Come tradire via WhatsApp senza essere scoperti

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tradimento su WhatsApp: come evitare di essere scoperti dal partner? Ecco alcuni utili consigli per usare WhatsApp senza che la propria privacy sia violata.

«Non parlare se lì c’è lei, lascia parlare me, dì sì o no»: così recita il testo di una nota canzone italiana interpretata da Claudia Mori. La storia è sempre la stessa: una donna chiama l’amante al telefono, il quale però, non potendo parlare perché ha accanto la moglie, deve fingere che dall’altra parte della cornetta ci sia un dottore ed è costretto ad esprimersi a monosillabi per non farsi scoprire. Era il 1974. Oggi, quasi mezzo secolo dopo, l’infedeltà è rimasta la stessa, mentre i mezzi per comunicare messaggi focosi sono mutati: alla vecchia telefonata si preferisce sempre più un veloce WhatsApp oppure una nota vocale. Il pericolo di essere smascherati, però, sussiste sempre. Sicuramente, ti sarai chiesto, anche solo per curiosità, se è possibile tradire via WhatsApp senza essere scoperti. La risposta dipende dalle precauzioni che il fedifrago intende adottare.

Innanzitutto, va detto che WhatsApp, in linea di massima, è uno strumento di comunicazione tra i più sicuri: la crittografia di cui è dotato impedisce a chiunque di intercettare la conversazione che avviene tra due persone. Nemmeno WhatsApp sa cosa qual è il contenuto delle chat dei suoi clienti. Eppure, questo non significa che le nostre conversazioni siano al sicuro da occhi indiscreti: il partner potrebbe, infatti, accedere direttamente al dispositivo (smartphone, computer o tablet) dal quale si chatta e scoprirne il contenuto. Tra l’altro, in un caso del genere, il coniuge tradito potrebbe anche trascrivere le conversazioni, oppure farne copia o fotografarle, e portarle in giudizio per farle valere in un eventuale processo per separazione o divorzio. E allora: come tradire su WhatsApp senza essere scoperti? Vediamo insieme qualche consiglio utile.

Messaggi WhatsApp: sono sicuri?

Partiamo da una domanda di fondo: i messaggi (e, in genere, tutte le conversazioni su WhatsApp) sono sicuri? Come anticipato nell’introduzione, la risposta è positiva. Ciò perché WhatsApp (come oramai qualsiasi sistema di messaggistica istantanea) protegge tutte le conversazioni, sia che avvengano mediante messaggi che tramite chiamata o videochiamata, attraverso crittografia end-to-end. Di cosa si tratta?

La crittografia end-to-end impedisce di intercettare le chat tra utenti WhatsApp: ciò significa che nessuno (nemmeno WhatsApp stesso) può “intromettersi” intercettando il contenuto della comunicazione oppure registrandolo. Insomma: solamente destinatario e mittente possono avere conoscenza della chat.

Ciò non toglie, ovviamente, che si possa prendere possesso dello smartphone e svelarne gli arcani segreti: la crittografia end-to-end è stata ideata per proteggere gli utenti dagli attacchi degli hacker o, più in generale, dalle intercettazioni, ma non dalle mogli gelose.

Come scoprire i tradimenti su WhatsApp?

Sun Tzu, lo stratega militare cinese noto per la sua Arte della guerra, diceva: «Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura». Per comprendere efficacemente come tradire via WhatsApp senza essere scoperti, dunque, è bene conoscere dapprima come si potrebbe essere smascherati. In altre parole, come in una partita a scacchi, analizziamo prima i punti deboli di WhatsApp per poi giungere a comprendere come chattare senza farsi sorprendere.

Ebbene, sappi che, nonostante sia praticamente impossibile effettuare un’intercettazione telefonica su WhatsApp, scoprire un tradimento non è così difficile. Innanzitutto, la cosa più scontata che potrebbe fare il tuo partner è quella di prendere visione direttamente delle chat presenti sul tuo cellulare.

Mi dirai: nulla di più semplice per evitare di essere scoperti; basta archiviare o cancellare la chat. Sbagliato. Tieni bene a mente che le chat archiviate restano comunque visibili sul cellulare; quelle cancellate, poi, sebbene apparentemente non più visibili, possono essere estratte dal cellulare mediante appositi software o analisi di perito. In altre parole, dei tuoi messaggi resta comunque traccia sul dispositivo, anche se hai eliminato definitivamente la chat.

In secondo luogo, un compagno/compagna particolarmente geloso/a potrebbe affidarsi ad un’agenzia investigativa per mettere sotto controllo il tuo smartphone. Poiché, come detto, un’intercettazione telefonica in piena regola non darebbe frutti, è possibile inserire una cimice nel cellulare affinché registri, proprio come un microfono, ciò che tu dici.

Lo stesso risultato si può ottenere con un’attenta operazione di hackeraggio: infettando il tuo smartphone con un apposito software (un virus, insomma), è possibile registrare le tue conversazioni vocali ed ottenere lo stesso risultato di un’intercettazione ambientale.

Un altro metodo per accedere alle tue chat private pur non avendo la disponibilità del telefonino è quello di ricorrere a WhatsApp Web: si tratta del software che consente di utilizzare WhatsApp direttamente dal computer. Se hai dimenticato di sganciare il tuo smartphone dal computer, le chat saranno visualizzabili anche da lì: basta un attimo e la frittata è fatta.

Tradimento su WhatsApp: come non farsi scoprire?

Ora che conosciamo le maggiori falle di WhatsApp o, comunque, i modi più comuni per scoprire le chat bollenti e proibite degli italiani, vediamo come non cadere in errore (sarebbe meglio spiegare come non cadere in tentazione, ma questa è un’altra storia…) e, dunque, come tradire via WhatsApp senza essere scoperti.

Archiviare chat WhatsApp per nascondere il tradimento

Innanzitutto, se chatti con il tuo/la tua amante, è praticamente inutile che tu archivi la chat: l’archiviazione, infatti, non elimina la conversazione, ma semplicemente la inserisce in una sezione ad essa dedicata. Se si tratta di un cellulare con sistema operativo Android, l’archiviazione “spinge in basso”, in fondo a tutti i tuoi contatti, la chat oggetto della tua attenzione: per vedere le chat archiviate tramite l’applicazione di WhatsApp su Android, quindi, non bisogna fare altro che scorrere l’elenco delle chat verso il basso, fino a che non arrivi alla fine.

Nell’applicazione di WhatsApp su dispositivi iOS (Iphone, in pratica), invece, la lista delle chat archiviate sarà più facilmente visibile: ti basterà scorrere dal basso verso l’alto la lista delle conversazioni presenti nella schermata Chat di WhatsApp. Comparirà quindi la voce Chat Archiviate e il numero corrispondente alle conversazioni archiviate.

Quindi, se non vuoi farti scoprire ti consiglio di non utilizzare il sistema dell’archiviazione, poiché la chat non viene cancellata e, quindi, è sempre recuperabile. Anzi, archiviare una chat, anche se effettuata con persona dal nome non compromettente, può comunque insospettire il tuo partner: dunque, anche se decidi di chiamare la tua amante col nome fittizio di Mario per non destare sospetti e poi archivi la chat, desterai comunque sospetti sul perché hai archiviato quella conversazione.

Eliminare le chat WhatsApp per non far scoprire il tradimento

Se non vuoi farti scoprire dal tuo partner, il metodo più sicuro è quello di cancellare le conversazioni più compromettenti: l’archiviazione, infatti, è inutile. L’unico modo consiste nell’eliminare definitivamente i messaggi e le chiamate effettuate.

Come detto qualche paragrafo fa, nemmeno questa operazione è totalmente sicura: ed infatti, se si sottoponesse il tuo smartphone a perizia, si potrebbero estrarre i “tabulati” delle tue conversazioni, le quali restano salvate sul dispositivo nonostante l’eliminazione. Ovviamente, si tratta di un’operazione complessa, che difficilmente il partner tradito potrebbe fare da solo, senza l’aiuto di persone esperte.

In tribunale, un’operazione del genere è demandata ad apposita perizia da effettuarsi sullo smartphone, solo a richiesta di parte e su ordine del giudice. Se ne vuoi sapere di più su questo specifico argomento, ti invito a leggere il mio articolo su Come richiedere tabulati messaggi WhatsApp.

Come rendere segrete le chat WhatsApp?

A differenza di altri sistemi di messaggistica istantanea (tipo Telegram), WhatsApp non consente di utilizzare le chat a tempo, cioè quelle dotate di un timer che, una volta impostato, provvede ad eliminare automaticamente la conversazione.

Quello che puoi fare per non far scoprire il tuo tradimento su WhatsApp è scaricare un’app che ti consenta di impostare una password. In pratica, è come mettere un lucchetto: puoi impostare un codice senza il quale non è possibile accedere a WhatsApp. Ovviamente, questa operazione nutrirà leciti sospetti.

Tradimento: chiamate e videochiamate WhatsApp sono sicure?

Come detto più volte, ogni tipo di conversazione fatta con WhatsApp è protetta da una cifratura che non consente ad alcuno di procedere ad intercettazione. Questo non significa che non si possa (con procedure illegali) captare il contenuto di chiamate e videochiamate: ed infatti, attraverso sofisticati software, è possibile prendere il controllo degli elementi hardware del dispositivo (ad esempio, del microfono) e attivarlo a proprio piacimento.

Così facendo, il tuo telefonino verrà utilizzato per effettuare delle vere e proprie intercettazioni ambientali, capaci di registrare tutto ciò che dici non solo mentre parli a telefono, ma anche mentre parli con altre persone e il tuo telefono è nei paraggi.

Il consiglio, quindi, è di utilizzare le chiamate o le videochiamate solo occasionalmente, visto che comunque sono più sicure dei messaggi: ed infatti, la chiamata viene registrata da WhatsApp, ma ovviamente il tuo partner, salvo il caso che ti ho appena narrato sopra, non potrà avere conoscenza del contenuto.

Se vuoi stare ancora più tranquillo, provvedi sempre a cancellare la chiamata WhatsApp subito dopo averla fatta: a differenza dei messaggi, non è prevista l’impostazione di archiviazione e, quindi, potrai solamente cancellarla.

Traffico dati WhatsApp: come non far scoprire il tradimento

Devi sapere che WhatsApp registra tutte le operazioni che compi con l’app: esiste, infatti, una sezione dedicata al traffico dati, nel quale è possibile effettuare una vera e propria visura di tutte le tue attività. Per accedere a questa sezione, basta cliccare in alto a destra su impostazioni, poi su Utilizzo dati e archivio; qui, cliccando su Utilizzo archivio, troverai i contatti con cui hai chattato di più, calcolato in base allo scambio di dati. In cima alla lista troverai le persone con cui hai scambiato più messaggi, file e contenuti di ogni tipo.

