Pagamento bollo auto online

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutto sul versamento del bollo auto: modalità, tempi, sanzioni per il ritardato e per l’omesso pagamento. Il condono e la rottamazione.

Vuoi sapere com’è possibile pagare il bollo auto evitando le file in banca o all’Aci? Cosa succede se corrispondi l’imposta con ritardo? E se non paghi del tutto? Il bollo auto è una tassa che gli automobilisti italiani odiano pagare. Il fastidio diventa ancora più evidente se si pensa che a volte bisogna fare file infinite in banca o presso gli uffici dell’Aci (Automobile club d’Italia) per effettuarne il versamento. E’ possibile, però, ovviare a questa incresciosa eventualità, ricorrendo ad un metodo per così dire più tecnologico, ovvero al pagamento del bollo auto online. Bastano pochi click dal computer di casa e il gioco è fatto: rapido, sicuro e indolore.

L’importante è comunque non dimenticarsi di tale adempimento poiché il mancato pagamento è punito con l’applicazione di sanzioni commisurate ai giorni di ritardo. In merito, va ricordato come il bollo auto sia un’imposta sul possesso del veicolo e non sulla circolazione, che va versato dalla persona la quale risulta iscritta nel Pubblico registro automobilistico (Pra) quale proprietario del mezzo.

Pertanto, è tenuto a pagarlo ad esempio anche il proprietario di un’auto vecchia non più circolante. La tassa, infatti, è dovuta per il semplice fatto di possedere il veicolo indipendentemente se lo stesso sia funzionante o meno. La gestione di detta imposta, peraltro, non è affidata ad un unico ente per tutto il territorio nazionale bensì è di competenza delle Regioni ad eccezione di quelle a statuto speciale (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna), laddove è gestita dall’Agenzia delle Entrate.

Quali sono le scadenze del bollo auto

Il bollo auto si paga una volta l’anno, entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di immatricolazione del veicolo.

Esistono però, delle eccezioni: infatti gli automobilisti del Piemonte e della Lombardia possono pagare in date prestabilite.

Più precisamente, entro il:

  • 31 maggio 2019, se il bollo scade ad aprile;
  • 30 settembre 2019, se il bollo scade ad agosto;
  • Il 20 gennaio 2020, se il bollo scade a dicembre.

Come si calcola il bollo auto

Per calcolare il bollo auto si devono prendere in considerazione due dati:

  • la potenza del veicolo, espressa in kilowattora (kW);
  • la classe ambientale di riferimento.

Entrambi questi dati sono indicati nel libretto di circolazione del mezzo e più specificatamente alla voce P.2 è riportata la potenza e alla voce V.9 è indicata la classe ambientale.

E’ possibile calcolare l’ammontare del bollo auto collegandosi al sito online dell’Agenzia delle Entrate oppure utilizzando l’analogo servizio presente sul sito dell’Aci.

Come si paga telematicamente il bollo auto

Esistono diverse modalità di pagamento online del bollo auto. Più precisamente:

  • sul sito dell’Aci;
  • sul sito della propria banca;
  • sul sito di Poste Italiane;
  • tramite Satispay, che è un’applicazione gratuita per i dispositivi Android e iOS (iPhone, iPad e Apple Watch).

Chi può effettuare il pagamento del bollo online

Si è già detto in precedenza che il bollo auto è un’imposta di competenza regionale. Da tale circostanza dipende la possibilità o meno di pagarlo telematicamente. Attualmente, possono versare l’imposta online tramite l’apposito servizio offerto dal sito internet dell’Aci solo coloro che risiedono in una delle Regioni o delle città supportate dal servizio. Detto servizio, infatti, è disponibile in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano. Negli altri casi è possibile esclusivamente calcolare telematicamente l’importo dell’imposta ma non anche versarla.

Allo stesso modo, per quanto riguarda il pagamento tramite home banking e per quello mediante il sito di Poste Italiane, è opportuno controllare se viene offerta la possibilità di pagare il bollo online nella propria Regione di residenza.

Come pagare online il bollo dal sito dell’Aci

Per pagare online il bollo tramite l’Aci, occorre collegarsi al relativo sito internet e calcolare l’importo da versare, utilizzando il modulo che si trova a destra dello schermo. Accedendo nella sezione “da una targa”, bisogna digitare la targa del veicolo nell’apposito campo sottostante la voce targa. Quindi, va selezionato il tipo di mezzo (autovettura, rimorchio, motoveicolo, ecc.) e indicata la Regione di riferimento prima di cliccare sul pulsante continua. Se i dati inseriti sono corretti, si apre una nuova pagina dove si trovano tutte le informazioni relative al mezzo oltre all’importo del bollo da corrispondere con la data di scadenza.

A questo punto, per pagare non rimane altro che cliccare sull’apposito pulsante e compilare il modulo con i dati della carta di credito, quelli personali e l’indirizzo di posta elettronica. La procedura si completa cliccando sul tasto conferma.

In seguito, bisogna verificare se nella casella di posta elettronica è arrivato il messaggio dell’Aci che attesta l’avvenuto pagamento. E’ possibile contattare l’assistenza dell’Aci telefonando o inviando un messaggio di posta elettronica, utilizzando i contatti indicati sul sito. Il relativo servizio è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00.

Come pagare online il bollo tramite l’home banking

Un altro sistema di pagamento online del bollo auto è rappresentato dal servizio home banking della propria banca. In tal caso bisogna accedere al proprio conto corrente e, quindi, selezionare la voce relativa al versamento del tributo dal menù del sito dell’istituto di credito.

Come pagare online il bollo auto dal sito di Poste italiane

E’ possibile corrispondere online il bollo auto dal sito di Poste Italiane accedendo con Poste ID abilitati a Spid oppure registrandosi sul sito. I titolari di un conto corrente Banco Posta online possono effettuare il pagamento mediante addebito sul proprio conto con una commissione di 1 euro. Si possono utilizzare anche le carte di credito Visa, MasterCard o Postepay. Dell’avvenuto pagamento si riceverà comunicazione via mail direttamente nella propria bacheca, l’area riservata alle comunicazioni di Poste Italiane.

Come pagare online il bollo auto tramite Satispay

Satispay è un’applicazione gratuita per i dispositivi Android e iOs (iPhone, iPad e Apple Watch) mediante la quale si può versare il bollo auto con una commissione di 1 euro.

Per iniziare la procedura bisogna avviare l’applicazione inserendo il codice pin per accedere al proprio account. Se non si ha ancora un account, occorre cliccare sul pulsante inizia ora. Si prosegue inserendo il proprio numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica e premendo poi, sul tasto avanti. Dopo la conferma del numero di telefono, va creato il pin d’accesso e verificato l’indirizzo e-mail.

A questo punto, bisogna inserire il codice promozionale, se lo si possiede, e cliccare avanti due volte consecutivamente. Quindi, vanno digitati il codice iban, che è possibile anche inquadrare con la fotocamera del proprio dispositivo dopo avere cliccato sull’icona della macchina fotografica, e i dati richiesti nel campo informazioni personali.

A seguire sempre utilizzando la macchina fotografica del proprio smartphone, va inquadrato il documento di identità (carta di identità, passaporto o patente) che si intende inviare e va premuto sui pulsanti scatta foto e conferma.

La registrazione si completa cliccando su entra e quando l’account sarà attivo, si riceverà un’e-mail sul proprio smartphone.

Perché si possa utilizzare Satispay, è necessario premere su profilo, su imposta budget e modifica, indicando l’importo tra le opzioni disponibili, comprese tra 25 euro e 300 euro. Quindi, vanno pigiati i pulsanti prosegui e conferma.

L’accredito delle prima ricarica avviene di solito, entro due giorni lavorativi mentre per quelle successive, ogni domenica viene effettuato un controllo del budget disponibile. Se vi è una differenza di almeno 5 euro in meno rispetto al budget impostato, viene eseguita in automatico una ricarica d’importo pari alla differenza tra il budget scelto e quello a disposizione.

Poi, è possibile procedere con il pagamento del bollo auto per cui va prima digitato su servizi e poi va scelta l’opzione bollo auto e moto. Successivamente, bisogna premere sul pulsante paga bollo e occorre selezionare il tipo di veicolo (autovettura, rimorchio, motoveicolo); quindi, va inserito il numero di targa e premuto avanti.

Se il pagamento è già stato effettuato, appare un apposito messaggio altrimenti viene visualizzato l’importo da corrispondere. In tal caso, va premuto il pulsante invia.

Per i pagamenti successivi si può impostare una data di scadenza, di cui verrà dato avviso tramite un messaggio.

Inoltre, al fine di versare i bolli futuri, non sarà più necessario ripetere tutto l’iter descritto essendo sufficiente cliccare su servizi e bollo auto e moto, selezionare il veicolo e premere su paga. La ricevuta di pagamento è disponibile accedendo alla sezione profilo, selezionando sull’opzione ricevuta.

