Si può divorziare per delle email?

Posted on : 25-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le semplici email, se non contestate in modo specifico, servono per dimostrare il tradimento.

Le email inviate al presunto amante possono giustificare una domanda di divorzio con addebito. Non serve la prova della consumazione di un atto sessuale, ossia del tradimento anche “fisico”. È sufficiente il testo contenuto all’interno della posta elettronica “semplice” per smascherare il tradimento del coniuge. È questo il chiarimento offerto da una interessante sentenza della Cassazione di due giorni fa [1] che avverte: si può divorziare per delle email. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di fare il punto della situazione.

Le email “semplici” possono essere prova dell’infedeltà

Ci sono tre nodi da sciogliere quando il coniuge scopre delle email compromettenti inviate dall’altro: è sufficiente il solo testo di scrittura per dimostrare il tradimento, oppure è anche necessario che, al dato letterale, si accompagni anche quello materiale, ossia che le due persone abbiano effettivamente in corso (o abbiano già consumato) una relazione extraconiugale? E poi: l’email semplice (spedita cioè da un account normale e non di posta elettronica certificata) può essere considerata prova nel processo civile? C’è poi un ultima questione da affrontare: che succede se si accede all’email del coniuge? Si viola la privacy altrui? È reato? La risposta a questi tre quesiti influenzerà la soluzione al quesito principale: si può divorziale per delle email? Ricorreremo a un esempio per rendere il discorso ancora più semplice.

Il rapporto platonico è tradimento?

Immaginiamo che un uomo scopri, sul computer di famiglia, alcune email spedite dalla moglie qualche mese prima a un’altra persona. Il tenore delle conversazioni  è chiaro: tra i due si fa riferimento a una forte attrazione fisica e alla volontà di vedersi per consumare un rapporto passionale. Insomma, non ci sono dubbi: è in atto un tradimento. Il marito decide così di chiedere la separazione con addebito. Poiché però lei è disoccupata, teme che tale condanna possa precluderle l’assegno di mantenimento. Così prova a difendersi sostenendo innanzitutto che si tratta di email inviate per gioco: in verità, mancano all’appello le precedenti conversazioni ove era chiara la finzione. Del resto – sottolinea la donna – non c’è alcuna prova che i due si siano mai visti e abbiano effettivamente avuto rapporti. Da ciò non si può neanche trarre la prova del tradimento. Insomma, è tutto uno scherzo e spetta al marito dimostrare il contrario. La difesa della donna, poi, si fonda su un altro aspetto: le email ordinarie non sono considerate, dal nostro ordinamento, una prova documentale e, pertanto, anche se portate sul banco del giudice, non hanno alcun valore. Chi dei due ha ragione?

Cerchiamo di sciogliere la matassa, partendo da una precisazione. Ha ragione la moglie nel dire che le email tradizionali non hanno valore documentale se contestate dalla parte contro la quale sono prodotte. A prevederlo è lo stesso codice di procedura civile [2]; la legge salva solo le email di posta elettronica certificata (Pec), le quali invece sono equiparate alle raccomandate a.r. (ma chi manderebbe mai una Pec al proprio amante?). Tuttavia, non basta una generica contestazione per togliere all’email inviata all’amante il valore di prova: secondo la Cassazione – che sul punto è ormai costante da anni – la contestazione deve essere motivata, concreta, specifica e giustificare le ragioni per cui l’email semplice potrebbe non essere genuina. E, di certo, la sola dichiarazione che l’invio del messaggio di posta elettronica è frutto di un gioco non è sufficiente a salvare il coniuge dall’accusa di tradimento. Dunque, basta la semplice email per dimostrare l’infedeltà, al di là della dimostrazione di un effettivo “incontro fisico”: essa funge un po’ da “confessione”, in quanto proveniente proprio dal soggetto colpevole. Del resto, la giurisprudenza è sempre stata dell’idea che, nel concetto di tradimento, vada inclusa anche la relazione platonica, quella cioè che, pur in assenza della consumazione di un rapporto sessuale, dimostri inequivocabilmente un coinvolgimento emotivo. L’obbligo di fedeltà non è solo materiale e carnale, ma è anche – e soprattutto – affettivo e rivolto al rispetto dell’altro.

Il succo della decisione è che si può divorziare per delle email semplici, benché genericamente contestate e in assenza di altre prove a corroborare il sospetto di infedeltà.

Ultima questione fondamentale: leggere l’email del coniuge, e magari stamparla per portarla in tribunale, è lecito o costituisce reato? Si può entrare nell’account di posta elettronica del marito o della moglie se ciò serve per esercitare i propri diritti in un processo? La questione è stata affrontata in diverso modo dalla giurisprudenza: favorevoli alla lettura delle email del coniuge sono la Corte di Appello di Trento (leggi Infedeltà: sì alla prova degli sms dell’amante), il tribunale di Torino (leggi Attenzione a sms ed email) e quello di Roma (Leggere sms e chat sul cellulare della moglie o del marito è lecito), secondo cui, quando si parla di coniugi, la privacy subisce una limitazione derivante dalla situazione di convivenza; contraria invece la Corte di appello di Taranto (leggi Email del coniuge: apertura e lettura non autorizzata).

Che cos’è il diritto di prelazione dell’inquilino?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Se il proprietario/locatore vuol vendere l’immobile locato, l’inquilino ha il diritto di prelazione sull’acquisto. Modalità e limiti del diritto di prelazione.

 

In presenza di un contratto di locazione, la legge disciplina le regole che il proprietario deve rispettare alla scadenza del primo periodo di decorrenza contrattuale. Sostanzialmente, a parte alcuni casi particolari (tra questi, la decisione di vendere l’immobile affittato), il locatore deve concedere il rinnovo all’inquilino.

Ebbene, se alla prima scadenza contrattuale, il proprietario è intenzionato a cedere il proprio appartamento, deve concedere al conduttore (cioè l’inquilino) la possibilità di acquistarlo a preferenza sugli altri ipotetici e potenziali acquirenti. Tecnicamente, tale diritto si definisce di prelazione.