Se vuoi stare tranquillo, ti consiglio di controllare periodicamente questo archivio e di eliminare i contatti che possono destare sospetti nel tuo partner.

Foto WhatsApp: come non farsi scoprire?

Ricorda che le foto e i video che scambi via WhatsApp, anche se eliminati dalla chat, potrebbero rimanere salvati nell’archivio del tuo smartphone: pertanto, controlla bene nelle cartelle del tuo cellulare, perché alcune foto compromettenti potrebbero ancora essere lì, pronte a comprometterti.

WhatsApp Web: come nascondere il tradimento?

Se utilizzi spesso il computer per lavoro, allora sicuramente utilizzerai WhatsApp Web, il software che ti consente di agganciare il tuo WhatsApp del cellulare al pc, in modo tale che, per chattare, ti basterà mettere in pausa la finestra di lavoro e utilizzare comodamente l’ampia tastiera del computer.

Ebbene, se dimentichi di scollegare il tuo WhatsApp dal computer, il tuo partner potrebbe accedervi tranquillamente mentre tu sei via, vedendo in diretta le tue chat riservate. Per evitare ciò, quando hai terminato con il pc, ricorda di cliccare, dal menù Whatsapp Web, la voce Disconnetti tutti i computer: così facendo tutti i dispositivi connessi all’account verranno disconnessi e bisognerà scansionare di nuovo il QR Code per collegare di nuovo il telefonino al computer.

Quale mutuo conviene?

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Finanziamento per acquisto casa: la soluzione ottimale in base al tuo stipendio e al reddito della famiglia. Tasso fisso o variabile? Come abbassare interessi, rata e assicurazione. 

La scelta del mutuo è un momento che può decidere il futuro dei tuoi prossimi 15-20 anni. Sarà bene quindi che tu sia consapevole dei rischi e delle opportunità che offre il mercato. Le banche difatti non brillano certo per trasparenza e chiarezza di informazione ai propri clienti. Né la lettura dei contratti potrà aiutarti a stabilire quale mutuo scegliere. Dovresti avvalerti di un consulente indipendente che sappia come muoversi all’interno delle varie offerte o, in alternativa, acquisire da te le informazioni più importanti. Sicuramente i consigli di chi ha già maturato esperienza sul campo possono rivelarsi una grande risorsa. In alternativa potrai acquisire suggerimenti anche tramite internet. Ma anche qui dovrai fare attenzione: tra i primi risultati di ricerca di Google troverai numerosi link con annunci sponsorizzati che, di solito, non sono completamente imparziali (li riconosci perché, nella descrizione, è riportata la dicitura “Annuncio”).

Qui di seguito vogliamo darti qualche pratico consiglio su quale mutuo conviene in modo che, nel momento in cui ti presenterai allo sportello della tua banca, tu sia pienamente informato su quali sono i tuoi diritti e cosa prevede la legge in favore del cliente. Ma procediamo con ordine.

Quale mutuo è più conveniente?

Spesso, per stabilire quale mutuo conviene, si guarda al tasso di interesse praticato dalla banca (il cosiddetto Tan). È tuttavia una mossa sbagliata. Gli interessi, infatti, rivelano solo una delle componenti di spesa collegate al finanziamento. Il cliente è chiamato a sostenere tutta una serie di costi aggiuntivi che, spesso, possono rendere più conveniente il mutuo ad un tasso di interesse superiore. Si pensi, ad esempio, alla commissione per l’apertura della pratica, a quelli per l’istruttoria, a quelli per la perizia sull’immobile, all’assicurazione obbligatoria contro scoppio e incendio, ecc.

Uun mutuo con un Tan molto basso ma spese elevate può avere un Taeg più alto di un mutuo con un Tan più elevato ma minori spese; per questo confrontare anche i Taeg è fondamentale per farsi un’idea più precisa della reale convenienza delle varie opzioni.

Esiste però un indice che calcola tutte le spese del mutuo (interessi e servizi accessori) che inequivocabilmente rivela quale mutuo è più conveniente. Questo indicatore si chiama Taeg. Tanto più è basso il Taeg, tanto più è economico il mutuo.

Nel momento, dunque, in cui selezionerai le varie offerte delle banche, non prendere a riferimento i tassi di interesse per stabilire quale mutuo scegliere, ma il Taeg.

Ricordati che la legge prevede la cosiddetta portabilità ossia la possibilità, in corso di esecuzione del contratto, di “spostare” il finanziamento presso un altro istituto di credito che magari pratica interessi più bassi.

Tasso fisso o tasso variabile?

Quando ci si interroga su quale mutuo scegliere si guarda innanzitutto alla tipologia degli interessi. Il mutuo a tasso fisso prevede gli interessi bloccati per tutta la durata del finanziamento. Quello a tasso variabile invece prevede delle fluttuazioni legate all’economia nazionale e all’inflazione. Sicuramente il mutuo a tasso fisso è più sicuro ma è anche più caro. Quello a tasso variabile è, di solito, più economico ma espone ai rischi di un cambiamento futuro. Tuttavia, nei mutui di breve durata (non più di 10 anni), atteso che il corso economico di una nazione difficilmente cambia all’improvviso, può essere più conveniente il mutuo a tasso variabile.

Tieni conto che, in corso di esecuzione del mutuo, potrai sempre modificare il contratto. Puoi così cambiare il tasso fisso in variabile o viceversa.

Mutuo a breve, medio o lungo termine?

Tieni conto che, in una gestione oculata e prudente del budget familiare, il mutuo non dovrebbe mai superare un terzo dello stipendio. Nel tenere conto di questo aspetto, potrai stabilire la durata del finanziamento secondo le tue possibilità. Chiaramente una durata breve fa risparmiare molti interessi, ma implica rate elevate, mentre allungando la durata, la rata si riduce e diventa meno pesante, ma cresce il totale degli interessi pagati.

Come ridurre l’assicurazione sulla casa

L’istituto di credito ti chiederà un’assicurazione – obbligatoria per legge – contro incendio e scoppio. La tua banca non ti dirà che hai diritto di optare per una compagnia diversa da quella che ti viene suggerita dalla banca stessa. Ad esempio potresti andare dal tuo agente assicurativo che già gestisce la tua rc-auto per chiedere un preventivo. L’assicurazione scelta dal cliente è di solito più economica di qualche centinaio di euro rispetto a quella imposta dall’istituto mutuante.

Ricordati che la banca, nel chiederti una polizza, non può importi di assicurare altri rischi all’infuori dello scoppio e dell’incendio. Tieni poi conto che si tratta di una polizza da pagare una tantum e non annualmente.

Le altre assicurazioni

Come detto l’unica assicurazione obbligatoria è quella contro lo scoppio e l’incendio. Gli istituti di credito tendono a far credere ai propri clienti che sia necessario stipulare altre polizze che, seppur utili e convenienti, non sono però dovute. Ad esempio, è il caso dell’assicurazione per garantire il rimborso del mutuo in caso di morte, invalidità, infortuni o perdita del lavoro dell’intestatario: queste polizze possono essere molto care, ma proteggono da imprevisti gravi.

Chi paga il notaio?

L’onorario del notaio che redigerà il mutuo è a carico del cliente. Anche qui ti consigliamo di chiedere dei preventivi atteso che il mercato è ormai liberalizzato e non prevede delle tariffe fisse.

Ricordati che al notaio non paghi solo la sua parcella ma anche le tasse da versare allo Stato per il mutuo e la compravendita dell’immobile. Poi ci sono i contributi per l’archivio nazionale notarile, con Iva al 22%, le somme dovute a titolo di rimborso delle visure. Per valutare quale notaio è più conveniente dovrai prendere a riferimento solo la voce dell’onorario, che è il compenso del professionista, perché il resto delle spese sono in sostanza uguali.

Come ridurre il tasso di interesse del mutuo?

Spesso ci viene chiesto «come ridurre gli interessi di un mutuo». Se il mutuatario dispone della liquidità sufficiente da versare al venditore, farà bene a chiedere un mutuo per un valore inferiore al 50% (calcolato sul valore dell’immobile risultante dalla perizia del fiduciario della banca). Scendendo sotto tale soglia, infatti, il tasso di interesse si abbassa considerevolmente.

Estinguere prima il mutuo è conveniente?

Per legge il contratto di mutuo deve consentirti la possibilità di chiudere anticipatamente il mutuo, pagando tutto l’importo, senza dover versare penali. Tieni conto però che questa opportunità può essere conveniente solo se esercitata prima della metà della durata del mutuo. In questa prima fase, infatti, la rata è costituita prevalentemente dagli interessi. Successivamente, il mutuatario paga solo il capitale. Sicché non ha più senso estinguere prima il mutuo per ridurre gli interessi (essendo stati questi già onorati).

Mutuo: quanto copre?

Le banche non possono finanziare più dell’80% del valore dell’immobile per come risulta dalla perizia del fiduciario. Ciò per tutelare la stabilità del sistema bancario che, in caso di inadempimento del cliente, sarebbe soggetto a un rischio eccessivo. Tuttavia la legge consente la possibilità di ottenere un mutuo fino al 100% del prezzo se, oltre all’ipoteca legale sulla casa concessa dall’acquirente, vengono offerte altre garanzie: ad esempio l’ipoteca su un altro immobile o la fideiussione di un parente del mutuatario. Ad esempio se hai un genitore o un fratello con uno stipendio solido questi potrà fungerti da garante per ottenere un mutuo di oltre l’80% del valore dell’immobile.

Non è garantito però che la banca conceda fino all’80% del valore, quindi è meglio disporre di un capitale almeno leggermente superiore al restante 20%. Ricordati peraltro che devi anche calcolare tutti i costi connessi al mutuo (pagare il notaio, il perito, ecc.). Peraltro aumentando la percentuale di soldi che si mette come anticipo si ottengono tassi leggermente più bassi e si riduce l’importo della rata: chiaramente occorre valutare se e quanto denaro tenersi.

Detrazioni interessi

Se stai comprando la «prima casa» puoi detrarre dalle tasse il 19% degli interessi mensili. In pratica, la banca a fine anno ti trasmetterà una certificazione che dovrai consegnare al tuo commercialista per il calcolo delle detrazioni.

Profilo hackerato: come fare?

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa fare se ti hanno hackerato il profilo? Quali reati sono stati commessi? Come fare segnalazione a Facebook o Instagram? Come fare dalla polizia postale?

