A quanto ammonta il reddito di cittadinanza?

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ammontare del reddito di cittadinanza: la tabella con tutti gli importi, suddivisi secondo la composizione del nucleo familiare.

Il reddito di cittadinanza, il nuovo sussidio che inizierà ad essere riconosciuto da aprile 2019, non ha un importo unico, come alcuni erroneamente ritengono. Il sostegno, che sarà erogato con una carta acquisti, non ammonta, difatti, a 780 euro mensili, ma il suo ammontare può variare a seconda della composizione del nucleo familiare, dei redditi dei componenti della famiglia e dell’eventuale pagamento di un affitto (canone di locazione) o di un mutuo.

In pratica, un reddito di cittadinanza pari a 780 euro mensili può essere teoricamente ottenuto soltanto da chi è single, non ha altri redditi e paga l’affitto, oppure paga il mutuo se è pensionato.

Chi non è single, ha diritto a un aumento del reddito di cittadinanza in proporzione ai componenti del nucleo familiare: il reddito, in particolare, è aumentato dello 0,40 per ogni componente adulta e dello 0,20 per ogni componente minorenne. Inoltre, se si possiedono altri redditi o non si paga l’affitto, l’importo base del reddito di cittadinanza viene ridotto.

Ma procediamo per ordine e cerchiamo di capire meglio a quanto ammonta il reddito di cittadinanza a seconda della situazione nella quale si trova chi richiede il sussidio.

Perché l’importo del reddito di cittadinanza risulti chiaro, in base alle situazioni, abbiamo pubblicato una tabella nella quale sono previsti tutti i casi in cui si può rientrare.

Qual è l’importo del reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza ammonta sino a un massimo di 780 euro al mese per ogni persona adulta e disoccupata senza alcun reddito; per chi ha un reddito sotto soglia, il sussidio integrerà gli importi percepiti sino ad arrivare a 780 euro al mese.

Se nel nucleo familiare ci sono ulteriori componenti, il reddito è aumentato:

  • dello 0,40 per ogni adulto;
  • dello 0,20 per ogni minorenne;
  • sino a un parametro massimo della scala di equivalenza pari a 2,1.

Nello specifico, l’importo del reddito di cittadinanza è determinato da due quote:

  • la prima quota, a integrazione del reddito familiare, ammonta a una soglia massima pari a 6mila euro annui, 500 euro al mese (630 euro al mese, 7.560 euro annui nel caso di pensione di cittadinanza) per il singolo componente; in presenza di più componenti si può arrivare a massimo 12.600 euro, cioè a 1.050 euro al mese;
  • la seconda quota, a integrazione del reddito familiare, è riconosciuta ai nuclei che pagano l’affitto dell’abitazione, ed è pari al canone annuo previsto dal contratto di affitto, sino a 280 euro al mese (150 euro al mese, 1.800 euro annui nel caso di pensione di cittadinanza);
  • la seconda quota è pari alla rata del mutuo, fino a un massimo di 150 euro al mese, 1.800 euro annui, nel caso di nuclei familiari residenti in abitazioni di proprietà per il cui acquisto o per la cui costruzione sia stato stipulato un contratto di mutuo da un componente della famiglia.

In ogni caso il beneficio economico:

  • non può superare la soglia di 9.360 euro annui (780 euro al mese) nel caso di nucleo familiare con un solo componente, ridotta del valore del reddito familiare; la misura massima in caso di più componenti può arrivare a 19.656 euro all’anno (1.638 euro al mese , anche se nel concreto non si andrà sopra i 1.430 euro al mese);
  • non può essere inferiore a 480 euro annui (40 euro al mese).

In ogni caso, il reddito di cittadinanza è esentasse.

Reddito di cittadinanza, tabella con gli importi

Nella seguente tabella, vediamo a quanto può ammontare, al massimo, il reddito di cittadinanza per ogni nucleo familiare (abbiamo ipotizzato l’assenza di redditi percepiti dai componenti della famiglia).

In particolare:

  • nella colonna 1 è indicata la composizione del nucleo familiare;
  • nella colonna 2 il parametro della scala di equivalenza (come osservato, si aggiunge lo 0,4 per ogni componente del nucleo maggiorenne oltre al primo, e lo 0,2 per ogni componente minorenne), che non può superare, attualmente, 2,1;
  • nella colonna 3, l’importo del sussidio mensile per chi non paga né mutuo né affitto;
  • nella colonna 4 l’importo del sussidio mensile massimo per chi paga il mutuo;
  • nella colonna 5, l’importo del sussidio mensile massimo per chi paga l’affitto.
Nucleo familiarecon reddito pari a zero Scala di equivalenza Importo del reddito mensile spettante
Senza mutuo Con mutuo In affitto
1 componente maggiorenne 1 500 650 780
2 componenti maggiorenni 1,4 700 850 980
2 componenti di cui 1 minorenne 1,2 600 750 880
3 componenti maggiorenni 1,8 900 1050 1180
3 componenti di cui 1 minorenne 1,6 800 950 1080
3 componenti di cui 2 minorenni 1,4 700 850 980
4 o più componenti maggiorenni 2,1 1050 1200 1330
4 componenti di cui 1 minorenne 2,0 1000 1150 1280
4 componenti di cui 2 minorenni 1,8 900 1050 1180
4 componenti di cui 3 minorenni 1,6 800 950 1080
5 componenti di cui 1 o 2 minorenni 2,1 1050 1200 1330
5 componenti di cui 3 minorenni 2,0 1000 1150 1280
5 componenti di cui 4 minorenni 1,8 900 1050 1180
6 componenti di cui 1 minorenni 2,1 1050 1200 1330
6 componenti di cui 2 minorenni 2,1 1050 1200 1330
6 componenti di cui 1 maggiorenne 2,0 1000 1150 1280
6 componenti di cui 2 maggiorenni 2,1 1050 1200 1330
Oltre 2,1 1050 1200 1330

Come osserviamo, il reddito di cittadinanza non può superare 1.330 euro mensili, anche in caso di famiglie con oltre 6 componenti.

L’importo del sussidio non può essere inferiore a 480 euro annui (40 euro al mese).

Importo reddito di cittadinanza per chi percepisce altri sussidi

Il decreto prevede che ai fini del reddito di cittadinanza, il reddito familiare è determinato al netto dei trattamenti assistenziali eventualmente inclusi nell’Isee non più in godimento, ed include i trattamenti assistenziali in corso di godimento da parte dei componenti del nucleo familiare, fatta eccezione per le prestazioni non sottoposte alla prova dei mezzi, come l’assegno di accompagnamento.

Nel valore dei trattamenti di assistenza non rilevano il pagamento di arretrati, le riduzioni nella compartecipazione al costo dei servizi e le esenzioni e agevolazioni per il pagamento di tributi, i rimborsi di spese sostenute, i buoni servizio o altri titoli che svolgono la funzione di sostituzione di servizi. Non rilevano il bonus bebè e lo stesso reddito di cittadinanza.

Requisiti per il reddito di cittadinanza e adempimenti per mantenerlo

Ottenere il reddito di cittadinanza richiede il soddisfacimento di numerosi requisiti (non si può avere, oltre alla prima casa, un immobile di valore superiore a 30mila euro, non si devono possedere veicoli immatricolati nei 6 mesi precedenti o superiori a 1600 cc, si possono depositare solo piccole somme in banca…).

Una volta ottenuto, poi, si può perdere facilmente: se non è speso integralmente l’importo mensile, ad esempio, è ridotto del 20%. Si decade dal sussidio se non si eseguono le attività previste nel patto per il lavoro, come la ricerca attiva di un’occupazione, la frequenza di incontri di orientamento, di formazione, di riqualificazione…Inoltre si è obbligati ad offrire lavoro gratuito per il proprio Comune di residenza.

Chi si rifiuterà di lavorare per il proprio Comune perderà il sussidio; il reddito si perderà anche nel caso in cui si rifiutino tre offerte di lavoro congrue, oppure la prima offerta di lavoro, se si percepisce il sussidio di cittadinanza in fase di rinnovo.

Per saperne di più: Adempimenti per ottenere il reddito di cittadinanza.

Legge che tutela i cani

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La tutela legislativa nazionale ed europea degli animali da compagnia ed in particolare quella prevista per i cani. Le varie ipotesi di reati commessi sui cani.

Hai visto il setter del tuo vicino attaccato in giardino ad una catena troppo corta? Hai sentito in TV la notizia di un cane randagio bruciato vivo da un gruppo di balordi o quella di un barboncino lasciato per ore chiuso in macchina sotto il sole cocente d’agosto? Ti stai chiedendo quindi, se c’è in Italia una legge che tutela i cani. La risposta è si. Per maggiori informazioni continua a leggere questo articolo.

Leggi a tutela dei cani

Nel nostro Paese esistono tre tipi di leggi che tutelano in generale gli animali e quindi, anche i cani:

  • leggi statali come ad esempio quella dettata in tema di animali d’affezione e prevenzione del randagismo o quella che ha apportato modifiche al codice penale per i reati perpetrati sugli animali;
  • leggi regionali, per lo più approvate a seguito dell’entrata in vigore delle leggi nazionali in materia;
  • leggi comunali che hanno ratificato appositi regolamenti per la tutela e il benessere degli animali.

In materia di tutela degli animali è intervenuto anche il legislatore europeo il quale nella Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia del 1987, ha fornito la nozione di animale da compagnia intendendo per tale ogni animale domestico tenuto o destinato ad essere tenuto dall’uomo, in particolare presso il suo alloggio domestico, per suo diletto e come compagnia. Viene da sé che tra gli animali da compagnia vanno ricompresi anche i cani.

Questa nozione nel tempo è stata poi, specificata includendovi gli animali tenuti dall’uomo senza fini produttivi o alimentari, come ad esempio quelli che svolgono attività utili all’uomo. Si pensi ad un cane per disabili, a quelli da terapia, da riabilitazione e impiegati nella pubblicità.

Pertanto, tutti gli animali possono essere considerati da compagnia ad esclusione di quelli che vengono definiti selvatici, ossia animali che non possono, per la loro natura, adattarsi alla cattività.

