Quali sono gli atti di polizia giudiziaria?

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le attività tipiche della fase delle indagini preliminari? Quali sono i compiti delle forze dell’ordine alle dipendenze del pubblico ministero?

Per legge, il pubblico ministero esercita l’azione penale ogni volta che ravvisa la sussistenza di una responsabilità penale in capo a un soggetto. In pratica, ciò significa che il pm, a seguito di accurate indagini preliminari, deve chiedere al giudice il rinvio a giudizio ogni volta che ritiene fondata l’accusa di reato. Questo potere, conferito direttamente dalla Costituzione alla magistratura italiana, sarebbe in realtà quasi del tutto inattuabile se il pubblico ministero non potesse avvalersi della polizia giudiziaria, cioè degli uomini e delle donne che appartengono alle forze dell’ordine e che svolgono concretamente le indagini. Quali sono gli atti di polizia giudiziaria?

Come vedremo, la polizia giudiziaria rappresenta il braccio operativo della Procura della Repubblica. Se è vero, infatti, che il pm promuove l’azione penale, è altrettanto indubitabile che, sul campo, ad operare ci sono le forze dell’ordine. Il pubblico ministero, infatti, si limita a coordinare le investigazioni, prendendone effettivamente parte concreta solo poche volte. Di fatto, dunque, chi svolge le indagini sono i carabinieri, la polizia e tutti gli altri appartenenti alle forze dell’ordine. Ecco perché è importante conoscere quali sono gli atti della polizia giudiziaria. Scopriamoli insieme.

Polizia giudiziaria: cos’è?

La polizia giudiziaria non è un organo o uno speciale corpo della polizia di Stato. Con questa denominazione si indica una specifica veste che assumono le forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, ecc.) ogni volta che agiscono al fine di compiere delle indagini oppure quando si attivano per prevenire la commissione di reati.

In altre parole, la polizia giudiziaria indica l’attività delle forze dell’ordine quando:

  • ricerca le fonti di prova e raccoglie ogni elemento utile per la ricostruzione del fatto costituente reato e per l’individuazione del colpevole (funzione investigativa);
  • impedisce che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori e interrompe l’iter criminoso e le conseguenze che possono derivare da un fatto costituente reato (funzione repressiva).

Polizia giudiziaria: cosa fa?

È la legge a chiarire cosa fa la polizia giudiziaria. Secondo il Codice di procedura penale [1], la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa:

  • prendere notizia dei reati:
  • impedire che i crimini siano portati a conseguenze ulteriori;
  • ricercarne gli autori;
  • compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova;
  • raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale;
  • svolgere ogni indagine e attività disposta o delegata dall’autorità giudiziaria.

Polizia giudiziaria: quali atti può compiere?

Da un punto di vista concreto, quali sono gli atti della polizia giudiziaria? Cosa fa per adempiere ai propri compiti?

Quando si parla di atti della polizia giudiziaria ci si riferisce principalmente al compimento di quelle attività utili allo svolgimento delle indagini.

Gli atti della polizia giudiziaria possono essere ricondotti essenzialmente a due grandi categorie:

  • gli atti che compie autonomamente, al fine di prevenire la commissione di crimini o di indagare su quelli appena commessi e non ancora segnalati all’autorità giudiziaria;
  • gli atti delegati dal pubblico ministero, una volta che la notizia di reato sia giunta in Procura.

A tal proposito, la legge [2] dice che il pubblico ministero compie personalmente ogni attività di indagine. Può tuttavia avvalersi della polizia giudiziaria per il compimento di attività di indagine e di atti specificamente delegati, ivi compresi gli interrogatori e i confronti a cui partecipi la persona sottoposta alle indagini che si trovi in stato di libertà.

La delega delle indagini a favore della polizia giudiziaria rappresenta l’ipotesi più tipica in quanto, come detto in precedenza, raramente il pm compie di persona le investigazioni.

Costituiscono un esempio di atti delegati dal pubblico ministero le perquisizioni, le ispezioni, l’interrogatorio dell’indagato e il confronto.

Secondo la legge [3], anche successivamente alla comunicazione della notizia di reato, la polizia giudiziaria continua a svolgere le proprie funzioni, raccogliendo ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e all’individuazione del colpevole.

Dopo l’intervento del pubblico ministero, la polizia giudiziaria compie gli atti ad essa specificamente delegati, esegue le direttive del pubblico ministero e, inoltre, svolge di propria iniziativa, informandone prontamente il pubblico ministero, tutte le altre attività di indagine per accertare i reati ovvero le richieste da elementi successivamente emersi e assicura le nuove fonti di prova.

In pratica, anche a seguito dell’affidamento dell’incarico al pubblico ministero, la polizia giudiziaria può compiere di propria iniziativa atti non delegati, purché siano utili alle indagini.

Polizia giudiziaria: atti tipici di investigazione diretta

Il Codice prevede quali sono gli atti tipici di investigazione diretta della polizia giudiziaria, cioè gli atti che può compiere direttamente senza delega del pm:

  • l’identificazione, sia dell’indagato che delle persone che possono riferire informazioni rilevanti (persone informate sui fatti) [4];
  • le perquisizioni, che mirano all’acquisizione di cose o di tracce del reato, solo nei casi di flagranza, di estrema urgenza e nelle ipotesi tassativamente stabilite dalla legge, dovendo altrimenti procedere solo col consenso dell’autorità giudiziaria [5];
  • gli accertamenti urgenti, da effettuarsi sulle tracce e sulle cose pertinenti al reato affinché siano conservate, o sullo stato dei luoghi e delle cose perché non venga mutato prima dell’intervento del pubblico ministero [6].

Polizia giudiziaria: atti atipici

Infine, alla polizia giudiziaria spetta il compimento di atti che, seppur non previsti direttamente dalla legge, rientrano nell’ampia nozione di atti utili al compimento delle investigazioni.

Si tratta dei cosiddetti atti atipici, che consistono in attività informali quali ad esempio l’acquisizione presso il Comune di certificati anagrafici o presso la Camera di Commercio della visura camerale di un’azienda, pedinamenti, appostamenti, ecc.

Insomma: la polizia giudiziaria può compiere ogni atto che sia utile alle indagini, ovviamente nel rispetto della legalità.

Gli atti atipici rientrano tra le attività che la polizia giudiziaria può svolgere autonomamente senza delega del pubblico ministero.

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Quali sono i beni durevoli?

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come vengono classificati i beni economici in base alla durata, alla modalità di utilizzo, alla capacità di soddisfare un bisogno individuale o collettivo.

Ti sarà capitato di sentire nominare, quando si parla al telegiornale dell’andamento dell’inflazione o dei dati sulla produzione industriale, dei vari tipi di beni economici classificati in base a diversi paramenti: la presenza di materialità, la loro funzione, la disponibilità nel tempo, ecc. Tra questi ci sono i beni che vengono distinti in base alla modalità con cui soddisfano i bisogni di un consumatore, ovvero i beni durevoli e quelli non durevoli. Quando si può dire che un oggetto appartenga ad uno o all’altro gruppo? Va da sé che, identificando quali sono i beni durevoli, per esclusione si arriva anche a capire quali sono i beni non durevoli.

