Lavori gravosi 2018: elenco e agevolazioni per la pensione

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Lavori faticosi e rischiosi: quali sono, nuove categorie, benefici pensione anticipata e Ape sociale.

Ampliate, dal 2018, le categorie degli addetti ai lavori gravosi che possono ottenere l’Ape sociale a 63 anni e la pensione anticipata precoci: in particolare, si aggiungeranno alla platea dei beneficiari i lavoratori marittimi, i pescatori, gli operai agricoli e siderurgici.

Inoltre, per rientrare nei benefici, le mansioni gravose potranno risultare svolte per almeno sei anni negli ultimi sette oppure per almeno sette anni negli ultimi dieci antecedenti il pensionamento.

È poi previsto, anche per gli addetti ai lavori gravosi, uno sconto sui contributi richiesti per l’Ape sociale, per le donne con figli, pari a 1 anno per ogni figlio, sino a un massimo di 2 anni di contributi in meno. La possibilità di accedere all’Ape sociale, poi, è stata prorogata, in modo che possano rientrare nell’agevolazione coloro che perfezionano i requisiti entro il 31 dicembre 2019.

Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, l’elenco lavori gravosi 2018 e le agevolazioni per la pensione riservate a queste categorie.

Elenco addetti ai lavori gravosi 2018

Gli addetti ai lavori faticosi e rischiosi sono coloro che hanno prestato per almeno 6 anni negli ultimi 7 anni un’attività lavorativa particolarmente difficoltosa o rischiosa, facente parte dell’elenco di professioni di seguito indicato:

  • operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;
  • conduttori di gru, di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni; • conciatori di pelli e di pellicce;
  • conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;
  • conduttori di mezzi pesanti e camion;
  • professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;
  • addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza; • professori di scuola pre-primaria;
  • facchini, addetti allo spostamento merci ed assimilati;
  • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;
  • operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

Inizialmente, il decreto attuativo sull’Ape sociale prevedeva che per questi lavoratori, per aver diritto alle agevolazioni pensionistiche, vi fosse il vincolo di una tariffa Inail pari almeno al 17 per mille; questo vincolo è stato abolito dalla legge di Bilancio 2018.

La nuova legge di bilancio ha poi aggiunto all’elenco ulteriori categorie di addetti ai lavori gravosi. Si tratta di:

  • operai siderurgici di prima e seconda fusione;
  • lavoratori del vetro addetti a lavori ad alte temperature fuori dal perimetro dei lavori usuranti;
  • operai dell’agricoltura, della zootecnia e pesca;
  • marittimi imbarcati a bordo e personale viaggiante dei trasporti marini ed acque interne;
  • pescatori della pesca costiera, in acque interne, in alto mare dipendenti o soci di cooperative.

Addetti ai lavori gravosi 2018, chi può ottenere le agevolazioni per la pensione

Per ottenere l’Ape sociale e la pensione anticipata precoci con 41 anni di contributi, gli addetti ai lavori gravosi devono possedere, oltre alle annualità di contribuzione (e all’età, per l’Ape sociale) richieste per i benefici e ai requisiti specifici legati alla propria categoria di appartenenza, un ulteriore requisito legato al periodo di svolgimento delle attività gravose.

In particolare, per rientrare nei benefici, le mansioni gravose dovranno risultare svolte per almeno sei anni negli ultimi sette oppure per almeno sette anni negli ultimi dieci antecedenti il pensionamento.

Per quanto riguarda gli operai agricoli e zootecnici, ci saranno delle agevolazioni per soddisfare questo requisito: in particolare, basteranno 156 giornate lavorate ogni anno perché l’annualità di lavoro gravoso sia considerata per intero, senza che il periodo di disoccupazione agricola comporti l’esclusione dal beneficio.

Ape sociale 2018 addetti ai lavori gravosi

Ricordiamo ora come funziona l’Ape sociale: si tratta di un assegno a carico dello Stato, riconosciuto a partire dai 63 anni di età, che accompagna il lavoratore sino al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia (per un massimo di 3 anni e 7 mesi).

Gli addetti ai lavori gravosi, per ottenere l’Ape sociale, devono:

  • essere iscritti presso una gestione dell’Inps;
  • essere addetti a una delle mansioni gravose elencate in qualità di lavoratori dipendenti;
  • risultare addetti alla mansione faticosa per almeno 6 anni nell’ultimo settennio prima della pensione, o per almeno 7 anni nell’ultimo decennio;
  • possedere almeno 36 anni di contributi; il requisito può essere scontato, per le lavoratrici, di un anno per ogni figlio, sino a un massimo di due.

L’assegno di importo è uguale alla futura pensione, ma non può superare 1500 euro. È  incompatibile con le prestazioni di disoccupazione e le pensioni dirette.

Pensione anticipata precoci 2018 addetti ai lavori gravosi

Gli addetti ai lavori gravosi, che possiedono gli stessi requisiti prescritti per l’Ape sociale, possono accedere alla pensione anticipata con 41 anni di contributi, se possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro versati prima del compimento del 19° anno di età.

Blocco età pensionabile addetti ai lavori gravosi

Gli addetti ai lavori gravosi, infine, avranno diritto, con almeno 30 anni di contributi, al blocco dell’età pensionabile. All’interno della nuova legge di Bilancio 2018, difatti, è previsto che a queste categorie di lavoratori non si applichi l’adeguamento alla speranza di vita: la pensione di vecchiaia, quindi, per loro potrà continuare a essere ottenuta a 66 anni e 7 mesi di età anche nel 2019, anziché a 67 anni.

Rottamazione bis: che fare se c’è una rateizzazione in corso?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione sul funzionamento della rottamazione bis delle cartelle esattoriali.

L’Agenzia delle Entrate Riscossione ha risposto ad alcuni quesiti formulati dall’Odcec di Roma, in merito al rapporto tra la nuova definizione agevolata (rottamazione bis) delle cartelle e la precedente ,nonché tra la rottamazione bis e i piani di rateizzazione.

Può accedere alla nuova rottamazione chi aveva già aderito alla precedente?

No, si può usufruire della nuova possibilità di definizione agevolata solo per cartelle/avvisi non inclusi nella precedente richiesta, con la sola eccezione di quelle cartelle/avvisi interessati da una rateazione in corso al 24/10/2016, la cui precedente richiesta di definizione agevolata è stata respinta a seguito del mancato pagamento delle rate 2016 della predetta rateizzazione.

Per esempio:

Il contribuente ha 5 cartelle (carichi): 4 del periodo 2000-2016 (C1, C2, C3, C4); una del 2017 (C5).

