La giustizia privata è legittima?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ragion fattasi o esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando ci si può difendere da soli e quando invece è un reato.

Se la giustizia statale non funziona o è lenta (o, peggio, è corrotta) ci si può fare giustizia da sé? Ad esempio, se l’ufficiale giudiziario tarda a sfrattare l’inquilino, è lecito cambiare le chiavi dell’appartamento? Se il debitore non paga, gli si può afferrare il portafogli o sottrarre il cellulare in attesa che corrisponda il dovuto? Se il vicino di casa non taglia i rami dell’albero che sporgono sul nostro campo, li possiamo bruciare? Se, invece, lo stesso vicino lascia la propria macchina tutti i giorni nel nostro spazio e non la vuole togliere, possiamo bucargli le ruote? Se il condomino moroso non paga le quote, possiamo comunicare in pubblico il suo nome, magari scrivendolo sulla bacheca di Facebook? Nello stesso tempo, se abbiamo in corso un contratto con una persona e questa sta adempiendo male la propria prestazione, possiamo smettere di adempiere la nostra oppure siamo ugualmente tenuti a rispettare gli impegni assunti? Dietro tutte queste domande c’è sempre lo stesso quesito: la giustizia privata è legittima? La risposta è generalmente negativa. Detto con un gergo di strada: se fosse possibile difendersi da soli, i tribunali che ci starebbero a fare? Eppure esistono delle eccezioni, dei casi cioè in cui la giustizia fai-da-te è legittima oppure può essere delegata a soggetti privati. Ma procediamo con ordine.

Quando la giustizia privata è vietata

Proprio per evitare il far-west, il nostro legislatore ha previsto il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni che ricorre in tutti i casi in cui il cittadino, bypassando il giudice, si fa giustizia da solo. Un comportamento del genere, proprio perché sottratto al controllo di un organo terzo e imparziale come il giudice, si presterebbe all’arbitrio privato; il che darebbe potrebbe innescare anche una spirale di reciproche vendette e ritorsioni, con conseguente pericolo per la nostra stessa incolumità. I giudici, invece, servono proprio per garantire una visione tecnica e neutrale. Aderendo al «patto sociale», quello cioè che ci lega tutti allo Stato, accettiamo anche di delegare la decisione delle nostre controversi a chi esercita il potere giurisdizionale, ossia la magistratura.

Esistono due forme del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni:

  • quello con violenza sulle persone
  • quello con violenza sulle cose.

In entrambi i casi il delitto tutela l’interesse dello Stato ad impedire che la privata violenza si sostituisca all’esercizio della funzione giurisdizionale in occasione dell’insorgere di una controversia tra privati. Per cui il soggetto passivo è lo Stato.

Ambedue i reati sono perseguibili a querela della persona offesa.

Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ricorre solo se c’è la possibilità concreta di ricorrere al giudice. Tale possibilità manca quando il soggetto si trova dinanzi alla minaccia di essere violentemente spogliato del suo possesso. La legge infatti, ai fini della pace sociale, consente l’autotutela nei casi in cui si verifica il pericolo attuale di un attacco ingiusto. Pertanto non commette il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni il titolare di un terreno che, usando violenza, si oppone a chi violentemente cerca di occupare il terreno stesso.

Vi è invece esercizio arbitrario quando il padrone di casa, che non riesce a sfrattare l’inquilino, cambia la serratura oppure quando il marito trascina con la forza la propria moglie in casa invocando l’obbligo di coabitazione se lei se ne vuole andare via.

Proprio perché è necessario, ai fini di tale reato, una violenza sulle cose o sulle persone, non c’è illecito penale nel comportamento di chi raccoglie, in un terreno di cui è dubbia la proprietà, i frutti maturi caduti dall’albero; o di chi ara il campo per coltivarlo e non lasciarlo abbandonato a sé stesso; o di chi devia il corso delle acque del vicino dal proprio terreno; di chi sbarra con un palo l’accesso a un proprio terreno oppure, sopra il muretto, appone dei vetri rotti o del filo spinato. Viceversa, si considera reato forzare una porta, gustare il raccolto, estirpare o recidere piante non destinate al taglio, demolire un muro che non doveva essere eretto, rompere un tubo che provoca umidità e danni, strappare un documento, ecc.

Nello stesso tempo esula completamente dal reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni la legittima difesa, in quanto posta in condizioni di necessità, nelle quali alcun giudice potrebbe intervenire per evitare un danno grave e imminente.

Quando è legittima l’autotutela

Altre ipotesi in cui è consentita l’autotutela, nell’ambito del diritto civile, sono quelle che danno al privato la possibilità di sospendere l’esecuzione di un contratto quando la controparte è a sua volta inadempiente. Si pensi al caso di una persona che sta pagando l’affitto ma l’appartamento è completamente inservibile per via di gravi perdite d’acqua tanto da costringere l’inquilino ad andare via. Si pensi al caso di una bolletta del telefono il cui pagamento viene interrotto perché la linea non funziona più.

Altra ipotesi in cui l’autotutela privata è consentita è sempre in presenza di un inadempimento contrattuale: in questo caso, la parte che è rimasta senza la prestazione richiesta può assegnare all’altro soggetto un «termine essenziale» entro il quale questi deve adempiere; scaduto il termine, il contratto si deve considerare automaticamente risolto senza bisogno dell’intervento del giudice. Si pensi a una persona che ordina un’auto da una concessionaria; in presenza di un protratto ritardo nella consegna del mezzo, tanto da determinare un danno per il cliente o da fargli perdere l’interesse all’acquisto, questi può sciogliersi dall’impegno assegnando al venditore 15 giorni di tempo per ottemperare alla propria prestazione; scaduti i 15 giorni l’acquirente non è più tenuto a pagare l’auto qualora questa dovesse arrivare poco dopo.

