Acquisto auto usata ancora in garanzia: è valida?

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi acquista un’auto a chilometri zero perde una parte della garanzia dei due anni riconosciuta invece a chi acquista l’auto nuova.

Stai per acquistare un’auto a chilometri zero; il venditore te la spaccia come nuova, ma la tua impressione è che si tratti sempre di un’auto di seconda mano, che quindi potrebbe presentare qualche difetto magari perché “maltrattata” dall’officina. Se così dovesse essere, quale tutela ti riconosce la legge? Se l’auto usata è ancora in garanzia, puoi rivalerti contro la casa madre o devi accontentarti della garanzia del venditore di un anno? Nel presente articolo cercheremo proprio di capire cosa succede in caso di acquisto di auto usata ancora in garanzia, se cioè la garanzia è ancora valida o no.

Per prima cosa però ricordiamo che, in caso di acquisto di auto nuova, la garanzia è di due anni. La garanzia viene offerta sia dal venditore che dal produttore; tuttavia l’acquirente può rivolgersi direttamente al venditore ed, eventualmente, in caso di mancata collaborazione, fargli causa. È diritto dell’acquirente chiedere al venditore la riparazione del mezzo o la sostituzione delle parti difettose. Qualora la sostituzione o la riparazione non siano possibili, l’acquirente può chiedere la sostituzione del veicolo con uno identico ma integro. Se neanche ciò non dovesse essere praticabile, l’acquirente può scegliere, a sua scelta, o la riduzione del prezzo di vendita (riduzione pari al valore che il consumatore avrebbe accettato di pagare se avesse avuto conoscenza del difetto prima dell’acquisto) oppure lo scioglimento del contratto e restituzione dei soldi pagati e dell’auto acquistata.

Se l’auto è di seconda mano, il venditore è tenuto, nei confronti dell’acquirente, a una garanzia di due anni, che però può essere ridotta a un anno se convenuto in contratto. Di fatto, nel caso di acquisto da officina, avviene sempre così e la garanzia è sempre di 12 mesi.

La garanzia non copre i difetti dovuti a normale usura o previsti dal programma di manutenzione ordinaria della vettura.

I difetti che si manifestano nei primi 6 mesi dalla data della vendita si presume che esistessero già al momento dell’acquisto. Spetta pertanto al venditore dimostrare che il difetto denunciato dall’acquirente non è a lui imputabile e non deriva dalla normale usura. Il consumatore ha due mesi di tempo dalla scoperta del difetto per effettuare la denuncia al venditore. È possibile denunciare il difetto manifestatosi anche l’ultimo giorno della garanzia. Ciò comporta l’allungamento della garanzia di 2 mesi.

La garanzia annuale del venditore dell’auto usata copre tutti i vizi, anche quelli di fabbricazione. Per cui il produttore non è più tenuto a riconoscere la residua garanzia al nuovo titolare dell’auto. Così, per esempio, se una persona rivende, dopo tre mesi, l’auto nuova, quindi con ancora 21 mesi di garanzia, il nuovo acquirente avrà solo 12 mesi di garanzia, quella cioè offertagli dal venditore. Un vero e proprio problema per chi acquista auto a «chilometri zero» che, di solito, hanno pochissimi mesi di vita perché, così facendo, perde una parte della garanzia.

Perché mai il produttore non è tenuto a garantire il secondo acquirente? Perché la garanzia è un obbligo che scaturisce da un contratto (seppure la durata minima è fissata dalla legge) e il contratto ha valore solo tra le parti che l’hanno firmato. Dunque, la casa madre non è tenuto a riconoscere eventuali residui di garanzia agli acquirenti dell’auto usata, con i quali non ha avuto alcun rapporto contrattuale.

Quando un testimone non è attendibile

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il testimone non deve avere interessi nella causa; la valutazione sull’inattendibilità spetta al giudice.

La legge disciplina con comprensibile sfiducia la figura del testimone, non solo perché facilmente suggestibile, ma anche perché spesso il racconto subisce il filtro soggettivo del proprio autore. A influenzare le dichiarazioni possono essere vuoti di memoria, la vicinanza ad una delle parti, inconsce valutazioni personali, ecc. Ecco perché il codice stabilisce che il testimone è tenuto a narrare solo i fatti visti “coi propri occhi”, senza sbilanciarsi in giudizi. Nonostante la difficoltà di filtrare le dichiarazioni testimoniali dall’eventuale apporto “creativo” del loro autore, molte cause vengono decise proprio sulla base ai testimoni. Perché mai? Perché molti fatti della vita quotidiana, che danno luogo a controversie, non possono essere dimostrati con documenti, foto o riprese; per cui solo la narrazione di chi vi ha assistito potrebbe togliere incertezza e costituire una prova. Ciò vale anche per gli stessi contratti: la regola lascia libere le parti di stabilire la forma che preferisce e, quindi, concludere accordi anche oralmente, senza scritture private. Ciò posto, spetta però al giudice valutare quando il testimone è attendibile e quando è, invece, inattendibile. Di certo la legge gli lascia ampio margine di manovra: da un lato, infatti, il codice consente di chiamare a testimoniare anche persone molto vicine alle parti, come il coniuge, i figli, gli altri familiari e i lavoratori dipendenti; dall’altro lato però stabilisce che il giudice valuta le dichiarazioni testimoniali «secondo il proprio prudente apprezzamento», il che vuol dire “massimo potere”.

