Pignoramento del conto in rosso: che succede?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho un debito con il fisco e temo che mi pignori il conto (già in parte in rosso) rendendomi impossibile godere del fido rimanente e costringendomi a pagare spese ed interessi che sommandosi potrebbero portarmi allo sconfinamento dal fido, con conseguente segnalazione al CRIF. Posso, una volta pignorato il conto, effettuare uno o più versamenti per portare il conto a zero e chiuderlo?

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 6.393 del 9 dicembre 2014 – 30 marzo 2015, ha chiaramente stabilito che, per quello che riguarda il contratto di conto corrente bancario, il pignoramento può riguardare esclusivamente l’eventuale suo saldo positivo, ma non i singoli versamenti e questo per la ragione fondamentale che il pignoramento non ha l’effetto di determinare la risoluzione del contratto di conto corrente (su questa stessa linea anche una precedente sentenza della Corte di Cassazione e cioè la n. 1.638 del 25 febbraio 1999).

Pertanto, se il conto del lettore fosse oggetto di pignoramento da parte di Equitalia (o di qualunque altro suo creditore) e dalla data del pignoramento in poi si accertasse (nel corso di un eventuale giudizio di opposizione al pignoramento) che:

– il saldo del conto è stato sempre e costantemente negativo

– e che, di conseguenza, i diversi eventuali versamenti, avvenuti successivamente al pignoramento, hanno avuto semplicemente lo scopo e l’effetto di estinguere o ridurre lo scoperto se, dunque, queste condizioni fossero accertate, la conseguenza sarebbe (sempre secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione) che il pignoramento non potrebbe produrre gli effetti stabiliti dall’articolo 546 del codice di procedura civile (che rende inopponibili, cioè inefficaci, nei confronti del creditore che ha eseguito il pignoramento di qualsiasi fatto successivo che determini l’estinzione totale o parziale del credito al di fuori del procedimento esecutivo): in sostanza, quindi, questo vuol dire che se il pignoramento risultasse essere negativo nel momento in cui viene eseguito (perché il conto in quel momento è in rosso) e se i successivi versamenti avessero solo azzerato o ridotto lo scoperto, non sarà possibile considerare “compresi” nel pignoramento questi versamenti (che avevano semplice carattere ripristinatorio della provvista).

Se, perciò, accadesse al lettore di veder pignorato il suo conto e nel momento del pignoramento il conto fosse in rosso, la sentenza citata gli consente di effettuare successivi versamenti per ridurre e/o azzerare il rosso senza che il pignoramento possa estendersi a questi versamenti.

Chiaramente, poi, la chiusura del conto sarà soggetta alle regole contenute nelle clausole contrattuali che il lettore ha sottoscritto nel momento della conclusione, con la banca, del contratto di conto corrente.

Si aggiunge (per completezza) che l’Arbitro Bancario Finanziario (cioè l’Autorità imparziale chiamata a risolvere le controversie tra utenti e istituti bancari), con la decisione assunta dal Collegio di Napoli il 19 aprile 2013 (n. 2.052), stabilì che la banca non può ritenere di sottoporre al vincolo derivante dal pignoramento gli importi non materialmente presenti sul conto corrente ma esistenti solamente come margine disponibile nell’ambito di quello che è l’affidamento concesso contrattualmente al cliente.

L’Arbitro Bancario Finanziario, per essere più chiari, stabilì che il divieto per la banca di disporre delle rimesse sul conto corrente e l’obbligo di non sottrarle all’azione esecutiva non può essere esteso al margine disponibile nell’ambito dell’affidamento concesso al cliente: la banca, cioè, non può eseguire pagamenti al creditore pignorante utilizzando il fido concesso.

Infine, si evidenzia che per evitare l’avvio di azioni esecutive da parte di Equitalia (compresi i pignoramenti di conti bancari) è possibile presentare all’Agente della riscossione (cioè ad Equitalia stessa) richiesta di rateizzazione (fino a settantadue rate, anche variabili) degli importi iscritti a ruolo motivata da ragioni di obiettiva difficoltà (per debiti fino a 60.000 euro per dimostrare l’obiettiva difficoltà è sufficiente presentare l’istanza di rateizzazione senza dover allegare altro).

In base a ciò che stabilisce l’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, una volta che l’istanza di rateizzazione sia accolta, Equitalia non potrà avviare azioni esecutive (compresi i pignoramenti di conti e/o stipendi) almeno fino a quando le rate saranno regolarmente pagate (si decade dalla rateizzazione, e le azioni esecutive possono essere avviate da Equitalia, in caso di mancato pagamento di almeno cinque rate anche non consecutive).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Rinuncia al posto auto: posso evitare le spese condominiali?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel condominio dove abito non usufruisco più del posto auto riservato. Non posso più guidare. Ho proposto agli altri condomini di cedere il mio posto auto per essere in cambio dispensato dal pagamento delle spese per le parti comuni, relative alla mia scala A. Non hanno accettato. La mia proposta era lecita?

