Bolletta luce: rincari per colpa dei morosi. Cosa è vero?

Posted on : 24-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le fake news sull’aumento della bolletta della luce per coprire gli scoperti dei morosi, ecco quali sono le bufale e qual è la verità.

Sulle bollette della luce verrà inserita una nuova voce di pagamento: un contributo per sanare il debito lasciato dai morosi alle compagnie elettriche. Il provvedimento dell’Arera – questo il nuovo nome dell’Autorità dell’Energia Elettrica – è vero e non si tratta di una bufala. Ma accanto a questa notizia, sono apparse sul web una serie di fake news che val la pena di sfatare.

Che cosa è successo?

Arera ha autorizzato la ripartizione tra gli utenti degli oneri generali di sistema – una parte della fattura elettrica – lasciati insoluti da numerosi utenti e che, in passato, hanno provocato il fallimento di molte società della luce. Ma non è la bolletta in sé bensì solo quella parte relativa alle imposte che le imprese elettriche – in qualità di sostituto d’imposta – fino ad oggi pagavano allo Stato anche per quei loro clienti che non le avevano versate. Il fenomeno dei mancati pagamenti della bolletta della luce viene così spalmato su tutti i consumatori che, in questo modo, pagheranno il conto di chi evade la corrente.

Pagheremo in più 35 euro su ogni bolletta?

Non è vero che dovremo pagare 35 euro in più sulla bolletta elettrica a causa dei consumatori morosi. La notizia non è fondata. Secondo le prime stime, il risarcimento dei mancati pagamenti degli oneri generali del sistema elettrico potrebbe pesare fino a massimo 2,5 euro l’anno per ogni consumatore medio, pari a una trentina di centesimi per bolletta bimestrale.

Come mi accorgo della presenza in bolletta della “sovratassa”?

A differenza del “canone Rai”, che è una voce a parte, il nuovo balzello non sarà riportato con una voce separata nella bolletta; pertanto non potrà essere individuato dall’utente.

Posso rifiutarmi di non pagare il nuovo balzello per conto dei morosi?

Assolutamente no. Chi dovesse rifiutarsi sarebbe anch’egli considerato moroso e subirebbe la procedura di recupero del credito con aggravio di spese e il rischio del distacco della luce.

Chi ha autorizzato il rincaro? 

L’autorizzazione è stata ufficializzata con un provvedimento dell’Arera ma si è trattato di un processo formato da molti atti normativi.

Come fare il passaporto

Posted on : 24-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è il passaporto elettronico? A che serve? Come si ottiene? Ecco tutto quello che c’è da sapere.

Il passaporto è un documento indispensabile per quanti vogliono o devono viaggiare all’estero al di fuori dei confini dell’Unione Europea. Vediamo come fare il passaporto e tutto ciò che occorre per ottenerlo.

Passaporto: cos’è?

Il passaporto è un documento che consente al cittadino di uno Stato di allontanarsi dal territorio nazionale per entrare in quello di un altro Stato. Il passaporto è rilasciato ai cittadini italiani e, per i maggiorenni, ha durata decennale. Alla scadenza della validità, riportata all’interno del documento, non si rinnova ma si deve richiedere l’emissione di un nuovo passaporto.

Passaporto elettronico: cos’è?

A partire dal 2010 il classico passaporto è stato sostituito dal passaporto elettronico: si tratta di un libretto cartaceo dotato di microchip contenente le informazioni relative ai dati anagrafici, la foto e le impronte digitali del titolare.

All’interno del passaporto elettronico, inoltre, c’è la firma digitalizzata, fatta eccezione per:

  • i minori di dodici anni;
  • gli analfabeti (il cui stato sia documentato con un atto di notorietà);
  • coloro che presentino una impossibilità fisica accertata e documentata che impedisca l’apposizione della firma.

In questi casi al posto della firma ci sarà la dicitura “esente” scritta anche in lingua inglese e francese.

Passaporto per minori: cos’è?

La legge ha previsto che anche i minori possano munirsi di passaporto individuale. Pertanto, non è più possibile richiedere l’iscrizione del figlio minore sul passaporto del genitore.

Ci sono due tipi di passaporti previsti per i minorenni:

  • fino a tre anni di età: il documento è valido per tre anni;
  • da tre a diciotto anni di età: il documento è valido per cinque anni.

Il genitore che voglia richiedere il passaporto per il proprio figlio minore deve avere il consenso del coniuge, non importa se sposati, conviventi, separati, divorziati o genitori naturali.

L’altro genitore deve firmare l’assenso davanti al pubblico ufficiale (che autentica la firma) presso l’ufficio in cui si presenta la documentazione. In mancanza dell’assenso si deve essere in possesso del nullaosta del giudice tutelare.

Passaporto: cosa fare per ottenerlo?

Veniamo ora al quesito del nostro articolo: come fare il passaporto? La procedura non è complessa.

La domanda per il rilascio del passaporto può essere presentata presso i seguenti uffici del luogo di residenza, di domicilio o di dimora:

  • la questura
  • l’ufficio passaporti del commissariato di pubblica sicurezza
  • la stazione dei Carabinieri [1].

Chi intende richiedere il passaporto presso il luogo di domicilio e non quello di residenza, deve:

  • dimostrare che il domicilio si trovi in un Comune diverso da quello di residenza;
  • provare le ragioni che giustificano i motivi per cui non ci si è recati agli uffici di residenza;
  • ottenere il nulla osta della questura di residenza.

È oggi possibile richiedere online il passaporto: collegandosi al sito istituzionale della Polizia di Stato è possibile prenotare ora, data e luogo per presentare la domanda, eliminando così le lunghe attese negli uffici.

Si ricordi che le impronte digitali possono essere acquisite solo presso gli uffici della Polizia di Stato anche in tempi differiti rispetto alla presentazione dell’istanza, e che sono trattenute solo per il tempo strettamente necessario alla lavorazione del documento.

Passaporto: quali documenti servono?

Di seguito la documentazione necessaria da produrre presso gli uffici competenti sopra elencati per ottenere il rilascio del passaporto:

  • Il modulo stampato della richiesta passaporto, che varia a seconda che il richiedente sia maggiorenne o meno;
  • un documento di riconoscimento valido;
  • due foto formato tessera;
  • ricevuta del pagamento a mezzo c/c di 42,50 euro per il passaporto ordinario.  Il versamento va effettuato esclusivamente mediante bollettino di conto corrente n. 67422808 intestato a: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento del tesoro.
    La causale è “importo per il rilascio del passaporto elettronico”;
  • contrassegno amministrativo da 73,50 euro (acquistabile presso qualsiasi rivendita di valori bollati o tabaccaio).

Una volta consegnata la documentazione completa il passaporto può essere rilasciato, a seconda della tempistica di completamento dell’istruttoria, in pochi giorni. Un po’ in più bisogna attendere nel caso in cui venga richiesta la spedizione a domicilio.

Passaporto: come ottenerlo a domicilio?

A partire dal 2014, grazie ad una convenzione con Poste Italiane, il passaporto può essere recapitato direttamente a domicilio ad un costo di 8,20 euro.

Per usufruire di questo servizio occorre chiedere, all’ufficio ove ci si è recati per consegnare la documentazione (questura, commissariato, carabinieri), una busta di Poste Italiane da compilare e consegnare sul posto, avendo cura di riportare le informazioni relative al domicilio presso cui si desidera ricevere il documento.

Al richiedente viene consegnata una stampa della ricevuta che contiene anche il numero della busta in modo che potrà tracciare la spedizione sul portale Poste Italiane.

Al momento della consegna, in caso di assenza del destinatario, verrà lasciato un avviso di mancata consegna e decorsi trenta giorni senza ritiro il documento sarà riconsegnato all’ufficio emittente.

Anche in caso di indirizzo errato Poste Italiane riconsegnerà il documento all’ufficio emittente, mentre nell’ipotesi di smarrimento della busta Poste Italiane rimborserà cinquanta euro al cittadino, a titolo di rimborso per le spese sostenute per il rilascio del documento.

