Pignoramento Agenzia Entrate: quali i beni intoccabili?

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Regole sul pignoramento e ipoteca della casa, stipendio, pensione, conto corrente, fondo patrimoniale, polizze vita, mobili impignorabili, beni cointestati.

Siamo davvero sicuri che, quando decide di fare un pignoramento, l’Agenzia delle Entrate Riscossione può metterci le mani dappertutto? Oppure ci sono dei beni intoccabili? E se non si ha nulla intestato, che cosa potrebbe prendersi l’Agente di riscossione oppure qualsiasi altro creditore?

Recuperare un credito in Italia non è semplice. Primo, perché tempi e costi non rendono facile questa operazione. Secondo, perché non mancano i furbi che risultano nullatenenti ma che, in realtà, hanno dei beni intestati a parenti o amici prestanome e, di fronte al creditore, che sia un privato o l’Ente di riscossione, si presentano a mani nude e a tasche vuote.

Ecco perché le riforme della giustizia hanno dato la possibilità di fare delle ricerche più approfondite attraverso l’accesso, tramite Internet, all’anagrafe tributaria e dei conti correnti. Questo, in teoria, dovrebbe favorire quel processo di individuazione dei beni del debitore.

Tuttavia, restano dei beni non pignorabili. Vediamo, allora, cosa l’Agenzia delle Entrate Riscossione o qualsiasi altro creditore può pignorare e dove, invece, si trova le mani legate dalla legge e non può intervenire.

La prima casa

La prima casa può sempre essere oggetto di ipoteca. Il creditore privato (che sia la banca, un fornitore, ecc.) potrà iscrivere ipoteca a prescindere dall’importo per il quale agisce (dunque, anche per poche centinaia di euro, ammesso che il gioco valga la candela).

L’Agenzia delle Entrate Riscossione, invece, può procedere a ipotecare la prima casa a condizione che il debito complessivo maturato dal contribuente (ivi compreso quello contestato davanti al giudice) arrivi a 20.000 euro.

Il pignoramento vero e proprio interviene dopo l’iscrizione dell’ipoteca – ma non necessariamente collegata ad essa – e la vendita all’asta dell’immobile tramite la procedura giudiziale gestita dal tribunale. Il pignoramento è sempre libero per il creditore privato. Ma non per l’Agenzia delle Entrate Riscossione, per la quale è vietato a condizione che:

  • si tratti della prima e unica casa del debitore (egli, quindi, non deve avere intestati altri beni immobili);
  • sia una casa accatastata come civile abitazione (non quindi, per esempio, a uso studio) e non sia di lusso;
  • in tale immobile il contribuente abbia trasferito la propria residenza.

Attenzione, perché se manca anche una sola di queste condizioni, l’Agenzia delle Entrate Riscossione allunga la mano e procede al pignoramento, a patto che il suo credito sia superiore a 120.000 euro.

Se invece, ricorrono tutti e tre i presupposti, l’Agente di riscossione non può procedere all’esecuzione forzata, ma ciò non toglie che lo possa fare – come appena detto – un qualsiasi creditore privato. In tal caso, però, l’Agenzia delle Entrate Riscossione resterà a mani vuote.

Gli altri immobili

Tutti gli immobili che non sono prima casa sono liberamente pignorabili sia per i creditori privati (come, del resto, lo è anche quella) sia per l’Agenzia delle Entrate Riscossione. Quest’ultima, tuttavia, è sempre tenuta al rispetto dei due limiti quantitativi citati prima: 20mila euro per l’iscrizione dell’ipoteca, 120mila euro per procedere poi al pignoramento.

I beni mobili

Qui la maglia si allarga. In generale, sono pignorabili tutti i beni mobili, compresi i gioielli e denaro trovati a casa del debitore (comprese le monete da 1 centesimo).

Se il creditore sta svolgendo un pignoramento immobiliare, si può portare via anche anche i mobili che lo arredano, quando appare opportuno che l’espropriazione avvenga unitamente (cosiddetto cumulo dei mezzi di espropriazione). Già che c’è, si porta via la casa arredata.

In ogni caso il creditore non può mai pignorare i seguenti beni:

  • anello nuziale (almeno quello);
  • vestiti;
  • biancheria (anche se pulita);
  • letti, tavoli per i pasti con le relative sedie, armadi guardaroba, cassettoni, frigorifero, stufe e fornelli di cucina;
  • lavatrice, utensili di casa e di cucina unitamente ad un mobile idoneo a contenerli, in quanto indispensabili al debitore e alle persone della sua famiglia che convivono con lui;
  • commestibili (già le mani dalla caciotta) e combustibili necessari per un mese al mantenimento del debitore e delle altre persone della sua famiglia con lui conviventi;
  • cose sacre e quelle che servono all’esercizio del culto;
  • decorazioni al valore, lettere, registri e in genere gli scritti di famiglia, e i manoscritti, salvo che formino parte di una collezione;
  • armi e oggetti che il debitore ha l’obbligo di conservare per l’adempimento di un pubblico servizio (se, ad esempio fosse un agente delle forze dell’ordine);
  • strumenti, oggetti e libri indispensabili all’esercizio della professione, dell’arte o del mestiere del debitore. Questi beni sono pignorabili nei limiti di 1/5 se il presumibile valore di realizzo degli altri beni rinvenuti dall’ufficiale giudiziario o indicati dal debitore non appare sufficiente per soddisfare il credito. Il limite non si applica per i debitori costituiti in forma societaria e, in ogni caso, se nell’attività del debitore prevale il capitale investito rispetto al lavoro.

Non sono pignorabili neanche le polizze vita, i diritti di uso e di abitazione e le servitù

 

Il conto corrente

Contrariamente a quanto avveniva fino a qualche tempo fa, il conto corrente non è più integralmente pignorabile. Se un tempo, sia l’allora Equitalia (oggi Agenzia delle Entrate Riscossione) sia qualsiasi altro creditore poteva, pignorando il conto corrente, prelevare tutti gli importi depositati sul conto, oggi non è più sempre così. Bisogna quindi distinguere a seconda della funzione del conto corrente.

Se è destinato all’accredito della pensione o dello stipendio

Per le somme già presenti sul conto al momento della notifica del pignoramento, il creditore, sia esso l’Agenzia delle Entrate Riscossione o qualsiasi altro soggetto, non può mai pignorare un importo minimo pari a tre volte l’assegno sociale (per il 2017 è pari a 448,07 euro, per cui il triplo, impignorabile, è pari a 1.344,21 euro).

Per le somme successivamente accreditate dall’ente di previdenza o dal datore di lavoro, il pignoramento non può essere superiore a un quinto.

Un esempio. Mettiamo che sul conto in cui, puntualmente, viene accreditata la pensione, ci siano 2.000 euro all’atto del pignoramento e ogni mese l’Inps versa una pensione di 1.000 euro. Il creditore potrà bloccare subito l’importo di 655,79 euro (pari alla differenza tra 2.000 e 1.344,21) e, per i successivi accrediti, solo 200 euro al mese.

In ogni caso, per l’Agenzia delle Entrate Riscossione sussiste anche il divieto di pignorare l’ultimo emolumento (pensione o stipendio) accreditato in conto al momento del pignoramento.

In tutti gli altri casi

Se invece il conto corrente serve per altre finalità (si pensi al lavoratore autonomo, al libero professionista, all’imprenditore, al titolare di redditi da locazione, ecc.), il pignoramento del conto può arrivare al 100% sia di quello già depositato all’atto della notifica del pignoramento stesso, sia di quello che verrà successivamente versato.

La pensione

Nel caso in cui la pensione venga pignorata direttamente presso l’Ente di previdenza, non è possibile pignorare il cosiddetto “minimo vitale” pari all’assegno sociale (come detto, pari a 448,07 euro per il 2017) aumentato della metà (ossia 224,03 euro). Pertanto la pensione non può mai scendere al disotto di 672,10.

Se il debitore percepisce un importo più basso, esso non potrà mai essergli toccato

Se invece, supera tale importo, potrà essere pignorata solo la parte eccedente, ma con questi limiti:

  • nel caso di un creditore privato: il pignoramento della parte eccedente il tetto di 672,10 euro può avvenire entro massimo un quinto;
  • nel caso dell’Agenzia delle Entrate Riscossione: il pignoramento della parte eccedente il tetto di 672,10 euro può avvenire entro massimo 1/10 per pensioni non superiori a 2.500 euro; entro massimo 1/7 per pensioni tra 2.501 e 5.000 euro; fino a 1/5 per pensioni superiori a 5.001 euro.

