Incidente: conducente responsabile se il passeggero si fa male?

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi guida l’auto ha la responsabilità penale per le lesioni riportate dal passeggero, ma il danno lo risarcisce la sua assicurazione.

Chi provoca un incidente stradale non deve solo farsi riparare l’auto, ma risponde anche delle conseguenze fisiche riportate dall’eventuale passeggero da lui trasportato. E se al risarcimento del danno (fisico e morale) riportato da quest’ultimo ci pensa sempre l’assicurazione del titolare dell’auto anche in caso di sua responsabilità per il sinistro, le conseguenze penali per le lesioni non si possono evitare. Insomma, il conducente è responsabile se il passeggero si fa male dopo un incidente stradale. È quanto si evince da una recente sentenza del tribunale di Firenze [1]. Ma procediamo con ordine.

Il conducente è responsabile penalmente per le lesioni del passeggero dovute alla sua guida imprudente

La responsabilità del conducente per l’infortunio del passeggero

Erroneamente si crede che, in caso di incidente stradale, il conducente sia responsabile solo delle lesioni procurate a eventuali pedoni o altri automobilisti, responsabilità resa tra l’altro ancora più grave dalla recente riforma sull’omicidio stradale. In realtà, chi guida deve preservare la sicurezza di qualsiasi persona, ivi compresi eventuali passeggeri all’interno della propria auto. L’automobilista, in altre parole, è garante della sicurezza di questi ultimi e risponde per i danni a questi procurati:

  • a livello penale, con la responsabilità personale;
  • a livello civile, per il tramite della propria assicurazione che verserà, al danneggiato, il risarcimento.

Tanto è vero che, secondo la Cassazione [2], in caso di incidente, il conducente è responsabile se il passeggero non indossa la cintura di sicurezza. In base alle regole di comune diligenza, il conducente di un veicolo è tenuto ad esigere che il passeggero indossi la cintura di sicurezza; in caso contrario deve rifiutarsi di farlo salire in auto oppure, se ha già avviato la marcia, arrestarsi. In caso di mancata ottemperanza a tale obbligo, il conducente risponde di omicidio colposo ove, a causa di un sinistro, il soggetto trasportato, sbalzato al di fuori del veicolo, deceda per le lesioni riportate. Anche se il mancato uso delle cinture di sicurezza è punito da una semplice sanzione amministrativa a carico di chi sia tenuto ad indossarle, il conducente dell’autoveicolo è comunque obbligato, in base alle regole della comune diligenza e prudenza, ad esigere che il passeggero indossi le cinture e, in caso di sua renitenza, a rifiutarne il trasporto o ad omettere l’intrapresa della marcia.

I danni al passeggero li paga sempre l’assicurazione del conducente, anche quando questi è responsabile dell’incidente.

Ma quando l’automobilista non è responsabile se il passeggero si fa male? Se riesce a dimostrare che l’infortunio non si sarebbe verificato se, ad esempio, la strada fosse stata in buone condizioni di manutenzione (si pensi alla consueta buca) o se il guardrail avrebbe potuto impedire le lesioni del terzo trasportato. Ed è proprio su questo punto che si sofferma la sentenza in commento.

La responsabilità per il guardrail non in regola

Non può essere responsabile penalmente per le lesioni subite dal passeggero, il conducente nel caso in cui i danni siano determinati da fattori causali autonomi rispetto alla sua condotta. È il caso del guardrail in cattivo stato di manutenzione. Se le rilevazioni effettuate dal consulente del giudice dovessero rivelare che un guardrail ben saldato difficilmente avrebbe causato danni alle persone, il conducente non può subire il procedimento penale. Nel caso di specie, le lesioni riportate dal passeggero erano state causate dal sopravvenuto e imprevedibile malfunzionamento delle strutture di contenimento della strada che, comportandosi in modo anomalo, avevano causalmente determinato l’evento letale. Impossibile dunque condannare l’imputato per omicidio stradale. Tutt’al più andranno valutate le eventuali responsabilità dei soggetti incaricati della corretta installazione e manutenzione dei guardrail. Infatti la norma del codice della strada [3], che impone di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio e da salvaguardare la sicurezza, è rivolta a tutti “gli utenti della strada”, e non solo ai conducenti. Quindi anche ai soggetti della pubblica amministrazione tenuti alla manutenzione delle strade e dei guardrail.

L’ente proprietario di una strada destinata a uso pubblico ha una posizione di garanzia da cui deriva l’obbligo di vigilare affinché quell’uso si svolga senza pericolo per gli utenti (ciò vale anche in caso concessione di appalto per l’esecuzione di lavori di manutenzione stradale [4]).

Del resto il codice della strada [5] impone all’ente proprietario o concessionario della strada di provvedere:

  • alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi;
  • al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze;
  • alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta.

Quali rumori sono vietati in condominio?

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando scatta il reato di disturbo delle persone, quando invece il solo risarcimento del danno e quando infine i rumori sono consentiti: il caso del cane che abbaia, il locale sotto casa, lo stereo, la tv, le pulizie, ecc.

