È possibile sostare sulla battigia?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Estate, tempo di mare, di spiaggia e di relax: nulla rilassa di più che prendere il sole sdraiati sul proprio telo mare. Ma è possibile sostare sulla battigia? In questo articolo ti spiegherò cosa prevede la legge in merito.

Può capitare di entrare in un lido e raggiungere la battigia e, senza fittare alcun ombrellone o lettino, sdraiarsi su quel lembo di spiaggia di circa 5 metri sempre libero. Ma cosa dice la legge, sulla possibilità di sostare con il proprio telo mare a prendere il sole e rilassarsi sulla spiaggia? E’ possibile sostare sulla battigia? Quali sono i diritti dei bagnanti? In questo articolo proverò a rispondere a tutte queste domande.

La spiaggia e il demanio marittimo

Come recita il Codice Civile [1] – tra le altre cose – appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, le spiagge, le rade e i porti.

A ben vedere si tratta di beni che per la loro natura intrinseca sono soggetti a soddisfare interessi pubblici e, pertanto, non possono che appartenere al demanio pubblico.

Questo demanio pubblico, che più precisamente viene definito demanio marittimo, è spesso dato in concessione da parte dello Stato e per tot. anni, ad imprese che intendono porre in essere uno stabilimento balneare. Stabilimenti che solitamente prevedono la creazione di un lido con ombrelloni e sdraio, a cui si può accedere previo pagamento di una quota da corrispondere allo stabilimento balneare stesso.

Puntualmente in estate, si è soliti domandarsi se è possibile raggiungere il mare accedendo per i lidi privati, oppure se bisogna per forza trovare una spiaggia libera. Altro tema dibattuto è quello riguardante il diritto di sosta sulla battigia, ovvero se sia possibile stendere un telo mare e prendere il sole davanti ad un lido, magari con una comoda sdraio. Questo accade perché soprattutto in località turistiche particolarmente affollate, è difficile imbattersi in spiagge libere, ovvero senza la presenza di stabilimenti balneari.

Occorre pertanto ripassare cosa dice la legge in merito, e quali sono i diritti e i doveri dei bagnati che nei mesi estivi affollano le spiagge di tutta Italia.

La battigia e il diritto di accesso al mare

Così come riportato sul vocabolario Treccani, la battigia è la “linea lungo cui l’onda marina batte sopra la spiaggia”. In altre parole, per battigia si intende quel tratto di spiaggia a ridosso del mare, là dove le onde si infrangono.

Questo spazio è generalmente quantificato in 5 metri, ma in relazione alla grandezza della spiaggia i vari enti locali (Capitanerie di Porto e Comuni) possono stabilire di volta in volta – attraverso apposite ordinanze – i metri demaniali da lasciare liberi.

Viene lecito pensare dunque, che questo spazio sia libero e fruibile da tutti, a prescindere che si sia provveduto ad affittare o meno l’ombrellone del lido che vi si trova subito prima.

Ed infatti così è: la legge [2] sancisce il diritto di accesso libero e gratuito di fruizione della battigia, anche ai fini della balneazione.

Ciò vuol dire che, la pretesa di qual si voglia pagamento per accedere alla spiaggia e raggiungere il mare è del tutto illegittima: nessun lido può infatti richiedere il pagamento di una quota d’entrata.

Posso sostare sulla battigia?

Ma se viene garantito il diritto di accedere e di transitare in spiaggia a tutte le persone, siano esse affittuarie di un lettino presso il lido o meno, parimenti è vietata la sosta permanente sulla battigia, magari con sedie sdraio e ombrelloni portati da casa, o con il proprio telo mare per prendere il sole. Questo perché non è possibile ostacolare il diritto di passaggio di tutti i bagnati sulla battigia.

Data la possibilità per Regioni e Comuni di legiferare autonomamente in merito, capita sovente di imbattersi in previsioni normative diverse, a seconda dei regolamenti locali cui ci si rivolge. E’ quindi possibile che in alcuni Comuni sia ben tollerata la sosta temporanea sulla battigia ai fini della balneazione, e sempre se non si intralci il diritto di passaggio agli altri bagnanti; come è possibile che in altri Comuni il diritto di sosta sulla battigia sia garantito solo ai mezzi di soccorso.

In presenza di dubbi su ciò che viene tollerato o meno, un buon metodo è quello di chiedere al lido di visionare l’ordinanza (del Comune o della Capitaneria di Porto), per vedere quali sono i propri diritti, che devono sempre essere rispettati, ed i propri doveri, che bisogna sempre rispettare. Il tutto per scongiurare comportamenti scorretti di alcuni bagnini, o da parte degli stessi gestori dei lidi.

Mi è capitato personalmente in una nota località turistica, di essere stato esortato a liberare la battigia dal mio telo mare solo laddove non avevo in affitto un ombrellone presso lo stabilimento balneare; mentre non venivo sollecitato a liberare la battigia, se avevo precedentemente preso in affitto ombrellone e lettino.

E’ chiaro che – come abbiamo detto poc’anzi – la battigia deve essere lasciata libera da tutti i bagnanti, indipendentemente se gli stessi abbiano affittato o meno un lettino presso il lido adiacente la spiaggia.

Occhi aperti dunque, perché la legge deve essere sempre rispettata: tanto da parte dei bagnanti, quanto da parte dei gestori degli stabilimenti balneari.

Come chiedere la sospensione di una cartella di pagamento

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si può chiedere la sospensione di una cartella di pagamento? Quali sono i casi in cui si può chiedere la sospensione di una cartella di pagamento? Qual è la procedura da seguire? 

Hai ricevuto una cartella esattoriale e non hai i soldi per estinguere il debito? Ritieni tuttavia che l’atto ricevuto sia palesemente errato e che non ci sia bisogno di avviare una causa per far notare il vizio all’Agente della Riscossione: basterebbe una semplice segnalazione per ottenere lo sgravio. Hai ragione: è proprio così. Tutte le volte in cui la cartella è illegittima e ciò è immediatamente evidente è possibile far sospendere la procedura di riscossione esattoriale in attesa che venga corretto lo sbaglio ed annullato l’atto. In questo articolo ti spiegheremo proprio come chiedere la sospensione di una cartella di pagamento.

Dobbiamo prima definire cos’è una cartella di pagamentoUna cartella di pagamento è l’atto che l’Ente della Riscossione (che per i tributi erariali è Agenzia delle Entrate Riscossione) invia ai contribuenti per recuperare i crediti vantati dagli enti creditori  come ad esempio: Agenzia delle Entrate, Inps, Comuni, ecc.). Generalmente il pagamento della cartella esattoriale deve avvenire entro un termine ben preciso; tale termine è espressamente indicato all’interno della stessa cartella esattoriale.

Detto questo, se ritieni che la richiesta di pagamento presente nella cartella non sia dovuta puoi chiedere all’Agenzia delle entrate-Riscossione di sospendere la procedura di riscossione per dar modo, all’Ente creditore, di verificare la tua posizione.

In quali casi si può chiedere la sospensione

Le ragioni per le quali può essere chiesta la sospensione di una cartella di pagano dipendono solamente dalla palese illegittimità della cartella stessa.

Non è in alcun modo possibile chiedere la sospensione per incapacità economica del debitore, oppure per altre cause come ad esempio l’inabilità al lavoro, l’invalidità, l’intervenuta disoccupazione, sfratto, ecc. Quindi il presupposto di base è solo ed esclusivamente l’illegittimità della cartella esattoriale.

Quali sono le procedure da seguire

La sospensione della cartella di pagamento può seguire due strade:

  • quella richiesta in via amministrativa ad Agenzia Entrate Riscossione o all’Ente titolare del credito (come ad esempio, l’Agenzia delle Entrate, l’Inps, ecc.)
  • quella richiesta in via giudiziaria, ossia al giudice dinnanzi al quale è stata instaurata una causa di opposizione alla cartella e/o al pignoramento in corso.

In base a quanto abbiamo appena affermato, puoi scegliere quale forma di istanza presentare in base alla fase del procedimento tenendo conto che puoi presentare istanza nei seguenti casi:

  •  al giudice quando è stata impugnata la cartella di pagamento o il pignoramento in corso;
  •  all’Ufficio che ha emesso l’atto in relazione ad un atto impugnato;
  •  ad Agenzia Entrate Riscossione solo in determinati casi espressamente previsti dalla legge come ad esempio l’intervenuta prescrizione del credito o l’intervenuto annullamento dell’atto impositivo.

Per quanto concerne la procedura che si svolge dinnanzi all’Agenzia Entrate e Riscossione, puoi chiedere direttamente all’Agenzia delle Entrate la sospensione della riscossione degli importi che sono indicati in una cartella, o in ogni altro atto che è stato notificato da Agenzia delle entrate-Riscossione (che fino al 30 giugno 2017 era meglio conosciuta come Equitalia).

Questo nel caso in cui le somme richieste dall’Ente creditore sono state interessate da:

  • pagamento effettuato prima della formazione del ruolo;
  • provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;
  • prescrizione o decadenza intervenute prima della data in cui il ruolo è stato reso esecutivo;
  • sospensione amministrativa (dell’ente creditore) o giudiziale;
  • sentenza che abbia annullato in tutto o in parte la pretesa dell’ente creditore, emessa in un giudizio al quale l’Agenzia delle entrate-Riscossione (fino al 30 giugno 2017 Equitalia) non ha preso parte.

Per essere più precisi, quando compilerai la richiesta di sospensione della cartella di pagamento è necessario che devi motivare l’istanza come segue: devi, cioè, documentare che gli atti emessi dall’Ente creditore prima della formazione del ruolo, oppure che la successiva cartella di pagamento o l’avviso per i quali si procede, sono stati interessati da prescrizione o decadenza del diritto di credito sotteso, intervenuta in data antecedente a quella in cui il ruolo è reso esecutivo, da un provvedimento di sgravio emesso dall’Ente creditore, da una sospensione amministrativa comunque concessa dall’Ente creditore, da una sospensione giudiziale, oppure da una sentenza che abbia annullato in tutto o in parte la pretesa dell’ente creditore, emesse in un giudizio al quale il concessionario per la riscossione non ha preso parte, da un pagamento effettuato, riconducibile al ruolo in questione, in data antecedente alla formazione del ruolo stesso, in favore dell’ente creditore. Come vediamo, quindi, devi fondare la tua richiesta dinnanzi all’Agenzia Entrate e Riscossione.

Non rientrano tra gli atti che possono essere oggetto di sospensione quelli non notificati dall’Agenzia delle Entrate (per esempio avviso di accertamento dell’Agenzia delle entrate o avviso di addebito dell’INPS); per tali atti ci si deve rivolgere direttamente ai rispettivi enti creditori, ovvero i solleciti di pagamento inviati dall’Agente della riscossione attraverso l’utilizza della posta ordinaria.

