L’auto può essere intestata a una persona diversa dall’acquirente?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come evitare accertamenti fiscali o contestazioni della polizia se non vi è coincidenza tra intestatario dell’auto, utilizzatore e acquirente che ha pagato il relativo prezzo.

Generano spesso confusione le regole in materia di pagamento, intestazione e utilizzo dell’auto. Così non sono poche le persone che si chiedono se si può circolare con un veicolo intestato a un familiare o se è possibile comprare l’auto con i soldi di un’altra persona. Qualche giorno fa, un amico – ancora scottato per un accertamento fiscale, subìto anni addietro, dopo l’acquisto di una casa grazie al generoso contributo del padre – mi ha chiesto: l’auto può essere intestata a una persona diversa dall’acquirente? Chi ha lo stesso dubbio troverà qui di seguito i chiarimenti del caso.

Comprare un’auto con i soldi di un’altra persona si può?

Immagina che tuo padre voglia regalarti una macchina nuova. Ha due modi per farlo in piena legalità.

Nel primo caso egli può eseguire un bonifico in tuo favore, facendo arrivare i soldi necessari a comprare l’auto sul tuo conto corrente; sarai poi tu a pagare il prezzo del veicolo tramite un versamento dal tuo conto a quello della concessionaria. In alternativa, il tuo genitore potrebbe consegnarti un assegno non trasferibile a te intestato che verserai sul tuo conto; proprio grazie a tale disponibilità, effettuerai il pagamento del prezzo della macchina.

In entrambi questi casi ci sono stati due passaggi: il denaro di tuo padre passa prima a te e, successivamente, da te passa sul conto del venditore.

Il secondo metodo, invece, prevede che tuo padre paghi direttamente la concessionaria facendo partire dal suo conto corrente il bonifico in favore della venditrice. In alternativa potrebbe consegnare un assegno non trasferibile intestato alla concessionaria stessa.

In queste ipotesi invece, c’è un solo passaggio di denaro: dal conto di tuo padre a quello del venditore.

Sia nel primo che nel secondo metodo siamo in presenza di una «donazione indiretta» (la donazione sarebbe invece «diretta» se tuo padre acquistasse prima l’auto per sé per poi, con un secondo passaggio, regalarla a te).

Questi metodi di pagamento, eseguiti da un soggetto che non è il futuro proprietario dell’auto, sono sicuramente leciti. Ma attenzione…

L’Agenzia delle Entrate, un giorno, potrebbe accorgersi che l’intestatario dell’auto ha un reddito basso, insufficiente a consentirgli tanto l’acquisto del mezzo quanto le relative spese di gestione (bollo, assicurazione, benzina, manutenzione, ecc.). Perciò, accorgendosi di questa discrasia grazie al famigerato redditometro, potrebbe chiamare il contribuente dinanzi all’ufficio per rendere spiegazioni. Spiegazioni alle quali l’interessato è chiamato a rispondere con “prove inoppugnabili”, ossia documenti aventi una data certa. Egli deve cioè spiegare con quale denaro ha acquistato l’auto.

In questo senso i due meccanismi che abbiamo appena illustrato consentono di evitare un accertamento fiscale: tanto nel primo, quanto nel secondo esempio, infatti, c’è la tracciabilità del denaro utilizzato per l’acquisto. Tracciabilità che viene garantita dalla movimentazione bancaria (i bonifici) o dall’assegno non trasferibile.

Ecco perché non hai nulla da temere. Difatti, se da un lato è certamente lecito comprare un’auto con i soldi di un’altra persona, e quindi è altrettanto lecito che l’auto sia intestata a una persona diversa dall’acquirente, dall’altro lato avrai sempre la prova – tramite un estratto conto o una copia dell’assegno – che il denaro necessario all’acquisto non è il frutto di evasione ma di una donazione di tuo padre.

A chi viene intestata l’auto acquistata da una persona diversa?

Il fatto di comprare l’auto con il denaro di un’altra persona non significa che l’intestazione del veicolo debba avvenire necessariamente in capo a quest’ultima. Il codice civile prevede la possibilità che una persona, nel voler fare un gesto di generosità nei confronti di un’altra, possa accollarsi il pagamento del prezzo di vendita di un oggetto che poi resta intestato al beneficiario. Si tratta, insomma, della donazione indiretta che è un contratto lecito.

Dunque, se anche tuo padre dovesse pagare per conto tuo il prezzo dell’auto – a prescindere se con un bonifico diretto o accreditando la somma sul tuo c/c – la concessionaria dell’auto dovrà, al momento dell’immatricolazione della targa, fornire il tuo nome quale intestatario del veicolo.

Si può circolare con un’auto intestata a un’altra persona?

Diverso è invece il discorso di chi utilizza l’auto che, oltre ad essere stata pagata da un’altra persona, è a quest’ultima intestata.

Esiste una normativa che vieta di circolare per più di 30 giorni con un veicolo di proprietà di altri. Se si supera questo termine bisogna recarsi alla motorizzazione per far annotare, sulla carta di circolazione, il nome del possessore. Questa normativa però non si applica ai familiari conviventi (con ciò intendendosi gli appartenenti allo stesso nucleo familiare in senso anagrafico e che hanno la residenza presso lo stesso domicilio).

Quindi se tu convivi con i tuo genitori o sei sposato, puoi ben usare l’auto di tuo padre o quella di tua moglie o di tuo marito. In caso di violazione di tale obbligo scattano multe da un minimo di 516,46 euro a un massimo di 2.582,28 euro oltre al ritiro della carta di circolazione.

E se gli avvocati del nord si facessero la loro Cassa di Previdenza?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il bilancio sociale 2017 di Cassa Forense, che al pari degli altri documenti pochissimi leggono per informarsi, fotografa una situazione quanto mai allarmante.

Al 31 dicembre 2017 gli avvocati iscritti a Cassa Forense erano pari a 242.227, dei quali 126.492 uomini e 115.735 donne.
Al Nord, comprensivo di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, gli avvocati iscritti sono pari a 79.858.

Come risulta alla pag. 74 del bilancio sociale 2017 di Cassa Forense il Nord risulta il grande contribuente alla solidarietà per contributo soggettivo versato a tale titolo.

Poiché la stragrande maggioranza degli avvocati sta al Centro Sud (242.227 – 79.858 = 162.642) in base alle regole attuali il management di Cassa Forense è in larga maggioranza di provenienza del Centro Sud e il Nord non ha nemmeno la Golden share.
Il Centro Sud sin qui si è dimostrato silente e disinteressato ai problemi di stabilità economico – finanziaria di lungo periodo il che rischia di mettere a repentaglio, nel tempo, l’intero sistema previdenziale forense.
Siamo quindi di fronte ad un bivio: o il Centro Sud si rende conto della situazione e collabora con il Nord per una riforma strutturale del sistema previdenziale forense o il Nord, sempre che prenda coscienza della realtà, finirà per staccarsi dal sistema generale il che, dal punto di vista previdenziale, sarebbe rischioso perché la previdenza è fatta di grandi numeri e non già di microcosmi ma il venticello che spira al Nord va in quella direzione e quindi sarebbe opportuno governare per tempo il cambiamento.

Licenziamento per assenza ingiustificata e TFR

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Spetta la liquidazione al dipendente che è stato licenziato per giusta causa, per non essersi più presentato al lavoro? E l’assegno di disoccupazione?

Hai ricevuto una lettera di licenziamento per assenza ingiustificata. L’azienda ti ha comunicato che il rapporto di lavoro è definitivamente risolto. Nei prossimi giorni – prosegue la raccomandata – riceverai l’ultima busta paga. Ti chiedi che fine farà la liquidazione: ti spetta in automatico o può essere trattenuta dall’azienda (magari come risarcimento per il danno che hai procurato)? Insomma quali sono le implicazioni tra licenziamento per assenza ingiustificata e Tfr? Cerchiamo di chiarirci le idee in proposito.

Assenza: quando è ingiustificata?

