Procura all’avvocato per querela di falso

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La procura che il cliente concede all’avvocato per la querela di falso deve essere scritta in un modo peculiare: vediamo in che senso.

La procura alle liti è fondamentale nel rapporto fra cliente ed avvocato, perché senza procura l’avvocato non può validamente difendere il proprio cliente e quindi non può rappresentarlo nel processo. Particolarmente importante, dunque, è che la procura vi sia e sia scritta in modo corretto. Ciò è vero soprattutto quando si concede al proprio avvocato una procura per proporre querela di falso verso un atto pubblico. Vediamo come la legge esige che sia scritta la procura per querela di falso.

Querela di falso: a cosa serve

Innanzitutto, dobbiamo dire che la procura per la querela di falso va scritta con le accortezze che vedremo perché la querela di falso è un’azione processuale particolarmente impegnativa. La querela di falso, infatti, mira a privare un atto pubblico (cioè un atto formato da un notaio o da altro pubblico ufficiale) della sua forza probatoria: infatti, l’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, di ciò che il pubblico ufficiale dichiara essere avvenuto di fronte ai suoi occhi, o di ciò che il pubblico ufficiale dichiara di aver compiuto.

Un esempio chiarirà l’importanza dell’atto pubblico, della querela di falso e della esatta compilazione della procura per proporre querela di falso.

Si pensi al caso in cui l’Agenzia delle Entrate Riscossione, cioè la nuova Equitalia, utilizzi contro il contribuente una cartella esattoriale, e che la relazione di notificazione della cartella esattoriale attesti che la cartella è stata ritirata personalmente dal destinatario. Si immagini, allora, che il destinatario, una volta presa visione della cartella esattoriale e della relazione di notificazione, si accorga che la firma apposta sulla relazione non è la sua. A questo punto il povero contribuente ha due strade: pagare quanto è richiesto dalla cartella esattoriale, malgrado non sia stata notificata a lui, oppure impugnare la cartella e la sua notificazione.

Ebbene, per impugnare la cartella e la notificazione il contribuente ha a disposizione il rimedio della querela di falso, che mira proprio a far dichiarare al Tribunale che la firma apposta sulla relazione non è autentica e che, dunque, il notificatore ha attestato il falso nella relazione di notificazione. Infatti, la relazione di notificazione è un atto pubblico, il cui valore di prova può essere annientato solo con la querela di falso.

Come si scrive la procura per la querela di falso

Per proporre la querela di falso è necessario farsi assistere dall’avvocato, perché non si può stare in giudizio da soli davanti al Tribunale. L’avvocato però, per assistere il cittadino, ha bisogno di una procura.

Allora attenzione: l’avvocato deve scrivere la procura per la querela di falso in modo che il cliente con essa gli assegni non solo il compito di proporre la querela di falso, ma anche di confermare di fronte al giudice alla prima udienza la proposizione della querela stessa.

Infatti, la legge richiede che in prima udienza la parte in persona (quindi il contribuente nel nostro esempio) o il suo avvocato confermino l’intenzione di proporre querela di falso contro l’atto pubblico [1].

Se nella procura per la querela di falso non c’è anche il mandato a confermarla, allora il giudice rinvierà l’udienza per consentire alla parte di presenziare personalmente e di confermare la proposizione della querela di falso; in alternativa, il giudice potrà disporre il deposito di una procura speciale, autenticata non dall’avvocato ma dal notaio, con la quale si concede all’avvocato il mandato a confermare la proposizione della querela di falso.

Dunque, non inserire nella procura per la querela di falso anche il mandato a confermarla in prima udienza può comportare dei costi aggiuntivi per  il cliente.

Modello di procura per querela di falso

È possibile allora proporre un modello di procura per querela di falso elaborato in relazione all’esempio fatto ed utilizzabile per ogni caso di proposizione della querela di falso. Eccolo.


Io sottoscritto Tristano Contribuente,  nomino quale mio difensore e procuratore speciale in ogni fase e grado, anche nelle fasi dell’esecuzione, opposizione, incidentale, cautelare, ed in sede di gravame, l’ Avv. Giusto Combattente ,  conferendogli ogni più ampia facoltà di legge ed assumendo sin d’ora per rato e valido l’operato del suddetto legale.
Eleggo domicilio presso lo studio dell’Avv. Giusto Combattente, sito nella Città della Giustizia, alla via della sofferenza processuale n. 33.  
Il presente mandato è specificamente concesso, nei termini di cui al capoverso che precede, al fine di garantire al sottoscritto mandante l’assistenza processuale ed extraprocessuale nel giudizio presente relativo proposizione di querela di falso ex art. 221 e ss. cpc avverso le relazioni di notificazione e di ogni altro atto od attestazione ad esso connessa della cartella esattoriale n. 17171717171717. Al contempo, concedo all’Avv. Giusto Combattente ogni potere e facoltà connessa, ed espressamente lo delego a rappresentarmi per rendere la dichiarazione di conferma della proposizione della querela di falso così come richiesta dall’art. 99 delle Disp. att. del codice di rito civile.
Dichiaro di essere stato informato, ai sensi dell’art. 2, co. 7, D. L. n. 132/2014, della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati disciplinata dagli artt. 2 e ss. del suddetto decreto legge. Dichiaro di essere stato reso edotto circa il grado di complessità dell’incarico che con la presente conferisco, nonché di avere ricevuto tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento sino alla conclusione dell’incarico.
Dichiaro, ai sensi e per gli effetti di cui al D. Lgs. n. 196/2003 e s.m.i., di essere stato informato che i miei dati personali, anche sensibili, verranno utilizzati per le finalità inerenti al presente mandato, autorizzando sin d’ora il rispettivo trattamento il responsabile dello stesso, ovvero l’Avv. Giusto Combattente ed i suoi collaboratori di Studio.
La presente procura alle liti è da intendersi apposta, comunque, in calce all’atto, anche ai sensi dell’art. 18, co. 5, D. M. Giustizia n. 44/2011, come sostituito dal D. M. Giustizia n. 48/2013.

Città della Giustizia, lì 10 agosto 2017

Sig. Tristano Contribuente

La firma è autentica ex art. 83 c.p.c.

