Come preparare il gattò di patate

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Il gattò di patate è un delizioso piatto unico tipico della cucina napoletana, che si prepara con ingredienti tradizionali e ricchi di gusto. Scopri la ricetta originale e come cucinarlo!

Il gattò di patate è una squisita specialità gastronomica tipica della cucina napoletana, ma diffusa in tutta Italia e apprezzata per la ricchezza del suo sapore e la bontà dei suoi ingredienti. Possiamo considerarlo un vero e proprio comfort food, da preparare in qualsiasi occasione e gustare in compagnia di amici e famigliari. Quando non si sa che antipasto proporre o si desidera arricchire un pranzo domenicale con un contorno goloso e diverso dal solito, il gattò è sempre una scelta azzeccata. Non solo piace a grandi e piccoli, ma è anche molto semplice da cucinare e il risultato è garantito, a patto di utilizzare gli ingredienti migliori, meglio se di produzione campana. Il gattò, da molti chiamato impropriamente gâteau, è una preparazione che trae ispirazione dalla cucina francese, oggi famosa in tutto il mondo nella sua versione spiccatamente italiana, con Mozzarella di Bufala Campana Dop, salame Napoli e parmigiano grattugiato. A questo punto ti starai sicuramente chiedendo come preparare il gattò di patate: qual è il procedimento, quali sono gli ingredienti fondamentali e quali altre varianti esistono? Non ti resta che proseguire la lettura dell’articolo!

Gattò di patate: un prodotto agroalimentare tradizionale

La bontà del gattò di patate napoletano è indiscutibile: non a caso questa specialità è stata inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali, istituita dal ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo al fine di valorizzare il patrimonio gastronomico italiano [1].

L’elenco nazionale, suddiviso per regione in 11 categorie merceologiche, viene revisionato annualmente e reso pubblico tramite un decreto del ministro delle politiche agricole alimentari e forestali[2]. Al 2018, con le sue 515 specialità gastronomiche, la Campania risulta la regione con il maggior numero di prodotti agroalimentari tradizionali. Tra essi sono presenti anche il salame Napoli e la provola affumicata, entrambi ingredienti protagonisti del gattò di patate.

Affinché un prodotto alimentare possa ricevere tale denominazione, la produzione, lavorazione ed eventuale stagionatura devono avvenire secondo una tradizione consolidata da tempo in tutto il territorio, non inferiore ai venticinque anni [3]. È competenza delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano individuare le specialità meritevoli di tale riconoscimento e verificarne i requisiti. Fanno eccezione tutti i prodotti che già posseggono l’indicazione geografica protetta (IGP) o la denominazione di origine protetta (DOP), ampiamente tutelate e disciplinate ai sensi dell’attuale regolamento europeo in vigore dal 2012 [4].

Tra gli ingredienti che si utilizzano per preparare il gattò di patate, spicca per la sua eccellenza la deliziosa mozzarella di bufala campana DOP, la cui produzione avviene non solo in Campania, ma anche in circoscritte zone del Lazio, della Puglia e del Molise, secondo quanto indicato nel relativo disciplinare di produzione. Tale documento ha lo scopo di proteggere i prodotti a marchio IGP e DOP da possibili contraffazioni, fornendo una chiara descrizione delle materie prime da utilizzare, delle caratteristiche fisiche e organolettiche e del metodo di produzione [5]. In particolare, la mozzarella di bufala campana DOP è apprezzata per il suo sapore caratteristico e delicato, che si ottiene grazie a una meticolosa lavorazione del latte di bufala intero fresco con una percentuale minima di grasso del 7,2%.

Come preparare il gattò di patate

Eccoci giunti alla parte più importante di questo articolo: come preparare il gattò di patate tipico della cucina napoletana. Per cucinare questo piatto non possiamo far altro che munirci di tutti gli ingredienti necessari, possibilmente di produzione campana, come indicato nel paragrafo precedente. Naturalmente non mancano le varianti, di cui parleremo in seguito, da sperimentare volta per volta per scoprire nuovi sapori e deliziare i propri ospiti.

Per realizzare un ottimo gattò sono indispensabili due utensili da cucina: uno schiacciapatate (sostituibile eventualmente con un passaverdure a manovella) e una teglia rotonda dal diametro di 24 centimetri: puoi sceglierla anche quadrata o rettangolare, l’importante è che sia abbastanza capiente e preferibilmente antiaderente.

Segui passo dopo passo il procedimento e il successo è assicurato! Non dimenticarti di invitare tutti i tuoi amici per la prova assaggio: il gattò di patate è una torta salata ottima anche da fredda, da servire durante un buffet o un aperitivo.

Ingredienti

Per preparare una teglia di gattò di patate per 8 persone ti occorrono i seguenti ingredienti:

  • 1,5 kg di patate a pasta gialla;
  • 150 g di salame Napoli;
  • 200 g di provola affumicata;
  • 150 g di mozzarella di bufala campana DOP;
  • 2 cucchiai di parmigiano grattugiato;
  • 2 cucchiai di pangrattato;
  • 60 g di burro a temperatura ambiente;
  • 3 uova;
  • q.b. latte intero;
  • q.b. sale e pepe.

Procedimento

Inizia a preparare il gattò di patate lavando accuratamente i tuberi sotto l’acqua corrente: frizionali con le mani al fine di rimuovere ogni residuo di terra e altre impurità eventualmente presenti nella buccia. Per lessarle non è necessario sbucciarle, in quanto l’obiettivo è ottenere delle patate non troppo pregne di acqua (motivo per il quale sconsiglio di utilizzare quelle novelle).

Riempi una pentola capiente di acqua, salala e aggiungi le patate: dal momento in cui iniziano a bollire, conta 40 minuti e scolale. Approfitta di quando sono ancora calde per sbucciarle, poi tagliale a pezzi di media grandezza e schiacciale a purea con l’ausilio di uno schiacciapatate o un passaverdure.

Versa la purea di patate all’interno di una ciotola capiente, insaporiscile con pepe nero macinato a piacere e aggiusta di sale se necessario. Incorpora il parmigiano grattugiato e 50 g di burro tagliato a tocchetti, aiutandoti con un cucchiaio in legno. È fondamentale eseguire questo passaggio quando le patate sono ancora calde, in quanto si mescolano con facilità e il calore aiuta gli ingredienti a sciogliersi, formando un composto omogeneo.

A questo punto, lascia intiepidire il composto per alcuni minuti, poi aggiungi le uova precedentemente sbattute con una forchetta e mescola accuratamente affinché non rimangano grumi. Le uova non devono essere aggiunte subito, insieme al formaggio e al burro, in quanto il calore le farebbe cuocere e raggrumare, rendendole inutili al fine della preparazione.

Procedi tagliando a dadini piccoli il salame Napoli, la provola affumicata e la mozzarella di bufala campana DOP: quest’ultima, prima di incorporarla alle patate, è preferibile riporla all’interno di un colino per farla sgocciolare dal siero, premendola delicatamente con i rebbi di una forchetta. Fatto questo, aggiungi i formaggi e il salame all’impasto, amalgamando il tutto con un cucchiaio. Se la consistenza della purea è troppo solida, puoi aggiungere poco latte intero, il tanto che basta a ottenere un composto morbido e facilmente lavorabile (non liquido, mi raccomando).

A questo punto, ungi la teglia rotonda dal diametro di 24 centimetri con una noce di burro e versa al suo interno l’impasto di patate, uova, formaggi e salame. Se utilizzi una pirofila non antiaderente, è preferibile cospargere l’intera superficie (sia il fondo che i lati) con del pangrattato, così come faresti se stessi preparando una crostata. Prosegui livellando il gattò di patate con un cucchiaio o, ancor meglio, una spatola in silicone, poi distribuisci uno strato omogeneo di pangrattato, per ottenere un delizioso effetto gratinato. Per un risultato ancor più goloso, puoi aggiungere in superficie qualche fiocco di burro.

Scalda il forno statico a 200°, inforna il gattò di patate e cuocilo per circa 40 minuti, fin quando non risulterà perfettamente dorato. A questo punto, sfornalo e lascialo riposare per qualche minuto prima di servirlo. È ottimo da gustare caldo come piatto unico o antipasto, ma nulla vieta di proporlo anche freddo durante un buffet.

Altre gustose varianti da provare

Hai appena letto come preparare il gattò di patate tradizionale, realizzato con salame Napoli, provola affumicata e la deliziosa mozzarella di bufala campana DOP, ma esistono tante altregustose varianti da provare, con il solo limite della fantasia! Per esempio, molti preferiscono preparare l’impasto principale con le sole patate, uova e il parmigiano, per poi aggiungere i restanti ingredienti come farcitura. Per farlo, è preferibile tagliare sia il salame che i formaggi a fette sottili o, al limite, a dadini piccolissimi.

A questa variante “tecnica” si aggiungono le tante altre alternative gastronomiche, che contemplano l’utilizzo degli ingredienti più disparati, come il prosciutto cotto, la mortadella, la scamorza, il pecorino grattugiato e tutto ciò che sia gradito al proprio palato. L’importante è rispettare indicativamente le quantità, per non rischiare di preparare un gattò di patate troppo carico o, al contrario, tristemente scarno.

Il gattò di patate può essere insaporito a piacere con le spezie e le erbe aromatiche che si preferiscono: molti aggiungono la noce moscata, così come farebbero con un purè, oppure il prezzemolo tritato finemente o l’erba cipollina fresca o essiccata.

Ma veniamo a punto caro a molti: è possibile preparare il gattò di patate senza uova? La risposta non può che essere affermativa, a patto di sapere come ottenere ugualmente un composto morbido e non troppo pastoso. Le uova fungono da legante, arricchiscono il gusto e migliorano la consistenza di questa torta salata: se non puoi (o non vuoi) consumarle, sostituiscile con del latte intero, indicativamente mezzo bicchiere.

Ecco qualche altra sostituzione che puoi applicare in base alle tue necessità:

  • utilizza l’olio extravergine d’oliva in sostituzione al burro: aggiungine 40 g all’impasto e un cucchiaio per ungere la tortiera;
  • per una versione senza latticini, sostituisci il latte vaccino con una bevanda vegetale alla soia e aggiungi più salame o prosciutto per compensare l’assenza dei formaggi;
  • se non aggiungi formaggio e salumi, puoi sbizzarrirti utilizzando altri ingredienti di tuo gradimento, per ottenere un gattò di patate vegano alternativo ma ugualmente ricco di gusto: olive nere taggiasche, capperi, anelli di cipolla rossa o del tofu tagliato a dadini e saltato in padella.

Il gattò di patate è un piatto che può essere consumato anche da chi è celiaco: se hai questa necessità, sostituisci il pangrattato classico con uno senza glutine specificamente formulato per gli intolleranti, e leggi l’etichetta degli ingredienti che utilizzi per accertarti che non siano presenti tracce di glutine.

Sindrome del burnout: cos’è e quali diritti al lavoro

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Infermieri, educatori o avvocati accusano stress dalla pressione di lavorare per gli altri: come funzionano assenze per malattia, invalidità e Legge 104?