Quando ci si assenta dal lavoro bisogna sempre comunicarlo all’ufficio del personale. I permessi vanno richiesti in anticipo (ad esempio un permesso ai sensi della legge 104) a meno che non si tratti di lutto o malattia improvvisa. In quest’ultimo caso è d’obbligo per il dipendente, già dal primo giorno di assenza e prima ancora di inviare il certificato medico all’Inps, far sapere ai superiori la propria indisponibilità.

I contratti collettivi spiegano dettagliatamente come comunicare la malattia all’azienda; spesso vengono consentiti mezzi informali come l’email, l’sms, la telefonata. Prendere uno o più giorni di permesso, sia pure per valide ragioni, ma senza fornire le motivazioni all’azienda, è un comportamento colpevole, fonte di responsabilità disciplinare. Da ciò può derivare, nelle ipotesi più gravi, il licenziamento.

Si considera assenza ingiustificata anche il rifiuto del lavoratore di prendere servizio presso una diversa sede dove è stato trasferito, anche se il trasferimento viene ritenuto illegittimo: in tal caso egli dovrebbe prima ricorrere al giudice per far annullare l’ordine di servizio (salvo nelle ipotesi di particolare gravità come in quella di una dipendente incinta che non possa viaggiare).

Anche il rifiuto illegittimo del datore di lavoro a concedere un permesso spettante di diritto al dipendente non consente a quest’ultimo di “fare di testa sua” e assentarsi ugualmente: anche qui egli dovrebbe prima chiedere l’intervento del giudice.

È stata ritenuta ingiustificata l’assenza del dipendente che, a fronte della domanda di permesso, aveva dedotto dal silenzio del datore di lavoro una tacita autorizzazione ad assentarsi.

Assenza ingiustificata: quali conseguenze?

La Cassazione ha più volte ribadito che il licenziamento è illegittimo quando la condotta del dipendente, per quanto colpevole, procuri un danno irrisorio all’azienda. Potrebbe essere il caso di una assenza ingiustificata per un solo giorno o per qualche ora. In tale ipotesi si giustificherebbe una sanzione meno afflittiva come ad esempio la sospensione dal servizio.

Quando però l’assenza si prolunga per più giorni questa costituisce sempre un pregiudizio per la produzione, per l’azienda e per gli altri dipendenti i quali, proprio a causa della diminuzione delle risorse umane disponibili, per garantire un servizio efficiente, devono farsi carico di una maggiore mole di lavoro.

Il datore di lavoro che vuol applicare una sanzione disciplinare al dipendente assente senza giustificato motivo non deve fare altro che dimostrare il fatto in sé, ossia l’assenza. Il dipendente che voglia evitare la sanzione dovrebbe invece provare elementi che possano giustificarlo.

Scrive in proposito la Cassazione: il giudice deve accertare in concreto la reale entità e gravità delle infrazioni addebitate al dipendente e che vi sia proporzione tra quest’ultime e la sanzione del licenziamento. Nella specie, la Corte ha ritenuto illegittimo il licenziamento di una dipendente che, dopo aver richiesto le ferie, non aveva ricevuto alcun riscontro dal datore di lavoro – comportamento questo ritenuto comunque contrario sotto il profilo della correttezza e buona fede – e, pertanto, si era autonomamente assentata per ben tre giorni senza dare giustificazione.

Di solito i contratti collettivi stabiliscono il numero di giorni oltre i quali l’assenza ingiustificata può determinare il licenziamento (di norma sono 3 giorni).

Licenziamento e Tfr

Il trattamento di fine rapporto è dovuto al dipendente a prescindere dalle ragioni per cui il rapporto di lavoro si è risolto. Quindi, anche quando c’è stato un licenziamento per giusta causa – ossia un licenziamento in tronco, senza preavviso – al dipendente è dovuto il Trattamento di fine rapporto.

Il Tfr viene liquidato con l’ultima busta paga e il dipendente ha immediato diritto al pagamento dello stesso. L’azienda non può addurre motivazioni di liquidità per giustificare ritardi.

Il dipendente licenziato per assenza ingiustificata può quindi esigere il Tfr nella misura piena, senza trattenute per asseriti danni procurati all’azienda. Eventuali risarcimenti possono essere pretesi solo previa causa che l’azienda dovrebbe prima intentare al proprio dipendente. In quel caso, però, il Tfr dovrà essere stato già pagato per cui la trattenuta è improbabile.

Se il dipendente non ottiene il Tfr può agire con un decreto ingiuntivo, a mezzo del proprio avvocato, il cui ricorso va depositato presso il tribunale ove si trova la sede dell’azienda ove ha lavorato.

Licenziamento ed assegno di disoccupazione (Naspi)

Anche quando il licenziamento avviene per «giusta causa» e, quindi, per colpa del dipendente, a quest’ultimo spetta ugualmente l’indennità di disoccupazione erogata dall’Inps: la cosiddetta Naspi. A chiarirlo è stato lo stesso istituto di previdenza. Dunque, in caso di assenza ingiustificata, il fatto che la risoluzione del contratto di lavoro derivi da una condotta dolosa del dipendente, e quindi volontaria, non preclude l’assegno.

Ci sarà una manovra bis? Cosa ci aspetta?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Politica

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Da dove il Governo prenderà i soldi per rispettare i patti con l’Unione europea ed evitare la procedura di indebitamento?

Tra poche ore l’Italia risponderà alla Commissione Ue e spiegherà come intende raddrizzare i propri conti per non subire la maxi multa per lo sforamento del debito pubblico.

Il premier Conte intende fornire rassicurazioni ai partner europei sull’affidabilità della nostra politica. La lettera è ormai pronta e dovrebbe partire entro domani.

Il Commissario Ue, Moscovici, in rappresentanza del Governo europeo, dimostra una certa disponibilità al dialogo ma, tra una parola e l’altra, non perde l’occasione di rappresentare all’Italia le difficoltà che l’attendono per gli anni a venire semmai gli altri Stati membri dovessero approvare la procedura di infrazione.

Salvini e Di Maio ribadiscono che non ci sarà una manovra correttiva. In particolare, Salvini insiste per ottenere la flat tax, la quale richiederà circa 5 miliardi di euro. Il ministro Tria non vuole però che le nuove iniziative leghiste vengano finanziate con un ulteriore innalzamento del debito pubblico, sopra il 3%. Equivarrebbe a tirarsi la zappa sui piedi: la procedura di infrazione sarebbe scontata. Da dove prenderà, quindi, i soldi se non c’è alcuna intenzione di fare una manovra bis?

Innanzitutto, dalla rottamazione delle cartelle esattoriali che, sinora, ha rastrellato più del previsto; tant’è vero che la scadenza è stata prorogata. In più, si vorrebbe estendere la sanatoria anche alle imprese.

Inoltre, la Lega propone di aprire un condono sui soldi in nero depositati in banca nelle cassette di sicurezza, cosa che consentirebbe – a detta del leader del Carroccio – di recuperare ulteriori entrate.

Che l’Italia sia alla disperata caccia di soldi si avverte nell’aria. Soldi che, tuttavia, si vogliono incassare senza alzare le tasse [tradotto in linguaggio spicciolo: senza far arrabbiare gli elettori]. In che modo?

Un primo tentativo sarà quello di tagliare deduzioni e detrazioni fiscali, ivi compreso il bonus Renzi. Il popolo non percepirà il taglio agli sconti come un aumento della tassazione, per quanto invece lo sia.

Il secondo tentativo sarà la riforma degli estimi catastali, che porterà a rivalutare il patrimonio immobiliare e a incassare più con le imposte collegate agli immobili (imposta di registro, catastale, ipotecaria, Imu, Tasi, Tari). Qui, i ministri potranno dire di non introdurre più tasse. Non diranno, probabilmente, che così alzano quelle già esistenti.

L’Iva non aumenterà, tranquillizzano le forze politiche che però hanno intenzione di spostare molti beni che oggi scontano l’aliquota agevolata (al 10%) nel paniere dei beni ad aliquota ordinaria (22%). Anche questo aumento porterà ulteriori entrate.

Sempre in termini di proposte si è pensato a salvare Alitalia con un balzello sulla bolletta della luce da spalmare su tutti gli italiani. Un altro canone che affiancherà quello già pagato allo stesso modo per tenere in piedi la Rai.

