Urinare in un vicolo deserto

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi, in un vicolo cieco, viene sorpreso a fare la pipì, potrebbe essere multato se in quel momento non c’era nessuno e si è appartato in un angolo?

«Quando scappa, scappa». Questo detto, almeno per la legge, può valere tutt’al più per i bambini piccoli o per gli anziani, che non hanno la capacità fisica di trattenere o di avvertire, per tempo, lo stimolo dei propri bisogni fisiologici e, in particolare, quello di urinare. Non vale invece per tutte le altre persone, adulti e ragazzi compresi, in pieno possesso delle proprie capacità fisiche. Chi fa la pipì all’aperto ne risponde personalmente. La sanzione scatta anche chi per «non ce la fa più», nonostante abbia trattenuto a lungo e, magari, non ha trovato un bar aperto o disposto a concedergli l’uso del bagno, ed è perciò costretto ad urinare in un luogo pubblico. Ma un «vicolo cieco» può essere considerato «luogo pubblico», specie se l’atto di fare la pipì avviene di notte ed in modo che nessuno veda? Insomma, che si rischia a urinare in un vicolo deserto? La questione è stata più volte decisa dalla Cassazione con una serie di sentenze che hanno chiarito cosa si intende per «luogo pubblico» e quando il fare la pipì può essere sanzionato.

Prima però di chiarire cosa si rischia nell’urinare in un vicolo deserto dobbiamo fare un’importante premessa. La condotta di chi fa la pipì in pubblico è classificabile come «atto contrario alla pubblica decenza». Si tratta di un comportamento che, fino a due anni fa, costituiva reato. Oggi non lo è più. L’illecito è stato depenalizzato nel 2016 [1] e ora si rischia solo una sanzione amministrativa, invero piuttosto “cara”. La multa, infatti, parte da 5mila euro e può arrivare a 10mila euro. Nessuno strascico quindi sulla fedina penale, ma solo sul portafogli. Non è previsto neanche un procedimento davanti a un giudice: l’irrogazione della sanzione avviene per trasmissione degli atti al Prefetto che commina la sanzione e la notifica a casa del responsabile. E se questi non paga arriva la famigerata cartella esattoriale di Agenzia delle Entrate Riscossione con il conseguente pignoramento.

Detto ciò, vediamo cosa rischia chi si apparta per urinare e lo fa in un vicolo deserto. Secondo la Cassazione penale [2], urinare in luogo pubblico è reato a prescindere dal fatto che la condotta possa essere stata messa in atto in un luogo buio e appartato. È sufficiente la sola possibilità che il gesto contrario alla pubblica decenza venga percepito da terzi. Non importa se in quel preciso momento altre persone stessero passando per la stessa strada o fossero nelle vicinanze: rileva solo la potenziale esposizione al pubblico. Il fatto che nella stessa via, per quando deserta, possa entrare chiunque altro la rende un luogo «pubblico» o «aperto al pubblico», a prescindere dalla situazione concreta in cui è stata consumata la condotta. Pertanto, se un poliziotto, passando di là, dovesse sorprendere una persona nell’atto di urinare o di ciò se ne dovesse accorgere un condomino (il quale, magari, potrebbe scattare una foto o registrare un filmato), la sanzione sarebbe pressoché scontata.

Di contrario avviso una sentenza piuttosto datata della Pretura di Vasto [3] secondo cui il fatto di urinare nella pubblica via, accostati con discrezione ad un muro, in ora notturna e coperti da autovetture in sosta, non integra la contravvenzione.

Più di recente la Cassazione [4] ha detto che sono «atti contrari alla pubblica decenza» tutti quelli che, in spregio ai criteri di convivenza e di decoro sociale, provocano disgusto o disapprovazione come l’urinare in luogo pubblico. La legge esige che l’atto abbia effettivamente offeso in qualcuno la pubblica decenza e non invece che sia stato percepito da qualcuno. Basta insomma che il gesto sia stato compiuto in luogo ove vi fosse la possibilità (seppur astratta) che qualcuno potesse percepire l’atto. Ed ancora, sempre secondo la Suprema Corte [5], l’illecito si perfeziona nel momento in cui l’agente ha commesso un atto contrario alla pubblica decenza in un luogo pubblico, aperto o esposto al pubblico: non è quindi necessario che l’atto abbia effettivamente offeso la pubblica decenza di un soggetto determinato, essendo sufficiente che altri abbiano potuto percepirlo.

Peraltro, oltre all’illecito amministrativo, si potrebbe anche configurare il reato di danneggiamento della proprietà altrui quando si urina contro i muri di un’abitazione privata.

Stalking telefonico

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come difendersi dalle molestie al telefono di un maniaco, di un creditore o dell’ex. La querela per stalking telefonico.

Le frequenti e continue telefonate possono costituire un reato quando diventano petulanti o sono fatte per futili motivi. Ad esempio, le preoccupazioni dell’ex marito che chiede alla moglie come sta il figlio ammalato o che si preoccupa per il suo andamento scolastico non possono configurare una molestia; lo diventano invece quando sono volte a ottenere delle condizioni economiche più favorevoli per il divorzio come, ad esempio, una riduzione dell’assegno di mantenimento. Anche il creditore che, insistentemente, telefona al debitore per chiedergli i soldi, tentando in questo modo di sfibrarlo sul piano psicologico, può commettere reato. E lo stesso dicasi per l’operatore del call center di recupero crediti il quale perseguita una persona in arretrato con la bolletta o con la rata del mutuo. Ma procediamo con ordine e vediamo come difendersi dallo stalking telefonico.

Esiste lo stalking telefonico?

La Cassazione ha più volte spiegato che le molestie fatte al telefono rientrano nello stalking. Ecco perché si parla di stalking telefonico. La ragione è molto semplice: la legge non descrive la condotta necessaria a integrare il reato di atti persecutori (appunto lo stalking) [1] ma si preoccupa soltanto di disciplinare le conseguenze che ne discendono. Sono atti persecutori tutti quei comportamenti reiterati, le minacce o le moleste tali da realizzare uno di questi effetti:

  • creare un perdurante e grave stato di ansia o di paura
  • oppure ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva
  • oppure costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita.

Per potersi avere stalking non importa quindi come viene posta in essere la condotta del reo, che ben può avvenire anche tramite molestie telefoniche. Ecco perché le molestie telefoniche rientrano nella figura dello stalking.

Come devono essere le telefonate perché ci sia stalking telefonico?

