Pensione anticipata disoccupati, che cosa cambia

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Potranno essere ammessi alla pensione anticipata precoci anche i disoccupati che sono stati reimpiegati per brevi periodi.

Tra le categorie di lavoratori precoci che hanno diritto a ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi, o pensione anticipata precoci o quota 41, vi sono anche i disoccupati.

Non tutti i disoccupati, però, possono ottenere questo beneficio. Se il disoccupato, ad esempio, dopo essere stato licenziato dall’azienda, ha lavorato anche per un solo giorno, perde il diritto alla pensione anticipata precoci. Non importa con quale forma contrattuale sia stato reimpiegato: lavoro occasionale, voucher, libretto famiglia, lavoro stagionale o contratto a termine, secondo l’Inps [1] è sufficiente un solo giorno di rioccupazione per perdere la pensione anticipata quota 41.

Non ha rilevanza, a tal fine, nemmeno il perfezionamento dei i requisiti richiesti ai disoccupati per la pensione anticipata precoci, cioè:

  • in primo luogo, far parte della categoria dei lavoratori precoci, coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi versati prima del 19° anno di età;
  • possedere almeno 41 anni di contributi;
  • trovarsi in stato di disoccupazione;
  • aver perso il lavoro per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione;
  • aver terminato di fruire il sussidio di disoccupazione da almeno 3 mesi.

Pertanto, il lavoratore precoce disoccupato che ha lavorato anche per un solo giorno non ha diritto alla pensione anticipata con 41 anni di contributi, ma potrà pensionarsi soltanto con 42 anni e 10mesi di contributi, se uomo, o 41 anni e 10mesi di contribuzione, se donna.

Questa disposizione, però, contrasta con lo scopo della pensione anticipata precoci, che è quello di offrire un aiuto a diverse categorie di lavoratori svantaggiati al termine della carriera, tra i quali i disoccupati: disoccupati che, per poter andare avanti, sono spesso costretti ad accettare qualsiasi lavoro, per quanto breve. Ma lo svolgimento di un lavoretto certamente non implica che il disoccupato non abbia più bisogno di assistenza.

È allora intervenuto, a questo proposito, il ministero del Lavoro, con una nuova nota [2], nella quale chiede all’Inps di non respingere le domande di pensione anticipata quota 41 dei disoccupati, se il loro periodo di rioccupazione è durato meno di 6 mesi.

L’Inps, che nel frattempo ha già terminato le operazioni di verifica delle domande di riconoscimento dei requisiti per la pensione anticipata precoci, con un comunicato stampa [3] ha informato che riesaminerà le domande respinte.

Quali disoccupati possono essere riammessi alla pensione anticipata precoci

Saranno dunque riammessi alla pensione anticipata coloro che hanno avuto periodi di rioccupazione temporanei, per esempio con voucher, non superiori ai 6 mesi.

Se il disoccupato, poi, risulta aver inviato anche una domanda di pensione in salvaguardia, come esodato, l’Inps chiederà all’interessato di scegliere tra i due benefici prima di procedere in automatico al rigetto della domanda di pensione anticipata precoci.

Potranno anche essere recuperati casi di lavoratori impegnati in attività faticose o rischiose  ancora in fase di accertamento da parte dell’Inail. In buona sostanza, con le nuove indicazioni si vuole rimediare all’eccessiva chiusura nell’accoglimento delle domande di pensione anticipata quota 41 che risulta allo stato attuale.

Pensione disoccupata precoci per i lavoratori a termine

Nella manovra 2018, poi, sono presenti due importanti interventi che amplieranno la categoria dei lavoratori precoci disoccupati aventi diritto alla pensione anticipata quota 41. Si tratta di:

  • coloro che sono in stato di disoccupazione a seguito della scadenza del contratto a termine;
  • coloro che non hanno ricevuto il sussidio di disoccupazione nonostante ne avessero diritto (ad esempio per l’inoltro tardivo della domanda).

Chi ha diritto alla pensione anticipata precoci

Oltre alla categoria dei disoccupati, possono ottenere la pensione anticipata precoci con almeno 41 anni di contributi i lavoratori in possesso di almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età, che appartengono a una delle seguenti categorie:

  • caregiver, cioè lavoratori che assistono, al momento della richiesta e da almeno 6 mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave, ai sensi della Legge 104;
  • invalidi, cioè lavoratori che possiedono un’invalidità uguale o superiore al 74%;
  • addetti ai lavori faticosi e pesanti che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa e addetti ai lavori usuranti.

Domande di pensione anticipata precoci

Per chi matura i requisiti nel 2017, c’era tempo sino al 15 luglio scorso per presentare la domanda di certificazione dei requisiti per la pensione anticipata. È possibile inviare una domanda tardiva sino al 30 novembre 2017, ma le domande tardive saranno prese in considerazione solo se risulteranno risorse residue.

Per chi matura i requisiti nel 2018, la domanda può essere inviata sino al 1° marzo 2018.

Ernia discale: quale invalidità?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Riconoscimento dell’invalidità e possibilità di collocarsi in malattia per ernia del disco: quando è possibile?

Ho due ernie discali L4-L5 ed L5-S1: non posso stare molto in piedi e non molto seduto; se faccio richiesta di invalidità che percentuale ho?

Si parla di ernia del disco quando si verifica un danno a uno dei dischi intervertebrali: semplificando al massimo, i dischi intervertebrali sono dei dischi morbidi riempiti di una sostanza gelatinosa (nucleo polposo), su cui appoggiano le vertebre; con l’invecchiamento i dischi degenerano o si rompono.

La loro rottura o degenerazione causa la perdita della loro capacità di ammortizzazione e  la comparsa di mal di schiena, talvolta molto forti, che non consentono di stare a lungo nella stessa posizione.

Questo può essere un problema, ad esempio, per chi è costretto, per lavoro, a stare molte ore seduto davanti al pc, oppure per chi è costretto a stare ore in piedi, ad esempio un banconiere.

Ci si chiede, allora, se chi soffre di ernia discale abbia diritto ad assentarsi per malattia e al riconoscimento di una percentuale d’invalidità.

Assenza per malattia per ernia discale

Se il lavoratore ha difficoltà a svolgere la sua attività per via dell’ernia del disco, la prima cosa che deve fare è recarsi dal proprio medico curante.