 

Che cos’è il diritto di prelazione dell’inquilino?

Il contratto di locazione abitativa ha, normalmente, una durata di 4 anni, con la possibilità di rinnovo automatico per un periodo corrispondente (cioè altri 4 anni). Detto ciò, la legge [1], consente al proprietario d’impedire il predetto rinnovo automatico soltanto in presenza di alcune circostanze, tassativamente indicate.

Ad esempio, il proprietario può inviare disdetta all’inquilino se vuole destinare l’immobile a uso abitativo, artigianale, commerciale o professionale proprio o del coniuge, dei genitori, dei figli e dei parenti entro il secondo grado.

Oppure, sempre ad esempio, il proprietario può evitare il rinnovo per i successivi 4 anni, allorquando voglia vendere l’immobile a terzi e non abbia la proprietà di altri immobili a uso abitativo, oltre a quello eventualmente adibito a propria abitazione.

Ebbene in quest’ultimo caso, cioè se è intenzione del locatore vendere l’immobile affittato, deve necessariamente riconoscere all’inquilino, il diritto di prelazione sulla predetta vendita.

In altre parole, deve essere concessa al conduttore la possibilità di acquistare l’immobile locato prima ed a preferenza rispetto a tutti gli altri. Ovviamente tale facoltà potrà essere esercitata limitatamente, e cioè entro sessanta giorni dalla comunicazione ricevuta, soltanto se saranno rispettate le condizioni di vendita proposte dal proprietario, tra le quali chiaramente, il prezzo richiesto.

È bene precisare che, se il locatore non rispetterà il diritto di prelazione concesso dalla legge a favore dell’inquilino, ad esempio vendendo l’appartamento locato senza avvisare il conduttore, questi potrà esercitare il diritto di riscatto nei riguardi dell’acquirente dell’immobile e/o dei successivi, entro sei mesi dalla trascrizione del contratto [2].

L’inquilino ha sempre il diritto di prelazione?

Il diritto di prelazione è concesso all’inquilino soltanto in occasione della prima scadenza, cioè qualora il proprietario abbia manifestato la volontà d’impedire il rinnovo del contratto, ad esempio, per gli ulteriori 4 anni, motivandolo con l’intenzione di vendere l’immobile locato.

Tale conclusione è stata sancita dalla Suprema Corte di Cassazione la quale ha precisato che il diritto di prelazione non è normativamente previsto, in favore del conduttore in assoluto, in quanto conduttore, ma solo nella limitata ipotesi in cui il locatore gli abbia intimato disdetta per la prima scadenza, comunicandogli di voler cedere la proprietà a terzi. E ciò, come misura atta a compensare in qualche modo il sacrificio del mancato godimento dell’immobile tolto in locazione, per l’ulteriore quadriennio normativamente previsto, a fronte della utilità, per il locatore, purchè sprovvisto di altri immobili ad uso abitativo, oltre a quello eventualmente adibito a propria abitazione, di poter vendere a terzi il bene [3].

Chi deve firmare per la successione?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La dichiarazione di successione, che ha fini fiscali, deve essere firmata da eredi o chiamati all’eredità del defunto. Vediamo come e perché.

La morte di una persona comporta il subentro dei suoi eredi nelle sue sostanze nelle sue passività, e li obbliga a porre in essere una serie di adempimenti, primi fra tutti quelli di ordine fiscale. Uno degli adempimenti più importanti è la presentazione della dichiarazione (o denuncia) di successione, per la stesura della quale si consiglia di rivolgersi ad esperti in materia di fisco come avvocati, ragionieri o commercialisti.

Ma in cosa consiste e, soprattutto, chi deve firmare la dichiarazione di successione? In questo articolo lo vedremo nel dettaglio.

Cos’è la dichiarazione di successione

La dichiarazione di successione è un adempimento obbligatorio di carattere fiscale, da farsi all’Agenzia delle Entrate entro dodici mesi dalla data di apertura della successione (che coincide con la morte del soggetto). La finalità di questa dichiarazione è quella di comunicare all’Agenzia suddetta che gli eredi sono subentrati nel patrimonio del defunto, e che di conseguenza bisogna determinare le imposte dovute con questo passaggio. Giova ricordare che il termine sopra indicato può avere una diversa decorrenza: quando i soggetti che vi sono tenuti cambiano dopo l’apertura della successione (ad esempio per la successiva scoperta di un testamento con nuovi eredi), infatti, i dodici mesi iniziano a decorrere dalla data in cui si verifica l’evento che determina la variazione. Anche quando l’erede accetta l’eredità con beneficio d’inventario (il che comporta la separazione tra il patrimonio dell’erede e quello del defunto) il termine dei dodici mesi inizia a decorrere dalla scadenza del termine stabilito per la formazione dell’inventario (o dalla sua chiusura); se però l’erede è minorenne, il termine decorre dal raggiungimento della maggiore età [1].

La dichiarazione di successione si compila mediante un modello prestampato scaricabile dal sito dell’Agenzia delle Entrate (basta cliccare su Cosa devi fare e poi accedere alla sezione Dichiarazioni).

Alla dichiarazione, normalmente, si allegano:

