Il certificato di debenza in caso di cessione d’azienda per debiti fiscali

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il certificato di debenza è un importante accorgimento da utilizzare in caso di cessione d’azienda per sapere se ci sono debiti fiscali e conoscerne l’ammontare.

Non tutti sanno che, in caso di cessione d’azienda, sia chi la cede (cedente) sia chi la riceve (cessionario) sono entrambi obbligati verso il Fisco per i debiti maturati dall’azienda ceduta. Infatti, per le norme fiscali [1] chi riceve un’azienda è obbligato verso l’erario, insieme a colui che gliela ha venduta, per tutti i debiti tributari riferiti all’anno in cui è avvenuta la cessione ed ai due anni precedenti. La responsabilità si estende anche agli interessi ed alle sanzioni, anche se queste fossero riferite a violazioni commesse in epoca antecedente, purchè siano state contestate dal Fisco nell’anno in corso o nel biennio precedente alla cessione. Ad esempio, per una cessione realizzata nel 2018, sarebbe possibile richiedere all’acquirente sanzioni relative all’anno 2012, purchè esse siano state validamente contestate al cedente nel 2016. Il fisco, in questo modo, estende notevolmente la sua garanzia, potendosi rivalere non soltanto verso il soggetto che ha ceduto l’azienda – la cui responsabilità per il pagamento dei debiti tributari comunque permane – ma anche nei confronti dell’acquirente, nonostante egli non possa ritenersi a conoscenza e tanto meno responsabile di violazioni avvenute in un’epoca nella quale egli non possedeva ancora l’azienda e ne era del tutto estraneo. La norma, tuttavia, pone al Fisco qualche debole limite: innanzitutto l’amministrazione finanziaria dovrà cercare in prima battuta di recuperare il dovuto dal cedente, e solo se egli risulterà insolvente potrà rivolgersi direttamente al cessionario; inoltre, la responsabilità di quest’ultimo è contenuta entro i limiti del valore dell’azienda o del ramo di azienda ceduto, e non può mai oltrepassare tale importo. In questo articolo ti spiegheremo il certificato di debenza in caso di cessione d’azienda per debiti fiscali.

Lo scopo del certificato di debenza: perché serve?

Proprio per garantire il cessionario da “sorprese” riguardanti debiti precedenti e ad egli sconosciuti, dei quali il Fisco potrebbe un domani richiedergli il pagamento, esiste l’utile strumento del certificato di debenza. Esso è un documento ufficiale, rilasciato, su richiesta dell’interessato, dagli Uffici finanziari competenti (innanzitutto l’Agenzia delle Entrate ma anche gli altri Enti impositori per i tributi di propria competenza), e che attesta l’eventuale esistenza di debiti ed il loro esatto ammontare, indicando anche la ragione e gli estremi della pretesa tributaria, cioè ad esempio il numero preciso della cartella esattoriale o dell’avviso di accertamento, il tipo di imposta -IVA, IRES, IRAP, ecc. – il periodo cui si riferisce, la data di iscrizione a ruolo e della notifica. Proprio per queste sue caratteristiche il certificato di debenza viene anche chiamato, nella pratica, “certificato dei carichi pendenti fiscali”.

Se il certificato risulta negativo, l’acquirente dell’azienda potrà stare tranquillo: egli infatti saprà, per attestazione ufficiale che proviene dall’Amministrazione finanziaria, che non vi sono debiti tributari da saldare per i periodi pregressi alla cessione. Se invece il certificato indicasse la debenza di determinate somme, egli ne verrà a conoscenza in tempo, cioè prima di stipulare l’atto di cessione, e potrà far valere le proprie ragioni e preoccupazioni verso il cedente, dal quale potrebbe ottenere, ad esempio, il pagamento dei debiti prima della cessione, oppure una diminuzione del prezzo di vendita, o altre garanzie.

Una tutela ulteriore del cessionario consiste, poi, nel fatto che, se esistessero debiti tributari ulteriori ma non riportati nel certificato, egli non ne risponderebbe, e l’unico obbligato al loro pagamento rimarrebbe il cedente. Infatti, gli uffici dell’amministrazione finanziaria verificano ai loro atti l’esistenza di debiti tributari alla data di richiesta del certificato, ma potrebbe accadere che un debito precedente emerga – per vari motivi, come ad esempio un accertamento eseguito in seguito – solo successivamente alla richiesta e all’avvenuto rilascio del certificato; in tali casi è giusto che il cessionario rimanga estraneo a quei debiti tributari, emersi soltanto dopo che la cessione dell’azienda si è realizzata.

E’ indispensabile avere il certificato per liberarsi dai debiti tributari?

Il certificato di debenza è l’unico modo pienamente sicuro per avere la certezza di non dover pagare i debiti tributari che l’azienda ceduta potrebbe aver maturato prima della cessione, o quantomeno di conoscerne preventivamente l’esatto ammontare.

Non sarebbe sufficiente, ad esempio, munirsi di una dichiarazione di assenza di debiti tributari rilasciata dal cedente, neppure se essa fosse espressa e formale, cioè contenuta nell’atto di cessione: in tal caso essa avrebbe valore soltanto tra le parti contraenti, ma non certo per il Fisco, che rimarrebbe libero di rivolgersi anche al cessionario per ottenere il pagamento di quanto dovuto, salva la possibilità per quest’ultimo di farsi rimborsare – ma solo dopo l’avvenuto pagamento – dal cedente, e farsi risarcire anche gli eventuali danni.

Chi non si fosse premunito richiedendo il certificato di debenza non avrebbe riparo dalla pretesa del Fisco neppure richiamandosi alle norme stabilite dal Codice civile [2] innanzitutto perché la normativa fiscale prevale, nella sua specifica materia, rispetto a quella civilistica, ed inoltre perché anche la normativa civile prevede che l’acquirente dell’azienda commerciale risponde insieme al cedente dei debiti (non solo fiscali, ma di qualsiasi natura) anteriori, se essi risultano dai libri contabili obbligatori. La norma civile, quindi, non fornisce adeguata tutela in ambito fiscale, perché le violazioni tributarie, per loro natura, non emergono certo dalla contabilità ufficiale, e quindi ben potrebbero rimanere ignote all’acquirente [3].

Quando il certificato di debenza non basta

Se l’Amministrazione finanziaria dovesse accertare, anche in epoca successiva, che la cessione dell’azienda è avvenuta in frode dei crediti tributari, il certificato di debenza non avrebbe più alcun valore e non potrebbe proteggere il cessionario dall’obbligo di pagamento: infatti l’intera operazione di cessione risulterebbe realizzata allo scopo di evadere il pagamento delle imposte, ed il Fisco ben dovrà tutelarsi, garantendosi anche sul patrimonio del cessionario. In caso di contestazione di reati tributari, la cessione d’azienda si presume realizzata in frode al fisco, ed anche in tal caso il certificato di debenza non sarebbe di alcuna utilità per fornire la prova contraria.

Di PAOLO REMER

Morte del coniuge in comunione dei beni: cosa fare?

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questo articolo vedremo cosa prevede la legge in caso di morte del coniuge con il quale vigeva il regime di comunione legale dei beni.

Qualche tempo fa il tuo coniuge è deceduto. Hai attraversato un brutto periodo a causa di questo, e non hai certo avuto la mente serena, necessaria per occuparti di tutte le questioni pratiche solitamente conseguenti alla morte di una persona. Adesso però occorre che tu ti faccia forza e metta ordine negli aspetti patrimoniali ed economici della tua vita. Il regime che tu e il tuo coniuge avevate scelto, al momento del matrimonio, è quello della comunione dei beni. Vorresti quindi sapere in che modo il patrimonio della persona defunta dovrà ripartirsi tra te e, forse, altre persone. Ti sarebbe inoltre utile conoscere se vi sono particolari incombenze a tuo carico. Morte del coniuge in comunione dei beni: cosa fare? Questo articolo ti spiegherà tutto ciò che ti serve.

Comunione e separazione dei beni

Prima di considerare cosa fare in caso di morte del coniuge in comunione dei beni, è bene ricordare in cosa consiste esattamente questo regime patrimoniale della famiglia. Quando due persone si sposano, possono scegliere tra due regimi patrimoniali:

  • la comunione dei beni;
  • la separazione dei beni.

La comunione dei beni  è la comproprietà di gran parte dei beni dei coniugi che vengono acquistati dopo il matrimonio.

Precisamente, ricadono nella comunione [1]:

  • i beni acquistati da ciascuno dei coniugi, insieme o separatamente, dopo il matrimonio. Se, quindi, Tizio sposa Caia e dopo il matrimonio va dal notaio e acquista una casa, questa, anche se Caia non era presente al momento della compravendita, diviene automaticamente di proprietà di entrambi, per una quota del 50% ciascuno;
  • i frutti dei beni di proprietà esclusiva di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati nel momento in cui la comunione si scioglie. I frutti sono ciò che un bene produce. Sono frutti naturali quelli derivanti dalla natura, come, ad esempio, i vegetali prodotti da un terreno, che vengono raccolti quando giungono a maturazione. I frutti civili, invece, consistono nel denaro prodotto dai beni, in forza di particolari rapporti giuridici che li riguardano: ad esempio, il canone di affitto di una casa o di un magazzino, gli interessi sui titoli, e così via. Quando la comunione cessa, per morte di uno dei coniugi, per volontà degli stessi o in caso di separazione legale, i frutti che non sono stati consumati si imputano alla comunione e spettano per il 50% a ciascuno dei coniugi;
  • i guadagni derivanti dall’attività separata dei coniugi, se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della comunione. Se, ad esempio, Tizio fa l’insegnante e sua moglie Caia ha un negozio, a ciascuno spettano i propri guadagni. Se, però, la comunione si scioglie, quel che resta deve essere imputato alla comunione;
  • le aziende gestite da entrambi i coniugi, se sono state costituite dopo il matrimonio. Se, invece, l’azienda prima del matrimonio apparteneva soltanto a uno dei coniugi, ma dopo le nozze viene gestita da entrambi, in comunione ricadono soltanto gli utili e gli incrementi. Ad esempio, poniamo il caso che Tizio abbia un negozio e che sposi Caia. Dopo il matrimonio, la moglie gestisce il negozio insieme a lui. I beni aziendali già esistenti rimangono di proprietà esclusiva di Tizio; tuttavia, i guadagni, eventuali nuovi beni e l’aumento di valore dell’azienda sono di entrambi;
  • i beni destinati all’esercizio di un’impresa da parte di uno solo dei coniugi, costituita dopo il matrimonio. Questi si considerano come facenti parte della comunione solo se sussistono al momento della cessazione di quest’ultima [2];
  • gli incrementi (ad esempio gli acquisti che via via si vanno facendo per migliorare e potenziare l’impresa) dell’azienda gestita da uno solo dei coniugi, in qualsiasi momento costituita, ricadono in comunione solo se sussistono al momento dello scioglimento di quest’ultima [3].

