Il marchio di fatto: cos’è e quali oneri comporta

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa c’è da sapere in materia di preuso, diritti affievoliti, accordi di coesistenza per una migliore tutela del marchio di fatto.

Marchi, brevetti, diritti d’autore … tutte tutele previste dall’attuale ordinamento a difesa della cosiddetta proprietà immateriale o intellettuale. Quindi se tutto è espressamente previsto dal legislatore e fatto oggetto di apposita tutela, verrebbe spontaneo chiedersi: il marchio di fatto, cos’è e quali oneri comporta per chi ne è titolare? A livello terminologico il marchio non registrato è comunemente definito “marchio di fatto”, vale a dire un marchio che esiste nella realtà di fatto, anche senza una sua previa registrazione presso i registri competenti. Cosa comporta questo in parole povere? Se per una propria visibilità, si cominciasse a contraddistinguere i propri prodotti/servizi con un determinato segno distintivo, senza alcuna formale registrazione, si sarebbe titolari di qualche diritto. Infatti anche il semplice uso reiterato nel tempo e non semplicemente episodico di un segno di fatto ha il potere di far acquisire dei diritti di esclusiva. Quindi anche chi faccia uso di un marchio in modo continuativo in una determinata area geografica, può vantare dei diritti sul segno, ma ovviamente la tutela che l’ordinamento riconosce al marchio registrato è ben diversa da quella che si associa al cosiddetto marchio di fatto. Vediamo quindi quali sono le potenzialità connesse al marchio di fatto e quali sono gli oneri per il titolare.

Diritti di proprietà titolati e non titolati: che significa?

La distinzione in ambito di proprietà industriale è semplice da spiegare. I diritti titolati in materia di marchi sono quelli che si costituiscono tramite la procedura di registrazione.

Quindi un’attività di carattere amministrativo fa costituire in capo al titolare del marchio un diritto di proprietà ad uso esclusivo. I diritti non titolati, quali sono appunto quelli inerenti ai marchi di fatto, invece sorgono in virtù di determinati presupposti che la legge ha ben individuato.

Per dirla con una pronuncia degli Ermellini, la tutela del marchio di fatto si ha “per effetto della notorietà presso il pubblico, pertanto presuppone una utilizzazione effettiva, con la conseguenza che la tutela non è esperibile in rapporto a segni distintivi di un’attività d’impresa mai esercitata dal preteso titolare” [1].

Da qui si evince una prima conseguenza fondamentale, vale a dire che nel caso del marchio di fatto, il titolare ha l’onere di fare uso del segno distintivo, se vuole avere riconosciuta una sua proprietà sul segno. Del resto, non essendoci alcuna documentazione a sostegno della titolarità del segno, l’unica prova in un eventuale giudizio che il presunto titolare del marchio potrebbe produrre è quella concernente un uso effettivo del segno per determinati prodotti o servizi. In termini molto sintetici, si potrebbe dire che l’uso del segno vale a costituire un diritto.

La tutela ridotta riconosciuta al marchio di fatto

Chiarito che anche chi non registra il marchio che di fatto però usa, è titolare di diritti degni di esclusiva, passiamo ora a considerare qual è la diversità che intercorre con il titolare del marchio registrato.

La registrazione del segno attribuisce al titolare, a partire già dal momento del deposito, un diritto di esclusiva nell’intero territorio nel quale il marchio è stato registrato. Vale a dire che in caso di marchio nazionale, l’esclusiva che può vantare il titolare si estenderà sull’intero territorio italiano, nel caso in cui la registrazione sia stata effettuata presso l’Uibm (Ufficio italiano brevetti e marchi), mentre se la registrazione è stata fatta presso l’Euipo (European union intellectual property), la tutela si estenderà all’interno dell’intera Unione europea.

Una specificazione che potrebbe sembrare banale, ma che in realtà è funzionale ai fini della diversa portata del marchio di fatto; quest’ultimo infatti attribuisce al titolare una esclusiva territorialmente limitata. Che significa questo in soldoni? Semplicemente che se Tizio ha usato il suo marchio di fatto con continuità, ad esempio nelle regioni del lombardo-veneto, potrà vantare diritti di esclusiva solo all’interno di quelle due realtà geografiche e solo a partire dagli anni in cui ha iniziato a far uso del segno. Una condizione questa che produrrà delle conseguenze anche in capo ad altri soggetti, come si vedrà di seguito.

Oneri che gravano sul titolare del marchio di fatto

Arrivati a questo punto, quindi si è scoperto che è possibile avere riconosciuta una tutela da parte dell’ordinamento anche senza registrare il marchio presso le autorità competenti, ben consapevoli però della ridotta estensione territoriale.

Il titolare del marchio di fatto ha specifici oneri e dovrà:

  • fare un uso effettivo del segno;
  • usare il segno più diffusamente possibile;
  • fare uso del segno con carattere di continuità e non semplicemente in modo episodico;
  • mantenere le cosiddette “prove d’uso”.

Come si sarà notato, la parolina chiave attorno alla quale ruotano i vari oneri del titolare è l’“uso”. Passiamo ora in rassegna le caratteristiche specifiche associate all’uso del marchio di fatto. Per uso costante e diffuso si intende che il segno dovrà essere usato senza grossi intervalli di tempo, per cui se il titolare di una ditta individuale dovesse produrre o anche commercializzare i prodotti contraddistinti da un marchio una tantum, questo uso non servirebbe a costituire in capo al titolare un’esclusiva.

Diverso il caso della ditta che invece facesse uso costante del marchio e per di più in maniera diffusa, vale a dire in modo da associare l’uso del segno sui prodotti o servizi a quello su carta stampata, brochure, insegne, volantini, gadget, pubblicità, vetrine on-line. Una condotta, quest’ultima, che se è consigliata a tutti i proprietari di marchi, nel caso dei titolari di marchio di fatto è imprescindibile per poter poi rivendicare una esclusiva, soprattutto in caso di eventuali controversie con chi entri successivamente nel mercato nella stessa area di prodotti e servizi con un marchio identico.

Da ultimo poi, al titolare del marchio di fatto è vivamente consigliato di mantenere più prove possibili a testimonianza dell’uso effettivo del segno, che tradotto in termini pratici significherà tenersi copia a pagina intera di giornali e riviste su cui sia comparsa la pubblicità dei marchi di fatto. Perché è opportuna la pagina intera? Perché in caso di controversia giudiziale, sarai in grado di dimostrare al giudice a partire da quale data e con quale periodicità hai cominciato a fare uso del segno.

Quali sono le conseguenze del preuso del marchio di fatto?

La legge è chiara sul punto [2] e cioè non solo specifica i diritti che discendono in capo al titolare del marchio di fatto, ma si preoccupa anche di gettare uno sguardo oltre. Vale a dire cioè che il legislatore si esprime anche sulle conseguenze che la preesistenza del marchio di fatto produce verso i potenziali concorrenti che invece intendano registrare il medesimo marchio di fatto già usato da altri a partire da epoche precedenti.

Va da sé, ma forse è sempre bene rammentare che la tutela prevista dai codici di legge si rivolge essenzialmente ai marchi registrati. Per cui le previsioni relative ai marchi di fatto sono state inserite a fini di esaustività e anche per fornire delle dritte laddove due titolari di marchio identico (di cui: uno di fatto e l’altro registrato) dovessero entrare in conflitto.

Laddove, ad esempio, Tizio avesse fatto uso di un segno senza registrarlo e questo segno non avesse il carattere della notorietà, o avesse una notorietà puramente circoscritta ad un dato ambito locale, tutto ciò non potrebbe impedire la successiva registrazione da parte di Caio del medesimo marchio.

Un esempio chiarirà meglio il tutto: supponiamo che Tizio faccia uso sin dal 2017 del marchio di fatto “Arpa” per contraddistinguere articoli di pelletteria prodotti e commercializzati esclusivamente all’interno della regione Liguria. Potrà tale preesistenza del marchio di Tizio togliere il carattere della novità al medesimo marchio “Arpa” che magari nel 2019 Caio intendesse registrare sempre per articoli di pelletteria? La formulazione della legge anzidetta, consente di affermare che la condotta di Caio è nei termini di legge, laddove il marchio di fatto non sia però notorio o con una notorietà locale circoscritta.

Cosa sono i diritti affievoliti?

Arrivati a questo punto della disamina delle varie questioni, una domanda potrebbe sorgere spontanea: se la legge ammette la coesistenza di due marchi identici di cui uno di fatto e l’altro registrato per prodotti e servizi identici, dove sta l’esclusiva in capo al titolare del marchio? In effetti il quesito ha il suo perché. Se infatti la registrazione del segno, si è detto, serve a garantire l’esclusiva, in questo caso si avrebbe una apparente contraddizione.

In effetti, il preuso di un marchio di fatto comporta delle conseguenze in caso di futura registrazione da parte di altri dello stesso marchio per i medesimi prodotti o servizi.

Il diritto sul marchio registrato successivamente e identico ad un precedente marchio di fatto altrui risulterà “affievolito” in proporzione dell’entità del preuso. In parole più semplici, se il marchio “Arpa” oggetto di preuso in Liguria, venisse successivamente registrato da Caio presso l’U.i.b.m. (Ufficio italiano brevetti marchi), l’esclusiva di quest’ultimo avrebbe una portata ridotta. In effetti è proprio questo il significato del termine “diritto affievolito”, vale a dire più debole.

La debolezza sta nel fatto che il titolare del marchio registrato dovrà sopportare la coesistenza sul mercato del preutente del medesimo marchio di fatto. Una situazione delicata anche dal punto di vista della potenzialità confusoria per il pubblico che necessiterà di specifici accordi.

Accordi di coesistenza: cosa sono e a cosa servono?

Tutto ciò premesso, al fine di salvaguardare il pubblico dei consumatori che potrebbe essere indotto in errore davanti al medesimo marchio usato da distinti titolari per prodotti o servizi identici o affini, è buona regola addivenire alla stipula di accordi cosiddetti di coesistenza; vale a dire accordi scritti dove i due titolari fissano le regole delle loro future pratiche commerciali.

Al di là delle specifiche prescrizioni che ciascuna parte sarà libera d’inserire nell’accordo, il punto nodale sarà proprio quello che fissa i limiti territoriali delle due esclusive. Per tornare all’esempio fatto sopra, il preutente Tizio avrà il diritto di esclusiva solo in territorio ligure, mentre Caio in quanto titolare del marchio registrato, avrà l’esclusiva sulla restante parte del territorio nazionale.

Le esclusive saranno relative e circoscritte all’interno di diversi ambiti territoriali. Una situazione quindi tollerata dall’ordinamento, ma che si basa sostanzialmente su una sorta di compromesso.

