Come collegare lo smartwatch al telefono

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli smartwatch in commercio possono collegarsi con ogni telefono; l’importante è sapere con esattezza come procedere in base al modello e al sistema operativo utilizzato. 

Lo smartwatch è un dispositivo elettronico che devi indossare al polso, generalmente al posto del normale orologio. L’utilità di uno smartwatch è molteplice; oltre a misurare il tempo, funziona come un vero e proprio computer e può eseguire calcoli e applicazioni, esattamente come uno smartphone o un tablet. Per questa ragione, puoi abbinare qualunque smartwatch ai diversi dispositivi “mobile” in commercio mediante la collaudata tecnologia bluetooth. Vediamo come collegare lo smartwatch al telefono con semplicità e quali sono le procedure che devi adottare in base al sistema operativo utilizzato dal tuo smartphone oppure dal tuo iPhone, se sei un amante della tecnologia Apple. Devi tenere presente che gli stessi smartwatch hanno un loro sistema operativo che non potrai certo trascurare quando dovrai eseguire l’abbinamento con il telefono in tuo possesso. Iprincipali sistemi operativi con i quali sono equipaggiati gli smartphone in commercio sono; Android Wear, WatchOS e TizenOS; quest’ultimo viene usato dalla Samsung nei suoi smartwatch, ma è comunque compatibile con i sistemi operativi Android partendo dal 4.4, mentre lavora con gli iPhone limitatamente ad alcuni modelli.

Collegare lo smartwatch al telefono: l’uso di Android Wear

Se hai acquistato uno smartwatch con sistema operativo Android Wear, puoi effettuare l’abbinamento con il cellulare in pochi passi, ricordandoti di attivare la connessione bluetooth su entrambi i dispositivi.

Per prima cosa, accendi il tuo smartwatch, accetta le condizioni di licenza e seleziona la tua lingua preferita. Procedi come segue in base al telefono in tuo possesso.

Configurazione di Android Wear con smartphone Android

Scarica l’applicazione apposita sul tuo dispositivo cellulare, chiamata proprio Android Wear, che puoi trovare con pochi passaggi su PlayStore. Da questo momento, devi semplicemente aprire l’app e ricercare nell’elenco degli smartwatch configurabili il modello in tuo possesso. Seleziona la voce corretta, attendi l’arrivo del codice su entrambi i dispositivi e conferma quindi il loro accoppiamento quando ti verrà richiesto. Dopo aver eseguito questa operazione, devi trasferire il tuo account personale sullo smartwatch; sarà il tuo stesso smartphone a chiederti la conferma subito dopo aver collegato i due dispositivi. Tu dovrai solamente rispettare la procedura guidata e assecondare le richieste dell’applicazione. Procedi seguendo questi passi: seleziona l’account da trasferire cliccando prima su “Avanti” e successivamente su “Copia”; inserisci la password associata al tuo account e completa la procedura abilitando tutti i permessi richiesti (dovrai semplicemente cliccare “Avanti” quando richiesto). L’abbinamento dei dispositivi è ora completato;

Configurazione di Android Wear con iPhone

Scarica e apri l’applicazione Android Wear mediante l’App Store presente su tutti i dispositivi della Apple, eseguendo le consuete operazioni richieste dall’iPhone; clicca pertanto su Ottieni e successivamente su Installa. Arrivati a questo punto devi avviare la configurazione guidata come richiesto dall’App al momento della sua apertura; l’iPhone proseguirà richiedendoti l’attivazione del bluetooth e l’abbinamento con il tuo smartwatch. Con le stesse operazioni, puoi trasferire anche il tuo account personale dall’iPhone allo smartwatch, esattamente come accade con gli smartphone Android.

Procedi come segue: associa il tuo account Google dalla schermata; ti arriverà una password che dovrai utilizzare nell’apposito campo. Se non hai commesso errori potrai procedere con la sincronizzazione del tuo account. Da questo momento, puoi usare il tuo smartwatch, sincerandoti di aver permesso al tuo iPhone di inviare i dati di localizzazione; se non avessi ancora provveduto, devi entrare nelle impostazioni e attivare la trasmissione dei dati.

Come puoi notare, si tratta di operazioni molto rapide, che prevedono il rispetto di una procedura guidata chiara e semplice; in pochi attimi potrai utilizzare il tuo nuovo smartwatch in modo completo e godere di una maggiore libertà per le mani.

Collegare lo smartwatch al telefono: l’uso di WatchOS

Questo paragrafo è dedicato a coloro che sono in possesso di un Apple Watch, detto anche WatchOS, cioè l’orologio digitale prodotto dall’azienda californiana. Se hai acquistato questo modello, sei probabilmente in possesso di un iPhone con il quale la configurazione è praticamente immediata. In ogni caso, devi sapere che l’abbinamento è possibile limitatamente alle seguenti configurazioni: gli Apple Watch series 3 funzionanti con reti GPS e cellular sono compatibili con i modelli di iPhone 6 e successivi, mentre quelli che utilizzano solamente la rete GPS possono essere abbinati anche agli iPhone 5s; è fondamentale che il sistema operativo installato sia il più recente possibile.

Gli Apple Watch series 4 si possono abbinare all’iPhone esattamente come accade per gli Apple Watch series 3 e consentono inoltre l’accoppiamento con iPhone SE, purché quest’ultimo lavori con un sistema operativo pari o superiore a iOS 12. Procedi ora rispettando i seguenti passi:

  • avvia il bluetooth e assicurati di essere in prossimità di una rete Wi-Fi, oppure che sia disponibile una connessione stabile;
  • attiva entrambi i dispositivi e avvicinali fra di loro, avendo cura di indossare il tuo Apple Watch e facendo in modo che il cinturino calzi bene, quindi che non sia né troppo stretto,né troppo lasco;
  • utilizza ora il tuo iPhone per inquadrare Apple Watch mediante la fotocamera di cui è dotato il dispositivo: in questo modo verrà avviata una procedura di configurazione automatica;
  • conferma la configurazione automatica scegliendo fra una nuova o un back-up in tuo possesso;
  • accedi al tuo account tramite l’ID Apple;
  • scegli le tue impostazioni preferite e trasferisci le tue App, creando un codice per la protezione della tua privacy;
  • attendi che i dispositivi effettuino la totale configurazione.

Da questo momento, i tuoi apparecchi elettronici sono abbinati e perfettamente funzionanti. L’iPhone ti permette di connettere più di un Apple Watch e di selezionare a tuo piacimento quello che intendi indossare; dovrai semplicemente sceglierlo nell’apposita schermata. Vediamo ora insieme come ti devi comportare se possiedi un Apple Watch e vuoi collegarti con il tuo smartphone con sistema operativo Android. A tal proposito, dal punto di vista elettronico non puoi affatto riuscire in questa operazione, in quanto l’Apple Watch non può abbinarsi ad alcun modello di smartphone per nessuna ragione. Questo limite del dispositivo americano ti costringe a scegliere delle alternative, alcune decisamente ovvie, altre che consistono in interessanti “escamotage”:

  • passa all’iPhone, oppure acquista uno smartwatch con sistema operativo Android Wear;
  • sincronizza il tuo Apple Watch con un prodotto Apple ricondizionato;
  • sincronizza WatchOS con l’iPhone di un tuo amico.

Negli ultimi due casi, l’iter prevede di di approfittare della tecnologia Apple per effettuare la sincronizzazione fra le due apparecchiature; l’utilità di queste operazioni, che potrebbe apparire fine a se stessa, consiste nell’abbinare WatchOS alla tua sim card inserita nell’iPhone di cui disponi temporaneamente. In questo modo, potrai successivamente trasferire quest’ultima sul tuo dispositivo Android, “ingannando” il computer e potendo di fatto utilizzare l’Apple Watch con il tuo smartwatch Android. Con questo sistema dovrai in ogni caso rinunciare a qualche funzionalità e accontentarti di una reattività più lenta del tuo dispositivo ai messaggi e ai vari alert.

Collegare lo smartwatch al telefono: l’uso di TizenOS 

Vediamo ora come abbinare gli orologi della Samsung con il dispositivo mobile in tuo possesso; la Samsung adotta un sistema operativo differente, denominato TizenOS, un software che presenta molte analogie con Android Wear e che nasce per essere abbinato alla perfezione con i dispositivi mobile della Samsung, precisamente con tutti i telefoni che utilizzano il sistema operativo Gear S2, Gear S3 e Gear FIT2.

La configurazione si ottiene con molta facilità ed è praticamente identica a quella adottata nei sistemi operativi maggiormente in uso. Le differenze sostanziali fra i due programmi sono poche e permettono agli smartwatch della Samsung di poter lavorare con molti dispositivi di un’altra marca. TizenOS è compatibile con gli iPhone che utilizzano i sistemi operativi iOS 9 o superiori, esattamente come Android Wear; l’accoppiamento con gli smartphone può invece avvenire se il dispositivo cellulare adotta un sistema operativo Android 4.4 o superiore, benché il telefono disponga di una memoria RAM di almeno 1,5 Gigabytes, mentre Android Wear permette un corretto funzionamento anche con Android 4.3.

Collegare lo smartwatch al telefono: gli altri sistemi operativi 

Oltre ai sistemi operativi più conosciuti e diffusi precedentemente menzionati, esistono alcune alternative; fra questi elenchiamo i seguenti programmi:

  • Asteroid OS: è compatibile con diversi prodotti in commercio ed è efficace per utilizzare smartwatch particolarmente datati. E’ stato creato con lo specifico scopo di aggiornare qualsiasi smartwatch, aggiungendo nuove funzionalità, soprattutto quelle presentate sul mercato con il passare del tempo e l’avanzare della tecnologia. Android OS può lavorare con gli Zen Watch di Asus, i G Watch e gli Watch Urban dell’azienda LG e i dispositivi della Sony, chiamati Smartwatch 3. Android OS può essere affiancato a Wear OS senza richiedere la sovrascrizione; devi solamente preoccuparti di scegliere cosa utilizzare nel momento in cui accendi il tuo smartwatch;
  • SailfishOS: anche questo sistema operativo consiste in un’alternativa a quelli più usati. Il programma è un’iniziativa della Nokia che, con ogni probabilità, cederà il progetto ad altri produttori. SailfishOS s’interfaccia bene con ogni smartwatch e utilizzando le funzioni di base è veloce e intuitivo. Attualmente, questo sistema operativo è stato provato utilizzando una connessione wi-fi, in quanto il bluetooth non è ancora supportato, ma nei mesi a venire verrà perfezionato definitivamente.

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Qual è il miglior periodo per andare in Messico?

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quando si trovano le condizioni perfette per una vacanza nella terra maya e azteca. Che cosa serve per partire.

Mare e cultura: questi sono gli ingredienti principali di una vacanza in Messico. Dalle spiagge di Cancun, Acapulco, Tulum o Playa del Carmen ai resti delle civilizzazioni maya e azteca, questo Paese centroamericano si propone come una meta ricca di stimoli. Ma qual è il miglior periodo per andare in Messico? Le stagioni sono molto diverse tra loro? Oppure, in qualsiasi momento, è possibile distendersi al sole ed avere l’abbronzatura garantita oppure visitare senza l’ombrello Chichén Itzà o bere una tequila a Tijuana?

Bisogna sempre tener presente che, quando si viaggia dall’altra parte dell’Atlantico, quasi sempre bisogna ribaltare le condizioni climatiche: quando qui c’è il clima più secco, oltreoceano le piogge sono più frequenti e viceversa. Questo è già un fattore che ci fa capire il periodo migliore per una vacanza in Messico. Ovviamente, dipende da ciò che si vuole: se lo scopo del viaggio è quello di visitare dei siti archeologici, uno può spendere di meno nella stagione più umida e munirsi di ombrello e maglione. Se, invece, si cercano le spiagge ed il mare dei Caraibi, allora si spenderà un po’ di più, ma bisognerà adattare le ferie ai mesi giusti.

Ci sono anche alcune cose «pratiche» da sapere prima di imbarcarsi. Riguardano, ad esempio, il visto, i voli, la sicurezza e l’eventuale assicurazione.

Vediamo, dunque, qual è il miglior periodo per andare in Messico e che cosa occorre sistemare prima di partire.

