Bulimia nervosa: sintomi, cause e rimedi

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Salute e Benessere

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Le persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione, hanno specifiche difficoltà nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo, sino ad arrivare ad una completa compromissione della propria vita. Tra i più comuni disturbi dell’alimentazione ci soffermeremo ad analizzare la bulimia nervosa.

La bulimia nervosa colpisce prevalentemente adolescenti, nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze, o giovani adulti, mediamente intorno ai 16 anni di età. La principale caratteristica di tale disturbo è l’eccessiva attenzione, a tratti ossessiva e maniacale, dedicata al peso, alle forme del proprio corpo e all’alimentazione attivando, di conseguenza, una serie di comportamenti disfunzionali, primo fra tutti il vomito. Gli effetti più immediati del vomito sono la diminuzione della sensazione di malessere fisico e la paura di aumentare di peso. Il peso e le forme corporee, per chi è affetto da tale disturbo, rappresentano i fattori principali su cui viene basata la propria autostima. Chi presenta questo disturbo, generalmente, si vergogna della propria condotta alimentare e tenta di nasconderla a tutti i costi; per questo, spesso, ci si abbuffa in solitudine. Nelle abbuffate la persona affetta da tale disturbo non riesce a resistere all’impulso di mangiare ed è in preda alla sensazione di non riuscire a controllarsi. Vediamo insieme le cause, le conseguenze ed i possibili trattamenti per affrontare uno dei più grandi mostri dei disturbi alimentari che è la bulimia nervosa.

 Che cos’è la bulimia?

Con il termine bulimia, indichiamo letteralmente “fame da bue” . La Bulimia Nervosa può essere caratterizzata da una disregolazione emotiva e da uno scarso controllo degli impulsi ed è caratterizzata dai seguenti aspetti:

  • ricorrenti abbuffate : una persona si abbuffa quando assume una grande quantità di cibo rispetto a quella consumata normalmente, ed ha la sensazione di perdere il controllo mentre mangia;
  • persistente pensiero verso il cibo: la persona che soffre di bulimia pensa costantemente al cibo ed ha avverte un forte desiderio di mangiare;
  • attivazione di comportamenti disfunzionali che seguono le abbuffate di cibo e sono finalizzati a non aumentare di peso (es. vomito autoindotto, uso improprio di lassativi e diuretici, eccessivo esercizio fisico, uso di farmaci anoressizzanti);
  • persistente preoccupazione e sensi di colpa per le forme del corpo e per il peso.

Per poter effettuare diagnosi di bulimia nevosa, le abbuffate devono verificarsi almeno una volta a settimana per tre mesi. E’ possibile distinguere due forme di bulimia nervosa: bulimia con condotte di eliminazione (dopo l’abbuffata si ricorre all’uso di vomito auto-indotto, lassativi o diuretici), e bulimia senza condotte di eliminazione.

Quali sono le cause?

Le cause di tale disturbo alimentare sono ascrivibili in un insieme di cause fisiche, ambientali e di personalità. Tra le principali cause e fattori di rischio troviamo:

  • obesità dei genitori;
  • obesità nell’infanzia della persona affetta da bulimia nervosa;
  • continue critiche dei familiari sul proprio peso e sulle proprie forme corporee;
  • episodi di bullismo vissuti dalla persona affetta da bulimia circa l’alimentazione ed il peso;
  • disturbi dell’alimentazione in famiglia;
  • storia personale di abusi e traumi

Una persona sarà tanto più a rischio di sviluppare una bulimia nervosa se:

  • ha una bassa autostima;
  • non ha fiducia in se stessa;
  • è perfezionista;
  • non ha consapevolezza delle proprie emozioni;
  • manifesta comportamenti impulsivi o comportamenti ossessivi.

Quali sono le conseguenze?

Le conseguenze di un importante disturbo alimentare quale la bulimia nervosa riguardano sia la sfera sociale e relazionale che quella personale e medica. Da un punto di vista psicologico la presenza di un disturbo alimentare ha spesso effetti negativi sull’umore e sulla propria autostima, determinando un grave isolamento sociale e riduzioni degli interessi e delle attività. Gli effetti negativi sull’umore quali tristezza, sensi di colpa e depressione possono proiettare la persona verso un ritiro sociale con conseguente interruzione della rete amicale e parentale; inoltre, possono presentarsi difficoltà di concentrazione sul lavoro, frequenti discussioni in famiglia e problemi di coppia, con pesanti conseguenze sull’immagine di sé e sulla autostima. Inoltre l’utilizzo del vomito autoindotto o l’abuso di lassativi e diuretici può avere conseguenze molto gravi per l’organismo. Le principali conseguenze della bulimia nervosa sull’organismo sono:

  • cronica disidratazione;
  • traumi nella cavità orale;
  • infiammazione dell’esofago;
  • infertilità;

Quali sono i trattamenti per curare la bulimia?

La cura della bulimia nervosa contempla sia trattamenti farmacologici che trattamenti psicoterapeutici e riabilitativi. La cura con antidepressivi si è dimostrata efficace nel miglioramento del tono dell’umore  ed è un trattamento efficace nel breve periodo. Nel medio lungo periodo occorre invece un percorso psicoterapico altrimenti  i sintomi tendono a ricomparire. Per questo motivo la cura della bulimia nervosa deve sempre prevedere un trattamento psicoterapeutico accompagnato da un trattamento riabilitativo. La cura psicologica e riabilitativa si concentra principalmente su tre aspetti:

  • riconoscere la fame fisiologica da quella nervosa e riconoscere e gestire in modo più funzionale le proprie emozioni;
  • ripristinare una condotta alimentare sana;
  • dedicarsi al trattamento del disturbo della propria immagine corporea e dell’insoddisfazione personale che ne deriva;

La cura della bulimia, come di altri disturbi alimentari, richiede un’equipe multidisciplinare e specialistica; la cura può avviene in regime ambulatoriale ma anche in ricovero ospedaliero se consigliato dagli specialisti.

Cambio residenza: valido il licenziamento al vecchio indirizzo?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il licenziamento fuori termine è valido se la prima comunicazione avviene, nei tempi imposti dal contratto collettivo, al vecchio indirizzo di residenza.

Non sono poche le persone che, tramite un cambio di residenza, ritengono di poter eludere le leggi o, quantomeno, di rallentare i processi, le notifica degli atti giudiziari, ostacolare le multe o le comunicazioni del fisco. Un problema, questo, che non lascia indenni neanche gli ambienti di lavoro. Di recente ci si è chiesto se, in caso di cambio di residenza, è valido il licenziamento al vecchio indirizzo. La questione è stata analizzata da una sentenza della Cassazione particolarmente interessante [1] che val la pena di spiegare. La soluzione adottata dalla Corte però potrebbe far cadere in equivoco più di un lettore. Difatti, se dovessimo sintetizzare in due parole la sentenza qui in commento, dovremmo così affermare: «se il lavoratore ha cambiato indirizzo e non ne ha informato il datore di lavoro con apposita dichiarazione di variazione del domicilio, è valida la comunicazione di licenziamento inviata presso l’indirizzo precedente». Tuttavia le cose vanno in modo leggermente diverso. Ecco perché, per spiegare se in caso di cambio di residenza è valido il licenziamento al vecchio indirizzo, dobbiamo ricorrere al consueto esempio pratico.

Immaginiamo un dipendente che, al momento della firma del contratto di lavoro, indica di risiedere in un determinato luogo. Il contratto di lavoro, quindi, ne indica il Comune, la via, il numero civico. Successivamente il lavoratore decide di cambiare casa ma non comunica al datore di lavoro il nuovo indirizzo. Sicché, per l’azienda, egli è ancora residente nella precedente abitazione. Succede che, un giorno, il capo del personale gli consegna a mani una lettera di contestazione per alcuni illeciti disciplinari. Nella lettera – un vero e proprio preavviso di licenziamento – si danno al dipendente cinque giorni di tempo per presentare le proprie difese (così come prescritto dalla legge). Senonché – e qui sta la parte più interessante – il relativo contratto collettivo nazionale (il cosiddetto Ccnl) stabilisce un termine ben preciso per comunicare il successivo licenziamento: esso deve essere spedito entro (facciamo un esempio) sei giorni dalle giustificazioni inviate dal dipendente. In caso contrario – ossia nel silenzio della società – le difese del lavoratore si devono intendere accolte e l’azienda decade dalla possibilità di effettuare il licenziamento. A questo punto, il datore di lavoro si preoccupa di rispettare i termini e spedisce la raccomandata con il licenziamento all’indirizzo in suo possesso che, però, non è quello giusto. Quando si accorge del mutamento di residenza del destinatario però sono ormai decorsi i sei giorni imposti dal Ccnl. Ciò nonostante si affretta a inviare una seconda lettera, questa volta all’indirizzo corretto. Tuttavia il dipendente si oppone e contesta la decisione dell’azienda per mancato rispetto dei termini. Chi dei due ha ragione?

