno dall’altra (padre e figlio, nonno e nipote), mentre la parentela in linea collaterale è quella che intercorre tra persone le quali hanno uno stipite in comune ma non discendono l’uno dall’altra (i fratelli o lo zio e il nipote).

Esempio: Tizio è il padre di Caio e di Sempronio. La parentela sussistente da un lato tra Tizio e Caio e dall’altro tra Tizio e Sempronio è in linea retta poiché sia Caio sia Sempronio discendono da Tizio. Invece, il vincolo di parentela che lega Caio e Sempronio è in linea collaterale in quanto entrambi, quali fratelli, discendono da Tizio, ma non discendono l’uno dall’altro. Altra ipotesi è quella di Franca e Anna, che sono zia e nipote poiché Franca è la sorella di Pia, la madre di Anna. Entrambe discendono da uno stipite comune, che è il nonno materno, cioè il padre di Franca e di Pia, ma non discendono l’una dall’altra. Franca e Anna sono parenti in linea collaterale.

Grado di parentela

Il grado di parentela è la “distanza” esistente in termini di discendenza tra gli appartenenti ad una stessa famiglia. Il grado di parentela si calcola sia per i parenti in linea retta sia per quelli in linea collaterale ma nel calcolo si usano metodi diversi.

Nella linea retta i gradi si calcolano contando le generazioni ed escludendo dal conteggio lo stipite in comune.

Esempio: Tizio e Caio sono padre e figlio. Già sappiamo che tra questi due soggetti esiste una parentela in linea retta. Per stabilire il grado di parentela bisogna considerare che tra Tizio e Caio non esistono persone interposte nel senso che c’è una discendenza diretta. Pertanto, il grado di parentela è il primo. Il calcolo può essere fatto anche ricorrendo alla matematica. In tal caso si ha: Tizio (padre) + Caio (figlio) = 2, togliendo lo stipite in comune, cioè il padre (Tizio), si ha 2 – 1 = 1 quindi, primo grado di parentela.

Se aggiungiamo Sempronio, padre di Tizio e nonno di Caio, volendo calcolare il grado di parentela esistente tra Sempronio e Caio, bisogna considerare che tra questi due soggetti c’è una persona interposta, cioè Tizio. Quindi, si ha: Sempronio (padre) + Tizio (figlio) + Caio (nipote) = 3 – 1, cioè Sempronio, lo stipite in comune, rimane 2. La parentela tra Sempronio e Caio è dunque, di secondo grado.

Nella linea collaterale i gradi si calcolano partendo dalla persona considerata, arrivando fino allo stipite in comune, che va comunque escluso, e discendendo sino all’altra persona della quale si vuole stabilire il grado.

Esempio: Franca e Pia sono sorelle in quanto figlie di Gina. Tra di loro esiste un legame di parentela in linea collaterale. Per calcolare il grado di parentela bisogna fare così: si parte da Franca (sorella) + si sale fino a Gina (madre) + per poi, ridiscendere a Pia (sorella) = 3 – 1 (lo stipite in comune, che è Gina) = 2. Il grado di parentela tra le due sorelle è quindi, di secondo grado.

Se aggiungiamo Piera, figlia di Franca, volendo calcolare il grado di parentela esistente tra quest’ultima e Pia, il conteggio è il seguente: si parte da Piera (nipote) + si sale fino a Franca (genitore) + si continua a salire fino a Gina (nonna) + poi, si discende fino a Pia (zia) = 4 – 1 (lo stipite in comune rappresentato dalla nonna Gina) = 3. Il grado di parentela tra zia e nipote è dunque, di terzo grado.

La legge pone un limite alla parentela, la quale si calcola fino al sesto grado sia in relazione alla linea retta sia in relazione a quella collaterale.

Parentela ed adozione

Abbiamo già visto in precedenza come l’adozione crea un vincolo di parentela di primo grado tra i genitori adottanti e l’adottato uguale a quello sussistente tra genitori e figli nati in costanza di matrimonio o al di fuori del matrimonio. Con l’adozione cessa ogni legame tra il minore e la propria famiglia d’origine.

Il minore adottato assume e trasmette il cognome dei genitori adottanti. Inoltre, egli diventa parente a tutti gli effetti dei familiari sia del padre sia della madre. Sarà fratello, nipote, cugino, ecc., dei soggetti appartenenti alla famiglia paterna e materna.

