Arretrati spazzatura: quando posso evitare di versarli?

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La prescrizione della Tari è di cinque anni: ciò vale sia per il mancato pagamento dell’imposta che nel caso di denuncia dell’immobile per finalità diverse da quelle effettive.

Negli anni addietro non hai pagato la tassa rifiuti e ora hai accumulato un bel po’ di arretrati. Il timore che arrivi, in una sola volta, una richiesta di pagamento con una maxi sanzione (fino al 50%) non ti fa dormire sonni tranquilli. Ma dopo quanto tempo si prescrive la Tari? In altri termini, se hai maturato arretrati per la tassa rifiuti, fino a quando il Comune può chiederli? La risposta è scritta nella legge che disciplina l’imposta sulla spazzatura [1], imposta che, come noto, è di gestione dei singoli enti locali.

Entro quanto tempo la prescrizione dell’imposta sui rifiuti

La norma stabilisce che il pagamento dei tributi di competenza degli enti locali può essere richiesto entro massimo il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati dovuti o avrebbero dovuto essere effettuati. Entro gli stessi termini devono essere contestate o irrogate le sanzioni amministrative tributarie.

Questo significa, ad esempio, che se il proprietario di un appartamento non ha mai versato l’imposta sulla spazzatura, il Comune potrebbe richiedergli solo gli ultimi cinque anni, mentre per le annualità anteriori l’eventuale richiesta sarebbe illegittima.

Leggi: Tassa rifiuti: dopo quanti anni la prescrizione degli arretrati.

Se l’immobile è adibito a uso diverso da quello dichiarato

La norma non si applica solo a chi non paga l’imposta sulla spazzatura e ha arretrati, ma anche a chi ha dichiarato l’immobile per un uso diverso da quello effettivo. Si pensi al caso di un appartamento utilizzato come studio professionale e per il quale, invece, si paga la spazzatura a titolo di abitazione (ad esempio perché tale era la precedente destinazione dell’immobile). La legge [2] dispone che «nelle unità immobiliari adibite a civile abitazione, in cui sia svolta un’attività economica o professionale, può essere stabilito dal regolamento comunale che la tassa è dovuta in base alla tariffa prevista per la specifica attività ed è commisurata alla superficie a tal fine utilizzata». Dunque il Comune ha il potere – e di fatto gli enti lo esercitano puntualmente – di determinare una speciale tariffa per le attività professionali ed economiche, escludendo l’applicazione della tariffa abitativa ordinaria per l’immobile occupato per lo svolgimento di siffatte attività. Ebbene, anche in questo caso, se in seguito ad un accertamento, il Comune dovesse rilevare che l’immobile è adibito a un uso commerciale anziché abitativo, potrebbe richiedere il versamento della differenza della Tari solo per gli ultimi cinque anni.

L’interruzione della prescrizione

Il Comune può interrompere la prescrizione con una lettera di diffida, un sollecito di pagamento o l’invio della iscrizione a ruolo dell’importo. In tali casi il termine di prescrizione inizia a decorrere nuovamente da capo, ma resta ugualmente di cinque anni.

 

Arretrati spazzatura: fino a quando rischio?

In sintesi, se il Comune si è dimenticato di chiedere gli arretrati della spazzatura o non ha mai verificato che l’immobile, per quanto dichiarato per un determinato uso è invece adibito ad un altro, il contribuente rischia solo un accertamento per gli ultimi cinque anni.

Tassa sui rifiuti: lo studio professionale paga come un negozio

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il Comune può equiparare la tariffa della Tari degli studi a quella delle attività commerciali.

Sei un avvocato e hai ricevuto dal Comune una richiesta di pagamento per l’imposta della spazzatura di un valore spropositato. Per casa paghi circa 250 euro all’anno; invece, a parità di metri quadri, per lo studio l’importo da versare è di oltre 1.500 euro, come un qualsiasi negozio del centro città. È lecito equiparare studi legali e altri studi professionali alle attività commerciali? La risposta è affermativa ed a darla è stata la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1]. Secondo la Corte, il Comune ha carta bianca: può deliberare quote diverse a seconda del tipo di attività svolta. Ma procediamo con ordine e vediamo perché, per la tassa sui rifiuti, lo studio professionale paga come un negozio.

La legge istitutiva dell’imposta sulla spazzatura [2] stabilisce che negli immobili adibiti a civile abitazione, in cui sia svolta un’attività economica o professionale, può essere stabilito dal regolamento comunale che la tassa sia dovuta in base alla tariffa prevista per la specifica attività ed è commisurata alla superficie a tal fine utilizzata.

L’ente locale ha quindi il potere discrezionale di determinare una speciale tariffa per le attività professionali ed economiche, escludendo l’applicazione della tariffa abitativa ordinaria per l’immobile occupato per lo svolgimento di siffatte attività. In termini più concreti il Comune può deliberare la tassa sui rifiuti degli studi professionali liberamente, fissando una tariffa uguale a quella dei negozi.

Sarà quindi bene, prima di impugnare la richiesta di pagamento della Tari, leggere attentamente il regolamento comunale e verificare in quale categoria esso ricomprende l’attività professionale svolta dal contribuente.

Se mio figlio minorenne mi dà una mano al lavoro che rischio?

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Non commette reato chi impiega il figlio minorenne nell’impresa familiare invece di farlo studiare.

Onorare i genitori è un precetto che non deriva solo dal quarto comandamento: anche la legge stabilisce l’obbligo dei figli di correre in soccorso del padre e della madre quando questi ne hanno bisogno. In particolare il codice civile [1] prevede il dovere per il figlio di rispettare i genitori e di contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa. Ma che succede se il bambino non ha ancora compiuto 18 anni e i genitori gli chiedono di saltare la scuola per dare, di tanto in tanto, una mano in azienda o al negozio di famiglia? A occuparsi della questione è stata una recente sentenza della Cassazione.

La legge [2] stabilisce che, fermo restando il rispetto della scuola dell’obbligo, l’età minima per l’ammissione al lavoro dei giovani è di 15 anni. I fanciulli, quelli cioè che non hanno compiuto 15 anni, non possono lavorare. Chi impiega un ragazzo che ha 14 anni o meno commette reato. Tuttavia – chiarisce la sentenza in commento – ciò non vale quando i ragazzi vengono addetti a lavori occasionali o di breve durata concernenti le imprese a conduzione familiare, a meno che le prestazioni non siano nocive e pericolose.

Sono del tutto esclusi dal divieto del lavoro minorile i fanciulli con meno di 14 anni addetti a lavori occasionali o di breve durata concernenti:

  • servizi domestici prestati in ambito familiare;
  • prestazioni di lavoro non nocivo, né pregiudizievole, né pericoloso, nelle imprese a conduzione familiare.

L’esclusione si riferisce a prestazioni che non consentono una previa programmazione, si concretano in attività non periodiche, svolte da soggetti non inseriti nell’organizzazione della famiglia o dell’impresa a conduzione familiare.