Questi, dopo una visita, sarà in grado di stabilire se la gravità dei dolori alla schiena è tale da essere incompatibile con lo svolgimento dell’attività lavorativa e ad assegnare i dovuti giorni di riposo. A tal proposito, deve trasmettere telematicamente all’Inps il certificato di malattia e fornire il numero di protocollo al lavoratore, che quest’ultimo deve inviare al datore di lavoro.

Assenza per malattia per curare l’ernia discale

Il lavoratore che soffre di ernia discale e deve sottoporsi a terapie può assentarsi per malattia, non solo nel caso in cui debba subire un intervento chirurgico, ma anche se deve effettuare un trattamento non chirurgico in regime di day hospital, o se le tempistiche delle cure o il luogo in cui devono essere effettuate sono tali da renderle incompatibili con l’orario di lavoro.

Perché le assenze siano indennizzabili come malattia, difatti, deve essere riconosciuta, in concreto, la presenza di uno stato di effettiva incapacità lavorativa; in particolare, secondo l’Inps, è verificato il requisito della temporanea incapacità lavorativa del dipendente quando:

  • la permanenza nel luogo di cura si protrae per tutta la giornata lavorativa;
  • le tempistiche necessarie per rientrare dal luogo di cura non consentono la presenza in azienda del lavoratore;
  • la prestazione a cui il dipendente si sottopone è considerata dal medico incompatibile con l’attività svolta.

Perché l’assenza sia indennizzata come malattia occorre che la struttura o il centro medico producano un’apposita certificazione, da inviare on line all’Inps; se non è possibile la trasmissione telematica del certificato, è necessario che il personale sanitario rilasci un certificato, redatto su carta intestata, che indichi:

  • i dati del dipendente;
  • la data di rilascio;
  • l’inizio e il termine del ricovero;
  • la firma del medico e la descrizione della diagnosi.

Il documento deve essere inviato all’Inps entro due giorni dal rilascio.

In ogni caso devono essere indicati i dati del datore di lavoro, l’indirizzo di reperibilità ed un eventuale recapito per controlli.

Assenze per cicli di cura ricorrenti dell’ernia discale

Se il trattamento dell’ernia discale richiede cicli di cura ricorrenti, cioè terapie ambulatoriali alle quali l’interessato si deve sottoporre periodicamente, può essere, anche in questo caso, assimilato alla malattia.

Il medico può certificare separatamente ogni ciclo di cura, oppure rilasciare un unico documento, che provi la necessità di prestazioni ricorrenti: in quest’ipotesi, il trattamento successivo viene qualificato come ricaduta del precedente, proprio come la ricaduta della malattia.

Il certificato medico, in queste situazioni, deve essere inviato all’inizio della terapia, con l’indicazione delle date in cui avverranno le prestazioni; una volta effettuate le cure, la struttura sanitaria deve rilasciare una dichiarazione che ne comprovi l’esecuzione, pena la perdita del diritto all’indennità.

I giorni che intercorrono tra una cura e la successiva, invece, se non debitamente certificati come malattia non sono indennizzabili.

Assenze per esami diagnostici correlati all’ernia discale

Gli accertamenti diagnostici relativi all’ernia del disco, se di breve durata, solitamente non sono assimilabili alle assenze per malattia, a meno che non si tratti di controlli:

  • urgenti e non effettuabili al di fuori dell’orario lavorativo;
  • talmente invasivi da richiedere una convalescenza.

Permessi per visite specialistiche per l’ernia discale

Se le visite mediche, le analisi o i trattamenti per l’ernia del disco non rientrano in nessuno dei casi esposti, l’assenza può essere comunque retribuita se lo prevede il contratto collettivo applicato: è il caso dei dipendenti pubblici.

Al di fuori delle ipotesi elencate, le assenze per visite mediche, analisi o terapie possono essere indennizzate o meno, in base a quanto disposto dal contratto collettivo, anche territoriale o aziendale. In particolare, la contrattazione collettiva o aziendale può concedere, per queste situazioni:

  • dei permessi retribuiti: in questo caso, per l’indennizzo dell’assenza, è necessario che il dipendente presenti un’attestazione, da parte del medico, che certifichi le prestazioni sanitarie effettuate e l’orario in cui sono state eseguite;
  • lo scomputo delle assenze, su base oraria, dal monte di ore di permessi retribuiti spettanti, come rol (riduzione dell’orario di lavoro) o ex festività;
  • la concessione di permessi non retribuiti.

Alcuni contratti collettivi, inoltre, possono indennizzare il tempo impiegato per recarsi sul luogo di effettuazione della visita.

Riconoscimento dell’invalidità per ernia discale

Le linee guida dell’Inps sul riconoscimento dell’invalidità non prevedono percentuali di riduzione della capacità lavorativa per chi soffre di ernia del disco, ma soltanto per chi soffre di ernia iatale, inguinale, crurale, ipogastrica, epigastrica e ombelicale: si tratta però di patologie differenti, che non riguardano la colonna vertebrale.

Se, comunque, l’ernia discale riguarda le vertebre lombari e il paziente viene sottoposto ad un intervento chirurgico di stabilizzazione del rachide lombare, la patologia può essere ricondotta all’anchilosi di rachide lombare e dar luogo al riconoscimento di un’invalidità dal 31 al 40%.

Inabilità per ernia discale causata da infortunio sul lavoro

Se l’ernia del disco si è verificata a seguito di un incidente durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, il medico curante deve denunciare all’Inail l’infortunio sul lavoro.

In questo caso, le cure e gli esami sono a carico dell’Inail e il lavoratore ha diritto alle assenze retribuite per l’infortunio. Una volta terminato il periodo di assenza da lavoro per infortunio, l’Inail valuta la permanenza della riduzione della capacità lavorativa. Può essere riconosciuto sino al 12% d’inabilità nel caso in cui si verifichi un’ernia discale del tratto lombare con disturbi trofico-sensitivi persistenti.

Malattia professionale per ernia discale

Nei casi in cui l’ernia del disco si sia verificata a causa dell’attività lavorativa svolta, ad esempio a causa dell’attività di movimentazione manuale dei carichi, il medico curante può fare domanda all’Inail di malattia professionale. L’istituto, a seguito della domanda, deve valutare la riduzione della capacità lavorativa dell’interessato: può essere riconosciuto, anche in relazione alla malattia professionale, sino al 12% d’inabilità, nel caso in cui si verifichi un’ernia discale del tratto lombare con disturbi trofico-sensitivi persistenti.