Messico: informazioni generali

Il Messico è una repubblica presidenziale federale composta da 31 stati collocati nell’America Centrale. La capitale è Città del Messico, una vastissima metropoli ad oltre 2.200 metri di altitudine che accoglie quasi 10 milioni di abitanti.

La lingua ufficiale è lo spagnolo, anche se è molto diffuso l’inglese. Ci sono, inoltre, 68 lingue native.

La moneta è il peso messicano. Attualmente, 1 euro vale circa 21 pesos.

Il fuso orario varia a seconda delle regioni tra -5 UTC (cioè quello di Greenwich) nel Nordest a -7 o -8 UTC nel Nordovest. Per esempio, durante la nostra estate a Città del Messico ci sono 7 ore in meno che diventano 6 quando da noi cambia l’ora in inverno.

L’economia è più florida di quanto si possa pensare: il Messico è all’11° posto tra le economie più forti del mondo. La maggior parte della popolazione si dedica all’agricoltura, alle risorse minerarie (soprattutto nei giacimenti di argento) e, ovviamente, al turismo.

Messico: quando si trova il clima migliore?

Dicevamo prima che ci sono dei mesi in cui ci si può godere il sole ed il mare sulle spiagge messicane e dei mesi in cui le piogge torrenziali e qualche uragano fanno sentire la loro forza. Quindi, qual è il miglior periodo per andare in Messico?

Sicuramente, il momento migliore per andare al mare è quello compreso tra dicembre e aprile. Sono 5 mesi in cui praticamente non vedrai la pioggia. Questa arriva in abbondanza dal mese di giugno, con acquazzoni pomeridiani ma, fortunatamente, di breve durata.

Il periodo più sconsigliato è quello immediatamente successivo, già a partire dal mese di luglio, quando aumenta il rischio di piogge insistenti. Ma è dalla metà di agosto e fino ad ottobre che il Messico finisce nel mirino di cicloni tropicali e di uragani, soprattutto nella parte meridionale del Paese e zona caraibica. Acapulco e la Bassa California subiscono spesso i cordonazos, cioè i forti venti scatenati dai cicloni, anche se di intensità minore rispetto ai fenomeni che interessano il Golfo del Messico.

Tuttavia, essendo un Paese molto vasto, il clima può variare da un estremo all’altro. Ad esempio:

  • nel Messico del Nord (Tijuana e Bassa California), i periodi migliori per trascorrere la vacanza sulle coste o per visitare i deserti sono la primavera (marzo e aprile) e l’autunno (settembre e ottobre);
  • nel Messico del Centro-Sud, da novembre ad aprile per le Tierras Frias (gli altipiani e Città del Messico) e da febbraio a maggio per le Tierras Calientes (Guadalajara, ad esempio);
  • nel Messico del Sud, il periodo tra novembre ed aprile resta il migliore per soggiornare ad Acapulco, nella Penisola del Yucatan (Cancun, Veracruz) o a Chiapas.

Messico: quanto costa una vacanza?

Per quanto riguarda il periodo migliore per andare in Messico da un punto di vista economico, dipende – come per qualsiasi destinazione – dal momento in cui ti vuoi fare la tua vacanza. Se scegli dei giorni di festa (Natale, Pasqua, Capodanno), spenderai sicuramente di più, altrimenti puoi risparmiare su voli e soggiorni.

Tieni conto che non ci sono dei voli diretti dall’Italia. Prevedi, dunque, uno scalo in una capitale europea (Madrid, Monaco di Baviera) oppure a Miami.

Ad ogni modo, metti in conto di spendere almeno 2.000 euro a testa tra voli, soggiorno, escursioni, trasferimenti interni, ecc.

Messico: che cosa serve per il viaggio?

Una volta che hai scelto il miglior periodo per andare in Messico, concentrati su ciò che ti serve per poter partire e per goderti la vacanza.

Per entrare nel Paese ti basta il passaporto, purché sia valido almeno per altri 6 mesi. Non hai, dunque, bisogno di un visto.

Da un punto di vista igienico-sanitario, non ci sono delle vaccinazioni obbligatorie da fare. Si consigliano, però, quelle contro epatite A e B, salmonella e morbillo. È altamente raccomandato bere acqua soltanto dalle bottiglie sigillate e mai dai rubinetti.

Per evitare brutte sorprese all’imbarco, bisogna presentarsi con un biglietto di andata e ritorno e non solo di andata. Insomma, si vuole essere certi che tu abbia intenzione di tornare indietro e di non restare là come immigrato. Il rischio è quello di essere imbarcato solo se si acquista all’aeroporto il biglietto di ritorno, che ti costerà un occhio della testa. Considera che puoi restare sul territorio messicano come turista non più di 180 giorni.

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Consigli legali per divorzio

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ecco tutto ciò che bisogna sapere dal punto di vista legale quando ci si accinge a divorziare.

Tu e tuo marito siete separati da tempo e state per sciogliere definitivamente la vostra unione. Su una cosa sola siete d’accordo: non siete fatti l’uno per l’altra e non vi intendete su nulla. Per il resto, non fate altro che litigare e ciò è stato dimostrato anche dal giudizio di separazione, lungo e pieno di contrasti. Prima di intraprendere il passo che porterà al definitivo scioglimento del vostro matrimonio, hai quindi bisogno di ricevere consigli legali per il divorzio. Leggi questo articolo: vi troverai le informazioni che ti servono.

Il divorzio comporta lo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale tra due persone. Se i due coniugi si sono sposati in chiesa, esso prende il nome di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Infatti per il diritto canonico, che è la legge della Chiesa, il matrimonio è un sacramento e come tale non può mai essere sciolto (salvo che in casi rari e particolari); pertanto chi si è sposato con rito cattolico può divorziare soltanto per la legge civile. Davanti allo Stato egli tornerà ad essere una persona libera e se vorrà potrà sposarsi nuovamente al Comune; non potrà, invece, convolare a nuove nozze in chiesa.

Divorzio: consigli utili

Vediamo di seguito alcuni consigli utili per chi si accinge a divorziare.

La prima cosa che devi fare se vuoi divorziare è andare da un avvocato di tua fiducia ed esporgli la tua situazione. È importante che tu gli fornisca le seguenti informazioni:

  • se dalla vostra unione sono nati figli;  in caso affermativo, la loro età, la scuola che frequentano, le eventuali attività extra scolastiche che svolgono;
  • qual è la situazione patrimoniale tua e del tuo coniuge, in particolare se avete proprietà separatamente o in comune;
  • quale attività lavorativa tu e  il tuo coniuge svolgiate. Se uno dei due non lavora, per l’avvocato è importante conoscerne le ragioni: può essere, ad esempio, che abbia preferito dedicarsi interamente alla famiglia, o che abbia subito la perdita del lavoro (ad esempio per malattia o licenziamento);
  • quale sia il reddito di ognuno di voi. Questo dato non è necessariamente legato al lavoro, perché è possibile anche avere entrate diverse, ad esempio gli affitti;
  • se siete giunti di comune accordo alla decisione di divorziare. In caso affermativo, il legale vorrà sapere se vi siete accordati, o se pensate di poterlo fare, riguardo alle condizioni del divorzio: principalmente con chi debbano vivere i vostri figli, oppure se uno dei due debba corrispondere all’altro un assegno di mantenimento.

C’è solo un caso in cui non occorre che tu e il tuo coniuge vi rivolgiate a un avvocato, e tra poco te ne parlerò.

Il tuo legale, acquisite da te tutte le informazioni che ti ho indicato, ti aiuterà a scegliere se divorziare in modo consensuale o giudiziale. La prima soluzione è praticabile se tu e il tuo coniuge siete d’accordo sulle condizioni che regoleranno lo scioglimento del vostro matrimonio; se invece avete dei contrasti bisognerà ricorrere al divorzio giudiziale. Vediamo in cosa consistono queste due diverse opzioni.

Come si divorzia in modo consensuale?

Se tu e il tuo coniuge siete d’accordo nel divorziare, e anche su come regolare i vostri rapporti (affidamento dei figli, eventuale corresponsione di un assegno di mantenimento da parte di uno all’altro, altri aspetti economici che vi riguardano), dovete scegliere una procedura di tipo consensuale. Al riguardo le modalità di divorzio che la legge prevede sono tre:

  • il divorzio in Comune;
  • il divorzio consensuale in tribunale;
  • la negoziazione assistita.

Il divorzio in Comune [1] è una procedura veloce ed economica, e non  richiede nemmeno l’assistenza di un avvocato. Ti avevo già anticipato che c’è un caso in cui non è necessario rivolgersi ad un legale: si tratta proprio di questa ipotesi. Il costo è veramente minimo: solo l’imposta di bollo. Quando ricorrono i presupposti, conviene utilizzare questa opportunità.

Per divorziare in Comune occorrono però alcune condizioni:

  • non dovete avere figli minori di età, portatori di handicap o incapaci;
  • nel vostro accordo non deve essere previsto un trasferimento di beni tra di voi. Facciamo un esempio. Tizio e Caia vogliono divorziare. Essi hanno già concordato tutte le condizioni che regoleranno lo scioglimento della loro unione. Durante il matrimonio Tizio aveva acquistato un appartamento, intestandolo a sé, ma lo aveva fatto utilizzando il denaro proveniente dall’attività lavorativa della moglie. Adesso i due hanno concordato che l’immobile in questione venga trasferito a Caia:  per questo motivo non potranno divorziare in Comune ma per farlo dovranno scegliere un’altra modalità.

Se tu e il tuo coniuge volete divorziare in questo modo,  dovete presentare, anche separatamente, al sindaco o dall’ufficiale dello stato civile la dichiarazione di voler divorziare. Non è necessario preparare nulla di scritto: infatti viene redatto un verbale. Quest’ultimo  ha la stessa efficacia di una sentenza del tribunale. Il sindaco o l’ufficiale di stato civile dispongono poi l’annotazione del divorzio a margine dell’atto di nascita. Potete anche  concordare che uno di voi versi all’altro un assegno di mantenimento.

Se mancano le condizioni per divorziare in Comune, occorre rivolgersi al Tribunale oppure ricorrere alla negoziazione assistita.

Per il divorzio consensuale in tribunale [2] dovete semplicemente presentare un ricorso congiunto in cui esponete dettagliatamente le condizioni che regoleranno lo scioglimento del matrimonio: chi debba abitare la casa coniugale, con chi debbano vivere i figli, se uno di voi debba versare all’altro un assegno di mantenimento, e così via.

Se avete figli minori di età il Tribunale effettuerà un controllo per accertare che gli accordi tra voi non li pregiudichino. Infatti, quando due coniugi si separano o divorziano viene salvaguardato innanzitutto l’interesse dei figli della coppia, che devono superare l’inevitabile trauma derivante dal fallimento dell’unione dei loro genitori. I coniugi non possono quindi prendere accordi che non tengano conto, principalmente, del benessere materiale e psicologico dei figli. Ad esempio, essi non potrebbero concordare, solo perché fa loro comodo, che il loro bambino viva a giorni alterni con l’uno e con l’altro, cambiando continuamente abitudini.

In questa forma di divorzio c’è una sola udienza che si svolge davanti al Presidente del tribunale. Successivamente il Tribunale omologa il divorzio, cioè lo “ufficializza” con una sentenza.

Ovviamente i costi di questa procedura sono più elevati, perché occorrerà pagare, oltre agli avvocati, anche le tasse che la legge prevede quando si inizia una causa. La buona notizia è che, se tu e il tuo coniuge siete d’accordo, potete anche scegliere un solo legale per entrambi.

La negoziazione assistita [3] presenta, più o meno, gli stessi costi del procedimento in Tribunale.  In questo caso  due legali di fiducia dei coniugi preparano un accordo di divorzio, che viene sottoscritto da marito e moglie e certificato dagli avvocati. Successivamente esso viene trasmesso al Comune. Se i coniugi sono d’accordo nel designarlo, essi possono anche ricorrere a un solo legale. Se vi sono figli minori di età, l’accordo viene controllato dal Tribunale.

Come avviene il divorzio giudiziale?

Il divorzio giudiziale [4] si svolge davanti al tribunale. Se tu e il tuo coniuge non siete d’accordo su uno o più aspetti dello scioglimento della vostra unione, è necessario che sia il tribunale a stabilire chi di voi ha ragione. L’unica strada percorribile è pertanto quella del divorzio giudiziale, una vera e propria causa che può durare anche anni.

