Cosa succede se non pago le tasse?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Rimanere sommerso e continuare a percepire guadagni in nero, oppure dichiarare tutto o solo una parte? Quali sono i rischi di chi non vuole mettersi in regola con il Fisco?

Molti italiani coi pochi soldi che guadagnano non riescono ad arrivare a fine mese. E al di là dei consumi voluttuari ci sono spese che non possono essere tagliate: sono incomprimibili, come quelle per i generi alimentari, la casa, le bollette e, per chi è costretto a spostarsi con l’auto privata, anche i carburanti e i costi di manutenzione della vettura. Anche le tasse dovrebbero essere una spesa inevitabile, ma di fatto non lo sono: si possono evadere, e in certi casi anche abbastanza facilmente.

Così ti chiedi: cosa succede se non pago le tasse? Le conseguenze possono essere diverse a seconda di cosa intendi con «non pagare le tasse». Se stai pensando di non presentare la dichiarazione dei redditi e lasciare tutta la tua posizione “in nero” è un conto: puoi essere difatti sanzionato sia per omessa dichiarazione dei redditi, che per omesso versamento delle imposte. Potresti però non essere scoperto e farla franca, se riesci ad aggirare le maglie dei controlli. Se invece stai pensando di non versare le tasse che ti sono già state richieste o che hai autodenunciato (ad esempio con la dichiarazione di proprietà dell’auto, il modello 730 o l’Iva sulle fatture), puoi essere sanzionato solo per il mancato versamento delle imposte, ma saresti scoperto di sicuro, in quanto le somme da pagare sono già conosciute dall’Agenzia delle entrate.

In questo articolo analizzeremo entrambe le ipotesi e cercheremo di spiegarti cosa si rischia se non si pagano le tasse o se ci si sottrae agli obblighi di denuncia, cominciando proprio dall’ipotesi di mancata presentazione della dichiarazione.

Non presentare la dichiarazione dei redditi: quali rischi?

Se non hai mai presentato la dichiarazione dei redditi in vita tua e tutti i soldi che hai percepito da lavori saltuari li hai presi in nero, in teoria commetti un illecito più grave di quello di chi, dopo aver fatto la denuncia, si limita a non versare gli importi dovuti. Tuttavia, nella pratica, potresti non essere scoperto. Difatti, sei un contribuente che, per l’Agenzia delle Entrate, non esiste, o meglio è “nullatenente”.

La possibilità che vengano eseguiti controlli sulla tua posizione è piuttosto bassa (salvi i controlli dell’Ispettorato del Lavoro, dai quali potrebbero emergere i dipendenti non dichiarati e dunque le situazioni di evasione fiscale e contributiva compiute dal datore di lavoro), a meno che tu non eserciti un’attività imprenditoriale, commerciale, professionale o artigianale, quindi se sei un soggetto Iva (anche se non hai aperto la relativa partita): in tal caso sei più esposto ai controlli della Guardia di Finanza, che ti considererà un evasore totale e ricostruirà i tuoi redditi in maniera induttiva.

Controlli sui pagamenti ricevuti: cosa succede?

Potresti rischiare di più se hai ricevuto dei soldi con un pagamento tracciabile, ad esempio con bonifico o con carte di credito, ma anche con una ricarica sulla tua PostePay. Devi sapere infatti che tramite l’Anagrafe dei conti correnti il fisco riesce a sapere tutte le movimentazioni dei correntisti, sia in entrata che in uscita: saldo, giacenza e operazioni compiute. Quindi ogni entrata costituisce una presunzione di ricavo, e dovrai essere in grado di dimostrare che non è così, perché si tratta di introiti non imponibili, come i risarcimenti danni, o già tassati alla fonte, come le vincite al gioco.

Si può evadere fatturando?

Lo stesso discorso vale se hai aperto una partita Iva ed emetti fatture: se un tuo cliente dovesse registrare il documento fiscale che gli hai consegnato, l’Agenzia delle Entrate potrebbe risalire a te tramite un controllo incrociato e, accorgendosi che non hai mai dichiarato redditi, sottoporti ad un accertamento fiscale.

Se, poi, hai aderito al regime fiscale ordinario o semplificato, o anche se sei un forfettario con ricavi e compensi superiori a 25mila euro annui, sei obbligato ad emettere fattura elettronica, da inviare al cliente tramite il sistema d’interscambio Sdi dell’Agenzia delle Entrate: in questo caso non puoi sfuggire, perché il Fisco conosce automaticamente l’operazione..

Redditi non dichiarati: come si ricostruiscono?

Dicevamo che, in astratto, la posizione di chi non denuncia i propri redditi è più grave. Difatti l’Agenzia delle Entrate ricostruirà l’ammontare dei redditi non dichiarati in modo presuntivo, basandosi su quanto normalmente avviene per la media degli operatori del settore di attività e della zona, applicando alcuni semplici indicatori dai quali stimare e dedurre i ricavi conseguiti.

La cifra così ottenuta potrebbe risultare molto più alta di quella percepita realmente e questo, per te, potrebbe significare un vero e proprio “salasso”: saresti costretto a pagare molto di più di quello che avresti versato allo Stato se avessi regolarmente dichiarato i tuoi redditi. A te spetterà dimostrare il contrario, e cioè che non hai realmente guadagnato quelle cifre: con un’opposizione dovrai dar prova di aver incassato di meno, ma la cosa è molto difficile, anche perché in questi casi non puoi utilizzare a tuo favore le risultanze delle scritture contabili.

Omessa presentazione dichiarazione redditi: quali conseguenze?

I termini di prescrizione per l’omessa presentazione della dichiarazione sono più ampi rispetto a quelli dell’irregolare dichiarazione: in pratica l’Agenzia delle Entrate ti può chiedere gli arretrati degli ultimi sette anni. In particolare, con una recente riforma, è stata estesa la prescrizione per l’illecito tributario dell’omessa dichiarazione dei redditi: 7 anni che iniziano a decorrere dal 1° gennaio successivo a quello in cui la dichiarazione sarebbe dovuta essere presentata (e quindi scadono il 31 dicembre del settimo anno successivo). Ti spieghiamo tutto nell’articolo “Quanti anni di tempo ha l’Agenzia delle Entrate per fare accertamenti?“.

In questi casi la brutta notizia è che, oltre alle tasse che non hai pagato, dovrai versare anche le sanzioni. La buona notizia è che non c’è alcun reato se l’imposta evasa non supera 50mila euro. Diversamente scatta la reclusione da 1 a 3 anni. Per l’omesso versamento di Iva e di ritenute certificate, la soglia di punibilità è stabilita in 250.000 mila euro.

Evasione tasse: conviene uscire allo scoperto?

A questo punto ti chiederai: che faccio? Comincio a presentare la dichiarazione dei redditi o resto sommerso? Se inizio a dichiarare i redditi mi autodenuncio? Non necessariamente: nel momento in cui ti riveli ufficialmente, l’Agenzia delle Entrate inizierà a “conoscerti” come contribuente ma non è detto che inizierà a indagare sul tuo passato. E anzi, la regolarizzazione è sempre ben vista, come dimostra la “tregua fiscale 2023“, che consente la definizione agevolata delle cartelle relative agli anni pregressi con la nuova rottamazione.

In ogni caso, se guadagni poco è anche vero che dovrai pagare poche tasse: dal 2022 gli scaglioni Irpef sono stati abbassati per i redditi non superiori a 28mila euro annui, esiste la no tax area per i redditi al di sotto di 8.164 euro annui (che scendono a 5.500 per i lavoratori autonomi) e inoltre i nuovi forfettari pagano la flat tax al 5% (anziché al 15%) per i primi cinque anni di attività.

Che rischio se non dichiaro tutto?

Come il caso dell’omessa dichiarazione dei redditi, anche l’irregolare dichiarazione può essere scoperta nei casi in cui hai accettato un pagamento con bonifico, assegno o carta di credito, oppure hai emesso una fattura senza registrarla. Tuttavia l’illecito è meno grave del precedente perché verrà accertato il reddito solo per quei ricavi che vengono ricostruiti a posteriori tramite, appunto, le prove tracciabili che hai lasciato.

