Quando l’assicurazione auto non si paga

Posted on : 19-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Casi di esonero dal pagamento della rc auto. Dal fermo amministrativo all’invalidità, al caso degli eredi: tutte le risposte alle domande più frequenti. 

L’assicurazione auto è sicuramente una spesa che non tutti si possono permettere, specie nelle grandi città in cui i costi delle polizze sulla responsabilità civile sono più alti rispetto a quelle dove la densità del traffico è ridotta e, quindi, è minore il rischio di incidenti. Così capita che, nelle famiglie, a sostenere la spesa per l’assicurazione dell’auto intestata al figlio siano in genitori, almeno finché il giovane non ha un reddito proprio che gli consenta di mantenere da solo il mezzo. L’assicurazione auto è obbligatoria per legge e, pertanto, va sempre regolarizzata. Ma non sempre. In questo articolo vedremo appunto quando l’assicurazione auto non si paga, i casi cioè di esonero che consentono all’automobilista di evitare il salasso annuale.

Cosa succede se non si paga l’assicurazione

Prima però di capire quando l’assicurazione auto non si paga, facciamo una premessa per chiarire quali sono le conseguenze per chi circola senza assicurazione. Lo faremo tenendo presente la distinzione che c’è tra assicurazione obbligatoria (cosiddetta «rc auto» ossia «responsabilità civile automobilistica») e bollo auto.

Assicurazione obbligatoria

L’assicurazione obbligatoria non è una tassa, ma un corrispettivo che si paga a un soggetto privato: la compagnia assicurativa. Chi circola senza assicurazione non commette un’evasione fiscale, né un reato, ma solo un illecito amministrativo, ossia un’infrazione. Le sanzioni però sono molto gravi e sono di due tipi:

  • una multa da un minimo di 841 euro a un massimo di 3.287 euro. La multa è ridotta a un quarto se l’assicurazione viene rinnovata entro 15 giorni dal termine di scadenza o se, entro 30 giorni dalla multa, previa autorizzazione dell’organo accertatore, l’automobilista provvede alla demolizione e alla radiazione del mezzo;
  • il sequestro dell’auto: esso viene disposto immediatamente dopo la constatazione dell’infrazione. Il poliziotto ordina che il veicolo senza assicurazione sia prelevato, trasportato e depositato in luogo a ciò destinato, eventualmente concordato con il trasgressore. In particolare, è possibile affidare l’auto sequestrata allo stesso proprietario purché questi abbia un luogo idoneo ove custodirla. Per luogo idoneo si intende un luogo non sottoposto a pubblico passaggio.

Se quindi ti stai chiedendo chi non rinnova l’assicurazione può circolare?, la risposta è assolutamente negativa. E anzi, se circola, rischia le sanzioni che abbiamo appena detto.

Bollo auto

Al contrario dell’assicurazione, il bollo auto è un’imposta; per cui chi non lo versa commette un’evasione fiscale. In questo caso, la sanzione è, in prima battuta, solo di carattere tributario con l’applicazione degli aggravi conseguenti alla mancata regolarizzazione, ma chi non paga il bollo auto può circolare ugualmente perché non è previsto il sequestro del mezzo. Succede però questo: la Regione iscrive a ruolo l’importo non riscosso e incarica l’Agente della Riscossione del recupero coattivo. L’Esattore invia la cartella di pagamento e decide i termini per il recupero: potrebbe avviare un pignoramento o iscrivere il fermo auto. Solo in quest’ultimo caso non si può circolare e se lo si fa si commette una violazione del codice della strada.

Quando non pagare l’assicurazione

Vediamo ora i casi in cui non pagare l’assicurazione. Questi possono dipendere dal mancato utilizzo del mezzo o da agevolazioni previste dalla legge. Un importante chiarimento però: ad essere obbligatoria è solo la polizza sulla responsabilità civile e non anche quella «furto e incendio» benché le compagnie facciano firmare al cliente entrambi i contratti. L’automobilista potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere la «furto e incendio» o sottoscriverla con un’altra assicurazione.

Se l’auto è ferma bisogna pagare l’assicurazione?

Il primo caso in cui non si deve pagare l’assicurazione è se l’auto resta ferma. Difatti l’assicurazione è obbligatoria solo quando la macchina viene messa in circolazione o parcheggiata sulla pubblica via o su uno spazio aperto al pubblico. Se invece viene conservata in un parcheggio privato o nel box auto dello spazio condominiale non è necessario avere l’assicurazione.

Facciamo qualche esempio: non si paga l’assicurazione se l’auto se l’auto è nel garage, nel proprio cortile (anche se non chiuso da una sbarra o da un cancello), su un terreno privato o su uno sterrato ove non è possibile la circolazione dei mezzi. Viceversa si paga l’assicurazione se l’auto è su un parcheggio pubblico come quello di un centro commerciale, un’area comunale adibita alla sosta dei mezzi, il margine del marciapiede. Difatti in questi casi l’assicurazione serve a coprire eventuali danni arrecati dall’auto a terzi (si pensi al caso del mezzo parcheggiato in malo modo contro cui vada a sbattere un motociclista).

Se c’è il fermo amministrativo si paga l’assicurazione?

Anche nel caso di fermo amministrativo valgono le regole appena dette: l’assicurazione non si paga solo a condizione che l’auto venga conservata in un luogo privato e non accessibile al pubblico. Il box auto del condominio è il posto sicuramente più idoneo.

Auto disabili: si paga l’assicurazione?

Le uniche esenzioni per i disabili sono collegate al bollo auto e alla Imposta provinciale di trascrizione Ipt. Il disabile inoltre ha delle agevolazioni fiscali come l’Iva ridotta al 4%, la detrazione dell’Irpef al 19% per le spese sostenute e per la manutenzione. Il disabile tuttavia deve pagare l’assicurazione.

