Ricevo lettere anonime: cosa posso fare?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lettere e bigliettini senza firma nella buca delle lettere condominiali: si può denunciare? È reato?

Sono diversi mesi che un anonimo molestatore inserisce, nella tua buca delle lettere, alcuni bigliettini senza firma e senza timbro postale. Evidentemente – hai pensato – è uno dei condòmini che abita nel tuo stesso palazzo e che, magari, si diverte a infastidirti o vuole tormentarti. Il fatto sta assumendo dei connotati imbarazzanti, anche perché ad aprire la cassetta della posta sono spesso gli altri membri della tua famiglia ed il fatto di non sapere fin dove il responsabile possa spingersi ti porta a temere per la tua e la loro serenità. Così hai deciso di prendere contromisure e di sporgere querela. Nel recarti in polizia ti rivolgi a un agente e gli dici: Ricevo lettere anonime:cosa posso fare? Questi però ti manifesta le proprie perplessità. Secondo lui, infatti, non sussistono ipotesi di reato. Nella tua ignoranza in materia legale, ti appelli allo stalking, al reato di molestie e alla violazione della privacy. Ti appelli anche alla libertà di corrispondenza che viene minata da chi ti ha reso angosciante il solo fatto di aprire la buca della posta. Chi ha ragione? Lasciare bigliettini anonimi nella cassetta delle lettere è reato? Ecco cosa ha detto a riguardo la Cassazione con una recente sentenza [1].

Il reato di molestia scatta solo quando l’azione è posta in un luogo pubblico o aperto al pubblico, oppure con un telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo. È invece chiaro che, nel caso di lettere anonime, il comportamento incriminato non viene posto in nessuna di queste tre circostanze trattandosi di un luogo privato (l’androne condominiale) non aperto al pubblico. La lettera poi non può essere equiparata al telefono stante il divieto, nell’ambito delle norme penali, di attuare interpretazioni analogiche. Il che significa che, in caso di bigliettini senza firma lasciati nella buca delle lettere non si può sporgere querela per molestie.

Si potrebbe allora sostenere che vi sia il reato di stalking ma, a tal fine, non può di certo bastare un solo episodio: si deve trattare di più fatti ripetuti in un arco di tempo apprezzabile. In più, per aversi stalking, è necessario che tali comportamenti abbiano arrecato nella vittima una delle tre seguenti conseguenze (di cui bisognerà dare prova):

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;
  • un mutamento delle proprie abitudini di vita.

Leggi Quand’è stalking.

Questo significa che se non riesci a dimostrare uno di questi tre presupposti la tua denuncia per stalking sarà archiviata. Lo stato di ansia e di paura non richiede un certificato medico: bastano le dichiarazioni della vittima, ma devono essere credibili anche alla luce del contenuto della lettera anonima. Un semplice insulto avrà di certo un peso inferiore rispetto a una minaccia.

Quanto al mutamento delle proprie abitudini di vita, si potrebbe dire che il coniuge, timoroso di trovare delle false accuse di tradimento, è portato a tornare prima dal lavoro per recuperare le lettere prima che l’altro le possa intercettare. Questo potrebbe essere un “mutamento delle abitudini di vita”.

La giurisprudenza ha anche parlato di stalking condominiale quando il comportamento molesto è attuato da uno dei condomini. Nei casi evidenziati ai supremi giudici però non si è trattato di giudicare solo l’immissione di biglietti anonimi nella cassetta della posta ma anche altri atteggiamenti come ad esempio l’aver pedinato il condomino o l’aver lasciato oggetti dietro la porta di casa.

Se la lettera anonima contiene delle intimidazioni si può sporgere una querela contro anonimi per minacce. Chiaramente, l’assenza dell’identificazione del colpevole giustifica l’atto solo per scopi cautelativi, nel caso in cui in futuro si dovesse scoprirne l’identità e così risalire all’inizio dei comportamenti lesivi.

Come andare in pensione

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come uscire dal lavoro, che cosa cambia per le pensioni nel 2019: pensione anticipata e di vecchiaia, quota 100, quota 41, Ape, opzione Donna, salvaguardia.

L’età minima per andare in pensione, nel 2019, continua a salire: a causa degli adeguamenti alla speranza di vita, ad aumentare non sarà soltanto l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria, ma anche l’età prevista per la pensione anticipata contributiva, per la pensione di vecchiaia contributiva e per l’Ape volontario. L’aumento, previsto in misura pari a 5 mesi, riguarderà anche gli anni di contributi richiesti per ottenere la pensione anticipata ordinaria e dei lavoratori precoci. Gli unici a non risentire degli adeguamenti alla speranza di vita saranno soltanto gli addetti ai lavori usuranti, che beneficeranno della vecchia pensione di anzianità agevolata con gli stessi requisiti sino al 2026, e gli addetti ai lavori gravosi con almeno 30 anni di contributi, per i quali l’età pensionabile resterà la stessa. Nel 2019 potrebbero debuttare, però, due nuove tipologie di pensione: la quota 100, che potrà essere raggiunta quando la somma dell’età e degli anni di contributi risulta almeno pari a 100 (probabilmente, però, con dei limiti di età e di contribuzione minima), e la quota 41 (che potrebbe diventare quota 42), una nuova pensione anticipata che potrebbe essere raggiunta con 41 anni di contributi (che a causa degli adeguamenti alla speranza di vita diventerebbero 41 anni e 5 mesi), o con 42 anni di contribuzione, a seconda delle decisioni che prenderà l’esecutivo.  Si parla anche della possibile proroga dell’opzione Donna e dell’introduzione di una nuova salvaguarda, per pensionarsi con le regole antecedenti alla legge Fornero. Ma procediamo per ordine e vediamo come andare in pensione: quali sono le attuali possibilità di uscita dal lavoro, che cosa cambia dal 2019, quali sono le pensioni previste dal governo gialloverde.

Come si va in pensione?

I requisiti principali richiesti per andare in pensione riguardano gli anni di contributi e l’età. Per la pensione di vecchiaia, ad esempio, sono attualmente richiesti 66 anni e 7 mesi di età più 20 anni di contributi. Ci sono delle pensioni che richiedono il solo requisito contributivo, come la pensione anticipata, per la quale ad oggi occorrono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per i lavoratori che non possiedono contributi accreditati prima del 1996, però, si aggiunge un ulteriore requisito, non semplice da ottenere, cioè la soglia minima dell’assegno di pensione. Ad esempio, se il lavoratore ha iniziato a versare i contributi dal 1996 in poi e vuole ottenere la pensione di vecchiaia, oltre a 66 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi deve possedere anche un assegno pari almeno a 1,5 volte l’assegno sociale (che è pari a 453 euro): se la sua pensione risulta, dunque, più bassa di 680 euro, non può ottenere il trattamento, nonostante possieda i prescritti requisiti di età e contribuzione, e deve attendere di maturare le condizioni per la pensione di vecchiaia contributiva, che dal 2019 richiede un’età minima di 71 anni. Non tutte le pensioni, per fortuna, richiedono una soglia minima di assegno ai lavoratori privi di contributi al 1996: la pensione anticipata ordinaria, ad esempio, richiede il solo requisito di contribuzione. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i requisiti per le principali tipologie di pensione.

Come andare in pensione di vecchiaia?

La pensione di vecchiaia, come abbiamo osservato, prevede il raggiungimento di una certa età ed allo stesso tempo il raggiungimento di una determinata soglia di contribuzione versata, assieme alla maturazione di un assegno minimo (quest’ultimo requisito, però, è previsto per i soli lavoratori privi di contributi al 31 dicembre 1995). Come si raggiunge la pensione di vecchiaia? Fino al 31 dicembre 2018, questa pensione si può ottenere con 66 anni e 7 mesi di età e con almeno 20 anni di contribuzione versata, contributi figurativi (maternità, servizio militare, disoccupazioni, casse integrazioni e malattia), volontari e da riscatto compresi. Questa pensione si può raggiungere anche attraverso il cumulo dei contributi, cioè sommando la contribuzione presente in gestioni previdenziali differenti.

Dal 1° gennaio 2019 l’età pensionabile sale di 5 mesi, e risulta dunque pari a 67 anni; resta invece invariato il requisito pari a 20 anni di contributi previdenziali, non soggetto all’applicazione dell’adeguamento all’aspettativa di vita. Più sale la vita media degli italiani secondo le stime Istat, più salgono i requisiti per andare in pensione. L’età per la pensione di vecchiaia resterà ferma al requisito di 66 anni e 7 mesi di età solo per gli addetti ai lavori gravosi con almeno 30 anni di contributi.

Come funziona l’aspettativa di vita per la pensione?

Ad oggi, la normativa prevede che la pensione sia adeguata periodicamente alla speranza di vita, con aumenti biennali dei requisiti dal 2019. Gli adeguamenti previsti nelle apposite tabelle allegate alla legge Fornero possono essere però disattesi, sia nel caso in cui la speranza di vita media riscontrata sia maggiore rispetto alle proiezioni, sia nel caso in cui invece si registrino decrementi nell’aspettativa di vita media: in quest’ultima ipotesi, però, i requisiti previsti per la pensione non possono mai diminuire, ma vengono soltanto bloccati per un biennio.

A partire dal 2021, l’aspettativa di vita sarà calcolata considerando la media del biennio immediatamente precedente, confrontata con la media del biennio ancora anteriore; per il 2021, ad esempio, l’aspettativa di vita dovrebbe essere calcolata sulla base della media del biennio 2018-2019, confrontata con la media del biennio 2016-2017: l’eventuale aumento determinerebbe un incremento dei requisiti per la pensione legati all’aspettativa di vita sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece in cui si riscontri una diminuzione della speranza di vita media, il decremento dei requisiti per la pensione sarà scomputato nella verifica per il biennio successivo: non ci sarà quindi un calo dell’età pensionabile, ma solo un congelamento dei requisiti. L’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita, in ogni caso, continuerà a essere verificato ogni due anni.

Come si raggiunge la pensione di vecchiaia contributiva?

La pensione di vecchiaia, per chi non ha contributi versati prima del 1996, si può anche ottenere anche con 70 anni e 7 mesi di età e 5 anni di contributi: in questo caso non sono previste soglie minime di accesso. L’assegno di pensione può dunque risultare molto basso, senza che questo impedisca il pensionamento: tuttavia, dato che il trattamento risulta calcolato col sistema interamente contributivo, non si ha diritto all’integrazione al minimo.