Ma che significa che un testimone è attendibile? Significa che è “credibile” ossia che le sue dichiarazioni non solo sono state dette in buona fede (se così non fosse scatterebbe il reato di falsa testimonianza), ma sono anche lucide, cristalline e chiare, prive di incertezze o altre contaminazioni imputabili al tempo o al giudizio personale del testimone.

Il giudice può decidere quando un testimone non è attendibile e ritenere le sue dichiarazioni ininfluenti ai fini della decisione, scartando tutto ciò che da questi è stato narrato nel corso del giudizio, fatto salvo l’obbligo di motivare le ragioni del convincimento.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di chiarire gli aspetti principali della prova testimoniale. Chi può testimoniare, quale valore ha la testimonianza, cosa può fare il giudice nel caso in cui vi sia il sospetto che il testimone abbia detto il falso.

Chi può testimoniare?

La legge non stabilisce a priori quando un testimone non è attendibile, lasciando questo compito al giudice caso per caso. Il codice si limita solo a stabilire chi non può testimoniare e lo fa usando una definizione molto generica. In particolare, non può testimoniare:

  • la parte che sta in causa (solo nel processo penale la vittima può essere testimone dei fatti da essa narrati). Per cui, ad esempio, in una causa tra Tizio e Caio, entrambi non potranno fornire dichiarazioni testimoniali a proprio favore ma dovranno necessariamente valersi di terzi. È possibile, in realtà, l’interrogatorio formale, una sorta di domanda/risposta che fa il giudice su sollecitazione di una delle parti, per far ammettere all’avversario determinati aspetti della controversia (di solito l’interrogatorio riguarda i fatti che difficilmente potrebbero essere negati);
  • le persone che hanno nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione alla causa. È tale l’interesse concreto e attuale che legittima il soggetto a partecipare al giudizio in relazione all’oggetto della contesa (si pensi, ad esempio, al uno dei possibili responsabili di un danno che, tuttavia, non è stato citato).

La valutazione sulla capacità di testimoniare deve avvenire al momento in cui la deposizione viene resa.

Il coniuge può testimoniare anche se in regime di comunione dei beni.

Non può testimoniare chi nutre un sentimento di grave inimicizia con una delle parti, perché le sue dichiarazioni potrebbero essere falsate.

Benché il dipendente è legato al datore di lavoro da una comprensibile “fedeltà”, la sua prova testimoniale viene ritenuta valida (anche perché, diversamente, tutte le questioni interne all’azienda o con i clienti non potrebbero mai essere dimostrate).

Quanto vale la prova testimoniale?

Contrariamente a quanto comunemente si crede, non è vero che esiste una scala di valore nelle dichiarazioni rese dai testimoni, né è vero che conta il numero dei testimoni. Ben potrebbe una dichiarazione ben strutturata e credibile vincere cento deposizioni di senso contrario generiche e poco convincenti. In teoria la deposizione di un coniuge può valere quanto quella di un estraneo. In pratica, però, il giudice tiene conto della vicinanza del testimone alla parte che lo ha citato e, pertanto, potrebbe ritenere che il testimone non legato da vincoli con le parti sia più attendibile di quello invece che ha un qualsiasi tipo di relazione. Come detto la legge stabilisce che è il giudice a valutare la credibilità di un testimone.

Come vanno esaminati i testimoni?

Ogni teste deve essere esaminato separatamente dagli altri testimoni. In ogni caso, l’escussione di un teste che abbia assistito alle deposizioni degli altri testimoni non comporta la nullità della prova, ma il giudice, nell’esercizio del suo potere discrezionale, ne può tenere conto per valutare l’attendibilità del teste [1].

L’erede può testimoniare?

Se la testimonianza dell’erede è stata resa prima del decesso della parte, le sue dichiarazioni si possono ritenere attendibili. Se invece la morte della parte è avvenuta prima della fase istruttoria del processo, l’erede – in quanto succede alla parte – non può più testimoniare.

L’avvocato può testimoniare?

L’avvocato non può testimoniare per il proprio cliente nella causa in cui lo sta assistendo. Cessata tale sua qualità può diventare testimone, ma può decidere di astenersi per il segreto professionale.

Il coniuge in comunione dei beni può testimoniare?

In linea di massima il coniuge può testimoniare ed è considerato astrattamente attendibile. Non può però testimoniare se la causa riguarda uno dei beni in comunione (ad esempio la casa coniugale) [2].

Il dipendente può testimoniare?

Non c’è alcuna norma che vieta al dipendente di testimoniare in favore della ditta per cui lavora. Per il solo fatto di essere assunto non può ritenersi scarsamente attendibile, anche se il giudice, caso per caso, può valutare se le dichiarazioni del teste sono convincenti o meno [3]. Ad esempio, il dipendente della banca può essere chiamato e testimoniare in una causa tra la banca e il cliente.

Un minorenne può testimoniare?

In linea generale sì; la minore età incide infatti solo sulla valutazione della testimonianza resa e quindi sulla sua attendibilità [4].

Il socio di una società può testimoniare?

Sì anche se la causa ha ad oggetto l’azione di responsabilità intrapresa dalla società contro il suo amministratore [5].

Il condomino può testimoniare?

In linea di massima può testimoniare nelle cause aventi ad oggetto cause tra altri condomini o tra condomini e condominio. Non può testimoniare invece nella causa promossa da un condòmino nei confronti del condominio in relazione alla ripartizione delle spese sostenute per l’utilizzazione della cosa comune (potendo assumere la qualità di parti) [6].

Impugnazione licenziamento: quale giudice se il datore è fallito?

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si ripartisce la competenza tra giudice del lavoro e giudice fallimentare.