Lo stipendio

Nel caso in cui lo stipendio venga pignorato direttamente presso il datore di lavoro può succedere questo:

  • nel caso di un creditore privato: il pignoramento può avvenire entro massimo un quinto;
  • nel caso dell’Agenzia delle Entrate Riscossione: il pignoramento può avvenire entro massimo 1/10 per stipendi non superiori a 2.500 euro; entro massimo 1/7 per stipendi tra 2.501 e 5.000 euro; fino a 1/5 per stipendi superiori a 5.001 euro.

Il fondo patrimoniale

Se nel fondo patrimoniale sono stati messi, ad esempio, la casa, un terreno, un’auto o una serie di titoli, quando già c’era un debito accertato con l’Erario (non c’è bisogno della notifica della cartella esattoriale, ma basterebbe, per esempio, l’omesso versamento dell’imposta sulla casa, sui rifiuti, ecc.) per i primi 5 anni tale atto è revocabile. Che cosa significa?

Significa che il fondo non assicura alcuna impignorabilità. Addirittura, se entro un anno dopo la costituzione del fondo il creditore iscrive il pignoramento, può procedere all’esecuzione forzata anche senza prima la revocatoria.

Invece, decorsi i 5 anni, ciascun creditore trova un blocco nel fondo patrimoniale. Ma se il debito è dipeso da una spesa fatta per esigenze strettamente legate alla famiglia (la tassa sulla casa, agli oneri di condominio, le spese per la retta universitaria o per la salute dei figli), allora i beni inseriti nel fondo sono ugualmente pignorabili.

I beni cointestati

Se hai cointestato un bene, come il conto corrente o la casa, l’Agenzia delle Entrate Riscossione, così come qualsiasi altro creditore, può pignorarne solo metà.

Tuttavia, nel caso di immobili, se questi non possono essere divisi in natura e non si raggiunge un diverso accordo tra debitori e creditori, l’Ente di riscossione può vendere il 50% indiviso. Ma, a ben pensarci: voi comprereste un bene in comproprietà con uno sconosciuto?

Cartella esattoriale nulla se l’ufficio è incompetente

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La cartella deve essere emessa dal concessionario del luogo del domicilio fiscale del contribuente.

Anche per le cartelle esattoriali esiste una competenza territoriale: non qualunque ufficio dell’Agenzia delle Entrate Riscossione potrebbe intimare il pagamento dei tributi o di altri crediti, bensì solo quello che, operando sul territorio di competenza, ha il potere di emettere la cartella e gli altri atti della riscossione. Ne consegue la nullità della cartella emessa dall’ufficio territorialmente non competente.

È quanto precisato da una recente ordinanza della Cassazione [1].

La legge [2] prevede che l’ufficio competente forma ruoli distinti per ciascuno degli ambiti territoriali in cui i concessionari operano. In ciascun ruolo sono iscritte tutte le somme dovute dai contribuenti che hanno il domicilio fiscale in comuni compresi nell’ambito territoriale cui il ruolo si riferisce.

Secondo un’altra disposizione normativa [3], l’ufficio consegna il ruolo al concessionario dell’ambito territoriale cui esso si riferisce secondo le modalità indicate con decreto del Ministero delle finanze, di concerto con il Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica.

La competenza per territorio a emanare gli atti di riscossione o di accertamento definisce e delimita, in base a previsioni di legge, il potere spettante a ciascun ufficio. Infatti, le norme appena richiamate delimitano la competenza per territorio del concessionario con riguardo, in generale, a tutti gli atti successivi alla consegna del ruolo, inclusa, quindi, la cartella di pagamento e tutti gli atti della riscossione.

Secondo i giudici, non può trovare accoglimento la tesi opposta secondo cui la cartella non sarebbe ancora atto esecutivo che compete in via esclusiva al Concessionario dell’ambito in cui risiede il debitore, ma costituirebbe una formale intimazione di pagamento (che potrebbe dunque essere emessa anche da un concessionario di un luogo diverso). Tale interpretazione contrasta con le norme di legge che individuano i poteri e le competenze dell’agente della riscossione con riguardo al domicilio fiscale del contribuente.

Ciò vuol dire che, a prescindere dalla sede dell’ente creditore e dal tipo di credito, la cartella può essere emessa soltanto dall’ufficio dell’Agenzia delle Entrate Riscossione del luogo in cui il contribuente ha il domicilio fiscale.

Dunque, è’ sempre bene verificare, al momento di ricezione della cartella esattoriale, qual è il concessionario provinciale che l’ha emessa (si individua agevolmente in quanto riportato sulla prima pagina della cartella).

Per esempio: se il contribuente risiede a Roma e contrae una multa per violazione al codice della strada a Milano, la cartella relativa alla multa dovrà essere emessa dall’Agenzia delle Entrate Riscossione di Roma e non da quella di Milano, la quale non avrebbe competenza territoriale.

Che significa dura sed lex

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La massima «dura sed lex» sta a significare che la legge, anche quando appare ingiusta e difficile da rispettare, va comunque osservata da tutti.

Agli avvocati che amano citare brocardi latini si sente spesso dire «dura sed lex»: una frase attribuita a Socrate, ma che è divenuta più nota in epoca romana. Cosa significa dura sed lex? Anche se le parole già lasciano intuire il senso – e così anche l’espressione di rammarico di chi la pronuncia – la massima sta a significare «Anche se è dura, è la legge». Ma siccome i latini amavano, con poche parole, accordare alla frase un senso molto più ampio, dietro questo motto si sottintende il senso «Anche se è dura da accettare, è la legge e, come tale, va rispettata».

Dura sed lex è quindi un modo per affermare la supremazia della legge rispetto sia alle ragioni del singolo cittadino, sia al concetto di giustizia sostanziale, da cui la prima a volte si discosta nell’interesse della certezza dei rapporti giuridici e dell’interesse collettivo. Qualche esempio servirà a comprendere meglio la questione.

Immaginiamo che un uomo subisca, non per sua colta, un incidente stradale. Non ottenendo alcun risarcimento dall’assicurazione, incarica il proprio avvocato di avviare la causa. Ma quest’ultimo si muove in ritardo, ben oltre i due anni di prescrizione previsti dal codice civile. Così il giudice, nonostante riconosca che l’incidente sia effettivamente avvenuto, rigetta la sua richiesta di risarcimento e, anzi, lo condanna alle spese processuali. Non c’è alcun modo per far tornare indietro le lancette dell’orologio: una volta decorsi i termini per l’azione giudiziale, il danneggiato – pur dalla parte della ragione – non potrà ottenere alcun indennizzo. Ecco, questo è uno dei casi in cui il cittadino potrebbe affermare «dura sed lex»: è difficile da digerire, ma è la legge e va rispettata.

Il concetto di dura sed lex si può riferire a una serie di differenti situazioni. Si pensi al caso in cui la legge sacrifica un interesse privato per perseguire un interesse pubblico. Si pensi al caso di un versamento sul conto corrente che il cittadino non riesce a giustificare, subendo così un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate. In tale ipotesi, lo scopo perseguito dalla norma – quello cioè di contrastare l’evasione fiscale – consente di comprimere delle libertà personali del correntista, come quella di disporre del proprio denaro liberamente senza avere una pezza giustificativa. Stesso discorso per il divieto di trasferire soldi in contanti sopra la soglia consentita dalla legge. Anche qui si assiste alla limitazione di un diritto del privato a tutela di quello pubblico.

Un’altra accezione del concetto dura sed lex si riferisce alle situazioni in cui la legge, per un interesse pubblico, impone al privato degli oneri particolarmente elevati. Si pensi all’esercente un’attività di commercio di alimenti, cui si chiede una serie di adempimenti e certificazioni particolarmente onerose, a tutela della salute pubblica. Oppure al proprietario di un’immobile di lusso, cui si chiede di pagare tasse elevate. O ancora al professionista, cui sono imposti una serie di obblighi tributari che difficilmente potrebbero essere ricordati e svolti se non con l’aiuto di un commercialista. Dura sed lex!, anche in questo caso.