La giustizia esercitata dai privati

Terminiamo questa trattazione parlando dei casi in cui la giustizia può essere amministrata da privati. Nelle cause civili che hanno ad oggetto «diritti disponibili» – ossia, in prevalenza, quelli di natura economica (non quindi quelli relativi alla famiglia, allo stato delle persone, ai diritti del lavoratori, ecc.) le parti confliggenti possono accordarsi di assegnare la decisione ad arbitri: soggetti privati che vestono le parti dei giudici e decidono la controversia. La loro decisione (cosiddetto «lodo») ha, per l’ordinamento, lo stesso valore di una sentenza del giudice e può consentire l’esecuzione forzata. Si tratta di un sistema per decongestionare le aule dei tribunali.

Stipendio non pagato: chi si licenzia ha diritto al preavviso?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dimissioni: al dipendente che “si licenzia” perché non gli viene pagato lo stipendio spetta, sull’ultima busta paga, anche l’indennità di preavviso.

Hai più volte sollecitato il pagamento degli ultimi stipendi, ma il datore di lavoro fa orecchie da mercante e, nonostante le promesse, è ancora in ritardo. I fondi in banca stanno per finire e così hai deciso di abbandonare il posto di lavoro per trovarne uno dove la retribuzione venga versata con maggiore puntualità. Nello stesso tempo potrai ottenere anche l’indennità di disoccupazione (Naspi), l’assegno che eroga l’Inps per tutti coloro che “si licenziano” per una giusta causa, come appunto nel caso di mancato pagamento dello stipendio. Senonché il datore di lavoro sostiene che non te ne puoi andare dall’oggi al domani perché, comunque, devi dare un preavviso. Siccome tu già conosci la legge molto bene, gli hai risposto prontamente, dicendogli che, qualora l’azienda non paghi lo stipendio, per le dimissioni non c’è bisogno di alcun preavviso e si può recedente «in tronco» dal rapporto di lavoro (su questo punto leggi Azienda non paga stipendio: per dimissioni va dato preavviso?). Anzi, al contrario, secondo il tuo più modesto avviso, sei tu ad aver diritto all’indennità sostitutiva di preavviso essendo stato costretto a “licenziarti” per necessità. Chi ha ragione?

La prima cosa da chiarire è che, nel caso in cui il dipendente sia stato costretto a rassegnare le dimissioni dal lavoro per una giusta causa (mobbing, violenze, molestie, avance, mancato pagamento dello stipendio, trasferimento illegittimo, demansionamento, ecc.), per il recesso non bisogna dare il preavviso ma solo una comunicazione. In buona sostanza il lavoratore può decidere di non recarsi più al lavoro, già dal giorno dopo la comunicazione. Si tratta di una risoluzione in tronco del rapporto di lavoro che avviene a causa di un comportamento illegittimo da parte del datore. È però necessario che la comunicazione specifichi chiaramente che le dimissioni vengono date per «giusta causa» e non per altre ragioni.

Con le dimissioni per giusta causa al dipendente spettano, oltre agli arretrati maturati, le eventuali ferie non godute (che saranno liquidate con l’ultima busta paga) ed il Tfr, anche l’indennità di disoccupazione erogata dall’Inps. Sul punto leggi Se mi dimetto dal lavoro cosa mi spetta?

Veniamo ora all’indennità sostitutiva del preavviso, quella cioè che deve corrispondere all’altra parte chi si dimette “di punto in bianco”, senza cioè dare preavviso. Se è vero che il dipendente si può dimettere in tronco, è anche vero che non è tenuto a versare tale indennità all’azienda. È piuttosto il contrario: sarà il datore a dover indennizzare il dipendente corrispondendogli, nell’ultima busta paga, l’indennità sostitutiva del preavviso.

Di fatti, vi sono ipotesi in cui il datore di lavoro è tenuto in assoluto a corrispondere l’indennità sostitutiva del preavviso anche se la risoluzione del rapporto di lavoro non è avvenuta per licenziamento. Si tratta di situazioni di sopravvenuta impossibilità di svolgere la prestazione lavorativa o di altre situazioni venutesi a creare tra le parti. Ecco quali sono i casi:

  • morte del lavoratore;
  • dimissioni per giusta causa;
  • dimissioni della lavoratrice madre e del padre lavoratore, nei periodi protetti;
  • dimissioni della lavoratrice a causa di matrimonio;
  • licenziamento senza preavviso, successivamente dichiarato illegittimo o convertito dal giudice in licenziamento con obbligo di preavviso. Si tratta, ad esempio, del licenziamento per giusta causa convertito dal giudice in licenziamento per giustificato motivo;
  • cessazione del rapporto di lavoro per fallimento o liquidazione coatta amministrativa, se non è possibile dare il preavviso.

È abbandono della casa coniugale la pausa di riflessione?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È legittimo allontanarsi dalla casa della convivenza solo a condizione che c’è il consenso reciproco dei due coniugi.

Se è vero che l’abbandono della casa coniugale è un illecito contrario ai doveri del matrimonio, che pertanto può comportare una separazione con addebito è anche vero che, in alcuni casi, è concesso andare via di casa senza rischiare nulla. È, ad esempio, l’ipotesi in cui la moglie è vittima di violenze e umiliazioni, per cui l’allontanamento è necessario per tutelare la sua integrità fisica e psicologica. È anche il caso in cui la coppia è ormai ufficialmente in crisi, i rapporti sono pressoché inesistenti e i due litigano sempre: in tal caso la rottura del legame è imputabile a un fatto anteriore all’abbandono del tetto, sicché quest’ultimo non può essere considerato causa della separazione e, quindi, non può comportare l’addebito. Quando la causa di separazione è già avviata è lo stesso giudice ad autorizzare la coppia a vivere separata. Ma che succede se il marito o la moglie abbandona la casa coniugale per una pausa di riflessione, magari proprio al fine di superare un momento di crisi? Si può parlare di un comportamento illecito quando l’allontanamento volontario serve per “meditare” in solitudine e verificare se la presenza del coniuge è davvero così importante? La risposta è stata data dal Tribunale di Asti con una recente sentenza [1].