Ha presentato la definizione agevolata DL 193/2016 per 3 cartelle del periodo 2000-2016 (C1,C2, C3);

La definizione agevolata è stata accordata.  Non ha pagato(o non pagherà entro il 7 dicembre 2017 )in tutto o in parte le 3 cartelle già oggetto della precedente richiesta di definizione agevolata.

Non può più aderire alla nuova rottamazione per le 3 cartelle C1, C2, C3, Può aderire alla nuova rottamazione per la cartella:

Regolarizzazione istanze respinte-non in regola con vecchio piano di dilazione

Il contribuente, nei casi di rigetto della precedente richiesta di definizione agevolata a causa del mancato pagamento di tutte le rate scadute al 31/12/2016 dei piani di dilazione in essere al 24/10/2016, deve:

  • presentare, entro il 15 maggio 2018, una specifica istanza, utilizzando l’apposito modello DA2000/17 e indicando le cartelle che intende definire in via agevolata in base alla nuova legge.
  • pagare, entro il 31 luglio 2018, l’importo di tutte le rate scadute al 31/12/2016 delle rateizzazioni in corso al 24 ottobre 2016 (trattasi della somma il cui mancato versamento ha comportato il rigetto della precedente definizione diminuita di eventuali pagamenti effettuati dal contribuente dopo il precedente diniego) come determinato dall’Agente della riscossione con propria comunicazione che verrà inviata entro il 30 giugno 2018. Il mancato pagamento di tale importo entro la predetta scadenza determina l’improcedibilità dell’istanza presentata.

Pagato entro il 31 luglio 2018 l’importo di tutte le rate scadute al 31/12/2016 delle rateizzazioni in corso al 24 ottobre 2016, la rottamazione sugli importi residui potrà essere pagata in unica soluzione a ottobre 2018 o in tre rate  -ottobre 2018 (40%), novembre 2018 (40%) e febbraio 2019 (20%).

Le medesime regole valgono anche per chi non avesse presentato la domanda di rottamazione entro il 21 aprile 2017 e non ha ottemperato ai pagamenti delle rate al 31/12/2016 di rateizzazioni in essere al 24 ottobre 2016.

Chi non ha pagato le rate della rottamazione, può chiedere una nuova rateizzazione?

No. Nei casi di accoglimento della prima definizione agevolata, se il contribuente non ha effettuato il pagamento (o il versamento sia insufficiente o tardivo) di una qualsiasi rata del piano di definizione, non è possibile rateizzare nuovamente.

Cosa deve fare chi ha rottamato le cartelle già rateizzate ma non ha pagato la prima o unica rata della definizione?

Il contribuente, potrà riprendere i pagamenti delle rate di eventuali piani di dilazione in essere alla data del 24/10/2016 e al corrente con i pagamenti delle rate scadenti a tutto il 31/12/2016,a seguito di comunicazione dell’agente di riscossione, contenente un nuovo piano di ammortamento, dove saranno richiamati gli estremi del provvedimento di rateizzazione di riferimento, del debito residuo, nello stesso numero di rate non versate del piano originario.

Sciopero giudici di pace per il 2018

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Giudici di Pace in sciopero: garantita solo un’udienza a settimana.

Quasi un mese senza udienze dal giudice di Pace. L’Unagipa, l’Unione Nazionale dei Giudici di Pace, ha provato un nuovo sciopero nazionale per ribadire la necessità di maggiori diritti e tutele per la magistratura onoraria.

I Giudici di Pace appartenenti alla magistratura onoraria lamentano la disparità di diritti e tutele rispetto alla magistratura togata (Giudici e PM). In particolare, l’Unagipa, nel proclamare uno sciopero per l’inizio del 2018, che durerà quasi 30 giorni, denuncia le ineguaglianze di trattamento retributivo, previdenziale e contrattuale.

Lo sciopero dei giudici di Pace per il 2018 inizierà l’8 gennaio e terminerà il 4 febbraio.

Chi ha in corso cause con udienza che cade in una di queste date dovrà rassegnarsi a un rinvio d’ufficio. Il tutto ovviamente a danno del cittadino che, nella contestazione tra Stato e magistrati, non c’entra nulla. Ma tant’è: i diritti possono aspettare.

Come espressamente indicato nella lettera di proclamazione, durante il periodo di sciopero verrà assicurata una sola udienza a settimana con sospensione di tutte le altre, saranno sospese le attività formative dei Giudici di Pace, nonché quelle legate ai relativi uffici ed infine, mentre «verranno garantiti solo gli atti indifferibili ed urgenti previsti dal codice di autoregolamentazione dello sciopero, come approvato dalla CGSSE».

Sanzioni per superamento ore di guida

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Il codice della strada punisce chi viola le regole sulla durata della guida degli autoveicoli adibiti al trasporto di persone e cose.

La legge italiana, in ossequio alla normativa europea di riferimento, disciplina in modo dettagliato la  durata  della  guida  degli autoveicoli adibiti al trasporto di persone o di cose. La violazione di queste regole comporta l’applicazione di una sanzione che varia a seconda della gravità dell’illecito. Vediamo dunque quali sono le sanzioni per il superamento delle ore di guida.

Il periodo di guida

Prima di analizzare l’apparato sanzionatorio previsto per il superamento delle ore di guida, è opportuno illustrare cosa si intende per periodo di guida giornaliero e periodo di guida settimanale.

La normativa di riferimento è quella europea [1], la quale stabilisce che per periodo di guida giornaliero si intende quello trascorso da un conducente alla guida di un veicolo tra il termine di un periodo di riposo giornaliero e l’inizio del periodo di riposo giornaliero seguente, oppure tra un periodo di riposo giornaliero ed un periodo di riposo settimanale. Il periodo di guida settimanale, invece, è il tempo passato complessivamente alla guida nel corso della settimana.

Le ore di guida

Il periodo di guida giornaliero non può superare le nove ore, estensibili a dieci per non più di due volte nell’arco di una stessa settimana. La norma, quindi, individua il numero massimo di ore non consecutive  all’interno della giornata. La durata massima continuativa, infatti, è di quattro ore e mezza, con interruzione di almeno quarantacinque minuti, ovvero due interruzioni da quindici e trenta minuti. Durante il riposo non è consentito svolgere alcun altro tipo di attività lavorativa.

