Bonus famiglia 2019: novità

Posted on : 11-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Bonus bebè maggiorato, bonus mamma domani, voucher baby-sitter, buono nido, reddito di cittadinanza: le misure per la famiglia del 2019.

Le misure a favore delle famiglie non saranno cancellate e sostituite col reddito di cittadinanza, come inizialmente si pensava, ma saranno rifinanziate, alcune addirittura maggiorate: è quanto appena emerso sulla base degli emendamenti presentati alla legge di Bilancio 2019.

In particolare, resta in piedi il premio nascita, chiamato anche bonus mamma domani, che è diventato una misura strutturale, cioè permanente. Resta in piedi anche il buono nido e viene rifinanziato il voucher per i servizi di baby-sitting a favore delle madri lavoratrici che rinunciano al congedo parentale.

Torna anche il bonus bebè, maggiorato: in particolare, le famiglie avranno diritto a una maggiorazione del 20% per ogni figlio successivo al primo.

L’agevolazione più efficace sarà comunque il reddito di cittadinanza, che consentirà alle famiglie con Isee sotto i 9.360 euro di beneficiare di un sostegno completo. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sui bonus famiglia 2019: novità, quali misure saranno prorogate, quali migliorate, chi avrà diritto ai benefici.

Come funzionerà il bonus bebè per i nati nel 2019

Il bonus bebè, per i nati dal 2019, consisterà in un contributo riconosciuto mensilmente ai genitori con figli minori di 1 anno. L’ammontare del bonus è pari a:

  • 80 euro mensili, per ogni figlio minore di  un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 160 euro, per ogni figlio minore di un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Per il secondo figlio, il bonus sarà maggiorato del 20%, arrivando a 96 euro al mese per le famiglie con Isee sino a 25mila euro ed a 192 euro per le famiglie con Isee sino a 7mila euro.

Anche per il 2019, i requisiti richiesti ai genitori saranno:

  • cittadinanza italiana, di uno Stato europeo o di uno Stato extraeuropeo con regolare permesso di soggiorno;
  • residenza in Italia;
  • convivenza con il figlio;
  • nucleo familiare in possesso di un reddito ai fini Isee non superiore a 25mila euro annui, per tutta la durata dell’assegno.

L’incentivo sarà corrisposto, sempre sotto forma di assegno, a partire dal giorno di nascita o di ingresso del figlio nella famiglia (in caso di adozione o di affido preadottivo) e fino al compimento del primo anno di età o al primo anno dall’ingresso nel nucleo (o, se precedente, al compimento della maggiore età).

Per approfondire: Bonus bebè 2019.

Bonus mamma domani 2019

Il bonus mamma domani, o premio nascita è un beneficio, dell’importo di 800 euro, completamente esentasse. È corrisposto alle future madri, a partire dal compimento del 7°mese di gravidanza, ed è riconosciuto anche in caso di affidamento e adozione, per gli eventi verificatisi dal 1° gennaio 2017 in avanti. Per ottenere l’importo, che viene erogato in un’unica soluzione, tramite accredito sul conto corrente o sul libretto, o tramite bonifico domiciliato alle poste, è necessario inviare un’apposita domanda all’Inps.

Nel dettaglio, il bonus mamma domani è riconosciuto alle donne in gravidanza o alle madri che si trovano in possesso dei seguenti requisiti:

  • residenza in Italia;
  • cittadinanza italiana o comunitaria;
  • per le cittadine non comunitarie, possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini UE (i documenti devono essere autocertificati inserendone gli estremi nella domanda telematica); il beneficio è stato recentemente esteso a tutte le cittadine straniere regolarmente presenti in Italia.

Il premio nascita di 800 euro può essere concesso esclusivamente per uno dei seguenti eventi, anche nel 2019:

  • compimento del 7° mese di gravidanza (inizio dell’8° mese di gravidanza);
  • parto, anche se antecedente all’inizio dell’8° mese di gravidanza;
  • adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva;
  • affidamento preadottivo nazionale disposto con ordinanza.

Il beneficio è concesso in un’unica soluzione e per ogni singolo evento, gravidanza o parto, adozione o affidamento. Va dunque presentata una domanda per ogni evento e quindi per ogni minore, nato, adottato o affidato: se, ad esempio, si presenta la domanda al compimento del settimo mese di gravidanza, non si deve presentare un’altra domanda per l’evento nascita relativo allo stesso bambino. Lo stesso vale per l’affidamento di un minore: se è stato richiesto il bonus nascita per l’affidamento, non è possibile richiederlo nuovamente per la successiva adozione.

Se, invece, si verifica un parto plurimo ed è stata inoltrata la domanda del bonus al compimento del settimo mese, bisogna ripresentarla dopo la nascita, inserendo tutte le informazioni necessarie per l’integrazione del premio rispetto al numero dei bambini nati.

Per approfondire: Premio nascita 2019.

Voucher babysitter 2019

Il voucher babysitter è un intervento introdotto dalla legge Fornero di riforma del mercato del lavoro [1]: si tratta di un contributo riconosciuto dall’Inps alle madri lavoratrici che si trovano negli 11 mesi successivi al congedo obbligatorio di maternità, se rinunciano, almeno in parte, al congedo parentale (o maternità facoltativa).

Il contributo può essere erogato, per un massimo di 6 mesi (3 mesi per le autonome), sotto forma di buoni lavoro, ora libretto famiglia, per il pagamento della babysitter o utilizzato per pagare la retta dell’asilo nido (in questo caso, l’Inps paga direttamente l’asilo prescelto, che deve essere convenzionato con l’istituto): in entrambi i casi, il suo valore è di 600 euro mensili.

In pratica, la lavoratrice, anziché fruire del congedo parentale (o maternità facoltativa) domanda all’Inps un contributo per pagare la retta mensile dell’asilo nido del bambino, oppure richiede i buoni lavoro (ora il libretto famiglia) per pagare la babysitter.

Bonus nido 2019

Il contributo per l’asilo nido non deve essere confuso con la misura del bonus nido: questo ulteriore beneficio infatti è un rimborso riconosciuto dall’Inps direttamente all’interessato a fronte della retta pagata per l’asilo nido, sino a un importo massimo di mille euro annuali, corrispondenti a 90,91 euro mensili erogati per 11 mensilità.

Dal 2019, l’importo sale a 1500 euro annui.

Hanno diritto al bonus nido 2019 tutte le famiglie, a prescindere dal reddito e dall’indicatore Isee, con figli sotto i 3 anni che frequentano l’asilo nido, o che, a causa di gravi patologie croniche, necessitino di supporto specifico in casa.

L’asilo frequentato deve essere pubblico, oppure può trattarsi di un asilo privato autorizzato all’apertura e al funzionamento da parte dell’ente locale compete.

Il buono non rimborsa le spese sostenute per la frequenza di ludoteche, spazi gioco, pre-scuola e servizi educativi integrativi all’asilo nido.

Bonus figli a carico 2019

Nel 2019 continueranno ad essere operative anche tutte le detrazioni fiscali per figli a carico: ricordiamo che la detrazione è un importo che si sottrae direttamente dalle imposte dovute.

Inoltre, dal 2019, i figli sino a 24 anni saranno considerati a carico con un reddito non superiore a 4mila euro, anzichè a 2840,51 euro. Per approfondire: Bonus figli a carico 2019.

Bonus famiglie numerose 2019

Per chi ha dai 4 figli in su, oltre alle detrazioni per ogni figlio a carico appena esaminate, spetta un’ulteriore detrazione, unica per tutti i figli, nota col nome “Bonus famiglie numerose.

La detrazione è pari a 1.200 euro indipendentemente dal reddito, a prescindere dal numero di mesi nei quali ciascun figlio risulta a carico: ad esempio, se in una famiglia nasce il 4° figlio il 31 dicembre, il bonus famiglie numerose spetta per intero.

Se il contribuente è incapiente, cioè la detrazione è maggiore dell’imposta dovuta, questa non si azzera all’azzerarsi dell’imposta, ma si forma un credito a suo favore pari all’importo del bonus non fruito, considerando le altre detrazioni spettanti già sottratte dai tributi dovuti. Ad esempio, se l’Irpef a carico del contribuente è pari a 5mila euro, ed ha già fruito delle detrazioni spettanti per familiari a carico pari ad un totale di 4800 euro, con soli 200 euro della detrazione famiglie numerose il tributo si azzera. I restanti 1000 euro possono allora essere utilizzati come credito d’imposta.

Reddito di cittadinanza 2019

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe diventare operativo da marzo 2019, consiste in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà.

È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente; il sussidio, in base a quanto reso noto sinora, dovrebbe essere aumentato dello 0,40 per il coniuge e dello 0,20 per ogni figlio minore. Se non si paga l’affitto, il reddito è diminuito di circa 300 euro al mese.

Inoltre, si può possedere un secondo immobile, di valore non superiore a 30mila euro, ed il patrimonio mobiliare della famiglia (conti, carte prepagate, libretti, titoli, partecipazioni…) non può complessivamente superare i 10mila euro, in caso di più componenti.

L’indicatore Isee della famiglia (si tratta, in pratica, di un indice che “misura la ricchezza delle famiglie”) richiesto per il diritto al sussidio dovrebbe ammontare, in base a quanto annunciato, a 9.360 euro.