Con il riconoscimento della riduzione fino al 12%, il lavoratore ha diritto ad un indennizzo in conto capitale, cioè a un assegno riconosciuto una tantum, cioè una volta sola, non a una rendita.

Guida con cellulare: cosa rischio?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi guida con il cellulare rischia una severa sanzione economica, oltre alla sospensione della patente e alla decurtazione dei punti.

Nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare, sui social network e in tv, delle gravissime conseguenze che sarebbero scaturite dall’utilizzo del cellulare durante la guida. Le previsioni erano apocalittiche: si è parlato di giro di vite nei confronti degli automobilisti incauti; sospensione e ritiro della patente; sanzioni pecuniarie oltre i duemila euro. Ma cosa c’è di vero? E soprattutto, cosa rischia chi guida col cellulare?

Guida col cellulare: cosa dice il codice della strada?

Il codice della strada vieta al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di Polizia di Stato, Guardia di finanza, Polizia penitenziaria, Vigili del fuoco, Croce rossa italiana, Corpo forestale e Protezione civile nazionale [1]. La sanzione prevista per chi trasgredisce questo divieto è quella del pagamento di una somma compresa tra i 160 e i 646 euro; si applica altresì la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre mesi, qualora lo stesso soggetto compia un’ulteriore violazione nel corso di un biennio. È sempre prevista la decurtazione di cinque punti dalla patente. È invece consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare che non richiedono, per il loro funzionamento, l’uso delle mani.

La riforma mancata

In effetti, uno degli argomenti caldi dell’estate 2017 era stato un disegno di legge (cosiddetto Ddl Meta, dal nome del deputato proponente) con il quale, modificando il codice della strada, sarebbero state previste sanzioni ben più salate per chi fosse stato colto alla guida con il cellulare in mano. Si sarebbe trattato, infatti, di una multa dai 322 ai 1.294 euro per la prima contestazione e dai 644 ai 2.588 euro per le successive; i punti da decurtare sulla patente sarebbero stati cinque alla prima infrazione, aumentati a dieci per le successive, mentre la sospensione della patente sarebbe andata, rispettivamente, da uno a tre mesi e da due a sei. La proposta di legge, però, è rimasta tale e non si è mai tramutata in riforma. Pertanto, ad oggi vigono le sanzioni indicate nel precedente paragrafo.

Guidare in sicurezza

Il codice della strada non pone un divieto assoluto di utilizzo del cellulare: semplicemente, questo non deve essere di intralcio alla guida. Fortunatamente, la tecnologia dei moderni smartphone e delle nuove autovetture consente di adoperare il telefonino lasciando le mani libere di guidare. Il modo più semplice è quello di collegare lo smartphone con l’impianto stereo bluetooth della vettura. Poiché l’operazione, seppur facile, porta via qualche minuto, è sempre consigliabile “accoppiare” i due strumenti prima di mettersi in viaggio: difatti, il codice punisce non soltanto la chiamata effettuata portando il cellulare all’orecchio, ma l’uso dell’apparecchio stesso, intendendosi quindi vietata qualsiasi operazione effettuata con il telefonino (messaggistica, controllo della casella di posta elettronica, ecc.).

Nel caso in cui l’automobile non sia dotata di tecnologia bluetooth, è possibile installare un altoparlante (cosiddetto speakerphone) la cui funzione è proprio quella di restituire, amplificata, la voce dell’interlocutore, consentendo allo stesso tempo di poter comunicare grazie al microfono di cui l’apparecchio è dotato.

Molto in voga sono gli auricolari bluetooth, i quali sono collegati senza fili allo smartphone e permettono di parlare liberamente senza alzare le mani dal volante o distogliere lo sguardo dalla strada. L’inconveniente di questi auricolari è che, occupando entrambe le orecchie, potrebbero isolare eccessivamente il conducente dalla guida: infatti, la norma del codice della strada sopra riportata punisce anche l’uso di cuffie sonore, cioè di apparecchi che impediscono di udire i rumori della strada (clacson, segnali acustici, ecc.). Per questa ragione, è preferibile l’utilizzo dell’auricolare singolo, così da lasciare libero l’altro orecchio.

Carabinieri: come accedere

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Una carriera nei carabinieri è ancora sbocco e desiderio di molti giovani, in quanto opportunità di servizio e tutela del cittadino: come accedere all’arma?

Prestare servizio nell’arma dei carabinieri è certamente un’opportunità di carriera importante, che permette di svolgere un lavoro di responsabilità e servizio al cittadino mettendosi a disposizione per rappresentare lo stato italiano e le forze dell’ordine, e poter in questo modo contribuire a garantire la sicurezza della collettività e la tutela della legalità. Lo spirito di servizio e la protezione della cittadinanza sono tra gli obiettivi primari dei candidati a questa prestigiosa carriera, cui si aggiungono spesso anche valutazioni legate alle garanzie offerte dall’impiego nelle forze dell’ordine, in quanto si tratta pur sempre di una professione a tempo indeterminato, con tutte le garanzie e le tutele di legge che ne conseguono. Per potersi dedicare a questa professione occorre una solida preparazione di base, sia teorica che pratica e fisica, nochè il necessario superamento di un concorso pubblico per titoli ed esami (come accade per l’accesso nelle forze di polizia e nella guardia di finanza): vediamo come accedere all’Arma dei carabinieri.

Diventare carabiniere: funzione, ruoli e carriere

L’Arma dei carabinieri, deputata alla tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza della collettività, è organizzata secondo una struttura gerarchica, che parte dal ruolo di appuntato per arrivare al più alto grado di ufficiale. Le principali suddivisioni di ruolo sono quattro, e nello specifico: appuntati, sovrintendenti, ispettori ed ufficiali. A loro volta, tutti questi gradi sono suddivisi ulteriormente, comprendendo qualifiche che si diversificano: ad esempio, fra gli ispettori, sono compresi i gradi di maresciallo e luogotenente, e fra gli ufficiali si annoverano i tenenti colonnelli ed i generali (di brigata e di divisione); gli appuntati comprendono anche i carabinieri – semplici e scelti – ed i sovrintendenti annoverano al loro interno brigadieri e vicebrigadieri.