Quali sono gli altri modi di pagamento del bollo auto

Esistono altre modalità per effettuare il pagamento del bollo auto oltre a quelle online sopra descritte. Infatti, è possibile farlo recandosi personalmente presso:

  • gli uffici postali, utilizzando l’apposito bollettino, con una commissione di 1,50 euro;
  • le banche abilitate;
  • le tabaccherie convenzionate con banca ITB o presso una di quelle aderenti al circuito Lottomatica. In questo caso la commissione da corrispondere è di 1,87 euro. Per il pagamento bisogna compilare due schede: quella A per le autovetture e gli autoveicoli ad uso promiscuo soggetti al pagamento in misura piena e quella B per i mezzi che beneficiano di un particolare trattamento fiscale (ad esempio i taxi, gli autobus, i rimorchi, ecc.);
  • gli sportelli dell’Aci, con una commissione di 1,87 euro ad eccezione della provincia di Trento dove la commissione non va pagata;
  • le agenzie per il disbrigo di pratiche auto, sempre con una commissione di 1,87 euro.

Quali sono le sanzioni per i giorni di ritardo

Il pagamento del bollo auto oltre i termini previsti comporta l’applicazione di interessi di mora e sanzioni calcolati in base ai giorni di ritardo. Fortunatamente, queste ultime, per il primo anno, sono ridotte, perché il contribuente rientra ancora nel regime del così detto ravvedimento operoso.

Nel dettaglio, per il pagamento:

  • entro il 14° giorno dalla scadenza, si applica una sanzione pari allo 0,1% per ogni giorno di ritardo oltre gli interessi legali giornalieri;
  • da 15 a 30 giorni di ritardo si applica una sanzione pari al 1,50% della tassa originaria + lo 0,8% di interessi legali giornalieri;
  • da 31 a 90 giorni di ritardo, la sanzione da corrispondere è di 1,67% della tassa originaria + lo 0,8% di interessi legali giornalieri;
  • da 91 giorni a 1 anno di ritardo, si applica una sanzione pari al 3,75% della tassa originaria + lo 0,8% di interessi legali giornalieri.

Trascorso 1 anno le sanzioni sono decisamente più pesanti in quanto in questo caso si applica una sanzione pari al 30% della tassa originaria più gli interessi a tasso fisso pari a circa l’1% annuo, per ogni semestre maturato di ritardo [1].

Cosa avviene in caso di mancato pagamento del bollo auto

In caso di mancato pagamento del bollo auto nei termini sopra indicati, la Regione invia un avviso di pagamento entro massimo 3 anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui doveva avvenire il versamento. Trascorso tale termine senza che l’avviso sia stato inviato, il bollo auto non è più dovuto perché cade in prescrizione [2].

Se, invece, nei 3 anni interviene la richiesta della Regione e si continua a non pagare, quest’ultima delega per il recupero della somma l’Agenzia delle Entrate – Riscossione (Ader), la quale notifica la cartella esattoriale.

L’Ader deve notificare la cartella esattoriale entro 2 anni da quando la Regione le ha consegnato il ruolo relativo al bollo auto. Decorsi i 2 anni infatti, opera la decadenza dalla possibilità di riscuotere tale imposta e quindi, di notificare la relativa cartella esattoriale [3].

Decorsi 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale se il contribuente non paga, può essere disposto il fermo amministrativo del veicolo, il quale non potrà più circolare per strada. Tuttavia, il fermo è preceduto dalla notifica di un preavviso di almeno 30 giorni durante i quali il titolare della cartella esattoriale può:

  • decidere di pagarla, eventualmente anche rateizzandola. In tal modo dimostrando il versamento della prima rata all’ente esattore, questo rilascia una quietanza che va comunicata al Pra. Pertanto, il fermo viene sospeso e il veicolo può tornare a circolare. La definitiva cancellazione del blocco dell’auto avverrà solo a rateazione ultimata;
  • oppure dimostrare di essere un professionista o un imprenditore e che il veicolo è fondamentale per svolgere il proprio lavoro autonomo, professionale o imprenditoriale. In quest’ultimo caso il fermo non può essere apposto.

L’Agenzia delle Entrate – Riscossione nei casi più gravi di mancato pagamento del bollo auto, dopo la notifica della cartella esattoriale può anche ricorrere al pignoramento. Può cioè bloccare ad esempio il conto corrente del proprietario del veicolo al fine di recuperare il debito.

Va ricordato che l’Ente di riscossione una volta notificata la cartella esattoriale, deve procedere entro 3 anni alla comunicazione del fermo dell’auto o del pignoramento. Scaduto tale termine, infatti, la cartella cade in prescrizione, cioè l’amministrazione non può più richiederne il pagamento e il destinatario è legittimato a non pagarla.

Quando avviene la radiazione del veicolo dal Pra

La legge [4] prevede che nel caso di mancato pagamento del bollo auto per 3 anni consecutivi, l’Ente esattoriale notifichi al proprietario del veicolo l’avviso dell’avvio del procedimento di radiazione e in assenza di un suo giustificato motivo, ove non sia dimostrato l’effettuato pagamento entro 30 giorni dalla data di tale notifica, chieda all’ufficio competente del Dipartimento per i trasporti, la navigazione, gli affari generali e del personale la cancellazione d’ufficio dall’archivio nazionale dei veicoli e dal Pra. Il predetto ufficio provvede al ritiro delle targhe e della carta di circolazione tramite gli organi di polizia.

Cosa sono il condono e la rottamazione del bollo auto

Grazie al decreto fiscale 2019 [5] il cittadino ha a disposizione due strumenti al fine di definire le controversie sussistenti con il fisco per il mancato pagamento del bollo auto. Nello specifico se ha ricevuto una cartella esattoriale nei termini prescritti dalla legge, può usufruire:

  • del condono;
  • oppure della rottamazione.

Il condono è previsto per le cartelle esattoriali fino a 1.000 euro notificate tra il 2000 e il 2010. In questo caso si ha la cancellazione automatica del debito alla quale provvede d’ufficio l’ente di riscossione.

La rottamazione si applica invece, alle cartelle esattoriali notificate tra il 1 gennaio 2010 e il 31 dicembre 2017 per le quali è possibile fruire di una definizione agevolata, sottraendo dall’importo dovuto le sanzioni e gli interessi. La domanda di adesione alla rottamazione va presentata utilizzando l’apposito modulo disponibile sul sito dell’Ader. In questo caso, il versamento potrà avvenire in un’unica soluzione o in 10 rate di pari importo nel termine di 5 anni e con un interesse pari al 2%.

Quando posso superare i limiti di velocità?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i limiti di velocità? Quando possono essere superati senza incorrere in sanzione? Cos’è il margine di tolleranza? Cos’è lo stato di necessità?

Sicuramente sarai a conoscenza del fatto che sulle strade di tutta Italia vigono precisi limiti di velocità che devono essere rispettati per non incorrere in sanzioni e, soprattutto, per limitare al massimo il rischio di provocare un sinistro. Anche quando non c’è alcuna segnaletica, sulle strade c’è sempre un limite da rispettare: te ne parlerò nel corso di questo articolo. Vorrei soffermarmi, però, sui casi in cui è possibile superare i limiti di velocità.

La giurisprudenza ha aperto le porte ad alcune ipotesi in cui, pur essendo stato superato il limite oltre la normale soglia di tolleranza, non è possibile multare colui che ha infranto le regole del codice della strada. Se ti stai chiedendo quando posso superare i limiti di velocità, sei nel posto giusto: risponderò in maniera semplice e concreta alla tua domanda.

Limiti di velocità: quali sono?

Come anticipato, ogni strada ha un proprio limite di velocità; in assenza di espressa segnaletica verticale che fornisca indicazioni precise, il codice della strada impone i seguenti limiti generali di velocità:

  • 130 km/h in autostrada;
  • 110 km/h nelle strade extra-urbane principali;
  • 90 km/h nelle strade extra-urbane secondarie;
  • 50 km/h nei percorsi urbani.

Tali limiti valgono per tutti i veicoli entro le 3,5 tonnellate e possono essere ridotti in presenza di determinate condizioni oggettive (ad esempio, di tipo meteorologico oppure riferibili al tipo di veicolo guidato) o soggettive (per i neopatentati), oppure ancora quando c’è esplicita segnaletica verticale ad avvertire gli utenti della strada.

Violazione limite di velocità: quand’è tollerata?

Se esiste un comando, esiste anche la corrispondente sanzione: chi infrange i limiti sopra visti rischia di incorrere in una multa, e non solo. La legge, tuttavia, mostra una certa comprensione: esiste infatti un margine di tolleranza di 5 km/h per velocità inferiori a 100 km/m, e del 5% per velocità superiori.

In pratica, se il limite di velocità è di 90 km/h e tu procedi a 95 km/h, non ti potrà essere irrogata alcuna multa e, anche se ciò dovesse accadere, potrai giustamente fare impugnazione; se invece il limite è di 130 km/h, la tolleranza è estesa fino a 136,5 km/h.

Superamento limite velocità: com’è sanzionato?