Occorre innanzitutto dire che la legge stabilisce che il condomino non può sottrarsi all’obbligo di contribuire alle spese per la conservazione delle parti comuni neanche modificando la destinazione d’uso della propria unità immobiliare (così dispone l’articolo 1118, 3° comma, del codice civile).

Ciò vuol dire che:

  1. a) fino a quando un soggetto è comproprietario delle parti comuni condominiali è considerato dalla legge un condomino ed è quindi obbligato a sostenere le spese relative per quelle parti comuni (comprese quelle per le scale e l’illuminazione);
  2. b) nel caso specifico, il lettore resta condomino, cioè comproprietario delle parti comuni condominiali, anche se ha chiuso l’accesso alla scala A e perciò siccome questi è ancora oggi un condomino resta sempre obbligato a pagare le quote condominiali relative alle spese per la scala A;

Questa regola, però, può essere derogata se c’è l’accordo unanime di tutti i condomini, cioè solo se tutti i condomini (nessuno escluso) sono d’accordo per consentire ad un condomino di non pagare più le quote condominiali che gli spettano.

Perciò solamente se tutti i condomini fossero d’accordo, il lettore sarebbe autorizzato a non dover pagare più le spese per la pulizia delle scale e dell’illuminazione.

Naturalmente si può immaginare che tutti gli altri condomini possano volere qualcosa in cambio per concedere al lettore di non partecipare più alle spese della scala A (si ripete, infatti, che solo se tutti gli altri condomini, nessuno escluso, fossero d’accordo lo stesso avrebbe il diritto a non dover pagare più le quote a suo carico relative alle spese della scala A).

Allora occorre verificare se sia possibile un accordo tra il lettore e gli altri condomini per ottenere da loro il consenso necessario per consentirgli di non pagare le quote condominiali relative alla pulizia delle scale e dell’illuminazione.

Si deve tener presente che l’articolo 1118, 2° comma, del codice civile stabilisce che il condomino non può rinunziare al suo diritto sulle parti comuni.

Ciò vuol dire che il condomino non può vendere i propri diritti di proprietà sulle parti comuni separatamente dalla proprietà del proprio appartamento (si aggiunga poi che questa norma non può essere in nessuna maniera derogata nemmeno se tutti i condomini fossero d’accordo: infatti l’articolo 1138, 4° comma, del codice civile chiaramente stabilisce che le norme del regolamento condominiale non possono derogare all’articolo 1118, 2° comma, del codice civile).

Che effetti ha quest’altra norma sopra citata nel caso specifico? Nel caso in esame ciò vuol dire che per ottenere il necessario consenso di tutti gli altri condomini per evitare da ora in avanti di pagare le spese relative alla scala A, il lettore non può offrire di vendere o di donare il suo diritto di comproprietà ad esempio sul parcheggio.

Può, invece, offrire in locazione (cioè con in cambio un canone) o in comodato (cioè gratuitamente) la sua quota indivisa dei beni condominiali (ad esempio, può offrire agli altri condomini la sua quota indivisa limitatamente al parcheggio o anche a tutti gli altri beni condominiali).

La giurisprudenza (Cassazione, sentenza n. 165 del 2005) ha ritenuto possibile affittare o concedere in comodato gratuito la propria quota di beni condominiali sulla base di quello che stabilisce l’articolo 1103 del codice civile.

È chiaro dal quesito, però, che un’offerta di questo tipo sia già stata rifiutata dagli altri condomini.

Se così fosse, se cioè fosse stata già rifiutata dall’assemblea l’offerta di cedere in comodato gratuito l’uso della sua quota del parcheggio in cambio dell’esonero dal pagamento delle spese della scala A, al lettore non resterebbe nessun’altra possibilità e non potrebbe opporsi a quello che l’assemblea avesse già deciso.

La legge, cioè, consente al condomino di “uscire” dal condominio solo nel caso in cui decide di vendere il proprio appartamento in proprietà esclusiva (insieme ai connessi diritti sulle parti comuni condominiali).

Invece fino a quando il condomino è proprietario del proprio appartamento esclusivo:

  1. a) egli è contemporaneamente anche comproprietario delle parti comuni condominiali ed è sempre obbligato a pagare le spese per le parti condominiali
  2. b) e non ha il diritto di pretendere di non dover pagare più la propria quota di spesa per le parti comuni nemmeno se si separa fisicamente dalle parti condominiali e nemmeno se cambia la destinazione d’uso del suo appartamento.

A questo punto, il consiglio che si può dare al lettore è di verificare se esiste la possibilità da parte sua di offrire ai condomini qualcosa in più che possa convincerli a dare il loro consenso per non fargli più pagare le spese di pulizia e di illuminazione della scala A.

Senza il loro consenso, si ribadisce, il lettore non ha il diritto di non pagare più la sua quota spese.