In un mondo virtuale, fatto di identità virtuali e di soldi virtuali, non potevano che trasformarsi anche i reati, anch’essi oramai virtuali, ma con effetti ben concreti sulla realtà. Di cosa sto parlando? Mi riferisco ai criminali che agiscono sul web, che sfruttano le loro competenze tecnologiche per violare account e truffare i poveri malcapitati. Sempre più spesso i pirati del web attaccano i profili dei social network, rubando le credenziali e sfruttandoli per i loro scopi. Come fare nel caso di profilo hackerato? Ecco di seguito alcune indicazioni che spero potranno esserti utili.

Hackeraggio: cosa significa?

Prima di vedere cosa fare se ti hanno hackerato il profilo, vorrei spiegarti brevemente in cosa può consistere l’hackeraggio. Come sicuramente saprai, gli hacker sono degli individui particolarmente esperti di tecnologia e, soprattutto, di informatica. Il problema è che essi utilizzano le proprie competenze per commettere degli illeciti, spesso dei reati (leggi il mio articolo Hacker: è reato? se ne vuoi sapere di più).

In cosa consiste l’hackeraggio? Non c’è un’unica attività a cui è possibile ricondurre l’azione di questi criminali: per lo più, il loro obiettivo è quello di introdursi nei computer privati al fine di rubarne i dati, così da poter ricattare il povero sventurato. Ma non solo.

Gli hacker possono addirittura infettare con appositi virus i dispositivi degli altri utenti e utilizzarli per compiere delle vere e proprie intercettazioni. Ancora, gli hacker possono riuscire ad avere accesso alle password memorizzate sul computer, in modo tale da poter accedere ai propri profili personali: non soltanto social network, ma anche servizi di home banking, email e pec.

Con questo articolo mi soffermerò esclusivamente sull’hackeraggio di cui sono vittime gli internauti che sono iscritti in un social network. Spiegheremo pertanto come fare in caso di profilo hackerato.

Profilo hackerato: cosa fare?

Un giorno come tanti, dopo aver svolto le tue faccende, ti siedi al computer di casa, ti colleghi a Facebook oppure ad Instagram, inserisci le tue credenziali, ma ti accorgi che non puoi entrare: il sistema ti segnala che la password è sbagliata. Riprovi, pensando di aver commesso un errore, ma non c’è niente da fare: non riesci ad accedere al tuo profilo. Insospettito, chiami un tuo amico e gli chiedi di controllare sul social se il tuo profilo esiste ancora; la risposta è positiva. Per di più, risulta anche attivo in chat.

In un caso del genere, è evidente che qualcuno ha hackerato il tuo profilo, nel senso che è riuscito ad ottenere le credenziali e ad entrare. In genere, ci si accorge di ciò proprio perché non si riesce ad accedere al proprio avatar; altre volte, accade di essere avvertiti dagli amici che, prima di te, si sono resi conto che il tuo profilo è “impazzito” e pubblica contenuti anomali o addirittura vietati (filmati pornografici, ad esempio). Cosa fare davanti ad un profilo hackerato?

Ebbene, se hai perso il controllo della tua identità virtuale perché qualcuno è entrato al posto tuo e ha “gettato le chiavi”, nel senso che ha cambiato la password, allora devi fare due cose: segnalare il problema al social network e sporgere denuncia.

Segnalare un profilo hackerato: come fare?

Se il tuo profilo hackerato pubblica contenuti compromettenti oppure che ledono la tua privacy, prima ancora di sporgere denuncia prenditi due minuti di tempo per segnalare il fatto al social network. Ogni piattaforma prevede una procedura del genere: non ti sarà difficile, quindi, segnalare l’illecito.

Per quanto riguarda Facebook, occorre visitare la pagina dedicata agli Account falsi o vittime di hacker, presente nel Centro assistenza. Qui troverai spiegato passo passo cosa fare se il tuo profilo è stato hackerato.

Anche Instagram è dotato di un servizio del tutto simile: ti basterà selezionare su ‘Richiedi assistenza all’accesso’ e, dopo, sulla voce “Hai bisogno di ulteriore assistenza?”.

Come denunciare un profilo hackerato?

Dopodiché, cioè dopo aver segnalato il problema al social in modo che proceda a bloccare il profilo hackerato, devi recarti dalle autorità per sporgere denuncia: ciò di cui sei stato vittima, infatti, è un reato in piena regola, denominato accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico [1], punito con la reclusione fino a tre anni. Inoltre, se l’hacker utilizza il tuo profilo spacciandosi per te, allora si integra anche il reato di sostituzione di persona [2].

Puoi sporgere denuncia presso qualsiasi autorità (carabinieri, polizia, ecc.); il mio consiglio, però, è quello di recarti direttamente presso la polizia postale, la quale si occupa in maniera specifica di reprimere i reati commessi sul web. Una volta qui, gli ufficiali ti aiuteranno a inquadrare bene il tuo problema e ti chiederanno tutti i dati che possono essere utili per le indagini.

Codice identificativo: cos’è?

È molto probabile che la polizia postale ti chiederà il codice identificativo del tuo profilo. Di cosa si tratta? Il codice identificativo (o codice ID) è un numero composto di diverse cifre, che serve ad individuare in maniera univoca il tuo profilo. È un po’ come se fosse il codice fiscale del tuo avatar. Ti consiglio pertanto di recarti alla polizia postale essendo già in possesso di questa informazione.

Come si risale al proprio codice identificativo? È molto semplice: se vuoi conoscere il tuo codice ID di Facebook, ti basta cliccare qui e inserire nell’apposita barra di ricerca l’indirizzo della pagina del tuo profilo. Non occorre accedervi: è sufficiente fare il copia e incolla della pagina del profilo, così come ti appare dall’esterno (come appare ai tuoi amici, insomma).

Se invece il profilo hackerato è quello Instagram e vuoi recuperare il codice identificativo, clicca qui e inserisci semplicemente il nome del tuo profilo (ad esempio, Mario Rossi).

Cosa non possono fare i carabinieri

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i poteri dei carabinieri? Quando occorre il mandato del giudice? Perquisizione, ispezione, sequestro e fermo: come funzionano?

Un noto filosofo del passato paragonava lo Stato ad un grande animale: ad un Leviatano, per la precisione. In esso, tutti sono ricompresi e la sua forza è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi uomo. Non a caso, l’autorità pubblica può fare cose che ai “comuni mortali” sarebbe vietato: entrare nelle abitazioni, perquisire, fare ispezioni, sbirciare nei conti corrente, fermare e arrestare. Questo non vuol dire, però, che lo Stato, attraverso i suoi uomini, possa fare ciò che vuole. Con questo articolo mi vorrei soffermare su un aspetto particolare, cioè su quello che non possono fare i carabinieri.

I carabinieri, infatti, fanno parte di quelle forze armate di cui dispone lo Stato per ristabilire l’ordine pubblico. Ai carabinieri, in pratica, è demandato il compito di vigilare e di intervenire ogni volta che sia commesso un illecito, soprattutto se penale. I carabinieri, inoltre, in quanto polizia giudiziaria, sono al servizio della Procura della Repubblica nello svolgimento delle indagini: è proprio nell’attività investigativa e di repressione dei reati che emergono i poteri di cui sono dotate le forze dell’ordine. Bisogna stare attenti, però: appartenere alle forze di polizia non significa poter far tutto ciò che si vuole: se ne vuoi sapere di più su questo argomento, ti dirò cosa non possono fare i carabinieri.

Carabinieri: cosa possono fare?

Come anticipato, i carabinieri fanno parte della polizia giudiziaria e, per tale ragione, rappresentano il “braccio operativo” della Procura della Repubblica. Detto in altre parole, quando il magistrato del pubblico ministero delega i carabinieri affinché svolgano le indagini, questi possono svolgere una serie di attività che altrimenti sarebbero inibite. Questo perché l’interesse a perseguire gli autori dei crimini può, a volte, essere superiore agli altri.

I carabinieri possono superare i normali limiti previsti dal nostro ordinamento anche quando agiscono di propria iniziativa. Facciamo degli esempi. I carabinieri possono ricevere l’ordine da parte dell’autorità giudiziaria di arrestare una persona indagata di un grave crimine: con il provvedimento (ordinanza) del giudice, i carabinieri possono entrare in casa dell’indagato e arrestarlo per condurlo in carcere.

Lo stesso potrebbero fare di propria iniziativa, cioè senza il provvedimento del giudice, se una persona venisse colta in flagranza di reato, cioè nel momento di commettere un grave delitto. Anche in un caso del genere, i carabinieri potrebbero inseguire l’autore dell’illecito e arrestarlo, privandolo così della propria libertà.

Carabinieri: quali sono i loro poteri?

Possiamo dire che i carabinieri possono superare i normali limiti previsti dalla legge per i comuni cittadini quando, nell’esercizio del loro dovere, devono assicurare il rispetto della giustizia. Tuttavia, non sempre è concesso alle forze dell’ordine di poter prevaricare. Facciamo degli altri esempi.

Se i carabinieri intervengono in occasione di un lieve sinistro stradale, senz’altro non si potranno obbligare le parti coinvolte a seguirle in caserma oppure a compiere altre attività, se non ricorrono particolari ipotesi delittuose. Lo stesso dicasi nell’ipotesi di un esposto che segnali una bega familiare, un litigio da poco oppure episodi di scarso rilievo.

In estrema sintesi, i carabinieri possono limitare la libertà del cittadino solamente nei casi e nei modi espressamente stabiliti dalla legge, i quali sono essenzialmente legati alla commissione di particolari e gravi illeciti. A partire dal prossimo paragrafo, ti spiegherò cosa non possono fare i carabinieri in assenza delle dovute autorizzazioni.

Quando i carabinieri non possono perquisire?

Una delle attività che i carabinieri possono porre in essere e che è particolarmente temuta dai cittadini è la perquisizione. Quando i carabinieri possono perquisire e quando, invece, no? Vale quanto detto in precedenza: i carabinieri non possono perquisire a proprio piacimento, ma solamente al ricorrere di determinate condizioni e, in particolare, in presenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria oppure se ricorrono motivi urgenti per intervenire immediatamente.

La perquisizione rappresenta un’importante limitazione della libertà personale: per tale ragione, essa è circondata da una serie di garanzie che impediscono all’autorità pubblica di comprimere i diritti dei cittadini. In altre parole, i carabinieri non possono entrare in casa tua di punto in bianco, senza avvertire e forzandoti ad aprire, se non in casi eccezionali.

Se ti dovesse succedere di sentir bussare con veemenza alla porta di casa e di scoprire che si tratta dei carabinieri, la prima cosa da fare è mantenere la calma; dopodiché, chiedi che ti venga esibito il famoso mandato, cioè il provvedimento con cui l’autorità giudiziaria ha ordinato ai carabinieri di eseguire la perquisizione.