Se vuoi fare il primo passo devi quindi andare da un avvocato e spiegargli, senza nascondere nulla, i vari aspetti del fallimento dell’unione matrimoniale. L’avvocato preparerà un ricorso che sarà depositato nella cancelleria del tribunale e poi notificato alla controparte. Tu e il tuo coniuge dovrete comparire ad un’udienza davanti al presidente del tribunale. Egli tenterà di conciliarvi (il che, per ovvie ragioni, sarà molto difficile).

Il presidente darà alcuni provvedimenti provvisori e urgenti, necessari per regolamentare i rapporti patrimoniali tra voi coniugi e quelli con gli eventuali figli. Ad esempio: se, dopo la separazione, uno di voi ha continuato ad abitare la casa coniugale, il presidente stabilirà se debba ancora farlo; egli potrebbe disporre che uno di voi versi all’altro un assegno di mantenimento; se vi sono figli minori di età, oppure che si trovano in condizioni particolari (incapacità, handicap), darà le disposizioni più opportune per curare i loro interessi. Il presidente baserà la sua decisione su ciò che gli risulta al momento: quindi prenderà in considerazione quello che i vostri avvocati avranno scritto, le dichiarazioni dei redditi che avrete prodotto, ciò che gli direte quando vi sentirà. Ovviamente, nel corso della causa, potranno essere raccolti ulteriori elementi che consentiranno al tribunale una valutazione più completa.

Dopo la prima udienza, la causa continuerà con un altro giudice, nominato dal presidente. Ognuno di voi cercherà di far valere le proprie ragioni, portando delle prove a sostegno di esse. Gli esempi possono essere tanti; te ne faccio alcuni. Poniamo che Tizio e Caia divorzino. Caia, disoccupata, chiede un assegno di mantenimento, ma Tizio afferma che in realtà l’ex moglie lavora in nero e cerca di dimostrarlo portando testimoni. Oppure la coppia ha dei figli minori, e Caia non vuole che l’ex marito li frequenti, accusandolo di comportamenti violenti nei loro confronti. Il suo avvocato chiederà, quindi, di sentire dei testimoni che hanno assistito a scene di violenza, o anche la nomina di un consulente psicologo che, parlando con i bambini nel giusto modo, possa comprendere come stanno le cose.

Come vedi, il divorzio giudiziale può essere una guerra senza esclusione di colpi. Per questo ti ho detto che bisogna riferire al proprio avvocato tutte le circostanze che riguardano il fallimento dell’unione, anche quelle che mettono a disagio, senza nascondere i propri eventuali errori e cattivi comportamenti. Solo così il legale sarà messo nelle condizioni di preparare una difesa adeguata. Inoltre, si tratta della procedura più costosa: infatti chi inizia deve pagare delle tasse; l’attività dell’avvocato sarà particolarmente impegnativa, e ciò farà lievitare la parcella.

Il procedimento si conclude con una sentenza, che pronuncia il divorzio e nella quale il Tribunale può confermare i provvedimenti dati dal presidente alla prima udienza, oppure modificarli. Può succedere che  in corso di causa tu e il tuo coniuge raggiungiate un accordo: in tal caso il divorzio da giudiziale diventa consensuale e il tribunale emette subito una sentenza.

Se divorzio mi spetta un assegno di mantenimento?

Se il divorzio avviene in maniera consensuale, tu e il tuo coniuge sarete certamente d’accordo su un eventuale assegno di mantenimento che uno dei due debba corrispondere all’altro per il suo sostentamento e per quello dei figli.

Se invece il divorzio avviene in forma giudiziale, sarà il Tribunale a decidere se uno di voi abbia diritto a percepire dall’altro l’assegno di divorzio. Ciò avviene quando un coniuge non dispone di mezzi adeguati e non può procurarseli per ragioni oggettive.

Facciamo un esempio. Tizio e Caia divorziano. Caia lavora ma percepisce uno stipendio basso, che si rivela insufficiente per il suo sostentamento e per quello del bambino avuto dalla coppia. Non ci si può nemmeno aspettare che Caia svolga delle attività extra, perché il lavoro la impegna già buona parte della giornata e deve anche dedicarsi al figlio; pertanto il tribunale pone a carico di Tizio un assegno di mantenimento in suo favore.

Ma con quali criteri il tribunale stabilisce l’entità dell’assegno di divorzio? In conformità con il più recente orientamento della Cassazione [5] i giudici terranno conto di questi fattori:

  • il reddito di entrambi i coniugi. Con questo termine si intendono tutte le entrate a carattere continuativo: non solo lo stipendio ma anche eventuali canoni di locazione o rendite. Può essere che uno dei due non lavori, ma che possieda degli immobili che ha concesso in affitto, e che quindi percepisca mensilmente un importo superiore a uno stipendio;
  • le ragioni della decisione. Verranno considerati, cioè, i comportamenti di ognuno dei coniugi che hanno provocato in modo definitivo la rottura del vincolo. In particolare, si terrà conto del fatto che la precedente separazione sia stata pronunciata con addebito a uno dei due, cioè attribuendogli la responsabilità del fallimento dell’unione;
  • la concreta possibilità per il coniuge economicamente più debole di lavorare. Facciamo un esempio. Una coppia divorzia; la moglie non lavora, il marito percepisce un ottimo stipendio. La moglie ha ormai più di 50 anni e si è dedicata tutta la vita alla famiglia, in particolare al marito, del quale ha agevolato la carriera. Ormai non ha concrete possibilità di immettersi nel mercato del lavoro, perchè ha interrotto gli studi e non ha esperienze lavorative. Diverso sarebbe il caso se la donna fosse giovane, e avesse le competenze e le forze per incominciare a svolgere un’attività;
  • il contributo dato da ciascun coniuge alla vita familiare. Si terrà conto anche del ruolo che ognuno di essi ha avuto nella formazione del patrimonio della famiglia e di quello appartenente a ognuno dei due. Si pensi al caso di una moglie che si è sempre dedicata, in modo esclusivo, alla casa ed ai figli, consentendo al marito di lavorare gran parte della giornata e di acquistare con il proprio reddito dei beni, che vengono intestati a lui soltanto. I due divorziano, e la moglie non lavora. Peraltro, avendo trascorso lungo tempo a casa, le viene difficile trovare un’occupazione. Il Tribunale terrà conto del fatto che il sacrificio della donna ha consentito al marito di arricchirsi;
  • la durata del matrimonio. Se una coppia si separa e divorzia a breve distanza dalle nozze, il Tribunale valuterà con particolare attenzione la richiesta di un assegno divorzile, per evitare che con un matrimonio – lampo uno dei due possa “sistemarsi” a carico dell’altro coniuge, economicamente avvantaggiato. Pensiamo alla donna che, per interesse, sposa un uomo ricco e molto più anziano, e poi, dopo un paio d’anni, divorzia.

Quindi, se vuoi ottenere un buon assegno di divorzio, ti consiglio di cominciare a pensare alle prove che puoi presentare al giudice (sottoponendole prima al tuo avvocato) per dimostrare che il reddito che già eventualmente percepisci non ti è sufficiente per vivere dignitosamente e che non hai la possibilità di lavorare; che il fallimento dell’unione non è da attribuire a te; che non hai la possibilità di lavorare, o, se già lo fai, di trovare un’altra occupazione più redditizia; che hai contribuito alla formazione del patrimonio familiare.

Potrai ricorrere a prove testimoniali, ma anche ad estratti conto, ricevute di acquisto e altri documenti. L’importante è che tu ne parli con il tuo legale fin da subito: infatti è possibile proporre al giudice le prove che si vogliono utilizzare entro certi termini.

La stessa cosa devi fare se, al contrario, ritieni ingiusto corrispondere al tuo ex partner un mantenimento. Cerca di raccogliere le prove che potrebbero dimostrare il suo ruolo nel fallimento del matrimonio o il fatto che potrebbe lavorare.

Tieni inoltre presente che, se avete figli, non puoi certo sottrarti al dovere di contribuire al loro mantenimento.

Infine ti segnalo che è in corso di approvazione una legge che modificherà i criteri di determinazione dell’assegno di divorzio: per saperne di più ti consiglio di leggere Divorzio: come cambia l’assegno di mantenimento.

Penso di averti dato i consigli legali necessari per procedere al divorzio più serenamente. Lo scioglimento definitivo di un matrimonio è sempre un momento difficile e impegnativo, ma essere consapevoli dei propri e degli altrui diritti può certamente aiutare a viverlo con più lucidità ed efficacia nelle scelte che si dovranno compiere.

Nuovo assegno di mantenimento: GUARDA IL VIDEO

Come cucinare le bietole

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le bietole sono una verdura a foglia verde ricca di sali minerali e vitamine, ottima da consumare come leggero contorno o utilizzare nella preparazione di primi e secondi piatti. Scopri come cucinare le bietole in modo semplice e genuino.

Le bietole sono un ortaggio a foglia verde appartenente alla famiglia delle Chenopodiacee, di cui fanno parte anche gli spinaci e la barbabietola da zucchero. In Italia vengono coltivate decine di varietà di questa pianta erbacea, che si differenziano per la conformazione del gambo e il colore delle foglie. Le biete a costa, caratterizzate da un fusto carnoso e larghe foglie verdi, trovano un ampio utilizzo nella preparazione di zuppe, frittate e paste ripiene, grazie al loro sapore dolce e delicato. La seconda tipologia, diffusa in Toscana e in Puglia, è la cosiddetta bietola selvatica a costa sottile, comunemente chiamata “erbetta”, che possiede foglioline piccole e tenere, ottima da gustare anche cruda in insalata. Consumare una porzione di bietole garantisce un ottimo apporto di fibre, sali minerali e vitamine, tra cui potassio, calcio, fosforo, magnesio, vitamina A e vitamina K, a fronte di un introito calorico esiguo. Se vuoi scoprire di più riguardo a questo straordinario alimento, prosegui la lettura del mio articolo, in cui ti spiego come cucinare le bietole in modo semplice e ottenere gustosi contorni da portare in tavola in ogni occasione.

Bietole: guida all’acquisto

Le bietole sono un ortaggio mediterraneo coltivato e raccolto in ogni periodo dell’anno. Le migliori varietà sono facilmente reperibili nei tanti mercati del contadino che vengono organizzati in tutta Italia, sia nelle grandi città che nei piccoli Comuni di provincia. Acquistare le bietole nei mercatini a chilometro zero è un ottimo modo per favorire la biodiversità e consumare prodotti genuini nel rispetto della stagionalità.

In tutta Italia, vengono coltivate decine di varietà differenti di bietole, alcune delle quali figurano nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali, istituito dal Mipaaft al fine di valorizzare, tutelare e promuovere gli alimenti tipici della cucina italiana. La lista, che comprende undici categorie merceologiche, è suddivisa per regioni: attualmente, la Campania vanta il maggior numero di PAT, seguita dalla Toscana e dal Lazio.

Un prodotto per essere definito “tradizionale” deve essere realizzato secondo metodiche consolidate nel tempo, nel rispetto di precise usanze protratte da almeno venticinque anni e diffuse in tutto il territorio regionale [1]. È compito delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano individuare i prodotti tipici che soddisfano tali requisiti e trasmettere annualmente il proprio elenco al Mipaaft [2], che a inizio anno provvede alla pubblicazione e divulgazione della lista aggiornata tramite un decreto ministeriale.

Ecco quali varietà di bietola sono presenti nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali alla categoria “prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati”:

  • la bietola a costa rossa astigiana, è una varietà piemontese raccolta da gennaio ad aprile, che presenta ampie foglie verde intenso e un carnoso gambo rosso, dal sapore dolce e delicato;
  • la bietola a coste sottili, meglio nota in Toscana come “erbetta”, ha un aspetto simile agli spinaci: le sue foglioline sono adatte a innumerevoli preparazioni e possono essere consumate anche crude in insalata;
  • la bietola di Bassano è una varietà Veneta che viene coltivata in primavera e raccolta da luglio-agosto; è caratterizzata da una larga costa bianca commestibile e ampie foglie che possono assumere un colore verde intenso o rosso violaceo;
  • la bietola di campagna o bietola selvatica, è una varietà pugliese che si distingue per le sue foglioline verde intenso e il sottile gambo rosso vinaccia. È stata riconosciuta come prodotto tradizionale dalla diciannovesima revisione.

