Pensione, come si rivalutano stipendi e contributi

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Calcolo retributivo e contributivo della pensione: coefficienti di rivalutazione, di capitalizzazione, di trasformazione.

Perché il calcolo retributivo conviene di più del contributivo? Come sono rivalutati i vecchi stipendi e i vecchi redditi? Come sono rivalutati i contributi, e come si trasformano in assegno di pensione? Tutte queste domande ci incuriosiscono molto, anche se i meccanismi che stanno alla base del calcolo pensione non sono semplici da capire, soprattutto per i non addetti ai lavori. Ciò che appare evidente, in particolar modo negli ultimi anni, è che gli assegni dell’Inps stanno diventando sempre più poveri: questo dipende non soltanto dal sistema utilizzato per quantificare le rendite, che dal 2012 è contributivo per tutti, ma anche dalle rivalutazioni dei redditi e dei contributi e dai coefficienti utilizzati, che nel tempo si abbassano. Cerchiamo allora di comprendere, per grandi linee, i sistemi di calcolo utilizzati per determinare i trattamenti Inps delle principali categorie di lavoratori e, in particolare, come si rivaluta la pensione.

Come si calcola la pensione

Per capire, in merito alla pensione, come si rivaluta, dobbiamo prima comprendere quali sono i sistemi di calcolo che possono essere utilizzati.

Nel dettaglio, i sistemi di calcolo della pensione sono:

  • il calcolo retributivo, che si basa sui redditi più alti, o migliori (a seconda della gestione previdenziale di appartenenza);
  • il calcolo contributivo, che si basa sui contributi accreditati e sull’età pensionabile,
  • il calcolo misto, che comprende entrambi i sistemi.

Chi possiede almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011, poi al calcolo contributivo dal 2012. Chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 1995, poi dal 1996 al calcolo contributivo (può però optare per il calcolo integralmente contributivo). Chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al solo calcolo contributivo.

Come funziona il calcolo retributivo della pensione

Il sistema di calcolo retributivo è basato sugli ultimi stipendi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute:
    • al 31 dicembre 2011 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995;
    • al 31 dicembre 1995 per chi possiede almeno 18 anni al 31 dicembre 1995.

Come si calcola la quota A di pensione retributiva Inps

In particolare, per il calcolo della quota A si deve procedere in questo modo, per la generalità delle gestioni Inps (ad esempio per i dipendenti del settore privato):

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria; in pratica, gli stipendi degli ultimi 5 anni precedenti alla pensione vanno rivalutati singolarmente (anno per anno) secondo un apposito indice;
  • gli stipendi rivalutati vanno poi sommati;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo, nel caso in cui le annualità precedenti al 31 dicembre 1992 siano meno di 5): si ottiene così la retribuzione media settimanale (rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (se questa supera determinati tetti, l’aliquota di rendimento si abbassa);
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Come si calcola la quota B di pensione retributiva Inps

Il calcolo della quota B si effettua invece in questo modo:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (R.M.S.);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011, o dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995, e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale (i tetti di retribuzione sono gli stessi utilizzati per la quota A);
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione.

In alcune gestioni particolari si utilizza un metodo di calcolo retributivo differente, ad esempio nell’Enpals (lavoratori sport e spettacolo) o nell’ex Inpdap (dipendenti pubblici).

Come si rivalutano gli stipendi nella quota retributiva di pensione

Come abbiamo osservato, col calcolo retributivo della pensione gli ultimi stipendi, o redditi, si rivalutano in questo modo:

  • nella quota A la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • nella quota B la rivalutazione avviene secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione.

Tabella coefficienti di rivalutazione pensione retributiva

Vediamo, nella tabella seguente, i coefficienti di rivalutazione che devono essere utilizzati per chi si pensiona nel 2018, resi noti di recente dall’Inps [1].

Anno Coefficiente quota A Coefficiente quota B
2018 1 1
2017 1 1
2016 1,011 1,0211
2015 1,011 1,0312
2014 1,011 1,0413
2013 1,013 1,0534
2012 1,0241 1,0756
2011 1,0555 1,1186
2010 1,0838 1,1597
2009 1,101 1,1887
2008 1,1091 1,2086
2007 1,1445 1,2591
2006 1,1647 1,2924
2005 1,1879 1,3301
2004 1,2081 1,3648
2003 1,2314 1,4043
2002 1,2617 1,4514
2001 1,2931 1,4997
2000 1,3274 1,5531

Il coefficiente di rivalutazione incrementa lo stipendio utile a determinare la retribuzione pensionabile. Se, ad esempio, lo stipendio del lavoratore che si pensiona nel 2018, nel 2015, risulta pari a 30mila euro, questo diventerà pari a:

  • 30.000 x 1,011= 30.330 euro ai fini della quota A;
  • 30.000 x 1,0312= 30.936 euro ai fini della quota B.

Come funziona il calcolo contributivo della pensione

Sono molto più leggere, invece, le rivalutazioni dei contributi, per quanto concerne il calcolo contributivo della pensione. Il calcolo contributivo, come abbiamo detto, non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995 (valida solo per chi ha optato per il calcolo interamente contributivo, oppure per il computo o per la totalizzazione);
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Per determinare la Quota A della pensione, in caso di opzione per il sistema contributivo, computo o totalizzazione, il procedimento è più complicato.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo:

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Il procedimento può cambiare a seconda della particolare gestione previdenziale in cui si possiedono i contributi.

Come si rivalutano i contributi nella quota contributiva di pensione

Come già esposto, i contributi accantonati sono rivalutati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno. A causa del perdurare della crisi economica che colpisce il nostro Paese, i tassi di capitalizzazione dei contributi sono piuttosto bassi.

Osserviamoli nella presente tabella:

Anno Tasso di capitalizzazione Rivalutazione Montante al
2018 1,005205 31.12.2016
2017 1,004684 31.12.2015
2016 1,005058 31.12.2014
2015 1 31.12.2013
2014 1,001643 31.12.2012
2013 1,011344 31.12.2011
2012 1,016165 31.12.2010
2011 1,017935 31.12.2009
2010 1,033201 31.12.2008

In base a quanto emerge dalla tabella, il capitale depositato presso l’Inps ha dei rendimenti molto bassi, che hanno toccato il fondo relativamente all’anno 2015 (nessuna rivalutazione del capitale maturato al 31 dicembre 2013), e che stentano a riprendersi.

Come funzionano i coefficienti di trasformazione nella quota contributiva di pensione

La pensione contributiva, tuttavia, appare piuttosto bassa non soltanto per la scarsità del rendimento del capitale, ma soprattutto a causa dei coefficienti di trasformazione.

Questi convertono in assegno di pensione il montante contributivo rivalutato, cioè, come già spiegato, la somma dei contributi rivalutati. Per cui se, ad esempio, il lavoratore ha un montante contributivo di 200mila euro, ed il coefficiente è pari a 5, la pensione dovrà essere calcolata in questo modo: 200.000 x 5%=10.000

Per ottenere la pensione lorda mensile, dovrò dividere l’importo ottenuto per 13, quindi 10.000:13=769,23.

Quali sono i coefficienti di trasformazione della quota contributiva di pensione

Compresi bene questi passaggi, appare evidente che, più è basso il coefficiente di trasformazione, più si abbassa la pensione. L’innalzamento dell’età pensionabile determina l’aumento dei coefficienti di trasformazione, che aumentano con l’età: ecco allora perché, in concomitanza con l’aumento dell’età pensionabile, è stato deciso di diminuire i coefficienti.

Ma quali sono i nuovi coefficienti di trasformazione 2019 e di quanto si abbassano?

Vediamolo subito nella seguente tabella, che ci mostra anche come sono peggiorati i coefficienti nel tempo.

Età
Coefficienti di trasformazione vigente sino al 2015
Coefficienti di trasformazione dal 2016 al 2018
Coefficienti di trasformazione dal 2019
57 4,304% 4,246% 4,2%
58 4,416% 4,354% 4,304%
59 4,535 % 4,468% 4,414%
60 4,661% 4,589% 4,532%
61 4,796 % 4,719% 4,657%
62 4,94 % 4,856% 4,79%
63 5,094 % 5,002% 4,932%
64 5,259 % 5,159% 5,083%
65 5,435 % 5,326% 5,245%
66 5,624 % 5,506% 5,419%
67 5,826 % 5,700% 5,604%
68 6,046 % 5,910% 5,804%
69 6,283 % 6,135% 6,021&
70 6,541 % 6,378% 6,257%

Come si calcola il coefficiente di trasformazione

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde ad un anno esatto (ad esempio, 57 anni e 7 mesi), devono essere aggiunte al coefficiente le relative frazioni di anno.