Secondo la Cassazione [2] è necessario che ci sia una fastidiosa intrusione della sfera individuale altrui tale da generare uno qualsiasi dei tre effetti appena descritti. In particolare le molestie che possono far scattare il reato di stalking telefonico possono consistere in «reiterati contatti telefonici».

È necessaria che le telefonate si susseguano in un lasso di tempo ragionevolmente breve, anche in poche giornate. Non si può parlare di stalking telefonico se le telefonate sono tra loro intervallate da diversi mesi l’una dall’altra. I contatti telefonici devono quindi essere «ripetuti ed insistenti». Se così non fossero, difficilmente si potrebbe parlare di uno stato di soggezione psicologica, di ansia o di timore nella vittima, elementi che – come abbiamo detto prima – sono necessari per aversi stalking.

Per sintetizzare, ecco come devono essere le chiamate per aversi stalking telefonico:

  • sgradite e indesiderate;
  • durature e ripetute in un arco di tempo ragionevolmente breve;
  • tali da creare un profondo disagio psichico ed un ragionevole senso di timore, ansia e paura nella vittima.

Se tali effetti non si verificano c’è sempre la possibilità di una querela, che in tal caso non sarà più per stalking (atti persecutori) ma per molestia telefonica, punita con un diverso reato [3]. Il codice penale stabilisce infatti che «Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516».

Come difendersi dallo stalking telefonico?

La vittima può denunciare le molestie telefoniche alla polizia o ai carabinieri. Se conosce il nome del persecutore può anche rivolgersi al Questore perché ammonisca formalmente il responsabile. In una logica di approccio più “soft” la vittima può anche rivolgersi a un avvocato affinché invii una lettera di diffida al colpevole intimandogli di interrompere i comportamenti molesti, con avvertimento che, in caso di mancato ottemperamento, si procederà a depositare l’atto di querela alla Procura della Repubblica.

In caso di telefonata anonima ci si può ugualmente rivolgere alle Forze dell’Ordine che potranno chiedere al giudice l’autorizzazione a mettere sotto controllo la linea telefonica. Internet offre a chiunque la possibilità di scoprire, con alcuni tools, chi chiama da anonimo (leggi Come scoprire gratis il numero anonimo).

Le prove dello stalking telefonico

In caso di procedimento penale azionato a seguito di denuncia per stalking telefonico, il magistrato può chiedere alla compagnia telefonica i tabulati telefonici per tracciare le chiamate del colpevole.

Non si dimentichi inoltre che nel processo penale la vittima è sempre testimone dei fatti illeciti subiti e tanto basterebbe a far condannare il responsabile.

Se si tratta solo di soli squilli c’è lo stalking telefonico?

Secondo la Cassazione [4] lo stalking telefonico si configura non solo in caso di telefonate con conversazione ma di semplici squilli. Lo stesso dicasi nel caso di invio di sms.

La prescrizione

Il reato di stalking telefonico si estingue per prescrizione dopo cinque anni dalla fine delle molestie [5].

Come denunciare il call center

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Stalking telefonico: come querelare l’operatore della società di recupero credito o del telemarketing. La raccolta delle prove.

Call center: gioia e dolori degli italiani. Per molti sono l’ultimo appiglio per ottenere un guadagno, in assenza di posti più qualificanti, e mandare così avanti la famiglia. Per chi, però, sta dall’altro lato della cornetta non è facile sopportare l’insistente martellio delle telefonate, siano esse commerciali o finalizzate al recupero crediti. Proprio per questo la legge stabilisce dei doveri di comportamento per l’operatore del call center. Il punto è, però, che spesso tali regole vengono infrante e spesso si sconfina in illeciti di tutti i tipi: dalla violazione della privacy alle molestie, dalle minacce all’ingiuria. Da qui la necessità di sapere come denunciare i call center, o meglio gli impiegati delle società che gestiscono i call center. Per poter procedere a una querela, tuttavia, è bene individuare cosa può fare il call center, fin dove si può spingere e cosa invece gli è vietato. Fatto ciò cercheremo di individuare quali sono i passi da seguire per denunciare il call center. Ma procediamo con ordine.

Hai ricevuto l’ennesima telefonata del call center che ti ricorda di pagare un vecchio debito da te contestato e che perciò non intendi onorare. Hai fatto più volte presente all’operatore di non chiamarti più, soprattutto in determinate ore del giorno in cui vuoi trascorrere il tempo coi tuoi familiari, ma non c’è stato verso e lui ha insistito fino a minacciarti con l’invio dell’ufficiale giudiziario.

Dopo aver risposto alla cornetta, dopo qualche secondo di silenzio, si è fatto viva una voce con un accento dell’est, che educatamente ti anticipava una nuova offerta della società del gas e ti proponeva un nuovo piano tariffario. Hai chiesto già in altre occasioni di essere cancellato dagli elenchi delle telefonate commerciali, ma non sei stato ascoltato.

Che fare in tutti questi casi? Si può denunciare il call center? Cerchiamo di capirlo qui di seguito, distinguendo tra call center di recupero crediti e call center pubblicitari. Ma prima di proseguire nella lettura ti consiglio di dare una rapida consultazione all’articolo Società di recupero crediti: come difendersi. Lì troverai una rassegna dei diritti del debitore. 

Call center di recupero crediti

Come noto, le grosse aziende che vantano crediti non riscossi sono solite affidarne la gestione a soggetti esterni. A questi non viene ceduto il credito vero e proprio, ma solo l’attività di riscossione, ossia il compito di telefonare al debitore per ricordargli la scadenza e intimargli di sanare la morosità. Si tratta delle cosiddette società di recupero crediti che operano tramite call center. Talvolta, dopo la telefonata, fa seguito una raccomandata. Quando la società non riesce a recuperare il credito, rinuncia alla pratica e il creditore – in genere – passa la pratica all’avvocato.

Un operatore di call center che viola le norme relative all’esercizio della propria attività non commette sempre reato. Di solito si tratta di semplici illeciti civili (che possono tutt’al più dar luogo a un risarcimento del danno e/o a un illecito disciplinare). Il penale invece scatta solo in presenza di condotte particolarmente gravi. Facciamo qualche esempio in cui, sussistendo il reato, si può denunciare il call center.

