Divieto di sosta: quando il disabile può parcheggiare

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho letto sul sito che il disabile deve rispettare i divieti di sosta anche se ha il contrassegno, ma nella stessa pagina si dice anche che grazie al contrassegno, i disabili possono sostare nonostante il divieto di sosta indicato con apposito segnale verticale o orizzontale, purchè ciò non costituisca grave pericolo o intralcio per la circolazione. Pertanto, se non sono in presenza di intralcio alla circolazione, posso sostare oppure no?

A parere dello scrivente, con riferimento alla normativa e alla giurisprudenza prevalente, se non si è in presenza di intralcio alla circolazione si può sostare.

In altri termini, nonostante il divieto di sosta, il disabile può sostare se non comporta un pericolo o un intralcio per la circolazione stradale.

Ad esempio:

– se l’autovettura, fermandosi davanti ad un divieto di sosta, non rappresenta un ostacolo o un rischio per il normale fluire del traffico, la sosta è consentita.

– se, al contrario, l’autovettura, fermandosi davanti ad un divieto di sosta, si trasforma in un pericolo per gli altri automobilisti o un ostacolo per il normale fluire del traffico, la sosta non è consentita.

Quanto evidenziato, viene affermato per i seguenti motivi.

Il Decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1996, n. 503, meglio noto come”Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici.”, all’art. 11, relativo alla circolazione e sosta dei veicoli al servizio di persone disabili, ha statuito che:

1. Alle persone detentrici del contrassegno di cui all’art. 12 viene consentita, dalle autorità competenti, la circolazione e la sosta del veicolo al loro specifico servizio, purché ciò non costituisca grave intralcio al traffico, nel caso di sospensione o limitazione della circolazione per motivi di sicurezza pubblica, di pubblico interesse o per esigenze di carattere militare, ovvero quando siano stati stabiliti obblighi o divieti di carattere permanente o temporaneo, oppure quando sia stata vietata o limitata la sosta.

2. Le facilitazioni possono essere subordinate alla osservanza di eventuali motivate condizioni e cautele.

3. La circolazione e la sosta sono consentite nelle «zone a traffico limitato» e «nelle aree pedonali urbane», così come definite dall’art. 3 del decreto legislativo 30 aprile l992, n. 285, qualora è autorizzato l’accesso anche ad una sola categoria di veicoli per 1’espletamento di servizi di trasporto di pubblica utilità.

4. Per i percorsi preferenziali o le corsie preferenziali riservati oltre che ai mezzi di trasporto pubblico collettivo anche ai taxi, la circolazione deve intendersi consentita anche ai veicoli al servizio di persone invalide detentrici dello speciale contrassegno di cui all’art. 12.

5. Nell’ambito dei parcheggi o delle attrezzature per la sosta, muniti di dispositivi di controllo della durata della sosta ovvero con custodia dei veicoli, devono essere riservati gratuitamente ai detentori del contrassegno almeno 1 posto ogni 50 o frazione di 50 posti disponibili.

6. I suddetti posti sono contrassegnati con il segnale di cui alla figura II 79/a art. 120 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495.

Pertanto, anche il disabile, così come tutti gli altri automobilisti, con le dovute eccezioni, è tenuto a rispettare le norme di legge del Codice della Strada.

La giurisprudenza conferma quanto detto

Entro tali limiti, e soltanto nelle zone loro riservate come appositamente segnalato, pertanto, gli invalidi sono autorizzati al parcheggio sulle strade mentre è, anche per loro, fatto divieto di sostare con le auto dappertutto e meno che mai in zone totalmente vietate, per cui la P. avendo parcheggiato il veicolo nella zona riservata al deflusso del traffico ha chiaramente violato la norma contestata incorrendo nella sanzione comminatale. Del resto la normativa de qua va letta in relazione alla ratio che la ispira e che subordina l’interesse di soggetti gravemente lesi nelle loro capacità fisiche solo a situazioni in cui per ragioni obiettive, debba prevalere l’interesse generale. Ora, è assolutamente certo che una zona definita “isola di traffico” costituisce porzione di stradaopportunamente delimitata riservata alla canalizzazione delle correnti di traffico, per cui non può essere in alcun modo occupata neanche da veicoli addetti al trasporto di soggetti disabili, proprio in ragione del fatto che ove diversamente si opinasse, alto sarebbe il rischio di serio intralcio all’opera svolta da dette aree, con evidenti ricadute negative sulla viabilità (v. Cass. 14 agosto 2007 n. 17689).