Ci sarà poi la svendita del patrimonio immobiliare dello Stato a cui già si sta lavorando. Perderemo beni storici come i greci hanno dovuto vendere il porto del Pireo.

La possibilità di una manovra bis quindi non è ad oggi nei piani del Governo, anche se nulla è scontato. In ogni caso, probabilmente non ci sono neanche i tempi tecnici per l’approvazione. Tra poco si arriva alla pausa estiva e già a partire da fine agosto si inizierà a lavorare sulla nuova Legge di Bilancio, quella che poi decreterà se riceveremo la multa europea o meno. Sperando che in quel mese non faccia troppo caldo: si sa che se il sole dà alla testa, fa danni.

Pignoramento presso terzi: ultime sentenze

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pignoramento presso terzi; notificazione dell’atto di intimazione; quantificazione del contributo unificato; espropriazione immobiliare; pignoramento in forma speciale; avviso ad eleggere domicilio o dichiarare la residenza.

Cosa comporta l’omessa notifica del pignoramento presso terzi? E’ legittima la sospensione dalla professione se l’avvocato agisce nei confronti del cliente senza aver prima rinunciato al mandato? E’ rilevante l’avvenuta impugnazione dell’atto di pignoramento dinanzi alla Commissione tributaria? Per saperne di più, leggi le ultime sentenze.

Cos’è il pignoramento presso terzi?

Per quanto riguarda il pignoramento presso terzi, va rimarcato che tale istituto costituisce una fattispecie complessa che si perfeziona non con la sola notificazione dell’atto di intimazione di cui all’art. 543 c.p.c., ma anche con la dichiarazione positiva del terzo o con l’accertamento giudiziale del credito di cui all’art. 549 c.p.c.; ne consegue che il credito pignorato può essere individuato e determinato nel suo preciso ammontare in data anche successiva a quella della notificazione dell’atto, senza che lo si possa considerare sorto dopo il pignoramento.

Tribunale Vasto, 15/03/2019, n.90

Impugnazione contro il pignoramento presso terzi

In caso di impugnazione avverso un pignoramento presso terzi e le prodromiche cartelle di pagamento, il contributo unificato deve essere quantificato secondo il disposto di cui all’art. 14, comma 3-bis D.P.R. n. 115 del 2000.

Comm. trib. reg. Pescara, (Abruzzo) sez. VII, 28/01/2019, n.85

Omessa notifica dell’atto di pignoramento presso terzi

L’omessa notifica al debitore esecutato dell’atto di pignoramento presso terzi non comporta una nullità sanabile ma la giuridica inesistenza del pignoramento per mancanza del requisito essenziale dell’ingiunzione di cui all’art. 492 c.p.c. che deve essere fatta dall’ufficiale giudiziario nei confronti del debitore esecutato.

Tribunale Tivoli, 05/12/2018

Come inizia l’esecuzione?

Pur se il pignoramento presso terzi è una fattispecie complessa, che si completa con la dichiarazione positiva di quantità, l’esecuzione, ai sensi dell’art. 481 c.p.c., inizia dalla notifica dell’atto di cui all’art. 543 c.p.c.. Difatti da tale momento decorre anche il termine per l’opposizione agli atti esecutivi (art.617 c.p.c.) da parte del debitore, soggetto al quale, a preferenza di ogni altro, deve riconoscersi, ancor prima che il terzo renda la dichiarazione positiva di quantità, l’interesse a fare dichiarare il vizio della procedura introdotta in suo danno.

Corte appello Roma sez. lav., 11/10/2018, n.3633

Sospensione dalla professione inflitta all’avvocato

È legittima la sanzione della sospensione per due mesi dalla professione inflitta all’avvocato che agisca giudizialmente nei confronti del cliente senza avere prima rinunciato al mandato. Le sezioni Unite respingono così il ricorso del legale contro il provvedimento sanzionatorio del Consiglio nazionale forense, irrogato nei confronti del professionista per aver costui avviato una procedura di pignoramento presso terzi a carico del proprio assistito per recuperare degli onorari, senza avere però fatto un passo indietro rispetto al mandato in una causa giunta in appello e ancora pendente.

Cassazione civile sez. un., 07/05/2019, n.11933

Decreto ingiuntivo esecutivo

In base all’art. 336, comma 2, c.p.c., deve ritenersi che il decreto ingiuntivo esecutivo (ottenuto sulla base di una sentenza che aveva statuito in punto di an debeatur) posto a base di una procedura esecutiva di pignoramento presso terzi non possa ulteriormente spiegare i suoi effetti, anche esecutivi, laddove sia stata riformata, a seguito di appello o cassazione, la sentenza che si era pronunciata positivamente sull’an debeatur.

Tribunale Roma, 27/09/2018

Riscossione delle imposte sul reddito e pignoramento dei crediti presso terzi

In tema riscossione delle imposte sul reddito, il pignoramento dei crediti presso terzi nelle forme di cui all’art. 72-bis del d.P.R. n. 602 del 1973 rappresenta una forma speciale di espropriazione nella quale l’avviso ad eleggere domicilio o dichiarare la residenza nonchè l’avvertimento della facoltà e dei termini per proporre istanza di conversione (previsti, rispettivamente, al secondo e terzo comma dell’art. 492 c.p.c.) sono incompatibili con l’ordine di pagamento diretto di cui all’art. 72-bis cit. che, ove adempiuto da parte del terzo pignorato, produce immediato effetto satisfattivo, e per il quale non è previsto l’intervento del giudice dell’esecuzione a meno che non vengano proposte le opposizioni all’esecuzione o agli atti esecutivi.

Cassazione civile sez. VI, 09/08/2018, n.20706

Giudizio di ottemperanza

Nel giudizio di ottemperanza a favore del ricorrente può essere riconosciuta sia la corresponsione degli interessi sulle somme liquidate in giudicato, che delle spese accessorie successive al decreto ingiuntivo azionato, e in quanto tali non liquidate nello stesso, tuttavia non possono essere riconosciute anche le spese effettuate per atti di precetto ed procedure di pignoramento presso terzi risultate infruttuose.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 24/07/2018, n.8342

Opporre in compensazione i propri crediti nei confronti del creditore originario

L’ordinanza di assegnazione resa dal giudice dell’esecuzione all’esito di un procedimento di pignoramento presso terzi determina, dal momento della sua emissione, la modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio nel lato attivo, in quanto, con la sostituzione dell’assegnatario all’originario creditore, muta il soggetto nei cui confronti il debitore è tenuto ad adempiere per liberarsi dal vincolo.

Ne consegue che da tale momento (e prima di procedere alla “solutio”), la banca, terzo pignorato, ha facoltà di opporre in compensazione i propri crediti nei confronti del creditore originario, anche ove formati anteriormente all’assegnazione, poiché la coesistenza di reciproche e contrapposte ragioni di debito e credito tra originario creditore e terzo pignorato si verifica per effetto ed in conseguenza della pronuncia ex art. 533 c.p.c.

Cassazione civile sez. VI, 04/07/2018, n.17441

Giurisdizione tributaria

Nella specie, sussiste la giurisdizione tributaria, in quanto questa si estende alla cognizione “di tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere o specie”, con la sola esclusione degli atti dell’esecuzione tributaria, fra i quali non rientrano, per espressa previsione degli artt. 2 e 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, né le cartelle esattoriali né gli avvisi di mora – include anche la controversia relativa ad una opposizione all’esecuzione, nella specie attuata con un pignoramento presso terzi promosso con riguardo al mancato pagamento di tasse, laddove oggetto del giudizio sia la fondatezza del titolo esecutivo: in tali casi infatti trattandosi di valutare l’an del tributo la giurisdizione non può che appartenere al giudice tributario.

Comm. trib. reg. Bari, (Puglia) sez. VI, 22/06/2018, n.2069

Assolvimento degli obblighi tributari

Con riferimento alla sussistenza del requisito di partecipazione relativo all’assolvimento degli obblighi tributari, è irrilevante la circostanza dell’avvenuta impugnazione dell’atto di pignoramento dinanzi alla Commissione tributaria, in quanto l’impugnazione è rivolta avverso l’atto esecutivo (il pignoramento) e non avverso cartella esattoriale, impugnata solo come atto presupposto, che avrebbe dovuto invece costituire oggetto di apposito gravame entro i termini di legge al fine di porre in discussione la violazione tributaria.

