Reddito di cittadinanza: come richiederlo

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Reddito di inclusione: cos’è e come accedere alla nuova misura di sostegno per i poveri.

Il Governo italiano ha introdotto, con decorrenza dal primo dicembre 2017, una nuova misura volta a sostenere le famiglie italiane più povere: si tratta del reddito di cittadinanza o reddito di inclusione [1]. In realtà, quest’ultima denominazione sarebbe più corretta, in quanto il beneficio non è elargito a tutti i cittadini italiani ma solo a coloro che posseggono un reddito minimo stabilito dalla legge. Ecco cosa c’è da sapere sul reddito di cittadinanza e come richiederlo.

Reddito di cittadinanza: cos’è?

Il reddito di cittadinanza è uno strumento previsto dalla legge italiana per contrastare la povertà, rivolta a cittadini e famiglie che versano in condizioni di disagio economico. La legge definisce lo stato di povertà come la condizione del nucleo familiare la cui situazione economica non permette di disporre dell’insieme di beni e servizi necessari a condurre un livello di vita dignitoso.

La misura consiste nell’erogazione di benefici economici mensili, attraverso una carta di pagamento elettronica, e l’elaborazione di progetti personalizzati di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa.

Il reddito di inclusione (denominato ReI) prende il posto del Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) e dell’Assegno di disoccupazione (Asdi), che potrà essere richiesto solamente fino al 30 gennaio 2018 da coloro che terminano la Naspi entro il 31 dicembre 2017.

Reddito di cittadinanza: chi può richiederlo?

Il reddito di cittadinanza può esser richiesto soltanto dalle famiglie che posseggono determinati requisiti, non solo economici.

Con riferimento ai requisiti di residenza e di soggiorno, il componente che richiede la misura deve essere congiuntamente:

1) cittadino dell’Unione o suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;

2) residente in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento di presentazione della domanda;

Con riferimento alla condizione economica, il nucleo familiare del richiedente deve essere in possesso congiuntamente di:

1) un valore dell’Isee, in corso di validità, non superiore seimila euro;

2) un valore dell’Isre (indicatore della situazione reddituale) non superiore a tremila euro;

3) un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a ventimila euro;

4) un valore del patrimonio mobiliare, non superiore ad una soglia di seimila euro, maggiorata di duemila euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di diecimila euro;

5) un valore non superiore alle soglie di cui ai numeri 1 e 2 relativamente all’Isee e all’Isre.

Con riferimento al godimento di beni durevoli e ad altri indicatori del tenore di vita, il nucleo familiare deve trovarsi congiuntamente nelle seguenti condizioni:

1) nessun componente intestatario a qualunque titolo o avente piena disponibilità di autoveicoli, ovvero motoveicoli immatricolati la prima volta nei ventiquattro mesi antecedenti la richiesta, fatti salvi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità ai sensi della disciplina vigente;

2) nessun componente intestatario a qualunque titolo o avente piena disponibilità di navi e imbarcazioni da diporto.

Oltre ai requisiti appena elencati, in sede di prima applicazione, ai fini dell’accesso al reddito di inclusione il nucleo familiare, con riferimento alla sua composizione come risultante nella Dsu (dichiarazione sostitutiva unica a fini Isee), deve trovarsi al momento della richiesta in una delle seguenti condizioni:

  1. presenza di un componente di età minore di diciotto anni;
  2.  presenza di una persona con disabilità e di almeno un suo genitore ovvero di un suo tutore;
  3.  presenza di una donna in stato di gravidanza accertata. La documentazione medica attestante lo stato di gravidanza e la data presunta del parto è rilasciata da una struttura pubblica e allegata alla richiesta del beneficio, che può essere presentata non prima di quattro mesi dalla data presunta del parto;
  4. presenza di almeno un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni, che si trovi in stato di disoccupazione per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale da almeno tre mesi, di beneficiare dell’intera prestazione per la disoccupazione, ovvero, nel caso in cui non abbia diritto di conseguire alcuna prestazione di disoccupazione per mancanza dei necessari requisiti, si trovi in stato di disoccupazione da almeno tre mesi. Si considerano in stato di disoccupazione anche i lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde ad un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti per legge [2].

Il reddito di inclusione non è in ogni caso compatibile con la contemporanea fruizione, da parte di qualsiasi componente il nucleo familiare, della Naspi o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria.

Reddito di cittadinanza: a quanto ammonta?

Il beneficio economico concesso dal reddito di cittadinanza (o di inclusione) è variabile a seconda delle condizioni del richiedente: si va da un minimo di 187,50 euro mensili per nuclei composti da un unico membro fino a 539, 82 euro per nuclei con sei membri o più, e cioè da 2.250 a circa 6.500 euro annui.

Il beneficio è erogato dall’Inps corrisposto attraverso la Carta ReI, mensilmente, per un periodo non superiore a diciotto mesirinnovabili per ulteriori dodici, presentando apposita richiesta di rinnovo, trascorsi non meno di  sei mesi dall’ultima erogazione.

In caso di fruizione di altri trattamenti assistenziali da parte di componenti il nucleo familiare, il valore mensile del reddito di inclusione è ridotto del valore mensile dei medesimi trattamenti. Ugualmente, ci sarà una contrazione nel caso in cui uno dei componenti del nucleo familiare cominci a percepire redditi.

Comunque, nel calcolo complessivo del beneficio non rilevano mai:

  1. le erogazioni riferite al pagamento di arretrati;
  2. le indennità per i tirocini finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia delle persone e alla riabilitazione,
  3. le specifiche misure di sostegno economico, aggiuntive al beneficio economico del reddito di inclusione, individuate nell’ambito del progetto personalizzato (di cui si dirà a breve) a valere su risorse del comune o dell’ambito territoriale;
  4. le riduzioni nella compartecipazione al costo dei servizi, nonché eventuali esenzioni e agevolazioni per il pagamento di tributi;
  5. le erogazioni a fronte di rendicontazione di spese sostenute ovvero le erogazioni in forma di buoni servizio o altri titoli che svolgono la funzione di sostituzione di servizi.

Reddito di cittadinanza: cos’è la carta Rei?

Abbiamo detto che il trattamento economico verrà accredito direttamente su un’apposita carta di pagamento elettronica, definita Carta ReI. La carta viene rilasciata gratuitamente dalle Poste Italiane.

Può essere utilizzata solo dal titolare e consente di effettuare le seguenti attività:

  • prelevare fino a massimo 240 euro di contante al mese, al costo del servizio;
  • effettuare acquisti presso supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitati, pagando tramite pos;
  • pagare bollette elettriche e del gas presso gli uffici postali;
  • usufruire di sconti del cinque per cento per effettuare acquisti presso negozi e farmacie convenzionati, eccetto nel caso dell’acquisto di farmaci e del pagamento di ticket;

Reddito di cittadinanza: a chi rivolgersi?

La legge che ha introdotto il reddito di cittadinanza (o di inclusione) ha stabilito che le regioni individuano i punti per l’accesso a detto contributo, presso i quali in ogni ambito territoriale è offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e, qualora ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta del beneficio.

I punti per l’accesso sono concretamente identificati dai comuni che si coordinano a livello di ambito territoriale e comunicati, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge, da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione di competenza e al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che ne dà diffusione sul proprio sito istituzionale.

Reddito di cittadinanza: come richiederlo?

Richiedere il reddito di Inclusione è molto semplice: occorre presentare l’apposito modulo prestampato presso il Comune di residenza o eventuali altri punti di accesso indicati dai Comuni. È possibile scaricare il modulo cliccando qui.