Secondo il filoso Fabio Germanà, alla massima dura sed lex bisognerebbe accordare un ulteriore significato. Secondo tale interpretazione, non ha senso chiedersi se la legge è giusta o ingiusta (atteso che anche il concetto di giustizia è relativo e ciò che può piacere all’uno non è detto che piaccia all’altro). La legge è solo neutra e si sottrae a qualsiasi giudizio. Facciamo un altro esempio. La norma che impone di piantare alberi a non meno di 3 metri dal confine può apparire giusta per il proprietario del balcone antistante, che perde aria e panorama a causa della pianta; può invece sembrare ingiusta al proprietario dell’albero, imponendogli l’abbattimento. La legge che stabilisce l’usucapione di un terreno dopo il possesso per 20 anni può apparire giusta a chi ha coltivato l’immobile indisturbatamente, con il sudore della propria fronte, ed ingiusta al titolare dell’appezzamento di terra.

La legge, insomma, va sempre rispettata: non può essere disattesa neanche quando appare stupida o ingiusta. Si pensi a una strada di città completamente deserta perché è ferragosto: un automobilista passa a semaforo rosso per poter raggiungere al più presto la famiglia al mare. Benché la manovra non abbia comportato alcun pericolo, un poliziotto costretto a fare il turno estivo lo ferma e lo multa. Chi ha ragione? Ovviamente il poliziotto. Dura sed lex!

Come diventare giudice di pace dopo la riforma

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Requisiti magistrato onorario, compatibilità professione avvocato, tirocinio Giudice di Pace: le regole dopo la riforma della magistratura onoraria.

La recente riforma organica della magistratura onoraria [1] ha in parte modificato le regole per il conferimento degli incarichi di Giudice di Pace. Vediamo come funziona l’accesso alla magistratura onoraria e quali sono i requisiti richiesti.

Requisiti magistrato onorario

Per il conferimento dell’incarico di magistrato onorario è richiesto il possesso dei seguenti requisiti:

  • a) cittadinanza italiana;
  • b) esercizio dei diritti civili e politici;
  • c) essere di condotta incensurabile;
  • d) idoneità fisica e psichica;
  • e) età non inferiore a ventisette anni e non superiore a sessanta;
  • f) laurea in giurisprudenza a seguito di corso universitario di durata non inferiore a quattro anni;
  • g) in caso di partecipazione alla assegnazione di incarichi di magistrato onorario negli uffici aventi sede, rispettivamente, nella Provincia autonoma di Bolzano e nella Regione Valle d’Aosta, conoscenza, rispettivamente, della lingua tedesca e della lingua francese; per la valutazione in ordine al possesso di detto requisito si applicano le vigenti disposizioni di legge.

Non può essere conferito l’incarico a coloro che:

  • a) hanno riportato condanne per delitti non colposi o a pena detentiva per contravvenzioni, salvi gli effetti della riabilitazione;
  • b) sono stati sottoposti a misure di prevenzione o di sicurezza personali;
  • c) hanno subito sanzioni disciplinari superiori alla sanzione più lieve prevista dall’ordinamento di appartenenza;
  • d) sono stati collocati in quiescenza;
  • e) hanno svolto per più di quattro anni, anche non consecutivi le funzioni giudiziarie onorarie disciplinate dal presente decreto;
  • f) non sono stati confermati nell’incarico di magistrato onorario o è stata disposta nei loro confronti la revoca dell’incarico.

Costituiscono titolo di preferenza, nell’ordine:

  • a) l’esercizio pregresso delle funzioni giudiziarie, comprese quelle onorarie;
  • b) l’esercizio, anche pregresso, per almeno un biennio, della professione di avvocato;
  • c) l’esercizio, anche pregresso, per almeno un biennio, della professione di notaio;
  • d) l’esercizio, anche pregresso, per almeno un biennio, dell’insegnamento di materie giuridiche nelle università;
  • e) lo svolgimento con esito positivo del tirocinio presso l’ufficio del Giudice di Pace, senza che sia intervenuto il conferimento dell’incarico di magistrato onorario;
  • f) l’esercizio pregresso, per almeno un biennio, delle funzioni inerenti ai servizi delle cancellerie e segreterie giudiziarie con qualifica non inferiore a quella di direttore amministrativo;
  • g) lo svolgimento, con esito positivo, dello stage presso gli uffici giudiziari, a norma dell’articolo 73 del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98;
  • h) il conseguimento del dottorato di ricerca in materie giuridiche;
  • i) l’esercizio, anche pregresso, per almeno un biennio, dell’insegnamento di materie giuridiche negli istituti superiori statali.

In caso di uguale titolo di preferenza prevale, nell’ordine:

  • a) la maggiore anzianità professionale o di servizio, con il limite massimo di dieci anni di anzianità;
  • b) la minore età anagrafica;
  • c) il più elevato voto di laurea.

Incompatibilità magistrato onorario

Non possono esercitare le funzioni di magistrato onorario:

  • a) i membri del Parlamento nazionale e del Parlamento europeo spettanti all’Italia, i membri del Governo e quelli delle giunte degli enti territoriali, nonché i deputati e i consiglieri regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali;
  • b) gli ecclesiastici e i ministri di qualunque confessione religiosa;
  • c) coloro che ricoprono o che hanno ricoperto, nei tre anni precedenti alla domanda, incarichi direttivi o esecutivi nei partiti e movimenti politici o nelle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative;
  • d) coloro che ricoprono la carica di difensore civico;
  • e) coloro che svolgono abitualmente attività professionale per conto di imprese di assicurazione o bancarie, ovvero per istituti o società di intermediazione finanziaria, oppure hanno il coniuge, la parte dell’unione civile, i conviventi, i parenti fino al secondo grado o gli affini entro il primo grado che svolgono abitualmente tale attività nel circondario in cui il giudice di pace esercita le funzioni giudiziarie.

 

Un avvocato può essere anche Giudice di Pace?

Gli avvocati e i praticanti abilitati non possono esercitare le funzioni di magistrato onorario in uffici giudiziari compresi nel circondario del tribunale nel quale esercitano la professione forense, ovvero nel quale esercitano la professione forense i loro associati di studio, i membri dell’associazione professionale, i soci della società tra professionisti, il coniuge, la parte dell’unione civile o i conviventi, i parenti fino al secondo grado o gli affini entro il primo grado.

Gli avvocati che esercitano la propria attività professionale nell’ambito di società o associazioni tra professionisti non possono esercitare le funzioni di magistrato onorario nel circondario del tribunale nel quale la società o l’associazione forniscono i propri servizi.

Non costituisce causa di incompatibilità l’esercizio del patrocinio davanti al tribunale per i minorenni, al tribunale penale militare, ai giudici amministrativi e contabili, nonché davanti alle commissioni tributarie.

Gli avvocati e i praticanti abilitati che svolgono le funzioni di magistrato onorario non possono esercitare la professione forense presso gli uffici giudiziari compresi nel circondario del tribunale ove ha sede l’ufficio giudiziario al quale sono assegnati e non possono rappresentare, assistere o difendere le parti di procedimenti svolti davanti al medesimo ufficio, nei successivi gradi di giudizio.

Il divieto si applica anche agli associati di studio, ai membri dell’associazione professionale e ai soci della società tra professionisti, al coniuge, la parte dell’unione civile, ai conviventi, ai parenti entro il secondo grado e agli affini entro il primo grado.

I magistrati onorari che hanno tra loro vincoli di parentela fino al secondo grado o di affinità fino al primo grado, di coniugio o di convivenza non possono essere assegnati allo stesso ufficio giudiziario. La disposizione si applica anche alle parti dell’unione civile.

Il magistrato onorario non può ricevere, assumere o mantenere incarichi dall’autorità giudiziaria nell’ambito dei procedimenti che si svolgono davanti agli uffici giudiziari compresi nel circondario presso il quale esercita le funzioni giudiziarie.

 

Tirocinio Giudice di Pace

Il Consiglio superiore della magistratura procede con delibera, da adottarsi ad anni alterni entro il 31 marzo dell’anno in cui deve provvedersi, alla individuazione dei posti da pubblicare, anche sulla base delle vacanze previste nei dodici mesi successivi, nelle piante organiche degli uffici del giudice di pace e dei vice procuratori onorari, determinando le modalità di formulazione del relativo bando nonché il termine per la presentazione delle domande.

All’adozione e alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del bando per il conferimento degli incarichi nel rispettivo distretto provvede, entro trenta giorni dalla delibera del CSM, la sezione autonoma per i magistrati onorari del consiglio giudiziario, dandone notizia mediante inserzione del relativo avviso nel sito internet del Ministero della giustizia e comunicazione ai consigli degli ordini degli avvocati e dei notai nonché alle università aventi sede nel distretto.

Dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale decorre il termine, riportato nel bando, per la presentazione al presidente della corte di appello delle domande, nelle quali sono indicati i requisiti e i titoli posseduti, sulla base di un modello standard approvato dal Consiglio superiore della magistratura. Alla domanda è allegata la dichiarazione attestante l’insussistenza delle cause di incompatibilità previste dalla legge.

Gli interessati possono presentare, in relazione ai posti individuati, domanda di ammissione al tirocinio per non più di tre uffici dello stesso distretto.

La sezione autonoma per i magistrati onorari del consiglio giudiziario, acquisito il parere dell’ordine professionale al quale il richiedente risulti eventualmente iscritto, redige la graduatoria degli aspiranti e formula le motivate proposte di ammissione al tirocinio sulla base delle domande ricevute e degli elementi acquisiti.

Le domande degli interessati e le proposte della sezione autonoma per i magistrati onorari del consiglio giudiziario sono trasmesse al Consiglio superiore della magistratura.

Il Consiglio superiore della magistratura delibera, per ciascun ufficio, l’ammissione al tirocinio di un numero di interessati pari, ove possibile, al numero dei posti individuati, aumentato della metà ed eventualmente arrotondato all’unità superiore.

Quando il Consiglio superiore della magistratura non adotta la delibera per due bienni consecutivi, le piante organiche degli uffici del giudice di pace e degli uffici di collaborazione del procuratore della Repubblica sono rideterminate in misura corrispondente ai posti effettivamente coperti.

 

Tirocinio e conferimento dell’incarico

Il tirocinio è organizzato dal Consiglio superiore della magistratura e dalla Scuola superiore della magistratura, secondo le rispettive competenze e attribuzioni.

Il Consiglio superiore della magistratura, sentito il comitato direttivo della Scuola, definisce, con delibera, la data di inizio e le modalità di svolgimento del tirocinio presso gli uffici giudiziari.

Il tirocinio per il conferimento dell’incarico di magistrato onorario ha la durata di sei mesi e viene svolto:

  1. per i giudici onorari di pace, nel tribunale ordinario nel cui circondario ha sede l’ufficio del giudice di pace in relazione al quale è stata disposta l’ammissione al tirocinio;
  2. per i vice procuratori onorari, nella procura della Repubblica presso la quale è istituito l’ufficio di collaborazione del procuratore della Repubblica in relazione al quale è stata disposta l’ammissione al tirocinio.

Il tirocinio si svolge sotto la direzione del magistrato collaboratore, il quale si avvale di magistrati professionali affidatari, da lui designati, ai quali sono assegnati i tirocinanti per la pratica giudiziaria in materia civile e penale.

Il tirocinio, oltre che nell’attività svolta presso gli uffici giudiziari, consiste altresì nella frequenza obbligatoria e con profitto dei corsi teorico-pratici di durata non inferiore a 30 ore, organizzati dalla Scuola superiore della magistratura, nel quadro delle attività di formazione iniziale della magistratura onoraria.

I corsi sono coordinati da magistrati professionali tutori, designati dalla struttura per la formazione decentrata di ciascun distretto di Corte d’appello, e si articolano in una sessione teorica e in una sessione pratica. I tutori assicurano l’assistenza didattica ai magistrati onorari in tirocinio e curano lo svolgimento delle attività formative mediante esercitazioni pratiche, test e altre attività teorico-pratiche individuate dalla Scuola superiore della magistratura.

Terminati i corsi, la struttura della formazione decentrata, sulla base delle relazioni dei magistrati tutori e dell’allegata documentazione comprovante l’esito dei test, delle esercitazioni e delle altre attività pratiche svolte, redige e trasmette alla sezione autonoma per i magistrati onorari un rapporto per ciascun magistrato onorario.

La sezione autonoma per i magistrati onorari del consiglio giudiziario, acquisito il rapporto del magistrato collaboratore comprensivo delle schede valutative trasmesse dai magistrati affidatari e delle minute dei provvedimenti, esaminato il rapporto, formula un parere sull’idoneità del magistrato onorario in tirocinio e, per ciascun ufficio, propone al Consiglio superiore della magistratura la graduatoria degli idonei per il conferimento dell’incarico, formata sulla base della graduatoria di ammissione al tirocinio.

Graduatoria Giudice di Pace

Il Consiglio superiore della magistratura, acquisita la graduatoria e la documentazione allegata, designa i magistrati onorari idonei al conferimento dell’incarico in numero pari alle vacanze esistenti in ciascun ufficio.

La graduatoria conserva efficacia per i due anni successivi all’adozione della delibera del Consiglio superiore della magistratura.

Sulla base della graduatoria, il Consiglio superiore della magistratura designa, per ciascun ufficio, i magistrati onorari idonei al conferimento dell’incarico in relazione ai posti resisi vacanti nel periodo compreso tra l’adozione del decreto di conferimento e la scadenza del termine di efficacia.

Gli ammessi al tirocinio inseriti nella graduatoria ed ai quali non sia stato conferito l’incarico nell’ufficio in relazione al quale è stata disposta l’ammissione al tirocinio, possono essere destinati, a domanda, ad altre sedi, anche collocate in distretti diversi da quello del predetto ufficio, individuate con la delibera del CSM  e risultate vacanti.

In relazione a tali domande si provvede alla formazione di una graduatoria. Sulla base della graduatoria di cui al secondo periodo il Consiglio superiore della magistratura designa i magistrati onorari idonei al conferimento dell’incarico.

Il Ministro della giustizia conferisce l’incarico con decreto.

Ai magistrati onorari in tirocinio non spetta alcuna indennità. Ai magistrati collaboratori e ai magistrati affidatari non spetta alcun compenso aggiuntivo o rimborso spese per lo svolgimento dell’attività formativa.

Circolari dell’Agenzia delle Entrate: non sono vincolanti

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Circolari e risoluzioni dell’Amministrazione Finanziaria: che valore hanno? Sono vincolanti per il contribuente e il giudice? Cosa succede se vengono violate?

Le circolari e le risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate o del Ministero dell’Economia e delle Finanze non sono vincolanti per né per il contribuente né per il giudice e non costituiscono fonte del diritto. Tale principio è stato più volte ribadito dalla Cassazione, pronunciatasi sull’efficacia giuridica e sull’impugnabilità di tali atti [1].

Secondo la Suprema Corte, l’Amministrazione finanziaria non ha poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute e, di fronte alle norme tributarie, detta Amministrazione ed il contribuente si trovano su un piano di parità, per cui la c.d. interpretazione ministeriale, sia essa contenuta in circolari o in risoluzioni, non vincola né i contribuenti nè i giudici, nè costituisce fonte di diritto [2].

Gli atti ministeriali possono dettare agli uffici subordinati criteri di comportamento nella concreta applicazione di norme di legge, ma non possono imporre ai contribuenti nessun adempimento non previsto dalla legge né, soprattutto, attribuire all’inadempimento del contribuente alle prescrizioni di detti atti un effetto non previsto da una norma di legge [3].

Le istruzioni impartite dall’amministrazione operano nei confronti dei verificatori in fase accertativa, ma non possono influenzare il giudizio di legittimità dell’azione accertatrice, allorché sia sfociata in un atto formale di contestazione, rendendosi di fronte ad essa applicabili le sole norme di legge [4].

Impugnabilità della circolare interpretativa

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [5], la circolare con la quale l’Agenzia delle Entrate interpreti una norma tributaria, anche qualora contenga una direttiva agli uffici gerarchicamente subordinati perché vi si uniformino, esprime esclusivamente un parere dell’amministrazione non vincolante per il contribuente, e non è impugnabile né innanzi al giudice amministrativo, non essendo un atto generale di imposizione, né innanzi al giudice tributario, non essendo atto di esercizio di potestà impositiva.

La circolare non può quindi essere annoverata fra gli atti generali di imposizione, impugnabili innanzi al giudice amministrativo, in via di azione, o disapplicabili dal giudice tributario od ordinario, in via incidentale. Ciò in quanto le circolari non possono né contenere disposizioni derogative di norme di legge, né essere considerate alla stregua di norme regolamentari vere e proprie, che, come tali vincolano tutti i soggetti dell’ordinamento, essendo dotate di efficacia esclusivamente interna nell’ambito dell’amministrazione all’interno della quale sono emesse. L’ordinamento tributario è infatti soggetto alla riserva di legge.