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Angelo Forte

Contratto transitorio e cedolare secca

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un mio amico possiede e gestisce tre appartamenti (uno suo e gli altri in comproprietà con parenti). Gli ho proposto di gestirli io per il periodo giugno-settembre in cambio di vari lavori di ristrutturazione a mie spese. Vorrei farlo come privato, corrispondendogli una cifra da stabilire. Come mi può dare in locazione almeno un appartamento (poi sul posto seguirei anche gli altri 2) con una formula che non sia onerosa per entrambi? Dovrei avere la locazione di tutti e tre? So che la registrazione all’agenzia delle entrate è obbligatoria se superiore a 30 giorni. Vorrei però gestirli anche per i prossimi 3-4 anni per rientrare delle spese e avere un profitto. Posso avere anche una cifra indicativa di spesa?

Il nostro ordinamento prevede essenzialmente cinque tipi di contratti di locazione:

1) Il contratto a canone libero (Legge n. 431/1998) consente alle parti di stabilire liberamente l’ammontare del canone. Identica libertà non è però riconosciuta con riferimento alla durata del contratto, la quale non può essere inferiore a 4 anni.

2) Il contratto convenzionato o concordato (Legge n. 431/1998) prevede un canone commisurato a parametri prestabiliti mediante accordi tra le organizzazioni rappresentative dei proprietari e quelle degli inquilini del comune nel quale si trova l’immobile. La durata minima è di 3 anni.

3) Il contratto transitorio è anch’esso previsto dalla Legge n. 431/1998, ma la sua disciplina specifica è contenuta, da ultimo, nel decreto interministeriale del 16 gennaio 2017, il quale prevede una durata massima di 18 mesi (mentre non è più imposta la durata minima di 1 mese).

Il canone può essere determinato liberamente dai contraenti per i soli immobili che si trovino in comuni la cui popolazione, secondo l’ultimo censimento, sia inferiore a 10.000 abitanti, mentre per quelli con almeno 10.000 abitanti il canone deve essere compreso all’interno di fasce di oscillazione stabilite con accordi tra i rappresentanti dei proprietari e degli inquilini del comune.

In mancanza di tali accordi, si applica il decreto ministeriale del 10 marzo 2006, secondo il quale vanno utilizzate le corrispondenti fasce di oscillazione previste dai medesimi accordi proprietari-inquilini conclusi nel comune demograficamente omogeneo più vicino, anche se in altra regione.

L’esigenza transitoria – che può essere tanto del locatore quanto del conduttore – deve essere espressamente indicata (cd. “clausola di transitorietà”) e dimostrata per iscritto (p.es., con riferimento al conduttore, un contratto di lavoro a termine da eseguirsi nella zona ove si trova l’immobile), allegando la relativa documentazione al contratto di locazione.

4) Il contratto per studenti universitari.

5) Il contratto a uso turistico, la cui durata non può superare i 30 giorni.

Considerate le esigenze rappresentate dal lettore nella domanda – in particolare quella relativa alla gestione degli appartamenti esclusivamente per il periodo che va da giugno a settembre – si sconsiglia, tra i contratti sopra elencati, quelli indicati ai nn. 1, 2, 4 e 5, mentre appare preferibile la stipula di un contratto transitorio.

Per quanto concerne le spese di registrazione del contratto, una buona opzione è rappresentata dalla cedolare secca. Si tratta di una somma che – con riferimento al reddito derivante dalla locazione – sostituisce l’Irpef, le addizionali locali, l’imposta di registro (2% del canone annuo moltiplicato per il numero di annualità) e l’imposta di bollo (€ 16 ogni 100 righe del contratto).

L’importo da versare a titolo di cedolare secca è pari al 21% del canone di locazione annuo concordato tra le parti, mentre le aliquote ridotte del 10% (per il 2017) e del 15% (a partire dal 2018) sono previste soltanto per la locazione di immobili con carenza di disponibilità abitativa o ad alta tensione abitativa.

Il lettore e il proprietario potrebbero inoltre accordarsi, con riferimento al primo anno di contratto – dove per “anno” si fa riferimento anche al più ridotto periodo di 4 mesi al quale si fa cenno nella domanda – per un comodato d’uso gratuito dell’appartamento, stipulato solo verbalmente. In questo caso, infatti, il lettore non pagherebbe alcun affitto, il proprietario, pur non incamerando il canone, beneficerebbe dei lavori di ristrutturazione realizzati a sue spese e, in mancanza di un contratto scritto, non andrebbe pagata

l’imposta di registro.

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Massimo Coppin

Foto alla targa dell’auto: che fare se vengono pubblicate?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Stavo percorrendo la superstrada e nel tentare un sorpasso su strisce tratteggiate il conducente dell’altra auto (sig. X) anziché rallentare mi ha insultato ed ha accelerato, per impedirmi di rientrare nella carreggiata. Sono riuscito poi nell’intento, ma ho notato dallo specchietto che il sig. X provava a fotografare la targa della mia auto col suo cellulare.

Se dovesse pubblicare la foto online o consegnarla alle autorità dando una visione distorta del fatto come posso difendermi?

La legge non vieta che un’infrazione al codice della strada possa essere contestata sulla base di segnalazioni provenienti da cittadini o di prove non raccolte direttamente dall’organo accertatore ma da altri utenti della strada. Tuttavia, un eventuale verbale frutto di segnalazione o documentazione proveniente da un cittadino piuttosto che direttamente dall’agente accertatore deve necessariamente essere provvisto di prova certa e inconfutabile della sussistenza della violazione, dell’identità del contravventore, del luogo e della data e dell’ora del fatto.