Perché chi non possiede contributi prima del 1996 ha diritto alla pensione contributiva?

Chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995 è detto “contributivo puro” perché ha diritto al calcolo interamente contributivo della pensione. Il calcolo della pensione, difatti, funziona in questo modo: chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo, che si basa cioè sulle ultime retribuzioni o redditi, fino al 31 dicembre 2011.

Chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, invece, ha diritto al calcolo retributivo solo fino a questa data, poi al calcolo contributivo: in questi casi parliamo di calcolo misto.

Chi non possiede contributi alla data del 31 dicembre 1995 ha invece diritto al calcolo integralmente contributivo, che si basa sui soli contributi accreditati e sull’età pensionabile.

Come si raggiunge la pensione anticipata?

Con l’entrata in vigore della riforma Fornero, la pensione di anzianità, collegata agli anni di contributi posseduti, è stata sostituita dalla pensione anticipata. Ad oggi, gli uomini raggiungono la soglia utile alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi previdenziali accreditati, mentre per le donne il requisito è pari a 41 anni e 10 mesi di contribuzione. Dal 2019 è previsto l’aumento di 5 mesi dei requisiti: serviranno pertanto 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne. Non sono previsti limiti di età, come abbiamo osservato, per questo tipo di pensione anticipata, che può essere raggiunta anche attraverso il cumulo dei contributi: sono ammessi, però, non più di 5 anni di contributi figurativi.

Come si raggiunge la pensione anticipata contributiva?

La pensione anticipata, per chi non ha contributi versati prima del 1996, si può anche ottenere anche con 63 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi: in questo caso, però, il trattamento deve risultare almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè almeno pari a 1.268,40 euro. Dal 2019 il requisito di età cambia e sale a 64 anni.

Come si raggiunge la pensione anticipata per i lavoratori precoci?

I lavoratori precoci, cioè coloro che possiedono più di 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età, possono ottenere la pensione anticipata con soli 41 anni di contributi.

Hanno diritto alla pensione anticipata agevolata, però, soltanto coloro che appartengono a delle specifiche categorie tutelate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi dal 74%, addetti ai lavori gravosi e addetti ai lavori usuranti. Per approfondire: pensione anticipata lavoratori precoci.

Dal 2019 il requito contributivo aumenterà a 41 anni e 5 mesi.

Come si raggiunge la pensione di anzianità per gli addetti ai lavori usuranti?

Dal 2011 la normativa previdenziale ha previsto una particolare categoria di lavoratori ai quali si applicano soglie di uscita per la pensione agevolate: si tratta degli addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni.  Nel dettaglio, sono considerati addetti a lavori usuranti coloro che svolgono una delle seguenti mansioni:

  • lavori in galleria, cava o miniera: sono comprese anche le mansioni svolte prevalentemente e continuativamente in ambienti sotterranei;
  • lavori in cassoni ad aria compressa;
  • lavori svolti dai palombari;
  • lavori ad alte temperature;
  • lavorazione del vetro cavo;
  • lavori di asportazione dell’amianto;
  • lavori svolti prevalentemente e continuativamente in spazi ristretti: la norma si riferisce, in particolare, ad attività di costruzione, riparazione e manutenzione navale, e, per spazi ristretti, intende intercapedini, pozzetti, doppi fondi, blocchi e affini;
  • conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo, con capienza superiore a 9 posti;
  • lavori a catena o in serie: sono comprese anche le ipotesi di chi sia vincolato all’osservanza di un determinato ritmo produttivo, o la cui prestazione sia valutata in base al risultato delle misurazioni dei tempi di lavorazione.

Il beneficio della pensione di anzianità spetta:

  • se l’attività usurante è stata svolta per almeno 7 anni, negli ultimi 10 anni di vita lavorativa;
  • se l’attività usurante è stata svolta per almeno metà della vita lavorativa.

Il beneficio della pensione di anzianità riconosciuto agli addetti ai lavori usuranti, ad ogni modo, non è strettamente limitato a chi svolge una delle mansioni elencate, ma è esteso alle mansioni particolarmente logoranti in base all’orario di lavoro: rientrano nell’agevolazione difatti anche i lavoratori che svolgono turni notturni.  Ma quali sono i requisiti di pensione per gli addetti ai lavori usuranti e notturni?

La pensione in regime di lavoro usurante o notturno è anticipata rispetto alle normali soglie oggi in vigore per le altre prestazioni pensionistiche: si va infatti in pensione con quota 97,6, con un minimo di 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi versati (il requisito di età aumenta per chi possiede anche contributi da lavoro autonomo e per ha svolto lavoro notturno per meno di 78 notti l’anno). Tra l’altro su questa particolare misura non si applicano gli inasprimenti per l’aspettativa di vita e pertanto anche nel 2019 le soglie di uscita dal lavoro resteranno le medesime.

Come si va in pensione con la quota 100?

Secondo le recenti proposte del governo, dal 2019 dovrebbe essere possibile andare in pensione con la quota 100, ossia quando la somma dell’età e degli anni di contributi risulta almeno pari a 100. Dovrebbe essere prevista, però, una soglia di età minima pari a 64 anni, ed una soglia contributiva minima pari a 36 anni.

Inoltre, per coloro che hanno diritto al calcolo retributivo sino al 2011, dovrebbe essere previsto il calcolo contributivo dal 1996, come per chi ha diritto al calcolo misto.

Come si va in pensione con la quota 41?

La quota 41, cioè la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, come abbiamo visto è già prevista per i lavoratori precoci. Dal 2019, in base alle proposte del governo, questa pensione dovrebbe essere estesa anche ai lavoratori non precoci, e addirittura ai non appartenenti alle categorie tutelate. Potrebbe però diventare quota 42, ossia richiedere 42 anni di contributi per l’accesso.

Come si raggiunge la pensione col salvacondotto?

Ad oggi sopravvive una deroga alla legge Fornero, chiamata salvacondotto.  La pensione con questo particolare scivolo si ottiene, ad oggi, per i soli nati sino al 31 dicembre 1952, con 64 anni e 7 mesi di età e con 35 anni di contributi accreditati (per le donne ne bastano 20). Bisogna però allo stesso tempo avere raggiunto i 35 anni (o 20 anni) al 31 dicembre 2012 ed alla stessa data possedere la quota 96. Per approfondire: pensione col salvacondotto.

Come andare in pensione con l’Ape

Sino al 31 dicembre 2018 è ancora possibile andare in pensione con l’Ape sociale. L’Ape sociale è un assegno mensile, a carico dello Stato, che può essere richiesto a partire dai 63 anni di età e che sostiene il lavoratore fino al perfezionamento del requisito d’età per la pensione di vecchiaia, sino a un massimo di 3 anni e 7 mesi. L’assegno è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.

Possono accedere all’Ape sociale, nello specifico, i lavoratori che, al momento della domanda, abbiano già compiuto 63 anni di età e che siano, o siano stati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (Ago, che comprende gli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti e alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi), alle forme sostitutive ed esclusive della stessa, o alla gestione Separata Inps, purché cessino l’attività lavorativa e non siano già titolari di pensione diretta.

Per accedere all’anticipo pensionistico sono necessari 30 anni di contributi per i caregiver, i disoccupati e gli invalidi dal 74%, mentre sono necessari 36 anni di contributi per gli addetti ai lavori gravosi. Per approfondire: Ape sociale, che cosa cambia.

Dal 2019, l’ape sociale non potrà essere più richiesta, ma si potrà comunque richiedere, a 63 anni e 5 mesi di età, l’anticipo pensionistico volontario, o Ape volontario, attraverso un prestito della banca.

Come si va in pensione con l’opzione Donna?

L’opzione donna è una misura a favore delle lavoratrici con 57 anni di età (58 se autonome) e 35 anni di contributi. Con questi requisiti, le donne possono pensionarsi, accettando però il ricalcolo contributivo dell’assegno. I requisiti, però, devono risultare già raggiunti al 31 dicembre 2015: probabilmente, l’opzione Donna sarà prorogata a breve.

Come si va in pensione con la salvaguardia?

Tra i vari interventi volti a limitare le conseguenze negative della Legge Fornero è stata ipotizzata anche la proroga delle salvaguardie.

In particolare, dovrebbe essere attuata una nona salvaguardia per consentire la pensione con le vecchie regole, cioè con le regole precedenti all’entrata in vigore della Legge Fornero: di anno in anno, a partire dal 2012, data di entrata in vigore della Riforma Fornero, si sono difatti succeduti otto decreti di salvaguardia.

La nona salvaguarda dovrebbe tutelare le stesse categorie beneficiarie dell’ultima salvaguardia, ossia:

I figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’obbligo di assistenza e di provvedere a una badante grava in parti uguali. Al contributo economico si può sopperire con quello fisico.

I genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica. Si può dire che esista un parallelo obbligo, da parte dei figli nei confronti del padre e della madre quando questi, ormai divenuti anziani e malati, sono incapaci di provvedere a se stessi? E che succede quando, oltre ai problemi di salute, si aggiungono anche quelli di una pensione insufficiente a tirare fino a fine mese? La questione economica può diventare un grosso peso per la vecchiaia e l’assistenza sociale e sanitaria prevista dallo Stato non è sempre in grado di fornire valide soluzioni alla terza età. Ecco perché ci si chiede spesso se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori.

La questione è spesso fonte di conflitti tra fratelli: c’è chi è più premuroso e apprensivo, e non passa giorno che non telefoni al padre o alla madre per verificarne le necessità e lo stato di salute, e chi invece è più “latitante”. C’è chi sopperisce alla propria assenza tramite un contributo economico o pagando la badante e chi, invece, non avendo possibilità economiche, provvede con il proprio lavoro, cucinando, facendo la spesa, adempiendo ai doveri che di norma spettano tra conviventi.

Al di là di quelli che sono però i sentimenti personali e la morale individuale delle persone, che non possono certo essere imposti davanti a un giudice, è giusto verificare cosa prevede in proposito la legge. Ad esempio, si può pretendere un rimborso per una spesa che – se anche necessaria – è stata sostenuta volontariamente per il bene degli anziani?

In questo articolo cercheremo di capire se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori e in che termini questo obbligo di atteggia: in altre parole fino a dove possono spingersi le pretese del padre e della madre o la richiesta di rimborso di un fratello.

