Agenzia Entrate Riscossione: come non pagare la cartella

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Il contribuente che ha ricevuto una cartella esattoriale dall’Agente di riscossione può avere dei motivi per non pagarla?

C’è un modo generico per non pagare la cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione? No. C’è il diritto a non pagarla? Sì, ci può essere. Questa è la differenza. L’unico modo per non pagare la cartella esattoriale è quello che coincide con un diritto riconosciuto dalla legge al contribuente. Un diritto che si scopre leggendo attentamente la cartella.

Quello che è possibile fare, comunque, è conoscere quali sono i principali casi in cui si può evitare di pagare perché c’è un motivo che invalida la cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione. Ed è quello che vedremo in seguito.

 

Tetto minimo e tetto massimo della cartella esattoriale

L’Agenzia delle Entrate Riscossione non può notificare una cartella esattoriale per un importo inferiore a 30 euro, compresi interessi e sanzioni. E’ un divieto scattato il 1° luglio 2012 per gli Agenti per la riscossione e per gli altri enti impositori. Certo, avere un debito con il Fisco di meno di 30 euro è piuttosto  improbabile, ma non si sa mai: ci può essere sempre in agguato, ad esempio, la differenza di un debito basso come una multa pagata con un paio di giorni di ritardo.

Ad ogni modo, se il mancato pagamento del contributo comportasse l’applicazione di altri interessi e sanzioni e venisse superata la soglia dei 30 euro, la cartella diventerebbe legittima e toccherebbe pagare.

Quindi, non si può esagerare al ribasso, ma nemmeno al rialzo. Una cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione di importo troppo basso è illegittima come lo è anche quella con un importo da far venire un infarto a chiunque. I latini dicevano che nessuno può essere costretto a una prestazione per lui impossibile («nemo ad impossibilia tenetur»). E l’Agente di riscossione deve seguire l’esempio dei latini: risulterebbe difficile, infatti, il pignoramento nei confronti di un nullatenente o di chi ha redditi talmente bassi da non riuscire a pagare il debito anche lavorando tutta una vita.

Proprio a tutela di quest’ultima categoria di contribuenti, è intervenuta una legge nel 2012 [1] che consente la liberazione dal cosiddetto sovrindebitamento in tre modi diversi:

  • raggiungendo un accordo con il 60% dei creditori, poi ratificato dal tribunale (cosiddetto accordo coi creditori);
  • ottenendo la decurtazione del debito dal tribunale, anche senza il consenso dei creditori (cosiddetto piano del consumatore);
  • disponendo la vendita dei propri beni attraverso il tribunale e procedendo alla ripartizione del ricavato tra i creditori (cosiddetta liquidazione del patrimonio).

Purché il tutto venga opportunamente dimostrato: è necessario, infatti, dar prova di non essersi indebitati per propria colpa (aver vissuto da nababbi senza averne le possibilità) e di non aver usufruito di questa procedura nei 5 anni precedenti. L’interessato dovrà farsi redigere un apposito programma da parte di un professionista, che sarà presentato in tribunale. A presiedere sulla regolarità della procedura sarà chiamato un «organismo di composizione della crisi», che potrebbe essere anche un commercialista o un avvocato.

Ridurre i debiti con il piano del consumatore (destinato solo ai debiti non derivanti da attività imprenditoriali) o con l’accordo coi creditori è possibile anche nel caso in cui il creditore sia uno soltanto. Così, se il contribuente ha accumulato un’esposizione debitoria solo nei confronti dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, può ricorrere alle citate procedure e ottenere un taglio degli importi fino all’80%.

L’erede non paga l’Agenzia delle Entrate Riscossione

Se arriva una cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate Riscossione intestata ad un defunto, gli eredi non devono pagare le sanzioni. A tal fine, potranno fare un’istanza di sgravio alla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione. In secondo luogo, potranno evitare di pagare se rinunciano all’eredità. Ma se accettano l’eredità con beneficio di inventario, ridurranno la propria responsabilità solo ai beni ottenuti con la successione. Significa che se decidono di non pagare, l’Agenzia delle Entrate Riscossione potrebbe pignorare solo i beni ereditati e non quelli del patrimonio personale.

Un altro modo che ha l’erede per non pagare i debiti del parente defunto è quello di verificare che la cartella esattoriale sia stata correttamente notificata. La notifica, infatti, nel primo anno dopo il decesso, deve avvenire:

  • direttamente e nominativamente agli eredi: se questi hanno fatto la comunicazione di decesso all’Agenzia delle Entrate;
  • impersonalmente e cumulativamente a tutti gli eredi, all’ultimo indirizzo del soggetto defunto (la dicitura della raccomandata sarà “Eredi del sig…..”).

Invece, dopo un anno dalla morte del debitore, l’Agenzia delle Entrate Riscossione deve effettuare la notifica personalmente e nominativamente ai singoli eredi, ciascuno per la sua parte. A tal fine, la notifica dovrà avvenire presso il rispettivo indirizzo di residenza.

Se il debitore è nullatenente

Il debitore nullatenente, cioè colui che non ha redditi o beni intestati a sé o in comunione con altri soggetti, non può temere nulla. In Italia, infatti, non ci sono conseguenze ulteriori rispetto al pignoramento in caso di mancato pagamento dei debiti tributari. Solo se l’evasione supera determinate soglie può scattare il reato e, quindi, il procedimento penale (250mila euro per l’omesso versamento di Iva, 150mila euro per l’omesso versamento ritenute previdenziali).

Il debitore che non sia riuscito a pagare la cartella dell’Agenzia delle Entrate Riscossione non viene segnalato in Crif o alla Centrale Rischi, come potrebbe succedere a chi ha un debito con una banca, una finanziaria o altro intermediario finanziario.

Dunque, tutto ciò che può fare l’Agenzia delle Entrate Riscossione è prendere la lente d’ingrandimento e verificare, attraverso un controllo sulle banche dati telematiche del Fisco (Anagrafe tributaria, Anagrafe dei conti correnti, Registri immobiliari), che il debitore sia nullatenente. Accertato ciò, non procederà contro di lui e inserirà il debito tra quelli non recuperabili la cui riscossione, di norma, dopo qualche anno, viene abbandonata. Alla peggio, ci possono essere indagini e ispezioni più approfondite, eventualmente con l’ausilio della Guardia di Finanza.

Possono stare tranquilli anche il coniuge in regime di separazione dei beni e genitori o altri parenti: su di loro non c’è possibilità di rivalsa. L’unica ipotesi di trasmissione dell’obbligazione è in caso di decesso: a rispondere del debito sarebbero gli eredi, ma coi limiti di cui abbiamo appena parlato.

 

Il pignoramento del conto corrente

Se il debitore è titolare di un conto corrente in rosso, cioè privo di alcuna somma depositata, o in perdita, o su cui è aperto un affidamento (cosiddetto «fido» o «apertura di credito»), il pignoramento non può avvenire. Se, ciò nonostante, l’Agenzia delle Entrate Riscossione dovesse ugualmente notificare gli atti, la banca le comunicherebbe che sul conto non vi è disponibilità di denaro e il pignoramento presso terzi si chiuderebbe con esito negativo (quando il conto è vuoto c’è poco da portar via).

Se il conto corrente contiene, invece, solo redditi di lavoro dipendente o di pensione, anche se il saldo è attivo, il pignoramento non è consentito entro una determinata somma. In particolare, fino a 1.344,21 euro (ossia il triplo dell’assegno sociale) è vietato ogni pignoramento che potrebbe, tutt’al più, estendersi sull’eventuale eccedenza. Quindi, il contribuente che riesca a mantenere il conto entro questa soglia non deve temere alcunché. Per tutti gli accrediti successivi (di stipendio o pensione) il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/5.