La definitività del relativo accertamento rileva pertanto ai fini della causa di esclusione dell’art. 80, comma 4, d.lg. 18 aprile 2016 n. 50; ciò anche se nel giudizio di impugnazione del pignoramento presso terzi è stato domandato l’accertamento della nullità della cartella di pagamento.

Consiglio di Stato sez. V, 11/06/2018, n.3606

Pensione quota 100: si perde la Naspi?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Decadenza dall’indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti per raggiungimento del diritto alla pensione: vale anche per quota 100?

L’indennità di disoccupazione valida per la generalità dei lavoratori dipendenti, ossia la Naspi, è normalmente incompatibile con la pensione: tra le cause di decadenza dal sussidio illustrate dal decreto in materia [1], difatti, figura anche la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia o anticipata.

In parole semplici, l’indennità di disoccupazione viene interrotta nel momento in cui l’interessato matura tutti i requisiti per la pensione.

Ma la decadenza dall’indennità di disoccupazione vale anche per la pensione anticipata con opzione quota 100? In altre parole, con la pensione quota 100 si perde la Naspi?

E, nel caso in cui si perda la Naspi, la corresponsione dell’indennità termina da subito, o continua durante, il cosiddetto “periodo di finestra”? A questo proposito, è fondamentale sapere che le finestre di attesa possono spostare in avanti la liquidazione del trattamento di pensione anche di diversi mesi, rispetto alla data di maturazione dei requisiti.

Quindi, il disoccupato che ha diritto alla pensione Quota 100 perde subito la Naspi e resta senza indennità di disoccupazione e senza pensione durante tutto il periodo di finestra?

Sul punto, si è pronunciata l’Inps, con una nuova circolare [2] che chiarisce tutti i dubbi. Vediamo quali sono le regole per chi matura il diritto alla pensione Quota 100 durante il periodo di Naspi.

Chi ha diritto alla pensione quota 100?

Ricordiamo innanzitutto che matura il diritto alla pensione quota 100 il lavoratore che possiede almeno 38 anni di contributi (di cui 35 al netto dei periodi di disoccupazione e malattia, se iscritto all’Assicurazione generale obbligatoria dell’Inps) e 62 anni di età.

Il requisito contributivo può essere raggiunto sommando gratuitamente i versamenti presenti in casse diverse, ma devono essere esclusi i contributi accreditati presso le gestioni previdenziali dei liberi professionisti.

Come funzionano le finestre per la quota 100?

La finestra è il periodo di attesa che intercorre tra la data di maturazione dei requisiti per la pensione e la data di liquidazione del trattamento.

In passato, la legge Fornero [3] aveva abolito l’applicazione delle finestre sia alla pensione di vecchiaia ordinaria, che alla pensione anticipata ordinaria.

Il decreto di riforma delle pensioni [4], che ha introdotto la quota 100, tuttavia, ha previsto l’applicazione di finestre mobili trimestrali alla pensione anticipata ordinaria e dei lavoratori precoci; lo stesso decreto-legge, poi, ha previsto per la pensione quota 100 le seguenti finestre:

  • due finestre fisse nel periodo di prima applicazione della nuova normativa (il 1° aprile, per i lavoratori del settore privato che hanno perfezionato i requisiti per la quota 100 entro il 31 dicembre 2018, ed il 1° agosto, per i dipendenti pubblici che hanno perfezionato i requisiti per il trattamento entro il 29 gennaio 2019);
  • finestre mobili pari a 3 mesi per i lavoratori del settore privato;
  • finestre mobili pari a 6 mesi per i dipendenti pubblici;
  • una finestra unica annuale per i dipendenti del comparto scuola.

Chi matura i requisiti per la quota 100 perde la Naspi?

Con una nuova circolare [2], l’Inps ha chiarito che, se si perfezionano i requisiti per la pensione anticipata con opzione quota 100, non si perde automaticamente l’indennità di disoccupazione, ma è necessario che il lavoratore inoltri la domanda di pensione. L’interessato, difatti, potrebbe scegliere di non avvalersi della pensione quota 100, considerate le limitazioni che comporta (tra tutte, l’impossibilità di lavorare sino al compimento dell’età pensionabile, fatta eccezione per il lavoro autonomo occasionale entro 5mila euro annui di compensi).

Chi chiede la quota 100 perde la Naspi subito?

A questo punto, ci si domanda se, una volta inviata la domanda di pensione quota 100 da parte dell’interessato, questi decada immediatamente dalla Naspi, o se l’indennità continui a essere corrisposta sino al momento della decorrenza della pensione.

Sull’argomento, la citata circolare Inps [2] è molto chiara: l’indennità di disoccupazione continua a essere corrisposta sino al momento in cui la pensione è liquidata.

Il lavoratore, cioè, non resta senza disoccupazione e senza pensione, ma cessa di percepire la Naspi solo al momento della liquidazione del trattamento con quota 100.

Quanto esposto dall’Inps è conforme all’orientamento assunto dall’istituto già in passato.

Con un’importante circolare [5], difatti, l’Inps aveva già specificato che, in merito ai trattamenti ai quali si applicano le finestre di attesa (ad esempio, opzione Donna e totalizzazione), la decadenza dalla Naspi si verifica solo al momento della decorrenza della pensione, e non al perfezionamento dei requisiti.

Questo in quanto, secondo l’ente, non sarebbe corretto lasciare il lavoratore prossimo alla pensione privo di copertura sia reddituale, essendo intervenuta la cessazione dell’attività lavorativa, sia pensionistica, stante la decorrenza della pensione di anzianità successiva alla data di presentazione della domanda di disoccupazione.

Se la decorrenza della Naspi è contemporanea o successiva alla decorrenza della pensione, la domanda dell’indennità di disoccupazione è respinta.

Impugnazione delibera condominio: ultime sentenze

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Legittimazione ad agire del condomino; legittimazione passiva dell’amministratore di condominio; delibera condominiale; impugnazione della delibera condominiale; assemblea dei condomini negli edifici; deliberazioni annullabili.

Per la demolizione di porzioni di muro da parte del singolo condomino è necessaria la delibera assembleare? Leggi le ultime sentenze sull’impugnazione delle delibere condominiali.

Impugnazione delle delibere condominiali annullabili

In tema di impugnazione di delibere condominiali annullabili, la legittimazione ad agire spetta al condomino che sia stato assente all’assemblea nel corso della quale la delibera contestata è stata assunta o che, se presente, abbia espresso in merito il suo dissenso o si sia astenuto, ricadendo sullo stesso l’onere di provare tali circostanze.

Il difetto di detta legittimazione può, invece, essere rilevato d’ufficio dal giudice ed il relativo accertamento non è soggetto a preclusioni, non potendosi accordare la facoltà di opporre la menzionata delibera a chi non ne abbia titolo.

Cassazione civile sez. II, 26/02/2019, n.5611

Opposizione a decreto ingiuntivo per la riscossione di contributi condominiali

Proposta opposizione a decreto ingiuntivo per la riscossione di contributi condominiali, il giudice deve accogliere l’opposizione, qualora (nelle more di quest’ultima) la relativa delibera condominiale abbia perduto (nella sede della relativa impugnazione) la sua efficacia, perché ne è stata sospesa l’esecuzione, ex art. 1137, comma, 2 c.c., o perché ne è stata dichiarata l’invalidità (o è stata invalidata) con sentenza, quantunque non ancora passata in giudicato.

Tribunale Roma sez. V, 25/02/2019, n.4197

Sostituzione della delibera impugnata

In tema di impugnazione delle delibere condominiali, ai sensi dell’art. 2377 c.c. – dettato in tema di società di capitali ma, per identità di ratio, applicabile anche in materia di condominio – la sostituzione della delibera impugnata con altra adottata dall’assemblea in conformità della legge, facendo venir meno la specifica situazione di contrasto fra le parti, determina la cessazione della materia del contendere, per insussistenza di uno specifico interesse ad agire al momento della decisione, rimanendo affidata al tribunale soltanto la pronuncia finale sulle spese.