Un elenco degli animali da affezione si ritrova altresì, in un Regolamento della Comunità europea del 2003 che ne individua le diverse specie considerando tali: i cani, i gatti, i furetti, gli invertebrati (escluse le api ed i crostacei), i pesci tropicali decorativi, gli anfibi e i rettili, gli uccelli, i roditori e i conigli domestici.

I compiti dello Stato italiano per la tutela dei cani

Nel 1991 con l’emanazione della legge quadro in materia di tutela degli animali d’affezione e prevenzione del randagismo l’Italia è divenuta il primo paese al mondo a riconoscere il diritto alla vita e alla tutela degli animali randagi, vietandone la soppressione se non in casi di gravi malattie, malattie incurabili o comprovata pericolosità. [1].

Successivamente nel 2004 il legislatore italiano [2] ha stabilito che spetta allo Stato il compito di promuovere e disciplinare la tutela degli animali d’affezione condannando gli atti di crudeltà contro di essi, il maltrattamento e il loro abbandono al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente. Per raggiungere questo obiettivo è stata prevista una distribuzione di competenze tra gli enti.

In particolare con riferimento ai cani si è attribuito alla Regione il potere di istituire l’anagrafe canina e i rifugi per i cani ( la legge espressamente, prevede che tali strutture debbano garantire buone condizioni di vita, rispetto delle norme igienico‐sanitarie e controlli operati dalle ASL) nonché di attuare dei piani di prevenzione del randagismo.

I Comuni hanno, invece, il compito di attuare piani di controllo delle nascite canine, attraverso la sterilizzazione dei randagi nonché di predisporre piani di risanamento dei canili e la realizzazione di rifugi.

Inoltre, su un piano di divieti ed obblighi specifici, è stato vietato l’utilizzo dei cani (canis familiaris) ed anche dei gatti (Felis catus) per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti, in tutto o in parte, dalle pelli o dalle pellicce dei medesimi oltre alla commercializzazione o all’ introduzione delle stesse nel territorio nazionale.

Lo Stato deve anche sostenere programmi di informazione ed educazione scoraggiando il dono dei cani come premio e in favore di minori di anni 16 nonché deve garantire il benessere anche dei cani randagi.

I doveri dei proprietari dei cani

Se i compiti dello Stato in materia di protezione dei cani sono quelli sopra elencati, anche ai loro proprietari o ai loro custodi spettano dei precisi doveri [3].

Il nostro legislatore ha, infatti, previsto un specifico dovere morale, per tutti gli esseri umani, di rispettare tutte le creature viventi ivi compresi i cani.

Pertanto, i proprietari dei cani hanno il dovere di occuparsene in modo responsabile, procurandogli una sistemazione adeguata, assicurandogli movimento, cure ed attenzioni che tengano conto dei loro bisogni e necessità.

Più precisamente devono:

  • rifornirli di cibo e di acqua in quantità sufficiente e con una tempistica adeguata: ciò significa che i cani devono essere forniti di cibo secondo le loro caratteristiche di specie, età e stato di salute;
  • assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico, facendoli visitare dai veterinari;
  • consentirgli un’adeguata possibilità di esercizio fisico, garantendogli degli spazi minimi nei box e nei recinti e consentendo loro una quotidiana e sufficiente sgambatura, compatibilmente con l’età e la razza;
  • prendere ogni possibile precauzione per impedirne la fuga, considerato che un cane abituato a vivere in casa, potrebbe spaventarsi trovandosi all’improvviso nell’ambiente esterno e quindi, potrebbe correre il pericolo di essere ferito o ucciso;
  • garantire la tutela di terzi da aggressioni, soprattutto nei casi di cani poco socievoli che potrebbero mettere a rischio la sicurezza stradale o mordere e ferire persone o altri animali;
  • assicurare la regolare pulizia dei loro spazi di dimora, delle ciotole per il cibo e di quelle per l’acqua.

I proprietari dei cani sono tenuti a dotarli di un microchip contenente un codice identificativo ed a iscriverli all’anagrafe canina, e non devono causare loro inutilmente dolori, sofferenze o angosce.

In tale ottica:

  • non devono essere somministrate sostanze volte ad aumentare o diminuire il livello naturale delle loro prestazioni;
  • i cani non possono essere utilizzati o sfruttati per manifestazioni pubbliche e private a meno che non si garantiscano le condizioni necessarie per il loro benessere;
  • sono vietati gli interventi chirurgici volti a modificarne l’aspetto o finalizzati ad altri scopi non terapeutici (taglio di orecchie, coda, corde vocali; esportazione unghie e denti);
  • i cani possono essere soppressi solo se gravemente malati e con metodi eutanasici.

I proprietari dei cani non devono abbandonarli ed in caso contrario saranno passibili di sanzioni penali.

I cani come esseri senzienti

Tutta la normativa sopra citata in materia di tutela dei cani è stata dettata dal legislatore italiano mano mano che acquistava nel tempo, la consapevolezza che gli stessi dovessero essere considerati come degli esseri senzienti cioè capaci di provare dolore e sofferenza, anche psicologica. In tale ottica va inquadrata anche l’introduzione nel codice penale del titolo IX bis, intitolato “Dei delitti contro il sentimento per gli animali” che ha delineato nuove figure di reato, inasprendo le sanzioni inizialmente previste.

La tutela penale degli animali da affezione e dei cani

Gli articoli del Codice penale che prevedono i reati contro gli animali in quanto esseri viventi appartenenti al genere animalia e quindi, applicabili anche nelle ipotesi di reati commessi sui cani sono numerosi.

L’art. 544 bis del Codice penale, il quale punisce con la reclusione da quattro mesi ad un anno chiunque per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale. La condotta sanzionata può essere di tipo commissivo o omissivo, potendo consistere anche in un non facere (si pensi al caso di un cane lasciato morire senza cure, se malato, o senza cibo).

L’art. 544-ter del Codice penale, intitolato “maltrattamento degli animali”, che sanziona chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, punendolo con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro (ad esempio un cane torturato in maniera brutale o quello al quale viene applicato un collare antiabbaio elettrico oppure quello che viene tenuto chiuso per un apprezzabile lasso di tempo in un ambiente particolarmente angusto). La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. In tali ipotesi sono ricompresi anche i reati di doping ai danni degli animali al fine di evitare il fenomeno delle competizioni illegali. La pena si raddoppia se da uno di questi comportamenti deriva la morte dell’animale.

Sul punto va evidenziato come in Italia non esiste una norma nazionale che vieti l’uso della catena. Pertanto, riesce a volte difficile ricomprendere tale fattispecie tra le ipotesi di maltrattamenti degli animali, sanzionabile ai sensi dell’art. 544-ter del Codice Penale, essendo la questione affidata alle leggi regionali e comunali che determinano la tipologia, la lunghezza ed il materiale della catena. Si viene a creare così, una disparità di trattamento poiché casi analoghi di uso della catena non vengono puniti in maniera uguale su tutto il territorio nazionale.

L’art. 544 quinquies del Codice penale, che vieta l’organizzazione o la direzione di combattimenti tra animali, nonché le competizioni non autorizzate che possono comprometterne l’integrità fisica, prevedendo la sanzione della reclusione fino a tre anni e la multa fino a € 160.000. Punisce, altresì, l’allevamento o l’addestramento di animali destinati a combattimenti o competizioni non autorizzate con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a 30.0000 euro, che si applica anche al proprietario / detentore dell’animale allevato o addestrato a tal fine, se consenziente. Tale sanzione si applica anche a chi organizzi o effettui scommesse su combattimenti o competizioni non autorizzate.

Tra le ipotesi punibili ai sensi di questo articolo rientrano ad esempio quelle relative agli allevamenti di cani da combattimento e di gare clandestine tra cani di razze ritenute feroci quali ad esempio i boxer o i dogo argentini.

L’art. 727 del Codice penale prevede il reato di abbandono di animali per chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività, il quale e’ punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. In questo caso basti pensare agli abbandoni dei cani, frequentissimi in particolare durante il periodo estivo.

Anche il Codice della strada[4]  prevede la c.d . omissione di soccorso a danno degli animali. L’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile a qualsiasi titolo al suo comportamento da cui sia derivato un danno ad uno o più animali di affezione, da reddito o protetti (ad es., gli animali appartenenti alla fauna selvatica, sia  mammiferi sia uccelli), ha l’obbligo di fermarsi e porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso per l’animale che abbia subito il danno.

In caso di inottemperanza è prevista una sanzione amministrativa da 410 a 1.643 Euro.

Per le persone coinvolte nell’incidente che non si adoperino per assicurare un tempestivo soccorso, la sanzione prevista va da 82 a 328 Euro.

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Revoca della donazione in caso di tradimento

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Si può chiedere la restituzione di un regalo fatto all’altro coniuge in caso di infedeltà?

Quando ci si sposa, lo si fa per amore (quasi sempre). E quando c’è amore, quello che è tuo è suo (quasi sempre): ci si inizia a fare i regali importanti, da un gioiello ad una macchina, fino ad arrivare ad una casa (se il denaro lo permette). Ma pensi mai al fatto che il coniuge potrebbe tradirti e lasciarti dall’oggi al domani? Ti ritroveresti single e senza quei beni che, con ogni probabilità, non avresti mai regalato se solo avessi saputo… Cosa puoi fare, ti starai chiedendo. Puoi chiedere la restituzione di ciò che hai donato per ingratitudine del tuo coniuge? In questo articolo, dopo aver analizzato il contratto di donazione e i suoi requisiti, vedremo se è possibile la revoca della donazione in caso di tradimento scoprendo quali sono le condizioni poste dalla giurisprudenza per far sì che il bene donato possa essere restituito da chi si è mostrato ingrato nei confronti del coniuge tradito.

Cos’è la donazione?

È un contratto stipulato da due parti con il quale il donante trasferisce al donatario dei beni (mobili quale il denaro, o immobili come una casa) per gratitudine o generosità e, quindi, senza una controprestazione economica (ad esempio, il pagamento di quel bene ricevuto, o la consegna di un altro bene).

Per questo fatto, si differenzia dagli altri contratti, come la compravendita dove il bene acquistato viene pagato con denaro. Nella donazione, viceversa, quel bene viene regalato, senza alcun scopo di lucro.