Divorzio casa coniugale e figli maggiorenni

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’assegnazione della casa coniugale è spesso motivo di contrasto tra i coniugi che divorziano. Ma a chi spetta la casa quando vi sono figli maggiorenni?

Uno dei provvedimenti del giudice più importanti in occasione del divorzio (ma anche dello scioglimento della famiglia di fatto) è quello riguardante l’assegnazione – cioè l’attribuzione del diritto al godimento – della casa coniugale.

Riguardo ai criteri di tale assegnazione, è opportuno fare alcune precisazioni.

In primo luogo, la casa non viene assegnata necessariamente a chi ne è proprietario.

Accade di frequente, anzi, che l’abitazione (spesso di proprietà del marito) venga assegnata alla moglie.

Inoltre, l’immobile non viene assegnato obbligatoriamente al coniuge al quale non è addebitato il divorzio, quasi fosse un premio per il suo comportamento corretto, nei confronti dell’altro coniuge, durante il matrimonio.

In realtà, il criterio da seguire nell’assegnazione della casa coniugale è esclusivamente quello dell’interesse della prole, soprattutto in presenza di figli minori [1].

È per questo motivo che l’abitazione viene assegnata al genitore affidatario, ossia il coniuge a cui siano stati affidati i figli.

Si tratta di un criterio che tende a garantire, tra l’altro, il diritto dei figli – soprattutto minori – a quella stabilità emotiva e affettiva che scaturisce proprio dal fatto di continuare ad abitare nella casa nella quale sono cresciuti nonché a frequentare i propri amici e che potrebbe essere compromessa da un repentino e traumatico cambio di residenza.

Finora ti ho parlato soprattutto delle ipotesi in cui vi sono figli minorenni. Ma, ti starai chiedendo a questo punto,  che cosa ne è della casa coniugale quando vi sono figli maggiorenni?

Se il figlio è maggiorenne, viene meno l’assegnazione della casa familiare?

La presenza del figlio maggiorenne non incide, di per sé, sull’assegnazione della casa familiare. Infatti se è vero che, in occasione del divorzio (ma lo stesso vale nel caso di scioglimento di un’unione di fatto), l’ordinamento si preoccupa di tutelare in modo particolare i figli minori – al cui esclusivo interesse devono essere ispirati i provvedimenti del giudice – ciò non significa che tale tutela scompaia con riferimento ai figli maggiorenni.

In effetti, mentre l’assegnazione della casa di famiglia al coniuge affidatario è la regola in presenza di figli minorenni, tale assegnazione, nell’ipotesi di un figlio maggiorenne, dipende dall’autonomia finanziaria di quest’ultimo: se è indipendente dal punto di vista economico – e dunque può permettersi di andare a vivere altrove, salvo prova del contrario – viene meno nei suoi confronti l’esigenza di protezione, realizzata attraverso l’assegnazione dell’abitazione al coniuge affidatario. Pertanto, se la casa è stata assegnata a uno dei coniugi quando il figlio era ancora minorenne e, dopo aver raggiunto la maggiore età, questi diventa economicamente autonomo, il genitore non affidatario – proprietario dell’abitazione familiare – potrà richiedere la revoca del precedente provvedimento di assegnazione della stessa. Ciò in quanto, è bene ricordare, le decisioni del giudice in materia di separazione e divorzio hanno carattere provvisorio, sono cioè soggette a modifica nel caso in cui le circostanze che ne erano a fondamento siano mutate nel corso del tempo.

Se invece tale autonomia finanziaria non è stata ancora raggiunta, riprendono il sopravvento le esigenze di tutela della stabilità abitativa della prole che abbiamo visto con riferimento ai figli minori ma che valgono – sia pure con intensità e forme diverse – anche per i figli che abbiano raggiunto la maggiore età.

Ovviamente, la non autosufficienza del figlio maggiorenne può determinare l’assegnazione della casa familiare solo se il coniuge affidatario dimostri che lo stesso figlio si sta dando da fare (per esempio, inviando curriculum o sostenendo colloqui di lavoro), per conseguire un impiego che gli consenta di rendersi indipendente.

Casi particolari

Figlio maggiorenne che vive da solo per motivi di studio.

Se il figlio maggiorenne va a vivere da solo perché lo stipendio che percepisce glielo consente, ciò potrà comportare la revoca del precedente provvedimento del giudice di assegnazione dell’abitazione familiare al coniuge affidatario (sempre che non vi siano anche figli minori di età, la cui tutela, come visto sopra, è sempre garantita).

Se egli invece si trasferisce soltanto perché è un iscritto fuori sede all’università, è ovvio che questa sua condizione è, in sé, del tutto insufficiente per poter parlare di indipendenza economica e dunque per revocare l’originario provvedimento di assegnazione dell’appartamento [2].

Figlio maggiorenne con contratto di lavoro a termine

Il figlio maggiorenne che lavora con un contratto a termine, anche se i suoi guadagni sono limitati, va considerato autosufficiente sotto il profilo economico, con la conseguente revoca dell’eventuale provvedimento di assegnazione della casa familiare in favore del coniuge affidatario [3].

Cistite: sintomi, cause e cure

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Cos’è la cistite? Perché si presenta? Com’è possibile prevenirne la comparsa? Quali sono i rimedi? Come si sceglie il medico di base?

Se avverti un frequente e urgente stimolo di urinare e una sensazione di incompleto svuotamento della vescica; percepisci un forte bruciore alla minzione e un dolore al basso ventre; riscontri difficoltà nell’urinare e ti accorgi che le urine sono torbide, con tracce di sangue e/o maleodoranti, è bene che tu ti rivolga al tuo medico di fiducia, in quanto con molta probabilità hai la cistite. Se sei interessato all’argomento, continua a leggere il mio articolo; troverai maggiori informazioni sulla cistite: sintomi, cause e cure. I sintomi della cistite possono presentarsi tutti allo stesso tempo; manifestarsi singolarmente o mutare per frequenza, quantità e intensità. E’ bene precisare che è possibile riscontrare tali sintomi anche in altre patologie, ecco perché è fondamentale confrontarsi con un professionista ed evitare le terapie fai da te.

E’ possibile prevenire la cistite? Il ministero della Salute indica alcuni comportamenti da adottare per evitare la comparsa di infezioni delle vie urinarie, vale a dire: mantenere un’accurata igiene personale; non trattenere l’urina e svuotare la vescica quando se ne avverte lo stimolo; seguire una dieta sana ed equilibrata; bere molta acqua e succo di mirtillo (a quanto pare, secondo alcuni studi, protegge dalle infezioni delle vie urinarie). Quali sono le cause della cistite? In che modo è possibile curarla? Prosegui la lettura. Ti spiegherò come scegliere il medico di fiducia a cui potrai rivolgerti per la tutela della tua salute; ti parlerò delle ultime sentenze che hanno riconosciuto la cistite come causa di servizio; dopodiché potrai leggere l’intervista al dr. Fabrizio Muzi andrologo andrologo, urologo, specialista in chirurgia generale.

Come scegliere il medico di fiducia?

La prestazione curativa di assistenza medico-generica è erogata a favore del cittadino (utente del Servizio sanitario nazionale [1]) attraverso il personale dipendente del servizio pubblico o il personale convenzionato con lo stesso servizio [2].

Qualora non si preferisca il medico pubblico dipendente operante nell’Asl, la scelta del medico di fiducia dovrà ricadere sul medico convenzionato che opera nel Comune di residenza dell’utente del Ssn [3] con riferimento ad «una graduatoria unica per titoli, predisposta annualmente a livello regionale e secondo un rapporto ottimale definito nell’ambito degli accordi regionali, in modo che l’accesso medesimo sia consentito ai medici forniti dell’attestato o del diploma di cui all’art. 21 D.Lgs. 368/1999 e a quelli in possesso di titolo equipollente» [4].

L’assistito può scegliere il medico in base al principio della fiducia personale, tenendo ben presenti le finalità prevalenti di tutela della salute pubblica. In più, questa libertà di scelta deve essere collegata all’ambito territoriale di riferimento che, in genere, coincide con quello dell’Asl di appartenenza.

Nel caso dei grandi Comuni in cui sono presenti più Asl, l’ambito territoriale coincide con una frazione del Comune. Qualora l’Asl sia pluricomunale non è ammissibile un potere di scelta ristretto ad una sola parte del territorio su cui opera l’azienda sanitaria, in quanto ne deriverebbero una limitazione del potere di scelta (non consentita dall’art. 25 L. 833/1978) e una chiara disparità di trattamento tra cittadini e sanitari dei grandi centri e coloro che risiedono nei piccoli Comuni.

Una volta che il cittadino avrà scelto il medico di fiducia, individuato tra i medici convenzionati con l’Asl competente, quest’ultimo è tenuto a prestare l’assistenza medico-generica in forza del rapporto di convenzionamento.

Cistite: è riconosciuta come causa di servizio?

Secondo la Corte dei Conti [5], la cistite può dipendere da causa di servizio, qualora sia comparsa come reazione allergica alle vaccinazioni praticate subito dopo l’arruolamento e favorita dalla vita di caserma.

Inoltre, la Corte dei Conti, in un’altra pronuncia [6], ha ammesso che le numerose terapie adottate per curare una cistite cronica (già riconosciuta come causa di servizio) hanno determinato l’affezione gastroduodenitica: «instauratasi in individuo sicuramente debilitato nonché predisposto, tanto più che, durante la prestazione militare, ripetutamente ne aveva sofferto».

Per saperne di più sulla cistite, abbiamo intervistato il dr. Fabrizio Muzi (andrologo, urologo, specialista in chirurgia generale, ecografia internistica, carbossiterapia, ozonoterapia).

Cistite: cos’è?

La cistite è un’infezione delle basse vie urinarie caratterizzata da un’infiammazione della mucosa vescicale. A livello più rigorosamente scientifico e medico, essa rientra in un capitolo clinico molto più vasto che comprende gran parte delle patologie infiammatorie pelviche definite con l’acronimo Luts (lower urinary tract syndrome).

Cistite: cosa provoca?

Possiamo considerare la vescica un organo sociale. L’infiammazione cronica vescicale, oltre a provocare dolore, è anche in grado di modificare sensibilmente il nostro status fisico, relazionale, quotidiano. Può limitare le nostre attività, modificando il nostro umore e le nostre abitudini.

Quali sono i sintomi della cistite?

Con  questa domanda possiamo introdurre un po’ di nomi strani molto cari alla clinica medica classica:

  • pollachiuria: aumento transitorio o permanente del numero di minzioni durante le 24 ore. La minzione di solito non è abbondante ed è caratterizzata a volte da urgenza nel dover urinare;
  • disuria: difficoltà saltuaria o continua nell’urinare. Questo è un termine generico entro cui si può racchiudere anche la pollachiuria;
  • stranguria: bruciore o dolore durante la minzione, talvolta accompagnato da brividi e freddo;
  • presenza di urine torbide, scure, rosse a volte maleodoranti a causa della presenza di sangue e pus.

