Limiti diritto di proprietà se c’è servitù di passaggio

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa sono le servitù prediali? In cosa consiste la servitù di passaggio e come limita la proprietà? Cos’è una servitù di passaggio coattiva?

La proprietà è probabilmente un concetto antico quanto l’uomo: fin dalle origini gli esseri umani hanno distinto ciò che è proprio da quello che è di altri. L’appartenenza di un bene ad una persona sembrerebbe una nozione talmente intuitiva da non esserci nemmeno bisogno di soffermarci a spiegarla; in realtà, non è così. La proprietà è un diritto complesso, che va ben oltre il semplice «questo è mio, quello è tuo». Forse un tempo la proprietà era quel “diritto terribile” davanti al quale ogni altro doveva cedere il passo: lo dimostra il fatto che, in passato, le sanzioni per chi si appropriava delle cose altrui oppure per chi invadeva la proprietà di altri erano severissime: si andava dalla prigione alle pene corporali vere e proprie. Per fortuna, col tempo si è compreso che la proprietà è sì importante, ma non così tanto da dover essere tutelata con sanzioni fisiche. Oggi che la tortura non è più una risposta che lo Stato può permettersi (per fortuna!), i delitti contro la proprietà sono ugualmente puniti, ma con pene meno severe rispetto ai crimini che riguardano la persona, la sua dignità e la sua incolumità personale. In ambito civilistico, la proprietà ha ugualmente subito un ridimensionamento: ad esempio, ove vi siano necessità di tipo pubblico, lo Stato può espropriare un bene di appartenenza del privato cittadino, pagando un giusto indennizzo. Ma non è l’unico caso di limite alla proprietà: questa deve spesso convivere con i diritti di altre persone, subendone una compressione a volte non indifferente. Nella manualistica giuridica, i diritti che riguardano le “cose” vengono chiamati diritti reali (da res, che in latino significa appunto cosa, oggetto): se è vero che il diritto reale per eccellenza è la proprietà, è altrettanto vero che ne esistono altri che, sebbene non abbiano la pienezza e la completezza di quest’ultima, sono ugualmente capaci di conferire importanti poteri alle persone che ne sono titolari. Tra questi diritti reali rientrano anche le servitù prediali, le quali consistono, come vedremo, in una limitazione su un fondo di proprietà altrui. In pratica, il titolare della servitù prediale può “sfruttare” la proprietà di altri, ovviamente entro limiti tassativi. Se quello che ho detto finora ti interessa, allora ti invito a proseguire nella lettura: scopriremo insieme cosa sono le servitù prediali e quali sono i limiti del diritto di proprietà se c’è una servitù di passaggio.

Proprietà: cos’è

Pima di analizzare i limiti del diritto di proprietà se c’è una servitù di passaggio, facciamo chiarezza e spieghiamo com’è possibile che una proprietà abbia delle limitazioni. Secondo il codice civile, la proprietà è quel diritto che consente al suo titolare di godere delle sue cose in modo pieno ed esclusivo, nei limiti, però, stabiliti dalla legge [1]. Quest’ultimo inciso sta a significare che la proprietà non può mai essere “selvaggia”, cioè svincolata da regole: vuol dire, in pratica, che se sei proprietario di un bene non puoi farne proprio tutto quello che vuoi. Leggi il prossimo paragrafo per comprendere meglio.

Proprietà: ci sono limiti?

Ti faccio un esempio: se sei proprietario di una casa con giardino, sicuramente sarai libero di abitarvi, di arredarla come più ti piace, di dipingere le pareti del colore che vuoi, di tagliare l’erba del prato, ecc. Queste (ovvie) libertà, però, sono controbilanciate da alcuni divieti che la legge impone e che probabilmente tu rispetti perché li dai, giustamente, per scontato. Ad esempio, il fatto di trovarti in casa tua tra le tue cose non ti autorizza ad alzare il volume della radio in modo tale da farti sentire in tutto l’isolato; alla stessa maniera, non puoi piantare nel tuo giardino alberi che facciano ombra od ostacolino la visuale al vicino; ancora, non puoi costruire immediatamente a ridosso del confine, così come non puoi edificare, seppur nel tuo terreno, senza tutti i permessi amministrativi necessari. Allo stesso modo, non puoi dare alle fiamme la tua abitazione solamente perché vuoi disfartene.

Ecco: sicuramente ora avrai capito perché il godimento pieno ed esclusivo della tua proprietà non è illimitato. Utilizzando una frase molto abusata, possiamo dire che la tua libertà finisce dove comincia quella degli altri (dei tuoi vicini, in particolare).

Diritti reali limitati: cosa sono?

La proprietà, come anticipato nell’introduzione, è il diritto reale per eccellenza. Abbiamo detto che i diritti reali sono quelli che riguardano le cose; tra di essi non v’è solo la proprietà, ma ne esistono altri la cui portata è maggiormente contenuta. Per questo motivo, si parla di diritti reali limitati, o diritti reali su cosa altrui, perché non sono caratterizzati dalla pienezza tipica della proprietà. Tali diritti, infatti, presuppongono una scissione di facoltà nell’ambito del diritto di proprietà, nel senso che alcune di esse vengono compresse, normalmente con il consenso del proprietario, affinché possano essere esercitate da un terzo, titolare, appunto, del diritto reale su cosa altrui. Ad esempio, è un diritto reale limitato l’usufrutto, che consente al suo titolare di godere del bene come se fosse il titolare, sottraendo tale facoltà al proprietario stesso. Altro esempio di diritto reale limitato è la servitù prediale, che consiste nel peso imposto sopra un fondo altrui per l’utilità di un fondo appartenente a diverso proprietario [2]. Approfondiamo.

Servitù di passaggio: cos’è?

Abbiamo spiegato cos’è la proprietà e cosa sono i diritti reali limitati: vediamo ora cos’è una servitù di passaggio. La servitù di passaggio è un particolare tipo di servitù prediale che serve a rendere possibile (o solamente più agevole) l’accesso ad un fondo intercluso. Facciamo un esempio: se sei proprietario di un’abitazione e di relativo giardino, ma non hai alcuno sbocco sulla strada pubblica, dovrai necessariamente attraversare la proprietà altrui per uscire. Ecco: il transito che ti è necessario per andare in strada costituisce proprio una servitù di passaggio, la quale grava sul fondo del vicino a vantaggio del tuo.

Una servitù di passaggio viene normalmente costituita per atto scritto: tu e il tuo vicino potreste trovare un accordo e costituirne una. Nel caso di mancato accordo, potresti adire il tribunale e chiedere che la servitù venga imposta con sentenza. Spesso, la servitù di passaggio viene imposta su un fondo a vantaggio di un altro direttamente da colui che ne era unico proprietario, mediante disposizione testamentaria oppure donazione: se, per esempio, Tizio è proprietario di un unico, grande appezzamento di terra e, in vista della sua dipartita, decide di dividerlo e di lasciarlo ai figli in parti uguali, allora a favore dell’erede che tocca il fondo interno, intercluso dagli altri, Tizio potrà pensare di imporre su tutti gli altri fondi una servitù di passaggio che consenta il transito a chi non ha sbocchi sulla pubblica via.

Servitù di passaggio: come limita la proprietà?

La servitù di passaggio pesa sul fondo che impedisce al titolare della proprietà interclusa di accedere alla strada pubblica. La servitù di passaggio, quindi, è un diritto di godimento su un bene altrui, in quanto il proprietario del fondo intercluso vanta il diritto di poter passare su quello del vicino, con conseguente limitazione della proprietà di quest’ultimo. Ed infatti, il proprietario del fondo gravato dalla servitù di passaggio non può ostacolare l’esercizio di quest’ultimo diritto.

Facciamo un esempio. Se sei proprietario di un terreno ma non puoi accedervi se non percorrendo un tratto di strada appartenente al tuo vicino, puoi costituire, d’accordo con questi, una servitù di passaggio sul suo fondo, il quale sarà servente rispetto al tuo, definito dominante. A fronte del diritto di passaggio, al tuo vicino potrai riconoscere un’indennità. Ora, la servitù vieta al proprietario del fondo servente di impedirti il passaggio: egli, pertanto, non potrà chiudere la strada con un cancello, con la realizzazione di un muretto o con qualsiasi altra opera, né potrà ostacolarti, ad esempio ammucchiando legna oppure arbusti all’ingresso della via.

Servitù di passaggio coattiva: cos’è?

La servitù di passaggio limita la proprietà anche in un altro modo: imponendosi al proprietario del fondo vicino. Mi spiego meglio: la legge dice che il proprietario, il cui fondo è circondato da quelli altrui e che non ha uscita sulla via pubblica né può procurarsela senza eccessivo dispendio o disagio, ha diritto di ottenere il passaggio sul fondo vicino. Il passaggio si deve stabilire in quella parte per cui l’accesso alla via pubblica è più breve e riesce di minore danno al fondo sul quale è consentito. Esso può essere stabilito anche mediante sottopassaggio, qualora ciò sia preferibile, avuto riguardo al vantaggio del fondo dominante e al pregiudizio del fondo servente. Le stesse disposizioni si applicano nel caso in cui taluno avendo un passaggio sul fondo altrui, abbia bisogno ai fini suddetti di ampliarlo per il transito dei veicoli. Sono esenti da questa servitù le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti [3].

In pratica, la legge dice che il proprietario di un fondo totalmente intercluso (o parzialmente intercluso, ma in quest’ultimo caso è richiesto che l’uscita sulla via pubblica sia difficoltoso) ha il diritto a costituire una servitù di passaggio sul fondo attiguo: ciò significa che il titolare di quest’ultimo non potrà opporsi e che, se lo farà, la servitù gli potrà essere imposta da una sentenza del tribunale, la quale, però, dovrà riconoscergli un’indennità per il danno subito [4]. Per questo si parla di servitù di passaggio coattiva, perché può essere imposta anche contro la volontà del proprietario del fondo servente. Un bel limite al diritto di proprietà, direi.

Tra l’altro, la legge dice che la servitù di passaggio può essere imposta anche nel caso in cui il proprietario del fondo ha un accesso alla via pubblica, ma questo è inadatto o insufficiente ai bisogni del fondo e non può essere ampliato. In questa evenienza, però, il passaggio può essere concesso dal giudice solo quando questi riconosce che la domanda risponde alle esigenze dell’agricoltura o dell’industria [5]. A differenza dell’interclusione che abbiamo visto sopra, quindi, in questo caso la servitù di passaggio può essere imposta solamente per le esigenze della produzione, cioè per ragioni di rilevante interesse economico.