Con il termine «lavori occasionali» si intendono le prestazioni casuali, sporadiche, saltuarie. È il caso, ad esempio, del padre che, dovendosi allontanare qualche ora dal negozio per eseguire degli esami medici, lascia il figlio a sorvegliare il locale. Quindi, se dovessero arrivare le forze dell’ordine, in un caso simile non potrebbero sanzionare il genitore che ha fatto saltare al figlio, per quella giornata, la lezione scolastica.

Non sempre però il rapporto saltuario è sufficiente a escludere la presenza di un rapporto di lavoro se c’è comunque intermittenza: si pensi a un lavoro prestato puntualmente i primi due giorni di ogni mese.

La definizione di «breve durata» è alternativa a quella di natura occasionale e si riferisce ad attività che derivano da esigenze impreviste dal datore di lavoro e/o risultino di durata pari ad una giornata lavorativa o di poco superiore [4].

La legge Falanga e le ragioni di un falso allarme

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Abusi edilizi e propriorità negli ordini di demolizione: si tratta di una sanatoria?

di LORENZO BRUNO MOLINARO – Avvocato 

Premessa

Pur essendo ancora un disegno di legge ormai prossimo all’approvazione definitiva, i critici, preoccupati per un codicillo (ma quale?) che favorirebbe l’abusivismo, l’hanno già etichettato come legge blocca ruspe, “legge virus”, “cavallo di Troia, condono mascherato o “colpo di spugna”.

Ma è proprio così o si tratta piuttosto di un falso allarme?

Dal mio punto di vista ed anche per il suo proponente (il Senatore Ciro Falanga), è solo una legge che – da un lato – mette finalmente ordine nella delicata materia della esecuzione delle demolizioni giudiziali e – dall’altro – rafforza il sistema sanzionatorio amministrativo come mai fatto in passato da nessun’altra legge dello Stato.

E vedremo dopo come e perchè le ragioni dell’ “allerta” siano da ritenere del tutto ingiustificate.

Due le questioni preliminari.

Questa “legge” che gradua le demolizioni vale per le Resa già finanziate?

In molti si sono posti questa domanda.

Questa “legge” detta criteri di priorità solo per il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale o anche per il Procuratore Generale presso la Corte di Appello?

Più di un magistrato, infatti, ha avanzato dubbi sulla base della lettera dell’articolo 6 che farebbe esplicito riferimento al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale e non anche al Procuratore Generale presso la Corte di Appello quale organo dell’esecuzione.

Per rispondere alla prima domanda occorre chiedersi se la “legge” in esame spiega efficacia retroattiva.

Ritengo personalmente che sia fuor di dubbio che tale “legge” valga anche per il passato.

La sua efficacia retroattiva si spiega non tanto per il fatto che la stessa contiene “disposizioni più favorevoli al reo”, così come previsto dall’art. 2 c.p. (che, tuttavia, non può operare in quei casi in cui la sentenza sia divenuta irrevocabile, come si verifica, appunto, in tutte le procedure di giudiziale demolizione), bensì perché la “legge Falanga” ha evidente natura processuale, in quanto finisce per regolare le modalità di esecuzione della sanzione demolitoria che, pur essendo qualificata dalla giurisprudenza come sanzione amministrativa atipica, è pur sempre espressione di un potere giurisdizionale autonomo (spettante al giudice in via primaria ed esclusiva, dunque non quale mero supplente della P.A.), come chiarito dalla nota sentenza “Monterisi” delle Sezioni Unite n. 15 del 1996.

Le stesse Sezioni Unite hanno, infatti, affermato nel 2006 che “tutte le norme che attengono alle modalità di esecuzione della pena non hanno natura di norma penale sostanziale e, quindi, non soggiacciono al principio di irretroattività stabilito dall’art. 2 c.p. e dall’art. 25, comma 2, Cost.”.

Vale, in altri termini, il principio “tempus regit actum”, per il quale l’azione è regolata dalla legge processuale vigente in presenza di “rapporti non ancora esauriti“.

Ed è proprio questo il nostro caso.

Ne deriva che, anche se la R.E.S.A. è stata già finanziata, la demolizione non ancora eseguita soggiace indiscutibilmente ai nuovi criteri introdotti dalla legge, con la conseguenza che tale R.E.S.A. deve intendersi, alla luce dello “ius superveniens“, improduttiva di effetti e l’incidente di esecuzione eventualmente proposto deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse dal giudice dell’esecuzione.

 

In ordine al secondo quesito, va segnalato che anche il Procuratore Generale di Salerno Leonida Primicerio, in sede di audizione conoscitiva alla Camera, nella seduta del 30 marzo 2016, aveva affermato che << al comma 1 si dice “il pubblico ministero presso la Procura della Repubblica competente” ma ci si dimentica delle Procure Generali, che sono anch’esse organi dell’esecuzione. Come sapete, il giudice dell’esecuzione è quello di primo grado quando un appello è stato a conferma totale della sentenza di primo grado, ma diventa, invece, la Corte di Appello – ovvero la Procura Generale – quando in sede di secondo grado la sentenza è stata riformata o parzialmente riformata. Quindi, se dovesse passare l’attuale testo che contiene questo errore tecnico, io e il collega Riello non saremmo tenuti ad applicare questa legge, che si applicherebbe soltanto ai Procuratori della Repubblica di primo grado e non anche ai Procuratori Generali presso la Corte di Appello >>.

La questione può ritenersi ormai superata perché il nuovo testo licenziato in seconda lettura al Senato fa esplicito riferimento al “titolare dell’Ufficio Requirente” e, dunque, sia al Procuratore della Repubblica che al Procuratore Generale.

Le tipologie di opere da demolire

Poiché su alcuni siti internet ed anche su alcuni quotidiani cartacei è stata ripetutamente pubblicata una versione non aggiornata della “legge Falanga“, appare doveroso fare un po’ di chiarezza sul punto.

Il testo licenziato, che può essere ritenuto definitivo, ad eccezione di una poco significativa modifica legata a previsioni di bilancio che dovrebbe essere approvata a breve dalla Camera, prevede che il Procuratore, nella selezione dei criteri per l’esecuzione degli ordini giudiziali di demolizione e di rimessione in pristino dello stato dei luoghi, è tenuto a dare adeguata considerazione:

  • 1) agli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su aree demaniali o in zona soggetta a vincolo ambientale o paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico artistico; 
  • 2) agli immobili che per qualunque motivo costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità, nell’ambito del necessario coordinamento con le autorità amministrative preposte;
  • 3) agli immobili che sono nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di cui all’art. 416 bis del codice penale (…) o di soggetti ai quali sono state applicate misure di prevenzione (…).

I manufatti allo stato grezzo e quelli non stabilmente abitati

Il tratto più significativo del provvedimento in questione è, però, un altro e balza subito agli occhi.