Schiamazzi di vicini maleducati o poco sensibili: esistono dei rumori vietati in condominio e altri invece tollerati o da tollerare? Può sembrare paradossale che una materia così delicata e che genera così tanto contenzioso nei palazzi quale appunto quella dei rumori del vicino è disciplinata da un solo articolo del codice civile [1]: una norma peraltro particolarmente generica, che lascia libero spazio all’interpretazione del giudice. Tale disposizione stabilisce genericamente che il proprietario di un immobile non può impedire i rumori del vicino «se non superano la normale tollerabilità, avuto riguardo anche alle condizioni dei luoghi». Questo significa che non esistono rumori vietati in condominio e altri invece consentiti;  ciò che conta è l’intensità degli stessi, rapportata alle condizioni concrete in cui essi si inseriscono. Questo significa che lo stesso rumore può generare fastidio e risultare intollerabile nelle ore notturne (si pensi al volume della televisione) e non  essere neanche avvertito nelle ore invece diurne; può essere considerato intollerabile in una zona residenziale o di campagna e, invece, pienamente lecito nel centro cittadino, caratterizzato da un’elevata soglia di rumore di fondo (generata dal traffico o dal vociare dei passanti). Insomma, mai come con i rumori in condominio si deve procedere in modo «casistico», ossia valutando la singola ipotesi. Ed è quello che faremo nel corso del presente articolo.

Fare le pulizie alle sei di mattino può costare un’incriminazione penale

Rumori in condominio: quale tutela?

Prima però di dire quali rumori sono vietati in condominio, dobbiamo fare una precisazione fondamentale in ordine alla tutela. Il vicino danneggiato può tutelarsi in due modi:

  • o con una denuncia alle autorità (carabinieri, polizia, Procura della Repubblica) per il reato di «disturbo del riposo delle persone»
  • oppure con una azione civile per il risarcimento del danno.

Se si sceglie la via penale si è sempre in tempo per chiedere anche il risarcimento.

Ma quando è possibile parlare di reato e quando, invece, siamo nell’ambito dell’illecito civile con conseguente impossibilità di procedere per le vie penali? Tutto dipende non già dall’intensità del rumore – che in entrambi i casi deve essere «intollerabile» per agire – ma dal numero di soggetti molestati. In particolare, se il rumore viene percepito solo da pochi condomini (ad esempio quello del piano di sopra, di sotto e il dirimpettaio) restiamo nell’ambito del civile e non si può procedere alla denuncia, né si possono chiamare i carabinieri nel cuore della notte. Viceversa, se il rumore disturba un numero indeterminato di persone, come ad esempio una parte consistente dei condomini dello stabile o quelli del quartiere, scatta il reato e, quindi, il procedimento penale.

Rumori in condominio: quali sono vietati e quali invece no

Individuiamo ora, sulla scorta delle ultime sentenze della giurisprudenza, quali rumori sono vietati in condominio. Come si è appena detto, siamo in presenza di una norma generica, per cui l’unico modo per rendere pratico il suo contenuto è andare a leggere cosa hanno scritto sino ad ora i giudici. Le sentenze hanno definito, caso per caso, qual è la soglia tollerabile e la tutela riconosciuta al vicino di casa molestato.

Rumori: c’è reato solo se si disturbano tante persone

Rumore di biglie

La prima sentenza che commentiamo è anche l’ultima in ordine cronologico. La Cassazione, qualche giorno fa [2], ha detto che il rumore di biglie dal piano di sopra, pur da considerare intollerabile – specie nelle ore notturne – non può far scattare il reato di «disturbo del riposo delle persone» [3]. La ragione è molto semplice: proprio perché sparse sul pavimento, le biglie generano un rumore percepibile solo per chi vive al piano di sotto e non anche per gli altri condomini. Insomma, l’intensità del rumore generato dalle biglie che rotolano non è un crimine, ma consente comunque di chiedere il risarcimento del danno.

La televisione

Il televisore ad alto volume integra il reato del «disturbo del riposo delle persone», norma che punisce chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309. Occorre però, secondo la Cassazione [4], che la produzione di rumori idonei ad arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni non solo degli abitanti dell’appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma la tranquillità di un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne lamenta e sporge denuncia. Per far scattare il reato può essere sufficiente anche un’unica condotta rumorosa o di schiamazzo recante, in determinate circostanze, un effettivo disturbo alle occupazioni o al riposo delle persone. Nel caso concreto, il giudice di merito ha fondato la responsabilità penale del condòmino sulla scorta dell’intervento effettuato dai Carabinieri che, intervenuti nottetempo, hanno avuto la percezione di «un forte rumore causato dall’audio della televisione, così alto che dalla strada si distinguevano chiaramente le parole pronunciate nel programma tv». Il giudice può valutare la responsabilità del molestatore anche solo sulla base della testimonianza dei vicini.

