E-commerce: come si fa e come funziona

Posted on : 17-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Acquistare e vendere su internet è comodo e vantaggioso. Ma come funziona il commercio online e come si fa e-commerce?

Il commercio online, conosciuto anche come e-commerce, è in continua crescita. La concorrenza su internet consente di risparmiare e di acquistare senza spostarsi da casa: basta avere un computer, una carta ricaricabile o un account Paypal ed il gioco è fatto. In pochi click portiamo a casa vestiti, accessori moda, prodotti tecnologici a prezzi convenienti.
Nonostante acquistare e vendere online possa risultare semplice, per fare e-commerce è necessario rispettare diverse leggi che tutelano il consumatore ed il venditore. Ad esempio è obbligatorio informare l’acquirente, consentire di restituire il prodotto ed ottenere il rimborso, dare la possibilità di contattare il venditore per qualsiasi dubbio. La vendita su internet è aperta a tutti, sia commercianti che privati, ma una serie di regole disciplinano la compravendita di alcuni prodotti per evitare frodi fiscali oppure operazioni rischiose. C’è chi vende un oggetto usato e chi commercializza prodotti fatti a mano, ma in tutti i casi è bene conoscere le norme che disciplinano il commercio online.
Ma come si fa e come funziona l’e-commerce? Vediamo insieme gli aspetti più importanti del mercato online.

Come si fa e-commerce?

Un negozio, un’impresa, un libero professionista possono proporre i loro prodotti anche su internet: questo tipo di attività prende il nome di e-commerce, o commercio online, che consiste nella vendita di beni (materiali o immateriali) e servizi di diverso genere.
Per fare e-commerce non è necessaria alcuna autorizzazione [1], però esistono alcuni settori in cui la vendita di beni e servizi su internet può essere soggetta al consenso di alcune autorità. Un esempio sono le attività bancarie, di trading, quelle editoriali, ed esistono casi in cui il giudice può limitare o vietare la vendita per questioni di pubblica sicurezza, difesa nazionale oppure ordine pubblico.

L’e-commerce può essere fatto sia per vendere prodotti al dettaglio, sia per proporre l’acquisto di beni all’ingrosso, ed anche in questo caso non sono necessari adempimenti burocratici. Ovviamente bisogna essere già imprenditori, possedere una partita IVA e, se liberi professionisti, essere iscritti ad un albo.
I prodotti distribuiti con il commercio online si dividono in due categorie:

1) beni materiali. Sono tutti quegli oggetti che saranno spediti al cliente dopo aver ordinato il prodotto. La transazione può avvenire online, mediante bonifico bancario o in contrassegno, ma per la consegna del bene è necessaria l’intermediazione di un corriere espresso;

2) beni immateriali. Un esempio sono i software per PC, le app, l’acquisto dei biglietti per i servizi di trasporto, i libri digitali, i brani musicali, i film e tutto ciò che può essere visualizzato su supporto digitale. Il cliente paga il prodotto e può usufruirne immediatamente tramite download o con codici di accesso. Tra i servizi rientrano anche le consulenze professionali: un avvocato può fornire supporto tramite web, ma non può assistere il cliente in sede processuale servendosi dell’interazione di un computer [2].

Quali sono i vantaggi del commercio elettronico?

I pro ed i contro dell’e-commerce riguardano sia l’imprenditore che i clienti.
Le imprese possono:

  1. – risparmiare sui costi di gestione tipici di un negozio (affitto di un magazzino, assunzione di commessi, consumo di energia elettrica),
  2. – avere più clienti, magari sparsi in tutti il mondo,
  3. – sfruttare la pubblicità fatta dagli stessi clienti sui social network (i cosiddetti feedback).

I consumatori, invece:

  1. – possono comprare in ogni momento (anche di notte) ed in qualsiasi luogo,
  2. – risparmiano sul prezzo di ciascun bene, non gravato dalle spese supportate dall’impresa,
  3. – possono visionare i prodotti in tranquillità, scegliendo come e quando comprare,
  4. – sono maggiormente tutelati se pagano con sistemi come Paypal, che permette di aprire controversie con il venditore per ottenere il rimborso.

Come si utilizza l’e-commerce?

La compravendita di prodotti online può avvantaggiare sia professionisti, sia imprese e consumatori. Un’azienda può sfruttare l’e-commerce per trovare fornitori, anche stranieri, e usufruire dei sistemi di logistica per ottimizzare i tempi di consegna. L’e-commerce tra professionisti assume il nome di business to business, o B2B e coinvolge una stretta cerchia di persone in grado di sostenere transazioni economiche medio alte. Si parla di compravendite nell’ordine di migliaia di euro, e alla base vengono stipulati contratti particolari per tutelare acquirenti e fornitori. Come i contratti di licenza d’uso di un marchio o i contratti di franchising, quelli di affiliazione e, da ultimo, i contratti di logistica.

Il consumatore usa internet per diversi scopi, ed attraverso la navigazione esprime preferenze per specifici ambiti. Può essere interessato al settore dell’abbigliameno o a quello della tecnologia (si informa su siti specifici, mette “mi piace” ai post) e con le preferenze offre un aiuto per incanalare la pubblicità promossa dall’imprenditore. Attraverso una serie di algoritmi presenti su internet le pubblicità visualizzate sui vari siti corrisponderanno agli interessi del consumatore che sarà invogliato a visitare un negozio online per acquistare i prodotti. L’e-commerce tra imprenditori e consumatori assume il nome di business to consumer, o B2C ed ha le caratteristiche di essere:

  1. – diretto, il consumatore interagisce direttamente con l’azienda;
  2. – versatile, i metodi di pagamento sono diversi e strutturati a seconda delle esigenze dei clienti;
  3. – efficace, il cliente ottiene ciò che desidera in poco tempo.

L’e-commerce può avvenire anche:

  1. – tra consumatori (consumer to consumer, o C2C) che utilizzano una piattaforma per proporre oggetti in disuso o prodotti fatti a mano. La compravendita è disciplinata dalle regole previste dai gestori del portale;
  2. – tra consumatori e imprese (consumer to business, o C2B). È l’esempio delle aste su Ebay promosse da alcune aziende;
  3. – tra pubblica amministrazione ed aziende o cittadini, che hanno la possibilità di interagire con l’ente per il disbrigo di alcune pratiche burocratiche (pagamento di imposte, di diritti di segreteria, per visure catastali e camerali, ecc).

Quali sono le norme che regolano l’e-commerce?

Nonostante il commercio online sia in continua evoluzione, le leggi che disciplinano l’e-commerce sono pochissime ed è necessario fare spesso riferimento alle norme del codice civile. Il Codice del Consumo prevede i contratti a distanza [3] ed un decreto specifico promuove la libera circolazione dei beni nel commercio elettronico [4]. Esistono norme che regolamentano l’uso della moneta elettronica [5], la validità della PEC come raccomandata [6], mentre per il regime fiscale trovano applicazione le regole in tema di IVA e dichiarazione di redditi diversi (per chi vende occasionalmente prodotti su internet). La legislazione fiscale applicata varia a seconda della sede legale dichiarata dell’azienda.

Dal commercio elettronico sono escluse alcune attività, tra cui:

  1. – la compravendita di beni immobili, ad esclusione delle locazioni (un esempio sono gli affitti di case vacanza su AirBnB),
  2. – le attività che richiedono l’intervento di organi giurisdizionali o pubblici ufficiali (notai),
  3. – i giochi d’azzardo, le scommesse sportive ed i giochi di fortuna, disciplinati da normative specifiche.

Come sono i contratti di e-commerce?

Quando si acquista online la transazione è efficace, proprio come avviene quando si va al negozio. Sul sito dove si compra online è possibile prendere visione delle condizioni generali di vendita o dei “Termini e Condizioni” che si trovano spesso nella sezione dedicata alle informazioni sull’azienda. Il venditore deve fare in modo che l’utente possa accedere facilmente a questi dati, anche adottando il sistema del “point & click”, ossia rendendo valida la transazione solo qualora il consumatore abbia accettato (con spunta) i termini e le condizioni. Il “point & click” è considerato come accettazione dell’offerta, un po’ come la firma che viene apposta alla stipula di un contratto.

Chi fa e-commerce deve attenersi agli obblighi di informazione necessari per:

  1. – identificare l’azienda che vende, o il professionista che propone i suoi servizi,
  2. – contattare i responsabili per la risoluzione di qualsiasi dubbio,
  3. – conoscere le modalità di reso e di rimborso,
  4. – utilizzare secondo legge i servizi concessi in licenza.

Se non si rispettano gli obblighi di informazione si è passibili di una sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10 mila euro.

Ulteriori obblighi riguardano:

  • – le caratteristiche fisiche o tecniche del bene o del servizio,
  • – il prezzo del prodotto già compreso d’IVA,
  • – il costo della spedizione a carico dell’acquirente,
  • – modalità di acquisto e di pagamento,
  • – eventuali codici di condotta,
  • – modalità per presentare reclami.

Proprio per i reclami, tutti i siti di e-commerce devono indicare la via da seguire in caso di controversie tra venditore e compratore. Per le controversie che sorgono tra imprenditori e consumatori residenti in Stati diversi, esiste una piattaforma europea che ne facilita la risoluzione.

La conclusione della vendita su un sito e-commerce avviene in questo modo:

1) il negozio online propone la vendita di beni o servizi, descrivendo le caratteristiche dei prodotti, il relativo prezzo, costi di spedizione e modalità di pagamento;

2) l’utente interessato visita il negozio e prende visione dei prodotti offerti, inserendoli in una lista virtuale (la lista dei desideri o, in alternativa, il carrello);

3) al momento del pagamento all’utente viene chiesto di identificarsi, anche mediante registrazione sul sito. Egli deve inserire dati anagrafici e dati relativi al sistema di pagamento scelto e prima di procedere con l’acquisto viene invitato ad accettare i “termini e le condizioni” del venditore (point & click);

4) per concludere la transazione il cliente dovrà cliccare un pulsante che, in maniera inequivocabile, deve riguardare il pagamento finale (sul pulsane può esserci scritto “paga adesso” o “effettua il pagamento”);

5) il venditore avviserà l’utente per e-mail, sms o notifica quando l’ordine sarà spedito, informandolo eventualmente sul nome dell’azienda che effettuerà le consegne.

Esistono altre due modalità con cui il contratto telematico si considera concluso: mediante accettazione del venditore (è il caso delle aste su Ebay) oppure attraverso lo scambio di e-mail. se si opta per le e-mail, il contratto si considera concluso quando chi fa una proposta (di vendita o di acquisto) ha conoscenza dell’accettazione della controparte.
A prescindere dalla modalità con cui avviene la compravendita, il venditore deve inoltrare al compratore una “ricevuta dell’ordine”, ossia un documento che contiene il numero di prodotti acquistati, il tipo di pagamento e le condizioni contrattuali adottate, informazioni sul recesso ed i costi di consegna.

Come si fa la pubblicità dell’e-commerce?

Per pubblicità si intendono le comunicazioni a carattere commerciale, quindi le offerte promosse dal negozio online. Secondo la legge [7], quando si fa pubblicità è necessario specificare che si tratta di una comunicazione commerciale, indicando la persona fisica o la società per cui si effettua tale comunicazione. Ciò avviene quando si inoltrano e-mail o si utilizzano blog di utenti terzi come vetrina pubblicitaria. Inoltre, per inviare messaggi promozionali a cadenza regolare è obbligatorio che il destinatario abbia prestato il consenso al trattamento dei dati personali per finalità promozionali. Per cui se Tizio vuole pubblicizzare il proprio negozio online attraverso e-mail o comprando spazi pubblicitari su internet, deve attenersi a queste disposizioni per non incorrere in sanzioni pecuniarie.