Impugnazione del licenziamento con domanda di reintegra: se il datore di lavoro è soggetto a fallimento, è competente il giudice del lavoro o il giudice fallimentare? Una recente sentenza della Cassazione [1] ha chiarito il criterio per stabilire la competenza funzionale del giudice.

Ripartizione della competenza tra giudice del lavoro e giudice fallimentare

Secondo l’orientamento consolidato in materia, le domande di accertamento o costitutive di diritti del lavoratore, anche se seguite da richieste di condanna al risarcimento dei danni o al pagamento di somme, rientrano nella competenza del giudice del lavoro. Questi deve limitarsi all’accertamento o alla costituzione del diritto. Rientrano invece nella competenza del giudice fallimentare tutte le azioni derivanti dal fallimento e connesse ai crediti vantati nei confronti del fallito.

Nella procedura concorsuale confluiscono tutte le azioni (anche anteriori al fallimento) che abbiano per oggetto crediti nei confronti dei fallito, in modo da assoggettarle ad una disciplina unitaria per realizzare le finalità dell’istituto: l’unità dell’esecuzione e la par condicio dei creditori.

Impugnazione licenziamento con domanda di reintegra

Dove si colloca dunque la controversia instaurata dal dipendente che impugna il licenziamento e chiede la reintegrazione nei confronti dei datore che nel corso del procedimento sia dichiarato fallito? Secondo la Cassazione, tale domanda ha un oggetto che, non essendo costituito da crediti nei confronti del datore, non rientra nella competenza del giudice fallimentare. La domanda resta infatti estranea alle finalità dell’unità dell’esecuzione e della par condicio creditorum (fondamento della competenza del tribunale fallimentare).

La domanda di reintegrazione a seguito di licenziamento illegittimo, per il suo stesso oggetto (ed indipendentemente dalla sua strumentale utilizzazione ai fini della condanna al pagamento di somme), resta di competenza del giudice del lavoro.

La competenza del giudice del lavoro permane anche in ordine alle domande di accertamento del diritto alla qualifica o altre pretese di contenuto non economico (come sanzioni disciplinari, visite di controllo, tutela della lavoratrice madre) e, come tali, estranee ai crediti nel confronti del datore, presupponendo la permanenza dell’attività aziendale anche dopo l’apertura del fallimento.

Dunque, a prescindere dalla procedura concorsuale, è sempre competente il giudice del lavoro per le controversie relative all’accertamento dell’esistenza, alla corretta qualificazione, alla validità della cessazione del rapporto di lavoro, anche in relazione all’azione d’accertamento della qualifica lavorativa nei confronti del datore di lavoro fallito. La competenza del giudice del lavoro, in luogo di quello fallimentare, si giustifica con:

  • la natura non patrimoniale dei diritti di cui si chiede tutela;
  • la necessità di garantire un rapido scrutinio da parte del giudice del lavoro nelle forme del rito del lavoro;
  • anche in vista dell’ipotesi in cui l’attività aziendale continui o vi sia ripresa dell’attività lavorativa;
  • la tutela dei connessi diritti previdenziali.

Secondo la Cassazione, attribuire le domande in questione alla cognizione del tribunale fallimentare, con le regole dell’accertamento del passivo, comporterebbe un eccessivo ed inutile dispendio di tempo oltre che pregiudicare la tutela del lavoratore.

I diritti dei bambini migranti e rifugiati

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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 Quali tutele offre la legge ai piccoli stranieri che arrivano nel nostro Paese.

I bambini migranti e rifugiati e, più in generale, i minori stranieri non accompagnati, devono poter beneficiare della protezione e dell’assistenza umanitaria dello Stato ospitante.

Questo è importante in considerazione della loro particolare vulnerabilità: la protezione e l’assistenza umanitaria sono gli unici canali attraverso i quali è possibile garantire l’effettivo esercizio dei diritti riconosciuti a protezione dei minori e di quelli preposti alla tutela della loro condizione di migrante, rifugiato o semplicemente di minore straniero non accompagnato.

L’obiettivo primario dello Stato è, dunque, quello di proteggere i minori che si trovino in tali situazioni e, qualora presenti sul territorio italiano in assenza di genitori o altri familiari, attuare tutte le misure per garantire loro adeguata tutela, al pari di quella riconosciuta a qualunque altro fanciullo privato del proprio ambiente familiare.

La normativa in materia è varia: ai diritti fondamentali della Costituzione si affiancano le norme derivanti da convenzioni internazionali, quelle di matrice comunitaria e dell’Unione Europea, le norme interne che recepiscono tali discipline e quelle che le dettano per la prima volta. In particolare, abbiamo:

  • Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989 e inserita nell’ordinamento italiano con la Legge n. 176/1991;
  • Decreto Legislativo n. 286/1998, recante il Testo Unico sull’immigrazione e sulla condizione dello straniero;
  • Direttiva 2003/9/CE del Consiglio dell’Unione Europea, contenente le norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri;
  • Legge n. 228/2003 che dispone le misure contro la tratta di persone;
  • Direttiva 2013/33/UE, contenente le norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale;
  • Direttiva 2013/32/UE, recante le procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale;
  • Decreto Legislativo n. 142/2015 che ha attuato le due Direttive dell’Unione Europea appena citate;
  • Legge n. 47/2017 che detta le disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati, sostanzialmente accorpando in un’unica fonte tutti i diritti spettanti ai minori soli, non aventi cittadinanza italiana o dell’Unione Europea, che si trovano per qualsiasi causa nel territorio italiano.
  1. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto di essere accolti: a tal fine sono predisposti servizi speciali di accoglienza in grado di offrire specifiche misure assistenziali idonee a garantirne un adeguato sviluppo psicologico. I minori stranieri non accompagnati sono accolti nel Sistema di protezione per i richiedenti asilo, rifugiati e minori stranieri non accompagnati.
  2. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto alla salute, la cui tutela deve essere sempre garantita. Se titolari di un permesso di soggiorno, sono iscritti al Servizio Sanitario Nazionale. In ogni caso, sono assicurate le cure ambulatoriali, quelle ospedaliere essenziali o urgenti e i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva anche ai minori stranieri privi di permesso di soggiorno.
  3. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto all’assistenza legale, ossia di essere informati della possibilità di nominare, attraverso il tutore o chi esercita la potestà, un difensore di fiducia o di accedere al gratuito patrocinio a spese dello Stato [1].
  4. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto di essere ascoltati nei procedimenti giudiziali che li riguardano attraverso un’assistenza affettiva e psicologica data dalla presenza di persone indicate dal minore stesso, di un mediatore culturale e di organizzazioni che si occupano di assistenza a minori stranieri.
  5. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto al gioco: con la predisposizione delle misure di accoglienza sono assicurati i servizi destinati alle attività di tempo libero, al gioco e, in generale, a tutte le attività ricreative consone all’età del minore.
  6. I bambini migranti e rifugiati hanno diritto all’istruzione e, dunque, ad accedere al sistema educativo nazionale alle medesime condizioni previste per i minori italiani. Le istituzioni scolastiche devono attivare le misure per favorire l’assolvimento dell’obbligo formativo, anche attraverso la predisposizione di progetti specifici che prevedano, ove possibile, il coordinamento di mediatori culturali.
  7. I bambini migranti e rifugiati hanno diritto all’accoglienza e all’assistenza psicosociale, sanitaria e legale anche oltre il compimento della maggiore età nel caso in cui siano stati vittime di tratta.
  8. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto di permanere nel territorio e di non essere espulsi. Non è consentita l’espulsione di minori stranieri se non per motivi di sicurezza e ordine pubblico o quando prevalga l’interesse del minore a seguire il genitore espulso.
  9. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto di ottenere un permesso di soggiorno fino al compimento della maggiore età, in virtù del divieto di espulsione del minore straniero.
  10. I bambini migranti e rifugiati hanno il diritto all’unità familiare. Se in Italia è presente un bambino rifugiato non accompagnato, è consentito l’ingresso e il soggiorno dei suoi ascendenti di primo grado per permetterne il ricongiungimento. In ogni caso, quando lo stato di salute e le condizioni psicofisiche del minore straniero presente in Italia siano talmente gravi da richiederlo, il Tribunale per i minorenni può autorizzare l’ingresso o la permanenza del familiare nel territorio italiano, dando prevalenza – nel bilanciamento d’interessi – alla tutela del minore.

I diritti dei bambini verso giocattoli e videogames

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa sapere quando si acquista un gioco ai nostri piccoli.

Non è sempre facile scegliere un giocattolo per il proprio figlio. Bisogna innanzitutto incontrare il gusto del bambino, che spesso è influenzato dalla pubblicità e dai suggerimenti delle case di produzione. C’è poi il controllo sui limiti di età: alcuni giocattoli, infatti, per la complessità che presentano e la presenza di elementi di piccole dimensioni facilmente ingeribili, si rivolgono a bambini di un preciso segmento di vita (ad esempio: giocattoli da 0 a 3 mesi; da 3 mesi a 9 mesi, da 2 a 4 anni, ecc.). Non in ultimo c’è il prezzo che, molto spesso, lievita solo per la raffigurazione di un personaggio famoso (un eroe dei cartoni animati, dei fumetti, del cinema), autorizzata dalla società detentrice dei diritti di merchandising. In tutto questo, il fattore «sicurezza» corre il rischio di cadere in secondo piano, tant’è che non poche volte le famiglie si accontentano di un giocattolo “usa e getta” acquistato alle bancarelle. Tanto si sa: i gusti dei bambini sono mutevoli ed è facile dimenticarsi dell’ultimo regalo. Così, a conti fatti, sempre meglio qualcosa che non impegni economicamente. Una scelta di questo tipo però non toglie il problema di fondo: come acquistare un giocattolo sicuro per il proprio figlio?

 

  1. I bambini hanno diritto a che i giocattoli siano previamente controllati: non devono avere parti sporgenti e taglienti o ingeribili, non devono essere costruiti con sostante tossiche o nocive;
  2. I bambini appartenenti all’UE hanno diritto a che tutti i giocattoli contengono la marcatura CE obbligatoria che significa “conformità alle norme europee”;
  3. Il giocattolo per bambini deve riportare nome ed indirizzo del produttore o importatore: è necessario avere a disposizione i relativi dettagli anagrafici per poterlo contattare in caso di problemi;
  4. Le istruzioni dei giocattoli per bambini devono essere comprensibili;
  5. Il giocattolo deve indicare l’età per cui esso è ritenuto adatto: in assenza di un’età consigliata si presuppone che il giocattolo sia adatto per bambini di tutte le età (0-14 anni );
  6. I giocattoli per bambini fino a tre anni non devono avere punte, parti o angoli eccessivamente sporgenti, appuntiti o taglienti; non devono avere corde o stringhe troppo lunghe che possono causare rischi di strangolamento;
  7. I giocattoli che funzionano a batteria destinati a bambini di età inferiore a 36 mesi devono avere un vano batteria inaccessibile, realizzato in modo tale da richiedere l’intervento di un adulto per essere aperto (ad esempio un vano chiuso da una vite). Nei giocattoli destinati a bambini di età superiore ai 36 mesi il vano deve essere inaccessibile solo per le batterie a bottone, in tutti gli altri casi può essere facilmente rimovibile e in questo ultimo caso prestate particolare attenzione al possibile surriscaldamento delle pile poiché potrebbero provocare scottature al bambino.