Al di fuori delle ipotesi di tolleranza sopra viste, chi supera i limiti generali di velocità oppure quelli specificamente previsti per il suo caso, rischia di incorrere nelle seguenti sanzioni:

  • chi supera il limite massimo di velocità ma non oltrepassa i 10 km/h in eccesso (ad esempio, se il limite è 90 km/h e la velocità rilevata è 98 km/h) è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma che va da 41 a 169 euro;
  • chiunque supera di oltre 10 km/h ma non oltre 40 km/h il limite di velocità (ad esempio, limite di 90 km/h e velocità rilevata di 110 km/h) è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 169 a 680 euro, oltre alla decurtazione di tre punti dalla patente di guida;
  • chiunque supera di oltre 40 km/h ma di non oltre 60 km/h i limiti massimi di velocità, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 532 a 2.127 euro, oltre alla decurtazione di sei punti dalla patente di guida e alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno fino a tre mesi. Nel caso in cui l’infrazione venga reiterata nel successivo biennio, la sospensione della patente è prevista tra gli 8 e i 18 mesi;
  • se il limite di velocità viene superato di oltre 60 km/h, oltre all’ammenda che varia tra 829 e 3.316 euro e alla decurtazione di 10 punti dalla patente di guida, è prevista anche la sospensione della patente da un minimo di 6 fino a un massimo di 12 mesi. In caso di reiterazione del fatto entro i successivi due anni, la patente può essere revocata in maniera definitiva. Tutte le sanzioni di cui sopra sono maggiorate di un terzo se l’automobilista commette l’infrazione durante le ore notturne, cioè tra le 22 e le 7 del mattino successivo [1].

Se a commettere le violazioni appena viste è un automobilista neopatentato, la decurtazione dei punti e la sanzione pecuniaria, oltre che la sospensione della patente, è raddoppiata ed è prevista la revoca definitiva della patente.

Quando si possono superare i limiti di velocità?

Se stai leggendo questo articolo è perché vuoi sapere quando puoi superare i limiti di velocità senza incorrere in sanzioni. Ebbene, un caso lo abbiamo già visto: la legge tollera il superamento minimo del limite di velocità stabilito su ciascuna strada, prevedendo un margine di tolleranza di 5 km/h per velocità inferiori a 100 km/m, e del 5% per velocità superiori.

La giurisprudenza, però, oramai riconosce pacificamente un altro caso in cui è possibile superare impunemente il limite di velocità: si tratta dell’ipotesi in cui ricorra uno stato di necessità. In poche parole, se il limite di velocità non viene rispettato perché c’è il bisogno urgente di prestare soccorso ad una persona, oppure di mettere sé stesso in salvo, allora la multa per eccesso di velocità dovrà essere annullata. Approfondiamo meglio questo discorso.

Stato di necessità: quando si può superare il limite di velocità?

La legge [2] dice che non è mai punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, quando il pericolo non è da lui volontariamente causato, né è altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

Si tratta della scriminante dello stato di necessità, applicabile in genere nel settore penale ma, talvolta, anche in quello civile e amministrativo. Secondo questo principio, anche se si viola la legge o si commette un illecito, non è punibile l’autore del fatto quando la sua condotta è giustificata dalla volontà di salvare se stesso oppure un’altra persona.

In applicazione di questo principio, i giudici [3] hanno annullato la multa per eccesso di velocità comminata al padre che stava correndo in auto per raggiungere la farmacia più vicina al fine di somministrare alla figlia di 14 mesi che era con lui i farmaci necessari a scongiurare la crisi respiratoria in atto.

Con questa sentenza i giudici hanno ricordato la norma [4] secondo la quale non risponde delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa.

Nello stesso senso si è espressa anche la Suprema Corte di Cassazione [5], annullando la multa per eccesso di velocità irrogata al genitore che non rispettava i limiti poiché il piccolo figlio che era con sé non stava bene.

Sempre la Corte di Cassazione, però, con altra sentenza [6], ha ricordato che lo stato di necessità giustifica il superamento dei limiti di velocità solamente se è in corso una patologia grave: nel caso di specie, la Corte ha rigettato il ricorso dell’automobilista che, in preda ai dolori di una colica dovuta da piccoli calcoli renali, aveva di molto superato i limiti (l’automobilista procedeva a 140 km/h laddove il limite era 70) pur di giungere il prima possibile l’ospedale.

Stato di necessità: quando giustifica il superamento dei limiti?

In sintesi, dall’applicazione giurisprudenziale della scriminante dello stato di necessità possiamo dire che si possono superare i limiti di velocità quando:

  • sia in pericolo la propria vita o quella altrui;
  • non ci sia altro modo che quello di superare i limiti di velocità;
  • anche se non c’è un effettivo rischio per la propria o l’altrui vita, il conducente è indotto a credere, in base a circostanze oggettive, che il pericolo sia imminente e non altrimenti evitabile (è il cosiddetto stato di necessità putativo, nel senso che l’agente crede in buona fede che non ci sia altro da fare. Ad esempio, se un genitore vede che il figlio piccolo ha una crisi respiratoria e supera i limiti di velocità per raggiungere l’ospedale, sarà giustificato anche se i medici gli dovessero dire che la crisi asmatica non sarebbe stata comunque fatale);
  • la propria condotta non sia pericolosa per gli altri. Nel caso da ultimo visto nel precedente paragrafo, correre a 140 km/h in pieno centro abitato e, magari, in prossimità di scuole o di strutture frequentate da bambini, non giustifica la propria condotta anche in presenza di un malore.

Quando posso essere infedele

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fedeltà coniugale: cosa dice la legge? Quando si può tradire senza conseguenze giuridiche? C’è obbligo di fedeltà tra conviventi? E nelle unioni civili?

Dal matrimonio derivano diritti e doveri reciproci in capo ad entrambi i coniugi: pensa ad esempio all’obbligo della coabitazione (cioè di vivere sotto lo stesso tetto), oppure a quello di assistenza morale e materiale. Tra i doveri principali c’è anche quello alla fedeltà, talmente importante che la legge lo cita addirittura per primo rispetto agli altri. Da tanto deriva che il coniuge infedele legittima l’altro a chiedere la separazione e perfino il divorzio, con addebito della fine del rapporto. Nonostante ciò, se ti stai chiedendo se esistono dei casi in cui si può essere infedeli senza pagarne le conseguenze (giuridiche), la risposta è positiva.

Pertanto, se ti stai chiedendo quando posso essere infedele, sei nel posto giusto: ti spiegherò quali sono le ripercussioni giuridiche di un tradimento, quando una scappatella può considerarsi tradimento e cosa dice la legge a proposito delle unioni diverse da quelle matrimoniali.

Infedeltà: cos’è?

Per rispondere alla domanda quando posso essere infedele bisogna prima capire cosa intende la legge per fedeltà. La fedeltà, secondo il codice civile, non consiste solo nell’astenersi da rapporti sessuali con persone diverse dal coniuge, ma anche in generale nell’evitare qualsiasi tipo di relazione sentimentale con altri individui che possa turbare l’equilibrio della vita matrimoniale.

È chiaro, dunque, come la legge abbia accolto una nozione ampia di fedeltà, la quale non si riferisce solamente al classico tradimento con persona diversa dal coniuge, ma più in generale ad un dovere di lealtà nei confronti del proprio partner.

Da tanto deriva che si può essere infedeli al coniuge anche tradendolo platonicamente, magari intrattenendo con altra persona una lunga relazione affettiva a distanza, costituita da lunghe chiacchierate al telefono oppure su WhatsApp. Anche i reiterati incontri possono costituire un’infedeltà, quando v’è “corrispondenza di amorosi sensi” seppur non sfociata in un rapporto sessuale.

Cosa succede al coniuge infedele?

Fatta questa necessaria premessa, vediamo quali sono le conseguenze tipiche dell’infedeltà. Ebbene, di solito il coniuge infedele si vede addebitare la separazione chiesta dalla controparte: ciò significa che il giudice riconosce al coniuge fedifrago la responsabilità del naufragio dell’unione.

Dall’addebito derivano conseguenze giuridiche ben precise: ed infatti, il coniuge “colpevole” perde il diritto all’assegno di mantenimento (anche qualora versasse in precarie condizioni economiche) e i diritti successori nei confronti dell’coniuge.

Inoltre, se l’infedeltà ha causato un danno (biologico o anche solo morale) al coniuge tradito, questi potrebbe anche chiedere il risarcimento dei danni, oltre che la separazione con addebito: secondo i giudici, infatti, quando l’infedeltà sia talmente grave da arrecare pregiudizio all’onore e alla dignità del coniuge, questi ha diritto anche al risarcimento. Pensa al marito che tradisce in maniera spudorata la moglie, portando in giro le proprie numerose amanti e presentandole anche ad amici e parenti.

Quando si può essere infedeli nel matrimonio?

Siamo pronti per vedere quando la legge tollera l’infedeltà; prima, però, una doverosa precisazione: quanto si dirà da qui in avanti riguarda gli aspetti legali dell’infedeltà, non quelli sociali o sentimentali.