Se ti dico «sindrome del burnout» forse devi fermarti un attimo a pensare di che cosa stiamo parlando. Se, invece, ti dico «stress» ci capiamo subito, vero? Lo capirà anche il tuo datore di lavoro quando gli dirai che la sindrome del burnout si è impossessata di te fino al punto di provocarti una malattia seria? Se sgranerà gli occhi perché non sa che cos’è, puoi spiegargli che si tratta di una patologia causata da un eccessivo carico di lavoro. Che è la fine di un processo stressante in cui è coinvolto chi si vede impegnato ogni giorno ed in moto ripetitivo in attività legate alle relazioni interpersonali. Detto con queste parole, forse continuerà a non capirti e, così, capirà qual è il tuo problema: che sei stressato. Che non ce la fai più. E che vuoi rivendicare i tuoi diritti al lavoro per la sindrome del burnout.

Bisogna precisare che il burnout non è lo stress ma una conseguenza dello stress. È una patologia in grado di deteriorare:

  • l’impegno verso il lavoro;
  • le emozioni positive legate al lavoro;
  • la capacità di adattamento al lavoro.

Tutto ciò (spesso messo insieme) ha come conseguenza un disagio psicofisico che può portare all’esaurimento emotivo e fisico, alla depressione e ad un mutamento della personalità. La sindrome del burnout, dunque, è da tenere in seria considerazione soprattutto quando si fa un’attività di tipo assistenziale (pensa all’infermiere, al medico, all’assistente sociale) ma anche a professionisti come l’avvocato o il consulente fiscale. Professionisti che si fanno carico dei problemi di chi soffre o si trova in difficoltà per motivi diversi e che rischiano di riversare su sé stessi queste sofferenze fino al punto di non riuscire più a gestirle. Ecco perché, quando se ne avvertono i sintomi, bisogna non solo sapere che cos’è ma anche quali sono i diritti al lavoro di chi soffre di questa sindrome. Ad esempio, si può stare a casa in malattia? Si possono prendere dei permessi per delle terapie, ad esempio, da uno psicologo? Si può chiedere di cambiare reparto o attività per tentare di rimettere le cose in sesto dentro la testa? Vediamo che cos’è il burnout, che cosa lo provoca e quali sono i diritti al lavoro previsti per chi ha questa patologia.

Sindrome del burnout: che cos’è?

Burnout, in inglese, significa «bruciato». Ed è quello che ti può succedere quando fai un lavoro a contatto con la gente in cui lo scopo principale è aiutare gli altri. Può essere da un punto di vista sanitario, come il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, lo psicologo, l’educatore sanitario, il fisioterapista, ecc. Sono loro le vittime più frequenti della sindrome del burnout. Ma non le uniche: a fare i conti con questo disturbo ci sono altre categorie di lavoratori che hanno a che fare con i problemi degli altri, come carabinieri, poliziotti, vigili del fuoco, avvocati, consulenti fiscali, insegnanti ed altre figure che vivono a contatto con la realtà altrui.

Ed è proprio questa realtà da cui nasce il burnout o, se preferisci dirlo così, nella quale il lavoratore comincia a «bruciarsi». L’eccessiva pressione del lavoro, degli utenti o dei clienti di cui si deve occupare, insieme ad uno smisurato senso del dovere accendono la miccia: inizia un processo di logoramento psicofisico a causa della mancanza di energie. Non si è più in grado di sopportare lo stress accumulato e la vita ed i problemi degli altri si mescolano con quelli del lavoratore fino ad arrivare ad un punto in cui non si sa più dov’è la linea di confine che separa gli uni dagli altri.

Sindrome del burnout: come si sviluppa?

Si possono distinguere diverse fasi nella sindrome del burnout. Ad esempio, in un operatore sanitario che, come dicevamo, è il più esposto alla patologia (ma vale anche per le altre figure professionali interessate), il processo si sviluppa in questo modo:

  • una fase in cui prevale l’entusiasmo di avere scelto una professione dedicata agli altri;
  • un secondo momento di stagnazione in cui il lavoratore viene sottoposto ad un carico di stress eccessivo e comincia a rendersi conto che la realtà non coincide con ciò che si aspettava. Iniziano a diminuire l’entusiasmo e il senso di appagamento;
  • una terza fase di frustrazione in cui prevalgono i sentimenti di inutilità, di insoddisfazione, di inadeguatezza, di sfruttamento, di scarsa riconoscenza verso il proprio lavoro. Può aumentare l’aggressività verso gli altri e la voglia di evitare il luogo di lavoro;
  • una quarta fase di apatia in cui non ci sono più né interesse né passione per il proprio lavoro. Prevale la più totale indifferenza.

Sindrome del burnout: quali conseguenze?

Dicevamo all’inizio che non bisogna confondere stress e sindrome del burnout. Il primo, infatti, è la causa della seconda. Ma quali possono essere le conseguenze se il problema non lo si affronta per tempo?

Tra gli effetti psicologici del burnout si possono segnalare:

  • l’esaurimento emotivo;
  • la perdita della personalità;
  • la riduzione della propria realizzazione personale e professionale;
  • la necessità di fuggire dall’ambito lavorativo;
  • la perdita di entusiasmo e di interesse per l’attività che si svolge;
  • la frustrazione e insoddisfazione;
  • la mancanza di empatia nei confronti delle persone di cui si occupa.

Tutto questo si riflette anche sul lato fisico. Infatti, la sindrome del burnout può provocare:

  • gastrite;
  • cefalee;
  • tachicardia;
  • insonnia;
  • depressione.

Non sono mancati, purtroppo, i casi in cui tutto ciò sfocia in gesti estremi come l’abuso di alcol o di droghe e l’aumento del rischio di suicidio. Va da sé che se la sindrome degenera si può trasformare in una malattia invalidante.

Sindrome del burnout: diritto all’invalidità

Quali sono, allora, i diritti al lavoro per chi soffre della sindrome del burnout dovuta allo stress? Bisogna, intanto, ricordare che lo stress, di per sé, non viene riconosciuto come malattia. Solo quando si manifesta in patologie psichiche e fisiche che comportano dei danni dovuti all’eccessivo carico di lavoro si può parlare di malattia professionale.

Occorre valutare, quindi, la singola patologia riscontrata. Quando si arriva alla depressione (o Mdd, cioè disturbo depressivo maggiore) oppure all’esaurimento nervoso è possibile riscontrare una riduzione della capacità lavorativa, cioè un’invalidità. Le tabelle ufficiali che riportano le percentuali di invalidità indicano, in proposito, questi valori:

  • sindrome depressiva endoreattiva lieve: 10% ;
  • sindrome depressiva endoreattiva media: 25%;
  • sindrome depressiva endoreattiva grave: dal 31% al 40%;
  • sindrome depressiva endogena lieve: 30%;
  • sindrome depressiva endogena media: dal 41% al 50%;
  • sindrome depressiva endogena grave: dal 71% all’80%;
  • nevrosi fobico ossessiva e/o ipocondriaca di media entità: dal 21% al 30%;
  • nevrosi fobico ossessiva lieve: 15%;
  • nevrosi fobico ossessiva grave: dal 41% al 50%;
  • nevrosi ansiosa: 15%;
  • psicosi ossessiva: dal 71% all’80%.

Se la sindrome del burnout provoca altri disturbi come la colite ulcerosa, problemi al fegato o al cuore, occorrerà valutare caso per caso la percentuale di invalidità riconosciuta dalle tabelle. Nel caso in cui sia accertata la riduzione della capacità lavorativa, si può avere diritto ad una prestazione assistenziale a seconda della percentuale. Bisogna, comunque, superare il 33% ed avere tra 18 e 65 anni per essere riconosciuti invalidi civili.

Gli assegni di invalidità

Per esempio, l’assegno di invalidità ordinario viene erogato a chi ha una percentuale superiore al 74%, 5 anni di contribuzione e almeno 3 anni di contributi versati nell’ultimo quinquennio. Si calcola sulla contribuzione versata.

Se non ci sono questi requisiti, si può aspirare all’assegno di invalidità civile sempre che non si superi il reddito annuo di 4.906,72 euro. L’importo dell’assegno è di 285,66 euro mensili.

La pensione di invalidità

Se la percentuale di invalidità arriva al 100%, chi soffre della sindrome del burnout o di una delle sue conseguenze può fare domanda per ottenere la pensione di invalidità civile, sempre di 285,66 euro. Occorre, però, avere un reddito inferiore a 16.814,34 euro.

Sia per la pensione di invalidità sia per l’assegno di invalidità, il requisito anagrafico è stato modificato recentemente: ora può fare richiesta chi ha tra i 18 ed i 67 anni, anziché un massimo di 66 anni e 7 mesi come fino al 2018.

Sindrome del burnout: diritto ad assenze per malattia

Al di là delle prestazioni assistenziali, che succede sul posto di lavoro a chi soffre della sindrome del burnout? Ad esempio, ha diritto ad assentarsi e a chiedere la malattia retribuita?

Per rispondere a questa domanda, si torna al discorso di prima: bisogna valutare che tipo di patologia è emersa a causa del burnout o dell’esaurimento nervoso. Visto che, come abbiamo spiegato, la sindrome può provocare dei disturbi anche gravi dal punto di vista fisico come da quello psicologico, sarà il medico curante a stabilire se il lavoratore ha bisogno di un periodo di riposo ed a fissare il numero dei giorni in cui deve rimanere a casa.

In quest’ultimo caso, cioè quando il medico decide che l’assenza dal lavoro è giustificata, occorre seguire la normale procedura della malattia, cioè:

  • chiedere al medico di base il certificato che andrà inviato all’Inps per via telematica entro il giorno successivo a quello in cui è stata diagnosticata la malattia;
  • avvertire il datore di lavoro dell’assenza e comunicargli il numero di protocollo telematico del certificato medico.

Vanno rispettate, inoltre, le fasce di reperibilità per le visite fiscali, cioè:

  • dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 per i dipendenti del settore privato;
  • dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 per gli impiegati statali.

Tuttavia, è possibile che, visti gli effetti della sindrome di burnout, il medico curante decida di prescrivere al paziente qualche ora di svago fuori casa (una passeggiata al parco, un’attività motoria, ecc.). In questi casi, la mancata presenza del lavoratore nella sua abitazione durante la malattia non può essere sanzionata, come stabilito dalla Cassazione [1].

Sindrome del burnout e Legge 104

Se la situazione è degenerata, può succedere che venga riconosciuto un handicap nella persona che soffre della sindrome del burnout. Significa che c’è una disabilità mentale, motoria o sensoriale tale da impedire o limitare l’integrazione sociale, lavorativa, personale e familiare. In questo caso, il lavoratore ha diritto a:

  • i permessi retribuiti della Legge 104;
  • la possibilità di scegliere la sede di lavoro e di rifiutare un trasferimento;
  • le agevolazioni fiscali che spettano ai portatori di handicap, ad esempio sull’acquisto dell’auto o di sussidi informatici, sulle spese di assistenza o su quelle mediche.

Quando il lavoratore che soffre di burnout è riconosciuto invalido al 100% e non riesce a camminare o a compiere gli atti quotidiani della vita senza l’assistenza di un’altra persona, ha diritto all’assegno di accompagnamento. L’importo è di 517,84 euro per 12 mensilità. Puoi approfondire i dettagli relativi a questa prestazione sociale leggendo questo articolo o guardando questo video.