Non si può denunciare l’operatore del call center che chiama, per una sola volta, in un orario irragionevole (come, ad esempio, le 7 di mattina o le 9 di sera). Se però l’episodio si ripete tanto da potersi parlare di un comportamento studiato ad arte per molestare il debitore allora si può configurare il reato di molestia [1]. Stabilisce infatti il codice penale che «Chiunque (…) col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516». Lo stesso ragionamento può farsi in caso di telefonate eseguite con frequenza superiore al dovuto. Il che da un lato si può ritenere che il call center possa raggiungere il debitore solo negli ordinari orari di lavoro e, dall’altro, che sono interdette più telefonate nell’arco dello stesso giorno o a distanza di un giorno soltanto, salvo che ciò non sia motivato da ragioni di stretta necessità (per esempio, l’imminente scadenza del termine ultimo per l’invio di una prova di pagamento). Si può addirittura configurare il reato di stalking telefonico (o meglio detto «atti persecutori» a mezzo del telefono) come riconosciuto da una sentenza della Cassazione [2] secondo la quale l’illecito penale [3] scatta in presenza di «reiterati contatti telefonici».

Si può sporgere querela per minaccia [3] quando l’operatore del call center prospetta al debitore, in caso di mancato pagamento, delle conseguenze che non sono previste dalla legge (ad esempio «domani viene l’ufficiale giudiziario e ti manda via di casa»). Invece non c’è reato quando il telefonista si limita a rappresentare le tipiche procedure esecutive (ad esempio «la pratica va all’avvocato, che chiederà un decreto ingiuntivo e potrà pignorarti lo stipendio»).

Se l’operatore usa un linguaggio volgare e aggressivo non può più essere denunciato perché l’ingiuria è stata depenalizzata. Si potrà tutt’al più avviare una causa civile, ma a tal fine sarà necessaria la prova dell’offesa, prova che – a differenza dei casi in cui sussiste l’illecito penale – non può essere documentata dalle dichiarazioni della vittima, ma dovrà essere testimoniata da terzi o tramite registrazione.

Scatta il reato di violazione della privacy se l’operatore, nel ricercare il numero di telefono o il contatto del debitore presso altri luoghi (ad esempio sul lavoro, presso un vicino di casa o dei familiari), fa menzione a terzi delle particolari ragioni che lo spingono a telefonare.

La società di recupero crediti non può trattare indistintamente i dati del debitore ma solo gli estremi anagrafici, codice fiscale o partita Iva, ammontare del credito vantato (unitamente alle condizioni del pagamento) e recapiti (anche telefonici), di norma forniti dall’interessato in sede di conclusione del contratto o comunque desumibili da elenchi o registri pubblici.

Call center pubblicitari

Brutte notizie per chi viene ossessionato dai call center pubblicitari che vogliono spingere la sottoscrizione di contratti telefonici. Di recente la Cassazione ha ritenuto [5] che tale condotta, anche se mai autorizzata dal consumatore (con eventuali accettazioni al trattamento dei dati) non sono classificabili come reato. A detta della corte la finalità pubblicitaria scrimina la condotta dell’operatore del call center che chiama durante la giornata, anche senza autorizzazione e anche se la “vittima” è iscritta al registro pubblico delle opposizioni. Insomma, per le telefonate commerciali non si può denunciare.

Come querelare il call center

Per poter querelare l’operatore del call center che viola le norme di legge (abbiamo visto che ciò avviene prevalentemente solo nel caso del recupero crediti) bisogna recarsi presso la stazione dei carabinieri o la polizia e far verbalizzare le proprie dichiarazioni. Non c’è bisogno dell’avvocato. In alternativa si può redigere di proprio pugno l’atto di querela e depositarlo presso la Procura della Repubblica del tribunale più vicino al luogo di residenza della vittima.

Quali prove contro il call center?

Il problema principale è di solito rappresentato dalle prove dell’illecito commesso dall’operatore del call center. Proprio ieri [6] la Cassazione ha detto che chi registra la telefonata all’insaputa dell’altro può farlo condannare. Ma chi non ha avuto la prontezza di usare un registratore non deve preoccuparsi: nel processo penale è sufficiente la semplice dichiarazione della parte lesa per dimostrare la colpevolezza dell’accusato. Così, se anche non si hanno testimoni, è ben possibile arrivare a una condanna. In ogni caso, per evitare contestazioni dell’avversario si può mettere il telefono in vivavoce e far ascoltare la conversazione a un eventuale convivente che possa, successivamente, testimoniare a proprio favore.

Convivenza di fatto: quali doveri se il rapporto finisce

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho intrapreso da qualche anno una convivenza di fatto con la mia compagna. Ora aspettiamo un bambino. Quali conseguenza subirei se il nostro rapporto dovesse terminare? Le spetterebbero gli alimenti? 

Come ha chiarito la Corte di Cassazione con sentenza del 22 gennaio 2014 n. 1.277, la convivenza di fatto (che, pur non essendo equiparabile al matrimonio, negli ultimi anni ha guadagnato sempre più tutele dal punto di vista giuridico), è un rapporto tra due individui fondato su doveri morali e materiali e dal punto di vista giuridico essa genera obbligazioni naturali (disciplinate dall’articolo 2034 del codice civile).

Ciò vuol dire che tutti gli obblighi che i partner si accollano durante il rapporto di convivenza di fatto sono obblighi incoercibili, cioè che la legge non può obbligare ad adempiere: si tratta, cioè, di forme spontanee di collaborazione e assistenza morale e materiale (e dal quesito non risulta nemmeno che il lettore e la sua compagna abbiano stipulato un contratto di convivenza, ai sensi della legge n. 76 del 2016, contratto che avrebbe potuto regolare le modalità con le quali contribuire alle necessità della vita in comune). Il lettore perciò non è obbligato in alcun modo dalla legge a sostenere materialmente, persistendo il rapporto di convivenza di fatto, la futura madre di suo figlio e tutto ciò che intenderà fare sarà solo quello che la sua coscienza deciderà di fare (nessuno, cioè, potrà legalmente costringerlo ad eseguire prestazioni di assistenza morale ed economica in favore di questa donna durante il periodo di convivenza).

Per le stesse ragioni, però, (trattandosi sempre di obbligazioni naturali) questi non potrà in alcun modo pretendere legalmente la restituzione delle prestazioni economiche già eseguite a favore di questa donna (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione, con sentenze nn. 285 del 1989 e 11.330 del 2009).

Nel momento in cui, però, la convivenza di fatto dovesse cessare, la signora con il lettore oggi convivente avrà il diritto (nella misura determinata dal giudice) di ricevere da quest’ultimo gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

Il diritto agli alimenti spetterà, ripeto, solo se la signora:

1) dimostrasse di versare in stato di bisogno;

2) dimostrasse di non essere in grado di provvedere da sé al proprio mantenimento.