Come si svolge la procedura dinnanzi all’Agenzia delle Entrate e della Riscossione

Ti basta compilare il modulo che trovi allo sportello o sul  sito il modello di istanza di sospensione, in cui sono indicati anche i documenti da allegare, è reperibile sul sito internet (www.gruppoequitalia.it) della stessa Agenzia delle Entrate.  Attraverso un apposito modulo puoi spiegare i motivi per cui non devi pagare. Alla richiesta vanno allegati un documento di riconoscimento e tutta la documentazione in tuo possesso, come ad esempio la ricevuta che attesta il pagamento già avvenuto, il provvedimento di sgravio o la sentenza a te favorevole. La domanda non è ripetibile e va presentata, a pena di decadenza, entro 60 giorni da quando l’Agenzia delle entrate-Riscossione ti ha notificato la cartella o altri atti di riscossione.

Puoi presentare la domanda allo sportello dell’Agenzia delle entrate-Riscossione  oppure on-line con il servizio “Sospensione” seguendo la procedura indicata sul loro sito. Con questo servizio potrai procedere con l’autenticazione della tua identità, attraverso le varie opzioni che il sistema riconosce, e successivamente seguire la procedura per la richiesta di sospensione della cartella di pagamento.

In alternativa puoi inviare la richiesta tramite raccomandata con ricevuta di ritorno ai recapiti che trovi indicati nella cartella oppure via e-mail agli indirizzi indicati nel modulo.

Ricevuta l’istanza, l’Agenzia si fa carico di trasmetterla all’ente e, in attesa della risposta, sospende le procedure di riscossione.

In assenza di riscontro da parte dell’ente entro 220 giorni, la legge prevede, in alcuni casi (prescrizione o decadenza intervenute prima della consegna del ruolo, provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore, pagamento effettuato prima della consegna del ruolo), che il suo debito venga annullato.

Se i documenti inviati non sono idonei a dimostrare che il pagamento non è dovuto, l’ente creditore ti informa del rigetto della richiesta che hai presentato e comunica all’Agenzia di riprendere le attività di riscossione.

Esempio. Se ricevi una cartella per una multa della Polizia municipale non pagata entro i termini e invece sei in possesso della ricevuta del pagamento, la richiesta del comune è errata e, di conseguenza, lo è anche la cartella. Puoi fare ricorso al giudice o andare al comune per chiedere lo sgravio. Tuttavia, l’Agenzia delle entrate-Riscossione è tenuta per legge ad andare avanti con le procedure di riscossione finché l’ente creditore non le trasmette il provvedimento di annullamento del debito. Se invece ti rivolgi direttamente all’Agenzia, le procedure sono immediatamente sospese in attesa che il comune corregga l’errore.

Nel caso in cui il contribuente produca documentazione falsa, ferma restando la responsabilità penale, si applica la sanzione amministrativa dal 100 al 200 per cento dell’ammontare delle somme dovute, con un importo minimo di 258 euro [1].

Come richiedere l’annullamento della cartella di pagamento con ricorso al giudice

La procedura, per chiedere l’annullamento della cartella di pagamento dinnanzi all’autorità giudiziaria, è differente da quella poc’anzi delineata. In questo caso, infatti, per chiedere di annullare in tutto o in parte il debito presente nella cartella puoi fare ricorso all’autorità giudiziaria competente.

Ma analizziamo più da vicino la procedura.

Innanzitutto è necessario chiarire un concetto che riguarda la competenza del giudice. In questo caso, il giudice competente per le impugnazioni delle cartelle di pagamento è

  • il giudice di pace per le cartelle che derivano da multe (entro 30 giorni dalla notifica)
  • il tribunale ordinario per le cartelle che derivano da debiti con l’Inps o l’Inail (entro 40 giorni dalla notifica)
  • la Commissione Tributaria Provinciale per tutti gli altri casi e, in particolare, per i debiti derivanti da tributi non riscossi (entro 60 giorni dalla notifica).

L’eventuale presentazione del ricorso dinnanzi all’autorità giudiziaria non comporta l’immediata sospensione della cartella di pagamento. Questo vuol dire che l’Agenzia delle Entrate potrebbe comunque procedere con il pignoramento. Di conseguenza, è consigliabile presentare comunque un’istanza con la quale chiedere la sospensione dell’atto impugnato (sia esso la cartella o il pignoramento di Agenzia Entrate Riscossione).

Il giudice ammette la sospensione della cartella nei seguenti casi:

  • le ragioni del contribuente appaiono fondate sulla base della documentazione prodotta (si tratta della fondatezza del ricorso, anche se valutata solo in modo sommario);
  • l’esecuzione della cartella può comportare, per il contribuente, un danno grave e irreparabile.

Nel momento in cui hai presentato l’istanza, viene instaurato un giudizio avente ad oggetto l’impugnazione dell’atto, ossia un procedimento nel procedimento, volto ad esaminare la sola richiesta di sospensione e che si conclude con un’ordinanza che può rigettare o concedere la sospensione.

Se il giudice ti darà ragione, accogliendo il riscorso, l’ente dovrà annullare il debito.

Tuttavia a volte può accadere che l’ente non si adegui alla decisione del giudice. In questo caso, potrai far valere le tue ragioni ricorrendo nuovamente dinnanzi ad un giudice per iniziare il cosiddetto “giudizio di ottemperanza”. Si tratta di un ulteriore ricorso che ha come obbiettivo quello di ottenere che l’ente applichi quanto già deciso da altro giudice.

Per segnalare qualsiasi irregolarità riscontrata è possibile comunque rivolgersi al Garante del contribuente con richiesta scritta in carta libera, specificando i propri dati anagrafici e il codice fiscale.

È possibile, infine, richiedere uno sgravio totale o parziale: nel primo caso il tributo viene annullato per intero, nel secondo il tributo caso viene annullato solo in parte. Al provvedimento di sgravio, cioè di annullamento, del tributo dovrà seguire il rimborso, totale o parziale, delle somme eventualmente già pagate.

Di Francesca Micolucci

Il reato di violazione di domicilio

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando entrare in casa di altri costituisce reato? Cosa si intende per privata dimora? Quando c’è furto in abitazione? Cos’è la legittima difesa domiciliare?

La proprietà privata è sacra, soprattutto quando si riferisce alla propria abitazione. Non a caso, la stessa Costituzione dice che il domicilio è inviolabile, utilizzando un aggettivo (inviolabile, appunto) che è lo stesso adoperato per la libertà personale. Difatti, l’abitazione è l’estensione della propria persona, il luogo ove si svolge la vita di ognuno, ove ci si sente protetti e al sicuro. La casa è davvero un luogo sacro. Per tutte queste ragioni, la legge punisce chi si introduce nell’altrui dimora senza il consenso di chi ne abbia la disponibilità. La violazione di domicilio, però, si accompagna spesso e volentieri alla commissione di altri reati: si pensi al furto in abitazione, oppure ad una rapina, o ancora ad una violenza. Allo stesso modo, questa fattispecie è legata alla legittima difesa cosiddetta domiciliare, una particolare scriminante che si applica nei casi in cui sia necessario difendersi quando il malintenzionato si sia introdotto in casa. Per tutte queste ragioni, è importantissimo sapere cos’è la violazione di domicilio e quali conseguenze comporta questo crimine. Quindi, se sei interessato a capirne di più, prosegui nella lettura: vedremo in maniera approfondita in cosa consiste il reato di violazione di domicilio.

Violazione di domicilio: cosa dice la legge?

Secondo il codice penale, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque si introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con inganno.  Stessa pena è prevista per chi si trattiene nei detti luoghi contro l’espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si trattiene clandestinamente o con inganno. Il delitto è punibile a querela della persona offesa, a meno che il fatto non sia commesso con violenza sulle cose, o alle persone, ovvero il colpevole sia palesemente armato [1].

Cos’è il domicilio?

Punto cruciale del delitto in questione è rappresentata dalla nozione di domicilio. A proposito, dobbiamo subito dire che il domicilio di cui parla il codice penale non corrisponde a quello in senso civilistico. Mentre, infatti, il codice civile dice che il domicilio è solamente il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi (il suo ufficio, il suo studio, ecc.), la legge penale intende per esso ogni luogo privato ove si svolge la vita, lavorativa e non, dell’individuo. Si tratta, pertanto, di una nozione allargata, che ricomprende anche i concetti di dimora e di residenza tipici del diritto civile.

Secondo la giurisprudenza, ai fini della configurazione del delitto di violazione di domicilio, per abitazione si intende il luogo adibito ad uso domestico di una o più persone; non è tale, quindi, l’appartamento non ancora abitato dal proprietario [2]. La violazione di domicilio, quindi, presuppone la sua esistenza attuale e reale: l’attualità dell’uso non implica necessariamente la sua continuità e, pertanto, non viene meno in ragione dell’assenza, più o meno prolungata nel tempo, dell’avente diritto [3]. Ciò significa che il domicilio è tutelato anche se la sua occupazione sia saltuaria: si pensi ad una casa al mare oppure ad una abitata solamente in determinate stagioni dell’anno. Di contro, quando una casa è totalmente disabitata, non si potrà parlare di violazione di domicilio: si immagini a chi fa ingresso in un edificio abbandonato o in un vecchio rudere.

Infine, come anticipato, anche gli studi professionali, le osterie, i caffè, le botteghe e gli altri locali simili devono considerarsi luoghi di privata dimora [4]. Non è equiparabile ad un domicilio l’abitacolo di una vettura, in quanto sfornito dei requisiti minimi indispensabili per poter risiedere in modo stabile per un apprezzabile lasso di tempo [5].

Cosa sono le appartenenze?

Il reato di violazione di domicilio tutela non solo i luoghi di privata dimora, ma anche le appartenenze della stessa. Cosa si intende per appartenenze? Secondo i giudici, sarebbero quei luoghi che, pur non costituendo parte integrante dell’abitazione, nondimeno sono adibiti a servizio e completamento della stessa [6].

Le appartenenze sono caratterizzate da un rapporto funzionale di servizio o accessorietà con i luoghi di privata dimora, anche se non sono a questi materialmente uniti, cioè anche quando non sussiste una comunicazione tra abitazione e appartenenza [7].

Pertanto, si avrà violazione di domicilio ogni volta che una persona si intratterrà o entrerà contro la volontà del proprietario all’interno di un cortile, di una cantina, di un magazzino esterno, di una stalla, di un orto, di un giardino o di luoghi simili, in quanto tutti riconducibili ad appartenenze del luogo di privata dimora, cioè al domicilio.

Violazione domicilio: quando è reato?