Ad esempio, per calcolare il coefficiente di trasformazione di un lavoratore con decorrenza della pensione a 58 anni e 8 mesi di età, dovremmo svolgere le seguenti operazioni:

  • 4,414 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 59 anni dal 2018) – 4,304 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 58 anni)= 0,11.
  • dobbiamo poi dividere il risultato per 12 mesi, ottenendo 0,0091666 circa. Moltiplicheremo il nuovo risultato per 8 mesi, ed otterremo 0,073, arrotondando;
  • a questo punto, dobbiamo sommare questa cifra al coefficiente per chi si pensiona a 58 anni, arrivando così al coefficiente corretto per chi si pensiona a 58 anni ed 8 mesi, cioè 4,377;
  • per trasformare il montante contributivo in pensione, come già osservato, dobbiamo applicare questo coefficiente, come percentuale, al montante rivalutato: dividendo il risultato per 13, si arriva alla pensione mensile.

È chiaro che, più basso è il coefficiente, più esigua sarà la pensione: dalla tabella, abbiamo visto che i coefficienti di trasformazione del 2019 sono notevolmente ridotti, rispetto a quelli del triennio 2016-2018, con corrispondenti riduzioni dell’assegno, e disparità di trattamento anche elevate da un anno all’altro. A loro volta, i coefficienti del triennio 2016-2018 sono stati ridotti rispetto ai coefficienti precedentemente vigenti, e così via, con un peggioramento continuo che va di pari passo con l’innalzamento dell’età pensionabile.

Difficile invertire questo meccanismo: è chiaro soltanto che, se la ripresa tarderà ad arrivare, le pensioni potrebbero dare rendimenti ancora più bassi.

Casa con ipoteca della banca: si può donare o vendere?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il trasferimento dell’immobile prima dell’estinzione del mutuo bancario è possibile ma il notaio può essere responsabile se non informa l’acquirente o il donatario. La presenza dell’ipoteca può essere conosciuta tramite una visura ipocatastale.

Qualche anno fa hai acquistato una casa grazie a un mutuo concessoti dalla banca a fronte del quale è stata iscritta un’ipoteca sull’immobile stesso. Fino ad oggi hai pagato regolarmente tutte le rate del prestito senza mai ritardare di un solo giorno. Tuttavia per estinguere il mutuo ci vorranno ancora diversi anni; ciò ti fa temere che, nel frattempo, tu possa venire a mancare e, per qualche ragione, i tuoi eredi possano litigarsi per la divisione del tuo patrimonio. È così tua intenzione iniziare a ripartire i beni di cui sei proprietario tra i tuoi figli in modo che tutto sia già stabilito per il giorno in cui morirai. Senonché ti chiedi se la casa con ipoteca della banca si può donare: quali sono gli eventuali vincoli da rispettare, se il creditore ipotecario potrebbe opporre qualche contestazione e, nel caso in cui ciò sia possibile, come procedere concretamente. È di ciò che parleremo in questo articolo. Ti spiegheremo, in particolare, come funziona l’ipoteca, a cosa serve e quanto tempo dura. Dopodiché risponderemo a due precise domande: la casa con l’ipoteca si può vendere? e, inoltre, la casa con ipoteca sia può donare? Procediamo quindi con ordine.

Ipoteca: a cosa serve?

Quando si parla di ipoteca, gli avvocati rispondono tutti allo stesso modo: si tratta di una garanzia reale. Ma cosa significa questo termine? Significa che il creditore titolare dell’ipoteca viene garantito nel caso in cui il bene ipotecato (di solito un immobile) venga ceduto a terzi, sia che si tratti di vendita o di donazione. La garanzia consiste in questo: se il debitore dovesse smettere di pagare le somme dovute, il creditore potrebbe ugualmente pignorare l’immobile nonostante il passaggio di proprietà. Non importa dunque che la casa non appartenga più al debitore: essa può ugualmente essere sottoposta all’asta, in pregiudizio dei diritti acquisiti dal nuovo titolare. 

Ci si può chiedere: ma perché pregiudicare il terzo, acquirente o donatario, per un debito che non è proprio e di cui potrebbe non essere a conoscenza? In verità, il terzo è messo nelle condizioni di sapere se il bene è ipotecato o meno: difatti, l’ipoteca risulta nei registri immobiliari ed è possibile prenderne conoscenza, prima ancora del rogito notarile, chiedendo una visura ipocatastale. Anzi, dovrebbe essere lo stesso notaio a fare questa verifica e a informare l’acquirente e, se non lo fa, è personalmente responsabile.

L’ipoteca ha anche una seconda funzione: quella di garantire il creditore di soddisfarsi per primo, rispetto ad altri eventuali creditori dello stesso soggetto, sul ricavato della vendita del bene. Il che vuol dire che se la casa dovesse andare all’asta, il prezzo di aggiudicazione finirebbe prima alla banca, in quanto titolare di ipoteca di primo grado, e poi sarebbe ripartito tra tutti gli altri creditori chirografari. Se c’è un’ipoteca di secondo grado, si soddisfa quest’ultima e così via.

Come funziona l’ipoteca?

Se sei stato in banca e hai chiesto un mutuo ipotecario saprai già che l’iscrizione dell’ipoteca avviene a cura dell’istituto di credito stesso. A estinzione del debito, è la banca a dover cancellare l’ipoteca, ma se non lo fa, il debitore può procedere autonomamente con una procedura ad hoc. Leggi a riguardo Mutui: cancellare l’ipoteca dopo il pagamento alla banca.

Quanto dura un’ipoteca?

L’ipoteca dura 20 anni dalla sua iscrizione. Il creditore, prima della scadenza, può rinnovarla. Se lo fa, l’ipoteca si rinnova con lo stesso grado. Diversamente scade e bisognerà iscriverne una seconda che però farà salvi i diritti di eventuali creditori che abbiano iscritto un’ipoteca di grado inferiore (che quindi saliranno di grado).

Se il creditore non rinnova l’ipoteca allo scadere del ventesimo anno, il bene è definitivamente libero dal vincolo.

Immobile con ipoteca per il mutuo: la banca si può opporre alla vendita o alla donazione?

Il fatto che su una casa ci sia un’ipoteca non ne impedisce la possibilità di trasferire il bene a un altro soggetto a titolo di vendita o di donazione. Come detto, infatti, l’ipoteca non risente dei passaggi di proprietà, potendo il creditore agire sul bene a prescindere da chi ne sia l’intestatario. «L’ipoteca segue il bene» si usa dire per descrivere questo fenomeno. Dunque per la banca è assolutamente indifferente che la casa sia del mutuatario, del figlio o di un perfetto sconosciuto: essa potrà ugualmente sottoporla a vendita forzata se il suo credito non viene restituito. Ne consegue che la banca non può vietare la vendita o la donazione dell’immobile ipotecato. Il notaio comunque è tenuto a darne informazione al nuovo titolare, così come l’atto di vendita o di donazione deve riferire dell’esistenza dell’ipoteca.

Se è vero che tale trasferimento non può nuocere i diritti della banca è tuttavia vero, dall’altro lato, che può ledere i diritti dell’acquirente nell’ipotesi che l’intestatario del mutuo non rispetti le scadenze di pagamento delle rate. Questo perché il donatario o l’acquirente dell’immobile acquista la proprietà del bene nello stato di fatto e di diritto in cui si trova, e dunque gravato da una garanzia reale. In altri termini: laddove il mutuatario venditore o donante si rendesse inadempiente nei confronti della banca, l’acquirente o donatario non potrebbe eccepire che l’immobile è ormai di sua proprietà, ovvero di proprietà di un soggetto non debitore nei confronti dell’istituto di credito, atteso che quest’ultimo conserva il diritto, per tutelare il proprio credito, di intraprendere un’esecuzione forzata avente ad oggetto l’immobile medesimo, indipendentemente da soggetto che risulta proprietario.