Quali sono i requisiti richiesti dal legislatore?

Per la validità di una donazione, occorre che:

  • chi dona non sia minorenne, interdetto, inabilitato o incapace;
  • chi dona lo faccia senza costrizioni e minacce da parte di chi riceve la donazione, o di terzi;
  • il bene da donare sia esistente, poiché è nulla la donazione di un bene futuro;
  • il bene donato sia di proprietà del donante, in quanto non è ammessa la donazione di un bene di altre persone;
  • il contratto sia redatto con atto pubblico, a meno che la donazione non sia di modico valore; ciò significa che, per rendere valida la disposizione, dovrai recarti dinanzi ad un notaio, o altro pubblico ufficiale.

Si può destituire una donazione?

La donazione non può essere revocata senza motivo, ma neanche con qualsiasi giustificazione: gli unici due casi previsti dal legislatore sono l’ingratitudine e la sopravvenienza di figli [1].

L’ingratitudine[2] sussiste quando il donatario:

  • ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere il donante;
  • ha denunciato falsamente il donante di un reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni;
  • si è reso colpevole d’ingiuria grave verso il donante;
  • ha dolosamente arrecato grave pregiudizio al patrimonio del donante.

La sopravvenienza di figli [3] non è intesa solo come concepimento successivo alla donazione, ma anche come non consapevolezza di avere altri figli al tempo della donazione. Si potrà, inoltre, revocare la donazione per l’intervenuto riconoscimento di un figlio, salvo che si provi che al tempo della donazione il donante aveva notizia dell’esistenza del figlio.

Posso sempre revocare la donazione?

No, la domanda di revocazione ha dei tempi di azione ben delineati.

Con riguardo all’ingratitudine deve essere proposta dal donante o dai suoi eredi, contro il donatario o i suoi eredi, entro l’anno dal giorno in cui il donante è venuto a conoscenza del fatto consistente l’ingratitudine.

Diversamente, la revoca per sopravvenienza di figli deve essere proposta entro cinque anni dal giorno della nascita dell’ultimo figlio nato nel matrimonio o discendente ovvero della notizia dell’esistenza del figlio o discendente, ovvero dell’avvenuto riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio

Si può revocare una donazione in caso di tradimento del coniuge?

La giurisprudenza [4] ha da ultimo preso in considerazione la revoca della donazione di un appartamento effettuata dal marito alla moglie che, nel frattempo, si era scoperto aveva intrattenuto dei rapporti extraconiugali con due amanti.

In particolare, secondo il marito, quella condotta aveva costituito un’ingiuria grave e, quindi, un comportamento di disistima, avversione ed irriconoscenza, che ne aveva offeso la dignità del donante.

Tuttavia, la Corte non avallava tale ragionamento, specificando come l’ingiuria grave, quale presupposto per la revocabilità della donazione, si caratterizzerebbe per un comportamento di disistima e avversione del donatario durevole nel tempo e, quindi, radicato nell’animo e nella sfera morale del donatario.

E così, nel caso trattato dalla Suprema Corte di Cassazione, la relazione amorosa con l’amante non veniva considerata gravemente ingiuriosa poiché con riguardo alla prima relazione extraconiugale non era stata acquisita in giudizio la prova di tale rapporto (se non vagamente, per sentito dire dei testimoni); mentre la successiva relazione extraconiugale col secondo amante (questa confermata) era iniziata solo nel periodo in cui i coniugi erano già separati di fatto. Pertanto, tale comportamento non poteva integrare, ad avviso della Suprema Corte, le ipotesi di revocabilità previste dal legislatore, potendo al massimo essere utilizzata per i casi di addebito dell’intervenuta separazione.

Esposto carabinieri: conseguenze

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa succede dopo un esposto? Quando conviene fare un esposto ai carabinieri? Qual è la differenza tra esposto e denuncia?

Quante volte hai subito un torto e sei stato sul punto di andare dai carabinieri a segnalare il fatto? Quante volte i tuoi diritti sono stati calpestati e hai pensato di denunciare tutto alle autorità, ma poi ti sei fermato temendo di passare dalla parte del torto oppure di incorrere in conseguenze esagerate? Purtroppo queste situazioni capitano molto spesso: davanti a un illecito, si ha quasi timore di adire le forze dell’ordine per timore di innescare un processo dal quale possano derivare conseguenze spiacevoli. Una delle cause che trattengono la persona offesa dal correre direttamente dai carabinieri o alla polizia è la paura di incorrere nel delitto di calunnia nel caso in cui il fatto denunciato non costituisca reato. Ad esempio: nel cuore della notte vieni svegliato dalla musica ad alto volume messa su dall’inquilino del piano di sopra; chiami i carabinieri chiedendo il loro intervento. Quando le forze dell’ordine arrivano, ti viene spiegato che il reato di disturbo al riposo delle persone scatta solamente nel caso in cui la condotta arrechi molestia a più persone. In un caso come questo, poiché il reato non sussiste, rischi di rispondere di calunnia, cioè del reato che riguarda chi accusa ingiustamente un’altra persona? No: la calunnia presuppone la piena consapevolezza che la denuncia alle autorità sia assolutamente infondata. Ad esempio: accusi di furto in appartamento un tuo amico che, al momento del fatto, sapevi bene che fosse altrove e, quindi, non potesse aver commesso il fatto. Se, al contrario, non sai se la condotta denunciata sia penalmente perseguibile o meno, non commetti alcuna calunnia. Perché ti parlo di questo? Perché l’esposto serve proprio a segnalare quelle situazioni dubbie in cui l’intervento dell’autorità di sicurezza pubblica potrebbe essere utile per accertare la natura dei fatti comunicati ed, eventualmente, per comporre una controversia tra due o più parti. In pratica, l’esposto ai carabinieri si adegua perfettamente a tutte quelle situazioni in cui non hai la certezza che sia stato commesso un reato, ma ritieni comunque opportuno che intervengano le autorità per fare chiarezza. Con questo articolo vorrei proprio parlarti delle conseguenze dell’esposto ai carabinieri. Cosa succede dopo un esposto? Cosa fanno le autorità? È possibile che scatti una denuncia? Ebbene, se anche tu ti stai ponendo questi interrogativi e ritieni che quanto detto sinora possa aiutarti, allora ti consiglio di proseguire nella lettura: ti spiegherò cos’è un esposto ai carabinieri e quali sono le conseguenze.

Cos’è un esposto ai carabinieri?

Prima di vedere le conseguenze di un esposto ai carabinieri, è giusto che ti spieghi meglio cos’è un esposto e qual è la differenza con la classica denuncia. Procediamo con ordine. L’esposto è la segnalazione fatta alle autorità di pubblica sicurezza (carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza, polizia postale, ecc.) circa una vicenda che potrebbe costituire reato.

La peculiarità dell’esposto è che esso riguarda un dissidio tra due o più parti, contrasto che, a causa della sua particolare natura, potrebbe costituire un fatto penalmente perseguibile. La segnalazione serve a far intervenire le autorità per un duplice scopo:

  • accertare la natura della vicenda segnalata con l’esposto;
  • tentare la composizione bonaria della lite, nel caso in cui il fatto non costituisca reato oppure, se è un illecito penale, sia perseguibile solamente a querela di parte.

A differenza della denuncia e della querela (di cui ti parlerò nei prossimi paragrafi), l’esposto non è previsto espressamente dalla legge; in altre parole, non c’è alcuna disposizione normativa che indichi cos’è e come va fatto un esposto ai carabinieri. Tuttavia, la prassi ha consolidato il modello di esposto che ti ho appena descritto e che approfondirò a breve.

Cos’è una denuncia?

A differenza dell’esposto ai carabinieri, la denuncia è quella comunicazione, fatta alle stesse forze dell’ordine elencate sopra a proposito dell’esposto, avente ad oggetto l’esposizione degli elementi essenziali di un fatto che presenta i connotati del reato [1]. La denuncia serve per portare a conoscenza dell’autorità giudiziaria un episodio criminoso, che viola la legge ed è perseguibile penalmente.

Il codice di procedura penale non impone un contenuto tipico per la denuncia: questo significa che essa potrà anche essere generica e rivolta contro ignoti. Tuttavia, è chiaro che una denuncia dettagliata sarà molto più utile alle forze dell’ordine, in quanto permetterà loro di individuare meglio il responsabile (o i responsabili) del crimine. Di conseguenza, sarà opportuno riferire tutto ciò di cui si è a conoscenza, nella maniera più dettagliata possibile.

La denuncia è, di norma, facoltativa, nel senso che, se assisti ad un crimine, non sei obbligato a denunciarlo: le eccezioni riguardano solamente alcune rare ipotesi di reato (ad esempio, alcuni delitti contro lo Stato, come terrorismo, attentati, stragi, ovvero quelli concernenti esplosivi o traffico di danaro falso) e le ipotesi in cui della notizia di reato ne sia venuto a conoscenza un membro della polizia giudiziaria.

Cos’è una querela?

Dopo l’esposto ai carabinieri e la denuncia, la famiglia delle segnalazioni alle autorità non può che chiudersi con la querela, atto tipico della persona offesa dal reato. La querela è molto simile alla denuncia: anch’essa consiste nella comunicazione di un fatto costituente reato, ma si differenzia dalla seconda per i seguenti motivi:

  • può essere sporta solamente dalla persona offesa, oppure da un suo rappresentante, volontario (tipo l’avvocato) o legale (i genitori, ad esempio);
  • deve essere presentata non oltre tre mesi dal giorno in cui si ha avuto conoscenza del fatto criminoso; il termine è eccezionalmente di sei mesi per alcuni reati (stalking, reati sessuali);
  • può essere rimessa, cioè ritirata una volta sporta, oppure rinunciata, prima ancora di averla presentata.

In buona sostanza, quindi, la querela è quella segnalazione proveniente dalla vittima del reato, fatta entro un determinato lasso di tempo e, comunque, soggetta alla possibilità di essere ritirata. Tutte queste caratteristiche sono estranee alla denuncia.

Esposto: a chi va fatto?

L’esposto può essere fatto non solo ai carabinieri, ma ad ogni organo di polizia giudiziaria: polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria, ecc. Potrebbe anche essere sporta direttamente negli uffici della Procura. Per approfondire l’esposto alla polizia, leggi questo articolo; per quello alla guardia di finanza, invece, clicca qui.