La legge infine dice che se il passaggio cessa di essere necessario, può essere soppresso in qualunque tempo a istanza del proprietario del fondo dominante o del fondo servente. Quest’ultimo deve restituire il compenso ricevuto; ma l’autorità giudiziaria può disporre una riduzione della somma, avuto riguardo alla durata della servitù e al danno sofferto [6].

Servitù di passaggio coattiva: quando non c’è indennità?

La legge, poi, prevede un caso di servitù di passaggio coattiva in cui l’indennità non è dovuta al titolare del fondo servente: se il fondo è divenuto da ogni parte chiuso per effetto di alienazione a titolo oneroso o di divisione, il proprietario ha diritto di ottenere dall’altro contraente il passaggio senza alcuna indennità [7]. Cosa significa? Te lo spiego con un esempio: se acquisti un terreno confinante con il tuo, ma la porzione di fondo che consente l’accesso alla strada pubblica resta nella disponibilità del venditore, allora avrai diritto a chiedere e ottenere una servitù di passaggio coattiva senza dover pagare alcunché all’alienante. Questo avviene perché la legge presume che di tale indennità le parti abbiano già tenuto conto nel prezzo dell’alienazione.

Picchiare un cane per educarlo: si può?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Maltrattamento animale: quando l’addestramento eccede il limite e diventa reato.

Ti sarà di certo capitato di vedere qualche genitore usare le maniere dure nei confronti dei propri figli: una sgridata, un castigo o anche una sberla per aver disobbedito lasciano sempre il segno in chi è spettatore. Se sei sensibile ai diritti dei bambini, avrai storto il naso e, probabilmente, in cuor tuo, avrai criticato la madre o il padre dalla mano pesante. Non abbiamo però la stessa sensibilità quando le punizioni corporali vengono inflitte nei confronti degli animali. E questo perché siamo ancora influenzati da un’epoca in cui le “bestie” venivano usate come oggetti e strumenti dell’uomo. La stessa legge, nel momento in cui è chiamata a definire un cane o un gatto, li fa rientrare tra le “cose” e non tra le persone. Non esiste, insomma, una categoria intermedia tra gli esseri umani e le pietre. Ed in questo, dobbiamo ammetterlo, la tanto sbandierata sensibilità per il mondo faunistico è ancora alla preistoria. Ciò nonostante, e per fortuna, quando si supera il limite interviene il codice penale [1]: picchiare un cane per motivi futili o per spirito di crudeltà è reato di «maltrattamento degli animali» per il quale scatta la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro». Ma che succede quando le percosse sono inflitte solo per addestrare il quadrupede proprio al pari del genitore che, nell’insegnare l’educazione al figlio, eccede tuttavia dai poteri di correzione che la legge gli concede? Si può picchiare un cane per educarlo? La risposta è stata data dalla Cassazione qualche giorno fa [2]. La pronuncia affronta anche un altro delicato problema: si può sottrarre l’animale al proprio padrone quando questi dimostra scarsa sensibilità? Ecco cosa ha detto la Corte a riguardo.

Solo le sevizie, al momento, sono vietate dalla legge. Ma con questo termine ci si riferisce anche a tutte le condotte volte a far vivere il cane in condizioni contrarie alla sua specie, in situazioni igieniche precarie o di malnutrizione. Si può insomma far male al proprio fido compagno senza bisogno di toccarlo, con l’indifferenza e l’abbandono. Il cane costretto a vivere nei propri escrementi (il che crea un problema anche per il circondario) o che non viene alimentato (il che lo rende pericoloso per la gente attorno) non soffre meno di un animale picchiato a sangue. E siccome la Cassazione – che, in questo, è arrivata ben oltre il legislatore – ha detto che gli animali sono esseri senzienti, ossia che provano dolore (non solo quello fisico, ma anche quello nell’animo come in caso di solitudine), allora è possibile incriminare il padrone colpevole di percosse educative.

Nel caso di specie un uomo aveva colpito il proprio cane con calci e pugni e, non soddisfatto, lo aveva anche ferito con una cintura. La bestia è allora il padrone e non l’animale: inevitabile la condanna per il reato di maltrattamento di animali. Ed è anche logico – a detta dei giudici supremi – salvaguardare il quadrupede disponendone il sequestro preventivo per sottrarlo al suo aguzzino. I giudici avvalorano la possibilità di sottrarre il cane al suo padrone quando questi non si dimostra degno di gestirlo e di amarlo.

Una simile conclusione era stata raggiunta con riferimento anche al cane lasciato solo diverse ore al giorno dal padrone costretto ad assentarsi per lavoro. Lo schiamazzo dell’animale, innervosito dall’assenza dell’uomo, aveva infastidito i vicini che avevano denunciato il disturbo della quiete pubblica alle forze dell’ordine. Anche in quel caso i giudici hanno disposto il sequestro del cane. Peri i giudici della Cassazione si tratta di una misura necessaria per tutelare lo stesso quadrupede.

Smentita completamente, invece, la decisione presa dal Tribunale, che aveva revocato il sequestro del cane, osservando che «le percosse erano state inflitte non a titolo gratuito, bensì a scopo educativo», peraltro «non lasciando tracce visibili sul corpo dell’animale». «Non si possono giustificare le sevizie» subite dal cane neanche per «presunti scopi educativi».

Chi decide il pignoramento dello stipendio?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Pignoramento presso terzi: come avviene la procedura e quando il debitore riceve conoscenza della trattenuta sulla busta paga.

Se non hai pagato i tuoi debiti e hai un contratto di lavoro subordinato, anche a tempo determinato, è molto probabile che il creditore possa venirlo a sapere e decidere di pignorarti lo stipendio. In questi casi la procedura segue un iter predefinito dalla legge meglio noto come «pignoramento presso terzi». Tale forma di esecuzione forzata è rivolta a impartire l’ordine di pagamento non già al debitore ma a coloro che a quest’ultimo devono delle somme in modo da evitare che il denaro passi attraverso il debitore e quest’ultimo lo trattenga per sé rendendosi ulteriormente inadempiente. Si parla, appunto, del pignoramento nei confronti del “debitore del debitore”. La busta paga è uno di questi casi: mensilmente l’azienda deve versare la retribuzione al lavoratore dipendente, obbligo che discende sia dal contratto di lavoro che dall’ordinamento. Il datore di lavoro è quindi il “debitore del debitore” oggetto della procedura esecutiva. Se pertanto ti sei accorto che, dalla busta paga, l’azienda ha trattenuto dei soldi e questo importo corrisponde a un quinto del netto dello stipendio è quasi certo che sei anche tu caduto nella rete del pignoramento presso terzi. All’atto pratico dovresti aver ricevuto più di una notifica in precedenza per avvisarti dell’imminente misura. Ma chi decide il pignoramento dello stipendio? In altri termini, come verificare che il creditore o il datore di lavoro non abbiamo compiuto un abuso a tuo danno? Cercheremo di comprenderlo qui di seguito.

Come avviene il pignoramento 

Si è ufficialmente “creditori” nel momento in cui si ha in mano un “titolo esecutivo”. Si tratta di un documento cui la legge attribuisce un forte valore di prova e che, oltre a descrivere la natura del debito, ne indica anche l’importo. Di solito i titoli esecutivi sono le sentenze di condanna al pagamento di una somma di denaro, i decreti ingiuntivi, i mutui firmati davanti al notaio. Ma lo sono anche le cambiali e gli assegni protestati. Chi è in possesso di un titolo esecutivo può passare direttamente all’ultima fase del “recupero crediti” che è la riscossione ossia l’esecuzione forzata. Forse conoscerai questa procedura con il termine più comune di pignoramento dei beni.

Prima di avviare il pignoramento, il creditore deve notificare al debitore un atto che va sotto il nome di precetto. La consegna deve avvenire tramite consegna a mani da parte dell’ufficiale giudiziario o con la raccomandata verde tipica degli atti giudiziari recapitata dal postino.

Nel precetto, il debitore viene per l’ultima volta invitato a pagare. Gli si danno altri 10 giorni di tempo. Dopodiché il creditore può avviare il pignoramento vero e proprio. Lo deve fare non oltre 90 giorni dalla notifica del precetto; se fa scadere questo termine, dovrà notificare un ulteriore precetto.

Dopo il precetto, il creditore decide quali beni del debitore aggredire. Ha un ampio campionario di scelte: dalla pensione al conto in banca, dai titoli di credito (bot, obbligazioni, ecc.) ai libretti di deposito, dall’arredo in casa a quanto custodito nella cassaforte all’interno dell’appartamento, dai quadri ed altri oggetti di valore ai divani ed elettrodomestici, dallo stipendio ai canoni di affitto percepiti da eventuali inquilini per immobili dati in locazione. C’è anche la possibilità di ipotecare e pignorare la casa, scelta consentita a prescindere dall’entità del debito (solo per le cartelle esattoriali è necessario aver raggiunto un debito di almeno 120mila euro).

Come avviene il pignoramento presso terzi

Se il creditore decide di avviare il pignoramento presso terzi deve prima individuare chi è il debitore del debitore. La cosa migliore è pignorare lo stipendio. La pensione infatti è sempre bassa e da questa va comunque detratto il “minimo vitale” pari a una volta e mezzo l’assegno sociale (oggi è circa 600 euro).

Lo stipendio può essere pignorato fino a massimo un quinto del netto, anche se su di esso ci sono già precedenti ritenute dovute a cessioni del quinto.

Se invece lo stipendio risulta già pignorato da altri creditori, e pertanto l’azienda sta operando la trattenuta di un quinto, è possibile il pignoramento di un altro quinto solo se le cause del credito sono di natura diversa. Si distinguono, inarticolate, tre tipi di crediti: quelli alimentari (ad esempio dovuto all’ex coniuge), quelli fiscali (ad esempio dovuti all’Esattore) e tutti gli altri. Se due fornitori pignorano un quinto dello stipendio dello stesso debitore, il secondo che arriva si accoda ossia si soddisfa solo dopo che il credito del primo è stato soddisfatto. Invece se al fornitore si aggiunge un pignoramento di Agenzia Entrate Riscossione, si possono pignorare due quinti dello stipendio.

Prima del pignoramento dello stipendio, però, e dopo la notifica del precetto, il debitore deve ricevere la notifica di un atto chiamato appunto «atto di pignoramento presso terzi». Quest’atto, chiaramente, va notificato anche al suo datore di lavoro affinché sappia che deve effettuare, da quel momento in poi e sulle successive buste paga fino a integrale estinzione del debito, la trattenuta di un quinto.

