Imposta di registro: come recuperare la parte che ho anticipato?

Posted on : 16-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho ricevuto dall’Agenzia delle Entrate un avviso di liquidazione per imposta di registro per una sentenza per azione di regresso e risarcimento danni. Se anticipo il pagamento, temo che gli eredi miei controparti non paghino. Cosa posso fare?

Al termine di ogni causa ed emessa la relativa sentenza, tutte le parti sono tenute a pagare in solido un’imposta (cosiddetta imposta di registro), che scatta per il fatto stesso che il giudice abbia emesso un provvedimento a conclusione di tutto l’iter processuale.

Per la registrazione dei provvedimenti giudiziali tutte le parti in causa sono solidalmente obbligate nei confronti dell’Erario al pagamento dell’imposta di registro: sia chi ha perso, che chi ha vinto. Ciò significa che l’Agenzia delle Entrate può richiedere il pagamento della suddetta imposta a tutte, a prescindere dall’esito della causa stessa. In molti casi, così come sembrerebbe in quello del lettore, il creditore che ottiene un provvedimento giudiziario esecutivo è costretto, nel caso di impossibilità del debitore di adempiere all’obbligazione per impossidenza, a sobbarcarsi anche le spese di registrazione. L’Agenzia delle Entrate non distingue tra parte vincitrice e parte soccombente poiché le imposte sono dovute da tutti i soggetti coinvolti nel giudizio. Successivamente però, è nel pieno diritto di chi paga, chiedere ed agire in via di regresso per il rimborso di quanto pagato agli altri condebitori. La parte vittoriosa che ha provveduto a pagare l’importo della registrazione, infatti, può rivalersi nei confronti della controparte, effettivamente tenuta, per ottenere il rimborso di quanto pagato. Potrà essere utilizzata la ricevuta di pagamento (modello F23 sul quale vengono riportati i codici tributo e i relativi importi) quale prova scritta per la richiesta di un decreto ingiuntivo; la sola sentenza che ha deciso la causa, invece, non è titolo esecutivo per ottenere il rimborso delle spese di registrazione dovendo la parte dimostrare di averla pagata.

Riguardo la pignorabilità delle somme detenute sul conto corrente ed un eventuale pignoramento di una parte dello stipendio, la legge dice che [1] le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà.

Con riferimento al conto corrente si consiglia di tenere in giacenza sul conto corrente il minimo indispensabile, prelevando ogni mese le somme che vengono accreditate ed evitando così ogni rischio di pignoramento e/o comunque di blocco del conto corrente.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Paolo Florio

Come lavorare senza pagare tasse e senza aprire P. Iva?

Posted on : 16-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per mantenermi agli studi devo lavorare. Vorrei aprire un’attività online ma senza aggiungere reddito a quello della mia famiglia per non pagare più tasse e senza aprire una P.Iva. Come fare?

Il consiglio che si dà al lettore è quello di avviare l’attività in modo del tutto lecito e non solo, ovviamente, per evitare il rischio di incorrere in sanzioni, anche di tipo penale, ma anche perché solo un’attività avviata secondo i criteri legali può avere un futuro e non finire per essere un “fuoco di paglia”.

Detto questo, attualmente l’apertura di partita iva è una procedura molto semplice e dai costi contenuti. È sufficiente che il lettore si rechi da un commercialista abilitato all’accesso on line al sito dell’Agenzia delle Entrate e, in pochi minuti attraverso una procedura telematica, aprirà la sua partita iva.

Egli deve tenere, inoltre, presente che, per le imprese di nuovo avviamento, sono previste delle forti agevolazioni fiscali, specie per i primi anni di attività. Ad esempio, nel cosiddetto regime dei minimi, l’imposizione sul reddito è pari solo al 5% dei ricavi e non si applica iva.

Certo, il lettore potrebbe anche provare a fare tutto “in nero” con falsi profili. Ma davvero si crede che sia così semplice essere irrintracciabili? Gli strumenti tecnici per poter rintracciare chiunque ci sono.

Si consiglia, pertanto, di iniziare la sua attività con apertura di regolare partita iva e con fatturazione dei guadagni sui quali, con regimi fiscali di vantaggio, si pagherebbero delle percentuali minime di imposte sui profitti al netto dei costi.

Quanto a paypal, è chiaro che la ricevuta di pagamento di paypal non è di tipo fiscale per cui non sarebbe sufficiente essendo necessario l’emissione di documento fiscale (fattura). Se il sito è registrato su un dominio estero si correrebbe il rischio di una doppia imposizione: quella nel paese del dominio e quella italiana, ragione per la quale, questa strada non è praticabile. Quello che si rischia è dipendente dal volume di affari generato e dal concreto comportamento che si porrà in essere. Lavorare completamente a nero significa non emettere alcuna fattura, non resentare alcuna dichiarazione dei redditi, non presentare dichiarazioni fiscali di alcun tipo. La disciplina è particolarmente complessa riguardando diversi aspetti e profili. Con la massima semplificazione possibile, se il volume di affari è al di sotto dei 30.000 euro non vi sono le sanzioni penali ma solo, ovviamente, quelle di natura civilistica volte al recupero delle somme non versate comprensive di sanzioni ed interessi.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Antonio Ciotola

Se contratto col venditore l’agente mi può chiedere la provvigione?

Posted on : 16-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho contattato un’agenzia immobiliare per una casa. Dopo ho saputo che, a venderla, era un mio amico e mi sono accordato direttamente con lui. Può l’agenzia chiedergli comunque la provvigione?