Passaporto: si paga la tassa?

A partire dal 2014 è stata abolita la tassa annuale di 40,29 euro del passaporto ordinario. Pertanto tutti i passaporti, anche quelli già emessi, saranno validi fino alla data di scadenza riportata all’interno del documento per tutti i viaggi, senza che sia più necessario pagare alcunché.

Passaporto: come si rinnova?

Il passaporto ha una validità di dieci anni. Alla scadenza occorre rinnovarlo seguendo la stessa procedura vista sopra per il primo rilascio. Se si ha già un passaporto e se ne richiede uno nuovo a causa di deterioramento o scadenza di validità, bisogna anche consegnare il vecchio documento.

In caso di richiesta di nuovo passaporto per smarrimento o furto deve essere presentata la relativa denuncia.

Cosa significa bolletta domiciliata

Posted on : 24-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pagare le bollette evitando le file è possibile e più veloce di quanto si possa pensare: basta scegliere la domiciliazione delle utenze: in questo modo la bolletta sarà domiciliata.

Bollette della luce, del gas, dell’acqua, bollette di acconto e bollette di conguaglio: periodicamente vengono recapitate alle famiglie le spese delle utenze da versare in relazione ai consumi, che vanno a sommarsi a tutte le altre spese che le famiglie devono inevitabilmente sostenere (dal mutuo all’affitto, alle tasse universitarie e alle spese per i figli ai costi da sostenere per lo svolgimento di una professione). Tenere a mente i pagamenti e le scadenze, ricordarsi di pagare i bollettini e quindi in concreto gestire anche questi aspetti burocratici comporta notevoli dispendi non soltanto di denaro, ma anche di tempo, dovendo provvedere in prima persona a effettuare il pagamento dei vari bollettini, con infinite code e attese che vanno inserite in frenetiche giornate dense di impegni lavorativi e familiari. Risulta quindi notevolmente comodo poter usufruire di sistemi alternativi, che permettano di risparmiare almeno dal punto di vista temporale, e facilitandosi quindi la gestione di queste questioni economiche. Lo strumento che può aiutare in queste ipotesi è scegliere di domiciliare le utenze, attraverso apposite procedure. Vediamo quindi cosa significa bolletta domiciliata e come fare a domiciliare le utenze.

Cosa significa bolletta domiciliata

Domiciliare una bolletta consiste in una operazione volontaria, che può essere fatta da chiunque sia titolare di un conto corrente, sia un conto corrente bancario che un conto corrente postale. In concreto si realizza attraverso un addebito automatico sul conto corrente, con il quale il titolare dell’utenza autorizza la propria banca a consentire il prelievo degli importi dovuti per le fatture delle utenze che si è scelto di addebitare direttamente dall’ente che emette le fatture. Le società per l’energia elettrica, gas, telefono e via dicendo quindi potranno richiedere i pagamenti delle forniture periodiche relative alle utenze domiciliate e ai contratti che intercorrono con il correntista addebitando il corrispondente importo sul conto corrente dello stesso consumatore. La stessa procedura è fattibile anche nel caso si fosse titolari di una carta di credito.

Come domiciliare una bolletta

La domiciliazione delle bollette si effettua inoltrando i moduli specifici per la domiciliazione, che sono disponibili presso il proprio istituto di credito bancario o alle poste, e che sono messi a disposizione anche dal gestore del servizio che si desidera di volta in volta domiciliare (in pratica, le compagnia della luce, del gas, eccetera). Nella stragrande maggioranza dei casi la modulistica per richiedere la domiciliazione bancaria delle utenze è reperibile anche online sui siti internet degli istituti bancari, e in moltissimi casi l’intera operazione si può effettuare da remoto direttamente online, con estrema semplicità e velocità.

I vantaggi del domiciliare una bolletta

Domiciliare una bolletta, di qualsiasi tipo la bolletta sia, e ancor di più domiciliare tutte le utenze, ha evidenti vantaggi dal punto di vista del risparmio di tempo, in quanto si eviteranno le inevitabili file per i pagamenti periodici da effettuare ogni volta che arriva una bolletta a casa.

Procedere a chiedere un addebito sul proprio conto corrente consente inoltre al titolare di non doversi preoccupare di fare ogni volta un controllo dei pagamenti delle bollette e delle utenze, in quanto sarà in concreto l’istituto bancario a provvedere direttamente ad addebitare sul conto gli importi dovuti. C’è quindi un guadagno in termini di tempo, senza contare che il pagamento delle bollette domiciliate diventa automatico e in concreto operato dall’istituto bancario: domiciliando le bollette non sfugge mai un pagamento, evitando ritardi dovuti anche a semplice dimenticanza. Va peraltro tenuto presente come nella maggioranza degli istituti di credito (comprese le Poste italiane) l’operazione di addebito per domiciliare le bollette è gratuita, pertanto risulta essere una soluzione vantaggiosa.

Pagamento multa con carta o bonifico: cosa rischio

Posted on : 24-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pagamento elettronico della multa: qual è il termine? Conviene? Si rischia ancora a non pagare in contanti o con bollettino postale? Come avviene la notifica?

È ben noto a tutti che i sistemi di pagamento si evolvono alla velocità della luce. La moneta cartacea sta diventando un ricordo e, in nome della tecnologia e della sicurezza delle transazioni, vengono sempre più favorite le operazioni mediante carte che consentono il pagamento elettronico. Eppure, i moderni strumenti elettronici non sono sempre convenienti per il cittadino. Si pensi al caso del pagamento di una multa con carta di credito o bonifico: il rischio è quello di vedersi recapitare a casa una cartella esattoriale. Perché? Com’è possibile? Spieghiamo quello che abbiamo appena detto.

Pagamento multa: come avviene la notifica?

Facciamo un passo indietro e, prima di arrivare al pagamento della multa, vediamo come viene notificata.

Il codice della strada dice che la violazione, quando è possibile, deve essere immediatamente contestata tanto al trasgressore quanto alla persona che è obbligata in solido (ad esempio, al proprietario). Dell’avvenuta contestazione deve essere redatto verbale contenente anche le dichiarazioni eventualmente rese dagli interessati.

Il verbale contiene la sommaria descrizione del fatto accertato, gli elementi essenziali per l’identificazione del trasgressore e la targa del veicolo con cui è stata commessa la violazione.

Copia del verbale deve essere consegnata al trasgressore e, se presente, alla persona obbligata in solido [1].

Qualora la violazione non possa essere immediatamente contestata (ad esempio, perché il trasgressore non è presente oppure perché l’auto non si è fermata), il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con la indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, deve, entro novanta giorni dall’accertamento, essere notificato all’effettivo trasgressore o, quando questi non sia stato identificato e si tratti di violazione commessa dal conducente di un veicolo a motore, munito di targa, ad uno dei soggetti obbligati in solido, quale risulta dai pubblici registri alla data dell’accertamento.

Qualora l’effettivo trasgressore od altro dei soggetti obbligati sia identificato successivamente alla commissione della violazione, la notificazione può essere effettuata agli stessi entro novanta giorni dalla data in cui risultino dai pubblici registri o nell’archivio nazionale dei veicoli l’intestazione del veicolo e le altre indicazioni identificative degli interessati, o comunque dalla data in cui la pubblica amministrazione è posta in grado di provvedere alla loro identificazione. Per i residenti all’estero la notifica deve essere effettuata entro trecentosessanta giorni dall’accertamento.

Quando la violazione sia stata contestata immediatamente al trasgressore, il verbale deve essere notificato ad uno dei soggetti obbligati in solido entro cento giorni dall’accertamento della violazione. Per i residenti all’estero la notifica deve essere effettuata entro trecentosessanta giorni dall’accertamento [2]

Pagamento multa: come fare?