Avv. Giusto Combattente

Guasto pc, come tutelare i dati e come agire se il tecnico li spia?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa fare prima e dopo un problema al computer che richiede l’intervento dell’assistenza. Come proteggere la privacy e cosa rischia chi non la rispetta.

Il famoso adagio «meglio prevenire che curare» non va applicato soltanto alla salute ma anche al computer. Quando si avverte che c’è qualche guaio in arrivo, cioè che perde delle prestazioni o che ha i sintomi dell’attacco di un virus o di un hacker, è il momento di intervenire prima che ci lasci definitivamente a spasso e ci costringa a portarlo da un tecnico per riparare il guasto con dentro tutti i nostri dati personali e di navigazione.

Per carità, nulla da eccepire all’onestà dei tecnici che riparano i pc, professionisti davanti ai quali qualche volta ci si inginocchia dicendo: «Me lo faccia tornare come prima, la prego». Ma, siccome a volte la curiosità è più forte di qualunque essere umano, non è da escludere che il tecnico ci dia una sbirciatina all’uso che facciamo del computer, ai dati, ai documenti. Non tanto per utilizzarli chissà come. Giusto così, per togliersi uno sfizio.

Allora, in caso di guasto del pc, come tutelare i dati? E come agire se il tecnico li spia? C’è un modo per proteggere i «fatti nostri»? E c’è violazione della privacy se qualcuno si fa i «fatti nostri»?

Cosa fare prima del blocco del pc

Ci sono delle abitudini che chiunque utilizzi un computer dovrebbe avere, come quelle di lavarsi i denti la mattina e dopo ogni pasto o di tirare l’acqua quando si va in bagno. Azioni che dovrebbero diventare automatiche, meccaniche, prima che si verifichi un guasto al pc e non si sia più in grado di tutelare i dati.

Una di queste è cancellare con una certa frequenza le password salvate sul browser di Internet (posta elettronica, Facebook ed altri social network, accesso a determinati siti, soprattutto quello della banca, dell’Inps, dell’Agenzia delle Entrate, ecc.). Spesso, infatti, quando si utilizzano delle password diverse per entrare in questo o in quell’altro sito, si usa la funzione «ricordami » oppure «vuoi salvare la password su questo computer?». Significa che, quando si entra in quel sito, username e password compaiono in automatico. Tanto vale tenerle segnate da qualche altra parte o salvarle in copia su una chiavetta Usb o su un altro supporto esterno grazie a dei software dedicati reperibili sul web, per poi utilizzarle solo quando servono e, quindi, ogni tanto cancellarle. Se il guasto del pc ci lasciasse a piedi di punto in bianco, potremmo essere tranquilli. Almeno in questo.

E’ possibile proteggere con password (avendo l’accortezza appena descritta) anche file e documenti che contengono dei dati sensibili: un curriculum in cui ci sono scritti dati anagrafici, indirizzo, telefono e tutto ciò che ci riguarda, oppure documenti della banca o altro ancora.

In alternativa (e sarebbe la scelta più logica) questi file e documenti si possono salvare su un supporto esterno (la solita chiavetta o l’hard disk che si utilizza per il back up) e poi cancellarli in via definitiva dalla memoria del computer. Se anche non si presenta il guasto al pc, in questo modo si libera spazio.

Altra abitudine da prendere per tutelare i dati ed evitare che chiunque possa spiarli in caso di guasto del pc: cancellare a fine sessione la cronologia sei siti visitati, dei video o dei brani musicali aperti di recente, dei documenti aperti, delle ricerche effettuate su Google o si un qualsiasi altro motore e dei messaggi inviati e ricevuti via Messenger. Basta aprire il menù «cronologia» e cliccare sull’opzione «cancellare tutta la cronologia», cookies compresi.

C’è, comunque, un modo che non eviterà le intrusioni del tecnico ma che ci dirà se ha provato a guardare i nostri dati o i nostri documenti privati. E’ quello di rivolgersi, prima di consegnare il pc all’assistenza, ad un consulente informatico forense. Si tratta di un professionista specializzato in grado di installare sul computer un particolare software che rileva l’attività della macchina da un certo momento in poi. E che, quindi, ci dirà se il tecnico spia dove non deve.

Cosa fare dopo il blocco del pc

La scena è agghiacciante: «Puff» e si spegne tutto. Oppure si prova ad accendere il computer ma non c’è verso. Hai voglia a schiacciare il tasto di avvio o a controllare se l’alimentatore era collegato nel modo giusto: il pc non parte, è guasto e bisogna portarlo da un tecnico. Con tutto quello che ha dentro. Ma è possibile limitare i danni.

Se si è capaci, si smonta l’hard disk, lo si clona (cioè se ne fa una copia integrale) e si formatta quello vecchio.

Se non si è capaci, si chiede al tecnico di smontarlo e di consegnarcelo.

Il tutto, sperando che il tecnico non approfitti della sua abilità per spiare dati, foto e documenti privati.

A meno che non si sia installato prima quel software del consulente informatico forense. Se, in questo caso, si scopre che il tecnico ha spiato i nostri dati, come agire?

Con una semplice denuncia. Ci sono, infatti, gli estremi per ravvisare una violazione della privacy, in quanto una persona a noi sconosciuta e senza il nostro consenso, è venuto a conoscenza dei nostri dati sensibili e del materiale alla cui visione non era autorizzato (e magari se n’è fatto una copia da qualche parte). Insomma, si è fatto, a nostra insaputa, i fatti nostri.

Inoltre, se si introduce nella nostra e-mail grazie alle password salvate sul pc e non cancellate, potrebbe rispondere di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico [1] protetto da misure di sicurezza e contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo. La pena prevista in questi casi è la reclusione fino a tre anni.

La pena va da uno a cinque anni se dall’intrusione deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione parziale o totale del suo funzionamento o, ancora la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi contenuti nel sistema informatico o telematico.

Ma attenzione, perché la Cassazione [2] ha sentenziato che affinché queste pene vengano applicate basta il semplice accesso abusivo al sistema informatico o telematico, in quanto lede la riservatezza degli utenti, anche se non viene compiuto un danno. Insomma, la semplice sbirciatina può costare tre anni di galera.