In aggiunta, va detto che il diritto agli alimenti, se riconosciuto, spetta:

1) solo per un periodo determinato di tempo proporzionale alla durata della convivenza (cioè non a tempo indeterminato);

2) e spetta nella misura stabilita dall’articolo 438 del codice civile (gli alimenti spettano cioè in proporzione sia del bisogno di chi li domanda e sia delle condizioni economiche di chi è obbligato a somministrarli e, in ogni caso, non devono superare ciò che sia necessario per la vita di chi li chiede).

Infine, la signora potrà pretendere dal lettore gli alimenti non solo in presenza di tutte le condizioni sopra indicate e non al di là dei limiti specificati, ma anche solamente se agli alimenti non potranno provvedere integralmente, prima di quest’ultimo:

1) i figli della signora (e in mancanza eventuali nipoti della signora, cioè figli di figli);

2) i genitori della signora (e, in mancanza dei genitori, i nonni della signora se in vita);

3) i generi e le nuore (se esistenti);

4) il suocero e la suocera (se esistenti).

Solo, quindi, se queste persone (nell’ordine preciso che ho indicato) non saranno in grado di provvedere, se necessario, a somministrare gli alimenti, allora sarà tenuto il lettore (alle condizioni e con i limiti sopra specificati e sempre a condizione che la signora dimostri, con ogni tipo di prova utile, che vi sia stata con lo stesso una convivenza di fatto).

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Condominio: come organizza l’amministratore i piani di rientro

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel condominio in cui abito è deceduto un condomino con molti debiti per morosità. Ora è sopraggiunto un extracomunitario che ritiene essere suo figlio adottivo. L’amministratore ha chiuso con questi un accordo con un piano di rientro per i debiti. È possibile la firma di accettazione del piano di rientro da parte dell’amministratore se non approvata dall’assemblea?

L’amministratore condominiale ha, tra i suoi principali doveri, come stabilisce l’articolo 1130, n. 3, del codice civile, quello di riscuotere i contributi.

In base poi all’articolo 1129, 9° comma, del codice civile, l’amministratore, salvo che sia stato espressamente dispensato dall’assemblea, deve agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dai condomini entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito è compreso.

Le due disposizioni appena citate stabiliscono dunque il dovere dell’amministratore di riscuotere i contributi condominiali e di agire sollecitamente (salva dispensa dell’assemblea) per recuperare le quote non pagate dai condomini morosi.

Deve pertanto essere considerata utile ogni attività che l’amministratore intraprenda per ottenere il risultato di incassare le somme dovute nel minor tempo possibile e con il minor dispendio economico a carico dei condomini non morosi (anche perché l’amministratore, essendo un mandatario, deve agire con la diligenza del buon padre di famiglia).

Nel caso specifico, quindi, l’attività dell’amministratore è apprezzabile in quanto è evidentemente finalizzata ad ottenere sollecitamente il pagamento di quanto dovuto al condominio.

Tuttavia, da quel che viene indicato nel quesito, appare anche che siano state commesse delle imprudenze (meglio sarebbe stato, dunque, per quello che di seguito si riporta convocare l’assemblea e far decidere ad essa come procedere e se, con chi e a quali condizioni, sottoscrivere un piano di rientro).

In effetti, in mancanza della dimostrazione che il soggetto che ha sottoscritto il “piano di rientro” sia effettivamente il figlio adottivo del condomino deceduto, potremmo trovarci dinanzi all’assunzione di un impegno (e poi al pagamento) da parte di un soggetto non obbligato con la conseguenza che, se questa persona pagasse ma non fosse il figlio adottivo del defunto, in futuro potrebbe chiedere (ai sensi dell’articolo 2036 del codice civile) la restituzione di quanto pagato (se dimostrasse che il pagamento avvenne da parte sua credendosi debitore in base ad un errore scusabile).

Sarebbe, pertanto, utile verificare se questa persona è stata adottata richiedendogli l’esibizione dell’atto di nascita (a margine del quale viene annotata la sentenza definitiva che pronuncia l’adozione), oppure verificando direttamente, da parte dell’amministratore, l’apposito registro conservato nella cancelleria del tribunale del luogo di residenza dell’adottante (cioè del condomino defunto) in cui sono trascritte le sentenze definitive che pronunciano l’adozione.

Se fosse stata effettivamente adottata, questa persona sarebbe, ai sensi dell’articolo 304 del codice civile, equiparata in tutto alla posizione dei figli “legittimi” per quello che riguarda i diritti di successione (e sarebbe perciò obbligata al pagamento dei debiti condominiali maturati prima del decesso del condomino e ovviamente, in qualità di erede e nuovo proprietario, al pagamento dei debiti condominiali maturati dopo il decesso).

Ma non basta fermarsi qui, perché costituisce obbligo dell’amministratore, ai sensi dell’articolo 1130, n. 6, del codice civile, tenere aggiornato il registro di anagrafe condominiale che contiene anche le generalità dei proprietari e provvedere, proprio allo scopo di aggiornare il registro, ad acquisire le informazioni necessarie.

A questo scopo (per aggiornare il registro di anagrafe condominiale), se non sarà possibile ottenere queste informazioni (su eventuali altri comproprietari) direttamente da questa persona, sarà necessario che l’amministratore vi provveda in proprio.

Se, infatti, vi fossero altri coeredi insieme al badante (o se gli eredi fossero altri e non il badante), essi sarebbero comproprietari dell’appartamento e in quanto tali:

1) i loro dati andranno inseriti nell’anagrafe condominiale e

2) sarebbero anche tutti obbligati in solido (ovviamente nel caso in cui fossero più di uno), cioè per l’intero debito, nei confronti del condominio.

Per verificare se esistano altri eredi e comproprietari (oppure per accertare quali siano effettivamente gli eredi e proprietari se il badante non fosse figlio adottivo) occorre accertare:

1) se il condomino deceduto avesse o meno coniuge e/o altri figli (attraverso opportune ricerche anagrafiche);

2) se il condomino deceduto abbia fatto testamento (la verifica va fatta presso la cancelleria del tribunale del luogo in cui si è aperta la successione che coincide con il luogo in cui il defunto aveva il proprio domicilio).