Figli minorenni: obblighi di assistenza verso i genitori

I figli minorenni non hanno alcun obbligo nei confronti dei genitori: né di assistenza, né di contribuzione economica. Dall’altro lato però i genitori hanno l’usufrutto legale sui beni a questi ultimi intestati. Significa che se un bambino riceve una casa da un parente, il padre e la madre possono viverci all’interno oppure può affittarlo destinando i frutti al bene della famiglia. Si tratta quindi di un potere di gestione del patrimonio che non può in ogni caso andare a danno degli interessi del figlio. Difatti il codice civile [1] stabilisce che i frutti percepiti sono destinati al mantenimento della famiglia e all’istruzione ed educazione dei figli.

L’usufrutto – che scatta in automatico, senza bisogno di alcun atto pubblico – dura fino alla maggiore età del figlio. Al compimento dei suoi 18 anni, l’usufrutto cessa.

Figli maggiorenni conviventi: obblighi di assistenza verso i genitori

In ragione dei doveri morali e di solidarietà che spettano tra persone che condividono lo stesso tetto, il codice civile [2] ha stabilito che il figlio ancora convivente coi genitori deve rispettarli e contribuire – in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito – al mantenimento della famiglia finché convive con essa. Quest’obbligo cessa nel momento in cui il figlio va a vivere da solo. La violazione di tale norma non è collegata ad alcuna sanzione.

Figli maggiorenni non conviventi: obbligo di assistenza verso i genitori 

Come i genitori, nei confronti dei figli, hanno l’obbligo – anche quando cessa il mantenimento – di versare gli alimenti qualora questi siano in condizioni di salute tale da non poter più lavorare e permettersi il minimo per la sopravvivenza, altrettanto spetta ai figli. È quello che il codice civile chiama «obbligo degli alimenti». Ne abbiamo parlato in Come chiedere gli alimenti.

Gli alimenti, a dispetto del nome, non corrispondono nelle vettovaglie necessarie all’alimentazione quotidiana, ma nel denaro necessario a garantire la sopravvivenza. Si tratta di un contributo economico necessario per la vita di chi lo richiede, rapportato alla sua posizione sociale e alle possibilità economiche di chi è tenuto a versarlo. Si differenzia quindi dal «mantenimento» (ad esempio quello che versa l’ex coniuge dopo la separazione) che mira a soddisfare tutte le esigenze di vita del mantenuto, anche quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza. Dunque, gli alimenti sono una somma nettamente inferiore al mantenimento.

I figli sono tenuti al mantenimento dei genitori solo quando le condizioni di salute ed economiche di questi ne mettano a serio repentaglio la vita.  Al di là di ciò, nulla devono e chi va oltre e spende di più per il padre e per la madre rispetto quanto previsto dalla legge non può poi chiedere, ai fratelli, la restituzione delle maggiori somme. Un figlio non può pretendere dagli altri fratelli il rimborso di spese sostenute per la cura e assistenza di un anziano genitore se queste travalicano «lo stretto indispensabile». Le sole spese che vanno divise tra i fratelli sono, come detto, quelle per procurargli gli «alimenti».

L’obbligo dei figli di versare gli alimenti al genitore scatta solo se quest’ultimo è vedovo/a o se il coniuge non è in grado di garantire la sua sopravvivenza. Se, ad esempio, la madre è in condizioni di salute precarie e non guadagna, ma il padre ha un reddito sufficiente ed è solo per sua incuria ed egoismo che la moglie si trova in queste condizioni, i figli non hanno alcun obbligo verso la madre; la donna potrà quindi agire nei confronti del marito per chiedergli di prendersi cura di lei. Se uno dei figli corre in soccorso della mamma non potrà chiedere il rimborso delle spese al fratello. L’esistenza dunque di un coniuge in grado di prendersi cura dell’indigente elimina l’obbligo dei figli.

Se il genitore è solo o se anche il suo coniuge è nelle medesime condizioni, i figli hanno l’obbligo di versare gli alimenti ai genitori (e non “di mantenerli”). La divisione delle spese si fa in ragione delle rispettive capacità economiche e non per quote uguali. Chi, ad esempio, ha sostenuto una spesa per il padre non può chiedere il 50% al fratello se quest’ultimo guadagna molto di meno, ma una somma inferiore.

L’obbligo di assistenza verso i genitori si sostanzia solo in un contributo economico. Se il figlio non si prende cura moralmente del genitore non ha responsabilità civilistiche; può tutt’al più rispondere del reato di abbandono di persona incapace, ma entro limiti molto stretti (vi deve essere infatti una situazione di affidamento e l’abbandono deve aver determinato un rischio serio e urgente per la vita dell’incapace). Questo significa che il figlio che si limita a pagare la badante alla madre ha adempiuto ai suoi obblighi senza che il fratello possa rivendicare da lui altro solo perché è fisicamente più presente o si fa sentire più spesso.

Al contrario, poiché l’obbligo di versare gli alimenti va ripartito secondo le possibilità economiche dei figli, colui che non ha soldi a sufficienza per aiutare i genitori, ma ha tempo libero – si pensi al disoccupato – potrà sopperire alla sua incapacità con una cura materiale, ad esempio cucinando, facendo la spesa o prestando assistenza personale al genitore.

Spese condominiali: sono obbligatorie?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi è tenuto a pagare le spese di condominio, come si dividono e quando possono essere contestate. 

La condomina del piano di sopra sostiene che, se lava da sé la rampa di scale che dà al proprio appartamento, non deve pagare la quota di spese condominiali per la ditta di pulizie. Il titolare del negozio al piano terra non vuol contribuire alla manutenzione dell’ascensore perché non ne usufruisce. Il vecchietto che abita al terzo piano non intende pagare il giardiniere e tutte le opere del cortile perché non utilizza questi spazi comuni non potendo più camminare né usare l’auto. Il condomino nel seminterrato ritiene di non dover pagare le spese del tetto perché non lo utilizza né quelle del rifacimento della facciata nord in quanto il suo appartamento dà a a sud. In tutti questi casi ci si chiede sempre: le spese condominiali sono obbligatorie?

Il confine tra il risparmio e l’inadempimento è sempre molto labile e, a volte, strumentalizzato. Specie quando, a fronte di un pagamento costante e mensile, si ottiene un servizio non immediatamente percepibile o fruibile, la possibilità di sfuggire all’obbligo diventa per molti una “nobile attività”. I cosiddetti furbetti non risparmiano neanche i condomini, dove invece lo spirito collaborativo dovrebbe solidificare i legami, non fosse altro perché le parti comuni dell’edificio sono di tutti. E chi usa l’ascensore o le scale, oppure parcheggia l’auto in un cortile, deve sapere che, senza il contributo di tutti, non potrà godere dei servizi che l’amministratore cura nel bene collettivo. Ecco perché esistono le spese condominiali: garantiscono la gestione delle parti comuni e la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’edificio.

I costi necessari per il mantenimento e il funzionamento del condominio sono sostenuti da tutti i condomini, secondo i criteri di ripartizione previsti dal codice civile o da diversi accordi. Di tanto ci occuperemo nel presente articolo; andremo in particolare ad analizzare i principi fondamentali relativi alle spese e cercheremo di rispondere al quesito che in molti si chiedono le spese condominiali sono obbligatorie?

Chi deve pagare le spese condominiali?

Tutti i condomini sono obbligati a pagare le spese condominiali.

Nessuno può sottrarsi all’obbligo di contribuire ai costi necessari alla conservazione delle parti comuni, neanche modificando la destinazione d’uso del proprio appartamento.

Le spese vanno ripartite tra tutti i condomini, secondo le regole che a breve vedremo, a prescindere dall’uso che questi fanno dei servizi condominiali o delle parti comuni. Ad esempio, chi non usa l’ascensore deve ugualmente pagare i costi per la sua manutenzione e per l’energia elettrica impiegata. Così come chi va sempre in ascensore deve pagare la ditta di pulizie delle scale.

Conta non l’uso effettivo della cosa comune, ma quello potenziale. Il titolare di un negozio con un proprio ingresso “fronte strada”, in quanto legittimato ad entrare all’interno dell’edificio e a utilizzare le relative parti comuni, anche se non lo fa è tenuto a contribuire alle spese al pari degli altri condomini, seppur in misura diversa (in proporzione cioè ai propri millesimi che tengono conto anche della collocazione dell’immobile).

Se si deve dividere la spesa per il rifacimento di una facciata dell’edificio ad essa devono partecipare anche quei condomini che affacciano da un altro lato.

Solo in caso di supercondominio, ossia di un condominio costituito da più palazzi, la ripartizione delle spese non avviene tra tutti ma solo tra i condomini serviti dalle parti delle cui spese si discute. Tale regola è fissata dal codice civile [1] che stabilisce: «Qualora un edificio abbia più scale, cortili, lastrici solari, opere o impianti destinati a servire una parte dell’intero fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico del gruppo di condomini che ne trae utilità».

Non si può rinunciare alla proprietà delle parti comuni dell’edificio per evitare di pagare le spese. Ad esempio, chi non intende usare la piscina condominiale non può liberarsi dall’obbligo delle relative spese impegnandosi a non accedervi. Solo l’unanimità di tutti i condomini potrebbe autorizzare una situazione di tale tipo.

Ecco perché è anche illegittima la riserva del costruttore dell’edificio di non contribuire alle spese condominiali in relazione agli appartamenti rimasti invenduti.

A pagare le spese condominiali sono i proprietari degli appartamenti, coloro cioè che ne risultano intestatari. Essi sono i soggetti obbligati, anche in caso di affitto, comodato, leasing, ed a cui l’amministratore deve rivolgersi per ottenere il pagamento. L’amministratore deve pertanto rivolgersi al proprietario per chiedere, anche con un decreto ingiuntivo, il pagamento di quanto dovuto a titolo di contributi condominiali.

L’obbligo del condomino di contribuire al pagamento delle spese condominiali sorge per effetto della delibera dell’assemblea che approva il rendiconto delle spese annualmente sostenute.

In caso di usufrutto, uso e abitazione, l’ amministrazione ordinaria per la conservazione e godimento delle parti comuni sono a carico dell’usufruttuario (o del titolare del diritto di uso o di abitazione), che è pertanto considerato condomino, mentre al nudo proprietario spettano le spese di manutenzione straordinaria, di riparazione straordinaria (sulla struttura) e di innovazione. Il nudo proprietario e l’usufruttuario rispondono solidalmente per il pagamento delle spese condominiali.

