Come parlare con l’Agenzia delle Entrate

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Guida su come e chi contattare per avere informazioni fiscali dall’Agenzia delle Entrate o dall’Agenzia delle Entrate Riscossione

Hai un dubbio ed hai bisogno di parlare con l’Agenzia delle Entrate o con l’Agenzia delle Entrate Riscossione ma non sai come fare? Hai ricevuto un atto dell’Agenzia delle Entrate o dell’Agenzia delle Entrate  Riscossione e non sai come parlare con l’Ufficio che te lo ha inviato? Non ti preoccupare, di seguito ti segnaliamo le modalità per trovare le risposte alle tue domande affinché tu possa trovare il canale più vicino alle tue esigenze per scoprire come parlare con l’Agenzia delle Entrate o con l’Agenzia delle Entrate Riscossione. Districarsi nel groviglio legislativo è sempre più difficile, le disposizioni di legge poco chiare mettono in crisi cittadini e professionisti. Davanti ad un dubbio la prima domanda che viene da farsi è come faccio a parlare con l’Agenzia delle Entrate o con l’Agenzia delle Entrate Riscossione? Se ti stai chiedendo proprio come fare, devi prima di tutto capire quale esigenza hai. Infatti, numerose possono essere le necessità per cui è fondamentale parlare con l’Agenzia delle Entrate o con l’Agenzia delle Entrate Riscossione e può essere ardua l’impresa se prima non si distinguono i casi in cui ti puoi trovare. Bisogna, prima di tutto, infatti, distinguere il caso in cui sia necessario chiedere chiarimenti o informazioni fiscali generiche o se, invece, hai ricevuto un atto da una delle due amministrazioni e, dunque, hai bisogno di avere informazioni specifiche sull’atto. Non solo. Ricorda che Agenzia delle Entrate è diverso da Agenzia delle Entrate – Riscossione ed i canali di accesso sono differenti a seconda dell’ente di riferimento e delle informazioni che intendi reperire.

Chiedere chiarimenti e/o informazioni fiscali generali all’Agenzia delle Entrate

Se hai bisogno di generiche informazioni fiscali senza che tu abbia ricevuto un atto dall’Agenzia delle Entrate (avviso di accertamento, avviso di liquidazione, invito a comparire, ecc.), ad esempio quali documenti occorrono per registrare un contratto di locazione, oppure come fare per richiedere la tessera sanitaria scaduta, ecc, ci sono varie possibilità per parlare, anche direttamente, con l’Amministrazione. Le modalità sono diverse:

1. contattare il call center: la chiamata è gratuita dal 1° Agosto di quest’anno al numero verde 800.90.96.96, oppure 0696668907 (da cellulare) – +39 0696668933 (da estero), a queste numerazioni ci si può rivolgere per informazioni su questioni fiscali generali, e per prenotare un appuntamento direttamente con gli Uffici;

2. inviare un SMS: il servizio info sms al numero 320.43.08.444, consente ai cittadini di ricevere informazioni generiche e brevi in quanto il quesito deve rientrare nei 160 caratteri a disposizione del messaggio così come la risposta; se però il caso implica una risposta articolata, tramite sms ti invitano a contattare un canale alternativo idoneo a soddisfare la richiesta;

3. inviare e-mail: il servizio è dedicato a cittadini per chiedere informazioni generali ma articolate, pur tuttavia, tale canale è riservato agli utenti registrati sulla piattaforma di “Fisconline”, dal menù “Webmail” si deve accedere alla sezione “Assistenza Tecnica e Fiscale” e compilare i campi a seconda della richiesta;

4. rivolgersi all’Ufficio preposto: ci si può rivolgere direttamente presso gli Uffici (le cui sedi sono di consultabili direttamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate), con possibilità di prenotare un appuntamento, a patto, però, che si abbiano le idee chiare sull’Ufficio da contattare ed a cui rivolgersi. La prenotazione può avvenire mediante chiamata al numero verde 800.90.96.96 (che ti potrà aiutare anche nell’indirizzarti all’Ufficio competente per il tuo quesito), oppure online (dal sito dell’AdE sezioni: Home /Contatta l’Agenzia /Assistenza fiscale /Prenotazione degli appuntamenti tramite internet).

Le modalità illustrate valgono solo per richieste fiscali generiche, questi canali di informazioni, infatti, non riferiscono risposte o acquisiscono solleciti legate ad una pratica specifica già inoltrata presso gli Uffici.

Chiedere chiarimenti e/o informazioni all’Agenzia delle Entrate – Riscossione 

L’Agenzia delle Entrate – Riscossione, invece, mette a disposizione canali diversi ed autonomi dall’Agenzia delle Entrate. Fai attenzione però alle informazioni di cui hai bisogno. Infatti, l’Agenzia delle Entrate Riscossione non fornisce informazioni sottese e riferite esclusivamente al credito preteso dall’ente impositore: ad esempio se una pretesa deriva da un mancato pagamento di tasse Comunali (Tari, Tasi, Imu ecc.) è necessario rivolgersi al Comune di riferimento per informazioni relative al debito sottostante e non all’Agente della Riscossione. Per richiedere informazioni all’Agenzia delle Entrate – Riscossione, è possibile fare riferimento:

1. al contact center o call center: contattando il numero unico (a pagamento) 06-0101 sia da telefono fisso che da cellulare;

2. inviare una e-mail: al Servizio contribuenti dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione per avere informazioni sulle cartelle di pagamento e le procedure di riscossione. Per accedere a questo servizio bisogna consultare il sito dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione e cliccare nella sezione “Contatti”“Invia una e-mail al Servizio Contribuenti”, a questo punto cliccando su “Invia la richiesta on-line” si apre una schermata in cui compilare i campi richiesti (dati anagrafici, codice fiscale e contatti) selezionare la causale e descrivere i dettagli della tua richiesta, allegando, infine il tuo documento d’identità e l’eventuale documentazione utile e necessaria per la richiesta inoltrata;

3. rivolgersi agli sportelli: direttamente consultando il sito dell’Agente della Riscossione si trova in alto al centro il tasto“Trova sportello”, cliccando si apre una sezione in cui a seconda della provincia è possibile individuare lo sportello più vicino a cui rivolgersi. Per alcuni uffici è finanche possibile  prenotare il ticket “virtuale”, è  cioè consentito richiedere il numero per il giorno stesso o per i quattro giorni lavorativi successivi, selezionando la tipologia di servizio (solo per pagamenti, rateizzazioni e informazioni/altri Servizi), al fine di evitare le code presso gli sportelli.

Presso gli uffici è consentito richiedere sia informazioni generiche, sia informazioni dettagliate relative alla posizione personale presso l’ente. Infatti, con l’accesso alla sede fisica dell’ufficio, oltre a generiche richieste è consentito effettuare i pagamenti (rateali e non), presentare istanza di rateazione, richiedere sospensione o l’annullamento del debito, chiedere rimborsi o compensazioni.

Chiedere chiarimenti e/o informazioni dopo aver ricevuto un atto dall’Agenzia delle Entrate

Nella diversa ipotesi in cui hai ricevuto un qualsiasi atto da parte dell’Agenzia delle Entrate, sia esso avviso di accertamento, avviso di liquidazione ecc., ed hai bisogno di chiarimenti, informazioni di qualsiasi natura e specie relative all’atto ricevuto, occorre rivolgersi direttamente al funzionario indicato nell’atto medesimo. Infatti, ogni atto della Pubblica Amministrazione deve indicare per legge il nominativo del funzionario responsabile del procedimento [1] e (talvolta) anche del nominativo del referente al quale rivolgersi direttamente per informazioni, con indicazioni del luogo fisico dell’Ufficio (via, città, piano, stanza) e del numero di telefono. Tali indicazioni sono collocate (solitamente) nell’ultima pagina dell’atto. Contattando il referente è possibile fissare con il medesimo un previo appuntamento, in tale sede ti sarà possibile chiedere direttamente chiarimenti in merito all’atto ricevuto e/o interloquire al fine di discutere, in contraddittorio, le ragioni poste alla base della pretesa tributaria contenuta. Fermo restando quanto detto, l’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione il numero verde 800.89.41.41 affinché si possa ricevere assistenza sugli avvisi di accertamento parziale notificati ai proprietari di immobili affittati e per tutte le informazioni su atti inviati dal Centro Operativo di Pescara. Questo centro gestisce i controlli e accertamenti automatizzati, pratiche su taluni crediti d’imposta e gestisce alcuni rimborsi. Tutte le volte in cui l’atto è ricevuto da questo centro è opportuno rivolgersi al numero verde predetto.

Chiedere chiarimenti e/o informazioni dopo aver ricevuto un atto dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione

Tutti gli atti dell’Agenzia delle Entrate Riscossione dopo l’indicazione tabellare della pretesa contenuta, contengono una sezione denominata “COMUNICAZIONI DELL’AGENTE DELLA RISCOSSIONE” al cui interno viene riportato un “ELENCO DEGLI SPORTELLI DELL’AGENTE DELLA RISCOSSIONE PER LA PROVINCIA” di riferimento con indicazione specifica dell’ufficio o degli uffici territoriali cui potersi rivolgere per chiarimenti. Subito dopo la sezione predetta, sotto la rubrica“INFORMAZIONI E CHIARIMENTI” vengono indicati tutti i contatti / riferimenti utili per il destinatario a cui potersi rivolgere. Se l’atto ricevuto dall’agente della riscossione è una cartella di pagamento, nella sezione “INFORMAZIONI E CHIARIMENTI” è indicato il nominativo del responsabile del procedimento di emissione e notificazione della cartella medesima. Tuttavia, il funzionario responsabile ha competenza strettamente connessa alla cartella (stampa, notifica, calcolo interessi o oneri della riscossione) alla situazione dei pagamenti e alle attività di riscossione poste in essere dallo stesso. Infatti, essendo la cartella di pagamento un atto che riporta la pretesa di un altro ente creditore (Agenzia delle Entrate, Comune, Regione, Inps ecc.), della correttezza delle somme dovute o sulle informazioni circa la pretesa ivi contenuta (ovvero del ruolo) risponde direttamente l’ente creditore, essendo informazioni del tutto sconosciute all’Agente della riscossione.

Multa autovelox: motivi per impugnare e fare ricorso

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Autovelox: ecco come fare ricorso. Il verbale incompleto perché non indica l’ultima taratura e la presenza del preventivo cartello di avviso è nullo e può essere contestato davanti al Giudice di Pace.