A indicare l’importo da “bloccare” non è né il creditore, né l’ufficiale giudiziario; il calcolo viene infatti lasciato all’azienda datrice di lavoro. E questo per l’ovvia considerazione che lo stipendio non è sempre fisso, potendo variare in base agli straordinari o alle successive modifiche del contratto di lavoro (si pensi al passaggio da full time a part time).

Chi decide il pignoramento dello stipendio?

Quindi a decidere il pignoramento dello stipendio è il creditore, cui spetta l’iniziativa e la scelta dei beni del debitore da aggredire; la notifica viene materialmente curata ed eseguita dall’ufficiale giudiziario o dal postino che, in quanto pubblici ufficiali, garantiscono il ricevimento dell’atto da parte del debitore e del suo debitore; infine la trattenuta è un adempimento che ricade invece sul datore di lavoro. Si può dire quindi che il pignoramento dello stipendio si vale dell’attività di tra soggetti diversi.

C’è un aspetto che il codice di procedura non dice: a chi deve essere notificato per prima il pignoramento dello stipendio? Di solito l’avvocato deposita gli atti da spedire presso l’ufficiale giudiziario nello stesso momento, anche per risparmiare tempo. Ma nulla vieta all’ufficiale di consegnare prima quello al datore di lavoro e poi l’altra copia al dipendente pignorato. Quest’ultimo quindi potrebbe venire a sapere del pignoramento solo dopo l’azienda e magari quando già la busta paga gli è stata bonificata al netto della trattenuta.

Come combattere l’emozione

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Preservare la nostra calma, in situazioni che ci colpiscono veramente, è molto difficile. Come si possono gestire le proprie suggestioni senza lasciarsi trasportare? Leggi l’articolo!

Tutti sono pervasi dalle proprie emozioni. Un momento di rabbia con conseguenze devastanti, l’angoscia che paralizza, l’ansia che genera sofferenza: sono solo alcuni esempi delle nostre trepidazioni. Prima di addentrarci ulteriormente, definiamo cosa è un’emozione. Un’emozione è una reazione che coinvolge il nostro corpo e la nostra mente a causa di stimoli esterni o interni. Può essere positiva o negativa, può incidere sul corpo o sul comportamento. Le emozioni primarie o fondamentali sono comuni agli uomini, ai bambini, agli animali e sono legate alla sopravvivenza: gioia, tristezza, paura, rabbia. Le emozioni complesse sono legate alla società e alla cultura: vergogna, invidia, gelosia, ecc. L’intensità, la forza, l’importanza delle emozioni sono legate all’esperienza di ciascuno di noi. Nessuno, a fronte di un vissuto simile, avrà la medesima sensazione. In alcune circostanze siamo padroni di noi stessi, altre volte ci blocchiamo. Le nostre reazioni sono collegate alla nostra storia, alle esperienze passate (in modo più o meno inconscio) e suscitano in noi emozioni incontrollabili. Quante volte siamo incappati in situazioni in cui l’emozione ci ha sopraffatto? Un esame all’università, un colloquio di lavoro, una competizione sportiva? La mancanza di controllo ci limita notevolmente. Le emozioni, tuttavia, colorano la nostra vita, aumentano la creatività e costituiscono energia. Se sappiamo gestirle adeguatamente possono diventare nostre alleate. Scopri come combattere l’emozione, imparando a controllarla.

Cammina

Sembra banale, ma non lo è. Camminare aiuta a sgomberare la mente, non provoca frenesia, aiuta a rilassarti, rimanendo presente a te stesso. Puoi decidere tu quando aumentare il passo o quando diminuirlo. Camminare è l’esercizio più facile per una persona perché è il movimento più naturale che esista. Il consiglio è di camminare mezz’ora ogni giorno, focalizzando l’avvenimento che risulta più stressante per te. Passo dopo passo, immagina l’evento che più ti turba, trasformandolo in una sorta di film. Durante le sequenze, trasforma l’emozione negativa in una piena riuscita della tua performance. Vedrai che quando il momento immaginato si trasformerà in realtà, la tua mente e il tuo corpo saranno già pronti e tu sarai in grado di gestire l’emozione.

Sii consapevole

Se stai lottando contro un’emozione specifica (ad esempio, rabbia), impara a distinguere la circostanza che la innesca. Se non sopporti i rimproveri del capo e la rabbia sale, frenala finché sei in tempo. Isola l’emozione, respira a fondo, conta fino a venti. Devi capire fino in fondo cosa ti irrita maggiormente del rimprovero. Non ti senti apprezzato? Non ti senti rispettato? Riconosci che non è vero, che il tuo capo sbotta perché sta passando un pessimo periodo. In questo modo, l’emozione non prevale e tu dimostri di essere una persona ragionevole ed assennata.

Scrivi

Alla sera, dedica del tempo a te stesso, annotando su un diario le emozioni della giornata. Poniti delle domande, ad esempio: <<Perché oggi ho reagito così alla provocazione di Giulio?>>. Scava dentro di te, non mantenerti in superficie. Spezzando l’evento in una sequenza temporale (prima, durante, dopo), comprenderai appieno i pensieri che hanno condotto alla reazione. Una volta giunto a questo punto, devi chiedere a te stesso un’azione positiva per contrastare la negativa.  Scrivere aiuta a focalizzare con cura: è un vero toccasana, se fatto con dedizione e con metodicità.

Sviluppa la fiducia in te stesso

La fiducia in sé stessi è uno dei pilastri su cui fonda il successo nella vita. La mancanza di tale caratteristica è penalizzante, specialmente per una persona sensibile. Un’osservazione fatta da qualcuno, potrebbe trasformarsi in un’emozione violenta, specie se si tratta di una situazione avversa. Una buona dose di autostima è necessaria quando sei alle prese con le emozioni che ti travolgono. Quando realizzi un piccolo successo, gratificati. Sii conscio delle tue capacità e non abbatterti in continuazione. Se fai un errore, non rimproverarti per l’intera giornata. Affronta la situazione, chiarisci il motivo dello sbaglio e procedi. Se invece hai raggiunto un obiettivo, seppur piccolo, complimentati con te stesso.

Sorridi

Ti svegli triste? Sorridi allo specchio. Sei arrabbiato? Sforzati di sorridere. Sei stressato? Un sorriso genuino risveglia sensazioni positive. Se stai sorridendo è impossibile fisiologicamente avere cattivi sentimenti. Un sorriso è magia. Prova a sorridere più spesso, mantieni un atteggiamento positivo nei confronti dell’esistenza. Le persone intorno a te si accorgeranno del cambiamento e ricambieranno con altrettanto entusiasmo.

Crea il tuo mantra

Il mantra è una formula sacra che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa e viene utilizzata dagli appartenenti all’induismo ed al buddismo. Non occorre che tu ti converta ad altre religioni! Cerca una parola o una breve frase che possano aiutarti a prendere coscienza delle tue emozioni. C’è chi utilizza un termine legato alla natura, come “cielo” o “stella” o “luna”. C’è chi impara un proverbio a memoria. C’è chi ripete una poesia imparata da bambino. Quando sei consapevole di ciò che sta accadendo, impari a riconoscere ciò che innesca la reazione emotiva. Diventerai così esperto sulla gestione dell’emozione e potrai decidere se lasciarti travolgere o meno da essa.

Pratica il training autogeno

Il training autogeno è una tecnica di rilassamento psicofisiologico sviluppata negli anni Trenta dallo psichiatra tedesco Schultz. Aiuta a controllare lo stress, riduce l’ansia, produce benessere psicofisico. Il primo esercizio consiste nel distendere la muscolatura scheletrica (si deve immaginare che il corpo diventi pesante). Il secondo esercizio consta nel rilassamento dell’apparato vascolare (si deve indurre il corpo al calore, per realizzare una vasodilatazione dell’apparato periferico). Il terzo esercizio aiuta a regolare l’attività cardiaca (il cuore deve battere regolarmente, al fine di tranquillizzare la persona). Il quarto esercizio riguarda uno stato di calma dovuta alla regolazione del respiro (il respiro deve diventare profondo per non far affiorare pensieri che possono infastidire). Il quinto esercizio si basa sul controllo del plesso solare, localizzato all’altezza del diaframma appena sotto lo sterno (calore e distensione del plesso conducono al benessere degli organi interni e dell’addome). Il sesto esercizio induce l’individuo a percepire la sensazione della mente fresca (per creare una leggerissima vasocostrizione della zona encefalica). Il training autogeno, utile anche per favorire il sonno e come coadiuvante nel miglioramento delle prestazioni sportive, ha però alcune controindicazioni. Non è consigliato in caso di depressione ed episodi psicotici. In caso di infarto recente (ultimi sei mesi) è controindicato. Le donne in stato di gravidanza devono praticarlo con attenzione. Data l’importanza della tecnica del training autogeno, si consiglia sempre di rivolgersi ad un medico specializzato, prima di praticarlo costantemente.

Controlla la fame nervosa

Quante volte hai mangiato un cibo particolare dopo aver vissuto un episodio di emozione incredibile, per sfogare la rabbia, per sentirti meno triste, per cercare di annullare il dolore? Devi innanzitutto saper riconoscere la tipologia di fame. Quando hai voglia di mangiare, fermati un secondo e chiediti se hai fame veramente. A volte si mangia compulsivamente per noia, per sentirsi meno malinconici, per solitudine. Per evitare gli attacchi di fame nervosa, prova a spezzare l’abitudine che ti conduce fino a lì. Ad esempio, se sei abituato a divorare un sacchetto di patatine sul divano, davanti alla televisione, durante la serata, prova a sederti sulla sedia. Diventerà un piccolo cambiamento di consuetudine e tu sarai consapevole di ciò che stai facendo. Non vietarti i cibi, è controproducente. Limita piuttosto la quantità. Eccedere nel cibo o porre delle restrizioni incredibili sono due comportamenti sbagliati. Impara a comprendere qual è l’alimento che ti conforta (ad esempio, il cioccolato) e riconosci qual è l’emozione che ti induce a mangiarlo in modo compulsivo. Rifletti se è veramente necessario ricorrere a quel cibo. Se non riesci a farne a meno, impara a controllare la quantità (ad esempio, invece di tuffarti sull’intera confezione, assapora due tavolette di cioccolato). Controllando la fame nervosa, saprai anche gestire l’emozione che l’ha scatenata.