Notifica atti giudiziari ai senza fissa dimora

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si procede alla notifica di un atto giudiziario destinato ad una persona  che non ha una fissa dimora? Vediamolo insieme

L’invio di una lettera raccomandata o di un atto giudiziario ad una persona senza una fissa dimora può essere complicato per via della mancanza di un indirizzo di riferimento. Come si procede in questi casi? Con il presente articolo cercheremo di fare il punto della situazione e di comprendere come funziona in concreto la notifica di atti giudiziari ai senza fissa dimora. Tuttavia, prima di comprendere come si procede nel caso in cui si debba notificare un atto a tali soggetti, cerchiamo di capire chi è la persona senza fissa dimora.

Chi è la persona senza fissa dimora?

La persona senza fissa dimora è quella che non ha una dimora stabile ed effettiva a causa di particolari circostanze quali, ad esempio, il ceto sociale di appartenenza o il mestiere che svolge. Vengono comunemente ricompresi in questa categoria i rom, gli ambulanti, gli artisti di strada e tutti coloro che non avendo una fissa dimora, conducono uno stile di vita “itinerante”. Nella categoria dei senza fissa dimora vengono inclusi anche i senza tetto, che in realtà sono soggetti che hanno la dimora abituale nel Comune (perché non itineranti), pur non avendo la disponibilità di un’abitazione.

Per via della loro situazione, tali soggetti non possiedono i requisiti per essere considerati residenti in un determinato luogo. Dunque, se si rende necessario notificare un atto nei loro confronti sarà necessario applicare un trattamento giuridico differenziato. Vediamo qual è.

Come si effettua la notifica di atti giudiziari ai senza fissa dimora?

La notificazione di atti giudiziari ai senza fissa dimora crea talvolta confusione ed incertezze sulla disciplina in concreto applicabile. Generalmente gli atti a loro destinati riportano indirizzi di fantasia, evidentemente fittizi che fanno subito intendere all’agente notificatore la particolare situazione in cui si trova il destinatario. In mancanza di una residenza, infatti, la notifica di atti giudiziari ai senza fissa dimora non potrà seguire le regole che disciplinano la notificazione nei casi in cui si sia in presenza di una abitazione di fatto [2].

In proposito è il caso di rammentare che l’Istat, nelle note illustrative della legge anagrafica [1], ha suggerito ai Comuni di istituire una sezione speciale nella quale elencare e censire come residenti tutti i senza fissa dimora e i senza tetto, individuando a tal fine una via non realmente esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale o di fantasia appositamente stabilito dall’Ufficiale di anagrafe. In tale via vengono così iscritti con numero progressivo dispari sia i senza tetto, sia i senza fissa dimora a cui potranno così essere recapitati gli atti a loro indirizzati.

In mancanza di detto meccanismo, si seguiranno regole diverse. Vediamo quali.

In primo luogo è da dire che qualora il senza fissa dimora abbia eletto domicilio presso il Sindaco o la segreteria comunale del Comune dove abitualmente vive, la notificazione degli atti giudiziari segue le regole della c.d. notifica presso il domiciliatario [3], per cui la stessa si intende compiuta non appena l’atto viene materialmente consegnato all’addetto al ritiro del Comune stesso.  Diversamente, nel caso in cui tale elezione di domicilio non sia stata effettuata, la condizione dei senza fissa dimora potrà essere equiparata a quella di persona di cui non si conosce alcuna abitazione.

In particolare secondo la legge [4] se non sono conosciuti né la residenza, né la dimora, né  il domicilio del destinatario, la notifica si esegue mediante deposito dell’atto nella casa comunale dell’ultima residenza o, se questa è ignota, in quella del luogo di nascita del destinatario. Dunque, nel caso in questione, eseguite tutte le ricerche di eventuali  parenti o conoscenti – nel caso ve ne fossero – la notifica avverrà mediante deposito dell’atto nella Casa comunale dell’ultima residenza. Se non si conosce il luogo ove il soggetto abbia fissato la sua ultima residenza, allora la notifica si eseguirà presso il Comune di nascita del senza fissa dimora.

Garage: come non pagare la tassa rifiuti

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il garage non produce rifiuti: onere della prova a carico del contribuente.

Il garage non costituisce, di per sé, area automaticamente esente dalla Tari/Tarsu. Tocca al contribuente dimostrare che quell’area non è idonea a produrre rifiuti.

Il presupposto della tassa di smaltimento dei rifiuti è l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti. È però prevista l’esenzione dalla tassazione di una parte delle aree utilizzate qualora vi si producano rifiuti speciali, come pure l’esclusione di parti di aree perché inidonee alla produzione di rifiuti.

Ai fini dell’applicabilità di tali esenzioni, è necessaria l’adeguata delimitazione di tali spazi nonché la presentazione di documentazione idonea a dimostrare le condizioni dell’esclusione o dell’esenzione.

Grava sul contribuente il relativo onere della prova. La giurisprudenza ha chiarito che, pur operando il principio secondo il quale è l’Amministrazione a dover fornire la prova della fonte dell’obbligazione tributaria, tale principio non può operare con riferimento al diritto ad ottenere una riduzione della superficie tassabile, costituendo l’esenzione, anche parziale, un’eccezione alla regola generale del pagamento del tributo da parte di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone del territorio comunale.

Il contribuente non deve solo allegare la peculiare destinazione funzionale dell’immobile ad autorimessa o garage, dovendo egli dichiarare che sussistono i presupposti per l’esenzione.

Secondo la Cassazione [1], infatti, un locale adibito a garage non può ritenersi, di per sè, improduttivo di rifiuti solidi urbani. La legge prevede come eccezione alla regola della tassazione le sole «aree scoperte pertinenziali od accessorie di civili abitazioni», salva la specifica dimostrazione dei “locali e delle aree” di diversa natura, ciò che suppone inevitabilmente un accertamento preventivo ed individualizzato.

Dunque l’esenzione dal pagamento della tassa rifiuti per le aree non idonee alla produzione di rifiuti (per esempio garage) è subordinata alla adeguata delimitazione di tali spazi nonché alla presentazione di documentazione idonea a dimostrare le condizioni dell’esclusione o dell’esenzione.

Tagliando assicurazione: è obbligatorio esporlo?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’esposizione del tagliando RC Auto non è più obbligatorio dal 18 ottobre 2015. Ecco qualche chiarimento.