Innanzitutto, si può essere infedeli senza che la separazione venga addebitata: per costante orientamento giurisprudenziale, infatti, l’infedeltà è causa di addebito della separazione solamente quando è la causa della fine dell’unione, e non la semplice conseguenza.

Esempio pratico. Tizio e Caia, dopo venti anni di matrimonio, sono stufi l’uno dell’altra; conducono vite separate e solo formalmente vivono ancora insieme. Dopo anni di separazione “di fatto”, Caia trova un nuovo compagno, con cui si incontra sistematicamente. Ebbene, se Tizio cita Caia in tribunale per ottenere la separazione, chiedendo altresì l’addebito, non è affatto detto che il giudice glielo conceda: ed infatti, ben prima che Caia intraprendesse una nuova relazione il matrimonio tra i coniugi era già finito. In questa ipotesi, dunque, l’infedeltà è solo formale ed è la conseguenza, non la causa, della crisi matrimoniale già in atto.

Ancora, l’infedeltà potrebbe essere tollerata nel caso in cui sia la risposta ad un precedente tradimento: il marito tradisce la moglie; costei, per vendicarsi, fa lo stesso. Questo secondo tradimento, poiché giustificato dal primo, potrebbe essere “tollerato” dal giudice, poiché il matrimonio era già finito alla prima infedeltà del marito.

Anche questa ipotesi, di fatto, rientra nel concetto sopra espresso: se l’infedeltà è solamente l’espressione di un male già radicato nella coppia, allora non per forza essa ha un peso giuridico.

Posso essere infedele se convivo?

Diverso è il discorso nel caso della convivenza. Si può essere infedeli tra conviventi? Innanzitutto, va detto che, a seguito dell’entrata in vigore, nel 2016, della Legge Cirinnà [1], bisogna distinguere tra la convivenza di fatto regolarmente registrata all’anagrafe e la convivenza non formalizzata: solo alla prima, infatti, la legge riconosce precisi diritti e doveri, quali ad esempio quello di reciproca assistenza morale e materiale, quello di assistenza durante la malattia, ecc.

Ebbene, nonostante il riconoscimento formale delle convivenze di fatto (quando registrate), ad oggi non sussiste uno specifico obbligo di fedeltà in capo ai conviventi: in altre parole, la fedeltà rimane una prerogativa del solo matrimonio.

Di conseguenza, se ti stai chiedendo quando posso essere infedele, sappi che, se convivi e tradisci il tuo partner, la legge non prevede alcuna sanzione nei tuoi riguardi. Nessun addebito, dunque, visto che la separazione si applica solamente ai coniugi. In teoria, però, resta la possibilità che il giudice, nel caso in cui tu abbia leso l’onore e la dignità del tuo convivente, possa condannarti ad un risarcimento.

Infedeltà nelle unioni civili: è ammessa?

Stesso discorso vale per le unioni civili, cioè per quell’istituto giuridico che tutela la convivenza tra persone dello stesso sesso. Anche in questo caso, il tradimento del convivente non è disciplinato dalla legge, nel senso che non è previsto alcun obbligo giuridico di fedeltà.

Condominio senza amministratore: si può?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando nel condominio non è necessario l’amministratore? Come si dividono le spese? Chi gestisce il condominio senza amministratore? Chi convoca l’assemblea?

il condominio è per definizione caratterizzato dalla presenza di più persone all’interno dello stesso edificio; possiamo quindi dire che la convivenza ne è un elemento essenziale. Proprio perché, come dicevano gli antichi latini, vicinitas est mater discordiarum, la legge ha immaginato una figura che potesse regolare i rapporti tra condòmini, che potesse curare i loro affari e, insomma, gestire il condominio. Questa figura è, ovviamente, quella dell’amministratore. Devi sapere, però, che la legge non impone sempre e comunque la nomina di un amministratore. Dunque: si può avere un condominio senza amministratore? La risposta è sì.

Il problema, però, è che, senza una persona nelle mani della quale si possano accentrare i poteri più consistenti inerenti alla vita condominiale, il rischio è di cadere in una vera e propria anarchia, ove tuti fanno ciò che vogliono. E inoltre: senza amministratore, chi gestirebbe la ripartizione delle spese condominiali? Se ne vuoi sapere di più su questo argomento, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo insieme quando si può un condominio senza amministratore.

Quando il condominio può fare a meno dell’amministratore?

L’amministratore è un po’ l’anima del condominio: egli rappresenta tutto l’edificio nei confronti dei terzi, si occupa delle spese e dei lavori da effettuare, di convocare l’assemblea e di adempiere a tanti altri compiti. L’amministratore è il centro gravitazionale del condominio. Eppure, devi sapere che il Codice civile non impone sempre la sua presenza.

Secondo la legge [1], la nomina di un amministratore è obbligatoria solamente quando i condòmini sono più di otto; in questa circostanza, l’assemblea è tenuta a nominare l’amministratore e, se non vi provvede, la nomina è fatta dall’autorità giudiziaria su ricorso di uno o più condomini (o dell’amministratore dimissionario).

Pertanto, nei condomini con almeno nove proprietari occorre obbligatoriamente nominare un amministratore; in tutti gli altri casi, è possibile che l’edificio rimanga senza amministratore. Bada bene: il numero minimo (nove) che fa scattare l’obbligo di nominare un amministratore è riferito ai proprietari di abitazioni condominiali, non a nove inquilini generici: in altre parole, se in un condominio vivono dieci persone, ma cinque di esse fanno riferimento al nucleo familiare di un solo proprietario, non ci sarà obbligo di nominare l’amministratore.

La scelta è giustificata dal fatto che nei piccoli condomini non si rende strettamente necessaria la presenza di un amministratore, in quanto i singoli condòmini possono provvedere da soli a gestire le esigenze amministrative.

Quando un condominio rimane senza amministratore?

Un condominio minimo, composto di non più di otto condòmini, non ha l’obbligo di riunirsi e di nominare un amministratore. Questo lo abbiamo detto. Esistono però altri casi in cui un condominio può trovarsi sprovvisto di amministratore: questo può succedere se l’assemblea non si mette d’accordo sul nominativo o non riesce a riunirsi, oppure perché l’amministratore è deceduto o ha perso uno dei requisiti indispensabili per poterlo essere (ad esempio, in caso di interdizione o inabilitazione).

In tutte queste ipotesi, il condominio, anche se conta più di nove proprietari, si troverà momentaneamente senza amministratore, con l’obbligo, però, di nominarne al più presto uno.

Condominio: come si fa senza amministratore?

In un condominio senza amministratore sorgono immediatamente delle questioni: la prima di esse riguarda senz’altro la ripartizione delle spese. Come si fa in questi casi?

Ebbene, secondo il codice civile, salvo che il regolamento (di natura contrattuale) non dica il contrario, le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno [2].

In buona sostanza, la legge dice questo: a meno che tutti i condòmini non si accordino all’unanimità per un criterio di ripartizione differente, le spese si dividono in base al valore di ciascuna proprietà, espressa in millesimi. La tabella millesimale, dunque, servirà a ripartire tutte le spese necessarie alla conservazione ed al godimento delle parti comuni del condominio

Questo principio di ripartizione, essendo previsto direttamente nel Codice civile, non necessita né di un regolamento né di un amministratore: ciò significa che ciascun condomino potrà chiederne il rispetto e, in caso di violazione, rivolgersi al giudice.

Eccezionalmente, come detto, tutti i condòmini potrebbero riunirsi e pattuire diversamente, ad esempio che tutti paghino alla stessa maniera, a prescindere dai millesimi posseduti.

Il criterio di ripartizione basato sulla tabella millesimale, inoltre, viene espressamente derogato dalla legge quando si tratta di cose destinate a servire i condomini in misura diversa: classico esempio è quello dell’ascensore per chi abita al piano terra e non ha alcun motivo per dover salire sopra.

In una circostanza del genere, il Codice dice che le spese sono ripartite in proporzione dell’uso che ciascuno può farne. Ciò significa che la spesa può essere proporzionata all’effettivo utilizzo di ciascun condomino, facendo sempre salva la previsione contraria del regolamento.

Chi convoca l’assemblea se non c’è l’amministratore?

Un altro problema che sorge in un condominio senza amministratore è quello della convocazione dell’assemblea dei condòmini, la quale è uno dei classici compiti dell’amministratore (quando c’è). Quando, per un motivo o per un altro, il condominio non ha alcun amministratore, ogni condomino può convocare l’assemblea ordinaria o straordinaria [3].

Quando l’amministratore di condominio, nei casi in cui è obbligatorio, manca perché l’assemblea non trova un accordo il singolo condomino può rivolgersi al giudice perché sia questo a nominarlo. Nello specifico, quando i condomini sono più di otto, se l’assemblea non vi provvede, la nomina di un amministratore è fatta dall’autorità giudiziaria su ricorso di uno o più condomini o dell’amministratore dimissionari.