Esposto ai carabinieri: come si fa?

Quali sono le conseguenze di un esposto ai carabinieri? Te lo dico subito; voglio però spiegarti un istante come si presenta un esposto. A differenza della denuncia e della querela, l’esposto è solitamente scritto e deve provenire necessariamente da uno dei soggetti coinvolti nel dissidio. All’interno dell’esposto bisognerà, come nella denuncia e nella querela, narrare il fatto per come è avvenuto, concludendo con la richiesta all’autorità pubblica di intervenire per accertare la natura delle vicende segnalate. È possibile, poi, indicare in subordine la volontà di sporgere denuncia/querela nel caso in cui, a seguito delle verifiche dell’autorità, dovessero emergere profili di illiceità penali in ordine ai fatti segnalati.

Conseguenze dell’esposto ai carabinieri

Veniamo al punto cruciale: quali sono le conseguenze dell’esposto ai carabinieri? Come detto, l’esposto serve ad invocare l’intervento delle autorità ogni volta che un dissidio tra privati possa presentare i tratti del reato. Di conseguenza, una volta ricevuto l’esposto, i carabinieri dovranno intervenire sul posto al fine di accertare i fatti e verificarne la legalità o meno. A seguito della richiesta, l’ufficiale di pubblica sicurezza invita le parti a tentare una conciliazione. Se dai fatti si configura un reato, l’ufficiale dovrà:

  • informare l’autorità giudiziaria, se il crimine è perseguibile d’ufficio;
  • se, invece, si tratta di delitto perseguibile a querela può, a richiesta, esperire un preventivo componimento della vertenza, senza che ciò pregiudichi il successivo esercizio del diritto di querela.

Al contrario, se la lite viene risolta, oppure se la vicenda non presenta connotati delittuosi, allora l’ufficiale si limita a redigere verbale narrando i fatti accaduti; tale documento può essere prodotto in giudizio con valore di scrittura privata riconosciuta.

Le conseguenze dell’esposto ai carabinieri, quindi, possono essere simili a quelle di una denuncia, ma solamente dopo che l’autorità sia intervenuta e dopo che l’ufficiale abbia accertato che trattasi di reato procedibile d’ufficio: in questa evenienza, infatti, sussiste un vero e proprio obbligo di denuncia a carico dell’ufficiale, pena l’integrazione del reato di omessa denuncia [2].

Esposto ai carabinieri: quando conviene?

Le conseguenze di un esposto ai carabinieri sono dissimili da quelle di una normale denuncia: mentre in quest’ultimo caso la notizia di reato va trasmessa senza indugio alla Procura della Repubblica territorialmente competente affinché le indagini possano cominciare, con l’esposto i carabinieri non si deve segnalare nulla alla Procura, a meno che, dopo il sopralluogo, non siano state ravvisate ipotesi di reato perseguibili d’ufficio.

Alla luce di quanto detto, possiamo quindi dire che l’esposto ai carabinieri conviene quando non si ha certezza della natura giuridica dei fatti segnalati. Prendiamo il caso narrato nell’introduzione, cioè quello del vicino di casa rumoroso: in ipotesi come questa, potrebbe essere più opportuno un esposto rispetto alla denuncia, visto che l’intervento delle autorità serve innanzitutto per appurare la liceità della situazione ma, in maniera non meno rilevante, a far capire all’altra parte che le autorità sono state comunque allertate. Inoltre, l’esposto ai carabinieri, anche quando dal sopralluogo delle forze dell’ordine non emerge alcun crimine, permette di precostituirsi una prova inattaccabile nel caso in cui la lite sfoci in una controversia giudiziaria civile: in questa sede, infatti, si potrà produrre il verbale redatto e sottoscritto dall’ufficiale di polizia giudiziaria, il quale farà piena prova.

Inoltre, l’esposto ai carabinieri permette di evitare una possibile controdenuncia per calunnia nel caso in cui il fatto segnalato non costituisca reato: sebbene, come specificato nell’introduzione, la calunnia presupponga la specifica volontà di danneggiare un’altra persona attribuendole un crimine che si sa non aver commesso, con l’esposto viene demandato all’autorità l’accertamento giuridico dei fatti, con conseguente liberazione da ogni responsabilità a carico di chi ha presentato l’esposto.

Trasferire le chat di WhatsApp sul nuovo telefono

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ecco come trasferire tutte le chat di WhatsApp da un vecchio telefono a uno nuovo per Android e iPhone.

Quando si passa a un nuovo telefono, ci troviamo sempre davanti al solito dilemma su come trasferire i dati da quello vecchio. Ogni produttore di solito mette a disposizione un programma per trasferire facilmente foto, rubrica dei contatti ed SMS. Samsung ad esempio mette a disposizione l’applicazione Smart Switch, che consente di trasferire facilmente tutti quei dati riconducibili direttamente alla piattaforma della casa coreana. Apple fa invece qualcosa di analogo tramite iTunes, il suo celeberrimo software proprietario che permette il trasferimento di gran parte dei dati personali dell’utente. Per le applicazioni non proprierarie, cioè quelle installate dall’utente, bisogna invece procedere manualmente. È questo il caso di WhatsApp, che ci richiede quindi qualche passaggio in più per fare in modo di non perdere per sempre le nostre amate chat e tutti i file che vi abbiamo condiviso.

Prima di vedere come trasferire le chat di WhatsApp sul nuovo telefono, è doverosa un’importante premessa: purtroppo, attualmente è possibile trasferire le chat di WhatsApp solo fra due smartphone dello stesso tipo. In altre parole, si possono trasferire le chat solo fra due dispositivi con sistema operativo Android, o in alternativa solo fra due iPhone. Se stiamo passando da un sistema operativo all’altro, l’unico modo per trasferire le chat di WhatsApp da un telefono all’altro è ricorrere ad applicazioni di terze parti, per esempio WazzapMigrator, o creare una copia da inviare per email. Premesso questo, vediamo come procedere a trasferire le chat di WhatsApp dal vecchio telefono al nuovo per ognuno dei principali sistemi operativi mobile. Non preoccuparti: è una procedura abbastanza semplice e veloce, che non ti richiederà troppo sforzo.

Trasferire le chat di WhatsApp con Android

Il modo più semplice per trasferire le chat di WhatsApp sul tuo nuovo telefono Android è quello di utilizzare Google Drive, il servizio messo a disposizione da Google per salvare grandi quantità di dati. Attualmente, semplicemente creando un account Google, hai a disposizione ben 15GB di spazio gratuito su Drive, che puoi ovviamente estendere in base alle tue esigenze sottoscrivendo un abbonamento. Naturalmente, perché la procedura vada a buon fine, è necessario che il nuovo telefonino sia registrato con lo stesso account di Google utilizzato sul vecchio smartphone.

Lancia WhatsApp, e pigia sul pulsante composto da 3 piccoli punti, situato in alto a destra nell’app. Seleziona adesso Impostazioni e pigia su Chat e chiamate dal menu a comparsa. Seleziona adesso Backup delle chat e lancia il comando Esegui backup. WhatsApp si occuperà adesso del tuo backup direttamente su Google Drive. Se lo ritieni necessario, non dimenticare di mettere la spunta sulla voce Includi video, in modo da ritrovare tutti i filmati condivisi su WhatsApp nel nuovo telefono. A seconda della quantità di dati da salvare, questa operazione potrebbe richiedere un po’ di tempo, per cui armati di pazienza e attendi la conclusione.

Spostati adesso sul nuovo telefono. Ricorda di aggiungere nelle impostazioni del tuo dispositivo il tuo account Google, che utilizzeremo per ripristinare il backup. Successivamente, installa e configura WhatsApp sul telefono. Dopo la verica del tuo numero, l’app dovrebbe rilevare in autonomia il backup salvato su Google Drive. Non ti resta che selezionarlo e pigiare sul pulsante Ripristina. Partirà quindi la procedurà di ripristino, che per permetterti di usare l’app il prima possibile darà la precedenza ai messaggi di testo, per poi scaricare i media in background solo in un secondo momento.

Fino a questo momento, abbiamo dato per scontato che tu abbia a disposizione il tuo vecchio telefono, e che esso sia normalmente inutilizzabile. Potresti invece trovarti in una circostanza in cui, per un motivo o per l’altro, non sia possibile fare un backup delle tue chat di WhatsApp sul vecchio telefono. In questo caso, non disperare, non tutto è perduto! WhatsApp esegue infatti in autonomia un backup ogni giorno, ogni settimane od ogni mese (a seconda dell’impostazione scelta), per cui, a seconda della data dell’ultimo backup, è possibile che tu riesca comunque a recuperare gran parte delle tue conversazioni.

Trasferire le chat di WhatsApp con Android senza Google Drive

Se per qualche ragione non vuoi utilizzare Google Drive per il tuo backup, devi procedere in maniera leggermente diversa. Senza un account Google attivato, WhatsApp salverà automaticamente il tuo backup sulla memoria del telefono. Il file del backup si chiama msgstore.db.crypt8 e si trova nella cartella Home/WhatsApp/Databases. Possiamo scegliere di trasferirlo collegando il telefono a un computer, oppure rivolgendoci a un’app di terze parti come ES Gestore File, che ci permetterà di mandarlo per mail o di salvarlo sui più popolari servizi di storage. Non rimane che copiare questo file sul nuovo telefono con una delle modalità spiegate sopra. Dopo la configurazione iniziale di WhatsApp, l’app riconoscerà automaticamente il backup, e ci proporrà un ripristino con modalità analoghe al salvataggio su Google Drive.

Trasferire le chat di WhatsApp con iPhone

La procedura per trasferire le chat WhatsApp con iPhone è simile a quella che abbiamo appena visto per Android. La differenza più importante è il servizio a cui appoggiarsi per effettuare il backup e il ripristino online (cioè la soluzione che ci sentiamo di consigliare sempre e comunque), che in questo caso non è Google Drive ma iCloud. Assicurati di avere abbastanza spazio sul tuo account e procedi al backup di WhatsApp sul vecchio telefono. Per farlo, lancia l’app e poi pigia su Impostazioni in basso a destra. A questo punto seleziona Chat e successivamente Backup delle chat. Dopo aver selezionato o deselezionato l’opzione di inclusione dei video, in base alle tue esigenze e al tuo spazio su iCloud, pigia su Esegui backup adesso.