Oltre alle suddette varietà di bietola, sono presenti nell’elenco anche i deliziosi tortelli ripieni con bietole, meglio noti come tortelli verdi alla reggiana o, in dialetto romagnolo, turtee d’erba. Se vuoi prepararli in casa, puoi seguire lo stesso procedimento indicato nella ricetta dei ravioli con ricotta e spinaci.

Gli ingredienti che dovrai utilizzare per un impasto di 400 g di farina e 4 uova sono i seguenti:

  • 700 g di bietole da cuocere e tritare finemente;
  • 250 g di ricotta fresca di pecora;
  • 100 g di Parmigiano Reggiano DOP grattugiato;
  • un pizzico di sale e pepe.

È tradizione condirli con burro e salvia e servirli all’interno di una pirofila calda, cosparsi con abbondante parmigiano grattugiato.

Come pulire e cuocere le bietole

Le bietole, se sono di buona qualità, possono essere pulite in pochi minuti e senza sprechi. Al momento dell’acquisto, assicurati che le foglie siano fresche, prive di ingiallimenti e ammaccature. Il gambo deve risultare turgido e croccante, di colore rosso, giallo o bianco in base alla varietà.

Pulizia

Ecco come procedere per pulire le bietole:

  • poggia il mazzo di bietole sopra un tagliere ed elimina con un coltello la parte finale del fusto;
  • scarta le foglie rovinate e accorcia leggermente i gambi se risultano troppo duri e fibrosi;
  • lava una ad una le bietole, per eliminare i residui di terra, la polvere ed eventuali piccoli insetti che si nascondono tra le foglie;
  • dopo averle pulite, puoi decidere se mantenerle intere, oppure tagliarle a pezzetti, per velocizzare la successiva cottura.

Cottura

Il modo più semplice, leggero e versatile per cuocere le bietole consiste nel bollirle in poca acqua non salata per circa 10 minuti, dopo averle accuratamente pulite e lavate. L’acqua di cottura, ricca di sali minerali, non deve essere buttata; puoi berla tiepida o utilizzarla in alternativa al classico brodo vegetale per preparare zuppe, minestre e risotti.

Per preservare al meglio le caratteristiche organolettiche delle bietole e mantenerle leggermente croccanti, puoi cuocerle al vapore. Il procedimento è altrettanto semplice: dopo averle pulite adeguatamente, tagliale a pezzetti e riponile all’interno di un apposito cestello in acciaio, oppure utilizza una vaporiera elettrica. Inserisci il cestello colmo di verdura all’interno di una pentola dai bordi alti dotata di un buon coperchio e aggiungi poca acqua sul fondo. I tempi di cottura variano dai 5 ai 10 minuti, in base alla consistenza desiderata e al tipo di ricetta che si vuole realizzare.

Condimento

Le bietole bollite o cotte al vapore sono un leggero contorno che puoi gustare in ogni occasione. Sono deliziose sia tiepide che fredde, condite con un filo d’olio extravergine d’oliva e una spruzzata di succo fresco di limone che, grazie alla vitamina C in esso contenuta, favorisce l’assimilazione del ferro.

Puoi rendere il contorno di bietole ancor più sfizioso e nutriente aggiungendo dei semi oleaginosi o una piccola porzione di frutta secca tritata, come pinoli, semi di girasole, pistacchi, mandorle e noci. Se invece vuoi portare in tavola una pietanza più elaborata, poi disporre le biete all’interno di una pirofila, cospargerle con della besciamella e gratinarle al forno per 25-30 minuti.

Come preparare la frittata con bietole

La frittata con bietole e riso integrale è un gustoso piatto unico semplice e versatile, che puoi preparare con eventuali avanzi di riso bollito o altri cereali in chicco. Per ottenere una frittata invitante, fragrante e cotta in modo uniforme, ti consiglio la cottura al forno, che ti fornisce un doppio vantaggio: utilizzi meno olio e non devi preoccuparti di girarla a metà cottura.

Ingredienti

Per preparare la frittata con bietole per 4 persone occorrono i seguenti ingredienti:

  • 8 uova fresche;
  • 600 g di bietole;
  • 200 g di riso integrale;
  • 1 cipolla;
  • q.b. olio extravergine d’oliva;
  • q.b. noce moscata;
  • q.b. sale e pepe.

Procedimento

Per preparare la frittata con bietole, cuoci il riso integrale in abbondante acqua leggermente salata per almeno 40-45 minuti. Non appena risulta ben cotto, scolalo e lascialo intiepidire. Intanto prepara le bietole: puliscile, lavale e cuocile al vapore per circa 10 minuti, poi affettale finemente con un coltello.

Versa un filo d’olio extravergine d’oliva in una padella e soffriggi a fiamma bassa la cipolla affettata ad anelli sottili. Quando diventa trasparente, aggiungi le bietole e lasciale insaporire per alcuni minuti, aggiungendo a piacere un pizzico di sale e pepe nero.

Togli le bietole dal fuoco e mescolale con il riso integrale cotto precedentemente. Sguscia le uova all’interno di una terrina capiente e sbattile energicamente con una forchetta. Aggiungi un pizzico di sale, un po’ di noce moscata e pepe nero, poi incorpora il riso integrale con le bietole.

Mescola il tutto con un cucchiaio per ottenere un composto omogeneo, poi versalo all’interno di una teglia rivestita con carta da forno. Fatto questo, non ti resta che cuocere la frittata con bietole per circa 30 minuti nel forno statico preriscaldato a 200°. Sfornala non appena risulta dorata in superficie e servila calda.

Come preparare le bietole al pomodoro

Le bietole al pomodoro sono un piatto tipico della cucina siciliana, saporito e semplice da preparare. Puoi gustarle come contorno, insieme a delle bruschette di pane casereccio tostato, oppure utilizzarle per condire la pasta o creare un piatto unico con legumi e cereali integrali.

Ingredienti

Per preparare le bietole al pomodoro per 4 persone occorrono i seguenti ingredienti:

  • 1 kg di biete a costa;
  • 400 g di polpa di pomodoro;
  • 2 spicchi d’aglio;
  • q.b. olio extravergine d’oliva;
  • q.b. sale e pepe.

Procedimento

Pulisci le bietole, tagliale a pezzetti e cuocile per 5 minuti al vapore o in poca acqua calda. Monda gli spicchi d’aglio, tritali finemente e soffriggili all’interno di un tegame con un filo d’olio extravergine d’oliva. Non appena l’olio inizia a sfrigolare, aggiungi la polpa di pomodoro, un pizzico di sale e pepe nero macinato.

Cuoci la salsa di pomodoro per una decina di minuti a fuoco basso, poi aggiungi le bietole e prosegui la cottura per altri 10 minuti. Servi questo contorno caldo o tiepido insieme a delle fette di pane casereccio.

Per una variante più nutriente e sostanziosa, aggiungi alle bietole in cottura 200 g di fagioli cannellini precedentemente lessati e accompagna il tutto con una piccola porzione di cereali integrali bolliti.

Come costringere qualcuno a fare qualcosa

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se qualcuno non vuol fare ciò che deve ed è stato già condannato dal giudice, l’esecuzione forzata in forma specifica è la soluzione prevista dalla legge.

Un vicino di casa ha montato, proprio vicino al pianerottolo del tuo appartamento, un impianto di videosorveglianza, ma la telecamera punta diritto alla tua porta; nonostante tu gli abbia chiesto di rimuoverla, ancora non ha provveduto. Insieme ad alcuni parenti hai ereditato un’automobile ma uno di questi la sta usando per scopi personali senza autorizzazioni e senza che prima sia intervenuta la divisione del patrimonio del defunto. Tuo fratello ha un terreno che confina col tuo, dal quale deve rimuovere una serie di detriti che ostruiscono i canali dell’acqua piovana, ma non vuole farlo. Un albero minaccia di cadere sul tetto di casa tua ma il proprietario non intende abbatterlo. Sono numerosi i casi in cui si può avere l’esigenza di costringere qualcuno a fare qualcosa. Tuttavia è difficile risolvere il problema quando manca la collaborazione del diretto interessato. Certo, c’è sempre il tribunale che può emettere una condanna, ma questo non esclude che il destinatario vi adempia spontaneamente. Né tu, né il giudice potete costringerlo con un pistola. Ecco che allora diventa vitale scoprire come costringere qualcuno a fare qualcosa.

Di tanto parleremo nel seguente articolo. Ti spiegheremo innanzitutto che rischi nel farti giustizia da te; poi approfondiremo i casi in cui è consentito l’esercizio dell’autotutela; infine ti illustreremo quale procedimento è necessario attivare per costringere una persona a comportarsi in un determinato modo. Ma procediamo con ordine.

Costringere qualcuno con le buone e con le cattive

Se devi farti valere nei confronti di qualcuno e spingerlo a comportarsi in un determinato modo devi stare attento a non sconfinare nel reato di minaccia o di violenza personale. Per restare nella legalità è necessario che:

  • la condotta che vuoi ottenere deve essere conforme a legge e corrispondere a un tuo diritto. Non puoi costringere qualcuno a prestarti un’automobile o una somma di denaro, ma puoi obbligarlo a restituirti ciò che gli hai prestato. In pratica, ci deve essere una norma di legge che riconosce l’esistenza di un tuo diritto a ottenere quel determinato comportamento; il vantaggio che miri a perseguire non deve essere illecito ma riconosciuto dal nostro ordinamento;
  • la minaccia deve sostanziarsi nell’uso di un mezzo consentito dall’ordinamento. Puoi di certo dire: «Se non togli subito la tua spazzatura dalla porta di casa mia ti trascinerò in tribunale»; così come è lecito anche l’uso di frasi iperboliche come: «Se non mi versi tutti gli arretrati che mi devi ti farò fallire e ti ridurrò in rovina»: è chiaro infatti che, in un’ipotesi del genere, la minaccia si riferisce all’uso di uno strumento – l’azione legale e il ricorso per fallimento al tribunale – riconosciuto dalla legge. La minaccia di agire in giudizio non è reato; dire «ti denuncio» non è reato. Allo stesso modo dire «ti faccio vedere io» è considerata un’espressione priva di alcuna valenza minatoria.

Quindi l’uso di un’espressione violenta e risoluta, se corrisponde a un diritto riconosciuto dalla legge, non è illegale.

Farsi giustizia da sé è reato

Una cosa è dire, un’altra è fare. Chi si fa giustizia da sé commette reato di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni». Se si compie tale azione con una violenza sulle cose – ad esempio, il padrone di casa che cambia la serratura del proprio appartamento per mandare via l’inquilino moroso – scatta una multa fino a 516 euro. Se invece si esegue una violenza o una minaccia sulle persone – ad esempio chi strappa dalle mani di un’altra persona le chiavi della propria auto facendola cadere a terra o chi brandisce un coltello dinanzi al vicino che fa rumore durante la notte – viene condannato fino a un anno di reclusione.

Come costringere qualcuno a fare qualcosa?

Ma allora, se è vero che la minaccia è consentita solo entro limiti ristretti e che non ci si può far giustizia da sé, come si può costringere una persona a fare una cosa che non vuol fare? Come è possibile fare in modo che qualcuno si comporti in modo da rispettare la legge?

La soluzione c’è ma è tutt’altro che semplice e breve da percorrere. Ecco cosa bisogna fare.

Iniziare una causa

La prima cosa da fare per costringere qualcuno a fare qualcosa è intentargli una causa. Se c’è un’urgente necessità di tutela, che potrebbe essere pregiudicata dai lunghi tempi del processo civile ordinario, si può anche fare un ricorso accelerato (il cosiddetto “ricorso all’articolo 700 codice procedura civile”).

Il giudice emetterà un provvedimento al termine del giudizio in cui condannerà la controparte a comportarsi in un determinato modo e a fare ciò che la legge gli impone di fare.

Ma che succede se questi non adempie?

La notifica della sentenza

Se il tuo avversario non adempie alla sentenze, devi passare alle maniere dure: all’esecuzione forzata. Il primo passo che allora devi compiere è recarti dall’ufficiale giudiziario – lo farà il tuo avvocato – affinché notifichi alla controparte la sentenza insieme all’atto di precetto. L’atto di precetto è un ultimo avvertimento che dai all’interessato, offrendogli altri 10 giorni di tempo per adempiere. Alla scadenza di questi 10 giorni potrai agire con l’esecuzione forzata.