I consumatori possono invece utilizzare i c.d. “registri negativi”, di cui ogni Stato dell’UE deve dotarsi per consentire agli interessati di potersi iscrivere ed esprimere l’intenzione di non voler ricevere comunicazioni di carattere commerciale.
Il professionista che fa consulenze telematiche, può fare pubblicità attenendosi alle regole di deontologia professionale, svolgendo la propria attività in maniera trasparente e leale.

Come funziona l’e-commerce sui siti stranieri?

Internet consente di acquistare prodotti anche da negozi non italiani, che magari si trovano a migliaia di chilometri da casa. I problemi che possono sorgere in questo caso riguardano le leggi da applicare per rendere valida la transazione economica e riconoscere ai clienti tutti quei diritti appena elencati (informazione, recesso, rimborso, ecc).
La disciplina che si applica fa riferimento al diritto internazionale privato che ciascuno Stato prevede all’interno del proprio ordinamento.
Per conoscere le leggi applicate è importante capire la nazionalità del negozio online su cui si effettua l’acquisto: spesso quest’ultima si desume dai suffissi che seguono il dominio (ossia il nome del sito: .com, .uk, .it) ma non sempre è possibile evincere chiaramente lo Stato dove ha sede l’e-commerce. Sicuramente, per stabilire quali norme applicare, la legge [8] individua come sede quella in cui l’azienda svolge attività economica, quindi eventualmente la sede legale. Un buon modo per conoscere lo Stato di appartenenza potrebbe essere quello indicato nella sezione “termini e condizioni”, all’interno del quale il venditore dovrà indicare la sede dell’attività ed il foro competente per eventuali controversie.

Quali sono i metodi di pagamento utilizzati dagli e-commerce?

L’acquisto dei prodotti online può avvenire in diversi modi. I più tradizionali sono l’utilizzo della carta di credito (o di una carta prepagata) e le transazioni effettuate con Paypal. In entrambi i casi il pagamento è immediato, ma per concludere l’acquisto l’utente dovrà rilasciare alcuni dati in riferimento alla titolarità della carta o dell’account Paypal. Queste procedure avvengono, nella maggior parte dei casi, servendosi di sistemi criptati che impediscono il furto dei dati bancari e l’utilizzo improprio delle carte di credito clonate.
I metodi di pagamento indiretti, che avvengono senza l’ausilio di internet si chiamano off-line: è l’esempio del cotrassegno, del bonifico bancario o postale, oppure dell’accredito su carte prepagate. Le credenziali bancarie e postali vengono comunicate dal venditore per telefono, e-mail o sms e nella maggior parte dei casi sono utilizzati per transazioni di un certo tenore e per disincentivare truffe di vario genere.

In entrambi i casi il livello di sicurezza è garantito, perché i pagamenti avvengono previo inserimento di password (conosciute solo dall’acquirente) o servendosi dei soli dati utili per l’accredito della somma di denaro. Chi paga con Paypal riceve una comunicazione e-mail che avvisa dell’avvenuto pagamento indicando importo e nome dell’azienda che ha beneficiato della transazione.

Come si stipula un contratto

Posted on : 17-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Di tutto un pò!, feed

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Quando si stipula un contratto è obbligatorio seguire alcune regole precise, definite tassativamente per legge. In questo articolo vi spiegheremo come redigere correttamente un contratto.

Hai un appartamento vuoto e vuoi affittarlo o vuoi assumere qualcuno all’interno della tua azienda? Per poter eseguire tali operazioni è sempre necessario stipulare un contratto, rispettivamente di locazione e di lavoro. Spesso ci si trova nella situazione di dover redigere e sottoscrivere un contratto, ma non sempre si conoscono le norme che regolano questo negozio giuridico, in quale forma deve essere redatto e, soprattutto, quali elementi deve contenere per essere valido. Non tutti possiedono una competenza legale che permette di stipulare un contratto conforme alle norme giuridiche.

Per evitare che il tuo appartamento venga distrutto e poi non riparato o che il tuo nuovo dipendente ti faccia causa per aver omesso condizioni contrattuali obbligatorie, è necessario capire come si stipula un contratto. Le regole generali per la stipula del contratto sono elencate all’interno del codice civile [1] e sono una guida utile se ti trovi nella condizione di dover redigere un negozio giuridico. Il contratto è un accordo stipulato da una o più parti che ha lo scopo di costituire, regolare o estinguere tra loro un determinato rapporto giuridico di natura patrimoniale [2]. Ma procediamo con ordine e vediamo nel dettaglio come si stipula un contratto.

Stipula di un contratto: quali sono i requisiti essenziali?

Per stipulare qualsiasi tipo di negozio giuridico il codice civile stabilisce delle regole generali da seguire in ogni occasione; queste regole sono obbligatorie e, se non vengono rispettate, possono determinare la nullità [3] o l’annullabilità del contratto.

Innanzitutto, il codice civile individua quattro requisiti fondamentali del contratto[4]:

  1. l’accordo delle parti;
  2. la causa;
  3. l’oggetto;
  4. la forma, quando è prescritta dalla legge.

Primo elemento essenziale, senza il quale non si potrebbe neanche parlare di contratto, è l’accordo delle parti. L’accordo può essere definito come la convergenza delle volontà dei contraenti. Ad esempio, Tizio vuole vendere i suoi mobili al prezzo di duemila euro e Caio accetta tale proposta: entrambe le parti (Tizio e Caio) vogliono la stessa cosa.

Il secondo requisito che individua la legge è la causa del contratto: si tratta della funzione economico-sociale svolta dal contratto. In altre parole, la causa individua lo scopo, il perché del contratto, l’interesse pratico che esso è chiamato a soddisfare. Nel nostro esempio del contratto di compravendita, la causa è rappresentata dallo scambio dei mobili dietro il pagamento di duemila euro.

L’oggetto del contratto può essere inteso in due modi diversi: come il bene oggetto dell’operazione economica (ad esempio, i mobili di cui abbiamo parlato), oppure come contenuto del contratto. In quest’ultima accezione, l’oggetto si identifica con la regolamentazione voluta dalle parti, cioè con le clausole, il prezzo, ecc.

La forma è il modo in cui il contratto si mostra esteriormente, cioè il mezzo (atto pubblico, scrittura privata, ecc.) attraverso il quale le parti manifestano la propria volontà. Per il contratto di compravendita la legge prescrive che la forma sia libera, quindi è possibile che il negozio giuridico si concluda anche senza sottoscrivere nessun contratto scritto. Nel caso invece di contratto di locazione, la legge prescrive obbligatoriamente la forma scritta, tranne in alcuni casi specifici [5].

Cosa sono la proposta e l’accettazione?

Dopo aver individuato quali sono gli elementi essenziali del contratto è necessario comprendere in quale momento si conclude il negozio giuridico. La legge individua due momenti specifici: la proposta e l’accettazione. Nel codice civile viene specificato che il «contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte» [6]. La suddetta norma stabilisce altresì che la proposta e la dichiarazione si presumono conosciute quando sono state ricevute dal destinatario presso il suo indirizzo, la sua residenza o il suo domicilio.

Come ha sancito una recente sentenza della Corte di Cassazione, il mittente deve provare l’avvenuto recapito della proposta all’indirizzo del destinatario, tramite una ricevuta di ritorno del servizio postale [7].

Secondo il codice civile, nella proposta devono essere inseriti gli elementi essenziali del contratto (oggetto, accordo tra le parti, causa e forma se prevista per legge). In particolare, l’oggetto deve essere:

  • lecito, cioè non contrario a norme imperative, all’ordine pubblico e al buon costume;
  • determinato o determinabile: deve essere cioè specificata la quantità e la qualità (es. un auricolare con dispositivo bluetooth);
  • deve essere possibile o può venire ad esistere (ad es. vendita di un’abitazione che deve essere ancora costruita).

Ritornando ai requisiti che deve possedere una proposta, è necessario che sia indicato non solo il bene (es. mobili) oggetto di compravendita ma anche il suo prezzo.

Come si formula la proposta?

La proposta può essere rivolta ad una o più persone, ma anche a gruppi o addirittura al pubblico (es. proposta di vendita di auricolari bluetooth su un sito di e-commerce). La proposta può essere orale o, nel caso di specifici contratti, deve essere formulata per iscritto (es. compravendita immobiliare), altrimenti si considera nulla.

La proposta può essere revocata da colui che l’ha fatta, senza addurre nessun motivo o giustificazione, solo fino a quando il contratto non si è concluso, cioè fino a quando il proponente non abbia avuto conoscenza dell’accettazione. Se, però, il destinatario ha già intrapreso in buona fede l’esecuzione del contratto, il proponente è obbligato a risarcirlo delle spese affrontate o degli eventuali danni subiti. Nel caso specifico di vendita degli auricolari, se il destinatario ha già spedito l’oggetto e il proponente revoca il contratto, questi deve pagare le spese sostenute per la spedizione.

Nel codice civile [8] si precisa che la proposta è irrevocabile «se il proponente si è obbligato a mantenere tale proposta per un certo tempo». La revoca è nulla quando in un accordo delle parti è stato convenuto che una parte deve restare vincolata alla propria dichiarazione per un certo periodo di tempo, mentre l’altra può decidere se accettare o meno [9].

Come si accetta la proposta?

Dopo aver analizzato i requisiti che deve possedere una proposta, passiamo all’analisi dei profili giuridici dell’accettazione, che può essere realizzata in qualsiasi forma se non è previsto diversamente dalla legge (forma scritta ad substantiam). Il termine per l’accettazione non è illimitato, ma solitamente viene indicato dal proponente all’interno del contratto o durante le trattative. È opportuno ribadire che il contratto si conclude quando il destinatario ha ricevuto e approvato la proposta, dandone comunicazione al proponente.

L’accettazione deve essere obbligatoriamente conforme alla proposta: ad esempio, se una parte propone di vendere uno smartphone con custodia al prezzo di 250 euro, non è possibile che l’altra parte dichiari di volere solo lo smartphone ad un prezzo di 230 euro. Se si palesa questa situazione il contratto non si ritiene concluso. La dottrina ha inoltre specificato che il silenzio vale come accettazione della proposta solo se si è in presenza di particolari circostanze oggettive e soggettive che inducano a credere che quella sia la volontà del destinatario.

Cosa sono le trattative?

È risaputo che prima di firmare qualsiasi tipo di contratto intercorrono tra le parti lunghe ed estenuanti trattative che hanno lo scopo di determinare il contenuto dell’accordo. Si pensi ad esempio ad un contratto di compravendita immobiliare: Tizio ha appena visionato un appartamento e chiede al venditore il prezzo della casa; Caio indica come costo complessivo della casa 150mila euro, ma esclude che nel contratto sia compreso il garage annesso all’abitazione. Tizio, invece, è disposto a pagare quella cifra solo se il garage verrà inserito nella compravendita. Ecco, in questo preciso istante iniziano le trattative per stabilire cosa prevedere nel futuro contratto. Le trattative si svolgono in un momento antecedente alla stipula del contratto e possono intercorrere tra le parti o coinvolgendo anche altri soggetti (mediatore, agente immobiliare nel caso di compravendita) che agiscono in qualità di rappresentante di una delle parti [10].

Cosa sono le indagini sul contraente?

L’accordo tra le parti si raggiunge attraverso uno scambio di dichiarazioni e può essere:

  • immediato: si pensi ai cosiddetti contratti di adesione (contratti che prevedono la sottoscrizione di moduli o formulari come quelli dei servizi di fornitura di energia elettrica);
  • a seguito di trattative intercorse tra le parti o dopo la stesura di un contratto preliminare.