Il lettore non ha firmato alcun contratto di agenzia con il mediatore né, in alcun modo, si è avvalso dei servizi professionali da questi proposti. Per queste evidenti circostanze nulla gli potrebbe essere richiesto a titolo di provvigione. Questione diversa riguarda il venditore che ha sottoscritto regolare mandato di vendita con l’agente immobiliare. Da questo punto di vista particolarmente importante è il fatto che il mandato non sia in “esclusiva”. È, infatti, appena il caso di sottolineare che nel caso in cui l’agenzia avesse avuto incarico di vendita in modo esclusivo, tutti i contatti ed i rapporti con i potenziali acquirenti dovevano, necessariamente, attuarsi attraverso la intermediazione dell’agente immobiliare. Il mandato conferito, come si dice, non in esclusiva, consente al proprietario di gestire anche in maniera autonoma ed indipendente dall’agenzia, i rapporti con gli acquirenti non essendo contrattualmente vincolato a servirsi dell’apporto professionale dell’agenzia incaricata per la vendita. Quanto sin qui detto significa, in buona sostanza, che in linea generale alcun compenso dovrebbe essere riconosciuto all’agente immobiliare che, di fatto, non ha svolto il suo ruolo di mediatore nel senso che il lettore correttamente indica nella sua domanda ovvero consentendo l’incontro tra le parti che, invece, si sono incontrate ed accordate in modo del tutto autonomo.

Occorre, però, prestare attenzione alle clausole del contratto di mediazione che il proprietario ha sottoscritto con l’agenzia. Potrebbe capitare che, se da una parte l’agente immobiliare accetti un mandato senza vincolo di esclusiva (che, come detto, potrebbe portare ad un “nulla di fatto” nel senso di non vedersi riconoscere alcun compenso per la sua attività nel caso in cui, il proprietario riesca a vendere il proprio immobile indipendentemente dall’opera di mediazione dell’agente) si inseriscano nel contratto di mediazione delle clausole specificamente volte ad evitare una eventualità del genere. Potrebbe accadere che il contratto preveda la possibilità per il proprietario di vendere anche da solo l’immobile (senza vincolo di esclusiva) ma l’obbligo comunque di riconoscere una provvigione (più correttamente un compenso) all’agente.

Per concludere, se il mandato (che in ogni caso il proprietario dovrebbe revocare) non prevede né vincoli di esclusiva né compensi e/o provvigioni da riconoscere anche nel caso di vendita senza l’intermediazione dell’agente, questi non ha diritto a richiedere alcuna somma, specie in considerazione del fatto che la sua richiesta di visitare l’immobile non ha avuto alcun seguito ovvero, in altri termini, non vi è stato alcun apporto specifico dell’agente immobiliare alla conclusione dell’affare.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Antonio Ciotola

Riparto delle spese di condominio

Posted on : 16-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Millesimi e divisione degli oneri condominiali: come si ripartiscono le spese per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune.

L’articolo 1123 c.c., non toccato dalla riforma, testualmente riferisce che

«le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condòmini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione.

Se si tratta di cose destinate a servire i condòmini in misura diversa, le spese sono ripartite in proporzione dell’uso che ciascuno può farne.

Qualora un edificio abbia più scale, cortili, lastrici solari, opere o impianti destinati a servire una parte dell’intero fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico del gruppo di condòmini che ne trae  utilità».

I tre criteri per il riparto

La norma detta tre criteri per il riparto:

  • il primo comma prevede il criterio della cd. utilizzazione generale;
  • il secondo comma stabilisce, invece, il criterio dell’utilizzazione differenziata;
  • il terzo comma, infine, prevede il criterio della utilizzazione

I tipi di spesa

Sulla base di tali criteri è possibile operare la seguente distinzione tra le diverse tipologie di spesa:

  • le spese necessarie per la conservazione ed il godimento dei beni in comune, per la prestazione dei servizi e per le innovazioni si ripartiscono in base ai millesimi della tabella generale (prima anche detta della proprietà);
  • le spese che, pur aventi gli stessi oggetti e scopi di cui al punto a), sono soggette ad un riparto in base all’uso, proprio perchè vi è un’utilizzazione differenziata da parte dei condomini;
  • le spese che cadono solo su quella parte dei condòmini cui il bene o servizio effettivamente serve (condominio parziario).

La deroga convenzionale dei criteri di riparto

Va, infine, affrontata la questione se i criteri di riparto stabiliti dall’articolo 1123 c.c. possano essere derogati mediante accordi tra i condòmini. La risposta è senz’altro positiva, non rientrando l’articolo in esame tra quelli dichiarati inderogabili dall’articolo 1138, ultimo comma, c.c., con la precisazione, tuttavia, che le deroghe possono essere deliberate solo dall’accordo unanime dei condòmini. Tale accordo può essere consacrato in un regolamento contrattuale ovvero essere oggetto di una delibera assembleare approvata all’unanimità. Sarebbe nulla (e come tale impugnabile senza limitazioni di tempo) la delibera che, in mancanza di accordo unanime, disponesse una ripartizione delle spese in base a criteri diversi da quello legale, mentre saranno semplicemente annullabili le delibere che in concreto ripartissero le spese in violazione dei criteri di ripartizione già stabiliti.