Il periodo di guida settimanale non può superare le cinquantasei ore, considerando la settimana di sei giorni e le due ore di deroga settimanali. Alla durata settimanale non sono ammesse deroghe, nel senso che non è possibile una settimana lavorativa di cinquantasette ore. Invece, prendendo come riferimento due settimane consecutive (cosiddetto periodo di guida bisettimanale), il periodo di guida complessivo non può superare le novanta ore. In altre parole, il conducente non può guidare oltre le novanta ore in due settimane lavorative consecutive. Questo significa che, se la prima settimana guiderà per cinquantasei ore (che è il limite massimo settimanale), quella immediatamente successiva non potrà superare le trentaquattro ore (perché cinquantasei più trentaquattro fa novanta). Detto ancora diversamente, la somma delle ore di lavoro della prima e della seconda settimana non deve superare il totale di novanta.

Le ore di riposo

Il riposo giornaliero non può essere inferiore a undici ore consecutive, ovvero dodici se il riposo è frazionato in due periodi, rispettivamente da tre ore e da nove ore consecutive. È ammessa una riduzione fino a nove ore consecutive di riposo per non più di tre volte a settimana, da recuperare con periodo di riposo pari alle ore perdute, prima della fine della settimana successiva.

Il riposo settimanale è pari a quarantacinque ore consecutive, riducibile a ventiquattro, da recuperare con periodo di riposo continuo pari alle ore perdute, prima della fine della terza settimana consecutiva.

Le sanzioni per il superamento delle ore di guida

La legge prevede delle sanzioni per i guidatori e i loro datori nel caso in cui i periodi di guida non vengano rispettati. Infatti, la guida degli dei veicoli adibiti al trasporto è un’attività pericolosa sia per i trasportati che per i terzi che circolano sulle strade. Le sanzioni sono proporzionali all’entità della trasgressione.

Secondo il codice della strada, il  conducente  che  supera  la  durata  dei  periodi  di  guida prescritti dalla normativa europea di riferimento è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 40 a 161 euro. Si applica la sanzione da 213 a 851 euro al  conducente  che  non osserva le disposizioni relative ai periodi di riposo giornaliero [2].

Quando le violazioni descritte hanno durata superiore al dieci per cento rispetto al limite giornaliero  massimo  di  durata  dei periodi di guida  si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 319 a 1.276 euro. Si applica la sanzione da 372 a 1.489 euro  se la violazione di durata superiore al dieci per cento riguarda  il  tempo minimo di riposo prescritto dalla legge.

Se le violazioni di cui sopra hanno durata superiore al venti per cento rispetto al limite giornaliero  massimo  di  durata  dei periodi di guida, ovvero minimo del tempo di riposo,  si applica  la  sanzione  amministrativa del pagamento di una somma da 425 a 1.699 euro.

Il conducente che non rispetta per oltre  il  dieci  per  cento  il limite massimo di durata dei periodi di guida settimanale  è   soggetto   alla   sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 266 a 1.063 euro. Il conducente che non rispetta per oltre il dieci per  cento  il  limite minimo dei periodi di  riposo  settimanale  prescritti  è soggetto, invece, alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 372 a 1.489 euro. Se i limiti  detti non sono rispettati per oltre il venti per cento, si  applica una sanzione da 425  a 1.701 euro.

Il conducente che durante la guida non rispetta le  disposizioni relative alle interruzioni è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una  somma  da 164 a 659 euro.

Tutte le sanzioni elencate  si  applicano anche  agli  altri  membri  dell’equipaggio  che  non  osservano   le prescrizioni sugli orari di guida. Sempre secondo il codice della strada, poi, le sanzioni amministrative pecuniarie sono aumentate di un terzo quando la violazione è commessa dopo le ore ventidue e prima delle ore sette [3]. Il trasgressore è ammesso al pagamento in misura ridotta: in particolare, egli può pagare, entro sessanta giorni dalla contestazione o notificazione, una somma pari al minimo fissato dalle singole norme (cosiddetta sanzione in misura ridotta), ovvero, ove il pagamento sia effettuato entro cinque giorni, una somma pari alla precedente, ridotta del 30% (cosiddetta sanzione ridotta scontata) [4].

Inoltre, nel caso di infrazione,  l’organo  accertatore, oltre  all’applicazione  delle  sanzioni  amministrative  pecuniarie, provvede al ritiro temporaneo  dei  documenti  di  guida,  intima  al conducente del veicolo di non proseguire il viaggio se non dopo  aver effettuato i prescritti periodi di interruzione o di riposo e dispone che, con le cautele necessarie, il veicolo sia condotto in  un  luogo idoneo per la sosta, ove deve permanere per  il  periodo  necessario. Del ritiro  dei  documenti  di  guida  e  dell’intimazione  è fatta menzione nel verbale di contestazione. Nel verbale è indicato  anche il comando o l’ufficio da cui dipende l’organo accertatore, presso il quale,  completati  le  interruzioni  o  i  riposi   prescritti,   il conducente è autorizzato a recarsi per ottenere la restituzione  dei documenti in precedenza ritirati.

Il comando o l’ufficio restituiscono la patente e  la  carta di circolazione del veicolo dopo avere constatato che il viaggio può essere ripreso nel rispetto delle condizioni prescritte dal  presente articolo. Chiunque circola durante il periodo in  cui  gli  è stato intimato di non proseguire il  viaggio  è  punito  con  la  sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 1.882 a 7.528 euro, nonché con il ritiro immediato della patente di guida.

L’impresa di trasporti da cui dipende il conducente che ha trasgredito i limiti di guida imposti dalla legge  risponde in solido con  l’autore  della  violazione  per il pagamento della somma da questi dovuta. Questo significa che la ditta per cui lavora il conducente risponde insieme a quest’ultimo dell’obbligo di pagare la sanzione, potendo quindi l’autorità competente richiedere l’intero pagamento anche soltanto all’impresa, la quale poi potrà rivalersi sul dipendente. La norma è stata posta per evitare che le ditte, abusando del loro potere, possano di fatto obbligare i conducenti a ritmi spossanti, violando la normativa posta a presidio della sicurezza di chi sta in strada.

Cancellazione o ritardo del volo: a cosa ho diritto?

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Volo cancellato o in ritardo: diritto all’assistenza, al rimborso o alla compensazione pecuniaria?

I diritti del passeggero in materia di compensazione ed assistenza in caso di negato imbarco (anche per overbooking), di cancellazione del volo o di ritardo prolungato sono disciplinati da un apposito regolamento europeo [1]. Quest’ultimo si applica a tutti i voli (di linea e non di linea) in partenza da:

  • un aeroporto comunitario, della Norvegia, dell’Islanda e della Svizzera
  • un aeroporto situato in un Paese terzo con destinazione un aeroporto comunitario (compresi Norvegia, Islanda e Svizzera) nel caso in cui la compagnia aerea che effettua il volo sia comunitaria (oppure norvegese, islandese o svizzera) e salvo che non siano già stati erogati i benefici previsti dalla normativa locale.