Non fanno invece parte della comunione [4]:

  • i beni dei quali ciascuno dei coniugi era già proprietario prima del matrimonio, oppure sui quali era titolare di un diritto di godimento. Ad esempio, se prima di sposarsi Tizio era proprietario di un terreno, dopo il matrimonio questo rimane di sua esclusiva proprietà; se prima di sposarsi Caia era usufruttuaria di una casa, l’usufrutto rimane intestato soltanto a lei anche dopo le nozze;
  • i beni che pervengono a ciascuno dei coniugi per effetto di donazione o successione. Ad esempio: dopo il matrimonio tra Tizio e Caia, muore il padre di Tizio. Tutto ciò che Tizio riceve in qualità di erede dal padre rimane soltanto suo. Oppure: dopo le nozze Caia riceve una casa in donazione. L’immobile non ricade in comunione, restando soltanto di Caia. C’è però un’eccezione: nell’atto di donazione, oppure in un testamento, può essere specificato che il bene è da attribuire alla comunione;
  • i beni di uso strettamente personale e i loro accessori. Se detti beni vengono acquistati dopo il matrimonio, perché non ricadano nella comunione ciò deve essere specificato nell’atto di acquisto e a tale atto deve essere presente anche l’altro coniuge;
  • i beni utilizzati per l’attività professionale di ciascuno dei coniugi, ad eccezione di quello che abbiamo detto sopra a proposito delle aziende. Anche in questo caso, se l’acquisto avviene dopo le nozze, occorre che il fatto che non ricadranno nella comunione sia specificato nell’atto di acquisto e che a tale atto sia presente anche l’altro coniuge;
  • quanto ottenuto da ciascuno dei coniugi a titolo di risarcimento del danno;
  • le pensioni derivanti dalla perdita totale o parziale della capacità lavorativa;
  • i beni acquistati con il denaro derivante dalla vendita di altro bene non rientrante nella comunione, purché ciò sia stato specificato nell’atto di acquisto e a tale atto sia presente anche l’altro coniuge.

La separazione dei beni, invece, comporta che ciascun coniuge resti proprietario esclusivo non soltanto di ciò che era suo prima del matrimonio, ma anche di tutti gli acquisti successivi. Per scegliere il regime della comunione al momento del matrimonio, non occorre fare nulla. In mancanza di una scelta diversa da parte degli sposi, la comunione si instaurerà automaticamente. Se, invece, il regime prescelto è quello della separazione dei beni, occorre segnalarlo prima delle nozze all’ufficiale dello stato civile che lo celebrerà, o, in caso di matrimonio in chiesa, al sacerdote. Il regime concordato verrà quindi specificato nell’atto di matrimonio.

Successivamente al matrimonio, è consentito cambiare idea, e passare dal regime della separazione a quello della comunione o viceversa. Per farlo, però, occorrerà andare da un notaio. E’ possibile, poi, che gli sposi stipulino una convenzione matrimoniale, nella quale stabiliscano quali beni debbano essere considerati di entrambi con le relative quote, e quali debbano invece essere di proprietà esclusiva di ciascuno di loro. Anche in questo caso è necessario rivolgersi a un notaio.

Questa premessa era necessaria, per ben comprendere quello che succede e cosa bisogna fare in caso di morte di uno dei coniugi, quando è vigente il regime di comunione dei beni. A tal proposito, occorrerà distinguere tra l’ipotesi che il coniuge muoia senza testamento (successione legittima), e quella in cui sia invece presente un testamento (successione testamentaria).

Morte del coniuge e successione legittima

Quando muore una persona, si apre la sua successione. Coloro che subentrano nella titolarità dei diritti e dei rapporti giuridici facenti capo al defunto (denominato tecnicamente de cuius, vale a dire persona della cui eredità si tratta) sono detti eredi. La qualità di erede non si acquista automaticamente all’apertura della successione, essendo necessaria una chiara accettazione. Infatti, essere eredi di una persona significa subentrare non solo nella titolarità di diritti e di situazioni vantaggiose, ma anche, salvo alcune eccezioni, nei debiti contratti dal defunto.

Quindi la legge dà la possibilità di valutare bene la situazione prima di accettare l’eredità. Coloro che, potendo essere eredi, non hanno ancora accettato prendono il nome di “chiamati”. Se il de cuius è morto senza lasciare testamento si apre la successione legittima, in favore di alcuni soggetti stabiliti dalla legge.

Il codice civile [5] stabilisce che in questo caso sono chiamati all’eredità:

  • il coniuge;
  • i discendenti, vale a dire i figli legittimi, adottivi e naturali, e i loro discendenti;
    gli ascendenti legittimi: i genitori, ed eventualmente i nonni o, in casi ancora più rari, i bisnonni;
  • i collaterali (fratelli e/o sorelle);
  • gli altri parenti fino al sesto grado;
  • lo Stato, se non vi sono parenti fino al sesto grado.

Il grado di parentela si calcola contando le generazioni, salendo da uno dei parenti fino allo stipite che hanno in comune, e da questo discendendo all’altro parente [6]. Lo stipite non si include nel conteggio. Facciamo un esempio pratico e vedremo che il calcolo è in realtà più semplice di quello che sembra. Poniamo di voler stabilire il grado di parentela tra Tizio e Caio, che sono cugini perché i loro padri sono fratelli. Partiamo da Tizio (1), saliamo a suo padre (2), arriviamo a suo nonno che è il capostipite e che non viene incluso nella numerazione, scendiamo al padre di Caio (3) e poi a Caio stesso (4). Tizio e Caio sono parenti di quarto grado.

La legge stabilisce criteri ben precisi di divisione dell’eredità in presenza di più parenti:

  • se ci sono il coniuge e un figlio, l’eredità viene divisa tra i due per metà ciascuno;
  • se ci sono il coniuge e più figli, al coniuge spetta un terzo, ai figli due terzi divisi in parti uguali;
  • se non vi sono figli né altri discendenti, ma vi è il coniuge insieme ad ascendenti e/ o collaterali del defunto, al coniuge spettano i due terzi della verità, agli altri un terzo diviso in parti uguali;
  • se vi è il coniuge e non vi sono discendenti, ascendenti, collaterali del defunto, allo stesso spetta l’intera eredità;
  • se vi sono discendenti ma non il coniuge, l’intera eredità si divide tra i figli in parti uguali;
  • se non vi sono né coniuge, né discendenti, né ascendenti, né collaterali, l’eredità si devolve agli eventuali parenti fino al sesto grado, seguendo questo criterio: i parenti più prossimi escludono quelli più lontani;
  • infine, se non vi sono parenti fino al sesto grado, l’eredità si devolve allo Stato.

Dunque, per quel che riguarda specificamente il coniuge, rileva quanto segue:

  • il coniuge concorre nell’eredità solo con i figli, con gli altri discendenti, con eventuali ascendenti, con i collaterali del defunto, ma non con altri parenti;
  • se il coniuge è solo gli spetta l’intera eredità ;
  • se concorre con un figlio gli spetta 1/2 dell’eredità;
  • se concorre con più figli gli spetta 1/3 dell’eredità;
  • se ci sono coniuge e i figli, tutti gli altri parenti sono esclusi dall’eredità;
  • se il coniuge concorre con ascendenti e/o collaterali del defunto, gli spettano 2/3 dell’eredità.

Quando vi è la comunione dei beni, occorre avere riguardo a questo aspetto. Pertanto, bisogna innanzitutto individuare tutti i beni e i diritti che, secondo le norme di cui abbiamo già parlato nella parte iniziale di questo articolo, rientravano nella comunione. Questi beni appartengono già per il 50% al coniuge superstite, quindi cadono in successione solo le quote del 50% facenti capo al de cuius.

Ad esempio, se il de cuius ha lasciato una casa acquistata dopo il matrimonio, questa apparteneva già per il 50% al suo coniuge. Dopo la morte del de cuius, cade in successione il rimanente 50%. Pertanto, la successione del coniuge avverrà su questa quota, che fa parte dell’asse ereditario. Con quest’ultima espressione si intendono tutti i beni e i diritti che cadono in successione e che verranno ripartiti tra gli eredi, secondo le quote spettanti ad ognuno. Se il coniuge superstite è solo, e non vi sono figli, né discendenti, né ascendenti, né collaterali, subentra nella titolarità di tutto l’asse ereditario. Di conseguenza, acquista la proprietà per l’intero di tutti i beni che facevano parte della comunione. Ad esempio, se un immobile prima era suo al 50%, ora lo sarà per intero.

Se invece il coniuge concorre con altri, il 50% dei beni facenti parte della comunione rientra nell’asse ereditario. Quest’ultimo viene diviso tra gli eredi per quote. La divisione può avvenire amichevolmente, ma, se impossibile, occorre rivolgersi al tribunale.

Per dividere l’asse ereditario tra gli eredi, bisognerà innanzitutto attribuire un valore ai beni e ai diritti che ne fanno parte. Successivamente, a ciascuno degli eredi sara attribuito il valore corrispondente alla quota di sua spettanza. Se possibile, si soddisferanno i diritti degli eredi mediante l’attribuzione di beni che hanno il valore corrispondente alla loro quota. Se ciò non è realizzabile, si dovrà procedere alla vendita dei beni e alla divisione del ricavato secondo le rispettive quote.

Un esempio chiarirà questi meccanismi. Poniamo che muoia Tizio, che era sposato con Caia. Tra i due coniugi vigeva il regime della comunione dei beni. Dal matrimonio sono nati tre figli: Sempronio, Filano e Martino. Secondo ciò che abbiamo detto sopra, a Caia spetta 1/3 del patrimonio di Tizio, ai figli i 2/3. Dopo il matrimonio, i coniugi avevano comprato alcuni beni immobili: un appartamento del valore di 100; una villa del valore di 150; un terreno del valore di 30; un magazzino del valore di 80. Visto che tra di loro vigeva il regime della comunione, il 50% di questi beni era però di Caia anche quando il marito era in vita. Quindi, rientra nell’asse ereditario il restante 50%: il valore sarà di 50 per l’appartamento, 75 per la villa, 15 per il terreno e 40 per il magazzino. Non vi sono altri diritti e quindi il valore dell’asse ereditario sarà dato da 50+75+15+40 = 180. Tenendo conto delle quote spettanti agli eredi, a Caia spetterà 1/3 e quindi un valore di 60, mentre ai tre figli spetteranno complessivamente 2/3 per un valore di 120. A ognuno, quindi, competerà un valore di 40. A questo punto si dovrà procedere alla divisione del patrimonio tra tutti, secondo i valori sopra indicati. Visto che già Caia è proprietaria della metà degli immobili, per acquisirne la proprietà al 100% dovrebbe versare ai figli il valore delle quote di loro spettanza.

Oppure potrebbe imputare il valore di un immobile alla propria quota, e versare la differenza ai figli. In definitiva, se vi è morte del coniuge in comunione dei beni, in mancanza di testamento ecco cosa fare:

  • verificare la presenza di eventuali altri eredi;
  • individuare quali beni erano in comunione tra i coniugi, tenendo presente che essi entrano a far parte dell’asse ereditario per il 50%;
  • se riesce difficile districarsi tra le quote spettanti agli eredi e il valore dei beni, affidarsi a un tecnico e possibilmente a un legale che siano di aiuto nel predisporre uno schema di divisione del patrimonio ereditario;
  • se non si raggiunge un accordo amichevole che soddisfi tutti, rivolgersi al Tribunale, che nominerà sicuramente un consulente tecnico per procedere alle operazioni di divisione.

Morte del coniuge e successione testamentaria

Se il de cuius è morto lasciando un testamento, le cose possono cambiare. Il testamento è un atto scritto con il quale una persona dispone del suo patrimonio per quando avrò cessato di vivere.

Esso può essere di tre tipi:

  • olografo, se viene scritto e firmato di pugno dal testatore, su un qualunque foglio di carta, e poi conservato. Chi lo troverà dovrà portarlo da un notaio, che convocherà le persone citate nel testamento;
  • segreto, se viene scritto dal testatore, messo in una busta e consegnato a un notaio, che sigillerà la busta e lo conserverà. Alla morte del testatore, il notaio provvederà a convocare gli interessati;
  • pubblico, dettato direttamente al notaio, che, come negli altri casi, alla morte del testatore convocherà i chiamati all’eredità.