Casa con ipoteca: la vendita è valida?

Da quanto sin qui detto è possibile vendere la casa con l’ipoteca, anche senza comunicarlo prima alla banca. È necessario però informare l’acquirente. Non importa che questi possa prendere conoscenza dell’ipoteca tramite una visura: l’informazione è un obbligo che ricade sia sul venditore che sul notaio delegato al rogito.

Casa con ipoteca: la donazione è valida?

Anche la donazione segue le stesse regole della vendita, essendo considerata un contratto (è infatti richiesto sempre il consenso del donatario).

Intervista tv: ci vuole il consenso scritto?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Televisione

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Necessaria la liberatoria quando l’intervista ha ad oggetto informazioni sulla vita privata del soggetto intervistato.

Immagina di trovare, per strada, una intervistatrice accompagnata da un cameraman. I due stanno fermando i passanti per delle domande sulla loro quotidianità. La donna blocca anche te e, a telecamera spenta, ti chiede se sei disponibile a un breve colloquio da trasmettere su una televisione locale: ti porrà qualche interrogativo sulla tua giornata-tipo, per una rubrica di costume e società. Accetti di buon grado, anche perché il contatto con il video non ti ha mai creato soggezione. L’intervista riguarda la vita dei giovani e il loro rapporto con i coetanei, le discoteche e il mondo dell’istruzione. La giornalista, confortata dalla tua spigliatezza, si spinge in domande sempre più personali fino a coinvolgere questioni relative alla tua vita privata e personale: ti chiede, ad esempio, se hai rapporti occasionali con ragazze e se usi il preservativo, se sei cattolico e vai a messa, se sei in regola con gli esami o hai iniziato un lavoro, se sei mai stato licenziato. Tutte queste domande ti spiazzano e l’iniziale spavalderia lascia il passo a un atteggiamento più modesto e impacciato. La tua immagine ne viene snaturata. Finita l’intervista, la donna se ne va velocemente lasciandoti interdetto e ancora frastornato. Speri che il servizio non venga visto almeno dai tuoi amici, ma succede l’esatto contrario: in breve tutti sanno un bel po’ di cose sul tuo conto. Impossibile non prendersela con i titolari della televisione che hanno esorbitato i limiti della conversazione, inizialmente prospettata, verso tematiche coperte da privacy. Proprio allora ti ricordi che non ti è mai stata fatta firmare una liberatoria. Così ti chiedi se per l’intervista tv ci vuole il consenso scritto. La risposta è stata fornita dalla Cassazione proprio in questi giorni [1]. Ecco cosa è stato detto in tale occasione.

La diffusione dell’immagine in televisione

In base alla legge sul diritto d’autore, la diffusione dell’immagine in televisione – o attraverso qualsiasi altra forma di pubblicazione – richiede sempre il consenso del soggetto ripreso, a meno che non si tratti di persone famose o ritratte in occasione di manifestazioni, comizi, cerimonie, feste di interesse pubblico o svoltesi in pubblico [2] (in questi casi non c’è bisogno di alcuna preventiva o successiva autorizzazione, salvo che detta pubblicazione non si risolva in una lesione della dignità di una persona). 

Detto consenso, che quindi è obbligatorio, può essere fornito – sostiene la Cassazione – anche in modo tacito ed implicito [3]. È proprio il caso di chi accetta di rispondere a un’intervista: il suo comportamento è indice di una chiara volontà di esporre la propria immagine al pubblico e certo non si può dire che non sia intuibile la successiva pubblicazione dell’intervista.

Quindi, se l’intervista viene preceduta da una chiaro comportamento dell’intervistato che denuncia la sua volontà di sottoporsi alla telecamera e alla diffusione del proprio volto,  la pubblicazione è legittima anche senza una liberatoria scritta. Non sarebbe lecito invece pubblicare l’immagine di una persona che, dinanzi alla telecamera, scappi via dichiarando di non voler rispondere. In tal caso il consenso dell’intervistato non può essere considerato neanche implicito.

Se l’intervista tv ha ad oggetto questioni private

Diversa però è la soluzione se l’intervista verte, anche solo in parte, su temi privati e sensibili come quelli afferenti alla sfera sessuale. Qui non è più in gioco il rispetto dell’immagine, come tutelata dalla legge sul diritto d’autore, ma dalla normativa sulla privacy [4]. Ebbene, secondo la disciplina sulla telata dei dati personali, il trattamento di tali informazioni richiede sempre il consenso dell’interessato, che deve essere espresso in forma specifica, previa informativa: deve essere documentato e reso per iscritto, con riferimento ai dati personali idonei a rilevare lo stato di salute e la vita sessuale. Insomma, tutte le volte in cui sono in gioco aspetti della vita privata di una persona e attinenti ai cosiddetti “dati sensibili” (la sessualità, le convinzioni religiose, filosofiche o politiche, lo stato di salute e la vita sessuale, l’origine razziale ed etnica, adesione a partiti, sindacati, associazioni o organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale) è necessaria quella che viene chiamata liberatoria. Si tratta di un consenso manifestato in forma scritta e firmato dall’interessato, che può essere prestato anche dopo l’intervista, purché in modo consapevole. In tali casi, l’autorizzazione alla pubblicazione del video non può essere desunta dal comportamento dell’intervistato che ha accettato di rispondere alle domande, neanche se la telecamera ha registrato il suo preventivo sì. Il consenso orale, insomma, è nullo.  

Se il giudice non ha liquidato le spese di lite: che fare?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La sentenza condanna la parte soccombente a pagare le spese di lite ma queste non vengono quantificate: appello o correzione errore materiale? La risposta delle Sezioni Unite.

Nella motivazione della sentenza il giudice esprime la condanna alle spese della parte soccombente, ma nel dispositivo non si pronuncia sull’ammontare: come contestare l’omissione? Appello o istanza di correzione?

Le Sezioni Unite della Cassazione [1] forniscono la risposta definitiva circa lo strumento processuale da utilizzare qualora il giudice abbia condannato la parte soccombente al pagamento delle spese di lite, ma non le abbia quantificate nel dispositivo.

Secondo i giudici non è necessario impugnare la sentenza dato che la quantificazione delle spese di lite non attiene al merito della decisione, ma è un aspetto tecnico- esecutivo, da effettuare secondo i parametri di legge. Ne deriva che lo strumento processuale da adottare per ottenere la quantificazione delle spese di lite è rappresentato non dall’appello ma dal procedimento di correzione degli errori materiali.

Tale risposta risulta certamente di conforto in quanto consente di escludere l’instaurazione di giudizi di appello (che inflazionerebbero i tribunali) e di ottenere in tempi brevi e con un procedimento rapido e snello la liquidazione delle spese di lite.

Omessa liquidazione spese di lite: errore materiale

Secondo i giudici si può affermare che la liquidazione delle spese processuali ha natura accessoria nell’economia della decisione, non incidendo sul contenuto sostanziale della stessa, in quanto totalmente estranea al merito del giudizio, se non per il rilievo della soccombenza. Essa è necessaria e obbligatoria, in quanto espressamente prevista dalla legge; il giudice, con la sentenza che chiude il processo, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese in favore dell’altra e ne liquida l’ammontare. La pronuncia sulla condanna alle spese, con relativa quantificazione, è quindi obbligatoria, tanto che il giudice deve emetterla d’ufficio, a prescindere dall’esplicita richiesta della parte vittoriosa.

L’attività di liquidazione delle spese processuali consiste in uno svolgimento di un’operazione tecnico esecutiva da realizzare sulla scorta dei presupposti e parametri oggettivi fissati dalla legge e, nei limiti quantitativi in essa previsti; quindi la liquidazione vera e propria è un’attività di carattere materiale volta a completare la decisione.

Di conseguenza, una volta che nella motivazione della sentenza il giudice abbia provveduto col porre le spese a carico della parte soccombente, l’omissione degli importi deve essere integrata con il procedimento di correzione degli errori materiali.