Il codice della strada [3] concede al trasgressore un termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata (effettuata cioè direttamente su strada) o dalla notificazione per posta per effettuare il pagamento in modalità ridotta.

L’utente della strada, inoltre, ha diritto a un’ulteriore decurtazione del trenta per cento se il pagamento avviene entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notifica (il calcolo della somma ridotta deve essere precisamente indicato nel verbale medesimo).

Il pagamento della multa, secondo le modalità indicate negli stessi verbali, è possibile anche attraverso l’utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici: bonifici bancari o carte di credito.

Pagamento multa: conviene pagare con carta o bonifico?

Finora tutto lineare. I problemi, però, sorgono proprio nel momento in cui il trasgressore voglia pagare mediante carta di credito o bonifico.

Una circolare del Ministero dell’Interno [4] aveva stabilito che, nel caso di pagamenti elettronici, il termine massimo concesso per il pagamento (come detto, sessanta giorni dalla contestazione immediata o dalla notificazione o cinque giorni dalla contestazione immediata o dalla notificazione per il pagamento con riduzione del trenta per cento) si intendeva rispettato solo nel momento in cui la somma risultasse effettivamente accreditata sul conto del corpo di polizia che ha accertato l’infrazione.

Testualmente: «nei pagamenti tramite conto corrente e bonifico bancario ovvero con altri strumenti di pagamento elettronico, l’effetto liberatorio per il pagatore, e quindi la definizione del verbale, si ha alla data di accredito dell’importo sul conto dell’organo di polizia stradale».

Non bastava, cioè, effettuare il bonifico o l’accredito entro il termine massimo, ma bisognava fare in modo che entro il termine massimo la somma fosse effettivamente accreditata sul conto del corpo di polizia. Insomma, ciò che si considerava non era il giorno di pagamento, ma il giorno di valuta sul conto dell’autorità ricevente.

Pagamento multa: qual è il termine per pagare con carta o bonifico?

E’ chiaro che l’interpretazione fornita dalla circolare sopra citata ha gettato nel panico tantissimi automobilisti, soprattutto coloro che già avevano effettuato il pagamento di una multa con carta o bonifico.

In altre parole, si trattava di un metodo di pagamento sicuramente sfavorevole per il cittadino, il quale doveva avere cura di assicurarsi che la somma pagata con carta o bonifico bancario fosse effettivamente pervenuta sul conto dell’autorità entro le scadenze. E siccome tale accertamento era assai complicato, l’alternativa più valida rimaneva quella di pagare con bonifico bancario o con carta di credito ma con largo anticipo rispetto alla scadenza, oppure continuare a pagare con i metodi tradizionali (in contanti allo sportello della polizia o con bollettino postale).

L’operazione, tra l’altro, diventava a dir poco impossibile nel caso in cui il trasgressore avesse voluto beneficiare della super riduzione concessa a chi paga entro cinque giorni. Considerati i ritardi di accredito, in pratica l’utente della strada avrebbe dovuto pagare il giorno stesso della notifica o della contestazione, con il rischio che comunque il pagamento non sarebbe giunto entro i termini.

Difatti, se la somma bonificata o pagata con carta di credito fosse pervenuta sul conto del corpo di polizia dopo le scadenze, il pagamento sarebbe stato considerato tardivo, con tutte le conseguenze del caso: perdita del beneficio dello sconto del trenta per cento per i primi cinque giorni o perdita della possibilità di pagare la multa in misura ridotta entro i sessanta giorni.

Il cittadino, inoltre, si sarebbe dovuto far carico anche del rischio di un eventuale malfunzionamento dei sistemi elettronici, nonostante la sua buona fede.

Pagamento multa: qual è il nuovo termine per pagare con carta o bonifico?

Nel 2016 [5], però, le cose relativamente al pagamento multa con carta o bonifico sono (parzialmente) cambiate.
La legge, infatti, attraverso una norma cosiddetta “salva-multe”, ha stabilito che «per i pagamenti diversi da quelli in contanti o tramite conto corrente postale, l’effetto liberatorio si produce se l’accredito a favore dell’amministrazione avviene entro due giorni dalla data di scadenza del pagamento».

Dunque, il rischio del pagamento multa con carta o bonifico non è stato risolto del tutto ma è stato almeno ridimensionato.  Ed infatti, la legge dice che i soldi della multa pagati mediante strumenti elettronici possono arrivare con ritardo sul conto corrente della polizia, purché non oltre due giorni dal termine previsto dalla legge.

In poche parole, questo significa che la legge concede una proroga agli automobilisti che decidono di avvalersi di carte di credito o bonifici, reputando valido il pagamento che venga accreditato anche due giorni dopo la scadenza naturale del termine, e cioè:

  • entro il settimo giorno (cinque più due) in caso di pagamento scontato;
  • fino al 62esimo giorno (sessanta più due) per la misura ridotta ordinaria.

Detto ancora diversamente, il pagamento delle multe per violazione delle norme del codice della strada eseguito con bonifico bancario sarà considerato tempestivo se eseguito entro i termini e a condizione che l’accredito avvenga entro due giorni dopo la scadenza.

In pratica ciò significa che se il trasgressore paga nei termini di legge (cinque giorni per il pagamento in misura minima con il trenta per cento di sconto o sessanta giorni per il pagamento in misura ridotta) con strumenti diversi dal contante o dal conto corrente postale (ad esempio con bonifico bancario) otterrà l’effetto liberatorio anche se l’accredito della somma avverrà entro due giorni dalla scadenza del termine.

Pagamento multa: si rischia ancora pagando con carta o bonifico?

Il problema non è stato del tutto risolto, perché resta comunque il rischio che il pagamento della multa con carta o bonifico giunga a corretta destinazione ben oltre i due giorni di tolleranza. Le complicazioni permangono soprattutto per quanti, incentivati dalla riduzione del trenta per cento, intendono pagare entro cinque giorni. Ed infatti, nonostante il “bonus” dei due giorni, i tempi restano strettissimi.

A tal proposito, visto che trattasi di una vera e propria corsa contro il tempo, è opportuno ricordare che, ai fini del calcolo dei termini, non si conta il giorno iniziale della contestazione o della notifica e che, al contrario, i giorni festivi vengono conteggiati, a meno che il termine di pagamento cada proprio in uno di essi (cioè, in un festivo): in questo caso, la scadenza viene spostata al primo giorno feriale utile.

Nel caso in cui il trasgressore decida di avvalersi dei metodi elettronici alternativi a quelli tradizionali, quindi, è sempre buona norma premunirsi e partire con largo anticipo.

La legge avrebbe potuto eliminare questa discriminazione nei confronti di chi sceglie un metodo di pagamento diverso dal contante collegando l’effetto liberatorio non alla data di accredito sul conto corrente del beneficiario, ma alla data di esecuzione del pagamento, poiché quest’ultima è controllabile dal multato.

Pagamento multa: come si fa?

Spiegato tutto quello che c’è da sapere circa il rischio del pagamento multa con carta o bonifico, vediamo concretamente come si fa. In realtà, è lo stesso verbale a indicare gli strumenti di pagamento ammessi e loro modalità.

Con il bonifico bancario online, nello specifico, si può pagare una multa stando a casa. In questa ipotesi, è sufficiente avvalersi di una postazione internet, accedere con le credenziali alla propria home banking (cioè, la pagina virtuale della propria banca di fiducia) e selezionare l’opzione bonifico online.

Dopodiché, è sufficiente inserire i dati riportati sul verbale, specificare la causale e completare l’operazione. Il pagamento si intenderà compiuto positivamente se giungerà sul conto del corpo di polizia che ha accertato l’infrazione non oltre due giorni dalle scadenza più volte citate nei paragrafi precedenti.

Pensione anticipata precoci caregiver

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi ha diritto alla pensione con 41 anni di contributi per assistenza familiari disabili?