Criteri di ripartizione delle spese

OGGETTO

NORMA

CRITERIO

Conservazione e godimento delle cose comuni Articolo 1123 c.c. – primo comma Millesimi generali della proprietà
Conservazione e godimento dei beni che servono i condòmini in misura diversa Articolo 1123 c.c. – secondo comma In proporzione all’uso in base ad apposita tabella
Conservazione e godimento dei beni comuni destinati a servire solo una parte del fabbricato Articolo 1123 c.c. – terzo comma In proporzione all’uso solo per alcuni condòmini
Manutenzione e ricostruzione scale ed ascensori Articolo 1124 c.c.
Solo per i proprietari cui servono, per metà in ragione 
Manutenzione e ricostruzione dei soffitti, delle volte e dei solai Articolo 1125 c.c.
In parti uguali tra i due proprietari degli immobili sovrastanti e sottostanti

Lastrici solari di uso esclusivo

Articolo 1126 c.c.
1/3 a carico del proprietario del lastrico, gli altri 2/3 a carico di tutti i condòmini dell’edificio o della parte di questo cui il lastrico serve, in proporzione del piano o della porzione di piano di ciascuno

La capacità dell’amministratore di stare in giudizio

Posted on : 16-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Condomino: la legittimazione attiva e passiva in causa da parte dell’amministratore.

L’articolo 75, ultimo comma, c.p.c. prevede che «Le persone giuridiche stanno in giudizio per mezzo di chi le rappresenta a norma della legge o dello statuto. Le associazioni e i comitati, che non sono persone giuridiche, stanno in giudizio per mezzo delle persone indicate negli articoli 36 e seguenti del codice civile». Tale norma non prevede la figura dell’amministratore del condominio cui la rappresentanza del condominio è, invece, attribuita ex articolo 1131 c.c.

La legittimazione attiva

È, infatti, proprio l’articolo 1131 c.c., come modif. dalla L. 220/2012, a stabilire che: «Nei limiti delle attribuzioni stabilite dall’articolo 1130, o dei maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o dall’assemblea, l’amministratore ha la rappresentanza dei partecipanti e può agire in giudizio sia contro i condòmini sia contro i terzi». L’articolo è da considerarsi inderogabile in virtù dell’espressa previsione di cui all’articolo 1138, quarto comma, sicché né l’assemblea dei condòmini, né il regolamento di condominio potrebbero legittimamente ridurre i poteri di rappresentanza attribuiti all’amministratore dalla legge.

Secondo la giurisprudenza, ricorrerebbe nella fattispecie un’ipotesi di rappresentanza volontaria originata dal mandato conferito all’amministratore da condominio. La dottrina, invece, è divisa: per alcuni la rappresentanza è legale perché ha fonte nella legge; per altri è volontaria in quanto fondata sul mandato; per altri ancora non è né legale né volontaria, trattandosi piuttosto di un rapporto sui generis; per chi, infine, qualifica l’amministratore come organo del condominio trattasi di rappresentanza organica.

In ogni caso, l’amministratore del condominio è dunque legittimato, senza la necessità di una specifica deliberazione assembleare, ad agire in giudizio nei confronti dei singoli condòmini e dei terzi al fine di:

  1. eseguire le deliberazioni dell’assemblea dei condòmini;
  2. disciplinare l’uso delle cose comuni così da assicurare il godimento a tutti i partecipanti al condominio;
  3. riscuotere dai condòmini i contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea;
  4. compiere gli atti conservati dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio [1].

Tale indirizzo è da considerarsi consolidato con la recente pronuncia della Suprema Corte [2]. Per cui possiamo dire che, dal combinato disposto dagli articoli 1130 e 1131 primo comma del c.c. si evince che, al di fuori delle ipotesi di maggiori poteri attribuitigli dal regolamento di condominio o dall’assemblea, l’amministratore può agire in giudizio senza che occorra una apposita autorizzazione solo nell’ambito delle attribuzioni conferitegli dalla legge — e propriamente dall’articolo 1130 — le quali concernono in generale l’amministrazione ordinaria e, per quanto attiene specificamente ai lavori e alle opere relative alle parti comuni dell’edificio condominiale, soltanto quelli rientranti nella cosiddetta manutenzione ordinaria.

Ne consegue che la rappresentanza processuale attiva del condominio, anche in assenza di una apposita deliberazione dell’assemblea dei condòmini, per le controversie nascenti da un contratto di appalto non può farsi discendere dal solo fatto che l’amministratore abbia stipulato in nome e per conto del condominio il contratto cui la controversia si riferisce, anche se l’oggetto di esso ecceda le sue normali attribuzioni come conferitegli dalla legge, ove non risulti che la stipulazione del contratto stesso sia stata autorizzata o comunque approvata mediante ratifica dall’assemblea dei condòmini [3]. Così come le azioni reali contro terzi, a difesa dei diritti dei condòmini sulle parti comuni di un edificio, quali quelle volte a denunziare la violazione delle distanze legali tra costruzioni, essendo dirette a sostenere statuizioni relative alla titolarità e al contenuto dei diritti medesimi, non rientrano tra gli atti meramente conservativi e possono, quindi, promuoversi dall’amministrazione del condominio solo se sia autorizzato dall’assemblea a norma dell’articolo 1131, primo comma, c.c. [4].

La legittimazione passiva

Se la situazione è sufficientemente chiara dal lato attivo, dal lato passivo questi stessi pronunciamenti della Suprema Corte [5] hanno ampliato le difficoltà interpretative. Per cui si ritiene opportuno esaminare con più dovizia di particolari la questione.

Fino a poco tempo fa, era ritenuto che la rappresentanza processuale dell’amministratore del condominio dal lato passivo, ai sensi del secondo comma dell’articolo 1131 c.c., non incontrava limiti quando le domande proposte contro il condominio riguardavano le parti comuni dell’edificio. Ciò stava a significare che l’amministratore non necessitava di alcuna autorizzazione dell’assemblea per resistere in giudizio e per proporre le impugnazioni che si rendessero necessarie, compreso il ricorso per cassazione, in relazione al quale era considerato legittimato a conferire la procura speciale all’avvocato iscritto nell’apposito albo speciale a norma dell’articolo 365 c.p.c. [6]. Per cui la rappresentanza processuale dell’amministratore del condominio, mentre dal lato attivo coincideva con i limiti delle sue attribuzioni, salvi i maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o dall’assemblea, dal lato passivo non incontrava limiti [7]. La stessa inosservanza dell’obbligo di informare i condòmini della esistenza di un procedimento contro il condominio aveva rilevanza puramente interna senza incidere sui poteri di rappresentanza processuale dell’amministratore stesso [8].

