Avviso di accertamento: il ricorso sana il difetto di notifica?

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Notifica irregolare dell’avviso di accertamento: conviene impugnare?

La regolare notifica degli atti impositivi dell’Agenzia delle Entrate (per esempio avvisi di accertamento e avvisi di liquidazione) nonché delle cartelle esattoriali, è un aspetto essenziale del procedimento di recupero di imposte e tasse, in quanto l’atto non notificato o notificato non regolarmente non produce i propri effetti e, se nel frattempo sono decorsi i termini di prescrizione o decadenza, la richiesta di pagamento diviene illegittima.

Ma cosa succede se il contribuente riceve l’atto ma si accorge che la notifica non è formalmente corretta? Per esempio, perché mancano alcuni adempimenti formali nel procedimento di notificazione dell’avviso di accertamento? Se il contribuente impugna l’atto, il difetto di notifica viene superato? Il ricorso sana il difetto di notifica?

Notifica atti fiscali: come funziona

La notificazione degli atti fiscali deve essere effettuata secondo le seguenti regole [1]:

  1. il messo notificatore deve fare sottoscrivere dal consegnatario l’atto o l’avviso ovvero indicare i motivi per i quali il consegnatario non ha sottoscritto;
  2. se il consegnatario non è il destinatario dell’atto o dell’avviso, il messo consegna o deposita la copia dell’atto da notificare in busta che provvede a sigillare e su cui trascrive il numero cronologico della notificazione, dandone atto nella relazione in calce all’originale e alla copia dell’atto stesso. Sulla busta non sono apposti segni o indicazioni dai quali possa desumersi il contenuto dell’atto. Il consegnatario deve sottoscrivere una ricevuta e il messo dà notizia dell’avvenuta notificazione dell’atto o dell’avviso, a mezzo di lettera raccomandata;
  3. salvo il caso di consegna dell’atto o dell’avviso in mani proprie, la notificazione deve essere fatta nel domicilio fiscale del destinatario. Il contribuente può eleggere domicilio presso una persona o un ufficio nel Comune del proprio domicilio fiscale per la notificazione degli atti o degli avvisi che lo riguardano. In tal caso l’elezione di domicilio deve risultare espressamente da apposita comunicazione effettuata al competente ufficio a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento o in via telematica
  4. quando nel Comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l’avviso del deposito dell’atto presso il Comune, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell’albo del comune, e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell’ottavo giorno successivo a quello di affissione.

Notifica atti fiscali a chi risiede all’estero

Il contribuente che non ha la residenza nello Stato e non vi ha eletto domicilio o che non ha un rappresentante fiscale, può comunicare al competente ufficio, l’indirizzo estero per la notificazione degli avvisi e degli altri atti che lo riguardano; salvo il caso di consegna dell’atto o dell’avviso in mani proprie, la notificazione degli avvisi o degli atti deve essere eseguita mediante spedizione a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento.

La notificazione ai contribuenti non residenti è validamente effettuata mediante spedizione di lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’indirizzo della residenza estera rilevato dai registri Aire o a quello della sede legale estera risultante dal registro delle imprese.

In mancanza di tali indirizzi, la spedizione della lettera raccomandata con avviso di ricevimento è effettuata all’indirizzo estero indicato dal contribuente nelle domande di attribuzione del numero di codice fiscale o variazione dati e nei modelli.

In caso di esito negativo della notifica, si procede con le regole previste per l’irreperibilità del destinatario (deposito presso il Comune e affissione dell’avviso).

Notifica atti fiscali: se il contribuente ha cambiato residenza

Le variazioni e le modificazioni dell’indirizzo hanno effetto, ai fini delle notificazioni:

  • per le persone fisiche: dal trentesimo giorno a quello dell’avvenuta variazione anagrafica;
  • per le persone giuridiche e le società ed enti privi di personalità giuridica, dal trentesimo giorno successivo a quello della ricezione da parte dell’ufficio dell’apposita dichiarazione;
  • per i soggetti diversi dalle persone fisiche non obbligati alla presentazione della dichiarazione di inizio attività Iva, dal trentesimo giorno successivo a quello della presentazione del modello previsto per la domanda di attribuzione del numero di codice fiscale.

Dunque, se l’atto viene notificato al vecchio indirizzo del contribuente nel termine di trenta giorni dalla variazione la notifica deve considerarsi regolare.

Errore o irregolarità notifica: impugnare conviene?

Secondo la giurisprudenza, la nullità della notifica della cartella esattoriale o dell’atto fiscale può essere sanata per raggiungimento dello scopo, in quanto la notificazione è una mera condizione di efficacia e non un elemento dell’atto d’imposizione fiscale. Ne consegue che, se il contribuente ha tempestivamente impugnato l’atto, la notifica ha comunque raggiunto lo scopo di mettere il destinatario a conoscenza della pretesa fiscale e di difendersi.

Le Sezioni Unite della Cassazione [2], pronunciatesi sul punto, hanno affermato che la natura sostanziale e non processuale dell’avviso di accertamento tributario (che è un atto amministrativo autoritativo attraverso il quale l’amministrazione enuncia le ragioni della pretesa tributaria), non osta all’applicazione di istituti del diritto processuale, soprattutto quando vi sia un espresso richiamo di questi nella disciplina tributaria. Pertanto, l’applicazione, per l’avviso di accertamento, delle norme sulle notifiche nel processo civile comporta l’applicazione del regime delle nullità e delle sanatorie per quelle dettato, con la conseguenza che la proposizione del ricorso del contribuente produce l’effetto di sanare la nullità della notifica dell’avviso di accertamento per raggiungimento dello scopo dell’atto.

È dunque poco conveniente ricorrere contro un atto fiscale per difetto di notifica, a meno che non vi siano altri motivi di impugnazione. Può essere, invece, più opportuno attendere il successivo atto e impugnarlo per difetto di notifica dell’atto presupposto (per esempio se la notifica dell’avviso di accertamento è nulla, può risultare conveniente impugnare la successiva cartella di pagamento che, proprio perché non preceduta dall’atto dovuto, è illegittima).

Come ribadito da una recente sentenza della Cassazione [3], l’omessa (o irregolare) notifica dell’atto presupposto costituisce un vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto successivo.

Impugnando allora l’atto successivo, si può chiedere la nullità di esso e dell’atto presupposto non regolarmente notificato.

La polizia può interrogare un minore senza la presenza dei genitori?

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I minori possono essere interrogati o ascoltati come persone informate sui fatti: vediamo con quali modalità.

E’ arrivata la Polizia a casa e dice che tuo figlio (minorenne) deve recarsi in caserma per essere interrogato in merito ad un reato che pare abbia commesso? O tuo figlio minorenne ha assistito ad una rapina e deve essere ascoltato come persona informata sui fatti? Sei preoccupato e ti chiedi se puoi partecipare anche tu a questi atti formali? Vediamo insieme se la polizia può interrogare un minore senza la presenza dei genitori.

Cos’è l’interrogatorio?

Un soggetto accusato di un reato può (o deve) essere sottoposto ad interrogatorio dagli inquirenti (pubblico ministero, polizia e delegati dal pubblico ministero) affinchè questi ultimi raccolgano elementi per confermare o confutare l’accusa [1].

Diverse sono le modalità ed i momenti in cui l’accusato può essere sottoposto ad interrogatorio; ciò che non varia, e di cui non si può fare a meno, è la presenza obbligatoria del difensore durante l’interrogatorio. Se l’accusato, infatti, non nomina un difensore di fiducia gliene sarà assegnato, obbligatoriamente, uno di ufficio.

Colui che è sottoposto a interrogatorio:

  • anche se detenuto, dovrà comparire libero, nel senso che non gli potranno essere applicate (durante l’interrogatorio) le manette o altri mezzi di costrizione (fatta salva la tutela della sicurezza e dell’incolumità di coloro che partecipano all’interrogatorio);
  • non potrà subire, neanche con il suo stesso consenso, metodi o tecniche atti ad influire sulla libertà di autodeterminazione o tali da alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti;
  • non potrà subire, in nessun caso, tecniche e metodi atti a sollecitarlo a rispondere alle domande;
  • non può essere forzato o condizionato nella sua volontà.