Abbiamo già parlato, in un precedente articolo, di che cos’è l’abbandono del tetto coniugale e anche di quando è legittimo abbandonare la casa coniugale. Ora il problema che si pone è verificare se sia consentito o meno l’allontanamento fatto in buona fede, al fine di testare gli effetti che ha la lontananza sulla coppia e verificare se c’è ancora il desiderio di ritrovarsi dopo una breve assenza. Secondo a pronuncia qui in commento, non è contrario ai doveri del matrimonio prendersi una pausa di riflessione, ma solo se c’è il consenso dell’altro coniuge. Tale consenso può essere espresso anche in forma tacita, ad esempio versando un contributo mensile per le spese che deve sostenere l’ex che è andata/o a vivere da sola/o in attesa di “recuperare la fiamma perduta”. Pertanto, non si può addebitare la separazione al coniuge che decide di andare a stare in hotel, a casa dei genitori o di amici solo per un po’ di tempo se c’è l’intesa di entrambi.

Solo l’allontanamento ingiustificato e determinato da una scelta unilaterale e non concordata può essere causa di addebito.

Vale un contratto senza la firma della banca?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che succede se sul contratto di conto corrente o di mutuo c’è solo la firma del cliente e non quella del direttore della banca?

La banca ti ha messo in mora perché non paghi, da qualche mese, le rate del mutuo. In più c’è uno scoperto sul conto corrente di alcune migliaia di euro. Mentre ti vengono addebitati i tassi di interesse moratori, recuperi da un cassetto il vecchio contratto per vedere se i calcoli sono esatti. E proprio lì ti accorgi che sul contratto c’è solo la tua firma e non quella del direttore della banca. Si illumina una speranza: il contratto non è valido perché non è stato sottoscritto da ambedue le parti. Ma è davvero così? Vale il contratto senza la firma della banca? La risposta è stata data da una recente sentenza del tribunale di Roma che, in verità, entra in una questione su cui la giurisprudenza è ancora incerta. Ma procediamo con ordine.

I contratti con la banca devono avere un requisito necessario ai fini della loro validità: la forma scritta. Non possono esistere contratti di mutuo o di conto corrente stipulati a voce come è invece per l’acquisto di gran parte dei servizi o dei beni. Questo a garanzia del cliente e della trasparenza delle condizioni praticate dall’istituto di credito.

L’obbligo della forma scritta porta con sé un altro importante onere: quello della firma del contratto. Un contratto non firmato è un contratto inesistente. La firma, del resto, serve proprio a questo: a garantire non solo l’accettazione del contenuto dell’accordo, ma anche la provenienza dell’accettazione da parte dei due contraenti.

Ora, se è indubbio che il contratto sottoscritto solo dalla banca, senza la firma del cliente è certamente invalido perché non c’è prova che quest’ultimo lo abbia accettato, non è vero invece il contrario: il contratto con la sola firma del cliente senza quella del direttore della banca è invece valido ed efficace. È proprio questo il chiarimento fornito dalla sentenza in commento. Il correntista, pertanto, non può invocare la mancanza della forma scritta per contestare il debito o alcune poste ed operazioni.

Di contrario avviso diverse sentenze della Cassazione, anche particolarmente recenti [2], secondo cui la firma della banca deve essere presente su tutte le copie del contratto di conto corrente o di mutuo, anche quelle rilasciate al cliente (leggi È valido il contratto se manca la firma della banca?). Secondo il nuovo orientamento della Suprema Corte, il contratto firmato solo dal cliente è nullo e non può essere sanato né dalla dicitura – presente sull’originale – «Prendiamo atto che una copia del presente contratto ci viene rilasciata debitamente sottoscritta da soggetti abilitati a rappresentarvi», né dalla produzione in causa da parte della banca del medesimo documento oppure da comportamenti concludenti posti in essere dalla stessa banca ad esecuzione del rapporto e documentati per iscritto (contabili, estratti conto, attestati di seguito ecc.).

Insomma, sulla questione pesa ancora l’incertezza della giurisprudenza in attesa che si pronuncino le Sezioni Unite e chiariscano il dubbio giuridico.

Pensioni, posso chiedere l’Ape nella gestione separata?

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi è iscritto alla gestione Separata può richiedere l’anticipo pensionistico per i periodi lavorati come co.co.co. o libero professionista?

Possiedo periodi di lavoro come dipendente e parasubordinato: posso chiedere l’Ape volontario anche per i contributi accreditati nella gestione Separata?

Certamente i contributi accreditati nella gestione Separata per i periodi lavorati in qualità di parasubordinato (cococo) hanno pieno rilievo ai fini  del calcolo dell’Ape.

Come descritto nella Legge di Bilancio 2017, infatti [1], l’Ape, cioè l’anticipo pensionistico,  può essere richiesto dagli iscritti all’assicurazione generale obbligatoria Inps, alle forme sostitutive ed esclusive della medesima e alla gestione Separata. Al momento della domanda:

  • si deve possedere un’età anagrafica minima di 63 anni;
  • si deve maturare il diritto a una pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi;
  • si devono possedere almeno 20 anni di contributi;
  • la pensione, al netto della rata di ammortamento corrispondente all’Ape richiesta, deve essere pari o superiore, al momento dell’accesso alla prestazione, a 1,4 volte il trattamento minimo previsto nell’assicurazione generale obbligatoria.