I caregiver, cioè coloro che assistono, da almeno 6 mesi, un familiare sino al 2° grado, convivente e con handicap in situazione di gravità, possono ottenere non soltanto il prepensionamento con un minimo di 63 anni di età (ora 63 anni e 5 mesi, a causa dell’aumento a 67 anni dell’età pensionabile, dal 2019), ossia l’Ape sociale, ma anche la pensione anticipata con 41 anni di contributi (dal 2019, con 41 anni e 5 mesi di contributi, per effetto dell’innalzamento dei requisiti legati alla speranza di vita media), se lavoratori precoci e se appartenenti alle stesse categorie beneficiarie dell’Ape social.

Facciamo allora un breve punto della situazione e vediamo chi ha diritto alla pensione anticipata precoci caregiver e quali sono i requisiti richiesti.

Quali requisiti bisogna possedere per essere lavoratori precoci?

Sono considerati lavoratori precoci, ai fini del diritto alla pensione anticipata con 41 anni di contributi, coloro che possiedono almeno 12 mesi di contribuzione da effettivo lavoro accreditata prima del compimento del 19° anno di età.

Quali requisiti bisogna possedere per ottenere la pensione anticipata precoci caregiver?

Oltre a questo primo fondamentale requisito, ed al possesso di almeno 41 anni di contributi (accreditati presso gestioni facenti capo all’Inps; non contano i contributi accreditati presso le casse dei liberi professionisti), per ottenere la pensione anticipata in qualità di caregiver bisogna:

  • essere iscritti, a partire da una data precedente al 1° gennaio 1996, presso una forma di previdenza obbligatoria (fondo pensioni lavoratori dipendenti, artigiani, commercianti, gestioni sostitutive ed esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria, gestione separata dell’Inps…);
  • assistere continuativamente, da almeno 6 mesi (alla data della domanda), un familiare convivente di 1° grado, oppure il coniuge o il partner dell’unione civile, portatore di handicap in situazione di gravità ai sensi della Legge 104;
  • dal 2018 possono accedere alla misura anche coloro che assistono continuativamente, da almeno 6 mesi, un disabile convivente portatore di handicap grave, se familiare entro il 2° grado, qualora i suoi genitori o il coniuge abbiano compiuto 70 anni, oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti;
  • aver cessato l’attività lavorativa: in particolare, il trattamento pensionistico liquidato in base al requisito ridotto non è cumulabile con redditi da lavoro, subordinato o autonomo, per un periodo di tempo corrispondente alla differenza tra il requisito ordinario per la pensione anticipata e l’anzianità contributiva al momento del pensionamento; in buona sostanza, se un lavoratore si pensiona con 41 anni di contributi, considerando che l’attuale requisito per la pensione anticipata ordinaria è pari a 42 anni e 10 mesi di contributi, prima di potersi rioccupare bisogna attendere un anno e 10 mesi, ovvero il lasso di tempo corrispondente all’anticipo.

Domanda pensione lavoratori precoci caregiver

Per accedere alla pensione con 41 anni di contributi, bisogna in primo luogo presentare domanda all’Inps per il riconoscimento dei requisiti che danno diritto al trattamento, attraverso il servizio web “Domanda Pensione, Ricostituzione, Ratei, Ecocert, Ape Sociale e Beneficio precoci”, oppure tramite patronato.

Per presentare la domanda attraverso il sito web dell’Inps bisogna essere in possesso delle apposite credenziali (pin dispositivo, spid almeno di 2° livello o cns).

In particolare:

  • chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2018 deve presentare domanda per il riconoscimento delle condizioni di accesso al beneficio entro il 1° marzo 2018; sarà possibile presentare la domanda tardivamente entro il 15 luglio 2018 (ma si attende la regolamentazione operativa in merito);
  • chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2019 dovrà presentare domanda di certificazione dei requisiti entro il 1° marzo 2019;
  • la domanda deve essere presentata, successivamente, entro il 1° marzo di ogni anno: la misura, difatti, non ha una scadenza come l’Ape.

Le domande per il riconoscimento delle condizioni per l’accesso al beneficio presentate non oltre il 30 novembre di ogni anno, possono ugualmente essere prese in considerazione, ma solo se residuano le necessarie risorse finanziarie.

Ad ogni modo, alla presentazione della domanda di certificazione non è necessario possedere tutti i requisiti richiesti, ma solo quelli specificamente previsti per la categoria di lavoratori in cui si rientra (ossia, per quanto riguarda i caregiver, l’assistenza del familiare convivente disabile grave da almeno 6 mesi), oltre, ovviamente, all’accredito di 12 mesi di contributi da effettivo lavoro prima del compimento dei 19 anni. Il requisito dei 41 anni di contributi può essere maturato anche in via prospettica, purché entro l’anno in corso.

L’Inps, una volta presentata la domanda di certificazione dei requisiti, comunica il suo accoglimento, o meno, non solo sulla base dei requisiti personali, ma anche sulla base delle risorse disponibili per il beneficio.

Una volta certificati i requisiti da parte dell’Inps, può essere presentata la domanda vera e propria di pensione anticipata, sempre attraverso il servizio “Domanda Pensione, Ricostituzione, Ratei, Ecocert, Ape Sociale e Beneficio precoci”, oppure tramite patronato.

Avvisi in fotocopia: provano la notifica della cartella?

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Prova della notifica delle cartelle: che valore hanno gli avvisi di ricevimento in fotocopia? Si possono contestare? Il giudice li può tenere in considerazione?

Nel 99% dei casi in cui l’Agenzia delle Entrate Riscossione, dinanzi al giudice, è chiamata a dimostrare la notifica delle cartelle esattoriali inviate tramite raccomandata a/r, la prova viene data tramite fotocopie degli avvisi di ricevimento. A quel punto il contribuente può contestare la produzione in fotocopia perché non è possibile verificare che la stessa sia conforme all’originale. Ma che valore ha l’eventuale attestazione di conformità prodotta dalla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione? E soprattutto, se il contribuente disconosce le copie degli avvisi di ricevimento, come deve orientarsi il giudice? Può ritenerle idonee a provare la notifica delle cartelle o deve considerarle come documenti non idonei perché non originali?

La giurisprudenza è ormai orientata nel senso di negare il potere dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, e più precisamente dei suoi funzionari, di attestare la conformità delle copie agli originali. I dipendenti dell’Agenzia non sono, infatti, pubblici ufficiali. Tuttavia ciò non toglie che le mere fotocopie, anche se prive di autenticazione e anche se disconosciute dal contribuente, non possano essere considerate idonee a provare la notifica. L’ultima parola spetta infatti al giudice che può decidere tramite “presunzioni”, cioè presumere che la copia di un avviso di ricevimento corrisponda all’originale. È quanto chiarito anche da una recente ordinanza della Cassazione [1].

Chi può autenticare un documento

La legge [2] prevede che l’autenticazione della copia può essere fatta dal pubblico ufficiale dal quale è stato emesso o presso il quale è depositato l’originale ovvero al quale deve essere prodotto il documento.

Nei casi in cui l’interessato debba presentare alle amministrazioni o ai gestori di pubblici servizi copia autentica di un documento, l’autenticazione della copia può essere fatta dal responsabile del procedimento o da qualsiasi altro dipendente competente a ricevere la documentazione, su esibizione dell’originale e senza obbligo di deposito dello stesso presso l’amministrazione procedente. In tal caso la copia autentica può essere utilizzata solo nel procedimento in corso.

Dunque solo se il contribuente deve produrre copia di un documento in suo possesso al concessionario della riscossione, che è sicuramente gestore di pubblico servizio, la relativa autentica può essere effettuata da un dipendente del concessionario, con l’unico limite dell’utilizzabilità della copia nel relativo procedimento.

Diverso è il caso in cui la copia di un documento deve essere prodotta dal concessionario della riscossione, e l’originale è detenuto dallo stesso (come nel caso delle relate di notifica). In tale ipotesi l’autentica può essere effettuata solo da particolari categorie di soggetti (notaio, sindaco, cancelliere ) e dal pubblico ufficiale dal quale è stato emesso o presso il quale è depositato l’originale.