Solamente dopo averti mostrato questo importante documento, i carabinieri avranno il diritto di entrare nella tua proprietà per fare le ricerche che ritengono opportune. Anche in questo caso, però, è tuo diritto chiamare un avvocato. Vediamo meglio cosa fare se i carabinieri vogliono fare una perquisizione oppure un’ispezione.

Cos’è la perquisizione dei carabinieri?

La perquisizione che effettuano i carabinieri consiste nell’attività di ricerca di una cosa da assicurare al procedimento o di una persona da arrestare. La perquisizione può essere di due tipi: personale e locale. La prima è disposta quando c’è ragionevole motivo di credere che una persona nasconda su di sé il corpo del reato o cose pertinenti al reato; la perquisizione locale, invece, si effettua quando vi è il fondato motivo che suddette cose si trovino in un determinato luogo ovvero che in esso possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso [1].

Un esempio classico di perquisizione locale è quella che viene fatta in casa oppure nell’auto della persona sospettata di aver commesso un crimine: pensa ai carabinieri che cercano in un’abitazione delle confezioni di droga, oppure alcune armi.

Ispezione dei carabinieri: cos’è?

Come la perquisizione, anche l’ispezione è un mezzo di ricerca della prova che le autorità (nel nostro caso, i carabinieri) utilizzano per trovare elementi utili alle indagini.

Secondo la legge [2], l’ispezione è l’attività di ricerca delle tracce del reato o degli altri effetti materiali dello stesso. Le tracce del reato possono consistere sia in segni e indizi materiali, che in segni sulla persona offesa o su altri individui; gli effetti materiali del reato sono tutte quelle conseguenze (tracce di polvere da sparo, vetri rotti, ecc.) dai quali si può desumere che un illecito sia stato commesso.

La differenza tra ispezione e perquisizione è evidente: con la prima si effettua un’operazione di ricerca di quanto possa essere utile per le indagini (tracce, effetti materiali del reato, ecc.); con la seconda, invece, si agisce quando c’è fondato motivo di trovare direttamente il corpo del reato o cose pertinenti al reato.

Quando i carabinieri possono perquisire o ispezionare?

I carabinieri possono procedere ad ispezione o perquisizione solamente se autorizzati da decreto dell’autorità giudiziaria. Quando la perquisizione dà esito positivo, si può procedere anche al sequestro del corpo del reato o delle cose pertinenti al reato, cioè all’apprensione fisica del bene, che viene quindi sottratto a chi ne aveva la disponibilità.

Di regola, dunque, i carabinieri non possono fare una perquisizione o un’ispezione senza mandato. Ma c’è di più. Prima di poter perquisire una persona o la sua dimora, ovvero prima di procedere ad ispezione, i carabinieri devono dare avviso della possibilità di nominare un avvocato o altra persona di fiducia, a condizione, però, che siano prontamente reperibili. I carabinieri non sono quindi tenuti ad attendere nel caso in cui il proprio avvocato venga da luogo distante.

Una particolare tutela è accordata alla perquisizione domiciliare: salvo eccezioni, la perquisizione in un’abitazione o nei luoghi chiusi adiacenti a essa non può essere iniziata prima delle ore sette e dopo le ore venti [3].

Nei casi urgenti, però, l’autorità giudiziaria può disporre che la perquisizione sia eseguita fuori dei suddetti limiti temporali. Anzi, ti dirò di più: nei casi di urgenza, tutto ciò che abbiamo appena detto a proposito della necessità del mandato non vale. Se ne vuoi sapere di più, prosegui leggendo il prossimo paragrafo: ti dirò cosa possono fare i carabinieri nei casi di urgenza.

Carabinieri: possono entrare in casa senza mandato?

I carabinieri possono procedere a perquisizione personale o locale ovvero a ispezione quando:

  • c’è il fondato motivo di ritenere che sulla persona si trovino nascoste cose o tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse ovvero che tali cose o tracce si trovino in un determinato luogo o che ivi si trovi la persona sottoposta alle indagini o l’evaso;
  • ci si trovi in flagranza di reato o in un caso di evasione (cioè di fuga).

In altre parole, nei casi di eccezionale urgenza, i carabinieri possono fare ispezioni, perquisizioni e sequestri senza il preventivo provvedimento dell’autorità giudiziaria. Ciò accade in genere quando è fondamentale essere veloci nelle indagini: pensa al caso in cui occorra entrare in casa di una persona che è stata vista scappare via dopo una rapina.

Quando i carabinieri possono procedere senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, devono comunque dare immediata notizia al pubblico ministero competente delle operazioni svolte, di modo che il magistrato possa valutarne la correttezza. Nel caso in cui le indagini svolte senza il provvedimento del giudice siano illegittime (ad esempio, perché adottate in assenza di urgenza oppure della commissione di reati gravi), allora le prove raccolte saranno inutilizzabili e gli oggetti eventualmente sequestrati dovranno essere immediatamente restituiti.

Quando i carabinieri possono fermare?

I carabinieri possono fermare le persone che ritengono sospette per chiedere loro di identificarsi: in pratica, vogliono vedere i documenti. È lecito questo comportamento? I carabinieri possono fermare per strada? Ebbene, devi sapere che esistono due tipi di “fermo” diversi:

  • il fermo di indiziato di delitto [5], a cui la polizia giudiziaria può procedere solamente quando sussistano gravi indizi di colpevolezza in riferimento a gravi delitti e ci sia il fondato pericolo di fuga del sospettato;
  • il fermo per l’identificazione personale [6], che consente alla polizia giudiziaria di procede all’identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini oppure delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.

I carabinieri, pertanto, se stanno svolgendo delle indagini e nutrono dei sospetti nei confronti di una persona, possono fermarla e, lì su due piedi, chiedere di mostrare i documenti. Se c’è opposizione, i carabinieri possono obbligare il fermato a seguirli in caserma, ove può essere trattenuto per il tempo strettamente necessario per l’identificazione, e comunque non oltre le dodici ore ovvero, previo avviso anche orale al pubblico ministero, non oltre le ventiquattro ore, nel caso che l’identificazione risulti particolarmente complessa oppure occorra l’assistenza dell’autorità consolare o di un interprete. Nel caso in cui il fermo dovesse prolungarsi oltre le dodici ore, il fermato può chiedere di avvisare un familiare o un convivente.

Nel caso di fermo per l’identificazione, dunque, non occorre alcuna autorizzazione: i carabinieri possono procedere d’ufficio.

Posso pagare la colf in contanti?

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La legge chiede la tracciabilità del pagamento delle retribuzioni, ma ci sono delle eccezioni. Nel caso sia lecito, conviene davvero?

Dal 1° luglio 2018, è obbligatorio pagare gli stipendi lasciando traccia, cioè attraverso un bonifico bancario o postale o con un assegno o, ancora, con uno strumento di pagamento elettronico. C’è scritto sulla Legge di Bilancio del 2018 [1]. Chi non si attiene a questa normativa è passibile di sanzioni che possono arrivare fino a 5.000 euro in base al numero dei mesi in cui la disposizione è stata violata. Tuttavia, questa legge contiene delle eccezioni che riguardano il lavoro domestico. Significa che posso pagare la colf in contanti?

La colf, come la baby-sitter o la badante, appartiene alla categoria degli addetti ai servizi familiari e domestici, con tanto di contratto collettivo nazionale. Questo vuol dire che, almeno in teoria, va assunta, ha diritto ai contributi previdenziali, alla malattia, alle ferie, al rispetto di determinati orari di lavoro, ecc. Come un qualsiasi dipendente. Se ne deve dedurre che, appunto perché è una dipendente come tutti gli altri, bisogna pagarle lo stipendio lasciando traccia dell’operazione?

Se anche così fosse, bisogna vedere se conviene. Immagina che la legge ti consenta di pagare la colf in contanti e che tu lo faccia regolarmente. Oggi andate d’amore e d’accordo ma un domani i rapporti si possono rovinare per qualsiasi motivo. Se lei ti dice che sei in arretrato nel pagamento dello stipendio di un certo numero di mesi, come fai a dimostrare che sta mentendo se non hai la copia di un bonifico o non risulta che abbia incassato mese dopo mese il tuo assegno?

Poi c’è il discorso del limite sull’utilizzo dei contanti, anche se è piuttosto raro che una colf prenda più di 2.999,99 euro al mese. Se qualcuno offre questa cifra, è molto probabile che non faccia fatica a trovare una collaboratrice domestica.

Ma vediamo, intanto, se si può pagare la colf in contanti e che cosa dice la legge in proposito.

Stipendio in contanti: cosa dice la legge

Il prima e il dopo, dunque, per il pagamento degli stipendi in contanti viene stabilito dalla Legge di Bilancio 2018. La normativa impone dal 1° luglio 2018 i pagamenti delle retribuzioni dei lavoratori in banca o in un ufficio postale con uno strumento tracciabile, ovvero:

  • un bonifico su un conto identificato da Iban;
  • uno strumento di pagamento elettronico (ad esempio, caricare lo stipendio su una carta prepagata del dipendente);
  • in contanti ma presso lo sportello della banca o della Posta in cui il datore di lavoro dispone di un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
  • un assegno consegnato al lavoratore o a un suo delegato in caso di comprovato impedimento.

Per delegato si intende il coniuge o un familiare in linea retta o collaterale del lavoratore, purché abbia compiuto almeno i 16 anni.

Stipendio in contanti: quali sanzioni?

Chi non rispetta l’obbligo di utilizzare dei mezzi tracciabili per il pagamento dello stipendio rischia una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 5.000 euro [2].

Il calcolo della sanzione non tiene conto del numero dei lavoratori interessati dalla violazione della legge, ma del numero delle mensilità corrisposte in contanti alla colf anziché con uno strumento che lasci traccia del pagamento.

L’obiettivo che si pone la normativa è quello di combattere l’evasione fiscale ed il lavoro nero, oltre che evitare delle pratiche scorrette da parte dei datori di lavoro come, ad esempio, un licenziamento senza motivo, pagamenti inferiori a quanto pattuito oppure stipendi che saltano senza un perché. Quando tutto viene messo nero su bianco, è più facile rispettare le regole.

Stipendio in contanti: che succede con la colf?

C’è, come dicevamo, qualche eccezione e riguarda, tra le altre categorie, quella dei lavoratori domestici. La legge [3] dice che l’obbligo di tracciabilità del pagamento dello stipendio non viene applicato agli addetti a servizi familiari e domestici. Significa che posso pagare la colf in contanti, così come posso farlo con la badante o con la baby-sitter, in virtù dei contratti collettivi nazionali siglati dalle associazioni sindacali più rappresentative.