Nel testamento il testatore potrebbe disporre del proprio patrimonio in favore dello stesso coniuge, dei figli, dei parenti o anche di altre persone. Nel far questo, però, non può intaccare le quote minime che la legge stabilisce in favore di alcuni soggetti, che sono dette quote di legittima [7]. I soggetti in favore dei quali esse sono previste vengono chiamati legittimari o riservatari. Le quote spettanti ai legittimari non possono essere compromesse nemmeno da eventuali donazioni fatte in vita dal de cuius. I legittimari non vanno confusi con gli eredi legittimi dei quali abbiamo già parlato. Infatti:

  • gli eredi legittimi sono coloro che la legge designa come tali, in mancanza di un testamento;
  • i legittimari sono coloro che, anche in presenza di un testamento o di donazioni fatte dal de cuius mentre era in vita, hanno comunque diritto a una quota minima di eredità. Si tratta, per la precisione, del coniuge, dei figli e dei genitori.

Le quote spettanti ai legittimari sono le seguenti:

  • se c’è solo il coniuge, ha diritto almeno a 1/2 del patrimonio ereditario. Se il de cuius ha disposto, mediante testamento o donazioni fatte in vita, nei limiti della restante metà, non vi sono problemi;
  • se ci sono il coniuge e un figlio, hanno diritto a 1/3 ciascuno;
  • se ci sono il coniuge e più figli, al coniuge spetta 1/4, ai figli 1/3 da dividere in parti uguali;
  • se ci sono il coniuge e i genitori del defunto, al coniuge spetta 1/2 e ai genitori 1/4;
  • se c’è solo un figlio e manca il coniuge del defunto, gli spetta 1/2 del patrimonio ereditario;
  • se ci sono più figli e manca il coniuge del defunto, spettano loro i 2/3 da dividere in parti uguali;
  • se, infine, vi sono i genitori del defunto, e mancano sia il coniuge che i figli, spetta loro una quota di 1/3.

Purché non intacchino queste quote, gli atti di disposizione (testamento o donazioni) compiuti dal de cuius sono perfettamente legittimi. In caso contrario c’è quella che viene detta una lesione di legittima. Come si fa a stabilire se le quote di legittima sono state intaccate?

  • innanzi tutto si determina il valore del patrimonio lasciato dal de cuius (detto tecnicamente relictum);
  • si sottraggono i debiti;
  • si somma il valore di eventuali beni che sono stati donati in vita dal de cuius (detti donatum);
  • sull’importo che ne risulta si calcola la quota di legittima.

Facciamo un esempio semplice. Tizio muore senza lasciare figli, ma solo il coniuge. Per testamento lascia a un parente un bene del che vale 10. Il patrimonio lasciato da Tizio ha un valore di 100. Da questo, si sottraggono i debiti, che sono pari a 40. Quindi 100 – 40 = 60. In vita Tizio ha fatto una donazione del valore di 20, che va sommata al precedente importo: 60 + 20 =80. Il coniuge ha diritto a una quota di legittima di 1/2, quindi, nel nostro caso, a 40. Sottraendo dal patrimonio attuale, pari a 60, la disposizione testamentaria pari a 10, resta un valore di 50, più che sufficiente per soddisfare la quota di legittima spettante al coniuge.

Anche in questo caso, se vi è comunione di beni, nel patrimonio ereditario confluisce il 50% del valore dei beni in comunione, perché il rimanente 50% è già di proprietà del coniuge superstite, come abbiamo spiegato a proposito della successione legittima. Se invece vi è stata lesione di legittima, il coniuge superstite (ma anche altri eventuali legittimari) dovrà rivolgersi al tribunale per far invalidare le disposizioni testamentarie e/o le donazioni che hanno provocato la lesione. Questa azione prende il nome di riduzione. Se i beneficiari delle disposizioni dichiarate inefficaci dal tribunale erano nel possesso dei beni ereditari, sarà possibile agire nei loro confronti per ottenerne la restituzione, con un’azione che viene detta, appunto, di restituzione.

Ora sai cosa fare qualora avvenga la morte del coniuge in comunione dei beni. In definitiva, le quote di eredità e le situazioni che possono presentarsi non sono diverse, rispetto all’ipotesi in cui vi sia separazione dei beni. In caso di comunione però, come abbiamo visto, i beni che ne fanno parte andranno divisi con eventuali altri eredi non per l’intero valore, ma per il 50%.

Organizzare le mail: come utilizzare i filtri

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non tutti conoscono la possibilità di gestire le mail in automatico grazie ai filtri. Vi spieghiamo come fare in Outlook, Thunderbird, iPhone, Android e Gmail.

Vi siete mai persi alla ricerca di una mail, nel tentativo di ricostruire una conversazione avvenuta magari in tempi distinti, nella ricerca della risposta che siete sicuri di aver inviato ma non ricordate più quando? Per questo vi proponiamo una soluzione per organizzare le mail: come utilizzare i filtri. Una piccola guida che vi potrà aiutare nel gestire la posta.

Cosa sono i filtri?

I filtri (o regole) sono un insieme di comandi che possiamo dare al nostro programma di posta per fare in modo che gestisca ogni mail inviata e/o ogni mail ricevuta ed esegua un’azione. Per fare un esempio pratico, possiamo decidere che tutte le mail inviate dall’indirizzo mario.rossi@esempio.com vengano messe in una cartella che abbiamo creato e che si chiama “Posta da Mario”. In questo articolo vedremo come si possono organizzare queste azioni e come ottenere il meglio dalla loro gestione.

Dove sono i filtri?

Praticamente tutti i sistemi di posta elettronica gestiscono i filtri. In questo articolo ci occuperemo in particolare dei due client più diffusi per il PC, Outlook e Thunderbird, dei sistemi di posta Android e iOS e del sistema webmail più diffuso, GMail. E’ da notare che il meccanismo delle regole (e degli avvisi) è molto simile in tutti i sistemi, anche se, ovviamente, ci saranno alcune differenze nelle modalità di impostazione.

Cosa fare con i filtri?

Prima di addentrarci nelle varie modalità per la creazione delle regole, dobbiamo decidere cosa vogliamo fare. Il primo obiettivo che possiamo impostare è quello di dividere le mail in base al mittente o al ricevente. Se lo stesso mittente ci invia molte mail con argomenti diversi, potremmo voler dividere il nostro archivio in modo più approfondito, andando a gestire non solo il mittente/ricevente ma anche l’oggetto o il contenuto della mail.

Una volta deciso il nostro piano d’azione, possiamo cominciare a creare le cartelle di conseguenza. Quindi possiamo creare le cartelle “Cliente 1”, “Cliente 2”, ecc. oppure, se l’interscambio è molteplice, “Ordine 1”, “Offerta 123”, ecc. Un’altra cosa a cui dobbiamo fare attenzione è l’ordine delle regole.  Siccome tutti i programmi applicheranno le regole secondo l’ordine in cui le abbiamo impostate, come vedremo più avanti, dobbiamo fare attenzione a non inserire regole incoerenti.

Outlook

In Outlook il modo più semplice per arrivare alla gestione delle regole e degli avvisi è selezionare un messaggio e fare click con il tasto destro. Nel menu che comparirà scegliete “gestisci regole ed avvisi“. Vi comparirà la schermata delle regole, in cui vedrete tutte le regole eventualmente già impostate e potrete crearne altre.

Se selezionate “nuova regola”, partirà la creazione guidata delle regole.  La prima scelta da fare è selezionare il modello base della regole. Ne trovate elencate molte ma noi valuteremo in particolare le due più “aperte”: “applica regole ai messaggi ricevuti” e “applica regole ai messaggi inviati”. Selezionando applica regole ai messaggi ricevuti, ci verrà richiesta la condizione: “con parole specifiche nell’oggetto” oppure “con parole specifiche nel messaggio” oppure “con parole specifiche nell’intestazione del messaggio”.

Se vogliamo che tutti i messaggi di mario.rossi@esempio.com vengato gestiti da questa regole, selezioniamo “con parole specifiche nell’intestazione del messaggio” e impostiamo “mario.rossi@esempio.com” come valore. Se invece vogliamo che solo i messaggi che riguardano l’ordine 123 vengano gestiti da questa regole, selezioniamo “con parole specifiche nell’oggetto” (se “ordine 123” è sempre riportato nell’oggetto) oppure “con parole specifiche nel messaggio” e digitiamo “ordine 123” come valore. Nella schermata successiva, ci verrà richiesta l’azione da intraprendere. Possiamo “spostare il messaggio nella cartella specificata” (selezionando la cartella che abbiamo creato prima), inoltrare il messaggio ad altri utenti o addirittura eliminare direttamente la mail. A questo punto possiamo selezionare il bottone “Fine”.

La nostra regola è pronta e da questo momento verrà attivata ad ogni messaggio ricevuto. La stessa cosa si può attivare per la posta inviata, con le stesse modalità.

Thunderbird

In thunderbird il funzionamento è simile. Per visualizzare la maschera delle regole, selezione Strumenti – Filtri messaggi. Qui vedrete, come in Outlook, l’elenco dei filtri attivi. Selezionando Nuovo proviamo a creare la nostra regola.

Nella maschera di creazione dovrete impostare:

  • il nome del filtro (digitate “Posta da Mario Rossi”);
  • quando applicare il filtro:
    • manualmente (lasciatelo selezionato);
    • scarico posta (prima o dopo controllo indesiderata – selezionate prima);
    • archiviazione (non selezionatelo);
    • dopo l’invio (non selezionatelo);
  • le condizioni. Attenzione perché potete scegliere:
    • soddisfano tutte le condizioni
    • soddisfano anche una sola condizione
    • tutte incondizionatamente

Quelle che ci interessano sono le prime due. Ad esempio, se volete che tutte le mail che arrivano da mario.rossi@esempio.com e che contengono nell’oggetto un riferimento all’ordine 123 siano spostate nella cartella “Ordine 123” dovrete selezionare “soddisfano tutte le condizioni” ed inserire i valori:

  • mittente – é (o contiene) – mario.rossi@mail.com;
  • +;
  • oggetto – contiene – Ordine 123.

Se invece volete che tutte le mail che arrivano da mario.rossi@esempio.com e da gianni.verdi@esempio.com finiscano nella cartella “Ditta Esempio” dovrete selezionare “soddisfano anche una sola condizione” ed inserire i valori:

  • mittente – é (o contiene) – mario.rossi@mail.com;
  • +;
  • mittente – é (o contiene) – gianni.verdi@esempio.com;
  • impostate le azioni:;
  • sposta il messaggio – (selezionate la cartella in cui volete spostare il messaggio) e date ok.

La vostra regola è pronta e attiva.

Android

Sui device portatili la situazione è leggermente differente. In Android non è possibile impostare filtri con il programma Mail inserito di default con il sistema operativo. Per farlo, dovrete installare uno dei molteplici programmi di gestione della posta che potete trovare su Google Play. Noi ve ne segnaliamo uno, MailDroid, che abbiamo testato e provato con un buon livello di soddisfazione. Per installarlo, andate su Google Play, selezionate MailDroid e quindi Installa. Una volta che il programma è pronto per l’utilizzo, apritelo e configurate il vostro account di posta.

Ora potete attivare le vostre regole:

  • selezionate Preferenze – Avanzate – Regole mail;
  • come in Outlook e Thunderbird qui vedrete l’elenco di tutte le regole attive;
  • per creare un filtro, selezionate Nuova Regola a date un nome (digitate “posta Ordine 123”);
  • selezionate “Corrisponde per” per impostare le condizioni;
  • selezionate + su Oggetti e digitate “Ordine 123”;
  • selezione + su Mittenti e digitate mario.rossi@mail.com;
  • tornate indietro e seleziona Azioni;
  • selezionate Sposta e quindi cercate la cartella che avete creato (Ordine 123);
  • la vostra regola è pronta e attiva.