La febbre di solito non è presente, a meno che l’infezione non si sia propagata alle alte vie urinarie, cioè i reni.

Cistite: quali sono le cause e i fattori di rischio?

Molto comuni sono le cistiti batteriche, causate da batteri che popolano il colon. Questi possono raggiungere la vescica dall’esterno passando attraverso l’uretra, definita via retrograda o ascendente, oppure passando dall’interno, propagandosi cioè da organi vicini per contiguità. Il batterio più frequente è l’Escherichia Coli (80% delle infezioni) che presenta una grande capacità di sopravvivenza nel corpo umano ed è in grado di mutare rapidamente in modo da sviluppare geneticamente una multiresistenza alle terapie antibiotiche.

La cistite correla molto spesso con la frequenza dei rapporti sessuali, probabilmente a causa dell’irritazione meccanica del coito. L’uso di sistemi contraccettivi come il diaframma e, talvolta, l’uso indiscriminato di antibiotici, sempre più consigliati a livello” telefonico” senza un’adeguata valutazione clinica, generano squilibri nella popolazione di lattobacilli, considerati batteri “buoni” della flora vaginale.

Anche il periodo post menopausa può essere caratterizzato da più frequenti cistiti a causa del deficit di estrogeni che altera il normale trofismo vaginale. Assieme alla menopausa, anche interventi chirurgici uroginecologici (isterectomia, isteroannessiectomia, ecc.), la comparsa di prolasso rettale e uterino sono tra le condizioni predisponenti più comuni dell’età matura. Queste ultime condizioni possono determinare nelle donne l’incontinenza urinaria da stress o da urgenza che, già da sé, può creare problemi igienici e quindi favorire l’insorgenza di cistiti.

In ultimo, ma non per importanza, si  parla molto in ambito scientifico anche di una predisposizione genetica alle infiammazioni delle vie urinarie,  legata a meccanismi immunitari di immunoglobuline secretorie delle mucose, le IgA. Il dato genetico va sempre letto in correlazione con il dato ambientale.

Cistite: può presentarsi a causa dello stress?

Possiamo dire che lo stress può influenzare molti di questi apparati, alterando i normali equilibri biochimici. Lo stress è una parola che racchiude molti aspetti ambientali, luoghi che frequentiamo, cibo che assumiamo, abitudini di vita ecc. La cistite cronica può essere limitante nelle attività quotidiane e determinare stress fisico e, conseguentemente, anche psicologico.

Quanto è frequente la cistite nella popolazione?

È una delle infezioni più frequenti nella popolazione e colpisce soprattutto il sesso femminile: quasi 1 donna su 2 riscontra problemi di cistite. Circa il 25-35% delle donne di età compresa tra i 20 e i 40 anni ha manifestato almeno un episodio di cistite nella vita.

Nell’uomo, tornando al concetto di Luts, parliamo più spesso di prostatite. La sua incidenza, generalmente, non supera l’1-2% e tende ad aumentare dopo i 50 anni in conseguenza a condizioni come la sclerosi del collo vescicale e l’iperplasia prostatica benigna.

Quali sono le forme più diffuse?

Un sempre più elevato tasso di cistiti è quello delle forme recidivanti e resistenti a terapia. Sono più comuni nelle donne principalmente per due ragioni: nel sesso femminile l’uretra è più corta, quindi è più facile per i batteri invadere la vescica che in condizioni di normalità è sterile, non contiene cioè i batteri. Inoltre, il meato uretrale è più vicino a vagina e ano, che sono dei distretti anatomici particolarmente ricchi di flora batterica.

Non tutte le cistiti sono provocate da batteri. Esistono condizioni legate a fluttuazioni ormonali nella donna, tra estrogeni e progestinici, che provocano un’esfoliazione cellulare all’interno della vescica denominata trigonite. Altre forme di cistite, fortunatamente più rare, sono quelle che coinvolgono la parete interna della vescica e non l’urotelio che la riveste. La cistite interstiziale determina la formazione di numerosi capillari facilmente sanguinanti durante la distensione fisiologica, tanto da determinare molto spesso delle ulcerazioni dolorose.

E’ possibile prevenire la cistite?

Grande importanza hanno le nostre abitudini quotidiane. Il fumo, ad esempio, è irritante per la vescica oltre ad essere fattore di rischio per il carcinoma vescicale e uroteliale.

Occorre un adeguato apporto idrico giornaliero (almeno 2 litri/die); bisogna evitare di trattenere l’urina, che può essere causa di predisposizione all’infiammazione della vescica, abitudine sempre meno rispettata alle nostre latitudini. Svuotare la vescica, spesso, impedisce ai batteri di replicarsi esponenzialmente. E’ importante urinare prima del sonno o dopo un rapporto sessuale. Inoltre, è consigliabile utilizzare biancheria intima di tessuto naturale come il cotone. Di vitale importanza, è fare in modo di regolarizzare l’intestino, poiché anche la stipsi è uno dei maggiori fattori di rischio per la cistite. In sostanza, l’apparato urinario e intestinale sono distretti anatomicamente divisi, ma funzionalmente sinergici.

Grande importanza risiede nella cura dell’igiene locale evitando l’utilizzo di detergenti non adeguati o troppo irritanti. Nell’igiene intima femminile si devono scegliere saponi a pH acido, affine a quello dei genitali esterni femminili. Per l’uomo, occorre utilizzare prodotti neutri.

Cistite: come viene diagnosticata?

La maggior parte delle infezioni urinarie non complicate è causata da batteri di origine intestinale. L’identificazione dell’agente infettante è importante per la diagnosi e per la terapia, soprattutto nelle cistiti ricorrenti. Gli esami di laboratorio che orientano verso la diagnosi di cistite di origine batterica sono l’esame chimico-fisico e l’urinocoltura.

Cistite: quando diventa cronica?

La fenomenologia clinica della cistite cronica è simile a quella della cistite acuta, ma è caratterizzata da sintomi più lievi. Si può affermare che una donna soffre di cistite ricorrente quando presenta almeno tre episodi di cistite acuta in un anno oppure almeno due episodi di cistite acuta in sei mesi.

Quando andare dal medico o al pronto soccorso?

Il medico di famiglia è sicuramente il primo riferimento che può fare una buona diagnosi clinica per poi prescrivere la terapia più adatta e personalizzata a seconda dei casi. Al suo fianco, ci siamo noi specialisti, urologi, andrologi e ginecologi. Il pronto soccorso è chiamato in causa per gestire il dolore acuto o eventualmente le complicanze, quando cioè la cistite finisce per coinvolgere anche i reni determinando sintomi febbrili e infettivi molto seri.

Come si cura la cistite?

Curare correttamente la cistite sin dal primo episodio serve a evitare le comuni recidive e resistenze. Nella maggioranza dei casi, la cistite ha un decorso benigno e si risolve generalmente con un aumento dell’apporto idrico ed eventualmente un breve trattamento antibiotico, ancor meglio se mirato in caso delle sole cistiti batteriche. È possibile e opportuno preferire terapie differenziate per l’uomo e per la donna in considerazione di sintomi concomitanti (prostatite, vaginite ecc.)

E’ possibile curare la cistite in modo naturale?

Esistono molte sostanze in natura che ci possono aiutare. L’E. coli può sopravvivere in ambiente acido, si moltiplica a grande velocità e riesce ad adattarsi a qualsiasi ambiente; risulta costituito da microciglia, composte da lectine che si legano al mannosio presente sulla mucosa vescicale e del tratto urinario. Per questo motivo, possiamo usare ad esempio il D-Mannosio, il Cranberry e altri potenti antiossidanti per limitare effetti lesivi ed adesivi dei batteri.

L’acido ialuronico, disponibile numerose formulazioni (sia per bocca sia da iniettare direttamente in vescica), può fornire i mattoni per ricostituire la barriera uroteliale, il “coating” che ricopre l’interno della vescica. In caso di resistenze al trattamento medico (antibiotici, integratori, ecc.), esistono anche terapie non convenzionali come l’ozonoterapia e la carbossiterapia, sia per le cistiti batteriche sia per quelle abatteriche in grado di risolvere molti quadri clinici complessi sia nell’uomo sia nella donna.

Cistite in gravidanza: cos’è?

La cistite può insorgere anche e soprattutto durante la gravidanza per molte ragioni. Dal punto di vista clinico, non differisce di molto dalle cistiti batteriche dell’adulto. Può determinarsi facilmente dal momento che durante la gravidanza si può avere un ristagno urinario, un aumento del residuo al termine della minzione. Durante il periodo della gravidanza, occorre valutare con attenzione l’uso degli antibiotici e degli antiinfiammatori. Come ben sappiamo, alcune molecole non si possono utilizzare, soprattutto nelle prime fasi di gestazione.

Cistite in gravidanza: quali sono le cause e le possibili complicanze?

Nelle donne in gravidanza, la cistite è particolarmente diffusa, a causa di una serie di modificazioni correlate all’aumento dei livelli di progesterone nell’organismo della donna con conseguente ipotonia muscolare dell’uretere e dell’uretra.

Non bisogna dimenticare che il moltiplicarsi di vari ormoni, come la prolattina, aumenta notevolmente la tendenza alla formazione di calcoli urinari che possono favorire l’impianto di colonie batteriche nelle vie urinarie.

Cistite nei bambini: consigli?

Le  infezioni delle vie urinarie possono colpire anche i bambini. Anche in questo caso, l’incidenza è maggiore negli individui di sesso femminile. Nei più piccoli, la cistite può manifestarsi attraverso segni e sintomi generici, apparentemente senza alcuna spiegazione. Ad esempio: irritabilità, inappetenza, vomito, astenia e febbre.

Il consiglio più saggio è quello di rivolgersi al pediatra. Per prevenire le cistiti nei bambini bisogna: curare scrupolosamente l’igiene, sia nel periodo in cui si utilizza il pannolino, sia dopo utilizzando sempre prodotti adeguati e indumenti intimi sempre in fibra naturale; educare i bambini a non trattenere a lungo l’urina (questo comunque dovremmo ricordarlo anche agli adulti). In conclusione, l’informazione è un’arma molto potente.

Codice raccomandata 152

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Avviso di giacenza con codice 152: cosa significa? Cosa indicano i codici raccomandata 152, 153 e 154? Compiuta giacenza: cos’è?

