Esenzione bollo auto storiche

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Auto storiche e bollo, esenzione e riduzione, differenza tra auto d’epoca e auto storiche.

Negli anni ’60 Giorgio Gaber così cantava: “Vengo a prenderti stasera con la mia Torpedo blu”. Ma se possiedi un’auto storica, per potere circolare, devi pagare il bollo? In quali categorie si suddividono le auto storiche? Cosa significano esenzione e riduzione del bollo per le auto storiche? La passione per le auto storiche accomuna moltissimi italiani. In genere, si inizia da giovani a subirne il fascino e quando si riesce finalmente ad averne una, è una gioia immensa. Altri invece, possiedono veicoli che si possono definire storici non tanto perché sono dei “pezzi rari” ma perché sono un po’ datati. In entrambi i casi è interessante conoscere se in Italia sia prevista o meno un’esenzione bollo auto storiche. Addentriamoci insieme in questa materia e cerchiamo di capirne di più. In primo luogo è bene partire da cos’è il bollo auto. Si tratta di un’imposta sul possesso dei veicoli, che va pagata da chiunque risulti iscritto, quale proprietario del mezzo, nel Pubblico registro automobilistico (Pra). Il tributo va versato alla Regione, ad eccezione di quelle a statuto speciale, cioè la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia e le due isole maggiori (Sardegna e Sicilia), dove la gestione è affidata all’Agenzia delle Entrate.

Calcolo del bollo auto

Il calcolo dell’importo da pagare è effettuato prendendo a riferimento la potenza del motore, espressa in kW (Kilovattora) e la classe ambientale del veicolo (se ad esempio Euro 0, 1, 2, 3, 4, 5 e 6). A questi dati, riportati nel libretto di circolazione, va aggiunta un’addizionale regionale. Pertanto, in merito, bisogna avere riguardo a quanto stabiliscono i regolamenti regionali.

E’ possibile calcolare l’ammontare dell’imposta telematicamente, sul sito dell’Agenzia delle Entrate o su quello dell’Aci, seguendo due distinte modalità:

  • in base alla targa;
  • con formula completa, cioè inserendo tutti i dati della propria auto.

Sul sito dell’Agenzia delle Entrate, oltre all’importo dovuto, viene indicata anche qual è la scadenza entro la quale effettuare il pagamento. Inoltre, nel caso in cui sia già trascorso il termine per il versamento, sono indicate le sanzioni e gli interessi dovuti.

Tempi per il pagamento del bollo auto

Il bollo auto va pagato ogni anno.

Se si acquista un’auto nuova, per il versamento del tributo va considerato il mese di immatricolazione o quello successivo se il mezzo è stato immatricolato negli ultimi dieci giorni del mese. In tal caso il pagamento va effettuato entro la fine del mese successivo.

Nell’ipotesi di acquisto di un’auto usata, bisogna collegarsi alla periodicità delle scadenze precedenti.

Per i rinnovi i pagamenti devono avvenire entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di scadenza riportato nella ricevuta di pagamento.

Modalità di pagamento del bollo auto 

Esistono diverse modalità per il pagamento del bollo auto:

  • negli uffici postali, tramite l’apposito bollettino;
  • presso le delegazioni Aci;
  • presso le tabaccherie convenzionate, dotate del terminale lotto;
  • presso le agenzie per il disbrigo di pratiche auto.

Accanto a questi sistemi tradizionali, ci sono quelli più moderni. Infatti, l’imposta può essere versata, collegandosi:

  • al sito di Poste Italiane;
  • al sito dell’Aci;
  • tramite il servizio home banking della propria banca;
  • scaricando Satispay, che è un’applicazione gratuita per i dispositivi  Android e iOS (iPhone, iPad e Apple Watch).

Esenzioni del pagamento del bollo auto

Per alcune categorie di veicoli operano esenzioni dal pagamento del bollo auto, nel senso che da tali mezzi non è dovuto il versamento della tassa annuale.

Più precisamente l’esonero dal pagamento del bollo auto si applica nei seguenti casi:

  1. auto appartenenti ad organizzazioni senza scopo di lucro, come ad esempio quelle utilizzate per il trasporto di disabili o di organi, le autoambulanze, ecc.;
  2. auto possedute da soggetti affetti da disabilità che hanno ottenuto la relativa esenzione dall’Agenzia delle Entrate e dall’Aci; rientrano in questa categoria i non vedenti e i sordi, i disabili con handicap psichico o mentale, titolari dell’indennità di accompagnamento, i disabili con grave limitazione della capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni, i disabili con ridotte o impedite capacità motorie;
  3. auto elettriche e a zero emissioni per i primi anni dall’acquisto (secondo normative stabilite a livello locale dalle singole Regioni).

Auto storiche e bollo auto

Regole specifiche riguardano poi, le auto storiche. Vediamo cosa dispone la legge italiana in materia.

Bisogna innanzitutto distinguere due categorie di auto storiche: quelle costruite più di 30 anni fa e quelle con “un’età” compresa tra i 20 e i 29 anni. Per le prime una normativa del 2000 ha stabilito l’esonero dal pagamento del bollo auto. Per potere circolare è comunque necessario il pagamento di una tassa di circolazione di importo pari ad € 31,24. Invece, i motoveicoli ultratrentennali pagano € 12,50.

Per le seconde la situazione è sempre stata altalenante: infatti, prima del 2015, alcuni regolamenti regionali prevedevano che anche le auto ultraventennali, cioè quelle costruite dai 20 ai 29 anni, fossero esonerate dal pagamento del bollo. Successivamente la legge di stabilità del 2015 aveva eliminato il beneficio dell’esenzione del bollo per tali veicoli. Ciò nonostante non tutte le Regioni e le Province autonome si erano allineate al legislatore statale, generando una disparità tra le varie aree del Paese, laddove in alcune si era continuata ad applicare l’esenzione.

Ad esempio in Lombardia ed in Emilia Romagna le auto iscritte nei registri storici erano esentate dal pagamento del bollo a prescindere dal compimento del 30° anno di vita e quindi, anche se erano solo ultraventennali. Nessuna agevolazione era invece, prevista nelle regioni meridionali e nelle isole.

In merito era intervenuta anche la Corte Costituzionale, la quale aveva stabilito che le auto ultraventennali non potevano esimersi dal pagare il bollo in osservanza a quanto previsto dal legislatore italiano.

Con l’entrata in vigore della Legge di stabilità 2019 la situazione è nuovamente cambiata in quanto tali veicoli oggi possono beneficiare di una riduzione dell’importo del bollo.

Quindi, ricapitolando tutto quanto si è venuto finora dicendo, bisogna distinguere tra esenzione e riduzione a seconda se l’auto è ultratrentennale ovvero ultraventennale.

Esenzione del bollo per auto storiche

L‘esenzione è prevista per i veicoli storici ultratrentennali, i quali sono considerati tali se presentano le seguenti caratteristiche:

  • sono stati costruiti da oltre 30 anni;
  • non sono adibiti ad uso professionale;
  • non sono utilizzati nell’esercizio di attività, arti o professioni.

I veicoli storici ultratrentennali beneficiano dell’esenzione in maniera automatica; non occorre presentare alcuna domanda né iscrivere il mezzo in un apposito registro storico. Se il veicolo è posto in circolazione su strade ed aree pubbliche è dovuta una tassa di circolazione nella misura già sopra indicata.

Questa tassa di circolazione non va pagata se il veicolo non circola più sulle aree pubbliche, cioè rimane inutilizzato. Se circola invece, il suo conducente deve portare con sé la ricevuta di pagamento della tassa di circolazione, da esibire in caso di controllo su strada da parte degli organi di polizia.

Riduzione del bollo per auto storiche

La riduzione viceversa, è prevista per i veicoli ultraventennali ma solo in presenza di determinati requisiti. Si applica infatti, alle auto che:

  • presentano un interesse storico e collezionistico;
  • sono state immatricolate tra i 20 ed i 29 anni fa;
  • possiedono un certificato di rilevanza storica annotato sulla carta di circolazione.

Il certificato di rilevanza storica, il cui costo si aggira intorno ai 100 -150 euro,  viene rilasciato a seguito dell’iscrizione del veicolo in uno dei registri Asi (Automobilclub storico italiano), Fmi (Federazione motociclistica italiana), Storico Lancia, Italiano Fiat, Italiano Alfa Romeo.

In presenza dei sopradetti requisiti, tali veicoli hanno diritto ad un’esenzione del 50% .

Gli autoveicoli e i motoveicoli ultraventennali, esclusi quelli adibiti ad uso professionale, senza un certificato di rilevanza storica annotato sulla carta di circolazione ma con attestazione di storicità Asi o Fmi sono assoggettati al pagamento della tassa automobilistica regionale nelle misura ridotta del 10%.

Differenza tra auto d’epoca ed auto storiche

In genere le auto d’epoca, cioè quelle la cui costruzione è risalente nel tempo, vengono identificate con le auto storiche anche se si tratta di due cose differenti.

Le auto d’epoca sono quelle iscritte in un apposito elenco tenuto presso il centro storico del dipartimento per i Trasporti Terrestri; inoltre, non sono più iscritte nel Pra, in quanto sono conservate in musei o locali pubblici e privati e sono inadeguate nei requisiti, nei dispositivi e negli equipaggiamenti alle normative vigenti in materia di circolazione. Possono essere utilizzate solo per manifestazioni o raduni previo rilascio di un’apposita autorizzazione da parte del dipartimento per i Trasporti Terrestri.

Invece, sono considerate auto di interesse storico e collezionistico quelle iscritte in uno dei registri Asi, Fmi, Storico Lancia, Italiano Fiat, Italiano Alfa Romeo e da questi dotati di certificazione attestante la data di costruzione e le loro caratteristiche tecniche. Risultano iscritte nel Pra e possono circolare se in possesso di sistemi, dispositivi ed equipaggiamenti conformi alle normative sulla circolazione.

Perché un’auto possa essere qualificata come storica è necessario il rilascio del certificato di rilevanza storica e collezionistica, che costituisce il presupposto per l’iscrizione ai registri Asi, Fmi, Storico Lancia, Italiano Fiat, Italiano Alfa Romeo. Il certificato che attesta la data di costruzione, la marca, il modello e le caratteristiche tecniche viene rilasciato solo se il veicolo è stato costruito da oltre venti anni.

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Estinzione anticipata del finanziamento: tutto quello che devi sapere

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Hai un mutuo o un prestito e vuoi saldare il debito prima della scadenza? È un tuo diritto, ma attenzione alla penale.

Hai chiesto un mutuo o un prestito personale e, strada facendo, ti sono entrati i soldi che bastano a chiuderlo prima della scadenza? Forse ti starai chiedendo se l’estinzione anticipata del finanziamento comporta qualche problema: una penale, una perdita di denaro inutile. Oppure pensi che la banca ti possa negare questa possibilità e ti costringa a rispettare i tempi stabiliti quando hai firmato il contratto. Ti raccontiamo, allora, tutto quello che devi sapere su questo tema. Finora il finanziamento ti ha permesso di realizzare il tuo progetto (l’acquisto della casa, dell’auto, di un’attrezzatura per il tuo lavoro) potendo pagare a rate e senza troppe preoccupazioni. Adesso, però, un’eredità piovuta dal cielo piuttosto che un altro tipo di entrata che non ti aspettavi ti potrebbe consentire di estinguere il debito e di non pensarci più, anche se la fine del contratto non è vicina. Volendo, lo puoi fare. Ma quanto ti costa? Estinzione anticipata del finanziamento: tutto quello che devi sapere sull’argomento puoi trovarlo in questo articolo. A proposito di spese per l’estinzione anticipata del finanziamento, è importante sapere anche come si calcolano gli interessi per saldare il debito e quando devi pagare l’indennizzo, perché non sempre è dovuto. Ad esempio, quando la somma che rimborsi prima della scadenza è inferiore a 10mila euro oppure è pari all’intero debito residuo. Vediamo tutto ciò che devi sapere.

Estinzione del finanziamento: come funziona?

Estinguere anticipatamente un finanziamento significa saldare un debito prima della scadenza pattuita con la banca o con chi ti ha erogato il prestito. Questo vuol dire non solo restituire il capitale che ti è stato dato ma pagare anche gli interessi maturati.

Al momento della richiesta del finanziamento, infatti, stabilisci una durata per saldare il debito. In base a quella durata e alla cifra che hai chiesto, viene fissato l’importo della rata comprensiva della quota di capitale e di interessi.

Può succedere che, ad un certo punto, tu abbia la possibilità di pagare il residuo in un’unica soluzione. Sappi che questo è un tuo diritto garantito dalla legge e non un favore che ti fanno [1]. Il vantaggio è che puoi risparmiare notevolmente sugli interessi, poiché non protraendo le rate nel tempo, se ne maturano di meno.

Questa scelta, però, non è sempre conveniente. Anche perché la banca sa che esiste questa possibilità e, al momento della stipula del contratto, si tutela con una penale per non perdere i soldi che avrebbe guadagnato se venisse rispettata la durata del finanziamento.

Estinzione del finanziamento: si può saldare solo una parte?

Non è detto che ti debba estinguere anticipatamente tutto il debito residuo. Hai, infatti, la possibilità di saldare solo una parte, cioè di «portarti avanti» con la restituzione del finanziamento.

In altre parole, l’estinzione anticipata può essere:

  • parziale, quando decidi di rimborsare anche una quota di capitale residuo oltre alla normale rata. In pratica, così facendo riduci l’importo delle rate residue senza modificare la durata oppure mantieni la stessa rata prevedendo una scadenza anticipata;
  • totale, quando chiudi definitivamente il finanziamento pagando tutto quanto dovuto.

Estinzione del finanziamento: quando conviene?

Un fattore determinante per stabilire la convenienza dell’estinzione anticipata del finanziamento è il tipo di ammortamento che è stato deciso alla firma del contratto. Ne esistono, infatti, due:

  • il piano all’inglese, che prevede un tasso di interessi fisso per tutta la durata dell’ammortamento. Significa che pagherai in tutte le rate la stessa quota di capitale e di interessi;
  • il piano alla francese, che prevede la diminuzione degli interessi e l’aumento del capitale nel tempo. Vuol dire che su una rata di 100 euro, all’inizio pagherai, ad esempio, 80 di interessi e 20 di capitale, mentre verso la fine pagherai 80 di capitale e 20 di interessi. Giusto per fare cifre tonde.

Come influisce ciascuno di questi piani dell’estinzione anticipata del finanziamento? Nel primo caso potrai avere un risparmio più consistente sugli interessi, poiché non cambiano nel tempo. La seconda opzione, invece, ti darà questa garanzia solo se deciderai di saldare il debito in un’unica occasione verso l’inizio dell’ammortamento, cioè quando la quota di interessi è più alta. Se lo farai verso la fine, il sarà molto più esiguo.

Estinzione del finanziamento: si paga sempre la penale?

Un elemento che può farti dubitare sulla convenienza dell’estinzione anticipata del finanziamento è quello che riguarda la penale applicata dalla banca o dalla finanziaria. A questo proposito, devi sapere che per i mutui stipulati dopo il 2 febbraio 2007 per l’acquisto della casa non si deve pagare la penale. Questa verrà inserita nei contratti firmati dopo tale data, così come risulta dall’accordo tra l’associazione bancaria e quelle dei consumatori.

Inoltre, se hai un debito residuo pari o inferiore ai 10mila euro, puoi procedere all’estinzione anticipata in modo gratuito, cioè senza alcuna penale.

Se, invece, il debito è superiore a quella cifra, hai comunque il diritto di estinguerlo ma con una penale massima dell’1%. Significa che se vuoi estinguere in anticipo il finanziamento e ti restano da pagare ancora 18mila euro, la banca potrà chiederti a dir tanto di aggiungerci altri 180 euro. A dir tanto, perché la penale potrebbe essere più bassa. Infatti, se manca meno di un anno alla scadenza del contratto la richiesta massima sarà dello 0,5%.

Estinzione del finanziamento: come richiederla?

Chiedere l’estinzione anticipata del finanziamento non è complicato. Basta inviare una comunicazione scritta alla tua banca o alla finanziaria indicando:

  • il numero del finanziamento;
  • la tua volontà di chiudere il debito in tutto o in parte (in questo caso, precisando l’importo che intendi anticipare);
  • la data in cui intendi concludere l’operazione.

Il creditore, a questo punto, farà due conti su ciò che ti manca da pagare, gli interessi applicati e l’eventuale penale e predisporrà la documentazione necessaria per soddisfare la tua richiesta. Di norma, il tutto potrebbe concludersi nel giro di pochi giorni.

La banca è tenuta a consegnarti un documento dal quale risulta l’estinzione anticipata del finanziamento. Se ciò non avvenga in tempi brevi, ti conviene richiederlo prima che, per qualche disguido, tu finisca nell’elenco dei cattivi pagatori per non avere versato qualche rata.

Pignoramento per cartelle esattoriali

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esecuzione forzata esattoriale: le regole per chi non paga Agenzia Entrate Riscossione e la società di riscossione locale. La prescrizione. 

Spesso si parla del pignoramento per debiti come una procedura generale, uguale a prescindere dal tipo di creditore procedente. In realtà, esistono regole speciali appositamente dettate nel caso di pignoramento per cartelle esattoriali. Queste regole – meglio chiamate con l’espressione «riscossione esattoriale» – sono rivolte a tutelare maggiormente chi presenta debiti fiscali da chi, invece, ha contratto obbligazioni con soggetti privati come i fornitori, il condominio, il padrone di casa, la società delle utenze domestiche, la finanziaria o la banca. Anzi, proprio quando il creditore è la banca si innescano delle conseguenze ancora più gravi come, ad esempio, la segnalazione alla Centrale Rischi dei cattivi pagatori, non prevista invece per tutti gli altri casi.

Le regole speciali applicabili al caso del pignoramento per cartelle esattoriali sono giustificate da due fini. Il primo è quello di garantire maggiore speditezza alle procedure esecutive ove il creditore è l’Agente della Riscossione, ossia – almeno per i crediti dello Stato – Agenzia Entrate Riscossione; e ciò per via del loro elevato numero (l’evasione fiscale, piccola o grande che sia, resta sempre la principale forma di inadempimento ai debiti). Dall’altro lato, la legge intende tutelare i debitori più indigenti da una forma di “espropriazione di Stato” che impedirebbe loro di sopravvivere.

Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le regole in caso di pignoramento per cartelle di pagamento non versate.

Pignoramento per cartelle esattoriali: quando arriva?

Partiamo innanzitutto dallo stabilire quando è possibile il pignoramento per cartelle esattoriali non pagate. Abbiamo visto, in un precedente articolo, che il pignoramento per bolletta non pagata non può essere attivato immediatamente ma c’è prima bisogno di chiedere in tribunale un decreto ingiuntivo e poi di notificare un atto detto “precetto”. Invece per le cartelle esattoriali non è così: la cartella è infatti già equiparabile a un ordine del giudice (nel linguaggio tecnico si dice che è un “titolo esecutivo”) e racchiude anche le funzioni del precetto. Detto in termini molto pratici, la cartella è l’ultimo avviso che riceve il debitore prima di subire il pignoramento.

Tuttavia il contribuente ha comunque 60 giorni di tempo per pagare o per chiedere una rateazione. Se lo fa, il pignoramento non può avvenire.

Come evitare il pignoramento per cartelle esattoriali

Prima di capire come funziona la riscossione esattoriale e quindi il pignoramento per debiti con l’agente della riscossione, vediamo come impedire che ciò avvenga. Il primo metodo è, ovviamente, pagare. Si può tuttavia anche pagare a rate: con la cosiddetta rateazione, ogni forma di esecuzione forzata viene in automatico bloccata e quelle eventualmente già in corso sono abbandonate. La rateazione non determina la cancellazione di ipoteche, mentre il fermo auto viene solo sospeso per essere cancellato definitivamente al versamento dell’ultima rata. 

Un secondo modo per evitare il pignoramento è impugnare la cartella. Il ricorso, tuttavia, non sospende l’efficacia esecutiva della cartella, ma è necessario che a dichiararla sia il giudice alla prima udienza. Quindi, bisognerà attendere del tempo. Nel frattempo, di solito, per una questione di mera prudenza, di solito l’Agente della riscossione non procede all’esecuzione forzata.

Un ultimo modo per evitare il pignoramento è presentare un ricorso in autotutela che sospende in automatico la cartella solo per determinati vizi particolarmente gravi. La procedura innesca una verifica sulla legittimità dell’atto e, in assenza di risposta entro 220 giorni, il ricorso si considera accolto e la cartella annullata. Leggi sul punto Sospensione cartella di pagamento e Come chiedere la sospensione di una cartella esattoriale. Si pensi al caso di prescrizione o di atto già sospeso dall’autorità.

Pignoramento cartella di pagamento: come avviene

Come nel pignoramento ordinario, anche l’esecuzione forzata esattoriale conosce tre diverse forme di pignoramento: quello dei beni mobili (cosiddetto pignoramento mobiliare), quello dei beni immobili (cosiddetto pignoramento immobiliare) e quello dei beni e dei crediti detenuti da terzi (cosiddetto pignoramento presso terzi). 

Qui di seguito analizzeremo tutte e tre queste forme con riferimento solo alle regole che li diversificano rispetto alle procedure ordinarie. 

Pignoramento mobiliare

Le principali differenze della procedura esattoriale rispetto al pignoramento ordinario sono le seguenti:

  • il pignoramento viene eseguito non dall’ufficiale giudiziario del tribunale ma dall’ufficiale della riscossione che è un organo dello stesso agente della riscossione;
  • non può essere eseguito prima che decorrano 60 giorni dalla notificazione della cartella di pagamento, salvo che il giudice competente autorizzi l’esecuzione immediata per pericolo nel ritardo, e non oltre un anno dalla notifica della stessa;
  • la custodia dei beni diversi dal danaro, dai titoli di credito o dagli oggetti preziosi, è affidata al debitore o ad un terzo, e in mancanza, i beni sono presi in consegna dal comune, il concessionario non può essere nominato custode ma può disporre della sostituzione del custode in ogni tempo;
  • il verbale del pignoramento non è depositato nella cancelleria del tribunale ma notificato al debitore mediante consegna a quest’ultimo di copia del verbale;
  • il pignoramento perde efficacia trascorsi 200 giorni senza che sia stato effettuato il primo incanto.

L’ufficiale della riscossione esegue il pignoramento sulle cose che ritiene di più facile e pronta liquidazione nel limite di un presumibile valore di realizzo pari all’importo del proprio credito aumentato della metà.

Nella scelta dei beni da pignorare deve preferire denaro contante, oggetti preziosi o titoli di credito, o comunque beni che appaiono di sicura realizzazione (quali apparecchi tecnologici, veicoli, ecc.). L’Agente della riscossione può anche avvalersi dell’aiuto della Guardia di finanza.

L’ufficiale della riscossione deve effettuare il pignoramento in giorni feriali non potendo farlo in quelli festivi e nelle ore dalle 7 alle 21.

Leggi Cosa può pignorare Agenzia Entrate Riscossione.

Pignoramento presso terzi

Il pignoramento del conto corrente, dello stipendio e della pensione seguono le regole generali salvo per il fatto che:

  • l’ultima mensilità non può mai essere pignorata;
  • per stipendi/pensioni fino a 2.500 euro, in deroga alla norma che stabilisce il limite di un quinto, il pignoramento può essere massimo di 1/10; per stipendi/pensioni da 2.501 a 5.000 euro il pignoramento può arrivare a 1/7; per stipendi/pensioni superiori a 5001 euro il pignoramento è di un quinto; 
  • salvo nel caso di pignoramento della pensione, l’ordine di accreditare le somme direttamente all’Agente della Riscossione viene dato dallo stesso creditore, senza quindi bisogno di un’udienza davanti al giudice. Nel caso del pignoramento del conto corrente, la banca è obbligata a stornare le somme sul conto dell’Esattore se entro 60 giorni dalla notifica del pignoramento stesso il contribuente non paga il debito o non chiede la rateazione;
  • come nell’esecuzione tradizionale, il pignoramento del conto corrente ove viene accreditato lo stipendio di lavoro dipendente o la pensione può essere pignorato: a) per quanto attiene alle somme già depositate all’atto della notifica del pignoramento, nella parte che eccede il triplo dell’assegno sociale; b) per quanto riguarda i successivi emolumenti, entro le normali percentuali di 1/10, 1/7 o 1/5;
  • come nell’esecuzione tradizionale, il pignoramento della pensione può avvenire, nei limiti delle percentuali predette (1/10, 1/7 o 1/5) solo sull’importo detratto il minimo vitale (ossia una volta e mezzo l’assegno sociale).

L’Esattore, prima di procedere al pignoramento e decorso il termine di 60 giorni dalla notificazione della cartella esattoriale, prima di procedere al pignoramento presso terzi, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto nei cui confronti deve procedere o dei coobbligati, di rilasciare per iscritto una dichiarazione ove vengano indicate le cose e le somme da loro dovute al creditore.

Pignoramento immobiliare

Il pignoramento immobiliare è quello maggiormente toccato dalle regole speciali.

Innanzitutto è possibile procedere a pignorare la casa o il terreno di proprietà del debitore solo se viene prima iscritta ipoteca e, da questo momento, sono decorsi sei mesi. L’ipoteca può essere iscritta solo per debiti da 20mila euro in su. Tuttavia, al pignoramento immobiliare si può procedere solo se il debito per cartelle scadute supera 120mila euro e se il valore di tutti i beni di proprietà del debitore supera 120mila euro. Questo significa che nella forbice di debito tra 20mila e 120mila euro, il contribuente rischia solo l’ipoteca, ma se un altro creditore (ad es. la banca) avvia l’esecuzione forzata, l’Esattore può inserirsi nella procedura.

C’è poi il cosiddetto divieto di pignoramento della prima casa. In particolare l’Agente della riscossione non può pignorare l’immobile che abbia tutte le seguenti caratteristiche:

  • è destinato ad uso abitativo e il debitore vi risiede anagraficamente;
  • è l’unico immobile di proprietà del debitore;
  • non è considerato di lusso ossia non è classificato in A/8 e A/9. 

In presenza di più immobili, anche posseduti per semplici quote, il pignoramento immobiliare è possibile entro i limiti predetti (valore del debito e dei beni superiore a 120mila euro.).

L’esecuzione inizia con il pignoramento che quando ha ad oggetto immobili ha una forma particolare e deve essere trascritto nei registri immobiliari e si attua con la vendita.

L’esattore può procedere con il pignoramento solo quando ricorrono le condizioni di seguito esaminate. In questo caso, prima di procedere al pignoramento, deve iscrivere ipoteca sull’immobile che intende pignorare.

Secondo l’orientamento sposato dalla Cassazione, il fondo patrimoniale non tutela da debiti fiscali per cui è pignorabile la casa inserita nel fondo per cartelle esattoriali non pagate.

La procedura di pignoramento immobiliare esattoriale, che va sotto il nome «pubblico incanto», si svolge senza l’autorizzazione preventiva di un giudice. Ad Agenzia Entrate Riscossione basta notificare in sequenza: a) la cartella di pagamento; b) il preavviso di ipoteca; c) l’ipoteca (dopo 30 giorni dal preavviso); d) il pignoramento (dopo 6 mesi dall’ipoteca).

La procedura di pignoramento immobiliare esattoriale, che va sotto il nome «pubblico incanto [2]», si svolge senza l’autorizzazione preventiva di un giudice. Ad Agenzia Entrate Riscossione basta notificare in sequenza: a) la cartella di pagamento; b) il preavviso di ipoteca; c) l’ipoteca (dopo 30 giorni dal preavviso); d) il pignoramento (dopo 6 mesi dall’ipoteca).

La vendita immobiliare si svolge secondo le seguenti cadenze:

  • Agenzia Entrate Riscossione deve effettuare il primo incanto (ossia l’asta) entro 200 giorni dal pignoramento e gli incanti successivi entro un intervallo minimo di 20 giorni;
  • se con il primo incanto non si riesce a vendere l’immobile pignorato per mancanza di offerte valide, si procede al secondo incanto nel giorno fissato dall’avviso di vendita e con un prezzo base inferiore di 1/3 rispetto a quello precedente;
  • tra un incanto e l’altro devono decorrere almeno 20 giorni;
  • in caso di terzo incanto, il prezzo base sarà inferiore di 1/3 rispetto a quello del precedente incanto;
  • se la procedura deriva dal mancato pagamento di imposte erariali (ossia dovute allo Stato), in caso di mancata vendita anche al terzo incanto, nei 10 giorni successivi Agenzia Entrate Riscossione può chiedere al giudice dell’esecuzione l’assegnazione diretta dell’immobile allo Stato per il prezzo base del terzo incanto. 