Le mail verranno spostate nella casella se arrivano da mario.rossi@mail.com e hanno Ordine 123 nell’oggetto.

iOS

Sui device iOS (iPhone e tablet) la posta già prevede un sistema di filtraggio. Non è, al contrario dei sistemi visti prima, una modalità che sposta o modifica le vostre caselle. E’ semplicemente una modalità per filtrare le mail nel modo da voi desiderato. Per attivarlo, quando siete nell’elenco delle mail, selezionate l’icona in fondo a sinistra (quella con tre righe scure su fondo bianco). L’icona diventerà scura con le righe bianche (per ricordarvi che il filtro è attivato) e al centro vi mostrerà la regola attivata (di default è “mail non lette”). Se volete cambiare il filtro, fate tap sulla scritta “filtra per”.

Si aprirà una schermata che vi permetterà di selezionare le varie condizioni di filtro:

  • quali account includere nel filtro (se avete più di un account);
  • quali mail includere (quelle non lette o quelle contrassegnate);
  • se le mail inviate direttamente a voi o quelle in cui voi siete in CC.;
  • solo le mail con allegati;
  • solo da VIP (utenti che avete definito particolari).

Una volta terminate le impostazioni, selezionate Fine. Le vostre mail saranno selezionate secondo i nuovi criteri.

GMail  

GMail è una delle applicazioni WebMail più utilizzate al mondo. Anche GMail ha la possibilità di gestire regole e filtri. L’unica differenza è che al posto delle cartelle di posta, utilizza categorie ed etichette. Quindi, come detto all’inizio dell’articolo, prima di impostare i nostri filtri, andiamo in impostazioni – etichette e inseriamo le etichette che ci interessano. Nel nostro esempio: “Ordine 123”. Per poter gestire i filtri, una volta entrati nella vostra casella di posta, dovete selezionare l’icona delle impostazioni. Si apriranno una serie di maschere, tra cui quella con il titolo “Filtri e indirizzi bloccati”. Selezionandola, verranno visualizzati tutti i flitri già impostati. Per inserirne uno nuovo, selezionate “Crea un nuovo filtro”.

La maschera che comparirà vi chiederà le seguenti impostazioni:

  • da : indirizzo del mittente (opzionale) – digitate mario.rossi@mail.com;
  • a: indirizzo del ricevente (opzionale);
  • oggetto: oggetto della mail (opzionale) – digitate Ordine 123;
  • contiene le parole: testo all’interno della mail (opzionale);
  • non contiene: testo non esistente all’interno della mail (opzionale);
  • dimensione: maggiore/minore di – X – Mb/KB/Byte – dimensioni della mail e dei suoi allegati (opzionale);
  • contiene allegato: se la mail ha un allegato oppure no (opzionale);
  • non includere le chat: esclude le chat gmail dal filtro (opzionale).

Prima di impostare definitivamente il filtro, potete selezionare il bottone Cerca, che visualizzerà i risultati del filtro applicati sulla vostra casella di posta. Per creare il filtro, selezionate “Crea filtro”.

Vi verranno richieste le azioni da eseguire sulle mail filtrate:

  • ignora Posta in arrivo (Archivia);
  • segna come già letto;
  • aggiungi a Speciali;
  • applica l’etichetta: (dovrete selezionare una etichetta) – Selezionate Ordine 123;
  • inoltralo (dovrete inserire l’indirizzo di inoltro);
  • elimina;
  • non inviare mai a Spam;
  • contrassegna sempre come importante;
  • non contrassegnare mai come importante;
  • applica categoria: (dovrete selezionare una categoria).

Selezionate Crea e da questo momento tutte le mail che vi arriveranno da mario.rossi@mail.com con Ordine 123 nell’oggetto verranno contrassegnate. Per vederle, scorrete sulla sinistra nell’elenco delle etichette e selezionate l’etichetta “Ordine 123”.

Di ANDREA PEINETTI

Come donare un bene senza fare il contratto

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In questo articolo vedremo quando è possibile realizzare indirettamente gli effetti di una donazione senza stipulare questo tipo di contratto.

Tuo figlio è da poco diventato maggiorenne ed ha conseguito la patente di guida. Vorresti quindi regalargli un auto nuova. Niente di lussuoso naturalmente: si tratterebbe di un’utilitaria, perfettamente sufficiente per le sue esigenze. Siete andati insieme dal concessionario e l’avete scelta. L’idea era quella di acquistare la macchina e poi di donarla a tuo figlio effettuando il relativo passaggio di proprietà. Poi, riflettendo, hai pensato che potresti evitare la spesa relativa a quest’ultimo adempimento, pagando tu il veicolo e intestandolo direttamente a tuo figlio. Ti stai quindi chiedendo come donare un bene senza fare il contratto. Leggi questo articolo e troverai una risposta alla tua domanda. I casi di donazione indiretta sono piuttosto frequenti. Si tratta di un modo per realizzare dei risultati del tutto identici a quelli di una donazione, evitando le relative formalità. Per comprendere come funziona questo meccanismo, innanzitutto bisogna sapere in cosa consiste la donazione. Per il codice civile [1] la donazione è un contratto stipulato tra due parti, donante e donatario. Con detto contratto, il donante trasferisce un bene o un diritto al donatario, per spirito di liberalità. Con questa espressione si intende che il donante vuole, in modo del tutto spontaneo, arricchire il donatario, senza ricevere nulla in cambio. E’, ad esempio, il caso del genitore che dona un proprio immobile al figlio, oppure di chi dona un bene di valore a una persona che lo ha beneficato. Data l’importanza di una simile decisione, per la validità di questo contratto è richiesto l’atto notarile, con la presenza di due testimoni.

Cos’è la donazione indiretta

La donazione indiretta ha la caratteristica di realizzare l’arricchimento di un’altra persona in maniera non diretta, velata, tale da non fare apparire all’esterno la liberalità. Essa può essere effettuata in qualunque forma, anche con un accordo verbale tra le parti interessate.

Perché dunque vi sia donazione indiretta occorrono tre requisiti:

  • lo spirito di liberalità, che è, abbiamo detto, l’intento di arricchire una persona senza ricevere nulla in cambio;
  • la circostanza che il donante indiretto non riceva nessun corrispettivo;
  • l’utilizzo di un negozio giuridico diverso dalla donazione.

Per rendere meglio l’idea, facciamo, di seguito, qualche esempio di donazione indiretta:

  • Tizio vuole regalare al figlio Caio una nuova macchina. Se, per fare ciò, acquista la vettura a proprio nome e successivamente, con un atto di donazione, la cede a Caio, pone in essere una donazione diretta. Se, invece, paga il prezzo della vettura intestandola direttamente a Caio, realizza una donazione indiretta. Qui, per realizzare gli effetti della donazione, si è utilizzata formalmente una vendita;
  • Tizio deve a Caio una somma di denaro, ma non è in grado di onorare il suo debito. Caio viene a conoscenza della difficoltà di Tizio e, desiderando aiutarlo, gli condona il debito. Anche in questo caso, si realizza una donazione indiretta, perché Caio rinuncia a un suo diritto per spirito di liberalità, e ciò si traduce in un arricchimento di Tizio, che non dovrà sborsare la somma di denaro corrispondente al debito. In questo caso, si è fatto ricorso allo schema della remissione del debito per realizzare gli effetti sostanziali di una donazione;
  • un altro caso di donazione indiretta può essere quello di costruzione su suolo altrui. In virtù del principio dell’accessione [2], il proprietario del suolo diventa automaticamente proprietario anche delle costruzioni realizzate su quest’ultimo, non importa se ad opera di altri. Pertanto, può succedere che Tizio, volendo donare un immobile al figlio Caio, lo faccia costruire a proprie spese sul terreno di quest’ultimo. Anche in questo caso si realizzerebbe una donazione indiretta, realizzata mediante il contratto di appalto dei lavori stipulato tra Tizio e un imprenditore;
  • anche la rinuncia a una quota di comproprietà di un bene può costituire donazione indiretta. Si consideri l’ipotesi che Tizia e Caio, che sono madre e figlio, siano comproprietari di un appartamento, che hanno ereditato da Sempronio. Tizia, volendo arricchire il figlio rendendolo proprietario dell’intero immobile, rinuncia alla propria quota di eredità. In questo caso, si ricorre alla rinuncia all’eredità per realizzare sostanzialmente gli effetti di una donazione.

La semplice consegna da una persona a un’altra di una somma di denaro, con la quale chi lo riceve effettua un certo acquisto, non è invece riconducibile alla donazione indiretta. Perché ciò avvenga, occorre che il denaro sia consegnato allo specifico scopo che venga compiuto un determinato acquisto, oppure che il donante, utilizzando denaro proprio, proceda all’acquisto e intesti direttamente il bene in capo al donatario [3].

Anche qui sarà utile un esempio. Se Tizio consegna a suo figlio Caio una somma di denaro, e Caio decide di utilizzarla per l’acquisto di una casa, non vi è donazione indiretta dell’immobile, ma semplicemente donazione diretta di una somma di denaro, con il quale poi il donatario ha acquistato ciò che ha voluto. Ma se Tizio, nel consegnare a Caio il denaro, gli dice espressamente che esso dovrà essere destinato all’acquisto di un certo immobile, vi è donazione indiretta. E’ come se la casa fosse stata comprata direttamente da Tizio, e Caio, avendo tra le mani il denaro, sia stato soltanto il tramite. A maggior ragione, ciò varrà nel caso in cui sia lo stesso Tizio a comprare la casa e ad intestarla al figlio.

La donazione indiretta non va confusa con la donazione simulata.

La differenza è la seguente:

  • nella donazione indiretta, il donante si serve di un negozio giuridico diverso dalla donazione per realizzare gli effetti di quest’ultima. E’ il caso, ad esempio, di chi rinuncia alla propria quota di proprietà su un immobile per arricchire i comproprietari. Per raggiungere questo scopo, non effettua la donazione della propria quota in favore degli altri, ma ricorre a un diverso schema giuridico, che è quello della rinuncia;
  • nella donazione simulata, invece, si hanno due contratti: uno che “appare”, e uno con il quale le parti concordano che, in realtà, si è voluta porre in essere una donazione. Si pensi al caso in cui tra due persone intercorra, apparentemente, la vendita di un appartamento. Il prezzo, però, non viene effettivamente versato e i due stipulano un separato accordo, nel quale stabiliscono che in realtà il prezzo non deve essere pagato perché quella che si è voluta realizzare è una donazione.

Ma che importanza può avere, sul piano pratico, qualificare esattamente un atto, stabilendo se esso può considerarsi o meno una donazione indiretta? La risposta risiede nel fatto che vi sono norme, applicabili alla donazione, che valgono anche nel caso di donazione indiretta.

Esse sono le seguenti:

  • la revocazione per ingratitudine;
  • la revocazione per sopravvenienza di figli;
  • la riduzione ereditaria;
  • la collazione.

Esaminiamole una per una.

La revocazione per ingratitudine

Ci sono dei casi in cui il donante può revocare la donazione. Uno di questi ricorre, quando il donatario ha mostrato ingratitudine nei suoi confronti [4]. Ciò si verifica quando il donatario:

  • abbia ucciso o tentato di uccidere il donante, oppure il coniuge, un discendente o un ascendente di questo;
  • abbia commesso contro uno di questi soggetti un reato al quale si applicano le disposizioni sull’omicidio;
  • abbia denunciato gli stessi infondatamente o abbia testimoniato falsamente contro di loro per un reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni;
  • abbia ingiuriato il donante in modo grave;
  • abbia rifiutato senza giustificazione al donante gli alimenti, nei casi in cui questi erano dovuti.

Se si verifica uno di questi casi, il donante o i suoi eredi possono rivolgersi al tribunale contro il donatario o i suoi eredi, per chiedere che la donazione venga revocata e che quanto donato torni nel patrimonio del donante.