In un’ottica di smaterializzazione e semplificazione delle procedure, l’ordinamento italiano ha “alleggerito” l’automobilista dell’obbligo di esporre il contrassegno giallo che indica gli estremi della polizza per la responsabilità civile (il cosiddetto tagliando assicurazione). Il provvedimento che ha dato attuazione a questa novità ha introdotto la nuova regolamentazione a far data dal 18 ottobre 2015 [1]. Per tale ragione, oggi non si incorre in alcuna sanzione se il tagliandino non è esposto sul parabrezza.

Cosa cambia

Detta così, potrebbe sembrare cosa di poco conto. In realtà, la nuova normativa è ben più significativa. L’obbligo di esporre il tagliando d’assicurazione è venuto meno perché il controllo sulla regolarità assicurativa del veicolo è oggi effettuato attraverso un procedimento elettronico. Tutte le informazioni sulla copertura assicurativa dei mezzi sono ora disponibili nella banca dati della Motorizzazione civile, aggiornata in tempo reale dalle compagnie di assicurazione. Queste ultime sono tenute a trasmettere immediatamente le informazioni sulle polizze stipulate con i propri clienti, di modo che anche pochi minuti dopo la stipula del contratto è possibile circolare senza il pericolo di segnalazioni. L’enorme archivio telematico della Motorizzazione è immediatamente consultabile da tutte le apparecchiature adibite al controllo del traffico e al rilevamento a distanza delle violazioni del Codice della strada (Autovelox, Tutor, Telepass, telecamere Ztl), nonché dai pubblici ufficiali: questi potranno accedere alla banca dati e verificare la presenza della targa del veicolo.

Come avviene il controllo?

Le autorità competenti possono verificare la regolarità assicurativa (e non solo) del veicolo direttamente attraverso il numero di targa. Di conseguenza, non si può più mentire né tantomeno contraffare il tagliando. La nuova normativa tende proprio a porre fine al massiccio numero di frodi posto in essere da chi in passato, in un modo o nell’altro, ha eluso l’obbligo di copertura assicurativa di auto e motocicli. Prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni, l’Ania (cioè l’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) ha stimato che, in Italia, circa quattro milioni di autovetture circolavano sprovviste di assicurazione!

Quindi addio al cartaceo?

Non proprio. A partire dal 18 ottobre 2015 è venuto meno l’obbligo di esporre in modo visibile il tagliando, non quello di custodire a bordo del veicolo tutti i certificati assicurativi [2]. Il certificato di assicurazione, infatti, rimane cartaceo e rappresenta il documento ufficiale per attestare l’esistenza di una copertura assicurativa RCA. In caso di sinistro, quindi, si può chiedere all’altro conducente l’esibizione del certificato dal quale estrarre i dati assicurativi, non più visibili sul parabrezza. Chiaramente, se il conducente coinvolto nel sinistro dovesse rifiutarsi di mostrare il certificato, basterà fornire il numero di targa alla propria assicurazione perché ne controlli la regolarità.

Cosa rischia chi è sprovvisto di assicurazione RC auto?

In conclusione, è sempre bene ricordare che in Italia vige l’obbligo di assicurazione della responsabilità civile per chi circoli con veicoli a motore senza guida di rotaie [3]. Chiunque contravvenga all’obbligo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 849 a euro 3.396, oltre al sequestro del veicolo.

Lavoro: come funziona il rimborso spese dei dipendenti

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Rimborso a piè di lista, forfettario o misto: cosa sono e come funzionano per il lavoratore e per l’azienda. E se diventano stipendio mascherato che succede?

Il termine parla da sé: il rimborso spese riguarda le spese anticipate dal lavoratore durante lo svolgimento della sua attività e nell’interesse dell’azienda che devono essere riconosciute al dipendente a titolo, appunto, di rimborso. Questo in estrema sintesi.

Ma la questione non è così semplice. Primo, perché esistono diversi tipi di rimborsi spese. Secondo, perché ci sono delle particolari tassazioni e deducibilità. Terzo, perché alcune aziende adottano la pratica del rimborso spese come integrazione dello stipendio. Una pratica spesso a discapito del lavoratore: su quella cifra non verranno versati i contributi previdenziali.

Vediamo, allora, come funziona il rimborso spese dei dipendenti, sia da un punto di vista «pratico» (cioè quali spese vengono rimborsate e cosa comporta per il dipendente) sia da un punto di vista fiscale per l’azienda.

Quali tipi di rimborsi spese

Bisogna, innanzitutto, distinguere tra il rimborso spese per trasferte nel territorio comunale e fuori dal territorio comunale.

Nel primo caso, ad esempio, rientrano quelle sostenute dal lavoratore per una giornata trascorsa fuori dalla propria sede di lavoro. Quindi, ad esempio, mezzi pubblici o carburante per spostarsi da una parte della città all’altra o la spesa per il pranzo, qualora il suo contratto preveda che il vitto è a carico del datore di lavoro. Pensiamo anche al dipendente che, nell’interesse dell’azienda, deve inviare a pranzo un cliente.

In questo caso, l’indennità è sottoposta in capo al dipendente alla tassazione ordinaria, ad eccezione delle spese per il trasporto pubblico.

Le spese di vitto e alloggio all’interno del territorio comunale sono ammesse in deduzione nel limite del 75% dell’importo complessivamente sostenuto.

Per quanto riguarda, invece, le trasferte compiute fuori dal territorio comunale, i tipi di rimborsi spese possono essere tre:

  • rimborso a piè di lista;
  • rimborso forfettario;
  • rimborso misto.

 

Rimborso a piè di lista

In questo caso, le spese devono essere documentate e riassunte in una nota spese, anche se i giustificativi non sono intestati al dipendente. Devono, comunque essere documentate, comprese quelle destinate al rimborso chilometrico secondo le tabelle Aci quando è stata usata l’auto del dipendente.

Le spese non sono tassate al dipendente in quanto sostenute fuori dal territorio comunale

La nota spese

Il lavoratore dovrà presentare all’azienda una nota spese da lui firmata, che gli verrà consegnata in bianco dall’azienda e che contiene:

  • i dati anagrafici del lavoratore;
  • il giorno, il mese e la località in cui è stata sostenuta la spesa;
  • la natura e l’entità della spesa;
  • eventuali annotazioni.