La prestazione dovrebbe essere erogata con una carta acquisti, una sorta di bancomat, che consentirà di pagare le utenze e l’acquisto di beni di prima necessità.

Bonus bebè 2019: come funziona

Posted on : 11-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Bonus bebè 2019 da 80 a 160 euro al mese, con maggiorazione del 20% per il secondo figlio: che cosa cambia.

Il bonus bebè, nel 2019, sarà prorogato e maggiorato: grazie agli ultimi emendamenti alla legge di Bilancio 2019, difatti, il beneficio è stato non solo “salvato” dalla mancata proroga, ma anche rifinanziato in misura maggiore.

Il Bonus bebè, nel dettaglio, sarà maggiorato del 20% per il secondo figlio: chi è al secondo figlio, quindi, non conterà più, per la sua nascita, su 80 euro al mese o 160 euro al mese, a seconda dell’Isee della famiglia, ma su 96 euro al mese o 192 euro al mese.

L’assegno spetta sino al compimento di 1 anno di età del bambino, se l’Isee del nucleo familiare non supera 25mila euro, ed è raddoppiato nel caso in cui l’Isee non superi i 7mila euro. Non sono richiesti ulteriori requisiti economici oltre l’Isee: non è quindi necessario essere lavoratori dipendenti per beneficiare del bonus.

Ma facciamo subito un breve punto della situazione sul bonus bebè 2019: come funziona e che cosa cambia con la nuova legge.

Come funziona il bonus bebè per i nati sino al 2017

Il bonus bebè, per i nati sino al 31 dicembre 2017, consiste in un contributo riconosciuto mensilmente ai genitori con figli minori di 3 anni. L’ammontare del bonus è pari a:

  • 80 euro mensili, per ogni figlio minore di 3 anni, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 160 euro, per ogni figlio minore di 3 anni, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Nel dettaglio, il bonus bebè spetta per ogni figlio nato, adottato (se minorenne) o in affido preadottivo tra il 1º gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, ai genitori che possiedono i seguenti requisiti:

  • cittadinanza italiana, di uno Stato europeo o di uno Stato extraeuropeo con regolare permesso di soggiorno;
  • residenza in Italia;
  • convivenza con il figlio;
  • nucleo familiare in possesso di un reddito ai fini Isee non superiore a 25mila euro annui, per tutta la durata dell’assegno.

L’incentivo viene corrisposto, sotto forma di assegno, a partire dal giorno di nascita o di ingresso del figlio nella famiglia (in caso di adozione o di affido preadottivo) e fino al compimento del terzo anno di età o al terzo anno dall’ingresso nel nucleo (o, se precedente, al compimento della maggiore età).

Come funziona il bonus bebè per i nati nel 2018

Il bonus bebè, per i nati dal 1° gennaio 2018 sino al 31 dicembre 2018, consiste in un contributo riconosciuto mensilmente ai genitori con figli minori di 1 anno. L’ammontare del bonus è pari a:

  • 80 euro mensili, per ogni figlio minore di  un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 160 euro, per ogni figlio minore di un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Nel dettaglio, il bonus bebè spetta per ogni figlio nato, adottato (se minorenne) o in affido preadottivo tra il 1º gennaio 2018 e il 31 dicembre 2018, ai genitori che possiedono i seguenti requisiti:

  • cittadinanza italiana, di uno Stato europeo o di uno Stato extraeuropeo con regolare permesso di soggiorno;
  • residenza in Italia;
  • convivenza con il figlio;
  • nucleo familiare in possesso di un reddito ai fini Isee non superiore a 25mila euro annui, per tutta la durata dell’assegno.

L’incentivo viene corrisposto, sotto forma di assegno, a partire dal giorno di nascita o di ingresso del figlio nella famiglia (in caso di adozione o di affido preadottivo) e fino al compimento del primo anno di età o al primo anno dall’ingresso nel nucleo (o, se precedente, al compimento della maggiore età).

Come funzionerà il bonus bebè per i nati nel 2019

Il bonus bebè, per i nati dal 2019, consisterà, ugualmente, in un contributo riconosciuto mensilmente ai genitori con figli minori di 1 anno. L’ammontare del bonus è pari a:

  • 80 euro mensili, per ogni figlio minore di  un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 160 euro, per ogni figlio minore di un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Per il secondo figlio, il bonus sarà maggiorato del 20%, arrivando dunque a:

  • 96 euro mensili, per ogni figlio minore di  un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 25mila euro;
  • 192 euro mensili, per ogni figlio minore di un anno, per le famiglie il cui Isee (l’indicatore della situazione economica della famiglia) non supera 7mila euro.

Anche per il 2019, i requisiti richiesti ai genitori saranno:

  • cittadinanza italiana, di uno Stato europeo o di uno Stato extraeuropeo con regolare permesso di soggiorno;
  • residenza in Italia;
  • convivenza con il figlio;
  • nucleo familiare in possesso di un reddito ai fini Isee non superiore a 25mila euro annui, per tutta la durata dell’assegno.

L’incentivo sarà corrisposto, sempre sotto forma di assegno, a partire dal giorno di nascita o di ingresso del figlio nella famiglia (in caso di adozione o di affido preadottivo) e fino al compimento del primo anno di età o al primo anno dall’ingresso nel nucleo (o, se precedente, al compimento della maggiore età).

Bonus bebè: domanda

Per ottenere il bonus bebè il genitore, come prima cosa, deve risultare in possesso di una dichiarazione Isee in corso di validità. Deve poi presentare un’apposita domanda all’Inps, tramite le seguenti modalità:

  • sito internet dell’istituto (www.inps.it), sezione servizi per il cittadino, se in possesso di Pin dispositivo o identità digitale unica Spid;
  • contact center integrato Inps (803.164 da rete fissa o 06.164164 da rete mobile); è sempre necessario il possesso del codice Pin.

La domanda, accompagnata dall’autocertificazione dei requisiti che danno titolo all’assegno, deve essere presentata entro 90 giorni dalla nascita o dall’ingresso del figlio adottato nel nucleo familiare: l’istanza deve essere presentata una sola volta per ciascun figlio.

Se la domanda viene presentata in ritardo, si ha comunque diritto a ricevere l’importo sino al limite di età del bambino, ma si perde il diritto agli arretrati.

Congedo di paternità

Posted on : 11-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Congedo di paternità sostitutivo, congedo papà obbligatorio e facoltativo, congedo parentale: quale aspettativa per il lavoratore padre?

Sei un lavoratore dipendente e sei da poco diventato papà? Forse non sai che, come padre lavoratore, hai diritto a delle assenze retribuite: innanzitutto hai diritto al congedo di paternità sperimentale, o congedo papà. Puoi aver diritto anche al congedo di paternità sostitutivo, nel caso in cui la madre del bambino sia deceduta o gravemente malata, abbia abbandonato il piccolo, o nel caso in cui tu abbia avuto l’affido esclusivo. Infine, puoi richiedere il congedo parentale, o maternità facoltativa. Ma procediamo per ordine e vediamo come funzionano i vari tipi di congedo di paternità.

Congedo di paternità sperimentale

Il cosiddetto congedo papà, cioè il congedo di paternità sperimentale, introdotto per la prima volta dalla Legge Fornero di Riforma del Mercato del lavoro [1], consiste nell’obbligo, per il lavoratore padre, di fruire di 4 giorni di assenze retribuite, anche in modo non continuativo, entro 5 mesi dalla nascita del figlio. dal 2019, i giorni di assenza fruibili sono pari a 5.

Le giornate di congedo di paternità sperimentale obbligatorio non sono fruibili in alternativa all’astensione obbligatoria della lavoratrice madre, ma si aggiungono al congedo di maternità.

Il congedo obbligatorio è stato aumentato a 4 giornate dal 2018, in precedenza era pari a sole 2 giornate: nel 2019, come appena esposto, le giornate previste saranno 5. Bisogna comunque attendere l’approvazione definitiva della legge di bilancio.

Al congedo obbligatorio si può aggiungere il congedo di paternità facoltativo.

Come funziona il congedo di paternità sperimentale facoltativo?

Oltre ai 5 giorni di astensione obbligatoria, il lavoratore padre ha la possibilità di godere di un’ulteriore giornata di assenza: la giornata aggiuntiva, però, è facoltativa, cioè fruibile in alternativa all’astensione della lavoratrice madre. Deve quindi essere defalcata dai giorni spettanti alla madre per il congedo di maternità obbligatorio.

Quanto viene pagato il congedo di paternità sperimentale?

Sia nell’ipotesi delle assenze per congedo di paternità sperimentale obbligatorio, che in quella delle assenze per congedo facoltativo, l’Inps copre le giornate offrendo un’indennità pari al 100% della retribuzione globale (cioè pari all’intero stipendio spettante per le giornate di assenza) ed accreditando i contributi figurativi. In pratica, il dipendente papà, durante le giornate di assenza, percepisce stipendio e contributi in misura piena, come se si trattasse di normali giornate lavorative.

Quando può essere goduto il congedo di paternità sperimentale?