Prova i fiori di Bach

I fiori di Bach (medico britannico nato nel 1886) sono una terapia della medicina olistica basata sull’utilizzo di 38 rimedi derivanti dai fiori. I principali stati d’animo che essi contrastano sono: paura, inquietudine, indecisione, indifferenza, scoraggiamento, debolezza, impazienza, orgoglio, disperazione, solitudine, stanchezza, preoccupazione. Il terapeuta, a seguito di un colloquio approfondito con il paziente, miscela i rimedi in una boccetta da 30 ml. (contenente una soluzione di acqua o di brandy o di aceto di mele). La posologia generalmente consta di quattro gocce, per quattro volte al giorno, per un totale di ventun giorni. Sarà il terapeuta, in ogni caso, ad indicare esattamente il rimedio o i rimedi adatti al paziente ed a definire posologia e durata della cura.

Estremo rimedio: i farmaci

Ahimè si, se le emozioni dilagano e tu non sai gestirle correttamente, se esse ti stanno procurando un malessere così grave da limitare la tua esistenza, devi rivolgerti ad uno specialista, psicologo o psichiatra. Solo ed esclusivamente un medico ti potrà aiutare nel cammino della consapevolezza, attraverso metodi di cura specifici. Non assumere il farmaco che ti ha consigliato l’amico o che hai visto sul web. Se la tua vita è così complicata dalle emozioni, significa che necessiti di un sostegno da un professionista in grado di aiutarti. L’emozione non rappresenta un ostacolo, è ciò che suscita in noi la fonte delle difficoltà. Per gestire le emozioni, servono costanza, concentrazione interiore, vigilanza. Se sapremo guidare le nostre tendenze, al fine di raggiungere la piena realizzazione di noi stessi, proveremo molta soddisfazione che si trasformerà in gioia!

Il glifosato provoca il cancro?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Glifosato: tutto quello che dovresti sapere sul diserbante attualmente più usato al mondo e sul suo rapporto con lo sviluppo del cancro.

Hai mai sentito parlare del glifosato e dei suoi effetti sulla salute? Negli ultimi anni si è acceso il dibattito sui rischi per la salute legati al largo utilizzo in agricoltura del glifosato, in particolare per quanto riguarda una sua possibile associazione con un incrementato rischio di sviluppare il cancro. Nel corso del tempo, con il progresso scientifico, sono molte le sostanze che sono state introdotte in agricoltura e alcune di queste costituiscono un potenziale pericolo per la salute. Di conseguenza, è necessario informarsi maggiormente per poter rimanere sani. A questo punto probabilmente la tua domanda sarà: il glifosato provoca il cancro?. In questo articolo cercherò di parlarti del glifosato e di chiarirti i dubbi sulla sua relazione con il cancro.

Cos’è il glifosato

Il glifosato è un erbicida largamente utilizzato in agricoltura, a temperatura ambiente è solido e inodore. È stato scoperto da Henry Martin nel 1950, ma è stato utilizzato in agricoltura a partire dagli anni 70 e da allora è stato impiegato in maniera sempre crescente fino a diventare attualmente il composto diserbante maggiormente utilizzato al mondo in assoluto.

Come funziona il glifosato

Il glifosato è un composto diserbante di tipo sistemico: una volta applicato sulle foglie delle piante non si limita ad agire in questo punto, ma viene assorbito nel giro di qualche ora diffondendosi a tutte le parti che compongono la pianta. In questo modo, la sostanza è in grado di raggiungere tutti i punti della pianta e bloccando una delle funzioni vitali del vegetale ne causa l’essiccamento in meno di due settimane.

Effetti sulla salute

Il glifosato presente nelle piante viene ingerito dall’uomo che le consuma con la dieta e quindi viene assorbito dall’organismo. La sostanza viene eliminata per la maggior parte tramite le urine completamente immodificata, mentre una piccola parte viene metabolizzata formando un altro composto. Per quanto riguarda gli effetti dell’esposizione acuta al glifosato, non ci sono studi né dati che parlano di alcun tipo di tossicità, quindi una singola esposizione non dovrebbe essere causa di malattie. Gli effetti dell’esposizione cronica al glifosato che si ottiene consumando alimenti che lo contengono è tuttora oggetto di discussione: secondo alcuni è dannosa e in particolare è causa di cancro, secondo altri non lo è.

Classificazione IARC del glifosato

La IARC (International Agency for Research on Cancer) è un organismo internazionale responsabile di definire il potenziale cancerogeno di tutte le sostanze usate dall’uomo o con cui egli può entrare in contatto. La IARC attribuisce ciascuna sostanza ad un gruppo:

  • Gruppo 1: sostanze certamente cancerogene per l’uomo (ad esempio il fumo di tabacco);
  • Gruppo 2A: sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo (cioè ci sono prove di cancerogenicità negli animali, ma nell’uomo non sono chiare);
  • Gruppo 2B: sostanze possibilmente cancerogene per l’uomo (cioè le prove di cancerogenicità non sono chiare né negli animali né nell’uomo);
  • Gruppo 3: sostanze non classificabili in base alla cancerogenicità;
  • Gruppo 4: sostanze probabilmente non cancerogene per l’uomo.

Il glifosato è stato classificato come probabilmente cancerogeno per l’uomo dalla IARC (gruppo 2A) a partire dal 2015.

Studi su cancro e glifosato

Sono stati condotti molti studi sullo sviluppo di cancro nelle persone soggette ad esposizione cronica a livelli elevati di glifosato, ma con risultati contrastanti. Gli studi condotti su agricoltori direttamente coinvolti nell’utilizzo del composto hanno mostrato in alcuni casi un incremento dell’incidenza di cancro (in particolare linfomi non-Hodgkin). Gli studi condotti sulla popolazione in generale hanno dato dei risultati contrastanti sulla cancerogenicità del glifosato. Anche per quanto riguarda gli animali non ci sono stati risultati certi. Gli studi effettuati in laboratorio sulle cellule invece hanno dimostrato che il glifosato è in grado di trasformare le cellule sane in cellule tumorali in alcune situazioni, ma soprattutto che è in grado di favorire la moltiplicazione delle cellule di alcuni particolari tipi di tumore.

Come comportarsi nei confronti del glifosato

L’esposizione al glifosato sembra ad oggi un evento inevitabile a causa della sua diffusione in tutto il mondo. Le conoscenze attuali non sono in grado di stabilire con certezza il nesso con lo sviluppo di tumore e quindi è necessaria prudenza nel suo utilizzo. È una sostanza molto diffusa soprattutto negli strati superficiali del terreno, quindi non puoi evitarla del tutto ma il tuo obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre la tua esposizione al glifosato il più possibile. Come fare? In Italia è stato vietato l’utilizzo del glifosato nelle zone verdi maggiormente frequentate delle città come parchi e giardini, quindi dovresti cercare di frequentare queste zone. L’utilizzo è inoltre vietato nelle scuole e nelle strutture sanitarie che possono essere considerate delle “zone sicure”.

Di LORENZO COSENTINO

Come fare l’organizzatore di feste

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Con le giuste competenze e tanta passione, far divertire le persone può diventare un lavoro a tempo pieno.

Negli ultimi anni, complici anche alcuni canali televisivi tematici, in Italia sono sbarcati dal mondo anglosassone alcuni mestieri legati all’intrattenimento. Uno dei più gettonati, soprattutto tra i giovani, è l’organizzatore di feste, noto anche come party planner. Se ti fermi a pensare, quello di organizzare party può essere il lavoro dei sogni di molti: fare baldoria fino a notte fonda, divertirsi come matti, e venire perfino pagati. Tuttavia, la figura del party planner non nasce dall’improvvisazione: occorre metterci passione e seguire anche dei corsi, se necessario. Se anche tu vuoi essere un party planner di successo, nei prossimi paragrafi ti forniremo tutte le informazioni necessarie sul come fare l’organizzatore di feste.

Che cosa fa l’organizzatore di feste?

Per definizione, un party planner o organizzatore di feste è un professionista che cura tutti gli aspetti organizzativi di un evento nei minimi particolari. Del resto, le occasioni da festeggiare sono molte: compleanni, matrimoni, battesimi, comunioni, feste di laurea, party aziendali e così via. Di solito, il party planner concorda con il committente un tema da seguire durante tutta la festa, e sulla base di questo filo conduttore allestisce i locali e guida gli altri professionisti chiamati al party (dai camerieri ai fotografi, passando per fiorai, allestitori, ecc.). Quando il cliente lo permette, è l’organizzatore di feste a scegliere il locale in cui festeggiare. La bravura di un party planner la si vede dalla sua creatività e dalla capacità di avere “carta bianca” dal cliente. Tantissimi organizzatori, infatti, spesso devono scontrarsi con le idee dei committenti che, in quanto paganti, pretendono di avere l’ultima parola. In quei casi, però, le feste finiscono con essere sempre un flop. Il bravo organizzatore di feste è quello che con la propria dialettica e con la forza delle proprie idee riesce a portare il cliente a più miti consigli, convincendolo ad affidargli l’intera gestione della festa. Il bravo party planner, infine, è quello che riesce sempre a rinnovarsi, non proponendo ai suoi clienti le solite idee per le feste.

Come si diventa organizzatori di feste?

Sgombriamo subito il campo da qualche dubbio: party planner non ci si improvvisa. Pur essendo una professione che si apprende sul campo e sulla quale occorre avere una determinata predisposizione caratteriale, non ci si può svegliare al mattino e sentirsi organizzatori di feste. Tale precisazione è doverosa perché la categoria dei party planner è infestata dai cosiddetti “dilettanti allo sbaraglio”, che ammazzano il mercato fissando tariffe ridicole, e finiscono poi con organizzare feste che si rivelano sistematicamente un flop. Se vuoi invece diventare un party planner serio, di quelli che fanno onore alla categoria, dovrai partire dal basso. Del resto, organizzare feste è un lavoro serio, e tutti le professioni in cui ci vuole impegno pretendono la gavetta. Ancor prima di iniziare il tuo percorso professionale, devi chiederti se hai le “doti naturali” per diventare organizzatore di feste. Il party planner ha una creatività enorme, è sempre pronto a nuove sfide, ha una dialettica ficcante, è in grado di guidare le persone, ha doti gestionali innate e (ovviamente) adora le feste. Se il tuo profilo corrisponde in pieno a queste caratteristiche, puoi iniziare la tua fase di gavetta. Il consiglio è quello di seguire le orme di un party planner affermato: farsi assumere anche come semplice assistente può essere un ottimo punto di partenza. Un professionista non rivela a nessuno i trucchi del mestiere, quindi tutto quello che apprenderai sul campo dovrà essere frutto delle tue deduzioni: osserva “il tuo capo” in ogni suo gesto, e con il passare del tempo potrai imparare tante cose sugli allestimenti, sul come si preparano i tavoli e su come si posizionano i musicisti.