Inoltre, in questo caso, l’Agenzia delle Entrate ha solo 5 anni di tempo (che partono sempre dal 1° gennaio dell’anno successivo) per inviarti un accertamento fiscale. Per conoscere il calendario delle annualità, leggi “Che anno sta controllando l’Agenzia delle Entrate?“.

Cosa rischio se non pago le tasse?

Infine vediamo il caso di chi, pur avendo fatto le dichiarazioni e le denunce fiscali prescritte dalla legge, non ha versato il dovuto allo Stato (si pensi all’Irpef indicata nella dichiarazione dei redditi), al Comune (ad esempio, la Tari e l’Imu) o alla Regione (come il bollo auto). Cosa si rischia?

In tali ipotesi, dopo un avviso di accertamento, che rileva il mancato versamento delle imposte e tasse, il debito non pagato viene iscritto a ruolo, e perciò riceverai una cartella di pagamento, che se non viene saldata – o rateizzata – entro il termine previsto consente la riscossione coattiva, con pignoramenti dello stipendio, della pensione, degli immobili o di altri beni, mentre se si tratta di un tributo dell’Agenzia delle Entrate l’avviso di accertamento è già dotato in partenza di valore esecutivo, al pari della cartella esattoriale.

Quando scatta il pignoramento dei beni?

Per subire il pignoramento è sufficiente che tu abbia fatto decorrere i 60 giorni dalla data di notifica della cartella e che l’Agente della riscossione non faccia a sua volta trascorrere più di un anno da quel momento. Se tale termine scade, è necessario che l’esattore notifichi un’intimazione di pagamento che ha efficacia per 180 giorni.

Il pignoramento di stipendi e pensioni viene eseguito “alla radice”, cioè direttamente dal debitore del debitore (datore di lavoro, Inps, ecc.) sulle somme periodicamente erogate, sicché è praticamente impossibile sfuggire.

Il pignoramento della casa non può avvenire se l’immobile ha tutte le seguenti caratteristiche:

• è l’unico immobile di proprietà del debitore;
• è adibito a uso abitativo e costituisce l’abitazione principale del debitore che vi risiede anagraficamente;
• non è di lusso (A/1) e non è comunque una villa (A/8), un castello o un palazzo di eminente pregio artistico o storico (A/9).

Negli altri casi si può procedere al pignoramento e alla conseguente vendita all’asta dell’immobile solo se:

• l’importo complessivo del debito è superiore a 120 mila euro;
• il valore degli immobili del debitore è superiore a 120 mila euro;
• il debitore non ha pagato o rateizzato il debito, o in mancanza di provvedimenti di sgravio o di sospensione: leggi “Come salvare la casa dal pignoramento“.

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Autogestione a scuola: 7 regole

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli studenti possono organizzare un determinato numero di ore di “attività alternative” a scuola, da loro stessi autogestito.

Nel nostro ordinamento giuridico, il diritto all’autogestione degli studenti non è specificatamente regolamentato; tuttavia, più normative prevedono tale possibilità di aggregazione/riunione, seppur in maniera temporanea [1]. Pertanto, ai fini di un corretto svolgimento dell’autogestione a scuola, gli studenti possono osservare le 7 regole che trovano indicate nel presente articolo. Ma cos’è l’autogestione?

L’autogestione si sostanzia in un periodo di tempo in cui gli studenti gestiscono da soli i programmi scolastici durante le normali ore di lezione, organizzando attività alternative a quelle previste dall’istituto frequentato. L’attività didattica ordinaria viene sospesa e i professori non possono andare avanti con il programma, ma possono solo tenere dei recuperi di alcune materie per gli studenti che non aderiscono all’autogestione. Vedi ad esempio il caso dell’Istituto professionale statale per i servizi socio-sanitari Severina De Lilla di Bari, riportato dal sito web scuola.repubblica.it. Durante l’autogestione del 2016, gli studenti hanno organizzato corsi di informatica, di musica e di comunicazione ed adibito un’aula scolastica a zona lettura. Hanno altresì, ridipinto il cancello principale e spazzato via le erbacce che si trovavano nel cortile della scuola per poterne usufruire nel corso dell’anno scolastico.

Esaminiamo allora insieme le 7 regole per l’autogestione a scuola.

Autogestione e occupazione: qual è la differenza?

L’autogestione inizia con una formale richiesta degli studenti al dirigente scolastico e la contestuale presentazione di un programma o un progetto che gli stessi intendono svolgere all’interno della comunità scolastica.

L’autogestione differisce dall’occupazione che invece consiste in una protesta degli studenti, i quali manifestano un proprio disagio occupando i locali scolastici. Spesso, alla base dell’occupazione ci sono rivendicazioni legate alla violazione dei loro diritti. La relativa decisione viene votata durante un’apposita assemblea di istituto. Una volta assunta, viene preparato un documento da inviare al dirigente scolastico, nel quale si dichiarano i motivi della protesta ed altre informazioni utili come la durata e gli obiettivi. I professori vengono fatti uscire dalle aule e le normali attività didattiche vengono interrotte.

Diversamente dall’autogestione, l’occupazione quindi ha un carattere impositivo-eversivo. Perciò, è opportuno che gli studenti vi ricorrano solo quando le altre vie di dialogo praticate con la dirigenza scolastica siano fallite nonché per problemi molto gravi (ad esempio quando vi sia una carenza di aule scolastiche tale da non consentire un regolare svolgimento delle attività didattiche).

Altresì, l’autogestione è lecita mentre l’occupazione può integrare gli estremi dei reati di interruzione di ufficio o servizio pubblico [2] e di invasione arbitraria di immobile [3].

Sul punto, però, in giurisprudenza esistono opinioni contrastanti. Ad esempio, una sentenza del tribunale di Siena del 2001 ha evidenziato che se l’occupazione è comunque regolata in modo da non recare turbativa al normale svolgimento delle attività didattiche non può delinearsi come reato [4].

Dal canto suo, la Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi sul reato di invasione arbitraria di immobile in relazione all’occupazione studentesca ha chiarito che l’edificio scolastico pur appartenendo allo Stato, non costituisce una realtà estranea agli studenti che non sono dei semplici frequentatori ma soggetti attivi della comunità scolastica. Pertanto, gli stessi hanno diritto di accesso all’edificio scolastico anche al di fuori delle ore in cui è prevista l’attività scolastica in senso stretto [5].

Assemblee studentesche: cosa prevede la legge?

La possibilità di aggregazione degli studenti è prevista dal decreto legislativo n. 297/1994 che da un lato riconosce agli studenti della scuola secondaria superiore il diritto di riunirsi in assemblea nei locali scolastici, dall’altro detta le modalità di organizzazione delle assemblee studentesche, indicandone le finalità, il luogo di svolgimento e la durata temporale entro cui è possibile prolungare tali riunioni [6].

Secondo la normativa sopra richiamata, le assemblee studentesche nella scuola secondaria superiore costituiscono un’occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti. Possono svolgersi sia durante l’orario delle lezioni sia al di fuori purché i locali scolastici siano disponibili.

Si possono fare assemblee d’istituto ogni mese ad eccezione del mese conclusivo delle lezioni; alle stesse possono partecipare oltre al dirigente scolastico (Preside) o a un suo delegato anche i docenti che lo desiderino.

Le assemblee studentesche devono essere regolate da un programma da inviare per presa visione al Consiglio di istituto. Il dirigente scolastico può intervenire in caso di violazione del regolamento o di impossibilità di ordinato svolgimento delle assemblee.

Autogestione a scuola: come va intesa?

Come già detto in precedenza, la legge italiana non disciplina espressamente l’autogestione scolastica; in materia è comunque intervenuta la Corte di Cassazione [7] la quale ha chiarito che l’attività didattica non presuppone necessariamente delle modalità predeterminate e dei tempi rigidi, potendo gli scopi che la stessa si prefigge essere attuati anche in maniera più libera. Tuttavia, è bene che l’autogestione intesa quale forma di riunione o associazione avvenga nel rispetto della legge e delle persone che vi partecipano. Vedi ad esempio senza danneggiare gli arredi dell’istituto scolastico oppure dando a tutti gli studenti la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero.