L’azienda provvederà al rimborso di queste spese a condizione che:

  • siano state autorizzate;
  • siano inerenti l’attività dell’azienda;
  • siano documentate con scontrini, fatture, ricevute di carte di credito aziendali, ecc. riepilogati nella nota spese ai fini della deducibilità.

Quali spese vengono rimborsate

Il rimborso spese a piè di lista contiene, di solito, questi tipi di spese:

  • vitto e alloggio: sono ammesse per lavoratori dipendenti e titolari di rapporti di collaborazione in deduzione per un importo giornaliero non superiore a 180,76 euro, o non superiori a 258,23 euro per le trasferte all’estero;
  • viaggio e trasporto: vengono rimborsate le spese sostenute per l’uso della propria auto o di quella noleggiata (sempre se il dipendente è autorizzato ad utilizzare questi mezzi) per una specifica trasferta. Le spese rimborsate non fanno reddito al dipendente. La deducibilità è limitata al costo della percorrenza o alle tariffe di noleggio relative ad auto di potenza non superiore ai 17 Hp o ai 20 cavalli fiscali se dotate di motore diesel;
  • altre spese: il lavoratore può presentare documentazione su altre spese sostenute durante la trasferta, come il costo di un taxi, di una consumazione al bar, di un biglietto della metropolitana. Ma può anche includere nella nota delle spese non documentate. In quest’ultimo caso, la deducibilità è limitata ad un massimo giornaliero di 15,49 euro in Italia e di 25,82 euro all’estero.

Rimborso spese forfettario

Il rimborso spese forfettario è come gli straordinari forfettari: l’azienda paga un «tot» al dipendente, indipendentemente da quello che fa. In questo caso, se ricevo 500 euro al mese di rimborso forfettario e ne spendo 300, gli altri 200 me li porto a casa comunque. Ma se ne spendo 700, i 200 euro in eccesso li pago di tasca mia. Meglio il vino della casa del Moët & Chandon, per capirci.

Il dipendente non è tenuto a giustificare la spesa sostenuta, quindi non è necessario compilare la nota spese.

Come nel caso precedente, questi rimborsi non fanno reddito per il dipendente, ma entro un minimo giornaliero di 46,48 euro per le trasferte italiane e di 77,47 euro per quelle all’estero. La cifra che eccede da questi importi è imponibile ai fini Irpef. Ma per l’azienda sono interamente deducibili, senza alcun limite massimo.

A differenza di quelli a piè di lista, però, non sono deducibili ai fini Irap

I rimborsi forfettari si intendono al netto delle spese di viaggio e di trasporto dovutamente documentate dal lavoratore. Pur non essendo imponibili in capo al dipendente i rimborsi forfetari in capo alla società sono interamente deducibili in quanto corrisposti in base a norme di legge. Quindi, a differenza dei rimborsi analitici, per i rimborsi forfetari non vi è alcun limite massimo di deducibilità in capo all’impresa.

Il rimborso spese misto

Il terzo tipo di rimborso spese è quello misto. Se le spese a piè di lista rimborsate al dipendente riguardano solo il vitto oppure solo l’alloggio, il limite delle spese forfetarie giornaliere rimborsabili che non concorrono a formare il reddito del dipendente si riduce di un terzo (30,98 euro per le trasferte in Italia e 51,65 euro per quelle all’estero). Il limite si riduce ai due terzi nel caso in cui vengano rimborsate contemporaneamente le spese di vitto e alloggio.

Se il rimborso spese diventa «stipendio mascherato»

Non mancano i casi in cui le aziende, per risparmiare sui costi delle assunzioni, stabiliscono uno stipendio, per così dire, «ufficiale» (quello riportato in busta paga) e poi integrano la retribuzione pattuita verbalmente con il dipendente con la parte di «stipendio mascherato», cioè: se ti devo pagare 2.000 euro netti al mese, te ne do 1.500 in busta e 500 come rimborso spese. Tu mi fai una finta nota spese alla fine di ogni mese e io te la pago.

Non è una pratica sempre conveniente per il lavoratore. E’ vero che, in questo modo, si garantisce la cifra che aveva chiesto all’azienda al momento dell’assunzione. Ma è anche vero che su quei soldi non verranno calcolati né i contributi previdenziali né il Tfr, cioè il trattamento di fine rapporto.

Attenzione, dunque – se si presentasse il caso – alla cifra che si accetta come rimborso spese fisso per integrare lo stipendio: più pesa la busta paga sulla bilancia e più il lavoratore sarà avvantaggiato.

Ho appena acquistato casa, cosa devo pagare?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una guida per conoscere quali imposte è tenuto a versare chi acquista un appartamento.

 Ho appena acquistato casa, cosa devo pagare? Una domanda che normalmente si ripete chi ha appena firmato l’atto di compravendita dal notaio. In sintesi, sono da versare l’Iva e/o (a seconda dei casi) l’imposta di registro oltre all’imposta ipotecaria e catastale.

Quali imposte sono dovute nel caso di acquisto della prima casa

Sulla prima casa spetta il cosiddetto bonus prima casa. Si tratta di un’agevolazione fiscale che permette di risparmiare diverse migliaia di euro (leggi L’agevolazione fiscale sulla prima casa). In particolare, in caso di acquisto della cosiddetta prima casa (comprese le pertinenze e con esclusione degli immobili classificato nelle categorie A/1, A/8 e A/9 cioè abitazioni di tipo signorile, ville e castelli e palazzi di eminente pregio artistico o storico):

  • se venditore è un privato, oppure un’impresa di costruzione o ristrutturazione che vende oltre cinque anni dal termine dei lavori e che non opta per l’applicazione dell’iva nell’atto di vendita, è dovuta l’imposta di registro al 2% (non si applica l’Iva), l’imposta ipotecaria nella misura fissa di 50,00 euro e l’imposta catastale nella misura fissa di 50,00 euro;
  • se invece l’atto di vendita rientra nel campo Iva (perché si acquista da un’impresa di costruzione o ristrutturazione entro cinque anni dal termine dei lavori o perché, anche se la vendita avviene oltre i cinque anni dal termine dei lavori, l’impresa opta, dichiarandolo nell’atto di vendita, per assoggettare l’atto ad Iva), l’acquirente dovrà versare l’Iva con aliquota al 4% oltre alle imposte di registro, quella ipotecaria e quella catastale nella misura fisa di euro 200,00 ciascuna. La tassazione dell’acquisto della prima casa è agevolata

