Amministratore di condominio deve dimostrare l’aggiornamento?

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’amministratore di condominio è tenuto a osservare l’obbligo di formazione annuale. Il condomino può ricorrere al giudice affinché gli imponga di esibire i certificati di frequenza. 

Cosa succede se l’amministratore di condominio non segue i corsi di aggiornamento? Può essere revocato dall’incarico. La formazione professionale è infatti condizione per il valido esercizio del suo mandato, almeno quando la carica non è ricoperta da uno dei condomini. Ma come fanno l’assemblea o i singoli condomini a controllare l’adempimento di tale onere? L’amministratore di condominio deve dimostrare la frequenza dei corsi di aggiornamento esibendo, su richiesta degli interessati, gli attestati di presenza? E cosa si può fare se si rifiuta di fornire tale prova? 

Di tanto si è occupata di recente la Corte di Appello di Napoli [1]. Vediamo cosa stabiliscono, in proposito, tanto la legge quanto la giurisprudenza. 

Obbligo di aggiornamento professionale dell’amministratore 

Per poter essere nominato o riconfermato, l’amministratore di condominio deve: 

  • aver frequentato un corso di formazione iniziale;
  • svolgere attività di formazione periodica in materia di amministrazione condominiale.

I corsi di formazione iniziale devono svolgersi almeno su 72 ore di lezione, mentre quelli annuali di formazione periodica su 15 ore di lezione all’anno.

Tale obbligo è escluso solo quando l’amministratore è scelto tra i condomini dell’edificio amministrato.

Che succede se l’amministratore di condominio non segue i corsi di aggiornamento?

L’articolo 1129, comma 2, Codice civile prescrive che, all’atto della accettazione del mandato e ad ogni successiva riconferma, l’amministratore debba comunicare all’assemblea i propri dati professionali. L’omessa, incompleta o inesatta comunicazione di tali estremi costituisce una grave irregolarità sanzionata con la revoca del mandato [2]. 

L’omissione della comunicazione dei requisiti professionali è sufficiente (anche prescindendo dall’effettivo possesso) a comportare la revoca dell’amministratore per giusta causa: revoca che, se non disposta dall’assemblea, può essere richiesta al giudice da ciascun condomino anche singolarmente, presentando un ricorso in tribunale (per il tramite del proprio avvocato).  

Tra i dati professionali che l’amministratore di condominio deve fornire rientra anche il conseguimento degli aggiornamenti annuali. Pertanto, come chiarito sempre dalla giurisprudenza [3], va revocato l’amministratore carente di tali requisiti professionali. 

In altri termini, l’amministratore che non abbia seguito il corso iniziale o quelli periodici di formazione può essere mandato via senza alcun preavviso e senza dovergli perciò risarcire i danni.

L’amministratore deve mostrare gli attestati dei corsi di aggiornamento?

Una volta affermato l’obbligo dell’amministratore non solo di frequentare i corsi di aggiornamento, ma anche di comunicare tale circostanza al condominio, è conseguenza diretta il fatto che ogni condomino ha diritto, al fine di tutelarsi in sede giudiziaria per revocare il mandato all’amministratore o impugnare la delibera assembleare di nomina, ad essere informato sul corretto assolvimento all’obbligo formativo periodico. In altri termini tanto l’assemblea, quanto il singolo condomino possono chiedere all’amministratore di esibire gli attestati che dimostrino la partecipazione ai corsi di formazione. E se l’amministratore non lo fa, si può ricorrere al tribunale affinché gli ingiunga di farlo. A tal fine bisognerà depositare una copia della raccomandata a/r o della Pec con cui è stata inoltrata formalmente la richiesta. Ogni condomino è infatti legittimato a conoscere le adempienze formative del proprio amministratore.

È chiaro che, se anche dopo la pronuncia del giudice l’amministratore non dovesse ottemperare all’obbligo o dovesse risultare privo dei titoli, si potrà procedere alla revoca per giusta causa. 

Come anticipato, il diritto di accertare, in ogni momento, il corretto adempimento degli obblighi di aggiornamento periodici gravanti sull’amministratore chiedendogli copia degli attestati rilasciati non fa capo solo ad ogni singolo condomino, ma anche all’assemblea di condominio. 

L’assemblea può nominare un amministratore che non sia in regola con la formazione?

La giurisprudenza ritiene che, pur volendo, l’assemblea non può mai nominare un amministratore che non abbia adempiuto agli obblighi di formazione professionale. Se lo facesse, la delibera sarebbe nulla e quindi impugnabile in qualsiasi momento, anche a distanza di anni, senza che valga quindi il termine di 30 giorni previsto, in via generale, per contestare le decisioni dell’assemblea. E ciò perché l’articolo 71bis delle disposizioni di attuazione al codice civile, che appunto prescrive tale obbligo, è una norma imperativa. 

La giurisprudenza ha chiarito che «la mancanza di frequentazione del corso rende illegittima la nomina dell’amministratore di condominio, nel senso che non potrà assumere incarichi per l’anno successivo e la sua nomina sarebbe nulla» [4].

Conclusioni

In estrema sintesi, è possibile la revoca per giusta causa dell’amministratore in due ipotesi: 

  • quando omette di aggiornarsi, perciò sia privo delle attestazioni formative e 
  • quando, sebbene si sia aggiornato, ometta di consegnare al condomino (o all’assemblea) le certificazioni formative richieste.
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Amministratore di condominio deve dimostrare l’aggiornamento?

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L’amministratore di condominio è tenuto a osservare l’obbligo di formazione annuale. Il condomino può ricorrere al giudice affinché gli imponga di esibire i certificati di frequenza. 

Cosa succede se l’amministratore di condominio non segue i corsi di aggiornamento? Può essere revocato dall’incarico. La formazione professionale è infatti condizione per il valido esercizio del suo mandato, almeno quando la carica non è ricoperta da uno dei condomini. Ma come fanno l’assemblea o i singoli condomini a controllare l’adempimento di tale onere? L’amministratore di condominio deve dimostrare la frequenza dei corsi di aggiornamento esibendo, su richiesta degli interessati, gli attestati di presenza? E cosa si può fare se si rifiuta di fornire tale prova? 

Di tanto si è occupata di recente la Corte di Appello di Napoli [1]. Vediamo cosa stabiliscono, in proposito, tanto la legge quanto la giurisprudenza. 

Obbligo di aggiornamento professionale dell’amministratore 

Per poter essere nominato o riconfermato, l’amministratore di condominio deve: 

  • aver frequentato un corso di formazione iniziale;
  • svolgere attività di formazione periodica in materia di amministrazione condominiale.

I corsi di formazione iniziale devono svolgersi almeno su 72 ore di lezione, mentre quelli annuali di formazione periodica su 15 ore di lezione all’anno.

Tale obbligo è escluso solo quando l’amministratore è scelto tra i condomini dell’edificio amministrato.

Che succede se l’amministratore di condominio non segue i corsi di aggiornamento?

L’articolo 1129, comma 2, Codice civile prescrive che, all’atto della accettazione del mandato e ad ogni successiva riconferma, l’amministratore debba comunicare all’assemblea i propri dati professionali. L’omessa, incompleta o inesatta comunicazione di tali estremi costituisce una grave irregolarità sanzionata con la revoca del mandato [2]. 

L’omissione della comunicazione dei requisiti professionali è sufficiente (anche prescindendo dall’effettivo possesso) a comportare la revoca dell’amministratore per giusta causa: revoca che, se non disposta dall’assemblea, può essere richiesta al giudice da ciascun condomino anche singolarmente, presentando un ricorso in tribunale (per il tramite del proprio avvocato).  