L’avvio dell’esecuzione forzata

Il terzo passaggio è quello dell’esecuzione forzata. La legge non prevede solo il pignoramento – che è l’esecuzione forzata nei confronti di chi non paga – ma anche la cosiddetta esecuzione forzata in forma specifica che invece è rivolta a ottenere:

  • la consegna di un bene mobile o immobile da chi lo possiede e non vuole restituirlo;
  • la realizzazione di un determinato comportamento che una persona dovrebbe fare e non vuole compiere;
  • l’interruzione di un comportamento che una persona sta realizzando e non dovrebbe invece fare.

Nel primo caso si parla di esecuzione per consegna e rilascio, mentre negli altri due di esecuzione per obblighi di fare e non fare.

La finalità è quella di far intervenire un ufficiale giudiziario a riprendere ciò che è del debitore e consegnarglielo (essendo pubblico ufficiale ha il potere di obbligare il soggetto passivo e, in caso di sua residenza, avvalersi della forza pubblica come carabinieri o polizia) oppure nominare un altro soggetto che compia l’opera dovuta o rimuova quella illegittima a spese però del responsabile.

In un modo o nell’altro, quindi, si può sempre costringere qualcuno a fare qualcosa nonostante la sua volontà, ma come detto è necessario che, a monte di tutto, vi sia un ordine del giudice (ossia la sentenza di condanna) e un procedimento di esecuzione forzata (l’esecuzione forzata in forma specifica).

Le sanzioni per il ritardo

La legge prevede anche la possibilità che il giudice – su richiesta del danneggiato – fissi una sanzione che il responsabile dovrà versare per ogni giorno successivo alla sentenza di condanna in cui non si adeguerà al comando ricevuto. Sono le cosiddette astreintes. Ad esempio, se un soggetto è stato condannato dal giudice ad abbattere immediatamente un muro, nella sentenza il magistrato può imporgli una multa per ogni giorno di ritardo successiva alla notifica della sentenza stessa.

L’ammontare è deciso tenendo conto del valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra circostanza utile.

Separazione fittizia e pensione

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Finta separazione per ottenere la pensione sociale: conseguenze penali.

Una delle pratiche oggi più utilizzate per ottenere benefici non dovuti è quella di ricorrere alla separazione fittizia. Ciò vuol dire che marito e moglie, con un semplice accordo di separazione consensuale, possono recarsi in Tribunale e formalizzare l’intenzione di volersi dire addio. In realtà, i coniugi continuano a convivere come se nulla fosse. Si tratta, quindi, di una finta separazione messa in scena per ottenere la pensione sociale e incrementare così le proprie entrate.

Difatti, la pensione sociale spetta solo se il reddito di ciascun coniuge non supera determinati limiti fissati dalla legge. Di conseguenza, si hanno maggiori probabilità di ricevere la prestazione economica per chi è separato (legalmente ed effettivamente).  Ma procediamo con ordine e parliamo più nel dettaglio di separazione fittizia e pensione.

Che cos’è la pensione sociale?

La pensione sociale è una prestazione di assistenza economica erogata dall’Inps. A partire dal 1996, è stata sostituita dall’assegno sociale. Attualmente l’importo della pensione è pari a 458,00 euro per 13 mensilità per un totale di 5.954,00 euro annui.

Requisiti per ottenere la pensione 

Per beneficiare della pensione sociale, la legge richiede che i cittadini italiani e stranieri siano in possesso dei seguenti requisiti:

  • 67 anni di età;
  • cittadinanza italiana, o, in alternativa, cittadinanza di un Paese europeo, qualora il richiedente abbia effettuato iscrizione all’anagrafe del Comune di residenza, oppure, ancora, cittadinanza di un Paese Terzo, qualora il richiedente possieda il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo;
  • residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni nel territorio italiano;
  • reddito non superiore a 5.954 euro annui, se il richiedente non è sposato o è separato;
  • reddito non superiore a 11.908 euro annui, se il richiedente è coniugato.

Come fare domanda?

La domanda per ottenere la pensione sociale può essere presentata all’Inps attraverso tre differenti modalità:

  • online, attraverso il servizio telematico dell’Inps;
  • tramite contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure al 06 164 164 (da rete mobile);
  • rivolgendosi agli enti di patronato, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Quali redditi vengono presi in considerazione per ottenere la pensione?

A questo punto vediamo insieme quali redditi contano ai fini del diritto alla pensione sociale. La legge afferma che rilevano i redditi, propri e del coniuge, di qualsiasi natura, al netto delle imposte e dei contributi, compresi i redditi esenti da imposte, quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o imposta sostitutiva, nonché agli assegni alimentari corrisposti secondo le norme del Codice civile e le pensioni di guerra.

Non vengono, invece, calcolati:

  • il Tfr e gli altri trattamenti di fine rapporto comunque denominati, con le relative anticipazioni;
    gli arretrati soggetti a tassazione separata;
  • il reddito della casa di abitazione;
  • le indennità di accompagnamento di ogni tipo;
  • gli assegni per l’assistenza personale e continuativa pagati dall’Inps ai pensionati per inabilità;
  • gli assegni per l’assistenza personale continuativa erogati dall’Inail nei casi di invalidità permanente assoluta;
  • i trattamenti di famiglia comunque denominati;
  • le pensioni calcolate con il sistema integralmente contributivo (non liquidate da fondi di previdenza complementari), limitatamente ad un terzo della pensione stessa e comunque non oltre un terzo del valore dell’assegno sociale.

Cosa accade se supero i limiti di reddito?

Se in seguito alla percezione della pensione sociale, si dovessero superare i limiti di reddito verrà sospesa l’erogazione dell’assegno. Qualora i redditi percepiti dovessero poi tornare al di sotto del limite Isee massimo prestabilito dalla legge, allora in tal caso potrai ottenerne il ripristino.

Attenzione: l’Inps vigila annualmente, verificando che il redditi di ciascun beneficiario non oltrepassino il limite previsto per il riconoscimento della pensione.

Come viene calcolata la pensione?

L’importo dipende sostanzialmente dal reddito posseduto. Se il beneficiario dell’assegno sociale è separato (legalmente ed effettivamente), divorziato, o non è mai stato sposato, la pensione sociale spetta:

  • in misura intera se il reddito è pari a zero;
  • in misura ridotta se non supera i 5.954 euro annui.

Se invece il beneficiario dell’assegno sociale è sposato, la pensione sociale spetta:

  • in misura intera solo se il reddito personale è pari a zero, mentre spetta in misura ridotta sino a 5.954  euro annui;
  • in misura intera, in rapporto al reddito proprio e del coniuge, solo se questo è pari a zero, mentre spetta in misura ridotta sino a 11.908 euro annui.

Ti sarà chiaro, quindi, che anche se il richiedente non ha redditi, ma si sposa con una persona avente un reddito proprio, subisce una diminuzione dell’importo base dell’assegno sociale, oppure può addirittura perdere la pensione, a seconda del reddito del coniuge.

Per calcolare a quanto ammonta l’assegno mensile, si deve sottrarre il reddito annuo (proprio per i non coniugati, i separati ed i divorziati, o proprio e del coniuge, per gli sposati) dalla soglia limite, e dividere per 13. Facciamo un esempio pratico per chiarire questo concetto: sei separato  e possiedi un reddito annuo pari a 3mila euro. In questo caso per calcolare l’ammontare dell’assegno sociale mensile che ti spetta dobbiamo fare questa operazione: (5.954 – 3mila)/13. La somma ricavata sarà l’importo della pensione che in relazione all’esempio fatto sarà pari a 227,23 euro.

Incrementi della pensione

A determinate condizioni, è possibile ottenere i seguenti incrementi:

  • una maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, che spetta, dal 2001, a tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, separati o divorziati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati;
  • una maggiorazione pari a 190,86 euro, che spetta, dal 2002, ai pensionati con almeno 70 anni di età e con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, separati o divorziati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati.

Separazione fittizia e pensione 

Ma veniamo al nocciolo della questione, ovvero quando una coppia si separa per finta (cosidetta separazione fittizia) allo scopo di beneficiare della pensione.

Avrai sicuramente capito che chi è separato ha maggiori probabilità di ricevere la pensione sociale. Ciò in quanto l’assegno spetta in misura piena solo se il reddito proprio e quello del coniuge sono pari a zero.

I casi di separazioni fittizie sono sempre più frequenti, anche grazie alla facilità con la quale è possibile ottenere la separazione consensuale. Devi sapere che esistono tre modi per separarsi consensualmente, ovvero in totale accordo:

  • la prima è quella di rivolgersi al tribunale. In tal caso, i coniugi nominano un proprio avvocato oppure possono optare per un avvocato unico che li difenda congiuntamente (così risparmiando sulle spese legali). L’avvocato nominato prepara un atto (il c.d. ricorso) in cui saranno scritte le volontà dei coniugi: dall’eventuale assegno di mantenimento alla assegnazione della casa coniugale, dall’affidamento dei figli minori agli orari di visita del genitore non collocatario ecc. Il ricorso viene poi depositato in tribunale con tutti gli allegati necessari (atto di matrimonio, stato di famiglia e di residenza dei coniugi, dichiarazione dei redditi ecc.). A questo punto, il giudice fissa un’udienza per tentare una conciliazione dei coniugi. Se la conciliazione non riesce e le parti resistono nella loro volontà di separarsi, allora l’accordo verrà omologato. Da questo preciso momento i coniugi possono vivere separatamente e iniziano a decorrere il termine di sei mesi per poter poi ottenere il divorzio. Il costo della procedura è di circa 42 euro, più ovviamente la parcella degli avvocati;
  • la seconda strada è molto più rapida ed è quella della negoziazione assistita. Anche in questo quaso verranno nominati gli avvocati che procederanno alla redazione dell’atto di separazione. In questo caso non c’è alcuna udienza in tribunale: l’atto infatti viene convalidato direttamente dagli avvocati che poi devono depositarlo in tribunale per una sorta di “nulla osta” finale;
  • la terza via è la separazione in Comune. In questo caso ai coniugi basterà recarsi presso l’ufficio di stato civile del Comune dove risiedono oppure in quello dove hanno contratto matrimonio. Tale procedura è totalmente gratuita ed è accessibile solo alle coppie che non hanno figli, o i cui figli maggiorenni (purché non portatori di handicap) hanno raggiunto l’indipendenza economica e sempre a condizione che, negli accordi di separazione, non sia prevista la divisione di beni, mobili o immobili. In ogni caso l’accordo di separazione può prevedere la corresponsione dell’assegno di mantenimento.

Separarsi per finta è un reato?

Ogni coppia è libera di separarsi quando vuole. La legge stabilisce infatti il diritto di ogni coniuge di ricorrere al Tribunale, con o senza il consenso dell’altro, per far sciogliere il legame matrimoniale qualora la convivenza sia divenuta intollerabile. Il giudice, tuttavia, non accerta la reale sussistenza di tale presupposto ma si limita a dar per buona la dichiarazione della parte che si è rivolta al tribunale. Questo vuol dire che ogni coppia può separarsi in qualsiasi momento, al di là dell’effettiva esistenza di una crisi.

Chiarito ciò, dobbiamo domandarci: è possibile distinguere una separazione reale da una fittizia? Non è così semplice come sembra. La legge infatti presume che l’amore della coppia sia finito per il fatto che uno o entrambi di essi si siano rivolti al giudice per chiedere una sentenza di separazione.

Ciò che la legge vieta, però, è l’intento fraudolento. Se lo scopo della separazione fittizia è quello appunto di frodare lo Stato, al fine di percepire una pensione a cui non si ha diritto, allora la coppia dovrà subire un procedimento penale che in caso di condanna comporta anche l’obbligo di restituzione di tutte le somme indebitamente percepite.

Ma come fa lo Stato a capire che la separazione è falsa? Spesso la coppia commette degli errori. Facciamo un esempio pratico: la coppia decide di fare una separazione fittizia e, nel proprio atto di separazione, concorda la prosecuzione della coabitazione almeno finché uno dei due non abbia trovato un nuovo alloggio. In questo la caso, la Pubblica Amministrazione potrebbe presumere l’intento simulatorio e la revoca la pensione.

