Reddito di cittadinanza: a chi viene negato?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Casa di proprietà, seconda casa, conti, carte, libretti, redditi, rifiuto offerte di lavoro: in presenza di quali requisiti il reddito di cittadinanza si perde o viene ridotto.

Da una misura pressoché universale, con pochissimi limiti e condizioni, a un beneficio riservato a pochi: è questa la recente evoluzione del reddito di cittadinanza, il nuovo sussidio dedicato alle famiglie bisognose. Pur restando uno strumento, in linea generale, maggiormente accessibile rispetto all’attuale reddito d’inclusione Rei, il reddito di cittadinanza, nel corso degli ultimi mesi, è stato più volte ridimensionato, a causa della necessità di ridurre il deficit

Innanzitutto, se l’abitazione è di proprietà il sussidio è ridotto in misura pari a 300 euro mensili; il reddito, poi, non spetta alle famiglie che possiedono un secondo immobile di valore superiore a 30mila euro, ed ai nuclei familiari con un patrimonio mobiliare superiore ai 10mila euro: una soglia abbastanza facile da superare, considerando che nel patrimonio mobiliare sono inclusi tutti i conti, le carte prepagate, i libretti, i depositi, i titoli e le partecipazioni di tutti i componenti del nucleo familiare. L’indicatore Isee non può andare oltre i 9.360 euro. Altri limiti reddituali e patrimoniali potrebbero, peraltro, essere aggiunti a breve, considerando che l’attuale riduzione del deficit per l’Europa non è ancora sufficiente.

A questi limiti si aggiungono, comunque, ulteriori condizioni, come l’obbligo di prestare servizio per il proprio comune, quello di accettare una delle prime tre offerte di lavoro eque proposte e di partecipare a tutte le misure di politica attiva del lavoro.

Allo stato attuale, dunque, il reddito di cittadinanza a chi viene negato? Facciamo il punto della situazione.

Come funziona il reddito di cittadinanza?

Ricordiamo innanzitutto le caratteristiche fondamentali del nuovo reddito di cittadinanza: questo sussidio consiste in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà.

È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente: in caso di nucleo con più componenti, il reddito è aumentato dello 0,4 per il coniuge e dello 0,2 per ogni figlio minore.

L’indicatore Isee della famiglia (si tratta, in pratica, di un indice che “misura la ricchezza delle famiglie”) richiesto per il diritto al sussidio dovrebbe ammontare, in base a quanto reso noto sinora, a 9.360 euro. Inoltre sono previsti limiti legati al patrimonio mobiliare e immobiliare.

La prestazione dovrebbe essere erogata con una carta acquisti, una sorta di bancomat, che consentirà di pagare le utenze e l’acquisto di beni di prima necessità.

Il reddito di cittadinanza non interesserà soltanto i lavoratori che si trovano sotto la soglia di povertà, ma anche i pensionati. Nello specifico, tutte le pensioni dovrebbero essere integrate sino a 780 euro mensili, se si possiedono i requisiti economici richiesti. L’attuale integrazione al trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili (513 euro mensili dal 2019), e le ulteriori maggiorazioni, dovrebbero dunque essere assorbite dalla pensione di cittadinanza per chi ne ha i requisiti.

A quanto ammonta il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza dovrebbe ammontare a 780 euro per ogni persona adulta e disoccupata senza alcun reddito; per chi ha un reddito sotto soglia, il reddito di cittadinanza integrerà gli importi percepiti sino ad arrivare a 780 euro al mese.

Per una famiglia di tre persone, con genitori disoccupati a reddito zero e figlio minorenne a carico, il reddito di cittadinanza del nucleo dovrebbe aumentare del 40% per il coniuge e del 20% per il figlio minore.

Il reddito di cittadinanza sarà però ridotto per chi è proprietario della prima casa e non paga l’affitto: la riduzione, in particolare, dovrebbe corrispondere al cosiddetto affitto imputato ed ammontare a circa 300-310 euro al mese.

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe interessare una platea di 9 milioni di italiani, sarà comunque esentasse e non pignorabile.

Chi ha diritto al reddito di cittadinanza?

Potranno chiedere il reddito di cittadinanza i cittadini maggiorenni che soddisfano una delle seguenti condizioni:

  • si trovano in stato di disoccupazione o risultano inoccupati (cioè hanno perso il posto o non hanno mai lavorato);
  • percepiscono un reddito di lavoro inferiore alla soglia di povertà, cioè sotto i 780 euro mensili;
  • percepiscono una pensione inferiore alla soglia di povertà, pari, come abbiamo detto, a 780 euro mensili;
  • possiedono un Isee del nucleo familiare inferiore a 9.360 euro;
  • possiedono al massimo due immobili, ma il secondo immobile non deve avere un valore superiore a 30mila euro;
  • possiedono un patrimonio mobiliare (conti, carte prepagate, titoli, libretti, partecipazioni…) inferiore a 10mila euro (se la famiglia è numerosa, diversamente il limite è più basso).

Sarà dunque essere richiesta la dichiarazione Isee per beneficiare del reddito o della pensione di cittadinanza.

Chi lavora o percepisce la disoccupazione ha diritto al reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza, come abbiamo osservato, sarà compatibile con l’attività lavorativa: nello specifico, se il lavoratore ha un contratto part time, il suo salario sarà integrato, attraverso il reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a 780 euro al mese.

Naspi e altre prestazioni collegate allo stato di disoccupazione saranno compatibili col reddito di cittadinanza sino al limite di 780 euro mensili.

Chi percepisce prestazioni di assistenza avrà diritto al reddito di cittadinanza?

L’importo mensile del reddito di cittadinanza, come avviene ora per il Rei, sarà ridotto in corrispondenza al valore mensile di eventuali prestazioni di assistenza di cui fruiscono uno o più componenti del nucleo familiare. In particolare, le prestazioni saranno compatibili col reddito di cittadinanza sino al limite di 780 euro mensili per ogni familiare del nucleo.

Per ottenere il reddito di cittadinanza si deve lavorare?

In base a quanto previsto dalle attuali proposte, il reddito di cittadinanza obbligherà il beneficiario non solo a cercare assiduamente un lavoro ed a riqualificarsi, ma anche ad offrire 8 ore alla settimana di lavoro gratuito per il proprio Comune di residenza.

Chi si rifiuterà di lavorare perderà il sussidio.

Per quanto riguarda, poi, la partecipazione alle iniziative di politica attiva del lavoro previste per il beneficiario del reddito, sarà obbligatorio (a meno che l’interessato non sia pensionato):

  • iscriversi presso i centri per l’impiego e offrire subito la disponibilità al lavoro;
  • iniziare un percorso per essere accompagnati nella ricerca del lavoro dimostrando la reale volontà di trovare un impiego;
  • offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (come abbiamo osservato, l’impegno lavorativo richiesto è di 8 ore settimanali);
  • frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale;
  • effettuare ricerca attiva del lavoro per almeno 2 ore al giorno;
  • comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito;
  • accettare uno dei primi tre lavori che verranno offerti: nel dettaglio, l’interessato che percepisce il reddito di cittadinanza può rifiutare al massimo tre proposte lavorative eque (all’interno della propria regione) nell’arco di due anni; ha anche la possibilità di recedere dall’impiego per due volte nell’arco dell’anno solare; superati questi limiti, perde la somma.

Chi ha un lavoro a tempo pieno, ma è sottopagato, avrà comunque diritto all’integrazione del reddito, senza bisogno di partecipare alle iniziative di politica attiva del lavoro.

A chi è negato il reddito di cittadinanza?

In base alle condizioni osservate per il diritto al reddito di cittadinanza, possiamo stabilire quali saranno i nuclei familiari tagliati fuori dalla misura.

Ecco a chi è negato il reddito di cittadinanza:

  • persone/ nuclei familiari che già ricevono un reddito o una pensione superiore alla soglia di povertà;
  • persone/ nuclei familiari che oltre alla casa d’abitazione possiedono un secondo immobile (può trattarsi anche di un terreno) per un valore complessivo superiore a 30mila euro;
  • nuclei familiari che possiedono conti, carte prepagate, libretti, titoli, partecipazioni, buoni fruttiferi, per un valore totale del patrimonio mobiliare (considerando tutti i componenti della famiglia) superiore a 10mila euro; per approfondire: Niente reddito di cittadinanza per chi risparmia;
  • persone/ nuclei familiari con Isee superiore a 9.360 euro;
  • nuclei familiari in cui il disoccupato rifiuta di partecipare alle misure di politica attiva del lavoro (ricerca di lavoro, incontri di orientamento, corsi di formazione…);
  • nuclei familiari in cui il disoccupato rifiuta di offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività;
  • nuclei familiari in cui il disoccupato rifiuta di accettare tre offerte di lavoro eque.

Bonus 80 euro: chi deve restituirlo a dicembre?

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i lavoratori tenuti a restituire il bonus Irpef col conguaglio di fine anno, che cosa deve fare il datore di lavoro.

Alla fine dell’anno, per i lavoratori dipendenti, è tempo non solo di tredicesima (la mensilità aggiuntiva che spetta in occasione del Natale), ma anche di conguagli. Il lavoratore dipendente, terminato il mese di dicembre, scopre difatti se l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) trattenuta in busta paga nel corso dell’anno è stata calcolata correttamente o meno: capita spesso, in effetti, che a causa dello svolgimento di diverse attività durante l’anno ci si ritrovi ad aver pagato meno tasse, perché il datore di lavoro, o il sostituto d’imposta, normalmente calcola le imposte considerando il solo reddito da lui erogato.
Il conguaglio Irpef, ad ogni modo, non è l’unico cruccio di fine anno per i dipendenti: per loro si pone anche il problema del conguaglio del bonus Irpef, o bonus Renzi, che potrebbe essere stato riconosciuto in busta paga erroneamente. Questo bonus, infatti, spetta soltanto se il reddito complessivo annuo del dipendente risulta tra gli 8mila ed i 26.600 euro: non ne ha diritto sia chi sta al di sotto della fascia di reddito, sia chi sta al di sopra. Il bonus è ridotto, poi, per redditi annui tra i 24.600 ed i 26.600 euro, e deve essere proporzionato sulla base delle giornate di lavoro dipendente svolto.

Per i dipendenti è un vero dilemma decidere se rinunciare al bonus da 80 euro in busta paga, sperando di averne diritto in un’unica soluzione nel conguaglio di dicembre, oppure riceverlo mese per mese, ma col rischio di dover restituire 960 euro (cioè 80 euro per 12 mensilità) tutti insieme.

Ma come capire in anticipo se il bonus da 80 euro spetta oppure no, in modo da non doverlo restituire alla fine dell’anno?

Facciamo il punto sul bonus 80 euro: chi deve restituirlo a dicembre, come verificare se il proprio reddito imponibile risulta inferiore o superiore alle soglie che danno diritto al beneficio, come calcolare quanto spetta in base al reddito e alle giornate lavorate nell’anno.

Chi ha diritto al bonus 80 euro?

Il bonus Irpef non spetta indistintamente a tutti i lavoratori, ma solo a coloro che possiedono redditi da lavoro dipendente ed assimilati, come i redditi derivanti da collaborazioni, borse di studio, indennità di disoccupazione ed integrazioni salariali. Sono inclusi anche i redditi percepiti dai dipendenti che prestano lavoro all’estero, se determinati in base alle retribuzioni convenzionali.

Sono invece esclusi dal bonus Renzi i lavoratori autonomi, i pensionati e gli imprenditori.

Come si calcola il bonus 80 euro?

Non sempre il bonus Irpef ammonta a 80 euro mensili: pur essendo vero che l’importo di bonus Irpef spettante normalmente è pari a 960 euro annui, suddivisi in rate da 80 euro al mese, in diversi casi può spettare un importo inferiore.

L’importo, infatti, spetta in misura intera se il reddito complessivo è tra gli 8mila ed i 24.600 euro. Se l’importo è superiore ai 24.600 euro, sino ai 26.600 euro, è ridotto in base alla seguente formula:

  • 960 × (26.600 – reddito complessivo): 2.000.

Ad esempio, se il lavoratore possiede un reddito pari a 25mila euro, il credito spettante è pari a 768 euro. Se il reddito percepito è pari a 25.900 euro, il bonus spettante sarà invece di soli 336 euro annui: in pratica, più è alto il reddito, più si abbassa il bonus.

Che cosa succede al bonus se non si lavora tutto l’anno?

L’importo del bonus deve essere rapportato alle giornate di lavoro dipendente e alle giornate assimilate: se un lavoratore subordinato, ad esempio, con un reddito di 20mila euro annui, presta servizio per un totale di 260 giorni, ha diritto a circa 684 euro di bonus (in quanto l’importo annuo si deve dividere per 365 e moltiplicare per le giornate di lavoro e assimilate, come quelle di disoccupazione indennizzata).

