Pagare in nero, cosa si rischia?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pagare in nero comporta dei rischi non solo per chi lo fa, il debitore, ma anche per chi accetta la somma, il creditore. Come evitarli?

Pagare in nero non è mai una scelta che conviene: e non solo per chi lo fa, il debitore, ma anche per chi accetta la somma, il creditore.  Vediamo cosa si rischia se si paga in nero.

 Pagare in nero: cosa rischia il debitore?

Il debitore che si accorda con il creditore per pagare in nero commette un atto nullo in frode alla legge. In sostanza, il creditore, disattendendo ai patti, potrebbe benissimo cambiare idea e emettere fattura. Ciò significa che il debitore dovrebbe versare la differenza della somma dovuta rispetto a quella concordata con lo “sconto”, quantomeno a titolo di Iva.

Non è tutto: ammettiamo che il pagamento in nero avvenga in contanti e che il debitore, magari facendo affidamento sulla buona fede del creditore, non si faccia rilasciare nulla che attesti il pagamento effettuato – la cosiddetta quietanza. In un caso del genere, qualora egli voglia dimostrare che ha estinto l’obbligazione, non avrà possibilità di farlo. E di conseguenza, la controparte in malafede potrebbe, in seguito (e fino a 10 anni), chiedergli di nuovo la somma. Se si verificasse questo, l’unica via di salvezza per il debitore sarebbe fornire la prova contraria: per farlo occorre, però, un pagamento tracciabile (cioè effettuato con bonifico o assegno) o una dichiarazione scritta, rilasciata dal creditore, non necessariamente con valore fiscale. Basterebbe anche una semplice ricevuta informale di pagamento, datata e firmata, in cui il creditore attesti di aver ricevuto il denaro e la causa della prestazione.

Pagare in nero: cosa rischia il creditore?

Chi riceve il pagamento in nero evade il fisco: quindi, risponde il contribuente che era tenuto ad emettere il documento fiscale e non chi effettua il pagamento. Da non sottovalutare, infatti che, se l’Agenzia delle Entrate dovesse scoprire l’avvenuto pagamento, potrebbe recuperare a tassazione il reddito evaso e applicare le relative sanzioni. Come quindi si può capire, a fronte di un pagamento in nero, risponde:

  • da un punto di vista fiscale chi “prende” i soldi;
  • da un punto di vista civilistico, rischia sia chi li prende sia chi li versa.

Pagare in nero: la fattura

Dunque, per non correre rischi è importante fare e farsi fare la fattura, cioè il documento fiscale obbligatorio che viene redatto dal venditore, titolare di Partita Iva, per comprovare l’avvenuta cessione di beni o prestazione di servizi e il diritto a riscuoterne il prezzo. In particolare, a doverla emettere sono tutti i titolari di Partita Iva quando vendono un bene o prestano un servizio, a seconda dell’attività svolta. Ci sono tuttavia alcune esenzioni: se non è espressamente richiesto dal cliente al momento di effettuazione dell’operazione, il venditore è esonerato dall’obbligo di emettere la fattura nei seguenti casi:

  • commercianti al dettaglio;
  • agricoltori per beni di propria produzione;
  • prestazioni alberghiere;
  • somministrazione al pubblico di alimenti e bevande;
  • autotrasporti di persone;
  • transito sulle autostrade;
  • coloro che prestano servizi in forma ambulante o nell’abitazione dei clienti.

Questi operatori hanno però l’obbligo di rilasciare al cliente altri documenti che servono al controllo fiscale, quali la ricevuta fiscale e lo scontrino fiscale.

La fattura deve essere emessa in due esemplari:

  • l’originale, che va consegnato o spedito al cliente,
  • la copia che deve essere conservata dall’emittente (per un periodo non inferiore a 10 anni).

La fattura deve contenere i seguenti elementi:

  • la data di emissione e il numero progressivo attribuito (che ad ogni inizio anno deve ripartire da uno)
  • i dati identificativi dell’emittente, che sono: il nominativo o la ragione sociale, nel caso di società; l’indirizzo; il numero di partita Iva, il codice fiscale e l’iscrizione al Registro delle imprese;
  • i dati identificativi del compratore, che sono: il nominativo o la ragione sociale, nel caso di società; l’indirizzo;
  • il tipo di pagamento;
  • gli estremi dei documenti di trasporto, cioè data e numero progressivo dei Ddt, se si tratta di fattura differita;
  • la natura, qualità e quantità dei beni ceduti;
  • il prezzo unitario dei beni e il prezzo complessivo (ottenuto moltiplicando quantità per prezzo unitario);
  • gli eventuali sconti;
  • l’aliquota e l’ammontare dell’Iva;
  • il totale fattura, che costituisce l’importo totale a debito del compratore.

Pagare un nero: come fare fattura?

Non c’è uno schema vincolante per redigere una fattura: l’importante è che essa contenga gli elementi previsti dalla legge e che venga redatta in duplice esemplare (come abbiamo detto, originale e copia).

Il modo più semplice per fare una fattura è quello di munirsi di carta e penna per scriverla a mano. Da non dimenticare la “carta carbone” (per produrre il secondo esemplare) oppure si può fare una fotocopia dell’originale.

Se si fanno molte fatture, anche per fornire un’immagine più moderna della propria azienda e per ridurre al minimo le probabilità di incorrere in un errore durante la compilazione, è preferibile l’uso del computer con un software appropriato. I vantaggi sono molteplici: il computer esegue automaticamente i calcoli, non sbaglia gli arrotondamenti, suddivide le basi imponibili e calcola l’Iva, gestisce le scadenze di pagamento e consente di fare tante altre cose che aiutano notevolmente i compiti amministrativi.

Il vicino chiede di abbattere un muro di contenimento: che fare?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se si costruisce un muro per evitare lo smottamento di un terrapieno non occorre rispettare le regole sulle distanze minime di tre metri dal confine del vicino.

Se si ha necessità di costruire un muro per contenere il terreno che, altrimenti, potrebbe franare (il cosiddetto terrapieno), non occorre rispettare le regole sulle distanze minime dal confine del vicino e questo perché il muro di contenimento non si può considerare una vera e propria «costruzione» per come intesa dal codice civile [1]. Il terrapieno, di conseguenza, non è sottoposto alle regole relative alle distanze tra terreni confinanti. Lo ha stabilito il Tribunale di Latina [2]. Tipico esempio è quello del proprietario di un piccolo orto che fa uno sbalzo di mezzo metro vicino al terreno del vicino e che, per evitare smottamenti, decide  di costruire un muro di contenimento. Che fare se il vicino gli chiede di abbattere quel muro di contenimento? Chi ha ragione? Dipende tutto dalla natura del terrapieno. Vediamo.

La vicenda

Due coniugi sostenevano si di essere proprietari di un terreno confinante con quello di proprietà di un vicino, da loro accusato di aver edificato un muro trasversale dell’altezza di circa 3 metri a sostegno di un terrapieno; inoltre, in aderenza a tale muro, aveva realizzato una scala in muratura che collegava il piano seminterrato del suo immobile al primo solaio, realizzando una specie di impalcatura di cemento armato che costituiva il pianerottolo. Il tutto violando la distanza minima di 5 metri prescritta dalla legge.