Prescrizione cartelle esattoriali

Il pignoramento non è possibile e può essere imputato se la cartella, nel frattempo, è caduta in prescrizione. I termini sono i seguenti:

  • cartelle per Irpef, Iva, imposta di bollo, di registro e tutte le altre imposte dovute allo Stato compreso il canone Rai: 10 anni
  • cartelle per Imu, Tasi, Tari e tutte le altre imposte dovute agli enti locali come Comune e Regione: 5 anni
  • cartelle per sanzioni amministrative comprese le multe stradali: 5 anni
  • cartelle per contributi previdenziali dovuti all’Inps o assistenziali dovuti all’Inail: 5 anni
  • cartelle per bollo auto: 3 anni.

Licenziamento per chiusura ufficio

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: quando la soppressione del posto e la cessazione delle mansioni può essere oggetto di contestazione.

Se il tuo datore di lavoro dovesse decidere di chiudere l’ufficio al quale sei adibito potrebbe licenziati? Se, insieme a te, nella stessa area lavorano altri dipendenti, quali criteri è tenuta a rispettare l’azienda per procedere alla riduzione del personale? Prima del licenziamento, il capo è tenuto a offrirti un altro posto, con mansioni differenti, magari con retribuzione più bassa, o può approfittare della situazione per mandarti subito via? Quando si parla di licenziamento per chiusura ufficio, i dubbi sono spesso numerosi. Ognuna però di queste domande ha ricevuto una specifica risposta dalla giurisprudenza. L’ultima pronuncia è stata pubblicata dalla Cassazione proprio qualche giorno fa [1]. 

È l’occasione per ritornare su un tema sempre molto dibattuto: il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quello cioè determinato da ragioni aziendali. 

Quando il licenziamento è determinato dal comportamento del dipendente si parla di «licenziamento disciplinare» o, più specificamente, ed a seconda della gravità della condotta, di «licenziamento per giusta causa» (nei casi più gravi, che comportano una risoluzione in tronco del rapporto di lavoro) o di «licenziamento per giustificato motivo soggettivo» (nei casi di condotte meno gravi, in cui è necessario invece dare il preavviso). Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è invece quello che trae giustificazione da questioni inerenti all’organizzazione o alla produzione dell’azienda: di solito è collegato a ristrutturazioni interne, a una crisi non temporanea, al taglio dei costi o all’ottimizzazione del personale.

Ma procediamo con ordine e vediamo come funziona il licenziamento per chiusura ufficio.

Se chiude l’ufficio si viene licenziati?

Sicuramente la chiusura di un ufficio è un valido motivo per licenziare i dipendenti. Ma vanno rispettate alcune condizioni. 

Innanzitutto il datore di lavoro deve verificare se c’è possibilità di adibire il dipendente a mansioni differenti per le quali lo stesso è ugualmente qualificato (cosiddetto repechage o ripescaggio). Non deve, per far spazio al lavoratore, procedere a spostarne altri. Non c’è, in buona sostanza, l’obbligo di riscrivere l’assetto aziendale e modificare l’organigramma. Il posto a cui adibire il lavoratore, in alternativa al licenziamento, deve quindi essere “vacante” e collocato al medesimo livello contrattuale. Solo se non ci sono mansioni dello stesso livello, il datore può procedere a collocare il dipendente – solo dietro il suo consenso manifestato davanti ai sindacati o all’Ispettorato del lavoro – a mansioni inferiori se ciò è strumentale alla conservazione del posto. Questo però non significa che il dipendente possa essere completamente demansionato ossia svuotato di contenuto professionale. Piuttosto meglio il licenziamento! Incredibile a dirsi ma, stando all’ordinanza della Corte citata in apertura, la soppressione della posizione lavorativa può giustificare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ma non il totale svuotamento di mansioni. È la Costituzione a ricordare, del resto, che il lavoro, inteso come occupazione, è un punto nevralgico dei diritti dell’uomo, che non può essere mitigato neanche quando l’alternativa è il licenziamento. Il nostro ordinamento tutela non solo del diritto del lavoratore alla retribuzione ma altresì la professionalità e personalità morale del dipendente. Come dire: è meglio restare disoccupati che occupati senza far nulla. Almeno secondo i giudici…

Chi viene licenziato per prima?

Quando, nello stesso ufficio, sono adibiti più dipendenti e le mansioni da questi ricoperte sono intercambiabili, ossia sostanzialmente identiche, il datore non è libero di licenziare chi vuole ma deve attenersi a dei criteri oggettivi per evitare discriminazioni e preferenze. In particolare egli deve rispettare le regole sui licenziamenti per riduzione personale che impongono di tutelare innanzitutto chi ha una maggiore anzianità di servizio e un carico familiare. In questa bilancia degli interessi, a perderci sono i dipendenti single, assunti da poco tempo.

Licenziamento per chiusura ufficio: preavviso

In ogni caso, prima dell’eventuale licenziamento – legittimo, come detto, solo se non è possibile adibire il lavoratore a mansioni equivalenti o, con il suo consenso, anche di rango inferiore – è necessario fornire il preavviso secondo i tempi imposti dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Il datore di lavoro può rinunciare al preavviso pagando, però, con l’ultima busta paga la cosiddetta «indennità sostitutiva del preavviso». Il dipendente, a fronte di tale maggiorazione retributiva, potrà rimanere subito a casa.

Si può impugnare il licenziamento per chiusura ufficio?

Il giudice non può entrare nelle scelte del datore di lavoro e non può quindi giudicare la legittimità della chiusura dell’ufficio. Può solo verificare se la motivazione addotta a fondamento della risoluzione del posto è reale o fasulla. In altri termini, se dietro la dedotta chiusura dell’ufficio vi è, in realtà, solo una diversa attribuzione dei compiti e dei nomi delle mansioni, il licenziamento è illegittimo perché rivolto solo a sbarazzarsi del dipendente. 

Come già spiegato dalla Cassazione [2], ai fini della legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il datore deve dimostrare, e il giudice deve accertare, che vi sia stato un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo dell’azienda, ossia la reale soppressione di una posizione lavorativa. Restano invece del tutto irrilevanti le ragioni per cui ciò è avvenuto, ossia le circostanze di fatto che abbiano determinato la decisione di procedere a una riorganizzazione.

Per impugnare il licenziamento, il dipendente deve inviare entro 30 giorni dalla comunicazione di licenziamento, una raccomandata di contestazione generica in cui dichiara di voler opporsi al licenziamento. Entro 180 giorni dall’invio di tale lettera, il suo avvocato dovrà poi depositare l’atto di ricorso in tribunale. Se uno di questi due termini non viene rispettato, il licenziamento – per quanto illegittimo – non può più essere contestato.

Facciamo qualche esempio in cui il licenziamento per chiusura ufficio è illegittimo. Si pensi innanzitutto al caso in cui, al posto del dipendente licenziato, viene collocato un altro dipendente (anche se già presente nell’organico) chiamato a svolgere le stesse funzioni; in tale ipotesi infatti i compiti cui il primo era adibito non sono affatto cessati ma sono ricoperti dal collega. È illegittimo il licenziamento di un dipendente per cessazione delle attività cui era adibito se, poche settimane dopo, viene assunta un’altra persona con le stesse funzioni. È invece legittimo il licenziamento di un lavoratore quando gran parte delle sue mansioni sono effettivamente cessante mentre solo una minima parte viene spalmata tra i suoi colleghi.

Notifica al domicilio e non alla residenza

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nulla la notifica al familiare non convivente: rileva il certificato di residenza e non la dichiarazione del postino.

Immagina di abitare insieme a tua madre che, da alcuni anni, ti ospita in casa sua. Per questioni fiscali, hai fissato la residenza in un altro immobile di tua proprietà. Un giorno arriva il portalettere a consegnarti una raccomandata ma, non trovandoti, affida la busta a tua madre che, rimasta nell’appartamento, si dice disponibile a dartela non appena tornerai. Intende, in questo modo, farti un favore per evitarti di dover andare all’ufficio postale a ritirare la giacenza. In realtà, per una dimenticanza, vieni informata del fatto solo dopo diverse settimane. Scopri in quel momento che la busta conteneva una cartella di pagamento e che, nel frattempo, i giorni per fare ricorso – in tutto 60 dal ricevimento dell’atto – sono decorsi. Cosa puoi fare per difenderti e riprendere in mano la situazione? È valida la notifica al domicilio e non alla residenza? La raccomandata può essere consegnata a familiare se la residenza dell’effettivo destinatario è diversa?  La questione è stata affrontata dalla Cassazione ieri [1]. L’ordinanza affronta il ricorrente problema della notifica a un familiare.

Notifica a familiare convivente: valida?

La notifica fatta a un familiare convivente è valida solo se questi ha più di 14 anni e non è palesemente incapace di intendere e volere. Chiaramente il destinatario dell’atto deve essere momentaneamente assente. Se invece dovesse essere irreperibile o trasferitosi altrove, il postino non è legittimato a consegnare la busta a soggetto diverso (di tanto parleremo meglio più in avanti).

Il familiare deve essere un convivente stabile e non occasionale. Non deve quindi, per ragioni di ospitalità, trovarsi solo momentaneamente nell’abitazione del destinatario dell’atto.

Il familiare convivente non è obbligato a ritirare la raccomandata per conto del destinatario e, se decide di non farlo, il postino immette nella buca delle lettere l’avviso di giacenza. La busta viene quindi conservata presso l’ufficio postale, per consentirne il ritiro, per 30 giorni.

Se invece il familiare convivente decide di ritirare la raccomandata per conto del destinatario, l’atto si considera regolarmente consegnato. Solo nel caso in cui si tratti di atti giudiziari e la notifica – anziché essere curata dal postino – viene eseguita dall’ufficiale giudiziario, viene spedita all’effettivo destinatario – ed a spese del mittente – una seconda raccomandata (cosiddetta Can, ossia Comunicazione di avvenuta notifica); in essa gli viene comunicato che il plico è stato consegnato a un soggetto differente da lui (ciò al fine di recuperare la busta). Tale è stato il chiarimento della Cassazione di qualche giorno fa: leggi sul punto Cartella notificata a persona diversa: è valida?

Notifica a familiare convivente ma non residente

Vediamo ora che succede nei casi in cui il familiare, pur trovandosi all’interno dell’abitazione del destinatario, presenta una residenza in un altro luogo (si pensi a un genitore, ospitato dal figlio, ma con residenza in un altro luogo). Anche in questo caso la notifica si considera valida poiché la norma parla solo di convivenza che è un dato di fatto, diverso dalla residenza. Tuttavia, dimostrare la non convivenza, quando la residenza è altrove, è un compito non difficile per il destinatario della notifica. Facile è quindi far dichiarare la nullità della notifica.

Notifica al domicilio e non alla residenza

Quando la notifica viene fatta nel luogo di abitazione del contribuente ma non in quello ove questi ha la residenza la notifica può essere facilmente impugnata. Difatti, secondo la Cassazione è nulla la notifica della cartella di pagamento consegnata al padre o alla madre dichiaratosi convivente se il contribuente risiede in realtà in un altro immobile. A tal fine, il certificato di residenza rilasciato dal Comune rende irrilevante la dichiarazione di convivenza attestata dall’agente postale.

Nel caso deciso dalla Corte, un contribuente aveva ricevuto degli avvisi di intimazione per il pagamento di cartelle esattoriali che non risultavano notificate. Egli era riuscito a dimostrare che i precedenti atti erano stati consegnati a un familiare che, secondo quanto attestato nella relata di notifica redatta dall’agente postale, era convivente del contribuente. Tuttavia, nell’atto di ricorso, l’interessato è riuscito a dimostrare – con un certificato una diversa residenza anagrafica, regolarmente registrata nell’anagrafe comunale in data anteriore rispetto alla notifica – di abitare, almeno formalmente, in un altro immobile.

La Cassazione ha ricordato che, in base alle regole del codice di procedura civile, in caso di momentanea assenza del destinatario nell’abitazione nel comune di residenza, la consegna della raccomandata può essere effettuata a persona di famiglia o addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda. Tale possibilità è però limitatasolo nell’abitazione dove è fissata anche la residenza del contribuente. 

Quindi, se la cartella viene consegnata al genitore, nella propria residenza che però è diversa dal quella del contribuente, la notifica è nulla. Basta un certificato di residenza per smentire la stabile convivenza.

Il principio stabilito quindi dalla cassazione è il seguente: ai fini della validità della notificazione, la parentela e la convivenza tra destinatario dell’atto e consegnatario (pur dichiaratosi familiare convivente) non possono presumersi dall’attestazione dell’agente postale. A tal fine è sufficiente il certificato di residenza ed il destinatario non è tenuto a nessuna ulteriore prova negativa sull’assenza cioè del rapporto di convivenza. 

Assunzioni: 2.300 posti da McDonald’s

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le posizioni, i contratti, l’invio del curriculum per essere assunti dalla multinazionale.

Nuove aperture in tutta Italia con reclutamento di ben 2.300 nuovi addetti: sono questi i numeri di Mac Donald’s Italia che si avvia, nelle prossime settimane, a realizzare uno straordinario piano di assunzioni. Bisognerà tenere gli occhi ben aperti e inviare il curriculum in formato europeo. Anche chi è senza esperienza farà bene a tenere gli occhi aperti. Come infatti chiarito dai portavoce della multinazionale, a seguito del reclutamento è previsto un periodo di formazione.

Dove saranno le assunzioni McDonald’s?

Ma come saranno distribuiti i nuovi posti di lavoro nel territorio italiano? Vediamo subito come, secondo le indiscrezioni trapelate -per come anche riportato da Il Sole 24 Ore in edicola questa mattina – sono già organizzate le assunzioni dei 2.300 posti da MacDonald’s. 

Nel Nord-Ovest si procederà  a 850 assunzioni; altri 470 nuovi posti di lavoro sono previsti nel Nord-Est; 560 nel Centro Italia mentre al Sud e Isole residuano 420 posizioni. 

«Rappresentiamo un’opportunità di ingresso nel mondo del lavoro per migliaia di giovani, il primo passo per costruire il proprio futuro professionale e i progetti di vita – dice Massimiliano Maffioli, Chief people officer di McDonald’s Italia, sempre dalle pagine del Sole 24 Ore di oggi -. «Forniamo dal primo giorno di lavoro percorsi di formazione in aula e on the job per favorire lo sviluppo della carriera e crescita lavorativa. Ognuno, in McDonald’s, può costruire un percorso unico, sulla base delle proprie esigenze ed aspirazioni». 

Ad oggi McDonald’s è presente in Italia con 590 ristoranti mentre gli addetti sono 23mila. La maggioranza degli assunti sono donne (62%); anche a livello manageriale, un store manager su due è donna. 

Quale tipo di contratto?

Il 92% degli assunti da McDonald’s è dipendente con formula contrattuale stabile, quindi a tempo pieno o part-time con contratto a tempo determinato. Il 55% degli occupati ha meno di 29 anni. Il 32% è composto da studenti e solo il 15% da stranieri. Negli ultimi due anni McDonald’s ha assunto ben 3.000 persone, soprattutto giovani tra 19 e 24 anni.

Sono essenzialmente sette le figure cercate da McDonalds:

  • Crew: l’attività si divide tra cucina e sala ristorante e ricevono una formazione specifica per poter svolgere al meglio il proprio lavoro. Hanno di solito contratti part-time;
  • Crew in cucina: prepara i piatti, collabora con i colleghi per gestire al meglio le richieste dei clienti;
  • Crew in sala: controlla gli ordini provenienti dalla cucina, del servizio al tavolo, accoglie i clienti in sala e li supporta nella fase dell’ordine ai chioschi digitali per la scelta dei diversi menù;
  • Staff McCafè: gestisce l’area bar/caffetteria;
  • Hostess o Stewart: è il punto di riferimento per l’hospitality. È i responsabile dell’accoglienza e dell’animazione del ristorante, gestisce eventi speciali e feste per bambini. 
  • Manager: lavora full-time, gestisce l’organizzazione del ristorante, incluse attività di logistica e approvvigionamento. Organizza la formazione dei nuovi collaboratori, ne segue e valuta le performance. È responsabile dei turni dei colleghi e della qualità del servizio, dell’accoglienza e della soddisfazione dei clienti.
  • Direttore: ha la responsabilità di gestire un’attività commerciale con un impegno full-time È responsabile delle squadre di collaboratori, della loro motivazione e della loro crescita; pianifica le attività necessarie allo sviluppo del business; garantisce la qualità dei prodotti e dei servizi offerti; ha come obiettivo la profittabilità del ristorante.

Come lavorare con McDonald’s Italia?

Per inviare il tuo cv a Mcdonald’s devi cliccare qui. Devi poi selezionare la casella con cui dichiari di aver letto e accettato l’informativa sulla privacy. Infine devi cliccare sulla spunta «Non sono un robot».

Alternanza scuola-lavoro

McDonalds garantisce anche l’alternanza scuola lavoro grazie a un Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca per lo svolgimento di percorsi di Alternanza Scuola-Lavoro all’interno dei ristoranti McDonald’s.

Gli studenti svolgeranno infatti attività di accoglienza e relazione con il pubblico alternate a momenti di formazione in aula e di training on the job. In questo percorso saranno sempre supportati da tutor, personale McDonald’s formato e competente, a cui potranno rivolgersi in ogni momento.

Naspi e pensione: come vanno calcolati i periodi di disoccupazione

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come devono essere valutati i periodi di disoccupazione per il calcolo della pensione: diritto e misura del trattamento, neutralizzazione Naspi.

Ho diritto a 6 mesi di Naspi: questo periodo viene contato ai fini della pensione? È vero che l’assegno di pensione viene abbassato?

I periodi durante i quali viene percepita l’indennità di disoccupazione Naspi contribuiscono, nella generalità dei casi, al raggiungimento della pensione, perché il lavoratore ha diritto all’accredito dei contributi figurativi.

Si tratta di contributi accreditati direttamente dall’Inps, che servono sia ai fini del diritto che della misura della pensione.

In sostanza, nel momento in cui il lavoratore ha diritto all’indennità di disoccupazione, l’Inps accreditata anche i contributi calcolati sull’indennità, perché non perda il periodo ai fini della pensione.  Attenzione, però: in alcuni casi, i periodi di disoccupazione possono non essere utili ai fini della pensione.

Facciamo allora il punto su Naspi e pensione: come vanno calcolati i periodi di disoccupazione.

Ai fini del calcolo di questi periodi, teniamo presente che i periodi di disoccupazione non indennizzata non danno luogo a contributi figurativi, e che i contributi figurativi stessi, per chi non possiede contributi al 31 dicembre 1992, non sono tenuti in considerazione se superiori a 5 anni. Inoltre, per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria dell’Inps, per il diritto al raggiungimento delle pensioni anticipate o di anzianità, deve essere presente il requisito di 35 anni di contributi al netto dei periodi di disoccupazione. Ma procediamo per ordine.

Naspi e diritto alla pensione

Per quanto riguarda il diritto alla pensione, i contributi figurativi sulla disoccupazione sono utili:

  • al raggiungimento della pensione di vecchiaia (nel biennio 2019-2020, per la generalità degli iscritti, è richiesta un’età minima di 67 anni e una contribuzione minima di 20 anni; è richiesto anche un assegno superiore a 1,5 volte l’assegno sociale, per chi non possiede contributi al 31 dicembre 1995);
  • al raggiungimento della pensione anticipata (per la quale il requisito è pari a 41 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini; almeno 35 anni, però, devono essere conteggiati al netto dei periodi di disoccupazione e di malattia non integrata, per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria).

Non sono utili, invece, al raggiungimento della vecchia pensione di anzianità, ed alle deroghe alla Legge Fornero vigenti, basate su questa tipologia di pensione, come l’Opzione Donna, in quanto è richiesto, per qualsiasi pensione di anzianità e anticipata (per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria), il requisito di 35 anni di contributi al netto dei periodi di disoccupazione e malattia. Anche per la Quota 100, per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria, deve essere verificato il requisito dei 35 anni di contribuzione minima al netto dei periodi di disoccupazione e malattia.

Per chi è nel sistema contributivo puro, cioè per i giovani assicurati dal 1996,  i periodi di disoccupazione non possono essere utilizzati (al pari di tutti gli altri contributi figurativi):

  • per il perfezionamento dei 20 anni di contributi necessari a conseguire la pensione anticipata all’età di 64 anni;
  • per il perfezionamento dei 5 anni di contributi per ottenere la pensione di vecchiaia a 71 anni.

Naspi e misura della pensione

Per quanto riguarda la misura della pensione, se la retribuzione pensionabile, prima della disoccupazione, risulta elevata, questa potrebbe essere abbassata dai contributi figurativi sulla Naspi: la contribuzione figurativa Naspi, come precisato da una recente circolare Inps [1], può essere difatti riconosciuta entro un limite di retribuzione pari a 1,4 volte l’importo massimo mensile della Naspi, cioè (per il 2019) sino a 1.860,26 euro (1328,76 euro per 1,4). Spiegato in parole semplici, significa che i contributi figurativi sulla disoccupazione non si basano sempre sull’imponibile medio posseduto dal lavoratore, ma solo entro una determinata soglia limite.

Per quanto riguarda, però, le quote della pensione calcolate col metodo retributivo, per evitare un peggioramento del trattamento si  può utilizzare una procedura particolare, la neutralizzazione, che limita l’impatto sulla pensione.

Come si calcolano i contributi figurativi sulla Naspi

In particolare, quando si calcolano i contributi figurativi per i periodi di Naspi, bisogna eseguire i seguenti passaggi:

  • individuare l’imponibile medio mensile riferito agli ultimi 4 anni;
  • se l’imponibile medio è inferiore a 1.860,26 euro mensili, cioè al massimale Naspi moltiplicato per 1,4 volte, per determinare i contributi figurativi si deve moltiplicare l’imponibile per l’aliquota contributiva vigente (attualmente il 33%);
  • se l’imponibile medio è superiore a 1.860,26 euro, questo va ridotto sino a tale cifra, quindi diventa pari a 1.860 euro mensili, ed i contributi devono essere calcolati moltiplicando tale ammontare per l’aliquota contributiva.

In quest’ultimo caso, però, il periodo può essere neutralizzato, cioè considerato neutro per non peggiorare il calcolo della pensione, se la retribuzione pensionabile risulta abbassata dal periodo di disoccupazione.

Naspi: come influisce sulla retribuzione pensionabile

Per capire se la retribuzione pensionabile (riferita alla quota del trattamento calcolato col metodo retributivo) viene ridotta dai contributi figurativi sulla Naspi, bisogna seguire un procedimento piuttosto articolato. Per comprendere meglio il procedimento, ricordiamo quali sono le quote in cui è divisa la pensione ai fini del calcolo:

  • la quota A comprende i periodi di contribuzione sino al 31 dicembre 1992, ed è calcolata sugli ultimi 5 anni di retribuzione, utilizzando il metodo retributivo (che si basa, semplificando, sulle settimane di contributi e sugli ultimi stipendi);
  •  la quota B è calcolata sugli ultimi 10 anni di retribuzione, utilizzando il metodo retributivo, e comprende i periodi:
  • dal 1993 al 1995, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • dal 1993 al 2011, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • la quota C è calcolata dal 1996 (o dal 2012, per chi ha oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995) utilizzando il sistema contributivo, che si basa sui contributi effettivamente accreditati e non sugli stipendi.

Vediamo ora come procedere per capire se i contributi figurativi sulla Naspi riducono la retribuzione pensionabile. A tal fine, bisogna effettuare i seguenti passaggi:

  •  calcolare la quota A e la quota B della pensione senza inserire la retribuzione figurativa riferita alla Naspi, quindi neutralizzando il periodo di disoccupazione: per neutralizzare questo periodo si devono contare i periodi precedenti andando a ritroso, per recuperare le retribuzioni effettive corrispondenti al periodo neutro ed arrivare a totalizzare, rispettivamente, 260 e 520 settimane (260 settimane per la quota A e 520 per la quota B);
  •  calcolare la quota A e la quota B della pensione inserendo la retribuzione figurativa riferita alla Naspi, pari a 1.820 euro, senza neutralizzare il periodo di disoccupazione.

A questo punto, si devono confrontare i due importi delle retribuzioni medie pensionabili: se il valore calcolato includendo la retribuzione figurativa Naspi è inferiore al valore calcolato neutralizzando il periodo di Naspi, si dovrà prendere in considerazione quest’ultimo ai fini del calcolo delle quote A e B. In questo modo, grazie alla neutralizzazione, non viene abbassata la retribuzione media pensionabile.

Se invece risulta più alto il valore con l’inserimento della retribuzione figurativa Naspi, il periodo non deve essere neutralizzato, perché la retribuzione pensionabile non viene abbassata dai contributi figurativi sulla disoccupazione.

Naspi e calcolo contributivo della pensione

Per quanto riguarda la quota della pensione soggetta al calcolo contributivo, come specificato dalla citata circolare Inps, nel caso in cui la retribuzione figurativa sia superiore al massimale, sarà quest’ultimo a costituire la base di calcolo dei contributi relativi al periodo di Naspi; i contributi figurativi andranno poi aggiunti al montante contributivo (il montante contributivo è la somma dei contributi accreditati al lavoratore).

In pratica, i contributi figurativi Naspi non peggiorano la pensione (o la quota di pensione) calcolata col metodo contributivo, perché si aggiungono al montante posseduto dal disoccupato.

Ipotizzando che il lavoratore interessato abbia già eseguito un calcolo della pensione, ipotizzando la prosecuzione del proprio impiego, questo andrà rivisto al ribasso, se la retribuzione imponibile media supera 1.860 euro mensili: questo perché, come appena spiegato, i contributi figurativi sono calcolati su tale massimale, e non sul più alto imponibile medio.

Lavoro e concorsi, la guida per essere sempre aggiornati

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ultimi aggiornamenti in materia di concorsi pubblici e assunzioni presso le grandi aziende: come trovare lavoro nel pubblico e nel privato.

Quando si parla di lavoro e concorsi, essere costantemente aggiornati è d’obbligo: i bandi di concorso e le procedure di reclutamento, difatti, hanno delle tempistiche abbastanza strette per presentare la propria candidatura. Scaduti i termini, l’occasione di lavoro sfuma definitivamente. Ma come ci si può aggiornare regolarmente riguardo a tutte le procedure di reclutamento effettuate dagli enti pubblici e dalle grandi aziende? Per quanto riguarda i concorsi pubblici, questi sono pubblicati, a cadenza bisettimanale, nella Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami. Tramite questa sezione della Gazzetta, consultabile gratuitamente online, è possibile sapere quali sono le ultime procedure di reclutamento indette dalle Pubbliche amministrazioni e scaricare i relativi bandi. Tuttavia, i concorsi non sono raggruppati per rilevanza, così si rischia di perdere parecchio tempo visionando bandi in cui i posti a concorso sono pochissimi. Come fare, allora, per conoscere le procedure di reclutamento indette dalle grandi aziende? Esiste, in materia di lavoro e concorsi, la guida per essere sempre aggiornati sulle possibilità di trovare un nuovo impiego? Purtroppo, ancora non esiste un sito internet istituzionale che raggruppi le procedure di reclutamento maggiormente rilevanti, sia nel pubblico che nel privato.

Per un aggiornamento completo sulle migliori occasioni di lavoro, dunque, oltre a visionare la Gazzetta Ufficiale, ci si dovrebbe “armare di pazienza”, e visionare, a cadenza praticamente giornaliera, i siti web delle maggiori aziende, o i siti di offerte di lavoro (ne abbiamo parlato in: Siti per trovare lavoro), o la piattaforma Anpal.

In questo articolo cercheremo di fornire, costantemente, un quadro sui bandi di concorsi e le procedure di reclutamento più rilevanti, in modo da poter tenere quotidianamente informato il nostro lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di lavoro e concorsi.

Maxi-concorso scuola per insegnanti

Nuove assunzioni in arrivo nel settore scolastico: si parla di un nuovo maxi concorso a cattedra per insegnanti nelle scuole, per un totale di circa 66mila professori da assumere. Per le assunzioni saranno indetti due diversi concorsi. Il primo prevede 16.959 posti da assegnare, risulta già definito ed è destinato agli insegnati della scuola dell’infanzia e primaria. Il secondo concorso prevede l’assegnazione di 48.536 posti, è rivolto alle medie e alle superiori ed è ancora da organizzare.