Tribunale Milano, 23/01/2019, n.625

Delibera condominiale non impugnata: è valida ed efficace?

L’opposizione ex art. 645 c.p.c., promossa dal singolo condomino avverso l’ingiunzione giudiziale di pagamento emessa ai sensi dell’art. 63 disp att. c.c., non può riguardare questioni involventi la legittimità – valutabile in termini di annullabilità – della delibera assembleare condominiale posta a suo fondamento atteso che ciò che assume rilievo è unicamente l’esecutività della decisione dell’assise condominiale che, qualora non privata – a seguito di pronuncia interinale di sospensiva resa cautelarmente nell’ambito del procedimento di gravame avverso la delibera medesima, ovvero per effetto del ritiro dell’atto da parte del medesimo organo che l’aveva adottato, o, ancora, a seguito di suo giudiziale annullamento o declaratoria di nullità – di detto carattere, supporta validamente il provvedimento monitorio fatto oggetto di opposizione.

Il procedimento di opposizione può, quindi, avere ad oggetto le sole doglianze in ordine alla sussistenza del debito o alla documentazione costituente prova scritta dell’ingiunzione, ovvero il verbale della delibera assembleare, ma non anche la validità della stessa che può venire contestata, in via separata, solamente con l’impugnazione di cui all’art. 1337 c.c. poiché l’attualità del debito non è subordinata alla sua validità ma alla sua efficacia.

Tribunale Roma sez. V, 15/01/2019, n.976

Impugnazione della delibera di approvazione della nuova tabella

La legittimazione passiva dell’amministratore di condominio è limitata al solo caso di impugnazione della delibera di approvazione della nuova tabella e non anche all’ipotesi dell’accertamento dell’invalidità o inefficacia della tabella in vigore, nel qual caso la relativa azione di accertamento va proposta nei confronti di tutti gli altri condomini (Cfr. Cass. n. 11757 del 11.07.2012; Cass. n. 3542 del 15.04.1994).

Tribunale Bari sez. I, 05/12/2018, n.5097

Uso del pianerottolo condominiale

La delibera condominiale in merito all’uso dei beni condominiali, in particolare dei ballatoi sui quali si affacciano le aperture degli appartamenti di proprietà esclusiva dei condomini, non ha ad oggetto diritti del singolo e dunque non è nulla ma bensì annullabile mediante impugnazione da proporre nei trenta giorni previsti dall’art. 1137 comma secondo c.c. in caso di contrarietà alla legge o al regolamento di condominio. La mancata tempestiva impugnazione della delibera produce la sua obbligatorietà per tutti i condomini a mente dell’art. 1137 c.c.

Tribunale Bari sez. I, 28/11/2018, n.4960

Omesso ricevimento dell’avviso di convocazione e deliberazione

In un giudizio avente ad oggetto l’impugnazione di una delibera dell’assemblea condominiale per omesso ricevimento dell’avviso scritto sia della convocazione che della deliberazione ivi assunta, il condominio deve dimostrare di aver dato comunicazione scritta così dell’avviso di convocazione come del verbale d’adunanza nella forma stabilita dal regolamento, posto che non si può considerare invalsa, fra tutti i condòmini (in numero elevatissimo, intorno al migliaio), una consuetudine normativa modificatrice, sia pure solo parzialmente, di quest’ultimo (nella specie si effettuava la consegna a mano o immissione nella cassetta postale da parte dei rispettivi portieri al posto della raccomandata postale, posto che prevale quanto stabilito nel regolamento condominiale.

Tribunale Roma sez. V, 08/11/2018, n.21435

Come definire il valore di una controversia sul riparto di una spesa condominiale?

Ai fini della competenza, per definire il valore di una controversia avente a oggetto il riparto di una spesa condominiale si deve aver riguardo alla singola obbligazione. E ciò vale anche se l’azione del condomino è volta a sentir dichiarare l’inesistenza del suo obbligo perché l’intera delibera è invalida.

Ad affermarlo è la Cassazione, secondo cui in caso di impugnazione di delibera avente oggetto l’esecuzione di lavori, l’interesse ad agire del ricorrente coincide con l’importo che questi sarebbe tenuto a corrispondere e non l’intero valore dei lavori.

Cassazione civile sez. VI, 28/08/2018, n.21227

Demolizione di porzioni di muro da parte del singolo condomino

Se il singolo condomino voglia demolire una porzione di muro per ampliare o ricavare porte o finestre o per installare vetrine nel tratto corrispondente all’immobile di sua proprietà esclusiva, si verifica solo un uso più intenso (legittimo) che non impedisce né limita l’altrui pari uso, tenuto conto delle ragionevoli prospettive offerte dalle porzioni di muro valutate in concreto. Per queste opere modificative, sempre che non alterino la destinazione del muro, non impediscano l’altrui pari uso e/o non compromettano il decoro dello stabile, non c’è alcuna necessità di ottenere l’approvazione assembleare, trattandosi di esercizio delle facoltà inerenti al diritto dominicale su parti comuni; e se il condomino intendesse comunque sottoporle all’assemblea per ragioni di civile convivenza, l’eventuale autorizzazione concessa non può che interpretarsi come mero riconoscimento dell’inesistenza di interesse e di pretese degli altri condomini a questo tipo di utilizzazione, mentre l’eventuale delibera contraria non preclude al richiedente la possibilità di attuare la modifica, indipendentemente dalla mancata impugnazione della stessa.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. II, 14/03/2018, n.1590

Profilo di doglianza

In tema di impugnazione di delibera assembleare, il profilo di doglianza secondo cui il compenso deciso per il rilascio di copia degli atti inerenti la gestione condominiale sia di “elevatissimo ed oscillante importo” e riveli, perciò, un “carattere dissuasivo e deterrente” rispetto all’esercizio del diritto di controllo sulla gestione attribuito al singolo partecipante, sollecita un controllo non sulla legittimità della scelta operata dall’assemblea, bensì sulla congruenza economica della stessa, e quindi sul merito, controllo esulante dai limiti consentiti al sindacato giudiziale ex art. 1137 c.c., se non quando l’eccesso di potere dell’organo collegiale arrechi grave pregiudizio alla cosa comune ed ai servizi che ne costituiscono parte integrante.

Cassazione civile sez. II, 28/02/2018, n.4686

Immobili abusivi: ultime sentenze

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Edilizia e urbanistica; violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi comunali; illegittimità dell’opera; ordine di demolizione; patrimonio indisponibile del Comune.

Gli interventi edilizi eseguiti su manufatti abusivi non sanati né condonati ripetono le caratteristiche di illegittimità dell’opera principale. E’ legittima l’imposizione del vincolo archeologico su un’intera zona, considerata parco o complesso archeologico, nonostante il rinvenimento di reperti solo in alcuni terreni vincolati. Per saperne di più, leggi le ultime sentenze sugli immobili abusivi.

Compravendita di immobili abusivi

In tema di compravendita di immobili abusivi, la nullità comminata dall’articolo 46 del Dpr 380/2001 e dagli articoli 17 e 40 della legge 47/1985 va ricondotta nell’ambito della nullità testuale del comma 3 dell’articolo 1418 del Cc. Viene in rilievo, pertanto, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia deve esistere realmente e deve essere riferibile, proprio, a quell’immobile. Ad affermarlo sono le sezioni Unite della Cassazione che dirimono così il contrasto sulla nullità per mancata menzione, negli atti tra vivi di trasferimento di edifici, dei titoli edilizi in forza dei quali sono stati costruiti. Per i giudici di legittimità, inoltre, in presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata dal titolo menzionato.

Cassazione civile sez. un., 22/03/2019, n.8230

Interventi edilizi eseguiti su manufatti abusivi

In presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori, sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria del restauro e/o del risanamento conservativo, della ristrutturazione o della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche, ripetono le caratteristiche di illegittimità dell’opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicchè non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione.