Come capire a quanto ammonta il reddito dell’anno?

L’esatto ammontare del reddito complessivo percepito nell’anno (che comprende non solo i redditi di lavoro dipendente, ma anche gli altri introiti, ad esempio i compensi per lavoro autonomo o i canoni d’affitto ricevuti) può essere conosciuto con esattezza non prima del 31 dicembre.

Determinare in via presuntiva il reddito imponibile dell’anno non è semplice, soprattutto per chi è impiegato con dei contratti a termine e non ha la certezza di lavorare continuativamente.

Calcolare presuntivamente il reddito non è semplice neanche per chi ha un rapporto di lavoro continuativo ed è solito svolgere spesso lavoro supplementare o straordinario, in quanto la paga mensile può variare notevolmente.

Nella generalità dei casi, per determinare il reddito imponibile annuale del lavoratore dipendente, e verificare che superi gli 8mila euro ma non superi i 26.600 euro si deve:

  • prendere come riferimento la retribuzione lorda mensile, o l’imponibile Inps;
  • moltiplicarla per 13 mensilità (o 14, se si ha diritto alla quattordicesima);
  • togliere il 9,19% dal totale (si tratta dell’aliquota Inps a carico del lavoratore nella generalità dei casi, ma può variare a seconda dello specifico rapporto di lavoro);
  • se il risultato è inferiore a 8mila euro o superiore a 26.600 euro, il bonus non spetta;
  • se il risultato è tra 24.600 e 26.600 euro, il bonus spetta in misura ridotta (e deve essere calcolato con la formula precedentemente esposta);
  • se il risultato è tra 8mila euro e 24.600 euro, il bonus spetta in misura intera.

Se nell’anno sono stati percepiti altri redditi imponibili, devono essere aggiunti al risultato.

Anche nel caso in cui il reddito di lavoro dipendente sia l’unico reddito percepito nell’anno, però, bisogna considerare che le variabili che possono entrare in gioco sono numerose: dal lavoro supplementare ai premi, dal lavoro straordinario alle assenze non retribuite, a ulteriori redditi al di fuori dello stipendio; se non si è certi del reddito futuro, è consigliabile rinunciare al bonus. Male che vada, col conguaglio di dicembre ci si ritroverà una bella somma a credito.

Bonus 80 euro nel conguaglio di dicembre

Vediamo ora che cosa succede quando un lavoratore scopre di aver diritto al bonus nel conguaglio di fine anno. Prendiamo il caso di Mario che, durante l’anno 2018, lavora con 2 contratti a termine pari a 182 e 183 giorni, ciascuno dei quali dà luogo alla corresponsione di un imponibile Irpef pari a 7mila euro.

Nessuno dei due datori di lavoro ha riconosciuto gli 80 euro mensili di bonus Irpef, in quanto il reddito presunto per ogni singolo rapporto risulta inferiore alla soglia minima di 8mila euro. Il dipendente chiede, però, al secondo datore di lavoro di effettuare il conguaglio finale considerando il contratto precedente.

Ipotizzando che Mario possieda solo i due redditi esposti, possiamo dire che nel conguaglio di dicembre avrà una bella sorpresa, per quanto riguarda il bonus Irpef: scoprirà, infatti, di aver diritto a 960 euro in misura intera, in quanto il suo reddito è tra gli 8mila ed i 24.600 euro e le giornate di lavoro a cui rapportare il credito sono 365.

E se il datore di lavoro non fa il conguaglio? In questo caso, il bonus sarà riconosciuto nella dichiarazione dei redditi, con modello 730 o Redditi.

Bonus 80 euro a debito

Può accadere anche il contrario, cioè che il contribuente abbia incamerato durante l’anno un bonus a cui non ha diritto. Questo potrebbe ad esempio accadere se l’interessato percepisce ulteriori redditi rispetto a quelli da lavoro dipendente, come un canone di affitto (anche se soggetto a cedolare secca): qualunque ne sia la causa, se la soglia di reddito sale oltre 26.600 euro, il dipendente è costretto a restituire gli importi nel conguaglio di dicembre.

Se il datore di lavoro non effettua il conguaglio, gli importi dovranno essere restituiti a seguito della presentazione del 730 (o successivamente, con la presentazione del modello Redditi). E se il dipendente a cui non è stato fatto il conguaglio di dicembre decide di non presentare la dichiarazione dei redditi? In questo caso subirà un accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate (che conosce comunque i redditi percepiti, grazie alla presentazione delle certificazioni uniche e dei modelli 770 da parte del datore di lavoro), e dovrà pagare, oltre all’importo non restituito, sanzioni e interessi.

Rimborso e addebito del bonus nel conguaglio di dicembre

Se il conguaglio di fine anno risulta a credito per il dipendente, gli importi sono restituiti dal datore di lavoro nel cedolino di dicembre e sono poi da lui compensati nel modello di pagamento F24. In caso d’incapienza, l’importo non restituito dal datore di lavoro deve essere indicato nel modello Cu, cioè nella certificazione unica.

Se l’importo è a debito, viene trattenuto dal datore di lavoro nel cedolino di dicembre e versato tramite il modello di pagamento F24.

Rimborso e addebito del bonus nella dichiarazione dei redditi

Se il 730 risulta a credito per il dipendente, gli importi sono restituiti dal datore di lavoro nel cedolino di luglio e sono poi compensati nel modello F24. Se il dipendente non ha sostituto d’imposta, l’importo è erogato direttamente dall’Agenzia delle Entrate.

Se l’importo è a debito, viene trattenuto in più rate (secondo la scelta effettuata dal dipendente nel 730) dal datore di lavoro. Se il dipendente non ha sostituto d’imposta, l’importo deve essere pagato tramite modello F24.

Nuovo digitale terrestre: bonus televisore 2019

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal 2022 bisognerà cambiare l’apparecchio tv per l’arrivo della tecnologia Dvb-T2. Il Governo aiuta chi è in difficoltà economiche con 25 euro a famiglia.

Si avvicina l’era della nuova tecnologia in tv e, tra non molto, toccherà cambiare il televisore o acquistare un nuovo decoder per poter seguire qualsiasi canale. Il domano è già oggi perché se è vero che il switch off (cioè il passaggio al nuovo digitale terrestre) è previsto per il 1° luglio 2022, è anche vero che dal 2019 è possibile beneficiare del bonus televisore 2019. In pratica, in aiuto di Stato per cambiare gli apparecchi e poter continuare a guardare la tv.

Il nuovo digitale terrestre promette una migliore qualità nella ricezione del segnale televisivo. In altre parole, i programmi «si vedranno meglio». Ma, in realtà, il cambio del televisore o del decoder risponde ad un’altra esigenza. È stata la Commissione europea a chiedere alle emittenti di «spostarsi» nell’etere e di lasciare libera la cosiddetta banda 700 sulla quale viaggia oggi il loro segnale per destinarla alle telecomunicazioni mobili 4G e 5G. Insomma, se si vuole maggiore qualità e più prestazioni per smartphone, tablet e altri dispositivi mobili, c’è bisogno di fare un po’ di ordine. E per dare una mano ai cittadini, lo Stato mette a disposizione dal 2019 il bonus televisore.

Vediamo, dunque, che cosa cambia con l’arrivo nel 2022 del nuovo digitale terrestre e chi ha diritto al bonus televisore 2019.

Nuovo digitale terrestre: che cosa cambia?

Il nuovo digitale terrestre passerà alla storia tra pochi anni, nel 2022, e lascerà spazio alla tecnologia Dvb-T2. Che cos’è? Si tratta di un’estensione dello standard di trasmissione digitale Dvb-T che oggi permette la ricezione in chiaro dei programmi televisivi. In pratica, quella utilizzata dal decoder o dal televisore con decoder integrato che oggi hai in casa.

Il segnale delle emittenti viaggia, come dicevamo, sulla banda 700, cioè sulle frequenze comprese tra 694 e 790 megahertz. Quella banda, su richiesta dell’Unione europea, deve rimanere libera per lo sviluppo delle telecomunicazioni mobili in 4G e in 5G che consentiranno di migliorare e di aumentare le prestazioni dei nostri telefonini, del tablet o di altri dispositivi portatili. Infatti, quelle frequenze superano con maggiore facilità gli ostacoli ed entrano meglio nelle case degli utenti. Aumentano, per così dire, «il campo» di ricezione. I risultati saranno (o dovrebbero essere) una connettività migliore ed una navigazione su Internet più veloce e più stabile. In sostanza, non si vuole fermare lo sviluppo di un mercato (quello delle telecomunicazioni mobili) sempre più in espansione.

Questo comporterà, inevitabilmente, una revisione della tecnologia e, pertanto, il cambio dei nostri televisori e dei decoder. Dal 1° luglio 2022, per seguire le tue trasmissioni dovrai avere un apparecchio dotato:

  • del nuovo standard Dvb-T2;
  • del codec Hevc (sigla che sta per High efficency video coding, cioè codice video di alta efficienza), che sostituirà gli attuali standard Mpeg2 ed Mpeg4. I dati verranno compressi senza alterare la qualità dell’immagine, anzi: l’Hevc dovrebbe garantire delle immagini ultra-definite, vale a dire di maggiore qualità.

Nuovo digitale terrestre: chi deve cambiare il televisore?

Ci saranno, sicuramente, milioni di italiani costretti a cambiare il televisore per continuare a guardare i programmi in chiaro dopo l’arrivo del nuovo digitale terrestre. Ma ci sono anche altri che – forse inconsapevolmente – si sono già portati avanti. Si tratta di chi ha acquistato un apparecchio dal 2017. Il precedente Governo, infatti, aveva disposto con una legge [1] che fossero venduti da gennaio di quell’anno soltanto dei televisori dotati della nuova tecnologia, cioè contenenti insieme (altrimenti sarebbero da cambiare) il Dvb-T2 e l’Hevc.

Dovrà comprare un nuovo televisore, quindi, chi ha acquistato un apparecchio prima del 2017 senza queste caratteristiche (e dovrebbe essere la maggior parte dei consumatori).

Nuovo digitale terrestre: quando si dovrà cambiare il televisore?

L’arrivo del nuovo digitale terrestre che costringerà a cambiare il televisore sarà realtà dal 1° luglio 2022. In verità, l’Ue aveva previsto l’ingresso di questa nuova tecnologia nelle case dei cittadini europei già nel 2020, ma poi ha concesso una proroga di 2 anni. Il che non significa che nel 2020 (cioè, praticamente domani) vedrai in chiaro i programmi di tutte le emittenti: da quell’anno, infatti, alcune si saranno già spostate (soprattutto quelle locali e, probabilmente, in via sperimentale) e toccherà cominciare ad adeguarsi.

Ad ogni modo, è prevista una fase di transizione dal vecchio al nuovo digitale terrestre. Dal 2020 fino alla data di switch-off, entrambe le tecnologie funzioneranno contemporaneamente, dopodiché, dal 1° luglio 2022, i programmi si vedranno solo con il Dvb-T2 e l’Hevc.

Nuovo digitale terrestre: il bonus televisore e decoder

Se hai comprato il televisore nuovo nel 2016 e scopri che ora ti tocca acquistarne uno nuovo solo perché l’Unione europea impone la tecnologia del nuovo digitale terrestre, sicuramente non sarai felicissimo. Per questo, il precedente Governo ha stanziato un fondo di circa 150 milioni di euro in 3 anni a partire dal 2019 per aiutare una parte dei cittadini ad adeguarsi ai nuovi standard.

Attenzione, però: lo Stato non ti pagherà il costo dell’intero apparecchio (non è che ti regala un televisore nuovo e bellissimo) ma ti aiuta a comprarlo, che è diverso. Si tratta di un contributo per l’acquisto di un solo televisore per ogni famiglia tra il 2019 ed il 2021. Se vuoi la tv in sala, in cucina e anche in camera da letto, potrai avere un’agevolazione solo per un apparecchio. Gli altri te li paghi interamente tu.

Nuovo digitale terrestre: chi ha diritto al bonus televisore 2019?

Non tutti i cittadini (non per adesso, almeno) avranno diritto al bonus televisore 2019 con l’arrivo del nuovo digitale terrestre. L’agevolazione approvata nella precedente legislatura [2] e confermata dall’attuale Governo è riservata a chi è esonerato dal pagamento del canone tv, cioè a chi ha più di 75 anni ed è in condizioni economiche disagiate (con un reddito inferiore ad 8.000 euro). Non si esclude, però, che più avanti questa platea venga allargata.