Sindrome del burnout e pensione anticipata

Anche in questo caso bisogna considerare gli effetti fisici o psichici provocati dalla sindrome di burnout e le relative percentuali di invalidità. Nello specifico:

  • se l’invalidità è superiore al 74%, il lavoratore avrà diritto a 2 mesi di contributi figurativi aggiuntivi per ogni anno fino ad un massimo di 5 anni, all’Ape sociale o alla pensione anticipata precoci;
  • se, invece, l’invalidità supera l’80%, il lavoratore avrà diritto alla pensione di vecchiaia anticipata. Deve, però, avere 60 anni e 7 mesi di età se uomo e 55 anni e 7 mesi se donna. Inoltre deve avere versato 20 anni di contributi.

La pensione anticipata per questi motivi non è prevista per i dipendenti pubblici.

Part-time: come cambiare l’orario di lavoro

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Quali sono le procedure per variare l’orario lavorativo per i dipendenti a tempo parziale: clausole elastiche, cambio di orario permanente.

Il lavoratore dipendente part-time, al contrario del lavoratore a tempo pieno o full time, svolge l’attività con un orario lavorativo ridotto rispetto all’orario ordinario.

Normalmente, l’orario ordinario è pari a 40 ore settimanali (come previsto dal decreto sull’orario di lavoro [1]); alcuni contratti collettivi, però, prevedono un orario ordinario inferiore, ad esempio 38 o 36 ore settimanali. In questo caso, è considerato in regime di part-time chi svolge un orario inferiore a quello ordinario stabilito dal contratto collettivo.

Nel contratto di lavoro di un dipendente part-time, la collocazione dell’orario deve essere indicata in modo preciso, con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno.

Il datore di lavoro non ha la libertà di variare l’orario di un dipendente part-time a suo piacimento: tuttavia, può beneficiare di una certa flessibilità oraria nel caso in cui il lavoratore presti il suo consenso alle cosiddette clausole elastiche. Datore e dipendente, in ogni caso, possono accordarsi per una variazione stabile dell’orario lavorativo.

Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto sull’attività part-time: come cambiare l’orario di lavoro.

Si può cambiare l’orario part time?

Nel contratto di lavoro a tempo parziale devono essere indicate le ore di attività in maniera precisa e puntuale, con riferimento al giorno, alla settimana, al mese o all’anno.

Il datore di lavoro non ha la possibilità di modificare a suo piacere la collocazione temporale della prestazione lavorativa o di aumentare le ore di lavoro, a meno che non esistano dei preventivi accordi, le cosiddette clausole elastiche: queste clausole possono essere stipulate da datore e dipendente in sede protetta, oppure essere previste dal contratto collettivo; in ogni caso devono sempre essere pattuite per iscritto.

Se la modifica dell’orario part-time non è temporanea ma definitiva, o comunque è prevista stabilmente per un certo periodo di tempo, datore e lavoratore possono accordarsi, per iscritto, per cambiare l’orario. Se la modifica dell’orario è dal tempo pieno al tempo parziale, la prova del consenso del lavoratore al cambio di regime orario può essere desunta anche da fatti concludenti: ad esempio, se il lavoratore si attiene al nuovo orario senza opporre rifiuto, il suo comportamento vale come consenso e può sostituire la firma di un patto scritto.

La modifica dell’orario va comunicata al centro per l’impiego?

La variazione dell’orario di lavoro deve essere comunicata al centro per l’impiego, con modello Unilav, solo se c’è un passaggio dal tempo parziale al tempo pieno, o viceversa.

Se, invece, l’orario cambia, ma resta ridotto, non si deve effettuare nessuna comunicazione al centro per l’impiego.

Come funzionano le clausole elastiche?

Le clausole elastiche sono delle pattuizioni che consentono all’azienda di aumentare o variare l’orario lavorativo.

Dal 25 giugno 2015 (data di entrata in vigore del testo unico dei contratti [2]), non è più possibile, per l’azienda, indicare direttamente nel contratto part time le clausole elastiche, se queste non sono previste nel contratto collettivo applicato, anche di secondo livello, o non sono state concordate in sede protetta col lavoratore.

In sostanza, le clausole elastiche:

  • possono essere previste dal contratto collettivo, anche territoriale o aziendale, e stipulate per iscritto col lavoratore;
  • se non previste dal contratto collettivo, datore e lavoratore possono pattuirle in sede protetta.

Per quanto concerne l’accordo col lavoratore in sede protetta, questo deve essere convalidato davanti ad una commissione di certificazione (ci sono commissioni di certificazione operative presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro, in sede sindacale e anche presso i consigli provinciali dei consulenti del lavoro).

L’aumento delle ore lavorative nell’accordo, inoltre, deve prevedere una maggiorazione della paga oraria, per il dipendente, pari almeno al 15% della retribuzione oraria globale di fatto: non ci può essere dunque nessun aumento del carico di lavoro, se non è previsto un aumento della paga oraria. Secondo la fondazione studi consulenti del lavoro, la maggiorazione oraria deve essere applicata anche nelle ipotesi di sola variazione della collocazione della prestazione, senza aumento delle ore.

È previsto anche un preavviso minimo da fornire al dipendente pari a 2 giorni.

Le clausole elastiche devono prevedere, a pena di nullità:

  • le condizioni e le modalità con le quali il datore di lavoro, con preavviso minimo di 2 giorni lavorativi, può modificare la collocazione temporale dell’attività e variarne in aumento la durata;
  • la misura massima dell’aumento orario, che non può eccedere il limite del 25% della normale prestazione annua a tempo parziale.

Il dipendente part time può fare gli straordinari?

Il Testo unico dei contratti stabilisce che il lavoratore a tempo parziale può svolgere prestazioni di lavoro straordinario, nei limiti previsti dal decreto sull’orario di lavoro [1].

Nel dettaglio, se nel contratto collettivo mancano apposite previsioni, il ricorso al lavoro straordinario è ammesso soltanto previo accordo tra datore di lavoro e lavoratore, per un periodo che non superi le 250 ore annuali.

Salvo diversa disposizione del contratto collettivo, il ricorso a prestazioni di lavoro straordinario è in aggiunta ammesso in relazione a:

  • casi di eccezionali esigenze tecnico-produttive e di impossibilità di fronteggiarle attraverso l’assunzione di altri lavoratori;
  • casi di forza maggiore o casi in cui la mancata esecuzione di prestazioni di lavoro straordinario possa dare luogo a un pericolo grave e immediato, o a un danno alle persone o alla produzione;
  • eventi particolari, come mostre, fiere e manifestazioni collegate all’attività produttiva, nonché allestimento di prototipi, modelli o simili, predisposti per le stesse, preventivamente comunicati agli uffici competenti, e in tempo utile alle rappresentanze sindacali aziendali.

Il lavoro straordinario deve essere calcolato a parte e compensato con le maggiorazioni retributive previste dal contratto collettivo di lavoro. I contratti collettivi possono in ogni caso consentire che, in alternativa o in aggiunta alle maggiorazioni retributive, i lavoratori usufruiscano di riposi compensativi.

Quale laurea scegliere per trovare lavoro?

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Come si preparano gli studenti universitari. Quali settori offrono più assunzioni a tempo indeterminato e retribuzioni più alte pochi anni dopo il titolo.

Non tutte le lauree offrono una garanzia di lavoro. Così come non tutti i laureati escono dalla facoltà con la preparazione necessaria ad affrontare la carriera che hanno immaginato. Avere una laurea in mano e la corona d’alloro in testa il giorno in cui si dà la tesi e si viene proclamati dalla Commissione non è sinonimo di occupazione sicura, anzi: per la maggior parte dei ragazzi, quel giorno non è un punto di arrivo ma un punto di partenza alla ricerca di un posto cui poter dimostrare le capacità e le conoscenze acquisite. Ma è meglio aspettare la fine degli studi per pensare a che cosa fare oppure conviene pensare prima quale laurea scegliere per trovare lavoro? Meglio medicina o ingegneria? Si guadagna di più nel settore farmaceutico o in quello economico?

Non è un concetto scontato: è legittimo intraprendere un percorso in base alle proprie aspirazioni e, più tardi, cercare di metterle in pratica in un’azienda, in una società o da un professionista che ti dia l’opportunità di farlo. È più pragmatico, invece, valutare prima di iscriverti al primo anno quali sono i settori economici che offrono le occasioni più numerose e qualificate e, successivamente, avviarti lungo quel percorso. È in quest’ultimo caso che devi chiederti quale laurea scegliere per trovare lavoro.

Più che teorizzare alla cieca, il modo migliore per avere una risposta è quello di vedere che cos’è successo a chi si è laureato negli ultimi anni. Quanti di questi ragazzi lavorano, in quale ambito e quanto guadagnano. Ma anche che cosa hanno fatto prima di dare la tesi, come si sono preparati, se hanno fatto delle esperienze all’estero, se parlano delle lingue straniere. Tutti elementi che aiutano capire non solo quale laurea scegliere per trovare lavoro ma anche come fare un percorso universitario per ottenere il risultato migliore.

Questi dati li fornisce ogni anno il Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, probabilmente la fonte più attendibile sulla realtà universitaria e postuniversitaria in Italia. Attraverso l’ultima indagine pubblicata dal Consorzio (dati aggiornati al 2017 in attesa del nuovo dossier) si può arrivare ad identificare quale laurea scegliere per trovare lavoro.

Università e lavoro: chi sono i laureati

Nel 2017 le università italiane hanno sfornato oltre 276mila laureati, la maggior parte dei quali di primo livello e circa 80mila magistrali. Meno della metà dei triennali è riuscito a compiere gli studi nella stessa provincia in cui ha ottenuto il diploma. Significa che oltre il 50% dei ragazzi ha frequentato una facoltà fuori sede, anche nella provincia accanto a quella di residenza. Più bassa (circa un terzo) la percentuale dei magistrali che si sono laureati lontano da casa. In ogni caso, la migrazione è quella solita: dal Sud al Nord. Dove confluisce anche la quasi totalità degli studenti stranieri che vogliono ottenere una laurea in Italia.

A che età si laureano i ragazzi

In media, gli studenti italiani riescono ad ottenere la laurea a quasi 25 anni al primo livello e a 27 anni e mezzo alle magistrali. Un dato che riflette il ritardo con cui i ragazzi si iscrivono all’università rispetto ad una volta, quando si usciva dal liceo a 19 anni e si cominciava subito s frequentare la facoltà. Oggi quest’età è aumentata mediamente di quasi 2 anni.

Ciò significa, per collegarci al mondo del lavoro, che i ragazzi si rendono disponibili a trovare un’occupazione con una laurea in mano con quasi 2 anni di ritardo.

Come si preparano i laureati

Chi ottiene una laurea e tenta di trovare un lavoro, che cosa mette sul tavolo di un potenziale datore a livello di preparazione? Mediamente, un punteggio di 102,7 su 110, partendo dai 99,8 dei laureati di primo livello per arrivare ai 107,7 dei magistrali. Un voto, quest’ultimo, piuttosto elevato rispetto al passato. Significa che oggi i ragazzi escono dalle università più preparati? Questo devono dimostrarlo nel tempo, non con un semplice voto di laurea.