Per quanto riguarda i 4 giorni di congedo di paternità sperimentale obbligatorio, 5 dal 2019, questi possono essere goduti anche in contemporanea al congedo di maternità obbligatorio, o facoltativo (congedo parentale), della madre, perché queste assenze non sono alternative tra loro. In parole semplici, le 4 ( o 5) giornate di congedo obbligatorio possono essere fruite dal padre anche mentre la madre è in maternità obbligatoria o facoltativa.

Il congedo facoltativo, invece, è alternativo alla maternità obbligatoria: in buona sostanza, il congedo di maternità obbligatorio deve essere diminuito di un numero di giornate corrispondenti a quelle del congedo di paternità facoltativo, anticipando, così, la fine dell’astensione obbligatoria post-parto.

Posso richiedere il congedo di paternità sperimentale se adotto un bambino o lo prendo in affido?

Sia il congedo obbligatorio di paternità che quello facoltativo sono riconosciuti anche in caso di adozione ed affidamento, entro i 5 mesi dall’ingresso in famiglia del bambino.

Come si chiede il congedo di paternità sperimentale?

La domanda per ottenere il congedo di paternità sperimentale, obbligatorio o facoltativo, deve essere inviata per iscritto al datore di lavoro, o all’amministrazione del personale competente, con un preavviso di almeno 15 giorni.

Per il congedo facoltativo è necessario allegare alla richiesta una comunicazione della lavoratrice madre, con cui dichiara di rinunciare a un numero di giornate del congedo obbligatorio di maternità corrispondenti alle assenze facoltative fruite dal padre; la stessa dichiarazione deve essere inviata anche al datore di lavoro della madre.

Se non chiedo il congedo di paternità sperimentale obbligatorio rischio delle sanzioni?

Nonostante il congedo papà sperimentale di 4 giorni (5 giorni dal 2019) sia obbligatorio, a differenza di quel che accade per il mancato rispetto del congedo obbligatorio di maternità la legge non prevede sanzioni né per il lavoratore padre né per l’azienda.

Congedo di paternità sperimentale e sostitutivo

Non bisogna confondere il congedo di paternità sperimentale con un altro tipo di congedo, chiamato anch’esso congedo di paternità obbligatorio: quest’ultimo è il congedo di paternità sostitutivo, cioè un’astensione retribuita dal lavoro riconosciuta al padre, al posto della maternità obbligatoria, per particolari situazioni in cui la madre non può beneficiare del suo congedo (in caso di morte, grave infermità, abbandono del bambino, o di affidamento esclusivo del figlio al padre).

Se il lavoratore ha diritto anche al congedo di paternità sostitutivo, può comunque fruire delle giornate del congedo di paternità obbligatorio sperimentale.

Quando spetta il congedo di paternità sostitutivo?

Il diritto al congedo di paternità sostitutivo è riconosciuto al padre lavoratore in caso di:

  • morte della madre: in questo caso il congedo spetta per i 3 mesi dopo il parto;
  • grave malattia della madre: se l’infermità è insorta prima del parto, il padre ha diritto al congedo sia per i 2 mesi prima che per i 3 mesi dopo la nascita del figlio;
  • abbandono del figlio da parte della madre: in questo caso il congedo spetta per i 3 mesi dopo il parto;
  • affidamento esclusivo del figlio al padre: in questo caso il congedo spetta per i 3 mesi dopo il parto.

Quanto spetta per il congedo di paternità sostitutivo?

Così come previsto per le madri lavoratrici, nel periodo di congedo di paternità sostitutivo, al padre

lavoratore spetta un’indennità pari all’80% della retribuzione.

Congedo parentale

Il congedo parentale, chiamato anche maternità facoltativa, è un’assenza opzionale come il congedo papà facoltativo, ma ha una durata massima molto più lunga. In particolare, la durata massima del congedo parentale è pari a di 10 mesi (elevabili a 11 per il solo padre), cumulabili tra madre e padre, per un massimo di 6 mesi a genitore (a meno che il bambino non abbia un solo genitore, o salvo casi particolari, in cui il padre può assentarsi per 7 mesi).

Il congedo parentale è solo parzialmente retribuito, fino ad un massimo di 6 mesi (complessivi tra i due genitori) e non oltre i 6 anni del bambino (eccetto alcuni casi in cui può essere retribuito sino al compimento degli 8 anni); può essere fruito, dal 2015, anche in modalità oraria, e sino ai 12 anni di età del figlio.

Per approfondire: Come funziona il congedo parentale.

I genitori separati devono trascorrere lo stesso tempo coi figli?

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il padre ha diritto di restare coi figli lo stesso tempo rispetto alla madre? 

Ti stai per separare da tuo marito. Vi siete messi d’accordo su tutto, tranne sui giorni di visita per vostro figlio. Il papà vorrebbe vederlo tutti i giorni, almeno per tre ore. Tu invece rifiuti una soluzione di questo tipo che pregiudicherebbe l’organizzazione delle vostre giornate: il bambino verrà a vivere da te ed è giusto – almeno così ritieni – che il tempo che passerete assieme sia superiore . Prevedere una perfetta ripartizione dei giorni e delle ore finirebbe per rendere tutto più macchinoso e pregiudicherebbe anche lo stesso piccolo nei compiti di scuola e nella frequentazione dei compagni di classe. Chi di voi ha ragione? I genitori separati devono trascorrere lo stesso tempo coi figli? La questione è stata chiarita stamane dalla Cassazione [1] con una ordinanza che ribadisce un principio abbastanza noto nella pratica.

Prima di fornire la risposta diamo alcuni chiarimenti alle coppie che si stanno separando.

Cos’è l’affidamento condiviso

Salvo che non vi siano particolari ragioni ostative che rendano un genitore inadeguato a prendersi cura del figlio (ad esempio un grave stato di tossicodipendenza o un’attitudine violenta), il giudice stabilisce il cosiddetto affidamento condiviso: in pratica, entrambi i genitori partecipano alle decisioni essenziali alla crescita del minore; hanno quindi pari diritti e pari doveri.

Cos’è la collocazione del figlio

Accanto all’affidamento, il giudice decide la collocazione, ossia presso quale dei due genitori il figlio andrà a vivere e fisserà la sua residenza abituale. Finché i figli sono in età prescolare, vengono quasi sempre collocati presso la madre (c’è effettivamente quella che la Cassazione chiama una “preferenza”). L’altro genitore però ha il diritto – ma anche il dovere – di andare a trovare i figli, vederli, partecipare alla loro crescita e alle tappe che questa comporta. Il tutto secondo un calendario di visite che, se non viene determinato di comune accordo tra i genitori, viene fissato dal giudice. Anche se in quest’ultimo caso, però, madre e padre sono sempre liberi di accordarsi di volta in volta diversamente (sempre se c’è l’accordo di entrambi).

Nel decidere la collocazione il giudice sente il parere del minore se ha almeno 12 anni. I figli con almeno 18 anni decidono con quale dei due genitori vivere.

Cos’è il mantenimento del figlio

Il genitore presso cui vanno a vivere i figli riceve il mantenimento per le loro spese di ordinaria amministrazione (cibo, vestiti e quant’altro serve nell’arco della normale giornata). Il mancato versamento del mantenimento non può essere giustificato neanche in caso di perdita di lavoro. Il padre condannato a versare il mantenimento è tenuto ad adempiere anche per i periodi in cui i figli vanno a stare da lui (si pensi al mese estivo). Il mantenimento viene versato sempre nelle mani della madre e solo dopo il compimento dei 18 anni può essere erogato direttamente al ragazzo, ma solo se è quest’ultimo a chiederlo.

Cos’è l’assegnazione della casa

Chiude il quadro l’assegnazione della ex casa coniugale. Quando il giudice che la coppia ha un figlio minorenne o anche maggiorenne ma non ancora indipendente o portatore di handicap, assegna al genitore con cui i figli andranno a vivere (quindi di norma la madre) la casa dove la famiglia ha principalmente vissuto anche se appartiene all’altro genitore o se è in affitto. Questo provvedimento viene emesso in favore dei figli, per garantire loro di continuare a crescere nello stesso habitat domestico. Pertanto il giudice assegna la casa alla madre anche se ha un reddito elevato e non percepirà il mantenimento o se a lei viene addebitata la separazione (ad esempio per aver tradito il marito).

Quanto tempo i figli hanno diritto a passare coi genitori?

Secondo la Cassazione i genitori separati non hanno diritto a trascorrere la stessa quantità di tempo con i figli. Non sussiste infatti una perfetta ripartizione a metà della giornata o della settimana: pur rispettando l’affido condiviso il bambino passerà più giorni con chi ha una relazione affettiva e un ambiente sociale più consoni. Il che significa, nella gran parte dei casi, la madre. E questo proprio perché è lei che vive nella casa coniugale e quindi questo è il luogo più adatto per passare gran parte della giornata.

Ancora oggi dunque i genitori separati non hanno diritto a trascorrere la stessa quantità di tempo con i figli. Passerà più giorni con il bambino chi è in grado di instaurare un legame affettivo molto forte e di farlo crescere nel luogo “caldo” qual è l’ambiente domestico.

Il principio di bigenitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore a essere presente in maniera significativa nella vita del figlio nel reciproco interesse, ma ciò non comporta l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l’esercizio del diritto  deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell’altro genitore. Ciò anche perché, ricordano i Supremi giudici, «in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore. Resta fermo, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione».