Multe: su internet fioccano tutti i giorni le ricerca su come fare ricorso contro l’autovelox. Gli automobilisti si chiedono come contestare i verbali della polizia, elevati a volte per differenze minime di velocità rispetto ai limiti consentiti. E se anche la legge impone una tolleranza del 5% rispetto al cartello o, in mancanza, alle previsioni contenute nel codice della strada, si tratta spesso di numeri minimi da non essere facilmente controllabili attraverso il tachimetro, specie quando si percorrono rettilinei e strade in discesa. C’è da dire che i Comuni maliziosamente appostano le pattuglie non tanto sui tratti più pericolosi ma su quelli ove viene spontaneo accelerare: sarà anche un modo per tutelare la sicurezza del traffico ma il dubbio che, nello stesso tempo, si voglia fare cassa sorge automatico. Certo, se non ci fosse, oltre alla sanzione tutt’altro che leggera, anche la decurtazione dei punti dalla patente, probabilmente più di un automobilista non si porrebbe il dubbio se pagare o depositare ricorso, tenendo peraltro conto che l’estinzione della multa nei primi 5 giorni consente di ottenere lo sconto del 30%. Ma così non è. Ed allora è naturale chiedersi quali sono, in caso di multa autovelox, i motivi per impugnare e fare ricorso. A dircelo però sono gli stessi giudici che hanno annullato, in questi anni, numerosi verbali incompleti, errati, non dovuti. Le ultime di queste interessanti pronunce sono state pubblicata proprio in questi giorni dalla Cassazione [1]. Si tarda di due ordinanze che indicano quali elementi devono necessariamente comporre il verbale a pena di nullità. Di tanto daremo conto nelle successive righe.

Spiegheremo, in particolare, quando fare ricorso contro l’autovelox e quali sono le contestazioni più “sicure” da sollevare con l’impugnazione al giudice di pace. Ci riferiremo solo a quei vizi sui quali si è ormai formata una giurisprudenza costante, per cui non si può parlare dell’orientamento di un isolato tribunale o di un giudice particolarmente accondiscendente. Anche la Suprema Corte ha convalidato, con tono deciso e fermo, la nullità di tutte le multe che non seguono tali direttive. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di analizzare quali sono tali motivi per fare ricorso.

Autovelox: quando fare ricorso contro la multa

Quando si vince la causa al giudice di Pace? I motivi per fare ricorso contro l’autovelox sono svariati, ma solo pochi di questi consentono una vittoria sicura. 

La presenza del cartello di avviso

Il primo tra tutti è sicuramente la necessità che, prima della postazione con l’autovelox, vi sia il segnale con l’avviso «Controllo elettronico della velocità». Il cartello deve essere visibile, non coperto dalla vegetazione o rovinato da spray o da altri segni dell’usura. Non deve essere oscurato da manifesti pubblicitari o da altri cartelli.

La segnaletica in questione è sempre obbligatoria, sia per le postazioni fisse che per quelle mobili (ossia quando l’autovelox è montato sul treppiedi). In assenza, la multa è illegittima e va annullata.

Nel corso degli anni, Comuni, Province ed Anas hanno disseminato le strade con i cartelli «Controllo elettronico della velocità» in modo da poter, all’occorrenza, consentire il rilevamento elettronico della velocità in tutta serenità. Senonché questa “inflazione” di segnaletica ha portato gli automobilisti a non prendere più in considerazione gli avvisi. Pertanto, la direttiva Minniti del 2017 ha stabilito che il solo cartello stradale, fissato al suolo, non è più sufficiente se sul tratto di strada in questione i controlli sono occasionali (avvengono cioè di rado), ma è necessario anche un ulteriore segnale, di quelli mobili, posizionato per l’occasione a terra dai verbalizzanti pochi metri prima della postazione. 

Distanza tra cartello e autovelox

Non c’è una distanza minima o massima, fissata dalla legge, tra tale segnaletica e l’autovelox. La Cassazione ha detto che:

  • quanto alla distanza minima questa deve essere “ragionevole” (la Corte Suprema parla di “adeguato anticipo”), in modo da consentire il rallentamento dell’auto senza rischi di frenate improvvise, che potrebbero essere ancora più pericolose dell’eccesso di velocità. Chiaramente, trattandosi di un criterio elastico, esso andrà rapportato al tipo di strada e di traffico: sui tratti stradali urbani, pochi metri saranno più che sufficienti, mentre sulle autostrade resta forse valida la distanza minima di 400 metri secondo quanto precisato dalla circolare del 2007 del Ministero degli Interni [2];
  • quanto alla distanza massima, tanto la Cassazione quanto la circolare degli Interni [3] hanno indicato in 4 km il limite oltre il quale il cartello con l’avviso deve essere ripetuto, a pena di invalidità della multa elevata con l’autovelox.

La presenza del cartello deve essere indicata sul verbale

Con le ordinanze della Cassazione citate in apertura [1], la Corte ha decretato la nullità della multa se il verbale non indica che l’autovelox è segnalato in modo visibile ai conducenti dei veicoli. E altrettanto – come vedremo a breve – vale quando non viene specificato che l’impianto di rilevamento elettronico che è stato tarato di recente. Il tutto perché secondo la giurisprudenza di legittimità la necessità di avvisare gli automobilisti in transito che sulla strada è in corso la misurazione rientra nell’obbligo di trasparenza costituito a carico della pubblica amministrazione. 

La taratura dell’autovelox

L’autovelox deve essere tarato almeno una volta ogni anno. Ciò vale sia per le postazioni fisse che per quelle mobili. La taratura serve a garantire il corretto funzionamento dell’apparecchio, vista la delicatezza degli ingranaggi e l’alta precisione che gli si chiede. 

La taratura deve avvenire ad opera di ditte private specializzate in autodromi (almeno per gli autovelox che vengono installati sulle autostrade). Di tali operazioni deve essere redatto verbale che è pubblico e va prodotto all’automobilista multato che ne fa richiesta. Se nel ricorso contro la multa, in presenza della contestazione della mancata taratura, la polizia non produce una copia autentica di tale verbale, la contravvenzione deve essere annullata. 

A imporre la taratura annuale degli autovelox è stata una sentenza del 2015 [4] della Corte Costituzionale. Dopo tale pronuncia gli apparecchi che rilevano l’andatura dei mezzi sulle strade devono periodicamente essere sottoposti a verifiche sul funzionamento; controlli che non possono essere sostituiti da certificazioni di omologazione conformità. 

Leggi sul punto: Autovelox: come sono tarati?

La taratura deve risultare dal verbale

Con le ordinanze della Cassazione dell’altro giorno, la Cassazione ha ribadito un principio che aveva già espresso l’anno scorso: non basta che l’autovelox sia tarato, ma di tale adempimento deve essere dato atto nel verbale. In pratica, la multa consegnata al conducente deve indicare quando è avvenuta l’ultima taratura affinché non sia l’automobilista a doversi informare per poter verificare l’attendibilità della rilevazione e la validità della contravvenzione. Se il verbale non indica quando è avvenuta l’ultima taratura o se questa dovesse risultare effettuata più di un anno prima, la multa è nulla. 

Come capire se l’uomo è interessato solo al sesso

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Osservare alcuni atteggiamenti del nostro uomo può farci capire se ci vede solo come un oggetto sessuale e soprattutto quale sia il suo reale pensiero circa un rapporto duraturo.

Esiste un vademecum sull’uomo interessato solo al sesso? Quando una donna si tuffa in una relazione, il più delle volte è perché crede di aver trovato l’uomo giusto, quello con cui instaurare un rapporto duraturo e, perché no, magari arrivare anche fino all’altare. Che alle donne non piacciano i rapporti occasionali è un mito che ancora oggi fatica a essere smentito. Tuttavia l’universo femminile è sicuramente più pronto a un sano rapporto di coppia rispetto a quello maschile, che anche in età avanzata nella maggior parte dei casi cerca esclusivamente la soddisfazione sotto le lenzuola. Il piacere della carne è l’obiettivo principale (nonché unico) dell’uomo, che pur di raggiungerlo è disposto a interpretare il ruolo del bravo fidanzato, salvo poi scappare alla prima occasione utile. Esiste quindi un vademecum sul come capire se l’uomo è interessato solo al sesso?. Un vero e proprio dizionario dell’uomo è lungi dall’essere creato, ma fortunatamente vari studi psicologici hanno evidenziato i principali comportamenti degli uomini che cercano solo sesso. Proviamo a vederne qualcuno.

Gli uomini sposati sono da evitare?

In linea di principio, per tutta una serie di ragioni,intraprendere una relazione con un uomo sposato non è mai cosa saggia, perché sono solitamente molto restii a lasciare la moglie, anche se esistono tante eccezioni. Il problema reale dell’uomo sposato è che può fare appello a tante scuse, tutte verosimili, per glissare sulle situazioni più impegnative e limitarsi al compitino sotto le lenzuola. Se vuoi davvero avventurarti in una storia con un uomo già sposato, fallo solo se hai le spalle larghe. Inoltre, se non si sforza mai ad andare oltre a del sano sesso, rispediscilo dalla moglie prima che possa farti soffrire.

I preliminari possono essere un segnale dell’uomo sesso-dipendente?

Tutte le coccole e le effusioni che in una coppia ci si scambia prima del mero rapporto sessuale, che per comodità sono definite “preliminari”, contribuiscono a rendere più intenso il piacere sotto le lenzuola. La predisposizione che un uomo ha verso i preliminari può essere un grande segnale circa la sua reale voglia d’intraprendere una relazione seria. Sia chiaro: l’uomo, per sua natura, non è particolarmente incline a questa pratica pre-amplesso, perché antropologicamente portato ad andare al sodo. Quindi se qualche volta i preliminari sono messi da parte in nome di una particolare foga, può anche andare bene. Se invece il tuo uomo cerca “il culmine” evitando sistematicamente i preliminari, o dedicandogli al massimo qualche secondo, vuol dire che ti vede come un mero oggetto sessuale. In quel caso, è bene che tu gli dia il ben servito, facendogli magari comprendere che per fare gli animali sotto le lenzuola ci sono delle professioniste disposte ad assecondarlo previo pagamento.

Conoscere i suoi amici è un bene o un male?

Altro metodo per capire se un uomo ti vede solo come una fonte a cui lenire la sua sete di sesso è quello degli amici. L’uomo è notoriamente un animale da branco, si muove in diverse occasioni solo con i suoi simili e prima di compiere passi importanti nella propria vita cerca l’approvazione dei suoi pari. Quando un uomo crede di aver trovato la donna giusta, la presenta ai suoi amici per sottoporla al loro insindacabile giudizio. Detta così potrebbe suonare male, ma nell’ottica maschile essere presentata agli amici è un grande onore, e quindi sentiti lusingata di cotanta occasione (o almeno fai finta). Viceversa, un uomo che non ti presenta ai suoi amici è uno che sarebbe pronto a scaricarti alla prima occasione. Di conseguenza, non perderci troppo tempo.

L’uomo misterioso cerca solo sesso?

Non nascondiamoci dietro a un dito: l’uomo con un velo di mistero ha un fascino indiscutibile. Non solo perché gli dona un’aria da agente segreto, ma perché dietro quel velo si nascondo spesso vizi e abitudini che farebbero calare la libido anche a una ninfomane. Tuttavia, in un rapporto serio e duraturo i due protagonisti tendono a svelare gradualmente nei dettagli la propria vita, descrivendo passioni, vizi e abitudini. Se vedi che dopo mesi che state insieme il tuo uomo non ti ha rivelato nemmeno la sua data di compleanno, vuol dire che è pronto a sparire dalla tua vita da un momento all’altro. Risparmiagli la fatica, e rimandalo in quel luogo misterioso dal quale proviene.

L’uomo con il chiodo fisso del sesso è da evitare?