Da aggiungere che negli stessi permessi per disabili, come quello detenuto dalla intimata, nella parte posteriore, è previsto uno specifico avviso dal testo “Il titolare del presente contrassegno è autorizzato a sostare nelle zone vietate e in quelle regolamentate senza limiti di tempo e a circolare e sostare nelle zone a traffico limitato, senza arrecare intralcio alla circolazione e con il rispetto di tutte le disposizioni in particolare di cui agli artt. 158 e 188 C. d. S.”. Ne deriva che la P. non poteva sostare con il veicolo su area riservata alla canalizzazione del traffico solo per il fatto di non riuscire a trovare altro parcheggio.” Corte di Cassazione, sez. VI Civile, 9/1/2014, n. 258.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

Italiani residenti all’estero: vendita di immobile e tassazione

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Io e mia moglie siamo italiani residenti in Spagna ed iscritti all’Aire. Stiamo per vendere una casa in Argentina ed io vorrei trasferire il denaro in Italia (circa € 80mila) per l’estinzione anticipata parziale del contratti di mutuo ipotecario su una casa nella provincia di Roma (contratto stipulato in ottobre del 2004). Entrambe le case, quella in Argentina e quella a Roma sono a nome mio e di mia moglie. Qual è il valore stimato delle tasse che dovrei pagare? Come dovrò trasferire il denaro dall’Argentina in Italia pagando il minimo possibile di tasse ed evitando accertamenti o contenziosi?

Le norme di legge italiane prevedono che le cessioni di beni immobili siano sottoposte a tassazione sull’eventuale plusvalenza percepita dal cedente qualora il corrispettivo di vendita sia superiore al prezzo di acquisto.

Tuttavia la presunzione di speculazione, cioé di realizzazione della plusvalenza, ha una durata di cinque anni dalla data di acquisto del bene, pertanto se un soggetto residente in Italia vende un bene immobile di sua proprietà, sia situato in Italia che all’estero, oltre i cinque anni dalla data del rogito notarile di acquisto, la eventuale plusvalenza percepita non sarà più assoggettata a tassazione.

Fino qui si è precisato come viene tassata in Italia la eventuale plusvalenza da cessione di immobili ovunque situati nel mondo.

Bisogna tuttavia precisare che quando il bene immobile è situato in Paese diverso dall’Italia ovviamente lo Stato nel quale il bene è situato avrà le proprie norme in materia di cessione di beni immobili, pertanto sarà in ogni caso necessario verificare come viene tassata la eventuale plusvalenza del bene immobile nello Stato estero e ricorrere poi eventualmente alle Convenzioni contro le doppie imposizioni, se sottoscritte fra gli Stati – quello di residenza e quello fonte del reddito – per eliminare una possibile doppia imposizione.

Nel quesito inoltre viene precisato che i venditori del bene immobile sono cittadini italiani ma residenti in Spagna e regolarmente iscritti all’Aire.

Pertanto per sapere a quale tipo di tassazione sarà sottoposta la vendita del bene immobile situato in Argentina da parte di venditori che sono residenti in Spagna, sarà necessario verificare le norme tributarie in materia, sia dell’Argentina che della Spagna, mentre l’Italia resterà terza ed esclusa dalla concorrenza nella tassazione, in quanto non esiste alcun riferimento territoriale che possa permettere allo Stato italiano una qualsiasi potestà impositiva, infatti quest’ultimo non è né lo Stato residenza del soggetto che vende l’immobile, né lo Stato fonte del reddito, che è quello in cui l’immobile da vendere è situato.

Di conseguenza il trasferimento del denaro risultante dalla vendita dell’immobile su conto corrente italiano, dopo aver scontato le eventuali imposte calcolate secondo le norme argentine e spagnole, è libero ed esente da tassazione italiana.

Unica attenzione da porre nell’operazione è relativo al fatto che la residenza estera dei cittadini italiani è sempre soggetta a verifiche e il fatto di pagare mutui in Italia su immobili lì residenti potrebbe essere considerato, dalle autorità fiscali, un segnale di un legame territoriale non reciso, non tanto di per sé stesso, perchè è perfettamente legittimo e normale che un cittadino italiano iscritto Aire e residente estero possa conservare un immobile in Italia, ma se questo fatto fosse unito ad altri elementi circostanziali (ad esempio il possesso di autovetture a disposizione in Italia, schede cellulari italiani, utenze domestiche, carte di credito, tessere associative, ecc.) gli uffici fiscali potrebbero cercare di contestare la validità della residenza all’estero.

Pertanto la risposta al quesito posto è la seguente:  il trasferimento del denaro ricavato dalla vendita dell’immobile sito in Argentina da parte di residenti in Spagna, su conto corrente italiano, non sarà sottoposto a tassazione né ad alcun accertamento in Italia, salvo che gli uffici fiscali italiani non riescano a dimostrare che la residenza estera dei venditori è solo fittizia.

Sarà tuttavia necessario sottoporre a tassazione la vendita dell’immobile secondo le norme fiscali di Argentina e Spagna, da valutare anche alla luce della Convenzione contro le doppie imposizioni eventualmente stipulata fra i due Paesi concorrenti nella tassazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Mauro Finiguerra

Usufrutto: cosa dichiarare ai fini del calcolo ISEE?

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mia sorella è proprietaria al 50% di un appartamento insieme al sottoscritto e usufruisce dell’usufrutto. Quale percentuale è da indicare ai fini del calcolo dell’ISEE?

Nella Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) – documento sulla base del quale viene redatto l’Isee – va indicato, tra gli altri, il valore dei beni immobili posseduti alla data del 31 dicembre dell’anno precedente a quello in cui viene presentata la dichiarazione.

Fanno parte del patrimonio immobiliare i diritti reali su beni immobili, quindi anche l’eventuale usufrutto, mentre in tale patrimonio non è compresa la nuda proprietà.