Diventare carabiniere: come accedere

La carriera all’interno dell’Arma è composta da un iter differenziato, a seconda del ruolo per il quale si intende fare domanda, in quanto l’organizzazione del corpo prevede, come abbiamo detto, una precisa gerarchia ordinata per gradi, ed i requisiti specifici di conseguenza variano a seconda della selezione alla quale si partecipa.

Anzitutto, l’accesso all’Arma è consentito unicamente previo il superamento di un concorso pubblico: il bando di concorso viene pubblicato, a cadenza non predeterminata ma abbastanza frequente, sulla gazzetta ufficiale della repubblica italiana, IV serie speciale concorsi. La domanda di partecipazione alla selezione deve essere compilata ed inviata esclusivamente on line, attraverso l’area concorsi presente sul sito internet dei carabinieri, e seguendo l’apposita procedura che viene resa disponibile sul sito stesso. Le istruzioni per la compilazione sono reperibili sulla pagina dell’Arma, e la scadenza per la presentazione della domanda online è fissata in 30 giorni, decorrenti da quello successivo alla pubblicazione del bando di concorso in gazzetta ufficiale.

I candidati devono aver mantenuto una condotta incensurabile, e non devono essere stati destituiti, dispensati o dichiarati decaduti dall’impiego in una pubblica amministrazione, licenziati dal lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni a seguito di procedimento disciplinare, ovvero prosciolti, d’autorità o d’ufficio, da un precedente arruolamento nelle forze armate o di polizia, (con esclusione però dei proscioglimenti per inidoneità psico-fisica). Occorre inoltre che non siano stati condannati per delitti non colposi, anche con sentenza di applicazione della pena su richiesta, a pena condizionalmente sospesa o con decreto penale di condanna, ovvero non siano imputati in procedimenti penali per delitti non colposi e non siano stati sottoposti a misure di prevenzione.

Una importante precisazione deve essere fatta circa la possibilità di accesso alla procedura di selezione. Bisogna infatti distinguere fra la partecipazione di civili e la partecipazione di soggetti che sono già annoverati nell’Arma, in quanto a seconda del bando per il quale si sceglie di concorrere occorrerà tenere in considerazione differenti requisiti d’accesso, che variano anche in relazione all’età massima prevista e richiesta per la partecipazione alla selezione prescelta.

Diventare carabiniere: reclutamento e ruoli

I requisiti di reclutamento cambiano a seconda del grado per il quale si intenda concorrere.

Per quanto riguarda il reclutamento degli ufficiali del ruolo normale, la formazione base è di due anni, dopo i quali gli allievi ritenuti idonei diventano sottotenenti. Per accedere all’accademia occorre superare un concorso pubblico che prevede determinati requisiti: oltre ad essere cittadini italiani e godere dei diritti civili e politici, è richiesta un’età compresa fra i 17 ed i 22 anni (età elevata – per un periodo massimo di tre anni – di un periodo corrispondente all’eventuale servizio militare effettivamente prestato dal candidato) ed il possesso di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado.

Prendendo in considerazione invece la carriera come maresciallo dei carabinieri, l’accesso alla professione tramite concorso varia in relazione al fatto che il candidato sia un cittadino qualsiasi oppure abbia già iniziato la propria carriera nell’Arma. Nel primo caso bisogna essere cittadini italiani e godere dei diritti civili e politici, in possesso di diploma di scuola superiore, con un’età tra i 18 e i 26 anni (elevati a 28 per coloro che abbiano già prestato serivizio militare, sia obbligatorio che volontario). Qualora il candidato sia già appartenente al ruolo dei sovrintendenti, degli appuntati, dei carabinieri (compresi gli allievi) e degli ufficiali di complemento dell’arma, occorre un’età massima di 30 anni ed il possesso del diploma di scuola superiore.

In entrambe le ipotesi, bisogna possedere l’idoneità al servizio militare incondizionato.

Ricordiamo inoltre che è possibile candidarsi anche quali ufficiali del ruolo tecnico logistico. Per questi casi, i requisiti di accesso variano a seconda che si sia ufficiali in ferma prefissata dei carabinieri, marescialli, oppure semplici cittadini. Le specialità per le quali è possibile candidarsi sono: amministrazione, commissariato, genio, medicina, farmacia, telematica, psicologia, investigazioni scientifiche e veterinaria.

È infine previsto che per i coniugi ed i figli superstiti, ovvero i parenti in linea collaterale di secondo grado qualora unici superstiti del personale delle forze armate – compresa pertanto l’Arma dei carabinieri e delle Forze di polizia – deceduto in servizio e per causa di servizio, che siano in possesso dei prescritti requisiti per il profilo per il quale si candidano, siano predeterminate dai singoli bandi riserve di posti.

Immobile ereditato: sì alle agevolazioni prima casa

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’acquisto per successione ereditaria della piena proprietà dell’immobile può avvenire beneficiando delle agevolazioni prima casa.

Le agevolazioni fiscali prima casa (imposte ipotecarie e catastali in misura fissa) si applicano anche sull’immobile acquistato per successione ereditaria. Non solo. Una recente risoluzione dell’Agenzia delle Entrate [1] ha chiarito che può beneficiare delle agevolazioni prima casa anche chi, a seguito della morte del coniuge, acquista come erede universale l’intera proprietà della casa familiare (di cui prima era proprietario al 50%).

Il caso posto all’attenzione dell’Agenzia delle Entrare riguardava infatti una signora che, per effetto della successione, diventava proprietaria di un immobile in precedenza posseduto in comproprietà con il coniuge. Secondo il Fisco, l’acquisto della quota prima di proprietà del marito può avvenire con le imposte agevolate prima casa. Vediamo perché.

Agevolazioni prima casa successioni e donazioni

La legge prevede l’applicazione in misura fissa di 50 euro delle imposte ipotecaria e catastale per i trasferimenti della proprietà di case di abitazione non di lusso e per la costituzione o il trasferimento di diritti immobiliari relativi alle stesse, derivanti da successioni o donazioni, quando, in capo al beneficiario, sussistano i requisiti e le condizioni previste in materia di acquisto della prima abitazione.

L’interessato, per poter beneficiare dell’agevolazione, deve dichiarare:

  • di avere la residenza nel territorio del comune ove è ubicato l’immobile da acquistare o di volerla stabilire entro diciotto mesi dall’acquisto;
  • di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare;
  • di non essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni.