Pensione d’inabilità civile 2019

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pensione per invalidi civili totali: chi ne ha diritto, a quanto ammonta nel 2019, requisiti di reddito, come fare domanda.

Ti hanno dichiarato invalido al 100%, ma non inabile alle mansioni, a proficuo lavoro, o in modo permanente ed assoluto a qualsiasi attività lavorativa? In altre parole, ti è stata riconosciuta la “sola” invalidità civile del 100%? Oppure, nonostante il riconoscimento dell’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività, dell’inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro, non hai gli anni di contributi necessari per le prestazioni collegate a queste condizioni?

Forse non sai che, possedendo il 100% d’invalidità, puoi avere comunque diritto a una prestazione di assistenza da parte dell’Inps: si tratta della pensione per invalidi civili totali, o pensione d’inabilità civile.

L’importo di questa prestazione è lo stesso previsto per la pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza per invalidi civili parziali (dal 74 al 99%), ma i limiti di reddito per il diritto al sussidio sono più elevati. Inoltre, perché spetti il trattamento non è necessario possedere lo stato di disoccupazione, come invece previsto per la pensione d’invalidità civile.

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla pensione d’inabilità civile 2019: a quanto ammonta, chi ne ha diritto, quali sono i limiti di reddito, come si richiede, quali sono gli adempimenti previsti.

Che cos’è la pensione d’inabilità civile?

La pensione d’inabilità civile, o pensione per gli invalidi civili totali, è una prestazione dell’Inps che spetta a chi possiede un’invalidità civile riconosciuta del 100%, se non supera determinati limiti di reddito.

Chi ha diritto alla pensione d’inabilità civile?

Per ottenere la pensione d’inabilità civile per invalidi civili totali bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • essere invalidi di età compresa tra i 18 e i 67 anni (l’età limite per richiedere la prestazione originariamente prevista, pari a 65 anni, è stata elevata in base agli incrementi alla speranza di vita media), con una riduzione della capacità lavorativa pari al 100%;
  • essere cittadini italiani, europei o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo;
  • avere un reddito annuo non superiore a 16.664,36 euro annui, per il 2018; per l’anno 2019 il limite dovrebbe essere elevato a 16.847,67 euro, in base alla rivalutazione delle pensioni, pari all’1,1%;
  • per il diritto al sussidio non è richiesto lo stato di disoccupazione e non sono previsti limiti collegati all’indicatore Isee del nucleo familiare.

A quanto ammonta la pensione d’inabilità civile

La pensione d’inabilità civile nel 2019 aumenta da 282,55 euro mensili a 285,66 euro; l’ammontare mensile spettante agli invalidi civili totali è uguale a quello spettante agli invalidi civili parziali.

Domanda di pensione d’inabilità civile

Perché si abbia diritto alla pensione d’inabilità civile è prima necessario che sia riconosciuta un’invalidità in misura pari al 100%. È dunque necessario, dopo aver ottenuto il certificato medico introduttivo dal proprio medico curante, inviare all’Inps, tramite portale web, call center o patronato, domanda d’invalidità. Qui la Guida alla domanda d’invalidità per conoscere, passaggio per passaggio, la procedura.

Una volta ottenuto il verbale di riconoscimento dell’invalidità al 100% dalla commissione medica, si deve richiedere la pensione attraverso il servizio online, disponibile nel portale dell’Inps, “Verifica dati socio-economici e reddituali per la concessione delle prestazioni economiche”, modello AP 70. In alternativa, la domanda può essere inoltrata tramite call center o patronato.

Adempimenti pensione d’inabilità civile

Per confermare la sussistenza delle condizioni per il diritto all’inabilità civile, come il rispetto dei limiti di reddito e il requisito dell’assenza di ricoveri (requisito necessario soltanto se si percepisce anche l’assegno di accompagnamento), una volta ottenuto l’assegno, l’interessato annualmente deve presentare all’Inps delle dichiarazioni di responsabilità. Per quanto riguarda le condizioni reddituali,  è necessaria la compilazione del modello Red, una sorta di dichiarazione dei redditi semplificata che si deve presentare entro il 31 marzo di ciascun anno. In questa dichiarazione, l’invalido deve specificare tutti i redditi prodotti nell’anno, compresi quelli esenti, che non si dichiarano nel 730.

Per saperne di più: Red, quando va presentato.

Il modello Icric deve essere invece presentato, sempre entro il 31 marzo di ciascun anno, per dichiarare eventuali ricoveri. La presentazione del modello Icric è necessaria solo se l’invalido al 100% percepisce anche l’inennità di accompagnamento.

Il disabile, per aver diritto all’accompagno, non deve essere ricoverato in una struttura sanitaria con retta a carico dello Stato, né in un reparto riabilitativo o di lungodegenza: in caso contrario, i trattamenti sono ridotti in proporzione alla durata del ricovero.

Sono esclusi dalla dichiarazione i ricoveri in ospedale per terapie contingenti o dovuti a malattie non connesse con l’invalidità; inoltre, non sono rilevanti i ricoveri per i quali la retta della struttura sia risultata a totale o a parziale carico del disabile o dei familiari e i ricoveri in day hospital.

Superamento limiti di reddito per la pensione d’inabilità civile

Se l’interessato supera la soglia di reddito annuale per la pensione d’inabilità civile, entro 30 giorni deve inviare un’immediata comunicazione all’Inps del venir meno dei requisiti richiesti per il diritto alla prestazione.

La comunicazione può essere inviata attraverso il patronato, o il servizio online, disponibile nel portale dell’Inps, “Verifica dati socio-economici e reddituali per la concessione delle prestazioni economiche”, modello AP 70. Lo stesso modello può essere utilizzato per comunicare il sopraggiungere di una situazione di incompatibilità.

Si può licenziare un uomo appena sposato o che si sta sposando?

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il divieto di licenziamento per la lavoratrice che va dalla pubblicazione delle nozze a un anno dopo il matrimonio si applica anche agli uomini?

Dopo una lunga e affannosa ricerca, l’anno scorso hai finalmente trovato lavoro. Un’azienda ti ha assunto proponendoti un contratto soddisfacente. Lo stipendio era buono e ti ha consentito di programmare il tuo futuro. Hai così chiesto alla tua fidanzata di sposarti. Avete trovato casa, avete firmato il compromesso e pensato all’arredo. Qualche settimana dopo le nozze, però, ti è arrivata una lettera con il preavviso di licenziamento. La notizia ti è piovuta in testa come un macigno. Chi pagherà ora le rate alla banca? E come sosterrai la tua famiglia? Ti viene però il sospetto che il provvedimento sia illegittimo. Difatti esiste una legge che vieta il licenziamento della lavoratrice donna in occasione del matrimonio. Visto che il nostro ordinamento ha ormai eliminato ogni differenza di genere, ti chiedi se la stessa norma può essere applicata anche a te che appartieni al sesso opposto. In altre parole, si può licenziare un uomo appena sposato o che si sta sposando?

La questione è stata decisa da una ordinanza della Cassazione pubblicata poche ore fa [1].

Se mi sposo l’azienda mi può licenziare?

Se a farsi questa domanda dovesse essere una donna, si applicherebbe la normativa che tutela la maternità e che vieta ogni discriminazione di genere. La legge [2], in particolare, vieta il licenziamento delle lavoratrici donna intimato per causa di matrimonio (con esclusione delle colf e delle altre lavoratrici addette ai servizi familiari e domestici). L’eventuale licenziamento sarebbe nullo, non avrebbe cioè nessun valore. Con la conseguenza che la dipendente avrebbe tutto il diritto a riprendere il proprio posto.

In particolare è impossibile licenziare una lavoratrice nel periodo che decorre dalla richiesta delle pubblicazioni di matrimonio fino a un anno dopo l’avvenuta celebrazione delle nozze [3].

La nullità del licenziamento nel periodo protetto opera a prescindere dal fatto che la lavoratrice abbia comunicato al datore di lavoro il suo matrimonio.

Scopo della norma è evitare che il datore di lavoro possa discriminare la donna in ragione del fatto che, contraendo matrimonio e potendo successivamente restare incinta, quest’ultima potrebbe assentarsi dal lavoro e non dedicare ad esso l’attenzione di un tempo.

Propri per ciò è invece possibile il licenziamento della lavoratrice nel periodo di matrimonio quando le ragioni risiedono nelle seguenti cause:

  • colpa grave della lavoratrice, ossia la giusta causa di licenziamento dovuto a un provvedimento disciplinare;
  • cessazione dell’attività dell’azienda cui la lavoratrice è addetta. Non è prevista la semplice cessione del ramo d’azienda o il trasferimento;
  • ultimazione delle prestazioni per le quali la lavoratrice era stata assunta;
  • risoluzione del rapporto di lavoro a tempo determinato per la scadenza del termine.

Il divieto di licenziamento a ridosso del matrimonio vale anche per l’uomo?