Nella “legge“, è previsto, infatti, che, nell’ambito di ciascuna delle tipologie di immobili, come sopra individuate, il titolare dell’Ufficio Requirente è tenuto ad attribuire – “di regola” – priorità alla demolizione degli immobili in corso di costruzione o, comunque, non ancora ultimati alla data della sentenza di condanna e agli immobili non stabilmente abitati.

La norma, contrariamente a quanto sostenuto da alcune associazioni ambientaliste, ha, dunque, sicura natura precettiva per il P.M., al quale, come si è visto, viene pur riconosciuto un residuale margine di discrezionalità desumibile dall’inciso “di regola“, la qualcosa ovviamente comporta che, laddove lo stesso intenda discostarsi dalle indicazioni del legislatore, è tenuto, comunque, a supportare la sua scelta con motivazione rigorosa ed immune da vizi logici e giuridici.

Tale novità modifica, senz’ombra di dubbio, il testo originario del d.d.l. che individuava gli immobili allo stato grezzo come una autonoma categoria senza, tuttavia, prevedere alcun vincolo per le Procure nella selezione degli immobili da demolire ricompresi in altre fasce di priorità.

Una “legge” ragionevole ed in linea sia con il diritto eurounitario che con il dettato costituzionale

La “legge Falanga” si pone, a mio avviso, rispetto alla complessa problematica delle demolizioni giudiziali, come una soluzione assolutamente ragionevole ed in linea sia con il diritto eurounitario che con il dettato costituzionale.

La sentenza “ivanova”

Va, infatti, ricordato che, con una recente sentenza del 21 aprile 2016, nota come sentenza “Ivanova“, la Corte Europea ha esaminato il caso di due coniugi bulgari che avevano realizzato un’abitazione sulla costa del Mar Nero, in una località paesaggisticamente vincolata e senza i dovuti permessi.

Per questa abitazione, la Corte di Cassazione bulgara aveva attribuito titolo all’amministrazione comunale per la demolizione, in seguito affidata ad un’impresa privata.

La demolizione – secondo la Cassazione – era stata riconosciuta legittima perché “conforme alla normativa bulgara e nel perseguimento di un fine pubblico“: la lotta all’abusivismo edilizio, fenomeno molto diffuso in Bulgaria.

La Corte di Strasburgo, invece, è approdata a conclusioni diverse.

La Corte, in particolare, è stata chiamata ad accertare se, nella specie, era stato violato l’articolo 8 della Convenzione Europea, che sancisce il diritto al rispetto del domicilio.

La demolizione rappresentava, in effetti, una marcata ingerenza nei diritti dei ricorrenti, che da anni abitavano l’immobile.

La Corte ha dato loro ragione, in quanto “nessun giudice aveva esaminato, valutato e ponderato la circostanza che nella casa da demolire i signori vivevano; tutti piuttosto si erano soltanto limitati ad accertare che l’edificio era stato realizzato abusivamente”.

La Corte ha, dunque, condannato la Bulgaria per violazione dell’art. 8 della Convenzione che sancisce – come già detto – il diritto alla inviolabilità del domicilio.

La Corte, nella sua decisione, ha anche stabilito che “gli Stati contraenti sono tenuti ad assicurare un esame giudiziale della complessiva proporzionalità di misure così invasive, come la demolizione della propria abitazione, e a riconsiderare l’ordine di demolizione della casa abitata dai ricorrenti alla luce delle condizioni personali degli stessi, che vi vivevano da anni ed avevano risorse economiche limitate”.

Insomma, secondo la Corte, un conto è proteggere il diritto meramente economico di chi costruisce violando la normativa edilizia ed un altro conto è assicurare che la prima ed unica casa di una persona in difficoltà economica non venga demolita con leggerezza.

La “legge falanga” attua la Cedu

La “legge Falanga” recepisce – a ben vedere – proprio tali principi, perché distingue tra abusi speculativi e abusi di necessità.

Essa non fa altro che dare attuazione alle norme della Convenzione Europea che, come è noto, sono norme interposte tra la legge ordinaria e la Costituzione.

Quest’ultima, all’art. 117, prevede, peraltro, che le norme convenzionali costituiscono parametro di valutazione della legittimità costituzionale della legge, con divieto di legiferare contro le stesse.

I precedenti della circolare “Maddalena” e dei protocolli delle procure

La circolare “Maddalena”

Il principio di “gradualità” introdotto dalla “legge Falanga” trova un suo importante precedente, dagli effetti ancor più dirompenti, nella c.d. “circolare Maddalena“, ovvero quella direttiva con la quale il Procuratore Generale di Torino Marcello Maddalena, arresosi di fronte all’evidenza di non poter perseguire tutti i reati, soprattutto quelli a rischio di estinzione per l’indulto o per la prescrizione, ha, già diversi anni fa, stabilito una scala di priorità nell’esercizio, pur obbligatorio, dell’azione penale.

Tale circolare, equivalente ad una vera e propria “rottamazione” dei processi destinati a finire nel nulla, ha ottenuto, nel maggio del 2007, l’approvazione da parte del Plenum del C.S.M. che ha espressamente escluso ogni contrasto tra la scelta di Maddalena e il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Il “protocollo Siracusa” e gli altri accordi di programma tra le procure e i comuni

La “legge Falanga“, nell’introdurre nel sistema il principio della gradualità delle demolizioni, ripropone in buona sostanza anche le linee guida approvate in materia da numerose procure italiane che hanno concluso “accordi istituzionali di programma” con i comuni interessati.

Il più noto di questi accordi è il c.d. “Protocollo Siracusa” del 2008.

Successivamente ne sono stati conclusi altri non meno significativi anche nella regione Campania.

Tra questi vanno segnalati, in particolare, quelli intervenuti tra la Procura di Torre Annunziata e la Procura di Nola con numerosi comuni rientranti nell’Ente Nazionale Parco del Vesuvio.

Quello della Procura di Nola stabilisce che le “demolizioni dei manufatti abusivi rientranti in una fascia successiva avranno luogo solo ad esaurimento degli interventi su quelle precedenti”.

Quello della Procura di Torre Annunziata colloca addirittura all’ultimo posto in graduatoria “gli immobili anche se abitati … edificati successivamente al 1994”.

Nessun riferimento viene fatto agli immobili realizzati prima del 1994 che, pertanto, potranno verosimilmente evitare la demolizione.

Qualcuno ha sostenuto che quest’ultimo protocollo equivale ad un vero e proprio “condono” per le case sorte prima del 1994.

 

Una legge più restrittiva rispetto ai protocolli delle procure che non lega le mani ai pubblici ministeri

La “legge Falanga” è sicuramente più restrittiva rispetto ai protocolli delle Procure e non lega le mani ai Pubblici Ministeri, come sostenuto qualche tempo fa in una intervista rilasciata al quotidiano La Stampa dal Procuratore Generale di Napoli Luigi Riello.

Il Procuratore aveva parlato di “criteri rigidi” che avrebbero fortemente penalizzato l’azione esecutiva delle Procure.