Per saperne di più: Maxi-concorso insegnanti

177 impiegati comunali a Genova

Il Comune di Genova assume a tempo pieno e indeterminato 177 figure:

  • 91 istruttori servizi amministrativi;
  • 28 istruttori servizi tecnici;
  • 58 funzionari servizi amministrativi.

I titoli di studio richiesti vanno dal diploma di scuola secondaria di secondo grado per gli amministrativi, al diploma tecnologico o tecnico, sino alla laurea in ingegneria per gli istruttori tecnici. Per i 58 funzionari si richiede il diploma di laurea in scienze politiche, giurisprudenza o economia (vecchio ordinamento o corrispondente laurea specialistica o magistrale).

Le domande di ammissione devono essere trasmesse, esclusivamente per via telematica, entro lunedì 6 maggio. Oltre alla prova scritta ed alla prova orale, potrebbe essere prevista una prova preselettiva. Ulteriori informazioni sono disponibili nel sito del Comune di Genova e nella Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.27/2019.

Ministero dell’Interno: 14 assunzioni di disabili

Il ministero dell’Interno ha avviato l’assunzione di 14 persone disabili da inquadrare nei profili professionali di ausiliario (area funzionale prima, fascia retributiva F1) e di operatore amministrativo (area funzionale seconda, fascia retributiva F1), con richiesta numerica di avviamento a selezione ai centri per l’impiego, ai sensi della Legge 68 (collocamento mirato di disabili).

Il personale sarà assegnato agli uffici di seguito indicati:

  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Ancona, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Ascoli Piceno, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Brescia, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Campobasso, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Fermo, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Frosinone, un operatore
    amministrativo;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Latina, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Nuoro, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Perugia, un operatore
    amministrativo;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Prato, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Siena, un ausiliario;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Siracusa, un ausiliario;
  • Uffici centrali, Prefettura-U.T.G. o Questura di Roma, un
    operatore amministrativo;
  • Prefettura-U.T.G. o Questura di Viterbo, un ausiliario.

Nessuna domanda di partecipazione deve essere inoltrata direttamente all’Amministrazione civile dell’interno da parte degli interessati: l’avviamento avverrà a cura dei centri per l’impiego territorialmente competenti.

Maggiori informazioni possono essere reperite nella Gazzetta Ufficiale 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.29/2019.

Ricambio generazionale al 100% nella Pubblica Amministrazione

A partire dal 2019 le pubbliche amministrazioni potranno assumere a tempo indeterminato, con un limite di spesa pari al 100% di quella relativa ai dipendenti di ruolo cessati nell’anno precedente, grazie al Ddl Bongiorno. Sarà anche più facile assumere i vincitori di concorso o procedere allo scorrimento delle graduatorie, così come indire nuovi bandi di concorso: le procedure potranno infatti essere avviate anche senza preventiva autorizzazione, nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate. Inoltre, tutti gli statali potranno chiedere richiedere un’aspettativa non retribuita per maturare esperienze lavorative in organismi pubblici o privati.

Bando Navigator: ultime novità

Da 6mila unità, che sarebbero dovute essere assunte come co.co.co. da Anpal servizi, i navigator da assumere sono stati ridotti a 3mila, a seguito di una recente intesa con le Regioni. Ma le sorprese (in negativo) non finiscono qui. Il ruolo dei navigator, che inizialmente sono stati presentati come  le figure di riferimento per i beneficiari del reddito di cittadinanza, saranno solo di supporto ai servizi per l’impiego.

Sicuramente questa non è una bella notizia per i numerosi laureati in attesa di una possibilità d’inserimento nel mercato del lavoro, ma non lo è nemmeno per i dipendenti dei centri per l’impiego, di per sé già oberati, che si ritroveranno a gestire un enorme numero di persone.

La questione navigator, ad ogni modo, non è ancora chiusa, sinché non si troverà un’intesa definitiva: il ruolo della figura e le unità da inserire, quindi, potrebbero ancora cambiare.

Lavorare con lo chef Cannavacciuolo: come candidarsi

Lavorare al fianco di uno chef stellato è sempre stato il tuo sogno? Forse non sai che, nei locali del famosissimo chef Antonino Cannavacciuolo, ci sono diverse posizioni aperte, tutte consultabili dal sito Antoninocannavacciuolo.it, sezione Job.

Le strutture presso le quali si può essere assunti sono Villa Crespi, Cannavacciuolo Bistrot Torino, Cannavacciuolo Café e Bistrot Novara, Cannavacciuolo Bakery, Laqua charme e boutique (nelle ultime due strutture al momento non ci sono posizioni aperte).

Ecco le figure attualmente ricercate:

  • cassiera e banco/bar, presso Cannavacciuolo Bistrot Novara; la risorsa si occuperà di gestire le operazioni di cassa e supporterà il team del cafè nella gestione del banco bar;
  • demi chef di cucina, presso Villa Crespi: la risorsa collabora con il cuoco capo partita di suo riferimento per tutte le preparazioni e attività (cotture, linee, servizio), ne segue le direttive e, a seguito di un’adeguata formazione, lo sostituisce in caso di necessità;
  • commis di cucina, presso Cannavacciuolo Bistrot Novara: il commis di cucina collabora con il proprio capo partita, ne segue le direttive, aiuta in tutte le preparazioni e supporta il lavoro delle altre partite quando richiesto;
  • addetti reception e booking, presso Cannavacciuolo Bistrot Torino: la risorsa cura l’accoglienza del cliente e si occupa di gestire e monitorare le prenotazioni, con l’accordo e la supervisione del direttore del ristorante e del maitre di sala;
  • pastry chef, presso Villa Crespi: il pastry chef, riportando all’executive chef ed al sous chef, è responsabile della produzione e dell’organizzazione della pasticceria del ristorante;
  • cuoco capo partita presso Villa Crespi: la risorsa è responsabile della partita assegnata e gestisce in autonomia cotture, linee e servizio;
  • commis di sala presso Villa Crespi: la risorsa cura la preparazione dei tavoli e la mise en place e supporta lo chef de rang nella gestione operativa del servizio di sala;
  • sommelier, presso Villa Crespi: il sommelier, con la supervisione e l’accordo dello chef sommelier, supporta e cura le prestazioni della sommellerie durante tutte le fasi del servizio al Ristorante, assicurando una qualità di servizio personalizzata;
  • commis sommelier, presso Villa Crespi: supporta le prestazioni della sommellerie durante tutte le fasi del servizio al ristorante, dedicandosi anche alla mescita sotto la guida del suo responsabile;
  • barman, presso Villa Crespi: con l’accordo e la supervisione del restaurant manager, il barman è responsabile della qualità del servizio e delle prestazioni del bar;
  • chef de rang presso Villa Crespi: lo chef de rang, con l’accordo e la supervisione del restaurant manager, cura e gestisce il servizio all’interno della sezione di sala a lui assegnata;
  • commis di sala, presso Cannavacciuolo Bistrot Novara;
  • chef de rang, presso Cannavacciuolo Bistrot Torino;
  • demi chef di pasticceria, presso Villa Crespi.

Concorso per 70 infermieri: Azienda Zero regione Veneto

L’Azienda Zero, Regione Veneto, ha indetto un concorso pubblico per l’assunzione di 70 infermieri; le risorse saranno inserite a tempo indeterminato e inquadrate nella categoria D, presso le seguenti strutture:

  • Ulss n. 3 Serenissima: n. 20 posti;
  • Ulss n. 4 Veneto Orientale: n. 5 posti;
  • Ulss n. 9 Scaligera: n. 10 posti;
  • Azienda Ospedaliera di Padova: n. 17 posti;
  • Istituto Oncologico Veneto: n. 18 posti.

Oltre ai requisiti previsti per la generalità dei concorsi (idoneità alle mansioni, cittadinanza italiana o europea, età inferiore al limite ordinamentale per il collocamento a riposo, esclusione dall’elettorato, etc.), sono previsti, per partecipare al bando, i seguenti requisiti:

  • laurea in Infermieristica, appartenente alla classe delle lauree nelle professioni sanitarie infermieristiche SNT/1, oppure diploma universitario di infermiere,  o titoli equipollenti;
  • iscrizione al relativo albo professionale.

Le domande di ammissione al concorso devono essere presentate, entro le ore 24 del 2 maggio 2019, esclusivamente online, mediante la procedura disponibile alla pagina Aziendazero Iscrizioneconcorsi.it.

Per maggiori informazioni: Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.26/2019.

Credem, 150 posti nel 2019

Credito Emiliano SpA (Credem) ha in programma per il 2019 ben 150 assunzioni: la maggior parte dei nuovi posti di lavoro riguarderà giovani laureati e diplomati, ma ci sono possibilità anche per profili senior, in Lombardia, Emilia Romagna e altre sedi sul territorio nazionale.

Per i profili junior, oltre a un diploma o una laurea in ambito economico, giuridico o matematico, le risorse cercate devono possedere competenze in materia finanziaria e creditizia e competenze trasversali, quali attitudine a sviluppare nuove relazioni, al lavoro in squadra, capacità commerciali e di coordinamento con altre funzioni aziendali.

I profili selezionati saranno inseriti in un percorso di sviluppo presso varie sedi su tutto il territorio nazionale, a seconda delle esigenze aziendali.

Le candidature possono essere presentate:

  • tramite la pagina del sito web Credem “Lavora con noi”, registrando il curriculum vitae nell’apposito form online, in risposta agli annunci di proprio interesse;
  • partecipando ai job day, che si tengono, periodicamente, presso le maggiori Università italiane.

Ministero dell’Interno: concorso per 20 atleti

È stato indetto un concorso pubblico, per titoli, per l’assunzione di venti atleti da assegnare ai gruppi sportivi «Polizia di Stato – Fiamme Oro», che saranno inquadrati nel ruolo degli agenti e assistenti della Polizia di Stato.

Il concorso è riservato ad atleti, riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) o dalle federazioni sportive nazionali, che siano in possesso dei requisiti previsti per l’accesso al ruolo degli agenti ed assistenti della Polizia di Stato e di almeno uno dei titoli sportivi elencati. Per maggiori informazioni: Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.26/2019.

Carabinieri: concorso per 3700 allievi

È stato indetto un bando per 3700 allievi carabinieri, riservato ai volontari delle forze armate in ferma prefissata di un anno (Vfp1) o quadriennale (Vfp4) ovvero in rafferma annuale, in servizio o in congedo.

Nello specifico, è previsto il reclutamento di:

  • 529 allievi carabinieri in ferma quadriennale, riservato ai volontari in ferma prefissata di un anno oppure in rafferma annuale, in servizio;
  • 139 allievi carabinieri in ferma quadriennale, riservato a coloro che non abbiano superato il ventiseiesimo anno di età; il limite massimo di età è elevato a 28 anni per coloro che abbiano già prestato servizio militare;
  • 32 allievi carabinieri in ferma quadriennale, riservato ai concorrenti in possesso dell’attestato di bilinguismo.

Per maggiori informazioni: Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.22/2019.

Amazon: 180 nuove assunzioni ad Arzano

Il gruppo Amazon, colosso dell’e-commerce, ha deciso di espandere ulteriormente la propria rete logistica in Italia, costruendo un nuovo centro di distribuzione in Campania.

Il deposito di smistamento sorgerà ad Arzano, in provincia di Napoli, e darà lavoro a circa 180 persone, tra:

  • inserimenti diretti: 30 addetti (magazzinieri, operai, altri profili) a tempo indeterminato;
  • inserimenti indiretti: effettuati dai fornitori di servizi di consegna del gruppo, che inseriranno oltre 150 autisti a tempo indeterminato.

Per candidarsi alle offerte di lavoro del gruppo, bisogna compilare l’apposito form online presso la sezione Jobs del sito Amazon.

Esercito: concorso tenenti in servizio permanente

Sono stati indetti i seguenti concorsi, per titoli ed esami, per la nomina di tenenti in servizio permanente nel ruolo normale del Corpo degli ingegneri, del Corpo sanitario e del Corpo di commissariato dell’esercito:

  • concorso per la nomina di nove tenenti nel ruolo normale del Corpo degli ingegneri dell’Esercito così ripartiti;
  • concorso per la nomina di sei tenenti nel ruolo normale del Corpo sanitario dell’Esercito;
  • concorso per la nomina di cinque tenenti nel ruolo normale del Corpo di commissariato dell’Esercito così ripartiti.

Per maggiori informazioni: Gazzetta Ufficiale, 4ª serie speciale – concorsi ed esami, n.25/2019.

200 posti presso il nuovo centro commerciale di Milazzo

Il centro commerciale Parco Corolla di Milazzo, in Sicilia, cerca personale in vista di aperture di nuovi negozi, che creeranno numerosi posti di lavoro. Sono ben 200 le risorse da assumere nei punti vendita di prossima inaugurazione. Gli interessati alle future assunzioni centro commerciale Parco Corolla e alle offerte di lavoro a Milazzo possono visitare la pagina Lavora con noi del sito web della struttura.

Navigator per il reddito di cittadinanza

Sono previste migliaia di assunzioni, in tutta Italia, in qualità di navigator. I navigator sono dei tutor che si occuperanno di seguire personalmente i beneficiari del reddito di cittadinanza per trovare loro un nuovo impiego: dovranno aver conseguito una laurea magistrale.

Al momento, il bando per il reclutamento dei navigator non è ancora uscito, ma è stato recentemente pubblicato da Anpal Servizi il bando per scegliere la società che si dovrà occupare della selezione dei navigator. Per approfondimenti: Navigator per reddito di cittadinanza 

Pensioni e previdenza: le ultime novità

Posted on : 16-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ultimi aggiornamenti in materia di pensioni, previdenza e assistenza: come si evolvono la legge e le regole operative Inps.

Quando si parla di pensioni si affronta un argomento molto delicato, particolarmente complesso ed in continua evoluzione. Ogni ente previdenziale, difatti, ha regole proprie in merito ai requisiti per ottenere le prestazioni di previdenza e assistenza, che cambiano notevolmente a seconda della gestione, del fondo e delle categorie in cui è inquadrato l’interessato. Per non parlare delle regole relative al calcolo della pensione o dei sussidi a sostegno del reddito: la legge le definisce in modo vago, di conseguenza subentrano numerose circolari interpretative da parte degli enti interessati, come l’Inps, che spesso sono contradditorie e stravolgono quella che è la finalità della normativa. Le novità sono quasi quotidiane: per restare aggiornati è necessario leggere i giornali o, in alternativa, leggere ogni giorno le circolari e i messaggi dell’Inps, all’interno del portale web dell’istituto. Si devono poi spulciare le circolari e le risposte agli interpelli del ministero del Lavoro e, per gli interessati, le circolari delle casse dei liberi professionisti, nonché le ultime sentenze, che spesso riscrivono completamente l’interpretazione della normativa.

In questo articolo cercheremo di fornire, costantemente, un quadro su quelle che sono le ultime novità su pensioni e previdenza, in modo da poter tenere quotidianamente informato il nostro lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di pensioni e previdenza.

Pensione lavori usuranti: domande entro il 1° maggio 2019

Per chi raggiunge i requisiti utili alla pensione, in qualità di addetto a mansioni usuranti o turni notturni, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020, può essere presentata all’Inps l’istanza di verifica dei requisiti per il diritto a pensione entro il prossimo 1° maggio 2019. Per chi ritarda, è previsto  lo slittamento della decorrenza della prestazione pensionistica a seguito dell’eventuale accertamento del diritto al beneficio.
Ricordiamo che gli addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni possono guadagnare la pensione con un minimo di 35 anni di anzianità contributiva e 61 anni e 7 mesi di età anagrafica.

Per approfondire: Pensione come lavoro usurante.

Attestazione pagamento riscatto laurea 2019

L’Inps ha reso noto che le attestazioni fiscali dei versamenti effettuati all’istituto nell’anno precedente per gli oneri da riscatto, ricongiunzione o rendita, sono visualizzabili e stampabili nel portale dei pagamenti del suo sito web, raggiungibile attraverso il seguente percorso: “Prestazione e servizi” > “Tutti i servizi” > “Portale dei pagamenti” > “Servizi Riscatti, Ricongiunzioni e Rendite” > “Entra nel servizio” > “Accedi” > “Sezione pagamenti effettuati”.

L’accesso con codice fiscale e numero pratica consente di visualizzare e stampare l’attestazione fiscale relativa ad una singola pratica di riscatto, ricongiunzione o rendita; l’autenticazione tramite il proprio pin dell’Inps, invece, consente di visualizzare e stampare l’attestazione fiscale relativa ad una o più pratiche di riscatto, ricongiunzione e rendita.

Le attestazioni fiscali relative ai pagamenti effettuati dagli iscritti al Fondo pensione lavoratori dello spettacolo e al Fondo pensione sportivi professionisti (ex Enpals), se non disponibili nel portale, possono essere richieste utilizzando la casella di posta elettronica polospecialisticopals.roma@inps.it.

Le attestazioni fiscali relative ai versamenti effettuati a rate dagli enti  pubblici per conto dei dipendenti iscritti alle gestioni ex Inpdap non sono presenti sul portale dei pagamenti, dato che questi enti, come sostituti d’imposta, operano la deduzione fiscale alla fonte.

Per approfondire: Riscatto laurea, tutto quello che devi sapere.

Assegni familiari e di maternità concessi dal Comune 2019

L’Inps, con una nuova circolare [39], ha reso noto che l’importo dell’assegno mensile per il nucleo familiare da corrispondere agli aventi diritto per l’anno 2019 è pari, nella misura intera, a 144,42 euro.

Per le domande relative allo stesso anno, il valore dell’indicatore Isee è pari a 8.745,26 euro.

Agli assegni di competenza dell’anno 2018, per i quali siano ancora in corso i relativi procedimenti, continuano ad applicarsi i valori previsti per lo stesso anno 2018.

L’importo dell’assegno mensile di maternità, spettante nella misura intera, per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti nel 2019 è pari a  346,39  euro per cinque mensilità, e quindi a complessivi 1.731,95 euro.

Il valore dell’indicatore dell’Isee da tenere presente per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti nel 2019 è pari a 17.330,01 euro.

Cu 2019 Inps

L’Inps ha reso note le modalità di rilascio della certificazione unica Cu 2019:

  • gli utenti in possesso di pin, anche ordinario, possono scaricare e stampare la certificazione unica 2019 dal sito dell’Inps, accedendo alla propria area personale MyInps o attraverso il seguente percorso di navigazione: “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” > Certificazione unica 2019 (Cittadino), inserendo il proprio codice fiscale e il codice pin o lo Spid;
  • è inoltre possibile visualizzare e scaricare su smartphone o tablet la propria Cu anche tramite l’apposito servizio “Certificazione unica”, disponibile all’interno dell’app istituzionale “Inps mobile”, scaricabile dagli store Android e Apple; la certificazione unica è visualizzata dopo che l’utente si è autenticato con le proprie credenziali;
  • per chi non può fruire dei servizi online, presso tutte le strutture territoriali dell’Inps è disponibile almeno uno sportello dedicato al rilascio cartaceo della Cu 2019; inoltre, sono state istituite postazioni informatiche self-service;
  • chi risulta titolare di una casella di posta elettronica certificata (pec), può richiedere la trasmissione in formato elettronico della Cu 2019 al seguente indirizzo: richiestacertificazioneunica@postacert.inps.gov.it; la richiesta deve essere corredata di copia del documento di identità in corso di validità del richiedente, e la Cu è recapitata alla casella pec utilizzata dal richiedente;
  •  è poi possibile ottenere la Cu Inps attraverso i patronati, i Caf ed i professionisti abilitati all’assistenza fiscale;
  • l’interessato può ottenere la Cu 2019 anche presso i Comuni e le altre pubbliche amministrazioni che abbiano sottoscritto un protocollo con l’Inps;
  • inoltre, ormai da tempo è stato attivato un servizio dedicato a particolari categorie di utenti (ad esempio, ultraottantenni titolari di indennità di accompagnamento o di comunicazione, ciechi, etc.), denominato “Sportello Mobile”, per l’erogazione con modalità agevolate di alcuni servizi istituzionali, tra i quali il rilascio della Cu; gli utenti che abbiano ricevuto apposita comunicazione di inserimento nell’iniziativa possono pertanto contattare, al numero telefonico indicato nella comunicazione stessa, un operatore della struttura territorialmente competente e richiedere l’invio della certificazione al proprio domicilio;
  • i pensionati residenti all’estero possono richiedere la certificazione, fornendo i propri dati anagrafici e il numero di codice fiscale, ai seguenti numeri telefonici dedicati: 0039-06.59058000 – 0039-06.59053132, con orario 8–19 (ora italiana);
  • infine, per oggettive situazioni di difficoltà, l’Inps provvede all’invio, su espressa richiesta dell’interessato, della Cu 2019 al domicilio del titolare, nei casi di dichiarata impossibilità di accedere alla certificazione, direttamente o delegando altro soggetto, tramite gli altri servizi elencati; per consentire la richiesta di spedizione della Cu, è stato attivato il numero verde dedicato 800 434320 con risponditore automatico, abilitato alle chiamate sia da rete fissa che da rete mobile; è anche possibile richiedere la spedizione chiamando il Contact Center Multicanale al numero 803 164, oppure il numero 06 164164, per le utenze mobili.

Addio voucher babysitter e asilo nido

L’Inps, con un recente messaggio [38], ha ricordato che la legge di bilancio 2019 non ha previsto il rinnovo del cosiddetto voucher babysitter e asilo nido (il contributo per i servizi di baby-sitting e per i servizi all’infanzia).

Di conseguenza, dal 1° gennaio 2019, le madri lavoratrici non possono più presentare domanda per l’accesso al beneficio. Il beneficio è riconosciuto, invece, a chi ha presentato la domanda sino al 31 dicembre 2018.

Home care premium: contributi Inps da mille euro al mese

Rinnovato, dal 2019 al 2022, il bando Home care premium, che consente di beneficiare di un importo sino a 1050 euro al mese per l’assistenza di familiari disabili, oltreché di numerosi servizi e aiuti integrativi: il programma, avviato già da diversi anni, è rivolto ai dipendenti ed ai pensionati pubblici ed ai loro familiari.

Inoltre, è attiva una sperimentazione che consente ai disabili più gravi di ottenere un contributo sino a 1.250 euro mensili, graduando le prestazioni in rapporto al bisogno di assistenza,  .

Il progetto Home Care Premium, nel dettaglio, prevede due tipologie di prestazioni da parte dell’Inps, con il coinvolgimento di enti pubblici e ambiti territoriali sociali:

  • un contributo economico mensile, sino a un massimo di 1.050 euro, denominato prestazione prevalente, da utilizzare per rimborsare le spese sostenute per l’assunzione di un assistente familiare;
  • un servizio di assistenza alla persona, la cosiddetta prestazione integrativa (servizi personali domiciliari, prestazioni di sollievo, protesi, ausili, apparecchi…), erogata attraverso la collaborazione degli ambiti territoriali sociali (Ats), oppure da enti pubblici convenzionati che abbiano competenza a rendere i servizi di assistenza alla persona.

È possibile, se si possiedono i requisiti, inviare la domanda tramite il sito dell’Inps o tramite patronato; se si vuole presentare domanda dal portale Inps, bisogna accedere alla sezione Servizi, e successivamente alla prestazione Gestione dipendenti pubblici: domanda Assistenza Domiciliare (Progetto Home Care Premium).

Conversione in legge del decreto pensioni

Il decreto in materia di pensioni e reddito di cittadinanza ha ricevuto l’ok definitivo per la conversione in legge. Ecco le principali modifiche.

Per quanto riguarda la pensione di cittadinanza, può essere concessa:

  • ai nuclei familiari in cui tutti i componenti (o l’unico componente) siano di età pari o superiore a 67 anni (requisito da adeguare alla speranza di vita);
  • ai nuclei familiari nei quali il componente o i componenti, di età pari o superiore a 67 anni, convivano esclusivamente con una o più persone in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza, anche di età inferiore a 67 anni;
  • anche con modalità diverse dall’accredito nella carta RdC.

Per quanto riguarda pensione e reddito di cittadinanza:

  • nel caso di nuclei familiari con minorenni, qualora il genitore non convivente sia coniugato con persona diversa dall’altro genitore, o risultante avere figli da persona diversa dall’altro genitore, l’Isee è integrato di una componente aggiuntiva, calcolata sulla base della situazione economica del genitore non convivente;
  • la scala di equivalenza è aumentata a 2,2, nel caso di disabili gravi o non autosufficienti nel nucleo;
  • sono stati specificati gli adempimenti e le procedure relativi alle misure di politiche attive del lavoro a favore dei percettori del reddito di cittadinanza;
  • sono stati modificati gli incentivi per chi assume beneficiari del RdC;
  • è stato stabilito l’obbligo per i Comuni di predisporre, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, le procedure amministrative utili per l’istituzione dei progetti in cui impiegare i beneficiari del RdC (obbligati a prestare la propria opera gratuitamente a favore del Comune di residenza);
  • la situazione dei lavoratori con un reddito basso (sotto gli 8mila euro, se dipendenti o collaboratori, o sotto 4800 euro se autonomi) è stata parificata allo stato di disoccupazione, col diritto a fruire delle misure di politica attiva;
  • sono poi stati disposti dei rafforzamenti dei controlli “anti-furbetti”.

Per quanto riguarda i requisiti utili alla pensione e al reddito di cittadinanza:

  • nel limite massimo di patrimonio immobiliare che può essere posseduto dai componenti del nucleo familiare, pari a 30mila euro, rientrano gli immobili situati all’estero;
  • i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea, salvo casi particolari, per comprovare la posizione del nucleo familiare devono produrre un’apposita certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero
  • il diritto al reddito è sospeso anche per chi ha subito una misura cautelare personale, anche adottata all’esito di convalida dell’arresto o del fermo, o una condanna, anche con sentenza non definitiva;
  • i massimali relativi al patrimonio mobiliare familiare sono incrementati di 5mila euro per ogni componente con disabilità, come definita a fini Isee, presente nel nucleo, e di 7500 euro per ogni componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza.

In materia di pensioni:

  • è stato eliminato il limite di 45 anni di età per fruire del riscatto agevolato degli anni di laurea (restano non riscattabili, comunque, i periodi antecedenti al 1996);
  • il costo del riscatto con “pace contributiva” può essere dilazionato sino a un massimo di 120 rate mensili, ossia in 10 anni;
  • sale, poi, a 45mila euro il tetto entro il quale può essere chiesto dai dipendenti pubblici l’anticipo alle banche del Tfs (trattamento di fine servizio).

Prorogata, inoltre, la cassa-integrazione straordinaria (Cigs) per il 2020, grazie alla previsione di nuovi fondi.

Agevolate, infine, le nuove assunzioni in diversi comparti pubblici, come la Sanità, per coprire i posti di chi andrà in pensione anticipata.

Prescrizione contributi dipendenti pubblici dal 2022

Il decreto in materia di pensioni e reddito di cittadinanza dispone la non applicazione, fino al 31 dicembre 2021, della prescrizione contributiva per i dipendenti pubblici, per i periodi di competenza fino al 31 dicembre 2014. In pratica, la norma sospende la prescrizione dei contributi omessi, e il diritto all’integrale trattamento pensionistico del lavoratore, concedendo più tempo all’amministrazione per la sistemazione della posizione assicurativa dei propri dipendenti.

Assegni familiari: richiesta solo online

Addio al vecchio modello cartaceo da chiedere al datore di lavoro: dal 1° aprile 2019, gli assegni al nucleo familiare Anf possono essere richiesti soltanto online, con la nuova procedura Anf Dip, o inviati tramite patronato. Non cambia la liquidazione, che avviene, normalmente, ad opera del datore di lavoro.

Per approfondire: Assegni al nucleo familiare.

Decreto pensioni e reddito di cittadinanza: emendamenti approvati

Concluso l’esame degli emendamenti al decreto in materia di pensioni e reddito di cittadinanza, da parte della commissione Lavoro e Affari sociali della Camera; il provvedimento sarà portato dal relatore in Aula lunedì mattina, per poi tornare al Senato per la seconda lettura e per essere approvato in via definitiva entro il 29 marzo.