Durante le trattative le parti possono condurre qualsiasi tipo di indagine nei confronti della controparte (situazione economica, affidabilità, settori in cui opera, ecc.). Questo tipo di indagini ispettive sono molto importanti per poter valutare se sia opportuno, sicuro e conveniente stipulare un contratto con una determinata controparte. Le indagini preventive vengono utilizzate dalle società quando si devono stipulare contratti di particolare rilevanza, ma anche il semplice venditore può raccogliere informazioni riguardanti la controparte per non rischiare di ritrovarsi in situazioni di insolvenza o inadempimento.

È logico che le indagini svolte in via preliminare devono rispettare la privacy e la riservatezza della controparte. Le parti possono svolgere le loro trattative sia oralmente che in forma scritta. Solitamente, durante questa fase, si fa ricorso alla minuta del contratto, un documento provvisorio che ha lo scopo di documentare l’intesa raggiunta su alcuni punti [11].

Quando si concludono le trattative?

Le trattative possono durare giorni, mesi o anni e, al termine di queste, si può decidere di stipulare immediatamente un contratto definitivo o in alternativa redigere un contratto preliminare. In alcuni casi è possibile anche stabilire che una parte versi una caparra all’altra, ma non è sempre necessario inserire questa clausola accessoria. Se le parti non hanno trovato nessuna intesa durante la fase delle trattative, non si procede alla stipula del contratto e si possono ricominciare le contrattazioni.

Durante le trattative le parti devono comportarsi secondo buona fede. Nel caso in cui una parte receda dalle trattative senza un giustificato motivo, quando «queste sono giunte ad uno stadio tale da creare il legittimo affidamento della controparte sulla futura conclusione del contratto» [12] inducendola a sostenere delle spese o a rinunciare ad offerte più convenienti, la controparte incorre in responsabilità precontrattuale.

La responsabilità precontrattuale si configura, ad esempio, quando durante le trattative per la compravendita di un appartamento, il venditore interrompe bruscamente tali contrattazioni in presenza di un acquirente che ha offerto una cifra più elevata e non ha comunicato alla controparte che si stavano svolgendo trattative parallele.

Cos’è la responsabilità precontrattuale?

Come abbiamo visto, se si recede dalle trattative senza giustificato motivo è prevista una responsabilità precontrattuale che obbliga la controparte al risarcimento del danno. La legge dice che, se durante le contrattazioni si viola il principio di buona fede, cioè quel principio generale che obbliga le parti a comportarsi secondo lealtà e correttezza, si palesa la responsabilità precontrattuale per la parte inadempiente, con conseguente obbligo di risarcimento del danno alla controparte [13].

Ad esempio, se durante la formazione del contratto di compravendita di un terreno edificabile, una parte non comunica alla controparte che è stato previsto un progetto di variante al piano regolatore che prevede il cambiamento della destinazione d’uso di quello specifico appezzamento di terreno, in questo caso si è verificata una violazione al principio di buona fede e si configurerà una responsabilità precontrattuale.

Cosa succede se si viola la buona fede?

Come anticipato, la legge impone a coloro che sono in trattative di comportarsi lealmente, secondo correttezza, senza ingannare l’altra parte. Le trattative possono essere definite come il contatto sociale instaurato tra le parti interessate alla conclusione di un contratto. Le persone che si siedono allo stesso tavolo per discutere di un futuro contratto (ad esempio, della vendita di una vettura, della costruzione di una casa, ecc.), pur non avendo assunto ancora un impegno giuridico vincolante a tutti gli effetti, devono comunque comportarsi in una determinata maniera. La violazione di questo obbligo comporta il sorgere, appunto, di responsabilità precontrattuale e, quindi, l’obbligo di risarcire il danno.

Nel caso in cui si sia configurata un’ipotesi di responsabilità precontrattuale, si può ottenere un risarcimento del danno tramite il ricorso ad un’azione giudiziale che mira a dimostrare la violazione del principio di buona fede. Il problema, però, è capire quale sia la natura giuridica della responsabilità precontrattuale. Com’è noto, infatti, il codice civile prevede solamente due forme di responsabilità:

  • contrattuale, che sorge a seguito della valida formazione di un contratto;
  • extracontrattuale che, al contrario, non presuppone alcun vincolo giuridico tra le parti ma il semplice fatto di aver commesso un illecito. Caso emblematico di responsabilità extracontrattuale è il sinistro stradale.

Dove collocare la responsabilità precontrattuale? A rigore, un contratto tra le parti non è stato ancora stipulato, quindi non si potrebbe parlare di responsabilità contrattuale. Allo stesso modo, però, le parti non sono completamente estranee tra loro, in quanto durante le trattative hanno cominciato ad intessere un legame che potrà sfociare in un vincolo giuridico vero e proprio.

Collocare la responsabilità precontrattuale nell’una o nell’altra fattispecie di responsabilità non è cosa priva di conseguenze: si pensi solamente che la responsabilità contrattuale si prescrive in dieci anni mentre quella extracontrattuale in cinque.

La giurisprudenza prevalente ha accolto la tesi della responsabilità extracontrattuale [14]. Di conseguenza, il diritto al risarcimento del danno si prescrive entro cinque anni e l’entità di tale risarcimento comprende tanto il danno emergente (spese sostenute in relazione alle trattative sostenute) quanto il lucro cessante (quantificazione dei vantaggi che la parte danneggiata avrebbe potuto conseguire).

Ad esempio, se Tizio, residente a Roma, ha dovuto svolgere le trattative a Milano con Caio e questi ha violato il principio di buona fede, Caio dovrà risarcire a Tizio le spese sostenute per il viaggio. Inoltre Caio dovrà risarcire Tizio per il mancato guadagno visto che non ha potuto vendere la sua merce a Sempronio che gli aveva fatto un’altra offerta più vantaggiosa.

Procura nulla: conseguenze per l’avvocato

Posted on : 17-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il mandato processuale è inesistente o nullo, la sentenza che chiude la causa addossa al legale difensore, privo della procura, il pagamento delle spese legali della controparte.

Se l’avvocato sbaglia la causa, a perdere è comunque il cliente; tant’è che è questi a pagare all’avversario le spese processuali. Ma se l’errore dell’avvocato riguarda la procura, sicché questa deve ritenersi nulla o inesistente, allora le spese legali conseguenti alla sentenza di condanna ricadono sul difensore. Questo perché tra questi e il suo cliente non vi è alcun valido rapporto di rappresentanza. È questo l’importante chiarimento fornito dalla Cassazione con una ordinanza pubblicata ieri [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo, in caso di procura nulla, quali sono le conseguenze per l’avvocato.

Il caso tipico di procura inesistente è quella priva della firma autografa del cliente. Non conta il fatto che l’assistito sia generalizzato e ben individuato nell’atto: se si è dimenticato di sottoscrivere il mandato processuale, l’atto di citazione – pur valido – non esplica effetti nei confronti della parte ma solo dell’avvocato. La Cassazione ha detto a riguardo che: se la parte non sottoscrive la procura, essa è inesistente o affetta da nullità insanabile e rilevabile d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del procedimento. Tale vizio però non determina l’inesistenza dell’atto di citazione che quindi conserva l’idoneità a introdurre il processo e ad attivare il potere-dovere del giudice di decidere [2]. Ad esempio è nulla la procura conferita da una società di cui non è indicato né nella procura né nell’atto di citazione cui essa accede l’organo titolare del potere di rappresentanza o il nome della persona fisica titolare del relativo ufficio, la cui sottoscrizione sia illeggibile.

Un altro caso di procura inesistente è quando la parte che l’ha firmata muore poco prima del giorno della notifica dell’atto di citazione o del deposito in tribunale della comparsa di risposta. In tal caso, infatti, è venuto meno il rapporto che giustificava il potere dell’avvocato. Anche in questa ipotesi, se il giudice condanna alle spese processuali la parte, in realtà a dover pagare è l’avvocato.

Già le Sezioni Unite della Cassazione [3] avevano affermato che se la procura manca o è inesistente, l’attività processuale compiuta dall’avvocato non ha effetto sulla parte ed è fonte di responsabilità per l’avvocato, anche per il pagamento delle spese processuali. Tale vizio  non può essere sanato mediante rilascio di una nuova procura.

Anche questa volta la Suprema Corte ha ritenuto di dare continuità all’interpretazione tradizionale. Per cui, se il difensore non è munito di effettiva procura, l’attività processuale posta in essere non produce alcun effetto sulla parte; l’avvocato se ne assume l’esclusiva responsabilità, per cui può essere legittimamente condannato al pagamento delle spese di lite.

«In materia di spese processuali – si legge nella sentenza – in caso di azione o impugnazione promossa dal difensore senza effettivo conferimento della procura da parte di colui per cui dichiara di agire in giudizio, l’attività del difensore medesimo non riverbera alcun effetto sulla parte e resta attività processuale di cui il legale assume esclusivamente la responsabilità; con la conseguenza che è ammissibile la sua condanna alle spese di giudizio. Diversamente accade, invece, in caso di invalidità o sopravvenuta inefficacia della procura, non essendo qui ammissibile la condanna del difensore al pagamento delle predette spese, in quanto l’attività processuale è provvisoriamente efficace e la procura, benché nulla o invalida, è tuttavia idonea a determinare l’instaurazione di un rapporto processuale con la parte rappresentata, che assume la veste di potenziale destinataria delle situazioni derivanti dal processo».

In ogni caso, se il giudice rileva l’omesso deposito della procura invita la parte a produrre l’atto mancante. Tale invito può essere fatto in qualsiasi momento, anche in sede di appello, e solo se infruttuoso il giudice deve dichiarare invalida la costituzione della parte in giudizio [4].

Secondo il tribunale di Modena [5], è sempre concesso sanare retroattivamente l’irregolare costituzione per assenza di procura: infatti la parte può sempre produrre il mandato processuale in originale anche nel corso del giudizio. In tal caso l’eccezione di inesistenza o nullità della citazione per mancanza della procura alle liti va respinta.

Come chiedere la sostituzione del giudice

Posted on : 17-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In quali casi e come è possibile chiedere la sostituzione del giudice (tecnicamente definita ricusazione) nel corso di un processo civile

Se ci si chiede come chiedere la sostituzione del giudice nel corso di un processo civile, occorre dire che la ricusazione (termine tecnico corretto) può essere chiesta dalle parti del processo solo in determinati casi e che questa possibilità è stata prevista con lo scopo fondamentale di assicurare l’imparzialità del giudice.

Quando si può chiedere la sostituzione (ricusazione) del giudice civile?

Per comprendere come chiedere la sostituzione del giudice è essenziale analizzare innanzitutto quando è possibile farlo.

La legge [1] a questo riguardo chiarisce che ciascuna delle parti (cioè sia chi abbia avviato la causa, sia chi sia stato chiamato in causa) può proporre la ricusazione (che è il termine tecnico utilizzato dalla legge per indicare la procedura necessaria per poter sostituire il giudice) soltanto in quei casi che la legge stessa stabilisce.

Nel dettaglio, i casi in cui il cittadino può chiedere la sostituzione del giudice sono i seguenti:

  • quando il giudice ha un proprio interesse nella causa che deve decidere oppure in un’altra causa che sia fondata sulla stessa questione di diritto;
  • quando il giudice o la moglie del giudice sia parente fino al quarto grado oppure sia convivente o abbia frequentazioni abituali con una delle parti in causa o con alcuno degli avvocati difensori;
  • quando il giudice o la moglie del giudice ha una causa in corso oppure rapporti di grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o con alcuno degli avvocati difensori delle parti;
  • quando il giudice ha dato consiglio o prestato patrocinio nella stessa causa che deve decidere, oppure se nel corso della causa ha deposto in qualità di testimone, oppure se, in qualità di magistrato, ha trattato la causa in un altro grado del processo (ad esempio in primo grado davanti al tribunale o al giudice di pace), oppure se se ne è interessato in qualità di arbitro (cioè di giudice privato designato dalle parti), oppure se nella stessa causa ha prestato assistenza come consulente tecnico;
  • quando il giudice sia tutore, curatore, amministratore di sostegno, procuratore, agente o datore di lavoro di una delle parti in causa; oppure se è amministratore o gerente di un ente, di un’associazione anche non riconosciuta, di un comitato, di una società o stabilimento che abbia un interesse nella causa.