Auto rottamata e assicurazione

Se l’auto è rottamata non va più pagata l’assicurazione ma in questi casi si trasferisce la polizza sul nuovo veicolo. Sarà il modo più semplice per mantenere tutti i benefici accumulati (uno su tutti, la classe di merito). Leggi a riguardo Assicurazione di un’auto rottamata: cosa fare?

Auto ereditata: si paga l’assicurazione?

Non si può lasciare l’auto ereditata sul ciglio della strada e non pagare l’assicurazione. L’assicurazione andrà rinnovata dagli eredi altrimenti la multa ricadrà su di questi. Non è tenuto a versare l’assicurazione solo chi rinuncia all’eredità perché, in tal caso, non è responsabile delle conseguenze dell’illecito.

Attenzione però:

  • se l’assicurazione dovesse essere scaduta prima della morte del titolare, l’eventuale multa da questi già ricevuta non ricade sugli eredi;
  • gli eredi sono tenuti a pagare solo le multe elevate in un momento successivo al decesso.

Furto auto

Nel caso di furto auto è necessario istruire la pratica di «perdita del possesso» per non subire le sanzioni in caso di mancato rinnovo dell’assicurazione. In tal caso è possibile presentare la denuncia al Pra e chiedere di provvedere a trascrivere tale documento oppure  rivolgersi al giudice di pace per ottenere una sentenza che accerti la perdita del possesso.

Proprietario account mi dà le password: posso accedere quando voglio?

Posted on : 19-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Violare la corrispondenza, anche quella della posta elettronica, è sempre reato: ma che rischia chi già conosce la password?

Tempo fa la tua compagna era fuori città e, non potendo consultare il suo computer, ti ha dato le credenziali di accesso alla sua email per controllare se le fosse arrivato un messaggio importante. Da quel giorno è lei stessa che ti chiede, di tanto in tanto, di leggere la sua posta elettronica, un po’ perché non ama stare davanti al computer, un po’ perché non riesce quasi mai a connettersi dal cellulare. Il fatto di avere la sua password ti fa sentire autorizzato ad accedere al suo account anche senza autorizzazione. Di recente però lo stai facendo più spesso perché sospetti un tradimento. Lei sa bene che tu hai la sua password, ma in questi casi non è al corrente delle incursioni.

Un giorno lasci il computer aperto proprio sulla pagina delle email non lette della tua compagna; lei se ne accorge e ne nasce una grossa discussione. Minaccia di denunciarti per violazione della corrispondenza, ma tu ritieni di essere al sicuro da qualsiasi contestazione visto che è stata lei stessa, in passato, a darti le credenziali di accesso. Chi dei due ha ragione? Se il proprietario di un account ti dà le password puoi accedere quando vuoi alle mail? La risposta è stata data proprio di recente dalla Cassazione [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici supremi.

Chi conosce la password può leggere le mail di un’altra persona? 

L’email è la pronipote della lettera. Ai tempi in cui fu scritta la costituzione esisteva ancora la carta, per cui l’articolo 15 della Costituzione, nel parlare di segretezza della corrispondenza, non poteva citare la posta elettronica. Ma la norma è stata scritta nel modo più generico possibile, sicché secondo la giurisprudenza si può applicare anche alle email. Quindi leggere le email altrui è reato. Ma che succede se “l’invasore” ha già le password per averle ricevute dal legittimo proprietario spontaneamente? Le cose non cambiano e, in questo caso, bisognerà distinguere tra gli accessi autorizzati e gli accessi di nascosto.

Gli accessi autorizzati alle email altrui non possono certo costituire reato, salvo che si vada a leggere anche le altre email per le quali non è stato dato il consenso. Facciamo un esempio. Mario è al telefono con la moglie la quale gli ha chiesto di vedere sul proprio account di posta elettronica se le è arrivato un messaggio dal datore di lavoro; Mario però apre anche un’altra mail, incuriosito dal nome del mittente. In questo caso Mario commette reato perché ha travalicato l’autorizzazione che gli era stata data, andando oltre i confini.

Gli accessi non autorizzati integrano sempre un reato, anche se il titolare dell’account è al corrente di aver già dato le credenziali di accesso al proprio account. Nessun dubbio che si configuri l’illecito penale di «accesso abusivo a sistema informatico» perché la casella email è uno spazio di memoria protetto da credenziali personalizzate nell’esclusiva disponibilità del suo titolare, identificato da un account registrato presso il provider del servizio. Non conta che il colpevole sia a conoscenza della password quando compie gli accessi all’account altrui.

Lavora con La Legge per Tutti per aggiornare l’archivio

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Manda il tuo curriculum e un articolo di prova per lavorare su vecchi articoli.

Se vuoi lavorare con La Legge per Tutti e guadagnare comodamente da casa, durante il tempo libero, questo è il momento giusto.

La Legge per Tutti ha necessità di aggiornare i propri contenuti obsoleti o superati da leggi e/o sentenze. A questo scopo stiamo istituendo una task force per mettere mano ai contenuti già scritti in passato e pubblicati sul nostro portale. L’autore dovrà aggiornare il testo precedente e arricchirlo di tutto ciò che ancora manca. Il testo aggiunto all’articolo dovrà essere rigorosamente originale, ossia non copiato da alcun sito, testo, libro o giornale, ma frutto della fantasia, della personale elbaborazione e delle conoscenze dell’autore.

Più nel dettaglio, di cosa mi devo occupare?