Nel caso specifico è estremamente difficile che il conducente X possa fornire ad un organo competente tali prove: potrà infatti al massimo fornire un’immagine della targa, ma molto difficilmente potrà dare prova certa sia del fatto (posto che la foto o il video difficilmente ritrarranno un’eventuale condotta illecita, ma al massimo la posizione dell’auto successiva a tale condotta), sia dell’ora o del luogo.

Pertanto, sulla base di quanto esposto dal lettore, il rischio che in caso di segnalazione da parte del conducente X un organo accertatore possa notificargli un verbale per aver provveduto ad un sorpasso in luogo in cui ciò è vietato, ovvero con modalità vietate, è estremamente ridotto e, in ogni caso, l’eventuale verbale sarebbe ben meritevole di annullamento in caso di ricorso. Solo quanto direttamente percepito dall’agente accertatore fa infatti piena prova della sussistenza della violazione al codice della strada e in alcun modo la versione dei fatti proveniente da un cittadino (il signor X), priva di prova certa, può prevalere sulle contrastanti dichiarazioni di colui al quale si contesta l’infrazione (il lettore).

Qualora il conducente pubblicasse l’immagine della targa, ovvero risalisse ai dati personali del lettore e ne facesse illecitamente uso, quest’ultimo potrà chiederne l’immediata cancellazione e, se il comportamento dovesse integrare un reato (es. diffamazione), sporgere querela. In questi casi i costi non sono ovviamente preventivabili, poiché dipendono dal professionista al quale il lettore si rivolgerà e dalla complessità dell’incarico.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Andrea Iurato

Vendita della casa avuta in eredità e prima oggetto di donazione

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Alla morte di mio padre, abbiamo ricevuto in eredità una casa che io e mia sorella avevamo donato più di venti anni fa a mia madre.  Quali rischi posso incorrere nella vendita dell’immobile?  Se sono passati più di 20 anni ci possono ancora essere problemi? Le complicazioni non potrebbero crearsi se il futuro acquirente facesse un mutuo per l’acquisto? La donazione è un atto impugnabile? Da chi? Non di certo dal sottoscritto.

Occorre tenere distinte le questioni della possibilità di vendere l’immobile e quella, diversa, che riguarda la possibilità per l’acquirente di ottenere il mutuo per l’acquisto.

Per quanto riguarda la vendita dell’immobile non sussiste alcun impedimento giuridico: la proprietaria (la madre del lettore) gli ha conferito specifica procura alla vendita, ragione per la quale, indipendentemente dal titolo con il quale lei divenne proprietaria, gli ha conferito il potere di vendere il suo immobile.

Altra questione è quella relativa alla possibilità di ottenere il mutuo per l’acquisto. Premesso che la banca che dovrebbe – eventualmente – concedere il prestito potrebbe valutare la questione in modo diverso, essendo decorsi più di venti anni dalle donazioni, si ritiene che non vi siano problemi essendo decorso il termine di prescrizione per qualsivoglia azione volta alla revoca delle donazioni.

In altre parole, quella che viene in rilievo è la cosiddetta «azione di restituzione»: se un legittimario ritiene di essere stato leso della sua quota di legittima può far valere il proprio diritto all’ottenimento della quota di legittima appunto proponendo l’azione in oggetto.

L’azione si prescrive trascorsi 20 anni dalla donazione, indipendentemente dalla circostanza che il donante sia ancora in vita o meno.

In buona sostanza, a parere dello scrivente, alcun impedimento giuridico sussiste alla vendita dell’immobile e, allo stesso modo, può dirsi oramai scongiurato il rischio di azioni volte alla impugnazione delle donazioni che potrebbe indurre la banca a non erogare il mutuo.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Antonio Ciotola

Lavori nell’area condominiale di proprietà esclusiva: quali procedure?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vorrei eseguire dei lavori nell’area condominiale di mia proprietà. Quali procedure devo rispettare per non incorrere in problemi con il condominio e il Comune?

La realizzazione delle opere, come descritte dal lettore nel suo allegato, su area di sua esclusiva proprietà pone problemi di tipo giuridico sia per quanto concerne i rapporti con il condominio sia per quel che riguarda i rapporti con la Pubblica amministrazione.

Cominciando ad analizzare l’impatto che le opere possono avere nei confronti del condominio, è necessario evidenziare che la legge [1] stabilisce che sulle parti di proprietà individuale (cioè di proprietà esclusiva del singolo condomino) il condomino può eseguire opere con l’unico limite consistente nel divieto di eseguirle se rechino danni alle parti condominiali oppure se determinino pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro architettonico dell’edificio.