Chi gestisce il condominio senza amministratore?

L’amministratore ha il compito principale di gestire il condominio. Chi provvede alla gestione nel caso di condominio senza amministratore? Nei condomini senza amministratore viene di solito individuato una persona che faccia da referente, un vero e proprio mandatario dei condomini, che si occupi della gestione del fabbricato, ad esempio di pagare i fornitori, incassare le quote, rendicontare le spese. La legge parla espressamente di persona che svolge funzioni analoghe a quelle dell’amministratore [4].

In caso di amministratore senza condominio, i condomini devono affiggere presso l’ingresso dell’edificio un’informativa con i recapiti di almeno un soggetto di riferimento tra i vari proprietari (in genere, il referente), per renderli noti ai terzi.

Falso d’autore: cos’è e cosa dice la legge?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è il falso d’autore? Quando costituisce reato e quando no? Chi realizza un falso viola il copyright? Quale documento deve rilasciare il venditore di quadri?

Se ti piacciono le opere d’arte, e soprattutto i dipinti, sicuramente almeno una volta nella vita avrai visitato un museo oppure una galleria e avrai perso la cognizione del tempo davanti ad un quadro di rara bellezza, finendo per fissarlo per diversi minuti senza rendertene conto. Forse non lo sai, ma è possibile che, mentre eri perso nell’estasi che ti restituivano le immagini dipinte su tela, è possibile che tu ti sia trovato a rimirare un falso. Non sono pochi i casi, infatti, in cui anche gli esperti di opere d’arte vengono ingannati da formidabili falsari, cioè da persone che sono talmente brave da riuscire ad eguagliare l’autore originario dell’opera. Cos’è un falso d’autore e cosa dice la legge?

Il problema del falso d’autore è che, nonostante l’indiscutibile talento del falsario, si tratta pur sempre di una copia non autorizzata e, quindi, di una violazione del copyright. Cosa succede alle persone che si sono macchiate di questo illecito? Si tratta di un reato? Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, ti consiglio di proseguire nella lettura: vedremo insieme cosa dice la legge a proposito del falso d’autore.

Falso d’autore: cos’è?

Cominciamo subito con le definizioni. Cos’è un falso d’autore? Il falso d’autore è quell’opera d’arte talmente simile all’originale da confondersi con essa. In altre parole, il falso d’autore è una copia, talmente spudorata e magistrale da non mostrare alcuna differenza con l’opera originale.

Viene definito falso “d’autore” proprio per riconoscere la maestria di chi, pur essendo un falsario, dimostra di essere molto bravo: imitare alla perfezione un dipinto, infatti, è qualcosa di difficilissimo. In estrema sintesi, dunque, il falso d’autore è la copia di un dipinto celebre.

Falso d’autore: è reato?

Il problema del falso d’autore è che esso viola il copyright, cioè il diritto d’autore che è riconosciuto su ogni opera dell’intelletto. Se scrivi un libro o dipingi un quadro, la legge tutela il frutto del tuo lavoro con il diritto d’autore, il quale ti conferisce non solo il diritto ad attribuirti la paternità dell’opera, ma anche quello di sfruttarla economicamente.

Cosa succede al falsario di professione? Commette reato nel momento in cui realizza il suo falso d’autore? Ebbene sì: la legge [1] dice che è punito con la reclusione da tre mesi fino a quattro anni e con la multa da euro 103 a euro 3.099 chi, al fine di trarne profitto, contraffà, altera o riproduce un’opera di pittura, scultura o grafica, ovvero un oggetto di antichità o di interesse storico od archeologico.

Dunque, il falsario rischia la galera. Ma non è l’unico: ed infatti, chi, senza aver preso parte alla contraffazione, pone in commercio, o detiene per farne commercio, spacciandoli per autentici, esemplari contraffatti, alterati o riprodotti di opere di pittura, scultura, grafica o di oggetti di antichità, o di oggetti di interesse storico od archeologico, è sottoposto alla stessa pena del falsario. Stessa sanzione si applica anche a chi, pur conoscendone la falsità, autentica opere d’arte contraffatte o riprodotte.

In pratica, la legge punisce non solo il falsario, ma anche coloro che, conoscendo la falsità, cercano di trarne profitto vendendo le opere spacciandole per autentiche.

Quando il falso d’autore non è reato?

Secondo la legge, il falso d’autore non è reato quando viene dichiarato espressamente come tale. In pratica, occorre dichiarare espressamente all’atto della esposizione o della vendita che le opere non sono autentiche, mediante annotazione scritta sull’opera o, quando ciò non sia possibile per la natura o le dimensioni della copia o dell’imitazione, mediante dichiarazione rilasciata all’atto della esposizione o della vendita. Un vero e proprio “certificato di falso d’autore”, insomma.

Cosa succede a chi acquista un falso d’autore?

Mettiamoci ora dal lato dell’appassionato d’arte, il quale decide di acquistare un quadro: pensiamo a chi voglia comperare un Rembrandt o un Caravaggio, pensando che sia originale. Ebbene, se l’acquirente scopre solo successivamente che si tratta di un falso d’autore, cosa può fare?

Ebbene, la legge [2] dice che chiunque esercita l’attività di vendita al pubblico, di esposizione a fini di commercio o di intermediazione finalizzata alla vendita di opere di pittura, di scultura, di grafica ovvero di oggetti d’antichità o di interesse storico od archeologico, o comunque abitualmente vende queste opere, ha l’obbligo di consegnare all’acquirente la documentazione che ne attesti l’autenticità o almeno la probabile attribuzione e la provenienza delle opere medesime.

In buona sostanza, il venditore di opere d’arte è tenuto a rilasciare apposita certificazione circa l’autenticità o la provenienza del quadro; se dovesse trattarsi di un falso d’autore, però, potrebbe darsi che anche lo stesso venditore sia rimasto ingannato. Al contrario, se ne fosse stato a conoscenza e avesse spacciato volontariamente il quadro per originale, incorrerebbe nel reato di cui ti ho parlato nei paragrafi precedenti.

Ebbene, le ipotesi che si profilano sono sostanzialmente tre:

  • il compratore acquista un dipinto falsamente certificato come originale. In tal caso, c’è la responsabilità di chi l’ha venduto, consapevole della contraffazione: l’acquirente avrà diritto al rimborso del prezzo e al risarcimento del danno, che si potranno ottenere anche esercitando l’azione civile in sede penale contro il venditore;
  • il compratore acquista un dipinto consapevole che si tratti di falso d’autore. È ovvio che, in un’ipotesi del genere, non gli spetterà nulla, perché ha consapevolmente comprato un quadro certificato come falso d’autore;
  • il compratore acquista un quadro e il venditore gli rilascia il certificato di probabile provenienza; successivamente, nonostante la buona fede di tutte le parti, si scopre che il quadro non è autentico. In un caso del genere, cioè di vendita di un quadro come probabile opera di un determinato autore, qualora in un secondo momento la tela risulti falsa (magari, a seguito di perizia ctu disposta dal tribunale), al compratore non è detto che spetti il diritto ad ottenere la risoluzione del contratto e, di conseguenza, il rimborso del prezzo pagato. Questo perché, se nella certificazione rilasciata si attestava la non certa attribuzione ad un noto autore, chi ha acquistato la tela ha accettato il rischio che non si trattasse di un originale.

Copyright e falso d’autore

Chi riproduce un quadro di un autore in vita o che è morto da meno di settant’anni viola il diritto d’autore: gli autori degli originali, infatti, detengono sia i diritti morali che economici in relazione allo sfruttamento della propria opera. Tra essi, esiste il cosiddetto diritto di seguito, cioè il diritto a ricevere una percentuale sul prezzo pagato per l’opera nelle vendite, acquirente o intermediario un professionista del mercato dell’arte. Trattasi di un diritto irrinunciabile per tutta la vita dell’autore e fino a 70 anni dopo la morte.

Non sempre, però, la perfetta riproduzione dell’originale costituisce illecito. Secondo la Corte di Cassazione [3], a proposito di sculture, nel caso in cui queste siano ottenute da calco originale a opera di terzi e non dell’autore e poi esposte come originali, tale attività come non è illecita in quanto le sculture in oggetto rappresentavano il risultato contenuto per il tramite di calchi originali.

In pratica, secondo i giudici, la riproduzione da parte del detentore legittimo della matrice non configura alcuna falsificazione, giacché l’opera resta autentica.

Limite pignorabilità assegno mantenimento

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un giudice può disporre un’esecuzione forzata sulla somma versata all’ex coniuge o ai figli per soddisfare un credito? Ed in quale misura?

Hai contratto un debito mai pagato e ricevi un assegno di mantenimento dal tuo ex coniuge. Temi, però, che proprio a causa di quel debito venga deciso un pignoramento del trattamento economico che ricevi dopo la separazione. È possibile che ciò accada? E, in caso di risposta positiva, c’è un limite per la pignorabilità dell’assegno di mantenimento?