La principale e più semplice differenza fra entrambi viene data dal loro utilizzo: il bene durevole è quello destinato a reggere nel tempo il suo uso prolungato, mentre il non durevole viene consumato velocemente. Il primo potrebbe essere una casa o un’auto, il secondo un chilo di pasta o un litro di benzina.

Vediamo di seguito la classificazione dei beni economici e, in particolare, quali sono i beni durevoli.

Beni economici: quali tipologie?

In economia, un bene è l’oggetto di cui si dispone in quantità limitata rispetto alla domanda, reperibile e utile poiché soddisfa un bisogno.

I beni economici possono classificarsi in base a tanti criteri. Ad esempio, sulla base della presenza o meno di materialità abbiamo:

  • beni materiali: qualsiasi cosa che abbia una consistenza (un computer, un genere alimentare, un tavolo);
  • beni immateriali: una licenza, un diritto, un software.

In base alla capacità o alla possibilità di spostamento, distinguiamo:

  • beni immobili: la casa, il garage, il terreno;
  • beni mobili: una sedia, un paio di scarpe, uno strumento musicale.

In base alla loro utilità vi sono:

  • beni di consumo: hanno un’utilità diretta per il consumatore (generi alimentari, vestiti, scarpe);
  • beni strumentali: non hanno un’utilità diretta per il consumatore ma vengono impiegati per produrre altri beni (un macchinario, la materia prima per fare un vestito o una scarpa, ecc.).

In base alla scelta di utilizzo, troviamo:

  • beni complementari: vengono usati insieme per soddisfare un bisogno (lo zucchero nel caffè, la benzina nell’auto, ecc.);
  • beni succedanei: quando sono alternativi per soddisfare lo stesso bisogno (l’olio d’oliva o l’olio extravergine di oliva, il latte intero o il latte parzialmente scremato, l’automobile o la moto, ecc.).

In base al momento in cui verranno utilizzati, abbiamo:

  • beni presenti: possono essere consumati subito, come i generi alimentari, le bevande, un telefono, ecc.;
  • beni futuri: possono essere consumati solo in un secondo momento, come la licenza richiesta per l’utilizzo di un altro bene.

In base alla loro capacità di soddisfare un bisogno, è possibile distinguere:

  • beni individuali: rispondono al bisogno di una sola persona (un paio di scarpe o di pantaloni, ad esempio);
  • beni collettivi: rispondono al bisogno di più persone (un’auto, un tram, ecc.).

In base al tempo per il quale vengono utilizzati, troviamo:

  • beni durevoli: possono essere usati più volte per soddisfare un bisogno. Vengono chiamati anche beni a fecondità ripetuta (la casa, l’auto, la lavatrice, il tavolo);
  • beni non durevoli: possono essere utilizzati una sola volta per soddisfare un bisogno. Vengono chiamati anche beni di fecondità semplice (i generi alimentari, le bevande, le materie prime per fabbricare un prodotto, ecc.).

Quando si parla di beni durevoli?

Nel vedere quali sono i beni durevoli, abbiamo detto che si tratta di quelli che soddisfano più volte lo stesso bisogno, come la casa in cui si vive, l’auto che viene utilizzata più volte, la lavastoviglie che si avvia ogni giorno, ecc. La regola generale stabilisce che i beni durevoli restino tali per almeno tre anni. Nel tempo, non perdono la loro connotazione anche se hanno bisogno di riparazione o di manutenzione oppure se c’è bisogno di sostituire alcune delle loro parti. Si pensi, ad esempio, alla casa che ogni tanto necessita di una tinteggiatura, della sistemazione di balconi o grondaie, ecc. Resta, pur sempre, un bene durevole anche dopo 20 o 30 anni.

Ovviamente, i beni durevoli rientrano nella categoria degli acquisti a lungo termine. Significa che chi li produce e li distribuisce deve allargare il più possibile la platea dei consumatori: conta di più, in questo caso, l’avere il maggior numero possibile di persone che comprano un’auto o un computer ciascuno. Diversamente, per i beni non durevoli oltre che sull’ampio numero di consumatori si punta alla fidelizzazione del cliente che può avere bisogno di acquistare frequentemente lo stesso prodotto (il pane, il latte, il burro, i prodotti per la cura personale, la cartuccia della stampante, ecc.).

Non bisogna dimenticare, infine, che i beni durevoli comprendono anche alcuni beni immateriali. Si pensa spesso alla casa, ai veicoli o ai mobili ma occorre anche segnalare, ad esempio, un brevetto, un diritto d’autore, un software. Beni che non vediamo ma che utilizziamo quotidianamente e che (si spera) durino nel tempo, anche più dei tre anni stabiliti dalla regola generale.

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Quando si prende l’indennità di accompagnamento?

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Quali sono i requisiti per avere il sostegno erogato dall’Inps? Da quando decorre il pagamento? Cosa fare se non viene riconosciuta l’invalidità?

Arriva un certo momento per alcune persone in cui il bastone di legno non basta: ci vuole il «bastone umano» per portare a termine quello che una volta si faceva senza nemmeno pensarci. Succede quando il corpo non obbedisce più a quello che il cervello gli comanda, o quando è proprio il cervello a non essere in grado di dare gli ordini. Diceva la grandissima e compianta scienziata Rita Levi-Montalcini: «Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all’Alzheimer. Inizia invece a preoccuparti se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi». Ecco, sono le persone che non riescono a fare o a ricordare quello di cui hanno bisogno che necessitano un supporto quotidiano e costante. Ed è pensando a loro e a chi li deve supportare che la legge prevede l’erogazione dell’indennità di accompagnamento. Ma quando si prende l’indennità di accompagnamento?

C’è subito da fare una distinzione: non è detto che chi ha un’invalidità del 100% abbia anche diritto all’assegno di accompagnamento. I requisiti per quest’ultimo sono diversi. Vediamo.

A chi spetta l’assegno di accompagnamento?

Il primo requisito per poter avere l’indennità di accompagnamento è quello dell’invalidità al 100%. Ma, come appena detto, questo non basta per ottenere la prestazione. Occorre anche avere una minorazione fisica o psichica che impedisca:

  • di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore;
  • di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita (lavarsi, vestirsi, prepararsi da mangiare, ecc.).

In più, non bisogna essere ricoverati presso una casa di cura o una Rsa con la retta a carico dello Stato o di un ente pubblico, oltre ad avere stabilmente la residenza in Italia.

Cosa fare per avere l’assegno di accompagnamento?

Una volta che si è capito quando si prende l’indennità di accompagnamento, se ci sono i requisiti occorre seguire una procedura ben precisa per presentare la domanda.

Innanzitutto, ci vuole il certificato del medico curante che accerti la patologia invalidante. Tale certificato (che il medico invierà all’Inps) riporta un codice da inserire nella domanda di accertamento sanitario che va inoltrata all’Inps.