Il Comune procede alla verifica dei requisiti di cittadinanza e residenza; dopodiché, entro quindici giorni lavorativi dalla ricezione, invia le domande all’Inps. L’Istituto previdenziale verifica entro cinque giorni i requisiti e, in caso di esito positivo, riconosce il contributo economico e invia a Poste Italiane la disposizione di accredito. Poste Italiane emette la carta ReI e spedisce una lettera al beneficiario per invitarlo a ritirarla e, in seguito, gli invia il codice pin segreto per poterla utilizzare.

Reddito di cittadinanza: ci sono altri benefici?

Per poter acceder ai vantaggi istituiti dalla legge, i nuclei familiari sono sottoposti a una valutazione finalizzata ad identificare i bisogni del nucleo stesso e dei suoi componenti, tenuto conto delle risorse e dei fattori di vulnerabilità del nucleo, nonché dei fattori ambientali e di sostegno presenti. In particolare, sono oggetto di analisi: le condizioni e i funzionamenti personali e sociali; la situazione economica; la situazione lavorativa e profilo di occupabilità; l’educazione, istruzione e formazione; la condizione abitativa; le reti familiari, di prossimità e sociali.

Le misure volte a contrastare la povertà, infatti, non sono soltanto economiche. La legge prevede un ulteriore strumento, consistente in un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, predisposto dai servizi sociali del Comune di appartenenza, rivolto all’intero nucleo familiare, che deve assumere specifici impegni e svolgere determinate attività, individuati da operatori sociali opportunamente identificati dai servizi competenti, sulla base di una valutazione dei problemi e dei bisogni dei beneficiari.

Quest’ultima prevede un’analisi preliminare, che si svolge entro venticinque giorni dalla richiesta del reddito di cittadinanza, e in un’analisi approfondita, da effettuare se la situazione del nucleo familiare è particolarmente complessa. I componenti del nucleo familiare devono sottoscrivere il progetto personalizzato entro venti giorni lavorativi dalla data in cui è stata effettuata l’analisi preliminare.

Il progetto individua, sulla base dei fabbisogni del nucleo familiare come emersi nell’ambito della valutazione:

  1. gli obiettivi generali e i risultati specifici che si intendono raggiungere in un percorso volto al superamento della condizione di povertà, all’inserimento o reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale;
  2. i sostegni, in termini di specifici interventi e servizi, di cui il nucleo necessita, oltre al beneficio economico connesso al ReI;
  3. gli impegni a svolgere specifiche attività, a cui il beneficio economico è condizionato, da parte dei componenti il nucleo familiare.

Reddito di cittadinanza: se già percepisco il Sia?

Coloro i quali beneficiano del sostegno per l’inclusione attiva (Sia) nell’anno 2017, continueranno a percepire il relativo beneficio economico per tutta la durata e secondo le modalità previste.

Se i beneficiari del Sia soddisfano anche i requisiti per accedere alla nuova misura, potranno richiedere la trasformazione del Sia in ReI. In ogni caso verrà garantita la fruizione del beneficio maggiore. Qualora si decida di passare da un sostegno economico all’altro, la durata del reddito di inclusione sarà ridotta del numero di mesi per i quali si è percepito il Sia. Il beneficio, in tal caso, verrà erogato sulla stessa Carta di pagamento.

Coloro che già godono del sostegno per l’inclusione attiva e non intendono passare al ReI, alla scadenza del possono comunque richiedere l’accesso al reddito di inclusione, se in possesso dei requisiti. In questo caso il ReI avrà una durata massima di sei mesi, al fine di assicurare una copertura complessiva del beneficio (Sia + ReI) pari a diciotto mesi.

Come vendere il veicolo ereditato

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Accettazione dell’eredità con contestuale dichiarazione di vendita del veicolo del defunto: come accettare il veicolo ereditato e venderlo con un unico atto.

Se tra i beni del defunto vi è un auto, gli eredi che vogliano utilizzarla o venderla, devono necessariamente effettuare il passaggio di proprietà, intestando il veicolo a proprio nome, con relativa trascrizione al PRA (Pubblico registro automobilistico) e aggiornamento della carta di circolazione.

La vendita del veicolo presuppone l’accettazione dell’eredità: se i chiamati all’eredità non sono divenuti ancora eredi perché non hanno accettato, espressamente o tacitamente, l’eredità del de cuius, non possono disporre dei beni in essa presenti.

Si precisa che la legge non ammette l’accettazione frazionata dell’erdità: non è possibile “scegliere” di accettare solo alcuni beni e rinunciare ad altri. L’accettazione è quindi complessiva, in misura corrispondente alla quota ereditata, salvo che all’erede non sia stato assegnato proprio quel determinato bene (con disposizione testamentaria).

Per accelerare la vendita del veicolo del defunto, quando per esempio c’è già un acquirente interessato,gli eredi possono stipulare un unico atto di accettazione dell’eredità e vendita del veicolo al terzo.

Vediamo come si può effettuare l’accettazione dell’eredità con contestuale dichiarazione di vendita del veicolo.

Accettazione eredità con contestuale vendita del veicolo

Gli eredi che vogliano vendere il veicolo, possono accettare l’eredità con contestuale dichiarazione di vendita, atto che deve essere trascritto al PRA.

Per effettuare la trascrizione è necessaria l’autentica di firma di tutti gli eredi e dell’acquirente che dovranno esibire un documento di identità in corso di validità e portare una marca da bollo da € 16,00.

Possono effettuare l’autentica di firma:

  • Uffici Provinciali ACI – Pubblico Registro Automobilistico (PRA)
  • Uffici Provinciali D.T.T. (ex Motorizzazione Civile)
  • Agenzie di pratiche auto e Delegazioni A.C. purché abilitate allo S.T.A. (Sportello Telematico dell’Automobilista)
  • Uffici Comunali
  • Notai

Chi sceglie di autenticare le firme presso il PRA dovrà contemporaneamente provvedere alla trascrizione dell’atto di accettazione di eredità con contestuale vendita.

Sarà pertanto obbligatoria la presenza di tutti gli eredi muniti di un documento d’identità in corso di validità i quali accettano l’eredità del veicolo e quella dell’acquirente che provvederà alla trascrizione. E’ necessario compilare una dichiarazione sostitutiva del certificato di morte.

Se invece l’autentica della firma non viene effettuata presso il P.R.A., l’acquirente ha 60 giorni di tempo (a calendario) per la trascrizione dell’atto.

Nel caso in cui gli eredi non possano autenticare contemporaneamente la propria firma, l’autentica può essere effettuata anche in luoghi e tempi diversi, utilizzando sempre lo stesso atto ed una sola marca da bollo. Pertanto l’atto dovrà essere inviato in originale agli eredi non presenti per proseguire con l’autentica.

I 60 giorni di tempo per la trascrizione dell’atto decorreranno dalla data dell’ultima autentica.

Se per la trascrizione si presenta al P.R.A una persona diversa dall’acquirente è necessaria la delega scritta per la presentazione dell’atto e i moduli già compilati e firmati da parte dell’acquirente.

Documenti da presentare per la trascrizione

Di seguito i documenti da presentare al PRA per la trascrizione:

  • Certificato di Proprietà o foglio complementare (in originale);
  • carta di circolazione (originale + 1 fotocopia);
  • documento di identità dell’acquirente in corso di validità (originale + 1 fotocopia);
  • codice fiscale dell’acquirente (in fotocopia);
  • dichiarazione sostitutiva eredi; (solo nel caso in cui non sia riportata nel corpo dell’atto)
  • modelli NP3C (uno per l’accettazione di eredità e l’altro per la vendita);
  • modello NP4C da compilare nel caso in cui ci sia più di un erede.