Dissento da tale, pur autorevole, opinione perché, nella “legge Falanga“, i criteri non vengono tassativamente indicati in ordine decrescente.

A tale conclusione perviene – del resto – anche il Comitato Permanente per i Pareri della I Commissione, il quale riconosce che “il testo di legge non precisa se i criteri di priorità siano indicati in ordine decrescente oppure stiano tra loro sullo stesso piano”, aggiungendo che, “nel caso siano indicati in ordine decrescente, andrebbe valutata, sotto il profilo della ragionevolezza, la collocazione degli immobili costituenti pericolo per la pubblica e privata incolumità come secondo criterio di priorità rispetto alla collocazione come primo criterio di priorità degli immobili costruiti su area demaniale …”.

La “legge Falanga” prende atto sostanzialmente della impossibilità dello Stato di eseguire migliaia di demolizioni nel breve periodo ed assolve allo scopo di evitare disparità di trattamento tra i circondari e i distretti territoriali all’interno dei quali si muovono le Procure chiamate ad eseguire gli ordini giudiziali di demolizione contenuti nelle sentenze di condanna.

 

Il decreto “Riello”

D’altronde, a Napoli, già da tempo, con un decreto del 10 dicembre 2015, proprio il Procuratore Generale Riello ha opportunamente anticipato la “legge Falanga” e da allora non è più accaduto che una sola casa abitata sia stata sacrificata sull’altare dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Nel suo decreto, peraltro, il Procuratore riconosce espressamente che, “quanto ai beni di rango costituzionale che vengono in rilievo nella materia delle demolizioni, occorre fare riferimento – in un’ottica di valutazione e bilanciamento degli stessi – non solo all’ambiente (art. 9 della Costituzione) e alla salute (art. 32 Cost.) ma anche ad altri beni e principi tutelati dalla Carta Costituzionale, quali l’uguaglianza sostanziale, l’equità, la ragionevolezza e la solidarietà sociale (art. 3 Cost.), il diritto al lavoro (art. 4 Cost.) e la funzione sociale della proprietà (art. 42 Cost.)”.

A Cava dei Tirreni, invece, è accaduto che un Sostituto Procuratore Generale, nell’imminenza della approvazione della “legge Falanga”, abbia fatto demolire una casa abitata da una donna separata con figlia unica, sprovvista di altro alloggio e, per giunta, in gravi difficoltà economiche, il cui dramma, nel volgere di pochi giorni, è diventato sui “social” tristemente virale.

È vero che il P.M. ha agito, nella specie, sulla base di una sentenza di condanna passata in cosa giudicata e, dunque, con iniziativa legittima sul piano formale e processuale, ma è vero, altresì, che, se la Procura Generale di Salerno si fosse dotata di un disciplinare analogo a quello di Riello, questa demolizione, che ha letteralmente gettato l’esecutata nella più cupa disperazione, non si sarebbe verificata.

La “legge falanga” non è un condono mascherato

Non è un condono mascherato perché gli abusi restano abusi da demolire e non vengono sanati.

La “legge“, oltre a salvaguardare “medio tempore” le case abitate, fa sì che le risorse disponibili vengano utilizzate per abbattere gli immobili della speculazione, gli ecomostri e gli scheletri edilizi che deturpano il paesaggio.

Non è, pertanto, eufemistico affermare che la “legge Falanga” migliora addirittura l’ambiente.

È innegabile che le sentenze debbano essere eseguite e che non possa esserci scappatoia che tenga.

Il problema diventa grave, però, quando le demolizioni avvengono con il contagocce, come sinora accaduto, vuoi per difficoltà di ordine organizzativo, vuoi per mancanza di risorse finanziarie.

Non va dimenticato, peraltro, che l’ordine di demolizione collegato alla sentenza di condanna è stato introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento dalla legge n. 47 del 1985.

L’ istituto, dunque, è vecchio di oltre trent’anni.

Se le demolizioni si contano sulle dita di una mano e avvengono a macchia di leopardo, è evidente che qualcosa non funziona.

Lo scopo della “legge” è proprio quello di mettere ordine nella esecuzione dei provvedimenti di demolizione che, secondo i dati di Legambiente, sono migliaia nella sola regione Campania e riguardano ecomostri, fabbricati pericolanti, scheletri di cemento armato, immobili della criminalità organizzata, costruzioni realizzate sulle spiagge o in violazione del limite di distanza dalla costa e finanche case di necessità abitate da persone prive di ogni altra possibilità di alloggio.

Va, inoltre, ricordato che il quotidiano Il Mattino ha segnalato qualche tempo fa che la demolizione di tutte le costruzioni abusive realizzate a Napoli e Provincia equivale alla demolizione di un numero di case pari a quello di una città grande come Padova, aggiungendo che, per radere al suolo questo immenso patrimonio edilizio, occorrono almeno due secoli ed un enorme fiume di denaro, senza considerare i problemi, sui quali si è soffermato anche il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, legati alla carenza, nella intera regione, di un numero sufficiente di discariche dove poter smaltire i residui della attività demolitoria che, come è noto, costituiscono rifiuti speciali.

 

Il possibile aumento del contenzioso

Si è anche sostenuto che la “legge Falanga” determinerebbe una eccessiva proliferazione del contenzioso perché gli avvocati presenterebbero incidenti di esecuzione a cascata, finendo per rallentare oltremodo il corso della giustizia.

Ritengo che non sia così, perché la “legge Falanga” non determinerà alcun aumento del contenzioso, favorendone – al contrario – una sua forte diminuzione.

Quale avvocato, infatti, consiglierà ad un suo cliente di presentare un incidente di esecuzione per contrastare l’abbattimento di una costruzione pericolante o di uno scheletro costruito magari su una spiaggia o in un’area particolarmente sensibile?

Il buon senso impone, infatti, in tali casi, all’avvocato di suggerire al proprio cliente l’autodemolizione anche al fine di evitare il recupero delle spese in danno.

Diverso è, invece, il caso della demolizione di una casa abitata magari da decenni, ancor più se questa, per caratteristiche e dimensioni, sia riconducibile ai parametri dell’edilizia economico-popolare.

 

Con la “legge falanga”, la lotta all’abusivismo disporrà di nuovi formidabili strumenti

I nuovi poteri del prefetto

Analizzando bene la “legge Falanga“, ci si rende subito conto che la stessa introduce nell’ordinamento nuovi formidabili strumenti di contrasto al fenomeno dell’abusivismo edilizio.

La “legge Falanga” prevede, infatti, per la prima volta, un termine massimo di 270 giorni entro il quale il funzionario del comune è tenuto a concludere il procedimento di demolizione, scaduto il quale scatta l’intervento sostitutivo del Prefetto.

Il ruolo del comune, tuttavia, continua ad essere centrale, nel senso che il potere-dovere di repressione degli abusi resta concentrato in capo al dirigente o responsabile dell’Ufficio Tecnico e non viene meno anche oltre il superamento del termine di 270 giorni, di natura ordinatoria e non perentoria.

