Accertamento con delega di firma: quando contestarlo

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il vizio di delega di firma deve essere contestato tempestivamente altrimenti l’atto di accertamento fiscale diventa definitivo.

L’avviso di accertamento è nullo se non è sottoscritto dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. Tale delega può essere conferita o con atto proprio o con ordine di servizio purché venga indicato, unitamente alle ragioni della delega (ossia le cause che ne hanno resa necessaria l’adozione, quali carenza di personale, assenza, vacanza, malattia, etc.), il termine di validità ed il nominativo del soggetto delegato.

Affinché la delega di firma possa considerarsi valida, e quindi possa essere legittimo l’accertamento, devono essere rispettati alcuni requisiti. Vediamo quali.

Requisiti firma per delega accertamento fiscale

La giurisprudenza ha individuato i seguenti requisiti oggettivi e soggettivi essenziali della delega ai fini della validità dell’avviso di accertamento:

  • identificazione specifica del delegante e del delegato
  • forma scritta (sottoscritta autograficamente, protocollata e depositata agli atti dell’ufficio);
  • motivazione (indicazione delle esigenze di servizio che hanno reso necessaria la delega);
  • qualifica, funzione e generalità del dirigente/funzionario delegato;
  • durata e limitazioni (periodo e valore/materia/atti/servizi ecc.).

In mancanza dei suddetti requisiti la delega non è valida e, conseguentemente, non è valido l’avviso di accertamento firmato da funzionario privo di poteri di sottoscrizione.

Come contestare delega di firma avviso di accertamento

In caso di avviso di accertamento recante firma per delega priva dei requisiti sopra riportati, il contribuente può ricorrere alla Commissione tributaria provinciale competente, denunciando il vizio di nullità dell’atto.

Spetterà all’Agenzia delle entrate e, in particolare all’ufficio di emissione dell’avviso, dimostrare la validità delle delega e, quindi, il rispetto della forma scritta, della motivazione, dell’indicazione delle generalità e della qualifica del delegato, della durata e delle limitazioni de provvedimento di delega.

Il Fisco dovrà depositare in giudizio il provvedimento o l’ordine di servizio del dirigente/capo dell’ufficio dal quale si evince con certezza la sussistenza dei presupposti di validità del conferimento della delega alla firma.

Quando contestare delega di firma avviso di accertamento

Attenzione: il vizio della delega di firma deve essere contestato tempestivamente con il ricorso introduttivo del giudizio, avverso l’atto che non rispetta i requisiti della delega. In una recente ordinanza, la Cassazione [1] ha infatti escluso la possibilità di sollevare l’eccezione impugnando l’atto consequenziale, così come ha escluso la proposizione dell’eccezione per la prima volta in appello.

Secondo i giudici, in materia tributaria, alla sanzione della nullità prevista in caso di mancanza dei requisiti della delega di firma, non si applica il regime di diritto amministrativo (nullità derivata) in quanto esso è incompatibile con le specificità degli atti tributari. Per questi ultimi, il legislatore, nella sua discrezionalità, ha configurato una categoria unitaria di invalidità-annullabilità.

Di conseguenza, il contribuente ha l’onere della tempestiva impugnazione nel termine decadenziale proprio dell’avviso di accertamento (sessanta giorni), al fine di evitare il definitivo consolidarsi della pretesa tributaria. Il vizio di delega di firma non può quindi essere invocato nel giudizio contro l’atto consequenziale all’avviso di accertamento (per esempio cartella).

Inoltre, se il vizio di delega emerge dagli atti processuali, non può essere rilevato d’ufficio dal giudice. Ciò vuol dire che se la parte non contesta la mancanza dei requisiti della delega, l’avviso di accertamento si considera validamente sottoscritto.

Usare iMessage dell’iPhone anche su Android

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una nuova app permette di usare il servizio di messaggistica iMessage dell’iPhone anche su uno smartphone Android.

Si chiama weMessage ed è un app gratuita scaricabile da Google Play che consente di usare iMessage anche su Android. Chi ha un iPhone sa che iMessage è l’applicazione integrata per inviare e ricevere messaggi sui dispositivi iOS. È una specie di WhatsApp ma che funziona solo sui device di Apple.

Grazie però a weMessage ora è possibile usare iMessage dell’iPhone anche su Android. Premettiamo però che il suo funzionamento non è immediato e comporta una serie di cose. Innanzitutto è necessario avere un computer Mac sul quale deve essere installato l’applicazione weServer che serve a inviare i messaggi di iMessage all’app weMessage sullo smartphone.

In altre parole il weServer è come un ponte tra il computer Mac e il dispositivo Android che permette di utilizzare il servizio di messaggistica di Apple. Per usare weMessagge è quindi necessario possedere un computer su cui è in esecuzione macOS, come un iMac, un Macbook, un Mac Mini o un Mac Pro.

Nello specifico, le cose da fare per poter usare iMessage dell’iPhone anche su Android sono le seguenti:

  • Procurarsi un computer Mac su cui è installato macOS Yosemite (10.10) o superiore e su cui è installato Java.
  • Scaricare, installare e configurare sul Mac il weServer da https://wemessageapp.com. Si può trovare una guida dettagliata con tutti i passaggi andando su https://wemessageapp.com/setup.
  • Installare l’app weMessage sullo smartphone Android da Google Play e connetterla al proprio weServer facendo riferimento alla guida riportata precedentemente.

Per ricevere nuovi messaggi è bene ricordare che il weServer deve essere mantenuto in esecuzione. Il computer Mac, quindi, deve essere acceso e non nella modalità stop. Sicuramente configurare weMassage non è come usare una qualsiasi applicazione di messaggistica dove basta inserire il proprio numero di cellulare, ma è una delle soluzioni più semplici fino a quando Apple non rilascerà una versione ufficiale di iMessage per Android.

Casa in comproprietà: quante lettere dall’amministratore?

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Convocazione dell’assemblea e avvisi di riscossione delle quote condominiali: le comunicazioni dell’amministratore devono essere separate.

