Si può licenziare senza preavviso?

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il licenziamento senza preavviso è possibile solo in caso licenziamento disciplinare per giusta causa o del dipendente in prova.

Il preavviso di licenziamento è la forma di tutela minima prevista dal Codice Civile in caso di recesso da parte del datore di lavoro dal contratto di lavoro. Possiamo dire che quando non esisteva ancora la disicplina del licenziamento illegittimo l’unica forma di tutela presente nell’ordinamento era il preavviso di licenziamento. Si tratta, in buona sostanza, di una regola in base alla quale il datore di lavoro non può licenziare un dipendente con effetto immediato ma deve dargli un certo numero di giorni di tempo. In questo modo il dipendente ha un piccolo periodo di salvaguardia in cui può continuare ad avere un reddito e può guardarsi intorno per trovare un nuovo impiego.

Questa è la regola generale. Tuttavia il lavoratore può essere licenziato senza preavviso sia durante o al termine del periodo di prova che nel caso di comportamenti particolarmente gravi, da quest’ultimo commessi e tali da integrare una giusta causa. In tutti gli altri casi, ivi compreso quello del fallimento dell’azienda, ben è possibile il licenziamento senza preavviso, ma al dipendente sarà dovuta, nell’ultima busta paga, l’indennità sostitutiva del preavviso. Alla domanda: si può licenziare senza preavviso?dovremmo dunque rispondere, in generale, no salvo casi eccezionali.

Che cos’è il preavviso?

Come abbiamo detto, quando ancora non esisteva la normativa che ha introdotto il concetto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo e le relative tutele a favore del dipendente illegittimanente licenziato, la legge [1] dava al lavoratore, in caso i licenziamento, una sola tutela: il periodo di preavviso.

La legge infatti afferma che ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti dagli usi o secondo equità.

Facciamo subito un esempio: l’azienda Alfa applica si occupa di trivellazioni in mare e vuole licenziare un dipendente di categoria 2 e livello 4. La norma che abbiamo esaminato impone ad Alfa di licenziare il dipendente dando un periodo di preavviso. Ciò significa che se il licenziamento viene effettuato il 10 marzo 2019 il dipendente non può ritrovarsi nella stessa data fuori dall’azienda ma deve avere la garanzia di un periodo di tempo, per l’appunto il periodo di preavviso, che gli consenta di trovarsi un nuovo impiego senza perdere subito la retribuzione.

La norma dice che la durata del preavviso è determinata dagli usi o secondo equità. Nella prassi sono i contratti collettivi di lavoro a determinare la durata del periodo di preavviso, che varia a seconda del livello di inquadramento del dipendente e dell’anzianità di servizio.

Tornando al nostro esempio, come detto l’azienda Alfa si occupa di trivellazioni in mare ed applica il CCNL Energia e Petrolio. Il CCNL prevede, in caso di licenziamento, che al dipendente con inquadramento categoria 2 livello 4 e anzianità di 9 anni spetti un periodo di preavviso di 5 mesi.

Questo significa che Alfa può comunicare il 10 marzo 2019 il licenziamento ma il recesso produrrà effetti il 10 agosto 2019. Da marzo ad agosto, dunque, Tizio potrà continuare a lavorare e percepire regolarmente lo stipendio e potrà così anche guardarsi intorno per trovare un nuovo impiego.

L’indennità sostitutiva del preavviso

Possono esserci, però, molte ragioni per cui l’azienda potrebbe non avere interesse ad avere un servizio un dipendente al quale è stato già comunicato il suo licenziamento. I motivi possono essere molti:

  • il dipendente potrebbe assumere un atteggiamento conflittuale verso l’azienda;
  • il dipendente potrebbe svolgere il lavoro in maniera non diligente;
  • il dipendente potrebbe approfittare del preavviso lavorato per carpire informazioni e fare copie di documenti;
  • l’azienda potrebbe avere la necessità di operare una riorganizzazione immediata e la presenza del dipendente in servizio potrebbe ostacolarla;
  • il dipendente potrebbe fare un uso scorretto della malattia o delle ferie per allungare la durata del preavviso.

In questo caso la legge stessa offre all’azienda una alternativa. L’azienda Alfa può licenziare Tizio con effetto immediato e, dunque, a far data dal 10 marzo 2019, pagandogli la cosiddetta indennità sostitutiva del preavviso, vale a dire monetizzando il diritto al preavviso. Nel caso in esame, come abbiamo visto, Tizio ha diritto ad un periodo di preavviso di cinque mesi. Ciò significa che se l’azienda non vuole che Tizio lavori dal 10 marzo al 10 agosto può licenziarlo con effetto immediato pagandogli, con l’ultima busta paga, una indennità sostitutiva del preavviso pari a 5 mesi di retribuzione.

L’indennità sostitutiva del preavviso si calcola facendo riferimento alla retribuzione globale percepita dal dipendente anche computando gli eventuali bonus percepiti negli ultimi tre anni.

Facciamo un esempio. Tizio percepisce una retribuzione annua lorda (la cosiddetta RAL) di 50.000 euro. Inoltre, negli ultimi 3 anni ha percepito i seguenti bonus:

  • anno 2016: 5.000 euro di bonus;
  • anno 2017: 6.000 euro di bonus;
  • anno 2018: 4.500 euro di bonus.

Per calcolare l’indennità sostitutiva del preavviso dobbiamo:

1 – sommare alla retribuzione annua lorda la media annua dei bonus dell’ultimo triennio, che è pari a 5.166,7. Il risultato è 55.166,7;

2- dividere tale somma per 12 ottenendo così il valore di una mensilità: 4597,225 euro;

3 – moltiplicare il valore di una mensilità: 4597,225 euro per il numero di mesi di preavviso, nel nostro caso pari a 5: 22.986,125 euro.

4 – l’indennità sostitutiva del preavviso di cui ha diritto Tizio è dunque pari a 22.986,125 euro.

Si tenga conto che il dipendente non può scegliere se lavorare durante il preavviso oppure ottenere l’indennità sostitutiva del preavviso. Si tratta di una scelta unilaterale del datore di lavoro al quale il dipendente non può opporsi. Come abbiamo detto di solito l’azienda non ha interesse ad avere in servizio un dipendente che già sa che dovrà andarsene di lì a breve ma resta una decisione dell’azienda.

Fino a quando non è stata introdotta la normativa che impone alle aziende di licenziare un dipendente solo in presenza di una giusta causa o un giustificato motivo oggettivo o soggettivo, il diritto al preavviso era, di fatto, l’unico diritto previsto dall’ordinamento a favore del dipendente in caso di licenziamento.

Nell’attuale assetto dell’ordinamento, tuttavia, continuano ad esserci dei casi in cui un dipendente può essere licenziato senza nemmeno il diritto al preavviso. Si tratta, in particolare, del licenziamento del lavoratore in prova e del licenziamento per giusta causa.

Licenziamento senza preavviso del lavoratore in prova

In ogni tipologia di contratto di lavoro, il datore e il dipendente possono prevedere un periodo di provacon lo scopo di permettere ad entrambi di valutare la convenienza del rapporto di lavoro.

Durante la prova il contratto di lavoro è definitivamente costituito e i diritti e gli obblighi delle parti sono pienamente operanti. L’unica particolarità consiste nel fatto che in tale periodo le parti possono recedere liberamente dal contratto senza obbligo di preavviso.

La legge stabilisce, in via generale, che durante o al termine del periodo di prova, le parti sono libere di interrompere il contratto senza bisogno di fornire una motivazione, né di dare il preavviso o di pagare la relativa indennità sostitutiva.

Tuttavia, se le parti hanno stabilito una durata minima garantita del periodo di prova per consentire l’effettività dell’esperimento (prevedendo, ad esempio, un obbligo risarcitorio in capo al lavoratore che si dimette anticipatamente), il recesso può avvenire solo dopo la scadenza del termine.

Il recesso può essere intimato al lavoratore in prova anche in forma orale.

Ci sono alcuni casi in cui il licenziamento è illegittimo anche durante la prova. Ciò avviene quando:

– la prova non è stata in concreto consentita (si pensi al caso in cui al lavoratore siano state assegnate mansioni diverse rispetto a quelle previste nel contratto stesso di prova: mansioni inferiori o superiori; si pensi anche all’ipotesi in cui il lavoratore dimostri che il periodo è stato inadeguato a permettere un’idonea valutazione delle sue capacità);

– non c’era alcuna reale necessità di provare il dipendente poichè lo stesso aveva già lavorato in azienda in precedenza per analoghe mansioni (si pensi il caso del dipendente assunto a tempo determinato per svolgere le mansioni di cassiere e poi assunto a tempo indeterminato per le stesse mansioni con inserimento di un patto di prova);

– il patto di prova è sottoscritto dopo l’inizio del rapporto di lavoro: la giurisprudenza considera nullo il patto di prova quando la sua fima non avviene prima dell’inizio del rapporto di lavoro ma successivamente;

– il licenziamento è stato effettuato per un motivo illecito come, ad esempio, una ragione discriminatoria o per via dell’invalidità del lavoratore.

Il periodo di prova non può essere infinito. Come detto, infatti, lo scopo della prova è consentire alle parti di verificare la convenienza ad instaurare uno stabile rapporto. La legge prevede che la durata massima del periodo di prova sia pari a 6 mesi. Nella prassi, tuttavia, sono i contratti collettivi  di lavoro a stabilire la durata della prova, a seconda del livello di inquadramento del dipendente.

Per fare un esempio, il CCNL Commercio prevede le seguenti durate massime del periodo di prova:

Quadri e Primo Livello : periodo di prova massimo 6 mesi
Secondo e Terzo Livello: periodo di prova massimo 60 giorni
Quarto e Quinto Livello: periodo di prova massimo 60 giorni
Sesto e Settimo Livello: periodo di prova massimo 45 giorni

Licenziamento disciplinare senza preavviso del lavoratore

La seconda ipotesi di licenziamento senza preavviso è quella di licenziamento per giusta causa [2]. Si tratta di un licenziamento disciplinare avvenuto per via di una condotta particolarmente grave tenuta dal lavoratore: anzi, talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto neanche per un solo giorno. In tal caso il licenziamento avviene in tronco e, dopo la sua comunicazione, il dipendente è tenuto a non presentarsi più sul lavoro. Non gli è neanche dovuta l’indennità sostitutiva del preavviso.

Come noto, esistono due tipi di licenziamento disciplinare: quello per giusta causa e quello per giustificato motivo soggettivo.

Se nel secondo caso è sempre dovuto il preavviso (trattandosi di comportamento grave, ma non tanto da giustificare il recesso immediato), nel licenziamento per giusta causa si ha invece la risoluzione immediata del rapporto senza obbligo di preavviso.

Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo scatta per violazioni disciplinari meno gravi: va intimato nel rispetto dei termini di preavviso (determinato dal contratto collettivo nazionale di lavoro), ed è comunque determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore.

Invece, il licenziamento per giusta casa è determinato dal verificarsi di fatti che non consentono la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto (ad esempio: la grave insubordinazione verso il datore di lavoro, il furto in azienda, le minacce o le lesioni fisiche, ecc.). Deve essere stato leso, in modo irreversibile, la fiducia che l’azienda deve nutrire nel dipendente. Ecco alcuni esempi:

  • abbandono del posto di lavoro, ma solo se dall’abbandono può derivare un grave pregiudizio all’incolumità delle persone o alla sicurezza degli impianti o se si tratta di un dipendente con mansioni di custodia o sorveglianza (si pensi a una guardia giurata);
  • assenza ingiustificata: solo se il lavoratore non comunica tempestivamente le motivazioni della sua assenza dal servizio, mente sulle reali ragioni e l’assenza sia prolungata ossia per svariati giorni tanto da danneggiare l’azienda;
  • rifiuto di riprendere il lavoro dopo la malattia se la visita fiscale dell’Inps ha attestato la guarigione;
  • svolgimento di attività lavorativa, durante la mattia, in favore proprio o di terzi durante la malattia, ma solo se la malattia era simulata o se tale attività ha pregiudicato la guarigione;
  • abuso dei permessi della legge 104: se il dipendente ha usato i giorni di permesso come ferie personali e non per prestare aiuto al familiare invalido;
  • lavoratore che per più volte non si è fatto trovare, negli orari di reperibilità, dal medico fiscale dell’Inps;
  • correzione della data sul certificato medico al fine di allungare il periodo di malattia;
  • insubordinazione: si pensi al dipendente che si rifiuta di svolgere lavoro straordinario e reagisce in modo sia fisico che verbale nei confronti del suo superiore;
  • dipendente che si reca al lavoro nonostante il provvedimento disciplinare nei suoi confronti della sospensione dal servizio e dalla retribuzione;
  • dipendente che discredita l’immagine dell’azienda;
  • furto di consistente valore in azienda;
  • violenza fisica sui colleghi o sui superiori;
  • molestie sessuali nei confronti di clienti o altri dipendenti;
  • spaccio di droga sul lavoro;
  • appropriazione di somme di denaro, anche se di modesta entità, da parte del dipendente addetto alla cassa;
  • rivelazione a terzi di segreti aziendali;
  • falsificazione del badge;
  • reiterato stato di ebbrezza sul luogo di lavoro;
  • abuso sistematico per scopi personali della scheda carburante data in dotazione dall’azienda.

Licenziamento per giusta causa: quando il preavviso è dovuto?

Ma chi stabilisce se un certo fatto commesso dal dipendente è realmente così grave da giustificare il recesso in tronco, senza preavviso?