Solo un laureato su 10 ha fatto un’esperienza di studio all’estero ma tre su quattro hanno una conoscenza almeno buona della lingua inglese.

Altro aspetto legato alla preparazione: le eventuali esperienze di lavoro. Poco più della metà degli studenti ha fatto un tirocinio curricolare o uno stage riconosciuto dal corso di studi. Mentre aumenta il numero dei giovani che hanno fatto un lavoro mentre studiavano, soprattutto grazie ai contratti occasionali.

Università e lavoro: che succede 1 anno dopo la laurea

Ci siamo posti all’inizio questa domanda: quale laurea scegliere per trovare lavoro? Dopo aver visto come si esce dalle università, una prima risposta la troviamo guardando le statistiche di ciò che succede 1 anno dopo la festa della tesi con tanto di allori, mazzi di fiori e spumante.

Succede che il 71% degli studenti con una laurea di primo livello (sulla metà del totale, perché l’altra metà ha deciso di proseguire gli studi) hanno trovato un’occupazione, contro il 73% di quelli magistrali. Prima considerazione da fare, a giudicare dai numeri: più si va avanti a studiare, più probabilità si hanno di lavorare in tempi brevi.

E quanto si guadagna dopo un anno? Chi ha ottenuto la laurea di primo livello porta a casa in media 1.100 euro circa, mentre chi ha fatto la magistrale guadagna 50 euro in più al mese.

Università e lavoro: che succede 5 anni dopo la laurea?

Quella che abbiamo visto poco fa è una situazione lampo o dura nel tempo? I dati di AlmaLaurea dicono cinque anni dopo la conclusione degli studi le cose migliorano, anche se in quest’ultimo periodo sono state fortemente condizionate dalla crisi. Il tasso di occupazione si era stabilito all’87,8% per i laureati del primo livello e all’87,3% per chi ha fatto anche la magistrale biennale. Insomma, numeri più equilibrati e gap praticamente inesistente tra le due lauree.

Riproponiamo la stessa domanda: quanto si guadagna? Chi ha fatto la triennale, 5 anni dopo la laurea guadagna in media 1.359 euro netti al mese, mentre chi ha fatto anche la magistrale mette in tasca 1.428 euro al mese. Significa quasi 70 euro netti in più al mese per due anni in più di studio.

Università e lavoro: quale laurea scegliere?

Veniamo al «dunque». In base all’esperienza di chi l’ha già ottenuta e per 5 anni è riuscito a mantenere un’occupazione, quale laurea scegliere per trovare lavoro? Diciamo subito che sono i laureati in ingegneria, nelle professioni sanitarie ed in quelle del settore economico-statistico quelli che hanno trovato maggiori sbocchi: il tasso di occupazione in questi tre filoni supera il 90%. Al di sotto di questa media i tassi delle occupazioni giuridiche, geo-biologiche e letterarie.

Circa il 76% degli ingegneri è assunto con contratto a tempo indeterminato, percentuale superiore di 4 punti e mezzo rispetto ai laureati in medicina e di oltre 10 punti sui laureati nelle discipline chimico-farmaceutiche ed economico-statistiche. Nel dettaglio, ecco le percentuali migliori di ragazzi assunti a tempo indeterminato 5 anni dopo la laurea nei settori:

  • ingegneria: 75,9%;
  • professioni sanitarie: 71,4%;
  • chimico-farmaceutico: 63,9%
  • economico-statistico: 63.1%.

Sono inferiori al 35% le percentuali relative alle assunzioni a tempo indeterminato dei laureati in:

  • architettura;
  • educazione fisica;
  • giurisprudenza;
  • psicologia.

Il motivo, però, di quest’ultimo dato è che molti dei laureati in queste discipline (ad esclusione dell’educazione fisica) scelgono un lavoro autonomo.

Da segnalare anche il futuro delle lauree in lettere ed in lingue: quasi 4 ragazzi su 10 che hanno ottenuto uno di questi titoli universitari lavora a tempo determinato a causa dell’elevato numero di laureati.

Università e lavoro: chi guadagna di più dopo 5 anni?

Di nuovo la domanda, posta in questi altri termini: chi guadagna di più? Cioè con quale laurea si prendono più soldi? Quelli trattati meglio da un punto di vista retributivo sono (di nuovo) gli ingegneri, i laureati del gruppo scientifico e quelli del chimico-farmaceutico. Quelli trattati peggio sono psicologi, insegnanti e laureati in lettere. Ecco le retribuzioni medie secondo gli ultimi dati disponibili dei ragazzi che lavorano 5 anni dopo aver conseguito la laurea:

  • ingegneria: 1.753 euro netti al mese;
  • settore scientifico: 1.668 euro;
  • settore chimico-farmaceutico: 1.633 euro;
  • settore economico-statistico: 1.543 euro;
  • medicina/professioni sanitarie: 1.487 euro;
  • agraria e veterinaria: 1.363 euro;
  • settore geo-biologico: 1.353 euro;
  • architettura: 1.337 euro;
  • settore politico-sociale: 1.329 euro;
  • settore linguistico: 1.269 euro;
  • educazione fisica: 1.228 euro;
  • settore giuridico: 1.210 euro;
  • settore letterario: 1.168 euro;
  • insegnamento: 1.127 euro;
  • settore psicologico: 1.042 euro.

Quanto tempo per chiedere un rimborso d’imposta?

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Tempi per ottenere un rimborso dall’Agenzia delle Entrate per le tasse in più pagata a causa di un errore sulla dichiarazione dei redditi.

Se ti accorgi di aver commesso un errore nella dichiarazione dei redditi e di aver pagato più tasse del dovuto, puoi percorrere due strade alternative: o chiedere la restituzione dei soldi tramite rimborso oppure compensare il tuo credito con le tasse che dovrai versare nella successiva dichiarazione dei redditi. C’è poi un’ultima ipotesi per far valere il diritto che la legge ti riconosce: nell’ambito di un giudizio di opposizione a un accertamento fiscale ricevuto. In merito ai tempi entro cui far valere tale pretesa, è intervenuta una recente ordinanza della Cassazione [1]. La corte ha cioè chiarito un dubbio che molti contribuenti spesso si pongono: quanto tempo c’è per chiedere un rimborso d’imposta? Ecco le spiegazioni che sono state fornite in merito.

Il principio fornito dai giudici è il seguente: il contribuente che si rende conto di aver versato di più rispetto al dovuto può scegliere o di attendere l’anno successivo ed effettuare la compensazione con quanto dovuto oppure chiedere il rimborso entro 48 mesi. È invece di 36 mesi il termine per chiedere il rimborso di imposte indirette come l’imposta di registro, di successione e di donazione ecc.

In questo noterai che c’è una profonda asimmetria tra la tutela accordata alla pubblica amministrazione – e in particolare al fisco italiano – e quella invece che spetta al contribuente. Quest’ultimo infatti ha termini molto più brevi per far valere il proprio diritto al rimborso: due anni in tutto. Invece l’Agenzia delle Entrate può eseguire accertamenti sulle imposte non versate fino a cinque anni dopo quello di presentazione della dichiarazione dei redditi (in caso di «dichiarazione infedele») o, addirittura, fino a sette anni dopo (nel più grave caso di «omessa presentazione della dichiarazione dei redditi»). 

Non è la prima volta che si trovano disposizioni di legge che favoriscono il fisco rispetto al cittadino. Ne avevamo già parlato più approfonditamente in Accertamenti sul conto: ecco perché il fisco ti frega. Uno di questi è la presunzione di evasione – salvo prova (scritta) contraria – per tutti gli accrediti sul conto (bonifici o versamenti di contanti) non giustificati con il 730.

Detto ciò torniamo al problema dei tempi per chiedere il rimborso all’Agenzia delle Entrate: rimborso che potrebbe scaturire, ad esempio, da un’imposta versata ma non dovuta o da un’imposta versata in misura superiore rispetto al dovuto o da una detrazione/deduzione di cui si aveva diritto ma che non è stata calcolata.

Il contribuente ha la possibilità di modificare la dichiarazione dei redditi deducendo di aver commesso errori materiali, di fatto o di diritto nella dichiarazione stessa, errori che evidentemente hanno inciso sull’entità delle imposte versate.

Termine per richiede il rimborso

Abbiamo detto che una delle modalità per ottenere il rimborso delle somme in più versate al fisco è chiedere la restituzione dei soldi che, naturalmente, avverrà con bonifico o con assegno bancario. La legge fissa un termine entro cui poter chiedere il rimborso: 48 mesi dalla data del versamento stesso.

Leggiamo il testo della norma per toglierci ogni ulteriore dubbio [2]:

«Il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’intendente di finanza nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso la quale e’ stato eseguito il versamento istanza di rimborso, entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento stesso, nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento».

L’intendente di finanza, sentito l’ufficio delle imposte, provvede al rimborso mediante ordinativo di pagamento.

Se i rimborsi non sono effettuati entro il termine di 48 mesi sulle somme rimborsate si applicano gli interessi pari all’1% del 1 per ognuno dei semestri interi, escluso il primo, compresi tra la data del versamento o della scadenza dell’ultima rata del ruolo in cui è stata iscritta la maggiore imposta e la data dell’ordinativo emesso dall’intendente di finanza o dell’elenco di rimborso.

Termine per chiedere la compensazione

In alternativa, il rimborso dell’imposta può essere ottenuto tramite compensazione delle imposte da versare con la dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta successivo. Dunque il termine, in questo caso, per emendare errori od omissioni a danno del contribuente è proprio la presentazione della suddetta dichiarazione e non oltre.

Termine per opporre il credito in una causa di opposizione ad accertamento

Ultima ipotesi consentita al contribuente per far valere il proprio credito nei confronti dell’Agenzia delle Entrate è in sede contenziosa, ossia nell’ambito di un giudizio – sollevato di solito dal contribuente stesso – contro una pretesa di pagamento avanzata dal fisco. In questo caso non ci sono limiti di tempo per ottenere la compensazione. Ad esempio, il contribuente che impugna un accertamento fiscale effettuato per un periodo di imposta di quattro anni prima può chiedere il rimborso con compensazione di un eventuale pagamento in più rispetto al dovuto da questi effettuato. Dunque benché superati i 48 mesi previsti per il normale rimborso, egli può ugualmente far valere il proprio diritto. Questo anche consente di riequilibrare l’asimmetria di cui si parlava in premessa che garantisce all’Agenzia delle Entrate un termine superiore per poter recuperare i propri crediti (5 o 7 anni).

Pertanto è sempre consentito al contribuente, nel corso di una causa contro il fisco, fare valere l’esistenza dell’errore nella dichiarazione dei redditi.