Abbiamo visto cosa debba intendersi per domicilio, luogo di privata dimora e relative appartenenze, cioè tutti i posti a cui si estende la tutela fornita dalla legge penale. Se questo è il primo presupposto della violazione di domicilio, altro requisito fondamentale è che il reo si introduca o si trattenga nei predetti luoghi contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo. Cosa significa? Vuol dire che per commettere violazione di domicilio occorre:

  • entrare nella dimora altrui senza il consenso o addirittura contro la volontà di chi ha la disponibilità dei luoghi (non solo il proprietario, ma anche il conduttore nel caso di locazione, l’usufruttuario, l’enfiteuta, ecc.);
  • intrattenersi nei predetti luoghi contro la volontà di chi ne ha la disponibilità, anche se l’ingresso è avvenuto inizialmente con il pieno consenso del titolare (si pensi a chi è invitato a prendere un caffè in casa altrui e poi decida di non andarsene seppur spinto dal proprietario a lasciare l’abitazione).

Pertanto, la persona offesa dal reato, cioè la vittima che potrà sporgere querela per violazione di domicilio, non è soltanto il proprietario formale del luogo di privata dimora ma, più in generale, colui che vanta il diritto di potervi abitare e, di conseguenza, di poter escluder gli altri, cioè di poterli “cacciare via” quando vuole. Si pensi, come già detto, a chi viva in affitto in un appartamento: pur non essendone il proprietario, è lui che ci vive e, di conseguenza, è lui che potrà scegliere chi far entrare e chi invece escludere dall’abitazione.

Violazione di domicilio: quando c’è inganno?

Il reato di violazione di domicilio punisce anche l’ingresso fraudolento nell’altrui abitazione. Cosa significa? Vuol dire che non è necessaria un’esplicita manifestazione contraria da parte del proprietario (o di altro titolare di diritto) per integrarsi violazione di domicilio: commette questo reato, infatti, anche chi si introduce in casa altrui furtivamente, ad esempio di notte passando per la finestra.

Allo stesso modo, integra il delitto di violazione di domicilio la condotta di chi utilizza imbrogli o raggiri per fare il suo ingresso: si pensi a chi si spacci per una persona nota al padrone di casa e, pertanto, si faccia aprire dalla domestica, ignara della menzogna propinatale.

Ma v’è di più. Secondo la Corte di Cassazione, commette il reato di cui ci stiamo occupando anche colui che penetri furtivamente nelle ore di notte nella casa coniugale, pur col consenso dell’adultera, mentre il marito è assente [8].

Violazione di domicilio: qual è l’elemento soggettivo?

Ogni reato che si rispetti è composto da un elemento oggettivo e da uno soggettivo: il primo è riferibile alla condotta concreta che il reo deve porre in essere per integrare il comportamento delittuoso previsto dalla norma penale; il secondo, invece, riguarda la condizione psicologica dell’agente. Perché si concreti il reato di violazione di domicilio è necessario che il colpevole agisca con dolo generico. Cosa significa? Vuol dire che il reo deve essere conscio del fatto di essere entrato in casa altrui senza il consenso o contro la volontà del titolare. Nel caso in cui manchi questa consapevolezza, cioè quella di essere “indesiderato”, verrà meno l’intero reato. Facciamo degli esempi. Si pensi a chi è convinto di trovarsi in un luogo pubblico anziché in uno di privata dimora e, perciò, rifiuti di allontanarsi; oppure, si immagini a colui che è sicuro di avere il permesso del legittimo proprietario, ma in realtà così non è perché ha compreso male oppure perché ingannato da chi gli ha dato il consenso in quanto non legittimato.

Violazione di domicilio e furto

Abbiamo detto che la violazione di domicilio spesso e volentieri incrocia un altro delitto: quello di furto. Il legislatore ha previsto un’apposita fattispecie di reato, quella appunto del furto in abitazione, che punisce con la reclusione da tre a sei anni (al di fuori di aumenti per specifiche circostanze aggravanti) chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa [9].

Trattasi di ipotesi di reato punita più severamente della fattispecie base, cioè del furto normale, in quanto l’ingresso nella dimora altrui comporta un attentato maggiore alla libertà e alla sicurezza della vittima, la quale si trova a dover fare i conti con il malvivente direttamente in casa propria.

Violazione di domicilio e legittima difesa

La condotta tipica della violazione di domicilio rileva anche in punto di applicazione della legittima difesa. Nel 2006 è stato introdotto un ulteriore comma alla legittima difesa tradizionale, cioè a quella che non distingue tra difesa nel domicilio e difesa al di fuori di esso [10]. Secondo la nuova previsione, ogni qualvolta ci si debba difendere all’interno della propria casa, del proprio studio professionale o comunque nel luogo ove si lavora, la proporzionalità tra difesa e offesa si presume quando, chi si trova legittimamente in quel posto, utilizza un’arma (regolarmente detenuta) per difendere la propria o l’altrui incolumità, ovvero per difendere i propri o gli altrui beni, se vi è pericolo di aggressione.

Al di là del dibattito giuridico suscitato dalla norma, la legittima difesa a casa intende tutelare chi viene aggredito all’interno delle mura domestiche (o di quelle del proprio studio, della propria attività imprenditoriale, ecc.): infatti, si presume che chi si introduca nel domicilio altrui non abbia affatto buone intenzioni. La violazione delle mura private mette la vittima in uno stato di totale soggezione, in quanto colta di sorpresa in un luogo ove dovrebbe sentirsi al sicuro; a ciò si aggiunga che il reo, in queste circostanze, si presenta quasi sempre armato, pronto ad ogni evenienza.

La legittima difesa domiciliare differisce da quella classica per la presunzione di proporzionalità: in parole semplici, mentre nella legittima difesa in strada, cioè quella al di fuori delle mura private, il giudice, nello stabilire se il comportamento sia scusato o meno, deve verificare, tra le altre cose, che tra difesa e offesa ci sia proporzione (nei termini sopra detti), nel caso di difesa domiciliare la proporzionalità non deve essere accertata perché, appunto, si presume, cioè si ritiene esistente. Nello specifico, perché operi questo meccanismo, è necessario che chi si è introdotto illegittimamente nel domicilio: minacci l’incolumità degli altri; minacci il patrimonio altrui, quando non vi è desistenza e v’è pericolo di aggressione.

Se nulla da dire v’è nel caso della minaccia all’altrui incolumità (anche per strada la difesa è legittima in presenza di aggressione fisica), nel secondo sembrerebbe essere messo in discussione tutto il discorso della proporzionalità che abbiamo fatto prima. Infatti, la legge consente di difendersi con le armi anche se in pericolo vi è solo il patrimonio. Per non incorrere in una illegittimità costituzionale, la legge ha però specificato che in questo caso, oltre che aggressione patrimoniale, vi deve anche essere il pericolo di un’aggressione personale: testualmente, «quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Con l’aggiunta di questi due requisiti (non desistenza e pericolo di aggressione alla persona) la legge ha voluto dire che è legittimo l’uso delle armi contro chi si introduce illegalmente nel domicilio quando il malintenzionato voglia rubare ma, al contempo, pur essendo stato avvisato di abbandonare il proprio intento criminoso, continui la sua opera e, anzi, minacci l’incolumità dei presenti.

Facciamo un esempio. Tizio si introduce furtivamente in casa di Caio; questi lo scopre con le mani nel sacco e gli punta la pistola (legittimamente detenuta) contro, intimandogli che, se non andrà via, sparerà. Tizio, anziché desistere, cioè invece di accettare l’invito e andarsene, con una mossa fulminea estrae dalla tasca un coltello a serramanico. Caio, impaurito dal gesto, fa fuoco e lo uccide. Secondo la legge, Caio non commette omicidio perché è scusato, cioè giustificato dalla legittima difesa, in quanto sono presenti tutti gli elementi della difesa domiciliare: violazione di domicilio (da parte di Tizio); legittima detenzione di un’arma (da parte di Caio); invito ad abbandonare (cioè a desistere); pericolo di aggressione (Tizio, anziché recedere dai propri intenti criminosi, estrae il coltello).

Diffamazione: come difendersi

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa fare in caso di diffamazione? Come provare il danno e ottenere il risarcimento? Cosa si può fare prima di denunciare il fatto? Come segnalare una diffamazione su facebook?

Le persone possono essere offese non solo da gesti violenti, ma anche dalle parole; anzi, molte volte la ferita più profonda è quella causata da una maldicenza piuttosto che da una percossa. La lingua può essere più tagliente della spada, si dice. Niente di più vero. Non a caso, il codice penale punisce alcune condotte lesive della dignità e della reputazione di una persona: ci riferiamo alla diffamazione, reato tanto più odioso se solo si pensa che esso è commesso in assenza della persona interessata. La vittima viene colpita alle spalle, spesso dalla persona più impensabile. Ancora peggio accade, poi, quando commenti e frasi irrispettose vengono divulgate su facebook o, comunque, attraverso internet. Già: anche una semplice frase scritta sul proprio stato può diventare una condotta penalmente perseguibile. Si pensi ai tanti “leoni da tastiera” che spopolano per i loro commenti velenosi e ingiustificati rivolti per lo più nei confronti di persone (più o meno) famose. In questo caso, il danno è ancora maggiore visto che chiunque potrà leggere e condividere la frase diffamatoria. A prima vista sembrerebbe impossibile fare qualcosa: come difendersi, infatti, da chi diffonde gratuitamente maldicenze sul proprio conto? Cosa fare in questi casi? È possibile tutelarsi? A chi rivolgersi? Se anche tu sei stato vittima di un episodio di questo genere, continua nella lettura del presente articolo e troverai le risposte che cerchi: ti diremo come ottenere il risarcimento del danno, quali prove portare in giudizio e come bloccare gli oltraggi online. In altre parole, spiegheremo come difendersi dalla diffamazione.

Diffamazione: cos’è?

Prima di spiegare come difendersi dalla diffamazione, spieghiamo per bene cos’è il reato di diffamazione. La diffamazione consiste nell’offendere la reputazione di un’altra persona quando questa non sia presente [1]. L’offesa, quindi, deve essere comunicata a terze persone, non al diretto interessato, il quale nemmeno deve essere presente: è questa la grande differenza con l’ex reato di ingiuria [2].

Mentre con l’ingiuria si lede la considerazione che la persona offesa ha di se stessa, con la diffamazione si lede la reputazione che la vittima ha all’interno della società. Per questo motivo essa è ritenuta più grave della semplice ingiuria e, pertanto, a differenza di quest’ultima, la diffamazione è ancora punita con la reclusione. Per un maggiore approfondimento sul tema, si rinvia alla lettura di questo articolo.

Diffamazione: com’è punita?

Il codice penale punisce il reato di diffamazione “semplice” con la reclusione fino a un anno oppure, in alternativa, con la multa fino a 1032 euro. Se, però, l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Gli ultimi casi prospettati possono essere definiti di diffamazione aggravata, in quanto ritenuti maggiormente deleteri rispetto alla diffamazione semplice, cioè quella punita con la reclusione massima di un anno.