In prima battuta lo stabilisce il datore di lavoro che dà al comportamento del dipendente un’importanza talmente elevata da licenziarlo in tronco. Il datore di lavoro, anche nel caso di licenziamento per giusta causa, dovrà comunque rispettare il procedimento disciplinare previsto dalla legge [3] e cioè dovrà:

  • consegnare al dipendente una lettera di contestazione disciplinare nella quale viene indicato il fatto che l’azienda considera una gravissima infrazione disciplinare;
  • dare al dipendente un termine minimo di 5 giorni (o il maggiore lasso di tempo previsto dal CCNL) per rendere le proprie giustificazioni scritte o per chiedere di essere ascoltato oralmente;
  • una volta ricevute e valutate le giustificazioni, consegnare al dipendente la lettera di licenziamento con l’indicazione delle motivazioni poste alla base del recesso.

Il dipendente, però, potrebbe non condividere il provvedimento che lo ha colpito. Potrebbe infatti accadere che il dipendente ritenga di non avere realmente posto in essere il fatto del quale viene incolpato, oppure potrebbe ritenere la sanzione disicplinare sproporzionata rispetto al fatto commesso. In tutti questi casi il dipendente può impugnare il licenziamento, entro 60 giorni da quando ha ricevuto la lettera di licenziamento. Entro 180 giorni dalla data dell’impugnazione, il dipendente dovrà depositare presso il giudice del lavoro un ricorso ed avviare così la vera  e propria causa.

Sarà quindi il Giudice a cui verrà assegnata la causa a doversi pronunciare e a dover stabilire se il licenziamento per giusta causa è legittimo o meno.

Il  licenziamento per giusta causa potrebbe essere illegittimo ad esempio perchè:

  • il dipendente licenziato non ha commesso il fatto del quale è stato incolpato;
  • il fatto posto alla base del licenziamento non si è realmente verificato o, comunque, l’azienda non è riuscita a provarlo in giudizio;
  • il fatto è stato commesso ma non è così grave da portare al licenziamento;
  • l’azienda non ha correttamente rispettato il procedimento disciplinare.

In base al profilo che rende illegittimo il  licenziamento per giusta causa il giudice può prendere una serie di provvedimenti. In ogni caso, se il giudice ritiene illegittimo il licenziamento ad esempio perchè il fatto è grave ma non così tanto da condurre ad un  licenziamento per giusta causa  condanna l’azienda a versare al dipendente l’indennità sostitutiva del preavviso.

Come superare i limiti dei contratti a termine

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contratti collettivi e di prossimità, accordi in sede protetta: le deroghe al decreto Dignità nella disciplina del contratto a termine.

Il decreto Dignità [1] ha modificato profondamente il contratto a termine, stabilendo numerosi limiti all’utilizzo di questo rapporto di lavoro. Sono state infatti reintrodotte le causali del contratto, è diminuito il numero massimo di proroghe possibili, è stata ridotta la durata massima del rapporto di lavoro e, in generale, sono state cancellate diverse disposizioni che consentivano una maggiore flessibilità alle imprese nell’utilizzo del rapporto a tempo.

Molte delle limitazioni del nuovo decreto, però, sono “mitigate” dalle previsioni dei contratti collettivi e dei contratti di prossimità, che possono modificare la disciplina del contratto a tempo determinato, anche in deroga alla normativa. Alcune previsioni rendono possibile, ad esempio, superare la durata massima del rapporto, oppure il numero massimo di lavoratori che può essere assunto a termine.

Un altro modo per superare i limiti del decreto Dignità nel lavoro a termine è l’utilizzo di lavoratori in somministrazione. Numerose deroghe sono poi previste per i lavoratori stagionali. Ma procediamo per ordine e cerchiamo di capire, in base alla normativa, come superare i limiti dei contratti a termine.

Si può superare la durata massima del contratto a termine?

In base alle previsioni del decreto Dignità, il rapporto di lavoro a termine stipulato tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, con le stesse mansioni o mansioni equivalenti, compresi eventuali periodi di lavoro svolti in somministrazione, può avere una durata massima di 24 mesi. Ci sono tuttavia delle deroghe a questo limite massimo di durata.

Superare la durata massima del rapporto a termine: contratto collettivo

Le disposizioni di alcuni contratti collettivi, come il Ccnl Studi Professionali, prevedono una durata massima del rapporto a termine superiore a 24 mesi. Queste disposizioni contrattuali, come chiarito da una recente circolare del ministero del Lavoro [2], sopravvivono al decreto Dignità.

In parole semplici, i contratti collettivi possono derogare ai limiti di durata massima del rapporto a tempo determinato stabiliti dal decreto Dignità. Non possono invece derogare al numero massimo di proroghe, attualmente pari a 4.

Superare la durata massima del rapporto a termine: contratti di prossimità

Anche i contratti di prossimità [3], altri “sopravvissuti” al decreto Dignità, possono derogare ai limiti di durata massima del rapporto a termine: si tratta di contratti collettivi di secondo livello, che possono essere sia territoriali che aziendali.

La legge che li regolamenta, in particolare, consente agli accordi collettivi di secondo livello di modificare la disciplina del contratto a tempo determinato, in deroga sia alla normativa che ai contratti collettivi nazionali, comprese le disposizioni che riguardano la durata massima del contratto.

I contratti di prossimità, per poter derogare alla legge, devono però essere finalizzati alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, all’emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attività.

Superare la durata massima del rapporto a termine: prosecuzione di fatto

Proseguire l’attività per la quale si è stati assunti a tempo determinato è possibile anche oltre i 24 mesi, o raggiunto il numero massimo di proroghe, ma per un periodo limitato.

Nello specifico, dopo la scadenza del termine originario o validamente prorogato, o dopo il periodo di durata massima complessiva, il lavoro a tempo determinato può proseguire di fatto:

  • per 30 giorni (se il contratto ha una durata inferiore a 6 mesi);
  • per 50 giorni (se il contratto ha una durata maggiore di 6 mesi).

In queste ipotesi, il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al dipendente una maggiorazione della retribuzione per ogni giorno di continuazione del rapporto, pari al 20%, fino al decimo giorno successivo, ed al 40% per ciascun giorno ulteriore.

Se il rapporto di lavoro oltrepassa il periodo di prosecuzione di fatto, il contratto si considera trasformato da tempo determinato a tempo indeterminato, a far data dal superamento dei 30 o dei 50 giorni.

Superare la durata massima del contratto a termine: nuovo contratto

In alcuni casi, è consentito stipulare un nuovo rapporto a tempo determinato, nonostante sia stata raggiunta la durata massima cumulativa di tutti i periodi di lavoro a termine con le stesse mansioni o mansioni equivalenti, compresi eventuali periodi di lavoro svolti in somministrazione.

Il nuovo contratto di lavoro, perché sia valido, deve essere stipulato presso l’Ispettorato territoriale del lavoro competente (Itl), con l’assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Superare la durata massima del contratto a termine: stagionali

Ai lavoratori stagionali non si applicano i limiti di durata massima del rapporto a termine. Ricordiamo che il rapporto di lavoro stagionale fa parte dei contratti a tempo determinato: pur avendo molte regole in comune col contratto a termine, rispetto al lavoro a tempo determinato “generico” presenta diverse particolarità, che rendono il contratto più elastico e con meno vincoli.

Le attività stagionali sono elencate in un noto decreto del 1963 [4], che dovrà essere sostituito, secondo il Codice dei contratti [5], da un decreto del ministero del Lavoro di prossima emanazione

Le attività stagionali, comunque, non sono solo quelle elencate dal decreto, ma sono indicate anche all’interno dei contratti collettivi, che lasciano spazio anche a lavori stagionali molto diversi rispetto a quelli tradizionalmente svolti nel turismo, nell’agricoltura o nel commercio.

Superare la durata massima del contratto a termine: somministrazione

In base al Testo unico dei contratti di lavoro [5], i contratti collettivi applicati dalle agenzie di somministrazione possono disciplinare, anche in deroga alla normativa, le ipotesi in cui possono essere ammesse le proroghe del contratto a termine e la loro durata.

Si può aggirare la pausa contrattuale?

Secondo l’attuale disciplina del contratto a termine, se il rapporto di lavoro cessa, e si intende stipulare un nuovo contratto a tempo determinato, è necessario che trascorra un lasso di tempo tra il primo e il secondo contratto, il cosiddetto periodo di pausa contrattuale, o stop and go, pari a:

  • 10 giorni, se la durata del primo contratto è inferiore ai 6 mesi;
  • 20 giorni, se la durata del primo contratto è superiore ai 6 mesi.

Il mancato rispetto di questo periodo di pausa determina la conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato. Il decreto Dignità prevede la non applicazione del periodo di pausa nel contratto di somministrazione a termine. Inoltre, questo periodo “cuscinetto” non si applica ai contratti stagionali.

I contratti collettivi e di prossimità possono derogare a questo limite.

Si può superare il numero massimo di lavoratori a termine?

Secondo le attuali previsioni normative, è possibile assumere un massimo di lavoratori a termine pari al 20% dell’organico totale a tempo indeterminato.

Se il datore di lavoro impiega sia lavoratori a termine che lavoratori somministrati (o soltanto lavoratori con contratto di somministrazione), deve contenere la sommatoria di entrambi i rapporti entro il 30% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato.

I contratti collettivi e di prossimità possono derogare a questi limiti, ad esempio prevedendo quote diverse a seconda del numero di lavoratori a tempo indeterminato occupati dall’azienda, o per l’avvio di nuove attività.

Se si superano questi limiti, in ogni caso, il contratto dei lavoratori “in eccedenza” non viene trasformato a tempo indeterminato, ma l’azienda è soggetta a delle sanzioni.

Si può derogare alle causali del contratto?

Secondo il decreto Dignità, la stipula del contratto a tempo determinato è valida se le ragioni, o causali, che la determinano sono:

  • ragioni temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro;
  • ragioni sostitutive;
  • ragioni connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria.

La causale è obbligatoria se il contratto dura più di 12 mesi, per ogni rinnovo del contratto, o per le proroghe, se comportano il superamento della durata di 12 mesi del contratto.

Se non è riportata la causale, nei casi in cui la sua indicazione è obbligatoria, il contratto è convertito a tempo indeterminato.

I contratti di prossimità possono modificare le disposizioni che riguardano le causali, se rispettano le finalità previste dalla normativa. L’indicazione delle causali non è obbligatoria per i contratti stagionali.

Per quanto riguarda il contratto a tempo determinato in regime di somministrazione, l’obbligo della causale si riferisce al solo utilizzatore, non all’agenzia per il lavoro: ad esempio, se il rapporto tra lavoratore e agenzia dura più di 12 mesi, ma le missioni presso i singoli utilizzatori durano meno di 12 mesi, senza rinnovi, indicare una causale non è necessario.

L’assegno sociale rientra nell’Isee?

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nella dichiarazione Isee le prestazioni di assistenza come pensione ed assegno sociale devono essere indicate e fanno reddito?
La dichiarazione Isee, o, più precisamente, la Dsu (Dichiarazione sostitutiva unica), indispensabile per richiedere la maggior parte delle prestazioni di assistenza e delle agevolazioni, racchiude moltissimi dati, tanto da risultare, in diversi casi, addirittura più complessa rispetto alla dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Redditi).
Dalla dichiarazione Dsu, difatti, si ricavano gli indicatori della situazione economica, reddituale e patrimoniale del nucleo familiare (Isee, indicatore della situazione economica equivalente, Isp, indicatore della situazione patrimoniale, Isr, indicatore della situazione reddituale, più ulteriori indicatori specifici che variano a seconda della prestazione richiesta, come l’Iseeu, che serve per le prestazioni di diritto allo studio universitario): perché gli indicatori siano attendibili e rispecchino realmente la situazione del nucleo familiare, bisogna riportare nella dichiarazione anche delle informazioni che non si riportano nella dichiarazione dei redditi.
Ad esempio, si devono indicare, oltre ai redditi ed agli immobili, i veicoli posseduti, la giacenza media dei conti corrente, carte prepagate, libretti ed altre forme di risparmio: questi dati vanno riportati non solo in relazione al dichiarante, ma a tutti i componenti del nucleo familiare. Devono essere riportati anche diversi trattamenti che non vanno indicati nel 730 o nel modello Redditi. In pratica, la Dsu è una sorta di maxi-dichiarazione “universale”, dei redditi, del patrimonio e dei beni posseduti da tutti i familiari.
Ma l’assegno sociale rientra nell’Isee?

Che cos’è l’assegno sociale?

L’assegno sociale è una prestazione di assistenza che spetta, a partire dei 67 anni di età, alle persone che si trovano sotto una determinata soglia di reddito. Per il diritto alla prestazione, si considera sia il reddito proprio (che non deve superare i 5.953,87 euro annui, per il 2019),  che quello del coniuge (il reddito della coppia non deve superare 11.907,74 euro annui, sempre con riferimento all’anno 2019) .
L’assegno sociale spetta, a differenza della pensione, anche se non sono stati versati contributi, ed ammonta, per il 2019, a 457,99 euro mensili; può essere maggiorato, ed è riconosciuto per 13 mensilità. Per gli invalidi, l’importo è differente, così come le condizioni per averne diritto.

Le prestazioni di assistenza vanno dichiarate nell’Isee?