Aver sottoscritto, quindi, un piano di rientro con una persona di cui si ignora se sia effettivamente quel che dice di essere (cioè figlio adottivo del condomino deceduto), costituisce un’imprudenza per quanto evidenziato finora (cioè perché questo signore potrebbe non essere affatto obbligato al pagamento in quanto non figlio adottivo, né chiamato all’eredità in un eventuale testamento). Infine, bisogna evidenziare che se il piano di rientro è stato sottoscritto senza alcuna garanzia per il pagamento di quanto dovuto (ad esempio, rilascio di titoli cambiari), nel caso in cui il piano non fosse onorato alle scadenze in esso previste, si dovrà procedere affidando incarico ad un legale perché si ottenga un decreto ingiuntivo (con i titoli cambiari a garanzia, invece, nel caso il piano non fosse stato rispettato si sarebbe potuto direttamente notificare il precetto con guadagno di tempo e risparmio di costi).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Auto aziendali in uso promiscuo: cosa prevede la legge

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La nostra azienda concede auto, proprie o in noleggio, in uso promiscuo “fringe benefit” a dipendenti che possono usarle sia per servizio nelle ore di lavoro sia in quelle extra. In cambio questi offrono la loro reperibilità per tutti i giorni della settimana.  

Il trattamento fiscale praticato per tali auto in fringe benefit è quello previsto dall’attuale normativa. Occorre chiedere, a chi ha l’auto in uso promiscuo, pure una contribuzione (per l’eventuale uso privato di tali mezzi) per i giorni di sabato e domenica, nonostante la reperibilità?

 

La concessione in uso promiscuo dell’auto aziendale rappresenta un beneficio che il datore di lavoro concede ai dipendenti più meritevoli o a quelli che hanno maggiore esigenza di spostamenti in macchina, grazie a questa formula il lavoratore usa la macchina sia per scopi professionali che privati.

L’auto aziendale ad uso promiscuo è un fringe benefit, ovvero un reddito in natura corrisposto al dipendente che per il datore di lavoro rappresenta un costo deducibile e un reddito tassabile in busta paga. Il suddetto compenso in natura infatti va esposto a cedolino mensile (deducibile) o assoggettato a tassazione ordinaria in busta paga per ciascun periodo retributivo. Per i beneficiari il bonus comporta un risparmio non indifferente sulle spese di acquisto ma anche sulla manutenzione (ordinaria e straordinaria) del veicolo.

La tassazione prevista per il dipendente viene calcolata in misura forfettaria, pari al 30% della percorrenza convenzionale annua di 15 mila chilometri, come stabilito dall’ACI per lo specifico tipo di auto. Questi valori vengono specificati su apposite tabelle, pubblicate nella Gazzetta Ufficiale entro il 31 dicembre e valide per l’anno seguente. Nelle tabelle si trovano tutti gli autoveicoli suddivisi in auto a benzina, gasolio, GPL-Metano e ibridi-elettrici, in produzione e fuori produzione e microcar e motoveicoli.

La circolare ministeriale n. 326/E/1997 afferma che il fringe benefit deve essere determinato “… al netto di quanto trattenuto al dipendente o da questo corrisposto nello stesso periodo d’imposta in cambio della possibilità di utilizzare anche a fini personali il mezzo”.

Inoltre, nell’articolo 164 del Tuir è contenuta la disciplina fiscale della deduzione dal reddito d’impresa (e di lavoro autonomo) dei costi relativi ai veicoli aziendali.

Nella lettera a) è disciplinata l’ipotesi dei veicoli esclusivamente strumentali per lo svolgimento dell’attività d’impresa (fattispecie limitata a quelle ipotesi in cui l’attività d’impresa non può essere svolta senza tali beni, come accade per le autoscuole e per le società di noleggio ad esempio), nonché quelli adibiti ad uso pubblico (taxi ad esempio).

Nella lettera b) è contenuta la disciplina dei veicoli ad uso promiscuo per i quali è prevista una doppia limitazione: percentuale (20% del costo, aumentata all’80% per gli agenti e rappresentanti di commercio) ed assoluta (costo fiscalmente massimo riconosciuto pari ad euro 18.075,99 e ad euro 25.822,84 per gli agenti e rappresentanti di commercio).

Nella successiva lett. b-bis), è invece disciplinata l’ipotesi di veicoli il cui utilizzo è previsto per scopi aziendali e personali, ed in particolare qualora il veicolo sia concesso in uso promiscuo al dipendente per la maggior parte del periodo d’imposta. L’ulteriore vincolo della “maggior parte del periodo d’imposta” indica che la concessione deve avvenire per un arco temporale non inferiore a 184 giorni. La circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 48/E/1998 ha, infatti, chiarito che si considera “dato in uso promiscuo al dipendente per la maggior parte del periodo d’imposta il veicolo utilizzato dallo stesso per la metà più uno dei giorni che compongono il periodo d’imposta del datore di lavoro”. Qualora siano soddisfatte tali condizioni, la società deduce, senza alcun limite massimo, i costi sostenuti nella misura del 70%. Sul punto, l’Agenzia delle Entrate ha, inoltre, precisato che l’uso promiscuo non deve necessariamente essere avvenuto in modo continuativo, né ad opera di un solo dipendente, e che tale regime di deducibilità è applicabile a tutti i costi riferibili al veicolo concesso al dipendente, in uso promiscuo, per la maggior parte del periodo d’imposta, e non soltanto a quelli che eccedono l’importo del fringe benefit tassato in capo al lavoratore.

Alla luce di quanto detto, considerato che l’uso promiscuo dell’auto aziendale rappresenta un particolare beneficio attribuito al dipendente, a parere dello scrivente, considerando la circolare ministeriale n. 326/E/1997 e l’art. 164, lett. b-bis del Tuir, non appare necessario il versamento di una qualsivoglia tipologia di contributo in quanto tale benefit prevede appositamente che il veicolo aziendale possa essere utilizzato dal dipendente sia durante gli orari lavorativi che durante la vita privata.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Art. 700 c.p.c: si applica se l’urgenza è per motivi di salute?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Qualche anno fa ho dato in comodato un mio fondo ad un agricoltore, per poterne garantire la  conservazione e custodia. Successivamente, per sopraggiunti problemi di salute volevo alienare il fondo per far fronte a spese sanitarie. Il comodatario, nonostante le raccomandate di disdetta, ha continuato ad occupare il fondo. Il mio legale a tutt’oggi non ha avviato alcuna vertenza in quanto sostiene imprescindibile la procedura di “mediazione obbligatoria” come condizione di procedibilità ex d.lgs 28/2010 (in materia di comodato), che comunque non è stata avviata.  Il mio stato di salute si è aggravato e sebbene mi siano pervenute varie offerte di acquisto, anche formali, non posso avere le relative risorse economiche per me necessarie.