Per quanto riguarda l’attribuzione di un fatto determinato, deve trattarsi di un episodio sufficientemente delineato, di modo che possa essere più credibile e, pertanto, possa arrecare un maggior danno al diffamato rispetto ad una diffamazione generica.

Diffamazione: quale tutela penale?

Abbiamo spiegato in cosa consiste il reato di diffamazione; vediamo ora come difendersi da chi offende gratuitamente la reputazione di una persona. Innanzitutto, chi ritiene di essere stato diffamato può denunciare il fatto alle autorità competenti: la vittima potrà quindi recarsi presso la stazione dei carabinieri o il comando di polizia più vicini e chiedere che il responsabile venga punito penalmente. A quel punto, la notizia di reato verrà trasmessa alla Procura della Repubblica territorialmente competente e le indagini avranno inizio. Le autorità potranno sentire le persone che possono dare informazioni a riguardo: ad esempio, saranno ascoltate coloro che hanno assistito direttamente alla maldicenza. Se la diffamazione è avvenuta online, ad esempio attraverso facebook, gli inquirenti chiederanno al social di avere accesso ai server sui quale la pagina è stata creata, cercando così di individuare l’indirizzo IP dell’autore dell’illecito.

Al termine delle indagini, il pubblico ministero formulerà il capo di imputazione e chiederà il rinvio a giudizio. A quel punto comincerà il processo penale vero e proprio, all’interno del quale verranno sentite come testimoni le persone informate sui fatti ed eventualmente anche la persona offesa. Nell’ambito del processo penale, la vittima della diffamazione potrà costituirsi parte civile al fine di ottenere il risarcimento del danno patito.

Diffamazione: quale tutela civile?

La persona diffamata potrà anche tutelarsi direttamente in sede civile, chiedendo il risarcimento del danno economico e morale subito. Per ottenere ciò, occorrerà dimostrare concretamente il pregiudizio patito, fornendo tutte le opportune prove. Innanzitutto, andrà dimostrata la diffamazione stessa. Come fare? Semplice: portando testimoni oppure documentazione dalla quale risulti la diffamazione. Si pensi alla diffamazione avvenuta a mezzo stampa, tramite internet (facebook e altri social network) oppure gruppi Whatsapp. In tutti questi casi, sarà sufficiente stampare le schermate incriminate (valgono anche gli screenshot), cioè quelle dalle quali risultano i messaggi diffamatori, e produrli in giudizio. Lo stesso potrà essere fatto in sede penale qualora ci si sia costituiti parte civile.

Diffamazione online: come tutelarsi?

Denunciare una diffamazione può sembrare un mezzo di tutela giusto ma poco efficace: infatti, il giudice penale potrà sì condannare l’autore del delitto alla giusta pena (normalmente, una semplice multa), ma non potrà ripristinare l’onore offeso della vittima.

Molto importante è la tutela extragiudiziale, cioè quella che si può ottenere tempestivamente fuori dalle aule di giustizia. Il caso più emblematico riguarda la diffamazione online, cioè quella che avviene a mezzo internet. Chi offende la reputazione, la dignità o l’onore di un’altra persona utilizzando facebook o strumenti simili non solo si macchia del reato di diffamazione, ma addirittura di diffamazione aggravata. Perché? Semplice: perché chiunque può leggere l’offesa scritta sul social. Insultare una persona su un social network equivale a oltraggiarla pubblicamente, come se si utilizzasse la stampa oppure si trovasse in una piazza affollata.

Proprio la dimensione di internet fa sì che il reato sul web sia considerato più grave di quello realizzato in una realtà materiale: più precisamente, l’utilizzo di internet integra l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità, stante la particolare capacità divulgativa del mezzo telematico.

Cosa fare in questi casi? Senz’altro denunciare il fatto, se possibile alla polizia postale, dotata delle attrezzature idonee a combattere i crimini commessi in internet; oltre a ciò, ci si può attivare autonomamente e chiedere a facebook di rimuovere il contenuto lesivo. Per fare questo bisogna segnalare la diffamazione avvenuta; per farlo, è possibile:

  • inviare un’email all’indirizzo abuse@facebook.com;
  • segnalare a facebook, tramite la stessa piattaforma, il soggetto diffamatore. A tal fine, sarà sufficiente andare sul profilo di quest’ultimo, cliccare sulla freccetta verso il basso posta in corrispondenza del bottone “messaggio” e poi selezionare “Segnala/blocca”. Di lì, bisognerà spuntare la voce “invia una segnalazione”.

Ricevuto l’avviso, facebook impiegherà poco tempo per accertarsi del contenuto lesivo e bloccarlo o rimuoverlo del tutto. In questo modo, si potrà ottenere una tutela celere in attesa che la giustizia (civile e penale) faccia il suo corso.

Diabete: quali cibi?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Questo articolo è una breve ma efficace guida ai cibi da scegliere in caso di diabete. In esso vedremo quali sono gli alimenti più indicati per il diabetico e quali invece vanno evitati.

Ti è stato diagnosticato il diabete. Da qualche tempo sentivi che qualcosa nel tuo corpo non andava per il verso giusto: eri dimagrito, avevi molta sete e necessità di urinare in continuazione. Il tuo medico ti ha prescritto delle semplici analisi, che hanno rivelato inequivocabilmente la presenza di questa malattia. Ti ha quindi spiegato quali farmaci dovrai assumere per stare bene, e ti ha raccomandato una dieta molto scrupolosa. Nel fare questo, ti ha fornito delle indicazioni alimentari precise, che per ogni pasto richiedono la necessità di pesare i cibi che assumi, in particolare pane e pasta. A questo punto ti senti scoraggiato, perché ti sembra  di non avere molti margini per concederti un’alimentazione varia e gustosa. Forse ti sarebbe possibile mangiare anche altro, e ti chiedi quali cibi siano consentiti quando si ha il diabete. Fermo restando che per qualunque dubbio dovrai rivolgerti al tuo medico, in questo articolo troverai molti consigli per variare la tua alimentazione in caso di diabete, per sederti a tavola con appetito.

Alimentazione del diabetico: perché è importante

Il diabete è una malattia cronica che provoca l’innalzamento della glicemia, vale a dire della quantità di glucosio presente nel sangue. Esso può essere di due tipi:

  • di tipo 1, quando l’organismo non è in grado di produrre autonomamente insulina, l’ormone che ha il compito di metabolizzare il glucosio. La conseguenza è che quest’ultimo si accumula nel sangue: in questo caso, il diabetico deve introdurre questo prezioso ormone dall’esterno mediante iniezioni;
  • di tipo 2, quando il corpo produce regolarmente insulina, ma essa non riesce a spiegare i suoi effetti: in questo caso, occorre assumere dei farmaci che rendano l’insulina più efficace.

In entrambe le ipotesi, una dieta appropriata è fondamentale per aiutare l’organismo a mantenere livelli di glucosio ottimali. Ciò non va sottovalutato, visto che prolungate iperglicemie (vale a dire glicemie alte), o sbalzi frequenti nei valori del glucosio possono produrre, a lungo termine, complicanze anche gravi. E’ quindi opportuno, in caso di diabete, sapere quali cibi assumere, e in quale quantità. L’alimentazione giusta, per un diabetico, può veramente fare la differenza.

Occhio alla quantità di carboidrati

Nella dieta del diabetico, bisogna innanzi tutto aver riguardo alla quantità di carboidrati presenti nei cibi.

I carboidrati sono gli zuccheri presenti negli alimenti, e, secondo la loro velocità di assimilazione, possono essere di due tipi:

  • i carboidrati semplici sono quelli che, essendo costituiti da una o due molecole di zucchero, vengono assimilati velocemente: primo tra tutti il glucosio allo stato puro, lo zucchero da cucina (saccarosio), il fruttosio, il miele;
  • i carboidrati complessi, invece, sono costituiti da lunghe catene di molecole e richiedono una digestione più lunga prima di essere assimilati. Pertanto impiegano più tempo a entrare in circolo. e  sono contenuti, ad esempio, nel pane e nella pasta, ma anche in altri alimenti, come le verdure.

Vi sono alimenti che contengono una quantità maggiore di carboidrati rispetto ad altri.

Per prima cosa, dunque, il diabetico deve prestare attenzione alla quantità di carboidrati contenuta nell’alimento che vorrebbe consumare. A tale scopo, può essere utile consultare le informazioni nutrizionali, riportate obbligatoriamente sulle confezioni alimentari. Visto, però, che alcuni alimenti vengono venduti sfusi, è possibile risalire alla quantità di carboidrati in essi contenuti servendosi di apposite tabelle, presenti nei molti libri sull’argomento o anche reperibili su Internet.

Esse sono comodissime, perché elencano i cibi in ordine alfabetico o per categoria, e per ognuno di essi indicano la quantità di carboidrati contenuta in 100 g di alimento. Inoltre, per certe categorie di cibi, queste tabelle distinguono secondo che l’alimento sia crudo oppure cotto, nelle varie modalità di cottura possibili. Ad esempio, per le patate si troverà la quantità di carboidrati presenti in 100 grammi di questo tubero, secondo che sia crudo (anche se riesce difficile immaginare di consumarlo in questo modo), cotto al vapore, bollito, grigliato, al forno.

Dunque il primo dato da tener presente, nella scelta dei cibi in caso di diabete, è la quantità di carboidrati che essi contengono, e privilegiare quelli in cui gli zuccheri sono, complessivamente, in quantità limitata (massimo 30 grammi per 100 grammi di alimento).

L’importanza dell’indice glicemico

Un  dato da tenere presente è l’indice glicemico, che varia da un alimento all’altro. Con questa espressione si intende la velocità con la quale i carboidrati presenti in una certa tipologia di cibo vengono assimilati, e trasformati quindi in glucosio che entra in circolo. Se l’indice glicemico è alto, l’assorbimento del glucosio è rapido, e ciò provoca un rapido ed eccessivo innalzamento della glicemia, prima ancora che l’insulina, o l’altro farmaco assunto dal paziente, facciano effetto. Se, viceversa, l’indice glicemico dell’alimento è basso, gli zuccheri verranno assimilati lentamente, in modo tale da consentire ai farmaci di agire e di mantenere stabili i livelli di glucosio nel sangue.

Comprenderai quindi che la dieta del diabetico deve privilegiare cibi a basso indice glicemico. Consigliate, tra le verdure, le melanzane, i ravanelli, la bieta, i carciofi, le zucchine, le  cipolle, i cetrioli, i peperoni, i cavoli e broccoli in generale, gli asparagi, i finocchi, gli spinaci, il sedano. Tra la frutta innanzitutto le mele, e poi le pesche, le pere, le prugne, il melograno, il pompelmo, le albicocche, il ribes. Importanti i legumi: i fagioli di ogni tipo, le lenticchie, gli azuki, i piselli e la soia.