A questo indirizzo maggioritario se ne contrapponeva altro secondo cui la «ratio» dell’articolo 1131 c.c., comma 2, — che consente di convenire in giudizio l’amministratore del condominio per qualunque azione concernente le parti comuni dell’edificio — era quella di favorire il terzo il quale voglia iniziare un giudizio nei confronti del condominio, consentendogli di poter notificare la citazione al solo amministratore anziché a tutti i condomini. Nulla, invece, nella stessa norma, giustificava la conclusione secondo cui l’amministratore sarebbe anche legittimato a resistere in giudizio e a impugnare senza essere a tanto autorizzato dall’assemblea [9].

Inoltre, secondo tale indirizzo, poiché l’autorizzazione dell’assemblea a resistere in giudizio in sostanza altro non è che un mandato all’amministratore a conferire la procura «ad litem» al difensore che la stessa assemblea ha il potere di nominare, l’amministratore, in definitiva, non svolge che una funzione di mero «nuncius» e tale autorizzazione non può valere che per il grado di giudizio in relazione al quale viene rilasciata. Deriva, da quanto precede, pertanto, che era inammissibile il ricorso per cassazione, avverso sentenza sfavorevole al condominio, proposto dall’amministratore senza espressa autorizzazione dell’assemblea [10].

Per cui, secondo tale indirizzo:

  1. l’amministratore deve munirsi di autorizzazione dell’assemblea per resistere in giudizio atteso che la rappresentanza passiva dell’amministratore riguarda solo la notificazione degli atti e non la gestione della controversia;
  2. la concessa autorizzazione assembleare non legittima l’amministratore ad impugnare spettando tale legittimazione solo all’assemblea.

A comporre tale contrasto sono intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte, con le sentenze del 2010 già citate [11] le quali hanno ritenuto che (così come dal lato attivo) la norma abilita l’amministratore del condominio, relativamente alle liti passive, a costituirsi in giudizio e a impugnare la sen- tenza eventualmente sfavorevole, senza necessità di autorizzazione da parte dell’assemblea, soltanto se l’oggetto della controversia è compreso nei limiti delle sue attribuzioni, limiti ed attribuzioni previsti dall’articolo 1130 c.c. essendo altrimenti necessaria l’autorizzazione dell’assemblea.

A questa interpretazione restrittiva della rappresentanza dell’amministratore è mancata però un’elaborazione giurisprudenziale in merito all’individuazione delle azioni promosse nei confronti del condominio ed esorbitanti dalle attribuzioni dell’amministratore. Da ciò una serie di interrogativi. Infatti, non risulta che sia stata specificamente affrontata la pur importante (per la sua frequenza) questione sulla possibilità di considerare meno attinenti all’ambito delle suddette attribuzioni le cause di impugnazione di deliberazioni assembleari.

Se, cioè, il compito di eseguire le deliberazioni dell’assemblea dei condomini, che è demandato dall’articolo 1130 c.c., n. 1) all’amministratore, includa, in ipotesi, anche quello di propugnarne in giudizio la legittimità, quale che sia il loro oggetto. Sul punto, quindi, occorre ritenere che nulla è cambiato, per cui l’amministratore che è competente ad eseguire le delibere assembleari non necessita di alcuna ratifica del mandato in caso di impugnativa.

Inoltre, la stessa Corte di Cassazione, sul presupposto che il nuovo indirizzo, di cui alle sentenze appena citate era stato fino ad allora minoritario, ha ritenuto [12] disporre nuovamente la trasmissione degli atti al Primo Presidente, perché valuti l’opportunità di assegnare la causa alle Sezioni Unite per un nuovo chiarimento sul tema.

Anche se questa rimessione parte da un problema diverso, speriamo in  un nuovo pronunciamento che forse farà luce sull’intera questione. Anche perché a distanza di appena due mesi dalle ricordate sentenze n. 18331 e 18332/2010, la stessa Corte di Cassazione [13] è ritornata sui suoi passi più volte e ha riaffermato che la legittimazione passiva dell’amministratore dal lato passivo non incontra limiti e sussiste anche in ordine alle azioni di natura reale relative alle parti comuni dell’edificio, promosse contro il condominio da terzi o anche dal singolo condomino [14]. In ultimo è opportuno citare la sentenza del 4-10-2012, n. 16901 della Suprema Corte che ha riaffermato l’indirizzo secondo cui: «la legittimazione passiva dell’amministratore di condiminio a resistere in giudizio non incontra limiti e sussiste anche in ordine alle azioni di natura reale relative alle parti comuni dell’edificio». Si spera, quindi, che si sia chiarito al più presto il ritorno all’orientamento maggioritario che la Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza sopra indicata, ha cambiato completamente.

Collegarsi alla rete wi-fi di un’altra persona: cosa si rischia?

Posted on : 15-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sfruttare la connessione a internet del vicino di casa o di un’altra utenza, in assenza di autorizzazione, può costituire reato solo quando la rete è protetta da password.