Limiti al pignoramento dello stipendio o della pensione

Nel caso in cui il pignoramento dello stipendio avvenga presso il datore di lavoro, il limite massimo è di 1/10 del netto della busta paga se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la busta paga è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7. Per importi superiori, il limite è di 1/5.

Nel caso in cui il pignoramento della pensione avvenga direttamente in capo all’ente previdenziale (per es. Inps), vigono due regole:

  • così come con lo stipendio, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/10 della pensione se questa non raggiunge 2.500 euro; se invece la pensione è compresa tra 2.500 e 5.000 euro, il pignoramento può avvenire fino a massimo 1/7. Per importi superiori, il limite è di 1/5;
  • tali percentuali non si applicano su tutta la pensione, ma su quella parte che eccede il cosiddetto minimo vitale, pari all’assegno sociale (per il 2017 è di 448,07 euro) aumentato della metà (quindi di 224,93 euro). Pertanto, il minimo vitale nel 2017 è fissato in che è pari a 672,10 euro. Significa che se una pensione è di 1.000 euro, il decimo (1/10) si applica sulla differenza tra 1.000 e 672,10 euro (cioè sarebbe 1/10 di 327,9 euro, quindi 32,79 euro).

 

Il fondo patrimoniale

L’equazione «istituire un fondo patrimoniale = non pagare i debiti» non sempre è corretta. Prima di tutto, è necessario che il fondo sia stato annotato a margine dell’atto di matrimonio prima della nascita del debito (per esempio, della data di scadenza della dichiarazione cui si collega la morosità). Per evitare poi la revocatoria del fondo devono passare almeno 5 anni dalla sua annotazione.

Tuttavia, anche per i debiti successivi alla costituzione del fondo patrimoniale, la Cassazione ha ripetuto più volte che tale vincolo non tutela se il debito fiscale attiene a redditi di natura lavorativa o imprenditoriale (esclusi solo quelli di attività speculative).

La prescrizione per non pagare la cartella esattoriale

«Chi spera non dispera», dicevano i nostri avi. E così, uno dei metodi più frequenti per sperare di non pagare l’Agenzia delle Entrate Riscossione è quello di attendere il tempo necessario per la prescrizione degli importi richiesti in pagamento. Sempre che, entro tali termini, non arrivino atti interruttivi come un sollecito di pagamento, il preavviso di fermo o di ipoteca, un pignoramento, ecc.

Una volta intervenuta la prescrizione, però, non sempre l’Agente di riscossione si adegua alla richiesta di cancellazione del debito avanzata dal contribuente, ma di norma è necessario un ricorso al giudice.

I termini di prescrizione variano a seconda del tributo, e sono di:

  • 10 anni per Irpef, IVA, Imposta di Registro, Irap, imposta ipocatastale, canone Rai, diritti camera di commercio. A tale riguardo, però, si segnala un orientamento della Cassazione secondo cui la prescrizione per l’Irpef sarebbe di 5 anni;
  • 5 anni per sanzioni amministrative, codice della strada, contributi Inps, e Inail, imposte locali come Tari, Ici, Imu, Tarsu, Tasi, Tosap;
  • 3 anni per bollo auto (i tre anni decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui il pagamento doveva essere effettuato).

In questi casi, è possibile procedere alla contestazione anche senza avvocato per via amministrativa.

I diritti di chi soffre di ulcera

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

L’ulcera non è causa di invalidità ma lo può diventare se provoca patologie più gravi. C’è anche il diritto ad una cura limitata di farmaci a carico del Ssn.

L’ulcera (o ulcera peptica) è una ferita aperta che si sviluppa sulla mucosa interna dell’esofago, dello stomaco o del duodeno, cioè sul tratto superiore dell’intestino tenue. A seconda di dove viene localizzata, pertanto, si può parlare di ulcera esofagea, ulcera gastrica o ulcera duodenale. Tra queste, l’ulcera esofagea viene associata al reflusso esofageo cronico..

Contrariamente a quanto si credeva fino a qualche tempo fa, oggi gli esperti non segnalano come cause principali dell’ulcera lo stress lavorativo o la cattiva alimentazione (anche se, probabilmente, sono fattori che non aiutano) ma sono più portati a pensare che ad aprire quella ferita siano alcuni farmaci, soprattutto quelli antinfiammatori, oppure un’infezione batterica.

Il sintomo principale dell’ulcera peptica è il bruciore addominale che inizia a stomaco vuoto e che si attenua dopo un pranzo o dopo aver ingerito un antiacido. Può durare qualche minuto come qualche ora. Ecco perché in alcune situazioni, come ad esempio al lavoro, può essere un disturbo che riduce la capacità di svolgere la normale attività.

In alcuni casi, l’ulcera può essere particolarmente grave o, addirittura, letale: è il caso dell’ulcera sanguinante o dell’ulcera perforata, che richiede un intervento chirurgico urgente in quanto può provocare delle forti emorragie.

Vediamo, allora, quali sono i diritti di chi soffre di ulcera.

Ulcera e causa di servizio

Come per qualsiasi tipo di malattia legata al mondo del lavoro, prima di avviare una causa di servizio chi soffre di ulcera deve dimostrare che la patologia e l’eventuale reflusso gastrico (che, come abbiamo visto può essere collegato all’ulcera) siano un’immediata conseguenza dell’ambiente in cui si svolge la propria attività. Ad esempio – e nonostante quello che dicono gli esperti in materia – perché si lavora troppo e sotto pressione.

Occorre, dunque, provare il rapporto causa/effetto, cioè che si soffre di ulcera solo per colpa dell’ambiente e delle condizioni di lavoro e non per cause esterne (problemi con i figli, una recente e complicata separazione, tanto per citarne un paio).

Su questo aspetto si è pronunciata la Corte dei Conti, affermando che va ammesso al trattamento di privilegio il quadro clinico di «esofagite del terzo inferiore con incontinenza cardiale e ulcera lineare del bulbo su bordo di pseudodiverticolo, verosimile esito di pregressa ulcera», laddove il servizio prestato, per le sue caratteristiche di gravosità e stress, abbia rivestito valore concausale nella storia clinica della patologia.

Non è abbastanza, quindi, dire in modo generico che si lavora sotto stress. Quella è una situazione patita da milioni di persone. Ma non tutti hanno l’ulcera.

Altro discorso è quello del dipendente che ha sviluppato un’ulcera duodenale a causa di alcune circostanze legate strettamente al lavoro. Si parla, ad esempio, di una persona particolarmente predisposta all’ulcera che si sia ammalata nella mensa dell’azienda perché il cibo servito (al quale ha diritto nel suo specifico contratto) è di scarsa qualità [1].

 

Chi soffre di ulcera ha diritto all’invalidità?

In teoria, no. L’ulcera, di per sé, non dà diritto all’invalidità civile, o meglio: la percentuale di riduzione della capacità lavorativa è estremamente bassa: l’ulcera gastrica o duodenale di II classe ha una percentuale fissa del 10%, mentre quella di III classe varia dal 21 al 30%. Questo significa che non si ha diritto né all’inserimento nelle liste di collocamento speciali, né tantomeno ad assegni o pensioni di invalidità o di inabilità.

Ci possono essere, però, delle complicanze in grado di aggravare la situazione, come nel caso dell’ulcera perforante. Il paziente può avere una grave emorragia e, nelle forme più acute, accusare una forte anemia o uno stato di shock. In questi casi, ovviamente, l’apposita commissione dell’Asl può valutare la patologia in modo diverso e stabilire una percentuale di invalidità civile più alta.

Il diritto ai farmaci di chi soffre di ulcera

Chi soffre di ulcera non ha diritto all’esenzione dal ticket sanitario (a meno che non si tratti di un’esenzione per reddito), anche se – lo ricordiamo sempre – le esenzioni vengono stabilite dalle Regioni, quindi da un territorio all’altro le cose possono cambiare.