La questione si sposta, dunque, sulla spettanza o meno della qualifica di pubblico ufficiale in capo al concessionario della riscossione.

I dipendenti del concessionario di riscossione sono pubblici ufficiali?

Secondo la giurisprudenza, i soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, quando l’attività della società medesima sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche, pur se con gli strumenti privatistici. L’esattore, pur non rientrando tra i “pubblici depositari” – cui la legge attribuisce la funzione di tenere gli atti a disposizione del pubblico e che sono obbligati a rilasciare copia degli atti anche a chi non ne è parte -, è tuttavia un “depositariodel ruolo, datogli in consegna dall’intendente di finanza, ed inoltre è autorizzato a rilasciarne copia.

Secondo la Corte di Cassazione e la Corte dei Conti, agli effetti della qualifica di pubblico ufficiale, non è richiesto lo svolgimento di un’attività che abbia efficacia diretta nei confronti di terzi; ogni atto preparatorio, propedeutico o accessorio, che si esplichi nell’ambito del procedimento di riscossione, seppure destinato a fini interni alla p.a., comporta l’attuazione completa delle finalità dell’ente pubblico.

Dunque, l’attività di riscossione mediante ruolo conferisce la qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio agli operatori delle s.p.a. di concessione.

L’Agenzia di riscossione non può autenticare gli avvisi di ricevimento

Secondo la Cassazione, l’agente della riscossione, quando è parte di un giudizio e al quale è richiesto di dare prova della notifica, non può attribuire autenticità agli avvisi di ricevimento, che costituiscono documenti di provenienza dell’ufficiale postale.

Come visto più sopra, l’autenticazione della copia di un documento può essere fatto dal pubblico ufficiale che ha emesso l’atto, o dal pubblico ufficiale presso il quale è depositato l’originale (come nel caso dei ruoli emessi dall’Agenzia delle entrate, nel qual caso il concessionario è autorizzato a rilasciarne copia, nell’interesse dei terzi).

L’autenticazione non può essere invece fatta dal concessionario, nell’interesse proprio, per un atto formato da terzi (avviso di ricevimento formato dall’agente postale).

Deve quindi applicarsi la regola generale secondo la quale le copie fotografiche o fotostatiche hanno la stessa efficacia di quelle autentiche se la loro conformità all’originale è attestata dal pubblico ufficiale competente o se detta conformità non sia disconosciuta dalla controparte.

Se il contribuente disconosce le copie degli avvisi di ricevimento

Il contribuente può quindi disconoscere espressamente la documentazione prodotta in fotocopia dall’Agenzia delle Entrate Riscossione. Ma che effetti ha il disconoscimento?

Il disconoscimento della conformità di una copia fotografica o fotostatica all’originale di una scrittura, non ha gli stessi effetti del disconoscimento della scrittura privata. Mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione, preclude l’utilizzabilità della scrittura, il primo non impedisce al giudice di accertare la conformità all’originale anche mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni.

Ne consegue che l’avvenuta produzione in giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento è prodotto a prendere posizione sulla conformità della copia all’originale, non vincola il giudice all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli ritenerla valida. In altri termini, il giudice può comunque ritenere raggiunta la prova della notifica delle cartelle anche con il deposito delle fotocopie degli avvisi di ricevimento delle relative raccomandate.

Cause pensione e invalidità gratuite: chi ne ha diritto

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Esenzione dal contributo unificato ed esenzione dal pagamento delle spese legali nelle cause di previdenza e assistenza obbligatoria: come e quando.

La legge prevede alcune agevolazioni in materia di spese legali per chi ha un reddito basso e deve affrontare una causa di previdenza e assistenza. In particolare:

  • le cause di previdenza e assistenza obbligatorie, come le cause individuali di lavoro e riguardanti rapporti di pubblico impiego, sono esenti da contributo unificato se il ricorrente è titolare di un reddito imponibile ai fini Irpef, non superiore ad una determinata soglia.
  • nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali (per esempio invalidità civile, accompagnamento ecc.), in caso di perdita della causa (tecnicamente “soccombenza”) il ricorrente è esente dalla condanna al pagamento delle spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice, quando risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini Irpef non superiore a una determinata soglia.

Le due agevolazioni, esenzione dal contributo unificato ed esenzione dal pagamento delle spese legali, hanno natura e presupposti differenti, ma vengono spesso confuse. La distinzione è rilevante ai fini non solo della verifica dei requisiti ma anche ai fini della documentazione da presentare per accedere al beneficio. Resta fermo che le due agevolazioni sono cumulabili.

Vediamo cosa sono e come funzionano l’esenzione dal contributo unificato e l’esenzione dal pagamento delle spese legali nelle cause di previdenza e assistenza.

Cause di previdenza e assistenza: esenzione dal contributo unificato

Nei processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie, nonché per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, il ricorrente non deve pagare il contributo unificato, se è titolare di un reddito imponibile ai fini Irpef inferiore a tre volte l’importo previsto per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato [1].

In particolare, il reddito, compreso quello dei familiari conviventi, come da ultima dichiarazione dei redditi presentata, non deve essere superiore a 34.585,23 euro.

Documenti da presentare per esenzione contributo unificato

Al fine di beneficiare dell’esenzione dal contributo unificato, il ricorrente deve allegare al ricorso un’apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione in cui dichiara, sotto la propria responsabilità:

– che il proprio reddito, compreso quello dei familiari conviventi, come da ultima dichiarazione reddituale presentata relativa all’anno per il quale è scaduto il termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi)  non è superiore al triplo dell’importo previsto dall’art. 76 DPR, elevato a € 34.585,23;

– che si impegna a comunicare, finché il processo non diventi definitivo, eventuali variazioni di reddito;

– la composizione del proprio nucleo familiare.

Il ricorrente deve anche allegare copia della carta di identità.

Prestazioni previdenza e assistenza: esenzione dalle spese legali

Nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali, la parte soccombente non può essere condannata al pagamento delle spese, competenze ed onorari, quando risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini Irpef, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito per beneficiare del patrocinio a spese dello Stato [2].

Più precisamente il reddito non deve essere superiore a 11.528,41 euro.

Se l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante. La soglia reddituale complessiva di accesso resta individuata nella somma dei singoli redditi dei conviventi, compreso l’istante, ma il limite di reddito 11.528,41 euro è elevato di euro 1.032,91 per ogni familiare convivente.

L’esenzione dal pagamento delle spese legali vale solo per i giudizi aventi ad oggetto prestazioni previdenziali e assistenziali e non anche per le cause di lavoro (alle quali si applica, invece, l’esenzione dal contributo unificato).

Non si applica l’esenzione dal contributo unificato se il ricorrente viene condannato per lite temeraria in quanto il giudice accerta che ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.

Documenti da presentare per esenzione spese legali

Anche in questo caso, il ricorrente deve formulare apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione nelle conclusioni dell’atto introduttivo in cui dichiara, sotto la propria responsabilità, il reddito proprio e quello del nucleo familiare e si impegna a comunicare entro trenta giorni dalla scadenza del termine di un anno a far tempo dalla data di presentazione dell’istanza, e fino a quando il procedimento non sia definito, le eventuali variazioni dei limiti di reddito verificatesi nell’anno precedente, rilevanti ai fini della concessione del beneficio.

Il ricorrente deve anche allegare copia della carta di identità.

Guida senza patente: è reato?

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è la patente? Quando è reato guidare senza? Depenalizzazione e illecito amministrativo: vediamo cosa succede.

Per guidare un veicolo, si sa, occorre la patente. L’esame per conseguirla è una delle prime, grandi prove della maturità, superato il quale ogni ragazzo si sente un po’ più adulto.