Inoltre, nel DPR n. 235/2007 che disciplina lo Statuto degli studenti si fa appunto riferimento al diritto che hanno gli studenti di riunirsi e svolgere iniziative all’interno degli edifici scolastici.

Quali sono le 7 regole per l’autogestione a scuola?

L’autogestione a scuola richiede necessariamente che gli studenti abbiano un programma o un progetto da svolgere all’interno della comunità scolastica, dimostrando, durante lo svolgimento delle iniziative che si intraprenderanno, di sapersi autoregolare e gestire autonomamente. Affinché l’autogestione si svolga in maniera corretta, gli studenti possono osservare le 7 regole qui sotto indicate:

  1. l’autogestione deve essere decisa dai rappresentanti di tutte le classi, riuniti in una mini assemblea. Tale assemblea va richiesta alla segreteria dell’istituto scolastico, che a sua volta richiede l’autorizzazione al dirigente;
  2. se al termine dell’assemblea la maggioranza è d’accordo nell’organizzare l’autogestione, bisogna chiedere un colloquio al dirigente scolastico per comunicargli la decisione, illustrando le motivazioni, il programma e le intenzioni che si intendono perseguire. In genere, il dirigente autorizza le giornate di autogestione dopo che gli studenti gli hanno presentato una richiesta scritta con tutto il piano delle attività previste. In caso di diniego, deve darne motivazione per iscritto e non verbalmente, giustificando i motivi del rifiuto;
  3. l’autogestione deve avere un obiettivo, quindi, deve essere elaborato un programma. Di solito, i promotori dell’autogestione organizzano un calendario di corsi e concordano con il dirigente scolastico la durata del periodo di autogestione e le relative attività;
  4. è anche possibile elaborare un programma dell’autogestione giorno per giorno, creando un comitato organizzativo che deve recepire ciò di cui si parla nelle assemblee, mantenere i contatti con le persone esterne e realizzare il programma medesimo;
  5. affinché l’organizzazione funzioni, il comitato deve essere composto da più gruppi di lavoro permanenti, che devono rapportarsi con gli insegnanti, occuparsi dell’affissione dei manifesti con il programma del giorno, della pulizia della scuola, informare tutti i partecipanti, ecc.;
  6. durante il periodo di autogestione è bene avere contatti con l’esterno, scrivendo e inviando comunicati stampa, così da dimostrare che lo scopo dell’autogestione non è quello di “saltare la scuola” ma che alla base ci sono motivazioni importanti;
  7. i docenti devono essere coinvolti nell’autogestione così come gli eventuali studenti che non vi aderiscono. A proposito dei docenti va detto che, durante il periodo dell’autogestione, rimangono responsabili verso i minori, espletano il loro orario di servizio, registrano le presenze degli alunni e gli eventuali spostamenti in altre classi.

L’autogestione conta come assenza?

A differenza di quanto sostenuto da alcuni dirigenti scolastici, i giorni di autogestione non vanno considerati come giorni di assenza, quindi, non vanno giustificati sul libretto personale delle assenze.

Durante il periodo di autogestione, i docenti sono tenuti a rispettare il proprio orario di servizio e devono fare l’appello dei presenti, che riportano sul registro di classe.

Se alcuni studenti intendono seguire l’attività didattica ordinaria, gli insegnanti devono svolgere regolarmente le lezioni, eventualmente in aule differenti. Questa operazione va ripetuta ad ogni cambio d’ora se i docenti sono diversi.

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Società tra marito e moglie: è possibile?

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Impresa familiare e società tra coniugi in comunione dei beni: cosa prevede la legge? 

È possibile costruire una società tra marito e moglie anche se sono in regime di comunione dei beni? Ed in tal caso, che fine fanno i beni della società nel caso in cui i coniugi dovessero separarsi e poi divorziare? La società tra marito e moglie è una realtà, indipendentemente dal regime patrimoniale da questi adottato: quindi, sia in caso di separazione dei beni che di comunione legale, i coniugi possono creare sia una società di capitali (Srl, Spa, Sapa) che una società di persone (Snc, Sas, società semplice).

Cosa completamente diversa è invece l’impresa familiare che ha un regime completamente diverso.

Di entrambi questi aspetti ci occuperemo qui di seguito. Parleremo innanzitutto dell’orientamento della Cassazione che ritiene possibile la società tra marito e moglie e, in secondo luogo, ci soffermeremo sul concetto di impresa familiare. Ma procediamo con ordine.

Quanti tipi di società ci sono?

Esistono due grandi gruppi di società:

  • le società di persone;
  • le società di capitali.

Le società di persone sono caratterizzate dalla cosiddetta «autonomia patrimoniale imperfetta»: in termini pratici, significa che dei debiti della società rispondono anche i soci se il capitale sociale dovesse essere insufficiente. In questo modo, il socio rischia anche il fallimento. L’unica eccezione è prevista per i soci accomandanti delle Snc i quali non rispondono con il proprio patrimonio ma possono tutt’al più perdere il capitale investito nella società.

Le società di capitali, invece, hanno una totale autonomia patrimoniale: questo implica che i debiti della società non si ripercuotono sui soci. Per cui, se i creditori non riescono a pignorare i beni della società, non possono poi rivalersi sui soci stessi.

Si può avere una società tra marito e moglie?

La Cassazione spiega che tra coniugi può essere costituita una società [1]. Marito e moglie possono, quindi, siglare un atto costitutivo di società di persone o di capitali, sia che essi si trovino in regime di comunione che di separazione dei beni.

Del resto, è nell’autonomia negoziale dei coniugi decidere le regole organizzative per l’esercizio di un’impresa, optando tra la costituzione di una comune società o per l’impresa familiare (di cui parleremo dopo).

La società diventa quindi un soggetto distinto dalla coppia di coniugi, dotato di propria autonomia giuridica e, nel caso di società di capitali, con un proprio capitale autonomo e distinto da quello della famiglia. In altri termini i creditori della società non potranno mai pignorare i beni della coppia, anche se questa è in comunione dei beni.

Nel caso in cui venga costituita una società di persone, il recesso di un socio comporta l’obbligo della liquidazione della quota.

Come chiarito dalla Cassazione: tra coniugi in regime di comunione legale può essere costituita una società di persone, con un patrimonio costituito dai beni conferiti dagli stessi, essendo anche le società personali dotate di soggettività giuridica. Sicché, in caso di recesso di un socio, sorgendo a carico della società l’obbligo della liquidazione della sua quota, la domanda del coniuge receduto di accertamento della comproprietà dei beni sociali può essere interpretata dal giudice come tesa alla liquidazione della sua quota sociale.

Invece, nessun diritto può essere reclamato, neanche dal socio, sui beni acquisiti al patrimonio sociale, e tanto meno sugli incrementi aziendali durante la vita della società (come invece avviene nell’azienda familiare [2]). Si può solo parlare di liquidazione della quota del socio uscente.

Divisione degli utili nella società di persone

Secondo la Cassazione, a partecipazione di uno dei coniugi ad una società di persone e i successivi aumenti di capitale rientrano tra gli acquisti che costituiscono oggetto della comunione legale tra i coniugi, anche se effettuati durante il matrimonio ad opera di uno solo di essi, anche qualora l’aumento di capitale sia effettuato utilizzando riserve di utili di esercizi precedenti accantonati e non distribuiti. Gli utili di società di persone, ancorché non distribuiti e accantonati a riserva, in mancanza di una specifica delibera sociale in senso contrario, non costituiscono un incremento del patrimonio della società, ma mantengono la loro originaria natura di crediti dei singoli soci nei confronti della società.

I regimi patrimoniali della famiglia

Sono sostanzialmente due i regimi patrimoniali che possono scegliere i coniugi al momento del matrimonio:

  • la comunione dei beni;
  • la separazione dei beni.