Secondo la Cassazione, il divieto di licenziamento nel periodo concomitante al matrimonio vale solo per le donne. E ciò perché la normativa mira a tutelare non queste ultime, ma la maternità. Poiché quindi per l’uomo non c’è pericolo di gravidanza (!), non si pone neanche il divieto di licenziamento. Detto in altri termini, non è il reddito della famiglia che la legge mira a salvaguardare ma la possibilità per la coppia di avere figli che, di certo, verrebbe pregiudicata se, sposandosi, la donna sapesse che può essere licenziata.

Certo, la normativa è figlia di un’altra epoca, quando ancora si pensava alla progenie solo con l’anello al dito. Oggi le numerose coppie di fatto dimostrano un costume diverso. Senza contare che l’uomo potrebbe essere espropriato di un proprio diritto: quello di voler fare una famiglia. Perché i figli sono voluti da entrambi i coniugi. Ma la Corte resta sulle posizioni tradizionaliste: nessuna discriminazione si può rilevare a carico dei lavoratori uomini perché la normativa di tutela è dettata per esigenze di protezione di genere, riferite anzitutto alle funzioni biologiche proprie della donna.

Risultato: non si può licenziare una donna entro un anno dal matrimonio perché si presuppone la discriminazione. Ma un uomo sì, ben può essere estromesso dal datore nelle stesse circostanze.

Cumulo gratuito: che cos’è e come funziona

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pensione anticipata o di vecchiaia grazie al cumulo gratuito: chi ne può usufruire e quali i requisiti fondamentali? Vediamo tutti i dettagli.

Innanzitutto quando si parla di cumulo gratuito ci si deve chiedere: che cos’è e come funziona? Per provare a rispondere, possiamo dire che si intende un cumulo a fini pensionistici; occorre precisare che il requisito fondamentale per richiederlo, sia che si tratti di procedere in vista della pensione anticipata o di vecchiaia, è aver cumulato 42 anni e dieci mesi di servizio per gli uomini e uno in meno per le donne (quando si parla di lavoratori precoci); oppure un’anzianità d’età pari a 66 anni e sette mesi per gli uomini e 66 ed un mese per le donne, con un’anzianità di servizio, invece, di almeno vent’anni di contributi versati. Questo per quanto riguarda il 2017 e il 2018, ma anche per i due anni successivi a venire, ovvero il periodo compreso dal 2018 e 2020. Ulteriori modifiche avverranno nel prossimo futuro, quando l’età pensionabile di uomini e donne verrà equiparata. In questo arco di tempo è possibile richiedere il cumulo gratuito all’Inps che, a sua volta, potrà stipulare accordi con enti previdenziali privati di riferimento del lavoratore. In caso di differenti enti previdenziali coinvolti, si deve fare riferimento all’ultimo ente contattato per presentare la domanda ovviamente. A questo punto ad erogare la pensione, come in tutti gli altri casi, è l’Inps, ma che riceve le somme per raggiungere il totale da ciascun ente previdenziale coinvolto, in proporzione ai contributi lì versati dal lavoratore. Per questo occorrerebbe una normativa univoca dettata dall’Inps e ciò crea più difficoltà; a ciò si aggiunge il fatto che, poi, ogni ente previdenziale deve rendere conto del proprio budget di cassa e così non è facile far collimare le necessità. Infine c’è da aggiungere che, attraverso il cumulo gratuito, è possibile ottenere anche la pensione di invalidità.

Cumulo gratuito per la pensione: quale è il suo ‘meccanismo’ in pratica e chi riguarda?

Si tratta di un’”operazione” a costo zero per il lavoratore, che non avrà spese aggiuntive da versare ovviamente. Ma di cosa si tratta nello specifico? Vediamo di capire meglio. Detto in poche parole, il cumulo gratuito è la possibilità per il lavoratore di cumulare appunto gli anni di servizio maturati presso diversi enti previdenziali e con datori e tipologie di lavoro differenti, nel tempo, al fine di poter conseguire prima la pensione di vecchiaia. A beneficiarne, infatti, sono sia lavoratori dipendenti che autonomi. Questo vale e include anche esperienze di lavoro maturate persino all’estero (con i relativi contributi versati).

Questo dà modo di cumulare un’unica pensione. Una sorta di pensione ‘anticipata’, che si rivolge soprattutto anche a categorie professionali quali quelle di: commercialisti; avvocati e notai; medici, infermieri ed odontoiatri; veterinari e biologi; ingegneri ed architetti; giornalisti; geometri, ragionieri e periti industriali; chimici e geologi; agenti di commercio; psicologi. Non è una novità, era una misura già esistente e prevista sin dal 2016 [1]; il cambiamento che c’è stato, però, è che è stata ampliata nella tipologia dei beneficiari che ne possono usufruire.

Limiti e problemi del cumulo gratuito

Infatti l’incertezza che aveva regnato finora intorno al cumulo gratuito era proprio dato da tali albi professionali [2], la cui cassa previdenziale (e i relativi requisiti richiesti) doveva essere adeguata a quella dell’Inps e non è facile far collimare le spese che devono sostenere e garantire entrambe. Infatti ora sono compresi anche commercianti, artigiani e dipendenti pubblici, che si rivolgeranno all’Inps, mentre prima facevano riferimento all’Inpdap (ossia la cassa previdenziale di categorie). Inoltre, sino ad adesso, c’è sempre stato il grosso problema di regolarizzare gli immigrati che vivono e lavorano nel nostro Paese e poi di equilibrare i costi per la spesa previdenziale, da sostenere da parte dello Stato, che non devono crescere oltre un certo livello. Paradossalmente, infatti, favorire l’uscita dal mondo del lavoro ‘precoce’ di giovani e donne in particolare può incidere e impattare negativamente sulle casse statali.

Differenze tra cumulo gratuito e totalizzazione

Una misura e un sistema simile a quello del cumulo gratuito è quello della cosiddetta totalizzazione. Con alcune differenze importanti, però. Fatta questa premesse doverosa vediamo di capire meglio. Il meccanismo alla base della totalizzazione è come quello del cumulo, tuttavia quest’ultimo assicurerebbe un assegno pensionistico superiore rispetto a quello inferiore della totalizzazione stessa.

Perché questo divario? Semplicemente perché la totalizzazione, a differenza del cumulo gratuito, è gratuita per il lavoratore, anche se soggetta a tassazione Irpef.

Autovelox: multa e impugnazione

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questo articolo vedremo quali sono le sanzioni previste per il superamento del limite di velocità rilevato con l’autovelox e i modi per proporre ricorso.

Viaggiando, ti capita spesso di imbatterti in tratti di strada sottoposti al controllo elettronico della velocità. Visto che il tuo lavoro ti costringe a continui spostamenti, ormai conosci l’ubicazione degli autovelox installati lungo il percorso, oppure i luoghi in cui sono solite appostarsi le pattuglie che provvedono al rilevamento della velocità dei veicoli. Di solito sei molto attento a non superare i limiti stabiliti, soprattutto per ragioni di sicurezza; temi però che una distrazione, un giorno o l’altro, possa costarti cara. Vorresti saperne di più sull’argomento, e conoscere, in caso di infrazione rilevata con l’autovelox, qual è la multa e come si propone un’eventuale impugnazione. Questo articolo ti fornirà le informazioni che ti servono. L’autovelox è un dispositivo elettronico utilizzato per il rilevamento della velocità dei veicoli, al fine di accertare se vengono superati i limiti di velocità stabiliti dalla legge o dagli enti proprietari delle strade. Esso può consistere in un’apparecchiatura perennemente installata lungo il percorso, oppure utilizzata, di volta in volta, dagli agenti accertatori (polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza, polizia locale). In quest’ultimo caso, l’autovelox viene montato su un treppiedi per il tempo in cui gli agenti lo utilizzano; un altro modello è il laser, che viene impugnato dagli agenti e che deve essere utilizzato seguendo ben precise regole che garantiscono il suo corretto funzionamento. Di seguito parleremo di autovelox: multa e impugnazione. Troverai maggiori informazioni sulle sanzioni previste dal Codice della Strada per chi supera i limiti di velocità e sui possibili motivi di ricorso e le modalità per proporlo (ovviamente quando ve ne sono i presupposti).

Le multe previste per l’eccesso di velocità

Occorre ricordare un dato al quale spesso non prestiamo attenzione: oltre ai limiti massimi di velocità, esistono anche quelli minimi [1]. Infatti, specie su determinate strade, il procedere troppo lentamente è di ostacolo alla circolazione e può anche costituire un pericolo.

Si pensi a chi, procedendo a velocità sostenuta, sia pure entro il limite massimo previsto, dopo una curva si trovi improvvisamente davanti un veicolo che procede molto lentamente, quasi fermo: è molto probabile che si verifichi un incidente. Così, pure, chi circola a velocità “da lumaca” può creare problemi ai veicoli incolonnati dietro di lui, i cui guidatori potrebbero cedere alla tentazione di un sorpasso anche quando le condizioni non sono ottimali.

Non esiste, però, un limite minimo di velocità stabilito per legge: sono gli enti proprietari delle strade a stabilirli quando ve ne sia la necessità e quindi a segnalarli.