  • LLpT segnala al professionista una lista di articoli da aggiornare;
  • Il professionista sceglie tra questi, di volta in volta, l’articolo a cui intende lavorare;
  • il professionista agisce sul testo dell’articolo nel seguente modo: a) cancella il testo dell’articolo che fa riferimento a leggi non più in vigore; b) modifica il testo dell’articolo che fa riferimento a leggi che, nel frattempo, sono cambiate e lo adegua alle novità; c) integra il testo citando eventuali leggi o sentenze successive che hanno aggiornato l’argomento; d) aggiunge all’articolo ulteriore testo, in modo da raggiungere complessivamente circa 20mila battute; e) aggiusta l’articolo secondo i criteri SEO e lo uniforma in modo che l’argomento risulti lineare, semplice e agevole da comprendere.

Che succede se l’articolo è già aggiornato?

Se l’articolo è già aggiornato dovrai operare solo secondo le indicazioni date alla lettera c), d) ed e).

 

Qual è la mia retribuzione?

Di solito, per aggiornare un articolo di cui si conosce bene la materia ci vuole una media di 15-30 minuti (a seconda della lunghezza dell’articolo). La legge per tutti paga 10 euro ad articolo.

Quando vengo pagato?

A fine di ogni mese verrai pagato tramite cessione di diritti d’autore; pertanto non dovrai emettere fattura.

C’è un limite al numero di articoli a cui lavorare ogni giorno?

No, potrai lavorare a quanti articoli vuoi, ma non potrai prenotarne più di due per volta.

Come posso partecipare alle selezioni?

Per partecipare alle selezioni devi essere avvocato o giornalista. Dovrai inviare una richiesta di adesione all’indirizzo info@laleggepertutti.it corredata da tuo c.v. e un breve articolo scritto su un argomento a piacere, completamente originale. L’articolo dovrà rispettare le linee guida del nostro portale che puoi scaricare qui (da pag. 18 in poi).

Se supererai la selezione, ti forniremo un account e potrai avviare la tua collaborazione oggi stesso.

Pubblico ministero e polizia giudiziaria

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Le indagini preliminari sull’indagato: le funzioni del Pm e della Pg nella fase dell’accusa.

Il nuovo codice attribuisce al P.M. e alla P.G. la comune qualità di «soggetto», ma riserva al P.M. anche quella di «parte processuale».

Durante le indagini preliminari non esiste ancora un processo, ma solo un procedimento. Questo si trasforma ed evolve in processo solo se, e quando, sopravviene la formulazione dell’accusa innanzi ad un giudice (art. 405). Ed è allora che l’indagato (o investigato) assume la qualifica di imputato.

Invero, la vicenda procedurale ha la sua origine da una notitia criminis, che è acquisita o perviene ai soggetti attivi dell’indagine preliminare (pubblico ministero e polizia giudiziaria), i quali esperiscono le investigazioni necessarie per la ricostruzione dei fatti, per la ricerca degli autori, per la loro identificazione, per l’assicurazione delle fonti di prova (art. 348) e, in genere, per raccogliere quanto altro possa servire per l’applicazione della legge penale (artt. 55, 326, 358).

Tale attività investigativa è finalizzata alle determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale (art. 326); determinazioni in senso positivo o negativo, posto che l’attività di indagine deve anche comprendere gli accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta ad indagini (art. 358).

Le indagini preliminari si situano all’interno dell’iter «procedurale» in quanto racchiuse nel codice di «procedura» penale, ma sono antecedenti (appunto «preliminari») all’insorgere della azione penale (art. 405). Le investigazioni, in quanto serie di atti ed operazioni finalizzate all’eventuale promuovimento dell’azione penale, costituiscono un procedimento, che si conclude se la notizia di reato è infondata, con la richiesta di archiviazione e il conforme motivato decreto del giudice per le indagini preliminari (artt. 50, 408 e 409).

Il procedimento, se non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione, si converte in processo, giacché allora il P.M. esercita l’azione penale, formulando l’imputazione nei confronti dell’indagato, che diventa così imputato, ed investendo del processo un giudice (art. 405). Il P.M., dal canto suo, da dominus della fase investigativa, assume le vesti di parte processuale, su un piano di parità dialettica con la parteimputato, innanzi al giudice (soggetto processuale, non parte, ma super partes, equidistante).

La polizia giudiziaria (organo dell’investigazione e soggetto processuale) non partecipa al contraddittorio innanzi al giudice; non è parte nel processo che ivi si svolge. Non è parte, perché l’esercizio dell’azione penale, oggetto del processo, non è attribuito alla P.G. (art. 50 c.p.p. in relazione all’art. 112 Cost.); né la P.G. ha titolarità di rapporti giuridici accessori azionabili in sede processuale penale.

Le indagini preliminari

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il procedimento penale: la funzione delle indagini preliminari, il Pm, il GIP e la polizia giudiziaria.

La collocazione delle indagini preliminari nel quadro del procedimento e più precisamente la loro essenza e finalità è evidenziata dalla loro aggettivazione come «preliminari». La preliminarità presuppone un termine ulteriore e successivo cui è correlata la funzione delle indagini. Esse infatti, sono strumentali alle determinazioni inerenti all’esercizio, o meno, della azione penale (art. 326).

Solo quando le indagini (fase procedimentale) finiscono, inizia il processo proprio perché è all’esito delle indagini, e sulla base di esse, che viene formulata la incriminazione, atto di avvio del processo (art. 405). Nel processo, e nel dibattimento in particolare, non si va con prove precostituite durante le indagini preliminari: in quest’ultime si acquisiscono solo le fonti che diventeranno prova nel momento del loro divenire innanzi al giudice.

In sostanza gli atti delle indagini preliminari (ad es. sommarie informazioni rese dalle persone informate dei fatti; interrogatorio dell’imputato; consulenze tecniche di parte etc.), salvo eccezioni, non sono utilizzabili nel dibattimento. Se così non fosse si consentirebbe la formazione della prova fuori dalla dialettica dibattimentale, introducendo nel processo atti scritti preconfezionati senza contraddittorio, invece che atti probatori raccolti dal giudice nell’oralità dialettica del dibattimento (art. 514).