  • dichiarazione sostitutiva del certificato di morte in esenzione da bollo; in caso di assenza o morte presunta, copia autentica della sentenza che le dichiarano;
  • dichiarazione sostitutiva dello stato di famiglia, in esenzione da bollo, del defunto, degli eredi, e dei legatari, in rapporto di parentela o affinità con il defunto, oppure i documenti di prova della parentela naturale;
  • copia dell’eventuale testamento o altro atto di ultima volontà che regola la successione con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che la stessa costituisce copia dell’originale;
  • copia dell’eventuale accordo per l’integrazione, in caso di lesione, dei diritti di legittima con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che la stessa costituisce copia dell’originale;
  • copia ultimo bilancio o inventario dell’azienda in successione (anche tramite successione di quote o azioni) con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che la stessa costituisce copia dell’originale;
  • copia pubblicazioni o prospetti redatti a norma di legge o regolamento da cui risulti il valore dei titoli o delle quote di partecipazione a fondi comuni di investimento cadute in successione;
  • copia dell’eventuale verbale di inventario dell’eredità (eventualmente fatto redigere per evitare la presunzione di appartenenza all’asse ereditario di denaro, gioielli e mobilia) con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che la stessa costituisce copia dell’originale;
  • certificato dei pubblici registri recante l’indicazione degli elementi di individuazione di navi e aeromobili;
  • copia di documenti di prova delle passività, degli oneri nonché delle riduzioni e detrazioni con dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante che la stessa costituisce copia dell’originale; questi documenti devono essere integrati su richiesta dell’ufficio;
  • eventuali certificati di sussistenza di credito;
  • prospetto di autoliquidazione delle imposte ipocatastali, di bollo e delle tasse ipotecarie e quietanza di versamento; eventuale modello richiesta agevolazione “prima casa”;
  • ogni eventuale altra documentazione relativa a bilanci od inventari, crediti inesigibili, registrazione di navi od aerei posseduti, fallimenti, spese mediche, imposte pagate all’estero.

Dove si presenta la dichiarazione di successione.

L’Agenzia delle Entrate alla quale presentare la dichiarazione (di persona, telematicamente o tramite raccomandata a/r) è quella provinciale cui fa capo il luogo di ultima residenza del defunto. Se il defunto risiedeva all’estero, ma in precedenza aveva risieduto in Italia, la dichiarazione di successione deve essere presentata all’ufficio dell’Agenzia nella cui circoscrizione era stata fissata l’ultima residenza italiana. Se quest’ultima non è conosciuta, la dichiarazione va presentata presso la Direzione Provinciale II di Roma.

Chi deve firmare per la successione?

Sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione:

  • gli eredi (ossia coloro che hanno già accettato l’eredità loro devoluta per legge o per testamento), i chiamati all’eredità (che sono i successori identificati per legge [2] o per testamento che non hanno ancora accettato l’eredità) e i legatari (ovverosia coloro ai quali, con testamento, è stato attributo un singolo bene dal defunto, e che per legge non partecipano al resto dell’eredità, né rispondono dei debiti ereditari [3]);
  • i rappresentanti legali degli eredi o dei legatari (i genitori per il minore, il tutore per l’interdetto o per il minore sotto tutela);
  • gli immessi nel possesso dei beni, in caso di assenza del defunto o di dichiarazione di morte presunta (che sono fenomeni assimilabili, a fini successori, alla morte della persona [4]);
  • i curatori delle eredità giacenti (che sono soggetti nominati dal tribunale anche d’ufficio per amministrare un’eredità in ordine alla quale sono stati individuati i chiamati, ma che non è stata ancora accettata [5]);
  • gli esecutori testamentari (che sono soggetti nominati dal defunto nel suo testamento, incaricati di curare la corretta esecuzione dello stesso [6]);
  • i trustee (il trust è un istituto di derivazione anglosassone, di fatto poco diffuso in Italia perché potrebbe celare intenti fraudolenti; il trustee, in particolare, è un soggetto temporaneamente immesso nella proprietà dei beni di un soggetto, con lo scopo di amministrarli per conto di un terzo beneficiario).

Se più persone sono obbligate a presentare la dichiarazione, è sufficiente presentarne una sola

Non c’è obbligo di dichiarazione se l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto (figli e nipoti) e l’attivo ereditario ha un valore non superiore a centomila euro, e non comprende beni immobili (come case e terreni) o altri diritti reali immobiliari (per esempio, un diritto di usufrutto su una villa che ecceda la vita del beneficiario), ma solo beni mobili (come quadri e gioielli). Queste condizioni, in ogni caso, possono venire a mancare per effetto di beni ereditari sopravvenuti.

Non è tenuto a presentare la dichiarazione di successione neppure chi ha rinunciato all’eredità (tuttavia, copia autentica della dichiarazione di rinuncia deve essere comunque trasmessa all’Agenzia delle Entrate competente mediante lettera raccomandata).

Cosa comporta la presentazione della denuncia di successione.

Grazie alla denuncia di successione, l’Agenzia delle Entrate competente determina d’ufficio l’imposta di successione (che è l’imposta dovuta dai beneficiari di un acquisto a causa di morte, qualora nel compendio ereditario siano rinvenibili beni immobili come case o terreni, beni mobili come quadri e gioielli, o denaro). Chi presenta la dichiarazione deve comunque prima di tutto autoliquidare (eventualmente per il tramite del proprio commercialista o di altro professionista) e versare con il modello F23, in caso di immobili, le imposte ipocatastali, quella di bollo e le tasse ipotecarie. Ma l’importanza della presentazione di questa dichiarazione è riscontrabile anche con riferimento ad altri adempimenti: finché gli eredi non hanno presentato la dichiarazione, ad esempio, la banca è legittimata a non versare agli eredi le somme depositate dal defunto sul proprio conto corrente, il quale pertanto resta bloccato.

Giova ricordare che, in ogni caso, la presentazione della denuncia di successione non è annoverabile tra gli atti che comportano accettazione tacita dell’eredità [7]. Ciò significa che, qualora l’eredità non sia stata ancora accettata, la semplice presentazione della denuncia non determina l’acquisto della qualità di erede.

Niente assegno di divorzio se l’ex va in pensione

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La Cassazione ribadisce: per concedere o revocare l’assegno serve il criterio dell’autosufficienza, non quello del tenore di vita dell’ex coniuge.

Vuoi prendere in pensione? Allora comincia a dire addio all’assegno di divorzio. Perché se con quello previdenziale diventi autosufficiente, l’altro assegno, quello che passa ogni mese l’ex, non è più giustificato.

Si è pronunciata in questo senso la Corte di Cassazione [1] o meglio: si è pronunciata di nuovo in questo senso dopo che, nel maggio 2017, avesse già stabilito – con una sentenza da molti definita storica – che un giudice non può decidere sull’assegno di divorzio in base al tenore di vita o alla disparità economica tra i vecchi coniugi [2]. Quello che conta, secondo i supremi giudici, è che chi deve ricevere i soldi dall’altro sia o meno autosufficiente.