Tra i dati professionali che l’amministratore di condominio deve fornire rientra anche il conseguimento degli aggiornamenti annuali. Pertanto, come chiarito sempre dalla giurisprudenza [3], va revocato l’amministratore carente di tali requisiti professionali. 

In altri termini, l’amministratore che non abbia seguito il corso iniziale o quelli periodici di formazione può essere mandato via senza alcun preavviso e senza dovergli perciò risarcire i danni.

L’amministratore deve mostrare gli attestati dei corsi di aggiornamento?

Una volta affermato l’obbligo dell’amministratore non solo di frequentare i corsi di aggiornamento, ma anche di comunicare tale circostanza al condominio, è conseguenza diretta il fatto che ogni condomino ha diritto, al fine di tutelarsi in sede giudiziaria per revocare il mandato all’amministratore o impugnare la delibera assembleare di nomina, ad essere informato sul corretto assolvimento all’obbligo formativo periodico. In altri termini tanto l’assemblea, quanto il singolo condomino possono chiedere all’amministratore di esibire gli attestati che dimostrino la partecipazione ai corsi di formazione. E se l’amministratore non lo fa, si può ricorrere al tribunale affinché gli ingiunga di farlo. A tal fine bisognerà depositare una copia della raccomandata a/r o della Pec con cui è stata inoltrata formalmente la richiesta. Ogni condomino è infatti legittimato a conoscere le adempienze formative del proprio amministratore.

È chiaro che, se anche dopo la pronuncia del giudice l’amministratore non dovesse ottemperare all’obbligo o dovesse risultare privo dei titoli, si potrà procedere alla revoca per giusta causa. 

Come anticipato, il diritto di accertare, in ogni momento, il corretto adempimento degli obblighi di aggiornamento periodici gravanti sull’amministratore chiedendogli copia degli attestati rilasciati non fa capo solo ad ogni singolo condomino, ma anche all’assemblea di condominio. 

L’assemblea può nominare un amministratore che non sia in regola con la formazione?

La giurisprudenza ritiene che, pur volendo, l’assemblea non può mai nominare un amministratore che non abbia adempiuto agli obblighi di formazione professionale. Se lo facesse, la delibera sarebbe nulla e quindi impugnabile in qualsiasi momento, anche a distanza di anni, senza che valga quindi il termine di 30 giorni previsto, in via generale, per contestare le decisioni dell’assemblea. E ciò perché l’articolo 71bis delle disposizioni di attuazione al codice civile, che appunto prescrive tale obbligo, è una norma imperativa. 

La giurisprudenza ha chiarito che «la mancanza di frequentazione del corso rende illegittima la nomina dell’amministratore di condominio, nel senso che non potrà assumere incarichi per l’anno successivo e la sua nomina sarebbe nulla» [4].

Conclusioni

In estrema sintesi, è possibile la revoca per giusta causa dell’amministratore in due ipotesi: 

  • quando omette di aggiornarsi, perciò sia privo delle attestazioni formative e 
  • quando, sebbene si sia aggiornato, ometta di consegnare al condomino (o all’assemblea) le certificazioni formative richieste.
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Detrazioni fiscali per figli a carico

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A chi spetta e come si calcola lo sconto Irpef: limiti di reddito, suddivisione della detrazione tra genitori, rapporti con l’assegno unico.

Hai dei figli senza reddito, o con un reddito molto basso? Puoi beneficiare della detrazione fiscale per figli a carico. Non si tratta di un sussidio, ma di un importo che puoi sottrarre direttamente dalle tasse (nello specifico dall’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche): quest’importo è calcolato attraverso una formula. La detrazione dipende dal tuo reddito, da quanti figli hai, dalle loro particolari condizioni di salute (in possesso o meno di handicap) e dalla loro età. Nella generalità dei casi, devi poi dividere la detrazione spettante con l’altro genitore.

Quando un figlio è fiscalmente a carico?

Ma quand’è che un figlio si considera fiscalmente a carico di un genitore? Quando vive con lui? No, la condizione di carico fiscale non dipende dalla convivenza, ma dal reddito prodotto dal figlio, che non può superare i 2.840,51 euro all’anno. Un figlio può essere ancora considerato fiscalmente a carico anche se il suo reddito annuo supera questa soglia, se non ha un’età superiore a 24 anni: in questo caso il limite di reddito è pari a 4.000 euro all’anno, oltre il quale il figlio non è più considerato a carico

In sintesi, un figlio può essere considerato fiscalmente a carico del genitore se il suo reddito:

  • non supera 2.840,51 euro annui, se la sua età è superiore a 24 anni;
  • non supera 4mila euro annui, se la sua età è sino a 24 anni.

Questa nuova soglia di reddito è efficace dall’anno d’imposta 2019. Ora facciamo il punto della situazione sulle detrazioni fiscali per figli a carico: chi ha diritto alla detrazione, come si calcola e come si ottiene.

Detrazione per figli a carico: come funziona?

La detrazione per i figli a carico consiste in un importo che si può sottrarre dalle tasse, cioè che diminuisce l’Irpef dovuta (l’imposta sul reddito delle persone fisiche): l’importo varia a seconda del numero dei figli a carico, della loro età, della presenza di figli disabili e del reddito complessivo del genitore.

La detrazione, solitamente, viene fruita ogni mese in busta paga o nel cedolino della pensione o del diverso trattamento spettante (ad esempio la disoccupazione): in questo modo il dipendente (o collaboratore, se parasubordinato, in quanto i redditi sono equiparati a quelli di lavoro dipendente), o il pensionato, subisce una trattenuta più bassa sullo stipendio o sulla pensione. Dato che, però, i calcoli effettuati nel cedolino sono provvisori, solo con il conguaglio fiscale o con la dichiarazione dei redditi si può conoscere l’importo definitivo della detrazione spettante.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, la detrazione può essere fruita soltanto nella dichiarazione dei redditi, non ricevendo questi ultimi l’equivalente di un cedolino paga o pensione mensile. Per chi, non avendo prodotto redditi, non paga le tasse, la detrazione non può essere applicata e non dà diritto ad alcun rimborso. La detrazione, difatti, è un importo che si sottrae dalle imposte: se queste sono pari a zero, la detrazione non genera un credito d’imposta.

Chi ha diritto alla detrazione per figli a carico?

La detrazione fiscale spetta per ogni figlio a carico: un figlio si considera a carico, come osservato, a prescindere dal requisito della convivenza, se il suo reddito annuo non supera i 2840,51 euro. Dal 2019 l’importo del reddito annuo è aumentato a 4mila euro per i figli sino a 24 anni.

Se il lavoratore (o il pensionato) fruisce, in busta paga (o nel cedolino pensione), della detrazione per un figlio a carico e questo, nell’anno, percepisce un reddito che supera la soglia stabilita, la detrazione fruita deve essere restituita in sede di conguaglio annuale (operato dal datore di lavoro o dall’ente previdenziale) o di dichiarazione dei redditi: non importa in quale data viene superata la soglia di reddito, in quanto il limite si riferisce all’anno intero. Quindi, se il figlio percepisce un compenso, anche il 31 dicembre, che determina il superamento della soglia di reddito, il genitore perde la detrazione a lui riferita per tutto l’anno e, se l’ha già fruita nella busta paga o nella pensione, la deve restituire.

Se il lavoratore (o il pensionato) ha più figli, e perde la detrazione già fruita solo per uno di essi, non deve restituire tutto l’ammontare delle detrazioni per figli a carico, ma queste sono ricalcolate basandosi sul minore numero di figli a carico.

La detrazione, normalmente, spetta ad entrambi i genitori al 50% ciascuno, a meno che non ci sia un accordo che prevede la detrazione al 100% a favore del genitore col maggior reddito. Se un genitore è a carico dell’altro, il beneficio spetta nella misura del 100% a quest’ultimo.