Immaginiamo che, un giorno, sedendoci davanti al computer e constatando il mancato funzionamento della rete internet di casa, scopriamo che, tra i wi-fi disponibili, il nostro computer rileva anche quello del vicino della porta accanto e che quest’ultimo sia “sprotetto”, sia cioè privo di password. Così, per connetterci e continuare a stare su internet, senza dire nulla all’intestatario dell’utenza telefonica, ci inseriamo nel suo wi-fi e iniziamo a navigare; magari cogliamo la palla al balzo per scaricare qualche film pirata. Insomma, utilizziamo la connessione altrui “a sbafo”. Possiamo farlo anche senza autorizzazione o stiamo commettendo un illecito? Quale danno potrebbe mai contestarci il vicino se ha una connessione flat (ossia senza limiti di dati scaricati)? Cosa prevede la legge in tali ipotesi? Si può parlare di furto della connessione a internet, visto che c’è l’appropriazione di un bene altrui (seppur immateriale) o, invece, il comportamento non integra alcun reato? Insomma, cosa rischia chi si collega alla rete wi-fi di un’altra persona? La questione non è così agevole come potrebbe sembrare visto che, al momento, non esiste alcuna norma che prevede tale ipotesi.

A nostro avviso, la questione va risolta in due modi differenti, a seconda che il vicino abbia protetto o meno la propria rete con una password.

Connessione non autorizzata a una rete protetta da password

Agganciarsi a un collegamento a internet di chi usa la rete wi-fi è, per alcuni pirati informatici, un gioco da ragazzi. Con alcuni software è possibile forzare le credenziali di accesso e sfruttare l’altrui connessione a internet. Senza dover scomodare capacità tecniche da hacker, è anche possibile indovinare la password del vicino (molta gente usa ancora la propria data di nascita) o venirne a conoscenza tramite terze persone (ad esempio un collega di lavoro che abbia accesso alla linea internet aziendale cui gli altri invece non possono connettersi e, ciò nonostante, la diffonda tra i colleghi). Ma cosa si rischia a collegarsi alla rete wi-fi di un’altra persona? È possibile in questi casi ipotizzare il reato di accesso abusivo a sistema informatico [1] a prescindere dal danno procurato al vicino, posto che l’illecito scatta già per il semplice fatto dell’introduzione a un sistema informatico protetto da misure di sicurezza senza il consenso del titolare. In verità, questa ricostruzione non trova fondamento esplicito nella legge e potrebbe essere criticata, atteso che la connessione wi-fi non è propriamente un «sistema informatico» come invece lo può essere un database aziendale. Peraltro, nell’ambito del diritto penale, vi è il divieto di colmare le lacune legislative ricorrendo all’analogia: con la conseguenza che tutto ciò che non dice la legge non può essere desunto in via interpretativa. Il risultato è che, se il tribunale dovesse ritenere che non sia possibile parlare di «accesso abusivo a sistema informatico» tale condotta resterebbe priva di alcuna sanzione e il titolare della rete internet del tutto sprovvisto di tutela.

Connessione non autorizzata a una rete sprotetta da password

Diverso il discorso per chi lascia la propria connessione a internet priva di protezione. In tal caso, mancando uno degli elementi del reato di «accesso abusivo a sistema informatico» (ossia la protezione con misure di sicurezza), non potrà scattare tale illecito qualora un estraneo si colleghi alla rete wi-fi di un’altra persona.

In tale ipotesi, si potrebbe distinguere tra due diverse situazioni con soluzioni differenti:

  • se il vicino ha un contratto internet flat: in tal caso il vicino di casa del quale sia stata utilizzata, senza autorizzazione, la connessione a internet non subisce alcun danno, in quanto il costo della bolletta resta invariato a prescindere dal quantitativo di dati scaricati per la navigazione. Né vi è un impossessamento dell’altrui bene, in quanto la connessione dell’uno (seppur non autorizzata) non sottrae nulla all’altro. In assenza di danno economico sarà difficile prefigurare un reato. Ciò sempre a condizione che, nello sfruttare la rete del vicino, non si commetta alcun illecito (ad esempio reati di pedopornografia, furto d’identità, diffamazione o violazione del diritto d’autore); se così dovesse essere, infatti, le autorità potrebbero incriminare l’effettivo titolare della rete, con conseguente pregiudizio derivante dalla condotta illecita del terzo. Infatti, le indagini in materia di crimini informatici identificano in primo luogo l’intestatario della connessione come responsabile (viene infatti identificato il suo indirizzo IP), salvo riesca a fornire un alibi della propria innocenza;
  • se il vicino ha una connessione dati limitata: in tal caso si potrebbe parlare di furto [2], atteso che l’utilizzo dei kilobytes da parte dell’utente abusivo priva il legittimo titolare dell’utilizzo del proprio bene o lo obbliga a corrispondere una maggiorazione sulla bolletta alla compagnia telefonica. A riguardo si tenga conto che il reato di furto riguarda sì le cose mobili, ma agli effetti della legge penale si considera «cosa mobile» anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia valore economico.

Senza indicazione della concessione edilizia la vendita è nulla

Posted on : 15-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Perché sussista la nullità di una vendita immobiliare è sufficiente che, nell’atto di compravendita, manchi l’indicazione della concessione edilizia senza che occorra verificarne l’effettiva esistenza.

Non ci può essere vendita di un immobile se il rogito notarile non indica gli estremi della concessione edilizia o della domanda di concessione in sanatoria. Senza tali elementi formali, l’atto è nullo e il trasferimento della proprietà si considera come mai avvenuto. A dirlo è la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

La legge [2] stabilisce la nullità della vendita [3] di una casa o di un terreno in ipotesi di omessa dichiarazione degli estremi della concessione edilizia dell’immobile oggetto di compravendita, oppure degli estremi della domanda di concessione in sanatoria. Tale elemento riveste carattere formale (e non meramente virtuale) in funzione della tutela dell’acquirente; pertanto, è sufficiente che si riscontri la mancata indicazione nell’atto degli estremi della concessione, senza che occorra interrogarsi sulla reale esistenza di essa. In altri termini perché sussista la nullità del contratto di compravendita è sufficiente che, nell’atto, manchi l’indicazione della concessione edilizia senza che occorra verificarne l’effettiva esistenza. L’ulteriore conseguenza è che il contratto non può essere sanato con la successiva indicazione, ma è necessario stipulare un nuovo e distinto atto, mediante il quale si provveda alla comunicazione dei dati mancanti o all’allegazione dei documenti, avente i medesimi requisiti formali del precedente [4].