La Cassazione ha, così, chiesto alla Corte d’appello di Roma di rivedere il caso di un funzionario romano per il quale i giudici avevano disposto non la revoca ma la riduzione dell’assegno di divorzio da 250 a 100 euro mensili. Lui, con una pensione di 2.000 euro, avrebbe dovuto «passare» questa cifra all’ex moglie, pensionata anche lei ma con un reddito di poco più della metà (1.141 euro mensili). Un divario economico troppo evidente, secondo la Corte territoriale, sufficiente a giustificare l’assegno di divorzio.

Tuttavia, gli Ermellini hanno ricordato quanto disposto nella sentenza pronunciata a maggio, e cioè: il tenore di vita non è un criterio da tenere in considerazione, bensì occorre valutare se il beneficiario possiede redditi e/o risorse patrimoniali di qualsiasi tipo, se è in grado di lavorare, se ha una casa, ecc. In altre parole, se è o può essere autosufficiente. Non a caso, la Suprema Corte ha evidenziato come l’ex moglie non abbia voluto mostrare ai giudici la dichiarazione dei redditi e gli estratti conto.

L’applicazione ai processi in corso

La sentenza della Cassazione che modifica i criteri sull’assegno di divorzio è un principio da applicare anche ai processi in corso. E’ il parere espresso durante un recente convegno dal presidente della IX sezione civile del Tribunale di Milano, Anna Cattaneo. Secondo il magistrato, per quanto la sentenza presenti qualche criticità (come il fatto che sia stata pronunciata a «sezioni semplici» e non a «sezioni unite»), quanto disposto dalla Cassazione «è un precedente importante, un principio da applicare», anche se poi i giudici potranno discostarsi di fronte a dei casi specifici che andranno motivati proprio sulle criticità della sentenza.

Come calcolare il costo di una causa di separazione?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come si fa a calcolare l’ammontare di una causa di separazione giudiziale e per giudizio di merito in modo di poter definire gli onorari degli avvocati?

Le competenze degli avvocati sono state da ultimo regolate dal Decreto del Ministero della Giustizia n. 55 del 10/03/2014, con le allegate tabelle in cui sono riportati i compensi dovuti a seconda del valore o della materia trattata per ogni fase del giudizio con l’indicazione di valori minimi medi e massimi. La determinazione del valore della causa, dunque, è fondamentale per stabilire quale tabella e, quindi, quali compensi sono dovuti all’avvocato.

Ebbene, nella liquidazione dei compensi a carico del cliente si ha riguardo al valore corrispondente all’entità della domanda. In particolare, nelle cause davanti agli organi di giustizia, per la liquidazione a carico del cliente, si ha riguardo all’entità economica dell’interesse sostanziale che il cliente intende perseguire. Qualora, invece, il valore effettivo della controversia non risulti determinabile mediante l’applicazione dei criteri sopra enunciati, la stessa si considererà di valore indeterminabile. È questo il caso di una causa di separazione giudiziale.

La separazione giudiziale è una controversia di valore indeterminabile in quanto oggetto della controversia è il rapporto coniugale e non le questioni economiche ad esso collegate. Le questioni relative alla determinazione dell’assegno di mantenimento e all’assegnazione della casa coniugale sono funzionali alle decisione sulla sospensione o scioglimento del rapporto di coniugio e trovano idonea remunerazione negli scaglioni di riferimento previsti per le cause di valore indeterminabile. Le questioni patrimoniali, infatti, non costituiscono l’oggetto principale della causa se non sono addirittura inammissibili in sede di separazione e divorzio giudiziale.

Per le cause di valore indeterminabile i compensi sono rapportati dalla legge a quelli previsti per le controversie di valore non inferiore a 26.000,00 euro e non superiore a 260.000,00 euro, tenuto conto dell’oggetto e della complessità della controversia.

Ciò detto, andrà verificata di volta in volta la complessità della causa o la semplicità della stessa, anche in relazione alle questioni trattate sia dal punto di vista familiare sia dal punto di vista patrimoniale. All’interno dello scaglione come sopra individuato, pertanto, spetterà alle parti (cliente ed avvocato) concordare il compenso più adeguato spaziando tra il minimo ed il massimo ivi previsto.

Qualora la causa di valore indeterminabile risulti di particolare importanza per lo specifico oggetto, il numero e la complessità delle questioni giuridiche trattate, e la rilevanza degli effetti ovvero dei risultati utili, anche di carattere non patrimoniale, il suo valore si considera di regola e a questi fini entro lo scaglione che va fino a 520.000,00 euro. Questa generica previsione del legislatore, tuttavia, non si può applicare solo in casi eccezionali ad una separazione giudiziale.

Infine, a prescindere dai criteri di riferimento di cui sopra, previsti dalla legge soprattutto per il caso in cui il cliente e l’avvocato non abbiano preventivamente pattuito il compenso di quest’ultimo per l’opera prestata, è facoltà delle parti (cliente e avvocato) pattuire per iscritto il compenso anche discostandosi dai parametri sopra evidenziati.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Salvatore Cerino

Appartamento condominiale pignorato: come si ripartisce il suo debito?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Condominio è costituito da 6 scale/civici. Il debito per le spese condominiali di un immobile pignorato dovrà essere suddiviso su tutto il condominio o solo sulle proprietà del civico in cui insiste l’appartamento pignorato?