Se attendi da tempo una lettera o un avviso importante, non devi temere se il postino non ti trova a casa: se non ci sei, oppure non c’è nessun altro che possa ritirare la posta per te, il portalettere provvede a lasciare nella cassetta una comunicazione (cosiddetto avviso di giacenza) ove ti dice che la busta a te destinata ti attende per il ritiro presso l’ufficio postale. Dall’avviso potrai ricavare alcune informazioni utili su ciò che si trova alle poste: in particolare, grazie al codice raccomandata, potrai sapere in anticipo quale può essere il contenuto della missiva. Con questo articolo vorrei soffermarmi in particolare sul codice raccomandata 152. Cosa significa? Cosa contiene una lettera contraddistinta da tale numero? Cosa può essere stato recapitato? Se cerchi risposte a queste domande, sei nel posto giusto: nei prossimi paragrafi ti spiegherò, in modo semplice e chiaro, cos’è un avviso di giacenza e cosa può contenere una raccomandata recante codice 152.

Cos’è l’avviso di giacenza?

Cominciamo con ordine. Prima di spiegarti cosa identifica il codice raccomandata 152 è necessario che ti dica cos’è l’avviso di giacenza. Come in parte anticipato, si tratta di una comunicazione che il portalettere lascia ogni volta che non trova il destinatario (o altro soggetto legittimato alla ricezione, come il portiere oppure un familiare) della raccomandata o dell’atto che deve recapitare.

L’avviso di giacenza ha l’aspetto di uno scontrino della spesa, all’interno del quale potrai trovare diverse informazioni. Prosegui nella lettura.

Cosa c’è scritto nell’avviso di giacenza?

All’interno dell’avviso di giacenza che il postino ti ha lasciato troverai alcune indicazioni molto utili ad identificare la raccomandata o l’atto che era a te destinato e che ora si trova, in attesa del ritiro, presso l’ufficio postale. Nello specifico, nell’avviso di giacenza sono riportati:

  • la città di provenienza della busta;
  • la data in cui il postino si è recato da te per la consegna;
  • l’ufficio postale ove la busta è in attesa del ritiro (cosiddetto ufficio postale di giacenza);
  • i giorni e gli orari durante i quali puoi recarti alle poste per il ritiro;
  • un codice composto da circa una decine di cifre, indicante il contenuto della busta.

Proprio quest’ultimo codice numerico prende il nome di codice raccomandata e, se inizia per le cifre 152, può contenere quanto di seguito sto per indicarti.

Codice 152: cosa c’è nella raccomandata?

Se nella tua cassetta delle lettere hai trovato un avviso di giacenza (spesso definito anche come raccomandata indescritta) recante il codice raccomandata 152, puoi stare tranquillo che non si tratta di un atto giudiziario oppure di una multa.

Come spiegato anche nel mio articolo dal titolo Avviso di giacenza raccomandata: codice per sapere che c’è dentro, tutti i codici che cominciano con il numero 15 indicano delle raccomandate semplici, cioè comunicazioni che possono provenire da un privato, da un’impresa oppure da un’amministrazione pubblica ma che non necessariamente contengono cattive notizie.

Codice raccomandata 152: cosa può contenere?

In una raccomandata avente codice 152 potrai trovare:

  • una diffida da parte di un privato oppure di un legale;
  • una comunicazione formale da parte di un’impresa (ad esempio, la casa madre della tua auto), da una banca o da un’assicurazione;
  • una convocazione condominiale;
  • un sollecito di pagamento;
  • una risposta proveniente dalla pubblica amministrazione.

Codici raccomandata 153 e 154

Del tutto analoghi al codice raccomandata 152 sono il codice 153 e il codice 154, anch’essi riferibili a comunicazioni semplici, differenti dalle notifiche formali di atti giudiziari, multe o cartelle di pagamento.

Compiuta giacenza: dopo quanto tempo?

Se una raccomandata identificata dal codice 152 non viene ritirata presso l’ufficio postale di giacenza entro trenta giorni da quando è stato consegnato il relativo avviso al destinatario assente, essa verrà restituita al mittente per compiuta giacenza.

La compiuta giacenza sta a significare che, sebbene la raccomandata o l’atto non siano stati ritirati, essi si intendono comunque regolarmente portati a conoscenza del destinatario e, per il mittente, la notifica è perfettamente andata a buon fine.

La compiuta giacenza per una raccomandata è di trenta giorni; per un atto giudiziario, invece, è di centottanta giorni (sei mesi).

Come vivere con pochi soldi

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vivere con pochi soldi, ma in maniera dignitosa non è un’impresa impossibile, bastano pochi e semplici accorgimenti.

La crisi economica, l’incertezza sul lavoro, i prezzi dei beni di prima necessità che tendono a salire sempre di più, il costo medio della vita che sempre troppo alto, sono solamente alcuni dei motivi che spingono gli italiani a vivere in modo molto più parsimonioso rispetto al passato. I soldi sono pochi e bisogna amministrarli con la massima attenzione, in alcuni casi si tratta di una scelta obbligata perché, ad esempio, gli stipendi ridotti non consentono ampi spazi di manovra, in altri, invece, vi è una vera e propria scelta minimalista che vede l’abbandono del superfluo al fine di instaurare un rapporto con il denaro meno viscerale.

Abbandonare le abitudini consumistiche può rappresentare una vera e propria svolta e intraprendere un percorso del genere, a detta di chi lo ha fatto, è estremamente soddisfacente e non implica eccessive rinunce o sacrifici, ma spinge l’individuo ad osservare la propria esistenza da una prospettiva diversa. Coloro che si trovano in una situazione analoga si domandano dunque come vivere con pochi soldi?

Cos’è il minimalismo?

Il minimalismo è una filosofia di vita che, soprattutto negli ultimi tempi, sta spopolando in tutto il mondo, interpretata come modo per raggiungere la pace e l’equilibrio interiore. La società moderna è basata essenzialmente sul consumismo, su cose comprate non per reale necessità, ma perché è la pubblicità che spinge a spendere soldi inutilmente.

Le case sono piene di oggetti che vengono lasciati in fondo ai cassetti e di cui non si sa neanche il tipo di utilizzo, gli armadi traboccano di vestiti di svariate taglie e le scarpiere, oltre a quelle di uso quotidiano, presentano anche diversi modelli di chissà quale collezione.

Si spende troppo denaro per accaparrarsi merce che, nella maggioranza dei casi, non viene mai usata o sfruttata appieno e questa abitudine sbagliata riguarda tutti i settori: dalla spesa alimentare allo shopping di lusso. Le case vengono riempite di oggetti ma, avendo delle dimensioni sempre più ridotte, monolocali o bilocali, manca proprio lo spazio materiale per contenere tutte queste cose provocando disordine e, di conseguenza nervosismo.

Se ci si sofferma un attimo a pensare a quante cose vengono acquistate ogni giorno e a quante vengono realmente utilizzate viene da pensare che forse i consumi sono davvero troppo vasti rispetto alle reali necessità della persona. Chi non può o non vuole più portare avanti certe abitudini si domanda allora: come vivere con pochi soldi?

Il minimalismo permette di vivere con pochi soldi

Il minimalismo è uno stile di vita diametralmente opposto al consumismo e prevede la liberazione totale dal superfluo e dagli oggetti che effettivamente non servono per lasciare spazio vitale utile per riflettere e meditare sulle tematiche importanti.

In pratica, si tratta di abbandonare le cattive abitudini, volte a spendere denaro spesso in maniera compulsiva, per dedicarsi alla cura della propria persona in una sorta di individuazione di quelli che sono i veri valori. Anche da un punto di vista psicanalitico, chi tende ad acquistare in continuazione lo fa con l’intento di colmare un vuoto interiore e pensa di poterlo fare con i beni materiali.

Il minimalista è colui che vive benissimo con poco, anzi, con il necessario, usando le cose con parsimonia e non desiderando oggetti di cui effettivamente non ha bisogno. Vivere con pochi soldi, ossia abbandonare il sovrabbondante e orientarsi verso un’esistenza più semplice, interpreta appieno lo stile minimalista, fonte di enorme pace interiore. Ma esiste un metodo per essere sereni con poco denaro? Certamente, basta approcciarsi diversamente ad ogni ambito della vita.

Come fare la spesa con pochi soldi

Chi ha poco denaro a disposizione o chi vuole semplicemente risparmiare per diversi motivi sa bene che la spesa del cibo costituisce una voce irrinunciabile all’interno del budget familiare. E’ possibile fare la spesa in economia se si adotta qualche piccolo accorgimento. Innanzitutto, il primo suggerimento è quello di non acquistare prodotti lavorati o semi lavorati, ma optare sempre per alimenti semplici da comporre poi a casa, ad esempio non comprare le cotolette, ma la carne e gli altri ingredienti necessari per la ricetta.

Altro consiglio è quello di creare un menù settimanale in modo da fare una spesa mirata che eviti l’acquisto di merce superflua che rischia di poi di marcire in frigorifero, questo metodo consente anche di mangiare in modo più sano perché consente di calcolare preventivamente le calorie dei pasti.

Inoltre, per contenere i costi, è utile acquistare sempre e solo i prodotti in offerta consultando i volantini, presenti anche online sui siti dei vari supermercati, comprare sempre e solo i pezzi scontati va a ridurre notevolmente il prezzo sullo scontrino. Parlando nel dettaglio di prezzi per la spesa settimanale, con le giuste attenzioni, in una famiglia composta mediamente da tre persone, i costi oscillano tra un minimo di 35-45 euro sino ad un massimo di 60 euro.

Infine, chi ama l’alimentazione sana e ha la fortuna di disporre di uno spazio verde, come ad esempio un giardino o un terrazzo, può dedicarsi alla coltivazione della propria verdura direttamente in casa. Quello degli orti urbani è un trend molto sentito, soprattutto nelle grandi città, in quanto si è ben compresa l’importanza di mangiare cibi naturali, privi di conservanti, pesticidi e altre componenti dannose per la salute. Dopo una piccola spesa iniziale, come l’acquisto nel terriccio e dei semi, l’orto, seguendo tutti gli accorgimenti del caso, può in breve tempo dare vita alla prima produzione. Ognuno può modulare l’orto a seconda dei propri gusti.

In base all’esposizione al sole, esistono dei kit preimpostati, facili da installare; vi sono numerosi tutorial su internet che spiegano passo passo come fare, anche chi è sprovvisto del pollice verde può ottenere dei buoni risultati, basta avere pazienza e costanza. Il costo per la realizzazione di un piccolo orto si aggira intorno ai 50-100 euro, comprensivo del prezzo delle sementi, ma nel giro di poco tempo, la produzione permetterà di rientrare nella spesa iniziale.

Chi invece non ha gli spazi per realizzare il proprio orto, non ha la giusta propensione o, semplicemente, il tempo necessario da dedicare, può acquistare frutta e verdura di stagione, anche rigorosamente biologica, direttamente presso le aziende agricole che organizzano degli appositi mercati o anche dei gruppi di acquisto collettivi, in modo da potere beneficiare di prezzi molto vantaggiosi.