Ciò è confermato – del resto – dall’orientamento della giurisprudenza formatasi in materia ed anche dalla circolare del Ministero dell’Interno n. 18 del 19 febbraio 2004, n. 18, in ordine alla corretta applicazione dell’art. 32 della legge n. 326 del 2003.

Non va, poi, dimenticato che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 196 del 2004, dichiarò illegittimo il comma 49-ter dell’art. 32 della legge n. 326 del 2003, che attribuiva il potere-dovere dell’intervento repressivo in via diretta ed immediata al Prefetto, con conseguente esautoramento del comune.

La Consulta stabilì, nell’occasione, che tale norma violava l’art. 118 della Costituzione, “dal momento che non si limita ad agevolare l’esecuzione della demolizione delle opere abusive da parte del comune o, anche in ipotesi, a sottoporre l’autorità comunale a firme di controllo sostitutivo in caso di mancata attività, ma sottrae al comune la stessa possibilità di procedere direttamente all’esecuzione della demolizione delle opere abusive, senza che vi siano ragioni che impongano l’allocazione di tali funzioni amministrative in capo ad un organo statale”.

La “legge Falanga” si muove, pertanto, sul versante sanzionatorio, nel solco tracciato dalla Consulta con la richiamata sentenza n. 196 del 2004.

Le conseguenze disciplinari per il funzionario comunale

A ciò va aggiunto che la mancata esecuzione dell’ordine di demolizione, in caso di ingiustificato superamento del termine, potrà produrre conseguenze per il funzionario comunale sul piano disciplinare, amministrativo e contabile-erariale, fatta salva, ovviamente, la responsabilità penale per il reato di abuso o omissione di atti di ufficio.

Va ricordato, a tal proposito, che la Corte di Cassazione, in un lontano ma significativo precedente del 1999 (sentenza n. 9400/99), ritenne congruo il termine di un anno “per la esecuzione dell’abbattimento disposto dal Sindaco“, scaduto il quale, “se l’opera è ancora in piedi, scatta l’omissione di atti di ufficio penalmente sanzionata”.

Il procedimento di esecuzione di competenza del prefetto

L’intervento del Prefetto si articola nel modo seguente.

Scaduto il termine di 270 giorni, il Prefetto, nei trenta giorni successivi alla trasmissione dell’elenco delle demolizioni da eseguire, provvede agli adempimenti conseguenti alla avvenuta acquisizione delle opere al patrimonio comunale, notificando il provvedimento acquisitivo al proprietario e al responsabile dell’abuso.

Poichè l’acquisizione non è incompatibile con la demolizione, come più volte chiarito dalla giurisprudenza sia penale che amministrativa, il Prefetto, al fine di dare esecuzione al provvedimento, incaricherà dei relativi lavori, anche a trattativa privata, una impresa tecnicamente e finanziariamente idonea e, all’occorrenza, potrà anche avvalersi del Genio Militare sulla base di quanto previsto da apposita convenzione stipulata tra il Ministero delle Infrastrutture e il Ministero della Difesa.

Il Comune può avvalersi del genio militare

Altra novità significativa è rappresentata dal fatto che la possibilità di chiamare in causa l’esercito viene riconosciuta anche al comune, il quale potrà attingere anche ad un apposito fondo – per la copertura finanziaria delle spese occorrenti per le demolizioni – presso il Ministero delle Infrastrutture, fondo che va ad aggiungersi a quello di rotazione di 50 milioni di euro già esistente presso la Cassa Depositi e Prestiti.

 

Le risorse finanziarie integrative del fondo di rotazione di 50.000 euro

Non appare fondata la critica secondo cui i fondi destinati alla copertura delle spese necessarie per le demolizioni sarebbero insufficienti.

Infatti, gli importi stanziati con la “legge Falanga” (di 10.000.000 all’anno dal 2017 al 2020) vanno ad aggiungersi sia a quello di 50.000.000 di euro, che è il fondo di rotazione esistente presso la Cassa Depositi e Prestiti, sia a quello istituito presso il Ministero delle Infrastrutture.

A tali importi vanno sommati anche i proventi delle sanzioni di cui al comma 4 bis aggiunto dalla legge “Sblocca Italia” all’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001: sanzioni che, in zona vincolata, vanno applicate nella misura massima di euro 20.000 in caso di accertata inottemperanza.

Occorre, infine, considerare che il Senato, in seconda lettura, ha anche approvato un ordine del giorno relativo alla possibilità per il P.M. di attingere direttamente al fondo di rotazione e a quello integrativo, come richiesto in sede di audizione dal Procuratore Reggente di Napoli Nunzio Fragliasso.

La banca dati nazionale sull’abusivismo edilizio

In ultimo, va sottolineato che la “legge Falanga” prevede anche l’istituzione, presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, della Banca dati nazionale sull’abusivismo edilizio, al fine di garantire la trasparenza, l’efficacia e l’efficienza dell’azione amministrativa di repressione dell’abusivismo edilizio da parte degli enti competenti, nonché dell’azione giudiziaria di determinazione dei criteri nell’esecuzione delle demolizioni.

Di tale banca dati possono, peraltro, avvalersi sia le amministrazioni statali, regionali e comunali che gli uffici giudiziari competenti.

Nello specifico, la definizione delle modalità di accesso e di gestione della banca dati è demandata all’Agenzia per l’Italia digitale la quale deve, altresì, garantire l’interoperabilità dei soggetti coinvolti e la gestione dei rilievi satellitari.

Tutte le autorità e gli uffici competenti sono tenuti, in ogni caso, a condividere e trasmettere le informazioni sugli illeciti alla banca dati.

È previsto, inoltre, che il tardivo inserimento dei dati nella banca dati è sanzionato con una pena pecuniaria pari a euro 1.000 per il dirigente o funzionario inadempiente.

La disposizione stabilisce, infine, l’obbligatoria trasmissione alle Commissioni parlamentari, da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di una relazione annuale sull’andamento dell’abusivismo edilizio, sulle demolizioni effettuate, sull’attuazione e l’efficacia delle norme di prevenzione e repressione del fenomeno.

Gli oneri derivanti dalla costituzione della banca dati sono quantificati in 3 milioni di euro per il 2017.

 

Considerazioni finali

In conclusione, ritengo che si possa esprimere su questa “legge” un giudizio largamente positivo.

Se avesse anche previsto l’intrasmissibilità agli eredi delle costruzioni abusive, avrebbe – di certo – “chiuso il cerchio” della tutela sanzionatoria.

Ma i partiti dell’intero arco costituzionale su questa cosa hanno sempre fatto orecchie da mercante.

Per ora va bene così.

C’è sempre tempo per migliorare.

Quote condominiali per casa cointestata: il debito si divide

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel caso di morosità nel pagamento delle spese di condomino il marito non risponde della parte di debito della moglie e viceversa.