Ultimo punto: senza indicazione della concessione edilizia la vendita è nulla e tale nullità può essere rilevata dal giudice.

Che rischia il dipendente che usa la connessione internet del lavoro?

Posted on : 15-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Collegarsi al wi-fi aziendale e sfruttare la risorsa dell’ufficio può costare il licenziamento ma, nel caso del pubblico dipendente, non scatta il reato di peculato.

La stessa importanza che un tempo avevano i telefoni dell’ufficio per fare le interurbane e sentire la voce dei parenti lontani ora lo ha la connessione a internet. Utilizzare il traffico dati del proprio cellulare o quello della scheda del modem mobile può essere costoso, specie se ciò avviene tutti i giorni per scaricare film e musica. Ma è anche vero che non ci vuole molto, almeno dal punto di vista tecnico, ad allacciarsi al wi-fi aziendale e navigare gratuitamente. Ma che rischia il dipendente che usa la connessione internet dal lavoro? A quali rischi va incontro chi, pur non abilitato a connettersi alla rete del datore, lo fa ugualmente e magari sottrae diverse ore alle mansioni a cui dovrebbe invece dedicarsi? La risposta è stata fornita dalla Cassazione stamane con una sentenza [1] che non mancherà di allarmare gli smanettoni di internet.

Prima però di spiegare che rischia il dipendente che usa la connessione internet dal lavoro, dobbiamo chiarire un aspetto importante: le conseguenze per l’utilizzo di un bene aziendale in assenza di autorizzazioni, come appunto la rete wi-fi, possono configurare due diversi tipi di illeciti: quello penale (per l’essersi appropriati di un bene non proprio) e quello civile (per aver violato gli obblighi lavorativi). Di queste parleremo separatamente in questo articolo.

 

Cosa rischia, sotto un profilo penale, chi si collega al wi-fi dell’ufficio?

Da un punto di vista penale, tuttavia, un mese fa [2] la Cassazione ha precisato che non commette il reato di «peculato» il dipendente di una pubblica amministrazione che sfrutti la connessione a internet dell’ufficio se l’ente ha stipulato, con la compagnia telefonica, un contratto flat, ossia un abbonamento con connessione a internet senza limiti (leggi Navigare su internet in ufficio non è reato con linea flat). Questo perché viene a mancare l’elemento del danno per l’amministrazione – condizione essenziale per il reato di peculato – atteso che, a prescindere dal numero di utenti connessi e di dati scaricati, il costo della bolletta di fine mese rimane lo stesso.

Diverso potrebbe essere il discorso se il dipendente non è autorizzato dal capo ad accedere alla linea internet e, tuttavia, trova il modo per farlo (ad esempio riuscendo a carpire le credenziali di accesso). In tal modo potrebbe al limite configurarsi il reato di accesso abusivo a sistema informatico. È tuttavia poco verosimile che in un’azienda privata si faccia valere tale tipo di illecito in assenza di un vero e proprio pregiudizio economico: questo perché, come detto, quasi tutti i contratti da rete fissa sono ormai “tutto incluso”, senza limiti di traffico o di tempo per le telefonate. Insomma, mancando un danno, verrebbe meno anche il presupposto del reato.

Cosa rischia, sotto un profilo civile, chi si collega al wi-fi dell’ufficio?

Vediamo ora le conseguenze da un punto di vista civilistico. Qui il rischio per chi usa la connessione internet del lavoro è quello di vedersi addebitare una condotta contraria al codice di comportamento aziendale (qualora vieti la navigazione sul web per scopi personali) e alla sottrazione del tempo alle proprie mansioni. Insomma, chi sta su internet per scopi personali difficilmente può, nello stesso tempo, lavorare. Ed allora è giusto chiedersi se chi usa la connessione wi-fi dell’azienda rischia il licenziamento. In generale, la Cassazione ha sempre detto che il licenziamento disciplinare deve essere «l’ultima spiaggia», ossia la sanzione da adottare solo per quei comportamenti più gravi che abbiano seriamente recato danno alla produzione o all’immagine aziendale, ledendo in modo definitivo il vincolo fiduciario tra il datore e il proprio dipendente. Ebbene, sul punto, la sentenza odierna della Cassazione si è trovata a giudicare il caso di un dipendente che si era connesso a internet per fini personali per ben 27 volte, pari a una durata complessiva di 45 ore. Ebbene, la Corte ha detto che tutte le volte in cui ci si trova dinanzi a un utilizzo della dotazione aziendale, per fini personali, «non sporadica e/o eccezionale, bensì sistematica in considerazione della frequenza, della durata dell’accesso e dello scambio di dati di traffico» tale condotta integra con evidenza un utilizzo indebito dello strumento aziendale non solo “reiterato” ma anche, e di conseguenza, “intenzionale”. Pertanto, in tali ipotesi, ben può scattare il licenziamento per il lavoratore che sia rimasto troppo tempo connesso a internet.

Dall’altro lato sembra di intendere che le connessioni per minimo tempo, pur se sanzionabili con provvedimenti disciplinari, non possono però condurre al licenziamento.

Come sapere se sono segnalato in Crif come cattivo pagatore

Posted on : 15-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il modulo per chiedere una visura in Crif e sapere se si è stati segnalati dalla propria banca; i tempi di permanenza nella banca dati come cattivi pagatori.