Non possono ottenere l’Ape coloro che sono già titolari di una pensione diretta.

In base a quanto disposto dalla normativa, dunque, appare chiaro che i contributi versati presso la gestione Separata possono essere considerati nel calcolo Ape.

Ape e cumulo dei contributi

Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che la legge di Bilancio 2017 ha ampliato la facoltà di cumulare i contributi presenti in gestioni diverse per il diritto alla pensione: se l’interessato all’Ape opta per liquidare il trattamento di pensione beneficiando del cumulo dei contributi, quindi, l’Ape deve essere calcolata sulla base della futura pensione ottenuta col cumulo, considerando, però, i soli contributi presenti nelle gestioni Inps (gestione Separata compresa), perché le casse professionali non prevedono la facoltà di anticipo pensionistico.

Ad ogni modo, se si è iscritti anche in una cassa professionale l’Ape non è preclusa, perché la legge non richiede l’iscrizione in modo esclusivo alle sole gestioni Inps; ai fini Ape non potranno però rilevare i contributi presenti nella cassa professionale.

La possibilità di calcolare l’Ape sulla base della pensione in cumulo emerge anche da quanto disposto dal decreto attuativo sull’Ape volontario: il dpcm, difatti, stabilisce che, contestualmente alla domanda di Ape, deve essere presentata domanda di pensione. Domandando la pensione col cumulo, dunque, l’Ape è calcolata sulla base di questo trattamento, comprensivo di tutti i contributi presenti nelle gestioni Inps.

Maggiori chiarimenti sulla particolare casistica dell’Ape col cumulo dovranno, comunque, essere esposti dall’Inps in occasione dell’emanazione della circolare attuativa in materia di anticipo pensionistico volontario.

Pensione supplementare nella gestione Separata e Ape

È utile sapere, in ogni caso, che chi possiede contributi nella gestione Separata potrebbe anche richiedere l’Ape per i soli contributi Inps al di fuori della gestione stessa: all’età pensionabile (attualmente pari a 66 anni e 7 mesi), l’interessato otterrebbe la pensione di vecchiaia ordinaria presso il fondo lavoratori dipendenti  (o presso la diversa gestione Inps in cui si possiedono contributi) e la pensione supplementare presso la gestione Separata. La quota di Ape sarebbe più bassa, perché calcolata sulla sola pensione presso il fondo lavoratori dipendenti (o la diversa gestione), ma l’interessato otterrebbe complessivamente una penalizzazione minore sul futuro trattamento, in quanto percepirebbe la pensione supplementare presso la gestione Separata per intero, senza alcuna penalizzazione.

Cane aggredisce altro cane: risarcimento

Posted on : 15-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un cane sbrana il cane del vicino: la Cassazione riconoscere il danno da lutto e le cure psicologiche.

Abbiamo già spiegato, in un precedente articolo, come funzionano le regole del risarcimento nel caso di rissa tra cani: se i due animali, dopo aver ringhiato l’uno contro l’altro, finiscono a mordersi, la responsabilità non è di chi inizia la lite ma di chi sfugge al guinzaglio del padrone (leggi sul punto Cane morde altro cane). Ora occupiamoci del versante economico: a quale somma ha diritto il padrone del cane ferito o, addirittura, morto a seguito dell’aggressione dell’altro cane? Un animale domestico ha un valore che supera quello commerciale di acquisto. Se così fosse dovremmo riconoscere che il proprietario di un bastardino non avrebbe diritto ad alcun indennizzo. È chiaro allora che bisogna risarcire altre voci oltre a quella del prezzo pagato al negozio. A spiegare quale risarcimento spetta se un cane aggredisce un altro cane è il tribunale di Arezzo con una recente sentenza [1].

La prima cosa da sapere è che i cosiddetti «danni bagatellari», quelli cioè di poco conto, sono stati l’oggetto di un’apposita pronuncia della Cassazione [2]. Alla Corte è stato chiesto se, ad esempio, il danno provocato da un blackout che impedisce di vedere la partita di coppa europea, quello della rottura del tacco della scarpa da sposa o per il taglio di capelli sbagliato può essere oggetto di risarcimento del danno. La risposta è stata negativa. Non si può andare in tribunale per ottenere un risarcimento a fronte di lesioni minime, almeno sul fronte del danno morale, quello cioè non dimostrabile in modo certo da un punto di vista economico. Tuttavia, la sentenza in commento fa un’eccezione proprio nel caso di danno da perdita dell’animale di compagnia: le recenti modifiche al codice penale hanno introdotto delitti contro il sentimento degli animali e la del 1991 promuove la tutela degli animali d’affezione. Alla luce di ciò, il rapporto tra il padrone e il proprio cane si può considerare come una di quelle attività che, ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione, realizzano la persona («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità). Ne consegue che lo stress e la sofferenza per la morte di un animale di compagnia deve essere risarcito sia da un punto di vista del danno patrimoniale che non patrimoniale. Come? Ecco cosa copre il risarcimento nel caso di aggressione di un cane:

  • danno patrimoniale: l’eventuale prezzo per l’acquisto del cane, le spese del veterinario per le cure e quelle per le medicine; le spese mediche per eventuali consulenze psicologiche del padrone che, perdendo il proprio fedele compagno, si è trovato d’un tratto solo;
  • danno non patrimoniale: lo stress psicologico, il trauma e la sofferenza interiore sofferta dal padrone per la perdita del proprio cane. Il danno non patrimoniale, secondo la sentenza in commento, rientra a pieno titolo nella lesione dei diritti fondamentali risarcibili anche in base all’orientamento della Cassazione.