Abbiamo visto che la mela ha un basso indice glicemico: essa è il frutto in assoluto più consigliato dai diabetologi. Quindi può validamente essere utilizzata come spuntino. In alternativa, è possibile scegliere un altro frutto a basso indice glicemico, oppure una coppetta di macedonia senza zucchero, avendo cura che contenga frutta “consentita”.

Ecco qualche trucco per abbassare l’indice glicemico complessivo di un pasto:

  • i grassi rallentano l’assorbimento degli zuccheri: quindi un po’ di grasso “buono”, non nocivo alla salute, come l’olio d’oliva, è utile a questo scopo se è abbinato a un alimento contenente carboidrati. Sottolineiamo l’importanza che si tratti di un grasso che non provoca l’aumento del tanto temuto colesterolo. L’olio d’oliva è da privilegiare, non solo perché rallenta l’assimilazione degli zuccheri, ma anche perché esplica una funzione di prevenzione dell’accumulo di grassi pericolosi nel sangue;
  • anche le proteine, rendendo la digestione più elaborata, rallentano l’assorbimento degli zuccheri, quindi è utile che esse siano presenti in ogni pasto. A un piatto di pasta può seguire, ad esempio, una porzione di pesce o di carne bianca;
  • il pane e la pasta integrali hanno un indice glicemico più basso rispetto a quelli preparati con farina raffinata;
  • l’assorbimento degli zuccheri risulterà più lento, se all’inizio del pasto viene consumata una porzione di insalata o di altra verdura, a scelta tra quelle a basso indice glicemico.

Come vedi, la dieta del diabetico, acquisendo un po’ di dimestichezza con le notizie che ti ho dato, può essere varia e gustosa. Serviti di queste informazioni per comporre il tuo pasto … e buon appetito!

Pizza: quante ore di lievitazione?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È la regina della tavola nel meridione ma fa da padrona in ogni parte di Italia. Così semplici la lavorazione e la cottura, quanto variegate e (talvolta) folli le sue farciture. Eppure il suo impasto nasconde dei segreti.

Napoli mi ha adottato anni or sono e così ho pensato di tentare di ringraziarla parlando di una delle sue specialità per eccellenza: la pizza. Chi di noi non ha mai preparato la pizza in casa per una allegra serata con gli amici? Perfetta sia d’inverno che d’estate, è l’alimento che pare essere il più semplice da preparare, il più veloce da offrire, completo e sano per gli ingredienti che contiene e tra i più gustosi da mangiare. Per non parlare dei modi con cui viene farcita: dalla tradizionale pizza margherita o marinara alla pizza con i cannelloni (proprio così: i canelloni sopra l’impasto!), alla pizza col cornicione ripieno di ricotta e prosciutto a quella con salsa di zucca, speck e scaglie di parmiggiano. Eppure, ad una apparente semplicità dell’impasto si contrappone un più complesso studio per la sua migliore riuscita. Chi di noi sa quante ore di lievitazione servono per la pizza? Chi sa quali sono gli ingredienti più utili per farla lievitare meglio? O per velocizzarne i tempi di lievitazione? Conosci il modo migliore per far lievitare l’impasto? E come funziona la lievitazione? Sembreranno domande banali ma, considerata la serietà dell’argomento, prima di scrivere questo articolo ho alzato la cornetta e contattato un amico pizzaiolo napoletano chiedendogli dei consigli utili in materia. Il furbetto, a dirla tutta, non si è ‘esposto’ più di tanto. Ma lo comprendo, i segreti del mestiere sono un po’ come i figli: non si dice mai tutto di loro. Ma il mio scopo, alla fine dei conti, l’ho raggiunto e ho acquisito qualche dritta che con piacere condivido con te.

Quante lievitazioni esistono

La lievitazione altro non è che lo sviluppo nell’impasto di anidride carbonica ed alcool etilico. In pratica funziona così: il lievito, che altro non è se non un fungo, converte gli zuccheri in anidride carboniche che, a sua volta, rimanendo intrappolata nella struttura del glutine, causa l’aumento della massa della pizza. Ma attenzione: non esiste un ‘unico’ tempo di lievitazione e ciò dipende dal tipo di procedura che si usa per fare l’impasto, potendo necessitare di un arco temporale che va dalle 12 alle 96 ore, dal tipo di farina utilizzata ed altri fattori. Già… altro che una sessantina di minuti come siamo soliti fare. Dietro ad una buona pizza, che non ci appesantisce lasciandoci sempre posto per il bis o il dessert, c’è un vero e proprio studio sulla chimica. L’avresti detto?

Ma chiariamo un concetto fondamentale sin da subito: non dobbiamo confondere la lievitazione con la maturazione dell’impasto. Infatti, mentre con la prima tendenzialmente si verifica l’aumento del nostro impasto, che dipende come già detto dalla azione fermentativa dell’anidride carbonica; con la seconda avviene un processo inverso, vale a dire che è la fase in cui le strutture più complesse come le proteine e gli amidi vengono ridotti in strutture semplici.

La vera arte del pizzaiolo –segreto che è giusto che solo lui utilizzi– sta nell’infornare la pizza quando queste due fasi, lievitazione e maturazione, sono nel momento ottimale. Ma torniamo al nostro impasto ed alle ore di lievitazione. Ben pochi sanno, infatti, che esistono in generale quattro procedure per impastare la pizza, in  realtà, non tutte pratiche e veloci ma di cui dobbiamo saperne almeno l’esistenza.

Ed infatti ci sono: 1) l’impasto diretto che si fa con l’uso del solo lievito e viene detto così perché tutti gli ingredienti (lievito, acqua, poi farina, infine sale e olio) vengono impastati in una unica fase. Qui il tempo di lievitazione dipende da molteplici fattori quali la temperatura dell’acqua, quella dell’ambiente, l’umidità della farina utilizzata e la quantità di sale. È la tecnica più usata nelle nostre case perché certamente la più veloce e la più semplice da realizzare; 2) l’impasto semidiretto definito così perché si fa con una parte impastata con la tecnica dell’unica fase (di cui al precedente punto) e con un’altra parte costituita dalla cd. pasta di riporto, cioè un pezzo rimanente da un impasto precedente che ha già maturato un certo periodo di fermentazione; 3) l’impasto indiretto che viene usato più per la panificazione che per la preparazione della pizza ma che è anche usata per questo. In realtà, questa tecnica non riscuote grande successo a causa della maggiore complessità della procedura ed, inoltre, si suddivide in altre due sotto-procedure e, più precisamente, nella ‘procedura con la biga’, che si ha quando si fa un impasto molto duro (cd. pre-impasto), solo con lievito e senza sale, che si lascia lievitare per poi successivamente rimpastarlo con l’aggiunta di tutti i noti ingredienti; e la procedura col ‘lievito madre’, cioè, con quel lievito che ha fermentazione naturale e che si fa con farina, acqua e zucchero (o miele od, ancora, uva passa frullata). Su internet esistono diverse tecniche per fare il lievito madre ma ti anticipo che tutte hanno un elemento in comune: la necessità di tre giorni di lavorazione.

Da ultimo, non si può non menzionare anche la cd. lievitazione in frigo che richiede davvero tante ore in più di fermentazione, considerato che il freddo ne rallenta i processi. Inoltre, la lievitazione in frigo porta con sè un rischio e, cioè, quello dell’impasto ‘freddo’ che porta alla pizza a morbillo. Per intenderci, i pizzaioli chiamano così quella pizza che esce fuori dal forno con tanti punti neri sul cornicione e ciò avviene peiché l’impasto che togliamo dal frigo, che normalmente ha 4°, non lo portiamo a temperatura ambiente di 22-25° prima del suo utilizzo, e dunque usandolo direttamente nell’ambiente del forno, scateniamo la reazione chimica interna dell’amido alla variazione della temperatura. L’effetto è che la pizza certamente lieviterà ma verrà fuori con le tipiche ‘bolle nere’ sul cornicione, da cui il nome della ‘pizza a morbillo’.

Ora: tutto quello che ho appena scritto rientra –a grandi linee– nella tradizionale preparazione dell’impasto della pizza ed è importante perché da ciascuna di queste tecniche dipende la lievitazione ed i suoi tempi di realizzo.

I piccoli trucchi per una buona lievitazione

La scelta del lievito

Dipende tutto dalla nostra volontà e dal tempo a disposizione. Certamente ottimale sarebbe l’utilizzo del lievito madre, detta anche ‘pasta madre’ o ‘pasta acida’, di cui abbiamo già parlato e che è composto da sola farina ed acqua ed agenti naturali di acidificazione (zucchero, miele, uva passa frullata, bucce di mele e così via). E’ il lievito naturale per eccellenza, ottimo per sostituire il lievito industriale, interessante anche nella sua versione ‘liquida’. Ma poiché molto spesso è proprio il tempo che ci manca, sarà più consono utilizzare o il lievito in granuli, normalmente nella misura di 7 grammi per un chilo di farina; o il panetto di lievito di birra, nella misura di 1 panetto per un chilo di farina.

Il pizzico di zucchero

Lo zucchero aiuta il lievito a sprigionare tutta la sua potenza, quindi, quando mescoliamo l’acqua tiepida al lievito, non dimentichiamo di aggiungere un pizzico di zucchero o di miele o di malto. La nostra sarà pure una pizza casalinga ma perché non liberare anche a casa nostra il MasterChef che è in noi?

Il momento dell’aggiunta del sale

Attenzione: lievito e sale non vanno affatto d’accordo. Ecco perché è consigliato di aggiungere il sale solo nella fase finale della preparazione dell’impasto, cioè, quando abbiamo già mescolato l’acqua, il lievito, lo zucchero, la farina e siamo pronti ad aggiungere l’olio. Il sale aiuta la formazione del glutine ecco perché normalmente va inserito alla fine dell’impasto con l’aggiunta di un 10% di acqua.

La scelta della farina

La farina migliore dicono alcuni che sia la farino 0. La doppio zero, infatti, pare possa dare fastidi alla digestione a causa dell’elevata concentrazione di glutine. Altri, invece, usano il trucchetto dell’aggiunta, alla farina normale, della manitoba. E ben pochi sanno che il ‘calore’ della farina è importante per la ‘regola del 55’: cioè, esiste una tradizione secondo cui la somma del calore della farina, dell’acqua e dell’ambiente in cui cuciniamo il nostro impasto, deve essere a 55. Un esempio ci aiuterà a comprendere meglio: è evidente che d’inverno nella nostra cucina, nonostante i caloriferi, avremo 19 gradi. E poiché la temperatura della farina è normalmente uguale a quella dell’ambiente, quindi altri 19°, per poter raggiungere l’impasto ottimale, dovremo usare dell’acqua a temperatura massima di 17 gradi. Ed ancora: d’estate la temperatura ambiente sarà maggiore, ad esempio, di 25 gradi, quindi, presupponendo una temperatura della farina di altrettanti 25°, sarà necessario l’utilizzo di acqua che abbia 5° centigradi.