Quali imposte sono dovute nel caso di acquisto di immobile non prima casa

Ho appena acquistato casa, cosa devo pagare nell’ipotesi di compravendita di immobili che non siano prima casa? Si può dire che:

  • se venditore è un privato, oppure un’impresa di costruzione o ristrutturazione che vende oltre il termine di cinque anni dal termine dei lavori e non opta per l’applicazione dell’Iva nell’atto di vendita o un’impresa “non costruttrice” che non ha eseguito lavori di restauro, risanamento o ristrutturazione, è dovuta l’imposta di registro al 9% (non si applica l’Iva), l’imposta ipotecaria nella misura fissa di 50,00 euro e l’imposta catastale nella misura fissa di 50,00 euro;
  • se invece venditore è un’impresa di costruzione o di ristrutturazione che vende entro i cinque anni dal termine dei lavori oppure un’impresa di costruzione o ristrutturazione che vende oltre i cinque anni dalla fine dei lavori ma non opta, nell’atto di vendita, per l’applicazione dell’Iva, allora l’acquirente sarà tenuto a versare l’Iva con aliquota al 10% (al 22% nel caso in cui oggetto di compravendita siano immobili classificati nelle categorie A/1, A/8 e A/9, cioè abitazioni di tipo signorile, ville e castelli e palazzi di eminente pregio artistico o storico) oltre all’imposta di registro, quella ipotecaria e quella catastale nella misura fissa di Euro 200,00 ciascuna.

Le case signorili e le ville di grande pregio scontano aliquote più elevate.

L’imposta di registro va versata in misura minima

Deve essere precisato che, per quanto riguarda l’imposta di registro:

  • essa è dovuta comunque nella misura minima di euro 1.000,00 (si tenga presente, comunque, che l’importo da versare potrebbe essere anche inferiore ad euro 1.000,00 se, per esempio, si dovesse scomputare l’imposta proporzionale versata per la registrazione del contratto preliminare);
  • l’importo minimo dell’imposta di registro di euro 1.000,00 va versato una sola volta anche se si acquistino due o più immobili ed anche se a tali cessioni si debbano applicare aliquote diverse (per esempio: se si vende con unico atto una prima casa con aliquota al 2%  ed una pertinenza soggetta invece al 9% e se il calcolo dell’imposta di registro fosse pari in totale ad euro 650,00 ed euro 200,00 e, quindi ad euro 850,00, si dovrà versare comunque l’importo minimo di euro 000,00 a titolo di imposta di registro oltre alle imposte ipotecarie e catastali nella misura fissa di euro 50,00 ciascuna).

Come si calcola la base imponibile

La base imponibile sulla quale vanno applicate le diverse aliquote indicate in precedenza (sia per l’imposta di registro che per l’Iva) è costituita dal prezzo effettivamente pagato.

In alcuni casi, però, è consentito applicare le aliquote non sul prezzo effettivamente pagato, ma sul valore catastale dell’immobile che si calcola moltiplicando la rendita catastale, rivalutata del 5%, per diversi coefficienti (per 120 per i fabbricati diversi dalla prima casa classificati nelle categorie A e C con esclusione delle categorie A/10 e C/1; per 110 per i fabbricati prima casa; per 140 per i fabbricati classificati nel gruppo B; per 60 per gli A/10 cioè gli uffici e i fabbricati classificati in categoria D; per 40,8 per i fabbricati C/1 cioè gli uffici e i fabbricati classificati in categoria E);

I casi in cui è consentito ricorrere al valore catastale sono:

  • – il contratto di compravendita ha ad oggetto immobili ad uso abitativo;
  • – l’atto è soggetto a imposta di registro (non sarà invece possibile nel caso in cui l’atto sia soggetto ad Iva),
  • – l’acquirente è un privato non soggetto Iva (cioè un privato che non acquista nell’esercizio di un’attività commerciale, professionale o artistica).

Infine la tassazione su base catastale è applicabile anche alle pertinenze acquistate insieme all’immobile  che abbia uso abitativo (senza che vi sia un limite di numero delle pertinenze e a condizione che si evidenzi nell’atto di vendita il vincolo di pertinenzialità).

Contravvenzioni: sono detraibili?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Breve excursus sul problema della detraibilità fiscale delle sanzioni amministrative.

Capita spesso che nello svolgimento della propria attività, un imprenditore o un professionista debba pagare delle sanzioni amministrative per infrazioni commesse. I casi più comuni sono quelli delle multe stradali e le trasgressioni tributarie. La funzioni di tali penalità è di natura afflittiva, cioè tendono a punire il soggetto che, commettendo un illecito, ha violando un interesse di carattere generale. Non esistono norme tributarie che vietano la detraibilità delle sanzioni amministrative dal reddito di impresa.L’Agenzia delle Entrate le ha sempre considerare non detraibili in quanto conseguenza di un comportamento illecito. Anche la giurisprudenza è quasi concordemente per la non detraibilità delle sanzioni. C’è però una vasta dottrina che apre le porte alla possibile detrazione.

La posizione dell’Agenzia delle Entrate: il rigore dell’indetraibilità

L’Agenzia delle Entrate ha affrontato in modo ufficiale la questione della detraibilità fiscale delle contravvenzioni esprimendosi in materia di sanzioni antitrust (violazioni di nome in materia di concorrenza tra le imprese).

L’Agenzia, chiamata a esprimere un parere sull’argomento, lo ha esteso in generale a tutte le sanzioni amministrative e si è espressa ritenendo indetraibili tutte le sanzioni amministrative.

La ragione dell’indetraibilità sarebbe la violazione del così detto principio di inerenza (cioè la diretta correlazione tra costi detraibili e ricavi imponibili generati dall’impresa). Secondo l’Agenzia dell’Entrate, il costo derivante dalla punizione di un comportamento illecito non è mai inerente e quindi non è mai detraibile.

Nel corso degli anni, l’Agenzia delle Entrate non si è mai discostata da questa interpretazione.