Pensione col cumulo, i contributi professionali aumentano l’assegno?

Posted on : 14-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I contributi versati nella cassa professionale prima del 1996 aumentano la quota retributiva della pensione Inps?

L’Inps non fa mai regali e, se la legge sembra riconoscere un’agevolazione, riesce a interpretarla nel modo più restrittivo possibile. È quanto accaduto anche in merito al cumulo, il nuovo istituto che consente di ottenere la pensione sommando gratuitamente i contributi presenti in casse diverse: nonostante la normativa sul cumulo [1] disponga che, ai fini del sistema di calcolo della pensione, rilevi l’anzianità contributiva complessiva, cioè quella presente in tutte le casse, l’Inps ha escluso l’anzianità posseduta nelle casse professionali [2].

In buona sostanza, se il lavoratore prima del 31 dicembre 1995  possiede 10 anni di contributi nell’Inps e altri 10 anni, non coincidenti, in una cassa professionale, al 31 dicembre 1995 la sua anzianità contributiva complessiva, rilevante per stabilire il sistema di calcolo della pensione, sarà di soli 10 anni, e non di 20. L’interessato avrà dunque diritto al calcolo della pensione col sistema misto, cioè retributivo sino al 31 dicembre 1995 e contributivo dal 1° gennaio 1996 in poi.

Se, invece, fosse stata considerata, come dispone la normativa, l’anzianità contributiva complessiva, il lavoratore avrebbe avuto diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011, possedendo oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Le conseguenze di questa chiusura sul calcolo della pensione non sono irrilevanti: mentre il sistema retributivo, difatti, si basa sugli ultimi stipendi, il contributivo si basa sui contributi effettivamente accreditati al lavoratore: inoltre, il contributivo risulta maggiormente penalizzante anche a causa delle più basse rivalutazioni applicate. A causa del sistema di calcolo applicato, il lavoratore può perdere, mediamente, dal 25% al 30% della pensione.

Ecco perché poter contare sui contributi della cassa professionale, anche ai soli fini dell’anzianità contributiva e non del calcolo della pensione, sarebbe stato un regalo per i professionisti: “regalo”, comunque, fino a un certo punto, perché i contributi derivano sempre da versamenti effettuati dal professionista.

L’Inps ha motivato l’irrilevanza dei contributi professionali, ai fini di stabilire l’anzianità contributiva complessiva, con il fatto che la norma istitutiva del cumulo si riferisse soltanto alle gestioni previdenziali facenti capo all’Inps e non alle casse private: il cumulo, difatti, è stato esteso ai liberi professionisti solo con la legge di Bilancio 2017 [3]. D’altronde, considerare l’anzianità contributiva complessiva sarebbe stato un problema anche per le casse professionali, che avrebbero dovuto riconoscere delle maggiorazioni al pensionato.

In ogni caso, la possibilità di cumulare gratuitamente i contributi è senz’altro un’ottima opportunità e il sistema, nel suo complesso, va valutato positivamente: non dimentichiamo che, sino all’anno scorso, le uniche possibilità di sommare i contributi consistevano o nella ricongiunzione, che comporta dei costi spesso insostenibili, o nella totalizzazione, che comporta il ricalcolo contributivo di tutta la pensione ed è notevolmente penalizzante. Dunque, ben venga il cumulo, anche senza “regali”.

Come funziona il cumulo

Ricordiamo brevemente come funziona il cumulo: è un istituto che consente di sommare, senza costi, i contributi presenti in casse diverse (comprese le casse dei liberi professionisti, come abbiamo visto, e anche la gestione Separata) ai fini del diritto alla pensione. Ai fini della misura, cioè dell’ammontare della pensione, ciascuna gestione calcola la propria quota di competenza.

Col cumulo si possono ottenere le pensioni di vecchiaia, anticipata, ai superstiti e d’inabilità. Per approfondire, vi invitiamo a leggere la nostra ultima Guida al cumulo dei contributi.

Pensioni, Ape sociale per chi ha lavorato con i voucher

Posted on : 14-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Potranno essere ammessi all’anticipo pensionistico sociale i disoccupati che hanno svolto brevi lavori, anche con i voucher.

Se sei disoccupato e, dopo essere stato licenziato dall’azienda, hai lavorato anche per un solo giorno, perdi il diritto all’Ape sociale. Non importa con quale forma contrattuale tu sia stato reimpiegato: lavoro occasionale, voucher, libretto famiglia, lavoro stagionale o contratto a termine, secondo l’Inps [1] basta un solo giorno di rioccupazione perché tu perda l’anticipo pensionistico a carico dello Stato.

Non ha rilevanza nemmeno che tu soddisfi tutti i requisiti richiesti ai disoccupati per l’Ape sociale, cioè:

  • almeno 63 anni di età;
  • almeno 30 anni di contributi;
  • perdita del lavoro per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione;
  • aver terminato di fruire il sussidio di disoccupazione da almeno 3 mesi.

Niente da fare, se hai lavorato anche per un solo giorno devi attendere di compiere 66 anni e 7 mesi per poterti pensionare, e devi dire addio all’anticipo a 63 anni.

Questa disposizione, però, contrasta con lo scopo dell’Ape sociale, che è quello di offrire un aiuto a diverse categorie di lavoratori svantaggiati in avanti con gli anni, tra i quali i disoccupati: disoccupati che, per poter andare avanti, devono accettare qualsiasi lavoro, per quanto breve. Ma lo svolgimento di un breve lavoro non comporta che il disoccupato non abbia più bisogno di assistenza.

È allora intervenuto, a questo proposito, il ministero del Lavoro, con una nuova nota [2], nella quale chiede all’Inps di non respingere le domande di Ape sociale dei disoccupati, se il loro periodo di rioccupazione è durato meno di 6 mesi.