Il regolamento non si applica invece ai voli in partenza da un Paese terzo con destinazione un aeroporto comunitario (compresi Norvegia, Islanda e Svizzera) operati da compagnie aeree non comunitarie. In questo caso le tutele sono quelle assicurate dalla legislazione locale e dalle norme che regolano il contratto di trasporto.

Cancellazione del volo: a cosa ho diritto?

In caso di cancellazione del volo il passeggero ha diritto:

– alla scelta tra:

  • rimborso del prezzo del biglietto per la parte del viaggio non effettuata;
  • imbarco su un volo alternativo quanto prima possibile in relazione all’operativo della compagnia aerea;
  • imbarco su un volo alternativo in una data successiva più conveniente per il passeggero;

assistenza

  • pasti e bevande in relazione alla durata dell’attesa
  • sistemazione in albergo, nel caso in cui siano necessari uno o più pernottamenti per il riavvio quanto prima possibile in relazione all’operativo della compagnia aerea
  • trasferimento dall’aeroporto al luogo di sistemazione e viceversa
  • due chiamate telefoniche o messaggi via telex, fax o posta elettronica

– in alcuni casi anche alla compensazione pecuniaria.

L’ammontare della compensazione pecuniaria dovuta ai passeggeri dipende dalla tratta aerea (intracomunitaria o extracomunitaria) e dalla distanza in Km percorsa.

Per le tratte aeree intracomunitarie

  • Distanze inferiori o pari a 1500 Km: euro 250
  • Distanze superiori a 1500 Km: euro 400

Per le tratte aeree extracomunitarie

  • Distanze inferiori o pari a 1500 Km: euro 250
  • Distanze comprese tra 1500 e 3500 Km: euro 400
  • Distanze superiori a 3500 Km: euro 600

Volo cancellato: quando non è dovuta la compensazione pecuniaria

Se il volo viene cancellato la compensazione pecuniaria non è dovuta se:

– la compagnia aerea possa provare che la cancellazione del volo sia stata causata da circostanze eccezionali: ad esempio, avverse condizioni meteorologiche, scioperi, improvvise ed imprevedibili carenze del volo dal punto di vista della sicurezza

– il passeggero sia stato informato della cancellazione:

  • con almeno due settimane di preavviso;
  • nel periodo compreso tra due settimane e sette giorni prima della data di partenza e nel caso in cui venga offerto un volo alternativo con partenza non più di due ore prima rispetto all’orario originariamente previsto e con arrivo presso la destinazione finale al massimo quattro ore dopo l’orario originariamente previsto;
  • meno di sette giorni prima e nel caso in cui venga offerto un volo alternativo con partenza non più di un’ora prima dell’orario originariamente previsto e con arrivo presso la destinazione finale al massimo due ore dopo l’orario originariamente previsto.

Ritardo prolungato del volo: a cosa ho diritto?

Per i voli intracomunitari ed extracomunitari che percorrono distanze inferiori o pari ai 1500 Km si ha diritto all’assistenza se il volo subisce un ritardo di almeno 2 ore.

Per i voli intracomunitari che percorrono distanze superiori a 3500 Km e tutti gli altri voli che percorrono distanze comprese tra 1500 e 3500 Km si ha diritto all’assistenza se il volo subisce un ritardo di almeno 3 ore.

Per i voli che percorrono distanze superiori ai 3500 Km al di fuori dell’Unione Europea si ha diritto all’assistenza se il volo subisce un ritardo di almeno 4 ore.

Il diritto all’assistenza comporta:

  • pasti e bevande in relazione alla durata dell’attesa
  • sistemazione in albergo, nel caso in cui siano necessari uno o più pernottamenti
  • trasferimento dall’aeroporto al luogo di sistemazione e viceversa
  • due chiamate telefoniche o messaggi via telex, fax o posta elettronica

Se il ritardo è di almeno 5 ore, il passeggero ha la possibilità di rinunciare al volo senza dover pagare penali e di ottenere il rimborso del prezzo del biglietto per la parte del viaggio non effettuata.

In alcuni casi si ha diritto anche alla compensazione pecuniaria.

Ritardo volo: quando non si ha diritto all’assistenza

L’assistenza è prevista solo in caso di ritardo prolungato, cioè dopo 2, 3, 4 ore dall’orario di partenza previsto, a seconda della distanza in Km della tratta.

Ritardo volo: quando si ha diritto alla compensazione pecuniaria

In caso di prolungato ritardo, in analogia a quanto previsto per alcuni casi di cancellazione del volo, è previsto il diritto alla compensazione pecuniaria anche per i passeggeri che raggiungono la destinazione con oltre tre ore di ritardo rispetto all’orario di arrivo pubblicato. Tale diritto, tuttavia, viene meno se la compagnia aerea dimostra che il ritardo prolungato si è verificato a causa di circostanze eccezionali, ad esempio avverse condizioni meteorologiche, improvvise ed imprevedibili carenze del volo dal punto di vista della sicurezza e scioperi.

Ritardo volo: se perdo la coincidenza

Solo nel caso in cui il passeggero abbia stipulato un unico contratto di trasporto che preveda più tratte e perda un volo in coincidenza diretta a causa del ritardo del volo precedente, la compagnia aerea deve fornire:

  • assistenza
  • la scelta tra un volo alternativo verso la destinazione finale non appena possibile oppure il rimborso del prezzo pieno del biglietto e un volo di ritorno verso il punto di partenza iniziale.

Avviso di addebito Inps: cos’è e come difendersi

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Avviso di addebito Inps: come funziona, come e quando impugnarlo.

L’Inps dispone di un efficace strumento di riscossione coattiva dei contributi e premi non versati: si tratta dell’avviso di addebito che, dal 2011, ha sostituito la cartella esattoriale ed ha la particolarità di essere immediatamente esecutivo.

Ciò vuol dire che, a differenza degli altri enti creditori, l’Inps non ha bisogno di attivare il procedimento di recupero dei contributi tramite cartella esattoriale, potendo ricorrere ad un atto proprio che, una volta notificato, può essere portato ad esecuzione con un’espropriazione forzata nei confronti del debitore.

Vediamo come funziona l’avviso di addebito e come può difendersi chi lo riceve.

Avviso di addebito Inps: come funziona

La notifica al contribuente avviene tramite Posta Elettronica Certificata (PEC) o in alternativa attraverso l’invio di una raccomandata con ricevuta di ritorno. L’avviso di addebito può anche essere notificato da messi comunali o da agenti di Polizia municipale.