Tali atti, però, costituiscono fonti di prova, cioè capaci di divenire prova in dibattimento: ad es. la dichiarazione di una persona informata resa nelle indagini (fonte di prova), quando la stessa persona viene sentita in dibattimento come testimone, le sue dichiarazioni divengono utilizzabili dal giudice per la decisione da assumere (divengono cioè prova). È da precisare comunque che gli atti delle indagini, sebbene inutilizzabili probatoriamente in dibattimento (salvo eccezioni che vedremo) sono pienamente utilizzabili in fasi precedenti od in taluni riti speciali.

In particolare gli atti delle indagini preliminari sono direttamente utilizzabili e valutabili dal giudice per le indagini preliminari (G.I.P.), in tema di misure cautelari, personali o reali (privative o limitative della libertà personale o di facoltà soggettive anche relative al patrimonio), intercettazione di comunicazioni telefoniche (artt. 291, c. 1 e 267). In sede di udienza preliminare, il G.U.P. fonda le sue valutazioni sull’intero fascicolo del P.M. (art. 416), contenente appunto le indagini preliminari, emettendo su tale base sentenza di non luogo a procedere (art. 425) ovvero il decreto che dispone il giudizio dibattimentale (art. 429). Gli stessi atti sono dal G.I.P. compulsati per l’emissione del decreto di archiviazione ovvero della analoga ordinanza (art. 409, c. 1 e 6).

Nel corso di taluni procedimenti speciali il giudice fonda il suo convincimento sugli atti delle indagini: nel patteggiamento, giudizio abbreviato e condanna per decreto. Lo stesso G.I.P. si basa sugli stessi atti per ammettere il giudizio immediato da celebrarsi poi innanzi al giudice dibattimentale (art. 453). Infine, per il residuo rito speciale, giudizio direttissimo, le emergenze degli atti della P.G. e del P.M. costituiscono condizioni di esperibilità del rito stesso, dovendo risultare la confessione dell’imputato ovvero l’arresto in flagranza di reato (art. 449).

Infine, in eccezione alla regola che attribuisce alla sola sede dibattimentale la funzione di formazione della prova, taluni atti delle indagini hanno ab initio una diretta valenza probatoria: atti di P.G. originariamente irripetibili ed atti divenuti successivamente irripetibili (artt. 431 e 512), le dichiarazioni rese dai testi alla P.G. ed al P.M. dopo le contestazioni dibattimentali (nelle ipotesi di cui all’art. 500, c. 4); le dichiarazioni rese dalle parti al P.M. o alla P.G. dopo le contestazioni (nelle ipotesi di cui all’art. 503, c. 3 e 5).

Tutto quanto precede attiene al procedimento ordinario, fondato sulla scansione indagini preliminari, udienza preliminare, udienza dibattimentale.

Guadagni da Youtube, come sono tassati?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Quali sono i costi di tasse e contributi per gli youtuber che aderiscono a un programma di affiliazione per la pubblicità?

Hai caricato qualche video su YouTube che ha avuto un discreto successo e stai pensando di mollare il tuo lavoro e di iniziare a guadagnare aderendo al programma Partner della piattaforma web? Prima che tu ti licenzi, devi sapere che per ottenere un introito regolare che ti permetta di sostituire lo stipendio devi riuscire ad avere ben più di qualche migliaio di visualizzazioni. E, cosa più importante, devi sapere che tutto ciò che guadagnerai dovrà essere dichiarato al fisco e tassato, e che sarai obbligato ad aprire la partita Iva anche se i tuoi ricavi risulteranno molto bassi. Questo comporterà dei costi fissi anche se non guadagnerai nulla: vediamo perché.

Come guadagna uno youtuber

Innanzitutto devi sapere che il principale introito, per chi carica dei video su YouTube e aderisce al programma Partner, deriva dalla pubblicità. Ciò che viene corrisposto per l’inserimento della pubblicità nei propri video (YouTube inserisce dei filmati di circa 20 secondi all’inizio del video e dei banner pubblicitari posizionati in basso) può andare da 3 a 7 euro circa ogni 1000 visualizzazioni. A questo introito si possono aggiungere i cosiddetti “Pay per click”, ossia i ricavi generati da chi clicca sui banner pubblicitari.

Possono poi essere sottoscritte delle specifiche sponsorizzazioni, direttamente con le aziende, per la promozione di determinati prodotti o servizi.

Per diventare youtuber professionista occorre la partita Iva?

La normativa italiana non disciplina specificamente come devono essere tassati i proventi derivanti dalla pubblicità su YouTube, ma questi non possono essere considerati dei proventi occasionali, dato che i video sono presenti sulla piattaforma 365 giorni l’anno: in pratica, chi ha caricato il video  può guadagnare tutti i giorni, a seconda delle visualizzazioni.

Di conseguenza, si è costretti ad aprire la partita Iva perché l’attività non può rientrare nel lavoro autonomo occasionale.

Partita Iva youtuber, costi e adempimenti

Le spese fisse, per lo youtuber che apre la partita Iva, non sono trascurabili. Non è possibile, difatti, aprire la partita Iva come libero professionista, in quanto i proventi derivanti dalla pubblicità sono considerati, dal punto di vista fiscale, proventi derivanti da un’attività commerciale.