Il giudice può essere sostituito nel processo civile se è dubbia la sua imparzialità

Come si può chiedere la sostituzione (ricusazione) del giudice civile?

Nei soli casi indicati nel precedente capitolo è dunque consentito al cittadino, che sia una delle parti del processo, di poter chiedere la sostituzione (ricusazione) del giudice chiamato a decidere la causa.

Ma come si propone in pratica la richiesta di ricusazione?

Per chiedere la sostituzione del giudice occorre [2] proporre un ricorso per la sua ricusazione.

Questo ricorso può essere sottoscritto dal cittadino o dal suo difensore e deve essere depositato nella cancelleria dello stesso giudice di cui si chiede la ricusazione entro il termine di due giorni prima dell’udienza, se al cittadino sono noti i nomi dei giudici chiamati a trattare o decidere la causa, oppure, se il cittadino non dovesse conoscere i nomi dei giudici, prima dell’inizio della fase del processo in cui la causa viene trattata nel merito o prima della discussione della causa stessa.

Naturalmente il ricorso dovrà contenere:

– i motivi specifici che chiariscano perché si chiede la sostituzione del giudice (cioè la ricusazione)

– e le prove che si portano a sostegno della richiesta.

Se il ricorso è presentato oltre il termine indicato oppure senza la forma prevista (cioè la forma del ricorso), esso è inammissibile (cioè viene respinto e non viene nemmeno esaminato nel merito).

Occorre sottolineare che nel caso in cui la causa debba essere decisa non da un giudice singolo, ma da un collegio di giudici (come avviene ad esempio nelle cause davanti alle sezioni specializzate agrarie o nelle cause di impugnazione delle delibere delle assemblee o dei consigli di amministrazione delle società o in molte cause connesse alle procedure fallimentari ecc.) il ricorso per chiedere la  ricusazione potrà anche essere rivolto a tutto il collegio, ma i motivi del ricorso e le prove indicate dovranno riferirsi specificamente ad ogni singolo giudice che compone il collegio [3].

Questo in pratica significa che se, ad esempio, il cittadino chiede la sostituzione dei membri di un intero collegio perché contesta l’esistenza di una grave inimicizia tra sé ed i membri del collegio medesimo,  allora dovrà dimostrare con prove specifiche che questa inimicizia esiste nei confronti di ogni singolo giudice che si intende ricusare e di cui chiede, quindi, la sostituzione.

Il ricorso per ricusazione viene deciso dal presidente del tribunale, se viene ricusato un giudice di pace, oppure dal collegio se viene ricusato uno dei componenti del tribunale o della corte d’appello [4].

La decisione sulla richiesta di ricusazione è presa con ordinanza e non è impugnabile (cioè non può essere contestata da chi l’ha proposta); essa viene presa dopo aver ascoltato il giudice ricusato (cioè il giudice che si chiede di sostituire) e dopo aver assunto, se occorre, le prove offerte da chi ha proposto il ricorso per ricusazione.

Infine: se viene accolto il ricorso per ricusazione, nel provvedimento che accoglie la richiesta del cittadino [5] sarà anche designato il giudice che dovrà sostituire quello ricusato; l’ordinanza viene comunicata alle parti del processo che dovranno poi provvedere a riavviare il processo entro il termine di sei mesi dalla comunicazione (infatti il ricorso proposto per ricusare un giudice, se è stato presentato nel termine previsto, con le forme previste e non sia visibilmente del tutto infondato, ha l’effetto di sospendere il processo in corso che, quindi, dovrà poi essere riavviato a cura delle parti).

Se, invece, il ricorso per chiedere la sostituzione del giudice viene dichiarato inammissibile oppure viene respinto nel merito, il giudice che l’ha dichiarato inammissibile o l’ha rigettato provvederà anche sulle spese di questa fase e potrà anche condannare la parte che ha proposto il ricorso per ricusazione a pagare una pena pecuniaria non superiore ad euro 250,00, oltre eventualmente alle spese del giudizio di ricusazione.

La sostituzione del giudice è possibile solo nei casi indicati dalla legge

 

Credito Iva per cessata attività: quando scade?

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cessazione dell’attività professionale o commerciale: quanto tempo per avere il rimborso Iva e come fare.

Il contribuente che cessa la propria attività professionale o imprenditoriale ha diritto al rimborso dell’Iva ecedente. La legge non parla espressamente di un termine entro il quale deve essere richiesto il rimborso del credito Iva e occorre pertanto fare riferimento all’orientamento prevalente della giurisprudenza.

Vediamo dunque quando scade il credito Iva per cessata attività.

Cessazione attività: diritto al rimborso Iva

La legge [1] prevede che se dalla dichiarazione annuale risulta un credito Iva, il contribuente ha diritto di computare l’importo dell’eccedenza in detrazione nell’anno successivo, o di chiedere il rimborso in caso di cessazione di attività (non potendo, in tal caso, essere sfruttata la detrazione).

Se il credito è di importo superiore a 30mila euro, il rimborso dell’eccedenza detraibile risultante all’atto della cessazione dell’attività è subordinato alla prestazione di una garanzia.

La garanzia deve essere prestata per una durata pari a tre anni dall’esecuzione del rimborso, o, se inferiore, al periodo mancante al termine di decadenza dell’accertamento, sotto forma di cauzione in titoli di Stato o garantiti dallo Stato, al valore di borsa, o di fideiussione rilasciata da una banca o da una impresa commerciale che a giudizio dell’Amministrazione finanziaria offra adeguate garanzie di solvibilità o di polizza fideiussoria rilasciata da un’impresa di assicurazione.

Rimborso Iva: termini

La giurisprudenza formatasi in tema di rimborsi Iva si è dovuta confrontare con la sussistenza di eventuali termini di prescrizione e di decadenza entro i quali il contribuente deve presentare la richiesta di restituzione.

Si ricorda che la prescrizione è la sanzione per non aver esercitato un diritto nei termini. Un credito prescritto è un credito estinto.  Il diritto si prescrive dopo un certo periodo di tempo decorrente dalla data in cui lo stesso viene ad esistere. Ne consegue l’impossibilità di pretendere il rimborso di un credito prescritto.

La decadenza è invece la sanzione per non aver esercitato una determinata azione necessaria ad acquisire un diritto. Il contribuente decade dal rimborso di un tributo versato in eccesso se, entro determinati termini, non presenta la relativa istanza.

Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, il credito Iva esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi è soggetto al termine di prescrizione ordinaria decennale. Il contribuente, dunque, ha dieci anni di tempo per ottenere la restituzione dell’Iva a credito.

Non si applica invece il termine di decadenza biennale previsto in generale per le domande di restituzione di imposte e tasse versate ma non dovute. La legge [2] stabilisce, in particolare, che la domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento o, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione.

Anche con una recentissima pronuncia la Cassazione [3] ha confermato che il suddetto termine di decadenza non si applica al rimborso del credito Iva in ipotesi di cessata attività, in quanto l’istanza di rimborso non integra il fatto costitutivo del diritto, ma solo il presupposto di esigibilità del credito per dare inizio al procedimento di esecuzione del rimborso stesso [4].

Dunque, in caso di richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta risultata alla cessazione dell’attività, la richiesta è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale, non a quello di decadenza biennale, applicabile in via sussidiaria e residuale, solo in mancanza di disposizione specifiche; ciò in quanto l’attività non prosegue, sicché non sarebbe possibile portare l’eccedenza in detrazione l’anno successivo [5].

Rimborso Iva: domanda

La domanda di rimborso del credito d’imposta maturato dal contribuente deve considerarsi già presentata con la compilazione del corrispondente quadro della dichiarazione annuale (“RX4”), la quale configura formale esercizio del diritto; mentre la presentazione del modello VR costituisce solo un presupposto per l’esigibilità del credito e, dunque, un adempimento prodromico al procedimento di esecuzione del rimborso.

La soluzione accolta dalla giurisprudenza è coerente con il diritto comunitario, poiché, se è vero che gli Stati membri adottano le misure necessarie ad assicurare l’osservanza degli obblighi di dichiarazione e di pagamento, l’esatta riscossione dell’imposta e la prevenzione di frodi, tuttavia è pur vero che tali misure non possono eccedere gli obiettivi sopra indicati. Il diritto al ristoro dell’Iva versata “a monte” è basilare nel sistema comunitario, in forza del principio di neutralità.

Deve quindi ritenersi ormai definitivamente superato il diverso e più risalente orientamento secondo cui, in caso di cessazione dell’attività, solo una domanda di rimborso conforme al modello ministeriale corrisponderebbe allo schema tipico del decreto Iva.

La mancata presentazione del modello “VR” non esclude il diritto sostanziale al rimborso, che resta soggetto al termine ordinario di prescrizione decennale e non biennale.

La domanda di rimborso del credito Iva si deve considerare già presentata dal contribuente con compilazione nella dichiarazione annuale del quadro relativo (RX4) . L’inserimento del credito nella dichiarazione Iva configura già di per se formale esercizio del diritto, senza che sia necessaria un’apposita ulteriore richiesta formale di restituzione.

Mantenimento: lecito compensare crediti e debiti del marito?

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se la moglie è debitrice del marito, quest’ultimo può compensare i propri crediti con le somme a lei dovute a titolo di mantenimento?

Immaginiamo che un uomo e una donna si siano separati dopo alcuni anni di matrimonio; con la sentenza di separazione, confermata poi dalla quella successiva di divorzio, il giudice condanna l’ex marito a versare alla moglie un assegno di mantenimento di circa 400 euro al mese. Senonché, dopo alcuni mesi, la donna, non sazia di ciò, propone un nuovo ricorso in tribunale per ottenere un aumento dell’importo essendo venuta a sapere che lui ha ricevuto una promozione e un aumento di stipendio. Il tribunale rigetta però la sua richiesta, conferma il precedente importo di 400 euro e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali per circa 2mila euro complessivi. Lei, un po’ per dispetto, un po’ per incapacità economica, non adempie all’obbligo del giudice, cosicché il marito, per recuperare quanto a lui dovuto, nei cinque mesi successivi non le versa l’assegno. Insomma effettua quella che, in gergo tecnico, viene chiamata compensazione tra un credito e un debito, sfruttando il fatto di essere nello stesso tempo debitore dell’assegno di mantenimento e creditore delle spese legali. Quattro mensilità da 400 euro, per cinque volte, fa appunto 2mila euro, quanto il giudice gli aveva riconosciuto per aver vinto la causa. Può farlo? Si può compensare il mantenimento coi crediti del marito? La risposta è stata fornita da un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1].

Per legge esistono dei crediti disponibili, quelli cioè che possono essere ceduti, venduti, rinunciati e compensati, e crediti invece non disponibili i quali, per la loro natura di carattere sociale o assistenziale o comunque necessaria alle esigenze di vita non possono essere oggetto di rinuncia o di transazione. Tra questi vi rientrano gli “alimenti”, quelli cioè dovuti per legge ai familiari che versano in una situazione di grave e oggettivo bisogno fisico ed economico (quindi non solo l’ex moglie ma anche i figli, i genitori, i nonni, i nipoti). È ciò che succede quando l’interessato è nell’impossibilità di badare a se stesso e di provvedere alle proprie esigenze primarie di vita (ad esempio a causa di una malattia). Leggi sul punto Come chiedere gli alimenti.