Tuttavia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) chiarisce che c’è il diritto ad una prescrizione a carico del Servizio Sanitario Nazionale a certe condizioni.

Trattamento di 4 settimane (occasionalmente 6 settimane)

  • ulcera duodenale o gastrica positive per ulcera duodenale o gastrica positive per Helicobacter pylori (H. pylori);
  • per la prima o le prime due settimane in associazione con farmaci eradicanti l’infezione;
  • ulcera duodenale o gastrica H. pylori-negativa (primo episodio);
  • malattia da reflusso gastroesofageo con o senza esofagite (primo episodio).

Trattamento prolungato

Dopo un anno, la possibilità di prolungare il trattamento viene valutata in caso di:

  • sindrome di Zollinger-Ellison;
  • ulcera duodenale o gastrica H. pylori-negativa recidivante;
  • malattia da reflusso gastroesofageo con o senza esofagite (recidivante).

Rc auto, polizze truffa online: come difendersi

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Verifica sul sito Ivass se la compagnia assicurativa o l’intermediario della tua polizza esistono e sono registrati.

Se ti offrono una polizza assicurativa per la tua auto ad un prezzo particolarmente basso, fai attenzione perché potrebbe trattarsi di una truffa on line. È possibile difendersi dalle truffe on line grazie all’Ivass (istituto di vigilanza sulle assicurazioni) sul cui sito internet ciascuno di noi può verificare se la compagnia assicurativa, e l’intermediario che ci ha contattato, esistono davvero. Difendersi dalle truffe delle assicurazioni o delle rc auto è importante perché se la polizia ti ferma con una polizza inesistente (salvo prova contraria) ti considererà complice del reato e ti applicherà sanzioni amministrative ed il sequestro dell’auto.

Cos’è la rc auto?

La parola (acronimo) Rca indica la responsabilità civile degli autoveicoli e corrisponde al contratto assicurativo che, per legge, deve essere stipulato con una compagnia assicurativa per ogni veicolo immatricolato che circola su strada: in Italia, per poter circolare con un veicolo a motore, l’assicurazione è obbligatoria [1].

Con il contratto, il cittadino (assicurato) si tutela economicamente dall’eventuale pericolo di poter causare (mentre è alla guida) danni materiali (non solo alla propria auto ma anche a quella di terze persone) e/o lesioni personali: le compagnie assicurative, infatti, in cambio del pagamento di un prezzo annuale o semestrale fisso (che viene definito premio assicurativo) si impegnano a risarcire i danni che l’assicurato provoca a terzi a causa della circolazione del veicolo.

Facciamo un esempio. Se sono in auto e, tamponando il veicolo posto davanti a me, gli procuro dei danni (o se circolando con l’auto investo un pedone causandone la morte), la mia compagnia assicurativa pagherà (al mio posto) tutti i danni che ho causato, fino ad un certo limite (definito massimale) previsto dal contratto.

Generalmente la durata del contratto assicurativo è di un anno ed i premi assicurativi sono determinati in base al principio del bonus-malus. Ciò significa che:

  • quando viene stipulata, per la prima volta, una polizza di assicurazione, l’assicurato parte da una classe di merito alta (con premio costoso) ma, se non causa incidenti, passerà annualmente ad una classe di merito più bassa, per la quale pagherà un premio inferiore (bonus);
  • se, invece, l’assicurato incorre in un incidente per sua colpa, l’assicurazione pagherà i danni da lui causati ma gli aumenterà la classe di merito (malus), con conseguente maggiorazione delle tariffe (premio).

Le assicurazioni possono essere di diversi tipi (per esempio a tempo, a consumo o con franchigia) e da alcuni anni possono essere sottoscritte on line, ma bisogna fare attenzione a difendersi dalle truffe on line.

Truffe rc auto online

In tempi di crisi, le truffe di rc auto e di polizze assicurative on line sono sempre più frequenti: si va dalla Rc auto completamente contraffatta a vere e proprie frodi ai danni del contribuente messe in atto (ad esempio) da compagnie assicurative in fase di liquidazione o da compagnie che operano senza licenze, con denominazioni fasulle. L’estendersi di tali truffe ha indotto anche l’istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass) a mettere in guardia i cittadini dal pericolo di assicurazioni false.

La truffa si può realizzare perché la compagnia assicurativa con cui avete stipulato la polizza on line non esiste o perché, pur esistendo, non ha alcun contratto di collaborazione con l’agente con il quale avete avuto contatti. In sostanza, è possibile che:

  • un soggetto si presenti come agente di una compagnia assicurativa;
  • la compagnia esista realmente (per cui se la cercate su internet vi sentite rassicurati dal fatto di trovarla);
  • però, quel soggetto che vi propone il contratto non sia un agente assicurativo per cui, presi i vostri soldi, vi rilascerà una polizza falsa.

Capita anche che la persona che si presenta come agente appartenga ad un’azienda straniera effettivamente abilitata a lavorare in Italia ma, di fatto, non autorizzata per il ramo delle assicurazioni auto.

In tutti questi casi, avrete pagato dei soldi ma:

  • non avrete alcuna copertura assicurativa (ciò significa che in caso di incidente stradale nessuna assicurazione pagherà i danni da voi procurati);
  • correrete il rischio di essere fermati dalla polizia (con assicurazione falsa) e di subire sanzioni pecuniarie (che vengono applicate sia ai conducenti truffati che agli intermediari-truffatori che hanno svolto un’attività vietata dalla legge) ed il sequestro dell’auto.

 

Come difendersi dalle truffe assicurative on line

Per difendersi dalle truffe assicurative on line bisogna:

  • innanzitutto consultare accuratamente il sito internet della propria compagnia (nel quale devono essere riportati i dati identificativi dell’intermediario, l’indirizzo della sede, i recapiti telefonici e di posta elettronica certificata, il numero e la data di iscrizione al registro unico degli intermediari, nonché l’indicazione del controllo dell’Ivass);
  • verificare con attenzione l’attestato di rischio, ovvero il documento in cui è indicato il numero di sinistri (incidenti) denunciati negli ultimi 5 anni assicurativi, al fine di controllare se la compagnia vi ha addebitato impropriamente un sinistro (mai accaduto o del quale non avete colpa) per farvi pagare un premio maggiore.

In quest’ultimo caso l’assicurato può inviare un reclamo (tramite raccomandata) sia alla compagnia assicurativa che all’Ivass (che, se del caso, provvederà ad irrogare sanzioni disciplinari a carico della compagnia).

Una volta chiarito come evitare le truffe, è necessario spiegare come ci si può difendere dalle truffe on line se non si riescono a scoprire in tempo. Se hai stipulato una polizza assicurativa ed hai dimenticato di controllare sul sito dell’Ivass se l’assicurazione esisteva o se il tuo agente era effettivamente un intermediario della compagnia ma, ad un certo punto (a seguito di un controllo di polizia o per averne parlato con un amico che ha esperienza nel settore), ti rendi conto si essere stato truffato, devi immediatamente presentare una denuncia agli organi competenti o alla procura della repubblica. Un campanellino d’allarme (benché allettante) potrebbe essere un’assicurazione troppo conveniente oppure di durata temporanea.

Negli scorsi anni sono stati scoperti diversi siti web fantasma che si spacciavano per esperti in commercializzazione di prestazioni di assicurazioni Rc auto.

Quali diritti ha un invalido al 100%

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Il soggetto invalido al 100% gode di diritti ed agevolazioni sia di tipo economico che lavorativo.

Il soggetto invalido al 100%, non potendo compiere da solo neanche gli atti ordinari di vita quotidiana, ha diritto a ricevere dallo stato benefici ed agevolazioni, di tipo economico e lavorativo, sia in suo favore che a vantaggio di chi lo assiste ogni giorno. Vediamo quali diritti ha un invalido al 100%.