Tempi di pagamento rimborsi Agenzia Entrate

Una cosa ovviamente è il termine di decadenza imposto al contribuente per chiedere il rimborso, un’altra è quando effettivamente tale rimborso arriverà. Come infatti abbiamo già spiegato in Tempi pagamenti rimborsi Agenzia Entrate,  lavoratori dipendenti ricevono i rimborsi Irpef nella busta paga del mese di luglio dello stesso anno in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi. Quindi: se presento la dichiarazione a maggio del 2018 e risulto a credito, mi verrà versato il rimborso con lo stipendio di luglio 2018.

I pensionati ricevono i rimborsi Irpef insieme all’assegno di agosto dello stesso anno in cui hanno presentato la dichiarazione. Per cui, se hanno consegnato il 730 a maggio 2018, avranno il rimborso con la pensione di agosto 2018.

Leggi anche Come ottenere un rimborso dall’Agenzia delle Entrate.

Assicurazione per il passeggero

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Il danno subito dal terzo trasportato è risarcito dall’assicurazione dell’auto su cui era a bordo al momento dell’incidente stradale entro il massimale a prescindere dalle responsabilità dei conducenti coinvolti nel sinistro.

Immagina di aver fatto un incidente stradale, in parte anche per colpa della tua distrazione. Insieme a te, in macchina, c’era un tuo amico che si è fatto male ad una spalla. Fortunatamente il pronto soccorso dell’ospedale ha giudicato le sue lesioni guaribili in dieci giorni. Un po’ di riposo e qualche antidolorifico gli faranno bene. Nel frattempo però l’infortunato ha iniziato ad avanzare pretese di risarcimento nei tuoi riguardi. Ti ha chiesto di fornirgli i riferimenti della tua assicurazione affinché il suo avvocato possa inoltrare la pratica per l’indennizzo. Tu vorresti evitare che da ciò possano derivare ripercussioni negative sulla classe di rischio della tua polizza. Peraltro non hai mai stipulato una assicurazione per il passeggero e temi di dover pagare i danni con il tuo portafogli. Vorresti chiaramente scaricare la patata bollente sull’altro conducente, a tuo avviso vero responsabile dell’incidente. Come stanno le cose? Chi rimborsa il cosiddetto “terzo trasportato” all’interno di un’auto che ha subìto un sinistro stradale?

I chiarimenti, in merito, sono stati forniti a più riprese dalla giurisprudenza, da ultimo in una sentenza della Cassazione depositata qualche giorno fa [1]. La corte ha spiegato ancora una volta se, in caso di incidente stradale, il passeggero è coperto da assicurazione o meno e, in tal caso, a chi spetta risarcire i danni fisici che questi ha riportato in conseguenza dello scontro. Quanto è importante stabilire su quale dei due conducenti addossare la colpa nella dinamica del sinistro per individuare la compagnia tenuta a pagare i danni al trasportato? E soprattutto a chi quest’ultimo deve rivolgersi per avere l’indennizzo che gli è dovuto? Ecco tutto ciò che c’è da sapere su questo interessante argomento.

Assicurazione per il passeggero: è necessaria?

La legge stabilisce che l’assicurazione obbligatoria deve coprire tutti i danni a cose o persone provocate in conseguenza della circolazione del mezzo (il concetto di “circolazione” è stato poi ampliato dalla giurisprudenza fino a ricomprendere anche quelle normali fasi in cui il mezzo è fermo, parcheggiato e non utilizzato). In questo non c’è alcuna differenza tra chi guida e gli eventuali ulteriori passeggeri. Per cui, tutte le volte che si stipula una polizza sulla responsabilità civile automobilistica (cosiddetta rc-auto), la compagnia è tenuta per legge a risarcire tutti i danni subiti tanto dal conducente quanto dal terzo trasportato. Solo se questi era privo di cintura di sicurezza l’assicurazione potrà ridurre l’entità del risarcimento in misura proporzionale al danno fisico che si sarebbe evitato se invece questi fosse stato diligente e si fosse “assicurato” al sedile dell’auto.

Detto ciò, quindi, non è necessario che nella polizza assicurativa sia specificato l’estensione della copertura anche ai passeggeri poiché questi devono essere sempre risarciti. Né occorre, al momento della stipula della rc-auto, chiedere un’aggiunta di una assicurazione per passeggero: questa infatti è già inclusa per legge. A tal proposito il codice delle assicurazioni [2] prevede che l’assicurazione obbligatoria deve comprendere anche la copertura del danno per un illecito da circolazione in occasione del trasporto sul veicolo e tale copertura è confermata quale che sia il titolo di responsabilità nel rapporto tra trasportato e proprietario o conducente del veicolo.

Tale principio è stato ribadito dalla Cassazione con la sentenza sopra riportata: «In tema di rimborso del danno subito dal terzo trasportato, egli deve essere risarcito dalla compagnia assicuratrice del veicolo, indipendentemente dall’accertamento della responsabilità dei conducenti delle vetture coinvolte nel sinistro». Principio questo sancito dalla stessa legge [3] secondo cui il terzo trasportato, danneggiato a seguito del sinistro stradale, può agire direttamente nei confronti dell’impresa assicuratrice del veicolo, fornendo così a quest’ultimo un ulteriore strumento di tutela.

Questo implica anche un’accelerazione nelle pratiche di risarcimento al passeggero se dovessero insorgere contestazioni sulla dinamica del sinistro: passeggerò che, dovendo essere comunque risarcito dalla compagnia del proprio conducente, potrà inoltrare subito la pratica e ottenere la liquidazione in tempi più brevi. 

Polizza con copertura al solo conducente 

Anche laddove la polizza assicurativa preveda la copertura con obbligo di indicare il nome del conducente del veicolo, una clausola del genere non potrà essere opposta al passeggero che, comunque, avrà diritto ad essere indennizzato lo stesso. Se l’assicurato ha firmato una polizza con limitazione della responsabilità al solo conducente, precedentemente individuato in polizza, l’assicurazione – tenuta comunque a pagare il terzo trasportato – potrà poi rivalersi contro il proprio cliente.

Auto sbanda e urta contro il muro: chi paga il passeggero?

Abbiamo appena detto che, in caso di un incidente tra due o più auto, il passeggero ha sempre diritto ad essere risarcito, al di là ed a prescindere da ciò che prevede la polizza. Un dubbio che si è posto è nel caso di incidente senza altre auto come nel caso di una macchina che sbandi e finisca contro un ostacolo (un muro, un palo della luce, il marciapiedi, il guardrail, ecc.) a causa della ghiaia presente sulla strada, di una lastra di ghiaccio o di un colpo di sonno del conducente. Sul punto la giurisprudenza ha chiarito che il terzo trasportato non può essere pregiudicato dal fatto che lo scontro non abbia interessato ulteriori automezzi: quindi questi ha diritto ad essere risarcito per qualsiasi lesione fisica causata dalla circolazione dell’auto su cui era a bordo, anche se questa ha sbandato da sola.

Risarcimento passeggero se la colpa è del conducente

Un secondo problema che si è posto è se – e da chi – il passeggero debba essere risarcito quando la colpa dell’incidente è proprio del conducente dell’auto su cui questi era a bordo. La giurisprudenza anche qui è stata molto chiara nel dire: a prescindere da chi abbia la responsabilità del sinistro, il passeggero deve essere sempre risarcito dall’assicurazione del veicolo su cui viaggiava. 

Non spetta infatti al “terzo trasportato” perdersi in inutili ricostruzioni sulla dinamica del sinistro e in prove sulla responsabilità: poiché egli ha sempre diritto ad essere risarcito, dovrà inoltrare la pratica all’assicurazione dell’auto su cui si trovava a bordo, anche se la colpa dell’incidente è dell’altro conducente.

Passeggero: come chiede il risarcimento 

Una volta chiarito che il danno subito dal passeggero è risarcito dall’assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro entro il massimale minimo di legge, a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti delle auto coinvolte nel sinistro, è chiaro a chi questi debba inoltrare la domanda di indennizzo. L’assicurazione lo sottoporrà a una perizia medico legale valutando i certificati medici di cui il trasportato si sia munito nel frattempo, con il certificato di avvenuta guarigione rilasciato anche dal medico curante. Dal giorno della richiesta di risarcimento l’assicurazione ha 90 giorni per formulare una proposta di risarcimento. Se l’offerta viene accettata, il rimborso viene effettuato in 15 giorni. 

 

Come sapere se un’immagine è protetta da copyright

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Quando utilizzare un’immagine gratis senza diritti d’autore: come evitare problemi legali per il plagio o la riproduzione illecita di opere protette.

Stai cercando un’immagine su internet da utilizzare per il tuo blog, per il tuo profilo Instagram o come copertina per la tua raccolta di poesie; tuttavia non vuoi incorrere in una violazione del diritto d’autore. Temi cioè che il proprietario di quella foto, scoprendo un giorno ciò che hai fatto, potrebbe farti causa e chiederti un risarcimento. Non sei un esperto in legge, ma non per questo vuoi rinunciare a tutelarti ed evitare qualsiasi rischio. Perciò ti chiedi come sapere se un’immagine è protetta da copyright. 

Nulla di più facile e te lo spiegheremo qui di seguito. Innanzitutto però devo farti una premessa molto importante, anzi fondamentale: troverai sul web una serie di tutorial che ti insegnano a comprendere chi è l’autore dello scatto, ma in verità tali sistemi non colgono il nocciolo giuridico del problema. Non è infatti in questo modo che puoi risolvere il tuo dubbio, avvalendoti cioè di app, software, strumenti online come, magari, Google Immagini e di cui, in ogni caso, parleremo a breve per non lasciarti privo di informazioni. Insomma, la questione va affrontata in modo diverso, partendo da un altro punto di riferimento. 

Per capire, dunque, se una fotografia presa da internet si può usare o meno bisogna conoscere come funziona il diritto d’autore in Italia (e nel mondo), in particolare quello riferito alle opere fotografiche – le cosiddette immagini – e solo dopo, magari, si può completare la trattazione dando qualche suggerimento pratico. 

Allora, ti chiedo di prestare un po’ di pazienza e di metterti a leggere ciò che ho da dirti subito. Il primo dei seguenti paragrafi, infatti, è essenziale per sapere se un’immagine è protetta da copyright o se invece si può liberamente usare.

Che differenza c’è tra copyright e diritto d’autore

Prima di entrare nel vivo del discorso, voglio togliere quello che potrebbe essere un tuo dubbio (così come lo è per molte altre persone). Ti sarai probabilmente già chiesto che differenza c’è tra copyright e diritto d’autore. In realtà nessuna, o meglio pochissime. Il “diritto d’autore” è la legge italiana che disciplina la paternità delle opere artistiche come i testi, le immagini, le sculture, la musica. Il copyright è il suo corrispondente anglosassone. Tra le due discipline vi sono ormai pochissime differenze. L’appiattimento è dovuto al fatto che ormai la tutela degli autori si pone su un piano internazionale vista la diffusione degli strumenti di comunicazione e dei mezzi di pubblicazione delle opere, primo su tutti internet. Così i vari Stati hanno cercato di avvicinare le rispettive discipline in modo da contrastare il plagio.

Ecco perché ancor oggi si usano indifferentemente i termini “diritto d’autore” e “copyright” per rifarsi al medesimo concetto, ossia la difesa dei diritti dei titolari delle opere dell’intelletto.