Per i genitori separati, la detrazione varia a seconda delle modalità dell’affidamento dei figli:

  • affidamento ad uno solo dei genitori: spetta al 100% al genitore affidatario, salvo diverso accordo che ripartisca la detrazione al 50% o la attribuisca interamente al genitore col reddito più elevato;
  • affidamento congiunto o condiviso, figli maggiorenni (non affidabili): spetta al 100% al genitore affidatario, salvo diverso accordo che ripartisca la detrazione al 50% o la attribuisca interamente al genitore col reddito più elevato;
  • imposta incapiente (cioè più bassa della detrazione) per uno dei genitori: il genitore incapiente può devolvere all’altro la detrazione non fruita, e questi è tenuto a riversare l’intera detrazione, o il 50%, in caso di affidamento congiunto .

Per i genitori non sposati, se ci sono provvedimenti di affido, vale la disciplina applicabile ai genitori separati o divorziati; se non ci sono provvedimenti di affido, vale la disciplina applicabile ai genitori coniugati.

Come si chiede la detrazione per figli a carico?

La detrazione per figli a carico viene automaticamente calcolata in sede di dichiarazione dei redditi; il contribuente, perché la detrazione possa essere calcolata, deve inserire nel modello di dichiarazione (730 o Redditi), nel quadro familiari a carico, i codici fiscali dei figli a carico, specificando:

  • per quanti mesi risultano a carico (la ripartizione è su base mensile se il figlio è nato in corso d’anno, se nel corso dell’anno compie 3 anni, in quanto la detrazione spettante è diversa, o se nell’anno si sposa e risulta a carico del coniuge);
  • se sono minori di 3 anni o portatori di handicap;
  • qual è la percentuale di carico (deve essere uguale per tutti i figli).

Se il lavoratore vuole fruire della detrazione per figli a carico in busta paga, deve compilare un’apposita domanda indirizzata al datore di lavoro, dichiarando il numero di figli a carico, la percentuale di carico e la presenza di figli minori di 3 anni o portatori di handicap.

Se si vuole fruire della detrazione nel cedolino di pensione, o nel cedolino relativo alla particolare prestazione erogata dall’Inps (ad esempio la disoccupazione), bisogna inoltrare un’apposita domanda all’istituto:

  • attraverso il servizio online “Detrazioni fiscali – domanda e gestione”, accessibile se l’interessato è in possesso di pin dispositivo;
  • attraverso il call center Inps, al numero 803.164 o 06.164.164 da telefono mobile;
  • attraverso i servizi di un patronato.

Come si calcola la detrazione per figli a carico?

La detrazione per figli a carico si calcola tramite una formula, che varia a seconda dell’età dei figli, del reddito del genitore, del possesso di handicap e del numero dei figli:

  • figlio minore di 3 anni: 1.220 × [(95mila – reddito complessivo) / 95mila];
  • figlio da 3 anni in su: 950 × [(95mila – reddito complessivo) / 95mila].

Per ogni figlio, il minuendo e il divisore (cioè i 95mila euro) sono aumentati di 15mila euro. Ad esempio, se si hanno 3 figli la detrazione, per ciascun figlio, sarà pari alla seguente espressione:

  • 220 × [(125mila – reddito complessivo) / 125mila] se il figlio ha meno di 3 anni;
  • 950 × [(125mila – reddito complessivo) / 125mila] se il figlio ha da 3 anni in su.

I 95mila euro sono dunque aumentati di 15mila per il 2° figlio e di ulteriori 15mila per il 3° figlio, sino ad arrivare a 125mila euro.

Dal 4° figlio in su, le detrazioni teoriche di 1.220 e 950 euro sono aumentate, rispettivamente, a 1.420 euro, per i figli minori di 3 anni e 1.250 euro per quelli da 3 anni in su, cioè sono aumentate di 200 euro.

Se un figlio è portatore di handicap, la detrazione teorica è aumentata di 400 euro.

Una volta calcolata la detrazione, questa deve essere dimezzata se i figli sono fiscalmente a carico di entrambi i genitori.

Detrazione aggiuntiva per famiglie numerose

Per chi ha dai 4 figli in su, oltre alle detrazioni per ogni figlio a carico appena esaminate, spetta un’ulteriore detrazione, unica per tutti i figli, nota col nome “Bonus famiglie numerose.

La detrazione è pari a 1.200 euro indipendentemente dal reddito, a prescindere dal numero di mesi nei quali ciascun figlio risulta a carico: ad esempio, se in una famiglia nasce il 4° figlio il 31 dicembre, il bonus famiglie numerose spetta per intero.

Se il contribuente è incapiente, cioè la detrazione è maggiore dell’imposta dovuta, questa non si azzera all’azzerarsi dell’imposta, come avviene per la detrazione per i figli a carico, ma si forma un credito a suo favore pari all’importo del bonus non fruito, considerando le altre detrazioni spettanti già sottratte dai tributi dovuti. Ad esempio, se l’Irpef a carico del contribuente è pari a 5mila euro, ed ha già fruito delle detrazioni spettanti per familiari a carico pari ad un totale di 4800 euro, con soli 200 euro della detrazione famiglie numerose il tributo si azzera. I restanti mille euro possono allora essere utilizzati come credito d’imposta.

Detrazione per figli a carico e assegno unico: rapporti

La detrazione per figli a carico è stata assorbita, a partire dal 1° marzo 2022, nel nuovo assegno unico e universale e la detrazione per famiglie numerose sono misure strutturali, pienamente operative e che non hanno bisogno di essere confermate e rifinanziate ogni anno. Te ne parliamo in maniera approfondita nell’articolo “Assegno unico e detrazioni per figli a carico“.

Nell’anno di imposta 2022 (dichiarazioni da presentare nel 2023) c’è un doppio regime per le detrazioni fiscali per i figli a carico, che vengono ancora riconosciute nel periodo dal 1° gennaio al 28 febbraio 2022, mentre successivamente, con l’entrata in vigore dell’assegno unico, le detrazioni per figli a carico rimangono solo per i figli di età superiore a 21 anni. Per maggiori dettagli leggi “Come cambiano le detrazioni con l’assegno unico“.

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Come non pagare una multa per eccesso di velocità

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come fare ricorso contro autovelox e tutor: i motivi di nullità della multa. 

Per non pagare una multa per eccesso di velocità è necessario impugnarla entro 30 giorni al giudice di pace o entro 60 al prefetto. Ma non basta chiaramente fare ricorso. È necessario anche individuare i motivi per cui l’impugnazione potrà essere verosimilmente accolta. Diversamente si rischia, nel caso del ricorso al giudice di pace, di pagare le spese processuali alla controparte e, nel caso di ricorso al prefetto, di essere condannati a pagare il doppio dell’iniziale sanzione.

Esistono una serie di sentenze della giurisprudenza che, nel decidere sui ricorsi presentati dagli automobilisti, hanno di fatto chiarito come non pagare una multa per eccesso di velocità. E premesso che ormai, il più delle volte, tali contestazioni avvengono sempre tramite apparecchi di rilevamento elettronico, la questione si risolve nei seguenti termini: come contestare una multa con autovelox o tutor. 

Cerchiamo dunque di fare il punto della situazione.