Omessa liquidazione spese di lite: principio di diritto

La Cassazione a Sezioni Unite ha quindi affermato il seguente principio di diritto: <<a fronte della mancata liquidazione delle spese nel dispositivo della sentenza, sebbene in parte motiva il giudice abbia espresso la propria volontà di porle a carico della parte soccombente, la parte interessata deve fare ricorso alla procedura di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e ss c.p.c. per ottenerne la quantificazione>>.

Procedimento correzione errore materiale sentenza

La sentenza che non contenga la quantificazione delle spese di lite può essere corretta con il procedimento di correzione materiale. La relativa istanza deve essere presentata allo stesso giudice che ha emesso la sentenza.

Se tutte le parti concordano nel chiedere la stessa correzione, il giudice provvede con decreto.

Se l’istanza è presentata solo da una delle parti, il giudice, con decreto da notificarsi insieme col ricorso, fissa l’udienza di comparizione delle parti. Sull’istanza il giudice provvede con ordinanza, che deve essere annotata sull’originale del provvedimento.

Se è chiesta la correzione di una sentenza dopo un anno dalla pubblicazione, il ricorso e il decreto devono essere notificati alle altre parti personalmente.

Le sentenze possono essere impugnate relativamente alle parti corrette nel termine ordinario decorrente dal giorno in cui è stata notificata l’ordinanza di correzione.

Pignoramento del conto corrente condominiale: come funziona

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Possibile il pignoramento del conto corrente del condominio anche se la legge impone di agire prima nei confronti dei morosi, in proporzione ai rispettivi millesimi? 

Se un creditore non viene pagato ha la possibilità di rivalersi nei confronti del debitore pignorandone i beni. Il che significa, sottoporre a vendita forzata mobili o immobili e soddisfarsi con il prezzo ricavato dall’aggiudicazione; nel caso invece di crediti e di somme di denaro si passa direttamente all’acquisizione delle somme. Quando il debitore è il condominio, l’unico bene pignorabile è il conto corrente. Difficile che il condominio, infatti, possegga beni mobili, arredi o altri strumenti che possano essere messi all’asta e venduti. In ogni caso, il creditore può, in alternativa o in caso di insufficiente capienza del conto, aggredire i beni dei singoli condomini, partendo però – così impone il codice civile – prima dai morosi e poi estendo l’esecuzione forzata a tutti gli altri. Su come funziona il pignoramento del conto corrente condominiale si sono pronunciati, sino ad oggi, diversi giudici. Il problema di fondo è se il creditore possa aggredire un bene – appunto il conto corrente condominiale – su cui confluisce il denaro di tutti i condomini indistintamente: sia di quelli che sono in regola con i pagamenti, sia degli altri. Anzi, a dire la verità, si tratta solo dei soldi dei primi, visto che i secondi non hanno ancora pagato. Il che porrebbe il pignoramento in contrasto con la norma prima citata che impone di agire prima contro i morosi. Cerchiamo allora di fare il punto della situazione e di comprendere come funziona il pignoramento del conto corrente condominiale.

Come funziona il pignoramento in condominio

Il pignoramento in condominio segue regole assai semplici ma che è bene riassumere qui di seguito.

Il creditore che non è stato pagato deve prima ottenere, dal giudice, un “titolo esecutivo” ossia un documento ufficiale che attesta il proprio diritto a essere pagato. Questo titolo è solitamente una sentenza di condanna o un decreto ingiuntivo.

Una volta ottenuto il provvedimento, il creditore notifica all’amministratore l’atto di precetto. Questi dovrebbe informare immediatamente l’assemblea per dare la possibilità ai condomini di decidere il da farsi.

Dopo 10 giorni dal ricevimento del precetto, il creditore può procedere al pignoramento.

Qui si aprono due strade: o pignora i beni del condominio oppure quelli dei singoli condomini. In quest’ultimo caso, incontra due limiti:

  • può chiedere, al singolo condomino, solo il pagamento di quella parte del credito rapportata ai millesimi di quest’ultimo. Ad esempio, se un condomino ha 100 millesimi, il creditore che avanza mille euro dal condominio potrà avviare, nei suoi confronti, un pignoramento di non oltre 100 euro. Il che significa che, per recuperare tutto il credito, deve necessariamente agire nei confronti di tutti i condomini;
  • deve prima avviare il pignoramento nei confronti di quei condomini che non sono in regola con le quote condominiali riferite al credito per il quale egli agisce. Quindi, ad esempio, se il creditore è una ditta di ristrutturazione che ha eseguito lavori straordinari sul tetto, può agire solo contro i condomini che non hanno versato la loro parte in relazione a questa spesa e non a tutte le altre. Una volta avviato il pignoramento nei loro confronti – e sempre in proporzione ai rispettivi millesimi – se è rimasto ugualmente insoddisfatto può agire verso gli altri condomini. La norma recita nel seguente modo [1] «I creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l’escussione degli altri condomini». Ma come fa il creditore a sapere chi è moroso e chi invece è in regola con le quote? Facile: deve chiederlo all’amministratore, il quale è obbligato (senza potersi far scudo del rispetto della privacy altrui) a fornire l’elenco di tali soggetti. Qui la questione diventa particolarmente delicata. Difatti un pignoramento nei confronti di un condomino (anche se moroso e disoccupato) è difficilmente ineseguibile atteso che ciascuno è quantomeno proprietario di un appartamento (proprio in quando condomini). Quindi, in linea di massima, dovrebbe essere sempre possibile il pignoramento immobiliare, quello cioè della casa. Sul punto però non ci sono  ancora pronunce.

Il pignoramento del conto corrente condominiale

Dicevamo che il creditore può, prima di avviare il pignoramento contro i singoli condomini, partendo dai morosi e sempre in proporzione ai millesimi, decidere di pignorare innanzitutto i beni del condominio che, di solito, sono rappresentati dal conto corrente condominiale. Qualcuno però ha criticato tale possibilità che finirebbe per risolversi in una aggressione dei soldi versati dai condomini in regola coi pagamenti (è proprio con i versamenti di questi ultimi, del resto, che il conto si alimenta). Il che è sembrata una violazione della norma del codice civile che impone di agire prima contro i morosi. 

Tuttavia, la giurisprudenza in riferimento al pignoramento del conto corrente condominiale è in prevalenza orientata a ritenerlo possibile. Ad esempio, recita l’ordinanza del tribunale di Reggio Emilia [2] «Il conto corrente condominiale non è altro che un conto su cui vanno a confluire le somme versate da tutti i condomini, e va escluso che su di esso possa ritenersi impressa una specifica destinazione. Di conseguenza, qualora il condominio, per il tramite dell’amministratore pro tempore, non abbia assolto all’onere probatorio di fornire prova documentale (ad esempio, con la produzione di copia del registro di contabilità o degli estratti conto bancari) che su detto conto non vi siano somme di pertinenza dei condomini morosi (in riferimento all’obbligo di preventiva escussione di questi ultimi) dette somme devono ritenersi pignorabili, e il relativo saldo può essere assegnato a soddisfazione del credito vantato dal creditore procedente».

Chi paga i debiti del condominio?

Insomma, il creditore, una volta ottenuto il decreto ingiuntivo nei confronti del condominio, può pignorare immediatamente il relativo conto corrente benché questo sia alimentato solo dai versamenti di alcuni condomini. Il condominio è, infatti, un’entità distinta dai condòmini che vi partecipano e, di conseguenza, le somme di denaro che l’amministratore gestisce sono imputabili a questo “soggetto collegiale” e non ai condòmini.

In una ipotesi del genere – tutt’altro che infrequente – la constatazione ineluttabile sarà che, a pagare, sono sempre i soliti, i più diligenti, mentre i furbetti la fanno sempre franca. C’è però un aspetto importante di cui tenere conto. Una volta finiti i soldi sul conto corrente – perché prima o poi finiscono – i primi a rischiare sono i condomini morosi, con la casa, la pensione, lo stipendio o qualsiasi altro bene. E si tenga conto che l’assemblea di condominio non può deliberare l’istituzione di un fondo di riserva, a copertura dei buchi di bilancio lasciati dai condomini se non c’è l’unanimità. Basterebbe quindi il dissenso anche di un solo soggetto a far sì che i consueti morosi rischino l’appartamento. Leggi sul punto: Condominio: vietato il fondo cassa per supplire ai condomini morosi.