Pertanto, il dichiarante usufruttuario dovrà indicare come propria quota il 100% del valore dell’immobile, da intendersi non come l’importo versato al momento dell’acquisto bensì come il valore rilevante ai fini del calcolo dell’IMU.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Massimo Coppin

Tfr e gratuito patrocinio: conseguenze per chi dichiara il falso

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un nostro ex dipendente ci ha fatto causa due volte, in una ha impugnato il licenziamento e nell’altra ha chiesto il riconoscimento della malattia professionale. Le cause sono in patrocinio gratuito a seguito di autocertificazione. La nostra azienda gli ha però pagato nel 2017 il tfr per un importo di oltre 40.000,00 e la certificazione unica lo conferma. In più, abita con suo figlio che pare lavori (dovremmo in caso fare delle indagini). Due motivi questi per non aver diritto al patrocinio. Questo signore ha quindi dichiarato un falso (falso a pubblico ufficiale). Le due cause intentate possono essere inficiate per falsa dichiarazione? Altrimenti cosa possiamo fare?

Si conferma che anche il trattamento di fine rapporto (cosiddetto t.f.r.) costituisce parte di quel reddito complessivo che deve essere dichiarato da parte di chi desideri accedere al gratuito patrocinio.

In questo senso si è espressa, ad esempio, la Corte di Cassazione con sentenza n. 40.943 del 18 settembre 2015 (IV sezione penale).

Si noti, in ogni caso, che:

– il limite di reddito per l’accesso al gratuito patrocinio è pari oggi ad euro 11.493,82 annui (in base al decreto 16 gennaio 2018 del Ministero della Giustizia), mentre era pari ad euro 11.528,41 nel biennio 2016 – 2017;

– che nel calcolo del reddito complessivo annuo vanno considerati anche i redditi conseguiti nello stesso periodo da parte dei familiari conviventi;

– che deve essere dichiarato il reddito risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi considerando in ogni caso (indipendentemente da quello che risulti nella dichiarazione) tutte le variazioni, sia in aumento che in diminuzione, che siano eventualmente intervenute tra l’ultima dichiarazione e la presentazione dell’istanza per ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio;

– l’articolo 79, comma 1, lettera d), del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, impone a chi presenti l’istanza per l’ammissione al gratuito patrocinio di comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni di reddito.

Fatte queste premesse, occorre dire che in base all’articolo 127 del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002:

– la copia dell’atto con il quale il consiglio dell’ordine degli avvocati (o il magistrato) accoglie l’istanza per l’ammissione al gratuito patrocinio è trasmessa all’ufficio finanziario competente (cioè all’Agenzia delle Entrate) che ha il compito di verificare l’esattezza delle indicazioni contenute nell’istanza stessa e dell’ammontare del reddito attestato dall’interessato;

– se da queste verifiche risultasse (anche eventualmente con l’ausilio della Guardia di Finanza e procedendo alla verifica delle intere posizioni fiscali dell’istante e dei conviventi) che il beneficio dell’ammissione al gratuito patrocinio è stato concesso in base a dati e dichiarazioni non veritiere, l’ufficio finanziario richiede la revoca dell’ammissione e trasmette gli atti acquisiti alla Procura della Repubblica presso il tribunale competente per i reati stabiliti dall’articolo 125 del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002.

Questo vuol dire che anche nel caso specifico, se nell’istanza per l’ammissione al gratuito patrocinio è stato dichiarato un reddito non veritiero, l’Agenzia delle Entrate (a cui è stato trasmesso l’atto con cui l’ordine degli avvocati ha ammesso al gratuito patrocinio) chiederà:

– la revoca dell’ammissione al patrocinio gratuito

– e, poi, trasmetterà gli atti acquisiti alla Procura perché si proceda eventualmente per il reato stabilito dall’articolo 125 del decreto del presidente della repubblica n. 115 del 2002 (il reato prevede la punizione di chiunque attesti falsamente la sussistenza o il mantenimento delle condizioni di reddito previste per ottenere o mantenere l’ammissione la patrocinio).

Queste sono dunque le conseguenze previste dalla legge nel caso in cui vengano attestati dati non veritieri nell’istanza per ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio:

1) la revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio

2) e l’eventuale avvio di un procedimento penale a carico di chi abbia fatto le dichiarazioni non veritiere (la società lettrice potrebbe, volendo, presentare un esposto alla Procura della Repubblica se ha gli elementi e i documenti necessari per poter dimostrare che è stato dichiarato il falso, ma, il controllo dei dati dichiarati nell’istanza presentata per accedere al gratuito patrocinio è un controllo automaticamente già previsto dalla legge).

Nessuna conseguenza, invece, è prevista per quanto riguarda la sorte dei processi per i quali era stata chiesta ed ottenuta, con dati non veritieri, l’ammissione al gratuito patrocinio.

Questo vuol dire che le due cause che riguardano la società lettrice proseguiranno senza alcuna interruzione e giungeranno a sentenza secondo i tempi necessari per ciascuna di esse.