Non si deve commettere l’errore di considerare la patente un documento dovuto, quasi come se fosse un diritto acquisirla: al contrario, per ottenere la patente è necessario possedere determinati requisiti, anagrafici e psico-fisici, che garantiscano l’idoneità alla guida.

La patente è talmente importante che guidare senza può far incorrere in sanzioni non da poco. La guida senza patente è reato? Vediamo quando.

Patente: cos’è?

La patente di guida è un certificato amministrativo che la pubblica amministrazione rilascia al richiedente dopo una specifica verifica, effettuata tramite un esame teorico-pratico, finalizzata ad accertare il possesso di determinati condizioni.

Nello specifico, per ottenere la patente di guida occorre soddisfare tre requisiti:

  • Anagrafici: a seconda del tipo di veicolo per la cui guida viene richiesta l’abilitazione, l’età da raggiungere è di quattordici, sedici, diciotto, venti e ventuno anni [1];
  • Psico-fisici: non può ottenere la patente di guida o l’autorizzazione ad esercitarsi alla guida chi sia affetto da malattia fisica o psichica, deficienza organica o minorazione psichica, anatomica o funzionale tale da impedire di condurre con sicurezza veicoli a motore [2];
  • D’Abilità: l’idoneità tecnica necessaria per il rilascio della patente di guida si consegue superando una prova di verifica delle capacità e dei comportamenti ed una prova di controllo delle cognizioni [3].

Patente: si può guidare senza?

Il codice della strada è molto chiaro su questo punto: non si possono guidare ciclomotori, motocicli, tricicli, quadricicli e autoveicoli senza aver conseguito la patente di guida [4].

Al mancato conseguimento della patente di guida non è equiparato chi guida uno dei predetti veicoli munito di patente scaduta. L’autorizzazione rilasciata dalla pubblica amministrazione, infatti, ha un limite temporale, superato il quale occorre sottoporsi a nuova verifica di idoneità per il rinnovo.

In particolare, le patenti più diffuse (categorie AM, A1, A2, A, B1, B e BE) sono valide per dieci anni; qualora siano rilasciate o confermate a chi ha superato il cinquantesimo anno di età sono valide per cinque anni ed a chi ha superato il settantesimo anno di età sono valide per tre anni [5].

Chi viene sorpreso a guidare un veicolo con la patente scaduta, quindi, non può essere sanzionato come se non l’avesse. Come vedremo, infatti, il reato di guida senza patente può configurarsi solo nei casi in cui il reo non abbia mai conseguito il titolo abilitativo (cioè la patente), oppure abbia subito la revoca dello stesso o non gli sia stato rinnovato.

Guida senza patente: è reato?

Giungiamo ora al punto cruciale dell’articolo: se guido senza patente commetto reato? Non necessariamente.

Il codice della strada dice che chiunque conduce veicoli senza aver conseguito la corrispondente patente di guida è punito con l’ammenda da 2.257 a 9.032 euro; la stessa sanzione si applica ai conducenti che guidano senza patente perché revocata o non rinnovata per mancanza dei requisiti fisici e psichici. Nell’ipotesi di recidiva nel biennio si applica altresì la pena dell’arresto fino ad un anno [6].

A seguito della depenalizzazione avvenuta nel 2016 [7], però, la pena dell’ammenda è sostituita dalla sanzione amministrativa pecuniaria da cinquemila a trentamila euro. Di conseguenza, oggi commette reato solamente chi, nell’arco di due anni, viene colto a guidare senza patente; alla prima infrazione, invece, si risponderà con una mera sanzione amministrativa.

Da tanto derivano due situazioni distinte:

  1. chi guida senza patente commette un illecito amministrativo ed è pertanto tenuto a pagare una sanzione pecuniaria salata, che va dai cinquemila ai trentamila euro;
  2. chi è sorpreso a guidare per due volte senza patente nel corso di un biennio (cioè, dalla prima guida senza patente alla seconda non devono essere trascorsi più di due anni) commette reato, con l’arresto fino a un anno.

Guida senza patente: quando è reato?

Il reato della guida senza patente prescinde dal verificarsi di specifici eventi lesivi: questo significa che si incorre nell’illecito penale per il semplice fatto di trovarsi al volante, anche senza aver provocato alcun sinistro.

Presupposto necessario per la rilevanza penale della condotta è che la stessa sia realizzata su strada, da intendersi quale qualsiasi area pubblica, aperta al pubblico o adibita a pubblico uso, per la circolazione di mezzi, persone o animali.

Condominio: l’impresa può agire contro il singolo?

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il creditore condominiale può agire contro il singolo proprietario. Se c’è errore nel quantificare la quota condominiale, l’azione esecutiva non è inefficace.

Poniamo il caso che un impresa abbia eseguito dei lavori straordinari all’interno di un condominio, ma  che non sia stata pagata integralmente. Consideriamo, altresì, l’ipotesi più generica, del creditore condominiale insoddisfatto. Ebbene, queste situazioni non possono certamente restare prive di conseguenze per il condominio moroso e per i singoli proprietari inadempienti. Infatti, di regola, nelle situazioni descritte, ci sono alcuni soggetti che hanno versato regolarmente le quote condominiali dovute, ma esistono anche dei condomini che non hanno pagato nulla o meno del previsto. Dunque, premesso ciò, il creditore insoddisfatto o l’impresa non pagata possono agire contro il singolo proprietario per avere quanto spetta loro per contratto? La risposta è positiva, ma merita l’opportuno approfondimento.

Condominio: l’impresa può agire contro il condominio?

Nei casi esaminati in questo articolo, il primo passo che deve compiere il creditore insoddisfatto è quello del procedimento d’ingiunzione. Infatti, se c’è un contratto, dei lavori eseguiti a regola d’arte e della fatture di pagamento inevase, il creditore/impresa ha tutto il diritto e i presupposti per ottenere dal giudice competente, un decreto ingiuntivo a carico del condominio inadempiente. Ottenuto il provvedimento, notificato al condominio e in assenza di opposizione da parte di quest’ultimo, il decreto ingiuntivo diventerà esecutivo e potrà essere messo in esecuzione nei confronti dei soggetti inadempienti, compresi i singoli proprietari che non hanno pagato.

Condominio: l’impresa può agire contro il proprietario?

Abbiamo visto che il creditore insoddisfatto può ottenere un provvedimento giudiziale nei confronti del condominio inadempiente. Abbiamo, altresì, capito che se le ragioni del creditore sono ineccepibili, il decreto ingiuntivo diventerà esecutivo. Ebbene, arrivati a questo punto, l’impresa di turno potrà agire in esecuzione anche nei confronti del singolo proprietario. Quest’ultimo, però, sarà chiamato a pagare l’intero debito inevaso (saldando, quindi, anche le esposizioni degli altri proprietari inadempienti) oppure sarà obbligato a versare soltanto la sua quota?

Condominio e azione contro il singolo: caratteristiche

Incominciamo col dire che l’azione esecutiva contro il singolo proprietario è sempre preceduta dalla notifica del titolo esecutivo e dell’atto di precetto. In termini più semplici, egli riceve dal creditore, il decreto ingiuntivo esecutivo, già emesso dal giudice, ed un altro atto, chiamato di precetto, con il quale si preannuncia l’azione esecutiva e sono specificati tutti gli importi dovuti (la quota-credito non versata, gli interessi, le spese legali). Ebbene, l’impresa che agisce, non dovrà, invece, preoccuparsi di dimostrare che il singolo proprietario è effettivamente tenuto a pagare quelle somme, in base ai propri millesimi. Da questo punto di vista, sarà compito ed onere del debitore/condomino, quello di provare che l’entità delle richieste è eccessiva. Questa conclusione è stata recentemente precisata dalla Cassazione [1], secondo la quale il creditore può agire contro il singolo proprietario nei limiti della sua quota millesimale, limitandosi ad allegare l’entità della stessa. Se eventualmente dovesse commettere errore nella quantificazione della quota o dovesse agire per l’intero e non per la limitata esposizione del singolo proprietario, quest’ultimo avrebbe l’opportunità di opporsi ai sensi di legge [2], ma l’azione esecutiva del creditore non sarebbe del tutto inefficace. In questo caso, infatti, l’esecuzione proseguirebbe ugualmente, ma nei limiti della quota/debito effettivamente accertata a seguito dell’opposizione del debitore. Concludendo, attenti a non pagare dei lavori straordinari: potreste risultare coinvolti nell’inevitabile azione di recupero ed essere anche costretti a fare un’opposizione per far valere l’esatto ammontare di quanto da voi dovuto.