Gli alimenti sono quindi cosa ben diversa dal mantenimento sia per presupposti (gli alimenti scattano solo in caso di oggettivo e grave stato di necessità mentre il mantenimento a seguito della separazione e della diversità di reddito tra i due coniugi) che per entità (gli alimenti sono rivolti a procurare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza, mentre il mantenimento deve tendere a garantire una vita decorosa, compatibilmente con le condizioni economiche del soggetto obbligato al versamento).

Posta quindi la natura e lo scopo degli alimenti, in quanto diretti a tutelare la sopravvivenza, essi sono un credito “indisponibile”, che non può cioè essere oggetto di compensazione con altri debiti gravanti sul bisognoso. Così, ad esempio, chi deve versare 100 euro al mese al proprio genitore a titolo di alimenti, ma a sua volta avanza da questi 200 euro per altre ragioni, non può compensare due mensilità di alimenti con il proprio credito: dovrà quindi pagare e poi recuperare le proprie somme in altro modo.

Sorge a questo punto il problema se il mantenimento vantato dall’ex moglie sia un credito equiparabile agli alimenti, e come tale indisponibile e quindi non compensabile, o invece ha natura diversa e pertanto può essere oggetto di compensazione. Sul punto si scontrano due opposte tesi.

Secondo una interpretazione più datata, affermata comunque dalla Cassazione [2], il mantenimento può essere oggetto di compensazione. Secondo questa linea di pensiero, la “compensabilità” dell’assegno di mantenimento si giustifica per via del fatto che esso serve a garantire l’assistenza dell’ex coniuge e non un sostegno alimentare a una persona bisognosa e che non è in grado di provvedere a sé stessa. Proprio questa profonda differenza tra i due crediti fa sì che il mantenimento abbia una disciplina diversa e che pertanto può essere compensato – a differenza degli alimenti – con altri crediti vantati dall’ex marito nei confronti dell’ex moglie.

Occorre precisare però che la compensazione può avere ad oggetto il solo assegno di mantenimento in favore del coniuge (non quello alimentare), e non quello in favore dei figli [3]. Questo significa, ad esempio, che se il marito deve versare come mantenimento 200 euro alla moglie e 300 euro ai figli, oggetto della compensazione può essere solo il primo importo e non il secondo.

La seconda tesi, invece, è quella più recente appena sancita sempre dalla Cassazione [1]. Secondo questa opposta linea di pensiero, il credito derivante dal mantenimento dovuto dall’ex marito all’ex moglie, avendo «carattere sostanzialmente alimentare», non è “disponibile” e di conseguenza non può essere né oggetto di rinuncia, né opposto in compensazione con un altro credito per il quale l’ex moglie risulta debitrice.

In buona sostanza, il marito è sempre tenuto a versare il mantenimento alla moglie anche quando quest’ultima è sua debitrice per altre ragioni; non può quindi compensare le due poste per recuperare i soldi che gli sono dovuti.

A questa seconda interpretazione erano giunti già altre pronunce in un passato non troppo remoto. Si cita, ad esempio, la sentenza del tribunale di Catania [4] secondo cui non può formare oggetto di compensazione il credito relativo ad assegni di mantenimento. Il giudice ritiene che se si consentisse la compensazione dell’assegno di mantenimento se ne snaturerebbe la sua funzione alimentare: proprio in virtù della sua natura  alimentare (in senso lato), deve essere esclusa la compensazione del credito relativo all’assegno di mantenimento con altri crediti. Si può infatti applicare in via analogica la normativa sugli alimenti anche all’ipotesi dell’assegno di mantenimento per la moglie ed i figli in caso di separazione o divorzio. Benché – prosegue il giudice siciliano – l’assegno di mantenimento non ha una valenza alimentare in senso stretto, posta la distinzione tra diritto al mantenimento e diritto agli alimenti, tuttavia è innegabile che esso conserva comunque una valenza anche alimentare, avuto riguardo alla considerazione in sé non banale che il diritto al mantenimento presuppone come base minima il diritto agli alimenti; finalità e funzione rendono assimilabili obblighi alimentari e di mantenimento, entrambi posti a tutela dei doveri di solidarietà nascenti dai rapporti di coniugio e di filiazione. Tanto ciò vero che l’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine, per primi il coniuge, i figli (e, in loro mancanza, i discendenti prossimi) ed i genitori (e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi). L’obbligo di mantenimento ha solo un contenuto più ampio di quello alimentare, che comunque è ricompreso in esso, come nel più ci sta il meno, ma ambedue servono pur sempre a soddisfare un bisogno fondamentale della persona.

Ed è sempre stata la Cassazione, nel 2016, ad offrire la medesima interpretazione: il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti [5].

In sintesi, se il marito è creditore della moglie e nello stesso tempo suo debitore per l’assegno di mantenimento non può sospendere il pagamento dell’assegno mensile fino a quando non ha recuperato le somme a lui dovute.

Chi non può donare sangue

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Condizioni per donare il sangue: i permessi dal lavoro, lo stato di salute, le condizioni fisiche, l’assunzione di farmaci, la presenza di malattie, eventuali operazioni o infezioni ostative.

C’è sempre molto da dire e da sapere su come fare una donazione del sangue. Ad esempio c’è tutta la disciplina in materia di permessi retribuiti dal lavoro e sui diritti che spettano a chi si presta a questa forma di volontariato. Non a tutti però è concesso donare il sangue. Alcune categorie di soggetti, ad esempio, non possono donare il sangue in un determinato periodo di tempo (di solito collegato alla sussistenza di malattie o di sintomi di malattie, oppure all’assunzione di farmaci), mentre altre categorie non lo possono fare in via definitiva. Chi non può donare il sangue, quindi, deve astenersi dal presentarsi presso i centri di trasfusione dell’Avis o presso qualsiasi altro centro autorizzato o comunque dichiarare la propria condizione di incompatibilità prima del prelievo ematico. In questo articolo indicheremo chi non può donare il sangue e chi invece può farlo, quali sono le condizioni fisiche per sottoporsi al prelievo e come ottenere i permessi sul lavoro.

Inizieremo dal trattare le situazioni temporanee di divieto di donazione del sangue per poi considerare quelle invece definitive.

Per donare il sangue bisogna essere a stomaco digiuno?

Per donare il sangue bisogna recarsi la mattina presso il competente centro trasfusionale a stomaco vuoto. È consentita solo una colazione leggera fatta di te, caffè poco zuccherati, spremute o succhi di frutta (con basso contenuto di zuccheri).

L’Avis ritiene possibile anche mangiare qualche fetta biscottata.

Per donare il sangue mi spetta un permesso dal lavoro?

Al pari della generalità dei lavoratori, ai donatori di sangue o di midollo osseo viene concessa una giornata di riposo retribuita. Il rimborso della retribuzione corrisposta avviene attraverso il conguaglio con i contributi dovuti all’INPS.

In particolare, tutti i lavoratori subordinati che donano gratuitamente il sangue (o emocomponenti) hanno diritto ad un permesso retribuito per l’intera giornata lavorativa in cui effettuano la donazione.

Il periodo di riposo ha una durata di 24 ore, che decorrono dal momento in cui il lavoratore si è assentato dal lavoro per il prelievo o, in mancanza di tale riferimento, dal momento della donazione risultante dal certificato medico.

Gli adempimenti per la fruizione delle prestazioni sono i medesimi previsti per le prestazioni legate alla maternità.

La retribuzione copre solo le ore di lavoro effettivamente non prestate.

I contributi previdenziali relativi ai giorni di assenza sono accreditati tramite contribuzione figurativa.

Il pagamento dello stipendio è a carico dell’Inps, ma viene anticipato dal datore di lavoro che poi lo scala dai versamenti dei contributi entro la fine del mese successivo.

Per ottenere il permesso retribuito per donare il sangue il lavoratore deve:

  • cedere una quantità di sangue pari ad almeno 250 grammi;
  • effettuare la donazione presso un centro di raccolta o un centro trasfusionale autorizzato dal Ministero della Sanità;
  • consegnare al datore di lavoro sia una dichiarazione che attesti la cessione gratuita del sangue, con l’indicazione delle ore di permesso e della retribuzione percepita, sia un certificato rilasciato dal medico che ha effettuato il prelievo, contenente i dati anagrafici del lavoratore, la quantità di sangue prelevata gratuitamente, il giorno e l’ora. Il certificato va compilato su modulo intestato al centro dove è avvenuta la donazione e prodotto anche nel caso di mancata o incompleta donazione.

La dichiarazione del lavoratore e la certificazione medica devono essere conservate dal datore di lavoro per 10 anni.

Chi non può donare il sangue: età

Nello stabilire chi non può donare il sangue bisogna considerare una serie di variabili. La prima di queste è legata all’età del donatore. Non può donare il sangue chi ha meno di 18 anni. Solo i maggiorenni possono quindi essere donatori di sangue.

Esiste anche un limite massimo di età per donare il sangue che è di 70 anni. Chi ha più di 60 anni può essere accettato a discrezione del medico responsabile della selezione.

Chi non può donare il sangue: il peso

Esiste un altro vincolo che impedisce la donazione del sangue: il peso del donatore che di solito è indice del suo stato di salute. Non può donare il sangue pertanto chi pesa meno di 50 chili. È vero che il peso è un fattore relativo e dipendente non solo dall’età ma anche dalla corporatura della persona; questo consentirebbe al medico responsabile di accettare ad esempio una donna di 18 anni, di altezza medio bassa e di costituzione molto esile.

Non può donare il sangue chi ha l’influenza

Se hai l’influenza o avverti i relativi sintomi e credi di essere in procinto di ammalarti, sia che si tratti dell’influenza stagionale o di qualsiasi altro tipo di influenza, non puoi donare il sangue. Per poter tornare a donare il sangue devi attendere almeno due settimane da quando sono cessati i sintomi. Ciò vale sia che tu ti stia curando con farmaci o meno.

Non può donare il sangue chi ha fatto tatuaggi e piercing

Se negli ultimi quattro mesi di sei fatto fare un tatuaggio o un body piercing non puoi donare il sangue. Puoi però tornare a farlo dopo quattro mesi.

Non può donare il sangue chi ha fatto esami o interventi chirurgici

Per chi ha fatto esami endoscopici con strumenti flessibili o chi ha subito un intervento chirurgico maggiore vi è il divieto di fare gli esami del sangue per almeno quattro mesi. Per gli interventi chirurgici minori invece il divieto è di 1 solo mese.

Non può donare il sangue chi ha avuto rapporti sessuali occasionali non protetti

Se hai fatto sesso con una persona sconosciuta o comunque di cui non conosci lo stato di salute, e non ti sei protetto con il preservativo, non puoi donare il sangue per almeno quattro mesi dal giorno del rapporto sessuale. È tale infatti il termine entro cui può manifestarsi una eventuale malattia infettiva.

Non può donare il sangue chi ha contatti con persone con epatite B

Se sei a stretto contatto domestico con persone che sono ammalate di epatite B non puoi donare il sangue per almeno quattro mesi da quando cessa questa situazione di coabitazione.

Non può donare il sangue chi ha fatto la vaccinazione 

Per chi ha fatto una vaccinazione antiallergica esiste il divieto di donare il sangue per almeno 72 ore dall’iniezione. Se invece si tratta di vaccinazione contro il tetano o l’influenza il termine è di 48 ore.

Non può donare il sangue chi è stato dal dentista

Forse non lo sai ma nelle prime 48 ore dalla seduta dal dentista non puoi donare il sangue.