La dichiarazione resa, quindi, deve evidenziare la sussistenza in capo al beneficiario di tutte le condizioni sopra richiamate, al momento del trasferimento che si realizza con l’apertura della successione.

Successione immobile in comproprietà con il coniuge

Secondo l’Agenzia delle Entrate, nel caso in cui, per effetto della successione, il contribuente divenga pieno proprietario dell’immobile in precedenza posseduto in comproprietà con il coniuge, può fruire dell’agevolazione “prima casa”.

Non risulta, infatti, preclusiva alla fruizione dell’agevolazione la circostanza che prima del decesso, la contribuente possedesse l’immobile in comproprietà con il coniuge, in quanto con la morte del de cuius, il regime di comunione viene meno.

La Corte di Cassazione ha, infatti, chiarito che la morte del coniuge determina lo scioglimento del matrimonio e il verificarsi di una causa di scioglimento della comunione. Per effetto della morte del coniuge, cessa, dunque, il regime di comunione con il coniuge sull’immobile e, dunque, il contribuente si trova nelle condizioni di poter dichiarare di non essere titolare in comunione con il coniuge.

Né appare preclusiva la circostanza che per effetto della successione, il contribuente divenga proprietario esclusivo dell’immobile, in quanto la dichiarazione (e la verifica della veridicità della stessa) deve essere riferita ad immobili diversi da quelli che, proprio per effetto della successione, vengono acquistati.

In sostanza, la dichiarazione che il contribuente deve rendere, volta a stabilire la tassazione da applicare proprio al trasferimento per successione ereditaria, non deve tenere conto di quei beni o quote degli stessi che per effetto della successione vengono acquistati.

Quando una sentenza diventa irrevocabile?

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa significa “sentenza passata in giudicato” e quando una sentenza diventa definitiva e non più impugnabile.

Anche i giudici possono sbagliare. Anzi, a giudicare dalle statistiche, ciò accade molto spesso. Tanto è vero che è elevato – rispetto a quello che ci si attenderebbe – il numero di sentenze che vengono riformate in appello (ossia in secondo grado) o in Cassazione (ultimo grado di giudizio). «Se la giustizia può sbagliare, vuol dire anche che non è certa» starà certamente commentando tra sé il lettore. Su questo bisognerebbe spendere fiumi di parole e non è questa la sede più appropriata. Una cosa però è certa: chi non si ritiene soddisfatto da una sentenza può, entro determinati limiti, chiedere l’intervento di un altro giudice che ne valuti la correttezza. Lo può fare per un numero di volte limitato (in appello e, per determinati tipi di vizi, in Cassazione) e, soprattutto, entro un certo periodo di tempo. Quando sono esauriti tutti i mezzi di impugnazione o quando sono scaduti i termini per impugnare si dice che la sentenza diventa irrevocabile o, per usare una terminologica “legale”, «passa in giudicato». In altri termini, anche se clamorosamente errata e ingiusta, la sentenza è definitiva e non può più essere modificata. Ma procediamo con ordine e vediamo quando una sentenza diventa irrevocabile.

Quando si parla di una sentenza «passata in giudicato» o irrevocabile si intende una sentenza contro la quale sono stati esperiti tutti i mezzi di impugnazione o quando non sono più proponibili per il decorso dei termini. Ricordiamo che i termini per impugnare la sentenza sono:

  • 30 giorni per l’appello;
  • 60 giorni per il ricorso in Cassazione.

Tali termini iniziano a decorrere da quando la sentenza viene notificata alla controparte. Poiché prima viene notificata la sentenza e prima decorrono i termini, e quindi prima diventa definitiva la pronuncia, è interesse di chi ha vinto la causa procedere alla notifica nei confronti della parte soccombente, affinché quest’ultima abbia meno tempo per improntare un’impugnazione.

Se la sentenza però non viene notificata il termine è di sei mesi.

Se questo termine cade durante il periodo che va dal 1° al 31 agosto, il conteggio si sospende e torna a decorrere dal 1° settembre. Ad esempio, una sentenza notificata il 16 luglio può essere impugnata fino al 15 settembre.

Un’esigenza di certezza dei rapporti giuridici determina la necessità che il provvedimento del giudice, con il quale il processo è – sia pure solo parzialmente – definito (sentenza), produca effetti non più suscettibili di modifica. Tale esigenza, però, va contemperata con l’esigenza di ottenere una migliore giustizia, rendendo sempre possibile la modifica del provvedimento stesso.

Pertanto il codice di procedura stabilisce [1] che si intende «passata in giudicato» la sentenza contro la quale non è più possibile alcun mezzo di impugnazione, il che – come detto – può avvenire in due casi:

  • o perché tutti i mezzi di impugnazione previsti dalla legge sono già stati esperiti;
  • o perché sono scaduti i termini per procedere all’impugnazione della sentenza.

La sentenza divenuta irrevocabile è:

  • incontestabile ad opera delle parti, le quali non potranno più impugnarla;
  • intoccabile anche da parte del giudice.

Anche se il codice parla di «sentenza», è chiaro che tale norma si riferisce a tutti i provvedimenti del giudice che passano in giudicato come ad esempio un decreto o un’ordinanza.

Non c’è bisogno che una sentenza diventi definitiva per essere vincolante e obbligatoria. Difatti già dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado questa obbliga le parti ad adeguarsi al suo contenuto. Ciò vale anche se pende il giudizio di appello, salvo che il giudice di secondo grado non abbia – su ricorso della parte soccombente in primo – sospeso l’esecutività della pronuncia. Questo principio va sotto il nome di «immediata esecutività delle sentenze di primo grado».

Da un punto di vista sostanziale, la sentenza passata in giudicato ha degli effetti che non si ripercuotono sulla collettività (come può essere invece per un legge), ma solo tra le parti in causa. Inoltre, se una delle parti cede a terzi il proprio diritto (si pensi al diritto di proprietà su una casa oggetto di lite giudiziaria), il contenuto della sentenza vincola anche i successivi titolari (gli «aventi causa», secondo la dizione del codice). Non solo. La sentenza vincola anche gli eredi delle parti in causa, nel momento in cui diventeranno titolari del diritto controverso.