L’arresto in flagranza di reato

Posted on : 23-02-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cos’è lo stato di flagranza? Qual è la differenza con gli arresti domiciliari? Cos’è la convalida? E l’interrogatorio di garanzia? Quando l’arresto è facoltativo?

In televisione, durante le notizie di cronaca dei telegiornali, sentiamo quotidianamente di persone arrestate per questo o per quel delitto. Individui ammanettati vengono caricati nelle volanti e poi condotti a tutta velocità verso i penitenziari. Non sempre, però, il linguaggio utilizzato dai mass media è corretto. Siamo sicuri di aver bene inteso cosa sia un arresto e cosa lo differenzia dai domiciliari? Approfondiamo l’argomento e vediamo cos’è l’arresto in flagranza di reato.

Misure cautelari: cosa sono?

Il procedimento penale è un lungo percorso che comincia nel momento in cui all’autorità competente (cioè, la procura della Repubblica) giunge la notizia di reato e termina con la sentenza (di assoluzione o di condanna) definitiva. In mezzo ci sono una serie molto lunga di vicende; elencarle tutte sarebbe impossibile, per questo possiamo riferirci, solo per esempio, all’informazione di garanzia, alla richiesta di archiviazione, all’udienza preliminare, al dibattimento, ecc.

Poiché il processo penale è molto lungo, la legge prevede alcune misure che l’autorità giudiziaria può utilizzare per evitare che l’imputato, nelle more del procedimento, possa sottrarsi alla giustizia oppure commettere altri fatti criminosi.

Si tratta delle misure cautelari, strumenti conosciuti anche nel processo civile e amministrativo (anche se in diverse forme, ovviamente). Le misure cautelari possono essere personali o reali (quando incidono sui beni dell’imputato) e servono a limitare la libertà dell’imputato (o dell’indagato, se si è ancora nella fase delle indagini preliminari).

Le misure cautelari vengono richieste dal magistrato del pubblico ministero per evitare che l’indagato/imputato possa rendere vano il procedimento, ad esempio dandosi alla fuga. Sulla richiesta si esprime il giudice il quale, se ritiene che sussistano i presupposti (le famose esigenze cautelari) [1], applica la misura alla persona indagata o imputata.

Le misure cautelari sono di diversi tipi: le più afflittive (cioè, le più limitative per la libertà dell’individuo) sono senz’altro la custodia cautelare in carcere [2] e gli arresti domiciliari [3], passando per l’obbligo di dimora[4] e il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa [5].

Arresto in flagranza di reato e arresti domiciliari: qual è la differenza?

Abbiamo appena detto che tra le misure cautelari personali compare anche quella degli arresti domiciliari. Questi arresti, però, sono differenti dall’arresto in flagranza di reato. In comune v’è la privazione della libertà dell’arrestato; di diverso, però, ci sono i presupposti.

Mentre gli arresti domiciliari sono disposti dal giudice con ordinanza che prescrive all’imputato (o indagato) di non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza, l’arresto in flagranza di reato è eseguito direttamente dalla polizia giudiziaria, senza alcuna autorizzazione del giudice. Perché avviene questo? Spieghiamo meglio.

Flagranza di reato: cos’è?

L’arresto in flagranza di reato non è una misura cautelare vera e propria, bensì una sorta di misura pre-cautelare, cioè che anticipa l’eventuale misura cautelare comminata dal giudice.

Presupposto indispensabile dell’arresto di cui stiamo parlando è la flagranza di reato. Secondo la legge [6], è in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

La flagranza di reato, quindi, presuppone una vicinanza temporale tra la commissione del reato e il tempo della cattura. Nel caso di persona colta con le mani nel sacco si parlerà di flagranza vera e propria; quando, invece, il reo è scoperto subito dopo oppure è inseguito, si parla di quasi-flagranza. In entrambi i casi, comunque, è possibile procedere all’arresto.

Arresto in flagranza di reato: per quali reati si procede?

La flagranza è elemento essenziale per procedere all’arresto, arresto che, tra l’altro, può essere eseguito non solo dalla polizia giudiziaria (poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, ecc.) ma anche dal privato cittadino quando si tratta di delitti perseguibili d’ufficio. In questo caso, la persona che ha eseguito l’arresto deve senza ritardo consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria, la quale redige il verbale della consegna e ne rilascia copia [7].

Tuttavia, non si può procedere all’arresto in flagranza per qualsiasi tipo di reato. Altra condizione, infatti, è che si tratti di un reato reputato grave dalla legge. La gravità è individuata in due modi: attraverso l’entità della pena astrattamente prevista per quel tipo di reato; mediante un elenco di ipotesi tipiche.

Dal primo punto di vista, la polizia giudiziaria procede all’arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto doloso, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni [8].

Di conseguenza, si potrà procedere all’arresto in flagranza per reati gravi come l’omicidio o la concussione, ma non per quelli come lesioni semplici o violenza privata.

Anche fuori dei casi sopra previsti, la polizia giudiziaria procede obbligatoriamente all’arresto di chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti dolosi:

  • delitti contro la personalità dello Stato per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni (ad esempio, utilizzazione dei segreti di Stato);
  • delitto di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti;
  • delitto di devastazione e saccheggio;
  • delitti contro l’incolumità pubblica per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci anni (ad esempio, strage);
  • delitto di riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile e di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile;
  • delitti di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro;
  • delitto di violenza sessuale, esclusi i casi di minore gravità, e delitto di violenza sessuale di gruppo;
  • delitto di atti sessuali con minorenne;
  • delitto di furto aggravato;
  • delitti di furto in abitazione e furto con strappo;
  • delitto di rapina di estorsione;
  • delitto di ricettazione aggravata;
  • delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo, escluse quelle espressamente consentite dalla legge;
  • delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope, salvo i casi di minore gravità;
  • delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni;
  • delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione di associazioni segrete o militari vietate dalla legge;
  • delitti di partecipazione, promozione, direzione e organizzazione dell’associazione di tipo mafioso;
  • delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di stalking;
  • delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della associazione per delinquere, se l’associazione è diretta alla commissione di più delitti fra quelli finora elencati;
  • delitti di fabbricazione, detenzione o uso di documento di identificazione falso;
  • delitti di promozione, direzione, organizzazione, finanziamento o effettuazione di trasporto di persone ai fini dell’ingresso illegale nel territorio dello Stato (immigrazione clandestina);
  • delitto di omicidio colposo stradale.

Arresto in flagranza di reato: se il delitto è punibile a querela?

I reati previsti dal nostro ordinamento si distinguono in reati procedibili d’ufficio e reati procedibili a querela di parte. Cosa significa?

Un reato è procedibile d’ufficio quando il procedimento penale contro il colpevole può essere intrapreso anche senza l’espressa volontà della persona offesa. In altre parole, davanti ad un reato procedibile d’ufficio non occorre che la vittima manifesti (con querela) la volontà di punire il colpevole: è sufficiente che la notizia dell’accadimento giunga alla procura o alla polizia giudiziaria perché comincino le indagini.

Nei reati procedibili a querela di parte, invece, affinché le autorità possano dar corso alla giustizia hanno bisogno del consenso della vittima, consenso da esprimersi mediante querela, orale o scritta che sia.