Come mangiare gratuitamente presso le mense parrocchiali

Per coloro che non possono affrontare la spesa quotidiana per cibarsi una valida alternativa potrebbe essere quella di frequentare le mense parrocchiali o rionali che, generalmente a pranzo e a cena, consentono ai bisognosi di nutrirsi adeguatamente senza spendere un euro. Quello che occorre fare è di presentarsi all’apertura della mensa e fare pazientemente la fila in quanto si tratta di luoghi abbastanza affollati per ovvi motivi.

Le associazioni di volontariato, unitamente a quelle religiose, offrono in numerose città italiane anche la cosiddetta spesa solidale, consentendo alle persone in difficoltà di portare a casa i beni alimentari indispensabili come ad esempio la pasta, il latte o lo zucchero.

Come curarsi gratuitamente

La salute è un bene primario e in Italia anche coloro che non dispongono di molto denaro, possono curarsi gratuitamente in quanto, grazie al Servizio sanitario nazionale, i ricoveri ospedalieri, le visite mediche e i medicinali, vengono dispensati ai meno abbienti senza alcun pagamento. I farmaci di Fascia A mutuabili sono quelli impiegati per patologie gravi, croniche o acute. Appartengono a questa fascia, per esempio, alcuni tipi di antibiotici per malattie croniche e i farmaci usati nel trattamento di malattie cardiovascolari.

Come spendere pochi soldi nei consumi domestici

I consumi per le utenze domestiche costituiscono la nota dolente per il budget familiare. Tuttavia, non bisogna abbattersi in quanto esistono delle efficaci strategie che consentono di non spendere tanto mensilmente.

Con riferimento all’energia elettrica, il consiglio più valido è quello di utilizzare gli elettrodomestici e gli accessori nelle fasce orarie a basso consumo, come ad esempio la notte, la domenica o i festivi, o di predisporre un contratto formulato in base alle specifiche abitudini. Mai lasciare la tv o il pc in stand by, tutti i device devono essere sempre rigorosamente spenti.

Con riferimento al riscaldamento, per spendere pochi soldi, come è ovvio che sia, bisogna accendere i termosifoni o le stufe il meno possibile, cercando modi alternativi per creare il tepore, come ad esempio aggiungere una coperta in più al letto o indossare un maglione pesante in casa. Proprio con riferimento alle stufe, esistono ottime soluzioni, come ad esempio in carbonio o in pellet, che consentono di riscaldare le quattro mura domestiche senza raggiungere importi eccessivi.

Parlando in modo dettagliato di costi, usando la dovuta parsimonia, sarà possibile riscaldare, con i termosifoni a gas, un appartamento di medie dimensioni, circa 70-80 mq, al prezzo di 100 – 120 euro al mese. Con riferimento alle stufe a pellet, il cui costo si aggira intorno ai 500 – 800 euro a seconda del modello, i sacchetti, di circa 15 kg, hanno un prezzo che varia dai 9 ai 15 euro.

Bonus energia, gas e acqua

Si tratta di agevolazioni per il pagamento delle bollette energia, gas e acqua offerte alle famiglie numerose oppure in una situazione di disagio economico o fisico, quindi in genere con un reddito Isee basso in relazione ai componenti del nucleo familiare.

Il bonus elettrico 2019 è uno sconto determinato dal numero di componenti del nucleo familiare, ad esempio, per un nucleo composto da 1 o 2 persone lo sconto è pari ad euro 112. Il bonus per le utenze elettriche viene detratto direttamente dalla bolletta.

Il bonus gas viene erogato ai cittadini con reddito Isee pari od inferiore ad 8.107,50 euro all’anno oppure 20.000 euro se si è una famiglia numerosa con più di 3 figli a carico. Il beneficio si può richiedere nel caso in cui si sia intestatari di un contratto di fornitura individuale oppure anche se si utilizza un impianto condominiale centralizzato.

Il bonus acqua consiste in un’erogazione gratuita di 50 litri di acqua al giorno e anche in questo caso è previsto uno sconto in bolletta. Il consumo di acqua scontata in bolletta si applica ad ogni membro del nucleo familiare.

La richiesta per i bonus energia elettrica, gas e acqua va presentata presso il proprio Comune di residenza o il Caf competente.

Detrazioni fiscali per familiari a carico

I familiari a carico sono persone che risultano fiscalmente a carico del contribuente in quanto i loro redditi non superano la soglia fissata per legge.

Ad esempio, nel caso della moglie che non lavora il contribuente, per l’anno 2019 ha la possibilità di detrarre gli importi di:

  •     800 euro per un reddito di massimo 15mila euro;
  •     690 euro per un reddito tra 15mila e 40mila euro;
  •     690 euro per i redditi tra 50mila e 80mila euro sulla parte eccedente i 40mila.

Contratti di affitto a canone concordato e contributi affitto

Quando si dispone di poco denaro per vivere, una voce di spesa che incide fortemente sulla sopravvivenza dignitosa è quella riferita all’affitto di casa.

Per fortuna esistono due strumenti che accorrono in aiuto delle persone economicamente disagiate, i contratti di affitto a canone concordato e i contributi affitto. La prima tipologia contrattuale si riferisce alla stipulazione di contratti di locazione per immobili a destinazione abitativa nei quali il canone è, appunto, determinato non dalla libera volontà delle parti, ma sulla base di accordi territoriali tra le associazioni di proprietari e inquilini. La stipula di questo tipo di contratto di locazione è possibile in ogni Comune italiano con durata 3 + 2 (triennale con possibilità di rinnovo per altri due anni) oppure transitorio, da uno a diciotto mesi, o infine, destinato agli studenti universitari con durata compresa tra sei mesi e tre anni.

La sottoscrizione di un contratto a canone concordato prevede agevolazioni fiscali:

  • pagamento dell’imposta di registro (da dividere tra proprietario ed inquilino) pari al 2% calcolato sul 70% del canone annuo;
  • maggiore detrazione Irpef sull’ammontare dei canoni pagati se l’appartamento è stato destinato ad abitazione principale dell’inquilino;
  • canone di locazione inferiore rispetto a quello stabilito in un contratto a canone libero;

I contributi affitto rappresentano un bonus attribuito ai cosiddetti “inquilini vittime di morosità incolpevole”, ossia a coloro che, non per cattiva volontà ma per oggettive problematiche (come ad esempio la perdita del lavoro, infortunio o decesso di un qualsiasi componente familiare concorrente al reddito del nucleo), non sono in grado di pagare il canone di affitto della propria abitazione. Questo contributo viene erogato dallo Stato, fino ad esaurimento fondi, anche attraverso il Comune di residenza in base al proprio Isee, per il 2019, al di sotto di 26.000 euro all’anno.

Bonus sociale idrico: come funziona? GUARDA IL VIDEO

Tasse sulla pensione

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Qual è la tassazione applicabile alla pensione percepita dai pensionati italiani

Il tema delle pensioni è uno dei temi più seguiti nel nostro Paese. Centinaia di migliaia di persone cercano quotidianamente notizie, soprattutto in rete, relative alla pensione:  «quando andrò in pensione e quanto prenderò di pensione» sono, senza alcun dubbio, le domande che maggiormente affollano la rete e la stessa vita quotidiana fuori dalla rete. D’altra parte, la nostra Costituzione dedica grande attenzione alla vita dei cittadini una volta che si sia concluso il periodo della loro esistenza dedicata al lavoro; infatti, costituisce un principio costituzionale ben saldo [1] il diritto dei lavoratori ad avere mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di vecchiaia, cioè quando avranno smesso di lavorare.

Non può essere taciuto anche il fatto che la pensione è purtroppo, e troppo spesso, quasi un’ossessione: tantissimi non vedono l’ora di lasciare il proprio lavoro e di andare in pensione. La contraddizione è evidente: il lavoro manca, è tanto desiderato, ma quando si ha la fortuna di averlo poi non si vede l’ora di lasciarlo appena possibile per andare in pensione. Evidentemente, a differenza di quanto la stessa Costituzione auspicava e continua ad auspicare [2], il lavoro non è quasi mai scelto dal lavoratore, ma è da lui subìto.

Il lavoro è quasi sempre solo quello che si è costretti a fare per sopravvivere e quasi mai quello che il lavoratore avrebbe voluto e desiderato svolgere. Si spiega così l’ansia di andare in pensione e di sapere, tra le altre cose, quali sono le tasse sulla pensione. Non solo la rete e la vita reale sono stracolme di richieste di informazioni da parte dei lavoratori desiderosi di sapere quando e con quanto andranno in pensione, ma una domanda non meno prepotente è quella sulla tassazione che sarà applicata alla pensione percepita. Nell’articolo che segue cercheremo di dare una risposta a quest’ultimo quesito, verificando come viene tassata in Italia la pensione.

Come viene tassata la pensione?

La pensione tanto desiderata è in Italia soggetta a prelievo fiscale.

La Costituzione, infatti, stabilisce il principio della partecipazione di tutti i cittadini, in modo progressivo, alle spese pubbliche [3]. Questa partecipazione del cittadino alle spese pubbliche avviene attraverso il prelievo fiscale e, quindi, anche i pensionati sono chiamati e tenuti a corrispondere allo Stato una parte della loro pensione in proporzione alla sua entità.

In estrema sintesi, sull’importo lordo della pensione si applicheranno le aliquote Irpef (oltre alle addizionali dell’Irpef previste dalle singole regioni e dai singoli Comuni), mentre se l’importo della pensione percepita in un anno è inferiore ad euro 8.125,00 non si dovrà pagare nulla.

La pensione, quindi, dal punto di vista fiscale è paragonata d un reddito da lavoro dipendente.

Per importi annui superiori ad euro 8.125,00 anche la pensione subirà dunque delle trattenute da parte dell’ente che la eroga (principalmente l’Inps): le trattenute saranno applicate in base ad aliquote proporzionali per scaglioni di reddito (si tratta delle stesse aliquote Irpef che si applicano al reddito da lavoro dipendente, cioè agli stipendi e ai salari).

La pensione è tassata come se fosse reddito di lavoro dipendente

Come si calcola l’Irpef dovuta sulla pensione?

Abbiamo detto che sulla pensione annua percepita si applicano le aliquote Irpef suddivise per scaglioni crescenti di importo.