Si pensi all’importanza pratica dell’applicazione di questa norma alla donazione indiretta. Poniamo che Tizio abbia condonato a Caio un grosso debito, per spirito di liberalità. Successivamente, Caio uccide Tizio. Gli eredi di quest’ultimo, riuscendo a dimostrare che la remissione del debito è stata in realtà una donazione indiretta, possono ottenerne la revocazione e chiedere la condanna di Caio al pagamento della somma, che andrebbe a loro beneficio.

La revocazione per sopravvenienza di figli

Può succedere che il donante abbia un figlio o un altro discendente (ad esempio un nipote) dopo aver effettuato la donazione; oppure, che il figlio o discendente, al momento della donazione, fosse già venuto ad esistenza, ma il donante non ne fosse al corrente. Come esempio di quest’ultima ipotesi, basti pensare a chi ha un figlio illegittimo, la cui esistenza gli viene rivelata soltanto a distanza di tempo dalla nascita; oppure a chi, a causa di incomprensioni, non abbia da anni notizie di un figlio, e poi apprenda di essere diventato nonno quando il nipote è già grande.

In ipotesi come queste, il donante può chiedere al tribunale di revocare la donazione [5]: infatti, se avesse saputo dell’esistenza del figlio o di altro discendente, avrebbe conservato il suo patrimonio nel suo interesse.

Il vantaggio di esperire questa azione si riscontra, come è intuibile, anche in caso di donazione indiretta.

La riduzione ereditaria

La riduzione ereditaria [6] è un’azione prevista in favore di una particolare categoria di eredi, detti legittimari. Questi ultimi sono gli stretti congiunti del defunto, ai quali è riservata, necessariamente, una certa quota dell’eredità: si tratta del coniuge e dei figli e nipoti; in mancanza di questi, i genitori (se sono ancora in vita).

Queste persone hanno sempre e comunque diritto almeno a una quota di eredità stabilita dalla legge, che si chiama quota di legittima o di riserva. Può succedere che il defunto, quando era in vita, abbia dato disposizioni con un testamento, oppure abbia ridotto il proprio patrimonio mediante donazioni, ed abbia così intaccato la quota di riserva. In tal caso, i legittimari possono rivolgersi al tribunale con l’azione di riduzione, chiedendo che venga dichiarata l’inefficacia delle disposizioni testamentarie e/o delle donazioni che pregiudicano la quota di loro spettanza.

Quindi è molto importante stabilire se un certo atto compiuto in vita dal defunto, anche se non ne aveva l’apparenza, sia stato in realtà una donazione indiretta.

Facciamo un esempio. Tizio vuole beneficiare il suo parente Caio perché lo ritiene meritevole. A tale scopo, acquista un appartamento con il proprio denaro, intestandolo a Caio. Successivamente muore, lasciando la moglie e due figli. Questi ultimi possono dimostrare che l’acquisto compiuto da Tizio è in realtà una donazione indiretta in favore di Caio; esercitano quindi l’azione di riduzione ed ottengono la dichiarazione di inefficacia di quell’atto. Ciò comporta che l’appartamento entra nell’asse ereditario e verrà diviso tra loro, in misura corrispondente alle quote di legittima spettanti a ciascuno.

La collazione

Alla morte di una persona, si apre la sua successione. Ci saranno degli eredi, designati per testamento o indicati dalla legge. Può essere che qualcuno di questi eredi, quando il defunto era ancora in vita, abbia da lui ricevuto una donazione.

In tal caso, si applica la norma che riguarda la collazione [7]. L’erede, che aveva ricevuto dal defunto una donazione, se accetta l’eredità restituisce al patrimonio ereditario il bene che gli è stato donato, che verrà diviso con gli altri eredi. L’alternativa è che egli non accetti l’eredità, e non restituisca il bene, che resta nel suo patrimonio.

L’erede prenderà la sua decisione in base a una valutazione di convenienza. Ad esempio, consideriamo che Tizio, vedovo, muoia lasciando solo due figli, Caio e Sempronio, e un patrimonio pari a 100. Quest’ultimo, secondo quanto prevede la legge, dovrà essere diviso tra i due figli in parti uguali. Però Tizio, quando era in vita, aveva fatto a Caio una donazione del valore di 50. A questo punto Caio deve scegliere tra due possibili opzioni. La prima è quella di accettare l’eredità. In tal caso dovrà restituire al patrimonio ereditario il bene ricevuto in donazione dal padre o il suo valore, pari a 50. il patrimonio ereditario, a questo punto, sarà di 150 (100+50). Questo valore sarà diviso tra i due figli, ognuno dei quali riceverà 75. L’alternativa è che Caio non accetti l’eredità. In tal caso, potrà trattenere ciò che ha ricevuto in donazione dal padre, ma l’intero patrimonio ereditario, pari a 100, andrà a suo fratello Sempronio. Probabilmente Caio sceglierà la prima soluzione.

Le norme riguardanti la collazione si applicano a tutte le donazioni, dirette e indirette.

Donazione indiretta: quali sono i vantaggi?

Di solito, la donazione comporta un impegno di carattere economico per il donatario.

Infatti, come abbiamo visto, questo tipo di contratto richiede, per la sua validità, l’atto notarile. Ciò serve soprattutto per mettere al riparo il donante da decisioni avventate. Il notaio ha ovviamente un costo, in parte dato dall’onorario, in parte da tasse che devono essere versate allo Stato. Di norma questo costo è a carico del donatario.

Nella donazione indiretta, però, le cose vanno diversamente. Infatti, si ricorre a un tipo di negozio giuridico diverso dalla donazione, e se questo non prevede la necessità di recarsi dal notaio, questa spesa si potrà evitare.

Inoltre, sulla donazione indiretta non si paga l’imposta sulle donazioni. Si tratta di un’imposta che deve essere corrisposta al trasferimento di qualsiasi bene, mobile o immobile, e che è a carico del donatario.

Un caso particolare è quello del versamento di denaro sul conto corrente di una persona. Questo comporterebbe una donazione vera e propria, per la quale sarebbe necessario l’atto notarile; tuttavia, se il versamento avviene affinché chi lo riceve possa acquistare un bene, e nell’atto di acquisto viene poi citata la provenienza del denaro, secondo la Cassazione [8] si tratta di donazione indiretta, per la quale non occorre andare dal notaio.

In definitiva, per donare un bene senza andare dal notaio e senza che il donatario debba pagare l’imposta sulle donazioni, si può ricorrere al versamento del denaro necessario per acquistarlo.

Ciò può avvenire in due modi:

  • con un bonifico sul conto corrente del beneficiario, specificando nella causale che il versamento serve all’acquisto di un determinato bene. In questo caso, come abbiamo detto, occorre poi che nell’atto di acquisto colui che ha ricevuto il denaro ne specifichi la provenienza;
  • con un bonifico in favore del venditore del bene, specificando che il denaro viene versato come prezzo dell’acquisto del bene da parte di un soggetto diverso (il beneficiario).

Ora sai in cosa consiste la donazione indiretta, come si realizza e quali sono le possibili conseguenze di essa. Ciò potrà tornarti utile, qualora decidessi di beneficare qualcuno, senza però ricorrere in maniera palese alla stipula di un contratto di donazione.

Pensione di vecchiaia anticipata: quando è pagata?

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Per la liquidazione della pensione di vecchiaia anticipata per invalidità è necessario attendere un periodo di finestra?

Ultimamente si parla spesso di finestre per la pensione: di che cosa si tratta? Non di infissi, ovviamente, ma di un periodo di attesa per la liquidazione del trattamento di pensione. In pratica, si deve attendere, dal momento della maturazione dei requisiti per il pensionamento alla liquidazione dell’assegno di pensione, un determinato periodo, la finestra appunto, che varia a seconda del tipo di prestazione richiesta.

Le pensioni disciplinate dalla legge Fornero, come la pensione anticipata e la pensione di vecchiaia ordinaria, decorrono dal primo giorno del mese successivo alla maturazione dei requisiti: per la loro liquidazione non è dunque necessario attendere un periodo di finestra.

La nuova pensione anticipata quota 100, invece, dovrebbe essere subordinata all’attesa di un periodo di finestra: in particolare, dovrebbero essere previste quattro finestre fisse ogni anno, cioè quattro date di uscita, per i lavoratori del settore privato, due date ogni anno per i dipendenti pubblici, ed una sola data di uscita annuale per i lavoratori del comparto scuola.

Le finestre fisse non devono essere confuse con le finestre mobili: si tratta ugualmente di periodi di attesa dalla maturazione dei requisiti per la pensione alla sua decorrenza; mentre le finestre fisse, però, sono delle date di uscita “rigide”, prefissate, nelle finestre mobili ad essere prefissato è il periodo di attesa, ad esempio 12 mesi dalla maturazione dei requisiti, non la data di uscita.

Ad oggi, sono operative diverse tipologie di pensione per le quali sono previste le finestre mobili, tra le quali la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità. Ma come mai per la pensione di vecchiaia anticipata si applicano le finestre? Non si devono applicare le stesse regole valide per la pensione di vecchiaia ordinaria? Sull’argomento si è pronunciata, di recente, la Corte di Cassazione [1].

Facciamo allora il punto della situazione sulla pensione di vecchiaia anticipata: quando è pagata, come funziona, chi può chiedere questo trattamento agevolato, come fare la domanda.

Come funziona la pensione di vecchiaia anticipata?

La pensione di vecchiaia anticipata per invalidità è una prestazione introdotta dal cosiddetto decreto Amato [2]. Questa pensione può essere ottenuta con un’età pensionabile inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia ordinaria. Possono richiedere questa pensione i non vedenti e per chi possiede un’invalidità pensionabile riconosciuta almeno pari all’80%. Oltre al riconoscimento dell’invalidità, però, il lavoratore deve soddisfare diverse condizioni per usufruire dell’agevolazione. Vediamo quali.

Invalidità per la pensione di vecchiaia anticipata

In primo luogo, per il diritto alla diversa età pensionabile, l’accertamento dello stato di invalidità in misura non inferiore all’80 % deve essere effettuato dagli uffici sanitari dell’Inps: se il lavoratore, dunque, ha eventualmente già ottenuto il riconoscimento di una percentuale d’invalidità pari o superiore all’80% da parte di un altro ente, la certificazione rilasciata costituisce solo un elemento di valutazione per la formulazione del giudizio medico legale utile alla pensione di vecchiaia anticipata.

In parole semplici, solo la commissione medica dell’Inps può concedere la possibilità di pensionamento anticipato per invalidità, non essendo sufficiente il riconoscimento avuto da altri enti con percentuale non inferiore all’80%.

Questo perché, secondo l’Inps, l’invalidità per la pensione di vecchiaia anticipata deve essere valutata secondo le previsioni della nota Legge 222 [3], cioè la legge che disciplina la previdenza dei lavoratori inabili o invalidi: si parla, difatti, d’invalidità pensionabile.

Quali sono i requisiti per la pensione di vecchiaia anticipata?

Per ottenere la pensione di vecchiaia è necessario soddisfare i seguenti requisiti, oltre al possesso dell’invalidità dell’80%:

  • possesso di almeno 20 anni di contributi;
  • possesso di un’età almeno pari a 60 anni e 7 mesi di età, se uomini, o a 55 anni e 7 mesi, se donne; dal 2019 i requisiti saliranno, rispettivamente, a 61 anni di età e 56 anni di età;
  • per i non vedenti, i requisiti di età sono pari, rispettivamente, a 55 anni e 7 mesi per gli uomini e 50 anni e 7 mesi per le donne.

Non sono ammessi al beneficio i lavoratori del settore pubblico ed i lavoratori autonomi.