La «cosa giudicata» impone alle parti l’obbligo di osservare quanto stabilito dal giudice quasi come se fosse una legge vigente solo nei loro confronti.

Anche una sentenza definitiva però può cadere in prescrizione se chi ha vinto il giudizio non esercita il diritto riconosciutogli dal giudice entro 10 anni. Facciamo l’esempio di una sentenza che abbia accertato il credito di una persona nei confronti di un’altra. Se il creditore non compie un atto nei confronti del debitore (che può essere un precetto, un pignoramento o l’invio di una semplice messa in mora) per 10 anni consecutivi non potrà più fare nulla e il suo diritto di credito si prescrive per sempre.

Cartelle notificate con Pec nulle

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Un’altra sentenza dichiara nulla la notifica della cartella esattoriale se il file allegato è in formato pdf e non mp7.

Sono illegittime le cartelle di pagamento notificate dall’Agente della riscossione ai contribuenti con la posta elettronica certificata (Pec) se, in allegato, il file è in formato pdf e senza tra l’altro l’attestazione di conformità.

È questo il principio di diritto espresso dalla Commissione Tributaria Provinciale della Spezia [1] con provvedimento a firma Presidente Giovanni Sgambati – che ha visto segnare il punto contro l’Agente della riscossione – da parte di società spezzina assistita dall’Avv. Pier Manlio Giaquinto. Si infittisce così la schiera dei giudici secondo cui le cartelle notificate con Pec sono illegittime (di tanto abbiamo parlato solo due giorni fa nell’articolo Nulla la cartella di pagamento con posta certificata a cui si rinvia per ulteriori chiarimenti).

In sintesi i fatti: nell’anno 2015, una società riceve nella propria casella di posta elettronica una comunicazione dell’allora agente della riscossione (Equitalia, attualmente sostituito da Agenzia Entrate Riscossione) con allegata una “fotocopia” di una cartella esattoriale indirizzata proprio alla ditta. Qualcosa però non torna: come poteva notificarsi un atto non originale trattandosi solo di una fotocopia scansionata (pdf)? Da qui il ricorso al giudice per l’annullamento della cartella notificata con Pec.

Con articolata sentenza, la Commissione Tributaria Provinciale ha accolto in toto le argomentazioni dell’Avv. Pier Manlio Giaquinto – ribadendo un principio di diritto che da tempo sta facendo breccia tra i Giudici di merito – secondo cui, quando la cartella allegata alla Pec e notificata sotto forma di documento informatico risulta essere un semplice file pdf, privo dell’estensione p7m, la notifica è nulla. Difatti il file p7m è l’unico formato che rende valido ed esistente l’atto notificato in quanto contiene la firma digitale che attesta l’autenticità della copia e la corrispondenza all’originale. La cartella così come creata è illegittima come è illegittimo l’intero processo notificatorio.

La Commissione è andata ben oltre – evidenziando un ulteriore criticità nella condotta dell’Agente della riscossione: l’atto notificato va attestato conforme all’originale (potere di certificazione di cui tra l’altro i funzionari della vecchia Equitalia erano sprovvisti).

Il contenuto della sentenza – un po’ tecnica per i non addetti ai lavori – mette in luce come non solo Equitalia stia chiedendo ai contribuenti somme ed importi in modo illegittimo – e per l’effetto non dovuti – ma è oggi chiamata a rendere conto e a risarcire i danni cagionati a Inps/Agenzia delle Entrate proprio per le miglia di notificazioni nulle e/o annullabili.

Come un professionista deve scrivere sul sito web

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I segreti per una buona strategia digitale: come farsi conoscere scrivendo sul web.

Chi sei? Dove ti vuoi posizionare? Quale linguaggio vuoi usare per raccontarti? Essere sul web, senza una strategia, è come dichiarare guerra ma senza sapere a chi dichiararla, perché dichiararla e come affrontarla. E la cosa è poco edificante per un professionista, non credi? Su internet circola un detto: «Se vuoi nascondere il cadavere di una persona nascondilo nella seconda pagina di Google». Il che sta a dire che, sul web, o sei primo o non sei nessuno. Ecco perché oggi voglio spiegarti come un professionista deve scrivere sul sito web dello studio o sul suo blog personale o, ancora, sui siti dei giornali che gli offrono spazio.

Hai mai visto una mucca viola? Io l’ho vista due volte. La prima in tv, la seconda sulla copertina di un libro: La mucca viola di Seth Godin, tra i maggiori esperti di marketing.

Perché ti parlo di questo volume? Perché contiene un concetto caro alla nostra rubrica: se vuoi raggiungere dei risultati, devi saperti differenziare. «Lo straordinario – scrive Godin – è ciò che emerge dal consueto, ciò che si fa notare e che fa parlare di sé».

Non aver paura, per differenziarti non devi andare in tribunale vestito da clown e non devi ideare particolari strategie di marketing. Per essere la mucca viola del tuo settore devi produrre contenuti ad hoc per i tuoi potenziali clienti. «Vendete ciò che la gente vuole acquistare», scrive ancora Godin. Se ti stai chiedendo cosa sono i contenuti e come fare a vendere ciò che la gente vuole acquistare, ti darò qualche consiglio pratico.

1) Cosa sono i contenuti? Sono articoli. Se vuoi farti conoscere devi scrivere molto. Cosa scrivere? La risposta è semplice: come risolvere i problemi. Le persone cercano risposte a domande del genere: come fare se perdo il lavoro? Come comportarmi se il vicino mi disturba? Come si compila la dichiarazione dei redditi?

Non ti preoccupare: dare questi consigli non ti farà perdere il lavoro, ma ti accrediterà come professionista in grado di risolvere i problemi delle persone.

2) Dove scrivere? Sul tuo blog personale oppure puoi usare gli spazi che La Legge per Tutti mette a disposizione di tutti i professionisti. Non sfruttare questa possibilità è un po’ come rinunciare a un’esibizione davanti al pubblico di tre stadi di Wembley.

3) Sii sempre professionale e corretto. Ci sono professionisti che spammano le bacheche di altri colleghi nella speranza di essere notati. È la lezione migliore per capire cosa non fare se si sta lavorando sul personal branding e sulla fiducia dei clienti.