Il vicino si difendeva dicendo che aveva costruito il muro per contenere un terrapieno naturale che, comunque, non raggiungeva la quota di tre metri.

Muro di contenimento: quando rispettare le distanze legali?

Il terrapieno è un terreno che, in mancanza di un muro di contenimento, potrebbe franare. Per questo la legge dice che se si costruisce un muro con questa funzione – evitare lo smottamento del terrapieno o di un terreno a ridosso di un dislivello – non occorre rispettare le regole sulle distanze minime dal confine del vicino. Ciò in quanto il muro di contenimento non si può considerare una vera e propria costruzione così come intesa dal codice civile e, dunque, non è sottoposto al rispetto delle distanze tra terreni confinanti. Quindi, se – ad esempio – occorre costruire un parapetto in cemento o in muratura per contenere il terreno a ridosso di un dislivello con la strada o con un altro terreno per evitare che questo scivoli al di sotto non è necessario rispettare le distanze minime previste dalla legge. Discorso diverso, invece, ad esempio, se si costruisce una veranda per chiudere uno spazio aggregato a quello dell’edificio principale.

In parole povere, è possibile costruire dei sostegni al terreno anche a meno di tre metri dalla proprietà del vicino, a patto che non si tratti di terrapieni artificiali. In quest’ultimo caso, infatti, si dovranno rispettare le distanze imposte dalla legge.

Tutto dipende dalla natura del terrapieno, quindi:

  • se è naturale, adempiendo il muro anche ad una funzione di sostegno e di contenimento, esso non sarà considerato costruzione ai fini dell’osservanza delle distanze legali;
  • invece, se viene costruito dall’uomo, allora il terrapieno e il relativo muro vanno considerati come vere e proprie costruzioni in senso tecnico-giuridico e, quindi, devono rispettare la distanza dal confine.

. Non solo: se un muro viene costruito per contenere un dislivello naturale ma si innalza dal fondo sovrastante:

  • la parte di muro che effettivamente “contiene” il terrapieno non è soggetta alle regole sulle distanze,
  • la parte di muro che si innalza dal fondo sovrastante (e che, quindi, non ha funzione di contenimento) è obbligata al rispetto delle distanze del confine.

Sulla base di queste regole appena spiegate, nella sentenza che stiamo esaminando il problema è capire se se il terrapieno sostenuto dal muro di cui costruito dal vicino sia naturale o sia stato creato artificialmente. Il consulente tecnico nominato dal Giudice ha aderito a questa seconda tesi: quindi, il vicino avrebbe dovuto attenersi alla disciplina della distanze proprio per la sua funzione di sostegno, anche considerando il fatto che il muro in questione non solo sostiene il terrapieno ma costituisce anche l’appoggio della scala realizzata per raggiungere più agevolmente il suo immobile.

Illegittima segnalazione alla Crif: ho diritto al risarcimento?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se una banca segnala illegittimamente un soggetto alla Crif, pregiudica la sua attività economica e ne lede la reputazione. Si ha sempre diritto al risarcimento?

Secondo una sentenza del Tribunale di Catanzaro [1], se una banca segnala illegittimamente un soggetto alla Crif, pregiudica la sua attività economica e lede la sua reputazione [2], soprattutto se il soggetto in questione esercita un’attività d’impresa: il discredito che deriva dalla segnalazione, infatti, lo rende, agli occhi degli altri, scarsamente affidabile. Se la segnalazione alla Crif è illegittima, si ha sempre diritto al risarcimento? Cerchiamo di dare una risposta.

La vicenda

Una persona chiedeva la revoca della segnalazione del proprio nominativo presso la Crif, effettuata da una banca, e il risarcimento dei danni.

Crif: cos’è?

La Crif (Centrale Rischi d’Intermediazione Finanziaria) è la società privata che gestisce il Sic (Sistema d’Informazioni Creditizie), una vera e propria banca dati, costituita dalle informazioni provenienti dalle banche e dagli enti finanziatori in genere, che ha l’obiettivo di valutare oggettivamente l’affidabilità del profilo creditizio di un determinato soggetto: se, cioè, è un buon pagatore o meno. Vediamo come funziona.

Se uno di noi chiede un prestito, le relative informazioni sono trasmesse al Sic: ad esempio, viene comunicato se siamo in difetto con la restituzione delle rate o se stiamo pagando regolarmente. In questo modo, la banca dati in questione, se consultata, consente di valutare, in base ai dati in essa contenuti, se siamo o no dei buoni pagatori. Dopo un certo periodo di tempo, i dati presenti nel Sic vengono cancellati;  nel dettaglio:

  • finanziamento in corso d’istruttoria : dopo 6 mesi dalla data della richiesta del prestito ;
  • finanziamento rifiutato o alla cui concessione si è rinunciato : dopo 1 mese dal rifiuto o dalla rinuncia ;
  • finanziamento rimborsato correttamente: dopo 36 mesi dalla data di estinzione del prestito;
  • pagamento ritardato di una o due rate: dopo 12 mesi dalla comunicazione di regolarizzazione, ma a condizione che nel predetto periodo, i versamenti siano stati sempre regolari;
  • pagamento ritardato di tre o più rate: dopo 24 mesi dalla comunicazione di regolarizzazione, a patto che nel predetto periodo, i versamenti siano stati sempre regolari;
  • finanziamenti non restituiti o con morosità grave: dopo 36 mesi dalla data di estinzione del prestito, così come prevista originariamente, o dalla data in cui la banca o la finanziaria ha inviato l’ultimo aggiornamento dei dati creditizi.

Se i dati segnalati non sono corretti o sono stati segnalati in modo improprio, il titolare ne può chiedere la correzione o la cancellazione, tramite due modi:

  1. rivolgendosi direttamente alla banca, che ha operato la trasmissione dati da modificare;
  2. inoltrando la richiesta direttamente alla Crif, la quale chiederà la dovuta verifica all’istituto finanziario responsabile che vi provvede entro 15 giorni.

Crif: cosa determina una segnalazione illegittima?

Se la segnalazione alla Crif viene effettuata illegittimamente, ciò determina un danno morale all’immagine e alla reputazione. Nel sistema creditizio bancario, infatti, il nome del cittadino/imprenditore segnalato è associato all’immagine di “cattivo pagatore“. Il risultato sarà che le altre banche chiedono il rientro immediato delle loro posizioni di credito (in parole povere, chiedono subito indietro i soldi prestati) oppure rifiutano le richieste di finanziamento del cittadino perché già segnalato (se una persona chiede un prestito non glielo danno). Oppure, può succedere che un soggetto che abbia bisogno di un prestito o di un finanziamento, non può o non riesce ad ottenerlo in tempi congrui, perché inserito in una lista nera come cattivo pagatore.