Chi ha dichiarato dati non veritieri, se verrà accertata la non veridicità dei dati comunicati, subirà come si è detto la revoca dell’ammissione al patrocinio gratuito ed eventualmente un procedimento penale, ma le due cause già avviate non subiranno nessuna conseguenza per effetto della eventuale revoca dell’ammissione al gratuito patrocinio e dell’eventuale avvio di un procedimento penale a carico di chi dichiarò il falso e seguiranno il loro corso naturale (in altri termini, le cause saranno vinte o perse da chi le ha avviate indipendentemente dal fatto che avesse dichiarato il falso sulla questione del reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Stalking di un collega sul lavoro: cosa fare

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un mio collega di lavoro si rivolge a me spesso insultandomi con grosse parolacce e per due volte ha anche tentato di mettermi le mani al collo. Tutto questo avendo l’accortezza di non farlo mai davanti ad altre persone. Le stesse cose sono successe anche ad altri due miei colleghi ai quali ha anche minacciato di fare violenza tramite un suo amico albanese. Questi sono vari episodi successi in giorni diversi. Cosa posso fare?

Le condotte subite dai colleghi di lavoro del lettore sono passibili sia di denuncia penale, che di procedimento risarcitorio civile.

Dal punto di vista penale, queste condotte – se idonee a cagionare un perdurante e grave stato di ansia nel lettore, o la paura di un fondato timore per l’incolumità propria, tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita – integrano il reato di stalking lavorativo: “gli atti persecutori si inquadrano in un ambito in cui o non vi sono affatto legami di tipo domestico (ad esempio maturano in un contesto lavorativo o di semplice conoscenza) o riguardano soggetti già legati in precedenza da una semplice relazione sentimentale” (Ufficio Indagini preliminari Termini Imerese, 24/10/2011).

Inoltre, l’aver subito l’intimidazione riferita all’albanese ha integrato l’ulteriore reato di minaccia che, comunque, sarebbe assorbito dallo stalking, in quanto reato più grave.

Il fatto che non ci sono testimoni oculari non è da ostacolo alla presentazione di una querela, poiché le parole del lettore e quelle che riferirà al Giudice – in qualità di persona offesa – possono essere sufficienti per far ottenere una condanna nei confronti del collega.

Dal punto di vista civile, invece, il lettore potrà citare in giudizio il collega per ottenere il risarcimento dei danni morali patiti dai continui insulti che configurano una condotta ingiuriosa, oggi depenalizzata, ma sempre tutelabile in sede civile.

Inoltre, quelle condotte hanno pure configurato l’istituto del mobbing orizzontale che si caratterizza per i continui atti persecutori subiti non dal datore di lavoro, bensì da un’altra figura equivalente al lettore, quale – nel caso – il suo collega.

Sul punto, la Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi riconoscendo una corresponsabilità sia del soggetto agente (il Collega) che del datore di lavoro il quale “è responsabile non solo ove direttamente rechi danno alla personalità del lavoratore, ma altresì nel caso in cui non si attivi per la cessazione dei comportamenti scorretti posti in essere dai colleghi di lavoro del dipendente” (Cassazione civile, sez. lav., 29/08/2007, n. 18262).

Tuttavia, per far sorgere questa responsabilità anche in capo al datore di lavoro, occorrerà informare questi dei fatti al fine permettere l’intervento disciplinare nei confronti del collega vessante e, in caso di omesso intervento, di far sorgere la responsabilità anche in capo ad egli.

Infatti, in tema di mobbing orizzontale, il datore di lavoro risponde dei danni subiti dal dipendente, vessato dai colleghi, se non ha vigilato e non ha fatto nulla per far cessare i soprusi (Cassazione civile, sez. lav., 20/07/2007, n. 16148).

Tanto premesso, quello che si consiglia di fare al lettore è:

– in sede penale, presentare una querela alla Procura della Repubblica per far attivare il procedimento penale a carico del suo collega,

– in sede civile, attendere gli sviluppi del primo procedimento, poiché la sentenza di condanna gli servirebbe per evitare di provare i fatti in sede civile,

– in sede lavorativa, denunciare i fatti al suo datore di lavoro al fine di far cessare quelle condotte o, in mancanza, di poter denunciare anche il datore, per l’eventuale negligenza nell’intervento.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

Asilo nido, educatori e supplenze: ci sono limiti d’età nei concorsi?

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lo scorso anno mi sono iscritta nell’elenco di supplenze d’urgenza del mio Comune e quest’anno ho fatto supplenze in otto asili nido del mio Comune, firmando un regolare contratto a tempo determinato. Mi sono poi iscritta al concorso per 7 posti come educatore del nido del mio Comune, ma dopo la chiusura del bando, sono stata esclusa per vecchiaia. L’età massima indicata nel bando era di 50 anni non compiuti a meno che uno non fosse stato iscritto in altra graduatoria senza alcun riferimento da consultare. Nello stesso anno, prima potevo insegnare poi ero troppo anziana. Sono stata vittima di un sopruso?

La normativa italiana, in merito ai limiti d’età per chi partecipa ai concorsi pubblici, non risulta affatto chiara e dà luogo a numerosi contenziosi; nemmeno a livello europeo si è riusciti a mettere un punto fermo alla questione. Ma si proceda per ordine.