Il pagamento dell’avviso di addebito deve avvenire entro 60 giorni dalla notifica. Per il pagamento si può utilizzare il bollettino RAV prestampato e allegato all’avviso di addebito.

L’avviso di addebito viene contestualmente consegnato telematicamente all’agente della riscossione, che procederà al recupero coattivo del debito una volta superato il termine dei 60 giorni previsti per il pagamento.

I pagamenti effettuati entro 60 giorni dalla notifica prevedono un onere di riscossione del 3% sulle somme riscosse. Superati i 60 giorni, gli oneri aumentano al 6% e all’importo dovuto vanno anche aggiunte le ulteriori somme previste dalla legge.

Avviso di addebito Inps: termini di decadenza

La legge prevede espressamente che i contributi o premi dovuti agli enti pubblici previdenziali sono iscritti in ruoli resi esecutivi, a pena di decadenza:

  1. per i contributi o premi non versati dal debitore, entro il 31 dicembre dell’anno successivo al termine fissato per il versamento; in caso di denuncia o comunicazione tardiva o di riconoscimento del debito, tale termine decorre dalla data di conoscenza, da parte dell’ente;
  2. per i contributi o premi dovuti in forza di accertamenti effettuati dagli uffici, entro il 31 dicembre dell’anno successivo alla data di notifica del provvedimento ovvero, per quelli sottoposti a gravame giudiziario, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui il provvedimento è divenuto definitivo.

In altri termini, l’Inps, se vuole avvalersi della procedura di riscossione esattoriale, deve iscrivere a ruolo le somme dovute entro il 31 dicembre dell’anno successivo alla scadenza del versamento.

Se l’iscrizione a ruolo avviene oltre tale data, la cartella esattoriale o avviso di addebito notificati al contribuente sono illegittimi in quanto l’Inps è definitivamente decaduto dalla possibilità di riscuotere i propri crediti tramite agente della riscossione.

Resta ferma, tuttavia, la possibilità di riscuotere i crediti non ancora prescritti, tramite azione ordinaria con ricorso al giudice. Secondo la Cassazione, la decadenza dall’iscrizione a ruolo rende impossibile la riscossione tramite agente della riscossione ma non annulla i debiti Inps, i quali possono essere pretesi in via ordinaria dell’istituto previdenziale.

Avviso di addebito Inps: termini di prescrizione

I contributi previdenziali si prescrivono in cinque anni decorrenti dal giorno in cui il soggetto obbligato avrebbe dovuto versarli.

La prescrizione dei contributi previdenziali è interrotta da qualsiasi atto notificato al soggetto obbligato e contenente l’intimazione ad adempiere (per esempio: sollecito di pagamento, avviso di addebito, cartella esattoriale, decreto ingiuntivo ecc.).

Affinché l’atto interruttivo possa considerarsi valido, è necessario che la notifica avvenga entro cinque anni da quella dell’ultima intimazione di pagamento. La notifica oltre cinque anni avrebbe altrimenti ad oggetto un credito già caduto in prescrizione e quindi estinto.

L’avviso di addebito avente ad oggetto contributi risalenti ad oltre 5 anni prima è illegittimo, a meno che la prescrizione non sia stata interrotta da un’intimazione di pagamento (per esempio avviso bonario).

Avviso di addebito Inps: come difendersi

Ricorso contro l’avviso di addebito Inps per vizi di merito

L’avviso di addebito Inps può essere impugnato per vizi sostanziali, relativi cioè al merito della pretesa: per esempio in caso di contributi già versati o comunque non dovuti, contributi prescritti, errore di calcolo delle somme dovute a titolo di contributi, premi, interessi o sanzioni.

I vizi di merito possono essere fatti valere dinanzi al giudice (Tribunale – sezione lavoro) con ricorso da depositarsi nel termine di decadenza di quaranta giorni, decorrenti dalla data di notifica della cartella al destinatario.

L’avviso di addebito deve obbligatoriamente contenere, a pena di nullità, l’indicazione del termine di quaranta giorni utile per la proposizione del ricorso e l’autorità giudiziaria competente.

Ricorso contro l’avviso di addebito Inps per vizi formali

L’avviso di addebito Inps può essere impugnato anche per vizi formali, relativi cioè alla forma dell’atto o alla sua notifica: per esempio in caso di mancata indicazione delle voci di calcolo, mancata sottoscrizione, notifica nulla o inesistente, motivazione mancante o incompleta.

Secondo la Cassazione, i vizi formali devono essere impugnati con l’opposizione gli atti esecutivi nel termine più breve di venti giorni. I giudici ritengono infatti che le irregolarità formali dell’avviso, in quanto titolo esecutivo, devono essere sollevate attraverso lo strumento dell’opposizione agli atti esecutivi.

Il termine di quaranta giorni previsto dalla legge in materia di riscossione di contributi previdenziali si riferisce unicamente all’opposizione per vizi di merito.

Ricorso contro avviso di addebito Inps per vizi di merito e formali

Vizi sostanziali e vizi di merito possono essere dedotti in unico atto di opposizione. Per esempio, con lo stesso ricorso si può impugnare la prescrizione del credito e il difetto di notifica.  Ma quale termine bisogna rispettare in questo caso?

Per evitare di incorrere in decadenze, occorre depositare il ricorso entro venti giorni dalla notifica della cartella, altrimenti i vizi formali non possono più essere oggetto di opposizione. Difatti, se l’impugnazione avviene nel termine di quaranta giorni ma dopo i venti dalla notifica, il giudizio resta in piedi solo per l’accertamento dei vizi di merito dell’avviso, mentre per i vizi formali, in quanto denunciati tardivamente, l’opposizione è inammissibile.

Avviso di addebito: possibile il ricorso in autotutela

Come abbiamo visto nei precedenti paragrafi, contro l’avviso di addebito il contribuente può proporre opposizione al giudice del lavoro entro il termine di venti o quaranta giorni dalla notifica.

In assenza di proposizione di ricorso giudiziario nel termine previsto, l’avviso di addebito diventa inoppugnabile.