I diritti dei bambini verso il cyberbullismo e bullismo

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Bulletti nelle scuole: ecco i passi da seguire per difendersi.

 Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca hanno promosso un Piano nazionale per prevenire e combattere il bullismo e il cyberbullismo in classe. Il Piano prevede la promozione di incontri di formazione e sensibilizzazione con gli studenti delle scuole secondarie per la conoscenza dei diritti e dei doveri in internet di cui ogni cittadino è titolare, con l’obiettivo di avviare un processo di educazione digitale: iniziative di formazione per i docenti e la progettazione di azioni finalizzate a sensibilizzare i ragazzi ad una riflessione sull’uso corretto della rete.

  1. I bambini hanno il diritto di frequentare scuole nelle quali vi siano docenti anti-bullo (che svolgono attività di prevenzione e di sostegno rispetto al bullismo ed al cyberbullismo) [1] e dirigenti scolastici attenti che, in presenza di atti di bullismo, ne informino immediatamente i genitori o gli esercenti la responsabilità genitoriale [2].
  2. I bambini hanno diritto di ricevere il sostegno dalle autorità (che si è manifestato tramite la sensibilizzazione, la repressione e l’istituzione del numero 1.96.96) [3].
  3. I bambini hanno diritto di chiedere (anche senza l’ausilio dei genitori, qualora abbiano già compiuto 14 anni) al questore che ammonisca la persona che ha realizzato nei loro confronti atti di bullismo o di cyberbullismo, purchè non abbiano già presentato formale atto di denuncia-querela [4].
  4. I bambini hanno diritto di chiedere (anche senza l’ausilio dei genitori, qualora abbiano già compiuto 14 anni) al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o dei social media nei quali sono pubblicate le foto, i video e le informazioni (ritenuti atti di cyberbullismo) la cancellazione, la rimozione o l’oscuramento dei contenuti offensivi e denigratori.
  5. I bambini, in assenza di risposta alla richiesta di cancellazione o oscuramento, presentata al gestore del sito, hanno il diritto di ricorrere al garante per la protezione dei dati personali, il quale provvederà alla rimozione dei contenuti offensivi entro 48 ore.
  6. I bambini hanno il diritto di presentare formale atto di querela contro i responsabili delle azioni di bullismo o cyberbullismo compiuti nei loro confronti, ma solo con l’assistenza dei loro genitori (o di chi esercita la responsabilità genitoriale in loro vece). Potranno querelare il responsabile anche se avevano già chiesto (ma senza esito favorevole) l’intervento del questore.

I diritti dei bambini in caso di pedopornografia

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pedofili sul web: quali sanzioni prevede la legge e quali tutele offre ai minori.

In Italia la pornografia non è reato; lo è, invece, la pornografia minorile. Il codice penale, al fine di predisporre una tutela completa della sessualità minorile, sanziona severamente una serie di condotte che vanno dalla realizzazione del prodotto pedopornografico alla distribuzione, diffusione, divulgazione o pubblicizzazione, anche per via telematica, del materiale incriminato.

Come anticipato, le condotte incriminate sono molteplici. Le prime riguardano lo step iniziale della pornografia minorile, ovverosia la realizzazione del materiale pedopornografico. Il codice punisce con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chi utilizza minorenni per realizzare esibizioni o spettacoli pornografici, ovvero per produrre materiale pornografico, nonché chiunque recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici, ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto [1]. Già dal primo comma dell’articolo in analisi si ricavano diverse condotte penalmente perseguibili. Innanzitutto, soggiace a sanzione chi utilizza i minorenni, cioè chi materialmente li adopera per la realizzazione del materiale pornografico; alla stessa pena incorrono coloro che reclutano o inducono i minori a partecipare agli spettacoli osceni.

La differenza con la prima condotta è evidente: chi recluta o induce si avvale indirettamente dei bambini, spingendoli fra le braccia dell’orco che poi se ne servirà. Utilizzazione, reclutamento e induzione sono le prime condotte sanzionabili, totalmente equiparate dal punto di vista del trattamento penale. Da notare come il legislatore prescinda, fino a questo momento, dal mettere in gioco il fine di lucro dei rei. Di conseguenza, commetterà il reato in commento anche chi, solo per soddisfare la propria libidine, scatti fotografie alle parti intime di un minorenne consenziente [2].

Solo dopo, il codice dice che è ugualmente punibile chi «dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto» ovvero chi fa commercio del materiale pornografico. Quindi, lo scopo di lucro non è essenziale alla fattispecie: risponderà del reato anche chi faccia parte del mercato pedopornografico a titolo gratuito.

Questo era il primo gradino: la realizzazione del prodotto e la sua commercializzazione. Il secondo consiste nella diffusione dello stesso. Il terzo comma dell’articolo 600-ter del codice penale punisce, meno gravemente, chiunque, al di fuori delle condotte di utilizzazione, reclutamento e induzione sopra esaminate, con qualsiasi mezzo, anche telematicamente, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza il materiale pornografico anzidetto, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto. La pena è più ridotta: si va da uno a cinque anni di reclusione, oltre ad una multa da euro 2.582 a euro 51.645.