La risposta al quesito presuppone che sia data conferma ad un dato preliminare. È cioè indispensabile sapere se esistono parti comuni a tutti i sei edifici, cioè se tutti i condomini-proprietari che abitano le sei distinte scale dispongono di parti (ad esempio viali, cortili, parcheggi e simili) che per loro destinazione o per l’uso che se ne fa possano considerarsi comuni a tutti e sei i civici e non ad alcuni soltanto di essi. Se così fosse, ci troveremmo dinanzi al cosiddetto “supercondominio[1] che non è altro se non quel fenomeno che si verifica allorchè esistono parti comuni a più edifici o a più condomini. Questa premessa risulta essenziale perché alla domanda del lettore si risponde dicendo che i debiti del condomino moroso, ove nel suo caso esistessero i presupposti per dirsi esistente un supercondominio (ed il presupposto è, appunto, quello che si è indicato poco sopra: cioè l’esistenza di parti comuni a tutti indistintamente i sei edifici), andrebbero ripartiti a seconda che facciano riferimento a debiti relativi esclusivamente alle parti comuni alla singola scala ovvero a debiti relativi alle parti comuni di tutti e sei i civici. In altri termini: i debiti del condomino, ove esistessero parti comuni a tutti e sei i civici, andrebbero distinti in debiti per le spese della parti comuni della singola scala (da ripartirsi solo fra i proprietari di quella scala) e debiti per le spese relative alle parti comuni a tutti i civici (da ripartirsi ovviamente fra tutti i proprietari di tutti i civici). Naturalmente, tale ripartizione richiederebbe una contabilità distinta che l’amministratore dovrebbe aver cura di tenere. In ogni caso, se esistono parti comuni a tutti i civici, la ripartizione da tenere in considerazione è quella indicata indipendentemente dal fatto che vi sia stata o meno una distinta gestione contabile per il supercondominio e per le singole scale.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

Delibere assembleari: nullità e annullabilità

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Come e quando impugnare le votazioni dell’assemblea di condominio: i termini e i vizi che comportano nullità e annullabilità della delibera.

La differenza tra nullità ed annullabilità di una deliberazione condominiale riveste una importanza fondamentale in relazione alla impugnativa della delibera assembleare.

La comprensione delle differenze tra queste due categorie giuridiche, rapportate alle peculiarità della disciplina del condominio, comporterebbe — da un lato — uno snellimento del contenzioso, che sarebbe così epurato da impugnazioni evidentemente tardive e — dall’altro — l’eliminazione del metodo casistico con cui, talvolta, i giudici di merito affrontano e risolvono le singole controversie, con una conseguente uniformità di giudizi per fattispecie che divergono soltanto per aspetti secondari. Tale uniformità di giudizi, assicurerebbe, poi, l’applicazione del principio della certezza del diritto e di eguaglianza di regolamento, rispetto a posizioni uguali.

Preliminarmente occorre precisare che a seguito della riforma del 2012, i casi di annullabilità sono espressamente previsti dal codice civile, che all’articolo 1137 sancisce: «Contro le deliberazioni contrarie alla legge o al  regolamento di condominio ogni condomino assente, dissenziente o astenuto può adire l’autorità giudiziaria chiedendone l’annullamento nel termine perentorio di trenta giorni, che decorre dalla data della deliberazione per i dissenzienti o astenuti e dalla data di comunicazione della deliberazione per gli assenti. L’azione di annullamento non sospende l’esecuzione della deliberazione, salvo che la sospensione sia ordinata dall’autorità giudiziaria».

Le azioni con cui si vantano le nullità, invece, sono elaborazioni della dottrina che fa riferimento ai vizi generali del negozio giuridico: mancanza della volontà, contrarietà a norme imperative, mancanza dell’oggetto  ecc.

Le definizioni giurisprudenziali di nullità e annullabilità delle delibere

Incominciamo la nostra analisi da due decisioni della Corte di Cassazione [1] con cui si è chiarito il discrimine tra annullabilità e nullità delle delibere.

È stato stabilito che i casi di nullità possono essere ricondotti alla impossibilità ed alla illiceità dell’oggetto, mentre per tutti gli  altri, si è in presenza di ipotesi di mera annullabilità.

Ciò si è affermato, mutando profondamente l’atteggiamento della Suprema Corte precedente a queste due pronunce, in quanto si è fortemente ridimensionato il campo di azione della nullità, con corrispondente allargamento della nozione di annullabilità alle ipotesi residuali. Tale spostamento del discrimine tra le due categorie, che ha il pregio di limitare le impugnazioni di delibere assembleari, anche lontane nel tempo e spesso per fondamento opposizioni a decreti ingiuntivi per oneri condominiali non pagati, ed in definitiva di cristallizzare situazioni che, se pur nate a seguito di un procedimento viziato, non siano state impugnate  tempestivamente.

In ciò, infatti, risiede l’aspetto pregnante della distinzione tra nullità ed annullabilità, nella prospettiva dell’esame delle liti condominiali, in quanto nel primo caso l’impugnativa può essere proposta senza limiti di tempo mentre nel secondo entro trenta giorni dall’assemblea, se il condomino che vi abbia partecipato sia stato contrario o si sia astenuto, o dalla comunicazione del verbale, se il condomino non vi abbia  partecipato.

Parimenti importante risulta il dato che, in caso di nullità, l’impugnativa può proporla chiunque dei condòmini mentre nell’altro caso, soltanto colui che sia stato pregiudicato dalla deliberazione.

Con il novello indirizzo giurisprudenziale, ci si è uniformati al regime, codicisticamente previsto, per le società di capitali, attraverso un procedimento logico e giuridico che passa per la armonizzazione delle norme sul condominio con quelle previste per la comunione in  generale.

In buona sostanza, si ritiene che se in tema di comunione, l’articolo 1105, terzo comma c.c. prevede che, per la validità delle deliberazioni, tutti i partecipanti devono essere stati preventivamente informati dell’oggetto della delibera e, l’articolo 1109 c.c. contempla, nel caso in cui non sia stata osservata la disposizione del terzo comma dell’articolo 1105 cit., il potere di ciascuno dei componenti la minoranza dissenziente di impugnare le deliberazioni nel termine di decadenza di trenta giorni, la statuizione del termine di decadenza esclude che, in tema di comunione, il difetto di informazione configuri una causa di nullità. Conseguentemente, nel ragionamento seguito dalla Suprema Corte, sarebbe ragionevole dubitare che l’articolo 1136, sesto comma c.c., in tema di condominio, disciplinando la stessa fattispecie  e usando la stessa formula, alla mancata convocazione di un condomino abbia ricollegato conseguenze diverse e ben più gravi.