La domanda per il riconoscimento dell’invalidità va fatta:

  • per via telematica, attraverso il portale o l’app dell’Inps, utilizzando lo Spid;
  • tramite call center dell’Inps, telefonando al numero 803.164 da rete fissa o al numero 06.164.164 da rete mobile;
  • tramite patronato.

Il richiedente verrà invitato a presentarsi davanti alla commissione medica dell’Asl per la visita e gli accertamenti opportuni. Se l’esito è positivo, riceverà il verbale dell’invalidità.

Con il verbale sarà possibile chiedere l’indennità di accompagnamento all’Inps, comunicando anche gli estremi per il versamento del trattamento (ad esempio, le coordinate bancarie).

Cosa fare se la domanda di accompagnamento viene respinta?

Nel caso in cui la domanda di indennità di accompagnamento venga respinta dalla commissione medica, è possibile presentare ricorso al giudice. Ma, prima di tutto, ci vuole un accertamento tecnico preventivo fatto da un consulente tecnico nominato dal giudice per certificare che ci siano i presupposti dell’invalidità e il diritto alle prestazioni assistenziali. Questo passaggio è obbligatorio.

Il ricorso deve essere presentato in tribunale entro sei mesi dalla notifica del verbale della commissione e con l’assistenza di un avvocato. Trascorso quel periodo, non è possibile fare ricorso ma si potrà tentare una nuova domanda.

Il giudice fisserà un’udienza e disporrà la notifica del ricorso all’Inps, il quale si costituirà in giudizio tramite memoria redatta e sottoscritta dai funzionari amministrativi cui sono affidate la rappresentanza e la difesa legale.

Verrà nominato il consulente tecnico che, dopo avere effettuato la visita, trasmetterà la bozza di relazione alle parti nel termine stabilito dal giudice con ordinanza. In caso di contestazione delle valutazioni del consulente tecnico d’ufficio, la parte deve depositare, entro il termine perentorio di 30 giorni dal deposito della citata dichiarazione, il ricorso introduttivo del giudizio di merito, specificando, a pena di inammissibilità, i motivi della contestazione.

La sentenza del giudice è inappellabile.

Per ulteriori dettagli, leggi “Ricorso accompagnamento disabile: come e quando farlo“.

Da quando si prende l’indennità di accompagnamento?

Approvata la pratica e fatte le dovute comunicazioni all’Inps, da quando decorre l’indennità di accompagnamento? Il primo pagamento scatta il primo giorno successivo alla data di presentazione della domanda, ovvero dal giorno indicato dalla commissione sanitaria nel verbale in cui viene riconosciuta l’invalidità.

L’assegno di accompagnamento spetta ogni mese per 12 mensilità annue: non esiste, infatti, il diritto alla tredicesima. In caso di decesso della persona invalida, la prestazione non è reversibile agli eredi.

Quanto si prende di indennità di accompagnamento?

L’importo dell’indennità di accompagnamento viene rivisto di anno in anno, in base all’adeguamento Istat. Attualmente, è fissato in 522,10 euro per 12 mensilità.

Il sostegno erogato dall’Inps è esentasse: significa che non bisogna pagare l’Irpef sull’assegno di accompagnamento e che, quindi, non occorre indicarlo nella dichiarazione dei redditi.

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Se il meccanico sbaglia: chi paga?

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Risarcimento danni meccanico: entro quanto tempo chiederlo? Garanzia riparazione autovettura: come funziona? Come denunciare i vizi dell’opera?

Ogni autovettura comporta non solo un esborso iniziale per il suo acquisto, ma anche continue spese per la sua manutenzione. Soprattutto i veicoli non più nuovi necessitano di interventi di revisione continui. Ecco perché quasi tutti hanno un meccanico di fiducia a cui rivolgersi nel caso in cui la propria auto vada in panne, sia guasta oppure necessiti solo del normale controllo periodico. Il lavoro del meccanico è molto importante in quanto un intervento sbagliato potrebbe avere conseguenze molto gravi: si pensi ai possibili sinistri che possono essere causati da un malfunzionamento dei freni non riparato. In questi casi, chi paga se il meccanico sbaglia?

Il problema riguarda il risarcimento dei danni da poter chiedere a chi, incaricato di riparare un veicolo, non ha svolto adeguatamente il proprio lavoro. È cosa nota che chiunque, una volta assunto un impegno vincolante, deve portarlo a termine nei modi e nei termini stabiliti dall’accordo. Cosa succede se non si adempie correttamente al proprio compito? Quando si può chiedere il risarcimento dei danni? Chi paga se il meccanico sbaglia? Quanto tempo si ha per agire contro il responsabile? Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: troverai le risposte che cerchi.

Contratto d’opera con meccanico: cos’è?

Quando si porta l’auto in officina per una riparazione o un semplice controllo si stipula con il meccanico un contratto d’opera. Di cosa si tratta?

Secondo la legge [1], il contratto d’opera sorge ogni volta che una persona si obbliga a compiere, in cambio di un corrispettivo, un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente.

In estrema pratica, il contratto d’opera è quello che si stipula con un lavoratore autonomo, cioè con un soggetto che non è dipendente da altri ma che sceglie, in totale libertà, come organizzare il proprio lavoro.

Anche i liberi professionisti (avvocati, architetti, ingegneri, ecc.) concludono con i loro clienti un contratto d’opera. La differenza è che, mentre questi ultimi si impegnano ad eseguire una prestazione di tipo intellettuale, il meccanico offre, dietro compenso, una prestazione manuale, nella quale cioè prevale la propria attività materiale.

Il contratto d’opera si stipula senza bisogno di alcun accordo scritto. Nel caso del meccanico, sono sufficienti la consegna del proprio veicolo e la relativa accettazione dell’incarico affinché il contratto si possa dire perfezionato.

Obblighi del meccanico: quali sono?

A seguito del contratto d’opera, il meccanico si impegna ad eseguire la prestazione pattuita: ad esempio, il cambio dell’olio, la riparazione del motore, ecc.

Il termine entro cui effettuare la prestazione è stabilito liberamente dalle parti. In genere, è il meccanico a fissare un termine, a meno che il cliente non abbia interesse alla restituzione del veicolo entro una data certa e inderogabile: in questo caso, trattandosi di termine essenziale, il meccanico deve attenersi a quanto stabilito dal proprietario, pena il suo inadempimento contrattuale.

Dal proprio canto, il cliente è tenuto solamente a mettere a disposizione il veicolo per la riparazione e, soprattutto, a pagare il compenso pattuito per il lavoro svolto.

Garanzia in caso di errori del meccanico: come funziona?

Cosa fare nel caso in cui la riparazione del veicolo non sia andata a buon fine? Come comportarsi se ci si accorge che l’autovettura dà ancora problemi e che il guasto non è stato correttamente sistemato? Sicuramente, ci si potrà rivolgere nuovamente al meccanico, ma alle seguenti condizioni.