La distribuzione del materiale incriminato è condotta grave, poiché rende visibile il prodotto illecito con il fine di pubblicizzarlo. Il legislatore intende colpire queste condotte per evitare che un’eccessiva diffusione della pedopornografia possa innescare un circolo vizioso costituito dall’aumento della domanda di prodotto pornografico e conseguente ampliamento della produzione dello stesso.

Un pò più in basso all’interno della piramide criminosa troviamo le condotte di coloro che offrono o cedono ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pedopornografico: questi sono puniti con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.549 a euro 5.164, salvo applicazione di un aumento di pena fino ai due terzi nel caso in cui il materiale sia di ingente quantità. Le condotte incriminate si differenziano dal commercio (punito con la pena più alta) per il fatto di non trovarsi al vertice della catena di distribuzione del prodotto.

In altre parole, chi fa commercio del materiale pornografico viene incriminato per essere un vero e proprio “imprenditore della pornografia minorile”, cioè un soggetto che si arricchisce grazie alla vendita del materiale illecito. La cessione si pone, invece, a livello del consumatore, cioè di chi ha già acquistato il prodotto e poi lo rivende. Si intuisce, pertanto, che la sua pericolosità è nettamente minore. Tra l’altro, come detto prima, l’onerosità della cessione è elemento del tutto secondario: alla stessa pena soggiace chi offre gratuitamente il materiale.

Infine, all’ultimo gradino troviamo coloro che semplicemente assistono ad esibizioni o a spettacoli pedopornografici: la pena è la reclusione fino a tre anni e la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

1) I bambini hanno il diritto di essere protetti da qualsiasi forma di sfruttamento della loro intimità.

2) I bambini hanno diritto di essere preservati da forme di spettacolo o di intrattenimento che possano minare il loro corretto sviluppo psico-fisico.

3) I bambini hanno diritto ad un’educazione che faccia capire loro l’importanza della sfera affettiva e di quella sessuale.

4) I bambini hanno diritto ad essere protetti dalla spettacolarizzazione delle loro emozioni o delle loro pulsioni.

5) I bambini hanno il diritto di essere soccorsi dalle istituzioni statali quando nessun altro può avere cura di loro. Hanno il diritto di ricevere, ove occorra, assistenza psicologica dalle strutture sanitarie pubbliche.

6) I bambini hanno il diritto di crescere sani, fisicamente e psicologicamente: è dovere dello Stato fornire alle famiglie strutture scolastiche adeguate fin dall’infanzia, ove vi sia personale adatto alle loro esigenze.

7) I bambini hanno il diritto di vivere con persone che possano prendersi cura di loro e che non approfittino delle loro debolezze. Se la loro famiglia non è in grado di fare ciò, il tribunale per i minorenni adotta i provvedimenti per disporre l’allontanamento di uno o entrambi i genitori in presenza di condotte pregiudizievoli per il minore [3] ovvero, nei casi più gravi, dispone la decadenza della responsabilità genitoriale [4].

8) I bambini hanno il diritto di essere tutelati anche in tribunale: devono essere ascoltati in un ambiente confortevole, tale da non turbarli, alla presenza di un professionista a loro dedicato e con domande che non li spaventino. L’incidente probatorio svolto in luogo adatto resta la sede privilegiata per raccogliere le dichiarazioni dei minori nel corso del procedimento [5].

I diritti dei bambini sui social network

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come proteggere i minori nell’uso di internet.

I social network sono ormai entrati a far parte della vita quotidiana di tutti, non solo adulti ma anche adolescenti e bambini. Dato il loro utilizzo dunque è fondamentale che venga garantita la giusta protezione dei minori che usino questi mezzi di comunicazione, sia che lo facciano attivamente sia che, purtroppo, nel caso in cui le loro foto o immagini vengano utilizzate da altri per scopi illeciti, soprattutto alla luce del fatto che la pubblicazione su un social comporta che i contenuti postati siano accessibili ad una serie indefinita di soggetti.

La normativa nazionale attuale non prevede una disciplina specifica che tuteli i minori e stabilisca in forma compiuta quali siano i diritti online di bambini ed adolescenti.

Nel 2015 tuttavia la Camera dei deputati ha reso pubblica una dichiarazione dei diritti in internet, che comprende i principi di uguaglianza, dignità, libertà di ogni individuo anche online, e che può quindi trovare applicazione anche nei confronti dei minori.

Il nostro ordinamento, ad ogni modo, prevede una tutela dei diritti di bambine e bambini che può essere utilizzata anche per quanto riguarda l’utilizzo dei social network.

In relazione alla specifica protezione del minore, la principale fonte da citare è la Costituzione [1] che sottolinea come la Repubblica s’impegna a difendere l’infanzia e la gioventù, fermo restando il riconoscimento del loro diritto alla tutela della vita privata [2].

Non si deve poi tralasciare inoltre  il contenuto della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata nel 1989 [3], la quale prevede come debba darsi necessariamente preminenza agli interessi e alla dignità del minore, riconoscendo la rilevanza della funzione che esercitano i mass media e stabilendo che gli Stati debbano “vigilare affinché il minorenne possa accedere ad una informazione e a materiali provenienti da fonti nazionali ed internazionali se finalizzati a promuovere il suo benessere sociale” [4].