Pertanto, per il calcolo dei gradi di parentela si utilizzeranno gli stessi metodi già sopra riportati. Anche per la determinazione della parentela in linea retta o in linea collaterale si dovrà considerare lo stipite in comune, rappresentato dal nonno o da un genitore, arrivando fino al sesto grado.

Dal vincolo di parentela che si instaura grazie all’adozione discende il divieto di contrarre matrimonio. Infatti, la legge vieta che possano sposarsi due persone che sono ascendenti (zia e nipote) o discendenti (padre e figlia), indipendentemente dal fatto che siano figli naturali o adottati [3]. Tale divieto si applica anche tra adottati e i parenti della famiglia d’origine.

Parentela, alimenti ed eredità

Il vincolo di parentela acquista rilievo anche per quanto attiene alcuni obblighi specifici previsti dalla legge. I parenti di una persona che versa in stato di bisogno e non riesce a provvedere a sé stesso, sono obbligate a versarle gli alimenti [4], ognuna in relazione alle proprie capacità economiche.

Il legislatore italiano ha stabilito l’ordine dei parenti tenuti al versamento degli alimenti ad iniziare da quelli più prossimi: il coniuge, i figli e in loro assenza, i nipoti, ecc. Il soggetto bisognoso deve rivolgersi innanzitutto a quelli più vicini e se questi non sono in grado di soddisfarlo, a coloro che nell’elenco vengono dopo. E’ ovvio che i parenti di primo grado occupano i primi posti nell’elenco.

Esempio: Salvatore è anziano e non riesce a vivere con la propria pensione. Non avendo più la moglie, si rivolge al figlio Carlo perché provveda la versamento degli alimenti in suo favore.

Il vincolo di parentela acquista rilievo anche quando si tratta di dividere i beni del defunto, nel caso in cui questi non abbia lasciato testamento. Infatti, l’eredità spetta innanzitutto al coniuge e ai figli, che sono i suoi eredi legittimi, mentre gli altri parenti vengono dopo.

Parentela ed affinità

Diversa dalla parentela e da non confondere con essa è l’affinità, che consiste nel legame che unisce un coniuge ed i parenti dell’altro coniuge [5].

Il grado di affinità del coniuge con i parenti dell’altro coniuge è analogo a quello della parentela sia nella linea retta sia in quella collaterale. Ad esempio genero e nuora sono affini in linea retta di primo grado in quanto il grado di parentela esistente tra la moglie e la madre della moglie è di primo grado.

Il vincolo di affinità non viene meno con la morte del coniuge, ma solo a seguito della dichiarazione di nullità del matrimonio. Come per la parentela anche l’affinità è rilevante fino al sesto grado.

Il rapporto di coniugio

Tra marito e moglie non vi è rapporto di parentela né di affinità ma una relazione diretta di coniugio.

Come si legge la bolletta gas

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le voci della bolletta del gas? Quali sono le spese principali? Come analizzare una fattura del gas? Quali sono i costi fissi e quali i variabili?

Cos’è che ci accomuna tutti? L’identità culturale? La religione? La nazionalità? Sbagliato: le bollette. Non esiste cittadino che non sia chiamato, ogni mese oppure bimestralmente, ad aprire il portafogli per pagare le società che erogano le forniture più comuni. Tra le bollette che, immancabili, vengono recapitate con impressionante puntualità sono quelle del gas: in esse troviamo il fatturato che dobbiamo versare per il servizio che la compagnia da noi scelta ci offre. Ti sei mai chiesto come si legge la bolletta del gas? È importante, soprattutto in tempo di crisi, di aumento dell’iva e di tutela dei consumatori, sapere cosa si paga quando il portalettere ci consegna la fattura: spesso può accadere che la società abbia commesso degli errori e che, pertanto, ci venga chiesto il pagamento di un importo superiore a quello realmente dovuto. Se questo argomento ti interessa, prosegui nella lettura: capiremo insieme come si legge la bolletta gas.

Voci bolletta gas: quali sono?

Leggere una bolletta del gas non è impresa impossibile, considerando che la struttura è la medesima per ogni gestore. In altre parole, è indifferente la società che ti fornisce il servizio: la bolletta del gas presenta sempre gli stessi aspetti.