Il bonus viene riconosciuto dal 1° gennaio 2019 fino al 31 dicembre 2021, salvo eventuali proroghe. Non fatevi troppe illusioni: l’importo del bonus dovrebbe aggirarsi intorno ai 25 euro a famiglia. I soldi verranno scalati al momento dell’acquisto.

Ordine di demolizione abuso edilizio: termine massimo

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il reato di abuso edilizio ha un termine di prescrizione. Ma l’ordine di demolizione entro quanto tempo deve arrivare? Quanti anni ha la polizia per chiedere di rimuovere l’opera.

Diversi anni fa hai commesso un abuso edilizio: hai eseguito una copertura senza chiedere il permesso al Comune, sicuro del fatto che nessuno ti avrebbe mai detto nulla. E difatti così è successo: sono trascorsi quasi venti anni e tutto è rimasto com’era all’epoca senza che né un vigile, né la Procura della Repubblica si siano mai fatti vivi. Del resto è cosa nota che, nella tua città, i controlli avvengono di rado anche quando gli illeciti edilizi sono posti alla luce del sole. Ora però un tuo vicino di casa ha realizzato una costruzione molto simile alla tua ma è stato raggiunto da un ordine di demolizione. Temendo che la stessa sorte possa capitare a te, ti chiedi a questo punto entro quanto tempo massimo può giungere un ordine di demolizione di un abuso edilizio o, detta ancora più semplicemente, quando l’ordine di demolizione va in prescrizione.

La questione è stata più volte analizzata dalla Cassazione che, da ultimo, si è pronunciata con una recente sentenza [1].

Abuso edilizio: quando va in prescrizione?

L’abuso edilizio è un reato. Come tutti i reati è soggetto a termine di prescrizione che, in questo caso, è di quattro anni. Il termine passa a cinque anni se l’imputato viene raggiunto da una citazione a giudizio. Se decorre tale termine dall’ultimazione dell’abuso il responsabile non può più essere giudicato e l’eventuale processo in corso dovrà essere chiuso per intervenuta prescrizione del reato.

Il procedimento penale può essere intentato solo nei confronti dell’effettivo artefice dell’opera abusiva. Ne consegue che, se questi ha venduto o ceduto la proprietà a terzi, il nuovo acquirente non risponde del reato a meno che non risulti che sia stato partecipe della realizzazione della costruzione (ad esempio per averla commissionata).

Ordine di demolizione: termine massimo

Vediamo ora se esiste un termine di prescrizione per l’ordine di demolizione. In altri termini entro quanto tempo il giudice può ordinare al proprietario del manufatto abusivo di rimuovere l’opera? La questione è stata sempre risolta nel seguente modo: l’ordine di demolizione non si prescrive mai. La ragione è semplice: scopo della demolizione non è tanto quello di infliggere una sanzione al colpevole quanto quello di tutelare il territorio, l’ambiente e il rispetto dei regolamenti urbanistici. Dunque non c’è un limite massimo di tempo oltre il quale la natura o la città possono “sopportare” il peso di un illecito altrui.

Questo, in termini pratici, significa che un ordine di demolizione potrebbe arrivare anche dopo numerosi anni e, in caso di cessione dell’immobile, colpire anche il nuovo proprietario benché non sia il responsabile diretto della costruzione.

Inoltre, l’obbligo di demolizione si configura come un dovere di ripristino dello stato dei luoghi, e come tale non può non avere ad oggetto sia il manufatto abusivo originariamente contestato, sia le opere accessorie e complementari.

Come evitare la demolizione di un abuso edilizio

Solo l’eventuale presentazione di una richiesta di concessione in sanatoria potrebbe bloccare un ordine di demolizione, ma non spetta di diritto. Difatti il giudice deve valutare prima le concrete possibilità di accoglimento della sanatoria e i tempi entro cui verosimilmente il procedimento si concluderà. Leggi a riguardo: Ordine di demolizione di abuso edilizio con sanatoria in corso.

La concessione in sanatoria viene rilasciata però solo se sussistono questi due requisiti:

  • l’opera deve essere conforme ai piani urbanistici in vigore al momento della sua realizzazione: non si può sanare una costruzione che, quando è stata realizzata, era illegale, ma solo quella per la quale, se opportunamente chiesta, la concessione sarebbe stata rilasciata;
  • l’opera deve essere conforme ai piani urbanistici in vigore al momento della presentazione dell’istanza di sanatoria (se mutati rispetto a quelli precedenti).

Che succede in caso di silenzio sull’istanza di sanatoria?

La semplice inerzia del Comune dinanzi all’istanza di sanatoria presentata dal cittadino non costituisce un silenzio-assenso. Per la formazione del silenzio-assenso sulla domanda di condono dell’abuso edilizio, occorre la prova della sussistenza dei requisiti oggettivi e soggettivi previsti dalle norme di settore, essendo insufficiente la mancata risposta del Comune nel termine perentorio decorrente dalla domanda di sanatoria. Lo ha chiarito di recente la Cassazione [2].

La Corte ricorda che «il silenzio-assenso si forma a condizione che vi sia rispondenza della domanda di condono edilizio ai requisiti previsti dalla legge per il prodursi dell’effetto sanante». Inoltre occorre «altresì l’acquisizione della prova della sussistenza dei requisiti oggettivi e soggettivi stabiliti delle specifiche disposizioni di settore». Il giudice dell’esecuzione, a cui sia richiesto di revocare l’ordine di demolizione di un’opera abusiva in ragione di sopravvenuto provvedimento di condono, ha il potere di sindacare tale atto concessorio predisponendone la disapplicazione ove lo stesso «sia stato emesso in assenza delle condizioni formali e sostanziali di legge previste per la sua esistenza e non anche nell’ipotesi di mancato rispetto delle norme che, regolando l’esercizio del potere amministrativo, determinano solo l’invalidità».

Modello ricorso contro cartella di pagamento

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Facsimile per l’impugnazione alla Commissione Tributaria Provinciale: il caso dell’omessa notifica della cartella e della prescrizione.

Hai ricevuto, di recente, una intimazione di pagamento da parte di Agenzia Entrate Riscossione, un preavviso di fermo o un pignoramento ma, prima di questo momento, non ti è mai stata notificata la relativa cartella esattoriale? Oppure, pur se regolarmente spedita, ritieni che sia decorso ormai il tempo massimo previsto dalla legge e che pertanto il debito si sia caduto in prescrizione? O, in ultimo, il postino ti ha consegnato una cartella esattoriale, ma in essa non sono indicate le ragioni della pretesa sicché la stessa è nulla per difetto di motivazione? In uno di questi casi – e in tanti altri – potresti ragionevolmente scegliere di impugnare l’atto per farlo annullare. Peraltro, se l’importo è inferiore a 3mila euro, puoi anche fare ricorso da solo – senza cioè bisogno di un avvocato o un commercialista – ricordandoti però che, prima, devi presentare un’istanza di mediazione tributaria (oggi obbligatoria per tutti i debiti nei confronti del fisco superiori a 50mila euro). Se intendi agire da solo e non sai come fare, qui di seguito ti indicheremo un modello di ricorso contro la cartella di pagamento.

Il facsimile che ti offriremo qui di seguito può essere adattato a ogni tipo di vizio proprio della cartella anche se, in questa sede, non potendo creare un modello per ogni tipo di contestazione, ci riferimento alle due eccezioni più frequentemente sollevate: quella relativa all’omessa notifica della cartella e alla prescrizione. Con i dovuti aggiustamenti però si può utilizzare il facsimile anche per contestare altri vizi come, ad esempio, il difetto di motivazione o dei criteri di calcolo degli interessi.

Per comprendere ancora meglio la vicenda sulla base della quale abbiamo improntato il nostro modello di ricorso contro la cartella di pagamento immaginiamo la seguente scena.

Il nostro contribuente, il sig. Mario Rossi, ha ricevuto un preavviso di fermo auto per una cartella che non ricorda di aver mai ricevuto. Certo, ben potrebbe essere che l’ha ritirata il postino o l’anziana madre che, ogni tanto, firma le raccomandate al postino e poi le perde nella borsa. Ma proprio per questo, Mario è andato allo sportello di Agenzia Entrate Riscossione per verificare se e quali cartelle gli sono state notificate in passato. Si collega al sito internet dell’Esattore e da lì ricava tutta una serie di informazioni molto utili. Si accorge  infatti che alcune delle cartelle per le quali oggi gli viene iscritto il fermo si riferiscono a diversi anni fa e pertanto sono prescritte. Così, rafforzato da tali due circostanze, il sig. Rossi decide di adire la Commissione Tributaria Provinciale della propria città per far annullare il preavviso di fermo per omessa notifica della cartella e le stesse cartelle riportate sull’estratto di ruolo in quanto mai ricevute e comunque prescritte. Intanto però, poiché il contribuente teme di rimanere nel frattempo senza guidare la propria auto, preferisce presentare subito un’istanza di rateazione e iniziare a pagare dimodoché, con tutta calma, potrà attendere l’esito del giudizio e poi, eventualmente, chiedere la restituzione dei soldi versati.

Ecco dunque il modello di ricorso con l’istanza di reclamo-mediazione tributaria che dovrà notificare prima all’Agenzia delle Entrate Riscossione e poi, dopo 90 giorni, se non dovesse ricevere alcuna risposta, depositare in Commissione Tributaria Provinciale.

Commissione Tributaria Provinciale di… [città]

Atto di ricorso 

con istanza di mediazione ai sensi dell’articolo 17-bis d.lgs. n. 546/1992

Il sottoscritto sig. Mario Rossi, nato a …. il …, C.f.: … e residente in …, alla via …, in nome e per conto di se stesso, indirizzo Pec: …, , num. fax …,  (Ricorrente)

Contro:

Agenzia Entrate Riscossione sede di …, , C.F./P.IVA: …,  in persona del legale rappresentante p.t., con sede in …,  (Resistente)

Avverso

1) Preavviso di fermo notificato in data …, per l’importo di euro …, emesso sulla base della asserita notifica della cartella di pagamento n. …, in realtà mai ricevuta dal ricorrente [All.1];

2) cartella di pagamento n. …,  per tassa automobilistica, oltre sanzioni e interessi, anni …, , di importo pari ad euro .., in realtà mai ricevuta e conosciuta solo a seguito di verifica dell’estratto di ruolo;

3) cartella di pagamento n. …,  per tassa automobilistica, oltre sanzioni e interessi, anni …, , di importo pari ad euro .., in realtà mai ricevuta e conosciuta solo a seguito di verifica dell’estratto di ruolo;

4) cartella di pagamento n. …,  per tassa automobilistica, oltre sanzioni e interessi, anni …, , di importo pari ad euro .., in realtà mai ricevuta e conosciuta solo a seguito di verifica dell’estratto di ruolo;

Premesso in fatto

In data …, io sottoscritto sig. Mario Rossi ho ricevuto da Agenzia Entrate Riscossione il preavviso di fermo fondato su cartella esattoriale n. …,  del …, per un totale di euro …, .

Il sig. Rossi, non appena ricevuto il preavviso di fermo, onde evitare la misura cautelare che avrebbe potuto pregiudicare l’utilizzo del mezzo (a lui necessario per andare a lavorare e accompagnare i figli a scuola), si recava tempestivamente presso gli sportelli dell’Agente della Riscossione ove presentava istanza di rateazione (ordinaria a 72 rate) della sola cartella per la quale veniva preavvisato il fermo stesso. La richiesta di rateizzazione presentate dal sottoscritto veniva accolta [All. 2]; procedevo così al pagamento delle prime rate mensili (sino ad oggi in totale …), seppur particolarmente gravose. Senonché, proprio in occasione dell’accesso agli estratti di ruolo, riscontrati sul sito dell’Esattore e poi successivamente confermati dal funzionario addetto allo sportello, il sottoscritto si accorgeva dell’esistenza di cartelle esattoriali relative a tasse automobilistiche mai notificategli e quindi non esigibili.

Tali cartelle, in quanto mai notificate al contribuente, risultano illegittime ed, in gran parte, ormai prescritte, sicché è palesemente ingiusta la permanenza delle stesse nel piano di rateizzazione in corso di pagamento;

Tutto ciò premesso

Con il presente atto, l’odierno ricorrente intende proporre, così come propone, impugnazione delle cartelle indicate in premessa, il cui accertamento è di competenza di Codesta Commissione Tributaria Provinciale, per i seguenti motivi di diritto.