Sul tuo nuovo iPhone, scarica, lancia e configura WhatsApp. Dopo aver completato la verifica del tuo numero di telefono sul nuovo dispositivo, l’app ti proporrà autonomamente il ripristino del tuo backup precedentemente salvato su iCloud. Accetta e lascia che WhatsApp faccia il lavoro al posto tuo. Ti ricordiamo che, per permetterti di utilizzare WhatsApp il prima possibile, l’operazione di ripristino darà la priorità ai messaggi di testo, per poi scaricare i media in background solo in un secondo momento.

Anche in questo caso, vale la precisazione che abbiamo fatto poc’anzi per i dispositivi Android. Nel caso in cui il tuo vecchio melafonino sia inutilizzabile, e che ti sia quindi impossibile fare un backup di WhatsApp, sarai comunque in grado di recuperare quasi tutte le tue chat WhatsApp. Non ti resta quindi che sperare che la data dell’ultimo backup automatico effettuato in autonomia dall’iPhone sia vicina a quella in cui stai procedendo al ripristino.

La procedura appena vista è applicabile nel caso in cui si stia configurando il melafonino come nuovo iPhone. Se invece, lo si configura ripristinando un vecchio backup del proprio iPhone, effettuato con iTunes o iCloud, non occorre ripristinare il backup manualmente da WhatsApp: sul nuovo telefonino verranno infatti ripristinate tutte le app e i dati, tra cui ovviamente anche la nostra applicazione di messaggistica preferita.

Trasferire le chat di WhatsApp con iPhone senza iCloud

A differenza di quanto visto in precedenza per Android, l’operazione di trasferire le chat di WhatsApp sul nuovo iPhone senza utilizzare iCloud non è supportata né incentivata in alcun modo da Apple. Se non vuoi o non puoi utilizzare iCloud, visto che non hai accesso e controllo sulle directory del tuo melafonino, non ti resta quindi che utilizzare un’applicazione di terze parti insieme a un computer (PC o Mac). Ti consigliamo in questo senso Whatsapp Transfer, ma la lista è lunga e in continuo aggiornamento.

Trasferire le chat di WhatsApp con Windows Phone

In conclusione della nostra guida su come trasferire le chat di WhatsApp sul nuovo telefono, dobbiamo fare un’ultima doverosa parentesi. Anche se Microsoft ha ufficialmente chiuso il progetto Windows Phone, annunciando inoltre il termine del supporto per tale sistema operativo il 10 dicembre 2019, è possibile che tu abbia la necessità di fare un backup di WhatsApp sul tuo smartphone Windows ancora funzionante. In questo caso, la proceduta è quasi identica a quella che abbiamo visto all’inizio dell’articolo per Android. La differenza principale consiste nel fatto che il backup delle chat viene eseguito su OneDrive, ovvero il servizio di cloud storage targato Microsoft, invece che su Google Drive. Di conseguenza, occorre avere lo spazio necessario su tale account, ed è richiesto che sia configurato lo stesso account Microsoft sul vecchio e sul nuovo smartphone.

Autovelox: multa nulla

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Tutti i motivi per contestare la contravvenzione per eccesso di velocità: i vizi del verbale e le eccezioni da sollevare con l’impugnazione al giudice di pace.

Anche tu sei finito tra le maglie dell’autovelox. Non ti sei accorto dell’occhio della telecamera posizionata ai lati della strada e sei sfrecciato veloce. Ora, come tanti prima di te caduti nella stessa “trappola”, ti stai chiedendo se pagare la multa o fare ricorso. Non è tanto la sanzione pecuniaria che ti pesa quanto il taglio dei punti dalla patente. E siccome non puoi permetterti di rimanere a piedi, vuoi valutare le possibilità di una contestazione. Non devi però sbagliare: se dovessi perdere la causa, potresti essere condannato alle spese legali. Ecco perché è bene che tu sappia, qualora tu sia vittima dell’autovelox, quando la multa è nulla.

Qui di seguito ti fornirò le ultime indicazioni dei giudici che potrebbero esserti d’aiuto nel compilare l’atto di ricorso. Ricorso che – te lo ricordo – va presentato entro 30 giorni al giudice di Pace oppure entro 60 al Prefetto. Sebbene quest’ultima via sia esente da bolli, tasse e possa essere intrapresa senza avvocato (è sufficiente spedire una raccomandata al Prefetto con i motivi di contestazione della multa), te la sconsiglio se il vizio della contravvenzione non è evidente. Difatti, non avrai a che fare con un organo terzo e imparziale come il giudice ma con una rappresentanza della pubblica amministrazione.

Multa nulla se l’autovelox non è sottoposto a revisione

Nel 2015 la Corte Costituzionale ha imposto a tutti gli agenti che usano l’autovelox di sottoporre l’apparecchio a revisione annuale. Ciò vale sia per l’autovelox fisso che mobile (quello cioè con accanto la pattuglia di polizia). È la cosiddetta taratura che deve risultare in un apposito verbale da esibire al cittadino su richiesta dello stesso.

Ma ciò non basta. Il verbale deve contenere l’indicazione della data dell’ultima taratura, affinché il trasgressore non debba prendersi il carico di fare lunghe ricerche presso gli uffici. Se manca tale dicitura, la multa è nulla.

Multa nulla se manca il decreto del Prefetto

Sulle strade del centro città l’autovelox può funzionare solo se c’è accanto la polizia municipale e sempre a condizione che il conducente venga fermato subito dopo la foto. L’obbligo di «contestazione immediata» è inderogabile in tali casi. Invece, sulle strade urbane a scorrimento e su quelle extraurbane secondarie l’uso dell’autovelox in modalità automatica (senza cioè gli agenti e senza contestazione immediata) è possibile solo se:

  • il tratto di strada è stato previamente individuato dal Prefetto in una apposita ordinanza ove vengono specificate le ragioni di opportunità che non consentono lo stop immediato del conducente (di solito collegate a questioni di sicurezza e di traffico);
  • gli estremi del decreto del prefetto vanno indicati obbligatoriamente all’interno della multa a pena di nullità. L’omessa indicazione costituisce un vizio di motivazione della sanzione che pregiudica il diritto di difesa dell’automobilista. Né la polizia può sanare tale dimenticanza nel successivo giudizio di opposizione promosso dall’automobilista;
  • secondo alcune sentenze, gli agenti non possono neanche limitarsi a indicare il numero del decreto del Prefetto ma devono anche spiegare per quali ragioni concrete è stato impossibile fermare il trasgressore nell’immediatezza. Scrivere sul verbale la classica frase «uso di apparecchi che consentono la rilevazione dell’illecito solo in tempo successivo o quando il veicolo sia già a distanza dal posto di accertamento» non può valere indiscriminatamente: quando la pattuglia si apposta su un rettilineo (cioè quasi sempre), «in via di principio» nulla impedisce di intimare subito l’alt. Dunque, bisogna aggiungere nel verbale altre giustificazioni, come l’assenza di piazzole per far fermare in sicurezza i trasgressori, il traffico intenso o il fatto che gli agenti fossero già impegnati con altri utenti.

Se manca il decreto del Prefetto, la multa sulle strade urbane a scorrimento e su quelle extraurbane secondarie è possibile solo con la contestazione immediata.

Sulle strade extraurbane principali e sulle autostrade è possibile la contestazione differita (ossia la spedizione a casa del verbale con la raccomandata) anche senza bisogno del decreto prefettizio.

Multa nulla se non è sul lato di strada indicato dal Prefetto

Rimaniamo nell’ambito delle strade ove l’uso dell’autovelox deve essere autorizzato dal decreto prefettizio. Se in esso viene indicato il lato della strada ove è possibile la rilevazione, la multa è nulla se fatta nel senso opposto di marcia.

Multa nulla se il Comune sbaglia a classificare la strada

Come abbiamo detto solo sulle strade urbane a scorrimento o extraurbane secondarie è possibile la rilevazione della velocità senza lo stop al trasgressore e quindi in modalità automatica. Ma perché le strade possano essere classificate in tali categorie devono avere degli specifici requisiti. Requisiti che, se mancano, rendono nulla la multa. Ad esempio, le strade a scorrimento devono essere così: strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni con i semafori; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate.

Multa nulla se l’autovelox non è presegnalato

L’autovelox deve essere presegnalato da un cartello stradale che avvisa gli automobilisti della possibilità di controllo elettronico della velocità.

Tale cartello deve trovarsi ad una distanza ragionevole dalla postazione, tale cioè da consentire una frenata dolce. Va poi ripetuto ogni 4 chilometri. Se l’autovelox è piazzato dopo 4 chilometri dal cartello la multa è nulla. È nulla anche se il cartello non viene ripetuto a seguito di una intersezione affinché dell’avviso siano messi al corrente anche gli automobilisti che provengono da tale direzione. Dunque, dopo ogni innesto di strade secondarie in un’altra è necessario ripetere il cartello altrimenti la multa è illegittima.

Se la strada ove viene montato l’autovelox non è soggetta a operazioni periodiche di verifica della velocità da parte della polizia, il cartello fisso ai bordi della strada con su scritto «Controllo elettronico della velocità» non basta più: gli agenti ne devono posizionare un secondo, magari più piccolo e mobile, posto ai margini della strada, anche solo con l’icona del cappello della polizia.

Multa nulla se il segnale di preavviso è illeggibile

Il segnale con scritto «Controllo elettronico della velocità» deve essere visibile: non deve cioè essere nascosto da vegetazione, da altri cartelli oppure oscurato con spray.

Multa nulla se arriva dopo 90 giorni

La Cassazione ha decretato che tutte le multe fatte con l’autovelox devono essere spedite all’automobilista entro 90 giorni dal giorno dell’infrazione, a prescindere da quando il verbale è stato successivamente redatto presso gli uffici della polizia. Si ha quindi a riferimento il momento in cui il conducente è passato davanti all’autovelox.

Notifica in luogo diverso dalla residenza: è valida?