Come contestare la multa per eccesso di velocità

Prima di fare ricorso contro la multa è bene accertarsi se questa è legittima o meno. Ecco pertanto alcune verifiche da effettuare per stabilire se la polizia ha rispettato la legge nell’elevare il verbale:

  • nei 4 chilometri che precedono l’autovelox o il tutor deve esserci il cartello con la scritta “controllo elettronico della velocità”. In caso contrario fai un filmato con lo smartphone e usalo per fare ricorso. Lo stesso vale anche quando l’autovelox era montato sull’auto della polizia e in movimento con essa (il cosiddetto scout speed);
  • il cartello con l’avviso deve essere posto dopo l’ultimo incrocio rispetto alla postazione di controllo;
  • il cartello stradale deve trovarsi a una ragionevole distanza dall’autovelox o dal tutor, in modo da consentirti di frenare evitando manovre brusche. La segnaletica troppo prossima alla postazione di controllo è illegittima. Anche in questo caso puoi effettuare un filmato per dimostrare ciò;
  • il cartello stradale con l’avviso del controllo elettronico della velocità deve essere visibile, non coperto da altri cartelli o da vegetazione, e non deve essere rovinato da scritte vandaliche;
  • se la multa ti è stata elevata in città, in una strada urbana a scorrimento o in una strada extraurbana secondaria e l’autovelox era “fisso” (senza cioè la presenza della polizia), il verbale deve indicare il decreto del Prefetto che ha autorizzato la rilevazione automatica della velocità;
  • il verbale deve indicare la data di ultima taratura dell’autovelox o del tutor. Questa non deve essere anteriore a un anno rispetto alla contestazione; 
  • il verbale deve indicare la data di omologazione dell’autovelox e il relativo provvedimento;
  • il verbale, se non ti è stato consegnato nell’immediatezza, deve esserti stato spedito entro 90 giorni da quando è stata fatta la rilevazione dell’infrazione;
  • chiedi alla polizia di vedere la fotografia scattata dall’autovelox o dal tutor per verificare che la tua targa sia facilmente leggibile e che non vi siano auto accanto a te che potrebbero aver fatto scattare la fotocellula al posto tuo. Deve essere certo che l’eccesso di velocità sia imputabile alla tua auto e non ad altre;
  • verifica se il verbale applica la tolleranza del 5% rispetto al limite di velocità;
  • verifica se, all’ora e nel giorno indicati nel verbale, la tua auto si trovava effettivamente nel luogo ove è stata elevata la contravvenzione. Se hai qualche dubbio può chiedere alla tua assicurazione la rilevazione tramite GPS con la mappatura del percorso che hai fatto.

Se ricorre una o più di queste ipotesi puoi fare ricorso contro il verbale.

Come fare ricorso contro la multa al Prefetto?

Se il motivo di nullità della multa è facilmente verificabile dalla documentazione e non sono richieste prove articolate o interpretazioni cavillose, puoi fare ricorso entro 60 giorni al Prefetto. Le questioni più delicate invece riservale al Giudice di Pace che non è un organo della pubblica amministrazione, come invece il Prefetto, e quindi è più imparziale.

Il ricorso al Prefetto è gratuito, non richiede né la tua presenza, né quella del tuo avvocato. 

Il ricorso deve indicare gli estremi del verbale e i motivi di nullità che ritieni di sollevare. 

Puoi spedire il ricorso con raccomandata a/r: 

  • alla polizia che ha elevato il verbale che poi lo inoltrerà alla Prefettura, e in tal caso, la risposta al ricorso ti deve essere spedita dalla Prefettura entro 180 giorni;
  • oppure direttamente alla Prefettura e in tal caso, la risposta al ricorso ti deve essere spedita entro 210 giorni.

Se la risposta al ricorso non ti arriva entro questi termini o non ti arriva affatto, il ricorso si considera accolto e la multa annullata, secondo la regola del silenzio assenso. 

Se il Prefetto rigetta il tuo ricorso, ti condanna con ordinanza a pagare la sanzione in misura piena (quasi il doppio di quella indicata nel verbale). Contro l’ordinanza del Prefetto puoi fare ricorso al giudice di pace entro 30 giorni.

Come fare ricorso contro la multa al giudice di pace?

Per fare ricorso al giudice di pace devi depositare o spedire il ricorso entro 30 giorni da quando ti è stata notificata la multa. 

Il ricorso non è gratuito: devi versare il contributo unificato pari a circa 40 euro.

Verrà fissata un’udienza a cui dovrai partecipare. Seppure non è necessario, è meglio delegare un avvocato per via del tecnicismo della procedura. 

Dovrai presentare le prove che dimostrano la fondatezza del ricorso. 

In caso di rigetto del ricorso il giudice non potrà aumentare l’importo della sanzione ma potrebbe condannarti al pagamento delle spese processuali. 

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Quando viene concessa la provvisoria esecuzione al decreto ingiuntivo

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo per legge o per richiesta del creditore all’emissione o alla prima udienza. Quando il debitore rischia il pignoramento anche in caso di opposizione.

Di regola, chi riceve un decreto ingiuntivo ha 40 giorni di tempo per pagare. E se decide di fare opposizione, l’obbligo di pagamento si sospende fino all’esito del processo. Queste regole però trovano eccezione nel caso in cui il giudice dichiari il decreto ingiuntivo “provvisoriamente esecutivo”: in tali ipotesi infatti bisognerà pagare subito se non si vuol subire un pignoramento. 

Vediamo allora quando viene concessa la provvisoria esecuzione al decreto ingiuntivo. Scopriremo che ciò può avvenire in due diverse fasi: al momento dell’emissione del decreto ingiuntivo stesso oppure, qualora non sia riconosciuta subito, alla prima udienza del giudizio di opposizione azionato su ricorso del debitore. Ma procediamo con ordine.

Cosa significa decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo?

Il decreto ingiuntivo, di norma, è “esecutivo” – ossia consente al creditore di rivolgersi all’ufficiale giudiziario in assenza di pagamento e avviare il pignoramento – solo dopo che sono decorsi 40 giorni dalla sua notifica al debitore e sempre che questi non proponga opposizione.

Se però il decreto ingiuntivo viene dichiarato dal giudice “provvisoriamente esecutivo”, il pagamento deve essere fatto subito. Resta sempre il diritto del debitore di fare opposizione nei 40 giorni successivi alla notifica.

Cos’è la provvisoria esecuzione?

La provvisoria esecuzione è una formula che il giudice aggiunge al decreto ingiuntivo con cui intima al debitore il pagamento immediato, e non già – come di regola – entro 40 giorni. 

È possibile accorgersi se il decreto ingiuntivo è provvisoriamente esecutivo o meno dal provvedimento stesso. Nella parte finale infatti viene specificato se l’adempimento debba avvenire in via immediata oppure nei 40 giorni successivi.

Come viene concessa la provvisoria esecuzione su un decreto ingiuntivo?

Come anticipato in apertura, il giudice può concedere la provvisoria esecuzione in due diversi momenti:

  • al momento dell’emissione del decreto ingiuntivo;
  • alla prima udienza nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo, promosso dal debitore.

I presupposti per l’emissione della provvisoria esecuzione sono differenti in base all’ipotesi in cui si verte. Li tratteremo qui di seguito separatamente.

La provvisoria esecuzione al momento dell’emissione del decreto ingiuntivo

Il creditore può chiedere al giudice, nel proprio ricorso, di concedere la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo. Il giudice può concederla solo se si verifica una delle ipotesi di seguito elencate:

  • il credito è fondato su uno dei seguenti documenti o atti: cambiale, assegno bancario, assegno circolare o certificato di liquidazione di borsa; atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato;
  • vi è pericolo di grave pregiudizio nel ritardo che può consistere nella probabile infruttuosità dell’azione esecutiva, nell’aggressione del patrimonio del debitore in stato di dissesto o di insolvenza da parte di altri creditori, nel compimento da parte del debitore di atti idonei a sottrarre i propri beni alla garanzia del creditore. Il giudice può imporre una cauzione al creditore;
  • il ricorrente produce una documentazione sottoscritta dal debitore comprovante il diritto fatto valere. Il giudice può imporre una cauzione al creditore.