Te la faccio pagare: cosa rischia chi lo dice?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Minaccia: il reato dipende dal tipo di conseguenze prospettate alla vittima.

Quante volte abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, la classica frase «te la faccio pagare». Si tratta forse di una delle più inflazionate minacce, per quanto generica possa essere. Di fatto, serve sempre per affermare la propria superiorità e far comprendere all’avversario che «non finisce qui». Insomma, «te la faccio pagare» è un’intimidazione, un avvertimento di prosieguo della vicenda che vedrà sicuramente ribaltate le posizioni e chi prima ha dovuto soccombere, gioirà. Ma bisogna far attenzione al contesto e alle modalità con cui si proferiscono tali parole di sfida. Questo perché la Cassazione ha più volte detto che il confine con il penale è estremamente labile. La Corte, di recente [1], ha ribadito quando la frase «te la faccio pagare» costituisce reato di minaccia e quando, invece, è pienamente lecita. Cerchiamo dunque di comprendere quali possono essere le conseguenze a chi si sbilancia così tanto. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa rischia chi dice Te la faccio pagare.

Te la faccio pagare è reato di minaccia?

Per stabilire cosa rischia chi dice «te la faccio pagare» bisogna investigare sulle intenzioni – velate o esplicite – di chi parla: cosa vuol fare? Se il riferimento è all’esercizio di azioni giudiziarie, ossia alla volontà di ricorrere al giudice, non scatta alcun reato perché la frase incriminata implica l’esercizio di un diritto. Il marito che, dopo aver verificato che la moglie ha dilapidato il patrimonio di famiglia al gioco, le intima «te la faccio pagare» e, nel dire ciò, fa capire che vuol ricorrere al giudice, chiedere la separazione e anche l’addebito, non commette reato di minaccia perché non sta facendo altro che esercitare un diritto che la legge gli riconosce. Il dipendente che, di fronte alla negazione delle ferie da parte del datore di lavoro, gli dice «Te la faccio pagare, avrai a che fare con i miei avvocati» non sta commettendo un’intimidazione, ma sta avvalendosi di una facoltà che l’ordinamento gli riconosce.

Invece perché scatti il delitto è necessario che ci sia una concreta intimidazione della persona offesa ad un danno ingiusto come, ad esempio, quando un uomo, nel dire «te la faccio pagare» brandisce un bastone di legno in mano oppure fa chiaramente intendere il ricorso ad azioni di forza o ad altre forme di violenza. A volte, peraltro, basterebbe che alla frase si accompagni anche un dito puntato contro la persona offesa [2] per far intuire le proprie intenzioni non lecite. Non conta, peraltro, la reale intenzione di chi parla, ma quanto le sue parole sono riuscite a intimorire la vittima, secondo la percezione dell’uomo medio.

Quando c’è minaccia nel dire “te la farò pagare”

Nel reato di minaccia, l’elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica, mediante la progettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere provocato dall’autore alla vittima; non è necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire. È infine irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione concreta [3].

In un’altra sentenza la Cassazione ha detto [4] che non integra il delitto di minaccia a pubblico ufficiale la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il poliziotto nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali (nella specie, i giudici hanno ritenuto non integrare il reato l’utilizzo dell’espressione «se mi fai la contravvenzione giuro che te la faccio pagare, chiamo il mio avvocato e ti querelo»).

Sempre la Suprema Corte [5] ha chiarito che perché scatti il reato di minaccia non è necessario che questa sia necessariamente «notevole» (tanto che, anzi, la «gravità della minaccia» è oggetto di specifica previsione, quale circostanza aggravante); né è necessario – per poter agire penalmente contro il colpevole – che questa provenga da un soggetto di “notoria pericolosità”; giacché, diversamente, dovrebbe escludersi la punibilità di una qualsiasi minaccia rivolta da un soggetto sconosciuto alla persona offesa. Non si può quindi assolvere una persona che dice «te la faccio pagare» solo perché si tratta di una frase generica proveniente da persona incensurata e non pericolosa.

Te la faccio pagare, detto al vicino di casa

Di recente la Cassazione [6] ha ritenuto che dire te la faccio pagare al vicino di casa integra il reato di minaccia.

L’offesa alla sicurezza altrui, in questo caso, è resa più credibile proprio dai cattivi rapporti tra i due componenti del condominio. Pena lieve, comunque: solo 50 euro di multa. La frase pronunciata dall’imputato va considerata una «minaccia» in piena regola. Per i Giudici, mettendo da parte gli ulteriori epiteti volgari rivolti alla donna, è evidente «l’effetto di minaccia reale ed attuale insito in quella frase», soprattutto tenendo presente «il complicato rapporto di vicinato» tra le parti. Ciò significa che la donna «poteva fondatamente temere che il vicino di casa, proprio in virtù di tali cattivi rapporti e della sua condizione di condomino, avrebbe potuto recarle danno».

Dalla Cassazione, però, apportano una correzione sul fronte della pena: l’uomo dovrà pagare «50 euro di multa», e non «100 euro», come erroneamente stabilito sia in primo che in secondo grado. Confermato, ovviamente, il suo obbligo di provvedere al «risarcimento dei danni» in favore della donna.

Bonus prima casa: i requisiti per coniugi sposati

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Marito e moglie in comunione dei beni: la dichiarazione nel rogito sul possesso dei requisiti necessari all’agevolazione fiscale sull’acquisto della prima casa deve essere data da entrambi.

Chi sa quanto costa una casa, soprattutto in termini di carico fiscale, conosce bene il valore di uno sconto. Sconto che la legge ammette solo sull’acquisto della prima casa a patto che non la si venda per cinque anni e che non si abbiano altri immobili di proprietà sullo stesso Comune o, nel territorio nazionale, acquistati con la stessa agevolazione fiscale. È il cosiddetto bonus prima casa che rappresenta uno dei capitoli più importanti degli aiuti che lo Stato concede in favore di chi sostiene una spesa per il tetto (ad esso si aggiungono anche le detrazioni fiscali sui mutui, sulle spese di ristrutturazione, sull’acquisto dei mobili e degli elettrodomestici, ecc.). Le condizioni per ottenere il bonus prima casa “raddoppiano” quando si tratta di marito e moglie, quando cioè l’acquisto viene fatto da una coppia sposata per destinare l’immobile ad abitazione coniugale. In pratica, a dover rispettare i requisiti richiesti dalla legge sono entrambi i coniugi. Di recente la Cassazione ha fatto il punto della situazione [1] spiegando quali sono i requisiti del bonus prima casa per coniugi sposati. Vediamo cosa è stato detto.

Bonus prima casa: vantaggi

Il bonus prima casa consente, nelle vendite tra privati, di non pagare l’imposta di registro al 9% ma solo al 2% mentre, nelle vendite con un’impresa di costruzioni o una società, di non pagare l’Iva al 10% ma al 4%. A conti fatti, su una casa di 200 mila euro si risparmiano rispettivamente 14mila euro o 12mila euro. Mica poco.

In più, se il venditore è un privato si versa l’imposta di registro proporzionale nella misura del 2% (invece del 9%); l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro; l’imposta catastale fissa di 50 euro. Se si acquista da un’impresa si versa l’imposta di registro fissa di 200 euro, l’imposta ipotecaria fissa di 200 euro e l’imposta catastale fissa di 200 euro.

Bonus prima casa per sigle: come funziona?

Vediamo come funziona l’agevolazione fiscale sulla prima casa se il beneficiario non è sposato, ossia è una persona single.

Bonus prima casa: requisiti della casa

Per ottenere il bonus prima casa è necessario che ricorrano i seguenti requisiti.

A) La casa non deve essere accatastata nelle categorie A/1, A/8 e A/9 (case di lusso) o nella categoria A/10 (uffici).

B) La casa oggetto di acquisto deve essere ubicata:

  • nel Comune in cui l’acquirente ha già la sua residenza (oppure nel quale egli stabilirà la propria residenza a condizione che lo faccia non oltre 18 mesi dalla data del rogito d’acquisto); oppure:
  • nel Comune in cui l’acquirente svolge la propria attività di lavoro o di studio; oppure:
  • nel Comune in cui ha sede il datore di lavoro dell’acquirente, se si tratta di un acquirente trasferito all’estero per ragioni di lavoro; oppure:
  • in qualsiasi Comune italiano, se si tratta di un acquirente cittadino italiano emigrato all’estero, che non abbia altre case sul territorio italiano.