Come funziona il copyright delle immagini

Dicevo che il primo aspetto da tenere in considerazione per capire se un’immagine è protetta da copyright o meno è come funziona la legge sul diritto d’autore e, in particolare, la tutela delle immagini. Non puoi prescindere da questa se davvero vuoi evitare grane di tipo legale. 

Dunque la questione sta nel seguente modo. Ogni volta che una persona crea un’opera artistica diventa il titolare dei relativi diritti d’autore. Immagina, ad esempio, di realizzare, con un coltellino svizzero, un portachiavi in legno; di questo oggetto non c’è dubbio che tu sia il proprietario perché, al di là della materia prima utilizzata, lo hai realizzato con le tue mani. Quindi non hai bisogno di andare a dichiarare, magari in un registro pubblico, che quella creazione è tua: è un diritto che ti spetta in natura, a prescindere da qualsiasi adempimento burocratico. 

Il diritto d’autore funziona pressapoco così. Quando realizzi un testo, un romanzo, una poesia, un post su Facebook o Twitter, una fotografica fatta con lo smartphone o con una reflex, una melodia musicale originale, un jingle, una creazione 3D, un logo, ecc. tu ne diventi automaticamente il proprietario, senza bisogno di dover “registrare l’opera” o iscriverti alla Siae o comunque in qualsiasi altro pubblico registro. La titolarità dei diritti d’autore si acquisisce in automatico, per natura, con la creazione stessa dell’opera senza bisogno di alcun adempimento legale. Peraltro non c’è neanche bisogno che l’opera sia completa: ad esempio si è titolari del diritto d’autore anche su un romanzo o una canzone lasciata a metà.

Il diritto d’autore è insomma una sorta di ombra che nasce insieme all’opera: è la sua proiezione diretta e immediata nel campo del diritto. 

Quindi ogni volta che realizzi una fotografia essa ti appartiene, non può essere copiata e commette una violazione del copyright chi la utilizza, anche se non ha fini di lucro. 

La protezione del copyright sulle immagini (così come per ogni altra opera artistica) funziona automaticamente, a prescindere cioè dal fatto che, accanto ad essa, tu abbia precisato che ne sei il proprietario o che indichi “tutti i diritti riservati”. Proprio come non hai bisogno di apporre un cartello sul tuo giardino con scritto “proprietà privata” per impedire ad altri di entrarvi, non devi necessariamente inserire, nella tua raccolta di immagini, che queste sono protette dal copyright.

Dunque, quando ti sei chiesto come sapere se un’immagine è protetta da copyright hai affrontato il problema nel modo sbagliato, all’inverso. Piuttosto, visto che la regola è che tutte le immagini sono protette dai diritti d’autore, la domanda corretta che avresti dovuto porti era piuttosto: come sapere se una foto è libera da diritti ossia se può essere liberamente utilizzata da tutti. Perché la categoria delle immagini con “tutti i diritti liberi” è sicuramente più ristretta rispetto alla categoria delle immagini con “tutti i diritti riservati”.

Distinzione tra opere fotografiche e fotografie semplici

Quella che abbiamo visto sinora è la regola. Ma c’è un’importante precisazione da fare. Un’immagine – al parti di qualsiasi altra opera – può essere protetta dal copyright a condizione che abbia un minimo di originalità, deve cioè creativa, avere qualcosa di “personale”. Ad esempio, non puoi pretendere di avere il copyright su una ricetta lineare come quella del pane se la scrivi in un libro di cucina; non puoi rivendicare i diritti d’autore su una tarantella paesana che non presenta alcuna novità sul piano della melodia rispetto a centinaia di altri motivetti. Allo stesso moto non puoi pretendere di essere il proprietario di uno scatto su una strada o un palazzo solo perché lo hai fotografato senza però metterci “qualcosa di tuo”. Se così fosse, infatti, nessun altro potrebbe farlo dopo di te e potresti acquisirti i diritti di riproduzione sugli scatti di una intera città.

Dunque sono tutelate dal diritto d’autore solo le opere fotografiche, quelle che sono dotate di carattere creativo, di una personalizzazione: può trattarsi di una particolare angolatura, di un filtro, di una post produzione, della capacità dell’autore di catturare la luce, di mettere in dissolvenza lo sfondo, ecc. È anche un’opera fotografica quella scattata a un particolare soggetto, come a un’ape che si posa su un fiore o a due fidanzati che si baciano nel corso di un corteo contro la guerra.

Insomma non tutte le foto sono tutelate dal copyright ma solo quelle che presentano un minimo di originalità, frutto della capacità artistica del suo autore. Capacità che non deve necessariamente raggiungere uno standard qualitativo: anche un’opera brutta, come una foto sfocata o con una pessima inquadratura, può essere tutelata dal copyright.

Accanto a queste però ci sono le fotografie semplici, che sono quegli scatti fatti senza particolari accortezze, d’impulso, che non presentano alcuna personalizzazione. Pensa alla foto che fai a una strada, a un muro, a un palazzo, a una folla nel corso di festa popolare, ecc. Qui non entra in gioco la capacità creativa dell’autore. Queste opere non possono essere mai protette dal diritto d’autore.

La distinzione è dunque fondamentale per sapere se una fotografia è protetta da copyright. Del resto, non possono essere messe sullo stesso piano fotografie che esprimono una personale visione della realtà – risultato delle scelte e dell’attività preparatoria del fotografo – e quelle prive di qualsiasi contenuto creativo, che sono riproduzione meccanica della realtà. Solo nel primo caso c’è la protezione.

Questo significa che, se sul web trovi uno scatto fatto senza particolari accorgimenti, privo di elementi di creatività, lo puoi prelevare liberamente senza alcun problema di violazione del diritto d’autore. Se poi vuoi evitare qualsiasi contestazione, puoi limitarti a indicare la fonte, ossia il sito da cui hai preso l’immagine.

Nella pratica tuttavia è difficile stabilire quando una immagine è un’opera fotografica, munita cioè di carattere creativo sufficiente per essere tutelata come opera dell’ingegno, e quando invece è una fotografia semplice, liberamente utilizzabile. 

Come sapere se un’immagine è protetta da copyright

Ora che sai come funziona il diritto d’autore già sei in grado di capire se un’immagine è protetta da copyright o meno. Ho letto su un sito questa frase:

«Per sapere se un’immagine è protetta da copyright, devi verificare che sia presente il simbolo © sul contenuto in questione e/o nella sua didascalia». Nula di più sbagliato. Difatti, come abbiamo detto, il diritto d’autore è automatico (almeno per le opere fotografiche) a prescindere da qualsiasi dicitura del suo autore. Il fatto che non sia specificato nulla accanto a una foto non ti autorizza a utilizzarla, ma dovrai sempre chiedere il permesso al titolare del sito.

Piuttosto vale il contrario: solo laddove leggi “tutti i diritti liberi” o “foto liberamente utilizzabile” potrai prelevarla.

In ogni caso, se davvero ti vuoi togliere lo sfizio e la curiosità di sapere se un’immagine è già presente su internet, e quindi è tutelata, puoi seguire le istruzioni che ti fornirò qui di seguito.

Ricerca di immagini tramite Google Immagini

Puoi risalire alla fonte da cui proviene una foto. Puoi cioè capire su quali siti internet questa è già pubblicata. Ti servirà magari a capire chi è il suo autore qualora tu voglia chiedergli il permesso per la pubblicazione. 

Vai sulla pagina di Google Immagini e clicchi sull’icona a forma di macchina fotografica (la trovi a destra della batta di ricerca). 

Clicca sulla scheda Carica una immagine e poi su scegli file. Quindi fai l’upload del file che hai già salvato su una cartella o sul desktop del tuo computer. In alternativa puoi anche fare la ricerca incollando il link del sito su cui hai visto una foto che puoi utilizzare; in tal caso clicca su Incolla URL immagine.

Fatto ciò Google ti restituirà tutti i risultati ove viene indicato l’elenco dei siti che presentano già questa immagine. Clicca su uno qualsisia dei risultati e Google ti porterà alla fonte. 

Ricerca sui siti che vendono foto

Ci sono siti a pagamento dove puoi acquistare le foto per pochi euro. Spesso sono previsti dei pacchetti. Alcuni dei più importanti sono 123rf.com, dreamstime.com, fotolia.com, Shutterstock.com, Adobe Stock, iStockPhoto. 

Anche qui puoi fare una ricerca immagine seguendo lo stesso meccanismo che abbiamo descritto con Google.

Siti con immagini gratis senza copyright

Esistono siti dove puoi prelevare le immagini gratuitamente, dove non è previsto il copyright. In alcuni casi però devi indicare il nome dell’autore o riportare il link del sito. Per sapere come comportarti devi, di volta in volta, leggere le condizioni d’uso riportate sulle condizioni generali del sito o accanto alla foto. 

Il più importante di questi siti è www.pixabay.com, ma c’è anche www.unsplash.com, https://librestock.com, https://openphoto.net.

Isee: quali documenti servono?

Posted on : 15-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Dichiarazione Isee Dsu 2019 per reddito di cittadinanza e altre agevolazioni: validità, scadenza, documenti da presentare al CAF.

Nella dichiarazione Isee, o Dsu, devono essere dichiarati, relativamente a ogni componente del nucleo familiare, redditi e patrimonio. In pratica, per ogni membro della famiglia bisogna dichiarare redditi percepiti, immobili posseduti (case, terreni), patrimonio mobiliare (conti, carte, anche prepagate, libretti, partecipazioni…), auto e altri veicoli, affitto dell’abitazione principale.

Questa dichiarazione è obbligatoria anche se si è presentata la dichiarazione dei redditi (modello Redditi o 730), se si richiedono determinate prestazioni, come il reddito di cittadinanza, o agevolazioni (ad esempio in merito alle tasse universitarie, alla mensa scolastica, alla possibilità di dilazionare le cartelle o chiedere il saldo e stralcio…).

Dalla dichiarazione Dsu (dichiarazione sostitutiva unica) si ricava l’indicatore Isee, ossia l’indicatore della situazione economica della famiglia, ma si possono ricavare ulteriori indicatori, utili a seconda della prestazione richiesta, come l’Isp (indicatore della situazione patrimoniale) e l’Isr (indicatore della situazione reddituale).

La dichiarazione Isee può essere presentata tramite CAF o direttamente dal sito dell’Inps, per chi possiede le credenziali di accesso (Pin, Spid, Carta nazionale dei servizi). Ma per ottenere l’Isee quali documenti servono?

Quando scade l’Isee 2019?

In primo luogo, è bene ricordare che le dichiarazioni presentate a partire dal 1° Gennaio 2019 al 31 Dicembre 2019 hanno come data di scadenza il 31 Dicembre 2019, redditi riferiti all’anno 2017 e patrimoni immobiliari e mobiliari posseduti al 31 Dicembre 2018. Queste modifiche sono intervenute grazie alle previsioni del decreto in materia di reddito di cittadinanza e pensioni, in quanto la scadenza originariamente prevista era il 31 dicembre 2019.

Come si compila la dichiarazione Isee?