  1. Bambini e adolescenti hanno diritto all’accesso a social network che siano consoni alla loro età e che effettuino le dovute verifiche sulla veridicità dei dati forniti, onde consentire un monitoraggio efficace sui contenuti pubblicati e sulla liceità degli stessi.
  2. Bambini e adolescenti hanno diritto ad un utilizzo consapevole, ludico e ricreativo dei social network quali espressione della propria personalità ed espressività in quanto individui, nonché ad un uso responsabile – sia da parte loro che degli altri utenti – di ogni funzionalità che le singole piattaforme online permettano di utilizzare (giochi, condivisione di file, conversazioni).
  3. Bambini e adolescenti hanno diritto di espressione e libertà di parola nell’utilizzo dei social network, nel rispetto delle leggi nazionali ed internazionali e dei fondamentali diritti altrui.
  4. Bambini e adolescenti hanno diritto alla tutela della propria vita privata, della propria privacy [5] ed immagine sui social network, alla protezione dei dati che le riguardano, affinchè sia effettivo il rispetto della identità personale e della riservatezza.
  5. Bambini e adolescenti hanno diritto a che non vengano diffusi senza il loro consenso contenuti, immagini, file audio e video, siano essi originali o modificati digitalmente, ottenuti volontariamente o registrati illecitamente.
  6. Bambini e adolescenti hanno diritto ad essere protetti da abusi commessi sui social network nei loro confronti, in particolare, da comportamenti di cyberbullismo, incitazione alla violenza, all’odio o alla discriminazione (di genere, età, etnia, religione).
  7. Bambini e adolescenti hanno diritto ad una protezione efficace e ad un monitoraggio costante contro ogni forma di offesa, abuso, insulto, violenza verbale di cui diventino vittime sui social network.
  8. Bambini e adolescenti hanno diritto alla tutela della propria immagine e dell’uso che di questa venga fatto sui social network, alla tutela della loro reputazione on line, e a che le loro foto non siano oggetto di cessione non consentita a terzi per fini commerciali illeciti, pornografici, pedopornografici o lesivi dei diritti fondamentali dell’individuo.
  9. Bambini e adolescenti hanno diritto a chiedere ed ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei riferimenti ad informazioni, immagini, video i quali, per il contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza pubblica (diritto all’oblio) o siano stati ottenuti senza il loro previo consenso (o di chi ne fa le veci).
  10. Bambini e adolescenti hanno diritto al riconoscimento del diritto all’oblio in particolare per le informazioni ed immagini lesive della loro persona e dei loro diritti pubblicate su internet e postate sui social network da altri e senza il loro previo consenso (o di chi ne fa le veci), con diritto in caso contrario al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.
  11. Bambini e adolescenti hanno diritto ad avere dallo Stato una legislazione aggiornata e la previsione ed adozione di ogni provvedimento necessario a perseguire le condotte di chiunque attenti allo sviluppo della loro personalità e leda la loro immagine.

I diritti di chi non è ancora nato

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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 La legge tutela anche chi sta per nascere: vediamo come.

Ciascun soggetto, sin dal momento del concepimento, diventa portatore, in via diretta, di alcuni interessi personali. Se infatti la capacità giuridica si acquista solo con la nascita, il nascituro è considerato, già in quanto tale, soggetto giuridico titolare dei diritti personali fondamentali, primi tra i quali il diritto alla vita e alla salute, pur se azionabili, anche ai fini risarcitori, solo dopo la nascita.

Allo stesso modo altri diritti, legati alla sfera del riconoscimento e a quella successoria (acquistati per successione o per donazione), si considerano attribuiti al nascituro sotto la condizione della nascita.

  1. Il nascituro ha diritto alla vita [1] sin dal concepimento, anche se questo sia avvenuto tramite fecondazione assistita (Fma) [2].

Fino al terzo mese di gravidanza l’aborto del feto è consentito solo quando la prosecuzione della gestazione, il parto o la maternità possono mettere in serio pericolo la salute fisica o psichica della madre (anche per motivi sociali o economici).

Tra il quarto e il quinto mese di gestazione l’aborto è ammesso solo quando la gravidanza o il parto possono porre in grave pericolo la vita stessa della madre o quando siano state accertate gravi anomalie o malformazioni del feto.

È fatto salvo il diritto dei medici di rifiutare l’intervento sollevando obiezione di coscienza.

  1. Il concepito, in quanto soggetto giuridico, ha una legittima aspettativa a nascere. Va quindi risarcito il danno esistenziale subito dai genitori quando un bambino sano e vitale sia morto, al termine di una regolare gravidanza, per una diagnosi colposamente tardiva dei medici [3].
  2. Il nascituro ha diritto a nascere sano [4]. Il bambino venuto al mondo con malattie o malformazioni ha diritto al risarcimento del danno conseguente alla violazione dell’obbligo di informazione da parte del medico.

In caso di fecondazione medicalmente assistita è consentito il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche, fermo restando il divieto di soppressione degli embrioni malati e non inutilizzabili, in quanto non parificabili a mero materiale biologico.

  1. Il nascituro, purché già concepito da genitori non coniugati, ha diritto di essere riconosciuto anche prima della sua nascita [5]. Tale diritto si considera attribuito sotto la condizione della nascita.

Il riconoscimento va effettuato davanti ad un ufficiale dello stato civile o al giudice tutelare o ancora in uno atto pubblico o in un testamento, qualunque ne sia la forma.

La dichiarazione può essere resa dalla madre o da entrambi i genitori. Per il riconoscimento da parte del solo padre occorre il consenso della madre che ha già effettuato la dichiarazione.

  1. Il nascituro ha diritto ad ereditare [6] purché concepito a momento dell’apertura della successione. Se non ancora concepito (purché figlio di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore) può ricevere beni solo per testamento.