Il problema è che non sempre le segnalazioni si rivelano legittime.

A tal proposito, si ricorda che il soggetto che intende effettuare in maniera corretta la segnalazione nella Centrale Rischi di un cliente deve adempiere a precisi obblighi, ispirati a perizia, prudenza e diligenza. Per prima cosa, deve verificare che la non solvibilità del cliente non consista in un semplice inadempimento, ma sia il risultato di altri fattori: ad esempio, la sussistenza di protesti, procedure esecutive in corso (fallimenti, concordati preventivi), ecc. La banca che segnala, poi, deve informare il debitore per iscritto, in maniera chiara e puntuale con raccomandata, in modo tale da metterlo in condizione di pagare il suo debito prima che si verifichi la segnalazione, riuscendo così ad evitarla.

Perché possa configurarsi un danno non patrimoniale a carico del soggetto segnalato, questi deve provare la lesione subita, dimostrando di godere della reputazione di buon pagatore e chiedendo la cancellazione immediata

Locazione locale commerciale: che fare se mancano le autorizzazioni?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Locazione di un locale commerciale senza le autorizzazioni necessarie per usarlo in un determinato modo: non sempre l’inquilino può chiedere la risoluzione del contratto.

Può succedere che una persona stipuli un contratto di locazione di un locale commerciale ma che, ben presto, si renda conto di non potervi svolgere l’attività, in quanto l’immobile non è idoneo per l’uso che si intende farne. Che fare in questo caso? Il conduttore può tirarsi indietro e chiedere la risoluzione del contratto? In altre parole, se l’immobile non ha le autorizzazioni amministrative necessarie perché possa essere usato nel modo che il conduttore ha previsto, quest’ultimo può ottenere lo scioglimento della locazione? Una sentenza del Tribunale di Enna [1] chiarisce che solo quando l’inagibilità o l’inabitabilità del bene dipende da caratteristiche proprie dello stesso – che impediscono il rilascio dei relativi atti amministrativi – e solo se questa mancanza non consente l’esercizio dell’attività secondo quanto stabilito nel contratto, può configurarsi l’inadempimento del locatore [2].

Cerchiamo di chiarire meglio che fare se mancano le necessarie autorizzazioni, nell’ipotesi di locazione di un locale commerciale: esempi classici sono quello di un locale da adibirsi a cinema senza uscite di sicurezza oppure di un locale da adibirsi a fabbrica ma che non ha ottenuto l’agibilità o di quello per aprire un ristorante privo dell’autorizzazione allo scarico delle acque reflue.

La vicenda

Un uomo si rifiutava di sottoscrivere il contratto di locazione definitivo sostenendo che il locatore era venuto meno all’impegno assunto con il preliminare di ottenere l’autorizzazione allo scarico delle acque reflue.

Locale commerciale: contratto valido se mancano le autorizzazioni?

Secondo il Tribunale di Enna, nel contratto di locazione di un immobile per uso diverso da quello abitativo (come un locale commerciale), se mancano le autorizzazioni o le concessioni amministrative necessarie per l’esercizio di una determinata attività (pensiamo a un ristorante, ad esempio), ci si trova di fronte a un inadempimento del locatore: tanto basta per chiedere la risoluzione del contratto [3] (cioè il suo scioglimento), a meno che il conduttore non sia a conoscenza della situazione e l’abbia consapevolmente accettata.

Il vero problema, quindi, è capire su chi incombe l’onere di verificare che il locale oggetto di una locazione ad uso commerciale ha tutta la documentazione amministrativa necessaria per essere destinato allo scopo indicato nel contratto. Sul proprietario o sull’inquilino?

Locale commerciale: chi deve verificarne l’idoneità?

Secondo la Cassazione [4], nel caso della locazione ad uso commerciale, occorre fare una distinzione tra:

  • certificati generali richiesti per tutti i tipi di immobili, come il certificato di agibilità e
  • certificati speciali se deve essere esercitata un’attività particolare e specifica, come un cinema o un ristorante.

Mentre, infatti, per quanto riguarda i primi, è il proprietario a doverli procurare, per i secondi è l’inquilino che deve verificare se l’immobile possa ottenere la documentazione necessaria e se possa essere destinato all’uso specifico che intende farne. Questa è la regola generale che si applica se, all’interno del contratto, le parti non hanno deciso cose diverse: al contrario, se hanno provveduto a regolare questo specifico aspetto stabilendo, ad esempio, che il proprietario deve ottenere sia la documentazione amministrativa generale che quella speciale è evidente che la responsabilità per la mancanza della documentazione darà addebitabile al proprietario.

Nel caso della sentenza, le parti all’interno del contatto non avevano stabilito nulla in merito per cui la domanda di risoluzione è stata rigettata.

Se uno straniero non parla bene l’italiano può essere licenziato?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il dipendente che non parla bene italiano ma che fa bene il suo lavoro non può essere licenziato. Se ciò accade, è solo un pretesto per eliminare lavoratori sgraditi.

Un licenziamento è uno dei momenti più brutti nella vita di un lavoratore. Alla base di una decisione simile possono esserci diverse motivazioni, la maggior parte della volte non condivise dal dipendente. Certo è che un provvedimento di questo genere deve essere giustificato. Ma da cosa? Ad esempio, prendiamo gli stranieri: se non parlano bene l’italiano possono essere licenziati? Un licenziamento basato su questa motivazione è lecito? Una sentenza del Tribunale di Busto Arsizio [1] esamina proprio un caso del genere e finisce col sostenere che quando il licenziamento è, in realtà, solo un pretesto per raggiungere un altro e diverso scopo, cioè quello di procedere all’espulsione dall’azienda dei lavoratori scomodi o – peggio – sgraditi (perché, magari, hanno avanzato legittime rivendicazioni all’imprenditore: ad esempio un aumento dello stipendio), si è in presenza di un licenziamento ritorsivo e/o discriminatorio.

La vicenda

Un dipendente straniero, dopo essere stato licenziato, chiedeva all’azienda presso cui aveva svolto servizio di essere reintegrato. L’azienda giustificava tale decisione dicendo che il lavoratore in questione non parlava bene l’italiano.

Licenziamento: quando è discriminatorio?

Anche in ambito lavorativo sono, purtroppo, diffuse forme di razzismo e discriminazione: non a caso, si parla di licenziamento discriminatorio quando è dovuto a ragioni di genere, basate – cioè – sul sesso, su ragioni politiche, religiose, razziali, etniche, nazionali, di orientamento sessuale, di handicap e di affiliazione sindacale. Ad esempio, pensiamo a un uomo che viene licenziato perché omosessuale. Diverso il caso in cui questa stessa persona fosse licenziata dal suo datore di lavoro juventino solo perché lei è milanista: in tal caso, non si potrebbe parlare di licenziamento discriminatorio.

Licenziamento: quando è ritorsivo?