Si fa presente che per trascrivere questo tipo di atto occorre compilare sia i moduli per l’accettazione di eredità che per la successiva vendita, in quanto pur essendo un unico atto, le pratiche da presentare sono due.

Una volta trascritto l’atto e prodotto il Certificato di Proprietà, per l’aggiornamento della Carta di Circolazione, l’acquirente dovrà presentarsi presso la Motorizzazione Civile.

Nel caso in cui il foglio complementare o il Certificato di proprietà fosse smarrito, gli eredi hanno titolo per richiederne il duplicato e devono farlo contestualmente alla trascrizione dell’atto di accettazione dell’eredità, esibendo una denuncia di smarrimento, compilando la nota preposta per la richiesta a nome del defunto e aggiungendo alla spesa per la trascrizione., quella per il duplicato.

Sanzioni e interessi per ritardata registrazione al PRA

È possibile richiedere la registrazione dell’atto di accettazione dell’eredità di un veicolo anche dopo i 60 giorni dall’autentica della firma dell’erede, pagando oltre all’importo dell’imposta provinciale di trascrizione, anche la sanzione per il ritardato pagamento, pari al trenta per cento dell’importo dell’imposta di trascrizione dovuta, e gli interessi legali.

In caso di ritardata trascrizione, l’atto di accettazione con contestale vendita è sempre valido.

Modello atto di accettazione eredità con contestuale vendita veicolo

Il modello da utilizzare per l’accettazione dell’eredità con contestuale dichiarazione di vendita del veicolo è disponibile al seguente link.

Fondo mutui prima casa 2018

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Fondo di garanzia statale mutui per chi acquista o ristruttura la prima casa: come beneficiare del mutuo agevolato.

Anche per il 2018 e per gli anni a seguire, fino ad esaurimento delle risorse disponibili, è possibile beneficiare del Fondo di garanzia statale mutui l’acquisto o ristrutturazione della prima casa.

Vediamo come funziona il fondo mutui prima casa e chi può accedervi.

Fondo di garanzia mutui prima casa: cos’è

Il Fondo di garanzia per la prima casa, istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze e gestito da Consap S.p.a., consente di richiedere mutui ipotecari fino a 250.000 euro avvalendosi delle garanzie statali per la metà dell’importo [1]. La garanzia è prevista sia per l’acquisto che per la ristrutturazione della prima casa.

Più precisamente, il Fondo rilascia garanzie, a prima richiesta, nella misura massima del 50% della quota capitale su mutui ipotecari o su portafogli di mutui connessi all’acquisto e/o ad interventi di ristrutturazione e accrescimento di efficienza energetica di immobili adibiti ad abitazione principale.

Requisiti Fondo di garanzia mutui prima casa

Sono ammessi alla garanzia del Fondo i mutui ipotecari erogati da banche o intermediari finanziari:

  • di importo non superiore a 250 mila euro;
  • destinati all’acquisto di immobili adibiti ad abitazione principale, anche con accollo da frazionamento, non rientranti nella categorie catastali A1, A8 e A9 o con caratteristiche di lusso, e a interventi di acquisto e ristrutturazione ed accrescimento dell’efficienza energetica.

Accedendo al Fondo, la banca, garantita dallo Stato, non può richiedere al mutuatario ulteriori garanzie personali (per esempio garanzie dei genitori) oltre all’ipoteca e all’eventuale assicurazione.

L’elenco delle banche e degli intermediari aderenti al Fondo garanzia è disponibile sul sito della Consap S.p.a.

Benefici del Fondo Garanzia mutui prima casa

Il Fondo offre garanzie statali pari al 50% della quota capitale del mutuo richiesto, facilitando così l’accesso al credito.

Il Fondo è aperto a tutti, indipendentemente dall’età; non ci sono neppure limiti di reddito dei mutuatari.

E’ però previsto un tasso applicato al mutuo non superiore al Tasso Effettivo Globale Medio (TEGM) pubblicato trimestralmente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ai sensi delle legge antiusura per i mutui erogati a:

  • giovani coppie: nuclei familiari costituiti da almeno due anni, coniugati o conviventi more uxorio, con uno dei componenti con età inferiore ai trentacinque anni;
  • nucleo monogenitoriale con figli minori: persona singola non coniugata, separata, divorziata o vedova con almeno un figlio convivente minore;
  • giovani di età inferiore ai 35 anni titolari di un rapporto di lavoro atipico;
  • conduttori di alloggi di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari.

Le banche e gli intermediari finanziari possono adottare, a favore di coloro che hanno difficoltà nel pagamento delle rate del mutuo, la sospensione dei pagamenti delle rate e/o le altre misure facoltative.

Come accedere al Fondo di garanzia mutui prima casa

La domanda di accesso al Fondo deve essere presentata direttamente alla Banca aderente all’iniziativa cui si richiede il mutuo, utilizzando l’apposita modulistica per la richiesta di accesso al Fondo di garanzia per la prima casa disponibile sul sito di Consap S.p.a, su quello del Dipartimento del Tesoro e delle Banche aderenti.

Vetri appannati o coi giornali: è atti osceni il sesso in auto?

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Atti osceni in luogo pubblico: anche se il reato è stato depenalizzato si rischiano sanzioni salate a chi non oscura i vetri o non si apparta in un luogo non illuminato. 

Appartarsi in auto con il proprio partner e non avere altri posti dove baciarsi e abbracciarsi se non un parcheggio fuori mano, vicino uno sterrato: un problema di molte coppie per le quali fare l’amore non può essere un reato se avviene in un posto riservato. Eppure anche il sesso in auto può causare problemi con la giustizia senza appositi e mirati accorgimenti. Di tanto si è occupata spesso la giurisprudenza che ha dovuto definire quali precauzioni devono essere usate dalla coppia di fidanzatini prima di spogliarsi. “Sesso sicuro” insomma, non solo dai virus ma anche dagli occhi indiscreti. Se la strada infatti può essere percorsa da passanti o da altre auto, anche se si tratta di un’orario non particolarmente affollato, gli atti osceni in luogo pubblico scattano lo stesso. E attenzione: è vero che, dal 2016 [1], non si tratta più di un reato ma le sanzioni oggi sono di gran lunga superiori. Si rischiano da 5mila a 30mila euro di multa. Se invece il posto prescelto per consumare il rapporto sessuale è abitualmente frequentato da minori o nelle immediate vicinanze (si pensi il retro di una scuola), il comportamento è ancora reato. In questo scenario il vecchio mito dei fogli di quotidiani non è tramontato e qualcuno ancora si chiede: è atti osceni il sesso in auto coi vetri appannati o coi giornali? Vediamo cosa hanno detto a riguardo i giudici.

Il reato di atti osceni scatta in caso di potenziale visibilità, da parte di terzi, degli atti posti in essere dalla coppia, non in base quindi alle concrete circostanze in cui l’atto sessuale è stato posto in essere, ma al luogo e all’ora in cui la condotta viene posta in essere, a prescindere poi dal fatto che, sul tratto di strada, non passi nessuno. Basta la semplice possibilità [2]. Pertanto integra il reato di atti osceni in luogo pubblico la condotta di chi si apparta all’interno di un’autovettura parcheggiata su una piazza centrale di un paese senza alcuna specifica cautela cosicché, anche in ora notturna, occasionali passanti avrebbero potuto facilmente percepire quanto avveniva all’interno.