Se vuole agire per far valere i propri diritti, il cliente deve, a pena di decadenza, denunciare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera, entro otto giorni dalla scoperta. L’azione per chiedere il risarcimento si prescrive entro un anno dalla consegna del bene.

In pratica, la legge pone questi due termini inderogabili per il cliente che è insoddisfatto del lavoro del meccanico. Per la precisione, se vuole agire legalmente per tutelare i propri diritti:

  • deve segnalare subito i malfunzionamenti e i guasti che il meccanico avrebbe dovuto riparare, entro il termine massimo di otto giorni dalla scoperta di tali vizi;
  • fermo il rispetto del primo termine di otto giorni, può agire contro il meccanico entro un anno dalla consegna della vettura, cioè dal giorno in cui ci si è recati in officina per la restituzione del veicolo [2].

Denuncia dei vizi al meccanico: come si fa?

La denuncia dei vizi al meccanico va fatta entro otto giorni dalla loro scoperta con lettera raccomandata o strumento equivalente (pec, fax, ecc.).

In altre parole, la segnalazione dei difetti va effettuata con uno strumento che consenta di provare sia l’invio che la corretta ricezione della stessa.

Cosa succede se il meccanico sbaglia?

Se il meccanico sbaglia e i vizi sono stati denunciati in maniera tempestiva, il cliente può:

  • chiedere che le difformità o i vizi siano eliminati a spese del meccanico;
  • chiedere che il prezzo sia proporzionalmente diminuito.

In ogni caso, è salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa del meccanico.

In pratica, una volta denunciato il malfunzionamento al meccanico nonostante la sua riparazione, il proprietario della vettura ha diritto alla riparazione gratuita dei vizi segnalati o, in alternativa, a una riduzione del prezzo pattuito per l’opera del meccanico.

In ogni caso, il cliente ha diritto al risarcimento dei danni se il guasto persiste per colpa del titolare dell’officina.

La legge prosegue dicendo che, se le difformità o i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione, il cliente può chiedere la risoluzione del contratto [3].

In altre parole, se non è più possibile la riparazione del veicolo, il cliente può chiedere la restituzione integrale di quanto pagato, oltre al risarcimento del danno.

Rispondendo al quesito posto nel titolo di questo articolo, possiamo senz’altro affermare che, se il meccanico sbaglia, è tenuto alla riparazione gratuita e al risarcimento del danno (se provato).

Sbaglio del meccanico: quando non paga?

Non sempre il meccanico che sbaglia paga. Innanzitutto, se il cliente non denuncia i vizi dell’opera entro otto giorni dalla loro scoperta oppure non agisce entro un anno dalla consegna del veicolo, contro il meccanico non sarà più possibile fare nulla.

Inoltre, la legge dice che, se il cliente accetta la restituzione dell’auto senza eccepire alcunché, il meccanico non risponde delle difformità o dei vizi dell’opera, se all’atto dell’accettazione questi erano noti al cliente o facilmente riconoscibili, purché in tal caso non siano stati dolosamente occultati.

In altre parole, la garanzia per i vizi dell’auto a seguito di riparazione non si estende ai difetti che erano facilmente visibili già al momento della restituzione del veicolo, a meno che questi non siano stati abilmente e dolosamente mascherati dal meccanico.

Ad esempio, se il proprietario dell’auto accetta il lavoro del meccanico anche se risulta evidente che il guasto non è stato riparato, allora il cliente non potrà poi lagnarsi del difetto.

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Dichiarazioni false: posso denunciare dipendente?

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono titolare di un’azienda. Dopo due mesi dall’assunzione di una signora, ho scoperto che ha una invalidità a me sottaciuta. Lei si giustifica e mi rappresenta la possibilità di usufruire delle agevolazioni a danno dello Stato. Ho il diritto di esporre denuncia nei suoi confronti per falsa dichiarazione al momento dell’assunzione e chiedere il danno che ha provocato alla mia azienda?

La denuncia penale non può essere portata avanti, in quanto il reato di falso in scrittura privata (art. 485 c.p.), il quale si consuma nel momento in cui, per la prima volta, si fa uso della scrittura falsificata, ossia quando essa esce dalla sfera di disponibilità dell’agente, producendo i suoi effetti giuridici nei confronti dei terzi, è stato abrogato dall’art.1 del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7.

Tuttavia, ciò non toglie il fatto che Lei abbia subìto un danno dalla falsa attestazione della lavoratrice, che Le ha nascosto l’invalidità di cui soffriva al momento dell’assunzione.

Per quanto riferitomi, a mio avviso, ci sarebbero gli estremi del licenziamento per giusta causa, giustificato dalla perdita del rapporto fiduciario. Infatti, il licenziamento deve essere giustificato tenendo conto dell’incidenza del fatto contestato sul particolare rapporto fiduciario che lega il datore di lavoro al lavoratore, delle esigenze poste dall’organizzazione produttiva e delle finalità delle regole di disciplina postulate da detta organizzazione.

Il vincolo fiduciario è fattore condizionante la permanenza del rapporto perché il datore di lavoro deve poter confidare sulla leale collaborazione del prestatore e sul corretto adempimento delle obbligazioni che dal rapporto scaturiscono a carico di quest’ultimo. La fiducia può essere compromessa non solo in conseguenza di specifici inadempimenti contrattuali, ma anche in ragione di condotte extra-lavorative che, seppure tenute al di fuori dell’azienda e dell’orario di lavoro e non direttamente riguardanti l’esecuzione della prestazione, nondimeno possono essere tali da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario tra le parti qualora abbiano un riflesso, sia pure soltanto potenziale ma oggettivo, sulla funzionalità del rapporto, compromettendo le aspettative di un futuro puntuale adempimento dell’obbligazione lavorativa, in relazione alle specifiche mansioni o alla particolare attività (si confronti, Tribunale Torino, sez. lav., 29/01/2021, n. 136).

Con riguardo al danno subìto dalla Sua azienda, l’azione per il risarcimento del danno potrebbe essere di difficile (anche se non impossibile) riuscita. Questo perché, sebbene in astratto il danno sussista, in giudizio occorre provarlo e quantificarlo. Come? Dimostrando, ad esempio, che l’assunzione, al posto della signora, di altro dipendente “sano” avrebbe portato l’azienda ad essere più produttiva; o perché l’assenza per malattia Le ha impedito in questo arco temporale di assumere altro personale.

Comprenderà che la prova si sostanzia in presunzioni e al giudice è lasciato ampio margine per decidere se effettivamente un danno sia stato subìto.

Per tali motivi, Le consiglio di valutare concretamente di procedere ad un licenziamento per giusta causa (ammissibile anche in tempi di pandemia). Con riguardo all’azione per danni, occorre, invece, fare una valutazione di costi-benefici, verificando se vale la pena assumere dei rischi, in termini di spese legali, per cercare di ottenere un congruo risarcimento.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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Quanti anni dura una delibera di assemblea?

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Le deliberazioni condominiali hanno una scadenza? Per quanto tempo è efficace una decisione? Una delibera invalida produce effetti?