L’assemblea condominiale non può prendere decisioni che interferiscano o modifichino i criteri di ripartizione tra usufruttuario e nudo proprietario.

In caso di vendita dell’appartamento, l’acquirente è responsabile in solido con il venditore per le somme da quest’ultimo dovute e non pagate, relative sia all’anno in corso sia a quello precedente. Per anno si intende l’anno di gestione, e non solare.

In caso di inadempimento e morosità per somme relative a tale periodo di tempo,  l’eventuale decreto ingiuntivo viene chiesto (e sarà emesso) nei confronti dell’acquirente che potrà poi chiamare in causa il venditore.

Come vengono ripartite le spese di condominio?

Le spese condominiali sono ripartite secondo quanto stabilisce il codice civile che, come regola generale, prevede la divisione in base ai millesimi di proprietà. Solo l’unanimità dei voti in assemblea può determinare una diversa divisione. Ad esempio per esonerare un negozio dal pagamento delle spese dell’ascensore ci vuole il consenso di tutti i condomini ossia l’unanimità.

Tale regola è fissata dal codice civile [1] che stabilisce: «Le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione».

Il valore della proprietà di ciascuno è determinata dai millesimi posseduti, secondo la tabella millesimale generale del condominio. Questa esprime il diritto che ciascun condomino ha sulle parti comuni, in proporzione al valore di piano o porzione di piano che gli appartiene.

Come abbiamo detto solo l’unanimità può determinare un criterio di ripartizione delle spese condominiali diverso da quello fissato dal codice civile, ossia secondo millesimi. Questo significa che, nel caso in cui alcuni condomini dovessero essere morosi e l’amministratore dovesse suggerire di costituire un fondo per coprire i buchi di bilancio da questi lasciati ciò richiederebbe l’unanimità. Difatti, così facendo, si finirebbe per far pagare una seconda volta i condomini che già hanno versato le proprie quote, in deroga al principio millesimale.

Come contestare le spese condominiali

L’unico modo per contestare le spese condominiali è di impugnare il verbale dell’assemblea che le approva. Il che richiede di presentare un’istanza di mediazione entro 30 giorni e, successivamente, notificare l’atto di citazione in tribunale al condominio. Chi non contesta la delibera non può poi opporsi all’eventuale decreto ingiuntivo che gli sia notificato dall’amministratore.

Perché c’è il cartello di avviso dell’autovelox?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Controllo elettronico della velocità: quando la segnaletica è legittima e perché è obbligatoria.  

Tutti vogliamo la sicurezza sulle strade, ma nessuno è disposto a pagare una multa per i propri errori. Ecco che allora, quando arriva una contravvenzione fatta con l’autovelox, è spontaneo chiedersi quali motivi ci sono per fare ricorso e contestare il verbale. Tra questi, il più ricorrente è l’assenza o la scarsa visibilità del cartello con la scritta «Controllo elettronico della velocità». Proprio su di esso si è detto e scritto molto, specie in tribunale. I problemi principali riguardano la distanza minima dalla postazione e la dimensione dei caratteri. I fanatici del rispetto delle regole del codice della strada spesso non ne capiscono il significato: se la legge vieta di superare i limiti di velocità, perché avvisare gli automobilisti del fatto che possono essere multati? In questo modo è fin troppo facile sfuggire alle contestazioni della polizia e magari, laddove i controlli elettronici non sono presenti, tornare a fare i “pirati”. Sarà capitato forse anche a te di chiederti perché c’è il cartello di avviso dell’autovelox. La ragione è piuttosto scontata ma spesso non la si immagina.

In questo articolo ti spiegheremo dunque il motivo per cui esiste il cartello “controllo elettronico della velocità” e perché la sua assenza determina la nullità della multa. Nullità che, peraltro, puoi far valere con un ricorso al giudice di Pace entro 30 giorni (o, anche se il rimedio offre meno garanzie, con un ricorso al Prefetto entro 60 giorni) dal ricevimento della contravvenzione.

Spiegare le ragioni per cui c’è il cartello di avviso dell’autovelox sarà più facile se si immagina una scena come quella che stiamo per descrivere. Ti trovi in una strada piuttosto trafficata e piena di curve. Al termine di una galleria si apre un rettilineo in corrispondenza del quale gli automobilisti sono portati ad accelerare per recuperare il tempo perso nei tratti più insidiosi. Ma proprio là si piazza una pattuglia della polizia con un cavalletto e un autovelox. I conducenti, che vedono all’ultimo minuto il dispositivo di controllo elettronico della velocità, premono istintivamente il piede sul freno. Le auto si inchiodano sulla strada e passano da 100 chilometri orari a meno di 70. Il repentino decentramento crea un ingorgo al termine della galleria che, non visibile alle macchine che stanno provenendo dall’altro lato della curva, determina un tamponamento a catena. Risultato: proprio l’intento delle autorità di mettere in sicurezza il traffico è stato esso stesso la ragione dell’incidente.

Inutile nascondersi dietro un dito: l’esistenza di un controllo rende più ligi al dovere di quanto il proprio senso civico o la conoscenza della legge possano comportare. Il che significa che anche gli automobilisti più prudenti sono portati, istintivamente, a frenare d’impulso non appena si rendono conto di un apparecchio di controllo elettronico della velocità. La presenza del cartello di avviso dell’autovelox serve proprio a questo: a consentire una decelerazione graduale, senza rischi sul traffico e pericolo di incidenti determinati da improvvise frenate.

Del resto non si può neanche pensare che, per scongiurare eventuali incidenti, si possano nascondere autovelox e poliziotti dietro i cespugli della vegetazione. E ciò per due semplici ragioni. Innanzitutto è la nostra Costituzione a imporre alla pubblica amministrazione di agire secondo trasparenza: il che significa che non può giocare sull’effetto a sorpresa, che può determinare un controllo non preventivato, solo per fare cassa e ottenere maggiori entrate con i proventi delle multe. Dall’altro lato, l’impossibilità di comprendere dove è stata elevata la contravvenzione e in quali condizioni, rischia di rendere impossibile il diritto di difesa esercitato ex post dagli automobilisti. Nessuno infatti potrebbe garantire che l’accertamento dell’infrazione è avvenuto a opera di pubblici ufficiali o di soggetti privati privi delle qualifiche richieste dalla legge; nessuno potrebbe accertare che sul luogo erano realmente presenti gli agenti a verificare il corretto funzionamento dell’apparecchio, ecc. Tutte queste ipotesi impongono alla polizia di essere ben visibile, al pari del cartello di avviso dell’autovelox.

Ecco dunque le ragioni per cui la legge di gran parte degli Stati di diritto ha preferito sposare la linea della trasparenza.

Ricordiamo in ultimo che, secondo i più recenti orientamenti giurisprudenziali, il cartello della segnaletica con scritto “controllo elettronico della velocità” deve essere a una distanza congrua, in base al tipo di strada e alle condizioni di traffico da consentire la decelerazione: non c’è una distanza minima quindi come a volte è stato sostenuto, ma tutto varia in base alle condizioni di traffico. Di solito, su un tratto di strada a rapida percorrenza, si rispettano una distanza non inferiore a 400 metri.

Lo Cassazione sottolinea quindi che «i segnali stradali e i dispositivi di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, il relazione alla velocità locale predominante».

Dall’altro lato l’autovelox non può essere collocato neanche dopo troppo tempo, tanto da far dimenticare all’automobilista la possibilità del controllo elettronico. La Cassazione ha ritenuto che l’autovelox a 4 km dal cartello sia legittimo.

Non in ultimo ricordiamo che il segnale di avviso dell’autovelox deve essere chiaramente visibile e non nascosto dalla vegetazione o da altri cartelli, anche di tipo pubblicitario.

Regolamento di condominio: quando è obbligatorio?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le clausole del regolamento che limitano l’uso degli appartamenti sono valide sono se approvate all’unanimità e trascritte nei registri immobiliari.

Hai da poco acquistato casa in un edificio condominiale. Dopo aver pagato interamente il venditore e ristrutturato l’appartamento sei venuto a sapere di alcuni vincoli all’utilizzo dell’immobile che non ti erano mai stati comunicati prima. Ad esempio non potrai stendere i panni dalla finestra né affittare le camere a clienti come se fosse un bed & breakfast; non potrai svolgere attività commerciali né autorizzare lavori di manutenzione dalle ore 18 alle ore 8 del mattino successivo. Tutti questi divieti sono contenuti nel regolamento di condomino, regolamento che, a suo tempo, era stato approvato all’unanimità dagli originari acquirenti delle unità abitative ma che, a tuo avviso, non vale nei tuoi riguardi visto che sei solo un successivo acquirente e non hai mai partecipato alla votazione delle clausole. Secondo invece l’amministratore chi compra casa deve prima informarsi di tutti i limiti ad essa inerenti. Chi ha ragione? Quando è obbligatorio il regolamento di condominio e nei confronti di chi? È quanto cercheremo di comprendere in questo articolo tenendo conto peraltro delle più recenti sentenze della giurisprudenza in materia. Ma procediamo con ordine.

Quando è obbligatorio il regolamento di condominio?

Ogni edificio che abbia almeno 11 condomini è tenuto ad approvare un regolamento di condominio. Fino a 10 condomini, invece, si può anche fare a meno del regolamento.

Scopo del regolamento è disciplinare la vita del condominio e, in particolare, l’uso delle parti comuni (androne, scale, giardino, terrazzo) e dei relativi servizi (ascensore, campi da tennis, piscina), la ripartizione delle spese condominiali, la tutela del decoro dell’edificio e l’amministrazione.

Per sua natura il regolamento può porre limiti all’uso solo delle parti comuni dello stabile e non degli appartamenti. Detto in altre parole, la volontà dell’assemblea può incidere unicamente sulle proprietà del condomìnio e non su quelle individuali dei condòmini. Tale limite può essere superato con l’unanimità: se infatti è vero che ciascuno, in casa propria, può fare ciò che vuole, è anche vero che solo il suo consenso può creare un confine a tale potere. Risultato: se tutti i condomini approvano il regolamento (sia che lo facciano in assemblea che con firma davanti al notaio all’atto dell’acquisto delle abitazioni dal costruttore), tale regolamento può, ad esempio, imporre il divieto di svolgere attività rumorose nelle unità immobiliari, di modificare la destinazione d’uso da “abitativo” a locali commerciali o ad uso alberghiero; può impedire di stendere panni dalla finestra, di esporre vasi da fiori, di montare sui balconi apparecchi vistosi come condizionatori o lavatrici; può vietare il rumore in determinati orari, ecc.