Oltre alla partita Iva, quindi, ci si deve anche iscrivere alla Camera di Commercio, che comporta il pagamento di un importo annuo, che si attesta generalmente intorno ai 130 euro. Inoltre, si è obbligati ad iscriversi alla gestione Inps commercianti, che comporta ogni anno il pagamento di contributi previdenziali in misura fissa anche se il guadagno è basso o pari a zero. Per i commercianti, difatti, vengono calcolati i contributi con un’aliquota che attualmente è pari al 23,64%, su un minimale di reddito di 15.548 euro. Il che vuol dire che ogni anno si devono pagare quasi 3.700 euro all’Inps anche se si è guadagnato pochissimo o se le spese hanno superato gli incassi.

Se, tolti i contributi e le spese, resta un piccolo guadagno, questo viene tassato come reddito d’impresa, con le normali aliquote Irpef:

  • se il reddito complessivo va da zero a 15mila euro, si applica l’aliquota del 23%;
  • nello scaglione di reddito tra 15.001 e 28mila euro, si applica l’aliquota del 27%;
  • nello scaglione di reddito tra 28.001 e 55mila euro, si applica l’aliquota del 38%;
  • nello scaglione di reddito tra 55.001 e 75 mila euro si applica l’aliquota del 41%;
  • nello scaglione di reddito che va dai 75.001 in su, si applica l’aliquota del 43%.

Sul reddito delle imprese minori sono comunque previste delle detrazioni, che abbassano l’imposta.

Non dimentichiamo, poi, che se l’Iva (l’imposta sul valore aggiunto) sugli incassi supera l’Iva pagata sugli acquisiti, l’imposta deve essere versata, trimestralmente o mensilmente: si è poi obbligati alle comunicazioni e alle dichiarazioni periodiche Iva, oltreché alla tenuta delle scritture contabili. Gli adempimenti non finiscono qui: oltre alla dichiarazione dei redditi e alle dichiarazioni Iva, e al versamento delle relative imposte, si è assoggettati alla dichiarazione e al pagamento dell’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive; senza contare gli studi di settore, che dal 2018 saranno sostituiti dagli studi sintetici di affidabilità. Questi adempimenti, se gestiti da un commercialista o da un consulente, comportano ulteriori costi non trascurabili.

Regime forfettario per lo youtuber

Un modo per tagliare adempimenti e costi è aderire al regime fiscale forfettario: con questo regime, per i primi 5 anni la tassazione può essere pari al 5% (normalmente è al 15%), non si è assoggettati all’Iva, all’Irap e agli studi di settore e non si devono tenere le scritture contabili, si è solo obbligati alla dichiarazione dei redditi annuale. Tuttavia, non è possibile dedurre alcuna spesa, oltre ai contributi previdenziali, in quanto il reddito è ridotto forfettariamente di una determinata percentuale, a seconda dell’attività svolta.

Aderire a un programma di affiliazione pubblicitaria per i video caricati conviene?

A questo punto, considerate spese e adempimenti obbligatori, possiamo affermare che nella maggior parte dei casi non è conveniente aderire a un programma di affiliazione per guadagnare con la pubblicità per i video caricati.

Diventare uno youtuber professionista che guadagna dalla pubblicità è fattibile solamente se si prevede un numero di visualizzazioni molto alto, tale da consentire un’abbondante copertura delle spese fisse.

In caso contrario, purtroppo, è consigliabile lasciar perdere.

Come cambiare cognome

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cambio cognome: come e quando.

È possibile cambiare il proprio cognome perché ridicolo o vergognoso, rivelatore dell’origine naturale o per altri fondati motivi. È necessario azionare un particolare procedimento, rivolgendosi alla Prefettura.

Il cittadino deve essere autorizzato dal Prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione é situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce tramite apposita istanza in bollo.

Domanda di cambio cognome

L’interessato deve presentare in Prefettura apposita domanda, sottoscritta in presenza del dipendente addetto a riceverla o inviata per posta ordinaria allegando fotocopia di un documento di riconoscimento. Per i minori la domanda va redatta e sottoscritta da entrambi i genitori.

Nei casi di istanze presentate da cittadini residenti all’estero, queste saranno inoltrate per il tramite dell’autorità consolare al Prefetto del luogo di ultima residenza in Italia e cioè del comune di iscrizione all’Aire.

Se il richiedente non ha mai avuto residenza in Italia perché nato all’estero, competente a provvedere sulla istanza sarà ugualmente il Prefetto della provincia in cui è situato il comune di iscrizione all’Aire dell’interessato.

Le richieste di cambio cognome devono rivestire carattere eccezionale e sono ammesse esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti, supportate da adeguata documentazione e da significative motivazioni.

In nessun caso può essere richiesta l’attribuzione di cognome di importanza storica o comunque tali da indurre in errore circa l’appartenenza del richiedente a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo in cui si trova l’atto di nascita del richiedente o nel luogo di sua residenza.

Procedimento di cambio cognome

Il Prefetto assume le informazioni sulla domanda curandone l’istruttoria.

Qualora la richiesta appaia meritevole di essere presa in considerazione, il richiedente è autorizzato a far affiggere all’albo pretorio del comune di nascita e del comune di residenza attuale, un avviso contenente il sunto della domanda. L’affissione deve avere la durata di trenta giorni consecutivi e deve risultare dalla relazione del responsabile fatta in calce all’avviso.

Si precisa che se l’interessato:

  • è nato e residente all’estero, l’affissione deve essere effettuata solo all’albo dell’ufficio consolare nella cui circoscrizione il richiedente risiede;
  • è residente all’estero, ma nato in Italia, l’affissione deve essere effettuata oltre che all’albo dell’ufficio consolare, anche all’albo pretorio del comune di nascita;
  • è nato all’estero, ma residente in Italia, l’affissione deve essere effettuata solo all’albo pretorio del comune italiano di residenza.

Con il decreto con cui si autorizzano le affissioni, si può prescrivere che il richiedente notifichi a determinate persone (eventualmente interessare al cambiamento richiesto) il sunto della domanda.