La risposta a questo quesito è soggettiva. Il fatto che l’uomo pensi solo al sesso è la più grande ovvietà dopo l’acqua per dissetarsi. Che il maschio quindi non perda occasione per fare allusioni piccanti o per invogliare la propria donna a lasciarsi andare sotto le lenzuola è anche normale. Se però vedi che il tuo uomo riesce a fare battutine allusive anche in situazioni improponibili (magari a un funerale o mentre stai preparando la dichiarazione dei redditi), c’è un problema. Sopratutto se non è in grado di sostenere conversazioni di altro tenore. Questa tipologia di maschi è la peggiore esistente, perché calpesterebbe i tuoi sentimenti pur di sfogare i suoi istinti animali. Se ti sei imbattuta in un uomo con il “chiodo fisso” del sesso, cambia strada quanto prima.

Posso licenziare il dipendente assenteista?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’eccessivo numero di assenze da parte dei dipendenti rappresenta un grande problema per le aziende e produce un innegabile disagio organizzativo. Non è facile, però, dimostrare che le assenze sono tattiche e che i motivi di assenza addotti sono inventati.

Molte aziende sono alle prese con il problema dell’assenteismo, ossia la tendenza eccessiva dei dipendenti ad assentarsi dal lavoro. L’assenteismo crea molti problemi organizzativi alle aziende. Le assenze, infatti, vengono comunicate all’ultimo momento e il datore di lavoro si ritrova all’improvviso privato di risorse importanti. In alcuni casi, inoltre, l’assenteismo è un costo per l’azienda. Si pensi ad una azienda che deve garantire un servizio e che, se i suoi dipendenti si assentano, li deve sostituire pagando altri dipendenti a chiamata. In questo caso le assenze dei dipendenti fanno anche lievitare i costi che l’azienda deve sostenere per continuare a svolgere regolarmente i suoi servizi pur in mancanza dei suoi dipendenti. Cosa può fare di fronte al fenomeno dell’assenteismo un’azienda. Il datore di lavoro, spesso, fiuta che il dipendente sta giocando e che le motivazioni addotte per giustificare l’assenza sono inventate. In questi casi si chiede: posso licenziare il dipendente assenteista?.Non esiste una risposta netta ma bisogna verificare caso per caso se ci sono i presupposti per un licenziamento.

Che cos’è l’assenteismo?

Con il termine assenteismo vengono, solitamente, indicati dei fenomeni che sono, in realtà, molto diversi tra di loro. Si parla di assenteismo, a volte, per indicare il comportamento di lavoratori che timbrano il cartellino ma poi abbandonano il luogo di lavoro e vanno a fare altro. Altre volte con il termine assenteismo si vuole indicare la tendenza dei dipendenti a mettersi in malattia in momenti tattici, ad esempio durante il fine settimana o nei giorni pre-festivi. Il termine assenteismo, dunque, non è un termine tecnico e, a seconda di come lo si interpreta, può portare effettivamente al licenziamento del dipendente o meno.

Che cos’è il licenziamento?

Con il licenziamento il datore di lavoro estromette il dipendente dall’azienda e termina il rapporto di lavoro. Comunicato il licenziamento al lavoratore, le parti non sono più legate da alcun obbligo reciproco. Il licenziamento altro non è che quello che in un qualsiasi contratto viene chiamato recesso, ossia la facoltà di una parte del rapporto contrattuale di scogliere il contratto. Nel rapporto di lavoro viene chiamato licenziamento il recesso posto in essere dal datore di lavoro e dimissioni il recesso posto in essere dal dipendente.

Che forma deve avere il licenziamento?

Il licenziamento deve essere intimato al dipendente necessariamente per iscritto. Nella lettera con cui viene comunicato al dipendente il licenziamento devono essere specificati i motivi che lo hanno determinato [1].

Quali sono i motivi di licenziamento?

Essendo il diritto al lavoro un principio fondamentale del nostro Paese [2], la legge tutela i lavoratori dai licenziamenti illegittimi. Il licenziamento, infatti, priva il dipendente di un bene fondamentale per la vita sua e della propria famiglia e cioè del lavoro, fonte primaria di reddito e di sussistenza per tutte le famiglie. Visto che con il licenziamento si priva il dipendente di un bene così importante, la legge esige che il licenziamento non sia ingiusto ma sia, al contrario, adeguatamente motivato, basato su ragioni oggettive valide. Il licenziamento deve dunque necessariamente fondarsi un su un ragionevole motivo che lo ha determinato.

I motivi che possono legittimare il licenziamento sono:

  • la giusta causa [3] che si ha quando il lavoratore compie un atto gravissimo che rompe definitivamente la fiducia del datore di lavoro nei suoi confronti. Si pensi al lavoratore colto a rubare la merce aziendale. In questo caso la gravità del comportamento del dipendente è tale che il datore di lavoro può licenziarlo con effetto immediato senza attendere il periodo di preavviso previsto dal contratto collettivo di lavoro. In sostanza, il licenziamento è efficace subito, dal momento stesso in cui viene consegnata la lettera al dipendente;
  • il giustificato motivo soggettivo, che si ha quando il lavoratore compie un atto molto grave che rompe definitivamente la fiducia del datore di lavoro nei suoi confronti ma la gravità è minore rispetto alla giusta causa e, quindi, il licenziamento diventa efficace dopo il decorso del periodo di preavviso;
  • il giustificato motivo oggettivo, il quale, invece, non ha nulla a che fare con il comportamento del dipendente. In questo caso, infatti, la necessità di licenziare il dipendente deriva da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa [4]. Si pensi al caso dell’azienda che registra una brusca riduzione del fatturato e che deve, quindi, arginare il calo delle entrate riorganizzandosi e tagliando i costi.

In generale, il licenziamento del dipendente per assenteismo è legittimo, come affermato dalla giurisprudenza [5] solo se l’assenza del dipendente rappresenta anche un illecito disciplinare inquadrabile nella giusta causa o nel giustificato motivo soggettivo di licenziamento e quindi se il datore di lavoro dimostra la pretestuosità dell’assenza.

Come licenziare il dipendente per assenteismo?

Il fatto che un dipendente si assenta spesso, ad esempio, per malattia non costituisce motivo valido per licenziarlo. L’assenza può costituire giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento solo in alcuni casi. Nel caso esaminato dalla Cassazione [5] di recente, ad esempio, il dipendente di una ditta veniva licenziato poiché durante la sua assenza per malattia (dovuta a lombosciatalgia) veniva accertata una sua partecipazione ad un concerto come fisarmonicista. La giurisprudenza afferma che lo svolgimento di un’attività lavorativa alternativa durante la malattia costituisce una giusta causa di licenziamento perché, con il suo comportamento, il dipendente:

  • rompe la fiducia nei suoi confronti del datore di lavoro, al quale egli ha rappresentato una situazione (ossia la malattia) non vera. Il datore di lavoro può legittimamente pensare che un simile comportamento scorretto venga ripetuto anche in futuro;
  • anche se la malattia ci fosse realmente, il dipendente, svolgendo un’altra attività lavorativa rischia di compromettere o ritardare la guarigione;
  • il dipendente froda, al contempo, anche l’Inps che eroga materialmente l’indennità di malattia durante il periodo coperto dal certificato medico.

In un caso come questo è dunque possibile procedere al licenziamento del dipendente per giusta causa. L’azienda dovrà far precedere il licenziamento dal procedimento disciplinare previsto dalla legge [6] e quindi dovrà:

  • consegnare al dipendente tempestivamente una lettera di contestazione disciplinare con cui gli contesta il fatto disciplinarmente rilevante in maniera specifica e puntuale. In sostanza l’azienda gli dovrà dire: “in data XXX, durante il periodo di malattia da lei attestato con certificato medico del XXX, lei è stato sorpreso presso il luogo XXX a partecipare al concerto XXX come fisarmonicista. Con riferimento ai fatti contestati la invitiamo a rassegnare le sue giustificazioni entro 5 giorni dal ricevimento della presente lettera”. Nella lettera si dovrà indicare al dipendente che può giustificarsi per iscritto entro 5 giorni dal ricevimento della contestazione o nel diverso termine previsto dal contratto collettivo di lavoro applicato;
  • ricevute le giustificazioni o ascoltato il dipendente, qualora questi abbia richiesto l’audizione orale, l’azienda dovrà valutare se accogliere o meno le giustificazioni. Fatta questa valutazione l’azienda potrà archiviare il caso oppure infliggere una sanzione disciplinare. La sanzione disciplinare è una punizione che il datore di lavoro può comminare al dipendente che commette fatti gravi che violano il contratto di lavoro. La sanzione massima è il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo.

La legge e la giurisprudenza richiedono, evidentemente, che la motivazione addotta nella lettera di licenziamento sia effettivamente reale e sussistente e non sia solo una scusa, un pretesto per liberarsi del dipendente. Ciò significa che l’azienda deve essere in grado di dimostrare il fatto che ha descritto nella contestazione disciplinare e che ha portato al licenziamento del dipendente, nel nostro esempio, dovrà dimostrare la partecipazione del dipendente in malattia al concerto. Inoltre, la motivazione addotta nella lettera di licenziamento deve essere assolutamente coincidente al contenuto della contestazione disciplinare [7]. L’azienda non potrebbe scrivere nella lettera di licenziamento un motivo diverso da quello addotto nella contestazione, ossia la partecipazione al concerto durante la malattia. Il motivo è semplice: sul fatto nuovo e diverso, addotto nella lettera di licenziamento, il dipendente non avrebbe potuto giustificarsi e difendersi e verrebbe quindi leso il suo diritto di difesa.

Cosa rischia l’azienda che licenzia il dipendente per calo del fatturato?

Il lavoratore, una volta ricevuta la lettera di licenziamento, potrebbe impugnare il licenziamento. La palla passa al giudice del lavoro che dovrà stabilire se il licenziamento è legittimo o meno. In particolare, durante la causa di fronte al Giudice l’azienda dovrà dimostrare:

  • che la ragione addotta è reale e sussistente e non pretestuosa e, cioè, dovrà dimostrare la reale sussistenza del fatto, ossia la partecipazione del dipendente in malattia al concerto. Per fare questo potrà usare documenti (foto, audio, etc.) e testimonianze dirette;
  • che, prima di licenziare il dipendente, ha correttamente seguito il procedimento disicplinare richiesto dalla legge. Dovrà dunque depositare la lettera di contestazione e le giustificazioni rese.

Se il Giudice riterrà provato dall’azienda tutto quanto sopra e la sanzione inflitta verrà giudicata proporzionata alla gravità del comportamento del dipendente, il licenziamento verrà valutato legittimo. In caso contrario verrà accertata l’illegittimità del licenziamento con tutte le conseguenze negative per l’azienda previste dalla legge.

Come funzionano i controlli fiscali

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’attività dell’Agenzia delle Entrate e della GdF su dichiarazioni dei redditi e contabilità. Quando scatta l’accertamento.