In questi termini è più facile spiegare l’interpretazione della Cassazione. Il principio di base resta quello secondo cui il licenziamento deve essere effettivamente conosciuto dal lavoratore. Quindi la lettera deve arrivare nel suo indirizzo di residenza attuale. Proprio a tal fine, molti contratti collettivi impongono ai dipendenti, tutte le volte in cui cambiano indirizzo, di comunicare la nuova via all’azienda affinché questa non abbia problemi nello spedire eventuali comunicazioni importanti. La violazione di tale obbligo comporta un illecito disciplinare sanzionabile, ma non può certo rendere efficace un licenziamento mai arrivato a destinazione e quindi non conosciuto (ne varrebbe la possibilità per l’interessato di difendersi). Nello stesso tempo, però, non si può neanche colpevolizzare l’azienda per aver sbagliato l’indirizzo senza colpa, essendo ciò dipeso da una violazione commessa dal lavoratore (il quale potrebbe aver agito anche con furbizia e malafede). Sicché le cose stanno nel seguente modo:

  • l’azienda resta obbligata a inviare una seconda lettera di licenziamento, questa volta all’indirizzo effettivo, reperito magari negli archivi dell’anagrafe comunale;
  • tuttavia la prima lettera di licenziamento, sebbene inviata a un indirizzo sbagliato, si considera utile per considerare rispettato il termine di decadenza per la comunicazione di licenziamento. In buona sostanza, se anche la seconda raccomandata arriverà fuori termine ciò non conta: vale la data di spedizione della prima lettera.

Dunque, nell’esempio di partenza, il dipendente che ha cercato di fregare il proprio capo non comunicando la variazione di residenza, non solo si prende una seconda sanzione disciplinare, ma anche non avrà impedito la validità del licenziamento sebbene fuori termine.

Reato di falso ideologico

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Falso ideologico e falso materiale: qual è la differenza? Chi può commettere un falso ideologico? In cosa consiste praticamente? Cos’è la pubblica fede?

Cos’è il falso ideologico? Sicuramente te lo sarai chiesto molte volte. Detta così, sembrerebbe una bugia, nulla di più. E invece no. Il falso ideologico è un reato, sanzionato con pene niente male, per giunta. Si sa che la verità è un concetto relativo: quando accade un fatto, c’è sempre la versione di chi vi ha preso parte, quella di chi ha solamente assistito e quella ancora di chi non era nemmeno presente, ma ne sa più delle persone direttamente coinvolte. D’altronde, un processo (civile, penale o amministrativo che sia) serve proprio a questo: ad accertare come una vicenda si sia svolta. È per questo che vengono chiamati testimoni, prodotti documenti e sentite le parti direttamente coinvolte. Il problema, però, è che non è facile ritenere attendibili le persone, né i documenti. Proprio per questo motivo, cioè per rafforzare le parole o gli atti provenienti da (determinate) persone, la legge ha previsto delle sanzioni a carico di chi rende dichiarazioni o produce documenti falsi. Dal primo punto di vista, la legge punisce la falsa testimonianza, cioè la persona che, chiamata a testimoniare in un processo, menta al giudice; ugualmente è punito il falso giuramento della parte nel processo civile. Per quanto riguarda le prove documentali, la legge penale punisce il falso, sia materiale che ideologico: questo significa, in altre parole, che chi realizza un documento contraffatto o fasullo rischia il carcere. Perché queste sanzioni? Perché l’ordinamento ritiene necessario che alcune dichiarazioni (lo si ripete: contenute nelle parole di un testimone o di una parte, oppure in un documento) debbano essere ritenute per forza vere, al fine di poter indirizzare il processo verso una soluzione. Se si dubitasse a priori della veridicità di ogni prova, il giudice non potrebbe mai giungere ad una sentenza. Con questo articolo ci soffermeremo in particolare su un tipo di falso: quello ideologico. Spieghiamo allora cos’è il reato di falso ideologico.

Falso ideologico e falso materiale: qual è la differenza?

Prima di vedere il reato di falso ideologico all’interno del codice penale, pare opportuno fornirne una definizione. Un atto falso è un atto menzognero, che non dice la verità. La falsità può essere di due tipi: materiale e ideologica. Il falso materiale consiste nella contraffazione o alterazione di un testo inizialmente genuino, cioè veritiero. Ad esempio, integra il reato di falso materiale chi modifica un documento già formato, alterandone il contenuto (ad esempio, si pensi a chi ritocchi una cifra, trasformando una lettera o un numero in un altro, oppure aggiunga o modifichi termini). Ugualmente, è falso materiale anche la creazione di un documento a firma di altri.

Al contrario il reato di falso ideologico non riguarda l’esteriorità del documento, bensì il contenuto. Così, commette falso ideologico colui che attesta il falso, cioè che certifichi in un documento un fatto mai avvenuto, oppure avvenuto diversamente dalla realtà. Ad esempio, il notaio che attesti che innanzi a lui si sono presentate tre persone anziché due, non commette un falso materiale ma un falso ideologico, perché mente nella formazione dell’atto.

Falso ideologico del pubblico ufficiale: cos’è?

Il codice penale non prevede un solo tipo di falso ideologico ma diversi, a seconda della persona e dell’atto. Innanzitutto, c’è la falsità ideologica di chi vesta la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di un servizio pubblico. Ma chi sono il pubblico ufficiale e l’incaricato del pubblico servizio? Secondo la legge, per pubblico ufficiale deve intendersi colui che esercita una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Mentre non ci sono dubbi sulle prime due funzioni, riferibili a parlamentari, consiglieri regionali e giudici, la terza presenta sicuramente un raggio d’azione più esteso. Svolgono una funzione amministrativa tutti coloro che dipendono da una pubblica amministrazione ed esercitano funzioni fondamentali per essa: si pensi ai cancellieri nei tribunali, agli insegnanti nelle scuole, ai medici negli ospedali, ai carabinieri, ecc.

L’incaricato di un pubblico servizio svolge, al contrario, funzioni residuali, ma non mansioni meramente manuali: ad esempio, l’infermiere è, di norma, un incaricato di un pubblico servizio. Sono incaricati di pubblico servizio anche coloro che sono investiti di una concessione pubblica: si pensi al settore della concessione radiotelevisiva.

Spiegato ciò, abbiamo tre tipi di falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale o dall’incaricato del pubblico servizio:

  1. è punito con la reclusione da uno a sei anni il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Se poi la falsità riguarda un atto o parte di un atto, che fa fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni [1]. Classico esempio di questo tipo di falso ideologico è quello del notaio che, nella sua veste di pubblico ufficiale, attesti in un suo atto qualcosa che non è avvenuto, oppure alteri la realtà dei fatti; in poche parole, risponde di questo reato ogni volte che attesti il falso;
  2. è punito  con la reclusione da tre mesi a due anni il pubblico ufficiale, che, nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente in certificati o autorizzazioni amministrative, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità [2]. Si tratta di condotta identica a quella precedente, solamente che questa volta riguarda certificati o autorizzazioni amministrative: si pensi al falso commesso in certificazioni destinati ad un concorso pubblico;
  3. infine, è punito con la reclusione fino a un anno o con la sola multa chi, nell’esercizio di una professione sanitaria o forense, o di un altro servizio di pubblica necessità, attesta falsamente, in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità [3]. È il caso del medico che compili un referto falso, oppure dell’avvocato che autentichi una firma non apposta in sua presenza.

Falso ideologico del privato: cos’è?

Il reato di falso ideologico può essere commesso non soltanto da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, figure qualificate, ma anche dal semplice privato. In particolare, la legge punisce con la reclusione fino a due anni il falso ideologico del privato in atto pubblico, che consiste nell’attestare falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile la reclusione non può essere inferiore a tre mesi.