Ciò non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende istanza di condono, ma solo affermare che, a pena di assoggettamento alla medesima sanzione prevista per l’immobile abusivo cui ineriscono, ciò deve avvenire nel rispetto delle procedure di legge, ovvero segnatamente dell’art. 35, l. n. 47 del 1985, ancora applicabile per effetto dei rinvii operati dalla successiva legislazione condonistica. Di qui l’irrilevanza dell’omessa limitazione dell’ordine di demolizione alla sola parte eccedente le istanze di condono inoltrate.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VI, 01/02/2019, n.537

Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi comunali

Ai sensi dell’art. 31 comma 3, d.P.R. n. 380/2001, l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli immobili abusivi e della relativa area di sedime è un effetto automatico derivante direttamente dalla legge in conseguenza della mancata ottemperanza all’ordine di demolizione, per cui è da escludere che, a fronte della descrizione degli abusi, sia necessaria alcuna specificazione ulteriore, la quale piuttosto è richiesta unicamente in vista dell’acquisizione, in ampliamento rispetto all’area strettamente di sedime del manufatto abusivo, dell’eventuale ulteriore area necessaria, fino ad un massimo di dieci volte la superficie occupata dalle opere abusive, per realizzare opere analoghe, secondo le prescrizioni della restante parte del comma 3.

Nondimeno, la mancata individuazione dell’area ulteriore non incide sulla legittimità dell’ingiunzione di demolizione, ma impedisce semmai che l’effetto acquisitivo si propaghi oltre l’area di sedime, qualora non risultino elementi adeguati per determinare l’esatta estensione dell’area ulteriore soggetta ad acquisizione in caso di inottemperanza all’ordine demolitorio.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. III, 24/12/2018, n.7332

Intervento su una costruzione realizzata in modo abusivo

Qualsiasi intervento effettuato su una costruzione realizzata abusivamente, ancorché l’abuso non sia stato represso, costituisce ripresa dell’attività criminosa originaria, integrante un nuovo reato edilizio; ne consegue che, allorché l’opera abusiva perisca in tutto o in parte, o necessiti di attività manutentive, o, come nel caso in esame, di completamento o trasformazione, il proprietario non acquista il diritto di ricostruirla, completarla, trasformarla, ristrutturarla, mantenerla, senza titolo abilitativo, giacché anche gli interventi di trasformazione o manutenzione ordinaria presuppongono che l’edificio sul quale si interviene sia stato costruito legittimamente, in quanti gli interventi ulteriori su immobili abusivi ripetono le caratteristiche di illegittimità dall’opera principale, alla quale ineriscono strutturalmente.

Cassazione penale sez. III, 10/10/2018, n.12718

Nudo proprietario di immobili abusivi

L’esercente la potestà nei confronti del figlio minore, nudo proprietario di immobili abusivi, assume la responsabilità, ai fini della demolizione, delle opere abusive che sono state ivi realizzate.

T.A.R. Pescara, (Abruzzo) sez. I, 23/07/2018, n.248

Comunicazione di inizio lavori asseverata

In tema di reati edilizi, il regime della comunicazione di inizio lavori asseverata (c.i.l.a.) non è applicabile alle opere da eseguirsi su manufatti il cui originario carattere abusivo sia stato accertato con sentenza definitiva e che non risultino essere stati oggetto di condono edilizio o di accertamento di conformità, poiché gli interventi ulteriori su immobili abusivi ripetono le caratteristiche di illegittimità dal manufatto principale, al quale ineriscono strutturalmente.

(Nella fattispecie la Corte ha escluso che il descritto automatismo possa trovare applicazione nel caso di opere realizzate con detta comunicazione su un immobile acquisito all’esito di esecuzione immobiliare, essendo necessario indagare, in tale ipotesi, ai fini dell’accertamento sulla sussistenza del reato edilizio, sulle specifiche condizioni del bene posto in vendita per mezzo della procedura espropriativa e sulla consistenza delle opere realizzate).

Cassazione penale sez. III, 12/07/2018, n.41105

Demolizione degli immobili abusivi

È costituzionalmente illegittimo l’art. 2, comma 2, l. reg. Campania 22 giugno 2017, n. 19. La norma impugnata, prevedendo che i Comuni della Regione Campania, attraverso gli atti regolamentari e d’indirizzo e avvalendosi delle linee guida, possano non demolire gli immobili abusivi acquisiti al proprio patrimonio a seguito dell’inottemperanza all’ordine di demolizione — in particolare, che possano locarli o alienarli, anche agli occupanti (e anche quando questi siano i responsabili dell’abuso) —, contrasta con l’art. 117, comma 3, Cost., in quanto viola il principio fondamentale in materia di “governo del territorio” espresso dai commi da 3 a 6 dell’art. 31 d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, che implica che l’opera abusiva acquisita al patrimonio comunale debba, di regola, essere demolita. Il disallineamento della disciplina regionale rispetto al principio fondamentale della legislazione statale finisce con intaccare e al tempo stesso sminuire l’efficacia anche deterrente del regime sanzionatorio dettato dallo Stato, la cui funzione essenzialmente ripristinatoria non ne esclude l’incidenza negativa nella sfera del responsabile (sentt. nn. 345 del 1991, 427 del 1995; ord. n. 82 del 1991).

Corte Costituzionale, 05/07/2018, n.140

Imposizione del vincolo archeologico e notificazione

È legittima la sottoposizione a vincolo archeologico di un’intera zona, considerata come parco o complesso archeologico, anche se i reperti riportati alla luce siano stati rinvenuti solo in alcuni terreni vincolati, purchè, come nel caso di specie, dalla motivazione del provvedimento di vincolo e dall’attività istruttoria svolta emergano le specifiche ragioni che giustificano una valutazione unitaria della zona di pregio archeologico e sia indicata specificamente l’ubicazione dei singoli reperti nelle varie particelle catastali della zona vincolata, sicchè resta priva di rilevanza la considerazione secondo la quale le aree di insistenza degli immobili abusivi non sarebbero oggetto di rinvenimento di resti archeologici.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VII, 03/05/2018, n.2960

Autorizzazione alla realizzazione degli scarichi nella fognatura

Rispetto all’esercizio delle scelte fondamentali del Comune, nell’ambito della pianificazione urbanistica, non rileva l’avvenuto rilascio dell’autorizzazione alla realizzazione degli scarichi nella fognatura, provvedimento di carattere tecnico che non può sostituire né la sanatoria degli immobili abusivi (per cui sarebbe necessaria l’autorizzazione paesaggistica già negata dall’Amministrazione Comunale) né la scelta, di carattere eccezionale, posta dalle leggi statali (art. 2, comma 54, l. n. 662 del 1996 e art. 29, l. n. 47 del 1985) e dalla legge regionale, in capo al Consiglio Comunale di rendere ex post anche urbanisticamente legittimo, ciò che era stato realizzato in contrasto non solo con la disciplina edilizia ma anche urbanistica vigente.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 28/03/2018, n.3423

Immobili abusivi realizzati su aree vincolate

Per gli immobili abusivi realizzati su aree vincolate, il rilascio del condono, ai sensi dell’art. 32 l. n. 47/1985, come modificato dall’art. 32, comma 43, della l. n. 326/2003, è subordinato al previo parere favorevole delle Amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso e non è illegittima una motivazione anche succinta di un diniego di sanatoria di opere, in quanto nel sistema non è ravvisabile a carico della p.A. l’obbligo di indicare, in una logica comparativa degli interessi in conflitto, se si possa rendere l’intervento compatibile con gli interessi paesaggistici, la cui protezione risponde ad una esigenza rilevante anche ex art. 9 Cost.

Consiglio di Stato sez. VI, 05/03/2018, n.1387

Acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli immobili abusivi

In base all’art. 31 comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001, l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli immobili abusivi e della relativa area di sedime è un effetto automatico ex lege conseguente alla mancata ottemperanza all’ordine di demolizione, non occorrendo pertanto alcuna specificazione, la quale piuttosto è richiesta in vista dell’acquisizione, in ampliamento dell’area strettamente di sedime del manufatto abusivo, dell’eventuale ulteriore area necessaria, fino ad un massimo di dieci volte la superficie occupata dalle opere abusive, per realizzare opere analoghe, secondo le prescrizioni della restante parte del comma 3.