L’assemblea è l’organo condominiale che riunisce tutti coloro che hanno diritto a partecipare alle decisioni che riguardano la vita all’interno dell’edificio. Una volta adottata, la delibera assembleare è esecutiva e vincolante per tutti, anche per coloro che erano contrari. Insomma: se una decisione è adottata con la maggioranza dei voti prescritta dalla legge, la delibera è pienamente vincolante per tutti, salvo che non ricorrano ipotesi di invalidità. Molti si chiedono per quanto tempo una decisione condominiale sia efficace. In altre parole: quanti anni dura una delibera di assemblea?

Il problema non è di poco conto visto che, molte volte, i condòmini si trovano a dover fare i conti con il passato. Può accadere, infatti, che il nuovo amministratore chieda a tutti i proprietari di rispettare vecchie delibere che, però, in passato non sono mai state eseguite. Mettiamo il caso di una decisione adottata molti anni prima ma mai attuata: può ritenersi ancora valida? Le delibere si prescrivono dopo un po’ di tempo oppure restano sempre efficaci? Quanti anni dura una delibera condominiale? Scopriamolo insieme.

Deliberazioni condominiali: quando sono valide?

Il problema dell’eventuale “scadenza” delle deliberazioni condominiali si interseca inevitabilmente con quello della loro validità. L’efficacia di una decisione, infatti, è quasi sempre legata alla sua validità.

Secondo il Codice civile [1], l’assemblea in prima convocazione è regolarmente costituita con l’intervento di tanti condòmini che rappresentino i due terzi del valore dell’intero edificio e la maggioranza dei partecipanti al condominio. Si tratta del quorum costitutivo.

Sono valide le deliberazioni approvate con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio. È questo il quorum deliberativo.

Se l’assemblea in prima convocazione non può deliberare per mancanza di numero legale, l’assemblea in seconda convocazione è regolarmente costituita con l’intervento di tanti condòmini che rappresentino almeno un terzo del valore dell’intero edificio e un terzo dei partecipanti all’edificio (quorum costitutivo).

La deliberazione è valida se approvata dalla maggioranza degli intervenuti con un numero di voti che rappresenti almeno un terzo del valore dell’edificio (quorum deliberativo).

Delibera invalida: quando?

L’invalidità della delibera assembleare può essere di due tipi: nullità e annullabilità. Per la precisione:

  • la nullità è la forma d’invalidità più grave, che ricorre in linea di massima soltanto per le decisioni prive di elementi essenziali, con oggetto impossibile, illecito oppure non rientrante nella competenza dell’assemblea. Sono altresì nulle le delibere che incidono sui diritti individuali su cose o servizi comuni o sulla proprietà esclusiva di ogni condomino;
  • al contrario, sono annullabili le deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio. Ad esempio, è annullabile la decisione adottata senza rispettare i quorum stabiliti dal Codice civile, oppure quella che stabilisce in maniera contraria a quanto statuito dal regolamento o dalla legge.

Mentre la delibera nulla è radicalmente inefficace e può essere impugnata sempre, senza limiti di tempo, la delibera annullabile è impugnabile solamente dai condòmini assenti, dissenzienti o astenuti, entro trenta giorni dalla data di comunicazione della stessa agli assenti. Decorso questo termine, la delibera diventa inattaccabile.

Efficacia della delibera assembleare

Se la delibera è adottata validamente, essa è vincolante per tutti i condòmini, anche per coloro che non hanno preso parte alla riunione oppure che si sono opposti alla decisione [2].

Quanto appena detto vale anche per la delibera annullabile: essa resta efficace fintantoché il giudice non ne avrà dichiarato l’invalidità, oppure se il giudice, nelle more del procedimento, decida di accogliere la richiesta di sospensione della delibera impugnata.

La delibera nulla, invece, è sempre inefficace, sin dal giorno in cui essa è stata adottata. Dunque, quando ricorre l’ipotesi più grave di invalidità (la nullità, appunto), qualunque condomino può legittimamente rifiutarsi di dare esecuzione alla decisione.

A parte queste ipotesi, una delibera condominiale è sempre efficace nei confronti dell’intero condominio. Ma per quanto tempo lo rimane? Per quanti anni dura l’efficacia di una decisione dell’assemblea?

Per quanto tempo è efficace una delibera condominiale?

Veniamo ora al punto cruciale dell’articolo: quanti anni dura una delibera condominiale? La sua efficacia è a tempo indeterminato oppure ha una scadenza?

Nessuna norma di legge stabilisce la durata della delibera validamente adottata dall’assemblea. Da tanto deriva che una delibera condominiale validamente adottata è sempre efficace, senza limiti di tempo.

A quanto appena detto fanno eccezione le delibere per le quali l’assemblea stabilisce espressamente una durata (ad esempio un anno, sei mesi, ecc.), oppure quelle che, necessitando di un’immediata esecuzione, sono per loro natura valide solo per un determinato periodo di tempo: si pensi ad esempio alla delibera con la quale si decide di aderire all’offerta di un fornitore di energia elettrica che scade entro ad una data precisa.

Al di fuori di queste ipotesi, in linea di massima, una delibera condominiale non ha scadenza e, pertanto, resta valida ed efficace anche dopo molti anni. Anche se rimasta inattuata per lungo tempo, l’amministratore può validamente dare esecuzione a una delibera risalente a molti anni prima.

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Rientro dalla malattia dopo 60 giorni

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa accade al lavoratore che, in virtù di una infermità temporanea, rientra in servizio dopo un lungo lasso di tempo?

È nella natura dell’uomo, qualche volta, ammalarsi: c’è chi è più cagionevole e chi, invece, riesce, nel corso della propria carriera professionale, a collezionare pochissime assenze dal lavoro. Di certo, la malattia non è mai un evento voluto dal lavoratore (se non per qualche eccezione poco decorosa). Per tali ragioni, il lavoratore viene tutelato, in caso di assenza, da possibili provvedimenti risolutori del datore di lavoro.

Ma cosa succede se la malattia si protrae nel tempo? C’è un limite massimo oltre il quale il datore di lavoro può licenziare il proprio dipendente? In questo articolo, cercheremo di rispondere a questi interrogativi, verificando cosa succede in caso di rientro dalla malattia dopo 60 giorni. Scopriremo se esistono delle procedure particolari da seguire, o se è sufficiente comunicare il rientro al lavoro.

Malattia professionale: cos’è?

La malattia professionale è una patologia collegata alle mansioni svolte dal lavoratore durante l’orario di servizio. A differenza della classica malattia, dovuta ai malanni occasionali, alle influenze di stagione, a patologie ereditarie, o non collegate all’attività lavorativa, la malattia professionale è un evento strettamente collegato alle mansioni ricoperte in azienda.

Il nesso tra la malattia e le mansioni ricoperte è essenziale al fine di dimostrare se si tratta, o meno, di una malattia professionale. In questi casi, i medici legali sono i professionisti indicati a rilevare la natura di questi eventi.