Chiunque ritenga di avere interesse, può fare opposizione alla domanda non oltre il termine di trenta giorni dalla data dell’ultima affissione o notificazione.

L’opposizione si propone con atto notificato al Prefetto.

Trascorso il termine di 30 giorni senza che sia proposta opposizione, il richiedente presenta alla Prefettura competente un esemplare dell’avviso con la relazione che attesta la eseguita affissione e la sua durata; la prova delle eseguite notificazioni quando queste sono state prescritte.

Il Prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede ad emanare il decreto di concessione al cambiamento del cognome richiesto.

Come funziona un processo penale

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il processo penale si articola in fasi che iniziano con l’iscrizione della notizia di reato e terminano con la sentenza.

Il processo penale (inteso come insieme di procedimento e processo) inizia con l’iscrizione della notizia di reato, prosegue con lo svolgimento delle indagini preliminari per passare poi all’udienza preliminare o direttamente al dibattimento che si concluderà con la sentenza del tribunale (sia esso monocratico o collegiale); tali fasi sono scandite da termini talvolta necessari e perentori. Un processo può durare diversi anni, a seconda delle indagini (più o meno lunghe), dei testi da ascoltare e dalle prove da raccogliere nel dibattimento e può avere i costi più svariati.

Procedimento e processo penale

Impropriamente parliamo di procedimento e di processo penale come se fossero la stessa cosa, ma in realtà si tratta di due fasi diverse, una antecedente ed una successiva, benchè collegate tra loro ed imprescindibili l’una dall’altra.

Il procedimento è la fase che ha inizio con l’iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro tenuto dall’ufficio del pubblico ministero, quella nella quale si raccolgono gli elementi di prova e si decide se essi sono sufficienti a sostenere un’accusa nel successivo processo.

Il processo penale vero e proprio si identifica con l’insieme delle attività che si svolgono nel processo propriamente detto, e si caratterizza per la presenza del dibattimento durante il quale le parti si confrontano di fronte al giudice. Qui analizziamo tutte le fasi. 

La notizia di reato e le indagini

A seguito di denuncia o querela la notizia di reato viene iscritta nell’apposito registro del pubblico ministero [1] il quale, valutato che vi siano le condizioni per procedere (come, ad esempio, la querela nei reati perseguibili a querela di parte), se non ritiene completamente infondata la notizia inizia le indagini.

I registri delle notizie di reato presso le procure della Repubblica sono di quattro tipi:

  • registro delle notizie di reato a carico di persone ignote;
  • registro delle notizie di reato a carico di persone note;
  • registro delle notizie anonime di reato;
  • registro degli atti che non costituiscono una notizia reato

La fase successiva all’iscrizione è quella delle indagini preliminari [2]. Il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono le indagini necessarie per verificare l’attendibilità della notizia di reato, per cercare le prove e stabilire se ci sono i presupposti per affrontare un processo (tecnicamente si dice per esercitare l’azione penale). Tutta questa fase (delle indagini preliminari) è segreta per cui nessuno può consultare gli atti del procedimento, tranne che non sia espressamente autorizzato.

Archiviazione o rinvio a giudizio

Dopo avere svolto le indagini preliminari, il pubblico ministero (se non ritiene fondata la notizia di reato) può fare la richiesta di archiviazione [3]. In particolare, tra le motivazioni che possono portare ad una richiesta di archiviazione ci sono:

  • l’estinzione del reato;
  • l’improcedibilità dell’azione;
  • l’infondatezza della notizia;
  • autori ignoti;
  • l’estraneità dell’indagato;
  • il fatto non costituisce reato.

Sulla richiesta di archiviazione deciderà il giudice per le indagini preliminari, che potrà [4]:

  • accogliere la richiesta ed archiviare;
  • non accogliere la richiesta, fissare un’udienza dinanzi a sé, a seguito della quale potrà disporre ulteriori indagini (se le ritiene necessarie) oppure che entro dieci giorni il pubblico ministero formuli l’imputazione (cosiddetta imputazione coatta).

Se al termine delle indagini preliminari il pubblico ministero ritiene che siano stati raccolti elementi sufficienti a sostenere l’accusa nel processo fa la richiesta di rinvio a giudizio: chiede, cioè, al giudice per le indagini preliminari (Gip) di sottoporre a processo penale la persona che lui (Pm) ha indagato. Il pubblico ministero presenta la richiesta di rinvio a giudizio nella cancelleria del giudice competente [5] facendo attenzione a rispettare le prescrizioni di legge in ordine alla forma e al contenuto della richiesta. Il giudice fisserà la data dell’udienza preliminare.

L’udienza preliminare

L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio, solo alla presenza (necessaria) del pubblico ministero e del difensore dell’imputato [6]. Viene definita udienza filtro perché è quella nella quale l’imputato può scegliere di essere giudicato con un rito alternativo (abbreviato, patteggiamento) o chiedere di essere sottoposto a lavori di pubblica utilità (con la messa alla prova). All’udienza preliminare, qualora non siano scelti riti alternativi, ciascuna parte esporrà le proprie ragioni ed il giudice, terminata la discussione, pronuncerà sentenza di non luogo a procedere [7] (se l’accusa non risulterà fondata) oppure decreto che dispone il giudizio [8] (se l’ipotesi accusatoria risulterà fondata). Da questo momento inizierà il processo penale di merito finalizzato ad accertare se è stato commesso un reato e da chi.

L’udienza preliminare non sempre è prevista: in caso di reati meno gravi (quelli contravvenzionali o i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a 4 anni)  vi è, infatti, la citazione diretta a giudizio [9].

In questo caso il giudizio dibattimentale si instaura direttamente davanti al tribunale ordinario in composizione monocratica.