Chi è invalido al 100%?

Si considera soggetto invalido al 100% colui che, a causa di una menomazione o di un deficit fisico, non riesce più a camminare regolarmente senza un accompagnatore, né a svolgere le più elementari azioni della vita quotidiana (muoversi in casa, vestirsi, mangiare) e chi ha manifestato una totale e permanente inabilità lavorativa [1].

Mentre negli adulti dai 18 ai 65 anni (per usufruire dei diritti dell’invalido al 100% ) è necessario che sia certificato un grado di invalidità civile effettivamente pari al 100%, per i minorenni e gli ultrasessantacinquenni tale percentuale non è richiesta (in quanto si ritiene che non sia possibile presumere, né tantomeno dimostrare, una loro capacità di lavoro); ciò significa che è sufficiente che essi abbiano una difficoltà a deambulare da soli tale da rendere necessaria una continua assistenza perché siano considerati invalidi al 100%. Al riconoscimento dell’invalidità civile al 100% lo stato collega una serie di benefici e diritti.

Benefici economici

Il soggetto invalido al 100% ha diritto ad ottenere dei benefici economici che variano a seconda del reddito e della patologia: alcuni che vengono erogati in suo favore ed altri che possono essere richiesti da parte di chi lo assiste. In particolare, si tratta della:

  • indennità di accompagnamento, ovvero un beneficio di natura economica ed assistenziale (che consiste nell’erogazione di un assegno dell’importo di circa 500 euro al mese) che prescinde dal reddito del richiedente;
  • pensione di inabilità, cioè una prestazione economica che viene concessa agli invalidi civili con un’età compresa tra i 18 e i 65 anni (a cui è stata riconosciuta un’invalidità civile totale pari al 100%) dell’importo di 260 euro al mese (per tredici mensilità): questa pensione, a differenza dell’indennità di accompagnamento, è concessa solo a chi abbia un reddito che non superi i 15.154,24 euro e, per tale ragione, viene erogata anche nel caso in cui il soggetto invalido al 100% sia ricoverato in una struttura pubblica nella quale provvedono al suo sostentamento;
  • fornitura gratuita di protesi da parte del servizio sanitario nazionale, per l’invalido che soffra di particolari patologie e sempre previa prescrizione medica specialistica;
  • esenzione totale dal pagamento del ticket sui farmaci, sulle prestazioni specialistiche, sugli esami diagnostici e le cure termali (seppure nel limite di due cicli all’anno);

Vi sono altresì:

  • l’indennità di frequenza per i minori (dell’importo di 256,67 euro), un beneficio che può essere erogato nel caso in cui il reddito personale non superi i 4.408,95 euro e si certifichi la frequenza a scuola o presso dei centri di riabilitazione;
  • l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie (purché il reddito familiare non superi un importo stabilito annualmente);
  • l’erogazione di contributi regionali ed aiuti (sussidi) tecnici ed informatici per l’eliminazione delle barriere architettoniche in edifici pubblici e privati;
  • la possibilità di dedurre dal reddito (in sede di dichiarazione annuale) le spese sostenute per l’assistenza specifica resa ai soggetti invalidi al 100% dal personale medico e sanitario (anche dai terapisti).

 

Agevolazioni lavorative

Chi si prende cura ed assiste il soggetto invalido al 100% ha il diritto di avere alcune tutele lavorative.

  • I genitori di soggetti invalidi al 100% hanno diritto, dopo il compimento del terzo anno di vita del figlio, a permessi lavorativi retribuiti (ovvero a tre giorni di permesso mensile pagato): analogo beneficio spetta anche ai lavoratori che assistano un familiare con handicap grave [2];
  • il lavoratore (coniuge convivente, genitore, figlio convivente, fratello e sorella conviventi e, in casi eccezionali, altri parenti o affini fino al terzo grado), convivente con la persona disabile e che la assiste, ha diritto ad un congedo retribuito della durata massima di due anni (da poter utilizzare anche per periodi frazionati, cioè non continuativi);
  • il lavoratore che assiste un familiare con handicap ha diritto di scegliere, se possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio;
  • il lavoratore che assiste un invalido non può essere trasferito in altra sede senza il suo consenso.

Al pari di chi assiste gli invalidi:

  • le persone handicappate (con un grado di invalidità superiore ai due terzi), nel caso in cui vengano assunte presso gli enti pubblici come vincitori di concorso o ad altro titolo, hanno diritto alla scelta prioritaria tra le sedi disponibili;
  • i lavoratori con invalidità superiore al 74% (o sordomuti) hanno il diritto di richiedere il prepensionamento (cioè di richiedere, ai fini pensionistici, due mesi di contributi figurativi per ciascun anno effettivamente lavorato, fino ad un totale di cinque anni).

Dove incassare assegno non trasferibile

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Incassare un assegno non trasferibile è meno banale di quanto potrebbe sembrare. Vediamo perché

Per comprendere dove è possibile incassare un assegno non trasferibile (NT) è opportuno prima di tutto sapere in che cosa consiste questo particolare strumento di pagamento.

 

Cos’è l’assegno non trasferibile?

L’assegno non trasferibile è un mezzo di pagamento che può essere utilizzato in luogo del denaro.

Con tale tipo di assegno si ordina alla banca che lo ha emesso (detta, per questo motivo, emittente) di pagare in maniera incondizionata una certa somma in favore di un determinato soggetto. Tanto la somma da pagare quanto il soggetto beneficiario sono indicati sull’assegno.

La caratteristica peculiare dell’assegno non trasferibile sta proprio nella così detta “clausola di intrasferibilità”, con la quale si fa sì che l’assegno possa essere incassato soltanto da colui che risulta esserne il beneficiario, senza che lo si possa girare (ossia trasferire) ad altri.

L’unica girata consentita – anzi, necessaria per poter riscuotere la somma in contanti – è quella apposta dal medesimo beneficiario in proprio favore.

Ogni altra girata, pertanto, si considera come non apposta.

Dove e come incassare l’assegno non trasferibile?

Di regola l’assegno non trasferibile può essere portato all’incasso presso una filiale della banca che lo ha emesso oppure presso l’istituto di credito ove il beneficiario ha acceso il proprio conto corrente, sul quale l’assegno sarà versato, previo accertamento, da parte della banca, che l’identità di colui che richiede il pagamento corrisponda a quella del beneficiario.

Se il beneficiario non ha la possibilità di riscuotere personalmente l’assegno, potrà delegare un’altra persona affinché proceda all’incasso.

È importante precisare che tale delega va conferita con l’assistenza di un notaio, con quel che ne consegue in termini di costi aggiuntivi.

E se il beneficiario non ha un conto corrente?

Se sei beneficiario di un assegno non trasferibile ma non hai acceso un tuo conto corrente né hai intenzione di farlo, puoi seguire due strade.

Prima di tutto, potrai chiedere alla banca emittente di liquidarti in denaro contante la somma indicata nell’assegno, naturalmente scrivendo il tuo nome e cognome sul retro dello stesso.

Tuttavia, ciò potrebbe non bastare.

Come sappiamo, prima di effettuare un pagamento le banche sono solite osservare alcune cautele. E il pagamento dell’assegno non trasferibile non fa eccezione.

L’istituto creditizio, infatti, può rifiutarsi di liquidare in denaro un assegno al beneficiario privo di conto corrente per almeno un paio di ragioni.

In primo luogo, il documento di riconoscimento esibito allo sportello da colui che porta l’assegno all’incasso potrebbe essere falso, dunque se la banca pagasse questo soggetto rischierebbe di – come sul dirsi – “pagare male”, ossia versare la somma indicata nell’assegno a persona diversa dal beneficiario, cioè dall’avente diritto.