Finestra per la liquidazione della pensione

Dalla data di maturazione dell’ultimo requisito, è necessario attendere 12 mesi, il cosiddetto periodo di finestra, prima di ottenere la liquidazione della pensione. L’attesa del periodo di finestra è stata confermata da una recente sentenza della Cassazione [1]: nonostante la pensione di vecchiaia anticipata per invalidità, difatti, sia una tipologia di pensione di vecchiaia, non si deve applicare la nuova disciplina Fornero, che non prevede le finestre per la pensione di vecchiaia ordinaria, ma si deve applicare il vecchio regime delle decorrenze, in quanto si tratta di un’agevolazione derivante da una precedente normativa [2].

Come si chiede la pensione di vecchiaia anticipata?

Inviare la domanda di pensione di vecchiaia anticipata non è semplice, considerando che sono richiesti ulteriori requisiti rispetto a quelli previsti per la pensione di vecchiaia ordinaria. Per sapere come fare, passaggio per passaggio: Come inviare la domanda di pensione di vecchiaia anticipata.

Evoluzione: i principi base che la regolano

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutte le variazioni che avvengono in una determinata popolazione e che si trasmettono per via ereditaria da una generazione a quella successiva costituiscono il fenomeno dell’evoluzione.

Il concetto di evoluzione è strettamente collegato a quello di cambiamento. Un organismo si evolve quando subisce trasformazioni che cambiano in modo permanente le sue caratteristiche e quando questa variazione viene trasmessa alle generazioni successive. Lo studio di questo processo ebbe inizio, in modo sistematico, due secoli fa, quando i naturalisti europei esplorarono regioni geograficamente isolate e si chiesero perché lì esistessero specie diverse da altre parti del mondo. La curiosità è la sorgente della ricerca e quindi i naturalisti iniziarono a studiare l’evoluzione: i principi base che la regolano e gli effetti a cui dà luogo.

Un po’ di storia e qualche esempio

Quando si parla di evoluzione della specie il primo nome che viene alla mente è quello di Charles Darwin, considerato il padre di questa teoria. Darwin salpò dall’Inghilterra nel dicembre 1831 a bordo del Beagle e visitò negli anni successivi le coste del Sud America e un arcipelago di isole aride e disabitate a 950 chilometri dall’Ecuador, le Galápagos, in cui ebbe modo di osservare piante e animali che non vivono in nessun’altra parte del mondo. Proprio dall’osservazione delle testuggini (galápagos in spagnolo) che danno il nome all’arcipelago, si rese conto che su ognuna di queste piccole isole vulcaniche viveva un determinato tipo di testuggine, diverso da tutte gli altri, e che i marinai, osservandone le caratteristiche esterne riuscivano a dedurre da quale isola provenissero. Da questa osservazione e da tutte le altre che fece nel suo lungo viaggio in quei luoghi derivò la teoria, poi suffragata da altri studi e ricerche, della selezione naturale.

Secondo Darwin le caratteristiche assunte da ogni individuo sono l’effetto dell’azione della selezione naturale, cioè dell’interazione tra i singoli individui e il loro ambiente, che, nel corso di parecchie generazioni, dà la direzione all’evoluzione. Pensa alla giraffa: un individuo con il collo un po’ più lungo degli altri della sua specie è avvantaggiato perché riesce a nutrirsi con maggior facilità, arrivando alle foglie poste più in alto. Avrà perciò la probabilità di lasciare più discendenti e, con il passare del tempo e delle generazioni successive, questo carattere diventerà ereditario, consentendo alle giraffe con il collo più lungo di prendere il sopravvento sulle altre. Nessuno di noi, però, ha potuto osservare direttamente il passaggio da giraffe a collo corto a giraffe a collo lungo; ti chiederai quindi se esista un processo evolutivo che sia mai stato osservato direttamente.

C’è, ad esempio, quello di una farfalla notturna, la falena Biston Betularia, nota ai naturalisti inglesi del XIX secolo per essere di colore chiaro e risultare quasi invisibile alla vista quando si posava sui tronchi degli alberi e sulle rocce ricoperte da licheni di colore chiaro. Durante il crescente sviluppo industriale dell’Inghilterra le particelle dei residui di lavorazione, provenienti dagli impianti industriali che funzionavano prevalentemente a carbone, cominciarono a inquinare, eliminando i licheni e depositandosi sulle rocce annerendole. Con il passare del tempo non si trovarono più falene chiare ma solo falene nere che meglio riuscivano a mimetizzarsi e a sfuggire così ai predatori.

Abbiamo anche la riprova: da quando, in Inghilterra, sono stati introdotti controlli più stringenti a proposito dell’inquinamento e non sono più presenti residui di carbone per l’abbandono dell’uso di tale combustibile, la percentuale delle falene chiare rispetto a quelle scure ha ripreso ad aumentare.

La teoria dell’evoluzione e i suoi principi di base

Darwin aveva proposto la propria teoria deducendola in base alle osservazioni effettuate, ma quando l’abate Mendel pubblicò il proprio lavoro su come si trasmettono i caratteri ereditari, venne chiarito il meccanismo ancora oscuro di come un certo carattere, pensa al colore delle falene, si trasmette alle generazioni successive. Ma se i caratteri si trasmettono con le regole e le rigide percentuali numeriche prefissate della genetica, come è possibile che avvenga il cambiamento, cioè l’evoluzione? Una risposta a questa domanda la trovi nei principi base su cui si fonda il concetto stesso di evoluzione:

  • la selezione naturale;
  • la variabilità degli individui;
  • convergenza e divergenza dei caratteri.

La selezione naturale

Dipende da fattori genetici e fattori ambientali e, generalmente, porta all’eliminazione di una parte della popolazione in possesso dei caratteri meno adatti all’ambiente in cui essa vive. Pensa alle falene inglesi o ai batteri che hanno sviluppato resistenza agli antibiotici. Probabilmente insetti resistenti si sono sviluppati casualmente, in seguito a una mutazione, ma quando essi sono venuti in contatto con le molecole di antibiotici che per loro costituivano una sostanza velenosa, sono sopravvissuti e si sono riprodotti, determinando una nuova generazione di batteri resistenti all’azione delle sostanze che avrebbero dovuto sterminarli.

La selezione naturale produce l’adattamento cioè quel processo evolutivo che si verifica nel corso di molte generazioni e che produce organismi le cui caratteristiche si adattano meglio all’ambiente in cui vivono. Considera, ad esempio, la fedeltà verso il padrone, caratteristica principale del nostro cane domestico. Probabilmente il cane, che inizialmente era selvaggio e indipendente, si è adattato, per l’esigenza di procurarsi il cibo e un rifugio che lo proteggesse dai predatori. La selezione naturale deve inoltre agire esclusivamente su ciò che ha a disposizione, non può creare nuove caratteristiche ma soltanto variare quelle esistenti per renderle migliori. Quando hai mal di schiena pensa che la tua stazione eretta deriva dalla struttura sostanzialmente quadrupede dei nostri progenitori e che tale passaggio ci ha offerto la possibilità di camminare utilizzando il nostro caratteristico movimento tramite equilibrio instabile sui due arti posteriori, ma, contemporaneamente, ci ha lasciato degli strascichi: probabilmente il nostro adattamento è ancora in corso.

La variabilità degli individui

Darwin non riuscì a spiegare da che cosa fosse causata la variabilità degli individui, cioè il fatto che, ad esempio, luoghi con clima e ambiente assai simili fossero spesso popolati da organismi molto diversi tra loro. In Europa vivono molti conigli, mentre in Sud America, nelle zone con clima simile a quello europeo, vive solo il marà, una specie che assomiglia molto di più agli istrici che ai conigli. Per spiegare questo mistero, nel XX secolo si è partiti dalla definizione di specie, dicendo che una specie è formata da organismi con caratteristiche molto simili che possono incrociarsi dando origine a prole fertile, ma che non possono incrociarsi con componenti di altri gruppi analoghi. Per chiarire tale concetto pensa all’asino e alla cavalla che possono accoppiarsi ma la loro prole, il mulo, è sterile. Asino e cavallo, quindi, fanno parte di specie diverse. Se ti chiedi come si sono formate le diverse specie, i biologi ti rispondono che si sono formate attraverso la speciazione, cioè il processo con il quale un piccolo gruppo di individui appartenenti a una determinata specie, rimanendo isolato dal resto della popolazione, ad esempio a causa della comparsa improvvisa di barriere geografiche provocate da variazioni sul territorio, può subire dei cambiamenti sostanziali che li trasformano in una specie nuova.

Se sei curioso di conoscere un esempio in cui è evidente questo processo, ci sono i fringuelli di Darwin, cioè quelli che il naturalista osservò durante il suo soggiorno alle Galapagos. Si ritiene che tutte le 13 specie di fringuelli esistenti in quelle isole derivino da un unico ceppo originale arrivato lì dal continente sudamericano. Probabilmente, la distanza tra le isole ha consentito lo spostamento di piccoli gruppi che poi sono rimasti sulle isole raggiunte per un periodo di tempo abbastanza lungo perché potesse avvenire l’evoluzione di differenze significative. L’antenato comune era un uccellino provvisto di un becco corto e robusto adatto a rompere i semi presenti nella sua dieta. Attualmente otto specie si nutrono ancora di semi, altre sei, dotati di un becco che ha cambiato forma diventando più lungo e sottile, sono insettivori e una specie è l’unica canora, forse perché è l’unica che ha dovuto adattare la propria struttura fisica in modo da essere in grado di lanciare una richiesta d’aiuto contro i predatori.

Convergenza e divergenza dei caratteri

La selezione naturale può produrre un modello per il quale specie diverse, vivendo nello stesso ambiente, possono convergere cioè evolversi fino a somigliarsi molto. Un esempio di evoluzione convergente lo puoi osservare nelle balene, che sono mammiferi, hanno una circolazione sanguigna a temperatura costante, sono dotate di polmoni e non di branchie, ma che, per ciò che riguarda la forma del corpo, sono molto simili a pesci come gli squali, perché questa forma corporea permette loro il movimento più efficace in acqua.

L’evoluzione divergente, invece, si verifica quando una popolazione viene in qualche modo isolata dal resto della specie e sottoposta a determinati effetti ambientali, in seguito ai quali subisce notevoli cambiamenti. Pensa alle notevoli differenze che ci sono tra l’orso bruno e l’orso polare: quest’ultimo, probabilmente rimasto separato dal suo gruppo a causa di una glaciazione, si differenzia dall’orso bruno principalmente perché è strettamente carnivoro, visto che nell’ambiente in cui vive non esiste flora appetibile, ha una pelliccia di colore bianco, per mimetizzarsi alla perfezione sul bianco dell’ambiente, possiede zampe provviste di setole rigide adatte a muoversi più facilmente sulla scivolosa superficie ghiacciata e, almeno il maschio, non ha la necessità fisica di un lungo periodo di letargo.

Bonifico: si può fare in contanti?

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come e dove si può fare un trasferimento di denaro senza aprire un conto corrente. Quanto costa l’operazione? Ci sono dei limiti?

Devi fare un pagamento di cui deve restare traccia ma non hai un conto corrente, oppure non lo vuoi utilizzare per quell’operazione. Ti starai chiedendo, allora, se si può fare un bonifico in contanti. Cioè, non un trasferimento di denaro da un conto all’altro ma consegnando allo sportello di una banca o della Posta dei soldi destinati ad un determinato conto corrente.

La buona notizia è che l’operazione è fattibile, cioè il bonifico lo si può fare in contanti. È quello che di solito si chiama «bonifico per cassa». Quelle meno buone è che non tutte le banche o tutte le filiali accettano questa modalità di pagamento e che l’operazione costa di più rispetto al normale bonifico da un conto all’altro. Tuttavia, se la tua esigenza è questa sappi che la puoi soddisfare.

Il vantaggio di fare un bonifico in contanti è che non sei tenuto ad aprire un conto corrente e, quindi, a sostenere le sue spese e nemmeno ad avere una carta prepagata con Iban, che resta l’alternativa per molti clienti delle banche che non vogliono il conto. Lo svantaggio, come detto, è quello di dover pagare qualcosa di più e di essere vincolati a trovare la filiale che accetti l’operazione.

Vediamo come si può fare un bonifico in contanti e che cosa serve.

Bonifico in contanti: che cos’è?

Il bonifico in contanti o bonifico in cassa è una forma di pagamento che non prevede l’apertura di un conto corrente per trasferire dei soldi ad un altro soggetto. Il pagatore, infatti, si presenta ad uno sportello della banca o della Posta con il denaro contante e chiede che venga versato su un determinato conto o su una carta prepagata con Iban.

Si può effettuare un bonifico in contanti anche se si ha un conto corrente ma non lo si vuole utilizzare per quel pagamento.

Bonifico in contanti: come si fa?

Per fare un bonifico in contanti basta, quindi, presentarsi con il denaro in uno sportello bancario o postale portando con sé (oltre, evidentemente, ai soldi):

  • i dati di chi riceverà il bonifico;
  • il codice Iban del conto di chi riceverà il bonifico oppure il codice univoco per l’identificazione di un conto europeo (codice Swift);
  • un documento di identità ed il codice fiscale del pagatore.

Ricorda che sarà necessario indicare la causale del bonifico, cioè il motivo per cui viene fatto quel pagamento. Ad esempio, un regalo di nozze, un prestito al figlio, l’estinzione di un debito, ecc. Questo è molto importante per due motivi:

  • dimostra che il pagamento è avvenuto a quel determinato soggetto e per quel determinato motivo. Pensa a chi deve saldare un debito per una fattura o per una bolletta non pagata;
  • evita un accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate, che vorrà sapere il motivo di quel movimento di soldi.

Bonifico in contanti: c’è un limite di denaro?

Forse ti starai chiedendo se attraverso un bonifico in contanti puoi trasferire qualsiasi cifra oppure se c’è un limite all’uso del contante anche per questo tipo di operazione (cosa che non si pone quando si fa un bonifico da un conto all’altro).

È vero che la Legge di Stabilità pone una soglia di 3.000 euro per i pagamenti in denaro contante (era stata superato così il tetto dei 1.000 euro). Ma è altrettanto vero che il dipendente della banca o della Posta non può rifiutarsi di effettuare la transazione anche se dovessi fare un bonifico in contanti di 6.000 euro, per fare un esempio. Questo perché l’operazione lascia una traccia del pagamento, che è esattamente quello che chiede la legge.

Pertanto, se il tuo dubbio si basa sul fatto che nel momento in cui consegni i soldi all’impiegato della banca o della Posta per effettuare il bonifico stai movimentando del denaro contante, sappi che non hai una cifra limite ma puoi trasferirne una anche superiore ai 3.000 euro.

Bonifico in contanti: quanto ci vuole?

Quando si fa un bonifico in contanti, il denaro non parte subito ma ci vuole qualche giorno affinché il trasferimento venga completato. Devi, però, tenere presente che ci sono due tipi di date da tenere in considerazione:

  • la data contabile, cioè quella in cui ti rechi allo sportello e depositi i soldi per il bonifico;
  • la data di valuta, vale a dire quella in cui il beneficiario del bonifico riceverà sul proprio conto il denaro e potrà utilizzarlo.

Queste due date, come dicevamo, non coincidono praticamente mai. Al fine di dimostrare al destinatario che hai effettuato il bonifico e che lo riceverà a giorni, puoi comunicargli il CRO, cioè il codice identificativo dell’ordine di pagamento che la banca o la Posta ti rilasceranno.

Bonifico in contanti: dove si fa?

Abbiamo anticipato all’inizio che non tutte le banche o tutte le filiali di una banca accettano il bonifico in contanti. L’unica soluzione è chiedere nella filiale a cui ti rechi se puoi effettuare l’operazione oppure devi rivolgerti altrove.

Sarai sicuramente più fortunato in Posta: qui il bonifico in contanti è sempre accettato. Dovrai portare i documenti che abbiamo elencato prima, compilare il modulo che troviamo nell’ufficio postale e consegnarlo all’operatore insieme al denaro contante. Avrai sempre la tua ricevuta.

Bonifico in contanti: quanto costa?

Questo può essere il tasto dolente del bonifico in contanti: il costo. Di norma è più alto rispetto a quello di un normale bonifico da un conto all’altro.

In banca si può pagare fino a 5 euro per l’operazione. Più economico quello effettuato in Posta: 2,5 euro per ogni bonifico.

Pedone ubriaco investito: di chi è la colpa?

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Concorso di colpa se il pedone ubriaco attraversa di notte una strada provinciale buia e senza guardare a destra e sinistra.

Immagina di percorrere in auto una strada poco illuminata. È sera e d’un tratto, da un cespuglio, sbuca un pedone il quale, senza guardare a destra e a sinistra, attraversa fuori dalle strisce. Non si accorge della tua presenza, né tu riesci ad anticipare la sua imprevedibile condotta. Freni bruscamente ma non tanto per evitare di investirlo. L’uomo cade a terra e si fa male. Quando arriva l’ambulanza, però, si scopre che l’infortunato era palesemente ubriaco. Il che ha concorso a cancellare in lui il normale freno della prudenza. Ti chiedi se questa circostanza possa esimerti da ogni responsabilità e salvarti da una – altrimenti sicura – condanna penale per le lesioni provocate senza colpa. A spiegare cosa succede in questi casi è un’ordinanza della Cassazione pubblicata proprio questa mattina.

La Corte si è occupata di un caso del tutto simile a quello in cui sei appena capitato, tuo malgrado. Dalle parole dei giudici supremi potrai così capire di chi è la colpa per il pedone ubriaco investito e sapere cosa concretamente rischi anche tu.

Pedone investito: di chi è la colpa?

È sbagliato credere che se il pedone non attraversa sulle strisce o si trova in mezzo a una strada ad alta percorrenza è in torto. L’automobilista non solo deve tenere una velocità nei limiti previsti dal codice, ma anche commisurata alle condizioni concrete della strada. Ad esempio in un centro urbano deve prefigurarsi la possibilità che ci sia qualcuno che cammini al margine del marciapiede o che attraversi sul più bello, specie negli orari di punta o in prossimità di scuole e parchi. Insomma, quello che dicono i giudici è che il conducente di una macchina, in quanto utilizza un mezzo pericoloso, deve salvaguardare sé e gli altri, prevedendo eventuali condotte imprudenti altrui.

Questo però non vuol dire che chi cammina a piedi ha sempre ragione in caso di investimento. Per quanto sia più difficile, l’automobilista può vincere un’eventuale causa contro un pedone se il comportamento di quest’ultimo dovesse risultare imprevedibile anche con la dovuta diligenza e lo scontro inevitabile. Il caso tipico è quello di chi attraversa sul più bello, sbucando da un cespuglio, senza quindi rendersi visibile. In una condizione del genere, anche andando a 30 all’ora diventa impossibile evitare lo scontro.

Se vuoi maggiori informazioni su questi aspetti ti consiglio di leggere due importanti guide:

Pedone ubriaco: chi ha ragione?

Il fatto che il pedone, da ubriaco, abbia attraversato la strada senza guardare e fuori dalle strisce pedonali non dà automaticamente ragione all’automobilista se questi era in grado di vederlo con anticipo e di frenare. Viceversa l’attraversamento di una strada provinciale non illuminata e in un’ora buia impone l’adozione di maggiore prudenza che, tuttavia, da ubriachi non si osserva. Quindi se l’investimento avviene in una condizione del genere, dove il conducente – pur andando a una velocità moderata e addirittura al di sotto dei limiti – mai avrebbe potuto evitare lo scontro, è il pedone ad avere colpa.

Tra questi due estremi ci possono poi essere una serie di ipotesi “grigie” dove la colpa viene bilanciata tra le due parti (cosiddetto “concorso di colpa”).

Da un punto di vista pratico, però, per l’automobilista potrebbe risultare estremamente complesso trovare le prove della propria innocenza, dovendo questi procurarsi un testimone che riferisca di aver visto il soggetto investito attraversare la strada all’improvviso, senza guardare, magari con andamento barcollante e che puzzava di alcol. Se questi, portato in ospedale subito dopo il fatto, dovesse risultato positivo all’etilometro, allora ci sarebbe più di una possibilità per una riduzione della pena.

Se la vittima attraversa una strada ad alta percorrenza (come una strada provinciale), priva di illuminazione artificiale e in un’ora buia, è di certo a suo carico l’onere di usare la massima prudenza; prudenza non osservata proprio in ragione dello stato di ubriachezza.

Inps Inpdap: contributi per la pensione a rischio

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Dal 2019 non sarà più possibile segnalare i contributi mancanti per la pensione dei dipendenti pubblici: alcuni lavoratori dovranno pagare di tasca propria il riscatto.

La maxi-operazione dell’Inps sulla sistemazione delle posizioni previdenziali dei dipendenti pubblici sta ormai volgendo al termine: l’istituto, in particolare, chiuderà in bellezza rendendo disponibile per circa 500mila dipendenti pubblici la cosiddetta busta arancione, ossia la simulazione della pensione futura. La busta arancione, difatti, già presente tra i servizi online dell’Inps per i lavoratori del settore privato, accedendo alla voce “La mia pensione futura”, non era ancora fruibile per i dipendenti del settore pubblico: ora invece, grazie alla nuova campagna informativa dell’Inps, anche i lavoratori pubblici potranno avere piena consapevolezza del trattamento pensionistico futuro.

L’Inps, oltre a 500mila buste arancioni, sta però provvedendo anche all’invio dell’estratto conto cartaceo a circa 128mila lavoratori che abbiano avuto almeno un periodo di iscrizione alla Cpi (cassa pensioni insegnanti), sollecitandoli a consultare il proprio estratto conto contributivo ed a inoltrare eventuali richieste di variazione della posizione assicurativa (attraverso il servizio Rvpa). Il perché di quest’ulteriore campagna informativa è collegato all’imminente prescrizione dei contributi dei dipendenti pubblici.

C’è pochissimo tempo, in effetti, per segnalare all’Inps i contributi mancanti prima che cadano in prescrizione: il termine per inviare le segnalazioni scade il 31 dicembre 2018. Ma che cosa succede se ci si accorge che mancano dei periodi dal proprio estratto conto e questi sono già prescritti? I contributi per la pensione sono persi per sempre?

Facciamo il punto della situazione su Inps-Inpdap: contributi per la pensione a rischio.

Prescrizione dei contributi Inpdap: che cosa succede?

In base a quanto indicato da una recente circolare Inps [1], per segnalare i contributi Inpdap mancanti, o meglio i contributi mancanti che dovrebbero essere stati accreditati in qualità di lavoratori pubblici, c’è tempo sino al 31 dicembre 2018. Dopodiché, i contributi vanno in prescrizione.

Ma i contributi prescritti si possono recuperare in qualche modo?

Nella generalità dei casi, i contributi prescritti si possono recuperare con la costituzione di rendita vitalizia, una sorta di riscatto. Il costo di questo riscatto è a carico del datore di lavoro, per i lavoratori statali iscritti alla Ctps, cioè iscritti alla Cassa Stato. La situazione, però, è diversa per gli iscritti alla Cpi (cassa pensioni insegnanti), cioè per gli insegnanti elementari e degli asili: si tratta, in particolare, degli insegnanti delle scuole primarie paritarie, degli insegnanti degli asili eretti in enti morali e delle scuole dell’infanzia comunali.

Per questi dipendenti, se si verifica la prescrizione dei contributi, il datore di lavoro può pagare il costo della rendita vitalizia ma, nel caso in cui il datore di lavoro non vi provveda, è direttamente il lavoratore tenuto a pagare l’onere per vedersi valorizzato il periodo ai fini della pensione.