Quali aspetti burocratici deve rispettare un organizzatore di feste?

Prestazione occasionale o Partita IVA?

Come già anticipato, la professione del party planner è molto seria e, pur non avendo un inquadramento giuridico preciso, ci sono delle normative da rispettare. Il primo distinguo è capire se e quando aprire la Partita Iva, o se considerare l’attività come prestazione occasionale. La stessa definizione di prestazione occasionale si presta a interpretazioni, ma ci sono due valori da rispettare per entrare in questa categoria: un giro d’affari non superiore ai 5000 euro annui e la mancanza di continuità. Questo significa che se si svolge l’attività di organizzatore di feste in maniera sporadica, non guadagnando oltre i 5000 euro annui, non vi è necessità di aprire Partita Iva. I guadagni, tuttavia, dovranno comunque essere comunicati in sede di dichiarazione dei redditi.

Party planner: libero professionista o ditta individuale?

La prestazione occasionale è esclusivamente il punto di partenza per chi vuole intraprendere il mestiere di party planner. Con un’attività continuativa e un giro d’affari più consistente, l’apertura di una Partita Iva è obbligatoria: il codice ATECO di riferimento è il 96.09.05 (Organizzazione di feste e cerimonie). Inoltre, se avrai un ricavo annuo non superiore ai 30mila euro, potrai aderire al regime forfettario, con un’aliquota del (solo) 15%. In sede di apertura di Partita Iva, un party planner dovrà scegliere se costituirsi come Ditta Individuale o come Libero Professionista. La differenza tra i due profili è soprattutto nella contribuzione previdenziale: un libero professionista deve iscriversi alla Gestione Separata dell’INPS, e verserà i contributi sulla base di un’aliquota fissa (nel 2018 è del 25,72%) sul reddito lordo incassato; una party planner costituito come ditta individuale deve invece iscriversi alla Camera di Commercio e alla sezione commercianti INPS, pagando un minimale contributivo annuo di 3.791,98 euro, con aliquota del 24,09% per i redditi superiori ai 15mila euro. La scelta tra libero professionista e ditta individuale è quindi solo un discorso di convenienza economica. In sostanza, possiamo dire che la linea di demarcazione tra i due profili si attesta sui 20mila euro di ricavi lordi annui: al di sotto di questa cifra conviene fiscalmente essere libero professionista. Se invece hai la fortuna (e bravura) di guadagnare di più, allora come ditta individuale pagherai meno tasse.

Come comunicare agli organi preposti l’apertura dell’attività di party planner?

L’apertura della Partita Iva e la scelta dell’inquadramento (libero professionista o ditta individuale) da sole non bastano. Occorre anche fare l’iscrizione alla Camera di Commercio (per le ditte individuali), avviare la pratica SCIA (Segnalazione di Certificazione Inizio Attività) per il Comune dove avrà sede l’attività e iscriversi all’INPS (Gestione Separata o Gestione Commercianti). Queste operazioni, fortunatamente, possono essere effettuate in un’unica procedura, grazie alla Comunicazione Unica (detta anche ComUnica) disponibile sul sito web del Registro delle Imprese. Per evitare errori in sede fiscale, ti consigliamo di affidarti ad un commercialista esperto.

Esistono corsi per party planner?

Contestualmente alla tua gavetta come assistente di party planner, o magari prima d’intraprendere questo cammino, potresti seguire dei corsi sul come diventare organizzatore di feste. Esistono tantissimi corsi sul come diventare party planner, sia dal vivo che offline, ma trovare quello giusto è tutt’altro che semplice. Le prime difficoltà nascono dal fatto che a oggi la professione dell’organizzatore di feste non è giuridicamente inquadrata, e quindi un po’ tutti potrebbero millantare di essere party planner professionisti. In linea di principio, i corsi migliori sono quelli che curano in maniera maniacale sia l’aspetto teorico che quello pratico. Quando ti trovi a valutare un corso per diventare party planner, quindi, controlla che ci siano tante nozioni di marketing, e assicurati che siano compresi anche stage con rinomate agenzie di organizzatori di feste. Molto nebuloso è anche il discorso relativo ai costi dei corsi: si può partire dalle poche centinaia di euro fino ad arrivare a diverse migliaia di euro. Non sempre, però, a una maggiore spesa coincide una “migliore resa”, proprio perché si tratta di corsi che non possono essere riconosciuti giuridicamente. L’unica soluzione è verificare che i corsi siano tenuti realmente da professionisti affermati del settore: in quel caso anche un grosso esborso sarebbe giustificato. A oggi, i migliori corsi per organizzatori di feste sono tenuti tra gli atenei di Milano e Roma.

Quanto guadagna un party planner?

Altro argomento spinoso e da analizzare con la massima attenzione è quello dei compensi di un organizzatore di feste. Molti giovani si avvicinano a questa professione soprattutto perché leggono dei compensi che vengono riconosciuti ai party planner che organizza le feste aziendali dei più importanti brand italiani, dove si parte di una base di 20 mila euro ad evento. Queste cifre, tuttavia, devono essere analizzate con attenzione. Un party planner con un cachet del genere non è sicuramente quello che ti organizza la pizza del sabato sera. Gli eventi che sono chiamati a organizzare interessano migliaia di persone e devono essere fatti in grande stile, in proporzione all’azienda committente. Una festa in grande stile non si organizza in poche ore, ma ci possono volere anche delle settimane. Se quindi l’onorario finale lo si calcola in base alle ore di lavoro che il party planner ha dedicato all’evento, pur rimanendo un gran bel compenso, gli entusiasmi calano vistosamente. Al di là di tytto, per arrivare a questi livelli la strada è tutta in salita. Una volta finito il periodo di apprendistato, quando inizierai a organizzare i primi eventi che portano la tua firma, non aspettarti di comprarci una Ferrari. Per riuscire ad attirare sempre più persone le tariffe dovranno sì essere in proporzione al tipo di evento richiesto, ma non dovranno mai andare oltre un certo limite. I primi eventi sono utili più in termini di visibilità che di remunerazione, quindi pensa a far bene il tuo lavoro, e chiudo un occhio sui compensi che riceverai. Successivamente, quando avrai il tuo prestigio come organizzatore di feste, potrai anche dare una ritoccata alle tariffe.

In che modo fa promozione un party planner?

Il lavoro di organizzatore di feste è paragonabile a quello di una normale azienda, e le metodologie di promozione sono quindi grosso modo identiche. Intanto, inizia a creare una tua pagina su social come Facebook, Twitter e Instagram, sui quali dovrai pubblicare periodicamente le foto delle tue feste. Sopratutto agli inizi, sono due i canali sui quali dovrai basarti per farti conoscere: il passaparola e il volantinaggio. Il primo avviene in maniera indiretta, attraverso le opinioni dei clienti ai quali hai organizzato degli eventi. Il volantinaggio, invece, anche se ormai desueto, può essere efficace, soprattutto se fatto in punti strategici (ad esempio fuori dalle scuole). Per crescere, inoltre, un altro metodo può essere stringere accordi con i gestori dei locali: in cambio di una tariffa vantaggiosa, quest’ultimi potrebbero lasciarti l’esclusiva di tutte le feste tenute nella propria location. Ricorda che se il lavoro di party planner inizia a occuparti molto tempo e non rientra più nelle professioni occasionali, dovrai aprirti una Partita Iva alla quale sarà abbinato il codice Ateco di feste e cerimonie.

Quali attrezzature deve avere un organizzatore di feste?

L’asso nella manica del perfetto organizzatore di feste sono le attrezzature su cui può contare. Dato che per ogni tipologia di festa servono specifiche attrezzature, se aspirate alla professione di party planner ricordate che dovrete avere un magazzino bello ampio in cui riporre le vostre cose. Per le feste eleganti, ad esempio, occorro candele e altri accessori d’argento, mentre per quelle per bambini non devono mancare palloncini, festoni e tanti elementi colorati. Se i tuoi clienti ti commissioneranno feste a tema, inoltre, sarai costretto ad acquistare di volta in volta attrezzature adatte alla tematica trattata. Un buon impianto stereo è fondamentale, inoltre, per fornire al party il giusto sottofondo musicale. Il bravo party planner, infine, deve avere con sé sempre un laptop, grazie al quale potrà gestire i propri impegni e collegarsi al web per vedere le ultime tendenze in fatto di feste.

Quali giochi usare in una festa?

Dato che la creatività è la peculiarità principale di un organizzatore di feste, fissarsi sui soliti giochi può essere deleterio, ma se sei agli inizi quest’ultimo paragrafo potrebbe offrirti qualche spunto. In un party elegante per adulti, ad esempio, va molto di moda la “cena con delitto”, in cui i commensali devono trovare l’assassino che si nasconde tra di loro. Nelle feste a tema storico, invece, ti consiglio di fare giochi che richiamino l’epoca che state rappresentando. Nelle feste per bambini, infine, i giochi devono essere tanti, di breve durata e con qualche piccolo premio in palio, in modo da stimolare continuamente tutti i piccoli partecipanti.

Papilloma virus umano (HPV): come si contagia?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Papilloma Virus Umano (HPV), questo sconosciuto! Nonostante vada ascritto al novero dei virus patogeni con cui il nostro corpo più può entrare in contatto, sembra che cause ed effetti siano conoscenze estranee ai più. Dunque, come proteggerci?