Dunque – precisa la Cassazione [3] – gli atti osceni dentro un’auto parcheggiata lungo la strada pubblica non è esclusa dal fatto che essi vengano compiuti in ora notturna o su una via non frequentata, in quanto siffatte circostanze non eliminano in modo assoluto la evenienza che gli atti osceni siano percepiti da occasionali passanti. Tuttavia la Suprema Corte precisa che non c’è alcun illecito se la coppia adottata specifiche cautele, come l’appannamento o la copertura dei vetri della vettura (ad esempio con dei fogli di giornale); le misure devono essere idonee ad impedire in modo assoluto che gli altri possano vedere le scene interne.

Una sentenza della Pretura di Mantova ha infine chiarito [4] che non scattano gli atti osceni nel caso di congiunzione carnale nell’interno di un’autovettura, non provvista di tendine o schermi e senza vetri appannati, parcheggiata in piena notte in luogo appartato e privo di qualsiasi illuminazione. Quindi, la macchina parcheggiata in uno sterrato al buio non può essere sanzionata.

Cosa si rischia se si viene scoperti? Nessun procedimento penale, nessuna fedina penale sporca. In altri termini nessun processo davanti a un giudice. Solo una sanzione amministrativa, comminata dal Prefetto. Contro cui fare ricorso entro i successivi 30 giorni al giudice di Pace o 60 al Prefetto stesso.

Quando si viola il copyright?

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Solo le opere originali, che presentano un minimo di creatività, possono essere tutelate dal diritto d’autore.

Cos’è il copyright? Spesso si usa questa parola per indicare tutte le opere dell’ingegno tutelate dalla legge contro plagi e contraffazioni. Ma in Italia il copyright non esiste; esiste piuttosto la tutela del diritto d’autore, del marchio, del brevetto, ecc. La parola «copyright» esiste invece nella legislazione anglosassone che, con la nostra, non ha molto in comune. Tuttavia, proprio in materia di diritti d’autore, brevetti e marchi, gli Stati hanno firmato una serie di trattati internazionali volti a combattere la contraffazione. Insomma, visto che la pirateria è un affare che coinvolge tutte le nazioni e che si rafforza quasi sempre con la fuga all’estero, tanto vale avvicinare le rispettive discipline per combatterla. Detto ciò, però, accettando con una certa elasticità il concetto di copyright, vediamo quando questo diritto viene leso. In altri termini: quando si viola il copyright? Per essere più precisi dovremmo fare un discorso diverso per tutte le diverse categorie di opere dell’ingegno previste dalla legge. In questa sede, però, per andare direttamente al nocciolo della questione, prenderemo a riferimento le ipotesi  più frequenti: quelle di marchi, musica, testi (poesie, articoli, libri, ecc.), fotografie.

L’elemento di novità

Per capire quando di viola il copyright dobbiamo fare una premessa. Intanto le opere dell’ingegno umano possono essere tutelate in quanto presentino un carattere di novità. Devono cioè essere originali. Le opere banali come una filastrocca popolare riarrangiata, la foto di una strada senza prospettive o filtri particolari, un nome generico per un negozio che ricorra all’uso di una parola comune, una ricetta di cucina non presentano alcuna novità, alcun elemento di inventiva da parte del suo autore; pertanto non possono essere tutelate. In generale, quindi l’elemento di novità è necessario per tutelare il diritto dell’autore o dell’inventore. Senza questo elemento, si può violare il copyright senza temere alcunché.

Marchi 

I marchi vengono distinti di solito in marchi forti e marchi deboli. I primi sono parole del tutto nuove, non di uso comune o che difficilmente hanno un elemento che le riconduce al prodotto. L’esempio tipico è Coca Cola per una bevanda: si tratta di un nome inventato che non esisteva prima; la tutela è massima. Vuol dire che ci si accosta minimamente a questo termine, generando confusione nel consumatore, viola il marchio. Un prodotto che dovesse chiamarsi Coka Kola sarebbe certamente vietato. Lo stesso discorso può farsi per il marchio Apple per i computer. È vero che la parola è di uso comune (in inglese significa «mela»), ma è anche vero che l’accostamento al pc è originale. Violerebbe il marchio chi chiama il proprio prodotto tecnologico Aple e non invece chi lo chiama Pear («pera»).

I marchi deboli sono invece quelli che non presentano un grosso elemento di inventiva o novità. Si pensi al marchio «Lava e Stira» per una ditta di lavanderia. Questa non potrebbe mai interdire a una concorrente di chiamarsi «Stira e Lava». Il bar che si chiama «Bar Centrale» non può impedire al concorrente di chiamarsi «Central bar» e così via.

Se un soggetto usa un marchio senza registrarlo viene tutelato da chi registra successivamente lo stesso nome: il primo potrà continuare a utilizzare lo stesso nome – benché non protetto – purché nella stessa zona in cui aveva inizialmente avviato il commercio.

Personaggi, statue, bambole, pupazzi

Allo stesso modo senza un elemento caratterizzante non c’è violazione del marchio nel riprodurre un prodotto dozzinale che nulla ha di creativo. Il competitor che riproduce delle statuette di plastica di un presepe simili a quelle di un altra azienda non risarcire nulla a quest’ultima. Si tratta di oggetti dozzinali destinati alla grande distribuzione, che non si possono accostare in alcun modo all’opera di un artista che conferisce all’oggetto una particolare impronta tale da distinguerlo da tutti gli altri. A dirlo è stata una recente sentenza della Cassazione [1] che ha negato la «qualificazione di opere della scultura» alle statuine per presepe prodotte dalla ricorrente, mettendo in evidenza da un lato «la destinazione alla riproduzione seriale e alla grande distribuzione, sufficiente di per sé ad escluderne la circolazione nell’ambito di un ristretto pubblico di intenditori, e dall’altro l’assenza di un’impronta personale dell’autore, tale da impedire di ravvisarvi un’opera creativa, anche in ragione della fattura dozzinale e della scadente qualità delle riproduzioni».

Nel caso in esame, è stato accertato il «carattere stereotipato» delle figure rappresentate. La «piena corrispondenza all’iconografia classica dei personaggi presepiali», insieme all’impossibilità di identificare un tratto personale dell’autore e alla mediocrità tecnica della realizzazione non può far scattare la pirateria.

Discorso completamente diverso per il produttore che riproduce le sembianze di un personaggio dei cartoni animati variandone solo alcuni degli aspetti (ad esempio Topolino con le orecchie più piccole).

Testi, poesie, articoli

Anche per i testi vale lo stesso discorso dei marchi. L’elemento dell’originalità e della creatività da parte dell’autore è necessario per tutelare l’opera dell’ingegno con il diritto d’autore. Attenzione però: il diritto d’autore tutela solo l’esposizione formale dell’opera e non il contenuto. Ad esempio, una persona che estrapola dei dati da una statistica fatta da altri per un proprio lavoro non deve citare necessariamente la fonte; così come non deve farlo chi prende spunto da un articolo per scriverne uno diverso sotto l’aspetto espositivo, ma identico sotto quello contenutistico. Insomma, il diritto d’autore tutela la composizione delle parole e non le idee che non possono mai essere coperte da copyright.

La ricetta di cucina può essere tutelata solo laddove presenti un margine di creatività rispetto alla semplice elencazione degli ingredienti o del procedimento di preparazione.

Fotografie

Esistono sostanzialmente due tipi di fotografie: le opere fotografie e le riproduzioni della realtà materiale. Solo le prime sono tutelate dal diritto d’autore ed è vietata la loro riproduzione senza il consenso altrui: si tratta di quegli scatti in cui l’autore ha apportato un elemento creativo o di originalità, anche minimo (un filtro, una angolatura speciale, un particolare sfumato, ecc.). Le altre sono solo semplici scatti senza alcun lavoro personalizzante: la foto a una strada, a un palazzo, a un paio di scarpe, a un paesaggio. Per queste ultime non c’è tutela ed è possibile utilizzarle liberamente. Leggi anche Foto su internet: vademecum per il fotografo del nuovo millennio.