Abbiamo appena osservato che l’assegno sociale è una prestazione di assistenza, ossia un trattamento che spetta a prescindere dalla contribuzione previdenziale versata: in parole semplici, l’assegno sociale spetta anche se non sono mai stati versati contributi per la pensione.
Ma le prestazioni di assistenza rientrano nell’Isee anche se non devono essere indicate nella dichiarazione dei redditi? Nella generalità dei casi, le prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale, rientrano nella dichiarazione Isee in quanto rilevano ai fini della situazione economica della famiglia. In pratica, l’assegno sociale rientra nell’Isee perché determina, nella generalità dei casi, un incremento di ricchezza del nucleo familiare.
Fanno eccezione, però, le prestazioni di assistenza destinate ai disabili, in quanto, in questo caso, non possono essere considerate alla stregua di un reddito o, comunque, un incremento della ricchezza della famiglia, ma costituiscono un aiuto per far fronte alla situazione di bisogno determinata dalla disabilità.
Nella generalità dei casi, ad ogni modo, non è necessario indicare l’ammontare dell’assegno sociale e delle altre prestazioni di assistenza nella dichiarazione Isee, in quanto è l’Inps a riportare le prestazioni automaticamente nella Dsu, prelevandole dalle proprie banche dati.

Per ottenere l’assegno sociale ci vuole la dichiarazione Isee?

Ad oggi, non sono previste soglie massime Isee per ottenere l’assegno sociale o la pensione sociale, quindi non è necessario presentare la dichiarazione Isee per il diritto a questa prestazione. Alcune proposte di legge prevedono, però, la possibilità di subordinare il diritto all’assegno sociale ed alla pensione sociale a specifiche soglie di reddito Isee.
È invece necessario non superare specifici limiti Isee per ottenere la pensione di cittadinanza, la nuova prestazione di assistenza che spetta a chi ha almeno 67 anni, e che risulta compatibile con l’assegno sociale, integrandolo fino alla misura massima mensile di 780 euro ( l’importo è aumentato se i componenti del nucleo familiare sono più di uno, sino a un massimo di 1.473 euro mensili).
Per approfondire: Pensione di cittadinanza.

Quando c’è omissione di soccorso

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Incidente stradale: chi scappa commette reato solo se ci sono feriti.

Tempo fa hai tamponato un’auto. Il conducente è sceso immediatamente per contestarti i danni provocati alla sua macchina. Poi, scorgendo nel tuo comportamento il tentativo di minimizzare gli effetti dell’incidente, ha incalzato la dose fingendosi dolente a una spalla. Irritato per la messinscena, per tutta risposta sei risalito sulla tua auto e te ne sei andato. Ora ti ritrovi con una denuncia. Ti sei subito recato dal tuo avvocato e gli hai detto: «Mi hanno denunciato per omissione di soccorso» sperando che questi potesse darti delle buone notizie. Ma il legale ti ha invece detto che, ogni volta che in un incidente stradale ci sono feriti, è obbligo delle parti aspettare la polizia e, quindi, non allontanarsi. Gli hai fatto notare che non c’è stata alcuna conseguenza fisica per l’altro conducente: si è trattato solo di una farsa messa in atto al solo scopo di ottenere un risarcimento più sostanzioso. Chi ha ragione in una vicenda di questo tipo? A spiegare quando c’è omissione di soccorso è una recente e interessante sentenza della Cassazione [1].

La Corte ricorda quali sono i presupposti del reato previsto dal codice della strada e se la condotta del colpevole debba essere necessariamente in malafede (ossia dolosa) oppure prescinde dalla consapevolezza delle lesioni. Ma procediamo con ordine.

Obbligo di dare gli estremi dell’assicurazione dopo l’incidente stradale

Dopo un incidente stradale ciascuno dei conducenti ha l’obbligo di fermarsi e fornire gli estremi della propria assicurazione all’altro, anche se ritiene di avere ragione, affinché le rispettive compagnie possano valutare le eventuali responsabilità attraverso i rispettivi periti.

Le conseguenze derivanti dalla violazione di tale obbligo sono diverse a seconda che, a seguito del sinistro stradale, vi siano stati o meno feriti. Analizziamo le due ipotesi separatamente.

Sinistro con feriti

Chi si rifiuta di comunicare i dati della polizza rc-auto commette reato di fuga solo nel caso in cui dall’incidente siano derivate lesioni alle persone (conducenti o passeggeri). La pena è la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nonché la sospensione della patente di guida da 1 a 3 anni; il reato scatta anche per chi, ritenendo che l’altro automobilista non si sia fatto nulla, si allontana col consenso di quest’ultimo.

Sinistro senza feriti

Quando invece i danni sono limitati alle sole auto, si rischia una sanzione amministrativa. In tale ipotesi, la “multa” va da 296 a 1.184 euro. Se però il danno procurato all’altra auto è grave può scattare anche l’obbligo di sottoporre a revisione l’auto e la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

Leggi sul punto Non fermarsi dopo incidente senza o con feriti.

Obbligo di fermarsi dopo un incidente stradale

In caso di feriti, però, non c’è solo solo l’obbligo di fermarsi per fornire i dati della propria assicurazione ma anche quello di prestare soccorso. In caso contrario, scatta un secondo reato, quello appunto di omissione di soccorso. E si badi bene: questo non significa fornire degli aiuti materiali, specie a chi non ha le competenze mediche, ma chiamare l’ambulanza e le autorità affinché effettuino loro gli interventi necessari. Insomma, l’omissione di soccorso scatta per l’essersene andati dal luogo dell’incidente con la consapevolezza della presenza di feriti, a prescindere dall’entità delle lesioni da queste riportate. Leggi sul punto incidente: quando prestare soccorso è obbligatorio.

Questo significa, in sintesi, che fermarsi dopo un incidente è un dovere sempre, ma in caso di violazione dell’obbligo scatta il duplice reato (fuga e omissione di soccorso) solo se ci sono feriti.

Quando scatta l’omissione di soccorso

Dalle interpretazioni dei giudici sul reato di omissione di soccorso è possibile fare alcune considerazioni che potrebbero aiutare a capire meglio come funziona la legge

L’omissione di soccorso è reato in ogni caso di omesso avviso all’autorità, anche laddove si accerti che l’assistenza sarebbe stata impossibile o inutile perché la vittima è in fin di vita. Esso è escluso soltanto se la persona da assistere è già morta.

Inoltre, allontanarsi dal luogo dell’incidente non basta per essere responsabili del reato di omissione di soccorso. Infatti, è necessario che l’allontanamento avvenga «nella consapevolezza di aver verosimilmente cagionato lesioni alle persone coinvolte». Secondo la Cassazione infatti è necessaria la consapevolezza delle lesioni subite dalla persona rimasta coinvolta. Il codice della strada, punendo il conducente che, a seguito di un sinistro ricollegabile al suo comportamento, «non ottempera all’obbligo di prestare assistenza occorrente alle persone ferite», considera una condotta «ulteriore e diversa rispetto a quella del reato di fuga». Per il reato di omissione di soccorso non è sufficiente «la consapevolezza che dall’indicente possano essere derivate conseguenze per le persone», ma, è necessario che «tale pericolo appaia essersi concretizzato in effettive lesioni dell’integrità fisica».

Solo la consapevolezza di aver «verosimilmente cagionato lesioni» all’altro conducente rimasto coinvolto nel sinistro può essere causa di responsabilità penale.

Le ferite insomma devono essere percepibili.

Chi invece si allontana dal luogo dell’incidente ritenendo che l’altro automobilista non si sia fatto male non commette reato. Manca infatti la consapevolezza, ossia il dolo, che è presupposto per punire l’omissione di soccorso.

 

Social durante il lavoro: quando si rischia il posto?

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando il tempo speso su Facebook, Instagram, WhatsApp o Youtube può costare il licenziamento. Le offese all’azienda, al datore di lavoro o ai colleghi possono integrare un illecito disciplinare anche se non sconfinano nella diffamazione.

Rubare il tempo al proprio lavoro per stare su Instagram, Facebook, Whatsapp o per guardare video su YouTube non fa sicuramente parte delle skill di un buon dipendente; ma da un punto di vista legale cosa si rischia per pochi minuti di distrazione? Allontanare lo sguardo dalle scartoffie per sbirciare il messaggino apparso sullo smartphone non potrà mai essere un comportamento punibile se l’episodio è isolato e si consuma in pochi secondi. Viceversa, chi ha l’abitudine a distrarsi con cadenza quotidiana può subire una sanzione disciplinare tanto più grave quanto maggiore è il tempo sottratto alle mansioni. Lo sa bene una dipendente che, di recente, ha perso il ricorso in Cassazione contro il licenziamento intimatole per aver effettuato 4.500 accessi a Facebook nell’arco di un anno e mezzo. Ma non basta stare attenti all’orologio: anche un solo secondo potrebbe essere fatale per chi usa i social per denigrare l’azienda dove lavora e i prodotti da questa commercializzati oppure per diffamare i colleghi generando in ufficio un clima di tensione.

Sono ormai numerose le sentenze che affrontano il rapporto tra ambienti lavorativi e uso dei cellulari per la navigazione in internet per fini personali e ludici. Perché, se di dipendenza psicologica davvero si tratta, questa non cessa solo perché si valicano i cancelli dell’azienda. Ed allora è bene sapere in anticipo, nel caso di social durante il lavoro, quando  si rischia il posto. Perché in questo modo sarà possibile staccare… la batteria, prima che sia troppo tardi.

Social sul lavoro: quando è vietato?

Sicuramente la navigazione su internet per fini privati – come quella che si fa sui social network come Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, ma anche su Whatsapp e YouTube – è vietata sia quando avviene tramite il computer dell’ufficio che con il tablet o lo smartphone personale. Non è tanto il supporto, infatti, ad essere la causa dell’illecito disciplinare quanto il tempo sottratto alle proprie mansioni lavorative.

Anche l’uso della connessione a internet dell’azienda può essere causa di illecito, come nel caso di chi usa la wi-fi aziendale per commettere reati. Si pensi a chi scarica file musicali coperti dal diritto d’autore mettendo così a rischio la stessa azienda. Con una sentenza di due anni fa la Cassazione [1] ha ritenuto legittimo licenziare il dipendente che scarica film porno sul proprio computer utilizzando la rete del datore di lavoro.

Secondo la Corte Il datore può far ispezionare il pc in dotazione al dipendente e licenziarlo se scopre che vi ha scaricato video pornografici, anche perché l’azienda rischierebbe un procedimento penale laddove i filmati dovessero riguardare minorenni (ossia materiale pedopornografico). Si tenga peraltro conto che, con la recente introduzione del Job Act, il datore può mettere sotto controllo cellulari, pc e tablet aziendali dati in comodato ai propri dipendenti. Non c’è quindi alcuna violazione né della privacy, né dello Statuto dei lavoratori.

Tornando alla navigazione sui social network questa è generalmente vietata, ragion per cui molte aziende predispongono dei filtri di accesso dai propri terminali. E se, nonostante ciò, il dipendente dovesse sostare su Facebook dal proprio cellulare, la sua condotta verrebbe comunque ritenuta irregolare. Irregolarità che, come detto, viene punita sulla base del tempo trascorso sul social. Si passa dalle sanzioni più leggere – come il richiamo verbale, l’ammonizione scritta, la multa e la sospensione dal lavoro – al licenziamento. La Cassazione, di recente [2], ha confermato il licenziamento alla segretaria che stava sempre su Facebook dal pc aziendale.

La loro graduazione deve tenere conto della gravità della condotta: tanto superiore è il tempo sottratto al lavoro (e, quindi, la recidiva) tanto più gravi saranno le conseguenze, sino ad arrivare alla risoluzione definitiva del rapporto di lavoro.

Ma come fa il datore a scoprire che il dipendente sta sui social durante l’orario lavorativo? Sicuramente la cronologia rilevata dal pc aziendale è il primo elemento utile. Ci possono poi essere le testimonianze dei colleghi di stanza. E non infine la “provocazione”: il datore può creare un profilo falso – magari con le sembianze di una bella ragazza – per contattare il lavoratore svogliato e, chattando con lui, procurarsi le prove della distrazione.

È esclusa ogni violazione dell’articolo 4 dello statuto dei lavoratori – che vieta i controlli a distanza nei confronti dei dipendenti – poiché la verifica dei computer e degli altri apparecchi aziendali non viene fatta sulla produttività o l’efficienza del dipendente ma per preservare l’azienda da comportamenti illeciti, estranei alla prestazione, tali da ledere quel rapporto di fiducia che deve necessariamente sussistere tra datore e dipendente.

Post e foto vietate sui social: quando si rischia il licenziamento?

Tutti sanno che non si può parlare male degli altri in pubblico, tantomeno su internet dove la facile e rapida diffusione delle comunicazioni è tale da creare maggiori danni. Diversamente si commette il reato di diffamazione aggravata. Ma se, di norma, per far scattare il penale bisogna travalicare il diritto di critica (e quindi sconfinare in offese gratuite alla persona), un dipendente che intende parlare dell’azienda presso cui lavora è tenuto ad usare un linguaggio più moderato e rispettoso. Anche infatti se non dovessero sussistere i presupposti per il reato di diffamazione non è detto che la condotta non possa considerarsi “sconveniente” e quindi contraria a un sano rapporto lavorativo. Così anche il solo partecipare a un forum di discussioni in cui si parla male del datore o dei suoi prodotti può costare il posto. Secondo la Cassazione [3] si può essere licenziati per un like. In particolare, tutte le volte in cui l’utente di Facebook, pur dimostrando con il proprio commento di condividere la critica iniziata da altri e, così, partecipi al treat di discussione che ne è scaturito, ha dimostrato di condividere le forme espressive illecite usate da altri, può essere condannato. Scatta dunque il licenziamento per chi, su internet, parla male dell’azienda.