Inoltre, l’assenza di un conto corrente sul quale appoggiare l’assegno potrebbe mascherare il riciclaggio di denaro sporco.

Infatti il pagamento in contanti in favore di persona priva di conto corrente non sarebbe tracciabile e ciò renderebbe molto complicate eventuali verifiche sulla provenienza di quel denaro.

Se la banca, per queste o altre ragioni, opponesse un rifiuto, non perderti d’animo.

Potrai sempre aprire un libretto postale a tuo nome.

A questo punto, deposita una somma (anche piccola) sul libretto e poi potrai tranquillamente versare l’assegno non trasferibile.

Per potere effettivamente riscuotere la somma portata dall’assegno, i tempi di attesa sono mediamente intorno alle due settimane dal versamento.

Alimenti, quando spettano?

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Le condizioni per beneficiare degli alimenti sono lo stato di bisogno e l’incapacità di provvedere al proprio mantenimento.

Gli alimenti legali sono le prestazioni di assistenza materiale dovute per legge alla persona che si trova in condizioni tali da non poter provvedere a sé autonomamente. L’obbligo alimentare è considerato espressione di un dovere di solidarietà derivante da un rapporto di parentela o gratitudine nei riguardi di chi versi in stato di bisogno. Approfondiamo i presupposti richiesti dalla legge perché si abbia diritto agli alimenti.

 

Quando spettano gli alimenti?

Come illustrato anche nella guida a come chiedere gli alimenti, perché sussista l’obbligazione di cui ci stiamo occupando occorrono tre condizioni: 1. il rapporto tra l’alimentando (cioè, colui al quale spettano gli alimenti) e l’alimentante (colui che è tenuto a versarli); 2. lo stato di bisogno dell’alimentando; 3. la disponibilità economica dell’alimentante. Vediamo nel dettaglio ognuna di esse.

I soggetti obbligati

Secondo il codice civile, i soggetti obbligati a versare gli alimenti sono: il coniuge; i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti prossimi; i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti; i generi e le nuore; i suoceri; i fratelli e le sorelle [1]. La norma, dunque, fa riferimento ad un rapporto familiare piuttosto ampio, non limitato alla sola famiglia nucleare. L’elencazione è tassativa. A questi individui vanno poi aggiunti i donatari nei confronti del donante [2] e tutti coloro che si sono impegnati contrattualmente ad assistere qualcuno dietro compenso (si parla, in questo caso, di contratto di vitalizio alimentare).

Lo stato di bisogno

Fondamentale è che l’alimentando si trovi in stato di bisogno, cioè non sia in grado di provvedere al proprio sostentamento. Ha diritto agli alimenti, quindi, colui che non è economicamente indipendente, che non può garantirsi vitto, alloggio e cure mediche. Lo stato di bisogno va valutato in concreto, con riferimento alle effettive condizioni del soggetto; pertanto, tale stato può sussistere anche se quest’ultimo possiede un patrimonio immobiliare che non produce alcun reddito e che, di conseguenza, gli impedisce di procurarsi i basilari mezzi di sopravvivenza. Secondo la Corte di Cassazione, il diritto agli alimenti sussiste anche se l’alimentando versi in stato di bisogno per propria colpa [3]. Tuttavia, la legge consente una riduzione degli alimenti per la condotta disordinata o riprovevole dell’alimentato [4]: per condotta biasimevole deve intendersi quella del beneficiario che, anziché utilizzare gli alimenti per provvedere ai propri bisogni primari, li sperpera o, comunque, non li utilizza in conformità alla loro effettiva destinazione.

Chi domanda gli alimenti deve fornire la prova del proprio stato di bisogno, nonché quella della sua impossibilità a lavorare o comunque della propria incolpevolezza nel non avere un lavoro. Chi, invece, svolge un’attività lavorativa, dovrà dimostrare che essa non è sufficiente al proprio sostentamento. La possibilità di lavoro va valutata con riferimento alle attitudini fisiche e psichiche, alle condizioni sociali dell’alimentando e alle possibilità ambientali. Pertanto, secondo la Corte di Cassazione, la domanda di alimenti deve essere rigettata se non venga provata la propria invalidità al lavoro per incapacità fisica e l’impossibilità, per circostanze a lui non imputabili, di trovarsi un’occupazione confacente alle proprie attitudini ed alle proprie condizioni sociali [5].

Le condizioni economiche dell’obbligato

Gli alimenti possono essere versati solo da determinate persone e solo al ricorrere di un importante requisito: che vi sia la possibilità economica di versare gli alimenti. Ciò significa che la somministrazione potrà avvenire se colui che vi è obbligato è titolare di un reddito che gli consenta di soddisfare le esigenze di vita proprie e dei propri familiari.

Proporzionalità

Va detto, da ultimo, che gli alimenti devono essere proporzionali al bisogno di chi li richiede e alle condizioni economiche di chi li versa. Tale rapporto deve mantenersi sempre costante: se l’equilibrio dovesse venire meno, la legge consente di adire l’autorità giudiziaria per chiedere l’aumento, la riduzione o addirittura la cessazione degli alimenti [6]. Per la donazione, invece, la misura è più precisa: il donatario non è tenuto che per il valore della donazione ancora esistente nel suo patrimonio.

Dove riscuotere assegno postale?

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Gli assegni postali sono equiparati a quelli bancari: pertanto, possono essere riscossi presso qualsiasi istituto di credito.

Le Poste Italiane sono a tutti gli effetti un intermediario finanziario, proprio come la banca. L’equiparazione consente alle Poste di avvalersi degli stessi strumenti tipici dell’attività bancaria: assegni, conto corrente, libretto di risparmio. Approfondiamo il tema e vediamo dove riscuotere un assegno postale.

Assegno postale: come riscuoterlo in banca

Ricevendo un pagamento a mezzo assegno postale, si è indotti a pensare che esso sia riscuotibile solamente presso gli uffici delle Poste Italiane. Non è così. In ragione dell’equiparazione tra istituti bancari e Poste, l’assegno postale potrà esser incassato tranquillamente anche presso una banca. Gli assegni postali sono anch’essi non trasferibili, come da normativa antiriciclaggio: di conseguenza, devono essere versati o riscossi dall’intestatario il cui nome è posto in calce al titolo. Le modalità di incasso sono le solite: riscossione in contanti; versamento su conto corrente di cui si è titolari. Mentre in quest’ultimo caso (versamento sul proprio conto) non sussistono problemi di sorta, quando non si è correntisti è possibile che l’istituto bancario, sebbene sull’assegno vi sia impressa la scritta “pagabile a vista”, sia riluttante nel corrispondere l’importo. Questo perché colui che si presenta con l’assegno non è conosciuto dalla banca, non è un cliente, quindi ben potrebbe raggirare l’operatore esibendo documenti falsi. Cosa fare allora? In questa circostanza ci si potrà rivolgere direttamente all’istituto emittente, recandosi presso qualsiasi ufficio postale e, muniti di carta d’identità, riscuotendo in contanti l’assegno. La riscossione in contanti può avvenire nei limiti della vigente normativa antiriciclaggio e, perciò, solo per importi bassi.

L’assegno circolare postale (o assegno vidimato)

L’assegno circolare postale (o assegno vidimato) garantisce la copertura dell’assegno: su di esso l’operatore dello sportello postale appone un visto che assicura al prenditore che l’assegno sia coperto. La garanzia deriva dal fatto che, per evitare che il committente ritiri quei soldi prima dell’avvenuta riscossione, l’ufficio postale ha già acquisito la somma dell’assegno. L’assegno postale vidimato, dunque, ha una copertura garantita, ideato come strumento per pagare chi non possiede un conto corrente postale. Questo titolo di credito a vista può essere richiesto alle Poste Italiane anche da chi non è titolare di un conto: in tale evenienza, bisognerà portare con sé il denaro contante per un importo non superiore ai mille euro (se, invece, si è titolari di un conto, sarà sufficiente il numero del conto stesso).