Articolando, poi, un collegamento con il regime previsto per il negozio giuridico e, meglio ancora, per le società di capitali, in virtù del quale l’articolo 2379 c.c. delimita la nozione di nullità delle deliberazioni delle società per azioni alle sole ipotesi di impossibilità ed illiceità dell’oggetto [2], lo applica alla disciplina del condominio.

La delibera nulla e la delibera annullabile

È nulla, quindi, la delibera quando è assente o è del tutto carente un elemento costitutivo, secondo la configurazione richiesta dalla legge, per cui essa si considera inidonea a dar vita alla nuova situazione giuridica, che il diritto ricollega al tipo legale, in conformità con la funzione economico — sociale sua caratteristica; per contro è annullabile la delibera in presenza di deficienze considerate meno gravi, secondo la valutazione degli interessi da tutelare fatta dalla legge. Annullabile, quindi, è l’atto in cui un elemento essenziale sia viziato: l’atto che, pur non mancando degli elementi essenziali del tipo e dando vita precaria alla nuova situazione giuridica che il diritto ricollega al tipo legale, può essere rimosso.

Conseguentemente, in materia di condominio degli edifici, non sono ammissibili cause di nullità diverse dalla impossibilità giuridica e dalla illiceità dell’oggetto, intendendosi per impossibilità giuridica la inidoneità degli interessi contemplati ad essere regolati dall’assemblea che delibera a maggioranza ovvero a ricevere quel determinato assetto stabilito in concreto, e per illiceità dell’oggetto la violazione delle norme imperative, alle quali l’assemblea non può derogare, ovvero la lesione diritti individuali, attribuiti ai singoli dalla legge, dagli atti di acquisto e dalle convenzioni.

La mancata convocazione come causa di annullabilità

Per rimanere al caso trattato dalla innovativa pronuncia della Corte di Cassazione [3], quindi, in caso di mancata convocazione di un condomino all’assemblea condominiale, in quanto non rientrante nei casi di nullità individuati, della impossibilità giuridica e dell’illiceità dell’oggetto, si verte in ipotesi di annullabilità della deliberazione e, come tale, il termine di decadenza per la sua impugnazione è di trenta giorni dalla assemblea o dalla comunicazione e soltanto da parte del soggetto leso, e non più da parte di tutti i   condòmini.

Il principio è confermato da una successiva decisione, secondo cui le delibere condominiali, analogamente a quelle societarie, sono nulle soltanto se hanno un oggetto impossibile o illecito, ovvero che non rientra nella competenza dell’assemblea, o se incidono su diritti individuali inviolabili per legge. Sono invece annullabili, nei termini previsti dall’articolo 1137 c.c., le altre delibere «contrarie alla legge o al regolamento di condominio», tra cui quelle che non rispettano le norme che disciplinano il procedimento, come ad esempio per la convocazione dei partecipanti, o che richiedono qualificate maggioranze per formare la volontà dell’organo collegiale, in relazione all’oggetto della delibera da approvare [4].

Il mutamento di rotta è di tutta evidenza, se solo si pone lo sguardo all’ampia giurisprudenza precedente che faceva conseguire alla mancanza della convocazione l’inevitabile nullità assoluta della delibera, che poteva esser fatta valere da qualsiasi condomino anche presente in assemblea [5].

Il nuovo orientamento pare in linea con l’esigenza, da perseguire, di certezza dei rapporti e con la conseguente intollerabilità di situazioni che, ormai consolidatesi nel tempo, possano essere rimesse in discussione senza che alcun fondamentale diritto sia stato violato.

Considerato l’ambito di applicazione delle norme condominiali ed il forte restringimento delle ipotesi di nullità, in previsione della riforma della normativa si potrebbe ipotizzare l’allungamento del termine previsto dall’articolo 1137 c.c. a sessanta giorni, decorrenti dall’assemblea — per i presenti dissenzienti — e dalla comunicazione, per gli  assenti.

L’ultima considerazione da fare è quella relativa ai vizi procedimentali, che se non impugnati nei trenta giorni, non potranno più costituire, come lo erano stati fino ad ora, un’occasione in sede di opposizione a decreto ingiuntivo con il quale si chiedeva il pagamento degli oneri condominiali, per paralizzare, con una nullità l’azione di recupero, fondando sul vizio della delibera posta a fondamento stesso della spesa effettuata, che veniva, ad es. per mancata convocazione dello stesso condomino che poi si oppone, ad essere artatamente sfruttata per interessi egoistici.

Questo nuovo indirizzo della Suprema Corte in materia di nullità e annullabilità delle delibere condominiali è stato confermato con la sentenza resa a Sezioni Unite [6]. Essa costituisce un vero e proprio trattato sulla questione nullità-annullabilità delle delibere condominiali. Il motivo di detta decisione consiste nel fatto che il nuovo indirizzo giurisprudenziale (dal 2000 in poi) ogni tanto veniva disatteso da sentenze isolate della stessa Corte di Cassazione, da ciò la necessità di una sentenza resa a Sezioni Unite.

In particolare tale sentenza ha evidenziato che i vizi dell’oggetto come causa di nullità sono ricollegati ai confini posti in materia di condominio al metodo collegiale ed al principio di  maggioranza.

Secondo la Corte «tanto l’impossibilità giuridica, quanto l’illiceità dell’oggetto derivano dal difetto di attribuzioni in capo all’assemblea, considerato che la prima consiste nell’inidoneità degli interessi contemplati ad essere regolati dal collegio che delibera a maggioranza, ovvero a ricevere dalle delibere l’assetto stabilito in concreto e che la seconda si identifica con la violazione delle norme imperative, cui l’assemblea non può derogare, ovvero con la lesione di diritti individuali.