Ecco le aliquote:

  • primo scaglione: se la pensione annua percepita è pari ad un importo che va da 0 fino ad euro 8.125,00 non ci sarà nessun prelievo fiscale (cosiddetta no tax area);
  • secondo scaglione: se la pensione annua percepita è pari ad un importo che va da euro 8.125,00 fino ad euro 15.000,00 il prelievo fiscale sarà pari al 23% da applicare solo sulla parte di pensione che supera gli 8.125,00 euro;
  • terzo scaglione: se la pensione annua percepita è pari ad un importo che va da euro 15.000,00 fino ad euro 28.000,00 il prelievo fiscale sarà pari al 27% da applicare solo sulla parte di pensione che supera i 15.000,00 euro;
  • quarto scaglione: se la pensione annua percepita è pari ad un importo che va da euro 28,000,00 fino ad euro 55.000,00 il prelievo fiscale sarà pari al 38% da applicare solo sulla parte di pensione che supera i 28.000,00 euro;
  • quinto scaglione:se la pensione annua percepita è pari ad un importo che va da euro 55,000,00 fino ad euro 75.000,00 il prelievo fiscale sarà pari al 41% da applicare solo sulla parte di pensione che supera i 55.000,00 euro;
  • sesto scaglione: se la pensione annua percepita supera gli euro 75.000,00 il prelievo fiscale sarà pari al 43% da applicare solo sulla parte di pensione che supera i 75.000,00 euro.

Un esempio per chiarire.

Se un pensionato percepisce una pensione lorda annua pari ad euro 45.000 dovrà pagare di Irpef:

  • il 23% di 15.000,00 euro (primo scaglione) cioè 3.450,00 più;
  • il 27% di 13.000,00 euro cioè euro 3.510,00 (cioè il 27% di 13.000 euro che è la parte di pensione che supera i 15.000,00 e che arriva fino al livello massimo del secondo scaglione che è pari ad euro 28.000) più;
  • il 38% di 17.000,00 euro 6.460,00 (cioè il 38% di 17.000,00 euro che è la parte di pensione che supera i 28.000,00 euro e che arriva fino all’importo della pensione annua nell’esempio che abbiamo fatto).

Così, complessivamente, un pensionato con pensione lorda annua pari ad euro 45.000,00 pagherà al fisco 3.450,00 euro + 3.510,00 euro + 6.460,00 euro e quindi un totale pari a 13.420,00 euro (all’imposta lorda calcolata in questo modo potranno poi essere sottratte le detrazioni fiscali eventualmente spettanti).

All’Irpef dovuta allo Stato si dovranno sommare l’Irpef regionale e quella comunale le cui aliquote sono diverse, ovviamente, a seconda della regione e del comune di residenza del pensionato.

Le aliquote regionali aggiuntive vanno dal 1,23% di molte regioni fino al 2,03% della Campania ed in alcune regioni sono anch’esse differenziate per scaglioni di reddito.

Nella pagina del sito del ministero dell’Economia è possibile, invece, conoscere le aliquote delle addizionali Irpef di ogni singolo comune italiano.

Sulla pensione si paga l’Irpef

Codice raccomandata 573

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa significa il codice 573 nell’avviso di giacenza? A cosa servono i codici raccomandata? Cos’è la compiuta giacenza? In quanto tempo si può ritirare l’atto?

Al portalettere spetta l’ingrato compito di recapitare, tra le altre cose, raccomandate poco piacevoli per i loro destinatari: diffide da parte di avvocati, comunicazioni di istituti di credito oppure di assicurazioni, cartelle di pagamento, ecc. Si potrebbe dire: chi ha la coscienza pulita non ha nulla da temere; in realtà, a chiunque può capitare di dimenticare di pagare il bollo auto, una fattura o una bolletta. Ebbene, se il postino viene da te e non ti trova in casa, provvede a lasciare nella cassetta delle lettere un tagliandino su cui sono riportate alcune informazioni: tra le altre, anche il codice raccomandata. Con questo articolo vorrei soffermarmi su questo aspetto e, in particolare, sul codice raccomandata 573. Cosa significa? Cosa devi attenderti se, al rientro da lavoro, trovi un avviso di giacenza riportante queste cifre? Si tratta di una multa, di un’ingiunzione di pagamento, dell’Agenzia delle entrate oppure addirittura potrebbe trattarsi di un atto giudiziario? Prosegui nella lettura di questo articolo per sapere cosa significa il codice raccomandata 573.

Codice raccomandata: dove si trova?

Prima di spiegare, in modo semplice e chiaro, cosa indica il codice raccomandata 573, è bene che ti dica dove puoi trovare questo codice. Ebbene, come anticipato in premessa, quando il portalettere deve consegnarti la posta e non trova in casa né te né un’altra persona legittimata alla ricezione (pensa ad un familiare oppure ad un portiere), deve lasciarti nella buca delle lettere un avviso con cui ti comunica il tentativo di consegna.

Questa comunicazione prende il nome di avviso di giacenza: si tratta di un tagliando molto simile allo scontrino della spesa, all’interno del quale puoi trovare alcune indicazioni utili e, tra le altre, anche il codice raccomandata 573. Ti spiegherò meglio nei prossimi paragrafi.

Avviso di giacenza: cosa c’è scritto?

Nell’avviso di giacenza che il postino lascia quando non ti trova in casa troverai scritte diverse indicazioni; di seguito ti elenco le principali:

  • la città di provenienza della lettera;
  • giorno e ora in cui il portalettere si è recato presso la tua abitazione, non trovando nessuno;
  • l’ufficio postale presso cui potrai recarti per ritirare la posta in giacenza, con specificazione degli orari e dei giorni di apertura;
  • l’oggetto dell’atto a te destinato, individuato mediante un numero composto di circa una decina di cifre e che va sotto il nome, appunto, di codice raccomandata.

Sull’avviso di giacenza, pertanto, non troverai con precisione cosa contiene la busta a te destinata, ma solamente un codice utile ad individuarne il contenuto. In particolare, se leggi il mio articolo sull’avviso di giacenza raccomandata e codici per sapere cosa c’è dentro, avrai un quadro completo di tutti i codici raccomandata più diffusi.

Se, invece, sei interessato in particolar modo al codice raccomandata che inizia con le cifre 573, ti consiglio di proseguire nella lettura.

Codice 573: cosa c’è nella raccomandata?

Se sei giunto sin qui è perché vuoi davvero conoscere cosa significa il codice raccomandata 573. Ebbene, devi sapere che l’invio caratterizzato da questo codice individua una comunicazione che, con molta probabilità, proviene dall’Agenzia delle entrate. Non si tratta di un atto giudiziario, ma di una raccomandata con cui ti viene fatta una comunicazione.

Purtroppo non è possibile determinare con assoluta certezza una raccomandata identificata dal codice 573 (o dal codice 5730, è la stessa cosa), ma le informazioni comunicate da numerose persone che se ne sono vista recapitare una pare confermare quanto detto: il codice raccomandata 573 identifica una comunicazione da parte dell’Agenzia delle entrate (in precedenza, da Equitalia).

Tranquillizzati, però: come anticipato, non solo non si tratta di un atto giudiziario, ma in genere questo tipo di raccomandata contiene solamente la comunicazione inerente ad un pagamento già avvenuto. In altre parole, la raccomandata 573 può contenere non un sollecito di pagamento, bensì un mero avviso di regolarizzazione del debito.

Compiuta giacenza: cos’è?

Se nella cassetta della posta trovi un avviso che riporta il codice raccomandata 573, devi recarti presso l’ufficio postale indicato nel tagliandino, nei giorni e nelle ore indicate. L’atto sarà a tua disposizione per trenta giorni: questo periodo di tempo viene definito giacenza.

Se non provvedi al ritiro entro un mese, la raccomandata viene restituita al mittente e si intenderà comunque regolarmente notificata: si parla, in questi casi, di compiuta giacenza. In pratica, anche se tu non hai preso visione della comunicazione, per colui che te l’ha inviata si presumerà che tu l’abbia comunque regolarmente ricevuta.

Mentre la compiuta giacenza per le raccomandate si perfeziona in trenta giorni, per gli atti giudiziari essa si verifica trascorsi sei mesi dall’avviso di giacenza.

Salario minimo: cos’è?

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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Se ne parla da molti anni e, oggi, il salario minimo è tornato al centro del dibattito politico e sindacale.

Chi stabilisce qual è la giusta retribuzione da erogare ad un dipendente? A partire dalla necessità di dare una risposta a questa domanda è nato, già da molti anni, in Italia un dibattitto che in altri paesi europei è stato affrontato già da tempo e che attiene al cosiddetto salario minimo. La necessità di introdurre un salario minimo di legge deriva anche dal fatto che, come vedremo, la funzione di stabilire gli stipendi minimi in Italia è stata svolta sino ad oggi dalla contrattazione collettiva ma con dei limiti evidenti.

Salario minimo: cos’è? L’idea di fondo che sta dietro questa proposta di legge è di prevedere proprio per legge qual è il minimo salariale sotto il quale il datore di lavoro non può spingersi nella determinazione del reddito da erogare ai propri dipendenti.

La proposta di legge attualmente in discussione è, ancora, lungi dall’essere approvata anche perché è stata avviata una fase di consultazione con le forze sociali. Di certo è comunque difficile che si torni del tutto indietro.

Salario minimo: la giusta retribuzione

L’idea di fondo, alla base della normativa sul salario minimo, è che la retribuzione del dipendente non possa scendere sotto un certo livello altrimenti non garantisce adeguatamente la dignità del lavoratore.

Questa concezione è in linea con il concetto di giusta retribuzione presente nella nostra Costituzione [1] laddove si afferma che ogni lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto e comunque sufficiente a garantire a sé ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Questa norma costituzionale impone, dunque, un minimo sotto il quale la retribuzione non è sufficiente a garantire la dignità di chi lavora.

Ovviamente, ed è questo il problema, la Costituzione non fissa un valore economico, ma solo un principio e non potrebbe essere altrimenti visto che il valore economico tende a variare nel tempo.

Salario minimo: il ruolo della contrattazione collettiva

Il salario minimo è, a ben vedere, già presente nel nostro ordinamento ed è quello a cui fa riferimento la Costituzione quando parla di retribuzione sufficiente a garantire una vita dignitosa al lavoratore. Ma chi, nel concreto, stabilisce a quanti soldi corrisponde questo principio?

Il problema è proprio questo. Fino ad oggi la funzione di determinare i minimi retributivi per ciascun settore è sta svolta dalla contrattazione collettiva nazionale.

I contratti collettivi nazionali di lavoro, che si suddividono per settori (metalmeccanico, commercio, turismo, trasporti, etc.) prevedono infatti delle tabelle retributive nelle quali le parti stabiliscono, per ogni livello contrattuale, qual è il salario minimo da corrispondere al dipendente.

Quando il Ccnl viene rinnovato le parti aumentano i minimi retributivi al fine di adeguare le retribuzioni all’aumento dei prezzi dei beni di consumo.