Dal licenziamento discriminatorio occorre distinguere il licenziamento ritorsivo (o per rappresaglia) che è quello posto in essere dal datore di lavoro come reazione, ingiusta e arbitraria, ad un comportamento legittimo del lavoratore o di altra persona ad esso legata. Ad esempio, un dipendente viene licenziato solo perché sua moglie, che lavora nella stessa azienda, ha aderito a uno sciopero. Ancora: pensiamo a colui che fa causa al datore di lavoro per ottenere il pagamento di differenze retributive e viene licenziato per ripicca.

Licenziamento ritorsivo e discriminatorio: cosa prevede la legge?

La legge dice che il licenziamento ritorsivo è nullo quando il motivo che lo determina è l’unica ragione che ha determinato il recesso. Se, però, il recesso, sia pure ingiustificato, non è dettato solo da un motivo di rappresaglia, il licenziamento non è nullo ma semplicemente illegittimo/ingiustificato.

Il licenziamento discriminatorio è, invece, nullo sempre e comunque [2].

Licenziamento ritorsivo e discriminatorio: chi deve provarlo?

È il lavoratore che agisce in giudizio, impugnando il recesso di cui sostiene la natura discriminatoria o ritorsiva, a dover fornire la prova dei motivi per cui è stato licenziato: nel dettaglio, se si tratta di licenziamento ritorsivo, il lavoratore deve provare che la rappresaglia è stata la sola ragione per cui il datore di lavoro lo ha licenziato. A tal fine, potrà avvalersi di testimoni.

Nel nostro caso specifico – quello del dipendente straniero licenziato perché non parla bene italiano – il lavoratore dovrebbe dimostrare possedere le conoscenze e le abilità necessarie a svolgere in modo corretto le mansioni oggetto del contratto, collaborando senza problemi con i colleghi. D’altro canto la ridotta conoscenza della lingua italiana non comporta difficoltà organizzative. Le probabilità di successo della causa aumentano, poi, se lo stesso dipendente riesce a dare la prova che la ridotta conoscenza della lingua è stata solo un pretesto per licenziarlo mentre il vero motivo è, ad esempio, dovuto al fatto che lui è iscritto a un sindacato particolarmente combattivo nella difesa dei lavoratori. In sostanza, che il vero scopo perseguito dal datore è quello di procedere all’espulsione di un lavoratore scomodo e sgradito.

Licenziamento ritorsivo e discriminatorio: quali conseguenze?

Come dicevamo il licenziamento discriminatorio e il licenziamento ritorsivo sono nulli. Di conseguenza, il lavoratore ha diritto:

  • alla reintegra nel posto di lavoro o, in alternativa, al pagamento di 15 mensilità;
  • al pagamento di tutte le retribuzioni perdute dalla data del licenziamento fino alla reintegra;
  • alla regolarizzazione previdenziale per il predetto periodo.

Cosa controlla l’Agenzia delle entrate?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come difendersi dai controlli automatizzati e formali dell’Agenzia delle Entrate sulla dichiarazione dei redditi: comunicazioni di irregolarità, processo verbale di constatazione, avviso di accertamento.

Franklin diceva che, al mondo, di sicuro ci sono solo due cose: la morte e le tasse. Anche chi percepisce un reddito di lavoro dipendente, o chi ha una misera pensione, o addirittura chi è disoccupato deve sempre fare i conti con il fisco, in un modo o nell’altro. Un’innocua richiesta di un’esenzione può implicare un rapporto con l’Agenzia delle Entrate e, quindi, un controllo. La domanda di gratuito patrocinio implica una dichiarazione di tipo fiscale. E così via.

È vero: chi paga le tasse (o chi non deve pagarle) non dovrebbe aver paura dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia, anche chi ha la coscienza pulita potrebbe ugualmente rimanere imbrigliato nella rete del fisco. In alcuni casi, infatti (l’esempio tipico sono i versamenti bancari), la legge presume in automatico che dietro determinati comportamenti del contribuente vi sia un’evasione, salvo che questi riesca a dimostrare il contrario. Ed è chiaro, quindi, che a farne le spese e a pagare le sanzioni non è solo chi è in malafede, ma anche chi non ha le carte per dimostrare le proprie ragioni, ossia chi ha agito senza un buon consulente alle spalle o non ha adottato precauzioni per eccesso di ingenuità o ignoranza. Ecco perché è bene che chiunque sappia cosa controlla l’Agenzia delle Entrate, con quali strumenti si muove, quali sono i suoi poteri e fin dove il cittadino rischia nel momento in cui commette un’elusione o una piccola infrazione delle norme.

Come esegue i controlli l’Agenzia delle Entrate?

Prima però di spiegare cosa controlla l’Agenzia delle Entrate, sarà bene parlare degli strumenti di cui questa dispone. L’Agenzia delle Entrate ha la possibilità di eseguire i controlli sui contribuenti attraverso due maxi archivi: l’Anagrafe tributaria e l’Anagrafe dei rapporti finanziari (o dei conti correnti). Nella prima sono elencati tutti i redditi percepiti dai cittadini, partendo dai lavoratori subordinati, passando per i professionisti e gli autonomi, per finire con pensionati e imprenditori. Vi si trovano anche eventuali redditi derivanti da investimenti (azioni, titoli, obbligazioni, ecc.) o da contratti di locazione (le pigioni dell’affitto).

Nell’Anagrafe dei conti correnti invece vi è l’analitica elencazione di tutti i rapporti intrattenuti con le banche e gli altri intermediari finanziari (ad esempio le Poste): depositi, libretti, saldi e movimentazioni. Il tutto per consentire i cosiddetti controlli sui conti.

Cos’è la tax compliance?

Di recente, l’Agenzia delle Entrate sta promuovendo la cosiddetta tax compliance, ossia un’adesione spontanea del contribuente alle censure mossegli, in modo da favorire la correzione volontaria delle dichiarazioni fiscali. Il tutto allo scopo di promuovere la collaborazione tra fisco e cittadini e ridurre al minimo le contestazioni. In pratica, tutte le volte in cui ravvisa un’anomalia, l’Agenzia invia una comunicazione all’interessato, al fine di sollecitare l’adeguamento e la modifica dei suoi comportamenti a quelle che sono, secondo l’amministrazione, le corrette interpretazioni delle norme fiscali.

Chi fa i controlli sui contribuenti?

Cerchiamo ora di capire cosa controlla l’Agenzia delle Entrate (leggi sul punto anche I controlli dell’Agenzia delle Entrate). Lo scopo dell’Agenzia delle Entrate è di verificare l’esatto adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti. Se anche è vero che esistono dei compiti paralleli come, ad esempio, quello della guardia di finanzia di elevare le multe per violazioni del codice della strada, questo non toglie che il compito principale dell’amministrazione finanziaria è quello di contrastare l’evasione fiscale.