La riscossione degli assegni postali vidimati può essere effettuata a vista, presso qualsiasi ufficio postale, anche da chi non è cliente delle Poste Italiane, purché sia legittimato alla riscossione in quanto beneficiario o ultimo giratario dell’assegno e comprovi la propria identità tramite esibizione di un valido documento di riconoscimento. Gli assegni postali vidimati possono essere anche versati su conto corrente postale o bancario. Gli assegni postali vidimati sono pagabili a vista entro il termine massimo di due mesi indicato sul titolo all’atto della vidimazione. Scaduto tale termine di validità, il beneficiario non può più richiedere alle Poste il pagamento o la rinnovazione del titolo ma dovrà rivolgersi direttamente al traente.

Assegno postale: come riscuoterlo alle Poste

Alle Poste Italiane l’assegno postale potrà essere incassato senza alcun problema di sorta: potrà essere versato direttamente sul proprio conto postale, sul libretto postale ovvero riscosso in contanti dimostrando di essere il beneficiario del titolo di credito.

Attentato Barcellona: se alla tragedia si aggiunge la bufala

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Una foto della Rambla senza ambulanti accompagnata da un commento che suggeriva: forse non c’erano perché sapevano? Una fake news. Si rischia la diffamazione.

Il clima è diventato, già da tempo, insopportabile. L’equazione «immigrato = terrorista» scatena ogni giorno decine di commenti sui social network da parte di chi non sopporta né immigratiterroristi o da chi, semplicemente, è alla ricerca di «like». Un modo assai triste di cercare di affermarsi nella vita, di essere qualcuno vivendo nel nulla.

L’ultima grande «bufala», quella che riguarda l’attentato a Barcellona del 17 agosto in cui hanno perso la vita 15 poveri cristi, fa rabbrividire dal disgusto. Qualcuno aveva insinuato su Facebook che i manteros, cioè i venditori ambulanti africani che spesso si vedono sulle Ramblas, fossero a conoscenza dell’imminente attacco terrorista, poiché, casualmente, quel giorno non avevano steso sul pavimento i loro teloni con la merce da vendere ai turisti a buon prezzo. La solita mente perversa e opportunista ha pure corredato la sua squallida provocazione con una foto della passeggiata più tipica di Barcellona scrivendo: «Queste sono le immagini di un giorno qualsiasi alla Rambla. Ieri non c’erano. Erano in sciopero o sapevano qualcosa?»

Tutto falso.

Lo scatto proposto dalla fantomatica pagina Facebook «España libre información» (sul social non la si trova più) risale all’estate scorsa, al luglio del 2016. Al giorno, cioè, in cui gli ambulanti non scesero sulla Rambla con il loro carico di occhiali e borse contraffatte per protestare contro l’arresto di quattro loro colleghi, nell’ambito di un’operazione mirata al contrasto della vendita abusiva. Come confermato dal quotidiano catalano che l’aveva pubblicata ai tempi, ElDiario.es.

Pare incredibile, ma c’è ancora gente capace di spulciare gli archivi dei giornali pur di trovare una foto, quella foto, e scatenare dubbi, complottismi, commenti gratuiti e odio grossolano. Il tutto, in mezzo a una strage di portata internazionale. Che ha coinvolto pure dei bambini. Che ha distrutto intere famiglie.

In altre parole, ci si trova, ancora una volta, con una fake news di fronte alla quale il lettore sprovveduto ci casca. E ci commenta sopra. E’ legale tutto questo?

Cosa rischia chi diffonde una fake news

Già diffondere consapevolmente una notizia falsa è contro qualsiasi norma. Ma farlo per offendere la reputazione degli altri si chiama diffamazione. Ed in questo caso, la falsa notizia (con tanto di falsa foto) dei manteros che, presumibilmente, erano consapevoli dell’imminente attentato e, per quello, avevano disertato Las Ramblas di Barcellona, non poteva non avere l’intenzione di minare la reputazione degli immigrati. Di fare di ogni erba un fascio, insomma.

In Italia non esiste una legge che punisca specificamente le fake news. Ma, appunto, ci sono dei reati collegati a questa subdola pratica, come quello della diffamazione. Reato punito dal Codice penale con la reclusione da 6 mesi a 3 anni o con la multa non inferiore a 516 euro [1].

Chi ha pubblicato quella falsa notizia – e questa è la fattispecie del reato – ha ottenuto quello che voleva: seminare odio nei confronti degli immigrati. Tant’è che c’è stata una valanga di commenti negativi nei confronti degli ambulanti da parte di chi ci è cascato (un nome altisonante su tutti, quello di Rita Pavone su Twitter, che ha sollevato un polverone e poi chiarito, tutto spiegando di avere solo tradotto quello che riportava un giornale spagnolo).

Che cosa si rischia qualcosa per riportare – o condiviso, per usare un termine caro a Facebook – questa notizia falsa? Se non ci si limita a condividerla, ma la si commenta usando gli stessi toni di chi l’ha pubblicata, si potrebbe essere accusati di diffamazione. A meno che si riesca a dimostrare di avere commentato quella notizia pensando che fosse vera.

Si possono trasportare più di 3mila euro in contanti?

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

In base all’attuale divieto di pagamenti in contanti superiori a 3mila euro, che succede se la polizia ti trova con questa somma nel portafoglio? Ti può sanzionare per violazione della normativa antiriciclaggio?

La legge in materia di contrasto e prevenzione al riciclaggio del denaro sporco stabilisce [1] il divieto di «trasferimento» di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, quando il valore dell’operazione, anche frazionata, è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro. Il trasferimento può tuttavia essere eseguito per il tramite di banche, istituti di moneta elettronica e Poste Italiane S.p.A. Con il termine «trasferimento di denaro contante» si intende il passaggio dei soldi tra due soggetti diversi (anche se uno dei due è il fisco o la pubblica amministrazione), a qualsiasi titolo la cessione avvenga: sia, ad esempio, in caso di vendita che di donazione. Quindi anche un regalo di svariate migliaia di euro deve avvenire con bonifico o assegno (se di valore “non modico” è anche necessario il notaio).

È escluso dal divieto in questione la consegna del denaro allo scopo di “deposito”: per cui si possono versare e prelevare dal conto corrente bancario o postale cifre anche superiori a 3mila euro, fatti comunque salvi gli obblighi fiscali (leggi Prelievi e versamenti: come evitare il fisco). Ciò in quanto, nel caso di deposito, il soggetto titolare del denaro resta comunque sempre lo stesso. Per ipotesi, si potrebbe liberamente consegnare una somma in contanti a un amico, senza alcun limite di importo, affinché la custodisca nella propria cassaforte per il tempo in cui l’interessato è in vacanza.

Detto ciò, è chiaro che il semplice concetto di trasporto di denaro contante, anche oltre 3mila euro, non rientra nel divieto in questione e la polizia non potrebbe mai applicare alcuna sanzione al relativo possessore, fatti salvi gli accertamenti ai fini di altri reati.

Ricordiamo che se si viola il divieto dell’utilizzo del contante oltre la soglia consentita si subisce una sanzione amministrativa che va da 3mila a 50mila euro (a partire dal 4 luglio 2017 non vale più la vecchia pena compresa tra l’1% e il 40% dell’importo trasferito).

Permessi legge 104 per familiari con handicap: novità e sentenze 2017

Posted on : 21-08-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

0

Permessi legge 104 del 1992: il lavoratore pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore di lavoro, deve comunque garantire un minimo di assistenza.