La suddetta legge aggiunge che in ogni caso deve essere data preventiva notizia all’amministratore che ne riferisce all’assemblea. Pertanto, per evitare ogni tipo di problema con il condominio, si suggerisce al lettore di approntare (se non dovesse averlo già fatto) un progetto delle opere da realizzare incaricando un tecnico abilitato. Una volta che il progetto sia stato approntato, per rispettare la norma sopra indicata, questi dovrà trasmetterlo all’amministratore condominiale che, a sua volta, ne dovrà riferire in assemblea.

Si noti che l’assemblea è chiamata dalla legge a valutare (in modo motivato) se il progetto del lettore possa arrecare danno ai beni condominiali o provocare un pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro dell’edificio.

Pertanto, il consiglio è quello di far redigere da tecnico abilitato il progetto delle opere da realizzarsi tenendo conto che esso non dovrà prevedere danni ai beni condominiali o pregiudizi per la stabilità, sicurezza o decoro dell’edificio (il consiglio sarà invece di correggere il progetto, se fosse stato già redatto, per evitare che esso contempli possibili danni a beni condominiali o pregiudizi).

Più accurato sarà il progetto, meno eccezioni potranno essere sollevate in assemblea; l’assemblea potrà deliberare che nulla osta all’esecuzione delle opere del lettore oppure deliberare (con accurata motivazione) che le opere, così come presentate, sono vietate perché potenzialmente dannose per i beni condominiali o lesive della sicurezza, stabilità o decoro dell’edificio. Se ci fosse una delibera di questo tipo (cioè che stabilisca il divieto di eseguire le opere), il lettore potrebbe comunque avviare le sue opere (se ritenesse ad esempio infondate le eccezioni sollevate dall’assemblea), ma non potrebbe essere escluso poi l’avvio, da parte del condominio, di un contenzioso legale per ottenere dal giudice la rimozione delle opere (a condizione, ovviamente, che il giudice accerti che effettivamente esse fossero dannose per i beni condominiali o lesive della stabilità, decoro o sicurezza dell’edificio). Per quanto invece riguarda il rapporto tra le opere che il lettore intende realizzare e la Pubblica amministrazione (cioè il Comune nel quale la sua proprietà è ubicata), anche in tale contesto è necessario munirsi di un progetto redatto da un tecnico abilitato.

Infatti, a seconda del tipo di opere che il lettore intende realizzare, sarà necessario un diverso tipo di autorizzazione da parte del Comune (è pure possibile, invece, che le opere non necessitino di alcuna autorizzazione se fossero classificabili come attività libere). A tal fine si indicano le norme che specificano, per ogni singolo tipo di intervento edilizio che si intende realizzare, quale tipo di autorizzazione sia necessario richiedere ed ottenere dal Comune [2]. Nel testo si potrà verificare che sono specificate nel dettaglio i diversi tipi di intervento edilizio e le corrispondenti autorizzazioni da chiedere ed ottenere dal Comune [3].

Per semplificare i rapporti con i cittadini, i Comuni sono dotati di uno Sportello Unico per l’edilizia e forniscono anche il servizio di valutazione preventiva dei progetti edilizi. Pertanto, sarà utile al lettore che, una volta che il suo progetto sia stato redatto da tecnico abilitato e sia corrispondente ai suoi desideri, questi lo sottoponga alla valutazione preventiva dello Sportello non solo per sapere se sia conforme alle norme del piano regolatore generale e/o delle norme tecniche di attuazione vigenti nel Comune, ma anche per sapere se il progetto, così come presentato, necessita o meno di un’autorizzazione comunale e, in caso positivo, di sapere di quale tipo di autorizzazione (permesso di costruire, SCIA, CILA) necessiti il progetto, se sia necessario acquisire altri titoli di legittimazione oppure se il progetto costituisca un’attività libera che non necessita di alcuna autorizzazione, oppure cosa andrebbe corretto per ottenere l’autorizzazione se il progetto non fosse conforme alle norme comunali.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Ape sociale: requisiti per presentare la domanda

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho 63 anni e 35 anni di contributi e sono disoccupato. Finisco la Naspi quest’anno e vorrei potere accedere all’Ape sociale. I tre mesi senza reddito mi portano a fine 2017. Quando posso fare la domanda? Se poi l’Ape mi viene pagata nel 2018, posso richiedere quella indennità successiva alla disoccupazione?

La legge (i commi 179 e seguenti della legge di bilancio 2017) prevede che a favore di alcune categorie di soggetti che propongano apposita istanza, lo Stato eroghi (attraverso l’Inps) una indennità di natura assistenziale (definita Ape sociale).

L’Ape sociale (prevista in via sperimentale per il periodo che va dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018), limitandoci al caso specifico:

– spetta ai disoccupati che da almeno tre mesi abbiano finito di percepire integralmente la prestazione di disoccupazione a loro spettante;

– spetta se la disoccupazione è stata causata da licenziamento, anche collettivo, da dimissioni per giusta causa oppure da risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nell’ambito di una procedura obbligatoria di conciliazione;

– è erogata per un periodo di 12 mensilità nell’anno e fino all’età prevista per ottenere la pensione di vecchiaia oppure fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione anticipata;

– è pari alla rata mensile di pensione calcolata al momento in cui si accede all’Ape sociale e, comunque, non può superare i 1.500,00 euro mensili (non è rivalutabile);

– spetta se si hanno 63 anni di età, se si hanno almeno 30 anni di anzianità contributiva, se si matura il diritto alla pensione di vecchiaia entro tre anni e sette mesi, se non si è titolari di altre pensioni dirette.