1) Nullità del preavviso di fermo per omessa notifica dell’atto prodromico. Nullità delle cartelle indicate nell’estratto di ruolo perché mai notificate 

Tanto il preavviso di fermo quanto l’estratto di ruolo oggi impugnato sono illegittimi. Il primo perché azionato nonostante l’omessa notifica degli atti prodromici (le cartelle di pagamento), il secondo perché contenente debiti per cartelle mai notificate al contribuente e delle quali questi ha avuto conoscenza in modo casuale ossia con la presa visione dell’esaltato di ruolo. Tale difetto di notifica legittima l’odierna azione di impugnazione avverso l’estratto di ruolo, come pacificamente disposto dalla giurisprudenza di legittimità e, in particolar modo, dalle Sezioni Unite della Cassazione che, con la nota sentenza n. 19704/2015, hanno espresso il seguente principio di diritto: «E’ ammissibile l’impugnazione della cartella (e/o del ruolo) che non sia stata (validamente) notificata e della quale il contribuente sia venuto a conoscenza attraverso l’estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario, senza che a ciò sia di ostacolo il disposto dell’ultima parte del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 19, comma 3, posto che una lettura costituzionalmente orientata di tale norma impone di ritenere che la ivi prevista impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque legittimamente venuto a conoscenza e pertanto non escluda la possibilità di far valere tale invalidità anche prima, nel doveroso rispetto del diritto del contribuente a non vedere senza motivo compresso, ritardato, reso più difficile ovvero più gravoso il proprio accesso alla tutela giurisdizionale quando ciò non sia imposto dalla stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione».

Come chiarito dalle Sezioni Unite (ult. cit.): «L’impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato ivi prevista non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il destinatario sia comunque legittimamente venuto a conoscenza e pertanto non escluda la facoltà del medesimo di far valere, appena avutane conoscenza, la suddetta invalidità che, impedendo la conoscenza dell’atto e quindi la relativa impugnazione, ha prodotto l’avanzamento del procedimento di imposizione e riscossione, con relativo interesse del contribuente a contrastarlo il più tempestivamente possibile, specie nell’ipotesi in cui il danno potrebbe divenire in certa misura non più reversibile se non in termini risarcitori».

Del resto «La possibilità per il contribuente di conoscere legittimamente attraverso il c.d. estratto di ruolo le iscrizioni a proprio carico e l’eventuale emissione e notificazione di cartelle potrebbe rappresentare un “correttivo” idoneo a bilanciare il rapporto sperequato tra amministrazione e contribuente soltanto se la conoscenza – attraverso l’estratto di ruolo – di un atto che il contribuente avrebbe avuto il diritto di impugnare (e che non è stato impugnato in quanto non conosciuto perché malamente notificato) ne consentisse l’immediata impugnazione, non certo se al contribuente – che a causa dell’invalidità di una notifica della quale era onerata l’amministrazione sia stato espropriato del proprio diritto di accedere alla tutela giurisdizionale – si continui a negare tale accesso, subordinandolo alla notifica di un ulteriore atto da parte dell’amministrazione».

Non essendo le cartelle esattoriali oggi impugnate insieme all’estratto di ruolo mai notificate, le stesse devono ritenersi nulle e le somme pretese non più dovute.

2. Illegittimità delle cartelle relative a crediti prescritti

A causa della mancata notifica delle cartelle esattoriali impugnate,  vi è estinzione dei crediti intimati, visto il decorso dei termini di prescrizione previsti dalla legge.

Più precisamente:

1) cartella n. … ,  prescritta in data ….

2) cartella n. …,

3) cartella n. …,

Per tali cartelle vale il termine di prescrizione relativo al tributo in esse contenuto. A tal riguardo le Sezioni Unite della Cassazione (Cass. sent. n. 23397/16 del 17.11.2016) ha escluso che la prescrizione per le cartelle divenute definitive perché mai impugnate potesse essere di 10 anni. «Partendo dalla premessa che l’ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di auto accertamento e di autotutela della P.A., ha natura di atto amministrativo che cumula in sè le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto, ma è priva di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (sicché la decorrenza del termine per l’opposizione, pur determinando la decadenza dall’impugnazione, non produce effetti di ordine processuale, ma solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito), sussiste la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 cod. civ. ai fini della prescrizione». Tanto determina la nullità delle cartelle.

Come precisato dalla Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza n. 741/2017, non potrebbe infatti costituire atto interruttivo della prescrizione la sola iscrizione a ruolo del tributo da parte della Regione o dell’Agenzia delle Entrate.

C’è poi da dire che la rateizzazione richiesta dal sottoscritto per tutti i ruoli a proprio carico non costituisce riconoscimento di debito come già chiarito dalla Cassazione (sent. n. 3347/2017) in quanto rivolta a evitare conseguente pregiudizievoli per il contribuente. «Tale riconoscimento esula, infatti, da tale procedura, regolata rigidamente e inderogabilmente dalla legge, la quale non ammette che l’obbligazione tributaria trovi la sua base nella volontà del contribuente”.

3) Decadenza delle cartelle esattoriali

Ammesso e non concesso che la cartella sia mai stata notificata non sarebbe stato comunque rispettato il termine di decadenza di due anni dall’iscrizione a ruolo del tributo. Ne consegue l’ulteriore illegittimità delle cartelle stesse.

Per quanto sopra esposto,  il sottoscritto sig. Mario Rossi, come sopra rappresentato e difeso, previa

Istanza di sospensione

delle cartelle di pagamento impugnate, nonché dei piani di rateizzazione in corso, vista la sussistenza:

a) del fumus boni iuris per la palese fondatezza delle ragioni sino ad ora esposte, che ben possono essere decise per tabulas;

b) del periculum in mora, insito nella necessità di dover pagare un piano di rateazione che potrebbe palesarsi illegittimo.

Ricorre

All’On.le Commissione Tributaria adita affinché Voglia, nel merito:

– previa sospensione dei piani di rateizzazione in corso, accertare e dichiarare l’illegittimità del preavviso di fermo nonché delle cartelle di pagamento, per i motivi esposti in narrativa;

– per l’effetto, condannare Agenzia Entrate Riscossione per la Provincia di …, alla cancellazione dagli estratti di ruolo delle cartelle mai notificate e prescritte;

– con vittoria di spese e competenze di lite.

Chiede

che la controversia di cui trattasi venga discussa in pubblica udienza, ai sensi dell’art. 33 c. 1 del D. Lgs. 546/92.

Si allegano:

….

….

Si dichiara che il valore della causa è di euro …  e pertanto il contributo unificato è pari a euro …

luogo, data, firma, …

ISTANZA DI MEDIAZIONE TRIBUTARIA 

Ai sensi dell’art. 17 bis D. Lgs. 546/92 il sig. LMario Rossi, nato a …. il …, C.f.: … e residente in …, alla via …, in nome e per conto di se stesso, indirizzo Pec: …, , num. fax …, (Ricorrente)

CHIEDE

a Agenzia Entrate Riscossione per la provincia di… , in via preventiva ed alternativa al deposito del ricorso che precede presso la Commissione tributaria provinciale di …, di accogliere le richieste indicate nel ricorso e che qui si intendono integralmente trascritte e di annullare con provvedimento il preavviso di fermo nonché le cartelle esattoriali indicate nella premessa del ricorso, annullando altresì il piano di rateizzazione prot. n. … del … in corso.

Ai fini della presente procedura di reclamo/mediazione si precisa che il valore della controversia calcolato ai sensi dell’art. 17 bis D. Lgs. 546/92 è di euro …

luogo, data, firma, …

Conguaglio di fine anno: come funziona

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funziona il conguaglio delle tasse del lavoratore dipendente con più rapporti di lavoro: come calcolare Irpef, detrazioni e bonus.

Alla fine dell’anno deve essere calcolato, per la generalità dei lavoratori dipendenti, il conguaglio Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche). Si tratta di una sorta di “anticipo” della dichiarazione dei redditi: soltanto alla fine dell’anno, difatti, si possono conoscere con esattezza tutti i redditi da tassare.
Ma il conguaglio di fine anno come funziona? Il datore di lavoro deve tassare soltanto i redditi e i compensi da lui erogati, o deve calcolare le imposte anche sugli altri eventuali redditi del lavoratore?

Se il dipendente lo richiede, il datore di lavoro è tenuto a effettuare il conguaglio anche sui redditi che non ha corrisposto: in pratica, deve calcolare la tassazione considerando un reddito maggiore rispetto a quello risultante dalle buste paga emesse dall’azienda.

Il dipendente può aver la necessità di conguagliare più redditi se, ad esempio, ha lavorato nel corso dell’anno per datori di lavoro differenti, o se, oltre al lavoro subordinato, ha svolto delle collaborazioni o ha percepito un’indennità di disoccupazione, come la Naspi. In tutti questi casi, è molto probabile che il conguaglio calcolato alla fine dell’anno sia a debito. Questo accade perché l’Irpef è un’imposta progressiva, basata su un sistema di aliquote e scaglioni: la tassazione, in pratica, aumenta a seconda delle fasce di reddito, mentre le detrazioni riconosciute, cioè gli importi sottratti direttamente dall’imposta, diminuiscono al crescere del reddito.

Ma che cosa succede se non viene effettuato il conguaglio di fine anno?

Se non viene effettuato dal datore di lavoro il conguaglio di fine anno, alla presentazione della dichiarazione dei redditi (con modello 730 o Redditi) il dipendente si ritrova comunque a debito, per aver calcolato le tasse su un imponibile minore. Fanno eccezione i casi in cui il dipendente abbia deciso di non fruire delle detrazioni in busta paga, o di applicare, mese per mese, un’aliquota d’imposta maggiore: in queste ipotesi, il conguaglio può anche risultare a credito, perché è stato già trattenuto in busta paga più del dovuto.

Il conguaglio di fine anno, in ogni caso, si deve calcolare anche se l’unico reddito del lavoratore è quello di lavoro dipendente corrisposto dal datore: il reddito presunto considerato nelle buste paga per il calcolo dell’Irpef e delle detrazioni, difatti, potrebbe non coincidere col reddito effettivo percepito. Inoltre, potrebbero sorgere dei problemi con le addizionali all’Irpef, nel caso in cui il lavoratore cambi residenza o che cambino le aliquote o le eventuali detrazioni.

Senza dimenticare i problemi che possono sorgere per chi ha fruito del bonus Irpef: se questo non spetta, o spetta in misura minore a quella calcolata, il dipendente deve restituirlo. Ma procediamo per ordine e vediamo come fare il conguaglio delle imposte, con particolare attenzione al caso di chi ha percepito più redditi.

Quali imposte paga il lavoratore?

Prima di calcolare il conguaglio delle imposte del lavoratore, dobbiamo ovviamente capire quali imposte paga il lavoratore. Le imposte a carico della generalità dei lavoratori dipendenti sono l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, e le addizionali regionali e comunali all’Irpef.

Come si calcola l’Irpef

L’Irpef non ha un ammontare fisso, ma è modulata ad aliquote e scaglioni:

  • sino a 15.000 euro di reddito, l’imposta è pari al 23%;
  • da 15.0001 a 28.000, 27%;
  • da 28.001 a 55.000, 38%;
  • da 55.001 a 75.000, 41%;
  • da 75.001, 43%.

In pratica, se lavoratore guadagna 25mila euro l’anno, dedotti i contributi, deve corrispondere allo Stato il 23% sui primi 15mila euro di reddito, pari a 3,450 euro, ed il 28% sui restanti 10mila euro, pari a 2.800 euro, per un totale Irpef di 6.250 euro. L’imposta così calcolata, però, è solo l’Irpef lorda: sino a 55mila di reddito annuo, il dipendente ha diritto a una detrazione, per la produzione di redditi di lavoro dipendente.

Detrazione per redditi da lavoro dipendente

Chi possiede redditi da lavoro dipendente o assimilati (ad esempio redditi dei co.co.co. o derivanti da trattamenti di disoccupazione) ha diritto, a seconda della fascia di reddito, alle seguenti detrazioni:

  • per reddito complessivo non superiore a 8.000 euro: 1.880 euro;
  • per reddito complessivo compreso tra 8.000 e 28.000 euro si deve applicare la seguente formula: 978 + [902 × (28.000 – reddito complessivo) / 20.000];
  • per reddito complessivo compreso tra 28.000 e 55.000 euro si deve applicare la seguente formula: 978 × [(55.000 – reddito complessivo) / 27.000];

Oltre 55mila euro di reddito non è prevista nessuna detrazione.

La detrazione non è cumulabile con le altre detrazioni sui redditi (da pensione, da lavoro autonomo e d’impresa minore) e deve essere rapportata ai giorni di lavoro nell’anno: ad esempio, se i giorni di lavoro sono pari a 280, si deve dividere la detrazione spettante per 365 e moltiplicare per 280.

In ogni caso la detrazione sulla fascia di reddito minima non può essere inferiore a 690 euro o, per i rapporti di lavoro a tempo determinato (fra cui sono compresi anche i periodi di inattività per i quali si percepiscono i trattamenti a sostegno del reddito erogati dall’Inps), a 1.380 euro, a prescindere dal periodo lavorato.