In sostanza, non c’è alcun vincolo che ti impedisca di aprire il portafoglio a fine mese e di corrispondere alla colf la sua paga tirando fuori delle banconote anziché il libretto degli assegni.

Pagare la colf in contanti conviene?

Attenzione, però. Una cosa è che si possa pagare in contanti la colf ed un’altra ben diversa è che convenga farlo.

Immagina, infatti, di avere sempre dato la retribuzione in contanti alla tua collaboratrice domestica, anche se con tanto di regolare busta paga. E che, ad un certo punto, lei cerchi un motivo per migliorare la sua posizione o per andarsene via ma senza dimettersi, in modo da ottenere da te un risarcimento per il licenziamento.

In questo caso, la colf ben potrebbe dire che sei in arretrato con il pagamento dello stipendio, magari aizzandoti contro i sindacati. Come faresti a dimostrare che, invece, gliel’hai versato in contanti tutti i mesi? Non sarebbe impossibile, ma nemmeno facile. Dovresti avviare un’azione legale per chiedere all’autorità preposta di accertare se nei mesi in cui la colf dice di non avere incassato nulla lei ha mantenuto lo stesso tenore di vita, quanti soldi ha speso in quel periodo, ecc. Evidentemente, se nel suo bilancio familiare nulla è cambiato significa che ha continuato ad essere retribuita. Ma bisogna, appunto, dimostrarlo perdendoci tempo e soldi.

Ecco perché pagare la colf in contanti regolarmente non è una scelta consigliata. Come si diceva prima, quando le cose vengono messe nero su bianco, è più facile per tutti rispettare le regole.

Requisiti pensione minima

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i requisiti richiesti per ottenere l’integrazione della pensione al trattamento minimo?

Sei in pensione, ma l’ammontare del tuo assegno è molto basso? Forse non sai che puoi aver diritto all’integrazione al trattamento minimo, cioè a un aumento del tuo assegno sino a 513,01 euro al mese (il valore si riferisce all’anno 2019). Come?

Per ottenere l’aumento della pensione minima devi soddisfare determinate condizioni di reddito: inoltre, il tuo trattamento deve essere corrisposto da una delle gestioni previdenziali amministrate dall’Inps (anche le casse professionali possono prevede l’integrazione al minimo, ma con regole differenti), e non deve essere calcolato col sistema integralmente contributivo (salvo specifiche eccezioni).

Ma quali sono, allora, i requisiti pensione minima? Chi ha diritto all’aumento dell’assegno?

Devi innanzitutto tener presente che le condizioni di reddito da soddisfare ai fini dell’integrazione al minimo, per il pensionato non sposato, sono differenti rispetto a quelle richieste al pensionato coniugato: in quest’ultimo caso, difatti, oltre al reddito del singolo si considera il reddito della coppia.

Inoltre, se per pensione minima non si intende, semplicemente, la prestazione integrata al trattamento minimo, ma la nuova pensione di cittadinanza, devi sapere che l’aumento dell’assegno da considerare è differente, ma lo sono anche i requisiti previsti. Ma procediamo con ordine.

Quali requisiti per la pensione minima?

Vuoi ottenere l’integrazione della pensione al trattamento minimo e non sei sposato?

In primo luogo, il tuo trattamento deve risultare inferiore a 513,01 euro mensili, cioè a 6.669,13 euro all’anno. Se è superiore, ovviamente, non ti spetta alcuna integrazione al minimo, perché non hai necessità di integrare l’importo della pensione a 513 euro al mese.

La tua pensione risulta più bassa rispetto al trattamento minimo? L’integrazione potrebbe comunque non spettarti. Nello specifico, l’integrazione spetta:

  • in misura piena, se il tuo reddito è inferiore a 6.669,13 euro, cioè al trattamento minimo;
  • in misura parziale, se possiedi un reddito annuo superiore a 6.669,13 euro, ma sino a 13.338,26 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo).

Se il reddito supera la soglia di 13.338,26 euro, non hai diritto ad alcuna integrazione anche se la tua pensione è molto bassa.

Requisiti per ottenere la pensione minima: pensionato sposato

Vuoi ottenere l’integrazione della pensione al trattamento minimo e sei sposato?

Anche in questo caso, il tuo trattamento deve risultare inferiore a 513,01 euro mensili, cioè a 6.669,13 euro all’anno. Se è superiore, ovviamente, è “già integrato” al trattamento minimo.

Se la tua pensione risulta più bassa rispetto al trattamento minimo, l’integrazione potrebbe comunque non spettarti, sia in rapporto al tuo reddito, che a quello del coniuge. Nello specifico, l’integrazione spetta:

  • in misura piena, se il tuo reddito è inferiore a 6.669,13 euro, cioè al trattamento minimo, e il tuo reddito, sommato a quello del coniuge, non supera 20.007,39 euro;
  • in misura parziale, se possiedi un reddito annuo superiore a 6.669,13 euro, ma sino a 13.338,26 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo), e il tuo reddito, sommato a quello del coniuge, non supera i 26.676,52 euro.

Se il tuo reddito supera la soglia di 13.338,26 euro, o se il reddito personale, sommato a quello di tuo marito o di tua moglie, supera i 26.676,52 euro, non hai diritto ad alcuna integrazione, anche se la tua pensione è molto bassa. Il requisito relativo al tuo reddito, sommato a quello del coniuge, è però elevato a 33.345,65 euro, pari a 5 volte il trattamento minimo nell’anno di riferimento, se la pensione ha avuto decorrenza nel 1994, ed è irrilevante se la tua pensione è precedente al 1994.

Requisiti per la pensione minima: redditi rilevanti

Ma quali redditi rilevano ai fini dell’aumento del trattamento alla pensione minima? Devono essere inclusi nel conteggio tutti i redditi posseduti dal pensionato, e dall’eventuale coniuge, tranne:

  • la pensione da integrare al minimo;
  • il reddito della casa di abitazione e delle relative pertinenze;
  • i trattamenti di fine rapporto soggetti a tassazione separata, come il Tfr;
  • gli arretrati da lavoro dipendente soggetti a tassazione separata;
  • i redditi esenti da Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia, l’accompagno, etc.

Maggiorazioni della pensione minima

La pensione minima può essere ulteriormente maggiorata, rispetto all’importo di 513,01 euro mensili.

Può difatti spettare, in presenza di precisi requisiti di reddito personale e della coppia:

  • la cosiddetta maggiorazione sociale, pari a 25,83 euro al mese per i pensionati dai 60 ai 64 anni, e pari a 82,64 euro per chi ha tra i 65 e i 69 anni;
  • l’incremento al milione, per gli ultra 70enni, pari a 136,44 euro.

Ai fini del diritto alla maggiorazione sociale entrano in gioco anche i redditi esenti da Irpef e la stessa pensione da maggiorare: è escluso il solo assegno di accompagnamento.

Aumento della pensione minima col reddito di cittadinanza

La pensione minima, eventualmente integrata dalle maggiorazioni, può aumentare ulteriormente per i beneficiari di reddito di cittadinanza, o di pensione di cittadinanza, sino ad arrivare a 1536 euro al mese, per i nuclei familiari numerosi con disabili gravi.

Si devono però possedere requisiti specifici non solo di reddito, ma anche relativi al patrimonio ed ai beni di valore: le condizioni da soddisfare, poi, non riguardano solo il pensionato ed il coniuge, ma tutto il nucleo familiare. Per approfondire: Aumento pensione minima.

Come investire soldi

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Investire bene il proprio denaro è importante per tutti; vediamo quali sono gli investimenti migliori e come devi sceglierli in base alle tue esigenze.

Fare un investimento significa impiegare il tuo denaro in molti modi diversi. Non esiste una regola fissa alla quale attenersi, non c’è neppure un metodo che ti dia la certezza di avere un rendimento positivo al termine dell’operazione. In ogni caso, puoi basarti sulle attuali tendenze e studiare tutto ciò che è accaduto nella storia per avere un’idea di quello che potrebbe essere il sistema migliore per impegnare il tuo denaro.

Vediamo come investire soldi e quali sono attualmente i metodi più utilizzati in questo periodo storico. Studiamo cosa s’intende per trading online e guardiamo quali sono le piattaforme che riscuotono maggiore successo fra il pubblico.

Verifichiamo inoltre la proposta di Moneyfarm, un sito che ti permette di gestire gli investimenti. Ti spiegheremo cos’è il crowdfunding immobiliare e perché potrebbe essere vantaggioso. Cerchiamo di studiare la possibilità di investire in oro e diamanti, una pratica finanziaria che ti offre un’ampia possibilità di guadagno, se si tiene in considerazione il progressivo aumento di valore che gli oggetti preziosi hanno costantemente evidenziato nel corso degli ultimi decenni. Facciamo, infine, una breve analisi storica sulle rendite immobiliari e perché attualmente siano diventate molto meno affidabili.

Investire i soldi nel trading online

Il trading online è uno dei metodi più conosciuti e attualmente utilizzati per investire i soldi. Precisiamo subito che guadagnare con questo sistema non è del tutto semplice e che per una persona che ricava un profitto, altre perdono il proprio denaro. In ogni caso, non devi obbligatoriamente investire grosse somme; viceversa, puoi impiegare anche pochi euro, imparare a muoverti nell’ambiente e studiare le azioni dei traders più capaci, come consigliano tutte le piattaforme che si occupano di trading.

Uno dei siti più conosciuti è eToro; si tratta di un portale dove hai la possibilità di affidarti al copytrading, cioè un’azione con cui copiare letteralmente le attività dei traders più bravi e cercare così di ottenere, in percentuale al tuo investimento, lo stesso eventuale profitto maturato da loro. Per accedere a questa opportunità ti basta un dispositivo “mobile” di qualsiasi tipo e iscriverti alla piattaforma.

Investire i soldi con Moneyfarm

Moneyfarm ti consente di gestire molte tipologie di investimento online; si tratta di un robo-advisor, cioè un consulente finanziario virtuale che in maniera automatica si occupa delle tue attività. Il tuo compito consiste unicamente nel determinare il tuo profilo di rischio e nello scegliere gli obiettivi che intendi raggiungere in un arco di tempo prestabilito.

Con Moneyfarm puoi scegliere tra moltissimi fondi comuni d’investimento; verrai guidato dalla stessa piattaforma che, specialmente le prime volte, ti indicherà le migliori soluzioni in base alle tue esigenze. Successivamente, il sito continuerà a seguire le tue iniziative e a valutare le varie opportunità di tuo interesse che si presentano giorno dopo giorno; sarai sempre tu a decidere se aderire alle offerte disponibili.