L’infezione provocata dal “Papilloma Virus Umano” (HPV) è di sicuro una di quelle tra le più diffuse con le quali il nostro organismo entra in contatto nel corso della vita. E’ un fenomeno da tenere sotto controllo e non sottovalutato, ma senza bisogno di eccessivi allarmismi. Solitamente, infatti, la patologia non lascia traccia di sé, non si vedono sintomi di alcuna sorta sul corpo del soggetto infetto e viene debellata dal sistema immunitario. Dunque, sparisce da sola. Questo non deve far pensare però ad una cosa da poco: sotto infatti innumerevoli le diversità di ceppi di cui il Papilloma Virus si compone e non tutte sono potenziali cause di problemi di elevata rilevanza. Altro discorso, infatti, va fatto quando il virus lascia il segno sul corpo: l’infezione, infatti, può provocare delle visibili lesioni cutanee che devono creare quantomeno preoccupazione nel soggetto che le dovesse riscontrare. I sintomi più diffusi sono degli arrossamenti, simili a verruche o ad escrescenze increspate ruvide al tatto, che solitamente causano fastidio o prurito e vanno ad essere localizzate in varie parti del corpo, specie quelle afferenti l’area genitale, nonché nelle mucose. In questi casi, il soggetto infetto dovrà subire adeguato trattamento a base di creme immunomodulatrici al fine del debellamento dell’ente patogeno. Se queste erano le ipotesi più lievi, non va affatto dimenticata la possibilità, rara ma non remota, in cui l’infezione possa mettere radici e diventare una patologia cronica per il soggetto che ne è affetto. In queste situazioni, che vanno riportate per dovere di completezza espositiva, si può giungere ad un danno cronico per tutto l’apparato genitale, che può portare alla formazione di tumore della cervice uterina. Una situazione del tutto eccezionale visto che questo è scientificamente l’unico caso clinico in cui un’entità infetta esterna possa essere diretta responsabile di una patologia cancerogena. In questo articolo cercheremo di rispondere alla domanda: papilloma virus umano (HPV): come si contagia?.

Come si contrae?

Se si considera che una percentuale altissima di donne sessualmente attive, vicina all’80%, ha contratto almeno una volta nella vita l’HPV, si può facilmente intendere che tale infezione ha una rapida e “facile” diffusione. Tale infezione si contrae a mezzo di un contatto diretto con il virus, od anche può proliferare in condizioni di scarso igiene e promiscuità.  A voler però essere tranchant, la principale causa di trasmissione è di natura sessuale. Tale affermazione non va però presa alla lettera. Non si fa, infatti, riferimento all’atto sessuale proprio, che si estrinseca nella penetrazione, ma anche attraverso il semplice contatto fra organi genitali. Questo è il motivo per cui questa infezione sui generis non è prevenibile tout court neanche con l’uso del preservativo. Se l’entità patogena iniziasse a proliferare non possono escludersi conseguenze immediate anche e soprattutto durante l’atto sessuale, con sanguinamenti seguenti alla penetrazione o eccessivi dolori non connessi al piacere dell’atto fisico. Questo può sicuramente essere un campanello d’allarme importante per le donne. Oltre all’infezione derivante dal germe patogeno diffuso nell’area genitale, non va dimenticato che il virus ha una diffusione per così dire indiretta: il contatto cutaneo con parti del corpo infette, nonché lo scambio orale di fluidi biologici può portare alle stesse problematiche. Non bisogna stupirsi di ciò, dal momento che il nostro organismo ben conosce il virus in questione; nei liquidi biologici umani, infatti, è comunque contenuto l’HPV – non necessariamente nel genotipo specificatamente infetto per l’uomo – ed è proprio questa circostanza a far sì che la diffusione sia così ampia e differenziata in fasce disomogenee di individui. L’infezione ha una possibilità maggiore di presentarsi in soggetti di giovane età, normalmente con attività sessuale più frequente di quella di un soggetto in età matura o senile. L’età anagrafica, connessa a una minore propensione a controlli di routine, accentua infatti la possibilità che l’infezione possa proliferare, rimanendo spesso latente e portando poi, col tempo, a conseguenze visibili. Altro fattore di rischio che implementa la possibilità di contagio è la molteplicità di partner sessuali, che possono appunto “portare” il germe in un soggetto ospite. Fattori di rischio ulteriori, da non trascurare, possono essere la frequentazione di luoghi pubblici caratterizzati da scarso igiene o promiscuità (si pensi ai bagni pubblici per un esempio più calzante), nonché i danni derivanti dal fumo di sigaretta, nonché dall’abuso di droghe, alcool e contraccettivi vari.

E’ possibile una profilassi?

Un fenomeno così diffuso e radicato nella nostra società non può non avere una risposta pronta da parte degli organismi sanitari. Esiste una vaccinazione che può ridurre sensibilmente la possibilità dell’insorgenza di tale infezione. Essendo molto vasto il numero dei ceppi HPV presenti, esistono tre tipologie di profilassi messe a disposizione dalle strutture sanitarie: un vaccino bivalente, uno trivalente ed uno a nove valenze, tutti comprendenti agenti immunitari contro i ceppi 16 e 19, che sono quelli più pericolosi per le problematiche sopra affrontate. Una profilassi che viene innestata negli adolescenti all’incirca all’età di 12 anni e che si ritiene doverosa al fine di scongiurare possibili danni a cui l’avvento dell’età sessuale attiva può far andare incontro.

Investire per pagare il mutuo

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Conviene fare un investimento per coprire le spese di un finanziamento destinato all’acquisto di una casa o usare direttamente il capitale messo da parte?

Hai messo via un po’ di risparmi e stai pensando a come utilizzarli per non lasciarli a marcire in un conto corrente che frutta poco o nulla. Hai trovato una casa che potrebbe risultare interessante per te, per uno dei tuoi cari (magari per un figlio che si deve sposare) oppure per affittarlo e, quindi, ricavare un po’ di soldi ogni mese. Il tuo dubbio è se comprarlo con i risparmi che hai messo via e, quindi, pagare in cash oppure investire per pagare il mutuo. Nel primo caso, prendi il capitale che hai e lo spendi per l’acquisto. Nel secondo, chiedi un investimento, utilizzi una parte dello stesso capitale per pagare l’acquisto a rate ed il resto lo investi in un prodotto finanziario che può renderti quello che ti serve per restituire il mutuo. Alla fine, insomma, ti trovi comunque l’immobile in mano ma hai fatto fruttare i tuoi risparmi in maniera diversa. Quale conviene di più?

È vero che con la prima scelta, cioè quella di prendere quello che hai da parte e comprare subito la casa, non contrai un debito. Ma è anche vero che oggi chiedere un mutuo è più vantaggioso rispetto a qualche anno fa, purché se ne abbiano i requisiti. Il costo del denaro consente di pensare ad un investimento per pagare il mutuo. Dove e come investire, però, è quello che c’è da valutare con cura. Perché non è detto che possa convenire fino in fondo. Ed il perché è subito detto: sai quello che spendi ogni mese nella rata del prestito ma non quello che ti entra dall’investimento.

Che fare, allora? Possiamo solo pensare a che cosa succederebbe se accendi un mutuo ad un interesse relativamente basso per pagare la casa ed a quello che potresti prendere di interessi facendo un investimento per pagare il mutuo. Nell’acquistare, cioè, un prodotto finanziario per tentare di pagare le rate con quello che ottieni e ritrovarti alla fine in una mano l’immobile e nell’altra il capitale iniziale, magari con qualche plusvalenza.

Pagare il mutuo: conviene l’investimento finanziario?

Vediamo, numeri alla mano, se conviene investire per pagare il mutuo oppure è meglio prendere i soldi messi via e pagare la casa senza contrarre un debito e senza avventurarsi in un finanziamento.

Immagina di accendere un mutuo con un interesse dell’1,5%, tra i più bassi sul mercato. Immagina anche di investire il tuo capitale ottenendo un rendimento del 4%, sempre per restare negli standard del mercato. Bene. Puoi pensare: pago l’1,5% e ottengo il 4%, significa che mi viene un 3%. Ne sei sicuro? Lo puoi essere ma fino ad un certo punto.

Devi tenere conto, intanto, che il tasso di interesse del mutuo te lo porti fino alla fine. Ma che il tasso di interesse dell’investimento, cioè quel 4%, non è mai definitivo.

Se, ad esempio, ti porti un mutuo per 10 anni, chi ti dice che in quel periodo di tempo guadagnerai sempre il 4% sull’investimento che hai fatto? Nessuno ti potrà offrire questa garanzia. Significa che avrai per 10 anni l’incertezza sul guadagno e che ci potrebbe essere un mese in cui recuperi o non recuperi da una parte quello che stai pagando dall’altra.

Ce n’è di più. Se ci pensi bene, con la rata di un mutuo non solo stai pagando l’1,5% di interessi ma anche una quota del capitale che ti è stato prestato. Il che potrebbe portare l’importo della rata ad una quota più elevata di quello che prendi per l’investimento finanziario. Se, in più, consideri che una parte del capitale investito se ne va per restituire il debito con la banca, vuol dire che i soldi che ci hai messo per ottenere quel 4% saranno inferiori e, di conseguenza, il tuo guadagno si ridurrà.

Va bene che nel tempo diminuiscono gli interessi, di pari passo con la diminuzione del debito. Ma ricorda che il capitale che hai investito, di norma, si consuma più in fretta di quello di cui hai bisogno per restituire il prestito.

Investire per pagare il mutuo: quando conviene?

Quanto detto sopra, ovviamente, vale in linea teorica ma, caso per caso, la situazione può essere diversa. Se hai la possibilità, puoi decidere di non investire per pagare il mutuo perché hai una disponibilità di soldi che ti consente di vincolare una cifra e di corrispondere la rata del prestito con quello che accantoni ogni mese dal tuo stipendio o dalla tua pensione. In questo modo, non tocchi il capitale che già avevi e rispetti comunque l’impegno preso con la banca per l’acquisto della casa.

Purché, però, tu abbia calcolato bene tutto. Un qualsiasi imprevisto su stipendio o pensione può mandare a monte tutto quanto, soprattutto se viene toccata la tua retribuzione mensile di lavoratore dipendente o il tuo reddito di autonomo. Che succede, mentre devi pagare le rate del mutuo, se restassi disoccupato o calassero i tuoi affari? Dovresti, per forza, attingere ai risparmi che hai investito per poter onorare il debito. Lo stesso potrebbe capitare se ti si presenta un imprevisto: pensa alla spesa che non ti aspetti per il dentista, per la caldaia che si rompe, per il computer che va in tilt ed è da sostituire, per un infortunio che ti impedisce di fare reddito se sei autonomo. O hai messo via qualcosa, oltre al capitale investito, oppure tocca mettere mano a quest’ultimo per pagare le rate del mutuo. Averlo fatto, comunque, può essere un vantaggio.

Altra possibilità: che tu riesca, comunque, a mettere via qualcosa ogni mese dal tuo stipendio o dalla tua pensione. Conviene, in questo caso, investire per pagare il mutuo quel gruzzolo? Converrebbe sì, avendo la vista lunga. Se, ad esempio, hai fatto un mutuo ventennale e considerando i tassi di interesse oggi in vigore, potresti investirlo e ottenere così un buon guadagno che ti consentirebbe se non di pagare le rate sì almeno di aiutarti a farlo.