Quali disoccupati possono essere riammessi all’Ape sociale

La richiesta del ministero del Lavoro può sembrare tardiva, perché i giochi ormai son fatti, e lunedì saranno pubblicate le graduatorie dell’Ape sociale. Tuttavia, l’Inps ha fatto sapere che riesaminerà le domande dei disoccupati, respinte a causa della presenza di periodi di rioccupazione.

Saranno dunque riammessi coloro che hanno avuto periodi di rioccupazione temporanei, per esempio con voucher, non superiori ai 6 mesi.

Se il disoccupato, poi, risulta aver inviato anche una domanda di pensione in salvaguardia, come esodato, l’Inps chiederà all’interessato di scegliere tra i due benefici prima di procedere in automatico al rigetto della domanda di Ape sociale.

Potranno anche essere recuperati casi di lavoratori impegnati in attività faticose o rischiose  ancora in fase di accertamento Inail. Inoltre, dovrebbero poter rilevare, ai fini dell’anticipo pensionistico, anche i contributi esteri.

Insomma, con le nuove indicazioni si vuole rimediare all’eccessiva chiusura nell’accoglimento delle domande di Ape sociale che risulta allo stato attuale.

Come funziona l’Ape sociale

Ricordiamo brevemente, per chi non lo sapesse, come funziona l’Ape sociale, o Ape social. Si tratta di un assegno riconosciuto dallo Stato, per gli iscritti a una delle gestioni Inps che possiedono almeno 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza dell’interessato. L’assegno accompagna il lavoratore sino all’età della pensione di vecchiaia (dal 2018 66 anni e 7 mesi per tutti, uomini e donne), ed è calcolato come la futura pensione, ma non può superare 1.500 euro.

Chi può chiedere l’Ape sociale

Possono chiedere l’Ape sociale gli appartenenti alle seguenti categorie, se possiedono almeno 30 anni di contributi:

  • lavoratori che risultano disoccupati a seguito di licenziamento, anche collettivo, o di dimissioni per giusta causa, o per effetto di risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria: perché gli appartenenti a questa categoria possano beneficiare dell’Ape sociale, è necessario che abbiano terminato da almeno tre mesi di percepire il sussidio di disoccupazione;
  • lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
  • lavoratori che possiedono un’invalidità uguale o superiore al 74%.

Sono invece necessari 36 anni di contributi per un’ulteriore categoria beneficiaria dell’Ape sociale, gli addetti ai lavori faticosi e pesanti: si tratta di coloro che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa. L’attività rischiosa o pesante, nel dettaglio, deve far parte dell’elenco di professioni di seguito indicato:

  • operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;
  • conduttori di gru, di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni; • conciatori di pelli e di pellicce;
  • conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;
  • conduttori di mezzi pesanti e camion;
  • professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;
  • addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;
  • professori di scuola pre-primaria;
  • facchini, addetti allo spostamento merci ed assimilati;
  • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;
  • operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

Per raggiungere i 30 o 36 anni di contributi, come già esposto, è possibile sommare la contribuzione di casse diverse, escluse le casse professionali.

Domande di Ape sociale

Per chi matura i requisiti nel 2017, c’era tempo sino al 15 luglio scorso per presentare la domanda di certificazione dei requisiti per l’Ape sociale. È possibile inviare una domanda tardiva sino al 30 novembre 2017, ma le domande tardive saranno prese in considerazione solo se risulteranno risorse residue.

Per chi matura i requisiti nel 2018, la domanda può essere inviata sino al 31 marzo 2018.

Morte del congiunto: come gestire il momento della successione

Posted on : 14-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Breve guida agli adempimenti burocratici in caso di successione ereditaria. Incombenze e particolarità in Trentino – Alto Adige e Friuli Venezia – Giulia, ove vige il Sistema tavolare.

La morte di un congiunto non è mai un momento facile da affrontare, anche dal punto di vista degli adempimenti burocratici richiesti ai congiunti e, generalmente, a tutti coloro che sono chiamati alla divisione del patrimonio ereditario. Molti enti pubblici sono infatti interessati alla notizia del decesso, poiché dall’esistenza di ciascuno di noi dipendono i nostri rapporti giuridici: in caso di decesso, la maggior parte di questi viene trasmessa agli eredi e, ovviamente, si tratta di un passaggio che conserva rilevanza pubblica.

Gli adempimenti sono gli stessi sia nel caso di successione testamentaria sia nel caso di successione legittima, ovvero la successione che si svolge nelle forme previste dalla legge senza testamento.

Alla morte di un congiunto, i chiamati all’eredità sono in primo luogo tenuti a reperire il certificato di morte, documento che si richiede presso l’ufficio anagrafe dell’ultimo comune di residenza.

Ovviamente ogni atto che ha valore certificativo esige l’apposizione della debita marca da bollo (oggi di euro 16,00).

Il passaggio successivo, comune a tutta Italia, è la presentazione della dichiarazione di successione alla Agenzia delle Entrate: si tratta di un adempimento obbligatorio di carattere fiscale, che nei territori di tradizione austro-ungarica ha fondamentale importanza anche sotto altri profili, da presentare entro 12 mesi dalla data di apertura della successione (di regola coincidente con il decesso) presso l’ufficio della circoscrizione ove era fissata l’ultima residenza del defunto. Questa dichiarazione elenca tutti i beni nel patrimonio del defunto e comunica all’Agenzia delle Entrate chi sono gli eredi e quindi chi subentrerà nel patrimonio al momento privo del suo originario titolare.