All’udienza preliminare (se c’è), o alla prima udienza dibattimentale in casi di citazione diretta a giudizio, l’imputato può accedere ai riti alternativi previsti dal nostro ordinamento:

  • rito abbreviato [10], che prevede la riduzione di un terzo della pena e che si svolge esclusivamente sugli atti del pubblico ministero e del difensore (cioè senza sentire testimoni);
  • applicazione della pena su richiesta delle parti, cosiddetto patteggiamento [11].

Se non si fa ricorso ai procedimenti alternativi, si procede con la fase del dibattimento.

Dibattimento e decisione

Nella fase del dibattimento si forma la prova in contraddittorio tra le parti; si ascoltano i testimoni, si procede all’esame dell’imputato, si producono documenti. All’esito del dibattimento si procede alla discussione del pubblico ministero, del difensore della parte civile e infine dell’imputato [12].

Si arriva quindi alla sentenza, il provvedimento giurisdizionale con il quale il giudice definisce interamente o in parte la controversia che gli è stata sottoposta (condanna o assolve). La sentenza può essere impugnata fino in cassazione dopodichè sarà irrevocabile.

Gelateria: è obbligatorio esporre la lista degli ingredienti?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il gelataio deve indicare gli allergeni e gli ingredienti di ciascun gruppo; non è sufficiente il cartello unico degli ingredienti.

C’era una volta la ricetta segreta, quella che si tramandava di padre in figlio e che rendeva unici ed inimitabili i sapori di una pietanza. Oggi, però, nell’era dei diritti del consumatore, una tale riservatezza non è più ammessa: il cliente deve conoscere la composizione esatta degli alimenti che andrà ad ingerire, a tutela della sua salute. Pertanto, oggi è possibile tutt’al più che rimanga segreta la preparazione della ricetta, ma non gli ingredienti di cui è composta. La normativa attuale stabilisce che, anche per la gelateria, è obbligatorio esporre la lista degli ingredienti.

Gelateria: quali sono gli ingredienti?

Gli ingredienti più comuni dei gelati sono sicuramente zucchero, latte e acqua, ma anche uova e panna. A seconda del gusto poi ci potranno essere frutta, caffè, aromi, cacao, cioccolato, vaniglia, nocciola, pistacchio, mandorla. Non è questa, però, la lista di tutti gli ingredienti che si possono trovare in una comune vaschetta della gelateria. C’è anche il destrosio, lo sciroppo di glucosio, il latte magro in polvere, le proteine del latte, l’olio di girasole, grasso di cocco raffinato, addensanti, emulsionanti e, infine, coloranti.

Gelateria: è obbligatorio esporre la lista degli ingredienti

La lista degli ingredienti della gelateria deve essere necessariamente esposta in modo visibile. Una volta la legge imponeva solamente il cartello unico degli ingredienti: non c’era quindi bisogno di specificare gli ingredienti per ciascun gusto, potendo questi essere raggruppati in un’unica elencazione in grado di distinguere quanto meno le categorie di gelato (ad esempio: ingredienti dei gelati alle creme di latte, ingredienti dei gelati alla frutta, ingredienti dei gelati ai cereali, ecc.). A partire dal 2011 invece, è obbligatorio per i prodotti di pasticceria, gelateria e gastronomia esporre il cartello degli ingredienti (non più unico) che deve contenere obbligatoriamente le seguenti indicazioni:

  • la denominazione dell’alimento;
  • l’elenco degli ingredienti;
  • qualsiasi ingrediente o coadiuvante tecnologico considerato allergene (cereali contenenti glutine; crostacei; uova; pesce; arachidi; soia; latte; frutta a guscio; sedano; senape; semi di sesamo; solfiti; lupini; molluschi).

Quindi, per i generi di pasticceria, gelateria e gastronomia non è più consentito esporre le indicazioni per gruppi omogenei con il cartello unico degli ingredienti, poiché questi vanno indicati prodotto per prodotto.

Gelateria: la lista degli allergeni

Il cartello degli ingredienti deve inoltre indicare la presenza di eventuali allergeni contenuti nei gelati; i più comuni sono: il latte, le uova, il glutine, l’arachide, la soia, la frutta a guscio, l’anidride solforosa, il sesamo.

La normativa europea [1] è molto dettagliata ed elenca tutta una serie di prodotti che provocano allergie e intolleranze: si tratta di quattordici sostanze su centoventi descritte come responsabili di allergie alimentari che necessitano dell’etichettatura obbligatoria degli allergeni. Questi quattordici prodotti, insieme agli ingredienti introdotti negli alimenti come i coadiuvanti tecnologici e gli additivi, rappresentano per l’Unione Europea le cause più comuni o gravi di ipersensibilità alimentare.

Questo l’elenco delle sostanze che provocano allergie o intolleranze:

1) Cereali contenenti glutine, cioè: grano, segale, orzo, avena, farro, kamut o i loro ceppi ibridati e prodotti derivati, tranne:

  • sciroppi di glucosio a base di grano, incluso destrosio;
  • maltodestrine a base di grano;
  • sciroppi di glucosio a base di orzo;
  • cereali utilizzati per la fabbricazione di distillati alcolici, incluso l’alcol etilico di origine agricola;

2) Crostacei e prodotti a base di crostacei;

3) Uova e prodotti a base di uova;

4) Pesce e prodotti a base di pesce;

5) Arachidi e prodotti a base di arachidi;

6) Soia e prodotti a base di soia, tranne:

  • olio e grasso di soia raffinato;
  • tocoferoli misti naturali, tocoferolo D-alfa naturale, tocoferolo acetato D-alfa naturale, tocoferolo succinato D-alfa naturale a base di soia;
  • oli vegetali derivati da fitosteroli e fitosteroli esteri a base di soia;
  • estere di stanolo vegetale prodotto da steroli di olio vegetale a base di soia;