Con Moneyfarm puoi trattare anche gli ETF comuni, una tipologia di fondi d’investimento a gestione passiva molto convenienti. Si tratta di prodotti economici quotati regolarmente in borsa ma che non sono sensibili all’andamento del mercato come lo sono le normali azioni e i fondi a gestione attiva. Infatti, il valore degli ETF non dipende dalle capacità di compravendita del loro gestore e per questa ragione, il loro acquisto è più sicuro e maggiormente soggetto alla stabilità finanziaria.

Moneyfarm ti permette di investire piccole somme di denaro come cifre più importanti e ti offre la possibilità di scegliere prodotti di qualunque tipo e qualsiasi livello di rischio. Con questa piattaforma puoi diversificare i tuoi investimenti sotto ogni punto di vista; Moneyfarm è in pratica un sito ideale per i neofiti, ma anche per coloro che hanno una solida esperienza in campo economico e finanziario.

Investire i soldi con il crowdfunding immobiliare 

Questa tipologia d’investimento è dedicata a coloro che tutt’ora ritengono il mattone come il migliore fra gli investimenti. Grazie al crowdfunding immobiliare puoi acquistare parte di un immobile direttamente online mediante delle apposite piattaforme ben gestite e ben organizzate, delle quali un valido esempio è Housers. Questo sito ti permette di cominciare l’attività di crowdfunding investendo somme molto basse; per iniziare ti possono bastare solo 50 euro. L’eventuale rendita che potrebbe derivare dalla comproprietà di un immobile acquistata con questo sistema è legata all’andamento del mercato.

In pratica, non esiste alcuna differenza dall’acquistare una casa attraverso i metodi tradizionali maggiormente conosciuti. Il grande vantaggio del crowdfunding immobiliare consiste nel fatto di rendere accessibile a tutti una forma d’investimento che è storicamente fra le più sicure e redditizie.

Investire i soldi in oro e diamanti

Un metodo facilmente accessibile per investire il tuo denaro consiste nell’acquistare oro e diamanti; per comprare oro puoi rivolgerti alla tua banca di fiducia, ma anche alle gioiellerie, ai “compro oro” presenti nella tua città e ad altri istituti che trattano questo tipo d’investimento. Il motivo per il quale dovresti pensare di fare questo passo è il progressivo aumento di valore che i preziosi hanno evidenziato nel corso degli anni. Possiamo dire che l’oro e i diamanti siano nella lunga scadenza, intesa come periodi lunghi 10 anni e oltre, un investimento sicuro e proficuo, che difficilmente crea una perdita di denaro.

Ma come puoi investire in oro e diamanti avendo la certezza di non sbagliare? In primo luogo, devi rivolgerti a enti la cui serietà non può essere messa in discussione e richiedere agli stessi tutta la documentazione necessaria che certifica la qualità del tuo eventuale acquisto. I diamanti per esempio, rispondono ad alcune categorie, delle quali le migliori per fare un investimento proficuo sono la VSI e la VVSI (acronimi di Very Small Inclusion e Very Very Small Inclusion). In questo caso, acquisti un gioiello quasi perfetto e puro, il cui valore nel tempo difficilmente può calare, se non in concomitanza con stravolgimenti socio-economici gravi.

Per quanto riguarda l’oro, il tuo investimento potrebbe diventare ancora più semplice, in quanto viene trattato anche dalla quasi totalità degli istituti di credito. Attualmente, puoi acquistare oro anche se vuoi investire somme non elevatissime, in quanto puoi comprare lingotti di piccolo taglio e sterline. Il mercato dell’oro, grazie a questa soluzione, ha preso una decisa impennata dovuta soprattutto al progressivo aumento della domanda e dell’offerta. Ma perché è accaduto tutto questo? In primo luogo i lingotti tradizionali, con i loro peso, dimensioni e valore elevato, sono comprensibilmente difficili sia da acquistare che da vendere.

Le sterline e i lingotti piccoli sono, invece, più facili da scambiare e hai la possibilità di ottenere liquidità in tempi molto più brevi, fatto che ti permette di paragonare l’acquisto dell’oro alla compravendita di titoli azionari, i quali però ti espongono a un rischio decisamente maggiore d’insuccesso.

Un ulteriore vantaggio di cui puoi beneficiare se acquisti le sterline d’oro oppure i lingotti, consiste nella possibilità di rivenderli con un valore unitario molto simile a quello di acquisto. Se, invece, rivendi un gioiello in oro, quest’ultimo subisce una svalutazione maggiore dovuta ad alcuni parametri usati nel settore e consentiti dalla legge. Attualmente, questo tipo d’investimento è di grande tendenza e a differenza degli altri sistemi, può essere affrontato anche senza utilizzare il computer o altri dispositivi informatici.

Investire i soldi negli immobili

Gli immobili sono senza dubbio una fonte d’investimento sicura, con la quale puoi convertire il tuo denaro in un bene che nella vita di ognuno di noi è di fondamentale importanza. Quest’ultimo è certamente il motivo per il quale l’acquisto di una casa, di un negozio o di un altro edificio adibito ad usi differenti, non ha deluso le aspettative economiche di quasi tutte le persone fino a pochi anni fa. Deve essere comunque precisato che, se prima dell’anno 2002 l’acquisto di una casa era un investimento dal grande margine lucrativo, con l’arrivo della moneta unica europea l’acquisto di un’immobile non ti permette più guadagni rilevanti, in quanto il mercato si è stabilizzato su cifre che non incontrano più né la domanda, né l’offerta.

Inoltre, i vari governi che si sono alternati nel corso degli anni, hanno introdotto delle leggi che mettono non poco in difficoltà sia l’acquirente che il venditore; una fra di esse ti impone, se acquisti una casa in regime di tassazione agevolata (riduce l’imposta di registro dal 9% al 2% del prezzo di vendita indicato sul rogito notarile), di non rivendere l’immobile entro 5 anni dalla data di acquisto. In caso ciò non avvenga, scatta l’obbligo di corrispondere allo Stato una sanzione, il cui scopo è reintegrare l’imposta di registro per intero, più gli interessi passivi maturati a partire dalla data del rogito notarile. Questa legge fu inserita per impedire ai privati di lucrare eccessivamente con le compravendite immobiliari, ma penalizza anche coloro che si separano dal matrimonio in breve tempo, spesso costretti a rivendere la casa prima della scadenza dei termini indicati.

Un’altra legge tutt’altro che “comoda” al fine degli investimenti immobiliari consiste nell’introduzione dei valori Omi (Osservatorio del mercato immobiliare).  Quest’ultima consente all’Agenzia delle Entrate di essere in possesso di tutti i valori medi di mercato degli immobili presenti sul territorio nazionale, calcolati in base alla zona, alla categoria, alle condizioni, alle dimensioni e molti altri parametri importanti per classificare un edificio. In questo modo, l’Agenzia riesce a individuare con facilità tutti i contratti che presentano una dichiarazione di prezzo di compravendita infedele, che hanno il fine specifico di permettere l’evasione parziale dell’imposta di registro.

Se da un lato questo fatto è l’ideale per combattere l’evasione, dall’altro crea non poche difficoltà a tutti coloro che hanno bisogno di vendere la casa a cifre basse per realizzo immediato, oppure un immobile da ristrutturare in una zona di lusso, questo solo per fare un esempio. Dal punto di vista teorico non cambia nulla, ma vi è il rischio di accertamento, che come spesso accade, difficilmente finisce per non costare nulla.

In pratica, non si può dire che non ti convenga acquistare una casa o un altro edificio di tuo interesse; l’investimento è sempre valido, ma non è più lucrativo come molti anni addietro, fatto che ha bloccato il mercato immobiliare e portato l’intero settore in crisi in modo esponenziale.

Frontalini balconi pericolanti

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi paga i lavori di riparazione, manutenzione e ristrutturazione dei frontalini in condominio? Le ultime sentenze in materia di messa in sicurezza dei balconi.

I frontalini dei balconi sono una delle parti che, nei condomini, risente di più del tempo e dell’umidità. Non raramente capita che questi elementi presentino delle evidenti macchie di muffa, a volte accompagnate dalla caduta di intonaco. Nei casi peggiori, a venir via sono proprio interi pezzi di calcinaccio. Il pericolo è evidente a tutti: basta la caduta di una piccola quantità di materiale per ferire gravemente un passante o lesionare il tettuccio di un’automobile parcheggiata di sotto. Peraltro, un’ipotesi di questo tipo potrebbe configurare, oltre a gravi conseguenze risarcitorie per il condominio, una responsabilità penale per l’amministratore il quale è tenuto a controllare periodicamente che lo stabile sia a norma e non presenti rischi evidenti.

Detto ciò, in caso di frontalini dei balconi pericolanti chi paga per la loro manutenzione? Le ultime sentenze della giurisprudenza vanno tutte verso la stessa direzione. Una direzione che sintetizzeremo nel presente articolo.

Se dunque il tuo palazzo condominiale presenta anch’esso un problema di riparazione e ristrutturazione dei frontalini dei balconi pericolanti, qui di seguito troverai le informazioni necessarie a comprendere se la spesa deve essere sostenuta dal proprietario del balcone (il singolo condomino) o da tutti i condomini che abitano l’edificio. Il che equivale a stabilire se i frontalini sono di proprietà individuale o dell’intero condominio. Ma procediamo con ordine.

La proprietà del balcone

Il balcone «aggettante», quello cioè che protende al di là della facciata condominiale ed è sospeso in aria, è di proprietà del titolare dell’appartamento cui esso si riferisce e di cui costituisce un prolungamento verso l’esterno.

La proprietà del balcone implica due importantissime conseguenze quando si tratta di provvedere alla sua manutenzione:

  • il condominio non può stabilire (neanche a maggioranza qualificata) se e quando il balcone debba essere sottoposto a manutenzione, imponendo così la propria scelta al titolare dell’appartamento. È solo questi deputato a decidere quando provvedere a una ristrutturazione, ferma restando comunque la sua responsabilità – civile e penale – per eventuali danni procurati a terzi dal balcone medesimo;
  • l’intera spesa per la manutenzione spetta al proprietario dell’appartamento che non potrà, pertanto, chiedere una ripartizione tra tutti i condomini.

Questa è la regola. Ma, come tutte le regole, è sottoposta ad eccezioni. Nel nostro caso, la giurisprudenza ha stabilito che tutti gli elementi del balcone di valore estetico e decorativo, che in quanto tali non hanno una effettiva utilità, ma servono solo per abbellire l’edificio e valorizzarne il decoro architettonico, sono invece di proprietà del condominio. La conseguenza è quindi un capovolgimento delle predette regole:

  • è il condominio a stabilire quando bisogna procedere a ristrutturazione e manutenzione di tali elementi estetici;
  • la relativa spesa viene ripartita tra tutti i condomini, anche quelli che non hanno balconi: e ciò per via dell’utilità che tali elementi arrecano all’intero edificio, una funzione rivolta a valorizzarne l’aspetto.