Non può donare il sangue chi assume determinati farmaci

L’assunzione di alcuni farmaci (non tutti) è incompatibile con la donazione del sangue. In particole sono previsti i seguenti divieti:

  • Antibiotici: sospensione per 15 giorni dal termine della terapia;
  • Cortisonici: sospensione per 15 giorni dal termine della terapia;
  • Antiinfiammatori/antiaggreganti: sospensione per 7 giorni dal termine della terapia;
  • Antidepressivi: fino alla fine della terapia.

Chi non può donare il sangue in via definitiva

Vediamo ora le categorie di soggetti che non possono donare il sangue per tutto l’arco della propria vita:

  • chi ha contratto, anche se in passato, l’epatite virale B o C (queste infatti tendono a persistere e vengono trasmesse nel sangue);
  • chi ha contratto il virus dell’Aids Hiv;
  • chi ha contratto la sifilide;
  • chi ha contratto l’htvl II/II (leucemia);
  • chi fa uso abitudinario di droghe;
  • chi fa uso eccessivo e cronico di alcolici;
  • chi soffre di patologie cardiovascolari importanti;
  • chi soffre di epatite B (eccetto persone divenute positive HbsAg negative e HbsAg positive);
  • chi soffre si epatite C, epatite infettiva (ad eziologia indeterminata);
  • chi soffre di diabete, se in trattamento farmacologico (insulina o altri ipoglicemizzati);
  • chi soffre di malattie psichiche significative;
  • chi ha subito un trapianto di cornea;
  • chi ha soggiornato per oltre 6 mesi, anche se non continuativi, nel Regno Unito, dal 1980 al 1996.

Chi può donare il sangue: lo stato di salute

Si dice che lo stato di salute del donante deve essere genericamente “buono”. Ma cosa significa? Intanto il donatore non deve tenere alcun comportamento o stile di vita a rischio che può compromettere le sue condizioni di salute. La sua idoneità, a tal fine, viene valutata prima della donazione tramite un colloquio riservato e personale da parte di un medico specializzato. In ogni caso, prima della donazione vera e propria vengono effettuati degli esami di laboratorio per garantire la sicurezza del donante e del ricevente.

Un decreto del Ministero della salute del 2.11.2015 indica i requisiti fisici per donare. Eccoli di seguito riportati.

1. Requisiti fisici per l’accettazione del donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi

1.1. Ad ogni donazione il donatore di sangue e emocomponenti deve essere valutato per i parametri di seguito indicati e in relazione ai relativi requisiti:

1.1.1. Eta’ compresa tra 18 e 65 anni

1.1.2. Peso non inferiore a 50 Kg

1.1.3. PA sistolica inferiore o uguale a 180 mm di mercurio 1.1.4. PA diastolica inferiore o uguale a 100 mm di mercurio 1.1.5. FC regolare, compresa tra 50 e 100 battiti/minuto 1.1.6. Hb ≥ 13,5 g/dL nell’uomo

1.1.7. Hb ≥ 12,5 g/dL nella donna

1.2 La donazione di sangue intero da parte di donatori periodici di eta’ superiore ai 65 anni fino a 70 puo’ essere consentita previa valutazione clinica dei principali fattori di rischio etacorrelati.

1.3 Persone che esprimono la volonta’ di donare per la prima volta dopo i 60 anni possono essere accettati a discrezione del medico responsabile della selezione.

1.4 I donatori che pratichino attivita’ sportiva agonistica o intensa possono essere accettati anche con frequenza cardiaca inferiore ai valori di riferimento indicati.

1.5 I donatori addetti a lavori che comportino rischio per la propria o l’altrui salute possono essere ammessi alla donazione qualora osservino il riposo nella giornata della donazione.

1.6 I donatori eterozigoti per alfa o beta talassemia possono essere accettati per la donazione di sangue intero, nell’ambito di protocolli definiti dal Servizio Trasfusionale, con valori di emoglobina non inferiori a 13 g/dL nell’uomo e 12 g/dL nella donna.

1.7 I soggetti rilevati portatori di emocromatosi, con documentazione clinica di assenza di danno d’organo, possono essere accettati per la donazione di sangue intero. Il numero di donazioni nell’anno non deve essere superiore a 4 per l’uomo e per la donna non in eta’ fertile, a 2 per la donna in eta’ fertile.

1.8 Dopo la donazione il donatore deve osservare adeguato riposo sulla poltrona o sul lettino da prelievo e ricevere congruo ristoro comprendente l’assunzione di liquidi in quantita’ adeguata. Al donatore debbono inoltre essere fornite informazioni sul comportamento da tenere nel periodo post-donazione.

2. Requisiti fisici specifici e intervalli di donazione per l’accettazione del candidato donatore di sangue intero e di emocomponenti mediante aferesi

2.1 Donazione di sangue intero

2.1.1 Il donatore deve possedere i requisiti fisici sopra indicati.

2.1.2 Il numero massimo di donazioni di sangue intero nell’anno non deve essere superiore a 4 per l’uomo e per la donna non in età fertile, a 2 per la donna in età fertile.

2.1.3 L’intervallo tra due donazioni non deve essere inferiore a 90 giorni.

2.2 Donazione di plasma

2.2.1 Il donatore di plasma mediante aferesi deve possedere gli stessi requisiti previsti per l’idoneita’ alla donazione di sangue intero. In caso di plasmaferesi attuate con intervalli di tempo superiori a 90 giorni, il donatore puo’ essere considerato idoneo con valori di Hb non inferiori a 11,5 g/dL nella donna e a 12,5 g/dL nell’uomo, 11g/dL e 12g/dL se portatori di trait talassemico.

2.2.2 L’intervallo di tempo minimo consentito tra due donazioni di plasma e tra una donazione di plasma e una di sangue intero o citoaferesi e’ di 14 giorni; tra una donazione di sangue intero o di citoaferesi e una di plasma e’ di 30 giorni.

2.2.3 Il donatore inserito in un programma intensivo di plasmaferesi deve possedere, in aggiunta ai requisiti previsti per l’idoneita’ alla donazione di sangue intero, i seguenti requisiti: a) eta’ compresa fra 18 e 60 anni; b) protidemia totale non inferiore a 6 g/dL e quadro elettroforetico normale.

2.2.4 Il donatore inserito in un programma intensivo di plasmaferesi deve essere sottoposto a controlli periodici con cadenza almeno semestrale ed essere attentamente valutato dal medico esperto in medicina trasfusionale in ordine a possibili significativi decrementi dei valori di protidemia e anomalie del quadro elettroforetico.

2.3 Donazione di piastrine.

2.3.1 Il donatore di piastrine mediante aferesi deve possedere, oltre ai requisiti previsti per l’idoneita’ alla donazione di sangue intero, un conteggio piastrinico pre-aferesi eseguito immediatamente prima della donazione non inferiore a 180 x 10(elevato)9 /L.

2.3.2 Alla prima donazione e successivamente ogni anno deve essere verificata la normalita’ di PT e aPTT.

2.3.3 Il numero massimo consentito di piastrinoaferesi e’ di 6 all’anno.

2.3.4 L’intervallo minimo consentito tra due piastrinoaferesi e’ di 14 giorni; l’intervallo minimo tra una donazione di sangue intero ed una piastrinoaferesi e’ di 30 giorni.

2.3.5 In presenza di particolari e motivate esigenze terapeutiche, i parametri relativi ai volumi, alla frequenza e agli intervalli di donazione possono essere modificati a giudizio del medico responsabile della selezione e del prelievo. Le deroghe adottate, e le relative motivazioni, devono essere documentate nella cartella sanitaria del donatore.

2.4 Donazione di granulociti.

2.4.1 Il donatore di granulociti mediante aferesi possiede gli stessi requisiti previsti per l’idoneita’ alla donazione di piastrine mediante aferesi ed inoltre deve avere un conteggio di leucociti totali pre-aferesi non inferiore a 6 x10(elevato)9 /L e non superiore a 10 x 10(elevato)9 /L.

2.4.2 Il donatore di granulociti, sottoposto a premedicazione, opportunamente informato sugli effetti della stimolazione con corticosteroidi o altri farmaci somministrati allo scopo di ottenere una concentrazione di granulociti adeguata all’utilizzo terapeutico e che acconsente alla premedicazione, non puo’ effettuare piu’ di quattro donazioni nell’anno.

2.4.3 Il donatore di granulociti con premedicazione e’ sottoposto a controlli successivi alla donazione fino a normalizzazione del quadro ematologico.

2.5 Donazione multicomponente.

2.5.1 Per l’idoneita’ alla donazione multipla di emocomponenti il donatore possiede i requisiti previsti per la donazione di sangue intero e/o dei singoli emocomponenti in aferesi; deve inoltre avere un peso corporeo superiore a kg 60 se la donazione prevede la raccolta di un componente eritrocitario e di 70 Kg se la donazione prevede la raccolta di due componenti eritrocitari.

2.5.2 Il volume complessivo degli emocomponenti raccolti non deve essere superiore a 700 mL al netto del volume della soluzione anticoagulante impiegata.

3. Criteri di protezione del donatore specifici per ogni tipologia di donazione multicomponente:

3.1. Donazione di globuli rossi concentrati + plasma (eritroplasmaferesi)

3.1.1.intervallo minimo consentito tra due eritroplasmaferesi 90 giorni,

3.1.2.numero massimo di donazioni non superiore a 4 all’anno per l’uomo/donna in eta’ non fertile e 2 per la donna in eta’ fertile.

3.2. Donazione di globuli rossi concentrati + piastrine (eritropiastrinoaferesi)

3.2.1.intervallo minimo consentito tra due eritropiastrinoaferesi 90 giorni,

3.2.2.numero massimo di donazioni non superiore a 4 all’anno per l’uomo/donna in eta’ non fertile e 2 all’anno per la donna in eta’ fertile.

3.3. Donazione di plasma + piastrine (plasmapiastrinoaferesi)

3.3.1 intervallo minimo consentito tra due plasmapiastrinoaferesi 14 giorni e tra una donazione che comprende la raccolta di globuli rossi e una plasma-piastrinoaferesi 30 giorni,

3.3.2 numero massimo consentito di plasmapiastrinoaferesi 6 all’anno.

3.4 Donazione di due unita’ di concentrato piastrinico

3.4.1 intervallo minimo consentito tra due donazioni di doppia dose di piastrine da aferesi 30 giorni,

3.4.2 intervallo minimo consentito tra donazioni che comprendono la raccolta di globuli rossi e/o piastrine e una donazione di doppia dose di piastrine da aferesi 30 giorni,

3.4.3 numero massimo consentito di donazioni non superiore a 3 per anno,

3.4.4 conta piastrinica pre-donazione non inferiore a 200 x 10(elevato)9 /L.

3.5 Donazione di due unita’ di globuli rossi

3.4.5 intervallo minimo tra due donazioni successive di due unita’ di globuli rossi in aferesi e tra questa tipologia di donazione e altra donazione che determina sottrazione di globuli rossi: 180 giorni,

3.4.6 intervallo minimo consentito tra una donazione di due unita’ di globuli rossi e altra donazione che non determina sottrazione di globuli rossi: 30 giorni,

3.4.7 numero massimo consentito di donazioni non superiore a 2 per anno,

3.4.8 peso minimo di 70 kg e valore di emoglobina pre-donazione > 15 g/dL.

Esami obbligatori ad ogni donazione e controlli periodici

1. Ad ogni donazione il donatore deve essere sottoposto a:

1.1 Esame emocromocitometrico completo

1.2 Esami per la qualificazione biologica del sangue e degli emocomponenti di seguito elencati:

1.2.1 HbsAg

1.2.2 Anticorpi anti-HCV

1.2.3 Test sierologico per la ricerca combinata di anticorpo anti HIV 1-2 e antigene HIV 1-2

1.2.4 Anticorpi anti-Treponema Pallidum (TP) con metodo immunometrico 1.2.5 HCV NAT

1.2.6 HBV NAT

1.2.7 HIV 1 NAT

2. Per ciascuna di queste indagini, in caso di campioni inizialmente reattivi deve essere applicato l’algoritmo diagnostico indicato nell’allegato VIII.