Falso ideologico: condotta ed elemento soggettivo

Ogni reato che si rispetti è composto da un elemento oggettivo e da uno soggettivo: il primo è riferibile alla condotta concreta che il reo deve porre in essere per integrare il comportamento delittuoso previsto dalla norma penale; il secondo, invece, riguarda la condizione psicologica dell’agente.

Dal primo punto di vista (quello della condotta, cioè), il falso ideologico può essere realizzato mediante l’attestazione di avvenimenti in realtà non avvenuti oppure nella negazione formale di fatti in realtà accaduti. In buona sostanza, ogni dichiarazione non corrispondente al vero integra il falso ideologico. Dal punto di vista soggettivo, è necessario che l’agente agisca con dolo generico, cioè con la precisa consapevolezza di formare un documento falso.

Falso ideologico: qualifica dell’agente e bene giuridico tutelato

Il falso ideologico è sia un reato proprio che un reato comune: è un reato proprio nella misura in cui esso possa essere commesso solamente da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, cioè da una persona che riveste una particolare qualifica. È, invece, un reato comune nella sua variante di falso commesso dal privato.

Dal punto di vista del bene giuridico tutelato, il reato di falso ideologico protegge la pubblica fede, cioè la fiducia che normalmente tutti hanno a riguardo di determinate cose alle quali l’ordinamento giuridico attribuisce un valore importante. Si pensi, ad esempio, all’autenticità delle banconote o, appunto, dei documenti provenienti da un pubblico ufficiale: proprio perché è fondamentale che la società si basi su alcune certezze, la legge punisce tutte quelle condotte che costituiscono un falso.

Chi è il legale rappresentante di uno studio associato?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Vediamo in cosa consiste un’associazione di professionisti, perché ai suoi partecipanti conviene quasi sempre adottare la forma dell’associazione non riconosciuta, e, in particolare, chi è il legale rappresentante di uno studio associato.

Sei un professionista e vorresti esercitare la tua attività insieme ad altri. Forse ti sei iscritto da poco al tuo albo di appartenenza, e sei intimorito dalle prime difficoltà. Ritieni che, associandoti con alcuni colleghi, potresti ridurre le spese di gestione dello studio, organizzare meglio il lavoro, aumentare le possibilità di trovare clienti. Oppure già eserciti la tua professione da anni, ma pensi che essa abbia bisogno di una marcia in più, che potrebbe derivare dalla collaborazione con altri, anche con professionisti che operano in settori diversi, ma con i quali potresti affrontare  i diversi aspetti che certi lavori presentano. Hai visto che le associazioni professionali sono in aumento, e anche tu sei tentato di costituirne una; e forse hai già individuato i professionisti con i quali iniziare questa avventura. Ovviamente, sono persone di tua fiducia, ma prima di fare il passo decisivo vorresti saperne di più sull’argomento. In particolare, ti chiedi chi è il legale rappresentante di uno studio associato: chi avrà il compito di compiere gli atti necessari a rappresentare l’associazione nei confronti di terze persone? In questo articolo troverai la  risposta.

Il nostro ordinamento prevede la possibilità che alcuni professionisti, operanti nello stesso settore oppure in settori diversi, esercitino insieme la loro attività. Se essi lavorano nello stesso ambito (ad esempio, se sono tutti avvocati, o ingegneri, e così via), l’esercizio associato della professione potrebbe essere conveniente a tutti perché, ad esempio, le loro specializzazioni sono diverse; se invece appartengono a diversi settori (ad esempio un ingegnere, un architetto, un geologo), organizzare insieme lo studio potrebbe essere utile per dedicarsi a lavori complessi, in cui è necessario mettere in campo diverse competenze.

La legge consente che l’esercizio associato della professione possa avvenire in due modi: lo “studio associato” vero e proprio, previsto da tempo dalla normativa italiana [1], e la forma più recente della società di professionisti.   Più in particolare, fino al 2012 l’unica forma consentita era la prima, essendo la seconda vietata; da tale anno in poi [2], è possibile ricorrere anche alla società di professionisti (STP), utilizzando uno dei modelli societari previsti dal codice civile: società di persone, società di capitali e società cooperative.

La scelta dell’uno o dell’altro modello dipenderà da valutazioni di diverso tipo, relative alle specifiche esigenze degli interessati, ed è quindi utile farsi consigliare da un professionista: avvocato, notaio o commercialista.

La forma associativa resta, comunque, quella più agile, snella e “leggera”, presentando costi inferiori. Vi è, inoltre, la possibilità, un tempo non prevista, di avvalersi di questo strumento, decisamente più semplice rispetto a quello societario, per costituire studi multidisciplinari [3].

Cosa è un’associazione

Dal punto di vista giuridico, l’associazione professionale si inquadra come associazione non riconosciuta. Giova quindi, per meglio comprenderne la disciplina e specificamente per comprendere chi è il legale rappresentante di uno studio associato, dare qualche breve informazione sulle associazioni, così come sono disciplinate dalla legge italiana.

L’associazione è una forma di aggregazione tra persone che perseguono uno scopo comune. Le associazioni sono tutelate dalla Costituzione [4], che riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente, senza necessità di alcuna autorizzazione, per perseguire scopi che non sono vietati dalla legge penale.

Esse possono essere di due tipi:

  • riconosciute: queste,  a seguito di una particolare procedura di riconoscimento da parte dello Stato, hanno acquisito personalità giuridica. Con questa espressione si intende che queste aggregazioni sono assimilabili, in tutto e per tutto, a “persone”, ben distinte dai soggetti che vi partecipano. Questo comporta un’autonomia patrimoniale perfetta, vale a dire che il patrimonio dell’associazione è distinto e separato da quello degli associati; se vi sono debiti, ne risponde solo l’associazione con il suo patrimonio. Inoltre, il riconoscimento consente ad essa di ricevere lasciti e donazioni;
  • non riconosciute: esse non godono del riconoscimento da parte dello Stato, e  quindi non sono vere e proprie “persone giuridiche”. La loro autonomia patrimoniale è imperfetta: l’associazione ha sì un patrimonio, ma se,  in caso di debiti, questo si rivela insufficiente, dovranno farvi fronte di tasca propria coloro che hanno agito in nome e per conto di essa.

La procedura di riconoscimento è abbastanza lunga e  articolata, ha un costo significativo, ed è utile soltanto per quelle associazioni che perseguono scopi di una certa importanza, magari a livello nazionale: ad esempio quelle ambientaliste, quelle che sostengono la ricerca scientifica, quelle che aiutano certe categorie di ammalati, e così via. Queste aggregazioni, inoltre, possono avere interesse a ricevere donazioni o beni in eredità.

I vantaggi del riconoscimento sono pressoché indifferenti per le associazioni professionali. Queste, pertanto, sono riconducibili alla figura giuridica dell’associazione non riconosciuta.

Le associazioni non riconosciute e la legale rappresentanza

Mentre per la costituzione delle associazioni riconosciute è necessario l’atto pubblico, e quindi andare da un notaio, per dar vita a un’associazione non riconosciuta, e quindi anche a uno studio associato, non è richiesta alcuna formalità particolare. Al limite, la costituzione potrebbe anche avvenire oralmente, tuttavia la forma scritta è utile per mettere nero su bianco una serie di aspetti importanti:  lo scopo dell’associazione; la sua denominazione; la sede; le condizioni di ammissione degli associati; l’ ordinamento interno e l’amministrazione; il patrimonio; i conferimenti degli associati.

La forma scritta è importante, anche se non necessaria, perché il codice civile [5] prevede, con specifico riguardo alle associazioni non riconosciute, che il loro ordinamento interno e l’amministrazione sono regolati dagli accordi degli associati. E’ importantissimo notare che, secondo la stessa norma, queste associazioni possono stare in giudizio, vale a dire partecipare a un processo, nella persona alla quale, secondo questi accordi, spetta la presidenza o la direzione.

Pertanto, è l’accordo tra le parti a stabilire chi è il legale rappresentante di uno studio associato. Questi agirà in nome e per conto dell’associazione, e, se ci sarà da intraprendere una causa o da subirne una, presentandosi in giudizio, sarà lui a rappresentare lo studio nella sua interezza. Ciò anche nel caso in cui detto accordo sia soltanto verbale; anche se, ovviamente, la forma scritta gli conferirà maggiore chiarezza e certezza. Come abbiamo detto, infatti, per la costituzione delle associazioni non riconosciute non sono previste forme particolari.

