Regole condominiali

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono le norme di legge e del regolamento condominiale che regolano la vita negli edifici in condominio.

Se hai deciso di vivere in un condominio e sino ad oggi non ti sei mai occupato degli aspetti legali connessi alla tua abitazione è molto probabile che ora ti stia chiedendo quali sono le regole condominiali da rispettare in un palazzo. Non è una questione a cui si può dare una risposta rapida: le norme che disciplinano i condomini sono infatti numerose. Molte di queste, peraltro, sono integrate dai regolamenti interni, il che rende il panorama assai complesso. Basti pensare che, nell’ampio calderone del diritto privato, i giuristi individuano nel diritto condominiale un autonomo ramo.

Esistono però dei principi generali che sono veri e propri capisaldi validi per tutti i palazzi e che vanno rispettati ovunque. In questo articolo proveremo a fare un sunto di quelle che sono le principali regole condominiali alla luce dell’attuale normativa. Normativa che, fra peraltro, è stata aggiornata nel 2012. Ci occuperemo quindi delle norme basilari che regolano i rapporti tra i condomini e il condominio e quelle che invece si occupano degli eventuali conflitti tra i condomini stessi. Ma procediamo con ordine.

Regole condominiali: chi le stabilisce?

Le regole condominiali hanno due fonti. Innanzitutto c’è il codice civile che fissa tutte le principali regole da rispettare: la nascita del condominio (ci vogliono almeno due condomini), la nomina di un amministratore (se ci sono almeno 9 condomini), la formazione del regolamento condominiale (obbligatorio se ci sono almeno 11 condomini), i poteri dell’amministratore, i criteri di ripartizione delle spese comuni, il recupero delle spese dai morosi, le votazioni in assemblea e le relative maggioranze, l’uso dei servizi comuni, ecc.

Poi c’è il regolamento di condominio che, in alcuni casi, va ad integrare il codice civile e in altri lo può anche derogare (ad esempio il regolamento può prevedere dei diversi criteri di ripartizione delle spese tra i vari proprietari). Nel regolamento sono poi indicati i millesimi di ciascun appartamento: è questa la misura sulla base della quale vengono poi divisi gli oneri della gestione ordinaria e straordinaria.

I condomini hanno l’obbligo di conoscere sia la legge che il regolamento e non possono invocare, a loro beneficio, l’ignoranza.

Chi acquista casa con un regolamento già approvato dal venditore deve rispettarne tutte le clausole come se lo avesse accettato in prima persona. Quando però il regolamento contiene vincoli all’uso dell’appartamento (ad esempio il divieto di stendere panni dal balcone o di adibire l’appartamento a determinate attività), tali clausole sono efficaci nei confronti dell’acquirente solo se il regolamento: a) è stato originariamente approvato all’unanimità; b) è stato trascritto nei pubblici registri immobiliari (dimodoché se ne possa prendere preventiva visione) oppure allegato o semplicemente richiamato nel rogito di acquisto della casa. Non è invece necessario che il rogito faccia menzione espressa delle singole clausole.

Anche chi prende in affitto un appartamento deve conoscere tutte le clausole del regolamento. Per le eventuali violazioni risponde in prima persona e non può scaricare la patata bollente sul padrone di casa.

Il regolamento, una volta accettato o approvato dai condomini, ha valore fino a quando non venga modificato; non può, quindi, essere “a termine”.

Divieti e limitazioni possono essere indicati nel regolamento sia in modo specifico, sia con riferimento ai pregiudizi che s’intendono evitare. In ogni caso le clausole che dovessero introdurre restrizioni all’uso delle parti comuni o di quelle di proprietà esclusiva devono essere enunciate chiaramente e in modo esplicito, e accettate o approvate dagli interessati. Non sono quindi valide le disposizioni espresse con formulazione del tutto generica. Divieti e limitazioni sulle parti comuni o su quelle di proprietà esclusiva possono essere inseriti anche in un regolamento assembleare, ma devono essere approvati all’unanimità.

Il regolamento di condominio può essere di due tipi:

  • contrattuale: è predisposto dal costruttore e allegato agli atti di acquisto, oppure approvato all’unanimità dai condomini;
  • assembleare: è approvato dalla maggioranza degli intervenuti all’assemblea, in rappresentanza di almeno 500/1.000, anche in seconda convocazione.

Il regolamento disciplina solo l’uso delle parti comuni dell’edificio e dei servizi condominiali. Non può invece andare a fissare dei limiti all’uso degli appartamenti vista l’inviolabilità della proprietà (ad esempio non può vietare di dare in affitto l’appartamento a studenti o di realizzare palestre, bed&breakfast,  asili nido, ecc.). Potrebbe farlo, al limite, solo se approvato all’unanimità, cosa che succede o con il regolamento contrattuale (in quanto tutti gli acquirenti degli appartamenti lo sottoscrivono) o in assemblea con la partecipazione e il voto favorevole di tutti i condomini.

Chi fa rispettare le regole condominiali?

In caso di dispute all’interno del condominio e di violazione delle regole (sia quelle imposte dalla legge che dal regolamento) si ricorre al giudice civile. Le regole condominiali infatti riguardano il diritto privato. Si pensi al caso in cui un condomino causa infiltrazioni d’acqua e macchie di umidità a chi vive sotto di lui; si pensi all’impugnazione di una delibera per mancanza del quorum o per omessa notifica dell’avviso di convocazione; si pensi a una assemblea che delibera su questioni che non possono essere decide dal condominio, ecc.

Si procede invece davanti al tribunale penale quando vengono commessi reati: si pensi alla diffamazione nei confronti di uno dei vicini di casa, alla distrazione di somme da parte dell’amministratore, allo stalking condominiale, ai rumori che molestano tutti i condomini (se ad essere disturbati sono solo in pochi si rimane nell’ambito dell’illecito civile), ecc. In tali ipotesi si può agire con una querela ai carabinieri o alla polizia.

L’amministratore non ha potere di intervento sulle dispute tra i condomini (ad esempio: se c’è una perdita d’acqua che coinvolge le condutture di un appartamento è a quest’ultimo che ci si deve rivolgere). L’unico campo di intervento dell’amministratore è in caso di violazione di una delle norme del regolamento condominiale. Egli infatti ne verifica il rispetto. Se autorizzato dall’assemblea può anche sanzionare il trasgressore con delle multe fino a 200 euro per violazione (sul punto leggi Sanzioni condominio: come applicarle).

Quali sono le principali regole condominiali?

Vediamo ora quali sono i principali obblighi all’interno di un condominio.

Il silenzio in condominio

Innanzitutto viene il rispetto, che non è solo una questione giuridica ma anche di buona educazione. Questo significa che ciascun condomino non può provocare “rumori intollerabili”. Non ci sono orari prefissati oltre i quali è d’obbligo il silenzio salvo che il regolamento disponga diversamente. Bisogna quindi basarsi sulle abitudini dell’uomo medio e valutare se la molestia acustica è tale, per intensità, ripetizione e orario in cui viene effettuata, da recare danni agli altri.

Il rispetto della privacy

Contrariamente a quanto potrebbe credersi, in condominio la privacy è molto limitata per quanto riguarda gli aspetti economici. In altre parole ciascun condomino ha sempre diritto a sapere chi non paga gli oneri e può imporre all’amministratore di mostrargli o fargli estrarre copia delle fatture, dei bilanci e di tutti gli altri documenti della gestione.

La privacy torna in gioco nel momento in cui si tratta della vita privata dei singoli condomini. È così vietato, ad esempio, puntare la telecamera di videosorveglianza sulle parti comuni dell’edificio (come il pianerottolo) in modo da controllare il passaggio dei vicini o dei loro ospiti. Gli obiettivi vanno puntati in direzione del proprio zerbino o, comunque, sul pavimento.

Partecipazione in assemblea

Partecipare all’assemblea non è obbligatorio. Chi non può farlo può anche decidere – ma non è tenuto a farlo – di delegare qualcuno al posto suo cui dare le istruzioni sulla votazione. Il delegato può così votare in due modi diversi: in un modo per sé e in un altro per il delegante. Se il delegato vota diversamente dalle istruzioni ricevute, la delibera è valida ma è tenuto a risarcire il danno al delegante.

Chi non partecipa all’assemblea ha diritto a ricevere il verbale con la riunione al pari di tutti gli altri condomini. Per lui il termine per impugnare la delibera è di 30 giorni dal ricevimento del verbale stesso. Invece, per chi era presente e si è astenuto o ha votato contro, il termine è di 30 giorni dalla data della riunione. La delibera di condominio non può essere contestata da chi ha votato a favore.

L’uso della proprietà esclusiva

Quando si parla di proprietà esclusiva ci si riferisce agli appartamenti. Ciascuno in casa sua è libero di fare ciò che vuole purché il regolamento approvato all’unanimità non disponga diversamente e purché non interferisca sui diritti degli altri condomini.

Leggi Cosa si può fare sul balcone di casa?

Questo significa che va bene un barbecue ogni tanto a patto che non si affumichi il vicino; vanno anche bene gli odori di fritto purché non diventino una costante obbligando il proprietario dello stesso pianerottolo a chiudere puntualmente le finestre (in tal caso scatterebbe addirittura il reato).

L’uso dei beni comuni

Ciascun condomino può usare le parti condominiali come se fossero proprie (del resto lo sono in quota parte). Ad esempio ha diritto ad accedere alla terrazza (lastrico solare) se non è di proprietà esclusiva e a riporvi propri oggetti, a usare le aree verdi per piantare fiori e spezie, ad aprire un muro sulla facciata del condominio per ricavarne una finestra o una porta di accesso al proprio negozio a condizione che non deturpi l’estetica del fabbricato.

L’uso delle cose comuni è subordinato a due condizioni: a) non si può alterare la destinazione d’uso dell’immobile (è così vietato usare l’ingresso all’interno del portone per parcheggiare i motorini) e non deve pregiudicare il diritto degli altri condomini di poter farne lo stesso uso (è quindi possibile usare il tetto per installare un impianto fotovoltaico a condizione che non si occupi molto spazio ma si lasci anche altre aree per i restanti condomini).

Inoltre ogni intervento che incide su uno dei muri esterni del fabbricato non può alterare il cosiddetto decoro architettonico ossia l’insieme delle linee originariamente disegnate dal costruttore.

La divisione delle spese condominiali

In materia di divisione delle spese, tutti devono partecipare secondo i propri millesimi quando c’è un uso comune del bene o del servizio. Non conta l’uso effettivo ma quello potenziale. Il che significa che anche i negozianti devono contribuire alle spese dell’ascensore o del lastrico solare. Tuttavia quando ci sono alcune parti del condominio suscettibili di essere utilizzate solo da alcuni condomini (si pensi alle scale o al tetto di un condominio costituito da due diversi corpi di fabbrica), le spese ricadono solo sui condomini che si avvantaggiano di esso.

Acqua comune

Ogni condomino ha diritto a ricevere un’adeguata fornitura di acqua potabile.

Se il servizio è carente (soprattutto ai piani alti dei vecchi edifici) e il condominio non interviene, si può chiedere al giudice un provvedimento d’urgenza per superare l’inconveniente; si ha anche diritto al rimborso delle eventuali spese anticipate su autorizzazione del magistrato, detratta la propria quota.

Per l’introduzione di contatori che registrino il consumo di acqua nei vari appartamenti non occorre autorizzazione dell’assemblea; la legge infatti stabilisce che, qualora la consegna e la misurazione dell’acqua avvenga per utenze raggruppate, la ripartizione interna dei consumi dev’essere organizzata, a cura e spese dell’utente, tramite l’installazione di singoli contatori per ciascuna unità immobiliare, per cui si è nel diritto di pretendere, se del caso ricorrendo al Giudice di pace, il rispetto di questa norma.

Se c’è un regolamento contrattuale che disciplina il criterio di ripartizione della spesa, l’eventuale modifica richiede l’unanimità. La spesa per l’introduzione di contatori separati in sostituzione dell’unico contatore condominiale va suddivisa su base millesimale (indipendentemente, quindi, dal consumo), salvo diverso accordo sottoscritto da tutti i condomini.

Riscaldamento autonomo

Ogni condomino ha diritto a staccarsi dall’impianto centralizzato in qualsiasi momento voglia e sempre che da tale intervento non ne derivino maggiori oneri per gli altri proprietari. In tal caso non pagherà più le spese dei consumi ma solo quelle sulla manutenzione straordinaria (visto che l’impianto comune è ancora in parte suo e può decidere in qualsiasi momento di riallacciarsi) e quelle per la dispersione del calore.

Animali in casa

Nessun regolamento di condominio, salvo sia stato approvato all’unanimità, può impedire ai condomini di detenere animali negli appartamenti e/o di portarli in ascensore. Alcuni giudici hanno ritenuto anche legittimo il comportamento di chi dà da mangiare ai cani e gatti randagi lasciando il cibo vicino al portone a condizione che ripulisca subito l’area per non arrecare pregiudizio alla salute comune.

Assemblea

L’assemblea è l’organo sovrano della vita condominiale: come un piccolo Parlamento, ha poteri normativi (per es. quando approva il regolamento), ma anche amministrativi, di controllo e organizzativi della vita comune. È un organo di democrazia diretta: la volontà espressa dalla maggioranza, infatti, ha poteri vincolanti anche per i condomini dissenzienti o per quelli che non hanno partecipato alla seduta. Questo, ovviamente, se sono state rispettate le maggioranze previste e se le decisioni adottate non infrangono le norme di legge o del regolamento condominiale. Il potere dell’assemblea non è assoluto, ma è circoscritto all’uso e al godimento delle parti e dei servizi comuni. I compiti dell’assemblea sono molteplici e coinvolgono l’intera vita condominiale. Ecco, comunque, quelli principali:

  • nominare, confermare o revocare l’amministratore e fissarne l’eventuale compenso. L’amministratore dura in carica un anno ma dopo il primo anno può essere rinnovato automaticamente;
  • approvare il preventivo delle spese e la relativa ripartizione tra i condomini;
  • approvare il rendiconto annuale dell’amministratore e decidere sull’impiego dell’eventuale residuo attivo della gestione;
  • decidere in merito alle opere straordinarie e alle innovazioni, accantonando un fondo speciale pari all’importo dei lavori;
  • decidere se avviare una lite giudiziaria o resistere a una causa intentata contro il condominio.

Debiti del condominio

Se il condominio non paga i propri fornitori questi possono agire con un pignoramento nei confronti dei proprietari degli appartamenti. Devono però prima avviare gli atti contro i morosi, coloro che non hanno cioè pagato le quote in relazione alla specifica spesa cui si riferisce la fattura insoluta. L’elenco di tali soggetti viene fornito loro dall’amministratore. Solo se il fornitore non riesce a recuperare dai morosi i propri soldi può agire contro tutti gli altri condomini. In ogni caso il creditore può chiedere a ciascun condomino – moroso o meno – solo la parte dell’importo totale corrispondente ai propri millesimi. Dunque per recuperare il 100% della fattura è necessario agire contro tutti i proprietari.

Reddito di cittadinanza 2019

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pensione minima e reddito minimo contro la povertà: come funziona, a quanto ammonta, a chi spetta, quali requisiti e adempimenti per ottenerlo?

Nel 2019 sarà finalmente operativo il reddito di cittadinanza da 780 euro al mese, ma sarà riconosciuto in due fasi: inizialmente, sotto forma di pensione minima di cittadinanza, cioè d’integrazione di tutte le pensioni sotto la soglia di povertà. Completata la riforma dei centri per l’impiego, quindi entro maggio- giugno 2019, verrà poi riconosciuto il reddito di cittadinanza a tutti i cittadini che si trovano sotto la soglia di povertà. È quanto recentemente annunciato dal nuovo Governo, che inserirà il reddito di cittadinanza tra gli interventi previsti nella legge di Bilancio 2019. Ai cittadini, in cambio del sussidio mensile di 780 euro, si richiederà però la ricerca assidua di un’occupazione, la frequenza di corsi di formazione e di 8 ore di lavoro a favore del proprio Comune di residenza. Il sussidio sarà sicuramente più incisivo rispetto all’attuale reddito d’inclusione Rei, dato che quest’ultima misura, attualmente vigente, offre un reddito massimo di quasi 540 euro mensili, per una famiglia di 5 e più persone (gli importi sono inferiori per i nuclei familiari di meno componenti, si parte da un minimo di circa 190 euro al mese), ma richiede un impegno notevole in termini di risorse da stanziare. La riforma dei centri per l’impiego, in base a quanto afferma il Governo, dovrebbe però trasformare il reddito di cittadinanza in una misura straordinaria, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro ed assicurando realmente il collocamento dei disoccupati, aspetto in cui gli attuali strumenti previsti in abbinamento al Rei si sono rivelati poco efficaci.  Resta però il problema delle risorse da stanziare per la pensione minima di cittadinanza da 780 euro, che diventerebbe una misura strutturale, non essendo possibile chiedere ai pensionati di cercare lavoro per aumentare il reddito. Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto della situazione sul reddito di cittadinanza 2019: come funziona, chi sono i beneficiari, a quanto ammonta, quali sono i requisiti e gli adempimenti richiesti, come ottenerlo.

Come funziona il reddito di cittadinanza?

Cerchiamo innanzitutto di capire le caratteristiche fondamentali del nuovo reddito di cittadinanza: questo sussidio consiste in una prestazione economica mensile, esentasse, accreditata a favore di coloro che possiedono un reddito sotto la soglia di povertà.

È considerato al di sotto della soglia di povertà ai fini del reddito di cittadinanza chi possiede un reddito inferiore ai 780 euro mensili, in caso di nucleo familiare con un solo componente: questa è la soglia di povertà come definita da Eurostat nel 2014. In base ai dati 2016, la soglia di povertà è passata a 812 euro, ma le attuali proposte di legge prevedono l’integrazione del reddito sino a 780 euro al mese.

Come funziona la pensione di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza non interesserà soltanto i lavoratori che si trovano sotto la soglia di povertà, ma anche i pensionati. Nello specifico, tutte le pensioni dovrebbero essere integrate a 780 euro mensili L’attuale integrazione al trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili, e le ulteriori maggiorazioni, dovrebbero dunque essere assorbite dalla pensione di cittadinanza.

A quanto ammonta il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza dovrebbe ammontare a 780 euro per ogni persona adulta e disoccupata; per chi ha un reddito sotto soglia, il reddito di cittadinanza integrerà gli importi percepiti sino ad arrivare a 780 euro al mese.

Per una famiglia di tre persone, con genitori disoccupati a reddito zero e figlio maggiorenne a carico, il reddito di cittadinanza del nucleo, in base a quanto annunciato dal Movimento 5 stelle, dovrebbe essere pari a 1560 euro al mese. Sempre in base a quanto annunciato dal Movimento, una famiglia di 4 persone potrebbe arrivare a percepire 1950 euro. Per una coppia di pensionati con pensioni minime da 400 euro ciascuno, il reddito di cittadinanza sarà pari ad altri 370 euro per la coppia, come integrazione al reddito.

Il reddito di cittadinanza, che dovrebbe interessare una platea di 9 milioni di italiani, sarà esentasse e non pignorabile.

Chi ha diritto al reddito di cittadinanza?

Potranno chiedere il reddito di cittadinanza i cittadini maggiorenni che soddisfano una delle seguenti condizioni:

  • si trovano in stato di disoccupazione o risultano inoccupati (cioè hanno perso il posto o non hanno mai lavorato);
  • percepiscono un reddito di lavoro inferiore alla soglia di povertà, cioè sotto i 780 euro mensili;
  • percepiscono una pensione inferiore alla soglia di povertà, pari, come abbiamo detto, a 780 euro mensili.

Ad oggi, non sono stati menzionati ulteriori requisiti, oltre quelli reddituali, per ottenere il reddito di cittadinanza. Non dovrebbe dunque essere richiesta la dichiarazione Isee per beneficiare del reddito o della pensione di cittadinanza.

Chi lavora o percepisce la disoccupazione ha diritto al reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza, come abbiamo osservato, sarà compatibile con l’attività lavorativa: nello specifico, se il lavoratore ha un contratto part time, il suo salario sarà integrato, attraverso il reddito di cittadinanza, fino ad arrivare a 780 euro al mese.

Naspi e altre prestazioni collegate allo stato di disoccupazione saranno compatibili col reddito di cittadinanza sino al limite di 780 euro mensili.

Chi percepisce prestazioni di assistenza avrà diritto al reddito di cittadinanza?

L’importo mensile del reddito di cittadinanza, come avviene ora per il Rei, sarà ridotto in corrispondenza al valore mensile di eventuali prestazioni di assistenza di cui fruiscono uno o più componenti del nucleo familiare. In particolare, le prestazioni saranno compatibili col reddito di cittadinanza sino al limite di 780 euro mensili per ogni familiare del nucleo.

Per ottenere il reddito di cittadinanza si deve lavorare?

In base a quanto previsto dalle attuali proposte, il reddito di cittadinanza obbligherà il beneficiario non solo a cercare assiduamente un lavoro ed a riqualificarsi, ma anche ad offrire 8 ore alla settimana di lavoro gratuito per il proprio Comune di residenza.

Chi si rifiuterà di lavorare perderà il sussidio.

Per quanto riguarda, poi, la partecipazione alle iniziative di politica attiva del lavoro previste per il beneficiario del reddito, sarà obbligatorio (a meno che l’interessato non sia pensionato):

  • iscriversi presso i centri per l’impiego e offrire subito la disponibilità al lavoro;
  • iniziare un percorso per essere accompagnati nella ricerca del lavoro dimostrando la reale volontà di trovare un impiego;
  • offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (come abbiamo osservato, l’impegno lavorativo richiesto è di 8 ore settimanali);
  • frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale;
  • effettuare ricerca attiva del lavoro per almeno 2 ore al giorno;
  • comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito;
  • accettare uno dei primi tre lavori che verranno offerti.

Chi ha un lavoro a tempo pieno, ma è sottopagato, avrà comunque diritto all’integrazione del reddito, senza bisogno di partecipare alle iniziative di politica attiva del lavoro.

Per ottenere la pensione di cittadinanza si deve lavorare?

Per ottenere la pensione di cittadinanza non sarà necessario lavorare, in quanto funzionerà in modo analogo all’attuale integrazione al trattamento minimo ed alle maggiorazioni.

Che cosa succede al reddito di cittadinanza se rifiuto un lavoro?

L’interessato che percepisce il reddito di cittadinanza può rifiutare al massimo tre proposte lavorative nell’arco di due anni. Ha anche la possibilità di recedere dall’impiego per due volte nell’arco dell’anno solare. Superati questi limiti, perde la somma.

Come si chiede il reddito di cittadinanza?

Ad oggi si sa ancora con quali modalità verrà riconosciuto il reddito di cittadinanza, in quanto si tratta soltanto di una proposta di legge. Ad ogni modo, in base a quanto annunciato dal Governo, la pensione di cittadinanza potrà essere richiesta da gennaio 2019, mentre il reddito di cittadinanza a partire da giugno 2019.

Come arrivare in Cassazione 

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando e come fare un ricorso per Cassazione contro le sentenze di appello o di primo grado. I motivi di ricorso e i soggetti legittimati.

Vincere una causa in tribunale è spesso un terno al lotto. Questo perché ogni giudice ha le sue convinzioni e interpreta la legge come vuole. Non c’è modo di contestargli una tesi diversa da quella di un altro magistrato o della stessa Cassazione se non facendo appello. È il nostro sistema giudiziario che, se anche mette i giudici al di sotto della legge, fa sì che questi possano comunque stabilire come va applicata. L’incertezza del processo deriva anche dal fatto che non esistono archivi pubblici e gratuiti delle sentenze dei tribunali: solo le più importanti vengono pubblicate su internet o in banche dati a pagamento. Così non è possibile sapere in anticipo come la pensa un foro rispetto a un altro. Al contrario, le sentenze della Cassazione sono facilmente reperibili sia sul sito della stessa Corte che tramite Google. Questo consente, prima di avviare un processo, di farsi un’idea dell’interpretazione corretta della norma. Immaginiamo allora una persona che abbia subìto un torto da parte di una pubblica amministrazione. Informatosi presso un legale, è venuto a sapere che il tribunale ove risiede è di solito orientato a rigettare le domande come la sua; di diverso avviso è invece la Cassazione che invece è propensa ad accogliere le istanze. A questo punto la domanda sorge spontanea: come arrivare in Cassazione e, verosimilmente, il più presto possibile e con il minor dispendio di soldi?

Chi sa che una determinata tesi a lui favorevole, pur non essendo accolta in primo grado, lo è invece dalla Suprema Corte può rivolgersi direttamente a quest’ultima e saltare tutti i passaggi intermedi? È quello che cercheremo di spiegare in questo articolo.

In particolare ti spiegheremo come arrivare in Cassazione e quali passaggi è necessario attuare.

Cos’è la Cassazione?

Contrariamente a quanto di solito si crede, la Cassazione non è un terzo grado di giudizio. I gradi del processo, nel nostro ordinamento, sono solo due: il primo grado (in tribunale o dal giudice di pace) e l’appello (anche detto secondo grado). La Cassazione interviene invece qualora uno dei giudici pronunciatisi in precedenza (ossia nel primo o nel secondo grado) abbia commesso qualche errore nell’interpretazione della legge o nella procedura. La Cassazione non si attiva da sola, ma deve essere una delle parti coinvolte nel processo a rivolgersi ad essa, così come avviene del resto in secondo grado.

La differenza tra Cassazione e appello è enorme: se al giudice di secondo grado si affida di nuovo tutta la controversia per fare un secondo esame del merito della vicenda e stabilire, alla luce di una ulteriore valutazione delle prove, chi ha ragione e chi ha torto, alla Cassazione si ricorre invece in presenza di specifici vizi della sentenza. La Suprema Corte non va ad analizzare di nuovo il merito del caso, ma stabilisce solo se l’interpretazione data dai giudici a una determinata norma è corretta o meno.

Possiamo quindi stabilire che in Cassazione si può andare solo in presenza di specifici errori commessi dal giudice di primo o di secondo grado, errori indicati tassativamente dal codice di procedura civile. Vedremo a breve quali sono.

Per quali motivi si va in Cassazione?

I motivi del ricorso in Cassazione, come detto, sono specifici. Chi impugna una sentenza o un provvedimento davanti alla corte di cassazione deve precisare i motivi del ricorso che devono essere ricompresi tra quelli indicati in modo tassativo dalla legge: deve cioè indicare quali errori o quali vizi di diritto relativi al procedimento hanno compromesso la regolarità e la correttezza del giudizio di merito.

La cassazione può esaminare le sole questioni, di diritto o di fatto, che hanno già formato oggetto del giudizio di merito. Con il ricorso non possono quindi essere prospettate nuove questioni, salvo quelle rilevabili d’ufficio.

I motivi di ricorso in Cassazione possono dividersi in due grandi categorie e a ciascuna categoria corrisponde una diversa estensione dei poteri della corte:

  1. motivi relativi al procedimento: vi rientrano gli errori in cui può incorrere il giudice nell’applicare le norme processuali relative al rapporto definito dalla sentenza. La corte che esamina tali vizi è giudice anche del fatto (processuale): può cioè riesaminare gli atti del giudizio e interpretare e valutare direttamente le risultanze del processo per verificare la corretta applicazione delle norme di rito. I poteri della corte possono però riguardare solo i fatti accaduti nel processo e risultanti dal fascicolo. In questa categoria rientrano: a) motivi relativi alla giurisdizione; b) violazione delle norme sulla competenza (quando non è prescritto il regolamento di competenza); c) nullità della sentenza o del procedimento; d) omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussone tra le parti;
  2. motivi relativi al giudizio: vi rientrano gli errori in cui può incorrere il giudice nell’individuare e applicare le norme di diritto sostanziale che regolano il rapporto definito nella sentenza. Vi rintano la violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi di lavoro. La Corte che esamina tali motivi non può entrare nel merito dei fatti prospettati nel giudizio, ma deve limitarsi a eseguire un controllo di legittimità, senza rinnovare il giudizio di merito.

Chi può andare in Cassazione?

In Cassazione può andare solo chi ha perso la causa o comunque non ha ottenuto quanto sperato. Ad esempio, potrebbe ricorrere in Cassazione chi ha vinto la causa di risarcimento ma il giudice gli ha riconosciuto un importo inferiore rispetto a quello richiesto. Potrebbero agire entrambe le parti contemporaneamente, ciascuna per motivi diversi. In tal caso la Corte si pronuncia, con un’unica sentenza, su tutte le richieste.

Come detto, la Cassazione si attiva solo se c’è un ricorso di una o di entrambe le parti del processo. Il ricorso va fatto con un avvocato iscritto in un apposito elenco degli abilitati alle “giurisdizioni superiori” (cosiddetti “cassazionisti”).

Come arrivare in Cassazione?

Per arrivare in Cassazione bisogna fare la “trafila” del primo e secondo grado di giudizio. In altri termini chi vuol fare una causa a un’altra persona o a una pubblica amministrazione non può rivolgersi direttamente alla Cassazione ma deve prima avviare il processo di primo grado in tribunale e poi quello in secondo davanti alla Corte di Appello.

E difatti possono essere impugnate innanzi alla corte di cassazione le sentenze pronunciate “in grado d’appello”. Il giudice di appello è:

  • la corte d’appello contro le sentenze di primo grado emesse dal tribunale
  • il tribunale contro le sentenze di primo grado emesse dal giudice di pace.

Per ricorrere in Cassazione è necessario che la sentenza di secondo grado non si divenuta definitiva ossia – come si dice in gergo tecnico – non sia passata in giudicato. Una sentenza passa in giudicato quando sono stati esperiti tutti i mezzi di impugnazione oppure quando sono scaduti i termini per farlo. Ricordiamo a tal proposito che:

  • per andare in appello ci sono 30 giorni dalla notifica della sentenza (o, se non viene notificata, 6 mesi);
  • per andare in Cassazione ci sono 60 giorni dalla notifica della sentenza (o, se non viene notificata, 6 mesi).

Sentenze non appellabili

Eccezionalmente si può andare in Cassazione già dopo il primo grado. Si tratta delle ipotesi delle sentenze non appellabili. Sono tali le sentenze:

  • pronunciate in un unico grado: a) per la particolare struttura del giudizio come, ad esempio, le sentenze che definiscono il giudizio di riconoscimento delle sentenze straniere; b) per legge: è il caso delle sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità;
  • inappellabili per accordo tra le parti: le parti si possono accordare per omettere l’appello (cosiddetto “ricorso per saltum“). L’accordo deve risultare da un visto apposto sul ricorso dalle altre parti o dai loro difensori muniti di procura speciale oppure da atto separato, anche anteriore alla sentenza impugnata, da unirsi al ricorso. Non è sufficiente che l’accordo sia concluso dai difensori muniti di una semplice procura alle liti, pena l’inammissibilità del ricorso. L’accordo deve intervenire prima della scadenza del termine per proporre l’appello e deve preesistere o essere contemporaneo alla proposizione del ricorso per cassazione.

Quota 100: quanto si perde?

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quale diminuzione dell’assegno mensile Inps comporta la pensione quota 100 col ricalcolo contributivo e col ricalcolo misto?

Andare in pensione prima non comporta soltanto vantaggi: l’assegno pensionistico, difatti, si basa anche sui versamenti effettuati, per cui meno contributi sono accreditati, più è bassa la rendita. Questa considerazione vale per tutte le pensioni, salvo casi molto particolari (in cui il trattamento è calcolato soprattutto sulla base degli ultimi redditi, nell’ipotesi che questi calino parecchio al termine della vita lavorativa): in pratica, a prescindere dalla tipologia di trattamento prescelta (pensione anticipata, pensione di vecchiaia, etc.), più tardi si esce dal lavoro, più è alta la pensione. Per quanto riguarda la nuova pensione quota 100, a questa penalizzazione “standard” dovrebbe aggiungersi l’ulteriore penalizzazione prevista dal ricalcolo contributivo o misto del trattamento. Secondo molte delle attuali proposte sulla quota 100, difatti, si vorrebbe applicare un calcolo della pensione basato sui contributi, e non sugli ultimi stipendi e redditi, per ridurre l’impatto sui conti pubblici che sarà causato dall’aumento dei pensionamenti. Quindi, con la quota 100, quanto si perde? Non esiste una risposta unica a questa domanda: in primo luogo, perché ancora non si ha la certezza dell’applicazione del ricalcolo della pensione, né si sa se sarà applicato il ricalcolo contributivo o misto. In secondo luogo, la perdita causata dal sistema di calcolo contributivo non è uguale per tutti, ma dipende dalla carriera personale. Cerchiamo quindi, dopo aver brevemente ricordato come funziona la quota 100, di capire a quanto potrebbero aumentare le penalizzazioni col ricalcolo della pensione.

Come funziona la quota 100?

La quota 100 è una pensione che si può ottenere quando la quota, cioè la somma di età ed anni di contributi, è almeno pari a 100.

Quando l’età o le annualità di contribuzione non corrispondono a una cifra esatta, per calcolare la quota i mesi devono essere trasformati in decimi:

  • ad esempio, se il lavoratore ha raggiunto 63 anni e 6 mesi di età, ai fini del calcolo della quota dovrà indicare 63,5;
  • potrà ottenere la pensione quota 100 se possiede almeno 36 anni e 6 mesi di contributi (perché 100-63,5= 36,5, ossia 36 anni e 6 mesi).

La pensione anticipata quota 100 è, allo stato attuale, una semplice proposta, e non è stata dunque definita un’età minima, né un minimo di annualità di contribuzione richiesto: la maggior parte delle ipotesi effettuate sinora parla però di un’età minima di 62 anni, quindi di una contribuzione minima pari a 38 anni. In buona sostanza, anche se si raggiunge la quota 100, non ci si potrà pensionare se l’età non sarà almeno pari a 62 anni

Altre proposte invece fissano l’età minima a 64 anni e la contribuzione minima a 36 anni. Si tratta comunque di proposte, e bisognerà verificare, a questo proposito, che cosa si stabilirà nella legge di bilancio 2019.

Ad ogni modo, perché la quota 100 sia sostenibile, dovrebbe essere previsto il ricalcolo contributivo, o almeno il ricalcolo misto, della pensione.

Quali sono i sistemi di calcolo della pensione?

Bisogna innanzitutto sapere che il metodo di calcolo della pensione non è unico, ma dipende dall’anzianità contributiva e dalla gestione di appartenenza. Presso la generalità dei fondi facenti capo all’Inps, il sistema di calcolo è:

  • retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo (in base a quanto stabilito dalla legge Fornero [1]), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (in questi casi si parla di calcolo misto);
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995, o per chi, pur possedendoli, opta per il calcolo contributivo (si devono possedere particolari requisiti per aderire all’opzione contributiva, che solitamente non è, comunque, conveniente), o effettua la totalizzazione dei contributi posseduti in casse diverse, o si pensiona con l’opzione donna.

I sistemi di calcolo sono invece differenti per gli iscritti alle casse dei liberi professionisti; anche all’interno delle varie gestioni Inps, ad ogni modo, le modalità di determinazione della pensione possono cambiare, specie per quanto riguarda le quote calcolate col metodo retributivo.

In particolari casi, ad esempio per gli aventi diritto alla pensione d’inabilità, sono applicate delle maggiorazioni nel calcolo della pensione; in altri casi, come per chi richiede l’anticipo pensionistico Ape, sono invece applicate delle penalizzazioni.

Come funziona il calcolo retributivo della pensione?

Il calcolo retributivo della pensione si si basa sugli ultimi stipendi o redditi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che per la generalità dei dipendenti del settore privato iscritti all’Inps si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992; Per i dipendenti pubblici statali si basa sulle voci fisse e continuative dell’ultimo stipendio moltiplicate per 12, per i dipendenti degli enti locali, iscritti alle ex casse di previdenza amministrate dal tesoro (Cpdel, Cps, Cpi e Cpug), la retribuzione pensionabile è costituita dalle voci dell’ultimo stipendio che hanno caratteristiche di fissità e continuità moltiplicate per 13 mensilità;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute al 31 dicembre 2011.

Il calcolo è differente, oltreché per i dipendenti pubblici, per gli iscritti alla gestione dei lavoratori dello sport e dello spettacolo, e per diverse altre categorie. Per approfondire: Come si calcola la pensione col retributivo?

Come funziona il calcolo contributivo della pensione?

Per quanto riguarda il calcolo contributivo della pensione, sono coinvolti i periodi:

  • a partire dal 1° gennaio 1996, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè ai contribuenti che applicano il metodo misto);
  • a partire dal 1° gennaio 2012, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè a chi era soggetto al solo calcolo retributivo);
  • a partire dal versamento del 1° contributo, per chi non ha anzianità contributiva al 31 dicembre 1995.

È calcolata col contributivo tutta la contribuzione posseduta, invece, per chi si avvale dell’opzione Donna, dell’opzione contributiva, del computo nella gestione Separata o della totalizzazione dei contributi; il ricalcolo contributivo dovrebbe essere poi applicato a chi si avvale della quota 100.

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna innanzitutto:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Come funziona il ricalcolo contributivo?

Per determinare la Quota A della pensione (cioè la quota sino al 31 dicembre 1995, che nella generalità dei casi è calcolata col sistema retributivo), in caso di opzione per il sistema contributivo, computo nella gestione Separata, totalizzazione o ricalcolo contributivo quota 100, il procedimento è piuttosto complicato, e cambia a seconda della gestione previdenziale di appartenenza.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo (il procedimento esposto può essere applicato alla generalità dei dipendenti del settore privato; ci sono delle piccole differenze per i dipendenti pubblici):

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Come funziona il calcolo misto?

Il calcolo misto della pensione è un sistema di calcolo intermedio tra il retributivo e il contributivo. È applicato a chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e potrebbe essere applicato, al posto del ricalcolo contributivo, a chi richiede la quota 100.

Il calcolo misto, nella generalità delle gestioni Inps, funziona in questo modo:

  • si applica il calcolo retributivo Quota A per le annualità sino al 31 dicembre 1992;
  • si applica il calcolo retributivo Quota B per le annualità dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995;
  • si applica il calcolo contributivo dal 1996.

Quanto si perde col ricalcolo contributivo?

Facciamo ora un esempio pratico di calcolo per capire qual è la perdita, nel caso in cui alla quota 100 sia applicato il calcolo contributivo.

Ipotizziamo che Mario, con un montante contributivo, già rivalutato, pari a 350mila euro, si pensioni con la quota 100 a 62 anni nel 2019, utilizzando il calcolo integralmente contributivo.

Per calcolare la pensione contributiva di un lavoratore che si pensiona a 62 anni, dobbiamo applicare 4,79% (coefficiente operativo dal 2019 per chi si pensiona a 62 anni) al montante contributivo: dobbiamo dunque moltiplicare 350.000 per 4,79%, ed otteniamo 16.765;

dividendo per 13 l’importo annuale, si giunge all’assegno mensile: la pensione lorda è dunque pari a 1.289,62 euro.

Facciamo ora un confronto col calcolo retributivo veloce (rendimento 2% annuo), ipotizzando che la retribuzione pensionabile mensile di Mario ammonti a 2mila euro e che gli anni di contributi posseduti siano 38: col calcolo retributivo, la pensione di Mario ammonterebbe a (2000 x 38 x 2%) 1.520 euro mensili, con una perdita del 15%.

In questo caso è stata prospettata una retribuzione costante nell’arco della vita lavorativa. Se si ipotizza, però, una crescita delle retribuzioni nell’ultimo decennio di carriera, come accade in gran parte delle situazioni, quindi una retribuzione media pensionabile pari a 2300 euro, il divario tra calcolo retributivo e contributivo sale di parecchio: otterremmo infatti una pensione mensile pari a 1748 euro (2300 x 38 x 2%), contro una pensione contributiva pari a 1289,62 euro, con una perdita del 26,22%.

Un caso molto più raro, ma possibile, è quello del crollo delle retribuzioni negli ultimi anni di carriera. Ipotizzando una retribuzione media pensionabile pari a 1600 euro, ad esempio, otterremmo una pensione retributiva pari a 1.216 euro mensili (2300 x 38 x 2%), più bassa della pensione contributiva.

È dunque indispensabile valutare volta per volta la convenienza della scelta.

Quanto si perde col ricalcolo misto?

Nel caso in cui la quota 100 sia calcolata col sistema misto, la perdita è minore, in quanto il calcolo retributivo si applica comunque, anche se per un periodo più breve. Anche in queste ipotesi, è comunque necessario valutare caso per caso, a seconda della retribuzione pensionabile e del montante contributivo posseduti.

Come calcolare pensione Inps

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si calcola il trattamento pensionistico: sistema contributivo, retributivo e misto, maggiorazioni, particolarità dipendenti pubblici.

Si può conoscere la pensione a partire dall’ultimo stipendio? Molti anni fa, per alcune categorie di dipendenti, come i lavoratori pubblici, era possibile calcolare la pensione dall’ultimo stipendio. Nel corso del tempo, però, il calcolo della pensione è notevolmente cambiato: oggi è praticamente impossibile quantificare l’importo del trattamento mensile sulla sola base dell’ultima retribuzione. Per determinare l’importo della pensione bisogna infatti effettuare delle valutazioni accurate basate sull’estratto conto Inps, o Inpdap, o sull’estratto contributivo dell’eventuale differente fondo a cui si è iscritti (o su estratti conto contributivi differenti, nel caso in cui si possieda contribuzione versata presso gestioni previdenziali diverse e non ricongiunta). Per determinare l’importo della pensione, poi, bisogna considerare che il sistema di calcolo da applicare cambia a seconda della categoria del lavoratore, del fondo a cui è iscritto e della sua anzianità contributiva e assicurativa. I calcoli possono cambiare, inoltre, se si richiede una pensione agevolata che può comportare delle penalizzazioni, o se ci si trova in una situazione particolare (invalidità, servizio disagiato…) che comporta l’applicazione di maggiorazioni o, ancora, se si vogliono riunire, attraverso cumulo, ricongiunzione o totalizzazione, contributi accreditati in casse diverse. Insomma, determinare l’importo della pensione è un’operazione realmente complessa, che non può essere automatizzata, come certi siti web lasciano intendere, ma che invece richiede, nella maggior parte dei casi, uno studio preventivo della situazione previdenziale personale. Vediamo allora, nel dettaglio, come calcolare la pensione Inps e la pensione presso le gestioni previdenziali che fanno capo all’Inps, come l’ex Inpdap.

Quali sono i sistemi di calcolo della pensione?

Bisogna innanzitutto sapere che il metodo di calcolo della pensione non è unico, ma dipende dall’anzianità contributiva e dalla gestione di appartenenza. Presso la generalità dei fondi facenti capo all’Inps, il sistema di calcolo è:

  • retributivo sino al 31 dicembre 2011, poi contributivo (in base a quanto stabilito dalla legge Fornero [1]), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (in questi casi si parla di calcolo misto);
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995, o per chi, pur possedendoli, opta per il calcolo contributivo (si devono possedere particolari requisiti per aderire all’opzione contributiva, che solitamente non è, comunque, conveniente), o effettua la totalizzazione dei contributi posseduti in casse diverse, o si pensiona con l’opzione donna.

I sistemi di calcolo sono invece differenti per gli iscritti alle casse dei liberi professionisti; anche all’interno delle varie gestioni Inps, ad ogni modo, le modalità di determinazione della pensione possono cambiare, specie per quanto riguarda le quote calcolate col metodo retributivo.

In particolari casi, ad esempio per gli aventi diritto alla pensione d’inabilità, sono applicate delle maggiorazioni nel calcolo della pensione; in altri casi, come per chi richiede l’anticipo pensionistico Ape, sono invece applicate delle penalizzazioni.

Come si calcola la pensione col retributivo?

Il calcolo retributivo della pensione si si basa sugli ultimi stipendi percepiti ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che per la generalità dei dipendenti del settore privato iscritti all’Inps si basa sugli ultimi 5 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane di contributi possedute al 31 dicembre1992; Per i dipendenti pubblici statali si basa sulle voci fisse e continuative dell’ultimo stipendio moltiplicate per 12, per i dipendenti degli enti locali, iscritti alle ex casse di previdenza amministrate dal tesoro (Cpdel, Cps, Cpi e Cpug), la retribuzione pensionabile è costituita dalle voci dell’ultimo stipendio che hanno caratteristiche di fissità e continuità moltiplicate per 13 mensilità;
  • la quota B, che si basa sugli ultimi 10 anni di stipendio, rivalutati, e sul numero di settimane possedute al 31 dicembre 2011.

Come si calcola la quota A retributiva della pensione?

In particolare, per il calcolo della Quota A si deve procedere in questo modo, nella generalità delle gestioni Inps:

  • la retribuzione degli ultimi 5 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria; in pratica, gli stipendi degli ultimi 5 anni precedenti alla pensione vanno rivalutati singolarmente (anno per anno) secondo un apposito indice;
  • gli stipendi rivalutati vanno poi sommati;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 5 anni deve poi essere divisa per 260 (o per il minor periodo, nel caso in cui le annualità precedenti al 31 dicembre 1992 siano meno di 5): si ottiene così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute al 31 dicembre 1992 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la Quota A di pensione.

Per gli statali, iscritti alla Cassa Stato (ex Inpdap), la retribuzione pensionabile non è costituita dalla media degli ultimi stipendi, ma dalle voci retributive percepite nell’ultimo mese di servizio moltiplicate per 12 mensilità. Le voci pensionabili in Quota A, cioè le voci che possono essere valutate nella Quota A ai fini della pensione, devono essere tassativamente previste dalla legge.

Inoltre, alcune voci dello stipendio possono essere maggiorate del 18%, come lo stipendio tabellare, la retribuzione individuale di anzianità e la vacanza contrattuale, mentre altre, come l’indennità integrativa speciale, non godono di questa maggiorazione. Le voci differenti, definite accessorie, restano fuori dalla base pensionabile.

La base pensionabile cambia ancora per i dipendenti iscritti alle ex casse di previdenza amministrate dal tesoro (Cpdel, Cps, Cpi e Cpug), come i dipendenti degli enti locali: la retribuzione pensionabile è difatti costituita dalle voci dello stipendio che hanno caratteristiche di fissità e continuità.

In pratica, per determinare la base pensionabile si devono moltiplicare le voci fisse e continuative percepite nell’ultimo mese di servizio (come risultano dall’ultima busta paga) per 13 mensilità, senza includere le voci accessorie.

Come si calcola la quota B retributiva della pensione?

Il calcolo della Quota B si effettua invece in questo modo, nella generalità delle gestioni Inps:

  • la retribuzione degli ultimi 10 anni deve essere rivalutata secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat, con l’incremento di un punto percentuale per ogni anno solare preso in considerazione;
  • la retribuzione rivalutata degli ultimi 10 anni deve poi essere divisa per 520 (o per il minor periodo): si ottiene così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • la retribuzione media settimanale deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011 e moltiplicata per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa retribuzione media settimanale;
  • si ottiene così la Quota B di pensione.

Come si calcola la pensione col metodo retributivo veloce?

Un metodo più veloce ed approssimativo per il calcolo retributivo consiste nell’individuare la retribuzione media pensionabile degli ultimi anni di retribuzione (rivalutati) e nel moltiplicarla per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta è moltiplicata per il numero di anni di contribuzione rientranti nel sistema di calcolo retributivo. Tuttavia, questo sistema non è attendibile per chi ha una retribuzione media pensionabile elevata, in quanto vanno applicati dei tetti di rendimento. Inoltre, il rendimento varia a seconda del fondo di appartenenza.

Qual è il rendimento nel calcolo retributivo della pensione?

Come abbiamo appena osservato, il rendimento, nel calcolo retributivo, è pari approssimativamente al 2%, salvo il caso in cui si superino determinati limiti di retribuzione.

Ai dipendenti pubblici non si applicano tetti retributivi: in buona sostanza, l’aliquota resta la stessa a prescindere dall’ammontare della retribuzione, ma le aliquote di rendimento sono diverse rispetto a quelle applicate alla generalità degli iscritti Inps.

Nel dettaglio, ai dipendenti delle amministrazioni statali è riconosciuto un rendimento del 35% sino al 15° anno di servizio (in pratica, il 2,33% annuo), ed un rendimento aggiuntivo dell’1,8% per ogni anno di servizio successivo al 15°.Il rendimento massimo a cui si può arrivare è pari all’80% della media della retribuzione pensionabile.

Gli appartenenti al comparto difesa e sicurezza, invece, se l’anzianità utile a pensione è compresa tra 15 e 20 anni, hanno diritto ad una pensione su base retributiva pari al 44% della base pensionabile. Le aliquote di rendimento sono pari al 3,6% dal 21° anno di contribuzione, per ogni anno di anzianità sino al 31 dicembre 1997; dal 1998 le aliquote sono state abbassate al 2%.

Si possono inoltre cumulare, in aggiunta alla base pensionabile, sei aumenti periodici.

Per gli appartenenti al comparto enti locali le aliquote di rendimento sono, invece, quelle contenute nella tabella allegata alla legge sui miglioramenti ai trattamenti di quiescenza dei dipendenti pubblici [2]; i rendimenti sono però stati ridotti al 2% annuo per le anzianità di servizio successive al 1° gennaio 1995.

Come funziona il calcolo contributivo della pensione?

Per quanto riguarda il calcolo contributivo della pensione, sono coinvolti i periodi:

  • a partire dal 1° gennaio 1996, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè ai contribuenti che applicano il metodo misto);
  • a partire dal 1° gennaio 2012, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (cioè a chi era soggetto al solo calcolo retributivo);
  • a partire dal versamento del 1° contributo, per chi non ha anzianità contributiva al 31 dicembre 1995.

È calcolata col contributivo tutta la contribuzione posseduta, invece, per chi si avvale dell’opzione Donna, dell’opzione contributiva Dini, del computo nella gestione Separata o della totalizzazione dei contributi; potrebbe essere interamente ricalcolata col sistema contributivo anche la nuova pensione Quota 100, che dovrebbe diventare operativa nel 2019.

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, sino al 31 dicembre 1995;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Per ricavare l’assegno di pensione corrispondente alla Quota B, bisogna innanzitutto:

  • accantonare, per ogni anno, il 33% della retribuzione lorda corrisposta dal 1996 (il 33% è l’aliquota valida per la generalità dei lavoratori dipendenti), oppure l’aliquota contributiva prevista dall’Inps per le altre categorie di lavoratori;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla media mobile quinquennale della crescita della ricchezza nazionale, ovvero all’incremento del Pil nominale, che comprende anche il tasso di inflazione che si registra anno per anno;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Come funziona il ricalcolo contributivo?

Per determinare la Quota A della pensione (cioè la quota sino al 31 dicembre 1995, che nella generalità dei casi è calcolata col sistema retributivo), in caso di opzione per il sistema contributivo, computo nella gestione Separata o totalizzazione, il procedimento è piuttosto complicato, e cambia a seconda della gestione previdenziale di appartenenza.

Il complesso meccanismo dovrebbe risultare più semplice spiegato in questo modo (il procedimento esposto può essere applicato alla generalità dei dipendenti del settore privato; ci sono delle piccole differenze per i dipendenti pubblici):

  • si prendono le 10 retribuzioni annue precedenti il 1996 (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici);
  • si applica l’aliquota contributiva pensionistica riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12% per la generalità dei dipendenti);
  • si rivalutano i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del Pil nominale;
  • si ricava una media annua di contribuzione (capitalizzata) dividendo il totale della somma complessivamente accantonata per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • si moltiplica il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di anzianità, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote contributive vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

Si possono, in alternativa, sommare i due montanti contributivi, della Quota A e della Quota B, per giungere al montante contributivo totale, che viene poi trasformato in rendita dal coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età pensionabile.

Quali sono i coefficienti di trasformazione del calcolo contributivo della pensione?

Di seguito, i coefficienti di trasformazione aggiornati, che trasformano la somma dei contributi rivalutati in pensione, validi sino al 31 dicembre 2018:

  • se ci pensiona a 57 anni il coefficiente è pari a: 4,246%
  • se ci pensiona a 58 anni: 4,354%
  • 59: 4,468%
  • 60: 4,589%
  • 61: 4,719%
  • 62: 4,856%
  • 63: 5,002%
  • 64: 5,159%
  • 65: 5,326%
  • 66: 5,506%
  • 67: 5,700%
  • 68: 5,910%
  • 69: 6,135%
  • 70: 6,378%

Ecco invece i coefficienti che saranno validi dal 2019:

  • se ci pensiona a 57 anni il coefficiente sarà pari al 4,2%
  • se ci pensiona a 58 anni: 4,304%
  • 59: 4,414%
  • 60: 4,532%
  • 61: 4,657%
  • 62: 4,79%
  • 63: 4,932%
  • 64: 5,083%
  • 65: 5,245%
  • 66: 5,419%
  • 67: 5,604%
  • 68: 5,804%
  • 69: 6,021%
  • 70: 6,257%

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde a “cifra tonda” (ad esempio, 57 anni e 6 mesi), sono aggiunte al coefficiente le relative frazioni di anno.

Come si calcola la pensione col contributivo: esempio

Facciamo un breve esempio pratico per capire bene come funziona il calcolo contributivo della pensione: ipotizziamo che Mario, con un montante contributivo, già rivalutato, pari a 350mila euro, si pensioni a 63 anni e 7 mesi nel 2018, utilizzando il calcolo integralmente contributivo.

Per calcolare il coefficiente di trasformazione di un lavoratore che si pensiona a 63 anni e 7 mesi, dobbiamo innanzitutto svolgere i seguenti passaggi:

  • 5,159 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 64 anni) meno 5,002 (coefficiente vigente per chi si pensiona a 63 anni) = 0,157;
  • dobbiamo poi dividere tale risultato per 12 mesi, ottenendo 0,01308 circa. Moltiplichiamo il nuovo risultato per le frazioni di anno, in questo caso 7 mesi, ed otteniamo 0,09158, arrotondando;
  • a questo punto, dobbiamo sommare quanto ottenuto al coefficiente vigente per chi si pensiona a 63 anni, arrivando così al coefficiente esatto per chi si pensiona a 63 anni ed 7 mesi, ovvero 5,09358;
  • applicando il coefficiente al montante contributivo, si ottiene la pensione annuale: dobbiamo dunque moltiplicare 350.000 per 5,09358%, ed otteniamo 17.827,53;
  • dividendo per 13 l’importo annuale, si giunge all’assegno mensile: la pensione lorda è dunque pari a 1.371,35 euro.

Come si calcola la pensione nelle casse dei liberi professionisti?

Presso le gestioni previdenziali dei liberi professionisti, i sistemi di calcolo applicati sono simili a quelli applicati presso le gestioni Inps, ma presentano delle non trascurabili differenze.

Presso la cassa dottori commercialisti (Cnpadc) e la cassa ragionieri (Cnpr), ad esempio, si applica il sistema reddituale (differente dal sistema retributivo Inps) sino al 2003, poi il contributivo; il calcolo interamente contributivo si applica per la pensione di anzianità, oppure in caso di totalizzazione, se non si raggiunge un autonomo diritto alla pensione di vecchiaia.

La cassa degli avvocati (Cassa Forense) suddivide la quota principale della pensione in quattro quote, o proquote: nell’ultima quota il calcolo della pensione si basa sulla media dei redditi professionali (entro la soglia massima pensionabile), escluso l’ultimo (i redditi sono rivalutati per l’indice Foi dell’Istat), moltiplicata per il coefficiente 1,40% e per il numero di anni di contribuzione alla cassa.

Ad esempio, se la media dei redditi professionali, escluso l’ultimo, è pari a 30mila euro e l’interessato possiede 33 anni di contributi, la pensione ammonta a 13.860 euro annui (10.66,15 euro per 13 mensilità).

Anche la Cassa Forense prevede, in alcuni casi, il calcolo interamente contributivo, ad esempio per la pensione di vecchiaia contributiva, ottenuta dall’iscritto con un numero minore di anni di contributi rispetto a quelli richiesti per la pensione di vecchiaia ordinaria.

Le casse possono applicare al calcolo contributivo della pensione dei coefficienti di rivalutazione e di trasformazione più favorevoli rispetto a quelli utilizzati dall’Inps: questo dipende da quanto stabilito nel regolamento di previdenza dei singoli enti.

Come si calcola la pensione d’inabilità?

Mentre l’assegno ordinario d’invalidità, che spetta a chi possiede almeno 5 anni di contributi e una riduzione della capacità lavorativa superiore ai due terzi, si calcola allo stesso modo della pensione, la determinazione del trattamento cambia se è riconosciuta la pensione per inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa: il lavoratore ha infatti diritto al calcolo di una maggiorazione, quantificata col sistema contributivo, sino al compimento del 60° anno di età e, comunque, sino a raggiungere un massimo di 40 anni di contributi.

Nel dettaglio, l’anzianità contributiva maturata viene incrementata virtualmente (nel limite massimo di 2080 contributi settimanali, pari a 40 anni) dal numero di settimane che intercorrono tra la decorrenza della pensione di inabilità e il compimento dei 60 anni di età.

I contributi sono calcolati prendendo a base le medie contributive pensionabili possedute negli ultimi 5 anni e rivalutate ai sensi della Legge Amato. In pratica, si devono:

  • rivalutare le ultime 260 settimane di retribuzione (reddito o stipendio) prima del pensionamento, o il minor numero esistente, per i coefficienti di rivalutazione della Quota B della pensione;
  • sommare queste ultime 260 settimane di retribuzione rivalutate;
  • moltiplicare il risultato per l’aliquota di computo della gestione (pari al 33% del reddito prodotto per i lavoratori dipendenti);
  • dividere questo risultato per 260 settimane;
  • si ottiene così la media contributiva settimanale rivalutata dell’ultimo quinquennio lavorato;
  • la media contributiva settimanale rivalutata deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e il raggiungimento dei 60 anni di età;
  • si determina così la quota di maggiorazione riferita al periodo mancante al raggiungimento del sessantesimo anno di età, da aggiungere al montante individuale, cioè alla somma dei contributi dell’interessato;
  • in ogni caso non può essere calcolata un’anzianità contributiva complessiva superiore a 2080 settimane (40 anni).

Il coefficiente di trasformazione, cioè la cifra, espressa in percentuale, che trasforma la somma dei contributi (montante contributivo) in pensione, come per gli assegni di invalidità, deve essere quello relativo a 57 anni di età per chi si pensiona con un’età inferiore.

Come si calcola la pensione d’inabilità per i dipendenti pubblici?

Il procedimento di calcolo della maggiorazione per inabilità che si deve applicare ai dipendenti pubblici inabili (nel caso di inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa, non nel caso d’inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro: per queste due pensioni non sono dovute maggiorazioni) corrisponde a quello appena osservato in relazione alla generalità dei lavoratori.

Tuttavia, il beneficio derivante viene limitato da un doppio calcolo, o doppio tetto: non può difatti superare:

  • l’80% della base pensionabile delle quote di pensione determinate con il sistema retributivo (Quota A e Quota B di pensione per i lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31.12.1995);
  • l’importo della pensione privilegiata che sarebbe spettata al dipendente in caso di infermità riconosciuta dipendente da causa di servizio (questo requisito, però, non appare più verificabile in quanto la Legge Fornero ha abolito la pensione privilegiata, che resta solo per i dipendenti del comparto difesa, sicurezza e soccorso).

Come si calcolano le maggiorazioni dei contributi?

Alcuni lavoratori appartenenti a categorie tutelate, come gli invalidi, oppure chi ha svolto particolari tipologie di servizio, hanno diritto al riconoscimento di maggiori periodi di lavoro, ai fini della pensione: si tratta delle maggiorazioni dei contributi. Per saperne di più: Maggiorazioni dei contributi.

Come si calcola la pensione minima?

In alcuni casi, i pensionati presso i fondi Inps hanno diritto dell’integrazione della pensione bassa sino a un determinato importo, il cosiddetto trattamento minimo Inps. Per il 2018, il trattamento minimo ammonta a 507,42 euro mensili: in buona sostanza, se si possiede una pensione più bassa di questa cifra, e un reddito, personale e familiare, non superiore a determinati limiti, si ha diritto all’integrazione al minimo.

Non tutte le pensioni sotto la soglia minima possono essere, però, integrate, perché per alcuni trattamenti l’integrazione al minimo è esclusa. Per sapere come calcolare le integrazioni: Come funziona il trattamento minimo.

La situazione potrebbe cambiare dal 2019, in quanto tutte le pensioni dovrebbero essere integrate al minimo di 780 euro, grazie al reddito di cittadinanza.

Come si calcolano le maggiorazioni della pensione?

Chi ha compiuto 60 anni può aver diritto, a determinate condizioni, alla maggiorazione sociale della pensione.

La maggiorazione sociale, per l’anno 2018, è pari a:

  • 25,83 euro al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni;
  • 82,64 euro al mese per chi ha un’età tra i 65 e i 69 anni.

L’incremento della maggiorazione sociale, il cosiddetto incremento al milione, spetta invece a chi ha compiuto almeno 70 anni e consente di arrivare a una prestazione mensile sino a 643,86 euro (per l’anno 2018).

L’incremento al milione, comprensivo della eventuale maggiorazione sociale, non può superare l’importo mensile determinato dalla differenza fra l’importo di 643,86 euro (per l’anno 2018) e l’importo del trattamento minimo, o della pensione sociale o, ancora, dell’assegno sociale. Per approfondire: Maggiorazione sociale e incremento al milione.

Come si calcolano le penalizzazioni della pensione?

Sino a pochi anni fa, erano previste delle penalizzazioni, nel calcolo della pensione, per chi accedeva alla pensione anticipata prima dei 62 anni di età. Ad oggi, le penalizzazioni esistenti riguardano chi richiede l’anticipo pensionistico volontario a 63 anni, o Ape volontario: l’anticipo, infatti, è ottenuto grazie a un prestito bancario, la cui restituzione determina delle rate che tagliano la pensione. Per sapere a quanto ammontano le penalizzazioni Ape: Ape volontario, come si calcola la pensione.

Oltre a quanto esposto in merito all’Ape, ulteriori penalizzazioni potrebbero essere introdotte a breve dalla nuova legge sul taglio delle pensioni d’oro: ad essere ridotte sarebbero, in particolare, le pensioni sopra i 4mila euro, ma soltanto per chi si è pensionato prima del compimento dell’età per il trattamento di vecchiaia.

Come si calcola la pensione con la ricongiunzione?

Se si possiedono contributi in casse diverse, e li si vuole riunire in un solo fondo per ottenere un’unica pensione, si devono ricongiungere i contributi. La ricongiunzione dei contributi consente infatti di riunire tutta la contribuzione accreditata in gestioni previdenziali differenti in un’unica cassa.

Questo consente di ottenere, nella generalità dei casi, una pensione più elevata: fanno eccezione le ipotesi in cui vi sia una quota retributiva della pensione ed i periodi ricongiunti, risultando con un reddito imponibile esiguo, abbassino la retribuzione pensionabile.

Per calcolare il costo della ricongiunzione, per quanto riguarda i periodi soggetti al sistema retributivo, è necessario effettuare un primo calcolo della pensione considerando i soli contributi presenti nella gestione di destinazione, poi un secondo calcolo della pensione considerando tutti i contributi dell’interessato, come se risultassero accreditati nel fondo prescelto.

Bisogna poi fare la differenza tra i due calcoli per ottenere l’ammontare del beneficio conseguito. Una volta determinato il beneficio, questo si deve moltiplicare per un apposito coefficiente che cambia in relazione all’età, al sesso e all’anzianità contributiva del lavoratore: si ottiene, così, la riserva matematica.

Dalla riserva matematica si devono sottrarre i contributi trasferiti nella gestione di destinazione, rivalutati al tasso composito del 4,50% annuo. Infine, se la ricongiunzione è effettuata dall’Inps verso l’Inpdap (o viceversa), l’onere così ottenuto deve essere diviso per due; il costo della ricongiunzione può essere liquidato in un’unica soluzione o rateizzato, con l’applicazione degli interessi.

Per quanto concerne i contributi da ricongiungere soggetti al calcolo contributivo, la determinazione dell’onere di ricongiunzione è più semplice. Bisogna infatti:

  • prendere come riferimento la retribuzione pensionabile degli ultimi 12 mesi;
  • moltiplicare la retribuzione per gli anni da ricongiungere e per l’aliquota contributiva (33% per la generalità dei lavoratori dipendenti);
  • sottrarre dall’onere così ottenuto i contributi da trasferire.

Il costo della ricongiunzione, in ogni caso, come la contribuzione obbligatoria, è considerato un onere deducibile: diminuisce, cioè, il reddito da sottoporre a tassazione (reddito imponibile Irpef).

Come si calcola il cumulo dei contributi?

Il cumulo dei contributi consiste nella possibilità di sommare gratuitamente la contribuzione presente in casse diverse, comprese quelle dei liberi professionisti, per raggiungere la pensione. Ai fini dell’ammontare del trattamento, però, ogni gestione liquida la propria quota indipendentemente, quindi il cumulo non consente, generalmente, di ottenere una pensione più alta: fanno eccezione i casi in cui la contribuzione non cumulata non può dar luogo a un’autonoma pensione o a una pensione supplementare. In queste ipotesi, il cumulo permette senz’altro di ottenere una pensione più elevata in quanto, senza questa possibilità, i contributi non cumulati andrebbero persi.

Il cumulo permette, poi, di ottenere una pensione più elevata nei casi in cui, grazie ai contributi sommati, l’interessato raggiunga almeno 18 anni di anzianità contributiva alla data del 31 dicembre 1995.

Dobbiamo a questo proposito osservare che la legge istitutiva del cumulo [3] stabilisce, ai fini dell’anzianità contributiva per il diritto al calcolo retributivo o misto della pensione, che debbano essere considerati tutti i contributi posseduti dall’interessato nelle diverse gestioni previdenziali. In pratica, se il lavoratore possiede, anteriormente al 31 dicembre 1995, almeno 18 anni di contributi tra tutte le gestioni a cui è o è stato iscritto, ha comunque diritto al calcolo retributivo della pensione sino al 31 dicembre 2011.

Tuttavia, l’Inps, con un’importante circolare [4], ha affermato che quanto stabilito dalla legge sul cumulo non è applicabile alla contribuzione presente nelle casse dei liberi professionisti: la normativa istitutiva del cumulo, difatti, nello stabilire il diritto al calcolo retributivo si riferirebbe alle sole gestioni facenti capo all’Inps (quindi assicurazione generale obbligatoria, gestioni sostitutive ed esclusive della medesima e gestione Separata). Quanto chiarito dall’Inps è sicuramente contestabile, se consideriamo che la legge istitutiva del cumulo, così come modificata dalla legge di Bilancio 2017, comprende anche le casse professionali, quindi dovrebbero essere incluse anche queste casse nel computo dei 18 anni di contribuzione ai fini del passaggio dal calcolo misto al retributivo; ad oggi, però, resta l’unico riferimento esistente.

Come si calcola la totalizzazione dei contributi?

Anche la totalizzazione dei contributi [5], come il cumulo, consiste nella possibilità di sommare gratuitamente la contribuzione presente in casse diverse, comprese quelle dei liberi professionisti, ai fini del diritto alla pensione. Ai fini della misura della pensione, però, ogni gestione liquida la propria quota indipendentemente, con il ricalcolo contributivo della prestazione, salvo che l’interessato non raggiunga il diritto alla pensione presso una o più gestioni. Pertanto, la totalizzazione non consente, generalmente, di ottenere una pensione più alta: fanno eccezione i casi in cui la contribuzione non cumulata non può dar luogo a un’autonoma pensione o a una pensione supplementare, come già osservato per il cumulo. In queste ipotesi, la totalizzazione permette senz’altro di ottenere una pensione più elevata in quanto, senza la possibilità di essere sommati, i contributi non cumulati andrebbero persi.

La totalizzazione consente poi di ottenere una pensione migliore nei rari casi in cui il calcolo contributivo della prestazione risulti più elevato del retributivo: si tratta delle situazioni in cui il reddito pensionabile degli ultimi anni risulta notevolmente più basso.

Come si calcola il riscatto dei contributi?

Per ottenere la pensione prima, o per alzarne l’importo, è possibile riscattare determinati periodi per i quali non risultano versati i contributi.

In particolare è possibile effettuare il riscatto, a titolo oneroso, se non già coperti da contributi figurativi, dei periodi di:

  • aspettativa non retribuita
  • disoccupazione
  • lavoro part time
  • formazione professionale, studio, ricerca
  • lavoro all’estero
  • astensione facoltativa per maternità
  • intervalli tra lavori stagionali, temporanei, part time e discontinui
  • servizio civile.

È inoltre possibile riscattare i periodi per i quali, nonostante l’esistenza di un rapporto di lavoro, i contributi non risultano versati: si tratta della cosiddetta costituzione di rendita vitalizia.

I costi del riscatto vanno calcolati allo stesso modo degli oneri di ricongiunzione. Come per la ricongiunzione, l’operazione di riscatto è conveniente in termini finanziari: le somme pagate, infatti, sono considerate oneri deducibili e quindi vanno ad abbattere il reddito imponibile Irpef.

Come si calcola la pensione supplementare?

La pensione supplementare è una prestazione che si ottiene quando il lavoratore possiede contributi versati in più casse, non abbia potuto accedere al cumulo, alla totalizzazione o alla ricongiunzione, e non abbia diritto ad un’autonoma pensione in una o più gestioni. L’Inps, in questi casi, liquida una prestazione, detta appunto pensione supplementare, che si aggiunge alla pensione principale in pagamento.

Non sempre, però, si ha diritto alla pensione supplementare: il diritto alla prestazione dipende sia dalla gestione in cui è liquidata la pensione principale, sia da quella in cui è liquidata la pensione supplementare.

La gestione più “generosa”, in questo senso, è la gestione Separata Inps, che liquida la pensione supplementare a prescindere dal fondo che liquida la pensione principale.

Come si calcola il supplemento di pensione?

Non deve essere confuso con la pensione supplementare il supplemento di pensione: si tratta di un’aggiunta alla pensione, proporzionata all’ammontare della contribuzione ulteriore, riconosciuta quando il pensionato continua l’attività lavorativa precedente, o ne inizia una nuova, per la quale sia obbligato a versare i contributi.

Il supplemento può essere richiesto dopo 5 anni dalla data di decorrenza della pensione o di un precedente supplemento. Se, però, l’interessato abbia già compiuto l’età per la pensione di vecchiaia, può richiedere il supplemento dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Il supplemento può essere richiesto anche da chi percepisce la pensione a carico del Fpld (Fondo pensione lavoratori dipendenti), qualora, dopo aver cessato il rapporto da lavoro dipendente, abbia iniziato un’attività autonoma per la quale è obbligato al versamento dei contributi.

Il supplemento di pensione è calcolato con gli stessi criteri previsti per le pensioni, prendendo in considerazione retribuzione e contributi accreditati tra la data di decorrenza del trattamento, o del precedente supplemento, e quella del supplemento da liquidare.

Il supplemento non ha limiti d’importo, e si somma anche alla pensione liquidata in base all’anzianità contributiva massima; se, però, il trattamento preesistente è integrato al minimo, e, sommando la pensione non integrata ed il supplemento, questo viene interamente assorbito, la pensione rimane ferma al trattamento minimo; se è superiore, l’incremento della prestazione risulterà pari alla differenza tra il supplemento e l’integrazione.

Licenziamento per giusta causa condanna penale

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con una condanna di primo grado non passata in giudicato si può essere licenziati? E in caso di patteggiamento? Che succede al dipendente sottoposto a indagini o con il processo ancora in corso?

Se, dopo aver commesso un reato sul lavoro (ad esempio un furto o la partecipazione a una rissa), subisci un processo penale non ti meraviglierà di certo ricevere la lettera di licenziamento. Anzi, di solito il licenziamento precede la stessa querela e quindi la condanna. Procedimento disciplinare e penale, in tali ipotesi, vanno di pari passo e l’uno trascina anche l’altro. Quello che però non sempre viene detto è che è ben possibile un licenziamento per giusta causa dopo una condanna penale per fatti estranei all’attività lavorativa, commessi quindi fuori dall’azienda e non collegati alle mansioni. Il caso tipico è quello di chi viene sorpreso con della droga in tasca nel corso di una serata tra amici. La Cassazione è stata più volte chiamata a decidere sulla validità del recesso dal contratto di lavoro attuato dall’azienda dopo aver saputo di una sentenza di condanna penale inflitta a un proprio dipendente: provvedimento che, in questi casi, viene adottato proprio per preservare l’immagine della società e l’idea di serietà e probità che deve proiettare sui potenziali clienti. A nessuno piace avere a che fare con un pregiudicato, anche se si tratta del commesso di un negozio di abbigliamento o del cassiere di un supermercato; a maggior ragione se costui è il funzionario di banca che deve consigliare un investimento o un venditore porta a porta. La vita personale delle persone – che piaccia o no – ha sempre degli strascichi sul lavoro ed è per questo che la giurisprudenza ha ritenuto, in linea di massima, valido il licenziamento per giusta causa a seguito di condanna penale. Ma non sempre. Si deve trattare di fatti sufficientemente gravi da compromettere il legame di fiducia tra datore e dipendente o da pregiudicare l’immagine che il pubblico può avere di una determinata realtà economica.

In questo articolo proveremo a fare il punto della situazione e, alla luce delle ultime sentenze della Cassazione, chiariremo quando un processo per un reato può avere effetti sul rapporto di lavoro. Procediamo dunque con ordine.

Licenziamento disciplinare per condanne penali

Se la responsabilità penale viene accertata con sentenza passata in giudicato (cui si equipara, per costante giurisprudenza, la sentenza di patteggiamento), il datore può recedere provando il venir meno del vincolo fiduciario e ciò purché le condotte penalmente rilevanti messe in atto abbiano un riflesso «sia pure soltanto potenziale ma oggettivo», sulla funzionalità del rapporto «compromettendo le aspettative d’un futuro puntuale adempimento dell’obbligazione lavorativa.

Il licenziamento disciplinare si verifica quindi quando la condotta del dipendente lede il rapporto di fiducia con il datore di lavoro tanto da far ritenere a quest’ultimo che la prestazione lavorativa non sarà più svolta con serietà e affidabilità. 

In altri termini, la rilevanza dell’illecito comportamento, di per sé del tutto esterna, può estendersi all’interno del rapporto di lavoro solo se può essere messa in dubbio la corretta esecuzione della prestazione.

Il licenziamento si attua attraverso due passaggi:

  1. una prima lettera di contestazione che dà al dipendente cinque giorni per difendersi ed eventualmente chiedere un incontro diretto col datore di lavoro;
  2. una seconda lettera che, valutate le difese, comunica il licenziamento.

Se la condotta del dipendete è molto grave (come nei casi di malafede) e le conseguenze per l’azienda sono rilevanti si avrà un licenziamento per giusta causa (si tratta del licenziamento in tronco, senza preavviso). Se invece, la condotta del dipendente è meno grave ma ugualmente tale da giustificare la cessazione del rapporto di lavoro (come nei casi di colpa grave) allora si avrà un licenziamento per giustificato motivo soggettivo (in tale ipotesi l’azienda è tenuta a dare il preavviso o, se vi rifiuta, l’indennità sostitutiva del preavviso).

La commissione di un reato può essere causa di licenziamento sia che l’illecito sia stato commesso nella vita privata che nell’esercizio delle proprie mansioni. La giurisprudenza ha prodotto numerose sentenze sul tema. Da queste possiamo trarre alcuni esempi in cui è possibile il licenziamento per giusta causa per condanne penali:

  • emissione da parte di un dipendente bancario di assegni a vuoto [1];
  • falsa testimonianza resa dal lavoratore in una causa civile [2];
  • violenza sessuale nei confronti di terzi, tenuto conto del “forte disvalore sociale” dei fatti e dall’eco mediatico, nonché della posizione del lavoratore, quale coordinatore di circa 30 unità [3];
  • spaccio di sostanze stupefacenti da parte di un lavoratore addetto alla cura e all’assistenza degli anziani [4], di un operaio addetto alle mansioni di carrellista in una catena di montaggio [5], di un autista di mezzi pesanti (condannato anche per associazione a delinquere [6]);
  • allaccio abusivo per fini privati alla rete elettrica da parte di dipendente di azienda fornitrice di energia elettrica [7].

La giurisprudenza della Corte di Cassazione è infatti consolidale nel ritenere che i comportamenti tenuti dal lavoratore nella sua vita privata, e quindi estranei al rapporto di lavoro, possono tuttavia assumere rilevanza “allorché per la loro gravità siano tali da far ritenere il lavoratore professionalmente inidoneo alla prosecuzione del rapporto, specialmente quando, per le caratteristiche e le peculiarità di esso, la prestazione lavorativa richieda un ampio margine di fiducia esteso alla serietà dei comportamenti privati del lavoratore”.  Tale giurisprudenza, formatasi inizialmente con fattispecie relative ai dipendenti bancari, per la particolare fiducia richiesta dalla natura delle loro mansioni, si è poi estesa fino a comprendere tutte le altre categorie di lavoratori e a fondare, pertanto, un vero e proprio principio di diritto.

In un altro precedente [18] la Cassazione ha detto che il possesso di droga presso la propria abitazione non è causa di licenziamento. Innanzitutto, i Giudici del Palazzaccio sottolineano che «il concetto di condanna per reati infamanti non è specificato nel contratto collettivo nazionale» e poi aggiungono che «esso deve comunque ritenersi strettamente collegato ad una mancanza relativa di doveri propri del dipendente nell’ambito del rapporto di lavoro». Quest’ultimo dettaglio è significativo, poiché, rimarcano i Giudici, in questa vicenda «la condanna» penale ha riguardato «fatti assolutamente estranei al rapporto di lavoro», ossia la mera «detenzione di sostanze stupefacenti», occultate dall’uomo «nel box della propria abitazione», senza la prova di eventuali «attività di spaccio», neanche «nell’ambiente di lavoro».

Nell’esercizio delle proprie mansioni, sono stati considerati giusta causa di licenziamento i seguenti reati:

  • appropriazione di denaro dei correntisti [8];
  • appropriazione di somme di denaro, anche se di modesta entità, da parte del dipendente addetto alla cassa [9];
  • concessione di prestiti in denaro a colleghi di lavoro a tassi di interesse usurari [10];
  • appropriazione indebita, contestata ad un cassiere di banca e posta in essere mediante doppia contabilizzazione di addebiti sul conto corrente dei clienti [11];
  • produzione di falsi rimborsi spese per circa € 25 [12].

Il processo penale è giusta causa di licenziamento?

Nel nostro ordinamento vige la regola della presunzione di innocenza fino a condanna passata in giudicato; quindi, prima dell’emissione della sentenza penale, il dipendente sottoposto a indagini o a processo non può essere licenziato. Tuttavia, il licenziamento può avvenire in casi eccezionali anche senza il passaggio in giudicato della pronuncia. 

Quando, con il processo penale, il dipendente è sottoposto a carcerazione preventiva il licenziamento è consentito nel momento in cui la sua assenza dall’azienda raggiunga una durata tale da far venire meno l’interesse del datore di lavoro alla prosecuzione del rapporto di lavoro [13]. Si tratta in questo caso di un licenziamento per giustificato motivo soggettivo, quindi con preavviso. 

È quindi illegittimo il licenziamento durante un processo penale quando la carcerazione preventiva è limitata a qualche giorno. Fanno eccezione i casi che abbiamo evidenziato sopra, quando cioè il procedimento penale evidenzia la gravità della condotta del lavoratore al punto tale da pregiudicare il legame fiduciario tra lo stesso e il datore di lavoro.

Se dopo il carcere il dipendente viene assolto ha diritto alla riassunzione?

Secondo la Cassazione, se a seguito di carcerazione preventiva viene emessa una sentenza di assoluzione, di proscioglimento, di non luogo a procedere o di archiviazione al lavoratore già licenziato spetta la reintegrazione ma senza corresponsione delle retribuzioni per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione [14].

Sentenza non passata in giudicato: c’è licenziamento?

La sentenza penale di condanna del lavoratore non ancora passata in giudicato non fa venire meno la fiducia del datore di lavoro al temporaneo espletamento dell’incarico. Pertanto non è possibile il licenziamento per giusta causa. È fatto salvo, in ogni caso, il diritto del datore di recedere dal contratto di lavoro – anche prima del passaggio in giudicato della pronuncia – se le circostanze oggetto del procedimento penale sono di estrema gravità [15].

Col patteggiamento si viene licenziati?

I fatti extra-lavorativi che integrano fattispecie di reato possono scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali. In questi casi è legittimo il licenziamento per giusta causa, purché dalle condotte penalmente rilevanti possa mettersi in dubbio la futura correttezza dell’adempimento. Ai fini della valutazione del giudice, l’applicazione della pena su richiesta (ossia il cosiddetto patteggiamento) è equiparabile sostanzialmente alla sentenza penale di condanna passata in giudicato. Quindi chi patteggia può essere licenziato ugualmente [16].

Rilevano anche i reati commessi in passato?

Le condotte costituenti reato del lavoratore possono integrare giusta causa di licenziamento anche se realizzate prima dell’instaurazione del rapporto di lavoro. Ciò purché intervenga sentenza penale di condanna irrevocabile nel corso dello svolgimento del rapporto e purché i comportamenti messi in atto dal dipendente e penalmente rilevanti siano tali da ledere il vincolo fiduciario con il datore [17].

 

Come avere gratis Dazn

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, Calcio, feed

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DAZN è la nuova televisione online per vedere alcune delle partite del campionato di calcio di serie A ed altri eventi sportivi: ecco come vederli gratis.

È da poco cominciato il campionato di calcio di serie A e ti sei accorto che quest’anno vi è stata una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda i diritti televisivi delle partite. È infatti comparso un nuovo attore nel panorama televisivo calcistico italiano. Si tratta di Dazn, una piattaforma online che trasmette in esclusiva tre partite del campionato di calcio di serie A ogni turno di campionato oltre a numerosi altri eventi sportivi. Dazn è visibile soltanto mediante una connessione internet: ciò significa che potrai vedere le partite tramite un qualsiasi dispositivo connesso alla rete (pc, tablet, smartphone, consolle di Playstation o X Box oppure smart tv). Le partite trasmesse da DAZN sono in esclusiva, ossia nessun’altra emittente né televisiva né sul web trasmette le dirette di queste partite: pertanto, anche gli abbonati alle tv a pagamento tradizionali, se vorranno vedere tutte le partite della serie A, dovranno abbonarsi anche a Dazn. Questa rivoluzione ha ovviamente generato malcontento tra gli appassionati di calcio, soprattutto tra gli utenti di Sky, che con la loro tessera, fino all’anno scorso, potevano vedere tutte le partite della serie A, mentre da quest’anno dovranno aggiungere un ulteriore abbonamento per poter vedere le partite trasmesse in esclusiva da Dazn. Infatti, si accede ai contenuti del nuovo canale tramite un abbonamento che ha un costo, seppur non eccessivo. Tuttavia, esistono almeno quattro modi per vedere Dazn senza pagare. Quindi, come avere gratis Dazn?Di seguito te lo spieghiamo.

Cos’è Dazn?

Come detto, Dazn è una sorta di tv online, ossia una tv che si può vedere soltanto in internet, sia in «live streaming» sia «on demand»: lo «streaming» indica la visione in diretta, ossia il flusso di dati (audio ed immagini) viene trasmesso in tempo reale, mentre «on demand» letteralmente significa «a richiesta» ed indica la possibilità di accedere ai contenuti in qualsiasi momento, anche dopo che sono stati trasmessi in diretta. Queste sono le caratteristiche principali di Dazn:

  • puoi vedere il nuovo canale soltanto se hai una rete internete preferibilmente una rete con traffico illimitato e con una buona velocità di trasmissione dei dati. Infatti, se hai una connessione internet con delle soglie di traffico, ossia hai a disposizione un certo numero di gigabyte di traffico al giorno, vedere Dazn non è consigliabile, perché rischi di non averne a sufficienza per vedere un’intera partita. Nelle condizioni contrattuali di Dazn sono specificati i requisiti tecnici che deve avere la tua connessione internet per una visione ottimale delle partite: si raccomanda per i contenuti in HD (alta definizione) una velocità minima in download di 9.0 Mbps per stream. Quindi, dovrai sincerarti con l’operatore che ti fornisce la connessione che la stessa garantisca una velocità adeguata;
  • Dazn ha acquistato i diritti in esclusiva di tre partite del campionato di calcio di serie A ogni turno di campionato, ossia la partita del sabato alle 20.30, quella di domenica alle 12.30 e una delle partite delle 15.00 della domenica. Tali partite sono in esclusiva su Dazn e quindi nessun’altra emittente le trasmetterà. La nuova televisione ha acquistato i diritti televisivi anche di ulteriori eventi sportivi (come ad esempio, la serie B italiana e la Liga spagnola, ossia il massimo campionato di calcio spagnolo);
  • i contenuti di Dazn sonoa pagamento: occorre abbonarsi sul sito ufficiale di Dazn al costo di 9,99 euro al mese, da pagarsi mediante una forma di pagamento scelta al momento della sottoscrizione dell’abbonamento (carta di credito, carta di debito, PayPal o altro metodo di pagamento accettato). Nelle condizioni contrattuali Dazn si riserva il diritto di aumentare unilateralmente il costo del canone di abbonamento nel caso in cui aumenti la tassazione, i costi di gestione o nel caso in cui mutino le condizioni di mercato. Si può disdire l’abbonamento in qualsiasi momento; è prevista anche la possibilità di sospenderlo: questo sarà riattivato automaticamente al termine del periodo di sospensione.

Con Dazn gli appassionati di calcio ci guadagnano?

L’apparizione di Dazn sul mercato televisivo calcistico non sembra giovare agli appassionati di calcio ed ai tifosi, per i seguenti motivi:

  • durante le prime giornate di campionato si sono riscontrati dei malfunzionamentidei servizi di trasmissione delle partite, che hanno portato molti utenti a lamentarsi dei disservizi;
  • gli abbonati alle pay tv (ossia le tv a pagamento) che negli ultimi anni trasmettevano gli eventi calcistici più importanti, ossia Sky e Mediaset Premium, se un tempo potevano godere pressoché dell’intero panorama calcistico italiano con un solo abbonamento, oggi per vedere tutte le partite della serie A sono costretti a sottoscrivere un ulteriore abbonamento con Dazn;
  • come detto, Dazn è visibile soltanto mediante una connessione internet: molti utenti, soprattutto di una certa età, non dispongono di connessioni internet veloci e potenti, essendo più legati al modello televisivo che a quello del web;
  • a meno che non si possieda una televisione di ultimissima generazione, cioè le cosiddette smart tv (letteralmente, le tv intelligenti), che consentono alla tv di accedere direttamente alla linea internet, bisognerà guardare le partite sul computer o sul tablet, che hanno schermi molto più piccoli di una televisione, oppure bisognerà collegare il pc alla televisione con dei cavi particolari che non tutti possiedono.

Per tutti questi motivi, è stato presentato un esposto da parte del Codacons(associazione a tutela dei diritti dei consumatori) all’Autorità antitrust (Autorità che si occupa di vigilare sul rispetto delle norme in materia di concorrenza nel mercato) contro Sky e Dazn per le seguenti pratiche commerciali scorrette:

  • a Dazn vengono addebitati l’offerta di un servizio scadente, che subisce continue interruzioni (anche per chi è dotato delle connessioni internet più veloci), i ritardi nella trasmissione in diretta e la mancanza dell’applicazione per vedere il canale su alcuni dispositivi (ad esempio, durante le prime giornate di campionato sulle smart tv non era ancora presente l’apposita applicazione per vedere il nuovo canale direttamente sulla tv);
  • a Dazn viene anche contestato di fornire pubblicità ingannevole, dicendo ai consumatori che il servizio offerto non è né un contratto né un abbonamento;
  • l’esposto del Codacons mira anche a far dichiarare vessatoria(e quindi sostanzialmente annullarla) la clausola dell’abbonamento di Dazn che prevede il rinnovo automatico dell’abbonamento;
  • l’esposto addebita invece a Sky il fatto di far pagare ai suoi abbonati lo stesso prezzo degli ultimi anni, ma facendo vedere soltanto il 70 % delle partite (fino all’anno scorso Sky trasmetteva invece tutti gli incontri della serie A) e senza aver comunicato preventivamente agli abbonati quali partite non verranno trasmesse. Infatti, le partite trasmesse in esclusiva da Dazn (e quindi non da Sky) vengono identificate in base all’orario in cui verranno giocate e pertanto soltanto al momento della redazione dei calendari dei singoli turni di campionato è possibile sapere quali partite verranno trasmesse in esclusiva dal nuovo canale.

Se ho già Sky devo abbonarmi anche a Dazn?

Se vuoi vedere tutte le partite della serie A devi per forza abbonarti anche a Dazn perché, come detto, le partite trasmesse da quest’ultima in esclusiva non verranno trasmesse da nessun’altra tv. I clienti di Sky sono i più penalizzati dallo spacchettamento dei diritti televisivi delle partite di serie A, perché si troveranno a pagare lo stesso abbonamento degli scorsi anni, ma non potranno vedere tutte le partite della serie A, bensì soltanto il 70 % (7 partite su 10 ogni turno di campionato). Gli utenti Sky, se vorranno vedere tutte le partite, dovranno sostenere un esborso ulteriore per abbonarsi a Dazn. È previsto tuttavia uno sconto sull’abbonamento Daznper i clienti abbonati a Sky da più di un anno, che potranno pagare 7,99 euro al mese anziché 9,99.

Quando posso guardare Dazn gratis?

Non sempre sarai costretto a pagare per vedere Dazn. Ci sono infatti almeno quattro modi per averlo gratis:

  1. il mese di prova gratuito;
  2. i due mesi di prova gratuiti con Tim;
  3. un abbonamento Mediaset Premiumin corso di validità;
  4. un altro abbonamento Dazn.

Cos’è il mese di prova gratuito?

Come molte altre piattaforme online (pensa ad esempio a Netflix) hai la possibilità di abbonarti a Dazn usufruendo di un mese di prova gratuito. Ossia, per i primi 30 giorni non pagherai nulla e puoi usufruire, entro il termine del periodo di prova, di disdire l’abbonamento. Con questa facoltà si può già prevedere che si moltiplicheranno i tentativi di aggirare la regola, per esempio iscrivendosi per il mese di prova gratuito più volte, ogni volta con un indirizzo e-mail e dati diversi, addirittura cambiando l’indirizzo IP o generando falsi account: si tratta di sistemi ovviamente non leciti e, come per altre piattaforme online per cui esiste il mese di prova gratuito (come Netflix), probabilmente la società che gestisce Dazn piano piano si attrezzerà per evitare che vengano praticate queste condotte.

Due mesi di prova per i clienti Tim

L’operatore telefonico Tim consente ai suoi abbonati di usufruire didue mesi gratuitidel nuovo canale Dazn. Bisognerà accedere al portale Tim Partytramite le proprie credenziali fornite dall’operatore e da lì sarà possibile ottenere il pacchetto di due mesi gratuiti per vedere i contenuti di Dazn, che sarà possibile utilizzare fino alla fine di ottobre.

Se ho Mediaset Premium devo abbonarmi a Dazn?

Se possiedi un abbonamento calcio a Mediaset Premium (ossia la tv a pagamento di Mediaset) che sia in corso di validità puoi abbonarti a Dazn gratuitamente. Insomma, continuando a pagare il tuo abbonamento Mediaset potrai registrarti, senza costi aggiuntivi, anche a Dazn, seguendo questi passi:

  1. devi recuperare il codice di accessoche Mediaset ti fornisce automaticamente o via e-mail o accedendo all’area riservata (con le tue credenziali d’accesso che dovresti già avere) sul sito di Mediaset Premium;
  2. devi collegarti al sito ufficiale di Dazn e accedere all’area «Hai un codice d’accesso? Clicca qui»ed inserire il tuo codice di accesso fornito da Mediaset Premium;
  3. potrai ora creare un tuo account personale, generando una password che dovrai utilizzare ad ogni accesso successivo;
  4. dovrai infine accedere al sito ufficiale di Dazn alla sezione «hai già un account? Accedi»ed inserendo le tue credenziali d’accesso potrai usufruire dei contenuti della piattaforma.

Posso associarmi ad un altro abbonamento Dazn?

Le condizioni contrattuali di Dazn prevedono che l’abbonamento dia diritto all’utilizzo del canale su un massimo di due dispositivi contemporaneamente. Il contratto di Dazn prevede che l’utente non divulghi ad altri le proprie credenziali d’accesso, così tutelando l’utente stesso; potrebbe succedere, infatti, che lo stesso utente si trovi a non poter fruire delle partite di calcio trasmesse su Dazn qualora comunichi la propria password a persone di cui non si fida, che potrebbero a loro volta comunicarle a terzi. In questo caso, potrebbero collegarsi su Dazn con la stessa password più di due dispositivi contemporaneamente, rendendo impossibile la fruizione dei contenuti a chi si collega per terzo (cioè il primo che si collega alla piattaforma successivamente ai due dispositivi concessi dalle condizioni contrattuali). Tuttavia, se hai un amico fidato o un parente stretto che è già abbonato a Dazn, potrai farti dare le sue credenziali d’accesso (e-mail e password) ed accedere ai contenuti Dazn gratuitamente, ricordandoti ed impegnandoti a non divulgarle a terzi, per i motivi sopra detti. In questo caso, non dovrai registrarti, ma potrai accedere direttamente alla sezione «hai già un account? Accedi» ed inserire lì e-mail e password che ti sono state fornite dal tuo amico o parente.

Ci sono altri metodi per guardare Dazn gratuitamente?

Al momento non esistono altri metodi (consentiti) per guardare Dazn gratuitamente. È il caso di dire, però, che pende su Dazn l’esposto del Codacons, con la richiesta all’Antitrust di aprire un’indagine e con la richiesta di inibire (cioè far cessare) la continuazione della pratica commerciale scorretta, consistente nel far pagare un canone agli abbonati per rendere un servizio scadente. Vedremo dunque cosa deciderà l’Antitrust.

Se il condominio non vuole rifare il tetto come difendersi?

Posted on : 18-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mansarda, terrazza o lastrico solare, tetto spiovente: se le infiltrazioni danneggiano uno degli appartamenti sottostanti, chi deve autorizzare i lavori e pagare le spese di manutenzione?

Abiti in un appartamento collocato agli ultimi piani. Dal tetto del condominio, ormai vecchio di diverse decine d’anni, cade acqua che si infiltra nei muri del palazzo e arriva fin dentro la tua casa. Hai fatto notare il problema all’amministratore per chiedere un pronto intervento e l’avvio dei lavori di manutenzione. «Tutto ciò che posso fare – ti ha risposto – è convocare l’assemblea per approvare la spesa di rifacimento della copertura». Ma l’assemblea non ne vuol sapere: benché tutti i condomini abbiano ricevuto la raccomandata con l’ordine del giorno, alla riunione erano presenti in pochi. Un’altra volta, quando il quorum era stato finalmente raggiunto, l’urgenza è stata sottovalutata: si è infatti deciso di rinviare a una successiva assemblea per dare mandato a un professionista e valutare le effettive cause delle macchie di umidità. Insomma, nessuno ha voglia di mettere mano al portafogli. Vorresti a questo punto sapere come difendersi se il condominio non vuol rifare il tetto. In questo articolo proveremo a darti qualche suggerimento pratico alla luce di ciò che prevede la legge e di quali strumenti processuali è possibile disporre nel breve termine.

Maggioranza in assemblea per rifacimento tetto

La prima questione pratica da affrontare è quale maggioranza è necessaria, in assemblea, per poter approvare il rifacimento del tetto. Si tratta di lavori di manutenzione straordinaria. Pertanto, in seconda convocazione, è necessario che venga raggiunta una doppia maggioranza. In particolare, a votare a favore dei lavori deve essere:

  • il 50%+1 dei presenti in assemblea;
  • i quali devono comunque rappresentare almeno la metà dei millesimi dell’edificio.

Tanto per fare un esempio, se la decisione viene approvata dalla maggioranza dei votanti presenti in assemblea, tuttavia la somma dei millesimi di proprietà di questi ultimi non raggiunge 500, la votazione non passa.

Lavori sul tetto: come si dividono le spese?

Alle spese di rifacimento del tetto devono partecipare tutti i condomini secondo i rispettivi millesimi di proprietà, almeno quando si parla del classico tetto spiovente. La regola è stabilita dal codice civile in via generale per qualsiasi tipo di lavoro di manutenzione ordinaria o straordinaria dell’edificio [1]. Quando però il tetto funge da copertura solo a una parte dell’edificio (si pensi a un palazzo costruito su più livelli, come se fossero gradini), la spesa viene ripartita solo tra i proprietari degli appartamenti che si trovano sotto l’asse verticale del tetto da rifare, ossia quelli che ne ricevono copertura.

Questo criterio di divisione delle spese dei lavori sul tetto può essere derogato solo da un regolamento di condominio approvato all’unanimità (cosa che ad esempio ricorre quando il regolamento medesimo è stato approvato da tutti i titolari di appartamento al momento del rogito di acquisto della casa, quindi in momenti tra loro differenti e separati).

Diverso è invece il caso del tetto orizzontale quello cioè su cui si può camminare. Stiamo parlando della terrazza, meglio detta “lastrico solare”. Qui le ipotesi sono due:

  • se la terrazza è di proprietà esclusiva di un solo condomino (come spesso succede per chi abita all’ultimo piano), la spesa viene divisa per un terzo a carico di quest’ultimo e per gli altri due terzi a carico degli altri condomini (quelli cioè coperti dal lastrico);
  • se invece la terrazza è di proprietà comune, ossia di tutti, valgono le stesse regole del tetto spiovente: la spesa viene divisa secondo millesimi.

Infiltrazioni di acqua dal tetto: chi è responsabile?

Le regole che abbiamo appena detto portano anche delle conseguenze nell’individuazione del soggetto responsabile per le infiltrazioni provenienti dal tetto. Se si tratta di tetto spiovente, in quanto di proprietà comune, la responsabilità ricade sul condominio: è quindi all’amministratore – almeno in prima battuta – che il danneggiato deve rivolgersi per ottenere il risarcimento e chiedere la convocazione dell’assemblea per l’approvazione degli interventi di straordinaria amministrazione. Chiaramente la decisione finale spetta all’assemblea e la causa andrà eventualmente fatta contro il condominio. Ci sono però dei precedenti della giurisprudenza che assegnano una responsabilità concorrente all’amministratore che, pur sapendo o potendo sapere delle infiltrazioni, non si è attivato nell’informare l’assemblea e nel raccomandare l’avvio dei lavori.

Stesso discorso se si tratta di terrazza di proprietà comune. Anche qui la richiesta di risarcimento va inoltrata al condominio.

Se invece siamo in presenza di una terrazza di proprietà di un solo condomino allora la responsabilità è per un terzo del proprietario esclusivo e per i restanti due terzi di tutto il resto dell’edificio. Tale è stata la conclusione delle Sezioni Unite della Cassazione [2].

Rifacimento del tetto: chi citare in causa?

Le regole sulla responsabilità comportano anche che, se si intende fare una causa, bisognerà citare i soggetti appena indicati ossia, nella generalità dei casi, sempre il condominio e, quando si tratta di lastrico solare a uso esclusivo, anche (e non soltanto) il relativo titolare.

Lavori urgenti al tetto: cosa fare?

Se i lavori sul tetto sono urgenti e indifferibili e il condominio non vuole approvare i lavori, possono attivarsi in via autonoma sia ciascun condomino (quindi anche quello danneggiato), sia l’amministratore. Vediamo singolarmente queste due opzioni.

Interventi sostenuti dal condomino e poi rimborsati

Se un intervento di manutenzione risulta urgente (ad esempio la riparazione del tetto scoperchiato, un cornicione pericolante verso la pubblica via) e l’amministratore o l’assemblea non riescono in tempi brevi ad essere avvisati al fine di potervi provvedere secondo le normali regole di gestione condominiale, ogni singolo condomino può disporli, anticipando le relative spese, per evitare il deterioramento della cosa. Egli ha poi diritto a chiedere il rimborso delle spese agli altri condomini, secondo la ripartizione per millesimi per come in precedenza illustrata.

Secondo la giurisprudenza costante, sono spese urgenti quelle che, secondo il criterio del buon padre di famiglia, appaiono indifferibili per evitare un pregiudizio possibile (anche se non certo) al bene comune [3]. Sono tali anche le spese sostenute per ottemperare a varie ordinanze comunali susseguitesi nel tempo.

Eseguito l’intervento urgente, il condomino ha diritto al rimborso delle spese sostenute, dimostrando l’urgenza dei lavori, la loro non differibilità e il fatto di non aver potuto in tempi ragionevoli avvertire l’amministratore o gli altri condomini [4].

Interventi autorizzati dall’amministratore senza l’assemblea

Anche l’amministratore può agire in via d’urgenza senza sentire prima l’assemblea, ponendo la relativa spesa sulle casse del condominio. Come sostenuto dalla Cassazione [5], l’amministratore è tenuto a garantire il buono stato e la sicurezza delle strutture; se ritiene che vi sia necessità di intervenire al fine di evitare danni alle cose o alle persone è legittimato, o meglio obbligato, ad intervenire tempestivamente. Su questi presupposti, l’amministratore non è responsabile per le spese sostenute, in quanto volte alla tutela dello stabile amministrato. Addirittura si potrebbe ravvisare una responsabilità dell’amministratore che non è intervenuto tempestivamente; e non importa che egli non fosse al corrente dei danni poiché rileva il fatto che, con un accurato controllo dell’immobile, egli avrebbe potuto prendere visione del problema. L’amministratore è infatti tenuto alla conservazione dei beni condominiali e non può limitarsi solo a raccogliere le segnalazioni dei proprietari ma deve farsi parte diligente e, in prima persona, periodicamente, verificare che tutto l’edificio non presenti problemi.

Lavori al tetto non urgenti

Se il condominio non vuole rifare il tetto e i lavori non sono urgenti, il condomino danneggiato può rivolgersi al giudice per chiedere:

  • un ordine di condanna al condominio a deliberare i lavori di manutenzione straordinaria; il magistrato non può certo sostituirsi all’assemblea, per cui spetta a quest’ultima riunirsi e scegliere la ditta incaricata dei lavori;
  • il risarcimento per i danni subiti sino ad allora per le infiltrazioni.

Questo procedimento può essere svolto anche in via d’urgenza se si teme che i danni all’appartamento possano aumentare e pregiudicare l’immobile nel breve periodo.

Auto ferma, è necessario fare revisione per evitare una multa?

Posted on : 17-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questo articolo scopriremo se, in caso di auto ferma, è necessario fare la revisione per evitare una multa. Inoltre vedremo cosa è la revisione, quali sono le sanzioni previste in caso di mancata revisione e le differenze con il tagliando.

La condizioni della tua auto non sono più buone, tanto che hai dovuto deciderti ad acquistarne un’altra. La tua vecchia macchina si trova parcheggiata nella strada sotto casa tua, in attesa di essere rottamata. Però è scaduto il termine per effettuare la revisione, e ti stai chiedendo se per caso, pur essendo la vettura inutilizzata, tu debba ugualmente provvedervi, per evitare una sanzione. Oppure può darsi che ti trovi in un momento in cui non puoi curarti di questo adempimento, magari per ragioni di salute, il termine è scaduto e la macchina si trova, inutilizzata, in sosta nei pressi della tua abitazione. Ti stai quindi chiedendo se in caso di auto ferma è necessario fare revisione per evitare una multa. In questo articolo troverai la risposta.

La revisione è un adempimento periodico, previsto dalla legge a carico di tutti i proprietari di veicoli a motore. Non farlo  comporta l’applicazione di sanzioni anche molto salate. Non va confusa con il tagliando, che è un controllo che il proprietario della vettura fa eseguire periodicamente da un meccanico, per assicurarsi del buon funzionamento della stessa.

Differenza tra revisione e tagliando

Vediamo in cosa consistono il tagliando e la revisione, per renderci conto delle differenze.

Il tagliando è un controllo che i proprietari delle autovetture fanno eseguire,  da parte di officine convenzionate con la casa produttrice. Nei rapporti con quest’ultima, il tagliando è un’operazione necessaria per conservare la garanzia: serve infatti a non perdere quest’ultima in caso di guasto. Successivamente alla scadenza della garanzia, l’automobilista potrà continuare a far eseguire i tagliandi quando lo riterrà più opportuno, possibilmente a cadenze regolari, per accertarsi che il veicolo e tutti i suoi componenti siano perfettamente efficienti. Ciò sarà utile per prevenire guasti maggiori e quindi risparmiare sulla riparazione, oltre che, naturalmente, per ragioni di sicurezza.

Durante il periodo di garanzia, i tagliandi saranno effettuati alle scadenze previste dalla casa produttrice, dopo si potrà chiedere consiglio al meccanico di fiducia sulla tempistica da osservare per i  controlli, per essere sicuri che il veicolo sia sempre perfettamente efficiente.

Se il tagliando non viene posto in essere, ciò non forma oggetto di controllo da parte di nessuno: il problema si presenterà, semmai, quando il proprietario vorrà far valere la garanzia sul mezzo.

La revisione, invece, è un obbligo imposto dalla legge. Se essa non viene effettuata, e ciò viene accertato durante un controllo dagli organi di polizia giudiziaria, scatteranno a carico del proprietario del mezzo sanzioni non irrilevanti.

L’accertamento può avvenire, ad esempio, quando il veicolo viene fermato per un controllo da un qualsiasi posto di blocco. In tale occasione, gli agenti accertatori controlleranno la carta di circolazione, sulla quale la revisione, se è stata effettuata, deve essere annotata.

Un altro modo con il quale può essere rilevata l’assenza di revisione è il passaggio del veicolo in una zona a traffico limitato (ZTL) al di fuori degli orari previsti: se ciò si verifica, gli agenti accertatori che lo rilevano, mediante le immagini delle apposite telecamere, dalla targa del veicolo possono risalire all’eventuale mancanza di revisione o di assicurazione. In tal caso, il proprietario della vettura sarà convocato presso  il comando dell’organo accertatore e gli si chiederà esibire il libretto di circolazione, per verificare se effettivamente la revisione non è stata effettuata. Se è così, per evitare la sanzione, il proprietario potrà provvedere subito a questo adempimento e poi recarsi presso gli organi di polizia giudiziaria con il libretto, sul quale appare annotata la revisione appena posta in essere.

La multa, invece, non scatta per il fatto stesso della mancata revisione, se ciò non viene rilevato in seguito a un accertamento.

Quando deve essere fatta la revisione

La revisione può essere fatta presso la Motorizzazione Civile o presso un’officina autorizzata.

Quando un veicolo è nuovo, la prima revisione deve essere effettuata entro 4 anni dall’immatricolazione. Successivamente, essa dovrà essere rinnovata ogni 2 anni. Il termine ultimo di scadenza è l’ultimo giorno del mese in cui è stata effettuata la precedente revisione. Per fare un esempio, se hai curato questo adempimento il 15 gennaio 2018, dovrai ricordare di farlo nuovamente entro il 15 gennaio 2020;  ma vi saranno alcuni giorni di tolleranza, fino al 31 gennaio 2020. Ciò aiuta  il proprietario del veicolo a non incorrere in sanzioni, qualora per un impedimento, o per una semplice dimenticanza, non porti in tempo il mezzo in officina.

I possibili esiti della revisione

Gli esiti della revisione possono essere di tre tipi:

  • esito regolare, qualora il processo di revisione si sia concluso positivamente;
  • revisione da ripetere, se è stato riscontrato un piccolo problema, non costituente pericolo immediato per la circolazione. In tal caso, l’utente deve far riparare la vettura e sottoporla,  presso la stessa struttura, a una nuova revisione entro un mese;
  • ripetere con sospensione della circolazione, se sono state riscontrate anomalie gravi  per la sicurezza.  In questo caso, il veicolo non può circolare finché persiste  il problema. Quest’ultimo deve essere risolto, e poi si deve procedere a una nuova revisione.

E’ quindi evidente che, per non perdere tempo e per risparmiare la spesa di ripetute revisioni, è buona norma portare il proprio veicolo presso l’officina in perfette condizioni, e quindi far precedere la revisione da un controllo presso un meccanico di fiducia.

A tale scopo, tieni presente che, durante la revisione, saranno controllati i freni, il freno a mano, le sospensioni, i braccetti, le tubazioni, gli pneumatici, il corretto funzionamento dell’apertura delle porte, l’airbag, le cinture di sicurezza, i vetri, gli specchietti retrovisori, i cristalli, i tergicristalli, il dispositivo lavavetri, i fanali (non basta che funzionino, devono produrre luce della giusta intensità), gli indicatori di direzione, le luci di posizione, i dispositivi di illuminazione della targa.

Sanzioni in caso di mancata revisione

Le sanzioni previste in caso di mancata revisione [1] sono piuttosto pesanti. E’ infatti comminata la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 169 a 680 euro. Gli importi raddoppiano se la revisione è omessa per più di una volta. In tal caso, il veicolo viene sospeso dalla circolazione finché l’adempimento non è effettuato. Se, nonostante ciò, il veicolo continua a circolare in presenza della sospensione, sarà dovuta una somma da 1959 a 7837 euro, con la sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo del veicolo per 90 giorni.  In caso reiterazione delle violazioni, si applicherà la sanzione della confisca amministrativa della vettura.

La revisione in caso di auto ferma

Ma in caso di auto in sosta, è necessaria la revisione per evitare le sanzioni? Sulla questione si è pronunziata, più di una volta, la Corte di Cassazione [2]. Per l’esattezza, le sentenze della Corte hanno avuto ad oggetto il concetto di circolazione dei veicoli. I casi specifici, sottoposti all’attenzione dei Supremi Giudici, riguardavano dei veicoli parcheggiati sulla pubblica via, per i quali non era stata rinnovata l’assicurazione per la responsabilità civile, anch’essa obbligatoria, come la revisione periodica, per tutti i veicoli che circolano.

Pertanto, occorreva chiarire cosa il legislatore intendesse per circolazione dei veicoli. La conclusione alla quale la Corte di Cassazione è pervenuta è che  la circolazione non implica necessariamente che il veicolo debba essere in movimento: infatti, la sosta è considerata come un momento, sia pure statico, della circolazione stessa. La Suprema Corte ha precisato che i veicoli, persino se privi di parti essenziali che li rendano in grado di muoversi autonomamente, oppure se usurati, si considerano potenzialmente circolanti, se non vi è prova della loro inidoneità assoluta alla circolazione e della loro riduzione allo stato di rottame.

Del resto il ragionamento è perfettamente condivisibile, se si considera la ragione giustificativa posta a base sia delle norme che riguardano l’assicurazione obbligatoria dei veicoli,  sia di quelle che impongono la revisione. In entrambi i casi, si tratta di prescrizioni che attengono alla sicurezza della circolazione, a tutela sia del guidatore e delle persone trasportate, sia degli altri utenti della strada, automobilisti e pedoni. Un veicolo in sosta, apparentemente, sembra inoffensivo, ma questo non è sempre vero. Quando si trova sulla pubblica via o su strade ad essa equiparate, esso è potenzialmente in grado di interagire con altri veicoli e con i pedoni. Se alcune sue parti non sono perfettamente efficienti, esso può comunque costituire un pericolo. Si pensi al caso della vettura con il freno a mano non è funzionante, che ,pur essendo in sosta e a motore spento, si sposta, investendo altre vetture o pedoni.

Quindi, fintanto che un veicolo si trova sulla strada pubblica, deve essere controllato nei suoi vari componenti per non costituire un pericolo, e da ciò discende l’obbligo di sottoporlo a revisione regolarmente. Inoltre, esso deve essere  assicurato per garantire il risarcimento  dei danni cagionati in caso di sinistro. Va poi ricordato che, anche se la vettura è regolarmente assicurata, in mancanza di revisione,  la compagnia di assicurazione eserciterà un diritto di rivalsa nei confronti del proprietario per i danni dalla stessa cagionati. In definitiva, il risarcimento graverebbe su di lui.

Le ragioni sopra esposte non sussistono, qualora il veicolo sia custodito in un spazio privato, come ad esempio un cortile privato, un box auto, oppure  in garage. In questo caso esso non costituisce un pericolo per la circolazione, e l’obbligo di revisione viene meno. Naturalmente,  se il veicolo dovesse tornare a circolare, dovrebbe essere subito revisionato.

In definitiva quindi, se la revisione è scaduta, devi fare bene attenzione che il veicolo non resti parcheggiato sulla pubblica via. Infatti, in tal caso, l’obbligo di  revisione non viene meno, e se un vigile urbano dovesse per qualunque ragione rilevare la targa dell’auto, sarebbe agevole accertare l’inadempimento la prescrizione di legge. Ne conseguirebbe, per te, una bella multa. Peggio ancora, se la macchina dovesse venire coinvolta in un incidente, provocando un danno, non solo gli organi di polizia rileverebbero immediatamente se la revisione non è stata effettuata, applicando di conseguenza le sanzioni previste, ma rischieresti di dover risarcire i danni di tasca tua. Ti conviene quindi, fintanto che il veicolo resta inutilizzato, custodirlo, in un luogo sicuro e privato; se ciò non ti è possibile, è necessario effettuare immediatamente la revisione, eventualmente incaricando qualcuno di occuparsene, anche a pagamento. Spenderesti comunque meno rispetto alle sanzioni previste dalla legge.

Diabete: chi colpisce?

Posted on : 17-09-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Una recente analisi ha definito il diabete ‘patologia sociale’ perché colpirebbe di più chi ha meno istruzione e possibilità economiche. Ma gli studi medici mirano al cuore del problema per capire chi sono le sue potenziali vittime.    

È vero: secondo una analisi condotta circa un anno fa, pare che il diabete colpisca maggiormente chi ha meno istruzione o coloro che posseggono più bassi redditi. Il ragionamento è tendenzialmente il seguente: chi è meno istruito, è meno informato, forse anche meno interessato ad informarsi e, dunque, più facilmente vittima del ‘killer silenzioso’. Così come chi ha meno possibilità economiche, ha più ridotte chances di poter accedere a tutti gli strumenti diagnostici e di potersi curare in modo efficiente, efficace e mirato. Le finalità di questo articolo sono sia quella di fornire a tutti le indicazioni basilari che consentono di poter assumere decisioni informate in materia sia quella di comunicare quali possono essere le strategie che permettono di prevenire il diabete. Il primo concetto che deve essere acquisito è l’importanza di reagire tempestivamente alle prime avvisaglie della patologia che, come noto, non risparmia nessuno: neonati (cd. diabete neonatale), ragazzi, giovani, adulti, anziani, donne ed uomini. Inoltre, non esiste una unica forma di diabete, essendo state riscontrate diverse disfunzioni patologiche come: il diabete mellito (a sua volta distinto in mellito di tipo 1, di tipo 2 e gestionale), che abbraccia la maggior parte dei diabetici; ed il diabete insipido (a sua volta distinto in insipido completo o parziale, permanente o temporaneo), che fa parte di un gruppo eterogeneo di malattie che comprendono numerose forme più rare. Ognuna di queste categorie è differente dalle altre per cause, gamma di vittima e cure. Ed, in realtà, quando si dice che il diabete è una patologia sociale non si va tanto lontani dalla realtà se si pensa che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede che, tra tutte le patologie croniche, il diabete entro il 2025 sarà capace di diffondersi tanto da raddoppiare le proprie vittime. Allora analizziamo il diabete per capire chi colpisce.

I diversi tipi di diabete: le cause e chi colpiscono

È fatto notorio che il diabete sia una malattia cronica, cioè, con lungo o permanente decorso. Ma se da questa patologia non si può guarire, certamente si può operare per prevenirla, ove possibile, oppure, una volta contratta, per prevenire le sue complicanze croniche (cioè gli effetti dannosi a carico delle diverse parti del nostro corpo). A quel punto lo scopo è quello di convivere con la malattia nel modo migliore. Ma partiamo in modo conciso da alcuni concetti base: il diabete si ha quando nel sangue c’è eccessiva quantità di zuccheri (cd. glicemia). Questa anomalia generalmente è determinata dalla ridotta produzione da parte delle cellule pancreatiche dell’insulina, un ormone che non solo regola la quantità di zuccheri nel sangue ma, soprattutto, è capace di trasformare gli zuccheri e gli altri componenti del cibo in energia. Secondo alcuni medici il diabete si sta diffondendo così facilmente anche a causa della facilità con cui si possono commettere piccoli e continui ‘peccati alimentari’ che favoriscono l’aumento di peso o, comunque, della quantità di zucchero nel sangue che causa la resistenza alla insulina prodotta dal pancreas che non riesce a smaltirli. La diretta conseguenza è l’aumento della glicemia anche a digiuno. Del diabete –per come anticipato- abbiamo diverse classificazioni, che è opportuno conoscere anche perché alla diversa categoria appartiene la differente gamma di potenziali vittime e di conseguenze, anche se certamente quelli più diffusi sono il mellito di tipo 1 e di tipo 2.

Il diabete mellito di tipo 1

Il diabete di tipo 1 si ha quando l’insulina non viene prodotta da parte del pancreas oppure, seppur prodotta, ciò avviene in quantità insufficienti a causa della distruzione delle cellule da parte dello stesso sistema immunitario del paziente che non le riconosce come parte dell’organismo ma come elementi estranei, comportandosi di conseguenza. Ecco spiegato perché il tipo 1 viene definito malattia autoimmune cioè dipendente dalla reazione contro l’organismo stesso da parte del sistema immunitario del soggetto interessato dalla patologia. Una volta diagnosticato, il paziente deve sapere che dovrà convivere con la malattia per tutta la vita così come, per tutta la propria esistenza, dovrà assumere l’insulina, affinché regoli l’utilizzo del glucosio nel sangue.

Con riferimento alle complicanze tipiche del diabete dobbiamo distinguere quelle croniche da quelle acute. Per comprendere meglio, intanto, diciamo che per complicanze si intendono le conseguenze dannose ed i disturbi che si possono sviluppare in presenza del diabete e che sono dovute ai danni, ad esempio, ai vasi sanguigni (ecco perché nei diabetici, rientra nel controllo periodico oltre all’equilibrio glicemico anche la pressione arteriosa) ed ai diversi organi e tessuti, come occhi, piede, cuore e reni. Tra queste distinguiamo: le complicanze acute, più frequenti proprio nel diabete di tipo 1 perché determinate dalla carenza o insufficienza di insulina, e chiamate così per i picchi causati dall’accumulo dei chetoni [1]; e le complicanze croniche, più frequenti nel diabete di tipo 2, che sono quelle che riguardano organi, tessuti e nervi periferici.

Il diabete di tipo 1 viene chiamato il ‘diabete giovanile’ perché compare prevalentemente (si parla del 90% dei casi) nel periodo della infanzia e della adolescenza, con esordi sempre più precoci tra 0-4 anni di età, anche se non mancano casi di manifestazione in età adulta. I primi sintomi della patologia si manifestano nei bambini e degli adolescenti con la chetoacidosi [2] oppure con la iperglicemia [3] a digiuno.

E’ stato scoperto anche un certo rapporto tra il diabete di tipo 1 e la familiarità/fattori genetici, nel senso che chi ha diabetici in famiglia deve prestare maggiore attenzione, atteso che il rischio di sviluppare questa forma di malattia è più alta quando il soggetto ha un parente affetto dalla patologia. Si parte, infatti, da una percentuale pari all’8%, nel caso di fratello/sorella diabetici, che arriva anche a circa il 30% in caso di diabete in entrambi i genitori.

Il diabete mellito di tipo 2

Il diabete di tipo 2, invece, si ha quando l’insulina o viene prodotta in misura inferiore alla norma ma senza arrivare mai ad una carenza assoluta nell’organismo, ed in questi casi di parla di deficit di secrezione di insulina, oppure quando, pur essendo prodotta, non funziona per come dovrebbe, ed in tale ipotesi si parla di insulino-resistenza tipica dei pazienti obesi. Questo è il tipo di diabete più diffuso e si manifesta nei soggetti generalmente dai 40 anni in su, colpendo principalmente le persone in sovrappeso. Infatti, dagli studi è emerso che anche la obesità rientra tra i fattori scatenanti la patologia, al pari di quelli ereditari e di quelli ambientali, come stress, vita sedentaria ed alcune malattie. Ma questo significa anche che non ne sono immuni i minori con problemi di peso, dato il progressivo aumento della percentuale di bambini ed adolescenti obesi. Come già precisato, questo tipo di diabete comporta delle complicanze croniche capaci di intaccare il sistema cardiovascolare, quello nervoso, i reni e gli occhi. Tra le patologie più diffuse ricordiamo:

  • Il piede diabetico, che si ha quando l’arto inferiore perde la sensibilità tanto da non percepire più neppure il dolore. Ciò determina l’insorgenza di ferite, tagli od ustioni involontarie al piede oltre alla secchezza della pelle. Questo problema se trascurato può portare persino alla amputazione dell’arto;
  • La lipodistrofia, che si ha quando, nelle zone in cui viene iniettata l’insulina, si accumula nel tessuto sotto la pelle del grasso. Questo comporta un infossamento od una sporgenza della pelle che, oltre ad un danno estetico, riduce, in quella parte, anche la capacità di assorbimento della insulina, costringendo a scegliere nuove parti del corpo.
  • Le malattie microvascolari, che intaccano i piccoli vasi sanguigni compresi i capillari i quali vengono sostanzialmente indeboliti. Tale leggerezza dei vasi permette che il sangui si addensi, causando la propria rottura e la conseguente emorragia;
  • Le malattie cardiovascolari, sicuramente tra le più pericolose atteso che la maggioranza dei decessi di persone con diabete avviene a causa di ictus o attacchi di cuore.
  • La neuropatia, che è una malattia al sistema nervoso capace di coinvolgere i nervi che controllano sia organi sia le funzioni motorie o sensoriali, porta con sé sintomi come il formicolio o l’intorpidimento delle estremità del corpo (mani e piedi) e che, nei casi peggiori, può condurre alla formazione di ulcere ed alla complicanza del piede diabetico.

Il diabete gestazionale

Si parla di diabete gestazionale quando la patologia sorge per la prima volta in occasione della gravidanza e nella maggior parte dei casi, dopo il parto, regredisce. Dunque, è una tipologia di diabete che colpisce la donna.

I problemi in questo caso sono fondamentalmente tre:

  • intanto, i sintomi del diabete gestazionale sono poco evidenti e questo può essere smascherato solo grazie alla efficacia analisi delle condizioni della donna;
  • ciò premesso, se tale forma di diabete non viene diagnosticato in tempo e, quindi, la gestante ed il feto non sono curati tempestivamente, entrambi potrebbero subire danni gravi;
  • inoltre, gli studi dimostrano che il soggetto che ha avuto il diabete gestazionale ha un più alto rischio di ritorno della patologia (si parla del 50% dei casi), anche se con i sintomi tipici del tipo 2 in età avanzata.

Data la delicatezza del momento in cui compare la malattia, uno dei più belli per una donna, è quasi scontato che la cura possa dirigersi su direttive di ordine alimentare ed afferenti ala attività motoria. Ciò in quanto la terapia con l’insulina viene limitata ai casi in cui, nonostante il rispetto delle regole alimentari e dello stile di vita, i valori della glicemia rimangono superiori alla media, con tutte le possibili conseguenze a danno della donna e del feto. Mentre la cura che passa attraverso l’alimentazione sarà diretta a garantire il giusto apporto calorico per la crescita del feto, la giusta forza ed energia al corpo materno necessarie al parto e, successivamente, alla fase dell’allattamento.

Il diabete insipido

Pochi sanno che la parola diabete deriva dal greco e significa ‘passare attraverso’ e venne usata per la prima volta, pare, da tale Areteo di Cappadocia nel II° secolo dopo Cristo, per indicare tutte quelle patologie che causavano una aumentata produzione di urina. Ebbene, il diabete insipido è strettamente legato a questo iniziale significato della parola. Esso rientra nella variegata categoria dei diabeti più rari come, ad esempio, quelli da infezione, quelli derivanti da difetti genetici della beta-cellula (le più numerose tra quelle presenti nel pancreas e che producono l’insulina) o quelli indotti da farmaci o sostanze tossiche.

In questa sua forma, il diabete non dipende da un mancato o cattivo funzionamento delle cellule pancreatiche nella produzione di insulina bensì dal cattivo (o mancato) funzionamento dell’ormone vasopressina da parte dell’ipotalamo e dell’ipofisi. Spiegato in termini più semplici: il sintomo principale del diabete insipido, che è rappresentato dalla eccessiva necessità di urinare, non è determinato dalla eccessiva presenza di zuccheri nel sangue a causa del cattivo andamento dell’insulina ma dall’alterato o inesistente funzionamento della vasopressina. Si tratta dell’ormone anti-diuretico, definito così perché la sua funzione è (anche) quella di contrastare la produzione di urina: più c’è vasopressina minore sarà la sua produzione e viceversa. Può colpire chiunque, tranne nella sua forma definita nefrogenica o renale che, nel 10% dei casi, è legata alla alterazione dei geni legati al cromosoma X e, quindi, riguardante solo individui di sesso maschile.

Il diabete neonatale

Anche questa sua forma rientra nella categoria dei diabeti più rari. Il diabete neonatale aggredisce, come è desumibile dallo stesso termine, i neonati anche se, a dirla tutta, la medicina normalmente fa un distinguo tra il diabete dei neonati prima e dopo i 6 mesi. La malattia che intacca i piccoli prima dei 6 mesi di età è proprio il diabete neonatale che può essere transitorio o permanente, ha una base genetica e rappresenta una delle forme non autoimmuni della malattia. L’esordio del diabete sopra il limite dei 6 mesi di età, invece, coincide con la classica forma di diabete mellito di tipo 1 che è, per come già detto, autoimmune. La precisione nella diagnosi è fondamentale per differenziare le cure, atteso che solo nelle forme di diabete neonatale è possibile avere esiti favorevoli con la terapia orale tramite ipoglicemizzanti.

In ogni caso, uno degli elementi peggiori di questa patologia è che la sua diagnosi in un bambino molto piccolo è particolarmente difficile in quanto l’elevata quantità di urina o l’aumento della sete improbabilmente viene visto come campanello di allarme, sia da parte dei genitori che da parte dei medici. Solo il mancato aumento di peso o di lunghezza o l’inappetenza del piccolo possono determinare i sanitari a fare effettuare degli urgenti controlli glicemici.

I consigli per prevenire il diabete

Abbiamo visto che tendenzialmente nessuno di noi, senza differenza di sesso od età, può ritenersi immune dall’esordio di un possibile diabete che è molto (senza esclusività) legato ad alcuni fattori come la mancanza di attività fisica, il fumo, l’obesità, il colesterolo o la pressione sanguigna alti, la parentela con un diabetico. Abbiamo avuto modo di vedere come le forme giovanili siano legati a fattori di familiarità o genetici mentre quelle più ‘adulte’ possono dipendere da fattori alimentari o farmacologici. E se è vero che, da un lato, si tratta di una patologia cronica (eccezion fatta per il diabete gestazionale) e, dall’altro, non è possibile prevenire il mellito di tipo 1, è altrettanto certo che seguire determinate linee di guida in campo alimentare nonchè con riferimento all’attività fisica ed ai controlli, è possibile tentare di prevenire il diabete di tipo 2, più diffuso e con forte incidenza nell’età adulta.

Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che per i soggetti predisposti allo sviluppo del diabete, una buona alimentazione abbinata all’esercizio fisico e ad uno stile di vita tendenzialmente sano permettono di ridurre il rischio di esserne colpiti tra il 50-60%. Quella che segue può essere considerata, dunque, una sintesi delle strategie da attuare per prevenire il problema, provando a:

  • mantenere sempre un peso forma, cioè nei limiti del peso ideale per sesso, età e conformazione del corpo;
  • preoccuparci di avere una sana alimentazione che contempli nella dieta frutta, verdura, frutta secca e cereali;
  • mangiare meno carne sostituendolo con più pesce e più legumi;
  • limitare il consumo di grassi saturi che aumentano la probabilità di ammalarsi, ad esempio, riducendo il consumo di formaggi, stagionati o meno, ed insaccati;
  • limitare il consumo di bibite zuccherate;
  • eliminare il vizio del fumo, facendo attenzione anche al fumo passivo, parimenti nocivo;
  • combattere la sedentarietà, dedicandoci del tempo e riservandolo ad allenare il corpo grazie alla pratica di qualunque attività sportiva o fisica (come le passeggiate quotidiane o preferendo salire le scale anziché usare la comodità dell’ascensore).

di Samantha Mendicino