Effetti della circolare dell’Agenzia delle Entrate

Dal momento che la circolare o risoluzione dell’Agenzia delle Entrate rappresenta un atto interno volto a dettare istruzioni applicative e criteri di interpretazione, essa non vincola il contribuente, né gli uffici né il giudice né la stessa Amministrazione [6].

Effetti nei confronti del contribuente

La circolare non vincola il contribuente, che resta pienamente libero di non adottare un comportamento ad essa uniforme, in piena coerenza con la regola che in un sistema tributario basato essenzialmente sull’autotassazione. E’ ovviamente essenziale il rispetto delle norme di legge.

Effetti nei confronti degli uffici

La circolare non vincola, a ben vedere, gli uffici gerarchicamente sottordinati, ai quali non è vietato di disattenderla (evenienza, questa, che, peraltro, è raro che si verifichi nella pratica), senza che per questo il provvedimento concreto adottato dall’ufficio (atto impositivo, diniego di rimborso, ecc.) possa essere ritenuto illegittimo “per violazione della circolare“: infatti,

  • se l’interpretazione contenuta nella circolare è errata, l’atto emanato sarà legittimo perché conforme alla legge;
  • se, invece, l’interpretazione contenuta nella circolare è corretta, l’atto emanato sarà illegittimo per violazione di legge.

Effetti nei confronti dell’Agenzia delle Entrate

La circolare non vincola addirittura la stessa autorità che l’ha emanata, la quale resta libera di modificare, correggere e anche completamente disattendere l’interpretazione adottata.

Ciò è tanto vero che si è posto il problema della eventuale tutela del contribuente di fronte al mutamento di indirizzo (interpretativo) adottato dall’amministrazione e si è escluso che tale tutela sia possibile anche sotto il profilo dell’affidamento, stante la evidente collisione che si determinerebbe con il principio di inderogabilità delle norme tributarie, di indisponibilità dell’obbligazione tributaria, di vincolatezza della funzione di imposizione, di irrinunciabilità del diritto di imposta. In questa ipotesi potrebbe ammettersi che il mutamento da parte dell’amministrazione di un precedente indirizzo (interpretativo) sul quale il contribuente possa aver fatto affidamento, eventualmente rilevi (o possa esser valutato) ai fini della applicazione delle sanzioni.

Effetti nei confronti del giudice tributario

La circolare non vincola il giudice tributario (e, a maggior ragione, la Corte di Cassazione) dato che per l’annullamento di un atto impositivo emesso sulla base di una interpretazione data dall’amministrazione e ritenuta non conforme alla legge, non dovrà essere disapplicata la circolare, in quanto l’ordinamento affida esclusivamente al giudice il compito di interpretare la norma (del resto, al giudice tributario è attribuita, nella materia tributaria, la giurisdizione esclusiva).

Ammettere l’impugnabilità della circolare interpretativa innanzi al giudice amministrativo – con la possibilità per quest’ultimo di annullarla – significherebbe precludere a tutti gli uffici dell’amministrazione finanziaria di accogliere quella interpretazione, con il risultato – contrario ai principi costituzionali – di elevare il giudice amministrativo al rango di interprete autentico della norma tributaria.

Mediazione Agenzia Entrate: conciliazione obbligatoria

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prima del ricorso in Tribunale contro l’Agenzia delle Entrate Riscossione è necessario tentare un accordo di reclamo-mediazione.

Che ne dite di tentare una stretta di mano prima di passare ai ferri corti? E’ quello che qualche tempo fa ha previsto il Governo per cercare, almeno, di ridurre il numero di cause presentate in Tribunale contro il Fisco. Quell’intesa si può, quanto meno, cercare attraverso la mediazione tributaria che interessa anche i procedimenti contro l’Agenzia delle Entrate Riscossione.

L’obbligo della mediazione

Lo strumento del reclamo finalizzato alla mediazione riguarda tutte le controversie tra il contribuente e l’Agenzia delle Entrate Riscossione, a prescindere da quale sia l’ente impositore. Rientrano in quest’obbligo, quindi, anche le cause che riguardano gli enti locali, comprese quelle catastali su classamento e rendite degli immobili che ne sarebbero state altrimenti escluse a causa del valore indeterminato della lite.

La conciliazione viene applicata anche al giudizio di appello e non solo quelli di primo grado, come succedeva in passato.

Le cause contro l’Agenzia delle Entrate Riscossione

Chi ha intenzione di impugnare una cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, dovrà obbligatoriamente passare dalla fase di mediazione, altrimenti non potrà avviare la domanda. Questo procedimento sospende i termini per la proposizione del ricorso e anche l’esecutività dell’atto impugnato. Significa che, finché è in atto la fase di mediazione, non sarà possibile effettuare un pignoramento. E già questo è un sollievo per il contribuente, che può, così, prendere un po’ di tempo intanto che cerca un accordo.

Come funziona il procedimento di mediazione

Dalla data di notifica del ricorso, con allegata l’istanza di reclamo all’Agenzia delle Entrate, devono decorrere 90 giorni prima della costituzione in giudizio, anche se l’ufficio dovesse rispondere prima di questo termine negativamente alle richieste del contribuente. Nel caso di costituzione in giudizio senza l’avvio della procedura o prima del termine di 90 giorni ed il giudice ravvisa la circostanza sollevata dall’Agenzia delle entrate, concede un termine alle parti affinché attivino il reclamo/mediazione.

Che succede se l’accordo viene raggiunto? E se non si trova una soluzione alla controversia? Per questi e per altri aspetti, vi rinviamo alla nostra guida alla mediazione tributaria.

Quali lauree fanno trovare prima lavoro

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Professionalità ricercate: bocciate le lauree tradizionali come giurisprudenza, lettere, medicina ed economia e commercio: il mondo del lavoro cerca informatici, matematici, ingegneri e traduttori.

La scelta del corso di laurea si basa su un mix di valutazioni: attitudini personali, ambizioni lavorative e realismo. Una cosa è dire «Da grande mi piacerebbe fare…», un’altra è se davvero il mercato ha bisogno di questa figura professionale. Il rischio è intraprendere un corso di studi di diversi anni, magari con fatica e sforzi economici, e poi scoprire che non ci sono sbocchi utili. È vero: la disoccupazione non risparmia alcun settore ma vi sono qualifiche professionali ancora ricercate. Ferma la regola che, su tutto, prevale comunque la preparazione e la motivazione, vediamo quali lauree fanno trovare prima lavoro.

Per sapere quale corso di studio intraprendere e in quali settori è più facile trovare occupazione è possibile consultare il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro). Si tratta di un sistema di monitoraggio delle ricerche di personale pianificate dalle imprese aggiornato ogni tre mesi; sono disponibili dati a livello nazionale e per Regioni e Province. Il Sistema informativo Excelsior fornisce annualmente i dati di previsione sull’andamento del mercato del lavoro e sui fabbisogni professionali e formativi delle imprese. I laureati più rari da procurarsi sul mercato secondo le aspettative delle aziende sono gli interpreti e i traduttori. Altrettanto ricercati sono gli ingegneri elettronici (58,7%) e ingegneri industriali (50,2%), matematici e fisici (40,9%). Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le professionalità ricercate dal mondo del lavoro: in altri termini, quali lauree fanno trovare prima lavoro.

Le 10 lauree più richieste

Ecco le 10 lauree che consentono di trovare prima un posto di lavoro:

  • indirizzo linguistico, traduttori e interpreti: difficili da trovare nel 69% dei casi;
  • ingegneria elettronica e dell’informazione: difficili da trovare nel 58,7% dei casi;
  • altri indirizzi di ingegneria: difficili da trovare nel 57,7% dei casi;
  • ingegneria industriale: difficili da trovare nel 50,2% dei casi;
  • scienza, matematica e fisica: difficili da trovare nel 40,9% dei casi;
  • economia: difficili da trovare nel 34,8% dei casi;
  • indirizzo chimico farmaceutico: difficili da trovare nel 27,1% dei casi;
  • insegnamento e formazione: difficili da trovare nel 25,2% dei casi;
  • scienze motorie: difficili da trovare nel 19,9% dei casi;
  • indirizzo sanitario: difficili da trovare nel 19,1% dei casi.