3. In occasione della prima donazione devono essere inoltre eseguiti i seguenti esami:

3.1 fenotipo ABO mediante test diretto e indiretto 3.2 fenotipo Rh completo

3.3 determinazione dell’antigene Kell e, in caso di positivita’ dello stesso, ricerca dell’antigene Cellano.

3.4 ricerca degli anticorpi irregolari anti-eritrocitari.

4. Alla seconda donazione, se non gia’ confermati, devono essere confermati fenotipo ABO ed Rh completo e l’antigene Kell. Su ogni successiva donazione devono essere confermati il fenotipo ABO (solo test diretto) ed Rh (D).

5. La ricerca di anticorpi irregolari anti-eritrocitari deve essere ripetuta in presenza di eventi che possono determinare una stimolazione immunologica del/della donatore/donatrice.

6. Il donatore periodico e’ sottoposto, con cadenza almeno annuale, ai seguenti controlli ematochimici: glicemia, creatininemia, alanin-amino-transferasi, colesterolemia totale e HDL, trigliceridemia, protidemia totale, ferritinemia.

7. L’esame emocromocitometrico e il dosaggio della ferritina sono sistematicamente tenuti in considerazione ai fini della prevenzione della riduzione patologica delle riserve marziali nel donatore e della personalizzazione della donazione.

8. Entro 12 mesi dall’entrata in vigore del presente decreto il CNS effettua le necessarie valutazioni in merito all’opportunita’ di introdurre ulteriori evoluzioni tecniche del test HIV 1 NAT e la determinazione aggiuntiva dell’HIV 2 RNA, ove gia’ non effettuata.

Decurtazione punti patente: comunicazione obbligatoria?

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contestazione dell’ordine di revisione della patente e sottoposizione all’esame di guida per chi perde tutti i punti della patente senza ricevere però alcun avviso dopo le multe.

Hai preso una multa per eccesso di velocità e, dopo un mese, sei di nuovo incappato nell’autovelox. Con la seconda contravvenzione il Ministero ti ha comunicato che hai esaurito tutti i punti dalla patente e ora, per tornare a circolare serenamente, ti invita a rifare gli esami di guida. La cosa ti insospettisce visto che, dopo la prima multa, non hai mai ricevuto la comunicazione – prescritta dalla legge – che ti informava dell’avvenuta decurtazione dei punti. La polizia si era limitata ad anticiparti la sanzione accessoria sul verbale ma, in seguito a questo, non ti è mai giunta alcuna conferma. Hai perciò ritenuto (evidetentemente sbagliando) che nessuna sottrazione di punti era mai stata eseguita a tuo danno. Se invece avessi saputo la verità, saresti corso ai ripari, presentandoti presso una scuola guida per non rimanere a piedi. Così ti chiedi se la comunicazione della decurtazione dei punti della patente è obbligatoria o meno. Sul punto si è espressa più volte la Cassazione dando parere negativo, ma ora una sentenza del Tar Umbria capovolge l’interpretazione [1]. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione. 

Decurtazione dei punti dalla patente: cosa prevede la legge?

Il codice della strada [2] stabilisce che l’autorità che ha accertato l’infrazione (la polizia municipale, la polizia stradale, i carabinieri, ecc.) comunichi la multa all’anagrafe nazionale degli abilitati alla guida. Lo deve fare entro 30 giorni dal pagamento della multa o dalla scadenza del termine per i ricorsi (30 giorni dal giudice di Pace e 60 giorni dal Prefetto) oppure dalla conoscenza dell’esito dell’eventuale ricorso proposto dall’automobilista. 

In ogni caso, la variazione di punteggio deve essere comunicata al trasgressore dall’anagrafe nazionale degli abilitati alla guida. Ciascun conducente può controllare in tempo reale lo stato della propria patente con le modalità indicate dal Dipartimento per i trasporti terrestri. La norma non indica entro quanto tempo l’anagrafe è tenuta a mandare la lettera al conducente che ha subito una decurtazione del punteggio sulla patente; si limita solo a ribadire che ogni sottrazione di punti va comunicata agli interessati dalla citata anagrafe, essendo ben possibile che la cumunicazione pervenga dopo sei, otto, dodici o anche ventiquattro mesi.

Comunicazione di sottrazione punti dalla patente: non è obbligatoria

Proprio sulla base di tale circostanza, secondo la giurisprudenza della Cassazione, la violazione di tale obbligo di comunicazione al conducente non comporta la nullità della sanzione accessoria della decurtazione dei punti stessa o, in caso di perdita totale del punteggio, della eventuale e successiva sospensione della patente di guida in attesa della dovuta revisione della patente. 

Difatti, non prevedere un termine entro cui inoltrare la comunicazione significa non subordinare ad essa la validità di ulteriori provvedimenti sanzionatori. Del resto – ha sostenuto più volte la Cassazione – il conducente è già reso edotto della decurtazione dei punti dalla lettura del verbale che gli viene consegnato dal poliziotto o spedito a casa: in esso infatti viene indicata la sanzione accessoria e il numero di punti persi. Il suo diritto alla difesa è quindi salvaguardato.

Di diverso avviso è però la sentenza in commento. 

Comunicazione di sottrazione punti dalla patente: è obbligatoria

Secondo il Tar Umbria, solo con la periodica comunicazione tramite raccomandata a/r della progressiva decurtazione di punteggio dalla patente il trasgressore può controllare in tempo reale il saldo dei punti. Quindi, se la motorizzazione non rispetta questa previsione normativa, l’ordine di sottoporsi alla revisione della licenza per avvenuto azzeramento del credito residuo è illegittimo e l’interessato può continuare a circolare liberamente nonostante il “saldo zero”.

Secondo la pronuncia in commento l’obbligo di comunicare «ogni variazione di punteggio ai diretti interessati risponde non soltanto all’esigenza di garantire a questi ultimi la conoscenza in tempo reale del saldo dei punti rimasti, ma anche di far si che essi assumano fin da subito una condotta maggiormente conforme alle regole del codice della strada anche attraverso la partecipazione ai corsi di aggiornamento che consentono il recupero del punteggio perso». In pratica secondo il TAR i verbali di accertamento delle infrazioni commesse anche se annotati con i punti persi non bastano ad informare adeguatamente il trasgressore. Solo la periodica comunicazione che la motorizzazione deve inviare per posta all’interessato soddisfa questa esigenza, utile anche per frequentare corsi di recupero prima dell’avvenuto azzeramento del credito residuo.

Servizio notturno farmacie: costo medicine e detrazione fiscale

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Farmacia di notte: come funziona il servizio notturno e a quanto ammonta la maggiorazione sui farmaci che si paga per chi compra d’urgenza.

Ti sarà certamente capitato di andare in farmacia di notte e di notare che, oltre al costo delle medicine, viene addebitato al paziente un ulteriore balzello costituito dai “diritti” per il servizio notturno. È una maggiorazione prevista per legge tutte le volte in cui si acquistano medicinali in orario di chiusura della farmacia. Fra l’altro, dopo 24 anni, la tariffa è stata recentemente aggiornata da un decreto del Ministero della Salute [1]. Ma a quanto ammonta, con precisione, il costo delle medicine per il servizio notturno della farmacia e, soprattutto, è possibile ottenere la detrazione fiscale anche per questa maggiorazione? Di tanto parleremo in questo breve e schematico articolo.

Costo medicine per servizio notturno della farmacia

L’acquisto di qualsiasi prodotto in farmacia fuori orario (dalle medicine ai contenitori per l’analisi delle urine, dalle caramelle per la tosse agli spray nasali contro il raffreddore, dai fazzolettini di carta ai prodotti per la prima infanzia, dagli spazzolini per i denti ai medicinali salvavita) comporta, in alcuni casi, l’applicazione del «diritto addizionale». La maggiorazione si applica solo quando la farmacia fa il turno notturno.

L’importo dei diritti addizionali è di 7,50 euro, che salgono a 10 euro se l’acquisto avviene presso una farmacia rurale sussidiata.

Quando scatta la maggiorazione sulle medicine per il turno notturno?

I diritti addizionali scattano solo se la farmacia, durante il turno notturno, opera a «battenti chiusi» o «a chiamata». Non sono invece dovuti se si acquistano i prodotti durante il normale orario di apertura della farmacia, oggi liberamente scelto dal titolare, il quale può, volendo, anche stare aperto 24 ore su 24. In pratica, se la farmacia è aperta a mezzanotte per propria scelta imprenditoriale (cosa facilmente desumibile dal fatto che le porte sono aperte e accessibili al pubblico), allora non bisogna pagare la maggiorazione. Se invece la farmacia resta aperta per svolgere il “turno notturno” (circostanza che di solito si comprende dal fatto che, per avere l’assistenza, bisogna bussare al citofono o perché il farmacista risponde da dietro la grata) allora sono dovuti i diritti addizionali. 

Nulla è dovuto nell’orario di servizio «battenti aperti», anche quando, per ragioni di sicurezza, il farmacista serve la clientela da “dietro la grata”. 

Quando non bisogna pagare la maggiorazione

Se il paziente si reca in farmacia per un’urgenza certificata da un medico non gli deve essere addebitato il diritto addizionale. In verità la materia è regolamentata da norme regionali. In alcuni luoghi viene infatti previsto che il cliente non è tenuto a pagare la maggiorazione, nonostante l’acquisto avvenga a battenti chiusi, se richiede un farmaco con una ricetta Ssn rilasciata dalla guardia medica o dal pronto soccorso, oppure dal medico che vi abbia annotato il carattere di urgenza. In questi caso è raro vedersi addebitare il costo aggiuntivo, salvo che l’acquisto possa essere fatto anche la mattina successiva, al regolare orario di apertura delle farmacie.

Si può detrarre dalle tasse il costo aggiuntivo delle medicine per il turno notturno?

Anche se la legge non dice nulla a riguardo, si ritiene che la detrazione fiscale pari al 19% sull’acquisto dei farmaci spetti sull’intero importo pagato al farmacista, quindi comprensivo dell’eventuale addizionale per il servizio notturno. Dunque, chi acquista medicinali in orario di chiusura della farmacia, può scaricare dalle tasse la maggiorazione aggiuntivo addebitata dal farmacista nella misura del 19% insieme al costo del farmaco. La detrazione fiscale spetta solo se la spesa complessiva per medicine nell’anno fiscale supera la franchigia dei 129,11 euro. Quindi una persona che spende solo 50 euro in un anno per medicine, non può detrarre neanche un euro dalle tasse.

La regola vuole che, nel costo da portare in detrazione con la dichiarazione dei redditi, vanno ricompresi anche gli oneri accessori di diretta imputazione; pertanto quando il documento di spesa contiene l’addebito del diritto addizionale questo va conteggiati nell’importo detraibile ai fini fiscali. Sullo scontrino è sufficiente la dicitura “diritto addizionale” o simili (ad esempio “Dm 22 settembre 17”, “diritto notturno”, “diritto chiamata”); sono ammesse le abbreviazioni, purché comprensibili.

Così come l’imposta di bollo sulle ricevute sanitarie è detraibile quale «costo accessorio della prestazione professionale», allo stesso modo si può estendere tale  principio ad altre voci, come le spese per pagamenti a mezzo bollettini, Mav e Rav, le spese di spedizione per acquisto di medicinali online presso i siti autorizzati e, infine, il “diritto addizionale”, che non è il corrispettivo di un servizio, ma un onere accessorio sugli acquisti fatti in farmacia a battenti chiusi; come tale è detraibile se lo sono i prodotti acquistati.