Ecco le principali modifiche al decreto:

  • sì al riscatto agevolato della laurea anche dopo i 45 anni;
  • la pensione di cittadinanza potrà essere ritirata in contanti alle Poste o in banca, senza bisogno di utilizzare la carta RdC, e potrà essere riconosciuta ai nuclei familiari i cui componenti abbiano almeno 67 anni o siano disabili;
  • per le famiglie con disabili gravi o non autosufficienti, è previsto un incremento dell’importo massimo della quota base di reddito di cittadinanza erogabile (in presenza di almeno quattro componenti il nucleo familiare) da 1.050 euro a 1.100 euro mensili;
  • working poor assimilato alla disoccupazione: in sostanza, chi lavora, ma ha un reddito così basso da non essere tassato (no tax area: le detrazioni sono più alte dell’Irpef dovuta), ha diritto a beneficiare delle misure di politica attiva del lavoro come chi è in possesso dello stato di disoccupazione perché privo d’impiego;
  • stop al reddito di cittadinanza per chi ha subito una misura cautelare personale, anche adottata all’esito di convalida dell’arresto o del fermo, o una condanna, anche con sentenza non definitiva;
  • niente reddito di cittadinanza per chi ha immobili di valore superiore a 30mila euro, anche all’estero.

Decreto pensioni e reddito di cittadinanza: modifiche

Sono davvero numerose le proposte di modifica al decreto sul reddito di cittadinanza e sulle pensioni [36] , che deve essere a breve convertito in legge.

In particolare:

  • per le donne con figli, è previsto uno sconto di 4 mesi di contributi per ogni figlio, sino a un massimo di 12 mesi, valido sia per la pensione anticipata che per quella di vecchiaia;
  • per quanto riguarda il riscatto agevolato degli anni di laurea, lo si vorrebbe estendere agli over 45;
  • per quanto riguarda la pensione di cittadinanza, la si vorrebbe concedere anche ai pensionati over 67 che convivono con un disabile che ha meno di 67 anni;
  • per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, è stato chiesto che il bonus bebè e il buono nido non siano sommati alle entrate familiari nelle domande per il sussidio e nella determinazione del reddito spettante.

Con la conversione in legge del decreto, sapremo se le proposte verranno accolte.

Domanda reddito di cittadinanza

Dal 6 marzo 2019 è possibile presentare la domanda di reddito di cittadinanza: l’Inps ha predisposto il modulo di domanda, SR 180, che si può scaricare anche dal sito web dell’istituto in formato pdf.

Le domande possono essere presentate alle Poste, presso i Caf o tramite il portale redditodicittadinanza.gov.it (l’accesso è possibile con Spid).

A breve sarà prevista anche la possibilità di presentare la domanda di reddito di cittadinanza assieme alla dichiarazione Isee, online tramite sito web dell’Inps.

Le informazioni contenute nella domanda del reddito di cittadinanza devono essere comunicate dal sito web, dalle Poste o dal Caf all’Inps, entro 10 giorni lavorativi dalla richiesta.

Per il riconoscimento del beneficio, l’Inps deve verificare, entro 5 giorni lavorativi dalla data di comunicazione, il possesso dei requisiti d’accesso. I Comuni, inoltre, devono verificare i requisiti di residenza e di soggiorno e devono comunicare l’esito della verifica.

Le domande per il reddito possono essere inviate ogni mese.

Contributi 2019 artigiani e commercianti

Cambia il reddito minimale, che arriva a 15.878 euro, ed aumentano le aliquote contributive (cioè le percentuali relative ai contributi previdenziali da pagare, che devono essere applicate sul reddito) dovute per l’anno 2019 dagli iscritti alle gestioni speciali degli artigiani e dei commercianti: anche quest’anno, dunque, continuano a salire i contributi Inps a carico di artigiani e commercianti. Lo ha comunicato l’istituto stesso, con una circolare recentemente pubblicata [37].

Artigiani e commercianti, però, possono beneficiare della riduzione contributiva, se aderiscono al nuovo regime forfettario: si tratta di una riduzione dei contributi complessivamente dovuti all’Inps, pari al 35%. Questa riduzione, però, non sempre si traduce in un vantaggio, perché determina un minor ammontare dei contributi accreditati per la pensione: in parole semplici, per colpa della riduzione dei contributi si ottiene una pensione più bassa, e si può addirittura arrivare più tardi al pensionamento.

Per approfondire: Contributi Inps 2019 Commercianti e Artigiani

Quota 100: le istruzioni dell’Inps

L’Inps, con una nuova circolare [35], ha illustrato le disposizioni principali relative alla pensione con quota 100,  la nuova tipologia di pensionamento introdotta dal decreto-legge in materia di reddito di cittadinanza e pensioni [36], che prevede dei requisiti flessibili per uscire dal lavoro. Per pensionarsi, difatti, è sufficiente aver compiuto 62 anni di età e possedere 38 anni di contributi.

I 38 anni di contributi, peraltro, possono essere raggiunti anche attraverso il cumulo dei versamenti presenti in gestioni previdenziali diverse, se amministrate dall’Inps: ai fini del diritto alla pensione, sono sommati tutti i periodi non coincidenti, mentre ai fini della misura, cioè dell’importo del trattamento, valgono tutti i contributi accreditati. Nessuna penalizzazione è prevista nel calcolo della pensione, né il ricalcolo contributivo del trattamento.

L’uscita con Quota 100 è differita a causa dell’applicazione delle cosiddette finestre, dei periodi di attesa che cambiano a seconda della categoria di appartenenza del lavoratore e della data di perfezionamento dei requisiti per la pensione.

Inoltre, la pensione Quota 100 è sospesa per chi produce redditi di lavoro dipendente e autonomo (esclusi i redditi derivanti da attività di lavoro autonomo occasionale, sino a 5mila euro annui).

Per fare il punto della situazione: Quota 100, istruzioni Inps.

Come si chiede il reddito di cittadinanza

Il modulo di domanda per il reddito di cittadinanza deve essere predisposto dall’Inps, sentito il ministero del Lavoro, entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto sul reddito di cittadinanza.

Il modulo di domanda deve essere presentato dal richiedente, a partire dal 6 marzo, alle Poste, o presso uno sportello Caf o ancora, telematicamente, attraverso il nuovo portale del reddito di cittadinanza (redditodicittadinanza.gov.it). Si prevede anche la possibilità di presentare la domanda di reddito di cittadinanza assieme alla dichiarazione Isee, anche online tramite sito web dell’Inps, a breve.

Le informazioni contenute nella domanda del reddito di cittadinanza devono essere comunicate dal sito web, dalle Poste o dal Caf all’Inps, entro 10 giorni lavorativi dalla richiesta.

Per il riconoscimento del beneficio, l’Inps deve verificare, entro 5 giorni lavorativi dalla data di comunicazione, il possesso dei requisiti d’accesso. I Comuni, inoltre, devono verificare i requisiti di residenza e di soggiorno e devono comunicare l’esito della verifica.

In Gazzetta ufficiale il decreto quota 100

Con la pubblicazione del decreto-legge in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni [1], cambia notevolmente il panorama delle possibilità per chi vuole uscire dal lavoro. Alla pensione anticipata ordinaria e per i lavoratori precoci, alle quali non si applicheranno, peraltro, gli adeguamenti alla speranza di vita fino al 2026, si aggiunge una nuova possibilità di pensionarsi prima: si tratta della cosiddetta quota 100, che può essere ottenuta, sino al 2021, con un minimo di 62 anni di età e di 38 anni di contributi.
Sono poi state accolte le istanze delle lavoratrici che vogliono anticipare la quiescenza, con la proroga dell’opzione donna: questo regime sperimentale di pensionamento offre la possibilità di percepire il trattamento con 58 anni di età e 35 di contributi, 59 anni di età e 35 di contributi per le lavoratrici autonome. In cambio, però, l’assegno di pensione è ricalcolato con il sistema contributivo. Prorogato anche l’Ape sociale, cioè l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che può essere richiesto a partire dal 63 anni di età.
Ai lavoratori ai quali non mancano più di 3 anni alla quota 100, poi, è data la possibilità di beneficiare di un prepensionamento, sostenuto dall’azienda e dai fondi di solidarietà bilaterali.
La nuova normativa ha inoltre reintrodotto le finestre, dei periodi di attesa che partono dalla maturazione dell’ultimo requisito utile alla pensione sino alla liquidazione del trattamento.

Riscatto agevolato degli anni di laurea

Per gli under 45, è possibile riscattare gli anni di laurea anche ai soli fini dell’incremento dell’anzianità contributiva, cioè ai fini del diritto alla pensione, non della sua misura.

I periodi devono essere valutati con il sistema contributivo.

In quest’ipotesi, il costo del riscatto è costituito dal versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari all’imponibile minimo vigente nella gestione Inps Commercianti (15.710 euro per il 2018), moltiplicato per l’aliquota
valida presso il fondo pensione lavoratori dipendenti.

Si deve far riferimento ai valori vigenti alla data di presentazione della domanda. In pratica, ipotizzando che l’imponibile 2019 sia pari a 15.710 euro (il minimale 2019 non è ancora stato reso noto dall’Inps), per calcolare il costo di un anno di riscatto si deve eseguire quest’operazione: 15710 x 33%, dunque per ogni anno riscattato si pagano 5.185 euro circa.

In base a quanto annunciato, la conversione in legge del decreto pensioni prevede l’ampliamento del riscatto agevolato, offrendo la possibilità di richiederlo ai lavoratori sino a 50 anni di età.

Finestre per la quota 100

La pensione quota 100 inizierà ad essere corrisposta da aprile 2019. Per evitare l’esodo di massa dei lavoratori con l’uscita anticipata quota 100, sono state reintrodotte le finestre di attesa, che spostano la decorrenza della pensione. In particolare:

  • i lavoratori del settore privato che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2018, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione il 1° aprile 2019;
  • i lavoratori del settore privato che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2019, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione trascorsi tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti stessi;
  • i dipendenti pubblici che maturano i requisiti entro l’entrata in vigore del decreto pensioni, conseguono il diritto alla decorrenza della pensione il 1° agosto 2019;
  • i dipendenti pubblici che maturano i requisiti dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto, conseguono il diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico trascorsi 6 mesi dalla data di maturazione dei requisiti stessi;
  • la domanda di collocamento a riposo, per i dipendenti pubblici, deve essere presentata all’amministrazione di appartenenza con un preavviso di sei mesi;
  • per i dipendenti del comparto scuola si applica la finestra unica di uscita.

In base a quanto esposto nel decreto, dunque, escluse le finestre per i dipendenti della scuola, e la finestra del 1° aprile e del 1° agosto, rispettivamente dedicate ai lavoratori del settore privato e pubblico, le ulteriori finestre dovrebbero essere mobili, e non finestre fisse.

Sul punto, però, sarebbe opportuno un chiarimento.

Come funziona il divieto di cumulo tra lavoro e pensione quota 100?

In base alle disposizioni del pacchetto previdenza, per chi richiede la pensione quota 100 sarà previsto il parziale divieto di lavorare. Non sarà, però, un divieto di cumulo assoluto tra lavoro e pensione, ma un divieto di cumulo relativo.

Nel dettaglio, il divieto di cumulo tra lavoro e pensione quota 100 sarà operativo solo sino al compimento dell’età pensionabile, dal 2019 pari a 67 anni, ma parziale.

La disposizione sul cumulo dei redditi tra pensione quota 100 e lavoro non è, ad ogni modo chiarissima; in particolare:

  • secondo gli esperti, si potranno percepire redditi di lavoro autonomo e dipendente sino a 5mila euro annui, più redditi di lavoro autonomo occasionale;
  • confrontando l’attuale disposizione con quella della precedente formulazione del decreto pensioni, sembrerebbe invece che non si possano percepire redditi di lavoro autonomo e dipendente, ma solo redditi di lavoro autonomo occasionale sino a 5mila euro annui.

Reddito di cittadinanza: quando e come richiederlo

Il modulo di domanda per il reddito di cittadinanza deve essere predisposto dall’Inps, sentito il ministero del Lavoro, entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto sul reddito di cittadinanza, in via di approvazione.

Il modulo di domanda deve essere presentato dal richiedente alle Poste, o presso uno sportello Caf. Si prevede anche la possibilità di presentare la domanda di reddito di cittadinanza assieme alla dichiarazione Isee, anche online tramite sito web dell’Inps, a breve.

Le informazioni contenute nella domanda del reddito di cittadinanza devono essere comunicate dal sito web, dalle Poste o dal Caf all’Inps, entro 10 giorni lavorativi dalla richiesta.

Per il riconoscimento del beneficio, l’Inps deve verificare, entro 5 giorni lavorativi dalla data di comunicazione, il possesso dei requisiti d’accesso. I Comuni, inoltre, devono verificare i requisiti di residenza e di soggiorno e devono comunicare l’esito della verifica.

Per sapere tutto sul nuovo sussidio, dalla A alla Z: Reddito di cittadinanza 2019.

Pensione anticipata: riscatto dei periodi scoperti con pace contributiva

Pensionarsi prima coprendo tutti i periodi senza contributi dal 1996 in poi, grazie a una nuova possibilità di riscatto: si tratta di una misura appena introdotta nel cosiddetto “pacchetto previdenza”, il decreto in materia di riforma delle pensioni che sarà, con tutta probabilità, approvato entro metà gennaio 2019, finalizzata ad anticipare l’uscita dal lavoro senza incidere notevolmente sulle casse pubbliche.

In pratica, i lavoratori con periodi scoperti da versamenti potrebbero riscattare tutti i buchi contributivi a partire dal 1996. Nei riscatti saranno compresi tutti gli intervalli non lavorati e non coperti da contribuzione figurativa o da altro tipo di contribuzione, anche non compresi nelle attuali ipotesi di riscatto, come gli anni di laurea o i periodi di aspettativa non retribuita. Questo “riscatto universale” risulta di fatto più simile al versamento di contributi volontari retroattivo che al riscatto vero e proprio, considerando che non richiede particolari requisiti relativi agli intervalli di tempo non coperti da versamenti previdenziali.

Il costo del nuovo riscatto, che dovrà essere calcolato col sistema contributivo, risulterà ridotto rispetto all’attuale costo del riscatto dei contributi, in quanto non sono previsti interessi e sanzioni: per questo motivo la proposta è stata ribattezzata “pace contributiva”, in analogia con la pace fiscale. Inoltre, il costo del riscatto potrà essere detratto al 50% dall’Irpef, in 5 rate annuali. La finalità del riscatto “scontato” è quella di favorire l’uscita dal lavoro, grazie all’aumento dei versamenti utili per il diritto alla pensione; l’intervento dovrebbe servire a finanziare, almeno in parte, la pensione quota 100 e la pensione di cittadinanza.

Per saperne di più: Pensione anticipata con pace contributiva; chi potrà riscattare i periodi non contribuiti, con quali costi, quali periodi potranno essere coperti.

Come si rivaluta la pensione dal 2019

Le pensioni che superano di 3 volte il trattamento minimo subiscono una riduzione della rivalutazione, che dal 2019 cambia, rispetto agli adeguamenti applicati in precedenza. Nel dettaglio:

  • per le pensioni fino a 3 volte il minimo, l’adeguamento è pari al 100%;
  • per le pensioni oltre 3 e fino a 4 volte il minimo è del 97%;
  • per le pensioni oltre 4 e fino a 5 volte il minimo è del 77%;
  • per le pensioni oltre 5 e fino a 6 volte il minimo è del 52%;
  • per le pensioni oltre 6 e fino a 8 volte il minimo è del 47%;
  • per le pensioni oltre 8 e fino a 9 volte il minimo è del 45%;
  • per le pensioni oltre 9 volte il minimo è del 40%.

In pratica, con questo sistema, chi possiede una pensione pari a 1.600 euro dal 2019 beneficia dell’applicazione di una rivalutazione pari al 100% dell’inflazione sui primi 1530 euro (3 volte il minimo nel 2019), mentre per l’importo che supera 3 volte il trattamento minimo ottiene una rivalutazione pari al 97% dell’inflazione.

Questi nuovi adeguamenti non saranno applicati da subito dall’Inps, a causa dell’approvazione tardiva della nuova normativa. Per il mese di gennaio 2019 saranno invece applicati i vecchi adeguamenti, cioè quelli che sarebbero rientrati in vigore dal 2019 in assenza della nuova legge.

Nel dettaglio:

  • le fasce di importo fino a 3 volte il trattamento minimo saranno rivalutate in misura pari al 100% dell’inflazione;
  • per le fasce d’importo tra 3 e 5 volte il minimo si applicherà il 90% dell’inflazione;
  • per le fasce d’importo superiore a 5 volte il minimo si applicherà il 75% dell’inflazione.

Rivalutazione della pensione 2019

Dal 2019 tutte le pensioni e le prestazioni riconosciute dall’Inps, se inferiori a 3 volte il trattamento minimo, aumentano dell’1,1% grazie all’applicazione del meccanismo di perequazione. Ricordiamo che la rivalutazione, o perequazione della pensione, consiste nell’adeguamento dell’importo del trattamento all’inflazione. Con l’attuale normativa, l’adeguamento della pensione in misura pari al 100% dell’inflazione è applicato soltanto ai trattamenti d’importo sino a 3 volte il minimo, ossia sino a 1.522,26 euro mensili (valore 2018; per il 2019 il valore previsto è pari a 1539 euro).

Come si rivaluta la pensione dal 2019?

Le pensioni che superano di 3 volte il trattamento minimo subiscono una riduzione della rivalutazione, che dal 2019 cambia, rispetto agli adeguamenti applicati in precedenza. Nel dettaglio:

  • per le pensioni fino a 3 volte il minimo, l’adeguamento è pari al 100%;
  • per le pensioni oltre 3 e fino a 4 volte il minimo è del 97%;
  • per le pensioni oltre 4 e fino a 5 volte il minimo è del 77%;
  • per le pensioni oltre 5 e fino a 6 volte il minimo è del 52%;
  • per le pensioni oltre 6 e fino a 8 volte il minimo è del 47%;
  • per le pensioni oltre 8 e fino a 9 volte il minimo è del 45%;
  • per le pensioni oltre 9 volte il minimo è del 40%.

In pratica, con questo sistema, chi possiede una pensione pari a 1.600 euro dal 2019 beneficia dell’applicazione di una rivalutazione pari al 100% dell’inflazione sui primi 1530 euro (3 volte il minimo nel 2019), mentre per l’importo che supera 3 volte il trattamento minimo ottiene una rivalutazione pari al 97% dell’inflazione.

Per saperne di più: Come cambiano gli importi delle pensioni dal 2019.

Aumento pensioni 2019

Nel dettaglio, le pensioni riconosciute dall’Inps, nel 2019, aumenteranno in questo modo, salvo interventi del Governo:

  • pensioni fino a 3 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari all’1,1%;
  • pensioni di importo da 3 a 4 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari all’1,067%;
  • pensioni di importo da 4 a 5 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari allo 0,847%;
  • pensioni di importo da 5 a 6 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari allo 0,572%;
  • pensioni di importo da 6 a 8 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari allo 0,517%;
  • pensioni di importo da 8 a 9 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari allo 0,495%;
  • pensioni di importo oltre 9 volte il minimo: si applicherà un tasso di rivalutazione pari allo 0,44%.

Taglio pensioni d’oro 2019

Le pensioni più elevate, d’importo superiore a 100mila euro annui (circa 5mila euro netti al mese), subiranno un taglio fisso in misura percentuale per 5 anni, con l’applicazione di un contributo di solidarietà.

Nello specifico, il taglio delle pensioni d’oro dovrebbe funzionare in questo modo:

  • pensione tra 100 e 130mila euro: taglio dell’assegno pari al 15% per la parte eccedente i 100mila euro;
  • pensione tra 130 e 200mila euro: taglio dell’assegno pari al 15% per la parte eccedente i 100mila euro, taglio dell’assegno pari al 25% per la parte eccedente i 130mila euro;
  • pensione tra 200 e 350mila euro: taglio dell’assegno pari al 15% per la parte eccedente i 100mila euro, taglio dell’assegno pari al 25% per la parte eccedente i 130mila euro, taglio dell’assegno pari al 30% per la parte eccedente i 200mila euro;
  • pensione tra 350 e 500mila euro: taglio dell’assegno pari al 15% per la parte eccedente i 100mila euro, taglio dell’assegno pari al 25% per la parte eccedente i 130mila euro, taglio dell’assegno pari al 30% per la parte eccedente i 200mila euro, taglio dell’assegno pari al 35% per la parte eccedente i 350mila euro;
  • pensione oltre i 500mila euro: taglio dell’assegno pari al 15% per la parte eccedente i 100mila euro, taglio dell’assegno pari al 25% per la parte eccedente i 130mila euro, taglio dell’assegno pari al 30% per la parte eccedente i 200mila euro, taglio dell’assegno pari al 35% per la parte eccedente i 350mila euro, taglio del 40% dell’assegno per la parte eccedente i 500mila euro.

Le pensioni calcolate col sistema integralmente contributivo non saranno tagliate.

Congedo straordinario Legge 104 per il figlio non convivente

La Corte Costituzionale, con una recente sentenza [33], consente anche al figlio non convivente al momento della domanda la possibilità di fruire del congedo straordinario legge 104, ossia del congedo, pari a un massimo di 2 anni nella vita lavorativa, per assistere familiari disabili .

In particolare, la Corte ha dichiarato la parziale incostituzionalità del testo unico maternità-paternità [34], nella parte in cui non elenca tra i beneficiari del congedo straordinario il figlio che, al momento della presentazione della richiesta, ancora non convive con il genitore con handicap grave, se instaura la convivenza successivamente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, del padre e della madre, anche adottivi, dei figli conviventi, dei fratelli e delle sorelle conviventi, dei parenti o affini entro il terzo grado conviventi, legittimati a richiedere il beneficio in via prioritaria secondo l’ordine determinato dalla legge.

Quota 100 e opzione donna per la scuola

Le novità in materia di pensioni, che saranno presto operative col pacchetto previdenza, interesseranno il personale del comparto scuola soltanto in parte: sia la nuova pensione anticipata con quota 100, che la proroga dell’opzione donna, saranno attuate in due fasi per i dipendenti delle istituzioni scolastiche.

Se quanto previsto dalla nuova normativa sarà confermato, difatti, potrà pensionarsi da settembre 2019 soltanto chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 marzo 2019: questa data vale non solo per la nuova pensione anticipata con quota 100, ma anche per la pensione anticipata ordinaria e per la pensione di anzianità con opzione donna. Chi maturerà i requisiti dopo il 31 marzo 2019 dovrà invece attendere settembre 2020 per la pensione.

Questa particolare disciplina è dovuta al fatto che il personale della scuola è soggetto a delle regole speciali in materia di pensionamento, in quanto l’uscita dal lavoro è basata sul calendario scolastico.

Oltre la metà di chi, appartenente al comparto scuola, sarebbe dovuto uscire nel 2019 con quota 100 e opzione donna, secondo le stime dei sindacati, rimarrà fuori a causa della previsione della finestra unica. Per il personale delle istituzioni scolastiche ci sono, però, anche delle buone notizie:è prevista, difatti, la possibilità di incassare il Tfs o il Tfr (cioè il trattamento di fine servizio ed il trattamento di fine rapporto) immediatamente, con un finanziamento bancario i cui interessi saranno a carico dello Stato.

Per presentare le domande di cessazione dal servizio, in ogni caso, il tempo è poco: la data fissata per l’invio delle istanze online con la procedura web Polis è difatti il 12 dicembre 2018 per insegnanti e personale Ata, mentre i dirigenti scolastici hanno tempo sino al 28 febbraio 2019.

Per saperne di più: Quota 100 scuola.

Pacchetto previdenza: le novità

Pensionamenti con quota 100 solo per 3 anni, sino al 2022- 2023, poi pensione anticipata con 41 anni di contributi per tutti: è questa una delle principali novità del cosiddetto pacchetto previdenza, che sarà presentato a breve.

In buona sostanza, la possibilità di ottenere la pensione quando la quota, cioè la somma degli anni di contributi e dell’età, è almeno pari a 100 (con un’età minima di 62 anni ed un minimo di 38 anni di versamenti), sarà operativa soltanto per un triennio. Al termine dei 3 anni, al posto della quota 100 si potrà ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi.

Ad oggi, la possibilità di ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi, o quota 41, esiste già, ma è riservata a particolari categorie tutelate di lavoratori precoci: dal 2022-2023, invece, la quota 41 sarà per tutti, compresi i lavoratori non precoci, cioè che non possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età.

Ma le novità del pacchetto previdenza non finiscono qui: oltre alla quota 100 solo per 3 anni, è stata confermata la proroga dell’opzione donna, ma per un anno soltanto anziché 3, e la proroga dell’Ape sociale.

Blocco degli adeguamenti alla speranza di vita, inoltre, per la pensione anticipata ordinaria, che resterà ferma a 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne, ed a 42 anni e 10 mesi per gli uomini.

Rivalutazione pensione 2019: come cambiano gli importi degli assegni

Nuovo aumento delle pensioni nel 2019, grazie alla perequazione, cioè al nuovo adeguamento delle pensioni all’inflazione (o meglio all’indice Istat Foi, l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati). Grazie alle perequazioni, nel dettaglio, tutte le prestazioni riconosciute dall’Inps aumenteranno sino a un massimo dell’1,1%, in base all’importo dell’assegno.

A crescere saranno non solo le pensioni dirette (di vecchiaia, di anzianità e anticipata), ma anche l’assegno e la pensione d’invalidità , l’assegno sociale e la pensione di reversibilità. Tra l’altro, le prestazioni che sono soggette a limiti di cumulo con gli altri redditi, come la reversibilità e la pensione d’invalidità, subiranno delle riduzioni più basse.

Per le pensioni più alte, poi, torna il vecchio meccanismo di rivalutazione del trattamento, più generoso rispetto a quello attualmente previsto, con un adeguamento al costo della vita che va dal 100% al 75% dell’inflazione, secondo l’importo dell’assegno, e non dal 100% al 45%. Sulle pensioni alte, però, pende anche la spada di Damocle del possibile intervento relativo al taglio delle pensioni d’oro, che potrebbe comportare l’applicazione di un contributo di solidarietà e l’applicazione di un differente meccanismo di rivalutazione del trattamento.

Per quanto riguarda le pensioni ancora da calcolare, invece, relativamente al calcolo contributivo le novità sono due, una positiva e una negativa: da una parte, la maggiore rivalutazione dei contributi accantonati, superiore all’1,3%. Dall’altra, il calo dei coefficienti di trasformazione, che trasformano i contributi accantonati in pensione.

Per saperne di più: Come cambiano gli importi delle pensioni nel 2019.

Quota 100: limiti per risparmiare sulla manovra

Il Governo inizia a frenare sulla quota 100: questo nuovo intervento, che consente di ottenere la pensione quando la quota, cioè la somma di età e contribuzione, è almeno pari a 100, comporta difatti dei costi elevati. Per diminuire la spesa sono stati allora previsti, per l’accesso alla quota 100, limiti per risparmiare sulla riforma pensioni.

Innanzitutto, non basta il solo requisito della quota, per ottenere il trattamento di pensione, ma è necessario anche possedere una contribuzione minima pari a 38 anni ed aver compiuto almeno 62 anni. In merito ai contributi, potrebbe essere introdotto, poi, un nuovo limite, ossia un tetto massimo di contributi figurativi da utilizzare, pari a 2 o 3 anni.

È stato poi introdotto il divieto di cumulare il reddito di pensione con il reddito da lavoro: ad oggi, si parla di un cumulo limitato, che consentirebbe al pensionato un reddito di lavoro annuo non superiore a 5mila euro, per i primi 3 anni dal pensionamento. Per tagliare le spese si vorrebbe però introdurre un vero e proprio divieto di lavorare sino al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia, pari a 67 anni dal 2019.

Infine, l’accesso alla pensione è stato ritardato, attraverso l’introduzione delle cosiddette finestre di attesa: le prime uscite dovrebbero partire da aprile 2019.

Quota 100: le stime ufficiali su quanto si perde

L’ultima stima proposta sulle eventuali perdite con quota 100 è al momento quella dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, basata su un campione statistico approssimativo.

Scegliere quota 100 può costare, in termini di minore pensione, dal 5,6% nel caso in cui l’uscita dal lavoro si anticipi di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Bisogna però considerare che con quota 100 la pensione viene intascata per qualche anno in più rispetto agli altri pensionati che restano al lavoro per più tempo, sino all’età per la pensione di vecchiaia: andare in pensione prima significa dunque “prendere di più” dall’Inps.

In parole semplici, la perdita reale, considerando anche le somme percepite in più, va dallo 0,22% di chi si pensiona nel 2019 anziché aspettare il 2020, sino all’8,65% per chi nel 2019 anticipa di 6 anni la pensione.

Bisogna comunque considerare la perdita legata alla ridotta possibilità di cumulare la pensione quota 100 col reddito derivante dall’attività lavorativa.