È una delle cose che augureresti al tuo peggiore nemico e che, pertanto, non vorresti mai per te stesso: un accertamento del Fisco. La sola idea fa tremare qualsiasi contribuente, anche a quelli che sanno di avere carte e numeri in regola, di avere rispettato ogni scadenza e di avere pagato fino all’ultimo centesimo di tasse. Ma…c’è sempre un «ma» nella testa delle persone oneste. E se avessi dimenticato qualcosa? E se c’è stato un errore di interpretazione e le cifre riportate nella dichiarazione dei redditi non sono del tutto giuste? Non parliamo, poi, di chi ha qualche «entratina» in nero e pensa: e se mi hanno beccato? Qui sì che arrivano la salivazione azzerata ed il sudore freddo. Soprattutto se non si è mai stati consapevoli di essere finiti nel mirino del Fisco e, quindi, non si sa come funzionano i controlli fiscali. Ci sarà un signore con l’abito scuro che busserà alla tua porta? Oppure lo farà la Guardia di Finanza?

Non agitarti troppo o, almeno, non ancora. Per finire in galera per evasione fiscale c’è sempre tempo. Gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate iniziano molto prima di quello che tu possa pensare e non sempre avvengono in tua presenza. Anzi, spesso vieni a sapere di essere stato controllato solo quando ti arriva a casa la contestazione con il conto da pagare. Prima, e a campione (a meno che tu non abbia dato degli evidenti motivi per puntare dritto su di te), il Fisco avrà già saputo tutto sul tuo conto. E non solo su quello bancario.

Ecco, allora, quali sono gli accertamenti che vengono realizzati e come funzionano i controlli fiscali.

Controlli fiscali: come si arriva all’accertamento?

L’Agenzia delle Entrate realizza dei controlli fiscali in modo piuttosto frequente. Alcuni di questi finiscono nel nulla, quando è stato appurato che il contribuente ha le carte in regola, ha dichiarato quello che è giusto ed è a posto con il pagamento delle tasse. Altri, invece, richiedono un approfondimento perché svelano qualche irregolarità. È a questo punto, infatti, che scatta l’accertamento su più fronti: la dichiarazione dei redditi e i documenti allegati ad essa. Se le irregolarità rilevate o sospettate lo richiedono, le verifiche possono comportare anche un’ispezione presso la sede in cui il contribuente esercita la sua attività. La tipica scena che vede la Guardia di Finanza spulciare o portare via fatture, documenti, estratti conto bancari, ecc. In base al risultato di queste verifiche, si valuta il debito con il Fisco, si calcolano i relativi interessi e si comunica la sanzione da pagare.

Detto in altre parole, prima che scatti l’accertamento vero e proprio l’Agenzia delle Entrate avvia una procedura che inizia con il controllo a campione e si conclude con l’irrogazione delle sanzioni ed il recupero del credito.

Il contribuente riceve un avviso di accertamento grazie al quale viene informato delle irregolarità riscontrate durante i controlli e dell’opportunità di saldare l’imposta dovuta con una sanzione ridotta.

Controlli fiscali: quali sono?

Il Fisco realizza tre tipi di controlli sulle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti. Si tratta di:

  • un controllo automatico, mirato a rilevare eventuali errori nella compilazione della dichiarazione. In tale caso, l’Agenzia delle Entrate invia una raccomandata a/r al contribuente (oppure all’intermediario che l’ha presentata, come un commercialista o un patronato) in cui si fa presente la situazione;
  • un controllo formale, che consiste nella verifica incrociata dei dati inseriti nella dichiarazione e della documentazione allegata (giustificativi, scontrini, ecc.). Se ci sono delle irregolarità, l’Agenzia invia una richiesta per trasmettere ulteriore documentazione o per fornire altri chiarimenti utili a dimostrare la correttezza dei dati inseriti. A conclusione del controllo formale, il cittadino riceve un’altra lettera, questa volta con l’esito della verifica e con l’eventuale richiesta di pagamento del debito;
  • un controllo sulla liquidazione della tassazione separata: consiste nel determinare l’imposta dovuta sui redditi per i quali sono già stati versati degli acconti (ad esempio il Tfr o arretrati di stipendio). Se calcolando la differenza tra ciò che è stato pagato e ciò che si deve pagare è a vantaggio del Fisco, non verranno chieste delle sanzioni o degli interessi ma soltanto l’importo ancora dovuto.

Controlli fiscali: entro quando avvengono?

A partire dal 2017 (quindi dalle dichiarazioni relative ai redditi del 2016 da presentarsi con il modello Unico), l’Agenzia delle Entrate può effettuare dei controlli fiscali e degli accertamenti in questi tempi e per questi motivi:

  • per la dichiarazione infedele, cioè quella in cui ci sono degli errori o delle omissioni: entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello della presentazione;
  • per l’omessa dichiarazione: entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui doveva essere stata presentata. La norma riguarderebbe solo le imposte dirette, l’Iva ed i tributi collegati.

Questi termini vengono raddoppiati quando al contribuente viene contestato un reato tributario previsto dalla legge che comporta l’obbligo di denuncia.

Controlli fiscali: dove avvengono?

In molte occasioni, i funzionari del Fisco non devono scomodarsi dalla loro scrivania per effettuare i controlli fiscali. Attraverso le banche dati, la dichiarazione dei redditi o la documentazione a cui ha accesso (compresi i movimenti dei nostri conti correnti) possono già fare delle verifiche. Se la situazione si complica, soprattutto nel caso di professionisti o imprenditori, può essere richiesto l’intervento della Guardia di Finanza per effettuare delle ispezioni in loco, cioè negli uffici del contribuente interessato.

Queste ispezioni devono avvenire nel rispetto dello statuto dei diritti del contribuente [1] seguendo, cioè, alcune regole come:

  • realizzare i controlli nel modo meno invasivo possibile e solo durante l’orario d’ufficio salvo in casi di eccezionale gravità;
  • limitare al massimo di stravolgere o di disturbare la normale attività professionale;
  • accettare, quando possibile, di visionare ed esaminare la documentazione amministrativa e fiscale presso gli uffici di chi conduce le verifiche.

Controlli fiscali: come avviene l’ispezione della GdF?

Se i controlli fiscali avvengono negli uffici del contribuente a carico dei militari della Guardia di Finanza, ci sono delle procedure che devono essere rispettate.

Prima di tutto, il cittadino ha diritto a verificare due cose. La prima, che si tratti effettivamente di persone appartenenti alle Fiamme Gialle e non, come succede qualche volta, di finti finanzieri. A tal fine, i militari sono tenuti ad identificarsi.

In secondo luogo, si deve verificare se gli ispettori hanno con sé l’ordine di accesso, rilasciato dal funzionario dirigente dell’ufficio oppure dal comandante del Reparto della Guardia di Finanza e contenente:

  • chi è autorizzato a fare l’ispezione;
  • dove e quando deve essere fatta l’ispezione;
  • quale tipo di ispezione verrà effettuata.

Se non viene esibita copia dell’ordine di accesso oppure gli ispettori non si identificano, il contribuente ha il diritto di rifiutare il controllo.

Il contribuente ha il diritto anche di chiamare due testimoni (anche familiari) che possono assistere all’ispezione (senza mai parlare, però) e a registrare o fotografare il lavoro degli ispettori. Può anche fare delle domande e ha il diritto di ricevere delle risposte. Domande e risposte finiranno a verbale.

Secondo la legge, i controlli della Guardia di Finanza devono durare al massimo:

  • 15 giorni se interessano lavoratori autonomi ed imprese in regime di contabilità semplificata;
  • 30 giorni negli altri casi.

Gli agenti sono tenuti a redigere ed a rilasciare quotidianamente un verbale giornaliero, mentre alla fine dell’ispezione dovranno consegnare un verbale di constatazione.

Concluso il controllo, il contribuente ha 60 giorni di tempo per presentare all’Agenzia delle Entrate una memoria difensiva, per sollevare delle eccezioni o per chiedere delle spiegazioni se il verbale non è chiaro in qualche passaggio. Solo dopo quei 60 giorni e non prima (pena nullità) l’Agenzia può decidere di avviare un accertamento.

Controlli fiscali: i tipi di accertamento

Ci sono diversi tipi di accertamento fiscale. Nello specifico, esso può essere:

  • analitico;
  • induttivo o di ufficio;
  • analitico-induttivo;
  • induttivo puro;
  • sintetico.

L’accertamento analitico

Attraverso l’accertamento analitico, l’Agenzia delle Entrate rettifica delle singole voci della dichiarazione presentata dal contribuente (costi, plusvalenze, ricavi, ecc.). In altre parole, viene rideterminato il reddito imponibile grazie ad un nuovo calcolo dei singoli elementi e allo scomputo – in toto in parte – di deduzioni e detrazioni indicate nella dichiarazione ma non spettanti.

Infine, per quanto riguarda il reddito di lavoro autonomo e d’impresa, l’accertamento analitico si effettua in base al confronto tra la dichiarazione e la contabilità del contribuente.

L’accertamento induttivo o di ufficio

In questo caso, l’Agenzia delle Entrate stabilisce il reddito del contribuente sulla base di quanto ha raccolto durante i controlli fiscali senza tenere conto, quindi, di quello che riportano la dichiarazione ed i libri contabili.

All’accertamento induttivo o di ufficio si arriva se:

  • non è stata presentata la dichiarazione dei redditi;
  • la dichiarazione è stata considerata nulla;
  • la dichiarazione non contiene il reddito d’impresa o di lavoratore autonomo;
  • non è stata conservata (oppure è stata nascosta durante un’ispezione) una scrittura contabile;
  • la contabilità non è attendibile.

L’accertamento analitico-induttivo

Questo tipo di accertamento coinvolge soltanto imprenditori e professionisti, cioè quei contribuenti che sono tenuti ad avere delle scritture contabili. L’Agenzia delle Entrate lo attiva se riscontra delle attività non dichiarate o specifiche passività dichiarate ma, in realtà, assenti. L’accertamento analitico-induttivo si basa su delle prove presuntive.

L’accertamento induttivo puro

Interessa le imposte sui redditi e l’Iva. Come quello precedente, coinvolge professionisti ed imprenditori ma viene avviato solo se si verificano gravi violazioni contabili. Il Fisco, attraverso l’accertamento induttivo puro, vuole sapere come si sia arrivati ad un certo reddito, anche attraverso la richiesta degli estratti conto bancari.

L’accertamento sintetico

Quest’ultimo tipo di accertamento interessa soltanto le persone fisiche. Lo scopo dell’Agenzia delle Entrate è quello di accertare il reddito complessivo del contribuente e le relative imposte, anche attraverso un controllo sui beni ed i servizi acquistati o altre spese sostenute.

Legge privacy sui cellulari

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Cosa prevede la legge se qualcuno diffonde il numero di telefono di un’altra persona o se lo comunica a terzi o lo pubblica sul web. Quali tutele se ricevi un sms pubblicitario o se vieni contattato per elezioni politiche. Tutto ciò che serve per proteggere la riservatezza del tuo smartphone.