L’esito fiscale è la quantificazione delle imposte dovute per questo passaggio. Ad oggi sono previste tre aliquote distinte, a seconda del grado di parentela degli eredi, e conseguenti franchigie, cioè soglie entro le quali l’imposta non è dovuta:

  • coniuge e parenti in linea retta (figli, genitori, ascendenti e discendenti): 4%, con franchigia fino a € 1.000.000,00 di valore dell’eredità;
  • fratelli e sorelle, 6%, con franchigia di € 100.000,00;
  • altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta, affini in linea collaterale fino al 3° grado: 6% senza franchigia;
  • tutti gli altri soggetti, 8% senza franchigia.

Non sono solo gli eredi a dover presentare la dichiarazione di successione

La dichiarazione di successione è un documento fondamentale che deve essere presentato in generale da tutti coloro che si trovano in un rapporto di disponibilità dei beni ereditari.

Oltre agli eredi e ai legatari [1], gli obbligati a presentare la dichiarazione di successione sono i rappresentanti legali [2], gli immessi nel possesso dei beni in caso di assenza del defunto o di dichiarazione di morte presunta, gli amministratori dell’eredità, i curatori delle eredità giacenti [3], gli esecutori testamentari e i trust.

In ogni caso, basta che la dichiarazione sia sottoscritta da uno solo dei soggetti obbligati.

L’imposta di successione

Una volta presentata la dichiarazione, l’Agenzia delle Entrate liquida l’imposta di successione ed emette l’apposito avviso che viene notificato agli eredi e agli altri soggetti interessati entro 3 anni dalla data di presentazione della dichiarazione stessa. Se la dichiarazione non viene presentata, l’Agenzia delle Entrate notifica comunque l’avviso di liquidazione entro 5 anni dalla scadenza del termine.

Attenzione, si tratta di un’obbligazione solidale: tutti gli eredi sono obbligati a pagare l’intera imposta complessivamente dovuta da loro e dagli altri, sia per la parte attinente all’asse globale sia per quella relativa alle singole quote. L’Agenzia delle Entrate può chiedere il pagamento integrale a ciascun erede: se uno di loro non paga la propria quota, gli altri non saranno al sicuro da eventuali azioni esecutive di riscossione esattoriale. Il destinatario di un legato, invece, è obbligato solo per la propria quota.

Solo la rinuncia all’eredità permette di non essere destinatari dell’avviso e di evitare il pagamento dell’imposta: ma in tal caso, ovviamente, non si diventa eredi e non si partecipa alla divisione ereditaria.

La dichiarazione di successione non sempre va presentata

In alcuni casi particolari la dichiarazione di successione può non essere presentata.

Innanzitutto, non sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione i soggetti che rinunciano all’eredità (o al legato); la rinuncia deve avvenire entro 10 anni, altrimenti non ha effetti e l’erede si considera come se avesse accettato. La comunicazione all’Agenzia delle Entrate deve avvenire a mezzo raccomandata, allegando una copia autentica della dichiarazione di rinuncia all’eredità, oppure una copia dell’istanza di nomina del curatore, autenticata dal cancelliere del tribunale. Dato che la dichiarazione di successione va presentata nei 12 mesi successivi alla morte del congiunto, è preferibile non attendere troppo tempo se si desidera rinunciare al lascito ereditario.

Non sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione il coniuge, i figli, i genitori e/o altri parenti in linea retta se il patrimonio ereditario è di modico valore, ossia se complessivamente non supera euro 25.823 euro e non comprende beni immobili o diritti reali di godimento.

Per chi accetta l’eredità con beneficio di inventario, il termine di 12 mesi per la presentazione della dichiarazione di successione decorre dalla scadenza del termine stabilito per la formazione dell’inventario (o dalla sua chiusura).

Per l’eredità di immobili, vanno forniti ulteriori documenti

Generalmente, in Italia per ogni bene immobile di proprietà del defunto sarà necessario reperire i seguenti documenti da presentare per la redazione della dichiarazione di successione:

– una copia del titolo di provenienza o visura nota trascrizione digitale;

– visura catastale per soggetto (il defunto);

– licenza edilizia, concessioni e condoni nonché eventuali accertamenti di valore.

Qualora i beni immobili fossero privi di rendita catastale, è opportuno richiedere preventivamente l’attribuzione della rendita catastale, allo scopo di evitare futuri accertamenti da parte della Agenzia delle Entrate

In Trentino – Alto Adige e in Friuli –  Venezia Giulia: il Sistema tavolare

Quanto sinora detto va integrato con un ulteriore adempimento che caratterizza i territori italiani un tempo appartenenti all’Impero austro-ungarico e annessi all’Italia dopo la prima guerra mondiale: qui vige un sistema diverso di censimento, pubblicità e circolazione della proprietà immobiliare, il cosiddetto Sistema tavolare. I territori in questione sono:

  • Friuli – Venezia Giulia (nelle province di Trieste e Gorizia, nonché nei comuni di Cervignano e Pontebba in provincia di Udine);
  • Trentino – Alto Adige (province di Trento e Bolzano);
  • Cortina d’Ampezzo, Pieve di Livinallongo, Colle Santa Lucia (provincia di Belluno);
  • Valvestino (in provincia di Brescia).

Il Sistema tavolare, articolato in Uffici tavolari territoriali, raccoglie tutti i dati relativi alla consistenza ed all’ubicazione di ogni bene immobile, alla sua titolarità e ai vincoli su di esso insistenti [4]. Sono inoltre rinvenibili annotazioni concernenti i negozi ed i provvedimenti giudiziali o amministrativi riguardanti il bene immobile: in questo modo, con una visura tavolare si possono conoscere tutte le informazioni utili concernenti i beni immobili in questi territori, comprese la titolarità del diritto di proprietà e qualsiasi altro “peso” gravante sull’immobile, come un’ipoteca.