L’impasto durante la lievitazione va coperto

La tradizione casalinga migliore vuole che il ‘panetto’ di pizza da far lievitare sia posto in un recipiente, coperto da un canovaccio pulito e posto magari nel forno spento. Perché la copertura del canovaccio? Per evitare che l’impasto perda umidità e, quindi, si secchi. Tra l’altro, secondo la migliore tradizione, il canovaccio oltre che pulito dovrebbe anche essere un po’ bagnato proprio per evitare che la parte superiore dell’impasto perda la propria umidità.

La doppia fase di lievitazione

Alcuni utilizzano la doppia lievitazione per rendere più morbido l’impasto: una prima fase di lievitazione che avverrà nel contenitore, unto con un po’ di olio, coperto dal nostro canovaccio umido; ed una seconda lievitazione, direttamente nella teglia, dopo aver steso l’impasto, nel forno non ancora acceso.

Non dimentichiamo, poi, il consiglio del punch-ball: alcuni dicono che per far azionare bene il lievito, dopo aver formato la nostra palletta da lasciare a lievitare, è utile ‘picchiarla’ con dei pugni. Io lo faccio sempre: non so se davvero aiuta la lievitazione ma a me da tanta soddisfazione!

Il consiglio pratico per una buona lievitazione

Gli antichi romani dicevano in medio stat virtus cioè trova la soluzione più equilibrata, che è normalmente quella mediana, e difficilmente sbaglierai. Ecco perché alcuni consigliano di impastare la pizza la sera prima del suo utilizzo, od al mattino successivo, lasciandola lievitare durante la notte, o durante il giorno, per poi procedere alla seconda fase di lievitazione la sera stessa.

Di Samantha Mendicino

Credito su pegno: come funziona

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funziona il cosiddetto credito su pegno e come si fa, grazie ad esso, ad ottenere prestiti da banche e finanziarie

Il credito su pegno è una forma di credito che ha secoli di vita e che nel nostro paese è ancora oggi disciplinata da una normativa del 1939 [1]. Se hai urgenza di ottenere una somma di denaro di importo non elevato e hai difficoltà ad accedere ai canali ordinari di credito (perché magari sei protestato o hai segnalazioni alle banche dati di allarme interbancario), allora il credito su pegno può essere una interessante soluzione. Ma come funziona il credito su pegno?

Si tratta in sostanza di un prestito di denaro che il comune cittadino può richiedere ed ottenere da istituti di credito e da società finanziarie in cambio del pegno su un bene, cioè in cambio della consegna alla banca o alla finanziaria di un bene che andrà a garantire il prestito di denaro fatto dalla banca o dalla società finanziaria.

Quando poi scadrà il prestito, il cittadino potrà recuperare il bene concesso in pegno restituendo l’importo ricevuto in prestito maggiorato degli interessi convenuti e delle spese eventualmente sopportate dalla banca.

Come risulta chiaro da quanto è stato appena detto il credito su pegno è una forma di finanziamento che si ottiene in tempi rapidi (la garanzia, infatti, consiste nella semplice consegna del bene dato in pegno) e alla quale possono accedere, lo ribadiamo, anche i cosiddetti cattivi pagatori (protestati ad esempio), cioè coloro i quali difficilmente riuscirebbero ad accedere al credito per altra via.

I difetti, se così si può dire, del credito su pegno sono che il prestito ha durata contenuta (da qualche mese ad un anno) e che i tassi di interesse praticati sono piuttosto elevati.

Analizziamo quindi di seguito, più in dettaglio, i meccanismi di funzionamento di questa interessante forma di finanziamento.

Quali beni possono essere dati in pegno e con quali modalità?

Come abbiamo precisato il credito su pegno non è altro che un prestito di denaro ottenuto da istituti di credito e società finanziarie in cambio del pegno su un bene, cioè in cambio di una garanzia costituita dalla consegna alla banca o alla finanziaria di un bene.

Ma quali beni possono concretamente essere concessi in pegno alla banca o alla finanziaria in cambio del prestito di denaro?

Di regola sono accettati in pegno (occorre fare comunque riferimento al regolamento di ogni singola banca): oggetti preziosi in genere come gioielli, perle pietre preziose, oggetti d’oro, d’argento o platino, orologi di pregio, monete preziose, ma anche quadri, tappeti e pellicce ed oggetti d’uso comune e merci di qualunque genere che abbiano un valore commerciale e che siano di facile realizzo, che siano cioè facilmente vendibili.

Se il bene che si intende concedere in pegno rientra, quindi, tra quelli che la banca (secondo il proprio regolamento) accetta in pegno, allora si dovrà procedere a stimarlo.

La stima viene eseguita da un perito incaricato dalla banca ed il valore attribuito al bene da dare in pegno costituirà poi la base per calcolare l’ammontare del prestito che si potrà ottenere.

Per gli oggetti preziosi il prestito che si potrà ottenere in cambio del pegno su di essi non potrà superare i 4/5 del valore stimato degli oggetti stessi, mentre per ogni altro bene concesso in pegno si potrà ottenere in cambio un prestito non superiore ai 2/3 del valore attribuito ad essi dallo stimatore [2].

Così, ad esempio, per un bracciale d’oro il cui valore viene stimato in 5.000 euro, si potrà ottenere un prestito non superiore a 4.000 euro.

In questo modo la banca o la finanziaria non perderanno nulla anche nel caso in cui il proprietario del bene dato in pegno non restituisse la somma avuta in prestito maggiorata degli interessi (in tal caso, infatti, la banca metterà all’asta il bene).

Il regolamento della banca stabilirà anche il valore minimo e massimo del prestito che si potrà comunque ottenere (di solito da qualche decina di euro fino a qualche decina di migliaia di euro) e la durata minima e massima del prestito (di solito si va da un minimo di durata di tre mesi ad un massimo che non supera l’anno di durata).

Stimato il bene e valutato, quindi, l’ammontare del prestito che può essere concesso, il credito su pegno si perfeziona con il rilascio da parte della banca della polizza (che è un titolo al portatore, cioè che attribuisce a chiunque lo possieda l’esercizio dei relativi diritti) e con la consegna del bene che sarà custodito dalla banca in appositi locali sovente corazzati.

Il credito su pegno è un prestito di denaro in cambio della consegna di un bene in garanzia

Cosa accade alla scadenza del pegno?

Una volta che sia scaduto il termine di durata del credito su pegno può accadere che:

  • o il proprietario del bene concesso in pegno lo riscatti, cioè restituisca la somma ricevuta in prestito maggiorata degli interessi pattuiti (differenti a seconda dell’istituto di credito) e delle spese, ottenendo la riconsegna del bene dato in pegno;
  • oppure il proprietario non voglia o non possa restituire l’importo ricevuto in prestito ed allora la banca o la finanziaria lo metterà all’asta, una volta che siano decorsi trenta giorni dalla data di scadenza della polizza.

Nel primo caso, cioè di riscatto, il proprietario, come detto, dovrà restituire alla banca l’importo prestato maggiorato degli interessi.

Si è anche detto che gli interessi praticati su questo tipo di credito non sono tra i più convenienti.

Difatti, a titolo di esempio, per prestiti dell’ammontare di 400 euro e della durata di 6 mesi il Tan (cioè il tasso annuo nominale) varia, a seconda dell’istituto di credito, da un minimo del 5% ad un massimo dell’11,3% annuo.

Invece, nel caso di asta, il valore conseguito dalla vendita del bene viene ovviamente incamerato dalla banca, salvo il caso in cui il bene sia venduto per un valore superiore all’importo spettante alla banca (che comprende gli interessi e la commissione d’asta): in questo caso l’eccedenza viene consegnata al proprietario del bene (ormai ex proprietario considerata la avvenuta vendita del bene all’asta).

Se il proprietario del bene non restituisce la somma prestata, il bene dato in pegno viene messo all’asta

Come si svolgono le aste dei beni dati in pegno?

Abbiamo precisato che una volta che sia scaduto il termine di durata della polizza può accadere che:

  • o il proprietario del bene concesso in pegno lo riscatti, cioè restituisca la somma ricevuta in prestito maggiorata degli interessi pattuiti e delle spese, ottenendo la riconsegna del bene dato in pegno;
  • o il proprietario non voglia o non possa restituire la somma ricevuta in prestito ed allora la banca o la finanziaria metterà all’asta il bene ricevuto in pegno, decorsi almeno trenta giorni dalla data di scadenza della polizza.

In quest’ultimo caso può essere per molti un’occasione di sicuro interesse quella di partecipare alle aste pubbliche nelle quali sono messi in vendita quei beni dati in pegno che i rispettivi proprietari non abbiano riscattato alla scadenza del prestito.

Si tratta, come è stato detto, di gioielli, pellicce, tappeti, quadri, oggetti in oro, argento o platino, orologi, merci varie e altro ancora che potranno essere acquistati ad un prezzo sicuramente interessante.

Queste aste sono aste pubbliche che vengono annunciate con appositi avvisi contenenti l’indicazione:

  • del luogo, giorno e ora in cui si svolgono;
  • dei pegni in vendita e del numero delle polizze.

L’avviso viene generalmente esposto nella sala della banca dedicata al credito su pegno ed in quella in cui le aste si svolgono e deve essere esposto per almeno cinque giorni consecutivi antecedenti all’inizio delle aste e fino a quando le aste non si saranno svolte [3].

Pertanto coloro i quali vogliano approfittarne, possono dare un’occhiata sulle pareti delle sale dei diversi istituti di credito per individuare le giornate delle aste, i beni che sono posti in vendita e le condizioni  a cui saranno sottoposte le aste medesime.

Si aggiudica l’asta il migliore offerente e le singole offerte di rilancio devono essere fatte durante lo svolgimento dell’asta pubblica secondo le modalità indicate nel regolamento della banca stessa (il pagamento dovrà avvenire per contanti al termine dell’asta stessa).

Sono anche ammesse offerte segrete sempre secondo le modalità descritte dal regolamento della banca e dall’avviso d’asta.

Usualmente i beni in vendita sono anche esposti affinché i potenziali acquirenti ne possano prendere visione e sono venduti così come visti senza alcuna responsabilità del venditore per eventuali vizi o difetti (anche a tale fine è importante consultare il regolamento della banca sulle aste ed il singolo l’avviso d’asta).

Le aste dei beni dati in pegno non riscattati sono aste pubbliche

Riparazione del danno: quando estingue il reato?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È possibile estinguere il reato risarcendo il danno? Se restituisco quanto rubato posso evitare il processo? Quali reati possono essere estinti per condotte riparatorie?