L’elenco è solo esemplificativo e non tassativo [1].

Oltre ai casi appena indicati il giudice deve concedere la provvisoria esecuzione del decreto anche in mancanza di un’esplicita richiesta tutte le volte in cui sia previsto esplicitamente dalla legge. Ciò succede nelle seguenti ipotesi: 

  • decreto ingiuntivo richiesto dagli enti previdenziali per il recupero dei contributi previdenziali, dei premi e dei relativi oneri accessori, dovuti per le forme obbligatorie di previdenza e di assistenza;
  • decreto ingiuntivo emesso a seguito di ricorso per pagamento delle spese condominiali da parte dell’amministratore di condominio ai singoli condomini, sulla base dello stato di ripartizione approvato dall’assemblea condominiale;
  • decreto ingiuntivo per i crediti di mantenimento dei figli;
  • nel contratto di subfornitura per il pagamento del prezzo non corrisposto entro i termini pattuiti;
  • decreto ingiuntivo emesso per il pagamento dei canoni di locazione dovuti dal conduttore moroso;
  • decreto ingiuntivo emesso per la restituzione dell’imposta di registro su richiesta di notai, ufficiali giudiziari, segretari o delegati della P.A. e gli altri pubblici ufficiali per gli atti da essi redatti, ricevuti o autenticati oppure di cancellieri e di segretari per le sentenze, i decreti e gli altri atti degli organi giurisdizionali alla cui formazione hanno partecipato nell’esercizio delle loro funzioni.

La provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo alla prima udienza

In alcuni casi, nonostante l’opposizione al decreto ingiuntivo, il giudice, alla prima udienza, potrebbe concedere la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo stesso consentendo al creditore di esigere subito il pagamento e, in caso contrario, di fare pignoramento. La provvisoria esecuzione viene concessa quando ricorre una delle seguenti ipotesi:

  • limitatamente alle somme non contestate, a meno che l’opposizione sia stata proposta per vizi procedurali;
  • se l’opponente offre una cauzione per l’ammontare delle eventuali restituzioni, spese e danni.

Inoltre il giudice può, a sua discrezione, concedere la provvisoria esecuzione (se non l’ha già concessa prima) quando l’opposizione del debitore non è fondata su prova scritta e di non pronta soluzione. 

In ogni caso il giudice non può concedere l’esecuzione provvisoria del decreto alla prima udienza quando:

  • ravvisa una violazione del principio del contraddittorio: ad esempio, quando nonostante la non tempestiva costituzione del convenuto opposto sussista la richiesta da parte dell’opponente del termine a difesa [2];
  • l’eccepita nullità del titolo dedotto in giudizio è oggetto di contrapposti orientamenti giurisprudenziali [3] Trib. Milano 20 dicembre 2013 (Trib. Pisa 6 febbraio 2020);
  • c’è stato un tempestivo disconoscimento di scrittura privata da parte del soggetto contro cui è prodotta.

L’ordinanza con il quale il giudice decide sull’esecuzione provvisoria del decreto non è impugnabile: esso non ha carattere definitivo e non è ricorribile per cassazione.

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Il condominio può impormi di fare lavori in casa mia?

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’assemblea di condominio può deliberare lavoro di manutenzione sul terrazzo, garage o appartamento di proprietà privata?

Non di rado avviene che, in condominio, l’incuria di un condomino nella manutenzione del proprio appartamento possa creare pregiudizi alle parti comuni o alle proprietà altrui. Si pensi al titolare di un terrazzo a livello da cui, a causa di un difetto di coibentazione, si incanali acqua in direzione degli appartamenti sottostanti o al balcone in cattivo stato di manutenzione da cui cadano calcinacci. In tali casi quali sono i poteri dell’assemblea? Il condominio può impormi di fare lavori in casa mia? 

La risposta è ovviamente negativa. Ma l’aspetto principale della questione, almeno da un punto di vista legale, riguarda i termini per contestare la relativa delibera. Procediamo con ordine e vediamo cosa, sul punto, ha detto di recente la Cassazione [1].

Il condominio può imporre lavori di manutenzione al singolo condomino?

Il condominio non può imporre al condomino di eseguire la manutenzione del terrazzo, del balcone o delle altre parti di proprietà individuale. Solo il titolare del bene può decidere se e quando fare i lavori, quale ditta scegliere e in che modo effettuare le opere.

È chiaro però che, se dall’incuria del proprietario dovessero derivare danni a terzi, ne risponderà solo quest’ultimo e non anche il condominio o gli altri condomini. Tanto per fare un esempio, se dal balcone dovesse cadere materiale edile sulla testa di un passante causandone gravi ferite, il titolare dell’appartamento risponderà non solo dei danni ma anche del reato di lesioni colpose. 

Si può contestare la delibera dell’assemblea che mi impone di fare lavori?

La Cassazione [1] ha detto che è nulla la delibera assembleare condominiale che assuma decisioni su beni di proprietà esclusiva dei condòmini. Il fatto che la Cassazione abbia parlato di «nullità» e non di semplice «annullabilità» è fondamentale. 

Difatti, in presenza di un vizio di nullità, la delibera è impugnabile in qualsiasi momento, anche a distanza di molti anni.

Invece, in presenza di un vizio di annullabilità, la delibera deve essere contestata entro massimo 30 giorni dalla sua approvazione per gli astenuti e i dissenzienti o dalla comunicazione del verbale per gli assenti. Entro i suddetti 30 giorni va proposto il tentativo di mediazione nei confronti della controparte. 

Detto ciò, secondo la Cassazione, il condomino a cui venga imposto di effettuare lavoro sul proprio appartamento, sul terrazzo o sulle altre parti individuali può impugnare la delibera anche oltre il termine di 30 giorni.

L’assemblea può impormi di fare lavori sul balcone?

Il balcone è sempre di proprietà individuale. Come insegnano quindi le Sezioni Unite [2] l’assemblea non può imporre al relativo titolare di fare lavori di manutenzione. Né può scegliere la ditta a cui fare i lavori. Lavori però che gravano unicamente sul proprietario del bene e non anche sugli altri condomini, a meno che non il terrazzo non funga da copertura (lastrico solare) di altri appartamenti sottostanti: in questo caso, un terzo della spesa sarebbe a carico del proprietario e gli altri due terzi a carico degli altri condomini per millesimi.

Perciò è affetta da nullità la delibera assembleare che interessi beni esclusivi di proprietà dei singoli condòmini o terzi. 

Conclusioni

Dalla parziale titolarità delle parti comuni discendono rilevanti conseguenze relativamente alla gestione e imputazione delle spese. In ordine ai beni privi di contitolarità – come le porzioni di tetto del caso di specie – per i condòmini non sussiste diritto alcuno ad intervenire alle adunanze per cui la composizione delle compagini assembleari e delle maggioranze varierà in ragione delle titolarità dominicali delle parti oggetto della delibera da assumere.

La delibera che assuma decisioni su beni di proprietà privata dei condòmini è radicalmente nulla. L’assemblea non può validamente assumere decisioni che riguardino i singoli condòmini nell’àmbito dei beni di loro proprietà esclusiva. I suoi poteri sono fissati tassativamente dal codice e non possono invadere la sfera proprietaria dei condòmini in ordine alle cose esclusive tranne che una siffatta ingerenza sia stata da loro specificamente accettata nei singoli atti di acquisto o mediante approvazione del regolamento di condominio che la preveda.  

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Spese universitarie figli genitori divorziati

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si dividono le spese per la retta universitaria e per l’affitto per lo studente fuorisede? È necessario l’accordo?