Le banche sono come le donne: tutti ne parlano male, ma nessuno può farne a meno. Così ogni volta che si ha a che fare con la parola «prestito» o «mutuo» entrano in gioco anche termini come «segnalazione» e «Sic» (Sistema di Informazioni Creditizie). Uno dei più noti Sic è la Crif, a torto ritenuta una banca data dei «cattivi pagatori». E poiché a nessuno piace sapere che il proprio nome è presente nel “libro nero” degli istituti di credito – anche perché difficilmente si può fare a meno di finanziamenti, assegni, bancomat e carte di credito – è chiaro che la gente si chieda spesso «come sapere se sono segnalato in Crif come cattivo pagatore».

Cos’è la banca dati di Crif

Se anche tu hai saputo che il tuo nominativo è presente in Crif non devi però allarmarti: contrariamente a quello che molti credono, Crif non è solo una banca dati dei «cattivi pagatori»: in essa non trovano posto solo i nomi di quanti non pagano il mutuo, il finanziamento o gli assegni, ma vi sono anche le informazioni relative ai rapporti tra cliente e banca. Ad esempio, in Crif vengono registrate le richieste di finanziamento presentate dall’utenza, quelle accordate e quelle rinunciate, i mutui estinti, il numero di rate da versare, l’importo medio di ogni rata, la puntualità nei pagamenti, ecc. Tutto ciò per garantire la stabilità del sistema creditizio. In altre parole, nel momento in cui un cliente si presenta in banca per chiedere un prestito, accedendo a Crif il funzionario può conoscere quanti debiti ha già contratto tale persona, se li sta onorando e se un’ulteriore esposizione debitoria può compromettere la sua solvibilità. Ecco perché, se sei segnalato in Crif non è detto che si tratti di una informazione “negativa”, ma ben potrebbe trattarsi di un’informazione “positiva” come il fatto che stai pagando, in modo regolare, il tuo finanziamento e, magari, ti manca poco per estinguerlo.

Dall’altro lato, però, è anche vero che basta anche una piccola rata di carta di credito pagata con ritardo per entrare nella black list.

Peraltro, ogni cittadino può, in modo molto facile sapere se è segnalato in Crif e, quindi, controllare la correttezza delle informazioni e, in caso contrario, chiederne la rettifica.

Come scoprire se sono segnalato in Crif

Per sapere dunque se sei segnalato in Crif come cattivo pagatore (o meno) e conoscere tutte le informazioni contenute in tale banca dati che ti riguardano, puoi chiedere e ottenere direttamente da Crif una visura seguendo queste semplici istruzioni. La richiesta può essere presentata comodamente dal tuo computer di casa, in modalità telematica e, peraltro, perdendo non più di 10 minuti. Crif dovrà risponderti entro 15 giorni.

Leggi anche Cattivi pagatori: come difendersi dalla segnalazione della banca.

Il modulo con la richiesta

Per scoprire se sei stato segnalato in Crif come cattivo pagatore (o meno), la prima cosa da fare è collegarti al sito della stessa Crif e seguire le istruzioni che ti verranno fornite a video, che qui descriveremo dettagliatamente. All’esito di questi passaggi otterrai un modulo che dovrai stampare e firmare e poi inviare per email. Ma procediamo per gradi.

Innanzitutto devi collegarti a questa pagina. Da qui potrai indicare quale tipo di richiesta intendi presentare a Crif; puoi selezionare contemporaneamente anche più di una opzione. In particolare, per sapere se sei segnalato in Crif seleziona le seguenti caselle:

  • casella A: «chiedo di conoscere i dati registrati sul Sistema di Informazioni Creditizie (Sic) di Crif». Tale richiesta permette di ricevere un documento con il dettaglio dei dati registrati sul Sic di Crif. Questo tipo di richiesta può essere inoltrato a Crif al massimo ogni 90 giorni;
  • casella D: « Chiedo di conoscere le informazioni raccolte da Crif presso i Tribunali e gli Uffici di Pubblicità Immobiliare». Questa Banca Dati gestita da Crif contiene le informazioni raccolte dai Pubblici Registi dei Tribunali e Uffici di Pubblicità Immobiliare.

A questo punto, dopo aver selezionato le due caselle A e D, vai in fondo allo schermo e clicca su continua. Si aprirà una schermata in cui ti verrà richiesto di indicare i tuoi dati. In particolare dovrai specificare:

  • dati anagrafici (il numero di telefono è facoltativo);
  • dati di residenza;
  • dati di un documento di riconoscimento che potrai selezionare dal menu a tendina sotto la voce «Tipo di documento».

L’ultimo box, quello in fondo alla pagina, ti chiede come preferisci ottenere la risposta, ossia per email o per posta. In questo caso Crif non è in grado di garantire il rispetto della risposta in 15 giorni.

L’invio del modulo con la richiesta a Crif

All’esito di questi passaggi otterrai il modulo di richiesta precompilato, che dovrai stampare e firmare. A questo punto dovrai convertire la richiesta in un pdf mediante uno scanner (puoi eventualmente usare il tuo smartphone: esistono numerose app che fungono a tale scopo, ma assicurati di avere a disposizione un ambiente con una buona luce).

Dovrai infine inviare il pdf al seguente indirizzo email: info.consumatori@crif.com

Non è quindi necessario inviare una Pec (posta elettronica certificata) ma ci si può valere della propria mail ordinaria, quella di tutti i giorni.

Insieme al modulo, nella stessa email dovrai inviare anche:

  • il documento di riconoscimento fronte/retro ben leggibile che hai indicato nel modulo compilato;
  • la tessera sanitaria fronte retro ben leggibile.