7) Latte e prodotti a base di latte (incluso lattosio), tranne:

  • siero di latte utilizzato per la fabbricazione di distillati alcolici, incluso l’alcol etilico di origine agricola;
  • lattitolo;

8) Frutta a guscio, vale a dire: mandorle; nocciole; noci; noci di acagiù; noci di pecan; noci del Brasile; pistacchi; noci macadamia o noci del Queensland e i loro prodotti, tranne per la frutta a guscio utilizzata per la fabbricazione di distillati alcolici, incluso l’alcol etilico di origine agricola;

9) Sedano e prodotti a base di sedano;

10) Senape e prodotti a base di senape;

11) Semi di sesamo e prodotti a base di semi di sesamo;

12) Anidride solforosa e solfiti in determinate concentrazioni;

13) Lupini e prodotti a base di lupini;

14) Molluschi e prodotti a base di molluschi.

Pensione forze dell’ordine, si può ottenere col cumulo?

Posted on : 18-11-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Gli appartenenti al comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso possono ottenere la pensione sommando i contributi di gestioni diverse?

Non sono pochi gli appartenenti al comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso (Polizia, Carabinieri, Forestali, Militari, Vigili del fuoco) che, oltre ai contributi versati nella Cassa Stato (cioè nella gestione previdenziale di appartenenza, facente parte dell’ex Inpdap), possiedono dei contributi versati in altre gestioni previdenziali.

Ci si chiede, allora, se anche gli appartenenti alle forze dell’ordine possano beneficiare della facoltà di sommare gratuitamente i contributi accreditati nelle diverse gestioni, cioè del cumulo gratuito dei contributi, per ottenere la pensione.

Pensione col cumulo per le forze dell’ordine

Sfortunatamente, secondo le previsioni della legge che ha istituito il cumulo [1], confermate dalla legge che ne ha modificato alcuni aspetti [2], non è possibile conseguire alcun tipo di pensione di anzianità attraverso il cumulo dei contributi, compresa la pensione di anzianità del comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso, ma è possibile ottenere soltanto:

  • la pensione di vecchiaia, al compimento di 66 anni e 7 mesi di età (requisito valido per tutti, uomini e donne, dal 2018), se si possiedono almeno 20 anni di contributi (assieme agli eventuali ulteriori requisiti richiesti dalle singole gestioni interessate dal cumulo);
  • la pensione anticipata, per ottenere la quale, sino al 31 dicembre 2018, occorrono almeno 42 anni e 10 mesi di contributi, che dal 1° gennaio 2019 diventeranno 43 anni e 3 mesi (per le donne è previsto lo sconto di un anno).

Gli appartenenti al comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso, dunque, per beneficiare del cumulo gratuito dei contributi, devono rispettare i requisiti per la pensione previsti per la generalità degli iscritti alle gestioni Inps e non possono utilizzare il beneficio per conseguire la pensione alle condizioni agevolate previste per il comparto (pensione di anzianità con 40 anni e 7 mesi di contributi, più finestra mobile pari a 15 mesi, o con 57 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi, più finestra mobile di 12 mesi; pensione di vecchiaia con 60 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi, salvo specifiche eccezioni, più finestra mobile di 12 mesi).

In ogni caso, non ci sono dubbi sul fatto che gli appartenenti al comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso possano beneficiare del cumulo, anche se con i requisiti validi per la generalità dei lavoratori. La legge istitutiva del cumulo riconosce infatti questa facoltà agli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria e alle forme sostitutive ed esclusive della stessa (come appunto l’ex Inpdap) e agli iscritti alla gestione separata, che non siano già titolari di trattamento pensionistico presso una delle gestioni: questi lavoratori, secondo la menzionata legge, hanno facoltà di cumulare i periodi assicurativi non coincidenti per conseguire un’unica pensione, qualora non siano in possesso dei requisiti per il diritto al trattamento pensionistico.

La legge di Bilancio 2017 [2], poi, ha modificato le regole sul cumulo includendo gli iscritti alle gestioni dei liberi professionisti e anche coloro che pur essendo in possesso, presso una o più gestioni interessate dal cumulo, dei requisiti per conseguire un’autonoma pensione, non abbiano ottenuto la liquidazione di alcuna pensione diretta.

Pertanto, i militari e gli appartenenti alle forze dell’ordine in genere, se non già pensionati possono ottenere, avvalendosi della facoltà di cumulo, la pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 anni e 10 mesi se donne) o la pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi di età, con un minimo di 20 anni di contributi.

Come si calcola la pensione col cumulo per le forze dell’ordine

Come precisato da una recente circolare Inps [3], per il calcolo della pensione ciascuna gestione tiene conto delle regole del proprio ordinamento, vigenti alla data di presentazione della domanda. Ai fini della quota di pensione soggetta al calcolo retributivo, però, cioè per verificare il diritto al calcolo retributivo o misto (a seconda del fatto che si possiedano o meno 18 anni di contributi alla data del 31 dicembre 1995) si tiene conto dell’anzianità contributiva complessiva [4]. Pertanto, se cumulando gli anni di lavoro al di fuori del comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso con gli anni lavorati presso il comparto, si supera il requisito di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995, la pensione sarà calcolata col sistema retributivo sino all’anno 2011, quindi si otterrà, nella generalità dei casi, un trattamento più vantaggioso.

Quando è liquidata la pensione col cumulo per le forze dell’ordine

Perché possa essere liquidata la pensione col cumulo è richiesta la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, quindi è necessario presentare le dimissioni, come avviene per la generalità delle pensioni dirette (successivamente, ci si può rioccupare).

Il trattamento pensionistico decorre dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda di pensione in cumulo e comunque non prima del 1° febbraio 2017.