Per tali motivi il dettato di cui all’articolo 1137 c.c. va interpretato nel senso che, per deliberazioni contrarie alla legge, si intendono le delibere assunte dall’assemblea senza l’osservanza delle forme prestabilite dall’articolo 1136 (ma pur sempre nei limiti delle attribuzioni di cui agli articoli 1120, 1121, 1129, 1132, 1135 c.c.). Inoltre, le cause di nullità, afferente all’oggetto, raffigurano le uniche cause di invalidità riconducibili alla sostanza degli atti, alle quali l’ordinamento riconosce rilevanza e costituendo vizi gravi non sono soggette a termine di  impugnazione».

La classificazione delle delibere annullabili

Per cui volendo operare una classificazione, sono da considerare annullabili le delibere che decidono in violazione di:

  • regole sul procedimento di convocazione dell’assemblea;
  • regole sulla costituzione dell’assemblea;
  • regole sulla concreta ripartizione dei contributi condominiali;
  • norme sul funzionamento dell’assemblea (deleghe);
  • mancato raggiungimento dei quorum previsti per legge.

Inoltre, sono annullabili le delibere che sono gravemente pregiudizievoli delle cose comuni e che invadono il campo esecutivo  dell’amministratore.

Le ipotesi di delibere radicalmente nulle

Sono invece da considerarsi radicalmente nulle le delibere:

  • prive degli elementi essenziali;
  • prese al di fuori dell’assemblea;
  • contrarie a norme di ordine pubblico (penali, amministrative, fiscali);
  • prese al di fuori delle competenze dell’assemblea (al di fuori dell’oggetto parti comuni);
  • che ledano il diritto di uno o più condòmini sulle parti comuni (innovazioni vietate);
  • che incidono sulla proprietà esclusiva;
  • invalide in relazione all’oggetto, ossia quelle viziate da eccesso di potere (quando quella composizione assembleare non è quella competente a deliberare, ad esempio: la delibera del supercondominio composto da più fabbricati che approva i lavori di rifacimento delle facciate che sono bene comune di singoli fabbricati e non del supercondominio; oppure la delibera di approvazione della pitturazione della scala A di un condominio composto da più scale, approvata in sede di assemblea generale di tutti i condomini del fabbricato) [7].

Dal punto di vista pratico la decisione in esame costituisce una sicura traccia per tutti gli operatori del diritto siano essi avvocati o amministratori di condominio. Infatti, questi ultimi sono tenuti a porre in esecuzione solo le delibere annullabili e non quelle completamente nulle.

Disoccupazione Naspi, che fare se l’Inps sospende la pratica?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Domanda sospesa in attesa d’istruttoria: che cosa deve fare il lavoratore se l’Inps chiede delle integrazioni alla pratica di disoccupazione.

 

Ho inviato da tempo la domanda di Naspi, chiedendo l’accredito della disoccupazione nel mio conto corrente: nonostante io abbia già fornito l’iban, l’Inps mi chiede di presentare il modulo SR 163, relativo ai dati bancari, e mi ha sospeso la domanda.

Non sono rari i casi in cui l’Inps reputa insufficiente la documentazione in proprio possesso per gestire la domanda di disoccupazione: oltre agli eventuali moduli per la richiesta di assegni familiari e per l’applicazione delle detrazioni per i familiari a carico, difatti, è opportuno allegare ulteriori documenti, anche se non è specificato nelle istruzioni.

In particolare, è consigliabile allegare alla domanda Naspi sia il contratto di assunzione che la lettera di licenziamento, per evitare che la pratica sia sospesa a causa dei controlli legati alle motivazioni della richiesta dell’indennità di disoccupazione. L’Inps, difatti, ha notevolmente intensificato la sua attività di controllo e monitoraggio, per evitare che si verifichino abusi nell’erogazione dei sussidi a sostegno del reddito.

Dal 2016, poi, è obbligatorio, per definire le domande di prestazioni a sostegno del reddito, inviare un apposito modulo di richiesta di pagamento, il modulo SR 163.

Richiesta di pagamento Naspi: modulo SR 163

Il modulo SR 163, denominato “Richiesta di pagamento delle prestazioni a sostegno del reddito”, è il documento che deve essere obbligatoriamente compilato per specificare le modalità di pagamento della Naspi, dell’Asdi, della Dis-coll e di tutte le prestazioni a sostegno del reddito in generale.

Il beneficiario dell’indennità, difatti, è tenuto a fornire all’Inps, tramite questo documento:

  • la specifica delle modalità di pagamento già inserite nella domanda di Naspi o di altra prestazione;
  • i dati di riferimento dell’agenzia o della filiale dell’istituto di credito (banca/posta) che effettua il pagamento;
  • il codice iban, riferito al rapporto di conto corrente di chi richiede la prestazione, con data, timbro e firma del funzionario del competente ufficio postale o della banca.

Nel caso in cui l’interessato richieda il pagamento della disoccupazione in un conto corrente o in una carta prepagata, se il rapporto è aperto presso un  istituto di credito virtuale, timbro e firma del funzionario non sono necessari: è sufficiente, difatti, inviare il documento rilasciato on line dalla procedura di collegamento al conto nel quale appare l’intestazione, considerato che il modulo SR163 non potrebbe essere materialmente sottoscritto da un funzionario della banca.

Come allegare i documenti alla Naspi

Nel caso in cui la domanda di disoccupazione sia già stata chiusa e non sia possibile, collegandosi al profilo personale dell’interessato presso il sito Inps, inoltrare allegati tramite apposite procedure, le soluzioni per inviare la documentazione necessaria sono:

  • inoltrare la documentazione tramite pec (posta elettronica certificata)o raccomandata alla sede Inps che ha in carico la domanda;
  • allegare i documenti alla domanda NaspiCom (si tratta di un apposito form online, all’interno del sito Inps, che può essere utilizzato per qualsiasi comunicazione riguardante eventi che possono avere effetto sulla prestazione di disoccupazione; si possono compilare delle righe di testo libero e allegare documenti pertinenti alla prestazione in pagamento);
  • avvalersi dell’aiuto di un patronato.