La casa non deve essere venduta prima di cinque anni dal rogito.

Bonus prima casa: condizioni dell’acquirente

L’acquirente non deve:

  • essere titolare esclusivo (o in comunione con il coniuge) di altra casa di abitazione (in proprietà o in usufrutto) nel territorio del Comune in cui è situata la casa oggetto di acquisto;
  • essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale, su tutto il territorio nazionale di altra casa di abitazione (in proprietà, in usufrutto, in nuda proprietà) acquistata dallo stesso acquirente o dal coniuge con le agevolazioni “prima casa”. Tuttavia, se l’acquirente si trova nella titolarità di un’altra abitazione, acquistata con l’agevolazione “prima casa”, è possibile compiere comunque un nuovo acquisto con l’agevolazione “prima casa”, ma a condizione che la casa già posseduta venga ceduta (venduta o donata) entro un anno dalla data del nuovo acquisto agevolato.

L’acquirente ha l’obbligo di dichiarare tali condizioni nell’atto di compravendita.

Le dichiarazioni possono essere rese già nel preliminare d’acquisto, con riferimento al momento in cui verrà stipulato l’atto definitivo; ciò significa che è possibile applicare l’aliquota ridotta del 4% già in occasione del pagamento di acconti, ancorché non siano presenti tutti i requisiti, purché questi ultimi siano presenti al momento della stipulazione dell’atto definitivo (il caso più frequente è la dichiarazione di trasferire la propria residenza entro 18 mesi o la necessità di cedere l’immobile precedentemente acquistato con l’agevolazione entro un anno).

Bonus prima casa per coppie sposate: come funziona?

L’ordinanza della Cassazione qui in commento ha chiarito come funziona il bonus prima casa se i beneficiari sono una coppia sposata e l’immobile serve ad abitazione comune ossia è destinato a tetto coniugale. In verità la decisione va in senso opposto a quello che è stato l’orientamento della giurisprudenza sino ad oggi.

La Corte ha detto che i requisiti necessari all’acquisto del bonus devono essere presenti in capo ad entrambi i coniugi e non solo a uno dei due, quello magari che paga la casa o che firma il rogito. Quindi, se uno dei due coniugi non rispetta le condizioni che abbiamo visto per i “single”, l’agevolazione fiscale salta.

Cosa significa nel concreto? Che, ad esempio:

  • entrambi i coniugi devono avere la residenza nel Comune ove si trova l’immobile da acquistare o ve la devono trasferire nei 18 mesi successivi;
  • entrambi i coniugi non devono possedere altre case nello stesso Comune ove si trova quella da acquistare;
  • entrambi i coniugi non devono avere, in tutta Italia, un’altra casa acquistata con il bonus prima casa, salvo venderla entro un anno.

Queste dichiarazioni, che come detto devono essere riportate nell’atto pubblico di acquisto (il cosiddetto “rogito”) devono essere rilasciate tanto dalla moglie quanto dal marito. Non è sufficiente che le dichiarazioni siano rilasciate da uno solo dei coniugi.

La Cassazione contraddice una opinione della giurisprudenza del tutto contraria, secondo cui non entrambi i coniugi devono avere i requisiti prescritti dalla legge per beneficiare dell’agevolazione “prima casa” quando comprano un’abitazione. In caso di acquisto da parte di coniugi in comunione legale, secondo la precedente interpretazione della Cassazione, l’agevolazione spetta anche se solo uno dei coniugi rispetta il requisito a patto che nel comune vi sia la residenza della famiglia; in altri casi è ritenuta sufficiente la residenza di un coniuge [2].

Viceversa, per gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate, l’agevolazione compete nei limiti del 50%, cioè per il solo coniuge che possiede il requisito [3].

La Cassazione ha quindi voluto, con la decisione in commento, conformarsi con quella che è la prassi degli uffici del fisco. In verità, come vedremo nel paragrafo che segue, l’orientamento è tutt’altro che fermo e anzi, la stessa Cassazione, poco dopo, lo ha sconfessato.

Critiche alla sentenza della Cassazione e precedenti contrari

La decisione della Cassazione è stata criticata. La decisione dimentica infatti che gli acquisti fatti dopo il matrimonio entrano direttamente in comunione e che il codice civile consente a ciascuno dei due coniugi, senza bisogno della partecipazione dell’alto di compiere atti di ordinaria amministrazione sul patrimonio comune e l’avvalersi di una agevolazione fiscale non è certo un atto di straordinaria amministrazione; rientra invece nel cerchio degli atti he ognuno dei coniugi può efficacemente compiere da solo a beneficio del patrimonio comune.

Inoltre, la Cassazione, negando l’agevolazione in caso di dichiarazioni rilasciate da un solo coniuge, dimentica che, sul punto, essa stessa in passato ha affermato [4] che l’acquisto effettuato da un coniuge produce effetti in capo all’altro coniuge in comunione legale dei beni, anche se solo il coniuge che stipula il contratto (e non anche l’altro coniuge in comunione legale) abbia i requisiti prescritti dalla legge.

Ad esempio, la Commissione Tributaria Regionale della Sardegna [5] ha detto che, in tema di benefici per l’acquisto della prima casa, il requisito della residenza va riferito alla famiglia, pertanto, ove l’immobile acquistato sia adibito a residenza della famiglia, non rileva la diversa residenza del coniuge di colui che ha acquistato in regime di comunione. In particolare, è stato precisato che i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma reciprocamente alla coabitazione. Quindi un’interpretazione della legge tributaria conforme ai principi del diritto di famiglia induce a considerare che la coabitazione con il coniuge costituisce un elemento adeguato a soddisfare il requisito della residenza ai fini tributari, in quanto ciò che conta non è tanto la residenza dei singoli coniugi, quanto quella della famiglia.

La Commissione Tributaria Regionale di Salerno [6] ha detto che

l’agevolazione fiscale prevista per l’acquisto della prima casa nella ipotesi in cui uno solo dei coniugi abbia la residenza nel comune dove è sito l’immobile, spetta per l’intero, sia perché uno degli elementi fisici fondamentali che assicura la formazione e l’unità della famiglia è la proprietà di una casa, sia perché in tal caso viene in evidenza come acquirente di una casa da destinare a residenza del nucleo familiare, e quindi come vero titolare del beneficio fiscale sul piano teorico, non tanto la coppia coniugale, riguardata come marito + moglie, ma “la famiglia” come entità autonoma; e, del resto, ai sensi del codice civile i coniugi “fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa”; da ciò si evince chiaramente che il legislatore ha una concezione unitaria della famiglia e della sua residenza, cosicché ognuno di essi la rappresenta nella sua interezza; con la conseguenza che, se uno dei coniugi ha la residenza nel comune dov’è sito l’immobile e lo occupa, mentre l’altro coniuge per suoi motivi (ragioni di lavoro, per esempio) non ha spostato la propria residenza in detto comune, la circostanza è ininfluente ai fini della concessione del beneficio fiscale, anche in quanto, se avesse un’influenza negativa, si produrrebbero effetti contrari all’esigenza di assicurare l’unitarietà e la formazione della nuova famiglia, e l’interpretazione finirebbe per essere “anticostituzionale”.

Di diverso avviso la Ctr Matera [7] secondo cui, in caso di acquisto di immobile da parte di soggetto coniugato in regime di comunione legale, essendo entrambi i coniugi gli effettivi beneficiari dell’operazione, le agevolazioni per l’acquisto della prima casa concesse dalla legge spettano per l’intero ammontare dell’atto solo se entrambi gli acquirenti effettivi producono la dichiarazione di essere in possesso dei requisiti richiesti per l’accesso alle agevolazioni; se l’altro coniuge, benché non formalmente costituitosi in atto, non fornisce tale dichiarazione, è legittimo il disconoscimento delle agevolazioni relativamente alla sua percentuale di acquisto dell’immobile.