Investire per pagare il mutuo: le spese compensano?

Quando si fa un investimento, così come quando si accende un mutuo, occorre pensare anche alle spese che si devono pagare indipendentemente dal debito da restituire e dai relativi interessi.

Se opti per investire per pagare il mutuo, cioè per affidare il capitale ad un’operazione finanziaria per ottenere i soldi che servono per restituire un finanziamento destinato all’acquisto di una casa, sappi che ti aspettano:

  • le commissioni di acquisto e di vendita alla banca (minimo lo 0,2% per ciascuna delle operazioni);
  • le spese per accendere il mutuo (perizia e istruttoria);
  • le spese di assicurazione del mutuo, anche se non sei obbligato a farlo con la stessa banca.

Tutte spese che potresti evitare se decidi di acquistare la casa con i soldi che hai messo via senza chiedere un finanziamento, se pensi, oltretutto, che già per il solo fatto di comprare un immobile e di metterlo a posto comporta dei costi non indifferenti.

Investire per pagare il mutuo: l’aspetto fiscale

Nel momento in cui devi decidere se investire per pagare il mutuo oppure utilizzare il capitale che hai da parte per acquistare la casa senza impegnarti in altre operazioni devi tenere conto anche della parte fiscale. Che cosa conviene fare?

Se guardi la normativa in vigore, puoi essere tentato dal mutuo, in quanto puoi detrarre le spese iniziali del finanziamento. Se si tratta della prima casa (ad esempio quella che acquisti per te se ti vuoi trasferire o per tuo figlio che si sposa) puoi arrivare a detrarre fino al 19%. Si parla dei costi dell’istruttoria, della perizia dell’immobile e degli oneri fiscali. È possibile portare in detrazione anche le spese per gli interessi (non quelle del capitale). Anche se quest’ultima voce sarà sempre più bassa perché, quando si restituisce un mutuo, le prime rate comprendono una quota di interessi elevata ed una di capitale inferiore che, nel tempo, diventano inversamente proporzionali: alla fine, infatti, si paga nella rata una parte maggiore di capitale ed una parte minima di interessi. Significa che, ad un certo punto, recupererai molto di meno. Ad ogni modo, la possibilità di detrarre alcune spese è, comunque, un vantaggio. Non lo è, però, il fatto che non si possono recuperare i costi legati all’assicurazione obbligatoria.

Il vero problema si pone nel momento in cui scegli di investire per pagare il mutuo. Quell’investimento ti costa ogni anno lo 0,2% di tutto il capitale in qualità di imposte di bollo. Ovviamente, più alta è la cifra che ci hai messo e più elevate saranno le imposte da pagare.

Investire per pagare il mutuo: quali sono le spese?

A proposito di spese. Sai quali sono quelle a cui vai incontro quando decidi di investire per pagare un mutuo, cioè quando fai insieme un finanziamento ed un investimento nel tentativo di coprire i costi del primo? Ecco quelle del mutuo.

  • le spese di istruttoria: si tratta delle verifiche compiute dalla banca per sapere se hai le condizioni per accedere ad un mutuo oppure no. In sostanza, se hai la disponibilità per poter restituire il prestito che ti verrà concesso. Più o meno andrai a spendere 700 euro;
  • le spese per la perizia: la banca vuole verificare il valore dell’immobile che viene messo come garanzia e come base per l’importo del mutuo. Il costo varia a seconda dell’istituto di credito;
  • le spese per l’assicurazione: queste sono obbligatorie. Per ottenere un mutuo, infatti, devi stipulare una polizza che copra i rischi di esplosione e di incendio dell’immobile. Anche in questo caso non si può parlare di un determinato costo, in quanto ogni compagnia di assicurazione ha le sue proposte;
  • le spese per il Fisco: poteva mancare il capitolo dedicato alle imposte? Certo che no. Lo Stato vorrà lo 0,25% del finanziamento totale.

Attenzione anche al Taeg, cioè al Tasso annuo effettivo globale relativo al costo complessivo del mutuo. Significa che viene applicato sugli interessi e su tutte le spese che abbiamo appena elencato. È molto utile conoscere questo dato per poter decidere con quale banca stipulare il debito.

Per quanto riguarda, invece, l’investimento, le spese che dovrai pagare sono:

  • le commissioni di compravendita: si tratta dei soldi che vanno versati al soggetto che fa da tramite per l’investimento. Di norma, si tratta di almeno lo 0,2% del capitale;
  • l’imposta di bollo: anche qui il Fisco vuole la sua parte: come accennato prima, devi versare una tassa pari allo 0,2% dell’intero capitale investito.

Scatti di anzianità: cosa sono?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli scatti di anzianità sono una voce dello stipendio che viene riconosciuta ai dipendenti dopo un certo numero di permanenza presso lo stesso datore di lavoro.

Per ogni azienda è fondamentale avere dei collaboratori di fiducia, su cui poter contare e che abbiano la giusta esperienza e conoscenza dell’azienda. Per questo ci sono molti strumenti che vengono adottati dalle imprese per evitare che il personale cerchi lavoro altrove e per fidelizzare i dipendenti, ossia far sentire loro l’azienda come la propria casa. In questo modo il dipendente renderà di più e conoscerà talmente a fondo il proprio posto di lavoro da essere un valore aggiunto. Uno dei modi per premiare ed incoraggiare i dipendenti che si mostrano affezionati all’azienda e restano a lungo all’interno di essa è lo scatto di anzianità. Si tratta di una voce dello stipendio prevista non dalla legge ma dai contratti collettivi nazionali di lavoro. In sostanza, al passare di un certo numero di tempo alle dipendenze di un datore di lavoro, il lavoratore riceve un aumento in busta paga detto, appunto, scatto di anzianità. In questo articolo cercheremo di capire gli scatti di anzianità: cosa sono?. Quando maturano? Dove reperire informazioni utili al proprio caso specifico?

Cosa sono gli scatti d’anzianità?

Gli scatti di anzianità sono una voce dello stipendio che va ad aggiungersi alle altri voci fisse di cui si compone la retribuzione mensile del dipendente. La presenza degli scatti di anzianità è verificabile, ogni mese dal lavoratore, all’interno della busta paga che gli viene consegnata dal datore di lavoro. Il diritto a vedersi riconosciuti in busta paga gli scatti di anzianità matura quando il lavoratore raggiunge una determinata anzianità di servizio presso un medesimo datore di lavoro. La motivazione che spinge i contratti collettivi di lavoro a prevedere questa voce premiale dello stipendio a determinati dipendenti, dopo l’acquisizione di una certa anzianità nello stesso posto di lavoro, è, come detto, legata alla volontà di premiare chi si mostra particolarmente legato e fedele all’azienda, rimanendo a lungo alle sue dipendenze. Inoltre è innegabile che un dipendente che lavora in una certa azienda da molto tempo ha un livello di esperienza maggiore, conosce perfettamente le dinamiche aziendali, riesce a dare risposte in tempi celeri ed è quindi giusto che questa sua particolare efficienza sia pagata.

Che valore hanno gli scatti di anzianità?

Il valore economico, il tempo necessario ad agganciare lo scatto, le modalità di erogazione e ogni altro aspetto legato alla disciplina degli scatti di anzianità va reperito all’interno del contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al singolo rapporto di lavoro. Come abbiamo detto, infatti, gli scatti di anzianità non sono una voce dello stipendio prevista e disciplinata dalla legge ma sono stati introdotti dall’autonomia delle parti collettive, ossia dai sindacati dei lavoratori e dalle associazioni delle imprese, all’interno dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Come già visto, le parti collettive hanno così dato una risposta ad una duplice esigenza: da una parte i sindacati hanno sollevato l’esigenza dei dipendenti di ottenere degli aumenti di stipendio e, così, una maggiore capacità di acquisto. Dal canto loro le imprese hanno espresso l’esigenza di trovare degli strumenti che premiassero la fedeltà dei dipendenti all’azienda e la permanenza in azienda per un determinato periodo di tempo. Gli scatti di anzianità, per le caratteristiche che possiedono, sono un istituto in grado di rispondere ad entrambe le esigenze poste dalle associazioni sindacali. L’importo degli scatti di anzianità varia, generalmente, in base alla qualifica e al livello di inquadramento del dipendente. Inoltre, ogni contratto collettivo, prevede un diverso lasso di tempo necessario ad ottenere lo scatto. Di solito, gli scatti di anzianità maturano ogni due o tre anni e decorrono dal primo giorno del mese immediatamente successivo a quello in cui si compie il biennio o il triennio di anzianità. Come detto, tuttavia, ogni impresa ed ogni dipendente dovrà consultare il contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al proprio rapporto lavorativo per conoscere la disciplina degli scatti di anzianità che gli si applica.

Cosa prevedono i principali contratti collettivi nazionali di lavoro?

CCNL Commercio: gli scatti di anzianità nel contratto collettivo del settore commercio spettano dopo 3 anni di anzianità di servizio e sono stabiliti in misura che varia a seconda del livello di inquadramento del dipendente:

  • quadri – 25,46 euro di scatti di anzianità;
  • I livello – 24,84 euro di scatti di anzianità;
  • II livello – 22,83 euro di scatti di anzianità;
  • III livello – 21,95 euro di scatti di anzianità;
  • IV livello – 20,66 euro di scatti di anzianità;
  • V livello – 20,30 euro di scatti di anzianità;
  • VI livello – 19,73 euro di scatti di anzianità;
  • VII livello – 19,47 euro di scatti di anzianità.

Gli scatti di anzianità decorrono dal primo giorno di assunzione anche per apprendisti e lavoratori part-time. In tutto gli scatti che il dipendente può agganciare alle dipendenze della stessa azienda sono 10. Il contratto collettivo del commercio stabilisce anche che gli scatti di anzianità non possono essere assorbiti da precedenti e successivi aumenti di merito, né eventuali aumenti di merito possono essere assorbiti dagli scatti maturati o da maturare. Ciò significa che se, ad esempio, il dipendente percepisce un superminimo assorbibile, gli scatti di anzianità non possono essere assorbiti da un superminimo assorbibile, ossia quella quota in più di stipendio, pattuita dalle parti, che viene riconosciuta al dipendete in aggiunta alla paga base. Quando il superminimo è definito “assorbibile” nel contratto individuale di lavoro, ciò significa che lo stesso risulterà assorbito dagli aumenti contrattuali. Questo assorbimento, però, vale per gli aumenti contrattuali ma non  per gli scatti di anzianità.