Prima dell’inizio del vero e proprio interrogatorio, la procedura penale prevede degli avvisi che devono essere obbligatoriamente rivolti all’indagato. Le dichiarazioni rese dall’accusato potranno essere sempre utilizzate nei suoi confronti, pertanto l’interrogato ha il diritto di mentire, non rispondere o rispondere solo ad una parte delle domande (fatto salvo il dovere di dichiarare il vero in relazione alle proprie generalità).

L’interrogatorio, se svolto nei confronti di soggetto detenuto, è interamente registrato ed, in ogni caso, sempre verbalizzato.

Le sommarie informazioni: cosa sono?

Le sommarie informazioni rappresentano una sorta di interrogatorio che può essere rivolto a chi ha assistito ad un reato e né è testimone o, comunque, dalle persone a qualsiasi titolo informate sui fatti. Non possono essere rese dall’indagato in quanto, essendo assunte senza la presenza del difensore (a differenza dell’interrogatorio), non possono essere utilizzate nel corso del dibattimento [2]. Qualora un soggetto, non ancora accusato di un reato (e, dunque, non ancora iscritto nel registro degli indagati), sia sottoposto a sommarie informazioni e dichiari circostanze dalle quali emerga una sua responsabilità per il reato sul quale si sta indagando, le dichiarazioni saranno interrotte e lo si avviserà che ha facoltà di nominare un difensore.

Il teste è obbligato a rispondere secondo verità alle domande che gli vengono rivolte [4]. Ma cosa accade quando ad essere interrogato o ad assumere le sommarie informazioni è un minore? Vediamo insieme se la polizia può interrogare un minore senza la presenza dei genitori.

 La polizia può interrogare un minore senza genitori?

Intuiamo facilmente che per un minore, anche se colpevole di un reato, sia tutto più difficile e delicato. Per questa ragione, infatti, il processo penale contro i minorenni prevede delle tutele maggiori che delimitano i poteri coercitivi ed ampliano quelli relativi all’assistenza ed al supporto. Ma chi è addetto all’assistenza ed al supporto dei minori? In linea generale, il codice di procedura penale per i minorenni prevede che l’informazione di garanzia e il decreto di fissazione di udienza debbano essere notificati, a pena di nullità, anche all’esercente la responsabilità genitoriale, ovvero ai genitori (sempre che non vi sia un provvedimento di sospensione o di decadenza dalla responsabilità genitoriale) [5]. L’ordinamento prevede, poi, che in ogni stato e grado del procedimento:

  • l’autorità giudiziaria si avvalga dei servizi minorili dell’amministrazione della giustizia e dei servizi di assistenza istituiti dagli enti locali [6];
  • l’assistenza affettiva e psicologica del minore sia assicurata dalla presenza dei genitori o di altra persona idonea indicata dal minorenne e ammessa dall’autorità giudiziaria che procede.

Il pubblico ministero e il giudice possono procedere al compimento di atti per i quali è richiesta la partecipazione del minorenne senza la presenza di queste persone, soltanto nell’interesse del minorenne stesso o quando sussistono inderogabili esigenze processuali [7]. Ma allora la polizia può interrogare un minore senza la presenza dei genitori? Diciamo che, sia in caso di interrogatorio che di sommarie informazioni, la regola è che vi siano anche i genitori: si deroga a questo principio nell’interesse del minore o per esigenze processuali inderogabili.

Come fare affittacamere

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Hai una grande casa vuota che vorresti far fruttare. Puoi avviare un’attività di affitto stanze? Vediamo alcune regole

Sei proprietario di una grande casa che non sai come utilizzare, perché tu abiti altrove. È vuota da tempo e, si sa, mantenere le case è faticoso, anche se non sono abitate! Stai pensando così, visto che anche il lavoro ultimamente non va proprio alla grande, di far fruttare il tuo capitale, arrotondare e aprire un’attività di affittacamere. Non sai però come muoverti. Come fare l’affittacamere? Quanto costa aprire un’attività simile? È un vera e propria attività imprenditoriale o posso anche farla in modo un po’ più casalingo? Servono autorizzazioni? Analizziamo in questo articolo i requisiti generali richiesti per avviare questa tipologia di attività.

Affittacamere: cos’è?

Sicuramente il nome può aiutare a capirlo, ma ci sono precisi elementi che definiscono questa tipologia di attività. Già nel lontano 1939 si parlava di affittacamere, anzi la legge dell’epoca [1] li definiva e ne dettava le principali regole. Quella dell’affittacamere è una tipica attività ricettiva, con l’obiettivo di ospitare (dietro pagamento), persone all’interno di appartamenti dotati di camere. Fa parte delle attività ricettive extra-alberghiere, nel senso che un’affittacamere non è un albergo. Non ne offre infatti gli stessi servizi.

Cosa sono gli affittacamere? Sono strutture ricettive gestite da privati, composte da camere posizionate in appartamenti ammobiliati all’interno dello stesso stabile, che offrono il servizio di alloggio e altri servizi complementari, come i pasti, ecc.

Affittacamere: come funziona?

Ma quante camere può avere esattamente un affittacamere? Come funziona questa attività? Per scoprirlo è necessario andarsi a studiare le leggi regionali. Regolamentare il turismo infatti è compito delle Regioni. Motivo per cui il Decreto [2] che era stato emanato nel 2011 per mettere un po’ in ordine i tasselli del turismo italiano, era stato parzialmente dichiarato incostituzionale da una sentenza della Corte costituzionale [3], per aver oltrepassato i limiti delle competenze statali e scavalcato quelle regionali.

Oggi sono infatti le Regioni ad essere madri di leggi e regolamenti per disciplinare le modalità di apertura e gestione degli affittacamere.

Per cui se vivi in Emilia Romagna e vuoi aprire un affittacamere in questa Regione, devi andarti a studiare la normativa emiliano-romagnola in materia. Perché a livello nazionale sono disciplinate le regole standard [4], ma i dettagli sono stati forniti dalle giunte regionali.

Di norma però – nell’ambito dell’attività di affittacamere – è possibile affittare al massimo 6 camere arredate e ubicate in non più di 2 appartamenti ammobiliati nello stesso stabile. Il numero di posti letto, varia di norma in base ai metri quadrati della camera in questione (possono andare fino a 12 posti letto totali).

Ogni legge regionale regola quindi:

  • quante camere è possibile affittare e altre regole per l’apertura;
  • come aprire un’attività (eventuali comunicazioni e richieste di autorizzazione);
  • quante ore di ricevimento giornaliere si devono garantire;
  • i servizi minimi che devono essere garantiti (come la pulizia quotidiana, il cambio di biancheria e la fornitura di energia, gas, acqua e riscaldamento;
  • le regole di gestione amministrativa.

Cosa offre un affittacamere?

Il primo servizio che offre un affittacamere è – ovviamente – l’alloggio. L’ospite paga per avere a disposizione una stanza in cui pernottare e alloggiare.

Le camere e gli appartamenti – per essere a norma – devono avere dei requisiti minimi:

  • le camere devono avere letto, sedia, armadio, cuscini, scrivania, cestino per rifiuti, biancheria, telefono;
  • gli appartamenti devono essere dotati di servizio igienico (la toilet) completo e a norma;
  • Il servizio di ricevimento deve offrire una garanzia minima e ci deve essere sempre un addetto al servizio reperibile;
  • L’alloggio deve comprendere i servizi minimi di pulizia quotidiana, cambio biancheria, fornitura di riscaldamento, acqua, luce e gas.

Oltre a questo servizio standard, se ne possono aggiungere anche altri complementari. Ad esempio:

  • la prima colazione (in questo caso la struttura assume la denominazione di Room&breakfast o Bed&breakfast;
  • l’attività di ristorazione e somministrazione bevande (in questo caso però la struttura prende il nome di Locanda);
  • servizi di lavanderia e pulizia straordinaria.

Ovviamente se vengono offerti questi servizi complementari, subentra a maggior ragione l’obbligo di essere in regola con tutte le norme igienico-sanitarie.

Come si diventa affittacamere?

Ribadendo sempre che ogni Regione emana proprie regole, anche per l’apertura dell’attività, solitamente prima di avviare un’attività di affittacamere ci si deve chiedere: lo voglio fare in maniera saltuaria oppure professionale?

Dopodiché, indipendentemente dal tipo di attività, dobbiamo ricordarci di chiedere l’autorizzazione amministrativa al nostro Comune per iniziare l’attività, presentando la Scia (segnalazione di inizio attività) specificando, tra tutte le altre cose, in che modo si intende avviare l’attività: professionale o saltuaria. Alla Scia si allegano poi tutte le autocertificazioni e attestazioni dei tecnici su impianti a norma, agibilità, nulla osta igienico-sanitario della Asl, ecc.