 

Le 10 professioni più richieste

Ecco le 10 figure professionali più richieste:

  • informatici, fisici e chimici (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 3.820). Difficili da trovare nell’88% dei casi;
  • Formatori (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 4.590)
  • Progettisti e ingegneri: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 4.590). Difficili da trovare nel 66% dei casi;
  • Tecnici dei servizi alle persone: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 5.540). Difficili da trovare nel 59% dei casi;
  • Operai metalmeccanici ed elettromeccanici: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 2.990). Difficili da trovare nel 55% dei casi;
  • Operai specializzati: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 14.990). Difficili da trovare nel 43% dei casi;
  • Specialisti in scienze economiche: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 1.930). Difficili da trovare nel 41% dei casi;
  • Tecnici informatici e della produzione: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 14.420). Difficili da trovare nel 39% dei casi;
  • Operai del legno: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 1.600). Difficili da trovare nel 38% dei casi;
  • Operatori della cura estetica: (assunzioni previste nel prossimo trimestre: 6.590). Difficili da trovare nel 38% dei casi;

A offrire molte chance lavorative ai Millennials è anche il turismo, che potrebbe riservare ai giovani fino a 8 entrate programmate su 10; seguono commercio (78%) e servizi alle persone (72%).

Cosa scrivere sul curriculum? Ciò che continua a far presa è sempre la precedente esperienza che viene richiesta nell’80% dei casi. Un peso sempre maggiore lo hanno le lingue. Inoltre a 4 laureati su 5 è richiesto l’utilizzo di tecnologie e strumenti internet. Leggi anche Come non far cestinare il proprio curriculum.

In crisi le lauree tradizionali. Giurisprudenza – il tradizionale calderone di chi cerca lavoro ma non sa cosa vuole fare – è in forte decadenza. L’assenza di posti di lavoro “fissi” ha portato molti giovani ad abbracciare – per vocazione o per necessità – la libera professione. Senonché il mondo dell’avvocatura è attraversato da un profondo scossone (leggi «Voglio fare l’avvocato»: ma cosa davvero ti attrae?). Secondo un’indagine del Censis, i due terzi degli avvocati italiani sono preoccupati per il proprio futuro e non credono più alla possibilità di un miglioramento. Il Censis afferma che l’avvocatura è una professione ancora prestigiosa ma ferita dalla crisi, con un 44,9% dei professionisti che ha subito un ridimensionamento delle entrate nel 2016. Nel 2016 si è ridotta del 1,3 % la quota di chi ha incrementato il proprio fatturato

Incidenti stradali: cambia il metodo per avere il risarcimento

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La prova testimoniale non è più decisiva per definire colpe e responsabilità in uno scontro tra auto; la scatola nera fa invece piena prova. Risarcimenti uguali in tutta Italia.

Mutano profondamente le cause in materia di incidenti stradali e, quindi, le modalità per ottenere il risarcimento. A seguito della recente approvazione del decreto concorrenza (testo rimasto in gestazione circa 900 giorni, osteggiato in particolar modo dalle assicurazioni e da determinate categorie professionali), nuove regole sono state scritte in materia di identificazione dei testimoni, validità della prova all’interno del processo e determinazione del danno non patrimoniale. Di tanto conviene dare informazione in un’unica, riepilogativa, scheda. Ecco dunque come cambiano gli incidenti stradali e il metodo per avere il risarcimento.

Identificazione dei testimoni

Chi chiede il risarcimento alla propria assicurazione per un incidente stradale con danni solo alle auto e non alle persone (conducenti e trasportati) deve subito indicare i testimoni che hanno assistito allo scontro; se non lo fa, sarà l’assicurazione a ricordarglielo con una raccomandata da inviare entro 60 giorni dalla denuncia di sinistro ed a cui l’assicurato deve rispondere nei successivi 60 giorni. In caso di mancata indicazione, si perde il diritto a chiedere la prova testimoniale nella successiva ed eventuale causa che dovesse essere intrapresa contro la compagnia che abbia negato il risarcimento o abbia accordato un importo inferiore rispetto a quello preteso. L’obiettivo è quello di evitare testimoni di comodo.

Solo in tre casi si può ugualmente chiamare un testimone che non sia stato indicato nella denuncia di sinistro:

  • se, nell’immediatezza del fatto, vi è stato una oggettiva impossibilità all’identificazione dei testimoni;
  • se i testimoni sono stati comunque identificati dalla polizia;
  • in tutti gli incidenti con danni alle persone e non solo ai mezzi.

Lo stesso testimone non potrà essere citato in più di tre cause nell’arco di cinque anni. Diversamente il giudice – che controllerà i nomi interfacciandosi a una apposita anagrafe degli incidenti – comunicherà il suo nome alla Procura della Repubblica al fine di verificare il reato di falsa testimonianza o frode all’assicurazione.

Di tanto abbiamo già parlato, in modo approfondito, nell’articolo Incidenti: i testimoni vanno indicati subito.

La presenza della scatola nera

Il decreto concorrenza dà poi la possibilità all’assicurato di montare sulla propria auto, (a spese dell’assicurazione) una «scatola nera», un dispositivo elettronico dotato di un rilevatore gps in grado di registrare una grande quantità di dati sul comportamento del conducente alla guida, anche in caso di incidente. In questo modo sarà possibile ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare le rispettive responsabilità. Chi accetta di montare la scatola nera sulla propria auto avrà diritto a uno sconto sull’assicurazione. Dall’altro lato, però, le rilevazioni della scatola nera avranno «pieno valore di prova»; in pratica avranno la stessa forza di un verbale della polizia stradale e difficilmente potranno essere contestate. In particolare, in caso di incidente stradale, se uno dei veicoli coinvolti è dotato di scatola nera, le risultanze del dispositivo formano piena prova nei procedimenti civili dei fatti cui esse si riferiscono, salvo che la parte contro la quale sono state prodotte dimostri il mancato funzionamento o la manomissione del predetto dispositivo. Le medesime risultanze sono rese fruibili alle parti.

L’assicurato ha il divieto di disinstallare, manomettere o comunque rendere non funzionante il dispositivo installato. In caso di violazione, si perde la riduzione del premio per la durata residua del contratto. Inoltre l’assicurato è tenuto alla restituzione di quanto ha indebitamente risparmiato, fatta salva una eventuale denuncia per frode.

Viene prevista la portabilità della scatola nera qualora l’automobilista cambi assicurazione e stipuli un nuovo contratto con una compagnia diversa da quella che ha installato il meccanismo.

Perde valore il testimone in causa

Fino a ieri, le cause di incidente stradale erano decise sulla base di tre elementi:

  • le rilevazioni della polizia eventualmente accorsa sul luogo del sinistro; gli agenti, di solito, prendono le “misure” relative alla posizione delle auto, alle strisce di frenata, alla distanza dalla linea di mezzeria e dal guardrail, ecc.;
  • la perizia del consulente tecnico d’ufficio (cosiddetta Ctu), che tuttavia non è un mezzo di prova ma solo un ausilio per il giudice quando si tratta di analizzare questioni che richiedono specifiche competenze;
  • la testimonianza. È quest’ultima certamente il mezzo di prova più importante laddove non vi siano prove fotografiche sufficienti (si pensi all’eventuale passaggio col rosso) o verbalizzazioni degli agenti di polizia. Il codice dà ampio potere al giudice di valutare l’attendibilità del testimone, per verificare se questi abbia realmente detto la verità e non sia caduto nella “tentazione” di dare giudizi personali. In base alla legge, il magistrato valuta i testimoni secondo il proprio «prudente apprezzamento», libero così di dare massima fede alle dichiarazioni dell’uno piuttosto che a quelle dell’altro.

Oggi, con le nuove regole, in caso di incidente, le risultanze della scatola nera prevarranno sulle dichiarazioni dei testimoni. Se infatti le prime fanno «piena prova» e vincolano il giudice, le seconde invece lo lasciano maggiormente libero. Insomma, l’elemento chiave per stabilire il torto o la ragione di un incidente stradale – il classico testimone – perde il proprio ruolo a favore della tecnologia.

La scatola nera diventa così il «testimone oculare» nella cause di incidenti stradali mentre il testimone «umano» viene svalutato e sospettato.

Cessione del credito al carrozziere: addio preventivi

Altra novità in materia di risarcimento del danno riguarda la trasparenza della procedura di risarcimento. Il danneggiato può cedere il proprio credito nei confronti dell’assicurazione al carrozziere che gli ripara gratuitamente l’auto. In tal caso l’officina aggiusta subito il mezzo incidentato senza chiedere alcun compenso all’automobilista, subentrando al suo posto in tutti i diritti verso l’assicurazione con riferimento al pagamento dell’indennizzo. Tuttavia tale possibilità è subordinata alla emissione della fattura. In altre parole l’officina che chiede il risarcimento del danno al mezzo deve esibire all’assicurazione non più un semplice preventivo, ma il documento fiscale ufficiale – la fattura – della riparazione. Il che significa che prima si procede a far riparare il mezzo e poi si ottiene l’indennizzo.