Possiamo disegnare la struttura dell’amministrazione finanziaria attraverso tre organi principali:

  • l’Agenzia delle Entrate, che è il “cervello”, l’organo che dirige tutta l’amministrazione, esegue i controlli e li dirige, intrattiene i rapporti con i contribuenti e commina le sanzioni;
  • la Guardia di Finanza che, invece, è l’organo esecutivo: esegue materialmente le indagini e i controlli nella sede delle imprese e delle attività lavorative dei contribuenti, almeno quando si tratta di controlli non effettuati tramite i computer dell’Agenzia delle Entrate (cosiddetti “controlli a tavolino”);
  • l’Agenzia delle Entrate Riscossione: dal 1° luglio 2017 questo ente pubblico ha preso il posto di Equitalia nella riscossione esattoriale. Si occupa di procedere al materiale recupero delle somme evase tramite i pignoramenti, i fermi auto e le ipoteche. Interviene solo a seguito di iscrizione a ruolo delle somme evase da parte delle altre amministrazioni.

Quali sono i controlli dell’Agenzia delle Entrate?

Per verificare il regolare adempimento degli obblighi fiscali, l’Agenzia delle Entrate ha diversi strumenti di controllo:

  • i controlli automatizzati e formali delle dichiarazioni fiscali;
  • gli inviti al contraddittorio e i questionari;
  • le attività istruttorie esterne (per esempio, controlli mirati e verifiche fiscali);
  • le indagini finanziarie;
  • l’attività di tutoraggio nei confronti delle imprese di più rilevante dimensione, ecc.

Utilizzando questi metodi spesso si giunge alla rettifica della posizione reddituale del contribuente che viene formalizzata attraverso l’avviso di accertamento; si tratta di un atto con il quale l’Agenzia delle Entrate chiude il controllo e rappresenta il risultato dell’attività istruttoria e dei singoli metodi accertativi utilizzati (per le persone fisiche, ad esempio, l’accertamento sintetico del reddito complessivo; per gli imprenditori, sempre in via esemplificativa, l’accertamento contabile o induttivo).

Cos’è il controllo formale e automatizzato della dichiarazione dei redditi?

Il controllo formale, consistente generalmente in un semplice riscontro cartolare delle dichiarazioni, è diretto alla verifica della correttezza degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione. Esso consente di correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai dichiaranti, senza precludere la possibilità di ulteriori accertamenti effettuati con il controllo di merito.

Il controllo avviene in 2 fasi:

  • operazioni di mera liquidazione delle imposte dovute in base alle dichiarazioni (controllo automatizzato):
  • controllo formale vero e proprio.

Controllo automatizzato dell’Agenzia delle Entrate

Gli Uffici, sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalle dichiarazioni presentate e di quelli in possesso dell’anagrafe tributaria, provvedono mediante procedure automatizzate ad effettuare le seguenti attività.

Attività di liquidazione delle imposte

  • correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nella determinazione degli imponibili, delle imposte, dei contributi e dei premi;
  • correggere gli errori materiali commessi dai contribuenti nel riporto delle eccedenze delle imposte, dei contributi e dei premi risultanti dalle precedenti dichiarazioni;
  • ridurre le detrazioni d’imposta indicate in misura superiore a quella prevista dalla legge ovvero non spettanti sulla base dei dati risultanti dalle dichiarazioni;
  • ridurre le deduzioni dal reddito esposte in misura superiore a quella prevista dalla legge;
  • ridurre i crediti d’imposta esposti in misura superiore a quella prevista dalla legge ovvero non spettanti sulla base dei dati risultanti dalle dichiarazioni;
  • controllare la rispondenza con la dichiarazione e la tempestività dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti a titolo di acconto e di saldo e delle ritenute alla fonte operate in qualità di sostituto d’imposta.

Controllo formale

Il controllo formale vero e proprio delle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d’imposta è finalizzato a verificare la conformità dei dati esposti nella dichiarazione a quelli desunti dal contenuto delle dichiarazioni dei sostituti d’imposta e forniti da enti previdenziali, banche ecc.

In particolare gli Uffici, sulla base dei criteri selettivi fissati dal Ministro delle Finanze e tenendo anche conto di specifiche analisi del rischio di evasione e delle loro capacità operative, possono svolgere le operazioni elencate nella tabella seguente.

Operazioni di controllo formale

  • escludere in tutto o in parte lo scomputo delle ritenute d’acconto non risultanti dalle dichiarazioni dei sostituti d’imposta, o dalle certificazioni richieste ai contribuenti ovvero delle ritenute risultanti in misura inferiore a quella indicata nelle dichiarazioni dei contribuenti stessi;
  • escludere in tutto o in parte le detrazioni d’imposta non spettanti in base ai documenti richiesti ai contribuenti o agli elenchi inviati dalle imprese di assicurazioni e dagli enti previdenziali;
  • escludere in tutto o in parte le deduzioni dal reddito non spettanti in base ai documenti richiesti ai contribuenti o agli elenchi menzionati nella lettera b);
  • determinare i crediti d’imposta spettanti in base ai dati risultanti dalle dichiarazioni e ai documenti richiesti ai contribuenti;
  • liquidare la maggiore IRPEF e i maggiori contributi dovuti sull’ammontare complessivo dei redditi risultanti da più dichiarazioni o certificati presentati per lo stesso anno dal medesimo contribuente;
  • correggere gli errori materiali e di calcolo commessi nelle dichiarazioni dei sostituti d’imposta.

In questa fase il contribuente o il sostituto d’imposta può essere invitato, anche telefonicamente o in forma scritta (corrispondenza ordinaria in busta chiusa) o in forma telematica, a fornire chiarimenti in ordine ai dati contenuti nella dichiarazione e ad eseguire o trasmettere ricevute di versamento e altri documenti non allegati alla dichiarazione o difformi dai dati forniti da terzi.

Quando dai controlli automatici eseguiti emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione, l’esito della liquidazione è comunicato con raccomandata al contribuente o, su opzione effettuata in dichiarazione dallo stesso e accettata dall’intermediario che l’ha trasmessa, con avviso telematico agli intermediari stessi tramite Entratel; questi ultimi poi avviseranno entro 30 giorni i contribuenti interessati.

A seguito della comunicazione, i contribuenti o gli intermediari incaricati, possono alternativamente:

  • rilevare eventuali inesattezze, e quindi fornire i chiarimenti necessari all’Agenzia delle Entrate entro i 30 giorni successivi al ricevimento della comunicazione cartacea o, in caso di avviso telematico, entro 90 giorni dalla data in cui esso è stato reso disponibile per l’intermediario;
  • effettuare la definizione in via breve evitando l’emissione del ruolo.

Controlli con ispezioni

L’attività di accertamento può prendere le mosse dall’acquisizione di elementi presso il contribuente (verifiche, ispezioni, accessi, richieste di documenti, questionari, ecc.) oppure dagli elementi in possesso dell’Agenzia delle Entrate (dichiarazioni, atti registrati, comunicazioni varie).

Le conclusioni di queste attività istruttorie vengono sempre portate a conoscenza del contribuente attraverso degli atti che, in maniera esaustiva, riportano la motivazione della pretesa, le maggiori imposte dovute, le sanzioni. In questi stessi atti vengono rese note le modalità per sanare le anomalie riscontrate e per chiedere, nelle ipotesi in cui il contribuente abbia fondate ragioni per ritenere non corretta la pretesa dell’amministrazione, un intervento dell’ufficio per l’annullamento dell’atto in autotutela oltre alle modalità e ai tempi per difendersi davanti al giudice tributario.