Un precedente del tribunale di Milano dell’agosto 2015, che ha fatto scuola, ha convalidato il recesso dal contratto di lavoro intimato dall’ufficio personale a un dipendente il quale aveva postato su Facebook foto scattate durante la pausa caffè, ma comunque nell’orario di servizio, con commenti offensivi (l’uomo si era sbilanciato nel dire: «Ditta di m…»). Si tratta di un «grave danno morale» per il datore che non ammette sanzioni meno gravi.

Non è meno grave parlare male del datore in una chat condivisa da soli dipendenti a meno che non si tratti di un gruppo chiuso Facebook o WhatsApp a cui fanno parte solo gli iscritti a un determinato sindacato e il datore viene a saperlo grazie alla testimonianza di una “spia”: secondo infatti la Suprema Corte [4], in tali casi prevale la segretezza della corrispondenza (protetta dalla Costrizione) che si estende anche alle comunicazioni elettroniche come chat private, newsgroup o mailing list.

C’è poi da valutare l’eventuale clima conflittuale sul lavoro, come nel caso di una minaccia di licenziamenti, che potrebbe giustificare una critica più accesa. La provocazione è infatti considerata una scusante della diffamazione e quindi può anche consentire di dribblare il licenziamento.

Come non è consentito parlare male del datore, altrettanto non è permesso sparlare su Facebook dei colleghi. Non solo perché, così facendo, si rischia una querela per diffamazione ma anche perché si mina alla serenità del lavoro d’ufficio e quindi si pregiudica, in definitiva, la produttività. Ecco perché in questi caso la sanzione per l’incompatibilità ambientale può essere il trasferimento o, nei casi più gravi, lo stesso licenziamento. E, come chiarito dalla Cassazione, la diffamazione scatta anche se le offese non hanno un destinatario ben individuato con nome e cognome: il semplice riferimento generico, che consenta tuttavia di individuare il destinatario delle frasi ingiuriose, è vietato.

Le foto sul profilo sono una prova

Se sono pericolose le incursioni sui social durante l’orario di lavoro non lo sono meno quelle effettuate durante il resto della giornata. Il datore di lavoro può, ad esempio, utilizzare le foto postate su Instagram da un dipendente assente per permessi per provare che, in realtà, egli era intento ad attività per nulla compatibili con le giustificazioni fornite al datore. Si pensi a chi è assente per malattia – che invece si fa un selfie in palestra – o chi sta usufruendo delle giornate di permesso retribuito della legge 104 per assistere un parente disabile e che invece fotografa un panorama alpino immortalato nel corso di una gita.

Tuttavia, per la Cassazione non è così scontato. Difatti la foto potrebbe essere anche tratta da un archivio di immagini del cellulare scattate in un momento precedente. Per cui, ribadiscono i giudici supremi, non si può licenziare il dipendente malato solo perché ha pubblicato una foto che dimostrerebbe il suo stato di salute: il controllo delle assenze dal lavoro può essere effettuato soltanto con la visita fiscale e dunque l’azienda deve rivolgersi al medico di controllo dell’Inps se reputa che sia simulata la patologia lamentata dal prestatore d’opera [6]. L’articolo 5 dello statuto dei lavoratori, infatti, vieta gli accertamenti da parte del datore sull’idoneità l’infermità per malattia o infortunio del dipendente.

Alzheimer giovanile: che cos’è e come riconoscerlo

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Alzheimer giovanile: una malattia a trasmissione genetica che insorge prima dei 65 anni ed è caratterizzata principalmente da mioclonia (spasmo muscolare), afasia ed alterazioni cognitive e visive.

Hai un familiare a cui è stato diagnosticato Alzheimer giovanile? Guardando la tv ti è capitato di imbatterti in una trasmissione che parlasse di tale morbo e di non riuscire a comprenderlo completamente. Ti sarai chiesto/a alzheimer giovanile: che cos’è e come riconoscerlo? Questo, allora, è l’articolo giusto per te. Continuando la lettura potrai capire, nella maniera più semplice e chiara possibile, in cosa consiste questa malattia e come può manifestarsi. Prima di cominciare a parlare della sindrome, è opportuno precisare che il seguente articolo non intende e non può sostituire il consulto del medico, ma ha soltanto la pretesa di rendere un po’ più chiaro e comprensibile l’argomento in oggetto. Per cui, se leggendo questo pezzo pensi di individuare qualche sintomo nei tuoi genitori ti prego di non entrare nel panico, ma di parlarne col tuo medico di fiducia, il quale se lo riterrà necessario ti consiglierà una visita presso uno specialista. Fatta questa necessaria puntualizzazione cominciamo a parlare di tale condizione morbosa.

Cos’è l’Alzheimer?

Il morbo di Alzheimer (conosciuto anche come demenza di Alzheimer o semplicemente Alzheimer) è la patologia neurodegenerativa più diffusa al mondo che colpisce il cervello ed è caratterizzata dalla perdita progressiva ed irreversibile delle funzioni cerebrali.

La sindrome insorge, tipicamente, dopo i 65 anni di età, tuttavia, nel 6% dei casi, si è riscontrata anche una forma giovanile (precoce) nella quale i sintomi si evidenziano prima con caratteristiche ancora più aggressive e un’aspettativa di vita più breve.

In entrambe le forme della malattia (giovanile e senile) il danno neuropatologico che colpisce l’encefalo è dovuto alla formazione di placche di peptide β-amiloide (Aβ- sostanza che nel tempo danneggia completamente le strutture e le funzioni dei neuroni portandoli a morte) e alle degenerazioni neurofibrillari intraneuronali (ovvero lesioni a livello della struttura che fa da sostegno alla cellula neuronale causata da un’eccessiva fosforilazione di una particolare proteina denominata “tau”). Bisogna sottolineare, tuttavia, che i pazienti affetti da Alzheimer giovanile, rispetto ai malati in età senile, hanno meno comorbidità, cioè sono meno propensi ad avere contemporaneamente altre patologie cerebrovascolari (che colpiscono i vasi sanguigni del cervello), renali e cardiache.

Le placche e le degenerazioni neurofribillari colpiscono aree cerebrali che controllano funzioni importanti, come la parola, il pensiero o la memoria.

Con il passare degli anni, ciò determina per i soggetti affetti da tale condizione morbosa una serie di problematiche, tra cui citiamo:

  • aprassia (cioè riduzione delle proprie capacità nell’eseguire alcune tra le più semplici attività della routine quotidiana, come cucinare, preparare il caffè, ecc.);
  • amnesia (ovvero l’incapacità di ricordare soprattutto i nomi di persona e gli eventi più recenti, ma non quelli passati, dei quali, invece, si mantiene una buona memoria);
  • presenza di alterazioni linguistiche;
  • scarso senso dell’orientamento (i pazienti con morbo di Alzheimer, infatti, tendono soventemente a perdersi);
  • disturbi nel comportamento.

Nelle fasi più avanzate, inoltre, è possibile riscontrare in alcuni pazienti anche disturbi alimentari, allucinazioni, difficoltà nella deambulazione (cioè a camminare), comportamenti inappropriati in pubblico ed incontinenza (ovvero una perdita involontaria di urine).

Gli stadi finali della patologia, invece, sono caratterizzati dalla completa perdita dell’autonomia e la morte, spesso sopraggiunge per una o più complicanze legate al deperimento psico-fisico del paziente. Parlando del morbo di Alzheimer giovanile è anche doveroso indicare che il decorso della malattia è molto variabile tra i pazienti, ma generalmente, si assesta sugli 8-15 anni.

I sintomi dell’Alzheimer giovanile

Esistono alcuni sintomi che sono caratteristici dell’Alzheimer giovanile che permettono di riconoscere questa forma della malattia e permettono di distinguerla da quella ad esordio tardivo (senile).

Questa sintomatologia prevede:

  • mioclonia (o mioclono, termine medico che indica una breve e involontaria contrazione di un muscolo o di un gruppo di muscoli);
  • conservazione della denominazione degli oggetti;
  • deficit delle funzioni esecutive (cioè funzioni che regolano i processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo);
  • afasia progressiva (disturbo del linguaggio);
  • disturbi del comportamento;
  • alterazione delle capacità visive che si associano ad atrofia corticale posteriore (cioè ad una diminuzione delle capacità di individuare e percepire gli oggetti nello spazio).

Queste caratteristiche, tuttavia, si associano spesso anche alla perdita della memoria a breve termine, che, invece, è una manifestazione tipica che si osserva nei malati di Alzheimer a esordio tardivo.

Eziologia del morbo di Alzheimer giovanile

La malattia di Alzheimer ad esordio giovanile si trasmette in maniera autosomica dominante, cioè passa dal genitore, che presenta il gene mutato, al figlio (anche se i geni dell’altro genitore sono sani). Si è dimostrato che il gene alterato responsabile della manifestazione della patologia è quello che codifica per la pre-senilina 1 e 2 (ovvero il gene che ha in sé l’informazione necessaria per la sintesi di queste proteine).

Nei pazienti con delezioni della pre-senilina 1(ovvero negli individui affetti in cui la malattia è dovuta ad una mutazione del gene per la proteina che consiste nella perdita di uno o più nucleotidi nella sequenza di DNA), ad esempio, la paraparesi spastica (espressione che in medicina indica la perdita, parziale o totale, del movimento volontario degli arti inferiori) può essere una caratteristica di spicco e persino un segno iniziale della malattia.

Diagnosi Alzheimer giovanile

Attualmente la diagnosi di Alzheimer è di natura prevalentemente clinica, in quanto non esistono accertamenti biochimici o strumentali che permettono di fare una valutazione certa della patologia (anche se con l’esame del liquor cerebrospinale è possibile fare sia una diagnosi preclinica della malattia, cioè quando i sintomi sono ancora assenti; sia, ovviamente, confermare la diagnosi quando i sintomi di demenza son ben presenti).

Per poter rilevare la presenza della sindrome in individui affetti, il medico specialista (neurologo) deve basarsi sull’esame clinico, su esami neuro-radiologici quali Tac e risonanza magnetica dell’area cerebrale e sui test neuropsicologici, come il Mini-Mental State Examination (MMSE). Questo test può essere utilizzato non solo per la diagnosi di demenza, ma anche per valutarne la progressione e lo stato di gravità. Esso, in pratica, prevede una serie di domande e di prove che testano le abilità mentali, la memoria, il linguaggio e l’attenzione del soggetto testato.

Nel caso in cui il paziente risponda nel modo giusto a tutti i quesiti, si accumula il massimo punteggio che è di 30 punti. Un punteggio di 27/30 è considerato normale. Ottenere un punteggio inferiore, tuttavia, non significa necessariamente che l’individuo sia affetto da demenza (alcuni soggetti, per esempio, potrebbero avere difficoltà nel sentire, cosa che falserebbe il test), ma qualora l’MMSE venisse eseguito su individui affetti dal morbo di Alzheimer, un punteggio al di sotto della soglia normale, evidenzierebbe un’alterazione delle abilità cognitive. Questo tipo di test, infine, può essere sottoposto anche ad individui a cui è già stata diagnosticata la demenza con l’obiettivo di capire la velocità di progressione e la gravità della malattia.

Pazienti affetti che non ricevono un trattamento adeguato, infatti, perdono, in media, dai 2 ai 4 punti del Mini-Mental Test ogni anno. In associazione con le valutazioni dello stato mentale, inoltre, si rivelano molto utili per la conferma della diagnosi, anche la tomografia a emissione di fotone singolo (SPECT) e la tomografia ad emissione di positroni (PET).

Per una diagnosi definitiva di morbo di Alzheimer, infine, oltre alla valutazione clinica, è opportuna una conferma post-mortem (vale a dire con l’autopsia sul cadavere del paziente) della presenza delle placche senili e degli ammassi neurofibrillari (che, come abbiamo detto precedentemente, sono i segni caratteristici della malattia). Come in altre patologie neurodegenerative, anche in questo caso la diagnosi precoce è molto importante in quanto permette al paziente di pianificare il suo futuro quando è ancora in grado di prendere decisioni. Ciò, tuttavia, non è sempre facile perché nei soggetti in cui la malattia ha un esordio giovanile si manifestano sintomi atipici (disturbi del comportamento, del linguaggio e della visione, uniti a un declino delle funzioni esecutive), ma non si evidenziano problemi di memoria.

Fattori di rischio dell’Alzheimer giovanile

I fattori di rischio per Malattia di Alzheimer possono essere distinti in fattori modificabili e non modificabili. Tra i fattori di rischio non modificabili citiamo:

  • l’età: la prevalenza della patologia, infatti, aumenta esponenzialmente a partire dai 65 anni, con valori che raddoppiano, all’incirca, ogni 10 anni;
  • il sesso: la malattia, difatti, è circa due volte più frequente nelle femmine rispetto ai maschi;
  • la genetica: il fattore genetico più conosciuto è l’allele (una delle due o più forme alternative in cui può presentarsi un gene) ε4 dell’apolipoproteina E (APOE). Inoltre, l’Alzheimer giovanile si trasmette in forma autosomica dominante (come abbiamo già affermato).