I frontalini del balcone: di chi è la proprietà?

Quello che abbiamo appena detto è così sintetizzabile: se si procede al rifacimento del solo rivestimento del balcone, privo di finalità decorative, il costo ricade a carico del singolo condomino ed è solo questi deputato a decretare l’avvio dei lavori. Al contrario, se si tratta di bene comune il relativo costo ricade a carico di tutti, in funzione dei millesimi generali. 

Mentre i balconi di un edificio condominiale non rientrano tra le parti comuni, non essendo necessari per l’esistenza del fabbricato, né essendo destinati all’uso o al servizio di esso, il rivestimento del parapetto e della soletta devono, invece, essere considerati beni comuni se svolgono una prevalente funzione estetica per l’edificio, divenendo così elementi decorativi ed ornamentali essenziali della facciata e contribuendo a renderlo esteticamente gradevole. 

Per capire se il frontino del balconi assolve prevalentemente alla funzione di rendere esteticamente gradevole l’edificio, bisogna valutare il singolo caso: valutazione che, in caso di controversia, è ovviamente rimessa al giudice. 

La questione s’incentra, quindi, sull’accertamento della prevalente funzione estetica del frontalino: bisogna cioè verificare se esso può essere considerato un elemento decorativo e ornamentale essenziale della facciata di un edificio. 

Frontalini balconi: sentenze

Sono numerose le sentenze che si sono occupate della ripartizione spese dei frontalini pericolanti dei balconi in un condominio. Ecco le più recenti.

Ricade su tutti i condomini la spesa per la riparazione dei cementi decorativi relativi ai frontali ed ai parapetti dei balconi

Gli elementi decorativi del balcone di un edificio in condominio – come i cementi decorativi relativi ai frontali (ed ai parapetti) – svolgendo una funzione di tipo estetico rispetto all’intero edificio inserendosi nel suo prospetto, costituiscono, come tali, parti comuni ai sensi dell’art. 1117, n. 3, c.c., con la conseguenza che la spesa per la relativa riparazione ricade su tutti i condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno.

Cassazione civile sez. II, 29/10/2018, n.27413

Gli elementi esterni, quali i rivestimenti della parte frontale e di quella inferiore, e quelli decorativi di fioriere, balconi e parapetti di un condominio, svolgendo una funzione di tipo estetico rispetto all’intero edificio, del quale accrescono il pregio architettonico, costituiscono, come tali, parti comuni ai sensi dell’articolo 1117 n. 3 del Cc, con la conseguenza che la spesa per la relativa riparazione ricade su tutti i condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno.

Cassazione civile sez. II, 02/03/2018, n.5014

Le spese per la manutenzione dei frontalini sono a carico di tutti i condomini e non solo dei proprietari dei balconi

In tema di condominio, gli elementi esterni, quali i rivestimenti della parte frontale (c.d. frontalini) e di quella inferiore, e quelli decorativi di fioriere, balconi e parapetti di un edificio, svolgendo una funzione di tipo estetico rispetto all’intero stabile, del quale accrescono il pregio architettonico, costituiscono, come tali, parti comuni ai sensi dell’art. 1117, n. 3), c.c., con la conseguenza che la spesa per la relativa riparazione ricade su tutti i condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno.

Cassazione civile sez. II, 19/09/2017, n.21641

Nulla l’assemblea che pone a carico di tutti i condomini le spese per i frontalini privi di valore estetico

È illegittima la delibera condominiale che ripartisca in millesimi le spese di rifacimento dei balconi, giacché questi – fatta eccezione per gli elementi decorativi (quali fregi e frontalini) – non rientrano nella proprietà comune, appartenendo invece ai proprietari delle singole unità immobiliari corrispondenti.

Tribunale Modena, 14/06/2013, n.952

Manutenzione balconi e violazione dell’estetica dell’edificio

In tema di condominio negli edifici e con riferimento ai rapporti tra la generalità dei condomini, i balconi aggettanti, costituendo un prolungamento della corrispondente unità immobiliare, appartengono in via esclusiva al proprietario di questa; soltanto i rivestimenti e gli elementi decorativi della parte frontale e di quella inferiore si debbono considerare beni comuni a tutti, quando si inseriscono nel prospetto dell’edificio e contribuiscono a renderlo esteticamente gradevole.

Cassazione civile sez. II, 02/02/2016, n.1990

Va rigettata la domanda proposta dal Condominio nei confronti del condomino che ha sistemato balconi e frontalini in maniera che si asserisce diversa da quelli condominiali qualora dall’istruttoria emerge che non sussistono connotati di diversità rispetto al resto dell’edificio.

Corte appello Roma sez. IV, 29/04/2013, n.2012

Codice raccomandata per cartella di pagamento

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Avviso di giacenza e numero identificativo cartella esattoriale: come fare a stabilire che il postino, quando è passato di casa, voleva consegnare una cartella di pagamento?

Mentre eri al lavoro è passato il postino a consegnarti una raccomandata. Non avendoti trovato a casa, ha lasciato, nella buca delle lettere, un avviso di giacenza. Ora, ti toccherà recarti all’ufficio postale per il ritiro. Temi, tuttavia, che possa trattarsi di una cartella di pagamento: sei consapevole di non aver versato le tasse negli scorsi anni e proprio l’ultimo sollecito preannunciava l’avvio della procedura di riscossione esattoriale. Hai scongiurato questo momento che, tuttavia, potrebbe essersi ora realizzato.

Purtroppo non puoi recarti né oggi, né domani alle poste per scoprire il contenuto della busta; ma l’ansia e il timore che possa trattarsi di un avviso di pagamento ti sta togliendo la serenità. Ti chiedi dunque se ci sia un modo, tramite la lettura dell’avviso di giacenza, per comprendere quanto meno chi ti ha spedito la raccomandata. Hai sentito parlare, a riguardo, dei codici raccomandata e ti chiedi quali siano quelli relativi alla cartella di pagamento. 

Bene, se questo è il tuo problema, sei capitato nel posto giusto: qui di seguito ti spiegheremo quali sono i codici raccomandata della cartella di pagamento e come fare a scoprire se la lettera ti è stata spedita dall’Agente della Riscossione Esattoriale. Agente che, lo ricordiamo, per i tributi erariali – quelli cioè dovuti allo Stato – è Agenzia Entrate Riscossione (così, ad esempio, per quanto riguarda l’Irpef, l’Iva, l’imposta di registro e tutte le altre tasse di competenza dell’Agenzia delle Entrate), mentre per i tributi locali – quelli cioè dovuti a Regioni, Province e Comuni – è una società privata con cui l’ente ha stipulato apposita convenzione e che varia da luogo a luogo. 

Cosa sono i codici raccomandata

Prima di indicare qual è il codice raccomandata della cartella di pagamento, vediamo a cosa servono tali codici e cosa rivelano.

I «codici raccomandata» sono dei numeri riportati sull’avviso di giacenza che il postino, incaricato di consegnarti una raccomandata, non trovandoti a casa, lascia quello stesso giorno nella tua cassetta delle lettere. 

L’avviso di giacenza altro non è che una sorta di “scontrino”, un piccolo pezzo di carta in cui ti viene comunicato il tentativo di recapito non andato a buon fine. Lo potrai utilizzare per ritirare la busta alla posta: tutto ciò che dovrai fare è esibirlo, insieme a un documento di identità, all’incaricato allo sportello.

Se l’atto che ti è stato spedito proviene dal tribunale o comunque ha a che fare con procedure giudiziali, oltre all’avviso di giacenza, riceverai – nei giorni a venire – una seconda raccomandata informativa con cui l’ufficio postale ti ribadisce l’invito a ritirare la raccomandata in giacenza.

Torniamo ai codici riportati sull’avviso di giacenza. Il codice raccomandata non ti rivela il contenuto della lettera (l’unico modo che hai di scoprirlo è recarti all’ufficio postale per il ritiro), ma quanto meno identifica la tipologia di atto e il soggetto mittente. Può, quindi, trattarsi di una diffida privata, magari quella di un creditore (codici identificativi 12, 13, 14 e 15), di un atto giudiziario o di una multa stradale (codici 75, 76, 77, 78 e 79), una comunicazione proveniente da una pubblica amministrazione, ad esempio l’Inps (codici 608 e 609), una diffida della banca (codici 612, 614 e 693), di una “brutta notizia” dall’Agenzia delle Entrate (codici 613 e 615) e così discorrendo. 

Trovi l’elenco con tutti i codici nella nostra guida Avviso di giacenza raccomandata: codici per sapere che c’è dentro.

Come anticipato, esiste dunque anche un codice raccomandata per cartella di pagamento. Scopriamo quali sono i numeri identificativi della cartella esattoriale.

Codice raccomandata cartella di pagamento

Per scoprire se la raccomandata che il postino ha tentato di consegnarti è una cartella esattoriale non devi far altro che verificare se, sull’avviso di giacenza, sono indicati i seguenti codici identificativi: 670, 671 o 689. Questi fanno riferimento dunque alle famigerate cartelle di pagamento o cartelle esattoriali, che dir si voglia. Si può trattare sia delle cartelle di: 

  • Agenzia Entrate Riscossione che riscuote Irpef, Iva, Imu, imposta di registro, canone Rai, imposta di bollo, Irap, Ires, contributi previdenziali Inps e assistenziali Inail, ecc.;
  • società di riscossione dei tributi locali che riscuotono multe stradali, Imu, Tasi, Tari, bollo auto, ecc.

Cos’è una cartella esattoriale e il codice identificativo

La cartella esattoriale (o di pagamento) altro non è che un ultimo avviso che, a seguito del mancato pagamento di un’imposta o di una sanzione, ti viene inviato non più dall’amministrazione titolare del credito, ma dall’Agente della Riscossione incaricato del recupero coattivo di tale importo. Trovi tutti i dettagli nella nostra guida sulla Cartella di pagamento.

Tieni conto che dopo la notifica della cartella non riceverai alcun altro avviso di pagamento. Questo non significa che il successivo atto sia necessariamente un pignoramento, un fermo o un’ipoteca. A volte ci vogliono anni prima che l’Agente per la riscossione decida di avviare una procedura esecutiva o cautelare. In tali casi, riceverai prima un’intimazione di pagamento che non è altro che il rinnovo della cartella esattoriale. Questo perché esiste una regola secondo cui una cartella resta efficace per massimo 1 anno. Dopo tale termine, se l’Esattore vuol procedere all’avvio della riscossione, deve rinnovare l’invito a pagare bonariamente (cosa che avviene appunto con l’intimazione di pagamento). 