Musica

Sulla musica il discorso è più complesso e ti invito a leggere l’approfondimento sul plagio musicale. In sostanza non viene tutelato il ritmo, né l’armonia, ma la linea melodica centrale, il tema del brano ossia – nella musica pop – il ritornello.

Si può comporre un brano con una linea melodica originale usando però ritmo e accompagnamento (accordi e arpeggio) di una canzone già scritta.

Come tutelare il copyright

Contrariamente a quanto spesso si crede, chi vuol tutelare i diritti d’autore sulla propria creazione artistica (una canzone, un testo, una poesia, ecc.) non ha bisogno di atti formali come l’iscrizione alla Siae, la registrazione dell’opera o un contratto con l’editore. Al contrario, si diventa padri dell’opera nel momento stesso in cui essa viene creata e, in quel preciso istante, se ne acquista il diritto allo sfruttamento economico, con la conseguente possibilità di interdirne, per il futuro, ai terzi il plagio e lo sfruttamento.

L’autore si dovrà curare solo di provare l’anteriorità della propria creazione rispetto ad eventuali soggetti che pretendano di vantare diritti sull’opera medesima. Perché è ovvio che, intanto si può affermare di essere l’unico autore di un’opera, in quanto nessun altro possa vantare il medesimo diritto per un processo creativo intervenuto precedentemente. Come dire: “Il primo che arriva, si prende tutto!”.

A nulla vale affermare di essere i primi creatori, e quindi di aver acquisito il diritto d’autore, se poi questa circostanza non può essere dimostrata, in modo certo, in un’aula di Tribunale. Nella realtà giuridica esiste, infatti, solo ciò che può essere provato.

Legge 104 e diritto al buono pasto: cosa dice la normativa

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Buoni pasto e legge 104: per i giorni in cui il dipendente è in permesso e non va a lavoro può rivendicare i ticket restaurant?

Hai un familiare portatore di handicap e, in conseguenza di ciò, sei tra quei lavoratori titolari della “legge 104”. L’ormai famoso articolo 33 della legge 104 del 1992 ti consente, tre volte al mese, di assentati dal lavoro per prestare assistenza al disabile. Si tratta di «permessi retribuiti»: in buona sostanza percepisci regolarmente lo stipendio dall’azienda la quale, a sua volta, si fa rimborsare dall’Inps. Quando però il datore di lavoro ti rilascia i buoni pasto ti accorgi che questi sono in misura ridotta rispetto ai tuoi colleghi: ne mancano per l’appunto tre, uno per ogni giorno di permesso. Prima di aprire una contestazione, vuoi informarti e sapere cosa dice la normativa sulla legge 104 e sul diritto ai buoni pasto. In questo articolo ti spiegheremo, in modo semplice e immediato, cosa spetta al lavoratore dipendente che ha ottenuto i cosiddetti benefici della legge 104. Ti diremo, in particolare, se puoi rivendicare i buoni pasto anche per i giorni di permesso retribuito o meno.

Ricordiamo innanzitutto alcune regole su come funzionano i buoni pasto. Il buono pasto è un documento cartaceo o emesso in formato elettronico che consente al titolare di ricevere un servizio sostitutivo della mensa di importo pari al valore facciale del buono pasto. In pratica, in tutte le aziende – pubbliche o private – ove il datore non ha previsto una mensa interna, ai lavoratori possono essere forniti i buoni pasto da spendere nei negozi convenzionati al fine di sopperire alle esigenze legate all’alimentazione del giorno di lavoro.

Il diritto del lavoratore ai buoni pasto sussiste tanto nel caso in cui durante la fascia oraria concordata per il pranzo il lavoratore sia impegnato al lavoro, quanto nel caso in cui egli abbia terminato di lavorare, ma i tempi di percorrenza non gli consentano di raggiungere la propria abitazione entro l’esaurirsi di tale fascia oraria.

Vediamo ora cosa dice la normativa sulla legge 104 in merito al diritto ai buoni pasto. In verità nessuna norma dice se il dipendente, assente durante i giorni di permesso retribuito, abbia diritto o meno ai buoni pasto. Tuttavia la soluzione al quesito si può facilmente intuire ricordando la natura e la finalità di questo beneficio. Il buono pasto (spesso chiamato ticket restaurant) è sostitutivo della mensa; spetta pertanto solo per le giornate effettivamente “lavorate”. Il dipendente, di conseguenza, non ha diritto al buono per i giorni di malattia, per quelli di riposo o di ferie, nel caso di sciopero. Non spetta per il sabato o la domenica in cui non viene prestata l’attività lavorativa. Il buono pasto, infatti, non è un’integrazione dello stipendio, ma è solo finalizzato a consentire al dipendente, laddove non sia previsto un servizio mensa all’interno dell’azienda, la fruizione del pasto, i cui costi vengono assunti dal datore di lavoro. Il lavoratore, invece, ha il diritto di percepire i buoni pasto quando si trova in trasferta, a meno che non gli sia riconosciuta un’indennità per le spese di vitto o non abbia diritto al rimborso analitico delle spese.

Ne consegue che i buoni pasto non spettano neanche per i giorni di permesso, in quanto il dipendente non si reca in azienda ma può usufruire della propria cucina.

Il dipendente che ha quindi utilizzato i permessi della legge 104 non ha diritto, per queste tre giornate al mese, a percepire i relativi buoni pasto.

Chi paga il condominio: il nudo proprietario o l’usufruttuario?

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Ripartizione delle spese condominiali in caso di donazione o vendita con riserva di usufrutto: il decreto ingiuntivo a chi va notificato? 

Tuo padre ti ha donato la sua casa, ma si è riservato l’usufrutto vita natural durante. Siete così andati dal notaio e avete firmato il rogito. Ora però arriva la parte più difficile: la divisione delle spese connesse all’immobile. Tra tutte, quelle che più ti preoccupano sono quelle condominiali visto che tuo padre, oltre ad avere una scarsa memoria, non ha le capacità economiche per farvi fronte regolarmente. Poiché, con il passaggio di proprietà della casa, ora sei tu il nuovo titolare dell’abitazione, hai paura che l’amministratore ti possa notificare un decreto ingiuntivo per morosità. Cosa rischi? Per rispondere a questa domanda bisogna prima spiegare chi paga il condominio: il nudo proprietario o l’usufruttuario? È quello che cercheremo di spiegare in questo breve articolo di chiarimento sul tema. Un tema particolarmente sentito in molte famiglie visto che la donazione con usufrutto è anche una delle forme contrattuali più utilizzate dalle famiglie italiane per anticipare il lascito di immobili alla morte del titolare ed evitare le spese connesse alla successione.

Per stabilire chi paga il condominio tra nudo proprietario e usufruttuario dobbiamo rifarci al codice civile. È qui, infatti, che è contenuta tutta la normativa in merito alla divisione degli oneri condominiali tra i due soggetti.

Una prima norma [1] stabilisce che «le spese e, in genere, gli oneri relativi alla custodia, amministrazione e manutenzione ordinaria della cosa sono a carico dell’usufruttuario. Sono pure a suo carico le riparazioni straordinarie rese necessarie dall’inadempimento degli obblighi di ordinaria manutenzione».