Dopo la sentenza “svolta” del 2016 che ha posto un importante principio in materia di permessi retribuiti al titolare della legge 104 (leggi Legge 104: abrogata l’assistenza continuativa) ecco alcune delle più importanti e recenti pronunce aventi ad oggetto di diritti dei portatori di handicap e i loro familiari: dal chiarimento secondo cui risponde di truffa chi utilizza questi permessi per recarsi all’estero, in viaggio di piacere, a quello secondo cui il lavoratore che assiste un familiare disabile convivente, anche se privo dei benefici della legge 104/1992 e anche se l’infermità non è grave, ha diritto a non essere trasferito.

Leggi Legge 104: guida alle agevolazioni.

Giorni di permesso per il dipendente con la 104

Cassazione civile, sez. lav., 07/06/2017, n. 14187

I permessi di cui all’art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992 (nella specie accordati per l’assistenza a genitore portatore di handicap), fondati sulla tutela dei disabili prevista dalla normativa interna (artt. 2, 3 e 38 Cost.) ed internazionale (direttiva n. 2000/78/CE e Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata e resa esecutiva con l. n. 18 del 2009), concorrono alla determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore che ne ha beneficiato, in quanto il diritto alle ferie, assicurato dall’art. 36 Cost., garantisce il ristoro delle energie a fronte della prestazione lavorativa svolta e ciò si rende necessario anche in caso di assistenza ad un invalido, che comporta un aggravio in termini di dispendio di energie fisiche e psichiche.

Cassazione civile, sez. lav., 07/06/2017, n. 14187

La limitazione della computabilità dei permessi previsti dalla legge n. 104 opera esclusivamente nei casi in cui questi debbano cumularsi con il congedo parentale ordinario e con il congedo di malattia del figlio, ipotesi nelle quali è prevista un’indennità minore rispetto a quella vigente per la retribuzione normale. Ne consegue che, nella specie, i permessi, accordati per l’assistenza del genitore portatore di handicap concorrono nella determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore che ne ha beneficiato.

 

Tribunale Roma, sez. lav., 04/04/2017, n. 3215

Il diniego datoriale del permesso ex art. 33 della l. n. 104 del 1992 se non emerga una esigenza datoriale degna di tutela quanto le necessità assistenziali del disabile, come quando la prestazione del lavoratore sia insostituibile all’interno dell’azienda.

Leggi Permessi 104: nuove regole

 

Tribunale Trapani, sez. lav., 19/01/2017

D.Lvo 151/2001 sono da ravvisarsi nella esigenza di assistere in via continuativa il congiunto convivente che si trovi in situazione di handicap grave accertato ai sensi dell’articolo 4, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104. L’espressa volontà del lavoratore di allontanarsi dal luogo ove presta assistenza al congiunto per diversi giorni, sia pure per interessi meritevoli di tutela, non appare compatibile con l’istituto del congedo ex art.42 comma 5 D.Lvo 151/2001, facendone venir meno il presupposto stesso.

 

Cassazione penale, sez. II, 01/12/2016, n. 54712

La condotta di chi, durante il periodo in cui usufruisce dei permessi retribuiti ex art. 33, comma 3, l. 5 febbraio 1992 n. 104 si rechi all’estero in gita di piacere, commettendo quindi il reato di truffa, non può essere considerato fatto di particolare tenuità ai fini e per gli effetti di cui all’art. 131 bis c.p. (a supporto della ravvisata “gravità” della condotta la Corte ha valorizzato negativamente sia il fatto che trattavasi di condotta “gravata sulla collettività”, sia l’ulteriore rilievo che la condotta era dimostrativa di una illecita strumentalizzazione della condizione patologica della persona che si sarebbe dovuto assistere).

 

Cassazione penale, sez. II, 01/12/2016, n. 54712

Colui che usufruisce dei permessi retribuiti ex art. 33, comma 3, l. 5 febbraio 1992 n. 104, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può, tuttavia, utilizzare quei giorni come se fossero giorni feriali, senza, quindi, prestare alcuna assistenza alla persona handicappata. Di conseguenza, risponde del reato di truffa il lavoratore che, avendo chiesto e ottenuto di poter usufruire dei giorni di permesso retribuiti, li utilizzi per recarsi all’estero in viaggio di piacere, non prestando, quindi, alcuna assistenza.

Cassazione penale, sez. II, 01/12/2016, n. 54712

In tema di permessi “ex lege” n. 104 del 1992, il lavoratore pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore di lavoro, deve comunque garantire un minimo di assistenza. Di conseguenza risponde di truffa chi utilizzi questi permessi per recarsi all’estero, in viaggio di piacere.

La causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p. non è applicabile al lavoratore che utilizzi giorni di permesso retribuiti ex art. 33 l. n. 104 del 1992 per recarsi all’estero in viaggio di piacere, commettendo quindi il reato di cui al n. 2 dell’art. 640 c.p. Tale condotta non può infatti essere considerata un fatto di particolare tenuità in quanto, oltre a gravare sulla collettività, costituisce strumentalizzazione dello stato di salute della persona affetta da handicap.

Ed ancora… Integra il reato di truffa la condotta del lavoratore dipendente che durante il periodo in cui usufruisce di permessi retribuiti per assistere un familiare affetto da “handicap” si reca all’estero per un viaggio di piacere, senza prestare alcuna assistenza. (In motivazione la Corte ha chiarito che colui che usufruisce dei permessi in questione, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può, tuttavia, utilizzare quei giorni come se fossero giorni feriali).

 

T.A.R. Bologna, (Emilia-Romagna), sez. I, 22/11/2016, n. 957

L’eliminazione del requisito dell’esclusività e della continuità, in materia di benefici riconosciuti dalla legge n. 104 del 1992 ai soggetti aventi lo status di portatore di handicap grave, non va interpretato nel senso che non abbia rilevanza la circostanza che ci possano essere altri parenti in grado di assistere e titolari dei medesimi doveri di assistenza, perché la rilevanza della presenza di altri parenti in loco ulteriormente tenuti all’assistenza è importante proprio in quanto consente di evitare che la necessità di assistere un congiunto diventi l’occasione di ottenere un trasferimento che in base ai normali criteri usati dall’Amministrazione di appartenenza non si potrebbe ottenere, giustificandosi tale deroga solo quando, se non venisse concesso il trasferimento, il congiunto in condizione di handicap grave rimarrebbe privo di assistenza; di qui la necessità di un’approfondita valutazione del contesto familiare per verificare se non vi sia altro congiunto che possa provvedere all’assistenza.

T.A.R. Roma, (Lazio), sez. I, 10/11/2016, n. 11155

Con riferimento al beneficio di cui all’art. 33, l. n. 104 del 1992, la posizione del dipendente pubblico non può qualificarsi come diritto soggettivo, ma costituisce pacificamente un interesse legittimo, nel senso che all’Amministrazione spetta di valutarne la richiesta alla luce delle esigenze organizzative e di efficienza complessiva del servizio secondo una obiettiva, completa e ragionevole valutazione delle esigenze presso la sede di appartenenza e in quella di destinazione. In altri termini la richiesta di trasferimento in base alla normativa suindicata non configura un diritto incondizionato del richiedente. Spetta, in via esclusiva alla P.A., infatti, valutare, nel bilanciamento dei contrapposti interessi, la prevalenza dell’interesse pubblico per prioritaria tutela del buon funzionamento degli uffici dell’Amministrazione. Conseguentemente, il beneficio potrà essere negato, in considerazione delle esigenze di servizio della struttura di provenienza o di destinazione, anche in relazione alle esigenze fatte valere dall’interessato. Tale evenienza interpretativa è confermata proprio dall’inciso “ove possibile”, contenuto nella predetta disposizione normativa che, nel settore del pubblico impiego, significa, avuto riguardo alla qualifica rivestita dal pubblico dipendente, che deve sussistere la disponibilità del posto in ruolo nella dotazione di organico della sede di destinazione affinchè la P.A. possa provvedere al proficuo utilizzo del dipendente che chiede il trasferimento. Pertanto, il militare deve trovare utile collocazione organica nell’ambito della sede richiesta, in ragione dell’incarico posseduto.