La domanda dovrà essere presentata, per il 2017, nel periodo che sarà stabilito da un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che non è stato, fino ad oggi, ancora emanato.

Le voci che circolano (ma bisognerà attendere il decreto per avere certezze) sostengono che per il 2017 si potrà presentare la domanda dal 1° maggio al 30 giugno (e Lei, perciò, se fosse così non potrebbe presentarla perché fino al 30 giugno non avrà maturato il requisito di aver cessato da almeno tre mesi di percepire l’indennità da disoccupazione).

Per il 2018, invece, le stesse voci che stanno circolando affermano che il periodo in cui presentare la domanda sarà all’incirca fissato intorno al marzo 2018 (ma anche per il 2018 occorre attendere il decreto per avere certezze sulle date di presentazione della domanda). In ogni caso, si deve tener conto che l’Ape sociale non è compatibile con i trattamenti per la disoccupazione involontaria e con l’assegno di disoccupazione (ASDI), ciò vuol dire che o si percepisce l’Ape sociale o si percepiscono le altre indennità di disoccupazione (non si possono, quindi, percepire insieme).

Perciò, se il lettore chiederà l’Ape sociale nel 2018, per poterla ottenere dovrà aver cessato da almeno tre mesi di fruire di altre indennità di disoccupazione (si noti che tra il momento in cui si presenta la domanda e il momento in cui l’Ape sociale viene erogata sicuramente passerà qualche mese e che, comunque, se nel momento in cui lo stesso presenta domanda per Ape sociale e non ha già cessato da almeno tre mesi di fruire di altre indennità, la domanda per Ape sociale sicuramente non verrà accolta).

L’Ape sociale è invece compatibile con i redditi di lavoro dipendente (fino a 8.000 euro annui) e con i redditi di lavoro autonomo (fino a 4.800 euro annui): ciò vuol dire che il lettore potrà percepire l’Ape sociale (se ne avrà diritto) e contemporaneamente lavorare come dipendente (con un limite di 8.000 euro all’anno) oppure come lavoratore autonomo (con un limite di 4.800 euro all’anno).

Infine, si deve considerare che:

1) per l’Ape sociale sia nel 2017 che nel 2018 sono state stanziate limitate risorse per cui non tutte le domande saranno soddisfatte se le richieste supereranno le risorse a disposizione (saranno preferite le domande proposte cronologicamente prima fatti salvi altri criteri da fissarsi nel decreto che dovrà essere emanato);

2) tutte le ulteriori istruzioni sui documenti da allegare alla domanda per ottenere l’Ape sociale, sui tempi certi per presentare la domanda, su come e dove presentare la domanda, sulle procedure per accertare se chi richiede l’Ape abbia i requisiti per ottenerla, saranno fissate nel decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che non è ancora stato emanato e che sarà emanato entro pochi giorni.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Libretto di risparmio e istanza di rimborso

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono venuto in possesso di un vecchio libretto di risparmio emesso dalla mia banca nel 1947 intestato, quindi nominativo, a mio padre deceduto lo stesso anno. Il libretto ha un saldo attivo in un tot di lire alla data del 9 novembre 1948. È possibile entrare in possesso della somma naturalmente rivalutata con gli interessi maturati? La spesa che ne deriva vale la pena ad avviare l’istanza di rimborso?

Attraverso l’art. 1, comma 345, della legge n. 266/2005 “Amministrazione del patrimonio e contabilità dello Stato”, il Ministero dell’Economia ha stabilito che: “Il fondo è alimentato dall’importo dei conti correnti e dei rapporti bancari definiti come dormienti all’interno del sistema bancario nonché del comparto assicurativo e finanziario, definiti con regolamento adottato ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze; con lo stesso regolamento sono altresì definite le modalità di rilevazione dei predetti conti e rapporti”. In altri termini, i libretti di risparmio e gli altri strumenti di investimento, contenenti importi maggiori di 100 €, non movimentati per un periodo superiore a dieci anni, sono considerati dormienti, cioè immobili e non utilizzati, dunque si procede d’ufficio alla loro estinzione, facendo confluire le somme di denaro presenti in un Fondo ministeriale.

Per il recupero del denaro è necessario inoltrare una domanda di rimborso, che può essere redatta in carta semplice o mediante modelli presenti online, nella quale devono essere inseriti, con estrema precisione, tutti i dati e le informazioni necessarie a chiarire la propria posizione. Bisogna inoltre presentare il proprio documento di identità, codice fiscale e in caso di eredi il certificato di morte del titolare.

La domanda, insieme a tutta la documentazione, può essere presentata esclusivamente in forma cartacea, mediante lettera raccomandata a/r, all’indirizzo: CONSAP S.p.A. Rif. Rapporti Dormienti- V. Yser 14 – 00198 Roma. Per informazioni circa le modalità di presentazione della domanda e altri chiarimenti è attiva una la mail: rapportidormienti@consap.it.