Del resto, la giurisprudenza della Cassazione [6] è costante nel ritenere che queste associazioni, anche se non riconosciute, sono pur sempre centri di imputazione di interessi: esse, pur se prive di personalità giuridica, sono comunque fenomeni di aggregazione, che la legge considera punti di riferimento di rapporti giuridici, e che, come tali, sono muniti di rappresentanza. E il rappresentante è, appunto, quello che le stesse parti hanno concordato.

Ora sai che devi essere tu, insieme ai tuoi colleghi, a scegliere chi tra voi sarà il legale rappresentante dello studio.

Di Adele Margherita Falcetta

Visita medica prima dell’assunzione: che succede se si mente?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Chi dice bugie al medico dell’azienda nascondendo malattie o precedenti interventi non può essere licenziato in automatico.

Prima dell’assunzione, l’azienda ti ha imposto la visita medica per verificare le tue condizioni di salute e l’eventuale incompatibilità con le mansioni da assegnare. In tale circostanza, il medico non ha rilevato situazioni ostative al lavoro e ti ha dichiarato idoneo. Successivamente però il datore è venuto a sapere che, in precedenza, sei stato operato di ernia del disco, circostanza che però non hai dichiarato al medico. A causa di questa bugia veniale sei stato licenziato. A tuo avviso si tratta di una sanzione eccessiva rispetto a una colpa minima. Difatti, non hai avuto l’intento di frodare l’azienda, ritenendo solo che la precedente patologia fosse del tutto ininfluente sullo svolgimento dell’attività lavorativa. L’azienda però non ne vuole sapere: hai mentito e tanto basta. Chi ha ragione? In caso di visita medica prima dell’assunzione che succede se si mente? La questione è stata analizzata dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi in questa circostanza del tutto identica al caso che abbiamo appena riportato.

Visite mediche prima dell’assunzione

Le cosiddette visite mediche preassuntive, quelle cioè effettuate prima dell’assunzione, rientrano nella “sorveglianza sanitaria obbligatoria”.

I lavoratori devono essere sottoposti a visita medica preventiva, prima dell’assegnazione a lavori:

  • per i quali è obbligatorio il preventivo accertamento dell’assenza di un eventuale uso di sostanze stupefacenti. L’obbligo sussiste, ad esempio, quando il lavoratore deve essere adibito alla guida di veicoli che trasportano merci pericolose su strada, alla circolazione dei treni, o alla guida di macchine di movimentazione terra e merci;
  • per i quali in generale è prevista la sorveglianza sanitaria obbligatoria;
  • in cassoni ad aria compressa;
  • che comportano un rischio di esposizione a radiazioni ionizzanti;
  • che comportano il rischio di silicosi o di asbestosi
  • impiego di minori d’età.

In tali ipotesi le visite, effettuate prima dell’assunzione, devono anche essere ripetute periodicamente.

Bugia alla visita medica

In sede di visita medica prima dell’assunzione il dipendente ha l’obbligo di rispondere alle domande che gli vengono fatte ai fini del controllo. Rientra nel suo dovere di buona fede e correttezza non nascondere alcuna circostanza relativa alla sua salute che potrebbe influire sulla valutazione della idoneità alle mansioni.

In quest’ottica bisogna ritenere che la reticenza del dipendente che non menziona eventuali patologie o interventi chirurgici già subiti costituisca un comportamento illecito.

Dall’altro lato però c’è da dire che il licenziamento deve essere considerato come l’ultima spiaggia, la sanzione cui ricorrere solo nei casi più gravi. Vi deve essere una proporzione tra l’illecito disciplinare commesso dal lavoratore e la reazione dell’azienda. Il che significa che si può ricorrere alla risoluzione del rapporto di lavoro solo quando il datore perde ogni fiducia nel dipendente e la condotta da questi assunta – dolosa o colposa che sia – può far perdere la fiducia in un corretto adempimento delle mansioni future.

In quest’ottica bisogna anche valutare le conseguenze dell’illecito disciplinare per l’azienda e l’intento eventualmente fraudolento dell’interessato. Questo significa – conclude la Corte – che il licenziamento del dipendente che abbia mentito in sede di visita medica precedente all’assunzione è sproporzionato quando  non è sintomatico di un intento fraudolento,  soprattutto tenendo presenti «la funzione di tale visita» e «l’oggettività dei parametri valutativi cui si deve attenere il medico nel formulare il suo giudizio finale» sul futuro dipendente.

Si può licenziare il dipendente che nasconde una malattia alla visita medica?

In questi termini per la Cassazione è illegittimo il licenziamento del dipendente che nasconde una malattia in sede di visita medica preassuntiva.

Sulla base di questo principio è stata salvata la dipendente di una azienda municipalizzata che in una grande città si occupa di rifiuti. La lavoratrice, destinata a essere inquadrata come operaia addetta alla raccolta di cartoni, aveva “dimenticato” di segnalare l’operazione chirurgica subita per la rimozione di un’ernia discale. Questo comportamento non è sufficiente, secondo i Giudici, per legittimare il licenziamento deciso dall’azienda.

Quando si può chiedere il divorzio

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Questo articolo spiega quali sono i casi in cui può avvenire lo scioglimento del matrimonio, considerando sia l’ipotesi in cui tra i coniugi sia già intervenuta separazione legale, sia le situazioni in cui è possibile  procedere direttamente al divorzio.

Il matrimonio è un vincolo non sempre facile da mantenere. Certo, quando ci si sposa ci si promette amore eterno, e in quel momento, nella maggior parte dei casi, si è perfettamente convinti di compiere questo passo, e pieni di entusiasmo. Non sempre, però, il rapporto tra marito e moglie regge dinanzi alle prove della vita. Nel quotidiano, alcuni aspetti del carattere del coniuge, dei quali durante il fidanzamento – complice la fase dell’innamoramento – non ci si era nemmeno accorti, appaiono fastidiosi e, a volte, persino insopportabili. Giorno per giorno, ci si allontana sempre di più l’uno dall’altro. A volte ci si innamora di un altro uomo o un’altra donna, oppure a farlo è l’altro coniuge. O ancora, può verificarsi che la persona, con la quale si pensava di stare tutta la vita, commetta degli atti così gravi da rendere impossibile la prosecuzione di un rapporto, come quello matrimoniale, che deve essere basato sulla fiducia e sulla stima. Se anche tu ti stai trovando in una di queste situazioni, probabilmente ti starai domandando quando si può chiedere il divorzio. In questo articolo te lo spiegherò in modo semplice ed esauriente, così che tu possa orientarti tra i casi in cui è possibile lo scioglimento del matrimonio, e compiere i passi necessari per rifarti una vita.

Il divorzio in caso di matrimonio celebrato in chiesa

Il divorzio consiste nello scioglimento del vincolo matrimoniale. Esso è stato introdotto in Italia nel 1970 [1]: prima, in caso di fallimento dell’unione, era possibile soltanto ricorrere alla separazione. Secondo che il matrimonio sia stato o meno celebrato in chiesa, si parlerà di:

  • cessazione degli effetti civili del matrimonio. Quando le nozze sono avvenute in chiesa, il matrimonio è detto concordatario. Questa denominazione deriva dal fatto che nel Concordato [2], un patto tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, si è convenuto che il vincolo matrimoniale instauratosi davanti a un sacerdote abbia anche effetti per la legge italiana. Quando però i coniugi decidono di lasciarsi, e magari di rifarsi una vita con altri partners, lo scioglimento del loro legame può avvenire soltanto per lo Stato, non anche per la Chiesa, che considera il vincolo matrimoniale indissolubile. Per questo si parla di cessazione degli effetti civili del matrimonio: per la legge italiana quest’ultimo cessa, mentre dal punto di vista religioso i due sono ancora marito e moglie. Vengono meno gli effetti civili, non quelli stabiliti dal diritto canonico. Se gli ex coniugi vogliono risposarsi con altre persone, possono farlo, ma ovviamente solo in municipio;
  • divorzio o scioglimento del matrimonio. Quando le nozze sono state celebrate soltanto in municipio, ovviamente non viene in considerazione nessun aspetto religioso del legame tra i due, e il matrimonio, semplicemente, si scioglie.