Vediamo dunque le sanzioni previste per chi non si conforma ai limiti di velocità [2]:

  • inosservanza dei limiti minimi di velocità, ovvero superamento dei limiti massimi di velocità di non oltre 10 km/h:  sanzione amministrativa del pagamento di una somma da  41 a  168 euro;
  • superamento dei limiti massimi di velocità di oltre 10 km/h e di non oltre 40 km/h: sanzione amministrativa del pagamento di una somma da  168 a 674 euro;
  • superamento dei limiti massimi di velocità di oltre 40 km/h ma di non oltre 60 km/h: sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 527 a 2.108, oltre alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre mesi. Se il titolare della patente di guida incorre, entro il biennio successivo, nella stessa violazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da otto a diciotto mesi;
  • superamento dei limiti massimi di velocità di oltre 60 km/h: sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 821 a euro 3.287 euro, oltre alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei a dodici mesi. Se il titolare della patente di guida incorre, entro il biennio successivo, nella stessa violazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente;
  • le suddette sanzioni sono raddoppiate, se commesse alla guida di uno dei seguenti veicoli: autoveicoli o motoveicoli utilizzati per il trasporto di merci pericolose, quando viaggiano carichi: treni costituiti da un autoveicolo e da un rimorchio; autobus e filobus di massa complessiva a pieno carico superiore a 8 tonnellate; autoveicoli destinati al trasporto di cose o ad altri usi, di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 tonnellate; autocarri di massa complessiva a pieno carico superiore a 5 tonnellate se adoperati per il trasporto di persone; mezzi d’opera quando viaggiano a pieno carico.

Autovelox: quando si può ricorrere?

Ferma restando la necessità di osservare i limiti di velocità prescritti dalla legge o dai gestori delle strade, a vantaggio della sicurezza di tutti, vi sono dei casi in cui è possibile fare ricorso avverso il verbale con il quale viene contestata un’infrazione rilevata tramite autovelox.

Ecco quali possono essere i vari profili di illegittimità della contravvenzione:

  • apparecchiatura non omologata. Gli autovelox devono essere omologati al fine di essere utilizzati. Ciò significa che la ditta produttrice deve depositare un esemplare dell’apparecchiatura presso il Ministero dei Trasporti. Quest’ultimo, fatte le opportune verifiche, procede all’omologazione. Successivamente, sarà possibile l’utilizzo di apparecchi autovelox identici al modello depositato. L’omologazione risulta da apposita certificazione;
  • apparecchiatura non tarata. Oltre ad essere omologati, gli autovelox sono sottoposti a un controllo periodico, la taratura, che deve avvenire annualmente, e che risulta anch’esso da apposita certificazione;
  • mancanza di adeguata segnalazione dell’autovelox. Gli apparecchi devono essere adeguatamente segnalati mediante cartelli stradali e dispositivi luminosi. Per quanto riguarda la distanza tra i segnali o i dispositivi luminosi e il luogo in cui si trova l’autovelox, essa deve essere di almeno 250 metri sulle autostrade e selle strade extraurbane principali, di 150 metri sulle strade extraurbane secondarie e sulle strade urbane di scorrimento per le quali è prevista una velocità massima superiore a 50 chilometri orari, e di 80 metri su tutte le altre strade. La distanza massima, invece, non può essere superiore a 4 km.
  • mancata indicazione del limite di velocità. Perché possa essere contestato l’eccesso di velocità, è necessario che l’automobilista sia messo al corrente del relativo limite vigente sulla strada che sta percorrendo. Quindi la multa può essere annullata se manca il cartello con il limite di velocità. Inoltre esso, in caso di incrocio, deve essere proposto una seconda volta.
  • postazioni di rilevamento non visibili. Le postazioni che rilevano elettronicamente la velocità devono essere visibili all’utente della strada, sia nell’ipotesi in cui vengano presidiate da agenti, sia nel caso in cui si tratti di installazioni fisse.  Se manca la pattuglia che provvede al rilevamento, occorre che gli apparecchi riportino il simbolo dell’organo di polizia. Nelle postazioni presidiate da agenti, invece, questi devono rendersi riconoscibili indossando l’uniforme e devono essere affiancati dall’auto di servizio, che si distingue grazie ai colori istituzionali e al simbolo dell’organo che provvede all’accertamento;
  • autovelox posizionato su corsia di marcia opposta. Se il provvedimento del Prefetto che autorizza l’installazione dell’autovelox prevede che questo sia posizionato soltanto su una corsia di marcia, con questa apparecchiatura non è possibile rilevare l’eccesso di velocità dei veicoli che procedono sulla corsia di marcia opposta;
  • irregolarità nel verbale di contravvenzione. Il verbale di contravvenzione di infrazione ai limiti di velocità rilevati tramite autovelox deve contenere alcuni elementi essenziali, alcuni comuni a tutti i verbali di contravvenzione, altri specifici per il tipo di infrazione contestata. Questi dati sono: luogo, giorno e ora dell’infrazione; indicazione dell’agente che ha proceduto all’accertamento; indicazione della norma violata; descrizione del fatto commesso dall’automobilista, che, secondo l’agente accertatore, costituisce violazione di una norma del Codice della Strada; tipo di veicolo e targa; in caso di contestazione immediata, generalità e residenza del trasgressore ed estremi della patente di guida; qualora questi sia identificato, generalità del proprietario del mezzo; se è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta, ammontare della relativa somma e modalità di pagamento; eventuali dichiarazioni che il trasgressore chiede vengano inserite nel verbale in caso di contestazione immediata; in caso di notifica successiva, specificazione delle ragioni per le quali la contestazione non è avvenuta immediatamente; indicazione dell’avvenuta taratura periodica dell’apparecchiatura e relativa data;
  • notifica del verbale oltre i termini. Se la contestazione non avviene immediatamente, il verbale deve essere notificato entro 90 giorni dall’accertamento dell’infrazione.

La notifica del verbale di contravvenzione

Innanzitutto, va detto che, in linea generale, le violazioni del Codice della Strada dovrebbero essere contestate nell’immediatezza del fatto, direttamente al trasgressore che verrebbe così identificato, e che, se lo vuole, può fare dichiarazioni da inserire nel verbale di contestazione.

Questo però non sempre è possibile: fermare un veicolo in corsa, specie su certe strade in cui la velocità consentita è comunque abbastanza elevata, può essere impossibile. Inoltre, si può pensare a una contestazione immediata quando l’autovelox è manovrato da agenti, non anche quando l’apparecchio è installato in maniera stabile lungo il percorso.

Così il prefetto stabilisce, con proprio provvedimento, le strade lungo le quali non è previsto che la contestazione avvenga nell’immediatezza del fatto, fermo restando che comunque, anche in assenza di provvedimento prefettizio, gli agenti possono non contestare subito la violazione perché è oggettivamente impossibile farlo. In tal caso, la circostanza deve essere precisata nel verbale.

Quest’ultimo viene quindi notificato presso la residenza del proprietario del mezzo, al quale si risale tramite il numero di targa. In tal caso nel verbale di contravvenzione viene chiesto al proprietario di indicare i dati dell’effettivo conducente, cioè della persona che nel giorno e nell’ora in cui la violazione è stata accertata, era alla guida del mezzo (sempre che non fosse lui stesso).

Infatti, la sanzione pecuniaria prevista per l’infrazione viene posta a carico sia del proprietario del veicolo che dell’effettivo conducente, in solido tra loro. L’espressione “in solido” vuol dire che il pagamento può essere effettuato, per intero, sia dall’uno che dall’altro, salvo poi, nei rapporti tra i due, far ricadere l’intera responsabilità solo sul guidatore.

Ad esempio, se Tizio presta la sua macchina a Caio, e questi commette una infrazione al limite di velocità, la relativa multa potrà essere pagata per l’intero da Tizio o da Caio, entrambi tenuti a farlo. Se paga Tizio, poi chiederà a Caio, il vero responsabile, di rimborsarlo.

Sapere chi è l’effettivo conducente è necessario anche per un altro motivo. Quando, infatti, è prevista la sanzione accessoria della sospensione o, addirittura, della revoca della patente, questa può infliggersi solo a chi ha commesso l’infrazione, non a una persona diversa, anche proprietaria del mezzo.

Per questo, nel verbale è contenuta la richiesta, rivolta al proprietario, di indicare, entro 60 giorni dalla notifica, i dati dell’effettivo conducente. Le possibilità, a questo punto, sono due:

  • il proprietario non risponde. Ciò avviene, soprattutto, quando il proprietario sa di essere stato lui a commettere l’infrazione, e non vuole subire la sanzione accessoria della sospensione o della revoca della patente. Riuscirà ad evitare questo problema, perché resta incerto il soggetto che ha commesso l’infrazione; ma gli verrà comminata una seconda multa, da 282 a 1.142 euro;
  • il proprietario risponde, indicando i dati dell’effettivo conducente. In tal caso, la sanzione pecuniaria ricadrà in solido su di lui e su chi ha commesso l’infrazione, e quest’ultimo, se previsto, subirà la sospensione o il ritiro della patente. Questa soluzione potrebbe rappresentare un problema, nei casi in cui è stato lo stesso proprietario a violare il codice della strada.

C’è però una terza soluzione, che si ricava da una recente sentenza della Corte di Cassazione [3], e che consente di evitare sia la sanzione accessoria che la seconda multa.

Questa possibilità sussiste quando il veicolo viene utilizzato abitualmente da persone diverse, e il proprietario è in grado di dimostrarlo. Questa situazione, il più delle volte, lo pone nell’impossibilità di conoscere o ricorsare chi fosse alla guida della vettura in un certo momento.