Ti chiedi spesso cosa prevede la legge privacy sui cellulari? Sospetti che la tua privacy sul cellulare sia a rischio? Hanno hackerato il tuo smartphone e ti hanno rubato molti dati personali e/o aziendali, anche compromettenti? Sei stato inserito da qualche sconosciuto in un gruppo Whatsapp indesiderato? Ricevi ogni giorno montagne di email spam fastidiose? Ti chiamano sul cellulare ad ogni ora per proporti offerte che non ti interessano? Oppure, semplicemente, vuoi rivendere il cellulare e vuoi assicurarti di cancellare ogni tipo di informazione personale? Immagino che anche tu (come quasi tutti del resto) usi nella tua vita quotidiana e lavorativa uno smartphone, più o meno potente. E che anche tu conservi nel tuo cellulare foto, video, cartelle di lavoro, email, numeri di telefono, codici di conti bancari, spesso anche pin di bancomat e di carte di credito ecc. Ti sarai di certo domandato cosa prevede la legge privacy sui cellulari e come tutelare la tua riservatezza. I più imprudenti non si interessano affatto di ciò che conservano sul loro cellulare. In tanti, infatti, piangono solo sul latte ormai versato, a seguito del furto del loro cellulare o della scoperta di un attacco malevolo. Molti, invece, giustamente se ne interessano e, magari dopo aver caricato in cloud i loro dati personali contenuti sul cellulare, si domandano: a chi sto dando queste informazioni personali?, dove saranno conservate e chi può vederle senza il mio consenso?, se perdo o mi rubano il cellulare, come farò a rendere le mie informazioni private invisibili agli altri?. Bene, andando avanti con la lettura di questo articolo, vedremo insieme cosa prevede la legge privacy per i cellulari e cosa il buon senso suggerisce per proteggerla.

Quali accorgimenti devi prendere per tutelare la tua privacy?

Steve Jobs, fondatore della Apple, aveva profetizzato che lo smartphone sarebbe diventato il fulcro della nostra vita digitale. Non aveva torto. Immagino che anche tu trascorri ore ed ore smanettando con il tuo cellulare. Tra video, social network, posta elettronica, pagine web ed app, il traffico dati da mobile ha superato di gran lunga quello proveniente da desktop. Sappi, però, che ogni giorno metti nelle mani di altri molti dati personali, spesso anche a tua insaputa, con un alto rischio privacy. Quindi, cosa fare? Ecco qualche consiglio. Per proteggere la tua riservatezza sul cellulare, devi considerare molte opzioni, come la configurazione delle connessioni Wi-Fi, Vpn, Bluetooth, Nfc, Gps, dei dispositivi di archiviazione, della fotocamera, dell’audio e dell’aggiornamento delle app. Prima di tutto, però, la regola basilare è questa: conserva sul tuo device solo lo stretto indispensabile. Usa sistemi cloud per memorizzare le tue foto e video, sempre ovviamente dopo aver letto con attenzione dove e come transiteranno i tuoi dati. Tutto ciò ti consente anche di mantenere in sicurezza il tuo smartphone e di evitare di perdere dati fondamentali, spesso anche di natura lavorativa e/o aziendale. E’ di fondamentale importanza che tu provveda, innanzitutto, a configurare un sistema di blocco/sblocco sicuro del tuo telefonino. Per fare ciò, evita assolutamente la sequenza, dal momento che chi ti sta accanto potrebbe spiarla, e preferisci l’inserimento di un difficile codice pin o meglio ancora usa la biometria (scansione impornta digitale o riconoscimento facciale). Non accedere mai a reti Wi-Fi pubbliche, vulnerabilissime dal punto di vista degli attacchi hacker e soggette a quello che gli informatici esperti di crimine digitale chiamano sniffing. Un altro consiglio è quello di disabilitare le notifiche sul tuo schermo di blocco: dei malintenzionati o dei semplici curiosoni potrebbero sbirciare il tuo device! Altra cosa importante: scarica le app esclusivamente dagli store originali (App Store per Apple e  Play Store per Android) e leggi attentamente le informative privacy degli sviluppatori delle app. Altri consigli: installare un buon antivirus e, soprattutto, non prestare il tuo cellulare a nessuno, a maggior ragione agli sconociuti. Può capitare, infatti, che per strada puoi venire fermato da qualcuno che ti chieda di fare una telefonata urgente in quanto ha perso o dimenticato il suo device e, nel mentre effettua la telefonata salvifica, legga anche di sfuggita l’anteprima di una  email personale o di un messaggio whatsapp appena arrivati.

E se lavori con il tuo telefonino? I rischi del cellulare aziendale

E’ prassi comune utilizzare il proprio device anche per fini lavorativi o sfruttare il telefonino fornito dall’azienda per la quale si lavora. Come saprai bene, attraverso gli smathphone e i tablet ormai si può lavorare ovunque. Questo vantaggio può rappresentare anche un enorme problema per la sicurezza delle informazioni che transitano sui device. Hai mai pensato un secondo a quanti e quali dati personali viaggiano sul tuo cellulare aziendale? Hai pensato mai, inoltre, che la tua azienda potrebbe sapere sempre dove ti trovi in un dato momento? Molto spesso sui device aziendali viene installato dal datore di lavoro un software che permette la geolocalizzazione del lavoratore. Ciò, ai sensi dello Statuto del lavoratore e della normativa privacy, è permesso solo se il lavoratore ne viene messo a conoscenza e se vi sono esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale. Tutto ciò oltre alla presenza di un accordo tra azienda e sindacato interno, se esistente, o con l’Ispettorato Territoriale del Lavoro. L’accordo sindacale non è necessario se i device utilizzati sono indispensabili per rendere l’attività lavorativa. Immagina una ditta che vende e distribuisce gas a utenti finali e che debba effettuare un intervento urgente per una fuoriuscita di gas o per un pericolo di incendio o di espolosione: gli strumenti messi in dotazione del lavoratore che si recherà sul posto dovranno necessariamente essere dotati di un gps o di un geolocalizzatore qualsiasi. Tuttavia, per preservare maggiormente la nostra privacy, il Garante e la giurisprudenza, nel corso degli anni, hanno specificato che fuori dai casi in cui il lavotore debba rendere una determinata prestazione lavorativa, lo stesso potrà disattivare la funzione di geolocalizzazione, seguendo le istruzioni che il datore è tenuto a fornirgli.

Conservi dati sensibili sul cellulare?

Per evitare smarrimento, furti o clonazione dei tuoi dati personali, anche sensibili, evita di salvare in automatico e di conservare password, codici di accesso e dati bancari in chiaro. Crea la tua password (e memorizzala nella tua mente!) utilizzando un codice pin abbastanza complesso, evitando il tuo nome e cognome o la tua data di nascita, ma preferendo, ad esempio, il nome del tuo animale domestico abbinato alla sua data di nascita, oppure anche frasi e citazioni del tuo film preferito (“La Forza sia con te!”). E’ fondamentale che tu conservi il codice IMEI del tuo smartphone o tablet che trovi sulla confezione di acquisto e che in caso di furto o smarrimento puoi utilizzare per bloccare a distanza l’accesso indesiderato al tuo smartphone o tablet e, in casi più fortunati, per rintracciarli da remoto.

Come evitare lo spam?

Quando usi il cellulare per navigare online, verifica sempre l’informativa privacy e le condizioni d’uso dei servizi che intendi utilizzare o acquistare. Molto spesso, per fretta o per distrazione, dai velocemente il consenso al trattamento dei tuoi dati senza aver prima letto che l’azienda titolare del trattamento intende comunicare i tuoi stessi dati a un numero imprecisato di altre aziende per finalità marketing! Oppure, intende comunicare i tuoi dati personali ad altre aziende, anche dello stesso gruppo societario, situate in Paesi al di fuori dell’Unione Europea, dove magari non è nemmeno in vigore una legislazione in tema di protezione di dati personali. Oggi, proprio grazie alla nuova normativa privacy europea, chi intende vendere servizi o prodotti nell’Unione europea, siano essi o meno soggetti aventi sede in UE, ha l’obbligo di informare l’utente finale di tutte le finalità del trattamento dei dati personali, compresa l’intenzione di comunicazione e/o trasferimento di dati personali. Perciò, una volta letta bene l’informativa, avrai la scelta di prestare o negare il tuo consenso per una o più finalità. Ma mi raccomando: leggi prima di cliccare “ok“! Presta molta attenzione, inoltre, ai link contenuti in email, sms, messaggi whatsapp, telegram ecc. perché in molti casi, cliccandoci su, potresti in modo inconsapevole accettare di ricevere comunicazioni pubblicitarie indesiderate: il cosiddetto spam. Troppo spesso, una volta cliccato sul link, liberarsi dello spam è anche molto complesso se non impossibile, in beffa alla normativa privacy.

Hai deciso di liberarti del tuo cellulare per passare ad un altro modello?

In questo caso, assicurati di rimuovere per prima cosa manualmente tutte le tue informazioni private. Fai il log out da tutte le app installate prima di cancellarle. Disattiva il tuo account sugli store del tuo sistema operativo (come Apple Store o Play Store). Rimuovi i tuoi appunti e le tue note e, soprattutto, se possiedi un iPhone, fai il log out da iCloud e cancella tutte la carte di credito memorizzate sull’app Wallet. Solo a questo punto, puoi ripristinare il tuo device alle impostazioni di fabbrica, rimuovere la tua sim e l’eventuale memoria esterna ed eliminare tutti i backup effettuati.

E per quanto riguarda la privacy della messaggistica istantanea e le email?

Se vuoi inviare dei messaggi e allo stesso tempo essere sicuro che nessuno riesca a leggerli durante il loro viaggio nella rete, utilizza solo Whatsapp, Telegram e Signal, ossia specifiche app di messaggistica istantanea che ti garantiscono la crittografia end-to-end. Queste app fanno in modo che solo tu e il destinatario possiate conoscere il contenuto del messaggio, crittografandolo, cioè scomponendolo durante l’invio in tanti pacchetti dati illeggibili da altri e ricomponendolo sul cellulare del destinatario. Stesso discorso e stessa tecnica di segretezza valgono per ProtonMail e OpenPGP, software che certificano la segretezza dei messaggi inviati a mezzo email. Inoltre, assicurati di scegliere client di posta elettronica o social network che forniscono un sistema di autenticazione a due fattori: al momento dell’attivazione della password ti verrà inviato un sms con un codice temporaneo da inserire nell’immediatezza sulla schermata. Il codice OTP (One Time Password), infatti, cambia ad ogni accesso e, dpo averlo utilizzato, lo stesso non sarà più valido. Possiamo considerare l’OTP come un codice “usa  e getta”!

E per quanto riguarda la cronologia e i cookies?

Quante volte ti sarà successo di trovare sulla pagina web che stai leggendo una pubblicità contenente lo stesso prodotto o un prodotto simile a quello che stavi cercando online qualche giorno prima? Miracolo? Predizione dei gusti? No… opera di spammer che, installando sul tuo browser i cookies di profilazione, tracciano le tue abitudini online per profilarti, ossia creare un identikit su di te e sulle tue abitudini in rete a fini commerciali. Cancellando spesso la cronologia e i cookies  inviati da molti siti di shopping online solo ed esclusivamente a scopi commerciali, eviterai il monitoraggio dei tuoi interessi e gusti manifestati nella rete e, così facendo, impededirai alle aziende di portare avanti le loro strategie di marketing su di te.

Di VINCENZO DI CIO’

Marito e moglie sono parenti?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Giuridicamente parlando, chi sono i parenti? Tra marito e moglie che tipo di vincolo esiste? Parenti e coniugi sono la stessa cosa o sono rapporti distinti?