In entrambi i casi, comunque, i presupposti, i tempi, le procedure da seguire sono gli stessi.

Il divorzio dopo la separazione

Per la legge italiana non è possibile divorziare dall’oggi al domani, nemmeno se i due coniugi sono d’accorso per farlo. Salvo alcuni casi particolari, di una certa gravità, di cui parleremo in seguito, per poter giungere al divorzio occorre, prima, essersi separati legalmente.

La separazione avviene quando la convivenza tra marito e moglie è divenuta intollerabile; può darsi che la responsabilità sia da attribuire a uno dei due, oppure che, semplicemente, nel tempo ci si sia scoperti troppo diversi e troppo distanti. Stare insieme è difficile; ogni scelta, data la divergenza di vedute, diventa un problema; si finisce con il litigare per un nonnulla. Ecco che, allora, ci si separa.

La separazione può essere di due tipi:

  • giudiziale, quando tra i due coniugi vi sono contrasti da risolvere, ad esempio sulle responsabilità nel fallimento dell’unione, sull’assegno di mantenimento, sull’affidamento dei figli. In tal caso avrà luogo una causa vera e propria avanti al Tribunale, che si concluderà con una sentenza;
  • consensuale, quando la coppia non ha contrasti di nessun tipo e vuole soltanto separarsi, avendo già raggiunto un accordo per quello che riguarda i rapporti patrimoniali e l’affidamento dei figli. In questa ipotesi, sarà possibile presentare al Tribunale un ricorso contenente i termini dell’accordo; ovviamente questo, se vi sono figli minori, sarà sottoposto a un controllo, affinché vengano garantiti i loro interessi. Se tutto va bene, il Tribunale omologherà la separazione con decreto.

I coniugi possono separarsi di comune accordo anche mediante un’apposita procedura, condotta dagli avvocati, denominata negoziazione assistita [3], che comunque viene sempre sottoposta al vaglio degli organi giudiziari; oppure con un procedimento davanti al Sindaco o all’ufficiale dello stato civile [4], non ammesso però in presenza di figli minori.

Secondo le modalità in cui è avvenuta la separazione, il divorzio potrà essere chiesto solo dopo che sia decorso, in maniera ininterrotta, un certo periodo di tempo  [5]. Precisamente:

  • in caso di separazione giudiziale, un anno dalla data di comparizione dei coniugi avanti al Presidente del Tribunale;
  • in caso di separazione consensuale, sei mesi dalla data di comparizione davanti al Presidente del Tribunale;
  • se vi è stata negoziazione assistita, sei mesi dalla data certificata nell’accordo di negoziazione raggiunto;
  • in caso di separazione svoltasi davanti al Sindaco o all’ufficiale di stato civile, sei mesi dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso.

Ai fini del divorzio, non ha alcuna rilevanza la separazione di fatto, vale a dire la circostanza che i coniugi vivano ognuno per conto proprio, senza che ciò sia stato ufficialmente riconosciuto a seguito di una delle procedure previste dalla legge.

Gli altri casi in cui è possibile divorziare

Abbiamo detto che vi sono alcuni casi, di particolare gravità, in cui è possibile chiedere il divorzio senza che vi sia stata prima una separazione. Eccoli:

  • quando, dopo la celebrazione del matrimonio, uno dei coniugi è stato condannato all’ergastolo per un grave reato, non colposo (quindi messo in atto di proposito, volontariamente), anche se commesso prima della celebrazione delle nozze. La sentenza deve essere passata in giudicato, il che significa che deve essere divenuta irrevocabile, senza che sia più possibile proporre contro di essa nessuno dei rimedi previsti dalla legge [6];
  • quando uno dei coniugi è stato condannato a pena detentiva per uno di questi reati: incesto;  violenza carnale;  atti di libidine violenti;  ratto (cioè rapimento) a fine di libidine;  ratto di persona di età inferiore agli anni 14; induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione [7]; oppure nel caso in cui lo stesso sia stato assolto dall’imputazione di uno di questi reati per vizio totale di mente, quando il Giudice chiamato a pronunciarsi sul divorzio accerti la sua incapacità di mantenere o ricostituire la convivenza familiare [8]; oppure vi sia stata assoluzione per estinzione del reato, quando il predetto Giudice accerti che comunque quest’ultimo sussisteva [9]. Nel caso specifico dell’incesto, sarà possibile divorziare anche se vi è stata sentenza di assoluzione o di proscioglimento perché dal fatto non è derivato pubblico scandalo [10];
  • quando uno dei coniugi è stato condannato a qualsiasi pena per l’omicidio volontario di un figlio, oppure per tentato omicidio ai danni del coniuge o di un figlio [11]. Per il caso di assoluzione o di proscioglimento per vizio totale di mente, o per estinzione del reato, vale quanto detto al punto precedente;
  • quando, ancora, l’altro coniuge abbia subito due o più condanne, a qualsiasi pena detentiva, per alcuni reati commessi in danno dell’altro coniuge o di un figlio: lesioni personali gravissime, violazione degli obblighi di assistenza familiare, maltrattamenti in famiglia, circonvenzione di incapace [12].

Comprenderai che, in tutti questi casi, uno dei due coniugi ha commesso atti così gravi, da rendere impossibile il permanere del rapporto matrimoniale nella coppia. Come una persona può continuare a vivere, da coniuge, con chi ha tentato di ucciderla? O con chi ha fatto del male a un figlio? Come continuare a considerare marito, o moglie, chi si è reso colpevole di delitti gravi e, a volte, ripugnanti?

E non ha importanza che vi sia stata una sentenza di assoluzione, motivata da una condizione di infermità di mente di chi ha commesso il fatto, oppure dal fatto che, essendo trascorso del tempo, il reato è estinto. Resta, comunque, la realtà di un atto gravissimo in sé e per sé. Naturalmente, non sarà possibile chiedere il divorzio, quando si è stati complici dell’altro coniuge nella commissione dei predetti reati.

Vi sono poi altre ipotesi, in cui è possibile chiedere il divorzio perché sono sopraggiunte circostanze obiettive, che rendono impossibile il permanere del vincolo matrimoniale. Queste sono:

  • quando l’altro coniuge, cittadino straniero, abbia ottenuto lo scioglimento o l’annullamento del matrimonio all’estero, o, addirittura, sia convolato a nuove nozze [13];
  • quando il matrimonio non è stato consumato [14], vale a dire quando, dopo le nozze, non vi è stato alcun rapporto sessuale completo tra gli sposi
  • quando è passata in giudicato la sentenza di rettificazione di sesso [15]. Infatti, per la legge italiana [16], in caso di identità sessuale non corrispondente alle caratteristiche anatomiche, è possibile, previo intervento chirurgico di “correzione” di questo errore della natura, rettificare il proprio sesso così come risulta all’anagrafe. Per farlo, occorrerà rivolgersi al Tribunale, che pronuncerà una sentenza da trasmettere allo stato civile per la rettifica. Quando questa sentenza diviene definitiva e irrevocabile, si comprende che non ha più ragione di essere il vincolo matrimoniale già esistente.

Ora che conosci in casi in cui si può chiedere il divorzio, puoi valutare a quale, tra questi, è riconducibile la tua situazione, e agire di conseguenza.

Di Adele Margherita Falcetta

Lavori di riparazione e garanzia del costruttore 10 anni

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se i lavori di riparazione sono inutili, la prescrizione decennale scatta da quando di comprende che non sono serviti a riparare i danni.

Mantenere una casa e un’abitazione significa anche curarne le riparazioni ed effettuare tutti i lavori necessari per evitare eventuali danni, non soltanto alla propria abitazione ma anche, ed eventualmente, a quelle sovrastanti o dei piani di sotto. È quindi frequente che vengano effettuati lavori di riparazione, che a volte tuttavia possono non essere eseguiti a regola d’arte, comportando la causazioni di danni anche a distanza di tempo. In questi casi, bisogna quindi verificare quali sono le responsabilità di chi ha effettuato i lavori, le riparazioni, ma anche del costruttore stesso, per vedere se è possibile che costoro possano essere chiamati a risponderne. Vediamo quindi assieme come funziona la garanzia del costruttore dei 10 anni per i lavori di riparazione che occorre effettuare in casa.