Forse bisogna, prima di tutto, chiarire la differenza tra due concetti su cui spesso di fa un po’ di confusione: i crediti alimentari e l’assegno di mantenimento. Perché è importante distinguerli? Perché la legge vieta il pignoramento dei primi, intesi come le risorse necessarie per soddisfare la sopravvivenza di chi li riceve. Ma permette di mettere le mani sul secondo, cioè sulla somma versata non tanto per garantire la sopravvivenza dell’ex coniuge ma il mantenimento del tenore di vita che aveva prima della separazione. Va da sé, dunque, che, a differenza dei crediti alimentari, l’assegno di mantenimento comprende una parte che serve alle spese superflue del beneficiario. Qual è, però, il limite di pignorabilità?

Altro elemento che può aiutarci a capire come funziona il pignoramento dell’assegno di mantenimento è questo: quando scatta il procedimento, e prima di arrivare all’esecuzione forzata, il bene da pignorare (in questo caso l’assegno di mantenimento entro i limiti che poi vedremo) viene vincolato. Significa che il titolare di quel bene (chi riceve l’assegno) non può utilizzarlo e che, se anche così facesse, il creditore può pretendere, comunque, che il debitore assolva il suo dovere.

Ma vediamo nel dettaglio il limite di pignorabilità dell’assegno di mantenimento.

Pignoramento: quando scatta?

Per pignoramento si intende quel provvedimento emesso da un ufficiale giudiziario con il quale un debitore viene intimato ad astenersi dall’utilizzo del bene oggetto dell’espropriazione al fine di mantenere la garanzia di credito. Lo scopo, dunque, è quello di bloccare la disponibilità della cosa pignorata, poiché da quel momento in poi deve servire a soddisfare il diritto del creditore.

Tuttavia, prima di arrivare al pignoramento di un bene (compreso l’assegno di mantenimento) occorre seguire una determinata procedura, che comincia col dimostrare che hai un diritto di credito. Questo è possibile tramite un titolo esecutivo come un decreto ingiuntivo, una sentenza, ecc.

Ottenuto quel titolo, lo step successivo consiste nel notificare al debitore un atto formale di precetto, vale a dire: devi comunicargli formalmente che ha un massimo di 10 giorni di tempo per pagarti quanto ti è dovuto e che, trascorso quel periodo, se non rispetta quest’obbligo si passerà all’esecuzione forzata. Quest’ultima deve iniziare entro 90 giorni dalla notifica del precetto, altrimenti perde efficacia. A meno che il debitore presenti opposizione al precetto: in questo caso, il termine resta congelato.

Nel caso in cui il debitore continui a fare orecchie da mercante, potrai dire al tuo avvocato di partire con la procedura del pignoramento.

Pignoramento: quali beni non si possono toccare?

Spesso, quando qualcuno si sente di avere un diritto di credito che vuole soddisfare a tutti i costi, si sente dire: «Toglierò al debitore perfino l’aria che respira». Espressione più colorita che reale: in verità, ci sono per legge [1] dei beni che non possono essere pignorati (tra questi, l’aria che respira il debitore). Nel dettaglio:

  • i crediti alimentari dovuti all’ex coniuge o ai figli;
  • i sussidi di maternità, di malattia e di funerali erogati da casse di assicurazioni o enti assistenziali o destinati a persone indigenti;
  • le pensioni, le indennità che tengono luogo di pensione o altri assegni di quiescenza, a meno che non arrivino al massimo mensile dell’assegno sociale aumentato della metà;
  • gli stipendi e le indennità legate ad un rapporto di lavoro, comprese quelle versate a causa di licenziamento, possono essere pignorati per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale se l’accredito di tali somme è anteriore al pignoramento. In caso contrario, possono essere pignorati entro i limiti di legge.

Per quanto riguarda i crediti alimentari, c’è un’eccezione che va segnalata: un giudice può decidere il loro pignoramento se servono a soddisfare altri crediti della stessa natura, cioè se gli alimenti da pignorare entro i limiti che decide il tribunale sono destinati a chi procede sempre per cause di alimenti.

Pignoramento: può colpire l’assegno di mantenimento?

Come spiegato all’inizio, crediti alimentari e assegno di mantenimento non sono la stessa cosa. I primi (che, come abbiamo visto, la legge vieta di pignorare se non con l’eccezione appena riportata) sono quelli volti a soddisfare la sopravvivenza del beneficiario, ovvero le esigenze primarie. Che non si riferiscono soltanto agli alimenti («Non di solo pane vive l’uomo», disse qualcuno molto tempo fa), ma anche l’assistenza sanitaria, le medicine, le bollette, ecc.

Lo scopo dell’assegno, invece, è quello di garantire a chi lo riceve lo stesso tenore di vita che aveva prima della separazione o del divorzio. Questo significa che l’assegno può andare oltre le esigenze di sopravvivenza e comprendere una cifra destinata a riempire ulteriormente l’armadio delle scarpe, al ristorante settimanale con gli amici, al week end al mare o alle terme, se questo era ciò che abitualmente si faceva durante il matrimonio.

Proprio questa sostanziale differenza fa sì che l’assegno di mantenimento possa essere pignorato. Ma entro quali limiti? L’esecuzione forzata può interessare la parte che eccede la somma necessaria a garantire le esigenze primarie di vita del debitore. In altre parole: se per campare ti bastano 1.200 euro (si fa per dire, ma c’è chi è costretto a starci dentro) e ricevi un assegno da 2.500 euro dal tuo benestante ex marito, i 1.300 euro che superano la soglia di ciò che ti serve possono essere pignorati.

Ma chi stabilisce quanto ti serve per campare? La decisione spetta al giudice di merito. È lui ad accertare la tua condizione sociale e a verificare quali possono essere le tue reali esigenze di sopravvivenza, in modo da fissare una soglia oltre la quale intervenire con il pignoramento dell’assegno di mantenimento.

Due appartamenti uniti: valgono come prima casa?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Unica unità immobiliare con due particelle: si paga l’Imu? È necessario un accatastamento unitario dei due appartamenti uniti in un’unica abitazione principale?

Immagina di aver unito due appartamenti posti sullo stesso pianerottolo del medesimo palazzo. Hai abbattuto le pareti divisorie e ora l’immobile è destinato ad abitazione tua e della tua famiglia. Nell’altra vivevano i tuoi genitori che, purtroppo, sono di recente passati a miglior vita, lasciandoti in eredità la loro casa. A questo punto, ti chiedi come devi comportarti con il Fisco locale: vuoi cioè sapere se due appartamenti uniti valgono come prima casa. Se vi è un’unica unità immobiliare con due particelle, si paga l’Imu?

Quando due appartamenti sono accatastati come unità immobiliari distinte, ma di fatto sono uniti in un’unica abitazione, si pone il problema di stabilire se l’esenzione per il pagamento dell’Imu vale solo per una particella o può anche essere estesa all’altra. C’è bisogno di un accatastamento unitario ossia di una sorta di fusione catastale dei due appartamenti? La questione è stata decisa dalla Cassazione [1]. Il principio formulato dalla giurisprudenza – come già era avvenuto in passato – è favorevole al contribuente, tuttavia si scontra con la prassi degli uffici dell’amministrazione. Ecco allora cosa bisogna sapere per ottenere il bonus prima casa anche su più unità immobiliari.

Due appartamenti uniti: quale si considera prima casa?

L’esenzione dal pagamento dell’Imu scatta nei confronti della cosiddetta abitazione principale, a prescindere dall’accatastamento. Si può parlare di abitazione principale quando ricorrono i due seguenti requisiti:

  • l’immobile deve essere luogo di residenza del proprietario e della sua famiglia;
  • l’immobile deve essere luogo di dimora abituale del proprietario e della sua famiglia.

La «dimora abituale» è un concetto sostanziale che integra quello di residenza: difatt,i se la residenza è costituita solo dalle risultanze dei registri anagrafici, la dimora abituale implica che l’immobile sia quello ove la famiglia vive per gran parte dell’anno, dorme e mangia. Non si può, quindi, ottenere l’esenzione Imu sulla casa a mare ove uno dei due coniugi ha spostato la residenza visto che, nella quotidianità, non la abita.

La presenza di questi due presupposti consente di ottenere l’esenzione Imu.

Secondo la tesi della Cassazione [1], il contemporaneo utilizzo di più unità catastali come «abitazione principale» non è ostacolo all’applicazione, per tutte, dell’agevolazione fiscale. Infatti, non rileva il numero delle unità catastali, ma la prova dell’effettivo, utilizzazione ad «abitazione principale» dell’immobile complessivamente considerato.

Quindi, se più appartamenti vengono uniti in uno solo, secondo la Suprema Corte, non c’è bisogno di un accatastamento unitario se tutti vengono usati di fatto come abitazione principale, ossia vi è tanto la residenza quanto la dimora abituale.

Non è la prima volta che la Cassazione sostiene la tesi pro-contribuente. Già in passato [2] gli stessi giudici avevano sostenuto che, per l’applicazione delle agevolazioni «prima casa» non è necessario «l’unitario accatastamento degli immobili» tra loro uniti.