La Cassazione sconfessa se stessa: bonus ammesso anche se uno dei coniugi non ha la residenza

Una ordinanza ancora più recente della Cassazione [8] ha detto che il contribuente che acquista l’immobile in comunione ha diritto alle agevolazioni sulla prima casa anche quando non ha trasferito la residenza. È sufficiente che l’abitazione sia adibita a domicilio della famiglia e che l’altro coniuge vi abbia già preso la residenza. La vicenda riguarda gli acquirenti di un appartamento. I due, in comunione legale, avevano usufruito della agevolazioni fiscali sulla prima casa. Poi l’ufficio aveva emesso il recupero a tassazione sulla base della circostanza che lui, a differenza della moglie, non aveva trasferito la residenza entro i termini. La Ctp e la Ctr avevano confermato l’atto impositivo ora annullato in sede di legittimità. La decisione dei Supremi giudici poggia sul principio per cui «in tema di agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa, il requisito della residenza nel comune in cui e ubicato l’immobile deve essere riferito alla famiglia, con la conseguenza che in caso di comunione legale tra coniugi, quel che rileva è che l’immobile acquistato sia destinato a residenza familiare, mentre non assume rilievo in contrario la circostanza che, uno dei coniugi, non abbia la residenza anagrafica in tale Comune e, in ogni ipotesi in cui il bene sia divenuto oggetto della comunione quindi sia in caso di acquisto separato che in caso di acquisto congiunto del bene stesso».

Notifica con PEC: se l’indirizzo del destinatario non è attivo

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Può considerarsi perfezionata, ai fini interruttivi della prescrizione di un credito, una messa in mora inviata, tramite posta elettronica certificata, da un mittente Pec all’indirizzo Pec del destinatario (società) risultante dal registro imprese, rivelatosi poi non attivo?

La notifica o l’invio di un atto a mezzo Pec (posta elettronica certificata) è equiparata all’invio tramite raccomandata solo qualora vengano rispettati determinati requisiti previsti dalla normativa in materia [1].

1. In primo luogo, tanto mittente quanto destinatario devono essere muniti di valido indirizzo Pec: per le società è utilizzabile e considerato come “ufficiale” quello presente nelle visure rilasciate dalla Camera di commercio.

2. Inoltre, il messaggio inviato deve risultare effettivamente consegnato alla casella del destinatario, e tale passaggio risulta provato tramite la ricezione di un messaggio di notifica di avvenuta consegna.

In presenza di tali requisiti, il destinatario non potrà eccepire la mancata ricezione o lettura del messaggio, essendo parificato ad ogni effetto alla tradizionale corrispondenza cartacea consegnata tramite raccomandata con ricevuta di ritorno presso l’indirizzo di residenza, a nulla valendo eventuali modifiche o disattivazioni dell’indirizzo Pec successive all’avvenuta consegna.

Qualora, invece, il messaggio risulti regolarmente inviato, ma “non consegnato”– ad esempio per indirizzo Pec inattivo – non potrà considerarsi validamente compiuto l’effetto di legge connesso, in tal caso l’interruzione della prescrizione.

Secondo la Cassazione [2] l’indirizzo Pec della società o dell’imprenditore individuale comunicato alla Camera di commercio costituisce un recapito assimilabile a una sede legale. Ne consegue che il mancato funzionamento, per qualunque causa, di tale indirizzo rappresenta una irreperibilità colpevole del destinatario, salvo prova contraria, in quanto su di lui incombe l’onere di comunicare un recapito informatico che lo renda effettivamente raggiungibile.

Pertanto è valida la notifica eseguita tramite Pec ad un indirizzo di posta elettronica attribuito in base alle risultanze del registro Inipec alla società destinataria dell’atto anche se tale indirizzo non è stato più rinnovato, non viene utilizzato o viene utilizzato da altra impresa. Anche nell’ipotesi in cui la casella di posta elettronica è piena e l’email torna al mittente, la notifica deve comunque considerarsi valida (diversamente chiunque potrebbe evitare di scaricare la posta per rendere nulle tutte le notifiche e le comunicazioni ufficiali). I giudici di legittimità hanno concluso per la regolarità della notifica in quanto gravano sull’imprenditore le conseguenze negative non solo dell’obbligo di dotarsi di indirizzo Pec, ma anche di tenerlo operativo.

Sempre di recente, la Cassazione [3] ha detto che la notifica di atti giudiziari a mezzo Pec è sempre valida anche se la Posta elettronica certificata risulta piena e incapace di recepire comunicazioni. Le notificazioni e comunicazioni ai soggetti per i quali la legge prevede l’obbligo di munirsi di un indirizzo di posta elettronica certificata, che non hanno provveduto ad istituire o comunicare il predetto indirizzo», proseguono i giudici, «sono eseguite esclusivamente mediante deposito in cancelleria. Le stesse modalità si adottano nelle ipotesi di mancata consegna del messaggio di posta elettronica certificata per cause imputabili al destinatario», perché «il titolare dell’account» di posta elettronica certificata ha il dovere di assicurarsi il corretto funzionamento della propria casella postale e di utilizzare dispositivi di vigilanza e di controllo, dotati di misure anti intrusione, oltre che di controllare prudentemente la posta in arrivo, ivi compresa quella considerata dal programma gestionale utilizzato come «posta indesiderata».

Sempre la Suprema Corte ritiene valida la notifica via Pec inviata dalla cancelleria e munita di ricevuta di accettazione ma recante la mancata consegna [4]. A parere della Corte «la ragione della mancata consegna attiene al rapporto tra il destinatario e il suo gestore di posta elettronica».

Scarico coattivo delle acque: condizioni per chiederlo e come ripartire le spese

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono proprietario di un appartamento con terrazzo a livello ad uso esclusivo sul quale scarica una grondaia che raccoglie le acque del lastrico solare condominiale. Tale terrazzo ha, in origine, una feritoia per il deflusso delle acque piovane nel sottostante giardino di un altro condomino e che è l’ unico sbocco di scarico delle acque stesse. Lo stabile è stato oggetto di lavori di ristrutturazione che prevedevano la regimazione di tutti gli scarichi pluviali mediante l’adduzione delle acque fino alla strada prospicente per convogliarle successivamente nella fogna bianca. Il mio terrazzo non ha accesso sulla strada. Si affaccia sul giardino del condomino di cui sopra che invece ha accesso sulla vicina strada. Posso chiedere il passaggio coattivo della grondaia fino alla strada mediante l’attraversamento del giardino di proprietà del suddetto condomino (l’ unico modo per arrivare alla strada), dal momento che questi non vuole. A chi spetta la realizzazione dei lavori di prolungamento della grondaia fino al piano strada e la relativa spesa? Il terrazzo a livello e ad uso esclusivo, di mia proprietà, funge da copertura ad un deposito sottostante di proprietà esclusiva di un solo condomino. Il condominio non dispone di un regolamento e di tabelle millesimali perché i 10 appartamenti che lo compongono hanno grosso modo la stessa superficie e, pertanto, le spese ordinarie e straordinarie sono state sempre ripartite in parti uguali tra i condomini.

La norma alla quale è necessario fare riferimento per dare risposta al primo interrogativo è l’articolo 1043 del codice civile.

Questa disposizione riconosce al proprietario di un immobile il diritto di ottenere il passaggio delle cosiddette acque sovrabbondanti, cioè di poter far defluire, dalla sua proprietà in quella sottostante, le acque anche piovane (alle acque piovane si è riferita la Corte di Cassazione con sentenza n. 1.398 del 1976) che si accumulino nel suo fondo.

Tuttavia affinché si possa applicare l’articolo 1043 del codice civile e, quindi, affinché si possa avere il diritto di ottenere lo scarico coattivo delle acque nella proprietà del vicino e, quindi, di ottenere la realizzazione di opere nella proprietà sottostante per convogliare queste acque, è necessario che:

– il vicino non consenta di ricevere le acque nel suo fondo;

– che non ci siano altre alternative per liberarsi dalla acque di scarico anche con la creazione di una servitù volontaria (cioè con un apposito accordo con il confinante, nel caso specifico con un accordo con il proprietario del giardino sottostante): questo insegna la Corte di Cassazione con sentenza n. 2.948 del 26 marzo 1994 e con successiva sentenza n. 7.410 del 14 maggio 2003.