Vivi in un appartamento in comproprietà tua e di tua moglie. Lo avete acquistato insieme e siete entrambi proprietari di una metà del bene, ossia il 50% a testa. Molto spesso, però, le lettere dell’amministratore arrivano all’uno o all’altro. E così anche l’avviso di convocazione dell’assemblea o le richieste di pagamento degli oneri mensili. Insomma, pur avendo entrambi pari diritti, c’è sempre chi dei due viene messo – almeno in teoria – da parte e in condizione di non conoscere le raccomandate da parte del condominio. A tuo avviso però si tratta di un grave errore: la legge deve riconoscere a tutti i comproprietari di un appartamento in condominio la possibilità di esercitare i propri diritti e, quindi, di venire al corrente delle comunicazioni ufficiali. L’amministratore, dal canto suo, sostiene che la situazione di convivenza fa sì che si possa inviare una sola raccomandata per unità immobiliare. Chi dei due ha ragione? Se la casa è in comproprietà quante lettere deve inviare l’amministratore?

Risponderemo al quesito distinguendo tra i due casi più tipici che, di solito, si pongono in questi casi: l’avviso di convocazione dell’assemblea e la messa in mora per il pagamento delle quote condominiali.

Avviso di convocazione dell’assemblea

Nel caso in cui l’immobile in comproprietà, l’amministratore ha l’obbligo di convocare tutti i comproprietari, se questi si trovano presso indirizzi distinti. Invece, se i titolari dell’appartamento sono conviventi è ammesso l’avviso a uno solo dei due. Una sola lettera, quindi, e non due, ma a condizione che, sull’intestazione della stessa sia indicato il nome di entrambi i soggetti (ad esempio i due coniugi). Questo perché si presume che la posta venga condivisa.

In tali casi, all’assemblea parteciperà solo uno dei convocati, scelto di comune accordo oppure a mediante votazione maggioranza dei comproprietari. Questo significa che i coniugi hanno un solo diritto al voto e non due, nonostante la contitolarità del bene.

Messa in mora per il pagamento delle quote condominiali

Anche la lettera con la richiesta di pagamento delle quote condominiali può essere inviata a uno solo dei comproprietari se questi sono conviventi. Invece, nel caso in cui questi vivano presso abitazioni differenti, la richiesta va spedita a tutti.

Una interessante sentenza del giudice di Pace di Taranto [1] ha stabilito, in passato, che, per garantire il diritto di difesa di tutti i contitolari dell’appartamento, l’avvio della procedura di recupero crediti deve essere innanzitutto preceduto da una lettera di diffida: non basta la semplice consegna del verbale dell’assemblea con l’approvazione del rendiconto, senza che, con la relativa lettera di accompagnamento o separato atto di messa in mora stragiudiziale, venga intimato alcunché al condomino. Ebbene, in caso di contitolari dell’appartamento, questa intimazione e messa in mora va inviata a tutti loro e non a uno solo di questi solo se hanno residenze diverse. Lo stesso dicasi per il successivo decreto ingiuntivo che potrà essere unico nel caso di una coppia di coniugi.

Partecipazione all’assemblea

Se l’appartamento appartiene in proprietà indivisa a più persone, queste hanno diritto ad intervenire all’assemblea attraverso un solo rappresentante (che può essere uno di loro), da scegliersi dai comproprietari stessi designandolo a maggioranza; in mancanza ciascuno può ricorrere al giudice.

All’assemblea, in ogni caso, hanno facoltà di partecipare anche tutti gli altri comproprietari, ma il diritto di voto può essere esercitato solo dal comproprietario scelto come rappresentante.

Il comproprietario eventualmente dissenziente rispetto al voto espresso dal suo rappresentante non può impugnare la delibera assunta, ma solo esercitare un’azione di risarcimento danni nei confronti del rappresentante.

Bando Terre colte: 3milioni per terreni agricoli al Sud

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Progetti per rivitalizzare la tradizione agricola del Mezzogiorno: domande entro il 23 febbraio 2018.

Con un bando da 3 milioni di euro, la Fondazione Con il Sud, in collaborazione con Enel Cuore Onlus, propone l’Iniziativa finalizzata a mettere a coltura i terreni agricoli abbandonati o non adeguatamente utilizzati, con l’obiettivo di rivitalizzare la tradizione agricola del Mezzogiorno, anche attraverso l’inserimento sociale e lavorativo di soggetti svantaggiati, innervandola delle innovazioni tecnologiche e colturali che possono aiutarla a consolidarne il posizionamento nei relativi mercati.

Le Regioni interessate sono Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia.

L’Iniziativa prevede la presentazione on line delle proposte di progetto entro, e non oltre, le ore 13:00 del 23 febbraio 2018.

Saranno selezionate le proposte ritenute più valide e capaci di generare valore sociale ed economico sul territorio.

Bando Terre colte: ambito di intervento

Il bando prevede la concessione, da parte di uno o più proprietari, di uno o più fondi, ad uno o più dei componenti privati del partenariato proponente.

Le concessioni dovranno obbligatoriamente prevedere:

  • una durata minima del contratto di 10 anni;
  • un canone d’affitto non oneroso o puramente simbolico per un periodo iniziale non inferiore a 5 anni;
  • un canone annuale concordato, anche progressivamente crescente, per il periodo successivo a quello ‘iniziale’;
  • il diritto di recesso non oneroso per il conduttore.

Il proprietario del fondo potrà sottoscrivere un contratto di concessione condizionato all’ottenimento, da parte del partenariato, del finanziamento a valere sulla presente iniziativa.

I fondi dovranno risultare, in base alla perizia allegata e redatta da un tecnico, non coltivati, abbandonati o utilizzati in modo non ottimale.

Oltre alle attività di coltivazione e di allevamento ordinarie, nel progetto potranno essere previste attività di tipo sociale, artigianale, commerciale, turistico-ricettivo, etc., purché strettamente connesse e accessorie a quelle di carattere agricolo e purché esse non assorbano, nell’ambito della proposta, una quota preponderante del budget.

Le proposte, oltre alla messa a coltura dei terreni e allo sviluppo di attività di altra natura con essa strettamente collegate, dovranno contenere validi programmi di lavoro finalizzati al consolidamento di rete e al rafforzamento socio-culturale delle comunità.

Come partecipare al bando Terre colte: criteri

Il soggetto responsabile

È l’unico soggetto legittimato a presentare proposte di progetto. Deve essere un’organizzazione senza scopo di lucro nella forma di:

  • associazione (riconosciuta o non riconosciuta);
  • cooperativa sociale o consorzio sociale;
  • ente ecclesiastico;
  • fondazione;
  • impresa sociale

Il soggetto responsabile deve:

a) svolgere attività coerenti con la missione della Fondazione e di Enel Cuore Onlus;

b) essere costituito, da almeno due anni, in forma di atto pubblico oppure di scrittura privata autenticata o registrata;

c) essere composto in prevalenza da persone fisiche e/o da associazioni, cooperative sociali o loro consorzi, imprese sociali, enti ecclesiastici e/o fondazioni (non di origine bancaria);

d) avere la sede legale e/o operativa nelle regioni di intervento della Fondazione (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia).

Alla data di scadenza della presente Iniziativa, il soggetto responsabile deve: a) aver presentato una sola proposta di progetto. Nel caso di presentazione di più proposte da parte di uno stesso soggetto responsabile, queste verranno tutte considerate inammissibili; b) non avere progetti in corso finanziati dalla Fondazione, in qualità di soggetto responsabile.

Altri soggetti della partnership

I partenariati proponenti dovranno prevedere come minimo la partecipazione di altri due soggetti, di cui almeno uno del terzo settore. I soggetti della partnership non afferenti al mondo del terzo settore, potranno appartenere a quello delle istituzioni, dell’università, della ricerca e al mondo economico.

La partecipazione, in qualità di componenti della partnership, di soggetti profit ed eventualmente dei soggetti giuridici proprietari dei fondi oggetto di intervento, dovrà essere ispirata non alla ricerca del profitto, ma all’apporto di competenze e risorse finalizzate alla crescita e allo sviluppo del territorio e della società locale. Sarà valutato positivamente il coinvolgimento di soggetti che dimostrino competenza ed esperienza sia nell’ambito che nel territorio di intervento, nonché pregresse esperienze di collaborazione con gli altri soggetti del partenariato.

In caso di sede operativa, questa dovrà essere dimostrata attraverso apposita documentazione ufficiale (es. Visura Camerale da parte della CCIAA, Interrogazione Dati Anagrafici o Cassetto fiscale dell’Agenzia dell’Entrate).

Sono considerati soggetti della partnership solo coloro che aderiscono a una proposta attraverso le modalità previste nel portale CHÀIROS. Anche nel caso in cui il proprietario partecipi in qualità di partner, sarà comunque necessario, ai fini dell’ammissibilità della proposta, allegare il documento relativo al contratto di affitto. In ogni caso, il proprietario non potrà aderire al partenariato qualora si tratti di semplice ‘persona fisica’.

Bando Terre colte

Per maggiori informazioni è possibile scaricare il bando al seguente link: Bando Terre colte.

L’amministratore di condominio può avere deleghe?

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riunione di condominio: i requisiti di validità della delega a partecipare in assemblea.

Si sta per tenere la riunione di condominio alla quale non potrai tuttavia partecipare. L’unico modo per far valere la tua posizione in assemblea nonostante l’assenza e di votare sui punti all’ordine del giorno è di conferire a qualcuno una delega affinché ti sostituisca. Ma, in questo momento, ti fidi di una sola persona e solo a questa sei disposto a dare la delega: l’amministratore. Al contrario di molti altri condomini del tuo palazzo che, invece, vorrebbero sostituirlo, secondo te l’attuale amministratore è quello che meglio rappresenta i tuoi interessi. In una situazione del genere ti chiedi prima se l’amministratore di condominio può avere deleghe. Il tuo dubbio, infatti, è che non si possa fare e, in tale ipotesi, non solo la delega sarebbe illegittima ma ogni decisione in questo modo presa e, in definitiva, l’intera assemblea condominiale.

Come deve essere la delega

Per stabilire se è possibile dare una delega all’amministratore in sostituzione di uno o più condomini non si può non partire dalla riforma del condominio del 2012 che ha modificato anche le norme sulle deleghe. Viene stabilito, in particolare che la delega deve essere rilasciata per forza per iscritto.

Per uniformare le deleghe e facilitare l’adempimento, l’amministratore può inserire nell’avviso di convocazione di assemblea un prestampato da compilare a cura dei condomini che intendono rilasciare delega, che poi consegneranno al loro rappresentante (che a sua volta lo consegnerà all’amministratore).

Si può dare più di una delega alla stessa persona?

È possibile che la stessa persona riceva più di una delega e, quindi, rappresenti diversi condomini oltre ovviamente a se stesso. Esiste però un tetto: se nel condominio ci sono più di 20 condomini, ciascun rappresentante non può rappresentare più di un quinto dei condomini e del valore proporzionale.

Ciò evita che l’assemblea si riduca ad un incontro tra poche persone che rappresentano l’intero condominio, di fatto annullando il momento della discussione.

Il regolamento può prevedere ulteriori requisiti e modalità, ad esempio può stabilire che un condomino possa farsi rappresentare solo da determinate persone, come un parente o un altro condomino.

Si può dare la delega in assemblea all’amministratore di condominio?

Rispondiamo ora al quesito da cui siamo partiti: l’amministratore di condominio può avere deleghe? La risposta è negativa. La legge vieta espressamente che siano rilasciate deleghe, per la partecipazione a qualunque assemblea, all’amministratore del condominio. La norma è contenta nelle disposizioni di attuazione al codice civile [1] che espressamente stabilisce: «All’amministratore non possono essere conferite deleghe per la partecipazione a qualunque assemblea». Questo perché l’amministratore potrebbe porsi in una condizione di conflitto di interesse.

Risultato: nessuna delega può essere conferita all’amministratore. Questi pertanto non può rappresentare alcun condomino o votare per conto suo.

Se il delegato è in conflitto di interessi

Se il delegato risulta in conflitto di interessi con il condominio, la sua situazione di conflitto non si estende al delegante solo se quest’ultimo era a conoscenza di tale situazione e, nel conferire il mandato, abbia ritenuto il proprio interesse conforme a quello del delegato. In tal modo, secondo la Cassazione [2] non è in conflitto di interessi il condomino che delega il condomino-amministratore a rappresentarlo in un’assemblea avente ad oggetto la nomina dell’amministratore stesso .

Quali requisiti deve avere la delega?

Una delega a partecipare in assemblea deve avere i seguenti requisiti per essere valida:

  • non può essere rilasciata all’amministratore di condominio;
  • deve essere scritta;
  • non importa se indichi il volere del delegante, devono risultare con certezza i soggetti: delegante e delegato
  • può essere attribuita a un estraneo;
  • nella proprietà indivisa a più persone, queste hanno diritto a un solo rappresentante designato dai medesimi comproprietari;
  • se i condomini sono più di venti, il delegato non può rappresentare più di un quinto dei condomini e del valore proporzionale;
  • obbliga il delegato a eseguire quanto deciso dal delegante;
  • è una procura che crea un rapporto interno tra delegato e delegante: se il delegato non rispetta il volere del delegante, l’eventuale controversia coinvolge solo loro e non anche il condominio. Per cui l’assemblea e la votazione resta valida.

Assicurazione professionale scaduta: cliente risarcito lo stesso

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Responsabilità per fatti precedenti all’assicurazione: il danneggiato ha diritto comunque al risarcimento del danno.

Ti sei rivolto a un dentista e, dopo alcuni mesi dall’intervento all’interno della tua bocca, ti sei accorto che questi ha commesso un grave errore che ti ha danneggiato. Il medico ha per fortuna ammesso la propria responsabilità professionale e si è detto disponibile ad aprire la pratica con l’assicurazione per farti ottenere il risarcimento. Senonché la compagnia con cui il professionista ha stipulato la polizza non intende pagarti: sostiene infatti che, sebbene al momento in cui è stato commesso l’errore la polizza era operante, la stessa non è stata poi più rinnovata. Così, quando hai presentato la richiesta di risarcimento, il professionista era “scoperto” e ormai sprovvisto di assicurazione. A tuo avviso si tratta di un’ingiusta lesione dei tuoi diritti di consumatore e di paziente visto che, nel momento in cui ti sei rivolto al medico, avevi fatto leva proprio sulla presenza di una copertura assicurativa; anche per questa circostanza – indice di serietà oltreché garanzia economica – avevi deciso di affidarti alle sue cure. Peraltro, se solo avessi saputo che l’assicurazione professionale era scaduta, avresti quantomeno evitato di saldare il conto. Chi dei due ha ragione? Secondo l’orientamento della Cassazione, anche se il professionista è senza assicurazione il cliente va risarcito lo stesso. La pronuncia, emessa qualche mese fa [1], è molto interessante e merita di essere citata perché segna un netto punto a favore dei consumatori, danneggiati dagli errori professionali.

Di regola le assicurazioni professionali contengono la cosiddetta clausola claims made ossia «a richiesta fatta». In base a tale clausola, la polizza assicurativa copre solo se, al momento della richiesta di risarcimento avanzata dal danneggiato, il professionista era coperto dall’assicurazione, a prescindere dalla circostanza che l’errore sia stato commesso quando ancora la polizza non era stata siglata. Facciamo un esempio pratico. Immaginiamo che un avvocato inizi una causa per il proprio cliente il 1° febbraio; in quel momento il professionista non è coperto da assicurazione. La causa finisce dopo tre anni. Poco prima della fine del giudizio, il legale si accorge di aver commesso un grave errore. Temendo di perdere il giudizio, con conseguente richiesta di risarcimento da parte del proprio cliente, sottoscrive solo allora una polizza assicurativa. L’assicurazione copre l’errore commesso in precedenza quando ancora il contratto non era stato firmato? La risposta è sì, ma solo se c’è la clausola claims made. In base a questa, infatti, per verificare la copertura assicurativa non conta il momento in cui viene commesso l’errore ma quello in cui il danneggiato presenta la richiesta di risarcimento: se in tale epoca il professionista ha in corso una polizza, l’assicurazione risarcisce.

La clausola “claims made” è molto spesso presente nei contratti di assicurazione per attività professionale (per esempio, nei contratti per la responsabilità medica, dell’avvocato, dell’ingegnere, del chirurgo estetico), per i quali è abbastanza frequente che il danno venga in evidenza dopo molto tempo dall’errore e che quindi il professionista assicurato debba rispondere per le conseguenze di azioni compiute in passato. La clausola permette proprio di coprire un danno causato anni addietro, purché il rimborso venga chiesto nel periodo in cui la polizza è attiva.

In pratica, al di là della data reale del danno, fa fede la data in cui il danneggiato chiede di essere risarcito.

Torniamo al nostro esempio iniziale. Che succede però nel caso opposto, ossia se l’errore viene commesso in presenza di una polizza ma la richiesta di risarcimento avanzata dal cliente viene presentata ad assicurazione scaduta? Seguendo la regola della clausola claims made, l’assicurazione non dovrebbe risarcire il paziente che ha chiesto i danni al professionista. Ma qui interviene la sentenza della Cassazione in commento che dice il contrario: se anche la clausola claims made è valida nei rapporti tra compagnia e assicurato, questa non può costituire un pregiudizio per il consumatore che, inizialmente, ha fatto affidamento sulla copertura assicurativa del professionista cui si è rivolto.

In pratica, il “buco” nella copertura non può ricadere sul paziente, perché lo scopo dell’assicurazione per attività professionale è proprio quello di tutelare il terzo danneggiato. Risultato: la compagnia deve sempre risarcire il consumatore danneggiato da un professionista, anche se la polizza è scaduta.

Secondo i giudici, prima di tutto vengano gli interessi del danneggiato e quindi, proprio a sua tutela, in casi come questi in cui si verifica a carico di quest’ultimo un significativo squilibrio, la clausola claims made può essere dichiarata nulla.

Pensioni, aumento definitivo dei requisiti dal 2019

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È ufficiale l’aumento dell’età pensionabile e degli altri requisiti soggetti ad adeguamento: 5 mesi in più per ottenere la pensione.

Aumento definitivo di 5 mesi per l’età pensionabile e per tutti i requisiti utili alla pensione che sono soggetti  ad adeguamento alla speranza di vita: la pensione di vecchiaia si otterrà dunque con 67 anni di età, la pensione anticipata con 43 anni e 2 mesi di contributi (per gli uomini, i requisiti prevedono un anno in meno per le donne), la pensione anticipata contributiva con 64 anni di età e la pensione di vecchiaia contributiva con 71 anni di età. Aumentano anche i requisiti delle pensioni di vecchiaia e di anzianità in totalizzazione, che potranno essere ottenute, rispettivamente, a 66 anni di età, per quanto riguarda la pensione di vecchiaia e con 41 anni di contributi per quanto concerne la pensione di anzianità. L’incremento vale persino per i trattamenti agevolati, come la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, che potrà essere ottenuta a 61 anni di età per gli uomini ed a 56 anni per le donne; per le pensioni per le quali sono ancora previste le quote tra i requisiti di accesso (ricordiamo che la quota rappresenta la somma del requisito di età e di contribuzione), l’aumento in relazione alla quota è pari a 0,4, perché il valore numerico è espresso in decimi, non in dodicesimi.

Tutto ciò è stato stabilito da un nuovo decreto del Mef (ministero dell’Economia e delle Finanze) [1], che ha fatto diventare definitivo l’aumento dei requisiti per la pensione del quale si discuteva ormai da parecchi mesi, recependo gli incrementi della speranza di vita media riscontrati dall’Istat.

Nessun dietrofront, dunque, sull’aumento dei requisiti delle pensioni, nonostante le richieste dei sindacati: tuttavia, in base alle previsioni della legge di bilancio 2018, in corso di approvazione, 15 categorie di addetti ai lavori gravosi dovrebbero essere esentati dagli incrementi.

Incrementi che dovrebbero riguardare anche l’Ape sociale, cioè l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che può essere concesso se non mancano più di 3 anni e 7 mesi all’età per la pensione di vecchiaia, e che quindi potrebbe essere richiesto solo a partire dai 63 anni e 5 mesi di età.

Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, l’aumento definitivo dei requisiti per la pensione dal 2019.

Pensione di vecchiaia ordinaria

La pensione di vecchiaia ordinaria subisce già un primo incremento, dal 2018, per le lavoratrici dipendenti e autonome del settore privato: a partire dal 1° gennaio 2018, difatti, il requisito di età per la vecchiaia sarà uguale per tutti, e pari a 66 anni e 7 mesi.

Il requisito salirà poi a 67 anni, come abbiamo visto, a partire dal 1° gennaio 2019.

Ricordiamo che non basta il requisito di età, per ottenere la pensione di vecchiaia, ma sono necessari anche 20 anni di contributi (15 anni per chi beneficia di una delle cosiddette deroghe Amato o per chi ha richiesto l’opzione contributiva Dini).

Inoltre, per chi non ha contributi versati prima del 1996, quindi per chi è assoggettato al calcolo interamente contributivo della pensione, è necessario anche che l’assegno di pensione superi di 1,5 volte l’assegno sociale, cioè sia pari ad almeno 680 euro mensili (requisito valido dal 2018). Diversamente, è necessario attendere di aver compiuto l’età utile per la pensione di vecchiaia contributiva.

Pensione di vecchiaia contributiva

Anche il requisito per la pensione di vecchiaia contributiva aumenterà a partire dal 2019, nonostante sia già da ora molto severo: mentre oggi è possibile ottenere la pensione di vecchiaia contributiva con 70 anni e 7 mesi di età e un minimo di 5 anni di contributi, dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 71 anni di età.

Ricordiamo che possono accedere alla pensione di vecchiaia contributiva soltanto coloro che sono è assoggettati al calcolo interamente contributivo della prestazione, mentre non può ottenere la pensione di vecchiaia con 5 anni di contributi chi ha diritto al calcolo retributivo per una quota del trattamento.

Pensione anticipata

Ad oggi, è possibile ottenere la pensione anticipata con un totale di 42 anni e 10 mesi di contributi, per gli uomini, e di 41 anni e 10 mesi per le donne.

Dal 1° gennaio 2019, i requisiti aumenteranno, rispettivamente, a 43 anni e 3 mesi ed a 42 anni e 3 mesi.

Pensione anticipata contributiva

La pensione anticipata contributiva può essere ottenuta, ad oggi, soltanto da chi è assoggettato al calcolo interamente contributivo della pensione.

I requisiti utili sono:

  • 63 anni e 7 mesi di età;
  • almeno 20 anni di contributi;
  • un assegno pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, cioè ad almeno 1.268 euro mensili (requisito valido dal 2018).

Dal 2019 i requisiti contributivi e relativi all’assegno rimarranno gli stessi, ma il requisito di età aumenterà a 64 anni.

Pensione di vecchiaia e di anzianità in totalizzazione

Ad oggi, per chi vuole totalizzare i contributi, cioè sommare i contributi presenti in diverse gestioni per ottenere un’unica pensione (con il ricalcolo contributivo della prestazione, ad eccezione delle quote di pensione relative alle gestioni in cui è raggiunto un autonomo diritto alla pensione), è possibile ottenere:

  • la pensione di vecchiaia con:
    • 65 anni e 7 mesi di età;
    • almeno 20 anni di contributi;
    • l’attesa di un periodo di finestra, a partire dalla maturazione dell’ultimo requisito, pari a 18 mesi;
  • la pensione di anzianità con:
    • un minimo di 40 anni e 7 mesi di contributi;
    • l’attesa di un periodo di finestra, a partire dalla maturazione dell’ultimo requisito, pari a 21 mesi.

A partire dal 2019, il requisito di età per la pensione di vecchiaia sarà pari a 66 anni e il requisito contributivo per la pensione di anzianità sarà pari a 41 anni.

Pensione con le quote

Alcune pensioni agevolate, cioè che prevedono requisiti più favorevoli rispetto ai requisiti stabiliti dalla legge Fornero, sono ottenute non soltanto in base all’età e all’anzianità contributiva, ma anche in base alle quote. La quota è un ulteriore requisito per la pensione che rappresenta la somma dell’età del lavoratore e degli anni di contributi posseduti.

Sono previste le quote, ad esempio, per le pensioni degli addetti ai lavori usuranti e per le pensioni in salvaguardia.

Le quote, per effetto degli incrementi della speranza di vita, aumenteranno in misura pari a 0,4 punti: ciò vuol dire che la quota più bassa attualmente prevista sarà pari a 98 e non più a 97,6.

Per gli addetti ai lavori usuranti, comunque, non saranno applicati incrementi sino al 2026.

Assicurazione auto online contraffatta: ecco dove non comprare

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Truffe assicurative: le polizze rc auto contraffatte acquistate su siti che poi non garantivano la copertura all’automobilista.

Quando si cerca, su internet, una polizza assicurativa rc auto lo si fa perché i prezzi online sono di solito più bassi di quelli che si possono trovare presso i normali broker. Tuttavia bisogna stare attenti al sito con cui si ha a che fare. Alcuni di questi potrebbero infatti nascondere delle truffe ai danni degli automobilisti. Di recente sono stati scoperti dall’Ivass, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, tre siti che commercializzavano polizze auto contraffatte. In pratica, presso questi siti era possibile acquistare polizze rc-auto a nome di assicurazioni le quali, però, di ciò non sapevano nulla ed erano del tutto estranee alle attività svolte. Il consumatore, dunque, aveva la certezza di una copertura assicurativa della propria auto, ma così di fatto non era.

A rendere note le truffe e i nomi dei siti che commercializzavano le polizze contraffatte è la stessa Ivass che, sul proprio portale, ha pubblicato un comunicato ufficiale (da noi riportato qui sotto). L’Istituto di vigilanza ha subito avvisato gli automobilisti a non acquistare polizze da questi siti di cui, comunque, è stato disposto immediatamente l’oscuramento.

I nomi dei siti che commercializzavano assicurazioni auto online contraffatte sono «www.miaassicurazione.it», «www.uniquastudio.it» e «www.piugaranzieassicurazioni.it».

Come riconoscere un’assicurazione auto online contraffatta da una originale?

L’Ivass, nel proprio comunicato, offre anche delle indicazioni ai consumatori su come riconoscere una polizza auto online contraffatta da una regolare.

Innanzitutto è necessario verificare nel sito dell’Istituto che:

  • ove il beneficiario del pagamento del premio sia un intermediario, si tratti di un iscritto al RUI
  • in caso di richiesta di pagamento a favore di conti (anche on-line) o di carte ricaricabili, l’intermediario iscritto sia il titolare del conto e/o della carta.

In particolare,  i siti internet o i profili Facebook (o di altri social network) degli intermediari che esercitano l’attività tramite internet devono sempre indicare:

  1. i dati identificativi dell’intermediario;
  2. l’indirizzo della sede, il recapito telefonico, il numero di fax e l’indirizzo di posta elettronica;
  3. il numero e la data di iscrizione al Registro unico degli intermediari assicurativi e riassicurativi nonché l’indicazione che l’intermediario è soggetto al controllo dell’IVASS.

Tutti i casi di contraffazione

Sono numerosi i casi di contraffazione, molti dei quali denunciati dalla stessa Ivass. Trovi l’elenco a questo link.


Comunicato stampa Ivass

SITI INTERNET NON RICONDUCIBILI A INTERMEDIARI ASSICURATIVI ISCRITTI NEL REGISTRO

L’IVASS rende noto che è stata segnalata la commercializzazione di polizze r.c. auto contraffatte, anche aventi durata temporanea, per il tramite dei suddetti siti internet, che riportano i dati identificativi di intermediari regolarmente iscritti nel Registro unico degli intermediari – RUI, i quali hanno dichiarato la propria totale estraneità alle attività svolte tramite i predetti siti.

A seguito delle verifiche espletate, l’IVASS ha accertato che l’attività di intermediazione assicurativa svolta attraverso tali siti è irregolare e, conseguentemente, ne ha chiesto l’oscuramento alle Autorità competenti.

L’IVASS raccomanda di adottare le opportune cautele nella sottoscrizione tramite internet di contratti assicurativi, soprattutto se di durata temporanea, verificando, prima della sottoscrizione dei contratti, che gli stessi siano emessi da imprese e tramite intermediari regolarmente autorizzati allo svolgimento dell’attività assicurativa e di intermediazione assicurativa, tramite la consultazione sul sito www.ivass.it:

  • degli elenchi delle imprese italiane ed estere ammesse ad operare in Italia (elenchi generali ed elenco specifico per la r. c. auto);
  • dell’elenco degli avvisi relativi ai Casi di contraffazione, Società non autorizzate ed ai Siti internet non conformi alla disciplina sull’intermediazione;
  • del Registro unico degli intermediari assicurativi e dell’Elenco degli intermediari dell’Unione Europea.

L’IVASS mette in guardia i consumatori suggerendo di verificare nel sito dell’Istituto che:

  • ove il beneficiario del pagamento del premio sia un intermediario, si tratti di un iscritto al RUI
  • in caso di richiesta di pagamento a favore di conti (anche on-line) o di carte ricaricabili, l’intermediario iscritto sia il titolare del conto e/o della carta.

I consumatori possono chiedere chiarimenti ed informazioni al Contact Center dell’IVASS al numero verde 800-486661 dal lunedì al venerdì h. 8.30 – 14.30.

In ogni caso, l’IVASS richiama l’attenzione sulla circostanza che i siti internet o i profili Facebook (o di altri social network) degli intermediari che esercitano l’attività tramite internet devono sempre indicare:

a) i dati identificativi dell’intermediario;

b) l’indirizzo della sede, il recapito telefonico, il numero di fax e l’indirizzo di posta elettronica;

c) il numero e la data di iscrizione al Registro unico degli intermediari assicurativi e riassicurativi nonché l’indicazione che l’intermediario è soggetto al controllo dell’IVASS.

I siti o i profili Facebook (o di altri social network) che non contengono le informazioni sopra riportate non sono conformi alla disciplina in tema di intermediazione assicurativa ed espongono il consumatore al rischio di stipulazione di polizze contraffatte.

Per gli intermediari dello Spazio Economico Europeo (SEE) abilitatati ad operare in Italia il sito internet deve riportare, oltre ai dati identificativi ed ai recapiti sopra indicati, l’indicazione dell’eventuale sede secondaria nonché la dichiarazione del possesso dell’abilitazione all’esercizio dell’attività in Italia con l’indicazione dell’Autorità di vigilanza dello Stato membro di origine.

Si invitano gli Organi di informazione a dare la massima diffusione al presente comunicato nell’interesse degli utenti.

Usucapione: i diritti del convivente

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il convivente di una persona che abita in un appartamento altrui non può vantare, alla morte di questi, l’usucapione sull’immobile.

Diventare proprietari di un immobile altrui dopo 20 anni di utilizzo indisturbato si può: bisogna fare, come tutti sanno, una causa di usucapione all’esito della quale il giudice riconosce il trasferimento della proprietà. Ma il semplice decorso del tempo non basta: è necessario dimostrare non solo la totale indifferenza del proprietario del bene a questa situazione (il quale non deve mai aver avviato azioni giudiziarie per il recupero del proprio possesso), ma anche essersi comportati in modo tale da manifestare pubblicamente la propria intenzione di appropriarsi del bene escludendo tutti gli altri e, in particolar modo, il proprietario (ad esempio cambiando le chiavi). Solo se sussistono tutte queste condizioni si può sperare di vincere una causa di usucapione. Ma – ci si è chiesto – se il giudizio non viene avviato da chi si è impossessato del bene, perché magari deceduto poco prima del compimento dei 20 anni, può ugualmente farlo il suo convivente? Sul punto è intervenuta la Cassazione con una recente sentenza [1]. Per comprendere lo spirito di questa decisione dobbiamo ricorrere a un esempio che ci spiegherà, in tema di usucapione, che diritti ha il convivente.

Il caso del convivente 

Immaginiamo che una persona occupi un appartamento di un altro soggetto magari con l’impegno di acquistarlo in un successivo momento. A fronte di tale occupazione, i due firmano un compromesso, ossia un contratto preliminare di vendita. Negli anni questa situazione non muta: pur non procedendosi al rogito notarile, l’appartamento continua ad essere occupato dal possessore che, tuttavia, ha già pagato buona parte del prezzo della futura vendita; per questo, il venditore non si preoccupa più di tanto di mandarlo via. Passano in tutto 19 anni da quando è stato firmato il compromesso e l’occupante muore. Nell’appartamento resta la sua convivente. Quest’ultima aspetta un altro anno e poi avvia la causa al proprietario per ottenere il trasferimento definitivo della proprietà tramite usucapione, senza dover pagare il residuo del prezzo di vendita. Il titolare si oppone sostenendo che l’usucapione non si è mai formato nei suoi riguardi. Chi dei due ha ragione?

Quando scatta l’usucapione?

Prima di spiegare che diritti ha il convivente in caso di usucapione, ti invito a leggere le nostre guide su questo argomento: L’usucapione, cos’è e come funziona, ma soprattutto l’articolo Usucapione: quando e perché si perde il diritto di proprietà, che ti spiegherà quali sono le motivazioni che hanno spinto il legislatore a prevedere questo particolare istituto.

Come abbiamo detto in apertura, sono due i presupposti per avere usucapione (in verità, come vedrai meglio, i presupposti sono 5 ma noi li abbiamo raggruppati in due categorie):

  • un possesso indisturbato e pacifico per 20 anni: significa che il possessore del bene deve: 1) essersi impossessato del bene senza far violenza sulle cose o sulle persone o in modo segreto; 2) tale possesso deve essere durato per 20 anni; 3) durante i 20 anni il titolare dell’immobile non deve mai aver reclamato la proprietà del bene e chiesto la restituzione: a tal fine non basta una semplice lettera, ma ci vuole un atto processuale notificato dall’ufficiale giudiziario;
  • un comportamento tale da dimostrare di volersi comportare come se si fosse l’esclusivo proprietario del bene (nonostante ciò non sia ancora vero): quindi bisogna escludere tutti gli altri soggetti – e in particolare il proprietario – dall’utilizzo del bene e porre in essere atti che solo il proprietario potrebbe legittimamente porre: ad esempio il cambio di chiavi dell’appartamento, l’apposizione di un recinto a un terreno, il mutamento di destinazione all’immobile, i lavori di ristrutturazione, ecc.

Che succede se il possessore del bene muore?

A questo punto possiamo analizzare cosa succede se colui che ha posseduto l’immobile altrui dovesse morire. Due sono le possibili ipotesi.

Se la morte interviene dopo il compimento dei 20 anni, gli eredi del possessore possono agire contro il proprietario per far dichiarare l’usucapione in capo al loro parente defunto e, di conseguenza, il trasferimento della proprietà in capo alla successione. Questo perché la sentenza che dichiara l’usucapione accerta una situazione che già si è verificata e che, pertanto, non può essere riconosciuta dal giudice con effetti retroattivi.

Se invece la morte interviene prima del compimento dei 20 anni, l’usucapione non si è formato. A questo punto ci si chiede se l’eventuale convivente possa, una volta spirato il ventesimo anno da quando ha iniziato la relazione sotto lo stesso tetto, agirei per l’usucapione  contro il proprietario del bene, sommando il tempo del proprio possesso – ossia quello successivo alla morte del compagno – a quello da quest’ultimo maturato prima del decesso. La risposta, a detta della Cassazione, è negativa.

Secondo la Corte Suprema, il convivente non può vantare l’usucapione di un bene di cui si è impossessato il/la compagno/a con cui ha abitato sino ad allora. Il suo infatti non è un vero e proprio possesso utile a far decorrere la prescrizione ma una semplice «detenzione». In buona sostanza, se il convivente vuol rivendicare l’usucapione a proprio vantaggio deve dimostrare di aver posto anche questi un atto tale da manifestare l’intenzione di impossessarsi del bene come se fosse il proprietario e che da tale momento siano poi decorsi 20 anni.

Prelievi non autorizzati: quanti soldi vengono restituiti?

Posted on : 13-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il correntista ottiene dalla banca il rimborso delle somme illegittimamente prelevate da estranei detratta però una franchigia. Ecco a quanto ammonta.

Se qualcuno preleva soldi dal tuo conto corrente online oppure utilizzando la tua carta bancomat è molto probabile che la banca ti risarcisca la somma sottratta fraudolentemente. Potrebbe negarti il rimborso solo se dimostra che il prelievo non autorizzato è avvenuto per tua colpa, perché non hai saputo custodire bene la carta bancomat (ad esempio hai lasciato distrattamente il portafogli in auto mentre eri a passeggio) o non hai saputo preservare il pin del bancomat dagli usi indebiti (ad esempio avevi appuntato il codice segreto in un foglietto riposto nel portafogli che è stato smarrito o rubato). Secondo la giurisprudenza, chi perde il bancomat e fa la denuncia solo dopo qualche giorno, perché solo allora si accorge di ciò, non può essere pregiudicato e ha diritto ugualmente alla restituzione del contante. La banca deve infatti predisporre strumenti tali da garantire al proprio cliente di sapere, in qualsiasi momento, se qualcuno sta utilizzando il suo conto corrente online oppure la carta bancomat.

Di solito i contratti stipulati tra il cliente e la banca prevedono la restituzione delle somme prelevate da estranei detratta una franchigia a carico degli utenti. Tale franchigia è stata, fino a ieri, di 150 euro. Ora un decreto legislativo appena approvato dal Governo [1] ha abbassato la franchigia a 50 euro. In forza di questa modifica chi ad esempio ha subito il furto di 500 euro dal bancomat avrà diritto a ricevere la restituzione di 450 euro (al netto della franchigia). La nuova norma è stata varata per incentivare i pagamenti elettronici e tutelare maggiormente i clienti delle banche.

In sostanza, in caso di prelievi sul bancomat effettuati da un’altra persona (a seguito di una truffa) o di truffe sulle carte di credito o sul conto corrente online (cosiddetta e-banking o home-banking) gli utenti verranno rimborsati per l’intero dell’ammanco subito come accade tutt’ora (grazie a polizze assicurative stipulate dagli emittenti delle carte di pagamento). Ma se prima al titolare della carta era comunque chiesto un esborso fisso di 150 euro, adesso questo esborso (franchigia) è ridotto di un terzo.

Come ottenere la restituzione dei soldi prelevati da sconosciuti

Per ottenere il rimborso della somma prelevata senza autorizzazione è però necessario preoccuparsi di due adempimenti nel più breve tempo possibile:

  • bisogna denunciare il fatto alla polizia postale o ai carabinieri;
  • bisogna bloccare la carta (se il furto è avvenuto con bancomat o carta di credito);
  • bisogna comunicare alla banca il fatto con la copia della denuncia presentata alle autorità.

Se la banca non restituisce le somme illegittimamente prelevate deve dare prova della colpa del correntista nell’episodio ossia dimostrare che il furto è avvenuto per incuria o negligenza del proprio cliente. Solo se viene fornita questa prova si può negare il rimborso, cosa non sempre facile per l’istituto di credito. Ecco perché gran parte della giurisprudenza e lo stesso Arbitro bancario hanno dato ragione ai correntisti truffati.

Per cui, se non viene disposta spontaneamente la restituzione, l’utente può alternativamente rivolgersi:

Cosa dicono i giudici

La giurisprudenza, a riguardo, ha ormai sposato una linea interpretativa di tutela del correntista, consentendo a quest’ultimo di chiedere, alla banca, la restituzione dei soldi illegittimamente prelevati dagli estranei. La responsabilità dell’istituto di credito si fonda sul presupposto secondo cui spetta a quest’ultimo – e non al cliente – adottare tutte le misure tecniche per evitare il rischio di illegittime intrusioni o, quantomeno, attivare gli strumenti di allarme per evitare il ripetersi delle truffe. Questo, da un punto di vista processuale, si sostanzia in ciò che comunemente si chiama «inversione dell’onere della prova»: in termini pratici significa che al cliente basta dimostrare di aver subito un prelievo dal conto online non autorizzato, mentre spetta alla banca il compito – improbo – di provare di aver fatto di tutto per evitare il crimine.

Detto ciò, si comprende come, per ottenere la restituzione dei soldi trafugati dal conto corrente, è spesso sufficiente presentare un’istanza di rimborso alla banca, inviata con raccomandata a.r. (o posta elettronica certificata). La banca dovrebbe rispondere in tempi brevi, ma, in caso contrario o di rifiuto, piuttosto che andare dal giudice e attendere i lunghi tempi di una causa, è altresì possibile procedere attraverso l’Abf (vedi sopra).

Secondo la Cassazione, al correntista derubato spetta soltanto dimostrare di aver subito un trafugamento delle somme, mentre la banca risponde dei danni conseguenti al fatto di non aver impedito a terzi di introdursi illecitamente nel sistema telematico mediante la captazione dei codici d’accesso del correntista: se la banca vuole evitare la condanna deve dimostrare che il furto non le sia imputabile perché discendente da trascuratezza, errore o frode del correntista o da forza maggiore. In buona sostanza deve dare prova che è stato il correntista a non conservare, in modo diligente, le credenziali di accesso al proprio sistema di home banking.

Nell’eventuale causa, il regime delle prove è a favore dell’utente. Infatti – come chiarisce la giurisprudenza – qualora il cliente neghi di aver autorizzato un’operazione di pagamento, lamentando l’intrusione fraudolenta di terzi nel proprio conto corrente online, spetta alla banca dimostrare (cosiddetta «inversione dell’onere della prova») che l’illecito è avvenuto per colpa o dolo del cliente medesimo, ossia che quest’ultimo – per esempio – non ha custodito correttamente le proprie credenziali di accesso all’home banking. In altre parole, il solo fatto che un hacker o qualsiasi altro malintenzionato sia riuscito a sottrarre somme dal vostro conto corrente, non è sufficiente per affermare la vostra responsabilità per non aver usato la dovuta diligenza nel proteggere i risparmi. È vero, infatti, che la legge impone al cliente della banca di far buon uso dei propri sistemi di pagamento e di comunicare immediatamente alla banca lo smarrimento, il furto o l’uso non autorizzato del medesimo. Dall’altro lato, però, è anche vero che l’istituto di credito ha l’obbligo di assicurare che i disposizioni di pagamento non siano accessibili a terzi malintenzionati. In presenza – si legge in numerosi provvedimenti dell’Abf – di una insolita frequenza nel prelevamento e pagamento col bancomat rispetto alla consueta movimentazione del conto fatta dal suo legittimo titolare, la banca ha l’obbligo di attivarsi e controllare che tutto sia in regola o che non vi sia, piuttosto, un accesso non autorizzato. Se non provvede immediatamente, l’istituto di credito è responsabile per colpa della sua inerzia e quindi deve provvedere al rimborso delle somme trafugate dal conto. La banca, infatti, deve attivare adeguati presidi di sicurezza in presenza di operazioni anomale e sospette chiaramente identificabili.

In sintesi, la banca credito ha una funzione di garante e, pertanto, ha una responsabilità oggettiva, che scatta cioè anche per le altrui condotte criminose, nonostante essa non abbia alcuna colpa. Dunque, al cliente spetta sempre la restituzione delle somme sottratte dal criminale informatico tramite bonifico online. La banca non può negargli tale risarcimento, salvo che dimostri che l’accesso non autorizzato al conto sia avvenuto per:

  • trascuratezza nella conservazione della password di accesso: ad esempio, conservazione sull’hard disk del computer, esposto a possibilità di intrusioni perché non tutelato da un firewall o da un antivirus;
  • errore o frode del correntista stesso;
  • forza maggiore: un caso imprevedibile e inevitabile anche usando la massima diligenza che si richiede agli operatori del settore.