Ho visto per la prima volta una mucca viola durante uno spot alla tv. Oggi non hai bisogno di spendere soldi in spot. Ma se vuoi emergere rispetto ai tuoi colleghi, ricorda queste due frasi: «Il successo risiede nelle competenze richieste in quell’istante (Henry Ford)». Nel nostro caso le competenze riguardano il web. E poi: «Ogni volta che vedi un’impresa di successo, sappi che un tempo qualcuno ha preso una decisione con coraggio (Peter Ferdinand Druker)». E tu che decisione vuoi prendere per la tua impresa?

Il web marketing funziona. Ma bisogna usarlo bene. Poi ti chiedo: cosa stai facendo attivamente per ottenere risultati?

Partiamo insieme e focalizziamo gli obiettivi da raggiungere.

Hai spiegato ai tuoi lettori, follower, amici, contatti di cosa ti occupi e perché dovrebbero sceglierti rispetto agli altri concorrenti? Se non lo hai fatto allora compila gli spazi che trovi sulla tua pagina del nostro Social (about, dicono di me, biografia, eccetera).

Hai individuato in cosa riesci meglio? È bene elencare tutte le materie che tratti, ma è davvero efficace spingere su una o poche attività.

Usa sempre un linguaggio colloquiale e non tecnico. Ricorda che stai parlando a persone che hanno bisogno di te e non a colleghi o burocrati.

Mettiti in mostra, ma con stile. Se non scrivi articoli e non li condividi sui social, i clienti non ti troveranno e non sapranno mai perché sei davvero migliore o diverso dagli altri.

Scrivi gli articoli in base alle esigenze e alle richieste dei clienti. Puoi muoverti su due fronti. Uno è quello quotidiano. Ricevi tanti clienti, quindi sai cosa chiedono con più frequenza e quali sono i problemi da risolvere. L’altro fronte è Google: cerca le domande più frequenti relative al tuo settore. Saprai già di cosa ha bisogno la gente e quindi saprai già cosa e come scrivere.

E soprattutto ricorda: chi non sa in che porto dirigersi non avrà mai il vento favorevole (Seneca).

Allora che aspetti? Prova da subito a mettere in mostra le tue capacità, per non finire nella seconda pagina di Google insieme ai cadaveri. Diceva Mark Twain (scrittore statunitense del ‘900): «Il segreto per avere successo è iniziare». Oppure, dice l’ex tennista Andre Agassi: «Se non ti alleni non meriti di vincere».

Pensioni, entra in vigore l’Ape volontario

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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È appena entrato in vigore il decreto che rende operativo l’anticipo pensionistico volontario: diritto agli arretrati da maggio 2017.

Finalmente è entrato in vigore il decreto attuativo sull’Ape volontario, che consente l’uscita dal lavoro a partire dai 63 anni di età: i primi assegni, però, partiranno dal 2018, considerato che i tempi tecnici per rendere operativa la misura non consentono di ricevere l’anticipo pensionistico entro il 2017.

Restano, difatti, ancora da firmare gli accordi quadro con le banche e le assicurazioni per fissare le condizioni del prestito pensionistico; l’Inps, poi, ricevuto il via libera dal ministero del Lavoro, deve emanare un’apposita circolare con le istruzioni per richiedere l’Ape e per la liquidazione del prestito, prima di attivare i servizi online sull’anticipo pensionistico. Attivati i servizi online, l’istituto avrà 60 giorni per rispondere alle richieste dei lavoratori: considerate queste tempistiche, è praticamente impossibile riuscire a ricevere l’Ape volontario entro il 2017.

A prescindere dalla data di liquidazione della prestazione, chi ha perfezionato i requisiti per l’Ape volontario precedentemente al 1° maggio 2017 ha diritto agli arretrati a partire da questa data, se richiederà l’anticipo entro 6 mesi dall’entrata in vigore del decreto, cioè dal 18 ottobre 2017: questo ulteriore beneficio, una notevole iniezione di liquidità per molti lavoratori aventi diritto all’anticipo, è specificato all’interno del decreto stesso.

Tuttavia, chiedere gli arretrati può rivelarsi un’arma a doppio taglio, considerando che più sono alte le somme anticipate, più risulteranno elevate le rate da restituire: l’Ape volontario è difatti riconosciuto grazie a un finanziamento bancario, finanziamento che deve essere restituito con rate ventennali applicate sulla pensione.

Facciamo allora un breve punto della situazione riguardo al funzionamento dell’Ape volontario, per valutare la sua convenienza ed essere in grado di decidere, in tempi brevi, se aderire o meno.

Come funziona l’Ape volontario

L’Ape, sigla che sa per anticipo pensionistico, è una prestazione, da non confondere con la pensione anticipata, che accompagna il lavoratore dai 63 anni di età (o dal momento in cui domanda il trattamento) sino all’età in cui può ottenere la pensione di vecchiaia.

In pratica, con l’Ape il lavoratore può ricevere un assegno, a partire dai 63 anni di età, se possiede almeno 20 anni di contributi, sino alla data di maturazione della pensione di vecchiaia. Considerando che l’età per la pensione di vecchiaia, attualmente, è pari a 66 anni e 7 mesi, l’anticipo massimo possibile è pari a 3 anni e 7 mesi.

La prestazione è ottenuta grazie a un prestito bancario, che deve essere restituito in 20 anni, una volta perfezionati i requisiti per la pensione.

L’anticipo minimo da richiedere deve essere pari a 6 mesi e la futura pensione, al netto della ritenuta Ape, non deve essere inferiore a 1,4 volte il trattamento minimo (circa 702 euro).

Chi può chiedere l’Ape volontario

Non tutti i lavoratori possono chiedere l’Ape, ma soltanto gli iscritti a una delle gestioni previdenziali Inps, come il fondo pensione Lavoratori dipendenti, la gestione Separata, la gestione Artigiani e Commercianti, l’ex Inpdap: il trattamento non è invece previsto per gli iscritti alle casse dei liberi professionisti.