Il punto di partenza è quanto stabilito dalla cosiddetta seconda legge Bassanini (Art.3, Co.6, L.127/1997), che in modo abbastanza chiaro aveva disposto l’eliminazione del limite di età per iscriversi ai concorsi pubblici. La norma, ancora oggi vigente, afferma, per la precisione, che la partecipazione ai concorsi indetti dalle pubbliche amministrazioni non è soggetta a limiti di età, salvo deroghe dettate da regolamenti delle singole amministrazioni, connesse alla natura del servizio o ad oggettive necessità dell’amministrazione.

In pratica, secondo la legge, la “regola”, nei concorsi, è la mancata previsione di limiti di età: la previsione di un’età massima per la partecipazione al bando costituisce, invece, un’eccezione.

Tuttavia, col tempo, le deroghe adottate nei vari concorsi alla previsione dei limiti di età si sono fatte sempre più numerose, e non hanno riguardato, e non riguardano tutt’ora, soltanto le selezioni per entrare a far parte delle forze armate e del comparto sicurezza.

Sulla questione del limite di età è intervenuta anche l’Unione europea che, nella sostanza, ha confermato quanto stabilito dalla legge Bassanini. La direttiva europea in materia (Art.6, par. 1, lett. c), Dir. 2000/78), infatti, consente la fissazione di un’età massima per l’assunzione, precisando, però, che il limite d’età costituisce una discriminazione, che può essere tollerata solo se proporzionata all’attività per la quale si concorre.

In sintesi, sono consentite le disparità di accesso ai concorsi, basate sulla fissazione di un’età massima di assunzione, a patto che le stesse siano giustificate e proporzionate al tipo di lavoro per cui ci si candida. La restrizione d’età, cioè, non può essere arbitraria, ma deve essere legata alle caratteristiche dell’impiego per cui viene bandito il concorso. In linea generale, i limiti d’età potrebbero essere giustificati per mansioni di tipo pratico o di carattere esecutivo, oppure per la previsione di un ragionevole periodo minimo di lavoro prima del pensionamento. La direttiva europea affida, comunque, le deroghe sull’età al prudente apprezzamento delle leggi nazionali.

La normativa europea è stata esaminata dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 13 novembre 2014 nella causa C-416/13. In quella sede, sono state riconosciute le ragioni di un cittadino spagnolo che aveva presentato ricorso contro il limite anagrafico di partecipazione ad un concorso per agente di polizia locale. Il limite anagrafico è stato giudicato dalla Corte illegittimo non tanto per la previsione di un’età massima in sé, quanto perché il bando prevedeva comunque delle apposite verifiche delle condizioni fisiche e psichiche adeguate per l’esercizio delle funzioni proprie dell’incarico da svolgere: in parole semplici, il concorso prevedeva comunque una modalità di selezione più efficace e meno restrittiva rispetto all’imposizione di un’età massima per la partecipazione, per cui l’apposizione di un limite d’età, in aggiunta alle prove, risultava ingiustificata e discriminatoria.

Al momento, quindi, la situazione per quanto riguarda la presenza di limiti di età nei concorsi pubblici è la seguente: ricorrendo determinate condizioni, i limiti di età per partecipare ai concorsi pubblici sono pienamente legittimi secondo la legislazione italiana ed europea. Nei casi in cui, però, il limite di età risulti discriminatorio o sproporzionato, può essere impugnato presso un tribunale italiano, richiamando quanto affermato dalla citata sentenza della Corte di Giustizia europea.

Normalmente, in Italia, i limiti d’età riguardano i concorsi per l’ingresso nelle forze armate, o nel comparto della pubblica sicurezza in generale. Vi sono dei casi, però, in cui i limiti sono stabiliti anche per l’assunzione in settori differenti: ad esempio, per un recente concorso dei coadiutori per la Banca d’Italia, l’età richiesta era non superiore ai 40 anni. Tale limite è stato considerato legittimo dai giudici amministrativi, in considerazione sia delle particolari condizioni di formazione richieste per il lavoro di coadiutori, sia affinché si proceda alle assunzioni garantendo un ragionevole periodo minimo di lavoro, prima del pensionamento [TAR Lazio, sent. N. 3207/2016].

In base agli attuali orientamenti della giurisprudenza, si può affermare che la fissazione di limiti di età nei concorsi pubblici italiani è legittima, sia per la normativa che per la giurisprudenza nazionale ed europea, se si riscontrano determinate giustificazioni. Tra queste rientrano lo svolgimento di un lavoro di carattere pratico che richiede un impeccabile stato fisico o di salute, le particolari esigenze di formazione, l’assunzione entro termini ragionevoli al fine di avere un periodo minimo per maturare il diritto al pensionamento.

La valutazione principale, sulla convenienza del ricorrere o meno, va quindi basata sul tipo di attività lavorativa che si dovrà svolgere, sui caratteri del rapporto lavorativo, ed infine sulle caratteristiche delle prove selettive previste. Ad esempio, le mansioni di carattere esecutivo, essendo più gravose dal punto di vista fisico, possono giustificare la previsione di limiti d’età, se ragionevoli e non sproporzionati.