La tutela prevista nei confronti del lavoratore da parte del legislatore è molto forte. Infatti, è fatto assoluto divieto al datore di lavoro licenziare il lavoratore colpito da malattia fino a quando quest’ultima non sia cessata, o non sia decorso il periodo di comporto.

Cos’è il periodo di comporto?

Esiste un arco temporale massimo oltre il quale al lavoratore dipendente non è permesso assentarsi per malattia: questa frazione di tempo viene definita periodo di comporto.

In pratica, il lavoratore può assentarsi per malattia solo per un numero determinato di giorni. Questo limite massimo viene stabilito dalla legge:

  • tre mesi se l’anzianità di servizio del lavoratore è inferiore a dieci anni;
  • sei mesi se superiore.

Queste regole si possono derogare (ma solo in favore del dipendente) attraverso i contratti collettivi nazionali vigenti per ogni categoria di lavoratore.

Non tutte le assenze per malattia vengono computate in questo periodo massimo di tollerabilità. Ad esempio, non sarà computata l’assenza del lavoratore dovuta ad infortunio sul lavoro, o a malattia professionale.

Per evitare che tale assenza rientri in quel calcolo non è sufficiente che la stessa abbia un’origine professionale, ossia risulti meramente connessa alla prestazione lavorativa, ma è necessario che, in relazione ad essa, sussista una responsabilità del datore di lavoro: ad esempio, non aver posto in essere le misure necessarie, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, alla tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore.

Dunque, affinché si possa escludere l’assenza dal calcolo del periodo di comporto, saranno necessarie l’allegazione e la prova che la malattia professionale sia dipendente da colpa del datore di lavoro, essendo fondamentale il collegamento causale fra la malattia e le condizioni presenti nell’ambiente di lavoro ed imputabili proprio alla violazione da parte del datore di lavoro degli specifici obblighi di sicurezza.

Cosa fare dopo l’assenza prolungata?

Anche se non supera il periodo di comporto, il lavoratore assente per un lungo arco di tempo dal lavoro, una volta rientrato in sede deve giustificare la sua assenza.

Diversamente, sarà considerato legittimo il licenziamento per giusta causa intimato al lavoratore che, a conclusione dell’assenza per malattia per un periodo superiore a sessanta giorni continuativi, non si presenta al lavoro senza giustificazione, risultando irrilevante che il datore di lavoro non sia stato posto in condizione di effettuare la visita di controllo finalizzata a verificare la perdurante idoneità del dipendente alla mansione [1].

Se da un lato, il lavoratore dovrà giustificare la sua assenza, dall’altro anche il datore di lavoro dovrà adoperarsi per predisporre una visita medica apposita.

In caso di assenza per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi, la legge [2] prevede l’obbligo di una visita medica precedente alla ripresa del lavoro, al fine di verificare l’idoneità alla mansione del lavoratore rientrante.

Il fine è quello di accertare se, dopo una prolungata assenza per malattia, il lavoratore sia o meno idoneo, senza pregiudizio o rischio per la sua integrità psico-fisica, a svolgere le precedenti mansioni assegnatele.

Ne deriva che, ove nuovamente destinato alle stesse mansioni assegnategli prima dell’inizio del periodo di assenza, il lavoratore può astenersi dall’eseguire la prestazione dovuta, in quanto l’effettuazione della visita medica prevista dalla norma si colloca all’interno del fondamentale obbligo imprenditoriale di predisporre e attuare le misure necessarie a tutelare l’incolumità e la salute del prestatore di lavoro.

Dunque, così come anche confermato dalla Cassazione [1], l’astensione del lavoratore dalla presentazione sul posto di lavoro, a seguito di assenza per malattia superiore a sessanta giorni, non integra un rifiuto all’esecuzione della prestazione, per non avere il datore di lavoro adempiuto l’obbligo della visita medica, diretta a verificare l’idoneità alla mansione.

Non è, invece, consentito al prestatore di astenersi anche dalla presentazione sul posto di lavoro, una volta venuto meno il titolo giustificativo della sua assenza: presentazione che è momento distinto dall’assegnazione alle mansioni, in quanto diretto a ridare concreta operatività al rapporto e ben potendo comunque il datore di lavoro, nell’esercizio dei suoi poteri, disporre, quanto meno in via provvisoria e in attesa dell’espletamento della visita medica e della connessa verifica di idoneità, una diversa collocazione del proprio dipendente all’interno dell’azienda.

Cosa succede se si supera il periodo di comporto?

Il superamento del periodo di comporto da parte del lavoratore può comportare il licenziamento dello stesso. La ragione di tale previsione estrema è racchiusa nel fatto che, se da un lato vi è l’esigenza di assicurare al lavoratore il proprio posto di lavoro durante il periodo di malattia, dall’altro vi è l’esigenza di tutelare le ragioni imprenditoriali del datore di lavoro il quale non riceve alcun vantaggio economico e produttivo dal lavoratore perennemente assente.

Da ciò se ne deduce che il datore di lavoro non può licenziare il lavoratore prima del superamento del periodo di comporto stabilito dai contratti collettivi, ma solo successivamente.

Questo licenziamento è assimilabile ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sicché solo impropriamente, riguardo a tale licenziamento, si può parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa descrizione delle circostanze di fatto relativa alla causale e trattandosi di eventi, quale l’assenza per malattia, di cui il lavoratore ha conoscenza diretta.

Per evitare il licenziamento, il lavoratore assente per malattia avrà facoltà di domandare la fruizione delle ferie maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, non sussistendo una incompatibilità assoluta tra malattia e ferie [3].

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Si può coltivare la cannabis a casa?

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È legale la coltivazione domestica di marijuana? Quando si può usare la cannabis terapeutica? Quali sono le sanzioni amministrative?

In Italia, l’uso di marijuana è illegale, a meno che non sia prescritta per uso medico. Anche il consumo personale di droga costituisce un illecito, seppur punito solamente con una sanzione amministrativa. Questo significa che non è possibile fumare uno spinello senza incorrere in qualche tipo di sanzione. Proprio perché è noto che l’acquisto di sostanze stupefacenti costituisce reato per chi la vende e illecito amministrativo per chi l’acquista, molte persone pensano di poter ovviare a questo problema “producendo” da sé la sostanza di cui hanno bisogno. Si può coltivare la cannabis in casa?

Alcune sentenze della Corte di Cassazione hanno stabilito che non costituisce reato la coltivazione domestica di marijuana, purché il numero di piantine sia esiguo e la coltura avvenga con metodi rudimentali, tali da far comprendere che la sostanza è destinata all’uso personale. Ciò non significa, però, che la coltivazione domestica sia legale. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme se si può coltivare la cannabis in casa e quali sono le possibili conseguenze di questa condotta.

Cannabis: è legale in Italia?

La cannabis è illegale, anche se costituisce una delle cosiddette droghe leggere. In Italia, praticamente ogni condotta che ha a che fare con le sostanze stupefacenti rappresenta un crimine.