La comunione è il regime ordinario: scatta cioè in caso di mancata indicazione dei nubendi al parroco o all’ufficiale di Stato civile. La comunione implica una comproprietà su tutti i beni acquistati durante il matrimonio. Ne restano, quindi, esclusi i beni di cui i coniugi erano già proprietari prima delle nozze e quelli ricevuti successivamente come frutto di donazioni o eredità. Non rientrano nella comunione neanche i beni per uso personale (ad esempio, abbigliamento e strumenti di lavoro) e i risarcimenti del danno. Il conto corrente individuale non entra nella comunione (per cui ciascun coniuge ne può fare ciò che vuole), ma in caso di separazione va diviso in quote uguali.

La separazione dei beni, invece, implica che ciascun coniuge è proprietario solo dei beni acquistati con i propri soldi anche dopo il matrimonio. Quindi, c’è una netta separazione tra i due patrimoni.

Cos’è l’impresa familiare

Diversa dalla società è l’impresa familiare. Non si tratta di una società vera e propria. In particolare, il lavoro prestato in modo continuativo da un soggetto a favore dell’impresa gestita da un familiare, al quale sia legato da un certo grado di parentela o affinità, riceve una tutela particolare [3].

Il lavoro all’interno dell’impresa familiare si presume gratuito. 

I familiari collaboratori hanno diritto a partecipare agli utili dell’impresa, ai beni acquistati con gli stessi e agli incrementi dell’impresa, anche in ordine all’avviamento.

Il diritto del singolo prestatore di lavoro è proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato. Tale diritto è condizionato dai risultati raggiunti dall’impresa familiare: se non sono realizzati utili, l’imprenditore non ha l’obbligo di corrispondere comunque una retribuzione sufficiente. Il familiare partecipante all’impresa ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia.

Il potere di gestione ordinaria dell’impresa familiare spetta esclusivamente al titolare.

Quanto detto sopra riguarda solo i familiari che abbiano prestato lavoro nell’azienda familiare. Invece, il convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente ha diritto solamente ad una partecipazione, commisurata al lavoro prestato, a:

  • utili dell’impresa familiare e beni acquistati con essi;
  • incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento. 

La disciplina relativa al lavoro nell’impresa familiare si applica solo se non è configurabile un diverso rapporto di lavoro. È diretta ad offrire una tutela minima e inderogabile a quei rapporti di lavoro che si svolgono negli ambiti familiari e che non sono riconducibili allo schema classico del rapporto di lavoro subordinato o autonomo.

Per potersi parlare di impresa familiare devono sussistere i seguenti presupposti:

  • costituzione dell’impresa in capo ad un solo soggetto (ad esempio, il coniuge, il genitore) o anche ad entrambi i coniugi;
  • i partecipanti coniugi, familiari, conviventi;
  • svolgimento da parte del familiare di un’attività di lavoro continuativa;
  • accrescimento della produttività dell’impresa conseguente al lavoro del partecipante.

L’impresa può essere: 

  • coniugale se gestita dai coniugi in comunione dei beni ed essere di tutti e due o di uno solo dei coniugi;
  • individuale se di uno dei coniugi. È impresa familiare quando ad essa collaborano l’altro coniuge o i familiari, che però non partecipano alla sua gestione.

Per la costituzione di un’impresa familiare non è necessario un contratto ma può avvenire anche tacitamente con comportamenti concludenti ossia con lo svolgimento dell’attività.

Tale forma di impresa non deve avere una dimensione prestabilita (può essere piccola, media o grande) e può avere come oggetto un’attività industriale, commerciale o agricola (è vietato l’esercizio di attività bancaria o assicurativa).

Non si parla di impresa familiare in caso di lavoro prestato occasionalmente dai familiari conviventi con l’imprenditore: in questo caso, l’attività lavorativa è eseguita spontaneamente o per adempiere a doveri familiari (ad esempio, doveri reciproci tra i coniugi, dei genitori verso i figli e viceversa, obbligo agli alimenti) e trova il proprio fondamento nel rapporto affettivo e di solidarietà che lega i membri della famiglia, in virtù di un’obbligazione “morale” ed “affettiva”, al di fuori di qualsiasi vincolo giuridico.

Si deve però trattare di un aiuto occasionale, non integrante comportamenti di tipo abituale e prevalente nell’ambito della gestione e del funzionamento dell’impresa. Il limite quantitativo temporale massimo del lavoro occasionale prestato dal familiare è di 90 giorni (720 ore) nel corso dell’anno solare.

Il lavoro occasionale dei familiari è gratuito per cui non va retribuito e non sono dovuti i contributi all’Inps. 

Costituzione impresa familiare fra conviventi

La legge 76/2016 ha regolamentato le unioni civili e le convivenze di fatto ed ha introdotto nel codice civile l’articolo 230 ter che prevede la costituzione di una impresa familiare fra conviventi. Alla luce di ciò, con quale documento è possibile attestare l’ufficialità della convivenza ai fini della costituzione di una impresa familiare ? Inoltre, per lo svolgimento di una attività di carattere commerciale o artigianale, il convivente di fatto non è obbligato all’iscrizione previdenziale Inps artigiani/commercianti? In caso affermativo, solo la quota di reddito imputata al titolare verrebbe assoggettata a Inps?

La legge 76/2016 ha introdotto una regolamentazione delle unioni civili e delle convivenze di fatto, definendo le prime come una specifica formazione sociale a rilevanza costituzionale (artt. 2 e 3 della Costituzione) costituite da due persone maggiorenni dello stesso sesso mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni, le seconde come una unione stabile tra due persone maggiorenni, legate da vincoli affettivi e di assistenza reciproca. Mentre per l’unione civile la legge dispone una completa equiparazione con il rapporto di coniugio, la nuova normativa non adotta la medesima equiparazione per i conviventi di fatto, pur estendendo ad essi alcune espresse tutele riservate al coniuge. Ne segue che, sotto il profilo previdenziale, alle unioni civili si estende la regola secondo cui la assicurazione previdenziale prevista per il titolare artigiano o commerciante si estende al coniuge in qualità di familiare coadiuvante. Non si estende invece al convivente di fatto il quale, non essendo – come si è detto – equiparato al coniuge, neanche possiede lo status di parente o affine entro il terzo grado rispetto al titolare. Discorso analogo vale per la impresa familiare. Mentre al soggetto unito civilmente si applicano, in quanto equiparato al coniuge, tutti i diritti ed obblighi previsti dalle norme civilistiche in materia di impresa familiare (articoli 230 e ss.) analoga applicazione non interessa il convivente di fatto. Infatti, nonostante il nuovo articolo 230 ter attribuisca a quest’ultimo, ove presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente, il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, tale disposizione non può essere letta come una equiparazione allo status di familiare.

La situazione patrimoniale tra conviventi di fatto, infine, viene solitamente regolata con appositi contratti di convivenza, redatti con atto pubblico o scrittura privata autenticata.

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Tenda sul balcone: quando serve il permesso del condominio?

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Si può installare una tenda retrattile e con sostegni fissi sul terrazzino del proprio appartamento in condominio senza autorizzazione dell’assemblea? Chi può opporsi e perché?

Vorresti installare una tenda sul tuo balcone per proteggerti dal sole ed anche dagli sguardi indiscreti dei dirimpettai, senza essere costretto a chiudere le finestre o a tenere abbassate le tapparelle. È una tenda retrattile, e questo ti consentirebbe di manovrarla a seconda delle necessità. Però, abitando in un condominio, ti preoccupi dell’aspetto della facciata esterna dell’edificio, e così hai scelto un colore neutro, che si armonizza abbastanza bene con l’insieme, senza creare un impatto visivo.

Il tecnico ti ha proposto un economico progetto di tenda da sole “a braccia”, da ancorare al muro: ritieni valida questa soluzione e sei propenso ad accettarla, ma temi l’opposizione di qualcuno degli abitanti del palazzo e così ti chiedi: per mettere una tenda sul balcone, quando serve il permesso del condominio? Fai bene a porti questa domanda in anticipo, perché così facendo puoi superare gli eventuali contrasti e vincere la tua piccola battaglia: conoscendo ciò che adesso ti diremo, potrai riuscirci senza neanche dover combattere.

Tenda da sole: serve l’autorizzazione dell’assemblea?

Devi sapere, innanzitutto che l’installazione di una normale tenda solare, fissa o retrattile, non richiede il consenso dell’assemblea. Bisogna, invece, darne comunicazione all’amministratore dello stabile, informandolo preventivamente dell’intenzione di installare una tenda parasole sul balcone o terrazzo.

Nella comunicazione occorre dichiarare la conformità della tenda alle norme di legge e l’assenza di possibili danni alle parti comuni e di pregiudizi alla stabilità ed alla sicurezza dell’edificio, in modo che tutto sia conforme al dettato dell’art. 1122 del Codice civile.

Tenda da sole: il regolamento condominiale

Il regolamento condominiale vigente, se è di natura contrattuale (ossia approvato all’unanimità, anche mediante il suo espresso richiamo nei rispettivi atti di acquisto) potrebbe contenere una disposizione o clausola che vieta, in modo più o meno assoluto, le tende sui balconi e sui terrazzi, o impone alcuni colori e tipi di rivestimento da utilizzare, a volte distinguendo anche tra ciò che è consentito fare sulle facciate esterne e su quelle che, invece, insistono sui cortili interni.

Se così è, quelle prescrizioni vanno rispettate e bisogna adeguarsi, altrimenti il condominio potrebbe importi la rimozione della tenda “abusiva”, o, per meglio dire, in contrasto con le previsioni regolamentari che, essendo state adottate dall’intera compagine condominiale, sono vincolanti per ogni condomino.

Quando la tenda lede il decoro architettonico

Non va sottovalutata la questione del decoro architettonico, che considera e tutela l’estetica dell’edificio in tutte le sue componenti strutturali esistenti: e questo vale per qualsiasi tipo di fabbricato condominiale, comprese le palazzine popolari. Infatti – come afferma la Corte di Cassazione – «la lesione del decoro architettonico si verifica qualora la nuova opera si rifletta negativamente sull’insieme dell’armonico aspetto dello stabile, a prescindere dal pregio estetico che possa avere l’edificio» [1]: ad esempio, quando la tenda è in aperto contrasto di colori con la facciata.

Perciò, se la tua tenda lede il decoro architettonico, c’è una violazione di legge [2] che consente al condominio di intervenire, anche in via giudiziaria, per recuperare l’aspetto preesistente, e dunque dovrai togliere la tenda. In aggiunta, potresti essere condannato al risarcimento dei danni causati dall’alterazione del decoro architettonico che hai provocato.

Tenda sul balcone: si può appoggiare al muro comune?

Se invece non vi sono questi ostacoli, posti dal regolamento condominiale o dal decoro architettonico, hai pieno diritto di mettere la tua tenda su balcone, anche quando essa si aggancia sulla facciata esterna o sui “frontalini”, che – molti lo dimenticano – sono anch’essi parti di proprietà comune e non esclusiva: la giurisprudenza [1] ritiene legittimo appoggiare una «struttura metallica con una tenda avvolgibile al muro comune perimetrale di un edificio condominiale», perché si tratta di una «modifica della cosa comune conforme alla destinazione della stessa». Infatti l’art.1102 del Codice civile consente a ciascun condomino di «servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto».

Tutto ciò (ma questo è ovvio) a condizione che sostenga tu stesso le spese di progettazione, installazione, montaggio e manutenzione della tenda, ossia, come dice il Codice civile, «tutte le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa»: devi fartene carico tu e non puoi chiedere alcun contributo agli altri condomini.

Bisogna chiedere il permesso al proprietario del piano superiore?

Dopo aver superato tutti i possibili ostacoli condominiali, la strada è in discesa: infatti l’installazione della tenda non richiede neanche il consenso del condomino che è proprietario del balcone (o delle finestre) al piano superiore, come anche di quello vicino in senso laterale.

Il loro permesso non è necessario perché la tenda (a meno che non sia eccessivamente prospicente e non invada la loro proprietà) non altera la loro veduta e non diminuisce la quantità di aria e di luce esterna dei loro appartamenti. E in questi casi non occorre nemmeno rispettare le distanze delle costruzioni dalle vedute previste dall’art. 907 del Codice civile, in misura pari a tre metri, perché una tenda retrattile o scorrevole non è considerata una costruzione, neanche se si appoggia su dei sostegni fissi [3].

Approfondimenti

Se desideri informazioni ulteriori, leggi questi articoli e consulenze:

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Come dimostrare il demansionamento?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi vuole contestare una retrocessione al lavoro e chiedere il risarcimento deve mostrare al giudice delle prove. Quali? Ed entro quando deve agire?

Il direttore del personale ti ha chiamato nel suo ufficio e ti ha detto che, a causa di una ristrutturazione aziendale per motivi economici, dovrai lasciare il tuo attuale incarico e assumerti una mansione inferiore. Hai chiesto che ti venisse detto tutto per iscritto ma non solo non hai ricevuto la comunicazione: da quel momento in poi tutto è cambiato come se tu avessi accettato esplicitamente. Ti sei sentito demansionato e hai pensato di rivolgerti ad un avvocato per capire se è il caso di agire in tribunale o per presentare le dimissioni per giusta causa, come prevede la legge. Il problema è che la legge prevede anche di provare tutto ciò. E come dimostrare il demansionamento, se non c’è stato alcun documento scritto in cui si dice che sei stato retrocesso? Ci vogliono per forza le testimonianze dei colleghi?

Bisogna considerare, innanzitutto, che non sempre il demansionamento è una mossa illecita del datore di lavoro: ci sono dei casi in cui può essere attuato. Altri, invece, in cui la presunta crisi aziendale è il solito paravento per ridurre il costo del personale e aumentare i guadagni. Vediamo.

Il demansionamento è legale?

La regola generale dice che il dipendente deve svolgere le mansioni concordate nel contratto di lavoro. Per la precisione, «il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte» [1].

Il demansionamento consiste proprio nel costringere il dipendente a svolgere delle mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto o che ha acquisito successivamente. E questo è vietato dalla legge perché ritenuto lesivo della dignità del dipendente e in grado di diminuire la sua capacità professionale. Il che, ovviamente, crea non solo uno stato di frustrazione ma anche un danno economico. In qualche caso risarcibile.

È nullo il cambiamento di mansioni basato su atteggiamenti ritorsivi o discriminatori tenuti dal datore di lavoro. Spetterà a quest’ultimo dimostrare che il mutamento dele mansioni risponde a criteri leciti.

Ci sono, comunque, delle eccezioni. Il datore di lavoro può assegnare al dipendente dele mansioni inferiori in caso di:

  • rischio di riduzione del personale: al lavoratore vengono affidati nuovi compiti, anche inferiori, per evitare che perda il posto;
  • gravidanza: alla dipendente che svolge dei lavori a rischio possono essere assegnate delle mansioni inferiori per tutelare il suo stato di salute e quello del nascituro;
  • acquisizione di nuove professionalità;
  • conciliazione tra vita privata e lavoro;
  • sopraggiunta inidoneità fisica del dipendente alle mansioni assegnate.

In tutti questi casi, e sulla base di specifici accordi tra le parti, possono essere previste delle revisioni retributive al ribasso ma solo se ciò comporta un miglioramento delle condizioni del lavoratore. In altre parole, il dipendente può accettare una mansione inferiore con uno stipendio più basso se ritiene che, comunque, la sua qualità di vita ha un miglioramento.

Ad ogni modo, il datore di lavoro ha il dovere di comunicare al lavoratore l’assegnazione a mansioni inferiori in forma scritta a pena di nullità. Nell’esempio fatto all’inizio, dunque, la modifica delle mansioni sarebbe nulla perché l’azienda non ha dato alcuna comunicazione per iscritto nonostante sia stata sollecitata dal dipendente a farlo.

Inoltre, il dipendente ha il diritto a conservare il livello di inquadramento e il trattamento retributivo riconosciuto prima del demansionamento. Va fatta eccezione, però, per gli elementi retributivi legati a particolari modalità di esecuzione della prestazione precedente, che possono essere rimossi dalla busta paga.

Resta ferma, in ogni caso, la facoltà per il lavoratore di aderire o meno alla proposta del datore di lavoro. Senza un accordo, il demansionamento è illegittimo.

L’accordo deve essere stipulato, alternativamente:

  • in una sede «protetta»;
  • oppure davanti ad una commissione di certificazione.

Il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante sindacale, da un avvocato o da un consulente del lavoro.

Il lavoratore può rifiutarsi di svolgere mansioni inferiori?

Attenzione a come si reagisce in caso di demansionamento. Secondo la Cassazione, il lavoratore può rifiutarsi di svolgere le mansioni inferiori che gli vengono assegnate solo se dimostra di reagire in buona fede [2]. Ma non può rifiutarsi a priori, e senza l’avallo giudiziario, se il datore rispetta gli altri fondamentali obblighi che derivano dal contratto.

Per essere più espliciti, il rifiuto del dipendente viene considerato in buona fede solo se tale comportamento non è in contrasto con i princìpi generali della correttezza e lealtà e risulta oggettivamente ragionevole e logico. Il giudice, in sede di controversia, deciderà se c’è un equilibrio nel comportamento del dipendente per le prestazioni non svolte (le mansioni per le quali era stato assunto) e quelle rifiutate (le mansioni inferiori che gli sono state assegnate).

Per ottenere il reintegro immediato nelle mansioni precedenti, bisogna innanzitutto scrivere una lettera raccomandata a/r all’azienda e tentare di risolvere in via pacifica il problema. Nel caso in cui la richiesta non venisse accolta, allora occorrerebbe rivolgersi al giudice del lavoro affinché stabilisca se il demansionamento attuato dall’azienda è legittimo oppure no. In quest’ultimo caso, il datore dovrà reintegrare il lavoratore nelle mansioni precedenti e riconoscergli un risarcimento del danno subìto dalla perdita di professionalità e dalla lesione alla sua dignità e alle sue aspettative. Spetterà al lavoratore provare l’entità del danno.

Come si può dimostrare un demansionamento?

Il problema di chi vuole denunciare al giudice del lavoro un demansionamento, lo dicevamo all’inizio, è dimostrarlo. Secondo la giurisprudenza, infatti, non bastano indizi generici ma dovrà fornire prove testimoniali di colleghi o documentali. Ad esempio, il fatto di non avere ricevuto alcuna comunicazione scritta sul mutamento delle mansioni, le buste paga da cui risulta che, da un certo momento in poi, la retribuzione e il livello di inquadramento sono diminuiti, l‘eventuale comunicazione scritta con cui il dipendente ha contestato la decisione dell’azienda e richiesto delle spiegazioni scritte mai arrivate, ecc.

Sarà poi il giudice a verificare le attività svolte dal lavoratore prima del demansionamento, a individuare il tipo di contratto applicato e a prendere una decisione.

Se, poi, chiederà il risarcimento anche del danno non patrimoniale, dovrà allegare un certificato medico che attesti la lesione psicofisica subita dal demansionamento.

Il lavoratore, infine, dovrà provare il nesso causale tra la dequalificazione e la sofferenza fisica, psichica o emotiva accusata.

Entro quando si può fare causa per demansionamento?

Chi ha tutti gli elementi per dimostrare il demansionamento può agire in tribunale in qualsiasi momento da quando il declassamento è stato messo in atto. Il datore non può difendersi dicendo che il dipendente ha svolto nel tempo le mansioni inferiori che gli sono state assegnate senza protestare formalmente: secondo la Cassazione, infatti [3], il lavoratore avrebbe potuto scegliere di non protestare per la paura di perdere il posto di lavoro senza avere un’alternativa altrove e di rimandare l’avvio della causa.

Finito il demansionamento o al momento del recesso dal contratto, il lavoratore ha cinque anni di tempo per agire.

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Apprendistato: quali tutele?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi svolge un’esperienza di lavoro e di formazione in azienda ha diritto alla malattia e ai contributi previdenziali? È assicurato contro l’infortunio?

Chi sta per cominciare un’esperienza formativa in un’azienda con contratto di apprendistato potrebbe vuole essere sicuro che il suo percorso sia, quanto meno, utile al raggiungimento dello scopo, che si tratti del conseguimento di un titolo di studio o di una qualifica professionale. Si dice spesso che a scuola si apprendono tante cose, e questo è fuori dubbio. Ma è altrettanto vero che a lavorare si impara, soprattutto, lavorando. Un po’ come chi fa l’esame della patente: impara a muovere correttamente una macchina e a rispettare le regole del Codice della strada ma a guidare imparerà guidando. Nelle aziende, però, non ci deve essere il rischio che un datore approfitti della presenza di un apprendista per portare avanti la baracca «sottocosto» ed ottenere un maggiore margine di guadagno spendendo di meno nel personale. Nell’apprendistato, quali tutele ci sono per evitare eventuali tentazioni di sfruttamento?

Si parte da un presupposto che tutti devono avere ben chiaro: l’apprendista è un lavoratore in più e, pertanto, deve avere le stesse tutele dei colleghi. Certo, dovrà anche avere un po’ di pazienza per arrivare al loro livello retributivo. Tuttavia, ci sono dei parametri a livello contrattuale che vanno rispettati. Vediamo quali sono.

Contratto di apprendistato: le regole generali

La prima regola da tenere in considerazione per quanto riguarda il contratto di apprendistato è quella che impone l’età minima e massima per i vari tipi di percorso. In pratica:

  • da 15 a 25 anni per l’apprendistato di primo livello, cioè per quello finalizzato all’ottenimento di una qualifica o di un diploma professionale necessario allo svolgimento del lavoro previsto nel suo contratto, alternando azienda e scuola;
  • da 17 a 29 anni per l’apprendistato di secondo livello, vale a dire per quello che ha come scopo ottenere una specifica professionalità attraverso l’esperienza di lavoro e momenti di formazione che si svolgono solo in azienda. Può essere applicato anche a chi percepisce la Naspi, senza limiti di età;
  • da 18 a 29 anni per l’apprendistato di terzo livello, che è quello per il conseguimento di titoli di studio universitari e di alta formazione, compresi i dottorati di ricerca, i diplomi di istituti tecnici superiori o il praticantato per l’accesso ad una professione ordinistica.

Seconda tutela per tutti: se non c’è la formazione in azienda, se l’apprendista viene trattato come un lavoratore qualsiasi e non riceve l’istruzione prevista e necessaria al raggiungimento dell’obiettivo, il contratto di apprendistato è nullo e si trasforma, con effetto retroattivo, cioè sin dall’inizio, in un ordinario contratto di lavoro subordinato a tempo pieno.

Terza regola: al termine del percorso, l’apprendista ha la facoltà di continuare il contratto a tempo indeterminato nell’azienda in cui ha svolto l’attività di apprendistato. Certo, non è obbligatorio: se datore e lavoratore non si trovano bene oppure l’apprendista ha un’altra offerta più conveniente dal punto di vista professionale e remunerativo, è libero di andare altrove.

L’apprendista ha diritto alla malattia?

Chi ha un contratto di apprendistato ha diritto alle stesse tutele contributive e assicurative rispetto agli altri dipendenti. Pertanto, nei confronti dell’apprendista si applicano le seguenti coperture:

  • il contributo IVS, cioè invalidità, vecchiaia e superstiti;
  • infortuni sul lavoro e malattie professionali (la copertura assicurativa si estende anche all’attività formativa complementare, in azienda o fuori di essa, e all’infortunio in itinere);
  • indennità di malattia;
  • congedo e indennità di maternità;
  • assegni familiari;
  • indennità di disoccupazione (Naspi).

Per quanto riguarda l’indennità di malattia, spetta a tutti gli apprendisti che operano in qualsiasi settore di attività e comunque inquadrati. La legge [1] prevede l’applicazione delle stesse norme riservate alle altre categorie di lavoratori. Significa che, nel caso dell’inquadramento del datore ai fini previdenziali, l’Inps sarà tenuto a corrispondere l’indennità se la qualifica da conseguire con l’apprendistato è riferita alla categoria degli operai. Se, invece, la qualifica è riferibile a quelle impiegatizie, l’integrazione è a carico del datore di lavoro secondo quanto disposto dalla contrattazione collettiva.

La tutela contro gli infortuni sul lavoro, invece, è a carico:

  • del datore di lavoro per il periodo in cui l’apprendista lavora in impresa e per il periodo in formazione interna svolto in azienda;
  • dell’istituzione formativa per i periodi in cui l’apprendista svolge formazione esterna, in qualità di studente.

La tutela formativa dell’apprendista

Come detto, se un apprendista viene costretto solo a lavorare senza la dovuta formazione alla base del suo contratto, il rapporto di lavoro diventa indeterminato a tempo pieno dal primo giorno di prestazione. Questo perché è proprio la formazione lo scopo principale di questa esperienza, oltre al fatto di entrare per la prima volta a contatto con il mondo del lavoro.

Tale esigenza implica di diritto per l’apprendista l’avere a disposizione un valido supporto che, in particolare, deve consistere:

  • nell’obbligo per il datore di individuare un tutor o referente aziendale;
  • nella possibilità di avere dei percorsi formativi aziendali finanziati tramite i fondi paritetici interprofessionali;
  • nell’obbligo per l’azienda di registrare la formazione effettuata e la qualifica professionale a fini contrattuali eventualmente acquisita nel fascicolo elettronico del lavoratore.
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Se vengo definito pazzo, come mi tutelo?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se una persona viene definita pazza o insana di mente, come si può tutelare? Deve far accertare dal giudice il suo ottimo stato di salute mentale?

La legge italiana considera il cittadino sano di mente fino a quando non sia giudizialmente dimostrato il contrario.

Questo vuol dire che fino a quando una persona, a seguito di un processo con sentenza diventata definitiva, non sia dichiarata interdetta o non venga inabilitata, per la legge è perfettamente sana di mente e capace di intendere e volere.

Fino a quel momento, quindi, quella persona può compiere tutti gli atti della vita ordinaria e può anche disporre in ogni modo lecito dei propri beni e delle proprie risorse economiche.

Pertanto, se qualcuno mette in giro la voce che una persona sia pazza o insana di mente o instabile dal punto di vista psicologico, questo non produce alcun effetto giuridico.

Occorre invece che le persone autorizzate dalla legge (parenti entro il quarto grado affini entro il secondo grado, pubblico ministero, coniuge e lo stesso interessato) facciano partire il processo per interdire o inabilitare la persona in questione.

Se la perizia medica svolta nel corso del processo accerterà che la persona in questione soffre di una patologia che non la rende, in tutto o in parte, capace di intendere o volere, allora quella persona sarà legalmente interdetta o inabilitata (e gli sarà nominato un tutore o curatore che lo assista nel compimento degli atti quotidiani e degli atti giuridici).

La persona che invece, essendo perfettamente sana, viene additata da qualcuno come malata di mente, può tutelarsi querelando per diffamazione il responsabile chiedendo anche, in sede penale o civile, i danni che avrà sopportato a seguito della propagazione di questa falsa notizia.

Potrà in questo modo tutelare la sua reputazione ed il suo onore rispetto a notizie che ledono queste sue prerogative e che possono anche causarle danni per la sua vita di relazione e per i suo legittimi affari.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Rivelare alla moglie che il marito ha l’amante è reato?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Caio viene a conoscenza del fatto che il suo amico Tizio ha tradito la propria fidanzata con Sempronia e, quindi, riferisce tale notizia alla fidanzata di Tizio (anche lei amica di Caio) fornendo “prove” quali i messaggi scambiati tra Tizio e Sempronia. La fidanzata di Tizio, appresa la notizia, decide di lasciarlo. Caio potrà essere chiamato a rispondere penalmente per aver mostrato tali messaggi? Potrà essere chiamato a rispondere penalmente per il solo fatto di aver rivelato alla fidanzata di Tizio il tradimento di quest’ultimo?

Per quanto riguarda la rivelazione del tradimento, la Suprema Corte (Cass. pen., ud. 21 gennaio 2022 – dep. 1° aprile 2022, n. 12013) ha stabilito che costituisce reato di molestie inviare alla moglie tradita le foto intime del marito tra le braccia dell’amante, purché però la condotta sia reiterata nel tempo. Il caso riguardava, infatti, una donna che, per fare dispetto alla moglie del suo amante, le inviava più volte, tramite WhatsApp, foto dei loro incontri amorosi.

Questa sentenza si pone nel solco tracciato dalla precedente giurisprudenza di legittimità, secondo la quale anche l’invio di alcuni sms al coniuge tradito per informarlo della relazione adulterina costituisce il reato di molestie (Cass., sent. n. n. 28852/2009).

Anche altra sentenza (Cass., sent. n. 28493/2015) è giunta ad analoghe conclusioni in relazione alle rivelazioni che la ex amante, per vendetta, comunicava alla moglie del traditore, in tre lunghe telefonate.

Nel caso esposto nel quesito, la condotta non sembra riconducibile a questa fattispecie. Per quanto riguarda la mera rivelazione del tradimento, quindi, non si riscontrano profili di illiceità, né civili né tantomeno penali.

Per quanto concerne le “prove del tradimento” mostrate alla vittima di infedeltà, bisogna distinguere a seconda dei modi con cui si è entrati in possesso di detti elementi: se, infatti, i messaggi comprovanti il tradimento sono stati sottratti senza il consenso, allora ciò può costituire un illecito penale.

Ad esempio, se si è riusciti ad avere i messaggi entrando nell’account personale altrui, allora può scattare il delitto di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico (art. 615-ter cod. pen.); stesso reato si integra a carico di chi spia il cellulare altrui anche se questo è già aperto: l’accesso abusivo si configura, infatti, anche quando chi entra nel sistema conosce le credenziali, perché comunicate dal titolare, ma poi ne fa un uso che va oltre l’autorizzazione ricevuta.

Insomma: sarebbe illegale anche accedere al cellulare o al computer altrui lasciato sfornito di password per apprendere notizie riservate, magari fotografandole.

Secondo la Cassazione, infatti, chi spia il cellulare altrui commette sempre reato, anche se questo è “sprotetto”. Non conta eventualmente che la password del profilo sia già registrata per evitare di inserirla a ogni accesso: l’accesso abusivo si configura anche quando chi entra nel sistema conosce le credenziali, perché gliele ha comunicate il titolare, ma poi ne fa un uso che va oltre l’autorizzazione ricevuta.

Potrebbe configurarsi in teoria anche il reato di violazione della privacy ai sensi dell’art. 167 d. lgs. n. 196/2003, che scatta ogni volta che qualcuno, al fine di trarre per sé o per altri profitto ovvero di arrecare danno all’interessato, viola la privacy altrui comunicando dati personali riservati. La pena è la reclusione da sei mesi a un anno e sei mesi.

Affinché si integri questo reato è però necessario che ricorra il dolo specifico, cioè la volontà di trattare illecitamente i dati personali al fine di trarne un guadagno economico oppure di danneggiare la vittima.

Il danno può consistere tanto in un pregiudizio di natura patrimoniale quanto non patrimoniale subito dal soggetto i cui dati sono trattati. Il nocumento può quindi consistere anche nella sola sofferenza interiore ingiustificata della vittima, pur senza ricadute economiche.

È necessario, inoltre, che siano violate le disposizioni che individuano il corretto trattamento di taluni dati personali, e cioè: quelli relativi al traffico, all’ubicazione e alle comunicazioni indesiderate.

Se, invece, la rivelazione del tradimento è avvenuta mostrando messaggi di cui si era in possesso in quanto diretto destinatario, potrebbe in teoria integrarsi una violazione della privacy, nella misura in cui contenevano informazioni riservate. Si tratterebbe però di un illecito civile e non penale, atteso che, come detto in precedenza, per far scattare il reato occorre il dolo specifico.

Nemmeno sembra ravvisabile il delitto di diffamazione, in quanto il tradimento avrebbe dovuto essere rivelato ad almeno due persone, e comunque non sembra che la condotta fedifraga, in assenza di matrimonio, possa costituire una vera lesione della reputazione della persona offesa.

Tanto premesso, tirando le fila di quanto detto sinora, a sommesso parere dello scrivente nella condotta esposta nel quesito potrebbe al massimo ravvisarsi una violazione della riservatezza altrui costituente un illecito civile, per il quale quindi si potrebbe agire in giudizio per chiedere gli eventuali danni, sempreché le informazioni divulgate siano state strettamente riservate.

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In condominio a chi toccano le spese per le ringhiere?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’assemblea condominiale ha deciso con delibera di ripartire tra tutti i condomini, secondo la tabella millesimale generale, le spese di ripitturazione delle ringhiere dei balconi. Finora ciascun condomino provvedeva da sé alla manutenzione delle ringhiere dei propri balconi senza interessare l’assemblea del problema. La delibera è valida?

Occorre partire innanzitutto dalla proprietà delle ringhiere.

Recentissima sentenza del Tribunale di Roma (n. 10.621 del 17 giugno 2021) ha ribadito che gli elementi decorativi o cromatici dei balconi sono da considerare beni comuni (e non di proprietà esclusiva del proprietario dell’appartamento di cui il balcone è estensione) in quanto rendono più armonico l’aspetto del fabbricato.

Questo insegnamento, che la Corte di Cassazione ha anch’essa più volte ripetuto (sentenze n. 5014 del 2018, n. 6624 del 2012, n. 6652 del 2017 e n. 10.848 dell’8 giugno 2020), chiarisce che qualora i frontalini, i parapetti e le ringhiere ed ogni altra parte di un balcone aggettante rivesta una funzione estetica, essi sono beni di proprietà comune condominiale (in assenza, invece, di tale funzione decorativa o cromatica tutti gli elementi del balcone sarebbero di proprietà esclusiva del proprietario dell’immobile di cui il balcone costituisce estensione).

Pertanto, citando le parole della sentenza della Cassazione n. 10.848 del 2020, qualora le ringhiere (o i parapetti o qualunque altro elemento del balcone) siano ben visibili dall’esterno, disposte simmetricamente, omogenee per dimensioni, forma geometrica e materiale, allora l’accertamento del giudice che le abbia valutate quali elementi decorativi e, quindi, di proprietà condominiale, non può essere censurato ed è corretto.

Nel suo caso, perciò, in assenza di un titolo (regolamento condominiale o atto di acquisto) in cui esplicitamente si attribuisca la proprietà delle ringhiere ai singoli proprietari degli appartamenti di cui i balconi costituiscono prolungamento, le ringhiere, ove abbiano una funzione estetica e decorativa, sono da considerare beni di proprietà condominiale le cui spese di manutenzione devono essere ripartite tra tutti i condomini secondo la norma di cui all’articolo 1123 del Codice civile.

In caso di contrasto tra i condomini circa la proprietà delle ringhiere, è chiaro che dovrà essere un giudice a stabilire (sulla base dei principi sopra enunciati ed a seguito, eventualmente di perizia d’ufficio) la valenza ornamentale e decorativa delle ringhiere in questione per stabilire se sono da considerare o meno beni di proprietà condominiale.

Ripeto: in assenza di un titolo (regolamento o atto di acquisto) che esplicitamente indichi in modo specifico che le ringhiere sono beni di proprietà dei proprietari degli appartamenti serviti da balconi in aggetto, l’appartenenza di esse si stabilisce in base alla funzione decorativa, cromatica ed ornamentale che esse rivestono o meno (e se vi è contrasto sul punto, non potrà essere che un giudice a decidere in merito).

Per quanto riguarda la prassi o consuetudine dei condomini di pagare di tasca propria, senza interessarne l’assemblea condominiale, i lavori di manutenzione e/o di ripitturazione delle ringhiere, questa consuetudine non può essere considerata come consuetudine del condominio perché non è mai stata avallata dall’assemblea del condominio.

Difatti è solo l’approvazione per facta concludentia (fatti concludenti), cioè la partecipazione reiterata con voto favorevole o la continua adesione o accettazione delle reiterate delibere adottate dall’assemblea per ripartire le spese in modo difforme dai criteri legali, che può dare origine, in condominio, ad una consuetudine (Cassazione, sentenza n. 3.245 del 2009).

Perciò solo se ci fosse stata, da parte dell’assemblea dei condomini, una reiterata approvazione di delibere (con adesione ed accettazione di esse da parte dei condomini) che ripartivano le spese per i lavori delle ringhiere secondo criteri diversi da quelli legali (ponendole ad esempio ad esclusivo carico dei singoli proprietari interessati), solo in quel caso si sarebbe potuta formare una prassi o consuetudine condominiale anche in deroga rispetto ai criteri di legge o di regolamento per ripartire le spese.

Se, al contrario, la decisione di pagare la spese di pitturazione o manutenzione delle ringhiere è stata adottata dai singoli condomini senza che l’assemblea ne sia stata mai interessata, allora non si può affermare che si sia formata una consuetudine condominiale.

Pertanto, se lei ritiene che le ringhiere non abbiano (nel caso del suo condominio) alcuna funzione decorativa, cromatica ed ornamentale (e che, perciò, esse siano di proprietà non condominiale, ma di proprietà esclusiva dei condomini proprietari degli immobili a cui i balconi afferiscono) può impugnare la delibera che ne ha ripartito le spese di manutenzione tra tutti i condomini, poiché essa sarebbe in quel caso nulla (nulle sono infatti le delibere che approvino e ripartiscano una spesa manutentiva che non abbia inerenza condominiale perché riguardante bene di proprietà esclusiva: così Corte di Cassazione, sentenza n. 16.953 del 2022).

Nel processo di impugnazione della delibera in questione, verrà certamente in discussione la questione della proprietà condominiale o meno delle ringhiere che il giudice dovrà risolvere secondo i principi fissati dalla legge e dalla Cassazione (sopra riportati).

Se l’accertamento di fatto compiuto dal giudice (sulla base anche delle prove portate dalle parti) dovesse concludersi escludendo la proprietà condominiale delle ringhiere, lei avrà vinto la causa.

Altrimenti il giudice rigetterà la sua impugnazione e confermerà la validità della delibera di ripartizione, tra tutti i condomini, delle spese di manutenzione e ripitturazione delle ringhiere.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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Quali requisiti per le agevolazioni agli impatriati?

Posted on : 04-02-2023 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per ottenere la proroga quinquennale dei benefici fiscali per i lavoratori impatriati posso ricevere per donazione l’immobile residenziale da acquistare in Italia? E poi posso affittarlo una volta acquistato?

La normativa in vigore relativa ai benefici fiscali per i lavoratori impatriati, prevede la possibilità di ottenere, dopo il primo quinquennio di agevolazioni (riduzione dell’imponibile assoggettabile ad Irpef), un ulteriore quinquennio di agevolazione se si acquista in Italia un immobile.

Le condizioni per poter fruire dell’agevolazione in proroga, sono quelle che l’immobile:

  • sia residenziale (cioè adibito ad uso abitativo e non commerciale o altro);
  • sia ubicato nel territorio nazionale;

La circolare n. 33 del 2020 dell’Agenzia delle Entrate ha precisato inoltre che:

  • non dà luogo all’agevolazione l’acquisto a titolo gratuito dell’immobile (cioè ottenere la proprietà di un immobile residenziale a seguito di donazione) o per successione ereditaria;
  • non dà luogo all’agevolazione nemmeno l’acquisto della nuda proprietà dell’immobile e nemmeno l’acquisto dell’usufrutto di un immobile;
  • la legge consente di poter fruire dell’agevolazione per altri cinque periodi di imposta se l’acquisto a titolo oneroso viene fatto integralmente dal coniuge o dal convivente o dal figlio del lavoratore impatriato oppure in comproprietà tra queste soggetti ed il lavoratore impatriato.

Per quanto riguarda la possibilità di affittare l’immobile acquistato, non vi è alcun ostacolo a questa possibilità.

Non si può invece, pena la perdita dell’agevolazione, vendere l’immobile acquistato prima della scadenza dei cinque periodi di imposta in cui si fruirà dell’agevolazione fiscale richiesta ed ottenuta.

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