Gli orientamenti della giurisprudenza e della dottrina – le aperture alla detraibilità

Anche la giurisprudenza non ha mai manifestato un atteggiamento molto favorevole rispetto alla possibilità di considerare le sanzioni amministrative come oneri inerenti alla produzione del reddito e quindi deducibili.

Anzi, c’è un filone di pronunce della Corte di Cassazione, ormai consolidato, secondo il quale la deducibilità degli oneri in questione deve essere sempre esclusa per carenza del requisito dell’inerenza.

L’idea è che la deducibilità delle sanzioni non possa essere ammessa in quanto le stesse sono irrogate per punire un comportamento scorretto e rendere detraibili significherebbe ridurre di molto il loro potere punitivo e la loro forza dissuasiva.

Del parere opposto, parte della dottrina, secondo la quale mancando una legge che espressamente vieti la detraibilità delle sanzioni, è possibile la deducibilità delle sanzioni amministrative dal reddito d’impresa, sebbene sia necessario verificare, caso per caso, la sussistenza del requisito dell’inerenza alla produzione dell’utile.

Anche la dottrina esclude la possibilità di dedurre le sanzioni per violazioni tributarie, che sono la conseguenza di illeciti compiuti dall’imprenditore in veste di contribuente e non nello svolgimento dell’attività aziendale.

Sintetizzando, la tesi della deducibilità fiscale delle sanzioni amministrative poggia sulle seguenti argomentazioni:

  • nessuna norma fiscale prevede espressamente l’indeducibilità delle sanzioni dal reddito;
  • in mancanza di una disciplina specifica, il trattamento fiscale delle sanzioni deve essere valutato alla luce dei principi generali, primo fra tutti quello di inerenza, cosicché le sanzioni dovute dall’imprenditore per illeciti amministrativi commessi nell’esercizio dell’impresa rappresentano oneri deducibili se riferibili, anche indirettamente, ai ricavi d’esercizio;
  • la pretesa irrilevanza fiscale delle sanzioni comporterebbe un aggravio delle stesse, dal momento che l’impresa verrebbe colpita due volte: una prima volta, direttamente, mediante il pagamento della sanzione prevista per l’illecito compiuto; una seconda volta, in modo indiretto, per via della indeducibilità della sanzione stessa.

Vediamo nel dettaglio il caso più diffuso di sanzioni amministrative.

Le contravvenzioni al codice della strada

Il problema della detraibilità di queste sanzioni assume notevole importanza per quelle imprese in cui il loro costo rappresenta un voce di ammontare consistente (pensiamo agli autotrasportatori, agli agenti e rappresentati, ai taxisti, ecc,).

La funzione di queste sanzioni è sicuramente afflittiva e perciò, anche la dottrina tende a ritenerle non detraibili.

Tale posizione è d’altronde in linea con la giurisprudenza della Cassazione. La Suprema Corte, ormai nel 2000, ha stabilito che tali sanzioni non sono deducibili dal reddito d’impresa, in quanto la correlazione fra costo e produzione del reddito è da escludere.

Le motivazioni non sono diverse da quelle poste a utilizzate per sancire la generale indeducibilità delle sanzioni pecuniarie: anche in questo caso si contesta il difetto di inerenza all’attività d’impresa, che sarebbe riscontrabile con riguardo ad ogni onere derivante da un comportamento illecito, ancorché tenuto nell’ambito dell’impresa stessa.

In senso positivo circa la deducibilità delle sanzioni per infrazioni stradali si è espressa la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, in riferimento al caso di un autotrasportatore, imprenditore individuale, al quale, in occasione di un grave incidente stradale, era stato sequestrato il mezzo ed elevata una contravvenzione. In questo caso, così come è pacifica la deduzione degli oneri di dissequestro dell’automezzo e del maggior premio assicurativo dovuto alla penale applicata dalla compagnia assicurativa, “non si comprende perché non debba essere deducibile anche la contravvenzione che è una delle componenti relative all’intera vicenda nella quale è evidente che l’uso del mezzo di trasporto è avvenuto nell’ambito dell’attività d’impresa ordinariamente esercitata dall’imprenditore”.

Tra le contravvenzioni, però, ce ne sono alcune che sono sicuramente detraibili.

Le contravvenzioni per lo sforamento del tempo di sosta nei parcheggi a pagamento

In questo caso si tratta di penali per violazioni di obblighi di natura privatistica e non di sanzioni per violazioni di legge (o comunque per illecito amministrativo).

Il Ministero alle Infrastrutture e ai Trasporti (MIT) con un proprio parere si è espresso in questo senso.

Il Ministero riconosce, infatti, che l’evasione tariffaria per il prolungamento della sosta oltre il termine del “biglietto” non costituisce una violazione alle norme del Codice della strada, bensì una inadempienza contrattuale.

Secondo il Ministero, invece, la sanzione amministrativa rimane applicabile nei due casi previsti dal Codice della strada, cioè quando la sosta è permessa per un tempo limitato (come nelle strisce bianche con obbligo di esposizione del disco orario) e quando, in un parcheggio a pagamento, non viene fatto il “biglietto”.

Per il parcheggio nelle zone blu la “multa” (cioè la sanzione amministrativa) è quindi erogabile nella sola ipotesi di non aver pagato la tariffa o di non aver esposto la ricevuta sul cruscotto, e non, invece, per aver lasciato la vettura oltre l’orario prestabilito.

In questa seconda ipotesi (parcheggio oltre l’orario), i Comuni possono richiedere soltanto il recupero delle ulteriori somme dovute, magari aumentate delle penali previste con apposito regolamento comunale.

Per quanto concerne l’ambito fiscale, la penale per l’extratime sulle strisce blu è a tutti gli effetti detraibile, non trattandosi di una sanzione amministrativa, ma di una penale di natura privatistica.

Per quanto riguarda le penali per inadempimenti di obblighi di natura privatistica, riferibili allo svolgimento di una attività di impresa (o di lavoro autonomo), non ci sono, infatti, dubbi in merito alla inerenza del costo e quindi della relativa deducibilità.

Avviso assemblea: valido con posta ordinaria?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È valida l’assemblea se l’amministratore ha spedito gli inviti con posta ordinaria o con email semplice? E se il condomino si presenta in assemblea, gli altri possono impugnare ugualmente la decisione?