Secondo una recentissima proposta, il divieto di cumulo dovrebbe durare per 36 mesi e non più per 24 mesi.

Pensione 2019: rivalutazione dei contributi

Cresce la rivalutazione dei contributi accantonati presso l’Inps: il ministero del Lavoro ha difatti comunicato ufficialmente il tasso di capitalizzazione, cioè il valore da utilizzare per rivalutare i contributi relativi alle pensioni che avranno decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019.

Il tasso di capitalizzazione corrisponde all’andamento della crescita nominale del prodotto interno lordo (Pil) degli ultimi 5 anni.

Il tasso ufficiale indicato dall’Istat, che si applica ai montanti contributivi (cioè alla somma dei contributi) accantonati al 31 dicembre 2017, è pari a 1,013478: in pratica, i lavoratori che si pensionano nel 2019 devono rivalutare il montante contributivo accreditato al 31 dicembre 2017 dell’1,3478%.

I lavoratori che si pensionano nel 2019 non devono, invece, rivalutare i contributi versati nel 2018, cioè nell’ultimo anno di lavoro prima di accedere alla pensione.

La rivalutazione per chi si pensiona nel 2019, pari all’1,3478%, pur rappresentando un miglioramento è ancora parecchio distante dai valori dei primi anni duemila, precedenti alla crisi, quando si registravano incrementi annui del 4-5%.

Per sapere, nel dettaglio, come funziona il calcolo contributivo, come rivalutare i contributi anno per anno, quali sono i coefficienti di trasformazione legati all’età: Pensione rivalutazione 2019.

Novità riforma pensioni: pensione anticipata con finestre

In base a quanto previsto nel “pacchetto previdenza”, la pensione anticipata ordinaria non subirà un aumento dei requisiti, che restano fermi a:

  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini;
  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne.

La decorrenza, però, sarà spostata in avanti di 3 mesi con l’applicazione delle finestre.

Novità riforma pensioni 2019: pace contributiva

In arrivo la pace contributiva, cioè la possibilità di riscattare i periodi scoperti da versamenti previdenziali dal 1996 in poi, per chi possiede almeno 20 anni di contributi.

Per approfondire: Pace contributiva.

Novità riforma pensioni 2019: pensioni d’oro

Per le pensioni più alte ritorna il contributo di solidarietà. Il prelievo durerà 5 anni e sarà modulato in 5 aliquote progressive.

Ecco come funzionerà:

  • per le pensioni da 90mila euro annui sino a 130 mila euro: aliquota 8-10%
  • per le pensioni da 130mila euro annui sino a 200 mila euro: aliquota 12-14%
  • per le pensioni da 200mila euro annui sino a 350 mila euro: aliquota 14-16%
  • per le pensioni da 350mila euro annui sino a 500 mila euro: aliquota 16-18%
  • per le pensioni oltre i 500mila euro annui: aliquota del 20%.

Novità riforma pensione 2019: quota 100

Ecco le ultime novità emerse, in merito alla quota 100, dal cosiddetto “pacchetto previdenza”:

  • sarà possibile lavorare anche dopo la liquidazione della pensione, ma per 24 mesi non potranno essere conseguiti redditi di lavoro superiori a 5mila euro annui;
  • sarà possibile ottenere la quota 100 col cumulo dei contributi, ma senza contare i versamenti effettuati nelle casse professionali;
  • sono previste 4 finestre di uscita (una ogni 3 mesi) per i lavoratori del settore privato, due finestre l’anno per i dipendenti pubblici e una finestra annuale per il personale della scuola;
  • nessuna penalità per il calcolo della pensione, eventuali perdite sono eventualmente collegate al minor versamento dei contributi e alle minori rivalutazioni; per capire meglio: Quota 100, quanto si perde?
  • niente quota 100 per chi è già beneficiario dell’isopensione.

Taglio pensioni d’oro con contributo di solidarietà e riduzione perequazione

In base alla più recente proposta di taglio delle pensioni d’oro, sarebbero penalizzate tutte le pensioni nette superiori a 4500 euro mensili,  a prescindere dall’età del pensionamento, attraverso l’applicazione di un contributo di solidarietà sino al 20%.

Inoltre, per le pensioni superiori a 9 volte il trattamento minimo (cioè superiori a 4.566,78 euro mensili) dovrebbe essere abbattuto l’adeguamento al costo della vita dal 25% al 50%.

Per approfondire: Taglio pensioni d’oro 2019.

Pensione quota 100: numero chiuso?

Dopo che l’Unione Europea ha chiesto di modificare la manovra, è molto probabile che ci sarà un ridimensionamento delle risorse destinate alla quota 100. Tra le varie ipotesi allo studio, potrebbe essere prevista una quota 100 non solo con 4 finestre fisse annuali, in modo da dilazionare le uscite dal lavoro, ma anche con una sorta di numero chiuso.

In pratica, le domande di pensione potrebbero essere accolte nei limiti della capienza delle risorse stanziate, pari, in base a quanto reso noto sinora, a 6,7 miliardi di euro nel 2019 ed a 7 miliardi nel 2020. Nel caso in cui fondi avanzino, le risorse residue potrebbero essere convogliate nell’anno successivo, e così via, con il passaggio a regime della quota 100.

Ad ogni modo, il sottosegretario al lavoro, Claudio Durigon, ha ribadito che, nonostante le indicazioni dell’agenzia Moody’s, che ha classificato la quota 100 come una misura temporanea, il pensionamento con quota 100 è una misura strutturale e permanente, che non scadrà dopo un anno.

La pensione quota 100 sarà dunque accessibile a tutti o no? Il tetto massimo di spesa non dovrebbe determinare un numero chiuso vero e proprio, ma solo uno slittamento delle domande di pensione non accolte alla finestra, o all’anno successivo.

Quanto si perde con quota 100: campagna informativa Inps per scoraggiare i pensionamenti

Nel frattempo, il presidente dell’Inps Tito Boeri, per scoraggiare un’uscita dal lavoro di massa con la quota 100, sta preparando una campagna informativa destinata agli aspiranti pensionati, con le proiezioni di quanto si andrebbe a perdere anticipando la pensione. Ma quanto si perde anticipando la pensione con quota 100?

In base alle proiezioni dei nostri esperti, non esiste una risposta uguale per tutti, ma dipende:

  • da quanti sono gli anni di anticipo del pensionamento (Boeri confronta il pensionamento a 62 anni col pensionamento a 67 anni, quindi con ben 5 anni di differenza; c’è chi, però, potrebbe comunque pensionarsi prima dei 67 anni, con la pensione anticipata ordinaria Fornero: in questi casi lo scarto sarebbe minore del 21% circa ipotizzato da Boeri);
  • dall’ammontare delle ultime retribuzioni o redditi: Boeri ha ipotizzato una crescita costante, ma le retribuzioni, a fine carriera, potrebbero anche crollare, ad esempio per la richiesta di un part time; in queste ipotesi, chi resta al lavoro vede addirittura diminuire, e non aumentare, la quota retributiva di pensione;
  • per quanto riguarda la quota di pensione da calcolare col sistema contributivo, una penalizzazione, nell’anticipo dell’uscita, sussiste sempre, in quanto chi prima esce versa meno contributi, ottiene minori rivalutazioni ed un coefficiente di trasformazione (la cifra che trasforma la somma dei contributi in assegno di pensione, che cresce all’aumentare dell’età) più basso; la penalizzazione, in termini di “mancato guadagno”, dipende dall’età al momento del pensionamento e dall’ammontare dei redditi, o stipendi.

Per saperne di più: Quanto si perde con la quota 100?

Pensione quota 100: solo per il 2019?

Quota 100 sarà solo per chi riuscirà ad “acchiappare” una delle finestre fisse di uscita previste nel 2019, a partire da febbraio: è quanto emerge dalle considerazioni dell’agenzia di rating Moody’s, in occasione del declassamento dell’Italia. In particolare, riferisce l’agenzia «L’opzione per il pensionamento anticipato è apparentemente una misura one-off, disponibile solo il prossimo anno». Come mai la quota 100 dovrebbe essere valida soltanto nel 2019?

A detta dell’agenzia, il motivo della breve durata della misura è da ricercarsi nei costi elevati che il pensionamento quota 100 comporta, costi destinati a crescere negli anni: inizialmente, difatti, l’impatto della quota 100 sarà ridotto grazie alle finestre, in quanto i pensionati non percepiranno gli assegni dall’Inps per l’annualità intera. La spesa diverrà piena, col diritto alle 13 mensilità di pensione per tutti coloro che usciranno con quota 100 nel 2019, soltanto dal 2020. Considerando, poi, i nuovi pensionamenti del 2020 e degli anni successivi, difficilmente, a detta di Moody’s, il sistema pensionistico italiano reggerà, in modo permanente, l’aumento di spesa che quota 100 dovrebbe comportare: l’impatto dei nuovi costi potrebbe essere sostenibile, invece, nel caso in cui la quota 100 possa essere ottenuta soltanto nel 2019.

Certamente, l’agenzia Moody’s non ha alcun potere legislativo; bisogna anche ricordare che le parti politiche hanno presentato la quota 100 come una misura strutturale, e non destinata a durare soltanto un anno.

Tuttavia, quanto affermato da Moody’s deve essere collegato alla recente risposta del Governo a Bruxelles in merito alla manovra: il Governo, infatti, si è impegnato ad adottare tutte le necessarie misure per non sforare ulteriormente i livelli di deficit del programma.

Quale destino, dunque, per la pensione quota 100: sarà solo per il 2019? Chi è incerto sulla convenienza del pensionamento potrà attendere il 2020 e gli anni successivi? Oppure è meglio cogliere la palla al balzo e “lanciarsi” nella prima finestra disponibile?

Pensionarsi non è uno scherzo, ma è una scelta definitiva: anche se la quota 100 non prevede tagli della pensione, bisogna considerare che chi esce dal lavoro prima perde sempre qualcosa, soprattutto nella quota contributiva della pensione, con riguardo ai contributi non versati ed al coefficiente di trasformazione, la cifra che trasforma i contributi in pensione e che cresce con l’età. Ci si può fare un’idea di quanto si perde leggendo il nostro approfondimento: Quanto si perde con la quota 100?

Bisogna però considerare anche il proprio stato di salute, i problemi familiari, la precarietà del lavoro…Per molti, vale sicuramente il detto: “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Anche perché la gallina, domani, potrebbe non arrivare comunque.

Legge 104: assegno di cura, pensione anticipata, aiuti ai caregiver

Riprendono i lavori, dopo un lungo periodo di stallo, sul Testo unico per il Caregiver familiare: si tratta della normativa che ha il compito di riconoscere la figura del caregiver, ossia della persona che, gratuitamente, assiste un anziano, un disabile o un non autosufficiente; oltre alla definizione del caregiver, con la nuova normativa si dovranno stabilire e organizzare tutti i benefici a favore di chi svolge attività di assistenza familiare.

In particolare, i cinque disegni di legge che dovranno confluire nel Testo unico per il Caregiver familiare [1] prevedono incentivi economici, fiscali, previdenziali e contributi per chi assiste un familiare disabile o non autosufficiente. Dal rimborso delle spese sostenute per l’assistenza, sino a un massimo di 12mila euro all’anno, all’anticipo pensionistico con 30 anni di contributi, ai contributi figurativi per la pensione, sino all’assegno di cura, sono davvero numerose le misure che potrebbero essere attuate a breve.

I disegni di legge alla base del Testo Unico per il caregiver familiare saranno esaminati dalla Commissione Lavoro del Senato: la nuova normativa dovrebbe diventare una sorta di testo unico sull’assistenza, e conterrà, oltre alle agevolazioni illustrate, ed alla definizione della figura di chi presta attività di assistenza gratuita, anche importanti misure per la valorizzazione professionale, l’accesso o il reinserimento lavorativo del caregiver.

Per sapere quali sono le agevolazioni e gli aiuti previsti: Legge 104, le nuove agevolazioni del Testo Unico per i caregiver.

Pensione di cittadinanza e reddito di cittadinanza anche a chi ha la seconda casa

Dopo un primo momento, in cui si era diffusa la notizia che il reddito e la pensione di cittadinanza non spettassero ai proprietari di casa, l’allarme è rientrato: anzi, in base a quanto reso noto nelle recenti indicazioni operative del ministero del Lavoro, il reddito di cittadinanza spetterà anche a chi è proprietario di un secondo immobile (seconda casa, box auto, terreno…), sino, però, al valore massimo di 30mila euro.

Chi è proprietario della prima casa si vedrà, poi, scontata dal reddito di cittadinanza (in base alle più recenti indicazioni, anche dalla pensione di cittadinanza) la quota equivalente a un affitto imputato, che dovrebbe corrispondere a circa 400 euro mensili. Questo perché, come recentemente spiegato dal vicepremier Di Maio, chi non paga l’affitto non ha necessità della quota del reddito di cittadinanza che corrisponde al canone di locazione mensile, pertanto il sussidio deve essere decurtato in modo corrispondente.

In ogni caso, per il diritto al reddito e alla pensione di cittadinanza non si avrà riguardo solo agli immobili posseduti, ma ai redditi prodotti ed al patrimonio del nucleo familiare nel suo complesso: si dovrà dunque far riferimento all’indicatore Isee, e saranno considerati, ai fini della valutazione della situazione economica della famiglia, conti corrente, depositi, libretti e carte prepagate.

Pensione quota 100 da febbraio

Non si dovrà attendere il mese di aprile, ma la quota 100 partirà da febbraio 2019: è quanto stabilito durante il vertice sulla manovra tenutosi nel pomeriggio a Palazzo Chigi. La nuova misura previdenziale, come già specificato nella nota di aggiornamento al Def, consente di andare in pensione una volta raggiunta una quota (somma di età contribuzione) almeno pari a 100, con un’età minima di 62 anni, e purché si possiedano almeno 38 anni di contributi. Quota 100 quindi permetterà di ritirarsi dal lavoro con circa 5 anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla pensione di vecchiaia, per la quale nel 2019 l’età pensionabile sarà aumentata a 67 anni (salvo blocco degli adeguamenti alla speranza di vita). Secondo quanto previsto dall’accordo raggiunto dopo il vertice, la pensione quota 100 da febbraio sarà destinata, potenzialmente, a tutti i lavoratori, e non ci saranno penalizzazioni sull’assegno. Per approfondire: Quota 100 da febbraio.

Pensione quota 100 dal 1° aprile 2019 con finestre fisse

La pensione quota 100 inizierà ad essere corrisposta dal 1° aprile, ma con le finestre: non si tratta di un pesce d’aprile, ma della nuova proposta sull’uscita anticipata con quota 100, volta ad evitare l’esodo di massa dei lavoratori. In particolare, sarebbero previste delle date fisse di uscita ogni 3 mesi: 1° gennaio, 1° aprile, 1° luglio e 1° ottobre, per scaglionare i pensionamenti. In buona sostanza, chi si pensiona con la quota 100 non potrà ricevere il trattamento subito, ma dovrà attendere un arco di tempo, la finestra appunto, tra la maturazione dei requisiti e la liquidazione della pensione. Ma facciamo il punto della situazione sulla pensione quota 100 da aprile 2019 con finestre: come funziona questo nuovo pensionamento anticipato, che cosa sono le finestre, come funzionano le finestre che sono ancora in vigore, come potrebbero funzionare le nuove finestre per la quota 100. Per approfondire: Quota 100 con finestre fisse.

Pensione quota 100: tornano le finestre

In passato si discuteva molto spesso riguardo alle cosiddette finestre per le pensioni: negli ultimi anni, l’argomento ha suscitato scarso interesse perché quasi tutte le finestre sono state abolite dalla legge Fornero. Le finestre, però, potrebbero essere reintrodotte con la quota 100, per evitare l’uscita contemporanea dal lavoro di un enorme numero di persone. Ma che cosa cosa sono queste finestre? Non si tratta, ovviamente, di finestre in senso fisico: la finestra per la pensione, difatti, è un termine di attesa necessario per ricevere il trattamento dall’ente previdenziale. In parole semplici, la finestra è il periodo che trascorre tra la maturazione dei requisiti per la pensione e la liquidazione dell’assegno. Se dall’anno prossimo, con la legge di bilancio 2019, diventerà operativa la pensione quota 100, è probabile che le finestre di attesa siano reintrodotte: in caso contrario, ed in assenza di un tempestivo piano di assunzioni, l’esodo di massa di oltre 400mila lavoratori potrebbe creare dei problemi, soprattutto riguardo ai servizi pubblici essenziali. Ma facciamo il punto della situazione su questi periodi di attesa per il pensionamento: che cos’è la finestra, come funzionano le finestre che sono ancora in vigore, come potrebbe funzionare la finestra pensione quota 100. Per approfondire: pensione quota 100, finestra.

Pensione quota 100 con cumulo dei contributi

La pensione anticipata quota 100, che consentirà l’uscita dal lavoro nel caso in cui la quota, cioè la somma di età e contribuzione, sia almeno pari a 100, sembrerebbe avere parecchie limitazioni. In base a quanto emerge dalla nota di aggiornamento al Def  (Documento di economia e finanza), innanzitutto, non sarà sufficiente raggiungere la quota 100, per ottenere la pensione, ma sarà necessario anche aver maturato 38 anni di contributi ed aver compiuto 62 anni. Nulla di certo si sa sull’applicazione di eventuali penalizzazioni sul trattamento di pensione, che nella nota di aggiornamento al Def non sono menzionate. Non si sa, poi, se la quota 100 sarà raggiungibile o meno attraverso il cumulo dei contributi, cioè sommando la contribuzione presente in gestioni previdenziali differenti. La quota 100 con cumulo dei contributi favorirebbe l’uscita dal lavoro di tutti coloro che hanno avuto una carriera discontinua, con versamenti in casse diverse. Nel caso in cui non sia possibile cumulare i contributi per la quota 100, tutti i lavoratori che hanno versamenti in fondi differenti non potrebbero fruire di questo pensionamento agevolato, a meno che non raggiungano, in almeno un fondo, la quota 100 ed un minimo di 38 anni di contributi, non potendo sommare la contribuzione accreditata in altre gestioni. Per saperne di più: Quota 100 con cumulo.

Pensione quota 100: si può lavorare?

La nuova pensione quota 100, che dovrebbe diventare operativa con la legge di bilancio 2019 e preoccupa l’Europa, potrebbe cambiare ancora, con la previsione di condizioni più severe per ottenerla: in particolare, oltre ai limiti di età e contribuzione, la quota 100 dovrebbe comportare anche il divieto di lavorare. In pratica, si vorrebbe ripristinare il divieto di cumulo tra lavoro e pensione, divieto abolito, per la maggior parte delle pensioni dirette, dal 2008. Non è ancora chiaro, però, se il divieto di cumulo sarà assoluto, come avviene oggi per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, oppure relativo, come avviene per l’assegno ordinario d’invalidità e per alcune pensioni d’inabilità. Non si sa, cioè, se i pensionati che lavoreranno si vedranno soltanto ridurre la pensione, oppure se se la vedranno revocare. Il divieto dovrebbe durare, comunque, sino al compimento dell’età pensionabile, cioè dell’età per la pensione di vecchiaia.. Si discute anche riguardo all’introduzione di penalizzazioni percentuali sulla pensione per chi non ha raggiunto l’età pensionabile. Per approfondire: Pensione quota 100: si può lavorare?

Reddito di cittadinanza: quanto dura?

Il reddito di cittadinanza non sarà una misura a tempo indeterminato, ma avrà una durata limitata, come annunciato nei giorni scorsi dal Vicepremier Di Maio, per spronare i disoccupati alla ricerca attiva di un impiego; inoltre, anche prima della scadenza della misura, saranno disposte verifiche periodiche. Non ci sarà tempo per poltrire sul divano: il disoccupato sarà impegnato in lavori di pubblica utilità ed in percorsi di formazione e riqualificazione. Il sussidio, poi, non consisterà in un assegno per i furbetti che hanno intenzione di fare spese pazze, ma in una sorta di social card con la quale si potranno acquistare soltanto i beni essenziali: chi bara sulle condizioni per il diritto al sussidio con false dichiarazioni potrà subire sino a 6 anni di carcere.

Le stesse condizioni, eccezion fatta per la punibilità delle false dichiarazioni ovviamente, non dovrebbero riguardare la pensione di cittadinanza, ossia l’integrazione della pensione sino a 780 euro mensili, che sostituirà l’attuale trattamento minimo e le maggiorazioni, estendendosi però a tutte le pensioni. Non dovrebbe dunque essere prevista una durata massima per la pensione di cittadinanza, né l’erogazione su social card, anche se su quest’ultimo punto al momento nulla è stato chiarito.

Le due misure, in ogni caso, partiranno a breve: la pensione di cittadinanza dal 1° gennaio 2019, e il reddito di cittadinanza dal 1° aprile 2019, dopo l’attuazione della riforma dei centri per l’impiego.  Per approfondire: Reddito di cittadinanza, quanto dura?

Reddito di cittadinanza: social card e stop ai furbetti

Il reddito di cittadinanza non sarà un assegno da 780 euro al mese per i furbetti che hanno intenzione di poltrire sul divano, ma consisterà in una sorta di social card con la quale si potranno acquistare soltanto i beni essenziali: chi bara sulle condizioni per il diritto al sussidio con false dichiarazioni potrà subire sino a 6 anni di galera. Inoltre, non ci sarà tempo per stare in casa a poltrire: le attività da svolgere per il proprio comune e le attività di formazione, riqualificazione e ricerca attiva del lavoro non ne daranno il tempo. Sono queste le novità annunciate dal vicepremier Di Maio in merito alla nuova misura, che, come confermato nella nota di aggiornamento al Def, diventerà operativa dal 2019.

Peraltro, nel 2019 il reddito di cittadinanza sarà riconosciuto in due fasi: inizialmente sotto forma di pensione minima di cittadinanza, cioè d’integrazione sino a 780 euro mensili di tutte le pensioni sotto la soglia di povertà. Completata la riforma dei centri per l’impiego, quindi dopo i primi tre mesi del 2019, verrà poi riconosciuto il reddito di cittadinanza a tutti coloro che si trovano sotto la soglia di povertà.  Ai cittadini in età lavorativa, in cambio del sussidio mensile di 780 euro, si richiederà però la ricerca assidua di un’occupazione, la frequenza di corsi di formazione e di 8 ore di lavoro a favore del proprio Comune di residenza, impegno che non sarà richiesto ai pensionati.

Per quanto riguarda la pensione minima di cittadinanza, l’intervento è stato esposto come un aumento dell’integrazione al trattamento minimo e delle maggiorazioni: ancora non si sa se anche l’integrazione mensile delle pensioni avverrà su carta acquisti, e non con un aumento dell’assegno da parte dell’Inps. L’erogazione degli importi su social card sarebbe indispensabile, secondo il Vicepremier, per evitare spese immorali servendosi del reddito di cittadinanza; in ogni caso, la riforma dei centri per l’impiego, in base a quanto affermato dallo stesso Di Maio, dovrebbe trasformare il reddito di cittadinanza in una misura straordinaria, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro ed assicurando realmente il collocamento dei disoccupati.  Per saperne di più: Reddito di cittadinanza: novità.

Quota 100: niente penalità e limiti

La pensione anticipata quota 100 sarà per tutti, senza limiti di età e contribuzione, senza paletti di alcun genere: lo ha recentemente affermato il ministro Salvini, al termine del vertice sul Def. “Partiremo dall’inizio dell’anno con la piena riforma della legge Fornero. Senza penalizzazioni, senza paletti, senza limiti, senza tetto al reddito”. Quota 100 per tutti, insomma, ma resta fermo il rispetto dell’età minima di 62 anni e della contribuzione minima di 38 anni: in particolare, come confermato nella nota di aggiornamento al Def e spiegato dal ministro Salvini “la quota diventa 101 per chi ha compiuto 63 anni, 102 per chi ne ha compiuto 64, 103 per chi ne ha compiuti 65 e così via…”. Per quanto riguarda l’ammontare del trattamento, non ci saranno penalità o ricalcoli, come recentemente chiarito dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per la precisione, non ci sarà nessun taglio dell’assegno anche se l’uscita con quota 100 avviene prima del compimento dell’età per la pensione di vecchiaia: sono dunque cadute tutte le ipotesi di riduzione dei trattamenti con quota 100, dalla penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile, sino al ricalcolo misto e contributivo della prestazione.  Nulla di certo, al momento, sulla cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi, ma si ritiene che anche questo intervento sarà attuato a breve, mentre è stata recentemente confermata la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno. Per fare il punto della situazione: Pensione quota 100 senza penalità e limiti.

Quota 100 senza penalità

La pensione anticipata quota 100 consentirà di ottenere un assegno dall’Inps senza penalità o ricalcoli del trattamento, per favorire le possibilità di uscita e il ricambio generazionale: lo ha recentemente reso noto il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per la precisione, non ci sarà nessun taglio dell’assegno anche se l’uscita con quota 100 avviene prima del compimento dell’età per la pensione di vecchiaia: cadono dunque tutte le ipotesi di riduzione dei trattamenti con quota 100, dalla penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile, sino al ricalcolo misto e contributivo della prestazione. In ogni caso, la quota 100 potrà essere ottenuta non prima del compimento dei 62 anni di età e della maturazione di 38 anni di contributi, mentre sono state scartate le altre combinazioni: niente uscita con quota 100 a 64 anni di età con 36 anni di contributi, o a 63 anni di età con 37 anni di contributi, né a 65 anni di età con 35 anni di contribuzione. Senza aver compiuto 62 anni ed aver maturato almeno 38 anni di contributi, l’uscita con la quota 100 è preclusa. Sono queste le ultime novità emerse, allo stato attuale, dal cosiddetto “cantiere pensioni”: le proposte in merito alla nuova pensione anticipata, ad ogni modo, sono molto numerose, e non si fermano alla quota 100. È stata ipotizzata, ad esempio, la cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi, ed è stata recentemente confermata la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno; nulla di certo, invece, sulla proroga dell’Ape sociale e  delle salvaguardie per gli esodati. Le risorse disponibili, ad ogni modo, sono poche, dunque la priorità dovrebbe andare alla realizzazione della quota 100, che dovrebbe entrare in vigore con la legge di Bilancio 2019.

Per saperne di più: Quota 100 senza penalità

Blocco requisiti pensione dal 2019

In base alla normativa attuale, dal 1° gennaio 2019 tutti i requisiti per la pensione soggetti all’adeguamento alla speranza di vita aumenteranno. Nello specifico:

  • l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria passerà da 66 anni e 7 mesi a 67 anni (ad eccezione degli addetti ai lavori gravosi e degli addetti ai lavori usuranti con almeno 30 anni di contributi);
  • l’età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità diverrà pari a 61 anni per gli uomini ed a 56 anni per le donne, anziché restare ferma a 60 anni e 7 mesi ed a 55 anni e 7 mesi;
  • l’età per la pensione di vecchiaia contributiva, che richiede soli 5 anni di contributi, passerà da 70 anni e 7 mesi a 71 anni;
  • l’età per la pensione anticipata contributiva passerà da 63 anni e 7 mesi a 64 anni;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata ordinaria saliranno da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 3 mesi per le donne, e da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi per gli uomini;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata precoci saliranno a 41 e 5 mesi.
  • l’età per la pensione di vecchiaia in totalizzazione passerà da 65 anni e 7 mesi a 66 anni;
  • gli anni di contributi per la pensione di anzianità in totalizzazione saliranno da 40 e 7 mesi a 41;
  • nessun aumento è previsto per la pensione di anzianità degli addetti ai  lavori usuranti sino al 2026.

Per sapere, nel dettaglio, come cambieranno i requisiti nel 2019: Pensione 2019 che cosa cambia.

Tuttavia, è allo studio dell’esecutivo una nuova proposta, che vorrebbe bloccare, per alcuni anni, gli adeguamenti alla speranza di vita. In questo modo, i requisiti per la pensione non cambierebbero rispetto agli attuali. Il blocco dell’età pensionabile e dei requisiti per la pensione dovrebbe riguardare almeno il biennio 2019-2020.