Occorre tenere presente che la presentazione della domanda è gratuita ma, in caso di accoglimento, l’istituto provvederà a trattenere una percentuale sulla somma per l’istruzione della pratica e le spese vive.

Il termine di prescrizione per la domanda è di 10 anni dalla data di devoluzione al fondo per i depositi di denaro, di strumenti finanziari o di contratti di assicurazione, nel caso specifico, è consigliabile inviare comunque l’istanza di rimborso e attendere la risposta (positiva o negativa) da parte di Consap Spa.

Il consiglio pratico che si offre, pertanto, al lettore è quello di inoltrare l’istanza di rimborso in ogni caso, in quanto, se si procede autonomamente senza assistenza legale utilizzando i moduli presenti online, è una procedura gratuita che prevede il solo costo di spedizione della raccomandata.

Anche qualora il lettore decidesse di avvalersi dell’intervento di un legale, la redazione di un’istanza da parte di un professionista ha comunque un costo irrisorio.

Qualora Consap accogliesse l’istanza di rimborso, provvederà all’erogazione della somma con gli interessi calcolati ma con la detrazione di una percentuale, variabile a seconda degli importi totali.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Gruppo di Whatsapp e istigazione a delinquere

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Inviare messaggi all’interno di un gruppo di whatsapp può integrare i reati di istigazione a delinquere e di apologia di reato ex art 414 c.p e il reato di istigazione a commettere un reato ex art 115 c.p.?

L’art. 414 cod. pen. prevede che i reati di istigazione a delinquere e di apologia di delitto si perfezionino soltanto se l’istigazione o l’apologia sono state commesse «pubblicamente».

Ogni volta che il codice penale utilizza la parola «pubblicamente», la definizione di riferimento è quella contenuta nell’art. 266 cod. pen., il cui quarto comma prevede che un reato si considera avvenuto pubblicamente se è commesso:

  1. col mezzo della stampa o di altri mezzi di propaganda;
  2. in un luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone;
  3. in una riunione che, per le sue caratteristiche (luogo, numero di intervenuti o scopo) non ha carattere di riunione privata.

Ancora più chiaramente la Corte di Cassazione ha stabilito che, per essere punibile, l’istigazione o l’apologia deve essere commessa «in un luogo pubblico o aperto al pubblico e deve rivolgersi ad una pluralità indeterminata di persone» (Cass. pen., Sez. VI, sent. 17.04.1998, n. 8850).

Nonostante nel quesito non siano specificati né la natura del gruppo WhatsApp, né il numero e la tipologia di partecipanti, è a parere dello scrivente da ritenere che si possa considerare minimo il rischio che un magistrato possa ritenere sussistente in questo caso uno dei due reati di cui all’art. 414 cod. pen.: difficilmente, infatti, un gruppo WhatsApp può arrivare ad essere definito un “luogo” pubblico o aperto al pubblico e raccogliere un numero indeterminato di persone, posto che l’accesso ad un gruppo avviene su invito.

Ben diverso sarebbe il caso di una bacheca Facebook o di un gruppo Facebook aperto all’accesso di chiunque, così come in caso di istigazione tramite una pagina web, tutti mezzi di comunicazione qualificabili come “luogo aperto al pubblico”.

Ovviamente un minimo rischio si riserva nel caso, remoto, in cui le caratteristiche specifiche del gruppo possano farlo considerare alla stregua di un “luogo” pubblico: ad es. in caso di numero elevatissimo di partecipanti e di considerevole estensione e scarsa selettività degli inviti.

Quanto all’art. 115 cod. pen., occorre specificare preliminarmente che non si tratta di reato, ma di condotta che può comportare al massimo l’applicazione di una misura di sicurezza, non quindi una vera e propria pena (reclusione e/o multa), ma pur sempre l’imposizione di una misura che limita la libertà personale (es. ricovero in casa di cura e custodia, libertà vigilata, divieto di soggiorno ecc.).

A differenza di quanto visto per l’art. 414 cod. pen., nel caso esposto dal lettore l’art. 115 cod. pen. potrebbe essere senza dubbio contestato anche in caso di istigazione avvenuta

all’interno di un gruppo WhatsApp, ma solo se siano soddisfatte entrambe le seguenti condizioni:

  1. l’istigazione è stata accolta o, anche se non è stata accolta, essa riguardava un delitto e non una contravvenzione (i reati si distinguono in delitti e contravvenzioni a seconda della gravità);
  2. l’istigatore deve essere riconosciuto come persona socialmente pericolosa, avuto riguardo alla gravità del fatto, agli eventuali precedenti penali, alle condizioni di vita e, in generale, alle personalità dello stesso.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Andrea Iurato

Assegnazione casa coniugale: chi deve pagare le tasse sulla casa?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono separato da un anno. La casa coniugale, di proprietà dei miei genitori è stata assegnata alla mia ex moglie. A chi spetta il pagamento delle imposte sull’immobile in questa situazione?