Il locale sottoscala 

Il gestore di un discopub, una discoteca o di qualsiasi altro luogo di ritrovo è responsabile penalmente degli schiamazzi dei clienti rimasti fuori dal locale, sulla strada. Egli deve rispondere del reato di disturbo del riposo delle persone per il chiasso generato non solo all’interno, ma anche all’esterno dell’esercizio commerciale, in quanto suscettibile di molestare un numero indeterminato di persone. L’unico modo per il gestore di esonerarsi dalla responsabilità è di dimostrare di aver fatto di tutto per evitare gli schiamazzi tramite avvisi del personale oppure appositi cartelli diretti ai clienti. Consentire ai propri clienti di disturbare l’occupazione o il riposo delle persone può costituire reato [5] del quale il gestore di un locale è spesso ritenuto responsabile per il solo fatto che gli schiamazzi notturni sono direttamente legati all’esistenza del locale stesso. È dunque punibile per disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone il gestore di un pubblico esercizio che non impedisca i continui schiamazzi provocati dai clienti in sosta davanti al locale, essendo a lui imposto l’obbligo giuridico di controllare «anche con ricorso alle autorità» che la presenza nel locale non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica.

Lo stereo dell’autoradio

Lo stereo dell’autoradio, lasciato dal proprietario del mezzo ad alto volume, nel cuore della notte, è reato. La pratica del cosiddetto «car tuning» è stata espressamente sanzionata dalla Cassazione con recenti sentenze [6]. Leggi sul punto Tuning: alzare lo stereo a palla è reato.

La pizzeria al piano terra

Anche il gestore di una pizzeria è un condomino, nonostante il locale sia al piano terra dell’edificio. Questo significa che se il chiasso dei clienti supera la normale tollerabilità, il gestore del locale risponde del reato di disturbo del riposo delle persone. È quanto chiarito qualche giorno fa dalla Cassazione [7]. La Corte ha così confermato la pena dell’ammenda comminata al titolare di una pizzeria per non aver impedito schiamazzi e rumori da parte dei clienti, anche con abuso degli strumenti di diffusione di musica presenti nel locale, con disturbo degli abitanti del medesimo edificio e di quelli prossimi.

Anche nel caso di attività di commercio o di ristorazione svolte in ambito condominiale è pacifico che la produzione di rumori fa scattare il reato se idonea a turbare la quiete non solo degli abitanti dell’appartamento sovrastante o sottostante ma di una parte più consistente dei condomini.

Il cane del vicino

Il capitolo «cane» è tra quelli più delicati: da un lato perché la giurisprudenza ha riconosciuto il diritto del cane ad abbaiare, dall’altro però ciò non deve essere determinato dalla condotta del padrone, per aver lasciato solo l’animale o senza mangiare o per averlo innervosito. Una guida completa sull’argomento si può leggere in Se il cane del vicino abbaia e fa rumore. Addirittura di recente, la Cassazione ha detto che, laddove il proprietario sia costretto a lasciare solo l’animale per numerose ore al giorno, a causa dei propri impegni lavorativi, sussistendo il pericolo di reiterazione del reato di disturbo della quiete pubblica, si può chiedere il sequestro del cane del vicino che non ne vuol sapere di smettere di abbaiare e dare fastidio agli altri condomini [8].

Anche in questo caso, se il latrato del cane dà fastidio a un numero indeterminato di persone scatta il reato, altrimenti siamo nell’orbita della tutela civile. E a riguardo non si può fare a meno di distinguere a seconda di dove l’animale viene lasciato: se in una cuccia del giardino o in un cortile è più facile che il suo abbaiare venga percepito da più soggetti (il che fa scattare il penale); se invece dentro l’appartamento e si tratta di semplici guaiti (magari per via della dimensione dell’animale) si può chiedere tutt’al più l’insonorizzazione dell’appartamento e il risarcimento.

Se il padrone sta sempre fuori casa e lascia il cane solo ad abbaiare, le autorità procedono al sequestro dell’animale

Fare le pulizie

L’aspirapolvere e il rumore dello sbattere i tappeti è un rumore consentito in condominio o no? Tutto dipende da che ora iniziano le pulizie di casa. Secondo la Cassazione si può anche parlare di reato se i lavori domestici iniziano alle sei di mattina e gli schiamazzi vengono avvertiti da tutti i vicini [9].

Stereo alto

Se il rumore viene generato dal figlio del proprietario dell’appartamento per aver lasciato lo stereo alto, di sicuro scatta il risarcimento del danno cui dovranno provvedere i genitori. Ma attenzione: secondo la Cassazione [10], quando il volume della musica è così alto da essere sentito da gran parte dei condomini, così facendo scattare il “penale”, del reato rispondono anche i genitori del giovane. La responsabilità scatta perché non hanno saputo impartire al figlio una corretta educazione, rispettosa dei diritti altrui. Leggi sul punto Stereo alto, padre responsabile per il figlio.

Da che ora si può fare rumore in condominio?