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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La notifica di un atto processuale, di una multa o di una cartella di pagamento al vecchio indirizzo o in un altro luogo che non è quello di residenza del destinatario si considera legittima oppure è nulla? Si può rifiutare la consegna della raccomandata se non si è nel luogo di residenza?

È cattiva – oltreché illegittima – abitudine di molte persone fissare la propria residenza in un luogo diverso da quello ove vivono abitualmente: la casa al mare, quella dei genitori o, addirittura, l’appartamento dato in affitto. Ciò succede spesso per ragioni fiscali, collegate cioè al godimento di esenzioni, bonus e sconti di imposta. Si tratta, tuttavia, di una pratica non consentita dalla legge: il luogo di residenza deve essere per forza l’indirizzo ove si vive e si dorme per gran parte dell’anno. Questo perché ciascuno di noi ha l’obbligo di essere reperibile: alla polizia, al fisco, all’ufficiale giudiziario, ai creditori, ecc.

Immaginiamo però che una persona si sposi e, pur trasferendosi in un nuovo appartamento, lasci la propria residenza presso quella dei genitori o nella precedente abitazione. Un giorno arriva il postino al nuovo indirizzo per consegnargli una cartella esattoriale; non trovandolo, consegna la raccomandata nelle mani della moglie che l’accetta e firma il registro. A questo punto il destinatario, volendo impugnare l’atto, si chiede se la notifica in luogo diverso dalla residenza è valida.

In altre parole, quando la consegna della raccomandata o dell’atto giudiziario avviene in luogo diverso da quello risultante nei registri dell’anagrafe comunale si può sostenere di non avere mai ricevuto l’atto o che, comunque, il procedimento è viziato? Ecco qual è l’interpretazione fornita dai giudici a questo interessante quesito legale.

Dove deve avvenire la notifica?

Il codice di procedura civile detta una serie di disposizioni sulle notifiche degli atti giudiziari che, per analogia, si applicano anche alle notifiche delle contravvenzioni (le comuni “multe stradali”) e delle cartelle esattoriali.

La prima di queste norme [1] impone all’ufficiale giudiziario di effettuare la notificazione di regola mediante consegna della copia dell’atto nelle mani proprie del destinatario. Non quindi tramite la consueta raccomandata inoltrata a mezzo del servizio postale (sia esso Poste Italiane o un servizio di poste private).

Tale consegna deve avvenire preferibilmente presso la casa di abitazione oppure, se ciò non è possibile, ovunque il destinatario si trovi nell’ambito della circoscrizione dell’ufficio giudiziario al quale è addetto. Questo significa che se l’ufficiale giudiziario incontra il destinatario dell’atto al bar, mentre sorseggia un caffè, può consegnargli in tale circostanza l’atto nelle mani. Lo stesso dicasi in spiaggia o lungo il corso della città.

Si noti bene che la norma non parla di «residenza» ma di casa di abitazione. La residenza, come noto, è il dato ufficiale che risulta agli uffici dell’anagrafe secondo quanto auto dichiarato dal cittadino all’ufficio del Comune. L’abitazione è invece il luogo ove questi vive abitualmente (anche se non è né proprietario né locatario di essa). Anche se non dovrebbero aversi situazioni in cui residenza e dimora sono distinte (come abbiamo detto i due luoghi devono coincidere), si possono verificare delle eccezioni (si pensi a una persona che si trovi nella casa del mare durante la stagione estiva).

Ricordiamo solo per inciso che chi dichiara all’Anagrafe una residenza non vera può essere incriminato per il reato di «falso in atto pubblico».

In verità, la notifica avviene ricercando il destinatario prima all’indirizzo di residenza; se lì non viene trovato, l’ufficiale tenta la notifica nel Comune ove risulta la dimora (ossia il luogo ove si vive abitualmente). Se questa è sconosciuta o anche lì il destinatario è irreperibile, si tenta la notifica presso il Comune del domicilio (ossia il luogo ove si esercita l’attività lavorativa).

Il legislatore ha dunque fissato un ordine tassativo da seguire per l’individuazione del Comune: prima quello di residenza, poi di dimora ed infine di domicilio. Tuttavia ha poi lasciato libero il notificatore di cercare indifferentemente il destinatario in uno qualsiasi dei tre luoghi previsti: casa, ufficio o dove esercita l’industria o il commercio.

Per individuare il luogo di abitazione occorre guardare all’effettiva ed abituale presenza del soggetto in un dato luogo; l’iscrizione anagrafica infatti ha solo un valore presuntivo.

Una volta che l’ufficiale giudiziario trova il destinatario dell’atto glielo consegna  nelle mani. È diritto di quest’ultimo non accettarlo, ma in tal caso la notifica si considera ugualmente eseguita: l’ufficiale giudiziario ne dà atto nella relata e tutti gli effetti della notifica si producono lo stesso.

Se il destinatario non viene trovato in uno di tali luoghi, l’ufficiale giudiziario consegna copia dell’atto a una persona di famiglia o addetta alla casa, allo ufficio o all’azienda, purché non minore di quattordici anni o non palesemente incapace. Se nessuno di questi è presente, la notifica avviene al portiere.

Per «persona di famiglia» si intende un concetto in senso ampio: esso comprende non solo le persone appartenenti in senso stretto al nucleo familiare (padre, madre, coniuge, figli) ma anche parenti o affini legati da vincoli affettivi o di comunanza di vita stabili (non cioè del tutto momentanei o occasionali) con il destinatario.

La notifica deve avvenire per forza nel luogo di residenza?

Da quanto appena visto possiamo comprendere che la notifica avvenuta con successo, ossia nelle mani del destinatario, in un luogo diverso da quello di residenza si considera ugualmente valida.

Se invece l’ufficiale giudiziario limita la propria ricerca solo al luogo di dimora e, nonostante non abbia trovato il destinatario, non lo cerchi anche presso la sua residenza (o viceversa) la notifica è nulla. Questo significa che, affinché la notifica possa dirsi valida, è necessario un minimo di ricerche (anche acquisite attraverso informazioni ottenute dalla gente del luogo) per verificare ove il soggetto effettivamente vive.

Attenzione però: se l’interessato si oppone alla notifica, sostenendo che la stessa sarebbe illegittima perché avvenuta in un luogo “sbagliato”, ossia diverso dalla residenza o dalla dimora, in realtà sta ammettendo di aver ricevuto l’atto. Come potrebbe, del resto, contestarne la notifica se non ne ha mai avuto notizia e non ne ha preso conoscenza? Risultato: la nullità si sana e la notifica si considera valida.

In sintesi: se la notifica raggiunge il suo scopo e il destinatario riceve l’atto non può sollevare alcun tipo di contestazione, a prescindere dal luogo in cui avviene la notifica. Viceversa, se il destinatario non riceve l’atto, la notifica si considera nulla se non risulta che l’ufficiale giudiziario ha effettuato le ricerche nei “3 Comuni” (quello di residenza, di dimora o di domicilio); in questo caso, però, se il destinatario dovesse sollevare opposizione contro l’atto asseritamente “non notificato in modo corretto”, sanerebbe la nullità perché ammetterebbe di averlo ricevuto. L’unico modo per impugnare una notifica nulla è quella di attendere il successivo atto e, solo allora, eccepire l’omessa notifica, facendo decadere tutto il procedimento.

La notifica a un familiare: in che luogo?

Immaginiamo ora che l’ufficiale giudiziario, recandosi presso un indirizzo ove il destinatario non è residente, consegni l’atto a un familiare che si trovi lì. La notifica è valida? Secondo la Cassazione [3], no. E questo perché la notifica effettuata nelle mani di un familiare del destinatario dell’atto è valida solo se avviene presso la residenza di quest’ultimo. Al contrario, non si può applicare alcuna presunzione di convivenza se la consegna del plico è fatta presso l’abitazione del familiare, diversa da quella del destinatario.

Reddito di cittadinanza per chi assiste disabili

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Agevolazioni per le persone con carichi di cura: più facile ottenere il reddito, requisiti flessibili, possibilità di esonero dagli obblighi collegati alla ricerca di lavoro.

Se nel tuo nucleo familiare è presente un disabile, oppure un minore di tre anni, devi sapere che puoi aver diritto ad alcune agevolazioni per ottenere il reddito di cittadinanza. Puoi difatti essere esonerato dagli adempimenti legati alla ricerca di lavoro, alla formazione ed alla riqualificazione, e non sei obbligato ad accettare un’offerta di lavoro lontano dalla tua abitazione ed a lavorare gratis per il tuo Comune.
Inoltre, per la presenza di un disabile nel tuo nucleo familiare, risultano più flessibili alcuni requisiti patrimoniali richiesti per ottenere il reddito: ad esempio, per ogni disabile presente in famiglia le soglie massime di patrimonio mobiliare (conti, carte, depositi, libretti, buoni, partecipazioni…) che possono essere possedute sono innalzate di 5mila euro. Anche i limiti relativi ai veicoli posseduti non si applicano, se i mezzi sono destinati al trasporto di un disabile.
Ma procediamo per ordine e vediamo quali sono le agevolazioni nel reddito di cittadinanza per chi assiste disabili e minori di 3 anni.

Chi sono i disabili ai fini del reddito di cittadinanza?

Il decreto sul reddito di cittadinanza definisce le persone con disabilità come coloro che sono considerati disabili ai fini Isee. Che cos’è l’Isee? L’Isee è l’indicatore della situazione economica equivalente, in parole semplice un indice che “misura la ricchezza” delle famiglie (se vuoi approfondire puoi leggere la nostra Guida alla dichiarazione Isee).

Ma chi è disabile, secondo la normativa sull’Isee? Risulta disabile chi soddisfa le condizioni indicate nell’Allegato 3 al decreto Isee [1]: il decreto, in particolare, differenzia le persone con disabilità media dalle persone con disabilità grave e dai non autosufficienti. Vediamo chi rientra nelle definizioni, in base alla tabella sottostante, e cerchiamo di capire se i portatori di handicap beneficiari della Legge 104 sono compresi.