Il caso in esame è controverso, in quanto, innanzitutto, gli stessi limiti non sono stati applicati per le supplenze, nonostante le medesime mansioni. Le specifiche mansioni degli educatori d’infanzia (asili nido e scuola dell’infanzia) sono considerate dei lavori gravosi dalla normativa attuale, ma il limite di 50 anni appare, in relazione alle mansioni stesse, eccessivamente basso. Una giustificazione potrebbe consistere nel periodo minimo per l’accesso al pensionamento, ma la motivazione apparirebbe comunque discriminatoria, rapportata alla mancata previsione del limite per le supplenze.

In buona sostanza, le motivazioni per ricorrere contro il limite d’età previsto nel concorso ci sono, ma l’esito del giudizio sarebbe tutt’altro che scontato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci

 

Agenzia immobiliare: il foglio di visita vincola il cliente alla provvigione?

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con un’agenzia immobiliare ho visto un appartamento che vorrei acquistare, ho firmato il modulo di visita e ho fatto un’offerta verbale al proprietario (non scritta perché il prezzo offerto era molto basso rispetto alla richiesta). Dopo pochi giorni mi informano che l’offerta non era stata accettata. In seguito vedo lo stesso appartamento sul sito di un’altra agenzia, spiego la vicenda e l’agente mi dice che il proprietario avrebbe accettato una proposta di 95 e non 90 mila euro come avevo fatto prima. Riformulo l’offerta sempre non per iscritto e il proprietario accetta. Formulo poi l’offerta scritta con assegno ma dopo pochi giorni l’agenzia precedente mi contatta lamentando di essere stata scavalcata. Cosa devo fare per non incorrere in un contenzioso? Vorrei pagare la giusta provvigione all’agenzia giusta. La firma sul foglio di visita è così vincolante?

Di solito il foglio di visita viene utilizzato dalle agenzie immobiliari come prova scritta dell’esistenza di un mandato, cioè di un incarico, a vendere o ad acquistare (o anche concedere o prendere in affitto) un determinato immobile.

In alcuni casi, poi, il cliente dell’agenzia immobiliare ha già sottoscritto (prima della sottoscrizione del foglio di visita o contemporaneamente al foglio di visita) anche il vero e proprio contratto con il quale ha dato mandato all’agenzia stessa di vendere o di acquistare un determinato immobile.

Ma quello che è importante sapere è che:

se nel foglio di visita è indicata sia la data in cui il foglio di visita è stato sottoscritto sia l’immobile relativamente al quale è stato dato incarico, questo consente all’agenzia di poter avere la prova scritta che esiste un contratto con un cliente per vendere o acquistare un immobile e che questo contratto esiste da una data precisa.

Nel momento in cui si stipula un contratto (scritto o anche semplicemente verbale) tutte e due le parti di quel contratto sono obbligate a tenere un comportamento corretto e ispirato alla buona fede (articolo 1375 del codice civile).

Questo significa che se il lettore sottoscrive un foglio di visita con un’agenzia immobiliare, l’agenzia ha la prova che il lettore a partire dalla data in cui ha firmato il foglio di visita ha in corso un contratto (scritto o anche soltanto verbale) finalizzato ad acquistare un immobile e cioè proprio l’immobile indicato nel foglio di visita.

E siccome, come sopra detto, quando si stipula un contratto (scritto o anche semplicemente verbale) tutte e due le parti di quel contratto sono obbligate a tenere un comportamento corretto e ispirato alla buona fede (articolo 1375 del codice civile), è possibile che sia considerato scorretto (anche in assenza di una clausola di esclusiva) concludere un altro contratto con un’altra agenzia per lo stesso immobile senza avvertire la prima agenzia, oppure troncare improvvisamente le trattative già avviate ed in fase avanzata con il potenziale venditore individuato da un’agenzia per poi concludere il contratto con lo stesso potenziale venditore sulla base della mediazione di una diversa agenzia.

Ed i comportamenti scorretti (che possono essere anche altri rispetto a quelli sopra evidenziati)possono portare un’agenzia ad agire in giudizio per ottenere un risarcimento del danno (anche se il comportamento scorretto non fu realizzato con l’intenzione di danneggiare l’agenzia).

Inoltre il lettore deve considerare che l’agenzia (come si dirà tra poco) ha diritto alla provvigione se è stato firmato dalle parti (potenziale venditore e potenziale acquirente) grazie alla sua attività di mediazione anche una semplice proposta di acquisto ed anche se è stata firmata a distanza di molti mesi dalla scadenza del contratto con quell’agenzia.