Quando tra i chiamati alla successione vi siano un concepito o un non concepito, la divisione dell’eredità non può avvenire prima della nascita [7] salvo autorizzazione del giudice.

  1. Il nascituro ha diritto a ricevere beni per donazione [8]. La donazione può essere fatta sia in favore di un concepito sia di un non concepito, purché quest’ultimo sia figlio di persona vivente al tempo della donazione.

Fino alla nascita del bambino il donante resta titolare dei beni oggetto della donazione ed è tenuto ad amministrarli e a non venderli, né cederli a terzi.

Alla nascita del bambino la donazione deve essere accettata dai genitori o da chi ne ha la responsabilità, i quali potranno compiere gli atti necessari a tutelare i beni donati.

  1. Il nascituro, se concepito [9] al momento del compimento di un fatto illecito e nato successivamente a questo, ha diritto al risarcimento dei danni che si siano verificati in contemporanea o dopo la nascita aventi una diretta e concreta incidenza sul nato, anche se conseguenti ad un comportamento colposo [10].

I diritti dei bambini sull’alimentazione

Posted on : 11-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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 L’educazione alimentare parte già da piccoli: quali tutele si devono garantire?

 Ogni individuo ha diritto ad avere accesso a cibo nutriente e sicuro sufficiente per soddisfare i bisogni nutrizionali di base, così come a disporre di acqua pulita e di qualità accettabile in quantità sufficiente e a costi sostenibili. Così recita la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo che, in questo passaggio, difende i diritti dei bambini sull’alimentazione.

Concetto sancito anche dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che, all’articolo 11, riconosce il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia che includa un’alimentazione adeguata ed il miglioramento continuo della propria condizione di vita.

Dei diritti dei bambini sull’alimentazione si occupa pure la Convenzione internazionale sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, firmata dall’Assemblea dell’Onu nel 1989 e introdotta nell’ordinamento italiano nel 1991 [1], nel passaggio in cui recita che gli Stati devono fornire assistenza particolare alle famiglie bisognose per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e l’alloggio.

I diritti dei bambini all’alimentazione sono tutelati indirettamente dalla Costituzione italiana, negli articoli in cui difende i princìpi di dignità umana e di dignità sociale [2]: se la malnutrizione degrada l’uomo, degrada anche la sua dignità.

Non è detto che i diritti dei bambini sull’alimentazione comprendano soltanto avere del cibo sufficiente a disposizione: anche chi ha il frigorifero sempre pieno può avere problemi di malnutrizione se nessuno lo ha educato a mangiare in modo sano ed equilibrato. Ecco perché in Italia il Ministero della Salute lancia periodicamente delle campagne sull’importanza di un’alimentazione corretta e sui rischi che corrono i bambini obesi o in sovrappeso, sensibilizzando i distretti sanitari e gli ambulatori a lavorare con le famiglie in questo senso.

  1. I bambini hanno diritto ad essere liberi dalla fame e ad avere accesso a cibo nutriente ed in quantità sufficiente al suo sviluppo psico-fisico e al suo nutrimento di base. Hanno diritto ad avere dallo Stato l’aiuto necessario per soddisfare questo bisogno in caso di necessità o di indigenza familiare.
  2. I bambini hanno diritto ad un’alimentazione adeguata in termini di quantità e di qualità, in base alla loro età ed ai loro bisogni nutrizionali.
  3. I bambini hanno diritto a ricevere una corretta educazione alimentare dalla famiglia, dalla scuola e dallo Stato, anche attraverso i distretti sanitari ed i medici di base. Genitori e istituzioni hanno il dovere di impegnarsi insieme affinché i bambini capiscano (in funzione della loro età e della loro capacità di comprensione) i rischi che corrono mangiando in modo sbagliato, abusando del cibo o evitandolo.
  4. I bambini hanno diritto ad essere allattati al seno nei primi mesi di vita. Lo Stato ha il dovere di promuovere delle campagne informative per sensibilizzare le madri sui vantaggi nutrizionali di questo tipo di scelta.
  5. I bambini hanno diritto ad avere a disposizione e a poter accedere all’acqua potabile sicura. Lo Stato ha l’obbligo di impegnarsi affinché le risorse idriche del Paese ed i sistemi di depurazione garantiscano questo bisogno.
  6. I bambini hanno diritto a godere di un ottimo livello di salute fisica e mentale, impossibile da raggiungere senza una corretta alimentazione. Hanno anche diritto a non soffrire delle malattie provocate da una carenza alimentare o per disidratazione.
  7. I bambini hanno diritto a non sentirsi discriminati per mancanza di cibo e acqua.
  8. I bambini hanno diritto a non ricevere delle informazioni sbagliate riguardanti il cibo dai mass media. Lo Stato ha il dovere di impedire dei messaggi pubblicitari ingannevoli che promuovono prodotti allettanti per i bambini ma poco nutrienti e potenzialmente dannosi per la salute se consumati assiduamente e in eccesso.
  9. I bambini hanno diritto ad un pasto adeguato nella mensa scolastica, sia come quantità, sia come qualità, sia in termini di apporto nutrizionale. La scuola, le famiglie e le istituzioni hanno il dovere di controllare che ciò avvenga, verificando i menù messi obbligatoriamente a disposizione dagli istituti scolastici.
  10. I bambini hanno diritto ad un’adeguata cura dentale affinché possano consumare il cibo correttamente, per evitare che una masticazione sbagliata possa compromettere nutrimento e digestione.