Posso procedere ex art. 700 cpc considerato che le mie aspettative di vita sono ridotte e che la mia salute non mi consente di affrontare un altro tipo vertenza?

 

La procedura disciplinata dall’articolo 700 del codice di procedura civile è attivabile solo se sussistano insieme i seguenti presupposti:

1) un fondato motivo di temere un pregiudizio imminente ed irreparabile che minacci il proprio diritto nel tempo occorrente per farlo valere con la procedura ordinaria (cosiddetto periculum in mora);

2) la verosimile esistenza del diritto che si reclama (cosiddetto fumus boni iuris)

Se nel caso specifico il presupposto n. 2 può dirsi esistente (perché appare evidente che il diritto esiste), non si può dire lo stesso per il presupposto n. 1.

Infatti, stando alla descrizione dei fatti, il diritto per il quale il lettore vorrebbe chiedere tutela in via d’urgenza è il diritto alla restituzione dell’immobile concesso in comodato e questo diritto, anche se fosse oggetto di un’azione ordinaria, non subirebbe alcun danno irreparabile (perché l’immobile comunque gli verrebbe restituito e potrebbe esserlo tranquillamente anche a favore dei suoi eredi), né al momento il lettore rischia un pregiudizio imminente (nel senso che non esiste attualmente alcun pericolo che il suo diritto alla restituzione dell’immobile stia per essere leso).

In altri termini, l’urgenza che la legge tutela con l’articolo 700 del codice di procedura civile non è quella che deriva dalle condizioni (anche gravi) di salute di chi vuol proporre il ricorso, ma l’urgenza che deriva dal fatto che il diritto di chi vuole proporre il ricorso sia oggetto di una minaccia imminente e di un pregiudizio irreparabile se si attendessero i tempi di un giudizio ordinario.

In definitiva, quando si intende agire in via d’urgenza non si deve confondere il diritto che viene chiesto al giudice di tutelare in via d’urgenza (che nel caso specifico sarebbe quello di riottenere al più presto la piena disponibilità del fondo), con lo scopo che si vuole raggiungere una volta che il diritto sia ottenuto (scopo che nel caso in esame è quello di poter urgentemente vendere il fondo, considerate le condizioni di salute del lettore, e ricavarne sostanze da reimpiegare).

In altri termini, la legge consente di tutelare in via d’urgenza il diritto a riottenere il fondo occupato (se è dimostrata l’esistenza di un pregiudizio imminente ed irreparabile che lo minacci nel tempo occorrente per farlo valere con la procedura ordinaria), mentre alla legge non interessa e la legge non tutela lo scopo che si vuole poi conseguire una volta che il diritto sia ottenuto (la legge, cioè, non tutela in via d’urgenza lo scopo che il lettore ha di mira dopo che avrà ottenuto la restituzione dell’immobile).

In conclusione, se questi proponesse ricorso in via d’urgenza per ottenere, appunto urgentemente, la restituzione dell’immobile il ricorso avrebbe molte possibilità di essere rigettato (con condanna alle spese per il lettore). Si consiglia, pertanto, in alternativa di valutare attentamente la possibilità di proporre (dopo il necessario tentativo di mediazione che è obbligatorio in materia di comodato e la cui durata, in ogni caso, non può per legge superare i tre mesi), un ricorso ai sensi dell’articolo 702 bis del codice di procedura civile.

L’articolo 702 bis consente, infatti, di avviare un procedimento accelerato rispetto a quello ordinario a condizione che l’attività istruttoria (cioè l’attività da svolgere nel corso del processo, compresa quella relativa alle prove da raccogliere) sia sommaria, cioè attività che richieda di per sé tempi rapidi.

Si deve precisare che il procedimento di cui all’articolo 702 bis non è applicabile, secondo le più recenti sentenze, nel caso in cui alla questione da portare dinanzi al giudice sia applicabile il rito cosiddetto locatizio (quello disciplinato dall’articolo 447 bis del codice di procedura civile).

Sulla base, però, degli elementi forniti dal lettore il contratto di comodato che lo riguarda ha ad oggetto un fondo rustico ed è finalizzato all’esercizio di attività agricole, mentre il rito locatizio si applica solo alle controversie in tema di comodato di immobili urbani (sono classificabili come urbani gli immobili utilizzati a scopo abitativo o per esercitarvi attività industriali, commerciali, artigianali e per l’esercizio di attività abituale e professionale di lavoro autonomo).

Su queste basi, da valutarsi comunque in dettaglio con l’assistenza di un legale, è possibile per il lettore agire ai sensi dell’articolo 702 bis c.p.c. per la restituzione dell’immobile occupato (pur dopo l’invio della raccomandata con cui ne richiese la restituzione al comodatario) ed anche per le collegate azioni finalizzate al pagamento della penale prevista in contratto ed al risarcimento degli ulteriori danni (ove esistenti).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Dormire per strada: è lecito o c’è una multa?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vivere e dormire per strada non può essere punito penalmente neanche se c’è un’ordinanza del Sindaco o un regolamento comunale che lo vieta.

La strada è, per eccellenza, il luogo di tutti. In quanto suolo pubblico, però, va rispettata e tenuta in buone condizioni: un obbligo che non compete solo al Comune, ma anche a ogni cittadino. Chi sporca la strada con mozziconi di sigarette, cartacce, gomme da masticare, escrementi di cane è tenuto a pulire immediatamente il suolo, pena sanzioni di carattere amministrativo. Spesso si crede, però, che da questo divieto derivi anche quello di dormire per strada. Nulla di più falso. La Cassazione ha di recente chiarito che vivere per strada non è reato e non può essere punito con sanzioni penali [1]. Dormire per strada, peraltro, non è sinonimo di accattonaggio (reato, fra l’altro, abrogato dal 1999 [2]). Resta comunque il potere del Sindaco di adottare ordinanze che vietino i clochard in particolari sedi del territorio locale: questo però non trasforma la condotta in un reato che, tutt’al più, può essere punita con contravvenzioni di carattere amministrativo. Ma procediamo con ordine e vediamo se, per chi dorme per strada c’è il rischio di multe.

Dormire per strada è reato?