A chi si applica la detrazione per redditi da lavoro dipendente?

Sono assimilati, ai fini della detrazione, ai redditi da lavoro dipendente i seguenti redditi:

  • redditi da collaborazione (co.co.co. e vecchi co.co.pro e mini coco.co.);
  • compensi corrisposti a soci di cooperative;
  • borse di studio;
  • compensi corrisposti da terzi;
  • compensi a soggetti impegnati in lavori socialmente utili;
  • rendite vitalizie e a tempo determinato;
  • capitali e rendite da fondi pensione;
  • remunerazione dei sacerdoti.

Se, ad esempio, il dipendente che ti ha chiesto di effettuare il conguaglio ha lavorato anche come collaboratore, devi considerare, per il calcolo delle detrazioni, anche i redditi ed i periodi in cui ha prestato servizio come parasubordinato.

Bonus Irpef da 80 euro

Sui redditi da lavoro e assimilati, per i contribuenti che hanno un reddito complessivo da 8mila sino a 24.600 euro annui, è dovuto anche un bonus, detto bonus Irpef o bonus Renzi, pari a 80 euro mensili e 960 euro annui. Per i redditi da 24.600 a 26.600 euro, l’importo del bonus è ridotto secondo la seguente formula:

  • 960 x (26.600-reddito annuale): 2.000.

Ad esempio, se un contribuente ha un reddito pari a 25mila euro, avrà diritto a un bonus pari a:

  • 960 x (26.600-25.000):2000;
  • 960 x (1600:2000);
  • 960 x 0,8;
  • 768 euro.

Anche il bonus Renzi, come la detrazione per redditi di lavoro dipendente, va proporzionato in base al periodo lavorato nell’anno.

Come calcolare la tassazione a conguaglio

Abbiamo visto come calcolare l’Irpef, le detrazioni per il lavoro dipendente ed il bonus Renzi. Veniamo ora al calcolo del conguaglio Irpef per un dipendente che ha percepito più redditi: facciamo un esempio pratico.

Il Sig. Rossi ha lavorato nell’anno come dipendente e come collaboratore, per un totale di quattro rapporti di lavoro con 4 aziende diverse: vediamo come calcolare il conguaglio di fine anno.

Ecco i dati rilevati del primo rapporto di lavoro; per semplicità consideriamo la sola Irpef, e non le addizionali:

  • giorni di lavoro nell’anno: dal 3 febbraio al 30 settembre, 240 giorni;
  • redditi di lavoro dipendente: 13.077,41 euro;
  • ritenute Irpef: 1.922,22 euro;
  • il datore di lavoro ha erogato anche 631,23 euro di bonus Irpef.

Ecco i dati del secondo rapporto, una collaborazione (non cambia nulla ai fini della tassazione, in quanto il reddito di lavoro parasubordinato è assimilato al reddito di lavoro dipendente):

  • giorni di lavoro nell’anno: dal 2 maggio al 31 dicembre, 244 giorni;
  • redditi di lavoro dipendente: 10.614,08 euro;
  • ritenute Irpef: 1.263,34 euro;
  • il datore di lavoro ha erogato anche 641,75 euro di bonus Irpef.

Ecco i dati del terzo rapporto di lavoro subordinato:

  • giorni di lavoro nell’anno: 365;
  • redditi di lavoro dipendente: 26.727,99 euro;
  • ritenute Irpef: 6.616,56euro;
  • il datore di lavoro non ha erogato bonus Irpef.

Ed ecco, infine, i dati dell’ultimo rapporto di lavoro dipendente:

  • giorni di lavoro nell’anno: 92;
  • redditi di lavoro dipendente: 21.304,67euro;
  • ritenute Irpef: 6.758,58 euro;
  • il datore di lavoro non ha erogato bonus Irpef.

Per il conguaglio, i dati rilevanti sono dunque:

  • totale dei giorni lavorati: 365 (i giorni sovrapposti non contano)
  • totale reddito imponibile (bisogna sommare i singoli imponibili): 71.724,25 (non spettano detrazioni in quanto il reddito è superiore a 55.000 euro);
  • totale Irpef calcolata: 24.076,94 euro;
  • totale Irpef già pagata: 16.559,70;
  • differenza: 7.517,24 euro.

Oltre alla differenza Irpef il lavoratore deve poi restituire 1.272,98 euro di bonus Renzi illegittimamente fruito: il datore di lavoro deve dunque trattenere gli importi dalle buste paga e versarli all’erario con modello F24.

Come evitare di trovarsi a debito nel conguaglio di fine anno?

Per evitare di ritrovarsi con importi a debito in sede di conguaglio di fine anno, risulta opportuno chiedere al datore di lavoro, al committente, o al sostituto d’imposta in generale (può trattarsi anche di un ente previdenziale, ad esempio l’Inps, quando corrisponde la disoccupazione), in sede di tassazione mensile della pensione o dello stipendio, innanzitutto di non operare detrazioni, eventualmente di applicare anche un’aliquota di tassazione più alta.

Risulta opportuno anche chiedere al sostituto d’imposta il conguaglio ogni volta che termina un rapporto di lavoro.

Si deve comunque tener conto della presenza di eventuali familiari a carico e della spettanza di ulteriori deduzioni e detrazioni (in questo caso l’importo da pagare a saldo in sede di 730 potrebbe essere più basso), assieme alla presenza di ulteriori redditi (ad esempio derivanti dal possesso di immobili, come l’affitto).

Come collegare smartphone ad auto col Bluetooth

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Passi gran parte del tuo tempo in macchina e vorresti ascoltare la musica salvata sul tuo smartphone? Ti piacerebbe poter rispondere in maniera sicura alle chiamate mentre sei alla guida? Beh, puoi sempre collegare lo smartphone all’auto grazie alla tecnologia Bluetooth. E poi farlo anche quando il Bluetooth non c’è…

Ti piacerebbe poter rispondere sempre e in maniera sicura alle chiamate anche quando guidi? Hai una playlist nel cellulare e vorresti ascoltarla dallo stereo dell’auto? Consideri il Bluetooth come una vera e propria manna per gli automobilisti? Bene, molto probabilmente sei tra quelli che non rinuncerebbe mai al proprio smartphone. Neanche al volante. Ma attenzione: guidare e parlare a telefono, oltre che pericoloso, è vietato dalla legge! A meno che, naturalmente, tu non faccia ricorso al vivavoce. E anche in questo caso potresti comunque incorrere in delle pesanti sanzioni. Non sono pochi infatti i casi di automobilisti che, pur sfruttando il vivavoce, si sono visti consegnare il verbale. Su questo punto, quindi, è bene avere fin da subito le idee chiare e capire cosa effettivamente dice il Codice della strada. Ti consigliamo, a tal proposito, di leggere – prima di tutto – con attenzione il vademecum su come è consentito utilizzare il cellullare alla guida, un approfondimento che trovi nell’articolo Cellulare alla guida: quando è consentito l’uso, una lettura dalla quale imparerai quando è vietato l’uso del cellulare alla guida o quando è consentito, cosa dice il Codice della strada, cosa rischi se vieni sorpreso a guidare con lo smartphone e quando l’uso del cellulare diventa uno stato di necessità.
E subito dopo ti consigliamo di approfondire il tema leggendo anche la nostra guida Multa col vivavoce legittima?.
Fatto ciò, non dovrai far altro che collegare lo smartphone all’auto col Bluetooth. Così potrai guidare in sicurezza ed evitare di essere multato. Sempreché, ripetiamo, tu segua i suggerimenti che abbiamo riportato negli articoli appena citati.
E ora scopriamo come e quali sono i passi da compiere…

Collegare lo smartphone alla macchina se non hai il Bluetooth 

Prima di andare avanti e scoprire come collegare lo smartphone alla macchina è necessaria un’altra breve premessa che riguarda appunto la tecnologia Bluetooth e, in particolare, il suo non essere presente su tutte le automobili. Mentre su quelle più recenti infatti la funzione è tipicamente di serie, su quelle più – per così dire – “vecchiotte” il discorso cambia e bisogna “dotare” la propria autovettura di un sistema Bluetooth con delle soluzioni ad hoc. In altre parole, è indispensabile acquistare un ricevitore o un kit apposito. Niente paura però, si tratta di una spesa di pochi euro, che ti consentirà di collegare il telefono all’auto in pochi e semplici passi. E ti darà così – allo stesso tempo – la possibilità di rispondere alle chiamate tramite vivavoce o di ascoltare la musica contenuta nel tuo device senza dover staccare mai le mani dal volante.

Senza scendere troppo nei dettagli, i dispositivi di cui stiamo parlando sono di tre tipi: i Kit vivavoce, i Bluetooth AUX e i trasmettitori FM. I primi sono formati generalmente da due accessori, uno da inserire nel vano accendisigari e allacciare all’ingresso AUX IN dello stereo e l’altro da sistemare sul volante; e consentono di ricevere chiamate e rispondere tramite vivavoce grazie ai comandi posti sullo sterzo. I secondi non solo altro che dei ricevitori Bluetooth capaci di connettere lo stereo al cellulare, solitamente tramite l’ingresso AUX IN (presente anche sui vecchi modelli di stereo per auto). I trasmettitori FM infine, ideali per chi non dispone di un ingresso AUX IN, sono dei dispositivi che sfruttano le onde radio e consentono di collegare lo smartphone all’impianto della macchina.

Associare lo smartphone all’auto tramite il Bluetooth

Ma vediamo ora come associare passo passo lo smartphone all’auto tramite il Bluetooth, una procedura che generalmente è simile per tutte le automobili.

Dall’autovettura

La prima cosa che devi fare è accendere il display della macchina e accedere alla sezione dedicata al telefono. Questa è quasi sempre indicata con il pulsante Phone. In seguito, devi selezionare il comando che ti permette di aggiungere un nuovo dispositivo.

Aggiungi un dispositivo

Il secondo passo invece è attivare il Bluetooth. Se possiedi un dispositivo Android la procedura è pressoché simile per tutte le versioni: tappa su Impostazioni, poi su Connessioni, scegli la voce Bluetooth e sposta infine la levetta da OFF a ON. Apparirà così, nella barra delle notifiche in alto, la classica icona del Bluetooth.
Se hai un iPhone invece seleziona la rotellina di ingranaggio per andare nelle impostazioni. Tappa sull’opzione Bluetooth e attivalo. Non dovresti incontrare difficoltà.

Inserisci il codice

Ora, attivato il Bluetooth, se la ricerca non parte da sé, sempre da Impostazioni, tappa su Bluetooth e poi su Ricerca. Non appena viene visualizzato il nome del dispositivo bluetooth dello stereo dell’auto (nel nostro esempio ix35), clicca sulla rotella corrispondente per associarla allo smartphone. Qui, così come sul display dell’auto, dovrai inserire il codice che ti viene mostrato sullo schermo del telefono.

Anche la musica

Una terminata la procedura che associa il nostro telefono allo stereo dell’auto, tappando sulla rotellina corrispondente potrai scegliere quali funzioni attivare sullo stereo. Vuoi usare lo stereo come vivavoce? Vuoi ascoltare la musica presente nel tuo smartphone tramite le casse dell’auto? Vuoi che la rubrica del tuo cellulare sia visibile anche sul display dello stereo? Allora attiva tutte queste funzioni.

Sempre presente…

Una volta fatta l’associazione con un dispositivo, non dovrai più ripetere la procedura descritta finora. Ti basterà tenere la funzionalità Bluetooth attivata sullo smartphone e quest’ultimo rileverà l’impianto dell’auto non appena salirai a bordo e accenderai il display. L’unica accortezza che dovrai avere è quella di lasciare sempre che lo smartphone sia visibile e rintracciabile dagli altri dispositivi Bluetooth. Una funzionalità che, al pari di quanto detto in precedenza, sarà necessario fare una volta sola. Ecco come impostarla: accedi al menu delle applicazioni e tappa su Impostazioni. Poi, seleziona la voce Connessioni e, infine, Visibilità dispositivo. Non ti resta quindi che spostare la levetta da Disattivata ad Attivata.


… forse anche troppo!

Attivando la visibilità del dispositivo, come puoi leggere anche sullo schermo dello smartphone, consenti “ad altri dispositivi di trovare il telefono e trasferire file. Il telefono verrà visualizzato nell’elenco dei dispositivi disponibili se i file vengono trasferiti con la funzione Trasferisci file a dispositivi”. Una modalità questa non amata da molti, anche a causa dell’esistenza di virus che si diffondono appunto tramite Bluetooth. Il nostro consiglio? Semplice: ricordarsi di attivare il Bluetooth quando si entra auto.

Come viaggiare con pochi soldi

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Girare il mondo senza prosciugare il conto in banca non è un’utopia ma una bellissima realtà: preparati a scoprirla.