 

Cosa succede dopo il controllo dell’Agenzia delle Entrate?

A seconda del tipo di attività di controllo effettuata (controllo sulle dichiarazioni, verifica fiscale, eccetera), il contribuente può essere raggiunto dai seguenti atti:

  • comunicazione di irregolarità
  • processo verbale di constatazione
  • avviso di accertamento

Comunicazione di irregolarità

Dopo il controllo sulle dichiarazioni fiscali, sulla base dei dati dichiarati dal contribuente o, comunque, in possesso dell’Agenzia delle entrate (cosiddetto controllo automatizzato o liquidazione) viene inviata la comunicazione di irregolarità. Tale comunicazione può derivare da controlli diretti a verificare la correttezza dei dati indicati nelle dichiarazioni e dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti attraverso un riscontro con la documentazione richiesta al contribuente oppure incrociando i dati presenti nelle dichiarazioni presentate anche da altri soggetti o trasmessi per legge all’Agenzia (cosiddetto «controllo formale»).

Il contribuente può aderire alla contestazione mossagli dall’Agenzia delle Entrate: in tal caso può regolarizzare la sua posizione con il pagamento, entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, di una sanzione ridotta (10% per le comunicazioni da controllo automatizzato, 20% per quelle da controllo formale), oltre che dell’imposta oggetto della rettifica e dei relativi interessi.

Se invece il contribuente ritiene non fondata la pretesa dell’Agenzia delle Entrate contenuta nelle comunicazioni può rivolgersi:

  • all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, fornendo gli elementi comprovanti la correttezza dei dati dichiarati
  • in caso di comunicazioni di irregolarità derivanti dal controllo automatizzato, al Centro di assistenza multicanale (numero 848.800.444) oppure può avvalersi dei servizi Pec (posta elettronica certificata) e Civis (utile anche per la presentazione dei documenti in caso di controllo formale), senza la necessità di doversi recare presso gli sportelli degli uffici.

Processo verbale di constatazione

In caso di verifica fiscale presso la sede del contribuente, l’attività di controllo svolta dagli uffici dell’Agenzia o dalla Guardia di finanza si conclude con la consegna di un processo verbale di constatazione (pvc) in cui sono indicate le eventuali violazioni rilevate e i relativi addebiti.

Avviso di accertamento

E’ l’atto mediante il quale l’ufficio notifica formalmente la richiesta di pagamento di tributi e sanzioni al contribuente a seguito di un’attività di controllo sostanziale.

L’avviso di accertamento deve essere sempre motivato, a pena di nullità, e deve indicare:

  • gli imponibili accertati e le aliquote applicate
  • le imposte liquidate, al lordo e al netto delle detrazioni, delle ritenute di acconto e dei crediti d’imposta
  • l’ufficio presso il quale è possibile ottenere informazioni nonché il responsabile del procedimento
  • le modalità e il termine del pagamento
  • l’organo giurisdizionale al quale è possibile ricorrere.

A partire dal 1° ottobre 2011 gli avvisi di accertamento diventano immediatamente esecutivi e, quindi non necessitano dell’invio della cartella di pagamento di Agenzia Entrate Riscossione.

Una volta ricevuto l’avviso di accertamento, il contribuente ha la possibilità di rinunciare a presentare ricorso al giudice: in tal caso ottiene una riduzione delle sanzioni. Si ha così la cosiddetta acquiescenza. Essa comporta infatti la riduzione delle sanzioni amministrative irrogate, sempre che il contribuente:

  • rinunci a impugnare l’avviso di accertamento
  • rinunci a presentare istanza di accertamento con adesione
  • provveda a pagare, entro il termine di proposizione del ricorso, le somme complessivamente dovute tenendo conto delle riduzioni.

Un’altra azione che il contribuente può intraprendere dopo aver ricevuto la notifica di un avviso di accertamento non preceduto dall’invito al contraddittorio, è la richiesta all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate della formulazione della proposta di accertamento con adesione (in questo caso, a seguito del contraddittorio e della definizione della pretesa tributaria, le sanzioni si applicano nella misura di 1/3 del minimo previsto dalla legge).

Video e audio postati all’insaputa: fino a 4 anni di carcere

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Diventa reato registrare una persona ignara di essere ripresa e caricare il file sui social per ledere la sua immagine o reputazione. Ma c’è qualche eccezione.

C’è chi lo fa per scherzo e chi lo fa per vendetta. Ma spiritosi e vendicativi hanno i giorni contati: da novembre, postare sui social network un video o un audio di una persona registrato a sua insaputa può costare fino a 4 anni di carcere.

Il governo, infatti, si prepara a introdurre il reato di «fraudolenta diffusione di riprese audio o video di una persona inconsapevole», così come disposto dalla legge delega sulla riforma del processo penale che modifica, tra le altre cose, la normativa sulle intercettazioni [1].

Che cosa chiede il Parlamento al Governo? Che venga protetta la reputazione di chi, a sua insaputa, viene filmato o registrato (anche al telefono) e finisce in pasto ai curiosi su Facebook, Instagram, YouTube  o chissà su quale altra rete sociale. Nello specifico, la legge chiede di «prevedere che costituisca delitto, punibile con la reclusione non superiore a 4 anni, la diffusione, al solo fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni, anche telefoniche, svolte in sua presenza ed effettuate fraudolentemente».

Sarà reato, dunque, pubblicare una foto di una persona in bella compagnia sulla spiaggia, sapendo che quella «bella compagnia» non è quella che dovrebbe essere al suo fianco. Oppure fare e postare sui social un video di qualcuno (conosciuto o sconosciuto) mentre passeggia tranquillamente per strada sapendo che non doveva trovarsi lì in quel momento. O, ancora, registrare e rendere pubblica una conversazione telefonica privata di un altro.

Video e audio all’insaputa: quando scatta il reato

Naturalmente, registrare video e audio all’insaputa diventa reato a certe condizioni: che ci sia la diffusione del file, che ci sia dolo specifico di danno e che l’ignaro protagonista del video o dell’audio sia presente al momento della registrazione ma non sappia di essere immortalato. Che cosa vuol dire? Vuol dire che, per commettere reato, si deve:

  • pubblicare la registrazione sui social network o, comunque, metterla a disposizione di un numero indeterminato di persone (diffusione) con l’intenzione di danneggiare la sua immagine e la sua reputazione;
  • registrare l’audio o il video ingannando l’interessato («tranquillo, non ho registrato nulla…»), cioè fare una registrazione fraudolenta.

E se la persona che stiamo registrando di nascosto «mangia la foglia», cioè se ne accorge e ci chiede di cancellare tutto o di non rendere pubblico il filmato? Qui si pone un piccolo problema: una cosa è ingannare una persona, altra ben diversa è non rispettare una sua esplicita volontà. In quest’ultimo caso, se ci fossero gli estremi, potrebbe essere contestata la violazione della privacy.