Tralasciando i dati che si riferiscono al cliente (codice personale, punto di consegna, punto di riconsegna, ecc.), ciò che interessa al consumatore sono le voci inerenti ai costi. Perciò, troverai nella fattura (cartacea o telematica, se hai scelto l’invio online) le seguenti diciture:

  • spesa per la materia gas naturale;
  • spesa per il trasporto e la gestione del contatore;
  • spesa per gli oneri di sistema;
  • imposte.

Analizziamole separatamente.

Spesa per la materia gas naturale: cos’è?

La prima voce che troviamo nella bolletta del gas è probabilmente la più importante: la spesa per la materia gas naturale comprende il costo del gas effettivamente consumato. Si tratta della principale voce di spesa nella bolletta del gas, quella che influisce per circa il 40% del totale da pagare. Essa rientra tra i costi variabili, che dipendono cioè dal consumo.

Nelle spese per la materia gas naturale rientrano i seguenti importi:

  • materia prima gas in quota energia, che corrisponde al costo previsto per l’acquisto del gas rivenduto ai clienti;
  • oneri aggiuntivi in quota energia, che sarebbero i costi di carattere generale (es. servizio di rigassificazione, sviluppo stoccaggi, contenimento dei consumi di gas, ecc.);
  • commercializzazione al dettaglio in quota fissa e quota energia, per le attività di vendita al dettaglio (gestione commerciale, servizi al cliente, ecc.).

Spesa per il trasporto e la gestione del contatore

La seconda voce in cui ci imbattiamo se intendiamo leggere la bolletta del gas è la spesa per il trasporto e la gestione del contatore, la quale si riferisce al trasporto, allo stoccaggio, alla distribuzione del gas e alla gestione del contatore.

Gli importi ricompresi in questa componente (la quale, un tempo, andava sotto la denominazione di servizi di rete) serve a coprire le spese di trasporto del gas attraverso i gasdotti fino alle abitazioni, lo stoccaggio dello stesso e la gestione del contatore domestico.

La tariffa applicata alle spese per il trasporto e la gestione del contatore viene stabilita annualmente dall’Autorità per tutti gli operatori e tiene conto dell’inflazione, degli investimenti realizzati e degli obiettivi di recupero di efficienza.

Questo significa che il costo di questi servizi non cambia da un gestore all’altro: non c’è differenza tra il regime di maggior tutela e quello del mercato libero, in quanto la concorrenza gioca la sua partita sui costi variabili rappresentati dalla spesa per la materia del gas naturale.

Spesa per gli oneri di sistema: cos’è?

Dopo la spesa per la materia gas naturale e quella per il trasporto e la gestione del contatore c’è la spesa per gli oneri di sistema: essa copre i costi relativi ad attività di interesse generale per il sistema gas e viene pagata da tutti i clienti finali del servizio gas.

Anche la spesa per gli oneri di sistema è stabilità dall’Autorità garante e, pertanto, non varia a seconda del gestore cui deciderai di affidarti. In questa voce rientrano, tra gli altri, i costi di interventi per il risparmio energetico e lo sviluppo di fonti rinnovabili, nonché quelli di commercializzazione della vendita del gas al dettaglio.

Le imposte nella bolletta del gas

Infine, se leggi la bolletta del gas troverai senz’altro le imposte; questa sezione comprende:

  • l’imposta di consumo (accisa), che è diversa per il nord e per il sud Italia e si divide in quattro scaglioni di consumo misurati in Standard metro cubo (Smc);
  • l’addizionale regionale;
  • l’imposta sul valore aggiunto (Iva), applicata a tutte le voci della bolletta e che è pari, per gli usi civili, al dieci per cento per i primi 480 metri cubi (mc) consumati, al 22% su tutti gli altri consumi e sulle quote fisse; per gli usi industriali è al 22%.

Le imposte rappresentano circa il 35 % del totale di una bolletta del gas riferita ad un’utenza domestica ordinaria.

Bolletta gas: cosa sono i conguagli?

Quando si legge la bolletta del gas è importante verificare se essa faccia riferimento a consumi effettivi o solamente stimati: in questo ultimo caso, nella successiva fatturazione è possibile che vi siano conguagli volti ad allineare i consumi presunti a quelli reali. Per approfondire l’argomento sui conguagli e sulla relativa prescrizione, ti consiglio di leggere l’articolo sul conguaglio gas.