I principali fattori di rischio modificabili, invece, sono associati allo stile di vita e comprendono:

  • il fumo di sigaretta;
  • l’assunzione di alcool;
  • l’alimentazione;
  • l’obesità;
  • la sedentarietà;
  • i fattori di rischio cardiovascolari (come il diabete, l’ipertensione arteriosa, ecc.);
  • disturbi psichiatrici (quali la depressione);
  • traumi cranici.

Prevenzione dell’Alzheimer giovanile

A questo punto dell’articolo potresti chiederti: “è possibile prevenire l’insorgenza del morbo di Alzheimer giovanile?” Numerosi studi hanno dimostrato che è possibile a patto,però, che venga corretto lo stile di vita dell’individuo. Tra le modifiche che devono essere apportate citiamo:

  • interventi volti a ridurre l’incidenza della demenza;
  • assunzione di una dieta mediterranea che permette di rallentare la progressione della malattia perché consente di tenere sotto controllo i valori di colesterolo e trigliceridi nel sangue, nonché i valori di pressione arteriosa;
  • evitare il fumo;
  • la regolare attività fisica.

Terapia Alzheimer giovanile

Allo stato attuale delle conoscenze mediche, non esiste una cura che sia in grado di guarire il morbo di Alzheimer giovanile. Il trattamento, infatti, si avvale di terapie farmacologiche di tipo sintomatico (il cui scopo è di rallentare le manifestazioni cliniche della patologia) permettendo, in tal modo, al malato di conservare più a lungo le funzioni cognitive. A questo tipo di cura si associano anche ulteriori trattamenti che sono volti a migliorare il campo emozionale, sociale, comportamentale, psicologico e più in generale, la qualità della vita dei pazienti.

Esenzione per le spese sanitarie e pensione d’invalidità

Dopo aver letto l’articolo e compreso tutto ciò che è necessario conoscere sul morbo di Alzheimer giovanile, potresti chiederti: esiste un’esenzione per sostenere le spese mediche? Fortunatamente la risposta al quesito è affermativa. Tutti i pazienti affetti dalla malattia, infatti, hanno diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa per le correlate prestazioni sanitarie e non solo. La legge, difatti, riconosce, a tutti gli individui che presentano tale condizione morbosa, anche una pensione d’invalidità per il loro handicap, il permesso di sosta auto, l’indennità di accompagnamento e la riduzione dell’orario di lavoro per il parente che si prende cura dell’ammalato.

Come viaggiare da soli

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Viaggiare da soli è un’esperienza unica, diversa dalle solite vacanze, da provare almeno una volta nella vita per scoprire se stessi in totale solitudine o per fare amicizia durante il viaggio stesso. Ricorda però di organizzare bene il tuo viaggio in solitaria, per non avere brutte sorprese.

Viaggi scolastici, viaggi di nozze, con gli amici o ancora viaggi organizzati. Le principali forme di viaggio sono pensate per essere trascorse in compagnia, naturalmente al fine di condividere i piaceri di giorni di vacanza gradevoli e rilassanti. Ma chi lo ha detto che viaggiare da soli non è altrettanto piacevole e stimolante? Un’esperienza che può nascondere in sé un nuovo mondo. E’ proprio perché può trattarsi di una novità, è utile informarsi su come viaggiare da soli. Se vuoi partire per un viaggio da solo allora ti sarà vantaggioso sapere prima della partenza cosa portare con te e come prepararti a questa trasferta. Infatti per provare la sensazione di avventura e di libertà che questo tipo ti viaggio può riservarti, è meglio scegliere con cura come organizzare il tuo bagaglio e il tuo tragitto e prepararti alla possibilità di aprire te stesso a nuove occasioni e conoscenze uniche ed irripetibili. Ovviamente non è detto che viaggiare da soli significhi necessariamente fare nuove amicizie e socializzare con gli altri viaggiatori solitari che potresti incontrare. Un viaggio da soli può essere motivo di scoprire se stessi e di riflettere sulla propria vita attraverso un nuovo punto di vista. Ad ogni modo, proprio perché potresti voler rimanere in completa solitudine, è saggio che tu provveda a ciò di cui potresti avere bisogno in caso di difficoltà. Per partire con il piede giusto allora occorre avere una buona dose di tranquillità e dunque provvedere all’aspetto sanitario e assicurativo, ma anche la giusta dose di spirito d’avventura.

Quali sono i pro e i contro di un viaggio da solo?

Viaggiare in solitaria può significare capire a fondo cos’è la libertà, l’avventura e la riflessione, nel senso più profondo del termine. Questi rappresentano gli aspetti positivi che possono coesistere tutti insieme in questo tipo di viaggio.

Quindi, se stai cercando un esperienza importante, questa può veramente conquistarti e diventare il tuo modo preferito di viaggiare, soprattutto se ami girare il mondo. Se hai scelto di lanciarti in questa avventura probabilmente significa che sei curioso di scoprire come un viaggio in solitaria può trasformare un’ordinaria vacanza in una esperienza ricca di piacevoli sorprese ed emozionanti avventure.

Attenzione perché queste “sorprese” possono essere caratterizzate anche da aspetti spiacevoli e negativi. Infatti potrà capitarti di sentirti solo, soprattutto se si tratta di un viaggio lungo. Oppure potresti avere difficoltà con le lingue estere e quindi non riuscire a parlare con nessuno.

Ancora, negli ultimi giorni di viaggio, la stanchezza potrebbe cominciare a farsi sentire e potrà fondersi con un senso di nostalgia di casa. Per questo motivo, se si tratta del tuo primo viaggio, scegli una meta non troppo lontana da casa e fissa un periodo di viaggio non più lungo di 4 o 5 giorni.

Dove dormire quando viaggio da solo?

Quando si pensa ad un viaggio da soli si pensa automaticamente ad ostelli ed al cosiddetto “couchsurfing”. I motivi sono diversi.

Per quel che riguarda l’ostello l’alto gradimento risulta tale perché le strutture di questo genere sono al giorno d’oggi molto numerose e diffuse, offrono stanze molto confortevoli e sono di certo molto economiche. Non è un mistero poi che l’ostello è il luogo per eccellenza dove fare amicizia con gli altri viaggiatori. Sempre per socializzare, riposarsi e soprattutto non spendere soldi, il “couchsurfing” è molto amato dai viaggiatori solitari. Il termine significa “surfare tra i divani” e in parole semplici significa essere ospiti gratuitamente di qualcuno e nel più dei casi dormire effettivamente su un divano.

E’ saggio però verificare i feedback dei padroni di casa. Per questo motivo, se si sceglie questa opzione, meglio optare per il sito internazionale che per primo ha organizzato questo modo di scambiarsi ospitalità. Si tratta di couchsurfing e qui troverai i feedback e le informazioni utili per sapere come sono i proprietari della casa dove potresti trovarti a dormire.

Ricorda però che la maggior parte degli ostelli hanno anche camere singole. Inoltre ovunque vi sono hotel con stanze in offerta o prezzi last-minute, dunque se preferisci essere riservato e non vuoi spendere molto, puoi comunque trovare il modo di pernottare senza rinunciare ai tuoi spazi privati.

Soldi e documenti: come organizzarmi?

Quando si viaggia in più persone non ci si preoccupa troppo di soldi e documenti. Infatti se ad esempio dovessero finire i contanti se ne possono avere in prestito dal compagno di viaggio, almeno fino a quando non si avrà la possibilità di prenderne altri al primo sportello. Anche nel caso in cui si smarrissero i documenti, avere persone vicine aiuta di certo a gestire lo stress.

Inoltre, i tuoi compagni di viaggio sarebbero i testimoni in merito a ciò che ti potrebbe essere chiesto presso un ufficio delle forze dell’ordine, dove dovrai denunciare l’eventuale furto o smarrimento dei documenti e dichiarare il motivo del tuo viaggio. Quando sei da solo la situazione è però ben diversa e gestire da solo questi inconvenienti è meno facile. Per questo motivo è saggio avere con te sempre i contanti che prevedi di spendere ogni due o tre giorni ed accertarti di non rimanerne mai senza. Per sentirti più tranquillo provvedi a realizzare una tasca a scomparsa all’interno del tuo zaino oppure acquistane uno che ne sia già fornito. In questa tasca nascondi sempre una somma di soldi contanti per le emergenze e assieme ad essa metti anche una copia dei documenti.

Assicurati inoltre di avere una o più carte di credito operative nel paese di destinazione e magari anche una carta di debito di sicurezza. In questi casi è opportuno provvedere a stipulare un’assicurazione in caso di furto e smarrimento ed avere sempre con se il numero verde dell’agenzia assicurativa da chiamare nel caso.

Leggi anche: Quale assicurazione viaggio scegliere

Come comportarmi in caso di infortunio o malattia durante il viaggio?

La parola d’ordine è prevenire, soprattutto perché dovrai provvedere a te stesso. Così come per i tradizionali viaggi, quando si parte per l’estero è sempre meglio essere a posto con i vaccini. Se si tratta di una meta fuori dalla Unione Europea occorre verificare quali sono le vaccinazioni consigliate.

Le problematiche più comuni comunque riguardano quelle dei disturbi intestinali, perciò porta con te delle compresse di fermenti lattici. Se viaggi da solo inoltre ti sarà utile avere a portata di mano un foglio con su scritte, nella lingua locale, le informazioni importanti sulla tua salute, da fornire tempestivamente in caso di necessità. Questo foglio sarà utile per segnalare eventuali farmaci a cui sei allergico o patologie di cui i medici del posto dovranno essere a conoscenza. Anche un piccolo kit di pronto soccorso sarà di certo utile. Porta qualche farmaco antipiretico, antinfiammatorio e antidolorifico. Scegli le soluzioni meno ingombranti come le supposte o le compresse.

Inoltre, ancora prima di partire, prendi nota dei contatti necessari per raggiungere le strutture ospedaliere principali e verifica se è necessario provvedere a stipulare un’assicurazione sanitaria. Informati presso un’agenzia di viaggi oppure online su siti specializzati come Europ Assistance che offrono, con piccole cifre, polizze viaggio sanitarie.

Se sono da solo all’estero sono più soggetto ai furti?

I turisti che viaggiano da soli sono solitamente molto presi di mira, soprattutto nelle grandi città dove purtroppo vi sono delle vere e proprie organizzazioni, sempre alla ricerca di qualcuno a cui nessuno guarda alle spalle. I viaggiatori solitari navigati però questo lo sanno bene e non viaggiano mai con il portafoglio in tasca o con lo smartphone tra le mani.

Ad esempio ti sarà utile viaggiare sempre con una cinta portasoldi che va indossata all’interno dei pantaloni, ben nascosta. Oppure una portafoglio a tracolla, anch’esso da indossare sotto maglia e canottiera. Inoltre valuta bene  il quartiere dove scegli di pernottare.

Se ad esempio vuoi uscire la sera è meglio che tu preferisca un quartiere centrale o vicino alle forze dell’ordine se ti stai recando in una città dove vi è un elevato tasso di criminalità. Informati su quali sono le zone più pericolose e presta particolarmente attenzione quando ti trovi nei luoghi turistici più affollati, così come anche sui mezzi pubblici.

Leggi anche:Furto o smarrimento dei documenti di viaggio: che fare?

Come godersi appieno un viaggio in solitaria?

Per godere di un viaggio da soli occorre viaggiare leggeri sia materialmente, sia psicologicamente. Rilassati e sii cosciente che questo tipo di esperienza può soltanto arricchirti. Muoviti con il solo zaino in spalla e predisponiti mentalmente ad uno spirito d’adattamento nuovo.

Informati sul luogo dove ti stai recando. Stabilisci un itinerario e lasciane una copia ai tuoi familiari, facendogli sapere che si tratta di uno schema flessibile, dove ti muoverai liberamente, senza stabilire a priori in quali paesi o località limitrofe alle città pernotterai.

Ad esempio prediligi e visita le piccole località e scegli sul posto dove mangiare per gustare la vera cucina locale. Non avere timore di sederti a mangiare da solo, il mondo è pieno di viaggiatori solitari. Lasciati andare allo street-food e alle usanze che non ti appartengono.

Visitando i luoghi di culto del posto inoltre potrai conoscere fino in fondo la cultura del luogo. Per fare tutto ciò puoi anche valutare l’idea di noleggiare un auto, magari durante la fase finale del viaggio in cui potresti cominciare a sentire la stanchezza.

Cosa non portare e cosa portare quando si viaggia da soli?

Innanzitutto portare troppi capi d’abbigliamento è del tutto inutile. Nelle peggiori delle ipotesi potrai acquistare ciò che ti serve nel luogo di destinazione, quando avrai una perfetta percezione delle temperature locali. Se ami scattare fotografie ricorda che una macchina fotografica professionale è ingombrante, fragile e potrebbe rubarti l’attenzione dal piacere che questo viaggio speciale può regalarti.

Se hai con te delle medicine butta la scatola dopo aver ritagliato ed incollato il nome del medicinale e il foglietto illustrativo sopra il blister di plastica. Risparmierai spazio.

Scegli una calzatura comoda e versatile, così da non doverne portare più di un paio. Se vuoi portare con te un libro opta per qualcosa di non troppo pesante e che sai che leggerai di certo.

E’ consigliabile avere con se almeno 2 smartphone, soprattutto se ti stai recando in un paese esotico o dove i servizi scarsi o addirittura assenti. Ciò ti garantirà, in caso di danneggiamento, furto o smarrimento di uno dei due, l’accesso ad internet e alle chiamate d’emergenza e magari al gps. A proposito del gps, l’ideale è acquistarne uno per l’occasione.