Attenzione, quindi, a volersi separare per finta per ottenere benefici non dovuti. Come abbiamo già detto, l’Inps opera un monitoraggio continuo al fine di prevenire situazioni del genere.

Effetti fiscali della separazione consensuale

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funzionano detrazioni e deduzioni di casa, spese per figli, Irpef o assegni quando finisce il matrimonio con un accordo tra i coniugi?

Quando un matrimonio salta in aria, prima di arrivare al divorzio ci sono due possibilità: optare per la separazione consensuale o per quella giudiziale. Nel primo caso, i coniugi trovano un accordo sui loro rapporti futuri e sanciscono in tribunale la loro intesa. Nel secondo, in mancanza di quell’accordo, è un giudice a decidere per loro. Gli effetti fiscali della separazione consensuale sono praticamente gli stessi di quella giudiziale.

Primo fra tutti, lo scioglimento del regime di comunione dei beni, sempre che sia stato adottato al momento del matrimonio o successivamente durante il rapporto di convivenza. Ciò ha inevitabili conseguenze sulle garanzie su cui si appoggiano eventuali creditori della coppia.

Ci sono, tuttavia, tanti altri effetti fiscali della separazione consensuale. Riguardano gli assegni di mantenimento, la casa, i familiari a carico, la dichiarazione dei redditi, ecc.

Pensa, ad esempio, alla coppia che si separa dopo avere acceso un mutuo per l’acquisto dell’abitazione: le detrazioni fiscali spetteranno ancora ad entrambi o solo a chi resta a vivere in quella casa? La stessa domanda si può fare chi stava usufruendo delle agevolazioni per la ristrutturazione dell’immobile: chi lascia quello che era il tetto coniugare ne ha ancora diritto? E chi deve pagare Imu, Tari e Tasi?

Entriamo nel merito della questione e vediamo quali sono gli effetti fiscali della separazione consensuale e quali le differenze in caso di divorzio.

Separazione consensuale: che cos’è?

Come accennato, la separazione consensuale è quell’accordo che interrompe un matrimonio con il consenso di entrambi i coniugi. È uno dei modi per ottenere una separazione legale (l’altro è la separazione giudiziale). Comporta la divisione dei beni in comune, l’affidamento degli eventuali figli avuti in comune e degli effetti fiscali.

Questo consenso può essere revocato entro il termine dell’udienza di comparizione in cui il giudice deve prendere atto del fallito tentativo di conciliazione.

La separazione consensuale, infatti, ha bisogno dell’esame del tribunale, il quale deve verificare che l’accordo sia stipulato nel rispetto della legge e dei diritti della prole. In caso di parere contrario, si possono avviare le pratiche per la separazione giudiziale.

Separazione consensuale: gli assegni di mantenimento

In caso di separazione consensuale, può capitare che uno dei coniugi debba versare all’altro un assegno di mantenimento. C’è da sottolineare che, fino alla sentenza di divorzio, l’ex coniuge separato privo di un reddito o che guadagna fino a 2.840,51 euro l’anno, è a carico dell’altro.

Chi versa l’assegno può dedurre il mantenimento a patto che gli ex coniugi siano ancora conviventi oppure che il coniuge economicamente più debole percepisca assegni alimentari che non risultino da un provvedimento giudiziario.

Inoltre, l’assegno può essere portato in deduzione sul 730 se il versamento è stato disposto da un giudice e viene fatto periodicamente.

Per quanto riguarda l’assegno di mantenimento dei figli, non sono deducibili dal reddito imponibile. Significa che, se c’è un provvedimento giudiziario che dispone il pagamento all’ex coniuge e ai figli, devono essere distinti i due importi. In caso contrario, l’assegno si intende per metà ai figli e, di conseguenza, chi lo versa ne potrà dedurre soltanto l’altra metà.

Chi, invece, riceve l’assegno, deve dichiararlo nel reddito imponibile sul 730. Solo la sua parte, però, e non quella destinata ai figli.

Altra precisazione importante: gli assegni di mantenimento non usufruiscono dell’incremento di deduzione di 4.500 euro previsto per il reddito da lavoro dipendente, a cui sono assimilati. Vuol dire che se il reddito dell’ex coniuge è composto soltanto dagli assegni, dovrà calcolare la sua no tax area con la sola deduzione base di 3.000 euro.

Separazione consensuale: i familiari a carico

Tramite l’accordo di separazione consensuale, i coniugi possono determinare a carico di quale dei due restano i figli oppure in quale percentuale restano a ciascuno dei due. Questo al di là di chi si prende i figli in affidamento.

Bisogna precisare che in caso di separazione non si può avere per i figli a carico la detrazione per coniuge mancante di cui si beneficia quando l’altro coniuge è morto oppure non ha riconosciuto i figli.

Il genitore che dichiara i figli a carico può usufruire delle detrazioni e delle deduzioni per le spese per loro sostenute, quindi per spese di istruzione, spese mediche, assicurazione e quant’altro.

Nel caso in cui i coniugi dichiarino i figli a carico al 50%, possono decidere se dividersi queste spese a metà oppure no.

Fino alla sentenza di divorzio, un coniuge legalmente ed effettivamente separato può essere considerato come altro familiare a carico del dichiarante.

Separazione consensuale: la casa

Tra gli effetti fiscali della separazione consensuali ci sono anche quelli che riguardano la casa familiare. Di solito viene assegnata ad uno solo dei coniugi e, principalmente, a chi ottiene l’affidamento dei figli.

Nel caso in cui l’immobile sia in affitto, il contratto di locazione viene modificato a nome di chi resta ad abitare nella casa, di norma il titolare del contratto salvo accordo diverso.

Se, invece, la casa è di proprietà, di solito viene lasciata a chi ne ha il possesso. Ma se è intestata ad entrambi i coniugi, ci vorrà un accordo tra entrambi oppure una decisione in merito del giudice. Nulla vieta, quando è possibile, di inserire nell’accordo di separazione consensuale la possibilità di dividerla o di venderla.

Separazione consensuale: la dichiarazione dei redditi

Quando c’è una separazione consensuale non è possibile presentare la dichiarazione dei redditi congiunta. Ma che succede nel caso in cui sia stata presentata in precedenza una dichiarazione congiunta dalla quale spetta un rimborso, ad esempio, delle detrazioni per ristrutturazione della casa? Di fronte a questa ipotesi, ciascuno dei coniugi ha diritto alla parte che gli spetta in base all’importo che risulta dal 730.

È fondamentale, però, comunicare all’Amministrazione finanziaria (all’Agenzia delle Entrate, per capirci) l’accordo di separazione consensuale.

Separazione consensuale: il Tfr

Se uno dei due coniugi perde il lavoro o si dimette, l’altro non ha diritto ad una parte del Tfr, a differenza dei coniugi divorziati (in questo caso, percepisce il 40% del trattamento di fine rapporto maturato dall’ex nel periodo in cui sono stati sposati sotto forma di assegno di mantenimento).

Separazione consensuale: l’Irpef

In caso di separazione consensuale, quando la casa intestata ai due coniugi viene assegnata a uno di loro e risulta come la loro abitazione principale, entrambi possono dichiararla ancora come abitazione principale e, quindi, possono beneficiare della relativa deduzione.

Tuttavia, il coniuge che ha lasciato quell’immobile non deve risiedere in un altro di sua proprietà, poiché diventerebbe la sua abitazione principale e perderebbe l’agevolazione. Vale lo stesso quando la casa è intestata soltanto al coniuge al quale non è stata assegnata.

Separazione consensuale: il mutuo

Può capitare che il matrimonio finisca mentre ancora si sta pagando il mutuo per l’acquisto della casa. Chi può beneficiare della detrazione sugli interessi? Di norma, l’agevolazione spetta al coniuge al quale è stato intestato il finanziamento, per quanto l’immobile sia l’abitazione principale anche dell’ex. In caso di separazione consensuale, però, siccome l’ex rientra tra i familiari dell’intestatario finché non c’è una sentenza di divorzio, entrambi possono usufruire della detrazione.

Separazione consensuale: Imu, Tasi e Tari

Anche in una situazione piuttosto antipatica come la separazione consensuale c’è da pensare a tre delle tasse più odiate dagli italiani, ovvero l’Imu, la Tasi e la Tari, la tassa sui rifiuti. Chi le paga?

Non certo chi non abita più nella casa familiare. Il coniuge che se l’è vista assegnare (anche se non ne è il proprietario) dovrà provvedere al pagamento dell’Imu. Rimpiangerà la vecchia Ici: a quei tempi, pagava chi era l’intestatario dell’immobile.

Stesso discorso per la tassa sui servizi (a meno che non si abiti in affitto) e per quella sui rifiuti.

Nuovo assegno di mantenimento: GUARDA IL VIDEO

Il mio vicino mi provoca: cosa fare?

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Provocazioni del vicino di casa: come comportarsi? Quando i dispetti tra vicini costituiscono illecito civile e quando reato? Cosa fare in condominio?

Un antico adagio latino recita «Vicinitas est mater discordiarum» che, tradotto in italiano, suona più o meno così: la vicinanza è la madre delle discordie. Nulla di più vero: basta pensare al matrimonio o, in maniera ancora più evidente, al condominio. Le aule dei tribunali sono piene delle cause intentate dal vicino di casa nei confronti dell’inquilino del piano di sotto, oppure nei riguardi di chi gli abita di fianco oppure sopra. Rumori di elettrodomestici, schiamazzi, urla: quando gli animi si esasperano, tutto diventa un pretesto per litigare. Il problema è che, molte volte, si trascende e la situazione degenera: inizia così una vera e propria guerra senza esclusione di colpi. Sicuramente ti sarai chiesto anche tu “Il mio vicino mi provoca. Cosa fare?” e, probabilmente, non avrai trovato risposta al tuo quesito. Ebbene, con questo articolo vorrei aiutarti, spiegandoti cosa prevede la legge nel caso in cui tu sia vittima di un vicino di casa litigioso oppure vendicativo. Prenditi cinque minuti di tempo, mettiti comodo e prosegui nella lettura.

Provocazioni del vicino: cosa dice la legge civile?

Il mio vicino mi provoca: cosa fare? Affrontiamo il problema che solleva questa domanda cominciando dalla tutela civile. Se il tuo vicino è dispettoso e te ne combina di tutti i colori (volume alto della televisione in piena notte, parcheggio nel tuo posto auto, immondizia lasciata in disordine al di fuori della tua porta di casa), potrebbero esserci gli estremi per portarlo in tribunale e chiedergli il risarcimento dei danni.

Il codice civile [1] dice che il proprietario di un immobile non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dalla proprietà del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.

In pratica, se i rumori o, più in generale, le immissioni provenienti dalla proprietà del vicino sono intollerabili, puoi citarlo in tribunale per ottenere il risarcimento dei danni e l’ordine di cessare il disturbo arrecato.

Ma c’è di più. Sempre il codice civile [2] fa divieto al proprietario di compiere atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri. In buona sostanza, i dispetti del vicino sono sanzionabili se essi si traducono in comportamenti che non hanno altro scopo se non quello di arrecare disturbo o pregiudizio.

E così, se il tuo vicino di casa pianta nel suo cortile un albero solamente per farti ombra, puoi andare dal giudice e chiederne la rimozione; lo stesso dicasi per ogni altra azione che abbia come unico scopo quella di recarti molestia.

Provocazioni del vicino in condominio

Nel caso in cui le provocazioni del vicino avvengano in ambito condominiale, hai un’arma in più da far valere: quella del regolamento. La legge ha fatto obbligo a tutti i condomini con più di dieci inquilini di munirsi di regolamento, cioè di una specie di statuto che contenga le norme fondamentali cui devono attenersi tutti.

La violazione degli obblighi regolamentari può essere sanzionata con il pagamento di una specie di multa, il cui importo il cui importo può arrivare fino a duecento euro, ovvero ottocento nel caso di recidiva. L’irrogazione della sanzione va però deliberata dall’assemblea.

A prescindere dalla previsione di una sanzione pecuniaria, la violazione delle norme regolamentari può comunque essere punita dall’assemblea mediante l’ordine di ripristino dei luoghi, se modificati, oppure con la rimozione dell’ostacolo oppure dell’oggetto del contendere (pensa alla classica bici parcheggiata lungo le scale).