Categorie
Disabilità Media
Disabilità Grave
Non autosufficienza
Invalidi civili di età compresa tra 18 e 65 anni – Invalidi 67-99% – Inabili totali – Cittadini di età compresa tra 18 e 65 anni con diritto all’indennità di accompagnamento
Invalidi civili minori di età – Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età (diritto all’indennità di frequenza) – Minori di età con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età e in cui ricorrano le condizioni di cui alla L. 449/1997, art. 8 o della L. 388/2000, art. 30 Minori di età con diritto all’indennità di accompagnamento
Invalidi civili ultra sessantacinquenni – Ultra sessantacinquenni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, invalidi 67-99% – Ultra sessantacinquenni con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni propri della loro età, inabili 100% – Cittadini ultra sessantacinquenni con diritto all’indennità di accompagnamento
Ciechi civili – Art 4 L. 138/2001 – Ciechi civili parziali – Ciechi civili assoluti
Sordi civili – Invalidi Civili con cofosi esclusi dalla fornitura protesica – Sordi pre-linguali
INPS – Invalidi (L. 222/84, artt. 1 e 6 – D.Lgs. 503/92, art. 1, comma 8) – Inabili (L. 222/84, artt. 2, 6 e 8) – Inabili con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa
INAIL – Invalidi sul lavoro 50-79%- Invalidi sul lavoro 35-59% – Invalidi sul lavoro 80-100%- Invalidi sul lavoro -59% – Invalidi sul lavoro con diritto all’assegno per l’assistenza personale e continuativa
INPS gestione ex INPDAP – Inabili alle mansioni (L. 379/55, DPR 73/92 e DPR 171/2011) – Inabili (L. 274/1991, art. 13 – L. 335/95, art. 2)
Trattamenti di privilegio ordinari e di guerra – Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla terza ed alla seconda categoria Tab. A DPR 834/81 – Invalidi con minorazioni globalmente ascritte alla prima categoria Tab. A DPR 834/81 – Invalidi con diritto all’assegno di super invalidità (Tabella E allegata al DPR 834/81)
Handicap – Art 3 comma 3 L.104/92
Nella parte in cui si stabiliscono le misure di politica attiva del lavoro a cui i beneficiari del reddito di cittadinanza devono partecipare, il decreto stabilisce però che sono esonerati i disabili potenzialmente beneficiari del collocamento mirato. La legge sul collocamento mirato [2] comprende, tra i disabili che beneficiano di misure specifiche in materia di lavoro, delle categorie differenti.

Appartengono alle categorie protette e possono iscriversi alle relative liste speciali:

  • le persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali ed i portatori di handicap intellettivo, in possesso di riduzione della capacità lavorativa(invalidità) superiore al 45%;
  • gli invalidi del lavoro, con un grado di invalidità, accertato dall’Inail, superiore al 33%;
  • ciechi assoluti o le persone con un residuo visivo non superiore a 1/10 a entrambi gli occhi;
  • sordomuti, cioè le persone colpite da sordità sin dalla nascita o prima dell’apprendimento della parola;
  • le persone che percepiscono l’assegno di invalidità civile, per accertamento da parte dell’Inps di una riduzione permanente a meno di 1/3 della capacità lavorativa;
  • gli invalidi di guerra, gli invalidi civili di guerra e gli invalidi per servizio con minorazioni ascritte dalla 1° all’8° categoria.

Gli invalidi totali (con percentuale di invalidità pari al 100%) possono iscriversi nelle liste speciali per accedere al lavoro o a percorsi di inserimento mirato, ma soltanto se possiedono ancora una residua capacità lavorativa.

Chi sono le persone con carichi di cura?

Ai fini del reddito di cittadinanza, sono definite persone con carichi di cura, o caregiver, coloro che assistono un disabile grave o non autosufficiente, come definito ai fini Isee. Nella tabella che abbiamo osservato, bisogna dunque riferirsi alle categorie elencate sotto la colonna della disabilità grave e della non autosufficienza, per valutare se chi assiste il disabile ha diritto alle agevolazioni previste dal decreto sul reddito di cittadinanza.
Inoltre, sono definiti dal decreto persone con carichi di cura anche coloro che assistono un minore di tre anni. Sono esonerati da alcuni adempimenti anche i componenti del nucleo familiare in cui è presente almeno un disabile (come definito dal decreto Isee, anche non grave o non autosufficiente).

Quali sono le agevolazioni per chi ha carichi di cura?

Chi ha dei carichi di cura può essere esonerato dagli adempimenti legati alla ricerca di lavoro, alla formazione ed alla riqualificazione.
Nel dettaglio, i caregiver non sono obbligati ad accettare un’offerta di lavoro distante dalla propria abitazione oltre 250 km. In pratica, a chi assiste minori o disabili non si applica la disposizione secondo la quale, una volta rinnovato il reddito di cittadinanza, o rifiutate due offerte di lavoro congrue, si è tenuti ad accettare un’offerta di lavoro ovunque nel territorio italiano.

Inoltre, chi ha dei carichi di cura può essere esonerato dalla sottoscrizione del patto Per il lavoro e dagli obblighi collegati.

In ogni caso, i caregiver non sono obbligati a prestare servizio gratuito presso il proprio Comune di residenza.

Quali sono gli obblighi di chi sottoscrive il patto per il lavoro?

I beneficiari del reddito di cittadinanza non esonerati dagli obblighi devono stipulare, presso un centro per l’impiego o un intermediario accreditato, un patto per il lavoro, che ha le stesse caratteristiche del patto di servizio personalizzato previsto per chi richiede l’indennità di disoccupazione, ma prevede delle attività aggiuntive.

In particolare, sottoscrivendo il patto per il lavoro ci si obbliga a:

  • collaborare con l’operatore addetto alla redazione del bilancio delle competenze, ai fini della definizione del patto per il lavoro;
  • accettare espressamente gli obblighi e rispettare gli impegni previsti nel patto per il lavoro e, in particolare:
  • registrarsi sull’apposita piattaforma digitale Siulp, e consultarla quotidianamente come supporto nella ricerca del lavoro;
  • svolgere attività di ricerca attiva di lavoro, secondo le modalità definite nel patto;
  • accettare di essere avviato ai corsi di formazione o riqualificazione professionale, o ai progetti per favorire l’auto-imprenditorialità, secondo le modalità individuate nel patto, tenuto conto del bilancio delle competenze, delle inclinazioni professionali o di eventuali specifiche propensioni;
  • sostenere i colloqui psicoattitudinali e le eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione, su indicazione dei servizi competenti e in attinenza alle competenze certificate;
  • accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue; in caso di fruizione del beneficio in fase di rinnovo, deve essere accettata, a pena di decadenza dal beneficio, la prima offerta utile di lavoro congrua;
  • offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti comunali utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il comune di residenza, mettendo a disposizione un massimo di 8 ore alla settimana.

Chi ha dei carichi di cura può essere esonerato da questi obblighi, e risulta comunque esonerato dall’obbligo di prestare servizio gratuito a favore del Comune di residenza e di accettare un’offerta di lavoro distante dalla residenza oltre 250 km.

Quando non si può rifiutare un’offerta di lavoro?

Chi percepisce il reddito di cittadinanza deve accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue, la prima offerta di lavoro congrua dopo 12 mesi di sussidio. Ma quando un’offerta di lavoro è congrua ai fini del reddito di cittadinanza? In base a quanto disposto dal decreto sul reddito di cittadinanza:

  • se il lavoratore percepisce il reddito di cittadinanza da non più di 6 mesi, l’offerta di lavoro deve avere le seguenti caratteristiche:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, deve riguardare uno dei settori individuati nel patto di servizio sottoscritto dal lavoratore;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 100 km dalla residenza dell’interessato, o comunque deve essere raggiungibile in 100 minuti con i mezzi di trasporto pubblici, se si tratta di prima offerta; la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 250 km dalla residenza dell’interessato se si tratta di seconda offerta; la sede di lavoro può trovarsi ovunque, nel territorio italiano, se si tratta di terza offerta;
  • se il lavoratore percepisce il reddito di cittadinanza da oltre 6 mesi, l’offerta di lavoro deve avere le seguenti caratteristiche:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, deve riguardare uno dei settori individuati nel patto di servizio sottoscritto dal lavoratore, o contigui ai settori individuati;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 100 km dalla residenza dell’interessato, o comunque deve essere raggiungibile in 100 minuti con i mezzi di trasporto pubblici, se si tratta di prima offerta; la distanza dal luogo di lavoro non può essere superiore a 250 km dalla residenza dell’interessato se si tratta di seconda offerta; la sede di lavoro può trovarsi ovunque, nel territorio italiano, se si tratta di terza offerta;
  • se il lavoratore ha ottenuto il rinnovo del reddito di cittadinanza, l’offerta di lavoro deve avere le seguenti caratteristiche:
    • dal punto di vista della coerenza professionale, può riguardare qualsiasi settore lavorativo;
    • la retribuzione offerta deve essere maggiore di 1,2 volte l’indennità di disoccupazione percepita, se il disoccupato percepisce un trattamento di sostegno al reddito;
    • la sede di lavoro, esclusivamente nel caso in cui nel nucleo familiare non siano presenti componenti di minore età o disabili, può trovarsi ovunque nel territorio italiano; in questo caso, il beneficiario continua a percepire il reddito di cittadinanza per altri 3 mesi, a titolo di compensazione per le spese di trasferimento sostenute.

Il rapporto di lavoro, per quanto riguarda la durata, deve essere:

  • a tempo indeterminato;
  • a termine o con contratto di somministrazione, con una durata di almeno tre mesi.

Per quanto riguarda l’orario di lavoro, il rapporto deve essere a tempo pieno, o a tempo parziale, con un orario non inferiore all’80% rispetto all’orario dell’ultimo contratto di lavoro.

Lo stipendio previsto, poi, non deve essere inferiore ai minimi della contrattazione collettiva.

Cosa si rischia per una rissa?

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Cosa si intende per rissa: quali sono gli elementi essenziali del reato e quali le pene nel caso in cui il giudice pronunci una sentenza di condanna.