Quante volte hai pensato che viaggiare è una cosa per ricchi e che il viaggio dei sogni è destinato a rimanere tale a causa dei costi troppi alti cui andresti incontro? Probabilmente tantissime volte. La buona notizia è che non è necessario essere miliardari per fare il giro del mondo, basta solo un po’ di pianificazione, organizzazione e spirito di adattamento. Questi requisiti sono tutto ciò di cui hai bisogno per imparare come viaggiare con pochi soldi. È giusto necessario fare un po’ di economia, magari rinunciando a due-tre cena fuori in più al mese o a qualche vizio extra, e con anche solo 100€ mensili messi da parte, sarai in grado di prenotare almeno un viaggio meraviglioso all’anno. Certo, forse non alloggerai in un hotel a cinque stelle o non viaggerai in business class, ma vivrai sicuramente un’esperienza di viaggio autentica e più che appagante.

Acquista il biglietto aereo in anticipo

Un notissimo proverbio recita “chi prima arriva meglio alloggia” e possiamo confermarti che non c’è nulla di più vero. Prenotare in anticipo un biglietto aereo, infatti, ti permette di raggiungere l’altra parte del mondo a prezzi più che contenuti.

Ovviamente, il biglietto va prenotato con largo anticipo, a partire da sei mesi fino ad arrivare a dodici mesi prima della partenza, ma in tal modo ti assicurerai certamente la tariffa più vantaggiosa.

Questo discorso vale più per le compagnie di bandiera (Air France, British Airways, KLM per fare giusto un esempio) più che per le compagnie aeree low cost, i cui prezzi seguono un andamento meno prevedibile (possono variare in aumento o in diminuzione anche più volte nell’arco di una stessa giornata).

Anticiparti di tanto tempo ti permette di trovare biglietti A/R (andata e ritorno) in economy class anche entro i 500€ verso destinazioni esotiche come il sud est asiatico o verso gli Stati Uniti e l’America centrale.

Evita i voli diretti

I voli diretti sono comodissimi ma, senza ombra di dubbio alcuno anche più costosi. Se sei disposto a fare qualche ora di scalo prima di imbarcarti sull’aereo verso la tua destinazione finale, potresti riuscire a risparmiare qualche centinaio di euro.

Calcola che tutto ciò che riesci a risparmiare sul trasporto può essere investito per trovare una sistemazione migliore per il tuo soggiorno o, ancor meglio, puoi riuscire a mettere da parte un piccolo fondo da spendere una volta giunto a destinazione.

Quindi, a meno che tu non abbia la fortuna di trovare un volo diretto ad un prezzo iper-conveniente, il consiglio è quello di portarti un buon libro per ingannare l’attesa e sopportare un piccolo disagio.

Evita l’alta stagione

Se hai una certa flessibilità per quel che riguarda le date della partenza, puoi prenotare la tua vacanza in un periodo considerato di bassa stagione, evitando quindi le settimane centrali di agosto o le vacanze natalizie/pasquali.

Tra l’altro, oltre all’aspetto economico, considera che così avrai modo di godere della bellezza dei luoghi che visiterai senza dover sgomitare in una calca di turisti.

Prenota una sistemazione in ostello

L’ostello è la soluzione preferita dai giovani che amano viaggiare ma hanno un vincolo di budget da rispettare. Questo tipo di sistemazione richiama alla mente l’idea della tipica spensieratezza giovanile e dell’avventura, oltre ad essere un ottimo luogo di incontro per viaggiatori solitari, in quanto è in grado di creare tra gli ospiti un bellissimo clima cameratesco.

Se vuoi provare questa nuova esperienza, il consiglio è di cercare un ostello che abbia ricevuto buone recensioni da altri viaggiatori su hostels.comHostels è il punto di riferimento per tutti i viaggiatori che, per necessità o per divertimento, prediligono pernottare in un ostello.

Una volta collegato al sito, basta inserire nella barra di ricerca la nazione che intendi visitare, la città, il periodo del tuo soggiorno, il numero degli ospiti e fare click su cerca.

Accanto al nome degli ostelli risultanti dalla ricerca puoi individuare due differenti tariffe: la prima si riferisce al prezzo per un posto letto in un dormitorio ed è la più bassa, l’altra, la più alta, fa riferimento al prezzo di una stanza privata.

Quando prenoti un posto letto o una stanza in un ostello, fai sempre attenzione alle condizioni e ai servizi offerti (come il bagno in camera o meno) per evitare di incorrere in errori di cui ti renderesti conto solo una volta giunto sul posto.

I prezzi degli ostelli possono partire anche da 6-7€, ma calcola che per un buon ostello (cioè per un ostello pulito e centrale) devi spendere in media almeno un 25-30€ a notte.

Scambia la tua casa

Lo scambio casa ha rivoluzionato il modo di viaggiare low-cost. Ma cos’è questo scambio casa di cui tanto si parla e perché è così rivoluzionario?

Lo scambio casa ti permette di alloggiare nella casa di una persona del luogo che, per tutto il periodo del tuo soggiorno, si sistemerà a casa tua. Il vantaggio? Ci guadagnate entrambi, non in termini di entrate quanto dal punto di vista del risparmio, in quanto ovviamente lo scambio è totalmente gratuito.

Se stai già storcendo il naso all’idea di uno sconosciuto in casa tua è comprensibile, ma c’è un modo per realizzare questo scambio in tutta sicurezza grazie al servizio offerto da un intermediario. Ci riferiamo ad homelink.org, il sito leader del settore.

Per inserire la tua abitazione nel database, devi fare click su iscrizione e seguire la procedura guidata durante la quale sarai invitato ad inserire le foto della tua casa, dove si trova, la descrizione e una piccola presentazione tua e della tua famiglia. Terminata questa fase, puoi indicare i luoghi che ti piacerebbe visitare, consentendo così ad Homelink di aiutarti a trovare l’utente perfetto per le tue esigenze.

Un’altra opzione, grazie alla barra di ricerca presente sul sito,è cercare in piena autonomia un utente per uno scambio, sempre col vantaggio di poter usufruire dell’esperienza degli operatori alle dipendenze di homelink, che ti aiuteranno a gestire la procedura di scambio passo dopo passo fino ad arrivare all’accordo finale. In più, potrai sempre contare sulla loro assistenza anche durante il soggiorno all’estero.

In alternativa allo scambio simultaneo, puoi optare anche per uno scambio non simultaneo, cioè in periodi diversi(consigliabile solo se hai modo di soggiornare da amici o parenti o hai una seconda casa), o per uno scambio di ospitalità, vale a dire rimanendo sotto lo stesso tetto con il tuo ospite.

Questa attività di intermediazione, ovviamente, va retribuita, ragion per cui è possibile sottoscrivere due diversi tipi di abbonamento, che si differenziano solo per il costo e la durata, ma non per i servizi offerti.

Entrambi gli abbonamenti, infatti, ti garantiscono la possibilità di effettuare un numero illimitato di scambi (ovviamente solo finché l’abbonamento è attivo) e di essere supportato dal servizio di assistenza di Homelink.
Gli abbonamenti sottoscrivibili sono semestrali o annuali: i primi hanno un costo di 65€, mentre i secondi hanno un costo di 125€.

Una volta stipulato l’abbonamento annuale, puoi godere di una protezione aggiuntiva grazie al fondo di garanzia, fruibile a seguito di un pagamento aggiuntivo di 30€. In tal modo puoi essere rimborsato fino a 1000€ nel caso in cui, durante il periodo dello scambio, venga danneggiata la tua casa. In tal caso, il danno va denunciato entro una settimana dal rientro e il rimborso può essere correlato alla capienza del fondo al momento della richiesta.

Prenota in anticipo le visite alle attrazioni

Un ulteriore metodo per risparmiare durante il viaggio è quello di prenotare in anticipo le visite ai musei o ai monumenti tramite il sito ufficiale del turismo della città che visiterai. In questo modo ti assicuri un risparmio che, solitamente, oscilla tra il 15% e il 20% del biglietto a prezzo pieno. In più, usufruendo del servizio di prenotazione online, potrai evitare di sprecare il tuo tempo in coda: è risaputo che il tempo è denaro, soprattutto in viaggio.

In alternativa, puoi verificare se sono disponibili delle specifiche card dedicate ai turisti che ti danno diritto a uno sconto ogni volta che vengono esibite.

Usa la carta studenti

Forse non lo sai, ma se sei uno studente universitario puoi usufruire di riduzioni sull’acquisto dei biglietti o addirittura di ingressi gratuiti per la visita dei musei. Tutto ciò che devi fare è ricordati di mettere in valigia il tuo badge o il libretto universitario in modo da mostrarlo in biglietteria.

Risarcimento in caso di ritardo o cancellazione del volo

Una delle maggiori preoccupazioni di ogni viaggiatore è sicuramente legata alle conseguenze del ritardo o, ancora peggio, della cancellazione del volo. Tuttavia, conoscere i tuoi diritti di passeggero può aiutarti ad affrontare meglio gli inconvenienti in cui puoi incorrere durante il tuo viaggio.

Nel caso in cui il tuo volo non parta entro l’orario previsto, ti spetta un risarcimento che varia in funzione delle ore di ritardo accumulate e della distanza radiale tra l’aeroporto di partenza e l’aeroporto di destinazione. Il ritardo, ovviamente, non può essere irrisorio ma deve essere di minimo due ore.

L’entità del risarcimento oscilla tra i 250€ e i 600€ a passeggero (nell’articolo Biglietto aereo: quando si ha diritto al risarcimento trovi tutti i dettagli), cui si aggiunge il diritto di ricevere l’assistenza della compagnia aerea finché perdura il ritardo. Tale assistenza si sostanzia nell’elargizione di buoni pasto o comunque di bevande e cibo oppure, nel caso in cui il volo venga posticipato al giorno successivo, nella copertura delle spese di pernottamento in hotel.

Per ottenere il risarcimento per il ritardo o la cancellazione del volo devi solo dimostrare l’acquisto del biglietto aereo. Difatti, poiché sei considerato parte debole del rapporto contrattuale con la compagnia aerea, la colpa di quest’ultima si presume. Di conseguenza, per andare esente da responsabilità, dovrà dimostrare che sono intervenute delle cause eccezionali tali da rendere impossibile la corretta esecuzione del contratto di trasporto.

Tfr: criteri di calcolo

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si calcola la liquidazione del lavoratore dipendente: quali voci della retribuzione considerare, com’è tassato il trattamento.

Il Tfr, cioè il trattamento di fine rapporto, chiamato anche liquidazione, non è un’indennità a cui si ha diritto in caso di licenziamento, ma fa parte della retribuzione spettante al lavoratore. Si tratta, però, di una retribuzione differita: anche se il trattamento matura tutti i mesi, difatti, normalmente è pagato solo alla fine del rapporto.

Pertanto, non è rilevante per quale motivo è terminato il rapporto di lavoro, in quanto il dipendente ha diritto al Tfr in tutti i casi, anche nelle ipotesi di licenziamento disciplinare, per giusta causa, ed in caso di dimissioni, anche non per giusta causa.

Il Tfr che matura ogni anno corrisponde all’incirca a una mensilità di stipendio: il calcolo del Tfr, però, è un’operazione complessa, in quanto è necessario prendere come riferimento solo alcuni elementi della retribuzione percepita nell’anno, o voci di paga, e su questi effettuare il calcolo della liquidazione. Risulta piuttosto complessa anche la tassazione della liquidazione, in quanto il Tfr, normalmente, non rientra tra i redditi imponibili da riportare nella dichiarazione annuale, ma è tassato separatamente.

Ma come si calcola il Tfr? Quali sono le voci di paga che devono essere considerate come base su cui determinare il trattamento?

Facciamo il punto della situazione sul Tfr: criteri di calcolo, come si determina la liquidazione dovuta e come viene tassata.

Quando viene pagato il Tfr?

Come abbiamo osservato, la liquidazione normalmente è corrisposta al termine del rapporto. Il Tfr può anche essere liquidato prima del termine del rapporto di lavoro: l’anticipazione però non può essere superiore al 70% della quota di liquidazione maturata e può essere domandata solo per particolari motivi (spese sanitarie, acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, fruizione dei congedi parentali, di formazione e di formazione continua [1]); inoltre, il lavoratore deve avere almeno 8 anni di anzianità di servizio presso lo stesso datore di lavoro, che è tenuto a soddisfare le richieste di anticipazione:

  • entro i limiti del 10% degli aventi titolo (lavoratori cioè con almeno 8 anni di anzianità);
  • nella misura del 4% del numero totale dei dipendenti.