In particolare, nell’ultimo Accordo Interconfederale in materia di contrattazione collettiva [2] le parti sociali hanno stabilito che per adeguare i salari all’inflazione occorre fare riferimento al cosiddetto indice Ipca depurato del valore dei beni energetici.

In realtà, di solito, i sindacati ottengono degli aumenti contrattuali superiori al mero adeguamento all’Ipca.

Salario minimo: i limiti dei contratti collettivi

Il problema di fondo è che in Italia i Ccnl non sono efficaci per tutte le imprese e per tutti i lavoratori del settore in quanto, per le modalità con cui si è sviluppato in Italia il sistema sindacale, i Ccnl restano dei contratti privati e tendenzialmente si applicano solo chi decide di applicarli, richiamandoli nel contratto di lavoro, oppure ai soggetti che aderiscono alle organizzazioni sindacali o aziendali che hanno firmato quel Ccnl.

Questo deriva dal fatto che la Costituzione [3] prevede un meccanismo che consente ai Ccnl di acquisire efficacia generale verso tutti i rapporti di lavoro, ma questo sistema non è stato mai attuato e i Ccnl sono rimasti dunque contratti di diritto comune, validi ed efficaci solo tra le parti che li hanno firmati.

Nessuno vieta, allo stato attuale, ad Alfa, azienda metalmeccanica che non aderisce a nessuna associazione datoriale, e Tizio, operato metalmeccanico non iscritto al sindacato, di firmare un contratto di lavoro dipendente nel quale è scritto nero su bianco che al rapporto di lavoro non si applica nessun contratto collettivo di lavoro.

In questo caso, in linea teorica, la retribuzione minima prevista nel Ccnl Metalmeccanici non si applica al rapporto di lavoro di Alfa e Tizio, né tutti gli altri diritti previsti in quel Ccnl per i lavoratori (tredicesima, quattordicesima, integrazione della malattia erogata dall’Inps a carico del dipendente, contribuzione a fondi di previdenza o di sanità integrativi, permessi retribuiti, ferie oltre a quelle di legge, etc.).

In realtà, esistono già oggi dei meccanismi indiretti tramite i quali i minimi retributivi previsti nei contratti collettivi nazionali di lavoro si applicano a tutti. Si far riferimento a:

  • determinazione della base imponibile a fini previdenziali: l’Inps stabilisce la base imponibile si cui occorre calcolare e versare i contributi previdenziali prendendo a riferimento i minimi retributivi previsti nei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
  • fruizione di benefici fiscali e contributivi: la legge prevede che sgravi e benefici fiscali e contributivi possono essere fruiti solo dalle imprese che applicano i contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale.

Salario minimo: la proposta di legge

E’ attualmente in discussione una proposta di legge [4] che mira ad introdurre il salario minimo per legge. Si tratta di una misura già presente in altri Paesi europei, tra cui la Germania, per cui è direttamente la legge a stabilire qual è l’ammontare minimo della retribuzione oraria che ogni azienda deve corrispondere al lavoratore, salvo accordi di maggior favore per il dipendente.

Nella proposta di legge attualmente in discussione si ipotizza un salario minimo legale pari a 9 euro lordi l’ora.

Il nodo da sciogliere resta il ruolo dei Ccnl. Il timore dei sindacati è, infatti, che se il salario minimo viene stabilito per legge, si toglie al sindacato uno dei suoi compiti principali, ossia, stabilire, insieme alle associazioni datoriali, i minimi retributivi di settore all’interno del Ccnl.

Per questo si parla di possibili modifiche al testo che introdurrebbero un principio diverso stabilendo che se nel settore è presente un Ccnl allora il minimo stipendiale è quello previsto nel Ccnl. Nei settori scoperti e privi di Ccnl, invece, arriverebbe l’intervento diretto della legge a stabilire l’ammontare minimo della retribuzione. Il tutto è ancora da definire.

Salario minimo: a chi si applicherebbe?

In attesa di conoscere il testo finale del provvedimento, per il quale è stata anche avviata una fase di consultazione con le parti sociali, sono state effettuate le prime stime nei confronti di quello che potrebbe essere il campo di applicazione del salario minimo.

Se, come previsto nella bozza della proposta di legge, si dovesse prevedere un salario minimo pari a nove euro lordi l’ora, i lavoratori ai quali questa misura verrebbe applicata sarebbero quasi tre milioni (pari al 21% del totale).

Si tratta, in sostanza, di tutti quei lavoratori dipendenti che oggi percepiscono una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi. Non si tratta solo di quei dipendenti a cui non si applicano i Ccnl, ma anche di dipendenti che rientrano nel campo di applicazione di Ccnl che, tuttavia, prevedono dei minimi tabellari inferiori, quantomeno per alcuni livelli di inquadramento, ai 9 euro lordi che prevede il disegno di legge.

Le figure professionali potenzialmente interessate sono molte. Si va, infatti, dai saldatori ai cuochi, dai barman ai vigilanti, dai conducenti sino agli addetti al magazzino ed alla logistica, passando per aiuti cuoco, camerieri, giardinieri. Questo solo per citare alcune delle categorie potenzialmente interessate al provvedimento.

La cosa non stupisce. In Italia il livello medio dei redditi è molto basso. Come abbiamo detto, il compito di adeguare i salari all’inflazione è svolto dai Ccnl, ma spesso le trattative per il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro si fermano per mesi se non anni. Ed in tutto questo tempo i lavortori perdono potere d’acquisto.

Sulla base di un’indagine svolta dall’Ansa, e sviluppata sulla base dei dati a disposizione dell’Istat e dell’Inps, il salario minimo di legge potrebbe riguardare i seguenti inquadramenti previsti in alcuni Ccnl:

  • settore dei pubblici esercizi: cuochi “capo partita”, camerieri di ristorante, barman, pizzaioli e gelatieri (che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari a 8,77 euro); personale di pulizia e fatica addetto alla sala o alla cucina (che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari 7,28 euro); le guardie giurate (che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari a 8,21 euro);
  • Settore della metalmeccanica: dipendenti inquadrati al primo e secondo livello, tra i quali si segnalano i saldatori e i gruisti che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari a 8,36 euro);
  • Settore del commercio: dipendenti inquadrati al quinto, sesto e settimo livello, compresi gli addetti al controllo delle vendite e ai magazzinieri che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari a 8,99 euro, e gli addetti alle pulizie, che attualmente percepiscono una retribuzione oraria pari 7,64;
  • Settore alberghi Federalberghi: dipendenti inquadrati dal quarto al settimo livello , tra i quali i cuochi, i barman e i capo giardinieri, centralinisti, autisti e cameriere ai piani degli alberghi nonché personale di fatica che attualmente percepisce una retribuzione oraria pari a 7,48 euro.

Non resta dunque che attendere l’esito del dibattito parlamentare e conoscere il testo definito della legge che verrà approvata.

Apnea notturna: pensione invalidità

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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A che cosa ha diritto chi soffre di Osas durante il sonno? Quale punteggio viene attribuito a questa malattia? Che succede con la patente?

Non riesci mai a fare una notte con un sonno regolare: ti svegli di colpo con la sensazione di soffocare e le ore che dormi non ti bastano: quando ti svegli sei quasi più stanco di quando se andato a letto. Per non parlare di chi ti sta vicino: il tuo modo di russare è diventato insopportabile. Se ti accorgi di avere questi sintomi, è molto probabile che ti soffra di apnee ostruttive nel sonno. In pratica, si notte smetti di respirare con una certa frequenza, nonostante il tuo corpo cerchi disperatamente di farlo. Da lì, la stanchezza che accusi la mattina ed il russamento violento quando, per spirito di sopravvivenza, riesci finalmente a prendere aria di colpo. Le conseguenze possono essere devastanti, tant’è che questa viene considerata una malattia invalidante. Ma l’apnea notturna dà diritto alla pensione di invalidità?

La patologia presenta diversi stadi. Per quelli meno gravi, le percentuali di invalidità sono piuttosto basse, nel senso che non danno diritto ad un granché come prestazioni assistenziali se non (ed è già tanto) alla possibilità di avere gratuitamente un apparecchio che aiuta a respirare di notte. Nei casi più gravi, le apnee notturne possono provocare altre malattie ancora peggiori, soprattutto di tipo cardiovascolare. Ed è qui che subentra, come vedremo, la possibilità di ottenere la pensione di invalidità. Anche se, ovviamente, non avere questo diritto significa che stai decisamente meglio.

La diagnosi delle apnee ostruttive nel sonno, dette anche Osas, viene fatta grazie ad un esame chiamato polisonnografia. Si tratta di una rilevazione fatta con un apparecchio simile ad un holter che misura la quantità e la qualità del sonno per una notte.

Questa sindrome non è assolutamente da sottovalutare, tant’è che da qualche anno chi ne soffre può avere delle limitazioni nel rilascio o nel rinnovo della patente per il rischio che la sonnolenza provocata dalle apnee possa avere delle conseguenze fatali al volante.

Ma vediamo che cosa sono le apnee notturne, quali conseguenze hanno, quali diritti danno al paziente e se consentono di ottenere la pensione di invalidità.

Apnee notturne: che cosa sono?

La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno è un disturbo che provoca la ripetuta interruzione del normale respiro durante la notte. In pratica, nel momento in cui il soggetto si addormenta, smette ad un certo punto di respirare per alcuni secondi, dopodiché riprende in maniera piuttosto brusca.

In parole povere, l’apnea funziona così. I muscoli della parte posteriore della gola che supportano il palato molle, l’ugola, le tonsille e la lingua si rilassano in eccesso e non ti consentono di respirare normalmente anche quando tenti di inspirare: le vie respiratorie si chiudono e l’aria non passa per alcuni istanti (mediamente da 10 a 20 secondi, che possono essere un’eternità).

Il tuo cervello si rende conto del problema e ti sveglia di scatto (è a questo punto che russi bruscamente) affinché tu riprenda il respiro. Si tratta di risvegli molto brevi, tant’è che uno nemmeno se ne accorge. Anche se, qualche volta, il soggetto lo avverte, specialmente quando tenta di respirare normalmente e per qualche secondo non riesce. Tenta, addirittura, di dire qualcosa per svegliare chi gli sta vicino ma, finché le vie respiratorie non sono del tutto aperte, sarà uno sforzo inutile.

Così per tutta la notte e per tutte le notti. Non è vita.

Apnee notturne: quali sono i sintomi?

Paradossalmente, l’ultima persona a rendersi conto di avere delle apnee notturne è chi ne soffre. Più facilmente se ne accorge chi gli sta vicino, perché questa sindrome è la causa, tra le altre cose, di un russamento particolarmente fastidioso.