A quanto ammonta l’Iva sui costi per il servizio notturno?

L’Iva che il paziente paga sull’addebito per il servizio notturno è la stessa che paga sul farmaco. Quindi, in gran parte dei casi, l’Iva ammonta al 10% dell’importo per i medicinali pronti per l’uso umano e veterinario, compresi i prodotti omeopatici.

Redditometro: cos’è e come funziona

Posted on : 16-05-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Accertamenti fiscali sintetici dell’Agenzia delle Entrate: così viene accertata l’evasione fiscale sulla base degli acquisti. Come difendersi dal redditometro.

Se c’è uno strumento del fisco che devono temere tutti i contribuenti, a prescindere dal reddito prodotto, dall’età, dal sesso e dal lavoro svolto è il redditometro. Si tratta di un algoritmo in uso all’Agenzia delle Entrate in grado di calcolare il volume di spesa di un soggetto nell’arco dell’anno e confrontarlo con le entrate dichiarate (la busta paga, i compensi da lavoro autonomo, da attività professionali o imprenditoriali o anche con la totale indisponibilità economica come nel caso del disoccupato). Se dal confronto risulta che il contribuente ha acquistato beni per un valore superiore di oltre il 20% rispetto alle proprie possibilità, scatta l’allarme e l’avvio di un procedimento volto ad accertare in che modo l’interessato si è procurato il denaro. In altri termini, scopo del fisco è verificare come può il contribuente tenere un tenore di vita superiore alle sue possibilità. A tal fine non concorrono solo le spese sostenute per l’acquisto di beni di valore elevato (auto, immobili, viaggi di lusso), ma anche quelle per il relativo mantenimento periodico (che a volte possono essere anche più elevate delle prime) come l’assicurazione obbligatoria sull’auto, la revisione, la benzina, le spese di condominio, le tasse, ecc. Scopo di questa breve guida è quindi spiegare cos’è e come funziona il redditometro e quali sono i metodi che ha il cittadino per difendersi in caso di un accertamento fiscale.

Redditometro: cos’è?

Il redditometro è uno strumento di accertamento di natura induttiva, cioè prescinde dalle risultanze di quanto dichiarato dal contribuente, e tende a rideterminare l’imponibile in base a elementi indiziari di capacità contributiva.

In linea generale, il Fisco prende le mosse dal possesso di determinati beni , indicatori di capacità contributiva, come per esempio imbarcazioni da diporto, residenze secondarie o automobili di prestigio, nonché sugli incrementi patrimoniali intervenuti nella sfera personale del soggetto esaminato. Il presupposto, assai semplice e, tutto sommato, in linea generale condivisibile, è che il possedere determinati beni non indispensabili o voluttuari, anzi sovente sinonimo di agiatezza economica, comporti un certo costo per il loro mantenimento, e quindi denoti una corrispondente capacità economica in campo al soggetto che possiede i medesimi beni. Inoltre, in caso di incrementi patrimoniali , come l’acquisto di un bene immobile o di una partecipazione societaria, il Fisco presume che i denari necessari per l’investimento siano frutto di risparmi effettuati nei 5 anni precedenti l’investimento stesso.

La legge [1] consente all’Agenzia delle Entrate di determinare il reddito complessivo delle persone fisiche in maniera sintetica, sulla base degli incrementi patrimoniali nonché degli indici di spesa contemplati da appositi decreti ministeriali.

Tale metodologia di accertamento riguarda l’intero reddito del contribuente, non le singole categorie. Pertanto, dal reddito determinato sinteticamente devono essere sottratti le spese sulle quali spettano le detrazioni e le deduzioni fiscali.  

Il redditometro può avvenire anche nei confronti dei contribuenti titolari di soli redditi agrari [2].

Quando si parla di redditometro si parla anche di accertamento sintetico.

La più recente normativa [3] ha poi istituito gli indici sintetici di affidabilità fiscale per gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni volti a sostituire progressivamente gli studi di settore e i parametri contabili. Vengono assegnate delle pagelle ai contribuenti in ragione della loro affidabilità fiscale e, a tal fine, può essere esclusa la possibilità di determinazione sintetica del reddito, «a condizione che il reddito complessivo accertabile non ecceda di due terzi il reddito dichiarato».

Qual è lo scopo del redditometro?

Scopo del redditometro è chiaramente quello di ricostruire un maggior reddito occulto del contribuente tramite il tenore di vita da questi mantenuto nel corso del tempo, sulla scorta del principio elementare secondo cui nessuno può spendere più di quanto guadagna, tenendo peraltro conto che una parte del reddito serve comunque per vivere (cibo, vestiti, abitazione). Quindi, un soggetto che guadagni mille euro al mese ma spende 500 euro per la rata del mutuo, 100 per l’assicurazione e 400 per l’affitto è evidentemente un evasore fiscale a meno che dimostri di ottenere dei sussidi da familiari e parenti conviventi, di cui comunque dovrà dare prova documentale (v. dopo).

Quando opera il Redditometro?

Il redditometro – e quindi l’allarme al fisco – scatta tutte le volte in cui il reddito dichiarato dal contribuente si discosta, anche per un solo periodo d’imposta, di un quinto rispetto a quello accertato. In pratica il volume di spesa deve essere superiore al 20% rispetto a quanto dichiarato, nello stesso periodo di imposta, dal cittadino.

La rettifica può basarsi su ogni spesa sostenuta dal contribuente nel periodo d’imposta. Ai fini del calcolo occorre considerare il reddito dichiarato, e non quello accertato. 

Chiaramente il Redditometro è in grado di funzionare solo quando la spesa sostenuta dal contribuente viene, in un modo o nell’altro, comunicata all’Agenzia delle Entrate. Ciò avviene per tutti gli acquisti di beni soggetti a registrazione (auto, case, terreni, barche, ecc.), o per i quali è necessario fornire il codice fiscale dell’acquirente (mutui, assicurazioni, polizze vita, contratti di affitto, viaggi) o per i quali è stato lo stesso contribuente a dare la comunicazione all’Agenzia delle Entrate (magari per detrarre le spese dalle tasse o per ottenere detrazioni o deduzioni fiscali) o ad allegare la fattura nella dichiarazione dei redditi (si pensi a un professionista che acquista un computer per lo studio e si fa rilasciare la fattura).

 Restano “segreti” invece tutti gli acquisti per i quali viene rilasciato lo scontrino (salvo per quelli relativi farmaci): lo scontrino infatti non reca il codice fiscale del contribuente e quindi è completamente anonimo. Una spesa di questo tipo (si pensi a quella fatta al supermercato) non può essere rilevata mai dal fisco e non può far scattare il redditometro.

I controlli sulla famiglia

Uno dei motivi di giustificazione più frequenti, addotto dal contribuente raggiunto da accertamento sintetico con redditometro, consiste nell’imputare la capacità di spesa ad altro componente del nucleo familiare, che guarda caso ha dichiarato un reddito congruo rispetto agli indici di capacità contributiva rilevati. Per esempio, l’appartamento acquistato dallo studente diciottenne privo di redditi può essere giustificato dall’apporto economico dei genitori che hanno sponsorizzato l’operazione. Per questo motivo, alle Agenzie viene raccomandato di valutare la complessiva posizione reddituale dei componenti del nucleo familiare, anche per tenere conto che determinate spese possono essere giustificate dal tenore di vita della famiglia nel suo complesso; la circolare va oltre nel prevedere che l’attività di accertamento sintetico deve essere posta proprio sul nucleo familiare anche per valutare, in base agli elementi complessivamente acquisiti, il soggetto verso cui dirigere l’accertamento, cioè colui che, intestando ad altri familiari beni o servizi, non sembra rappresentare una posizione fiscalmente a rischio.

Procedimento di accertamento con il redditometro

Dopo aver visto cos’è e come funziona il Redditometro, cerchiamo di capire come avviene il procedimento di accertamento – volto a ricostruire il maggior reddito del contribuente – e quindi cosa si rischia.

La legge [4] regola dettagliatamente la procedura che bisogna seguire in caso di accertamento sintetico.  

Il primo principio da cui partire è che il redditometro non crea una «presunzione assoluta» di colpevolezza. Al contribuente deve essere sempre fornita la possibilità di difendersi prima ancora del ricorso al giudice, di dimostrare cioè che gli acquisti effettuati sono il frutto di redditi non dichiarati perché esenti o perché già tassati alla fonte. Ecco perché la normativa e la giurisprudenza si preoccupano di ricordare all’Agenzia delle Entrate, tutte le volte in cui il Redditometro segnala un’anomalia, di chiamare il contribuente a fornire delle giustificazioni e solo all’esito di questa fase amministrativa procedere eventualmente all’invio dell’accertamento fiscale.

In primo luogo, dunque, l’Agenzia delle Entrate notifica l’invito a comparire [5] per fornire dati e notizie relativi alle incongruità rinvenute, tra reddito dichiarato e reddito potenzialmente accertabile sinteticamente. Il contribuente non può glissare l’invito poiché, diversamente, per lui si preclude la possibilità di presentare la documentazione a sua discolpa nel corso di un eventuale e successivo ricorso al giudice. In pratica, se non vengono forniti dati e notizie espressamente richiesti dagli uffici, questi non possono essere prodotti in successive fasi amministrative (in sede di adesione) e processuali, salvo si dimostri che, in base ad elementi oggettivi, il contribuente non ha potuto produrli prima.

Dopo di ciò, se la pratica non viene archiviata, viene notificato l’invito al contraddittorio [6], che contiene già i maggiori imponibili e le imposte contestate, finalizzato all’eventuale accertamento con adesione.

Dopo l’invito, ci sarà l’incontro tra le parti, e, se il tutto è definito con adesione, la pretesa può essere ridimensionata e le sanzioni sono ridotte a 1/3 del minimo.

Ove ciò non avvenga, verrà notificato l’avviso di accertamento, e il contribuente:

  • non può presentare domanda di adesione in quanto si tratta di accertamento preceduto da invito (ove trasmessa ugualmente, essa non avrà l’effetto di sospendere il termine per il ricorso per 90 giorni);
  • può, entro il termine per il ricorso, beneficiare dell’acquiescenza, accettando interamente la pretesa e fruendo della riduzione delle sanzioni a 1/3 dell’irrogato, potendo dilazionare il debito senza garanzie;
  • può, sempre entro il termine per il ricorso, definire le sanzioni al terzo dell’irrogato pagando il dovuto per intero e ricorrere per l’imposta;
  • può presentare un ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale, entro i sessanta giorni, ricorso, e il processo proseguirà secondo gli schemi ordinari (non ci sono preclusioni per la mediazione fiscale o la conciliazione giudiziale).

Come difendersi dal redditometro

Vediamo ora come tutelarsi dal redditometro.

Il contribuente può dimostrare che la spesa è stata sostenuta con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.

Ad esempio egli può dimostrare di:

  • aver ricevuto donazioni o sostegni economici da familiari 
  • aver venduto dei propri beni e, coi soldi ricavati, aver comprato i beni di maggior valore;
  • aver ricevuto un mutuo (ma in tal caso dovrà dimostrare che la rata è sostenibile con il proprio reddito);
  • aver ricevuto un’eredità e la disponibilità sul conto corrente è rimasta per tutto il periodo in contestazione (prova da fornire con gli estratti conto);
  • aver vinto al gioco;
  • aver ottenuto un risarcimento del danno;
  • aver ricevuto redditi già tassati alla fonte e che perciò non andavano dichiarati (ad esempio dei compensi per la cessione dei diritti d’autore).

Tutte le prove devono essere documentali. Non si può ricorrere quindi alla prova testimoniale. La prova privilegiata resta sempre il bonifico che certifica l’accredito sul proprio conto corrente.