In sintesi: solo il regolamento approvato all’unanimità può limitare, oltre l’uso della cosa comune anche le proprietà individuali. L’unanimità si raggiunge, come detto, sia con il voto favorevole di tutti i condomini in assemblea (cosiddetto «regolamento assembleare»), sia con l’approvazione, davanti al notaio, all’atto dell’acquisto degli appartamenti dall’originario costruttore (cosiddetto «regolamento contrattuale»).

Chi è tenuto a rispettare il regolamento?

Partiamo dall’ipotesi in cui i condomini proprietari degli appartamenti sono ancora gli stessi che hanno acquistato dal costruttore, non avendo mai venduto casa a terzi. Dunque, essi sono anche coloro che hanno votato o accettato il regolamento di condominio. In tal caso, il regolamento è obbligatorio per tutti, anche per eventuali affittuari.

Le regole contenute nelle clausole del regolamento condominiale devono essere rispettate da tutti coloro che posseggono le unità immobiliari presenti nel condominio (come proprietari e usufruttuari), ma anche  da coloro che detengono le singole proprietà in conduzione (locazione abitativa o commerciale o in comodato). L’amministratore ha il compito di far rispettare il regolamento di condominio.

In particolare, chi prende in affitto una casa è tenuto a rispettare il regolamento di condominio. Delle sue violazioni risponde il proprietario dell’immobile solo qualora poteva essere a conoscenza, sin prima della firma del contratto di locazione, della violazione (si pensi a chi affitta un magazzino sapendo che verrà effettuata all’interno attività rumorosa, in violazione del regolamento condominiale). Diversamente il responsabile è solo l’inquilino.

Leggi Regolamento di condominio: come farlo rispettare.

Analizziamo ora l’ipotesi in cui uno o più condomini vendano l’appartamento ad altre persone le quali, evidentemente, non hanno partecipato alla formazione del regolamento. Tale regolamento è per loro vincolante? Bisogna operare una distinzione:

  • tutte le clausole del regolamento che disciplinano l’uso della cosa comune e dei relativi servizi condominiali sono vincolanti anche per i nuovi acquirenti;
  • le clausole del regolamento che, invece, vanno a limitare le proprietà individuali (si tratta cioè di servitù atipiche sull’immobile) e che, pertanto, per essere valide, sono state a suo tempo approvate all’unanimità, possono essere vincolanti anche nei confronti di terzi acquirenti solo a condizione che: a) siano trascritte nei registri immobiliari, mediante l’indicazione, nella nota di trascrizione, delle specifiche clausole limitative della proprietà; b) oppure siano state specificamente approvate dal nuovo proprietario all’atto dell’acquisto dell’appartamento; il che implica che il regolamento sia stato allegato al rogito o in esso richiamato con una formula esplicita (ad esempio: «L’acquirente dichiara di aver letto e di conoscere il regolamento di condominio che pertanto si impegna a rispettare in ogni sua clausola»). Secondo infatti la giurisprudenza, in assenza di trascrizione nei pubblici registri immobiliari, le disposizioni del regolamento che dispongono vincoli alle destinazioni delle proprietà dei singoli condòmini, non possono essere opposte al terzo acquirente, a meno che questi non ne sia effettivamente a conoscenza. In mancanza, cioè, della “certezza legale” della conoscenza della servitù da parte del terzo acquirente, derivante dalla trascrizione dell’atto costitutivo, occorre verificare la “certezza reale” della conoscenza di tale vincolo reciproco. “Certezza reale” che si consegue solo mediante la precisa indicazione del vincolo gravante sull’immobile oggetto del contratto.

Con una recente sentenza il tribunale di Roma [1] ha stabilito che il divieto di affittacamere contenuto nel regolamento condominiale vale anche nei confronti del terzo acquirente solo se trascritta o accettata in modo espliciti nell’atto di acquisto. Diversamente per lui il vincolo non vale e il condominio soccombe.

Più che il regolamento in sé, devono essere trascritte le convenzioni che costituiscono le servitù contenute all’interno del testo: quando il regolamento risulta predisposto dal costruttore-venditore, allora, le clausole limitative della proprietà diventano opponibili se inserite nelle note di trascrizione del primo atto di compravendita di un’unità immobiliare dello stabile condominiale che menziona tutte le altre. E se la trascrizione non c’è? Non resta che fare menzione dei limiti all’interno dell’atto notarile (rogito) che trasferisce la proprietà.

Mantenimento figli, fino che età si è obbligati?

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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L’obbligo dei genitori di mantenere i figli, e per il padre divorziato di versare l’assegno di mantenimento, si protrae fino all’indipendenza economica dei ragazzi.

Se un tempo era più facile cadere nell’errore di ritenere che un figlio maggiorenne non avesse più diritto al mantenimento – non tutti accedevano all’istruzione, né si coltivavano particolari ambizioni: a 18 anni si era in gran parte pronti per svolgere un lavoro di qualsiasi tipo – oggi l’equazione non è scontata come prima. I giovani, superata la soglia della maturità, sono ancora nel pieno dei loro studi e necessitano, ancor di più, del sostegno dei genitori. Mantenerli all’università, in gran parte dei casi, costa sacrifici cui la madre e il padre non si possono sottrarre in presenza di precise scelte del ragazzo. Se la richiesta di poter proseguire gli studi appare normale nelle coppie sposate, in quelle separate diventa invece motivo di conflitto. E ciò perché si allungano i tempi per il versamento dell’assegno di mantenimento al figlio per un genitore che, spesso, non ha neanche il piacere di vederlo. Le contestazioni poi diventano ancora più accese quando, finiti gli studi, ci si avvia alla formazione post universitaria oppure si intraprendono dei lavori precari che, ancora, non garantiscono una completa autonomia economica. Così ci si chiede spesso fino a che età si è obbligati al mantenimento dei figli. Le istruzioni della giurisprudenza, a riguardo, sono state molto chiare e dirette. Cercheremo di fare il punto della situazione in questo articolo che tiene conto di una recente sentenza del tribunale di Padova [1], la quale a sua volta si richiama all’indirizzo ormai costante della Cassazione. Ma procediamo con ordine.

Mantenimento figli maggiorenni: fino a che età?

I genitori – siano essi sposati o divorziati – hanno l’obbligo di mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica alla luce delle loro aspettative e ambizioni lavorative. Se, quando la coppia è ancora unita, quest’obbligo viene di fatto ripartito tra madre e padre in relazione alle rispettive possibilità, nelle coppie separate o divorziate la ripartizione dell’onere è di solito affidata o all’accordo delle parti (in caso di separazione o divorzio consensuale) o al provvedimento del giudice che fissa l’assegno di mantenimento (in caso di separazione o divorzio giudiziale). Di solito avviene che il figlio vada a vivere con uno dei genitori il quale si occupa del suo mantenimento quotidiano, ricevendo però dall’ex un assegno mensile a titolo di contributo per le spese ordinarie. Invece le spese straordinarie – quelle cioè occasionali e imprevedibili – vengono ripartite di volta in volta al 50%. Il più delle volte queste spese devono essere previamente concordate, ma quando risultano comunque necessarie (si pensi a un intervento medico urgente) il genitore convivente può presentare il conto all’ex avendo già sostenuto l’esborso senza previa consultazione.

La cessazione del mantenimento avviene per raggiungimento dell’indipendenza economica e con essa viene meno definitivamente. Significa che, se il figlio – per una ragione o per un’altra – perde successivamente tale indipendenza non ha più diritto a ottenere il mantenimento. Si pensi a un ragazzo che prima viene assunto da un’azienda ma, dopo pochi mesi, licenziato per crisi: in tale ipotesi non potrà più rivendicare di nuovo l’assegno di mantenimento da parte del genitore separato.

Il genitore può liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se prova che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro. La presunzione che la mancata indipendenza è causato proprio dall’inattività del giovane si fa tanto più scontata quanto più cresce l’età dell’interessato: sicché la Cassazione ha ritenuto che, già dai 35 anni in su, si perde il diritto all’assegno proprio per via del fatto che è facile prevedere che lo stato di completa disoccupazione sia una situazione colpevole e non invece indipendente dalla volontà del giovane.

Per rispondere, in sintesi, alla domanda «fino a che età si è obbligati al mantenimento del figlio» possiamo dire che non esiste un’età prefissata dalla legge poiché i genitori restano obbligati fino a quando il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente.

La modifica dell’assegno di mantenimento dei figli

Per ragioni sopravvenute, l’assegno di mantenimento dei figli può mutare. Succede ad esempio quando il coniuge obbligato vede diminuire la propria capacità lavorativa per un aggravamento dello stato di salute o costituisce un nuovo nucleo familiare e ha nuovi figli: in tal caso l’assegno viene diminuito. L’importo può anche essere aumentato se le necessità del ragazzo aumentano (si pensi all’avvio agli studi universitari e alla necessità di trovare un alloggio fuoriesce).

I due genitori (separati e divorziati) possono in ogni momento accordarsi per modificare l’ammontare o per cessare l’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento dei figli (ad esempio quando il figlio diventa maggiorenne e acquista l’indipendenza economica).

Essi possono concludere una scrittura privata valida tra di loro, ma non soggetta a controllo giudiziario e perciò priva della valenza di titolo esecutivo, ma valida, per esempio, per poter agire con un ricorso per decreto ingiuntivo o per paralizzare l’eventuale azione esecutiva fondata su di un titolo precedente alla scrittura mediante opposizione.

Quando il figlio è autosufficiente e indipendente economicamente

Abbiamo detto che il mantenimento si perde quando il figlio consegue un reddito che gli consente di mantenersi da solo. Questa situazione non deve necessariamente coincidere con un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, ma non può neanche essere ravvisata in condizioni di estremo precariato come una borsa di studi, un dottorato all’università, un contratto stagionale o a tempo determinato.

Una cartina di tornasole per comprendere se c’è indipendenza economica può essere la cessazione della coabitazione con il genitore.

Il fondamento del diritto del coniuge convivente con il figlio a percepire l’assegno in questione risiede, oltre che nell’elemento oggettivo della convivenza, nel dovere di assicurare una istruzione ed una formazione professionale rapportate alle capacità dei figli. Cessata la convivenza e divenuti autonomi i figli, scatta anche la conseguente revoca dell’assegnazione della casa coniugale.