Altri campanelli d’allarme che spesso non vengono associati al problema delle apnee ma che sono strettamente collegati sono:

  • l’ostruzione completa o parziale delle vie respiratorie;
  • i risvegli bruschi con sensazione di soffocamento e di ansia;
  • la stanchezza e la sonnolenza diurne apparentemente ingiustificate;
  • la mancanza di concentrazione;
  • il calo dei riflessi a causa della stanchezza accumulata.

In pratica, chi accusa questi sintomi di solito dà la colpa allo stress, tanto per cambiare. E questo è vero ma solo in parte. Si tratta di capire che a causare lo stress è la mancanza dell’adeguato riposo notturno proprio per colpa delle apnee. Una notte va bene, ma quando passano settimane, mesi o anni a non dormire come si deve, prima o poi si crolla. Se non, addirittura, si rischia un male peggiore.

Apnee notturne: quali sono le cause?

Ci sono dei fattori che possono influire negativamente sulle apnee notturne. I più comuni sono:

  • il peso: la maggior parte delle persone che soffrono di apnee ostruttive nel sonno hanno dei chili in più. E l’eccesso di grasso attorno alle vie respiratorie superiori non fa che impedire il regolare flusso d’aria;
  • il fumo: aumenta le probabilità di occlusione delle vie aeree;
  • l’ipertensione;
  • il diabete;
  • il fattore ereditario: chi nasce con le vie aeree più strette non è certo agevolato.

Apnee notturne: quali sono le conseguenze?

Come abbiamo detto, non bisogna sottovalutare le apnee notturne perché possono avere delle complicazioni anche molto gravi.

Tra queste, i problemi cardiovascolari causati dalla scarsa ossigenazione del sangue e del cervello. In pratica, ogni volta che c’è un repentino calo di ossigeno, la pressione sanguigna aumenta. Considera che chi soffre di questa patologia in modo severo, può contare almeno 500 apnee in una sola note e che questi episodi si ripetono ogni volta che va a letto.

Che cosa si rischia? Non è difficile immaginarlo: infarto, ictus, insufficienza cardiaca.

C’è, poi, il discorso della sonnolenza e del calo di concentrazione. Fattori che possono avere delle conseguenze serie sia al lavoro (non si rende come si deve) sia al volante: la possibilità di provocare un incidente a causa di un calo dei riflessi o di una disattenzione non è così remota.

Apnee notturne: c’è l’invalidità?

Chi soffre di apnee ostruttive nel sonno può ottenere dalla commissione Asl un massimo del 40% di invalidità. Normalmente non viene concesso un punteggio più alto, a meno che le Osas non abbiano provocato una patologia più grave, come una cardiopatia cronica. In questo caso, però, l’invalidità riguarderebbe la natura e lo stadio della cardiopatia e non le apnee. Solo se si arriva ad un 74% è possibile ottenere la pensione di invalidità, il cui importo varia a seconda del reddito.

Questo vuol dire che l’interessato avrà diritto soltanto ad avere gratuitamente dal servizio sanitario nazionale i cosiddetti aiuti e protesi. Quello più comune è la Cpap, vale a dire un apparecchio di ventilazione dotato di mascherina che va indossato al momento di coricarsi e che aiuta a respirare durante la notte. Il beneficio è duplice: da un lato, si evitano danni più gravi e, dall’altro, si lascia dormire chi si trova vicino. Con la Cpap, infatti, praticamente non si russa più.

La domanda per ottenere la Cpap va fatta all’Asl. L’Azienda sanitaria si metterà in contatto con la società che fornisce l’apparecchio, la quale, a sua volta, si occuperà di recapitarla al domicilio del richiedente e alla manutenzione semestrale o annuale della macchinetta.

Apnee notturne: posso rinnovare la patente?

Da qualche anno, la legge impone a chi soffre di apnee notturne anche in forma lieve di comunicare questo problema al medico durante la visita per il rinnovo della patente. Il medico verificherà lo stadio della malattia e, se ci fosse qualche problema, lo comunicherebbe alla commissione medica locale.

La commissione, in tal caso e con l’aiuto di uno specialista, verificherebbe se l’automobilista è ancora in grado di guidare in modo sicuro oppure no.

La patente viene rinnovata normalmente se il richiedente dimostra di poter controllare i sintomi, vale a dire la sonnolenza provocata durante il giorno dalle apnee In caso contrario, potrebbe avere il permesso di guida solo per tre anni se guida un’autovettura o per un anno se guida un mezzo pesante. O potrebbe non averla per niente.

Risarcimento danni caduta albero condominio

Posted on : 17-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Caduta di pigne, rami e tronco d’albero su auto nel cortile condominiale: chi paga i danni?

Immagina di svegliarti una bella mattina e di trovare il cofano della tua auto ammaccato. Il responsabile è ancora lì, a pochi passi: si tratta di una grossa pigna, caduta durante la notte da un albero sotto i cui rami avevi parcheggiato. La pianta si trova all’interno dei recinti condominiali, ragion per cui provi a chiedere il risarcimento all’amministratore. Questi porta la questione in assemblea, ma gli altri condomini non vogliono pagarti la riparazione della macchina. A loro avviso, il colpo di vento, di intensità tale da far cadere una pigna o un ramo su un’auto, non è un fatto di cui il condominio debba rispondere. Si tratterebbe cioè, di un «caso fortuito», imprevedibile e inevitabile. Del resto, c’è già un giardiniere delegato alla manutenzione e potatura degli alberi, cosa che esime da ogni responsabilità tutti gli altri condomini. Chi ha ragione? Una recente sentenza del tribunale di Roma [1] si occupa proprio del tema del risarcimento danni da caduta di albero in condominio. Ecco cosa hanno scritto, in questo caso, i giudici della capitale.

Responsabilità condominio per danni da alberi

Il Codice civile [2] stabilisce che «Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito». Per caso fortuito si intende un fatto tanto eccezionale e imprevedibile da non poter essere evitato, con le dovute precauzioni, neanche con l’ordinaria diligenza.

La caduta di una pigna, di un ramo o di un albero non è un evento tanto eccezionale da potersi ritenere «imprevedibile». A tutti sono noti gli effetti della forza di gravità che può essere peraltro agevolata dal peso delle cose. Non bisogna essere un giardiniere o un botanico, tantomeno un fisico, per sapere che i frutti di un vegetale (ivi comprese le pigne) tanto più sono pesanti, tanto più facilmente possono cadere provocando danni. 

Ciò vale ancor di più per un ramo o un tronco d’albero che, se cade, non lo fa all’improvviso, ma a seguito di una lenta e visibile inclinazione: l’evento, insomma, può essere previsto ed evitato da un intervento tempestivo da parte del proprietario. Insomma, non stiamo parlando di danni tanto improvvisi e inimmaginabili da escludere la responsabilità del proprietario. 

Responsabilità giardiniere

Quanto alla delega di mansioni al giardiniere, il condomino assume sempre una posizione di garanzia in quanto custode dei propri beni. E, come tutti coloro che si valgono di soggetti esterni, esso è responsabile per il fatto colpevole del proprio collaboratore a cui abbia delegato determinate mansioni. Quindi, tutt’al più, l’amministratore potrà intentare un’azione di responsabilità contro il giardiniere che, seppur delegato a potare i rami o a raccogliere le pigne più pesanti prima che queste cadano, non vi abbia provveduto. In via diretta, però, nei confronti del titolare dell’auto danneggiata dall’albero, a risarcire i danni è il condominio.

La proprietà dell’albero

Condizione per chiedere il risarcimento al condominio è accertare ovviamente la sua proprietà sull’albero responsabile del danno. Nel caso esaminato dal tribunale di Roma, il giudice ha dato per certo che vi fosse il rapporto di causalità tra bene in custodia e danno, stante il fatto che l’albero si trovava nella proprietà dell’edificio. 

L’attore aveva provato che vi era il forte pericolo di caduta di grandi pigne e che questo impediva l’uso e il godimento in termini sicuri del suo giardino. 

Peraltro era agli atti la comunicazione del condominio di intervenuta potatura del tronco al dichiarato fine di mettere termine a ogni sorta di pericolo. 

Il caso fortuito che esonera il condomino dalla responsabilità

Spetta al danneggiante – nel nostro caso il condomino – dimostrare che il danno è stato determinato da un «caso fortuito» ossia da un evento imprevedibile e inevitabile. Sul punto si è già espressa numerose volte sostenendo che le forti raffiche di vento o i temporali, sia pur di intensità superiori alle medie stagionali, non possono escludere la responsabilità del proprietario dell’albero, il quale deve prevedere che, di tanto in tanto, possano verificarsi fenomeni atmosferici più intensi della media.

Solo l’evento eccezionale, come il terremoto o un tifone del tutto atipico per la zona geografica in cui si verifica, può salvare il condominio dal risarcimento. In questo caso, il proprietario dell’auto dovrà pagare da solo la riparazione del danno.

E se non si può utilizzare il proprio giardino?

Immaginiamo che un uomo, titolare di un giardino, non possa parcheggiare l’auto nei propri spazi a causa della pericolosità derivante dalla probabile caduta delle pigne dall’albero di proprietà del condomino vicino. In questo caso, dice il tribunale di Roma, il mancato utilizzo del giardino dovuto dal timore della caduta di pigne comporta la responsabilità del custode che deve risarcire il vicino.

Se l’albero è di proprietà del Comune

La proprietà dell’albero in capo al Comune o a qualsiasi altra Pubblica Amministrazione non cambia le carte in tavola. Il giudice di pace di Marigliano [3] ha detto che il Comune, quale “custode” dei beni del proprio verde urbano, è responsabile dei danni provocati da tali beni e, pertanto, deve rispondere dei danni cagionati alla carrozzeria di autovettura, regolarmente in sosta, dalla caduta di una pigna distaccatasi dal ramo di un albero.

L’ordine del Comune di tagliare i rami o l’albero

Il proprietario a cui è notificata diffida ad eliminare pigne e rami dal proprio terreno, in quanto suscettibili di determinare secondo l’amministrazione pericoli contro l’incolumità pubblica e privata, ha diritto di accedere alla documentazione (segnalazione e verbale di sopralluogo) che ha determinato l’attivazione del potere di controllo, ispezione e vigilanza e l’adozione del relativo provvedimento [4]. 

Del danno cagionato dalla caduta di un ramo staccatosi da un albero in un pubblico piazzale risponde l’amministrazione comunale in qualità di custode, essendo la medesima tenuta alla manutenzione dell’albero salvo che provi il caso fortuito [5].

Se i rami vengono tagliati

Una volta effettuata la recisione dei rami sporgenti, il proprietario non è responsabile per i danni cagionati dalla caduta di fogliame dal suo albero nel fondo confinante, non ricorrendo il carattere lesivo dell’evento, né la pericolosità della cosa (la pianta) in relazione all’evento dedotto, e neanche la possibilità di prevenzione dello stesso [6].