Vuoi intraprendere la carriera universitaria e ti viene richiesto di dichiarare di non avere rapporti di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura interessata oppure con il Rettore, il Direttore Generale o con un componente del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo [1], ma tu sei il marito o la moglie di uno di questi soggetti e non sai se e cosa devi dichiarare? Sei il selezionatore di una azienda e tua moglie o tuo marito partecipano al colloquio di lavoro, da cui non sai se devi astenerti visto che il regolamento aziendale prevede il conflitto di interesse solo nei riguardi dei parenti e degli affini? La tua azienda ti ha inflitto una sanzione disciplinare perché hai sottoscritto un documento aziendale in cui hai negato il rapporto di parentela con una persona, tuo marito o tua moglie, che hai ingaggiato?  Ti è mai capitato di sentire marito e moglie che, durante un litigio, si rivolgono la frase “Ma chi ti conosce? Mica siamo parenti!”? Se, insomma, ti sei chiesto, per curiosità o per motivi più seri, se marito e moglie siano tra loro parenti, ecco l’articolo che fa al caso tuo.

Che cos’è la parentela?

Perché tu possa farti un’idea della questione e dare una risposta alla domanda da cui sei partito, è opportuno che per prima cosa capisca che cos’è e quando si ha la parentela. In questo ti è utile il Codice Civile, che definisce la parentela come il legame che esiste tra le persone che discendono da uno stesso ascendente, chiamato stipite, sia nel caso in cui il legame nasca all’interno del matrimonio o al di fuori di esso, sia nel caso in cui il legame derivi da una adozione, ad eccezione della sola adozione di persone maggiori di età [2]. I parenti, che quindi per il Codice Civile sono tali in ragione di un vincolo di consanguineità o di un rapporto di adozione, si distinguono poi in base a:

a) le linee [3]:

si dicono, infatti:

  • parenti in linea retta le persone che discendono l’una dall’altra, quindi, ad esempio,  genitori e figli, ma anche nonni e nipoti;
  • parenti in linea collaterale le persone che non discendono l’uno dall’altro, quindi, ad esempio, i fratelli tra loro, ma anche zii e nipoti

b) i gradi [4]:

la legge riconosce fino al sesto grado incluso, facendone derivare determinati effetti giuridici, salvo che per alcuni casi specificamente determinati.

I gradi si conteggiano nel seguente modo:

  • nella linea retta, i gradi sono tanti quante sono le generazioni escluso lo stipite. Ad esempio, nipoti e nonni sono parenti di secondo grado, perché ci sono il nipote, il padre e il nonno, che, in quanto capostipite, non si conta;
  • nella linea collaterale, i gradi si computano con le generazioni, partendo da uno dei parenti fino allo stipite comune e da questo arrivando all’altro parente, sempre con esclusione dello stipite. Ad esempio, i fratelli sono parenti di secondo grado, perché ci sono il fratello 1, il padre che non si conta in quanto stipite comune ed il fratello 2.

Che cos’è l’affinità?

Sebbene tale rapporto giuridico non sia direttamente richiamato dal quesito iniziale da cui sei partito, è bene comunque che tu sappia cosa sia anche l’affinità in quanto essa è strettamente connessa alla parentela tant’è che i due concetti vengono quasi sempre citati insieme. L’affinità è definita, infatti, dal Codice Civile [5] come il vincolo che esiste tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge, nella stessa linea e con lo stesso grado della parentela a cui corrisponde l’affinità. Per esempio, quindi, se i fratelli sono tra loro parenti in linea collaterale di secondo grado, sarà altrettanto affine di secondo grado in linea collaterale il marito nei confronti del fratello della moglie.

Che cos’è il coniugio?

E veniamo, ora, al rapporto tra marito e moglie, per vedere se è esso in qualche modo sovrapponibile alla parentela o se, invece, siano rapporti distinti da cui conseguono effetti giuridici diversi. Per la verità, il rapporto tra marito e moglie (il c.d. rapporto di coniugio), a differenza della parentela e dell’affinità, non trova una sua precisa e specifica definizione nel Codice Civile. La sua essenza ed i suoi contenuti, vengono, infatti, enucleati dall’insieme delle norme della Costituzione [6] e del Codice Civile [7], che fissano complessivamente i diritti e gli obblighi che da esso discendono nei confronti dei coniugi. Pertanto, il coniugio viene comunemente definito come il rapporto che lega marito e moglie in ragione del matrimonio e che si fonda sul principio dell’uguaglianza giuridica dei coniugi.

Quale dunque la risposta al quesito?

Fermati ora un attimo qui, ai concetti sopra rapidamente analizzati, alle definizioni fornite dal Codice Civile e riproponiti la domanda iniziale, cioè se marito e moglie siano parenti. Ebbene? La tua risposta sarà negativa, in quanto ti sarà apparso di tutta evidenza come per il Codice Civile il rapporto di coniugio sia una cosa del tutto diversa rispetto al rapporto di parentela. Marito e moglie, infatti, non possono essere considerati parenti in quanto profondamente e nettamente diversa è l’origine stessa del vincolo alla base dei due rapporti, che, tra marito e moglie, è un contratto (il matrimonio, appunto) e, tra i parenti, è una consanguineità o una adozione.

Cosa dice la giurisprudenza?

Se, in punto di diritto, quindi, la questione è chiara e quindi marito e moglie non sono parenti, la giurisprudenza tuttavia non sempre l’ha vista così, arrivando ad affermare talvolta che i rapporti di parentela e di coniugio siano in qualche modo sovrapponibili tra loro. La questione, infatti, avendo implicazioni non tanto affettive, quanto piuttosto giuridiche, è stata oggetto di diverse pronunce niente di meno che della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, che rappresentano il grado più alto della giustizia, rispettivamente, civile ed amministrativa, giungendo tuttavia a posizioni diametralmente opposte. Sia l’una che l’altro si sono occupati della questione in ambito lavorativo (riferito agli ambienti accademici per quanto riguarda il Consiglio di Stato), dove, al fine di contrastare i cc. dd. nepotismi o favoritismi vari, sono previsti, quali forme di incompatibilità o divieti ai fini dell’accesso al lavoro, i rapporti di parentela ed affinità tra chi deve essere giudicato e chi deve giudicare, ma non anche il rapporto di coniugio[8]. Ciò ha, chiaramente, posto diversi dubbi interpretativi ed applicativi. Ebbene, per la Corte di Cassazione [9], a fronte di una distinta definizione nel Codice Civile delle nozioni di parentela, affinità e coniugio ed in presenza di divieti testualmente previsti solo per i parenti e gli affini e non anche per i coniugi, non è legittimo ricorrere ad una loro interpretazione estensiva per includervi anche questi ultimi, anche se il comune sentire percepisce come sovrapponibili le nozioni di parentela, affinità e coniugio. Infatti, se è vero che ubi lex voluit, dixit, se è vero che ad una norma non può essere attribuito un significato diverso da quello che essa testualmente e palesemente reca [10], eventuali incompatibilità o divieti possono valere anche nei confronti dei coniugi (oltre che dei parenti e degli affini) solo ove questi siano espressamente e testualmente contemplati e citati. Del tutto opposto, invece, è l’orientamento del Consiglio di Stato [11], per il quale anche in presenza di una norma (quale quella della Legge Gelmini, su cui si sono concentrate le sue pronunce) che non parla espressamente di coniugi, questi sono comunque colpiti dalla incompatibilità in essa prevista perché, se la ratio dell’incompatibilità si fonda sulla volontà di garantire il principio di eguaglianza e la conseguente par condicio dei candidati, a maggior ragione ciò deve valere nei confronti del rapporto di coniugio che presuppone una maggiore familiarità tra giudicante e giudicato, in ragione del suo obbligo di coabitazione [12], che per gli altri rapporti di parentela e affinità potrebbe anche non sussistere. Inoltre, se per il Codice Civile l’affinità (inclusa testualmente tra le incompatibilità) è il vincolo che lega un coniuge ai parenti dell’altro coniuge, e quindi presuppone il coniugio, a maggior ragione la ragione di incompatibilità prevista per l’affinità dovrebbe valere per il coniugio.

E’ una questione di legittimità costituzionale?

Solo di recente, però, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (che corrisponde al Consiglio di Stato per la Sicilia), discostandosi dal suddetto orientamento della giurisprudenza amministrativa ed avvicinandosi piuttosto alla posizione della Corte di Cassazione, ha respinto la possibilità di una interpretazione estensiva delle cause di incompatibilità che vorrebbe inclusi anche i coniugi seppure non testualmente previsti. Piuttosto, a conferma della diversità tra il rapporto di parentela e quello di coniugio e della conclusione che  marito e moglie non sono parenti, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, la questione  di legittimità costituzionale dell’art. 18, co. 1, lett. b), ultimo periodo, della legge n. 104 del 2010 (la più volte citata Legge Gelmini) proprio nella parte in cui esso non prevede espressamente anche il rapporto di coniugio insieme alla parentela e alla affinità [13].

Di GABRIELLA SPARANO

Come si assume una colf

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Come assumere un lavoratore domestico: colf, badante, stranieri, contratto di lavoro, dichiarazione all’Inps, nuovi voucher.

Se devi assumere la colf, la badante, il giardiniere, un manutentore, o un lavoratore domestico in generale, devi sapere che gli adempimenti legati all’assunzione sono, normalmente, più semplici rispetto a quelli necessari per assumere la generalità dei lavoratori dipendenti. Questo non vuol dire, però, che non ci siano obblighi da rispettare o difficoltà: devi infatti inquadrare il lavoratore domestico in modo corretto, redigere un contratto di lavoro ed effettuare un’apposita comunicazione all’Inps. Anche se intendi assumere la colf occasionalmente, con i nuovi voucher, ci sono numerosi passaggi da portare a termine. Gli adempimenti, poi, si complicano se ad essere assunto è un lavoratore straniero.  Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, come si assume una colf.

Quando un rapporto di lavoro è domestico?

Innanzitutto, è bene chiarire che non tutte le lavoratrici che si occupano delle pulizie sono colf e possono essere, dunque, assunte come collaboratrici domestiche.

I lavoratori domestici, difatti, prestano la propria opera per il funzionamento della vita familiare, con continuità e nell’abitazione del datore di lavoro (esclusi sporadici casi di distacco).

Il datore di lavoro può essere un privato, una famiglia o una comunità stabile senza fini di lucro.

Come deve essere inquadrata la colf?

L’inquadramento, cioè il livello al quale la colf deve essere assunta, dipende sia dalle mansioni che andrà a svolgere, che dall’esperienza e dalle responsabilità delle quali è investita. In parole semplici, il livello di appartenenza dipende dalle competenze possedute, dalle mansioni che si devono svolgere in concreto e dalle responsabilità. Per quanto riguarda lo stipendio, poi, questo cambia non soltanto in relazione al livello, ma anche all’orario di lavoro e allo svolgimento di particolari attività.

In particolare, la prestazione di lavoro domestico può essere resa in regime di:

  • convivenza, che a sua volta può essere:
    • a servizio intero;
    • a servizio ridotto, per lavoratori inquadrati nei livelli C, B e B Super e studenti di età compresa fra i 16 e i 40 anni;
  • non convivenza, a tempo pieno o parziale.