Il diritto penale disciplina tutte quelle condotte che, a causa della loro gravità, devono essere sanzionate con la pena massima prevista dalla legge: la reclusione. L’illecito penale, infatti, non offende solamente l’interesse privato della persona offesa (ad esempio, il patrimonio in caso furto o l’incolumità personale in caso di lesioni) ma anche l’interesse pubblico dello Stato ad avere una società libera da delitti, al fine del mantenimento dell’ordine pubblico. Non a caso, ogni procedimento penale è intrapreso dalla Repubblica contro l’imputato. L’interesse collettivo alla repressione dei reati, però, cede il passo alla volontà della vittima di perseguire o meno il crimine in tutti i casi in cui la legge subordina la punibilità del reo alla querela sporta dalla persona offesa; in altre parole, senza la manifestazione di volontà della vittima volta a chiedere la punizione del responsabile, le autorità non possono procedere. Di qui la distinzione tra reati procedibili d’ufficio e reati procedibili a querela di parte. Questo significa che, se sei stato vittima di una lieve aggressione o di un furto di poco conto, la polizia non potrà cominciare le indagini se non sarai tu a sporgere querela entro tre mesi dal fatto. La procedibilità a querela riguarda reati minori, per i quali lo Stato rinuncerebbe ad infliggere una punizione se non vi fosse la volontà della vittima. Per questa tipologia di illeciti la legge ha previsto una nuova causa di estinzione, consistente nella riparazione del danno. Cosa significa? Detto in parole semplici, vuol dire che il colpevole ha la possibilità di salvarsi dalla pena finale se ripristina la situazione così com’era precedentemente alla sua condotta illecita. Così, ad esempio, se ti sei appropriato ingiustamente di un bene altrui, potrai evitare il processo (oppure farlo terminare in anticipo) se restituirai quanto preso, oppure se risarcirai il danno. In altre parole, dovrai riparare a quanto ingiustamente commesso. Vediamo allora quando la riparazione del danno estingue il reato.

Riparazione del danno: cos’è?

Il legislatore degli ultimi anni si caratterizza per i tentativi di introdurre istituti giuridici che consentano una diminuzione delle cause pendenti davanti ai tribunali. Tra le ultime novità in materia rientra senz’altro la modifica al codice penale che ha introdotto la riparazione del danno quale nuova causa di estinzione dei reati.

A seguito della nota riforma Orlando del 2017 [1], nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato abbia riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni delle cose sottratte o il risarcimento, e abbia eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.

Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine sopra indicato (apertura del dibattimento), l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento. In questo caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Il giudice dichiara l’estinzione del reato all’esito positivo delle condotte riparatorie [2].

Riparazione del danno: quando c’è l’estinzione?

La riparazione del danno estingue il reato solamente se essa sia concretamente adeguata a ripristinare la situazione antecedente al fatto (quello che, in latino, si chiamerebbe lo status quo ante). Si tratta di una nuova causa di estinzione (che si affianca a quelle tradizionali della prescrizione, dell’oblazione, della remissione, ecc.) valida solamente per i reati procedibili a querela, cioè per quelli per i quali è necessaria la volontà della vittima affinché vengano perseguiti. Vediamo allora nel dettaglio quali sono le caratteristiche della riparazione del danno:

  1. È applicabile solamente ai reati procedibili a querela per i quali sia prevista la remissione: la remissione della querela è una causa di estinzione consistente nella volontà della persona offesa di ritirare la querela sporta. Esistono, tuttavia, ipotesi di reato che, seppur perseguibili a querela, non prevedono la remissione della stessa: è il caso dello stalking aggravato [3]. In ipotesi come queste, la riparazione del danno non estingue il reato;
  2. La riparazione del danno deve avvenire mediante restituzione di quanto illecitamente sottratto (ad esempio, rendendo le cose rubate) o risarcimento del danno, quando la restituzione non è possibile (si pensi ad un oggetto rubato e poi distrutto); è inoltre necessario, ove possibile, ripristinare la situazione così com’era prima del fatto criminoso (ad esempio, mediante riparazione del bene danneggiato);
  3. La riparazione del danno deve avvenire entro l’apertura del dibattimento, cioè all’inizio del processo penale: questo vuol dire che il colpevole avrà tutto il tempo delle indagini preliminari fino all’udienza dibattimentale per “pentirsi” e riparare alla sua condotta. Eccezionalmente, però, se questo tempo non dovesse bastare, egli potrà chiedere al giudice una proroga, dimostrando di non aver potuto adempiere prima; il giudice, se accerta l’effettiva impossibilità dell’imputato a riparare il danno prima dell’apertura del dibattimento, può sospendere il processo e rinviarlo di sei mesi. Alla successiva udienza il giudice verificherà se la condotta riparatoria è avvenuta con successo o meno;
  4. L’estinzione del reato può essere pronunciata dal giudice anche quando l’offerta economica proposta dall’imputato sia stata rifiutata dalla persona offesa, ma il giudice la ritenga più che congrua a soddisfare la pretesa risarcitoria della vittima. In questa ipotesi, quindi, la riparazione è valida anche contro la volontà del querelante.

Riparazione del danno: a cosa serve?

La riparazione del danno prima dell’apertura del dibattimento è uno strumento utilissimo per chi è imputato di reati procedibili a querela (purché questa sia soggetta a remissione): ed infatti, provvedendo al risarcimento o alle restituzioni, l’imputato eviterà il processo e l’eventuale condanna, con benefici anche per la giustizia penale stessa, la quale si “alleggerirà” di procedimenti che possono essere definiti stragiudizialmente.
In effetti, la vera novità dell’estinzione del reato per condotte riparatorie è quella di aver dato la possibilità al reo di estinguere il reato mediante il suo comportamento. Di solito, la condotta riparatoria induce il querelante a rimettere la querela (con conseguente estinzione del reato per remissione): il nuovo istituto, invece, consente al giudice di dichiarare estinto il reato anche se la persona offesa non ha rimesso la querela.

L’avvenuta riparazione, inoltre, prevale anche sull’eventuale dissenso della vittima: ciò significa che il giudice potrà dichiarare estinto il reato anche nel caso in cui la persona offesa si opponga, non ritenendosi soddisfatta dal risarcimento o dalla restituzione.

Riparazione del danno: cosa fare in pratica?

Se ti è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini oppure un decreto di citazione a giudizio, entro la data stabilita per la prima udienza potrai provvedere a contattare la persona offesa e a renderti disponibile a risarcire il danno che gli hai provocato o a restituirgli i beni che gli hai sottratto. Chiaramente, potrai avvalerti di un avvocato per farti seguire e consigliare. Non importa che la vittima non sia d’accordo: per ottenere l’estinzione, è sufficiente anche un’offerta concretamente formulata e presentata presso il domicilio del querelante a mezzo di pubblico ufficiale autorizzato a ciò. Dopodiché, potrai rivolgerti  al Giudice che procede (se sei ancora nella fase delle indagini, competente sarà il giudice per le indagini preliminari) chiedendo al giudice di riconoscere la propria condotta riparatoria e di dichiarare estinto il reato. Se l’offerta di risarcimento non è stata accettata dalla persona offesa, potrai chiedere al giudice che riconosca la congruità della somma offerta.

Vicino innalza muro: può togliermi la veduta?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i rimedi che il proprietario può azionare per tutelare la propria veduta ostacolata dal vicino

Per la legge italiana [1] la veduta è quell’apertura sul fondo del proprietario confinante che permette di affacciarsi e di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente. Può accadere però che il vicino improvvisamente ostacoli, ad esempio innalzando un muro, il tuo diritto di affacciarti dal balcone. Ed allora ti chiedi: se il vicino innalza un muro: può togliermi la veduta? Cosa è possibile fare in questi casi? Quali sono i rimedi?

Innanzitutto occorre che tu sappia che il diritto di veduta, cioè di guardare sul fondo vicino, per poter essere tutelato con successo deve essere stato da te acquistato in uno dei seguenti modi:

  • per contratto scritto (sarà necessario il consenso di tutti i comproprietari del fondo confinante su cui la veduta sarà esercitata, se questo fondo sia di proprietà di più persone);
  • per testamento (chi scrive il testamento può infatti attribuire ad un soggetto il diritto di ottenere la costituzione di una servitù di veduta a carico del fondo dell’erede o di altro soggetto);
  • per sentenza;
  • per usucapione (cioè a seguito del possesso pacifico, continuato e ininterrotto per almeno venti anni di una situazione di fatto che corrisponde all’esercizio di un diritto di veduta: occorrerà cioè che esistano opere visibili e permanenti destinate all’esercizio del diritto di veduta e, quindi, che vi siano ad esempio parapetti, sporti, balconi ecc. da cui in modo stabile e visibile venga esercitata la veduta);
  • per destinazione del padre di famiglia (occorre in questo caso che l’unico proprietario di un fondo realizzi su di esso opere permanenti e visibili, come balconi o parapetti che rendano una porzione del fondo soggetta alla veduta di un’altra porzione e, poi, che venda ad altro proprietario una delle due porzioni).

Se hai acquistato in uno di questi modi il diritto di veduta potrai tutelarlo perché la legge [2] stabilisce che il proprietario del fondo confinante non può fabbricare a distanza minore di tre metri in modo da ostacolare non solo la veduta diretta, ma anche quelle oblique (cioè le vedute che consentono di guardare non solo di fronte, ma anche obliquamente).

Perciò nel caso in cui la tua veduta venga ostacolata ed impedita con una costruzione (ad esempio un muro), potrai reagire richiedendo al giudice la rimozione dell’opera che stia ostacolando il tuo diritto.

Analizziamo ora, più in dettaglio, la questione che assai spesso conduce a discussioni ed anche a controversie giudiziarie.

Cosa sono le vedute?

Si è detto che la legge italiana definisce veduta (o prospetto) quella apertura sul fondo del proprietario confinante che permette di guardare (ed anche eventualmente di affacciarsi) in esso frontalmente, obliquamente o lateralmente.

La caratteristica della veduta è che attraverso di essa si ha una visuale agevole e globale, senza l’utilizzo di mezzi artificiali, sul fondo confinante.

Pertanto si può avere una veduta (riconosciuta e tutelata dalla legge) solo se essa consente non solo di vedere e guardare frontalmente il fondo vicino, ma anche di guardarlo in modo completo, cioè anche obliquamente e lateralmente [3].

Occorre segnalare che non è tuttavia assolutamente necessario che attraverso la veduta ci si debba anche affacciare sulla proprietà confinante, a condizione però che attraverso di essa si possa comunque guardare sulla proprietà confinante avendo una sua visuale completa [4].

Sulla base di questa definizione è chiaro che possono essere considerate come vedute le finestre, i balconi, le terrazze, i lastrici solari e simili.