In buona sostanza, spettano all’usufruttuario le spese di amministrazione ordinaria per la conservazione e il godimento delle parti comuni: si pensi al servizio di portineria, ai consumi delle utenze condominiali (la luce), alla pulizia delle scale, al giardinaggio, alla disinfestazione, alle piccole riparazioni derivanti dall’uso quotidiano (ad esempio l’ascensore che di tanto in tanto si blocca, il portone che si inceppa o nella cui serratura si spettano le chiavi, la rottura del cancello automatico, ecc.).

Il vero e proprio condomino è quindi considerato l’usufruttuario.

Invece sono a carico del nudo proprietario le spese di manutenzione straordinaria, di riparazione straordinaria (sulla struttura) e di innovazione: si pensi al rifacimento del terrazzo, alla realizzazione di un ascensore, alla pulizia della facciata, alla coibentazione del lastrico solare, alla pittura degli esterni, alla riparazione dei balconi, ecc.

Tale regola deriva anche dalla applicazione della norma relativa al diritto di voto in assemblea dell’usufruttuario.

Le stesse regole valgono anche per il titolare del diritto di uso e di abitazione: ad esempio la moglie divorziata che ha ottenuto l’assegnazione della casa coniugale o la vedova superstite che rimane nell’abitazione che un tempo era il tetto coniugale.

Quanto abbiamo appena riferito è la regola relativa ai «rapporti interni tra usufruttuario e nudo proprietario». I rapporti invece tra questi e il condominio (cosiddetti «rapporti esterni») sono invece disciplinati in modo diverso. In particolare il codice civile [2] prevede la cosiddetta regola della «sussidiarietà passiva»: significa che l’amministratore può chiedere il pagamento di tutte le spese condominiali sia all’uno che all’altro, indifferentemente. Resta salvo il diritto, per chi abbia pagato, di rivalersi nei confronti dell’altro per la parte da questi dovuta secondo le regole relative, invece, ai rapporti interni che abbiamo visto sopra.

Secondo la Cassazione [3], l’assemblea condominiale non può prendere decisioni che interferiscano o modifichino i criteri di ripartizione tra usufruttuario e nudo proprietario.

Screenshot: ha valore legale?

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Il valore di prova di una videata con la conversazione su WhatsApp, su una chat o di un post su Facebook.

Una persona ti ha offeso con un post sul suo profilo Facebook o ti ha diffamato in un gruppo, davanti a tanti altri utenti. Un tale a cui hai prestato dei soldi, e che ora non vuole più ridarteli, ha ammesso il proprio debito in una conversazione su Whatsapp, ma questa è l’unica prova scritta che hai per far valere i tuoi diritti. Durante una discussione in una chat privata, un collega di lavoro ha ammesso di essere stato costretto dal capo a firmare un documento per addossare su di te alcune responsabilità: un’estorsione alla quale si sarebbe sottratto se non fosse stato minacciato di licenziamento. In tutti questi casi, hai fatto uno screenshot della conversazione ossia hai fotografato la schermata del video del computer o del cellulare, in modo da conservare la prova fisica e immutabile di tale dichiarazione. Lo screenshot altro non è che il video che riproduce se stesso e che crea una propria copia in formato “immagine”: un modo che la tecnologia moderna consente per avere un documento scritto dell’altrui ammissione. Ma, se portassi il file al giudice, sarebbe questi tenuto a considerarlo come prova? In altri termini uno screenshot ha valore legale? In questo articolo ti spiegheremo che probabilità hai di vincere una causa o una contestazione avendo come una dimostrazione delle tue ragioni l’immagine con la videata del pc o dello smartphone.

Prima però di spiegarti che valore ha uno screenshot e se questo può essere usato come prova, cerchiamo di capire come avviene il procedimento dello screenshot. In qualsiasi momento, tu puoi fotografare il video del tuo computer o del cellulare: non con un’altra macchina fotografica, ma digitando una combinazione di tasti. Tramite questo comando impartito al dispositivo è quest’ultimo stesso che crea un file immagine riproducendo tutto ciò che appare sul video. Per sapere come si fa, leggi Come catturare una immagine da ogni dispositivo. A questo punto quello che hai per le mani è un normalissimo file immagine, di norma in formato jpeg o png. Lo puoi fare con una chat di WhatsApp o di Facebook/Messanger, lo puoi fare con un post su un profilo di un social network o con qualsiasi altra cosa o sito appaia sul tuo schermo.

Chiedersi che valore ha uno screenshot significa anche domandarsi che valore può avere un file realizzato da un computer. Con una sola particolarità: trattandosi di una immagine statica questa può essere sempre modificata: con un buon software di fotoritocco c’è la possibilità di corrompere uno screenshot. Certo, alcuni programmi riescono a svelare se una foto è stata modificata o meno, ma comunque è sempre un lavoro più complesso. Per questo uno screenshot genera sempre molta diffidenza: sia nei comuni cittadini che nei giudici. Chi ci dice, con certezza, in che data è stato fatto lo screenshot o se l’utente nella chat di WhatsApp era in realtà un altro contatto a cui, nella propria rubrica, è stato dato un nome differente? Insomma, tutti questi sospetti possono far decadere il valore di prova di uno screenshot. Ma non è ancora detta l’ultima parola. Vediamo perché.

C’è un ultimo aspetto da considerare per capire che valore ha uno screenshot. Le prove nel nostro processo sono «tipiche»: significa che sono solo quelle indicate dal codice di procedura. E queste sono sostanzialmente la prova fornita dai documenti, dai testimoni e dalle ammissioni delle stesse parti. Lo screenshot non è annoverato tra le prove, né potrebbe essere altrimenti visto che i codici sono stati scritti diversi anni fa, quando ancora il computer come lo conosciamo oggi o lo smartphone non esistevano. Tuttavia, la legge ammette ammesse le cosiddette riproduzioni meccaniche. Si tratta di fotografie, filmati video, email “non certificate” e registrazioni. Queste però – recita il codice di procedura civile – hanno valore documentale solo se non contestate dalla controparte, contestazione che deve essere motivata, deve cioè spiegare per quale ragione la riproduzione non è conforme all’originale (ad esempio una foto che non consente di risalire con certezza alla data in cui è stata fatta o a una registrazione dove le voci o le parole non sono riconoscibili). Uno screenshot può quindi essere equiparato a una riproduzione meccanica e fare prova solo se non è contestato dall’avversario, circostanza del tutto improbabile quando, in un processo, si ricorre a qualsiasi espediente pur di generare il dubbio nel giudice.

Da quanto abbiamo appena detto si può facilmente comprendere che, di per sé, lo screenshot non ha valore di prova, salvo che la controparte non lo contesti e, quindi, tacitamente ammetta che quanto in esso riprodotto corrisponde a realtà. Esistono comunque delle sentenze di segno diverso che hanno ritenuto prova le conversazioni via WhatsApp: La prima è una pronuncia del Tribunale di Catania [1] che ha ritenuto valido il licenziamento intimato “per iscritto” tramite la nota messaggistica. La seconda è del Tribunale di Ravenna [2] che, tramite una conversazione su WhatsApp è riuscita a ricostruire i rapporti tra le parti e l’esistenza di un credito della prima nei confronti della seconda, tenuta quindi a restituire la somma. Ma procediamo con ordine.

Ci sono tuttavia tre modi per dare a uno screenshot un valore legale, superiore rispetto a quello che avrebbe da solo.

Il primo modo per dare valore a uno screenshot è nell’ambito dei processo penale, quando si presenta una denuncia o una querela. Si pensi a un post diffamatorio su Facebook che è stato “fotografato” dalla vittima, poi stampato e allegato agli atti. Se, nel momento in cui ci si rivolge alla polizia o ai carabinieri, il colpevole non ha ancora modificato il proprio scritto, sarà lo stesso pubblico ufficiale – nel momento stesso della presentazione della denuncia/querela – ad attestare la corrispondenza tra la copia stampata dalla vittima e quanto gli appare a video. In questo modo la riproduzione viene, in un certo senso, “autentica”. Inoltre, il carabiniere o il poliziotto potrà essere chiamato a testimoniare nell’ambito del processo per riferire di aver effettivamente visto sul monitor del computer quanto riprodotto nello screenshot.