Se moglie e marito sono contitolari dell’appartamento in condominio e non pagano le quote ordinarie e straordinarie all’amministratore, quest’ultimo può agire nei loro confronti con un unico decreto ingiuntivo. Ma attenzione: il giudice può intimare a ciascuno dei due coniugi di pagare ciascuno la propria parte di spese in relazione alla rispettiva quota di proprietà dell’appartamento (ad esempio il 50%). Non sussiste, insomma, nell’ipotesi di una casa cointestata, una responsabilità solidale tra i due titolari. È questa l’interessante e innovativa soluzione offerta dal tribunale di Palermo con una recente sentenza [1].

Per capire meglio il principio sancito dal giudice siciliano ricorriamo a un esempio. Immaginiamo una coppia di coniugi che acquisti una casa. Dopo qualche mese i due dimenticano di pagare il condominio. Le mensilità si accumulano fino a raggiungere un debito cospicuo che i due non riescono a pagare in un’unica soluzione. Naufragati i tentativi di accordo con gli altri condomini, l’amministratore notifica loro un decreto ingiuntivo. Il giudice li condanna a pagare tutti gli arretrati «in via solidale». Che significa questo termine? Che laddove non dovesse pagare uno dei due, l’ufficiale giudiziario potrebbe pretendere tutta la somma dall’altro coniuge, pignorando i suoi beni, indipendentemente dal fatto che l’immobile spetta per il 50% al marito e per l’altro 50% alla moglie. Compreso ciò, il marito si oppone. Sa infatti bene che la moglie non ha alcuna intenzione di versare la propria quota perché tra i due c’è “maretta”; nello stesso tempo, non vuole né pagare per lei né rischiare un pignoramento. Cosa può fare per tutelare le proprie ragioni? La sentenza in commento offre la soluzione.

Nel riscuotere le quote condominiali, l’amministratore deve rispettare la divisione dell’immobile secondo le rispettive quote dei cointestatari e, pertanto, dividere per ciascuno di questi il debito maturato. Con la conseguenza che è nullo il decreto ingiuntivo che impone il pagamento «in solido» e non «pro quota» di oneri condominiali ai comproprietari di un appartamento. La soluzione, infatti, contrasta con i criteri che disciplinano la suddivisione delle spese condominiali contenuti nel codice civile [2]. Quest’ultimo infatti stabilisce che «le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza, sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno» salvo diverso accordo (leggi Come si calcolano i millesimi di un appartamento?).

Questo principio, ha spiegato il tribunale, costituisce criterio primario di suddivisione degli oneri condominiali ed è improntato alla ripartizione delle spese sulla base del valore delle proprietà dei singoli partecipanti alla comunione e, perciò, in base ai millesimi di proprietà di ciascuno dei condomini. Nulla di più semplice e immediato. Peraltro l’amministratore è tenuto a sapere chi sono i proprietari dell’appartamento grazie all’anagrafe condominiale.

Ne consegue che il condominio, che è creditore delle spese non versate dai comproprietari di un appartamento, ha l’onere di rispettare la divisione parziaria del debito maturato nei suoi confronti dai singoli comproprietari della medesima casa e non può chiedere l’integrale debito solo all’uno o all’altro.

Se non faccio mai prelievi dal conto che rischio?

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi non fa prelievi potrebbe rischiare un accertamento fiscale sintetico: il redditometro calcola anche il risparmio.

Ti piace vedere crescere mensilmente il tuo conto corrente ad ogni accredito dello stipendio e sentirti sempre un po’ più “ricco”? Ma ti sei mai chiesto cosa potrebbe pensare l’Agenzia delle Entrate se sul tuo conto figurano solo versamenti e non prelievi? Cosa rischieresti se, estratto conto alla mano, dovesse risultare che non spendi un euro per la spesa quotidiana?

Mi spiego meglio.

Immaginiamo un uomo che abbia un reddito di lavoro dipendente e che questo sia l’unico guadagno dichiarato all’Agenzia delle Entrate. Mensilmente, l’azienda versa sul suo conto corrente uno stipendio di circa 1.500 euro. Alla fine dell’anno, miracolosamente il conto presenta un saldo attivo di circa 20mila euro, tredicesima e quattordicesima comprese. Insomma, stando ai numeri, il contribuente non ha mai fatto alcun prelievo. A questo punto la banca – com’è obbligo che faccia – comunica tutti i dati del rapporto all’Agenzia delle Entrate tramite l’Anagrafe dei conti correnti. E lì il funzionario di turno si accorge di un’anomalia: come avrà fatto il nostro contribuente – si chiede il dipendente del fisco – a vivere per un anno intero, a pagare il condominio, a fare la spesa, a versare le tasse se non ha mai prelevato un euro dal conto e se dichiara di non avere altri redditi?

Così il perseverante risparmiatore viene chiamato dagli uffici delle Entrate a fornire chiarimenti. In quell’occasione lui sostiene che i soldi per campare glieli hanno dati la madre e il padre, i quali, essendo pensionati, non hanno molte necessità per se stessi e preferiscono fare regali al figlio. L’agente del fisco però non gli crede ed esige una prova scritta. Il contribuente, dal canto suo, fa presente che tutti gli aiuti gli sono stati dati per contanti e che, pertanto, non c’è traccia documentale di tali regali. Chi dei due ha ragione?

Secondo legge e giurisprudenza, anche i depositi in banca che eccedono i limiti di reddito del contribuente, tenuto conto delle spese necessarie per vivere, possono essere oggetto di accertamento fiscale. Sebbene è verosimile, infatti, che i contribuenti risparmino una parte dello stipendio per il futuro, è impossibile però non intaccare il reddito senza avere fonti esterne. Fonti che dovranno essere documentate. A tal fine, nell’ambito di una famiglia basata sulla convivenza è normale il reciproco sostegno anche attraverso i contanti, ma ciò non coinvolge gli altri familiari non facenti parte del nucleo familiare. Per cui, se non risultano bonifici bancari a tracciare la donazione di denaro, l’accertamento fiscale per l’incallito risparmiatore è legittimo. Non ci credi? Leggi qui: La tassa sui risparmi in banca.

Se arriva la finanza e l’avvocato non è in studio

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La presenza del titolare dello studio è necessaria solo per gli esercenti arti o professioni, ma al suo posto è possibile lasciare un delegato.

Che cosa può fare la Guardia di Finanza se vuole eseguire una verifica all’interno dello studio legale e tuttavia, in quel momento, l’avvocato non è presente? La segretaria o il collaboratore sono ugualmente tenuti a far entrare i verificatori per eseguire ispezioni e indagini? La risposta al quesito è stata fornita da una recente sentenza della Cassazione [1], la quale, seppur affrontando l’opposto caso di un accesso a un’azienda, ha trovato l’occasione per chiarire come stanno le cose anche per gli studi professionali.