Secondo l’Inps, tuttavia, è possibile intervenire in autotutela per annullare in tutto o in parte l’avviso, nei seguenti casi:

  1. in presenza di una sentenza dell’autorità giudiziaria che, nonostante il decorso del termine per impugnare la cartella/avviso di addebito notificati, abbia accertato l’inesistenza, totale o parziale, dell’obbligo contributivo. Se il giudice ha riconosciuto la fondatezza delle ragioni sostanziali del contribuente, la struttura dell’Istituto territorialmente competente darà seguito alla sentenza anche intervenendo sul titolo inoppugnabile e quindi operando uno sgravio/annullamento, a seconda dei casi totale o parziale.
  2. pur in assenza di una sentenza di accertamento dell’autorità giudiziaria, deve essere ammessa la possibilità di intervento in autotutela laddove la sede Inps competente verifichi, sulle base delle disposizioni esistenti, la fondatezza delle ragioni sostanziali del contribuente, pur di fronte ad un titolo non più impugnabile (anche allo scopo di evitare la soccombenza dell’Istituto in un eventuale giudizio di accertamento).

Anche in questo caso, l’Inps, analizzata l’istanza del contribuente e verificata l’infondatezza delle ragioni sostanziali che hanno determinato l’emissione del titolo, dovrà intervenire in autotutela sgravando/annullando il titolo indebitamente emesso.

Secondo l’Inps non è invece possibile intervenire in autotutela in presenza di un titolo inoppugnabile (cartella o avviso di addebito) qualora il contribuente eccepisca l’avvenuta prescrizione del credito previdenziale prima della notifica del titolo stesso. In questo caso, infatti, la pretesa del contribuente non sarebbe basata su motivazioni che legittimino l’attivazione dell’Inps per ragioni di giustizia sostanziale.

Dove ricoverare un malato terminale

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Non sempre i malati terminali vengono assistiti negli ospedali: in questi casi, occorre rivolgersi a strutture specializzate.

La questione del ricovero di un malato terminale è, purtroppo, comune a tantissime famiglie: quando i medici non danno più speranze, sorge il problema di dove far trascorrere gli ultimi giorni di vita al malato. La preoccupazione è che egli non soffra, che possa vivere dignitosamente i suoi ultimi giorni. Si apre allora lo scenario dell’eutanasia, dell’accanimento terapeutico, delle cure palliative. Quando non c’è più niente da fare, le strutture sanitarie spesso suggeriscono le dimissioni del paziente, affinché possa trascorrere i suoi ultimi giorni a casa. Ma cosa succede se il malato ha ancora bisogno di cure, anche se solo per alleviare il dolore? Dove ricoverare un malato terminale?

Dove ricoverare un malato terminale: gli hospice

In Italia sono presenti alcune strutture dedicate alla cura dei malati terminali. Vanno sotto il nome di  Centri Residenziali di Cure Palliative, ovvero hospice: sono strutture che permettono un ricovero temporaneo o permanente per le persone malate che non possono essere più assistite in un programma di assistenza domiciliare specialistica, o per le quali il ricovero in un ospedale non è più adeguato. La maggior parte di essi sono convenzionati, quindi sono posti a carico del Servizio sanitario nazionale. La nascita di questi particolari centri è stata favorita dalla riduzione dell’ospedalizzazione dei pazienti terminali.

Le strutture di questo tipo si dedicano alla cosiddetta medicina palliativa, cioè alle cure volte ad alleviare i  sintomi fisici (dolore, nausea, difficoltà respiratorie) e psicologici (ansia, paura, depressione, rabbia) della malattia. Non si tratta quindi di terapie tese a curare la patologia in sé per sé, bensì di interventi che si prendono cura dei bisogni del paziente e dei familiari. Le cure palliative mirano pertanto a  migliorare, per quanto possibile, la qualità di vita.

Dove ricoverare un malato terminale: gli ospedali

Precisiamo: le cure palliative sono somministrate anche nei normali ospedali, quando non si ritiene opportuno dimettere il paziente e lasciarlo all’assistenza domiciliare. Anche in questo caso, come in quello degli hospice, al malato viene proposta una terapia che non accelera o differisce la morte, ma garantisce la migliore qualità della vita, combattendo la sofferenza in tutte le sue forme.

Dove ricoverare un malato terminale: le strutture private

Esistono poi numerose strutture private, le quali somministrano le stesse cure palliative ma, a differenze dei centri pubblici o convenzionati, sono senz’altro maggiormente disposti ad accogliere il malato. Il problema, ovviamente, è di tipo economico: i ricoveri sono costosi, così come le degenze, spesso molto lunghe.

Dove ricoverare un malato terminale: l’assistenza domiciliare

Quando le strutture non ritengono più utile accogliere il malato, questi potrà essere assistito presso il proprio domicilio. Il vantaggio è sicuramente di tipo psicologico, visto che la persona malata sarà curata tra le mura della propria casa, alla presenza dei familiari e di medici e infermieri che, a spese del Servizio sanitario nazionale, si recheranno periodicamente presso la dimora. Lo svantaggio è che, spesso, il personale medico e sanitario è carente, così come lo sono le strumentazioni idonee a seguire il malato a casa.

Sospensione o interruzione dello stage: quando si può fare

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Che differenza c’è tra sospensione e interruzione? Per quale motivo si può bloccare il tirocinio? Che succede in caso di malattia lunga o maternità?

Uno dei diritti fondamentali dell’uomo è il diritto di sbagliare. Cosa che può capitare anche a un giovane che inizia uno stage in azienda, convinto di poter imparare il mestiere della sua vita, o costretto dalle circostanze del mercato ad accettare un periodo di tirocinio retribuito perché altro non passa il convento.

Che succede, però, se quel giovane si rende conto di avere sbagliato il posto, addirittura il mestiere che aveva scelto? Oppure se il ragazzo o la ragazza avvertono la necessità di fermare quell’esperienza per un periodo di tempo e di riprenderla in un momento successivo?

In altre parole: quando si può fare la sospensione o l’interruzione di uno stage? Intanto diciamo che entrambi i concetti non sono sinonimi ma due cose completamente diverse. Vediamo.

Quando si può fare la sospensione dello stage

Partiamo dal concetto di sospensione, diverso da quello di interruzione dello stage. La sospensione prevede una sosta nel periodo di stage non superiore ai 60 giorni. I motivi possono essere diversi: la maternità, la malattia lunga, l’infortunio, la chiusura stagionale dell’azienda (ad esempio la chiusura estiva).

A differenza di un dipendente, lo stagista che chiede la sospensione non può computare il periodo di malattia lunga o di infortunio nelle ore complessive della sua esperienza in azienda. Significa che deve recuperare successivamente quel che gli manda.

Pensiamo, ad esempio, ad uno stage di sei mesi previsto in azienda da gennaio a giugno. A fine aprile, dunque dopo quattro mesi pieni di esperienza, l’interessato chiede la sospensione dello stage causa infortunio. Deve assentarsi un mese e mezzo, quindi fino a metà giugno. Vuol dire che il suo stage si concluderà a fine agosto.