Macchia d’olio sulla strada: ultime sentenze

Posted on : 19-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Macchia d’olio sulla strada; onere della prova; responsabilità; sinistro stradale; perdita di controllo del veicolo; danni del conducente; segnalazione stradale; violazione degli obblighi di custodia.

Nel caso di una macchia d’olio sul manto stradale di recente formazione, la prova del caso fortuito grava sul Comune.

Macchia d’olio sull’asfalto: su chi grava la prova del caso fortuito?

La prova della presenza di una macchia d’olio sull’asfalto, di recente formazione, non è prevedibile e quindi non risulta evitabile da parte del Comune, in virtù della circostanza di essersi formata poco prima del sinistro.

In quanto prova di un fatto esterno al rapporto tra il custode e la cosa, e come tale in grado di costituire di per sé causa del danno, grava sullo stesso Comune-custode, il quale ha l’onere di allegare elementi, anche se semplicemente fonti di presunzioni, tali da consentire di affermare l’incidenza del caso fortuito nella causazione del sinistro.

Cassazione civile sez. III, 15/03/2019, n.7361

Danni da cose in custodia: è responsabile la PA?

Nella responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., la pubblica amministrazione è liberata dalla responsabilità ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione (es. macchia d’olio presente sulla pavimentazione stradale) la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode.

(Nella specie: è stata esclusa la responsabilità del Comune in un sinistro ove un’autovettura è sbandata mentre percorreva una strada statale ricoperta da fango e melma provenienti da uno stradello vicino, posto che la dinamica del sinistro si è accertato che la perdita di aderenza dei pneumatici della vettura è stata causata dalle condizioni verificatesi alcuni metri prima del punto di confluenza tra lo stradello e la statale; del resto visto che la sera dell’incidente erano in corso precipitazioni e il manto stradale era bagnato, con presenza anche di fango, per cui attese le avverse condizioni atmosferiche in corso e la notevole lunghezza della statale non era esigibile un intervento “illico et immediate” da parte dell’ente proprietario della strada per ripristinare le condizioni di sicurezza della stessa).

Tribunale Roma sez. XII, 15/03/2018, n.5640

Olio sull’asfalto e caduta del ciclomotore

Nel caso in cui la caduta da un ciclomotore sia stata cagionata non da un difetto strutturale della carreggiata ma dalla presenza sull’asfalto di olio proveniente da un cassonetto dei rifiuti, è esclusa la responsabilità dell’Ente gestore della strada qualora sia provato che l’Ente non avesse avuto conoscenza di tale situazione e che la macchia d’olio si fosse creata non molto tempo prima del sinistro, sì da escludersi che la situazione di pericolo fosse insorta in un tempo tale da consentire al Comune di averne conoscenza e di intervenire per rimuoverla.

Tribunale Campobasso, 22/08/2017, n.502

Gasolio sull’asfalto: è insidia stradale

La presenza su una strada destinata al traffico veicolare di una macchia di olio o gasolio, lasciata lì per un numero considerevole di ore, costituisce di per sé insidia stradale, in quanto caratterizzata dalla concorrenza dell’elemento obiettivo della non visibilità, e di quello soggettivo della non prevedibilità dell’evento, apparendo contrario all'”id quod plerumque accidit” che nella strada di un centro abitato possa esservi del materiale scivoloso.

Tribunale Bari sez. III, 25/09/2007, n.2179

Macchia d’olio sul manto stradale e sinistro

La fattispecie di uscita di strada causata dalla presenza di macchia d’olio sul manto stradale dovuta a precedente sinistro non deve essere inquadrata nell’ambito dell’art. 2054 c.c., ma, più correttamente, nell’ambito della figura generale della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2043 c.c. Pertanto, deve essere esclusa la legittimazione passiva delle compagnie di assicurazione coinvolte nel precedente sinistro che coprono solo i danni derivati direttamente ed immediatamente dalla circolazione dei veicoli dei propri assicurati.

Giudice di pace Legnago, 27/07/2007, n.642

Olio sull’asfalto e perdita di controllo del mezzo: il Comune risponde dei danni?