In condominio valgono chiaramente le comuni norme del Codice civile che abbiamo visto nel paragrafo precedente, in primis quelle che vietano le immissioni intollerabili e gli atti compiuti con il solo scopo di danneggiare gli altri.

Vicino provocatore: sanzioni penali

Il vicino che provoca, se supera il segno, può incorrere perfino in reato. Sono diverse le fattispecie di reato in cui può incorrere il vicino di casa dispettoso:

  • minaccia [3], se si giunge a prospettare un male ingiusto (“ti faccio questo e quest’altro”, per intenderci);
  • violenza privata [4], se si impedisce ad un’altra persona di compiere qualcosa o la si costringe a fare un atto o un’azione contro la propria volontà (pensa al vicino che ti impedisce di uscire di casa collocando davanti alla porta un ostacolo difficilmente rimovibile, oppure al vicino che parcheggia l’auto in modo da bloccarti l’uscita [5]);
  • stalking [6], se gli atti molesti e pregiudizievoli del vicino bellicoso si ripetono nel tempo con il preciso scopo di nuocerti [7].

Busta paga errata in eccesso

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Lavoro

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La busta paga è un documento redatto dal datore di lavoro e può accadere che contenga degli errori.

Un documento particolarmente atteso da milioni di lavoratori italiani, poiché l’arrivo sancisce il pagamento dello stipendio. Parliamo della busta paga, ossia, di quel documento mensile con cui il datore di lavoro informa il lavoratore di quanti soldi gli ha versato sul conto a titolo di stipendio. La busta paga, al pari di qualsiasi documento, può contenere tuttavia degli errori e in questo caso possono esserci delle sorprese per il lavoratore.

Cosa succedere, in particolare, in caso di busta paga errata in eccesso? Il dipendente è chiamato a restituire le somme ricevute oltre quanto realmente spettante?

La risposta è sì e vedremo, in questo articolo, che il datore di lavoro ha diritto di recuperare le somme che ha erogato in eccesso ai dipendenti. Tuttavia ciò deve avvenire nel rispetto di alcuni principi importanti che riguardano, innanzitutto, il tempo che il datore di lavoro ha a disposizione per il recupero e le modalità con cui procedere al recupero stesso.

Busta paga: cos’è?

Il rapporto di lavoro è, al pari di qualsiasi altro rapporto contrattuale civilistico, un rapporto di scambio. Il lavoratore si impegna a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative per un certo orario. Il datore di lavoro, dal suo lato, si obbliga a versare al dipendente, a cadenza mensile, una certa somma di denaro detta stipendio o retribuzione.

Il pagamento dello stipendio mensile è, quindi, la principale obbligazione del datore di lavoro.

L’operazione potrebbe sembrare molto semplice e lineare: se il contratto prevede che il datore di lavoro debba versare al dipendente uno stipendio mensile di 1.000 euro, questi effettua un bonifico mensile di 1.000 euro e lì finisce.

Niente di più lontano dalla realtà. Il datore di lavoro, infatti, è in base alla legge un sostituto d’imposta. Ciò significa che mentre un lavoratore autonomo provvede in autonomia a versare i propri contributi previdenziali e a pagare le tasse sul reddito percepito, nel caso del lavorare dipendente questi obblighi sono posti a carico del datore di lavoro il quale è sostituto proprio perché si sostituisce al dipendente nell’assolvimento dei propri obblighi sia verso il fisco (Agenzia delle entrate) sia verso la previdenza (Istituto nazionale della previdenza sociale).

Per essere chiari: il datore di lavoro non può erogare direttamente al dipendente la retribuzione pattuita. Prima deve infatti calcolare quante tasse vanno pagate al fisco su quella retribuzione e quanti contributi previdenziali vanno pagati all’Inps su quello stipendio. fatto questo calcolo, queste somme devono essere trattenute dallo stipendio del dipendente e riversate ai relativi enti. Alla fine di queste operazioni si ottiene lo stipendio netto che viene materialmente accreditato dal datore di lavoro sul conto corrente del dipendente.

Per dare conto al lavoratore delle operazioni effettuate dal datore di lavoro sul suo stipendio è stato introdotto l’obbligo di consegnare ai lavoratori la busta paga, detta anche cedolino o prospetto paga.

Busta paga: cosa contiene?

La busta paga mensile contiene una serie di informazioni che riepilogano la posizione lavorativa del dipendente e danno conto delle operazioni effettuate sul suo stipendio nel periodo di paga.

In particolare, il cedolino deve contenere le seguenti informazioni:

  • nome, cognome, data di nascita, codice fiscale del dipendente;
  • livello di inquadramento del dipendente;
  • data di assunzione del dipendente;
  • contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto di lavoro;
  • generalità del datore di lavoro e matricola Inps/Inail;
  • mese di paga;
  • retribuzione erogata al dipendente, suddivisa in (i) paga base, (ii) superminimo individuale, (iii) scatti di anzianità, (iv) indennità relative a specifiche modalità di esecuzione della prestazione di lavoro (es. indennità di cassa);
  • trattenute previdenziali operate dal datore di lavoro per il pagamento della quota di contributi Inps posta a carico del lavoratore (di solito si attesta intorno al 9%);
  • trattenute fiscali operate dal datore di lavoro per il pagamento dell’Irpef (Imposta sui redditi delle persone fisiche);
  • eventuali somme a favore del dipendente erogate da Inps o Inail che “passano” comunque per il tramite della busta paga (es. indennità di malattia, indennità di infortunio, indennità di maternità, assegni per il nucleo familiare, etc.);
  • somme trattenute dal datore di lavoro sullo stipendio per pagare i Fondi di previdenzia e/o assistenza sanitaria integrativi (ad essere trattenuta è la quota di contribuzione posta a carico del lavoratore);
  • valore economico dei fringe benefit (es. auto aziendale ad uso promiscuo);
  • altre somme erogate o trattenute dal datore di lavoro sulla paga.

Busta paga: errori 

L’elenco delle informazioni presenti nella busta paga ci fa capire che, ogni mese, all’atto del pagamento dello stipendio, il datore di lavoro deve porre in essere un numero considerevole di calcoli in base ai quali trattenere le relative somme.

Come tutti i calcoli, anche quelli relativi alla busta paga possono presentare errori ed irregolarità. In questi casi può emergere che al dipendente è stato versato un netto in busta maggiore o minore di quello che gli sarebbe spettato.

Il problema si pone soprattutto quando la busta paga è errata in eccesso. Il datore di lavoro, per fare un esempio, ha sbagliato a calcolare la trattenuta per i contributi o per l’Irpef e da questo errore deriva la corresponsione al dipendente di uno stipendio errato in eccesso, più alto del dovuto. Cosa fare in questi casi?

Busta paga errata in eccesso: il recupero dell’indebito retributivo

Quando il datore di lavoro eroga delle somme in eccesso rispetto al dovuto si configura un indebito retributivo, ossia, la percezione da parte del lavoratore di somme che non gli sono dovute e che sono, dunque, indebite. In questi casi, con i limiti che vedremo, il datore di lavoro che si avvede dell’errore può recuperare le somme erogate in eccesso. Innanzitutto, però, occorre che il datore di lavoro agisca per il recupero dell’indebito retributivo nel termine di dieci anni.

La giurisprudenza ha infatti affermato che il diritto del datore di lavoro alla restituzione di somme indebitamente percepite dal lavoratore si prescrive nel termine decennale. Non si applica dunque la prescrizione quinquennale prevista per somme erogate ad intervalli mensili (come lo stipendio). La giurisprudenza ha anche affermato che il termine di prescrizione decennale decorre anche durante lo svolgimento del rapporto di lavoro e non occorre dunque aspettare la fine del rapporto per far partire le lancette dell’orologio.

Recupero dell’indebito retributivo: le modalità

Un altro tema importante attiene alle modalità con cui il datore di lavoro deve porre in essere il recupero di quanto indebitamente erogato al dipendente. E’ evidente che se questa somma fosse ingente, infatti, un recupero troppo concentrato nel tempo creerebbe grossi problemi al dipendente che si vedrebbe fortemente ridotto lo stipendio.

Sotto questo profilo si applicano le regole generali previste dalla legge per la pignorabilità dello stipendio. Da ciò deriva che il datore di lavoro non è autorizzato ad effettuare delle trattenute sui successivi stipendi, a titolo di recupero di quanto erogato in eccesso, per somme che superano un quinto dello stipendi ossia, il 20% dell’assegno retributivo mensile.

Anche nell’ottica della correttezza e della buona fede contrattuale, è evidente che un errore commesso dal datore di lavoro non può risolversi in un forte disagio per il dipendente e, dunque, al di là del limite del 20%, il datore di lavoro dovrà scegliere delle modalità di recupero delle somme che consentano di ridurre al minimo il disagio per il lavoratore, anche considerando la situazione specifica del lavoratore.

Somme erogate in eccesso con continuità: vanno rimborsate?

Abbiamo chiarito che i soldi erogati in eccesso dal datore di lavoro vanno restituiti, a meno che non siano decorsi dieci anni e si sia dunque prescritto il credito dell’azienda. Inoltre, abbiamo visto che il recupero deve essere effettuato in modo corretto, senza aggravare troppo il dipendente.

Ora dobbiamo chiederci, però, se le somme date in eccesso devono sempre essere restituite.

In particolare, questa domanda si pone in quei casi in cui le somme erogate in eccesso non sono un incidente di percorso, ma la normalità. L’azienda, in altre parole, non si sbaglia un mese a calcolare la busta paga ma, con continuità, eroga al dipendente una retribuzione superiore a quella pattuita.

In questi casi si consolida nel dipendente il legittimo affidamento ad una retribuzione maggiore del dovuto. E’ come se il datore di lavoro avesse deciso di aumentare lo stipendio del dipendente senza comunicarlo, versando mese per mese un assegno più pesante.

In questi casi, la Cassazione cambia la propria posizione, sempre a favore del diritto al recupero dell’indebito retributivo, ed assume un’attitudine favorevole alle ragioni del lavoratore. Ciò in quanto, secondo la Corte [1] la corresponsione continuativa di un assegno al dipendente è generalmente sufficiente a farlo considerare, salvo prova contraria, come un elemento della retribuzione.

In parole semplici, se mi dai sempre 1.200 euro al mese, anche se avevamo pattuito 1.000 euro al mese, io mi convinco che mi hai aumentato lo stipendio di 200 euro al mese e questa somma diventa un pezzo della retribuzione. In questi casi, la somma non costituisce un indebito retributivo, in quanto entra a far parte dello stipendio, e non deve essere dunque restituita.

Non solo. Di questa somma occorre tenere conto per il calcolo di tutte quelle altre somme che prendono a riferimento la retribuzione mensile (i cosiddetti istituti retributivi riflessi). Si pensi al trattamento di fine rapporto, al calcolo dei ratei di tredicesima e quattordicesima mensilità, all’indennità sostitutiva del preavviso, all’indennità in caso di licenziamento illegittimo, etc.

E’ il datore di lavoro, in questo caso, a dover dimostrare l’insussistenza di una ulteriore voce retributiva. Ciò può avvenire, ad esempio, dimostrando di aver commesso un mero errore.

Agenzia delle Entrate successione on line

Posted on : 23-05-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come presentare la dichiarazione di successione utilizzando la procedura on line dell’Agenzia Entrate: installare il software, inserire i dati e trasmetterli dal proprio pc.

Sei diventato erede per testamento o per legittima. Se il valore dei beni che ti sono giunti in eredità supera determinati limiti dovrai presentare la dichiarazione di successione. Devi indicare all’Agenzia delle Entrate tutto ciò che hai ricevuto: il tipo dei beni ed il loro valore. Il calcolo dell’imposta lo farà l’ufficio, basandosi sui dati che tu hai dichiarato. Fino allo scorso anno era possibile presentare la dichiarazione di successione agli sportelli; dal 1 gennaio 2019 è diventato obbligatorio farlo utilizzando la procedura on line messa a disposizione dall’Agenzia Entrate.

Devi, quindi, sapere come fare per installare ed usare questo programma che si chiama SUC e consentirà a te ed all’Agenzia Entrate (con benefici pratici per entrambi) di gestire tutti i passaggi necessari per la successione on line. La procedura è interamente telematica, a partire dal modello che bisogna utilizzare e che sostituisce quello precedente in forma cartacea. Vediamo dunque come effettuare tutti questi passaggi per arrivare a fare una dichiarazione valida.