Quota 100 e pensione di cittadinanza dal 2019

Il Governo ha deciso di fissare il rapporto deficit/Pil per il 2019 al 2,4%: saranno dunque disponibili le risorse necessarie per la cosiddetta riforma delle pensioni. In particolare, è sicuro che sarà realizzata la nuova pensione quota 100, anche se non si conoscono con certezza gli eventuali limiti: in base a quanto reso noto sinora, ci si potrà pensionare con quota 100 se si possiedono almeno 38 anni di contributi e sono stati compiuti 62 anni di età. Forse si eviterà il ricalcolo contributivo del trattamento: potrebbe essere applicato il ricalcolo misto, per coloro che avrebbero diritto al sistema retributivo sino al 31 dicembre 2011, oppure potrebbe essere applicata una penalizzazione percentuale, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo nell’uscita dal lavoro rispetto all’età pensionabile (67 anni, dal 2019).

Nulla di certo, invece, sulla cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, cioè sulla possibilità di raggiungere la pensione anticipata con 41 anni e 6 mesi di contributi: forse l’intervento sarà rinviato al 2020.

Via libera, invece, alla pensione minima di cittadinanza: grazie al reddito di cittadinanza, difatti, tutte le pensioni basse saranno integrate sino alla cifra di 780 euro mensili.

Pensione quota 100 con penalità

La pensione anticipata quota 100 consentirà di ottenere un assegno “pieno” dall’Inps soltanto per chi avrà compiuto l’età pensionabile, ossia l’età utile al trattamento di vecchiaia, pari a 67 anni dal 2019. Per gli altri è prevista una penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile. In ogni caso, la quota 100 potrà essere ottenuta non prima del compimento dei 62 anni di età e della maturazione di 36 anni di contributi. Gli unici a salvarsi da questi limiti saranno soltanto gli esuberi, per i quali è previsto un prepensionamento con quota 100, che consentirà di anticipare la pensione sino a un massimo di 5 anni e sarà sostenuto dalle aziende e dai fondi di solidarietà. Queste sono le ultime novità emerse, allo stato attuale, dal cosiddetto “cantiere pensioni”: le proposte in merito alla nuova pensione anticipata, ad ogni modo, sono molto numerose, e non si fermano alla quota 100. È stata ipotizzata, ad esempio, la cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi; era stata anche promessa la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno, assieme alla proroga delle salvaguardie per gli esodati. Le risorse disponibili, però, sono poche, dunque la priorità dovrebbe andare alla realizzazione della quota 100, che dovrebbe entrare in vigore con la legge di Bilancio 2019. Per saperne di più: Quota 100 con penalità.

Pensione quota 100 con 37 anni di contributi

Dalla pensione quota 100 selettiva alla quota 100 per gli esuberi, dalla quota 100 con 64 anni di età e 36 anni di contributi alla quota 100 col solo paletto anagrafico dei 62 anni, le proposte in merito al nuovo pensionamento anticipato si susseguono a ritmo frenetico. La pensione ottenuta con la quota 100, ossia quando la somma di età e anni di contributi è almeno pari a 100, consentirebbe difatti l’uscita di un ingente numero di lavoratori, quindi risulterebbe difficilmente sostenibile per le casse pubbliche: ecco perché, a fronte degli annunci delle parti politiche, arrivano regolarmente delle controproposte che ridimensionano le promesse in materia di pensioni. Ad oggi, la nuova ipotesi allo studio riguardo al pensionamento anticipato prevede la pensione quota 100 con 37 anni di contributi, ed è affiancata da un’ulteriore proposta che prevede la quota 100 senza limiti di età e contribuzione, ma solo per gli esuberi. In pratica, la generalità dei lavoratori potrebbe accedere alla quota 100 purché si rispetti l’età minima di 62 anni di età e il requisito contributivo minimo di 37 anni (ma la Lega preme perché si abbassino a 36), mentre i lavoratori in esubero potrebbero accedere alla quota 100 senza “paletti”, grazie al sostegno di appositi fondi. Per approfondire: Quota 100 con 37 anni di contributi

Pensione anticipata: riscatto dei contributi scontato con la pace contributiva

Pensionarsi prima coprendo tutti i periodi senza contributi dal 1996 in poi, grazie a un riscatto con costi ridotti: si tratta di una nuova proposta della Lega, finalizzata ad anticipare l’uscita dal lavoro senza incidere notevolmente sulle casse pubbliche. In base a quanto reso noto sinora, i lavoratori potrebbero riscattare tutti i periodi senza contributi a partire dal 1996. Nei riscatti dovrebbero essere compresi tutti gli intervalli non lavorati e non coperti da contribuzione figurativa o da altro tipo di contribuzione, anche non compresi nelle attuali ipotesi di riscatto, come gli anni di laurea o i periodi di aspettativa non retribuita. Questo “riscatto universale” risulta di fatto più simile al versamento di contributi volontari retroattivo che al riscatto vero e proprio, considerando che non richiede particolari requisiti relativi agli intervalli di tempo non coperti da versamenti previdenziali. Il costo del nuovo riscatto, che dovrà essere calcolato col sistema contributivo, risulterà ridotto rispetto all’attuale costo del riscatto dei contributi: per questo motivo la proposta della Lega è stata ribattezzata “pace contributiva”, in analogia con la pace fiscale. La finalità del riscatto “scontato” è quella di favorire l’uscita dal lavoro, grazie all’aumento dei versamenti utili per il diritto alla pensione; l’intervento, poi, assieme all’utilizzo dei nuovi fondi esuberi, dovrebbe servire a finanziare, almeno in parte, la pensione quota 100.

Per approfondire e capire come funziona il riscatto dei contributi: pensione anticipata con pace contributiva.

Taglio delle pensioni sopra i 4500 euro

Chi si è pensionato da giovane, o comunque con un’età inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia, rischia la riduzione della pensione, se il trattamento supera un determinato ammontare. In particolare, potrebbe essere interessato dal nuovo taglio delle pensioni d’oro, o meglio delle pensioni alte, chi percepisce un trattamento che supera i 4500 euro netti al mese: è quanto previsto dal recente disegno di legge sul taglio degli assegni d’oro, che prevede la riduzione dei trattamenti attraverso l’applicazione di appositi coefficienti di penalizzazione. Il taglio delle pensioni alte può superare, a seconda dei casi, il 23% del trattamento: la penalizzazione non è determinata dal ricalcolo contributivo della pensione, ma dal rapporto tra il coefficiente corrispondente all’età per la pensione di vecchiaia e quello corrispondente all’età del pensionamento. Saranno dunque tagliate le pensioni anticipate, o di anzianità, più alte; nessun taglio, invece, per le pensioni di reversibilità e invalidità, né per le vittime del terrorismo o del dovere. La penalizzazione, che riguarderà un’ampia, ma non enorme, platea di pensionati, comporterà un risparmio che servirà, in base a quanto annunciato, ad aumentare le pensioni minime, quindi a finanziare la pensione minima di cittadinanza da 780 euro al mese. Inoltre, il disegno di legge abolirà i privilegi pensionistici dei sindacalisti.

Per sapere chi subirà il taglio della pensione, e di quanto sarà ridotto il trattamento: Taglio delle pensioni d’oro.

Pensione quota 100 per gli esuberi

La pensione quota 100 non si tocca, come più volte ribadito dal ministro Salvini, che mira a smantellare completamente la legge Fornero. Secondo le valutazioni del ministero dell’Economia, però, si potrebbe attuare, almeno in un primo momento, un intervento più leggero, che comporterebbe una spesa massima di 1,5 miliardi di euro: la pensione quota 100 per gli esuberi. In pratica, inizialmente la quota 100 potrebbe essere dedicata solo ad alcune categorie di lavoratori, che potrebbero anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 5 anni, grazie al sostegno delle aziende e ad appositi incentivi statali. Quest’ipotesi è stata al centro di un incontro tecnico al quale hanno partecipato, tra gli altri, l’esperto di pensioni Alberto Brambilla e il tecnico del lavoro Gianpiero Falasca.

Per saperne di più: Pensione quota 100 per gli esuberi

Prepensionamento per gli esuberi

Come sostenere i costi della pensione quota 100? L’Ape sociale sarà prorogata o no? A queste due domande potrebbe fornire una risposta la nuova proposta della Lega, che prevede l’istituzione di un prepensionamento per tutti gli esuberi, prepensionamento che potrebbe essere esteso anche ai beneficiari dell’Ape sociale, e che sosterrebbe, in parte, il peso delle nuove pensioni quota 100. In pratica, dovrebbero essere istituiti tre fondi esuberi, Industria, Commercio e Artigianato, che finanzierebbero i prepensionamenti dei lavoratori dipendenti appartenenti ai tre settori, e che potrebbero finanziare anche gli assegni dei destinatari dell’Ape sociale. I prepensionamenti dovrebbero dar luogo a prestazioni simili all’isopensione ed all’assegno straordinario previsto ad oggi per i lavoratori in esubero. A sostenere i fondi dovrebbero essere le risorse derivanti dai contributi versati con finalità varie (formazione, enti bilaterali, etc.) non utilizzati. Per approfondire: pensione anticipata per gli esuberi.

Niente pensione d’invalidità civile per i residenti all’estero

La corte di Cassazione ha precisato [30] che, se il beneficiario della pensione d’invalidità civile sposta la residenza all’estero, perde il diritto al sussidio durante tale periodo, nonostante la legge che regolamenta la prestazione di assistenza [31] non ponga alcuna preclusione.

Secondo la Cassazione, devono essere rispettate le previsioni del regolamento europeo [32] relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità. Il regolamento ha, in particolare, introdotto il principio secondo cui le prestazioni speciali in denaro, sia di assistenza che di previdenza (non aventi però carattere contributivo), non sono esportabili, ma possono essere riconosciute solo nello Stato in cui l’interessato risiede.

Di conseguenza, la pensione di invalidità civile non è dovuta al cittadino residente fuori dal territorio nazionale.

Pensione di cittadinanza dal 2019

Sul reddito di cittadinanza non si torna indietro, ma l’intervento sarà attuato in due fasi: dal 2019, tutte le pensioni basse si trasformeranno in pensione di cittadinanza ed aumenteranno a 780 euro al mese; successivamente, tutti i cittadini senza redditi, o con redditi sotto la soglia di povertà, avranno diritto al reddito di cittadinanza da 780 euro al mese. L’attuazione in due fasi non è dovuta all’assenza di risorse, come chiarito dalla viceministro all’Economia Laura Castelli, ma alla necessaria riforma dei centri per l’impiego, che richiederà circa 4 mesi di tempo. Senza la riforma dei centri per l’impiego, riconoscere il reddito di cittadinanza non sarebbe possibile, in quanto il sussidio è subordinato all’adesione, da parte dei beneficiari, a misure di politica attiva del lavoro. I disoccupati, in pratica, dovranno impegnarsi, supportati dai centri per l’impiego riformati, nella ricerca attiva di lavoro, nella frequenza di corsi di formazione e dovranno lavorare per 8 ore alla settimana a favore del Comune di residenza.

Quest’impegno non è invece richiesto per la pensione di cittadinanza, in quanto la misura interessa i soli pensionati, non più in età lavorativa. La pensione di cittadinanza dovrebbe sostituire sia l’integrazione al trattamento minimo, che ad oggi ammonta a 507,42 euro al mese, che le maggiorazioni sulla pensione, come la maggiorazione sociale e l’incremento al milione: considerando che ad oggi la pensione minima, comprensiva di integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale e incremento al milione, può arrivare a 643,86 euro mensili, la differenza con la pensione di cittadinanza non sarebbe enorme. La misura, in ogni caso, dovrebbe essere applicata sia alle prestazioni previdenziali, come la pensione di vecchiaia o anticipata, che alle prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale. Per approfondire: pensione di cittadinanza 2019.

Pensione quota 41 e 6 mesi

Mentre si riflette sull’introduzione della pensione quota 100, con o senza limiti legati all’età e alla contribuzione, riservata ad alcune categorie o meno, ricalcolata col sistema misto o contributivo, spunta una nuova ipotesi: la pensione quota 41 e 6 mesi.

In questo caso, il termine quota è utilizzato in modo improprio, in quanto la pensione quota 41,6 si potrebbe ottenere senza alcun limite di età, solo con 41 anni e 6 mesi di contribuzione.

Attualmente esiste già una pensione molto simile alla quota 41 e 6 mesi, ma è riservata a particolari categorie di lavoratori precoci (cioè a coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età): disoccupati di lungo corso, invalidi dal 74%, caregiver e addetti ai lavori gravosi e usuranti. Per la precisione, ad oggi la pensione anticipata dei lavoratori precoci si può ottenere con 41 anni di contributi, ma dal 2019 ne saranno richiesti 41 anni e 5 mesi.

Sarà possibile estendere questa pensione agevolata a tutti? La fattibilità dell’intervento sarà valutata a breve.

Pensione quota 100 a 62 anni, quota 100 perfetta entro tre anni

La pensione con la quota 100, che dovrebbe diventare operativa dal 2019, con la nuova legge di bilancio, non sarà più selettiva, cioè riservata a specifiche categorie di lavoratori, ma sarà aperta a tutti: sarà previsto, però, un limite di età all’accesso, pari a 62 anni. È quanto annunciato dal ministro Matteo Salvini, che però ha anche promesso l’abbattimento di tutti i paletti per la quota 100 entro il 2021: in buona sostanza, la quota 100 sarà inizialmente limitata a chi ha compiuto i 62 anni, ma entro tre anni sarà estesa a tutti. Archiviata la quota 100 a 62 anni, si potrà arrivare alla quota 100 perfetta, dunque a un trattamento che potrà essere ottenuto in tutti i casi in cui la somma di età e anni di contributi è almeno pari a 100: ad esempio con 60 anni di età e 40 anni di contributi. Per sapere tutto sulla quota 100 e sulle ultime novità: Pensione quota 100 a 62 anni.

Naspi: è possibile conoscere esattamente l’importo delle rate in pagamento

Arriva un nuovo servizio dell’Inps per conoscere, mese per mese, l’importo del rateo mensile della Naspi, l’indennità di disoccupazione, in pagamento.

Si può fruire del servizio tramite la propria area personale My Inps, accessibile con le apposite credenziali (Pin Inps dispositivo, identità digitale Spid almeno di secondo livello, carta nazionale dei servizi). Una volta nell’area personale, è sufficiente accedere da “Tutti i servizi”, o dall’apposita maschera di ricerca, alla prestazione “Nuova assicurazione sociale per l’impiego ( Naspi): consultazione domande”.

Una volta entrati nella pagina relativa alla Naspi, bisogna consultare la domanda inviata: cliccando su “Dettagli” si apre il prospetto di calcolo, che indica la durata dell’indennità con gli importi lordi che l’Inps deve liquidare ogni mese.

Una nota avverte il beneficiario della progressiva riduzione del 3% a partire dal 4° mese di erogazione della Naspi.

L’interessato può inoltre verificare gli accrediti mensili della Naspi, accedendo alla propria sezione “My Inps” e cliccando sulla voce “I tuoi avvisi”. All’interno della sezione, sono infatti disponibili gli avvisi di liquidazione di ogni rata di Naspi, nei quali è specificato l’importo lordo liquidato sull’iban indicato nella domanda.

È possibile ricevere anche degli sms di segnalazione degli avvisi, anche per chi ha richiesto la Naspi tramite patronato.

Pensione: arriva la quota 100 selettiva

Iniziano a delinearsi le novità sulle pensioni, attese con la legge di Bilancio 2019. Per quanto riguarda l’attesissima pensione anticipata quota 100, in particolare, sulla base delle risorse disponibili per l’intervento non emergono buone novità;  per poter rendere sostenibile il nuovo pensionamento anticipato, difatti, vi sarebbero due strade: limitare la quota 100 soltanto a categorie tutelate di lavoratori, come gli esuberi, oppure stabilire dei limiti rigidi per l’uscita dal lavoro con questo strumento, come un’età minima, un minimo di anni di contributi, oppure il ricalcolo misto o contributivo del trattamento (che, risultando penalizzante rispetto al calcolo contributivo, dovrebbe scoraggiare i lavoratori che vogliono anticipare la pensione). Al momento, l’ipotesi più accreditata, e che sembrerebbe comportare il minor esborso da parte delle casse pubbliche, è la cosiddetta quota 100 selettiva, cioè riservata solo ad alcuni lavoratori tutelati: le categorie agevolate, però, devono ancora essere definite; se la platea dei destinatari della quota 100 dovesse essere eccessivamente ampia, reperire i fondi necessari potrebbe risultare un’impresa ardua. Per approfondire e fare il punto della situazione sulle novità delle pensioni: Quota 100 selettiva.

Trattenute sulle pensioni in cumulo e totalizzazione

L’Inps, con un nuovo messaggio [29] , ha chiarito come devono essere effettuate le trattenute sulla pensione, se questa è ottenuta in regime di cumulo o di totalizzazione, quindi liquidata attraverso quote di competenza di casse diverse. In generale, i limiti validi in merito alle trattenute si applicano sull’intera pensione, comprensiva delle diverse quote. In caso di riscatto in corso di pagamento, sulla pensione in cumulo o totalizzazione non è possibile applicare trattenute: gli oneri di riscatto devono essere saldati prima della pensione; in caso contrario, sono valutati i soli periodi per i quali sono già stati incassati i versamenti.

Tagli alle pensioni alte

Inizia a prendere forma il disegno di legge sui tagli alle pensioni d’oro: è stato confermato che il provvedimento riguarderà le pensioni sopra i 4mila euro, ma ad essere coinvolti saranno soltanto coloro che si sono pensionati prima del raggiungimento dell’età per la vecchiaia. A essere tagliate saranno solo le quote retributive della pensione: non sarà operato il ricalcolo contributivo del trattamento, ma si applicherà un coefficiente di riduzione pari al rapporto tra l’età, al momento della decorrenza della pensione, e l’età vigente, sempre nell’anno di decorrenza della pensione, per il trattamento di vecchiaia. Per saperne di più: Tagli pensioni alte.

Taglio alle pensioni d’oro

In arrivo la stretta sulle pensioni d’importo superiore ai 4mila euro netti mensili: le nuove misure sono attese con un disegno di legge che dovrà essere presentato prima della pausa estiva, quindi in tempi molto brevi.
Come saranno tagliate le pensioni d’oro? Ancora non si sa se le riduzioni saranno effettuate con un ricalcolo delle pensioni più elevate, eliminando il cosiddetto squilibrio contributivo che le allontana dal valore dei contributi versati, oppure con un contributo di solidarietà, come richiesto dalla Lega. Il ricalcolo, ammesso che vengano superate le numerose difficoltà tecniche in merito, garantirebbe risparmi tra i 300 e i 600 milioni annui, secondo una recente stima.
L’intervento interesserà poco più di 75mila pensioni, considerando l’importo dei singoli trattamenti; i pensionati coinvolti dal taglio delle rendite d’oro salgono a 100mila, però, se si prendono in considerazione i redditi da pensione derivanti dal cumulo di più trattamenti, ed a oltre 108mila se si considerano anche i pensionati che percepiscono l’assegno da una cassa professionale. Il taglio potrebbe oscillare tra il 10 e il 12% dell’assegno di pensione, a seconda del tipo di intervento.

Pensioni scuola: respinte 4600 domande

Oltre 4600 domande di pensione del personale della scuola respinte dall’Inps: non parte nel migliore dei modi l’accertamento del diritto a pensione per i docenti ed i dirigenti scolastici, che da quest’anno è di competenza dell’Inps e non del Miur (ministero Pubblica Istruzione, Università e Ricerca). L’accertamento, come aveva chiarito l’Inps nella circolare dello scorso gennaio [28], riguarda sia le cessazioni forzate che i pensionamenti volontari. Il problema, stando a quanto esposto in un recente comunicato stampa dell’istituto, sarebbe causato unicamente dall’aumento del numero delle domande di pensione, pari a circa 41mila: la percentuale di reiezione delle istanze di pensionamento sarebbe dunque in linea con quella dello scorso anno. Secondo i sindacati e gli esperti, invece, le domande di pensione sarebbero state respinte a causa dalla diversa modalità di calcolo delle giornate utili al diritto a pensione: l’Inps smentisce, specificando che l’eventuale differente modalità di calcolo adottata dal ministero in ogni caso può comportare esclusivamente limitate divergenze, con riferimento ai periodi pre-ruolo riconosciuti con provvedimenti di competenza del Miur. Il problema potrebbe essere dovuto, tra gli altri fattori, anche al fatto che l’Inps si sia occupato in via diretta dell’accertamento della maturazione dei requisiti per la pensione utilizzando i propri archivi, e non più i dati in possesso dell’amministrazione, a seguito dell’incorporazione dell’Inpdap nell’Inps e dell’accentramento della gestione delle posizioni assicurative dei pubblici dipendenti. Questo cambiamento causa notevoli criticità, considerando che l’archivio delle posizioni assicurative Inps è stato avviato solo agli inizi degli anni 2000, e tutti i dati precedenti sono stati inseriti a posteriori, comportando la presenza di errori e omissioni nell’estratto conto contributivo (che comunque, come recentemente chiarito, non possono pregiudicare la pensione dei dipendenti pubblici.

L’Inps ha comunque rassicurato gli aspiranti pensionati, chiarendo che effettuerà degli accertamenti sulle domande respinte. Nel frattempo, l’elevato numero di ricorsi che stanno per essere presentati dai pensionati potrebbe rendere incerta la situazione delle cattedre all’inizio dell’anno.

Pensione quota 100 e quota 41: fumata nera dal decreto Dignità

Il decreto Dignità affronta molti temi importanti, come il lavoro a termine, la somministrazione, la delocalizzazione, la guerra al gioco d’azzardo. Non è stato toccato ancora, però, l’argomento pensioni: al momento, le ipotesi più gettonate restano la pensione quota 100, che, secondo le ultime proposte, richiederebbe il ricalcolo misto, un minimo di 64 anni di età e di 36 anni di contributi, e la pensione quota 41, che però è diventata, secondo le ultime ipotesi, quota 42. La pensione quota 42 dovrebbe maturare con 42 anni di contributi a prescindere dall’età, ma ancora non è stato chiarito se potrà essere ottenuta da tutti i lavoratori o soltanto dalle categorie tutelate dalla pensione precoci. Non è nemmeno chiaro se queste nuove pensioni sostituiranno la pensione anticipata ordinata e contributiva previste dalla legge Fornero. Per fare il punto della situazione: Pensione quota 100 e quota 42.

In arrivo la quattordicesima 2018 per i pensionati

In pagamento, assieme alla pensione di luglio 2018, la somma aggiuntiva, o quattordicesima. Quest’indennità è riconosciuta dall’Inps a chi possiede un reddito che non supera 2 volte il trattamento minimo.

Per il 2018, grazie alla rivalutazione del trattamento minimo, aumentano le soglie di reddito entro le quali si ha diritto alla quattordicesima: in particolare, possono ricevere la somma aggiuntiva sulla pensione coloro che hanno un reddito non superiore a:

  • 13.696,92 euro, se possiedono oltre 25 anni di contributi;
  • 13.612,92 euro, se possiedono oltre 15 anni di contributi ma meno di 25 anni;
  • 13.528,92 euro, se possiedono sino a 15 anni di contributi.

Per saperne di più: Quattordicesima 2018, a quanto ammonta e a chi spetta.

Ape sociale, domande in scadenza il 15 luglio 2018

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale entro il 2018: scade infatti il 15 luglio 2018 il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’anticipo pensionistico. L’Ape sociale, lo ricordiamo, offre la possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato, pari alla futura pensione (ma con un tetto massimo di 1500 euro mensili). Sarà comunque possibile, dopo il 15 luglio, presentare altre domande di certificazione dei requisiti, purché entro il 30 novembre 2018: in quest’ultimo caso, però, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue. Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.  Non si sa ancora, invece, se l’Ape sociale sarà prorogata al 2019: probabilmente questo strumento sarà sostituito dalla pensione anticipata quota 100 e quota 41. Per approfondire: Ape sociale, come e quando presentare la domanda.

Niente pensione per gli statali che continuano a lavorare dopo il pensionamento

I dipendenti pubblici che prestano nuovamente servizio dopo essersi pensionati non hanno diritto a una nuova pensione, o meglio al supplemento di pensione: questo trattamento, infatti, non è previsto per gli iscritti alle gestioni pubbliche dell’Inps (ex Inpdap). Per non “buttare al vento” gli anni di contributi in più ci sono, comunque, delle soluzioni:

  • arrivare a 20 anni di contributi per percepire una pensione autonoma (questo, però, non sempre è possibile, in quanto superato il limite d’età ordinamentale si viene cessate forzatamente dal servizio);
  • ottenere una pensione unica chiedendo la rifusione [27]: in pratica, si deve rinunciare alla vecchia pensione e si devono restituire le rate di trattamento ricevute durante il nuovo servizio; questa soluzione è molto onerosa e non sempre è praticabile.

Poter percepire una nuova pensione, per i dipendenti pubblici, risulta dunque difficilissimo, al contrario di quanto avviene per la generalità dei dipendenti, che possono contare sulla pensione supplementare o sul supplemento di pensione: proprio per combattere questa discriminazione, sono recentemente state intraprese delle cause.

Pensioni 2019: nuovo calcolo, importi più bassi

Calcolo contributivo della pensione ancora più povero dal 1° gennaio 2019: a partire da questa data, infatti, dovranno essere utilizzati i nuovi coefficienti di trasformazione, che servono a “trasformare” in pensione il montante contributivo, cioè la somma dei contributi. Per diminuire l’impatto dell’aumento dei requisiti per la pensione sui coefficienti di trasformazione, che diventano più alti al crescere dell’età pensionabile, questi coefficienti sono stati abbassati da un nuovo decreto del ministero del lavoro [26]. Chi può già andare in pensione, dunque, è bene che lo faccia nel 2018, per non perdere l’applicazione dei coefficienti più vantaggiosi. L’impatto sarà maggiore per chi è soggetto al calcolo integralmente contributivo della pensione, moderato per chi ha diritto al calcolo misto e più leggero per chi ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011. Per approfondire: Nuovi coefficienti di trasformazione 2019.

Pensione anticipata quota 100 e 41: ricalcolo contributivo

Pensione anticipata quota 100 e quota 41 con penalità, ma non per tutti: secondo una nuova proposta della Lega, difatti, chi sceglierà di collocarsi a riposo con questo nuovo tipo di pensione, in cambio dell’uscita anticipata dal lavoro dovrà accettare il ricalcolo contributivo della pensione a partire dal 1996. Non cambierà nulla, dunque, per i contribuenti cosiddetti misti, che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e naturalmente anche per coloro che non possiedono contributi alla stessa data, i cosiddetti contributivi puri. La penalizzazione sulla pensione si farà sentire, invece, per chi possiede dai 18 anni di contributi in su al 31 dicembre 1995, ed avrebbe diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011.

Blocco della pensione per debiti col fisco

In base a quanto spiegato dall’Inps con un recente messaggio [25], ogni volta in cui la Pubblica Amministrazione deve effettuare, in favore di un contribuente ed a qualsiasi titolo, un pagamento di almeno 5mila euro (questo limite, prima pari a 10mila euro, è stato ridotto alla metà dalla legge di bilancio 2018), deve sospendere l’accredito e interrogare l’Agente della Riscossione per verificare se il beneficiario è debitore di somme per non aver pagato una o più cartelle. L’esattore, nella maggior parte dei casi Agenzia Entrate Riscossione, ha 5 giorni di tempo per rispondere. Se sono pendenti debiti, l’agente per la riscossione ha 60 giorni di tempo per attivare la procedura di riscossione, notificando al debitore l’ordine di versamento delle somme dovute.

Se risultano debiti, dunque, il pagamento è sospeso per un massimo di 60 giorni. Lo stesso è previsto anche in caso di pensioni d’importo pari o superiore a 5mila euro.

Rei reddito d’inclusione per tutti, nuovo modello di domanda

L’Inps ha appena pubblicato un nuovo modello di domanda del Rei, il reddito d’inclusione. Dal 1° giugno 2018, difatti, la misura è estesa a tutte le famiglie, comprese quelle senza figli minori o inabili, disoccupati over 55 e donne in gravidanza. Sono stati poi aumentati gli importi del Rei. Per saperne di più: Come si calcola il Rei.

Pensione anticipata quota 100 e quota 41

Secondo il programma del Governo Lega- Movimento 5 stelle, dovrebbero essere introdotte a breve due nuove pensioni anticipate, dette quota 100 e quota 41.

La cosiddetta pensione quota 100 offrirebbe ai lavoratori la possibilità di uscire dal lavoro quando la quota, cioè la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore, risulta almeno pari a 100.

Secondo alcune proposte, per pensionarsi con la quota 100 sarebbe comunque necessaria un’età minima e un numero minimo di anni di contributi: si parla di un minimo di 64 anni o di 61 anni di età, e di un minimo di 35 o 36 anni di contributi.