È dunque molto importante verificare quanto prima la propria posizione contributiva, per non rischiare di dover saldare di tasca quanto non versato a suo tempo dal datore di lavoro.

Come si segnalano errori e periodi mancanti per i dipendenti pubblici?

Per i lavoratori della pubblica amministrazione, come abbiamo osservato, sta ormai per concludersi l’operazione “Estratto conto dipendenti pubblici” [2], cioè la campagna messa in atto dall’Inps, gestione ex Inpdap, per consolidare la posizione previdenziale dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, correggendo errori ed anomalie relativi ai periodi anteriori al 2012.

Ma come si corregge la propria posizione previdenziale? Per segnalare gli errori, i dipendenti pubblici possono utilizzare la funzione RVPA, disponibile all’interno del Fascicolo previdenziale del cittadino, sotto la voce Posizione assicurativa.

Chi non corregge perde definitivamente i contributi non risultanti e non segnalati, rischiando di pensionarsi anche con anni di ritardo e con assegni più bassi, ferma restando la possibilità di costituzione di rendita vitalizia.

Se il datore di lavoro non paga, però, il lavoratore deve sborsare il costo del riscatto di tasca, per quanto riguarda gli iscritti alla Cpi. Meglio, dunque, segnalare errori e omissioni il prima possibile.

Come segnalare i contributi mancanti o errati

Se il dipendente, dopo aver controllato il proprio estratto conto, rileva contributi mancanti, retribuzioni errate o periodi assicurativi inesatti, deve attivare la richiesta di variazione e di integrazione della posizione assicurativa.

Per inoltrare la richiesta, è necessario utilizzare la funzionalità “Richieste di variazione alla posizione assicurativa –RVPA”: il modulo online è accessibile dal sito web dell’Inps, servizi ex Inpdap, all’interno della pagina in cui si trova l’estratto conto contributivo.

Per compilare e inviare la domanda di variazione, è possibile:

  • utilizzare il sito web dell’Inps, se si possiede il codice pin dispositivo, la carta nazionale dei servizi o l’identità unica digitale Spid; il modulo di domanda è reperibile al seguente percorso: “Servizi online”, “Servizi per il cittadino”, “Servizi ex-Inpdap”, “Estratto Conto Informativo”, “Estratto Conto e Richieste di Variazione”;
  • telefonare al numero 803.164, o 06.164.164 da mobile, ossia al contact center multicanale Inps: è necessario, anche in questo caso, il possesso del pin;
  • rivolgersi a un patronato.

Anche se la richiesta è inviata in formato elettronico, l’utente ha la possibilità di allegare i documenti utili a definire la variazione: come precisato dall’Inps, si deve però trattare di documenti precedenti al 1° gennaio 2012, dunque senza la dicitura “Il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione e ai privati gestori di pubblici servizi” [3]. Questo, perché in materia di documentazione amministrativa, nei rapporti con gli organi della PA e coi gestori di pubblici servizi, le dichiarazioni sostitutive devono essere utilizzate al posto di certificati ed atti di notorietà.

Quali documenti allegare alla segnalazione contributiva?

Il lavoratore può comunque inoltrare all’Istituto, ai fini della richiesta di variazione contributiva, ogni tipo di informazione o documento, anche non certificativo; a titolo esemplificativo, possono essere allegati:

  • lo stato di servizio, la certificazione di servizio, lo stato o foglio matricolare;
  • una dichiarazionedell’Ente/Amministrazione datore di lavoro;
  • una determinazione, un decreto, un contrattodell’Ente/Amministrazione datore di lavoro;
  • un CUDo una CU, sia la parte previdenziale che quella fiscale;
  • il modello 101, per gli anni 1996/1997/1998;
  • una busta paga;
  • un provvedimento di aspettativa (con assegni, senza assegni, utile o non utile ai fini pensionistici);
  • una sentenza o un verbale di conciliazione;
  • il modello PA04(cioè il documento che certifica i servizi e le retribuzioni rilasciato dall’Amministrazione datrice di lavoro);
  • un decreto di riscatto, di ricongiunzioneo di computo dei periodi;
  • un provvedimento di totalizzazione estera;
  • un provvedimento di accredito figurativo di maternitàal di fuori del rapporto di lavoro;
  • un provvedimento di aspettativa o di astensione per maternità.

Domande di riconoscimento periodi in sospeso

Per quanto riguarda le domande pendenti di riconoscimento di periodi contributivi, come riscatti e ricongiunzioni, non sussistono particolari problemi per il lavoratore: se risultano, difatti, in lavorazione, non possono essere né sollecitate all’ex Inpdap, né segnalate con la procedura RVPA, perché di esclusiva competenza delle amministrazioni statali, che le devono definire con formale provvedimento.

Se, invece, è già stato emesso il provvedimento di definizione, ma il periodo non risulta nell’estratto conto, è opportuno inviare la segnalazione all’Inps- ex Inpdap e allegare la documentazione inerente.

Riscatto dei periodi di lavoro non coperti da contributi

Se, una volta effettuate le opportune verifiche, l’interessato scopre che mancano dei periodi di lavoro dipendente perché il datore non ha versato i contributi e che questi sono prescritti, si può domandare la costituzione di una rendita vitalizia. La rendita deve essere pari alla pensione adeguata, o alla quota di essa, che sarebbe spettata in relazione ai contributi omessi.

Se il datore di lavoro non costituisce la rendita, si possono riscattare di tasca propria i periodi scoperti, salvo il diritto al risarcimento del danno. A supporto della domanda di riscatto è necessario presentare (con documentazione di data certa) la prova dell’esistenza del rapporto di lavoro, della sua durata e della retribuzione.

Non è richiesto un requisito contributivo minimo; tuttavia, non possono essere riscattati nell’Assicurazione generale obbligatoria (Ago) i periodi soggetti a contribuzione presso un altro ente previdenziale (ad esempio i periodi lavorati presso un ente locale soggetto alla Cpdel).

Reddito di cittadinanza o mantenimento: cosa converrà all’ex moglie?

Posted on : 14-11-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se la moglie dovesse chiedere e ottenere dallo Stato il reddito di cittadinanza ciò potrebbe consentire al marito di chiedere al giudice la revoca del mantenimento.

Resta ancora un’ipotesi ed è tutta da definire, ma se il reddito di cittadinanza promesso dal Governo verrà approvato per come promesso, si potrebbe porre in serio conflitto con il contemporaneo godimento dell’assegno di mantenimento per le coppie separate e divorziate. In altre parole l’una misura potrebbe escludere l’altra. Sicché l’ex moglie potrebbe essere chiamata a una scelta: o percepire il mensile da parte del marito oppure il sostegno dello Stato. Quale sia la scelta più conveniente dipende – oltre ovviamente dalle condizioni che saranno definite meglio dalla legge – dalle situazioni concrete e dal reddito delle parti. Di certo, esulteranno i mariti che vedranno, in questo modo, scaricare sullo Stato un onere che, storicamente, è sempre stato a carico loro.

Proviamo comunque a fare qualche proiezione qui di seguito. Vediamo cioè cosa converrà all’ex moglie, se il reddito di cittadinanza o il mantenimento.

Proprio stamattina un articolo del Sole 24 Ore anticipava che, per evitare che il reddito di cittadinanza si trasformi in una misura assistenziale a favore degli sfaccendati, sarebbe intenzione della maggioranza fissare nuovi paletti. «In attesa che il provvedimento veda la luce con un collegato alla legge di bilancio, l’orientamento che emerge dalle parole del consulente del ministro Di Maio, Pasquale Tridico (economia del lavoro all’Università Roma Tre), è che «considerato l’elevato numero di Neet è necessario utilizzare queste risorse per il loro inserimento nel mercato del lavoro». Dalla Lega si fa sentire il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri il quale lancia una proposta: «Contro il rischio di assistenzialismo bisogna evitare che le risorse vadano a persone che magari non si attivano [a cercare lavoro]. Bisogna darle direttamente all’impresa che si prenderà in carico il disoccupato per formarlo, sotto la supervisione di un tutor, che pagherà mensilmente un corrispettivo utilizzando il reddito per la formazione, e alla fine del percorso formativo potrà assumerlo».

Al momento, però, la proposta sulla quale si sta lavorando è di destinare il reddito di cittadinanza alle persone che vivono con un reddito al di sotto di 780 euro mensili per un totale di 9.360 euro all’anno per un single. Leggi A chi finirà il reddito di cittadinanza? Scopo del reddito di cittadinanza è, quindi, fare in modo che tutti gli aventi diritto abbiano un reddito non inferiore a 780 euro mensili.

Mettiamo allora una donna disoccupata che si sta separando dal marito. In una fase di trattative per addivenire a una separazione consensuale, questa potrebbe concordare con l’ex la rinuncia al mantenimento – in cambio magari di qualche altro beneficio, come il pagamento delle bollette o l’utilizzo della casa – potendo, nello stesso tempo, contare sul reddito di cittadinanza.

Viceversa, la percezione di un mantenimento superiore a 780 euro – figli compresi – potrebbe escludere la possibilità di ottenere contemporaneamente il reddito di cittadinanza, a meno che non intervengano esplicite previsioni nella futura legge. Invece se l’assegno versato dal marito dovesse essere inferiore a 780 euro, il sostegno statale verrà ridotto.

In una causa di divorzio giudiziale le scelte diventano ancora più nette. Difatti, se la moglie, nel corso o prima del giudizio, avrà richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza, questo aspetto potrebbe essere eccepito dal marito nei propri scritti difensivi, onde convincere il giudice a ridurre o addirittura annullare il mantenimento. Mantenimento che, secondo gli ultimi orientamenti della Cassazione (sposati a partire dal 10 maggio del 2017) deve tendere a garantire solo l’autosufficienza: circa mille euro al mese secondo il tribunale di Milano. Il che significa che se già il reddito di cittadinanza garantisce tale autosufficiente, non ci sarà bisogno più dell’aiuto del marito.

Per rimanere nell’ambito della pura ipotesi, visto che non si può al momento fare altrimenti, cerchiamo di capire se all’ex moglie converrà di più il reddito di cittadinanza o il mantenimento.

Se la donna dovesse essere giovane e formata, ma disoccupata, certamente troverà più conveniente chiedere il reddito di cittadinanza, visto che, in una situazione del genere, la giurisprudenza esclude o riduce al minimo l’assegno di mantenimento. Assegno che, peraltro, verrebbe cancellato se, in futuro, la donna dovesse trovare un lavoro anche part time.

Viceversa, per la donna ultra cinquantenne che si è sempre occupata della casa è preferibile percepire il mantenimento. In tale ipotesi, difatti, l’ex marito difficilmente potrebbe sottrarsi al versamento dell’assegno vita natural durante. Stando all’orientamento da ultimo espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione, infatti, colei che ha rinunciato alla carriera per dedicarsi alla famiglia ha sempre diritto agli alimenti.

E se anche la donna, che ha ottenuto l’assegno di mantenimento in corso di causa, subito dopo dovesse ottenere il reddito di cittadinanza, ciò potrebbe giustificare, da parte dell’uomo, un nuovo ricorso al giudice per la revisione della precedente sentenza e la modifica dell’assegno (o addirittura l’eliminazione totale).

Chiaramente se l’ammontare del mantenimento percepibile dovesse superare 800 euro, di certo converrà questo, specie perché il reddito di cittadinanza dipende dalle scelte governative e un successivo esecutivo potrebbe anche cancellare tale misura (sempre ammesso che venga approvata).

Detto ciò, non resta che aspettare i futuri sviluppi legislativi per capire quali saranno le scelte più opportune da compiere.