Dichiarazione di successione: cos’è e chi deve farla

La dichiarazione di successione è un documento che va presentato dagli eredi e dagli eventuali legatari entro 12 mesi dal momento di apertura della successione, che in genere coincide con la data di morte. In essa vanno indicati tutti i beni ed i diritti che componevano il patrimonio del defunto: quindi i beni immobili, come i fabbricati e terreni, ed i valori mobiliari di ogni genere (denaro contante o depositato su conti e libretti, titoli azionari, di Stato o obbligazionari, gioielli, ecc.); vanno specificati anche i redditi, le rendite e le quote di partecipazioni sociali.

Non tutti devono presentare la dichiarazione di successione: c’è l’esenzione dall’obbligo se il valore dell’eredità (l’attivo ereditario al netto delle eventuali passività, cioè i debiti: rate di mutuo, scoperti di conto corrente, ecc.) viene devoluto al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto, non è superiore ai 100mila euro e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari.

Anche quando la dichiarazione va fatta, ci sono poi le franchigie calcolate sulle quote di valore del patrimonio trasferito e che consentono di evitare il pagamento per i parenti più prossimi: il coniuge ed i figli hanno la soglia di un milione di euro (se la supera  pagano il 4%); i fratelli e le sorelle hanno il limite dei 100.000 euro (se la quota ereditata lo oltrepassa, la loro aliquota sarà del 6%). Per gli altri l’imposta è sempre dovuta a prescindere dall’importo ereditato; però in favore di tutti gli eredi disabili è prevista un’apposita franchigia pari ad 1.500.000 euro.

L’ammontare delle tasse di successione da pagare dipende quindi sia dal valore dei beni sia dal rapporto più o meno stretto di parentela che esiste tra il defunto e chi ne eredita il patrimonio o una sua quota.  Da questi elementi, variamente combinati tra loro, dipende in concreto quanto costa la successione.

Dichiarazione di successione: cosa contiene e come si compila

Fino a poco tempo fa la dichiarazione di successione poteva essere presentata, in alternativa, mediante l’apposito modello cartaceo, chiamato Modello 4, o utilizzando la procedura telematica dell’Agenzia Entrate.

Recentemente le cose sono cambiate: già alla fine del 2017 l’Agenzia aveva introdotto [1] un nuovo modello per le dichiarazioni di successione, ma aveva previsto un periodo transitorio, per tutto il 2018, nel corso del quale potevano coesistere la vecchia procedura cartacea e la nuova procedura on line, lasciando quindi al contribuente la scelta su quale delle due adottare.

A partire dal 1 gennaio 2019 la procedura telematica è diventata obbligatoria: il modello cartaceo non può più essere presentato agli sportelli degli uffici dell’Agenzia Entrate. Solo per le eventuali dichiarazioni integrative, sostitutive o modificative di una dichiarazione di successione presentata in precedenza si può continuare ancora a utilizzare questo modello, avendo cura di presentarlo allo stesso ufficio dove era stata presentata la dichiarazione iniziale. Un’altro particolare esonero dalla presentazione telematica è previsto per chi risiede stabilmente all’estero e sia impossibilitato ad usare i servizi on line: in tal caso dovrà compilare il modello cartaceo e spedirlo con raccomandata.

I dati da inserire in dichiarazione sono:

  • i dati anagrafici del defunto: cognome, nome, data e luogo di nascita, indirizzo della sua ultima residenza, codice fiscale, stato civile (celibe, coniugato, vedovo o divorziato), regime patrimoniale (comunione o separazione dei beni);
  • il motivo di devoluzione dell’eredità: si dovrà barrare la casella “per legge” se si tratta di successione legittima e selezionare la casella “testamento” se l’eredità è pervenuta con testamento.  In questo caso, trattandosi di atto pubblico notarile, dovranno essere indicati anche il nominativo del notaio che lo ha ricevuto o pubblicato, la data di pubblicazione e gli estremi di avvenuta registrazione;
  • i dati di tutti gli eredi o legatari: codice fiscale, anagrafica e residenza di ciascuno, grado di parentela con il defunto, quota ricevuta, indicazione dell’eventuale disabilità (serve per applicare la franchigia che abbiamo descritto prima) e del caso di rinuncia all’eredità;
  • i dati relativi all’asse ereditario ed alla sua composizione. Il valore dei beni deve essere suddiviso tra beni immobili e diritti reali immobiliari, aziende, azioni, obbligazioni e quote societarie ed, infine, altri cespiti, come i valori mobiliari di qualsiasi tipo: denaro, gioielli, mobili o quadri di valore, ecc. Questa è la parte più analitica e complessa del modello perché richiede di indicare con la massima precisione tutti i beni che abbiamo indicato ed attribuendone il corretto valore, altrimenti si avrebbe una dichiarazione infedele che esporrebbe il contribuente a tutte le sanzioni del caso. E’ prevista un’indicazione a parte per i beni ceduti negli ultimi 6 mesi di vita del defunto: per prevenire evasioni, la legge [2] considera ai fini dell’attivo ereditario (la base su cui calcolare l’imposta) il valore dei beni immobili trasferiti a terzi attraverso una vendita a titolo oneroso effettuata in questo periodo, anziché il corrispettivo della vendita, cioè il ricavato dichiarato nell’atto, che potrebbe essere stato abbassato apposta per pagare di meno in successione;
  • le passività: la legge [3] consente di scomputare dall’attivo ereditario l’ammontare dei debiti del defunto (purché certi e risultanti da atti scritti: ad esempio mutui, saldi passivi di conto corrente, debiti fiscali o previdenziali) e delle spese mediche, chirurgiche e farmaceutiche sostenute negli ultimi 6 mesi di vita (purché documentate da regolari quietanze, come le fatture o le ricevute fiscali) ed infine delle spese funerarie (queste ultime però con il limite massimo di 1.032 euro).

Come fare la dichiarazione di successione on line

La dichiarazione di successione può essere presentata, a partire dal 1 gennaio 2019, esclusivamente utilizzando l’apposito software dell’Agenzia Entrate. Questa modalità telematica presenta il vantaggio di consentire subito il calcolo delle imposte: in precedenza bisognava attendere, spesso per lungo tempo, la liquidazione da parte degli uffici per sapere esattamente quanto bisognava pagare. Anche i versamenti possono essere fatti on line. La dichiarazione può essere presentata direttamente dal contribuente oppure tramite un intermediario abilitato, come il proprio commercialista o un Caf.

Come installare il software

A differenza dei normali programmi di inserimento telematico dei dati, che funzionano semplicemente collegandosi al sito, per la dichiarazione di successione occorre per prima cosa scaricare ed installare il programma messo a disposizione gratuitamente dall’Agenzia Entrate.

Il programma è prelevabile dal sito dell’Agenzia Entrate alla pagina “Dichiarazione di successione: scarica il software” e una volta scaricato sul proprio pc bisognerà seguire la procedura guidata di installazione. Il file del programma è denominato “SUC” ed a questa sigla segue un numero progressivo che identifica la versione; l’estensione è “jnlp” e corrisponde a quella di un file eseguibile sul nostro computer.

In questa fase, a seconda del sistema operativo utilizzato, potrebbe comparire una finestra di dialogo contenente un “avviso di protezione” che ci informerà che stiamo installando un software fornito dall’Agenzia delle Entrate; per proseguire dovremo considerare “affidabile” questo produttore e quindi selezionare il tasto “esegui” per continuare l’installazione.

Il prodotto funziona su tutti i computer, quindi su quelli dotati di Windows, sugli Apple/Macintosh ed anche sui Linux/Ubuntu. Non è attivabile invece, almeno finora, su dispositivi mobili, come gli smartphone.

Il programma, per funzionare, si “appoggia” ad un software esterno denominato “Java Virtual Machine“; normalmente esso si trova già installato sulla maggior parte dei computer, ma nel caso mancasse il sistema ti indirizzerà al link dove prelevarlo. Insomma, dovrai installare anche questo programma aggiuntivo per far funzionare la procedura.

Una volta installato correttamente il programma, prima di iniziare ad utilizzarlo dovremo inserire i nostri dati nella sezione “profilo utente” del menu “impostazioni”.

E’ consigliabile, anche se non indispensabile, aver già installato sul tuo pc un programma per la visualizzazione e stampa dei file in formato pdf: il più noto è Acrobat Reader, ma ve ne sono molti altri e gratuiti. Ti servirà alla fine del percorso, per conservare una copia cartacea della tua dichiarazione di successione presentata.

Come inserire i dati nella procedura telematica

Fatto questo, potremo iniziare ad inserire tutti i dati della dichiarazione di successione: le varie pagine richiedono tutte le informazioni che abbiamo esposto prima (oltre alla consueta informativa sulla privacy, prevista ormai dovunque) e che dovremo analiticamente indicare una per una, facendo attenzione a non dimenticare nulla, specialmente se i coeredi o i beni intestati sono parecchi. Il programma si accorgerà solo di eventuali errori formali (un codice fiscale errato, un campo necessario ma lasciato vuoto, ecc.) richiedendo prontamente la loro correzione.

Se l’operazione per qualsiasi motivo viene interrotta prima della conclusione, è possibile salvare temporaneamente tutti i dati inseriti fino a quel momento: il sistema li recupererà in occasione del collegamento successivo (prelevandoli dal nostro profilo utente che avremo preliminarmente inserito). Potrai sempre apportare tutte le modifiche, correzioni ed aggiunte che ritieni opportune fino a quando non avrai inviato la dichiarazione definitiva.

La procedura on line offre anche la possibilità di compilare in forma valida le autocertificazioni che eventualmente occorrono per completare la dichiarazione, a partire da quella dell’avvenuta morte della persona di cui si è divenuti eredi fino ad arrivare a quella sulle agevolazioni spettanti se si è ereditata la casa destinata ad abitazione principale ed a quella relativa alle volture catastali sugli immobili ereditati che in precedenza non erano state effettuate, in modo da regolarizzare “in un colpo solo” tali situazioni. La procedura on line infatti offre la possibilità di effettuare anche queste volture contemporaneamente alla dichiarazione di successione.

Se occorrono documenti da allegare (certificati, documenti di identità, rogiti notarili, atti catastali, ecc.), dovranno essere inseriti i relativi file in formato pdf o in formato tiff; altri tipi (come lo jpg o il doc di Word) verrebbero scartati. Sarà il programma a chiederci il caricamento e a prelevarli dal nostro computer, sul quale li avremo precedentemente memorizzati, inserendoli nella dichiarazione.

L’invio definitivo, il calcolo delle imposte e l’utilizzo successivo dei dati

Quando avremo inserito tutti i dati necessari, il sistema ci effettuerà on line il calcolo delle imposte di successione dovute in base agli elementi inseriti nella dichiarazione, ed anche quello delle imposte ipotecarie e catastali, previste se la successione comprende beni immobili.

Si passa, quindi, dal precedente sistema che vedeva la liquidazione dell’imposta da parte degli uffici (ciò che avveniva spesso a distanza di tempo e comportava talvolta la prescrizione o decadenza) ad un sistema di vera e propria autoliquidazione da parte del contribuente, che avviene immediatamente non appena egli ha inserito, confermato ed inviato i dati dichiarati attraverso questa procedura on line.

Inoltre, il formato elettronico permette di visualizzare anche in seguito la dichiarazione sia nel cassetto fiscale del dichiarante che in quello dei coeredi e dei chiamati; è un modo utile e veloce per ottenere copie conformi delle dichiarazioni di successione presentate, senza che chi ne abbia la necessità debba recarsi appositamente agli sportelli dell’Agenzia Entrate e chiederne copia.

Appena la dichiarazione inserita è completa e pronta da presentare, si può procedere all’invio telematico definitivo: il sistema richiederà una conferma di trasmissione e, non appena acquisiti i dati (può richiedere da pochi secondi a qualche minuto, a seconda della mole dei dati e della velocità della linea) rilascerà una ricevuta di avvenuta presentazione. A questo punto, se si vuole, si può stampare, o conservare su file, una copia in pdf corrispondente al contenuto della dichiarazione trasmessa.