Di recente la giurisprudenza [1] ha detto che rientra nel concetto di indipendenza economica un lavoro part-time o l’apertura di uno studio professionale. I giudici hanno infatti motivato la revoca dell’assegno con il fatto che entrambi i giovani sono stati infatti messi «nelle condizioni di poter coltivare le proprie inclinazioni e di conseguire l’indipendenza economica». Anche perché, altrimenti, l’obbligo dei genitori di mantenere i figli maggiorenni si protrarrebbe senza limiti di tempo.

La pronuncia osserva, rispetto all’autonomia della figlia con un contratto part-time: «Considerato che (x) ha 28 anni da ormai quattro si è laureata e non si ravvisano elementi che inducano a ritenere menomata la sua capacità lavorativa (com’è dimostrato dal contratto di lavoro seppure a tempo parziale)» si deve ritenere che sia stata posta «nelle condizioni di poter coltivare le proprie inclinazioni e di conseguire l’indipendenza economica». Analoga considerazione deve effettuarsi per il figlio della coppia che ha aperto un proprio studio professionale, consolidando la propria capacità lavorativa.

Diretta conseguenza di tali valutazione è dunque la revoca dell’assegno di mantenimento.

A quanto ammonta il mantenimento dei figli?

Sull’entità dell’assegno di mantenimento, se gli ex coniugi non si mettono d’accordo è il giudice a fissarne l’ammontare, secondo un valore che tenga conto del tenore di vita di cui godevano i ragazzi quando ancora vivevano con entrambi i genitori e delle necessità di questi non solo per vivere e mangiare ma anche per coltivare gli hobby e le ambizioni. Ad esempio, rientrano oggi nelle normali spese per assicurare una crescita “contestualizzata” al mutato ambiente sociale anche quelle per l’acquisto di un’auto o per il cellulare.

Come diventare avvocato

Posted on : 16-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Avvocati civilisti o penalisti: dal corso di studi universitario in giurisprudenza alla pratica, dall’esame di abilitazione all’apertura dello studio legale; tutto l’iter per diventare avvocato in Italia.

Come diventare un avvocato? Una domanda a cui potremmo offrire due risposte: la prima, illustrando quali sono i titoli scolastici, i tirocini, gli esami di abilitazione, le condizioni personali e, insomma, tutto l’iter formale per “fare” l’avvocato; la seconda, invece, spiegando le motivazioni, le doti, l’intraprendenza che deve avere il legale per poter davvero “essere” avvocato. Si diventa avvocati a seguito di un corso di laurea in giurisprudenza e di un periodo di praticantato. C’è poi l’esame di abilitazione alla professione, che è sia scritto che orale. Ma ciò non basta. Bisogna saper “rimanere avvocato” pagando la cassa professionale, frequentando i corsi di aggiornamento professionale e dotandosi di alcuni strumenti indispensabili (una linea telefonica/fax, una Pec, un sistema di accesso al processo telematico). In questo articolo affronteremo tutti questi temi. Ma prima di spiegare come diventare un avvocato una precisazione che ci sembra d’obbligo: la professione è sempre quella di una volta e c’è convenienza ad abbracciare questo percorso? Ecco il nostro punto di vista a riguardo.

Diventare avvocati: conviene davvero?

Le regole per diventare avvocato cambiano di tanto in tanto, talvolta allo scopo di selezionare, in modo più rigoroso, gli aspiranti a una carriera che, un tempo dotata di lustro, oggi ha perso gran parte di fascino e appetibilità economica: gli onorari non sono più quelli di una volta ed è drasticamente diminuito il numero di cittadini che, in cambio di una giustizia non sempre giusta, sono disposti ad aspettare anni e pagare tasse esorbitanti. Peraltro, le recenti riforme hanno portato fuori dai tribunali numerosi procedimenti un tempo ad esclusivo appannaggio degli avvocati, come ad esempio le separazioni e i divorzi (che oggi si possono fare anche in Comune a determinate condizioni) o le transazioni (per molte cause, oggi, è obbligatorio tentare prima una soluzione pacifica presso un organismo di mediazione). Il che ha determinato un ulteriore decremento della richiesta di legali. Ciò nonostante non possiamo negare come la professione di avvocato continui ad esercitare una certa attrazione, non fosse altro per il fatto che – così come con la medicina – la vita quotidiana ha continuo bisogno di conoscenze legali, le quali sole – in uno Stato burocratizzato come il nostro – consentono, in determinate situazioni, di “sopravvivere”. La dimostrazione è forse propio il fatto che tu ora ti stia chiedendo come diventare avvocato.

È bene però che, chi vuole abbracciare questa professione e il percorso che essa presuppone (dai più ritenuto un calvario), abbia ben chiara una cosa: non esiste più l’avvocato di un tempo, specie nell’ambito del diritto civile. L’immagine del professionista d’udienza, impegnato in arringhe o, allo studio, in copiose dissertazioni scritte è tramontata. E questo per due ordine di motivi:

  • il contenzioso non è più quello di una volta: le cause più numerose si concentrano in settori ormai ben definiti, riguardando principalmente i procedimenti di natura tributaria, lavoristica, assicurativa ed esecuzioni forzate;
  • la stessa economia è cambiata, sicché sarà meno probabile fare una causa di usucapione di un terreno e molto più probabile imbattersi in una vertenza di diritto all’oblio.

Sul versante ricavi/spese, le cose non vanno meglio: a fronte di un aumento dei costi di gestione dello studio legale (si pensi alla polizza per responsabilità professionale, ma anche al commercialista, ai software con le banche dati, all’uso del processo civile telematico, ecc.), a cui si aggiunge l’odiato pagamento dei contributi previdenziali (non meno di 3.500 euro l’anno), bisogna aggiungere, sull’altro lato della bilancia, la cancellazione delle tariffe minime: gli onorari sono ormai soggetti al libero mercato ed è facile – come succede quando c’è concorrenza pura – la gara al ribasso.

Abbiamo ritenuto necessario fare questa premessa prima di spiegare come diventare un avvocato non tanto per dissuadere gli eventuali interessati alla professione, quanto piuttosto per metterli nella piena consapevolezza che:

  • in un mercato altamente competitivo come quello attuale degli avvocati (posto l’enorme numero di professionisti iscritti all’albo), o si è i migliori oppure bisogna abbandonare i sogni di una carriera sfavillante e ricca di soddisfazioni;
  • per poter raggiungere una piena indipendenza economica non basta più aver conseguito il titolo, ma saranno necessari numerosi anni (finanche dieci).

Detto ciò, possiamo passare ad analizzare i singoli step necessari a comprendere come diventare un avvocato.

il corso di studi e la laurea in legge

Si può diventare avvocati a prescindere dal liceo che si è frequentato. È una falsa credenza quella di ritenere che possano essere avvocati solo coloro che hanno studiato discipline umanistiche. A dire il vero, la conoscenza del latino può aiutare a comprendere e memorizzare determinati vocaboli e brocardi che ancora, con un morboso attaccamento alla tradizione, gli avvocati continuano ad utilizzare. Ma non esistono preclusioni di genere.

Diverso è il discorso all’università. È necessario conseguire la laurea in giurisprudenza (o “laurea in legge” che dir si voglia). Attualmente il percorso di studi prevede la cosiddetta “laurea magistrale”, ossia un corso di cinque anni, con il classico 3+2, cioè laurea base triennale e laurea specialistica.

Il voto di laurea non è influente ai fini della successiva abilitazione alla professione.

Il tirocinio per diventare avvocato

Dopo la laurea è necessario svolgere il tirocinio legale o, come qualcuno lo chiama, il praticantato. La pratica va svolta presso lo studio di un avvocato che sia iscritto all’albo da almeno 5 anni.

Non esistono strade differenti a seconda che si voglia diventare avvocati civilisti o penalisti: si può svolgere l’una o l’altra attività indifferentemente, seguendo il medesimo percorso che qui descriveremo. Il tirocinio dura 18 mesi.

Se il giovane però ha conseguito un diploma presso le scuole di specializzazione potrà sostituire la pratica forense nel limite di un anno.

Durante il periodo di pratica è necessario partecipare a 20 udienze per semestre (in tutto 60 udienze). La presenza in udienza del praticante andrà indicata nel verbale (che viene redatto dal cancelliere o, più spesso, dagli stessi avvocati) ed il giudice verificherà l’effettiva presenza del giovane.

La pratica forense non è incompatibile con il lavoro subordinato pubblico o privato, purché tale attività lavorativa non sia di ostacolo a svolgere effettivamente il tirocinio.

I laureati iscritti alla pratica dal 28 settembre 2018 devono affiancare ai 18 mesi di tirocinio la frequenza di un corso di formazione. Per garantire omogeneità di preparazione e di valutazione, il Consiglio nazionale forense (Cnf), ha messo a punto delle Linee guida con le indicazioni sui contenuti dei corsi, sul sistema di accreditamento e sui costi a carico dei praticanti. Il metodo di insegnamento indicato dalle Linee guida è quello “casistico”, in cui il docente sottopone un caso controverso, preferibilmente di carattere interdisciplinare che i tirocinanti dovranno “risolvere”.

I corsi, che devono avere una durata minima di 160 ore distribuite nell’arco dei 18 mesi di praticantato, dovranno essere organizzati dai Consigli dell’ordine attraverso le scuole forensi o in collaborazione con associazioni forensi o con le università. È prevista una verifica finale (oltre a due intermedie) il cui superamento è indispensabile per ottenere il certificato di compiuto tirocinio, necessario per iscriversi all’esame di Stato.

Anziché rivolgersi subito a uno studio legale, il neolaureato può optare di svolgere il tirocinio presso l’Avvocatura dello Stato, ma anche dei Comuni e di altri enti pubblici o presso gli uffici giudiziari (il tribunale ad esempio). In quest’ultimo caso, però, la pratica non può essere svolta per più di 12 mesi e deve essere completata svolgendo i restanti 6 mesi presso un avvocato.

Per ottenere la formazione in un altro Paese dell’Unione Europea sarà necessario un periodo di non oltre sei mesi. Il praticante potrà rivolgersi a professionisti con titolo pari a quello di avvocato.