Come controllare lo stato di avanzamento della pratica

Conserva il numero della richiesta scritto sul modulo che hai stampato.

Dopo che hai presentato la richiesta di visura, per sapere se sei segnalato in Crif, puoi monitorare lo stato di avanzamento della tua domanda collegandoti a questa pagina.

I termini della risposta di Crif

Entro 15 giorni dalla ricezione della tua documentazione completa Crif ti invierà la risposta secondo le modalità che tu hai fornito nel modulo online. La documentazione che riceverai sarà quella della tua storia creditizia e conterrà anche informazioni presenti da uffici di Pubblicità Immobiliare come ad esempio eventuali ipoteche.

Successive richieste di visura a Crif

Attenzione: una volta che hai presentato una richiesta a Crif non potrai rinnovare la stessa prima di 90 giorni. Quindi, è da escludere che tu possa sapere, con cadenza mensile, se sei segnalato in Crif come cattivo pagatore. Assicurati, pertanto, di inoltrare l’istanza solo quando ce n’è davvero bisogno e il dubbio è fondato.

Quando costa sapere se sono segnalato in Crif

Vediamo ora quali sono i costi di una visura in Crif.

Nei 15 giorni successivi al ricevimento della risposta da Crif dovrai pagare:

  • 4 euro (Iva inclusa) nel caso in cui vengano rilevate informazioni a tuo nome;
  • 10 euro (Iva inclusa) se non è presente nessuna informazione.

Come pagare?

Si può pagare presso i punti vendita Sisal Pay oppure tramite bollettino postale. In ogni caso nella lettera di risposta che ti ha inviato Crif troverai tutte le istruzioni.

Quanto tempo dura la segnalazione in Crif?

La segnalazione in Crif non è a tempo indeterminato e varia a seconda del tipo di attività effettuata dal cliente. Qui di seguito riportiamo lo schema con i tempi di conservazione dei dati.

TIPOLOGIA DI DATO TEMPI DI CONSERVAZIONE
Finanziamento  richiesto ed in corso di valutazione 6 mesi  dalla data richiesta
Richieste di finanziamento  rinunciate/rifiutate 1 mese  dalla data di rinuncia/rifiuto
Finanziamenti rimborsati regolarmente 36 mesi  dalla  data di estinzione effettiva  del rapporto di credito
Ritardi  1 o 2 rate  (o mensilità) 12 mesi  dalla comunicazione di  regolarizzazione,
Ritardi  3 o più rate  (o mensilità) 24 mesi  dalla comunicazione di  regolarizzazione,  a condizione che nei 24 mesi i pagamenti siano sempre regolari
Finanziamenti non rimborsati  (o con gravi morosità) 36 mesi  dalla  data di estinzione prevista  o dalla data in cui l’istituto di credito ha fornito  l’ultimo aggiornamento

Trust autodichiarato: imposte in misura fissa

Posted on : 15-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Trust autodichiarato: illegittimo l’avviso di liquidazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Nel trust cosiddetto “autodichiarato”, dal momento che non vi è alcun trasferimento di diritti e beni, è illegittimo l’avviso di liquidazione che considera il trust come atto negoziale di trasferimento di beni con applicazione delle imposte in misura proporzionale. Il trust autodichiarato è infatti soggetto alle imposte di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa.

È quanto precisato da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Campania [1].

Cos’è il trust autodichiarato

Il trust è un negozio giuridico (normalmente unilaterale, cui si affiancano spesso uno o più atti dispositivi) fondato sul rapporto tra disponente e trustee (persona di fiducia). Il disponente, di norma, trasferisce, per atto inter vivos o mortis causa, dei beni o diritti a favore del trustee. Quest’ultimo li amministra, con i diritti ed i poteri di un vero e proprio proprietario, nell’interesse del beneficiario o per uno scopo prestabilito. Il negozio è, quindi, caratterizzato da una doppia proprietà (dual ownership), l’una ai fini dell’amministrazione – in capo al trustee – e l’altra ai fini del godimento – in capo al beneficiario -.

Il “trust autodichiarato” è una particolare fattispecie di trust in cui il disponente ed il “trustee” coincidono. Il disponente, pertanto, non attua alcun trasferimento ad un terzo soggetto, ma si limita ad apporre un vincolo di destinazione su alcuni suoi beni, separandoli dal restante suo patrimonio. La segregazione, quindi, si verifica all’interno del patrimonio del disponente stesso, senza che vi sia alcun trasferimento di beni.

Imposte trust autodichiarato

In ragione della natura negoziale del trust autodichiarato, laddove non si opera alcun trasferimento di diritti aventi ad oggetto dei beni, è illegittimo l ‘atto di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate lo considera atto negoziale comportante trasferimento applicando le imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura proporzionale.

Secondo la Cassazione [2], infatti, l’istituzione di un “trust” cd. “autodichiarato”, con conferimento di immobili e partecipazioni sociali per una durata predeterminata o fino alla morte del disponente, i cui beneficiari siano i discendenti di quest’ultimo, è riconducibile alla donazione indiretta ed è soggetto all’imposta in misura fissa. Ciò in quanto la “segregazione”, quale effetto naturale del vincolo di destinazione, non comporta, però, alcun reale trasferimento o arricchimento, che si realizzeranno solo a favore dei beneficiari, successivamente tenuti al pagamento dell’imposta in misura proporzionale.

Inoltre, il trust autodichiarato, sempre per la mancanza di trasferimento di beni, non può essere soggetto all’imposta sulle successioni e donazioni poiché manca il presupposto impositivo della liberalità, alla quale può dar luogo soltanto un reale arricchimento mediante un effettivo trasferimento di beni e diritti.