I suggerimenti che si possono dare, quindi, al lettore alla luce di quanto si è finora detto, sono:

– di affidarsi, se gli è possibile, ad una sola agenzia per volta, magari affidando il mandato per un ristretto numero di mesi in modo tale da poter poi, se insoddisfatta, affidarsi rapidamente ad una diversa agenzia svincolandosi dalla precedente;

– di verificare attentamente cosa sia scritto nel foglio di visita (che, talvolta, serve all’agenzia non solo per avere la prova scritta dell’esistenza del mandato anche se questo fosse semplicemente verbale, ma anche per vincolare il cliente al pagamento della provvigione alle condizioni contenute nello stesso foglio di visita);

– di considerare che in linea generale il diritto alla provvigione per l’agenzia immobiliare nasce nel momento in cui, per effetto dell’attività del mediatore, sia stato concluso tra potenziale venditore e potenziale acquirente un atto giuridicamente vincolante: questo vuol dire che per far nascere il diritto del mediatore ad ottenere la provvigione è sufficiente anche la sottoscrizione di una proposta all’acquisto, cioè di un “preliminare di preliminare” ed anche se viene sottoscritta dopo la scadenza del contratto dell’agenzia (basta, cioè, che la firma della proposta di acquisto sia avvenuta per effetto dell’attività di mediazione dell’agenzia anche se la firma avviene a distanza di svariati mesi dalla scadenza dell’incarico all’agenzia);

– infine, in materia di beni immobili (quindi di appartamenti), non hanno alcuna efficacia proposte di acquisto o altri atti se non sono scritti: questo vuol dire che semplici accordi verbali non vincolano nessuno e, perciò, non possono impegnare né il venditore né l’acquirente.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Separazione: cosa accade al conto corrente cointestato

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono sposato da 26 anni  in separazione dei beni e nel conto corrente cointestato  i 3/4 del saldo provengono dal mio stipendio. Con i soldi del conto corrente abbiamo acquistato casa in comproprietà al 50% che dovrà diventare abitazione coniugale. In un’ipotetica futura separazione posso ottenere i 3/4 di proprietà invece del 50%?

La cointestazione del conto corrente, a prescindere dal regime patrimoniale prescelto dai coniugi (comunione o separazione dei beni) fa presumere la comproprietà del saldo nella misura del 50% ciascuno. Ne consegue che, in ipotesi di separazione coniugale, ciascun coniuge avrà diritto alla metà dell’importo giacente sul conto. Il regime di separazione dei beni consente tuttavia di superare la suddetta presunzione di contitolarità al 50%, purché sia fornita la cosiddetta prova contraria.

In altri termini, il coniuge può dimostrare al giudice, in sede di separazione, che l’effettiva percentuale di denaro rientrante nella propria titolarità è superiore al 50%. Occorre ovviamente una prova certa, facilmente documentabile.

Nel caso specifico, è facile dimostrare che i ¾ del saldo provengono dallo stipendio del lettore e pertanto il giudice potrà riconsocergli tale percentuale anziché applicare la presunzione del 50%.

Il fatto che la casa sia stata acquistata con i soldi del conto corrente poco rileva ai fini della quantificazione del saldo da dividere al momento dell’eventuale separazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone

Irpef e lavoratori rimpatriati: quali agevolazioni fiscali?

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono ingegnere e ho lavorato all’estero da aprile 2015 a marzo 2017. Sono iscritto all’Aire da maggio 2015 fino al 1 aprile 2017 (datore di lavoro del Paese straniero in cui ho lavorato). Al mio rientro in Italia ho cambiato società ed ho avuto un avanzamento di carriera. Ho diritto alla riduzione del 50% del reddito imponibile? Quali sono le agevolazioni fiscali per i lavoratori rimpatriati?

L’agevolazione Irpef per lavoratori impatriati in possesso di laurea prevede, tra le altre condizioni, l’aver svolto continuativamente attività di lavoro (dipendente, autonomo o di impresa) o di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi (conseguendo un diploma di laurea o una specializzazione post lauream della durata di almeno 2 anni accademici). È sufficiente che l’interessato, prima di rientrare in Italia, abbia svolto tali attività all’estero per un periodo minimo e ininterrotto di almeno 24 mesi, non necessariamente nei due anni immediatamente antecedenti il suo rientro.

Nel caso specifico, a prescindere dal periodo di iscrizione all’Aire e dall’avanzamento di carriera in Italia, occorre capire se il periodo di lavoro all’estero è almeno pari a 24 mesi (come descritto dal lettore il periodo sembra partire dal 1 aprile 2015 al 1 marzo 2017; se così fosse, per un solo mese in meno, non avrebbe diritto all’agevolazione fiscale).

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv.Maria Monteleone

Pensione anticipata per medico iscritto Enpam

Posted on : 11-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Sono un medico cardiologo, iscritto all’ENPAM con versamenti registrati a partire dal 1990. Ho lavorato in una ASL dal 1991 al 2009. Poi fino al 2012 ho esercitato solo attività libero-professionale. Dal 2012 sono accreditato e convenzionato ASL. Dal sito, però, apprendo che il requisito essenziale per poter accedere alla pensione anticipata con cumulo sia quello che io cessi dal rapporto di convenzionamento con la ASL. Ho interpretato bene?Se si devo smettere la libera professione o  esiste un’alternativa se volessi continuare col rapporto di convenzionamento ASL? Esiste un’alternativa alla pensione di vecchiaia a 68 anni?

Il sistema previdenziale italiano prevede in favore dei lavoratori che hanno avuto una carriera lavorativa discontinua, degli strumenti in grado di ricongiungere i contributi versati in diverse gestioni previdenziali. Stiamo parlando, in particolare, della ricongiunzione, della totalizzazione e del recentissimo cumulo gratuito.