Il lavoratore domestico può essere assunto a tempo indeterminato o determinato, anche col contratto di somministrazione. Se la prestazione non è resa in modo continuativo ma occasionale, è possibile utilizzare i nuovi voucher, o Libretto famiglia.

Quali sono i livelli di inquadramento delle colf?

A seconda delle mansioni svolte e del grado di specializzazione, i lavoratori domestici sono inquadrati in quattro livelli:

  • A e AS: sono inquadrati nei livelli A e A Super i collaboratori familiari generici, non addetti all’assistenza di persone, sprovvisti di esperienza professionale o con esperienza sino a 12 mesi; rientrano in questi livelli anche i lavoratori con maggiore esperienza che, tuttavia, svolgono le mansioni indicate a livello esecutivo e sotto il diretto controllo del datore di lavoro;
  • B e BS: sono inquadrati in questi livelli i collaboratori familiari che, in possesso della necessaria esperienza, svolgono con specifica competenza le proprie mansioni, anche se soltanto a livello esecutivo;
  • C e CS: sono inquadrati nei livelli C o C Super i collaboratori familiari che possiedono conoscenze di base sia teoriche che tecniche, relative allo svolgimento delle mansioni assegnate; i lavoratori devono essere in grado di operare con totale autonomia e responsabilità;
  • D e DS: si tratta di collaboratori familiari che, in possesso dei necessari requisiti professionali, svolgono mansioni che richiedono responsabilità, autonomia decisionale o coordinamento, come l’assistenza specifica di persone non autosufficienti; è inquadrato nel livello D, ad esempio, chi lavora come maggiordomo, governante o capo cuoco, e nel livello DS la badante appositamente formata che assiste persone non autosufficienti.

Come si fa la lettera di assunzione della colf?

Il datore di lavoro domestico, una volta deciso l’inquadramento della colf, ha l’obbligo di consegnarle, prima dell’inizio dell’attività, un contratto di lavoro, o lettera di assunzione, col seguente contenuto:

  • data di inizio del rapporto di lavoro;
  • retribuzione;
  • mansioni e livello di appartenenza;
  • eventuale convivenza;
  • orario di lavoro, compresa la collocazione della mezza giornata di riposo settimanale aggiuntiva rispetto alla domenica o a un diverso festivo (ad esempio, per altra fede religiosa);
  • retribuzione pattuita;
  • contribuzione di assistenza contrattuale (Cassa Colf);
  • luogo di svolgimento dell’attività lavorativa, ed eventuali previsioni di temporanei spostamenti (villeggiatura o altri motivi legati alla famiglia);
  • periodo di ferie annuali.
  • eventuale durata del periodo di prova;
  • ulteriori clausole specifiche.

Come si comunica l’assunzione della colf?

Anche per il lavoro domestico è obbligatorio comunicare l’assunzione preventivamente. La comunicazione di assunzione preventiva, però, non si effettua con modello Unilav, come avviene per la generalità dei dipendenti, ma deve essere presentata all’Inps entro le ore 24 del giorno precedente (festivi compresi) a quello di inizio del rapporto lavorativo. La comunicazione vale anche nei confronti dei servizi competenti, come Inail e Ministero del lavoro.

L’obbligo della comunicazione vale anche se il lavoratore è inizialmente assunto in prova, e prescinde dalla durata del lavoro, della sua saltuarietà, e dal fatto che il lavoratore sia già assicurato per altre attività o titolare di pensione.

L’assunzione può essere comunicata tramite:

  • il portale web dell’Inps, utilizzando l’apposita procedura Internet di compilazione e invio on-line, qualora si possiedano le credenziali per l’accesso ai servizi;
  • il contact center Inps- Inail, al numero 803.164 da rete fissa, o al numero 06164164 da rete mobile.

La comunicazione obbligatoria di assunzione non è necessaria nel caso in cui sia utilizzato il libretto famiglia (nuovi voucher) per retribuire la prestazione; in questo caso bisogna utilizzare le procedure previste per il lavoro occasionale. Per saperne di più sull’argomento:  Guida al libretto famiglia.

Come si assume una colf straniera?

Per assumere un lavoratore straniero extracomunitario, che risulta essere residente all’estero, bisogna in primo luogo presentare, per via telematica, una domanda di nulla osta allo sportello unico per l’immigrazione. Lo sportello unico per l’immigrazione a cui inviare la domanda è quello:

  • della provincia di residenza;
  • della provincia in cui ha sede legale l’impresa;
  • della provincia in cui avrà luogo la prestazione lavorativa.

Bisogna inoltre documentare e certificare l’esistenza di un’idonea sistemazione alloggiativa per il lavoratore straniero, secondo le regole previste dalle leggi di ciascuna Regione.

La domanda di nulla osta all’assunzione di un lavoratore straniero, però, può essere presentata solo dopo la pubblicazione del cosiddetto decreto flussi, con il quale il Governo fissa ogni anno le quote massime di stranieri extracomunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro subordinato; le quote sono distinte per nazionalità dei lavoratori e per tipologia lavorativa.

Una volta accettata la domanda, il datore di lavoro è convocato per la consegna del nulla osta e per la firma del contratto di lavoro.

A questo punto, il lavoratore straniero deve chiedere all’autorità consolare italiana nel suo Paese di residenza il rilascio del visto d’ingresso. Successivamente, entro 8 giorni dall’ingresso in Italia, deve recarsi presso lo sportello unico per l’Immigrazione per presentare la domanda di permesso di soggiorno.

Se il lavoratore straniero da assumere, invece, è già residente in Italia ed è in possesso di regolare permesso di soggiorno, si può procedere direttamente all’assunzione con l’ordinaria procedura.

Come si assume una colf occasionale?

Come inizialmente esposto, il contratto di assunzione, assieme al modello Unilav, non sono necessari se deve essere svolta una prestazione di lavoro occasionale, quindi se si vogliono utilizzare i nuovi voucher, o meglio il contratto di prestazione occasionale e il libretto famiglia: il contratto di prestazione occasionale e il libretto famiglia sostituiscono infatti i vecchi voucher, con cui veniva retribuito il lavoro occasionale accessorio.

Per mettere in regola un lavoratore occasionale gli adempimenti sono differenti, a seconda del fatto che si utilizzi un contratto di prestazione occasionale (dedicato ai committenti che sono imprese, enti o professionisti) o un libretto famiglia (dedicato agli utilizzatori privati e alle famiglie).

In termini generali, gli adempimenti necessari sono i seguenti:

  • committente e lavoratore devono registrarsi sul sito dell’Inps, nella piattaforma online della sezione “Prestazioni occasionali”;
  • il committente deve dotarsi di una provvista, o portafoglio virtuale, per pagare la prestazione lavorativa, assieme ai contributi ed ai premi obbligatori;
  • il lavoratore deve fornire gli estremi utili al pagamento delle prestazioni (che è effettuato da parte dell’Inps entro il 15 del mese successivo allo svolgimento della prestazione);
  • il committente deve comunicare all’Inps l’avvio dell’attività lavorativa.

Per approfondire: Guida completa ai nuovi voucher.

Permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Lui dipendente, lei no: il marito ha diritto ai riposi se la moglie rientra al lavoro e percepisce ancora l’indennità di maternità? Il parere della Cassazione.

Sei un lavoratore dipendente ma tua moglie ha un’attività in proprio. Avete appena avuto un bambino e la mamma non sempre può lasciare il lavoro per accudire il neonato. Ti poni il problema insieme a lei di come fare per non lasciarti lo stipendio in baby sitter o, quanto meno, per limitare questa spesa. Si è posto lo stesso problema la Cassazione con una sentenza [1] che viene incontro ai genitori e boccia un ricorso dell’Inps in materia. In pratica, durante il primo anno di vita del bambino, devono essere rilasciati dei permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma ed anche se lei percepisce contemporaneamente il trattamento economico di maternità.

Diversa la situazione se entrambi i genitori sono lavoratori dipendenti: in questo caso è prevista l’alternatività di questo beneficio, cioè: o lo usufruisce la madre o lo usufruisce il padre ma non entrambi in contemporanea.

La Suprema Corte si è pronunciata sul caso di un uomo che aveva chiesto di poter avere le due ore di permesso per allattamento poiché la moglie, autonoma, era rientrata al lavoro appena 10 giorni dopo il parto, anche se lei percepiva già l’indennità. La sentenza ricorda che la legge prevede dei permessi per il padre lavoratore nel caso in cui la moglie non sia lavoratrice dipendente senza prevedere alcuna alternatività. Da qui deriva il diritto ai permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma, permessi che vengono raddoppiati in caso di parto plurimo. Lo stesso diritto di cui potrebbe godere il marito se la mamma è casalinga: i permessi spettano indipendentemente dal fatto che lei possa dimostrare o meno l’impossibilità di custodire il figlio [2].

Permessi per il figlio: i diritti del padre

Il diritto ai permessi per il figlio al padre viene riconosciuto in base al proprio orario giornaliero di lavoro in diversi casi. Nello specifico: quando:

  • il padre ha il bambino in affidamento esclusivo;
  • la moglie è deceduta o gravemente malata;
  • la moglie è lavoratrice dipendente e rinuncia ai permessi giornalieri;
  • la moglie è lavoratrice autonoma o casalinga.

La domanda per beneficiare dei permessi deve essere presentata sia al datore di lavoro sia all’Inps. Il lavoratore deve comunicare eventuali variazioni successive.

Nel primo caso, cioè quando il padre ha l’affidamento esclusivo del figlio, bisogna presentare il provvedimento formale da cui risulti questa circostanza. Se la moglie è deceduta o gravemente malata, occorre presentare una certificazione o dichiarazione sostitutiva di morte della madre o la documentazione che attesta la malattia della donna.

Quando sia il marito sia la moglie sono lavoratori dipendenti, lui può usufruire dei permessi solo se lei presenta una dichiarazione in cui attesta di non fruire delle ore di riposo per scelta o perché non le competono (ad esempio nel caso delle lavoratrici domestiche o a domicilio), dichiarazione che deve confermata dal suo datore di lavoro. Sono esclusi i casi in cui la madre non se ne avvale perché:

  • sta usufruendo del congedo di maternità o parentale in relazione allo stesso figlio;
  • si assenta per un motivo che determina la sospensione del rapporto di lavoro (ad esempio un’aspettativa).

Infine, nel caso del padre lavoratore dipendente e della madre autonoma, occorre certificare l’attività di lavoro non dipendente. Il marito può beneficiare dei permessi per il figlio dal giorno successivo al congedo di maternità della moglie, sempre che questa non abbia richiesto il congedo parentale.

In caso di parto plurimo, che prevede il raddoppio dei permessi, il padre può:

  • utilizzare le ore aggiuntive anche se la madre sta usufruendo di periodi di congedo di maternità o parentale;
  • utilizzare i riposi durante i 3 mesi dopo il parto e durante l’eventuale periodo di congedo parentale della madre nella misura di 2 ore o di 1 ora a seconda dell’orario di lavoro.