In questo senso una porta finestra che non consenta una visuale anche laterale e obliqua sul fondo vicino non si può considerare una veduta e, perciò, la visione del fondo vicino che si avrà da essa non potrà essere tutelata con la rimozione della costruzione che ostacoli la visione che da essa si può avere.

La veduta consente una visione globale sul fondo vicino

Come si tutela la veduta?

Se, dunque, un vicino innalza un muro può togliermi la veduta?

Se, in altre parole, il confinante esegua opere tali da ostacolare il diritto di veduta legalmente acquistato, come sarà possibile reagire a tutela del diritto di guardare globalmente la proprietà vicina?

La legge, in casi simili, dispone nel senso che il proprietario del fondo confinante non può fabbricare a distanza minore di tre metri in modo da ostacolare non solo la veduta diretta, ma anche quelle oblique.

Esiste, perciò, una vera e propria zona di rispetto che si estende per tre metri sia in senso orizzontale (calcolata dalla parte più esterna della veduta), sia in senso verticale (a partire dal piano corrispondente alla soglia della veduta): ogni costruzione che sia costruita in questa zona è per legge illegale.

Ogni costruzione (ad esempio muri o anche parapetti e simili) che, quindi, sia costruita dal confinante senza il rispetto della fascia di rispetto di tre metri, non sarà conforme alla legge e la tutela incisiva che la legge riconosce consiste nel diritto a chiederne ed ottenerne la rimozione.

Infatti, il divieto di fabbricare a meno di tre metri dalle vedute è stabilito per assicurare al titolare del diritto di veduta l’aria e la luce sufficienti per poter agevolmente guardare direttamente e obliquamente sul fondo vicino.

Occorre evidenziare che la rimozione dell’opera realizzata dal vicino a meno di tre metri dalla veduta andrà ordinata dal giudice:

  • in ogni caso e, cioè, a prescindere da ogni concreta valutazione se la stessa opera sia o meno idonea ad ostacolare o impedire la veduta,
  • a meno che, però, l’opera realizzata non sia un manufatto precario come può essere una recinzione in telo o una rete plastificata [5].

Deve essere rimossa la costruzione che impedisca il diritto di veduta

Il diritto di veduta è tutelato anche nei condomini?

La giurisprudenza ha riconosciuto nel tempo che il diritto di veduta si esercita e viene tutelato anche nei rapporti condominiali [6].

E’ stato chiarito che il divieto di costruire a distanza minore di tre metri da una veduta si applica senza dubbio anche nelle relazioni tra condomini non essendoci alcuna norma in senso contrario.

Nel caso assai frequente di chiusura di balconi (le cosiddette verande che spessissimo affollano i condomini italiani) è stato precisato che chi costruisce la veranda non può spingersi oltre il perimetro del balcone sovrastante perché altrimenti lederebbe il diritto di veduta di cui il proprietario del balcone sovrastante è titolare.

Per di più da ogni apertura (che abbia le caratteristiche di veduta) esistente in un condominio si ha il diritto di esercitare la veduta fino alla base della costruzione condominiale e, perciò, ci si può opporre ad ogni costruzione che altri proprietari abbiano eretto e che di fatto ostacoli o impedisca l’esercizio di questo diritto.

Anche in condominio esiste il divieto di costruire a meno di tre metri dalle vedute

Voucher chi può usarli?

Posted on : 14-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali aziende possono retribuire i lavoratori col contratto di prestazione occasionale, e chi può lavorare con i nuovi voucher?

I voucher sono tornati? I vecchi voucher, o buoni lavoro, non sono stati ripristinati dal decreto Dignità [1], nonostante i ripetuti annunci che hanno fatto intendere il contrario, ma sono stati resi più flessibili i cosiddetti nuovi voucher, o meglio i contratti di prestazione occasionale. In particolare, l’arco temporale di utilizzo è stato esteso da 3 a 10 giorni, ed è stata ampliata la platea delle aziende che possono utilizzare le prestazioni occasionali. Non ci sono invece particolari limiti riguardo ai lavoratori che possono essere impiegati col contratto di prestazione occasionale, ad esclusione del settore agricolo, nel quale possono essere assunti coi nuovi voucher soltanto gli appartenenti a determinate categorie svantaggiate, non iscritti agli elenchi degli operai a tempo determinato. Facciamo allora il punto sui nuovi voucher: chi può usarli, quali aziende possono utilizzare il contratto di prestazione occasionale, chi può svolgere lavoro accessorio.

Che cosa sono i nuovi voucher?

I nuovi contratti di prestazione occasionale, comunemente noti come nuovi voucher, non sono in realtà dei buoni o ticket finalizzati a retribuire i lavori saltuari, ma veri e propri contratti di lavoro, anche se le modalità di attivazione della prestazione e di pagamento ricordano, in parte, la vecchia disciplina dei voucher (tra l’altro, nonostante si chiamino contratti di prestazione occasionale, il lavoratore non deve firmare un contratto di lavoro o una lettera di assunzione). Il contratto di prestazione occasionale può essere attivato da enti, imprese e professionisti, mentre i privati, per retribuire il lavoro accessorio, devono utilizzare il libretto famiglia, che presenta diverse caratteristiche in comune. Il libretto famiglia, in particolare, serve per retribuire piccole collaborazioni, come le ripetizioni private, i servizi domestici e di assistenza ed i servizi di baby-sitting e simili, purché saltuari.

Il contratto di prestazione occasionale, che l’Inps chiama anche PrestO o CpO, può essere invece utilizzato dai committenti che esercitano attività d’impresa o professionale: attenzione, però, non tutti i professionisti e le imprese possono utilizzare i nuovi voucher. Per di più, vi sono dei precisi limiti da rispettare in merito alla retribuzione e alla durata dell’attività lavorativa.

Chi può lavorare con i nuovi voucher?

In base a quanto previsto dalla normativa [2], per attivare le prestazioni di lavoro occasionale devono essere rispettati i seguenti limiti economici, riferiti sia all’utilizzatore che al lavoratore, nell’anno di svolgimento della prestazione lavorativa:

  • per ciascun lavoratore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, i compensi non possono superare i 5mila euro;
  • per ciascun utilizzatore, con riferimento alla totalità dei lavoratori, i compensi non possono superare i 5mila euro;
  • per le prestazioni complessivamente rese da ogni lavoratore per il medesimo utilizzatore, i compensi non possono superare i 2.500 euro.

Questi importi sono riferiti ai compensi netti percepiti dai lavoratori, ossia senza considerare i contributi Inps, i premi assicurativi Inail ed i costi di gestione.

La soglia limite, con riferimento a ciascun utilizzatore riguardo alla totalità dei lavoratori, è calcolata sulla base del 75% dell’importo dei compensi, se il lavoratore appartiene alle seguenti categorie svantaggiate:

  • titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità;
  • giovani con meno di 25 anni di età, se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado oppure a un ciclo di studi presso l’università;
  • disoccupati;
  • percettori di prestazioni a sostegno del reddito, o del reddito d’inclusione (rei o sia).

I nuovi voucher hanno un limite di durata pari a 280 ore nell’arco dello stesso anno; inoltre, devono essere rispettati il riposo giornaliero, le pause e i riposi settimanali secondo le previsioni del decreto sull’orario di lavoro.

Non è possibile fare ricorso a prestazioni di lavoro occasionale da parte di lavoratori con i quali l’utilizzatore abbia in corso (o abbia avuto in corso nei 6 mesi precedenti) un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata e continuativa.

Quali aziende possono usare i nuovi voucher?

Il ricorso al contratto di prestazione lavoro occasionale non è ammesso per i datori di lavoro che hanno alle proprie dipendenze più di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato: il superamento della soglia è da verificare con riferimento al semestre che va dall’8° al 3° mese antecedente la data dello svolgimento della prestazione lavorativa occasionale. Ad esempio, se la prestazione viene resa il giorno 23 luglio 2018, deve essere effettuato il computo della media occupazionale dei lavoratori a tempo indeterminato per i mesi da novembre 2017 (ottavo mese precedente) ad aprile 2018 (terzo mese precedente). I lavoratori part-time e a chiamata sono computati in proporzione all’orario svolto.

Nel settore alberghiero e turistico, possono far ricorso ai nuovi voucher le aziende con non più di 8 dipendenti.

È inoltre vietato ricorrere al contratto di prestazione occasionale:

  • da parte delle imprese dell’edilizia e di settori affini, delle imprese esercenti l’attività di escavazione o di lavorazione di materiale lapideo, delle imprese del settore delle miniere, cave e torbiere;
  • nell’ambito dell’esecuzione di appalti di opere o servizi;
  • in agricoltura, salvo specifiche casistiche.

Per quali lavoratori è possibile attivare i nuovi voucher in agricoltura?

Nel settore agricolo le prestazioni occasionali sono ammesse solo per coloro che non risultano iscritti, nell’anno precedente, negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli (otd). È possibile attivare un contratto di prestazione occasionale in agricoltura se il lavoratore appartiene a determinate categorie svantaggiate:

  • titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità;
  • giovani con meno di 25 anni di età, se studenti;
  • disoccupati;
  • percettori di prestazioni a sostegno del reddito o del reddito di inclusione (Rei o Sia).

Quanto è pagato il lavoratore con i nuovi voucher?

Il compenso per il contratto di prestazione occasionale è fissato dalle parti, ma non può essere inferiore al livello minimo, stabilito dalla legge in 9 euro per ogni ora di prestazione lavorativa. Inoltre, l’importo del compenso giornaliero non può essere inferiore alla misura minima fissata per la remunerazione di 4 ore lavorative, pari a 36 euro, anche qualora la durata effettiva della prestazione lavorativa giornaliera sia inferiore a quattro ore. La misura del compenso delle ore successive è liberamente fissata dalle parti, purché nel rispetto del minimo orario di 9 euro.

Il lavoratore ha inoltre diritto all’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, con iscrizione alla gestione separata dell’Inps, e all’assicurazione Inail contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, i cui costi sono interamente a carico dell’utilizzatore.

Nel dettaglio:

  • i contributi Ivs (invalidità vecchiaia superstiti) dovuti alla gestione separata Inps sono dovuti nella misura del 33%;
  • il premio assicurativo Inail è dovuto nella misura del 3,5%;
  • è dovuto all’Inps un ulteriore 1% a titolo di oneri di gestione della prestazione di lavoro occasionale.

In pratica, oltre ai 9 euro di compenso orario minimo, il committente paga 2,97 euro all’Inps gestione separata, 0,09 centesimi all’Inps come ente gestore dei nuovi voucher e 32 centesimi all’Inail.

Come si attivano i nuovi voucher?

La gestione dei nuovi voucher, anche per quanto riguarda i pagamenti, è supportata da un’apposita piattaforma telematica predisposta dall’Inps, raggiungibile attraverso la sezione del sito Inps “Prestazioni Occasionali”. Per approfondire: Guida al contratto di prestazione occasionale.