Immaginiamo così che, al suono del citofono di un noto studio, risponda un praticante: «Finanza. Aprite per piacere!» si sente intimare. Il giovane, ancora inesperto dei diritti e dello Statuto del contribuente (leggi Ispezione della Guardia di Finanza: che fare?), apre il portone. Ma una volta che gli intendenti hanno raggiunto il piano, il collaboratore dice loro – ancora davanti alla porta – che l’avvocato non è in studio. Chiede pertanto di «ripassare». Gli agenti della Finanza non hanno un mandato che li autorizzi ad entrare ugualmente e a perquisire i locali per verificare se, effettivamente, il legale si è nascosto o meno. Tuttavia vorrebbero ugualmente iniziare i controlli sui fascicoli e sulle agende di studio. Possono farlo?

Ma l’avvocato è davvero assente dallo studio?

Se l’avvocato non si fa trovare in studio dalla Finanza…

Prima di chiarire cosa fare se arriva la Finanza e l’avvocato non è in studio, bisogna precisare che ogni accesso presso l’attività di lavoro del contribuente deve essere autorizzata dal funzionario dirigente dell’ufficio o dal comandante del reparto della Guardia di Finanza (è il cosiddetto «ordine di accesso»). Detto ciò, la Cassazione [1] ha anche chiarito che la presenza del titolare è necessaria solo quando si tratta di luoghi ove si esercitano arti e professioni e non invece presso società e imprese [2]. Quindi, se l’avvocato titolare dello studio non è presente al momento dell’arrivo della Guardia di Finanza, né è presente altra persona da lui delegata (delega che potrebbe essere fornita anche in via telefonica) i verificatori dovranno fare marcia indietro e tornare in un altro momento.

Non c’è che dire: la sentenza della Cassazione sembra fornire un valido appiglio “per prendere tempo” a tutte le categorie di professionisti (leggi Studi professionali: no ispezione della finanza se manca il titolare).

Mobbing: quando si verifica

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I presupposti per il mobbing: necessario che vi sia un disegno vessatorio e finalizzato a mortificare il dipendente.

Non sempre, di fronte alla negazione delle ferie o di un permesso, o all’intenzione di traferire il dipendente ad altra sede o mansione, si nasconde il mobbing. Certo, questo non toglie che il singolo comportamento del datore di lavoro possa essere ugualmente considerato illecito e, quindi, punito Ma perché vi sia mobbing è necessario un presupposto essenziale, che spesso si dimentica: l’intento vessatorio che unifica tutti gli atti posti ai danni del dipendente. In altri termini c’è mobbing solo se c’è persecuzione. La conseguenza è anche quella per cui il mobbing non si può verificare solo in presenza di una singola azione, per quanto gravemente illecita, o di condotte sporadiche. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Il mobbing è sorretto da un unico intento persecutorio

Cos’è il mobbing?

C’è mobbing solo configurabile laddove il datore di lavoro ponga in essere comportamenti persecutori sistematicamente diretti contro il lavoratore con intento persecutorio, comportamenti che abbiano determinato un evento lesivo per la salute o la personalità del lavoratore. Cosa significa concretamente? Come abbiamo spiegato nella nostra guida su Cos’è il mobbing? e su Come denunciare e difendersi dal mobbing, il mobbing è sostanzialmente una serie di maltrattamenti, posti dal datore di lavoro (sia esso pubblico o privato) o da un superiore gerarchico o anche un collega, ai danni del dipendente, finalizzato all’umiliazione sistematica e all’emarginazione del dipendente stesso. Ma spesso lo si confonde con qualsiasi tipo di vicenda conflittuale all’interno del posto di lavoro. Ecco perché la giurisprudenza ha individuato sette presupposti per denunciare il mobbing.

I sette presupposti del mobbing

  • ambiente di lavoro: anche se gli effetti del mobbing si ripercuotono sulla vita quotidiana, il mobbing è solo quello che si verifica in azienda;
  • durata: le vessazioni devono ripetersi nel tempo e in non meno di sei mesi. Solo nel caso del cosiddetto quick mobbing (ossia di attacchi particolarmente frequenti ed intensi) il termine viene ridotto a tre mesi;
  • frequenza: tra le varie vessazioni vi deve essere uno spazio di tempo sufficiente a concatenare le condotte come sorrette dall’unico fine di mortificare il dipendente. Una cadenza diradata (ad esempio meno di una volta al mese) esclude il mobbing;
  • tipologia di azioni: il mobbing deve concretizzarsi in condotte illecite reiterate e si presenta come una forma di terrore psicologico che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti da parte di colleghi (cosiddetto mobbing orizzontale) o dei datori di lavoro (mobbing verticale). Le azioni subite devono appartenere ad almeno due di cinque specifiche categorie: a) attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare; b) isolamento sistematico; c) cambiamenti nelle mansioni lavorative; d) attacchi alla reputazione; e) violenze e/o minacce di violenza;
  • dislivello tra il dipendente mobbizzato e chi esercita il mobbing: l’inferiorità può essere solo psicologica e non si deve riferire necessariamente alla posizione gerarchica nell’organigramma dell’interno dell’azienda;
  • andamento secondo fasi successive: il disagio psicologico deve essere crescente e incalzante;
  • intento persecutorio: il mobbing viene inteso dalla giurisprudenza come la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico che si caratterizzi per sistematicità e durata nel tempo nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro consistente in reiterati comportamenti ostili che finiscano per assumere i profili della prevaricazione o della persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale o l’emarginazione del dipendente con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Elementi necessari per la configurazione del mobbing sono dunque la molteplicità dei comportamenti persecutori – anche leciti se considerati singolarmente – posti in atto in modo mirato contro il dipendente con intento vessatorio, l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente ed il nesso eziologico, nonché la prova dell’intento persecutorio che deve essere l’effettivo e unico fine perseguito dall’autore delle molteplici condotte illecite.

Conto corrente: che fare se il cointestatario è indebitato?

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un conto corrente cointestato può essere bloccato fino a massimo metà e, comunque, non oltre il debito per il quale si procede maggiorato delle spese.

Avere un conto corrente cointestato può essere vantaggioso per chi ha i creditori alle calcagna, ma di certo non lo è per coloro che hanno sempre pagato i propri debiti. Questo perché, in caso di conto intestato a due o più persone, il creditore può “bloccare” solo la quota di proprietà del debitore e non le altre, anche se il debito è superiore a detta quota. Significa che su un conto cointestato a due persone, il pignoramento si può estendere fino a massimo la metà. Inoltre, in assenza di prove contrarie, il conto cointestato si considera diviso per quote uguali. Ma procediamo con ordine e vediamo, con specifico riferimento al conto corrente, cosa fare se il cointestatario è indebitato.