Video e audio all’insaputa: quando non scatta il reato

E se, invece, sempre all’insaputa del diretto interessato, pubblico una sua registrazione per elogiare la sua persona? In questo caso non scatta il reato. Ma bisogna, comunque, stare attenti.

Pensiamo, ad esempio, a chi scatta dal suo asciugamano in spiaggia per salvare qualcuno che rischia di annegare. Se un altro bagnante riprende tutto con il telefonino e pubblica il filmato su Facebook, sicuramente «l’eroe» riceverà la stima e l’ammirazione di tutti, insieme a migliaia di «like». Ma chi ha detto che a lui piaccia finire sui social network come un eroe? Chi ha detto che la sua immagine, pur migliorata dopo tale nobile gesto, poteva finire in Rete senza il suo consenso? In questo caso, e a differenza di quelli visti prima, l’ignaro Superman può avviare qualche azione civile, ma non penale.

Non scatta il reato per video e audio fatti all’insaputa nemmeno quando le registrazioni vengono utilizzate durante un procedimento amministrativo o giudiziario, nell’ambito del diritto di cronaca o per difendere un altro diritto anche in via stragiudiziale.

Dopo il divorzio a chi va la casa nel fondo patrimoniale?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio determina la cessazione automatica del fondo patrimoniale.

Nel momento in cui marito e/o moglie decidono di conferire, in un fondo patrimoniale, un bene comune o di proprietà di uno solo dei due è normale domandarsi a chi va la proprietà di detto bene e, soprattutto, dopo il divorzio, che fine fa la casa nel fondo patrimoniale suddetto. La risposta è nel codice civile che elenca le cause di scioglimento di tale vincolo e, tra queste, include anche lo scioglimento, l’annullamento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio [1]. Ma procediamo con ordine.

 

Prima di spiegare che fine fa la casa nel fondo patrimoniale dopo il divorzio, dobbiamo ricordare che il fondo patrimoniale è un vincolo su uno o più beni immobili (case, terreni, ecc.) o mobili registrati (auto, moto, ecc.) o titoli di credito. Con la costituzione di questo vincolo, tutti i frutti di tali beni (ad esempio il canone di affitto della casa) devono essere utilizzati solo per i bisogni della famiglia; contemporaneamente detti beni non possono essere venduti o donati se non c’è il consenso di entrambi i coniugi. Ulteriore effetto è il divieto, per i creditori, di pignorare i beni nel fondo patrimoniale, salvo che il debito per il quale agiscono sia stato contratto per esigenze della famiglia: in tale ipotesi il fondo non protegge dalle azioni esecutive.

Il fondo può essere costituito in qualunque momento del matrimonio:

  • da uno solo dei coniugi, da entrambi i coniugi o da un terzo (con accettazione da parte dei coniugi).
  • da un terzo con testamento.

Se il bene, appena acquistato, viene conferito nel fondo patrimoniale la proprietà diventa di entrambi i coniugi, che lo amministrano secondo le norme sulla comunione legale, salva diversa disposizione contenuta nell’atto costitutivo.

Tuttavia, nel fondo si possono inserire anche beni che erano già di proprietà di uno o di entrambi i coniugi; in tal caso la titolarità non muta per via dell’inserimento nel fondo medesimo. Facciamo un esempio: in una coppia di sposi, il marito è proprietario di un appartamento; dopo qualche anno l’uomo decide di mettere l’immobile nel fondo patrimoniale. In tal caso la proprietà resta ugualmente sua, anche se la moglie acquisisce il diritto di amministrare il bene senza per questo divenirne titolare.

Vediamo ora di comprendere a chi va la casa nel fondo patrimoniale dopo il divorzio. Se è vero che la separazione non determina alcun mutamento sul fondo patrimoniale, al contrario il fondo cessa in automatico in caso di divorzio o di annullamento del matrimonio. Questo significa che il bene torna in capo al legittimo titolare, ossia di colui che ne era proprietario prima del conferimento. Ad esempio, se il marito decide di inserire nel fondo un bene proprio, con il divorzio il bene torna ad essere completamente suo (in realtà, la proprietà non è mai cessata, neanche con la costituzione del fondo, il quale implica solo un vincolo di indisponibilità e l’amministrazione congiunta in capo a entrambi i coniugi).

Se viceversa la casa era in comproprietà di marito e moglie, ciascuno dei due conserva la rispettiva quota e quindi si applicano le norme sullo scioglimento della comunione legale.

Nonostante il divorzio, però, il fondo patrimoniale non cessa se ci sono ancora figli minorenni. In tal caso il fondo dura fino a quando il figlio più piccolo diventa maggiorenne. In tal caso il giudice ordinario può stabilire regole per l’amministrazione del fondo (su istanza dell’interessato); considerate le condizioni economiche dei genitori e dei figli può anche attribuire ai figli una quota dei beni dello stesso, in godimento o in proprietà.

Dopo la separazione a chi va la casa nel fondo patrimoniale?

Posted on : 18-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La separazione personale dei coniugi non produce lo scioglimento del fondo patrimoniale.

Se è vero che condizione preliminare affinché si possa stipulare un fondo patrimoniale è il matrimonio (o l’unione civile tra una coppia di gay), è anche vero che la cessazione dell’unione determina lo scioglimento del fondo stesso. Nessun dubbio, dunque, sussiste in merito al fatto che col divorzio o con l’annullamento del matrimonio il bene torna al legittimo proprietario. Sappiamo però che il divorzio si ottiene sempre attraverso il gradino intermedio della separazione. Solo dopo 6 mesi dalla separazione (se questa è avvenuta consensualmente) o dopo 1 anno (se invece c’è stato bisogno di una causa) si può passare al divorzio. Fermo restando che la coppia potrebbe anche rimanere “a vita” separata, ma non divorziata. Ebbene, dopo la separazione a chi va la casa nel fondo patrimoniale? Lo cercheremo di comprendere in questo breve chiarimento.

Prima però di chiarire che fine fa la casa nel fondo patrimoniale dopo la separazione è bene ricordare in cosa consiste questo strumento. Il fondo patrimoniale ha lo scopo di tutelare determinati beni della famiglia dai rischi del futuro. Significa che i beni del fondo e i relativi proventi non sono pignorabili dai creditori per debiti che questi sapevano essere estranei ai bisogni della famiglia, salvo che il fondo sia stato costituito in danno ai creditori stessi (in tal caso, entro massimo 5 anni, è possibile esperire l’azione revocatoria). Leggi la nostra guida sul Fondo patrimoniale. Nello stesso tempo i beni e i frutti inseriti nel fondo patrimoniale devono essere destinati ai bisogni della famiglia e la loro vendita o donazione non può avvenire se non c’è il consenso di entrambi i coniugi.