In sede di separazione il giudice provvede all’assegnazione della casa familiare ai sensi dell’art. 337 sexies c.c., secondo il quale, “Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprieta’.[…] Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643.” Con l’assegnazione si instaura, per il coniuge assegnatario, un diritto di abitazione.

Ai sensi dell’art. 1022 c.c. il diritto di abitazione è un diritto reale immobiliare e come tale opera su un piano nettamente distinto dal rapporto obbligatorio di locazione; ha carattere strettamente personale e conferisce all’habitator unicamente la facoltà di abitare l’immobile con il proprio nucleo familiare, con esclusione, pertanto, di ogni forma di godimento indiretto nonché di ogni utilizzazione diversa della casa (quali destinazione ad attività professionale, commerciale, ecc.), e nei limiti dei bisogni personali del titolare e della sua famiglia.

L’assegnazione della casa familiare e dunque il diritto di abitazione è equiparato al comodato, anche dal punto di vista delle detrazioni fiscali.

L’Imu, le altre imposte e gli altri pagamenti.

Con riferimento all’IMU, l’assegnazione da parte del giudice equivale allo stabilire un diritto reale di abitazione a favore del coniuge che rimane nell’appartamento. Il pagamento dell’IMU spetterà dunque a chi rimane, indipendentemente da chi sia il proprietario (l’uno o l’altro ex coniuge, oppure cointestato). Questa è una norma relativamente nuova, per l’ICI infatti valeva ancora che il pagamento era a carico del proprietario, ovvero anche all’eventuale coniuge non assegnatario dell’immobile, ma proprietario: “Il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale o di divorzio attribuisce al coniuge un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale. Non è ravvisabile la titolarità di un diritto di proprietà o di uno di quei diritti reali di godimento previsti dalla disciplina ICI e costituenti l’unico elemento di identificazione del soggetto tenuto al pagamento dell’imposta.” Cass. civ. Sez. V Ordinanza, 06/07/2011, n. 14920.

Sarà applicata IMU come abitazione principale in quanto si presume che tale sia l’immobile per il coniuge che vi rimane. Qualora cambiasse residenza, perderebbe infatti il diritto acquisito.

In altre parole, per l’effetto dell’art. 4, comma 12-quinquies, d.l. 2 marzo 2012, n. 16, “Ai soli fini dell’applicazione dell’imposta municipale propria di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, nonché all’art. 13 del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, l’assegnazione della casa coniugale al coniuge disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione”. In questo modo il legislatore fiscale fissa qualsiasi ragionamento civilistico e qualifica il diritto di abitazione come posizione del coniuge assegnatario sotto il profilo dell’IMU.

Alla luce di quanto detto, il coniuge assegnatario dell’abitazione, quindi l’ex moglie del lettore, diviene, per effetto del diritto di abitazione, l’unico soggetto passivo dell’IMU per tale unità immobiliare, soggettività passiva che viene dunque persa dal coniuge non assegnatario.

La TASI va ripartita tra proprietario e comodatario. L’occupante versa la TASI nella misura, stabilita dal Comune nel regolamento, compresa fra il 10 e il 30% dell’ammontare complessivo e può avere un’aliquota agevolata nel caso di abitazione principale.

Il soggetto che occupa l’immobile è tenuto al pagamento della TARI, tassa sui rifiuti, in base alla superficie calpestabile dell’abitazione.

L’Irpef verrà versata dal proprietario dell’immobile.

Il coniuge assegnatario dell’immobile dovrà inoltre pagare le spese condominiali ordinarie ed, in generale, tutte le spese connesse all’utilizzazione del bene, e quindi le utenze domestiche (bollette della luce, gas, acqua).

La giurisprudenza conferma quanto detto.

L’attribuzione al coniuge della proprietà della casa coniugale, in adempimento di una condizione inserita nell’atto di separazione consensuale, non costituisce una forma di alienazione dell’immobile rilevante ai fini della decadenza dai benefici prima casa in materia di imposta di registro, ipotecaria e catastale, bensì una forma di utilizzazione dello stesso ai fini della migliore sistemazione dei rapporti tra coniugi, sia pure al venir meno della loro convivenza”. Cass. civ. Sez. V, 13/11/2015, n. 23225.

L’assegnazione della casa coniugale ha natura non di diritto reale, bensì di diritto personale; tuttavia, il coniuge assegnatario è comunque tenuto a tutte le obbligazioni gravanti sull’usufruttuario e dunque anche al pagamento delle imposte gravanti sull’immobile”. Trib. Milano, 26/05/2000 – Giur. milanese, 2001, 1, 41.

Riassumendo, alla luce di quanto detto e della normativa vigente:

– L’Imu è a carico del coniuge assegnatario dell’immobile.

– La Tasi va ripartita tra il proprietario e l’assegnatario dell’immobile.

– La Tari è a carico dell’assegnatario dell’immobile.

– L’Irpef è a carico del proprietario dell’immobile.

– Le spese condominiali e le spese delle utenze sono a carico dell’assegnatario dell’immobile.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta