Voucher per la digitalizzazione di 10 mila euro per le pmi

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Scade il 9 febbraio 2018 il termine utile per chiedere il voucher per la digitalizzazione che prevede un contributo fino a 10 mila euro per le pmi.

Con decreto direttoriale 24 ottobre 2017 il Ministero dello Sviluppo Economico ha stabilito i criteri per accedere al voucher per la digitalizzazione, una misura voluta dal governo per aiutare le micro, piccole e medie imprese nei processi di ammodernamento e digitalizzazione.

Il voucher per la digitalizzazione prevede un contributo massimo di 10 mila euro per ogni impresa che ne fa richiesta e che deve essere utilizzato per adottare interventi di digitalizzazione dei processi aziendali e aggiornamenti per il comparto tecnologico. È comunque riconosciuto un contributo massimo pari al del 50 per cento del totale delle spese ammissibili.

Cosa si può acquistare col voucher per la digitalizzazione?

Secondo quanto stabilito dall’articolo 2, i soldi previsti da questa forma di incentivazione devono essere utilizzati per l’acquisto di software, hardware o servizi che possano permettere all’azienda di raggiungere una più delle seguenti finalità:

  • miglioramento dell’efficienza aziendale;
  • modernizzazione dell’organizzazione del lavoro;
  • sviluppo di soluzioni di e-commerce;
  • connettività a banda larga e ultralarga;
  • collegamento alla rete internet mediante la tecnologia satellitare;
  • formazione qualificata nel campo ICT del personale.

Quando scade il termine per presentare la domanda?

Le domande possono essere presentate a partire dalle ore 10.00 del 30 Gennaio 2018 alle ore 17.00 del 9 febbraio 2018 sulla piattaforma online Agevolazionidgiai [1]. Dalle ore 10.00 del 15 gennaio 2018 è comunque già possibile accedere alla piattaforma per la predisposizione delle domande.

Per agevolare le imprese interessate a chiedere il voucher per la digitalizzazione il ministero ha pubblicato una pagina in cui è possibile trovare maggiori informazioni e scaricare tutti i documenti relativi alla seguente agevolazione [2].

Rinuncia all’eredità: inventario non obbligatorio

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

È valida la rinuncia all’eredità da parte di chi è nel possesso dei beni del defunto anche senza aver fatto, nei tre mesi successivi all’apertura della successione, l’inventario.

Nel momento in cui muore un caro, i familiari sono chiamati al non sempre facile compito di decidere se accettare l’eredità o rifiutarla. Nel primo caso, si diventa titolari solo di una quota del patrimonio del defunto, da dividere in un momento successivo con gli eventuali ulteriori eredi; in essa sono compresi però non solo i beni (case, terreni, conti correnti, auto, arredi, quadri, oggetti di valore, libretti, ecc.), ma anche i debiti di cui gli eredi devono rispondere in base alla propria quota. Nel caso invece di rinuncia all’eredità non si subentra né nei diritti né nei debiti. Gli indecisi possono optare per l’accettazione con beneficio di inventario: con la conseguenza che gli eventuali creditori potranno pignorare solo i beni ottenuti con l’eredità e non quelli personali, di cui l’erede era già titolare prima. Ma come si fa la rinuncia all’eredità? Il codice civile sembra imporre [1], a chi al momento della morte del defunto aveva già il possesso dei suoi beni (si pensi al figlio convivente), di fare entro 3 mesi l’inventario dei beni stessi e, nei 40 giorni successivi, dichiarare la rinuncia davanti a un pubblico ufficiale (un notaio o il cancellerie del tribunale). Stando invece a un recente studio del notariato [2], l’inventario non sarebbe condizione per la validità della rinuncia. Secondo questa interpretazione, dunque, per la rinuncia all’eredità l’inventario non è obbligatorio. Vediamo perché e quali sono le conseguenze.

Già in passato la dottrina e la giurisprudenza hanno condiviso l’ammissibilità di una valida rinunzia all’eredità senza l’inventario da farsi entro tre mesi dalla morte, da parte del chiamato all’eredità possessore dei beni ereditari.

Solo una sentenza della Cassazione [3] ha ritenuto, in passato, che il chiamato all’eredità per poter validamente rinunciare alla stessa debba prima fare l’inventario e solo dopo procedere alla rinuncia. Questa interpretazione troverebbe giustificazione nello scopo per il quale è previsto l’inventario; in particolare l’inventario viene richiesto per separare il patrimonio del defunto da quello dell’erede al fine, da un lato, di preservare il patrimonio personale dell’erede e dall’altro di tutelare i creditori affinché abbiano un’esatta rappresentazione del patrimonio ereditario onde evitare che la materiale apprensione dei beni ereditari da parte del chiamato possessore determini un’agevole sottrazione di questi ultimi.

In verità l’inventario serve soprattutto all’erede per valutare la convenienza di una accettazione con beneficio di inventario o meno. Ma se già l’erede non ha dubbi sulla propria intenzione di rinunciare all’eredità, non c’è ragione di imporgli tale onere, peraltro tutt’altro che facile e a volte molto dispendioso. Sovente, compendi ereditari che hanno ad oggetto beni immobili includono negli stessi i beni mobili, con le ben note difficoltà di provare la proprietà degli stessi.

A ben vedere il codice civile stabilisce che, solo chi non decide nel termine di tre mesi se accettare o rinunciare l’eredità, si considera automaticamente erede puro. La conseguenza dell’acquisto dell’eredità nonostante la rinunzia nell’ipotesi di mancanza di redazione dell’inventario rappresenterebbe sanzione sproporzionata.

Giurisprudenza e dottrina a più riprese hanno reputato incompatibile la redazione dell’inventario a carico di colui che preventivamente avesse rinunziato all’eredità [4].

La necessità di redigere l’inventario a carico di tutti i chiamati possessori a prescindere dalla loro volontà di accettare o meno l’eredità quale esigenza a tutela della conservazione dell’asse ereditario dovrebbe essere espressamente imposta dal legislatore, trattandosi di un onere molto gravoso.

Detta omissione appare, invece, indice dell’intento del legislatore di non sottoporre a simile sanzione anche colui che abbia già rinunziato all’eredità, esprimendo in modo univoco la propria volontà. Aderendo all’interpretazione minoritaria, ci sarebbe il rischio dell’inefficacia della rinuncia effettuata senza aver redatto l’inventario nei tre mesi dall’apertura della successione.

A ben vedere, infatti, il legislatore in modo inequivoco applica la “sanzione” dell’acquisto dell’eredità in modo puro e semplice a situazioni in cui i chiamati, pur mantenendo il possesso di beni ereditari ovvero sottraendo o celando beni ereditari, non deliberano in ordine all’accettazione o rinunzia all’eredità. Nel caso in cui, invece, il delato abbia ritualmente manifestato la propria volontà contraria all’acquisto dell’eredità, attraverso la rinunzia, la caducazione di quest’ultima dovrebbe avvenire soltanto mediante un espresso o tacito atto volitivo ovvero mediante una espressa e inequivocabile previsione normativa che sia tale da sradicare un chiaro apporto volitivo.

In definitiva, la natura giuridica della rinunzia all’eredità e della sua revoca e il chiaro dettato normativo dovrebbero indurre a ritenere superflua e in contraddizione con le disposizioni esaminate la redazione dell’inventario per il chiamato rinunziante, in accoglimento di quanto sostenuto dalla dottrina e giurisprudenza più tradizionali [5].

Inquinamento acustico: serve la prova del rumore di fondo

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Per vincere la causa di risarcimento per il disturbo della quiete pubblica è necessario rimostrare il valore dei rumori nell’ambiente circostante.

Vicino casa tua c’è un’attività commerciale che, la mattina presto, apre le serrande prima degli altri negozi e inizia a fare un gran baccano. Hai tentato di far smettere i rumori, protestando insieme al vicinato, ma non c’è stato nulla da fare: il titolare sostiene di essere in regola, di avere le autorizzazioni amministrative e di rispettare i limiti di emissioni acustiche. Così fai causa per ottenere l’interruzione dell’attività e il risarcimento per tutte le sveglie anticipate che sei stato costretto a subire. Nel giudizio ti limiti a presentare una consulenza, redatta da un esperto del suono, secondo cui i rumori prodotti dall’azienda sono superiori ai decibel consentiti per legge. Il giudice però rigetta la tua domanda per assenza di prove: il magistrato sostiene infatti che, per vincere il processo, dovevi anche dimostrare il rumore di fondo del quartiere per valutare se il chiasso prodotto dall’esercizio commerciale era davvero intollerabile o si poteva invece dire parzialmente coperto dal baccano della strada. Chi dei due ha ragione? La risposta è in una sentenza della Cassazione pubblicata ieri. Secondo la Corte, in caso di contestazione per inquinamento acustico, serve la prova del rumore di fondo. Cerchiamo di comprendere le ragioni dei giudici.

I rumori possono essere tollerabili o meno a seconda dell’ambiente in cui si inseriscono. In un centro cittadino, dove è più alto il cosiddetto «rumore di fondo» – quello cioè determinato dal traffico delle auto, dai clacson, dal vociare delle persone che si affollano sui marciapiedi, dalle serrande delle attività commerciali e dal vicinato assembrato in appartamenti stretti tra loro – è più difficile isolare un rumore specifico e ritenere che sia questo la causa dell’inquinamento acustico. In altri termini, tanto più è elevato il rumore di fondo, tanto più flessibili sono le soglie di rumore consentite oltre le quali si può parlare di danno al riposo delle persone. Si parla a riguardo di valore Leq, ossia il livello equivalete, cioè medio. Per poter quindi valutare la tollerabilità o meno di un rumore bisogna sempre “paragonarlo” al contesto nel quale si inserisce.

Pertanto, gli inquilini non possono chiedere il danno da inquinamento acustico da uso di macchinari in assenza di una misurazione del rumore di fondo effettuata nella fascia oraria nella quale si lamenti la violazione dei limiti differenziali. Non ci può essere quindi una condanna se non è possibile misurare contemporaneamente il rumore ambientale e il rumore di fondo. Senza questo “tassello” non può dirsi raggiunta la prova del danno: mancando la misurazione dei rumori prodotti nel frangente di tempo incriminato, non si può considerare raggiunta la prova della trasgressione ossia lo sforamento dei limiti di tollerabilità.

Se manca la prova posso rifare il processo?

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Se la causa si chiude per difetto di prova, le parti non possono riaprire il giudizio in un momento successivo.

Hai dato incarico a un avvocato di procedere in giudizio contro un tuo rivale. Gli hai fornito tutti i documenti e i nomi dei testimoni necessari a dimostrare la fondatezza del tuo diritto. Il tuo difensore ha così esibito in causa tutte le prove che gli hai consegnato. Ma il giudice non le ha ritenute sufficienti. Nella sentenza definitiva che ha chiuso il processo si legge infatti che «l’attore non è riuscito a raggiungere la prova dei fatti contestati». Insomma, a detta del tribunale c’era bisogno di altri elementi per vincere la causa e ottenere tutela. Interdetto e meravigliato, dopo un primo momento di disorientamento (anche perché sei stato costretto a pagare le spese processuali, il che ti suona come la beffa dopo il danno), hai chiesto al tuo avvocato di ricominciare il giudizio da capo, questa volta fornendo al giudice le ulteriori prove da questi richieste. Il legale però ti ha detto che non si può fare: la causa è ormai persa e, a meno che non si faccia appello (cosa poco fattibile visto che, in fin dei conti, il ragionamento del giudice è corretto), non hai altre possibilità di riaprire il giudizio. A te sembra assurdo. Perché mai vietare a una persona di difendere i propri diritti se è la stessa Costituzione a sancire questo diritto fondamentale? Così ti chiedi: se manca la prova posso rifare il processo?

In questo articolo ti diremo quando e a che condizioni si può fare una seconda causa sulla stessa questione; cercheremo inoltre di spiegare quello che, tecnicamente, viene detto principio del «passaggio in giudicato» della sentenza. Sono argomenti solo apparentemente destinati agli esperti della materia, che in realtà può comprendere chiunque, a condizione che si usi un linguaggio semplice e pratico. Proprio per questa ragione siamo partiti da un esempio e sullo stesso esempio ricostruiremo tutta la spiegazione. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si può fare quando, per mancanza di una prova, si perde la causa.

Ci sono regole di procedura civile scritte per evitare che la stessa questione sia proposta ai giudici più volte, con danno non solo per l’andamento della giustizia (che diversamente verrebbe paralizzata dalle persone più litigiose), ma anche per gli stessi cittadini, che altrimenti sarebbero coinvolti in tribunale più volte sulla medesima questione. La certezza dei diritti presuppone che, una volta pronunciata una sentenza, questa sia definitiva, immutabile ed obbligatoria sia per i titolari di tali diritti che per gli eventuali successori (acquirenti, donatari, eredi, ecc.). Pertanto, se una causa si chiude per un errore di una delle parti, la stessa causa non può essere più riaperta.

Come abbiamo già spiegato in modo più approfondito nell’articolo Si può riaprire una causa civile ormai chiusa?, tutte le volte in cui il giudice deve decidere una controversia analizza prima le questioni di procedura – ossia il rispetto, da parte dei contendenti, delle regole tecniche e processuali imposte dalla legge – e, solo in caso di correttezza dell’iter, passa a verificare il merito della causa, ossia chi ha ragione e chi torto. Nel momento in cui valuta il merito della questione, il giudice deve – prima di interpretare il diritto e chiarire se davvero esiste una norma che tutela colui che ha avviato il processo – verificare se il diritto controverso esiste. Non può, ad esempio, chiedere tutela contro i rumori del vicino chi non riesce a dimostrare l’esistenza stessa dei rumori; non può pretendere il risarcimento del danno per un incidente stradale chi non prova di essere stato al pronto soccorso e di aver passato dieci giorni a letto; non può ottenere l’annullamento di un contratto chi non riesce a convincere il giudice del fatto che la controparte è stata inadempiente, e così via. L’«esistenza» di un diritto significa una sola cosa: dimostrarlo. Per il diritto, tutto ciò che viene provato esiste; ciò che non viene provato non esiste.

Veniamo ora al punto chiave da cui siamo partiti: se manca una prova si può rifare il processo?

Quando il giudice rigetta la domanda dell’attore perché questi non ha rispettato le regole di procedura, il processo può essere ricominciato da capo (sempre che, nel frattempo, non siano intervenute decadenze o prescrizioni). Invece, se il giudice passa a valutare il merito della controversia (ossia i fatti e le ragioni), ciò non è più possibile. Tanto anche se il giudice si ferma alla fase preliminare: quella dell’analisi delle prove sull’esistenza del diritto stesso. La valutazione delle prove, infatti, implica già un’analisi del merito della controversia; e una volta entrati nel merito, la causa non può più essere riproposta, anche se viene rigettata per difetto di prove. Se un cittadino avvia un giudizio contro un altro e il suo avvocato dimentica di depositare un documento decisivo, perde la causa e non può più riproporla in un momento successivo. Se una persona sostiene che il vicino di casa fa molto rumore, ma non riesce a dimostrarlo perde la causa e questa si chiude per sempre. Se un dipendente sostiene che il capo lo ha mobbizzato ma non dà dimostrazione dei comportamenti persecutori, perché i suoi colleghi di lavoro non vogliono testimoniare per lui, perde la causa e non può più ricominciarla da capo con altri testimoni.

Gli esempi possono essere infiniti. Sono numerosi i casi di sconfitte in processo per assenza di prove. E questo perché – a torto o a ragione – i giudici richiedono sempre prove precise e dettagliate, non accontentandosi dei semplici indizi, salvo quando previsto dalla legge (le cosiddette «presunzioni» devono infatti essere più di una, precise e tra loro concordanti).

Né è possibile che il magistrato vada a integrare le “dimenticanze” delle parti: non spetta al giudice infatti chiedere, sollecitare o suggerire ulteriori prove, dovendo questi limitarsi a valutare solo quelle presentate dagli avvocati.

L’unico modo per difendersi da una sentenza che rigetta la domanda per assenza di prove è impugnarla in appello, contestando l’interpretazione del giudice. In secondo grado, però, non potranno essere chieste nuove prove: scopo dell’appello è infatti  giudicare la correttezza del ragionamento del giudice di primo grado e valutare le prove precedentemente fornite, per verificare se, da queste, è possibile desumere quanto asserito dalla parte.

Solo eccezionalmente è possibile riaprire una causa ormai chiusa se, dopo la sentenza, vengono ritrovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario (in tal caso, al posto dell’appello, bisognerà esperire la cosiddetta revocazione ordinaria).

Atto giudiziario consegnato al convivente: nessuna informazione

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Notifiche: cade l’obbligo della raccomandata informativa in caso di consegna dell’atto giudiziario a un familiare convivente con il destinatario effettivo.

Come tante altre persone, tutte le mattine esci per andare a lavorare. Tua moglie però rimane a casa a sbrigare le faccende domestiche. Così, quando arriva il postino, è lei a ritirare le raccomandate per tuo conto. Un giorno, però, insieme alle bollette e all’avviso di convocazione della riunione di condominio, il postino le consegna anche una busta verde con su scritto «Atti giudiziari». Comprendendo che si tratta di una comunicazione importante, tua moglie la conserva all’interno della borsa per distinguerla dalle altre lettere. Al tuo ritorno, però, si dimentica di avvisarti perché la discussione si ferma sulla convocazione dell’assemblea e su tutte le delicate questioni che dovrete discutere in riunione coi vicini. L’atto giudiziario resta nella borsa per quasi un mese, fino a quando tua moglie si accorge della dimenticanza. In quel momento, però, è troppo tardi: al momento della consegna dell’atto giudiziario da parte del postino sono iniziati a decorrere i termini per difenderti, termini che ora sono scaduti. Chiedi al tuo avvocato se ci sia il modo di recuperare la possibilità di far valere i tuoi diritti visto che la colpa di tale inerzia non è tua; lui però ti dice che, nonostante la responsabilità dell’accaduto sia di tua moglie, ormai non c’è più nulla da fare. A te sembra impossibile che, in caso di atto giudiziario consegnato al convivente, nessuna informazione venga fornita all’effettivo destinatario, così comprimendo ogni diritto di difesa. È davvero così? Vediamo cosa prevede la legge.

La legge di bilancio 2018 [1] ha cancellato quella che, un tempo, veniva chiamata Comunicazione di avvenuta notifica (cosiddetta Can) o, più semplicemente, raccomandata informativa. Un tempo, la legge sulle notifiche [2] prevedeva che, ogni volta in cui una raccomandata contenente atti giudiziari veniva consegnata a un familiare convivente o al portiere, il postino dovesse inviare all’effettivo destinatario una seconda raccomandata (questa volta senza avviso di ricevimento) in cui lo informava di aver affidato l’atto a un’altra persona (con l’indicazione della qualità dello stesso). Tale comunicazione serviva a informare l’effettivo destinatario della possibilità di recuperare la busta da quest’ultima persona nel più breve tempo possibile e, così, non far decorrere i termini per eventuali ricorsi, opposizioni, impugnazioni, costituzioni in giudizio, ecc. che di solito sono collegati alla notifica di un atto giudiziario (sono tali, ad esempio, le citazioni e i ricorsi da cui scatta il termine per difendersi in causa; le notifiche delle sentenze di primo e secondo grado da cui decorre il termine per presentare appello o ricorso per cassazione; gli atti di precetto che danno 10 giorni di tempo per pagare; i pignoramenti dalla cui consegna ci sono 20 giorni per fare la contestazione; i decreti ingiuntivi che danno 40 giorni per presentare opposizione, ecc.). Ne abbiamo parlato anche in Notifiche: addio raccomandata informativa (Can).

È lo stesso codice di procedura civile a stabilire che [3], in caso di notifica di un atto giudiziario, se l’ufficiale o il postino non trova il destinatario dell’atto nel suo appartamento di residenza, può consegnarlo a un familiare convivente o a una persona addetta alla casa (ad esempio la colf) a condizione che tali persone accettino la consegna, abbiano più di 14 anni e non siano palesemente incapaci di intendere e volere (non è quindi richiesta l’esibizione di un certificato medico, potendosi il postino fidare della situazione di apparenza). In caso contrario, l’atto può essere consegnato al portiere e, in assenza anche di questi, viene depositato all’ufficio postale per 30 giorni oltre i quali si forma la «compiuta giacenza» e la raccomandata viene restituita al mittente (ma si considera come consegnata e conosciuta).

Vista la delicatezza del contenuto dell’atto giudiziario (dalla sua consegna, infatti, possono decorrere termini per costituirsi in causa, per fare impugnazione, appello o per presentare memorie), la legge prevede delle apposite garanzie onde evitare che la raccomandata si confonda con le comuni lettere. Innanzitutto il colore della busta non deve essere bianco come per la posta ordinaria, bensì verde. È poi prevista una relata di notifica sull’originale e sulla copia dell’atto, l’apposizione sulla busta del numero del registro cronologico, la sottoscrizione del notificante e l’apposizione del sigillo dell’ufficio. Infine, la cartolina di ritorno prevede una serie di voci da compilare a seconda che l’atto sia consegnato al diretto interessato, a persona diversa dal destinatario o venga seguita la procedura della notifica in caso di irreperibilità. E qui viene in gioco la modifica scattata a partire dal 1° gennaio 2018.

Fino a ieri – lo dicevamo all’inizio di questo articolo – tutte le volte in cui il postino consegnava la raccomandata con l’atto giudiziario a un familiare convivente o a persona addetta alla casa doveva poi spedire all’effettivo destinatario la seconda raccomandata, ossia la Can, comunicazione di avvenuta notifica. Oggi quest’obbligo è venuto meno. Era già così per gli atti dell’amministrazione finanziaria come le cartelle di pagamento e gli avvisi dell’Agenzia delle Entrate (ad esempio un accertamento fiscale). Oggi lo stesso regime viene esteso anche agli atti giudiziari.

Qual è l’importante conseguenza? Se una persona ritira dal postino la raccomandata con un atto giudiziario per conto del familiare convivente e poi si dimentica di darglielo, quest’ultimo non ha più modo di esercitare il proprio diritto di difesa pur non essendo venuto a conoscenza di tale notifica in sua assenza.

In definitiva, nel caso in cui, bussando alla porta di casa (o al citofono), il postino non trovi il destinatario dell’atto giudiziario e lo affidi a un’altra persona stabilmente presente in casa, la notifica è valida senza bisogno di ulteriori comunicazioni e, quindi, anche se l’interessato potrebbe non venirlo mai a sapere.

Notifiche, addio raccomandata informativa (can)

Posted on : 18-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Atti giudiziari: il destinatario della raccomandata non saprà più se il postino ha consegnato la busta a un familiare convivente.

Tra le tante modifiche alla legge sulle notifiche a mezzo posta, la legge di bilancio per il 2018 ha cancellato la cosiddetta Can, la comunicazione di avvenuta notifica, ossia la raccomandata informativa che, fino a ieri, veniva inviata al destinatario di un atto giudiziario tutte le volte in cui, in sua assenza, il postino consegnava la busta a un familiare convivente. In questo modo è stato esteso il sistema già previsto per gli atti dell’amministrazione finanziaria (ad es. accertamenti dell’Agenzia Entrate, cartelle esattoriali, ecc.) anche ai comuni atti giudiziari (citazioni, ricorsi, decreti ingiuntivi, ecc.). La modifica che dà l’addio alla raccomandata informativa è di tutto rilievo e comporta una minore tutela per il  cittadino il quale, già dal 1° gennaio 2018, potrebbe non venire più a sapere di essere stato raggiunto da una notifica. In che modo? Cerchiamo di spiegarci meglio.

La normativa in materia di notifiche prevede due differenti tipi di procedure a seconda che la consegna del plico avvenga “a mani” del destinatario o attraverso il normale servizio postale. Nel primo caso è lo stesso ufficiale giudiziario che raggiunge il destinatario dell’atto e lo affida direttamente all’interessato o, in sua assenza, a una persona convivente, al portiere o, in ultimo, lo deposita alla casa comunale (dandogliene però avviso, in quest’ultimo caso, con una raccomandata informativa). Nel caso invece di notifica “per posta”, l’ufficiale giudiziario imbusta l’atto e lo consegna all’ufficio postale. Questo, fino a ieri, doveva essere necessariamente quello di Poste Italiane; la legge di bilancio però ha aperto la possibilità all’utilizzo anche dei servizi di poste private (i cui addetti al recapito, per tale finalità, vengono ora considerati pubblici ufficiali). Tuttavia, vista la delicatezza del contenuto dell’atto giudiziario (dalla sua consegna, infatti, possono decorrere termini per costituirsi in causa, per fare impugnazione, appello o per presentare memorie), la legge prevede delle apposite garanzie onde evitare che la raccomandata si confonda con le altre comuni lettere. Innanzitutto è prescritto il colore verde per la busta. Viene poi prescritta una relata di notifica sull’originale e sulla copia dell’atto, l’apposizione sulla busta verde del numero del registro cronologico, la sottoscrizione del notificante e l’apposizione del sigillo dell’ufficio. Infine, la cartolina di ritorno prevede una serie di voci da compilare a seconda che l’atto sia consegnato al diretto interessato, a persona diversa dal destinatario o venga seguita la procedura della notifica in caso di irreperibilità. E qui viene in gioco la seconda e importante modifica. Leggi anche Atto giudiziario consegnato al convivente: nessuna informazione

Nel caso in cui, bussando alla porta di casa (o al citofono), il postino non trovi il destinatario dell’atto giudiziario, il codice di procedura civile gli consente la possibilità di consegnare l’atto a un familiare convivente purché maggiore di 14 anni e palesemente non incapace. In sua assenza l’atto giudiziario può essere affidato al portiere. Solo in ultima analisi (ossia se queste persone non ci sono o rifiutano di ricevere la raccomandata) c’è il deposito presso l’ufficio postale e l’avviso di giacenza. Per garantire che il destinatario dell’atto possa sapere che la busta è stata consegnata, in sua assenza, a un’altra persona fino a ieri la legge imponeva la spedizione di una seconda raccomandata (senza avviso di ricevimento) in cui lo si informava di ciò. Era la cosiddetta raccomandata informativa o, più tecnicamente, comunicazione di avvenuta consegna (Can). Ebbene, con la legge di bilancio 2018 [1], questa previsione (contenuta inizialmente nella legge sulle notifiche [3]), non compare più. Il che già succedeva per le cartelle esattoriali e gli atti dell’Agenzia delle entrate. Ma da oggi lo stesso sistema varrà anche per gli atti giudiziari.

Autorizzazioni per aprire una ludoteca

Posted on : 17-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Quali sono gli adempimenti e i requisiti necessari per realizzare una ludoteca?

Aprire una ludoteca è senza dubbio una buona opportunità di fare impresa  per chi vuole lavorare con i bambini. Bisogna però tener presente che la ludoteca non ha la stessa funzione di un asilo nido, ma è uno spazio di intrattenimento. Generalmente la ludoteca è dedicata a bambini e ragazzi fra i 3 e i 15 anni, anche se è possibile aprire ludoteche per adulti e anziani.

Se l’attività offre dei servizi simili a quelli dell’asilo nido (attività didattico- formative, servizi di mensa, servizi di riposo), pur potendo avere la denominazione di “ludoteca” non rientra nelle attività di intrattenimento e di divertimento, ma nelle attività di assistenza sociale non residenziale: per l’avvio di queste attività sono richiesti requisiti e autorizzazioni differenti, quindi indispensabile pianificare nel dettaglio il modo in cui l’attività della ludoteca sarà svolta, i servizi offerti e le attrezzature da utilizzare.

Ma vediamo subito quali sono le autorizzazioni per aprire una ludoteca, i requisiti e gli adempimenti richiesti.

Adempimenti per l’apertura della ludoteca

L’attività di ludoteca vera e propria, intesa come attività di intrattenimento, è disciplinata dal Testo unico delle leggi in materia di pubblica sicurezza [1], cioè dal Tulps, come un normale locale di intrattenimento, anche se le regole che riguardano gli adempimenti e i requisiti strutturali necessari all’apertura variano da regione a regione. Di conseguenza, è indispensabile verificare presso gli sportelli dedicati del comune o della regione in cui si vuole aprire l’attività le norme vigenti.

Ecco quali sono gli adempimenti necessari  per aprire una ludoteca:

  • aprire la partita Iva come ditta individuale o società, utilizzando il codice Ateco93.29.90, “Altre attività di intrattenimento e di divertimento” (il codice 88.99.00 “Altre attività di assistenza sociale non residenziale” vale invece nel caso in cui si tratti di una ludoteca che non svolge solo attività di intrattenimento, ma attività simili a quelle svolte negli asili nido e nei baby parking);
  • iscriversi al Registro delle Imprese;
  • segnalare al comune l’avvio attività (Scia);
  • iscrivere la ditta all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali presso l’Inail, se è prevista l’assunzione di lavoratori dipendenti, o se vi sono collaboratori o soci lavoratori o amministratori;
  • iscriversi all’Inps come ditta con dipendenti, se è prevista l’assunzione di lavoratori dipendenti;
  • iscriversi presso la gestione Inps commercianti.

Tutti questi adempimenti possono essere effettuati attraverso la Comunicazione unica che si invia alla Camera di commercio.

Requisiti di chi lavora nella ludoteca

Se l’attività svolta nella ludoteca è di solo intrattenimento, non è necessaria, per il personale, una precedente esperienza nel settore, o possedere titoli di studio specialistici nell’ambito della puericultura o della pedagogia, ma è consigliabile il loro conseguimento.

Se invece si svolgono servizi di assistenza, ossia l’attività è più simile a un baby parking o a un asilo nido, il personale deve essere in possesso di specifici requisiti, ad esempio:

  • il diploma di scuola media superiore di maestra d’asilo;
  • il diploma di maturità magistrale;
  • il diploma di assistente o dirigente di comunità infantili o un diploma equipollente;
  • un diploma di scuola media superiore unitamente a un attestato di formazione professionale per attività socio-educative in favore di minori, riconosciuto dallo Stato o dalla regione;
  • un diploma di laurea o un diploma universitario in materie rientranti nelle scienze della formazione o dell’educazione o in discipline riguardanti la psicologia o i servizi sociali.

In ogni caso è obbligatoria la compresenza di almeno due operatori durante tutto l’orario di apertura del servizio.

Requisiti del luogo di lavoro

Per quanto riguarda lo stabile in cui deve essere esercitata l’attività di ludoteca, si deve essere in possesso di agibilità e di abitabilità e rispettare i regolamenti edilizi, urbanistici e igienico–sanitari, in particolare le regole che definiscono l’ambiente sicuro e a misura di bambino.

In generale, quindi, devono essere presenti: pavimenti antiscivolo, protezioni per spigoli e parti esposte del mobilio, messa in sicurezza di porte e finestre, dotazione di suppellettili e tessuti ignifughi, impianti d’emergenza funzionanti e adatti all’ambiente, bagni in proporzione al numero di bambini da accogliere.

Deve essere poi presente una sala d’attesa, separata dalla sala dedicata al gioco, e uno spazio segreteria.

Inoltre, gli ambienti devono rispettare le norme previste dalla legge 104, la legge quadro in materia di disabilità [2] sulle barriere architettoniche, la normativa sull’igiene, la salute e la sicurezza. Bisogna poi ottenere dal comando provinciale del vigili del fuoco il certificato di prevenzione incendi.

È consigliabile dotare i locali di pannelli mobili, per adattarli a esigenze che possono cambiare nel tempo, e dividere gli spazi secondo le diverse fasce di età. Per il periodo estivo, è utile disporre di spazi esterni per poter organizzare attività ricreative all’aperto.

Autorizzazioni per il servizio mensa

Se si vuole offrire un servizio mensa, è necessario ottenere tutte le licenze in merito (corso Haccp, corso Sab…), nonché il nulla osta dell’Asl che certifichi il rispetto dei requisiti di igiene e sicurezza.

Autorizzazione permessi Legge 104

Posted on : 17-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Come richiedere all’Inps e al datore di lavoro i permessi della Legge 104 per assistere un familiare disabile.

Chi assiste un familiare, con handicap in situazione di gravità riconosciuto ai sensi della Legge 104 [1], ha diritto ad usufruire di permessi retribuiti pari a 3 giorni al mese, frazionabili anche a ore. I permessi sono retribuiti dall’Inps, pertanto è necessario inviare un’apposita domanda all’istituto per averne diritto, unitamente a una domanda indirizzata al datore di lavoro. Vediamo in questa breve guida quali sono gli adempimenti necessari per ottenere l’autorizzazione permessi Legge 104.

Chi ha diritto all’autorizzazione permessi Legge 104

Innanzitutto bisogna tener presente che i permessi Legge 104 spettano ai lavoratori che assistono un familiare con handicap grave riconosciuto da un’apposita commissione medica  Asl (nell’attesa del riconoscimento “ufficiale”, è possibile ottenere una certificazione provvisoria sostitutiva) . Nel dettaglio, i permessi spettano per i seguenti familiari:

  • ai genitori;
  • al coniuge;
  • al convivente more uxorio;
  • al partner unito civilmente;
  • ai parenti e affini entro il 2° grado;
  • ai parenti e affini entro il 3° grado (solo in casi particolari).

I familiari entro il 3° grado hanno diritto ai permessi se il genitore o il coniuge (e ora il convivente) del disabile:

  • hanno compiuto i 65 anni;
  • sono invalidi a carattere permanente;
  • sono deceduti o mancanti (assenza naturale o giuridica).

Domanda autorizzazione Inps permessi Legge 104

La domanda per gli aventi diritto ai permessi retribuiti Legge 104 deve essere presentata all’Inps, dato che è l’istituto a pagare l’indennità, e redatta su un apposito modulo, reperibile anche dal portale web dell’istituto, il modello SR08_Hand 2.

La domanda all’Inps deve contenere:

  • i dati di chi richiede i permessi e la sua posizione lavorativa, compreso l’orario contrattuale (part time o full time);
  • i dati del disabile e la relazione di parentela del richiedente col disabile;
  • l’indicazione riguardo all’esistenza o meno di altri familiari beneficiari di permessi o congedi per lo stesso disabile;
  • l’indicazione dell’eventuale ricovero del disabile (i permessi, in caso di ricovero, sono fruibili solo in determinate ipotesi);
  • la distanza tra l’abitazione del richiedente e quella del disabile;
  • l’autodichiarazione dei dati e del possesso di handicap in situazione di gravità, firmata dallo stesso disabile, o dal tutore, dal curatore o dall’amministratore di sostegno, in caso di documentato impedimento;
  • le eventuali modalità di pagamento, nei casi in cui l’indennità non sia liquidata dal datore di lavoro, ma direttamente dall’Inps.

Ad ogni modo, alla domanda deve essere allegata la certificazione di handicap grave effettuata da parte della commissione Asl integrata, oppure da parte di un altro medico specialista, nei casi di ritardo nel rilascio del certificato stesso.

Invio della domanda autorizzazione Inps permessi Legge 104

La domanda di autorizzazione ai permessi può essere inoltrata tramite:

  • sito web dell’Inps:in questo caso, il lavoratore deve essere munito di Pin dispositivo o Spid di secondo livello, per accedere alla sezione Servizi per i cittadini; la domanda può essere inviata accedendo a “ Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito”, e compilando il form online, al quale deve essere allegata la certificazione ed ulteriore documentazione;
  • call center Inps: in questo caso, il dipendente deve chiamare il numero 803.164, munito dello stesso Pin valido per l’accesso ai servizi online dell’istituto;
  • patronato: in quest’ipotesi, bisogna compilare il modulo cartaceo SR08_Hand2, che deve essere poi inviato, assieme alla certificazione e all’ulteriore documentazione, all’Inps, tramite i servizi telematici del patronato stesso.

Domanda autorizzazione permessi Legge 104 al datore di lavoro

Al datore di lavoro deve poi essere presentata un’ulteriore domanda, anche se l’azienda, o l’amministrazione da cui si dipende, non ha discrezionalità in merito alla concessione dei permessi, ma può esclusivamente verificare l’esistenza dei requisiti per la fruizione in capo al dipendente.

Non esiste un modello prestabilito di domanda, in quanto la forma è libera. È necessario, però, indicare i dati del lavoratore, quelli del disabile, il legame di parentela esistente (unitamente all’assenza di altri familiari disponibili) , l’impegno a prestare la propria opera di assistenza ed a comunicare ogni variazione, nonché allegare la certificazione dell’handicap ed altra documentazione necessaria nel caso di specie.

Facsimile domanda autorizzazione permessi Legge 104

Ecco di seguito un facsimile di domanda che può essere inviato al datore di lavoro.


Dati richiedente

Dati Azienda /Amministrazione

DOMANDA DI PERMESSI PER ASSISTENZA AD UN FAMILIARE DISABILE

(LEGGE n. 104/1992 ART.33 COMMA 3)

Il sottoscritto (Nome, Cognome, Codice Fiscale, Residenza, Struttura/ Unità/ Divisione / Team di appartenenza) chiede di fruire dei permessi  retribuiti previsti dall’art. 33 comma 3 della legge 104/1992 per poter assistere il Sig. (Nome, Cognome, Codice Fiscale, Residenza disabile) con il quale è nella seguente relazione di parentela:…

A tal fine, consapevole che le dichiarazioni mendaci,  la falsità negli atti e l’uso di atti falsi sono puniti, ai sensi dell’art. 76 del D.P.R.  n. 445/2000, con le sanzioni previste dalla legge penale e dalle leggi speciali in materia, dichiara che:

  • nessun altro familiare beneficia dei permessi per lo stesso soggetto in situazione di disabilità grave;
  • il soggetto in situazione di disabilità grave con il quale sussiste un rapporto di parentela /affinità:
    • non è coniugato;
    • è vedovo/a;
    • è coniugato ma il coniuge ha compiuto 65 anni di età;
    • è coniugato ma il coniuge è affetto da patologie invalidante;
    • è stato coniugato ma il coniuge è deceduto;
    • è separato legalmente o divorziato;
    • è coniugato ma in situazione di abbandono;
    • ha uno o entrambi i genitori deceduti,
    • ha uno o entrambi i genitori con più di 65 anni di età;
    • ha uno o entrambi genitori affetti da patologia invalidante;
  • è consapevole che le agevolazioni sono uno strumento di assistenza del disabile e, pertanto il riconoscimento delle stesse comporta la conferma dell’impegno giuridico e morale a prestare effettivamente la propria opera di assistenza;
  • è consapevole che la possibilità di fruire delle agevolazioni comporta un onere per l’amministrazione e un impegno di spesa pubblica che lo Stato e la collettività sopportano per l’effettiva tutela dei disabili;
  • il soggetto in situazione di disabilità grave non è ricoverato a tempo pieno, con le eccezioni previste al punto 3 della circolare del 3 dicembre 2010 n. 155;
  • si impegna a comunicare tempestivamente ogni variazione della situazione di fatto e di diritto da cui consegua la perdita della legittimazione alle agevolazioni (decesso, revoca del riconoscimento dello stato di disabilità grave in caso di rivedibilità, ricovero a tempo pieno)

Si allega:

  • copia del verbale definitivo/provvisorio della apposita Commissione Medica di cui all’art. 4, comma 1, L. 104/1992 integrata ai sensi dell’art. 20, comma 1, del D.L. n. 78/2009 convertito nella legge n. 102/2009 attestante lo stato di  “disabilità grave” ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 104/1992 in capo al soggetto che necessita di assistenza (in caso di verbale provvisorio il sottoscritto si impegna a produrre il definitivo non appena conseguito);
  • dichiarazione del soggetto in situazione di disabilità grave – ovvero del suo tutore legale, curatore o amministratore di sostegno (allegare copia del decreto di nomina) – nella quale viene indicato il familiare che debba prestare l’assistenza prevista dai termini di legge.
  • nei casi previsti, provvedimento da cui risulti lo stato giuridico di divorzio o di separazione.
  • fotocopia documento di identità in corso di validità.

Data

Firma del dipendente dichiarante

DATI E DICHIARAZIONE DEL SOGGETTO DISABILE

(DA NON COMPILARE QUALORA SI RICHIEDA PER ASSISTERE UN MINORE)

Il/la sottoscritt…

nato/a …

il …

residente in… prov…via/piazza… cap…

consapevole delle sanzioni penali, richiamate dall’art. 76 del D.P.R. 445 del 28 dicembre 2000, per dichiarazioni non veritiere, formazione o uso di atti falsi,

dichiara:

  • di essere in condizione di disabilità grave accertata con verbale della Commissione Asl di…il…;
  • di essere in condizione di disabilità il cui stato di gravità è in corso di accertamento;
  • di non essere ricoverato a tempo pieno;
  • di prestare attività lavorativa e di beneficiare delle agevolazioni previste dalla legge 104/1992 per se stesso;
  • di non prestare attività lavorativa;
  • di essere parente di …grado del richiedente in quanto….;
  • di voler essere assistito soltanto dal Sig./ra….nato a …il…

Si allega copia di documento di identità in corso di validità.

Firma

Luogo e data

Pensione invalidità 2018

Posted on : 17-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’innalzarsi del costo della vita porterà, il prossimo anno, ad un incremento della pensione di invalidità. Di quanto? Vediamo tutto.

Come ogni semplice cittadino può rendersi conto facilmente in prima persona, c’è stato un aumento del costo della vita. Questo, a sua volta, ha portato ad un innalzamento della pensione di invalidità per il 2018. A quanto ammonta? Genericamente all’1,1%, ma vediamo nello specifico per le singole categorie.

A quanto equivale l’aumento dell’1,1% della pensione di invalidità 2018?

L’1,1% dell’aumento equivale a circa tre euro in più al mese e a circa 39 all’anno (per tredici mensilità). Più precisamente dai 279,47 euro attuali – fino al 2017 -, si arriva fino a 282, 54 euro mensili per tutto il 2018. Generalmente il reddito percepito deve essere intorno ai 16mila euro; salvo alcune eccezioni.

Pensione di invalidità fino al 2017

Ma vediamo, fino al 31 dicembre del 2017, quale era l’entità della pensione di invalidità percepita.

Quest’ultima era pari a circa 302, 23 euro (con un reddito massimo di 16.532, 10 euro) per i ciechi civili assoluti.

Invece i ciechi civili assoluti (se ricoverati), gli invalidi civili parziali e totali, i sordi ricevevano un assegno di circa 279,47 euro (avendo un reddito equivalente a circa 16.532, 10 euro).

Lo stesso (con un assegno percepito che ammontava sempre a 279,47 euro), valeva per gli invalidi civili parziali – ma con un reddito entro il termine di 4.800, 38 euro –. Uguale (stessa cifra dell’assegno e del reddito) il caso dell’indennità mensile frequenza minori.

Saliva a 911, 53 euro, al contrario, l’assegno in caso di indennità di accompagnamento per i ciechi civili assoluti – ma senza limite di reddito -.

Erano, poi, 515, 43 gli euro percepiti con indennità di accompagnamento sempre dagli invalidi civili totali – assegno svincolato dal margine reddituale massimo -.

Sempre 515, 43 euro – non vincolato dal range del reddito e riferito all’anno – l’assegno di accompagnamento Inps.

In ordine decrescente, ancora, abbiamo i 501, 89 euro destinati ai lavoratori con anemia drepanocitica o anemia falciforme (meglio nota come drepanocitosi più semplicemente) o anemia mediterranea (più precisamente beta talassemia major o morbo di Cooley). Niente limiti di reddito previsti, ovviamente.

Inoltre l’assegno arriva a 255, 79 euro (svincolato dai limiti reddituali) per i sordi che percepiscono l’indennità di comunicazione.

Solo, infine, 208, 83 gli euro dell’assegno destinato agli aventi diritto all’indennità speciale prevista per i ciechi parziali o ventesimisti [1]; questi ultimi sono coloro ai quali, alla visita medica, sia stato riconosciuto un residuo visivo non superiore a 1/20 in tutti e due gli occhi o nell’occhio migliore, anche con eventuale correzione per causa congenita o contratta, non dipendente da guerra, servizio o infortunio sul lavoro. Anche in quest’ultimo caso non c’è nessun limite di reddito (anche se viene valutato quello personale e non quello familiare); né c’è un limite d’età: l’indennità, infatti, è riconosciuta anche agli under-18 e agli over-65. Infine, ultima precisazione, la pensione (che arriva unitamente all’indennità speciale) non è soggetta ad Irpef.

Quando si viola il diritto di precedenza nelle assunzioni

Posted on : 17-01-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

0

I dipendenti con contratti a termine, e non solo, hanno la priorità in caso di assunzioni decise dall’azienda: in quali casi? Quando si viola questo diritto?

Dopo tanta ricerca e invio di curricula finalmente uno spiraglio: ti hanno chiamato per un colloquio di lavoro per una posizione a tempo determinato. Il colloquio è andato bene e ti hanno ricontattato dopo qualche giorno per darti l’esito. Assunto. Sai già però che il tuo contratto a tempo determinato, che per definizione ha una durata stabilita, sarà di sei mesi rinnovabili. Ti hanno prospettato una certa attenzione alle opportunità di crescita in azienda, ma tu sai che le parole lasciano il tempo che trovano. Così vuoi accertarti di avere la priorità nel caso quell’azienda abbia in programma di fare assunzioni a tempo indeterminato nel prossimo futuro. Vediamo per quali casi è prevista questa priorità e quando si viola il diritto di precedenza nelle assunzioni.

Cos’è il diritto di precedenza nelle assunzioni?

Troveresti giusto il fatto di essere assunto con un tempo determinato di sei mesi, rinnovati per altri sei mesi e poi, alla scadenza del contratto, essere salutato, proprio mentre dall’altro lato del corridoio un’altra persona sta per essere assunta a tempo indeterminato dalla stessa azienda nel tuo stesso ruolo? La risposta è ovvia: sarebbe molto ingiusto. Infatti lo è anche per la legge.

Proprio per questo esiste una specifica forma di tutela per evitare questa ingiustizia: è il diritto di precedenza nelle assunzioni [1]: la possibilità, per i dipendenti assunti con uno o più contratti a tempo determinato superiori a sei mesi nella stessa azienda, di vedersi garantita per legge la priorità nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro i successivi 12 mesi, ovviamente per le stesse mansioni svolte.

In pratica, tu lavori a tempo determinato (oltretutto già rinnovato una volta) per l’azienda X e al termine dei nove mesi il tuo contratto scadrà. Ti hanno già detto che non ti assumeranno a tempo indeterminato. C’è un piccolo particolare, vieni a sapere che l’azienda ha appena pubblicato un’offerta di lavoro a tempo indeterminato nel tuo stesso identico ruolo e non ti ha nemmeno preso in considerazione. Il datore di lavoro non può farlo. Sta violando il tuo diritto di precedenza nell’assunzione.

Stati attento, nel momento in cui vieni assunto, a controllare che la clausola del diritto di precedenza venga esplicitamente inserita nel contratto. É obbligo dell’azienda farlo. Detto questo comunque il tuo diritto non decade qualora l’azienda non lo mettesse per iscritto. Puoi sempre farlo valere.

Chi ha diritto di precedenza nelle assunzioni?

Un primo caso lo abbiamo già messo in luce: il tempo determinato. Ma non solo. Vediamo tutti i casi in cui una persona assunta con un contratto a termine conserva la priorità e la possibilità di vedersi preferito a persone esterne, nel momento in cui l’azienda ha in programma assunzioni in pianta stabile.

Contratti a termine

Come abbiamo già visto, fatta salva una diversa regolamentazione dei contratti collettivi nazionali o territoriali, il lavoratore che viene assunto con uno o più contratti a tempo determinato per un periodo superiore a sei mesi, ha il diritto di precedenza nelle assunzioni (con le stesse mansioni) a tempo indeterminato effettuate entro i successivi 12 mesi.

Maternità

Se sei stata assunta con un tempo determinato e vai in maternità, cioè usufruisci del periodo di astensione dal lavoro per congedo maternità. Sappi che anche tu puoi far valere il diritto di precedenza nelle assunzioni. Nello specifico, il tuo periodo di congedo concorre a determinare i mesi necessari a godere del diritto di precedenza. Per la maturazione del periodo necessario vengono presi in considerazione sia il congedo obbligatorio di maternità (i cinque mesi) sia l’eventuale congedo anticipato per gravidanza a rischio.

E cosa ancora più importante, il tuo diritto di precedenza non vale solo per le assunzioni a tempo indeterminato, ma anche per nuove assunzioni a tempo determinato, sempre entro i 12 mesi successivi e con le stesse mansioni lavorative.

Contratti stagionali

Cosa succede se invece sei stato assunto per un lavoro stagionale? Per stagionale intendiamo tutte quelle attività che per loro natura hanno un termine: ad esempio la stagione balneare a Rimini oppure la stagione in montagna a Moena. Oppure ancora i mesi di assunzione per la raccolta della frutta o per la vendemmia. Insomma tutti quei lavori per i quali si viene assunti per forza a termine.

Anche in questo caso, in cui vieni assunto a tempo determinato, hai diritto di precedenza nelle future assunzioni. Vale però solo se le nuove assunzioni riguardano le stesse attività stagionali.

Ad esempio vieni assunto come bagnino per i sei mesi di stagione estiva a Rimini con regolare contratto a tempo determinato. Sappi che il prossimo anno, se quello stabilimento balneare ha in programma di assumere nuovamente un bagnino per sei mesi, tu hai la priorità.

Mobilità o giustificato motivo oggettivo

Se la tua azienda invece ti ha licenziato non per un tuo comportamento inaccettabile, ma per una crisi aziendale o comunque per ragioni economiche (giustificato motivo oggettivo) indipendenti da te, allora sappi che hai il diritto di precedenza nel caso l’azienda si rimetta in forze e decida nuove assunzioni entro sei mesi.

Contratti a tempo parziale in riferimento ai disabili

Specifiche tutele sono previste anche per i dipendenti delle aziende assunti a tempo pieno ma che hanno precise necessità: sono malati oncologici o hanno patologie cronico-degenerative oppure sono familiari che si prendono cura di persone affette da queste malattie (titolari della legge 104).

A loro è garantito il diritto di essere messi a conoscenza immediata nel caso in cui l’azienda abbia in programma assunzioni part time. Gli viene in pratica riconosciuta la priorità nella trasformazione del rapporto di lavoro da full time in part time.

Trasferimento d’azienda

Se vieni licenziato per un trasferimento aziendale, hai comunque la priorità nel caso di assunzioni entro 12 mesi della stessa azienda e con le stesse mansioni.

Quando si viola il diritto di precedenza nelle assunzioni?

Dopo aver visto i casi in cui un lavoratore può far valere legittimamente il proprio diritto di precedenza, ci siamo in parte già risposti. Questo perché ogniqualvolta un datore di lavoro non rispetti la priorità di assunzione:

  • nei contratti a termine
  • nei congedi di maternità
  • nei contratti stagionali
  • nei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo o mobilità
  • nei contratti part time per assistenza disabili
  • Trasferimenti d’azienda

in realtà sta violando il diritto di precedenza nelle assunzioni.

Non lo viola però automaticamente. Diciamo che il datore è obbligato a  richiamare  all’interno del contratto il diritto di precedenza. In pratica, ogni volta che assume un dipendente con contratto a tempo determinato, deve inserire la relativa clausola informativa.

Ecco un esempio di informativa sul diritto di precedenza in un contratto stipulato:

Il lavoratore, qualora superi il limite minimo di 6 mesi avrà un diritto di precedenza sulle assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro i successivi dodici mesi dalla data di cessazione, con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione del rapporto a termine. La modalità di fruizione del diritto di precedenza è prevista dall’articolo 24, comma 4, del decreto legislativo n. 81/2015.”

Il dipendente però, affinché possa vedersi garantito il diritto di precedenza, deve manifestare in modo esplicito la sua volontà di essere ‘preferito’ nel momento in cui apprende che sono in corso assunzioni a tempo indeterminato. La manifestazione di volontà ha effetto solo se viene fatta conoscere al datore di lavoro. In pratica gli devi inviare una raccomandata.

Come posso far valere il diritto precedenza nelle assunzioni?

Assodato che il diritto di precedenza va inserito nel contratto e che se vuoi farlo valere devi manifestare espressamente la tua volontà al tuo datore di lavoro, puoi farlo solo per iscritto e:

  • Entro 6 mesi dalla scadenza del rapporto di lavoro non stagionale (a tempo determinato e maternità)
  • Entro 3 mesi dalla scadenza del rapporto di lavoro stagionale (attività stagionali)

In ogni caso il diritto di priorità nelle assunzioni si estingue (quindi non puoi più farlo valere) trascorso un anno dalla fine del rapporto di lavoro.

Qualora il tuo datore, nonostante la tua manifestazione di volontà, violi il tuo diritto di precedenza per un’assunzione a tempo indeterminato, di norma non è prevista l’assunzione forzata. Però puoi ricorrere ai giudici chiedendo un risarcimento del danno subito. In più il datore di lavoro perderà la possibilità di usufruire di eventuali incentivi previsti per le assunzioni.

L’assunzione di un apprendista viola il mio diritto di precedenza?

Sei stato assunto con un tempo determinato e, dopo un primo rinnovo, al termine dei 9 mesi il tuo contratto scade. Nella tua stessa azienda però nel frattempo era già stato stato assunto un apprendista, quindi con contratto di apprendistato che, alla scadenza del periodo formativo verrà assunto a tempo indeterminato. Per te invece niente assunzione. Il tuo datore di lavoro sta violando il tuo diritto di precedenza nell’assunzione?

Per il ministero del Lavoro la risposta è no [2]. Non c’è alcuna violazione perché il contratto di apprendistato è per definizione già all’inizio un contratto a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e occupazione. E si divide in due fasi: la prima è quella formativa e alla sua scadenza subentra la seconda parte, quella della trasformazione automatica (salvo recesso delle parti) in contratto a tempo indeterminato.

Questa trasformazione è solo la naturale prosecuzione dell’apprendistato, che parte già indeterminato fin dall’inizio. Ecco perché tu non puoi appellarti alla violazione del diritto di precedenza in questo caso.