La quota 100 risulterebbe in ogni caso più vantaggiosa dell’attuale pensione anticipata, che ad oggi, come abbiamo osservato, si può ottenere con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (dal 2019, saranno necessari, rispettivamente, 42 anni e 3 mesi di contributi e 43 anni e 3 mesi): ad esempio, se il lavoratore ha 64 anni di età, con la quota 100 potrebbe pensionarsi con soli 36 anni di contributi.

La seconda nuova proposta è la pensione quota 41: questa consentirebbe di pensionarsi con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età (il termine quota in questo caso è usato impropriamente, perché 41 sono i soli anni di contributi necessari per ottenere il trattamento, non la somma di contributi ed età).

Ad oggi questa possibilità esiste già ma, come abbiamo visto, soltanto per i lavoratori precoci, cioè per coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età.

La nuova pensione quota 41 sarebbe comunque soggetta agli adeguamenti legati alla speranza di vita: dal 2019, pertanto, sarebbe possibile pensionarsi con 41 anni e 5 mesi di contributi, dal 2021 con 41 anni e 8 mesi, dal 2023 con 41 anni e 11 mesi, e così via, con aumenti di 3 mesi ogni biennio.

Si parla, infine, di prorogare l’opzione Donna, una pensione di anzianità che consentirebbe alle donne di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni, con un minimo di 35 anni di contributi, in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno.

Pensione in regime di cumulo per i professionisti: liquidazione dei trattamenti in arrivo

Sono vicine al pagamento le prime pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti:

l’Inps, con un nuovo comunicato stampa [24], ha difatti appena informato che sono diventati operativi gli accordi sul cumulo con:

Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e Odontoiatri);
Inarcassa (Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti);
Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica);
Enpaf (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Farmacisti);
Enpav (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Veterinari);
Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi);
Eppi (Ente di Previdenza dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati);
Cipag (Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza Geometri);
Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani);
Cassa Forense;
Cnpr (Associazione Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti commerciali).
La sottoscrizione delle convenzioni ha permesso di procedere alla lavorazione delle prime 500 domande di pensione in regime di cumulo pervenute.
È stata inoltre completata l’attività di formazione che permette alle Casse di previdenza dei professionisti, che hanno sottoscritto l’accordo, di utilizzare gli applicativi informatici necessari per la definizione delle singole posizioni pensionistiche.

È dunque possibile, per gli iscritti alle casse professionali elencate, fare domanda di pensione in regime di cumulo, se si possiedono i requisiti necessari. È consigliabile inviare la domanda anche per coloro la cui gestione previdenziale non ha ancora sottoscritto la convenzione con l’Inps, per ottenere almeno la priorità nella lavorazione della pratica, una volta che la situazione dovesse sbloccarsi.

Sospensione dei contributi per i lavoratori autonomi in malattia

L’Inps, con una nuova circolare [22], ha spiegato come usufruire delle possibilità offerte dal Jobs Act dei lavoratori autonomi [23]: la nuova normativa riconosce una tutela più ampia alla maternità e alla malattia degli imprenditori e dei liberi professionisti.

In particolare, il Jobs Act autonomi introduce la possibilità, in caso di malattia o infortunio di durata superiore ai 60 giorni, di sospendere il versamento dei contributi.

La sospensione del versamento dei contributi opera per l’intera durata della malattia o dell’infortunio fino ad un massimo di 2 anni.

Al termine della sospensione, il lavoratore deve versare i contributi e i premi maturati durante il periodo di sospensione, ma può dilazionarli in un numero di rate mensili pari a 3 volte i mesi di sospensione.

Queste disposizioni interessano sia i titolari di partita Iva, sia i collaboratori coordinati e continuativi .

Come noto, è obbligato a versare i contributi:

  • il professionista, se titolare di partita Iva o associato;
  • il committente, se il rapporto è una collaborazione coordinata e continuativa; 1/3 dei contributi è a carico del lavoratore.
    Di conseguenza, in caso di malattia o infortunio grave il committente deve procedere nel seguente modo:
  • inviare il flusso UniEmens del lavoratore interessato indicando il codice di sospensione S1;
  • sospendere il versamento dei contributi (1/3 a carico del collaboratore e 2/3 a carico dell’azienda committente);
  • effettuare il versamento in un’unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi sospesi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione, e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.
    Analogamente, nel caso di malattia o infortunio grave il professionista deve procedere nel seguente modo:
  • indicare nel quadro RR, sez. II, l’importo della contribuzione sospesa;
  • sospendere il versamento della contribuzione dovuta (saldo e/o acconto dovuto nel periodo di sospensione);
    presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il Cassetto previdenziale liberi professionisti Gestione separata – Comunicazione bidirezionale;
  • effettuare il versamento in unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.

Domanda di accompagnamento semplificata per anziani

L’Inps, con un nuovo messaggio [21], ha reso noto che è possibile, per gli anziani, usufruire di una modalità semplificata di invio della domanda di assegno di accompagnamento.

In particolare, chi ha già raggiunto l’età per accedere all’assegno sociale, cioè chi ha almeno 66 anni e 7 mesi, può ottenere l’indennità di accompagnamento molto più facilmente: in un primo momento, la domanda semplificata sarà accessibile solo per chi richiede l’accompagnamento tramite patronato, per poi essere estesa a chi presenterà la domanda online di riconoscimento dei requisiti per l’indennità.

La nuova domanda semplificata è suddivisa in due sezioni:

  • la prima è relativa all’inserimento dei dati obbligatori e comprende i dati anagrafici, i recapiti, gli eventuali dati del coniuge, del rappresentante legale e la sezione relativa all’accertamento richiesto;
  • la seconda sezione consente di acquisire i seguenti dati:
    • l’eventuale ricovero;
    • l’eventuale delega alla riscossione di un terzo e in favore delle associazioni;
    • la modalità di pagamento.

In buona sostanza, la seconda sezione corrisponde al modello AP70, e serve alla verifica dei dati socio-economici per il diritto all’accompagnamento: questa seconda sezione è comunque facoltativa, perché il beneficiario dell’accompagnamento può scegliere di inviare il modello AP70 per conto proprio, una volta ottenuto il riconoscimento dei requisiti sanitari per l’indennità.

Nella domanda semplificata è prevista, infine, una sezione “Allegati” per l’inserimento di dichiarazioni di responsabilità e di altri documenti necessari in relazione alla tipologia di richiesta.

Inps, avvisi bonari in arrivo per artigiani e commercianti

Gli iscritti alle gestioni Inps degli artigiani e dei commercianti che non hanno pagato la scadenza di febbraio 2018 hanno ancora la possibilità di mettersi in regola. Con un nuovo messaggio [20], difatti, l’Inps ha comunicato l’inizio delle elaborazioni per l’emissione degli avvisi bonari relativi alla rata in scadenza a febbraio 2018 .

Gli avvisi bonari sono a disposizione dei contribuenti all’interno del Cassetto previdenziale Artigiani e Commercianti, all’interno del portale web dell’Inps, al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari”.

Come di consueto, è stata predisposta anche la relativa comunicazione visualizzabile al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari generalizzati”.

Contestualmente è inviata una email di alert ai titolari della posizione contributiva e ai loro intermediari che abbiano fornito tramite il Cassetto il loro indirizzo di posta elettronica.

Qualora l’iscritto avesse già effettuato il pagamento, potrà comunicarlo utilizzando l’apposito servizio presente al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Sezione Comunicazione bidirezionale” > “Comunicazioni” > “Invio quietanza di versamento”.

In caso di mancato pagamento l’importo dovuto verrà richiesto tramite avviso di addebito con valore di titolo esecutivo.

Pensione avvocati, ok al cumulo

Finalmente operativo il cumulo dei contributi per gli avvocati: la Cassa Forense ha infatti aderito alla convenzione Inps- Adepp (l’associazione che riunisce le gestioni previdenziali dei liberi professionisti) in materia di cumulo, in quanto sono stati superati i problemi relativi ai costi d’istruttoria.

Di conseguenza, le domande di pensione in regime di cumulo già presentate inizieranno ad essere evase da maggio 2018: una buona notizia per tutti quegli avvocati che possiedono contributi in gestioni diverse, come Inps dipendenti, ex Inpdap o gestione Separata, oltreché nella Cassa Forense, e che grazie al cumulo potranno pensionarsi prima, riunendo i contributi.

Ape, pagamento della liquidazione per gli statali

L’Ape volontario, a differenza dell’Ape sociale, non fa slittare i termini di pagamento del Tfr o del Tfs (trattamento di fine rapporto e trattamento di fine servizio). La liquidazione, difatti, viene corrisposta alle scadenze ordinariamente previste.

In particolare, se il servizio cessa per dimissioni, richieste a seguito dell’anticipo pensionistico volontario,  la prima rata del Tfr o del Tfs decorre dopo 24 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro; negli altri casi il termine di pagamento della prima rata della liquidazione risulta pari a 12 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Solo nel caso in cui il rapporto termini per inabilità o decesso del lavoratore, il pagamento avviene in 105 giorni (15 più  90 giorni) dalla cessazione dal servizio.

Se la liquidazione maturata supera i 50mila euro lordi, l’importo è corrisposto in più rate,  la prima rata pari a 50mila euro lordi, la seconda pari all’eccedenza compresa tra i 50 e i 100 mila euro del Tfr o Tfs lordo maturato, l’eventuale terza rata  pari alla parte eccedente la somma di 100mila euro lordi. La seconda e la terza rata vengono poste in pagamento a distanza rispettivamente di dodici e ventiquattro mesi dalla corresponsione della prima rata.

La liquidazione ricevuta può essere utile per estinguere anticipatamente l’intera o parte del prestito pensionistico- Ape volontario prima che sia liquidata la pensione, evitando così le penalizzazioni.

Ape sociale e pensione anticipata, possibile integrare le domande

L’Inps, con un nuovo messaggio [19], ha reso noto che potranno essere integrate sia le domande di Ape sociale, che quelle di pensione anticipata per i lavoratori precoci, entro il 20 aprile 2018, senza che questo comporti la modifica del numero di protocollo/data/ora di ricezione rilasciato al momento dell’invio.

L’integrazione dovrà però riguardare esclusivamente l’allegazione del nuovo modello AP116, aggiornato in considerazione delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2018, e non i dati forniti al momento dell’invio della domanda.

Dal 20 aprile 2018 pagamento delle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti 

L’Inps inizierà a pagare le prime pensioni in regime di cumulo per i professionisti  a partire dal 20 aprile 2018. Stanno infatti giungendo al termine  le adesioni alla convenzione per il pagamento delle pensioni tra l’Inps e l’Adepp, l’associazione delle gestioni previdenziali di categoria. La convenzione, in particolare, è già stata firmata dall’Enpam, la cassa dei medici e degli odontoiatri,  da Inarcassa, la cassa degli ingegneri e degli architetti, dall’Enpav (veterinari), da Enpapi (infermieri), Eppi (periti industriali), Cipag (geometri), Enpaf (farmacisti) e Enpap(psicologi). Nei prossimi giorni l’adesione dovrebbe essere perfezionata anche da Cassa Forense, la gestione previdenziale degli avvocati, dalla cassa dei dottori commercialisti ed esperti contabili, dalla cassa ragionieri (Cnpr) e dalla cassa dei consulenti del lavoro (Enpacl). Una volta ratificata la convenzione, l’Inps potrà iniziare a liquidare i primi assegni dei professionisti che hanno fatto domanda di cumulo e possiedono tutti i requisiti richiesti: i primi pagamenti partiranno dal prossimo 20 Aprile.

Nuovi requisiti per la pensione confermati dall’Inps

In pensione 5 mesi più tardi: la conferma arriva dall’Inps, che con una nuova circolare [18] ha illustrato i nuovi requisiti per l’uscita dal lavoro relativi al biennio 2019-2020, più severi a causa degli adeguamenti alla speranza di vita.

L’Inps ha anche spiegato che, a causa delle modifiche apportate dalla legge di Bilancio 2018, la variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nell’anno 2016. A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa a ciascun biennio di riferimento sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio stesso e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente. Ad esempio, per il biennio 2023-2024 la variazione della speranza di vita corrisponderà alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2019-2020 e la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018. In ogni caso, a decorrere dal 2021 gli adeguamenti biennali non potranno superare i tre mesi: l’eventuale parte eccedente andrà dunque a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando che anche questi non potranno superare i tre mesi.

In buona sostanza, considerando che dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria è pari a 67 anni, nel 2021 l’età pensionabile non potrà essere superiore a 67 anni e 3 mesi; lo stesso vale per la pensione anticipata, per la quale dal 2019 sono richiesti 43 anni e 3 mesi di contributi (42 anni e 3 mesi per le donne); nel 2021 il requisito non potrà superare i 43 anni e 6 mesi (42 e 6 mesi per le donne9.

Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato; il decremento viene considerato nei conteggi dei successivi adeguamenti, fermo restando il limite di tre mesi.

Per approfondire: Nuovi requisiti per la pensione 2019.

Pensione addetti ai lavori usuranti e turni notturni: scadenza domande

Scade il 1° maggio 2018 il termine per inviare la domanda di certificazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità con le quote (la quota è la somma dell’età pensionabile e degli anni di contributi accreditati), per i lavoratori addetti a mansioni usuranti ed ai turni notturni. In particolare, deve presentare la domanda entro il 1° maggio 2018 chi matura i requisiti per la pensione anticipata con le quote dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019.

Ricordiamo che il requisito minimo per accedere alla pensione di anzianità è la quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 anni di età e di 35 anni di contributi. I requisiti sono più elevati per chi possiede contributi da lavoro autonomo e per gli addetti ai turni notturni che hanno lavorato per meno di 78 notti l’anno. Da quest’anno, però, chi ha lavorato in turni avvicendati da 12 ore (di cui 6 collocate in periodi notturni) ha diritto a una maggiorazione del servizio notturno pari al 50%.

Per approfondire: Domanda di pensione anticipata lavori usuranti e notturni.

Maggiorazione per lavoro notturno con turni di 12 ore

I lavoratori che sono impiegati in cicli produttivi organizzati su turni di 12 ore hanno diritto a una maggiorazione per il calcolo delle notti svolte, ai fini della pensione anticipata per lavoro notturno. Devono però aver svolto l’attività lavorativa per almeno 6 ore nel periodo notturno, inteso come l’intervallo che va dalla mezzanotte alle 5 del mattino. Inoltre, i turni avvicendati devono essere organizzati sulla base di un accordo collettivo sottoscritto entro il 31 dicembre 2016,

Considerata la gravosità di questi turni, la legge di Bilancio 2018, come chiarito da una nuova circolare Inps [17], riconosce la moltiplicazione delle giornate lavorative di turno per 1,5: in questo modo, è più semplice raggiungere il requisito delle 64, 72 o 78 notti.

Pagamenti in arrivo per le pensioni dei professionisti in regime di cumulo

In dirittura d’arrivo le pensioni dei liberi professionisti in regime di cumulo dei contributi: dopo il blocco delle domande di pensione, difatti, causato dalla tassa Boeri, ossia da un importo pari a 65 euro da pagare all’Inps per la gestione delle pratiche relative al cumulo, la situazione è stata ora chiarita.

In particolare, l’assemblea dei presidenti delle casse previdenziali dei liberi professionisti (Adepp) ha approvato all’unanimità il nuovo schema di convenzione con l’Inps sulle pensioni in cumulo, schema in cui è stabilito che gli oneri sulla gestione delle pratiche di pensione sarà proporzionalmente diviso tra Inps e casse professionali.

Pagamenti in arrivo, dunque, per le pensioni in cumulo dei professionisti che, a migliaia, hanno presentato le relative domande ormai da parecchi mesi; si pone, a questo punto, la questione degli arretrati che dovranno essere corrisposti ai professionisti che hanno maturato i requisiti del trattamento da tempo. Gli arretrati non sono, comunque, l’unica questione alla base di probabili futuri contenziosi: fanno discutere, ad esempio, l’applicazione del ricalcolo contributivo del trattamento da parte di parecchie casse professionali, assieme al fatto che i contributi versati presso le casse stesse prima del 1995 non sono validi per il passaggio dal calcolo della pensione misto a quello retributivo. Queste problematiche rendono il cumulo dei contributi assai simile alla totalizzazione.

In ogni caso, i pagamenti delle pensioni in cumulo dei professionisti potranno essere effettuati solo una volta che la convenzione tra Inps e Adepp sarà effettivamente sottoscritta, e collaudata la piattaforma informatica grazie alla quale Inps e Casse dialogheranno per gestire le pensioni.

Rei: reddito d’inclusione esteso, aumenti sino a 540 euro

In attesa del reddito di cittadinanza o del reddito di avviamento al lavoro, cambia e si rafforza il reddito d’inclusione Rei, divenuto operativo di recente: si tratta, lo ricordiamo, di un assegno mensile, che può spettare sino a un massimo di 18 mesi, destinato alle famiglie con figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. Dal 1° luglio 2018, il Rei spetterà a tutte le famiglie aventi i requisiti economici, a prescindere dalla composizione del nucleo familiare, e passerà dalla soglia massima di 485 euro all’importo massimo mensile di circa 540 euro. Lo ha chiarito l’Inps, con una circolare appena pubblicata [16].

Domande Ape sociale 2018 in scadenza

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale, cioè della possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [1].

Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare altre domande di certificazione dei requisiti entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.

Non si sa ancora, invece, se l’Ape social sarà prorogata al 2019: si attende, a questo proposito, l’emanazione di un apposito intervento legislativo.

Pensioni, tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti

Ancora bloccate le pensioni dei professionisti che hanno presentato la domanda di cumulo dei contributi presenti in casse diverse: nonostante le casse dei liberi professionisti, difatti, abbiamo tutte firmato la convenzione con l’Inps In materia di pensioni in regime di cumulo, l’Inps ha disconosciuto la convenzione stessa, chiedendo il pagamento di una nuova tassa, ribattezzata tassa Boeri (il nome deriva dal presidente dell’istituto, sostenitore di questa nuova tassa), finalizzata a sostenere gli oneri delle pratiche pensionistiche. Ne abbiamo parlato nell’articolo Pensioni bloccate dalla tassa Boeri.

Successivamente, il ministero del Lavoro ha proposto una nuova convenzione nella quale la tassa Boeri è stata, di fatto, cancellata, e gli oneri legati alla gestione delle pratiche di pensione sono ripartiti, con modalità ancora da definire, tra l’Inps e le casse professionali. L’Inps, con un comunicato stampa [15], ha confermato la possibilità di aderire alla nuova convenzione: la parola passa ora alle casse dei liberi professionisti, che si ritiene risponderanno positivamente alla tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti.

Nel caso in cui le casse professionali aderiscano, le domande di pensione in regime di cumulo potranno essere finalmente sbloccate e le pensioni liquidate.

Pensioni bloccate dall’Inps per la tassa Boeri

Fumata nera sulle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti: nonostante tutte le casse professionali, difatti, abbiano ratificato la convenzione con l’Inps, l’ente ha disconosciuto l’accordo, pretendendo il pagamento di una nuova tassa da 65 euro per ogni pensione, ribattezzata tassa Boeri.

Allo stato dei fatti, dunque, nonostante il via libera di tutte le gestioni previdenziali, la pensione, per i liberi professionisti che possiedono contributi in casse diverse e hanno deciso di fruire del cumulo, non può essere ancora pagata. Non si sa se e quando la diatriba potrà essere risolta: le casse stanno valutando l’avvio di un contenzioso contro l’Inps.

Iscrizione Inps degli artigiani irregolari

L’Inps, con un nuovo messaggio [14], ha ricordato che, in base all’attuale normativa, il lavoratore privo dei requisiti di legge per lo svolgimento di attività artigiana, e quindi per l’iscrizione alla gestione artigiani, non può essere esonerato dall’adempimento degli obblighi previdenziali per il periodo di esercizio effettivo dell’attività, quindi dal versamento dei contributi Inps alla gestione speciale artigiani.

La previsione normativa si basa sul presupposto logico che l’attività artigiana non autorizzata, una volta evidenziata la palese irregolarità di esercizio, deve essere cessata, con conseguente cessazione dell’obbligo contributivo.

Pertanto, il  lavoratore resta iscritto alla gestione previdenziale artigiani fino alla data di emissione della delibera della Commissione Provinciale Artigianato (o Organismo equipollente) che ne decreta la cancellazione o la non iscrivibilità all’Albo delle Imprese Artigiane, trattandosi appunto di attività svolta in assenza dei requisiti di legge.

Nessun contributo Inps da pagare per la definizione agevolata

Se il contribuente, sottoposto ad accertamento fiscale, si avvale della definizione agevolata delle liti pendenti, non è tenuto a pagare all’Inps i contributi sul maggior reddito imponibile accertato. Lo ha chiarito il tribunale di Siracusa [12]. La scelta della definizione agevolata non ha, difatti, valore di accettazione o riconoscimento della base imponibile accertata in via induttiva dall’agenzia delle Entrate,  perchè non si tratta di un’ipotesi assimilabile all’accertamento con adesione e manca una prova puntuale da parte dell’Inps di corrispondenza al vero del reddito accertato.

La pensione dell’avvocato non aumenta a seguito di accertamento fiscale

L’accertamento con adesione non dà luogo al ricalcolo della pensione liquidata dalla Cassa Forense. Lo ha stabilito la Cassazione [13], basandosi sul fatto che il regolamento della cassa calcola la pensione di vecchiaia sui redditi professionali dell’iscritto, senza considerare possibili variazioni operate da successivi accertamenti di natura fiscale.

Questo, nonostante la normativa sull’accertamento con adesione stabilisca che l’accertamento sia rilevante ai fini dei contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile sia riconducibile a quella delle imposte dei redditi. Si tratta infatti di una norma di natura tributaria, che non disciplina i riflessi previdenziali, che devono invece essere regolamentati dall’ordinamento delle singole gestioni.

Pensione in regime di cumulo, ricalcolo contributivo

Il cumulo dei contributi, per chi è iscritto a una cassa professionale (come Cassa Forense e Inarcassa) somiglia sempre di più alla totalizzazione, che prevede il ricalcolo della pensione col sistema contributivo, salvo il diritto ad autonomo trattamento presso una delle casse coinvolte. Quasi tutte le gestioni previdenziali dei liberi professionisti, difatti, hanno deciso di applicare il ricalcolo contributivo del trattamento, normalmente penalizzante, agli iscritti che ottengono la pensione attraverso il cumulo della contribuzione (che, lo ricordiamo, consente di sommare i contributi presenti presso fondi diversi per il diritto alla pensione; per determinare la misura della pensione ogni cassa calcola la propria quota secondo il proprio regolamento previdenziale).

Inarcassa, ad esempio, ossia la cassa degli ingegneri e degli architetti, non applica il ricalcolo contributivo soltanto a chi possiede l’anzianità contributiva minima utile alla pensione di vecchiaia unificata (pari a 32 anni e 6 mesi di contributi nel 2018). Tutti gli altri utilizzatori del cumulo subiscono il ricalcolo della pensione sulla base della contribuzione posseduta, senza considerare i redditi migliori, quindi vengono, di fatto, penalizzati dalla scelta di pensionarsi sommando i contributi posseduti in casse diverse.

Lo stesso succede, ad esempio, agli avvocati, che ottengono la pensione calcolata col sistema reddituale solo se raggiungono almeno 33 anni di contributi (34 dal 2019); i ragionieri non subiscono il ricalcolo contributivo soltanto se richiedono la pensione di vecchiaia in cumulo, mentre se richiedono la pensione anticipata sono sempre assoggettati a questo tipo di calcolo.

Insomma, la pensione in regime di cumulo dei contributi non ha grandi differenze con la totalizzazione, a causa delle regole applicate dalle casse professionali; l’unico lato positivo resta la mancata applicazione del ricalcolo contributivo alle quote di pensione erogate dalle gestioni Inps [4].

Quanto stabilito dalle casse professionali è comunque legittimo, perché garantisce la sostenibilità a lungo termine. Le prime pensioni in regime di cumulo, per i professionisti, saranno liquidate a breve: in questi giorni le casse stanno infatti ratificando la convenzione tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti). Ratificata la convenzione, arriverà il via libera operativo alla liquidazione delle domande di pensione in cumulo.

Pensione anticipata, Ape sociale e blocco età pensionabile, ok ai nuovi lavori gravosi

Ok definitivo all’ampliamento dei lavori gravosi: è stato difatti appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto [11] che estende a 15 le categorie degli addetti ai lavori particolarmente faticosi e rischiosi, che possono godere di importanti benefici pensionistici.

In particolare, da ora in poi possono usufruire dell’Ape sociale, della pensione anticipata precoci e del blocco dell’età pensionabile gli operai agricoli, gli operai siderurgici ed i lavoratori del vetro fuori dal perimetro dei lavori usuranti, i lavoratori marittimi imbarcati ed i pescatori.

Ecco, nel dettaglio, chi sono i nuovi addetti ai lavori gravosi:

  • operai agricoli specializzati: si tratta di coloro che pianificano ed eseguono tutte le operazioni necessarie a coltivare prodotti agricoli destinati al consumo alimentare e non, rendendo produttive colture in pieno campo, coltivazioni legnose, vivai, serre ed orti stabili;
  • operai specializzati della zootecnica: si tratta di coloro che si occupano della cura, della alimentazione e della custodia di animali da allevamento, per produrre carne o altri prodotti destinati al consumo alimentare, o alla trasformazione e produzione industriale
  • operai agricoli non specializzati: si tratta di coloro che curano e mettono a produzione in modo non specialistico o univoco una o più tipologie di coltura e di allevamento;
  • operai non qualificati nell’agricoltura e nella manutenzione del verde;
  • operai non qualificati addetti alle foreste, alla cura degli animali, alla pesca e alla caccia;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare, dipendenti o soci di cooperative;
  • siderurgici di prima e seconda fusione: fonditori, operatori di altoforno, convertitori e di forni di raffinazione, operatori di forni di seconda fusione, colatori di metalli e leghe e operatori di laminatoi, operatori di impianti per il trattamento termico dei metalli, conduttori di forni ed altri impianti per la lavorazione del vetro (lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature non già ricompresi tra i lavori usuranti), della ceramica e di materiali assimilati;
  • marittimi imbarcati a bordo: marinai di coperta e operai assimilati (coloro che conducono macchine e motori navali, barche e battelli, o che supportano le operazioni di trasporto marittimo);
  • personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne.

Decorrenza pensione anticipata lavoratori precoci

La pensione anticipata precoci decorre, ricorrendone i requisiti, dal mese successivo alla presentazione della domanda, come chiarito dall’Inps con una nuova circolare [9].

Per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria, la pensione decorre dal giorno successivo alla risoluzione del rapporto di lavoro.

Se la pensione anticipata precoci è ottenuta attraverso il cumulo dei contributi, la decorrenza è dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda.

Per le nuove categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci (caregiver che assistono parenti o affini sino al 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 1 marzo 2018,  la pensione anticipata avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018,  dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Domanda Ape sociale

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono fruire della possibilità di pensionarsi con 3 anni e 7 mesi di anticipo: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [10]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape social, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve invece attendere l’emanazione di un successivo intervento legislativo.

Decorrenza Ape sociale

Per le nuove categorie di beneficiari dell’Ape sociale (caregiver che assistono parenti o affini di 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 31 marzo 2018,  l’anticipo pensionistico avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018, dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Aumento età pensionabile

Per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria è necessario possedere, nel 2018, almeno 66 anni e 7 mesi di età, assieme ad almeno 20 anni di contributi (15 anni per chi rientra nella Deroga Amato o nell’Opzione Contributiva Dini); l’assegno di pensione, inoltre, non deve risultare inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (cioè a circa 673 euro) se il trattamento è calcolato col sistema interamente contributivo.

Dal 2019, a causa dell’incremento della speranza di vita media riscontrato dall’Istat, il requisito di età è aumentato di a 5 mesi: si potrà dunque ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni.

Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Blocco età pensionabile per addetti ai lavori gravosi

L’età pensionabile aumenta per tutti, uomini e donne, dal 2019, a 67 anni, e aumentano di 5 mesi tutti i requisiti per le pensioni soggetti agli adeguamenti alla speranza di vita.

L’età pensionabile resta però ferma a 66 anni e 7 mesi per gli addetti ai lavori gravosi: ricordiamo che gli addetti ai lavori gravosi sono coloro che rientrano in 15 categorie di addetti a mansioni particolarmente faticose e rischiose, e che possono beneficiare dell’Ape sociale con 36 anni di contributi (35 anni per le donne con un figlio, 34 anni per le donne che hanno da 2 figli in su).