Nel CCNL tessile e abbigliamento gli scatti maturano ogni due anni e sono massimo 4. La misura degli scatti di anzianità dipende dal livello di inquadramento del dipendente:

  • 8° livello:        12,91 euro;
  • 7° livello:        11,88 euro;
  • 6° livello:        10,33 euro;
  • 5° livello:        9,81 euro;
  • 4° livello:        8,26 euro;
  • 3° livello:        7,75 euro;
  • 2° livello:        7,23 euro;
  • 1° livello:        6,71 euro.

Gli scatti di anzianità decorrono e, dunque, vengono attributi al dipendente dal primo giorno del mese successivo a quello in cui si compie il biennio di anzianità. Gli scatti non assorbono né possono essere assorbiti da eventuali aumenti di merito o superminimi salvo, per questi ultimi, i casi in cui tale assorbimento sia previsto. A differenza del commercio, dunque, nel tessile lo scatto di anzianità resta assorbito nel superminimo assorbibile. In caso di passaggio di livello il lavoratore conserva in cifra l’importo maturato e avrà diritto a ulteriori aumenti periodici di anzianità biennali del nuovo livello fino a concorrenza con l’importo massimo raggiungibile nel nuovo livello. Nel CCNL Turismo gli scatti di anzianità maturano ogni tre anni di anzianità di servizio prestata senza interruzione di rapporto di lavoro presso la stessa azienda o gruppo aziendale (intendendosi per tale il complesso di aziende facente capo alla stessa società) e sono, al massimo, 6. Gli scatti triennali decorrono dal primo giorno del mese immediatamente successivo a quello in cui si compie il triennio di anzianità. Per quanto concerne la misura degli scatti, anche nel turismo dipende dal livello di inquadramento del dipendente:

Aree    Euro

  • A1       40,80;
  • A2       39,25;
  • B1       37,70;
  • B2       36,15;
  • C1       34,86;
  • C2       33,05;
  • C3       32,54;
  • D1       31,25;
  • D2       30,47.

Nel caso in cui nel corso del triennio intercorrente tra l’uno e l’altro scatto siano intervenuti passaggi a livello superiore, gli importi relativi agli scatti precedenti saranno ricalcolati in base al nuovo valore al momento di maturazione del nuovo scatto senza liquidazione di arretrati per il periodo pregresso.

Nel CCNL Metalmeccanici gli scatti di anzianità maturano ogni biennio fino ad un massimo di 5. L’importo dipende dal livello di inquadramento del dipendente:

Categorie                          Importi  (in euro)

  • 1ª                                             18,49;
  • 2ª                                             21,59;
  • 3ª e 3ª Super                         25,05;
  • 4ª                                             26,75;
  • 5ª                                             29,64;
  • 5ª Super                                  32,43;
  • 6ª                                             36,41;
  • 7ª e 8ª Quadri                       40,96.

Gli scatti di anzianità non possono essere assorbiti da precedenti o successivi aumenti di merito, né gli aumenti di merito potranno essere assorbiti dagli scatti di anzianità maturati o da maturare. Gli scatti di anzianità decorrono dal primo giorno del mese immediatamente successivo a quello in cui si compie il biennio di anzianità.

Nel CCNL Industria Alimentare sono previsti al massimo 5 scatti di anzianità che maturano ogni due anni. Anche in questo caso il valore dipende dal livello di inquadramento del lavoratore:

Categoria        Valore dello scatto (euro)    

  • 1ª                     29,74;
  • 2ª                     27,60;
  • 3ª                     24,67;
  • 4ª                     21,04;
  • 5ª                     20,33;
  • 6ª                     19,58;
  • 7ª                     17,76;
  • 8ª                     17,41;
  • 9ª                     16,71;
  • 10ª                   14,52.

Gli scatti di anzianità decorrono dal 1° giorno del mese immediatamente successivo a quello in cui si compie il biennio di servizio. In caso di passaggio di livello, il lavoratore mantiene l’importo degli scatti di anzianità maturati nei livelli di provenienza. In passato, alcuni contratti collettivi di lavoro, prevedevano che lo scatto di anzianità decorresse solo dal raggiungimento da parte del dipendente di una certa età anagrafica minima. Questo requisito è stato tuttavia riconosciuto come illegittimo dalla giurisprudenza [1].

Avviso di giacenza al vecchio indirizzo: la multa è valida?

Posted on : 10-10-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La notifica del verbale fatta al precedente indirizzo non è valida anche se la raccomandata viene ricevuta dai genitori o da qualche altro ex convivente.

Nell’arco di una vita si cambia spesso residenza. In tal caso, che succede alla posta spedita al vecchio indirizzo? Di solito il postino si limita a restituirla al mittente con la dicitura “trasferito”. Così vale soprattutto per le raccomandate. Il codice civile stabilisce che le comunicazioni si considerano conosciute nel momento in cui pervengono all’indirizzo del destinatario; per cui, se questi ha cambiato casa, tutte le diffide, le contestazioni, le multe o le cartelle di pagamento inviate al vecchio indirizzo non hanno alcun valore legale. Il punto però è che spesso le notifiche avvengono proprio durante il periodo in cui si cambia residenza. Può, ad esempio, succedere che venga rimosso il nome dalla cassetta delle lettere prima di formalizzare la comunicazione all’anagrafe o, al contrario, che anche dopo aver indicato al Comune il nuovo indirizzo, al vecchio resti la targhetta con il proprio nome e cognome. Che succede in questi casi? Volendo immaginare l’ipotesi di un verbale per una contravvenzione stradale (ma la questione si può porre per qualsiasi altro tipo di raccomandata), se viene depositato l’avviso di giacenza al vecchio indirizzo, la multa è valida? A dare una risposta è stata indirettamente una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1]. Cerchiamo di capire cosa è stato detto e quali sono gli adempimenti che l’automobilista deve compiere per essere in regola e poter eventualmente contestare le notifiche errate.

Entro quanto tempo la multa va notificata?

Come noto c’è un termine entro cui le multe devono essere spedite al destinatario: questo termine è di 90 giorni dal momento del rilevamento dell’infrazione [2]. Significa che se il 1° febbraio hai commesso una sosta vietata o sei passato per una Ztl e la polizia ha redatto il verbale cinque giorni dopo, il termine decorre ugualmente dal 1° febbraio. Il termine si considera rispettato nel momento in cui l’autorità accentratrice spedisce la raccomandata: fa fede quindi la data di consegna della busta all’ufficio postale e non quella in cui l’automobilista l’ha ricevuta. Del resto, non potrebbero ricadere sulla polizia i consueti ritardi dei postini. 

Cambio di residenza: come fare per comunicarlo al Pra?

Quando si cambia la residenza, l’interessato si reca in Comune a fare la dichiarazione. Gli vengono forniti due moduli da compilare: uno ai fini anagrafici e l’altro ai fini dell’aggiornamento dei dati della patente, che finisce alla Motorizzazione e al Pra. In questo modo tutte le comunicazioni relative all’uso dell’automobile, come ad esempio le multe o il mancato pagamento del bollo, possono essere spedite al nuovo indirizzo. L’operazione è molto semplice: si risolve in pochi minuti e, in più, il cittadino non ha l’obbligo di svolgere due diverse trafile. L’utente adempie al proprio dovere di aggiornamento comunicando la variazione d’indirizzo all’anagrafe comunale o, se si tratta della sede di una società, alla camera di commercio; non occorre quindi provvedere a specifico adempimento presso il pubblico registro automobilistico (Pra).

La comunicazione del cambio di residenza effettuata anche ai fini dell’aggiornamento della patente esaurisce tutti gli obblighi di comunicazione dell’automobilista. Con la conseguenza che tutte le notifiche effettuate, da questo momento in poi, al vecchio indirizzo si considerano nulle. Risultato: se il postino lascia l’avviso di giacenza al vecchio indirizzo la multa è nulla. È molto probabile che, in ipotesi di tale tipo, il trasgressore non venga mai a sapere della notifica, a meno che alla precedente residenza continuino ad abitare alcuni parenti, ad esempio i genitori, situazione però che non sana il vizio di notifica neanche se questi ultimi firmino per conto del destinatario. Ad esempio, immaginando una persona che si sposa e cambia residenza, le notifiche effettuate alla casa del padre e della madre non hanno valore neanche se i genitori ricevono le raccomandate indirizzate al figlio. Tanto più ciò vale per l’avviso di giacenza della raccomandata che non ha alcun valore. Lo stesso discorso si può fare in un altro tipico caso di cambio di residenza: quello del marito e della moglie che si separano e che vede l’uomo cambiare casa per lasciare la vecchia abitazione alla donna con cui vanno a vivere i figli. Se quest’ultima dovesse ritirare una raccomandata per conto dell’ex la notifica sarebbe comunque illegittima.

Le sentenze sul cambio di residenza e sulla notifica al vecchio indirizzo

Anche la Cassazione è dello stesso avviso. Secondo la giurisprudenza, l’automobilista che trasferisce il proprio indirizzo di residenza non ha alcun onere di comunicazione al Pra o alla motorizzazione. Il regolamento di esecuzione del Codice della Strada [3] prevede infatti che la comunicazione del cambio di residenza, fatta dal proprietario all’anagrafe comunale, abbia valore anche per il Pra che provvede ad annotarla d’ufficio sui propri registri. I Comuni trasmettono infatti alla Direzione generale della Motorizzazione, per via telematica o su supporto magnetico, i dati relativi ai trasferimenti di residenza comunicati dagli interessati agli uffici anagrafe comunali. La Direzione generale della Motorizzazione, comunica a sua volta quei dati agli uffici provinciali del Pra. Se l’Amministrazione non provvede a tali adempimenti e non esegue l’aggiornamento del Pra non spetta al privato farlo e ogni notifica fatta al precedente indirizzo è nulla.

Ne consegue che l’avviso di giacenza lasciato alla vecchia residenza, nonostante questi abbia comunicato all’Ufficio Anagrafe il cambio di residenza, è illegittimo.

Anche le Sezioni Unite della Cassazione si sono, in passato, orientate in tal senso [4]. La Corte ha infatti ritenuto illegittima perché fuori termine la notifica della multa effettuata dopo oltre 90 giorni dalla variazione anagrafica del trasgressore comunicata al Comune.