Vuoi sapere come compilare e presentare in completa autonomia la dichiarazione Dsu dal sito dell’Inps? Leggi la nostra Guida alla dichiarazione Isee. Troverai le indicazioni per compilare tutti i moduli, chi è nel nucleo familiare, chi sono i disabili ai fini Isee.

Documenti Isee dati anagrafici

In merito ai dati anagrafici, ecco quali documenti presentare e quali dati fornire al CAF:

  • codice fiscale di tutti i componenti il nucleo familiare (tesserino sanitario); rientra nel nucleo familiare anche il coniuge iscritto nell’anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (Aire);
  • documento d’identità in corso di validità (solo del dichiarante e dell’eventuale tutore/rappresentante legale).

Documenti Isee patrimonio mobiliare

Nella Dsu deve essere dichiarato il patrimonio mobiliare di tutti i componenti del nucleo detenuto fino al 31 dicembre dell’anno prima. Nell’Isee 2019 va dunque dichiarato il patrimonio mobiliare detenuto sino al 31 dicembre 2018.

Ecco quali documenti presentare e quali dati fornire al CAF:

  • conti correnti bancari e postali, depositi, libretti, carte prepagate con iban: saldo al 31 dicembre 2018 e giacenza media 2018
  • buoni fruttiferi (va considerato il valore nominale), contratti di assicurazione, carte prepagate senza iban;
  • titoli di stato, obbligazioni, azioni, Bot, Cct, fondi d’investimento;
  • per le partecipazioni azionarie in società non quotate o in società non azionarie: il valore del patrimonio netto risultante dall’ultimo bilancio presentato;
  • per le partecipazioni azionarie in società quotate: il valore rilevato alla data del 31 dicembre 2018;
  • per le imprese individuali in contabilità ordinaria il valore del patrimonio netto, ovvero per le imprese individuali in contabilità semplificata la somma delle rimanenze finali e dei beni ammortizzabili al netto degli ammortamenti.

Documenti Isee patrimonio immobiliare

Nella Dsu deve essere dichiarato il patrimonio immobiliare (case, terreni, box…) di tutti i componenti del nucleo detenuto fino al 31 dicembre dell’anno prima. Nell’Isee 2019 va dunque dichiarato il patrimonio immobiliare Documenti Isee detenuto sino al 31 dicembre 2018.

Ecco quali documenti presentare e quali dati fornire al CAF:

  • visure catastali o altra documentazione (compravendita, dichiarazione di successione);
  • documentazione attestante la quota capitale del mutuo residuo;
  • documentazione attestante il valore delle aree edificabili;
  • per immobili detenuti all’estero: documentazione attestante valore ai fini Ivie.

Documenti Isee casa in affitto

Se l’abitazione del nucleo familiare è in locazione bisogna presentare:

  • contratto di locazione con tutti i relativi dati di registrazione (es. ricevuta telematica dell’Agenzia delle entrate)
  • ultima ricevuta/fattura relativa al canone di locazione

Documenti Isee disabili

Se si presenta l’Isee disabili, è necessario fornire al CAF la documentazione certificante la disabilità.

Ad esempio, in merito alla certificazione dell’handicap, bisogna fornire la denominazione dell’ente che ha rilasciato la certificazione, il numero del documento e la data del rilascio.

Nel caso in cui siano richieste prestazioni sociosanitarie residenziali, se i figli non fanno parte del nucleo familiare del richiedente, occorre il numero di protocollo della loro dichiarazione Isee (se già è stata presentata); in caso contrario, vanno presentati gli stessi documenti richiesti per i componenti del nucleo familiare del dichiarante.

Se c’è stata una donazione immobiliare, occorre presentare l’atto notarile di donazione di immobili.

Documenti Isee veicoli e imbarcazioni

Nella dichiarazione Isee è anche necessario indicare tutti i veicoli e le imbarcazioni intestati ai componenti del nucleo familiare. Bisogna indicare, in particolare, i veicoli e le imbarcazioni di proprietà alla data di presentazione della Dsu.

Ecco quali documenti presentare e quali dati fornire al CAF:

  • targa o estremi di registrazione al P.R.A. o al R.I.D. di autoveicoli e motoveicoli di cilindrata pari o superiore a 500 cc, di navi e imbarcazioni da diporto.

Documenti Isee minori o diritto allo studio universitario (Isee università)

Se devono essere richieste prestazioni a favore di minori o di studenti universitari, per i genitori coniugati, anche se hanno diversa residenza, non occorrono ulteriori documenti in quanto fanno parte dello stesso nucleo familiare ai fini Isee.

Se i genitori sono non coniugati e non conviventi, occorre il numero di protocollo dell’Isee del genitore non convivente, se già è stato presentato, altrimenti vanno presentati gli stessi documenti richiesti per i componenti del nucleo familiare dello studente.

Documenti Isee redditi

La maggior parte dei redditi prodotti è estrapolata direttamente dall’Inps, dalle proprie banche dati e dalle banche dati delle Entrate. È opportuno comunque portare i seguenti documenti e fornire le seguenti informazioni al CAF:

  • modello 730 o modello Redditi dell’anno precedente (completo della documentazione utilizzata per la compilazione), se presentato;
  • tutti i modelli CU (certificazione unica, ex Cud) per i redditi percepiti a titolo di lavoro dipendente, assimilato e pensione nell’anno precedente;
  • tutte le certificazioni attestanti le diverse tipologie di redditi percepiti nell’anno precedente (lavoro occasionale, diritti d’autore, vendite a domicilio, attività sportive dilettantistiche etc.);
  • dichiarazione Irap dell’anno imposta precedente per proventi agrari;
  • certificazione relativa ai redditi prodotti nell’anno precedente in uno stato estero;
  • certificazione per l’anno precedente relativa ai redditi e ad eventuali trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari esenti da Irpef e non erogati dall’Inps (borse di studio o per attività di ricerca, contributo affitto, reversibilità rendite Inail, etc.), ad esclusione di quelli percepiti per la condizione di disabilità; i trattamenti erogati dall’Inps sono rilevati direttamente dall’ente;
  • assegni per il mantenimento di coniuge o figli percepiti o corrisposti nell’anno precedente.

Documenti Isee corrente

L’utilizzo dei dati dell’anno precedente per la dichiarazione Isee spesso non rispecchia la reale situazione del nucleo familiare: questo può accadere, ad esempio, se uno dei componenti perde il lavoro. Per rimediare a questa iniquità, allora, è stato istituito un particolare modello Isee, detto Isee corrente: il calcolo dell’indicatore Isee corrente si basa su dati più recenti e, anche se ha una validità temporanea, consente di attribuire alla famiglia un indice di ricchezza che rispecchia maggiormente la situazione reale.

L’Isee corrente, nello specifico, può essere presentato in caso di variazione lavorativa di uno o più componenti del nucleo (sospensione, riduzione, licenziamento etc.), che comporti una modifica superiore al 25% della situazione reddituale individuata nell’Isee ordinario (per approfondire: Isee corrente, quando si presenta?).

Ecco quali documenti presentare e quali dati fornire al CAF per presentare l’Isee corrente:

  • documenti relativi all’attività lavorativa svolta ed ai redditi percepiti negli ultimi 12 mesi (buste paga, disoccupazione, redditi da impresa o di lavoro autonomo);
  • documenti relativi agli ultimi 2 mesi (esclusivamente per lavoratori dipendenti a tempo indeterminato).

Ricordiamo che l’Isee corrente ha validità di 2 mesi dalla data di presentazione.

Modulo reclamo Enel

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Quale modello usare per un reclamo all’Enel? Ecco i moduli ufficiali per inoltrare il proprio problema ad Enel ed Enel energia.

Non sempre le cose vanno come previsto: un prodotto comprato a caro prezzo può rivelarsi difettoso; l’auto acquistata da poco può presentare problemi sin da subito; un servizio pagato a caro prezzo può dimostrarsi sorprendentemente carente. È quanto può accadere anche con i contratti di somministrazione, cioè con quelli che si protraggono nel tempo e che vedono una parte (in genere una società) impegnarsi a favore dell’altra nell’erogazione di un servizio. Classico contratto di somministrazione è quello che stipuliamo con l’Enel o con altra impresa erogatrice di elettricità; ugualmente, rientrano in tale categoria di contratti quelli stipulati con le compagnie telefoniche, con le televisioni a pagamento, oppure quelli aventi ad oggetto la fornitura di gas. Avrai capito quindi che una somministrazione si caratterizza per la costanza delle prestazioni e per la durata del rapporto. Proprio perché, di norma, questa tipologia di contratto è destinata ad instaurare un vincolo duraturo nel tempo, è ben possibile che possano sorgere conflitti tra le parti, inerenti ad esempio ad un importo non dovuto, ad un disservizio, al cambio di utenza. In particolare, i reclami contro le grandi società erogatrici dei più comuni servizi (luce, gas, internet, ecc.) sono all’ordine del giorno; per evitare che le lamentele possano degenerare in conteziosi giudiziari, molte di queste imprese hanno messo a disposizione dei propri clienti un apposito modulo di reclamo, da compilare ed inviare al destinatario specificando le ragioni della lagnanza. Lo scopo è quello di impedire che l’utente possa recedere dal contratto e chiedere i danni. Anche l’Enel ha predisposto un modello di reclamo che potrai utilizzare ogni volta che ti sembra che qualcosa non torni: dall’interruzione ingiustificata del servizio alla sua sospensione, dall’errata fatturazione alla mancata applicazione del bonus sociale. Insomma, si tratta di un modulo che potrai utilizzare praticamente per ogni evenienza. Se anche tu sei un cliente Enel oppure Enel energia e sei interessato all’argomento, allora ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme come utilizzare un modulo reclamo Enel.

Reclamo Enel: quando farlo?

Un reclamo all’Enel può essere giustificato da svariate ragioni: può riguardare la parte contrattuale del rapporto (modifiche delle condizioni; subentro a causa di decesso; cambio intestazione; inserimento dati partita iva; ecc.) oppure un disservizio nella fornitura (mancata erogazione ingiustificata; impegno di potenza minore rispetto a quello pattuito; ecc.); può concernere un guasto tecnico (ad esempio, uno inerente al contatore) oppure la morosità del cliente stesso.

Insomma, per utilizzare il modulo reclamo Enel non occorre trovarsi in una particolare condizione: possiamo dire che qualsiasi tipo di incomprensione con la società erogatrice del servizio può giustificare la compilazione e l’invio del modulo di reclamo.

Modulo reclamo Enel: come funziona?

Puoi trovare il modulo reclamo Enel cliccando qui. Compilarlo è semplicissimo: è sufficiente inserire i tuoi dati, quelli della tua fornitura (che potrai facilmente reperire sulla bolletta) e spuntare la casella che maggiormente identifica il tuo problema. Dopodiché, potrai specificare in maniera più precisa il motivo del tuo reclamo, scrivendo di tuo pugno la lamentela.

Il modulo reclamo Enel, così compilato, potrà essere inviato al seguente indirizzo:

  • Servizio Elettrico Nazionale S.p.A., Casella postale 1100 – 85100 Potenza (PZ).

Modulo reclamo Enel energia: cos’è?