Si tratta di un apparato forse più macchinoso rispetto a quello italiano ma che garantisce chiarezza e certezza nella circolazione degli immobili: le iscrizioni riportate sui libri fondiari hanno una valenza costitutiva oltre che pubblicitaria rispetto ai diritti in esse vengono trascritti. Ciò significa che la circolazione dei beni immobili non può utilmente avvenire se non vi è iscrizione nel libro fondiario e, in sostanza, i diritti reali non esistono se non sono intavolati.

Quando nell’asse ereditario sono compresi immobili ricadenti nei territori soggetti al regime tavolare l’iter risulta più complesso rispetto al resto d’Italia: mentre nel sistema nazionale la presentazione della dichiarazione di successione all’Agenzia delle Entrate è sufficiente a provocarne la trascrizione d’ufficio e agli eredi rimane da chiedere solo la voltura catastale, nei territori ove vige il Sistema tavolare è necessario avviare un procedimento giurisdizionale, nel quale un giudice accerta la qualifica di erede sulla base della dichiarazione di successione e dispone le iscrizioni tavolari sulla base della documentazione prodotta. Si tratta della procedura per il rilascio del cosiddetto Certificato di eredità.

La Legge Tavolare impone, infatti, che chiunque vanti diritti ereditari in una successione ove ricadono beni immobili debba richiedere al Tribunale competente l’emissione di un certificato dal quale risulti la qualità di erede e la quota d’eredità, oppure il bene destinato all’erede, in caso di lascito testamentario.  Per la procedura può essere incaricato un avvocato munito di espressa procura dagli interessati o un notaio.

Le forme sono quelle del ricorso, che va sottoscritto con firma autenticata e depositato nella cancelleria del Tribunale con una serie di documenti:

  • copia della dichiarazione di successione (con timbro e numero di presentazione);
  • copia conforme dell’eventuale testamento pubblicato o registrato;
  • eventuale verbale di rinuncia all’eredità;
  • visure tavolari inerenti i beni immobili ricadenti nell’asse ereditario;
  • i certificati anagrafici (di morte e storico di famiglia).

Nel ricorso devono essere indicati tutti soggetti che si pretendono eredi o legatari, oltre alle quote o ai beni ad essi spettanti, gli estremi dell’apertura della successione e se penda o meno lite sul proprio diritto a succedere.

Il procedimento presso il Tribunale segue l’iter dei procedimenti di volontaria giurisdizione, con contributo unificato dovuto in misura fissa e marca da bollo per spese[5]: in caso di esito positivo viene emesso il Certificato di eredità che attesta la qualità di erede o legatario e dispone le necessarie iscrizioni tavolari.

Di norma, se non vi sono problemi fra coeredi o liti sui diritti a succedere, il giudice procede d’ufficio senza sentire le parti; altrimenti può fissare apposita udienza prima dell’emissione del certificato.

Una volta ottenuto il decreto, gli eredi potranno recarsi all’Ufficio tavolare territorialmente competente per chiedere la voltura tavolare, ossia l’intestazione del bene immobile in capo all’erede o al legatario.

Guadagnare soldi facili dal telefonino

Posted on : 14-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con alcune app si può guadagnare un po’ di denaro rispondendo a dei semplici sondaggi o portando a termine delle missioni.

L’applicazione Google Opinion Rewards consente di guadagnare soldi facili rispondendo a una serie di questionari. L’app può essere scaricata da Google Play su tutti i dispositivi Android. Ne è stata anche rilasciata la versione per iOS ma per ora non è disponibile sullo store italiano. I possessori di un’iPhone o di un’iPad dovranno avere ancora un po’ di pazienza.

Google Opinion Rewards consente di guadagnare alcuni centesimi rispondendo ad alcuni sondaggi. Per ogni sondaggio completato si può riuscire a guadagnare fino a €0,75. I soldi accumulati non potranno essere intascati materialmente, ma diventeranno un credito da spendere su Google Play.

Non c’è sicuramente da diventare ricchi, ma magari ci si può togliere qualche piccolo sfizio sullo store di Google. Molti utenti lamentano che i sondaggi non arrivano o che sono pochissimi. È bene ricordare che nessuno regala soldi per nulla. Nell’uso dell’app bisogna essere molto onesti nel rispondere alle domande e bisogna consentire a Google di tracciare i nostri spostamenti e le nostre abitudini.

Nel caso rispondessimo in modo poco onesto, Google interpreterebbe questo comportamento da furbetti e non invierebbe più sondaggi. Cosa del tutto comprensibile perché se fornissimo informazioni non veritiere, i sondaggi non avrebbero alcun valore.

Google Opinion Rewards non è però l’unica app che consente di guadagnare qualcosina grazie al nostro smartphone. Ce ne sono anche altre come i-Say, disponibile sia per Android che per iOS. Questa app è molto simile a quella di Google perché consente di guadagnare punti rispondendo ad alcuni sondaggi, punti che servono poi per riscattare card in omaggio, premi oppure possono essere usati per donazioni a opere di beneficenza.

Un’altra app interessante è Clic and Walk, anche in questo caso disponibile per Android e iOS. Permette di guadagnare soldi portando a compimento alcune missioni. Per ogni missione si va da 50 centesimi fino a 10 euro o anche più. Le missioni sono di vario genere. Potrebbe essere chiesto di fotografare la vetrina di un negozio, il prezzo di un prodotto o altro ancora.

Ce ne sono anche altre che pagano svolgendo alcune missioni come Roamler, BeMyEye, appJobber e altre. Insomma, ora sai che il tuo fedele smartphone può diventare anche uno strumento di guadagno. Naturalmente non può essere un vero e proprio lavoro, ma giusto l’occasione di togliersi qualche sfizio.