È possibile svolgere la pratica presso due avvocati contemporaneamente, previa autorizzazione del Consiglio dell’Ordine competente, nel solo caso in cui uno dei due avvocati non possa garantire un pratica sufficientemente formativa.

Il praticante è tenuto ad un’assidua, preferibilmente quotidiana, frequentazione dello studio, oltre alla partecipazione alle udienze; in ogni caso la frequenza dello studio, oltre il tempo dedicato alle udienze, non potrà essere inferiore a 15 ore settimanali.

Il praticante è tenuto a partecipare agli obbligatori corsi di aggiornamento professionale a prescindere dall’insegnamento impartitogli nello studio ove svolge il tirocinio. I corsi di formazione professionale sono gli stessi cui partecipano gli avvocati; a tenerli sono associazioni, ordini forensi e tutti i soggetti che la legge abilita.

Il praticante non ha diritto a percepire una retribuzione durante il periodo di tirocinio, ma gli è sempre dovuto il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio o dell’avvocato. Dopo i primi sei mesi di tirocinio, può essere riconosciuta al praticante un’indennità o un compenso commisurati all’effettivo apporto professionale (che chiaramente continua ad essere valutato dall’avvocato presso il quale si svolge la pratica).

Dopo un anno di pratica, il tirocinante può conseguire la cosiddetta abilitazione al patrocinio che gli dà il diritto di difendere il cliente:

  • nelle cause di competenza del giudice di pace;
  • dinanzi al tribunale in composizione monocratica, limitatamente nelle cause civili: 1) alle cause, anche se relative a beni immobili, di valore non superiore a lire cinquanta milioni; 2) alle cause per le azioni possessorie, salvo il disposto dell’articolo 704 del codice di procedura civile, e per le denunce di nuova opera e di danno temuto, salvo il disposto dell’articolo 688, secondo comma, del codice di procedura civile; 3) alle cause relative a rapporti di locazione e di comodato di immobili urbani e a quelle di affitto di azienda, in quanto non siano di competenza delle sezioni specializzate agrarie.

Qui dobbiamo fare una raccomandazione: volete davvero imparare il lavoro del battitore di ferri di cavallo quando già sono arrivate le automobili? In sintesi, il vostro dominus potrebbe insegnarvi un approccio ormai vecchio e superato alla professione, potrebbe trasfondervi le sue – pur ottime – conoscenze in settori che ormai non si praticano più. Sappiate allora guardare al presente, quello “vivo”, che non è più fatto di decreti ingiuntivi nei condomini, ma di vertenze in materia di proprietà industriale, crimini informatici, ecc. 

L’esame di abilitazione professionale per diventare avvocato

Terminato il tirocinio il praticante deve svolgere l’esame di abilitazione professionale. In caso di bocciatura, l’esame può essere ripetuto all’infinito, senza un numero massimo di tentativi. Né esistono limiti di età per diventare avvocati o per rimanere tirocinanti.

L’esame si compone di tre prove scritte e una orale.

Secondo una recente novità, per superare gli scritti sarà necessario ottenere la sufficienza (ossia un punteggio minimo di 30) in tutte e tre le prove, ossia nei due pareri motivati, in materia civile e penale e nella redazione di un atto giudiziario.

Esame scritto di abilitazione per diventare avvocato

Le prove scritte attengono a:

  • un parere in materia di diritto civile;
  • un parere in materia di diritto penale;
  • la redazione di un atto processuale.

L’esame scritto è diventato più difficile per via del divieto, appena introdotto, a portare codici commentati o annotati con la giurisprudenza.

Esame orale di abilitazione per diventare avvocato

Superata la prova scritta, si passa alla selezione orale, consistente in un esame con domande che, secondo la prossima riforma, saranno selezionate da un “database” centrale e unico per tutto il territorio.

Come diventare avvocato: giuramento e iscrizione all’albo degli avvocati

Superato anche l’orale, c’è un ulteriore passo da compiere, ma che ha valore puramente celebrativo: il giuramento dell’avvocato che avviene presso il tribunale. Quindi il neo avvocato, per poter esercitare l’attività professionale e partecipare alle udienze, deve iscriversi al consiglio dell’ordine degli avvocati del proprio circondario.

A questo punto scatta anche l’obbligo di iscriversi alla Cassa di Previdenza degli Avvocati e iniziare pagare i relativi contributi (che, per i primi anni, sono dovuti in misura agevolata).

Chi fa l’avvocato non può:

  • fare il notaio;
  • fare il commerciante in nome proprio o in nome altrui;
  • essere giornalista professionista; direttore di banca, di agente di cambio, ricevitore del lotto, appaltatore di un pubblico servizio o di una pubblica fornitura;
  • accettare un lavoro dipendente pubblico o privato, anche se consistente nella prestazione di opera di assistenza o consulenza legale, che non abbia carattere scientifico o letterario.

La partita IVA

L’ultimo passo da svolgere è l’apertura di una partita IVA. Una recente riforma, infatti, ha subordinato alla titolarità di una partita IVA la possibilità di rimanere iscritti all’albo.

Come rimanere iscritti all’ordine degli avvocati

Una volta diventati avvocati, per poter continuare a rimanere iscritti all’albo è necessario rispettare una serie di requisiti volti a garantire l’esercizio continuativo della professione. In particolare è necessario:

  • avere una partita IVA attiva;
  • avere l’uso di locali e di almeno un’utenza telefonica destinati allo svolgimento dell’attività professionale, anche in associazione professionale, società professionale o in associazione di studio con altri colleghi;
  • trattare almeno cinque affari per ciascun anno, anche se l’incarico professionale è stato conferito da altro professionista; il termine «affari» include non solo gli incarichi di carattere giudiziale ma anche quelli stragiudiziali, come consulenze e pareri. Per aiutare i giovani avvocati gli incarichi possono essere inoltre assegnati anche da un altro avvocato e non necessariamente conferiti direttamente dal cliente.
  • essere titolari di un indirizzo di posta elettronica certificata, comunicato al consiglio dell’Ordine;
  • partecipare ai corsi di aggiornamento professionale;
  • è necessario sottoscrivere una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione;
  • pagare i contributi annuali dovuti al consiglio dell’ordine;
  • corrispondere i contribuiti dovuti alla Cassa di Previdenza Forense.

Tutti questi requisiti potete averli anche associandovi ad altri avvocati e costituendo, per esempio, uno studio associato mediante una associazione professionale o una società tra avvocati o con altri professionisti. E qui vengono le note dolenti: l’avvocatura italiana è stata da sempre caratterizzata da un forte individualismo, dall’incapacità di creare strutture organizzate serie e competitive. Quando anche i mercati dei “servizi legali” saranno davvero aperti in Europa (e non manca poco perché questa data arrivi), saranno molti gli studi legali a fare la fine delle piccole botteghe sotto casa, costrette a chiudere all’arrivo degli ipermercati.

Società tra avvocati

La professione forense può essere esercitata, oltre che individualmente o con la partecipazione in associazioni tra avvocati, anche in forma societaria [1].

È consentito costituire società tra avvocati nelle seguenti forme:

  • società di persone;
  • società di capitali;
  • società cooperative.

La società tra avvocati, in qualunque forma sia costituita, è tenuta ad inserire nella denominazione sociale l’indicazione di “società tra avvocati“.

Le società tra avvocati devono essere iscritte in un’apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’Ordine territoriale nella cui circoscrizione si trova la sede della società stessa.

Presso tale sezione, a fini del principio di trasparenza, è resa disponibile la documentazione analitica, per l’anno di riferimento, relativa alla compagine sociale.

Viene consentita la partecipazione nella società tra avvocati anche a soggetti non iscritti nel relativo albo, quindi sia professionisti iscritti in albi di altre professioni, sia soci di capitale.

Alla partecipazione dei soci di capitale viene posto, però, un limite, rappresentato dalla prescrizione di una corrispondente quota fissa di partecipazione dei soci professionisti.

I soci, infatti, per almeno i 2/3 del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere, comunque:

  • avvocati iscritti all’albo, ovvero
  • avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni.

La suddetta condizione deve permanere anche successivamente alla sua costituzione, pertanto, in caso del suo venir meno, la società rischia lo scioglimento e la conseguente cancellazione dall’albo da parte del Consiglio dell’Ordine presso il quale è iscritta, salvo il ripristino, entro 6 mesi (posto come termine perentorio), della prevalenza dei soci professionisti.

Infine, non è consentita la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona, pena l’esclusione di diritto del socio.

Quanto all’organo di gestione, viene stabilito che:

  • la maggioranza dei membri deve essere composta da soci avvocati;
  • i componenti non possono essere estranei alla compagine sociale;
  • i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori.

Anche nel caso di esercizio della professione in forma societaria, la prestazione professionale viene eseguita comunque secondo il principio della personalità.

L’incarico (che viene conferito alla società) può essere svolto solo da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente. I suddetti professionisti devono assicurare per tutta la durata dell’incarico la piena indipendenza e imparzialità e, ove già sussistenti o sopravvenuti, devono dichiarare possibili conflitti di interesse o incompatibilità.

La responsabilità della società e quella dei soci non esclude la responsabilità del professionista che ha eseguito la specifica prestazione.

La società tra avvocati deve rispettare il Codice deontologico forense ed è soggetta alla competenza disciplinare dell’Ordine di appartenenza.

Società tra avvocati di cui al DLgs.96/2001

Fra gli elementi principali della società tra avvocati costituita in forma di Snc: si segnalano, in particolare, i seguenti aspetti

  • la società tra avvocati deve avere per oggetto esclusivo l’esercizio in comune della professione dei propri soci;
  • la ragione sociale deve contenere l’indicazione di società tra avvocati, in forma abbreviata “s.t.a.”;
  • i soci devono essere in possesso del titolo di avvocato;
  • l’amministrazione spetta ai soci;
  • l’incarico professionale è conferito alla società e può essere eseguito solo da uno o più soci in possesso dei requisiti richiesti per l’esercizio della professione;
  • è prevista la responsabilità della società e dei soci e del professionista che ha eseguito la prestazione.

Come si diventa avvocati in Spagna

Non sono pochi i praticanti che, non riuscendo a superare l’esame di abilitazione in Italia, lo prendono l’abilitazione professionale in Spagna, dove è sicuramente più semplice. In pratica bisogna in Spagna non è previsto – ancora per poco – l’esame di abilitazione; per cui, una volta conseguita la laurea, ci si può iscrivere all’albo degli avvocati. Dopo sei mesi si torna in Italia e ci si iscrive all’albo degli avvocati stabiliti che è un albo a sé stante.