E se ad agosto l’azienda decide la chiusura estiva di un mese? In quel caso, si potrà completare lo stage fino al 30 settembre.

Quando si può fare l’interruzione dello stage

Diversamente dalla sostituzione, l’interruzione dello stage viene fatta nel momento in cui l’azienda o lo stagista si rendono conto che l’esperienza non porta i frutti desiderati. In sostanza, il datore di lavoro può avvertire che lo stagista non è pronto per svolgere il compito richiesto o che non dimostra l’adeguato interesse. Viceversa, il ragazzo può rendersi conto di avere sbagliato indirizzo o che non impara ogni giorno quello che gli serve.

A questo punto, tanto vale dire basta. Ma quando si può interrompere uno stage?

C’è da dire che, al momento in cui viene firmato un accordo per avviare uno stage tra l’ente promotore (l’università, ad esempio), l’azienda e lo stagista hanno la facoltà di recedere la convenzione, cioè di bloccare definitivamente il tutto, per i motivi sopraelencati, cioè:

  • perché lo stagista non dimostra interessamento e impegno verso il progetto;
  • perché l’azienda non consente l’adeguata formazione allo stagista.

Come si arriva all’interruzione dello stage? Dipende da chi avverte i primi segnali di fallimento dell’esperienza.

Se si tratta del tutor, cioè, della persona che si prende a carico lo stagista per formarlo, deve informare quanto prima il proprio responsabile in azienda incaricato degli stage (la direzione del personale, ad esempio). Non tanto per arrivare subito alla rottura, ma per capire se è possibile «raddrizzare» la situazione e recuperare il rapporto di fiducia.

Lo stesso vale per lo stagista: quando si accorge di non avere dall’azienda la dedizione e la formazione che si aspettava, ha il diritto (e il dovere) di parlarne con il tutor e, se non ottiene una risposta soddisfacente, con il referente aziendale superiore (sempre come esempio, la direzione del personale).

Nel caso si arrivasse alla conclusione che non ci sono i presupposti per continuare l’esperienza, si arriverebbe all’interruzione dello stage in modo consensuale. Purché si basi su motivi giustificati e oggettivi (come quelli descritti). Questo permetterà all’ente promotore di regolare alcune questioni burocratiche, come l’assicurazione del ragazzo.

Escort: come e a chi segnalare l’attività “in nero”

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Ho letto che anche le escort sono tenute al pagamento delle tasse. Una prostituta che esercita “in nero” può essere passibile di un controllo fiscale da parte delle autorità competenti? Si può chiedere alle preposte autorità di effettuare gli accertamenti del caso magari a seguito di un esposto alla Guardia di Finanza o altro corpo di Polizia Giudiziaria oppure mediante analoga iniziativa all’Agenzia delle Entrate?

 Innanzitutto occorre precisare che dal punto di vista penale ciò che la legge (la cosiddetta legge Merlin n. 75 del 1958) considera reato non è l’attività della prostituzione in sé (se liberamente scelta e praticata), ma solo lo sfruttamento, la induzione, il favoreggiamento della prostituzione e l’esercizio di case di prostituzione (si ha casa di prostituzione se vi è il necessario contestuale esercizio del meretricio da parte di più persone negli stessi locali ed all’interno dello stesso locale: in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenze n. 7076 del 2012 e n. 33160 del 2013).

Fiscalmente parlando, invece, la Corte di Cassazione ha chiarito (si vedano, ad esempio, le sentenze n. 22.413 del 2016 e n. 20.528 del 2010) che è soggetta a tassazione l’attività finalizzata alla prestazione di servizi sessuali in cambio di una controprestazione in danaro o in natura.

In particolare, poi:

– se dall’attività di accertamento posta in essere dall’Ufficio finanziario emergesse l’abitualità dell’attività prostituiva (e per abitualità si intende l’esercizio dell’attività in maniera stabile, sistematica e duratura), tale attività dovrà essere qualificata come attività di lavoro autonomo (e soggetta quindi ad Irpef, Iva e, ove vi sia stabile organizzazione, anche ad Irap);

– se, invece, l’attività fosse svolta occasionalmente e non abitualmente i redditi da essa derivanti andrebbero classificati come redditi diversi soggetti ad Irpef, ma non ad Iva e Irap.

Detto questo, la collaborazione tra cittadini ed amministrazione finanziaria nella lotta all’evasione fiscale e, quindi, alle attività svolte “in nero” è sicuramente apprezzata dalla legge ed è anche stata oggetto di apposite norme.

Difatti l’articolo 8, comma 8, del decreto legge n. 16 del 2012 (convertito in legge n. 44 del 26 aprile 2012) prevede espressamente la possibilità di presentare denunce ed esposti alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate.

La norma citata prevede espressamente che: “Le Agenzie fiscali e la Guardia di Finanza, nell’ambito dell’attività di pianificazione degli accertamenti, tengono conto anche delle segnalazioni non anonime di violazioni tributarie, incluse quelle relative all’obbligo di emissione della ricevuta o dello scontrino fiscale ovvero del documento certificativo dei corrispettivi”

Dunque la legge stabilisce che le segnalazioni dei cittadini debbano essere tenute in considerazione dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza se debitamente sottoscritte (o comunque se il cittadino, nell’effettuarle comunichi le sue generalità), mentre se presentate in forma anonima né l’Agenzia delle Entrate né la Guardia di Finanza hanno il dovere di tenerne conto ai fini dell’avvio o della prosecuzione di attività accertatrice.

Si precisa che alla Guardia di Finanza le segnalazioni possono essere effettuate sia tramite chiamata al numero 117 (si verrà invitati a declinare le proprie generalità per poi essere invitati presso il comando per formalizzare l’esposto), sia recandosi di persona presso un comando e sottoscrivendo l’apposito modulo per le segnalazioni.

Ovviamente, le segnalazioni devono essere le più precise e dettagliate possibile e fondate su elementi certi e/o su indizi gravi, precisi e concordanti (e non solo su sospetti); esse andranno a far parte dell’incarto del procedimento amministrativo relativo all’attività di accertamento: ciò vuol dire che il denunciato potrà avere accesso alla denuncia per valutare chi sia il soggetto che lo ha denunciato onde verificare se la segnalazione sia stata presentata in modo corretto o costituisca, ad esempio, una calunnia (soprattutto se, poi, l’attività di accertamento non dovesse portare alla constatazione di illeciti e, quindi, all’irrogazione delle relative sanzioni).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

Divisione giudiziale di immobile e validità dell’accordo precedente

Posted on : 16-12-2017 | By : admin | In : Attualità e Società, feed

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Mio padre e suo fratello hanno sottoscritto trent’anni fa una convenzione pre-divisionale per assegnare la proprietà di un immobile come segue: 1° piano a mio padre; piano terra a mio zio. Ognuno per la propria parte ha negli anni esercitato il pieno godimento dell’immobile secondo questo accordo (stipula contratti di affitto, pagamento imposte, manutenzioni, ecc.). Hanno poi sottoscritto l’accatastamento dell’unità immobiliare nella prospettiva di dividerla come stabilito nella convenzione, ma entrambi sono morti. Da allora nessuno dei miei cugini intende formalizzare la divisione.  In caso di divisione giudiziale, la convenzione di trent’anni fa mantiene intatta la sua validità?