In materia di Imu, ciò che conta è l’effettiva utilizzazione come abitazione principale dell’immobile complessivamente considerato, a prescindere dal numero delle unità catastali. Non importa, peraltro, che gli immobili distintamente iscritti in catasto siano di proprietà non di un solo coniuge, ma di ciascuno dei due in regime di separazione dei beni.

Il concetto di «abitazione principale» deve prevedere anche come tali quelle abitazioni concesse in uso gratuito a parenti. La legge non ricollega la nozione di «abitazione principale» a quella di «unica unità immobiliare» o alla necessaria iscrizione nel catasto edilizio come unica particella. In tal modo, il contribuente può usufruire dell’agevolazione anche se più di un immobile risulta adibito ad abitazione principale o sia da considerare tale perché concesso in uso gratuito a parenti.

Due unità immobiliari: necessario accatastamento unitario?

Quello sinora espresso è l’orientamento della giurisprudenza. Tuttavia, gli uffici dell’Agenzia delle Entrate propendono ancora per una tesi più restrittiva, richiedendo, invece, ai fini dell’esenzione Imu, in presenza di due unità immobiliari contigue autonomamente accatastate, un accatastamento unitario. In caso contrario, solo uno dei due appartamenti sarà considerato “prima casa” (o meglio «abitazione principale») e otterrà l’esenzione, mentre l’altro invece sarà soggetto a regolare tassazione.

Il ministero dell’Economia, con una risoluzione del 2002 [3], ha precisato che, in presenza di due distinte unità immobiliari, solo una può essere considerata «abitazione principale» ai fini Imu e Tasi. Pertanto, il contribuente che voglia usufruire dell’esenzione per entrambi gli appartamenti, deve richiedere un accatastamento unitario.

Ci troviamo, come al solito, nell’ennesima situazione di limbo dove, pur a fronte delle indicazioni dei giudici, l’amministrazione continua a interpretare la legge a proprio uso e consumo, incurante delle condanne provenienti dalle aule giudiziarie.

Rakuten tv: cos’è e come funziona?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa sono le piattaforme streaming on demand? Come funziona l’iscrizione a Rakuten tv? Quanto costa acquistare o noleggiare un film?

Un tempo per vedere un film bisognava andare necessariamente al cinema: le pellicole venivano proiettate soltanto sul grande schermo. Con l’avvento della tv il pubblico è rientrato nelle proprie case, potendo assistere agli spettacoli comodamente seduti sul divano senza spendere nulla (salvo il pagamento del canone). Oggi, al grande e al piccolo schermo si sono affiancate le nuovissime tecnologie che consentono di guardare film, serie e show ovunque e in qualsiasi momento. Sicuramente starai pensando a servizi come quelli offerti da Netflix oppure da Amazon Prime Video. Ebbene, questi due grossi nomi non sono gli unici ad offrire un servizio streaming on demand: accanto a loro c’è anche Rakuten tv. Cos’è e come funziona? È proprio di questo che ti vorrei parlare. Se sei appassionato di serie tv, film e, più in generale, di spettacoli televisivi, allora sei nel posto giusto: ti spiegherò in modo semplice e chiaro cos’è Rakuten tv, come funziona, quanto costa abbonarsi e cosa ti permette di vedere.

Rakuten tv: cos’è?

Come avrai senz’altro già intuito grazie ai riferimenti che ho fatto a Netflix e ad Amazon Prime, Rakuten tv è un servizio streaming on demand. Cosa significano tutte queste parole? Te lo spiego in maniera semplice.

Chi si abbona a Rakuten tv può decidere di vedere gli spettacoli messi a disposizione del cliente quando vuole (on demand, infatti, significa “a richiesta”) e dove vuole, visto che è possibile usufruire del servizio mediante connessione internet e, quindi, attraverso tablet, smartphone, computer e televisori dotati di connessione.

Rakuten tv: come funziona?

Rakuten tv, dunque, è una piattaforma che funziona tramite internet: attraverso la rete, chi aderisce al servizio può scegliere quali film, serie tv e spettacoli vedere, semplicemente collegandosi ad internet e selezionando ciò che si desidera. Insomma: è come se fosse un negozio sempre aperto, ove ci si può servire da sé a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Come ti dirò di qui a breve, la principale differenza tra Rakuten tv e le altre piattaforme streaming è che potrai fruire di un grande catalogo di video-contenuti senza l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento mensile: l’utente, infatti, paga soltanto i contenuti che decide di guardare.

Iscrizione a Rakuten tv: come funziona?

Per iscriversi a Rakuten tv occorre andare sul sito ufficiale e cliccare su Registrati. Occorrerà a questo punto inserire i propri dati. Cliccando su Impostazioni potrai scegliere le tue preferenze (linguaggio audio, sottotitoli, parental control) e metodo di pagamento. Per quanto riguarda quest’ultimo, specifico aspetto, i metodi di pagamento accettati sono carta di credito o di debito Visa o Mastercard e PayPal.

Quanto costa vedere film su Rakuten tv?

Rakuten tv, a differenza di altre piattaforme streaming on demand come Netflix, consente due modalità di visione dei propri contenuti: l’acquisto oppure il noleggio.

Il noleggio ti consente di poter vedere il film o la serie tv prescelta per un determinato periodo di tempo. Nel caso in cui noleggi un contenuto di Rakuten TV, sarà disponibile nella sezione “Videoteca” (situata nella parte superiore destra della pagina principale del sito internet, una volta collegato con il tuo account) per un periodo di 48 ore dal momento del noleggio. Potrai vedere questo contenuto in tempo reale tutte le volte che vuoi durante questi due giorni. Il costo di un noleggio varia a seconda del contenuto: si va da un minimo di un euro ad un massimo cinque euro.

L’acquisto, invece, permette di fare proprio il contenuto, potendo così vederlo e rivederlo quante volte si vuole, senza limiti. L’acquisto di un film può costare dai dodici fino ai quattordici euro circa.

È possibile risparmiare sui propri acquisti (e noleggi) aderendo ad un piano offerta: è possibile acquistare determinati “pacchetti” ad un prezzo più conveniente rispetto al singolo acquisto (o noleggio). Ad esempio, l’iscrizione a Rakuten Cinema Club (che si può fare cliccando sulla voce Il mio piano), permette di scegliere tra uno dei seguenti piani:

  • 2 noleggi HD a 4,99€ al mese (base);
  • 5 noleggi HD 9,99€ al mese (standard);
  • 10 noleggi HD 14,99€ al mese (premium).

Rakuten tv: come essere sicuri che funzioni?

Il problema di Rakuten tv (e di tutte le altre piattaforme streaming) è che, perché possano funzionare correttamente, necessitano di una buona connessione internet. Uno dei punti di forza di Rakuten tv è quello di consentire una visione in alta definizione (hd) e, in alcuni casi, perfino in ultra hd.

Per questo motivo, per usare Rakuten tv è necessario disporre di una velocità di connessione a internet minimo di 3 Mbps reali per vedere contenuti in definizione standard, e di 5 Mbps per vedere contenuti in alta definizione. Per vedere contenuto in ultra hd, invece, è necessario disporre di una velocità di connessione di 20Mbps.

Se non conosci la tua velocità internet, puoi fare un test cliccando qui.

Debiti tributari del defunto: gli eredi devono pagare?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Fisco: debiti con Agenzia delle Entrate lasciati in eredità. Come si dividono tra gli eredi e quali sanzioni non si devono pagare.

Con l’atto di morte di una persona, le pubbliche amministrazioni vengono a sapere dell’apertura della successione. Tra queste c’è anche l’Agenzia delle Entrate che, per prima cosa, verifica se il contribuente ha lasciato debiti con il Fisco. In tal caso, la prima richiesta di pagamento viene inviata agli eredi. Una richiesta «collettiva e impersonale», ossia indirizza agli «eredi del sig. …», senza specificare i nomi e cognomi dei singoli soggetti. La raccomandata arriva all’ultimo luogo di residenza del contribuente deceduto.

In questo momento, bisogna prestare particolare attenzione poiché non tutti i debiti, così come non tutti gli eredi, devono pagare. Anche la divisione di tali importi non segue sempre le stesse regole. C’è poi da considerare l’eventuale prescrizione che, nel frattempo, potrebbe essere maturata. Sicché, nel momento in cui ci si chiede se gli eredi devono pagare i debiti tributari del defunto è bene fare una serie di precisazioni.

Ecco qui di seguito una rapida guida su come devono comportarsi i chiamati all’eredità nel momento in cui un loro caro passa a miglior vita e sono chiamati a fare i conti con il Fisco.

Debiti e sanzioni intrasmissibili agli eredi

La prima cosa da fare è un’opera di “epurazione” della voce «sanzioni» da tutti gli avvisi di pagamento provenienti dall’amministrazione finanziaria (accertamenti fiscali, solleciti di pagamento, cartelle esattoriali, richieste dell’Inps per contributi non versati, multe stradali, imposte sulla casa o sulla spazzatura, bollo auto ecco). Difatti, le sanzioni sono intrasmissibili agli eredi.