Sospetto frode: addio offerta di risarcimento

Attualmente, l’assicurazione è obbligata a fare un’offerta formale al danneggiato entro 60 giorni in caso di danni a cose, ed entro 90 in caso di danni a persone. La legge sulla concorrenza dà però diritto alla compagnia a non formulare alcuna offerta, a seguito della consultazione della banca dati sinistri, riscontra almeno due «parametri di significatività». In pratica, il risarcimento deve prima passare sotto un preventivo controllo per scongiurare possibili raggiri, con l’obiettivo di mettere in un angolo i furbetti del sinistro e abbassare i premi per chi si comporta correttamente.

L’offerta risarcitoria potrà essere omessa in presenza di elementi sintomi di frode ricavabili dall’archivio informatico integrato dell’Ivass (sostituisce la banca dati sinistri), dai dispositivi elettronici installati sui veicoli (scatola nera o equivalenti, oppure il meccanismo che impedisce l’avvio del veicolo in caso di tasso alcolemico elevato) o ancora da una perizia, da cui risulti documentata l’incongruenza del danno dichiarato dal richiedente (si pensi al caso in cui, dal database, risulti che il danno è stato già risarcito).

Dunque se dalla consultazione dell’archivio informatico risultano indici di anomalia, definiti dall’Ivass con apposito provvedimento, o altri indicatori di frode sono segnalati dai dispositivi elettronici che registrano l’attività del veicolo o sono accertati con una perizia da cui risulti documentata l’incongruenza del danno dichiarato dal richiedente, l’impresa può decidere di non fare offerta di risarcimento, motivando tale decisione con la necessità di condurre ulteriori approfondimenti in relazione al sinistro.

Entro quando fare causa all’assicurazione

Qualora l’assicurazione rifiuti di formulare l’offerta di risarcimento, la causa per il risarcimento dei danni è proponibile solo dopo la ricezione delle determinazioni conclusive dell’impresa o, in sua mancanza, allo spirare del termine di 60 giorni di sospensione della procedura. Rimane salvo il diritto del danneggiato di ottenere l’accesso agli atti nei termini previsti, salvo il caso di presentazione di querela o denuncia.

Tabella nazionale sul danno biologico

Con la legge sulla Concorrenza viene prevista l’istituzione di una tabella nazionale unica per i danni alla integrità psico-fisica comprese tra dieci e cento punti (cosiddette macrolesioni) e del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del danneggiato.

Viene altresì prevista la predisposizione di una specifica tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra uno e nove punti di invalidità (tabella per le microlesioni).

Le tabelle saranno aggiornate annualmente all’Istat.

L’importo relativo ad ogni giorno di inabilità relativa corrisponde a 46,10 euro.

Il risarcimento potrà essere aumentato dal giudice, nei singoli casi, se le menomazioni accertate ledono aspetti dinamico-relazionali personali documentati e obiettivamente accertati (oppure, limitatamente alle microlesioni, abbiano causato una sofferenza psico-fisica di particolare intensità).

Le soglie per l’adeguamento giudiziale dell’importo del danno raggiungono il 30% per le macrolesioni e del 20% per le microlesioni.

Addio danno biologico permanente

In base alla legge sulla concorrenza, le lesioni di lieve entità, che non possono essere accertate con esami clinici strumentali obiettivi, non danno diritto al risarcimento per danno biologico permanente. Tuttavia, con riferimento alle lesioni quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazione, è ammesso però un esame visivo ai fini della loro risarcibilità per danno biologico permanente.

Libri scolastici: come ottenere sconti e risparmiare

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il ritorno a scuola pone il problema dei libri di testo: ecco come risparmiare acquistandoli nuovi o usati su Internet o, addirittura, al supermercato.

Ci risiamo: finite le ferie è tempo per i ragazzi di tornare a scuola e per i genitori di mettere mano al portafoglio per acquistare tutto l’occorrente: libri, cancelleria, lo zaino nuovo.

La voce più importante sarà, come sempre, quella dei libri scolastici: se il figlio frequenta la scuola superiore, la spesa può variare da 300 a oltre i 450 euro. Ai quali vanno aggiunti altri 40/50 euro di materiale. A testa. Figuriamoci se i figli sono più di uno: ci si lascia uno stipendio.

Ma, visto che è la parte che incide di più sul budget, per quanto riguarda i libri scolastici, come ottenere sconti e risparmiare? Vediamo qualche piccolo «trucchetto» per evitare che il ritorno a scuola dei ragazzi diventi un incubo per i genitori.

Libri: come ottenere sconti e risparmiare su Internet

Pensando ai libri scolastici e a come ottenere sconti e risparmiare, una buona opzione è quella di accendere il computer e dare un’occhiata su Internet per cercare qualche buona occasione.

La più gettonata è quella dei libri usati: molti ragazzi trovano dei libri scolastici scontati ed in buone condizioni. La Rete dà la possibilità di ottenere sconti e risparmiare in due modi: acquistando dei libri scolastici usati ad un prezzo più basso rispetto a quelli nuovi e vendendo quelli che non servono più: quello che si guadagna si può investire in testi a costi non elevati. Oltretutto, la compravendita di un libro usato – purché non si tratti di un e-book – è perfettamente legale, come potete verificare in questo articolo.

Tra i siti più operativi su questo fronte c’è quello del Libraccio (che possiede anche dei negozi «fisici» in molte città). Qui è possibile trovare i libri della propria scuola e della propria classe.

Sull’usato, si può individuare qualche occasione anche su Comprovendolibri. Si tratta di un servizio di scambio e compravendita di libri scolastici usati completamente gratuito. Il portale mette in contatto i diretti interessati, cioè chi compra e chi vende. Non ci saranno intermediari, quindi compratore e acquirente potranno trattare direttamente e fissare il prezzo dei libri, per ottenere sconti e risparmiare. Basta inserire il titolo del libro che si desidera comprare. Se il volume è nel catalogo, accanto al titolo appariranno le città in cui è in vendita. Selezionando quella più vicina, bisognerà soltanto compilare un modulo con i propri dati per permettere al venditore di contattare il compratore.

E’ possibile ottenere sconti e risparmiare sui libri scolastici usati anche sul portale Libroscambio. Pure in questo caso le parti trattano senza mediatore ed entrano in contatto via e-mail. Si metteranno d’accordo sul prezzo e sul luogo in cui consegnare il testo.

Libridea.it, infine, offre gratuitamente la possibilità di ottenere degli sconti e risparmiare sui libri scolastici con una semplice registrazione al sito. Si propone come un servizio di annunci e premette che non interverrà nella trattativa, quindi non sarà necessario pagare alcunché per cercare e trovare sul sito i libri di testo.

Su Internet, però, si possono trovare anche dei libri nuovi a prezzi più convenienti rispetto ad altri canali di distribuzione. Il re delle vendite online, cioè Amazon, permette di ottenere degli sconti e risparmiare fino al 15% sui libri scolastici dal 9 settembre al 15 ottobre. Entrati in Amazon, il compratore viene reindirizzato sul sito adozionilibriscolastici.it. Una volta trovati e selezionati i libri adottati dalla scuola e dalla classe che interessano, il sistema riporta l’acquirente sul sito di Amazon per aggiungere i testi al carrello e completare l’operazione.

Affiliato ad Amazon, è operativo il negozio della catena Giunti al Punto. Propone online tutti i libri scolastici adottati per quest’anno con uno sconto del 15%. Se la spesa supera i 29 euro, la consegna a domicilio è gratuita.

Infine, il colosso editoriale Mondadori mette a disposizione su Internet una promozione con uno sconto del 10% sui libri scolastici (trovabili inserendo i dati della scuola che si deve frequentare). Acquistando i libri di testo, Mondadori offrirà un buono sconto di un altro 10% per l’acquisto di cancelleria (matite, quaderni, cola, scotch, ecc.). E’ possibile ritirare i libri presso i punti vendita Mondadori ma, se l’ordine supera i 24 euro, si possono ricevere a casa gratuitamente.

Comprare libri scolastici al supermercato

Sui libri scolastici, come ottenere sconti e risparmiare al supermercato? Insieme alle offerte del pesce, della pasta e della salsa, si possono trovare quelle per i libri di testo? In alcuni casi, sì.