L’efficacia odierna della convenzione citata deve essere valutata a seconda del suo effettivo contenuto nonché alla luce delle circostanze intervenute negli anni a seguire e che hanno portato la famiglia del lettore a compiere una divisione di fatto dell’immobile.

Pur senza aver potuto leggere il contenuto degli accordi siglati trenta anni fa infatti, è ipotizzabile innanzitutto che quella convenzione fosse già un vero e proprio contratto di divisione nel quale i due comproprietari dell’epoca si accordavano per assegnarsi due porzioni individuate dell’immobile comune.

In questo caso il contratto avrebbe efficacia esclusivamente tra le parti, secondo la regola generale che considera sufficiente per la validità ed efficacia di un contratto di divisione lo scambio dei consensi, un oggetto specificamente individuato (l’immobile in comunione) nonché la presenza della cosiddetta causa divisionale ossia lo scopo raggiunto dalle parti con lo specifico contratto di assegnare a ciascun condividente un porzione individuata di beni comuni di valore corrispondente alla quota ideale spettante a ognuno.

Tale convenzione invece non potrebbe essere opposta a eventuali terzi che nel frattempo abbiano acquistato diritti sull’immobile poiché priva delle forme prescritte dalla legge per la trascrizione nei pubblici registri immobiliari, ossia l’atto pubblico o comunque l’autentica notarile della scrittura privata conclusa dalle parti.

A voler ammettere quindi che la suddetta convenzione costituisca già un contratto di divisione perfettamente formato, la mancata trascrizione della stessa costituisce ad oggi il problema principale che impedisce alle parti di vedere pienamente tutelati i propri diritti per come finora esercitati sulle porzioni successivamente individuate.

Ciò tuttavia non impedisce, a parere dello scrivente, che in un eventuale giudizio di divisione dell’immobile predetto la convenzione in parola possa essere prodotta a dimostrazione, rispettivamente, della volontà divisoria già espressa dagli originari condividenti nonché delle intese già raggiunte sull’attribuzione delle singole porzioni del compendio comune, e quindi della possibilità di procedere ad assegnazione diretta dei beni comuni anziché procedere alla vendita della cosa comune con assegnazione del ricavato.

In secondo luogo è possibile invece ipotizzare che l’accordo di trent’anni fa contenesse esclusivamente un impegno dei comproprietari a suddividere in futuro il bene comune. Si tratterebbe allora di un cosiddetto contratto preliminare, ossia un accordo che ha ad oggetto la promessa reciproca di stipulare un futuro contratto (nel caso concreto appunto, di divisione).

L’impegno preso dalle parti è vincolante a tutti gli effetti, tanto è vero che la legge consente l’esecuzione in forma specifica di quest’ultimo ossia permette alla parte adempiente di convenire in giudizio l’altro contraente – moroso rispetto agli impegni sottoscritti nel preliminare – per richiedere al tribunale la pronuncia di una sentenza costitutiva del contratto definitivo originariamente considerato dalle parti come oggetto delle reciproche promesse [1].

Tale rimedio è consentito naturalmente ove nel contratto preliminare le parti abbiano indicato un termine entro il quale pervenire alla stipulazione del contratto definitivo. In assenza infatti è prescritto un diverso rimedio che consente a una delle parti – quella interessata a pervenire nel più breve tempo possibile al contratto definitivo – di chiedere al Tribunale la fissazione di un termine entro il quale giungere alla conclusione del contratto [2].

La giurisprudenza tuttavia ha chiarito, per entrambe le ipotesi summenzionate (azione di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 cod. civ. oppure azione interrogatoria per la fissazione del termine ex art. 1183 cod. civ.) il rispetto dell’ordinario termine decennale di prescrizione. Vale a dire che la parte più diligente – quella cioè interessata a pervenire alla conclusione del contratto definitivo – deve necessariamente attivarsi con uno dei succitati rimedi entro dieci anni dalla conclusione del contratto preliminare pena la perdita del proprio diritto a veder adempiuto l’accordo raggiunto in tale ultima sede [3].

Il caso prospettato tuttavia diverge dalla regola generale sopra esposta poiché il contratto definitivo cui le parti originarie dell’accordo di trent’anni fa si sarebbero impegnate è una divisione. Il codice civile infatti sancisce come imprescrittibile il diritto dei comproprietari di richiedere la divisione della cosa comune [4], ciò in quanto la legge predilige la proprietà singola a scapito delle comproprietà stante le maggiori difficoltà gestorie di queste ultime.

In altre parole quindi, anche laddove l’intesa di trent’anni fa recasse esclusivamente l’impegno degli originari comproprietari di stipulare una futura divisione secondo gli accordi di attribuzione in quella sede contemplati, il diritto degli odierni contitolari del bene immobile indiviso a richiedere la divisione giudiziale del compendio rimane intatto ed esercitabile in qualsiasi momento.

Analogamente poi, immaginando che la divisione venisse iniziata tramite apposita domanda giudiziale, si ritiene che la suddetta scrittura di trent’anni fa possa comunque essere prodotta con effetti analoghi a quelli sopra indicati nell’esame della prima ipotesi ricostruttiva del suo contenuto.

Resta comunque inteso che, a prescindere dalle valutazioni circa gli effetti da attribuirsi alla scrittura di trent’anni fa, il godimento separato esercitato nei successivi anni sugli appartamenti ricavati da tale suddivisione eseguita in fatto così come l’accatastamento autonomo delle singole porzioni di immobile effettuato successivamente possano eventualmente determinare i presupposti richiesti dalla legge per l’usucapione del singolo appartamento goduto da ciascun comproprietario.

La prova tuttavia del possesso in qualità di proprietario e non già (o meglio, non più) di comproprietario del singolo bene derivante dall’accatastamento spetta a colui che intende acquisire con tale modalità la proprietà sul singolo appartamento [5].

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Enrico Braiato