Il Comune non risponde dei danni subiti da un motociclista che, a causa della presenza di una macchia d’olio sull’asfalto, ha perso il controllo del mezzo in quanto – non essendo stata fornita, ex art. 2043 c.c., la prova di una condotta colpevole del convenuto sia sotto il profilo della negligenza che sotto quello della condotta omissiva – l’evento dannoso deve ritenersi riconducibile al fatto di un terzo non identificato.

Né, al fine, può essere invocata a carico del Comune la violazione degli obblighi di custodia di cui all’art. 2051 c. c. in quanto si ritiene che l’uso indiscriminato della strada da parte di un numero cospicuo di utenti e la sua estensione abbiano impedito all’Amministrazione di esercitare un effettivo potere di controllo sul territorio di competenza.

Giudice di pace Monza, 03/05/2006

Macchia d’olio sulla strada urbana

Gli enti proprietari delle strade o i concessionari sono tenuti ad organizzarsi in modo adeguato con proprio personale o per mezzo di appaltatori tenendo conto dell’estensione della rete (comunque limitata e certa): le strade, infatti, sono opere dell’ingegno dell’uomo e dallo stesso controllabili, sia pure con impegno organizzativo e finanziario (a volte) non modesto.

La gravosità degli oneri connessi agli obblighi di custodia non comporta però impossibilità di custodia (fattispecie in cui un ciclomotorista era caduto a causa di una estesa macchia d’olio posta sulla carreggiata di una strada urbana).

Tribunale Roma, 16/02/2005

Macchia d’olio sull’asfalto non visibile e scarsa illuminazione pubblica

Sussistono gli elementi caratterizzanti l’insidia e/o il trabocchetto, nel caso di una macchia d’olio presente sul manto stradale, non segnalata, nè, tantomeno, prevedibile, in quanto in una delle vie più importanti della città tutto poteva prevedersi e trovarsi, ad eccezione di olio sulla corsia di marcia.

(Nella specie, il giudicante ha riconosciuto interamente responsabile il Comune – proprietario della strada – per l’incidente occorso ad un motociclista che, mentre percorreva a velocità moderata a bordo del proprio motociclo una centralissima via del centro cittadino, perdeva l’equilibrio scivolando su una macchia d’olio presente sul manto stradale, non segnalata e non visibile a causa della scarsissima illuminazione pubblica e per il colore simile a quello dell’asfalto).

Giudice di pace Messina, 20/10/2004

Macchia d’olio sull’asfalto: imprevedibilità del pericolo occulto

L’utente della strada che lamenti un danno dovuto ad una insidia, nella specie la presenza di una macchia di olio sull’asfalto, non ha l’onere aggiuntivo di provare, oltre ai caratteri dell’invisibilità ed imprevedibilità propri del pericolo occulto, che tale insidia era presente da un ragionevole lasso temporale, giacché trattasi di prova diabolica che avrebbe come effetto di rendere irrisarcibile il danno ed inapplicabile il precetto di cui all’art. 2043 c.c.

Tribunale Roma, 10/11/2003

Macchia d’olio sulla strada: cosa deve provare il danneggiato?

Nel caso di danni causati dalla presenza di una macchia d’olio sul manto stradale (fattispecie cui è inapplicabile il disposto dell’art. 2051 c.c.), il danneggiato ha l’onere di provare non solo l’esistenza dell’insidia, ma anche la colpa dell’ente proprietario della strada, la quale sussiste in tutti i casi in cui tra l’insorgere dell’insidia ed il sinistro sia inutilmente trascorso quel lasso di tempo ragionevolmente necessario per rimuovere o segnalare il pericolo.

Tribunale Roma, 23/03/2000

Macchia d’olio sulla strada e segnalazione

Il conducente di un veicolo a motore, il quale perda olio che si riversi sul manto stradale, non può limitarsi a cospargere di segatura la macchia di olio ed allontanarsi, ma deve adottare tutte le precauzioni (prime fra tutte, la segnalazione del pericolo mediante il “triangolo”) per evitare rischi agli altri utenti della strada (nella specie, il tribunale ha ritenuto responsabile esclusivo dei danni subiti da un motociclista, scivolato su una macchia d’olio, il conducente del camion dal quale era fuoriuscito il liquido).

Tribunale Roma, 20/12/1999