Ebbene, cosa succede se un reato procedibile a querela è anche tra quelli per i quali si può procedere all’arresto in flagranza?

La legge dice che quando si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza è eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

In buona sostanza, nell’ipotesi appena prospettata si fronteggiano due situazioni: da un lato, la gravità dell’illecito che giustifica l’intervento immediato delle forze dell’ordine; dall’altro, la valutazione (fatta a monte dalla legge) secondo cui si può procedere solo dietro espresso volere della vittima.

L’incontro tra le due esigenze di giustizia premia la celerità delle operazioni: la querela si intende sporta sul luogo del delitto, anche se resa oralmente senza alcuna formalità. Lo stesso accade se la persona offesa intende rimettere la querela, cioè ritirare il suo consenso: in questo caso, l’arrestato non può essere privato della libertà un secondo di più.

Arresto facoltativo in flagranza di reato: cos’è?

Nelle circostanze sopra esaminate la polizia giudiziaria deve procedere obbligatoriamente all’arresto: si parla, per l’appunto, di arresto obbligatorio in flagranza. In altre parole, davanti ad uno dei fatti sopra illustrati, le autorità devono per forza trarre in arresto l’autore.

La legge, però, contempla anche alcuni casi di arresto facoltativo in flagranza. Si tratta di ipotesi meno gravi, ove la polizia non è tenuta ad effettuare l’arresto. Secondo la legge, la polizia giudiziaria ha facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di un delitto doloso, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a tre anni ovvero di un delitto colposo per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni [9].

Arresto facoltativo in flagranza di reato: per quali reati si procede?

Come per l’arresto obbligatorio in flagranza, anche per quello facoltativo la legge prevede una lunga lista di reati per i quali è possibile procedere alla restrizione della libertà dell’agente. Secondo il codice di procedura penale, la polizia giudiziaria ha altresì facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti:

  • peculato mediante profitto dell’errore altrui;
  • corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio;
  • violenza o minaccia a un pubblico ufficiale;
  • commercio e somministrazione di medicinali guasti e di sostanze alimentari nocive;
  • corruzione di minorenni;
  • lesione personale;
  • violazione di domicilio;
  • furto semplice;
  • danneggiamento aggravato;
  • truffa;
  • appropriazione indebita;
  • offerta, cessione o detenzione di materiale pornografico;
  • alterazione di armi e fabbricazione di esplosivi non riconosciuti;
  • falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri;
  • fraudolente alterazioni per impedire l’identificazione o l’accertamento di qualità personali;
  • delitto di lesioni colpose stradali gravi o gravissime previsto.

Come per l’arresto obbligatorio, anche per quello facoltativo, quando si tratta di delitto perseguibile a querela, può essere eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

In ogni caso, si può procedere all’arresto facoltativo in flagranza soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto.

Arresto in flagranza di reato: cosa succede?

Una volta che la polizia ha proceduto all’arresto ne deve dare immediata notizia al pubblico ministero del luogo ove l’arresto è stato eseguito. È preciso diritto dell’arrestato ricevere una comunicazione scritta, redatta in forma chiara e precisa e, se questi non conosce la lingua italiana, tradotta in una lingua a lui comprensibile, con cui viene informato dei suoi diritti, e cioè:

  • della facoltà di nominare un difensore di fiducia e di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge;
  • del diritto di ottenere informazioni in merito all’accusa;
  • del diritto all’interprete ed alla traduzione di atti fondamentali;
  • del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere;
  • del diritto di accedere agli atti sui quali si fonda l’arresto;
  • del diritto di informare le autorità consolari e di dare avviso ai familiari;
  • del diritto di accedere all’assistenza medica di urgenza;
  • del diritto di essere condotto davanti all’autorità giudiziaria per la convalida entro novantasei ore dall’avvenuto arresto;
  • del diritto di comparire dinanzi al giudice per rendere l’interrogatorio e di proporre ricorso per cassazione contro l’ordinanza che decide sulla convalida dell’arresto.

Qualora la comunicazione scritta di cui sopra non sia prontamente disponibile in una lingua comprensibile all’arrestato, le informazioni sono fornite oralmente, salvo l’obbligo di dare comunque, senza ritardo, comunicazione scritta all’arrestato o al fermato.

Dell’avvenuto arresto la polizia giudiziaria informa immediatamente il difensore di fiducia eventualmente nominato ovvero quello di ufficio designato dal pubblico ministero.

La polizia giudiziaria deve porre l’arrestato a disposizione del pubblico ministero al più presto e comunque non oltre ventiquattro ore dall’arresto, pena l’inefficacia dell’arresto. Entro il medesimo termine trasmette il relativo verbale, anche per via telematica, salvo che il pubblico ministero autorizzi una dilazione maggiore.

Il verbale contiene l’eventuale nomina del difensore di fiducia, l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo in cui l’arresto è stato eseguito e l’enunciazione delle ragioni che lo hanno determinato nonché la menzione dell’avvenuta consegna della comunicazione scritta o dell’informazione orale.

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del pubblico ministero mediante la conduzione nella casa circondariale o mandamentale del luogo dove l’arresto è stato eseguito [10].

Arresto in flagranza di reato: cos’è l’interrogatorio?

Una volta messo a sua disposizione, il pubblico ministero può procedere all’interrogatorio dell’arrestato, dandone tempestivo avviso al difensore di fiducia ovvero, in mancanza, al difensore di ufficio.

Durante l’interrogatorio, il pubblico ministero informa l’arrestato o il fermato del fatto per cui si procede e delle ragioni che hanno determinato il provvedimento comunicandogli inoltre gli elementi a suo carico e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, le fonti [11]. L’arrestato può avvalersi della facoltà di non rispondere.

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’interrogatorio davanti al pubblico ministero è (anche) una forma di garanzia per l’arrestato: infatti, se risulta evidente che l’arresto è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge (quelli indicati nei paragrafi precedenti, per intenderci), il pubblico ministero dispone con decreto motivato che l’arrestato sia posto immediatamente in libertà.

La liberazione è altresì disposta prima dell’intervento del pubblico ministero dallo stesso ufficiale di polizia giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del luogo dove l’arresto è stato eseguito [12].

Arresto in flagranza di reato: cos’è la convalida dell’arresto?

Entro quarantotto ore dall’arresto il pubblico ministero, qualora non debba ordinare la immediata liberazione dell’arrestato, richiede la convalida al giudice per le indagini preliminari competente in relazione al luogo dove l’arresto è stato eseguito.

Il giudice fissa l’udienza di convalida al più presto e comunque entro le quarantotto ore successive dandone avviso, senza ritardo, al pubblico ministero e al difensore [13]. I termini devono essere rispettati a pena di inefficacia della’arresto.

L’udienza di convalida si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del difensore dell’arrestato.

Quando risulta che l’arresto è stato legittimamente eseguito e sono stati osservati i termini di legge, il giudice provvede alla convalida con ordinanza. Contro l’ordinanza che decide sulla convalida, il pubblico ministero e l’arrestato possono proporre ricorso per cassazione.

Al contempo, il giudice, se ricorrono le condizioni di legge, dispone l’applicazione di una misura cautelare; in caso contrario, il giudice dispone con ordinanza la immediata liberazione dell’arrestato [14].

In poche parole, il giudice deve verificare la legittimità dell’arresto, e cioè che sia stato effettuato al ricorrere delle condizioni viste nei precedenti paragrafi. Se l’arresto è legittimo, lo convalida e, se c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato, dispone una misura cautelare che limiti la libertà dell’arrestato: questa misura può essere, ad esempio, la custodia cautelare in carcere, oppure gli arresti domiciliari.

La restrizione della libertà cominciata con l’arresto in flagranza, pertanto, si prolungherà con l’emissione di un’unica ordinanza con la quale il giudice, contestualmente, convalida la misura pre-cautelare (l’arresto, cioè) e commina una misura cautelare.