Affittacamere non professionale

Supponiamo che la decisione presa sia quella dell’apertura di un’attività più blanda, saltuaria, non professionale. Per diventare affittacamere occasionale non bisogna iscriversi né al Registro delle imprese, né aprire partita Iva. Si deve però provvedere a presentare al Comune in cui è presente la struttura, la Scia (la Segnalazione certificata di inizio attività). A livello legale infatti l’amministrazione vuole sapere il motivo del via vai che si creerà nella struttura, la capacità ricettiva, quale attività viene messa in piedi, quali servizi verranno offerti.

Affittacamere professionale

Se invece vuoi diventare affittacamere professionale, devi aprire partita Iva entro 30 giorni dall’inizio della tua attività e devi iscrivere l’attività al Registro delle imprese, tenuto presso la Camera di commercio. Oltre ovviamente alla presentazione della Scia (segnalazione certificata di inizio attività) allo sportello per le attività produttive (Suap) del Comune in cui è presente la struttura.

Quando apriamo la Partita Iva per la nostra attività di affittacamere professionale (e diventiamo quindi imprenditori) dobbiamo utilizzare il Codice Ateco 55.20.51 “affittacamere per brevi soggiorni, case ed appartamenti per vacanze, B&B, residence”.

Nel momento in cui si presenta la Scia, si dovrà anche allegare tutta un’altra serie di documentazioni, tra cui:

  • il nulla osta igienico-sanitario della Asl;
  • il certificato di agibilità della;
  • la certificazione degli impianti a norma, ecc).

Inoltre, è di norma obbligatorio:

  • effettuare la comunicazione-denuncia degli ospiti in Questura (se la permanenza è inferiore a 30 giorni);
  • registrare il contratto con gli ospiti presso l’Agenzia delle entrate (se questo è superiore ai 30 giorni). Anche se in realtà di norma i soggiorni presso gli affittacamere sono relativamente brevi;
  • comunicare i prezzi praticati (di norma sono esonerati da questa incombenza gli affittacamere non professionali).

Quando affittacamere è un’attività non professionale?

Non vogliamo troppi impicci burocratici (anche se non possiamo proprio evitarli tutti) e abbiamo paura di buttarci a capofitto. Così vorremmo optare per un’attività di affittacamere occasionale. Ma quando si può definire tale? Innanzitutto:

  • quando non è svolta con continuità, ma è saltuaria;
  • di norma quando non si offrono altri servizi complementari;
  • quando l’attività viene esercitata nella casa in cui si è residenti e domiciliati. In pratica abbiamo una casa molto grande e ci abitiamo, ma decidiamo di dedicare all’attività saltuaria di affittacamere le due stanze che restano vuote.

In questo caso, come abbiamo accennato, non si deve aprire alcuna Partita Iva né effettuare iscrizione al Registro delle imprese.

Affittacamere: come denunciare i redditi?

Fare l’affittacamere significa far entrare soldi nelle proprie tasche, pochi o tanti che siano. E di questi soldi – in qualche modo – il Fisco ci chiede conto. C’è però un diverso modo di dichiararli, a seconda di che tipo di attività si svolge: occasionale o professionale.

Affittacamere professionale

Se abbiamo deciso di fare l’affittacamere in modo professionale, dobbiamo mettere in conto che andremo a svolgere un’attività imprenditoriale a tutti gli effetti. Dovremo aprire la Partita Iva e quindi, fattureremo tutto, dichiareremo e pagheremo le dovute tasse. I nostri redditi saranno redditi d’impresa e saranno assoggettati all’Iva.

Affittacamere non professionale

Diverso è il caso in cui si sia deciso di diventare affittacamere in modo occasionale. In questo caso nessuna attività imprenditoriale verrà avviata, nessuna Partita Iva sarà richiesta, e i redditi che ne deriveranno saranno considerati redditi diversi [5] da trascrivere, al momento della dichiarazione dei redditi, nel quadro Rl di Unico Persone Fisiche o nel modello 730. I redditi in questione quindi saranno assoggettati all’Irpef.

Nel momento in cui iniziamo l’attività quindi, sarà utile dotarci di un bollettario in modo da documentare gli incassi e rilasciare ricevute in duplice copia (per noi e per il cliente). La somma delle ricevute effettuate diventerà il reddito da affittacamere, da sottrarre alle spese documentate.

Ribadiamo che questi sono requisiti standard nazionali e indicativi, validi in uno spettro generale. Ogni Regione ha le proprie regole! Per avere informazioni dettagliate e più precise su come fare l’affittacamere e sulle regole di apertura e gestione dell’attività, occorre fare riferimento alle leggi e regolamenti emanati dalla propria Regione di riferimento.

Autovelox e tutor: cartelli di avviso troppo vicini

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Contravvenzioni: la segnaletica con l’avviso di controllo elettronico della velocità deve  essere collocata con adeguato anticipo rispetto alla postazione della polizia.

A cosa serve il cartello con cui viene comunicato agli automobilisti l’imminente «controllo elettronico della velocità»? Non certo a consentire loro di decelerare ed evitare la multa, ma a impedire che, vedendo all’ultimo minuto il dispositivo con la telecamera, possano frenare sul più bello, costituendo un pericolo per le auto provenienti da dietro. A ciò si aggiunga che la pubblica amministrazione – in base a quanto stabilisce la Costituzione – deve agire secondo trasparenza: un principio che ne garantisce l’imparzialità e il buon andamento. Questo significa che l’ente locale non può giocare sull’effetto sorpresa solo per fare cassa. Alla luce di questi principi, la normativa impone alle autorità, tutte le volte che intendono eseguire controlli elettronici della velocità tramite autovelox, tutor o telelaser, di apporre un avviso preventivo e ben visibile, ai margini della strada. Ma quanto spazio ci deve essere tra tale avviso e la postazione? È questo un argomento che è stato trattato da più magistrati, ivi compresa la Cassazione; da ultimo, una sentenza del giudice di pace di Sessa Aurunca avverte che, in materia di autovelox e tutor, i cartelli di avviso sono troppo vicini. Vediamo quando e quali riflessi ha ciò sulle multe.

Nel 2016 la Cassazione aveva stravolto le convinzioni di molti automobilisti stabilendo che non esiste una distanza minima, prescritta per legge, tra il cartello di avviso e l’apparecchio di controllo elettronico della velocità (tutor, autovelox e telelaser). Tutto dipende dalla strada e dalla velocità che sulla stessa è possibile raggiungere. Chiaramente laddove i limiti sono più stretti non v’è ragione di apporre la segnaletica con ampio anticipo; invece nei tratti autostradali sarà necessario dare all’automobilista il tempo di adeguarsi all’avviso. La Corte parla di un obbligo di installazione del cartello con adeguato anticipo rispetto al luogo di rilevamento della velocità. In passato, invece, si era sempre parlato di 400 metri tra il segnale e l’autovelox come una distanza fissa, valida ovunque. La conseguenza è che, non potendosi parlare di un metraggio predefinito, lo spazio tra i segnali stradali e la postazione di rilevamento elettronico della velocità va valutato in relazione allo stato dei luoghi.

La Cassazione non avrebbe avuto ragione di esprimere questo principio se avesse ritenuto che il limite minimo dei 400 metri tra cartello e postazione fosse stato più che sufficiente. Il che farebbe credere che, in un centro urbano, dove si deve guidare a massimo 50 km/h, l’autovelox si potrebbe trovare anche a una distanza inferiore.

Ebbene, nel caso di specie, il giudice di pace non fa che prendere atto di tale interpretazione e trarne le dovute conseguenze. Per cui, in un tratto extraurbano con un limite di velocità a 80 km/h (in luogo dei 90 previsti di norma dal codice della strada), non ci può essere una distanza inferiore a 1 km tra il cartello e l’autovelox.

Sono le caratteristiche della strada (oltre che la quantità delle sanzioni inflitte) a convincere il giudice dell’inadeguatezza della segnalazione.

Anche il numero delle sanzioni inflitte sullo stesso tratto di strada non è, per il giudice, una coincidenza ma dimostra le ragioni degli automobilisti, non messi nella condizione di adeguarsi alla segnaletica. Segnaletica che, evidentemente, non è in grado di avvisare in modo adeguato i conducenti che è in atto il controllo elettronico della velocità.