Per quanto riguarda il modulo relativo alla richiesta di pagamento Naspi, questo deve essere:

  • prelevato dalla sezione modulistica del sito Inps;
  • stampato;
  • compilato e integrato dal timbro e dalla firma del funzionario bancario (o dal documento sostitutivo, per i conti online);
  • in seguito, può essere:
  • inviato alla propria sede Inps tramite raccomandata;
  • scansionato e inviato alla propria sede Inps tramite pec;
  • scansionato e allegato alla domanda Naspi Com: questo modello, difatti, prevede anche la possibilità di comunicare la variazione del domicilio, dei riferimenti telefonici, dell’email e dell’iban riportati sulla domanda di richiesta dell’indennità Naspi.

Come fare per comprare casa con i soldi di una vincita?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mio figlio deve acquistare una casa e, oltre a una mia donazione, deve versare 40.000 € in contanti frutto di vincite alle macchinette. Come deve comportarsi?

La legge [1] non stabilisce alcun limite all’uso dei contanti nel caso di prelevamenti o versamenti sul proprio conto (bancario o postale che sia), ma solo se i movimenti di contante avvengano tra soggetti diversi. In particolare, la legge impone il divieto di pagare in contanti (a soggetti diversi) le cifre di importo pari o superiore ai 1000 euro, limite oltre cui i pagamenti devono essere effettuati con moneta elettronica, bonifici, assegni nominativi o altri strumenti finanziari che consentano la ricostruzione delle transazioni (cosiddetta tracciabilità). Alcuni istituti bancari, tuttavia, richiedono di compilare un modulo e di acquisire informazioni (oltre quelle già detenute e relative al profilo personale del correntista) anche per movimentazioni di contanti (prelievi o versamenti) sul proprio conto. In tale modulo, potrebbe essere chiesto al figlio del lettore di giustificare la provenienza del danaro versato sul conto al diverso fine di operare delle valutazioni circa la ricorrenza di un’operazione sospetta di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Ove ciò dovesse accadere al figlio (se cioè gli fosse chiesto di compilare un modulo in occasione del versamento sul proprio conto di contante per importo pari o superiore a 1.000,00 euro), comunque la legge non impedisce di versare somme pari o superiori ai 1.000 euro sul proprio conto. Al diverso scopo di valutare se trattasi di operazione di riciclaggio o di finanziamento al terrorismo, converrà però al figlio di spiegare comunque la provenienza del contante attraverso l’esibizione (e ove occorra l’allegazione al modulo) delle copie dei tagliandi vincenti e fornendo ogni altra utile informazione su tale vincita. E ciò per evitare una possibile segnalazione di operazione sospetta (sospetto che può essere desunto dalle caratteristiche, entità e natura dell’operazione e da ogni altra circostanza conosciuta sulla base delle funzioni esercitate dal soggetto che effettua l’operazione e tenuto conto anche della capacità economica o dall’attività svolta dallo stesso).

Infine, per il pagamento nei confronti del venditore dell’immobile (una volta versato il contante sul conto), dovrà ovviamente procedere al pagamento a mezzo di bonifico o ricevuta bancaria o cambiale o bollettini mav/rav o assegno non trasferibile sia bancario che circolare o, infine, moneta elettronica.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

Una diffida può interrompere la prescrizione?

Posted on : 24-06-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Visita medica, medico, salute, visita fiscale, analisi, impegnativa, prescrizione

Una diffida in cui si dichiara che sono in corso accertamenti medico-legali sui responsabili del danno e in cui si richiede il risarcimento ai soggetti che, in quel momento, appaiono i possibili responsabili può interrompere la prescrizione?

Per rispondere alla domanda, è necessario fare riferimento alle regole relative ai casi e alle modalità di interruzione del decorso della prescrizione da parte del soggetto del titolare del diritto [1].

La prescrizione può essere interrotta dall’atto con cui il titolare del diritto inizia un giudizio ordinario di cognizione o un giudizio conservativo o esecutivo. La prescrizione può, inoltre, essere interrotta anche da qualsiasi altro atto che valga a costituire in mora il debitore [2] oppure dalla notifica di una domanda diretta a promuovere un procedimento arbitrale, qualora la controversia sia devoluta alla cognizione di un arbitro per effetto di una clausola compromissoria o di un compromesso.

L’atto di costituzione in mora non richiede, in linea di principio, alcuna formalità o tipicità tassativa, trattandosi di un atto libero nella forma. È, tuttavia, necessario che l’atto presenti un elemento soggettivo, costituito dalla chiara indicazione del soggetto obbligato, ed un elemento oggettivo, consistente nell’esplicitazione di una pretesa e nella intimazione o richiesta di adempimento idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto indicato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora [3].

L’atto di costituzione in mora va generalmente effettuato, anche che per ragioni prudenziali e di tutela delle ragioni creditorie, attraverso una intimazione formulata per iscritto, sebbene possa essere fatta con qualunque mezzo (in genere a mezzo lettera raccomandata a.r.) senza l’uso di formule solenni o l’osservanza di particolari adempimenti da parte del creditore o di chi agisce legittimamente nel suo interesse, al debitore, ed è valida anche se priva di particolari indicazioni sull’ammontare del credito (che potrebbe anche essere non determinato, ma solo determinabile) o sulle modalità di esecuzione [4]. Alla luce delle disposizioni sopra richiamate, una diffida contenente una richiesta di risarcimento dei danni, nel caso di specie derivante da responsabilità medica, può costituire un valido atto di costituzione in mora avente forza interruttiva del decorso della prescrizione, a condizione che il creditore abbia portato a conoscenza del debitore la propria volontà di ottenere il ristoro delle proprie pretese (sebbene ancorata ad una successiva perizia medico legale). Una volta tuttavia acquisita la perizia medico- legale diretta ad accertare le eventuali responsabilità del personale medico interessato dalla vicenda con conseguente quantificazione dell’entità del risarcimento, si suggerisce di reiterare e reinviare la diffida con l’indicazione dei conteggi relativi alla determinazione del danno di cui si chiede l’indennizzo, richiamando e facendo all’uopo salva l’efficacia delle precedente intimazione.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Leonardo Serra