Ebbene, sulla base della descrizione dei fatti che il lettore fornisce, nel caso di specie mancano i due citati presupposti per l’applicazione dell’articolo 1043 del codice civile e, quindi, per riconoscergli il diritto ad ottenere lo scarico coattivo: infatti il proprietario del giardino sottostante non si rifiuta, già oggi, di ricevere le acque provenienti dalla proprietà del lettore e quest’ultimo è già oggi nella condizione di liberarsi dalle acque di scarico in altro modo da quello che vorrebbe realizzare (cioè con prolungamento della grondaia).

Per essere più precisi:

– già oggi il proprietario del giardino sottostante riceve attraverso la feritoia le acque provenienti dal terrazzo del lettore (questa è probabilmente una servitù di scarico esistente fin dalla creazione del condominio e che dovrebbe risultare dagli atti di acquisto delle singole unità abitative) e pare che non si opponga a riceverle nel suo fondo e a farle disperdere attraverso di esso;

– per di più il lettore avrebbe anche l’opportunità (chiaramente accordandosi con il proprietario del giardino) di ottenere il prolungamento della grondaia attraverso la costituzione mediante contratto di una servitù volontaria di scarico e questa possibilità gli impedisce di poter ottenere uno scarico coattivo secondo quello che è l’insegnamento della Corte di Cassazione sopra citato (insegnamento che, si ripete, ha chiarito che non si ha diritto allo scarico coattivo se c’è la possibilità alternativa di liberarsi dalle acque discarico anche con una servitù volontaria).

Detto questo, la soluzione più auspicabile è quella di raggiungere un accordo con il proprietario del giardino (il cui consenso è necessario) facendogli intendere che la realizzazione del prolungamento della grondaia attraverso il suo giardino è nel suo stesso interesse in quanto utile ad evitare che le acque piovane invadano il suo giardino in modo incontrollato.

Per quanto riguarda invece la ripartizione, tra il lettore ed il proprietario del deposito sottostante, delle spese per la ristrutturazione delle parti indicate dal lettore, la norma a cui fare riferimento è l’articolo 1126 del codice civile.

Questa norma disciplina infatti la ripartizione delle spese di riparazione dei lastrici solari ad uso esclusivo (ed anche delle terrazze ad uso esclusivo, anche a livello, come ha riconosciuto la Corte di Cassazione con sentenza n. 11.029 del 15 luglio 2003).

L’articolo 1126 del codice civile stabilisce che:

– chi abbia l’uso esclusivo del lastrico o del terrazzo è tenuto a contribuire per un terzo nelle spese di riparazione o ricostruzione, mentre gli altri due terzi sono a carico di tutti i condomini a cui il lastrico o il terrazzo serve da copertura (ed anche se sotto la terrazza vi è un solo locale appartenente ad un solo proprietario, come ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 11.029 del 15 luglio 2003);

– per spese di riparazione o ricostruzione si intendono tutte le spese, di natura ordinaria o straordinaria, relative a quelle parti del lastrico o del terrazzo che svolgono la funzione di copertura (ad esempio sono state ritenute parti del terrazzo che svolgono questa funzione di copertura il solaio, le guaine impermeabilizzanti e le pavimentazioni come hanno chiarito le sentenze della Corte di Cassazione n. 7.472 del 4 giugno 2001 e n. 15.389 dell’1 dicembre 2000).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Srl: l’amministratore delegato può essere assunto come dipendente?

Posted on : 22-06-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In una srl con capitale sociale 100 mila euro, con un presidente, due consiglieri ed il sottoscritto, amministratore delegato, posso io essere assunto come lavoratore dipendente dal momento che:  non ho diritto di voto nelle sedute CDA ; ho deleghe amministrative/contabili ben circoscritte in fase di nomina; sono sottoposto al controllo del CDA ? Se si, quali cautele è opportuno adottare per evitare contestazioni da parte dell’INPS ?

La legge, in generale, prevede l’ipotesi del conflitto di interessi quando gli amministratori di società a responsabilità limitata concludono contratti con la società per conto proprio o di terzi.

Dunque risulta evidente che un componente del consiglio di amministrazione, oppure un amministratore delegato anche se solo a specifici atti, possa comunque trovarsi in situazione di potenziale conflitto di interessi con la società che rappresenta.

Pertanto emergerebbe di sicuro un conflitto di interessi nel caso in cui la delega ricevuta dal cda, riguardasse la gestione delle risorse umane e l’amministratore delegato, che rappresentasse la società davanti ai dipendenti, concludesse un contratto di lavoro con sé stesso.

In materia, oltre al codice civile, è intervenuto anche l’Inps, con la circolare n. 179 del 1989, dove si precisa che quando il presidente, l’amministratore unico o i consiglieri delegati esprimono, da soli, la volontà della società, esercitando i poteri di controllo, comando e disciplina, in veste di lavoratori, gli stessi diventerebbero subordinati di sé stessi, fatto giuridicamente impossibile.

La conseguenza di questo conflitto di interessi e della sua incompatibilità giuridica è che viene esclusa ogni riconoscibilità al rapporto di lavoro subordinato e che non si configura la assoggettabilità agli obblighi previdenziali.

Pertanto si rischia, in caso di inquadramento di un amministratore come lavoratore subordinato, se in conflitto di interessi, il disconoscimento del rapporto di lavoro da parte dell’Inps ed il conseguente mancato riconoscimento dei diritti che potrebbero maturare a seguito del versamento dei contributi – ad esempio non verrebbe riconosciuto il diritto a ricevere il trattamento pensionistico – nonché si verificherebbe la indeducibilità dei costi sostenuti dalla società per pagare stipendi e contributi.

Tale disconoscimento potrebbe portare anche a contenziosi fra la società ed il lavoratore subordinato – amministratore, che si vedrebbe danneggiato dal non poter accedere ai trattamenti previdenziali e sociali previsti per il suo inquadramento lavorativo, pur avendo il diritto al rimborso dei contributi versati.

Sebbene nel quesito sia già precisato che l’amministratore delegato è sottoposto al controllo del cda, che non ha diritto di voto in seno all’organo amministrativo e che ha deleghe amministrative e contabili ben individuate in fase di nomina, quando un lavoratore dipendente viene chiamato a far parte dell’organo amministrativo occorre sempre prestare particolare cautela.

Occorre infatti in ogni caso provare che le deleghe siano limitate e circoscritte in modo tale da non fare venire meno il vincolo di subordinazione e nello stesso tempo occorrerebbe inquadrare il dipendente come dirigente della società, in quanto l’inquadramento in una qualifica inferiore non sarebbe compatibile con la contemporanea funzione di amministratore delegato della società.

Nel caso del quesito infine sembra di poter comprendere che è stata prima affidata la delega all’amministrazione e che solo successivamente si sta ponendo mano alla stipula di un contratto di lavoro dipendente, mentre, di solito, accade il contrario, cioè ad un lavoratore subordinato, già inquadrato in una società, viene assegnata una delega specifica ad amministrare.

La risposta al quesito posto dunque è la seguente:

L’assunzione in qualità di lavoratore subordinato dell’amministratore delegato, secondo le indicazioni fornite nel quesito, è sicuramente possibile, tuttavia nella individuazione dei poteri delegati occorre evitare qualsiasi conflitto di interessi, anche potenziale, fra lo svolgimento dell’attività di amministratore delegato e quella di lavoratore subordinato, limitando detta delega a funzioni che non siano fincompatibili od in conflitto con le attività di lavoro dipendente e con l’inquadramento previdenziale di quest’ultimo.

In particolare sarebbe opportuno evitare di assegnare deleghe che consentano all’amministratore delegato di intervenire con poteri di controllo e disciplinari sui lavoratori dipendenti, né assegnare deleghe a pagare le retribuzioni dei dipendenti o a predisporre i prospetti paga mensili o altri prospetti dichiarativi in materia previdenziale o fiscale, obbligatori per legge.

Altresì occorrerebbe evitare di assegnare deleghe che in qualche modo possano influire sul rapporto fra lavoratori dipendenti e società, sia direttamente che indirettamente.

Infine sarebbe necessario che anche la qualifica e l’inquadramento delle mansioni del rapporto di lavoro subordinato venissero precisate in modo dettagliato e che fossero ovviamente distanti ed ultronee rispetto a quelle assegnate nella delega amministrativa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Mauro Finiguerra