Lavori di riparazione: garanzie per i proprietari e responsabilità dell’appaltatrice

Quando si acquista un’abitazione, magari direttamente dal costruttore, è più frequente di quanto si pensi che, anche nel corso del tempo, il bene presenti difetti e vizi di costruzione, che in quanto tali vanno denunciati da parte dei proprietari acquirenti in modo che la ditta appaltatrice possa intervenire per le dovute manutenzioni e lavori necessari sull’edificio per ripristinarlo come dovrebbe essere ed eliminare così il difetto – vizio.

Nel caso in cui il bene venduto presenti vizi o difetti di costruzione, quindi, sussiste una garanzia a favore dei proprietari, che possono richiederla per ottenere la riparazione del bene difettoso. La questione principale in queste situazioni, tuttavia, non è tanto sulla possibilità di avvalersi della garanzia, quanto piuttosto di farlo nei tempi previsti, specialmente alla luce del fatto che a volte i difetti del bene non emergono subito dopo la consegna e l’acquisto, ma si manifestano anche a distanza di anni. Ecco quindi che il termine decennale per poter far valere la garanzia diventa determinante, così come anche identificare cosa si intende per gravi difetti di costruzione, punti che occorre approfondire separatamente.

Lavori di costruzione: cosa sono i gravi difetti di costruzione

Spiegando fino a questo punto quali siano le regole generali in materia di garanzia e responsabilità dei costruttori, emerge come detto la necessità di chiarire un punto importante circa la definizione ed il perimetro dei difetti di costruzione che possono essere fatti rientrare nella garanzia di cui stiamo trattando, in quanto una precisazione è d’obbligo. Quando si parla di gravi difetti di costruzione, che consentono di ricorrere alla garanzia in oggetto, non bisogna per forza e di necessità pensare ai difetti del bene acquistato che abbiano riguardato staticità, durata e conservazione dell’edificio. Secondo infatti quanto specificato dai giudici di legittimità della corte di cassazione in materia di contratto di appalto, in più di un’occasione, questa garanzia copre anche quei difetti e alterazioni che abbiano avuto conseguenze sulla generale funzionalità del bene stesso, e che quindi a loro volta abbiano comportato una mancata fruizione del bene che non si è potuto usufruire e gedere come si sarebbe dovuto poter fare. Tra le alterazioni in grado di condizionare la funzionalità del bene, e pertanto rientranti nella garanzia, ci sono quindi ad esempio anche le infiltrazioni di acqua e di umidità per difetto di copertura dell’edificio.

Lavori di riparazione: il termine di prescrizione

L’altra questione determinante riguarda il momento preciso in cui inizia a decorrere il termine decennale per la garanzia riguardante i lavori di riparazione. Sulla questione si è espresso nuovamente di recente il tribunale di Pescara, con una sentenza – la potete leggere qui sotto, per gli approfondimenti del caso – che nel confermare la responsabilità del costruttore e la garanzia decennale anche per i lavori di riparazione, ha specificato al riguardo proprio una questione rilevante che riguarda il momento in cui inizia ad operare il termine decennale di prescrizione dell’azione.

L’aspetto importante, in questi casi infatti, non è tanto – o per lo meno non solo – la denuncia dei vizi da parte degli acquirenti, ma la consapevolezza della gravità di tali vizi e, soprattutto, dell’eventuale inutilità dei lavori di riparazione eseguiti. Secondo quanto stabilito dalla corte di Pescara, infatti, il generale termine di prescrizione decennale inizia anzitutto a decorrere dal momento in cui il committente, che ha denunciato i vizi, è venuto oggettivamente a conoscenza della gravità dei vizi. Tuttavia, se a seguito di questa conoscenza vengono effettuati dei lavori di riparazione che non raggiungono lo scopo previsto, l’intervento della ditta appaltatrice e l’esecuzione di questi lavori non efficaci rilevano anche ai fini della prescrizione e della garanzia. Questo significa che nelle ipotesi in cui i lavori si dimostrino inutili, e nelle quali quindi il bene non sia stato concretamente riparato e ripristinato, il termine di prescrizione inizierà a decorrere dal successivo momento nel quale si ha la percezione – consapevolezza che i lavori di riparazione sono stati inutili, e non dall’ordinaria data delle riparazioni.

Come posso far rimuovere un video da Youtube?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed, Video

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Come rimuovere un video da Youtube? Come segnalare un video su Youtube? Cosa fare se è stata violata la propria privacy?

Ammettilo: sei social. Sei talmente social che non puoi fare a meno di caricare giorno e notte fotografie in cui appari in splendida forma, da solo o con i tuoi fantastici amici; ma non ti basta e, per far vedere quanto è cool la tua vita, hai bisogno di riprendere ciò che ti accade e di condividerlo con quante più persone possibile. I social network ti stanno stretti e, per avere maggiore visibilità, hai deciso di affidarti a Youtube, la piattaforma web di condivisione video più nota al mondo. Nel momento in cui carichi il tuo filmato ti senti il padrone del mondo e un profondo senso di soddisfazione ti pervade. Passano gli anni e all’euforia iniziale si sostituisce un po’ di malinconia. Con un sorriso appena abbozzato sulle labbra rivedi tutti i tuoi filmati e, tra i tanti, ti accorgi che qualcuno di essi ti fa male: quello in cui eri con la tua ex fidanzata, oppure in cui correvi con il tuo cane, il tuo vecchio amico che ora non c’è più. In tutte queste ipotesi, probabilmente ti sarà passato per la mente di rimuovere il video su Youtube che un tempo avevi caricato. Ma c’è di peggio: sempre scorrendo le pagine del sito, potresti imbatterti in qualche filmato in cui non sapevi di apparire. La cosa potrebbe sembrarti lì per lì simpatica, ma poi ci pensi e capisci che la tua riservatezza è stata violata; anzi, addirittura il video potrebbe riprendere scene compromettenti. Anche in questo caso avrai interesse a far rimuovere il video da chi l’ha caricato. Se, allora, ti ritrovi in una di queste situazioni, continua nella lettura di questo articolo perché troverai la risposta a questa domanda: come posso far rimuovere un video da Youtube?

Come posso rimuovere un video da Youtube?

Prima di spiegare come far rimuovere un video da Youtube, analizziamo l’ipotesi più semplice e comune, cioè quella in cui sei tu a voler rimuovere un video da te caricato. Risponderemo, quindi, a questa domanda: come posso rimuovere un video da Youtube? In realtà è molto semplice: bastano poche mosse e avrai ottenuto il risultato sperato. Vediamo.

Innanzitutto, per poter rimuovere un video da Youtube devi accedere al sito attraverso le tue credenziali personali: in altre parole, dovrai registrarti. Non dovrebbe essere un gran problema, visto che per caricare il filmato che ora vuoi rimuovere hai fatto lo stesso, cioè hai creato un tuo account personale. Per entrare in Youtube hai due strade: effettuare l’accesso direttamente dal sito, cliccando sul pulsante “Accedi” collocato in alto a destra, oppure utilizzare direttamente il tuo account Google (Gmail). Ricorda, infatti, che Youtube è un portale gestito direttamente da Google: ciò significa che, se sei già in possesso di un indirizzo gmail, potrai utilizzare direttamente questo.

Una volta effettuato l’accesso, ti troverai all’interno del tuo canale, cioè della pagina Youtube dove sono presenti tutti i video che hai caricato fino a quel momento. Giunto a questo punto, rimuovere un video Youtube sarà semplicissimo: è sufficiente selezionare il video da eliminare, cliccare sull’icona che rappresenta una freccia rivolta verso il basso, selezionare la voce Elimina dal menu che compare e premere sul pulsante Elimina per cancellare il filmato definitivamente.

Nel caso in cui il tuo senso di colpa vada ben oltre un singolo video, puoi sempre scegliere di rimuovere più filmati. Farlo è altrettanto semplice: basta spuntare (cioè, selezionare) tutti i video compromettenti o indesiderati e poi cliccare sempre su Elimina. In questo modo, con un semplice click ti sarai sbarazzato di un passato ingombrante.

Come posso far rimuovere un video da Youtube?

Abbiamo appena visto come rimuovere in totale autonomia uno o più filmati caricati su Youtube; vediamo ora come far rimuovere un video da Youtube, cioè come agire nel caso in cui il video indesiderato non sia stato caricato da noi ma da altre persone. Immagina ad una ripresa non autorizzata che ti coinvolge a tua insaputa, oppure ad una effettuata consapevolmente ma che non volevi fosse pubblicata; oppure, ancora, ad un filmato che trovi profondamente offensivo o indecente. In tutte queste circostanze non è possibile giungere alla rimozione seguendo la strada illustrata nel paragrafo precedente: ciò che occorrerà fare, invece, è segnalare a Youtube il video da rimuovere. Vediamo come fare.