Secondo la pronuncia della Suprema Corte, pubblicata nello scorso mese di luglio, non è reato chi si accampa per strada e vive sul marciapiedi. Stesso discorso per chi decide di dormire per strada che, pertanto, non può essere punito con sanzioni di carattere penale. Leggi Vivere per strada è legale? Non importa che la presenza del senza tetto possa pregiudicare i locali commerciali nelle adiacenze, un hotel di cinque stelle o infastidire e preoccupare gli abitanti. In altre parole esiste un diritto a “stare sul marciapiede” non solo per le lucciole. Il che significa che non si possono chiamare i vigili, la polizia o i carabinieri per togliere il senza tetto dai margini della via. Vivere per strada – sia ciò costituisca una necessità o una scelta consapevole di chi contesta lo stile di vita moderno – non può essere oggetto di una denuncia o una querela.

Una cosa, però, è l’illecito penale, un’altra l’illecito amministrativo. Quest’ultimo potrebbe configurarsi solo se esiste (ma non è detto che sia così) un regolamento comunale che vieti di accamparsi per strada o in determinate zone urbane. Si rischia, tutt’al più, una contravvenzione amministrativa, non un reato. È vero, il codice penale [3] stabilisce che chiunque non osserva un provvedimento dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 206 euro. Ma ciò non vale di specie; quindi non c’è reato se, nei luoghi pubblici del territorio comunale, vengono predisposti bivacchi o accampamenti di fortuna, anche se ciò comporta situazioni di grave alterazione del decoro urbano o intralcio alla pubblica viabilità. A detta della Cassazione il comportamento del clochard non è punibile penalmente, poiché «l’ordinanza del sindaco è dettata in via preventiva ed è indirizzata ad una generalità di soggetti». In sostanza, pur prendendo atto della precaria e poco dignitosa situazione in cui si trova l’uomo sorpreso a dormire per strada, secondo la giurisprudenza egli non commette alcun reato.

Chiedere l’elemosina è vietato?

Come abbiamo appena detto, anche il fatto di chiedere l’elemosina non è reato. Lo diventa quando le modalità con cui si invocano gli spiccioli sono vietate dalla legge. Si pensi al caso dello sfruttatore che utilizzi gli zingari, gli invalidi (o i falsi invalidi) e i bambini per far leva sul sentimento di pietà dei passanti; in tale ipotesi potrebbe ricorrere il reato di «riduzione o mantenimento in schiavitù». Chi poi chiede l’elemosina in modo insistente potrebbe rispondere del reato di «violenza privata».

Si tenga conto che, anche in questo caso, il Comune potrebbe imporre con propri regolamenti il divieto di accattonaggio in determinate aree del suolo urbano. Scatteranno però solo sanzioni economiche di carattere amministrativo. La scusante dello stato di necessità però consente di evitare la condanna.

Dormire per strada con un cane è vietato?

Anche vivere o dormire per strada con un cane non è reato salvo che questo non versi in condizioni di malnutrizione: ciò potrebbe infatti configurare l’illecito penale di maltrattamento degli animali.

Legge 104 e trasferimento del lavoratore: novità

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il lavoratore che assiste un disabile può essere trasferito solo in caso di straordinarie ragioni produttive.

Il lavoratore con la 104 ha diritto a scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio del disabile da lui assistito. Allo stesso modo non può essere trasferito dal datore di lavoro in un’altra sede dell’azienda senza il proprio consenso. Ciò vale anche se il trasferimento non comporta lo spostamento a una nuova unità produttiva o si realizza nell’ambito dello stesso Comune. Sono questi gli importanti chiarimenti forniti dalla giurisprudenza in questi ultimi anni e, più di recente, da una sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le novità in merito al trasferimento del lavoratore con la legge 104.

Divieto di trasferimento del lavoratore con la 104

Il lavoratore che, in base all’articolo 33 della legge 104/1992, assiste un familiare disabile non può essere trasferito da una sede di lavoro a una nuova su semplice decisione del datore di lavoro non concordata con il dipendente. Pertanto, il datore di lavoro non può trasferire un proprio dipendente se quest’ultimo cura e assiste un familiare portatore di grave handicap. Infatti, la necessità assistenziale nei confronti di quest’ultimo prevale sempre sulle esigenze di produzione e di organizzazione dell’azienda: esigenze che, altrimenti, avrebbero consentito al datore di lavoro il libero esercizio di tale potere (per un approfondimento: “Legge 104: permessi dal lavoro per portatori di handicap e familiari”).

Questo divieto si giustifica per via del ruolo centrale che ha la  famiglia nell’assistenza del disabile: lo prevede la nostra Costituzione, ma anche la Carta di Nizza, che salvaguarda il diritto dei disabili di beneficiare di misure rivolte al loro inserimento sociale. Lo stabilisce anche la Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 in materia di protezione dei disabili.

Il lavoratore con la 104 può scegliere il posto di lavoro, chiedere l’avvicinamento in un momento successivo e non può più essere trasferito senza il proprio consenso

Quando c’è divieto di trasferimento del dipendente con la 104?

Per far scattare il divieto di trasferimento è sufficiente che si verifichi un cambiamento geografico, anche se la sede di destinazione rientra nell’ambito della medesima unità produttiva. Pertanto il divieto riguarda anche i casi in cui il trasferimento non comporta lo spostamento a una nuova unità produttiva. Infatti il dato dirimente è costituito dal mutamento del luogo geografico di svolgimento della prestazione lavorativa.

Secondo una sentenza del Tribunale di Firenze [2], il concetto di trasferimento del lavoratore – vietato se questi è titolare della 104 – comprende anche i casi in cui lo spostamento avviene nell’ambito dello stesso Comune, quando questo comprende uffici costituenti diverse unità produttive.

Quando si può trasferire un lavoratore con la 104?

Gli unici casi in cui si può trasferire un lavoratore con la 104 si verificano quando il datore di lavoro dimostra la sussistenza di specifiche esigenze tecnico-produttive od organizzative, le quali impediscano una soluzione diversa dal trasferimento geografico del posto di lavoro. Inoltre, secondo la Cassazione [3], è possibile il trasferimento nel caso di incompatibilità ambientale del dipendente o in caso di definitiva soppressione del posto di lavoro (casi nei quali l’esigenza del datore di lavoro al trasferimento coincide con quella del lavoratore a non perdere la propria occupazione). Dunque se l’azienda motiva il trasferimento con ordinarie esigenze di natura organizzativa, il trasferimento necessita del consenso del dipendente. Se invece vi sono altre e più gravi necessità (come quelle appena elencate), può tornare a prevalere il diritto dell’azienda di spostare il lavoratore ad un’altra unità produttiva.