Il secondo modo per dare valore a uno screenshot è recarsi da un notaio e farlo autenticare. Il notaio verificherà la corrispondenza tra la stampa della videata e il video del computer o dello smartphone. La sua attestazione fa pubblica fede. Questo metodo è però costoso (anche se si tratta di poche decine di euro) e richiede un’azione immediata perché il colpevole potrebbe modificare il post (non invece se ha scritto su WhatsApp).

Il terzo modo, più a basso costo e sicuramente più immediato, per “rafforzare” uno screenshot è far vedere la schermata originale a un testimone, ad esempio un amico. Gli si telefona e gli si chiede di verificare lui stesso ciò che appare sul video del pc o sul cellulare della vittima. Questi, nel corso del processo, dovrà confermare che la stampa dello screenshot che gli viene esibita è effettivamente corrispondente a quanto appariva sullo schermo del computer o del cellulare al momento da lui osservato. In questo modo la prova sarà duplice: oltre allo screenshot anche la testimonianza.

Insomma, mai affidarsi completamente agli screenshot come elemento di prova per i propri diritti. Addirittura potrebbe essere meglio registrare una telefonata all’insaputa dell’altra parte (quando non nel suo domicilio o sul luogo di lavoro). È infatti più difficile contestare una voce e sostenere che non è la propria.

Auto con agevolazioni 104 per familiari di disabili

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Anche un familiare, benché non convivente, può avere i benefici fiscali sull’auto spettanti all’invalido purché quest’ultimo sia a suo carico.

Nella tua famiglia c’è una persona anziana che non può più guidare, ma che ha tutti i requisiti per poter acquistare un’auto con la legge 104, usufruendo cioè delle agevolazioni fiscali previste per i portatori di handicap. Poiché sei tu a prenderti sempre cura dello sfortunato parente, accompagnandolo nelle incombenze quotidiane e alle visite mediche, vorresti essere tu, al posto suo, ad utilizzare il bonus visto che, comunque, il beneficio si riverserebbe indirettamente su quest’ultimo. In tal modo potresti acquistare un’auto nuova con un notevole sconto, potresti smettere di pagare il bollo auto e avere anche il pass invalidi che ti consenta di parcheggiare sulle strisce gialle o di entrare nelle zone a traffico limitato. Prima però di procedere all’acquisto e contattare il rivenditore della concessionaria, vorresti essere sicuro dei tuoi diritti (un accertamento fiscale è l’ultima cosa che vorresti!) e sapere quindi se ti spetta l’auto con agevolazioni 104 per familiari di disabili.

Al tuo più che legittimo dubbio daremo risposta in questo articolo: ti spiegheremo non solo chi può avere l’agevolazione fiscale per l’acquisto dell’auto per disabili, ma anche a quali condizioni e a chi il bonus può essere esteso.

Chi può avere l’agevolazione per l’acquisto dell’auto con la 104?

Come abbiamo già detto nella guida Come funziona la legge 104 per acquisto auto? può ottenere le agevolazioni sull’auto chi ha la “104”, la legge cioè che prevede una serie di benefici per i disabili e gli invalidi. In particolare, gli aventi diritto sono:

  • coloro che hanno ottenuto dall’Asl la certificazione di un grave handicap. È la condizione tipica di chi ottiene la 104 ossia: «persona con minorazione (singola o plurima) che abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità»;
  • disabili con handicap grave derivante da patologie (comprese le pluriamputazioni) che comportano una limitazione permanente della capacità di deambulazione;
  • disabili con ridotte o impedite capacità motorie: solo per questa categoria di disabili, le agevolazioni sono subordinate all’adattamento dell’auto alle limitate capacità del conducente beneficiario.

In cosa consiste l’agevolazione per disabili per l’acquisto dell’auto con la 104?

Fermi restando i maggiori chiarimenti indicati nella guida Come funziona la legge 104 per acquisto auto?, si può brevemente dire che i bonus consistono in:

  • Iva al 4% piuttosto che al 22%. Su un’auto di 10mila euro si paga quindi non l’Iva di 2.200 euro ma di 400 euro. Si risparmiano circa 1.800 euro;
  • detrazione Irpef del 19% del prezzo di acquisto dell’auto fino a una spesa massima di 18.075,99 euro (questo non significa che non si possano acquistare auto più costose, ma sull’eventuale eccesso di prezzo non si applica la detrazione). Di conseguenza, il vantaggio fiscale massimo che si può ottenere è di 3.434,43 euro (il 19% di 18.075,99). La detrazione fiscale funziona in questo modo: l’importo delle detrazioni viene scomputato dalle tasse che si devono pagare annualmente allo Stato. Il contribuente può decidere di spalmare la detrazione in quattro anni di fila (cosa conveniente quando la detrazione è superiore all’importo delle imposte da versare all’erario). La detrazione spetta anche sulle successive spese di riparazione, ma in tal caso la detrazione è fino a un tetto massimo di spesa di 18.075,99 euro;
  • esenzione dal bollo auto.

L’agevolazione spetta una sola volta. Quindi non la si può ottenere sulla seconda auto. Inoltre, l’agevolazione non può essere ottenuta più di una volta ogni 4 anni. Questo significa che, se prima della scadenza di detto termine Si vuol acquistare una seconda auto, l’agevolazione non spetta, salvo però che quest’ultima venga rottamata e radiata. Dopo i 4 anni invece si può vendere la precedente auto e acquistarne una nuova con lo stesso bonus.

I familiari del disabile possono avere le agevolazioni per l’acquisto auto?

La legge stabilisce che l’agevolazione per l’acquisto dell’auto spetta solo a condizione che il veicolo sia usato, unicamente o in via prevalente, a beneficio del disabile. Questa precisazione è molto importante perché lascia intendere che:

  • non è necessario che l’auto sia intestata a un disabile, ben potendo essere acquistata e quindi intestata a un’altra persona
  • non è necessario che l’auto sia guidata dal disabile, ben potendo essere condotta da un’altra persona
  • non è necessario che l’intestatario dell’auto utilizzi l’auto solo e unicamente a beneficio del disabile, ma può anche impiegarla per scopi propri, purché non prevalenti.

In sintesi, a poter utilizzare il bonus sull’acquisto dell’auto non è solo il portatore di handicap ma anche un suo parente o un familiare che si prende cura di lui e lo assiste. Di seguito vedremo a quali condizioni il familiare del disabile può acquistare l’auto con le agevolazioni fiscali.

A quali condizioni il familiare del disabile può acquistare l’auto con la 104?

Affinché il familiare di un disabile con la 104 possa acquistare un’auto con i benefici fiscali di cui abbiamo appena parlato è necessario che quest’ultimo sia fiscalmente a carico del primo. Non si può quindi acquistare un’auto al posto del portatore di handicap che non è a proprio carico o che è a carico di un’altra persona.

Ricordiamo che, per essere fiscalmente a carico di un’altra persona è necessario che la persona “a carico” abbia un reddito annuo non superiore a 2.840,51 euro al lordo degli oneri deducibili.

Per il raggiungimento di questo limite non va tenuto conto dei redditi esenti, come, per esempio, le pensioni sociali, le indennità (comprese quelle di accompagnamento), le pensioni e gli assegni erogati ai ciechi civili, ai sordi e agli invalidi civili.