Perché gli interessati possano essere riconosciuti come addetti ai lavori gravosi ai fini delle agevolazioni pensionistiche, è necessario che abbiano svolto le attività faticose e rischiose previste dalla legge per almeno 7 anni nell’ultimo decennio prima del pensionamento, oppure per 6 anni nell’ultimo settennio.

Ad ogni modo, l’età pensionabile resterà inalterata solo se in possesso di almeno 30 anni di contributi.

Aumento età per la pensione di vecchiaia contributiva

Chi ha diritto al calcolo interamente contributivo del trattamento, ha diritto alla pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi e senza soglie di accesso, ma con 70 anni e 7 mesi di età. Dal 2019, a causa degli incrementi della speranza di vita media, l’età per la pensione di vecchiaia contributiva aumenterà a 71 anni.

Aumento età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità

La pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, che può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità pensionabile minima dell’80% con almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne e 60 anni e 7 mesi per gli uomini, più 20 anni di contributi (15 in alcuni casi), subisce dal 2019 un aumento del requisito di età. In particolare sarà possibile pensionarsi con un’età minima di 56 anni per le donne e di 61 anni per gli uomini. La finestra di attesa, dalla maturazione dell’ultimo requisito alla data della pensione, è pari a 12 mesi.

Aumento requisiti pensione anticipata

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dalla legge Fornero [1] al posto della pensione di anzianità, è un trattamento che può essere raggiunto con un determinato numero di anni di contributi, a prescindere dall’età. Un limite di età esiste per la sola pensione anticipata contributiva (alla quale può accedere a 63 anni e 7 mesi di età solo chi è assoggettato al calcolo contributivo della pensione).

Il requisito contributivo previsto per la pensione anticipata ordinaria è più basso per i lavoratori precoci (cioè che possiedono almeno 12 mesi di contributi da lavoro accreditati prima del 19° anno di età) che appartengono a determinate categorie tutelate (le stesse categorie destinatarie dell’Ape sociale): questi lavoratori possono pensionarsi con 41 anni di contributi.

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, sino al 31 dicembre 2018, sono:

  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;
  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Il requisito successivamente aumenterà di 5 mesi nel 2019, cioè a 43 anni e 3 mesi per gli uomini ed a 42 anni e 3 mesi per le donne. Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Dal 2019 aumenta di 5 mesi anche il requisito per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, che sale così a 41 anni e 5 mesi.

Per la pensione anticipata contributiva gli attuali requisiti sono:

  • 63 anni e 7 mesi di età;
  • 20 anni di contributi;
  • un assegno pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale (ossia, per il 2018, a 1.268,40 euro mensili, poiché l’assegno sociale è pari a 453 euro).

Dal 2019 il requisito di età aumenterà a 64 anni.

Domanda di pensione lavoratori precoci

l’Inps, con una recente circolare, ha  ricordato che il termine per presentare le domande per la cosiddetta pensione anticipata quota 41 scade il 1° marzo 2018 [1]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda tardivamente ma, in questo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che i 41 anni di contributi, assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve inviare la domanda per il beneficio precoci, invece, entro il 1° marzo 2019, oppure può inviare l’istanza tardivamente entro il 30 novembre 2019: la pensione anticipata con 41 anni di contributi (che dal 2019 si potrà ottenere con 41 anni e 5 mesi di contributi, per effetto degli incrementi legati alla speranza di vita media), difatti, è una misura permanente, che non ha scadenza.

Ricordiamo che la pensione anticipata per i lavoratori precoci può essere ottenuta, innanzitutto, soltanto coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19º anno di età, se iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 ed appartenenti a particolari categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi dal 74% in su e addetti ai lavori gravosi.

Modifica del meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Qual è, invece, la situazione attuale? Ad oggi si applica ancora quanto disposto dalla riforma delle pensioni 2010 [2], poi confermato dalla legge Fornero [1]: la normativa prevede, in particolare, degli adeguamenti periodici alla speranza di vita, biennali dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

Aumento età pensionabile lavoratori marittimi

Per i lavoratori marittimi addetti al pilotaggio, sia uomini che donne, nel 2018 l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi.

Per i lavoratori marittimi adibiti al servizio di macchina o stazione radiotelegrafica a bordo, aumenta invece a 58 anni e 7 mesi, unitamente ad almeno 20 anni di contributi (1040 settimane), di cui 520 al servizio di macchine o di stazioni radiotelegrafiche di bordo.

Aumento età pensionabile poligrafici

Per i dipendenti di aziende poligrafiche in crisi aumentano i requisiti per il prepensionamento: non si tratta di requisiti di età, ma contributivi. Per l’uscita dal lavoro, in particolare, sono richiesti 37 anni e 7 mesi di contributi. Nei loro confronti, tuttavia, la legge di Bilancio 2018 ha previsto una salvaguardia della vecchia normativa (ossia della normativa vigente sino al 31 dicembre 2013) per tutelare coloro che avevano siglato accordi di Cigs (cassa integrazione straordinaria) entro il maggio 2015.

Aumento età pensionabile personale viaggiante

Per il personale viaggiante addetto ai servizi pubblici di linea, appartenenti all’ex Fondo Trasporti, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi, sia per gli uomini che per le donne. Per questi lavoratori, difatti, la normativa sull’armonizzazione dei requisiti ha stabilito che l’età per l’uscita dal lavoro può essere può essere anticipata sino a un massimo di 5 anni rispetto a quella previsto per la generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile lavoratori dello spettacolo

Per alcune categorie di lavoratori dello spettacolo iscritti all’ex Enpals (oggi, a seguito dell’assorbimento da parte dell’Inps, al Fondo lavoratori dello Spettacolo) aumentano i requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata.

In particolare:

  • per i lavoratori del gruppo ballo l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 46 anni e 7 mesi;
  • per i lavoratori del gruppo cantanti, artisti lirici e orchestrali, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 61 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 59 anni e 7 mesi per le donne; .la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo (con la particolarità che i due requisiti possono non maturarsi contemporaneamente, dato che un anno di contributi si acquista con un numero minimo di giornate convenzionali, generalmente 120), e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli appartenenti al gruppo attori, conduttori, maestri d’orchestra e figurazione e moda, i requisiti di età per la pensione di vecchiaia anticipata salgono a 64 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 62 anni e 7 mesi per le donne; anche per questi soggetti, la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli altri lavoratori iscritti al fondo dello spettacolo l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria, nel 2018, è pari a quella prevista per la generalità dei lavoratori, ossia a 66 anni e 7 mesi, in quanto non godono di alcun’agevolazione previdenziale rispetto alla generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile sportivi professionisti

L’età pensionabile aumenta nel 2018 anche per gli sportivi professionisti iscritti all’ex Enpals, oggi al fondo di previdenza degli sportivi professionisti.

Nel dettaglio, per coloro che sono in possesso di almeno un contributo versato al 31 dicembre 1995, l’età pensionabile sale a 53 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 51 anni e 7 mesi per le donne, a condizione che possiedano almeno 20 anni anzianità assicurativa e di contributi con la qualifica di sportivo professionista.

Semplificazione accesso alla pensione per gli addetti ai lavori usuranti

Gli adempimenti per la domanda di pensione degli addetti ai lavori usuranti sono stati recentemente semplificati. La legge di Bilancio 2018 ha inoltre introdotto un bonus per chi svolge lavoro notturno per meno di 78 giorni all’anno ed è impiegato in cicli produttivi del settore industriale su turni di 12 ore (sulla base di accordi collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2016). In questi casi, i giorni lavorativi effettivamente svolti devono essere moltiplicati per il coefficiente 1,5: questo dovrebbe comportare il perfezionamento dei requisiti pensionistici anticipatamente.

Restano, invece, invariati sino al 2026 i requisiti contributivi, di età e le quote per l’accesso alla pensione.

La domanda di pensione, per gli addetti ai lavori usuranti, deve essere presentata all’Inps entro il 1° maggio 2018, se si maturano i requisiti per la pensione di anzianità con le quote nel 2019. Per chi matura i requisiti nel 2018, invece, la data di presentazione dell’apposita domanda di certificazione dei requisiti all’Inps è già passata: la scadenza era difatti fissata al 1° maggio 2017. Si ha comunque diritto alla liquidazione della pensione, ma posticipata, a seconda del ritardo nella presentazione dell’istanza.

Per sapere, con precisione, chi appartiene alle categorie degli addetti ai lavori usuranti, e quali sono i requisiti per la pensione, si veda: Elenco lavori usuranti.

Ape prorogata al 2019

È stato prorogato sino al 31 dicembre 2019 l’Ape volontario, cioè l’anticipo pensionistico che può essere ottenuto attraverso un prestito bancario e consente di uscire dal lavoro sino a 3 anni e 7 mesi prima della maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

Proroga in vista anche per l’Ape sociale, ossia per l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che può essere richiesto, come l’Ape volontario,  a partire dai 63 anni di età e che sostiene il lavoratore fino al perfezionamento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia (dal 2018 pari a 66 anni e 7 mesi per tutti), per un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.

Possono accedere all’Ape sociale, nello specifico, i lavoratori che, al momento della domanda, abbiano già compiuto 63 anni di età, e che siano, o siano stati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago, che comprende gli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi), alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, o alla gestione Separata Inps, purché cessino l’attività lavorativa e non siano già titolari di pensione diretta.

I beneficiari dell’Ape sociale devono possedere almeno 30 anni di contributi (contando tutti i periodi non coincidenti maturati presso le gestioni Inps; è previsto lo sconto di un anno nel requisito contributivo per le donne con un figlio, di 2 anni per le donne che hanno dai 2 figli in su) se appartengono alle categorie dei disoccupati, dei caregiver e degli invalidi dal 74%, almeno 36 anni di contributi (salvo la riduzione appena esposta per le donne con figli) se appartengono alle 15 categorie di addetti ai lavori gravosi.

L’età minima per l’accesso all’Ape sociale, per chi raggiunge l’età pensionabile dal 2019, è spostata a 63 anni e 5 mesi a causa degli incrementi legati alla speranza di vita.

Per la proroga dell’Ape sociale al 2019, la cui possibilità è prevista nella legge di Bilancio 2018, si attende, ad ogni modo, un successivo intervento legislativo.

Ape sociale per addetti ai lavori gravosi

Nella legge di Bilancio 2018 è stato poi previsto l’ampliamento dell’Ape social a 4 nuove categorie di addetti ai lavori gravosi, che potranno beneficiare anche del blocco dell’età pensionabile.

Si tratta di:

  • operai siderurgici di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature fuori dal perimetro dei lavori usuranti;
  • operai dell’agricoltura, della zootecnia e pesca;
  • marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare dipendenti o soci di cooperative.

È stato inoltre abolito, per gli addetti ai lavori gravosi, il vincolo di una tariffa Inail pari almeno al 17 per mille ed è previsto che le attività gravose possano essere svolte:

  • per almeno 6 anni nell’ultimo settennio antecedente il pensionamento;
  • per almeno 7 anni nell’ultimo decennio antecedente il pensionamento.

Questi lavoratori potranno poi avere accesso, così come tutte le categorie di destinatari dell’Ape sociale, alla pensione anticipata precoci con 41 anni di contributi, se possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19° anno di età.

Ape sociale disoccupati

Per quanto riguarda la categoria dei disoccupati, anch’essi destinatari dell’Ape sociale, la misura è stata estesa anche a coloro il cui rapporto di lavoro è cessato a seguito di un contratto a termine, se hanno alle spalle almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni.

Inoltre potranno accedere all’Ape sociale anche coloro che sono stati rioccupati con un contratto di lavoro subordinato, con i voucher o col contratto di prestazione occasionale o il libretto famiglia per non più di 6 mesi complessivamente [3].

Ape sociale caregiver

Per quanto riguarda i caregiver, un’altra categoria di beneficiari dell’Ape sociale, potranno accedere alla misura coloro che assistono un disabile portatore di handicap grave convivente, anche se familiare entro il 2° grado, qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 anni, oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti.

Ape rosa

In merito ai requisiti contributivi previsti per l’Ape sociale, la legge di Bilancio 2018 ha riconosciuto una riduzione degli anni di contributi richiesti per le lavoratrici con figli: questa misura è conosciuta col nome di Ape Rosa.

Lo sconto contributivo previsto, in particolare, è pari a un anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni di riduzione del requisito contributivo richiesto.

In questo modo, le donne con almeno due figli appartenenti alla categoria degli invalidi, dei caregiver o dei disoccupati, possono richiedere l’Ape sociale con un minimo di 28 anni di contributi, mentre le appartenenti alla categoria degli addetti ai lavori gravosi possono richiedere la misura con un minimo di 34 anni di contributi.

Proroga Ape volontario

La legge di Bilancio 2018, oltre alla proroga dell’Ape sociale, come abbiamo detto, ha anche previsto la proroga dell’Ape volontario per coloro che maturano i requisiti previsti per le misure entro il 31 dicembre 2019. In particolare, nella manovra è stato previsto un apposito fondo in cui dovranno confluire le risorse utili alla proroga delle misure.

Ricordiamo che aderendo all’Ape volontario il lavoratore può ricevere un assegno, a partire dai 63 anni di età, se possiede almeno 20 anni di contributi, sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia, con un anticipo massimo possibile pari a 3 anni e 7 mesi.

Considerando che l’età per la pensione di vecchiaia, attualmente, è pari a 66 anni e 7 mesi, l’anticipo può essere richiesto con un minimo di 63 anni di età; per coloro che matureranno i requisiti per la pensione di vecchiaia dal 2019, però, il requisito slitta a 63 anni e 5 mesi di età, dato che dal 2019 l’età pensionabile sarà elevata a 67 anni. In caso di futuri adeguamenti alla speranza di vita nel 2021, il decreto sull’Ape volontario prevede la concessione dell’Ape supplementare, ossia un allungamento del periodo di percezione dell’anticipo.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione e che comporta (assieme all’assicurazione obbligatoria e al contributo per il fondo di solidarietà) una penalizzazione, sulla futura pensione, pari a circa il 5% dell’importo per ogni anno di anticipo. La penalizzazione può essere calcolata in anticipo grazie al nuovo simulatore, disponibile nel sito web dell’Inps.

L’Ape volontario sarà attivato a breve: per richiederlo si dovrà prima provvedere a farsi rilasciare un’apposita certificazione dall’Inps, poi, scelto il prestito e il soggetto finanziatore, si dovrà inoltrare la domanda di Ape e la domanda di pensione.

Niente Ape volontario per chi possiede contributi in casse diverse

Niente anticipo pensionistico per chi possiede contributi in gestioni previdenziali diverse, se nessuna delle casse, da sola, raggiunge 20 anni di accrediti contributivi: lo ha stabilito l’Inps, con una nuova circolare [8Inps Circ. n.28/2018.]. Diversamente da quanto accade per l’Ape sociale, dunque, non è possibile combinare l’anticipo pensionistico con il cumulo della contribuzione. Questo penalizza notevolmente chi ha avuto una carriera frammentaria; risulta penalizzato anche chi, pur raggiungendo 20 anni di contributi in una sola gestione, possiede una contribuzione poco elevata e non può cumulare i contributi posseduti presso altre casse per aumentare l’importo della pensione. L’Ape volontario, difatti, non può essere ottenuto se la futura pensione risulta inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo (ossia se è sotto i 710 euro mensili): potendosi considerare la contribuzione di una cassa sola per il calcolo della futura pensione in rapporto al diritto all’Ape, è chiaro che gli accessi all’anticipo pensionistico saranno notevolmente ristretti.

È invece ammesso il vecchio cumulo tra i contributi posseduti presso il fondo Inps dipendenti e le gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti), in quanto si tratta di un cumulo d’ufficio. Chi, poi, vuole raggiungere l’Ape volontario comunque, nonostante possieda contribuzione accreditata presso gestioni diverse, può avvalersi della ricongiunzione dei contributi a titolo oneroso

Ape aziendale

L’Ape aziendale consiste nella possibilità, per l’azienda, di incentivare l’esodo dei lavoratori con almeno 63 anni di età, offrendo un contributo che serva ad abbassare i costi dell’Ape volontario.

Nello specifico, il datore di lavoro può, con il consenso del lavoratore dipendente interessato dall’esodo, incrementare la somma dei contributi accreditati a quest’ultimo, versando un contributo all’Inps in un’unica soluzione al momento della richiesta dell’Ape.

Il contributo non deve essere inferiore, per ciascun anno o sua frazione di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, all’importo della contribuzione volontaria basata sulla retribuzione percepita dal lavoratore prima del pensionamento.

Il contributo aggiuntivo serve ad incrementare la misura della pensione che il lavoratore riceve una volta terminata la fruizione dell’Ape, abbassando in questo modo l’incidenza sulla prestazione delle rate di restituzione del prestito finanziario.

Rita, anticipo della pensione integrativa

La Rita, rendita integrativa anticipata, consiste nella possibilità di ottenere in anticipo la pensione complementare, rispetto alla maturazione dei requisiti previsti per la pensione principale: in questo modo, il costo dell’Ape volontario può essere diminuito o addirittura azzerato, nel caso in cui la rendita anticipata sia consistente.

Hanno diritto alla pensione integrativa anticipata, o Rita, nel dettaglio, gli iscritti alla previdenza complementare che risultano disoccupati da almeno 24 mesi (non più da almeno 48 mesi), possiedono almeno 20 anni di contributi e maturano entro 5 anni i requisiti per la pensione di vecchiaia.

Inoltre, la rendita può essere richiesta con un anticipo di 10 anni rispetto alla data di maturazione dei requisiti della pensione principale, nell’ipotesi in cui l’anticipo decennale sia previsto dallo statuto o dal regolamento del fondo di previdenza complementare a cui il lavoratore aderisce.

Pensione professionisti con cumulo dei contributi

È stata siglata tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti) una convenzione che disciplina il riconoscimento delle pensioni in totalizzazione e cumulo gratuito, per i professionisti che possiedono contributi accreditati sia presso le casse private che presso le gestioni Inps.

Nelle prossime settimane, le 18 casse dei liberi professionisti dovranno formalizzare l’adesione alla convenzione, mentre l’Inps, nel frattempo, provvederà a rendere operativa la piattaforma informatica per la raccolta delle domande e l’erogazione delle pensioni in regime di cumulo.

Pagamento a breve, dunque, per la pensione in cumulo dei professionisti, attesa da oltre un anno: nonostante il via libera al cumulo dei contributi sia arrivato non solo dall’Inps [4], ma dalla maggior parte delle casse dei liberi professionisti (Inarcassa, Enpam, Cipag, CNPR, Cassa Forense…), con apposite circolari [5], senza l’operatività della convenzione Inps Adepp le pensioni non possono essere liquidate.

Reddito d’inclusione Rei

Dal 1° luglio 2018 non sarà più richiesto, per ottenere il reddito d’inclusione, che nel nucleo familiare siano presenti figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. In più, per le famiglie da 5 componenti in su la misura massima del Rei sale a 534 euro mensili.

Prepensionamento con 7 anni di anticipo

L’isopensione e l’assegno straordinario, due trattamenti meglio conosciuti sotto il nome di prepensionamento o scivolo pensionistico, consentiranno agli esuberi l’uscita dal lavoro con 7 anni di anticipo. Per approfondire: Pensione con 7 anni di anticipo, come funziona.

Pensione d’invalidità civile

La pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, è una prestazione dell’Inps che spetta a chi possiede un’invalidità riconosciuta dal 74% al 99%, se è disoccupato e non supera determinati limiti di reddito.

La pensione mensile d’invalidità, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Pensione invalidi civili totali

La pensione mensile per gli invalidi civili in misura pari al 100%, o pensione di inabilità civile, ha lo stesso importo dell’assegno di assistenza, dunque, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione, però, è più alto ed è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni, anche in questo caso, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di frequenza

L’indennità di frequenza spettante ai minori, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta, come per la pensione d’inabilità e invalidità, una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Assegno sociale sostitutivo

L’assegno sociale sostitutivo, o derivante dall’invalidità civile, dal 2018 è concesso a 66 anni e 7 mesi di età e non più a 65 anni e 7 mesi, proprio come l’assegno sociale ordinario. L’importo dell’assegno sociale sostitutivo, per il 2018, è pari a:

  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base, pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore, pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro;
  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale, pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro.

Pensione sociale sostitutiva

L’importo della pensione sociale sostitutiva, per il 2018, è pari a:

  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base [3], pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore [4], pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro;
  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale [3], pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro.

Pensione speciale sordomuti

La pensione speciale per i sordomuti, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di comunicazione

L’indennità di comunicazione mensile spettante ai sordomuti per il 2018 è pari a 256,21 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per ciechi assoluti

La pensione per ciechi assoluti, per il 2018, è pari a 305,56 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 338,30 euro.

Per i ciechi assoluti ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 305,56 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 266,80 euro.

Pensione per ciechi parziali

La pensione per i ciechi parziali, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Per i ciechi parziali ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, dal 70° anno di età, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 289,81 euro.

Assegno per i decimisti

L’assegno per i decimisti, cioè per chi ha un residuo visivo non superiore in ciascun occhio ad un decimo, con eventuale correzione ottica, per il 2018 è pari a 209,70 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 8.011,78 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Indennità per i ventesimisti

L’indennità mensile spettante ai ventesimisti, cioè a chi ha un residuo visivo in ciascuno degli occhi, con eventuale correzione di lenti, non superiore ad un ventesimo, per il 2018 è pari a 209,51 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Indennità di accompagnamento

L’indennità di accompagnamento, o accompagno, che spetta agli invalidi al 100% non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita o di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore, per il 2018 è pari a 516,35 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Per i ciechi assoluti, l’assegno di accompagnamento è pari a 915,18 euro mensili. Anche in questo caso non sono previsti limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per i talassemici

Per gli affetti da talassemia major e depranocitosi, l’indennità mensile spettante è pari a 507,42 euro, senza limiti di reddito.

Assegno sociale

L’assegno sociale, nel 2018, è pari a 453 euro, ed è erogato, come la pensione, per 13 mensilità: pertanto, la sua misura annuale è pari a 5.889 euro.

L’assegno sociale può spettare in misura intera o ridotta, a seconda del reddito posseduto. In particolare:

  • ai beneficiari non coniugati privi di reddito, spetta in misura intera;
  • ai beneficiari coniugati con reddito inferiore a 5.889 euro annui, spetta in misura intera;
  • ai non coniugati con reddito sino a 5.889 euro annui, spetta in misura ridotta;
  • ai coniugati con reddito sino a 11.778 euro annui, spetta in misura ridotta.

L’importo dell’assegno sociale può essere aumentato, grazie a due diverse maggiorazioni:

  • maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, spettante, dal 2001 [6], per tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati;
  • maggiorazione pari a 190,86 euro, spettante, dal 2002 [7], per i pensionati con almeno 70 di età, per i pensionati con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati; tale maggiorazione può competere anche ai minori di 70 anni che hanno versato un determinato ammontare di contributi: in particolare, la riduzione di età si calcola in ragione di 1 anno ogni 5 anni di contribuzione versata (ad esempio, se Tizio possiede 10 anni di contributi, può accedere alla maggiorazione a 68 anni di età).

La maggiorazione e l’incremento possono essere concessi in misura ridotta fino a concorrenza dei limiti di reddito.

Calendario pensioni

Cambia, infine, il calendario del pagamento delle pensioni 2018, che tornano a essere liquidate il primo giorno bancabile.

Senza consenso informato, al paziente spetta sempre il risarcimento

Posted on : 15-04-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Anche se l’intervento chirurgico o il trattamento medico è andato bene, la mancata firma del malato sul consenso informato gli consente di chiedere il risarcimento del danno.

Per l’omesso consenso informato – obbligatorio per legge prima di qualsiasi trattamento medico sanitario – il paziente va risarcito anche se l’intervento è riuscito: la violazione di tale obbligo di trasparenza nei confronti del malato costituisce, di per sé, un illecito che dà diritto al risarcimento per il danno. E ciò a prescindere dal fatto che l’operazione sia andata bene, in quanto, in questo caso, ad essere leso dall’omessa informazione, è il diritto all’autodeterminazione del malato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. In pratica, secondo l’attuale giurisprudenza, senza consenso informato, al paziente spetta sempre il risarcimento. Ma procediamo con ordine.

Cos’è il consenso informato

Il consenso informato è una autorizzazione che il paziente, prima del trattamento medico o dell’operazione chirurgica, fa al sanitario e alla clinica presso cui avviene detto intervento. Non si tratta di far firmare semplicemente un modellino al paziente, quasi si trattasse di una formalità burocratica: il sanitario ha l’obbligo di spiegare, in modo chiaro e intellegibile, secondo un linguaggio comprensibile dalla persona media, il tipo di operazione che verrà eseguita, le conseguenze e i rischi che essa comporta. Il medico, dal canto suo, è tenuto a fornire al malato tutte le informazioni scientificamente possibili sulla terapia o l’intervento chirurgico previsti indicando modalità ed eventuali conseguenze, al netto dei rischi imprevedibili. In sostanza il malato ha il diritto/dovere di conoscere tutte le informazioni disponibili sulla propria salute e la propria malattia, potendo chiedere al medico tutto ciò che non è chiaro, e deve avere la possibilità di scegliere, in modo informato, se sottoporsi a una determinata terapia o esame diagnostico.

Consenso informato: quando è necessario?

Secondo la pronuncia in commento, tutte le volte in cui non viene presentato, al paziente, il modulo per il consenso informato, tanto il medico quanto la struttura sanitaria (sia che si tratti dell’ospedale pubblico che della clinica privata) devono essere condannati al risarcimento del danno a prescindere dall’esistenza di un danno alla salute. Pertanto, anche quando l’intervento è riuscito, risolvendo interamente la patologia lamentata dal paziente, vi è una lesione che va risarcita: la lesione al diritto del malato di essere informato su quella che sarà la terapia che gli verrà applicata. L’obbligo di trasparenza, infatti, è ineliminabile quando si tratta di un campo delicato come la salute.

Va quindi risarcito il paziente del semplice danno per non aver ricevuto dal medico il modulo da firmare con cui gli viene chiesto il consenso informato. E ciò vale anche se l’intervento chirurgico praticato è risultato non solo necessario ma anche eseguito in modo corretto: l’adesione consapevole dell’ammalato, infatti, è condizione essenziale per la liceità dell’operazione. E quando il medico e la struttura contravvengono all’obbligo costituito a loro carico violano il diritto all’autodeterminazione della terapia da parte dell’interessato. In pratica il malato deve essere consapevole prima della cura alla quale verrà sottoposto per manifestare la sua volontà in modo consapevole e cosciente. La lesione di tale diritto è di per sé stessa un danno.

In effetti il danno da mancato consenso informato si può configurare anche quando l’intervento riesce e la patologia lamentata risulta risolta. La violazione del diritto di autodeterminazione del paziente, invero, gli impedisce di esercitare tutte le opzioni relative all’espletamento dell’atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica. E il pregiudizio non può essere compensato dall’esito favorevole dell’intervento.

La nostra Costituzione stabilisce (agli articoli 13 e 32) che la libertà personale è inviolabile e nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non lo prevede la legge.

Il danno da mancato consenso informato

Il danno per il mancato consenso informato è autonomo e indipendente rispetto a quello alla salute (che scatterebbe, invece, in caso di responsabilità medica), poiché sono differenti le norme e i beni giuridici tutelati dalla legge:

  • gli obblighi di informazione da un lato (la cui violazione lede il diritto all’autodeterminazione del paziente),
  • la necessaria diligenza medica durante l’intervento chirurgico o la terapia, dall’altro lato (la cui violazione, in caso di errore professionale, lede il diritto all’integrità psicofisica).

Non si può neanche affermare – secondo la Cassazione – che, quando l’intervento vada male e il paziente venga risarcito per il danno alla salute, tale indennizzo copra anche quello da mancata sottoscrizione del consenso informato: come detto si tratta di due illeciti diversi, che danno vita a due fonti di danno differenti.

Pertanto, la quantificazione effettuata a seguito della responsabilità professionale per colpa medica non può comprendere anche il danno da mancato consenso informato perché la violazione degli obblighi informativi priva il paziente dalla libertà di compiere scelte che riguardano la sua persona e di esercitare tutte le opzioni relative all’atto sanitario; si tratta quindi di una lesione del tutto indipendente dall’errata esecuzione dell’intervento.