Non è possibile chiedere l’Ape se:

  • si hanno debiti scaduti o conti in rosso da oltre 90 giorni;
  • si risulta registrati negli archivi della centrale rischi gestita dalla Banca d’Italia, oppure in un sistema di informazioni creditizie gestito da privati, a causa dell’inadempimento di uno o più prestiti, mutui o altri debiti;
  • è stata avviata una procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, a meno che non sia stata chiusa;
  • si hanno pignoramenti in corso, o estinti senza integrale soddisfazione dei creditori, a meno che non siano trascorsi 36 mesi dalla chiusura infruttuosa della procedura esecutiva;
  • si hanno protesti a proprio carico, a meno che non sia intervenuta la cancellazione dell’elevazione del protesto;
  • si è registrati nell’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte dì pagamento irregolari istituito presso la Banca d’Italia, denominato centrale di allarme interbancaria (Cai);
  • il rateo dell’anticipo sulla pensione, da solo o assieme ad altri debiti pregressi supera il 30% della prestazione stessa.

Quanto pesa l’Ape volontario sulla pensione

Per capire in quale misura l’Ape penalizza la pensione, va innanzitutto chiarito che a pesare sul futuro trattamento non è soltanto la restituzione del prestito, ma anche l’assicurazione obbligatoria per il rischio di premorienza (cioè per il rischio che il pensionato muoia prima di restituire l’intero prestito), assieme al contributo sul fondo di solidarietà.

Le stime relative ai costi dell’Ape volontaria dipendono sia dall’ammontare dell’anticipo richiesto (che può andare dal 90% al 75% della futura pensione), sia dalla durata dell’anticipo stesso.

Nel dettaglio, l’anticipo pensionistico dovrebbe costare al pensionato, per ogni anno di prestazione, una rata sulla pensione netta futura che dovrebbe aggirarsi intorno al 4,6% medio; il valore netto della penalizzazione, però, sarà inferiore grazie a un credito d’imposta che può arrivare fino al 50% dell’interesse sul finanziamento e sul premio. Il Taeg (tasso annuo effettivo globale) ipotizzato per il prestito Ape è pari al 3,2 %: le stime, però, saranno certe e definitive solo alla stipula degli accordi quadro con banche e assicurazioni.

Quando si può fare la domanda di Ape volontario

Per ottenere l’Ape volontaria l’interessato dovrà in primo luogo chiedere all’Inps la certificazione del diritto all’Ape e, in seguito, presentare all’istituto la domanda di pensione di vecchiaia, da liquidare al raggiungimento dei requisiti di legge.

Il servizio online per l’inoltro della domanda, che si troverà all’interno del portale web dell’Inps, verrà rilasciato a breve, considerata l’entrata in vigore del decreto attuativo.

Mutuo senza interessi

Posted on : 18-10-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gratis il mutuo se il consulente del giudice dice che il tasso è superiore all’usura.

Ti piacerebbe avere un mutuo gratis, ossia un mutuo senza interessi? Stando alle ultime sentenze della Cassazione e dei giudici di merito è tutt’altro che difficile quando un consulente accerta che è stato applicato un tasso di interessi superiore all’usura. E ciò vale sia che l’usura riguardi gli «interessi moratori» (quelli che scattano in caso di ritardato pagamento) che gli «interessi corrispettivi» (quelli cioè addizionati alla normale rata del mutuo). In presenza di una clausola illegittima (come ad esempio quella che prevede l’anatocismo o l’usura), il contratto di mutuo non è nullo, ma gli interessi non sono più dovuti. Risultato: un prestito senza interessi è per definizione «gratuito». Ma procediamo con ordine e vediamo come trasformare il proprio finanziamento in un mutuo senza interessi.

Come calcolare l’usura

La prima cosa da fare è affidare, a un tecnico del settore, il contratto e gli estratti conto del proprio prestito affinché valuti se il tasso di interessi applicato dalla banca è superiore all’usura. Sono «usurari» gli interessi che superano del 50% il tasso medio, determinato con decreto del Ministero del Tesoro ogni tre mesi. Su questo aspetto più tecnico rinviamo all’articolo Prestito: quando gli interessi sono superiori all’usura?

Quale strategia contro la banca?

A questo punto bisognerà scegliere la strategia: attaccare o difendersi? In altre parole conviene attendere che sia la banca a fare la prima mossa e a notificare un atto di precetto al debitore oppure si vuole agire per primi con un’azione volta alla dichiarazione della nullità della clausola sugli interessi? La scelta può essere rimessa al debitore il quale, in entrambe le situazioni, dovrà anticipare le spese dell’accertamento (consulenza tecnica).

Come fa il giudice a capire che c’è stata usura?

Giova segnalare una sentenza del Tribunale di Padova [1] secondo cui il giudice può condannare la banca per gli interessi usurari sul conto corrente o sul finanziamento semplicemente riportandosi alla consulenza tecnica d’ufficio eseguita dal consulente del giudice. Ciò basta per far scattare la restituzione delle somme versate dal cliente sino a quel momento a titolo di interessi e la segnalazione alla Procura della Repubblica per il reato di usura [2] ai danni dei vertici della banca. Il giudice che aderisce alla Ctu, infatti, non deve spiegare, in modo specifico, le ragioni del suo convincimento: gli basta indicare le motivazioni della perizia.

Mutui gratis se la mora supera il tasso usura

Un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno [3] fa ha stabilito che, in presenza di interessi moratori superiori all’usura, il cliente deve restituire soltanto il capitale senza alcun tipo di interessi. Se in un contratto di mutuo il tasso moratorio (quello previsto per il ritardato pagamento delle rate) è sopra la soglia d’usura, ma gli interessi corrispettivi (cioè quelli “normali” dovuti alla banca) sono inferiori alla predetta soglia, la banca deve restituire tutti gli interessi (sia moratori sia corrispettivi) pagati dal cliente e il mutuo diventa gratuito: pertanto il cliente è tenuto a restituire solo il capitale. Un bel vantaggio che va a colpire soprattutto i mutui di lunga durata, sui quali la voce «interessi» pesa particolarmente.

Questo principio appena affermato dalla Cassazione è tuttavia in contrasto con numerose altre sentenze precedenti secondo le quali, in presenza di interessi moratori usurari, l’istituto di credito è tenuto a restituire soltanto quelli moratori, mentre il cliente resta obbligato a versare quelli corrispettivi (sotto la soglia dell’usura).

Dunque, secondo l’ultima posizione assunta dalla Suprema Corte, in caso di usura, anche se ad essere sopra la soglia è soltanto il tasso moratorio, scatta la gratuità completa del mutuo. Per cui non bisogna pagare né gli interessi moratori, né quelli corrispettivi; e, se già corrisposti, questi vanno restituiti al mutuatario.