Nel caso di una coppia di genitori divorziati, nel momento in cui il figlio va a studiare “fuori sede” all’università, è necessario individuare quali spese rientrano nell’assegno mensile di mantenimento e quali invece devono considerarsi “straordinarie” e pertanto da rimborsare di volta in volta. Peraltro tra queste ultime ve ne sono alcune che non necessitano del previo accordo tra i genitori, trattandosi di spese nell’interesse del figlio. 

La giurisprudenza ha più volte fornito chiarimenti in merito all’esatto inquadramento delle spese universitarie per i figli di genitori divorziati. Cercheremo di fare il punto della situazione nella seguente guida. 

Differenza tra spese ordinarie e spese straordinarie

L’assegno di mantenimento comprende le spese ordinarie, quelle cioè caratterizzate dalla frequenza quotidiana, in modo da consentire al genitore beneficiario una corretta ed oculata amministrazione del budget di cui sa di poter disporre. 

Al di fuori di queste spese vi sono le spese straordinarie, ossia quelle caratterizzate da occasionalità, sporadicità, imprevedibilità, gravosità o voluttuarietà. Queste vanno rimborsate di volta in volta che se ne presenta la necessità, secondo la percentuale stabilita dal giudice della separazione o del divorzio (di solito sono ripartite al 50% tra i due genitori).

Le spese straordinarie si distinguono a loro volta in: 

  • spese che non richiedono il preventivo accordo tra i genitori perché ritenute necessarie per l’interesse del giovane. Tra queste vi sono, ad esempio, quelle sanitarie di necessità ed urgenza, l’iscrizione scolastica, spese per l’attività sportiva, spese di manutenzione ordinaria e straordinaria relative ai mezzi di locomozione;
  • spese che richiedono il consenso espresso o tacito di entrambi i genitori. Vi rientrano ad esempio le spese per visite mediche private quando non sono strettamente necessarie o urgenti; ripetizioni, gite scolastiche, iscrizioni e rette di scuole private, corsi di lingua, corsi di formazione post-universitari, viaggi di studio all’estero; baby sitter dopo la separazione; acquisto cellulare; corso patente di guida; attività artistiche, culturali e ricreative; festeggiamenti dedicati ai figli.

La distinzione tra spese ordinarie e straordinarie è fondamentale perché nel primo caso il genitore collocatario (di norma la madre) non ha diritto al rimborso, mentre nel secondo sì. 

Dobbiamo a questo punto verificare se le spese universitarie per i figli sono da considerarsi come spese ordinarie – e quindi ricomprese già nell’assegno mensile di mantenimento – o spese straordinarie – e come tali da rimborsare all’occorrenza. Vediamo cosa ha detto in proposito la giurisprudenza.

Spese universitarie: sono spese ordinarie o straordinarie?

Anche se non manca qualche giudice che la pensa diversamente, secondo la Cassazione [1], le spese per la formazione universitaria vanno annoverate tra i bisogni ordinari del figlio e fanno quindi parte delle spese ordinarie, per cui non è dovuto un rimborso. Si tratta infatti di attività i cui costi sono facilmente prevedibili nel loro specifico ammontare e nel loro prevedibile e costante ripetersi. 

Invero, rientrano a tutti gli effetti tra le spese ordinarie i costi sostenuti dai genitori separati o divorziati per l’istruzione accademica del figlio come le tasse di iscrizione all’università pubblica e i libri di studio: spese non connotate da alcun carattere di eccezionalità. 

Dunque, le spese universitarie sono prevedibili e quantificabili in anticipo e quindi non possono qualificarsi come straordinarie, poiché difettano dei requisiti di imponderabilità e imprevedibilità.

Diverso però è il discorso per quanto riguarda l’iscrizione e la relativa retta all’università privata: in tal caso non solo si parla di spesa straordinaria ma anche da concordare tra i genitori, non potendo la scelta ricadere su uno solo di questi.

Cosa fare se l’assegno di mantenimento non basta

Spesso succede che il divorzio arrivi quando i figli sono ancora in tenera età sicché il giudice determina l’ammontare dell’assegno sulla base delle esigenze economiche del bambino in quel periodo. Nel momento in cui però il ragazzo cresce e deve andare all’università, le spese a carico del genitore collocatario aumentano. Dunque, sapendo quest’ultimo che i costi per l’università rientreranno tra le spese ordinarie, se l’assegno che già riceve non dovesse bastare perché tarato sulle esigenze di un bambino, allora è possibile presentare un ricorso al giudice e chiedere la modifica delle condizioni economiche del divorzio. In questo modo si domanderà un aumento dell’ammontare dell’assegno sulla base delle accresciute esigenze di studio del giovane.

Pagamento dell’affitto all’università per chi è fuori sede

Se le spese per l’istruzione universitaria rientrano tra le spese ordinarie, quelle per l’alloggio sono considerate spese straordinarie. 

Si discute tuttavia se queste spese richiedano il previo accordo tra coniugi o meno. 

Secondo le linee guida del Consiglio Nazionale Forense e i protocolli di gran parte dei tribunali [2], le spese per l’alloggio dei fuorisede vanno sempre concordate tra i coniugi.

Si tratta sì di spese straordinarie ma che, come appena detto, richiedono un’intesa preventiva tra gli ex coniugi anche al fine solo di stabilire l’affitto meno caro, compatibile cioè con le reciproche condizioni economiche.

Non è però di questo avviso una recente pronuncia del tribunale di Frosinone [3] secondo cui il padre separato deve pagare la casa al figlio anche se non è d’accordo con la scelta dell’Università né ha prestato il consenso alla locazione dell’alloggio. È vero: in caso di affido condiviso le decisioni più importanti sui figli debbano essere assunte da entrambi i genitori, ma la spesa per l’immobile in affitto nella città universitaria è da considerarsi nell’interesse del giovane. Pertanto se il canone risulta comunque proporzionato alle condizioni economiche delle parti, esso va rimborsato anche se non c’è stato un previo accordo.  

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Matrimonio senza sesso: si ha diritto all’assegno di divorzio?

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il marito o la moglie non vuole fare l’amore c’è l’addebito. 

Anche se il codice civile non elenca espressamente, tra i doveri del matrimonio, quello di avere rapporti sessuali, secondo la giurisprudenza fare l’amore tra moglie e marito è comunque un obbligo: un obbligo che certo non può essere imposto con la forza o il ricatto (altrimenti si ricadrebbe nella violenza sessuale) ma che, in caso di inosservanza comporta l’«addebito». Addebito significa non poter più chiedere il mantenimento all’ex. 

Proprio di questo si è occupata di recente la Cassazione. Alla Corte è stato chiesto se, in caso di matrimonio senza sesso, si ha diritto all’assegno di divorzio. Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Matrimonio non consumato: è valido?

Il matrimonio non consumato è una delle cause di nullità del matrimonio. 

Ciascun coniuge può ricorrere alla Sacra Rota per chiedere la pronuncia di nullità. Ma questa da sola non basta. È necessario infatti far omologare la sentenza ecclesiastica dalla Corte d’appello territorialmente competente affinché la pronuncia abbia valore anche per la nostra legge e quindi, ai fini legali, il matrimonio si possa dire sciolto definitivamente. 

Attenzione: per la nostra legge non è possibile omologare sentenze di nullità del matrimonio della Sacra Rota dopo tre anni di convivenza. Dunque, anche in caso di matrimonio non consumato, è necessario avviare il rito ecclesiastico e la successiva omologa prima dei tre anni dal matrimonio. 

Matrimonio non consumato annullato: è dovuto il mantenimento?