C’è, infine, un altro aspetto da tenere in considerazione e da non trascurare. Se l’apparecchio è omologato e utilizzato per il rilevamento delle infrazioni su entrambi i sensi di marcia, ma il cartello è posto su di un solo lato e non da un segnale a doppia faccia visibile dalle due direzioni, le multe restano sempre impugnabili.

In sintesi, una norma che detti precise distanze minime tra il cartello di avviso e l’autovelox non esiste. Né è ricavabile dalle raccomandazioni ministeriali. C’è però da dire che, con la direttiva Minniti della scorsa estate, sono state emanate regole ancora più stringenti. Ad esempio non è sufficiente il semplice avviso di controllo elettronico posto in modalità “fissa” al margine della strada se il rilevamento della velocità avviene sporadicamente: la polizia deve apporre un ulteriore cartello mobile con il simbolo del vigile. A riguardo leggi Autovelox: multe nulle se segnalate solo da cartelli fissi.

Multa: se presti l’auto non rischi più di pagarla

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La mancata comunicazione dei dati del conducente non comporta più la seconda multa in caso di contravvenzione con tutor, autovelox o passaggio col semaforo rosso. 

Alla fine è giunta la vittoria per tutti gli automobilisti multati dall’autovelox. È illegittimo togliere i punti dalla patente a chi, nel momento in cui riceve la multa, non ricorda a chi ha prestato la propria auto e che, quindi, ha commesso l’infrazione; e ciò a maggior ragione quando il veicolo viene utilizzato da tutto il nucleo familiare. A dirlo è la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1] che capovolge il precedente e consolidato orientamento contrario ai trasgressori. Gioiranno tutti i conducenti a cui rimangono pochi punti sulla patente. Da oggi è possibile evitare, in un sol colpo, sia l’azzeramento della patente, sia la seconda multa per mancata comunicazione dell’effettivo conducente. Resterà da pagare la contravvenzione principale, un danno minimo per molte persone che non possono permettersi di rimanere a piedi. Questo significa che chi prende una multa non rischia di pagare la seconda se presta l’auto. Come è possibile tutto ciò? Ecco spiegato il sistema per salvare i punti della patente.

Leggi a riguardo: Auto in prestito: se non ricordi a chi l’hai prestata cosa rischi?

La regola vuole che tutte le multe debbano essere contestate all’atto stesso dell’illecito. La polizia dà lo stop all’auto, fa fermare il conducente, gli dà la possibilità di difendersi e infine gli consegna la contravvenzione. Ciò però non è sempre possibile: si pensi al passaggio col semaforo rosso e ai tutor e autovelox nelle strade extraurbane, dove bloccare un mezzo in corsa potrebbe costituire un serio pericolo per la circolazione. Pertanto, quando l’infrazione non può essere contestata sul momento, la multa viene spedita a casa del proprietario del mezzo entro i 90 giorni successivi. Insieme ad essa c’è l’invito a comunicare i dati dell’effettivo conducente (nome, cognome e patente di colui che ha concretamente violato il codice della strada) in modo da decurtargli i punti della patente. Tale comunicazione va data anche se alla guida dell’auto vi era lo stesso proprietario e non un altro soggetto. Chi non fornisce questa comunicazione senza una valida ragione subisce una seconda multa da 282 a 1.142 euro.

Pertanto, nel momento in cui riceve la multa, il titolare del mezzo ha due scelte:

  • comunicare i dati dell’effettivo conducente: se è lui stesso dovrà “autodenunciarsi” subendo sia la multa principale che il taglio dei punti;
  • non comunicare i dati dell’effettivo conducente: se è lui stesso, subirà sia la multa principale che la seconda per la mancata comunicazione, ma non gli potranno essere sottratti i punti della patente (in quanto non vi è certezza sull’identità del trasgressore).

Che succede se il proprietario non ricorda a chi ha prestato l’auto? Fino a ieri la Cassazione ha detto che questo comportamento non costituiva una giustificazione. Sicché il titolare del mezzo avrebbe ugualmente subito la seconda sanzione. Con l’ordinanza odierna invece è stato sposato il principio opposto: è legittimo non ricordare a chi si è prestato l’auto se ciò è supportato da valide argomentazioni come, ad esempio, il fatto che sia decorso molto tempo dall’accertamento e il mezzo sia utilizzato da più componenti della stessa famiglia. La legge non può imporre di ricordare, né vi può essere una responsabilità oggettiva per cose in custodia, la quale può scattare – a tutto voler concedere – solo per i danni civili, ma non certo per le sanzioni amministrative (per le quali, come per il penale, vale il principio di responsabilità personale).

Dunque, da oggi, chi riceve una multa può “limitare i danni” e, pagando solo la sanzione principale, evitare sia la decurtazione dei punti della patente sia la seconda sanzione per non aver comunicato i dati del conducente: gli basterà rispondere all’invito della polizia nei canonici 60 giorni ma, in tale occasione, affermare di avere un’auto condivisa dal coniuge o dai figli e che, per via del decorso del tempo, è impossibile risalire all’identità di chi, nel momento stesso dell’infrazione, fosse stato al volante. Un comportamento del genere, stando al mutato orientamento della Suprema Corte, è legittimo e consente di salvare “capra e cavoli”.

Perché è importante questa sentenza? Finora la Cassazione aveva di fatto esteso automaticamente questa sanzione anche a chi risponde di non sapere: la norma punisce chi omette la risposta senza avere un «giustificato e documentato motivo» e la Corte ha riconosciuto fondate le giustificazioni solo in pochi casi. Infatti, i giudici hanno prevalentemente affermato che il proprietario, essendo responsabile della circolazione del veicolo, è sempre tenuto a conoscere l’identità di chi lo utilizza, se non altro per accertarsi che abbia la patente. Né vale giustificarsi col fatto che il mezzo viene abitualmente utilizzato da più patentati, come nel caso di un’impresa: occorre adottare misure organizzative (come la tenuta di un registro) per essere sempre in grado di ricostruire chi fosse il conducente. Anzi, più dipendenti ha un’impresa più adeguato deve essere il sistema aziendale di controllo. Nell’ordinanza di ieri, invece, la Cassazione “ripesca” una sentenza interpretativa della Corte costituzionale che riconosce al proprietario «la facoltà di esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità» di sapere chi guidasse.

Auto in prestito: se non ricordi a chi l’hai prestata cosa rischi?

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lecito non ricordare il conducente: chi comunica alla polizia di non poter risalire all’identità di colui che aveva in prestito l’auto non subisce né il taglio dei punti, né la seconda multa.

Hai ricevuto una multa per una infrazione del codice della strada: un autovelox ha rilevato l’eccesso di velocità e ora ti viene chiesto di pagare una somma di diverse centinaia di euro. Insieme alla contravvenzione vera e propria però c’è anche l’avviso di comunicare, entro i successivi 60 giorni, l’identità e gli estremi della patente di chi, al momento della violazione, era alla guida dell’auto. Per quanto la tua macchina venga spesso utilizzata da tua moglie e dai tuoi figli, tu ben sai che, in quella determinata circostanza e luogo, ad aver violato la legge sei stato tu. Tuttavia vorresti trovare un modo quantomeno per salvare (i già pochi) punti della patente. Così ti chiedi cosa rischi, per l’auto in prestito, se non ricordi a chi l’hai prestata. La risposta viene da una ordinanza della Cassazione di questa mattina [1]. La pronuncia è particolarmente interessante perché sposa una interpretazione del tutto nuova che favorisce l’automobilista. In questo modo la Suprema Corte finisce per spiegare come salvare i punti della patente.

L’obbligo di comunicare i dati della patente

Quando arriva una multa a casa, entro i sessanta giorni successivi il proprietario dell’auto deve inviare alla polizia una comunicazione indicando i dati di chi era alla guida al momento dell’infrazione. In questo modo, l’autorità decurta i punti dalla patente dell’effettivo responsabile. Se il conducente era lo stesso proprietario, la comunicazione va spedita ugualmente ma è su quest’ultimo che graverà sia la multa che la decurtazione dei punti.

Se invece la comunicazione non viene inviata, il proprietario non subisce la decurtazione dei punti ma una seconda multa da 282 a 1.142 euro.

Quindi, chi vuole evitare di rimanere senza punti può evitare di fornire i dati del conducente ma riceverà l’ulteriore contravvenzione, il cui importo però è più elevato rispetto a quanto potrebbe costare un corso di recupero dei punti della patente.

Che succede se l’auto era in prestito?

Le cose non cambiano in caso di auto in prestito. Resta l’obbligo di comunicare i dati della patente dell’effettivo conducente o, in caso contrario, si subisce al seconda contravvenzione. Se però viene fornita tale comunicazione, il proprietario dell’auto resta responsabile, in solido con il conducente, per la multa principale mentre solo a quest’ultimo vengono sottratti i punti dalla patente.

Che succede se si danno i dati della patente di un’altra persona?

Spesso succede che, per non vedersi decurtare i punti della patente, si diano i dati di un’altra persona (consenziente). Si tratta di solito di chi, nella famiglia, ha più punti sulla patente o di qualche anziano che non guida più. Ebbene, una tale ipotesi costituisce reato di falso in atto pubblico. È successo non poche volte che dalla foto scattata dall’autovelox si sia riuscito a scoprire la bugia (si pensi a chi dà il nome di una donna mentre dalla foto risulta che al volante vi fosse un uomo; o a chi indica un anziano mentre lo scatto mostra il volto di un giovane).

Che succede se non si riesce a ricordare il nome dell’effettivo conducente?

La Cassazione ha, a lungo, affermato che la comunicazione da inviare alla polizia deve necessariamente indicare i dati dell’effettivo conducente e non può limitarsi a sostenere di non essere in grado di ricordare. Ma una tale situazione – come spesso abbiamo denunciato sulle pagine di questo stesso giornale – era a rischio di incostituzionalità. Si finiva per preferire le famiglie con reddito alto, dove ad ogni componente corrisponde un’auto diversa (ed è pertanto più facile risalire all’effettivo conducente) rispetto a quelle monoreddito dove lo stesso veicolo è condiviso da più persone. In più il giovane ha maggior facilità a ricordare rispetto all’anziano. Il che costituiva una violazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione. A riguardo leggi Multa se non ricordi chi era alla guida dell’auto: come contestarla.

Oggi finalmente la Cassazione ha fatto dietrofront stabilendo che ben è possibile evitare sia la decurtazione dei punti dalla patente, sia la seconda multa se si mostrano valide ragioni per cui non si è in grado di ricordare chi avesse in prestito la propria auto. Il che può succedere quando il mezzo viene condiviso con altri familiari come il coniuge o i figli. Quindi, in sintesi, per salvare la patente e non pagare l’ulteriore contravvenzione è necessario:

  • rispondere entro 60 giorni all’invito della polizia di comunicare i dati del conducente
  • in quella sede dichiarare di non poter ricordare tale nominativo e offrire le motivazioni di ciò.

In tal caso quindi cade la sanzione pecuniaria per il proprietario dell’auto che comunica di non poter sapere chi era alla guida il giorno della multa. In ogni caso, sarà il giudice a valutare, caso per caso, se le giustificazioni fornite sono valide.

Resta invece sanzionato in ogni caso chi non invia alcuna comunicazione alla polizia, anche di contenuto negativo.

La Suprema Corte ha ricordato che esistono numerosi precedenti della stessa Cassazione secondo cui il proprietario dell’auto deve sempre mettersi nella condizione di sapere l’identità dei soggetti ai quali presta il veicolo e, di conseguenza, è tenuto a comunicare le loro identità all’autorità amministrativa che gliene faccia richiesta. Tuttavia non si può tenere conto del fatto che già la Corte costituzionale ha stabilito [2] che deve «essere riconosciuta al proprietario del veicolo la facoltà esonerarsi da responsabilità, dimostrando l’impossibilità di rendere una dichiarazione diversa da quella negativa». La legge infatti sanziona il rifiuto della condotta collaborativa, e non la semplice omessa collaborazione, necessaria ai fini dell’accertamento delle infrazioni stradali. Ne consegue, ha proseguito la Cassazione, che, se è vero che va multato chi non risponde all’invito della polizia e non ottempera alla richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, sebbene in termini negativi (ossia dichiarando di non poter ricordare), non è automatica la seconda multa. Se infatti le motivazioni offerte dal proprietario risultano valide (come nel caso in cui sia decorso molto tempo dalla multa e l’auto viene utilizzata da tutta la famiglia) è illegittima la seconda contravvenzione.

«Occorre distinguere – si legge nel provvedimento – il comportamento di chi si disinteressa della richiesta di comunicare i dati del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all’invito rivoltogli (contegno per ciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di valide giustificazioni, la idoneità delle quali (…) deve essere vagliata dal giudice, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità».

In questo modo sarà facile, da oggi in poi, salvare i punti della patente e non subire ulteriori multe se non quella principale. Basterà inviare una comunicazione del seguente tenore: «Comunico di non essere in grado di ricordare chi fosse alla guida della mia auto in quanto la stessa è utilizzata da mia moglie/marito e dai miei figli (in quali non sono titolari di altro mezzo e tuttavia posseggono la patente); inoltre sono passate ormai diverse settimane dal giorno della violazione».

Cosa significa asta deserta

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esecuzione forzata e pignoramento immobiliare: con l’asta giudiziaria il creditore può ottenere soddisfazione per un credito rimasto insoluto, mediante la vendita forzata di beni immobili del debitore.

 

Quante volte si sente dire che “l’asta è andata deserta”, un termine che ricorre quando si parla di pignoramenti della casa o di altri immobili. Si tratta, in particolare, di una espressione tecnica che sta a indicare, in estrema sintesi, che nessuno ha presentato offerte di acquisto del bene pignorato e soggetto alla vendita forzata tramite il tribunale. In questi casi, il codice di procedura prevede degli appositi meccanismi, con successivi ribassi della base d’asta, volti a rendere più appetibile l’offerta e, così, soddisfare le pretese del creditore che ha avviato il procedimento. Ma cosa significa asta deserta?

Il procedimento di esecuzione

Debitore e creditore sono vincolati tra loro da un’obbligazione che consiste in un impegno, del primo nei confronti del secondo, di dare, fare o non fare un qualcosa, e l’adempimento di tale obbligazione scioglie il vincolo tra le parti, liberando il debitore dal proprio dovere. Non sempre le obbligazioni vengono adempiute, oppure vengono eseguite in maniera incompleta, in questi casi la legge offre delle modalità di recupero del dovuto. Ad esempio, nel caso di un’obbligazione di denaro, il debitore riceve una somma di denaro, a titolo di mutuo dal creditore, impegnandosi alla restituzione entro un determinato periodo di tempo, in mancanza, quest’ultimo può attivarsi, per la rifusione, mediante il procedimento di esecuzione. Pertanto, molti si domandano: cosa significa asta deserta?

L’asta giudiziaria

Il bene, mobile o immobile, di proprietà del debitore, viene venduto in maniera forzata con un’asta giudiziaria, che mira a recuperare la somma di denaro necessaria a coprire il debito e soddisfare il creditore, fissando come prezzo una base di partenza. Con la vendita all’asta senza incanto [1], ossia senza possibilità di rilancio, i partecipanti presentano le offerte d’acquisto del bene, inserite in busta chiusa in presso la cancelleria del Tribunale del luogo in cui sono presenti i beni, con l’indicazione del prezzo, del tempo, della modalità di pagamento e di ogni altro elemento utile alla valutazione dell’offerta da parte del giudice. Le buste vengono aperte durante l’udienza stabilita per l’esame delle offerte alla presenza dei vari partecipanti. La particolarità di tale asta è che la domanda di partecipazione presentata alla cancelleria è vincolante, pertanto, una volta presentata un’offerta, questa non può essere ritirata.

L’asta è deserta quando nessuno vi prende parte con le offerte di acquisto. Quando l’asta è deserta e non vi sono pertanto offerte di probabili acquirenti del bene messo in vendita, il giudice, ai fini di chiudere il procedimento esecutivo e di consentire al creditore di trovare finalmente una soddisfazione, dopo avere redatto il verbale di asta deserta, che attesta la mancata comparizione di persone interessate all’acquisto, fissa una nuova data di udienza, con un ribasso di prezzo. Il ribasso è inferiore di un quarto rispetto a quello precedente. Se dopo una serie di aste deserte, il bene non riesce a trovare una collocazione, il giudice può decidere di cambiare modalità di assegnazione, mediante vendita con incanto, ossia con possibilità di rilancio. Nella vendita con incanto i partecipanti sono tenuti a versare una somma di denaro a titolo di cauzione stabilita dal giudice, in ogni caso non inferiore al 10% del prezzo base d’asta. A differenza della vendita con incanto, in questa tipologia di vendita le offerte non sono vincolanti e la procedura si conclude quando passano più di tre minuti dall’ultimo rilancio senza che siano pervenute nuove offerte.

In caso di aggiudicazione del bene messo all’asta, l’offerente è tenuto al pagamento del prezzo e degli oneri, diritti e spese di vendita nel termine indicato in offerta, ovvero, entro sessanta giorni dall’aggiudicazione definitiva.

Se il bene non si vende

Se, a seguito di numerosi tentativi di vendita e conseguenti ribassi, la base d’asta scende tanto da superare notevolmente il valore di mercato del bene, tanto da comprimere sia gli interessi del creditore (al soddisfacimento del proprio credito) che del debitore (di estinguere la propria obbligazione con la perdita della casa) il giudice estingue definitivamente il pignoramento e il bene del debitore viene liberato da ogni peso (leggi: “Pignoramento casa: se non si vende all’asta l’esecuzione termina”).

Bollo auto: come funziona la tassa automobilistica

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esenzioni e criteri di pagamento del bollo auto; come si calcola e dove pagare la tassa automobilistica. 

Il bollo auto è una imposta indiretta: grava cioè non sul reddito ma su un consumo (la proprietà dell’automobile). Ciò nonostante essa grava su un gran numero di contribuenti quasi al pari di un’imposta diretta (come ad esempio l’Irpef). Questo perché della macchina difficilmente si può fare a meno. Peraltro, da quando la tassa automobilistica scatta sulla proprietà e non sul semplice uso del mezzo, basta essere intestatari di un veicolo per dover effettuare il versamento. Forse proprio questo rende il bollo auto un’imposta odiata (e anche evasa). A ciò si aggiunge il fatto che tale disciplina è composta per una parte dalla normativa nazionale e per l’altra da quella regionale, il che ne rende l’applicazione e la comprensione tutt’altro che agevole. Al fine di fare chiarezza su tale materia, cercheremo di riassumere qui di seguito tutto ciò che c’è da sapere sul bollo auto: come funziona la tassa automobilistica?

Qual è la legge che regola il bollo auto?

La tassa automobilistica, più nota come bollo auto, è disciplinata dal DPR n. 39 del 5 febbraio 1953. Si tratta, quindi di una normativa assai risalente nel tempo sulla quale hanno inciso poche modifiche.

Chi gestisce il bollo auto?

La tassa automobilistica è un’imposta regionale gestita dalle Regioni e dalle Province autonome di Bolzano e Trento. Invece in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna il bollo auto è gestito dall’agenzia delle Entrate.

Nei casi in cui il bollo auto è un’imposta locale questa viene riscossa dall’Agente della Riscossione incaricato dalla stessa Regione o dalla Provincia autonoma. In Friuli e Sardegna invece, essendo gestita dall’Agenzia delle Entrate, la riscossione viene gestita da Agenzia Entrate Riscossione.

Scadenze bollo auto: ogni quanto bisogna pagare la tassa automobilistica?

Il bollo auto va pagato una volta all’anno. Non c’è possibilità di pagamento rateale.

Il pagamento del bollo auto dell’anno in corso va effettuato entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di scadenza. Per esempio se il bollo è scaduto il 31 dicembre 2017 deve essere pagato entro e non oltre il 31 gennaio 2018.

Nel caso di acquisto di veicolo nuovo, il bollo deve essere pagato entro la fine del mese nel quale è avvenuta l’immatricolazione. Se tuttavia l’acquisto è avvenuto negli ultimi 10 giorni del mese, il proprietario può versare la tassa entro la fine del mese successivo.

Se l’ultimo giorno del mese è un sabato, una domenica o un giorno festivo si può versare il bollo il giorno dopo.

Il mese di immatricolazione deve essere sempre pagato per intero.

Invece per le auto usate acquistate da un rivenditore, per il primo bollo vale la data di autentica notarile dell’atto di vendita.

Chi deve pagare il bollo auto?

La tassa è dovuta periodicamente, di anno in anno, dal proprietario del veicolo immatricolato in Italia. A dover pagare il bollo è colui che risulta proprietario il giorno della scadenza del bollo stesso, anche se il veicolo è stato acquistato da poco.

Bisogna pagare il bollo indipendentemente dall’utilizzo dell’auto su strade pubbliche. Quindi, chi lascia la macchina in garage deve ugualmente versare l’imposta automobilistica.

Il possesso è presunto in base a quanto risulta dal Pubblico registro automobilistico (Pra) per tutti i veicoli soggetti ad iscrizione. Così, se una persona subisce il furto, deve recarsi al Pra e dichiarare la perdita del possesso: solo da questo momento non dovrà più pagare il bollo.

In particolare la legge [1] obbliga al pagamento del bollo auto coloro che l’ultimo giorno stabilito per il pagamento, dal pubblico registro automobilistico per i veicoli in esso iscritti, risultano essere:

  • proprietari;
  • usufruttuari;
  • acquirenti con patto di riservato dominio;
  • ovvero utilizzatori a titolo di locazione finanziaria (leasing).

Quando non bisogna pagare il bollo auto?

L’obbligo di pagare il bollo auto cessa con la cancellazione dei veicoli dal registro nonché in caso di furto dal momento della dichiarazione di perdita del possesso.

La Cassazione ha ribadito che il contribuente rimane obbligato al pagamento della tassa fino alla effettiva cancellazione del veicolo dal Pra (nella fattispecie considerata il contribuente aveva ceduto il veicolo per la demolizione ad un soggetto a ciò non autorizzato, ma ad una autocarrozzeria).

In ogni caso, la tassa automobilistica deve essere versata alla Regione o alla Provincia Autonoma in cui i soggetti proprietari dei veicoli hanno la residenza anagrafica.

L’auto soggetta a fermo amministrativo da parte dell’agente della riscossione non deve pagare di norma il bollo auto, salvo che la disciplina regionale non preveda diversamente (sono infatti consentite deroghe).

Esenzioni dal pagamento del bollo auto

Il bollo auto non si paga inoltre nei seguenti casi:

  • auto adibite al trasporto di disabili;
  • veicoli di proprietà di persone con gravi disabilità (sordomuti, portatori di handicap psichici, coloro che hanno difficoltà nella deambulazione o hanno delle capacità motorie ridotte) ma solo se di cilindrata inferiore ai 2.0 cc (per i veicoli a benzina) o 2.8 cc (per quelli a gasolio);
  • di solito le auto elettriche, ma solo per i primi 5 anni dall’acquisto. Sul punto, in verità, ogni Regione ha previsto una propria normativa. Le abbiamo sintetizzate tutte nella guida Bollo auto regione per regione;
  • auto ad emissioni zero;
  • veicoli a metano nella Regione Lombardia e nella Regione Piemonte (nel resto d’Italia l’importo del bollo è ridotto al 25%);
  • auto storiche, con età maggiore o uguale ai 30 anni. Invece i veicoli ventennali, cioè con età che va dai 20 ai 29 anni, devono pagare il bollo. Per i veicoli ultratrentennali l’esenzione opera automaticamente, non occorrendo l’iscrizione a un registro storico. Va precisato, però, che nel caso in cui il veicolo venga utilizzato su una pubblica strada, e quindi circoli, è soggetto al pagamento di una tassa di circolazione chiamata mini-bollo pari a 28,40 euro per gli autoveicoli ed a 11,36 euro per i motoveicoli.

Per una trattazione completa sull’argomento leggi Quando il bollo auto non si paga.

Auto in leasing: si paga il bollo?

La legge [2] stabilisce che, dal 1° gennaio 2016, gli utilizzatori a titolo di locazione finanziaria, sulla base del contratto annotato al PRA e fino alla data di scadenza del contratto medesimo, sono tenuti in via esclusiva al pagamento della tassa automobilistica regionale. La responsabilità solidale della società di leasing è configurabile soltanto nella particolare ipotesi in cui questa abbia provveduto, in base alle modalità stabilite dall’ente competente, al pagamento cumulativo, in luogo degli utilizzatori, delle tasse dovute per i periodi compresi nella durata del contratto di locazione finanziaria.

Come si calcola il bollo auto?

L’importo del bollo auto varia a seconda della tipologia di veicolo.

Nel sito dell’Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it è possibile calcolare il bollo auto nel periodo di pagamento (che coincide con il mese successivo alla scadenza).

È possibile calcolare automaticamente il bollo:

  • in base alla targa del veicolo: il sistema conosce già la classe ambientale di appartenenza del veicolo;
  • in base ai KW o ai CV del veicolo.

Se il calcolo viene effettuato in una data successiva al periodo di pagamento, il servizio calcola anche le eventuali sanzioni e interessi.

Quando si prescrive il bollo auto?

Il bollo auto si prescrive in tre anni che decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il pagamento è scaduto. La stessa prescrizione vale anche per la cartella esattoriale per bollo auto.

La notifica di un avviso di accertamento, di una cartella di pagamento, di una intimazione di pagamento o di un preavviso di fermo auto interrompono la prescrizione e la fanno decorrere nuovamente da capo a partire dal giorno successivo.

Superbollo

A partire dall’anno 2011, per le autovetture e per gli autoveicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose di maggior potenza è dovuta una addizionale erariale della tassa automobilistica anche chiamata super bollo. Dal 2012, l’addizionale è pari a 20 euro per ogni chilowatt di potenza del veicolo superiore a 185 chilowatt.

Sul punto leggi Superbollo auto: chi lo deve pagare?

Come pagare il bollo auto?

Il pagamento del bollo auto può avvenire presso le seguenti sedi:

  • uffici postali;
  • tabaccherie abilitate e ricevitorie del lotto;
  • agenzie di pratiche auto convenzionate;
  • delegazioni ACI;
  • banche convenzionate anche tramite servizio telematico. In relazione al versamento presso gli sportelli bancari, ovvero mediante Bancomat, Internet Banking, ecc., è necessario rivolgersi alla Regione/Provincia autonoma di competenza;
  • Telebollo: pagamento a mezzo telefono gestito dall’ACI (numero 199711711);
  • Bollonet (pagamento tramite Internet gestito dall’ACI, www.aci.it);
  • pagamento in rete gestito dalle Poste italiane (www.poste.it).

Bollo auto per veicoli dei residenti all’estero

Per le auto importate temporaneamente in Italia ed appartenenti a persone residenti stabilmente all’estero esiste una particolare disciplina. In particolare è prevista l’esenzione dal pagamento della tassa automobilistica per un periodo di tre mesi.

Decorso il trimestre, i suddetti veicoli importati temporaneamente possono circolare in Italia per altri nove mesi contro il pagamento di 1/12 della tassa annuale per ciascun mese di soggiorno (oltre il terzo e sino al dodicesimo mese).

L’esenzione trimestrale è subordinata alla sussistenza della reciprocità di trattamento da parte:

  • del Paese terzo non appartenente all’Unione europea;
  • oppure del Paese terzo non aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo con il quale sussiste un adeguato scambio di informazioni.

Gradi di parentela

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Parenti e affini: che differenza c’è? Come si calcolano i gradi di parentela e di affinità.

Stai per sposarti e vorresti sapere se i familiari del tuo ragazzo diventerranno tuoi parenti a tutti gli effetti. Ti è stato chiesto di che grado è un tuo zio, ma non hai saputo rispondere. Devi dividere un testamento e, a tal fine, vuoi conoscere la differenza tra parenti e affini. Per rispondere alle tue domande bisogna andare a rispolverare le norme del codice civile che stabiliscono appunto una netta distinzione tra parentela e affinità. Cerchiamo allora di capire cosa dice la legge a riguardo dei gradi di parentela.

Cosa significa parentela?

La parentela è il vincolo che lega le persone che discendono dallo stesso stipite, cioè da una stessa persona (detta anche capistipite).

Cosa signifca affinità?

Con la parola affinità si intende invece il vincolo che unisce un coniuge ai parenti dell’altro coniuge (il marito ai parenti della moglie e la moglie ai parenti del marito).

La parola affine viene dal latino affinem, che significa «confinante».

Linee di parentela

La legge distingue due linee di parentela:

  • quella che unisce le persone di cui una discende dall’altra (ad esempio nonno, genitore, figlio): in questo caso si parla di parenti in linea retta;
  • quella che unisce le persone che non discendono l’una dall’altra, ma hanno pur sempre un ascendente comune (ad esempio: i fratelli tra loro, il nipote e lo zio, i cugini tra loro): in questo caso si parla di parenti in linea collaterale (o anche di parenti indiretti).

Il rapporto di parentela può essere considerato inoltre rispetto alla linea materna o paterna, a seconda che si considerino i parenti dell’uno o dell’altro genitore.

Cosa significa parentela in linea retta?

La parentela in linea retta si ha quando più persone discendono l’una dall’altra: padre, figlio, nipote, ecc.

Rispetto a questo sono: 

  • ascendenti le persone nate prima (i nostri genitori, i nostri nonni);
  • discendenti le persone nate dopo (i nostri figli, i nostri nipoti).

Cosa significa parentela in linea collaterale?

La parentela in linea collaterale si ha quando le persone hanno uno stipite comune ma non discendono le une dalle altre. Sono tra loro collaterali i fratelli, i cugini, gli zii e i nipoti.

Chi sono i fratelli germani?

I fratelli germani sono i fratelli nati dali stessi genitori. «Germano» significa letteralmente «dello stesso germe».

Cosa significa stipite?

Stipite è un termine utilizzato nel significato di ceppo. Il capostipite pertanto è colui (il ceppo) da cui si diparte un ramo dell’albero genealogico.

Cosa sono i gradi di parentela?

Il grado di parentela è la distanza in termini di discendenza tra gli appartenenti alla stessa famiglia.

Il rapporto ed il grado di parentela si desumono dai certificati anagrafici che fanno fede fino a querela di falso. In mancanza si ammette ogni mezzo di prova.

Per determinare il grado di parentela tra due persone si utilizza il cosiddetto albero genealogico che è una rappresentazione grafica delle relazioni e della discendenza tra le persone. Genealogia è un termine che deriva da gene, con il significato di origine; l’albero genealogico è il grafico che indica l’origine della famiglia.

Come si calcolano i gradi della parentela e affinità?

I gradi si calcolano sul numero delle generazioni:

  • per i parenti in linea retta si contano tanti gradi quante sono le generazioni, escludendo lo stipite. Padre e figlio sono parenti di primo grado; nonno e nipote sono parenti di secondo grado, ecc.
  • per i collaterali si contano le generazioni salendo fino allo stipite (escluso però dal cacolo) e ridiscendendo fino al parente che si vuole considerare. Pertanto sono parenti di secondo grado i fratelli (il primo grado si calcola passando dal fratello al genitore, il secondo dal genitore all’altro figlio/fratello); di tezo grado gli zii e i nipoti; di quarto o steso grado i cugini e così via;
  • per gli affini le linee e i gradi si calcolano come per la parentela. Per esempio, una persona è affine in linea retta di primo grado con i prpori suoceri, mentre è affine in linea collaterale di secondo grado con i cognati.

Genitori e figli sono parenti di che grado?

La parentela tra genitori (padre o madre) e figli è in linea retta di primo grado. Il rapporto esiste a prescindere dal fatto che padre e madre siano o meno sposati.

Fratelli e sorelle sono parenti di che grado sono?

La parentela tra fratelli e sorelle è di secondo grado. In particolare sono parenti in linea collaterale di secono grado. Si considera il primo grado per partire dal figlio A per arrivare al genitore; si considera il secondo grado per passare dal genitore al figlio B.

Nonni e nipoti sono parenti di che grado?

Il rapporto di parentela tra nonni è nipoti va calcolato secondo lo stesso schema di quello appena visto tra genitori e figli, con un grado in più perché c’è un ulteriore passaggio da fare. Quindi si tratta di parenti in linea retta del terzo grado.  Per calcolare il rapporto tra nipote, nonni e bisnonni si risale dal nipote allo stipite (ossia fino ai nonni e ai bisnonni) e si calcolano i passaggi.  

Zii e nipoti sono parenti di che grado?

Tra zii e nipoti c’è una parentela in linea collaterale di terzo grado.

I cugini sono parenti di che grado?

I cugini hanno una parentela in linea collaterale di quarto grado.

Pensione avvocati: come funziona il cumulo

Posted on : 18-04-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Via libera definitivo alla pensione in regime di cumulo dei contributi per gli iscritti alla Cassa Forense: sbloccate le domande.

Finalmente operativo il cumulo dei contributi per gli avvocati: la Cassa Forense ha infatti aderito alla convenzione Inps- Adepp (l’associazione che riunisce le gestioni previdenziali dei liberi professionisti) in materia di cumulo, in quanto sono stati superati i problemi relativi ai costi d’istruttoria.

Di conseguenza, le domande di pensione in regime di cumulo già presentate inizieranno ad essere evase da maggio 2018: una buona notizia per tutti quegli avvocati che possiedono contributi in gestioni diverse, come Inps dipendenti, ex Inpdap o gestione Separata, oltreché nella Cassa Forense, e che grazie al cumulo potranno pensionarsi prima, riunendo i contributi.

Ma facciamo un breve punto della situazione e cerchiamo di capire come funziona il cumulo per la pensione degli avvocati.

Che cos’è il cumulo

Il cumulo è uno strumento introdotto per la prima volta nel 2013 [1], consiste nella possibilità di sommare i contributi, accreditati presso gestioni previdenziali differenti, per raggiungere il diritto alla pensione; recentemente, il cumulo è stato esteso anche ai lavoratori iscritti a una gestione previdenziale dei liberi professionisti (come Cassa Forense), per offrire la possibilità di sommare anche i contributi presenti nelle casse professionali [2].

Nel dettaglio, il cumulo dei contributi consente di sommare gratuitamente la contribuzione presente in gestioni previdenziali diverse per ottenere il diritto alla pensione:

  • anticipata: con 42 anni e 10 mesi di contributi complessivi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne; dal 2019, con 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne;
  • di vecchiaia: con un minimo di 66 anni e 7 mesi di età (67 anni dal 2019) e 20 anni di contributi complessivi;
  • di inabilità;
  • ai superstiti.

Ad esempio, se nel 2018 un professionista possiede 22 anni e 10 mesi di contributi presso Cassa Forense e 20 anni presso l’Inps, non coincidenti, può ottenere la pensione anticipata in cumulo.

Come si calcola la pensione in regime di cumulo?

La pensione in regime di cumulo non è calcolata unitariamente. Non si procede, cioè, ad un calcolo unico che considera i contributi di tutte le casse, ma ciascuna gestione determina la quota di propria competenza secondo il proprio regolamento di previdenza, cioè secondo le proprie regole di calcolo della pensione: per quanto riguarda le quote maturate presso le gestioni Inps [1] non si applica, come avviene nella totalizzazione, il ricalcolo contributivo della pensione, mentre questo ricalcolo può essere applicato dalle casse professionali. Questo, perché l’estensione del cumulo, da parte della legge di Bilancio 2017 [2], alle casse dei liberi professionisti, ha determinato per queste gestioni dei costi piuttosto pesanti, che possono diventare sostenibili solo applicando il calcolo interamente contributivo della prestazione; il calcolo contributivo infatti risulta penalizzante, per il pensionato, rispetto al calcolo retributivo o reddituale, che invece dà luogo a una pensione più alta.

Diritto alla pensione di vecchiaia in cumulo

Abbiamo appena osservato che per la pensione di vecchiaia è sufficiente il possesso di 20 anni di contributi e di 66 anni e 7 mesi di età. Tuttavia, come chiarito da una recente circolare Inps [3], al compimento di 66 anni e 7 mesi viene liquidata l’intera pensione in cumulo soltanto se i requisiti di età per la pensione di vecchiaia previsti dalla cassa professionale sono inferiori o uguali a quelli previsti per le gestioni Inps (ossia, appunto, 66 anni e 7 mesi sino al 2018).

In caso contrario, la quota di pensione maturata presso la gestione dei liberi professionisti è liquidata alla maturazione del più severo requisito di età previsto dalla cassa, mentre al compimento di 66 anni e 7 mesi è liquidata la sola quota Inps di pensione.

Requisiti pensione in cumulo per gli avvocati

Per quanto riguarda gli iscritti a Cassa Forense, cioè gli avvocati, bisogna tener presente che il requisito di età per la pensione di vecchiaia è pari a 68 anni, con un minimo di 33 anni di contributi; dal 1° gennaio 2019, gli avvocati ottengono la pensione di vecchiaia con 69 anni di età e 34 anni di contributi.

La pensione di vecchiaia, secondo una recente circolare della Cassa Forense [4], può essere anche raggiunta attraverso il cumulo dei contributi presenti in fondi diversi. Attraverso il cumulo può essere poi ottenuta la pensione anticipata ordinaria, con 42 anni e 10 mesi di contributi complessivi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne (il requisito aumenterà, come abbiamo visto, di 5 mesi dal 2019), requisito che può essere ottenuto sommando i contributi presenti in Cassa Forense con quelli delle altre gestioni previdenziali.

In ogni caso, però, si potrà ottenere la pensione della Cassa Forense calcolata col sistema reddituale solo se raggiungono, attraverso il cumulo, almeno 33 anni di contributi (34 dal 2019). In caso contrario, per espressa previsione della cassa, si applica il calcolo integralmente contributivo della prestazione.

Non è invece possibile ottenere, attraverso il cumulo, la pensione di anzianità.

Ma vediamo più nel dettaglio a quali pensioni può accedere l’avvocato e come funziona il calcolo della pensione per gli avvocati in regime di cumulo.

Pensione di vecchiaia avvocati in regime di cumulo

Se l’avvocato cumula i contributi della Cassa Forense con quelli presenti in una delle gestioni Inps, può ottenere la pensione di vecchiaia con 20 anni di contributi e 66 anni e 7 mesi di età (requisito valido per tutti, uomini e donne, dal 2018), come confermato dalla già citata circolare Inps sull’argomento e dalla circolare di Cassa Forense [3][4].

Tuttavia, al perfezionamento di questi requisiti l’avvocato può ottenere la sola quota di pensione maturata presso l’Inps: la quota di pensione di competenza della Cassa Forense, invece, viene liquidata solamente al compimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia dal Regolamento per le prestazioni previdenziali della cassa stessa. L’età per la pensione di vecchiaia nella Cassa Forense, in particolare, è pari a:

  • 68 anni di età sino al 31 dicembre 2018;
  • 69 anni di età dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2020;
  • 70 anni dal 1° gennaio 2021.

Per ottenere la pensione di vecchiaia col cumulo nella Cassa Forense, nell’attesa di perfezionare il più elevato requisito di età, il richiedente deve mantenere l’iscrizione all’albo e continuare a versare regolarmente i contributi con le aliquote ordinarie, indipendentemente dal fatto che l’Inps abbia già liquidato la propria quota di pensione.

Pensione anticipata avvocati in regime di cumulo

La Cassa Forense può inoltre riconoscere all’iscritto la pensione anticipata nel caso questi, tra tutte le gestioni previdenziali, possieda un minimo di 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi se donna, 41 anni di contributi se lavoratore precoce rientrante nel beneficio), relativi a periodi non coincidenti.

Per la pensione anticipata, non è richiesto che l’iscritto si cancelli dagli albi professionali forensi.

Calcolo della pensione col cumulo nella Cassa Forense

Per quanto riguarda il calcolo della quota di pensione a carico della Cassa forense, viene applicato il sistema retributivo per chi ha già maturato, considerando l’anzianità presente in tutte le gestioni:

  • almeno 33 anni di contributi nel biennio 2017-2018;
  • almeno 34 anni di contributi nel biennio 2019-2020;
  • almeno 35 anni di contributi dal 2021.

Per chi non raggiunge queste soglie, invece, si applica il regime contributivo.

Per il calcolo della quota Inps valgono, invece, le regole illustrate dall’istituto nella recente circolare sull’argomento [3]: in particolare, ai fini del calcolo retributivo è considerata la sola contribuzione presente nelle gestioni facenti capo all’Inps e non quella presente nelle casse professionali.

Domanda di pensione col cumulo nella Cassa Forense

L’interessato deve mandare la domanda di pensione all’ultima gestione previdenziale in cui risulta iscritto; se risulta iscritto in casse diverse contemporaneamente, può scegliere quella che preferisce.

Se l’interessato ha perfezionato i requisiti per la pensione di vecchiaia ordinaria (66 anni e 7 mesi più 20 anni di contributi) deve presentare la domanda di pensione all’Inps, che avrà cura di inoltrarla all’ente di ultima iscrizione per la relativa istruttoria.