Innanzitutto, dovrai accedere a Youtube esattamente come visto prima, cioè effettuando il login direttamente dal sito web oppure mediante account di Google. Fatto ciò, occorrerà intraprendere la procedura di segnalazione a Youtube del video da rimuovere: sarà cioè Youtube a provvedere alla rimozione se riterrà che vi siano gli estremi.

Come segnalare un video a Youtube?

Per segnalare un video a Youtube dovrai, una volta effettuato l’accesso, collegarti alla pagina contenente il filmato lesivo, cliccare sull’icona dei tre puntini presente sotto il video in questione e selezionare la voce Segnala dal menu che compare. A questo punto, potrai specificare il motivo della tua segnalazione scegliendo tra le seguenti opzioni che Youtube mette a tua disposizione:

  • Contenuti di natura sessuale;
  • Contenuti violenti o ripugnanti;
  • Contenuti offensivi o che incitano all’odio;
  • Azioni dannose e pericolose;
  • Abusi su minori;
  • Promuove il terrorismo;
  • Spam o ingannevole;
  • Non rispetta i miei diritti.

Se, ad esempio, ritieni che il video segnalato leda la tua privacy (poiché, ad esempio, è stato pubblicato senza il tuo consenso), dovrai scegliere la voce Non rispetta i miei diritti. A questo punto, sarà Youtube a valutare se rimuovere o meno il video da te segnalato.

Incidente probatorio: cos’è?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come funziona l’incidente probatorio? Quali prove possono essere assunte? Chi può fare la richiesta al giudice per le indagini preliminari? Cosa avviene in udienza?

Il procedimento penale è un lungo viaggio scandito da diverse tappe: le indagini preliminari, il dibattimento, la fase decisoria, l’appello. Le indagini, ad esempio, si contraddistinguono per le diverse attività poste in essere dagli organi della polizia giudiziaria, guidati dal magistrato del pubblico ministero a cui le operazioni sono affidate. Il dibattimento, invece, è la fase deputata alla formazione delle prove, cioè di quegli elementi che conducono a dimostrare la fondatezza o meno dell’ipotesi accusatoria. Proprio su questo aspetto ci soffermeremo: l’istruttoria si svolge, di norma, nel dibattimento, cioè in udienza, davanti al giudice terzo e imparziale, nel contraddittorio delle parti (pubblico ministero e avvocato). Può accadere, però, che non sia possibile attendere la fase dibattimentale per l’acquisizione delle prove; in questo caso, è necessario anticipare l’istruttoria, in modo tale che la prova non vada persa. Si parla, in queste ipotesi, di incidente probatorio, istituto molto diffuso nella terminologia forense ma spesso frainteso. Con questo articolo approfondiremo l’argomento e spiegheremo cos’è l’incidente probatorio.

Incidente probatorio: cos’è?

Cominciamo subito col dire che l’incidente probatorio consiste nell’assunzione anticipata dei mezzi di prova. Perché anticipata? Perché, come spiegato nell’introduzione, la regola vuole che le prove vengano acquisite in una fase del processo appositamente dedicata, cioè l’istruttoria dibattimentale. Poiché, però, il dibattimento si colloca, temporalmente, nella fase centrale del procedimento penale (dopo le indagini preliminari e prima della fase decisoria), è possibile che la prova da acquisire non possa attendere così a lungo: si pensi, ad esempio, alla testimonianza di una persona molto anziana oppure particolarmente malata. In ipotesi come questa, attendere il dibattimento potrebbe significare rischiare di perdere del tutto la prova (tornando all’esempio, si immagini che la persona muoia), anche in considerazione del fatto che i tempi della giustizia italiana sono molto lunghi (tra la conclusione delle indagini e l’udienza per l’assunzione dei mezzi di prova potrebbero trascorrere anche anni). Per evitare ciò, è possibile chiedere al giudice l’assunzione anticipata mediante incidente probatorio.

Incidente probatorio: cosa dice la legge?

Come sempre in questi casi, partiamo dalla disposizione normativa che si occupa del tema che ci interessa: in questo caso, dell’incidente probatorio. Secondo la legge, nel corso delle indagini preliminari il pubblico ministero e l’indagato possono chiedere al giudice che si proceda con incidente probatorio:

  • all’assunzione della testimonianza di una persona, quando vi è fondato motivo di ritenere che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro grave impedimento, oppure perché esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità affinché non deponga o deponga il falso;
  • all’esame dell’indagato su fatti concernenti la responsabilità di altri o all’esame di persona imputata in procedimento connesso;
  • al confronto tra persone che in altro incidente probatorio o al pubblico ministero hanno reso dichiarazioni discordanti, sempre che vi sia pericolo che il confronto non possa avvenire successivamente per i motivi sopra visti per la testimonianza;
  • a una perizia o a un esperimento giudiziale, se la prova riguarda una persona, una cosa o un luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;
  • a una ricognizione, quando particolari ragioni di urgenza non consentono di rinviare l’atto al dibattimento [1].

In buona sostanza, quindi, ogni volta che c’è il rischio che un mezzo di prova (testimonianza, esame, perizia, confronto, esperimento giudiziale, ricognizione) non possa essere assunto nella sua naturale sede, cioè il dibattimento, il pubblico ministero o l’indagato possono chiederne al giudice l’acquisizione immediata.

L’incidente probatorio, inoltre, è consentito al ricorrere di alcuni particolari delitti (maltrattamenti in famiglia, stalking, pedopornografia, violenza sessuale, ecc.) quando sia coinvolta persona minorenne oppure persona particolarmente vulnerabile, ovvero anche quando la vittima sia maggiorenne. La richiesta può essere avanzata dal pubblico ministero (eventualmente su sollecitazione della persona offesa) e dall’indagato.

Incidente probatorio: come funziona?

Abbiamo visto in quali casi può esser richiesto l’incidente probatorio; vediamo ora come funziona. La richiesta di incidente probatorio deve essere depositata presso la cancelleria del g.i.p. competente, unitamente a eventuali cose o documenti, e deve essere notificata alle altre parti, e cioè: al pubblico ministero, se la richiesta proviene dall’indagato; all’indagato, se la richiesta è avanzata dal p.m. La richiesta deve contenere le ragioni che giustificano l’acquisizione anticipata del mezzo di prova: ad esempio, se occorre sentire un testimone, bisognerà dimostrare che lo stesso sia gravemente infermo oppure che vi sia fondato motivo di ritenere che la persona sia stata minacciata affinché non deponga o deponga il falso. Il pubblico ministero, quando chiede al giudice per le indagini preliminari di disporre l’incidente probatorio, è tenuto a depositare anche il fascicolo contenente le indagini svolte fino a quel momento [2].

Entro due giorni dalla notificazione della richiesta, il pubblico ministero o l’indagato può presentare deduzioni sull’ammissibilità e sulla fondatezza della richiesta, depositare cose, produrre documenti nonché indicare altri fatti che debbano costituire oggetto della prova e altre persone interessate.

Incidente probatorio: cos’è il differimento?

L’incidente probatorio, sebbene abbia finalità acceleratorie, in quanto anticipa l’assunzione di una prova ad una fase precedente a quella ordinaria, potrebbe intralciare il regolare corso delle indagini. Per questo motivo, la legge prevede che il pubblico ministero possa chiedere al giudice di disporre il differimento dell’incidente probatorio richiesto dalla persona indagata, quando la sua esecuzione pregiudicherebbe uno o più atti di indagine preliminare. Il differimento non è però consentito quando pregiudicherebbe l’assunzione della prova. Il giudice, se non dichiara inammissibile o rigetta la richiesta di incidente probatorio, provvede entro due giorni con ordinanza con la quale accoglie, dichiara inammissibile o rigetta la richiesta di differimento.

Nell’accogliere la richiesta di differimento il giudice fissa l’udienza per l’incidente probatorio, non oltre il termine strettamente necessario al compimento dell’atto. L’ordinanza è immediatamente comunicata al pubblico ministero e notificata per estratto all’indagato [3].

Incidente probatorio: chi decide?