Nel caso in cui la Sacra Rota annulli il matrimonio e la sentenza venga omologata dalla Corte d’Appello, nessun coniuge può chiedere all’altro l’assegno di mantenimento. E ciò perché ogni effetto del matrimonio viene cancellato con effetto retroattivo: pertanto è come se i due coniugi non fossero mai stati sposati. Il che significa che non può trovare fondamento neanche la richiesta dell’assegno di divorzio.

Matrimonio senza sesso: quali conseguenze?

Poniamo ora il caso di un matrimonio che duri da più di tre anni. Se i coniugi hanno smesso di fare sesso o comunque non hanno mai avuto frequenti rapporti, non è più possibile far convalidare l’eventuale sentenza ecclesiastica. Sicché non ha neanche senso ricorrere alla Sacra Rota.

Cosa si può fare in questi casi? Bisogna chiedere la separazione e il successivo divorzio secondo le regole della legge italiana. E qui ricordiamo che si può procedere: 

  • in via consensuale: con l’accordo cioè convalidato dal tribunale, in Comune o con la negoziazione assistita siglata dai rispettivi avvocati); 
  • oppure in via giudiziale: in assenza di accordo, tramite una causa. 

Si diceva in apertura che, secondo la Cassazione, i rapporti sessuali rientrano comunque tra i doveri coniugali e, in particolare, nell’obbligo di reciproca assistenza morale previsto dal codice civile. 

Quindi, chi si rifiuta senza giustificato motivo di fare l’amore con il proprio coniuge può subire una imputazione di “addebito”. In termini più semplici, l’altro coniuge può chiedere nei suoi riguardi la separazione e far dichiarare al giudice che la responsabilità per la fine del matrimonio è proprio dell’ex che si è sottratto ai rapporti.

Questa responsabilità implica due conseguenze:

  • la perdita del diritto al mantenimento;
  • la perdita dei diritti successori. 

Risultato: se un coniuge si rifiuta di fare sesso non può poi, in caso di separazione, chiedere l’assegno di mantenimento così come, una volta intervenuto il divorzio, non può esigere l’assegno divorzile. E ciò proprio perché è a lui addebitabile la fine del matrimonio. 

L’altro coniuge, quello cioè che ha agito per ottenere la separazione o il divorzio, ha diritto al mantenimento solo se riesce a dimostrare che la sua condizione economica non gli consente di mantenersi da solo e ciò non dipende da una propria colpa.

Che succede se il coniuge ha l’amante?

Affrontiamo ora un altro spinoso argomento. Poniamo il caso che il coniuge vittima dell’altrui astinenza sessuale trovi conforto tra le braccia di un amante. Può tale comportamento essere considerato colpevole e fonte anch’esso di addebito? In altri termini, il coniuge tradito che però si è sottratto ai rapporti sessuali può rifiutarsi di versare il mantenimento all’ex? La risposta fornita dalla Cassazione [1] è negativa. Si può tradire la moglie o il marito che non vuole fare sesso senza una valida ragione. E ciò perché, in tali casi, la fine del matrimonio non è imputabile alla relazione adulterina – che piuttosto è una conseguenza e non la causa – ma proprio all’assenza di rapporti fisici tra i coniugi. 

Tutte le volte in cui il matrimonio è alla deriva per altre e precedenti ragioni, quindi, il tradimento non è causa di addebito. 

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Come contestare un’ingiunzione di pagamento

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Opposizione a decreto ingiuntivo: come fare a non pagare il creditore. 

Chi non paga un debito può ricevere la notifica di un’ingiunzione di pagamento, emessa dal Tribunale o dal Giudice di Pace (a seconda del valore della controversia) su richiesta del creditore. L’ingiunzione di pagamento – meglio nota come decreto ingiuntivo – non è altro che un ordine del giudice a pagare un determinato importo, maggiorato degli interessi e delle spese legali sostenute dal creditore, entro il termine di 40 giorni. 

Il debitore non partecipa alla fase dell’emissione del decreto ingiuntivo: ne viene a conoscenza solo quando gli viene consegnato dall’ufficiale giudiziario. Tuttavia può presentare un’opposizione e così mettere in discussione la pretesa avversaria. Vediamo allora come contestare un’ingiunzione di pagamento e quali sono i passaggi da seguire.

Come si contesta un decreto ingiuntivo?

Per contestare un decreto ingiuntivo bisogna fare opposizione ossia intentare una versa e propria causa civile contro il creditore. Bisogna quindi rivolgersi allo stesso giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, tramite un avvocato, affinché valuti se esistevano effettivamente i presupposti per l’emissione del provvedimento.

Difetti l’emissione dell’ingiunzione di pagamento avviene in modo sommario: il giudice si limita solo a verificare l’esistenza di una prova scritta presentata dal creditore, senza sentire eventuali controdifese del debitore.

Nel corso del processo che scaturisce dall’opposizione del debitore, spetta al creditore fornire la prova del proprio diritto e quindi, a seconda delle contestazioni mosse dal debitore, dimostrare l’esistenza o l’entità del proprio credito.

Non è quindi compito del debitore dimostrare l’inesistenza del credito azionato nei suoi confronti: a lui basta semplicemente opporsi e contestare la somma pretesa.

Se il creditore riesce a fornire le prove in proprio favore, il giudice conferma il decreto ingiuntivo emettendo una sentenza che condanna il debitore a pagare la somma inizialmente ingiunta più le ulteriori spese legali e gli interessi.

Se il creditore invece non adempie all’onere della prova, il giudice revoca il decreto ingiuntivo e condanna il creditore a rimborsare al debitore le spese legali.

La procedura per contestare un’ingiunzione di pagamento

Alla luce di quanto appena detto, ecco i passaggi che bisogna seguire per contestare un’ingiunzione di pagamento:

  • innanzitutto bisogna conferire mandato a un avvocato. Nessuno infatti può difendersi da solo innanzi al giudice civile. La scelta dovrà ricadere preferibilmente su un avvocato civilista;
  • bisogna agire in fretta: la legge infatti fissa un termine massimo di 40 giorni per l’opposizione;
  • bisogna procurarsi le prove da utilizzare in risposta a quelle che potrebbe usare il creditore in proprio favore;
  • bisogna individuare la lista dei testimoni oculari che possano confermare le contestazioni mosse dal debitore. I testimoni sono una delle prove di cui si può avvalere il debitore. Questi potrebbe anche utilizzare documentazioni, scambi di email, screenshot di chat, ecc.

Le prove del creditore

Come si è detto, il creditore può ottenere il decreto ingiuntivo solo se ha una prova scritta del proprio credito. Tale può essere un contratto, un ordine via internet, una fattura, una ammissione di debito (anche tacita) fatta dal debitore, ecc.

Questa documentazione però non è più sufficiente nel giudizio di opposizione. Sicché il creditore – che come abbiamo detto ha l’onere della prova – dovrà procurarsi ulteriori elementi per dimostrare l’esistenza del diritto fatto valere. Potrà quindi avvalersi anche lui di testimonianze e ulteriori scritti.

La causa di opposizione a decreto ingiuntivo

Una volta che il debitore notifica al creditore l’atto di citazione contenente l’opposizione al decreto ingiuntivo si instaura un processo. Il giudice, alla prima udienza, ordina di esperire il tentativo di mediazione presso un organismo di mediazione abilitato solo se il credito attiene alle seguenti materie:

  • diritti reali (proprietà, usufrutto, usucapione, compravendite immobiliari ecc.);
  • divisione e successioni ereditarie;
  • patti di famiglia;
  • locazione e comodato;
  • affitto di aziende;
  • risarcimento danni da responsabilità medica e sanitaria;
  • diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità;
  • contratti assicurativi, bancari e finanziari;
  • condominio.

L’onere di chiedere la mediazione spetta al creditore.