Ad ogni modo, il datore di lavoro è libero di accogliere la richiesta di anticipazione anche quando non vi è tenuto: il codice civile, difatti, concede la possibilità di richiedere una sola anticipazione nel corso del rapporto di lavoro, alle condizioni appena esposte, ma permette poi ai contratti collettivi o ai patti individuali di prevedere condizioni di miglior favore, o ulteriori ipotesi di anticipazione (altri casi di anticipazione possono essere previsti anche quando il Tfr è devoluto a un fondo di previdenza complementare).

Per i lavoratori domestici, liquidare anticipatamente il Tfr è consentito, sempre nella misura del 70% di quanto maturato, dal contratto collettivo. Si può anche concordare fra le parti il versamento del 100% di quanto maturato.

Il Tfr può essere, infine, liquidato ogni mese in busta paga, dietro accordo tra datore di lavoro e dipendente (l’opzione per la corresponsione del Tfr in busta paga non è più operativa da luglio 2018), o versato mensilmente a un fondo di previdenza complementare.

Le aziende con oltre 50 dipendenti hanno l’obbligo di versare il Tfr al Fondo di Tesoreria dell’Inps.

Voci utili al calcolo del Tfr

Per poter determinare l’ammontare del trattamento di fine rapporto, bisogna innanzitutto sapere quali sono gli elementi della retribuzione del lavoratore che si devono prendere come base per il calcolo.

Secondo quanto stabilito dal codice civile [2], la base di calcolo del Tfr comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte al lavoratore in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

In buona sostanza, fanno parte della base di calcolo per il Tfr tutte le voci di paga:

  • corrisposte a titolo di compenso per una prestazione resa da parte del lavoratore (vanno dunque escluse, ad esempio, le donazioni), o comunque collegate al rapporto di lavoro, anche se non effettivamente connesse alla prestazione lavorativa effettiva;
  • corrisposte abitualmente, o almeno in modo ricorrente;
  • corrisposte a titolo definitivo e non provvisorio;
  • corrisposte non occasionalmente.

Di seguito, un elenco delle principali voci di paga facenti parte dell’imponibile Tfr:

  • paga base, contingenza, terzo elemento contrattuale, scatti di anzianità, superminimo individuale;
  • tredicesima e quattordicesima (in generale, tutte le mensilità aggiuntive);
  • lavoro straordinario non occasionale (se il lavoro straordinario è occasionale e non continuativo non può essere computato nell’imponibile Tfr);
  • maggiorazione per lavoro notturno (se il lavoro è articolato su turni);
  • indennità di mensa, di funzione, di mansione, di alloggio, di cassa o maneggio denaro, indennità di trasporto, attrezzi, indennità di servizio estero, indennità per lavori disagiati; premi di fedeltà, premio annuo, premio di anzianità, premio finale, l’una tantum; le indennità una tantum corrisposte occasionalmente, non previste dal contratto collettivo o dai rinnovi, non entrano a far parte della base di calcolo;
  • festività infrasettimanali retribuite, festività cadenti di domenica, ex festività 4 novembre spostata alla domenica;
  • indennità sostitutiva del preavviso e delle ferie non godute (se il mancato godimento delle ferie non dipende dal datore di lavoro; nel caso in cui l’indennità abbia carattere risarcitorio non entra nella base imponibile); risarcimento del danno in caso di reintegra nel posto di lavoro per licenziamento illegittimo;
  • uso dell’auto aziendale e relative spese;
  • uso di abitazione/alloggi aziendali.

Non fanno parte della base imponibile del Tfr, invece, le indennità di trasferta, di viaggio e i rimborsi spese. I contratti collettivi possono comunque includere o escludere ulteriori voci.

Calcolo del Tfr

Per determinarne l’ammontare del Tfr bisogna effettuare le seguenti operazioni:

  • dividere il totale dell’imponibile Tfr annuo per 13,5;
  • sottrarre una quota pari allo 0,5% dell’imponibile, che serve per alimentare il fondo di garanzia dell’Inps (che assicura il pagamento della liquidazione, anche quando l’impresa fallisce).

In pratica, ogni anno, il datore di lavoro deve mettere da parte il 6,91% degli emolumenti imponibili percepiti dal lavoratore e versare all’Inps lo 0,5% (se sommiamo 6,91% con 0,5% otteniamo, appunto, il 7,41%, che è la percentuale corrispondente alla divisione per 13,5).

Maturazione del Tfr

In ogni annualità si maturano 12 ratei di Tfr, uno per ogni mese: se le frazioni di mese superano i 15 giorni, dev’essere computato un rateo intero, se sono inferiori, non viene maturato alcun rateo, salvo diversa previsione del contratto collettivo applicato.

Durante le assenze solitamente il Tfr matura normalmente: non matura durante determinate assenze non retribuite, come l’aspettativa e lo sciopero.

Nel dettaglio, in caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell’anno per infortunio, malattia o maternità, oppure in caso di sospensione totale o parziale per la quale sia prevista l’integrazione salariale, deve essere computato nell’imponibile Tfr l’equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro

Rivalutazione del Tfr

A partire dall’anno 2001, le somme accantonate sono rivalutate, anno per anno, per un ammontare pari:

  • all’ 1,5%;
  • più i tre quarti del tasso di inflazione.

Per esempio, se l’inflazione calcolata è pari al 2%, i suoi ¾ sono l’1,5%, pertanto il trattamento è rivalutato nella misura del 3%, pari a 1,5% più 1,5%.

Il datore deve dunque rivalutare quanto accantonato al 31 dicembre dell’anno precedente e dedurre l’imposta sostitutiva sulle rivalutazioni (che versa, in acconto e a saldo, tramite F24, con i codici 1712 e 1713), pari al 17%.

Tassazione del Tfr

Il Tfr non fa parte dell’imponibile previdenziale: sul suo ammontare non devono, cioè, essere pagati i contributi Inps normalmente trattenuti in busta paga. Dal punto di vista fiscale, invece, escluso il caso in cui sia erogato mese per mese in busta paga (ipotesi in cui è assoggettato alla tassazione ordinaria), il Tfr è soggetto a tassazione separata, sulla base di un reddito e di un’aliquota media d’imposta: ciò vuol dire che il Tfr non entra a far parte dell’imponibile da assoggettare a tassazione nella dichiarazione dei redditi, o imponibile Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), ma è tassato a parte. Questa procedura risulta maggiormente vantaggiosa, poiché la liquidazione, essendo sottoposta separatamente a tassazione, non fa salire l’imponibile Irpef dell’anno, che risulterebbe eccessivamente elevato e determinerebbe una tassazione iniqua, dato che la liquidazione matura in più anni.

Il datore di lavoro determina l’imposta sul Tfr sommando:

  • il Tfr maturato al 31 dicembre 2000;
  • il Tfr maturato dal 2001 in poi al netto delle rivalutazioni (già assoggettate ad imposta).

Deve poi moltiplicare il risultato per 12 e dividerlo per il numero di anni di maturazione del trattamento.

In alternativa (questo è il sistema consigliato per i rapporti di lavoro di breve durata) può moltiplicare l’importo per 144 e dividerlo per il numero di mesi di maturazione.

Si ottiene così il reddito di riferimento.

Una volta calcolato il reddito di riferimento, si deve calcolare l’imposta sullo stesso, applicando al reddito di riferimento le aliquote Irpef (al netto delle addizionali locali) in vigore nell’anno in cui è maturato il diritto alla percezione della liquidazione (il diritto alla percezione del Tfr sorge il giorno successivo alla cessazione del rapporto).

Infine, si determina l’aliquota media dividendo l’imposta sul reddito di riferimento per il reddito di riferimento e moltiplicando il risultato per 100.

Applicando l’aliquota media alla somma delle basi imponibili relative, rispettivamente, al Tfr maturato prima e dopo il 2001, si ottiene l’imposta dovuta.

Detrazioni sul Tfr

Tornando alla determinazione della tassazione sul Tfr, sono previste 2 tipologie di detrazioni nei seguenti casi:

  • Tfr con reddito di riferimento non superiore a 30mila euro;
  • rapporti di lavoro a tempo determinato, di durata effettiva non superiore a 2 anni.

Nel primo caso, la detrazione è pari a 70 euro, se il reddito di riferimento non supera 7500 euro, mentre si calcola con due formule diverse, rispettivamente, per i redditi di riferimento da 7500 euro a 28mila euro e da oltre 28mila euro a 30mila euro.

Nel secondo caso (rapporti a termine di durata inferiore a 2 anni), la detrazione è pari a 61,97 euro per ciascun anno (esclusi i periodi in cui non è maturata la liquidazione) ed entro il limite dell’imposta calcolata sul Tfr maturato dal 1° gennaio 2001. Per i periodi inferiori all’anno, la detrazione è rapportata a mese.

Riliquidazione dell’imposta sul Tfr da parte dell’Agenzia delle Entrate

Successivamente alla liquidazione dell’imposta da parte del datore di lavoro, l’Agenzia delle Entrate riliquida l’imposta in base all’aliquota media di tassazione dei 5 anni precedenti a quello della cessazione del rapporto. Se le maggiori o le minori imposte sono di importo non inferiore a 100 euro, l’Agenzia notifica la cartella di pagamento o rimborsa l’imposta a credito (entro il 31 dicembre del 4° anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione del sostituto d’imposta).

Se in uno o più dei 5 anni considerati non vi è stato reddito imponibile, l’aliquota media si calcola con riferimento agli anni in cui vi è stato reddito imponibile; se non vi è stato reddito imponibile in alcuno di tali anni, si applica l’aliquota stabilita per il primo scaglione di reddito, pari al 23%. Se l’aliquota è variata nel corso del quinquennio, si deve tener conto della media delle aliquote del primo scaglione nei 5 anni considerati.

Clausola di salvaguardia Tfr

La cosiddetta clausola di salvaguardia prevede, per i rapporti di lavoro iniziati prima del 31 dicembre 2006, la possibilità di applicare sul Tfr, se più favorevoli, le aliquote di tassazione per scaglioni vigenti fino al 2006. Pertanto, non esiste una “data limite” per l’applicazione della Clausola di salvaguardia, ma è necessario che il rapporto di lavoro sia iniziato entro il 31 dicembre 2006. Secondo una nota circolare dell’Agenzia delle Entrate [3], è l’Agenzia stessa a dover verificare, in sede di riliquidazione della tassazione, qual è il regime più favorevole al lavoratore (se in forza al 31 dicembre 2006) ed applicarlo. La verifica deve comunque essere effettuata in prima istanza dal datore di lavoro, se sostituto d’imposta, ovviamente.

Nullità cartelle di pagamento: sentenze Cassazione

Posted on : 13-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come contestare i debiti con il fisco: tutti i motivi di impugnazione delle cartelle.

Dall’omessa indicazione dei criteri di calcolo degli interessi all’errato calcolo della prescrizione, dall’insufficiente motivazione all’assenza degli estremi del nome del responsabile del procedimento, dal vizio di notifica alla mancata conservazione delle ricevute di ritorno: i vizi che affliggono e rendono nulle le cartelle esattoriali sono sempre numerosi. E se anche è possibile contestare una cartella solo per vizi propri, i ricorsi alla Commissione tributaria sono sempre numerosi.

In questo articolo abbiamo raccolto tutte le più importanti e recenti sentenze della Cassazione in tema di nullità delle cartelle di pagamento. Oltre a riportare le relative massime nell’apposito box posto alla fine della pagina, cercheremo anche di spiegarne sinteticamente e in modo semplice il significato. Quali sono i motivi di impugnazione che il contribuente può sollevare e cosa si può fare per far cancellare il debito con fisco? Ecco cosa ne pensano i giudici.

Cartella di pagamento e motivazione

L’obbligo di motivazione della cartella può considerarsi soddisfatto a seconda che la cartella sia emessa a seguito di altro atto o sentenza o di diretta iscrizione a ruolo a seguito di controllo della dichiarazione:

  • a seguito di altro atto, è sufficiente il rinvio a tale atto costituente il presupposto dell’imposizione, con indicazione dei relativi estremi di notificazione o di pubblicazione [14];
  • a seguito di sentenza, è sufficiente l’indicazione della sentenza senza necessità di indicare l’atto impositivo originario [15];
  • in caso di diretta iscrizione a ruolo dei tributi a seguito di controllo formale, è sufficiente l’indicazione della natura del tributo recuperato, del periodo d’imposta, dell’imponibile e dell’aliquota applicata con il richiamo alla dichiarazione presentata dal contribuente [16].

Se per la cartella di pagamento la motivazione è un elemento essenziale, poiché senza di essa o in caso di insufficienza, la cartella è nulla, per il successivo avviso di intimazione ad adempiere è sufficiente che la motivazione faccia riferimento alla cartella in precedenza notificata [1].