In pratica, al posto del disabile, può beneficiare delle agevolazioni sopra descritte (Irpef, Iva, bollo, imposta di trascrizione) il familiare che ne sostiene la spesa, a condizione che il portatore di handicap sia a suo carico ai fini fiscali.

In questo caso, il documento comprovante la spesa può essere intestato indifferentemente alla persona disabile o al familiare del quale egli risulti a carico.

Il familiare fiscalmente a carico deve essere anche convivente?

Non è necessario che il portatore dell’handicap sia anche convivente per essere fiscalmente a carico del proprio familiare se quest’ultimo (chi cioè sostiene la spesa) è il coniuge o il genitore.

Invece, è necessaria la convivenza se colui che sostiene la spesa è:

  • il coniuge legalmente ed effettivamente separato;
  • i nipoti;
  • i genitori (compresi quelli adottivi);
  • i generi e le nuore;
  • il suocero e la suocera;
  • i fratelli e le sorelle (anche unilaterali);
  • i nonni e le nonne.

Che succede se il portatore di handicap ha un reddito elevato?

Se il portatore di handicap ha un reddito superiore a 2.840,51 euro non può essere considerato “fiscalmente a carico”. Di conseguenza, per ottenere il bonus sull’acquisto dell’auto è necessario che sia lui stesso ad acquistare e a intestarsi l’automobile.

Se ci sono più disabili a carico che succede?

Se più disabili sono fiscalmente a carico di una stessa persona, quest’ultima può fruire, nel corso dello stesso quadriennio, dei benefici fiscali previsti per l’acquisto di autovetture per ognuno dei portatori di handicap a suo carico. 

Anticipazione del Tfr

Posted on : 14-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Condizioni e requisiti, modello di domanda e procedura, importi e termini per chiedere l’anticipo sul trattamento di fine rapporto di lavoro.

Vorresti acquistare una casa per te o per i tuoi figli, oppure devi sottoporti a un intervento chirurgico serio e a una cura costosa. In tutti questi casi hai bisogno di soldi liquidi e, poiché nessuna banca ti concede un prestito, l’unico modo che hai per finanziarti è chiedere una anticipazione del Tfr all’azienda dove lavori. Prima però di andare a parlare con il datore vorresti saperne di più, conoscere i tuoi diritti, in quali casi al dipendete spetta l’anticipo sul Tfr, quando deve essere concesso e quando invece può essere negato, quali sono gli importi sul trattamento di fine lavoro che possono essere riconosciuti prima della cessazione del rapporto con l’azienda e qual è il trattamento fiscale. Di tanto parleremo in questo articolo: ti spiegheremo, più in particolare, quando spetta l’anticipazione del Tfr e come fare domanda. Ma procediamo con ordine.

Quando spetta l’anticipazione del Tfr?

Il lavoratore dipendente ha diritto al Tfr, ossia il trattamento di fine rapporto, alla cessazione del rapporto di lavoro, sia che ciò avvenga a seguito di licenziamento che di dimissioni. Tuttavia, nel corso del rapporto di lavoro, quindi ancor prima della risoluzione del contratto, egli può chiedere l’anticipazione del Tfr, ma solo per specifiche finalità: a) acquisto della prima casa per sé o per i propri figli; b) necessità di sostenere spese sanitarie; c) necessità di sostenere le spese durante i periodi di fruizione di specifici congedi.

La somma anticipata viene detratta dal Tfr complessivamente spettante al lavoratore, determinando così – per quella parte – l’effetto estintivo dell’obbligo del datore di lavoro.

Il datore di lavoro può negare l’anticipazione del Tfr?

Alla ricorrenza delle condizioni previste dalla legge per chiedere l’anticipazione del Tfr il datore di lavoro non può negare la richiesta al proprio dipendente, il quale pertanto vanta un vero e proprio diritto soggettivo.

Poiché il Tfr consiste quasi sempre in somme particolarmente elevate, per evitare che la concorrenza di più richieste nello stesso periodo possa comportare una crisi di liquidità per l’azienda, viene posto un limite numerico alle istanze presentate nello stesso anno. L’azienda è tenuta ad accogliere le domande di anticipazione nel limite annuo del 10% dei lavoratori aventi diritto e comunque del 4% del numero totale dei dipendenti. Il numero dei lavoratori da prendere in considerazione per il calcolo degli aventi diritto è quello esistente all’inizio dell’anno.

Che cos’è l’acconto sul Tfr

A differenza dell’anticipazione del Tfr – di cui parleremo in questo articolo – esiste anche la possibilità di chiedere un acconto sul Tfr. La domanda può essere presentata prima della liquidazione definitiva del Tfr, senza che sia richiesta la sussistenza di particolari presupposti (presupposti che, invece, come vedremo, valgono per l’anticipazione).

Dopo quanti anni di servizio può essere chiesto l’anticipo sul Tfr?

Solo ai dipendenti che hanno maturato almeno 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro spetta l’anticipazione sul Tfr. Si tratta quindi dell’anzianità di servizio vera e propria e non il periodo effettivamente lavorato.

Non ne hanno diritto i dipendenti di aziende in CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria).

Si può realizzare il requisito del servizio presso lo stesso datore di lavoro anche se il lavoratore viene trasferito da una società all’altra di uno stesso gruppo, purché in tale occasione non gli venga liquidato il Tfr.

Per quali spese si può chiedere l’anticipazione del Tfr

L’anticipazione del Tfr può essere richiesta solo per determinate spese che devono essere tutte documentate. Eccole elencate qui di seguito.

Acquisto della casa

Si può trattare sia della casa del lavoratore che dei suoi figli. Deve però essere la casa di residenza e non una a uso investimento o la seconda casa. Come documentazione è sufficiente mostrare il contratto preliminare.

L’anticipazione spetta anche per l’acquisto del suolo allo scopo di costruire l’abitazione.

Non è invece ammessa la richiesta di anticipazione del Tfr per ristrutturare casa già di proprietà. Altrettanto non è ammessa per la copertura di debiti contratti dal lavoratore per il pagamento del prezzo della casa o per evitare l’espropriazione forzata della casa di proprietà.

Spese mediche

Il lavoratore deve trovarsi nella necessità di sostenere spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti ASL. Non è necessario che il lavoratore abbia già sostenuto la spesa.

Come documentazione è necessaria l’attestazione rilasciata dalle Asl che certifichi l’esistenza della malattia, la necessità della conseguente terapia o intervento e l’entità della spesa.

Congedi

Il TFR può essere anticipato per sostenere le spese durante i periodi di fruizione dei congedi per:

  • astensione facoltativa per maternità;
  • formazione.

Possono pertanto richiedere l’anticipazione i lavoratori assunti a tempo indeterminato che:

  • genitori, anche adottivi o affidatari, si avvalgono del diritto di astensione facoltativa per maternità;
  • hanno presentato domanda di congedo per la formazione, accolta dal datore di lavoro;
  • partecipano a iniziative di formazione continua, anche aziendali.

L’anticipazione è corrisposta unitamente alla retribuzione relativa al mese precedente la data di inizio del congedo.

A quanto ammonta l’anticipazione del Tfr?

Grazie alla richiesta di anticipazione del Tfr si può ottenere fino a massimo il 70% del trattamento di fine rapporto già maturato. Il residuo 30% pertanto va sempre liquidato alla cessazione del rapporto di lavoro.

Il calcolo deve essere effettuato come se alla data della richiesta cessasse il rapporto di lavoro. Pertanto bisogna sommare gli importi accantonati sino a quel momento con la rivalutazione.