Un piccolo powerbank o un caricatore ad energia solare rappresenta un “plus” utilissimo, così come anche un dizionario tascabile, per tradurre ogni qual volta si vuole, senza dover ricorrere sempre al traduttore sullo smartphone.

Leggi anche: Viaggio: cosa mettere in valigia

Come cucinare l’agnello

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Scopri otto ricette per cucinare l’agnello e stupire i tuoi ospiti con piatti gustosi e raffinati.

Protagonista di numerose ricette, la carne di agnello ha un gusto inconfondibile dalle note selvatiche. E’ un secondo piatto molto amato, tipico della tavola della domenica e delle festività, soprattutto del periodo pasquale. Come cucinare l’agnello? Quali sono le regole d’oro ed i consigli da seguire? Continua a leggere il mio articolo e scopri otto gustose ricette: l’agnello alla cacciatora, l’agnello alla menta, l’agnello alla frutta secca, l’agnello allo spiedo, l’agnello al bordeaux, l’agnello alla caprara, l’agnello ai funghi, l’agnello fritto agli champignon. Per deliziare i tuoi ospiti con una portata squisita e succulenta, il mio consiglio è metterti ai fornelli e sperimentare. Dopo tante idee e consigli per cucinare l’agnello, potrai trovare la disciplina giuridica prevista per la raccolta e la commercializzazione dei funghi.

Agnello alla cacciatora

L’agnello alla cacciatora è un piatto tradizionale sempre apprezzato. Una ricetta semplice da preparare che prevede diverse varianti regionali. Per un sapore più intenso e deciso puoi aggiungere le acciughe.

Ingredienti per 4 persone

Gli ingredienti di cui avrai bisogno sono:

  • 1 kg di spezzatino di agnello;
  • 30 g di capperi;
  • 200 g di olive nere;
  • rosmarino;
  • salvia;
  • 2 spicchi d’aglio;
  • 2 bicchieri di vino bianco;
  • un dado per brodo ai funghi;
  • un pizzico di paprika;
  • 2 bicchieri di vino rosso;
  • sale e pepe quanto basta.

Preparazione

Prendi i due pezzi di agnello e riponili in una casseruola grande. Aggiungi: i capperi; le olive snocciolate; una manciata di salvia, rosmarino e l’aglio ben tritati; dopodiché il vino bianco.

Lascia riposare la preparazione per circa quattro ore. Accendi i fornelli e fai cuocere per circa 45 minuti insieme al dado sbriciolato e alla paprika.

Versa il vino rosso, alza la fiamma e fai ritirare il fondo di cottura della metà. Quando il sugo si sarà ristretto, potrai trasferire l’agnello in un tegame da forno e cospargerlo con il sugo restante. Inserisci sale e pepe quanto basta e fai cuocere in forno caldo per circa 30 minuti, rivoltando la carne in modo che assuma un bel colore.

Consiglio: qualora il sugo dovesse restringersi troppo, aggiungi un po’ di acqua calda.

Agnello alla menta

Dall’azione digestiva e antisettica, la menta è una pianta aromatica molto usata in cucina per donare ai piatti un sapore fresco ed un gradevole profumo. Scopri la ricetta dell’agnello alla menta per deliziare le tue papille gustative.

Ingredienti per 4 persone

Per preparare l’agnello alla menta ti occorreranno:

  • un cosciotto di agnello;
  • aceto;
  • sale e pepe quanto basta;
  • mezzo bicchiere di olio;
  • un bicchiere di vino bianco;
  • un rametto di rosmarino;
  • qualche foglia di salvia;
  • 40 g di foglie di menta fresca;
  • un cucchiaio di zucchero.

Preparazione

Versa in un contenitore due litri di acqua fredda insieme a mezzo bicchiere d’aceto ed immergi il cosciotto di agnello. Lascialo riposare per un’ora e poi sciacqua per bene e asciugalo alla perfezione.

Riponilo in una pirofila e aggiungi sale e pepe quanto basta. Versa l’olio e gira l’agnello per un paio di volte fino a farlo coprire per bene in tutti i lati. Aggiungi salvia e rosmarino e fai cuocere in forno caldo a 230° per circa un’ora e trenta minuti. Giralo di tanto in tanto e bagnalo col vino.

Nel frattempo, lava le foglie di menta, strizzale e tritale finemente. Riponile in una salsiera, versa un bicchiere d’aceto e unisci lo zucchero, sale, pepe, 2 cucchiai di acqua. Mescola tutto per bene.

Quando l’agnello sarà cotto, servilo in un piatto da portata e cospargilo con il suo fondo di cottura e con la salsa alla menta.

Agnello alla frutta secca

La frutta secca polposa disidratata, secondo quanto indicato dal ministero della Salute, ha un alto contenuto di zuccheri, fibra, sali minerali e un basso contenuto in grassi. Dal punto di vista calorico, 100 grammi di frutta secca polposa disidratata forniscono all’organismo circa 200-300 calorie. Un buon motivo per preparare un’appetitosa ricetta con l’agnello alla frutta secca.

Ingredienti per 4 persone

Ecco gli ingredienti per preparare l’agnello alla frutta secca:

  • 1 kg di agnello in un unico pezzo;
  • un mazzetto di erbe aromatiche;
  • un litro di vino rosso;
  • spezie miste;
  • sale e pepe quanto basta;
  • 2 carote;
  • 2 cipolle;
  • sedano;
  • un bicchiere di olio;
  • un bicchiere d’aceto dal gusto deciso;
  • 100 g di pesche secche;
  • 100 g di albicocche secche;
  • 100 g di prugne nere secche;
  • 50 g di pinoli;
  • 50 g di uvetta;
  • 2 bicchieri di marsala.

Preparazione

Lava l’agnello e asciugalo perfettamente. Riponilo in una casseruola di acciaio inossidabile o in un grande tegame di coccio. Versa il vino rosso bollente. Aggiungi: le erbe aromatiche tritate; una spolverata di spezie miste; le carote, le cipolle ed il sedano tritati finemente; sale e pepe quanto basta. Lascia riposare la preparazione per 24 ore e volta la carne per un paio di volte in modo da farla insaporire per bene.

Togli la carne dalla casseruola (o dal tegame) e falla rosolare con l’olio bollente.

Nel frattempo, per ottenere un brodo denso e liscio, filtra la marinata, le verdure e le erbe e usa il passaverdure. Fai bollire il composto. Aggiungi il brodo e l’aceto alla carne, mentre è ancora in fase di cottura.

In una ciotola a parte, metti la frutta secca e versa il marsala. Lascia che la frutta assorba tutto il liquido.

Dopo circa un’ora e dieci minuti, l’agnello sarà ben cotto. Potrai metterlo in forno caldo per altri dieci minuti insieme alla frutta secca. Il piatto è pronto per essere servito.

Agnello allo spiedo

L’agnello allo spiedo è una ricetta che esalta gusto e olfatto. Un trionfo di sapori che delizierà il palato dei tuoi ospiti in occasione di un barbecue in giardino o in terrazzo.

Ingredienti per 4 persone

Ecco tutto ciò che ti occorrerà per preparare questa ricetta:

  • un cosciotto di agnello;
  • uno spicchio d’aglio;
  • mezza cipolla;
  • un cucchiaio di erbe aromatiche tritate (prezzemolo e menta);
  • sale e pepe quanto basta;
  • maggiorana;
  • paprika piccante;
  • uno yogurt bianco da 150 g;
  • olio;
  • un bicchiere di vino rosso.

Preparazione

Pulisci l’agnello: togli grasso e pelle. Schiaccia l’aglio insieme al sale e trita finemente la cipolla. Aggiungi un pizzico di pepe, sale, maggiorana, paprika. Mescola tutto per bene e avvolgi l’agnello nel composto.

Lega la carne con uno spago sottile così da mantenere la forma in fase di cottura; infilzala nello spiedo; con l’aiuto di un pennello cospargila con dell’olio; riponila sotto il grill; metti in azione lo spiedo e infila sotto la leccarda.

Durante la cottura, spennella con l’olio. Lascia cuocere la carne per un’ora e mezza circa. Prima di toglierla dal fuoco, ricoprila con il vino che si depositerà sul fondo della leccarda. Trasferisci il sugo in una casseruola, unisci le erbe aromatiche tritate e lo yogurt. Fai scaldare la salsina così preparata senza farla bollire, poi versala in una salsiera e servila come accompagnamento alla carne.

Agnello al Bordeaux

Il Bordeaux è uno dei vini francesi più pregiati e apprezzati in tutto il mondo. Ti suggerisco di aggiungerne due bicchieri alla preparazione dell’agnello per conferire al tuo piatto un sapore intenso e sofisticato.

Ingredienti per 4 persone

Gli ingredienti dell’agnello al Bordeaux sono:

  • 1,3 kg di coscia di agnello;
  • 100 g di pancetta magra;
  • 2 bicchieri di Bordeaux;
  • 2 cipolle;
  • 2 foglie di alloro;
  • 3 foglie di salvia;
  • un mazzetto di prezzemolo;
  • un rametto di timo;
  • mezzo cucchiaino di paprika dolce;
  • una buccia di arancia;
  • una carota;
  • 5 cucchiai di olio extravergine di oliva;
  • 60 g di burro;
  • sale e pepe quanto basta.

Preparazione

Taglia l’agnello a tocchetti, mettilo in una terrina e versa il vino.

In una ciotola, unisci: le foglie di alloro, il timo, la salvia, un po’ di prezzemolo, tre cucchiai di olio extravergine di oliva, le cipolle e la carota tagliate finemente. Aggiungi sale e pepe e mescola tutto.

Avvolgi l’agnello in questo composto e lascialo insaporire per 24 ore.

Per la preparazione prendi una casseruola di coccio e metti il burro tagliato a cubetti, due cucchiai di olio, la carne e la pancetta tagliata a listarelle. Inserisci la scorza d’arancia, la paprika, una manciata di pepe e il restante prezzemolo tritato.

Ricopri tutto con la marinata e fai cuocere l’agnello per circa un’ora e trenta minuti a fiamma bassa.

Agnello alla caprara

Se hai poco tempo a disposizione, ma vuoi gustare un buon piatto di carne di agnello, ti suggerisco di provare l’agnello alla caprara, una ricetta semplice e veloce da preparare.

Ingredienti per 4 persone

Per questa ricetta ti occorreranno:

  • 1 kg di carne di agnello tagliata a pezzi grossi;
  • rosmarino;
  • 100 g di burro;
  • una cipolla;
  • sale e pepe quanto basta;
  • fette di pane tostato.

Preparazione

Trita finemente una cipolla e riponila in una pentola a pressione. Falla rosolare con il burro e poi unisci la carne, il rosmarino, un bicchiere d’acqua, un pizzico di sale e pepe.

Chiudi la pentola ermeticamente e fai cuocere la preparazione per circa 40 minuti a fuoco medio.

Su un piatto da portata disponi le fette di pane tostato, adagia la carne e cospargila con il suo sughetto.

L’agnello ai funghi

Agnello e funghi: un binomio vincente. Ottimo per ogni stagione, l’agnello ai funghi è un secondo molto saporito.

Ingredienti per 4 persone

Ecco gli ingredienti che ti serviranno:

  • 900 g di spalla di agnello;
  • mezzo bicchiere di olio;
  • 500 g di carote;
  • 500 g di cipolle;
  • sale;
  • pepe;
  • 50 g di funghi secchi;
  • un mestolo di brodo;
  • una tazza di passato di pomodoro;
  • un pizzico di maggiorana.

Preparazione

Per preparare questa ricetta inizia facendo rosolare l’agnello nell’olio bollente in una grande casseruola. Aggiungi le carote e le cipolle tritate finemente.

Unisci sale e pepe quanto basta e lascia cuocere la preparazione a fiamma bassa. Dopo un’ora di cottura, aggiungi i funghi e, poco alla volta, unisci anche il brodo ed il passato di pomodoro. Dai una spolverata di maggiorana.

Porta l’agnello a cottura completa,occorrono circa un’ora e 45 minuti, dopodiché disponilo su un piatto da portata e circondalo con i funghi. Il tuo piatto è pronto per essere servito e gustato!

Agnello fritto agli champignon

Deliziose costolette di agnello, insaporite con champignon e besciamella, porteranno sulla tua tavola un tripudio di sapori. Un secondo piatto perfetto per la riuscita di un pranzo o una cena in compagnia di amici e parenti.

Ingredienti per 4 persone

Gli ingredienti che ti occorreranno per preparare questa ricetta sono:

  • 200 g di champignon;
  • 8 costolette di agnello;
  • 100 g di prosciutto cotto a fette;
  • 150 g di petto di pollo;
  • rete di maiale;
  • succo di un limone;
  • 50 g di burro;
  • sale e pepe quanto basta;
  • un cucchiaio di farina;
  • un tartufo;
  • un quarto di latte;
  • 2 uova;
  • pangrattato;
  • un bicchiere di olio di semi.

Preparazione

Pulisci gli champignon, lavali sotto l’acqua corrente e mettili a bagno in una terrina piena di acqua con l’aggiunta del succo di limone.

Fai rosolare in padella il petto di pollo con 20 g di burro. Aggiungi un pizzico di sale e pepe. Appena sarà pronto, potrai tritare il petto di pollo.

Ora, prepara la besciamella. Prendi una casseruola e fai fondere 30 g di burro con la farina. Per eliminare eventuali grumi, mescola il composto con un cucchiaio di legno. Diluisci con latte caldo, aggiungi un po’ di sale e pepe e continua a mescolare sul fuoco per circa dieci minuti.

Unisci alla besciamella il tartufo, i funghi, il petto di pollo ed il prosciutto cotto tritati finemente. Amalgama per bene il composto e spalmalo sulle costolette di agnello.

Sbollenta la rete di maiale e tagliala in otto quadrati grandi abbastanza per avvolgere le costolette. Al centro di ogni quadrato adagia una costoletta (con il composto spalmato in precedenza) e ripiega sopra la rete di maiale fino a formare un fagottino.

Passa gli involtini nelle uova sbattute e nel pangrattato. Fai aderire bene l’impanatura.

In una padella fai scaldare un bicchiere di olio e friggi ciascuna costoletta (5 minuti per ogni lato). Riponi su un piatto la carta assorbente così da privare le costolette dell’unto in eccesso.

Una volta pronte, disponi le costolette su un piatto da portata e servile calde.

Come consumare i funghi

Prima di metterti ai fornelli e preparare le ricette di agnello ai funghi che ti ho suggerito in precedenza, è bene che tu conosca la disciplina giuridica prevista per la raccolta e la commercializzazione dei funghi.

La raccolta dei funghi è regolamentata dalla Legge 352/1993 [1] che:

  • vieta l’uso di rastrelli o altri strumenti che potrebbero danneggiare tutto l’apparato produttivo fungino;
  • stabilisce che il fungo deve essere raccolto intero, staccato dal micelio con movimento rotatorio e non tagliato per una sicura determinazione della specie;
  • indica un limite massimo di raccolta;
  • vieta la raccolta di esemplari troppo giovani o in cattivo stato di conservazione;
  • specifica che la raccolta deve essere riposta in contenitori che possano consentire la diffusione delle spore, pertanto è vietato l’uso di sacchetti di plastica che ne accelerano la decomposizione;
  • è proibita la distruzione degli esemplari velenosi.

Funghi in commercio

L’immissione in commercio dei funghi epigei (di superficie) spontanei è soggetta alla disciplina del D.P.R. 376/1995 che prevede condizioni diverse a seconda che si tratti di funghi secchi, freschi o conservati (congelati, surgelati, preparati sott’olio, sott’aceto, in salamoia).

I funghi freschi che possono essere messi in commercio sul territorio nazionale sono quelli indicati in una lista specifica, redatta in base a quanto disposto dalla legge [2]. Le regioni e le province autonome possono inserire in questa lista altre specie commestibili, ritenute idonee alla commercializzazione in ambito locale e riportate in appositi elenchi.

Anche le specie di funghi provenienti da altri Paesi possono essere commercializzate, a condizione che siano riconosciute commestibili dall’autorità competente del Paese di origine.

Il prodotto fresco in vendita deve essere sottoposto al controllo sanitario dell’ispettorato micologico dell’ASL competente e certificato.

Per quanto riguarda i funghi secchi, essi devono essere venduti in confezioni chiuse, ad eccezione dei funghi porcini. Il confezionatore deve osservare le norme di previste per l’etichettatura e quelle specifiche previste dal DPR 376/95.

Come scrivere un elogio funebre

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’elogio funebre è un discorso che deve avere precise caratteristiche per rendere omaggio al defunto in modo adeguato. Per questo è fondamentale seguire alcune regole per scrivere una commemorazione toccante, significativa, non banale.

Hai perso da poco un caro e vuoi rendergli omaggio con un discorso che faccia capire chi era veramente a coloro che verranno alla funzione commemorativa? Vuoi scrivere qualcosa di indimenticabile, che faccia sorridere e al contempo piangere chi ascolterà le tue parole? Senti di avere così tante cose da dire che le frasi ti si accavallano nella testa sull’onda dei ricordi? Se la risposta a queste domande è sì, sappi che questo è l’articolo che fa per te e ti aiuterà a dare un ordine al flusso di pensieri che attraversano la tua mente. È normalissimo, a ridosso di un funerale, sentirsi persi e spaesati ma al contempo desiderosi di dire molto su chi non c’è più. Come scrivere un elogio funebre è una breve guida che permetterà a tutti, anche in momenti di grande difficoltà emotiva come quelli che seguono un lutto, di scrivere un’orazione commemorativa in grado di ricordare il caro estinto in maniera opportuna. L’importanza di un elogio ben fatto non è assolutamente da sottovalutare. Se non dedicherai la giusta attenzione alla stesura del testo rischierai di essere banale o di utilizzare formule poco adatte al contesto molto delicato in cui andrai ad inserirti. Se invece le tue parole saranno ben calibrate, permetteranno a tutti i presenti –sia a chi lo conosceva sia a chi non ne aveva una conoscenza profonda ­– di celebrare il defunto in un modo speciale e di portarne a casa un ricordo ben più chiaro e vivido.

Cos’è un elogio funebre e perché scriverlo?

Un elogio funebre è un discorso scritto per rendere omaggio ad una persona defunta, solitamente letto al termine del funerale.

Mentre negli Stati Uniti è qualcosa di estremamente usuale e raramente alle funzioni –religiose o laiche esse siano­ – potranno mancare discorsi commemorativi di parenti e amici, in Italia l’encomio fatto dai cari non è assolutamente qualcosa di scontato.

Sei mai stato, però, alle esequie di qualcuno cui nessuno ha dedicato un discorso? Non hai avuto la sensazione che siano state celebrazioni ancora più cupe e grigie di quanto già non siano normalmente? Non ti sei chiesto se quell’uomo o quella donna non meritasse di essere raccontato in modo diverso e più intimo da qualcuno che lo amava? L’ultimo saluto è certamente un’occasione difficile per tutti coloro che conoscevano il defunto, ma se riesci a scrivere un elogio coinvolgente, potrai dare a tutti i presenti un senso di pace e armonia, farli rincasare con un ricordo ancora più bello della persona che hanno perso.

Esiste infatti una sorta di potere catartico nei discorsi letti ad un nutrito gruppo di persone: la forza dell’aggregazione riesce a dare un valore e una solennità diversi a quanto viene detto, unendo gli individui in un sentimento comune.

Prima di scrivere, chiediti chi era il defunto

Ricorda che per scrivere un buon elogio non potrai dire tutto ciò che ti passa per la mente, quindi dovrai porti fin da subito le domande giuste: quali sono le qualità e le caratteristiche che descrivono meglio chi era il defunto? Quali erano le cose che amava di più? Se amava la poesia, cerca di capire qual era la sua preferita; se amava raccontare storie, cerca di ricordare quali erano quelle che raccontava più spesso; se era un idealista e credeva in alcune cause particolari, appuntati quali erano e con quali associazioni o gruppi ha collaborato più spesso.

Cosa lo distingueva dagli altri? Quali erano i valori in cui credeva e le cose cui dedicava più tempo? Passa al setaccio tutti i ricordi delle cose fatte insieme, le circostanze che ti hanno più rivelato in modo profondo che persona era nell’animo. Non per forza devono essere cose “grandi”, bastano piccole cose, ma che vadano al cuore della sua personalità, perché non c’è nulla che parli più di noi di ciò che è piccolo e quotidiano.

Poni domande a chi lo conosceva

Spesso confrontarci con gli altri ci serve per avere una visione più chiara e completa delle cose: chiedi ad altre famigliari e amici quali ricordi hanno della persona che se n’è andata. Altri punti di vista ti permetteranno di avere un focus più ampio e un maggior numero di aneddoti cui fare riferimento.

Decidi lo stile da adottare in linea col protagonista

Fai mente locale su quale era lo stile del defunto: non esistono manuali rigidi su come scrivere un elogio, ma la regola essenziale è farlo in un modo che sia strettamente in linea con il suo spirito e con ciò che la sua personalità avrebbe certamente apprezzato.

Tieni a mente che il protagonista non sei tu che scrivi né il tuo dolore, dunque non è su di te che deve essere incentrato il testo, ma sul defunto e su un onesto e sincero omaggio alla sua memoria. Prova a concentrarti e a chiederti come avrebbe voluto essere ricordato, con quale soprannome amava essere chiamato o quali erano invece le cose che non avrebbe mai accettato.

E’ arrivato il momento di scrivere: spiega chi sei tu

Una volta finita la “pianificazione mentale” necessaria per chiarirsi le idee, arriva il momento di iniziare a scrivere. Da cosa partire? Innanzitutto spiegando brevemente chi sei e a nome di chi parli. E’ possibile che in platea non tutti ti conoscano ed è fondamentale che, con una sola frase molto concisa, ti presenti indicando il tuo nome e il rapporto che avevi con il defunto.

Individua il destinatario

Scegli chi vuoi sia il destinatario delle tue frasi e mantieniti poi coerente: puoi rivolgerti direttamente al defunto dandogli del “tu” come fosse una lettera oppure alle persone presenti alla celebrazione, invitandole ad un momento di raccoglimento e ricordo.

Racconta i pregi e le cose che amava

Sulla base delle tue precedenti riflessioni e scelte, scrivi le cose che l’amato defunto ha fatto e gli piaceva fare durante la sua vita, partendo da caratteristiche generali per entrare successivamente nei dettagli.

Cerca di essere concreto, di evitare frasi ampollose, concentrandoti invece su quei piccoli aneddoti e particolari che descrivono l’essenza dell’individuo per quel che era nella sua quotidianità. Non essere vago: se era una persona simpatica e allegra non limitarti ad usare solo questi aggettivi, ma racconta brevemente una situazione divertente che avete vissuto, in modo che chi è presente si ritrovi a pensare: “Sì, era proprio così!”.

Se sei riuscito a trovare qual era la sua poesia preferita o una canzone in cui si riconosceva, citane un breve tratto particolarmente significativo.

Cita frasi o espressioni tipiche del defunto

Per una descrizione incisiva e al contempo commovente sarai aiutato dall’utilizzo di frasi o detti che il defunto usava di consueto: inseriscile nel testo esattamente come le diceva, anche se in dialetto. Premurati però di sostituire eventuali parole volgari: considerata la sacralità della celebrazione dovrai prestare molta attenzione al linguaggio che utilizzi e al tuo tono. Dovrai regalare un sorriso senza fare battute esagerate e senza usare termini impropri. Tieni sempre presente che, soprattutto se il rito è religioso e celebrato in una chiesa, non è possibile dire o fare tutto ciò che si vuole, il diritto canonico è abbastanza preciso in merito (leggi il seguente articolo cosa non si può fare in chiesa).

Chiudi con un saluto speciale

Non tralasciare di sottolineare ciò che provi, il sentimento che a lungo ti ha legato al defunto e che non scomparirà semplicemente con la sua morte. Se lo rammenti, racconta di uno dei primi ricordi che ti legano a lui e avviati alla conclusione del tuo discorso, creando una sorta di ponte ideale tra l’inizio e la fine, tra ciò che apre e ciò che chiude un percorso.

Offri una riflessione sulla vita senza di lui/lei

A questo punto sarà doveroso un pensiero su come sarà la vita ora che la persona che è deceduta non c’è più, quali saranno i suoi pregi che a te e alle persone per cui scrivi mancheranno di più. Potrai fare riferimento anche a questo o quel difetto particolare e a tutto ciò che lui o lei faceva per rimediare. Chiudi con una frase di speranza, regalando ai presenti un omaggio il più possibile sereno della persona che state celebrando.

Riferimenti religiosi

E’ importante portare rispetto per il tipo di funzione che la famiglia ha scelto, dunque se il contesto in cui ti troverai sarà una luogo di culto è doveroso fare un cenno al fatto che ora il defunto si trova tra le braccia di Dio, in compagnia dei Santi cui era devoto e che l’hanno protetto durante il suo cammino e vicino ad altri cari già morti prima di lui.

Ricorda il limite del tempo

Cerca di far durare il tuo discorso al massimo sei o sette minuti, in genere le persone hanno difficoltà a continuare ad ascoltare oltre un lasso di tempo superiore, soprattutto se sono sopraffatte dal dolore.

Non copiare discorsi già fatti

Se vieni preso dalla cosiddetta “ansia da foglio bianco” e senti che scrivere un elogio è qualcosa di troppo difficile non cedere alla voglia di copiare qualcosa di già fatto in rete: nel migliore dei casi finiresti per sembrare solo poco spontaneo e non dare un ultimo saluto degno al tuo caro, nel peggiore dei casi potresti addirittura violare il diritto d’autore utilizzando la proprietà intellettuale di qualcun altro e incorrere in sanzioni (per maggiori approfondimenti leggi quando un’opera è protetta dal diritto d’autore).

Se senti di non farcela, interpella una persona esterna

Piuttosto di non scrivere qualcosa di personale e sentito di tuo pugno, fallo scrivere ad un professionista: anche in Italia, come negli Stati Uniti, esistono degli “eulogy writers” specializzati nella scrittura di elogi funebri su commissione, che con garbo e delicatezza ti ascolteranno e ti guideranno nella stesura di un elogio che descriva e ricordi al meglio chi amavi.

La nozione di contratto

Posted on : 11-02-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contratto: cos’è e a cosa serve? Cos’è un negozio giuridico? Quali sono gli elementi fondamentali di un contratto? Quando il contratto è viziato?