Per comprendere come stanno le cose immaginiamo marito e moglie, in regime di separazione dei beni, che abbiano un conto corrente cointestato dedicato esclusivamente alle spese per la famiglia. Su di esso entrambi i coniugi versano, di tanto in tanto, i risparmi del mese in modo di contribuire alle esigenze comuni in misura proporzionale alle rispettive possibilità. L’uomo però è un imprenditore e su di lui gravano diversi debiti. La moglie teme che i creditori possano pignorare anche la sua parte di risparmi. Cosa deve fare per tutelarsi se il cointestatario del conto è indebitato?

In realtà il problema è fittizio. Difatti, in presenza di un conto corrente cointestato a due o più persone, il creditore può pignorare solo la quota di proprietà del debitore. Il conto si presume diviso per quote uguali salvo diversa prova. Così, nell’esempio di poc’anzi, il creditore potrà pignorare solo il 50% del deposito. L’altro 50% continua a restare svincolato (fermo restando che le somme “libere” possono essere prelevate non solo dalla moglie ma anche dal marito in quanto cointestatario, benché debitore, salvo poi regolare i rapporti con la prima). Il pignoramento del conto corrente cointestato in misura superiore alla quota del debitore è illegittimo.

In un’altra ipotesi di conto cointestato a quattro persone il creditore può pignorare fino a massimo il 25% e così via.

Vien fatta salva la possibilità di dimostrare che le quote del conto corrente non sono paritarie ma differenti; in tal caso sarà necessaria una prova documentale avente data certa (ad esempio una scrittura privata su cui vi sia un timbro postale o che sia stata registrata). Che significa? Immaginiamo che su un conto venga versato mensilmente lo stipendio del marito ma che questi accetti di cointestare il rapporto bancario anche alla moglie al fine di agevolarla nei prelievi per il ménage domestico. Se la moglie ha debiti e i suoi creditori aggrediscono il 50% del conto, il marito può dare prova che la cointestazione è in realtà fittizia e “di comodo”, essendo il conto alimentato solo dalle sue buste paga. In tal caso potrà evitare il pignoramento del conto in qualsiasi misura. Lo stesso discorso potrà tornare utile in sede di separazione: se la moglie pretendesse la metà dei soldi presenti sul conto, l’ex marito potrebbe difendersi dimostrando che tali soldi sono solo “formalmente” intestati alla donna, ma nella sostanza gli appartengono per intero. Così non si procederebbe alla divisione del conto cointestato.

C’è un ultimo importante chiarimento. Il pignoramento del conto cointestato può avvenire sì nella misura massima del 50% ma sempre che il credito per il quale si agisce sia almeno pari a tale importo. Se, ad esempio, un creditore avanza mille euro da un soggetto che ha il conto cointestato con la moglie e su tale conto sono depositati 5mila euro, il creditore può pignorare non certo il 50% (2.500 euro) ma fino a massimo 1.500 euro (ossia la misura del credito aumentata della metà per coprire le spese legali e gli interessi).

Versamenti in banca: se non giustificati, tassati due volte

Posted on : 13-09-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’assenza di prove circa la provenienza dei soldi versati sul conto corrente comporta il rischio di una doppia tassazione.

Questo articolo è dettato dalla necessità di venire incontro alle richieste di chiarimento che ci sono state avanzate dai lettori dell’articolo I contanti versati sul conto corrente vanno tassati. In molti, infatti, si sono chiesti: se è vero che i versamenti in banca devono essere sempre giustificati, non si rischia di tassare una seconda volta qualcosa che già è stato tassato solo perché non si è in grado di dimostrarlo? Facciamo l’esempio di un collezionista di monete d’oro; un giorno, per bisogno o perché ingolosito dall’aumento delle quotazioni dell’oro, ne vende qualcuna. Come potrebbe dimostrare la correttezza del proprio operato? La legge consente di vendere l’usato senza bisogno di partita Iva e senza aprire un’attività commerciale, come nel caso di chi occasionalmente vende libri vecchi. Ma così facendo si rischia di impedire al contribuente di depositare il ricavato sul conto corrente in assenza di documenti scritti che certifichino la vendita. Che fine deve fare allora il contante in tutti questi casi?

Premettiamo che l’articolo appena citato non è altro che la spiegazione del funzionamento di una norma del 1973 [1], norma che – come abbiamo chiarito già in quella sede – è alla base di un gran numero di accertamenti fiscali conseguenti alle indagini bancarie. Per legge, i versamenti in banca effettuati da qualsiasi contribuente (non solo imprenditori, ma anche lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati e professionisti) devono essere «giustificati». Significa che l’Agenzia delle Entrate è legittimata a chiedere chiarimenti al contribuente circa la provenienza del denaro depositato sul conto e se l’interessato non si difende adeguatamente, il fisco può legittimamente presumere che si tratti di reddito in nero. Il contribuente, in altri termini, deve dare prova che i contanti versati derivano da reddito già tassato alla fonte (ad esempio una vincita, ecc.) o esente dalle tasse (una donazione, ecc.). In mancanza di tale prova, opera in automatico «una presunzione» a favore dell’Agenzia delle Entrate e contraria al contribuente: il versamento viene ritenuto “reddito non dichiarato al fisco” e, pertanto, su di esso viene applicata la tassazione ai fini Irpef e le sanzioni. Questo conferma la possibilità che la stessa somma possa essere tassata due volte se il contribuente non fornisce prova della sua provenienza.

Facciamo un esempio per rendere più agevole e comprensibile la questione. Immaginiamo un lavoratore dipendente che riceva ogni mese sul conto lo stipendio. Dalla sua dichiarazione dei redditi, l’unica fonte di guadagno è proprio tale attività di lavoro. Un giorno però, l’Agenzia delle Entrate rileva un versamento in banca di 10mila euro e, chiaramente, si interroga da dove possano provenire i soldi, visto che il contribuente non dichiara altri redditi. Così gli manda una lettera e gli chiede di dare giustificazioni. In questo momento il contribuente ha la possibilità di difendersi e dimostrare che il versamento è il frutto di

  • un reddito esente come ad esempio un disinvestimento (la vendita di un’auto di seconda mano), una donazione ottenuta da un parente o un amico, ecc.
  • un reddito già tassato alla fonte come ad esempio una vincita al superenalotto.

Attenzione però: questa prova deve essere necessariamente documentale e non può consistere in una testimonianza. Ad esempio, il soggetto che voglia dimostrare di aver ricevuto un regalo in denaro da un genitore non potrà portare la testimonianza del fratello o dell’altro genitore, ma dovrà offrire un documento, che può anche essere l’atto di donazione con data certa.

Proprio la difficoltà a procurarsi dette prove scritte spiega la ragione di quanto sia opportuno preferire sempre i bonifici bancari o i pagamenti con carta di credito o con assegni non trasferibili: questi ultimi infatti, grazie al meccanismo di tracciabilità, consentono di mettersi al riparo da future richieste dell’Agenzia delle Entrate.

Quanto ai tempi di conservazione dei documenti, questi sono di sette anni in caso di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e di cinque anni in caso di irregolare dichiarazione (termini mutati a partire dal 2016).