Esiste un orario in cui è vietato fare rumore in condominio? Non lo dice la legge, ma può specificarlo il regolamento di condominio, stabilendo una soglia dei rumori più rigida di quella del codice civile (la normale tollerabilità). Ad esempio il regolamento potrebbe dire che, dalle 11 alle 6, è vietato qualsiasi rumore, con ciò abbassando il concetto di «normale tollerabilità» previsto dalla legge. In ogni caso, si ritiene che i rumori o i suoni provenienti da altre unità immobiliari si possano considerare di disturbo delle normali attività materiali e intellettuali quando superano il rumore di fondo riscontrabile in una data abitazione di oltre tre decibel [11].

I diritti del cattivo pagatore

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esistono numerose norme che tutelano il debitore e impongono al creditore, prima di avviare le azioni legali o segnalare il cattivo pagatore nelle centrali, di inviargli un preavviso scritto.

Anche chi non paga una bolletta, il condominio o una rata alla banca ha dei diritti. Anzi, sembrerebbe quasi che ne abbia più del creditore il quale può, tutt’al più, procedere in tribunale dopo aver diffidato il debitore e atteso i tempi della giustizia. Che quasi mai sono celeri. La legge riconosce l’esistenza dei diritti del cattivo pagatore come forma di garanzia della persona umana, per sottrarla all’arbitrio e al capriccio del creditore al quale è impedito usare pressioni psicologiche o restrizioni di qualsiasi tipo non proporzionate al diritto fatto valere. Ed anche se il codice civile stabilisce che chi contrae un debito risponde dell’obbligazione con tutto il proprio patrimonio presente e futuro, esistono una serie di diritti del debitore che val la pena ricordare. Il primo tra tutti nei confronti delle banche, come ricorda una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, quali sono i diritti del cattivo pagatore.

I diritti del cattivo pagatore verso la banca

Che succede se non si paga la rata del mutuo?

Il semplice ritardo di qualche giorno nel pagamento di una rata del mutuo non implica particolari conseguenze. La banca può sollecitare il debitore, ma non può agire nei suoi confronti o segnalarlo alla centrale rischi. Il mutuatario si considera moroso solo dopo il 30° giorno di ritardo. In altri termini bisogna saltare almeno un mese. In tal caso l’istituto di credito può avviare gli atti esecutivi con il precetto e il pignoramento (in realtà la procedura è molto più lunga). Dopo 180 giorni di mora la banca può decidere di risolvere il contratto e chiedere l’immediata restituzione dell’intero debito. Per maggiori dettagli su questo argomento leggi Se non paghi la rata del mutuo alla banca che succede?

L’avviso prima della segnalazione alla Centrale rischi

Prima dell’iscrizione del moroso nelle “black list” come la Centrale Rischi della Banca  o i Sic privati come Crif, è necessario il preavviso al cattivo pagatore.

Poiché la segnalazione è illegittima se la banca non riesce a fornire la prova della spedizione è bene che questa venga inviata con raccomandata a.r. Dunque, la banca o la finanziaria che intende segnalare il nome di un cattivo pagatore alle centrali deve prima spedirgli l’avviso presso il proprio domicilio. A dirlo è la Cassazione con una recente ordinanza [1].

Chi ha letto la nostra guida su Come difendersi dalle segnalazioni della banca saprà già che, in caso di mancato preavviso, il debitore moroso può rivolgersi al tribunale con un ricorso in via d’urgenza oppure può fare un reclamo scritto alla propria banca e, se non riceve risposta entro 30 giorni, può rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario (Abf). In ogni caso la segnalazione non può conseguire a un semplice ritardo che non desta allarmi di insolvenza o di scarsa liquidità del debitore.

La sentenza ha un importante valore pratico nell’ambito dei diritti del debitore atteso che assai spesso gli avvisi sono mandati con posta ordinaria, senza possibilità di prova dell’avvenuto ricevimento.

Sulla base della normativa in materia di protezione dei dati personali, l’intermediario finanziario deve necessariamente inviare l’avviso in via preventiva all’interessato, avvertendolo della «imminente registrazione dei dati» che lo riguardano [2]. Secondo il Codice di regolamentazione dei Sistemi Informativi creditizi, al verificarsi di ritardi nei pagamenti, la banca o la finanziaria – anche nella stessa lettera di sollecito o di diffida – avverte il cliente dell’imminente registrazione del suo nominativo in uno o più sistemi di informazioni creditizie (come Crif). La segnalazione nella banca dati può avvenire non prima di 15 giorni da suddetto avviso.

Non si può segnalare alle banche dati dei cattivi pagatori chi non paga la banca se 15 giorni prima non ha ricevuto un avviso scritto

Con il preavviso il cattivo pagatore è messo in grado di conoscere ciò che si può aspettare se non regolarizza la propria posizione entro il periodo di preavviso.

All’istituto di credito non basta dimostrare la semplice spedizione della lettera:  deve anche provare che questa è arrivata presso il domicilio del cattivo pagatore. Si deve trattar del domicilio esatto, per cui se il postino segnala che il destinatario si sia trasferito o sia sconosciuto, l’invio della comunicazione deve essere ripetuto all’indirizzo giusto. Senza tale prova, la segnalazione è illegittima e il debitore moroso può anche chiedere il risarcimento del danno per violazione della privacy.

Morosi in condominio

Tra i diritti del cattivo pagatore vi sono quelli che regolano i suoi rapporti all’interno del condominio. Non c’è solo il fatto che, secondo numerose sentenze, l’amministratore non può distaccare acqua e riscaldamento al moroso, benché il codice civile sembrerebbe attribuirgli questo potere, ma anche il fatto che, prima di procedere nei suoi confronti con un decreto ingiuntivo, è necessario inviargli un avviso: una lettera di diffida da recapitarsi con raccomandata a.r. Senza la messa in mora, infatti, il condominio non può procedere per le vie giudiziarie. Tale è l’orientamento sposato da alcuni giudici (da ultimo il giudice di Pace di Taranto [3]). In questo modo, nel caso in cui l’appartamento sia in affitto e l’inquilino non abbia corrisposto gli oneri di sua competenza all’amministratore o nel caso in cui la casa sia in comproprietà e solo uno dei contitolari vi vive, si dà la possibilità di far sapere anche al proprietario non residente dell’esistenza del debito con il condominio. Dunque, senza la previa lettera di diffida il decreto ingiuntivo sarebbe nullo.

Nullo il decreto ingiuntivo al moroso del condominio che prima non ha ricevuto una diffida scritta

Cattivo pagatore dell’affitto

Un altro punto dolente del recupero crediti è relativo ai rapporti di locazione. Quante volte si sente dire che, in caso di affitto, le norme aiutano il debitore a non pagare! In verità, non è la procedura in tribunale ad essere disegnata male quanto la sua esecuzione pratica, ossia quella dello sfratto a mezzo dell’ufficiale giudiziario, che può durare anche diverso tempo. C’è da dire, tuttavia, che lo sfratto deve rispettare una serie di diritti del debitore come:

  • il diritto di non essere sfrattato se il ritardo non è di almeno 20 giorni;
  • il diritto di pagare fino all’udienza di convalida di sfratto, evitando così lo sfratto;
  • il diritto, all’udienza di convalida di sfratto, di chiedere ulteriori 90 giorni per poter recuperare i soldi e pagare.
Lo sfratto può essere notificato non prima di 20 giorni di ritardo nel pagamento del canone di affitto

Cattivo pagatore e società di recupero crediti

Forse la maggiore lista di diritti del cattivo pagatore riguarda i rapporti tra questi e le società di recupero crediti. Tra i vari diritti – che abbiamo elencato analiticamente nell’articolo Società di recupero crediti: come difendersi – vi rientra:

  • il dovere dell’operatore di identificarsi con nome e cognome, rendere visibile il numero da cui chiama, indicare la società per cui sta chiamando, non vantare titoli inesistenti, non chiamare ad orari irragionevoli o con frequenza superiore al dovuto
  • il divieto per l’operatore telefonico di registrare la telefonata senza il consenso del debitore o di ricercare il numero di telefono di questi chiedendo ad altre persone dello stesso stabile
  • il divieto di usare mezzi violenti, minacce o prospettare conseguenze giuridiche in realtà non vere per il caso di protratto inadempimento;
  • non richiedere il pagamento di debiti prescritti.

Donazioni ricevute per riconoscenza: devo restituire tutto?

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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 Le donazioni remuneratorie sono soggette sia a collazione che a riduzione: pertanto, per determinare la massa da dividere, occorre sommare il relictum al donatum.

Può accadere che una persona doni a un’altra un bene senza esserne obbligata, solo per un sentimento di riconoscenza nei suoi confronti, per i suoi meriti o, ancora, per ripagarla di un servizio che le ha fatto o che ha promesso di fare. Si tratta delle cosiddette donazioni remuneratorie. Il problema che esse pongono si pone nel momento in cui si apre la successione del donante: occorre, cioè, capire se i beni oggetto di questa particolare forma di donazione devono essere considerati o meno nella massa da dividere. In parole povere, in presenza di donazione ricevute per riconoscenza, si deve restituire tutto oppure quei beni non fanno parte dell’eredità che andrà, poi, divisa? Secondo una sentenza del Tribunale di Brindisi [1], anche le donazioni remuneratorie sono soggette a collazione e a riduzione [2]. Ne consegue che, per determinare la massa da dividere, occorre sommare ai beni rimasti (il cosiddetto relictum) quelli che sono stati donati (il donatum).

La vicenda

Un uomo faceva causa a suo fratello, chiedendo la divisione giudiziale dell’eredità dei genitori, previa collazione delle donazioni effettuate in favore di quest’ultimo dalla madre che, quando era in vita, gli aveva donato un’abitazione e una quota di un altro immobile. Il fratello sosteneva che detti atti di liberalità erano dovuti ai servizi dal lui resi a vantaggio di entrambi i genitori: si trattava, cioè, di donazioni remuneratorie e – come tali – non soggette a collazione [3].

La collazione opera solo nei rapporti tra discendenti ed il coniuge superstite

Collazione: cos’è?

Quando una persona muore, per stabilire l’esatto ammontare dell’asse ereditario, sul cui importo andranno quindi calcolate le quote dei successori, occorre conteggiare non soltanto i beni presenti alla sua morte (patrimonio residuo), ma anche quelli oggetto di donazione a favore dei discendenti o del coniuge e da questi ricevuti durante la vita del donante. Per capirci, se il genitore – da vivo – ha donato al figlio una somma di denaro, il figlio, se accetta l’eredità, deve calcolare nella propria quota il valore della donazione stessa. Facciamo un esempio: Mario muore e lascia due figli, Maria e Marietto. In vita ha donato a Maria 500 euro e lascia un patrimonio di 2000 euro. Maria accetta l’eredità: dovrà imputare i 500 euro e, cioè, la donazione, alla propria quota. Quindi abbiamo: eredità complessiva = 2500 euro, 1250 euro a testa. Poiché Maria ha già ricevuto 500 euro, le spettano solo 750 euro. È questo il meccanismo alla base della collazione.

3 tipi di donazione remuneratoria: per riconoscenza, per i meriti del beneficiario, per speciale remunerazione

Donazione remuneratoria: cos’è?

Chiarito cosa si intende per collazione, diciamo ora che la tesi del fratello – secondo cui le donazioni remuneratorie non sono soggette a collazione – non è condivisibile.

Come abbiamo detto in apertura, si parla di donazione remuneratoria in riferimento a una donazione fatta da un soggetto spontaneamente e liberamente, cioè senza avere alcun obbligo, per un sentimento di riconoscenza nei confronti di un’altra persona, o in considerazione di meriti di questa o, ancora, per ripagare un servizio che una persona ha fatto o che ha promesso di fare.

Tale donazione può essere di tre tipi:

  1. la donazione fatta per riconoscenza nei confronti del beneficiario della donazione o di un membro della sua famiglia;
  2. la donazione fatta in considerazione di meriti del beneficiario della donazione: si tratta di una donazione fatta sulla base di un sentimento di ammirazione che si prova nei confronti dei meriti acquisiti da un altro soggetto, per esempio per particolari qualità di questo o per attività degne di merito che ha svolto a vantaggio dell’intera collettività, di determinate categorie di persone o anche di singoli individui (diversi da chi fa la donazione o dai suoi familiari);
  3. la cosiddetta donazione per speciale remunerazione: si tratta di quella fatta spontaneamente dal donante per un servizio resogli o promessogli dal beneficiario della donazione (ad esempio, per ricompensare l’opera gratuita prestata da un medico). Attenzione: non si deve trattare di una donazione fatta perché la legge o un obbligo morale o sociale impongono di pagare il servizio; chi la fa deve decidere spontaneamente e liberamente con la consapevolezza di non avere nessun obbligo di farlo.

Nel caso di specie, il fratello dice che, donandogli gli immobili, la madre voleva compensarlo per il servizio di assistenza morale e materiale da lui prestato agli anziani genitori.

La donazione remuneratoria è diversa dalle liberalità d’uso

Nulla impedisce certamente a un genitore, in considerazione dei servizi resi dal figlio, di fargli un dono: in questo caso si può parlare non solo di donazione remuneratoria ma potrebbe anche trattarsi di una liberalità d’uso. Nella donazione remuneratoria il donante ringrazia il donatario, devolvendogli qualcosa, senza che il valore della donazione sia proporzionato o comunque correlato al servizio reso. Quindi, se l’importo donato è proporzionale al servizio reso (par intenderci, se il figlio ha percepito quanto avrebbe percepito una badante, per offrire la medesima assistenza), si tratta di liberalità d’uso che non è assoggettabile a collazione. Se, invece, l’importo è sproporzionato rispetto al servizio reso, si tratta di una donazione remuneratoria, assoggettabile a collazione: nel nostro caso, si è verificata proprio questa ipotesi per cui le donazioni che il fratello ha ricevuto vanno sommate alla massa ereditaria rimasta e, quindi, soggette a collazione.

Richiamo dalle ferie, che cosa succede se mi rifiuto?

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le conseguenze per il lavoratore che si rifiuta di rientrare anticipatamente dalle ferie?

 

Il mio datore di lavoro vuole che torni immediatamente dalle ferie; mi trovo in una località estera molto lontana e non riesco a rientrare: può obbligarmi al rientro e, soprattutto, può licenziarmi se mi rifiuto?

Nonostante di solito azienda e dipendente decidano il periodo di fruizione delle ferie di comune accordo, l’ultima parola, sull’argomento, spetta sempre al datore di lavoro: è quest’ultimo, difatti, secondo il codice civile [1], ad avere il potere di stabilire quando “mandare in vacanza” il dipendente, tenendo conto, comunque, delle sue esigenze e nel rispetto del periodo minimo di ferie annuali previsto dal Decreto sull’orario di lavoro [2] e di un congruo preavviso.

In buona sostanza, il datore di lavoro può spostare le ferie a suo piacimento, confrontando, in ogni caso, le esigenze dell’azienda con quelle del lavoratore: deve inoltre assicurare al dipendente la fruizione di un minimo di 2 settimane di ferie nell’anno di maturazione (l’ulteriore periodo di ferie, pari a un minimo di 2 settimane, deve essere fruito entro i 18 mesi successivi alla maturazione) e dargli un preavviso minimo, relativamente alle modifiche del periodo di vacanza concordato.

Richiamo dalle ferie: risarcimenti e rimborsi

Nel caso in cui il datore sposti le ferie all’ultimo minuto, o, peggio, chieda al lavoratore già in ferie di riprendere servizio, anche se tale comportamento rientra nei suoi poteri non vuol dire che non vi siano delle conseguenze.

Non essendo stato fornito il congruo preavviso, difatti, il datore di lavoro è tenuto a risarcire il lavoratore, relativamente ai disagi subiti per il rientro anticipato: ciò significa, in parole semplici, che devono essere rimborsate le spese di viaggio e i costi dovuti allo spostamento della prenotazione, oltre ad ulteriori spese e pregiudizi.

Alcuni contratti collettivi, a tal proposito, prevedono esplicitamente i costi che devono essere rimborsati al dipendente ed eventuali indennizzi: il contratto collettivo del settore sanitario [3], ad esempio, dispone, in caso di interruzione o sospensione delle ferie per motivi di servizio, che il lavoratore  ha diritto al rimborso delle spese documentate per il viaggio di rientro in sede e per quello di eventuale ritorno al luogo di svolgimento delle ferie, nonché all’indennità di missione per la durata dei viaggi stessi. Il lavoratore  ha inoltre diritto al rimborso dei costi anticipati e documentati relativi al periodo di ferie non goduto.

Una disposizione simile è contenuta anche nel contratto collettivo commercio, senza, tuttavia, la previsione dell’indennità di missione; dello stesso avviso anche gli orientamenti applicativi dell’Aran (l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni).

Rifiuto di rientrare

Il lavoratore, come abbiamo detto, non può rifiutarsi di rientrare o di accettare lo spostamento delle ferie. Tuttavia, se questi si trova in ferie e non è reperibile, nel caso in cui non sia previsto, dai contratti collettivi o dal contratto individuale, un obbligo di reperibilità durante le ferie, non può essere licenziato per non aver ripreso anticipatamente servizio.

Come precisato da una nota sentenza della Cassazione [4], difatti, l’obbligo di disponibilità durante le ferie deve essere espressamente pattuito: il generico obbligo di reperibilità in capo ai lavoratori dipendenti, invece, si riferisce ai periodi lavorativi.

Pensioni: il contributo ex Onpi

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ogni pensionato paga il contributo denominato ex Onpi: vediamo cos’è.

Spesso quando il pensionato riceve la distinta della rata di pensione trova una trattenuta denominata contributo ex Onpi. Il contributo ex Onpi ammonta ad una cifra irrisoria (un centesimo di euro, l’equivalkente di rica venti lire), ma va considerato come a pagarlo siano tutti i pensionati e come, dunque, la cifra totale annua che determina sia molto alta. Vediamo di cosa si tratta quando si parla di contributo ex Onpi.

Contributo ex Onpi: una trattenuta per un ente inesistente

Innanzitutto, dobbiamo dire che l’Onpi era l’Opera nazionale dei pensionati d’Italia: questo Ente aveva il compito di garantire un alloggio agli anziani italiani bisognosi e privi di risorse adeguate. A tal fine l’Onpi gestiva alcune case di riposo di sua proprietà ed altre strutture ricettive collocate sull’intero territorio nazionale. Queste strutture in senso lato alberghiere erano manutenute proprio grazie al contributo pagato sulle pensioni, e qui gli anziani che ne avevano i requisiti potevano trovare alloggio in terza età.

Tuttavia, l’Onpi è stato soppresso con una legge delle Stato del 1977, che lo considerava un Ente inutile. Di conseguenza, è venuta meno anche la funzione che l’Onpi svolgeva e, teoricamente, avrebbe dovuto essere abrogato anche il contributo che gli derivava dalla trattenuta sulle pensioni degli italiani.

Contributo ex Onpi: cosa succede oggi

L’Onpi dunque non esiste più, ma sulle distinte dei ratei pensionistici ancora appare la trettenuta denominata contributo ex-Onpi. Infatti, la legge [1] stabilisce che pur essendo venuto meno l’Onpi, il contributo deve ancora essere pagato e ripartito su base trimestrale dal Ministero dell’economia fra le Regioni.

Le somme spettano alle  Regioni in proporzione al numero di pensionati Inps che risiedono all’interno del loro territorio. Le regioni, poi, in base alla citata legge, hanno il compito di distribuire queste somme ai soggetti istituzionali o privati che si occupano dell’assistenza agli anziani bisognosi.

Il contributo ex Onpi, pur di modestissimo ammontare, costituisce una trattenuta sulla pensione e deve dunque essere obbligatoriamente pagato dai pensionati: il pagamento, quindi, è a tutt’oggi dovuto  anche se si sono sviluppate moltissime polemiche circa la effettiva giustificazione della sua sussistenza ed anche se spesso il patrimonio immobiliare che era di proprietà dell’Onpi risulti oggi, in molte Regioni, fatiscente, abbandonato o addirittura occupato.

Quando decade un vincolo di edificabilità?

Posted on : 20-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Abbiamo ereditato una villetta con giardino e vogliamo ricavarci 4 appartamenti. Abbiamo scoperto un vincolo di edificabilità. Su cosa basarsi per indurre il Comune a considerarlo decaduto?

L’istituto dell’asservimento, consistente nella volontaria rinuncia alle possibilità edificatorie di un lotto in favore del loro sfruttamento in un’altra particella, serve ad accrescere la potenzialità edilizia di un’area per mezzo dell’utilizzo, in essa, della cubatura realizzabile in una particella contigua e del conseguente computo anche della superficie di quest’ultima, ai fini della verifica del rispetto dell’indice di fabbricabilità fondiaria. Il presupposto logico dell’asservimento deve essere rinvenuto nella indifferenza, ai fini del corretto sviluppo della densità edilizia, della materiale collocazione dei fabbricati, risultando del tutto neutra l’ubicazione degli edifici all’interno del comparto, fatti salvi, ovviamente, il rispetto delle distanze e di eventuali prescrizioni sulla superficie minima dei lotti [1].

Il regolamento edilizio del Comune della lettrice precede che in tutti i casi in cui si proceda ad interventi edilizi che incidono sui parametri di edificabilità (nuova costruzione, ampliamento o demolizione e successiva ricostruzione), le aree fondiarie di pertinenza devono essere assoggettate a specifico vincolo di asservimento agli indici di utilizzazione edilizia, applicabili al momento della concretizzazione dell’efficacia del relativo procedimento. Il vincolo di asservimento permane con il permanere degli edifici, anche se oggetto di un frazionamento ovvero di una alienazione, anche parziale, dell’area. L’area asservita ai fini del calcolo della edificabilità consentita non può essere considerata libera ai fini di un successivo atto abilitativo all’esercizio dell’attività edilizia. Il vincolo di asservimento viene costituito mediante atto unilaterale registrato e trascritto con atto notarile o nelle forme equipollenti di legge, concernente lo sfruttamento edilizio dell’area oggetto dell’intervento, da sottoscrivere e trasmettere allo sportello unico contestualmente al certificato di ultimazione dei lavori o di collaudo in caso di dia e da trascriversi sui registri immobiliari a cura e spese del proprietario o degli eventuali aventi titolo. L’atto deve indicare gli estremi catastali dell’area base di calcolo della edificabilità, la sua estensione espressa in metri quadrati, la superficie lorda di pavimento utilizzata, il relativo indice di Prg riferito all’intera area fondiaria di pertinenza.

L’atto di asservimento sottoscritto dai genitori della lettrice al momento del rilascio del permesso di costruire prevede che essi si impegnavano, per sé, successori ed aventi causa, a conservare nel tempo la totale inedificabilità dell’area annessa al costruendo fabbricato destinata al servizio dell’edificio medesimo. Vi è stata una rinuncia chiara alle eventuali ulteriori potenzialità edificatorie del suolo asservito che non consente speculazioni di sorta. Normalmente, infatti, si vincola solo una parte della volumetria e cioè quella necessaria per raggiungere gli indici minimi sufficienti a consentire la realizzazione nel lotto beneficiario dell’asservimento. Ciò che, invece, non è avvenuto nel caso della lettrice, probabilmente per esigenze urbanistiche non collegate agli indici di edificabilità: si sarebbe, infatti, vincolata una volumetria non necessaria asservendo la superficie intera dei lotti contigui. Unica alternativa (che potrebbe apparire paradossale, ma che si potrebbe al limite valutare) sarebbe di demolire il vecchio fabbricato proponendo un nuovo progetto edificatorio con utilizzo per intero delle attuali potenzialità volumetriche dell’intera superficie. Si tratterebbe di un calcolo economico di convenienza che si potrebbe tenere in considerazione.

La superiore considerazione discende dall’analisi del regolamento edilizio comunale che prevede che il vincolo di asservimento permane con il permanere degli edifici. Alias: viene meno con il venir meno degli edifici, cioè con la loro demolizione. Sostenere, in contrario, che l’asservimento operato nel 1974 sarebbe condizionato al