In materia di condominio capita spesso che si solidifichino delle prassi che, sebbene non contemplate dalla legge, spesso vengono tacitamente osservate da tutti i condomini, anche per quieto vivere e per facilitare determinati meccanismi decisionali. Tra queste pratiche vi è spesso le modalità di comunicazione dell’avviso di assemblea che, in alcuni condomini, per non aggravare la gestione dei costi, avviene con posta ordinaria o con email spedita dall’amministratore. In altri casi viene affisso un avviso in bacheca viene immesso nelle cassette della posta. Ma che validità hanno queste forme e che succede se uno dei condomini dovesse contestarle? Cercheremo di spiegarlo in questo articolo.

Come va spedito l’avviso di convocazione dell’assemblea

Il codice civile stabilisce che l’avviso di convocazione dell’assemblea può essere comunicato solo mediante raccomandata a.r., posta elettronica certificata, fax o consegna a mano della comunicazione controfirmata per accettazione dal destinatario [1]. È necessario che il condomino riceva l’avviso almeno 5 giorni prima della data della prima convocazione, altrimenti la riunione è annullabile. Sul punto leggi la nostra guida sull’avviso di convocazione dell’assemblea di condominio.

Se l’amministratore spedisce l’invito con una posta semplice, ossia con una lettera ordinaria, tutte le decisioni adottate dall’assemblea durante la riunione di condomino, anche se con le prescritte maggioranze, sono annullabili. L’annullamento può essere però chiesto solo dal condomino assente che ha ricevuto l’avviso con posta semplice e non dagli altri regolarmente convocati.

L’impugnazione deve avvenire entro e non oltre 30 giorni dalla data in cui il condomino riceve dall’amministratore il verbale di assemblea. Se non viene rispettato questo termine e decorrono i 30 giorni, la delibera si sana e non può più essere contestata.

Sintetizzando, quindi, l’avviso di assemblea con posta ordinaria è invalido, ma a chiedere l’annullamento della delibera può essere solo il condomino che ha ricevuto la suddetta comunicazione e deve farlo entro 30 giorni dalla notifica del verbale di assemblea.

Quando e come contestare l’avviso di convocazione dell’assemblea

Se il condomino che riceve l’avviso di assemblea partecipa alla riunione non può più impugnare le decisioni assunte dall’assemblea medesima. Quindi, altro requisito per contestare la riunione di condominio è non parteciparvi o non aver dato ad altri una delega. Non rileva che il condomino si sia presentato il giorno della riunione: l’importante è che il suo nome non sia stato verbalizzato tra i partecipanti. Non rileva neanche il fatto che il condomino abbia saputo dell’assemblea informalmente con una telefonata dell’amministratore. Solo l’eventuale intervento in assemblea sana il vizio della convocazione.

Prima della causa in tribunale, il condomino che intende contestare la riunione di condominio di cui abbia avuto notizia con posta semplice deve esperire il tentativo di mediazione davanti a un organismo situato nel luogo ove si trova il giudice competente a decidere la relativa causa di impugnazione.

Le stesse conclusioni si devono trarre se l’avviso di convocazione dell’assemblea viene spedito con email semplice oppure viene comunicato con avviso affisso in bacheca o immesso nelle cassetta delle lettere di ciascun condomino.

Professionisti: accertamento fiscale su prelievi e versamenti?

Posted on : 16-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I prelievi e versamenti sul conto corrente non possono far presumere il maggior reddito non dichiarato: illegittimo il prelevometro per i lavoratori autonomi.

Il cosiddetto prelevometro non si applica ai lavoratori autonomi: il Fisco non può presumere che i prelievi e i versamenti sul conto corrente siano imputabili a ricavi non dichiarati dell’attività professionale.

La legge [1] prevede che sia i prelevamenti e sia i versamenti operati sui conti correnti bancari, non annotabili contabilmente, vanno imputati ai ricavi o compensi conseguiti dal contribuente che non ne dimostri l’inclusione nella base imponibile oppure l’estraneità alla produzione del reddito.

Tuttavia, la giurisprudenza ha più volte precisato che tale presunzione vale solo per gli imprenditori e non anche per i lavoratori autonomi o professionalmente intellettuali. Da ultimo si segnala la pronuncia della Commissione Tributaria Regionale delle Marche [2] che ha richiamato l’excursus giurisprudenziale relativo a tale argomento.

Tale regola è pacifica dopo l’emanazione della sentenza della Corte Costituzionale [3] che ha dichiarato l’illegittimità dell’imposizione fiscale sulle somme prelevate dal conto corrente da parte del lavoratore autonomo.

Secondo la Cassazione [4], nell’ambito delle indagini finanziarie, per i lavoratori autonomi non possono trovare applicazione i meccanismi presuntivi relativi sia ai prelevamenti che ai versamenti utilizzabili per chi svolge attività d’impresa.

Dato che la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del “prelevometro” per i lavoratori autonomi (essendo tale presunzione lesiva dei principi di ragionevolezza e di capacità contributiva), non è più proponibile l’equiparazione logica tra attività d’impresa e attività professionale fatta nelle indagini finanziarie con riferimento alle presunzioni per i versamenti che per i prelevamenti.

Accertamenti fiscali conto corrente: quali regole

Da tale inquadramento giurisprudenziale, discende che:

  • sono inapplicabili le presunzioni sia per i versamenti che per i prelevamenti nell’ambito degli accertamenti conseguentad indagini finanziarie effettuate nei confronti di lavoratori autonomi;
  • sussiste un conseguente spostamento dell’onere della prova in capo all’Amministrazione Finanziaria, la quale è dunque chiamata a provare che tali versamenti e prelevamenti siano indice di maggiori redditi imponibili riconducibili all’attività di lavoro autonomo;
  • sussiste l’applicazione retroattiva dell’inapplicabilità delle menzionate presunzioni ai lavoratori autonomi, (in linea con l’efficacia retroattiva delle sentenze di accoglimento di una questione di legittimità costituzionale pronunciata dalla Corte Costituzionale).

È pertanto illegittimo l’avviso di accertamento per maggiori redditi del lavoratore autonomo accertati dall’Agenzia delle Entrate con le presunzioni tipiche del “prelevometro”.