Permessi per il figlio: cosa dice la Cassazione

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha dato torto all’Inps sui permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma. L’Istituto di previdenza, infatti, sosteneva che, anche se c’è una differenza di trattamento economico tra la lavoratrice dipendente e quella autonoma, questo non incide sulla sussidiarietà ed alternatività dei riposi giornalieri e delle indennità di maternità. Significa, secondo l’Inps, che non è accettabile il cumulo dei permessi.

Diverso il parere della Corte Suprema, secondo cui appare evidente il fatto che l’alternatività nel godere dei permessi da parte del padre [3] è prevista soltanto per quanto riguarda la madre lavoratrice dipendente che non li richiede. La legge, invece, prevede in modo ampio il diritto del padre ai permessi quando la madre non è lavoratrice dipendente, cioè è autonoma o casalinga. Ma non dice nulla sull’alternatività in questi casi. Ecco perché il marito può richiedere i riposi anche mentre la moglie riceve l’indennità di maternità.

Il perché di questo ragionamento è subito spiegato: la Cassazione ricorda, innanzitutto, la diversa condizione lavorativa delle autonome per le quali, da una parte, si prevede una tutela economica differente rispetto alle lavoratrici dipendenti e, dall’altra, è contemplato il diritto a rientrare al lavoro in qualsiasi momento, quindi anche mentre riceve l’indennità di maternità. Cosa che, invece, le dipendenti non possono fare perché per loro è previsto un periodo di astensione obbligatoria dopo il parto.

In altre parole: visto che entrambi i genitori possono lavorare subito dopo la nascita del figlio, è più funzionale – secondo la Cassazione – affidare a loro la possibilità di organizzarsi con i benefici stabiliti dalla legge e, quindi, concedere dei permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma anche quando lei percepisce il trattamento economico della maternità, non incompatibile, peraltro, con la ripresa dell’attività.

Troppe malattie: posso licenziare?

Posted on : 09-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Un numero eccessivo di assenze per malattia del dipendente può portare al datore di lavoro seri problemi organizzativi e gestionali.

Il lavoratore dipendente ha diritto, quando è malato, ad assentarsi dal luogo di lavoro e stare a casa, presentando al datore di lavoro un idoneo certificato medico. Può, però, accadere che le assenze per malattia, anche se tutte giustificate e provviste di certificato medico, siano continue e magari agganciate a giorni di ferie e/o di riposo. In queste situazioni il tasso di assenza del dipendente è talmente alto da creare un disagio organizzativo al datore di lavoro. Turni da rifare, persone in ferie o in permesso da richiamare in servizio, disagi verso i clienti e verso i fornitori: sono solo alcune delle problematiche che un assenteismo eccessivo a a singhiozzo può portare all’azienda. In questi casi il datore di lavoro si chiede: troppe malattie: posso licenziare?.

La tutela della malattia

Il rapporto di lavoro, come tutti i rapporti contrattuali, è un rapporto di scambio. Il dipendente fornisce al datore di lavoro la propria prestazione lavorativa ed il datore di lavoro, in cambio, paga il dipendente, gli versa i contributi, etc. In teoria se il dipendente non lavora non dovrebbe avere diritto a ricevere alcunchè essendo, appunto, il rapporto di lavoro un rapporto di scambio, dare e ricevere. Per tutelare la persona del lavoratore, tuttavia, ci sono dei casi nei quali il dipendente ha diritto ad essere regolarmente pagato anche se non fornisce la prestazione di lavoro. Ciò avviene, tra le altre, nelle seguenti occasioni:

  • ferie;
  • permessi retribuiti;
  • assenza per malattia e/o infortunio;
  • eventuali altri congedi retribuiti previsti dai contratti collettivi di lavoro (congedo per matrimonio; congedo per la nascita del figlio; permessi per motivi di studio e/o formazione, etc.).

La malattia è uno di quegli eventi che da diritto al dipendente di non recarsi al lavoro mantenendo comunque il diritto alla retribuzione. La tutela del dipendente in malattia non è, in verità, infinita. La legge stabilisce [1] che il datore di lavoro non possa licenziare il dipendente in malattia per un determinato periodo di tempo che viene stabiito dai contratti collettivi nazionali di lavoro e che è detto periodo di comporto. Terminato questo periodo se il dipendente non riesce a tornare in servizio, ad esempio perché la malattia persiste, il datore di lavoro può licenziarlo per superamento del periodo di comporto. E’ evidente che la malattia costituisce una ipotesi di assenza giustificata dal posto di lavoro solo se adeguatamente certificata da un medico e se il dipendente avverte l’azienda del proprio stato di malattia e, dunque, della sua assenza nei termini prescritti. Bisognerà dunque leggere nelle policy aziendali o nel Regolamento Disciplinare Aziendale con quali modalità deve essere comunicata l’assenza per malattia e come va inoltrato il relativo certificato che, oggi, in realtà, inoltra automaticamente il medico all’azienda. In ogni caso vale sempre il principio del buon senso, della buona fede e della correttezza. Il dipendente ha diritto a starsene a casa se malato ma deve comunque cercare, con fare collaborativo, di ridurre al minimo i disagi che la sua assenza comporta e, sotto questo punto di vista, comunicare per tempo che non ci si recherà al lavoro è senza dubbio una norma di correttezza. Durante la malattia, inoltre, il dipendente deve rispettare le cosiddette fasce protette, ossia delle fasce orarie durante le quali un ispettore dell’Inps potrebbe recarsi a casa del dipendente a verificare il suo effettivo stato di malattia. Occorre, però, notare che l’ispettore Inps di fatto si limita a verificare che il lavoratore stia a casa al riposo e non può entrare nel merito dello stato di malattia del lavoratore. Non può, cioè, fare accertamenti per vedere se la malattia dichiarata dal medico sia reale o meno. In ogni caso il dipendente in malattia deve tenere un comportamento tale da favorire la pronta guarigione e, dunque, il ritorno al lavoro.

Il licenziamento per eccessiva morbilità

E’ evidente che il fatto di ammalarsi e di assentarsi dal lavoro perché si è malati non costituisce assolutamente un motivo di licenziamento. Anzi, è vero l’esatto contrario. Come detto il dipendente durante la malattia non può essere licenziato se non alla fine del periodo di comporto. Il licenziamento intimato al dipendente in malattia è nullo e l’azienda rischia, dunque, di dover reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro e pagargli tutti gli stipendi che gli avrebbe dovuto pagare se non fosse mai stato licenziato. Può, però, accadere che anche se il periodo di comporto non viene superato, il continuo ammalarsi ed assentarsi del dipendente finisca per tradursi in un problema organizzativo per l’azienda che non riesce più ad ottenere da quel dipendente le prestazioni di lavoro per le quali lo ha assunto. Quando accade questo l’azienda matura la volontà di licenziare il dipendente non per moivi disciplinari, legati ad una presunta “colpa” del lavoratore, ma per motivi oggettivi ed organizzativi e cioè perchè la prestazione del dipendente, con la sua eccessiva discontinuità, finisce per essere inutile nel contesto aziendale per le finalità per cui quel lavoratore era stato assunto. La giurisprudenza [2] ha ammesso che è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo [3] intimato per scarso rendimento dovuto ad assenze continuative per malattia qualora la condotta, ancorché incolpevole, incida – sulla scorta della valutazione complessiva dell’attività resa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro – sull’organizzazione dell’impresa. L’argomento richiede, in ogni caso, estrema prudenza e ogni caso va valutato singolarmente. Nel caso esaminato dal Tribunale di Milano, il dipendente si assentava per malattia in momenti spesso coincidenti con il weekend e/o i periodi feriali e comunicava i relativi impedimenti all’ultimo momento. La discontinuità della presenza del lavoratore era talmente marcata che l’azienda aveva potuto contare, negli ultimi sei anni del rapporto di lavoro, soltanto su una limitatissima e discontinua presenza annuale del lavoratore in azienda, assente per un tempo complessivo che si approssimava al limite del periodo di comporto.
Il lavoratore, peraltro, era addetto ad un’attività di vigilanza e di guardiania organizzata su tre turni di lavoro. La datrice di lavoro confidava sulla presenza quotidiana e con ragionevole continuità temporale dei singoli addetti, in quanto, in caso di assenza, si sarebbe realizzata la scopertura di alcuni dei servizi resi e la conseguente possibile perdita di alcuni appalti. La condotta del dipendente era fonte di continui disservizi e costringeva tanto la società quanto i colleghi – spesso richiamati all’ultimo e durante i periodi di riposo – a doversi riorganizzare in tempi stretti con conseguenti disfunzioni e ritardi. Per tali ragioni il Tribunale di Milano constata che la prestazione lavorativa del dipendente era divenuta completamente inutile e anche dannosa per l’organizzazione aziendale. Veniva così giudicato legittimo il licenziamento del dipendente per motivi oggettivi, legati all’organizzazione aziendale. Nel ragionamento seguito dai giudici di Milano la “malattia non viene in rilievo di per sé… ma in quanto le assenze in questione, anche se incolpevoli, davano luogo a scarso rendimento e rendevano la prestazione non più utile per il datore di lavoro, incidendo negativamente sulla produzione aziendale”. Questa decisione non può, comunque, sdoganare con superficialità il licenziamento per eccessiva morbilità che resta un’eccezione alla regola secondo cui, durante la malattia, il dipendente non può essere licenziato se non dopo aver superato il periodo di comporto. Anzi. Occorre prestare molta attenzione. Di recente la Cote di Giustizia dell’Unione Europea ha affermato che [4] il licenziamento legittimo per eccessiva morbilità può integrare la discriminazione indiretta per disabilità. Il licenziamento per un numero eccessivo di assenza giustificate potrebbe dunque, incerti casi tradursi addirittura in una discriminazione indiretta a danno del dipendente, con tutte le conseguenze negative del caso.

Licenziamento disciplinare del malato

La tutela contro il licenziamento del dipendente in malattia non si applica in caso di:

  • licenziamento per giusta causa del dipendente. Se il datore di lavoro, pur in presenza di un’assenza per malattia del dipendente, viene a conoscenza di un fatto commesso dal lavoratore talmente grave da ledere in maniera definitiva il vincolo fiduciario, l’azienda può licenziare il lavoratore per giusta causa pure se durante il periodo di malattia;
  • licenziamento del dipendente per irreversibilità della malattia;
  • licenziamento per cessazione dell’attività aziendale.

Il licenziamento per giusta causa potrebbe essere anche connesso allo stato di malattia. Come detto, infatti, il dipendente deve fare sì che la guarigione arrivi prima possibile e non deve porre in essere comportamenti che possano aggravare il proprio stato di malattia o ritardare la guarigione ed il rientro al lavoro. Si pensi al caso dell’azienda che scopre il dipendente che durante la malattia sta compiendo un lavoro molto faticoso. In questo caso il datore di lavoro può avviare un procedimento disciplinare a carico del dipendente che, aggravando il proprio stato morboso, ha commesso un illecito disciplinare ed ha anche palesato il fatto che il suo stato di malattia non era realmente sussistente. In questo caso, tuttavia, il licenziamento non verrebbe intimato per un motivo organizzativo aziendale ma per una colpa del dipendente e andrebbe, dunque, seguito il procedimento disciplinare previsto per la contestazione delle infrazioni e la successiva adozione di sanzioni disciplinari [5].