Difatti, il destinatario dell’ingiunzione può impedire simile effetto, con la demolizione dell’opera contestata e rendendo così impossibile la futura acquisizione, cosicchè detta specificazione è adempimento che caratterizza i provvedimenti successivi all’ordinanza demolitoria, senza pregiudicare l’interessato che non abbia inteso ottemperarvi.

Nondimeno, la mancata individuazione dell’area ulteriore non incide sulla legittimità dell’ingiunzione di demolizione, ma impedisce semmai che l’effetto acquisitivo si propaghi oltre l’area di sedime, qualora non risultino elementi adeguati per determinare l’esatta estensione dell’area ulteriore soggetta ad acquisizione in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. III, 07/11/2017, n.5212

Certificato abitabilità immobili: ultime sentenze

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Leggi le ultime sentenze su: certificato di abitabilità; mancata consegna del certificato di abitabilità; permesso di costruire; sanzione amministrativa; informazione sulla presenza o sull’assenza del certificato di abitabilità.

Cosa determina la mancata consegna del certificato di abitabilità in caso di compravendita immobiliare? Comporta responsabilità contrattuale del venditore e l’obbligo al risarcimento del danno.

Qual è la funzione del certificato di abitabilità?

La funzione del certificato di agibilità/abitabilità, rilasciato dal dirigente o dal responsabile del competente ufficio comunale, è quella di accertare che l’immobile sia stato realizzato nel rispetto delle norme tecniche vigenti in materia di sicurezza, salubrità, igiene e risparmio energetico. Di conseguenza la consegna del certificato di abitabilità dell’immobile da adibire ad abitazione (e stesso discorso può farsi, per analogia, con riferimento all’agibilità degli immobili destinati a uso diverso di abitazione) pur non costituendo di per sé condizione di validità della compravendita, integra comunque un’obbligazione incombente sul venditore ai sensi dell’art. 1477 c.c. rilevante nella fase attuativa del contratto e concernente la possibilità di adibire l’immobile all’uso contrattualmente previsto.

Tribunale Siena, 07/12/2018, n.1428

Vendita di immobile privo di certificato di abitabilità: è lecita?

Nella vendita di immobili destinati ad abitazione, pur costituendo il certificato di abitabilità un requisito giuridico essenziale ai fini del legittimo godimento e della normale commerciabilità del bene, la mancata consegna di detto certificato costituisce un inadempimento del venditore che non incide necessariamente in modo dirimente sull’equilibrio delle reciproche prestazioni delle parti comportando l’inidoneità del contratto a realizzare la funzione economico- sociale che gli è propria ed escludendo rilievo alla causa effettiva dell’omissione, giacché la mancata consegna può anche dipendere da circostanze che non escludano in modo significativo la oggettiva attitudine del bene a soddisfare le aspettative dell’acquirente.

Infatti, soltanto nel caso in cui non ricorrano le condizioni per l’ottenimento del certificato in ragione di insanabili violazioni di disposizioni urbanistiche può ipotizzarsi nella mancata consegna del documento un inadempimento ex se idoneo alla risoluzione della compravendita, mentre nelle altre ipotesi, l’omissione del venditore non si sottrae a tale fine ad una verifica dell’importanza e gravità dell’inadempimento in relazione alle concrete esigenze del compratore di utilizzazione diretta od indiretta dell’immobile.

Tribunale Grosseto, 30/11/2018, n.998

Vendita immobili: omessa consegna del certificato di abitabilità

In tema di compravendita immobiliare le difformità dello stato di fatto da quello progettuale oggetto dei titoli assentiti e dalla normativa edilizia ratione temporispertinente, impedendo di fatto la libera commerciabilità dell’immobile e l’utilizzazione dello stesso in conformità alle esigenze abitative degli acquirenti come palesate in sede di stipula, valgano, di per sé, ad integrare un’ipotesi di inadempimento all’obbligazione assunta dai venditori di garanzia della conformità urbanistica dell’immobile di gravità tale da legittimare anche ai sensi del disposto dell’art. 1455 c.c. l’applicazione del rimedio caducatorio.

Infatti nella vendita di immobili destinati ad abitazione, invero, la licenza di abitabilità è un elemento che caratterizza il bene in relazione alla sua capacità di assolvere una determinata funzione economico-sociale e, quindi, di soddisfare i concreti bisogni che hanno indotto il compratore ad effettuare l’acquisto: di talché, la mancata consegna del certificato di abitabilità, così come la consegna di un certificato inidoneo ad assolvere la funzione sua propria, configurano un inadempimento legittimante la risoluzione del contratto al cospetto del ricorrere del presupposto della gravità di cui all’art. 1455 c.c.

Tribunale Firenze, 05/11/2018, n.2954

Divieto di concessione in uso degli immobili privi dei requisiti previsti dalla legge

L’ordinanza contingibile e urgente con la quale il Sindaco — al fine di escludere il possibile collocamento di migranti — abbia disposto il divieto di concedere in uso a qualsiasi titolo immobili privi dei requisiti previsti dalla legge (e quindi privi del certificato di agibilità/abitabilità, ovvero muniti di barriere architettoniche, ovvero ancora in condizioni igienico-sanitarie che possano arrecare danni per la salute), con contestuale divieto di attestare il possesso di tali requisiti mediante autocertificazioni, è nulla per difetto assoluto di attribuzione (con riferimento alle competenze del Ministero dell’interno e delle Prefetture in materia di accoglienza e gestione dei migranti), per violazione degli artt. 41 e 42 Cost., per violazione del riparto di competenze legislative ed amministrative di cui all’art. 117 Cost. (con particolare riferimento alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile), e perché integra un atto discriminatorio, ai sensi e per gli effetti dell’art. 43, comma 2, d. lg. 25 luglio 1998 n. 286.

T.A.R. Catania, (Sicilia) sez. IV, 06/08/2018, n.1671

Compravendita di immobile senza certificato di abitabilità: è valida?

In tema di compravendita di beni immobiliari, quanto agli effetti del mancato rilascio del certificato di abitabilità, l’atto traslativo non è invalido, in quanto non esiste nel nostro ordinamento una norma che dichiari illecita tale ipotesi contrattuale. La legge 28.02.1985 n. 47 non ha, infatti, previsto alcuna nullità dell’atto di trasferimento della proprietà di immobili privi di licenza di abitabilità, mentre ha effettuato una valutazione di illiceità con riferimento all’attività di produzione della cosa (lottizzazione o costruzione abusive) ovvero al suo uso (abitazione).

Non vi è dubbio, tuttavia, che l’acquirente di una unità immobiliare priva del certificato di abitabilità possa chiedere il risarcimento del danno, a meno che non vi sia stata una diversa volontà negoziale delle parti in ordine alla necessità della licenza di abitabilità e si è persino affermato che nei casi più gravi, quando l’immobile sia stato costruito in difformità alle norme igienico sanitarie, alla disciplina urbanistica o alle prescrizioni della concessione ad edificare, cosicchè la licenza di abitabilità non possa essere ottenuta, l’acquirente possa chiedere anche la risoluzione del contratto per consegna di aliud pro alio.

Tribunale Macerata, 13/03/2018, n.300

Applicabilità della sanzione pecuniaria

Ai sensi dell’art. 45, comma 2, lett. b) e c), l. reg. Friuli Venezia Giulia n. 19/2009, è applicabile la sanzione pecuniaria, allorchè sussistano, anche alternativamente, le seguenti condizioni: b) gli immobili risultino conformi agli strumenti di pianificazione vigenti; c) gli immobili risultino dotati di segnalazione certificata di agibilità ovvero siano in possesso del certificato di agibilità o abitabilità ovvero risultino in regola nello stato di fatto in cui si trovano all’atto di accertamento con le leggi di settore applicabili, nonché con gli obblighi di natura fiscale e tributaria.