Proprio a riguardo è bene ricordare che, se intende avviare un pignoramento, l’Agente della Riscossione non può far decorrere più di un anno dalla notifica della cartella. Dopo tale termine, infatti, è necessario inviare un nuovo sollecito detto appunto intimazione di pagamento che, a differenza della cartella, ha un’efficacia di soli 180 giorni (anche in questo caso, alla scadenza, sarà necessaria una ulteriore notifica).

Cartella di pagamento notificata con Pec

Si è parlato molto, in giurisprudenza, del nuovo metodo di notifica delle cartelle di pagamento con la posta elettronica certificata. In questi casi, alla pec viene allegato il documento vero e proprio che è, sebbene in forma telematica, il corrispondente della vecchia cartella fisica. Il punto però è che, secondo alcuni giudici, questo file non può essere in formato pdf in quanto esso sarebbe facilmente alterabile e, dunque, corrisponderebbe alla vecchia fotocopia. La genuinità può essere garantita solo dalla firma digitale e, pertanto, il formato dell’allegato dovrebbe essere quello p7m. Su tale tesi, sancita da numerosi tribunali, non tutti però sono d’accordo e la Cassazione non si è ancora espressa. Di recente, a fornire una interpretazione pro-fisco, favorevole quindi alla validità della pec con il pdf, è stata la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [2].

Impugnazione dell’estratto di ruolo

La legge assegna termini ben precisi per impugnare le cartelle di pagamento: 60 giorni per quelle relative a imposte, 30 per quelle che riguardano multe, 40 per quelle relative a contributi previdenziali e assistenziali. Tuttavia, se il contribuente non ha mai ricevuto la cartella (probabilmente per qualche vizio di notifica) e la prima volta che si accorge dell’esistenza della stessa è dalla stampa di un estratto di ruolo può impugnare quest’ultimo atto (secondo alcuni tribunali anche in tal caso entro 60 giorni dalla consegna dell’estratto). In questo modo può chiedere la cancellazione del debito dalla sua posizione non avendo mai ricevuto l’atto originario [3].

Contenuto della cartella

Il ruolo formato dall’ente creditore e riportato nella cartella di pagamento, deve contenere le seguenti indicazioni:

a) l’ente creditore;

b) la specie del ruolo (ordinario o straordinario, definitivo o provvisorio);

c) il codice fiscale e i dati anagrafici dei debitori;

d) il codice di ogni componente del credito (imposta, sanzioni, interessi ed altre spese);

e) il codice dell’ambito;

f) l’anno o il periodo di riferimento del credito;

g) l’importo di ogni articolo di ruolo;

h) il totale degli importi iscritti nel ruolo;

i) il numero delle rate in cui il ruolo deve essere riscosso, l’importo di ciascuna di esse e la cadenza delle stesse;

l) la data in cui diviene esecutivo e di consegna all’Esattore;

m) l’indicazione sintetica degli elementi che giustificano l’iscrizione ed in particolare, nel caso di iscrizione conseguente ad un atto precedentemente notificato, devono essere indicati gli estremi dell’atto e la data di notifica.

Tutti detti elementi, ad eccezione della data di consegna all’Agente della Riscossione, devono essere indicati nella cartella.

Il ruolo è sottoscritto, anche mediante firma elettronica, dal titolare dell’ufficio o da un suo delegato. Con la sottoscrizione il ruolo diviene esecutivo e l’Agenzia Entrate lo consegna in via telematica o cartacea all’Esattore competente il quale procede all’emissione ed alla notifica della cartella.

Il ruolo rappresenta quindi il credito che l’Agenzia Entrate intende far valere e dunque la pretesa impositiva (mentre la cartella di pagamento è solo lo strumento tramite il quale è portato a conoscenza del contribuente) ed è pertanto possibile oggetto di impugnazione.

 Termini di prescrizione

Le cartelle hanno termini di prescrizione variabili a seconda del tipo di debito in esse riportato. Come abbiamo già spiegato in Prescrizione della cartella esattoriale non impugnata, la Cassazione ha detto [4] che questo termine non muta una volta decorsi i 60 giorni per l’impugnazione. In altre parole, una volta divenuta definitiva, la cartella non è come una sentenza che si prescrive sempre in 10 anni. Pertanto i termini di prescrizione andranno dai 10 anni previsti solo per le imposte erariali ai 5 per quelle locali e per le contravvenzioni, per finire ai 3 anni per il bollo auto. Tale del resto è stato l’importante chiarimento fornito dalle Sezioni Unite nel 2016 [5].

Doppia impugnazione

Si può impugnare una intimazione di pagamento dopo aver prima perso l’impugnazione contro la cartella? A detta della Cassazione parrebbe di sì: non c’è infatti alcuna violazione del giudicato se i motivi di ricorso sono differenti [6].

Contenuto della cartella

In tema di riscossione delle imposte sui redditi per la validità del ruolo e della cartella esattoriale non è indispensabile l’indicazione degli estremi identificativi o della data di notifica dell’accertamento fiscale precedentemente emesso, al quale detti atti facciano riferimento: è sufficiente l’indicazione di circostanze univoche che consentano l’individuazione di quell’atto, al fine di tutelare il diritto di difesa del contribuente rispetto alla verifica della procedura di riscossione promossa nei suoi confronti [7].

Conservazione delle ricevute delle cartelle

Il contribuente che voglia presentare un accesso agli atti per verificare la corretta notifica della cartella ha tempo fino a cinque anni dalla cartella stessa [8]. Questo però non significa che l’Agente della riscossione possa serenamente cestinare tali documenti. Difatti, se il cittadino dovesse promuovere un ricorso contro le cartelle deducendo di non averle mai ricevute, è solo con l’allegazione di tali attestazioni che l’Esattore può far valere la sua pretesa. Diversamente la cartella deve essere annullata.

Come chiarito dalla Cassazione, Agenzia Entrate Riscossione è tenuta a conservare ben oltre i cinque anni i documenti che attestano la notifica della cartella di pagamento, come la relata o la ricevuta di ritorno della raccomandata.

Infatti, ha spiegato a chiare lettere il Collegio di legittimità, grava sul concessionario della riscossione l’onere di provare la regolare notificazione della cartella di pagamento posta a base dell’iscrizione contestata. Tale onere deve essere assolto mediante produzione in giudizio della relata di notificazione, ovvero dell’avviso di ricevimento della raccomandata postale, essendo esclusa la possibilità di ricorrere a documenti equipollenti, quali, a esempio, registri o archivi informatici dell’Amministrazione finanziaria o attestazioni dell’ufficio postale. In assenza di tali produzioni, l’onere probatorio posto a carico del concessionario non risulta assolto. Né quest’ultimo può fondatamente avvalersi del disposto di cui all’art. 26 del d.P.R. n. 602 del 1973, secondo cui il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento, e ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’Amministrazione finanziaria: tale norma, infatti, non enuclea un’ipotesi di esenzione, oltre il quinquennio, dall’onere della prova a vantaggio del concessionario, limitandosi a stabilire che quest’ultimo conservi la prova documentale della cartella notificata a soli fini di esibizione al contribuente o all’Amministrazione.

Consegna della cartella solo al commercialista

A detta della Cassazione [9] è nulla la cartella di pagamento se le irregolarità in dichiarazione sono comunicate solo al commercialista. Nella procedura di liquidazione automatica gli errori rilevanti devono essere contestati direttamente al contribuente.

Quando dai controlli emerga un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione, ovvero una imposta o una maggiore imposta, qualora le incertezze non riguardino aspetti rilevanti della dichiarazione, sussiste l’obbligo di invio della comunicazione di irregolarità al contribuente. Lo Statuto del contribuente recita infatti che «Prima di procedere alle iscrizioni a ruolo derivanti dalla liquidazione di tributi risultanti da dichiarazioni, qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, l’amministrazione finanziaria deve invitare il contribuente, a mezzo del servizio postale o con mezzi telematici, a fornire i chiarimenti necessari o a produrre i documenti mancanti entro un termine congruo e comunque non inferiore a trenta giorni dalla ricezione della richiesta».

Per altro verso è valida la notifica della cartella di pagamento alla colf o comunque alla addetta alla casa del contribuente anche se non identificata. In mancanza della presentazione di querela di falso, infatti, non è possibile confutare quanto attestato dall’ufficiale giudiziario. Né può avere alcun rilievo, per dimostrare l’inesistenza di un rapporto stabile con il contribuente, la produzione di un certificato anagrafico o di famiglia [9]. Né rileva la mancata indicazione del rapporto tra la persona cui è fatta la consegna e il destinatario della notificazione, con la conseguenza che l’ufficiale giudiziario non ha l’obbligo di fare ricerche in ordine al rapporto di dipendenza tra la persona che si qualifica addetta alla casa e il destinatario dell’atto, dovendo affidarsi alle dichiarazioni che gli vengono rese.

Allo stesso modo, ha concluso la Cassazione, è irrilevante la produzione in giudizio di un certificato di famiglia per dimostrare che non esiste alcun collegamento tra la contribuente e la persona che ha ritirato il plico. Infatti la certificazione dello stato integrale di famiglia non prova l’assenza della qualità di addetta alla casa e lo stesso vale per l’eventuale certificazione anagrafica.

È infine valida la notifica della cartella di pagamento fatta a mezzo raccomandata e ricevuta dal portiere. Non è infatti necessaria una seconda comunicazione [10].

La rateizzazione o il pagamento sono ammissione di debito?

Stabilire se il pagamento di una cartella esattoriale o la richiesta di rateazione possono essere considerati atti di ammissione del debito è importante perché da ciò dipende la possibilità di un successivo ricorso. Chi ammette il debito infatti non può presentare impugnazione. Ebbene, se per i debiti tra privati il pagamento è accettazione del debito stesso e quindi non consente più contestazioni, ciò non avviene con le cartelle esattoriali dove il contribuente può ottemperare alla richiesta di versamento delle imposte solo per evitare danni superiori come il pignoramento. Quindi è ben possibile pagare la cartella e poi presentare ricorso.

Secondo la Cassazione [11], anche la richiesta di rateizzazione (o, più correttamente, “rateazione”) non è ammissione di debito, non è cioè «acquiescenza». Il che significa che, anche dopo aver presentato l’istanza all’ufficio di Agenzia Entrate Riscossione, il contribuente può ugualmente fare ricorso e impugnare le cartelle esattoriali. E le può impugnare per qualsiasi ragione, anche per prescrizione. Prescrizione però che deve essersi compiuta prima della domanda di rateazione. Quella successiva invece non può più essere fatta valere.

Così, tanto per esemplificare, se il contribuente prima presenta una domanda di rateazione e dopo si accorge che alcune delle cartelle rateizzate erano prescritte, può ugualmente far ricorso al tribunale per farsele annullare e così ridurre la rateazione alle residue cartelle che invece sono dovute.

La ragione di tale orientamento è abbastanza comprensibile: bisogna dare al contribuente la possibilità di chiedere subito la rateazione per evitare problemi peggiori come, ad esempio, il pignoramento, il fermo amministrativo e l’ipoteca.

Che succede però se la prescrizione, non ancora compiuta al momento della presentazione dell’istanza di dilazione, si compie in un momento successivo, ossia a rateazione in corso? Pur non essendo stato chiarito dalla giurisprudenza, a nostro avviso non è possibile presentare ricorso in quanto, se così fosse, la dilazione agevolerebbe la possibilità di intenti fraudolenti per chi sta aspettando che si compia la prescrizione e, nel frattempo, non vuole subire azioni esecutive.

Impugnazione nel merito della cartella 

L’impugnazione nel merito della cartella di pagamento (e quindi per motivi attinenti alla pretesa fiscale con essa fatta valere) è ammessa quando la cartella è il primo atto impositivo impugnabile; quando invece la cartella è emessa a seguito ad un avviso di accertamento, costituisce soltanto una intimazione di pagamento della somma dovuta in forza dell’avviso e non costituisce un nuovo ed autonomo atto impositivo, con la conseguenza che è sindacabile solo per vizi propri, con esclusione di qualsiasi questione attinente alla legittimità dell’accertamento [12].

In tutti gli altri casi la cartella si può contestare solo per vizi propri, attinenti cioè alla sua formazione.

Responsabile del procedimento

La cartella deve contenere, a pena di nullità, l’indicazione sia del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo che il responsabile del procedimento di emissione e notificazione della cartella (indicato nello spazio per le comunicazioni dell’Esattore) che sono differenti in quanto l’iscrizione è effettuata dall’ente creditore mentre la cartella è formata e notificata dall’Agente della riscossione.

Per le cartelle portanti ruoli consegnati all’AdR fino al 1° giugno 2008, l’omessa indicazione del responsabile del procedimento non ne comporta la nullità [13].