Il dipendente può scegliere la sede di lavoro l’avvicinamento

È diritto del dipendente con la 104 di scegliere, al momento dell’assunzione, la sede di lavoro più vicina al luogo di residenza o domicilio del familiare disabile. La scelta del posto di lavoro può essere esercitata anche in un momento successivo alla firma del contratto, con una richiesta di avvicinamento. Risultato: la richiesta di trasferimento con avvicinamento al domicilio del portatore di handicap può essere presentata in qualsiasi momento: all’atto dell’assunzione o anche dopo. Tali chiarimenti sono stati forniti da una recentissima ordinanza della Cassazione [4]. Leggi sul punto l’approfondimento: Spetta il trasferimento per assistere un genitore disabile?

Il diritto alla scelta del luogo di lavoro spetta anche se il lavoratore non convive con il disabile e con quest’ultimo coabita un’altra persona (ad esempio il badante).

Se il familiare non ha una invalidità grave

Sempre secondo la Suprema Corte [5], il lavoratore con la 104 non può mai essere trasferito in un’altra sede, salvo che vi siano esigenze indifferibili per l’organizzazione aziendale. Ciò vale anche quando l’invalidità del familiare “a carico” non è particolarmente grave.

Multa non ricevuta: entro quanto tempo il ricorso?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per far annullare la richiesta di pagamento della multa ci sono 30 giorni di tempo per agire dall’estratto di ruolo, dal fermo o dal pignoramento.

Può succedere che ci si accorga di aver subito una multa stradale solo quando inizia un pignoramento, quando viene notificato un preavviso di fermo auto o nel momento in cui si chiede l’estratto di ruolo all’Agente della Riscossione. Come ci si deve comportare in questi casi per poter recuperare la possibilità di fare ricorso contro il verbale della polizia? In realtà, non c’è bisogno di sollevare contestazioni nei confronti della contravvenzione perché basta il semplice fatto di non aver mai ricevuto la multa per far decadere tutti gli atti successivi ad essa, ossia per rendere invalido il fermo, il pignoramento o chiedere il depennamento del debito dall’estratto di ruolo. Ciò che però non si sa è che c’è un termine ben preciso per agire oltre il quale si decade da ogni possibilità di impugnazione. In questo articolo ci occuperemo proprio di stabilire, in caso di multa non notificata, entro quanto tempo deve avvenire il ricorso. La questione è stata affrontata da due importanti e recenti sentenze della Cassazione. Ecco cosa dicono i giudici supremi.

Cosa succede se non si paga la multa?

Prima però di illustrare entro quanto tempo va presentato il ricorso contro la multa nono notificata dobbiamo ricordare cosa succede in caso di mancato pagamento della contravvenzione e in assenza di ricorso.

Dal momento in cui riceve la multa (sia che questa gli venga recapitata a casa dal postino che consegnata dal poliziotto al momento della infrazione) l’automobilista ha 30 giorni per far ricorso al giudice di pace e 60 per il ricorso al prefetto. Il termine per pagare è, invece, sempre di 60 giorni. Se non si versa la somma dovuta o se la si corrisponde anche con un solo giorno di ritardo bisognerà pagare la contravvenzione in misura piena (l’importo indicato nel verbale è, infatti, quello in «misura ridotta»); il che significa, nel gran parte dei casi, il raddoppio dell’importo. Oltre a ciò scattano gli interessi semestrali del 10% ed, entro due anni, arriva la cartella di pagamento dell’Agente della Riscossione.

Su questo e altri aspetti leggi: Cartella di pagamento per multa mai notificata.

Contro la cartella di pagamento ci sono 30 giorni di tempo per far ricorso al giudice di pace. Il ricorso però può attenere solo a vizi della cartella (ad esempio l’omessa indicazione del responsabile del procedimento, l’inesatta indicazione della motivazione, ecc.), ma non della multa contro la quale i termini per l’impugnazione sono oramai scaduti.

Multa non notificata: che fare?

Che succede, infine, se non si è mai ricevuta la multa con la raccomandata? Se questa è stata contestata nell’immediatezza dal vigile, dall’agente di polizia stradale o da qualsiasi altra autorità legittimata a ciò (ad esempio i carabinieri), per cui l’automobilista è stato fermato al momento dell’infrazione, non c’è bisogno della spedizione della contravvenzione a casa. La contestazione immediata infatti equivale a notifica.

Nel caso poi di divieto di sosta, il foglio lasciato sul tergicristalli dell’auto non costituisce una notifica, per cui l’automobilista ha diritto a ricevere la contravvenzione presso la propria residenza con la tradizionale raccomandata.

Diverso è invece il caso in cui non si è mai ricevuta alcuna notifica di multa, né con la contestazione immediata, né con la raccomandata. È questo il vero e proprio caso di multa non notificata. In questo caso la multa così come ogni successivo atto ricevuto dall’automobilista è nullo. Dicevamo in apertura, però, che esistono dei termini stretti per fare ricorso e questi dipendono a seconda di come si è avuto conoscenza del verbale: se cioè con un estratto di ruolo richiesto all’Agenzia Entrate Riscossione o se, invece, per aver ricevuto un pignoramento o un fermo auto. Analizziamo i due casi.

Multa conosciuta con un estratto di ruolo

In tal caso, per fare ricorso, ci sono 30 giorni dalla consegna dell’estratto di ruolo all’interessato. Secondo la Cassazione [1], l’estratto di ruolo è un documento ufficiale che rende l’automobilista consapevole della pretesa di pagamento nei suoi confronti e gli fornisce quindi la conoscenza piena dell’esistenza della multa. Pertanto da questo momento decorrono i termini per impugnare l’estratto di ruolo stesso con riferimento alla pretesa di pagamento della multa mai ricevuta e ottenere la cancellazione del debito.

Multa conosciuta con un pignoramento o un fermo

Potrebbe però avvenire che l’Agente della Riscossione si muova prima del contribuente e gli notifichi un preavviso di fermo o un pignoramento. In tal caso, secondo la Cassazione [2], il contribuente ha 30 giorni di tempo, dal ricevimento di quest’atto, per impugnarlo e contestare la mancata notifica della multa [1]. Anche in questa ipotesi potrà far annullare il procedimento a suo carico.