T.A.R. Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 11/12/2018, n.370

Assenza del permesso di costruire

Ai sensi dell’art. 45 comma 2, l. rg. Friuli Venezia Giulia n. 19 del 2009, in caso di intervento edilizio realizzato in assenza di permesso di costruire, in difformità da esso o con variazioni essenziali, l’Autorità può applicare la sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria quando ricorra anche una sola delle seguenti condizioni: a) che l’intervento risalga a prima della l. n. 765 del 1967 ovvero sia stato eseguito in conseguenza di calamità naturali per le quali è stato dichiarato lo stato di emergenza; b) che gli immobili siano conformi alla disciplina urbanistica vigente o a quella vigente al momento dell’intervento edilizio e poi non siano più stati modificati; c) che gli immobili siano in possesso del certificato di abitabilità o agibilità o siano in regola, nello stato di fatto in cui si trovano all’atto dell’accertamento, con le leggi di settore applicabili, nonché con gli obblighi di natura fiscale e tributaria (nel caso di specie, risultava soddisfatta la condizione di cui alla lettera b, il che è stato ritenuto sufficiente ai fini dell’applicazione della sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria, ponendosi come alternative le ipotesi enucleate al comma 2 dell’art. 45, l. rg. Friuli Venezia Giulia n. 19/2009).

T.A.R. Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 03/11/2016, n.497

Attività di informazione del notaio

Nell’attività di informazione che il notaio svolge verso le parti non può farsi rientrare qualunque fatto o circostanza determinante l’assetto finale degli interessi delle parti, ma solo ciò che attiene alle cognizioni tecniche proprie dell’attività notarile, non arrivando tale obbligo ad estendersi fino al controllo di circostanze di fatto oppure alla valutazione economica dell’opportunità dell’operazione. Tra i doveri di informazione rientra quello relativo alla presenza o meno del certificato di abitabilità.

Tribunale Savona, 11/01/2016

Mancata consegna del certificato di abitabilità: cosa determina?

Il certificato di abitabilità, servendo a garantire la commerciabilità legale degli immobili destinati a uso abitativo, rientra fra i documenti che il venditore è tenuto a consegnare all’acquirente, fatta salva l’ipotesi di una espressa esclusione convenzionale, ai sensi dell’art. 1477, comma 3, c.c., trattandosi di documento relativo all’uso della cosa venduta.

Di talché la mancata consegna dell’anzidetto documento integra una ipotesi di responsabilità contrattuale del venditore, tenuto, pertanto, al risarcimento del danno, con legittima parametrazione al costo necessario per ottenere da terzi professionisti tutta la documentazione necessaria a conseguire tale certificato. In tale contesto va, invece, respinta la domanda di condanna del venditore alla consegna dei documenti mancanti, poiché diversamente opinando l’acquirente conseguirebbe due volte per equivalente e in natura i medesimi beni, con conseguente relativo ingiustificato arricchimento.

Tribunale Roma sez. X, 08/01/2016, n.194

Licenza di abitabilità

In tema di licenza di abitabilità di immobili, la fattispecie di assenso delineata dall’art. 4 del d.P.R. n. 425 del 1994 presuppone sia che il proprietario, all’atto della presentazione della domanda di rilascio del certificato di abitabilità (ora, agibilità), offra tutta la documentazione richiesta dal primo comma di detta norma, sia il decorso del tempo idoneo ad integrare la fattispecie legale tipica del silenzio-assenso.

Cassazione civile sez. II, 14/04/2015, n.7472

Si può intercettare Skype?

Posted on : 13-06-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è Skype e come funziona? È possibile intercettare i messaggi e le chiamate Skype? Cos’è la crittografia end-to-end?

WhatsApp, Messenger, Instagram, Skype: sono solo alcuni dei modi per poter comunicare a distanza con le persone più care. La classica telefonata sembra essere tramontata e, più si va avanti, più sembra essere destinata ad essere del tutto dimenticata. Superate le normali diffidenze iniziali, gli utenti sono sempre più fiduciosi nei confronti delle nuove tecnologie, le quali garantiscono vantaggi non da poco: si pensi solamente al fatto che questi nuovi mezzi di comunicazione sono gratuiti e, per certi versi, anche più sicuri della normale telefonata. Come ti ho spiegato nei miei articoli dedicati alle intercettazioni di messaggi e di videochiamate WhatsApp,  i nuovi strumenti utilizzano particolari sistemi di crittografia che impedisce le intercettazioni. È proprio così per tutti? Skype si può intercettare? Puoi parlare tranquillamente utilizzando Skype, oppure c’è da temere per la riservatezza delle tue conversazioni? Se questo argomento ti appassiona, allora prenditi cinque minuti di tempo e seguimi: ti spiegherò, in modo semplice e chiaro, se è possibile intercettare Skype.

Skype: cos’è?

Prima di parlare delle possibile intercettazioni che può subire l’utente di Skype, è bene spendere solamente due parole su questo particolare strumento.

Cos’è Skype? Skype è un software (cioè, un programma per computer) che consente di inviare messaggi in tempo reale (proprio come ogni altra chat) e, per di più, di effettuare videochiamate, cioè telefonate durante le quali è possibile osservare l’interlocutore.

Skype: è sicuro?

Skype funziona servendosi della rete internet, così come qualsiasi altro software di messaggistica istantanea. Per garantire la sicurezza delle conversazioni, Skype ha adottato la crittografia end-to-end già fatta propria da WhatsApp, da Telegram e da altri programmi simili. Di cosa si tratta?

In pratica, Skype garantisce che ciò che si comunicano gli utenti sia noto solamente a loro: in altre parole, il software non memorizza le conversazioni, le quali sono segrete e vengono decriptate solamente nel momento in cui giungono al destinatario. È come se ad ogni messaggio o comunicazione inviata corrispondesse una password segreta diversa, riconoscibile solamente dal dispositivo del destinatario.

Pertanto, la crittografia end-to-end adottata da Skype impedisce ad un terzo estraneo di potersi intromettere nel colloquio, garantendo così la riservatezza degli utenti. Quanto detto vale non soltanto per le chiamate, ma anche per i messaggi, l’invio dei file, ecc.

È possibile intercettare Skype?

Quanto appena detto mette al sicuro Skype da possibili intercettazioni; ciò non significa, però, che sia del tutto impossibile intercettare una conversazione avvenuta mediante Skype. Ed infatti, il sistema di crittografia end-to-end che ti ho spiegato sopra va attivato dall’utente ogni volta che intraprende una chiamata: ciò significa che questo tipo di crittografia non è impostata in maniera automatica, come avviene invece per WhatsApp. Non si tratta di un’impostazione predefinita, insomma.

Pertanto, ogni volta che utilizzi Skype dovrai prestare attenzione ad attivare una chat o una chiamata privata, protetta cioè dalla crittografia end-to-end. Se non lo fai, le tue chiamate e i tuoi messaggi potranno essere intercettati.

È possibile poi intercettare Skype “infettando” il tuo pc: in altre parole, attraverso appositi virus (definiti “trojan”, il cui nome rimanda al cavallo di Troia), gli hacker oppure le autorità che stanno procedendo ad un’intercettazione possono registrare quello che stai dicendo al microfono del tuo computer durante una conversazione.

In pratica, questi virus riescono a bypassare la cifratura dei dati operata da Skype, prendendo il controllo della scheda audio di un computer, attivando il microfono anche da remoto. Ed allora, l’apprensione delle comunicazioni avviene non perché si agisce sul software di Skype, ma sull’hardware del computer. In estrema sintesi, viene operata un’intercettazione ambientale della conversazione che stai avendo su Skype.

Formalmente, dunque, Skype non può essere oggetto di intercettazione telefonica; di fatto, però, esistono metodi per superare la crittografia.

È possibile risalire alle conversazioni e ai messaggi Skype?

Ricorda, infine, che è possibile risalire alle tue conversazioni accedendo al tuo computer: operando quindi sempre sull’hardware e non sul software, la polizia che ha dei sospetti può chiedere al giudice di disporre il sequestro del pc affinché sia possibile sottoporlo a perizia. Così facendo, si potrà accedere a tutte le foto e i file condivisi, le chiamate registrate e altri elementi che Skype archivia sul dispositivo. In pratica, è un po’ come avere accesso ai tabulati telefonici.