Hai litigato con altre persone o, semplicemente, sei intervenuto per separare due gruppi (di persone) che erano nel mezzo di una lite violenta ed ora sei preoccupato e ti chiedi cosa rischi? Devi sapere, innanzitutto, che potresti rispondere del delitto di rissa il quale punisce proprio la condotta di chi prende parte (come descritto nel nostro esempio) ad una lite violenta tra più soggetti. In dottrina si è molto dibattuto (e tutt’oggi si dibatte) sul numero minimo di partecipanti alla lite, necessario affinché si possa parlare di rissa: secondo la tesi prevalente sarebbero necessarie almeno tre persone, secondo quella minoritaria sarebbero sufficienti anche due sole persone. Si tratta, in ogni caso di un reato comune (che, cioè, può essere commesso da chiunque e non solo da alcuni soggetti in particolare) e plurisoggettivo (nel senso che, come abbiamo detto, si configura solo se commesso da più soggetti). Con tale norma il legislatore ha voluto tutelare sia l’incolumità individuale che l’ordine pubblico: quante volte, infatti, ti è capitato di assistere a risse iniziate con pochi soggetti e terminate, invece, con un gran numero di persone? In questo caso le risse non sono pericolose (e dannose) solo per chi vi partecipa ma anche per tutti quei cittadini che non vi prendono parte (ecco perché l’ordinamento tutela anche l’ordine pubblico). Nonostante ciò il pericolo per l’ordine pubblico non è considerato elemento costitutivo del reato, nel senso che la rissa sussiste anche nel caso in cui si realizzi tra pochi soggetti, senza arrecare concreto pericolo (o danno) alla collettività. Ma cosa si rischia per una rissa? Andiamo con ordine e cerchiamo di rispondere alla domanda.

Cos’è una rissa?

Il codice penale non fornisce una definizione precisa e dettagliata del delitto di rissa ma si limita ad enunciarne il concetto: la rissa, in sostanza, non è altro che una lite violenta, realizzata tra più persone. La norma [1] punisce chiunque prenda parte ad una rissa per il solo fatto di avervi partecipato. L’elemento oggettivo, necessario e sufficiente ad integrare il delitto in questione è la presenza (nella lite violenta) di gruppi contrapposti, animati dalla reciproca volontà di attentare l’altrui incolumità personale. Siamo dinanzi al delitto di rissa anche nel caso in cui i partecipanti non siano stati coinvolti tutti contemporaneamente nella colluttazione e l’azione si sia sviluppata in diverse fasi e attraverso singoli episodi, seguiti in rapida successione in modo da saldarsi in un’unica sequenza di eventi (anche se non vi è stata continuità). Per la consumazione di tale reato è previsto quale elemento soggettivo, il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà da parte del corrissante di partecipare alla mischia e aggredire (arrecare offesa agli altri ovvero difendersi dalla loro violenza).

Sono punito anche se cerco di difendermi?

Cosa succede se sei con degli amici e sei costretto a reagire ad offese ed attacchi mano mano più violenti ad opera di un altro gruppo di persone? Puoi invocare la legittima difesa? La risposta non è semplice e dipende da cosa accade di preciso nel caso concreto. Devi sapere, infatti, che la legittima difesa può essere invocata, in tema di rissa, soltanto da chi si sia lasciato coinvolgere nella contesa al solo scopo di resistere alla violenza altrui. La difesa deve essere contenuta nei limiti della necessità di neutralizzare l’aggressione subita, senza eccedere in iniziative offensive che, in quanto tali, supererebbero l’ambito di applicabilità della esimente, configurando il reato. Per essere più chiari: se si accerta che vi era l‘intenzione di tutti i partecipanti alla rissa di affrontarsi con violenza, non potrà configurarsi (per nessuno di essi) la legittima difesa e non avrà alcun rilievo accertare chi per primo sia passato alle vie di fatto. Diversa conclusione, invece, vi sarebbe per chi fosse in grado di dimostrare di non essere stato animato, in alcun momento, dall’intento di partecipare ad una colluttazione (o da quello, più banale, di affrontare gli avversari) e di esservi stato costretto esclusivamente dalla necessità di tutelare sé stesso dall’attacco ricevuto. Ma cosa rischio per una rissa?

Quali sono le pene previste per il reato di rissa?

Il nostro ordinamento prevede che il responsabile di una rissa sia punito con la pena della multa fino a 309 euro. Ricorda che si tratta di una multa penale che sarà irrogata (con sentenza) da un giudice penale all’esito di un processo nel caso in cui sia dimostrata la tua responsabilità. La pena prevista per la rissa può essere anche più severa, qualora qualcuno riporti delle lesioni o, addirittura, perda la vita, immediatamente dopo o in conseguenza della stessa. In questo caso la pena prevista per il solo fatto di aver partecipato alla rissa è della reclusione da tre mesi a cinque anni.

Cauzione locazione: come non perderla

Posted on : 21-01-2019 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Nel contratto di locazione, qual sarebbe lo scopo del deposito cauzionale? Il locatore potrebbe trattenere la cauzione a fine contratto? 

Come fanno tanti italiani, per motivi personali, invece di comprare casa, hai preferito affittarla. Tuo marito fa un lavoro che richiede frequentemente il cambio sede e pertanto avete ritenuto opportuno ripiegare sulla locazione, invece che sull’acquisto. In questo momento, però si sta avvicinando il termine del contratto: dopo il primo rinnovo quadriennale, ne è seguito il periodo successivo, che per l’appunto sta andando a finire. Quindi ti stai preparando per il trasferimento in un’altra abitazione e per la riconsegna dell’immobile, ma non prima di aver risolto alcuni dubbi sul contratto. In particolare, vorresti avere maggiori informazioni sulla cauzione che hai versato all’inizio del rapporto. Sai che dovrà esserti restituita, ma sai anche che il proprietario potrebbe opporsi, lì dove dovesse riscontrare dei danni all’interno dell’appartamento. Per questa ragione, vorresti capire entro che limiti il proprietario potrebbe legittimamente effettuare questa trattenuta e quando, invece, non sarebbe un suo diritto. Temi, infatti, che l’usura alla quale è andato inevitabilmente soggetto l’appartamento locato, possa essere il pretesto per fare storie col proprietario. Insomma, senza troppo tergiversare vorresti maggiori informazioni. Ed allora le domande che ti poni sono le seguenti: quando il proprietario può trattenere il deposito cauzionale? A proposito della cauzione nella locazione come faccio a non perderla? A chi spetta stabilire se ci sono danni o meno nella casa locata?

Locazione: che cos’è la cauzione?

Definita tecnicamente come deposito cauzionale, la cauzione nella locazione è rappresentata da quella somma che, all’inizio del contratto, l’inquilino versa nelle mani del proprietario a garanzia del regolare pagamento dei canoni di locazione. In altri termini, se il conduttore dovesse risultare moroso con l’affitto, la cauzione servirebbe a compensare questa mancanza, in attesa che i pagamenti si regolarizzino oppure fino a quando il giudice si pronunci sull’eventuale sfratto per morosità. Secondo la legge, le parti del contratto possono stabilire una somma a titolo di deposito cauzionale, pari all’importo massimo di tre mensilità del canone di locazione [1]. Chiarita, quindi, la funzione di questa somma nelle mani del proprietario, la domanda è: al momento della riconsegna dell’immobile, il locatore potrebbe trattenere la cauzione, se dovesse riscontrare dei danni all’appartamento?

Cauzione locazione: quando si restituisce?

Come hai potuto capire, la cauzione nasce allo scopo di prevenire e tamponare la morosità eventuale dell’inquilino: se questi, per le ragioni più svariate, non dovesse pagare più, il deposito servirebbe a compensare il proprietario, almeno parzialmente, per la persistente morosità. Pertanto, se questo è lo scopo della cauzione, appare evidente che la stessa debba essere restituita al termine della locazione, lì dove siano state pagate regolarmente tutte le mensilità dovute sino alla scadenza. I problemi nascerebbero, se dovessero essere riscontrati dei danni all’appartamento. In un caso come questo, in generale, il proprietario tenderebbe a trattenere la cauzione, anche se non potrebbe: ma perché?

Cauzione locazione: si può trattenere per danni?

La cauzione prevista da un contratto di locazione non può essere trattenuta dal proprietario neanche se dovessero essere presenti dei danni all’immobile riconsegnato. Lo chiarisce la Suprema Corte di Cassazione [2], secondo la quale il locatore non può trattenere la detta somma, a meno che non proponga domanda giudiziale nei confronti dell’inquilino, per i presunti danni arrecati alla cosa. Deve essere, quindi, il giudice a stabilire se l’appartamento locato presentava dei danni meritevoli di risarcimento e non il proprietario. Detto questo, nella pratica, se l’inquilino non ha compensato il deposito cauzionale con le ultime mensilità dovute e se il locatore dovesse riscontrare danni all’immobile, questi trattiene sempre il deposito cauzionale, in attesa che la questione si definisca davanti a un magistrato. Pertanto, diventa importante precisare quando l’inquilino sarebbe responsabile per aver riconsegnato un appartamento in cattivo stato.

Locazione: quando l’inquilino è responsabile per danni?

La legge dice che l’immobile riconsegnato dall’inquilino deve essere in uno stato d’uso normale [3]. In altre parole, questa giustissima disposizione ammette e legittima l’usura ordinaria del tuo appartamento in virtù dell’uso e del trascorrere del tempo. Pertanto, se questi sono i presupposti, il proprietario non potrà certamente trattenere la cauzione, se le pareti saranno ovviamente scolorite dopo otto anni e tanto meno se qualche impianto della casa perde i colpi per l’usura ordinaria a cui è stato sottoposto. Ad ogni modo, per evitare contestazioni potenziali, un verbale di riconsegna dell’immobile locato, con tanto di attestazione dell’assenza di danni meritevoli di risarcimento, del buono stato d’uso della cosa locata e della restituzione della cauzione, sarebbe ottimale. Ovviamente, se il proprietario non dovesse essere d’accordo a firmare la predetta liberatoria ed a versarti quanto dovuto, provvedi a fotografare la casa prima di riconsegnarla (una perizia sarebbe il massimo), magari facendola visionare anche a qualche amico: potrebbe tornarti utile per un’eventuale testimonianza. Dopodiché, armato di tanta pazienza, avvia il recupero formale e sostanziale del deposito cauzionale nelle mani del locatore, rivolgendoti al tuo avvocato di fiducia.