Il codice raccomandata non ti anticipa però se la raccomandata contiene una cartella di pagamento, un’intimazione di pagamento, un fermo auto, un preavviso di ipoteca, un pignoramento dello stipendio, della pensione, del conto in banca, ecc.

Ogni cartella ha un suo codice identificativo: è un codice di riconoscimento simile ai codici a barra presenti sui prodotti dei supermercati. Serve per identificarla in modo certo. Il codice identificativo è anche necessario per poter contestare l’eventuale notifica della cartella. Se, infatti, in un giudizio di opposizione, tu dovessi sostenere di non aver mai ricevuto la cartella stessa e l’Esattore, nel voler dimostrare il contrario, depositasse un avviso di ricevimento della raccomandata, il codice identificativo presente su tale avviso deve essere lo stesso riportato sulla cartella. Diversamente, se non c’è coincidenza, la notifica non si può dire certa.

Codice raccomandata 670, 671, 672 e 689: è una cartella esattoriale?

Ora che hai letto questo articolo saprai bene che, se sull’avviso di giacenza troverai il codice 670, il 671 o il 689 è sicuramente una cartella esattoriale di Agenzia Entrate Riscossione o di altra società di recupero delle imposte locali. Per sapere però cosa vuole da te l’Esattore non hai altra strada che recarti al più presto all’ufficio postale – o delegare qualcuno al tuo posto consegnandogli una copia della tua carta di identità – e ritirare il plico.

Di solito, il codice 670 identifica la cartella di pagamento vera e propria. Invece i codici 671, 672 e 689 possono identificare altri atti come una intimazione di pagamento, un preavviso di fermo o di ipoteca, una lettera di presa in carico, un pignoramento.

Sarà da quel momento, se non avviene più tardi di 10 giorni dalla consegna dell’avviso di giacenza, che decorreranno i termini per fare ricorso contro la cartella.

Codice raccomandata 670: a cosa si riferisce la cartella?

Abbiamo detto che l’Ente di Riscossione invia al contribuente la cartella esattoriale tramite posta lo fa con una raccomandata il cui codice identificativo inizia per 670. Questo codice non ti dirà mai il contenuto della cartella, non ti rivelerà cioè per quali imposte o sanzioni essa si riferisce. Potrebbe, quindi, trattarsi di somme dovute a seguito di controlli automatici o formali della tua dichiarazione dei redditi, del mancato versamento dell’Irpef o dell’Iva, di una multa stradale, della spazzatura o delle tasse sulla casa, ecc.

Avviso di raccomandata: ritirarla o non ritirarla?

Ricordati che ogni notifica di cartella esattoriale, anche se non ritirata alla posta, produce i suoi effetti. Effetti che, innanzitutto, riguardano l’interruzione dei termini di prescrizione. Poi, concernono l’inizio del decorso dei termini per pagare e per fare opposizione. Non ritirare la raccomandata, dunque, non ti servirà a nulla visto che tali effetti si producono ugualmente con l’avviso di giacenza. 

Canoni di locazione non percepiti e dichiarazione dei redditi

Posted on : 17-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se non percepisco l’affitto devo pagare le tasse? Contratto di locazione: come non pagare le imposte sui canoni scontati e su quelli non riscossi.

In materia di affitto e di imposte esiste una norma mai andata completamente a genio ai proprietari di immobili. Questa regola [1], che disciplina la relazione tra canoni di locazione non percepiti e dichiarazione dei redditi, funziona nel seguente modo.

Il padrone di casa che ha affittato il proprio appartamento a uso ufficio o a uso abitativo ha l’obbligo di riportare, in dichiarazione dei redditi, anche i canoni di locazione che non ha percepito a causa di morosità o di qualsiasi altra ragione. In buona sostanza, sia che l’affitto venga pagato che non, le tasse sui canoni (evidentemente solo “virtuali”) vanno comunque versate. 

Perché mai questa legge ingiusta? Se è vero che le imposte scattano solo al conseguimento di un reddito, quando questo reddito non viene percepito perché il contribuente viene tassato? La ragione è molto semplice: perché, se così non fosse, sarebbe sin troppo facile eludere la normativa tributaria. Le parti, dopo ave registrato il contratto di affitto (mettendosi così in regola e al riparo da eventuali accertamenti), potrebbero sottrarre alla tassazione i singoli canoni sostenendo che vi è morosità. 

Ed allora, per rendere certo e inconfutabile il fatto dell’omesso versamento dei canoni di locazione, la legge sostiene che solo un provvedimento di un giudice – in quanto pubblico ufficiale – che accerti tale inadempimento può giustificare l’esenzione dall’obbligo impositivo. Questo provvedimento è l’ordinanza di sfratto. Tradotto in termini molto pratici significa: il padrone di casa che non sta percependo i canoni di affitto ma sta ugualmente versando le tasse su di essi, può evitare il prelievo fiscale avviando una procedura di sfratto (quindi, delegando il proprio avvocato di depositare il ricorso in tribunale e portare a termine l’iter); solo infatti dalla data successiva all’ordine di sfratto, il locatore potrà evitare di riportare i canoni di locazione non percepiti nella dichiarazione dei redditi.

Ovviamente la tassazione dell’affitto si interrompe anche quando il contratto cessa: cessazione che può dipendere sia dalla scadenza del termine (a seguito cioè di disdetta di una delle parti, inviata all’altra, con cui ha interrotto il rinnovo automatico della locazione) oppure a seguito di risoluzione consensuale delle parti prima del termine di scadenza (si pensi all’inquilino che voglia andare via e che, nonostante la vigenza del contratto, ottiene il consenso del locatore alla cessazione del rapporto). 

Esistono però dei sistemi che vengono in soccorso del locatore e possono aiutarlo a evitare l’imposizione fiscale nel caso di omesso pagamento dei canoni di locazione. Eccoli qui di seguito indicati.

Canoni di locazione non percepiti e dichiarazione dei redditi

Prima di spiegare quali sistemi ha il locatore per non indicare nella dichiarazione dei redditi i canoni di locazione non percepiti ribadiamo, in modo sintetico e schematico ciò che abbiamo appena detto.

Il padrone di casa deve sempre pagare le tasse sui canoni di locazione, anche se non versati dall’inquilino moroso; ciò significava che tali redditi, benché non percepiti, vanno riportati in dichiarazione dei redditi.

Per non pagare le imposte sui canoni non percepiti, il locatore deve alternativamente procedere

  • con una ingiunzione di sfratto (coi costi e i tempi che ciò comportava); potrà smettere di pagare le tasse solo dopo che è stato emesso il provvedimento del giudice; oppure 
  • con una risoluzione bonaria del contratto di locazione (il che implica, però, l’accondiscendenza del conduttore, che non sempre è facile ottenere).

Canoni di affitto non pagati, ma certificati con scrittura privata registrata

Immaginiamo che una persona affitti un magazzino a una azienda. Nel corso dell’esecuzione del contratto, l’immobile presenta dei problemi strutturali che ne rendono necessaria la manutenzione e la chiusura dei locali per due mesi onde consentire il completamento dei lavori. Il conduttore contesta tale circostanza al locatore il quale, per venirgli incontro e non perdere il cliente, rinuncia ai canoni di locazione per tutto il tempo in cui il magazzino dovrà restare chiuso. Il locatore, nello stesso tempo, vuol evitare di essere tassato dallo Stato per dei canoni di affitto che non percepirà mai. Così redige e firma con l’inquilino una scrittura privata che provvede poi a registrare presso l’Agenzia delle Entrate per munirla di “data certa”. In essa le parti certificano la sostanziale “gratuitàdella locazione per il tempo necessario a ultimare la ristrutturazione. È corretto un comportamento del genere? Secondo una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale Lazio [1] è possibile stabilire la gratuità della locazione se risulta da un documento certo. 

La scrittura privata, regolarmente registrata, successiva alla firma di un contratto di locazione, che prevede la non debenza dei canoni limitatamente ad alcune mensilità, è un documento sufficiente a dimostrare la mancata percezione di quelle somme e quindi il non dovuto assoggettamento a imposizione. In questo modo il locatore si può precostituire una prova da utilizzare anche in un eventuale processo contro l’Agenzia delle Entrate, dinanzi alla contestazione del fisco.

La clausola risolutiva espressa

Secondo la giurisprudenza, il contribuente non deve più pagare il canone di locazione se, nel contratto, inserisce una clausola risolutiva espressa e decide di avvalersene in caso di morosità. Cerchiamo di capire, sotto un profilo pratico, come funziona questo meccanismo.

Per avvalersi di tale diritto è necessario giocare di anticipo. In particolare, al momento della stipula del contratto, bisogna inserirvi una clausola il cui testo, anche se non imposto dalla legge in modo specifico, può essere il seguente: «Il presente contratto si intende automaticamente risolto in caso di mancato pagamento di almeno due rate consecutive». 

Fatto ciò, nel momento in cui si dovesse verificare una morosità, il locatore dovrà inviare una raccomandata all’inquilino in cui gli comunica di volersi avvalere del potere – attribuitogli dalla clausola contrattuale – di sciogliere unilateralmente il contratto, ritenendosi perciò libero da ogni vincolo. Ovviamente, se l’inquilino non dovesse lasciare l’immobile resterebbe ferma la necessità di ricorrere al giudice per lo sfratto esecutivo; tuttavia il rapporto si considera ormai cessato.

L’effetto di questa clausola è quello di consentire, al padrone di casa, di risolvere il contratto di affitto non appena si verifica la morosità, senza bisogno di ricorrere al tribunale affinché dichiari cessato il rapporto, ma semplicemente con una propria dichiarazione. È una forma di autotutela che il codice civile prevede, in generale, per qualsiasi tipo di contratto. In tal modo si ottiene l’ulteriore effetto di non dover indicare nella dichiarazione dei redditi i canoni di locazione non percepiti.

Leggi anche Affitto: come non pagare le tasse sull’inquilino moroso.

Termine essenziale con la diffida ad adempiere

Simile alla «clausola risolutiva espressa» è il funzionamento del cosiddetto «termine essenziale». In questo caso il contratto contiene una clausola in cui viene riconosciuta la possibilità per il locatore, in caso di morosità dell’inquilino, di inviare a quest’ultimo una diffida ad adempiere con l’assegnazione di un termine massimo per adempiere (non inferiore a quindici giorni). Una volta scaduto tale termine, il contratto si considera automaticamente sciolto, senza bisogno di ricorrere al tribunale.

A riferirlo è stata una circolare dell’Agenzia delle Entrata che tuttavia non ha alcun valore legale vincolante. Essa costituisce un atto interno organizzativo.