Esselunga, per esempio, propone uno sconto del 15% sui libri da ordinare online sul sito del supermercato e da ritirare al Punto Fidaty o al reparto multimediale del punto vendita desiderato. Il pagamento avverrà alla consegna.

Pam consente ai titolari della carta fedeltà di ottenere sui libri scolastici uno sconto del 25% in buoni spesa. Dove non si risparmia da una parte si risparmia dall’altra, insomma. Si possono prenotare i libri fino al 30 settembre, mentre i buoni spesa sono utilizzabili fino a fine anno.

La stessa promozione è stata lanciata da altri supermercati: Conad propone il 25% di sconto in buoni spesa per i libri scolastici acquistati fino al 15 ottobre, mentre Carrefour offre lo stesso sconto per i testi acquistati online ed il 20% di sconto (sempre in buoni utilizzabili fino al 27 novembre con una spesa minima di 40 euro e con la carta Spesamica Payback) per quelli ordinati direttamente al supermercato. Auchan, infine, dà la possibilità di prenotare i libri scolastici fino al 31 ottobre garantendo uno sconto del 20% in buoni spesa.

È legale vendere o comprare libri usati?

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Libri di testo scolastici o di lettura, vocabolari, enciclopedie, dizionari con traduzione in altre lingue: si può risparmiare acquistando libri usati e vendendo i propri. Ma tutto questo è legale?

Con l’inizio della scuola, la spesa familiare per l’acquisto dei libri di testo scolastici può raggiungere anche 350 euro per ciascun figlio. L’importo è più alto al primo anno del corso liceale (oltre ai libri, ci sono infatti i dizionari e tutto il materiale occorrente, da acquistare una tantum, che servirà per l’intero ciclo di studi), e diminuisce successivamente. Un buon metodo per risparmiare è quello di vendere e comprare libri usati. Grazie anche all’aiuto di internet, lo studente può cedere i volumi che non usa più e acquistare quelli di seconda mano. Con due importanti precauzioni. La prima: chi vuole acquistare un libro usato deve verificare che il volume sia aggiornato; spesso infatti i libri di testo subiscono delle modifiche sostanziali e gli insegnanti aggiornano, di conseguenza, i programmi di studio. La seconda: prima di vendere un libro usato bisogna accertarsi che quel manuale non serva più; ad esempio, nel caso di materie come storia o letteratura italiana potrebbe essere necessario confrontare, nel corso dei successivi anni scolastici, ciò che si è studiato in passato, al fine di fare confronti o colmare eventuali lacune e vuoti di memoria. Ma è legale vendere o comprare libri usati? Cosa si rischia se un insegnante o la polizia (quella postale, se si tratta di internet) ti trova a vendere manuali di seconda mano? E da un punto di vista fiscale come ci si deve orientare per non subire anche gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate a seguito del denaro bonificato sul conto? Di tanto parleremo nel presente articolo.

Le fotocopie dei libri son lecite?

Prima però di capire se è legale vendere libri usati e, quindi, anche comprarli, dobbiamo fare una importante precisazione. Per risparmiare sull’acquisto dei volumi (scolastici e non), non si può fare la fotocopia di un intero libro: questo comportamento è vietato dal diritto d’autore che commina sanzioni sia di tipo penale (per chi vende) che di tipo amministrativo (per chi acquista). Il copyright consente di fotocopiare non più del 15% di ciascun volume, ma solo per uso personale; il che significa che è vietata sempre la vendita anche per percentuali inferiori. Leggi sul punto Fotocopie di libri: fino a quando è lecito?

È legale vendere oggetti usati?

La legge consente di vendere oggetti di seconda mano così come è lecito barattarli con altri oggetti. Per vendere e comprare oggeti usati esistono alcuni servizi già molto noti, come eBay, Subito e Secondamano, e piattaforme più piccole e meno note come LocLoc e Sharing it!, o anche U-Coin, che permette acquisti con un sistema di moneta alternativo. Ma è possibile anche ottenere oggetti e prodotti senza mettere mano al portafoglio, con il baratto consentito su piattaforme come BarattoFacile, Cose inutili, E-barty, Permute, Permuteonline, Persoperperso, Reoose, Soloscambio, Svendere, Zerorelativo, Kijiji, oppure Sharewood per le attrezzature sportive.

La vendita di un oggetto usato non ha rilievi neanche da un punto di vista fiscale; solo se si dovesse vendere il bene a un prezzo superiore al suo valore si avrebbe una plusvalenza che andrebbe denunciata nella dichiarazione dei redditi, circostanza tuttavia alquanto improbabile.

È legale vendere libri usati

Le stesse regole valgono anche per i libri, benché in questo particolare ambito entrino in gioco i diritti d’autore. La legge sul copyright concede all’acquirente di un bene tutelato dal copyright (come appunto un libro scolastico) il diritto di rivenderlo. Fa eccezione la vendita di un ebook, nel qual caso non si può parlare di un contenuto fisico. Legittimando la vendita di un ebook “usato” si finirebbe per rendere legali le copie.

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Non è legale vendere libri usati se sprovvisti del “tagliandino” che, di solito, costituisce uno dei quattro angoli della quarta di copertina; in tal caso, si trattadi copie omaggio che non possono essere messe in vendita.

Anche per la vendita di libri usati, internet è un valido aiuto. Per lo scambio di libri scolastici e universitari c’è Testiusati e per quello di libri di ogni genere le piattaforme da provare sono Comprovendolibri e Green books Club.

Da un punto di vista fiscale è possibile vendere libri usati senza avere obblighi di tipo fiscale; si tratta infatti, anche in questo caso, di attività che non genera plusvalenze. Si deve però trattare di vendita di beni acquistati per un uso personale o familiare. In questo caso è possibile vendere libri usati tramite internet o altri mezzi senza dover dichiarare nulla all’Agenzia delle Entrate. Anche eventuali bonifici in banca non potranno essere contestati se muniti di apposita causale come la seguente: «acquisto libri usati».

Diverso è il caso di chi vende libri non precedentemente acquistati per uso personale, ma per svolgere una vera e propria intermediazione. In tal caso si rientra nell’esercizio di una attività economica che potrà essere esercitata in via occasionale oppure continuativa.

Se la vendita di libri usati da altri viene svolta in via occasionale si è soggetti ad adempimenti formali ridotti (si deve solamente emettere una ricevuta) e si può fare senza avere partita Iva. Bisognerà indicare i guadagni nella dichiarazione dei redditi come reddito diverso (quadro RL dell’Unico) dove verrà assoggettato a tassazione.

Nell’ipotesi in cui l’attività commerciale si configurasse come abituale, i redditi conseguiti vanno considerati come redditi d’impresa; varranno le regole che illustreremo qui di seguito.

Per chi fa commercio di libri usati

Il commercio al dettaglio di libri usati va gestito seguendo alcune importanti disposizioni di legge [1]. In particolare, con specifico riferimento al commercio di prodotti editoriali usati (esclusi quelli di antiquariato), la normativa prevede la possibilità di determinare l’Iva secondo le regole del metodo “forfettario” (o percentuale). In base a queste regole, l’imposta si applica forfettariamente, appunto, sul 25% del prezzo di vendita dei beni in questione. In questo caso, l’operatore non ha l’obbligo di istituire uno specifico registro di carico e scarico dei beni e l’incasso dei corrispettivi può essere annotato sul relativo registro, purché ciò avvenga distintamente dalle eventuali altre operazioni. La documentazione degli acquisti, effettuati presso privati, quindi, senza emissione della fattura da parte del cedente, può essere eseguita con una ricevuta emessa a cura dello stesso cedente. Il cessionario, dal canto suo, è tenuto a numerare progressivamente e a conservare i documenti citati.

È legale acquistare libri usati?

Come è lecito vendere libri usati è altrettanto legale acquistarli. Chi lo fa non commette alcun illecito, né può essere sanzionato o punito dal professore qualora si tratti di testi scolastici e questi risultino aggiornati con il programma. Inoltre il docente non può imporre l’ultima versione del libro di testo, se questa non presenta modifiche sostanziali rispetto alle precedenti. Spesso, infatti, le case editrici sono solite far uscire nuove edizioni con minime modifiche che non incidono però sul contenuto dell’insegnamento (ad esempio, una pagina con esercizi e test o qualche esempio in più).

In ultimo, per quanto vietato dalla legge, avere un libro di testo integralmente fotocopiato non può essere oggetto di sanzioni da parte dell’insegnante, che non ha potere punitivo in materia.