Se il tentativo di mediazione non va a buon fine, la causa prosegue regolarmente fino alla sentenza definitiva che conferma o revoca l’ingiunzione di pagamento. 

Se si fa opposizione bisogna pagare l’ingiunzione di pagamento?

Spesso il debitore solleva l’opposizione all’ingiunzione di pagamento per paralizzare la richiesta del creditore e magari ottenere più tempo. In verità la scelta è particolarmente azzardata se non si hanno motivi per contestare il credito. E ciò perché:

  • se il giudice conferma l’ingiunzione, l’importo da pagare cresce notevolmente: difatti oltre all’importo indicato nel decreto ingiuntivo si aggiungono anche le spese processuali;
  • se l’opposizione risulta pretestuosa o infondata, il giudice potrebbe condannare il debitore a un risarcimento per lite temeraria.

Il termine per pagare il decreto ingiuntivo

Di norma, in assenza di opposizione, il debitore ha 40 giorni di tempo per pagare le somme ingiunte con il decreto ingiuntivo. Facendo opposizione però si sospende l’obbligo di pagare per tutta la durata del processo, fino alla sentenza.

Tuttavia, su richiesta del creditore, il giudice potrebbe emettere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, che imporrebbe un pagamento immediato, nei seguenti casi:

  • quando il credito si fonda su cambiale o assegno;
  • quando il credito si fonda su atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale;
  • se il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore, comprovante il diritto fatto valere;
  • quando vi sono urgenti motivi di ritenere che il ritardo potrebbe gravemente pregiudicare il creditore.

In tali ipotesi, bisogna pagare anche se si fa opposizione al decreto ingiuntivo, pena un pignoramento. Il termine per pagare è di 10 giorni dalla notifica dell’atto di precetto. 

In alcuni casi, la semplice opposizione potrebbe non bastare. Il giudice, infatti, alla prima udienza, potrebbe concedere la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo consentendo al creditore, anche se pende la causa di opposizione, di esigere subito il pagamento e, in caso contrario, di fare pignoramento. La provvisoria esecuzione viene concessa quando ricorre una delle seguenti ipotesi:

  • limitatamente alle somme non contestate, a meno che l’opposizione sia stata proposta per vizi procedurali;
  • se l’opponente offre una cauzione per l’ammontare delle eventuali restituzioni, spese e danni;
  • oppure se l’opposizione non è fondata su prova scritta e di non pronta soluzione.
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Come contestare una decisione del tribunale

Posted on : 08-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funziona l’appello: termini e condizioni per impugnare una sentenza di primo grado. 

Qualsiasi sentenza del tribunale può essere contestata: può essere cioè oggetto di revisione. Il nostro ordinamento prevede infatti due gradi di giudizio (primo grado ed appello) cui se ne aggiunge un terzo (il ricorso per Cassazione) limitato però solo a specifiche contestazioni. 

Chi non è soddisfatto della sentenza ottenuta in primo grado può sempre proporre appello, nel rispetto dei termini previsti dalla legge. L’appello serve per rimettere in discussione tutta la decisione: non solo l’interpretazione della legge fatta dal giudice, ma anche quella dei fatti, la valutazione delle prove, delle dichiarazioni testimoniali e delle perizie. Dunque, per sapere come contestare una decisione del tribunale, è bene sapere come fare appello, perché è proprio questo lo strumento che consente di cambiare le sorti del giudizio e magari di vincere laddove in precedenza si era stati sconfitti.

A chi rivolgersi per contestare una decisione del tribunale?

In primo grado decidono sempre il Giudice di Pace e il Tribunale, secondo una ripartizione di competenze tra loro basata sulle materie e sul valore della controversia.  

Il Giudice di Pace è competente per le cause di minor valore (ad esempio, in base alla nuova riforma, incidenti stradali fino a 25mila euro e beni mobili fino a 10mila euro).  

Contro le sentenze del Tribunale si fa appello alla Corte d’Appello. Quindi è a quest’ultima che bisogna rivolgersi per contestare una sentenza di primo grado non favorevole.

Contro le sentenze del Giudice di Pace si fa appello invece in Tribunale. 

Il Tribunale è quindi sia un giudice di primo grado, sia un giudice di secondo grado (nel caso di appello contro le sentenze del Giudice di Pace).

Contro le sentenze della Corte d’Appello non esiste un altro appello ma, come vedremo più in là, c’è solo la possibilità di presentare ricorso in Cassazione (solo per specifici vizi).

Come si fa appello contro la sentenza del tribunale?

Per presentare appello bisogna rivolgersi a un avvocato, non necessariamente quello del primo grado. Si può infatti anche cambiare difensore senza dover fornire spiegazioni.

Devi quindi conferire un nuovo mandato all’avvocato (a meno che questi non ti abbia già fatto firmare una procura valida sia per il primo che per il secondo grado).

Devi individuare le parti viziate della sentenza di primo grado, quelle cioè che intendi contestare in secondo grado. Come detto, puoi contestare non solo l’interpretazione della norma fatta dal tribunale ma anche la sua ricostruzione dei fatti, il peso dato alle dichiarazioni di alcuni testimoni a svantaggio di quelle degli altri, il valore di una perizia.

In appello non puoi:

  • chiedere nuovi mezzi di prova, salvo dimostri di essere stato nell’impossibilità oggettiva e incolpevole di produrli in primo grado;
  • sollevare nuove contestazioni che non siano già state presentate in primo grado.

Eccezionalmente il giudice d’appello può ammettere nuove prove (nuove testimonianze, ulteriori documenti) non presentate in primo grado quando queste siano necessarie per decidere. 

Entro quanto contestare la sentenza del Tribunale?

L’appello deve essere presentato entro termini prestabiliti:

  • entro 30 giorni da quando la sentenza di primo grado è stata notificata all’avvocato della parte soccombente;
  • oppure entro 6 mesi dal deposito della sentenza in cancelleria se questa non è stata mai notificata all’avvocato della parte soccombente.

Nel calcolo di tali termini non si deve tenere conto del mese di agosto durante il quale vige la sospensione dei termini processuali. 

Decorsi tali termini la sentenza diventa definitiva o, come si suol dire in gergo tecnico, passa in giudicato. Il che significa che non può più essere contestata, neanche in caso di avvio di un’esenzione forzata.

Dunque i termini dell’appello decorrono in modo diverso a seconda che la parte vincitrice effettui o meno la notifica della sentenza di primo grado. Chiaramente è interesse di chi ha vinto il giudizio effettuare tale notifica proprio per far in modo che la sentenza diventi definitiva il più presto possibile. 

Condizioni e presupposti per l’appello 

Per proporre appello è necessario il rispetto delle seguenti condizioni:

  • l’appello deve essere proposto entro i termini di legge;
  • la sentenza deve essere appellabile;
  • l’appellante deve essere legittimato a impugnare e avere interesse a impugnare: il che significa che deve aver perso, anche se solo in minima parte, il giudizio di primo grado (è tale ad esempio il caso di chi ottenga meno di ciò che aveva inizialmente richiesto al giudice);
  • l’appellante non deve aver prestato acquiescenza alla sentenza di primo grado.

In merito al secondo punto, non sono appellabili:

  • alcune sentenze del giudice di pace (quelle decise secondo equità o con valore fino a 1.100 euro, quest’ultime appellabili solo per violazione di norme sul procedimento, di norme costituzionali, di norme comunitarie o dei principi regolatori della materia);
  • sentenze nel corso del giudizio di opposizione agli atti esecutivi;
  • sentenze del tribunale pronunciate secondo equità su concorde richiesta delle parti;
  • sentenze che decidono controversie di lavoro di valore non superiore a 25,82 euro.
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