Si pensi al caso della famiglia, in cui l’auto del padre viene utilizzata anche dalla moglie e dai figli, che non dispongono di un veicolo proprio; oppure a quello dell’azienda, in cui il mezzo del titolare è a disposizione dei dipendenti.

Per avvalersi di questa possibilità, il proprietario del mezzo deve:

  • rispondere all’organo accertatore. Se non lo fa, subirà la seconda multa;
  • spiegare, nella risposta, che non è in grado di ricordare chi abbia utilizzato il mezzo, spiegarne le ragioni e dimostrare la circostanza con idonea documentazione. Dichiarare soltanto di “non ricordare” non è sufficiente, e non vale ad evitare la seconda sanzione.

Autovelox: come fare ricorso?

Entro un certo termine dalla contestazione immediata o dalla notifica l’interessato può proporre ricorso contro la multa.

La legge, a tal proposito, prevede diversi rimedi, ognuno dei quali presenta vantaggi e svantaggi, che devono essere soppesati mettendoli in relazione con l’importo della multa che si è chiamati a pagare. Ecco quali sono:

  • ricorso in autotutela. Si propone allo stesso organo che ha accertato la violazione. Va redatto in carta semplice, senza particolari formalità, e spedito all’organo accertatore a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento. I costi sono quindi molto contenuti. Viene detto “in autotutela” perché si mira ad ottenere, da parte dello stesso organo accertatore, l’annullamento del verbale, nei casi in cui esso risulti palesemente illegittimo. In questo modo, l’amministrazione tutela sé stessa, perché evita che l’interessato proponga un ricorso, magari in sede giurisdizionale, vincendolo. Vantaggi: si tratta di una soluzione molto economica e semplice da attuare, che però è consigliabile solo quando l’illegittimità della multa è evidente e non necessità di particolari dimostrazioni, né di complessi ragionamenti giuridici. Svantaggi: l’organo accertatore non è obbligato ad annullare il verbale, nemmeno nel caso in cui il ricorrente abbia palesemente ragione: ha semplicemente la facoltà di farlo. Inoltre non è previsto un termine massimo entro il quale l’organo accertatore si deve pronunciare, per cui si rischia di far decorrere il tempo massimo previsto per ricorrere al prefetto o al giudice di pace;
  • ricorso al prefetto. Si propone entro 60 giorni dalla contestazione o dalla notifica del verbale. Esso si redige in carta semplice e si trasmette al prefetto a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento. In alternativa, è possibile far pervenire il ricorso all’organo accertatore, che poi lo trasmetterà al prefetto. Al ricorso devono essere allegati i documenti che si ritengono utili ai fini della decisione. Il ricorrente, inoltre, può chiedere di essere sentito personalmente. Il prefetto, ricevuto il ricorso, lo trasmette all’organo accertatore perché provveda all’istruttoria. Se invece il ricorso viene spedito all’organo accertatore, quest’ultimo lo riceve, provvede all’istruttoria e poi trasmette tutta la documentazione al prefetto. Quest’ultimo, se accoglie il ricorso, annulla il verbale; se lo rigetta, pronuncia un’ordinanza-ingiunzione, provvedimento con il quale ordina al trasgressore il pagamento di una sanzione doppia rispetto a quella originaria. Contro l’ordinanza-ingiunzione è ancora possibile proporre ricorso al giudice di pace. Vantaggi: si tratta di un ricorso semplice ed economico. Svantaggi: il prefetto appartiene pur sempre alla pubblica amministrazione, e non sono frequenti i casi in cui si discosta dagli accertamenti già effettuati. Inoltre, non trattandosi di un organo giurisdizionale, non prenderà in esame prove particolarmente complesse, come quelle testimoniali, ma soltanto quelle documentali;
  • ricorso al giudice di pace. Avverso il verbale di contestazione, oppure avverso l’ordinanza-ingiunzione del prefetto, è possibile proporre ricorso al giudice di pace entro 30 giorni, decorrenti dalla contestazione o dalla notifica del verbale, ovvero dalla notifica del provvedimento prefettizio. Il ricorso ha un costo, che varia secondo il valore della causa, ed è detto “contributo unificato”: una tassa dovuta allo Stato da chi intraprende una causa. Esso si deposita presso la cancelleria del giudice di pace competente, insieme ai documenti che si ritengono utili ai fini della decisione. Se si vogliono chiedere altre prove, come quelle testimoniali, oppure accertamenti tecnici, e così via, occorre farne richiesta. Per cause di valore fino a 1.100 euro non occorre assistenza di avvocato; occorre però essere presenti alle udienze, perché, se le parti non si presentano, si rischia la cancellazione del ricorso. Se il giudice accoglie il ricorso, annulla il verbale impugnato; se lo rigetta, condanna il ricorrente al pagamento di una somma più elevata, oltre alle spese legali in favore della controparte. Vantaggi: si tratta di un processo che si svolge davanti a un organo imparziale, che quindi dà maggiori garanzie; inoltre è possibile avvalersi di una grande varietà di mezzi di prova a sostegno delle proprie ragioni. Contro: i costi, ai quali si deve aggiungere, nei casi in cui questa figura è obbligatoria, la parcella dell’avvocato; se si sta in giudizio da soli, occorre considerare il tempo e le spese necessari per essere presenti alle udienze.

Ora sai, in materia di autovelox, qual è la multa prevista e come si procede a un’eventuale impugnazione. Fermo restando che i limiti di velocità vanno rispettati per la sicurezza di tutti, potrai difenderti nel caso dovessi incorrere in una contravvenzione.

Denuncia al marito per avere più soldi: si perde il mantenimento?

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In tema di separazione coniugale, l’addebito della separazione è riconosciuto in capo al coniuge che ha denunciato la realizzazione di un fatto grave in capo all’altro coniuge, nonostante la consapevolezza dell’insussistenza di tale fatto.

Chi denuncia falsamente il proprio coniuge di un reato grave non può ottenere l’assegno di mantenimento se le accuse si rivelano non solo infondate ma fatte anche in malafede. Tale comportamento infatti mina in modo grave e determinante l’unione della coppia e può essere considerato come la causa principale dello scioglimento del matrimonio. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Per comprendere come, in caso di denuncia al marito per avere più soldi si perde il mantenimento, ricorriamo a un esempio.

Immaginiamo che un giorno, una coppia – marito e moglie – litighi in modo furibondo. Lei perde le staffe e, nella foga, tenta di assestargli uno schiaffo. Lui, per tutta difesa, si ripara con il braccio. Nello scontro però la donna mette un piede in fallo, cade per terra e sbatte la testa a uno spigolo. Ferita, si medica con del ghiaccio. Ma qualche ora dopo va al pronto soccorso per procurarsi le prove di una presunta violenza ai suoi danni. Riferisce strumentalmente, ai medici che l’assistono, di essere stata spinta dal marito. Sa bene di mentire, ma il suo scopo è avere una carta in più contro di lui, in un eventuale giudizio di separazione, per chiedergli un cospicuo assegno di mantenimento.

Per l’uomo si apre così un’indagine penale e un’incriminazione per il reato di violenza. Indagine però che cade dopo poco tempo. Infatti, tutte le prove – compreso un vicino che aveva sentito la lite – sono contrarie alla moglie.

Il provvedimento di archiviazione del procedimento penale viene esibito dal marito nel corso della causa di separazione contro la moglie. Lui sostiene che il rapporto matrimoniale si è incrinato proprio per colpa di questa ignobile calunnia. come conseguenza di ciò vorrebbe non versarle alcun mantenimento. Lei invece sostiene che, essendo il suo reddito più basso, le è comunque dovuto l’assegno mensile. Chi dei due la spunta? Quale sarà l’orientamento del giudice?

La legge stabilisce che, nel momento in cui il giudice verifica che la causa della rottura dell’unione tra i coniugi è stata determinata da un comportamento colpevole di uno dei due, stabilisce a carico di quest’ultimo il cosiddetto addebito, ossia l’imputazione di responsabilità. L’addebito ha, per chi lo subisce, due importanti conseguenze:

  • questi perde la possibilità di ottenere il mantenimento;
  • nonché i diritti successori qualora l’ex coniuge dovesse morire prima del divorzio (di regola, infatti, il coniuge separato è erede dell’altro qualora questi dovesse perire prima del divorzio).

Vediamo ora quali sono le conseguenze di una falsa accusa fatta da un coniuge nei confronti dell’altro.

Sappiamo tutti che la calunnia è un reato. Ma quando si verifica questa ipotesi? Non ogni denuncia o querela che termina con una sentenza di assoluzione o con l’archiviazione delle indagini si può considerare una “calunnia”. Per la calunnia è infatti necessario che chi ha agito fosse in malafede, ossia consapevole dell’altrui innocenza. Ad esempio, sporgere una querela contro una persona che si ritiene colpevole, ma contro la quale non si hanno prove, non implica calunnia. Così come non rientra nella calunnia l’errore sui fatti (quando si crede che una persona abbia commesso un comportamento mentre non è vero) o sul diritto (quando si crede che una norma vieti un comportamento che, al contrario, è pienamente legale).

Per avere calunnia, in buona sostanza, bisogna comportarsi con dolo, ossia con l’intenzione deliberata di accusare falsamente una persona di un reato che non ha mai commesso e della cui innocenza si è ben consapevoli.

Ebbene, se la moglie denuncia il marito per una violenza subita commette calunnia se dovesse risultare che i fatti, per come dichiarati, non sono veri o si sono verificati in modo completamente diverso. Questo comportamento è talmente grave che rientra nel penale.

Chiaramente la moglie che si macchia di un crimine così grave subisce anche l’addebito, perdendo così la possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento all’ex marito. Il giudice dovrà comunque accertare che la crisi della coppia è stata determinata proprio dalla falsa accusa e non da fatti anteriori che avevano già determinato il distacco e il clima di distacco.

Mantenimento figli e perdita lavoro

Posted on : 10-12-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il padre sostiene di essere in difficoltà economiche perché disoccupato o per aver subito una riduzione dello stipendio non può omettere di pagare l’assegno di mantenimento all’ex moglie per i figli.

Sulle possibilità dell’uomo di versare il mantenimento per l’ex moglie e per i figli se ne dicono di cotte e di crude. E tutti probabilmente hanno ragione visto che ogni situazione è diversa dalle altre. La Cassazione si trova a dover fissare principi validi sia per quei padri che, pur di non versare un euro alla ex, si dimettono spontaneamente dal lavoro (e magari mantengono il posto in nero) e quelli che, invece, vengono licenziati a causa della crisi; per quelli che, nonostante hanno perso il posto, si stravaccano sul divano e aspettano la manna dal cielo e quelli che, al contrario, si disperano per guadagnare qualcosa e non far mancare nulla ai figli. Insomma, ogni realtà è a sé stante. E non è facile per i giudici, che sono costretti a giudicare i fatti solo sulla base di carte e di qualche testimone, andare a ricostruire vicende a cui non hanno mai assistito in prima persona. Ecco perché è difficile trovare una sentenza della Cassazione che accontenti tutti, uomini e donne. L’ultima pronuncia è di qualche giorno fa [1]. La Corte è tornata sull’annoso problema del bilanciamento tra il mantenimento dei figli e la perdita di lavoro.

Se però volessimo tracciare un principio generale, una sorta di massima che sintetizzi in un’unica frase tutte le svariate situazioni, potremmo dire che lo stato di disoccupazione non esonera il padre dal versare il mantenimento, a meno che questi non dimostri una «oggettiva impossibilità». Ed è proprio sulla maggiore o minore ampiezza di questa sorta di “giustificazione” che si decidono i singoli casi.

Tanto per fare un esempio: un uomo che cerca lavoro e non lo trova, ma che tuttavia ha un immobile di proprietà, anche sfitto, non può essere giustificato dell’omesso versamento dell’assegno ai figli visto che ben potrebbe vendere la proprietà e procurarsi i soldi necessari a far fronte ai suoi doveri di genitore.

Questo è solo uno dei tanti esempi con cui la Corte ha cercato di far capire che lo stato di impossibilità a mantenere i figli, che si accompagna alla disoccupazione, deve essere assoluto, accompagnato per di più alla prova di aver cercato lavoro e di non averlo mai trovato. La precisa formula usata dai giudici è la seguente: l’inadempimento deve avere i caratteri di «assoluta, persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti».

Ma come si fa a dimostrare l’impossibilità di non mantenere i figli?

L’aspetto giuridicamente più complesso per i padri disoccupati è appunto dimostrare di versare in una assoluta e oggettiva impossibilità a far fronte al mantenimento. La momentanea difficoltà non basta. Il fatto, ad esempio, che il datore di lavoro abbia ritardato il pagamento dello stipendio o sia in arretrato con qualche busta paga non è sufficiente. Stando infatti ad alcune pronunce, il genitore, in tali situazioni, dovrebbe ricorrere al credito esterno pur di rimanere in linea con i doveri di padre.

Commette reato anche il padre che, a fronte di un momento di difficoltà, riduce l’assegno per più mensilità (il singolo ritardo di qualche giorno è perdonato) oppure, al posto di versare l’assegno, compra ai figli i vestiti e il cibo di cui hanno bisogno: non si può cioè trasformare il denaro in beni a proprio piacimento.

L’obbligo di versare il mantenimento spetta anche nei periodi in cui i figli vivono con il padre (ad esempio durante il mese estivo) visto che l’assegno si considera annuale e solo per facilitare i rapporti tra le parti viene scomposto in 12 mensilità.

Ad esempio la Cassazione ha confermato la sentenza di condanna dell’imputato, accusato di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie, ai figli minori e al figlio maggiorenne, non versando o versando in modo parziale e non puntuale l’assegno di mantenimento, allorché sia emerso che l’imputato, pur essendo formalmente disoccupato e invalido civile, aveva sempre lavorato presso il negozio di mobili del fratello, ricevendone un congruo reddito, tanto da poter aiutare economicamente il padre che versava in pessime condizioni e, tuttavia, non aveva versato per lunghi periodi alla moglie ed ai figli i necessari mezzi di sussistenza [2].

In un altro caso, il giudice ha assolto l’imputato il quale, pur avendo omesso, per un breve periodo, il pagamento dell’assegno di mantenimento, aveva costantemente corrisposto una somma mensile (segnatamente, le rate del mutuo della casa gravante anche sulla coniuge legalmente separata) superiore a quella stabilita a titolo di mantenimento [3].

Che deve fare l’uomo per non essere condannato?

Non è neanche una valida giustificazione il fatto di aver subìto una riduzione dell’orario di lavoro da parte dell’azienda ed essere magari passato da full time a part time. In tale ipotesi, infatti, prima di rendersi inadempiente, l’uomo dovrebbe adire il tribunale e chiedere una riforma della sentenza di separazione o divorzio con un ricalcolo dell’assegno di mantenimento. In buona sostanza non è l’uomo a poter decidere se ce la può fare o meno ma è il giudice che deve modificare il suo precedente provvedimento.

Quindi chi viene licenziato o chi subisce una decurtazione dello stipendio deve immediatamente preoccuparsi di presentare ricorso al giudice e chiedere una rivisitazione dell’ammontare del mantenimento ai figli.

Lo stato di indigenza deve essere involontario e incolpevole, come nel caso del sopraggiungere di una malattia che incida sulle capacità di produzione di reddito.

L’imputato deve provare in maniera rigorosa la concreta impossibilità di adempiere, e il giudice deve valutarla severamente, specie quando il beneficiario dell’obbligo di assistenza è un minore. In mancanza di prova la condotta il padre non può essere perdonato; è insufficiente anche il formale stato di disoccupazione, il fallimento o la chiusura dell’attività di impresa.

Ad esempio il genitore commette reato se dichiara di essere stato in difficoltà finanziarie senza però provare l’incapacità di adempiere all’obbligo di assistenza o se si si limita a dedurre il suo stato di disoccupazione senza provare adeguati elementi utili a comprovare la presenza di difficoltà economiche tali da tradursi in un vero e proprio stato di indigenza economica.

Che succede in caso di coppia non sposata?

La giurisprudenza è giunta ad affermare che il reato previsto per la sottrazione agli obblighi di assistenza familiare [4] si configurasse anche nell’ipotesi di omesso versamento della somma stabilita dal giudice per il mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio – ossia da una coppia di fatto – e a seguito della cessazione di un rapporto di convivenza tra i genitori. Senonché tale norma, prima contenuta in una legge speciale, è stata abrogata e inserita nel codice penale. La nuova disposizione si riferisce solo alle coppie sposate. Ciò non consente di estendere la portata della sanzione a chi non sia o non sia stato “coniuge”. Logica conseguenza è che la norma non sanziona penalmente l’omissione degli obblighi a favore di figli nati da genitori non coniugati.

Questo non vuol dire però che non commette più reato chi è stato parte di un’unione di fatto, ossia abbia semplicemente convissuto. Secondo previsto dall’articolo 570 del codice penale, è punito chi, abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all’ordine e alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale. Tra i soggetti attivi del reato in discorso rientra anche il genitore non coniugato e, dal punto di vista oggettivo, vi rientra anche la violazione degli obblighi di assistenza materiale del figlio posti a carico del genitore dalle norme del codice civile, tra cui, nello specifico, la condotta di chi non corrisponde l’assegno di mantenimento fissato dal Tribunale.

I brevi ritardi fanno scattare il reato di omesso versamento?

Secondo una sentenza della Cassazione non fa scattare il reato di omesso versamento del mantenimento al figlio qualche semplice ritardo nel versamento dell’assegno [5].

Altri casi 

Invece non c’è reato se il padre sospende di versare l’assegno per essere venuto a conoscenza di non essere il padre del minore ed essendo in attesa di una pronuncia del tribunale sulla paternità [6].

Ancora è stato ritenuto responsabile il padre che omette di versare l’assegno di mantenimento per i figli dopo aver formato un nuovo nucleo familiare. Anche in questo caso l’uomo doveva prima ricorrere al giudice per far medicare la precedente decisione [7].

Per la Cassazione, la grave ristrettezza economica non è una valida giustificazione per non versare gli alimenti ai figli [8].