Per la precisione, la legge [1] punisce con la reclusione chi, senza autorizzazione governativa, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito sostanze stupefacenti.

Coltivazione domestica cannabis: è reato?

Da quanto detto nel precedente paragrafo si evince facilmente che in Italia è reato coltivare la cannabis in casa, a meno che non si abbia una speciale autorizzazione dal Governo. A quanto appena detto fanno eccezione le ipotesi che analizzeremo nel seguente paragrafo.

Coltivare cannabis in casa: quando non è reato?

Eccezionalmente, coltivare cannabis in casa non costituisce reato se:

  • la coltivazione è di minime dimensioni;
  • le piantine sono poche;
  • le tecniche di coltivazione sono rudimentali.

Tanto è stato stabilito da diverse sentenze della Corte di Cassazione [2], secondo le quali anche la coltivazione di undici piantine di marijuana può andare esente da reato se sussistono tutte le altre condizioni che inducono a ritenere che la droga sia per uso personale.

Al contrario, sempre secondo i giudici [3], non si può invece parlare di coltivazione domestica penalmente irrilevante se le tecniche di coltivazione non sono rudimentali.

E così, anche solo quattro piante di marijuana sono sufficienti per escludere la coltivazione domestica destinata a un uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente, se l’imputato non utilizza tecniche rudimentali di coltivazione ma si avvale di una serra per la coltivazione, con specifico impianto di areazione, lampade UV e idoneo riscaldamento.

Insomma: essere in possesso della strumentazione idonea alla coltivazione rende penalmente perseguibile la condotta di chi coltiva marijuana, anche se si tratta di poche piantine.

Coltivazione di marijuana in casa: è legale?

Anche quando la coltivazione domestica di cannabis non costituisce reato, questa condotta resta comunque illecita. In altre parole, la coltivazione di marijuana in casa è sempre illegale: quando non scatta il reato, infatti, la condotta resta proibita dal punto di vista amministrativo.

Di conseguenza, chi viene trovato a coltivare in casa qualche piantina di marijuana, anche se riesce a dimostrare che si tratta di un quantitativo minimo per uso personale, non sfugge alle sanzioni amministrative previste dalla legge, quali ad esempio la sospensione ovvero il divieto di ottenere uno o più documenti tra:

  • patente/patentino di guida;
  • porto d’armi;
  • passaporto e carta di identità ai fini dell’espatrio;
  • permesso di soggiorno per gli stranieri.

La marijuana è in ogni caso sequestrata e destinata ad essere distrutta dopo la sua analisi.

Per conoscere tutto ciò che c’è da sapere a proposito delle sanzioni amministrative previste per il possesso di droga, si consiglia la lettura dell’articolo “Droga uso personale: sanzioni“.

È legale coltivare cannabis per uso terapeutico?

In Italia, è legale l’assunzione di cannabis a uso terapeutico, solo se prescritta dal medico e acquistata nelle farmacie. Da tanto deriva che è illegale la coltivazione domestica di cannabis per uso terapeutico.

In pratica, essere in possesso della prescrizione del medico che autorizza l’assunzione di farmaci contenenti cannabis non legittima in alcun modo la sua coltivazione.

In Italia, l’unica industria autorizzata a coltivare cannabis è quella farmaceutica che abbia ottenuto la speciale autorizzazione dal Governo per fini medici.

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Isee diverso dal reddito

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Indicatore della situazione reddituale della dichiarazione sostitutiva unica e reddito complessivo da 730: i valori possono essere diversi?

Hai presentato da poco la dichiarazione Isee: sei rimasto molto stupito, dal momento che il reddito Isee è diverso dal reddito complessivo ai fini Irpef che figura nel 730. Come mai questa differenza?

Devi sapere che il reddito Isee non coincide con il reddito personale: nella dichiarazione Isee, o dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), sono difatti inclusi tutti i redditi prodotti da ogni componente del nucleo familiare, compresi quelli esenti da tassazione.

Nella dichiarazione dei redditi, modello 730 o modello redditi persone fisiche, sono invece indicati i soli redditi imponibili ai fini fiscali del contribuente. L’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, si applica infatti al singolo contribuente, non si deve prendere in considerazione, quale base imponibile, il reddito di tutta la famiglia o il reddito del contribuente sommato a quello del coniuge (la possibilità di presentare il modello 730 congiunto non inganni).

Dunque, non sussiste alcuna anomalia se l’Isee è diverso dal reddito complessivo ai fini Irpef. Ma procediamo con ordine per capire meglio come si determinano i differenti valori reddituali.

Come si calcola il reddito Isee?

Il reddito Isee si calcola, all’interno della dichiarazione Isee, o Dsu, a partire dall’indicatore della situazione reddituale, o Isr. Questo particolare indicatore si determina:

  • sommando i redditi di ogni componente del nucleo familiare, al netto di spese e franchigie;
  • sottraendo le spese o le franchigie relative all’intero nucleo familiare.

redditi da considerare, per ciascun familiare, si riferiscono al secondo anno (dal 1° gennaio al 31 dicembre) precedente la presentazione della dichiarazione Isee e sono elencati dal decreto sull’Isee [1]. Tra questi, è senz’altro presente il reddito complessivo ai fini Irpef, ma sono anche inclusi i redditi esenti o sottoposti a imposta sostitutiva o ritenuta d’acconto a titolo di imposta, gli assegni per il mantenimento dei figli, i trattamenti previdenziali e assistenziali esenti da Irpef.

Più precisamente, dal reddito di ogni singolo componente del nucleo familiare devono essere sottratte fino a concorrenza determinate spese [2], tra cui gli assegni versati per il mantenimento del coniuge e dei figli ed i redditi agrari degli imprenditori agricoli.

Dalla somma dei redditi dei familiari, al netto delle spese correlate che è consentito sottrarre, bisogna poi togliere, fino alla concorrenza dell’importo, le spese o le franchigie riferite all’intero nucleo familiare, come il canone per l’affitto dell’abitazione.

Si arriva così all’importo dell’Isr, l’indicatore della situazione reddituale, sulla cui base è calcolato l’Isee.

Come si calcola l’Isee?

L’Isee, cioè l’indicatore della situazione economica equivalente della famiglia, indispensabile per godere della maggior parte dei sussidi e delle agevolazioni, si basa:

  • sull’indicatore della situazione reddituale Isr;
  • sull’indicatore della situazione patrimoniale Isp, che è determinato sommando i diversi tipi di patrimonio, immobiliare e mobiliare, appartenenti ai componenti del nucleo familiare, al netto delle detrazioni e franchigie; l’Isp, ai fini del calcolo dell’Isee, rileva nella misura del 20%.

Bisogna però precisare che, prima di determinare il valore Isee, è necessario determinare il valore Ise, cioè l’indicatore della situazione economica (non equivalente).

Il valore dell’Ise è determinato dalla seguente formula:

  • Ise= Isr + 20% Isp

In pratica, bisogna sommare l’indicatore della situazione reddituale per intero al 20% dell’indicatore della situazione patrimoniale.