Nel fondo patrimoniale si possono inserire beni immobili (case, terreni), mobili registrati (auto, moto, ecc.) o titoli di credito. Tali beni possono essere di proprietà di entrambi i coniugi, di uno solo di essi o di un terzo (il quale potrebbe donare il bene anche con testamento).

L’inserimento del bene nel fondo patrimoniale non muta la titolarità del bene medesimo. Ad esempio, se il marito conferisce nel fondo un proprio terreno, egli ne resta proprietario, benché l’amministrazione dello stesso spetti anche alla moglie. Pertanto, alla cessazione del fondo patrimoniale, il bene (ad esempio la casa) torna al precedente proprietario. Ben potrebbe però essere che il bene sia di proprietà comune ad entrambi i coniugi, nel qual caso ciascuno dei due resta titolare della propria quota.

Vediamo ora a chi va la casa nel fondo patrimoniale dopo la separazione. Secondo la giurisprudenza, la separazione personale dei coniugi non produce lo scioglimento del fondo patrimoniale. In altre parole, il fondo patrimoniale continua ad esistere nonostante l’intervenuta separazione della coppia. Come noto la separazione non ha una “data di scadenza”: essa mantiene la sua efficacia a tempo indeterminato, anche – in teoria – per tutta la durata della vita dei coniugi che potrebbero rimanere sempre separati, senza però procedere al divorzio. Nonostante ciò, il fondo patrimoniale continua ad esistere, senza che muti la proprietà dei beni.

Il fatto che il fondo patrimoniale non cessa con la separazione dei coniugi si intuisce chiaramente dal codice civile [2] il quale elenca le cause di estinzione del fondo, indicando soltanto il divorzio o l’annullamento del matrimonio. La norma usa i termini tecnici: scioglimento, annullamento e cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Nel caso in cui lo scioglimento del matrimonio si verifica per morte di uno dei coniugi:

  • se nel fondo patrimoniale vi erano dei beni di proprietà del defunto, essi vengono trasmessi agli eredi;
  • se vi sono figli minorenni, non viene meno il vincolo di indisponibilità sui beni e il fondo continua a durare fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio.

Anche se la legge non lo dice espressamente, il fondo viene meno anche per volontà concorde di entrambi i coniugi [3]: in altri termini questi possono, in qualsiasi momento, andare dal notaio e revocare il fondo patrimoniale così come lo avevano costituito. Il che significa che, se è vero che la separazione non cancella il fondo, questo non toglie che possa essere la coppia a farlo volontariamente. Fermo restando, tuttavia, che basta attendere il successivo atto di divorzio per decretare l’automatico scioglimento del fondo senza necessità di andare dal notaio.

Come denunciare un poliziotto per abuso di atti di ufficio

Posted on : 17-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se un poliziotto commette un abuso di atti d’ufficio, recati dagli organi competenti e presenta una denuncia o un esposto

Il reato di abuso di atti di ufficio è perseguibile d’ufficio; ciò vuol dire che se un poliziotto commette un abuso di atti d’ufficio basterà una semplice denuncia per dare inizio alle indagini: denuncia (o esposto) che può essere presentata da chiunque venga a conoscenza di un abuso, senza limiti di tempo, in forma scritta o orale. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire come denunciare un abuso di atti d’ufficio.

 

Cos’è l’abuso di atti di ufficio?

L’abuso di atti d’ufficio è un delitto punito dal nostro ordinamento che si realizza quando:

  • un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio;
  • nello svolgimento delle funzioni o del servizio ed in violazione di norme di legge o di regolamento;
  • ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti;
  • intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale;
  • ovvero arreca ad altri un danno ingiusto [1].

Iniziamo col precisare che si tratta di un reato proprio in quanto può essere commesso solo da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio.

I pubblici ufficiali sono coloro i quali esercitano una funzione pubblica (legislativa, giudiziaria o amministrativa) [2] tra i quali (a titolo esemplificativo) vi sono: i consulenti tecnici, i periti d’ufficio, gli ufficiali giudiziari e i curatori fallimentari, i portalettere e i fattorini postali, gli ispettori e gli ufficiali sanitari, i notai, il sindaco quale ufficiale del governo, i consiglieri comunali, gli appartenenti alle forze di polizia e armate (quindi anche i poliziotti), i vigili del fuoco ed i vigili urbani, i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, gli impiegati comunali che rilasciano certificati (come i dipendenti dell’anagrafe dello stato civile) ed i tecnici comunali, gli insegnanti delle scuole pubbliche.

Gli incaricati di pubblico servizio sono coloro i quali svolgono delle attività assoggettate alla stessa disciplina del pubblico servizio ma che non hanno i poteri deliberativi (cioè decisionali), autoritativi e di certificazione tipici dei pubblici ufficiali. Sono pacificamente considerati incaricati di pubblico servizio (a titolo esemplificativo): gli impiegati degli enti pubblici che collaborano con i pubblici ufficiali nell’opera da questi espletata, gli esattori delle società concessionarie di erogazione del gas, i custodi dei cimiteri, le guardie particolari giurate, gli addetti alla riscossione delle tasse automobilistiche, i bidelli delle scuole (perché, unitamente ai compiti materiali di pulizia e manutenzione dei locali, collaborano con i dirigenti ed il personale scolastico in materia di sicurezza) i portalettere e gli impiegati postali addetti alla regolarizzazione dei bollettini dei pacchi, i farmacisti, i sacerdoti ed i conduttori di programmi televisivi.

La polizia e l’abuso di atti d’ufficio

Il poliziotto, essendo pubblico ufficiale, se abusa dei poteri che gli derivano dall’attività che svolge, può essere denunciato per abuso di atti d’ufficio. Il reato viene commesso se il poliziotto:

  • viola delle norme di legge (come, ad esempio, l’obbligo di imparzialità prescritto dalla costituzione italiana), esprimendo ingiustificate preferenze o favorendo un amico a danno di un altro cittadino comune;
  • viola le norme previste dai regolamenti o da altro atto equipollente nella scala gerarchica delle fonti del diritto;
  • non rispetta l’obbligo giuridico di astenersi in presenza di un proprio interesse, dell’interesse di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti.

Tali condotte, però, costituiscono reato solo se arrecano un vantaggio ingiusto al poliziotto (pubblico ufficiale) ed un danno ingiusto.

Come denunciare un poliziotto (o qualunque altro pubblico ufficiale) che commette un abuso di atti di ufficio? E’ molto semplice: recati dagli organi competenti (polizia, possibilmente non dove lavora il poliziotto incriminato, carabinieri o procura) ed esponi il fatto. Puoi farlo con atto scritto o oralmente, allegando le prove in tuo possesso (per esempio registrazioni o documenti). Trattandosi di un reato perseguibile d’ufficio non hai limiti di tempo per presentare la tua denuncia (e, ricorda, che puoi denunciare anche un abuso di atti d’ufficio commesso ai danni di un soggetto diverso da te).

Il pubblico ufficiale sarà punito con la reclusione da un minimo di un anno ad un massimo di quattro; se il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante entità la pena è aumentata.