Ci sono istituti giuridici talmente noti da essere entrati nel linguaggio comune: quotidianamente sentiamo parlare di proprietà, beni immobili, società, finanziamenti, ecc. Probabilmente, però, la nozione giuridica più diffusa in assoluto è quella di contratto, il quale rappresenta, accanto alla proprietà, il fondamento dell’intero diritto privato. Il contratto è l’accordo, avente contenuto patrimoniale, che intercorre tra due o più parti al fine di regolare una situazione giuridica: pensa al mutuo, alla compravendita, al leasing, alla locazione, alla permuta, all’assicurazione e a tantissime altre tipologie di pattuizione. L’insidia che si cela dietro a nozioni talmente consolidate è di dare per scontato alcuni aspetti che talmente pacifici, in realtà, non sono. Intorno al contratto, in modo particolare, ruotano una serie di luoghi comuni e miti: ad esempio, c’è la convinzione che da un contratto si possa recedere in qualsiasi momento, oppure che esso possa essere modificato in ogni tempo; un altro errore molto comune è quello di ricondurre alla nozione di contratto accordi che tali non sono: molte persone, ad esempio, ritengono che il matrimonio sia un contratto a tutti gli effetti. La nozione di contratto, in realtà, è molto specifica e non può dare adito a dubbi; inoltre, la legge ha cura di specificare quelli che sono gli elementi essenziali di ogni contratto, cioè quei requisiti che il negozio giuridico di cui stiamo parlando deve necessariamente possedere, pena la sua invalidità e, conseguentemente, la sua inefficacia. Giunti a questo punto non indugerei ulteriormente: proseguendo nella lettura di questo articolo ti illustrerò, in modo semplice e chiaro, qual è la nozione di contratto.

Contratto: cos’è?

Ti sei mai chiesto cos’è un contratto? Senza alcun dubbio si tratta di un accordo; in maniera altrettanto certa, per poterne stipulare uno occorre che si sia almeno in due, non essendo concepibile, dal punto di vista strutturale, un patto che intercorre solamente tra una persona. Se volessimo andare ulteriormente in profondità, però, dovremmo dire che il contratto è un negozio giuridico. Cosa vuol dire?

Negozio giuridico: cos’è?

Il contratto è un negozio giuridico; cosa significa? Cos’è un negozio giuridico? Te lo dico subito: per negozio giuridico si deve intendere una manifestazione di volontà produttrice di effetti giuridici. In poche parole, il negozio giuridico è lo strumento che consente alle persone di modificare (nei limiti e con le modalità imposte dalla legge, ovviamente) la realtà giuridica: ad esempio, un contratto di compravendita muta lo stato delle cose, in quanto un bene che prima era del venditore diventa di proprietà dell’acquirente. Questa operazione comporta delle conseguenze giuridiche importanti: non solo la cosa compravenduta passa da un soggetto all’altro, ma essa comporterà l’obbligo per il compratore di effettuare un esborso, quello del venditore di dichiararlo, l’obbligo di pagare le tasse (se è stata venduta un’auto, pensa al futuro obbligo per il nuovo proprietario di pagare il bollo); ecc.

Il negozio giuridico, quindi, consente ai privati di modificare la realtà giuridica secondo il loro volere; il contratto ne è l’esempio più lampante, ma non l’unico: sono negozi giuridici anche gli atti unilaterali (ad esempio, il conferimento di una procura, la rinuncia all’eredità, il testamento, ecc.) e, in generale, ogni strumento che conferisce questo potere ad una persona.

Contratto: nozione

Spiegato cos’è un contratto, veniamo ora a fornirne la sua nozione canonica: secondo il codice civile, il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale [1]. Con questo particolare negozio giuridico, le parti coinvolte si impegnano tra loro a rispettare il contenuto del patto, vincolandosi reciprocamente.

Dalla nozione di contratto possiamo desumere questi aspetti essenziali della fattispecie:

  • la volontà delle parti;
  • la struttura, necessariamente bi- o plurilaterale;
  • la patrimonialità del contenuto, nel senso che esso ha necessariamente ad oggetto un rapporto giuridico suscettibile di valutazione economica.

Contratto: la volontà delle parti

Nella nozione di contratto fondamentale è la volontà delle parti, cioè dei soggetti coinvolti nell’accordo: se il contratto venisse stipulato in presenza di una volontà viziata, sarebbe annullabile o, addirittura, nullo. Procediamo con ordine.

Secondo il codice civile, l’incontro delle volontà delle parti rappresenta un requisito essenziale del contratto, in assenza del quale lo stesso sarebbe nullo [2]. Si tratta di un’affermazione piuttosto scontata: se, per definizione, il contratto è un patto tra due o più parti, è chiaro che, in assenza della volontà di una di esse, non si potrà proprio parlare di contratto. Così, se Tizio e Caio sottoscrivono una compravendita che coinvolge anche un bene di proprietà di Sempronio, ma questi non ha aderito, è chiaro che il contratto non avrà effetti per Sempronio, il quale è del tutto estraneo al negozio giuridico. In pratica, per poter disporre del bene di Sempronio occorre anche la sua volontà.

Il caso della totale assenza di volontà di una delle parti è, più che altro, un’ipotesi di scuola: si prenda come esempio la dichiarazione fatta solo per scherzo (ioci causa) oppure per scopi didattici; ciò che accade molto più di frequente, invece, è che il consenso di una delle parti sia viziato, nel senso che sia carpito con la violenza o con l’inganno, oppure sia prestato in uno stato di incoscienza. Vediamo cosa accade in queste circostanze.

Il contratto stipulato dall’incapace

È possibile che una parte stipuli un contratto senza volerlo realmente: in questi casi, la maggior parte delle volte il contratto è annullabile, nel senso che è efficace, ma i suoi effetti possono essere cancellati retroattivamente grazie ad una pronuncia del giudice, il quale lo invalida con sentenza di annullamento. Non conta la riserva mentale, cioè il pensiero, non esternato, di non voler stipulare il contratto, al quale però segue la regolare adesione allo stesso: ad esempio, se dentro di te sei convinto di fare un pessimo affare ma, nonostante ciò, decidi per qualche ragione di sottoscrivere la proposta contrattuale che ti è stata offerta, non potrai, un giorno, andare dal giudice e dirgli di annullare il contratto perché, in realtà, non lo volevi. Gli unici vizi del volere che rilevano sono quelli che alterano la volontà o, in alcuni casi, la eliminano del tutto.

Innanzitutto, il codice ritiene annullabili i contratti sottoscritti da chi, al momento dell’adesione, era incapace di intendere o di volere [3]. L’incapacità di cui ti sto parlando può essere di due tipi:

  • incapacità legale, quando è la legge o una pronuncia del giudice a ritenere una persona incapace di contrarre: è il caso del minore degli anni diciotto, dell’interdetto oppure dell’inabilitato e del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, nei casi in cui compiano atti loro vietati dal provvedimento del giudice;
  • incapacità naturale, che corrisponde a quella occasionale o, comunque, non accertata da sentenza del giudice: pensa a chi venda la propria casa in preda ai fumi dell’alcol. Il contratto concluso dall’incapace naturale, però, può essere annullato solamente se la controparte ha agito in malafede, approfittandosi della visibile incapacità altrui, e ne è derivato un grave pregiudizio all’incapace.

Vizi del volere: cosa sono?

I vizi della volontà veri e propri, idonei a rendere annullabile il contratto, sono tre: l’errore, la violenza e il dolo. In pratica, quando il consenso è stato prestato per errore, estorto con violenza o carpito con l’inganno, la parte lesa può chiedere, entro cinque anni, l’annullamento del contratto, il quale verrà così cancellato come se non fosse mai esistito.

Errore: cos’è?

La parte che ha prestato il proprio consenso per errore può chiedere l’annullamento del contratto. L’errore consiste in una falsa o distorta rappresentazione della realtà di fatto (errore di fatto) o giuridica (errore di diritto) che incide sul momento formativo della volontà del soggetto e che è determinante ai fini della decisione di concludere il contratto.

L’errore (a cui è equiparata l’ignoranza) giustifica l’annullamento del contratto solamente se è essenziale, cioè se cade su un elemento fondamentale del negozio giuridico (ad esempio, sul suo oggetto, sull’identità della controparte, ecc.), tale da essere determinante ai fini del consenso, e se è astrattamente riconoscibile dall’altro contraente, nel senso, quindi, che si è trattato di un errore palese [4]. Ad esempio, se fai un’offerta folle per un dipinto che ritenevi fosse un Picasso ma, in realtà, era tutt’altro, potrai chiedere al giudice di annullare il contratto in quanto il tuo errore, oltre che riconoscibile da controparte, è stato decisivo per prestare il consenso alla definizione del negozio giuridico. In altre parole, se non fossi incorso in errore non avresti mai voluto quel contratto.

Violenza: cos’è?

La violenza consiste nella minaccia che costringe una persona a stipulare un contratto altrimenti non voluto, oppure voluto ma a condizioni diverse [5]. Il male prospettato deve essere ingiusti, nel senso che deve trattarsi di un danno che l’ordinamento non giustifica, e notevole, cioè in grado di cagionare un pregiudizio non minimo.

Secondo la legge, la violenza è causa di annullamento del contratto anche quando il male minacciato riguarda la persona o i beni del coniuge del contraente, ovvero di un discendente (tipo il figlio) o di un ascendente  (il padre o la madre) di lui [6]. In tutti gli altri casi, cioè se la minaccia è rivolta ad altre persone, la decisione circa l’annullamento del contratto è lasciato al prudente apprezzamento del giudice.

Violenza assoluta: cos’è?

La violenza di cui ti ho appena parlato e che rende annullabile il contratto è definita morale per distinguerla da quella assoluta, che consiste in una coercizione di tipo fisico: classica ipotesi è quella della persona costretta con la forza a manifestare la volontà di concludere il contratto, ad esempio perché la sua mano, nel momento di apporre la firma, è stata guidata forzatamente da quella di un’altra persona. In una circostanza come questa il contratto non sarebbe annullabile, ma radicalmente nullo, cioè improduttivo di effetti sin dall’inizio; la distinzione sta in ciò:

  • nella violenza morale (così come in tutti gli altri vizi del volere, cioè nell’errore e nel dolo), la persona manifesta correttamente la propria volontà; in altre parole, c’è corrispondenza tra quanto voluto internamente e quanto dichiarato esternamente, solamente che quanto voluto è stato viziato da un errore, da una minaccia o dall’inganno;
  • nella violenza fisica, invece, non c’è alcuna volontà di prestare il consenso, nel senso che non c’è coincidenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che è realmente voluto.

Dolo: cos’è?

Infine, il contratto è annullabile se il consenso di una delle parti è stato carpito con l’inganno, al fine di danneggiarlo [7]. Il dolo deve essere stato determinante nella formazione del consenso della persona: ad esempio, se il venditore ti promette l’invio, dietro pagamento, di un determinato prodotto e, al suo posto, ti ritrovi un oggetto del tutto differente oppure di qualità decisamente scadente rispetto a quello promesso, allora potrai chiedere ed ottenere l’annullamento del contratto.

La struttura del contratto

Dopo averti parlato diffusamente dell’importanza della volontà (cioè, del consenso delle parti) all’interno della nozione di contratto, possiamo ora esaminare il secondo elemento fondamentale di questo negozio giuridico: la struttura. Dalla nozione di contratto si evince chiaramente che si tratta di un accordo stipulato da almeno due parti: non potrà esistere un contratto voluto da un solo soggetto. Ciò significa che tutti i negozi giuridici che producono validamente effetti con la semplice manifestazione del volere di una sola parte non sono contratti: prendi ad esempio il testamento, la procura, la rinuncia ad un proprio diritto. In tutti questi casi non occorre che qualcun altro aderisca, in quanto il negozio è perfetto così com’è: l’accettazione dell’eredità da parte dei chiamati, ad esempio, non è condizione di validità né di efficacia del testamento, il quale è perfetto già soltanto con la volontà della persona defunta.

Cosa sono le parti del contratto?

Abbiamo detto che nella nozione di contratto è fondamentale l’aspetto strutturale di questo negozio giuridico: il contratto deve intercorrere necessariamente tra due o più parti. Ma chi sono le parti? Sembra una domanda banale, ma non lo è affatto. Quando la legge parla di parti contrattuali non intende fare riferimento ai singoli individui: un contratto stipulato tra due parti non significa necessariamente che le persone coinvolte nell’affare siano solamente due.

All’interno della nozione di contratto, la parte contrattuale è un centro di interessi omogeneo, cioè un polo ove si aggregano gli individui legati tra loro dal medesimo interesse. In parole povere, significa che una parte contrattuale potrà essere composta anche da due o più individui, se gli stessi agiscono in maniera congiunta, cioè come soggetti che manifestano lo stesso interesse. Ad esempio, se decidi insieme a tua moglie di sottoscrivere un mutuo bancario, le parti saranno due: quella rappresentata dai mutuatari (tu e tua moglie) e quella rappresentata dal mutuante (la banca).

Contratto: cos’è la patrimonialità?

Dalla nozione di contratto emerge nitidamente un altro aspetto: quello della patrimonialità. Si tratta probabilmente dell’aspetto più scontato: il contratto può regolare solamente affari di natura patrimoniale, cioè quantificabili economicamente. E così, un contratto potrà avere ad oggetto un immobile, un’auto, una pianta, la fornitura di energia, la realizzazione di un’opera, ma mai potrà imporre una prestazione che abbia natura diversa: ad esempio, non si possono regolare con contratto i rapporti tra genitori e figli, né quelli tra coniugi. E così, il matrimonio non è assolutamente un contratto, perché non ha un oggetto patrimoniale (per quanto abbia dei risvolti economici importanti). non ogni accordo giuridicamente vincolante rientra, perciò, nella nozione di contratto.