Costoro non possono usare il termine avvocati ma abogados. Dopo un anno possono iniziare a patrocinare in controversie a condizione che la difesa sia assunta anche da un avvocato italiano. Dopo tre anni possono iscriversi all’albo italiano, senza sostenere un esame, ma un semplice colloquio presso l’ordine di appartenenza.

Motivazioni per diventare avvocati e soprattutto fare l’avvocato

A questo punto, potete “fare” l’avvocato. Ma ricordate che per “esserlo”, dovrete studiare in continuazione e munirvi di massima umiltà: perché mai come in questa professione non si finisce mai di imparare. Non è tanto l’esame del giudice cui ogni giorno si è soggetti, o la competizione con la controparte in udienza. Ogni giorno escono nuove sentenze che cambiano il diritto, nuove leggi e interpretazioni che impongono a tutti gli avvocati di “ricominciare da capo” sui libri, ripartendo dall’inizio. Proprio come all’università.

Lavoro in distacco: le novità

Posted on : 15-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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In arrivo dall’Ue nuove regole sul trasferimento temporaneo dei dipendenti in uno Stato membro. Riguardano retribuzione e contributi.

Cambiamenti in vista per i lavoratori in distacco, cioè per quei dipendenti che, per un periodo di tempo limitato, vengono inviati dall’azienda a svolgere la propria attività presso uno Stato membro dell’Unione europea diverso da quello in cui opera normalmente. Le modifiche alla direttiva Ue attualmente in vigore [1] non saranno applicate subito ma dal 30 luglio 2020. Lo hanno deciso, con un altro provvedimento [2] il Parlamento ed il Consiglio europei. Le novità del lavoro in distacco interesseranno tre settori:

  • la nozione di retribuzione;
  • la pubblicazione delle condizioni di lavoro;
  • il versamento dei contributi.

La nuova direttiva europea prevede, infatti, per il lavoro in distacco la definizione unitaria della nozione di retribuzione, oggi affidata al diritto dello Stato membro in cui il lavoratore svolge temporaneamente l’attività. Inoltre, le condizioni di lavoro dovranno essere rese pubbliche in tutti gli Stati membri. Infine, viene ridotto il periodo in cui i contributi previdenziali devono essere versati nel Paese d’origine: non più due anni ma soltanto uno.

L’obiettivo di questo provvedimento è quello di garantire ai lavoratori parità di trattamento in tutti i Paesi dell’Unione per tutta la durata del distacco, sia da un punto di vista retributivo, sia da quello contrattuale (quindi riposi, ferie, orari, salute e sicurezza sul luogo di lavoro, ecc.).

Ma vediamo nel dettaglio che cosa prevede la direttiva Ue che entrerà in vigore nel 2020 e quali sono le novità sul lavoro in distacco.

Lavoro in distacco: la nozione unitaria di retribuzione

Già oggi, la normativa europea impone che gli Stati membri garantiscano ai lavoratori in distacco operativi nel loro territorio le stesse condizioni applicate ai lavoratori locali. I dipendenti, dunque, hanno diritto alle stesse regole dettate dalla legislazione o dai contratti collettivi in materia di:

  • orari e tempi di lavoro (quindi anche ferie, riposi, congedi retribuiti, ecc.);
  • retribuzione;
  • sicurezza, salute e igiene sul posto di lavoro;
  • accesso all’occupazione per gestanti o puerpere;
  • condizioni di alloggio;
  • indennità e rimborsi spese per vitto, alloggio o trasporto;
  • maggiorazioni per lavoro straordinario;
  • parità di trattamento tra uomo e donna senza discriminazioni.

Ora l’Unione europea inserisce, o meglio rafforza, un elemento: la definizione unitaria della nozione di retribuzione. In pratica, si tratta di un concetto che racchiude tutto ciò che costituisce uno stipendio sia da un punto di vista legislativo, sia da quello amministrativo o contrattuale, in caso di accordo collettivo nazionale.

Lavoro in distacco: la pubblicazione delle condizioni di lavoro

La nuova direttiva europea chiede anche agli Stati membri dell’Unione che ospitano dei lavoratori in distacco di rendere pubbliche le informazioni sulle condizioni di lavoro e di occupazione su un sito web unico nazionale. Tali informazioni devono essere pubblicate nel modo più chiaro e trasparente possibile.

Lavoro in distacco: il versamento dei contributi

Questa è una delle novità più consistenti della nuova direttiva europea sul lavoro in distacco. Sul fronte previdenziale, infatti, è previsto il versamento dei contributi nel Paese di origine del lavoratore ma solo per i primi 12 mesi e non più fino a 24 mesi, come succede oggi. C’è, però, la possibilità di arrivare fino a 18 mesi sempre che il dipendente lo motivi.

Perché questa disposizione che dimezza i tempi dei versamenti nello Stato di origine? Perché l’Unione europea vorrebbe evitare una cattiva abitudine che, a quanto pare, è piuttosto diffusa. È quella del finto distacco di un lavoratore al fine di beneficiare di regimi fiscali più convenienti.

Lavoro in distacco: che succede fino al 2020

Come accennato, l’entrata in vigore di questa nuova normativa sul lavoro in distacco è prevista per il 30 luglio 2020. Fino a quella data, restano in vigore le regole applicate fino ad oggi, regole che interessano le aziende che:

  • distaccano un lavoratore all’interno dell’Unione europea, per conto proprio e sotto la loro direzione, con un contratto stipulato tra l’azienda che lo distacca e il destinatario della prestazione;
  • distaccano un lavoratore all’interno dell’Unione europea in uno stabilimento o in una sede appartenente al gruppo;
  • distaccano un lavoratore all’interno dell’Unione europea, in qualità di aziende di lavoro temporaneo o che effettuano la cessione temporanea di mano d’opera.

In qualsiasi di questi tre casi, deve già esistere un rapporto di lavoro tra il lavoratore e l’impresa che lo distacca.

Infine, le imprese che si stabiliscono in uno Stato membro dell’Ue devono beneficiare dello stesso trattamento rispetto al resto delle aziende che già si trovano in loco.

Cartella di pagamento sulla Pec: quale indirizzo vale?

Posted on : 15-07-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come con la raccomandata con avviso di ricevimento, la cartella notificata via posta elettronica certificata all’indirizzo preso dall’elenco pubblico è ugualmente valida?

Hai ricevuto una cartella di pagamento da parte di Agenzia delle Entrate Riscossione. Ti è stata notificata sulla Pec dell’azienda. Senonché si tratta di un vecchio account che non usi più. Lo avevi aperto al momento dell’iscrizione della ditta alla Camera di commercio, ma successivamente ne avevi attivato un altro. Il vecchio indirizzo, tuttavia, era ancora presente nei pubblici registri: né tu, né il tuo commercialista lo avevate modificato. Così la mail con la cartella non è mai stata scaricata e tu non ne hai preso conoscenza. Tanto è vero che ti sei trovato sul più bello con un fermo auto senza comprenderne le ragioni. Così ti sei rivolto all’ufficio dell’Esattore e lì ti è stata mostrata la ricevuta di consegna della posta elettronica certificata. Dinanzi all’evidenza che la mail non è stata mai letta, l’ufficio si è trincerato: la notifica è ugualmente valida. Chi ha ragione? In caso di notifica sulla Pec, quale indirizzo vale? La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione [1].

La notifica della cartella: come deve avvenire

L’Agente della riscossione può notificare la cartella:

  • direttamente ed esclusivamente mediante pec, posta elettronica certificata. La spedizione deve essere effettuata all’indirizzo risultante dagli elenchi previsti dalla legge. L’Esattore deve obbligatoriamente adottare la notifica per Pec  nei confronti di imprese individuali e societarie nonché di liberi professionisti, provvedendo all’invio all’indirizzo risultante dall’indice nazionale degli indirizzi pec (INI-PEC);
  • tramite consegna diretta in mani proprie;
  • direttamente mediante spedizione postale della cartella in plico chiuso raccomandato con avviso di ricevimento.

La notifica della cartella tramite Pec

La notifica della cartella può essere eseguita a mezzo posta elettronica certificata, all’indirizzo del destinatario risultante dagli elenchi a tal fine previsti dalla legge. Tali elenchi sono consultabili, anche in via telematica, dall’Agente della Riscossione. Si tratta del registro Ini-Pec e delle risultanze presenti in Camera di Commercio.

L’invio del messaggio è effettuato direttamente dall’AdR senza intermediazione di altri soggetti e deve contenere in allegato la cartella di pagamento in formato elettronico e non è necessaria alcuna forma di sottoscrizione fisica o digitale, né del messaggio né dell’allegato. Si discute sul tipo di formato dell’allegato: secondo i giudici di merito la cartella non può essere allegata in formato pdf ma in formato p7m che è quello che garantisce l’autenticità della firma digitale (il pdf è un semplice duplicato).

L’invio della mail certificata equivale spedizione con avviso di ricevimento.

L’Agente della Riscossione deve conservare la matrice o la copia della cartella con la relata di notifica oppure l’avviso di ricevimento (nel caso di notifica a mezzo raccomandata), per 5 anni ed ha l’obbligo di esibirli su richiesta del contribuente.

La sostituzione della Pec

Chi utilizza un indirizzo pec diverso da quello risultante nei pubblici registri non può giustificare la mancata conoscenza della cartella esattoriale spedita al precedente account. E questo perché ciò che rileva ai fini legali è l’indirizzo risultante nei pubblici registri. Con la sentenza in commento, la Cassazione ha ribadito che la cartella di pagamento è legittima, perché regolare e valida, quando la notifica via Pec avviene all’indirizzo che risulta dagli elenchi pubblici e che equivale all’invio tramite raccomandata con avviso di ricevimento. La cartella si deve intendere ricevuta dal destinatario nella data indicata dalla ricevuta elettronica prodotta dal concessionario della riscossione.

Peraltro impugnare la cartella per omessa notifica equivale invece a dichiarare di averne avuto conoscenza. Una tacita ammissione che comporta il rigetto del ricorso. Si stratta della cosiddetta “sanatoria per raggiungimento dello scopo della notifica”.

Si potrebbe tutt’al più contestare il successivo atto, ad esempio un fermo o un’ipoteca, dimostrando che la notifica dell’atto presupposto – la cartella – non è mai stata eseguita correttamente.