Questo in pratica significa che, in un accertamento fiscale o in un’intimazione di pagamento, gli eredi sono tenuti a pagare solo le imposte. Chiaramente, per evitare contestazioni, dovranno prima presentare una istanza di sgravio sanzioni e, solo all’esito dell’approvazione, versare l’importo ridotto.

Tieni conto poi che le multe stradali sono esse stesse sanzioni: per cui non si trasmettono mai agli eredi. Non bisogna cioè versare un euro. Ma anche qui è sempre bene presentare un’istanza istanza di sgravio. Stesso discorso per le altre sanzioni nei confronti della pubblica amministrazione (ad esempio protesti di assegni, omesso versamento contributi, ecc.).

Non tutti gli eredi pagano

Sicuramente già saprai che, con la rinuncia all’eredità, non si devono pagare i debiti del defunto (di qualsiasi natura essi siano: tributaria e non).

Invece, chi rinuncia all’eredità con beneficio di inventario è tenuto a pagare i debiti del defunto, ma entro un limite massimo: il valore della sua stessa quota ereditaria. Il che significa che, se non dovesse versare il dovuto, il creditore potrà pignorargli solo i beni che questi ha ricevuto in successione e non quelli di cui era prima proprietario.

Da quando bisogno pagare i debiti tributari del defunto?

È molto importante porre l’attenzione sul momento iniziale a partire dal quale scatta l’obbligo di pagamento dei debiti tributari. Questo, infatti, non coincide con l’apertura della successione – ossia con il decesso del contribuente – bensì con l’accettazione dell’eredità. Tale regola ha dei risvolti pratici importantissimi. Li chiariremo qui di seguito alla luce di ciò che ha spiegato, più volte, la giurisprudenza [1].

Nel momento in cui muore un contribuente, i suoi familiari più stretti e le persone citate in un eventuale testamento non sono ancora eredi ma semplici «chiamati all’eredità». Potremmo tradurre questa definizione tecnica in una parola molto più intuibile: essi sono semplici “eredi potenziali”. Per diventare eredi a tutti gli effetti, infatti, c’è bisogno dell’accettazione dell’eredità, atto che può essere fatto entro 10 anni.

Sicché prima della formale accettazione dell’eredità, non potendo il Fisco sapere chi accetterà e chi invece rinuncerà, non può agire nei confronti dei familiari del defunto solo perché questi sono suoi consanguinei e potenziali eredi.

Risultato: procrastinando il momento dell’accettazione dell’eredità, il chiamato all’eredità può anche scansare eventuali pignoramenti dei beni e, magari, nel frattempo sperare nella prescrizione (sempre che non arrivino, nel frattempo, atti interruttivi come i solleciti di pagamento o la cartella esattoriale).

Il chiamato all’eredità, una volta presentata formale rinuncia alla stessa, non potrà essere chiamato a rispondere dei debiti tributari ancora pendenti sul soggetto defunto, ancorché accertati in sentenza o altro atto divenuto definitivo, poiché l’imposizione fiscale necessita di una accettazione dell’eredità e non della mera chiamata a essa.

L’accettazione è, quindi, requisito fondamentale per poter affermare la responsabilità tributaria sul chiamato all’eredità. Accettazione che potrebbe, però, essere anche «tacita»: si pensi al soggetto che, dopo la morte del padre, si impossessa del sul bancomat per fare un prelievo dal conto corrente.

Secondo i chiarimenti offerti dalla Cassazione [2], è onere dell’Agenzia delle Entrate dimostrare di una eventuale avvenuta accettazione compiutasi implicitamente, per esempio, con atti concludenti da parte di colui che si afferma rinunziatario.

La divisione dei debiti tributari tra gli eredi

Un ultimo cenno merita il criterio di ripartizione dei debiti tributari tra gli eredi.

Per le imposte sui redditi (Irpef, Irap, Ires) e per le imposte sulle successioni vale la regola della responsabilità solidale: in pratica, sono responsabili tutti gli eredi e il Fisco può chiedere indistintamente a tutti o a uno soltanto l’integrale pagamento del debito (salvo poi per questi rivalersi nei confronti dei coeredi). Quindi, se un coerede non paga, a rischiare sono anche gli altri.

Invece, per tutte le altre imposte vale il principio inverso, quello della responsabilità pro quota: ciascun erede è tenuto a versare le imposte non corrisponde dal defunto solo in proporzione alla propria quota ereditaria. E se uno degli eredi non versa la sua parte gli altri non rischiano nulla.

Caf non presenta o sbaglia il 730: chi è responsabile?

Posted on : 15-07-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mancato invio telematico della dichiarazione dei redditi: la ricevuta del Caf salva il contribuente. Per gli errori è responsabile il Caf.

Affidare l’invio della propria dichiarazione dei redditi a un commercialista non esonera il contribuente dal controllare l’esatto adempimento di tale obbligo: difatti, se il professionista dovesse dimenticare di eseguire il deposito telematico, a farne le spese sarà comunque il cliente. Leggi sul punto Come tutelarsi dagli errori del commercialista.

Che succede, invece, se il Caf non presenta o sbaglia il 730: chi è responsabile? Il legislatore e la giurisprudenza hanno affrontato questo problema svariate volte. Ecco il quadro normativo che ne è derivato. 

Per fare il punto della situazione, ti spiegheremo qui di seguito chi paga per gli errori del Caf.

Omessa trasmissione del 730 da parte del Caf

Due sono i principali errori che può commettere un Caf: l’omessa trasmissione della dichiarazione dei redditi del contribuente o l’errore nella compilazione. Partiamo dal primo punto.

Secondo una sentenza recente della Commissione Tributaria Regionale della Liguria [1], non è responsabile il contribuente a cui il Caf ha rilasciato la ricevuta che certifica la presentazione della documentazione fiscale, qualora poi il Caf stesso non abbia effettivamente trasmesso telematicamente il modello 730 all’Agenzia delle Entrate. Tale ricevuta, infatti, costituisce per il contribuente la prova dell’avvenuta presentazione: una rassicurazione che toglie all’interessato ogni dubbio in merito all’adempimento dell’obbligo e lo esonera quindi dalla verifica successiva.

È vero: secondo la legge [2] la prova della presentazione della dichiarazione è data solo dalla successiva comunicazione dell’agenzia delle Entrate attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione presentata in via telematica. Ma tale norma si applica agli intermediari abilitati (avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, associazioni sindacali). 

Invece, secondo la decisione in commento, ai Caf si applicano le disposizioni del Decreto ministeriale n. 164 del 31 maggio 1999, recante il regolamento per l’assistenza fiscale resa dai Caf. Tale normativa stabilisce che i Caf rilascino al contribuente ricevuta per le dichiarazioni presentate e tale ricevuta costituisce prova dell’avvenuta presentazione delle dichiarazioni stesse da parte del contribuente.

Dunque è sufficiente la ricevuta del Caf affinché il contribuente possa far valere l’avvenuta presentazione della dichiarazione dei redditi all’amministrazione finanziaria. Non importa quindi se l’Agenzia delle Entrate ha emesso o meno l’attestazione di avvenuta ricezione del documento fiscale. Tanto del resto è indicato nelle istruzioni del modello 730.

La stessa Agenzia delle Entrate ha precisato in passato che la ricevuta rilasciata dal Caf costituisce prova dell’avvenuta presentazione della dichiarazione, ed è per questa ragione che il Caf, prima di rilasciarla, deve verificare i requisiti necessari per poter utilizzare il modello 730 e gli estremi del sostituto d’imposta che dovrà eseguire i conguagli [3].

Errori e sbagli del Caf nel 730: di chi è la responsabilità?

Per gli errori rilevati dall’Agenzia delle entrate sul 730 elaborato da un Caf, il contribuente non è, di norma, responsabile. Al contrario è il Caf a farne le spese: a quest’ultimo infatti viene irrogata una sanzione pari all’imposta, agli interessi e alla sanzione. Questa regola però non vale sempre. Il Caf risponde solo degli errori derivanti dall’inesatta valutazione dei dati in proprio possesso, ma per gli errori dipendenti da false o inesatte dichiarazioni del contribuente ne risponde solo quest’ultimo.

La legge impone al Caf di emettere un visto di conformità [4] con cui attesta l’avvenuto controllo della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alla documentazione presentata dal contribuente. Questo documento certifica la correttezza dei calcoli fatti dal Caf sulla base degli elementi da questi riscontrabili oggettivamente. Si pensi ad esempio al riscontro delle condizioni per ottenere il bonus prima casa (trasferimento residenza entro 18 mesi) o in generale alla verifica di tutte le regole previste in materia di detrazioni, deduzioni, crediti d’imposta. Per tutto ciò che dipende invece dal contribuente, le conseguenze ricadono su di lui. Si pensi, ad esempio, alla non corretta indicazione di un canone di affitto percepito o al numero di familiari a carico.