Spetta al giudice per le indagini preliminari, entro due giorni dal deposito della prova della notifica e comunque dopo la scadenza del termine previsto per le deduzioni di controparte, emettere ordinanza con la quale accoglie, dichiara inammissibile o rigetta la richiesta di incidente probatorio. In particolare, con l’ordinanza che accoglie la richiesta il giudice stabilisce:

  • l’oggetto della prova nei limiti della richiesta e delle deduzioni;
  • le persone interessate all’assunzione della prova individuate sulla base della richiesta e delle deduzioni;
  • la data dell’udienza, da fissarsi non oltre dieci giorni dalla data di emissione dell’ordinanza medesima.

Il giudice fa notificare al pubblico ministero, all’indagato, alla persona offesa e ai rispettivi difensori la data in cui è stata fissata l’udienza utile per l’incidente probatorio, con anticipo di almeno due giorni [4].

Incidente probatorio: come avviene l’udienza?

Accolta la richiesta di incidente probatorio e fatta comunicazione a tutte le parti interessate, è necessario procedere all’acquisizione concreta della prova, che deve avvenire necessariamente in un’apposita udienza. Secondo la legge, l’udienza si svolge in camera di consiglio (cioè, a porte chiuse) con la partecipazione necessaria del pubblico ministero e del difensore dell’indagato; ha diritto di parteciparvi (ma non è una presenza necessaria) il difensore della vittima.

In pratica, l’incidente probatorio riproduce l’udienza dibattimentale vera e propria: il mezzo di prova viene acquisito nel contraddittorio regolare tra le parti, con la garanzie della presenza del giudice. Secondo la legge, è vietato estendere l’assunzione della prova a fatti riguardanti persone diverse da quelle i cui difensori partecipano all’incidente probatorio. Se l’assunzione della prova non si conclude nella medesima udienza, il giudice ne dispone il rinvio al giorno successivo non festivo, salvo che lo svolgimento delle attività di prova richieda un termine maggiore [5].

Incidente probatorio: quali effetti?

Abbiamo detto che l’incidente probatorio si concreta nell’assunzione anticipata del mezzo di prova ritenuto “a rischio” per il dibattimento. Terminata l’attività, l’incidente probatorio si conclude e le indagini proseguono. Il mezzo di prova così raccolto, però, è pienamente utilizzabile in dibattimento. Facciamo un esempio. Il pubblico ministero, durante le sue indagini, poiché teme che Tizio, persona informata sui fatti, possa essere minacciato e rendersi irreperibile alla futura udienza dibattimentale, chiede al giudice per le indagini preliminari incidente probatorio affinché Tizio venga escusso come testimone. Ottenuto il consenso dal g.i.p. e fissata l’udienza, la testimonianza di Tizio diventa definitiva, pronta per entrare nel dibattimento quando questo si celebrerà. Possiamo quindi dire che l’incidente probatorio consente di “congelare” la prova raccolta, in attesa dell’istruttoria vera e propria.

A tutela del diritto di difesa di ciascun imputato, la legge dice che nel dibattimento le prove assunte con l’incidente probatorio sono utilizzabili soltanto nei confronti degli imputati i cui difensori hanno partecipato alla loro assunzione. In poche parole, significa che se Caio, indagato, era presente con il suo difensore durante l’incidente probatorio, la testimonianza di Tizio potrà essere utilizzata contro di lui. Al contrario, se nel processo è imputato anche Sempronio e lui, al contrario di Caio, non era presente all’incidente probatorio perché, ad esempio, l’avviso dell’udienza non gli era stato notificato oppure perché all’epoca non era ancora indagato, la testimonianza di Tizio non potrà essere utilizzata nei suoi confronti. Questo perché l’unica prova valida è quella raccolta nel contraddittorio delle parti, cioè alla presenza dei difensori di tutti gli indagati [6].

Stessa regola vale, a contrario, per la persona danneggiata dal reato, cioè per la parte civile. Ed infatti, la sentenza di assoluzione pronunciata sulla base di una prova assunta con incidente probatorio a cui il danneggiato dal reato non è stato posto in grado di partecipare (per esempio per omessa notifica al suo difensore) non produce effetti contro di lui, a meno che il danneggiato stesso ne abbia fatta accettazione anche tacita.

Legare il muso al cane per non farlo abbaiare è legale?

Posted on : 15-08-2018 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Maltrattamento di animali: quando la museruola è lecita e quando invece fa scattare il reato.

Diversi condomini del palazzo si sono lamentati del tuo cane: ogni volta che vai via di casa, anche se per poco tempo, abbaia in continuazione. Durante le notti estive, esce fuori sul balcone e, comunicando con gli altri cani dei dintorni, disturba il vicinato svegliando chi dorme. Fin quando ci sei tu puoi distrarlo e, magari, dargli da mangiare. Il problema si pone quando sei costretto ad assentarti per lavoro. Non volendo subire un’azione legale per risarcimento dei danni, sei stato costretto a utilizzare una soluzione drastica: una museruola o, meglio ancora, una fascetta di plastica. L’animale resta così forzatamente in silenzio e nessuno può più lamentarsi. Senonché, un giorno, il cane è uscito dal terrazzo e un vicino lo ha visto con tanto di “costrizione”. Un po’ il senso di pena, un po’ la rivalità nei tuoi riguardi, lo spettatore non se l’è fatto ripetere due volte e ha avvisato i carabinieri. Ora pende su di te un procedimento penale per maltrattamento di animali. Come deciderà il giudice? Sarai ritenuto responsabile o potrai contare su un’assoluzione facendo leva sul fatto di essere stato costretto per non molestare i vicini? Legale il muso al cane per non farlo abbaiare è legale? Sulla questione si è di recente espresso il Tribunale di Taranto [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici in questa occasione.

Maltrattamento di animali

Il codice penale [2] punisce il reato di maltrattamento di animali e stabilisce: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche ecologiche è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro».

Vengono così sanzionati tutti quei comportamenti incompatibili con le esigenze naturali dell’animale che vanno indiscutibilmente salvaguardate. Tali comportamenti – recita la norma – possono essere attuati in due modi:

con crudeltà: in tal caso si richiede la volontà specifica di agire con questo fine. Chi è costretto a uccidere un topo per disinfestare il giardino o a mettere del veleno nella tana di una talpa per salvaguardare il raccolto non può essere incriminato;

senza necessità: in tal caso si richiede semplicemente un condotta cosciente e volontaria. Non rischia il penale chi uccide una cane che sta per azzannare i propri figli o chi uccide una gallina per mangiarla. Ma chi sevizia un gatto senza alcuna ragione sarà condannato penalmente.

Legare il muso al cane: rischi legali

Legare il muso del proprio cane con una fascetta di plastica per impedirgli di abbaiare costituisce un comportamento insopportabile per l’animale e incompatibile con le sue caratteristiche di specie, essendo l’abbaio la principale forma di comunicazione di tale animale. In tal caso, scatta il reato di maltrattamento di animali previsto dal codice penale. Non rileva il fatto che si sia agito in questo modo per salvaguardare i vicinato dal rumore provocato dall’animale e impedire che lo stesso fosse sequestrato. Del resto non è la prima volta che i giudici sanciscono il diritto del cane ad abbaiare, un diritto che deve incontrare anche una certa tolleranza da parte di chi vive nelle adiacenze. Il tutto ovviamente non deve essere accentuato dalla condotta colpevole del padrone per aver questi – tanto per fare un esempio – lasciato per molte ore il quadrupede da solo a casa o senza mangiare.

Nel caso di specie, gli imputati avevano maltrattato il cane di loro proprietà, «legandogli il muso con una fascetta che gli impediva di abbaiare, così sottoponendolo a comportamenti insopportabili e del tutto incompatibili con le caratteristiche etologiche» dell’animale. Tutto era partito da una segnalazione anonima alla Centrale Operativa dei Carabinieri di una località marina pugliese del maltrattamento di un animale. Gli agenti, recatisi sul posto, notavano la presenza, in un cortile chiuso da un cancello, di un cane di media taglia che aveva il muso legato. L’abbaio è, infatti – si legge nella sentenza in commento – la principale forma di comunicazione del cane e la scelta di legargli il muso con una fascetta, con le sofferenze e difficoltà anche respiratorie collegate, non può che integrare una condotta vietata dalla norma incriminatrice.