Se sei cliente di Enel Energia, potrai avvalerti di questo modulo reclamo Enel: è sostanzialmente identico a quello sopra illustrato per il reclamo all’Enel – Servizio elettrico nazionale. Anche questo modello, debitamente compilato, potrà essere inviato all’indirizzo:

  • Servizio Elettrico Nazionale S.p.A., Casella postale 8080 – 85100 Potenza (PZ).

In alternativa al modulo reclamo Enel del capoverso superiore, potrai avvalerti anche di questo modello, praticamente analogo anche se un po’ più specifico del precedente. L’indirizzo di invio è sempre il medesimo.

Reclamo Enel: si può fare online?

Enel mette a disposizione dei suoi clienti un servizio online di reclami: praticamente, potrai inoltrare la tua segnalazione direttamente attraverso il sito web dell’Enel, cliccando qui. Potrai inserire i tuoi dati, descrivere il tuo problema e perfino allegare documenti. L’Enel ti risponderà all’indirizzo e-mail che indicherai all’interno del reclamo.

Gli assegni familiari

Posted on : 14-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Gli assegni familiari e gli assegni per il nucleo familiare. I lavoratori aventi diritto al pagamento degli assegni familiari, la relativa domanda, gli importi e i limiti di reddito.

Sei un piccolo coltivatore diretto e non sai se hai diritto a percepire gli assegni familiari o gli assegni per il nucleo familiare? Vuoi sapere le modalità di presentazione della domanda per gli assegni familiari? Ti stai chiedendo quali sono i limiti di reddito fissati dall’Inps? Ecco una piccola guida alla materia degli assegni familiari, che vuole essere d’aiuto a chi ha bisogno di districarsi nel labirinto di questa prestazione previdenziale. Gli assegni familiari sono una prestazione economica di sostegno al reddito erogata dall’Inps in favore di determinate categorie di lavoratori italiani, comunitari ed extracomunitari, che lavorano sul territorio nazionale.

Gli assegni familiari

Gli assegni familiari differiscono dagli assegni al nucleo familiare, più comunemente indicati con la sigla Anf, innanzitutto per quanto riguarda i soggetti che ne possono fare richiesta.

Gli assegni familiari possono essere percepiti dai:

  • piccoli coltivatori diretti per le giornate di lavoro autonomo con le quali integrano quelle di lavoro agricolo dipendente;
  • coltivatori diretti, coloni e mezzadri;
  • titolari di pensioni a carico di gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e mezzadri).

Viceversa, i soggetti che possono presentare domanda di Anf sono:

  • i lavoratori dipendenti agricoli;
  • i lavoratori domestici (colf o badanti);
  • i lavoratori iscritti alla gestione separata dell’Inps, come ad esempio i liberi professionisti che non sono iscritti a una cassa previdenziale privata o i lavoratori parasubordinati, intendendo per tali i collaboratori occasionali, cioè quelli che lavorano per almeno 30 giorni in un anno in maniera continuativa per lo stesso datore e i lavoratori a progetto;
  • i titolari di pensione a carico del fondo pensioni lavoratori dipendenti, dei fondi speciali ed ex ENPALS (come i lavoratori dello spettacolo o gli sportivi professionisti);
  • i titolari di prestazioni previdenziali (come ad esempio i titolari dell’assegno ordinario di invalidità o della pensione di inabilità);
  • i lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto (ad esempio i lavoratori in regime di cassa integrazione oppure quelli disoccupati ma che percepiscono un’indennità o ancora i lavoratori assenti per malattia o in maternità).

Gli assegni familiari altresì, vengono erogati direttamente dall’Inps, mentre gli assegni per il nucleo familiare vengono corrisposti dai datori di lavoro ai lavoratori dipendenti e dall’Inps ai pensionati da lavoro dipendenti.

Gli assegni familiari e quelli per il nucleo familiare però, hanno anche un punto in comune rappresentato dal fatto che entrambi sono destinati ai nuclei familiari con un reddito inferiore a determinati limiti che la legge fissa ogni anno.

Il nucleo familiare e i soggetti a carico

Nel nostro ordinamento con il termine di nucleo familiare si intende un’entità nella quale rientrano la famiglia anagrafica ed i soggetti a carico fiscalmente, indipendentemente se conviventi o meno.

Comprendere chi rientra nel nucleo familiare è importante poiché dalla sua composizione e dal suo reddito complessivo discende il riconoscimento di molti benefici, sia previdenziali, vedi gli assegni familiari per l’appunto, sia fiscali.

Ai fini del riconoscimento di tale prestazione previdenziale rientrano nel nucleo familiare quali soggetti o familiari a carico:

  • i figli o equiparati, cioè quelli naturali legalmente riconosciuti, i figli adottivi, quelli nati da un precedente matrimonio o i minori in affidamento.Non è necessario ai fini della concessione degli assegni familiari che i figli siano conviventi con il richiedente, tuttavia questi devono:
    • avere meno di 18 anni di età;
    • ovvero devono essere apprendisti o studenti di scuola media inferiore fino a 21 anni;
    • o ancora devono essere studenti universitari con un’età non superiore ai 26 anni e nei limiti di corso legale di laurea;
    • oppure devono essere inabili al lavoro e avere una qualsiasi età.
  • il coniuge, anche se legalmente separato purché a carico, limitatamente ai casi in cui il richiedente la prestazione sia un pensionato a carico delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi;
  • i fratelli, le sorelle e i nipoti conviventi, per i quali sono richieste le stesse condizioni previste per i figli;
  • gli ascendenti (genitori, nonni ecc.) ed equiparati (i suoceri, ecc.), solo nel caso in cui il richiedente l’assegno sia un piccolo coltivatore diretto;
  • i familiari di cittadini stranieri, a patto che risiedano in uno di quei paesi con i quali sono state sottoscritte convenzioni in materia di maltrattamenti di famiglia;

Ecco qualche esempio:

  • Tizio è un artigiano in pensione che paga l’assegno di mantenimento all’ex moglie Mevia. In tal caso in presenza dei limiti di reddito prescritti dalla legge, Tizio potrà fare richiesta di assegno familiare poiché Mevia rientra tra i familiari a suo carico anche se separati;
  • Caio è un colono con un figlio maggiorenne a carico, inabile al lavoro. Anche Caio qualora il reddito del nucleo familiare rientri nei limiti prescritti, potrà fare richiesta per percepire l’assegno familiare;
  • Sempronio è un coltivatore diretto il quale ha a carico i nipoti minorenni. In presenza di un reddito del nucleo familiare ricompreso nei limiti previsti dalla legge, anche tale lavoratore avrà diritto a percepire un assegno familiare per ciascuno dei nipoti a carico.

Come avviene la riscossione degli assegni familiari?

La riscossione degli assegni familiari avviene nella misura di uno per ogni familiare a carico.

Il familiare però, deve essere non economicamente autosufficiente o deve avere un reddito personale mensile contenuto entro un determinato importo, rivalutato annualmente dalla legge.

Esempio: Tizio è un piccolo coltivatore diretto con 2 figli minorenni a carico. Potrà percepire un assegno familiare per ciascun figlio, trattandosi di ragazzi che non hanno una propria indipendenza economica e neanche un reddito personale.

La domanda degli assegni familiari

Per fare richiesta degli assegni familiari è possibile procedere in tre differenti modalità:

  • l’interessato può recarsi ad un ente di patronato;
  • in alternativa può fare richiesta online, collegandosi al sito dell’Inps e dopo avere ottenuto il codice pin che gli consente l’accesso diretto ai servizi telematici dell’Ente di previdenza;
  • oppure può chiamare il contact center dell’Inps, che fornisce un servizio multilingue, al numero 803.164 da rete fissa o al numero 06.164164 da rete mobile a pagamento.

Non è più consentita la trasmissione della domanda cartacea.

Gli arretrati degli assegni familiari

Nelle ipotesi in cui la domanda degli assegni familiari sia stata presentata successivamente all’insorgere del relativo diritto, il richiedente potrà percepire anche gli arretrati nel limite dei 5 anni precedenti; per il periodo antecedente infatti, il relativo diritto si è prescritto.

La presentazione on-line della domanda di assegni familiari

Se il richiedente vuole inoltrare la domanda telematicamente, una volta acceduto al servizio mediante il pin, deve compilare il modulo con l’indicazione dei propri dati anagrafici, di quelli relativi all’attività lavorativa e di quelli dei familiari a carico.

Alla domanda vanno allegate anche le dichiarazioni con le quali il richiedente si assume la responsabilità in caso di notizie false o mendaci.

Cosa avviene se dopo la domanda di assegni familiari cambia il reddito?

Se successivamente alla domanda di assegni familiari il reddito del richiedente o di un suo familiare a carico dovesse modificarsi e pertanto, non dovesse più rientrare nei limiti prescritti dalla legge, il beneficiario della prestazione deve comunicare tale variazione all’Inps, presentando i nuovi modelli reddituali.

Quanto spetta a titolo di assegni familiari?

Gli assegni familiari vengono corrisposti direttamente dall’Inps e come già detto in precedenza, spettano uno per ciascun familiare a carico.

L’assegno è di importo pari a:

  • 8,18 euro mensili per i coltivatori diretti, coloni, mezzadri, per i figli e gli equiparati;
  • 10,21 euro mensili per i pensionati delle gestioni speciali per i lavoratori autonomi e per i piccoli coltivatori diretti, per il coniuge, i figli e gli equiparati;
  • 1,21 euro mensili per i piccoli coltivatori diretti, per i genitori e gli equiparati.

Superata la prima fascia di reddito indicata dalla circolare emanata annualmente dall’Inps, l’importo degli assegni familiari si riduce.

La decadenza

Se viene superata la seconda fascia di reddito, indicata dalle circolari annuali dell’Inps, cessa l’erogazione degli assegni familiari.

I limiti di reddito fissati 

Annulamente l’Inps provvede a fissare i limiti di reddito necessari per la richiesta degli assegni familiari.

Ad esempio per il 2019 tali minimi sono stati fissati in € 722,49 per il coniuge, per un genitore, per ciascun figlio o equiparato; il limite sale fino a € 1.264,36 per due genitori ed equiparati.

Le tabelle di reddito familiare previste dall’ultima circolare Inps (n. 125/2018), sono state elaborate effettuando una rivalutazione dei livelli minimi in ragione del tasso di inflazione.

I redditi del nucleo familiare da prendere in considerazione per la concessione dell’assegno sono quelli assoggettabili all’ Irpef al lordo delle detrazioni d’imposta, degli oneri deducibili e delle ritenute erariali, e quelli esenti da imposta o soggetti alla ritenuta alla fonte a titolo di imposta o imposta sostitutiva, se superiori complessivamente a 1.032,91 euro, prodotti nell’anno solare precedente il 1° luglio di ogni anno e hanno valore fino al 30 giugno dell’anno successivo.

Pertanto, se la richiesta di assegni familiari riguarda periodi compresi nel primo semestre, ovvero da gennaio a giugno, i redditi da dichiarare sono quelli conseguiti due anni prima, mentre, se i periodi sono compresi nel secondo semestre, periodo da luglio a dicembre, i redditi da dichiarare sono quelli conseguiti nell’anno immediatamente precedente.