 

Cassazione civile, sez. lav., 13/10/2016, n. 20684

In tema di permessi giornalieri per i lavoratori, ai sensi dell’art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, per l’assistenza a persone portatrici di grave handicap, la norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 2, comma 3 ter, del d.l. n. 324 del 1993, convertito in legge n. 423 del 1993, ha chiarito che tanto nel settore privato, quanto in quello pubblico, i permessi devono intendersi retribuiti, sicché anche nei giorni di fruizione spetta la corresponsione del compenso incentivante previsto dall’art. 18 della legge 9 marzo 1989, n. 88.

 

Licenziamento

Cassazione civile, sez. lav., 28/04/2017, n. 10576

Il datore di lavoro può risolvere il rapporto di lavoro dei disabili obbligatoriamente assunti, nel caso di aggravamento delle condizioni di salute o di significative variazioni dell’organizzazione del lavoro, solo nel caso in cui la speciale commissione integrata di cui al comma 3 dell’articolo 10 della legge 68/1999 accerti la definitiva impossibilità di reinserire il disabile all’interno dell’azienda, anche attuando i possibili adattamenti dell’organizzazione del lavoro, non essendo all’uopo sufficiente il giudizio di non idoneità alla mansione specifica espresso dal medico competente nell’esercizio della sorveglianza sanitaria effettuata ai sensi del Dlgs 81/2008.

Cassazione civile, sez. lav., 23/03/2017, n. 7524

Il licenziamento dell’invalido, assunto in base alla normativa sul collocamento obbligatorio, segue la generale disciplina normativa e contrattuale solo quando è motivato dalle comuni ipotesi di giusta causa e giustificato motivo, mentre, ove sia determinato dall’aggravamento dell’infermità che ha dato luogo al collocamento obbligatorio, è legittimo – ai sensi dell’art. 10, comma 3, della l. n. 68 del 1999, applicabile “ratione temporis” – solo in presenza della perdita totale della capacità lavorativa, ovvero di una situazione di pericolo per la salute e l’incolumità degli altri lavoratori o per la sicurezza degli impianti, il cui accertamento compete all’apposita commissione medica prevista dalla l. n. 104 del 1992, cui spetta altresì la verifica dell’impossibilità di reinserire, anche attuando i possibili adattamenti dell’organizzazione del lavoro, il disabile all’interno dell’azienda.

Trasferimento del dipendente con la 104

T.A.R. Firenze, (Toscana), sez. I, 11/07/2017, n. 926

Il diniego di trasferimento chiesto per assistenza familiare, ai sensi dell’articolo 33 della legge 104/1992, non preceduto dal preavviso di rigetto ex articolo 10 bis della legge 241/1990 deve considerarsi illegittimo. Ad affermarlo è il Tar Toscana secondo cui il dovere di attivare il subprocedimento partecipativo di cui all’articolo 10 bis della legge sul procedimento amministrativo è tanto più pressante per le ipotesi in cui vengono a confronto interessi di pari ma contrapposta valenza, come quello alla solidarietà familiare attraverso l’attività assistenziale domestica e al buon andamento degli apparati e uffici, la cui composizione deve passare attraverso un ponderato bilanciamento. Nel caso di specie, si trattava della richiesta di un dipendente della polizia penitenziaria di essere trasferito per poter assistere la madre gravemente malata.

Tribunale Roma, sez. lav., 31/05/2017, n. 5198

In tema di lavoro subordinato, è illegittimo il trasferimento eseguito in violazione dell’articolo 33 comma 5 legge 104/92 come modificata dalla legge n. 53/2000 e senza il consenso del ricorrente . In tale ipotesi il trasferimento deve essere annullato per mancato rispetto del dettato normativo.

Cassazione civile, sez. lav., 11/05/2017, n. 11568

Alla luce di una interpretazione della legge n. 104 del 1992, art. 33, comma 5, orientata alla complessiva considerazione dei principi e dei valori costituzionali coinvolti, il diritto del genitore o del familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, di non essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede, mentre non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico -produttive dell’azienda, ovvero della pubblica amministrazione, non è invece attuabile ove sia accertata, in base ad una verifica rigorosa anche in sede giurisdizionale, la incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro.

T.A.R. Bolzano, (Trentino-Alto Adige), sez. I, 08/02/2017, n. 52

In considerazione del fatto che l’art. 33, comma 5, l. n. 104/1992 offre protezione a valori di rilievo costituzionale, ogni eventuale limitazione o restrizione nell’applicazione del beneficio a favore del dipendente deve essere sorretta da una motivazione stringente, in grado di fare emergere con chiarezza le ragioni effettive che inducono a ritenere recessivo, in un’ottica di bilanciamento, il bisogno assistenziale addotto alla base della richiesta di trasferimento. Nella fattispecie, il diniego di trasferimento si fonda principalmente su asserite prevalenti esigenze dell’attuale unità di impiego del militare ricorrente, non bilanciate dalla necessità di nuove immissioni presso le sedi oggetto della richiesta di trasferimento. Si tratta di una motivazione del tutto generica e apparente, come tale da ritenersi elusiva dell’obbligo, sussistente anche nei procedimenti che interessano il rapporto di impiego degli appartenenti ai corpi militari, di rendere espliciti i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno indotto l’amministrazione a provvedere in un determinato senso. In particolare, tale motivazione non fornisce alcuna indicazione descrittiva della dotazione organica della sede di provenienza e di quelle di eventuale destinazione. Si tratta, in altre parole, di una motivazione di stile, disancorata da un’adeguata esplicitazione di fatti riferibili al caso di specie e, come tale, replicabile in maniera identica in qualunque analoga situazione.

Tribunale Alessandria, 14/12/2016, n. 501

È illegittimo il trasferimento della sede di lavoro del lavoratore disabile (l. n. 104/1992), ma idoneo allo svolgimento di specifiche mansioni, laddove la società datrice non dimostri, in osservanza del principio di buona fede nell’esecuzione del contratto ex art. 1375 c.c., l’impossibilità di organizzare il proprio lavoro in modo compatibile alla salute del dipendente.

Cassazione civile, sez. lav., 12/12/2016, n. 25379

La disposizione dell’art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati – alla luce dell’art. 3, secondo comma, Cost., dell’art. 26 della Carta di Nizza e della Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 sui diritti dei disabili, ratificata con legge n. 18 del 2009 – in funzione della tutela della persona disabile. Ne consegue che il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico -fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

Cassazione civile, sez. lav., 12/12/2016, n. 25379

Il lavoratore che assiste un familiare disabile convivente, anche se privo dei benefici della legge 104/1992 e anche se l’infermità non è grave, ha diritto a non essere trasferito. Questo è quanto affermato dalla Cassazione accogliendo il ricorso di una dipendente contro il provvedimento di trasferimento comminatole da una società per azioni. Per la Corte, pur in assenza della documentazione medica della Asl, la questione che si pone è quella di valutare “se il diritto a non essere trasferiti sussista ai sensi delle legge n. 104/92 solo in presenza di una necessità di assistenza a soggetti portatori di handicap grave o se invece sussista anche quando la disabilità del familiare non sia così grave a meno che non vi siano esigenze aziendali effettive così urgenti da imporsi sulle contrapposte esigenti assistenziali”. E sul punto, l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità porta a ritenere che il trasferimento del lavoratore sia vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psicofisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

Cassazione civile, sez. lav., 12/12/2016, n. 25379

La disposizione dell’art. 33, comma 5, della l. n. 104 del 1992, laddove vieta di trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, dev’essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile, sicché il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica di quello, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive e urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.