Tali strumenti, che hanno caratteristiche differenti, consentono in pratica a chi ha posizioni assicurative in gestioni previdenziali diverse, di riunire, mediante trasferimento, tutti i periodi contributivi presso un’unica gestione, allo scopo di ottenere una sola pensione. Purtroppo non sempre è possibile avvalersi di tali strumenti, poiché è necessario rispettare delle regole molto rigide per fruire di tali strumenti (come vedremo in seguito).

Analizzando nello specifico l’istituto del cumulo gratuito, disciplinato dall’articolo, 1, comma 239 della legge 228/2012, e successivamente rivisitato dall’articolo 1, co. 195 della legge 232/2016, consente al lavoratore la possibilità di cumulare i periodi assicurativi accreditati presso differenti gestioni, senza oneri a suo carico, per il riconoscimento di un’unica pensione da liquidarsi secondo le regole di calcolo previste da ciascun fondo e sulla base delle rispettive retribuzioni di riferimento.

Per quanto concerne i requisiti e condizioni di cui si accennava sopra, è necessario che:

– il cumulo deve interessare tutti e per intero i periodi contributivi non coincidentiaccreditati presso le diverse gestioni assicurative menzionate (non è possibile, in altri termini, un cumulo parziale cioè diretto a valorizzare solo la contribuzione in alcune gestioni);

– gli assicurati non risultino già titolari di un trattamento pensionistico diretto in una delle gestioni interessate dal cumulo stesso (comprese le casse professionali tra i quali rientro anche l’Enpam);

– l’assicurato non abbia accettato la ricongiunzione (richiesta ai sensi della legge 45/1990);

– abbia cessato l’attività professionale (di dipendenza o in convenzione/accreditamento con il Servizio sanitario nazionale). Dunque, è molto importante che la domanda si presenta dopo aver cessato l’attività professionale, se si è in possesso di tutti i requisiti previsti. La domanda deve essere presentata all’ultimo ente pensionistico presso il quale si è iscritti (o si è stati iscritti).

A seguito delle modifiche apportate dalla legge 232/2016 attraverso il cumulo dei periodi assicurativi è possibile conseguire sia la pensione di vecchiaia che la pensione anticipata al perfezionamento dei requisiti previsti dalla Legge Fornero per i lavoratori nel sistema misto (come nel caso di specie). Quindi, è possibile conseguire la pensione anticipata a:

– 42 anni e 10 mesi per il 2018;

-mentre la pensione di vecchiaia è possibile conseguirla a:

– 66 anni e 7 mesi per il 2018.

Nel caso specifico, dunque, il calcolo relativo alla pensione anticipata è quello corretto:

– andrà in pensione nel 2027, quando i requisiti per andare a pensione saranno pari a 43 anni e 11 mesi, che il lettore possiederà.

Secondo il tenore letterale della norma (art. 1, comma 241, legge 228/2012), il trattamento pensionistico di vecchiaia si ottiene a condizione di possedere i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla Legge Fornero e, comunque, in presenza dei requisiti più elevati tra quelli previsti dai rispettivi ordinamenti che disciplinano le diverse gestioni presso cui sono stati versati i contributi. II parere espresso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e riportato nella Circolare INPS n. 140/2017 ha specificato che:

“La pensione di vecchiaia in cumulo, tenuto conto degli ordinamenti coinvolti e della loro autonomia regolamentare può configurarsi come una fattispecie a formazione progressiva, in forza della quale rilevano più momenti o fasi interconnesse. Di conseguenza, ai fini del diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo, è necessario che sussistano i requisiti minimi di cui ai commi 6 e 7 dell’articolo 24 della legge n. 214 del 2011, utilizzando tutti i periodi assicurativi accreditati presso le gestioni di cui al comma 239. Ai fini della misura, la liquidazione del trattamento pro quota in rapporto ai rispettivi periodi di iscrizione maturati, secondo le regole di calcolo previste da ciascun ordinamento e sulla base delle rispettive retribuzioni di riferimento, avverrà solo al conseguimento dei rispettivi requisiti anagrafici e contributivi”.

Quanto appena esposto, per il professionista che acceda al cumulo avendo maturato periodi contributivi presso l’INPS e presso l’ENPAM, comporta che:

– la quota di pensione a carico dell’lNPS viene immediatamente erogata al ricorrere dei requisiti di età e di contribuzione previsti dalla Legge Fornero (nel Suo caso nel 2033 quando maturerà i 69 anni), utilizzando, per l’accertamento del requisito contributivo, tutti i periodi assicurativi accreditati presso le gestioni coinvolte (compreso quindi l’ENPAM);

– la quota di pensione di pertinenza delle gestioni ENPAM sarà, invece, liquidata successivamente al raggiungimento dell’età pro tempore richiesta dalla normativa regolamentare della Fondazione, fermo restando che, per gli iscritti al Fondo Speciale, è necessaria anche la cessazione del rapporto convenzionale. La norma, infatti, per il trattamento di pensione di vecchiaia, richiede espressamente la presenza ‘’[…] degli ulteriori requisiti, diversi da quelli di età e anzianità contributiva, previsti dalla gestione previdenziale alla quale il lavoratore o la lavoratrice risulta da ultimo iscritto” (art. 1, comma 241, legge 228/2012).

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio