Pensione quota 100

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pensione anticipata per chi raggiunge la quota 100: come funziona, chi ne ha diritto, quali requisiti, che cosa succede nel 2019.

Per pensione quota 100 si intende una pensione anticipata che il cittadino può raggiungere quando la somma dell’età e degli anni di contributi accreditati è almeno pari a 100. Ad oggi, la pensione quota 100 non è ancora operativa, ma dovrebbe entrare in vigore dal 2019, in quanto l’intervento dovrebbe essere previsto all’interno della prossima legge di bilancio. Non c’è, però, una sola proposta che riguarda la quota 100, ma le ipotesi sono molto numerose, e sono finalizzate a rendere questa nuova possibilità di pensionamento compatibile con i limitati fondi disponibili. La maggior parte delle proposte prevede, oltre al requisito della quota almeno pari a 100, requisiti di età e di contribuzione minimi; altre proposte prevedono che questo trattamento possa essere raggiunto soltanto da limitate categorie di lavoratori, come gli esuberi. In ogni caso, la quota 100 non è vantaggiosa per tutti: conviene sicuramente a chi vanta diversi anni di contributi, mentre non è risolutiva per chi di anni di contribuzione ne possiede pochi: affiancherebbe, in ogni caso, la pensione di vecchiaia, quindi per coloro che possiedono, ad esempio, 20 anni di contributi, non ci sarebbe alcun rischio di doversi pensionare ad 80 anni (in quanto per arrivare alla quota 100 con 20 anni di contributi sarebbe necessario un minimo di 80 anni di età). Chi possiede molti anni di contributi potrebbe invece continuare a beneficiare della pensione anticipata, che al 2020 dovrebbe poter essere maturata, in base a quanto reso noto sinora, con 41 anni e 6 mesi di contributi (ad oggi si può raggiungere con 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, dal 2019 il requisito aumenta di 5 mesi). Ma procediamo per ordine e vediamo nel dettaglio come funziona la pensione quota 100.

Quando si raggiunge la quota 100?

La pensione quota 100 si raggiunge quando la quota dell’interessato è pari o superiore a 100. La quota è il risultato della somma dell’età pensionabile del lavoratore e degli anni di contributi posseduti: non si tratta di una novità assoluta, in quanto, prima che entrasse in vigore la legge Fornero, era possibile ottenere la pensione di anzianità (ora abolita e sostituita dalla pensione anticipata) con le quote.

Ad oggi sopravvivono alcune tipologie di pensione di anzianità con le quote: si tratta delle pensioni degli addetti ai lavori usuranti, delle pensioni dei beneficiari delle salvaguardie e del cosiddetto salvacondotto.

Come si calcola la quota?

Quando l’età o le annualità di contribuzione non corrispondono a una cifra esatta, per calcolare la quota i mesi devono essere trasformati in decimi:

  • ad esempio, se il lavoratore raggiunge 63 anni e 6 mesi di età, ai fini del calcolo della quota deve indicare 63,5;
  • può ottenere la pensione quota 100 se possiede almeno 36 anni e 6 mesi di contributi (perché 100-63,5= 36,5, ossia 36 anni e 6 mesi).

Tuttavia, in base alle proposte più recenti, per pensionarsi con la quota 100 dovrebbe essere stabilita un’età minima e un requisito contributivo minimo.

Quali sono l’età e gli anni di contributi minimi per la quota 100?

La pensione di anzianità, per ottenere il trattamento con le quote, imponeva anche il rispetto di un’età minima e di un minimo di anni di contribuzione. Questo “sbarramento” esiste ancora per le pensioni di anzianità attualmente vigenti: ad esempio, per quanto riguarda la pensione degli addetti ai lavori usuranti è richiesto il rispetto della quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 mesi di età e di 35 anni di contributi.

La pensione anticipata quota 100 è, allo stato attuale, una semplice proposta, e non è stata dunque definita un’età minima, né un minimo di annualità di contribuzione richiesto: la maggior parte delle ipotesi effettuate sinora parla però di un’età minima di 62 anni, quindi di una contribuzione minima pari a 38 anni. In buona sostanza, anche se si raggiunge la quota 100, non ci si potrà pensionare se l’età non sarà almeno pari a 62 anni.

Altre proposte invece fissano l’età minima a 64 anni e la contribuzione minima a 36 anni.

Nella nota di aggiornamento al Def si conferma l’età minima pari a 62 anni, e la contribuzione minima pari a 38 anni. In questo modo, la quota 100 diventa quota 101 per chi ha 63 anni, quota 102 per chi ne ha 64, quota 103 per chi ne ha 65 e quota 104 per chi ne ha 66.

Quota 100 selettiva per gli esuberi

Un’altra recente proposta, in merito alla quota 100, prevede invece l’accesso alla pensione senza limiti minimi di età e anzianità contributiva, ma riservato soltanto a determinate categorie di lavoratori: si tratta della cosiddetta quota 100 per gli esuberi. La misura sarebbe dedicata, prioritariamente, ai lavoratori in esubero, per la precisione ai dipendenti più anziani che rischiano il licenziamento per riduzione del personale, o che sono già stati licenziati.

In base a quanto reso noto sinora, la quota 100 per gli esuberi si affiancherebbe alla quota 100 con limiti di età e contribuzione, e sarebbe sostenuta da appositi fondi di solidarietà.

Il prepensionamento dei lavoratori in esubero con quota 100 consentirebbe un anticipo massimo dell’uscita dal lavoro pari a 5 anni.

I fondi che sosterrebbero gli interventi potrebbero essere sia quelli già attivi in diversi settori, come il fondo credito, assicurazioni, trasporto pubblico o il fondo Tris del settore chimico-farmaceutico, sia dei nuovi fondi specifici; potrebbe essere ad esempio destinato all’intervento Fondimpresa, che attualmente finanzia la formazione continua.

Su questi fondi dovrebbero confluire in parte i contributi previdenziali volontari delle aziende, ed in parte delle risorse pubbliche. In cambio dei contributi, i datori di lavoro beneficerebbero di incentivi fiscali.

Gran parte del costo per la quota 100 degli esuberi sarebbe dunque finanziato dalle aziende, che comunque dovrebbero sostenere oneri più leggeri rispetto a quelli previsti per gli attuali prepensionamenti, come l’assegno straordinario e l’isopensione. Probabilmente la convenienza della quota 100 risulterebbe maggiore anche rispetto all’Ape aziendale, l’anticipo pensionistico volontario pagato dalle aziende.

Non ci saranno, ad ogni modo, penalità per i lavoratori: quanto eventualmente perso, in termini di assegno mensile, a causa dell’uscita dal lavoro prima della maturazione della pensione di vecchiaia dovrebbe essere recuperato grazie a versamenti aggiuntivi dell’azienda, che accrediterebbero, in questo modo, i contributi dovuti sino all’età pensionabile.

Quota 100 per tutti

Recentemente, il ministro Salvini ha rassicurato i lavoratori, affermando che la quota 100 sarà per tutti, e non limitata a specifiche categorie di lavoratori.

In base alle ipotesi attualmente allo studio, sembrerebbe che la quota 100 per tutti sia limitata a coloro che possiedono un’età minima di 62 anni e una contribuzione minima di 36 o 37 anni. La quota 100 per tutti dovrebbe poi essere affiancata dalla quota 100 per gli esuberi, quest’ultima senza limiti di età o contribuzione.

A causa delle risorse insufficienti, per la quota 100 aperta alla generalità dei lavoratori potrebbe essere stabilito il ricalcolo integralmente contributivo della prestazione, per disincentivare le domande di pensione.

La pensione quota 100 è adeguata alla speranza di vita?

Essendo ancora allo stato di proposta, non è chiaro se la pensione anticipata quota 100 sarà, qualora diventi operativa, soggetta agli adeguamenti alla speranza di vita. Le parti che vorrebbero introdurre questa tipologia di pensione, ad ogni modo, hanno ideato la proposta come alternativa alla legge Fornero e ai continui incrementi dei requisiti per la pensione, pertanto assoggettare i requisiti utili al trattamento alla speranza di vita apparirebbe come un controsenso.

Certamente non si possono ignorare le problematiche legate alla sostenibilità di questo tipo di pensione flessibile: per questo, è stato ipotizzato il legame alla speranza di vita dei soli requisiti di età minimi.

La pensione quota 100 conviene più dell’attuale pensione anticipata?

La pensione quota 100, nella generalità dei casi, dal punto di vista dei requisiti richiesti appare più conveniente della pensione anticipata, per la quale attualmente sono richiesti 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

La convenienza sarebbe maggiore nel caso in cui non siano stabiliti un’età minima ed un requisito contributivo minimo: basti pensare che chi ha 60 anni, con la quota 100 potrebbe pensionarsi con soli 40 anni di contributi, chi ne ha 61 con 39 anni, e così via. Certamente, per valutare la convenienza si dovrebbero valutare anche gli ipotetici sbarramenti, ossia l’eventuale età minima e la annualità di contribuzione minime.

Se, poi, la quota 100 non sarà assoggettata agli adeguamenti legati alla speranza di vita, la convenienza sarà ancora maggiore: basti pensare che dal 2019, proprio a causa degli adeguamenti, la pensione anticipata si dovrà raggiungere con un minimo di 43 anni e 3 mesi di contribuzione per gli uomini e di 42 anni e 3 mesi per le donne.

Con la pensione quota 100 ci sono penalizzazioni sull’assegno?

Per arginare il grande numero di lavoratori che potrebbero pensionarsi con la quota 100 e rendere sostenibile questa nuova possibilità, è stato ipotizzato sia il ricalcolo contributivo delle annualità di pensione dal 1996 in poi (in pratica, il calcolo misto anche per chi avrebbe diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011), sia il ricalcolo contributivo integrale.

Il sistema di calcolo contributivo risulta penalizzante, nella maggioranza dei casi, in quanto a differenza del calcolo retributivo non si basa sugli ultimi redditi o stipendi (di solito i migliori nell’arco della vita lavorativa), ma sui contributi versati. Inoltre, le rivalutazioni dei contributi sono più basse rispetto a quelle applicate ai redditi nel calcolo retributivo.

Per capire meglio le differenze di calcolo della pensione: Come si calcola la pensione.

Secondo una recentissima proposta, alla pensione quota 100 dovrebbero essere invece applicate delle penalizzazioni pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto all’età pensionabile (cioè all’età per il trattamento di vecchiaia), pari a 67 anni dal 2019. Se, ad esempio, il lavoratore si pensiona a 62 anni di età, perde il 7,5% dell’assegno, mentre perde il 4,5% se si pensiona a 64 anni. Per approfondire: Pensione quota 100 con penalità.

Le penalizzazioni sulla pensione, o il ricalcolo, non dovrebbero comunque essere applicati agli esuberi.

Quota 100 senza penalità

La pensione anticipata quota 100 consentirà di ottenere un assegno dall’Inps senza penalità o ricalcoli del trattamento, per favorire le possibilità di uscita e il ricambio generazionale: lo ha recentemente reso noto il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per la precisione, non ci sarà nessun taglio dell’assegno anche se l’uscita con quota 100 avviene prima del compimento dell’età per la pensione di vecchiaia: cadono dunque tutte le ipotesi di riduzione dei trattamenti con quota 100, dalla penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile, sino al ricalcolo misto e contributivo della prestazione. In ogni caso, la quota 100 potrà essere ottenuta non prima del compimento dei 62 anni di età e della maturazione di 38 anni di contributi, mentre sono state scartate le altre combinazioni: niente uscita con quota 100 a 64 anni di età con 36 anni di contributi, o a 63 anni di età con 37 anni di contributi, né a 65 anni di età con 35 anni di contribuzione. Senza aver compiuto 62 anni ed aver maturato almeno 38 anni di contributi, l’uscita con la quota 100 è preclusa. Sono queste le ultime novità emerse, allo stato attuale, dal cosiddetto “cantiere pensioni”: le proposte in merito alla nuova pensione anticipata, ad ogni modo, sono molto numerose, e non si fermano alla quota 100. È stata ipotizzata, ad esempio, la cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi, ed è stata recentemente confermata la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno; nulla di certo, invece, sulla proroga dell’Ape sociale e  delle salvaguardie per gli esodati. Le risorse disponibili, ad ogni modo, sono poche, dunque la priorità dovrebbe andare alla realizzazione della quota 100, che dovrebbe entrare in vigore con la legge di Bilancio 2019.

Per saperne di più: Quota 100 senza penalità

Con la pensione quota 100 si può lavorare?

La nuova pensione quota 100, rispetto al quadro attuale, potrebbe cambiare ancora, con la previsione di condizioni più severe per ottenerla: in particolare, oltre ai limiti di età e contribuzione, la quota 100 dovrebbe comportare anche il divieto di lavorare. In pratica, si vorrebbe ripristinare il divieto di cumulo tra lavoro e pensione, divieto abolito, per la maggior parte delle pensioni dirette, dal 2008. Non è ancora chiaro, però, se il divieto di cumulo sarà assoluto, come avviene oggi per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, oppure relativo, come avviene per l’assegno ordinario d’invalidità e per alcune pensioni d’inabilità. Non si sa, cioè, se i pensionati che lavoreranno si vedranno soltanto ridurre la pensione, oppure se se la vedranno revocare. Il divieto dovrebbe durare, comunque, sino al compimento dell’età pensionabile, cioè dell’età per la pensione di vecchiaia.. Si discute anche riguardo all’introduzione di penalizzazioni percentuali sulla pensione per chi non ha raggiunto l’età pensionabile. Per approfondire: Pensione quota 100: si può lavorare?

Quali sono le altre proposte per la pensione?

Oltre alla quota 100, sono state ipotizzate altre tipologie di pensioni agevolate; quelle di cui si parla più spesso sono:

  • la pensione quota 41 e 6 mesi (il termine quota qui è usato impropriamente, in quanto indica solo gli anni di contributi): questa pensione attualmente esiste già, ma è riservata ai soli lavoratori precoci appartenenti a determinate categorie tutelate, che la possono raggiungere con 41 anni di contributi; dovrebbe essere estesa in futuro almeno a tutti lavoratori appartenenti alle categorie svantaggiate;
  • la pensione quota 42: si tratta di una riformulazione della quota 41, per la quale sono previsti 42 anni di contributi, che dovrebbe partire dal 2020 e coinvolgere tutti i lavoratori;
  • la proroga dell’opzione donna, con la possibilità, per le lavoratrici, di pensionarsi a 57 o 58 anni di età e 35 anni di contributi;
  • la nona salvaguardia, che darebbe la possibilità, ai cosiddetti lavoratori salvaguardati, di pensionarsi con le regole precedenti alla Legge Fornero.

Pensioni e previdenza: le ultime novità

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ultimi aggiornamenti in materia di pensioni, previdenza e assistenza: come si evolvono la legge e le regole operative Inps.

Quando si parla di pensioni si affronta un argomento molto delicato, particolarmente complesso ed in continua evoluzione. Ogni ente previdenziale, difatti, ha regole proprie in merito ai requisiti per ottenere le prestazioni di previdenza e assistenza, che cambiano notevolmente a seconda della gestione, del fondo e delle categorie in cui è inquadrato l’interessato. Per non parlare delle regole relative al calcolo della pensione o dei sussidi a sostegno del reddito: la legge le definisce in modo vago, di conseguenza subentrano numerose circolari interpretative da parte degli enti interessati, come l’Inps, che spesso sono contradditorie e stravolgono quella che è la finalità della normativa. Le novità sono quasi quotidiane: per restare aggiornati è necessario leggere i giornali o, in alternativa, leggere ogni giorno le circolari e i messaggi dell’Inps, all’interno del portale web dell’istituto. Si devono poi spulciare le circolari e le risposte agli interpelli del ministero del Lavoro e, per gli interessati, le circolari delle casse dei liberi professionisti, nonché le ultime sentenze, che spesso riscrivono completamente l’interpretazione della normativa.

In questo articolo cercheremo di fornire, costantemente, un quadro su quelle che sono le ultime novità su pensioni e previdenza, in modo da poter tenere quotidianamente informato il nostro lettore. Non dovrai quindi trovare altri link su Google: potrai mettere questa pagina tra le preferite del tuo browser in modo da richiamarla, di tanto in tanto, e scoprire cosa di nuovo è successo in materia di pensioni e previdenza.

Pensione quota 100: si può lavorare?

La nuova pensione quota 100, che dovrebbe diventare operativa con la legge di bilancio 2019 e preoccupa l’Europa, potrebbe cambiare ancora, con la previsione di condizioni più severe per ottenerla: in particolare, oltre ai limiti di età e contribuzione, la quota 100 dovrebbe comportare anche il divieto di lavorare. In pratica, si vorrebbe ripristinare il divieto di cumulo tra lavoro e pensione, divieto abolito, per la maggior parte delle pensioni dirette, dal 2008. Non è ancora chiaro, però, se il divieto di cumulo sarà assoluto, come avviene oggi per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, oppure relativo, come avviene per l’assegno ordinario d’invalidità e per alcune pensioni d’inabilità. Non si sa, cioè, se i pensionati che lavoreranno si vedranno soltanto ridurre la pensione, oppure se se la vedranno revocare. Il divieto dovrebbe durare, comunque, sino al compimento dell’età pensionabile, cioè dell’età per la pensione di vecchiaia.. Si discute anche riguardo all’introduzione di penalizzazioni percentuali sulla pensione per chi non ha raggiunto l’età pensionabile. Per approfondire: Pensione quota 100: si può lavorare?

Reddito di cittadinanza: quanto dura?

Il reddito di cittadinanza non sarà una misura a tempo indeterminato, ma avrà una durata limitata, come annunciato nei giorni scorsi dal Vicepremier Di Maio, per spronare i disoccupati alla ricerca attiva di un impiego; inoltre, anche prima della scadenza della misura, saranno disposte verifiche periodiche. Non ci sarà tempo per poltrire sul divano: il disoccupato sarà impegnato in lavori di pubblica utilità ed in percorsi di formazione e riqualificazione. Il sussidio, poi, non consisterà in un assegno per i furbetti che hanno intenzione di fare spese pazze, ma in una sorta di social card con la quale si potranno acquistare soltanto i beni essenziali: chi bara sulle condizioni per il diritto al sussidio con false dichiarazioni potrà subire sino a 6 anni di carcere.

Le stesse condizioni, eccezion fatta per la punibilità delle false dichiarazioni ovviamente, non dovrebbero riguardare la pensione di cittadinanza, ossia l’integrazione della pensione sino a 780 euro mensili, che sostituirà l’attuale trattamento minimo e le maggiorazioni, estendendosi però a tutte le pensioni. Non dovrebbe dunque essere prevista una durata massima per la pensione di cittadinanza, né l’erogazione su social card, anche se su quest’ultimo punto al momento nulla è stato chiarito.

Le due misure, in ogni caso, partiranno a breve: la pensione di cittadinanza dal 1° gennaio 2019, e il reddito di cittadinanza dal 1° aprile 2019, dopo l’attuazione della riforma dei centri per l’impiego.  Per approfondire: Reddito di cittadinanza, quanto dura?

Reddito di cittadinanza: social card e stop ai furbetti

Il reddito di cittadinanza non sarà un assegno da 780 euro al mese per i furbetti che hanno intenzione di poltrire sul divano, ma consisterà in una sorta di social card con la quale si potranno acquistare soltanto i beni essenziali: chi bara sulle condizioni per il diritto al sussidio con false dichiarazioni potrà subire sino a 6 anni di galera. Inoltre, non ci sarà tempo per stare in casa a poltrire: le attività da svolgere per il proprio comune e le attività di formazione, riqualificazione e ricerca attiva del lavoro non ne daranno il tempo. Sono queste le novità annunciate dal vicepremier Di Maio in merito alla nuova misura, che, come confermato nella nota di aggiornamento al Def, diventerà operativa dal 2019.

Peraltro, nel 2019 il reddito di cittadinanza sarà riconosciuto in due fasi: inizialmente sotto forma di pensione minima di cittadinanza, cioè d’integrazione sino a 780 euro mensili di tutte le pensioni sotto la soglia di povertà. Completata la riforma dei centri per l’impiego, quindi dopo i primi tre mesi del 2019, verrà poi riconosciuto il reddito di cittadinanza a tutti coloro che si trovano sotto la soglia di povertà.  Ai cittadini in età lavorativa, in cambio del sussidio mensile di 780 euro, si richiederà però la ricerca assidua di un’occupazione, la frequenza di corsi di formazione e di 8 ore di lavoro a favore del proprio Comune di residenza, impegno che non sarà richiesto ai pensionati.

Per quanto riguarda la pensione minima di cittadinanza, l’intervento è stato esposto come un aumento dell’integrazione al trattamento minimo e delle maggiorazioni: ancora non si sa se anche l’integrazione mensile delle pensioni avverrà su carta acquisti, e non con un aumento dell’assegno da parte dell’Inps. L’erogazione degli importi su social card sarebbe indispensabile, secondo il Vicepremier, per evitare spese immorali servendosi del reddito di cittadinanza; in ogni caso, la riforma dei centri per l’impiego, in base a quanto affermato dallo stesso Di Maio, dovrebbe trasformare il reddito di cittadinanza in una misura straordinaria, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro ed assicurando realmente il collocamento dei disoccupati.  Per saperne di più: Reddito di cittadinanza: novità.

Quota 100: niente penalità e limiti

La pensione anticipata quota 100 sarà per tutti, senza limiti di età e contribuzione, senza paletti di alcun genere: lo ha recentemente affermato il ministro Salvini, al termine del vertice sul Def. “Partiremo dall’inizio dell’anno con la piena riforma della legge Fornero. Senza penalizzazioni, senza paletti, senza limiti, senza tetto al reddito”. Quota 100 per tutti, insomma, ma resta fermo il rispetto dell’età minima di 62 anni e della contribuzione minima di 38 anni: in particolare, come confermato nella nota di aggiornamento al Def e spiegato dal ministro Salvini “la quota diventa 101 per chi ha compiuto 63 anni, 102 per chi ne ha compiuto 64, 103 per chi ne ha compiuti 65 e così via…”. Per quanto riguarda l’ammontare del trattamento, non ci saranno penalità o ricalcoli, come recentemente chiarito dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per la precisione, non ci sarà nessun taglio dell’assegno anche se l’uscita con quota 100 avviene prima del compimento dell’età per la pensione di vecchiaia: sono dunque cadute tutte le ipotesi di riduzione dei trattamenti con quota 100, dalla penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile, sino al ricalcolo misto e contributivo della prestazione.  Nulla di certo, al momento, sulla cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi, ma si ritiene che anche questo intervento sarà attuato a breve, mentre è stata recentemente confermata la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno. Per fare il punto della situazione: Pensione quota 100 senza penalità e limiti.

Quota 100 senza penalità

La pensione anticipata quota 100 consentirà di ottenere un assegno dall’Inps senza penalità o ricalcoli del trattamento, per favorire le possibilità di uscita e il ricambio generazionale: lo ha recentemente reso noto il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Per la precisione, non ci sarà nessun taglio dell’assegno anche se l’uscita con quota 100 avviene prima del compimento dell’età per la pensione di vecchiaia: cadono dunque tutte le ipotesi di riduzione dei trattamenti con quota 100, dalla penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile, sino al ricalcolo misto e contributivo della prestazione. In ogni caso, la quota 100 potrà essere ottenuta non prima del compimento dei 62 anni di età e della maturazione di 38 anni di contributi, mentre sono state scartate le altre combinazioni: niente uscita con quota 100 a 64 anni di età con 36 anni di contributi, o a 63 anni di età con 37 anni di contributi, né a 65 anni di età con 35 anni di contribuzione. Senza aver compiuto 62 anni ed aver maturato almeno 38 anni di contributi, l’uscita con la quota 100 è preclusa. Sono queste le ultime novità emerse, allo stato attuale, dal cosiddetto “cantiere pensioni”: le proposte in merito alla nuova pensione anticipata, ad ogni modo, sono molto numerose, e non si fermano alla quota 100. È stata ipotizzata, ad esempio, la cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi, ed è stata recentemente confermata la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno; nulla di certo, invece, sulla proroga dell’Ape sociale e  delle salvaguardie per gli esodati. Le risorse disponibili, ad ogni modo, sono poche, dunque la priorità dovrebbe andare alla realizzazione della quota 100, che dovrebbe entrare in vigore con la legge di Bilancio 2019.

Per saperne di più: Quota 100 senza penalità

Blocco requisiti pensione dal 2019

In base alla normativa attuale, dal 1° gennaio 2019 tutti i requisiti per la pensione soggetti all’adeguamento alla speranza di vita aumenteranno. Nello specifico:

  • l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria passerà da 66 anni e 7 mesi a 67 anni (ad eccezione degli addetti ai lavori gravosi e degli addetti ai lavori usuranti con almeno 30 anni di contributi);
  • l’età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità diverrà pari a 61 anni per gli uomini ed a 56 anni per le donne, anziché restare ferma a 60 anni e 7 mesi ed a 55 anni e 7 mesi;
  • l’età per la pensione di vecchiaia contributiva, che richiede soli 5 anni di contributi, passerà da 70 anni e 7 mesi a 71 anni;
  • l’età per la pensione anticipata contributiva passerà da 63 anni e 7 mesi a 64 anni;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata ordinaria saliranno da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 3 mesi per le donne, e da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi per gli uomini;
  • gli anni di contributi necessari per la pensione anticipata precoci saliranno a 41 e 5 mesi.
  • l’età per la pensione di vecchiaia in totalizzazione passerà da 65 anni e 7 mesi a 66 anni;
  • gli anni di contributi per la pensione di anzianità in totalizzazione saliranno da 40 e 7 mesi a 41;
  • nessun aumento è previsto per la pensione di anzianità degli addetti ai  lavori usuranti sino al 2026.

Per sapere, nel dettaglio, come cambieranno i requisiti nel 2019: Pensione 2019 che cosa cambia.

Tuttavia, è allo studio dell’esecutivo una nuova proposta, che vorrebbe bloccare, per alcuni anni, gli adeguamenti alla speranza di vita. In questo modo, i requisiti per la pensione non cambierebbero rispetto agli attuali. Il blocco dell’età pensionabile e dei requisiti per la pensione dovrebbe riguardare almeno il biennio 2019-2020.

Quota 100 e pensione di cittadinanza dal 2019

Il Governo ha deciso di fissare il rapporto deficit/Pil per il 2019 al 2,4%: saranno dunque disponibili le risorse necessarie per la cosiddetta riforma delle pensioni. In particolare, è sicuro che sarà realizzata la nuova pensione quota 100, anche se non si conoscono con certezza gli eventuali limiti: in base a quanto reso noto sinora, ci si potrà pensionare con quota 100 se si possiedono almeno 38 anni di contributi e sono stati compiuti 62 anni di età. Forse si eviterà il ricalcolo contributivo del trattamento: potrebbe essere applicato il ricalcolo misto, per coloro che avrebbero diritto al sistema retributivo sino al 31 dicembre 2011, oppure potrebbe essere applicata una penalizzazione percentuale, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo nell’uscita dal lavoro rispetto all’età pensionabile (67 anni, dal 2019).

Nulla di certo, invece, sulla cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, cioè sulla possibilità di raggiungere la pensione anticipata con 41 anni e 6 mesi di contributi: forse l’intervento sarà rinviato al 2020.

Via libera, invece, alla pensione minima di cittadinanza: grazie al reddito di cittadinanza, difatti, tutte le pensioni basse saranno integrate sino alla cifra di 780 euro mensili.

Pensione quota 100 con penalità

La pensione anticipata quota 100 consentirà di ottenere un assegno “pieno” dall’Inps soltanto per chi avrà compiuto l’età pensionabile, ossia l’età utile al trattamento di vecchiaia, pari a 67 anni dal 2019. Per gli altri è prevista una penalizzazione percentuale sulla pensione, pari all’1,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla maturazione dell’età pensionabile. In ogni caso, la quota 100 potrà essere ottenuta non prima del compimento dei 62 anni di età e della maturazione di 36 anni di contributi. Gli unici a salvarsi da questi limiti saranno soltanto gli esuberi, per i quali è previsto un prepensionamento con quota 100, che consentirà di anticipare la pensione sino a un massimo di 5 anni e sarà sostenuto dalle aziende e dai fondi di solidarietà. Queste sono le ultime novità emerse, allo stato attuale, dal cosiddetto “cantiere pensioni”: le proposte in merito alla nuova pensione anticipata, ad ogni modo, sono molto numerose, e non si fermano alla quota 100. È stata ipotizzata, ad esempio, la cosiddetta pensione quota 41 e 6 mesi, ossia la possibilità di uscire dal lavoro, per tutti, con 41 anni e 6 mesi di contributi; era stata anche promessa la proroga dell’opzione donna, che consentirebbe alle lavoratrici di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni col ricalcolo contributivo dell’assegno, assieme alla proroga delle salvaguardie per gli esodati. Le risorse disponibili, però, sono poche, dunque la priorità dovrebbe andare alla realizzazione della quota 100, che dovrebbe entrare in vigore con la legge di Bilancio 2019. Per saperne di più: Quota 100 con penalità.

Pensione quota 100 con 37 anni di contributi

Dalla pensione quota 100 selettiva alla quota 100 per gli esuberi, dalla quota 100 con 64 anni di età e 36 anni di contributi alla quota 100 col solo paletto anagrafico dei 62 anni, le proposte in merito al nuovo pensionamento anticipato si susseguono a ritmo frenetico. La pensione ottenuta con la quota 100, ossia quando la somma di età e anni di contributi è almeno pari a 100, consentirebbe difatti l’uscita di un ingente numero di lavoratori, quindi risulterebbe difficilmente sostenibile per le casse pubbliche: ecco perché, a fronte degli annunci delle parti politiche, arrivano regolarmente delle controproposte che ridimensionano le promesse in materia di pensioni. Ad oggi, la nuova ipotesi allo studio riguardo al pensionamento anticipato prevede la pensione quota 100 con 37 anni di contributi, ed è affiancata da un’ulteriore proposta che prevede la quota 100 senza limiti di età e contribuzione, ma solo per gli esuberi. In pratica, la generalità dei lavoratori potrebbe accedere alla quota 100 purché si rispetti l’età minima di 62 anni di età e il requisito contributivo minimo di 37 anni (ma la Lega preme perché si abbassino a 36), mentre i lavoratori in esubero potrebbero accedere alla quota 100 senza “paletti”, grazie al sostegno di appositi fondi. Per approfondire: Quota 100 con 37 anni di contributi

Pensione anticipata: riscatto dei contributi scontato con la pace contributiva

Pensionarsi prima coprendo tutti i periodi senza contributi dal 1996 in poi, grazie a un riscatto con costi ridotti: si tratta di una nuova proposta della Lega, finalizzata ad anticipare l’uscita dal lavoro senza incidere notevolmente sulle casse pubbliche. In base a quanto reso noto sinora, i lavoratori potrebbero riscattare tutti i periodi senza contributi a partire dal 1996. Nei riscatti dovrebbero essere compresi tutti gli intervalli non lavorati e non coperti da contribuzione figurativa o da altro tipo di contribuzione, anche non compresi nelle attuali ipotesi di riscatto, come gli anni di laurea o i periodi di aspettativa non retribuita. Questo “riscatto universale” risulta di fatto più simile al versamento di contributi volontari retroattivo che al riscatto vero e proprio, considerando che non richiede particolari requisiti relativi agli intervalli di tempo non coperti da versamenti previdenziali. Il costo del nuovo riscatto, che dovrà essere calcolato col sistema contributivo, risulterà ridotto rispetto all’attuale costo del riscatto dei contributi: per questo motivo la proposta della Lega è stata ribattezzata “pace contributiva”, in analogia con la pace fiscale. La finalità del riscatto “scontato” è quella di favorire l’uscita dal lavoro, grazie all’aumento dei versamenti utili per il diritto alla pensione; l’intervento, poi, assieme all’utilizzo dei nuovi fondi esuberi, dovrebbe servire a finanziare, almeno in parte, la pensione quota 100.

Per approfondire e capire come funziona il riscatto dei contributi: pensione anticipata con pace contributiva.

Taglio delle pensioni sopra i 4500 euro

Chi si è pensionato da giovane, o comunque con un’età inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia, rischia la riduzione della pensione, se il trattamento supera un determinato ammontare. In particolare, potrebbe essere interessato dal nuovo taglio delle pensioni d’oro, o meglio delle pensioni alte, chi percepisce un trattamento che supera i 4500 euro netti al mese: è quanto previsto dal recente disegno di legge sul taglio degli assegni d’oro, che prevede la riduzione dei trattamenti attraverso l’applicazione di appositi coefficienti di penalizzazione. Il taglio delle pensioni alte può superare, a seconda dei casi, il 23% del trattamento: la penalizzazione non è determinata dal ricalcolo contributivo della pensione, ma dal rapporto tra il coefficiente corrispondente all’età per la pensione di vecchiaia e quello corrispondente all’età del pensionamento. Saranno dunque tagliate le pensioni anticipate, o di anzianità, più alte; nessun taglio, invece, per le pensioni di reversibilità e invalidità, né per le vittime del terrorismo o del dovere. La penalizzazione, che riguarderà un’ampia, ma non enorme, platea di pensionati, comporterà un risparmio che servirà, in base a quanto annunciato, ad aumentare le pensioni minime, quindi a finanziare la pensione minima di cittadinanza da 780 euro al mese. Inoltre, il disegno di legge abolirà i privilegi pensionistici dei sindacalisti.

Per sapere chi subirà il taglio della pensione, e di quanto sarà ridotto il trattamento: Taglio delle pensioni d’oro.

Pensione quota 100 per gli esuberi

La pensione quota 100 non si tocca, come più volte ribadito dal ministro Salvini, che mira a smantellare completamente la legge Fornero. Secondo le valutazioni del ministero dell’Economia, però, si potrebbe attuare, almeno in un primo momento, un intervento più leggero, che comporterebbe una spesa massima di 1,5 miliardi di euro: la pensione quota 100 per gli esuberi. In pratica, inizialmente la quota 100 potrebbe essere dedicata solo ad alcune categorie di lavoratori, che potrebbero anticipare l’uscita dal lavoro sino a un massimo di 5 anni, grazie al sostegno delle aziende e ad appositi incentivi statali. Quest’ipotesi è stata al centro di un incontro tecnico al quale hanno partecipato, tra gli altri, l’esperto di pensioni Alberto Brambilla e il tecnico del lavoro Gianpiero Falasca.

Per saperne di più: Pensione quota 100 per gli esuberi

Prepensionamento per gli esuberi

Come sostenere i costi della pensione quota 100? L’Ape sociale sarà prorogata o no? A queste due domande potrebbe fornire una risposta la nuova proposta della Lega, che prevede l’istituzione di un prepensionamento per tutti gli esuberi, prepensionamento che potrebbe essere esteso anche ai beneficiari dell’Ape sociale, e che sosterrebbe, in parte, il peso delle nuove pensioni quota 100. In pratica, dovrebbero essere istituiti tre fondi esuberi, Industria, Commercio e Artigianato, che finanzierebbero i prepensionamenti dei lavoratori dipendenti appartenenti ai tre settori, e che potrebbero finanziare anche gli assegni dei destinatari dell’Ape sociale. I prepensionamenti dovrebbero dar luogo a prestazioni simili all’isopensione ed all’assegno straordinario previsto ad oggi per i lavoratori in esubero. A sostenere i fondi dovrebbero essere le risorse derivanti dai contributi versati con finalità varie (formazione, enti bilaterali, etc.) non utilizzati. Per approfondire: pensione anticipata per gli esuberi.

Niente pensione d’invalidità civile per i residenti all’estero

La corte di Cassazione ha precisato [30] che, se il beneficiario della pensione d’invalidità civile sposta la residenza all’estero, perde il diritto al sussidio durante tale periodo, nonostante la legge che regolamenta la prestazione di assistenza [31] non ponga alcuna preclusione.

Secondo la Cassazione, devono essere rispettate le previsioni del regolamento europeo [32] relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità. Il regolamento ha, in particolare, introdotto il principio secondo cui le prestazioni speciali in denaro, sia di assistenza che di previdenza (non aventi però carattere contributivo), non sono esportabili, ma possono essere riconosciute solo nello Stato in cui l’interessato risiede.

Di conseguenza, la pensione di invalidità civile non è dovuta al cittadino residente fuori dal territorio nazionale.

Pensione di cittadinanza dal 2019

Sul reddito di cittadinanza non si torna indietro, ma l’intervento sarà attuato in due fasi: dal 2019, tutte le pensioni basse si trasformeranno in pensione di cittadinanza ed aumenteranno a 780 euro al mese; successivamente, tutti i cittadini senza redditi, o con redditi sotto la soglia di povertà, avranno diritto al reddito di cittadinanza da 780 euro al mese. L’attuazione in due fasi non è dovuta all’assenza di risorse, come chiarito dalla viceministro all’Economia Laura Castelli, ma alla necessaria riforma dei centri per l’impiego, che richiederà circa 4 mesi di tempo. Senza la riforma dei centri per l’impiego, riconoscere il reddito di cittadinanza non sarebbe possibile, in quanto il sussidio è subordinato all’adesione, da parte dei beneficiari, a misure di politica attiva del lavoro. I disoccupati, in pratica, dovranno impegnarsi, supportati dai centri per l’impiego riformati, nella ricerca attiva di lavoro, nella frequenza di corsi di formazione e dovranno lavorare per 8 ore alla settimana a favore del Comune di residenza.

Quest’impegno non è invece richiesto per la pensione di cittadinanza, in quanto la misura interessa i soli pensionati, non più in età lavorativa. La pensione di cittadinanza dovrebbe sostituire sia l’integrazione al trattamento minimo, che ad oggi ammonta a 507,42 euro al mese, che le maggiorazioni sulla pensione, come la maggiorazione sociale e l’incremento al milione: considerando che ad oggi la pensione minima, comprensiva di integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale e incremento al milione, può arrivare a 643,86 euro mensili, la differenza con la pensione di cittadinanza non sarebbe enorme. La misura, in ogni caso, dovrebbe essere applicata sia alle prestazioni previdenziali, come la pensione di vecchiaia o anticipata, che alle prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale. Per approfondire: pensione di cittadinanza 2019.

Pensione quota 41 e 6 mesi

Mentre si riflette sull’introduzione della pensione quota 100, con o senza limiti legati all’età e alla contribuzione, riservata ad alcune categorie o meno, ricalcolata col sistema misto o contributivo, spunta una nuova ipotesi: la pensione quota 41 e 6 mesi.

In questo caso, il termine quota è utilizzato in modo improprio, in quanto la pensione quota 41,6 si potrebbe ottenere senza alcun limite di età, solo con 41 anni e 6 mesi di contribuzione.

Attualmente esiste già una pensione molto simile alla quota 41 e 6 mesi, ma è riservata a particolari categorie di lavoratori precoci (cioè a coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età): disoccupati di lungo corso, invalidi dal 74%, caregiver e addetti ai lavori gravosi e usuranti. Per la precisione, ad oggi la pensione anticipata dei lavoratori precoci si può ottenere con 41 anni di contributi, ma dal 2019 ne saranno richiesti 41 anni e 5 mesi.

Sarà possibile estendere questa pensione agevolata a tutti? La fattibilità dell’intervento sarà valutata a breve.

Pensione quota 100 a 62 anni, quota 100 perfetta entro tre anni

La pensione con la quota 100, che dovrebbe diventare operativa dal 2019, con la nuova legge di bilancio, non sarà più selettiva, cioè riservata a specifiche categorie di lavoratori, ma sarà aperta a tutti: sarà previsto, però, un limite di età all’accesso, pari a 62 anni. È quanto annunciato dal ministro Matteo Salvini, che però ha anche promesso l’abbattimento di tutti i paletti per la quota 100 entro il 2021: in buona sostanza, la quota 100 sarà inizialmente limitata a chi ha compiuto i 62 anni, ma entro tre anni sarà estesa a tutti. Archiviata la quota 100 a 62 anni, si potrà arrivare alla quota 100 perfetta, dunque a un trattamento che potrà essere ottenuto in tutti i casi in cui la somma di età e anni di contributi è almeno pari a 100: ad esempio con 60 anni di età e 40 anni di contributi. Per sapere tutto sulla quota 100 e sulle ultime novità: Pensione quota 100 a 62 anni.

Naspi: è possibile conoscere esattamente l’importo delle rate in pagamento

Arriva un nuovo servizio dell’Inps per conoscere, mese per mese, l’importo del rateo mensile della Naspi, l’indennità di disoccupazione, in pagamento.

Si può fruire del servizio tramite la propria area personale My Inps, accessibile con le apposite credenziali (Pin Inps dispositivo, identità digitale Spid almeno di secondo livello, carta nazionale dei servizi). Una volta nell’area personale, è sufficiente accedere da “Tutti i servizi”, o dall’apposita maschera di ricerca, alla prestazione “Nuova assicurazione sociale per l’impiego ( Naspi): consultazione domande”.

Una volta entrati nella pagina relativa alla Naspi, bisogna consultare la domanda inviata: cliccando su “Dettagli” si apre il prospetto di calcolo, che indica la durata dell’indennità con gli importi lordi che l’Inps deve liquidare ogni mese.

Una nota avverte il beneficiario della progressiva riduzione del 3% a partire dal 4° mese di erogazione della Naspi.

L’interessato può inoltre verificare gli accrediti mensili della Naspi, accedendo alla propria sezione “My Inps” e cliccando sulla voce “I tuoi avvisi”. All’interno della sezione, sono infatti disponibili gli avvisi di liquidazione di ogni rata di Naspi, nei quali è specificato l’importo lordo liquidato sull’iban indicato nella domanda.

È possibile ricevere anche degli sms di segnalazione degli avvisi, anche per chi ha richiesto la Naspi tramite patronato.

Pensione: arriva la quota 100 selettiva

Iniziano a delinearsi le novità sulle pensioni, attese con la legge di Bilancio 2019. Per quanto riguarda l’attesissima pensione anticipata quota 100, in particolare, sulla base delle risorse disponibili per l’intervento non emergono buone novità;  per poter rendere sostenibile il nuovo pensionamento anticipato, difatti, vi sarebbero due strade: limitare la quota 100 soltanto a categorie tutelate di lavoratori, come gli esuberi, oppure stabilire dei limiti rigidi per l’uscita dal lavoro con questo strumento, come un’età minima, un minimo di anni di contributi, oppure il ricalcolo misto o contributivo del trattamento (che, risultando penalizzante rispetto al calcolo contributivo, dovrebbe scoraggiare i lavoratori che vogliono anticipare la pensione). Al momento, l’ipotesi più accreditata, e che sembrerebbe comportare il minor esborso da parte delle casse pubbliche, è la cosiddetta quota 100 selettiva, cioè riservata solo ad alcuni lavoratori tutelati: le categorie agevolate, però, devono ancora essere definite; se la platea dei destinatari della quota 100 dovesse essere eccessivamente ampia, reperire i fondi necessari potrebbe risultare un’impresa ardua. Per approfondire e fare il punto della situazione sulle novità delle pensioni: Quota 100 selettiva.

Trattenute sulle pensioni in cumulo e totalizzazione

L’Inps, con un nuovo messaggio [29] , ha chiarito come devono essere effettuate le trattenute sulla pensione, se questa è ottenuta in regime di cumulo o di totalizzazione, quindi liquidata attraverso quote di competenza di casse diverse. In generale, i limiti validi in merito alle trattenute si applicano sull’intera pensione, comprensiva delle diverse quote. In caso di riscatto in corso di pagamento, sulla pensione in cumulo o totalizzazione non è possibile applicare trattenute: gli oneri di riscatto devono essere saldati prima della pensione; in caso contrario, sono valutati i soli periodi per i quali sono già stati incassati i versamenti.

Tagli alle pensioni alte

Inizia a prendere forma il disegno di legge sui tagli alle pensioni d’oro: è stato confermato che il provvedimento riguarderà le pensioni sopra i 4mila euro, ma ad essere coinvolti saranno soltanto coloro che si sono pensionati prima del raggiungimento dell’età per la vecchiaia. A essere tagliate saranno solo le quote retributive della pensione: non sarà operato il ricalcolo contributivo del trattamento, ma si applicherà un coefficiente di riduzione pari al rapporto tra l’età, al momento della decorrenza della pensione, e l’età vigente, sempre nell’anno di decorrenza della pensione, per il trattamento di vecchiaia. Per saperne di più: Tagli pensioni alte.

Taglio alle pensioni d’oro

In arrivo la stretta sulle pensioni d’importo superiore ai 4mila euro netti mensili: le nuove misure sono attese con un disegno di legge che dovrà essere presentato prima della pausa estiva, quindi in tempi molto brevi.
Come saranno tagliate le pensioni d’oro? Ancora non si sa se le riduzioni saranno effettuate con un ricalcolo delle pensioni più elevate, eliminando il cosiddetto squilibrio contributivo che le allontana dal valore dei contributi versati, oppure con un contributo di solidarietà, come richiesto dalla Lega. Il ricalcolo, ammesso che vengano superate le numerose difficoltà tecniche in merito, garantirebbe risparmi tra i 300 e i 600 milioni annui, secondo una recente stima.
L’intervento interesserà poco più di 75mila pensioni, considerando l’importo dei singoli trattamenti; i pensionati coinvolti dal taglio delle rendite d’oro salgono a 100mila, però, se si prendono in considerazione i redditi da pensione derivanti dal cumulo di più trattamenti, ed a oltre 108mila se si considerano anche i pensionati che percepiscono l’assegno da una cassa professionale. Il taglio potrebbe oscillare tra il 10 e il 12% dell’assegno di pensione, a seconda del tipo di intervento.

Pensioni scuola: respinte 4600 domande

Oltre 4600 domande di pensione del personale della scuola respinte dall’Inps: non parte nel migliore dei modi l’accertamento del diritto a pensione per i docenti ed i dirigenti scolastici, che da quest’anno è di competenza dell’Inps e non del Miur (ministero Pubblica Istruzione, Università e Ricerca). L’accertamento, come aveva chiarito l’Inps nella circolare dello scorso gennaio [28], riguarda sia le cessazioni forzate che i pensionamenti volontari. Il problema, stando a quanto esposto in un recente comunicato stampa dell’istituto, sarebbe causato unicamente dall’aumento del numero delle domande di pensione, pari a circa 41mila: la percentuale di reiezione delle istanze di pensionamento sarebbe dunque in linea con quella dello scorso anno. Secondo i sindacati e gli esperti, invece, le domande di pensione sarebbero state respinte a causa dalla diversa modalità di calcolo delle giornate utili al diritto a pensione: l’Inps smentisce, specificando che l’eventuale differente modalità di calcolo adottata dal ministero in ogni caso può comportare esclusivamente limitate divergenze, con riferimento ai periodi pre-ruolo riconosciuti con provvedimenti di competenza del Miur. Il problema potrebbe essere dovuto, tra gli altri fattori, anche al fatto che l’Inps si sia occupato in via diretta dell’accertamento della maturazione dei requisiti per la pensione utilizzando i propri archivi, e non più i dati in possesso dell’amministrazione, a seguito dell’incorporazione dell’Inpdap nell’Inps e dell’accentramento della gestione delle posizioni assicurative dei pubblici dipendenti. Questo cambiamento causa notevoli criticità, considerando che l’archivio delle posizioni assicurative Inps è stato avviato solo agli inizi degli anni 2000, e tutti i dati precedenti sono stati inseriti a posteriori, comportando la presenza di errori e omissioni nell’estratto conto contributivo (che comunque, come recentemente chiarito, non possono pregiudicare la pensione dei dipendenti pubblici.

L’Inps ha comunque rassicurato gli aspiranti pensionati, chiarendo che effettuerà degli accertamenti sulle domande respinte. Nel frattempo, l’elevato numero di ricorsi che stanno per essere presentati dai pensionati potrebbe rendere incerta la situazione delle cattedre all’inizio dell’anno.

Pensione quota 100 e quota 41: fumata nera dal decreto Dignità

Il decreto Dignità affronta molti temi importanti, come il lavoro a termine, la somministrazione, la delocalizzazione, la guerra al gioco d’azzardo. Non è stato toccato ancora, però, l’argomento pensioni: al momento, le ipotesi più gettonate restano la pensione quota 100, che, secondo le ultime proposte, richiederebbe il ricalcolo misto, un minimo di 64 anni di età e di 36 anni di contributi, e la pensione quota 41, che però è diventata, secondo le ultime ipotesi, quota 42. La pensione quota 42 dovrebbe maturare con 42 anni di contributi a prescindere dall’età, ma ancora non è stato chiarito se potrà essere ottenuta da tutti i lavoratori o soltanto dalle categorie tutelate dalla pensione precoci. Non è nemmeno chiaro se queste nuove pensioni sostituiranno la pensione anticipata ordinata e contributiva previste dalla legge Fornero. Per fare il punto della situazione: Pensione quota 100 e quota 42.

In arrivo la quattordicesima 2018 per i pensionati

In pagamento, assieme alla pensione di luglio 2018, la somma aggiuntiva, o quattordicesima. Quest’indennità è riconosciuta dall’Inps a chi possiede un reddito che non supera 2 volte il trattamento minimo.

Per il 2018, grazie alla rivalutazione del trattamento minimo, aumentano le soglie di reddito entro le quali si ha diritto alla quattordicesima: in particolare, possono ricevere la somma aggiuntiva sulla pensione coloro che hanno un reddito non superiore a:

  • 13.696,92 euro, se possiedono oltre 25 anni di contributi;
  • 13.612,92 euro, se possiedono oltre 15 anni di contributi ma meno di 25 anni;
  • 13.528,92 euro, se possiedono sino a 15 anni di contributi.

Per saperne di più: Quattordicesima 2018, a quanto ammonta e a chi spetta.

Ape sociale, domande in scadenza il 15 luglio 2018

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale entro il 2018: scade infatti il 15 luglio 2018 il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’anticipo pensionistico. L’Ape sociale, lo ricordiamo, offre la possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato, pari alla futura pensione (ma con un tetto massimo di 1500 euro mensili). Sarà comunque possibile, dopo il 15 luglio, presentare altre domande di certificazione dei requisiti, purché entro il 30 novembre 2018: in quest’ultimo caso, però, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue. Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.  Non si sa ancora, invece, se l’Ape sociale sarà prorogata al 2019: probabilmente questo strumento sarà sostituito dalla pensione anticipata quota 100 e quota 41. Per approfondire: Ape sociale, come e quando presentare la domanda.

Niente pensione per gli statali che continuano a lavorare dopo il pensionamento

I dipendenti pubblici che prestano nuovamente servizio dopo essersi pensionati non hanno diritto a una nuova pensione, o meglio al supplemento di pensione: questo trattamento, infatti, non è previsto per gli iscritti alle gestioni pubbliche dell’Inps (ex Inpdap). Per non “buttare al vento” gli anni di contributi in più ci sono, comunque, delle soluzioni:

  • arrivare a 20 anni di contributi per percepire una pensione autonoma (questo, però, non sempre è possibile, in quanto superato il limite d’età ordinamentale si viene cessate forzatamente dal servizio);
  • ottenere una pensione unica chiedendo la rifusione [27]: in pratica, si deve rinunciare alla vecchia pensione e si devono restituire le rate di trattamento ricevute durante il nuovo servizio; questa soluzione è molto onerosa e non sempre è praticabile.

Poter percepire una nuova pensione, per i dipendenti pubblici, risulta dunque difficilissimo, al contrario di quanto avviene per la generalità dei dipendenti, che possono contare sulla pensione supplementare o sul supplemento di pensione: proprio per combattere questa discriminazione, sono recentemente state intraprese delle cause.

Pensioni 2019: nuovo calcolo, importi più bassi

Calcolo contributivo della pensione ancora più povero dal 1° gennaio 2019: a partire da questa data, infatti, dovranno essere utilizzati i nuovi coefficienti di trasformazione, che servono a “trasformare” in pensione il montante contributivo, cioè la somma dei contributi. Per diminuire l’impatto dell’aumento dei requisiti per la pensione sui coefficienti di trasformazione, che diventano più alti al crescere dell’età pensionabile, questi coefficienti sono stati abbassati da un nuovo decreto del ministero del lavoro [26]. Chi può già andare in pensione, dunque, è bene che lo faccia nel 2018, per non perdere l’applicazione dei coefficienti più vantaggiosi. L’impatto sarà maggiore per chi è soggetto al calcolo integralmente contributivo della pensione, moderato per chi ha diritto al calcolo misto e più leggero per chi ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011. Per approfondire: Nuovi coefficienti di trasformazione 2019.

Pensione anticipata quota 100 e 41: ricalcolo contributivo

Pensione anticipata quota 100 e quota 41 con penalità, ma non per tutti: secondo una nuova proposta della Lega, difatti, chi sceglierà di collocarsi a riposo con questo nuovo tipo di pensione, in cambio dell’uscita anticipata dal lavoro dovrà accettare il ricalcolo contributivo della pensione a partire dal 1996. Non cambierà nulla, dunque, per i contribuenti cosiddetti misti, che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e naturalmente anche per coloro che non possiedono contributi alla stessa data, i cosiddetti contributivi puri. La penalizzazione sulla pensione si farà sentire, invece, per chi possiede dai 18 anni di contributi in su al 31 dicembre 1995, ed avrebbe diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011.

Blocco della pensione per debiti col fisco

In base a quanto spiegato dall’Inps con un recente messaggio [25], ogni volta in cui la Pubblica Amministrazione deve effettuare, in favore di un contribuente ed a qualsiasi titolo, un pagamento di almeno 5mila euro (questo limite, prima pari a 10mila euro, è stato ridotto alla metà dalla legge di bilancio 2018), deve sospendere l’accredito e interrogare l’Agente della Riscossione per verificare se il beneficiario è debitore di somme per non aver pagato una o più cartelle. L’esattore, nella maggior parte dei casi Agenzia Entrate Riscossione, ha 5 giorni di tempo per rispondere. Se sono pendenti debiti, l’agente per la riscossione ha 60 giorni di tempo per attivare la procedura di riscossione, notificando al debitore l’ordine di versamento delle somme dovute.

Se risultano debiti, dunque, il pagamento è sospeso per un massimo di 60 giorni. Lo stesso è previsto anche in caso di pensioni d’importo pari o superiore a 5mila euro.

Rei reddito d’inclusione per tutti, nuovo modello di domanda

L’Inps ha appena pubblicato un nuovo modello di domanda del Rei, il reddito d’inclusione. Dal 1° giugno 2018, difatti, la misura è estesa a tutte le famiglie, comprese quelle senza figli minori o inabili, disoccupati over 55 e donne in gravidanza. Sono stati poi aumentati gli importi del Rei. Per saperne di più: Come si calcola il Rei.

Pensione anticipata quota 100 e quota 41

Secondo il programma del Governo Lega- Movimento 5 stelle, dovrebbero essere introdotte a breve due nuove pensioni anticipate, dette quota 100 e quota 41.

La cosiddetta pensione quota 100 offrirebbe ai lavoratori la possibilità di uscire dal lavoro quando la quota, cioè la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore, risulta almeno pari a 100.

Secondo alcune proposte, per pensionarsi con la quota 100 sarebbe comunque necessaria un’età minima e un numero minimo di anni di contributi: si parla di un minimo di 64 anni o di 61 anni di età, e di un minimo di 35 o 36 anni di contributi.

La quota 100 risulterebbe in ogni caso più vantaggiosa dell’attuale pensione anticipata, che ad oggi, come abbiamo osservato, si può ottenere con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (dal 2019, saranno necessari, rispettivamente, 42 anni e 3 mesi di contributi e 43 anni e 3 mesi): ad esempio, se il lavoratore ha 64 anni di età, con la quota 100 potrebbe pensionarsi con soli 36 anni di contributi.

La seconda nuova proposta è la pensione quota 41: questa consentirebbe di pensionarsi con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età (il termine quota in questo caso è usato impropriamente, perché 41 sono i soli anni di contributi necessari per ottenere il trattamento, non la somma di contributi ed età).

Ad oggi questa possibilità esiste già ma, come abbiamo visto, soltanto per i lavoratori precoci, cioè per coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età.

La nuova pensione quota 41 sarebbe comunque soggetta agli adeguamenti legati alla speranza di vita: dal 2019, pertanto, sarebbe possibile pensionarsi con 41 anni e 5 mesi di contributi, dal 2021 con 41 anni e 8 mesi, dal 2023 con 41 anni e 11 mesi, e così via, con aumenti di 3 mesi ogni biennio.

Si parla, infine, di prorogare l’opzione Donna, una pensione di anzianità che consentirebbe alle donne di uscire dal lavoro a 57 o 58 anni, con un minimo di 35 anni di contributi, in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno.

Pensione in regime di cumulo per i professionisti: liquidazione dei trattamenti in arrivo

Sono vicine al pagamento le prime pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti:

l’Inps, con un nuovo comunicato stampa [24], ha difatti appena informato che sono diventati operativi gli accordi sul cumulo con:

Enpam (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e Odontoiatri);
Inarcassa (Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti Liberi Professionisti);
Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica);
Enpaf (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Farmacisti);
Enpav (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Veterinari);
Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi);
Eppi (Ente di Previdenza dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati);
Cipag (Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza Geometri);
Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani);
Cassa Forense;
Cnpr (Associazione Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti commerciali).
La sottoscrizione delle convenzioni ha permesso di procedere alla lavorazione delle prime 500 domande di pensione in regime di cumulo pervenute.
È stata inoltre completata l’attività di formazione che permette alle Casse di previdenza dei professionisti, che hanno sottoscritto l’accordo, di utilizzare gli applicativi informatici necessari per la definizione delle singole posizioni pensionistiche.

È dunque possibile, per gli iscritti alle casse professionali elencate, fare domanda di pensione in regime di cumulo, se si possiedono i requisiti necessari. È consigliabile inviare la domanda anche per coloro la cui gestione previdenziale non ha ancora sottoscritto la convenzione con l’Inps, per ottenere almeno la priorità nella lavorazione della pratica, una volta che la situazione dovesse sbloccarsi.

Sospensione dei contributi per i lavoratori autonomi in malattia

L’Inps, con una nuova circolare [22], ha spiegato come usufruire delle possibilità offerte dal Jobs Act dei lavoratori autonomi [23]: la nuova normativa riconosce una tutela più ampia alla maternità e alla malattia degli imprenditori e dei liberi professionisti.

In particolare, il Jobs Act autonomi introduce la possibilità, in caso di malattia o infortunio di durata superiore ai 60 giorni, di sospendere il versamento dei contributi.

La sospensione del versamento dei contributi opera per l’intera durata della malattia o dell’infortunio fino ad un massimo di 2 anni.

Al termine della sospensione, il lavoratore deve versare i contributi e i premi maturati durante il periodo di sospensione, ma può dilazionarli in un numero di rate mensili pari a 3 volte i mesi di sospensione.

Queste disposizioni interessano sia i titolari di partita Iva, sia i collaboratori coordinati e continuativi .

Come noto, è obbligato a versare i contributi:

  • il professionista, se titolare di partita Iva o associato;
  • il committente, se il rapporto è una collaborazione coordinata e continuativa; 1/3 dei contributi è a carico del lavoratore.
    Di conseguenza, in caso di malattia o infortunio grave il committente deve procedere nel seguente modo:
  • inviare il flusso UniEmens del lavoratore interessato indicando il codice di sospensione S1;
  • sospendere il versamento dei contributi (1/3 a carico del collaboratore e 2/3 a carico dell’azienda committente);
  • effettuare il versamento in un’unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi sospesi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione, e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.
    Analogamente, nel caso di malattia o infortunio grave il professionista deve procedere nel seguente modo:
  • indicare nel quadro RR, sez. II, l’importo della contribuzione sospesa;
  • sospendere il versamento della contribuzione dovuta (saldo e/o acconto dovuto nel periodo di sospensione);
    presentare all’Istituto una richiesta di sospensione tramite il Cassetto previdenziale liberi professionisti Gestione separata – Comunicazione bidirezionale;
  • effettuare il versamento in unica soluzione o richiedere la rateazione degli importi (con aggravio degli interessi legali) al termine del periodo di sospensione e comunque trascorsi due anni dall’inizio dell’evento.

Domanda di accompagnamento semplificata per anziani

L’Inps, con un nuovo messaggio [21], ha reso noto che è possibile, per gli anziani, usufruire di una modalità semplificata di invio della domanda di assegno di accompagnamento.

In particolare, chi ha già raggiunto l’età per accedere all’assegno sociale, cioè chi ha almeno 66 anni e 7 mesi, può ottenere l’indennità di accompagnamento molto più facilmente: in un primo momento, la domanda semplificata sarà accessibile solo per chi richiede l’accompagnamento tramite patronato, per poi essere estesa a chi presenterà la domanda online di riconoscimento dei requisiti per l’indennità.

La nuova domanda semplificata è suddivisa in due sezioni:

  • la prima è relativa all’inserimento dei dati obbligatori e comprende i dati anagrafici, i recapiti, gli eventuali dati del coniuge, del rappresentante legale e la sezione relativa all’accertamento richiesto;
  • la seconda sezione consente di acquisire i seguenti dati:
    • l’eventuale ricovero;
    • l’eventuale delega alla riscossione di un terzo e in favore delle associazioni;
    • la modalità di pagamento.

In buona sostanza, la seconda sezione corrisponde al modello AP70, e serve alla verifica dei dati socio-economici per il diritto all’accompagnamento: questa seconda sezione è comunque facoltativa, perché il beneficiario dell’accompagnamento può scegliere di inviare il modello AP70 per conto proprio, una volta ottenuto il riconoscimento dei requisiti sanitari per l’indennità.

Nella domanda semplificata è prevista, infine, una sezione “Allegati” per l’inserimento di dichiarazioni di responsabilità e di altri documenti necessari in relazione alla tipologia di richiesta.

Inps, avvisi bonari in arrivo per artigiani e commercianti

Gli iscritti alle gestioni Inps degli artigiani e dei commercianti che non hanno pagato la scadenza di febbraio 2018 hanno ancora la possibilità di mettersi in regola. Con un nuovo messaggio [20], difatti, l’Inps ha comunicato l’inizio delle elaborazioni per l’emissione degli avvisi bonari relativi alla rata in scadenza a febbraio 2018 .

Gli avvisi bonari sono a disposizione dei contribuenti all’interno del Cassetto previdenziale Artigiani e Commercianti, all’interno del portale web dell’Inps, al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari”.

Come di consueto, è stata predisposta anche la relativa comunicazione visualizzabile al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Posizione Assicurativa” > “Avvisi Bonari generalizzati”.

Contestualmente è inviata una email di alert ai titolari della posizione contributiva e ai loro intermediari che abbiano fornito tramite il Cassetto il loro indirizzo di posta elettronica.

Qualora l’iscritto avesse già effettuato il pagamento, potrà comunicarlo utilizzando l’apposito servizio presente al seguente indirizzo: “Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti” > “Sezione Comunicazione bidirezionale” > “Comunicazioni” > “Invio quietanza di versamento”.

In caso di mancato pagamento l’importo dovuto verrà richiesto tramite avviso di addebito con valore di titolo esecutivo.

Pensione avvocati, ok al cumulo

Finalmente operativo il cumulo dei contributi per gli avvocati: la Cassa Forense ha infatti aderito alla convenzione Inps- Adepp (l’associazione che riunisce le gestioni previdenziali dei liberi professionisti) in materia di cumulo, in quanto sono stati superati i problemi relativi ai costi d’istruttoria.

Di conseguenza, le domande di pensione in regime di cumulo già presentate inizieranno ad essere evase da maggio 2018: una buona notizia per tutti quegli avvocati che possiedono contributi in gestioni diverse, come Inps dipendenti, ex Inpdap o gestione Separata, oltreché nella Cassa Forense, e che grazie al cumulo potranno pensionarsi prima, riunendo i contributi.

Ape, pagamento della liquidazione per gli statali

L’Ape volontario, a differenza dell’Ape sociale, non fa slittare i termini di pagamento del Tfr o del Tfs (trattamento di fine rapporto e trattamento di fine servizio). La liquidazione, difatti, viene corrisposta alle scadenze ordinariamente previste.

In particolare, se il servizio cessa per dimissioni, richieste a seguito dell’anticipo pensionistico volontario,  la prima rata del Tfr o del Tfs decorre dopo 24 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro; negli altri casi il termine di pagamento della prima rata della liquidazione risulta pari a 12 mesi e 90 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Solo nel caso in cui il rapporto termini per inabilità o decesso del lavoratore, il pagamento avviene in 105 giorni (15 più  90 giorni) dalla cessazione dal servizio.

Se la liquidazione maturata supera i 50mila euro lordi, l’importo è corrisposto in più rate,  la prima rata pari a 50mila euro lordi, la seconda pari all’eccedenza compresa tra i 50 e i 100 mila euro del Tfr o Tfs lordo maturato, l’eventuale terza rata  pari alla parte eccedente la somma di 100mila euro lordi. La seconda e la terza rata vengono poste in pagamento a distanza rispettivamente di dodici e ventiquattro mesi dalla corresponsione della prima rata.

La liquidazione ricevuta può essere utile per estinguere anticipatamente l’intera o parte del prestito pensionistico- Ape volontario prima che sia liquidata la pensione, evitando così le penalizzazioni.

Ape sociale e pensione anticipata, possibile integrare le domande

L’Inps, con un nuovo messaggio [19], ha reso noto che potranno essere integrate sia le domande di Ape sociale, che quelle di pensione anticipata per i lavoratori precoci, entro il 20 aprile 2018, senza che questo comporti la modifica del numero di protocollo/data/ora di ricezione rilasciato al momento dell’invio.

L’integrazione dovrà però riguardare esclusivamente l’allegazione del nuovo modello AP116, aggiornato in considerazione delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2018, e non i dati forniti al momento dell’invio della domanda.

Dal 20 aprile 2018 pagamento delle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti 

L’Inps inizierà a pagare le prime pensioni in regime di cumulo per i professionisti  a partire dal 20 aprile 2018. Stanno infatti giungendo al termine  le adesioni alla convenzione per il pagamento delle pensioni tra l’Inps e l’Adepp, l’associazione delle gestioni previdenziali di categoria. La convenzione, in particolare, è già stata firmata dall’Enpam, la cassa dei medici e degli odontoiatri,  da Inarcassa, la cassa degli ingegneri e degli architetti, dall’Enpav (veterinari), da Enpapi (infermieri), Eppi (periti industriali), Cipag (geometri), Enpaf (farmacisti) e Enpap(psicologi). Nei prossimi giorni l’adesione dovrebbe essere perfezionata anche da Cassa Forense, la gestione previdenziale degli avvocati, dalla cassa dei dottori commercialisti ed esperti contabili, dalla cassa ragionieri (Cnpr) e dalla cassa dei consulenti del lavoro (Enpacl). Una volta ratificata la convenzione, l’Inps potrà iniziare a liquidare i primi assegni dei professionisti che hanno fatto domanda di cumulo e possiedono tutti i requisiti richiesti: i primi pagamenti partiranno dal prossimo 20 Aprile.

Nuovi requisiti per la pensione confermati dall’Inps

In pensione 5 mesi più tardi: la conferma arriva dall’Inps, che con una nuova circolare [18] ha illustrato i nuovi requisiti per l’uscita dal lavoro relativi al biennio 2019-2020, più severi a causa degli adeguamenti alla speranza di vita.

L’Inps ha anche spiegato che, a causa delle modifiche apportate dalla legge di Bilancio 2018, la variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nell’anno 2016. A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa a ciascun biennio di riferimento sarà pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio stesso e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente. Ad esempio, per il biennio 2023-2024 la variazione della speranza di vita corrisponderà alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2019-2020 e la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018. In ogni caso, a decorrere dal 2021 gli adeguamenti biennali non potranno superare i tre mesi: l’eventuale parte eccedente andrà dunque a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando che anche questi non potranno superare i tre mesi.

In buona sostanza, considerando che dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria è pari a 67 anni, nel 2021 l’età pensionabile non potrà essere superiore a 67 anni e 3 mesi; lo stesso vale per la pensione anticipata, per la quale dal 2019 sono richiesti 43 anni e 3 mesi di contributi (42 anni e 3 mesi per le donne); nel 2021 il requisito non potrà superare i 43 anni e 6 mesi (42 e 6 mesi per le donne9.

Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato; il decremento viene considerato nei conteggi dei successivi adeguamenti, fermo restando il limite di tre mesi.

Per approfondire: Nuovi requisiti per la pensione 2019.

Pensione addetti ai lavori usuranti e turni notturni: scadenza domande

Scade il 1° maggio 2018 il termine per inviare la domanda di certificazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità con le quote (la quota è la somma dell’età pensionabile e degli anni di contributi accreditati), per i lavoratori addetti a mansioni usuranti ed ai turni notturni. In particolare, deve presentare la domanda entro il 1° maggio 2018 chi matura i requisiti per la pensione anticipata con le quote dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019.

Ricordiamo che il requisito minimo per accedere alla pensione di anzianità è la quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 anni di età e di 35 anni di contributi. I requisiti sono più elevati per chi possiede contributi da lavoro autonomo e per gli addetti ai turni notturni che hanno lavorato per meno di 78 notti l’anno. Da quest’anno, però, chi ha lavorato in turni avvicendati da 12 ore (di cui 6 collocate in periodi notturni) ha diritto a una maggiorazione del servizio notturno pari al 50%.

Per approfondire: Domanda di pensione anticipata lavori usuranti e notturni.

Maggiorazione per lavoro notturno con turni di 12 ore

I lavoratori che sono impiegati in cicli produttivi organizzati su turni di 12 ore hanno diritto a una maggiorazione per il calcolo delle notti svolte, ai fini della pensione anticipata per lavoro notturno. Devono però aver svolto l’attività lavorativa per almeno 6 ore nel periodo notturno, inteso come l’intervallo che va dalla mezzanotte alle 5 del mattino. Inoltre, i turni avvicendati devono essere organizzati sulla base di un accordo collettivo sottoscritto entro il 31 dicembre 2016,

Considerata la gravosità di questi turni, la legge di Bilancio 2018, come chiarito da una nuova circolare Inps [17], riconosce la moltiplicazione delle giornate lavorative di turno per 1,5: in questo modo, è più semplice raggiungere il requisito delle 64, 72 o 78 notti.

Pagamenti in arrivo per le pensioni dei professionisti in regime di cumulo

In dirittura d’arrivo le pensioni dei liberi professionisti in regime di cumulo dei contributi: dopo il blocco delle domande di pensione, difatti, causato dalla tassa Boeri, ossia da un importo pari a 65 euro da pagare all’Inps per la gestione delle pratiche relative al cumulo, la situazione è stata ora chiarita.

In particolare, l’assemblea dei presidenti delle casse previdenziali dei liberi professionisti (Adepp) ha approvato all’unanimità il nuovo schema di convenzione con l’Inps sulle pensioni in cumulo, schema in cui è stabilito che gli oneri sulla gestione delle pratiche di pensione sarà proporzionalmente diviso tra Inps e casse professionali.

Pagamenti in arrivo, dunque, per le pensioni in cumulo dei professionisti che, a migliaia, hanno presentato le relative domande ormai da parecchi mesi; si pone, a questo punto, la questione degli arretrati che dovranno essere corrisposti ai professionisti che hanno maturato i requisiti del trattamento da tempo. Gli arretrati non sono, comunque, l’unica questione alla base di probabili futuri contenziosi: fanno discutere, ad esempio, l’applicazione del ricalcolo contributivo del trattamento da parte di parecchie casse professionali, assieme al fatto che i contributi versati presso le casse stesse prima del 1995 non sono validi per il passaggio dal calcolo della pensione misto a quello retributivo. Queste problematiche rendono il cumulo dei contributi assai simile alla totalizzazione.

In ogni caso, i pagamenti delle pensioni in cumulo dei professionisti potranno essere effettuati solo una volta che la convenzione tra Inps e Adepp sarà effettivamente sottoscritta, e collaudata la piattaforma informatica grazie alla quale Inps e Casse dialogheranno per gestire le pensioni.

Rei: reddito d’inclusione esteso, aumenti sino a 540 euro

In attesa del reddito di cittadinanza o del reddito di avviamento al lavoro, cambia e si rafforza il reddito d’inclusione Rei, divenuto operativo di recente: si tratta, lo ricordiamo, di un assegno mensile, che può spettare sino a un massimo di 18 mesi, destinato alle famiglie con figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. Dal 1° luglio 2018, il Rei spetterà a tutte le famiglie aventi i requisiti economici, a prescindere dalla composizione del nucleo familiare, e passerà dalla soglia massima di 485 euro all’importo massimo mensile di circa 540 euro. Lo ha chiarito l’Inps, con una circolare appena pubblicata [16].

Domande Ape sociale 2018 in scadenza

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono beneficiare dell’Ape sociale, cioè della possibilità di uscire dal lavoro con 3 anni e 7 mesi di anticipo grazie a un assegno pagato dallo Stato: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di certificazione dei requisiti per l’Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [1].

Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare altre domande di certificazione dei requisiti entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, l’accesso all’anticipo pensionistico potrà essere accolto solo se risulteranno risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape sociale siano maturati entro il 31 dicembre 2018.

Non si sa ancora, invece, se l’Ape social sarà prorogata al 2019: si attende, a questo proposito, l’emanazione di un apposito intervento legislativo.

Pensioni, tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti

Ancora bloccate le pensioni dei professionisti che hanno presentato la domanda di cumulo dei contributi presenti in casse diverse: nonostante le casse dei liberi professionisti, difatti, abbiamo tutte firmato la convenzione con l’Inps In materia di pensioni in regime di cumulo, l’Inps ha disconosciuto la convenzione stessa, chiedendo il pagamento di una nuova tassa, ribattezzata tassa Boeri (il nome deriva dal presidente dell’istituto, sostenitore di questa nuova tassa), finalizzata a sostenere gli oneri delle pratiche pensionistiche. Ne abbiamo parlato nell’articolo Pensioni bloccate dalla tassa Boeri.

Successivamente, il ministero del Lavoro ha proposto una nuova convenzione nella quale la tassa Boeri è stata, di fatto, cancellata, e gli oneri legati alla gestione delle pratiche di pensione sono ripartiti, con modalità ancora da definire, tra l’Inps e le casse professionali. L’Inps, con un comunicato stampa [15], ha confermato la possibilità di aderire alla nuova convenzione: la parola passa ora alle casse dei liberi professionisti, che si ritiene risponderanno positivamente alla tassa Boeri cancellata per sbloccare i pagamenti.

Nel caso in cui le casse professionali aderiscano, le domande di pensione in regime di cumulo potranno essere finalmente sbloccate e le pensioni liquidate.

Pensioni bloccate dall’Inps per la tassa Boeri

Fumata nera sulle pensioni in regime di cumulo per i liberi professionisti: nonostante tutte le casse professionali, difatti, abbiano ratificato la convenzione con l’Inps, l’ente ha disconosciuto l’accordo, pretendendo il pagamento di una nuova tassa da 65 euro per ogni pensione, ribattezzata tassa Boeri.

Allo stato dei fatti, dunque, nonostante il via libera di tutte le gestioni previdenziali, la pensione, per i liberi professionisti che possiedono contributi in casse diverse e hanno deciso di fruire del cumulo, non può essere ancora pagata. Non si sa se e quando la diatriba potrà essere risolta: le casse stanno valutando l’avvio di un contenzioso contro l’Inps.

Iscrizione Inps degli artigiani irregolari

L’Inps, con un nuovo messaggio [14], ha ricordato che, in base all’attuale normativa, il lavoratore privo dei requisiti di legge per lo svolgimento di attività artigiana, e quindi per l’iscrizione alla gestione artigiani, non può essere esonerato dall’adempimento degli obblighi previdenziali per il periodo di esercizio effettivo dell’attività, quindi dal versamento dei contributi Inps alla gestione speciale artigiani.

La previsione normativa si basa sul presupposto logico che l’attività artigiana non autorizzata, una volta evidenziata la palese irregolarità di esercizio, deve essere cessata, con conseguente cessazione dell’obbligo contributivo.

Pertanto, il  lavoratore resta iscritto alla gestione previdenziale artigiani fino alla data di emissione della delibera della Commissione Provinciale Artigianato (o Organismo equipollente) che ne decreta la cancellazione o la non iscrivibilità all’Albo delle Imprese Artigiane, trattandosi appunto di attività svolta in assenza dei requisiti di legge.

Nessun contributo Inps da pagare per la definizione agevolata

Se il contribuente, sottoposto ad accertamento fiscale, si avvale della definizione agevolata delle liti pendenti, non è tenuto a pagare all’Inps i contributi sul maggior reddito imponibile accertato. Lo ha chiarito il tribunale di Siracusa [12]. La scelta della definizione agevolata non ha, difatti, valore di accettazione o riconoscimento della base imponibile accertata in via induttiva dall’agenzia delle Entrate,  perchè non si tratta di un’ipotesi assimilabile all’accertamento con adesione e manca una prova puntuale da parte dell’Inps di corrispondenza al vero del reddito accertato.

La pensione dell’avvocato non aumenta a seguito di accertamento fiscale

L’accertamento con adesione non dà luogo al ricalcolo della pensione liquidata dalla Cassa Forense. Lo ha stabilito la Cassazione [13], basandosi sul fatto che il regolamento della cassa calcola la pensione di vecchiaia sui redditi professionali dell’iscritto, senza considerare possibili variazioni operate da successivi accertamenti di natura fiscale.

Questo, nonostante la normativa sull’accertamento con adesione stabilisca che l’accertamento sia rilevante ai fini dei contributi previdenziali e assistenziali, la cui base imponibile sia riconducibile a quella delle imposte dei redditi. Si tratta infatti di una norma di natura tributaria, che non disciplina i riflessi previdenziali, che devono invece essere regolamentati dall’ordinamento delle singole gestioni.

Pensione in regime di cumulo, ricalcolo contributivo

Il cumulo dei contributi, per chi è iscritto a una cassa professionale (come Cassa Forense e Inarcassa) somiglia sempre di più alla totalizzazione, che prevede il ricalcolo della pensione col sistema contributivo, salvo il diritto ad autonomo trattamento presso una delle casse coinvolte. Quasi tutte le gestioni previdenziali dei liberi professionisti, difatti, hanno deciso di applicare il ricalcolo contributivo del trattamento, normalmente penalizzante, agli iscritti che ottengono la pensione attraverso il cumulo della contribuzione (che, lo ricordiamo, consente di sommare i contributi presenti presso fondi diversi per il diritto alla pensione; per determinare la misura della pensione ogni cassa calcola la propria quota secondo il proprio regolamento previdenziale).

Inarcassa, ad esempio, ossia la cassa degli ingegneri e degli architetti, non applica il ricalcolo contributivo soltanto a chi possiede l’anzianità contributiva minima utile alla pensione di vecchiaia unificata (pari a 32 anni e 6 mesi di contributi nel 2018). Tutti gli altri utilizzatori del cumulo subiscono il ricalcolo della pensione sulla base della contribuzione posseduta, senza considerare i redditi migliori, quindi vengono, di fatto, penalizzati dalla scelta di pensionarsi sommando i contributi posseduti in casse diverse.

Lo stesso succede, ad esempio, agli avvocati, che ottengono la pensione calcolata col sistema reddituale solo se raggiungono almeno 33 anni di contributi (34 dal 2019); i ragionieri non subiscono il ricalcolo contributivo soltanto se richiedono la pensione di vecchiaia in cumulo, mentre se richiedono la pensione anticipata sono sempre assoggettati a questo tipo di calcolo.

Insomma, la pensione in regime di cumulo dei contributi non ha grandi differenze con la totalizzazione, a causa delle regole applicate dalle casse professionali; l’unico lato positivo resta la mancata applicazione del ricalcolo contributivo alle quote di pensione erogate dalle gestioni Inps [4].

Quanto stabilito dalle casse professionali è comunque legittimo, perché garantisce la sostenibilità a lungo termine. Le prime pensioni in regime di cumulo, per i professionisti, saranno liquidate a breve: in questi giorni le casse stanno infatti ratificando la convenzione tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti). Ratificata la convenzione, arriverà il via libera operativo alla liquidazione delle domande di pensione in cumulo.

Pensione anticipata, Ape sociale e blocco età pensionabile, ok ai nuovi lavori gravosi

Ok definitivo all’ampliamento dei lavori gravosi: è stato difatti appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto [11] che estende a 15 le categorie degli addetti ai lavori particolarmente faticosi e rischiosi, che possono godere di importanti benefici pensionistici.

In particolare, da ora in poi possono usufruire dell’Ape sociale, della pensione anticipata precoci e del blocco dell’età pensionabile gli operai agricoli, gli operai siderurgici ed i lavoratori del vetro fuori dal perimetro dei lavori usuranti, i lavoratori marittimi imbarcati ed i pescatori.

Ecco, nel dettaglio, chi sono i nuovi addetti ai lavori gravosi:

  • operai agricoli specializzati: si tratta di coloro che pianificano ed eseguono tutte le operazioni necessarie a coltivare prodotti agricoli destinati al consumo alimentare e non, rendendo produttive colture in pieno campo, coltivazioni legnose, vivai, serre ed orti stabili;
  • operai specializzati della zootecnica: si tratta di coloro che si occupano della cura, della alimentazione e della custodia di animali da allevamento, per produrre carne o altri prodotti destinati al consumo alimentare, o alla trasformazione e produzione industriale
  • operai agricoli non specializzati: si tratta di coloro che curano e mettono a produzione in modo non specialistico o univoco una o più tipologie di coltura e di allevamento;
  • operai non qualificati nell’agricoltura e nella manutenzione del verde;
  • operai non qualificati addetti alle foreste, alla cura degli animali, alla pesca e alla caccia;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare, dipendenti o soci di cooperative;
  • siderurgici di prima e seconda fusione: fonditori, operatori di altoforno, convertitori e di forni di raffinazione, operatori di forni di seconda fusione, colatori di metalli e leghe e operatori di laminatoi, operatori di impianti per il trattamento termico dei metalli, conduttori di forni ed altri impianti per la lavorazione del vetro (lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature non già ricompresi tra i lavori usuranti), della ceramica e di materiali assimilati;
  • marittimi imbarcati a bordo: marinai di coperta e operai assimilati (coloro che conducono macchine e motori navali, barche e battelli, o che supportano le operazioni di trasporto marittimo);
  • personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne.

Decorrenza pensione anticipata lavoratori precoci

La pensione anticipata precoci decorre, ricorrendone i requisiti, dal mese successivo alla presentazione della domanda, come chiarito dall’Inps con una nuova circolare [9].

Per gli iscritti alle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria, la pensione decorre dal giorno successivo alla risoluzione del rapporto di lavoro.

Se la pensione anticipata precoci è ottenuta attraverso il cumulo dei contributi, la decorrenza è dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda.

Per le nuove categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci (caregiver che assistono parenti o affini sino al 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 1 marzo 2018,  la pensione anticipata avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018,  dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Domanda Ape sociale

Il tempo stringe per i lavoratori appartenenti alle categorie tutelate che vogliono fruire della possibilità di pensionarsi con 3 anni e 7 mesi di anticipo: l’Inps, con una recente circolare, ha difatti ricordato che il termine per presentare le domande di Ape sociale scade il 31 marzo 2018 [10]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda entro il 15 luglio 2018, oppure, tardivamente, entro il 30 novembre 2018 ma, in quest’ultimo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che il requisito contributivo (30 anni o 36 anni di contributi, a seconda della categoria di appartenenza, con un massimo di 2 anni di sconto per le donne), assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari dell’Ape social, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve invece attendere l’emanazione di un successivo intervento legislativo.

Decorrenza Ape sociale

Per le nuove categorie di beneficiari dell’Ape sociale (caregiver che assistono parenti o affini di 2° grado, nuove categorie di addetti ai lavori usuranti, nuove categorie di disoccupati), che abbiano presentato sia la domanda di verifica delle condizioni sia quella di accesso al beneficio entro il 31 marzo 2018,  l’anticipo pensionistico avrà decorrenza, in deroga al regime stabilito per il 2018, dal primo giorno del mese successivo al perfezionamento di tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa. Il trattamento non potrà in ogni caso avere decorrenza anteriore al 1° febbraio 2018.

Questo, perché coloro che rientrano nelle citate categorie non hanno potuto, in precedenza, presentare la domanda di verifica delle condizioni di accesso, nonché la domanda di accesso all’agevolazione completa di tutti gli elementi necessari per l’istruttoria.

Aumento età pensionabile

Per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria è necessario possedere, nel 2018, almeno 66 anni e 7 mesi di età, assieme ad almeno 20 anni di contributi (15 anni per chi rientra nella Deroga Amato o nell’Opzione Contributiva Dini); l’assegno di pensione, inoltre, non deve risultare inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (cioè a circa 673 euro) se il trattamento è calcolato col sistema interamente contributivo.

Dal 2019, a causa dell’incremento della speranza di vita media riscontrato dall’Istat, il requisito di età è aumentato di a 5 mesi: si potrà dunque ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni.

Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Blocco età pensionabile per addetti ai lavori gravosi

L’età pensionabile aumenta per tutti, uomini e donne, dal 2019, a 67 anni, e aumentano di 5 mesi tutti i requisiti per le pensioni soggetti agli adeguamenti alla speranza di vita.

L’età pensionabile resta però ferma a 66 anni e 7 mesi per gli addetti ai lavori gravosi: ricordiamo che gli addetti ai lavori gravosi sono coloro che rientrano in 15 categorie di addetti a mansioni particolarmente faticose e rischiose, e che possono beneficiare dell’Ape sociale con 36 anni di contributi (35 anni per le donne con un figlio, 34 anni per le donne che hanno da 2 figli in su).

Perché gli interessati possano essere riconosciuti come addetti ai lavori gravosi ai fini delle agevolazioni pensionistiche, è necessario che abbiano svolto le attività faticose e rischiose previste dalla legge per almeno 7 anni nell’ultimo decennio prima del pensionamento, oppure per 6 anni nell’ultimo settennio.

Ad ogni modo, l’età pensionabile resterà inalterata solo se in possesso di almeno 30 anni di contributi.

Aumento età per la pensione di vecchiaia contributiva

Chi ha diritto al calcolo interamente contributivo del trattamento, ha diritto alla pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi e senza soglie di accesso, ma con 70 anni e 7 mesi di età. Dal 2019, a causa degli incrementi della speranza di vita media, l’età per la pensione di vecchiaia contributiva aumenterà a 71 anni.

Aumento età per la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità

La pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, che può essere ottenuta da chi possiede un’invalidità pensionabile minima dell’80% con almeno 55 anni e 7 mesi di età per le donne e 60 anni e 7 mesi per gli uomini, più 20 anni di contributi (15 in alcuni casi), subisce dal 2019 un aumento del requisito di età. In particolare sarà possibile pensionarsi con un’età minima di 56 anni per le donne e di 61 anni per gli uomini. La finestra di attesa, dalla maturazione dell’ultimo requisito alla data della pensione, è pari a 12 mesi.

Aumento requisiti pensione anticipata

La pensione anticipata, introdotta a partire dal 2012 dalla legge Fornero [1] al posto della pensione di anzianità, è un trattamento che può essere raggiunto con un determinato numero di anni di contributi, a prescindere dall’età. Un limite di età esiste per la sola pensione anticipata contributiva (alla quale può accedere a 63 anni e 7 mesi di età solo chi è assoggettato al calcolo contributivo della pensione).

Il requisito contributivo previsto per la pensione anticipata ordinaria è più basso per i lavoratori precoci (cioè che possiedono almeno 12 mesi di contributi da lavoro accreditati prima del 19° anno di età) che appartengono a determinate categorie tutelate (le stesse categorie destinatarie dell’Ape sociale): questi lavoratori possono pensionarsi con 41 anni di contributi.

I requisiti previsti per fruire dell’ordinaria pensione anticipata, sino al 31 dicembre 2018, sono:

  • 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne;
  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini.

Il requisito successivamente aumenterà di 5 mesi nel 2019, cioè a 43 anni e 3 mesi per gli uomini ed a 42 anni e 3 mesi per le donne. Gli incrementi, successivamente, saranno pari a 3 mesi ogni biennio, salvo variazioni nel caso in cui si rilevino incrementi o decrementi della speranza di vita diversi da quelli previsti originariamente.

Dal 2019 aumenta di 5 mesi anche il requisito per la pensione anticipata dei lavoratori precoci, che sale così a 41 anni e 5 mesi.

Per la pensione anticipata contributiva gli attuali requisiti sono:

  • 63 anni e 7 mesi di età;
  • 20 anni di contributi;
  • un assegno pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale (ossia, per il 2018, a 1.268,40 euro mensili, poiché l’assegno sociale è pari a 453 euro).

Dal 2019 il requisito di età aumenterà a 64 anni.

Domanda di pensione lavoratori precoci

l’Inps, con una recente circolare, ha  ricordato che il termine per presentare le domande per la cosiddetta pensione anticipata quota 41 scade il 1° marzo 2018 [1]. Sarà comunque possibile, dopo questa data, presentare la domanda tardivamente ma, in questo caso, potrà essere accolta solo se vi sono risorse residue.

Per poter presentare la domanda nel 2018, ad ogni modo, è necessario che i 41 anni di contributi, assieme agli altri requisiti richiesti per le specifiche categorie di beneficiari della pensione anticipata precoci, siano maturati entro il 31 dicembre 2018. Chi matura i requisiti nel 2019 deve inviare la domanda per il beneficio precoci, invece, entro il 1° marzo 2019, oppure può inviare l’istanza tardivamente entro il 30 novembre 2019: la pensione anticipata con 41 anni di contributi (che dal 2019 si potrà ottenere con 41 anni e 5 mesi di contributi, per effetto degli incrementi legati alla speranza di vita media), difatti, è una misura permanente, che non ha scadenza.

Ricordiamo che la pensione anticipata per i lavoratori precoci può essere ottenuta, innanzitutto, soltanto coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19º anno di età, se iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 ed appartenenti a particolari categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi dal 74% in su e addetti ai lavori gravosi.

Modifica del meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Qual è, invece, la situazione attuale? Ad oggi si applica ancora quanto disposto dalla riforma delle pensioni 2010 [2], poi confermato dalla legge Fornero [1]: la normativa prevede, in particolare, degli adeguamenti periodici alla speranza di vita, biennali dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

Aumento età pensionabile lavoratori marittimi

Per i lavoratori marittimi addetti al pilotaggio, sia uomini che donne, nel 2018 l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi.

Per i lavoratori marittimi adibiti al servizio di macchina o stazione radiotelegrafica a bordo, aumenta invece a 58 anni e 7 mesi, unitamente ad almeno 20 anni di contributi (1040 settimane), di cui 520 al servizio di macchine o di stazioni radiotelegrafiche di bordo.

Aumento età pensionabile poligrafici

Per i dipendenti di aziende poligrafiche in crisi aumentano i requisiti per il prepensionamento: non si tratta di requisiti di età, ma contributivi. Per l’uscita dal lavoro, in particolare, sono richiesti 37 anni e 7 mesi di contributi. Nei loro confronti, tuttavia, la legge di Bilancio 2018 ha previsto una salvaguardia della vecchia normativa (ossia della normativa vigente sino al 31 dicembre 2013) per tutelare coloro che avevano siglato accordi di Cigs (cassa integrazione straordinaria) entro il maggio 2015.

Aumento età pensionabile personale viaggiante

Per il personale viaggiante addetto ai servizi pubblici di linea, appartenenti all’ex Fondo Trasporti, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata aumenta a 61 anni e 7 mesi, sia per gli uomini che per le donne. Per questi lavoratori, difatti, la normativa sull’armonizzazione dei requisiti ha stabilito che l’età per l’uscita dal lavoro può essere può essere anticipata sino a un massimo di 5 anni rispetto a quella previsto per la generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile lavoratori dello spettacolo

Per alcune categorie di lavoratori dello spettacolo iscritti all’ex Enpals (oggi, a seguito dell’assorbimento da parte dell’Inps, al Fondo lavoratori dello Spettacolo) aumentano i requisiti per ottenere la pensione di vecchiaia anticipata.

In particolare:

  • per i lavoratori del gruppo ballo l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 46 anni e 7 mesi;
  • per i lavoratori del gruppo cantanti, artisti lirici e orchestrali, l’età per la pensione di vecchiaia anticipata sale a 61 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 59 anni e 7 mesi per le donne; .la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo (con la particolarità che i due requisiti possono non maturarsi contemporaneamente, dato che un anno di contributi si acquista con un numero minimo di giornate convenzionali, generalmente 120), e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli appartenenti al gruppo attori, conduttori, maestri d’orchestra e figurazione e moda, i requisiti di età per la pensione di vecchiaia anticipata salgono a 64 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 62 anni e 7 mesi per le donne; anche per questi soggetti, la prestazione si acquisisce a condizione che si possano vantare almeno 20 anni di contributi e di anzianità assicurativa presso il fondo e che si possieda almeno un contributo versato prima del 31 dicembre 1995;
  • per gli altri lavoratori iscritti al fondo dello spettacolo l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria, nel 2018, è pari a quella prevista per la generalità dei lavoratori, ossia a 66 anni e 7 mesi, in quanto non godono di alcun’agevolazione previdenziale rispetto alla generalità degli iscritti all’Inps.

Aumento età pensionabile sportivi professionisti

L’età pensionabile aumenta nel 2018 anche per gli sportivi professionisti iscritti all’ex Enpals, oggi al fondo di previdenza degli sportivi professionisti.

Nel dettaglio, per coloro che sono in possesso di almeno un contributo versato al 31 dicembre 1995, l’età pensionabile sale a 53 anni e 7 mesi per gli uomini ed a 51 anni e 7 mesi per le donne, a condizione che possiedano almeno 20 anni anzianità assicurativa e di contributi con la qualifica di sportivo professionista.

Semplificazione accesso alla pensione per gli addetti ai lavori usuranti

Gli adempimenti per la domanda di pensione degli addetti ai lavori usuranti sono stati recentemente semplificati. La legge di Bilancio 2018 ha inoltre introdotto un bonus per chi svolge lavoro notturno per meno di 78 giorni all’anno ed è impiegato in cicli produttivi del settore industriale su turni di 12 ore (sulla base di accordi collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2016). In questi casi, i giorni lavorativi effettivamente svolti devono essere moltiplicati per il coefficiente 1,5: questo dovrebbe comportare il perfezionamento dei requisiti pensionistici anticipatamente.

Restano, invece, invariati sino al 2026 i requisiti contributivi, di età e le quote per l’accesso alla pensione.

La domanda di pensione, per gli addetti ai lavori usuranti, deve essere presentata all’Inps entro il 1° maggio 2018, se si maturano i requisiti per la pensione di anzianità con le quote nel 2019. Per chi matura i requisiti nel 2018, invece, la data di presentazione dell’apposita domanda di certificazione dei requisiti all’Inps è già passata: la scadenza era difatti fissata al 1° maggio 2017. Si ha comunque diritto alla liquidazione della pensione, ma posticipata, a seconda del ritardo nella presentazione dell’istanza.

Per sapere, con precisione, chi appartiene alle categorie degli addetti ai lavori usuranti, e quali sono i requisiti per la pensione, si veda: Elenco lavori usuranti.

Ape prorogata al 2019

È stato prorogato sino al 31 dicembre 2019 l’Ape volontario, cioè l’anticipo pensionistico che può essere ottenuto attraverso un prestito bancario e consente di uscire dal lavoro sino a 3 anni e 7 mesi prima della maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

Proroga in vista anche per l’Ape sociale, ossia per l’anticipo pensionistico a carico dello Stato, che può essere richiesto, come l’Ape volontario,  a partire dai 63 anni di età e che sostiene il lavoratore fino al perfezionamento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia (dal 2018 pari a 66 anni e 7 mesi per tutti), per un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.

Possono accedere all’Ape sociale, nello specifico, i lavoratori che, al momento della domanda, abbiano già compiuto 63 anni di età, e che siano, o siano stati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago, che comprende gli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi), alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, o alla gestione Separata Inps, purché cessino l’attività lavorativa e non siano già titolari di pensione diretta.

I beneficiari dell’Ape sociale devono possedere almeno 30 anni di contributi (contando tutti i periodi non coincidenti maturati presso le gestioni Inps; è previsto lo sconto di un anno nel requisito contributivo per le donne con un figlio, di 2 anni per le donne che hanno dai 2 figli in su) se appartengono alle categorie dei disoccupati, dei caregiver e degli invalidi dal 74%, almeno 36 anni di contributi (salvo la riduzione appena esposta per le donne con figli) se appartengono alle 15 categorie di addetti ai lavori gravosi.

L’età minima per l’accesso all’Ape sociale, per chi raggiunge l’età pensionabile dal 2019, è spostata a 63 anni e 5 mesi a causa degli incrementi legati alla speranza di vita.

Per la proroga dell’Ape sociale al 2019, la cui possibilità è prevista nella legge di Bilancio 2018, si attende, ad ogni modo, un successivo intervento legislativo.

Ape sociale per addetti ai lavori gravosi

Nella legge di Bilancio 2018 è stato poi previsto l’ampliamento dell’Ape social a 4 nuove categorie di addetti ai lavori gravosi, che potranno beneficiare anche del blocco dell’età pensionabile.

Si tratta di:

  • operai siderurgici di prima e seconda fusione e lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature fuori dal perimetro dei lavori usuranti;
  • operai dell’agricoltura, della zootecnia e pesca;
  • marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare dipendenti o soci di cooperative.

È stato inoltre abolito, per gli addetti ai lavori gravosi, il vincolo di una tariffa Inail pari almeno al 17 per mille ed è previsto che le attività gravose possano essere svolte:

  • per almeno 6 anni nell’ultimo settennio antecedente il pensionamento;
  • per almeno 7 anni nell’ultimo decennio antecedente il pensionamento.

Questi lavoratori potranno poi avere accesso, così come tutte le categorie di destinatari dell’Ape sociale, alla pensione anticipata precoci con 41 anni di contributi, se possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del 19° anno di età.

Ape sociale disoccupati

Per quanto riguarda la categoria dei disoccupati, anch’essi destinatari dell’Ape sociale, la misura è stata estesa anche a coloro il cui rapporto di lavoro è cessato a seguito di un contratto a termine, se hanno alle spalle almeno 18 mesi di contratti negli ultimi 3 anni.

Inoltre potranno accedere all’Ape sociale anche coloro che sono stati rioccupati con un contratto di lavoro subordinato, con i voucher o col contratto di prestazione occasionale o il libretto famiglia per non più di 6 mesi complessivamente [3].

Ape sociale caregiver

Per quanto riguarda i caregiver, un’altra categoria di beneficiari dell’Ape sociale, potranno accedere alla misura coloro che assistono un disabile portatore di handicap grave convivente, anche se familiare entro il 2° grado, qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 anni, oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti.

Ape rosa

In merito ai requisiti contributivi previsti per l’Ape sociale, la legge di Bilancio 2018 ha riconosciuto una riduzione degli anni di contributi richiesti per le lavoratrici con figli: questa misura è conosciuta col nome di Ape Rosa.

Lo sconto contributivo previsto, in particolare, è pari a un anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni di riduzione del requisito contributivo richiesto.

In questo modo, le donne con almeno due figli appartenenti alla categoria degli invalidi, dei caregiver o dei disoccupati, possono richiedere l’Ape sociale con un minimo di 28 anni di contributi, mentre le appartenenti alla categoria degli addetti ai lavori gravosi possono richiedere la misura con un minimo di 34 anni di contributi.

Proroga Ape volontario

La legge di Bilancio 2018, oltre alla proroga dell’Ape sociale, come abbiamo detto, ha anche previsto la proroga dell’Ape volontario per coloro che maturano i requisiti previsti per le misure entro il 31 dicembre 2019. In particolare, nella manovra è stato previsto un apposito fondo in cui dovranno confluire le risorse utili alla proroga delle misure.

Ricordiamo che aderendo all’Ape volontario il lavoratore può ricevere un assegno, a partire dai 63 anni di età, se possiede almeno 20 anni di contributi, sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia, con un anticipo massimo possibile pari a 3 anni e 7 mesi.

Considerando che l’età per la pensione di vecchiaia, attualmente, è pari a 66 anni e 7 mesi, l’anticipo può essere richiesto con un minimo di 63 anni di età; per coloro che matureranno i requisiti per la pensione di vecchiaia dal 2019, però, il requisito slitta a 63 anni e 5 mesi di età, dato che dal 2019 l’età pensionabile sarà elevata a 67 anni. In caso di futuri adeguamenti alla speranza di vita nel 2021, il decreto sull’Ape volontario prevede la concessione dell’Ape supplementare, ossia un allungamento del periodo di percezione dell’anticipo.

L’Ape volontario è ottenuto grazie a un prestito bancario, che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione e che comporta (assieme all’assicurazione obbligatoria e al contributo per il fondo di solidarietà) una penalizzazione, sulla futura pensione, pari a circa il 5% dell’importo per ogni anno di anticipo. La penalizzazione può essere calcolata in anticipo grazie al nuovo simulatore, disponibile nel sito web dell’Inps.

L’Ape volontario sarà attivato a breve: per richiederlo si dovrà prima provvedere a farsi rilasciare un’apposita certificazione dall’Inps, poi, scelto il prestito e il soggetto finanziatore, si dovrà inoltrare la domanda di Ape e la domanda di pensione.

Niente Ape volontario per chi possiede contributi in casse diverse

Niente anticipo pensionistico per chi possiede contributi in gestioni previdenziali diverse, se nessuna delle casse, da sola, raggiunge 20 anni di accrediti contributivi: lo ha stabilito l’Inps, con una nuova circolare [8Inps Circ. n.28/2018.]. Diversamente da quanto accade per l’Ape sociale, dunque, non è possibile combinare l’anticipo pensionistico con il cumulo della contribuzione. Questo penalizza notevolmente chi ha avuto una carriera frammentaria; risulta penalizzato anche chi, pur raggiungendo 20 anni di contributi in una sola gestione, possiede una contribuzione poco elevata e non può cumulare i contributi posseduti presso altre casse per aumentare l’importo della pensione. L’Ape volontario, difatti, non può essere ottenuto se la futura pensione risulta inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo (ossia se è sotto i 710 euro mensili): potendosi considerare la contribuzione di una cassa sola per il calcolo della futura pensione in rapporto al diritto all’Ape, è chiaro che gli accessi all’anticipo pensionistico saranno notevolmente ristretti.

È invece ammesso il vecchio cumulo tra i contributi posseduti presso il fondo Inps dipendenti e le gestioni speciali dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti), in quanto si tratta di un cumulo d’ufficio. Chi, poi, vuole raggiungere l’Ape volontario comunque, nonostante possieda contribuzione accreditata presso gestioni diverse, può avvalersi della ricongiunzione dei contributi a titolo oneroso

Ape aziendale

L’Ape aziendale consiste nella possibilità, per l’azienda, di incentivare l’esodo dei lavoratori con almeno 63 anni di età, offrendo un contributo che serva ad abbassare i costi dell’Ape volontario.

Nello specifico, il datore di lavoro può, con il consenso del lavoratore dipendente interessato dall’esodo, incrementare la somma dei contributi accreditati a quest’ultimo, versando un contributo all’Inps in un’unica soluzione al momento della richiesta dell’Ape.

Il contributo non deve essere inferiore, per ciascun anno o sua frazione di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, all’importo della contribuzione volontaria basata sulla retribuzione percepita dal lavoratore prima del pensionamento.

Il contributo aggiuntivo serve ad incrementare la misura della pensione che il lavoratore riceve una volta terminata la fruizione dell’Ape, abbassando in questo modo l’incidenza sulla prestazione delle rate di restituzione del prestito finanziario.

Rita, anticipo della pensione integrativa

La Rita, rendita integrativa anticipata, consiste nella possibilità di ottenere in anticipo la pensione complementare, rispetto alla maturazione dei requisiti previsti per la pensione principale: in questo modo, il costo dell’Ape volontario può essere diminuito o addirittura azzerato, nel caso in cui la rendita anticipata sia consistente.

Hanno diritto alla pensione integrativa anticipata, o Rita, nel dettaglio, gli iscritti alla previdenza complementare che risultano disoccupati da almeno 24 mesi (non più da almeno 48 mesi), possiedono almeno 20 anni di contributi e maturano entro 5 anni i requisiti per la pensione di vecchiaia.

Inoltre, la rendita può essere richiesta con un anticipo di 10 anni rispetto alla data di maturazione dei requisiti della pensione principale, nell’ipotesi in cui l’anticipo decennale sia previsto dallo statuto o dal regolamento del fondo di previdenza complementare a cui il lavoratore aderisce.

Pensione professionisti con cumulo dei contributi

È stata siglata tra Inps e Adepp (l’associazione delle gestioni previdenziali dei liberi professionisti) una convenzione che disciplina il riconoscimento delle pensioni in totalizzazione e cumulo gratuito, per i professionisti che possiedono contributi accreditati sia presso le casse private che presso le gestioni Inps.

Nelle prossime settimane, le 18 casse dei liberi professionisti dovranno formalizzare l’adesione alla convenzione, mentre l’Inps, nel frattempo, provvederà a rendere operativa la piattaforma informatica per la raccolta delle domande e l’erogazione delle pensioni in regime di cumulo.

Pagamento a breve, dunque, per la pensione in cumulo dei professionisti, attesa da oltre un anno: nonostante il via libera al cumulo dei contributi sia arrivato non solo dall’Inps [4], ma dalla maggior parte delle casse dei liberi professionisti (Inarcassa, Enpam, Cipag, CNPR, Cassa Forense…), con apposite circolari [5], senza l’operatività della convenzione Inps Adepp le pensioni non possono essere liquidate.

Reddito d’inclusione Rei

Dal 1° luglio 2018 non sarà più richiesto, per ottenere il reddito d’inclusione, che nel nucleo familiare siano presenti figli minori o inabili, donne in gravidanza o disoccupati over 55. In più, per le famiglie da 5 componenti in su la misura massima del Rei sale a 534 euro mensili.

Prepensionamento con 7 anni di anticipo

L’isopensione e l’assegno straordinario, due trattamenti meglio conosciuti sotto il nome di prepensionamento o scivolo pensionistico, consentiranno agli esuberi l’uscita dal lavoro con 7 anni di anticipo. Per approfondire: Pensione con 7 anni di anticipo, come funziona.

Pensione d’invalidità civile

La pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, è una prestazione dell’Inps che spetta a chi possiede un’invalidità riconosciuta dal 74% al 99%, se è disoccupato e non supera determinati limiti di reddito.

La pensione mensile d’invalidità, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Pensione invalidi civili totali

La pensione mensile per gli invalidi civili in misura pari al 100%, o pensione di inabilità civile, ha lo stesso importo dell’assegno di assistenza, dunque, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione, però, è più alto ed è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni, anche in questo caso, spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di frequenza

L’indennità di frequenza spettante ai minori, dal 2018, aumenta da 279,47 euro a 282,55 euro. Il limite di reddito personale annuo che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 4.853,29 euro.

In presenza di determinate condizioni, spetta, come per la pensione d’inabilità e invalidità, una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Assegno sociale sostitutivo

L’assegno sociale sostitutivo, o derivante dall’invalidità civile, dal 2018 è concesso a 66 anni e 7 mesi di età e non più a 65 anni e 7 mesi, proprio come l’assegno sociale ordinario. L’importo dell’assegno sociale sostitutivo, per il 2018, è pari a:

  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base, pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore, pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro;
  • 368,91 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale, pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 190,86 euro.

Pensione sociale sostitutiva

L’importo della pensione sociale sostitutiva, per il 2018, è pari a:

  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili parziali, con un limite di reddito personale pari a 4.853,29 euro annui; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base [3], pari a 84,09 euro mensili, e la maggiorazione ulteriore [4], pari a 12,92 euro, dell’assegno sociale; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro;
  • 289,24 euro mensili per gli invalidi civili totali, con un limite di reddito personale annuo pari a 16.664,36 euro; a determinate condizioni è possibile ottenere la maggiorazione base dell’assegno sociale [3], pari a 84,09 euro mensili; inoltre, a partire dal 70° anno di età, è possibile ottenere l’incremento della maggiorazione, pari a 270,53 euro.

Pensione speciale sordomuti

La pensione speciale per i sordomuti, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 361,31 euro.

Indennità di comunicazione

L’indennità di comunicazione mensile spettante ai sordomuti per il 2018 è pari a 256,21 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per ciechi assoluti

La pensione per ciechi assoluti, per il 2018, è pari a 305,56 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 338,30 euro.

Per i ciechi assoluti ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 305,56 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 266,80 euro.

Pensione per ciechi parziali

La pensione per i ciechi parziali, per il 2018, è pari a 282,55 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Per i ciechi parziali ultra65enni la pensione mensile, per il 2018, è pari a 282,55 euro.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 16.664,36 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 71,50 euro.

Inoltre, nei casi in cui spetta il cosiddetto incremento al milione, dal 70° anno di età, l’incremento della maggiorazione è pari, dal 2018, a 289,81 euro.

Assegno per i decimisti

L’assegno per i decimisti, cioè per chi ha un residuo visivo non superiore in ciascun occhio ad un decimo, con eventuale correzione ottica, per il 2018 è pari a 209,70 euro mensili.

Il limite di reddito personale che consente di aver diritto alla prestazione è pari a 8.011,78 euro annui.

In presenza di determinate condizioni spetta una maggiorazione pari a 10,33 euro.

Indennità per i ventesimisti

L’indennità mensile spettante ai ventesimisti, cioè a chi ha un residuo visivo in ciascuno degli occhi, con eventuale correzione di lenti, non superiore ad un ventesimo, per il 2018 è pari a 209,51 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Indennità di accompagnamento

L’indennità di accompagnamento, o accompagno, che spetta agli invalidi al 100% non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita o di camminare senza l’aiuto di un accompagnatore, per il 2018 è pari a 516,35 euro. Non ci sono limiti di reddito per averne diritto.

Per i ciechi assoluti, l’assegno di accompagnamento è pari a 915,18 euro mensili. Anche in questo caso non sono previsti limiti di reddito per averne diritto.

Pensione per i talassemici

Per gli affetti da talassemia major e depranocitosi, l’indennità mensile spettante è pari a 507,42 euro, senza limiti di reddito.

Assegno sociale

L’assegno sociale, nel 2018, è pari a 453 euro, ed è erogato, come la pensione, per 13 mensilità: pertanto, la sua misura annuale è pari a 5.889 euro.

L’assegno sociale può spettare in misura intera o ridotta, a seconda del reddito posseduto. In particolare:

  • ai beneficiari non coniugati privi di reddito, spetta in misura intera;
  • ai beneficiari coniugati con reddito inferiore a 5.889 euro annui, spetta in misura intera;
  • ai non coniugati con reddito sino a 5.889 euro annui, spetta in misura ridotta;
  • ai coniugati con reddito sino a 11.778 euro annui, spetta in misura ridotta.

L’importo dell’assegno sociale può essere aumentato, grazie a due diverse maggiorazioni:

  • maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, spettante, dal 2001 [6], per tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati;
  • maggiorazione pari a 190,86 euro, spettante, dal 2002 [7], per i pensionati con almeno 70 di età, per i pensionati con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati; tale maggiorazione può competere anche ai minori di 70 anni che hanno versato un determinato ammontare di contributi: in particolare, la riduzione di età si calcola in ragione di 1 anno ogni 5 anni di contribuzione versata (ad esempio, se Tizio possiede 10 anni di contributi, può accedere alla maggiorazione a 68 anni di età).

La maggiorazione e l’incremento possono essere concessi in misura ridotta fino a concorrenza dei limiti di reddito.

Calendario pensioni

Cambia, infine, il calendario del pagamento delle pensioni 2018, che tornano a essere liquidate il primo giorno bancabile.

A quali donne spetta il mantenimento

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Addio mantenimento per gran parte delle ex mogli. Restano in piedi le casalinghe attempate. L’assegno verrà negato a chi riesce a mantenersi da sola o è ancora giovane e pur potendo badare a sé stessa, non lo vuole fare.

Dopo quasi trent’anni la Cassazione ha modificato le regole sull’assegno divorzile, ossia il mantenimento che viene pagato dal coniuge più “benestante” (che di norma è l’uomo) nei confronti di quello che guadagna di meno o che non guadagna affatto (che di norma è la donna). Si parla di rivoluzione epocale, di una “riforma” adeguata al mutato atteggiamento della società verso forme di parassitario sostegno in favore di chi ha avuto la fortuna di sposare una persona con un reddito più elevato del proprio. Chi ha letto il nostro articolo Addio assegno di mantenimento a chi può mantenersi da solo saprà già a cosa va incontro l’ex moglie che voglia chiedere il mantenimento dopo il divorzio. E probabilmente, se ha già divorziato o lo sta facendo, starà già pensando di ricorrere al giudice per chiedergli di modificare le condizioni di divorzio. Pertanto, alla luce delle nuove regole è normale chiedersi in quali circostanze e a quali donne spetta il mantenimento. Ma prima facciamo un passo indietro e vediamo, nel dettaglio, cosa cambierà da oggi in poi quando marito e moglie intenderanno divorziare. 

Come cambia l’assegno di mantenimento

Prima di spiegare a quali donne spetta il mantenimento dopo la sentenza di ieri della Cassazione, facciamo qualche precisazione. In passato, scopo del mantenimento era quello di equilibrare la sproporzione tra i redditi dei due ex coniugi, garantendo a quello più “povero” di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. In questo modo, il reddito più elevato veniva di fatto quasi diviso tra i due ex coniugi. Si aveva, insomma, una situazione di sostanziale uguaglianza. Oggi non è più così: il divorzio – dice la Cassazione – recide ogni legame tra i coniugi, ivi compreso l’obbligo di garantire all’ex il tenore di vita di cui quest’ultimo godeva durante l’unione. Risultato? L’assegno deve ormai garantire il solo «mantenimento» ossia le esigenze necessarie a sostenersi. Qualcosa in più della semplice sopravvivenza, ma sicuramente qualcosa di molto meno rispetto al tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Il mantenimento sarà dovuto non più se chi lo richiede non è in grado di mantenere il precedente tenore di vita matrimoniale, ma solo se quest’ultimo non è in grado di provvedere a se stesso per “raggiunti limiti di età” oppure perché non è in grado di trovare un lavoro o di rendersi economicamente indipendente. E di ciò dovrà darne prova al giudice poiché, in difetto, qualsiasi contributo gli verrà negato. Non è più come un tempo in cui l’assegno era quasi una conseguenza immediata e diretta del divorzio. Di converso, il mantenimento non spetta a chi è in grado di mantenersi o a chi, pur potendolo fare, non vuol lavorare per propria scelta.

Per attenuare queste rigide posizioni, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno detto che il giudice, nel valutare l’entità dell’assegno di mantenimento, deve tenere conto del ruolo che la moglie ha rivestito all’interno della famiglia. È chiaro infatti che la donna che ha sacrificato la propria carriera per badare ai figli e alla casa, ha consentito al marito di concentrarsi sulla carriera, arricchendosi. A questo incremento di ricchezza ottenuto dall’ex è giusto che la donna partecipi. Ecco perché la casalinga oggi ha più possibilità di ottenere gli alimenti rispetto a una donna che, seppur in modo discontinuo, ha sempre lavorato.

A quali donne spetta il mantenimento?

Due sono i gradini che segue il giudice nel determinare il diritto al mantenimento. Il primo è volto a verificare “se” spetta il diritto; in caso positivo, si passa al secondo, diretto a determinarne la misura.

Iniziamo dal primo gradino, quello relativo alla sussistenza del diritto al contributo. Poiché scopo del mantenimento non è più trovare un equilibrio tra i due redditi, ma solo garantire il sostentamento del coniuge più debole, esso è dovuto tutte le volte in cui quest’ultimo non è in grado di badare a sé stesso. Il che avviene ad esempio:

  • quando è ancora troppo giovane per trovare un’occupazione (si pensi alla ragazza che si sposa mentre sta ultimando il corso di laurea);
  • quando è troppo anziano per impiegarsi;
  • quando è gravemente malata o invalida e incapace di poter guadagnare;
  • oppure quando non ha maturato una formazione e un’esperienza lavorativa per dedicarsi – d’accordo con il coniuge – al ménage familiare. In altri termini, la figura tipo è la casalinga che ha dedicato una vita alla famiglia, occupandosi dei figli e consentendo al coniuge di dedicarsi a una carriera. Per quest’ultima l’accesso al mondo del lavoro è sicuramente più difficile, se non impossibile, rispetto a qualsiasi altra donna che, magari, pur occupandosi della casa, si è accontentata di un part time o ha continuato a svolgere una professione non “a tempo pieno”. Ebbene, la casalinga attempata è sicuramente l’esempio più lampante di donna a cui continua a spettare l’assegno di mantenimento anche dopo la rivoluzionaria sentenza della Cassazione;
  • quando l’ex coniuge – di solito la moglie – si è occupata unicamente della famiglia, d’accordo con il marito, consentendo a quest’ultimo di concentrarsi sulla carriera.

Dunque, nella prima fase di verifica del diritto all’assegno di mantenimento il giudice dovrà valutare la mancanza di mezzi adeguati o l’impossibilità di procurarseli. In questo contesto pesano: l’esistenza di altri redditi, la capacità lavorativa, la disponibilità di una casa di abitazione. Tutto deve essere dimostrato dal coniuge richiedente, ferma la possibilità di prova contraria.

Il secondo gradino è invece rivolto a quantificare l’assegno di mantenimento e ciò dipenderà da una serie di fattori, che non saranno più, come in passato, il tenore di vita della coppia durante il matrimonio ossia la maggiore o minore ricchezza del marito. Ad esempio, una donna che sposi un facoltoso milionario potrà avere lo stesso mantenimento di una donna che abbia sposato invece un professionista, a parità delle altre condizioni.

Nella determinazione dell’entità dell’assegno peserà: il contributo dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio il reddito e la durata del matrimonio.

A incidere peraltro nella misura del mantenimento sarà anche la disponibilità di una casa a favore della moglie che, certo, le eviterà di dover ricorrere al marito per pagare l’affitto.

Il mantenimento per la moglie con cui vivono i figli

Il fatto che vi siano figli non muta i termini della questione poiché la Suprema Corte si è espressa solo con riferimento al mantenimento alla moglie e non quello della prole. Per cui, ai figli sarà sempre dovuto il mantenimento – come sino ad oggi – fino all’indipendenza economica o fino a quando non saranno in grado di camminare con le proprie gambe (si pensi al figlio di 35 anni che, pur avendo terminato gli studi, è ancora alla ricerca di un’occupazione che lo soddisfi). Non rileva che il mantenimento dei ragazzi venga versato alla madre: tale importo non subirà riduzioni.

E se c’è l’addebito?

Le nuove regole fissate dalla Cassazione non cambiano neanche se il giudice dovesse pronunciare l’addebito a carico del marito. Il mantenimento non è infatti una sanzione per la violazione dei doveri di matrimonio ma una misura assistenziale in favore di chi non ha redditi a sufficienza. Con o senza addebito, il marito resta tenuto – se sussistono le condizioni – a versare il mantenimento. Ben potrebbe avvenire che il marito con addebito non debba versare il mantenimento se l’ex moglie riesce a mantenersi da sola.

A chi spetta il mantenimento? Qualche esempio

Poiché lo scopo del “nuovo” assegno di mantenimento non è più quello di eliminare le disuguaglianze di reddito dei coniugi, ben potrà avvenire che, in una situazione in cui il marito sia benestante e la moglie no, anche con il versamento del predetto mantenimento la situazione non cambi.

Immaginiamo una moglie con un posto di insegnante. Il suo reddito è di circa 1.500 euro al mese. Il marito, invece, ne guadagna circa 15mila perché ha un’attività imprenditoriale. Con le vecchie regole, verosimilmente l’uomo avrebbe dovuto versare alla donna circa 5 o 6mila euro. Con le nuove regole potrebbe invece non dover versare alcunché se la donna, con il proprio reddito, riesce a mantenersi. Invece se questa riesce a provare di aver bisogno di un contributo, il giudice liquiderà la misura di tale importo nei limiti delle necessità della ex moglie (e non delle capacità del marito).

Immaginiamo una donna che divorzi a 55 anni dopo essersi sempre dedicata alla casa, d’accordo con il marito. La casalinga in questo caso avrà ancora diritto al mantenimento se è rimasta tutto il tempo lontana dal mondo di lavoro, non avendo maturato esperienze e formazione.

Diversa la soluzione se il divorzio interviene dopo poco tempo dalle nozze: la casalinga giovane, con una formazione scolastica e nel pieno delle proprie forze, potrà sempre trovare un’occupazione e mantenersi da sola. In tal caso l’assegno le potrà essere garantito finché questa non riesca a raggiungere l’indipendenza economica. Proprio al pari delle regole che valgono per il mantenimento dei figli.

Non cambia nulla per chi guadagna poco

Le cose potrebbero però non essere così rivoluzionarie per chi ha redditi bassi, per i quali, infatti, il contributo rimarrà sempre limitato allo stretto necessario. In buona sostanza, se lui percepisce un reddito di 1.500/2.000 euro mensili e risulta proprietario di un immobile, è giusto corrisponda un assegno mensile alla ex senza un impiego fisso e che neppure beneficia interamente della casa coniugale. Assegno che, quindi, verrà valutato sempre secondo una somma necessaria al mantenimento: 300 euro circa, non molto meno di quanto già oggi è.

Onere della prova

Inoltre, con una sentenza del 2017 la Cassazione ha detto [1] che non si può pretendere dalla ex moglie la «difficile prova» dell’«inesistenza assoluta» della possibilità di recuperare un lavoro.

Secondo i giudici supremi, «non è corretto interpretare la normativa vigente nel senso che la stessa esige sia fornita, dal richiedente l’attribuzione di un assegno divorzile, la ben difficile prova dell’inesistenza assoluta di ogni possibilità di lavoro». L’assegno divorzile ha «indubbiamente natura assistenziale» e deve essere disposto in favore della parte che dispone di redditi insufficienti a condurre «un’esistenza libera e dignitosa», e deve essere contenuto nella misura che permetta di raggiungere lo scopo «senza provocare illegittime locupletazioni».

Come fa il giudice a stabilire a quali donne spetta il mantenimento? 

Nel determinare a quali donne spetta il mantenimento il giudice valuterà i seguenti quattro elementi:

  1. il possesso di redditi di qualsiasi specie;
  2. il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri e del costo della vita nel luogo di residenza di chi pretenda l’assegno;
  3. le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;
  4. la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Assegno di mantenimento all’ex moglie: nuove regole

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dopo ventisette anni, la Cassazione supera l’orientamento sul mantenimento che collegava la misura dell’assegno in favore del coniuge debole al parametro del tenore di vita matrimoniale.

Rivoluzione in materia di assegno di mantenimento all’ex moglie (o, anche se più raramente, al marito). Con una sentenza del 2017 la Cassazione [1] ha cambiato le regole sulla quantificazione del mantenimento, superando un orientamento che ormai teneva da diverse decine di anni. L’assegno in favore del coniuge più “povero”, da oggi, non sarà più determinato in base al tenore di vita che la coppia aveva durante il matrimonio, ma in base «all’indipendenza o autosufficienza economica» dell’ex coniuge che lo richiede. A comunicarlo è la stessa Cassazione con una nota indirizzata alla stampa, a testimonianza della svolta storica che il nuovo orientamento rappresenta. Ma che significa nei fatti? Cerchiamo di capire, alla luce della sentenza della Cassazione, come cambiano le regole dell’assegno di mantenimento.

Che in materia di assegno di mantenimento all’ex moglie fosse necessario una riforma radicale si sentiva già nell’aria. Sarà la crisi, il fatto che le famiglie sono sempre più povere e che un solo reddito è insufficiente per mantenere l’intero nucleo, o che l’età lavorativa si è allungata, da qualche anno i giudici hanno sposato un orientamento sempre meno garantista per l’ex coniuge che chiede l’assegno di mantenimento (leggi sul punto Niente più assegno di mantenimento alla donna separata e Addio mantenimento all’ex moglie che può lavorare).

È un lavoro sporco, ma qualcuno lo deve fare, avrà pensato la Cassazione; così, se non ci pensa il legislatore sarà bene che se ne occupino i giudici. Così, con la sentenza di questa mattina, la prima sezione civile della Cassazione ha superato il precedente consolidato orientamento che collegava la misura dell’assegno al parametro del «tenore di vita matrimoniale». Parametro che da oggi non varrà più. In altri termini, l’assegno – che riveste sempre natura assistenziale – non dovrà essere quantificato in modo tale da garantire al coniuge più debole il medesimo tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, cosa peraltro impossibile da realizzare visto che, con la separazione, i costi e le spese vive della famiglia raddoppiano (doppie utenze, doppio affitto, doppie tasse, ecc.).

Ma allora come verrà determinato da oggi l’assegno di mantenimento? Il parametro sarà l’indipendenza o l’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede. Che significa in termini pratici? Che conterà il reddito che quest’ultimo già ha o che è in grado di procurarsi sulla base della propria età, capacità di lavorare e formazione. Il che non è altro che la conseguenza dell’orientamento sposato, in questi ultimi anni, dai supremi giudici: ossia che non basta dimostrare la propria debolezza economica per ottenere l’assegno di mantenimento, ma anche di non essere in grado di mantenersi trovando un nuovo lavoro o per avere un’età avanzata ed essersi sempre dedicati alla famiglia.

Per un approfondimento leggi Addio mantenimento a chi può mantenersi da solo.

Il nuovo parametro per calcolare l’assegno di mantenimento viene individuato nel raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente: se quest’ultimo è economicamente indipendente o è effettivamente in grado di esserlo, non ha più diritto, da oggi in poi, ad ottenere l’assegno di mantenimento. E quanto del resto avviene già con i figli maggiorenni: la legge infatti dispone che «il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico». Il diritto dell’ex moglie a ottenere il mantenimento verrà quindi giudicato al pari del diritto dei figli.

È del resto il principio di autoresponsabilità economica a governare l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno di mantenimento. Il semplice stato di disoccupazione, quindi, non rileva più per ottenere il mantenimento se risulta che il richiedente è comunque rimasto inerte e non ha fatto nulla per procurarsi un’occupazione. Ebbene, tale principio di autoresponsabilità vale anche per il divorzio in quanto è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona ed implicano per ciò stesso l’accettazione da parte di ciascuno degli ex coniugi – irrilevante, sul piano giuridico, se consapevole o no – delle relative conseguenze economiche.

Tutto più difficile, dunque, per chi vorrà l’assegno di mantenimento. E da ora innanzi, probabilmente, separazioni e divorzi troveranno forse una soluzione più pacifica.

Ma attenzione: per evitare sperequazioni in favore delle donne che hanno investito una vita nella famiglia, a badare al ménage domestico, per accudire i figli e badare alla casa, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno apportato un correttivo alle regole appena indicate. In buona sostanza il giudice, nel determinare l’assegno di mantenimento all’ex moglie dovrà anche considerare del ruolo che questa ha avuto in casa, contribuendo con il proprio lavoro domestico ad arricchire il patrimonio familiare e del marito. E questo perché se la donna ha fatto la casalinga, il marito ha potuto dedicarsi alla carriera, così aumentando il proprio stipendio. A questo incremento di ricchezza l’ex moglie deve partecipare. Ecco perché da oggi la casalinga ha più possibilità di ottenere l’assegno divorzile rispetto invece a colei che ha continuato a lavorare.

Assegno di mantenimento dopo la separazione e il divorzio

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Solo dopo il divorzio, il mantenimento all’ex moglie non va più rapportato al tenore di vita goduto durante il matrimonio, mentre con la separazione resta ancora il vincolo tra i due coniugi.

Solo chi divorzia può sperare di pagare di meno, a titolo di mantenimento, all’ex moglie se questa ha un proprio reddito e, con questo, può mantenersi da sola o in grado di procurarselo. Invece, se è intervenuta solo la separazione, l’assegno di mantenimento resta legato al tenore di vita che la coppia aveva durante il matrimonio. È questo l’importantissimo chiarimento fornito dalla Cassazione in una sentenza del 2017 [1] che segue la precedente e storica pronuncia del 10 maggio che ha modificato i criteri di quantificazione dell’assegno divorzile (sul punto leggi Addio assegno di mantenimento a chi può mantenersi da soloCome modificare le condizioni di divorzio). Ma la pronuncia farà discutere anche per via delle parti coinvolte: l’ex presidente del consiglio Berlusconi e la sua ex moglie Veronica Lario alla quale il primo era stato condannato a pagare, a suo tempo, un assegno di importo stellare.

Ma procediamo con ordine e vediamo, all’esito tale ulteriore chiarimento della Cassazione, come cambiano l’assegno di mantenimento dopo la separazione e il divorzio e cosa, da oggi in poi, chi si separa e poi decide di divorziare, potrà aspettarsi dalla sentenza del giudice.

Leggi anche Differenza tra assegno di separazione e assegno di divorzio.

Prima di tutto bisogna chiarire una differenza terminologica. Quello che comunemente viene detto «mantenimento» all’ex coniuge deve essere chiamato in maniera diversa a seconda che:

  • la coppia sia soltanto separata: in tal caso viene denominato «assegno di mantenimento»;
  • la coppia abbia divorziato: in tale ipotesi viene invece denominato «assegno divorzile» e sostituisce l’assegno di mantenimento.

La differenza tra i due non è solo nominativa. E la sentenza di oggi della Cassazione lo spiega ancora meglio. Poiché quando i coniugi sono soltanto separati il vincolo del matrimonio non si considera reciso definitivamente, l’assegno di mantenimento ha la funzione di sostenere l’ex coniuge come se questi vivesse ancora con l’altro. Quindi serve a consentirgli di mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante la convivenza. Quando invece interviene il divorzio, non c’è più ragione di garantire tale livello reddituale, perché vengono meno tutti i vincoli coniugali, ivi compreso l’obbligo di garantire lo stesso tenore di vita che si aveva durante l’unione; resta però la funzione assistenziale dell’assegno che deve consentire, al coniuge privo di autosufficienza economica, di mantenersi e di andare avanti.

Assegno di mantenimento dopo la separazione

Un conto è la separazione, un altro il divorzio. E quindi totalmente diversa è la funzione dell’assegno di mantenimento da un lato e dell’assegno divorzile dall’altro.

Dopo la separazione, il rapporto coniugale non viene meno: i coniugi continuano a essere tali e persiste dunque l’obbligo reciproco di assistenza materiale. Si ha, quindi, con la separazione, solo una sospensione dei doveri di convivenza, fedeltà e collaborazione reciproca, mentre i doveri di natura patrimoniale non vengono meno come quello di garantire il mantenimento del coniuge.

L’assegno di mantenimento ha proprio tale scopo: quello di continuare ad assicurare «redditi adeguati» al coniuge che versa in posizione economica più svantaggiata e non è in grado, da solo, di mantenere un tenore di vita analogo a quello di cui ha goduto quando ancora conviveva con l’altro. Ebbene, con l’espressione «redditi adeguati» bisogna intendere – secondo la giurisprudenza – il tenore di vita goduto durante il matrimonio, che altro non è che la sommatoria dei redditi di entrambi i coniugi (con la conseguenza che, per esempio, se uno lavora e l’altro è disoccupato, il reddito del primo andrà sostanzialmente diviso con quello dell’altro). Dunque, il giudice della separazione deve verificare se i mezzi economici del coniuge che richiede il mantenimento gli consentono o meno di conservare tale tenore di vita.

Il risultato è abbastanza chiaro: anche a seguito della recente sentenza della Cassazione che ha mutato il calcolo dell’assegno divorzile, l’assegno di mantenimento resta regolato secondo i vecchi criteri e dovrà essere determinato in base al tenore di vita della coppia quando era sposata.

Assegno divorzile dopo il divorzio

Completamente diversa – anzi opposta – è la situazione dei coniugi (ormai «ex») dopo il divorzio. Questo infatti determina la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Per cui recide ogni legame tra i due soggetti, anche quelli rimasti durante la separazione. Residua solo un mero vincolo di solidarietà post-coniugale e, pertanto – come chiarito dalla innovativa sentenza della Cassazione (leggi A quali donne spetta il mantenimento) – l’assegno divorzile non va più parametrato al tenore di vita goduto durante il matrimonio ma resta finalizzato a consentire il mantenimento all’ex, nella misura in cui questi non sia in grado di provvedere da solo a sé stesso.

Quindi, a differenza di quanto avviene con la separazione, dopo il divorzio bisogna verificare anzitutto l’indipendenza e l’autosufficienza economica dell’ormai ex coniuge che chiede l’assegno periodico: non lo stretto indispensabile per sopravvivere, ma neanche lo stesso tenore di vita dell’ex coniuge del quale ha goduto quando ancora i due erano legati. Con la conseguenza che ben si può avere una situazione in cui, di fronte a un marito particolarmente ricco, l’assegno divorzile sia basso e pari a quello riconosciuto a una coppia dove l’uomo ha un reddito medio.

Con un correttivo del 2018, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno detto che il giudice, nel stabile l’assegno di mantenimento, devono valorizzare il ruolo avuto dalla moglie in famiglia. Deve cioè verificare se la donna ha rinunciato alla carriera per consentire all’uomo di concentrarsi sul proprio lavoro, situazione questa che gli ha consentito di migliorare la sua posizione economica e ottenere aumenti di stipendio o incrementare la produttività della propria azienda. In buona sostanza, il marito che ha più tempo per il lavoro lo deve alla moglie casalinga che pertanto deve essere mantenuta essendo rimasta ormai senza lavoro e senza formazione.

Il riconoscimento dell’apporto dato deve tenere conto non solo del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da permettere l’autosufficienza, sulla base di un parametro astratto, ma deve in concreto, permettere un livello di reddito adeguato. Adeguatezza che non è più però al tenore di vita antecedente la rottura del legame matrimoniale, ma al contributo fornito nella relizzazione della vita familiare, tenendo conto poi delle aspettative economiche e professionali eventualmente sacrificate, in ragione dell’età del richiedente e della durata del matrimonio.

Lo squilibrio che viene a crearsi per effetto del divorzio e che l’assegno deve in qualche modo contribuire a eliminare, o almeno a ridurre, non va cioè considerato in astratto e senza attenzione alle ragioni che l’hanno prodotto. In particolare all’assunzione di un ruolo consumato in maniera prevalente o esclusiva all’interno della famiglia, compromettendo carriera o comunque aspettative di reddito, e all’apporto dato alla costituzione del patrimonio familiare.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile

Insomma: l’assegno di mantenimento è fondato da presupposti diversi dall’assegno divorzile e resta uno dei «cardini fondamentali» del matrimonio. Esso ha lo scopo di traghettare la coppia al divorzio, mantenendo intatti i vincoli economici (mentre restano sospesi quelli personali come la fedeltà, la convivenza, ecc.). Solo con il divorzio, venendo meno ogni legame, cessa anche l’obbligo di garantire all’ex coniuge lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio.

Differenza tra assegno di mantenimento e di divorzio

Posted on : 07-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La differenza tra l’assegno dopo la separazione e quello dopo il divorzio: solo il primo deve essere ancorato al tenore di vita che aveva la coppia di coniugi durante la convivenza.

Si sente spesso parlare di «mantenimento» con generico riferimento all’obbligo del coniuge con il reddito più alto (di norma il marito) di pagare un assegno periodico al coniuge più “povero” (di norma la moglie). In realtà, all’interno della generica figura del mantenimento si deve distinguere tra «assegno di mantenimento» con riferimento alla somma che viene erogata con la separazione e fino al divorzio, e «assegno divorzile» (o «assegno di divorzio») con riferimento invece alla somma da corrispondere dopo il divorzio. Anche se apparentemente i due istituti sembrano presentare gli stessi requisiti e caratteristiche non è così. In termini pratici, l’assegno di mantenimento può essere molto più elevato di quello divorzile. Le ragioni verranno spiegate nel corso di questo articolo. Ma procediamo con ordine e vediamo qual è la differenza tra assegno di mantenimento e di divorzio.

Prima però di chiarire la differenza tra assegno di mantenimento e di divorzio, bisogna fare un’importante distinzione, a monte, tra separazione e divorzio:

  • la separazione è una fase intermedia, necessaria per poter successivamente divorziare (salvo alcuni casi eccezionali, nei quali è consentito divorziare senza prima separarsi; sul punto leggi: Si può divorziare senza separarsi?). La separazione comporta solo una sospensione dei doveri “personali” del matrimonio quali quello di convivenza, di fedeltà e di collaborazione (per cui i coniugi possono vivere in luoghi diversi o iniziare nuove relazioni senza temere l’addebito). Non si sospendono invece i doveri di natura economica, quale quello di mantenere il coniuge. Dunque, possiamo dire che, sotto l’aspetto patrimoniale, tra prima e dopo la separazione non vi sono (o meglio, non vi devono essere) differenze e gli obblighi di contribuzione economica tra i coniugi restano invariati;
  • il divorzio invece recide tutti i rapporti tra i coniugi: non solo quelli personali (che, dalla condizione di precedente sospensione, vengono definitivamente meno), ma anche quelli patrimoniali (ossia l’obbligo di contribuzione economica reciproca).

Da questa differente struttura consegue anche la principale differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio:

  • l’assegno di mantenimento mira a mantenere, in favore del coniuge più debole economicamente, lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio;
  • l’assegno di divorzio, invece, ha solo lo scopo di garantire all’ex coniuge più debole economicamente il necessario per vivere ed essere autosufficiente (almeno finché non lo potrà essere con le proprie gambe). Il che significa anche che l’assegno divorzile non deve essere calcolato in base al precedente tenore di vita della coppia (essendo venuto meno ogni rapporto tra i due coniugi, ivi compresa la reciproca contribuzione economica). Se il reddito del coniuge più “povero” consente comunque a quest’ultimo di mantenersi da solo, questi non avrà diritto ad alcun contributo dall’ex. Ben potrebbe quindi aversi una situazione in cui il marito, benché particolarmente benestante, debba pagare alla moglie un assegno divorzile molto basso o addirittura non debba pagarle nulla se quest’ultima è titolare a sua volta di redditi sufficienti a mantenersi.

In sintesi, la principale differenza tra l’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio sta in questo: il primo è misurato in modo da garantire «lo stesso tenore di vita» che la coppia aveva quando ancora stava insieme; il secondo invece è improntato al criterio di autosufficienza economica.

Per comprendere meglio la differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio facciamo un esempio. Immaginiamo una coppia di coniugi dove lei percepisce uno stipendio di 800 euro mensili per un part-time con un’azienda privata, mentre lui ha un reddito da professionista di circa 2.500 euro al mese. La coppia non ha figli (ma se ne avesse le cose non cambierebbero per come vedremo più avanti). Durante l’unione, dunque, la coppia può contare su un reddito complessivo di 3.300 euro al mese, per un’ideale quota di circa 1.650 a testa.

All’esito della separazione, il giudice ordina al marito di versare all’ex moglie un assegno di mantenimento di circa 800 euro al mese in modo da garantire alla moglie 1.600 euro (800 euro di reddito proprio, più 800 euro di mantenimento). Al marito residuano così, per sé, 1.700 euro. In questo modo ciascuno dei due coniugi mantiene lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio (1.600 euro la moglie; 1.700 il marito).

All’esito del divorzio, invece, il giudice – non essendo più tenuto a garantire al coniuge più debole lo stesso «tenore di vita» che aveva durante il matrimonio – rivede l’importo dell’assegno e condanna il marito a pagare all’ex moglie solo 400 euro poiché, secondo il Tribunale, in base al reddito già posseduto dalla donna, alla sua età, alle sue condizioni di salute e alle capacità di lavoro, la donna è autosufficiente con 1.200 euro al mese.

La differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio è stata rimarcata dalla prima sezione della Cassazione con due sentenze storiche che si sono succedute, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, nel mese di maggio 2017 [1].

In verità questa distinzione trovava tracce anche nella giurisprudenza precedente, sebbene la giurisprudenza non avesse ancora trovato il coraggio di svincolare totalmente l’assegno di divorzio dal precedente tenore di vita.

Mentre l’assegno di separazione ha lo scopo di equiparare la situazione economica di coniugi, che in quanto tali, sono ancora soggetti, sia pure in forma attenuata, alle regole di solidarietà coniugale dettate dalle norme del codice civile in tema di matrimonio, l’assegno di divorzio consegue allo scioglimento del matrimonio e quindi trova fondamento nel sopravvivere di un generico principio di solidarietà postconiugale, che presuppone, comunque, il venire meno del vincolo. Il divorzio, in altri termini, scioglie il matrimonio, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo della rescissione non solo dei rapporti personali, ma anche di quelli patrimoniali, a partire dal mantenimento.

Con le due citate sentenze, invece, viene rimarcata ancora di più la differenza tra assegno di mantenimento e divorzile: vale a dire che adesso il criterio del tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale rileva unicamente per la quantificazione dell’assegno di mantenimento dovuto al coniuge separato, mentre è stato eliminato ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto all’ex coniuge divorziato, per essere sostituito dal non ancora ben precisato criterio dell’autoresponsabilità e autosufficienza economica, secondo il quale ciascun cittadino adulto deve provvedere autonomamente al proprio mantenimento, salvo poter accedere all’aiuto economico dell’altro quanto ciò sia oggettivamente impossibile.

Ma come provare che l’ex coniuge è autosufficiente? La Cassazione individua quattro spie per dimostrare che il coniuge più debole economicamente è comunque in grado di mantenersi:

  • il possesso di redditi di qualsiasi specie;
  • il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri e del costo della vita nel luogo di residenza di chi pretenda l’assegno;
  • le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;
  • la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Il criterio dell’autosufficienza economica vale unicamente per il divorzio, mentre per la separazione continua a valere il criterio del tenore di vita. Il coniuge separato ha quindi diritto di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio. E, se non ha i redditi adeguati per farlo, ci deve pensare l’ex più ricco, in nome dell’uguaglianza morale e giuridica che regola i rapporti tra due persone sposate. Con la separazione, infatti, diversamente che nel divorzio, il vincolo coniugale conserva la sua efficacia.

Se ci sono figli le cose non cambiano. Per i figli, l’obbligo di mantenimento dei genitori permane fino alla loro totale indipendenza economica e, in questo caso, l’assegno rimane ancorato sempre al «tenore di vita» che questi avevano quando ancora i genitori erano uniti. Quindi, se ben potrà avvenire che, con il divorzio, il marito non debba più pagare alcuna somma all’ex moglie, resterà comunque obbligato a versare il mantenimento i figli secondo i criteri tradizionali.

Con un’ultima sentenza di luglio 2018 le Sezioni Unite della Cassazione hanno applicato un correttivo al criterio dell’autosufficienza, stabilendo [2] la possibilità per il giudice di “personalizzare” l’assegno di mantenimento tenendo conto del ruolo che il coniuge ha avuto in famiglia. In buona sostanza il tribunale è chiamato a valutare tutte le situazioni in cui uno dei due coniugi, rinunciando alla propria carriera e dedicandosi alla famiglia (con il consenso dell’ex), ha consentito all’altro di concentrarsi sul lavoro e così di migliorare la  propria posizione economica. Di tale incremento di ricchezza la moglie ha diritto ad essere ricompensata con il mantenimento. In buona sostanza ha più diritto a ottenere gli alimenti la moglie che ha fatto la casalinga rispetto a quella che ha tenuto un piede nel mondo del lavoro.

Il giudice, avvertono le Sezioni unite, dovrà procedere a un’attività complessa, che non dovrà però più distinguere la fase di decisione sull’esistenza del diritto all’assegno da quella della sua quantificazione. Dovrà invece procedere in primo luogo all’accertamento dello squilibrio determinato dal divorzio, facendo riferimento per esempio alle dichiarazioni dei redditi. Naturalmente poi lo squilibrio potrà avere diverse gradazioni quanto a rilevanza, valorizzando il principio di responsabilità. Anche perchè la sentenza è chiara nell’attribuire all’assegno una funzione di compensazione non (solo) assistenziale.

«L’adeguatezza dei mezzi – osservano le Sezioni unite – deve, pertanto, essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte».

La sentenza precisa che l’assegno divorzile ha funzione assistenziale-compensativa-perequativa, quindi ha natura composita, e cioè deve essere attribuito e determinato alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali dei coniugi, in considerazione del contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali e future e all’età del beneficiario.
Dunque, il giudice deve valutare le condizioni economico-patrimoniali delle parti, ma deve anche accertare «se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata» del matrimonio.
Il giudizio di adeguatezza dei mezzi, dunque, secondo la Suprema Corte, ha anche un contenuto prognostico sulla concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso.
Diversamente, afferma il Collegio, il criterio dell’apporto fornito dall’ex coniuge risulterebbe marginalizzato, con conseguente ingiustificata sottovalutazione dell’autoresponsabilità.

Reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

Posted on : 06-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Guida completa all’immigrazione clandestina e al suo favoreggiamento: quando è reato, quali sono le pene e quando ricorre lo stato di necessità.

In Italia il problema dell’immigrazione clandestina è uno dei più sentiti dall’opinione pubblica: dal Mediterraneo giungono migliaia di persone in cerca di riparo, molte delle quali in fuga da condizioni davvero disastrose. Senza entrare nel merito del dibattito politico, con questo articolo voglio spiegarti cosa sia il reato di immigrazione clandestina dal punto di vista prettamente giuridico e qual è la differenza con il diverso, ma affine, reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sul tema, infatti, corre molta disinformazione e molto spesso si tende a confondere una condotta per un’altra. Ti spiegherò, poi, come l’ordinamento giuridico italiano punisca il reato di ingresso illegale nel territorio su più fronti: in pratica, la legge ha dichiarato guerra a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, a scopo di lucro oppure senza profitto, mediante trasporto oppure soltanto ospitalità, favorisce l’ingresso o il permanere in Italia dello straniero che non abbia assolto agli obblighi di legge, cioè allo straniero irregolare. Quindi, ritieni di essere interessato a questo argomento, ti invito a proseguire nella lettura: vedremo cosa dice l’ordinamento a proposito del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Immigrazione clandestina: cos’è?

Prima di parlare del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, devo necessariamente spiegarti cos’è l’immigrazione clandestina. La legge parla di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato con riferimento alla condotta dello straniero che entra in Italia senza il rispetto delle procedure ordinarie; la pena è l’ammenda da cinquemila a diecimila euro [1].

Introdotta nel 2009, l’immigrazione clandestina è una contravvenzione, cioè un reato minore, punita solamente con una sanzione pecuniaria: ciò significa che, chi fa ingresso in Italia senza sottoporsi ai controlli, non rischia il carcere. La legge dice che per il reato di immigrazione clandestina non è possibile accedere all’oblazione, cioè a quel rito speciale che consente di evitare il processo penale pagando una somma di denaro.

Competente a giudicare del reato di immigrazione clandestina è il giudice di pace, davanti al quale l’immigrato irregolare colto in flagranza di reato può essere portato direttamente mediante il rito più celere della presentazione immediata a giudizio.

Ingresso in Italia: quando è legale?

Fondamentale per comprendere il reato di immigrazione clandestina è capire qual è la procedura affinché uno straniero possa essere ammesso in Italia regolarmente. Si tratta di un sistema abbastanza complesso che qui di seguito cercherò di spiegarti a grosse linee. La legge dice che il cittadino straniero che intenda varcare i confini italiani deve essere in possesso di un passaporto valido o di un documento equipollente, nonché del visto d’ingresso (salvi eccezionali casi di esenzione); l’ingresso nel territorio italiano, poi, può avvenire, salvi casi di forza maggiore, soltanto attraverso i valichi di frontiera appositamente istituiti.

Il visto di ingresso è rilasciato dalle rappresentanze diplomatiche o consolari italiane nello Stato di origine dello straniero. Per soggiorni non superiori a tre mesi sono equiparati ai visti rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane quelli emessi, sulla base di specifici accordi, dalle autorità diplomatiche o consolari di altri Stati.

Ciò non basta. L’ingresso è consentito allo straniero che dimostri di essere in possesso di idonea documentazione che confermi lo scopo e le condizioni del soggiorno, nonché la disponibilità di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno e, fatta eccezione per i permessi di soggiorno per motivi di lavoro, anche per il ritorno nel Paese di provenienza.

Non è ammesso in Italia lo straniero che non soddisfi questi requisiti o che sia considerato una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato o che risulti condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati particolarmente gravi, come quelli concernenti gli stupefacenti, la libertà sessuale, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso l’Italia e dell’emigrazione clandestina dall’Italia verso altri Stati, o ancora per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite.

L’ingresso in Italia può essere consentito con visti per soggiorni di breve durata, validi fino a novanta giorni, e per soggiorni di lunga durata che comportano per il titolare la concessione di un permesso di soggiorno in Italia con motivazione identica a quella del visto. Per soggiorni inferiori a tre mesi, sono considerati validi anche i motivi indicati in visti rilasciati da autorità diplomatiche o consolari di altri Stati in base a specifici accordi internazionali sottoscritti e ratificati dall’Italia ovvero a norme comunitarie.

Possono soggiornare nel territorio dello Stato gli stranieri entrati regolarmente, che siano muniti di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno rilasciati, o che siano in possesso di permesso di soggiorno o titolo equipollente rilasciato dalla competente autorità di uno Stato appartenente all’Unione europea, nei limiti ed alle condizioni previsti da specifici accordi.

Il permesso di soggiorno va richiesto al questore della provincia in cui lo straniero si trova entro otto giorni lavorativi dal suo ingresso nel territorio dello Stato ed è rilasciato per le attività previste dal visto d’ingresso o dalle disposizioni vigenti. Speciali modalità di rilascio sono previste relativamente ai soggiorni brevi per motivi di turismo, di giustizia, di attesa di emigrazione in altro Stato e per l’esercizio delle funzioni di ministro di culto nonché ai soggiorni in case di cura, ospedali, istituti civili e religiosi.

Respingimento: cos’è?

Eccezionalmente, la legge dice che non scatta il reato di immigrazione clandestina se lo straniero è già destinatario del provvedimento di respingimento, ovvero è stato identificato durante i controlli della polizia di frontiera, in uscita dal territorio nazionale. Ma cos’è il respingimento? Si tratta della procedura che attua la polizia per allontanare gli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti richiesti dalla legge per l’ingresso nel territorio dello Stato.

Il respingimento con accompagnamento alla frontiera è altresì disposto dal questore nei confronti degli stranieri che:

  • entrando nel territorio dello Stato sottraendoli ai controlli di frontiera, sono fermati all’ingresso o subito dopo;
  • sono stati temporaneamente ammessi nel territorio per necessità di pubblico soccorso.

In pratica, il respingimento è una procedura immediata (o quasi) che comporta l’allontanamento di coloro che, se entrassero, commetterebbero il reato di immigrazione clandestina, in quanto privi dei requisiti previsti dalla legge per accedere legittimamente nel territorio italiano.

Quindi, il legislatore ha deciso di punire penalmente soltanto coloro che fanno il loro ingresso illegale in Italia e che non sono andati incontro al provvedimento di respingimento, il quale può essere comminato anche dopo aver superato i confini, ma sono stati fermati subito dopo.

Quando è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina?

Abbiamo detto che il reato di immigrazione clandestina consiste nell’ingresso illegale nel territorio dello Stato, cioè nel varcare i confini italiani senza seguire la procedura descritta nei paragrafi precedenti. Abbiamo anche visto che si tratta di un reato piuttosto marginale, nel senso che per esso non è prevista la reclusione ma solo un’ammenda. Ben più grave, invece, è il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che consiste nella condotta di chi promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero anche di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente. La pena prevista è la reclusione da uno a cinque anni e la multa di quindicimila euro per ogni persona fatta entrare illegalmente nel territorio dello Stato [2].

Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione è, quindi, molto più serio di quello di ingresso illegale nel territorio dello Stato (cioè, di immigrazione clandestina): la legge ha deciso di punire aspramente coloro che approfittano dello stato di bisogno degli immigrati per trasportarli in Italia senza il rispetto delle procedure stabilite dall’ordinamento. È un po’ il ragionamento che il legislatore ha fatto per la prostituzione o per gli stupefacenti: la prostituzione è legale, non lo è il favoreggiamento; l’uso personale di droghe è legale, non lo è lo spaccio. Nel nostro caso, invece, l’immigrazione clandestina è reato, ma di entità minore, mentre il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è delitto ben più grave.

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: come avviene?

Chiunque può commettere il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: a differenza della contravvenzione dell’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, che è un reato proprio, in quanto può essere commesso solo da uno straniero, il favoreggiamento è reato comune, che può essere realizzato da chiunque, italiano o straniero che sia.

Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina presuppone il dolo dell’agente, cioè la consapevolezza di favorire l’ingresso illegale nel territorio italiano di stranieri che non ne hanno i requisiti. Se mancasse questa coscienza, allora non si integrerebbe nessuna condotta illecita.

Il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è un reato a condotta libera, nel senso che detto favoreggiamento può avvenire nei modi più svariati: si pensi a chi nasconda un immigrato irregolare al fine di favorirne l’ingresso, oppure a chi procura documenti falsi, ovvero ancora a chi si preoccupa di trasportarli o di facilitarne il trasporto in Italia.

È sempre previsto l’arresto in flagranza per chi viene colto nell’atto di commettere una qualsiasi condotta che realizzi il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina

La legge punisce ancor più severamente, e cioè con la reclusione da cinque a quindici anni e con la multa di quindicimila euro per ogni persona, chi commette il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel caso in cui:

  • il fatto riguarda l’ingresso o la permanenza illegale nel territorio dello Stato di cinque o più persone;
  • la persona trasportata è stata esposta a pericolo per la sua vita o per la sua incolumità per procurarne l’ingresso o la permanenza illegale;
  • la persona trasportata è stata sottoposta a trattamento inumano o degradante per procurarne l’ingresso o la permanenza illegale;
  • il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti;
  • gli autori del fatto hanno la disponibilità di armi o materie esplodenti.

Si tratta di un’ipotesi aggravata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, punita più severamente per via del ricorrere di alcune circostanze che rendono il delitto particolarmente odioso. Il ricorrere di almeno due delle ipotesi appena menzionate comporta un ulteriore aumento della pena; stessa cosa accade nel caso in cui il favoreggiamento:

  • è commesso al fine di reclutare persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento sessuale o lavorativo;
  • riguarda l’ingresso di minori da impiegare in attività illecite al fine di favorirne lo sfruttamento
  • è commesso al fine di trarne profitto, anche indiretto.

Le pene sono invece diminuite fino alla metà nei confronti dell’imputato che si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi di prova decisivi per la ricostruzione dei fatti, per l’individuazione o la cattura di uno o più autori di reati e per la sottrazione di risorse rilevanti alla consumazione dei delitti.

Favoreggiamento della permanenza illegale

La legge non punisce solamente il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina inteso come insieme delle condotte che permettono, agevolano o quantomeno tentano di realizzare l’ingresso illegittimo in Italia, ma anche tutti quei comportamenti che consentono il permanere della situazione di illegalità sul territorio.

Secondo la legge, chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero, favorisce la permanenza di stranieri irregolari nel territorio dello Stato, è punito con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino a euro 15.493. La pena è aumentata se il fatto è commesso in concorso da due o più persone, ovvero se riguarda la permanenza di cinque o più persone.

Ancora, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio ovvero cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di locazione. La condanna comporta sempre la confisca dell’immobile, salvo che appartenga a persona estranea al reato.

Immigrazione clandestina: responsabilità del trasportatore

La legge non trascura di regolamentare la posizione di colui che, in buona fede, trasporta verso i confini italiani gli immigranti: questi, infatti, è tenuto ad accertarsi che lo straniero trasportato sia in possesso dei documenti richiesti per l’ingresso nel territorio dello Stato, nonché a riferire all’organo di polizia di frontiera dell’eventuale presenza a bordo dei rispettivi mezzi di trasporto di stranieri in posizione irregolare. In caso di inosservanza di queste regole, non scatta il reato ma si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 3.500 a 5.500 euro per ciascuno degli stranieri trasportati. Nei casi più gravi è disposta la sospensione da uno a dodici mesi, ovvero la revoca della licenza, autorizzazione o concessione rilasciata dall’autorità amministrativa italiana inerenti all’attività professionale svolta e al mezzo di trasporto utilizzato.

Favoreggiamento dell’immigrazione e stato di necessità

La legge sull’immigrazione prevede, infine, un’ipotesi in cui la condotta di favoreggiamento è giustificata: essa consiste nelle attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno che sono presenti nel territorio dello Stato. In pratica, estendendo la causa di giustificazione dello stato di necessità già prevista nel codice penale, la legge scusa la condotta di coloro che prestano soccorso agli stranieri che, pur rientrando nella categoria degli immigrati irregolari (e, quindi, illegali), si trovano in gravi condizioni di salute.

Posso trasferire un dipendente?

Posted on : 25-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando nasce un rapporto di lavoro uno dei primi aspetti che vengono chiariti nel contratto individuale di lavoro è la sede in cui il lavoratore dovrà prestare la propria prestazione lavorativa. Tendenzialmente, questa sede resta immutata nel tempo finché non viene adottato dal datore di lavoro un atto con il quale viene comunicato al lavoratore che dovrà andare a lavorare in un’altra sede aziendale. Il trasferimento del dipendente deve rispettare, in ogni caso, determinati requisiti fissati dalla legge.

La sede di lavoro è un elemento fondamentale che viene tenuto in considerazione dal lavoratore nel momento in cui decide di candidarsi per una determinata posizione professionale. Viceversa, la sede di lavoro è di fondamentale importanza anche per l’azienda che ha interesse ad assumere una determinata risorsa proprio per quella specifica sede perché è proprio in quell’unità produttiva che ha bisogno di quello specifico dipendente.

Nel corso del rapporto di lavoro, tuttavia, le condizioni dell’azienda possono cambiare e il datore di lavoro può avere interesse a spostare un dipendente da una sede ad un’altra. In questi casi, l’imprenditore si chiede: posso trasferire un dipendente?

La risposta è si ma solo al ricorrere di determinati presupposti fissati dalla legge.

Che cos’è la sede di lavoro?

La sede di lavoro è il luogo, indicato nel contratto di lavoro, nel quale il dipendente si impegna a recarsi per svolgere la propria prestazione di lavoro. Se pensiamo ad una catena di negozi con filiali in tutta Italia, è chiaro che nel momento in cui viene assunto un cassiere non si può indicare genericamente l’azienda come sede di lavoro, ma si deve indicare il negozio nel quale il cassiere dovrà recarsi per lavorare.

Può essere modificata la sede di lavoro?

In generale, la sede di lavoro non dovrebbe essere cambiata. La legge consente però il trasferimento del lavoratore, ossia il suo spostamento da una sede di lavoro ad un’altra, se ricorrono comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive [1].

In questi casi il datore di lavoro deve consegnare una lettera di trasferimento al dipendente indicandogli:

  • la nuova sede di lavoro presso cui dovrà andare a lavorare;
  • le ragioni tecniche, organizzative e produttive che hanno reso necessario il trasferimento.

Alcuni contratti collettivi nazionali di lavoro prevedono un termine di preavviso da rispettare prima di disporre il trasferimento. Ciò per consentire al dipendente di riorganizzare la propria esistenza, soprattutto quando il trasferimento lo conduce ad un luogo di lavoro molto distante dalla sua originaria sede di lavoro.

In questi casi, dunque, il datore di lavoro dovrà verificare all’interno del contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro la voce trasferimento e verificare se è previsto un termine di preavviso per la comunicazione del trasferimento.

In quali casi il trasferimento è legittimo?

La legge non dice quali siano i casi in cui il trasferimento è legittimo. È evidente che il datore di lavoro ha, dunque, ampi margini di discrezionalità nell’indicare le ragioni tecniche, organizzative e produttive che rendono necessario il trasferimento.

Sulla base delle indicazioni della giurisprudenza [2] si può però affermare che il datore di lavoro deve poter dimostrare:

  • l’inutilità del lavoratore trasferito nella sede di provenienza;
  • la necessità della presenza di quello specifico dipendente, con la sua particolare professionalità, nella sede di destinazione;
  • la serietà delle ragioni che hanno fatto cadere la scelta proprio su quel dipendente e non su altri colleghi che svolgano analoghe mansioni.

In particolare, è stato ritenuto illegittimo il trasferimento motivato da:

  • momentaneo aumento dell’attività nella sede di destinazione. Ad esempio, quando la sede di destinazione deve effettuare un lavoro straordinario in un breve lasso di tempo e ha dunque necessità di coinvolgere altri dipendenti in quel lavoro;
  • necessità di coprire un vuoto d’organico, se ci sono soluzioni alternative ragionevoli. Ciò avviene ad esempio quando nella sede di destinazione manca una figura professionale (pensiamo ad un receptionist che si è dimesso) ma è possibile assumere una risorsa per questo scopo oppure spostare in reception un altro dipendente della stessa sede;
  • generica esigenza di decentramento produttivo senza elementi effettivi. Cioè quando l’azienda dice che deve spostare nella sede di destinazione delle produzioni (e dunque per questo trasferisce il dipendente) ma non porta argomenti reali a sostegno di questa causale;
  • mera vacanza di un posto di lavoro nella sede di destinazione. Cioè, nella sede di lavoro manca un dipendente.

La legittimità del trasferimento dovrà essere comunque valutata caso per caso dal giudice.

È necessario il consenso del dipendente?

Il trasferimento è un atto del datore di lavoro. Non è dunque necessario il consenso del dipendente. A questa regola fa eccezione il caso in cui il lavoratore goda dei permessi 104 per assistere con continuità un parente entro il terzo grado disabile.

In questo caso il consenso è necessario se ricorrono tre presupposti:

  • la continuità nell’assistenza. Il dipendente deve, cioè, assistere il disabile continuativamente e non a spot;
  • l’esclusività nell’assistenza: è solo il lavoratore trasferito ad assistere quel disabile;
  • la compatibilità dell’esercizio del diritto del lavoratore con le esigenze economiche, produttive o organizzative del datore di lavoro. Ciò significa che il rifiuto del dipendente deve essere bilanciato con le esigenze dell’azienda.

Il diritto del lavoratore di opporsi al trasferimento non è dunque assoluto [4] in quanto deve essere compatibile con le esigenze aziendali. Per fare un esempio, se una banca chiudesse una filiale in cui lavora un dipendente che assiste un parente disabile di certo questi non potrebbe pretendere che la banca non chiuda la filiale per rispettare il suo diritto ad opporsi al trasferimento.

Cosa fare per impugnare il trasferimento?

La legge prevede per l’impugnazione del trasferimento una procedura analoga all’impugnazione del licenziamento. Il dipendente, entro 60 giorni dalla data in cui ha ricevuto la lettera di trasferimento, deve impugnare stragiudizialmente il trasferimento. Deve, cioè, inviare o in proprio o tramite un legale una lettera al datore di lavoro con la quale contesta ed impugna il trasferimento in quanto illegittimo.

Entro 180 giorni  dalla data in cui ha inviato la lettera di impugnazione, il legale a cui il dipendente si è rivolto dovrà depositare presso il giudice del lavoro il ricorso giudiziale [5].

A quel punto si aprirà una causa in cui sarà il tribunale del lavoro a stabilire se il trasferimento è legittimo. Se il tribunale dovesse dichiarare nullo il trasferimento, il lavoratore avrà diritto ad essere riportato nella sede aziendale di provenienza e ad ottenere il risarcimento dei danni subiti.  

Il lavoratore può rifiutarsi di lavorare nella sede di destinazione?

Molto spesso il lavoratore se ritiene che il trasferimento sia nullo, perchè non sussistono le motivazioni addotte dall’azienda, si rifiuta di trasferirsi e di prendere servizio nella sede di destinazione. In questo caso, però, la situazione è particolarmente complessa. Il lavoratore infatti, rifiutandosi di prendere servizio nella nuova sede, sta di fatto disobbedendo ad un ordine del datore di lavoro e la nullità di questo ordine la può stabilire solo un giudice. In questi casi, spesso, l’azienda apre un procedimento disciplinare verso il dipendente per assenza ingiustificata e spesso finisce per licenziare il dipendente per motivi disciplinari.

La giurisprudenza prevalente ritiene che in caso di trasferimento non adeguatamente giustificato, il rifiuto del lavoratore di assumere servizio presso la sede di destinazione può anche essere legittimo a patto che il rifiuto sia accompagnato da una seria ed effettiva disponibilità a prestare servizio presso la sede originaria [6]. In tal caso, dunque, prima dovrà essere impugnato il trasferimento comunicando al datore di lavoro la disponibilità a lavorare nella sede originaria e poi potrà essere rifiutato il lavoro nella nuova sede.

In ogni caso, per non rischiare di passare dalla ragione al torto, è sempre preferibile prendere servizio nella nuova sede in attesa della decisione del giudice.