Il valore dell’Isee, indicatore della situazione economica equivalente, si calcola successivamente, rapportando l’importo dell’Ise al valore della scala di equivalenza, che si basa sulla composizione del nucleo familiare.

In sostanza, si divide l’Ise per il punteggio della scala di equivalenza: ecco perché più sono i componenti della famiglia, più è basso l’Isee, sino ai limiti massimi di valore della scala di equivalenza.

Come si calcola il reddito nel 730 e nel modello Rpf?

Il reddito complessivo ai fini Irpef [3] si determina:

  • sommando i redditi di ciascuna categoria reddituale;
  • sottraendo le perdite derivanti dall’esercizio di imprese commerciali in contabilità semplificata e quelle derivanti dall’esercizio di arti e professioni.

Il reddito complessivo, nello specifico, è dato dalla sommatoria dei singoli redditi appartenenti ad una delle seguenti categorie:

  • redditi fondiari (dei terreni e dei fabbricati);
  • redditi di capitale;
  • redditi di lavoro dipendente o di pensione;
  • redditi di lavoro autonomo;
  • reddito d’impresa;
  • redditi diversi.

Il reddito imponibile è il reddito che costituisce la base per il calcolo delle imposte, da non confondere col reddito complessivo.

Il reddito imponibile si ottiene sottraendo dal reddito complessivo gli oneri deducibili e la deduzione per l’abitazione principale.

Approfondimenti

Per maggiori approfondimenti, leggi la Guida alla dichiarazione Isee.

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Quanto incide il mutuo su Isee

Posted on : 18-09-2021 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mutuo per l’acquisto dell’abitazione o di un immobile: qual è la rilevanza sulla dichiarazione sostitutiva unica?

La dichiarazione Isee, o dichiarazione sostitutiva unica Dsu, è un documento da tempo indispensabile per ottenere la maggior parte delle agevolazioni e dei sussidi pubblici. Nella dichiarazione, devono essere indicati tutti i redditi e le componenti del patrimonio di ciascun membro del nucleo familiare, al netto di determinate spese o franchigie: tra queste spese e franchigie è anche presente il mutuo per l’acquisto dell’abitazione.

Ma quanto incide il mutuo sull’Isee? Innanzitutto, è bene precisare che a rilevare, nella dichiarazione Isee, non è soltanto il mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale, in quanto rilevano anche eventuali mutui contratti per acquistare altri immobili.

Il patrimonio immobiliare ai fini Isee si calcola sulla base del valore ai fini Imu (anche in caso di esenzione dall’imposta) dei fabbricati, delle aree fabbricabili e dei terreni (anche esteri) intestati ai componenti del nucleo familiare, in qualità di persone fisiche- non imprenditori; il valore ai fini Imu deve essere indicato al netto del mutuo residuo risultante al 31 dicembre del secondo anno precedente la presentazione della dichiarazione Isee [1].

Il mutuo deve essere indicato nel quadro FC3 della dichiarazione Isee.

Il valore della casa di proprietà al netto del mutuo non rileva ai fini del patrimonio immobiliare se risulta inferiore a 52.500 euro (la soglia è incrementata di 2.500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo). La parte che eventualmente eccede questo valore viene considerata in misura pari a 2/3.

Come si calcola il valore di un immobile ai fini Imu?

Il valore dei beni immobili ai fini Imu viene determinato moltiplicando la rendita catastale risultante alla data del 1° gennaio dell’anno d’imposizione, rivalutata del 5%, per i seguenti moltiplicatori:

  • 160: fabbricati classificati nel gruppo catastale A (con esclusione della categoria A/10) e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7;
  • 140: fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5;
  • 80: fabbricati classificati nelle categorie catastali D/5 e A/10;
  • 65: fabbricati classificati nel gruppo catastale D, a eccezione della categoria catastale D/5;
  • 55: fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.

La formula di calcolo risulta dunque:

  • rendita catastale x 1,05 x moltiplicatore = valore ai fini Imu

Posso indicare nella dichiarazione Isee il mutuo per l’acquisto di un immobile in categoria C/1?

In base alle Faq Inps sull’Isee, è possibile indicare nella dichiarazione sostitutiva unica, nel quadro FC3, il debito residuo del mutuo, al 31 dicembre del secondo anno precedente, per l’acquisto di un immobile di categoria C/1, in quanto le istruzioni Isee riportano di “indicare per ciascun immobile” il capitale residuo al 31 dicembre (del 2° anno precedente, in base alle recenti modifiche Isee) contratto per l’acquisto dell’immobile o la costruzione del fabbricato.

Posso indicare il mutuo nell’Isee se sono usufruttuario dell’immobile?

L’usufruttuario al 100% di un immobile, dichiarato nel quadro del patrimonio immobiliare, può portare in detrazione nell’Isee la quota capitale residua del mutuo intestato al 100% al nudo proprietario, che quindi non dichiara l’immobile nel suo patrimonio immobiliare. L’indicazione del mutuo residuo è consentita in quanto il mutuo è legato all’immobile e non alla persona.

Mutuo congelato: cosa dichiarare nell’Isee?

Per i mutui che sono congelati perché non si riescono a pagare le rate, non ci sono limiti relativi all’inserimento nell’Isee della quota capitale residua del mutuo al 31 dicembre del secondo anno precedente. Non bisogna verificare, difatti, se il dichiarante ha pagato il mutuo, ma solo l’importo del debito residuo al 31 dicembre del 2°anno precedente.

Posso dichiarare il mutuo se è intestato solo al comproprietario dell’immobile?

Il debito residuo di capitale preso a mutuo, risultante al 31 dicembre del secondo anno precedente, deve essere portato in detrazione in base alla percentuale di possesso dell’immobile e non in riferimento agli intestatari del mutuo.

Mimmo e Caterina acquistano un immobile in comproprietà (50% cadauno), ma solo Mimmo contrae il mutuo per l’acquisto; il relativo capitale residuo al 31 dicembre del secondo anno precedente può essere portato in detrazione da entrambi i proprietari dell’immobile, nel limite della loro quota di possesso (50%).

Come incide il mutuo sulla dichiarazione Isee?

L’Isee si calcola sulla base dell’indicatore della situazione patrimoniale, dell’indicatore della situazione reddituale e della scala di equivalenza.

L’Isp, indicatore della situazione patrimoniale, si calcola:

  • sommando il valore del patrimonio mobiliare e immobiliare (come osservato, al netto del mutuo residuo risultante al 31 dicembre del secondo anno precedente) di ciascun componente del nucleo familiare;
  • sottraendo le relative franchigie.

L’indicatore della situazione patrimoniale Isp, ai fini del calcolo dell’Isee, rileva nella misura del 20%.

Prima di determinare il valore Isee, è necessario determinare il valore Ise, cioè l’indicatore della situazione economica (non equivalente), che si determina sommando il 20% dell’indicatore della situazione patrimoniale all’indicatore della situazione reddituale.

Bisogna poi rapportare l’Ise al valore della scala di equivalenza per trovare il valore dell’Isee.

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